Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

 

 

 DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Torino.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.

 

TERZA PARTE

 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…Jacobini story.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.

 

 

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede nel Trentino Alto Adige.

Bolzano, provveditore agli studi fa alzare i voti al figlio: «Sono adirato, cambiate». La Procura lo indaga. Sotto la lente il sovrintendente, il dirigente scolastico e un insegnante: «Se non modificate le valutazioni vi mando gli ispettori per fare una verifica». Chiara Currò Dossi su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2022.

Vincenzo Gullotta, 51 anni, è sovrintendente scolastico dal 2019. 

Errore determinato dall’altrui inganno, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e induzione indebita a dare o promettere utilità. Sono queste, «in concorso morale e materiale», le ipotesi di reato a carico del sovrintendente scolastico Vincenzo Gullotta, del dirigente della scuola media «Ugo Foscolo» di Bolzano Franco Lever e del professore Francesco Migliaccio, per il presunto «ritocco» ai voti del figlio del sovrintendente, nella pagella di seconda media. La Procura ha concluso le indagini a loro carico, ritenendo fondata l’ipotesi di accusa, e ora le controparti avranno venti giorni di tempo per presentare eventuali memorie e chiedere di essere sottoposte a interrogatorio. Nel frattempo, la Procura dovrà decidere se chiedere l’archiviazione per i tre indagati o, in alternativa, il rinvio a giudizio.

Il passaggio da 7 a 8

L’episodio risale al 12 giugno di due anni fa, ultimo giorno di scuola per le scuole medie e superiori in provincia di Bolzano. Poche ore dopo la pubblicazione delle pagelle, il consiglio di classe della sezione alla quale era iscritto il figlio di Gullotta era stato riconvocato, come era emerso dal verbale, pubblicato da Salto.bz, «a seguito delle comunicazione telefonica ricevuta dalla famiglia» per correggere un errore formale. Migliaccio, infatti, aveva chiesto di modificare la propria valutazione in tecnologia, facendola passare da 6 a 8, incontrando il parere favorevole del consiglio di classe. Consiglio che aveva votato, a maggioranza, anche una seconda modifica: il passaggio da 7 a 8 della valutazione in musica, nonostante il docente titolare della cattedra non fosse d’accordo, ribadendo che quello attribuito era il voto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni dell’alunno del secondo quadrimestre.

Le difese

Che ci fosse stato un contatto telefonico con la scuola, il sovrintendente non l’aveva mai negato. «Sento i dirigenti scolastici quasi quotidianamente — aveva dichiarato in una lettera aperta — soprattutto in questo periodo di emergenza, in particolare quelli che fanno parte della task force per la riapertura della scuola a settembre». E proprio di questo aveva parlato con Lever, il 12 giugno. «Prima di salutarci — aveva scritto Gullotta — abbiamo parlato anche delle schede di valutazione e ho appreso che erano state appena pubblicate, così ho subito aperto la scheda di mio figlio. A questo punto ho preso atto del documento, compresi i voti di tecnologia e musica, che apparivano diversi rispetto al primo quadrimestre. Non ho fatto alcuna pressione per modificare i voti di mio figlio. Non ho chiesto né di riconvocare il consiglio di classe né di cambiare i voti».

Adirato per i voti

Ma la Procura la pensa diversamente. In base a quanto ricostruito nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, infatti, Gullotta avrebbe chiamato Lever «affermando di essere adirato per i voti attribuiti al figlio, minacciando di inviare gli ispettori e chiedendo una verifica delle valutazioni» effettuate dal docente di musica. In qualità di sovrintendente «e, quindi, di pubblico ufficiale, abusando della propria qualità e dei propri poteri», avrebbe indotto Lever e Migliaccio «ad attestare falsamente nell’ambito dell’assemblea» del 12 giugno «che il voto riportato dall’alunno nella materia di tecnologia era stato determinato da errore formale, nonché a prospettare la necessità di una variazione del voto riportato dal medesimo alunno nella materia di musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Di qui l’ipotesi di reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 quater del codice penale). «In concorso morale e materiale tra loro», Gullotta , Lever e Migliaccio avrebbero quindi indotto in errore i docenti della classe del ragazzo, «che deliberavano nel relativo verbale l’aumento del voto da 6 a 8 in tecnologia e da 7 a 8 in musica e conseguentemente riportavano nel registro elettronico di classe una votazione non corrispondente a quella effettiva, rilasciando in tale maniera una pagella riportante un’attestazione falsa». E quindi, facendo prospettare agli inquirenti l’ipotesi di reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (articolo 479).

La decisione ai colleghi

Nei confronti di Gullotta e Lever, la Procura prospetta anche l’ipotesi di reato di delitto tentato (articolo 56) per avere, sempre «in concorso morale e materiale tra loro», e «abusando delle rispettive qualità e poteri, compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a indurre» il docente di musica «a variare il voto riportato dall’alunno in musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Dopo la telefonata con Gullotta, infatti, il dirigente lo avrebbe a sua volta contattato, riferendo della telefonata col sovrintendente e del suo contenuto, «chiedendo una verifica della valutazione assegnata all’alunno» Richiesta, tuttavia, «non accolta» dall’insegnante che, davanti al consiglio di classe, «dichiarava che la votazione attribuita in pagella era in realtà 7 in quanto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni attribuite dall’alunno nel corso del secondo quadrimestre». E rimettendo la decisione ai colleghi.

Ubaldo Cordellini per “la Stampa” il 18 maggio 2022.

Cosa non si fa per far avere al figlio un 8 in pagella. Secondo la Procura di Bolzano Vincenzo Gullotta, sovrintendente scolastico, ovvero provveditore agli studi per la scuola italiana dell'Alto Adige, avrebbe proprio esagerato per migliorare la pagella del figlio. Scontento dei risultati scolastici come tanti genitori, avrebbe fatto pressioni sugli insegnanti del ragazzo per fargli alzare i voti agli scrutini di seconda media. Il dirigente è accusato dei reati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, induzione indebita nel dare o promettere utilità ed errore determinato dall'altrui inganno. 

Nei guai anche Franco Lever, preside della scuola del figlio, l'istituto Foscolo di Bolzano, e il professore di tecnologia, Francesco Migliaccio.

I fatti risalgono al giugno 2020, il ragazzino aveva appena finito la seconda media. La vicenda fu anche al centro di un'indagine amministrativa da parte della stessa Provincia Autonoma che, nell'agosto 2020, si era conclusa senza che fosse mosso alcun rilievo a Gullotta. 

Adesso, a quasi due anni di distanza, il pm Andrea Sacchetti ha inviato a lui e agli altri due indagati l'avviso di conclusione delle indagini. Secondo l'accusa, quando Gullotta ha letto la pagella sarebbe andato su tutte le furie. In particolare non riusciva a digerire due voti: il 6 in tecnologia e il 7 in musica. Così, sempre secondo l'accusa, il sovrintendente si sarebbe attaccato al telefono e avrebbe segnalato due errori nei voti del figlio, chiedendo di riconvocare il consiglio di classe per rivedere le valutazioni che a suo giudizio sarebbero state frutto di un errore tecnico.

Alla seconda riunione, l'insegnante di tecnologia Migliaccio avrebbe accettato di portare il suo 6 a 8, passando da una normale sufficienza a un voto molto buono. L'insegnante di musica, invece, era rimasto fermo sulle sue posizioni spiegando che il suo 7 era dovuto proprio alla media degli altri voti e che quindi non aveva alcuna intenzione di cambiarlo portandolo a 8. Nonostante la sua resistenza, e il suo voto contrario, il consiglio di classe trasformò l'acqua in vino e il 7 in 8. Tutti a favore tranne il docente di musica.

Il caso esplose quasi subito, partì l'indagine interna che meno di due mesi dopo arrivò a scagionare del tutto Gullotta, il quale infatti è ancora al suo posto. Si era difeso con una lettera aperta: «Non ho fatto alcuna pressione per modificare i voti. Ho sentito al telefono il dirigente e quando ho saputo che erano disponibili le schede di valutazione ho aperto quella di mio figlio notando che i voti erano diversi da quelli del primo quadrimestre. Ne ho preso atto. Non ho chiesto né di riconvocare il consiglio di classe né di cambiare i voti».

Per la Procura, invece, Gullotta avrebbe chiamato il preside Lever spiegando di essere adirato per i voti del figlio e minacciando l'invio degli ispettori. L'avvocato di Gullotta, Giancarlo Massari, respinge ogni accusa al suo assistito: «Gullotta è molto stupito, e io con lui, per queste accuse. Il sovrintendente aveva semplicemente mosso un rilievo generale, non riguardante solo i voti del figlio, per una discrepanza legata alla valutazione in periodo di Covid.

Si usciva dal lockdown più ferreo con un lungo periodo di didattica a distanza e Gullotta aveva semplicemente notato che non erano state applicate le regole adottate nel lockdown. Si era limitato a segnalare la discrepanza senza chiedere nulla per il figlio. Il consiglio di classe ha preso atto dell'errore e ha corretto i voti a stragrande maggioranza. Ora vedremo gli atti e valuteremo gli elementi a sostegno dell'accusa, ma siamo sereni e fiduciosi».

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Friuli Venezia Giulia. 

Domenico Pecile per corriere.it il 24 agosto 2022.

Marco Restaino, presidente della Società adriatica di speleologia di Trieste, è raggiante. «La sensazionale scoperta a 350 metri sotto la Dolina Reka a Trebiciano di una grande grotta - commenta - è il coronamento di un lungo progetto iniziato nel 2013, intitolato Timavo System exploration, promosso dalla nostra Società in collaborazione con i francesi».

La grotta, a 350 metri sotto terra, è lunga 160 metri (quasi due campi di calcio), larga 50 metri e alta 60 come un grattacielo di 20 piani. «Una meraviglia», dice ancora Restaino. 

Con questa ennesima scoperta, Trieste si conferma «capitale» della speleologia. La nuova grotta è anche contigua a quella di Trebiciano (dista alcune centinaia di metri), che viene considerata dagli speleologi una sorta di totem. «Il progetto – insiste Restaino – va avanti perché sappiamo che alla distanza di circa 300 metri dalla nuova grotta ce n’è un’altra.

Ci vorranno ancora alcuni mesi, ma i sub che scendono in perlustrazione sono molto ottimisti al punto che abbiamo già deciso come “battezzarla”. Si chiamerà Lustloch, mentre quella scoperta in questi giorni non ha ancora un nome». Tra la grotta di Trebiciano e quella i Lustloch la distanza è di circa un chilometro. Mille metri – assicurano i sub – di una bellezza indescrivibile e mozzafiato.

«Peccato soltanto – dichiara ancora il presidente della Società adriatica – che queste meraviglie sono comprensibilmente interdette ai più». Un altro progetto, rivela ancora Restaino, è di dotare anche la nuova grotta del wi-fi, dispositivo che da anni è già stato installato nella grotta di Trebiciano. E anche in questo caso si dovrebbe trattarsi di un record internazionale. Non si risulta infatti che questo dispositivo sia presente in altre grotte alla profondità fi quella di Trebiciano posta a 330 metri sotto terra”.

Con la sua scoperta, avvenuta nel 1841 a opera di Antonio Lindner, ebbe inizio la storia della speleologia italiana che oggi, soltanto a Trieste, conta una ventina di associazioni. Le grotte sotterranee carsiche sono attraversate dal Timavo che viene definito il fiume fantasma. Quando le piogge ingrossano il suo corso, dalle fessure delle doline escono getti di aria anche a 150 chilometri orari. Getti che rappresentano la certezza della presenza del Timavo e dunque della possibile esistenza di grotte.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Veneto.

Pedemontana Veneta: lo spreco di soldi pubblici ora trapela dai documenti ufficiali. Gloria Ferrari su L'Indipendente su L’Identità il 22 Novembre 2022 

Che la Pedemontana Veneta – la superstrada a pagamento lunga appena 94 chilometri che collegherà la provincia di Vicenza a quella di Treviso – sarebbe stato un grosso spreco di denaro pubblico, l’avevamo già preannunciato in una serie di articoli precedenti, ma ora, a distanza di qualche mese, le conferme cominciano ad arrivare anche dalle stime ufficiali. Nel bilancio di previsione 2023/25 della regione Veneto è scritto nero su bianco che ci si aspetta che la Pedemontana provocherà un buco di 54 milioni di euro nelle casse regionali per i prossimi tre anni. Fondamentalmente perché gli incassi derivati dai pedaggi (e quindi il volume del traffico) saranno notevolmente più bassi rispetto a quanto ipotizzato nelle a dir poco ottimistiche stime progettuali. Una verità che molti avevano già ipotizzato dati alla mano e una situazione per la quale il governatore Zaia dovrebbe delle spiegazioni convincenti ai cittadini veneti.

Il problema della Pedemontana è a monte, e il rischio, ormai piuttosto concreto, è che l’opera potrebbe finire per costare in totale alle casse pubbliche 12 miliardi. Cioè tre volte quello stimato per il Ponte sullo Stretto di Messina. A fare le stime sui costi esorbitanti dell’opera non è stato solo qualche comitato locale, e di certo non è storia recente. Ci aveva già pensato la Corte dei Conti, per cui il contratto firmato dall’amministrazione veneta, concepito per tutelare l’appaltatore privato da ogni rischio d’impresa, riversando lo stesso direttamente sulle tasche dei cittadini, è irragionevole. Un accordo che Laura Puppato, ex sindaca di Montebelluna (uno dei Comuni attraversati dall’opera) ha sintetizzato con queste parole: «Neanche da ubriachi si poteva firmare una cosa del genere».

Spieghiamo meglio. Il fulcro dell’accordo contrattuale raggiunto nel 2016 con il Sis, il concessionario privato che ha progettato e sta realizzando l’opera, prevede che per i prossimi 40 anni, oltre a un contributo straordinario di 300 milioni di euro, l’amministrazione di Luca Zaia dovrà versare un canone annuo di 153 milioni di euro a favore del Consorzio costruttore. Canone annuo, tra l’altro, destinato ad aumentare nel tempo, fino a toccare quota 332 milioni annui al 2059. Per un totale quindi, a termine degli accordati anni, di oltre 12 miliardi: più di 100 milioni di euro al chilometro.

Quello con il consorzio è una tipologia di accordo che prende il nome di project financing, utilizzato quando le risorse pubbliche non sono sufficienti a coprire in quel momento determinati costi. Insomma, il privato finanzia il pubblico con la garanzia di un ritorno economico, a prescindere dalle effettive entrate. Un tipo di accordo che privatizza i profitti e socializza le perdite, proteggendo a spese dei cittadini l’azienda appaltatrice da ogni rischio di impresa.

«Il rischio di impresa è stato accollato totalmente al soggetto pubblico (Regione Veneto) nel momento in cui è stato concesso un canone di disponibilità», ci aveva detto in un’intervista esclusiva l’ingegnere Nicola Troccoli, progettista ed unico firmatario della progettazione preliminare dell’intera opera per conto della ditta concessionaria, ovvero la Sis Scpa. «Se, infatti, si fosse rimasti con il rischio a carico del promotore (così come previsto dal bando), molto probabilmente l’iniziativa non sarebbe nemmeno partita, perché con quelle condizioni e con quell’alto rischio determinato dai flussi di traffico, non sarebbero mai stati trovati investitori». Per Troccoli, sarebbe stato molto più semplice ed opportuno, ad esempio, far completare il finanziamento dell’opera allo Stato o all’ANAS. O, come credono alcuni, non portarla a termine affatto.

In generale, tutta la vicenda è piena di contraddizioni e mancate risposte. C’è una sola certezza, ma non è quella che i cittadini avrebbero voluto avere: ci sarà da impiegare tanto, tantissimo denaro pubblico. [di Gloria Ferrari]

Le tante facce diverse del Veneto. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 12 Luglio 2022.  

Tre storie e molte contraddizioni, sulle quali si dovrebbe ragionare

Il leader degli imprenditori della Regione che si picca da anni di essere la Locomotiva d’Italia, una liceale con la pagella tutta ma proprio tutta tappezzata coi voti più alti, un carnefice del caporalato più ignobile: cosa li tiene insieme? Sono usciti tutte e tre, ieri mattina, sulle pagine del nostro Corriere del Veneto.

Il primo, Enrico Carraro, presidente della Confindustria, ripartendo dal dossier della Fondazione Nordest 2022, invoca almeno 50 mila nuovi arrivi l’anno per mantenere il livello di sviluppo di oggi e insiste: «Mancano i lavoratori. C’è necessità di un’immigrazione fatta di flussi organizzati, con una selezione nei Paesi d’origine dopo formazione in loco, e con la possibilità di accedere a casa e ricongiungimenti familiari». Quelli odiati da tanta destra.

La seconda, Samantha Gjeci, viene coperta di elogi dallo stesso sindaco di Treviso Mario Conte (della stessa Lega di Matteo Salvini in guerra totale contro ogni legge di cittadinanza) come un modello di integrazione per aver preso «10» in tutte le materie di studio al Liceo classico Canova e racconta degli sforzi dei suoi genitori arrivati dall’Albania nel 1991, ai tempi in cui il Carroccio si preparava a vincere le Comunali di Milano con lo slogan «Un voto in più a Formentini, un albanese in meno a Milano».

Il terzo, il bengalese Ziblul Hakim, 46 anni, è riuscito con l’avvocato Giorgio Pietramala a strappare un patteggiamento a due anni di carcere (poco più del doppio della condanna a un papà africano reo d’aver sfilato al supermarket una busta di latte in polvere per il figlioletto) per avere sfruttato oltre ogni limite dei connazionali rastrellati per strada e ridotti in condizioni degradanti da servi della gleba. Rapporto dei carabinieri: «Gli stessi lavoratori, non avendo alternative, sono costretti ad alloggiare in roulotte fatiscenti, prive di acqua corrente, energia elettrica, gas e impianto di riscaldamento/raffreddamento nonché a espletare i loro bisogni fisiologici nei campi attigui. Per lavarsi utilizzavano l’acqua di un vicino canale di irrigazione, tra animali, escrementi, sporcizia di vario genere...». Il tutto lavorando dieci/dodici ore quotidiane, senza il riconoscimento del riposo settimanale e ferie, senza neppure incassare i soldi pattuiti nel contratto peraltro mai firmato.

Sono solo tre istantanee di una terra dalle tante facce diverse. Varrebbe la pena di ragionarci su...

Il Ponte di Rialto, i fantasmi e il diavolo: le leggende di Venezia. Angela Leucci il 24 Giugno 2022 su Il Giornale.

Un excursus tra alcune leggende di Venezia: in questa città il diavolo ha cercato di imbrigliare l'uomo, ma non c'è mai riuscito.

Venezia è un luogo magico. È una città che emerge dalle acque, con un fascino unico in quanto a storia, arte, letteratura. Tutti e tre elementi tangibili, facili da riconoscere. Ma c’è anche un lato di Venezia più nascosto, misterioso. È quello delle tantissime leggende che affollano le calli e i sestrieri della città, passano sotto i ponti come le gondole e corrono nel vento del tempo.

Il ponte e il diavolo 

Ed è una leggenda a raccontare la genesi del Ponte di Rialto, inaugurato nel 1591. Secondo questo falso mito, durante la costruzione, il Ponte di Rialto fu segnato da diversi crolli. Una notte lo scultore e progettista Antonio da Ponte decise di nascondersi in osservazione, temendo una maledizione. Gli apparve un uomo alto e intabarrato: era il Diavolo, che gli propose di pagare un prezzo molto alto per terminare la costruzione dell’opera. L’artista accettò, concedendo al Diavolo l’anima della prima persona che avrebbe oltrepassato il Ponte.

Antonio da Ponte, sempre secondo la leggenda, pensò bene di organizzare una truffa ai danni del Diavolo: il primo ad attraversare il Ponte sarebbe stato un gallo e non un essere umano. Ma il Diavolo, prevedendolo, ingannò la moglie dello scultore che, incinta e correndo dal marito che credeva in pericolo di vita, si accasciò sulla struttura appena terminata, morendo e portando con sé il feto. I fantasmi di madre e bambino, secondo le suggestioni, si aggirano sul Ponte di Rialto nelle notti di inverno.

Tuttavia questo mito sembra ispirato - ma è molto più cruento nell'epilogo - a quello del gatto di Beaugency, rivisitato da James Joyce per il nipote nel 1936. Il ponte di Beaugency, al centro di un mitico patto col Diavolo, risale infatti al XIV secolo, circa 300 anni prima della costruzione del Ponte di Rialto.

La scimmia e l’angelo 

Nei pressi di piazza San Marco si trova un edificio di nome Ca’ Soranzo, chiamato anche Casa dell’Angelo. Sulla facciata infatti si trova un angioletto con un buco sopra la testa. Pare che nel XVI vi abitasse tale Iseppo Pasini, un avvocato truffaldino, che possedeva una scimmia domestica. L’animale era però il demonio sotto mentite spoglie: il diavolo non vedeva l’ora di impossessarsi dell’anima del truffatore, che tuttavia era devoto alla Madonna e recitava per lei preghiere ogni giorno.

Il frate Matteo da Bascio scoprì l’identità della scimmia un giorno a casa dell’avvocato e questa gli rivelò tutto: non poteva prendere l’anima del criminale perché protetta da Maria. Il frate scacciò quindi la scimmia ma le fece fare un buco nel muro, così da poter tornare a prendere l’anima di Pasini qualora lui si fosse dimenticato di pregare.

Poi il frate rimproverò l’avvocato e strizzò un lembo della tovaglia in sala da pranzo: ne uscì sangue e il truffatore si rese conto del male fatto. Il frate consigliò poi al reo pentito di posizionare un angelo a guardia del buco, in modo che questi proteggesse la sua casa dal ritorno del diavolo.

La peste e la pietra rossa 

Nella pavimentazione del Sotoportego della Corte Nova si trova una pietra rossa che corrisponde al topos di molte leggende in giro per il mondo. Si dice che nel XVII secolo la Madonna apparve a una donna di nome Giovanna: avrebbe salvato la città dalla peste se la donna avesse dipinto un quadro con Maria e i santi Rocco, Sebastiano e Giustina. Giovanna obbedì. Ma quando il morbo lasciò Venezia anche il dipinto scomparve: in quel luogo sulla pavimentazione rimase però una macchia rossa a testimoniare che la Madonna aveva imprigionato lì la peste.

Il cuore della sirena 

Un altra pietra rossa si trova invece nel Sotoportego dei Preti ed è a forma di cuore. Secondo un altro mito, un pescatore di nome Orio incontrò una sirena di nome Melusina. I due si innamorarono e decisero di sposarsi ma a una condizione dettata dalla creatura fantastica: non avrebbero dovuto vedersi nei sabati che precedevano le nozze.

Orio però, infrangendo la promessa, andò a trovarla di sabato, scoprendo che in quel giorno la sirena, colpita da un maleficio, si trasformava in un serpente: solo il matrimonio l’avrebbe potuta salvare e quindi la coppia si sposò e Melusina potè diventare una donna a tutti gli effetti.

Un giorno Melusina morì, lasciando Orio e i figli che intanto erano nati. Tuttavia, ogni volta che Orio partiva per il mare, al suo ritorno trovava la casa in ordine. Ancora una volta pieno di curiosità, tornò in anticipo in un’occasione, trovando un serpente all’interno della sua abitazione. Lo uccise, ma purtroppo scoprì che l’animale era la sua Melusina, il cui cuore è ora impresso nella roccia.

La luna e la gondola 

C’è anche una leggenda che narra della nascita delle gondole, le imbarcazioni tanto tipiche di Venezia. In una romantica notte, due innamorati passeggiavano tra le calli in cerca di un posto appartato: uno spicchio di luna scese così sulla Terra a tramutarsi in una deliziosa imbarcazione d’argento che trasportò gli innamorati nei luoghi più segreti di Venezia.

La rosa di San Marco 

C’è infine un’altra storia di amore infranto tra i miti di Venezia. Fu quello di Maria, figlia di un doge vissuto nel IX secolo, che si innamorò di un coetaneo di nome Tancredi: il doge però si opponeva all’amore, perché Tancredi apparteneva a un ceto sociale subalterno. Maria consigliò all’amato di andare in guerra: solo l’onore della battaglia avrebbe potuto riabilitarlo agli occhi del padre.

E Tancredi in effetti si distinse sul campo, ma un giorno venne ferito e morì mentre si trovava in un roseto: il giovane staccò una rosa intrisa del suo sangue e la fece mandare a Maria da un amico con lui in guerra.

Quando Maria ricevette la rosa morì di crepacuore: era il 25 aprile, il giorno del patrono di Venezia e da allora tutti gli innamorati regalano una rosa alle amate nel giorno dedicato appunto a San Marco. 

Alberto Mattioli per “La Stampa” il 26 maggio 2022.

49.999. Eccolo qui, sul ponte delle Guglie, uno dei cartelli di cui parla tutta Venezia, anzi tutti i veneziani, la minoranza residente nella nuova Disneyland, mentre la maggioranza rumorosa dei turisti passa ciabattando sulle sue infradito. 

Un numero, e basta: semplice, elegante, anonimo e tragicamente evocativo. Eh sì, perché se le cose continueranno ad andare come vanno, e non si vede proprio come possano andare diversamente, entro quest'estate il numero dei residenti a Venezia città scenderà per la prima volta sotto la soglia dei 50 mila.

Nel 1951, erano 174 mila e rotti, quindi in settant'anni Venezia ha perso due terzi degli abitanti. C'è poco da stare serenissimi. 

Ieri l'altro, i volantini hanno saturato Cannaregio: sulle spalliere dei ponti, sulle cassette delle lettere, sulle saracinesche dei negozi. 

Ieri sera, altro blitz e nuova distribuzione, stavolta in zona Rialto e Castello. Indiziati numero uno, quelli di Venessia.com, non nuovi a goliardate terribilmente serie, come il famigerato "funerale di Venezia" celebrato nel 2009 in Canalgrande (meno nota ma più profetica, la beffa dell'anno successivo: i finti tornielli d'accesso alla città in piazzale Roma, con l'euro richiesto ai turisti, cioè quel che si vedrà prossimamente - ma sul serio - sugli schermi veneziani).

Loro, i geniacci di Venessia, negano, chi li conosce giura che lo stile è quello, chissà. Di certo, sulla loro home page un contatore aggiorna il numero degli abitanti: ieri erano 50.134. E un complicato calcolo spiega anche quando si scenderà sotto la soglia fatidica: l'11 luglio se ci si basa sul trend annuale di spopolamento, il 17 luglio sugli ultimi sei mesi, il 4 agosto sull'ultimo mese.

Il Comune naturalmente non ci sta e ribatte che il dato non comprende chi in città ha il domicilio e non la residenza, come studenti fuori sede, trasfertisti, pendolari e così via. 

Però, annunciando il solito Pnrr dei miracoli, l'aveva detto in marzo anche il venezianissimo ministro Renato Brunetta: «Venezia sta andando sotto la soglia che definisce il concetto di città». «Mi sembra di vivere in un romanzo di Agatha Christie, di quelli dove i personaggi spariscono uno dopo l'altro», racconta un residente in zona San Zaccaria.

Nell'ospedale più bello del mondo, ai Santi Giovanni e Paolo, di bambini ne nascono pochi: 344 in tutto nel 2021 (all'Angelo di Mestre, nello stesso anno, furono 2.022). Dalla Ulss 3 "Serenissima" fanno notare che la locale Ostetricia è così valida che la scelgono anche dei foresti, però per tenerla aperta a Venezia ci è voluta una deroga speciale della Regione Veneto, che ha chiuso quelle da meno di 500 parti all'anno. 

E dire che, sul suo cavallo di bronzo griffato Verrocchio, veglia sull'ospedale il Colleoni, che secondo la credenza popolare aveva tre testicoli, il che dovrebbe essere di buon auspicio per la procreazione. Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia a Padova ed ex senatore del Pd, paragona lo spopolamento di Venezia a quello di tanti comuni montani: «Si ingenera un circolo vizioso. Iniziano a chiudere le scuole e i negozi, i servizi si riducono, e così vivere in questa città difficile diventa ancora più difficile. I problemi sono due: un mercato immobiliare drogato e la fatica degli spostamenti.

E la popolazione diventa sempre più anziana». «Lo vol saper, cosa accade? Glielo dico io». Chi parla (come un personaggio di Goldoni, in effetti, la lingua è la stessa, lo spirito anche) è Giampiero Vio, classe 1936, titolare della celebre pasticceria Marchini in campo San Luca: «Allora, è molto semplice. Lei è un veneziano con casa di proprietà, diciamo cento metri ereditati dalla povera zia. Anche se vecchia e malmessa perché la zia non faceva manutenzione, la vende per almeno 450-500 mila euro. Poi compra una bella casa nuova a Mestre per 150 mila e si intasca il resto. Vive più comodo e quando ha bisogno di venire a Venezia ci viene. Tutto qui».

E poi, diciamolo, in città ormai di attività economiche ne sono rimaste poche: il turismo è una monocultura. E con il Covid si è visto che se di turismo Venezia muore, senza turismo Venezia non vive. E così sembra prevalere la rassegnazione, come se il progressivo svuotarsi della città fosse l'ennesima variazione sul tema della morte a Venezia, ultima metamorfosi di una città che invece per secoli fu la capitale del piacere oltre che di un impero, una Las Vegas globale, altro che lugubri gondole e Dirk Bogarde.

«Noi siamo arrabbiati, ma rassegnati no, mai», sbotta però Marco Gasparinetti, consigliere comunale d'opposizione. Il «noi» sta per la piattaforma civica XXV Aprile, in prima linea contro un declino che, giura, inarrestabile non è: «Questa dello spopolamento è una tragedia annunciata ma nessuno ha mai fatto niente per fermarla, per esempio una seria politica della casa. Però il funerale è prematuro: Venezia non è morta». 

E perché? «Facciamo due conti. Cinquantamila sono gli abitanti dei sestieri. Ma con le isole e la laguna si arriva a 77 mila circa. Aggiungiamo 25 mila studenti e 35 pendolari, sono altre 60 mila persone che vivono più o meno stabilmente a Venezia. Tradotto: siamo pochi, non spacciati. Bisogna restare e battersi. E poi, senta, io ho vissuto a Roma prima di tornare a Venezia. Quanti romani veri vivono davvero a Trastevere?».

Grande fratello Venezia, come sabotare il turismo. Francesco Maria Del Vigo il 21 Aprile 2022 su Il Giornale.

Ci sono tre notizie: una buona e due cattive.

Ci sono tre notizie: una buona e due cattive. 1) I turisti sono tornati nel Nord Est e Venezia - dopo due anni di chiusure - non è più una città fantasma. 2) Ma, a quanto pare, molto di loro sono dei fantasmi. Non perché siano degli ectoplasmi veri e propri che si muovono tra calli e campielli (cosa che peraltro attirerebbe frotte di visitatori), ma perché non risultano. Non sono registrati. Per farla breve: sono in nero. Almeno 20mila, secondo il Corriere del Veneto. Come facciamo a saperlo? I loro cellulari risultano agganciati alle celle della città, ma a loro non corrisponde una prenotazione. Ogni notte alle quattro del mattino la Smart control room (un gioiello all'avanguardia dal punto di vista tecnologico) verifica il numero dei cellulari presenti in città. Non sfugge nulla. Tutto nel rispetto della privacy, tutto legale e legittimo. Tutto molto orwelliano, quando si parla di turisti e dunque di liberi cittadini. Durante il ponte di Pasqua, infatti, 101mila turisti hanno visitato la Serenissima. Ma nel territorio comunale ci sono soltanto 81.849 posti letto. Quindi, al netto di bambini, cellulari spenti ed esseri umani senza cellulare (ammesso che ne esistano ancora) ballano questi famosi 20mila turisti. Dove hanno dormito? Tendendo ad escludere che abbiano soggiornato all'addiaccio sotto i 417 ponti dei 150 canali della città dei Dogi, molto probabilmente erano in nero. Qualcuno ha fatto il furbo per non pagare le tasse. Male, anzi malissimo. Ma noi ingenui, fino a ieri, pensavamo che venissero tracciati gli smartphone dei terroristi, non quelli dei turisti. Di chi ruba qualcosa a qualcuno, non di chi, bene o male, porta soldi in città. I farabutti non sono loro, ma quelli che non li registrano. Esisteranno modalità, meno invasive per i turisti, per acchiappare gli evasori? L'obbligo di prenotazione per visitare la Laguna, che scatterà entro l'estate, è sicuramente un modo più trasparente di gestire i flussi turistici. A Dalian, una città della Cina Nord orientale, hanno costruito una replica della città di Venezia. Si sa che a Oriente hanno una passione e un dono per le repliche. Ma questo non autorizza a replicare dalle nostre parti i controlli capillari e pervasivi che Pechino applica ai suoi cittadini. Dal 2020 a oggi il Veneto ha perso 2,5 miliardi in turismo e i venti di guerra sicuramente non agevolano la ripresa. Almeno i turisti - finché non commettono reati - evitiamo di tracciarli. Non è un bel biglietto da visita.

Venezia: il futuro e l’Arsenale, sfida per il Paese. Antonio Scurati su Il Corriere della Sera il 15 Febbraio 2022. 

La città d’acque, piccola, preziosa, fatta di pietre e di sogno, vive in un ecosistema delicato, in un equilibrio precario. 

Discutere di Venezia significa discutere del futuro del Paese. Non dovremmo mai stancarci di farlo. Venezia rappresenta, infatti, la quintessenza di una nazione dotata di un patrimonio enorme di storia, cultura, arte, bellezza, la cui fortuna immensa minaccia, però, costantemente di rovesciarsi in un destino di minorità. La sublime, impareggiabile bellezza di Venezia — sarò di parte ma per me è la più bella città del vecchio mondo — è per sua natura una bellezza fragile. Estremamente fragile. La città d’acque, piccola, preziosa, fatta di pietre e di sogno, vive in un ecosistema delicato, in un equilibrio precario. Non soltanto la fauna ittica della laguna e le antiche tradizioni artigiane sono a rischio estinzione, perfino i veneziani stessi lo sono. Per molti aspetti, Venezia inventò la modernità ma fa un enorme fatica a convivere con gli sviluppi ultimi di quella sua invenzione.

Non è un caso che la città lagunare del XXI secolo sia divenuta luogo di splendori e miserie, di estasi e di malessere, di incanti e di obbrobri. Non c’è amante di Venezia il quale, vedendola sommersa dall’alta marea del turismo globale, non abbia, talvolta, provato pena per essa. Inoltrandosi a passo lento nelle calli in una giornata nebbiosa di fine novembre, respirando la gloria dei millenni, non si può fare a meno di chiedersi, ammirati: chi ha costruito tutto questo?! Poi, però, in quelle stesse calli, soffocando nell’afa turistica, si è spinti a domandarsi: chi ha distrutto tutto questo? Il destino tardo-moderno di Venezia è divenuto, così, addirittura paradigma di degrado sociale. Un neologismo si è imposto a livello internazionale per definire un luogo snaturato e svilito da flussi turistici eccessivi: questa parola nuova è venezianization (venezianizzazione).

In ciò, Venezia è emblema dell’Italia quale Paese in bilico, tra un passato grandioso e un futuro incerto, tra eccellenza e mediocrità, tra slanci di modernità e controspinte retrograde, tra virtù rare e vizi atavici, tra rinascenza e decadenza, tra la bellezza e quella sciagurata forma di bruttezza che consiste nel recare offesa proprio alla bellezza. Ebbene, oggi il destino di Venezia, dove pure non mancano segnali e tendenze di una evoluzione virtuosa, è più che mai in discussione. La discussione, al momento, verte sul futuro dell’Arsenale, un antico complesso di cantieri e officine, già cuore dell’industria navale veneziana tra le cui mura, destando l’ammirazione del mondo (a cominciare da Dante), Venezia si pose all’avanguardia del progresso anticipando di centinaia d’anni il concetto moderno di fabbrica. In una parola: lo splendore dei secoli passati. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Arsenale si avviò al definitivo declino. Improduttivo, inutilizzato, chiuso agli usi civili, precluso ai veneziani, ha languito per decenni in uno stato comatoso di semiabbandono. In una parola: la miseria di un presente arenato.

Da una ventina d’anni ci si è finalmente mossi per il recupero e rilancio di questa vastissima e pregiatissima area (si pensi che copre il 15% circa dell’intera superficie cittadina!): alcuni grandi locali sono stati devoluti alla Biennale per le sue esposizioni di arte contemporanea. Nella parte restante, però, niente. Nel 2012 la proprietà dell’area, gestita per buona parte dalla marina militare, è stata trasferita dal demanio al Comune di Venezia con un vincolo che ne assicurava inalienabilità e indivisibilità e con il mandato di farne un uso più prossimo ai cittadini e più affine a una modernità inclusiva, a una società aperta, a un’economia dinamica. L’amministrazione cittadina si è dimostrata, però, incapace di realizzare un progetto di rilancio complessivo che riaprisse l’Arsenale a veneziani e turisti. Ora è prossimo alla firma un protocollo d’intesa tra Comune e ministeri dei Beni Culturali e della Difesa mai discusso con la cittadinanza e reso opaco da diverse clausole di riservatezza. Tra le altre cose, il protocollo prevede — pensate un po’ — l’alienazione di vaste aree dell’Arsenale a vantaggio proprio della marina militare. Vale a dire, la restituzione a chi per decenni di languore e degrado ha dimostrato di non sapere assolutamente cosa farne.

Di fronte a questa prospettiva, ciò che resta della cittadinanza si è ridestata dal suo torpore, un movimento di opposizione è sorto, in pochi giorni ha raccolto l’adesione di ben 60 associazioni locali e internazionali, ha elaborato documenti dettagliati con valide proposte per progetti di sviluppo in vista di una gestione unitaria, evoluta e partecipata. Associazioni e cittadini, raccolti attorno al Forum Futuro Arsenale, contestano soprattutto la retrocessione alla Marina di ben sei tese che impedirebbe sia la rinascita complessiva dell’area, sia la tanto agognata riapertura agli usi pubblici (non è in discussione, se non per alcune modalità, la cessione di ulteriori edifici alla Biennale d’arte per la quale il Pnrr ha previsto un cospicuo e benemerito finanziamento di 170 milioni).

Insomma, veneziani e amanti di Venezia chiedono di poter finalmente rimettere piede nell’antico Arsenale, di poter partecipare alle decisioni sul suo futuro e di contribuire a realizzarle; soprattutto, tramite una lettera aperta, chiedono di poterne discutere con i ministri Franceschini e Guerini (il confronto con il sindaco, sordo alla voce della cultura perché animato da una visione personalistica di Venezia, è senza speranza). Ebbene, da veneziano e da italiano in bilico, io credo che negarsi a questo confronto significherebbe smettere di discutere non solo del futuro di Venezia ma anche di quello dell’Italia; significherebbe anche sprecare l’occasione epocale di fare del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza un’esperienza memorabile di democrazia partecipata, sentita, vissuta in prima persona dal popolo italiano.

Padova. Padova, i segreti della città dei tre senza. Perché Padova viene chiamata la città dei tre senza? Ecco cosa si cela dietro questa dicitura legata ai suoi luoghi più celebri. Teresa Barone il 23 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Padova e il Santo senza nome

 Padova e il prato senza erba

 Padova e il caffè senza porte

Nota soprattutto per la splendida Cappella degli Scrovegni decorata con i trecenteschi affreschi di Giotto e per la maestosa Basilica di Sant'Antonio, la città di Padova è in realtà particolarmente ricca di siti e angoli circondati da un alone di mistero.

Non tutti sanno, ad esempio, che Padova viene anche chiamata “la città dei tre senza”, un appellativo noto agli abitanti e legato ad alcune delle architetture più note, ma non solo. Un curioso gioco di parole che illustra tre particolarità di altrettanti luoghi: il Santo senza nome, il prato senza erba e il caffè senza porte.

Padova e il Santo senza nome 

Il primo “senza” di Padova si riferisce alla Basilica di Sant’Antonio, vero simbolo della città veneta che attira ogni anno folte schiere di fedeli. La chiesa, sovrastata da imponenti cupole e caratterizzata da una struttura che unisce più stili architettonici, come romanico e gotico, ospita le reliquie di Sant’Antonio ed è meta di pellegrinaggio per milioni di pellegrini.

Tra le chiese più grandi del mondo, la Basilica di Sant’Antonio viene chiamata semplicemente la Basilica del Santo o più semplicemente il Santo, senza dover specificare il nome.

Padova e il prato senza erba 

Oltre ad essere la città del Santo senza nome, Padova è anche sede del prato senza erba. Questa dicitura fa riferimento a Prato della Valle, la celebre piazza situata a pochi passi dalla Basilica di Sant’Antonio e annoverata tra le piazze più vaste di tutta l’Europa, grazie alla sua superficie di 88.620 metri quadrati.

Il nome Prato della Valle, in particolare, ha derivazione latina e fa riferimento alla parola “pratum” che indicava proprio uno spazio molto ampio utilizzato per scopi commerciali, spesso non lastricato e quindi soventemente ricoperto di erba. La valle, invece, si riferisce alle origini paludose di questo luogo.

Particolarità della piazza è la forma ellittica delle numerose statue, dedicate ai personaggi che hanno dato lustro a Padova, ma anche l’isola centrale chiamata Memmia circondata da un anello d’acqua. Il nome rappresenta una dedica ad Andrea Memmo, nobile veneziano che decise di riconfigurare la piazza in qualità di Provveditore della Serenissima a Padova, bonificando il territorio e realizzando una canalizzazione sotterranea dotata di un sistema di deflusso centrale.

Padova e il caffè senza porte

Il terzo “senza” di Padova, infine, è legato al più antico e famoso caffè storico padovano, il Caffè Pedrocchi realizzato dall’architetto Giuseppe Japelli e inaugurato nel 1831 e diventato successivamente un luogo di ritrovo per artisti e letterati, come Ippolito Nievo, Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse e Filippo Tommaso Marinetti.

Il locale veniva chiamato “il caffè senza porte”, perché rimaneva aperto sia di giorno che di notte senza interruzione, almeno fino al 1916 quando la chiusura serale era diventata una strategia per evitare l’arrivo dei soldati austriaci, attirati dalle luci del locale.

Protagonista dei moti studenteschi del 1848, l’edificio porta ancora oggi i segni degli scontri tra i giovani patrioti e gli austriaci nella Sala Bianca. Diventato proprietà del Comune di Padova dal 1891, oggi il Caffè Pedrocchi ospita il “Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea”.

Laura Berlinghieri per “la Stampa” il 26 aprile 2022.

«Io ora devo uscire. Ho delle questioni in sospeso con alcune persone. Penso che morirò. Oppure, se non muoio, avrò delle ferite gravi. Ma penso che morirò». È il contenuto del messaggio vocale che Ahmed Jouider, di 15 anni, ha inviato alla sua ex fidanzatina, prima di sparire nel nulla, giovedì sera. Mortise, periferia di Padova. 

Il ragazzo vive qui con la mamma Latifa e la sorella, la sua famiglia è di origini marocchine. «Non sappiamo più cosa pensare. Continuiamo a tornare indietro nel tempo con i ricordi, immaginando cosa possa essere accaduto. Ma non sappiamo davvero più cosa pensare. Siamo solo in attesa, sperando che Ahmed torni presto», dice la sorella, a casa insieme alla mamma, circondata dagli amici.

«Ci appoggiamo a loro, perché una situazione così è difficile da affrontare da soli». Ahmed frequenta un istituto superiore di Padova, ha tanti amici. Ma qualcosa, in quella ripetizione di quotidianità, deve essersi rotto. Lo dimostrano i volantini che adesso tappezzano la città: sono stati attaccati in ogni angolo dalla mamma e dalla sorella che, disperate, cercano il ragazzo: alto un metro e settanta, capelli e occhi castani. 

Non torna a casa da cinque notti, non lo aveva mai fatto. La mamma e la sorella lo hanno visto per l'ultima volta giovedì sera. Fino a quel momento, raccontano, era normale: nessun gesto inconsueto, nessun discorso che potesse far pensare a un qualche tormento, se non forse i soliti, dell'adolescenza.

«Mio fratello è un ragazzo gentile, disponibile, aperto, molto estroverso, ma anche molto pacato. Modi di fare e atteggiamenti che non ha mai cambiato, nemmeno in questi ultimi giorni. Sempre tranquillo, non avremmo mai potuto immaginare che ci saremmo ritrovati in questa situazione», racconta ancora la sorella. In quello scorrere di quotidianità, solo l'epilogo di quell'ultima serata ha avuto una nota stonata rispetto al solito: l'abbraccio alla madre e il bacio alla sorella, prima di uscire. Due gesti strani per Ahmed, che raramente dimostrava fisicamente il suo affetto. Erano le 21,45 di giovedì. 

Pantaloni della tuta neri, felpa nera con una striscia grigia, il quindicenne è uscito di casa, inforcando la sua bicicletta rossa vecchio modello, dicendo di essere diretto al vicino patronato del quartiere. Dopo pochi minuti la mamma, con il classico istinto che accomuna tutte le madri, ripensando a quei gesti, così insoliti da parte del figlio, gli ha mandato un messaggio, spaventata: «Mi fai preoccupare, dove sei?».

Lui l'ha richiamata immediatamente, rassicurandola e dicendole di essere vicino a casa, alla chiesa del Cristo Re. Poi ha riagganciato. Poco dopo la mezzanotte avrebbe spento il telefono, per non riaccenderlo. Nel frattempo, l'ex fidanzata riceveva quell'ultimo messaggio vocale, che è la traccia sulla quale, da giorni, si sta muovendo la polizia. Si cerca tra i conoscenti del ragazzo. 

È possibile che il giovane, sentendosi imprigionato in una situazione più grande di lui, abbia trovato rifugio da un amico. La mamma e la sorella sono disperate. Ed è preoccupata l'ex fidanzata, destinataria di quell'ultimo messaggio che era una vera e propria dichiarazione d'amore. Il ragazzo l'ha pregata più volte di non diffonderlo. Adesso il suo volto tappezza le strade di Padova: immagini di una ricerca angosciante. 

Da mattinopadova.gelocal.it il 26 aprile 2022.  

Il suo corpo è stato trovato dai vigili del fuoco giovedì mattina poco dopo le 10. Una fine dolorosa per le ricerche che da tutt’Italia si erano mosse per trovare Ahmed Jouider, un ragazzino di 15 anni che era scomparso da 5 giorni. 

I vigili del fuoco si sono concentrati in un punto del Brenta dopo che era stato trovato il cellulare del ragazzo su una passerella sopra il fiume Brenta. 

 Il cellulare. Quell’ultima traccia cui Ahmed Jouider,  aveva affidato il messaggio più inquietante del mondo alla sue fidanzatina: «Esco ma non credo di tornare».

Il cellulare è stato trovato. Ma nel posto più inquietante: la passerella che collega Torre a Cadoneghe. E qui sorgono alcune domande. 

È stato notato solo martedì mattina. Eppure è un posto abbastanza frequentato. 

Possibile che nessuno l’abbia visto prima? Da giovedì a martedì nessuno ha notato un cellulare abbandonato su una passerella di collegamento? 

Obiettivamente difficile.

E allora chi può averlo portato sul posto a cinque giorni di distanza dalla scomparsa del ragazzo? E soprattutto: perché? 

Ipotesi 1: qualcuno ha fatto male al ragazzo. Lo ha fatto sparire. Perché fare trovare il cellulare? Al limite lo getto in acqua, Nessuno vede più nulla. 

Ipotesi 2: Ahmed si è voluto fare del male. Possibile che nessuno abbia visto il cellulare prima? 

Marina Lucchin per "Il Messaggero" il 26 aprile 2022.

Ahmed Jouider non si è ucciso. Ahmed sarebbe stato costretto a uccidersi. Tanto che il pm padovano Andrea Girlando ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio dopo il ritrovamento, ieri mattina nelle acque del Brenta, del corpo del 15enne di origine marocchina sparito dal quartiere padovano di Mortise nella notte tra giovedì e venerdì scorso.

Un'ipotesi di reato perché gli investigatori ritengono che ci siano elementi per seguire questa pista.

Il corpo senza vita del 15enne è stato riportato a riva pochi minuti dopo le 10 dai sommozzatori dei vigili del fuoco in seguito al ritrovamento, da parte della Squadra mobile, del cellulare del giovane, che era stato preso da un passante che l'aveva visto abbandonato sul ponticello che collega Padova con la confinante Cadoneghe. Ha tolto la vecchia scheda sim e ne ha introdotto un'altra. Uno scherzo del destino che aveva fatto credere che il 15enne fosse ancora vivo.

Mentre invece era già da 5 giorni sott' acqua.

L'ADDIO Ahmed, che diceva di sentirsi minacciato e su cui forse pesava l'ombra del bullismo o di un regolamento di conti con la compagnia di un Comune vicino, aveva già pianificato tutto ancor prima di uscire di casa. Ha detto addio alle persone a lui più care: un bacio alla mamma e un ultimo ti amo alla ragazzina che gli aveva rubato il cuore. Poi il salto nel buio dall'ondeggiante ponte pedonale.

Giù nelle scure acque del Brenta. 

Insomma, Ahmed è stato costretto a togliersi la vita. Perché? Questo resta un mistero. Anzi, uno dei tanti misteri di questa straziante storia che ora gela il sangue nelle vene di genitori di figli adolescenti che vivono nel quartiere: dopo Henry Amadasun, suicida nello stesso punto a settembre, ora Ahmed. C'è forse qualcuno che spinge i ragazzini a uccidersi?

La famiglia aveva segnalato la sua scomparsa intorno alle 4 della mattina di venerdì, quando la madre Latifa e la sorella Hiba non l'avevano visto più rientrare. La Squadra mobile della questura padovana, ora, sta svolgendo le indagini per dare una risposta ai troppi interrogativi rimasti aperti. 

BRAVO RAGAZZO «Mio figlio era un bravo ragazzo. Era tranquillo, non aveva problemi a scuola, era il mio sostegno. Non aveva il coraggio di uccidersi, non l'avrebbe mai fatto». Lo ripete con gli occhi persi nel vuoto Latifa Benijane, la mamma di Ahmed Joudier, poche ore dopo aver dovuto affrontare il riconoscimento del corpo di suo figlio. Non ci sono nemmeno più lacrime a rigarle il volto. 

Mamma Latifa le ha finite tutte e sul suo volto è rimasta solo la disperazione di una madre che ha dovuto sopportare un dolore che nessun genitore dovrebbe mai affrontare. La perdita di un figlio. Un figlio che per lei era tutto. Davvero tutto, specialmente da quando si era lasciata dal marito. Tanto che, nel delirio della sua disperazione, distesa su un divano e accerchiata da decine e decine di donne, tra amiche e parenti, inizia a urlare in arabo. Invoca il figlio. «Perché mi hai lasciato sola? Eri tu l'unico uomo di questa casa». 

Anche il padre, che non vedeva Ahmed da molti anni, ieri mattina è spuntato sull'argine del Brenta. Anche lui ha visto il corpo senza vita del ragazzo. Ma in lui il dolore si è trasformato in vaneggiamenti, alla disperata ricerca di qualche colpevole, ha iniziato a dare la colpa della morte del 15enne alla sua ex moglie, ma senza nessun motivo, solo spinto dalla disperazione. Quel che è certo è che, oltre alla madre, nessuno dell'enorme famiglia che è la comunità marocchina di Mortise sembra credere all'ipotesi del suicidio. 

E della stessa idea sono pure i vicini, italiani, che da ieri mattina non fanno altro che vedere andare su e giù dalle scale del condominio poliziotti, medici, amiche di famiglia, ragazzini e compagni di scuola di Ahmed o della sorella Hiba. «Uccidersi? Quel ragazzo lì? L'ho visto crescere. Era bravo - commenta un anziano vicino di casa -. Girano strane voci su un gruppo di ragazzini violenti: magari l'hanno minacciato per qualcosa».

Marina Lucchin per “il Messaggero” il 28 aprile 2022.

Due adolescenti padovani che decidono di togliersi la vita a pochi mesi di distanza esattamente nello stesso luogo. Nello stesso modo. Prima un messaggino ai propri cari per dire addio, poi un volo di 4 metri da un ponte pedonale per finire nelle acque torbide e vorticose del Brenta. A settembre era toccato a Henry Amadasun, 18 anni, pochi giorni fa al 15enne Ahmed Joudier.

Quel che sta succedendo a Mortise, quartiere popolare di Padova, gela il sangue nelle vene dei genitori di figli adolescenti.

C'è forse qualcuno che spinge i ragazzini a uccidersi? E se sì, è qualcuno di reale o che proviene dal mondo virtuale, dove, specie durante il lockdown, molti adolescenti sono stati risucchiati attraverso app, social e giochi? Una pista, quella del Cyberbullismo, che da ieri è stata presa in considerazione per tentare di dare una spiegazione alla morte di Ahmed Joudier. La procura di Padova ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, mentre la Squadra Mobile, ieri, ha iniziato a sentire la madre, la sorella e alcuni amici della vittima. Dopo questi colloqui, i poliziotti hanno sequestrato, oltre al telefonino, anche il pc del ragazzo.

LA MAMMA La mamma del 15enne, che vive al terzo piano di un palazzo di Mortise, non riesce quasi a tenere gli occhi aperti da quanto sono gonfi di lacrime. «Qualcuno degli amici sa qualcosa sulla morte di mio figlio». Dopo sei notti insonni senza avere notizie da Ahmed, Latifa aveva iniziato a temere il peggio. Ma nonostante si fosse quasi preparata, se mai fosse possibile farlo, a un epilogo nefasto, la notizia del ritrovamento del figlio morto, martedì mattina, l'ha distrutta.

«Era un bravo ragazzo - insiste la donna - non aveva a che fare con la droga» racconta, chiudendo la frase con un gesto di stizza con una mano, quasi a voler allontanare quel pensiero che, però, si è insinuato nella sua mente come un dubbio tremendo: possibile fosse finito in un brutto giro? C'è da dire che Ahmed, a detta anche dei suoi professori e degli inquirenti, era davvero un ragazzo a posto. Andava bene a scuola, non fumava, non beveva, aiutava la famiglia, non aveva mai avuto guai con la giustizia. 

GLI AMICI Eppure tanti ragazzi, anche compagni di scuola, sono convinti che negli ultimi tempi il 15enne avesse cambiato un po' atteggiamento. A volte non si faceva sentire, cambiava strada, sembrava più sfuggente del solito. «Magari aveva incontrato qualcuno e si era messo nei guai. Magari un debito non saldato, oppure qualcos' altro che non aveva pagato», commenta un ragazzo che come lui frequenta l'Istituto Bernardi di Padova. Ma un debito di che genere?

Molte le voci che girano nel quartiere di Mortise. La maggior parte parla anche della presenza di un gruppo di bulli di Mejaniga, quartiere del Comune di Cadoneghe, già protagonista di atti violenti. «Rubano le biciclette ai più piccoli e poi si fanno dare i soldi per restituirle. Oppure gli fanno paura. Qualcuno è stato anche preso a botte» racconta un ragazzino della stessa età di Ahmed, 15 anni, che attraversa la passerella pedonale che collega Padova a Cadoneghe. Quella passerella da cui la notte tra giovedì e venerdì scorsi si è gettato Ahmed per togliersi la vita.

C'è poi la pista del Cyberbullismo, che verrà battuta a fondo controllando tutte le attività informatiche del ragazzino: le applicazioni, i giochi, i social che utilizzava su vari supporti, dal pc allo smartphone. La delusione d'amore? Sarebbe da scartare secondo quanto dichiarato dall'ex fidanzatina, accompagnata dai genitori in Questura: «Ci eravamo lasciati, ma i nostri rapporti erano buoni».

Talmente buoni che l'ultimo messaggio vocale Ahmed l'ha mandato a lei, messaggio in cui parlava della sua morte imminente: «Ho delle questioni in sospeso con alcune persone, più che altro penso che morirò. O se non muoio - disse Ahmed - avrò delle ferite gravi». E aveva così tanta paura che piuttosto di finir male, ha preferito togliersi la vita.

Verona, tra boschi e fontane. Teresa Barone il 7 Marzo 2022 su Il Giornale.

Non solo Romeo e Giulietta: Verona è ricca di fontane caratteristiche e circondata da boschi incantevoli che vale la pena scoprire.

Verona non è solo la città dell’Arena e di Giulietta e Romeo, la triste storia narrata da Shakespeare che ha reso celebre la città e il Veneto in tutto il mondo. Popolata di piazze e splendidi palazzi, è anche ricca di fontane e spazi verdi perfetti per concedersi una passeggiata tra i boschi.

Nel centro storico cittadino, in particolare, si trovano alcune delle fontane più caratteristiche e ammirate dai turisti. Chi si reca a Verona non può non imbattersi nella fontana delle Alpi, a due passi dall’Arena, così come nella simbolica fontana di Madonna Verona realizzata nella suggestiva Piazza delle Erbe.

Spostandosi verso l’esterno, invece, si può cogliere l’occasione di immergersi nella natura visitando alcuni parchi ricchi di vegetazione, un vero e proprio polmone verde a due passi dal centro.

La Fontana delle Alpi in piazza Brà 

Nella centralissima Piazza Brà, a pochi metri dell’Arena, si trova la particolare fontana delle Alpi: il suo nome deriva dalla forma singolare che richiama la catena montuosa, tuttavia “strucca limoni” è l’appellativo usato spesso dai veronesi per ricordare proprio la forma di uno spremiagrumi.

La fontana è stata donata alla città da Monaco di Baviera nel 1975, in occasione del gemellaggio tra i due centri urbani e come simbolo del legame tra la città scaligera e la città tedesca. Accanto alla fontana è stata apposta una lapide in commemorazione dei deportati italiani nei campi di concentramento.

Una curiosità: per celebrare il gemellaggio, Verona ha inviato a Monaco una copia della statua di Giulietta collocata all’interno del Municipio.

La fontana di Madonna Verona in Piazza Erbe 

Al centro di Piazza Erbe, in prossimità della via di passaggio che conduce alla Piazza dei Signori segnata dalla presenza del misterioso “arco della costa”, è possibile ammirare la fontana di Madonna Verona.

Contrariamente a quanto possa far intuire questo nome, la scultura che sormonta la vasca non ha niente a che fare con la sfera sacra ma rappresenta la personificazione simbolica della città di Verona. Una donna che sorregge un cartiglio in rame tra le mani che riporta l'antico motto comunale: "Est iusti latrix urbs haec et laudis amatrix", vale a dire "Questa città è dispensatrice di giustizia e amante della lode".

La fontana è stata realizzata per volere di Cansignorio Della Scala nel 1368, per celebrare il completamento di una imponente opera idraulica. La vasca in marmo rosso di Verona risalente all’epoca romana è arricchita da una scultura dalle sembianze femminili dotata di corona.

La Lessinia e il bosco di Villa Buri 

Nel quartiere San Michele Extra di Verona si trova il parco di Villa Buri, che si estende per circa tredici ettari e si caratterizza per la presenza di una ricca vegetazione. Sono oltre 1800 le specie di piante presenti, tra cui diversi alberi secolari.

Spostandosi a Nord di Verona, nella Lessinia, è possibile addentrarsi nel parco naturale regionale istituito nel 1990 e ricco di boschi suggestivi. Tra questi è doveroso citare la Foresta dei Folignani e la Foresta di Giazza, che rappresenta il bosco più esteso della zona. Sono presenti splendidi esemplari di faggi, abeti bianchi e carpini neri, ma non manca una fauna molto caratteristica.

Verona, la città circondata da colline e vigneti. Teresa Barone l'1 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Verona è considerata la capitale italiana del vino, è circondata da colline ricche di vigneti dove nascono alcuni dei vini Made in Italy famosi in tutto il mondo.

Verona non è solo la splendida città che fa da cornice alla struggente storia di Romeo e Giulietta. È considerata una vera e propria capitale del vino in Italia, caratterizzata da una produzione vinicola molto intensa favorita dalle caratteristiche del territorio circostante e dal clima favorevole a questo tipo di coltivazioni.

I vini prodotti nel Nord-Est del Veneto sono famosi e rinomati in tutto il mondo, basti pensare si celebri Amarone e Ripasso che nascono proprio dall’uva coltivata nei vigneti veronesi. I terreni collinari coltivati a vite nella provincia di Verona coprono un cospicuo numero di ettari e attualmente sono attivi diversi consorzi di tutela dei vini Doc e Docg.

Tutte le zone di produzione vinicola del veronese sono protagoniste di itinerari enoturistici che coinvolgono non solo i vigneti ma le stesse cantine, aperte al pubblico per offrire esperienze di degustazione agli appassionati e ai cosiddetti winelovers. 

Storia del vino veronese 

Le radici della storia del vino veronese vanno ricercate in un epoca precedente alla dominazione romana. È proprio con i romani, tuttavia, che iniziano le prime testimonianze del culto del vino che caratterizzata il territorio fin da tempi remoti. Sembra che Catullo, che era nato proprio a Verona, apprezzasse molto il “vino Retico” tipico del territorio, tanto che le anfore contenenti questa rinomata bevanda venivano spedite fino a Roma. 

Piazza Erbe a Verona e l’arco della costa

Arriva direttamente da IV Secolo d.C., invece, la testimonianza di San Zeno, vescovo e patrono di Verona che decise di classificare la vite veronese dal punto di vista botanico e descrisse alcune antiche tecniche di vinificazione nei suoi sermoni.

Le qualità del vino veronese sono state esaltate anche in alcuni scritti che risalgono al periodo della dominazione ostrogota in Italia, dai quali emerge la grande passione di re Teodorico per questa bevanda.

Si dice che anche Dante Alighieri, infine, abbia scritto alcuni versi del Purgatorio pensando proprio al vino tipico di Soave che potrebbe aver assaggiato durante la sua permanenza presso Cangrande della Scala.

Le principali zone vinicole di Verona 

Verona è circondata da numerose zone vinicole dove vengono prodotti molti dei vini Made in Italy più esportati: le più celebri sono la Valpolicella, Soave, Bardolino e Custoza.

La Valpolicella, la “Valle dalle molte cantine”, si trova a Nord di Verona ed è la terra natale del famoso Amarone, un rosso invecchiato anche fino a vent’anni, ma anche del Recioto. Entrambi sono ottenuti dall’uva lasciata appassire sui tralci, una procedura che intensifica il gusto degli acini.

I vini di Soave sono prodotti a est di Verona nelle zone collinari dei comuni di Soave e di Monteforte d’Alpone, mentre le regioni vinicole di Bardolino sono situate nelle zone collinari in prossimità del Lago di Garda, dove la temperatura mite favorisce la produzione di una ricca gamma di vini rossi.

Più a Sud di Verona, invece, si trova la zona di Custoza ricordata soprattutto per alcuni eventi storici importanti che risalgono alle Guerre di Indipendenza. La zona vinicola locale comprende diversi comuni della provincia e si caratterizza prevalentemente per la produzione di vini bianchi. Teresa Barone

Laura Berlinghieri per "la Stampa" il 25 gennaio 2022.

I masegni sventrati, le colonne di marmo che danno i primi segni di cedimento, impotenti di fronte alle infiltrazioni saline, conseguenza diretta dell'acqua alta, l'odore salmastro che entra nelle narici diventando ineliminabile. Mentre all'interno i pavimenti, i marmi, gli arazzi, i dipinti sono impegnati in un'estenuante lotta con la salsedine. Una lotta impari. Si presenta così la Basilica di San Marco, a Venezia, tra i simboli della laguna, e non solo, nel mondo. 

«Una situazione indecorosa, vittima dei due episodi di acqua alta record del 2018 e del 2019. Nella consapevolezza che, in una stagione dal clima impazzito, fenomeni del genere potrebbero presentarsi anche domani» dice Carlo Alberto Tesserin, Primo Procuratore di San Marco. Nel 2019 erano stati approvati i lavori per costruire una barriera in vetro intorno alla Basilica, in grado di opporre un argine all'acqua alta fino ai 90 centimetri. Poi è arrivata la pandemia, e anche i cantieri si sono fermati.

 Un lavoro ancora più importante dovrebbe condurre a rendere impermeabile l'area marciana fino ai 110 centimetri. Tutto questo, in attesa che il Mose faccia il suo dovere, naturalmente. Ad agosto 2021 la nuova consegna dei lavori, dalla durata stimata di quattro mesi e l'impegno di tre milioni di euro di finanziamento pubblico. E risiede qui l'ennesima vergogna. Dell'anticipo contrattuale fissato in 700 mila euro, le ditte incaricate delle operazioni di messa in salvo della Basilica sostengono di non avere ricevuto un centesimo. Per questo hanno interrotto i lavori. 

In piazza San Marco, tutto si presenta immobile. Mentre l'acqua alta, che non sente ragioni, invade la piazza, invade gli stessi scavi. E in questo contesto di inerzia, emerge un ulteriore paradosso. L'inizio dei lavori, ora fermi, ha richiesto la dismissione delle pompe idrovore, che quantomeno riuscivano a mettere in salvo la Basilica fino agli 85 centimetri. Così sono sufficienti 65 centimetri per andare sotto. 

Per dare un'idea, la famosa «acqua granda» del 2019 ne raggiunse 185. «In mezzo a tutto questo giro di denaro e di mancati pagamenti, c'è una Basilica da salvare» prosegue Tesserin. Aggiunge: «All'esterno, la piazza appare come un cantiere fermo. Mentre all'interno della Basilica continuiamo a lavorare, essendo area di nostra competenza. Ma, finché l'acqua continua a penetrare, abbiamo le mani legate.

 I danni sono generalizzati: interessano i pavimenti, le colonne, i dipinti, gli arazzi. Perché la salsedine quando entra non conosce barriere. Per mettere in salvo la Basilica abbiamo calcolato che sarebbero necessari 50 milioni di euro. I marmi delle cappelle, un tempo splendidi, adesso si stanno corrodendo.  

Qualche tempo fa, un ambone è completamente sprofondato. Fortunatamente, gli operai sono riusciti a salvarlo con delle ampie putrelle. Ma potrebbe accadere ancora. Bisogna intervenire subito, prima che sia troppo tardi».

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Lombardia.

«Rimborsopoli» al Pirellone, la prescrizione salva (quasi) tutti gli imputati. Giuseppe Guastella su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Chiusa l’avventura giudiziaria per Massimiliano Romeo, Jari Colla, Ugo Parolo, Fabrizio Cecchetti, Angelo Ciocca oltre che per Renzo Bossi 

La prescrizione mette la parola fine e fa uscire indenni la maggior parte degli imputati nel processo in Cassazione sui rimborsi gonfiati od indebiti ottenuti tra il 2008 e il 2012 da una quarantina di consiglieri ed assessori regionali lombardi durante il loro mandato al Pirellone. Solo per una residuale parte degli imputati, i giudici hanno rinviato il processo a Milano per un nuovo appello. Il processo di secondo grado si era chiuso nel luglio 2021 con la condanna della maggior parte degli imputati accusati di avere ottenuto rimborsi non dovuti mettendo a carico della Regione Lombardia una lunghissima serie di spese personali di propri collaboratori tra le quali quelle per pranzi in ristoranti, al bar, anche per un semplice caffè o per le caramelle. 

La Corte di Cassazione ha riqualificato l’accusa di peculato in quella di indebita percezione di erogazioni pubbliche, reato che si prescrive in 6 anni, per tutti i casi precedenti al 2009, chiudendo il processo che invece riprenderà, sulla base della nuova ipotesi di reato, per gli episodi successivi solo per una piccola parte degli imputati in Corte d’appello di Milano dove gli atti sono stati rinviati per un nuovo processo sul quale, però, già incombe la prescrizione. La stessa prescrizione ha, quindi, chiuso l’avventura giudiziaria per l’attuale capogruppo della Lega in Senato Massimiliano Romeo, che in appello era stato condannato a un anno e 8 mesi, per i parlamentari Jari Colla e Ugo Parolo, Fabrizio Cecchetti e per l’europarlamentare leghista Angelo Ciocca oltre che per Renzo Bossi, figlio del fondatore del Carroccio Umberto Bossi. 

Confermata la condanna a 4 anni 2 mesi, la maggiore inflitta in appello, all’ex capogruppo al Pirellone Stefano Galli, che era accusato anche di truffa per una consulenza da 196mila euro assegnata al genero e per aver messo in nota spese perfino i 6 mila euro spesi per il banchetto del matrimonio della figlia. Analoga conferma per Elisabetta Fatuzzo del Partito Pensionati, che aveva subito un anno e 5 mesi. Altri 10 imputati avevano scelto in appello la strada del patteggiamento ad una pena una pena inferiore al primo grado che era, quindi, diventata definitiva prima della Cassazione. Secondo le indagini del sostituto procuratore Paolo Filippini, sarebbero stati deviati dall’uso istituzionale 3 milioni di euro di fondi pubblici che, invece di essere impiegati per l’espletamento del mandato istituzionale, sarebbero stati usati per spese non rimborsabili perché già «già ricomprese» nelle corpose «indennità normalmente erogate dalla Regione al consigliere». 

Rimborsopoli, assolti Peroni, Rizzi, Marelli e Moretti. Redazione online su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Dopo 10 anni è intervenuta per la maggior parte dei 51 ex consiglieri regionali la prescrizione. Ordinato un nuovo processo d’appello per Gianmarco Quadrini. 

A dieci anni dai fatti la Cassazione ha azzerato quasi tutte le condanne inflitte in primo e secondo grado ai 51 consiglieri regionali accusati di aver fatto spese «non congrue» al loro ruolo con i soldi pubblici, nella maxi inchiesta chiamata Rimborsopoli (3 milioni di pranzi, cene, spese personali tra cui dolciumi e vestiti). Accuse in buona parte riformulate e quindi dichiarate prescritte. Vengono così assolti i bresciani Margherita Peroni (all’epoca nel Pdl), Monica Rizzi, Alessandro Marelli e Enio Moretti (della Lega) . Per l’ex Udc Gianmarco Quadrini invece è stato ordinato un nuovo appello. In secondo grado nel luglio 2021 erano state condannati una quarantina di ex consiglieri regionali lombardi. Il 17 novembre la Suprema Corte, ha riqualificato l’accusa di peculato in indebita percezione di erogazioni pubbliche per una parte degli ex esponenti della politica lombarda e ha dichiarato per loro la prescrizione. Cancellate senza rinvio le condanne, tra gli altri, per Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato (1 anno e 8 mesi in appello), per Renzo Bossi (2 anni e mezzo in appello) e per l’eurodeputato leghista Angelo Ciocca (1 anno e mezzo in appello), difeso dall’avvocato Domenico Aiello. Per altri imputati ha dichiarato prescritto il peculato perché commesso prima del dicembre 2009. Per altri ancora ha annullato con rinvio ad un nuovo giudizio di appello, probabilmente per un difetto di motivazione, la sentenza di condanna di secondo grado, tra cui quella inflitta all’ex capogruppo di Sel Chiara Cremonesi, difesa dal legale Mirko Mazzali. Condannati definitivamente, invece, solo tre imputati. -

Tre le condanne definitive, quelle per Corrado Paroli, Giosuè Frosio e Elisabetta Fatuzzo. Annullate senza rinvio per prescrizione, dopo la riqualificazione del reato, anche le condanne per l’ex consigliere Angelo Giammario e gli ex assessori Gianluca Rinaldin e Monica Rizzi, ma anche quelle di Carlo Saffioti, Pierluigi Toscani, Ugo Parolo; Fabrizio Cecchetti, Mauro Gallina, Massimo Guarischi e altri. La Corte d’Appello di Milano nel 2021, oltre a condannare una quarantina di imputati solo con qualche lieve riduzione di pena, aveva anche accolto dieci richieste di patteggiamento, tra cui quella dell’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi e un tempo consigliera regionale azzurra Nicole Minetti a 1 anno e 1 mese in continuazione con i 2 anni e 10 mesi inflitti per il processo `Ruby bis´, raggiungendo così i 3 anni e 11 mesi totali. Dall’inchiesta milanese erano emerse, per gli anni 2008-2012, spese di tutti i tipi da parte dei consiglieri lombardi rimborsate con fondi pubblici: l’acquisto di regali, cartucce da caccia o «gratta e vinci», oppure cene da centinaia di euro per pochi coperti, per tavolate fino a 26 persone e pure un banchetto di nozze. E poi Campari, moijto e altri drink o pranzi in locali di lusso, sigarette, spazzolini, Red Bull e videogiochi.

Sanità in Lombardia: 7 mesi per un'ecografia, 5 per una visita. Le liste d'attesa extra-large e gli appuntamenti «fantasma». Sara Bettoni su Il Corriere della Sera il 9 Novembre 2022.

Il test sulle attese per visite ed esami: le prenotazioni sforano i tempi-limite. Il problema aggravato dalla carenza di personale: in Lombardia mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri

«Stiamo lavorando per dare risposte ai cittadini che, quando chiedono visite specialistiche, devono avere la garanzia di un appuntamento entro un determinato periodo di tempo». Con queste parole si è presentato Guido Bertolaso, neo assessore lombardo alla Sanità. Tema comune a tutta Italia, quello delle liste d’attesa troppo lunghe per un esame o un consulto medico. La Regione da tempo spiega di essere al lavoro per risolvere la questione. «Non sono altro che promesse a caccia di consenso», per il gruppo Pd al Pirellone. Qual è lo stato dell’arte? Al di là di statistiche e dati forniti dall’assessorato, quel che conta è l’esperienza diretta del cittadino. Spesso sconfortante. Il Corriere ha raccolto tre esperienze che dimostrano le attuali difficoltà nelle prenotazioni. 

Primo caso: una visita ginecologica con ecografia transvaginale. La priorità indicata è «p», ovvero programmata. Significa che il paziente deve trovare posto entro 120 giorni. Alla prova dei fatti, però, non è possibile. Almeno non a Milano. Attraverso la piattaforma regionale «PrenotaSalute» non si riesce ad avere nessuna opzione, neppure tra un anno. Il secondo tentativo è tramite il call center. Seguendo le istruzioni telefoniche si entra in contatto con un operatore. «C’è posto tra una settimana, ma a Codogno» è l’offerta. Alla richiesta di un appuntamento in città, i tempi si allungano. «Prima disponibilità il 24 marzo all’ospedale Buzzi». Con un’attesa di oltre cinque mesi (la prova è stata fatta il 17 ottobre, ndr).

Secondo caso: un’ecografia alla spalla destra e una radiografia della colonna vertebrale. Questa volta il tentativo di prenotazione passa solo attraverso la piattaforma online. La priorità è sempre «p», quindi con un limite di quattro mesi. La ricerca inizialmente sembra dare buoni frutti, con alcuni posti in città negli ambulatori di via Rugabella già in settimana. Al momento di cliccare sul bottone «prenota», però, ci si scontra con la realtà. Lunghi secondi di trepidazione e poi il messaggio della sconfitta: «Non sono stati trovati appuntamenti disponibili presso tale struttura». Segue un elenco di altre opzioni, più lontane nel tempo. La prima opportunità è alla Casa di cura San Pio X il 7 giugno 2023. Con un’attesa di sette mesi. Per la radiografia, invece, il sistema mostra uno studio privato, ma non è possibile prenotare direttamente dal portale. Tocca telefonare e sperare che davvero ci sia posto. La stessa struttura viene proposta anche per l’ecografia, ma contattata risponde che non ha neppure l’ecografo. 

Terzo caso, una visita urologica già fissata in un centro convenzionato per i primi di novembre. Il paziente però, come lui stesso ha raccontato nella pagina delle lettere del Corriere, con pochi giorni di anticipo viene avvisato che l’appuntamento è stato spostato a gennaio 2023 «causa mancanza di medici». La carenza di personale è uno degli ostacoli lungo il percorso di taglio delle attese in sanità. Proprio ieri in consiglio regionale il neo assessore Bertolaso ha reso noto il fabbisogno della Lombardia: mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri, di cui 58 infermieri di famiglia. A proposito del personale no vax che torna al lavoro con la fine dell’obbligo vaccinale (679 operatori), ha ribadito la linea già espressa lunedì: «Non avranno contatti nei reparti dove ci sono pazienti fragili». 

Tangenti sulle protesi dentali, un manager del laboratorio: l’oro fuso per pagare le tangenti ai medici. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera l’8 Novembre 2022.

Presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. Al centro delle indagini l'ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, Roberta Rosaria Miccichè

Già si era appreso che non è agevole conservare i soldi per le mazzette, al punto da doverle celare in un mappamondo sul tavolo d’ufficio, ma adesso tocca prendere atto che nemmeno facile sia il mestiere del pagare tangenti: al punto da dover recuperare l’oro nelle protesi dentali per rivenderlo e così ricavare il contante in nero da dare ai destinatari delle tangenti. Può sembrare curioso, ma sembra un lavoraccio pure questo, stando alla parabola giudiziaria (almeno per come si sta dipanando negli interrogatori) di Roberta Rosaria Miccichè, la ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, commissariata lo scorso giugno quando l’imprenditrice fu posta agli arresti domiciliari dal gip Carlo Ottone De Marchi in una inchiesta del pm Paolo Storari su presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. 

Dalle indagini era infatti emerso che, quando prescrivevano a un loro assistito un qualche tipo di impianto, taluni dentisti «sovraccaricavano» la ricetta di prospettati interventi tecnici (e dei relativi costi) in realtà poi non eseguiti perché non necessari o pertinenti al caso, ma poi spartivano a metà, con il laboratorio dei materiali «in più», appunto il prezzo di quel «di più» (dal 5 al 10 per cento) lucrato in questo modo. Ed è quindi come se il laboratorio tecnico, per indurre il medico a prescrivere questi «extra», gli avesse pagato appunto una tangente, ma rifacendosi poi in realtà sul portafoglio stesso dell’ignaro paziente, ovviamente non in grado di capire gli aspetti tecnici dell’impianto che gli veniva proposto, e quindi in ultima analisi sul truffato Servizio sanitario nazionale che ne rimborsava i costi. 

Già, ma come pagare la tangente ai dentisti? Come trovare continuamente i contanti necessari? Uno dei manager della società ai domiciliari, Maurizio Cosentino, lo racconta pochi giorni fa in un interrogatorio (depositato al Tribunale del Riesame) sulla «particolare insistenza» di alcuni dei dentisti nel «pretendere una percentuale pari al 10% per dare lavoro alla Wisil Latoor di Miccichè prescrivendo le protesi nell’ambito di strutture pubbliche «Ricordo — spiega Cosentino difeso dall’avvocato Alessia Pontenani — che una volta io e una dipendente, su incarico di Miccichè, siamo andati in una azienda di Pero a vendere dell’oro». Oro? «Questo oro era composto da gioielli della Miccichè», ma anche da «residui di lavorazione dell’oro, polvere di oro, scarti di oro, e dischi per corone stampate». Addirittura «tra questo materiale in oro ricordo c’era anche un ponte del defunto marito» di Miccichè, «l’oro è stato fuso,e dalla azienda di Pero in cambio «ci è stata corrisposta una somma di 22mila euro che abbiamo consegnato ovviamente a Miccichè»: 12-13 mila usati per pagare uno dei dentisti, e «il rimanente messo dentro una fotocopiatrice e poi nel mappamondo», ormai mitologico nascondiglio appunto per tenere un po’ di denaro di scorta da usare in altre bustarelle.

L'Italia da scoprire. Piatti tipici lombardi. Non c'è solo polenta nella cucina lombarda ma un mix equilibrato di sapori e prodotti provenienti da ogni zona di questa regione così unica. Ecco tutti i piatti tipici della tradizione. Monica Cresci il 27 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Piatti tipici e contaminazioni storiche

 Cucina lombarda, gli antipasti

 Primi piatti saporiti

 Cucina lombarda, i secondi

 Contorni, verdure e dolci

Tradizione e storia si mescolano sapientemente trovando un equilibrio prefetto nei piatti tipici lombardi, vera espressione di gusto ma anche di appartenenza. La cucina della Lombardia è ricca di sapori ma anche di ingredienti differenti, espressione perfetta delle varie zone che la caratterizzano e le province che la rappresentano. Non solo polenta ma anche carni saporite, pasta fatta a mano e spesso ripiena, zuppe, minestre corroboranti e molteplici tipologie di risotti.

La cucina lombarda nasce dalla necessità di recuperare e creare pietanze nutrienti, con pochi ma indispensabili ingredienti. Protagonisti perfetti anche di antipasti e contorni, e spesso legati alla stagionalità dei prodotti. Senza dimenticare il pesce, parte integrante delle zone di lago e di fiume. Per una cucina che abbraccia, nutre, consola, racconta e che accoglie, scopriamola insieme.

Piatti tipici e contaminazioni storiche 

La cucina lombarda affonda le sue radici nella storia più antica, in un passato ricco di contaminazioni e intrecci di potere e tradizione. I piatti tipici, da sempre, rappresentano il legame con la terra, con la stagionalità dei prodotti ma anche le influenze e le contaminazioni frutto delle dominazioni presenti. Dai celti agli antichi romani, passando per il Ducato di Mantova e il Ducato di Milano, fino agli austriaci, gli spagnoli e i francesi. Senza dimenticare la Repubblica di Venezia, che ha caratterizzato il percorso esistenziale di Brescia e Bergamo, e influenze date dall'immigrazione da ogni parte dell'Italia e successivamente dal mondo. La Lombardia vanta una varietà culinaria importante, che trova nella semplicità dei suoi ingredienti il punto di connessione tra ogni pietanza.

Cucina lombarda, gli antipasti 

Gli antipasti tipici lombardi sono particolarmente ricchi di gusto, in tavola non possono mancare gli insaccati e i formaggi. Come ad esempio la bresaola valtellinese nota come slinzega, ma anche i salumi come quello tipico di Cremona oppure quello mantovano e quello d'oca tipico della zona di Mortara, nel pavese. Sul tagliere non possono mancare di certo i formaggi, ad esempio il Bitto d'alpeggio, il Bagòss a pasta dura con aggiunta di zafferano tipico del bresciano. Ma anche il quartirolo, la raspadüra ovvero la tecnica di tagliare il formaggio a scaglie tipica del lodigiano, fino al goloso gorgonzola e al sostanzioso taleggio bergamasco. Sulla tavola degli antipasti trovano posto anche i nervetti, preparati con le parti nobili del vitello, ma anche i mondeghili, piccole polpette della tradizione del recupero degli ingredienti, fino agli sciatt valtellinesi, frittelle croccanti ripiene di formaggio.

Primi piatti saporiti 

Le prime portate sono semplici ma ricche di attenzioni e cura, molte paste della tradizione sono fatte in casa e sono ripiene, come i ravioli di magro. Oppure i casoncelli della bergamasca, i tortelli di zucca tipici della zona di Mantova o gli agnolotti pavesi. Ma la preparazione contempla anche la presenza di paste asciutte fatte a mano, tra le più note i pizzoccheri della Valtellina, realizzati con grano saraceno e conditi con verza, patate, formaggio e burro. Seguiti dagli stangolapreti bergamaschi, i bigoli mantovani con sardelle e le tagliatelle con borragine, note come bardele coi marai, tipiche della zona bresciana del Garda.

Tra i primi piatti non possono certo mancare le zuppe e gli amatissimi risotti, tra questi il più classico minestrone alla milanese con ortaggi di zona e insaporito con lardo e cotenne. Passando per la panada ovvero pane raffermo cotto in acqua con burro e carne. Tra i risotti lo scettro spetta al più classico alla milanese con zafferano, in alcuni casi con l'aggiunta di una luganega. Ma il riso si sposa perfettamente anche con il pesce, ad esempio con il pesce persico sul Lago di Como, o con le tinche nella zona del Garda.

Cucina lombarda, i secondi 

I piatti della seconda portata sono molto sostanziosi come ad esempio il classico bollito, che può subire qualche piccola modifica in base alla provincia di appartenenza. Ma va sempre servito con la classica mostarda dal sapore intenso, spesso di provenienza mantovana o cremonese. Un altro simbolo regionale è il cotechino, ma anche l'immancabile cassoela, uno stufato con costine, luganega e verze, con l'aggiunta di altri ingredienti che cambiano in base alla zona di appartenenza. Nella bergamasca il piatto più amato è la polenta e osei, ovvero uccellini piccoli rosolati nel burro o cotti allo spiedo. Nel pavese il più ambito è lo stracotto d'asino, mentre lo spezzatino con carne d'altura è tipico delle zone d'alta montagna. Se la carne d'oca ben rappresenta la zona della Lomellina, la cotoletta e l'ossobuco sono il biglietto da visita della zona di Milano.

Ma la Lombardia non è rappresentata solo da piatti a base di carne, perché il lago e i fiumi sono parte integrante del territorio locale. Per questo sarà facile degustare delle croccati fritture di alborelle, oppure il lavarello in carpione, ma anche la tinca al forno tipica del lago d'Iseo. Nella zona del pavese sono molto presenti piatti a base di pesce d'acqua dolce, mentre sul lago di Como la tradizione vede primeggiare i missoltini o missultén, ovvero gli agoni fatti essiccare su apposite ruote. Menzione d'onore va alla rana, presenza fissa della cucina tradizionale del basso mantovano dove trova posto all'interno di zuppe, oppure di torte come in Val Camonica.

Contorni, verdure e dolci 

Come abbiamo visto la cucina lombarda trae ispirazioni da ciò che il territorio riesce ad offrire, garantendo così una cucina corposa e naturale. Esattamente come i suoi contorni, ad esempio le verdure fritte alla milanese, i finocchi alla milanese, le erbette saltate, gli asparagi con le uova, le cipolle arrostite e l'immancabile polenta. Spesso servita con i funghi fritti o con sughi e intingoli golosi, un piatto importante e nutriente, diffuso in tutta la regione. Zucca, bietole e verze sono parte integrante della cucina lombarda e trovano posto anche in zuppe e ripieni, oppure come contorni gustosi e dal sapore intenso. E se parliamo di dolci non è possibile non citare l'emblema regionale ormai diffuso in tutto il mondo, il panettone, seguito dal carsenza un dolce tipico di Capodanno a base di mele e uvetta.

Cremona invece rilancia con il suo amatissimo torrone e con i baci fatti con biscotto croccante con farina di nocciole. Saronno invece vanta i famosi amaretti, mentre Gavirate i brutti e buoni, dolcetti con mandorle e nocciole, fino alla spongada della Valcamonica ovvero una focaccia dolce. All'insegna del recupero è anche la torta paesana della Brianza con cioccolato, pane raffermo, uvetta, pinoli e latte. Nella zona della Valtellina è molto diffusa la bisciola, un goloso panettone delle alpi con farina di segale, uva sultanina, miele, noci e fichi secchi. Nel pavese invece è molto amata la torta paradiso, soffice e morbida al punto giusto.

L'Italia da scoprire. Brescia nel piatto dalla polenta alla persicata. La cucina tipica bresciana si fonda su piatti poveri della tradizione contadina, che tuttavia dispone di un enorme varietà di materie prime. Angela Leucci il 9 Novembre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Antipasti, contorni e sfizi

 Primi piatti

 Secondi piatti

 Dessert

La cucina bresciana fa parte integrante della cucina lombarda. E in quanto tale beneficia di una serie di fattori culturali e geografici che la rendono ricchissima di materie prime. Dai piatti contadini a base soprattutto di cereali e ortaggi ai primi piatti, passando per i secondi di carne e di pesce: qui il paesaggio rappresenta anche un capitolo della tavola, fatto di colture intensive, allevamenti e pesci d’acqua dolce.

Antipasti, contorni e sfizi

A Brescia e hinterland dire “polenta” significa aprire un mondo. Pietanza onnipresente, accostata soprattutto a piatti di carne (ma ce n’è qualcuno molto speciale a base di pesce), la polenta è un modo di mangiare e quindi un modo d’essere. È a base di mais, e quindi affonda le sue radici nel XVI secolo, ma ne esistono diverse varianti: c’è la polenta taragna, in cui ci si avvale di farina di mais ma anche di farina di grano saraceno, c’è la polenta cünsa, che è fatta con il mais integrale, per non parlare dei condimenti come il bagoss, un formaggio di montagna che viene aggiunto alla polenta, la luganega e i funghi chiodini. Nella zona del lago d’Iseo inoltre si usa adagiare le sarde essiccate su fette di polenta.

Tra le ricette contadine di recupero si annovera il rustignì, che consiste in una frittata a base di cipolle, patate, salame e formaggio. Ma a tavola, tra antipasti e contorni, trovano il loro posto anche i peperoni lombardi, che altro non sono che peperoncini lunghi e dal colore verde chiaro, che vengono conservati tradizionalmente sottaceto.

Primi piatti

Parlare di primi piatti bresciani significa fare riferimento a una doverosa artigianalità. A partire dai casoncelli di Barbariga e Longhena: si tratta di un taglio di pasta ripiena dalla ricetta misteriosa, tanto più che ogni famiglia ha un modo differente per prepararli, essendo anche questa una pietanza di recupero.

Come accade in diverse zone d’Italia, anche Brescia ha i suoi spaghettoni artigianali: sono i bigoi, a base di farina bianca e farina integrale, che vengono conditi con il pestöm, un salume tipico della norcineria del territorio.

Tipici della Valcamonica sono invece gli gnoc de la cüa, gnocchi di pane De.co della città di Ponte di Legno: da questa stessa città viene il formaggio Silter che contribuisce a dare un gusto unico a questo piatto, insieme con delle essenze erbacee autoctone chiamate perùch. Chiude l’excursus sui primi piatti la foiada, una pietanza a base di sfoglie di pasta all’uovo che vengono condite con burro, formaggio e spezie, tra cui l’immancabile cannella.

Secondi piatti

Come detto, la polenta è onnipresente nella cucina bresciana. E infatti viene accostata spesso al cosiddetto spiedo bresciano, che consiste in carne allo spiedo intervallata da fette di patata e condite con burro. Le carni infilzate sono varie e vanno dal coniglio ai volatili da cacciagione, fino al pollo e al maiale.

Tra i secondi piatti di carne spiccano anche il manzo che viene preparato rigorosamente con l’olio di Rovato (che è di altissima qualità), il coniglio al forno alla bresciana, la bariloca che consiste nel bollire la gallina De.co di Barbariga, e il cuz che è la cottura in umido di pezzetti di carne di pecora con il grasso di quello stesso animale.

Per quanto riguarda i secondi di pesce non si può non annoverare la tinca al forno di Clusane: si tratta di un piatto a base di pesce d’acqua dolce al forno. L’ingrediente ittico viene ripieno con il classico impasto che si usa in questi casi, ovvero pangrattato, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio schiacciato, sale e pepe. Senza dimenticare il sisam, che è un piatto agrodolce che si prepara con alborelle, pesci di lago, essiccate: è una ricetta molto antica che i pescatori avevano concepito per conservare a lungo questo ingrediente.

Dessert

Sono tanti i dessert bresciani e discendono da quella tradizione contadina che vede nel piatto povero e di recupero una grande risorsa: una lezione che andrebbe tramandata e soprattutto rincorsa oggi. Tra i piatti di recupero si segnalano il castagnaccio, che è una torta a base di farina di castagne diffusa anche in altre zone d’Italia, e la fritura de lat, che consiste in crema fritta e spolverizzata con lo zucchero, anche questa comune ad altre tradizioni culinarie regionali o territoriali del Belpaese.

Ma se si è a Brescia nel periodo natalizio, non si può tornare a casa senza assaggiare la bossolà, una ciambella leggerissima in virtù di ben tre lievitazioni consecutive di un impasto che viene arricchito via via durante la preparazione. Infine va citata la persicata, un dolce che deriva dall’addensamento in cottura delle pesche con lo zucchero.

Concorsopoli alla Statale, tutte le trame nei verbali: "I due bandi a urologia dovevano avere la stessa commissione". Sandro De Riccardis, Luca De Vito La Repubblica il 17 Aprile 2022.

I pm di Milano che indagano sui concorsi all'università hanno ascoltato il capo della direzione legale e il direttore generale.

Ci sono due verbali che puntellano le accuse dei pm nei confronti degli universitari, nell'ambito dell'inchiesta sulla Concorsopoli milanese che vede indagati il rettore della Statale Elio Franzini e quello del San Raffaele Enrico Gherlone per turbata libertà nella scelta del contraente. Due testimonianze chiave che spiegano come il disegno per pilotare i due concorsi per ordinari di Urologia fosse curato e seguito in ogni suo passaggio, in particolare sul fronte Statale.

 Al concorso vigili il comandante dà le domande alla sua "amica". Redazione il 16 Aprile 2022 su Il Giornale.

Al concorso per il posto a tempo indeterminato una vigilessa si era servita del legame sentimentale con il comandante dei vigili di Lodi che le aveva passato le tracce delle prove scritte e orali di due selezioni.

Confermata dalla Cassazione la sospensione dai pubblici uffici per 8 mesi della vigilessa che per il concorso per il posto a tempo indeterminato si era servita del legame sentimentale con il comandante dei vigili di Lodi - poi trasferito in Trentino e ora sospeso dal servizio - che le aveva passato le tracce delle prove scritte e orali di due selezioni, per il Comune di Cornegliano Laudense (Lodi) e per la Provincia di Lodi. Invano la difesa ha fatto presente che non c'era il rischio di recidiva e che se la misura interdittiva fosse stata convalidata, la vigilessa avrebbe perso il posto che nel frattempo aveva vinto in un altro concorso al Comune di Milano e, in questo modo, ci sarebbe stata una sorta di anticipata «sentenza di condanna».

Per i supremi giudici, invece, è da condividere quanto messo in evidenza dal Tribunale di Milano - che ha disposto la misura cautelare - rilevando il «disvalore della condotta» che è «aggravata» dal fatto di aver «propalato» anche a un'amica le tracce fornite dal comandante dei vigili di Lodi, «in un quadro programmatico che assume toni ancora più preoccupanti». L'amica, prosegue il verdetto, «collocandosi al secondo posto della graduatoria di Cornegliano, sarebbe subentrata» a lei che era «destinata a vincere il concorso della Provincia di Lodi».

La Cassazione ricorda anche «la capacità di influenzare i componenti della polizia locale suoi subordinati» dimostrata dal comandante e messa in luce dalla «reticenza mostrata dai suddetti nel riferire sulle circostanze» oggetto di inchiesta. Captate anche conversazioni tra Giulia e la madre con il rischio di recidiva in altri concorsi pilotati se fossero stati di interesse «dei loro familiari».

Bergamo. Treviglio, il video dell’omicidio di Luigi Casati filmato da una vicina di casa: l’assassina con la pistola in mano dopo aver sparato. Pietro Tosca su Il Corriere della Sera il 28 Aprile 2022.  

Nelle immagini, riprese da una donna di cui si sente la voce, al balcone del condominio, si vede Silvana Erzembergher con l’arma in mano e Luigi Casati rimasto a terra ucciso. 

Immagini crude, tanto tragiche da sembrare irreali: una donna in piedi, davanti a lei un uomo steso a terra, forse già morto, accanto a lui la moglie e il cane. È il video ripreso da una vicina di casa di Silvana Erzembergher, la donna che ha sparato nel piazzale antistante il proprio condominio a Treviglio questa mattina (giovedì 28 aprile) uccidendo Luigi Casati e ferendo la moglie, Monica Leoni, suoi vicini di casa. Nelle immagini, la donna sembra aver già sparato e abbassa il braccio che aveva teso contro la vittima, poi torna verso l’ingresso del palazzo e in quel momento si vede chiaramente la pistola nelle sue mani. Dopo di che, si sentono le grida di disperazione e gli insulti rivolti dai vicini contro l’assassina.

L’omicidio è avvenuto prima delle 8 questa mattina (28 aprile) in via Brasside a Treviglio. Sembra che tra i vicini di casa già da tempo ci fossero problemi. Un paio d’ore dopo il delitto sul posto è arrivato anche il figlio della vittima, Emanuele Casati. «Questa storia andava avanti da anni, continue accuse inventate da questa donna contro i miei genitori» ha detto. Numerose le testimonianze dei vicini. «Non so se c’erano screzi fra loro — racconta Gianluca Rossoni, anche lui residente nel condominio —. Ho sentito tre colpi e dopo due, poi ho visto Monica e Luigi distesi a terra». Francesca Turiani, che abita nel palazzo, invece ha visto la sparatoria: «Quando ho sentito gli spari sono uscita sul balcone e ho visto una signora che aveva l’arma in mano e la puntava contro un signore già a terra — dice —. Lui era già a terra e lei gli puntava ancora l’arma contro, non gli sparava alle spalle. Dopo poco è arrivata la moglie che si è abbassata su di lui, a quel punto (la signora con l’arma, ndr) ha sparato anche a lei un colpo solo alla gamba».

Sparatoria a Treviglio, donna uccide il vicino e ferisce la moglie: il video choc dal balcone, la pistola «in scadenza». Maddalena Berbenni e Pietro Tosca su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2022.

L’omicidio di Treviglio: Silvana Erzembergher, 71 anni, ha sparato a una coppia di vicini cui era ostile, uccidendo Luigi Casati e ferendo gravemente la moglie Monica Leoni.

Emanuele urla: «Era da tanto tempo che andava avanti questa storia». Suo padre, Luigi Casati, 62 anni, è steso lungo il vialetto, ucciso da quattro colpi di pistola, tre al petto e uno alla gamba. La madre Monica Leoni, 57 anni, è appena stata trasportata in elicottero in ospedale, ferita all’arteria femorale da un unico proiettile. E la cagnolina Chanel, con il pelo imbrattato di sangue, si fa accarezzare da lui, che non si dà pace, perché, appunto, i problemi con chi ha premuto il grilletto, inchiodata dagli smartphone dei vicini di casa, si trascinavano almeno dall’estate scorsa, quando i carabinieri erano già stati chiamati ai palazzi di via Brasside, quartiere a nord di Treviglio.

I precedenti

In quella occasione Silvana Erzembergher , 71 anni, ora accusata di omicidio volontario e tentato omicidio, aveva colpito con un bastone Leoni e c’era stata una denuncia. Perché la donna aveva ancora la pistola? L’arma era detenuta regolarmente per uso sportivo, Erzembergher la usava al poligono. Il rinnovo della licenza avviene ogni 6 anni, la sua era in scadenza ma le proroghe legate alla pandemia hanno fatto slittare i termini. Comunque, in questura, denunce a suo carico non risultavano e questo perché, quando la pattuglia era intervenuta per l’episodio del bastone, la donna non era stata «compiutamente» identificata. Si era allontanata, pare che sulla denuncia fosse stato indicato il nome della figlia Monica, anche se al momento tutto è in fase di accertamento, è la versione ufficiosa degli inquirenti. Di sicuro, la situazione non doveva essere apparsa così allarmante né sarebbe emerso che in casa ci fosse una pistola. «Ma la signora Casati lo aveva detto alle forze dell’ordine», sostiene una vicina, tra i tanti testimoni di questo omicidio che ha quasi le sembianze di un’esecuzione.

Le due raffiche di spari

Sono le 7.30 quando Luigi Casati scende con la cagnolina al guinzaglio. Nessuno sente urla, a fare affacciare gli inquilini dei quattro caseggiati «Quadrifoglio» sono gli spari. Gianluca Rossoni abita al primo piano della palazzina D, sopra Erzembergher e sotto i coniugi: «Ero in bagno, ho sentito tre colpi e dopo un po’ altri due. Poi mi sono affacciato e ho visto Monica e Luigi a terra». Gli attimi tra la prima raffica e la seconda corrispondono al tempo impiegato da Monica Leoni a scendere di corsa le scale e a inginocchiarsi accanto al marito prono sul vialetto, con Chanel spaventata. Le immagini girate da altri vicini di casa e diventate virali già prima di mezzogiorno sono agghiaccianti.

La ricerca delle munizioni

Dopo avere sparato anche contro la vicina, la 71enne fruga nella borsa che porta a tracolla e nelle tasche, come se cercasse altre munizioni: «L’abbiamo vista tenere puntata l’arma e continuare a premere il grilletto, ma doveva avere finito i colpi», racconta Francesca Turiani. «Non ce la facevo più», ha urlato Erzembergher rivolta verso i balconi. Lo ha ripetuto in caserma dopo il fermo dei carabinieri del Nucleo operativo della compagnia di Treviglio, che l’hanno trovata in casa. Ha aperto la porta e li ha seguiti docilmente: «L’hanno fatta uscire dai garage, li ho accompagnati io perché servivano le chiavi — dice Anna Leoni, un’altra vicina —. A me Silvana è sembrata lucida. Mi ha guardato e mi ha detto “ciao Anna” come niente fosse».

L’odio per i vicini

Vedova da vent’anni, ambulante in pensione, Erzembergher ha due figli e una figlia, accorsa ai palazzi e disperata a sua volta. Assistita dall’avvocato Pamela Nodari, si è avvalsa della facoltà di non rispondere e a metà pomeriggio è stata portata in ospedale in ambulanza per un malore. Quale sia il motivo dei dissidi è tutto da capire. «Sono quattro anni che non dormo di notte, non ce la facevo più», si sarebbe sfogata. Ma il quadro fornito dal vicinato è opposto: «Era fissata con Monica e Luigi — dicono —, si inventava cose che non esistevano contro di loro, non abbiamo mai capito il perché».

Maddalena Berbenni per il corriere.it il 3 maggio 2022.

Nessuno, almeno per ora, sa che cosa sia avvenuto prima degli spari: dove si trovasse Silvana Erzembergher, se quello con Luigi Casati fosse stato un incontro casuale o se davvero lo stesse aspettando al varco. Armata. Di sicuro, non fossero semplici pensionati nel tranquillo quartiere a nord di Treviglio, il tragico epilogo di giovedì alle 7.30 potrebbe sembrare uscito da una puntata di Gomorra. 

Casati, che a luglio avrebbe compiuto 62 anni, è stato ucciso di spalle con un colpo alla nuca, due alla schiena e un quarto alla gamba. Quasi la dinamica di un’esecuzione, è la prima indicazione dell’autopsia. Al solito orario, l’operaio in pensione da un anno è sceso con la cagnolina al guinzaglio, è uscito dal portone, ha camminato verso il vialetto, ha girato a destra e, dieci passi dopo, è crollato a terra.

Alle sue spalle, Erzembergher, la vicina 71enne del pianoterra, non ha esitato a premere il grilletto nemmeno contro Monica Leoni, quando dal secondo piano è volata a soccorrere il marito. Anzi, ha ricaricato il revolver calibro 38 da 5 colpi e l’ha ferita con due proiettili alle gambe e con uno di striscio al torace. A 57 anni, è fuori pericolo, ma dovrà fare i conti con quegli attimi atroci che pare ricordi perfettamente, lei seduta accanto a Luigi, prono, e la loro cagnolina terrorizzata. 

Le indagini sono dei carabinieri della sezione operativa della compagnia di Treviglio, che, subito dopo la sparatoria, hanno trovato Erzembergher nel suo appartamento. Il gip Vito Di Vita ha convalidato l’arresto e disposto il carcere, dove l’indagata sarà trasferita in queste ore. Dopo il principio d’infarto in caserma, ha lasciato il reparto del Papa Giovanni ed è stata sistemata provvisoriamente in una camera di sicurezza dello stesso ospedale. È pacifico che sia stata lei a sparare, con quel video virale che l’ha inchiodata anche sui social network.

Il punto - e lo sarà soprattutto in ottica difensiva - è capire realmente perché lo abbia fatto e quanto lucida fosse. Il pm Guido Schininà, al momento, contesta l’omicidio volontario e il tentato omicidio aggravato dai futili motivi. Niente premeditazione, forse perché se da un lato è vero che non sono state udite liti, che Casati si stava allontanando e che la donna sarebbe stata vista aggirarsi un’ora prima con quella stessa giacca turchese e la borsa chiara a tracolla, dall’altro non sono emersi elementi davvero concreti per andare in quella direzione. 

Attraverso l’avvocato Andrea Pezzotta, la 71enne si è affidata alla consulenza del professor Giancarlo Borra per l’autopsia e finora ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. La sua prima, informale versione, comunque, è trapelata. Si sentiva perseguitata dalla coppia, vittima di dispetti, soprattutto notturni. Ai vicini che la fissavano sconvolti impugnare la pistola e continuare a inveire contro marito e moglie inermi, ha urlato che non ce la faceva più. Ma poi quegli stessi vicini hanno raccontato che era lei a suonare i campanelli nel cuore della notte, qualcuno l’aveva anche ripresa.

Sapevano dell’arma? Scesa l’adrenalina di quella mattina, sul punto le testimonianze si sono ridimensionate. Erzembergher la deteneva regolarmente per uso sportivo. Frequentava, anche se di rado, il poligono di tiro. Leoni l’aveva denunciata per un’aggressione con un bastone a maggio 2021, ma sia sul verbale dei carabinieri sia sulla querela stesa dal suo avvocato, era stato indicato un nome sbagliato: non Silvana Erzembergher ma Zanda Erzembergher, cioè con il cognome del marito, scritto sul campanello. 

Con il cambio di residenza in corso e la polizia locale che non trovava la donna in casa, l’identificazione è rimasta a metà, anche perché non era sembrata una situazione allarmante più di tante altre. Ma senza il nome giusto le forze dell’ordine sono rimaste all’oscuro dell’arma. I carabinieri avrebbero potuto togliergliela preventivamente, la polizia revocarle il porto d’armi. Invece no.

Ma, comunque, a prescindere da quel maledetto inghippo, nessuno lo aveva fatto presente, né i vicini - alcuni dei quali a caldo hanno detto di sapere della pistola, mentre ora solo una persona lo conferma - né i Casati e nemmeno i tre figli dell’arrestata, vedova ed ex ambulante. Non si spiegano cosa sia scattato nella madre, dicono di non riconoscerla: «Mia madre è dolce, aiuta tutti, chiedo umilmente scusa», le parole dalla figlia Monica a Canale5. 

Delitto di Grumello, la lite e poi decine di martellate. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera.it il 27 Aprile 2022.

L’attrezzo era in casa: l’assassino lo aveva usato per fissare le tende. La bugia del batticarne alla fidanzata. 

Federica se lo ricordava bene, quel martello. Prima di partire per Sharm el-Sheikh, il 27 marzo, il fidanzato Hamedi El Makkauoi aveva dato una mano a montare le tende nella casa di suo padre Anselmo Campa e lei era convinta che lo avesse adoperato. I carabinieri gliene hanno chiesto conto, in caserma, sabato, prima di chiudere il cerchio. L’attrezzo, di solito custodito nel cassetto di un mobile all’ingresso dell’appartamento, mancava all’appello. Probabilmente si erano già fatti l’idea che potesse trattarsi dell’arma del delitto. La ragazza ha spiegato ciò che sapeva e, terminata la deposizione, una volta rientrata dalla caserma, ha domandato ad Hamedi. Non lo aveva forse usato per le tende? «Le ho fissate col batticarne», è stata la sua risposta. L’ennesima, atroce bugia.

Il castello di Hamedi El Makkauoi, 24 anni, nato in Italia da genitori marocchini, è crollato quella stessa sera. Di fronte all’insostenibile peso delle sue contraddizioni, persuaso dal fratello maggiore, durante la perquisizione a Tagliuno di Castelli Calepio, si è seduto sul divano e ha raccontato tutto ai carabinieri della compagnia di Bergamo e del Nucleo investigativo. Poi, lo ha ribadito al pm Maria Esposito e, ieri, in carcere, al gip Vito Di Vita durante l’interrogatorio di garanzia durato una trentina di minuti. Ha ucciso lui Anselmo Campa, imprenditore 56enne di Grumello del Monte, esattamente con quel martello e in quella stessa casa, che era solito frequentare proprio per la relazione con Federica, lei 21enne. Martedì scorso si era presentato dalla vittima per chiarire la faccenda dell’auto. Campa l’aveva acquistata e data al ragazzo, che a rate gli aveva restituito parte del denaro, ma poi se l’era ripresa e proprio quel giorno l’aveva venduta a un amico del circolo Arci dove passava le giornate. Così Hamedi pretendeva indietro i soldi. Una cifra esatta non c’è: ha parlato di 5 mila, 6 mila euro.

Secondo la sua versione, hanno discusso, sono volati insulti finché lui non ha perso la testa e impugnato il martello. A suo dire, lo ha visto posato su una mensola. Dalle testimonianze, invece, risulta che era sempre al suo posto, che il ragazzo conosceva, cioè nel mobiletto vicino alla porta. Al giudice ha spiegato di avere colpito una prima volta l’imprenditore. Poi, ci sarebbe stata una colluttazione, durante la quale sarebbero state inferte le altre martellate. È una dinamica da chiarire. Hamedi, o Luca come si faceva chiamare, non presentava ferite di nessun genere, mentre l’imprenditore era massacrato. Dall’autopsia, eseguita ieri mattina all’ospedale Papa Giovanni XXIII dal medico legale Luca Tajani, è emerso che i colpi sono stati decine. Un omicidio efferato e d’impeto, è apparso subito agli investigatori.

Sulla convalida il giudice si esprimerà in giornata. Al momento, l’unica aggravante contestata è quella dei futili motivi, mentre, con il martello non si sa se sulla mensola o nel cassetto ma comunque in casa e per altri elementi, allo stato gli inquirenti non vedono la premeditazione. Agli occhi di chi ci ha parlato, El Makkauoi si è mostrato molto provato. In interrogatorio non ha pianto e non si è disperato, ma è ben consapevole di ciò che ha commesso: «Ho distrutto la vita di un uomo e rovinato quella della sua famiglia e la mia», aveva già detto durante il colloquio con il pm. Ad assisterlo c’è l’avvocato d’ufficio Fabio Marongiu.

Incensurato, operaio in una ditta di Chiuduno specializzata in imballaggi, dopo l’omicidio El Makkauoi si è cambiato, usando — si pensa — gli abiti del lavoro che aveva con sé in vista del turno serale. Nello zainetto ha infilato il martello e i vestiti imbrattati di sangue. È andato a casa in bicicletta, ha comprato un paio di dosi di cocaina e infine ha attaccato il turno. Nell’armadietto della ditta, ha nascosto il portafogli e le chiavi di Campa. Solo dopo, si è disfatto delle prove insanguinate, in riva all’Oglio, là dove, sotto la pioggia, ha condotto i carabinieri alla fine della confessione.

Delitto di Grumello, quattro notti dopo il delitto l’omicida ha dormito con la figlia della vittima. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera.it il 27 Aprile 2022.

Quando la figlia di Anselmo Campa della vittima è tornata dall’Egitto l’omicida è andata a prenderla in aeroporto e poi hanno dormito insieme. «Su di lui metto la mano sul fuoco», diceva la ragazza. Il presentimento dell’imprenditore: due giorni prima del delitto chiese all’avvocato se per le figlie era tutto a posto. 

C’è una frase che non abbandona la mente dell’avvocato Giorgio Tramacere: «Due giorni prima di morire Campa mi aveva chiesto se era tutto a posto per le sue figlie». Come se fosse preoccupato per il loro futuro. Come se lo attraversasse un cupo presentimento. «Mi sono stupito, stavamo finalmente per concludere la cessione delle quote della sua azienda e avrebbe incassato un sacco di soldi. Gli ho risposto di non fare certi pensieri, che avrebbe solo dovuto godersi la vita».

Fuori dalla camera mortuaria dell’ospedale di Bergamo, quando ancora l’autopsia non è iniziata, il legale si concede una parentesi quasi da amico, lo sfogo di chi, Anselmo Campa, lo frequentava costantemente da un paio d’anni: «Nell’ultimo periodo veniva in studio da me ogni quindici giorni. Quando ho saputo che era stato trovato morto, e di come lo avevano ucciso, non ci volevo credere». Spenta la sigaretta, Tramacere rientra subito nel ruolo. Il suo primo pensiero, ora, è di tutelare la famiglia. Assiste la figlia minore, di 13 anni, mentre per Federica, la maggiore, c’è il collega Ennio Buffoli (entrambi del Foro di Brescia). Anche ieri, Tramacere ha incontrato quest’ultima insieme alla madre Sara, dalla quale Campa si era separato: «Confidano nella giustizia e in questo momento non se la sentono di parlare con nessuno — afferma il legale —. Sono completamente distrutte, vista la tragedia nella tragedia».

L’avvocato non aggiunge altro, ma il riferimento è chiaro. Non c’è solo la morte atroce del padre e dell’ex marito. C’è anche il tradimento di Hamedi El Makkauoi, il fidanzato di Federica. Ha ammazzato Campa a colpi di martello e, come se niente fosse, è stato al fianco di lei e di Sara finché i carabinieri non lo hanno fatto crollare. E ha confessato. Proprio Sara, straziata dal dolore, gli aveva telefonato poco dopo avere saputo della tragica fine dell’ex. Hamedi aveva finto stupore, sembrava disperato. Forse, in qualche angolo della sua coscienza, lo era davvero. Dopo la chiamata, era subito accorso per starle vicino, e quando Federica ha fatto ritorno dall’Egitto, è andato lui a prenderla in aeroporto, a Milano. Quella notte, avevano dormito insieme a casa di Sara, le era stato al fianco come se niente fosse. «Ci metto la mano sul fuoco», la risposta che la ragazza ha dato a chi, al di fuori della cerchia degli inquirenti, in quelle ore le aveva domandato se fosse sicura di lui, non per sospetti precisi ma per non tralasciare nessuna possibile ipotesi. «Ci metto la mano sul fuoco, Hamedi quella sera era al lavoro».

Sabato, poco prima che i carabinieri lo convocassero per la deposizione decisiva, Federica aveva parlato con lui del martello, l’arma del delitto. Gli inquirenti le avevano fatto alcune domande, perché mancava dall’appartamento del padre. Ma lei se lo ricordava lì. Prima di partire per Sharm, il 27 marzo, Hamedi aveva aiutato Campa a montare le tende alle finestre, la ragazza era convinta che lo avesse utilizzato per fissarle. Lo ha spiegato, precisando che di solito il padre lo riponeva nel cassetto di un mobile vicino all’ingresso. Tornata a casa, ha chiesto ad Hamedi: «No, avevo usato il batticarne». È stata forse la sua ultima bugia prima di andare in caserma e non tornare più. 

L’omicida reo confesso era stato accanto alla figlia dopo la notizia dell’omicidio. Anselmo ucciso a martellate, l’ex fidanzato della figlia confessa: “Si voleva tenere l’auto, non ci ho visto più”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 25 Aprile 2022. 

Interrogato per ore alla fine è crollato e ha confessato tutto: “Abbiamo litigato per la macchina, mi ha insultato e io non ci ho più visto”. Così Hamedi El Makkaoui, 22 anni, di origine marocchina, ha ammesso di aver ucciso a martellate Anselmo Campa, l’imprenditore di 56 anni trovato senza vita lo scorso 20 aprile a Grumello del Monte (Bergamo), all’interno della sua abitazione con diversi colpi alla testa, con l’omicidio che sarebbe avvenuto la sera del 19 aprile. Il giovane è l’ex fidanzato della figlia della vittima.

Sentito per diverse ore il giovane si è sempre più contraddetto rispetto ai suoi spostamenti di quel giorno. Cosa che ha portato i militari, coordinati dal magistrato incaricato delle indagini, ad eseguire una perquisizione al suo posto di lavoro ed all’interno della sua abitazione. Nel corso delle operazioni il giovane è crollato, confessando l’omicidio. A quel punto ha accompagnato gli investigatori in zona boschiva di Castelli Calepio, sulle sponde del fiume Oglio, dove aveva nascosto l’arma del delitto (un martello) ed i vestiti utilizzati quella sera e che presentavano ancora evidenti tracce di sangue mentre sul suo luogo di lavoro sono stati rinvenuti il portafogli ed il mazzo di chiavi dell’abitazione della vittima, nonché dei pantaloni utilizzati per la fuga dopo il fatto.

Ancora più agghiacciante la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera secondo cui era stato proprio il 22enne ad andare a prendere la figlia della vittima, la sua ex fidanzata, all’aeroporto. La ragazza si trovava all’estero per lavoro quando ha saputo della morte del padre ed è subito rientrata. Lui si sarebbe mostrato subito affettuoso con lei e con la madre, le ha sostenute in quei momenti drammatici. Poi ha confessato.

Tutto si sarebbe consumato per la Cio rossa che Campa aveva acquistato per la figlia ma che usava il giovane. Poi avrebbe deciso di venderla e se l’era fatta restituire. Il furioso litigio sarebbe scoppiato sui soldi, ha detto il giovane: “Io gli avevo pagato alcune rate e gli chiedevo di restituirmele. Ma lui ha cominciato a dirmi che ero un marocchino di m…”. Uno degli amici di Campa ha raccontato al Corriere di aver comprato lui quella Clio. “Abbiamo fatto il passaggio di proprietà proprio il giorno in cui è stato ucciso – ha detto – siamo andati in agenzia, io, lui e mia figlia Agnese, la macchina ce l’aveva già data: 9 mila euro. Pensi che non l’ho ancora pagata. Mi fa un certo effetto sapere che è l’origine di tutto ma almeno sappiamo chi è stato”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Polenta e Osei, alla scoperta del dolce di Città Alta a Bergamo. Monica Cresci il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Polenta e Osei è il dolce simbolo della bellissima Città Alta a Bergamo, meta turistica affascinante e piena di golose sorprese

Polenta e Osei: ecco la variante dolce di uno dei piatti più tipici della città di Bergamo. Un dessert che rimanda all'ominima polenta salata, radicata nella tradizione bergamasca, ma che ovviamente si distingue per tipologia di ingredienti e preparazione. La prima è una pietanza sapida tipica della realtà rurale di un tempo, mentre il dolce vanta natali più recenti ed è indissolubilmente legato a Città Alta. Ecco la genesi, le influenze venete e la golosa ricetta. 

Polenta e Osei, perché è tipica della Città Alta 

Bergamo, con le sue bellissime mura venete divenute patrimonio UNESCO dal 2017, è caratterizzata da due aree abitative che definiscono la geografia della stessa città: Bergamo Bassa e Bergamo Alta. Se nella prima gli interventi di urbanizzazione sono più evidenti, ma sempre in sintonia con l'architettura storica, in Città Alta lo stile appare smaccatamente ed elegantemente medievale.

Palazzi, rioni, giardini, vie e strade conservano la bellezza di un tempo e il segno delle dominazioni del passato. In particolare quella veneta, che ha influito sulla fisionomia della città grazie alla presenza delle mura, veri e propri bastioni ordinati dal Doge in difesa del territorio. Ma anche l’alimentazione rimanda alla cultura veneta, come la stessa ricetta della polenta e osei: celebrazione stilistica, ma in versione dolce, dell'omonimo piatto salato.

La polenta e osei bergamasca ricalca il concetto di una polenta rovesciata sopra un piatto o un tagliere, con quella tipica forma gialla a calotta, decorata con tanti piccoli uccellini di marzapane o cioccolato. Soffice, morbida e golosa, è presente in tutte le versioni: dal pasticcino alla mono-porzione, alla torta-mini fino a quella più grande. Secondo gli esperti del luogo è considerato un prodotto turistico e, vista la grande affluenza di persone, è quasi unicamente venduta in Città Alta.

Polenta a Bergamo: perché è diversa?

Un dolce attraverso la storia 

Il legame con Bergamo Alta è abbastanza recente: il dolce è distribuito quasi unicamente nell'area in questione, perché maggiormente frequentata dai turisti, veri appassionati del prodotto. Se i cittadini del posto preferiscono acquistarla occasionalmente, il dolce della Polenta e Osei è un must-have turistico, ovvero di chi passa in Città Alta per una passeggiata e vuole portarsi a casa un ricordo.

Nonostante la fama sembri recente, il dolce nasce agli inizi del 1900 grazie alla sapienza e alla creatività artigianale di Alessio Amadeo, che la realizzò nella sua Pasticceria Milanese, aperta con il supporto della moglie Giuseppina. L'artigiano si ispirò all'omonimo piatto salato della domenica e realizzò anche una sorta di carta d'identità del dolce, anticipandone la genesi al 1907, in concomitanza con la nascita della squadra di calcio locale: l'Atalanta.

Un successo incredibile che subì alti e bassi a causa delle due Guerre Mondiali: il dolce veniva offerto ai capitani delle squadre avversarie prima delle partite contro l'Atalanta. Il compito era affidato al nipotino di Amadeo che entrava in campo vestito da Gioppino, tipica maschera della bergamasca. Durante i conflitti il prodotto finì nel dimenticatioi ma, dopo un lungo periodo di assenza, ritornò protagonista grazie alla pasticceria simbolo di Bergamo: il Balzer. Che decise di prepararla in tutti i formati per i turisti del weekend. Chi passa da Città Alta non può tornare a casa senza un dolcetto Polenta e Osei come goloso promemoria della bellissima città lombarda.

Città Alta a Bergamo da riscoprire a piedi

Polenta e osei, gli ingredienti del dolce bergamasco 

La vera ricetta, la produzione e gli ingredienti della Polenta e Osei dolce sono ufficialmente disciplinati dalla Camera di Commercio di Bergamo. L'aspetto, come accennato, riporta alla memoria l'immagine di una polenta rovesciata con tanto di uccellini decorativi, ma gusto e ingredienti rimandano al mondo del dolce.

Infatti per una Polenta e Osei perfetta non possono mancare il pan di spagna realizzato artigianalmente, una bagna al rum, marzapane, una farcitura al burro di cioccolato e nocciole o marmellata di albicocche. Una copertura al burro o di marzapane, con uccellini di cioccolato, qualche candito e spolverata finale con zucchero semolato.Un trucco per replicare l'effetto granuloso della polenta.

La preparazione è facile e contempla l'utilizzo di stampi a calotta semicircolare, ciotole capienti per mescolare, pazienza e sac à poche. Per una degustazione ottimale vale la pena effettuare una gita in Città Alta, sia per ammirarne la bellissima realtà urbana, che per completare la giornata con l'acquisto del delizioso dolce.

Città Alta a Bergamo, una magia da riscoprire a piedi. Teresa Barone il 18 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Una passeggiata a piedi nella Città Alta a Bergamo, tra gli antichi palazzi, le fortificazioni e le piazze nel cuore della “Città dei Mille”.

Il nucleo più antico di Bergamo conserva ancora le mura del XVI Secolo, che pochi anni fa sono state inserite tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Città Alta è racchiusa tra queste fortificazioni e si caratterizza per la presenza dei principali monumenti cittadini, distinguendosi dalla Città Bassa proprio per l’assenza di strutture urbane più moderne.

Per godere al meglio di una visita in Città Alta a Bergamo è preferibile organizzare un tour a piedi, addentrandosi tra i palazzi, le antiche vie e le architetture storiche perfettamente conservate. Uno degli accessi più suggestivi al centro storico, ad esempio, sono i cosiddetti “scorlazzini”, le scalinate che collegano le due parti della città e che permettono di scoprire scorci molto suggestivi. 

Le mura e la Rocca nella Città dei Mille 

Le mura che circondano la Città Alta di Bergamo risalgono alla metà del 1500, edificate a scopo difensivo dalla Repubblica di Venezia ed estese per più di 6 km, con un'altezza che raggiunge anche i 50 metri. Appartiene al sistema difensivo della città anche la Rocca sul colle di Santa Eufemia, una fortificazione trecentesca che ha svolto un ruolo fondamentale sia durante il periodo napoleonico sia nel corso della dominazione austro-ungarica.

La struttura ospita il Museo dell’Ottocento e rappresenta una tappa obbligata per tutti coloro che vogliono scoprire la storia della “Città dei Mille”. Non tutti sanno, infatti, che Bergamo è stata una delle protagoniste del Risorgimento e che si è guadagnata questo appellativo grazie alla partecipazione di ben 180 bergamaschi come volontari alla spedizione dei Mille, al fianco di Giuseppe Garibaldi.

Piazza Vecchia e il cuore di Città Alta 

Il cuore di Città Alta è certamente la Piazza Vecchia, l’antico foro e fulcro della vita politica cittadina sulla quale si affacciano il Palazzo della Ragione e il Palazzo Nuovo, che ospita una delle biblioteche più antiche d’Italia dedicata ad Angelo Mai e attiva dal 1768.

A rimanere affascinato dalla particolare configurazione della piazza è stato anche il celebre architetto Le Corbusier, che riferendosi alla Piazza Vecchia pronunciò parole di elogio ricordate ancora oggi: “Non si può più toccare neppure una pietra, sarebbe un delitto”.

Oltre alla Fontana Contarini, donata nel 1780 dal Podestà della Repubblica di Venezia Alvise Contarini, la piazza ospita anche il suggestivo Campanone: è la Torre Civica, che ancora oggi alle dieci di sera batte cento rintocchi che anticamente annunciavano il coprifuoco e la chiusura delle porte cittadine durante la dominazione veneziana. Questa antica usanza viene ripetuta anche per annunciare la riunione del Consiglio Comunale, così come la processione del Corpus Domini.

L’antico lavatoio di Bergamo Alta

Una delle strutture più particolari della Città Alta è certamente l’antico lavatoio ottocentesco costruito in marmo che, ancora oggi, si può ammirare in Via Lupo. La sua realizzazione è legata all’epidemia di colera che colpì Bergamo e la Lombardia nel 1884, causando numerosi morti e spingendo l’amministrazione locale a progettare strutture in grado di migliorare le condizioni igieniche cittadine. Il lavatoio, rimasto in funzione fino alla metà del XX Secolo, rappresenta un piccolo capolavoro di ingegneria idraulica.

Appalti truccati nel Bresciano, arrestato il sindaco: “Così avrebbero pilotato i bandi e aggirato le norme”.

Avrebbero bandito gare d’appalto con requisiti specifici e volti a favorire imprese piuttosto che altre. In particolare, nonostante un’azienda del luogo avesse vinto la gara per rifornire di materiali edili il Comune, i lavori sarebbero stati svolti da un’altra impresa: quella di famiglia del sindaco, di cui è socio al 45 per cento. Ecco quindi come sarebbero stati truccati gli appalti a Berzo Demo. A cura di Ilaria Quattrone su Fanpage.it il 24 Febbraio 2022.

"Elevata spinta criminale degli indagati": sono queste le parole utilizzate dal giudice per le indagini preliminari di Brescia che ha fatto eseguire l'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Berzo Demo (Brescia) Giovan Battista Bernardi e del responsabile del servizio del settore tecnico Manutentivo e del patrimonio del Comune di Berzo. Nell'inchiesta sono indagate altre tre persone: un imprenditore, il segretario comunale e un dirigente. Le accuse sono di turbata libertà degli incanti e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. In particolare, secondo la Procura di Brescia, sarebbe stato messo in piedi un sistema il cui obiettivo sarebbe stato quello di truccare i bandi. 

Le accuse nei confronti del sindaco

Le accuse nei confronti del sindaco (al suo secondo mandato), su cui le indagini sono partite a seguito di alcune segnalazioni da parte di cittadini e della minoranza in consiglio comunale, fanno riferimento ad alcune gare avvenute tra il 2018 e il 2021. Dopo che in consiglio comunale erano emerso alcuni malumori circa il fatto che  che l'azienda di famiglia del sindaco (di cui è socio al 45 per cento) si occupasse del rifornimento di materiali edili per lo stesso Comune, erano state bandite altre gare per affidare questo lavoro ad aziende terze. Dalle indagini è però emerso che un primo bando era stato bandito nel 2017, ma con requisiti molto stringenti così da consentire a un'unica impresa di poter partecipare. Società che ha poi vinto il bando, ma che nonostante questo non si sarebbe mai occupata dei rifornimenti al Comune che invece sarebbero stati portati avanti proprio dall'impresa di famiglia del sindaco. Un fatto simile è poi avvenuto tra il 2020/2021. In quell'occasione, veniva predisposto un bando aperto così da poter consentire l'aggiudicazione sempre alla stessa impresa che, secondo il principio di rotazione previsto dalle normative, non avrebbe potuto aggiudicarsi nuovamente i lavori. In questo modo sarebbero stato possibile portare avanti il sistema messo in piedi. 

Gli altri appalti truccati

Un ruolo molto rilevante avrebbe avuto il responsabile dell'ufficio tecnico del Comune. Nei suoi confronti le accuse sono diverse: oltre alle gare per favorire l'azienda che avrebbe "schermato" quella del sindaco, avrebbe truccato gli appalti per affidare i servizi di pulizia degli immobili comunali per il triennio 2021-2024. L'obiettivo era quello di favorire una cooperativa che aveva già vinto il bando nel triennio precedente. Il modus operandi adottato in questa occasione è lo stesso utilizzato per altri due episodi: in ogni caso sarebbero state portate avanti proroghe tecniche o bandite gare d'appalto aperte per aggirare il principio di rotazione – previsto dalle norme – o ancora inseriti requisiti per favorire alcune imprese a discapito di altre. Nel caso della Onlus, nonostante questi e altri mezzi per favorirla (come nominare una commissione di comodo che avrebbe poi valutato le offerte), l'associazione non è riuscita a giudicarsela.

Quanto fatto per l'associazione, è stato fatto anche per il noleggio e la gestione di una stampante multifunzione e per il sistema di videosorveglianza comunale. In questo caso specifico, sarebbe stato inserito un'atto in cui si faceva riferimento all'alta specializzazione tecnica richiesta e all'opportunità di affidare l'appalto all'impresa che già conosceva la rete informatica comunale. Non solo. Il responsabile avrebbe, sempre secondo quanto scoperto dagli inquirenti, addirittura offerto di compilare lui l'offerta al comune. Dalle intercettazioni sarebbe emerso come il responsabile  sapesse aggirare le norme e in particolare il meccanismo di rotazione. Sempre lui è indagato poi insieme al segretario comunale perché in un verbale avrebbero scritto che quest'ultimo era presente a una giunta comunale pur non essendoci.

Sesto San Giovanni. Sfratti, la sinistra aggiunge uno zero: la prefettura svela la verità. Francesca Galici il 25 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Caos nel comune di Sesto San Giovanni, dove il numero effettivo di sfratti certificato da sindaco è prefetto è di 64 e non 640.

Da settimane a Sesto San Giovanni infuria la polemica per gli sfratti, sostenuta dai consiglieri dell'opposizione e dai sindacati. È stato spesso riferito, anche ai media, che sono 640 le persone a rischio fratto nel comune dell'hinterland di Milano, dato che però viene seccamente smentito dal sindaco Roberto Di Stefano, che da tempo ha avviato un tavolo permanente per la risoluzione del problema, al quale partecipa anche la prefettura di Milano.

"Il prefetto ha accolto la nostra proposta di far sì che le misure messe in atto abbiano il tempo necessario per dare i loro frutti prima di arrivare alle esecuzioni degli sfratti", spiega Roberto Di Stefano, sottolineando che la sua amministrazione ha "concordato la possibilità di prendere contatto con le famiglie sotto sfratto prima dell’ultimo accesso dell’ufficiale giudiziario in modo da comprenderne le fragilità e, in caso di morosità incolpevole, studiare le soluzioni percorribili per il superamento delle difficoltà".

Il sindaco, che sta lavorando per trovare una soluzione adeguata al problema, ha puntato il dito contro l'opposizione, che su questo grave problema cerca di imbastire una campagna elettorale. "Non c’è nulla di più indegno, da parte di qualcuno, che utilizzare le fragilità e i problemi delle persone per farsi una personale campagna elettorale. Questa amministrazione ha sempre vigilato perché gli aiuti e i supporti venissero dati senza discrezionalità. Avevo scelto di non intervenire su questi temi, di mantenere il riserbo tipico di chi lavora sodo per trovare soluzioni, preferendo fatti concreti a inutili uscite su social che null’altro hanno da scrivere se non scoop che si sciolgono come neve al sole. Usare numeri allarmistici senza dare a questi numeri un senso è, dal mio punto di vista, immorale", ha aggiunto Roberto Di Stefano.

E le strumentalizzazioni di cui parla il sindaco riguardano proprio il numero dei destinatari dei decreti di sfratto esecutivo, per i quali la stessa prefettura ha comunicato che sono "64 di cui 11 già eseguiti nel 2021, quindi 53 quelli che stiamo gestendo, e non 640 come continuamente viene riportato dalla sinistra che preferisce confondere i cittadini creando di proposito tensioni sociali piuttosto che cercare soluzioni".

Proprio per risolvere queste situazioni incresciose, il sindaco De Stefano ha spiegato che "Cinque sono i bandi aperti dall'amministrazione comunale, sia misure riparative agli sfratti sia preventive per quanto riguarda le difficoltà economiche: 250.000 euro per il sostegno agli affitti covid, 462.000 euro per la morosità incolpevole, 242.000 euro per i canoni e le utenze domestiche, 100.000 euro per il rilascio forzoso dell’immobile in assenza di contratto, 60.000 euro per il sostegno all’affitto dei pensionati. Non solo: è stata attivata anche una manifestazione d’interesse per cercare proprietari privati disposti ad affittare i loro immobili a canoni calmierati".

Inoltre, Aler ha messo a disposizione a Sesto San Giovanni 35 alloggi a canone concordato, che si sommano ai 28 del bando Sap attualmente aperto e alla trentina circa che tra marzo e aprile ilo Comune conta di mettere a bando (sempre Sap). Nonostante questo, prosegue il sindaco, "c’è chi mente sapendo di mentire e parla di 100 appartamenti che il Comune non vorrebbe mettere a bando: falsissimo! Gli immobili vuoti sono inagibili e vanno riqualificati perché lasciati in pessime condizioni dai precedenti inquilini: proprio in questa direzione saremo in grado di poter assegnare a breve 37 alloggi che stiamo sistemando".

È una presa di posizione netta quella di Roberto Di Stefano, che nel suo comunicato ci tiene a sottolineare che "nessuna famiglia che abita nelle case comunali è sotto sfratto". Il lavoro del Comune, come assicurato dal sindaco, proseguirà anche nelle prossime settimane per trovare soluzioni che siano percorribili per tutte le parti in causa.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Saronno, la storia e le tradizioni degli amaretti. Monica Cresci il 24 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Alla scoperta di Saronno, città riconosciuta in tutto il mondo per i suoi irresistibili amaretti ma anche per l'eleganza delle sue costruzioni storiche e per i suoi monumenti.

Un tempo via di collegamento tra Lugano e Milano, Saronno è una città ricca di storia, monumenti artistici e da sempre legata alle dinamiche del capoluogo lombardo, ai suoi avvicendamenti politici e storici. Collocata nella zona alta della Lombardia, la città è nota in tutto il mondo per i suoi dolci, ovvero i gustosi amaretti, oltre che per l'omonimo liquore.

Ma sono proprio questi biscotti così singolari ad aver fatto di Saronno un'eccellenza nella pasticceria a livello mondiale. Scopriamo questi dolcetti e la storia della loro genesi.

Amaretti, tra storia e leggenda 

Dall'aspetto minimale e dalla consistenza solida, quasi dura, gli amaretti rientrano nel vasto gruppo dei biscotti secchi dal sapore intenso, anche da abbinare a bevande calde. Amatissimi in tutto il mondo, gli amaretti sono indissolubilmente legati alla città di Saronno, dove sono nati. 

Solo pochi ingredienti mescolati sapientemente: zucchero, armelline e albume, gli stessi che - secondo una leggenda - una giovane coppia utilizzò per realizzare dei dolcetti da offrire in dono al cardinale Benedetto Erba Odescalchi. L'arcivescovo di Milano nel 1718 si recò presso il santuario della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno, ricevendo in cambio ammirazione e anche queste piccole bontà, ribattezzate appunto amaretti.

Ma leggende a parte, la genesi di questi biscotti è riconducibile alla famiglia Lazzaroni che, nel 1700, si trasferì dalla città di Teglio, avviando un piccolo laboratorio familiare e successivamente una produzione aziendale. Nel 1888 nacque la D. Lazzaroni & C., che legò il suo nome al biscotto stesso: per questo, quando si parla di amaretti di Saronno, si fa spesso riferimento all'omonimo marchio. 

Ciò che li caratterizza è una consistenza croccante ma al contempo leggera, con un delicato retrogusto amarognolo. Dato dalle mandorle e dall'armellina, ovvero il seme contenuto nei noccioli di pesca e albicocca, presente in dosaggi calibrati sotto forma di essenza. A caratterizzare questi dolci sono anche le confezioni: per gli amaretti di Saronno, la produzione dell'azienda si è sempre affidata a delicati incarti di velina colorata. Una carta che, secondo i bene informati, pare possa realizzare i desideri. Basta arrotolarne un foglio e posizionarlo in verticale sopra un piatto, bruciandone con attenzione la parte superiore: se la velina si solleva svolazzando, il desiderio espresso si trasformerà in realtà.

Le bellezze di Saronno 

Saronno non è solo nota per i suoi amaretti, ma per le chiese, i monumenti e le strutture architettoniche perfettamente inserite all'interno di un contesto urbano elegante. In particolare gli edifici di culto, che da sempre caratterizzano in centro storico attraverso quello noto come "il percorso delle tre chiese". Tra gli edifici religiosi più affascinanti, è possibile visitare:

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli: vera e propria meta di pellegrinaggio dove sono conservati una serie di affreschi di Gaudenzio Ferrari, oltre alle produzione pittoriche di Bernardino Luini;

Chiesa di San Francesco: monumento nazionale dal 1931, è la chiesa più antica della città, nata per volere di Sant'Antonio di Padova di passaggio per una visita;

Chiesa Prepositurale dei Santi Pietro e Paolo: è il Duomo di Saronno e simbolo della città, ha visto la luce nel 1783 e al suo interno è conservato un crocifisso che annualmente viene portato in processione;

Chiesa di Sant'Antonio Abate: ha rivestito un ruolo importante durante il periodo della peste, in particolare il lazzaretto posto al suo fianco. Al suo interno sono presenti tre nicchie contenenti una scultura del santo omonimo, una statua di San Rocco e alcune ossa delle vittime della peste. Ogni anno si celebra la parata cittadina, la popolazione si veste con abiti del '500-'800 con l'intento di rievocare usi e costumi dell'epoca;

Chiesa di San Giacomo: piccola e solitamente adibita a messe ortodosse e ritiri di catechismo, la struttura è caratterizzata da un alto numero di affreschi e dipinti.

La città di Saronno non è ricca solo di chiese ma anche di dimore storiche, come Palazzo Visconti - accessibile solo tramite permesso comunale - e Villa Gianetti. Realizzata in stile rinascimentale lombardo, la Villa conserva opere e dipinti preziosi e, con il tempo, è diventata sede del Comune e ritrovo per incontri politici. Non mancano poi molti monumenti importanti, ad esempio quelli ai Caduti, a Garibaldi e alla Riconoscenza. Quest'ultimo è dedicato alla solidarietà dei milanesi che aiutarono a ricostruire il rione San Cristoforo, bruciato durante un terribile incendio divampato nel 1827. Senza dimenticare i tanti musei, gli eventi e le sagre che animano la cittadina stessa, una realtà urbana molto intrigante e bella da visitare. Monica Cresci

·        Succede a Milano.

Letizia Moratti, il maestro zen e la politica: la doppia vita della signora di Milano. Elisabetta Rosaspina su Il Corriere della Sera il 23 Novembre 2022.

La manager è stata presidente della Rai, ministra, sindaca e vicepresidente della Lombardia. Qualcuno l’ha dipinta come «la Tatcher italiana». Ora torna sul ring, con la solita regola: stare in equilibrio tra destra e sinistra

Letizia Maria Brichetto Arnaboldi Moratti, in una foto del 2001, compie 73 anni il 26 novembre. Ex presidente della Rai, si è dimessa dalla carica di vicepresidente della Lombardia e candidata alle prossime regionali (foto Harari/Contrasto)

Era il 1994, l’anno di Destra- sinistra, la canzone con la quale Giorgio Gaber sfotteva bonariamente la banalità di certe etichette politiche (“Fare il bagno nella vasca è di destra/Far la doccia invece è di sinistra…”), quando Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, destinò a sorpresa una donna, la prima nella storia della tivù italiana, alla presidenza della Rai. Il mondo dell’alta finanza conosceva già piuttosto bene Letizia Brichetto Arnaboldi. A Milano era nota come una delle due signore Moratti, la moglie del maggiore dei due fratelli, Gian Marco. Da una famiglia di origini aristocratiche, pioniera nel campo del brokeraggio assicurativo in Italia, attraverso l’altare era passata a una di petrolieri. Ma appena laureata in Scienze Politiche, a 21 anni, come ama lei stessa ricordare, era stata l’unica tra le sue amiche a cercarsi immediatamente un lavoro e l’indipendenza economica.

Dalla carriera universitaria al brokeraggio

Le fu offerto il posto di assistente di Fausto Pocar, professore di Diritto comunitario, con ampie prospettive di carriera universitaria. Preferì procurarsi un prestito da 30 milioni di lire e avviare la propria società di brokeraggio, la Gpa, cominciando a farsi le ossa nel consiglio d’amministrazione della Comit. Il cognome – ammette onestamente – aveva avuto il suo peso. Con un pedigree simile, non sarebbe potuta finire che nella casella di destra, assieme ai fumatori di Marlboro, ai consumatori di minestrine e di cioccolata svizzera. Venne dipinta come la Margaret Thatcher nazionale, un’iron lady gelida e autoritaria, un mix di rigore, decisionismo, lotta dura ai sindacati. Ma Indro Montanelli, che difficilmente poteva essere sospettato di indulgenza verso Berlusconi e i suoi fedeli, addolcì gli spigoli di quei ritratti aggiungendo «soavità» al pugno di ferro della signora Moratti. L’allora direttore della Voce conosceva l’ambiente in cui si era formata perché l’aveva vista crescere nel salotto della nonna paterna, Emilia, già frequentato anche da Benedetto Croce, Riccardo Bacchelli, Guido Piovene, Eugenio Montale.

LEGATISSIMI A MUCCIOLI, LEI E IL MARITO HANNO DEDICATO MOLTO TEMPO (E TANTI SOLDI) ALLA COMUNITÀ DI SAN PATRIGNANO

Per il resto dell’Italia, però, quella quarantenne alta e altera che occupava una delle poltrone più ambite e più scomode del Paese appariva un mistero. L’ala patriarcale fu rassicurata dalle dichiarazioni della manager sulla priorità della famiglia e l’imprescindibilità dei consigli del consorte: «Anche la decisione di accettare la presidenza della Rai l’ho presa insieme a lui e, se non fosse stato d’accordo, l’avrei rifiutata». Quella matriarcale, invece, era sensibile ai trascorsi della nonna materna, un’altra pioniera della riscossa femminile: sindaca di Rivarolo del Re, un comune in provincia di Cremona, ai primi del 900, e condottiera dell’azienda di famiglia durante la guerra.

La devozione per il patron di San Patrignano

Ma al settimo piano di viale Mazzini è difficile soggiornare a lungo. L’avventura di “Donna Lottizia”, come la chiamavano i nemici, durò due anni. Il suo «coté calvinista-lombardo», scrisse Giancarlo Perna, si era fatalmente scontrato con «il burocratico romano». Per molti restava la signora «nata bene e sposata ancor meglio» che, invece di improvvisarsi taglia teste, avrebbe fatto bene a tornarsene a Milano e a dedicarsi, come ogni dama del suo rango, a opere di carità. Salvo rimproverarle poi che stava cercando di comprarsi anche il paradiso con la smisurata devozione per Vincenzo Muccioli che portava lei e il marito a trascorrere i weekend, le vacanze, Pasqua e Natale a San Patrignano.

Il ruolo del maestro zen

Sulla genesi esatta di quella fratellanza la “patrona” della comunità di recupero riminese è stata sempre parca di dettagli. Ha citato il suocero, Angelo Moratti, secondo il quale tra tante associazioni per invalidi, anziani, bambini, mancavano quelle dedicate ai giovani, una categoria altrettanto fragile. E, alla domanda se fosse stata prima lei o prima il marito ad avvicinarsi a Muccioli, rispondeva che era stato il loro maestro di meditazione zen a fare da tramite quando si era trasferito a vivere a SanPa. Dal 1979 la coppia è stata vista raramente altrove nel tempo libero, assieme ai due figli, Gilda e Gabriele. Tutt’al più sulla spiaggia della Biodola, all’Isola d’Elba. E la scomparsa di Gianmarco Moratti, nel 2018, non ha cambiato le abitudini. In compenso, la signora Moratti non aveva intenzione di restare lontana dalle tivù e da Roma. Non ci mise molto a convincere Rupert Murdoch di essere la donna giusta per guidare la News Corp Europe, apripista di Sky. Quando finì poco amichevolmente anche quella breve esperienza, l’imprenditrice aveva ad attenderla un posto nell’Advisory Board del gruppo Carlyle e nel fondo d’investimento Golden Egg.

Lo scivolone quando cercò di negare Darwin

Silvio Berlusconi non si era dimenticato di lei e, nel giugno del 2001, la incorporava nel suo governo come ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Un posto che era toccato anche a Mrs. Thatcher, a suo tempo. Se la lady inglese fu vituperata per l’abolizione del latte gratuito agli scolari, la sua omologa milanese è stata costretta a una veloce marcia indietro quando ha cercato di cancellare dai programmi delle primarie lo studio della teoria evoluzionista di Darwin. Non hanno mietuto grandi consensi nemmeno le sue riforme, eccetto la reintroduzione del voto in condotta. Però ha tenuto duro sulle risorse che il governo lesinava alla scuola, pronta a discutere una finanziaria fino alle sette del mattino. Al termine della legislatura, nel 2006, quella che poteva sembrare una rimozione, si è rivelata una promozione: candidata per la Casa delle Libertà, LetiziaMoratti è diventata la prima, e per ora unica, donna sindaco di Milano. Sarebbe stata sconfitta nel 2011 da Giuliano Pisapia, ma aveva assicurato alla città un nuovo piano di mobilità ciclabile, più assistenza agli anziani e, soprattutto, l’edizione di Expo 2015, convincendo oltre 80 paesi membri del Bureau International des Expositions a scegliere il suo progetto. Mentre Beppe Sala tagliava il nastro inaugurale a Rho, lei lavorava già al varo di E4Impact, una fondazione che si propone di formare giovani imprenditori in Africa.

La bandiera dell’ “altruismo razionale”

L’anno dopo esce il suo libro, Milano – tra storia, realtà e sogno (scritto con Maria Luisa Agnese per Mondadori), e l’economista francese di provenienza socialista, Jacques Attali, ex consigliere di Mitterand, scrive di lei nella prefazione: «Incarna il meglio dell’intelligenza, dello spirito e del cuore. Grazie alla sua duplice esperienza a Milano e a San Patrignano, sa meglio di chiunque altro che qualsiasi progetto umano è un’utopia prima di essere una realtà». Li unisce una lunga militanza nel Movimento per l’economia positiva, fondata sull’ “altruismo razionale” del quale Letizia Moratti ha fatto una bandiera dall’ufficio di presidente di Ubi Banca, che ha occupato fino a un paio d’anni fa: «Faccio il mio bene, ma non a discapito degli altri». Salvo provocare un terremoto quando durante il lockdown, da assessore regionale al Welfare della Lombardia, ha proposto di dare la precedenza per i vaccini alle regioni con il Pil più alto: «Non mi riferivo alla ricchezza ma alla produttività. La Lombardia è il motore d’Italia, se si ferma troppo a lungo ne soffre tutto il Paese». A 73 anni, che compirà la settimana prossima, e a 50 dal suo primo impiego, dopo aver dichiarato e ripetuto di non voler più ruoli politici, Letizia Moratti torna sul ring. Non sembra importarle se da destra o da sinistra. Forse s’interroga anche lei, come Gaber: “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”.

La gogna social. Moratti con falce e martello rossi, la Lega contro l’ex alleata e vicepresidente della Lombardia su Twitter: “Ha scelto di virare a sinistra”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 4 Novembre 2022

Una falce e martello rossa, impressa co Photoshop sulla fronte come un marchio. Così il profilo Twitter della Lega ha raffigurato Letizia Moratti, ormai ex vicepresidente e assessore al Welfare della Lombardia, per la sua decisione di andare in piazza sabato a Milano per sfilare nella manifestazione pro Ucraina che vedrà la presenza anche dei due leader del Terzo Polo, Matteo Renzi e Carlo Calenda.

“Bye Bye”, recita la scritta sotto l’immagine della Moratti, con la Lega accusa l’ex vice del governatore Attilio Fontana di aver “scelto di virare a sinistra e di non occuparsi dei lombardi per distrazioni politiche”.

Così a solo 48 ore dalle dimissioni ecco arrivare la “macchina del fango” contro la Moratti, rea di aver abbandonato la sua storica militanza politica nel centrodestra. L’obiettivo dell’ex sindaco di Milano ed ex ministro dell’Istruzione è infatti noto: candidarsi alla guida della Regione contro la destra, alla guida di liste civiche autonome o col supporto di altri partiti.

Non a caso la Lega su Twitter tira in ballo la partecipazione alla manifestazione di piazza a Milano con Renzi e Calenda: proprio i due leader di Italia Viva e Azione sembrano i più interessati ad un eventuale cartello elettorale con la Moratti in vista del voto previsto nel 2023.

“Se io fossi il segretario del Pd chiamerei Moratti e le direi andiamo insieme. Questo se il Pd avesse voglia di vincere, ma il Pd di Letta voglia di vincere non ce l’ha”, sono state le parole di Renzi giovedì, che ha voluto sferzare gli ex compagni di partito ma che sembra a sua volta molto interessato ad una eventuale corsa comune con l’ex vicepresidente della Regione. In ogni caso “cosa farà il Terzo polo, lo deciderà la federazione Azione-Italia Viva”, aveva chiarito ancora il senatore fiorentino.

Apprezzamenti per Moratti arrivati anche da Calenda: “Pensiamo che sia un profilo di qualità, ha fatto un ottimo lavoro” ma “ciò premesso c’è un tema che è quello che alle Regionali o si vince o si perde ma al primo turno, per cui c’è un tema di alleanze: ricade su di noi il dovere di trovare le alleanze possibili sapendo che c’è un paletto invalicabile per noi che è quello del Movimento 5 Stelle”.

Così la Lega, in un ritorno ai tempi della “Bestia” morisiana, piazza una falce e martello comunista lamentando come la Moratti si affianchi a due “pericolosi bolscevichi” come Renzi e Calenda, mossa che ha scatenato violente critiche sotto lo stesso tweet e in generale sui social network.

A chiarire ulteriormente la ‘tesi’ del tweet del Carroccio è la dichiarazione rilasciata all’Ansa da Fabrizio Cecchetti, deputato e coordinatore regionale della Lega: “Non ci stupiamo di sapere che domani Letizia Moratti in piazza con Renzi e il Pd: ecco la sua coerenza dopo vent’anni da ministro, da sindaco di Milano e da assessore regionale con il centrodestra!”. Che poi aggiunge: “Lieti che la Moratti abbia preso la sua strada: noi come centrodestra in Regione Lombardia andiamo avanti a lavorare con impegno per i cittadini e il territorio lombardo”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Perfetta Letizia. Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano l’8 novembre 2022.

In questa eterna gara a chi fa peggio, non si sa se sia più indecente la Moratti a candidarsi in Lombardia contro le destre di cui è stata fino all’altroieri la vicepresidente dopo esserne stata la presidente Rai, la ministra dell’Università, la sindaca di Milano, la candidata al Colle e l’aspirante presidente della Regione; o il duo Ollio & Ollio a caricarsela e a stalkerare il Pd perché se la accolli; o il trust dei giornali di casa Elkann & De Benedetti a spacciarla come la soluzione ideale per il Pd.

Diciamo che il match a tre finisce ex aequo e occupiamoci degli elettori progressisti, che non vedono l’ora di votare la compagna Letizia per una serie di decisive ragioni.

1) Da presidente Rai nel 1994, la Moratti piazzò al Tg1 e al Tg2 i berluscones Rossella e Mimun, poi cacciò da capo della concessionaria pubblicitaria Sipra Edoardo Giliberti, che si era permesso di far concorrenza alla berlusconiana Publitalia con utili da record; lo rimpiazzò con Antonello Perricone, ex amministratore Publitalia; e teorizzò che “la Rai dev’essere complementare alla Fininvest”: non concorrente, sennò B. s’incazzava.

2) Da ministra dell’Università, oltre a distruggerla con una riforma demenziale e tagli selvaggi, siglò un accordo con Poste per prenotazioni, acquisti e consegne dei libri scolastici forniti in esclusiva da Mondolibri, cioè da Mondadori della famiglia B..

3) Nel 2006 chiamò le destre in piazza contro Prodi che non militarizzava abbastanza Milano contro il presunto boom della criminalità.

4) Nel 2007 aderì al Family Day col marito Gianmarco, ovviamente divorziato.

5) Nel 2006 si unì alla campagna di B. che rifiutava di riconoscere la vittoria di Prodi e gridava ai brogli, e sostenne addirittura che “al Senato abbiamo 2 milioni di voti in più dell’Unione” (maxi-balla).

6) Da sindaca buttò fiumi di denaro pubblico in incarichi e consulenze inutili e fu condannata nel 2017 dalla Corte dei Conti, col vice De Corato e 20 fra assessori e funzionari, a risarcire il Comune con 1,9 milioni (di cui 591 mila euro in proprio) per “grave colpevolezza” e “scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e all’economicità della funzione”.

7) Nel 2011 si ricandidò a sindaca e accusò il suo avversario Giuliano Pisapia di essersi salvato 30 anni prima per amnistia da una condanna per terrorismo e rapina (una mega fake news: Pisapia aveva rinunciato all’amnistia ed era stato assolto nel merito).

8) Da vicepresidente e assessora regionale, oltre a perpetuare i favori alla sanità privata, gestì malissimo il Covid e giunse a chiedere al commissario Arcuri di ripartire i vaccini fra le Regioni anche in base al Pil.

A questo punto, se dovesse dimettersi da ministra, meglio la Santanchè: è molto più di sinistra.

Le (tante) contraddizioni di quella sinistra che condanna Moratti. Antonio Polito su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2022.

Colpisce il disprezzo con cui a sinistra è stata accolta la candidatura di . L’avvocato Giuliano Pisapia, sul Corriere, l’ha liquidata come pura e semplice bramosia di potere: respinte a destra le sue smodate ambizioni, ecco donna Letizia perseguirle altrove. L’attrice Ottavia Piccolo, sul Fatto, aggiunge che sostenerla significherebbe «scendere sotto la soglia della decenza», equivarrebbe a candidare «la sorella di La Russa, se ne ha una».

Naturalmente ci sono comprensibili ragioni per cui un elettore di sinistra non voglia votare per una ex ministra di Berlusconi (tra le migliori, peraltro). Ma non c’è nessuna buona ragione per condannarla come una voltagabbana senza scrupoli, assetata di potere, un cavallo di Troia infilato dalla destra nel campo dei valorosi resistenti democratici, o di ciò che ne resta.

Il rifiuto è basato fondamentalmente su questo argomento: la Moratti è di centrodestra. Si badi bene: non «proviene da», ma «è» di centrodestra. Quasi come se fosse un tratto antropologico, una tara genetica, dalla quale non si può guarire neanche lasciando pubblicamente e fragorosamente la parte politica in cui si è militato. Semel di destra, semper di destra. Chi nasce tondo non può morir quadrato. E così via.

Questo (pre)giudizio nasce da un’idea della coalizione guidata da Giorgia Meloni come male assoluto, pericolo per la democrazia, ricettacolo di valori contrari ai principi basilari di umanità e progresso. Lasciamo stare se sia vero o no. Ma è proprio se fosse vero che si dovrebbe uccidere il vitello grasso per festeggiare il figliuol prodigo staccatosi da quel mondo oscuro e minaccioso, accogliere ogni profugo che abbandona la nave dei folli. Si potrebbe anzi dire che più Letizia Moratti viene considerata di destra, e più le si dovrebbe aprire le porte; perché potrebbe contribuire a scassinare la cassaforte lombarda del nemico. Con esiti imprevedibili sul piano nazionale, e certamente utili a un centrosinistra oggi percosso e attonito, sconfitto e fuori dai giochi.

Paradossalmente avrebbe più senso dire: non vogliamo sostenere la Moratti perché lei non appartiene veramente al mondo del centrodestra lombardo, e dunque non ne può intercettare i voti. Ma questo sarebbe l’abc della politica, una disciplina da tempo abbandonata dagli eredi del Pci e della Dc, partiti che sapevano benissimo che il fine della loro azione era vincere le elezioni. Nel Pd, invece, da tempo una moralistica condanna del potere convive agevolmente con una spregiudicata ansia di prenderselo.

D’altra parte, neanche dal punto di vista della moralità pubblica si spiega tanta animosità contro Letizia Moratti. Viene accusata di essere una trasformista per aver abbandonato il suo schieramento. Ma trasformista è chi trasferisce i consensi ottenuti da una parte al servizio di un’altra. Trasformista è un parlamentare che cambia casacca. La Moratti si presenta invece al giudizio dell’elettorato sulla base della scelta motivata di lasciare il centrodestra, anche a costo di una sconfitta: sembrerebbe il contrario del trasformismo.

Né si vede che cosa mai ci avrebbe guadagnato in termini di potere da questa sua decisione. Era assessore in Lombardia e ora non lo è più. Poteva essere nominata amministratrice delegata delle Olimpiadi Milano-Cortina, e ha rifiutato. Avrebbe meritato certamente un ministero, visti i nomi dei ministri, ma era troppo imbarazzante per qualcuno. Eppure c’è chi preferirebbe perdere le elezioni, piuttosto che allearsi con lei, nonostante il padre partigiano, nonostante abbia portato l’Expo a Milano insieme a Prodi, e nonostante l’attuale sindaco, Beppe Sala, sia stato il suo city manager.

Una prova di coerenza perinde ac cadaver con i valori della sinistra: soprattutto da parte di chi aveva accolto come «leader fortissimo dei progressisti» Giuseppe Conte quando ancora non si era asciugato l’inchiostro della sua firma sui decreti sicurezza di Salvini.

«Magari — ha scritto un’autrice non certo di destra, Natalia Aspesi su La Repubblica— lo smarrito Pd, che si è schierato contro se stesso partecipando alla marcia per la pace di Roma, saprà scovare un suo rappresentante che non si sa con quali esorcismi conquisterà la Lombardia».Nel frattempo sarebbe già qualcosa se la smettesse di insultare chi è già in prima linea contro quello che dovrebbe essere il nemico comune.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 09 novembre 2022

Noto giovanotto di sinistra su Facebook: "Se c'è la Moratti alle regionali per la prima volta non andrò a votare!". Una folla si indigna (non fa altro, a dire il vero) al pensiero che una di destra-centro si scosti verso il centro quasi a sinistra. E pure Letta cade dalle nuvole: una gran dama? Una ricchissima? Una nata Brichetto Arnaboldi, antica aristocrazia lombarda? Una vedova di un petroliere, una che alle inaugurazioni della Scala svettava da Sindaca di Milano, più bella che in foto, e tutta in nero Giorgio Armani?

Una da un bel po' ex di Casa della Libertà che, stando dentro un governo regionale ultraleghista ne capisce l'horror e, essendo persona ragionevole e non bisognosa di lucrare, si sveglia non certo di sinistra, ovvio, non è Conte, ma di quel centro che potrebbe andare d'accordo con la sinistra di oggi che non si sa che sinistra sia. 

Nei famosi e ridicolizzati salotti della città, dove la sinistra che pensa (o crede di farlo) aveva smesso di incontrarsi causa gli insostenibili diverbi di sinistra (nei palazzi del centro era diventato chic rifugiarsi per le cene in cucina, a parlare non di politica ma di cucina e Netflix), c'è come un improvviso risveglio, un tornare alla vita, una luce nel buio: la Moratti!

 Una che ha sempre fatto del bene, formazione di giovani africani e San Patrignano, una con babbo partigiano carico di medaglie al valore, una che sa di banche, di consigli di amministrazione, di brokeraggio e altra roba da ricchi tipo saper fare l'inchino a qualche re non ancora spodestato e mettere il numero di bicchieri giusti a tavola (3, 4?). 

Una non come noi, una certo di destra, però pensa ai destrissimi che hanno vinto le elezioni politiche, pare un abisso! E pensa a quelli della Regione, che chissà lei quante ne ha viste per piantarli lì! Non puoi metterci la stessa targhetta, a lei e a loro. 

Ma la sinistra dura e pura, soprattutto se fuori Lombardia e ormai usa sia alle torte in faccia che a programmare senza alcuna fretta il suo risveglio - sorpresa! - ci resta malissimo. La Moratti a sinistra, a una delle tante quasi sinistre che il popolo italiano non meloniano le può offrire. Un azzardo coraggioso per lei, in una Regione di destra, che può contare solo su Milano per un gusto di sinistra, destinandosi quindi a una probabile sconfitta elettorale. [...]

La sinistra lombarda guarda caso fa solo adesso il congresso per scegliere il suo rappresentante, che potrebbe essere il solito compromesso, un grillopidiessino di giovanile insipienza, meglio trans, che sarebbe una novità, piuttosto che donna che ce ne sono già troppe in giro. 

Domanda 1 alla sinistra che non vuole la Moratti di destra: ma se siete i Maestri del fluttuare di genere, perché siete ostili a quello politico?

 Domanda 2 alle varie sinistre: se sei lettiano voteresti un Fratoianni, o un Conte o un Renzi o quel che c'è, e viceversa, oppure neanche morto? Cioè saresti soddisfatto di perdere ancora pur di non far vincere una delle altre sinistre, contro tre destre che si odiano più di quanto vi odiate voi, ma si presentano unite perché sanno come va il mondo? 

Un'altra domanda, questa addirittura tragica: e se fosse quel pifferaio magico di Meloni, che trascina con sé le folle, a passare dalla destra destra alla destra centro, che potrebbe scivolare nel centro centro per poi confluire nel centro sinistra? Questa è solo una minaccia, ovvio.

Ma tornando alla vedova Moratti. Ha dietro di sé una carriera di destra civile, quella che in Italia non c'è più, senza errori epocali, né soprusi, né vigliaccate; da sindaca ha portato a Milano l'Expo, che ha resuscitato la città, come vice del pasticcione Fontana ha fatto scelte giuste per la pandemia [...]

Magari lo smarrito Pd, che si è schierato contro se stesso partecipando alla marcia per la pace di Roma, saprà scovare un suo sincero rappresentante che non si sa con quali esorcismi conquisterà la Lombardia, ma dobbiamo ancora vederne delle belle, ogni giorno uno spavento dal governo, un litigio e una divisione a sinistra. 

Non è detto che i Bibì e Bibò del centrosinistra, Renzi e Calenda, caveranno vantaggi dalla nuova compagna Moratti, ma certamente dimostrano di essersi liberati da rancori, differenze, e soprattutto pregiudizi.

Anticipazione dal “Venerdì di Repubblica” del 17 novembre 2022, pubblicata da repubblica.it il 18 novembre 2022.

La "sciura" Letizia Moratti ai bei tempi di Berlusconi non si è segnalata per aver preso le distanze di volgarità e indecenze di quel governo. Nel duello con Pisapia ha trattato quel gentiluomo, lui sì, come avrebbe fatto un volgare arruffapopolo. 

Dopo il voto che lei ha dichiarato a favore di Renzi, come altri, ero rimasta perplessa, ognuno vota come crede, ma non si può dire di questo personaggio che sia coerente: è stato segretario del Pd e ancora inesausto cerca di distruggerlo definitivamente, e non mi pare per nobili motivi. Per andare al dunque perché il Pd dovrebbe sostenere lady Moratti? Perché è esperta di finanza e brokeraggio?

Ma il Pd dovrebbe essere il partito di quelli in difficoltà, e le forme di difficoltà sono tante, non il partito dei salotti milanesi, sia pure per bene, di quelli della carità che è meglio che niente. Io non ho paura di Fratoianni che ha il solo torto di ricordarci che ci sono insopportabili diseguaglianze nella società, non certo di fare la rivoluzione che tanto, chi gliela farà mai fare, state tranquilli. 

Renzi e Calenda che, le ricordo, insieme a Conte hanno fatto fallire l'alleanza pasticciata quanto si vuole, ma l'unica che ci avrebbe salvato da questa destra, sarebbero gli illuminati che vedono lontano. Appoggiare la Moratti sarebbe pragmatico? Non farlo ci farà perdere? Eppure qualche volta bisogna saper perdere, alzare le ancore e navigare fuori, al largo, dove spirano altri venti.

Probabilmente i lumbard, anche quelli dei salotti più o meno illuminati, hanno a cuore più di tutto i danè che d'altra parte, più che in ogni altra parte d'Italia, producono con indubbio vantaggio per tutti, ma soprattutto per loro (i massimi evasori sono in Lombardia). Due considerazioni. 

La prima è che noi persone anziane non vogliamo, comprensibilmente, guardare al futuro, che di certo non ci appartiene, e l'altra, semplicemente, che lei non è persona di sinistra.

Anna Saponaro 

Risposta di Natalia Aspesi:

Premesso che non scrivo per l'Espresso, dove lei avrebbe letto le lettere che mi contestano (non me lo chiedono, purtroppo), lei almeno è una contestatrice gentile e di ciò la ringrazio. 

Mi permetto però di risponderle: le sinistre in Italia sono tante e ognuno sceglie la sua, ma se a lei non va bene mi consideri almeno democratica, tenendo conto che nel mondo la sinistra è quasi scomparsa, ultima la socialdemocratica Svezia che ha un nuovo governo di centrodestra sostenuto dai neonazisti.

Non sapendo nulla di politica e non avendo opinioni, non so dirle perché. Ma nel precipizio in cui secondo lei e altri sono caduta (sarà certo un crescendo della senilità), un vizio non ho perso, quello di ironizzare. Nelle righe su Repubblica che le hanno segnalato e che mi contesta, "ironizzavo" sul fatto che un po' di partiti di sinistra sostenevano Letizia Moratti e altri si rifiutavano persino di rifletterci un attimo. 

A Metropolis, il video quotidiano di Repubblica che mi auguro veda, soprattutto perché è educato, anche Emiliano, il governatore di centrosinistra della Puglia, ha parlato di Moratti con rispetto.

Per quanto riguarda Pisapia, che conosco da quando era un grande avvocato, io l'ho amato moltissimo come sindaco di Milano: troppo bravo e subito il suo partito l'ha mandato al Parlamento Europeo, praticamente silenziandolo. Troppo bravo per gli inamovibili boss del partito. 

Quanto alla storia dei salotti, Signora si modernizzi un attimo: la parola "sciura" è rimasta solo negli spettacoli dei Legnanesi, i famosi salotti di stupido disprezzo sono (oggi si chiamano living) quelli dove sopravvive la cultura, la sola salvezza del mondo, mentre i ricconi che lei immagina parlare con la erre moscia sono altri, quelli appunto che hanno fatto vincere la destra destrissima. 

Aggiornarsi prego, e chiedersi come mai la sinistra che lei ha scelto, da tempo non si occupa dei problemi di chi lavora. A proposito di Repubblica, lei dice che continua a leggerla "malgrado di recente abbia perso l'anima": le consiglio di leggerla con più attenzione, perché se questo  quotidiano oggi ha un pregio, è quello di essere dalla parte della sua sinistra. Una curiosità: quale alleanza "sia pure pasticciata" Renzi e Calenda insieme a Conte hanno fatto fallire? 

Chi è Letizia Moratti? Classe ‘49, ex sindaco di Milano e ministra dell’Istruzione. Piccola bio della candidata del Terzo Polo alla presidenza della Lombardia. Giunio Panarelli su lasvolta.it l’8 novembre 2022

Da sindaca di destra voleva «delocalizzare» la comunità cinese che viveva a Milano in via Sarpi. Ora, da candidata del Terzo polo, dice: «Questa è una destra che, a furia di alzare muri, ci chiude tutti in un recinto». Prima di correre per la presidenza della Lombardia, Letizia Moratti ha vissuto tante vite. Manager, presidente della Rai, ministra, sindaca e assessora regionale. Una storia non sempre lineare, da ripercorrere in attesa dell’ennesima sfida.

Nata a Milano nel 1949, Letizia Brichetto Arnaboldi (il cognome Moratti è acquisito dal marito Gian Marco) nasce in una famiglia di origini aristocratiche e antifascista. Il padre Paolo Brichetto Arnaboldi era un eroe partigiano, Medaglia di Bronzo e d’Argento al Valor Militare, chiamato “il partigiano bianco” in quanto aristocratico.

Da giovane Moratti frequenta il Collegio delle fanciulle per poi laurearsi in Scienze politiche alla Statale. Nel frattempo ha conosciuto Gian Marco Moratti, petroliere e già in fase di rottura con la sua prima moglie Lina Sotis. Conversando di filosofia, i due scoprono di piacersi e convolano a nozze nel 1973. Dall’unione nasceranno due figli Gabriele e Gilda.

Nel corso degli anni Ottanta la coppia legherà il suo nome alla controversa comunità di San Patrignano di Vincenzo Muccioli. Un’organizzazione nata per accogliere i tossicodipendenti, ma al centro di diverse inchieste giudiziarie (come quella sulla morte di Giuseppe Maranzano), dovute ai metodi poco ortodossi di Muccioli.

Nonostante le forti polemiche, Letizia e Gian Marco Moratti hanno continuato nel corso degli anni a sostenere la comunità sia con attività di volontariato sia con ingenti donazioni. Arrivando anche a crescere i propri figli nella comunità. Il figlio Gabriele ha vissuto lì dai sei mesi ai dodici anni.

Nel mondo lavorativo Moratti inizia la sua carriera nel brokeraggio assicurativo. La sua famiglia è precursora avendo fondato nel 1873 la prima compagnia del settore. Da lì vari incarichi fino a quando nel 1994 non è scelta come presidente della Rai dal governo Berlusconi. Per Moratti è la prima esperienza politica. Finora si era solo sussurrato di una sua vicinanza politica al democristiano Paolo Cirino Pomicino.

Arrivata al potere, Moratti fa sapere di volere giornalisti «alla inglese» e di essere pronta a tagliare le spese. «Entro il 1996 taglieremo 300 giornalisti», promette. Curiosamente la sua esperienza terminerà proprio quell’anno.

Nel mezzo liti feroci, anche con gli stessi partiti di governo, e lotte intestine che porteranno Moratti a piangere in un cda dove tre consiglieri minacciavano le proprie dimissioni. Le accuse rivolte alla presidente sono di gestire il potere senza rispettare gli equilibri politici. Come quando il settimanale Cuore pubblica delle indiscrezioni su una telefonata tra Moratti e Muccioli in cui i due avrebbero scelto insieme le nomine dei direttori Rai.

Terminato il suo incarico, Moratti resta nel mondo delle telecomunicazioni. Collabora anche con il magnate australiano Rupert Murdoch che si appresta a lanciare Sky in Italia. In disaccordo con la scelta, la manager interrompe però il sodalizio: «Non vedo un futuro per questa iniziativa in Italia». Il richiamo della politica si fa sentire nel 2001.

Berlusconi la vuole come ministra all’Istruzione e la ricerca nel suo nuovo governo. Lei si rende promotrice di una riforma che oltre ad alcuni tagli, vede anche il ripristino del voto in condotta e la messa al bando delle teorie darwiniane. Celebri durante questo periodo i suoi litigi con l’allora ministro all’Economia Giulio Tremonti che, secondo un retroscena di Luigi Bisignani, le avrebbe presentato la necessità di tagliare alcune spese dicendo: «Letizia questo è il governo. Non tuo marito».

Nel 2006 arriva il governo Prodi. Moratti lascia il suo posto e vede la sua riforma spazzata via dal nuovo esecutivo. Ma è comunque un anno fortunato. Il centrodestra la vuole sindaca di Milano.

Lei vince le Comunali e da Palazzo Marino guida la sua città alla vittoria di Expo 2015. Durante il suo mandato, Milano introduce le prime colonnine per la ricarica delle auto elettriche e l’Ecopass (una tassa per le auto più inquinanti circolanti in centro che scatena polemiche anche all’interno della sua maggioranza).

Ma ancora una volta viene accusata di usare il potere pubblico in modo non corretto. Il suo staff da ufficio stampa è composto da venti persone (tra loro anche Red Ronnie, conduttore tv conosciuto a San Patrignano). Alcuni dirigenti ricevono doppi incarichi. Notizie che fanno infuriare l’opposizione e portano le autorità a indagare. Nel 2017 la Corte dei conti condannerà l’ormai ex sindaca accusandola di «uno scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico».

Alle Comunali del 2011 si ricandida, ma perde contro lo sfidante del centrosinistra Giuliano Pisapia. Per dieci anni torna alla vita da manager e il suo sembra un addio alla politica. Me nel 2021 ritorna in gran spolvero.

L’assessore alla Salute della Lombardia Giulio Gallera è nel mirino per la gestione del Covid nella regione ed è costretto a dimettersi. Per rimpiazzarlo il centrodestra chiama Moratti che risponde positivamente. Appena insediata scatena una bufera chiedendo al ministero della Salute di tener conto del Pil, oltreché del numero di abitanti, nel pianificare la distribuzione dei vaccini.

Ma le vere grane sono interne al centrodestra. Tornata al centro della scena, Moratti non si accontenta di un assessorato. Vuole di più. Inizialmente si vocifera di una sua nuova candidatura a sindaca di Milano. Ma il progetto non va in porto. Così lei punta alla regione. Ma il presidente leghista Attilio Fontana non ha alcuna intenzione di mollare. A nulla valgono i tentativi di mediazione.

Moratti vuole la regione e va verso lo strappo che viene ratificato a inizio novembre ufficialmente per «incomprensioni sui vaccini». Dopo anni nel centrodestra, Moratti si mette in proprio e il 6 novembre annuncia: «Correrò con il Terzo polo alla presidenza della Lombardia». La Lega, sua storica alleata, la mette alla berlina tatuandole una falce e martello sul volto in un post. Il Pd è confuso: che quella di Donna Letizia sia l’ultima metamorfosi?

Chi è l’ex ministra del centrodestra. Chi è Letizia Moratti, la manager con la ruspa che può sgomberare Salvini. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 4 Novembre 2022

Letizia Moratti ha tanti volti e perfino tanti nomi: Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, vedova Moratti, è nata dall’unione tra la famiglia di imprenditori genovesi Brichetto e quella aristocratica lombarda degli Arnaboldi. Naturale pontiera tra mondi diversi, è politicamente trasversale: al volto della liberale conservatrice può unire quello della cattolica sociale, al volto della riformista sensibile ai valori della lotta partigiana unisce quello del sangue blu: è tanto amica di Giorgia Meloni quanto di Enrico Letta e Beppe Sala. E ogni volta che la si prova a inscatolare, ecco che sfugge.

Nel 1972 si laurea in Scienze Politiche all’Università degli studi di Milano, senza saper stare ferma. Unisce all’attività di studentessa anche quella di lavoratrice in diversi settori. E già che c’era, a 25 anni fonda la Gpa, società di brokeraggio assicurativo. Ma agli esami è brillante, si fa notare. Il docente Fausto Pocar la vuole come assistente di diritto comunitario. L’azienda di famiglia, legata al mondo delle assicurazioni, le offre invece un’occasione importante per muovere i primi passi nel mondo del lavoro e la giovane neolaureata è da lì che, effettivamente, comincia la sua ascesa professionale ed economica. In questi anni poi, decisivi anche per l’incontro con Gian Marco Moratti, suo futuro marito e appartenente alla nota famiglia di petrolieri (è fratello di Massimo Moratti), il futuro sindaco di Milano comincia a convincersi che l’indipendenza economica è fondamentale per una donna. Dirà: «Non sono mai stata femminista, ma penso che ci sia ancora da fare per vedere riconosciuto l’impegno delle donne. A mia figlia ho cercato di dare esempi e valori universali».

La futura coniuge Moratti ha frequentato da giovane il Collegio delle Fanciulle di Milano e i corsi di danza classica presso la scuola Carla Strauss di Milano, sotto la guida di Liliana Renzi. Un cognome che torna oggi, nella vita di Letizia: “Io la candiderei di corsa”, ha detto Matteo Renzi. Quando conosce Gian Marco Moratti lui ha già intrapreso gli incontri con gli avvocati per discutere la separazione legale da Lina Sotis. Letizia lo sposa, diventando quindi cognata di Massimo Moratti, già presidente dell’Inter, e di sua moglie Milly Moratti, ex consigliera comunale a Milano per la Lista Ferrante (di centro-sinistra) e sostenitrice di Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del 2011. Insieme con il marito, Letizia Moratti ha sostenuto attivamente la Comunità di San Patrignano fin dagli albori del progetto alla fine degli anni Settanta.

Il loro appoggio al lavoro, sia di Vincenzo Muccioli che del figlio Andrea, è stato determinante per lo sviluppo della Ong grazie alle cospicue donazioni fatte nel corso degli anni per quasi trecento milioni di euro. Dopo la morte del marito, parallelamente all’impegno per San Patrignano, Letizia Moratti dà corpo (e sostanza) allo slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Diventa così motore (e presidente) della Fondazione E4Impact, dedita alla formazione di giovani africani affinché possano tornare nei loro Paesi da leader. È con la presidenza della Rai, assegnatale dal primo governo Berlusconi, che Letizia Moratti diventa il personaggio popolare che è diventato. La sua gestione, “pugno di ferro nel guanto di velluto”, punta al risanamento di bilancio basato su incentivi all’esodo dei dipendenti in eccesso, il recupero dei crediti e la creazione di un fondo immobiliare.

Tuttavia già nel novembre 1994, il consiglio d’amministrazione Rai da lei guidato rischiò la dissoluzione per via delle minacciate dimissioni di tre consiglieri, a seguito di controversie sulle nomine e sulle modalità di gestione dell’azienda: l’allora consigliere Rai Franco Cardini, centrodestra, giudicò che la gestione Moratti era segnata da troppi errori e da un “clima irrespirabile”. Messa alle spalle l’esperienza – non indimenticabile – alle prese con l’indomabile cavallo di viale Mazzini, Moratti guarda ai grandi network televisivi. Alla fine del 1998, e per un anno circa, diventa presidente e amministratrice delegata di News Corp Europe, società facente capo a Rupert Murdoch e proprietaria di Stream TV. Da navigata imprenditrice, differenzia il rischio. Nel 2000 entra nell’Advisory Board del gruppo Carlyle Europa. Sempre nello stesso anno, si affaccia anche in GoldenEgg, fondo d’investimento rivolto ad aziende attive nel settore di telecomunicazioni e multimedia. Contemporaneamente, sempre nel 2000, riceve anche la nomina di Ambasciatore delle Nazioni Unite contro la Droga ed il Crimine.

L’anno dopo però, arriva la nuova chiamata di Silvio Berlusconi. Era l’11 giugno 2001: Letizia Moratti viene nominata ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il suo mandato dura fino alla fine della Legislatura e durante i cinque anni, realizza due riforme molto importanti, una riguardante la scuola e un’altra il sistema universitario. Entrambe vengono comunemente indicate con il suo nome, pur riguardando cose specifiche differenti e circoscritte ciascuna al proprio ambito. Tra le cose positive, può vantare il merito di aver combattuto con buoni risultati l’abbandono e la dispersione scolastica, con misure giudicate di successo anche dagli avversari politici. Con la politica è ormai amore, una passione ereditata dal padre, partigiano bianco. Nel 2006 poi, la Casa delle Libertà, schieramento di Berlusconi, sceglie proprio l’ex ministro dell’Istruzione quale candidato sindaco per le elezioni comunali di Milano.

Lo scrutinio del 29 maggio del 2006 consegna le chiavi della città a Letizia Moratti, che diventa il primo sindaco donna della storia di Milano. L’ex presidente della Rai vince al primo turno, con il 52% dei voti. Prende voti dal centrodestra ma non solo. Sono trasversali da sempre in famiglia. Massimo Moratti, con una moglie di Rifondazione, a un certo punto pensa anche di inserire Che Guevara nella tessera degli abbonati dell’Inter. Gli spiegano che non si può fare. Milano consolida le sue fiere ma il bilancio Moratti è quello di una amministrazione senza infamia e senza lode, a giudicare dall’esito: Letizia si candida nuovamente sindaco nel 2011, ma a vincere è Giuliano Pisapia, candidato dal centro-sinistra.

Nel febbraio 2018 rimane vedova del marito. E bisogna attendere la crisi covid per rivederla in azione, chiamata a salvare la sanità lombarda dalla gestione Gallera. Sono anni in cui Letizia Moratti si vede sempre più spesso affiancata da due figure ancillari, che la seguono e la accompagnano, la curano e la consigliano: il patron di Radio Lombardia, Tiziano Mariani, e il rinomato pranoterapeuta Mario Azzoni, l’inventore della “biopsicotronica” capace a suo dire di profilare anima e corpo delle persone attraverso lo sguardo. I due consiglieri starebbero incoraggiando Letizia Moratti a scendere in campo, sfidando le incognite dell’avventura politica più incredibile di sempre: disconoscere il centrodestra e diventare la donna simbolo della rivincita del centrosinistra, attraverso una iniziale investitura del Terzo polo, in Lombardia. Una missione impossibile, forse. Ma la donna è tenace.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Vittorio Feltri a valanga contro Letizia Moratti: "Trovo triste il tuo declino". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 09 novembre 2022

Cara Letizia Moratti, ho appreso con sgomento della tua decisione di trasferirti nel cosiddetto "terzo polo", che in realtà è il primo pollo della politica patria. A tutti è noto che sei persona intelligente ed esperta, cosa che in questo momento suona come una aggravante perché non ti ha evitato di compiere una enorme stupidaggine. Quella di lasciare il centrodestra maggioritario per approdare in un circolo di illusi che ritengono di poter vincere le prossime elezioni regionali. Spero che le mie parole non siano offensive. Noi due ci conosciamo da sempre, sei stata il migliore presidente della Rai ai tempi di Berlusconi imbattibile, un paio di volte ministra, ti sono grato per avermi spesso invitato a cena in casa tua, soprattutto non posso dimenticare che mi hai gratificato con l'Ambrogino d'oro, un riconoscimento probabilmente immeritato. Quindi questa mia epistola non è ispirata da antipatia nei tuoi confronti. Tra l'altro ho ammirato il tuo lavoro utilissimo nel ruolo, non secondario, di vicepresidente della Regione Lombardia.

Il problema è che la tua uscita dal centrodestra ti porterà soltanto tribolazioni poiché non ti consentirà di raggiungere alcun obiettivo. Te lo dico con franchezza, anche se non capisco nulla di politica, tuttavia ho molta dimestichezza con i numeri e ciò mi permette di anticiparti che rimarrai delusa dai risultati delle urne, per il semplice fatto che il gruppo da me definito "primo pollo" non ti agevolerà nell'ottenimento dei consensi indispensabili per importi. Trovo triste il tuo declino, per di più frutto di una scelta dissennata, francamente incomprensibile. Non mi giudicare traditore della nostra antica amicizia, semmai sono io a dolermi e a sentirmi tradito da una donna meravigliosa comete, capace e tenace. Non riesco neanche a immaginarti seduta accanto a chi non sarà mai in grado di assegnarti il posto cui aspiri.

Ti consiglio disinteressatamente di lasciar perdere proprio perché non vorrei assistere a una tua sconfitta sul campo, la quale mi riempirebbe di amarezza, sapendo che il tuo livello è tale da non farti meritare un declassamento bruciante. Dammi retta, torna indietro, rientra nel centrodestra e rimani accanto a Fontana come sua brillante vice. Non umiliare la grande carriera che hai alle spalle. Cara Letizia, sei ancora a tempo per realizzare una elegante marcia indietro, andando poi avanti nella tua strada che non prevede deviazioni a sinistra. In ogni caso ti auguro buona fortuna. Mi piacerebbe che coronassi il tuo percorso con un altro trionfo. Certamente non ignoro che un pentimento in corso d'opera implichi un grande sforzo. Ma a te la forza non manca. Spero non ti manchi nemmeno il coraggio di riparare ad uno scivolone macroscopico. Un abbraccio. 

Caos Lombardia. Moratti, da destra a sinistra: quant’è provinciale la giravolta. L’ex sindaco di Milano si dimette da assessore alla Sanità. Polemica con Fontana, che la sostituisce con Bertolaso. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 3 Novembre 2022.

Nella cara vecchia contea dove da decenni vegeta chi scrive, si potevano vedere tenerissimi capolavori politici a dimensione locale. C’era ad esempio una volta, non tanto tempo fa, una anziana molto ambiziosa, sui settanta, che passava da un incarico all’altro, non mancava mai e finì per ritrovarsi assessore allo svago con il centrosinistra: organizzava trattenimenti un po’ naif, un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi, che siam cresciuti al borgo, le salamelle in piazza, le bicchierate, la politica a bocca piena di stampo Cetto La Qualunque che piace in campagna e anche sulla spiaggia.

Da sinistra a destra

Ma poi l’idillio s’inceppò. Aveva la madama un figlio, ch’ella cresceva da madre e da mentore, politicamente lo cresceva, e intendeva lanciarlo nell’agone. A quel punto il centrosinistra, di cui la volitiva signora era elemento di spicco, la considerò di spacco, insomma non volle la prosecutio dinastica: apriti cielo! La politinonna si stracciò la veste progressista per subito infilarne una conservatrice. Partì con una campagna dai toni asperrimi, parea al volgo sentir la più furibonda delle reazionarie, oh, così spietata coi comunisti – che non avevano voluto il virgulto: il quale, infine, fu eletto, core de mamma, trionfo della country politic, magari non lineare, ma coerente di sicuro: coerente nella family, naturalmente a tutto servizio della (microscopica) collettività.

E così l’erede prese a sindacare, galleggiando più male che bene, in modo non dissimile dagli infidi oppositori, che poi qui compagni o camerati son tutti amici e compari trasversali di scuola, di parentela, di bar, sapete come funziona nei posti in scala ridotta, nei borghi e nei villaggi. Alla fine, perì anche l’esperienza del delfinotto ormai capace di nuotare per conto suo (anche se, si mormorava, sempre con la mamy quale prima consigliory), e quel gran genio del figliolo non trovò più spazio in una destra, ohibò, troppo destra, o troppo poco, non fu mai capito: fuoco e fiamme tuonava la sempre più canuta, ma non ancora doma, genitora, minacciando un clamoroso ritorno nell’alveo primigenio della sinistra. Clamoroso per pochini, ma non per tutti.

Ecco, questa è la politica  dei minuscoli centri, qualcosa che, a raccontarla, fa quasi tenerezza e uno non vorrebbe mai affondare il colpo, non tanto perché qui ci vive, ma perché insomma, dai, siamo seri, non ne vale la pena. Mettila come vuoi, qui va così. Perché è una località balneare sempre meno balneare, piccola per noi, troppo piccolina, bicchierate in piazza e ciascuoli affettati su piatti di plastica, sic et semper in saecula saeculorum amen.

E anche a passare da destra a sinistra, da sinistra a destra uno non se ne accorge perché è sempre la stessa roba, gente così, i famosi sette gradi di separazione ridotti a uno, massimo due e comunque mai distanti, qui la consigliera piddina può farsi fare i lavori in casa dal nostalgico andato a Predappio e nessuno ci trova niente di male perché alla fine “semo tutti brava jende”, “semo tutti cuscì”.

La politica di provincia (e Moratti)

Cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che in provincia, anzi nella provincia della provincia, anzi nel profondo del paese della provincia della provincia, la politica è questa roba qua: a pendolo, oscillazione perpetua, destra-sinistra, sinistra-destra e va bene, va bene così. Mica, per dire, in Lombardia; mica a Mediolanum, caput mundi, dove c’è di quella bella gente che, beh, fa rima con coerente, che quando arriva “si staffa”, per dire si circonda di personale all’altezza, altezza Pirellone, e a uno non verrebbe mai in mente di piantare così, sui due piedi, la destra di cui fa parte per mettersi con la sinistra di cui ha detto peste e corna. Scoprendo nel lampo di un attimo che questa sinistra non è poi così male, confrontata alla destra intollerabile, affarista, qualunquista, fascista, ohei, tì, come allo stralunato Cosimo diceva la trans Gilda in “Un amore difficile” (da “Sessomatto”, Italia, 1973, commedia/erotico a episodi, regia Dino Risi, distribuzione Regionale, durata 120, principali interpreti Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Alberto Lionello).

No no, qui la politica, capitemi, a Mediolanum, Lombardia, l’è una roba seria, compagna alla moda, come la movida, qui si scherza minga, qui l’è tutto un correre, “cadde un soldino e perirono nella mischia”. Una politica rigorosa, concreta, cari miei, fatta inscì ben, dove di sciurette settantenni a pendolo ghe n’è minga, perché quella l’è una roba da terun, da zulù, qui ci abbiamo il quid, questa l’è la capitale morale d’Italia, signora mia, certe bicchierate a pendolo le lasciamo ai provinciali, che son 4 gatti, monatti, mò matti, mò ratti, sapessi com’è strano, saltar dal Pirellone, a Milano, sui Navigli, ti meravigli? Max Del Papa, 3 novembre 2022

Letizia Moratti vira a sinistra? "Invidiosa di Giorgia Meloni". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 03 novembre 2022

Letizia Moratti lascia il centrodestra e si offre come salvatrice della sinistra a corto di uomini ma anche di donne. «Sarò la vostra Giorgia Meloni» lascia intendere la première dame milanese, che ieri si è dimessa da vicepresidente della Regione Lombardia, dove l'aveva imbarcata in piena emergenza Covid Berlusconi, che già in passato le aveva affidato Rai, ministero dell'Istruzione e carica di sindaco di Milano. Ma la riconoscenza non è merce comune e così la signora ha rotto lo specchio magico nel quale si rifletteva ogni mattina e che alla domanda «Chi è la più brava del reame?» si ostinava a risponderle «Meloni».

Il suo progetto è chiaro: divenire - visto che come ministra del nuovo governo è stata respinta - presidente della Lombardia al posto di Fontana, in scadenza a marzo e che giustamente aspira al secondo mandato. Per riuscirci, la Moratti ha bisogno dell'appoggio di larga parte della sinistra: quello di Calenda già ce l'ha, il Pd ufficialmente si defila ma sotto sotto qualcuno di importante - si dice perfino il sindaco di Milano Beppe Sala - pensa che lei sarebbe forse l'unica in grado di avere qualche possibilità di successo. Una donna di destra, per di più miliardaria, a capo della sinistra operaia lombarda sembra un paradosso, ma da quelle parti sono abituati a fare di necessità virtù e soprattutto non hanno donne - oggi il genere va di moda-, all'altezza della sfida.

Entrambe - sinistra e Moratti - sono pronte a dimenticare quel brutto episodio, quando la signora - era il 2006 - dovette abbandonare il corteo del 25 aprile al quale partecipava spingendo la carrozzina del padre, Paolo Brichetto, ex deportato a Dachau e medaglia d'oro della resistenza, perché contestata al grido di «Milano ti ripudia». Dettagli, la vita continua e si perdona ma il fatto è che, se la signora non desisterà dall'impresa, cosa difficile, e deciderà di candidarsi anche senza l'appoggio del Pd, vorrà dire che il suo vero intento è solo fare perdere il centrodestra per vendicarsi di non essere stata lei la prima donna presidente del Consiglio. Non credo ci riuscirà, ma il solo pensarlo è imperdonabile.

Milano, in stazione Centrale i bivacchi dei pusher: «Scippi ed elemosina, lavorare non ci serve».  Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2022.

I dintorni della stazione nelle quattro ore di chiusura: «Basta lavorare, tanto ci date da mangiare». «Vuoi questa catenina? Fidati, non è rubata». I blitz e gli arresti

Urlano sbilenchi alla luna, tirano di boxe contro i cartelli stradali, pedinano le ragazze, «sei bella, ti voglio fare», offrono hashish, marijuana, cocaina, eroina e puntano ad altro, del resto parlano veloce e parlano tra loro ché in principio sono spacciatori ma subito diventano predatori: la minima confidenza concessa dal prossimo, ingenuo oppure distratto che sia, e fulmineo cade l’accerchiamento. 

Per prendere cellulare, portafoglio, chiavi. Uno blocca, l’altro fruga, entrambi vanno in dissolvenza. Su cosa e quanto ci sia in zaini, tasche e borsette, zero pregiudizi: basta che si arraffi. 

Qui, soltanto gli orari sono prestabiliti, cioè prima di mezzanotte e da mezzanotte alle quattro, quando la stazione Centrale chiude e riapre lasciando fuori nei 240 minuti i delinquenti dello spaccio, degli scippi e delle rapine, e insieme i viaggiatori che han perso il treno, non hanno soldi per l’albergo dunque attendono l’alba, e i migranti appena sbarcati in Sicilia, in transito senza zaino né ricambio per il confine di Ventimiglia e al telefono con i passeur, e gli eterni destinatari di ordini di espulsione, e gli abituali placidi anziani barboni: gambiani, tunisini, nigeriani, italiani, senegalesi, egiziani, pachistani, marocchini, afghani, ivoriani, eritrei, maliani, sudanesi. 

Ovvero le persone che abbiamo incrociato dalle 21.48 alle 5.17 fra topi bolsi come nutrie, l’incessante fatica degli spazzini per rimuovere il pattume, i premurosi militari del presidio fisso dell’Esercito che raccattano turisti spaesati e se li portano vicino alle transenne intorno alle camionette, dove peraltro giacciono anche, stavolta di loro scelta, clochard che non vogliono guai, più pericolosi del gran freddo. Quattro gradi, un’altra Milano, o meglio un pezzo della Milano reale. Questa.

Volti strafatti

Alle 22.23, sul lato di piazza Luigi di Savoia, nel parcheggio dei taxi contiamo 5 vetture per 47 persone in coda, e 5 diviso 47 determina il risultato di 0,10 taxi a testa. Solita, perfino noiosa storia. 

Ancorato a due pali, uno striscione di quelli che, forse, capiscono soltanto i tassisti: «A Firenze uniti e compatti, a Milano nascondi le sigle e non combatti». 

Procediamo. 

Nella confinante piazza Duca d’Aosta si sommano approcci bisbigliati da volti strafatti: «Amico vuoi fumare? Fuma, fuma!». Uno, due, dieci. Sono tanti, troppi, sicché risulta un rivoluzionario questo signore del Niger che ugualmente bracca i passanti; vende calze, sigarette e accendini, apre il cellulare sulle foto, un’infilata di selfie di lui sporco di vernice: «Sono un imbianchino a chiamata. Quando non mi chiamano, che purtroppo è spesso, provo a tirare su un po’ di soldi per mangiare». 

Nella zona del McDonald’s, che chiude alle 2, un bar con orgoglioso tricolore sull’insegna. Una grappa classica, 8 euro. Dopodiché, nonostante il locale sia vuoto, «ehi mister, se ti siedi però sono 12 euro». Un decaffeinato costa 3 euro. Sudiamo assai all’idea di leggere il menù della cena. Il tariffario serve — o almeno è un’ipotesi — a pagare la security oltre che a svuotare i turisti, e scoraggia gli accessi indesiderati, che per l’antitetica politica dei prezzi sono la costante del McDonald’s, un’ulteriore geografia nelle scorrerie della fascia diurna 18-19 votata ai borseggi. Il personale è stremato dall’orda dei balordi i quali con il denaro di droga, scippi e rapine, e certo dei borseggi, guardati con vergogna e pena dai connazionali riders — cappelli e sciarpe annodate sopra, doppi guanti termici — in attesa dei sacchetti delle consegne, ecco ordinano vassoi da indigestione, si svaccano ai tavoli con aria da re del pianeta, molestano le donne. 

Al netto dei complicati tentativi d’imbastire dialoghi con tali ombre, un quarantenne concede infine la grazia: «In giro trovi vestiti e cibo gratis; preti e volontari aiutano; prima mi ammazzavo nei mercati, adesso non faccio niente, sto in pace. Comandiamo noi» scandisce da autoproclamato capopopolo. Ci molla per pubblicizzare della marijuana a una coppia di fidanzati in marcia verso l’ingresso della stazione; tremano avvinghiati come dopo un temporale sulla spiaggia. 

Le 23. Sono transitate pattuglie della polizia, e prima era toccato ai carabinieri. Per fisiologia urbana, la stazione è anche un luogo di parassiti e spietati; siamo a Milano, mica in un villaggio de finibus terrae; le operazioni delle forze dell’ordine, coordinate dal prefetto, sono molteplici ma non si campa demandando ad esse qualsiasi — ormai è prassi — problema; per braccare i balordi, individuare lo stupefacente imboscato, identificare uno senza documenti e con mille alias, scrivere le carte imposte dalla burocrazia, farsi autorizzare dai magistrati eccetera, sovente se ne parte l’intero turno. Il resto sono chiacchiere da salotti televisivi.

Scarpe fradicie

Dentro la Centrale, un foglio annuncia la scomparsa, dal paese svizzero di Saas-Almagel, d’una 62enne. Era andata a salutare la figlia, indossava un giaccone da sci. Sulla sedia davanti, una signora africana strofina i piedi nudi sul pavimento e si gratta furiosa i lunghi nodosi capelli. Otto profughi pachistani circondano una postazione dei biglietti, scorrono le mete e litigano. 

Un senegalese estrae guardingo una catenina: «Cento euro». L’obiezione sulla provenienza dell’oggetto gli innesca l’ira: stringe il pugno, si ferma e augura la buonanotte. 

Il tabellone annuncia l’ultimo treno, per Pavia. Chi doveva prenderlo ha superato i tornelli; i rimanenti debbono smammare, la vigilanza è implacabile. Imminente la chiusura anche della stazione del metrò: le scale sono frequentate da ragazzi che reggono poster pubblicitari, di quelli sulle vetrine dei negozi. Sono le coperte. Coperte di carta, di plastica. Prima di stendersi in superficie sulle grate, si scaldano i piedi. Uno s’accascia su un gradone e l’altro gli strofina il dorso sembrando un lustrascarpe chino sul cliente. Le scarpe sono da tennis, pertanto inutili: s’infradiciano e spaccano. 

A venti metri un marocchino sfila le Nike da runner, mostra l’alluce congelato. 

A trenta metri esplodono disumane grida: un italiano in bici insegue un nordafricano che corre, l’ha derubato dei 15 euro per la dose. La gara è vinta dal pedone; il ciclista pretende che i militari lo bracchino all’istante. Un barbone riferisce sputando la zona della fuga. Via Scarlatti. Dritta inutile. Nel percorso, foglio sul muro: «Smarrita valigetta, offro 100 euro a chiunque la ritrovi». Conteneva «un apparecchio dentale che ovviamente ha valore solo per il sottoscritto». Degli oltre 300mila quotidiani passeggeri della Centrale, nessuno ha strappato le strisce di carta col numero del contatto telefonico.

Piatti vuoti

Alle 3.10 spunta un gatto, vaga e sbadiglia. Il tram numero 5 scarica viaggiatori in ritardo ieri e in anticipo oggi: ragazze spagnole, pensionate romene. L’altro giorno c’erano cinquanta messicani, attendevano il primo pullman per Orio al Serio. Un soldato ricorda che avevano organizzato un torneo di poker e, storditi dalle birre, volevano coinvolgere gli spacciatori; per carità, «gli abitanti della giungla... Che sia una giungla è evidente; che siano abitanti stanziali, beh, ancora di più». 

Il presidio dell’Esercito è dalla parte del Gallia, l’hotel di lusso infiocchettato per Natale; sembra davvero d’essere lontani: gli alberi ospitano stormi di uccelli che non smettono di cinguettare. L’omone della sicurezza, africano, dice che è un’abitudine, ma alle 4 si zittiscono a causa dei colpi di sonno. Sorride felice, parentesi in questo disgraziato incedere. 

Le 4 (per l’esattezza le 3.57): riapre la stazione. I migranti a terra si trascinano negli androni. In uno dei bivacchi, piatti di plastica. Contenevano del pane e mezze mele, i piatti paiono nuovi. Non una briciola. Uno spacciatore s’allontana. In strada mima di sparare agli automobilisti, con la bocca fa come nei fumetti: «Bang». Approda in via Benedetto Marcello. Giardini dei bimbi. Si presentano suoi compari ubriachi. Svengono sugli scivoli. 

Ovunque altrove è già una Milano di fatica, egiziani e marocchini trascinano fuori dai cortili la spazzatura e preparano le scope per pulire le scale; negli appartamenti, infastiditi dal rumore abbaiano i cani, lesti a risprofondare ronfando nei cuscinoni se non direttamente sui matrimoniali.

Gianni Santucci per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2022.

Osservate la scena. Come? Non notate niente? Comprensibile. No, non concentratevi sui due ragazzotti che fumano, tralasciate il rider con la sacca di Glovo, e lasciate perdere quei due uomini con la cravatta slacciata. Lasciatela scorrere, questa vita cittadina che non potrebbe essere più normale, alle 19 di un lunedì, nel più tipico quartiere di media borghesia di Milano: via Piero della Francesca, davanti alla parrocchia San Giuseppe della Pace, zona Sempione, vicino alla sede Rai. 

Negozi, uffici. L'ora in cui le famiglie stanno andando verso casa per la cena. Ecco, in questo scenario del tutto ordinario, guardate quell'auto: Mercedes Classe A, nera, ferma con le quattro frecce, proprio davanti alla parrocchia. Un uomo sulla cinquantina al volante. Anonimo. E ora quel tizio altrettanto anonimo, più giovane, pantaloncini e maglietta nera, che esce da un ottico, attraversa la strada e sale in macchina. Partono.

Niente di strano, vero? Vero. Ma fidatevi di chi ha l'occhio: e ipotizza, dubita. Fiuta. «Seguiamola». (Siamo su un furgone. Abbiamo un'altra auto. E tre motorini. Sette uomini. Poliziotti, artisti del mimetismo urbano, capaci di affollare all'improvviso un quadrante cittadino di 50 metri quadrati senza che nessuno se ne accorga; Angelo, Totò, Ale, Paolo, Enzo, Antonio, Massimiliano; Squadra mobile, sesta sezione, «Contrasto criminalità diffusa», che in buona parte vuol dire anti-spaccio).

Bene, adesso tornate a fissare la Mercedes. Ora sapete che lo sciame invisibile dei poliziotti gli ronza intorno. L'auto nera La macchina parte. Svolta. Via Bullona. Palazzine basse. Balconcini fioriti. Giardinetti alberati. Milano curata, e riservata. Piazza Caneva. C'è traffico. «Stai vicino» (è Angelo che parla al collega che guida, gli altri sono connessi in una telefonata in vivavoce). Attraversiamo Mac Mahon. Quartiere appena più popolare. 

 La Mercedes entra in via Delfico. Paninoteca, bar, panificio. All'improvviso: una traversa a destra, strada chiusa. «Hanno svoltato. Noi col furgone dobbiamo toglierci dalla vista. Ale, guarda tu». Col furgone, avanziamo: sosta davanti al Conad, poco più avanti. Ale resta lì, sul motorino. Telefonata in diretta: «Il passeggero è sceso ed è entrato in un palazzo». «Aspettiamo». Passano quattro minuti. «È uscito. Risale in macchina. Partono».

Il gruppo riaggancia la macchina in movimento. Momento di dubbio. «Non abbiamo visto scambi, così non abbiamo niente». «Ma 'sti movimenti sono strani. Secondo me gli ha portato giù qualcosa». «Può essere». Nel frattempo la Mercedes torna verso il centro. Sfila lenta su corso Sempione. Poi via Melzi d'Eril, via Canova, via Pagano. Qui Milano diventa nobile, elegante, napoleonica.

«Ecco, si ferma». Il passeggero scende. Resta alla fermata del tram. La Mercedes si allontana. Ora sono due obiettivi separati. Anche lo sciame si smembra. Ultime perplessità, sempre in chiamata multipla: «Che facciamo?». Attesa. Poi, Angelo: «Basta. Li fermiamo e vediamo». La Mercedes viene bloccata in piazza VI Febbraio, sotto i grattacieli di Citylife. «Tranquillo, siamo la polizia, scendi». «Ma che succede?». 

«Non preoccuparti. Hai qualcosa in macchina?». «No, ma che scherzate?». I clacson degli altri automobilisti scandiscono una ventina di secondi. Totò fruga nel porta oggetti dello sportello della Mercedes. Tira su la testa. Si gira. Alza la mano con un sacchetto: «E questa?». «Ah, cazzo». Silenzio. Resoconto del servizio. Guidatore della Mercedes (spacciatore): 48 anni, disoccupato, incensurato, ex barista, residente in zona, 39 palline di cocaina, totale 18,8 grammi.

Passeggero (spacciatore/piccolo fornitore): 32 anni, operaio in una nota azienda pubblica, 480 euro in tasca. Perquisizione in casa, un'oretta dopo: busta trasparente identica all'altra, 31 palline di cocaina (15,1 grammi), più altri 35,5 grammi ancora da confezionare, due bilancini. In questura, entrambi racconteranno la balla di non essersi scambiati quella droga. Interessa molto di più quel che spiegheranno tra poco.

L'assegnato per questo articolo era: raccontare una serata/nottata in una «piazza di spaccio». Ma se qui a Milano le palline di cocaina ruzzolano di mano in mano già a metà pomeriggio, già il lunedì, tra bambini che escono da scuola e impiegati che entrano nei supermercati, allora bisogna allargare l'obiettivo. Che senso ha parlare di «piazza», di un luogo delimitato, magari un quartiere, o un caseggiato di radicata malavita, se l'intera città è una piattaforma ansiosa di un paio di righe?

E così non serve neanche andare a cercare di notte, non bisogna guardare alle fameliche feste high society coi vassoi pieni, o alla ciurma sfatta delle discoteche frequentate da mezzi vip, o (all'opposto) alle periferie dove i pusher di strada sono spesso maghrebini e gli acquirenti un po' balordi, perché tutti questi mondi (che pure esistono, e col naso continuamente spolverano) sono in qualche modo stereotipi: buoni per dire che lo stupefacente sta da un'altra parte, nelle piazze di spaccio appunto, ai margini della città «normale». Invece la piazza non esiste. 

O meglio: ogni strada è piazza. L'intera città è agorà. E il consumo non è eccezione, ma banalità. La pallina di coca recapitata a casa per 40 euro alle 20 del lunedì, prima di sedersi a cena. Normalità. Ve la possono raccontare loro, i due della Mercedes. Meglio di chiunque altro. Anche se adesso hanno le manette ai polsi (è Angelo che dialoga con loro, perché non vuole solo arrestare, vuole anche capire, il suo lavoro lo fa così da sempre). 

Guidatore: «Stavo iniziando a fare il giro. Mi chiamano sul telefono "del lavoro". O mi mandano un WhatsApp. Ogni pallina la prendo a 30 e la vendo a 40. Sono amici. Di base impiegati, lavorano in ufficio, gente normale. Tutti tra i 40 e i 50 anni. Scendono, salgono un attimo in macchina, pagano, prendono e ciao. Tutto molto tranquillo. Il mondo è marcio. È inutile dire alla gente di non drogarsi. Te lo posso dire io che ho la tachicardia, che ci sto annegando dentro. Sono tre anni che vendo. No, non mi avete mai beccato. 

Quanto ci metto a dar via quaranta palline? Boo, dipende, magari una settimana. Avete preso uno spacciatore anomalo (qui c'è da credergli, l'uomo mostra schiettezza e una certa sensibilità, ndr ). Sono depresso, da quando ho perso il lavoro. La depressione è proprio una cosa brutta. Vendo per usare. La cocaina non è una droga che mi interessa. Per me è un anti depressivo.

Quanta ne faccio? Mah, un grammo e mezzo, due al giorno. La prima riga al mattino. Se andate a casa mia trovate solo lo specchietto su cui stendo. Tranne un po' di spese, di base tutto quello che guadagno me lo pippo». «È normale» Altra stanza, altro arrestato, altra voce (tenta di far credere che la cocaina gli sia caduta in casa dal cielo): «Uso? Sì, ogni tanto. Quando sono in giro, nei locali, magari in Sempione. Esci, fai due bicchieri, ci sono gli amici e fai anche una riga. Secondo me è così in tutta Milano. O almeno, quella che conosco io è così, e io giro abbastanza. Posso smettere? Sì, certo. Però forse no. Se esci la sera, poi capita». 

Due voci, due facce, due impieghi della sostanza. Cocaina anti depressiva, cocaina ricreativa. Confini labili. Palline per alleviare il nero della città, palline per accentuarne la socialità. Anche per questo forse l'attenzione sociale è nulla. Mal comune, nessun allarme. Per dire, qualche sera prima di questi arresti, nella stessa zona, una signora è scesa in vestaglia a comprare da un pusher albanese. L'ultima frase è ancora dello «spacciatore anomalo»: «Quando ho iniziato? Tanti anni fa. Lavoravo in un locale. Sai come va... Giustamente ci cadi dentro». Pausa. Si corregge. In realtà, non intendeva dire che sia giusto: ma che è «normale».

Milano, l'università dei furti di Rolex. Dopo i napoletani, i franco-algerini: lavorano a piedi in gruppo. Turisti nel mirino. Paola Fucilieri il 18 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

«Sì, negli ultimi sei mesi abbiamo notato una lieve recrudescenza di questo tipo di reato, tipicamente predatorio, ma va detto che anche l'azione di contrasto agli scippi degli orologi di lusso non è mai stata così penetrante: noi della squadra mobile, anche con le pattuglie in moto dei Falchi, insieme ai colleghi del commissariato Centro, tra agosto e settembre, abbiamo arrestato ben 16 rapinatori di orologi di lusso... Credo non sia una cifra da poco in un tempo tanto ristretto, no?».

Reati e risultati. Azione criminale di alto livello da una parte, dall'altra azione di prevenzione e repressione calibrate in una sintesi di servizi e operazioni distribuite tra le varie squadre, gli uffici, i commissariati. Milano è così: risponde sempre a tono, quasi fosse un obbligo, un dovere ancora più dovere. Non che altrove le forze dell'ordine non si impegnino al contrasto dei reati predatori, ma è chiaro che qui la sfida è sicuramente maggiore, quotidiana, senz'altro incessante. In questura poi il questore Giuseppe Petronzi dal suo arrivo in città ha creato un team di grande collaborazione tra i suoi dirigenti, che naturalmente lavorano come se i risultati di un ufficio confluissero nell'altro. Marco Calì, 53 anni, da tre dirigente della Mobile, con i suoi investigatori, è senz'altro uno degli assi portanti di questo team.

«Gli scippi di orologi hanno subito una evoluzione, è sotto gli occhi di tutti - ci spiega - Prima erano appannaggio praticamente esclusivo delle batterie di napoletani-trasfertisti che arrivavano con i loro motorini oppure trovavano gli scooter già pronti qui, con le targhe contraffatte, intestati a prestanome. Questi malviventi usavano la tecnica dello specchietto, lo spostavano, il guidatore sporgeva il polso ed era fatta. Ora la gente si è fatta più furba: o non abbassa il finestrino o mette l'orologio sul polso destro. Così i rapinatori aspettano che la vittima scenda dalla propria vettura e l'assaltano: del resto si tratta di un'azione fulminea, di pochi secondi, strappandolo l'orologio cede subito».

Negli ultimi sei-sette mesi il parterre degli autori degli scippi di Rolex però si è allargato, abbozziamo, e ai napoletani si sono aggiunti i franco-algerini... «Esatto - conferma Calì - I predatori sono ragazzi molto più giovani che, bypassata la tecnica del motorino che scivola nel traffico, agiscono spesso a piedi, in gruppi di 4-5 e preferiscono individuare le vittime appena uscite da boutique di alta gamma, magari dopo acquisti a parecchi zeri o nei pressi di alberghi di lusso: per aggredirle sfruttano l'effetto sorpresa. Alcuni di loro (perlopiù egiziani e magrebini) avvicinano la vittima fuori dalle discoteche e dai locali, in zona corso Como, quando è reduce da una serata di divertimento e ha le difese naturalmente più basse. Fingono di chiedere una informazione, l'ora, accerchiano la persona con fare suadente, alcuni addirittura è come se ballassero... Quindi strappano l'orologio e scappano».

C'è un'altra particolarità che contraddistingue questa nuova tipologia di rapinatori di Rolex. Calì conclude spiegandocela: «I napoletani in scooter urtavano essenzialmente al tipo di orologio specifico che riconoscevano prima del colpo, mentre ultimamente è cambiata la prospettiva: dallo scippo di un orologio di un ben preciso modello e quindi valore economico, ora gli autori di questo tipo di reato vengono attratti soprattutto da una situazione globale nella quale la vittima designata potrebbe anche indossare un pezzo importante. In una indagine appena terminata con il commissariato Centro abbiamo notato che i rapinatori solo nella fase successiva al colpo, andavano a controllare su internet la marca dell'orologio (e quindi il valore) che erano riusciti a scippare: infatti è capitato che rapinassero anche pezzi di scarso valore».

Lo smog a Milano strada per strada: cappa sopra le scuole, aria fuorilegge per il 50% dei bambini. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 17 Ottobre 2022

La mappa interattiva elaborata dai «Cittadini per l’aria». Nella zona di piazzale Loreto la concentrazione media di biossido di azoto è di 55 microgrammi per metro cubo, cinque volte il limite indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità 

A sinistra la mappa della concentrazione di biossido di azoto (No2) a Milano, un gas tossico di colore rosso bruno; a destra il valore registrato a piazzale Loreto

A ridosso di piazzale Loreto (uno dei quadranti più trafficati e inquinati della città) c’è una dozzina di scuole. Le migliaia di bambini e ragazzi che le frequentano respirano un livello di biossido di azoto intorno ai 55 microgrammi per metro cubo come media annuale. La legge europea impone di non superare il limite di 40. Le linee guida aggiornate invece dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021 dicono che per proteggere la salute la soglia dovrebbe essere molto più bassa, 10 microgrammi.

Sono questi i limiti che bisogna tenere a mente quando si prova a navigare sulla mappa di Milano appena elaborata dall’associazione Cittadini per l’aria: alla cartina della città è sovrapposta la «nuvola» dell’inquinamento da No2 quasi strada per strada (con una definizione per quadrati da 50 metri per lato) e si vede infine la collocazione delle oltre mille scuole, dagli asili ai licei, dalle pubbliche alle private. Moltissime, come si nota già a colpo d’occhio, sono collocate proprio nei pressi delle grandi arterie di scorrimento, quelle che per livello di smog sono un reticolato di viola intenso.

Se questa è l’immagine, la traduzione in numeri della rappresentazione visiva dice che oltre 110 mila bambini e studenti respirano ogni giorno aria nociva, con un livello di veleni molto al di sopra dei limiti di legge. L’altro 45 per cento delle scuole si trova in zone o quartieri che rispettano quella soglia, ma sono appena sotto: l’aria che si respira, anche lì, è dunque gravemente tossica stando alle raccomandazioni dell’Oms.

La mappa dell’No2 dei Cittadini per l’aria sarà da oggi sul sito dell’associazione e permette un doppio livello di consultazione. Oltre alla ricerca sulle scuole, può essere consultata anche per indirizzo, ad esempio di residenza o di lavoro, e restituisce sia i livelli di inquinamento, sia le stime di quali possano essere i danni per la salute con riferimento alle ricerche scientifiche più aggiornate, dunque l’aumento del rischio di mortalità e di infarto per gli adulti e l’asma le patologie respiratorie per i bambini e i ragazzi. La mappa è stata elaborata sfruttando un meccanismo di intelligenza artificiale e anche sulla base dei dati raccolti da centinaia di milanesi che hanno aderito ai progetti si scienza partecipata dei Cittadini per l’aria.

Secondo l’ultimo report dell’Arpa sulla qualità dell’aria in Lombardia, a differenza di altri inquinanti come le polveri sottili, per i quali negli ultimi anni si è verificata una progressiva tendenza alla riduzione che ha permesso di rispettare alcuni parametri di legge, la concentrazione media annua di No2 a Milano è stata di 44 microgrammi per metro cubo nel 2021. Ha spiegato Francesco Forastiere, tra i maggiori epidemiologi italiani, da poco premiato per i suoi contribuiti dalla «International society for environmental epidemiology»: «L’inquinamento colpisce soprattutto i più deboli: i bambini ancora nel grembo della mamma, riducendo la loro crescita, i bambini nei primi anni di vita, aumentando la frequenza d’infezioni respiratorie, provocando crisi di asma, ritardando la crescita cognitiva e l’apprendimento; infine gli anziani, con l’aumento di problemi respiratori, cardiovascolari e neurologici, favorendo una mortalità precoce. Si tratta di un pericolo infido e sottile, difficile da riconoscere, che però la scienza è stata in grado di scovare. Le azioni per evitare questo insidioso pericolo sono tante, basta avere il coraggio di applicarle».

Andrea Galli per corriere.it il 10 ottobre 2022.

Gli ultimi, beninteso in ordine cronologico, saranno presto i penultimi. Il panorama delle gang giovanili è dinamico, affollato; la sequenza di azioni violente e i conseguenti arresti, da un lato concludono parabole di formazioni criminali ma dall’altro lato quasi spingono nuovi volti ad affacciarsi e, daccapo, a percorrere piste nere. Per esempio, ecco gli adolescenti racchiusi nel gruppo «Bvsc», ai quali i carabinieri del Comando provinciale di Milano, nell’aggiornamento del loro sofisticato dossier letto dal Corriere, dedicano ampio spazio.

In un’operazione di mappatura, di letture del territorio, di acquisizioni informative che, forse, ed è ulteriore elemento che esplica la gravità del quadro, in città non si vedeva da tempo. Non c’è solo la faida tra le gang di «Simba la Rue» e «Baby Gang», e di «Baby Touché», che in conseguenza delle indagini culminate a fine luglio e l’altroieri potrebbero entrare in una parabola discendente (24 arresti complessivi). 

Dunque, «Bvsc». Un gruppo di venti ragazzi, di 16 e 17 anni, d’origine marocchina, tunisina, egiziana, residenti alla Bovisasca; il sabato e la domenica la geografia muta per il trasferimento in centro, a caccia di cocktail nei locali. Solito sistema di comunicazione (su Whatsapp), una costante spinta, nelle conversazioni e negli ampi sfoghi sui social network, non tanto a compiere reati a caso, bensì a vendicarsi. Vendicarsi magari di piccoli torti subiti da uno delle gang in classe o al campetto di calcio; vendicarsi magari contro coetanei che avrebbero avviato relazioni con ragazze del quartiere senza il permesso di quelli di «Bvcs». 

Nelle migrazioni metropolitane, la solita area di corso Como è la preferita. Dopodiché, non che sia un autentico percorso, pur se marcio, di studio, essendo più che altro vincolato a certe narrazioni di certi balordi del posto oppure a film del passato: però, nei discorsi, ricorrono omaggianti riferimenti a vecchie organizzazioni criminali. Clan italiani e stranieri. Un modello su cui puntare.

Bovisasca, periferia. Come periferia è la Bicocca. «Z9». Qui una cinquantina di minorenni, anche di prima media, e senza dominanti provenienze (albanesi, italiani, e di nuovo marocchini, tunisini ed egiziani), ha scelto la cosiddetta «Collina dei ciliegi» come base; un’alternativa è il centro commerciale della Bicocca. Forte, assai forte è l’odio razziale soprattutto contro coetanei filippini. Rispetto a «Bvcs», che però come anticipato è un fenomeno di fatto ancora embrionale, le indagini dei carabinieri su «Z9» ci svelano un’abbondanza di coltelli e di pistole ad aria compressa, tutte armi che accompagnano risse, rapine, danneggiamenti a macchine, motorini, biciclette, mezzi pubblici.

Le convocazioni per gli agguati sono istantanee, a chiamata su, tanto per cambiare, Whatapp: la missione, le parole d’ordine, il luogo prescelto e in un breve lasso temporale si materializza l’offensiva. Spesso, basta scorgere un filippino che ritorna a casa da scuola per innescare pensieri (e successivi gesti).

La musica come simbolo, come veicolo, la musica come strumento d’arruolamento. Sulla scia di «Simba la Rue», «Baby Gang» e «Baby Touché», eccoci a «El Kobtan», cantante rap e figura di riferimento per la banda «Ko Gang». Quartiere Adriano, elaborato sistema di propaganda diffuso proprio attraverso canzoni che mostrano persone con passamontagna e pistole, che pippano cocaina e sventolano banconote.

La formazione delinquenziale contempla non esordienti quanto piccoli pregiudicati reduci da risse, aggressioni a passanti, storie di droga, risse. Un profilo non dissimile da quello di «Z2» (in alternanza «20127»), pur se in misura ridotta (dieci-quindici unità), da collocare in via Padova e nelle sue traverse (Arquà, Clitumno), e da seguire negli spostamenti sulla ciclabile lungo la Martesana. Dal punto di vista sociale, ci sono ragazzini di terza generazione: furono i nonni i primi a emigrare, e già i genitori sono nati a Milano.

Se quelli di «Z2» o «20127» sono in misura esigua — il che non impedisce frequenza e pericolosità dei comportamenti —, «Z4 Gang/Crvt» è una formazione notoria per le massicce presenze. L’irrisolto quartiere Corvetto, uno di quelli che Milano continua a non voler vedere, è il centro di raccolta. In linea con una fissa per esempio di «Baby Gang», ci sono gli insulti contro poliziotti e carabinieri. I ragazzini del Corvetto vantano precoci esordi criminali con i successivi ingressi in comunità (e le immediate fughe).

Dal Corvetto a Calvairate. Con i «Z4» (o «20139», e come si vede la scelta dei nomi delle gang non è molto creativa, anzi). Costoro sono fra i più abitudinari: s’incontrano ogni benedetto pomeriggio all’esterno di bar e altri negozi, attraversano la città sui tram, battezzano un punto d’azione e mettono in atto una consueta tecnica, per la quale il più giovane del gruppo si avvicina alla vittima — un residente a passeggio —, si serve di pretesti banali come chiedere un’informazione o un accendino, e una volta stabilita l’immediata prossimità compaiono i complici che procedono alla rapina.

Di quello che c’è: cellulare, contanti, cuffiette; in mancanza di oggetti che soddisfino, la vittima viene costretta a prelevare consegnando il denaro. La minaccia d’una vendetta che sarà terribile — i ragazzini quando possono scrutano i documenti d’identità e memorizzano le coordinate — fa sì che, a volte, l’episodio nemmeno venga denunciato.

Striscia nel campo rom a Milano: "Fortezza dell'illegalità". Libero Quotidiano il 06 ottobre 2022

Striscia la Notizia ha deciso di accendere i riflettori su una situazione che le istituzioni fanno finta di non vedere ormai da anni. Rajae Bezzaz si è occupata del campo Rom di via Bonfadini a Milano: un triangolo di cinquemila metri quadrati, situato nella periferia sud della città, che è diventato una vera e propria fortezza dell’abusivismo. 

Non solo, perché il primo dettaglio che balza all’occhio, prima ancora di entrare nel campo, è la lunga fila di auto incendiate. “Non andate dentro, sono ubriachi - è l’avviso delle sentinelle del campo all’inviata di Striscia e alla sua troupe - se vai dentro il tuo lavoro è prendere gli schiaffi”. L’unico accesso è un sottopassaggio, il che rende il campo una fortezza inespugnabile. Lungo la strada si vedono moltissime auto incendiate, con materiali tossici che quindi si spargono a pochi metri dal mercato di frutta e verdura più grande d’Italia.

“Qua nessuno ha visto niente - ha dichiarato l’inviata - la maggior parte sono Fiat 500, ma perché sono smontate e incendiate? Si tratterà di auto rubate”. La conferma arriva una volta entrata nel campo, dove trova subito una macchina a cui è stato dato fuoco: la targa è ancora integra e facendo una ricerca risulta essere collegata a una denuncia per furto. “Come mai le istituzioni fanno finta di non vedere?”, è la domanda dell’inviata di Striscia.

Ha perso la fisarmonica, gli resta solo la faccia da mostro. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 20 Settembre 2022 

L’hanno cavato dal ventre della madre con un forcipe che gli ha devastato il volto, che è come un vaso storto; e nella sfigurazione i due occhi hanno perduto l’alloggiamento naturale: di modo che uno incombe, semichiuso, sulla guancia, all’altezza del naso; mentre l’altro, ciclopico, si apre e spinge sul confine della fronte. Conosco questo zingaro, come noi tutti qui della zona, da molti anni. Sta sempre nei pressi del “ponte”, come i milanesi chiamavano quello che ora è un incrocio di asfalto, e prima era invece una curva del Naviglio cavalcata, appunto, da un ponte. E ormai non più, ma ancora fin verso gli anni Settanta del secolo scorso, e dunque quando il Naviglio aperto non era più nemmeno un ricordo, i vecchi continuavano a darsi appuntamento “al ponte”, a fare due passi “fino al ponte”, a comprare il cotechino e la mostarda dal salumiere che c’era lì, ma sì, lì avanti, “dopo il ponte”.

Lo zingaro con la faccia di vaso storto e gli occhi disparati stava sempre lì, a un capo o all’altro del ponte che non esiste più, con una sua fisarmonica in grembo e al suo fianco, a terra, come una bocca spalancata, la custodia adibita a recipiente di elemosina. Ricordo che una volta stavo in piedi accanto a quel suo metro quadrato di palcoscenico, distratto, aspettando non so più chi, col mio cane al guinzaglio. L’animale, normalmente bisognoso di un orlo verde per lasciarsi andare, stufo o indispettito aveva pensato bene di alzare la zampa e di pisciare precisamente lì dentro, in quel bauletto aperto che era la povera banca dello zingaro. Me ne accorgevo a lavoro compiuto, cioè tardi. Desolato, non potevo far altro che scusarmi in tutti i modi con il suonatore: e gli allungavo del denaro risarcitorio. E la cosa terribile è che quello – che non era distratto come me, con la testa chissà dove – aveva assistito alla scena dall’inizio alla fine senza dire nulla, restando a guardare quel cane che gli innaffiava la custodia della fisarmonica. Ma ovviamente non era noncuranza.

Era che aveva paura, si sentiva in difetto, intruso, fuori posto, e il piscio del cane era una delle possibili avversità, uno degli ineluttabili contraccolpi da sopportare: uno, tra i tanti, dei pegni dovuti da un apolide con la faccia da mostro per suonare la sua fisarmonica su quel marciapiede. L’ho visto nuovamente ieri, sempre al “ponte”, accovacciato, ma senza la fisarmonica e senza la custodia che lui officiava a povero scrigno, e il mio cane, quella volta, a pisciatoio. Aveva invece, a disperato rimedio, e tentava con poco successo di tirarne fuori qualcosa, una melodica o diamodica che dir si voglia, quell’aggeggio a fiato con una tastiera e un beccuccio che normalmente si regala ai bambini.

Gli ho domandato come mai non avesse più il suo strumento e mi ha spiegato che gli si è rotto, che non si può riparare. E che non ha i soldi per comprarne un altro. Aveva una cosa, per chiedere la carità: la sua fisarmonica, e ora non ha più nemmeno questa. A chi passa, anziché un po’ di musica tra i clacson e il rumore del tram dove non c’è più il “ponte”, ha ormai da offrire solo quella faccia a guisa di anfora collassata, e lo sguardo divergente di quei due occhi partoriti ognuno per conto suo. Non ho idea di quanto costi una fisarmonica. Mi informo.

Iuri Maria Prado

La Milano by-night schiava di droga e sesso. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 Settembre 2022.

La modella è arrivata l’anno scorso dal Brasile, a 21 anni: sognava una carriera nella capitale mondiale della moda ed ha creduto alle promesse di uno dei tanti squallidi pr milanese 42enne, divenuto il suo compagno. Ma subito dopo i festini a base di droghe, i pestaggi, i rapporti imposti con altri uomini. Ma la persecuzione continua con la complicità della lentezza della giustizia

Si è appena chiuso il capitolo delle feste a base di droghe e sesso sulla Terrazza Sentimento organizzate dall’ imprenditore milionario Alberto Genovese, fondatore del sito Facile.it, che se ne sta per aprire un’altro grazie alla denuncia presentata venerdì scorso in procura a Milano dagli avvocati di una ragazza 22 anni, che lavorava come modella. “Sono vittima delle minacce e della droga. Mi ha somministrato benzedrina. Ho una lesione al naso, per la cocaina. Mi ha convinto a filmare i nostri rapporti sessuali: ha minacciato di inviare i video alla mia famiglia” .

E questa è la sua storia, rivelata dal Corriere della Sera. “Ho origini italiane. Nel marzo 2021 ho deciso di venire a Milano proprio per avviare la procedura della cittadinanza. Una conoscente mi ha fatto il nome di quest’uomo”. Un 42enne, attivo anche come pr nel giro delle agenzie di modelle. La base della presunta persecuzione è un appartamento in una bassa palazzina di una zona residenziale. A pochi metri, un’agenzia di casting. Adesso sarà il pm, insieme alle forze dell’ ordine, ad indagare sui fatti denunciati ed accertare gli eventuali reati. Leggendo la denuncia, è plausibile ipotizzare un giro stratificato, ampio, che presenta varie analogie con gli orrori di “Terrazza Sentimento” e dell’imprenditore Alberto Genovese. Ma appunto come dicevamo prima lo accerteranno gli investigatori.

Anche nello scandalo di Genovese c’era un p.r. al centro di tutti i racconti delle donne che partecipavano al party, come raccontava un anno fa il quotidiano La Repubblica (vedi qui) Una di loro, che chiameremo Natasha, ne ha delineato il ruolo: “C’era della droga alla festa – ha messo a verbale – ad un certo punto, c’erano due piatti a disposizione per tutti. Li ha portati vicino al bar Daniele Leali: in uno c’era 2CB, conosciuta come “coca rosa”, e nell’altro “Calvin Klein”, che è chetamina mischiata con cocaina“. Una figura da sensale, almeno secondo la versione della ragazza: “Credo che tutti si aspettassero che Leali la portasse in sala, nessuno si è spaventato o sorpreso della cosa“. Rassicurante, a modo suo. Tanto che Natasha, la notte del brutale stupro dell’amica, lo aveva preso a riferimento, per non correre rischi in quel delirio tossico: “Ho sempre seguito con i miei occhi il braccio destro del Genovese, Daniele Leali, per capire la situazione e se ci si poteva fidare“. Da chiarire che Leali nel processo a Genovese ed alla sua ex-compagna, non è stato mandato a giudizio. 

Proseguiamo con il racconto della modella. “Lui si è mostrato da subito gentile e premuroso, proponendo di ospitarmi. Mi sono trasferita come soluzione temporanea. Ha presto cominciato a drogarsi davanti a me. Mi ha proposto di provare, fidandomi lui. Diceva che dopo sarei stata meglio… Non saprò mai come sia potuto accadere, ma è successo… Con il trascorrere dei giorni, è nata una relazione. Dopo pochissimo tempo, sono diventata completamente dipendente da lui… Si tratta di una persona ossessionata dal sesso. Io ero disposta a tutto. Lo assecondavo in ogni richiesta anche quando mi convinceva a compiere atti che mai avrei pensato di fare…“.

Dal marzo scorso arriviamo all’estate. “I documenti relativi alla richiesta di cittadinanza non erano pronti, così sono rimasta nell’appartamento. Ha iniziato a parlare di problemi economici. Fino a quel momento, aveva coperto lui ogni tipo di spesa. In quel periodo non potevo lavorare, avevo problemi alla pelle del viso. Ha preso con insistenza a lamentarsi dell’assenza di soldi, accusandomi — e facendomi credere, abilissimo com’è nelle manipolazioni psicologiche — di essere io la responsabile. Ha introdotto la possibilità di invitare degli uomini con i quali avrei avuto dei rapporti. Mi sono rifiutata. Lui insisteva». Trascorrono i mesi. “Non smetteva di acquistare cocaina e ospitare feste. A Milano come a Porto Cervo. Ha cominciato a picchiarmi e minacciare di rivelare che mi drogavo. Ero sotto ricatto. Un giorno mi ha detto di aver fatto sesso con me tutta la notte, ma ero così stordita che non riuscivo a ricordare niente”. 

“Non ho denunciato prima per paura: quell’uomo ripeteva che, se avessi deciso di parlare con chiunque, mi avrebbe ucciso. Poi avrebbe distrutto la mia famiglia. E nel caso in cui fossi sparita, scappando, giurava che avrebbe mandato qualcuno a cercarmi” racconta la giovane ragazza.

L’ avvocato Alexandro Maria Tirelli è il legale della ragazza: “Una delle situazioni più raccapriccianti della mia carriera. Rivolgo un appello alla Procura affinché voglia eseguire le indagini in maniera tempestiva e chiudere questa infame storia“. La modella aiutata da amici, questa volta veri, ha lasciato l’Italia, racconta “So che altre donne lo hanno denunciato per violenze… Non riesco a dormire, vivo nel terrore. La somministrazione di benzedrina era quasi quotidiana… Così come della droga. La droga mi ha persino impedito di rendermi conto di cosa capitava… Quel problema al naso, per la cocaina, non ho il coraggio di farlo vedere… È riuscito a ottenere il mio nuovo numero. Mi invia dei messaggi: ogni messaggio mi genera angoscia… I soldi dei rapporti sessuali con altri uomini, li ho sempre consegnati a lui: si tratta di 15mila euro. Ha detto che rimango di sua proprietà e che, se mi uccidesse, la sua vita acquisterebbe un senso”. 

“Ho avuto rapporti sessuali con altri uomini, in sua presenza: mi ha obbligato a prostituirmi. Ha organizzato feste a base di droga e di sesso… Io sono disposta a indicare i nomi di ogni persona coinvolta” conclude la modella italo-brasiliana. Ed ora la Milano by-night, i “modellari” , i p.r. delle discoteche ed agenzie di modelle iniziano a tremare. Il vero dramma è che periodicamente, quasi ciclicamente a Milano accadono gli stessi scandali. A parole tutti dicono di volerla cambiare, ma in realtà, grattacieli a parte non cambia mai niente, E questa è la Milano da vomitare. Non quella da bere.

Milano, nella capitale delle sanzioni multe non pagate per oltre un miliardo di euro. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 18 Agosto 2022.

Tra scadute, prescritte e perse «svanisce» il 45 per cento delle contravvenzioni. «Ma la quota di riscossioni tende a crescere». 

Si parte dalle previsioni. Che definiscono una tendenza. Una direttiva politico-amministrativa. Saranno anni di multe. Più multe. Nel 2020 la Polizia locale di Milano ha staccato sanzioni per una somma complessiva vicina ai 150 milioni, incassandone (già nello stesso anno) poco più di 80.L’anno scorso, quasi 140 milioni, con un incasso immediato vicino ai 90 (cui si aggiungono i 13 da autovelox). Anni di pandemia. Dunque, si prevede un recupero. Una risalita. Stando all’ultimo bilancio di previsione, il Comune ritiene di incassare 232 milioni nel 2022, 252 milioni nel 2023 e altrettanti nel 2024. Disciplina (del traffico) ed equilibrio (del bilancio). Perché è anche qui che bisogna guardare, e al fatto che le contravvenzioni, oltre al flusso di entrate reali, generano un monte di crediti per il Comune che rimane solo sulla carta: una cifra stratosferica che s’aggira sul miliardo. Multe arretrate, non pagate, non incassate, d’anzianità quasi decennale, scadute, prescritte, perdute: nel senso che non saranno mai riscosse. Stando sempre al 2021, nell’universo contravvenzioni sono accaduti due fatti di cui si parla meno: multe recenti per un valore complessivo di 59 milioni che non sono state pagate, e che dunque vanno a gonfiare la massa degli arretrati. Da quello stesso mare di arretrati, inoltre, le contravvenzioni più antiche (del 2013) e le relative spese di notifica sono state stralciate dal bilancio. E cioè, ormai perse. Soldi che non entreranno mai in cassa: per un valore complessivo di oltre 98 milioni e mezzo.

Cifre stratosferiche, meccanismo banale. Funziona così: ogni anno una quota di multe non viene pagata. La tendenza è in miglioramento: mentre nel 2016 il Comune riusciva a incassare meno del 40 per cento delle multe staccate, quella percentuale è cresciuta fino ad arrivare sopra il 55 per cento degli ultimi due anni. Per avere un’idea: le multe non saldate valevano 176 milioni nel 2016, 157 nel 2017, 134 nel 2018, fino ai 68 milioni del 2020. Somme che gonfiano ogni anno il serbatoio degli arretrati.

Come viene gestito? Da una parte, si cerca di riscuotere, ma ciò che si riesce a recuperare non è molto. La percentuale s’aggira infatti da anni sotto il 4 per cento. Stando al 2021, ad esempio, si contano nuovi arretrati per 59 milioni, a fronte di arretrati recuperati per soli 22 milioni (l’anno più proficuo per Palazzo Marino è stato il 2019, con quasi 50 milioni di arretrati riscossi). La somma degli arretrati però, anno dopo anno, si riduce, e non perché la voce riscossioni aumenti, ma perché i verbali troppo antichi vengono dismessi: o perché si è prescritto il titolo giuridico per chiederli, o perché ormai sono talmente vecchi che vengono classificati come riscossioni (quasi) impossibili. L’anno in cui questa voce è stata più massiccia è il 2020, con oltre 220 milioni di arretrati perduti o stralciati.

Sul tema delle riscossioni il Comune (che dal 2014 gestisce tutto il sistema in proprio e che viene costantemente richiamato dalla Corte dei Conti) sta cercando di mettere in campo un’organizzazione sempre più snella ed efficace, che è stata però in buona parte fermata dai decreti d’emergenza che bloccavano le riscossioni durante la pandemia. La nuova politica ruota in particolare intorno agli avvisi bonari. Alla fine dello scorso anno, il Comune aveva concluso di inviare tutti i solleciti per le multe del 2017 e del 2018. Negli ultimi sei mesi del 2021 sono state chiuse le pratiche per quasi 200 mila vecchie multe, per un valore di poco sopra i 107 milioni. Definire le pratiche rappresenta però solo la prima fase di un percorso burocratico assai complesso, tanto che gli avvisi inviati entro il 2021 erano stati 60 mila (tutti i restanti arretrati del 2018 sono stati spediti nei primi mesi di quest’anno). E se l’avviso è la «faccia buona» nella richiesta di arretrati, la fase successiva è quella del passaggio a pignoramenti, fermi amministrativi, ipoteche (che è potuta ripartire solo nella seconda parte del 2021). Alla fine dell’anno scorso erano stati inviati quasi 29 mila atti di questo genere, relativi ad arretrati per circa 82,5 milioni.

E quanto il flusso di entrate (o mancate entrate) per le multe sia importante per gli equilibri del bilancio è testimoniato da una recente relazione della Corte dei conti, che avverte: «Le difficoltà di riscossione determinano la formazione di una consistente mole di residui attivi (crediti, arretrati da incassare, ndr) vetusti, che, con il trascorrere del tempo, diventano di sempre più difficile riscossione». E sul tema è intervenuto anche l’Organo di revisione del bilancio di Palazzo Marino, guardando però agli incassi delle multe future: si «raccomanda un attento e costante monitoraggio delle entrate, al fine del mantenimento degli equilibri del bilancio 2022-2024».

I paradossi. Il senzatetto ha meno diritti del mio cane: storia di un clochard cacciato dalla “sua” casa a Milano. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 19 Agosto 2022 

Tra il retro di San Nazaro in Brolo e il fianco colonnato della Ca’ Granda, che dal dopoguerra è l’Università Statale di Milano, è intromesso un giardinetto che collega un orlo del piazzale al Naviglio ormai ricoperto di Via Francesco Sforza. Pochi alberi, qualche panchina e un modesto riquadro di terra adusta, con erba rada e polverosa meno per la siccità che per l’incuria. In un angolo, sul supporto di una rete metallica, una tana di stracci e cartoni di cui non si curano gli abitanti che ogni giorno van lì a prendere un po’ d’ombra, a passeggiare, a far gironzolare il cane.

Ieri ero uno di quelli. E mentre con la mia cagna mi apprestavo ad aprire il cancello che offre accesso al giardino, un uomo nero e magro, visibilmente alterato, vestito di cenci, si interponeva e mi intimava di non entrare: “This is my house! No dogs!” (era casa sua, insomma, e non voleva cani). Senza risultato, provavo a spiegargli che era un luogo pubblico, e che avevamo il diritto di passare. Siccome il tipo si faceva minaccioso e appariva bisognoso di cure, decidevo di chiamare la forza pubblica. La quale interveniva facendo il solito: richiesta dei documenti, che il poveraccio li mostrava dopo averli recuperati da quel suo capanno di rifiuti (la sua casa), e l’ordine che smettesse di disturbare e se ne andasse via.

I militari a loro volta provavano a spiegargli che quel posto era pubblico, che lui non poteva impedire alla gente di entrare, che non poteva restare lì. Ma quello, sempre più alterato e tuttavia convintissimo della bontà delle proprie ragioni, reiterava la rivendicazione: “My house! My house! I live here! No dogs!”. La mia cagna ringhiava; cosa che il disgraziato, nel suo vaneggiamento, attribuiva a un ingiustificato disappunto dell’animale per quel proclama (“No dogs”). Infine, strillando come un matto, e sopraffatto dalla propria incapacità di convincere me, i carabinieri e la mia cagna che lui aveva il diritto pregresso di presidiare quel luogo e di riservarlo a sé, ottemperava all’ordine e se ne andava.

Uno dei carabinieri, a missione compiuta, vale a dire quell’allontanamento dopotutto istigato dalla mia telefonata, mi illustrava il quadro: “Avvocato, ne abbiamo centinaia al giorno di queste segnalazioni, ma non possiamo fare nulla. È il risultato di tutto il garantismo che c’è in giro…”. Era amaro il frutto di quella legalità ripristinata; e quindi, senza varcare il cancello non più sorvegliato da quell’inquilino derelitto, me ne andavo anche io. Ci ritornerò, indisturbato. Ma sarà difficile non pensare che la mia cagna avrà ricevuto più tutela rispetto a quell’uomo nero cacciato da quell’angolo di un giardinetto spelacchiato, la sua casa. Iuri Maria Prado

Milano, la città dei senzatetto dimenticati, alla mercé delle bande. Cresce il numero dei senzatetto e delle violenze. Abbandonati in strada, terrorizzati dai clan. E usati come prestanome. Pietro Mecarozzi su L'Espresso l'8 Agosto 2022 

Per Giorgio questa è la decima estate che passa per strada. Dopo il rigido inverno che ha percosso Milano, è la volta di un’estate con temperature record. Un caldo soffocante che si è impossessato di ritmi, abitudini e necessità delle migliaia di senza dimora (secondo gli ultimi dati ufficiali il range va dalle 3 alle 7mila persone). Il capoluogo lombardo è infatti la città con più senzatetto in Italia, anche se, come spiega Simone Trabuio, uno dei responsabili del Progetto Arca - che dal 1994 offre aiuto a persone senza dimora e a famiglie povere - «le stime non sono aggiornate e non considerano gli ultimi avvenimenti globali e nazionali che hanno fatto aumentare a vista d’occhio le persone in stato di estrema povertà a Milano». Non serve infatti avventurarsi nei quartieri più difficili per capire che gli homeless sono in netto aumento. Si tratta di italiani e stranieri, molti giovani e qualche anziano: dormono ai piedi delle vetrine dei negozi di alta moda, barcollando in corso Buenos Aires tra un fiume di persone troppo impegnate per dedicargli un momento, invisibili agli angoli delle strade, icone di una città controversa e ambivalente.

L’Espresso ha vissuto con loro e come loro, ascoltando storie, frugando tra ricordi e traumi con indosso uno stigma che nessun essere umano merita. Perché «non si è senzatetto solo nei mesi d’inverno, per poi finire dimenticati tutto il resto dell’anno», puntualizza Giorgio. 

Da inizio 2022 a metà luglio, secondo i dati della fio.Psd (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora), sono 205 le morti su strada di senzatetto, quasi uno al giorno. Una situazione emergenziale. Lunedì scorso una donna è stata accoltellata in pieno giorno a Trastevere. 

«Povertà e disoccupazione, mancanza di alloggi a prezzi accessibili, eventi drammatici che stravolgono la vita, sono le principali ragioni dietro alla condizione di molti senzatetto», spiega Trabuio. «Ad esempio, molte donne si ritrovano in queste condizioni, ai margini della società, per la separazione dal coniuge o per sfuggire a una relazione violenta. Mentre altri, che già da prima vivevano situazioni economiche difficili, hanno visto peggiorare le loro condizioni dall’inizio della pandemia e con la crisi economica in corso». Luigi, per esempio, è un veterano della strada. Ha cinquant’anni, si è trasferito dalla Campania a Milano da giovane e ha passato gli ultimi tre anni in carcere. Oggi si ritrova senza una casa, senza una famiglia, e con la difficoltà nel trovare un lavoro. «È complicato avere un impiego per un ex detenuto, quindi per vivere mi trovo lavoretti occasionali con imprese edili che non cercano operai da mettere in regola, oppure muovendo piccole quantità di stupefacenti». Luigi ha il volto scalfito dal freddo dell’inverno e svuotato dal caldo dell’estate, sul braccio un coltello tatuato e un buco nero al posto dell’incisivo. «La vita dei senzatetto non è sempre come nei film: nella realtà sono pochi quelli che chiedono l’elemosina e vivono sotto un cartone, il classico “barbone” con abiti puzzolenti e la bottiglia in mano. E per sopravvivere, a volte, ti devi abbassare anche a fare affari poco legali». 

I soggetti deboli sono una pedina invisibile nelle mani della criminalità. E come ci spiega Francesco Tresca Carducci, coordinatore di “Avvocato di strada Milano”, da qualche anno è stato pensato un nuovo espediente criminale per sfruttarli: ovvero l’intestazione fittizia, o sostituzione di persona. «Ci sono persone che hanno bisogno di un cellulare e di una connessione Internet per commettere reati. E in cambio di un panino o di 50 euro convincono un senzatetto a intestarsi un’utenza. Con quello che poi ne consegue, dopo le intercettazioni. C’è perfino chi si è rivolto a noi perché, nonostante lo stato di povertà assoluta, risultava proprietario di immobili, società e auto di lusso», spiega Carducci. Tra la cinquantina di persone che ogni mese bussa allo sportello dell’“Avvocato di strada“, in piazza San Fedele, ci sono anche molti extracomunitari. «Arrivano molti cittadini ucraini, spesso donne, per chiedere il riconoscimento della protezione internazionale. Sono senza una dimora e ci implorano di non farle ritornare nel loro Paese. Stiamo facendo di tutto con Comune e servizi sociali affinché questo non avvenga», continua il legale. L’Ucraina, però, non è la sola nazione dalla quale i cittadini sono in fuga. Nadir, Omar e Rashad sono in un angolo del piazzale della stazione di Lambrate: hanno percorso, a piedi e con l’autostop, dieci Stati per arrivare a Milano dall’Afghanistan. Dormono dove capita, uno di loro ha le gambe insanguinate e tutti e tre hanno i piedi dilanianti dallo sforzo. «Siamo scappati dall’Afghanistan, abbiamo lasciato le nostre famiglie e non sappiamo cosa ci potrà capitare, ma tutto è meglio che vivere sotto il regime dei talebani», confessano all’unisono. 

I tre ragazzi, come molti altri senzatetto intervistati, passano la notte sui treni, in strada, nelle sale d’attesa delle stazioni e del pronto soccorso, sulle panchine nei parchi. Durante l’inverno vanno a scaldarsi sugli autobus, nelle biblioteche, nei centri commerciali. E spesso l’unico sostegno, a parte il barista pietoso o il panettiere, sono i centri d’ascolto e le mense per i poveri.

Il Progetto Arca, durante il primo lockdown ha creato la Cucina mobile: a tutti gli effetti un food truck che dona ogni sera 100-130 pasti caldi , 720 totali a settimana. Oltre ai tre ragazzi afghani, ad attendere il sacchetto con i viveri, ci sono laureati ed ex imprenditori, persone che svolgevano lavori più o meno importanti e avevano una casa, degli affetti, persi a causa della crisi o chissà per quale altro motivo. «Il menu è ciclico e cambia ogni giorno: si compie il massimo sforzo per rispettare i regimi alimentari e i divieti religiosi. Sempre di più si rivolgono a noi giovani e persone con famiglia, perché si è instaurato un rapporto di mutua fiducia», aggiunge un volontario. 

Al 2021, secondo l’Istat, sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5 per cento del totale da 7,7 per cento nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4 per cento come l’anno precedente). Molti degli «invisibili» sono quindi anche coloro che si confondono con la popolazione socialmente integrata della quale probabilmente facevano parte fino a poco tempo fa. Quanto al dormire, il problema si è intensificato dopo la fine della sospensione degli sfratti nel Comune di Milano a inizio 2022. Molti homeless preferiscono dormire fuori e usufruire dei bagni comunali per ogni necessità, ma la maggior parte cerca asilo nei dormitori. Si tratta di rifugi sparsi in tutto il comune meneghino: sono circa una decina, offrono in totale più di 1.500 posti letto, e per accederci c’è bisogno di un’intermediazione dell’assistente sociale e quasi sempre di uno screening sanitario. Siamo entrati nella Casa della Solidarietà in via Saponaro, gestita dalla Fondazione fratelli di San Francesco: si tratta di un centro di accoglienza diurno e notturno che accoglie diverse fragilità presenti sul territorio milanese, quali persone senza dimora, persone malate, anziani soli, richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati.

Ad accoglierci, oltre al responsabile Bledjan Beshiraj, sono Washington e Sergio, due ex senzatetto entrati a far parte del personale della struttura. «Per stare qui si devono rispettare delle regole, e non tutti ci riescono», puntualizza Sergio. «Il cibo è buono, ci trattano con dignità e nessuno ti manca di rispetto. Nelle camerate sono presenti sei letti e gli ospiti vengono da tutto il mondo, quindi ci possono essere delle incomprensioni, ma è sempre meglio che dormire per strada». Gli ospiti in totale sono più di 250, la mensa fornisce circa mille pasti al giorno, e la Fondazione mette a loro disposizione psicologi, sociologi e uno sportello legale. All’interno dell’edificio molti giovani evitano il contatto visivo, sfuggono ai sorrisi e ai cenni di saluto: «Per parlare e aprirsi c’è il centro d’ascolto. È li che si incrociano le storie di tutti, il luogo dove le persone raccontano i loro drammi quotidiani, elencano le necessità impellenti, chiedono, si informano, sperano», chiosa Beshiraj.

Ma visto l’aumento del numero di senzatetto, serve forse un maggior utilizzo dell’approccio housing first? «Negli ultimi anni il Comune ha investito molto sulle strutture di piccole dimensioni che, molto più dei grandi centri, possono contribuire a superare il fisiologico muro di diffidenza che molti anni di vita in strada hanno creato. Abbiamo privilegiato l’approccio housing first e led con appartamenti singoli o dedicati a pochissime persone, riservati per lo più a coloro che definiamo “irriducibili della strada” e che mal sopporterebbero la vita in comunità», risponde Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano. Si tratta di una sperimentazione partita da oltre quattro anni e che lentamente sta avvolgendo il tessuto sociale più fragile della città. «Non vogliamo fermarci e, infatti, tra i progetti presentati per i finanziamenti Pnrr abbiamo inserito anche la realizzazione, all’interno di alcuni stabili comunali da ristrutturare di nuovi appartamenti dedicati all’housing first».

Nonostante ciò, tra procedure e dedali burocratici, quello che manca è anche «la programmazione e la co-progettazione tra enti e Comune di Milano», svela Alessandro Pezzoni, rappresentante di Caritas ambrosiana. «Non ci possiamo lamentare, perché la città è un esempio nel campo dell’assistenza ai senzatetto, ma ci sono alcuni aspetti che si possono migliorare: dobbiamo andare oltre le misure di emergenza, non possiamo ricordarci che esistono i senzatetto solo quando arriva l’inverno e dimenticarcene per il resto dell’anno». Come? «Bisogna aumentare la qualità degli interventi e avere un’attenzione continua. Prima di tutto, inserire nelle unità di strada psicologi ed educatori. È il solo modo per non fermarsi alla semplice distribuzione di beni di prima necessità. Poi bisogna sposare l’approccio che ha dato buoni risultati ovunque è stato applicato: vuol dire che ai senzatetto bisogna dare prima di tutto un alloggio di cui possano sentirsi responsabili e fare così leva sulle loro capacità di auto-recupero», conclude Pezzoni. Anche perché vivere per strada espone queste persone a rischi molto seri, sia d’inverno sia d’estate. Abbiamo provato a passare qualche notte nelle principali via di Milano, con un sacco a pelo e una valigia vuota. Dormire è difficile: forse perché avvisato da un altro homeless che, riconoscendomi come nuovo in quella via, mi ha consigliato di tenere gli occhi aperti. «Tieni stretta la valigia e abbassa lo sguardo quando passano le bande di ragazzini se vuoi rimanere tutto intero».

Le luci e il frastuono della città concedono poche ore di silenzio e di sonno; i passi che risuonano su sampietrini e porfido sembrano essere nenie minacciose; i commenti dei passanti sono lame al vetriolo. «Quello dei pestaggi è una deriva che preoccupa. In molti ci denunciano atti di violenza gratuita nei loro confronti», confessa il coordinatore di “Avvocato di strada”: «Un signore siciliano è stato picchiato da due ragazzi e noi siamo riusciti ad assisterlo nel processo per tentato omicidio e a fargli avere un discreto risarcimento. Non ha fatto in tempo a goderselo. È morto poco dopo per le conseguenze di quelle ferite».  

"Nessuno ascolta...". Coltelli, spranghe e risse: la periferia di Milano è allo sbando. Francesca Galici il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Ancora violenza e degrado nella periferia di Milano. Immigrati scatenano risse con spranghe e coltelli: ma il Comune non fa niente.

Le occupazioni degli edifici pubblici di Milano, ormai, non fanno più notizia. La città è imbrigliata nell'ideologia sinistra e gli sgomberi sono sempre più rari. I centri sociali la fanno fa padrona in periferia, dove sempre più spesso si rifugiano anche gli immigrati irregolari. Al di là dei bastioni, Milano è quasi il far-west. Lo spaccio e la violenza la fanno da padrona, come testimoniano i video che provengono dal quartiere Bruzzano, periferia nord del capoluogo, ricadente nel Municipio 9. Qui si trova l'ex liceo Omero, ormai in disuso da anni. Da molti mesi è stato occupato illegalmente da un centro sociale e da alcune settimane, in un'altra ala dell'edificio, si sono sono sistemati al suo interno anche alcuni migranti. Impossibile stabilirne il numero esatto ma da quando sono arrivati loro, nel quartiere il livello di sicurezza è calato sensibilmente.

Nei video diventati virali si vedono alcuni magrebini, occupanti l'ex liceo Omero, che girano in strada armati di coltello e scatenano risse, armati di bastoni e armi da taglio, perché alterati dall'alcol. Una situazione che spaventa inevitabilmente i cittadini ma contro la quale il Comune non sembra intenzionato a intervenire, nonostante le ripetute richieste da parte dei cittadini e del centrodestra, che ha chiesto lo sgombero e la messa in sicurezza della scuola.

"Episodi di questo genere non sono classificati nelle classifiche sulla sicurezza che Sala sbandiera in continuazione, ma sono queste situazioni di degrado e di mancato controllo degli immobili occupati e dello spaccio che poi danno vita a continue aggressioni, liti e condizioni di insicurezza e pericolo per le persone per bene", spiega Fabrizio De Pasquale, presidente associazione Futuro Milano. Il presidente ha poi aggiunto: "Sono situazioni che mettono paura ai cittadini ed è chiaro che nessuna donna, sapendo di queste situazioni, circola tranquillamente a Bruzzano. Se il Comune avesse più attenzione queste cose non succederebbero. Il primo errore che commette Sala è pensare che il problema sicurezza non ci sia. Se tu smentisci che ci sia il problema, contribuisci a peggiorare".

La situazione di degrado è stata segnalata già da tempo da Maurizio La Loggia, esponente di Forza Italia, ex consigliere Municipio 9 di Milano: "Quando c'è stata l'occupazione ero consigliere e ho avvisato immediatamente che la convivenza in un quartiere dove, accanto alla scuola Omero, ci sono le case popolari sarebbe stata difficile. D'altronde, due poli dello stesso segno si respingono. L'avevo previsto e infatti sono successe molte cose. Avevo avvisato, ma nessuno ascolta e nessuno fa. Dicono che lo abbatteranno e lo libereranno, ma questo non accade mai. Ho fatto tutto il possibile, da consigliere e da cittadino di Bruzzano. Ogni volta, quando accadono le cose, si dice che si sarebbe potuto evitare. Io agisco, ma se non si ascolta non ci posso fare niente".

Quel centro sociale graziato dalla sinistra per ben 26 anni: "Mai denunciati". Elena Barlozzari il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

In 26 anni di occupazione abusiva, il Comune di Torino non ha mai sporto denuncia contro il centro sociale Askatasuna. L'incredibile caso portato a galla da Fratelli d'Italia.

Sono passati ventisei anni, non un giorno, da quando gli eredi torinesi dell’ormai disciolta Autonomia operaia si sono introdotti in una palazzina del Comune occupandola. Ventisei anni sono decisamente troppi per passare inosservati, soprattutto per un centro sociale del calibro di Askatasuna. Un nome che è una firma ricorrente negli episodi di guerriglia No Tav e nelle manifestazioni più turbolente. La cronaca di questi anni è un continuo rincorrersi di arresti, denunce, perquisizioni e divieti di dimora ai danni dei suoi esponenti. Insomma, si tratta senza dubbio di una presenza ingombrante e rumorosa.

Difficile allora non domandarsi come mai nessuno li abbia ancora fatti sloggiare. Non lo ha fatto la sindaca del cambiamento, Chiara Appendino, e non deve stupire. D’altronde l’ormai ex "stella" di Torino era espressione di una compagine che ha fatto delle strizzatine d’occhio alle frange più estreme della galassia antagonista sabauda la propria fortuna politica. Ma al di là della parentesi pentastellata, quello che hanno scoperto l’assessore regionale alla legalità, Maurizio Marrone, e il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Sala Rossa, Enzo Liardo, ha dell’incredibile: in ventisei anni il Comune di Torino non ha mai denunciato l’occupazione abusiva. È scritto nero su bianco nella risposta alla richiesta di accesso agli atti con cui i due hanno cercato di fare chiarezza sul caso: "Da verifiche effettuate presso i nostri uffici e presso l’Avvocatura comunale, non risulta la documentazione richiesta".

Questo significa che dal 1996 ad oggi nessuna delle sette amministrazioni che si sono succedute, tutte di centrosinistra eccetto la sbandata grillina, si è presa la briga di denunciare la sottrazione di un bene di sua proprietà, per di più collocato a due passi dalla Mole, una delle aree di maggior pregio immobiliare della città. Non fa eccezione neppure il neosindaco Pd Stefano Lorusso, che però ha preso i voti delle madamin Sì Tav e della buona società torinese. Servirà forse a sollecitarlo la richiesta di rinvio a giudizio per 28 persone, tutte appartenenti ad Askatasuna, formulata di recente dalla procura di Torino? Tra i reati contestati a vario titolo c’è anche quello di "associazione a delinquere". Gli elementi emersi dall’inchiesta sembrano aver messo in allarme il primo cittadino che, però, è apparso tiepido di fronte all’ipotesi sgombero: ci sarebbero ancora "delle valutazioni da fare", ha detto.

Troppo poco per l’assessore Marrone che chiede al sindaco "una scelta di campo chiara e netta". "Occorre formalizzare senza ambiguità lo sgombero immediato di questo epicentro di illegalità, perché – continua l’esponente di FdI – la proprietà dell’immobile è del Comune e la Questura ha le mani legate senza un provvedimento esplicito dell’amministrazione civica". Sarebbe un modo per mettere a tacere critiche e sospetti, ma anche e soprattutto per restituire alla collettività uno spazio sottratto. "Lo stabile – spiega Marrone – è in condizioni fatiscenti e più volte i residenti si sono lamentati di risse, schiamazzi, feste abusive e fenomeni di degrado. Anche le attività sono tutte marcate ideologicamente e mirate solo alla militanza antagonista violenta, come la palestra di boxe antifascista. Non certo il luogo di aggregazione aperta a tutti di cui il quartiere avrebbe bisogno".

È bene sottolineare che, nel caso di specie, ovvero l’invasione di edificio, la querela della persona offesa è necessaria ai fini della procedibilità solo se il reato è commesso da meno da cinque persone. Rimane però il significato simbolico e politico di questa lunghissima inerzia. Un atteggiamento arduo da comprendere che, arrivati a questo punto, rischia di suonare come una sorta di placet. "Se neanche ora che abbiamo sollevato il problema provvederanno, allora – è la chiosa tranchant di Marrone – diventerebbe legittimo sospettare una copertura politica del Pd nei confronti degli antagonisti".

Chiara Baldi e Andrea Senesi per il “Corriere della Sera” il 14 luglio 2022. 

L'affondo è arrivato dopo l'ennesima rapina in città. L'autrice, l'imprenditrice digitale da 27,5 milioni di followers su Instagram. Il destinatario, il sindaco della città più europea d'Italia, Milano, assente ieri per impegni già in agenda a Roma (un vertice sulle Olimpiadi invernali del 2026), sulla piattaforma social più seguita dagli under30: Instagram. 

 Chiara Ferragni non usa mezzi termini per parlare, in una «storia» (a sfondo nero), della sicurezza a Milano che «è fuori controllo. Per noi e i nostri figli abbiamo bisogno di fare qualcosa. Mi appello al nostro sindaco Beppe Sala».

D'altronde, l'influencer con l'impero da milioni di euro non è nuova a invettive politiche: a aprile 2021, in pieno caos vaccini, aveva attaccato Regione Lombardia «rea» di non aver somministrato la prima dose alla nonna 90enne del marito Fedez. Ma stavolta l'attacco è profondo, rivolto a chi nel 2020, insieme a Fedez, le ha consegnato l'Ambrogino d'Oro per i fondi raccolti per la lotta al Covid. 

«Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua ad esserci a Milano - ha scritto Ferragni -. Ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa, piccoli negozi al dettaglio di quartiere che vengono svuotati dell'incasso giornaliero, persone fermate per strada con armi e derubate di tutto». 

Come successo all'amica Chiara Biasi, vittima di un furto in casa lo scorso ottobre, e che ha ricordato la vicenda: «Da quando mi hanno svaligiato casa, ogni settimana mi chiama qualcuno che conosco per dirmi che gli è successo lo stesso» chiedendosi se sia «Milano o il Farwest?». 

Parole, quelle di Ferragni, condivise subito dal leader della Lega Matteo Salvini. «Prosegue l'incessante problema sicurezza a Milano - ha tuonato su Facebook -. Ormai è proprio sotto gli occhi di tutti... Sala e Lamorgese, se ci sono battano un colpo, altrimenti si facciano aiutare».

Mentre l'ex candidato sindaco del centrodestra Luca Bernardo propone all'imprenditrice un confronto, una «talk force che accompagni le istituzioni in un processo di costante interscambio e veda impegnate attivamente e ufficialmente figure come lei». 

Duro Stefano Maullu, coordinatore milanese di Fratelli d'Italia, che chiede l'intervento del sindaco e della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese perché la città «subisce il mix devastante di immigrazione clandestina, gang giovanili, delinquenti in trasferta all'assalto dei turisti, una cannibalizzazione che nel fine settimana la vede meta di pendolarismo notturno». 

Mentre Confcommercio Milano, con il segretario generale Marco Barbieri, chiede un «un patto per la sicurezza dove tutte le forze del territorio possano mettere a disposizione le proprie risorse contro degrado e criminalità». 

A ridimensionare l'immagine di Farwest è Mario Furlan, fondatore dell'associazione City Angels, che si occupa di sicurezza. «Come tutte le grandi città Milano ha alcuni problemi di insicurezza ma è più sicura rispetto ad altre realtà. Dopo la pandemia è esploso il fenomeno delle baby gang, ma se ne parla anche perché le immagini sono accessibili a tutti».

Intanto dal sindaco nessuna risposta. L'unica replica arriva dal capogruppo in consiglio comunale del Pd, Filippo Barberis per cui «di certo non è una situazione fuori controllo, piuttosto una condizione nota che stiamo affrontando su un doppio binario: da un lato il rafforzamento della Polizia Locale con 900 unità in più entro la fine del mandato e, dall'altro, un potenziamento delle politiche sociali». Ma, aggiunge, «anche da Roma serve supporto, lavoreremo per un confronto con la ministra Lamorgese».

Il potere di Chiara. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 15 Luglio 2022.

Se un intellettuale o un banchiere milanese avessero denunciato l’aumento della criminalità cittadina, la notizia avrebbe faticato a uscire dalle cronache locali e non avrebbe sollevato un polverone istituzionale. Avendolo fatto Chiara Ferragni, di professione (per ora) imprenditrice e influencer, il tema è diventato virale e la replica del sindaco di Milano è apparsa improntata a grande rispetto. Stalin si chiedeva quante divisioni avesse il Papa, ma oggi i politici si chiedono quante ne abbia la Ferragni e la risposta è ben più destabilizzante: 27 milioni di «follower», tra i quali molti elettori potenziali. 

La Ferragni ha parlato di furti perché avevano rubato a casa di una sua amica. La forza di questa donna consiste nel trasformare il racconto della quotidianità in campagna programmatica. Se fosse stata punta da una zanzara, avrebbe denunciato l’invasione delle zanzare e il sindaco sarebbe stato costretto a occuparsi di insetticidi. Molti la sottovalutano e qualcuno la sbeffeggia (come capitava un tempo con Berlusconi), ma è evidente che Chiara non è già più un’influencer come le altre. È uscita dal perimetro di borse e foulard per farsi fotografare accanto al direttore degli Uffizi e a Liliana Segre, maneggia meglio di tutti il mezzo di comunicazione dominante, parla poco e solo per dire le cose che pensa la maggioranza. Se fossi in Giorgia Meloni comincerei a preoccuparmi: non è poi così sicuro che sarà lei la prima donna a farsi un selfie alla scrivania di Palazzo Chigi.

(ANSA il 14 luglio 2022) - A Chiara Ferragni "non rispondo. Non condivido quello che dice, è un'opinione". Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha commentato l'allarme sulla sicurezza in città lanciato dall'influencer dalle sue pagine social, a margine dell'evento conclusivo per i 30 anni della Fondazione Cariplo. 

"Le mie risposte sono sempre attraverso il lavoro. Lavoreremo ancora di più, non condivido quello che lei dice ma capisco che sia un tema delicato e che c'è una sensibilità della città - ha aggiunto -, questo è un periodo difficile. Nel colloquio quotidiano con i sindaci delle grandi città del mondo, problematiche del genere sono all'ordine del giorno. 

Cercheremo di fare ancora di più, non per deresponsabilizzarci ma precisando che la sicurezza dipende anche dall'opera del ministero". Il sindaco ha poi spiegato che in questi giorni risentirà il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese.

"Non considero la situazione drammatica ma degna di attenzione. Cercheremo di rifare il punto sulle forze che arriveranno a Milano - ha concluso -, come avete visto noi stiamo facendo la nostra parte, le prime assunzioni di vigili le abbiamo fatte, entro dicembre altri 120 agenti saranno messi in campo". Le forze dell'ordine in più promesse dal ministro dell'Interno "in parte" sono arrivate "ma voglio capire quando arriveranno" le altre.

Beppe Sala replica a Chiara Ferragni: «Milano pericolosa? Non condivido, ma io rispondo con il lavoro». Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

Il sindaco di Milano commenta il post dell’influencer: «Capisco che quello della sicurezza è un tema delicato, che c’è una sensibilità nella città. E in questi giorni risentirò la ministra Lamorgese»

«Non condivido quello che dice Chiara Ferragni. Però è un’opinione e le risposte, secondo il mio stile, sono attraverso il lavoro. Io non condivido quello che dice, ma capisco che quello della sicurezza è un tema delicato, che c’è una sensibilità nella città. E’ un periodo difficile. Nel colloquio quotidiano coi sindaci delle grandi città del mondo, problematiche del genere sono all’ordine del giorno. Cercheremo di fare ancora di più, ma, non per deresponsabilizzarci, la sicurezza dipende molto dall’opera del Ministero degli Interni e in questi giorni risentirò la ministra Lamorgese».

Il sindaco di Milano Beppe Sala risponde così all’appello lanciato sui social dall’imprenditrice e influencer, che mercoledì, con una story su Instagram, si era rivolta direttamente a Sala. «Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua ad esserci a Milano: ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa. Piccoli negozi al dettaglio del quartiere, che vengono svuotati dell’incasso giornaliero. Persone fermate per strada con armi e derubate di tutto. La situazione è fuori controllo. Per noi e i nostri figli abbiamo bisogno di fare qualcosa», aveva scritto Ferragni.

«Io non considero la situazione drammatica - ha aggiunto Sala, a margine del convegno Looking4 di Fondazione Cariplo al Piccolo Teatro di Milano -. Ma la considero degna di attenzione: ritornerò a parlare con la ministra Lamorgese e cercheremo di fare il punto sulle forze che arriveranno a Milano. Noi abbiamo fatto la prima parte, con le assunzioni di nuovi agenti. Entro dicembre altri 120 saranno messi sul campo». Quanto alle forze dell’ordine promesse dal governo, «è proprio questo il punto: sono arrivate, in parte, ma voglio capire quando le altre arriveranno».

La sicurezza a Milano e la denuncia di Chiara Ferragni: cosa dicono i dati. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

Il dibattito dopo la denuncia di Chiara Ferragni sui social. Microcrimini sui social e aspettativa di sicurezza. L’«emergenza» percepita

Al tempo dei nove omicidi in nove giorni — era il ‘99 — il tema sicurezza a Milano travolse la politica e il governo. Diventando da quel momento elemento di vittorie (o sconfitte) elettorali. Oggi, nell’era dei social, è una turbata Chiara Ferragni — quasi 30 milioni di follower — a lanciare l’allarme: «Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua a esserci a Milano. Ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa, persone fermate per strada con armi e derubate di tutto. La situazione è fuori controllo». Per questo lady Ferragnez chiede l’intervento del sindaco Beppe Sala (qui la replica del sindaco).

Quando si parla di sicurezza occorre tenere presente due distinti fattori: i dati e la percezione. Il primo elemento ci dice che i reati sono in calo costante a Milano dal 2014, con un -29% negli ultimi dieci anni. «Sempre meno ma sempre troppi», le parole del prefetto Renato Saccone. La variazione tra il 2021 e il 2019 (il 2020 è stato l’anno del lockdown) è di -15%. E il trend è ormai una costante.

Milano e la sicurezza: i numeri dei reati a confronto

Nei primi mesi del 2022 si sta confermando la stessa tendenza, anche se come messo in luce nel 2021, c’è una piccolo aumento dei cosiddetti reati di strada: rapine, scippi, aggressioni. Sono reati che hanno un impatto molto forte sul secondo fattore in gioco, quello della percezione. Perché il termometro criminale di Milano segna ben altri reati in aumento, ma si tratta di problematiche come le frodi, il traffico di droga le bancarotte, i reati fiscali, quelli di mafia, che non incidono sulla sfera personale dei cittadini. Reati ben più strutturati perché commessi da organizzazioni, anche mafiose, ma che non hanno alcun impatto sulla «vivibilità» della città.

Il combinato di dati e percezione è quello che il questore Giuseppe Petronzi ha più volte definito «aspettativa di sicurezza»: «Sempre legittima, i cittadini fanno bene a pretendere il massimo». Estremizzando il concetto, un milanese è libero di girare per strada alle 4 di notte con un Rolex al polso da 200 mila euro (il valore di un appartamento) e non finire preda di delinquenti. Pretesa sacrosanta ma che si scontra con una realtà che purtroppo non prevede il rischio zero.

Un tema che ha molto a che fare con la sicurezza è quello del disagio psichico, ma su questo si fa poco o nulla. Dopo il lockdown c’è stato un amento della violenza giovanile e questo è un problema serio. Ma ha coinciso con 76 arresti in sei mesi. I furti in casa, reato ad altissimo indice di percezione, sono in calo (-24%) eppure tutti ricordano il caso di Diletta Leotta, di Eleonora Incardona o Chiara Biasi. Da un po’ di tempo esistono pagine social che «rimbalzano» ossessivamente epidosi di criminalità e degrado. Spesso i video arrivano prima delle stesse segnalazioni al 112. Ci sono addirittura gruppi che danno la caccia alle borseggiatrici sul metrò, sostituendosi alla polizia. E alla legge, peraltro sul tema spesso lacunosa e inefficace. Ma tutto questo contribuisce a una sovraesposizione di piccoli episodi che una volta sarebbero stati relegati alla sfera personale o alle strette conoscenze. Oggi invece la condivisione dei fatti in tempo reale (anche un vetro dell’auto spaccato per rubare uno zaino) amplifica la percezione di quel reato su migliaia di persone. Per questo le parole di una influencer come Chiara Ferragni descrivono correttamente un fenomeno, ma solo in una sua parte.

Nel 2016 in piazzale Loreto un dominicano è stato ucciso a colpi di pistola. Dal governo arrivarono i militari nelle strade. Eppure da dieci anni il dato sugli omicidi totali non supera i 20 casi, spesso non arriva a 10. Negli anni Novanta erano più di cento.

Milano, il prefetto Saccone replica a Ferragni: «La città non è insicura, i reati sono al minimo storico. È un problema di aspettative». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 16 luglio 2022.

«Lo sfogo di Chiara Ferragni non è isolato. Arrivano segnalazioni, esposti, sollecitazioni..., ma, come ha chiarito la stessa Ferragni, recano tutte il segno di una collaborazione costruttiva e concreta, fiduciosa nelle istituzioni».

Quindi esiste un problema sicurezza a Milano? «Un’aspettativa di sicurezza. I numeri ci dicono che siamo ai minimi rilevati nell’ultimo ventennio per rapine nei negozi e furti negli appartamenti. Tuttavia altri reati aumentano». Quali? «C’è una recrudescenza significativa di quelli negli spazi pubblici. La lettura dei dati ce lo segnala e stiamo già calibrando i nostri interventi in questa direzione». Renato Saccone, 65 anni, da quasi quattro è prefetto di Milano. Nei giorni scorsi uno sfogo social dell’influencer Chiara Ferragni ha riacceso il dibattito sulla sicurezza a Milano. Nel mirino aggressioni, furti e rapine e un appello al sindaco Beppe Sala. Poi anche l’influencer ha corretto il tiro parlando dello «sfogo» di chi vive in una «posizione privilegiata». Prefetto, i dati dei reati sono in calo, però molti continuano a percepire una città violenta e pericolosa. Perché? «Milano sta vivendo una stagione di eventi e vita all’aperto come mai in passato. Non credo proprio che ci sia paura. Condivido con il questore Giuseppe Petronzi che questa percezione vada letta come aspettativa di sicurezza. Penso che i milanesi abbiano un’elevata aspettativa per tutti i servizi, dal trasporto pubblico, all’ambiente, alla sicurezza. La giudico positivamente, dà una concezione alta di città che compete con il mondo. Per questo non si può rispondere affidandosi ai soli dati». E come si risponde? «Bisogna essere all’altezza dell’aspettativa. La presenza delle forze dell’ordine sul territorio sarà più diffusa e visibile. Specie negli spazi pubblici. Questa è una risposta immediata». Quindi ci saranno più agenti in strada? «Come annunciato dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese lo scorso 7 febbraio quando partecipò al Comitato a Milano, sono già arrivate tutte le unità aggiuntive della polizia di Stato e con le ultime assegnazioni dell’Arma entro fine mese si raggiungerà l’aumento dei 250 operatori in più delle Forze dell’ordine. Questo, dopo che per scelta della stessa ministra è stata confermata per Milano la dotazione dell’esercito impegnato in “Strade Sicure” a fronte di una significativa riduzione del contingente nazionale. L’Arma rafforzerà anche tutta la città metropolitana, perché i fenomeni sono abbastanza diffusi, non dobbiamo pensare solo al capoluogo». Come, lascito della pandemia. «Un fenomeno che si esprime sempre con maggiore aggressività. Testimoniato anche dalla sproporzione tra la violenza delle azioni e il valore della refurtiva». Secondo lei a cosa è legata questa esplosione di aggressività? «Tra i diversi fattori incide l’aumento di persone che presentano segnali di alterazione psicofisica. Nei primi cinque mesi dell’anno solo la polizia ha registrato 1.022 interventi per persone con problemi psichiatrici o affini. Il fenomeno richiede una risposta più complessa di quella che può essere data dalle sole forze dell’ordine. Ma c’è anche dell’altro...». Cosa? «Una forte diffusione tra i ragazzi dell’alcol. Avvieremo una campagna insieme a tutti i sindaci per un più incisivo controllo per il rispetto delle norme stringenti già in vigore. Confido però anche nell’impegno delle associazioni di categoria e mi permetto di confidare anche nel sostegno di persone come Chiara Ferragni così vicine alle nuove generazioni». Quanto influisce sulla violenza delle notti milanesi? «Il senso del bere nella nostra tradizione è nello stare insieme. Oggi invece è un bere smodato che alimenta una solitudine disperante tra i giovani, senza freni inibitori». C’è poi il tema sempre caldo delle periferie. «Stiamo intervenendo in maniera incisiva. In due anni e mezzo abbiamo restituito quasi 800 alloggi occupati, individuati nel rispetto della fragilità. Coinvolgendo tutti gli enti. Ripristinare la legalità significa far rispettare le regole, ma anche garantire i diritti». , teatro un mese fa di una rivolta degli abitanti regolari contro gli abusivi. «E come avverrà con più ampio respiro a San Siro, altra realtà difficile, con un’agenda sociale, di formazione e lavoro, di legalità e di rigenerazione urbana. Lavorare per la sicurezza è, allo stesso tempo, un impegno quotidiano e di strategia e le strategie che vedono unite le istituzioni sono vincenti. Come dimostra la riqualificazione del bosco di Rogoredo».

La sinistra ha rovinato le metropoli. Francesco Maria Del Vigo il 14 Luglio 2022 su Il Giornale.

Chiara Ferragni, questa volta, ha perfettamente ragione: Milano è diventata una città pericolosa, ai limiti dell'invivibilità.

Chiara Ferragni, questa volta, ha perfettamente ragione: Milano è diventata una città pericolosa, ai limiti dell'invivibilità. Furti, violenze, scippi e accoltellamenti sono all'ordine e alla luce del giorno. Ovunque. Non solo nei quartieri più malfamati, ma anche nel centro città. A due passi dal Duomo, a pochi metri dalle scintillanti vetrine delle vie della moda, sotto i palazzi delle istituzioni. Il senso di insicurezza è ormai talmente diffuso da essere scivolato tra le abitudini e aver raggiunto anche Chiara Ferragni che, ieri, ha lanciato un accorato appello al sindaco Sala: «la città è fuori controllo, sono angosciata». E se è angosciata lei, immaginiamoci chi abita nelle estreme periferie... Ma l'imprenditrice digitale ha fatto benissimo a schierarsi pubblicamente. E ci auguriamo che l'influencer riesca a sensibilizzare il primo cittadino su un tema che, con ogni evidenza, non è al primo posto nella sua agenda. Sono anni - è giusto ricordarlo - le associazioni di cittadini, questo Giornale e anche il centrodestra denunciano il degrado e la mancanza di sicurezza della presunta capitale morale. Ma Sala - grande amico dei Ferragnez, tanto da aver conferito loro un Ambrogino - ha sempre preferito occuparsi di altre tematiche molto più pop: partecipare ai gay pride, indossare calze e camicie arcobaleno, pontificare sull'immigrazione, costruire improbabili piste ciclabili nel nome dell'ecologismo più ideologico. Preoccupandosi di tutti, fuorchè dei suoi concittadini. Ora che la pentola a pressione è esplosa - sparpagliando brandelli di criminalità in tutti gli angoli della metropoli - il tema non è più eludibile e se ne accorgono anche i suoi amichetti chic che, ne siamo certi, avranno più ascolto di un qualsiasi consigliere comunale, chessò, della Lega o di Forza Italia o di un privato cittadino. Bisogna però ricordare che il disastro della «Milano allo sbando» nasce da quella cultura - lassista e permissivista - che abita da sempre i quartieri alti della «cultura» di sinistra e che tanto piace a certi vip. E se Milano piange, Roma certamente non ride: incendi, criminalità, cinghiali in centro storico sono cartoline quotidiane che riceviamo dalla Capitale. E, guarda caso, anche lì, c'è un sindaco che fa parte della stessa area di Sala. Al netto del quinquennio disastroso della Raggi, c'è un evidente problema politico della sinistra nell'amministrare le città. Quella sinistra che per anni ha snobbato la sicurezza, derubricandola a tema di destra e che magari ora che ne parlano anche gli influencer, inizierà a reputarla una tematica chic. Ma non era necessario consultare Instagram per capire i problemi dei cittadini, bastava farsi un giro in città.

Milano di notte, viaggio in taxi dal tramonto all’alba: droga, escort e ragazzi zombie. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 10 Luglio 2022. 

«Porto le prostitute da un hotel di lusso all’altro». Il cambio: «Un tempo i taxisti erano quasi tutti di sinistra, siamo cambiati con gli anni 90»

Nell’era virtuale, il sedile accanto al conducente di un taxi notturno è uno degli ultimi posti dove sentire il respiro di una grande città; e per raccontare Milano com’è, non come dovrebbe essere, o come vorremmo che fosse. L’accordo con Corrado — nome di fantasia: «Non voglio far arrabbiare né qualche collega, né qualche vigile» — è cominciare all’imbrunire e staccare all’alba. Se qualche passeggero chiederà spiegazioni, Corrado risponderà che vicino a lui, dietro la mascherina, c’è un suo amico, futuro collega, che sta facendo pratica.

Corrado premette: «Si prepari. Quando ho iniziato, trentasei anni fa, i milanesi la notte chiamavano il taxi e uscivano con due obiettivi: divertirsi, e fare l’amore. Ora la maggioranza vuole bere, e drogarsi».

Ore 22 - Quartiere Isola

«Queste sono due mignotte» mi soffia all’orecchio il tassista, mentre carichiamo due ragazze. «Come fa a dirlo?». «Straniere, bell’aspetto, bei vestiti. Alto bordo». Devono andare in un celebre ristorante di via Piero della Francesca, dove hanno un appuntamento. Una è greca, l’altra spagnola di Maiorca. Appena scendono, Corrado spiega: «La prostituzione per strada non c’è quasi più. Le ultime le conosciamo quasi tutte: come Manuela, una superstite, che aspetta i clienti dietro Porta Nuova. Le altre ricevono in casa o vanno negli alberghi: vedrà verso le 2 quante chiamate arriveranno dagli hotel di lusso. Sono loro che tornano, o vanno da un altro cliente». È meglio adesso? «No. Era meglio prima. Più gente c’è per strada, più si è sicuri. Le prostitute erano esseri umani. Sentimentali. Tante erano amiche dei tassisti. Qualcuno di noi ha perso la testa e la famiglia, per una ragazza caricata fuori dal night. Io ero amico di Camilla: un’istituzione. Pugliese. Tutte le sere, fissa in via Ripamonti. Le portavo una rosa e mi faceva un sorriso meraviglioso. Ma ora Camilla ha più di settant’anni, forse è morta. Queste sono robot. Se le aspetti con un mazzo di rose, ti guardano come uno scemo».

Ore 24 - Bicocca

Nelle prime due ore si lavora tra Porta Nuova e i Navigli. «Una volta, questo per noi era il periodo più conteso della serata — spiega Corrado —. Portavi belle coppie. Ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo: disco i giovani, liscio gli adulti. Adesso i cinema sono quasi tutti chiusi. A teatro vanno solo i vecchi: il Carcano è spesso pieno, ma l’ultima volta ho portato due genitori con la figlia, e lei ha sbuffato tutto il tempo; i teatri per i giovani sono come per noi un calesse o un landò, roba d’altri tempi. E in discoteca non si va a ballare, ma a sballare. Guardi ad esempio questi tre che ci stanno aspettando». Sono un ragazzo e due ragazze, vanno a una festa, alla Bicocca. Un quartiere rinato: dopo la chiusura delle fabbriche, racconta Corrado, era diventato un dormitorio di vagabondi, anche pericoloso; adesso c’è l’università, l’arte, il design. «E la droga. Ha visto lo sguardo vitreo di lui? Era già fatto. Non si ha idea di quanta gente si droghi». Ma lei Corrado come lo sa? «Guardi, il modo migliore per fare il tassista di notte senza correre rischi è parlare con i clienti, e far credere di essere come loro. Con un drogato, parlo di droga. Ho visto l’eroina, la cocaina, le droghe sintetiche. Le più recenti non sono pastiglie, si fumano». La conversazione è scandita dai bip delle chiamate. «Questa è un’abbonata; e agli abbonati si risponde sempre. È una giornalista di Sky. Così le mostro il boschetto di Rogoredo».

Ore 1.30 - Rogoredo

Corrado mi indica quelli che arrivano, e quelli che escono. «I ragazzi con la faccia da zombie devono ancora farsi. Quelli iperattivi o in estasi sono appena fatti». La giornalista di Sky deve andare a casa, in centro. Spiega Corrado che i vip sul taxi ormai non capitano più. «Io sono milanista, e ho avuto l’onore di portare Gullit, Rijkaard, Panucci. Il migliore è Franco Baresi. Nella vita privata è come in campo: una persona seria». Purtroppo Corrado non ha mai realizzato il suo sogno: «Avere sul mio taxi Gianni Rivera. Mio nonno era tassista, mio padre pure. Ho due fratelli, entrambi tassisti. Siamo tutti milanisti. Da ragazzo abitavo a San Donato e vedevo sempre Rivera mangiare la bistecca alla Ruota, con Romeo Benetti o con Carletto Schnellinger. Ho preso la licenza nella speranza un giorno di portarlo in giro per Milano. Non ci sono mai riuscito». 

Oggi i calciatori non prendono il taxi; hanno tutti l’autista. «Però carico spesso Roberto Vecchioni. È abbonato: lo porto in via Mecenate a registrare la trasmissione di Gramellini. Ho accompagnato anche Renato Pozzetto e i Fichi d’India. Ma le più simpatiche sono Loredana Bertè e Asia Argento, due matte vere. Una volta a Linate ho caricato Fabrizio Corona; c’era pure Belén, ma stavano litigando, così lei ha preso un altro taxi... Di solito gli artisti sono gentili, cortesi. Tranne un attore comunista, che conosciamo tutti perché ha sempre una banconota da 500 euro, e siccome nessuno di noi ha il resto cerca di andarsene senza pagare...». E i politici? «Anche loro hanno l’autista. Una volta ho portato Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. Mi piacciono, perché la penso come loro». 

Un tempo i tassisti erano quasi tutti di sinistra, racconta Corrado. «Siamo cambiati con gli anni ’90. Qui a Milano abbiamo appoggiato la Lega; a Roma hanno scelto Alleanza Nazionale. Poi Bossi e Fini hanno fatto quel che han fatto. Salvini si è seduto a tavola con Draghi, e ci ha traditi. A Sala di noi non importa niente: perché non ci lascia passare da via Broletto? Perché ha ridotto Buenos Aires a una corsia? Ora siamo quasi tutti con la Meloni». 

I tassisti scioperano anche contro l’accordo con Uber. «Non vogliamo essere taglieggiati da una multinazionale, che ci chiede la percentuale sugli incassi. Abbiamo le nostre App; usiamo quelle, no? In America i tassisti sono immigrati disperati che lavorano per conto altrui. Noi abbiamo pagato la licenza, io novanta milioni di lire del 1986: è la nostra liquidazione. Adesso secondo i miei calcoli vale 140 mila euro. Già siamo piccoli; non possiamo farci schiacciare». Ma Uber c’è in tutto il mondo. «Sì, ma noi abbiamo la tariffa fissa; la loro dipende dal traffico e dalla richiesta. C’è gente che ha pagato delle corse da Malpensa trecento euro...». 

Ore 2.30 - Navigli

Nelle zone della movida i taxi mancano, la gente si sbraccia per strada, ma Corrado è inflessibile: «Di notte non puoi caricare così, a caso. Devi sapere chi porti. Con le chiamate hai il numero del cellulare, spesso sai anche la destinazione. Hai il nome; anche se tanti danno un nome da donna, pensando di avere l’auto più velocemente».

In effetti sia Alexandra sia Henriette si sono rivelate due uomini. Ora a Porta Genova abbiamo appena caricato una coppia che deve tornare a casa. Non si rivolgeranno la parola per tutto il tragitto. Lei è molto seccata perché il tassametro segna già dieci euro, Corrado le spiega gentilmente che c’è il notturno; ma non la convince.

Obietto che a noi clienti capita — non a Milano — di essere truffati davvero. Racconto a Corrado le ultime due volte in cui ho preso un taxi a Palermo. La prima volta sono partito da Punta Raisi su un’auto che segnava già trenta euro; il suo collega non aveva azzerato il tassametro della corsa precedente. La seconda volta il tassametro era coperto da un sedile reclinato, e il tassista pretendeva 29 euro per una corsa urbana di pochi minuti... «Io non sono mai stato convocato in via Messina 53 in vita mia» taglia corto Corrado, con fierezza. Via Messina 53 è la storica sede delle auto pubbliche di Milano (ora trasferita in via Sile), a cui arrivano le proteste.

Ore 3.30 - Cornetteria

Sosta nel cuore della notte in un locale aperto 24 ore su 24. «È un posto sicuro: è di un calabrese. Nei bar dei calabresi non succede mai niente. Il problema è che tutto sta passando in mano ai cinesi». La sicurezza, dice Corrado, i tassisti se la fanno da soli. «Le telecamere, sia quelle dentro l’auto sia quelle per strada, non servono a molto. I ladri se ne fregano. Ho visto spaccare finestrini, rubare e fuggire sotto gli occhi delle telecamere. Ma quando ci provano con noi, diamo l’allarme schiacciando un bottone, la centrale avverte le macchine vicine, e i colleghi arrivano a darti manforte. Ci facciamo giustizia da soli: quattro sganassoni, e finisce lì. Sulla polizia non possiamo contare: c’è, ma non è qui per noi. I vigili, peggio ancora: lei ha visto una pattuglia in tutta la notte? Qualche tempo fa sono stato testimone di un accoltellamento in piazzale Lagosta. Mi hanno fatto aspettare due ore, mi hanno fatto un sacco di domande, e non hanno preso nessuno. Ma io paura non ne ho. Se hai paura, non fai il tassista di notte a Milano. Hanno provato a rapinarmi una sola volta, ho reagito, e quello è scappato».

Ci sono quartieri più sicuri rispetto a una volta. «È vero, non vedi più la gente bucarsi. È tutto molto meglio organizzato». Corrado nel corso della notte mi mostra la darsena, il piazzale della stazione Centrale, i giardini di Porta Garibaldi intitolati ad Anna Politkovskaja. «Lo spaccio funziona così. Il cliente chiama, il pusher manda un ragazzo che passa la dose a uno di questi qui, che la consegna al destinatario. Così sono in tre. Beccarli non è facile; e se un poliziotto ci riesce, li rilasciano il giorno dopo». Sotto i portici ci si prepara per la notte, due clochard hanno attrezzato delle brandine con i materassi e tutto. Un rider, che somiglia in modo impressionante al ciclista con le trecce rasta di «Non è un paese per vecchi», quasi ci viene addosso in contromano. «Ma secondo lei — sorride il tassista — questi alle quattro del mattino portano a casa della gente le pizze prosciutto e funghi?».

Cominciano ad arrivare le chiamate dalle discoteche, ma Corrado le respinge. «Mica sono matto. Nella migliore delle ipotesi ti vomitano in macchina, nella peggiore tirano fuori il coltello e non ti pagano».

Ore 5 - Discoteca

Si torna a Rogoredo per caricare una ragazza dell’Est, di pessimo umore. Corrado spiega che sta tornando da casa di un cliente. Poi chiama un ragazzo: cerca un «bangla», deve comprare dieci birre e portarle agli amici; così si ritorna allo stesso indirizzo. Alla fine della notte Corrado avrà incassato 332 euro: solo due corse sono state pagate in contanti; altre due con i voucher aziendali; le altre con la carta. «Io arrivo a incassare ottomila euro al mese; ma lavorando sette giorni su sette. Tra spese e tasse me ne restano meno della metà; solo il radiotaxi mi costa 2400 euro l’anno. E ho tre figli». 

Alla fine della notte fa fresco, e la signora anziana seduta in piazza Bonomelli sembra avere proprio freddo. Corrado si intenerisce, la fa salire, le dà un passaggio fino al dormitorio di viale Ortles. Insisto perché accetti una delle chiamate in arrivo dalle discoteche. Finiamo al Plastic di via Gargano. «Qui una volta ci ho portato Edwige Fenech, un’altra la Carrà. Era un posto bellissimo». Due camion con le salamelle, drag queen praticamente su trampoli. La chiamata è di una coppia, neanche giovanissima. Pure loro non si scambieranno una sola parola in tutto il viaggio. Non vomitano e non puntano il coltello; lei però all’arrivo chiede lo sconto. Il tassametro segna 23; «facciamo venti cash?». Corrado, inesorabile: «Lo sconto è morto». 

Poi spiega: «Io lo sconto lo faccio alle ragazzine, non a chi può pagare. Ci trattano sempre peggio. Se lo ricorda Luca, il nostro collega ammazzato a calci al Vigentino perché per sbaglio aveva messo sotto un cane, e si era fermato a soccorrerlo? Una volta eravamo un’istituzione: ti invitava il ristorante, perché magari poi ne parlavi bene; per ogni spettacolo che produceva, David Zard faceva una prova generale per un pubblico di soli tassisti. Adesso ci considerano schiavi. L’altro giorno mi ero fermato per prendere un caffè e andare in bagno, e un tizio mi ha preso a male parole: voleva un taxi, e lo voleva subito. Il mese scorso un nero che non voleva pagare il notturno mi ha messo le mani addosso; ho chiamato la polizia, quello è scappato, e hanno chiesto i documenti a me. La vita sociale è in ribasso, sa?».

Lo chiamano degrado dei rapporti umani. «È così. Con la pandemia, poi, troppi negozi hanno chiuso. Fanno la spesa su Amazon, si parlano sui social. E non fanno quasi più l’amore; se non, come ha visto, a pagamento. Si fidi: una volta a Milano si scopava molto, ma molto di più. Certo, può succedere ancora adesso che una donna sola, dopo una corsa costosa, si offra di pagare in natura. Ma io lo trovo degradante. Una volta capitava che un tassista e una passeggera facessero l’amore per il piacere di farlo. Ora non capita più». Albeggia. Corrado prima di andare a casa passa a salutare Manuela, più che altro per mostrarmi che, a differenza di Camilla, è ancora viva. «Questa è Milano — mi saluta il tassista —. Negli anni ’80 era una città più violenta, più armata. Tanti salivano a bordo con la pistola. Eppure la vita era più dolce, più ricca, anche umanamente. Ora la città è meno violenta, ma più aggressiva».

Milano criminale, la mafia, la mala e i check point nelle strade: 161 rapimenti in dodici anni (il primo mezzo secolo fa). Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella su Il Corriere della Sera l'1 luglio 2022.

Il sequestro dell’industriale Pietro Torielli nel 1972 aprì la stagione dei rapimenti a scopo di estorsione. Omicidi, coprifuoco, check point di bande armate e bische, la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese, Vallanzasca e Turatello: questa era Milano tra gli anni Settanta e Ottanta 

L’omididio di Alfonso Guarino nel 1980

Sono cinquant’anni, ma sembrano secoli. Di tutte le cose perse della Milano che fu, la peggiore è sicuramente è la memoria. Chi oggi urla l’allarme sicurezza, chi trasforma fenomeni come le baby gang, le rapine in strada, le risse della movida nella Chicago degli anni Venti, dovrebbe scorrere le statistiche sui reati per rendersi conto di cosa era diventata Milano tra gli ‘70 e gli ‘80.

Il picco di omicidi

Nel 1984, secondo i dati del Viminale, un milanese aveva più del doppio delle possibilità di essere ucciso rispetto a un residente di Roma, Bari e Genova. Statisticamente un’enormità. Nel 1990, di omicidi tra Milano e provincia (Monza e Lodi comprese) se ne contarono 103. L’anno scorso nella sola città di Milano sono stati 7, e raramente il numero complessivo provinciale supera i 25 casi. Oggi, quasi tutti gli omicidi avvengono in ambito famigliare o relazionale, quelli di mala o peggio di criminalità organizzata sono pochissimi. Eppure c’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui non solo si moriva facilmente a Milano — specie se si trafficava droga, si apparteneva a qualche gruppo criminale o famiglia mafiosa — ma poteva capitare di essere rapinati e perfino uccisi per strada dopo essere andati al cinema da bande armate di kalashnikov o sequestrati da uomini incappucciati. Quello dei rapimenti a scopo di estorsione è il fenomeno che più ha inciso sulla storia di quegli anni milanesi. I figli degli industriali venivano mandati a studiare nei collegi in Svizzera, le famiglie ricche giravano protette da guardie armate, la sera in alcune strade del centro (Via Albricci, via Larga, piazza Diaz) poteva accadere di essere fermati da «check point» organizzati dalle bande che allora controllavano bische e discoteche. Chi non voleva correre rischi si tappava in casa. Erano gli anni del coprifuoco, raccontati dalla letteratura noir e più di recente dalla serie Sky la Mala. Affascinanti per il cinema e i libri, ma nerissimi per i milanesi, perché alla criminalità feroce si aggiungeva l’incubo del terrorismo.

Il primo rapimento nel 1972

Il 18 dicembre 1972 avveniva il primo sequestro di persona a scopo di estorsione della storia lombarda, quello dell’industriale Pietro Torielli. Sarà rilasciato a febbraio dell’anno successivo a Mirasole, alle porte di Milano. Per la sua liberazione fu pagato un riscatto di un miliardo e 250 milioni di lire. Una cifra record per l’epoca. Il sequestro Torielli (morto nel 2013 a Vigevano), opera degli uomini del boss palermitano di Cosa Nostra Luciano Leggio, che i giornali storpieranno in Liggio, fa da apripista. L’anno successivo viene sequestrato il nobile Luigi Rossi di Montelera, tenuto sottoterra in una cascina a Treviglio. Nel ‘73 i sequestri sono tre, nel ‘74 si quintuplicano, nel ‘75 diventano 16 e 10 l’anno successivo. 

I siciliani, i calabresi e l’Anonima sequestri

Sono un business redditizio per una criminalità che sta muovendo i primi passi nel traffico di eroina. Ai siciliani dalla metà degli anni Settanta si uniscono i temibilissimi calabresi legati alla ‘ndrangheta. Sono gli anni in cui i boss delle famiglie aspromontane salgono in Lombardia. Arrivano i Papalia, i Sergi, uomini della cosca De Stefano, i Serraino, i Morabito, il boss Coco Trovato e Pepé Flachi. Da bassa manovalanza, la ‘ndrangheta trapiantata a Milano diventa l’Anonima sequestri.

Un totale di 161 casi in dodici anni

In Lombardia i calabresi trovano già una fitta colonia di siciliani legati a Cosa nostra ma anche i catanesi del boss Angelo Epaminonda, la banda del re delle bische Francis Turatello, il gruppo dei «pazzi» di Renato Vallanzasca, gli slavi di Draga Petrovic. Gang sanguinarie, responsabili di centinaia di omicidi. Entrano tutti nel business, ciascuno a modo suo. Vallanzasca offriva piani a pagamento: stanzino buio o permanenza forzata in appartamento con champagne e compagnia. I calabresi dopo una o due settimane in una buca spediscono la vittima ai loro compari nelle grotte dell’Aspromonte. Le famiglie pagano i riscatti e alcune, preventivamente, chiedono protezione ai boss criminali. Solo nel 1977 si verificano 34 diversi sequestri in Lombardia. Una cifra record. Dal 1972 all’84 sono 161 i rapimenti. C’è chi non tornerà mai a casa come il 26 enne Augusto Rancilio rapito nel ‘78 a Cesano Boscone e ucciso perché aveva tentato di fuggire. O come Cristina Mazzotti, rapita nel ‘75 appena compiuti 18 anni e abbandonata in una discarica un mese dopo. Le indagini sul suo sequestro sono state riaperte dalla Procura dopo 47 anni e ci sono quattro nuovi indagati. Nella seconda metà degli anni Ottanta il fenomeno inizia ad affievolirsi. Viene varata la legge sul blocco dei beni delle famiglie (1981) ma a modificarsi è soprattutto il Dna della malavita. Le pene per i sequestri sono altissime (fino a 30 anni), i riscatti si incassano dopo mesi se non anni, la fetta di torta è sempre più piccola. La droga non arriva solo dagli Usa e dalla Turchia ma dal Sudamerica: le nuove rotte rendono l’affare più redditizio.

Il cambio di strategia

Ormai la ‘ndrangheta ha canali per importare coca a prezzi stracciati. I rischi sono inferiori e i guadagni miliardari. Il fenomeno dei sequestri però resiste, anche se alla fine degli anni Novanta, dopo casi molto noti come il sequestro di Cesare Casella a Pavia — e la straziante vicenda di sua mamma ribattezzata «Madre coraggio», che ha girato a piedi tutto l’Aspromonte in cerca del figlio — , i vertici delle famiglie di ‘ndrangheta decidono di abbandonare il business. Le battute di caccia in Aspromonte e sulla Sila di centinaia di poliziotti e carabinieri minano la tranquillità degli affari. Si arriva agli ultimi rapimenti di Alessandra Sgarella (1997) e di Anna Maria Valdata (2004). Ma sono casi «anomali», fuori tempo massimo. Nel 1999, con i nove omicidi in nove giorni esplode il caso sicurezza a Milano, ma evidentemente è un’emergenza politica più che di numeri. Anche se i reati iniziano un calo costante, sul tema della sicurezza si vincono elezioni, cadono ministri, ma un’epoca è ormai finita, per fortuna.

Oggi: i clan, i commercialisti e i broker

Oggi Milano è la più europea delle città italiane, è ai primi posti nelle classifiche internazionali sulla sicurezza: la sera le strade e le piazze sono vive, ci sono concerti, si va a teatro, è un polo attrattivo per turisti e investimenti da tutto il mondo. La ‘ndrangheta ha affinato i proprio metodi: droga e impresa, appalti e false fatture. Più che ai killer, i clan si affidano a commercialisti e broker. La mafia spara sempre meno, facendoci illudere che non esista più.

L'appalto per il business negli aeroporti? Nella Milano di Sala vince l'offerta peggiore. Luca Fazzo il 29 Giugno 2022 su Il Giornale.

La società vincitrice era già stata cacciata da Sea: ha solo cambiato nome.

Come è possibile che un appalto pubblico venga assegnato all'azienda che ha fatto l'offerta peggiore? Che il Comune di Milano, azionista di maggioranza assoluta della società che ha assegnato l'appalto, ci rimetta un sacco di soldi senza farlo sapere in giro? E che l'appalto finisca in mano a una ditta nel cui curriculum appaiono bancarottieri, titolari di fiduciarie estere e di tesori in paradisi fiscali? Che fine fa in tutto ciò la rinomata efficienza meneghina?

Al centro delle quattro domande sta un appalto che a un profano parrebbe di poco conto: il business dell'impacchettamento dei bagagli negli aeroporti, quegli apparecchi che a ridosso del check in consentono di avvolgere nel cellophan la valigia per evitare di trovarsela svuotata grazie all'inestirpabile piaga dei furti da parte del personale. Si tratta in realtà di un affare assai redditizio, anzi il più redditizio per metro quadro di tutti gli affari che ruotano intorno a un grande aeroporto. Più dei bar, più delle boutique. A contenderselo in giro per il mondo, un piccolo numero di società specializzate. La concorrenza a volte si fa aspra: qualche anno fa nell'aeroporto di Milano Linate tra il personale di due ditte finisce a botte, la Sea (controllata al 54,81 per cento dal Comune) caccia una delle due, la Safe Bag, accusandola di «ripetuti inadempimenti contrattuali» e affida l'intero appalto alla rivale, la True Star. Il tribunale civile obbliga Sea a fare una gara d'appalto vera e propria, e qui cominciano i problemi.

Alla gara si presentano in tre: vince chi fa l'offerta più alta, cioè chi è disposto a pagare più soldi a Sea per piazzare le sue macchine impaccabagagli a Linate e Malpensa. Al primo posto si piazza l'americana Zomaer con un'offerta di 3 milioni e mezzo, al secondo la True Star con 2.8 milioni, al terzo la Safe Bag, quella che era stata allontanata dopo le risse, che nel frattempo ha cambiato nome e si fa chiamare Trawell. Ha offerto solo 2,1 milioni. Ma Sea chiede alle altre due società di presentare al volo una fideiussione da tre milioni. Richiesta impossibile, diranno i periti entrati in scena poi. Ma intanto subentra la terza, la Trawell, ovvero Safe Bag, quella cacciata per le risse. Inevitabile il ricorso di Truestar al Tar, che blocca tutto. Così per ora a Milano il servizio non esiste più, e a supplire provvedono gruppi di extracomunitari sui marciapiedi dei terminal.

L'8 giugno il Tar ha fatto una nuova udienza, la decisione è attesa a breve. Nel frattempo il dato di fatto è che Sea, e quindi il Comune di Milano, si candidano a incassare un robusto gruzzolo in meno, proprio nel momento in cui il traffico aereo torna a ruggire insieme a tutto il suo indotto. A beneficiarne è un'azienda, la Seabag, che del business aeroportuale è una esperta navigatrice. Dietro c'è un veterano del settore, l'ex comandante di aerei Giuseppe Gentile, salito alla ribalta nel 2013 quando il suo nome comparve negli Offshore Leaks, le liste di possessori di beni in paradisi fiscali: veniva citata la Mariri Holdings, con sede a Macao, braccio operativo delle attività dell'ex comandante. Che è attivo in tutto il mondo, e non solo nel business aereo: nella sua orbita nasce la Moviemax, compagnia cinematografica finita poi in bancarotta, tra i cui amministratori c'era anche il finanziere Corrado Coen. Coen è il primo socio di minoranza di Safebag, la società che diverrà Trawell, quando nel settembre 2013 la nuova creatura di Gentile debutta all'Aim, la Borsa delle piccole e medie imprese; poco più di un anno dopo Coen viene arrestato per aggiotaggio, e nel 2016 torna in carcere su richiesta del pm Bruna Albertini per associazione a delinquere.

"Situazione incontrollabile...". Lo sfogo del poliziotto: cosa succede in Centrale. Francesca Galici il 27 Giugno 2022 su Il Giornale.

Spaccio, risse, furti e armi: c'è di tutto in stazione Centrale a Milano ma l'amministrazione comunale finge di non vedere. E anche gli operatori ecologici chiedono la scorta.

Quel che succede a Milano nei pressi della stazione Centrale è noto a tutti. Le aree attorno all'edificio ferroviario sono una grande Babilonia, fatta per lo più di immigrati irregolari che sbarcano il lunario con furti, borseggi, rapine e spaccio di droga. Le risse, spesso armate, sono all'ordine del giorno in questo quadrante di Milano, di cui la stazione Centrale è la principale porta d'accesso. Se questo è il biglietto da visita che si offre ai turisti e ai visitatori quando arrivano in città, figuriamoci il resto. A cercare di mantenere un livello di decoro e contegno, per quanto possibile, sono chiamate le forze dell'ordine, che quotidianamente sono costrette a confrontarsi con personaggi di dubbio gusto al fine di garantire la sicurezza della città, dei cittadini e dei suoi ospiti.

"Racconto una 'serata' ma la situazione non cambia nell'arco delle 24 h", inizia così il lungo sfogo di Pasquale Griesi, poliziotto in servizio presso la Squadra mobile di Milano, segretario regionale Fsp. Lui e i suoi colleghi vivono quotidianamente le pieghe più oscure di Milano, a rischio e pericolo della loro vita: "Il turno inizia con sfollagente, scudi e ubot sempre a portata di mano, perché forse qualcuno non si accorge che la stazione Centrale, soprattutto nei pressi delle fontane, ai lati con piazza IV novembre e Luigi di Savoia è praticamente un'enclave di molteplici Paesi". Un pot-pourri di etnie e nazionalità che genera "una situazione incontrollabile, devastante! Si spaccia liberamente, ci si prende a bottigliate, a pietre, a volte bastante, risse all'ordine del giorno".

L'amarezza è evidente nelle parole del poliziotto: "Il problema è una immigrazione clandestina incontrollata dallo sbarco sino allo stazionamento in quella che abbiamo chiamato 'enclave milanese'". Finché la piazza e le sue aree limitrofe sono presidiate, letteralmente, da uomini in tenuta antisommossa anche sotto il sole cocente con 40 gradi all'ombra, pronti all'intervento in qualunque momento, la situazione è sotto controllo. Ma non appena il reparto della Mobile viene smobilitato, quell'area torna a essere terra di nessuno. "Il Reparto sventa una decine di risse per turno, furti, rapine, 'distrae' lo spaccio, attenua il problema ma non lo risolve", spiega Griesi, che poi aggiunge: "Appena il Reparto va via, ecco l'accoltellato. Sì, loro sono abituati così, una nuova cultura! Dimenticavo, guai a sgridarli, mai sia a menarli". Il riferimento è a un nuovo caso di aggressione con un coccio di bottiglia in stazione Centrale nella notte tra sabato e domenica.

Pasquale Griesi ha prestato servizio in quell'area col suo Reparto proprio sabato sera: "Risse, furti, rapine, spaccio sventati ma la chicca più bella viene dagli operatori dell'Amsa! Ci chiedono se possiamo scortarli mentre devono pulire la monnezza che gli ospiti/occupanti hanno lasciato! Ovviamente non abbiamo rifiutato, ci dicono che il servizio deve essere garantito dalla polizia locale che, evidentemente impegnata in altro, spesso non si presenta".

La polizia interviene nei limiti delle sue competenze e, infatti, come spiega il poliziotto, "sono stati già portati via tutti, fotosegnalati e muniti di ordine del Questore! I Cpr non producono l'effetto desiderato, lo abbiamo spiegato più volte in questi giorni, quindi per il solito problema legislativo e organizzativo, i nostri clienti continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, e noi continuiamo a guardarli e attenuare a nostro rischio il problema". Attenuare, perché per risolverlo servirebbero interventi dall'alto ma in Italia continuiamo a lasciare libero accesso dalle coste e ai migranti viene semplicemente consegnato il foglio di via che, ovviamente, non viene mai rispettato.

Quirino Conti per Dagospia il 15 giugno 2022.  

Dalle nuvole si capiva che si era arrivati a Milano: diverse da quelle plateali, ricche e sontuose che ci si era lasciati alle spalle, a Roma. Mentre queste erano sobrie, concise, seppure estese sulla città come un campo da calcio.  

Tuttavia, il segnale più convincente era il tassista: pugliese, dalla pronuncia inconfondibile come in un cinepanettone, non appena sentiva un indirizzo che poteva sottintendere “Moda” o “Stilista” istantaneamente si trasformava in un jet ultrasonico per funzionalità ed efficienza.  

Poiché anche lui in quella fase diveniva interprete di un fenomeno che stava trasfigurando il territorio lombardo, in quegli anni settanta, quelli della transverberazione di una città tristanzuola in un redditizio concetto estetico. E tutti i suoi cittadini, nei vari ruoli e competenze, si formarono su questa nuova identità. Se non altro, almeno per entusiastica adesione. 

Tanto che persino quegli edifici non ancora del tutto allineati alla costosa bellezza del momento apparivano scenograficamente testimoni di una particolare Bohème delle origini, assumendo i caratteri di una specie di Bateau-Lavoir e di tenero reperto archeologico. Così gli alberghi, anche i meno prestigiosi, si fecero particolarmente ospitali e complici già di mille consegne, depositi, messaggi, depistaggi e segreti. 

In tutto questo Barbara Vitti, a quel tempo potente concertista del sogno di Armani e Galeotti, progettava e formava proprio allora un club di teste coronate che mensilmente, con un appuntamento serale ai tavoli del Toulà, riuniva la migliore stampa dell’ambiente. E se non era la migliore, di sicuro rappresentava la più potente e impicciona. Una specie di Congresso di Vienna che ridisegnava potentati, sovranità e linee genealogiche. 

C’erano sempre N. A. già con zazzeretta colore del grano, R. E. orgogliosa dei suoi ascendenti sefarditi, A. R. immancabilmente addobbata da santona brasiliana; l’austera C. V. con codino e tenuta d’attacco; C. B. di “Vogue Uomo”, severa come una badessa cistercense; P. G. la più tenera e distratta anche perché interamente proiettata dentro i segreti del burraco; poi a sorpresa, in qualche sera più scura e piovosa, magari nomi nuovi prossimi a esibirsi e a meritare magari, da tutte loro, un diniego sferzante o un plauso appena accennato. 

Non c’era F. S. non ancora stratega per conto di Condé Nast, e troppo giovane per mescolarsi a un simile battaglione già rodato e potente. Mancava anche A. P. che in solitaria – deposto il kilt – stava ascendendo al suo ruolo con stranezze stilistiche, combini inauditi e un suo particolarissimo potere, inconciliabile con l’ortodosso ossequio armanesco delle altre socie. Tutto passava per le loro manie e sulle loro lingue con sentenze assolute e cadute precipitose, regni da sostenere e corone da abbattere.

Non partecipava nemmeno A. M. allora incontestabile Pizia di ogni pedana, generosa suggeritrice nel bene e terribile distruggitrice nell’errore.  

Comunque, per quel club c’era sempre un posto in prima fila ovunque e senza alcun ripensamento: destinatarie di ogni “save the date” prima di chiunque altro e degli omaggi più sofisticati. Grandi, grandissime, come nessuna mai più, e soprattutto “caratteristiche” – cioè al limite quasi esilaranti –, come le definiva ogni volta Natalia Aspesi quando, all’uscita dal Toulà, le guardava nel loro insieme continuare a ciarlare nell’attesa di un taxi.

Poi le stagioni cominciarono a scorrere troppo velocemente, tanto che il triste Giacomino Leopardi, con la sua operina sulla Moda divenne sempre più realisticamente interprete della scena. Fino a quella dura stagione che portò l’obbligo del lutto nel mondo della Moda per i molti che se ne andranno, fino al grande Versace, e mentre per troppe assenze si cominciavano ad avvertire i primi scricchiolii di un potere che era sembrato eterno. 

Come un bosco in autunno anche quel bosco di intelligenze iniziò a ingiallire e ad annunciare l’inverno. Barbara se ne andò niente di meno che dalla Sicilia, dove si era appena trasferita. Poi fu la volta di qualche compagno e di molti amici, per un virus che inesorabilmente marchiava il mondo dello Stile.  

Mentre ci si sfrenava ormai in pettegolezzi sempre meno ridanciani, fino al ritiro di quasi tutte in una città che ora non le conosce più. Malanni, tristezze, rimpianti. Milano divenne acida, e quasi francese dopo le troppe cessioni e i troppi inghippi creati da unioni insane e avventurose.

Ora ci si telefona molto: fingendo anche qualche impegno con ancora l’attitudine al dominio di quel che è scomparso. F. S. non c’è più, ci sono nomi nuovi, ma con poca eco e con un’aura di rispetto sempre meno radiosa – persino maschi con pochette a cascata.  

Di quel tempo e di quel Club non resta che il ricordo di pochi, mentre chi può si ricicla in qualsiasi lavoro, più per ossessione che per necessità. Come una volta quando un loro battito di ciglia voleva dire una svolta e per qualcuno anche la felicità del successo. In un autunno sentimentale che non si addice alla Moda.

Intanto, le più pervicaci e caparbie, dopo aver penetrato con sudore di sangue ogni segreto della rete, fingono ora di sentirsi pronte a disquisire di MFT, criptovalute e beni virtuali. E seppure il consumatore pare poco incline al Metaverso, loro no. E così terrorizzano la collega meno sperimentale sproloquiando su avatar e generazione Z.  

Pronte perfino a nuove eventuali consulenze del genere shopping ibrido. Mentre purtroppo, per qualche trentenne assuefatta al “nuovo”, tutto questo appare già perfino il prossimo “passato”.

Milano e il cinema: il racconto dei luoghi delle note pellicole cinematografiche. Angela Leucci il 10 Giugno 2022 su Il Giornale.

Milano e la settima arte: così il cinema ha ritratto storie e paesaggi della metropoli meneghina, creando un'esperienza immersiva per lo spettatore.

Le strade di Milano sono un crocevia di vita vera, vissuta. E anche di vita trasfigurata dall'arte. Qui il cinema ha raccontato tante storie fantasiose, che hanno fatto ridere, oppure piangere, tenuto con il fiato sospeso, emozionato lo spettatore.

Probabilmente, tra tutte le storie, le più note ambientate a Milano e nell'hinterland sono quelle comiche, grazie ad attori e attrici popolarissimi, che hanno portato sulla scena questa città, rendendo anche gli scorci apparentemente più anonimi delle icone. Basti pensare ad Asso, con Adriano Celentano: dalle scene nel Bar Magenta che nella finzione scenica viene chiamato Bar Bretella, a Villa Mirabello che si intravede in lontananza dall'ippodromo di Monza, fino a Villa Belgioioso Bonaparte. Qui il fantasma del giocatore d'azzardo Asso si muove per avere giustizia e salvare la sua bella.

Non mancano però le produzioni d'essai che hanno puntato l'occhio della telecamera sulle bellezze nascoste di Milano. Tra queste sicuramente La notte di Michelangelo Antonioni, che corre lungo via Lanzoni e via Fara passando per via Senato e raccontando la storia d'incomunicabilità di una coppia formata da Leanne Moreau e Marcello Mastroianni. Oppure Teorema di Pier Paolo Pasolini che mostra un'aristocratica villa di via Palatino per poi spostarsi nell'attuale piazzale antistante l'istituto Marcellino Tommaseo, che nella storia è il liceo esclusivo frequentato dai rampolli delle famiglie borghesi come la protagonista Odetta. O ancora Romanzo Popolare, dove il Lambro fa talvolta da sfondo alle vicende amorose di Ornella Muti, Ugo Tognazzi e Michele Placido.

Il ragazzo di campagna

Ma quando si dice Milano, il pensiero corre veloce a Renato Pozzetto e al suo Il ragazzo di campagna. L'epopea di Artemio, che all'età di 40 anni vuole diventare un self made man e si sposta dalla campagna alla città con il suo trattore, rappresenta una delle pellicole più di culto della commedia italiana.

Il viaggio interiore ed esteriore di Artemio a Milano inizia a piazza San Babila, dove il "ghisa" lo ferma per sequestrargli il trattore: dopo di che Pozzetto è costretto a usare un sottopassaggio che non riesce a comprendere, perché la città, come dice sua madre, "l'è piena di tentazioni, l'è tentacolare".

Piazza San Babila prende il nome dalla basilica che si trova in questo luogo. A partire dalla fine degli anni '20, con la crescita della città, iniziò a popolarsi di palazzi suggestivi in gran parte legati all'estetica razionalista dell'architettura fascista.

Tra questi spiccano Palazzo del Toro o anche il Teatro Nuovo, realizzato nel 1938 dall'architetto Emilio Lancia. C'è poi la Torre Snia Viscosa, realizzata l'anno prima da Alessandro Rimini: alta quasi 60 metri, è il primo grattacielo mai costruito a Milano, e la sua particolarità è l'armonia cromatica tra il giallo della trachite del rivestimento e il verde del serpentino usato per le finestre e dell'ingresso. 

Tra i luoghi che si possono individuare nel film c'è anche il Quartiere Maggiolina, Porta Ticinese e naturalmente il Naviglio. Porta Ticinese è uno degli angoli più interessanti di Milano: qui domina appunto una porta che affonda le sue radici nell'epoca romana, quando esisteva una porta molto differente da quella d'oggi. L'aspetto attuale è dovuto al rifacimento neoclassico messo in atto nei primissimi anni del XIX secolo in base al progetto di Luigi Cagnola.

Il Naviglio è il luogo in cui Artemio tenta il suicidio, gettandosi invece su una barca e venendo salvato da un uomo che gli propone di spacciare marijuana. Nonostante non abbia trovato lavoro, sia deluso per essere stato respinto da Angela, la ragazza milanese di cui si era invaghito, il campagnolo Pozzetto ha ancora la forza di indignarsi. E anche di sputare sulle auto delle forze dell'ordine che, naturalmente, lo rispediscono a Borgo Tre Case, suo paese natale, con tanto di foglio di via.

Totò, Peppino e la Malafemmina

I "ghisa" milanesi sono nel cinema italiano ambientato nel capoluogo meneghino una presenza fissa. Basti pensare a Totò, Peppino e la Malafemmina: è proprio a un vigile urbano che Totò e Peppino De Filippo cercano di chiedere informazioni, al fine di trovare l'attrice di rivista che a loro avviso ha circuito irrimediabilmente il nipote.

I due attori si fermano nel luogo più noto e forse più rappresentativo di Milano, ovvero piazza Duomo. La piazza è un coacervo di cultura e di storia, tra la cattedrale gotica dai minuziosi dettagli tesi verso il cielo, fino alla Galleria Vittorio Emanuele II, uno degli esiti più interessanti dell'architettura neorinascimentale in Italia.

Le scene di Totò e Peppino a Milano costituiscono per i linguisti una testimonianza importante. Prima del secondo dopoguerra infatti, secondo gli studiosi, non esisteva una consapevolezza rispetto all'unità nazionale e questo si ripercuoteva sulla lingua italiana. È questa la ragione per cui i due comici scambiano il "ghisa" per un ufficiale austriaco e parlano con lui in un francese maccheronico. Milano diventa così il simbolo di quel tentativo di unione linguistica.

Il caso Venere privata 

A volte le bellezze del cinema vengono dalla letteratura. Come nel sensualissimo noir Il caso Venere privata di Giorgio Scerbanenco, uno degli scrittori novecenteschi più importanti per Milano. Il romanzo è diventato un film con Raffaella Carrà nel 1970.

In una delle tante scene ambientate nel capoluogo meneghino, si può vedere Carrà all'interno di uno scorcio di piazza dei Mercanti: la compianta artista viene vista entrare in un palazzo per poi dare vita a una scena in cui deve posare per degli scatti osé.

Questa piazza trova la sua genesi in epoca medievale: fu infatti realizzata nel XIII secolo e qui i mercanti svolgevano le proprie attività lavorative. Palazzi e statue che qui si trovano spaziano dallo stile gotico al barocco: ma tra gli archi dell'arengario si può scorgere una "mattonella" con una scrofa semilanuta, l'animale magico che, secondo la leggenda, avrebbe portato Belloveso a fondare Milano.

Milano Calibro 9

Altra pellicola sexy per eccellenza pur essendo un thriller poliziesco è Milano Calibro 9, del quale moltissimi cinefili non possono fare a meno di ricordare la scena del ballo esotico di Barbara Bouchet - che però è girata in un interno a Roma.

Tra le location scelte a Milano da Fernando Di Leo figurano la Torre Branca di Parco Sempione, i Navigli, il Pirellone, la Stazione Centrale, il carcere di San Vittore e naturalmente piazza Duomo, che viene sottolineata anche dall'inquadratura iniziale sulla fermata della metropolitana cui è stata però sostituita l'insegna con Galleria del Sacrato. 

La Torre Branca è uno dei monumenti più riconoscibili della pellicola e fu realizzata nel '33 da Giò Ponti. Per volere dell'allora capo del governo Benito Mussolini, la torre fu pensata alta venti centimetri in meno rispetto alla Madonnina che sormonta il duomo, per non mancare di rispetto alla santità dell'opera religiosa. Fino alla caduta del regime fascista prese il nome di Torre del Littorio e sulla sua cima erano istallate le tecnologie di trasmissione Eiar dell'epoca.

Le vie di Milano, storia e curiosità. Teresa Barone il 6 Giugno 2022 su Il Giornale.

Le strade, i corsi e i vicoli del capoluogo lombardo celano aneddoti, avvenimenti storici e fatti curiosi che meritano di essere raccontati. 

Percorrere le vie di Milano è sempre un'esperienza entusiasmante, un'occasione unica per ammirare il perfetto connubio tra modernità e antichità che caratterizza il capoluogo lombardo. Nel centro storico ma non solo, infatti, coesistono architetture realizzate in epoche differenti che lasciano il posto a edifici più innovativi ma mano che ci si dirige verso i quartieri più periferici.

Molte delle vie milanesi, inoltre, celano una storia ricca di aneddoti, avvenimenti e curiosità poco conosciute che tuttavia meritano di essere raccontate. Non tutti sanno, ad esempio, che a Milano non è presente una via dedicata alla Capitale: via Roma, infatti, è assente dallo stradario meneghino sebbene ci sia il celebre Corso di Porta Romana.

Proprio quest'ultimo, ad esempio, in epoca fascista fu tramutato in Corso Roma per volere del Podestà Marcello Visconti di Modrone nell'intento di celebrare il decennale della marcia su Roma del 1922, tuttavia la nuova toponomastica fu abbandonata con la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Via Mercanti, dal Duomo a piazza Cordusio 

Lunga circa duecento metri, via Mercanti collega piazza Duomo a Piazza Cordusio ed è stata ricavata nel corso del XIX Secolo dalla piazza Mercanti, fulcro della vita cittadina in epoca medioevale e dedicata alle attività artigianali, ricordate anche dai nomi delle vie adiacenti come via Orefici, Spadari e Cappellari.

Una delle principali curiosità su via Mercanti riguarda la presenza del bassorilievo collocato sul secondo arco del Palazzo della Ragione, raffigurante un animale insolito definito “scrofa semilanuta” e considerato uno degli antichi simboli della città fin dalla sua fondazione. Sempre in questa via si verifica un particolare fenomeno acustico, grazie ai fori presenti su due colonne non attigue che anticamente permettevano ai mercanti di comunicare a distanza semplicemente sussurrando alcune parole.

Milano e il Quadrilatero del silenzio

Non lontano dal centro e vicino a corso Venezia, è possibile percorrere il cosiddetto Quadrilatero del silenzio: si tratta di quattro strade, precisamente via Serbelloni, via Mozart, via Cappuccini e via Vivaio, in grado di regalare un'atmosfera pacata e rilassante, quasi estemporanea se confrontata con il caos delle zone vicine.

Tra palazzi edificati in stile neoclassico, decorazioni Liberty, mosaici e giardini, questo luogo rappresenta una tappa imperdibile per conoscere un volto insolito di Milano.

Via Montenapoleone e l’origine del nome 

Cuore del Quadrilatero della Moda, via Montenapoleone è nota soprattutto per l'offerta di boutique e vetrine da sogno ma vanta anche una storia peculiare che giustifica l’origine di questo nome. Un tempo Contrada di Sant'Andrea, infatti, è stata sede di numerosi conventi ma è diventata via Monte Santa Teresa dopo l'apertura di un banco dei pegni, voluto da Maria Teresa d'Austria.

Riattivato per volere di Napoleone Bonaparte, il banco ha portato a un nuovo cambio di nome della strada: via del Monte Napoleone. Dopo l'unità d'Italia, lo stesso luogo è stato ribattezzato via Montenapoleone.

La Walk of Fame del capoluogo lombardo

Anche Milano, come Los Angeles, ha la sua Walk of Fame: in Largo Corsia dei Servi, a pochi passi da Piazza Duomo e da Piazza San Babila, sono ancora visibili le impronte e le firme lasciate da numerose star nazionali e internazionali, personaggi famosi della televisione e del cinema che hanno impresso un segno nei pressi degli uffici della popolare rivista TV Sorrisi e Canzoni.

La via più piccola di Milano

Sempre nel centro di Milano, tra via Santa Marta e via Nerino, si trova la via più piccola e per certi versi angusta del capoluogo lombardo: è via Bagnera, una strada ottocentesca che in epoca romana ospitava i bagni pubblici, nota anche con l'appellativo di “stretta” proprio per le dimensioni limitate.

Il vicolo è tristemente famoso anche per alcuni fatti di cronaca nera che risalgono alla prima metà dell'Ottocento, avvenimenti che hanno avuto come protagonista Antonio Boggia, il primo serial killer italiano.

Maurizio Donelli per il “Corriere della Sera” il 6 giugno 2022.

«Le giro il contatto della team manager, è lei che gestisce il mio calendar». Replica così, via WhatsApp, quando gli chiediamo un appuntamento per l'intervista. In fondo, il Milanese Imbruttito poteva reagire altrimenti (what else?, direbbe lui)? E, un paio di giorni dopo, eccolo Germano Lanzoni, 55 anni, camicia azzurra, giacca blu, sneakers bianche e sorriso da simpatica canaglia. 

Chi risponde alle domande? Germano o l'Imbruttito?

«Facciamo che risponde il Gegio». 

Prego?

«È il mio soprannome. Mi chiamano tutti così fin da quando ero un ragazzo».

Il più simpatico della compagnia?

«Ho cominciato tardi a fare il giullare. Nasco come animatore di contatto in un villaggio turistico di Crotone, il Casa Rossa». 

L'animatore di contatto sarebbe quello che tormenta i turisti con il gioco aperitivo, la ginnastica in acqua...

«Precisamente. Ma non c'è niente di meglio per imparare a relazionarsi e aprirsi con le persone. Mi sono molto divertito in quegli anni. Pensi che il capo comico del villaggio era Michele Foresta, il mago Forest; e la parte musicale era affidata a Silvano Belfiore, quello che oggi dirige l'orchestra nei programmi di Maurizio Crozza. Detto questo, il mio benchmark artistico è sempre stato papà». 

Era un attore?

«Macché, un operaio. Precisamente un giuntista. Un simpaticissimo donnaiolo impenitente. Aveva Tinder inside. Dotato di una specie di gps naturale per individuare le belle ragazze. E naturalmente corteggiarle.

Se durante un intervento individuava l'appartamento di una signora piacente, le sabotava di proposito il telefono per poter ricevere la chiamata e andare a riparare il "guasto". Purtroppo non c'è più. Pensi che un giorno in ospedale, ormai nelle ultime settimane di vita e molto anziano, mi ha chiesto di accompagnarlo in bagno.

Camminava a fatica attaccato al sostegno della flebo. A metà corridoio si è fermato di colpo e mi ha detto in dialetto, così, dal niente: "Germano, a mi me piasen i dònn". In realtà ha detto che gli piaceva qualcosa di più specifico, ma il senso è quello... Era figlio di una Milano incredibile e vivissima. Per esempio mi raccontava sempre la storia del conte».

Quale conte?

«Un suo amico, povero in canna, che si faceva prestare camicie e pantaloni eleganti e poi andava da Cova in via Montenapoleone cercando di accalappiare qualche ricca signora da poter sposare per sistemarsi. E andò proprio così. Più o meno: quella che poi sposò, conosciuta ai tavolini del Cova, era una tipa che si era fatta prestare anche lei i vestiti... Parlo sempre di queste cose nei miei spettacoli». 

Quali spettacoli?

«Mi esibisco in due locali milanesi quasi ogni settimana. Il palcoscenico non lo mollo per alcuna ragione. Ho fatto la scuola di recitazione di Marina Spreafico all'Arsenale, un patrimonio di conoscenza che non voglio abbandonare. Conservo ancora incorniciate le 50 mila lire guadagnate (in black) con il primo spettacolo al Derbyno in via dei Missaglia, in coppia con Gianfranco Balestrini. Avevo 25 anni e volevo soprattutto diventare bravo, non famoso».

E poi?

«Poi ne ho fatte di ogni. Compresa la comparsa a Drive in. Ha presente quelli che stavano in mezzo alle macchine e dovevano ridere alle battute? Ero uno di loro. Ogni tanto qualcuno veniva mandato via perché non rideva abbastanza. Poi un giorno sono stato contattato da radio Deejay per presentare la tappa di un tour itinerante in piazza del Cannone a Milano. Era la vigilia della partenza per le vacanze in Grecia con Paola, la mia fidanzata di allora. Le ho detto; "Tranqui , un paio di serate e ti raggiungo in spiaggia".

Invece non mi sono più fermato per 47 giorni. E Paola, inevitabilmente, mi ha mollato». 

La radio, altra grande passione.

«Devo tanto a RDS».

Spieghi.

«Capodanno del 1999. Quello del passaggio del millennio. Il 31 dicembre sono a Roma. Mi chiamano dalla radio: "Preparati, questa sera devi essere in piazza Duomo a Milano per il countdown. Sarai in diretta su Canale 5. Cominci alle 21". Prendo di corsa un aereo. Non c'era copione, non c'era scaletta. Sono salito su quel palco con 100 mila persone davanti e dovevo improvvisare». 

Panico.

«Beh, a quel punto è tornato fuori l'animatore del villaggio turistico che era in me. E ho cominciato: "Potevate essere a casa con i parenti! Potevate essere al ristorante a spendere un botto di soldi per un cocktail di scampi! E invece siete qui! Grazie Milanooooo!". A quel punto il delirio fino a mezzanotte e oltre, tutto improvvisato».

Praticamente, una prova generale di quello che lei fa oggi a San Siro quando gioca il Milan.

«Esatto. Solo che la prima volta sotto la curva Sud è stata drammatica. Era il 2000. RDS era partner del Milan e noi conduttori avevamo il compito di intrattenere i tifosi con un po' di musica prima della partita. Fino a quel giorno l'aveva fatto Francesco Pasquali che una domenica, con lo stadio già pieno, ha però deciso di passarmi il microfono. "Vi presento Gegio!", ha urlato. E dalla curva è partito il coro: "Sceeeemo, Sceeeeemo...". C'era un tipo inconfondibile per la sua maglia color puffo che dagli spalti mi faceva gesti irripetibili. Mi ha tormentato tutto il pomeriggio. Non l'ho mai dimenticato e mai lo dimenticherò».

Oggi con i tifosi il rapporto è ben diverso.

«Ed è bellissimo. Mi emozionano ogni volta che leggo le formazioni (lo faccio dal 2002) finisce sempre che mi tremano le mani. E pensare che non sono mai stato un grande appassionato di calcio, non ci ho mai giocato, amavo il basket». 

Da dove guarda la partita?

«Dal campo. E capisco poco di quello che succede. Una volta non mi sono nemmeno accorto che avevano annullato un gol a Theo Hernandez e quando ho visto la palla in rete ho cominciato a gridare: "Cooooon il numero 19 ha segnato...". Poi, subito dopo, ho dovuto scusarmi».

E con i calciatori che rapporto ha?

«Sono ragazzi troppo giovani rispetto a me e sempre super concentrati. Fuori da San Siro non frequento nessuno di loro. Ricordo però con piacere Clarence Seedorf che durante un riscaldamento pre-partita interruppe la corsa per venire a stringermi la mano. Un bel gesto». 

Come nasce l'Imbruttito?

«L'idea è dei tre founders della leggendaria pagina Facebook». 

Milanesi?

«Per niente: Marco De Crescenzio è di Taranto, Tommaso Pozza è di Padova e Federico Marchisio è di Varese. Mi hanno scelto dopo aver visto alcuni sketch del Terzo segreto di Satira. Avevano bisogno di qualcuno che interpretasse il modo di parlare e i tic dei milanesi». 

Facciamo qualche esempio di questi tic?

«Certo. L'Imbruttito mentre si lava i denti, con l'altra mano cancella le tracce di dentifricio dal lavabo; mentre chiude la porta di casa, contemporaneamente chiama l'ascensore; al semaforo non aspetta il verde ma scatta quando è rosso per i pedoni; non dice mai no a un invito ma "ti raggiungo dopo". E ovviamente si muove solo in macchina e non con gli spostapoveri: metropolitana, tram, autobus...». 

Il suo alter-ego è il Giargiana.

«Precisamente. Giargiana sono tutti coloro che abitano appena fuori dalla circonvalla. E che, rispetto all'Imbruttito, non pensano solo ed esclusivamente alle due «f»: dove la seconda «f» sta per fatturato».

Nei vostri sketch e nel film «Mollo tutto e apro un chiringuito» il Giargiana è interpretato da Valerio Airò.

«Attore comico incredibile. È stato scoperto perché con il suo accento piacentino si era presentato al provino per un film proponendosi per interpretare la parte di un personaggio lucano. E lì hanno detto: o è un fesso o un genio. Era giusta la seconda». 

Ma lei, Germano Lanzoni detto Gegio, è un imbruttito nella vita di tutti i giorni?

«Quando sono in macchina decisamente». 

E chissà che macchina...

«Non ci crederà ma ho una Panda. Una volta al semaforo un tipo su una Volvo mi ha riconosciuto e m'ha detto: "Uè, Imbruttito, cosa ci fai sulla Panda?! Un tipo come te deve viaggiare in Cayenne...».

Ma almeno abita all'interno della «circonvalla»?

«Macché, vivo a Brusuglio di Cormano. In un attico, è vero, ma a Brusuglio...». 

Giargianissimo.

«Totale. Con i miei abitavamo a Milano, vicino alla stazione Centrale. Poi papà ha comprato questa casa fuori città e ora ci vivo con la mia compagna Lara Bogni, che è una danzatrice, e le nostre gemelle di 15 anni. Loro vorrebbero che dopo vent'anni ci sposassimo, più che altro per la festa». 

E vi sposerete?

«Ho spiegato alle ragazze che 20, 30 K preferisco spenderli per comprarmi un box».

Risposta che avrebbe potuto dare il Dogui, ovvero il leggendario Guido Nicheli. Si sente il suo erede?

«Era un grandissimo Imbruttito. La differenza con me è che "Alboreto is nothing" lui avrebbe potuto dirlo anche fuori dal set, chiacchierando con gli amici. Perché era così nella vita. 

A me piacerebbe essere considerato piuttosto l'erede di Giuseppe Moncalvo, attore che coraggiosamente nel 1800, davanti agli austriaci che sorvegliavano il palcoscenico e spesso lo portavano in galera, interpretava il Meneghino, una maschera storica che non indossa la maschera. Proprio come il milanese Imbruttito».

Dagospia il 6 giugno 2022.Estratto di un testo del 1932 di Carlo Emilio Gadda, pubblicato dal “Corriere della Sera” nel 2007

I Rusconi non fumavano: non si sa bene perché non fumassero, forse per igiene, forse per economia. Ma certo le sigarette con quello stemma d’Italia non erano cosa che doveva entrare nelle loro grazie: associavano l’idea delle Macedonia a quella delle guardie di finanza, della Regìa, dello Stato Italiano, dello Stato dei meridionali. 

Comperare delle Laurens, o delle Capstain non gli era passato mai per il cervello: buttare in fumo tanti denari. Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti: brontolavano contro i meridionali, ma nessuno di loro avrebbe mai osato contrastare ai dettami d’un meridionale, anche perché non ne avevano il potere o la forza o l’ingegno: appartenevano a quella stirpe chiusa, onesta, che può essere simboleggiata, in biologia, dal grosso topo detto «pantegana» da noi, che corre i fossi e sbuca subito di tra il folto delle urtiche e subito si rintana, sapiente nella sua cotenna e codardo.

Appartenevano a quella gente che sorride di pietà e di superiorità quando parla del governo, ma che è assente da tutte le attività del governo: assente dall’amministrazione, dalla magistratura, dall’esercito, dalla marina, dall’insegnamento. 

Non esistono milanesi della classe colta e “dirigente” che siano generali, ammiragli, giudici, ingegneri del genio civile, ufficiali del genio navale, o professori di università. La ricca borghesia milanese sorride di commiserazione a sentire che uno è professore d’università: il presentarsi come professore di filosofia o di diritto romano o di storia antica in un salotto milanese equivale a farsi ricevere con un’occhiata di commiserazione. Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano. La degenerazione della tendenza industriale, l’unilateralità della cultura, la meschinità celtica della loro boria, (...) il secolare cattivo gusto rendono impossibile la vita in Milano 1930, a uno che voglia dedicarsi agli studi. Lo studio nel giudizio milanese è un mezzo di «laurea»; la laurea è come un foglio di congedo dal servizio militare, null’altro. I giovani della borghesia milanese studiano otto anni il latino per essere incapaci di tradurre una frase di Cicerone. 

(...) a Milano essere professore è cosa ritenuta indegna di persona che si rispetti: spazzino municipale è già una carica molto superiore nell’esternazione dei milanesi. Interminabili tiritere contro i professori e le scuole si sen- tono ad ogni piè sospinto negli illuminati salotti della borghesia pacchianissima, lodi dell’attività pratica, inni allo scaldabagno, ditirambi verso le maniglie di ottone stampato. Il professore è un essere meschino, dalle idee ristrette, incapace di attività e di modernità, che vive del suo Cicerone come il tarlo nella vecchia mensola, che non capisce nulla della vita.

(...) Nessuna pietà, verso chi studia o desidera studiare, nella Milano 1920-30. (...) I cinquemila e cinquecento pisciatoi della virtuosa città pullulante di persone «pratiche della vita»: ma il professore che un po’ curvo per ragione del mestiere legge e lavora e pensa, e può dir cose utili e sagge alle nuove generazioni istupidite dalle sciocche iperboli della Gazzetta dello Sport, il professore è additato al disprezzo pubblico, conspiré, bafoué. 

Questa è l’intima “cultura” milanese in questi primi decenni del sec. 20. (...) Li scaldabagni, a tutti i costi e contro ogni verosimile criterio di opportunità. E così si moltiplicarono le fabbriche e le fabbrichette, le officine e le officinette, le maniglie e le manigliette: ma non troverete una porta che chiuda né una finestra che tenga, perché il genio della meccanica e della vita pratica suggerisce sì le maniglie e il cavatappi contro il Maledetto Spinoza, ma non ha né mai avrà virtù tali da far maniglie tali che servino a chiuderle.

Cronaca e Storia, l’incontro in Galleria. Perché non è strano il mondo a Milano. Più di ogni altro luogo d'Italia, è il centro del globo, soprattutto ora con la Milanesiana. VITTORIO SGARBI su Il Quotidiano del Sud il 5 Giugno 2022.

A Roma, via Veneto e la dolce vita hanno caratterizzato una stagione che non è costume: è storia. A Milano, in galleria, a partire dal futurismo, il Novecento ha segnato stagioni accelerate che sono già storia. Dopo la “Rissa in galleria” di Umberto Boccioni, il Movimento studentesco, il “Nouveau realism”, Christo che impacchetta il monumento a Vittorio Emanuele, Botero, hanno avuto come teatro la galleria. I passaggi della Callas, di Placido Domingo, di Franco Zeffirelli, di Riccardo Muti hanno avuto alcuni ristoranti come luoghi di storici incontri, che sono parte viva del secondo Novecento.

Qui si incrociavano Borges e Montale nei primi anni Settanta. Qui Leonardo Sciascia accoglieva l’amico Gesualdo Bufalino, in visita a Milano per incontrare il comune editore Bompiani, rappresentato da Elisabetta Sgarbi. Qui fu Paolo Coelho, in un memorabile appuntamento milanese con il sindaco Moratti e il suo assessore.

“Galleria” è nome eponimo di un ristorante che ha visto il passaggio della parte più viva della cultura italiana e internazionale del secondo Novecento, dalla musica alla letteratura, all’arte. Sarebbe un delitto togliere la Galleria alla galleria. Bruno Tosi riceveva qui gli amici per ricordare, in un museo ideale, la Callas. Qui cronaca e storia si incrociano, qui passato e presente si confondono. Il via vai nella galleria ha il suo palco reale in questo ristorante discreto e necessario, punto di passaggio da La Scala al Duomo, luogo di appuntamento inevitabile in una trama di relazioni recenti, in cui entrano Paolo Grassi e Strehler, Barenboim e Chailly, in un tempo senza tempo, che è quello della vita di un giorno che si fa arte per sempre.

Anche nell’Ottocento la Galleria aveva colpito la fantasia di scrittori siciliani, entrando nella letteratura in quanto parte integrante della vita mondana milanese. Sin dall’inaugurazione, la galleria è citata in molte opere letterarie, sia come parte di annotazioni in diari di viaggiatori, sia come parte di racconti di fantasia.

Giovanni Verga, frequentatore della Galleria durante il suo periodo milanese, ambientò alcuni dei suoi racconti proprio nella galleria Vittorio Emanuele II: nelle sue Novelle il grande passaggio commerciale appare in Primavera e altri racconti nella novella che dà il titolo all’opera: Primavera, storia d’amore tra una sarta e un musicista giunto da fuori Milano per fare carriera che descrive l’atmosfera della città in quegli anni: «Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue scarpe s’erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni d’artista, e della sua ambizione giovanile, – quelle larve funeste che da tutti gli angoli d’Italia vengono in folla ad impallidire e sfumare sotto i cristalli lucenti della Galleria.»

Verga pubblicò anche Per le vie, una raccolta di novelle completamente ambientata a Milano, e la Galleria ritorna: in Via Crucis paragona metaforicamente il percorso che una giovane donna costretta a prostituirsi fa tra la Galleria e le vie del centro, mentre nella novella In piazza della Scala narra di una povera venditrice di caffè che passa le sue notti sotto l’arco d’ingresso della galleria.

La Galleria è anche al centro della novella omonima di un altro esponente del verismo italiano, Luigi Capuana, in cui si paragona il ruolo della Galleria per la città a quello del cuore per l’organismo umano: «È il cuore della città. La gente vi s’affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell’aorta e nelle arterie del grande organismo tanto la sua rassomiglianza colle funzioni del cuore è evidente. Tutte le pulsazioni della vita cittadina si ripercuotono qui. Quando pare che anche qui ogni movimento sia cessato, dai grand’occhi di cristallo del pavimento può scorgersi che nei suoi sotterranei ferve sempre il lavoro, quasi che in questo centro vitale l’attività non possa mai addormentarsi e prosegua senza coscienza, proprio come nell’organismo vivente che abbandonarsi al sonno.»

Più di ogni altro luogo d’ Italia, la galleria è il centro del mondo. Così la percepiamo, pensando a Milano. Soprattutto ora che inizia la Milanesiana.

Duomo di Milano, tra storia, leggende e curiosità. Monica Cresci il 3 Maggio 2022 su Il Giornale.

Magnificenza stilistica pura il Duomo di Milano è la cattedrale più grande d'Italia, un gioiello dalla bellezza incommensurabile e innegabile punto di riferimento.

Opera mastodontica e di incredibile bellezza il Duomo di Milano è la chiesa più grande d'Italia, seconda solo alla Basilica di San Pietro a Roma che risiede nello stato del Vaticano. Una lavorazione lunga quella della cattedrale dell'arcidiocesi di Milano, iniziata nel 1386 e conclusasi nel 1965 grazie a un numero imprecisato di artisti, architetti, ingegneri e consulenti. Il Duomo di Milano risplende grazie alla bellezza del marmo che lo caratterizza, una presenza silenziosa ma rassicurante tanto da diventare il simbolo di Milano in tutto il mondo, non solo dal punto di vista religioso.

Ma anche stilistico e artistico, non a caso la cattedrale racchiude le magnificenze dell'arte gotica, del neoclassico e del barocco. Punto di riferimento indiscusso per i suoi cittadini, il Duomo di Milano veglia e proteggere innalzandosi verso l'alto quasi a toccare il cielo con la guglia più alta dove, poeticamente, sorge la statua più importante: quella della Vergine Maria. Scopriamone insieme la storia, gli aneddoti più interessanti e il suo ruolo senza tempo. 

La storia del Duomo e della sua costruzione attraversa diversi secoli storici e non sembra aver fine, ancora oggi la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano si occupa di reperire i fondi per gli interventi di restauro e conservazione. Una manutenzione costante e necessaria per quella che è considerata tra le chiese più antiche. La data della sua nascita è legata al 1386 in pieno periodo gotico, direttamente nello stesso luogo dove un tempo erano situate le basiliche di Santa Maria Maggiore e di Santa Tecla, con alcuni resti ancora oggi visitabili all'interno dell'area Archeologica del Duomo stesso.

Il crollo del campanile spinse l'allora arcivescovo, Antonio de' Saluzzi, verso l'idea di costruire una cattedrale unica ma dal formato più esteso e imponente. Dall'idea iniziale di una struttura in mattoni si passò all'edificazione di grandi piloni quale base della struttura, anche se tutto prese vita solo con l'ingresso nella fase progettuale del gran duca di Milano, Giangaleazzo Visconti.

Questi impose la creazione della Veneranda Fabbrica del Duomo, per gestire e coordinare i lavori di progettazione e l'opera di costruzione. La scelta ricadde sul marmo di Candoglia, dal tipico colore bianco-rosa e grigio che impose alla struttura uno stile innovativo e di grande pregio. La creazione del Duomo ha richiesto la presenza e collaborazione di innumerevoli figure tra architetti, ingegneri, scultori, consulenti e lapicidi di provenienza differente.

Un fermento di esperienze, culture, idee, tecniche, spesso in aperto contrasto con le maestranze lombarde, ma che produsse uno scambio creativo e un risultato senza pari. Nonostante non sia chiara la reale paternità del progetto, la creazione ha richiesto anche l'intervento dei maggiori artisti dell'epoca in qualità di consulenti quali Leonardo Da Vinci, Bramante, Gian Lorenzo Bernini e Luigi Vanvitelli, per citarne alcuni.

La costruzione del Duomo è stata lunga e laboriosa, con innumerevoli stop per mancanza di fondi ma anche pause tecnciche per consentire la costruzione di una struttura stabile. Nata come cattedrale a tre navate si decise per erigerne cinque con pilastri dal maxi formato, grazie ai precisi calcoli del matematico piacentino Gabriele Stornaloco, così da ottenere una struttura interna stabile ed equilibrata. La costruzione ebbe inizio con l'abside seguita dal disegno e realizzazione degli incredibili finestroni con vetrate, che ne rimarcano la sensazione reale di ampiezza, verticalità e imponenza. Successivamente vennero progettare e realizzate il transetto e le campate delle prime navate, lasciando in sospeso la volta. La facciata rimase a lungo quella dell'originaria Santa Maria Maggiore mentre il 16 ottobre 1418, Papa Martino V, consacrò l'altare. Il Duomo andò incontro a una serie di pause produttive che vennero interrotte dalla progettazione del tiburio, anche grazie all'intervento di Leonardo da Vinci. I lavori ripresero intensità con l'arcivescovo Carlo Borromeo che, ispirandosi a San Pietro, decise di far ridisegnare il presbiterio, nuovamente consacrato, seguito dagli altari laterali, dalla cripta, battistero e lo stesso pavimento. 

Intorno al 1580 prese il via la progettazione della nuova facciata che venne realizzata solo dopo due secoli, in concomitanza con l'incoronazione di Napoleone Bonaparte quale Re d'Italia e che proseguì con successive aggiunte di colonne e statue dopo il 1813. Nel mentre il tiburio venne concluso grazie a Francesco Croce aggiungendo la guglia maggiore, quella principale sulla quale svetta la statua in rame ricoperta d'oro del vero emblema di quella che ufficialmente è nota come Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria, ovvero la Madonnina. I lavori successivi si concentrarono sulla creazione e manutenzione delle innumerevoli guglie e statue che adornando il Duomo, ma anche su continue fasi di restauro e aggiornamento strutturale. Un'operazione che coinvolse a lungo il tiburio tanto da temere per un suo crollo, ma solo nel 1986 si concluse l'opera di recupero degli stessi piloni di sostegno. Il Duomo di Milano è un progetto senza fine, ancora oggi i lavori sono affidati e seguiti dalla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano.

Il Duomo di Milano internamente può ospitare anche 40mila visitatori grazie a uno spazio pari a 11700 m² e per un'altezza esterna di 108,50 metri, Madonnina compresa. Le volte sono alte 45 metri, le colonne presenti internamente sono 52 mentre le statue 3400 comprese quelle esterne, senza dimenticare le 135 guglie. Niente male per un luogo che un tempo era dedicato al culto di Belisama, divinità femminile di origine celtica. Successivamente intitolato alla Dea Minerva e, con l'avvento del Cristianesimo, a Santa Tecla e Santa Pelagia e poi alla Vergine Maria. Al suo interno sono presenti elementi architettonici e artistici di grande pregio, statue, quadri, dipinti, lapidi e monumenti funerari, altari, cappelle e un organo principale con 15800 canne. Sopra l'altare è presente uno dei sacri chiodi della croce di Gesù illuminato da una luce rossa perenne, mentre lungo tutta la struttura campeggiano le 55 e immense vetrate che durante la guerra vennero rimosse e sostituite da teli.

All'interno della cattedrale, sul pavimento, è presente una meravigliosa meridiana che viene illuminata dalla luce che filtra attraverso un foro nel muro, segnando alla perfezione l'ora esatta. Ma tra le tante curiosità non possono sfuggire alcune statue e figure particolari, come la statura di San Bartolomeo noto come lo "scorticato" perché riproduce un corpo privo di pelle, che appare in qualità di mantello appoggiato sulle spalle. Oppure una statua che ricorda la statua della Libertà di New York, scolpita agli inizi del 1800 e alla quale pare si sia ispirato Frédéric Auguste Bartholdi con la figura emblematica regalata dai francesi agli americani nel 1876. 

Il Duomo si può ammirare sia internamente che esternamente, raggiungendo le terrazze principali con l'ausilio dell'ascensore o percorrendo i 251 scalini d'ordinanza. Dalla terrazza si apre un panorama mozzafiato della stessa città, in particolare durante le giornate di sole in grado di illuminare tutti i palazzi di una metropoli sempre in divenire. Ma agli appassionati di scultura non sfuggiranno l'estro creativo delle guglie e delle statue presenti, alcune singolari come quella dei pugili Primo Carnera e Erminio Spalla. Passando per i veri guardiani della cattedrale, i tanti serpenti, mostri, draghi e demoni presenti, i gargoyle del Duomo. Ben 96 figure dall'aspetto spaventoso, protettori della Cattedrale e che in realtà adornano la parte finale dei canali dai quali defluisce l'acqua piovana, ma non per questo privi di fascino e bellezza.

Il Duomo di Milano è una certezza, una presenza stabile nella realtà urbana milanese che, per preservane la stabilità, ha interdetto la presenza del traffico di zona limitando al minimo le vibrazioni fino a rallentare il percorso della stessa linea 1 della metropolitana milanese. Un emblema, un simbolo, un esempio di bellezza senza pari ma anche di ecologia. Infatti sulla facciata è stata applicata una finitura antismog che si attiva con la luce del sole, pulendo il marmo della struttura e depurando l'aria dalla presenza degli agenti inquinanti.

Appalti mense, il sistema delle tangenti: mazzette, assunzioni e auto in regalo. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 4 maggio 2022.  

Operazione della Finanza tra le province di Milano, Bergamo e Brescia. Arrestati i fratelli manager di Fabbro Food. Indagato Ernesto Pellegrini, ex presidente dell’Inter, indagato per turbativa d’asta: in una telefonata ringraziava un sindaco per la gara vinta giorni prima che venisse assegnata

«Divieto assoluto di comportamenti che possano configurarsi come tentativi di corruzione e pagamenti agevolativi o estorti, l’obiettivo aziendale dichiarato è tolleranza zero». Sta scolpito sul sito internet del gruppo Fabbro Food spa, 130 milioni di fatturato e 2.000 dipendenti nella ristorazione collettiva, settore la cui associazione nazionale di imprese Anir (aderente a Confindustria Servizi) è presieduta proprio da Massimiliano Fabbro, al vertice dell’azienda con il fratello William amministratore delegato. Entrambi posti agli arresti domiciliari — per ipotesi di corruzione e turbativa d’asta — in una più ampia inchiesta della GdF e dei pm Giovanni Polizzi e Giovanna Cavalleri estesasi anche ad altre imprese su 11 contratti di fornitura per un valore complessivo di 39 milioni di euro: contratti che sarebbero stati assegnati con modalità illecite da funzionari di alcuni Comuni dell’hinterland milanese (Cornaredo, Mediglia, Buccinasco) e lombardi (Ranica e Flero in provincia di Bergamo e Brescia) a imprese disposte a pagare ai funzionari, o ad assicurare loro per il futuro, dall’1 al 2 % del valore delle gare pluriennali. Con denaro contante (come i 1.000 euro «registrati» in diretta dalle microspie 5 mesi fa mentre venivano contati in una busta appena consegnata), ma anche con promesse di future assunzioni di familiari, con blocchetti di buoni pasto, con la disponibilità di un’auto nuova da 25.000 euro, e in un caso (quello invece del trasporto bus scolastici del Comune di Cornaredo assegnato a Ticinia Bus) perfino con la consegna a domicilio di una nuova bicicletta da corsa in fibra di carbonio da 3.000 euro.

I fratelli Fabbro

A causare il coinvolgimento dei due fratelli Fabbro, e cioè a far risalire a essi il via libera alle blandizie illecite dei dipendenti comunali praticate da un loro agente aziendale prossimo alla pensione, Carmelo Sparacino, sono stati proprio i suoi commenti nelle intercettazioni: interpretati dai pm come traccia di una autorizzazione dei vertici dell’azienda, mentre i fratelli Fabbro (difesi da Francesco Sbisà) li ritengono invece accorte millanterie che Sparacino avrebbe speso con i dipendenti comunali che alimentava. E sempre Sparacino è, indirettamente, anche alla base anche della perquisizione effettuata a carico di un concorrente dei Fabbro, Ernesto Pellegrini, patron dell’omonimo colosso delle mense, ex presidente dell’Inter dal 1984 al 1995, benefattore dei poveri con la sua Fondazione e con il ristorante Ruben al Giambellino da 500 pasti al giorno a 1 euro.

Il sindaco di Mediglia Paolo Bianchi

La ragione sta nel fatto che nell’estate 2021 il sindaco di Mediglia, Paolo Bianchi (poi scambiatosi i ruoli con il vicesindaco Giovanni Fabiano), ai pm «appare essere a completa disposizione di Sparacino, anche se alla fine ammette di non essere riuscito a interferire nella procedura di gara» vinta non dalla Fabbro ma dalla Pellegrini spa. «Sparacino però sospetta che il sindaco abbia fatto il doppio gioco favorendo in realtà l’impresa poi vincente», e, raccontando a un amico di avere lavorato in passato per la Pellegrini spa, accenna a metodi analoghi, e in particolare indica un dipendente della Pellegrini a suo dire solito a distribuire «buste» di denaro con la frequenza di «un postino».

Le intercettazioni di Ernesto Pellegrini

I pm osservano che le intercettazioni hanno «rilevato alcune conversazioni tra il sindaco e il presidente della Pellegrini che denotano una familiarità sospetta»; rimarcano in particolare la stranezza di «Pellegrini che apprendeva dell’esito favorevole della gara ancora prima della conclusione delle operazioni di valutazione dell’offerta»; e quando Pellegrini telefona all’allora sindaco Bianchi per ringraziare, ascoltano poi sindaco e vice commentare la telefonata tra lo spaventato («È pericoloso», «è assolutamente fuori luogo tre giorni prima») e l’irato («una telefonata del cavolo... A 80 anni bisogna stare a casa e lasciare fare agli altri»). «Ma su questo argomento occorrono maggiori approfondimenti», non si sbilanciano per adesso i pm, che li cercano appunto in alcune delle complessive 23 perquisizioni (comprese 5 società pure indagate come enti), mentre il difensore di Pellegrini, Massimo Dinoia, assicura «massima tranquillità» dell’imprenditore indagato per ipotesi di turbativa d’asta.

Le indagini partite da una causa di separazione

Nell’inchiesta, curiosamente innescata nelle more di una causa civile di separazione dall’esposto della ex moglie sulla maggiore capacità reddituale del responsabile servizi sociali nel Comune di Cornaredo, Massimo Cosimo Manco (uno dei tre arrestati in carcere con Sparacino e la commissaria di gara Antonietta Monteleone), i pm avevano proposto l’inquadramento giuridico dell’associazione a delinquere: ma la gip Tiziana Gueli l’ha esclusa, ritenendo invece più calzante una serie di concorsi di più persone nei reati singoli, all’interno di «una evidente spregiudicatezza e abitualità nel turbare le gare d’appalto anche dietro remunerazione, in un sistema illecito portato avanti da diversi anni e probabilmente interrotto solo da questa indagine».

Uno slalom quotidiano tra cantieri pericolosi, montascale "lumaca" e banchine fuori norma. Chiara Campo il 19 Aprile 2022 su Il Giornale.

Uno slalom quotidiano tra cantieri, montascale e banchine fuorinorma. Il responsabile Disabilità di Europa Verde racconta i suoi disagi e gli Sos allo sportello.

«Meno campagne sociali e giornate simboliche, lavorare giorno per giorno per un'inclusione vera, nei fatti». Lo ripete a ogni convegno a cui viene invitato Diego Schettino, 25 anni, presidente di Squadra Mobile Aca (associazione di volontariato per persone con disabilità) e responsabile nazionale alle Politiche per la disabilità di Europa Verde. Lo scorso novembre ha lanciato anche «SegnalaMilano», uno sportello on line per raccogliere reclami (diegoschettinoaccessmilano@gmail.com) e ogni volta che arriva un sos - «una quarantina finora» - si attacca al telefono per risolvere il problema (e parecchie volte ci riesce). Ha una disabilità motoria congenita, si muove in carrozzina e quindi contro le barriere architettoniche della città si scontra ogni giorno e spesso denuncia sui social i casi più eclatanti. Anche le segnalazioni allo sportello virtuale «nel 99% dei casi riguardano barriere - spiega -: scivoli mancanti, ascensori in metrò guasti, auto di incivili parcheggiate sui posti disabili, ogni tanto richieste di informazioni su istruzione, lavoro o di tipo fiscale».

Giorni fa è arrivato un alert sull'ascensore fermo alla stazione del metrò Affori, «nel pomeriggio l'hanno aggiustato», qualche tempo prima è intervenuto «con insistenza» per un altro elevatore, a Porta Romana, bloccato da 6 giorni. «In casi come questi significa che il disabile è costretto a raggiungere la fermata successiva, a un chilometro minimo di distanza» attacca. Sta cercando di far conoscere il suo canale (anche attraverso il social Milanobelladadio che ha oltre 64mila contatti su Instagram) ma ammette che «servirebbe uno sportello dedicato di questo tipo in Comune».

I problemi principali a Milano per chi si muove in carrozzina? «Trasporti pubblici, marciapiedi senza scivoli, cantieri che ci obbligano a procedere in mezzo alla strada, rallentando il traffico, o addirittura in contromano correndo dei rischi e pigliandoci i clacson degli automobilisti». Parte dai mezzi di superficie. Su alcune linee come la 90/91 o la 3, 7, 9, 14 non tutti i mezzi hanno il pianale ribassato. «Non chiediamo la dismissione dei vecchi mezzi con gli scalini ma di garantire almeno una vera alternanza, capita che passino tre filobus di fila non accessibili e dopo oltre mezz'ora quello con il pianale, col rischio di perdere un treno o arrivare tardi al lavoro per colpa della disorganizzazione di Atm». Altre volte il mezzo ha il pianale ribassato ma per arrivare alla banchina bisognerebbe fare un salto di venti centimetri.

Tanto per citare, in viale Jenner in entrambe le direzioni. «Un tassista giorni fa è sceso con il cliente per aiutare una disabile in carrozzina a salire sul bus e sbloccare il traffico». Stessa situazione in una fermata strategica come quella della 91 alle spalle della stazione Centrale. «Peccato - fa presente - che per trovare quella a norma bisognerebbe scendere a Loreto, non esattamente a due passi». Ma in metropolitana va quasi peggio. «I montascale al giorno d'oggi ancora non garantiscono un servizio efficiente, per scendere alla fermata Piola ad esempio possono volerci 20 minuti, a Porta Venezia almeno 15 minuti - riferisce Schettino -. Bisognerebbe poter scendere non dico in tempi pari alle altre persone, che devono aspettare se usciamo in gruppo, ma quasi. E nella maggior parte delle stazioni i montascale sono in zone non coperte, se piove andando a questa lentezza lascio immaginare...». Aggiunge «i guasti frequenti ai montascale e gli ascensori, anche alla stazione ferroviaria Garibaldi dove la manutenzione scarseggia».

Sugli attraversamenti pedonali che terminano con un gradino alto 20 centimetri invece dello scivolo gli esempi si sprecano, ne cita «tre clamorosi»: il percorso lineare dall'università Statale a piazza Duomo «dove ci si scontra con almeno 5 barriere», l'inizio di corso Buenos Aires, di fronte alla farmacia, dove «hanno fatto i lavori della nuova ciclabile lasciando un gradino di 18 centimetri», o piazza Cavour. In stazione Cadorna invece la fermata del bus «è attaccata al posteggio taxi, il mezzo si ferma in mezzo alla strada invece di attaccarsi al marciapiede. Ho proposto a diversi consiglieri comunali di presentare mozioni per farla spostare di qualche metro».

E al Comune ha chiesto di attivarsi per «rendere di nuovo accessibile la biglietteria del Museo del Duomo, dove si acquistano i biglietti per salire sulla cattedrale. Ci sono gli scalini, non si può entrare autonomamente». Schettino è andato a vivere da solo a 19 anni, al secondo piano di un palazzo al Corvetto, dove non è raro che si guastino l'ascensore o il montascale» dice. E alle istituzioni ribadisce che «le persone con difficoltà motoria non possono essere legate a troppe variabili. Nelle case popolari la soluzione migliore, anche in caso di incendio, sarebbe dedicare ai disabili alloggi al pianterreno».

A volte, conclude, «la sensazione è che non si voglia fare lo sforzo di cambiare davvero la situazione. Quando i disabili protestano per un guasto spesso la risposta è ringrazino che ci sono i montascale o che alcune stazioni hanno gli ascensori». Abbiamo il diritto di spostarci in autonomia senza dover telefonare prima a un numero verde per sapere se quel giorno l'ascensore funziona».

Case di ringhiera a Milano, il cortile di Dergano crocevia di popoli: la grigliata, il cinema e un matrimonio.  Elisabetta Andreis su Il Corriere della Sera il 14 aprile 2022.

Aria di primavera, febbrile lavoro in cortile. Si portano giù i tavoli, qualcuno ha le stoviglie. Dalla ringhiera Simona, insegnante, urla allegra: «Quanti bicchieri servono?». E arriva la grande ciotola di portata: cous cous. L’ha cucinato Hind, origini marocchine e lavoro in una impresa di servizi. Tra un po’ farà lezione di cucina a tutti. «Ci ha già insegnato a fare il tè come si beve dalle sue parti e siamo diventati una succursale di Marrakech», scherzano.

Case di ringhiera a Milano: il cortile di via Legnone 79 a Dergano

Quello di via Legnone 79 è uno dei palazzi più vitali di Dergano. «C’è un orgoglio vero ad abitare qua, siamo molto ricchi perché facciamo tesoro uno delle esperienze dell’altro — ragiona Giuseppe, informatico —. Se andiamo via per il weekend chiediamo sulla chat di condominio chi ci tiene le chiavi e qualcuno si offre sempre, anche per bagnare le nostre piante e badare agli animali domestici. Nel abbiamo imparato a unire le forze e questo è un segreto che non abbandoniamo più».

Intervengono Michele e Alberto, il primo insegnante e pugliese, il secondo titolare di una libreria in provincia di Sondrio e originario del profondo nord, insieme da una vita: «Dire che siamo diventati una famiglia è poco. Moltissimi di noi sono di fuori Milano, dal sud specialmente, o persino da altri Paesi, non abbiamo parenti qui. Perciò ci siamo inventati dei riti, delle tradizioni». Simona li guarda: «Ci siamo offerti di organizzare a zero spese il loro matrimonio qui in cortile e sono a un passo dal dirci sì. Possiamo offrire noi il pacchetto completo, gratis. Il fotografo, la cuoca, io farei le bomboniere».

C’è Giacomo, l’ingegnere, «il preciso del gruppo», e David Oppi, figlio di Daniele, il pubblicitario che inventò marchi epici come la Lambretta e le Brooklyn per i chewingum. E c’è un giovane medico, Alessio, che in faceva visite e tamponi a tutti: «Tranquillizzava, è stato la nostra salvezza».

Dal cortile si sente qualcuno che prega per il Ramadan, altri che parlano di nuove iniziative: la grigliata, l’aperitivo con il mago dei cocktail, il cinema in cortile con l’associazione Nuovo Armenia, degli amici della cascina poco più in là. «A volte portiamo qualcuno di nuovo e si allarga il giro. Ma il bello è che anche solo tra noi siamo autosufficienti..». Se qualcuno va in vacanza, resta senz’altro un magnanimo che in chat si offre di ritirare la posta e i pacchi Amazon: «Attacchiamo sul citofono l’etichetta con il suo nome e la scritta di suonare sempre a lui per la consegna. Risparmiamo in allegria sul custode».

VITA DI RINGHIERA

Non c’è problema di privacy o di invadenza, quando non vuoi socialità chiudi la porta di casa, semplicemente. Pare l’ideale. Nel condominio hanno girato un episodio di «Monterossi», la serie tv tratta dal romanzo di Alessandro Robecchi. «Magari prossimamente faremo noi un docu-film sulla vita in Legnone», azzarda Salah. Originario dell’Egitto, da poco ha chiamato a Milano la moglie e le due bimbe. Fa ristrutturazioni: «Ad un certo punto ero un po’ in difficoltà, qui nel condominio ognuno mi ha dato un lavoretto. E una ragazza si è offerta di insegnare italiano a mia moglie, che al Paese è docente di francese e qui si trova spaesata. Contro la solitudine c’è il nostro palazzo, sembra una pubblicità del luogo ideale in cui vivere — racconta —. Verso sera dalla finestra ci chiediamo: Hai del prezzemolo? Oppure: Chi ha bisogno il supermarket, che sto andando a prendere il latte?». Chiude Simona: «Sarebbe il condominio ideale dove fare anche un figlio, o più di uno. Con i neonati saremmo una task force. Ci sarebbe sempre qualcuno pronto a spingere la carrozzina per fare addormentare il pupo».

Da Filosofia a Informatica, da Giurisprudenza a Fisica il prestigio della Statale di Milano. Tiziana De Giorgio su La Repubblica il 21 marzo 2022.

Andranno avanti fino a maggio le selezioni per Ingegneria gestite internamente dal Politecnico. Sono suddivise in tre finestre per oltre 5.800 i posti, di cui 300 per la sede di Lecco, 830 per le nuove matricole di Ingegneria su Cremona e altri 600 per la sede di Piacenza, il resto per le sedi milanesi.

Nell’anno accademico in corso hanno fatto il pieno di iscritti e la previsione è che anche il prossimo non sia da meno. È tempo di test di ammissione per molti corsi di laurea degli atenei milanesi. Dopo l’arrivo del Covid non solo la temuta emorragia di studenti nel capoluogo lombardo non c’è stata. Ma il suo sistema universitario ha visto crescere il numero di matricole, comprese quelle in arrivo dall’estero, tanto da spingere i singoli atenei ad accelerare su progetti di ampliamento delle sedi per guadagnare nuovi spazi per le lezioni.

La Statale

Alla Statale, salvo poche eccezioni come Lettere o Medicina, per tutti i corsi di laurea triennale e magistrale si deve passare dai test Tolc del Cisia. La prima tornata di prove è stata dal 22 al 25 marzo, con due sessioni al giorno per 2.640 persone e gli slot disponibili già quasi tutti prenotati. Valgono per accedere a più di quaranta corsi di laurea solo per questa prima fase, da Filosofia a Informatica, da Giurisprudenza a Fisica, da Scienze geologiche a Farmacia, mentre altri se ne aggiungeranno da qui a settembre. Non tutti, però, prevedono una graduatoria,  che scatta solo per i suoi 42 corsi a numero chiuso, dove i posti disponibili sono 5.280 e 325 destinati a studenti extra Ue. Il tutto mentre proseguono le polemiche degli studenti per la decisione dell’ateneo di congelare l’accesso a Mediazione linguistica e culturale, la laurea diventata monstre, presa d’assalto dopo un ricorso al Tar vinto dagli studenti contro il numero chiuso, che in un anno ha fatto passare le matricole da meno di mille a oltre 2 mila in un anno. Un bubbone che è esploso nel 2019 e che si è ripetuto fino a oggi, portando per la prima volta l’ateneo a sospendere le ammissioni per l’anno che verrà.

La Bicocca

Alla Bicocca su 73 corsi attivati l’anno prossimo sono più della metà quelli ad accesso programmato, ovvero 43. Nella maggior parte dei casi si tratta di triennali, per un totale di 8.281 posti disponibili per chi si vuole frequentare il prossimo anno accademico, un centinaio in più rispetto al passato. Nel più giovane ateneo pubblico milanese è necessario sostenere un test Tolc per iscriversi e questo vale non solo per i corsi a numero chiuso ma anche per le triennali ad accesso libero e per Giurisprudenza, anche se in questo caso si tratta di valutazioni che non precludono l’iscrizione. Il calendario completo dei test sta per essere definito. Ma sono già in corso le selezioni per Scienze e tecniche psicologiche,  Scienze psicosociali della comunicazione e di Scienza dei Materiali, che prevede una prima fase che si concluderà a maggio per gli studenti meritevoli: ragazzi iscritti all’ultimo anno delle superiori con una media dell’8 nelle pagelle dei due anni precedenti. E fra le novità per il prossimo anno c’è la nuova specialistica in Artificial intelligence for science and technology, nata a cavallo tra Bicocca, Statale e Università di Pavia, ad accesso libero.

Il Politecnico

 Andranno avanti fino a maggio le selezioni per Ingegneria gestite internamente dal Politecnico. Sono suddivise in tre finestre e ogni studente più partecipare a ciascuna per migliorare il proprio punteggio in graduatoria. Sono più di 5.800 i posti in totale, di cui 300 per la sede di Lecco, 830 per le nuove matricole di Ingegneria su Cremona e altri 600 per la sede di Piacenza, il resto per le sedi milanesi. Al via ad aprile, invece, la sessione anticipata per iscriversi ai corsi di Design. Alla Bocconi la prossima sessione di selezione per il triennio e il corso a ciclo unico in Giurisprudenza dal sarà dal 2 al 5 maggio. Sono complessivamente 2.600 i posti messi a disposizione dall’ateneo economico. Nelle prime due tranche dei test le domande per l’anno accademico 2022- 2023 l’università ha registrato un aumento della richiesta del 6 per cento, con una crescita degli studenti internazionali di 17 punti. Prove fissate 28 al 30 marzo, invece, per chi vuole iscriversi alle specialistiche, mentre un’ultima finestra per entrare verrà aperta a maggio.

Iulm

Per diventare uno studente dello Iulm, l’ultima tornata di test sarà a luglio. Servono per entrare in uno degli otto corsi triennali che raccolgono 2.360 posti. Per quelli di Lingue, cultura e comunicazione digitale, Interpretariato e comunicazione,  Arti, spettacolo, eventi culturali e infine Turismo, management e cultura, ci si può iscrivere dopo aver partecipato a un semplice test attitudinale. Sono quattro invece quelli dove senza aver raggiunto un punteggio minimo non si entra: 1.520 posti distribuiti fra Comunicazione d’impresa e relazioni pubbliche,  Corporate communication and public relations,  Comunicazione, media e pubblicità, di Moda e industrie creative.

Humanitas

All’Humanitas l’8 aprile c’è l’esame d’accesso per entrare a Medtec, il corso di laurea in Medicina e Ingegneria biomedica in partnership con il Politecnico. Si potranno immatricolare in 70: lo scorso anno per lo stesso numero di posti si sono presentati in 600. Giochi chiusi da poco per il corso classico di Medicina: 2.100 gli iscritti alle prove per aggiudicarsi uno dei 180 posti, il 24 per cento in più rispetto a un anno fa. Anche all’Università Vita-Salute del San Raffaele le selezioni si sono appena concluse con numeri in aumento:  sono 5.468 gli studenti che si sono fatti avanti per Medicina e chirurgia, 158 in più rispetto al 2021.  Questo per 612 posti complessivi, anche questi cresciuti rispetto a un anno prima.  Anche qui l’interesse dall’estero non si è fermato con la pandemia: per l’Internationa medical doctor program gli studenti stranieri sono aumentati del 78 per cento.

Cattolica

Prove di accesso in corso, infine, alla Cattolica, che per il prossimo anno accademico ha previsto 41 corsi di laurea triennali, sette a ciclo unico e 55 magistrali, di cui tre nuove: una in Linguistic computing per Lingue per la sede di Milano. La seconda è Lavoro sociale e coordinamento di servizi per immigrazione, povertà e non auto-sufficienza su Scienze politiche e sociali sulla sede di Brescia. E poi c’è quella in Scienze della formazione primaria che, dopo Milano e Brescia, viene attivata anche su Piacenza. Sono 5.148 i posti per le lauree a numero chiuso. Il numero in assoluto più alto riguarda la facoltà di Economia per la quale i test di selezione cominciano il primo di aprile.

Milano, le case "magiche" del Quartiere Maggiolina. Angela Leucci il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

Le suggestioni degli edifici nel Quartiere Maggiolina di Milano: le case igloo, le case fungo, Villa Figini e il Villaggio dei Giornalisti.

A Milano gli angoli “magici” non mancano. Nella città scenario di tanti romanzi e racconti misteriosi, è spesso l’architettura a fornire la narrazione più intensa e completa di un luogo in perenne cambiamento, in cui la storia è fondata su una profonda cultura del bello.

Uno di questi angoli magici è il Quartiere Maggiolina, un luogo che ha vissuto molte trasformazioni e che ancora oggi ospita abitazioni suggestive. Palazzi che raccontano a loro volta una storia.

Le case igloo e le case fungo 

Nell’immediato dopoguerra, l’architetto Mario Cavallè ebbe un’intuizione: realizzare delle abitazioni indipendenti e monofamiliari, popolari, con un basso metraggio ma funzionali e versatili. E "magiche". Nacquero così nel 1946 le case igloo e le case fungo: lo scopo era dare ospitalità alle famiglie dei soldati, le cui dimore erano state distrutte nei bombardamenti.

Le case igloo - realizzate in 12 unità delle quali oggi ne sopravvivono solo 8 - richiamavano ovviamente la forma di un igloo, con una volta a cupola realizzata secondo una tecnica statunitense dell’epoca. Possedevano due piani: un pianterreno con bagno, cucina e due camere, e un seminterrato con accesso esterno, con funzione di cantina o sgabuzzino sotterraneo. Le case igloo non hanno muri portanti, con l’eccezione delle pareti esterne: in questo modo i residenti hanno potuto dare forma alla propria abitazione nella maniera che era per loro più funzionale.

Diverso il discorso per le case fungo, sempre progettate da Cavallè, ma realizzate solo in due esemplari, demoliti nel 1965 e soppiantate da un altro edificio. Di quelle case resta un ricordo sbiadito, come le foto d’epoca in bianco e nero di cui si trova rara traccia sul Web. Sostanzialmente replicavano la falsariga delle case igloo, ma avevano la forma di un’amanita muscaria: il fungo velenoso con il cappello rosso punteggiato di bianco. Erano articolate su tre piani, di cui uno sempre seminterrato più due abitabili: uno più piccolo al pianterreno, uno più ampio nel cappello.

La casa palafitta 

In piena epoca fascista, nel periodo-culla dell’architettura razionalista, sorse invece l’abitazione nota come casa palafitta, ovvero Villa Figini, residenza dell’architetto che la progettò: Luigi Figini.

Ispirata a Villa Savoye di Le Corbusier, Villa Figini ha successivamente fatto scuola, poiché replicata nella sua struttura a macchia di leopardo in tutta Italia nelle zone residenziali e condominiali di periferia. Con gli stessi esiti funzionali, ma non con gli stessi esiti artistici naturalmente.

Non esiste piano terra a Villa Figini, dove il terreno è coltivato a giardino. La casa, di dimensioni inferiori a 100 metri quadri, è posta al centro di questo giardino e sostenuta da 12 pilastri in calcestruzzo armato interni rispetto al perimetro esterno dell’abitazione. L’illuminazione è invece garantita da grandi finestroni orizzontali. Sul terrazzo ci sono anche una piscina e un solarium.

Il Villaggio dei Giornalisti 

Ai confini del Quartiere Maggiolina, si trova il Villaggio dei Giornalisti, così chiamato perché ospita dal 1911 la residenza di molti giornalisti. In quell’anno accadde infatti che Mario Cerati, un redattore de Il Secolo, scrisse un editoriale che ebbe grande eco: l’articolo sottolineava come le iniziative edilizie dell’epoca si rivolgessero perlopiù alle case popolari e quindi alla classe operaie, ma ancora mancava qualcosa che si rivolgesse alla borghesia in ascesa, come quella formata dai pubblicisti.

Da allora sorsero nella zona, progettata da Evaristo Stefini, molti edifici particolari, eleganti o bizzarri, che hanno ospitato firme più o meno conosciute, più o meno prestigiose, del giornalismo italiano.

Le memorie di Gabriele Albertini: il sindaco in mutande che ha cambiato Milano. Giangiacomo Schiavi su Il Corriere della Sera il 27 Marzo 2022.  

In un libro, scritto con Rotondo, l’ex sindaco di Milano svela aneddoti e rimpianti della sua avventura politica cominciata con la prima elezione nel 1997. Ecco tutti i retroscena della mancata sfida con Sala alle ultime elezioni amministrative

La prima volta che si presentò in mutande fu davanti al fotografo del Corriere , in occasione dell’intervista ufficiale sui cento giorni da sindaco. Gabriele Albertini, in costume adamitico sullo sfondo di un prato alpino, spiazzò la cronaca milanese abituata a vedere i sindaci in giacca e cravatta anche nel mese d’agosto, ma per rispetto istituzionale in via Solferino lo spogliarello venne confinato in un prudente riquadro, con un titolo che diventerà profetico: «Fuori dal Comune». Che fosse fuori dal Comune si vedeva già dai segni premonitori, come l’esame calligrafico ai futuri assessori, la bocciatura dei raccomandati di partito e la capacità di essere all’opposizione della sua stessa maggioranza di centrodestra (scegliendo come riferimenti Indro Montanelli, il procuratore Borrelli e il cardinal Martini), ma la certezza arrivò quando Albertini rese leggendario un nuovo striptease alla sfilata di Valentino, dove indossò i mutandoni di cachemire e qualcuno azzardò: passerà alla storia per essere stato il primo sindaco in mutande. 

Le scelte

Niente di più sbagliato. Anche se il paragone con Forrest Gump lo perseguita da sempre, Gabriele Albertini alla storia c’è passato per essere stato uno dei migliori sindaci di Milano del Dopoguerra: il sindaco dei grattacieli e dei depuratori, della battaglia contro i vigili fannulloni e del piano parcheggi, degli Stati Generali e della giunta intelligente, della nuova Scala e del teatro Arcimboldi, della lotta ai vandalismi e del patto sulla sicurezza. Se fosse andata in porto la ricandidatura per il Centrodestra proposta da Matteo Salvini per l’autunno 2021, chissà che cosa si sarebbe inventato, ma una cosa è certa: sarebbe entrato in Comune in doppiopetto. Non per l’età e lo slippino fuori corso, ma perché aveva deciso di cambiare, con l’abito, anche la città che aveva governato 25 anni prima. «Rivoglio la mia Milano» era il titolo del suo programma. Che oggi è diventato un libro cucito su misura sartoriale da Sergio Rotondo con questo sottotitolo: «Il sindaco rimette i pantaloni» (De Ferrari editore).

Le tappe

È andata come è andata: Albertini è divisivo, fumino e incontrollabile. Quindi niet, anche dagli ex estimatori. Restano le mutande e la gloria postuma, con il rimpianto di Vittorio Feltri e il sondaggio commentato da Renato Mannheimer, che documenta le chance di vittoria di Albertini su Sala all’eventuale ballottaggio. Ma il libro, oltre ai retroscena della candidatura sfumata, ripercorre le tappe di un sindaco impolitico, l’amministratore di condominio onesto, leale, tignoso, a volte vendicativo, capace di rimettersi in gioco sapendo di piacere ma anche dispiacere, tentato dalle lusinghe ma frenato dai veti, anche della moglie Giovanna, preoccupata per un nuovo «sequestro consenziente» con al centro Milano e Palazzo Marino. È un peccato che sia andata così, perché il match con Sala prometteva bene. Albertini dietro l’apparenza quasi mite è un falchetto con gli artigli che non molla la presa: sia con un magistrato come Alfredo Robledo che ha portato in Tribunale per la non inchiesta sullo scandalo dell’autostrada Milano-Serravalle, con le azioni pagate dalla Provincia il doppio del prezzo congruo; sia con i talebani del verde che gli hanno mandato all’aria il piano parcheggi e poi nella giunta Pisapia «si sono appropriati della gloria della rigenerazione urbanistica che avevano cercato di impedire».

Intoccabile

In caso di vittoria «al mio avversario offrirei il ruolo di vicesindaco», aveva detto per rompere gli schemi, riportando i cronisti di antico pelo a ricordare le schermaglie con assessori, consiglieri e pezzi da novanta come Massimo De Carolis, che fece dimettere dopo una visita a Arcore dal presidente Berlusconi: «O lui o io». Era untouchable Gabriele Albertini, anche per Cavaliere che lo aveva candidato su suggerimento di Cesare Romiti. Disse di no due volte prima di accettare, ma per il Cavaliere aveva el nebiun in di pulmon , e da venditore di sogni lo convinse così: «Lei è anche umile, è quello che ci vuole, sarà ricordato come un grande sindaco di Milano…». Albertini ha poi sconvolto ogni abituale criterio di gestione, disorientando amici e nemici, con una lettera di dimissioni pronta all’uso e il consenso mai perduto dei milanesi: temerario nell’indipendenza, ma leale al leader di Forza Italia, fino alla battuta estrema. «Con il Berlusconi del ‘96 avrebbe vinto anche la pecora Dolly…». Rivoglio la mia Milano è un libro quasi distopico che si tuffa nel passato per immaginare quel che non c’è stato. Di sicuro Albertini avrebbe fatto rumore: voleva Stati Generali, marciapiedi puliti, vigili in strada, un nuovo palazzo di giustizia e l’abbattimento di San Siro e San Vittore. Per fortuna o no, i pantaloni sono rimasti nell’armadio: ne è uscito l’amore per Milano.

"Ecco perché ho rifiutato di ricandidarmi sindaco". Giannino della Frattina il 27 Marzo 2022 su Il Giornale.

Nel suo libro "Rivoglio la mia Milano", Albertini racconta una vita da politico e amministratore.

Il flusso di coscienza di un Forrest Gump (copyright lui stesso) diventato da imprenditore, amministratore del condominio Milano, europarlamentare, senatore e collezionista seriale di onorificenze. Oppure si potrebbe dire che Rivoglio la mia Milano. Il sindaco rimette i pantaloni, eloquente ultima fatica letteraria di Gabriele Albertini con il giornalista Sergio Rotondo, prefazione di Francesco Alberoni e dadaista postfazione di Vittorio Feltri (De Ferrari, 442 pp, 24 euro) è un'opera distopica o utopica, a seconda dei punti di vista. Perché, per ragioni tecniche ed esistenziali degli autori, si trova a raccontare una candidatura a sindaco nel 2021 quando la cronaca, anzi ormai la storia di Milano raccontano tutt'altro. Anche per l'intervento della moglie Giovanna che gli ha evitato quel «sequestro del consenziente» con cui ha sempre definito l'incarico da sindaco. E allora è meglio ritrovare proprio in questa sfasatura spazio-temporale il vero Dna di un uomo che nel suo essere sempre altrove, ha trovato quella sua qualità che ne fa ancora uno degli amministratori più ambiti. Di qui l'interesse per un altro libro sulla sua vita se, tra le pagine e gli aneddoti si decifra questa sua aristocratica sprezzatura, il disinteresse se non l'avversione per le bagatelle della politica politicante da cui l'arcangelo Gabriele dei milanesi post Tangentopoli alla fine è sempre riuscito a tenersi lontano. Anche con le dimissioni senza data custodite nel cassetto e agitate di fronte agli assessori più intemperanti.

Quanto fu felice fu quell'intuizione di un Silvio Berlusconi dal tocco magico a cui quell'oscuro falco di Federmeccanica fu presentato da Fedele Confalonieri e Cesare Romiti. Due mandati da sindaco di godimento puro, per lui e per i suoi concittadini, ricostruiti in un racconto in presa diretta da cui emergono retroscena raccontati secondo il rito albertiniano della rasoiata che sfregia più gli amici da cui si è sentito tradito che i nemici. Anche se la parte che più gli sta a cuore è il «Duello all'ultimo atto tra il sindaco di Milano e un sostituto, poi aggiunto, poi di nuovo sostituto procuratore della repubblica», dove gli altri duellanti sono Alfredo Robledo e il compianto presidente della Provincia Filippo Penati: materia del contendere il «Caso Serravalle», di cui nel libro si riproduce la sterminata quantità di documenti prodotti dalla sua proverbiale acribìa. Non solo materia per entomologi del diritto amministrativo o archeologi della politica, ma uno spaccato della degenerazione della magistratura i cui ritratti così poco commendevoli stanno fiorendo come margherite a primavera.

Ma tornando ai suoi anni da sindaco, sicuramente i più ruggenti, e alla mancata ricandidatura, proprio dal non aver mandato al macero le bozze del libro, compare la filosofia di un amministratore che ha sempre declinato il quotidiano solo nel paradigma del futuro da consegnare alle giovani generazioni. E così fa sorridere che proprio venerdì sia stato presentato il bando per costruire quella Biblioteca europea da lui immaginata nel 1999 e che, dopo essere stata abbandonata, potrebbe vedere la luce con 27 anni di ritardo. Se ne facciano una ragione i detrattori suoi e del centrodestra, in quei nove anni tutto successe: i grattacieli di Porta Nuova e il Bosco verticale nell'area Garibaldi-Repubblica, le torri di City life, quattro depuratori, il maggior numero di chilometri di metropolitana, i parcheggi interrati, la rinascita della Scala e la nascita dell'Arcimboldi: 6 miliardi di euro investiti più 30 del privato (nazionale e internazionale). Il tutto senza un solo avviso di garanzia per sé o per un assessore delle sue giunte. Difficile con questi numeri e questa fedina penale negargli il titolo di miglior sindaco d'Italia nell'era repubblicana. Di qui il rimpianto, da lui confessato nel libro, per non poter gestire i 18 miliardi assegnati a Milano dal Pnrr e da spendere in appena 5 anni. Perché non c'è dubbio che i 60 immobiliaristi provenienti da tutto il mondo messi al tavolo da Albertini, investirono su Milano proprio perché di lui si fidavano. E da lì tutto è nato.

Per il resto, dal libri si ricostruiranno la sua rabbia per la parola «discontinuità» utilizzata da Letizia Moratti al momento di ricevere il testimone di una Milano già lanciata verso l'Expo e i palcoscenici mondiali, i 5Stelle e il disastro «dell'incompetenza al potere», le cinque volte che sarebbe dovuto diventare ministro («due volte ho detto no io, le altre tre qualcuno si è messo di mezzo»), l'Andreotti che a lui ventiseienne in ascensore spiega che per rimanere uomini di potere bisogna «sopire l'invidia» degli altri o di Cossiga che entrando con lui a braccetto a Palazzo Marino davanti ai vigili fatti trovare in alta uniforme, gli aveva suggerito di creare i «corazzieri del sindaco» schizzando anche una perfetta divisa.

Vale da sola i 24 euro la galleria di foto che vanno dalla «bellissima» Didi, la fidanzata giovanile figlia del farmacista di Portovaltravaglia con un Albertini ancora crinito, Gianni Agnelli, un giovane Putin e la regina Elisabetta a Palazzo Marino. Ma anche una Megan Gale per cui ha sempre avuto una platonica inclinazione e quel tuffo in costume e fisico apollineo per inaugurare la piscina Scarioni. Le mutande di Valentino sono nel retro di copertina e all'interno abbondantemente chiosate, così come l'Albertini «albero di Natale» in frac e onorificenze di cui si confessa «collezionista seriale».

Giovedì 31 alle ore 18 «Rivoglio la mia Milano», Talk resiliente alla Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4 con Albertini e Rotondo, Vento, Alberoni, Mannheimer, Tortorella.

Maurizio Zottarelli per “Libero quotidiano” il 10 marzo 2022.

Vi siete mai chiesti come sia nata "O mia bela Madunina"?. E sapete chi era il nano Bagonghi? E i mondeghili? Sapete cosa sono e come nascono? E cosa c'entra Milano con Primo Carnera? 

C'è un piccolo, libro scritto da Luca Crovi, "Il gigante e la Madonnina" (Rizzoli, pag. 192, euro 16), che mentre si addentra nei misteri di una nuova indagine del commissario De Vincenzi (poliziotto di culto del giallo italiano creato da Augusto De Angelis a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta al quale Crovi rende omaggio), tra oscuri suicidi all'ombra del Duomo e malavitosi senza scrupoli, in realtà racconta Milano e le sue mille storie di uomini, piccoli e grandi. Il gigante del titolo, in effetti, è proprio il pugile Primo Carnera che nel maggio 1932 tornò sul ring allo stadio di San Siro (il primo incontro era stato nel 1928 contro l'atleta di colore Epifanio Islas).

La vicenda si sviluppa intorno a questo avvenimento storico e con l'arrivo del pugilatore friulano alla Stazione Centrale, l'autore trova l'occasione di raccontarci la nascita del nuovo scalo ferroviario che prese il posto di quello storico (nella attuale piazza Repubblica) bruciato nel gennaio 1923 e dei segreti della nuova stazione (inaugurata nel 1931), tra i quali i lussi del "padiglione reale", costruito, tra bassorilievi e lampadari di Murano, pavimenti in legno intarsiato e passaggi segreti per permettere ai Savoia di arrivare e partire dal capoluogo lombardo con tutti gli agi e senza essere notati. Ma ogni gigante che si rispetti deve avere al suo fianco un nano. 

Ed ecco che negli sviluppi delle indagini spunta anche Giovannino Bignoli, il "nano Bagonghi", piccolo grande uomo di settantacinque centimetri che da Galliate, in provincia di Novara, partì affascinato dalle magie del circo e dalla voglia di riscatto da una vita di sberleffi, e fece fortuna in Francia, poi in Germania e in tutto il mondo tra piroette, acrobazie e un soprannome ereditato da un altro nano, famoso lottatore.

Crovi, tra le pieghe della sua storia, racconta così l'amicizia tra il pugile gigante e l'acrobata nano, ma racconta soprattutto lo spirito di una città aperta, libera, capace di accogliere e dare una possibilità a tutti. Con il gigante e il nano, poi non può mancare anche un re. In questo caso, il re della canzone meneghina Giovanni D'Anzi, figlio del laborioso popolo meneghino e di via Conca del naviglio quando ancora non si chiamava così. 

E così apprendiamo la sua storia, la sua scoperta quasi casuale del pianoforte, gli esordi che ci portano nei locali della Milano della Prima Guerra mondiale, al cinema Trappolin in cui i film muti venivano accompagnati al pianoforte, nelle serate danzanti all'albergo Palace, fino all'incontro con Arturo Toscanini. 

Sotto lo sguardo attento della Madonnina, vediamo tra le pieghe del romanzo crescere un altro grande cittadino di Milano, capace di conquistare le platee di mezzo mondo e il cuore delle soubrette senza dimenticare la sua terra dove torna, carico di onori e di qualche ferita della vita.

Il libro di Crovi vive del pulsare delle atmosfere e delle mille storie della grande città, molte delle quali apprese, come spiega lo stesso autore, dalle cronache dell'epoca del Corriere della Sera. E' la Milano della ligera, la malavita locale, così chiamata perché (ancora fino agli anni Sessanta), briganteggiava, ma senza armi, in una sorta di codice deontologico criminale. Un piccolo mondo di truffatori strapaesani, consapevoli ancora del limite tra l'arrangiare la vita e il male senza rimedio, che pure esiste ma va isolato e fermato. E "O mia bela Madonnina"? 

Quella, come si ricorderà, inizia con un piccolo risentimento verso chi incensa la canzone napoletana. E in effetti, la storia racconta che Giovanni D'Anzi si esibiva al Trianon e al Pavillon Dorè, un locale posto sotto al teatro e dove il musicista intratteneva il pubblico fino a tardi, permettendo a chi voleva di incontrare attori e cantanti. In quel periodo Al Trianon, da mesi, si esibiva una compagnia di napoletani e il D'Anzi pare che masticasse amaro a suonare solo musica partenopea. 

Così una sera, forse ispirato da una poesia di Vespasiano Bignami e con Arturo Bracchi si mette al piano e... Non vi sveleremo tutti i particolari per non togliere il gusto della scoperta, in compenso ci faremo perdonare con i mondeghili, le tipiche polpette milanesi, visto che la gastronomia è il centro di ogni cultura. Come quasi tutte le polpette nascono dalla necessità di recuperare la carne del giorno prima, quasi sempre lesso. Con l'aggiunta di latte, uova, pangrattato, parmigiano, aglio, cipolla, prezzemolo. Il nome? Deriva dallo spagnolo albondeguito, a sua volta derivato dall'arabo al-bunduo. Come si vede l'integrazione è sempre stata nel cuore e nella bocca dei milanesi. 

A Milano la proiezione di “Roberto F.” Roberto F., il docufilm sulla storia di un asso della politica sabotato dalle toghe. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Marzo 2022. 

Lo vedi in un’intimità molto semplice e nell’immagine pubblica in cui compare come un gigante. Una bella storia, personale e politica. Poi ti svegli di soprassalto e un pensiero improvviso lacera la realtà: ma questo Roberto Formigoni è lo stesso protagonista della sua Storia Criminale? Quella che lo ha bollato come corrotto e servo dei grandi della sanità per qualche gita in barca? È in gran parte la sua gente, quella che ancora lo ammira e che non l’ha mai abbandonato, quella che affolla per due sere e quattro spettacoli uno in fila all’altro la Cineteca di viale Fulvio Testi, periferia nord di Milano, siamo quasi a Sesto Sangiovanni, la famosa Stalingrado dei tempi delle fabbriche e dell’aristocrazia operaia.

Roberto F. è il titolo, e dice già tutto. Quello di cui parliamo è uno di noi. Non solo perché gli vogliamo bene, ma perché Formigoni è Formigoni, a difficilmente ce ne sarà un altro così. E lo strano è che questo docufilm, che ha dovuto peregrinare a lungo prima di trovare patria, cioè una sala interessata alla proiezione, non ha il timbro di Comunione e Liberazione o di un qualche ambiente catto-integralista. L’autore è Pino Farinotti, che gli informati danno più vicino alla Lega che non agli ambienti moderati in cui ha vissuto e vive uno come Formigoni, il regista è un giovanissimo, Nicolò Tonani, il direttore della Cineteca che ha avuto l’ardire di dare ospitalità si chiama Matteo Pavesi. E tutti e tre mettono insieme un piccolo capolavoro, pulito e prezioso, mentre in sala domina l’immagine gialla e azzurra della bandiera ucraina e un breve inno alla pace. Roberto F., quello in carne e ossa nei suoi 187 centimetri di statura, è sempre presente, il giudice di sorveglianza gli ha dato il permesso. Ma ogni sera deve comunque rientrare a casa entro le ore 23. E già, perché questo “Signor F.”, immagine che ricorda un po’ quella più scanzonata del “Signor G.” di Giorgio Gaber, è agli arresti domiciliari. In quell’altra vita di condannato, quella della Storia Criminale.

Non ci sono solo le testimonianze di coloro che gli furono e gli sono amici, nel docufilm. C’è prima di tutto un’altra presenza fondamentale, che è sullo schermo e anche in sala, Gabriele Albertini. Che è stato il Cupido che ha messo insieme l’Autore e il Primattore, perché Farinotti e Formigoni proprio non si conoscevano, è stato l’ex sindaco di Milano a presentarli. Succedono cose strane di questi tempi. Per chi è di Milano e ha vissuto la politica di questa città, prima chiamata capitale morale, poi tangentopoli, poi ancora la più lanciata sulle vette dell’Europa e infine la più massacrata dall’epidemia da Covid, pare strano vedere l’ex governatore e colui che fu il borgomastro stretti in un abbraccio virtuale, in un pappa e ciccia che nulla ha che fare con gli anni che furono. Quelli in cui i due –l’uno dal Pirellone, l’altro da Palazzo Marino- pur non essendo mai nemici, si pizzicavano sull’ambiente, sulle domeniche a piedi di Formigoni che a Albertini facevano venire l’orticaria, sulle auto ibride del futuro, che poi divennero realtà. Il tutto documentato dalla splendida vignetta di Giorgio Forattini, in cui il governatore fa pipì dall’alto sul Duomo, e sotto si vede Albertini in motorino che dice “finalmente piove e potrò girare in vespa”.

Le immagini del docufilm mostrano una Milano avvolgente, che pare tenere l’attore tra le braccia. Vedi in sequenza lui che si sciacqua la faccia, spinge indietro i capelli con un pizzico di vanità, prepara un caffè, legge il giornale in una quotidianità che non pare da detenuto. E invece lo è. Poi te ne accorgi un po’ dal linguaggio del corpo, quando pare che sfiori la vastità di piazza Duomo un po’ insaccato nel giubbotto invernale e si appoggia a un amico nella lunghezza della Galleria. Non c’è più nulla dell’incedere arrogante di chi aveva il mondo in mano perché nell’arco di tempo in cui gli altri arrancavano in una qualche carriera, lui aveva già fatto tutto, dal Parlamento italiano a quello europeo, dal governo del Paese a quello della Lombardia, per quattro volte, dal 1995 fino al 2012. L’anno del brusco risveglio in salsa giudiziaria, la volta in cui la Lega in versione forcaiola gli staccò la spina per una brutta storia che portò all’arresto di un assessore. In cui lui non c’entrava niente, ma che segnò la fine di tutto.

La fine, nella memoria di chi preferiva la Storia Criminale rispetto a quella popolare e professionale di chi ha saputo portare la Regione Lombardia come eccellenza nel mondo, aprendo sedi dagli Stati Uniti fino ai Paesi orientali e riuscendo persino a vendere il riso dei produttori italiani alla Cina, dopo un assaggio del mitico risotto giallo alla milanese. Di chi era riuscito, con un’iniziativa individuale, a penetrare nel regno di Saddam Hussein e a riportare in Italia 400 lavoratori italiani rimasti intrappolati in Iraq. Ma comunque la si veda, da qualunque parte si prenda questa storia del “Signor F.”, la storia di Roberto, per ogni lombardo è prima di tutto quella della salute di ogni cittadino. La riforma del 1997, che ha messo in competizione il settore pubblico e il privato, con il coinvolgimento dei quattro poli dell’eccellenza, San Raffaele, Humanitas, Ieo e Gruppo San Donato, ha portato la Lombardia ai massimi livelli dell’Europa, ha risanato una sanità disastrata dalle macerie di tangentopoli, ha eliminato le liste d’attesa pur mettendo in pari il bilancio e ha consentito a chiunque (aprendo le porte a cittadini di ogni parte d’Italia) di accedere all’eccellenza sotto l’ombrello dell’assistenza pubblica.

Il docufilm presenta i riconoscimenti di personaggi diversi tra loro (e diversi da lui) come Piero Bassetti, Francesco Alberoni e Andrée Ruth Shammah. L’ha pagata cara questa sua genialità, Roberto F. Proprio sulla sanità si sono accaniti i magistrati, e hanno aperto il capitolo della costruzione della Storia Criminale. Pur non riuscendo mai a dimostrare il nesso di causalità tra le sue decisioni (con provvedimenti non imposti da un dittatore, ma votati dalla giunta e dal consiglio regionale) e l’ipotesi di corruzione, come ricordato dai tre personaggi scelti dall’autore del docufilm come suoi difensori in un nuovo processo virtuale. Gabriele Albertini: ho letto 400 pagine senza trovare il reato. Piero Sansonetti: cinque anni di condanna per qualche gita in barca…non posso che essere solidale con Formigoni. Vittorio Feltri: sono disgustato, e vorrei che lui continuasse a fare politica perché è il più bravo. Lui, il Signor F. vorrebbe spiegare la politica ai giovani. Magistratura permettendo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Roberto Formigoni, il film: «Noi nella tana di Saddam. E quella volta che vendemmo il riso ai cinesi». Andrea Senesi su Il Corriere della Sera il 3 Marzo 2022.

«Roberto F.» è un docufilm con la regia di Pino Farinotti che in 52 minuti condensa vita e opere dell’ex governatore, tuttora in detenzione domiciliare. Da don Giussani e Cl al battibecco con Albertini sulle domeniche a piedi.

Quella volta che vendemmo il riso ai cinesi. «Era il 2002 e coi risicoltori lombardi organizzammo la spedizione da loro. A tavola mangiarono il risotto giallo e se ne innamorarono. Il nostro prodotto li aveva conquistati, i nostri imprenditori firmarono contratti su contratti». Formidabili quegli anni. Diciotto consecutivi alla guida della Lombardia. Il titolo richiama il neorealismo e Vittorio De Sica, ma «Roberto F.» è in realtà un docufilm che in 52 minuti tenta di riassumere vita e opere dell’ex governatore tuttora in detenzione domiciliare dopo la condanna per corruzione a cinque anni e dieci mesi. «Un ritratto intimo e coraggioso» firmato da Pino Farinotti, a capo di Lombardia Film Commission quando l’ente regionale acquistò il capannone di Cormano finito poi al centro dell’inchiesta per peculato che ha portato alla condanna dei contabili della Lega (ma lui non è mai stato coinvolto nelle indagini). Il film è stato proiettato mercoledì in anteprima alla cineteca di viale Fulvio Testi, replica giovedì.

Tra scene dell’attuale vita quotidiana e racconti autobiografici (in qualche passaggio con l’antico vizio della narrazione in terza persona), si srotola la parabola politica e umana del personaggio. Don Giussani e la Dc, Cl, il Movimento popolare e il primo meeting di Rimini. E poi l’europarlamento e quella spedizione da spy story nella tana di Saddam con la liberazione finale dei lavoratori italiani rimasti bloccati in Iraq. E infine, la Regione. I successi, le conquiste e i grattacieli. Il Pirellone prima della realizzazione di Palazzo Lombardia. Nel coro di voci più o o meno amiche, ecco Francesco Alberoni, Gabriele Albertini, Paolo Del Debbio, Vittorio Feltri. E poi Piero Bassetti, Piero Sansonetti, Andrée Ruth Shammah.

Le missioni all’estero per promuovere i prodotti lombardi. Le riforme: il buono scuola («Perché la libertà del cittadino vale più di qualsiasi burocrate») e i fondi per le donne che rinunciavano all’aborto («Sono nati tremila bimbi con quei soldi»). Su tutte, la sanità. «Abbiamo tagliato le liste d’attesa a beneficio dei poveri». Divertente il siparietto registrato sul divano di casa con Gabriele Albertini (presente mercoledì sera alla «prima» del film), in cui i due ripercorrono gli anni vissuti a stretto contatto, l’uno al Pirellone l’altro a Palazzo Marino, tra attestati di stima reciproca e il ricordo di qualche antica baruffa, come quella sulle domeniche a piedi volute dal governatore e osteggiate dal sindaco. La vicenda giudiziaria arriva solo alla fine, con le testimonianze dello stesso Albertini, di Vittorio Feltri e di Piero Sansonetti. «Ho letto la sentenza e non ho trovato un solo argomento per giustificare una condanna di questa natura», dice l’ex sindaco.

Formidabili quegli anni. Già, ma ora? «Continuerò a leggere, a studiare e a fare politica». Niente annunci a sorpresa, però. «Fare politica non in senso diretto, sia chiaro. Niente elezioni né partiti. Vorrei insegnarla, la politica. Fare il coach. I giovani vengono da me a prendere lezioni». «L’altra dimensione è quella della spiritualità», conclude l’ex governatore che non a caso chiamavano «il Celeste»: «L’uomo deve coltivare tutte le sue dimensioni e la spiritualità ha un ruolo centrale».

Milano, centri sociali assolti. "Occupano per fare cultura". Paola Fucilieri e Alberto Giannoni il 2 Marzo 2022 su Il Giornale. 

Sentenza choc del tribunale: non punibili se tra i fini c'è lo spettacolo. Il prefetto: baby gang fuori controllo.

Il bubbone è esploso. L'illegalità pare dilagare e l'abusivismo è endemico. La (troppa) tolleranza forse fa male e a Milano oggi sembrano spadroneggiare quelle che il prefetto ieri ha chiamato «frange giovanili fuori controllo».

Ma è tutto un clima di tolleranza e accondiscendenze che impera da anni in politica, per esempio quando si parla di centri sociali, appunto abusivi. Ieri ha suscitato grande sorpresa, per esempio, una sentenza del tribunale, che non ha ravvisato occupazioni abusive né «apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo» là dove queste condotte erano praticamente sbandierate, cioè alla Fabbrica del Vapore. «Sono curioso di leggere le motivazioni - ha commentato indignato l'assessore regionale alla Sicurezza Riccardo De Corato - Quello che pericolosamente si evince è che, a quanto pare, i fini culturali giustificano ogni cosa, inclusa la violazione di alcune leggi dello Stato». «Un precedente che rischia di favorire il moltiplicarsi di occupazioni abusive - ha dichiarato anche l'eurodeputata Silvia Sardone (Lega) - Con la scusa di fare cultura, centri sociali e collettivi vecchi e nuovi potranno sottrarre alla cittadinanza immobili pubblici e privati per gestire i propri comodi».

Il caso si innesta su una situazione recrudescenza (almeno percepita) dell'insicurezza. E i dati dei reati? «Sempre troppi, ma sempre di meno. Senza contare che quel che si è evitato è difficile che emerga». Non è un gioco di parole e nemmeno un equilibrismo linguistico. Il prefetto Renato Saccone parla in questi termini dei reati, che nel 2021 sono diminuiti ancora una volta e che in 10 anni sono scesi ben del 28% e, rispetto al 2019, del 15%, passando da 164mila ai 117mila di oggi. Un bilancio da cui emerge un crollo di furti, danneggiamenti e altre tipologie di reati (e un'esplosione di truffe informatiche).

Tutto a posto, quindi? No. Si trascina infatti l'emergenza microcriminalità, con le violenze sessuali di gruppo di Capodanno e la scia di rapine e accoltellamenti delle bande giovanili che segnano i fine settimana di una città faticosamente impegnata a uscire dagli effetti nefasti di una pandemia che mostra di aver segnato soprattutto i ragazzi. E, pur tra una cautela linguistica e l'altra, neanche il prefetto può negarlo. Quindi se il bilancio dei reati evidenzia un abbattimento dei crimini, presenta però in particolare «una criticità che non è solo milanese e non solo delle grandi città: frange giovanili fuori controllo, loro, non la città, e che tendono a ad affermare il loro protagonismo con prepotenza, con crescente violenza» dice Saccone. «Noi dobbiamo bloccare questa escalation di violenza che al momento, dal punto di vista delle lesioni, è ancora basso ma che comincia a essere diffusivo e soprattutto crea allarme sociale e insicurezza» insiste quindi ancora il prefetto. E così dà la sveglia al Comune e al sindaco Beppe Sala che sembra aver sottovalutato l'allarme sicurezza. 

Il tribunale di Milano assolve il centro sociale: "Precedente pericoloso". Francesca Galici l'1 Marzo 2022 su Il Giornale.

Assolto il fondatore del centro sociale del Tempio del futuro perduto: era accusato di anche di invasione di terreni di proprietà pubblica.  

Nella Milano che strizza sempre di più l'occhio ai migranti e ai centri sociali, un giudice ha deciso di assolvere il fondatore del Tempio del futuro perduto un centro sociale che si è instaurato nell'ex Fabbrica del vapore. Tommaso Dapri era accusato di invasione di terreni di proprietà pubblica, in base agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, e di apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo e trattenimento, come prescritto dall'articolo 681 del Codice penale. Durante l'udienza conclusiva, però, il giudice ha ritenuto di assolvere Dapri dal primo capo di imputazione, perché il fatto non costituisce reato, ma anche dal secondo, perché l’imputato non ha commesso il fatto. Una sentenza che, oltre a far felice Dapri, incoraggerà anche altri centri sociali ad azioni simili.

"La sentenza con cui il leader degli abusivi del Tempio del futuro perduto di via Procaccini è stato assolto dall’accusa di invasione di terreni di proprietà pubblica e apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo e intrattenimento è molto pericolosa. Un precedente che rischia di favorire il moltiplicarsi di occupazioni abusive in città", denuncia oggi Silvia Sardone, esponente della Lega e consigliere comunale a Milano.

Il consigliere ha aggiunto, sottolineando la gravità del precedente: "Con la scusa di fare cultura, centri sociali e collettivi vecchi e nuovi potranno sottrarre alla cittadinanza immobili pubblici e privati per gestire i propri comodi: fare propaganda politica, fare soldi in nero con eventi e attività di ristorazioni, organizzare manifestazioni non autorizzate, insultare le forze dell’ordine, accogliere clandestini, opporsi agli sgomberi degli occupanti abusivi".

Silvia Sardone spiega che, con la sentenza del giudice del tribunale di Milano, "l'illegalità più conclamata diventa legale. E il Comune di Milano a guida Pd cosa dice?". Accettare il comportamento del centro sociale pone la questione di disuguaglianza con le attività commerciali regolari: "È giusto che si possano requisire degli edifici? I commercianti che pagano le tasse per poter lavorare, e si vedono spesso e volentieri multati per delle inezie, sono degli stupidi al cospetto degli antagonisti che non emettono mezzo scontrino in spazi occupati? Secondo la sinistra, evidentemente, sì".

Da blitzquotidiano.it l'8 aprile 2022.

Fermate 11 borseggiatrici in metropolitana a Milano: sono tutte incinte. Accade nella giornata di martedì 5 aprile, dopo un pomeriggio di appostamenti da parte degli agenti della Polmetro. 

Le donne, tra i 19 e i 50 anni, sono state accompagnate in questura per il fotosegnalamento e sottoposte a daspo urbano, con l’ordine di allontanamento. Non possono, infatti, andare in carcere.

Milano, chi sono le 11 borseggiatrici

Le 11 donne sono tutte nomadi, di etnia rom. La più anziana, 50 anni, ha 8 figli, mentre una 34enne ne ha addirittura 14. 

Operano abitualmente alle fermate di Stazione Centrale, Duomo e Cadorna, le più frequentate dai turisti. Dove possono agire sfruttando la calca nelle ore di punta.

Hanno tutte una lunga lista di precedenti: tre sono infatti indagate per violazione del daspo, mentre altre tre per tentato furto pluriaggravato. 

Le gravidanze per evitare il carcere

Il trucco ormai è arcinoto: come Sofia Loren nel film di Vittorio De Sica, Ieri, oggi, domani, che non veniva mai arrestata per contrabbando di sigarette perché sempre incinta.

Lo stato di gravidanza consente loro di evitare il carcere: lo dice l’articolo 146 del codice penale che sospende la pena per le donne incinte e le madri di figli fino a un anno. Alcune di loro raggiungono cumuli di pena a due cifre. 

Servizio contro le borseggiatrici finisce male: assistenti di Valerio Staffelli in ospedale. Francesca Galici il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

Ancora un'aggressione ai danni di Valerio Staffelli e del suo staff durante un servizio sui borseggi nella metro di Milano, dove la situazione è sempre più grave.

La metropolitana di Milano non è un luogo sicuro. Lo dimostrano le denunce delle vittime ma anche l'esperienza vissuta in prima persona dalle migliaia di persone che tutti i giorni attraversano i suoi tunnel per raggiungere le fermate. Su tutte le tratte vengono segnalati episodi di spaccio, violenza e furti, spesso reiterati sempre dalle stesse persone. Tutto questo nella totale indifferenza dell'amministrazione comunale guidata da Beppe Sala, che al momento non sembra essere interessato a risolvere il problema. A occuparsi di questa situazione è, da qualche tempo, Valerio Staffelli, inviato di Striscia la notizia, che nei suoi sevizi denuncia le bande di borseggiatrici che "lavorano" quasi indisturbate a bordo dei treni e alle stazioni. L'ultimo servizio dell'inviato del tg satirico però, non è andato bene e a farne le spese sono state due delle figuranti "anti borseggio" che affiancano Staffelli.

"Sì, noi rubiamo. Tu sei una m....". E la ladra aggredisce Staffelli

È stata una doppia aggressione particolarmente violenta quella subita questa mattina, mercoledì 30 marzo, da Valerio Staffelli e dalle sue figuranti, che ormai da tempo lo accompagnano nella missione di fermare le ladre che imperversano nelle stazioni della metropolitana milanese. Già in altre occasioni si erano verificate aggressioni ai danni dell'inviato e delle figuranti ma mai si era arrivati a episodi così violenti e brutali, che sarebbero potuti culminare in maniera tragica. All’altezza della fermata Gioia sulla linea verde M2, una delle borseggiatrici colta in flagrante è saltata al collo di una delle ragazze “deterrente” (che con cartelli segnalano la presenza delle ladre) cercando di strangolarla e mandandola in ospedale. La malvivente ha poi tirato il freno di emergenza del treno, bloccandolo e interrompendo il servizio. Si è così assicurata una via di fuga mentre i testimoni chiamavano le forze dell'ordine, che sono arrivate poco dopo.

Nel mentre, Valerio Staffelli si è rapidamente diretto alla fermata di Piola, sempre sulla linea verde M2, dove era in corso un'altra aggressione ai danni della sua squadra. Infatti, un'altra delle sue figuranti è stata ripetutamente colpita al volto e poi è stata spinta giù dal mezzanino, rischiando un danno serio alla gamba. Anche lei è finita in ospedale. Fortunatamente nessuna delle due ragazze ha riportato gravi conseguenze. Le immagini complete verranno trasmesse questa sera a Striscia la notizia.

Striscia la Notizia, "Attenzione, borseggi in corso" e poi queste foto: ecco chi (e come) ti ruba il portafoglio. Libero Quotidiano il 24 febbraio 2022

Valerio Staffelli non demorde. L'inviato di Striscia la Notizia torna a parlare delle borseggiatrice che a Milano affondano le mani nei portafogli altrui. Nella puntata in onda giovedì 24 febbraio, infatti, Staffelli mostra su Canale 5 i volti delle donne accusate. Di più, perché tornato in via Montenapoleone l'inviato di Antonio Ricci ha messo in guardia i passanti sulla presenza di queste ladre, che la polizia spesso non può trattenere. Come? Semplice: Staffelli non si è presentato da solo. 

A scortarlo nella zona della stazione, luogo dove spesso e volentieri i criminali agiscono indisturbati, ci sono quattro figuranti con una maschera che riproduce il viso di ognuna delle quattro borseggiatrici identificate e con appesi dei cartelli con la scritta (in italiano e in inglese): "Attenzione, borseggi in corso". 

Giusto ieri Staffelli ha fatto vedere dove si appostano le ladre, come si muovono e come agiscono, fino a seguirne una. La donna, però, viste le telecamere ha deciso di darsela a gambe fino a quando è arrivata la Polizia e l'ha porta via. Il problema? Se si dichiara incinta, le forze dell'ordine saranno costrette a lasciarla e lei tornerà, grazie allo stratagemma, in totale libertà. 

Striscia la notizia, "Domani tornerò a rubare". Le minacce violente contro Valerio Staffelli delle borseggiatrici. Libero Quotidiano il 28 febbraio 2022.

Prosegue la battaglia di Striscia la notizia per fermare le borseggiatrici che “lavorano” nel centro di Milano e nelle principali stazioni della metropolitana. Nella scorsa puntata Valerio Staffelli, l’inviato del Tg satirico, era andato in giro insieme a quattro figuranti “mascherate” con il viso delle quattro ladre identificate per mettere in guardia i passanti. 

Nella puntata in onda stasera, lunedì 28 febbraio, Staffelli e le sue “accompagnatrici” tornano in missione a Milano per disturbare il “lavoro” delle borseggiatrici e avvisare del pericolo più persone possibili. Anche questa volta tutte le borseggiatrici identificate dall'inviato vengono trattenute dalla polizia. 

E se una già accerchiata dagli agenti prova a lanciare una scarpa addosso alla troupe, in metropolitana a un operatore va anche peggio: "Maniaco di me***a. Ti porto fino a casa e ti massacrano di botte. Vedi cosa sono gli zingari: ti fanno un cu*** così", minaccia una di loro. "Io rubo", ammette un’altra prima di entrare nella volante della Polizia. E poi a gesti - dal finestrino - lancia una sfida a Staffelli: "Vaff******". Domani tornerò a rubare".

Da “il Giornale” il 3 novembre 2022.

Se lo sarà chiesto centinaia di volte perché stava tenendo in mano quel telefono invece di guidare. E si sarà domandato se l'avesse posato un attimo prima cosa sarebbe accaduto e se la sua vittima si sarebbe salvata. Ha patteggiato un anno e sei mesi l'autista dell'Atm, la società che gestisce il trasporto pubblico a Milano e la pena gli è stata sospesa.

Il suo caso aveva fatto grande scalpore quando si era sparsa la notizia che era al telefono, distratto da chat a luci rosse, quando a Cinisello Balsamo il 49enne aveva ucciso la 53enne Cristina Conforti. La donna, dipendente di Bresso, piccolo comune in provincia di Milano, era stata travolta da quel mezzo della linea 727, che gli era piombato addosso come una montagna.

Si trovava lì in via Gorki, la strada che costeggia il Parco Nord e porta all'ospedale Bassini e non si è più rialzata. L'allarme è scattato subito e i soccorsi erano stati tempestivi. Sul posto erano intervenuti i sanitari del 112 con un'ambulanza e un'automedica ma per lei non c'era stato nulla da fare e i sanitari non avevano potuto fare altro che constatarne la morte di Cristina poco dopo le 15.30.

La disperazione della famiglia era stata immensa, al pari dello sdegno quando si era saputo che l'autista, invece di guardare la strada e tenere le mani sul volante, stava scrivendo su Messenger, il servizio di messaggistica collegato a WhatsApp. E una perizia sul telefonino aveva stabilito che si trattava di una chat a luci rosse. Ora sconterebbe un anno e messo se la sua pena non fosse stata sospesa.

Il giudice gli ha però sospeso la patente per due anni. L'uomo ha anche offerto una cifra a titolo di risarcimento a favore della sorella della vittima. Quella chat erotica andava avanti da circa mezz' ora. «L'autista - si leggeva nella richiesta di rinvio a giudizio - non prestava adeguata attenzione alla guida, essendo impegnato in conversazioni scritte via Facebook, tanto da urtare con lo pneumatico il cordolo in cemento del marciapiede, non accorgendosi della presenza del pedone, così colpendola con il cristallo del parabrezza e proiettandola alla base dell'autobus per poi investirla e trascinarla fino alla fine della corsa, causandone il decesso».

Atm, la cricca dei biglietti clonati: il grande accusatore cacciato e reintegrato dal giudice. «Pressioni sul testimone». Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2022.

Milano, denunciato due volte dall’azienda dei trasporti milanese e due volte assolto. Il tribunale del lavoro: licenziamento infondato, l’impiegato deve tornare al suo posto con 12 mesi di stipendi arretrati. Atm: impugneremo il provvedimento. Nel 2017 l’uomo aveva svelato la truffa dei biglietti clonati negli Atm Point. 

Denunciato dall’azienda una prima volta (per «sostituzione di persona») e assolto dal giudice penale per insufficienza di prove; denunciato ancora (per «minacce») e assolto una seconda volta dal Tribunale penale perché «il fatto non sussiste»; licenziato nel febbraio 2019 e infine, dopo tre anni senza stipendio, ancora il Tribunale (stavolta la sezione Lavoro) stabilisce che il provvedimento con il quale il dipendente è stato cacciato dall’Atm è infondato: e quindi l’impiegato deve subito tornare al lavoro, ricevendo per il momento 12 mesi di stipendio arretrati. Non solo, l’ultima sentenza spiega anche che almeno uno dei testimoni ha subito pressioni perché desse «una versione dei fatti favorevole all’azienda». Sono così tre i diversi giudici che bocciano l’azienda milanese dei trasporti per le azioni legali intraprese contro il lavoratore che, dalla fine del 2017, ha scoperchiato la truffa dei biglietti clonati negli Atm Point, denuncia che (questa sì) si è rivelata fondata e dopo una lunga inchiesta dei carabinieri è arrivata per ora a sequestrare 1,2 milioni di euro all’ex responsabile del punto vendita dei tagliandi in Duomo.

Lo scenario in azienda

Si tratta di una vicenda giudiziaria e personale che prende valore soltanto se inserita in uno scenario più ampio. All’interno dell’azienda, fino al 2018, s’era creata una sorta di «zecca clandestina» di biglietti e abbonamenti, che venivano stampati e rivenduti in nero da alcuni dipendenti agli sportelli, senza che il sistema informatico interno lanciasse alcun segnale di allerta: i clienti dell’Atm non s’accorgevano di nulla al momento di acquistare i titoli di viaggio agli sportelli degli Atm Point, ma gli impiegati infedeli intascavano in nero e trattenevano per sé il pagamento. Oltre alla funzionaria, altri 9 dipendenti sono stati licenziati con la stessa «imputazione» (anche se per somme molto minori — non si conosce ancora l’esito del procedimento penale).

La battaglia legale

Il dipendente cacciato (assistito dai legali Gennaro Colangelo e Domenico Tambasco), e appena reintegrato con una sentenza del 3 febbraio scorso, aveva denunciato con una serie di Pec all’azienda e al Comune proprio questa truffa. In parallelo, però, è stato per due volte portato in Tribunale dall’Atm: la prima perché accusato di aver inviato due esposti su irregolarità nel posto di lavoro a firma di un dirigente (ecco la sostituzione di persona), la seconda perché, quando ricevette una lettera anonima che gli rivelava di «essere stato incastrato», avrebbe pronunciato minacce di morte contro due dirigenti. Ecco, per queste minacce il whistleblower è stato licenziato, poi però assolto in sede penale (sentenza passata in giudicato), e ora anche reintegrato dal giudice del lavoro. Rispetto a quest’ultima sentenza Atm spiega: «L’azienda non condivide le conclusioni cui è giunto il giudice del primo grado e impugnerà il provvedimento, anche in relazione a come sono state valutate le testimonianze».

Le pressioni

Proprio le testimonianze sono state decisive per stabilire se il dipendente avesse pronunciato le minacce o no. Già nell’indagine interna di Atm, solo tre dipendenti (tra cui un dirigente e uno che ha a carico una denuncia per falsa testimonianza) hanno detto di aver sentito le frasi incriminate, mentre otto hanno negato. A queste testimonianze si sono aggiunte quelle dei sanitari del 118 intervenuti quel giorno (chiamati dallo stesso dipendente): hanno ricordato una persona provata e agitata, ma non minacciosa. E infine il racconto dei due carabinieri che arrivarono negli uffici dell’azienda quella mattina. Di fatto i militari hanno «escluso di essere stati chiamati dal 118 per un comportamento minaccioso» e hanno aggiunto che, se avessero sentito loro stessi, o qualcuno gli avesse riferito di una minaccia, sarebbe stato loro dovere inserire questi racconti nell’annotazione dell’intervento, «cosa che non è avvenuta».

Whistleblowing e testimonianze in tribunale

Il giudice si sofferma poi a lungo sulla testimonianza di una ragazza, all’epoca presente nell’ufficio del whistleblower, stagista poi non riconfermata, che ha raccontato di aver ricevuto due telefonate dal collega più alto in grado tra tutti quelli che hanno avuto a che fare con questa vicenda (e testimone contro il whistleblower): nella prima, precedente alla convocazione per l’indagine interna, «mi fece intendere di essere accomodante verso l’azienda». Una seconda telefonata l’ha ricevuta prima della convocazione come testimone in Tribunale, quando ormai non lavorava più in Atm perché il suo stage non era stata rinnovato. La ragazza ha continuato a spiegare di non aver sentito minacce. Sul comportamento verso questa testimone, il giudice si sofferma parlando di «un’immagine poco limpida e trasparente, interessata ad avere una versione dei fatti favorevole all’azienda, anche a scapito dei primari principi dell’etica civile». 

Il buonismo dai frutti avvelenati. Giannino della Frattina il 21 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Sei accoltellati a Milano in sei diversi episodi, tra le 3 e le 5 del mattino. Due ragazzini di 14 anni rapinati di scarpe e casse in pieno centro da otto nordafricani diciottenni pregiudicati e le manette a un marocchino sospettato di aver ucciso a coltellate un uomo dopo una lite in discoteca. Non il normale mattinale di polizia di un fine settimana, ma la dimostrazione che a Milano la città è ormai fuori controllo. Impossibile minimizzare ancora, come hanno tentato di fare il centrosinistra e il suo sindaco Giuseppe Sala anche dopo i terribili episodi di Capodanno, il cui bilancio finale stilato da Repubblica e non da giornali avversi, parla di «cinque assalti, dieci ragazze violentate, due diversi branchi di extracomunitari e molti emulatori». La Caporetto di una sinistra purtroppo da troppi anni al timone della città e che come da Dna ha ignorato i problemi, declassando gli allarmi dei residenti a razzismo da campagna elettorale. E così il conto è arrivato e a pagarlo sono ragazzini rapinati, ragazze stuprate e cittadini indifesi di fronte a una criminalità di strada finita in mano a seconde generazioni di immigrati che spadroneggiano ormai senza nessun freno. Con arroganza, violenza e dispregio della legge e di qualunque norma sociale che li rendono ormai pericolosissimi. Ben altra cosa rispetto ai genitori che erano arrivati in cerca di un posto di lavoro e che nella maggior parte dei casi trovavano in un'educazione familiare, religiosa e anche delle nazioni da cui provenivano le regole per partecipare a una convivenza comunque civile nel Paese che li ospitava. A produrre un mix letale nei loro figli, sono stati invece i ghetti nei quali sono stati costretti a vivere, l'assenza di qualunque rispetto per la legge e il loro prossimo, il modello di una ricchezza solo materiale invidiata e loro negata fatta di auto di lusso, orologi d'oro, droga a disposizione e donne da trattare come oggetti di piacere. Il perfetto decalogo di rapper violenti che sono diventati non solo gli idoli, ma anche gli aggregatori di pericolose gang di violenti e stupratori. Nulla di diverso da quanto succedeva anni fa nelle banlieu di Parigi, Bruxelles o Stoccolma ostaggio delle seconde generazioni. Ma a sinistra non leggono la storia. E nemmeno i giornali. Giannino della Frattina

Così Milano diventerà la città delle 6 moschee. Il caso dei finanziamenti. Alberto Giannoni il 29 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Fa già discutere il bando sui luoghi di culto Firme in via Padova. Ma la giunta ci prova.

Sei moschee. In pochi anni, Milano potrebbe diventare la città delle sei moschee. Anzi, sei moschee e «mezza», se si considera la nuova sistemazione «provvisoria» che il Comune intende trovare - in via Novara - alla preghiera del venerdì dell'istituto di viale Jenner. L'ultima soluzione «provvisoria» è durata oltre un decennio, e anche per questo nel Municipio 7 sono contrari: non solo il centrodestra e il capogruppo di FI Antonio Salinari, ma anche il Pd lo è, tanto da approvare una mozione decisamente contraria a tale ipotesi. 

Ma questa non è che l'ultima questione, in ordine di tempo. Ce ne sono diverse altre, scaturite dal famoso Piano delle attrezzature religiose approvato negli anni scorsi dal Comune, e poi dal bando che due giorni è stato presentato in Commissione a Palazzo Marino e che a febbraio dovrebbe essere pubblicato. Due le aree comunali messe a bando, in via Esterle e in via Marignano (nei pressi di San Donato) con un'offerta al rialzo che partirà, rispettivamente, da 480.162 euro per la prima (ex bagni) e da 394.972 euro per l'altra. La questione dei soldi è il primo nodo. Nell'aggiudicazione delle aree, l'offerta economica peserà solo 10 punti, mentre quella tecnica peserà 90. La vicesindaco Anna Scavuzzo ha mostrato di non aver sottovalutato il tema, spiegando che Palazzo Marino ha cercato «un equilibrio», fra due esigenze: da un lato non avvantaggiare troppo chi ha finanziamenti importanti (e condizionanti), magari all'estero; dall'altro non «svendere il patrimonio pubblico».

Detto questo, la base d'asta è considerata comunque un problema. Per qualcuno, posta la concessione trentennale, la cifra è troppo bassa, per altri l'entità della somma esclude dalla gara le realtà meno potenti, magari quelle dell'islam africano o sufi (le più affidabili fra l'altro). Alla prima lettura aderisce Fabrizio De Pasquale: «È un atto di favoritismo bello e buono - dice - Il conteggio è semplice, 480mila per 30 anni o 360 mesi dà una rendita di 1.333 euro mese». Dividendo per i 1.500 metri quadri, l'ex capogruppo di Fi conclude che «praticamente è una miseria».

Altri, negli ambienti dell'islam «non organizzato», fanno notare come tre rate da oltre 100mila euro precludano la partecipazione a chi non abbia le spalle particolarmente «coperte». Un «tracciamento» vero, e stringente, lo chiedono anche l'assessore regionale Pietro Foroni, il capogruppo regionale di Fi Gianluca Comazzi e anche il capogruppo di Fi Alessandro De Chirico, pur favorevole al bando, nel suo intervento in commissione ha sottolineato che «ci deve essere la tracciabilità dei fondi» (oltre ad altre condizioni, dai sermoni in italiano al registro degli imam).

Il bando in via Esterle pone problemi ulteriori, visto che si colloca in un'area, quella di via Padova, e in una Zona (la 2) che vede già una presenza molto densa di centri religiosi e realtà urbane problematiche, fra le quali via Cavalcanti, dove peraltro si è continuato a pregare anche in questi mesi. Alcuni cittadini hanno avviato una nuova raccolta di firme, che De Pasquale sostiene con la sua «Futuro Milano». «Troppe tre moschee in un solo quartiere» dice De Pasquale, considerando anche la Casa della cultura islamica.

Oltre a Marignano ed Esterle, gli altri quattro luoghi di culto già esistenti, e destinati a essere regolarizzati, sono via Maderna, via Quaranta, Cascina Gobba e via Gonin.

Salvo l'ultimo, gli altri tre possono essere considerati discussi dal punto di vista «ideologico», se si considera che il primo è gestito da Milli Gorus, sigla turca conosciuta per essere un mix di islam politico e nazionalismo, via Quaranta è nata come «succursale di viale Jenner» e anche Cascina Gobba è stata piuttosto criticata in questi anni, per varie ragioni. Come da 11 anni a questa parte, la questione si presenta di difficile soluzione per gli inquilini di Palazzo Marino. Alberto Giannoni

Le «vedovelle» di Milano: ecco chi realizza le fontane verdi (e perché quella di piazza Scala è speciale). Andrea Camurani su Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2022.

Andrea Lamperti, 31 anni, apparso ai «Soliti ignoti», con i genitori manda avanti l’azienda di famiglia, la «Fonderie Lamperti» di Castellanza, che dal 1932 disseta i milanesi. Il «drago verde» numero 1 in piazza Scala è speciale: in ottone e bronzo. 

Un metro e 55 per 280 chili. Non proprio misure da sfilata, ma il compito delle vedovelle è stare immobili e attirare l’attenzione di chi ha sete, servendosi del sistema più efficace cioè il rumore dell’acqua. Le fontane verdi simbolo di Milano nascono in provincia di Varese dove hanno sede le «Fonderie Lamperti» di Castellanza, azienda fondata nel 1908 e dal 1932 fornitrice del capoluogo lombardo.

Un arredo urbano finito nell’immaginario collettivo, anche se negli anni la stessa azienda ha dovuto coprire scritte, rimuovere adesivi, oltre che rimediare a qualche atto vandalico. In realtà i «draghi verdi», altro nome con cui vengono chiamate le fontane, vengono assemblati nel Varesotto ma sono prodotti all’estero, come spiega Andrea Lamperti, 31 anni, che assieme ai genitori manda avanti l’azienda di famiglia. «La fonderia ha spento i forni dal 1994, ora qui ci occupiamo del montaggio dei pezzi realizzati da fornitori qualificati a cui abbiamo fornito i disegni e spiegato come realizzare i manufatti in ghisa: sono identiche a quelle che facevamo qui. La prima fontana posata, quella di piazza della Scala, è invece in ottone e bronzo. In tutto oggi a Milano i draghi verdi sono più di 500».

L’azienda vende anche le «parigine», dissuasori che servono a delimitare le aree pedonali, e i chiusini in ghisa. «Ultimamente sembrava che alcune produzioni in Italia potessero riprendere ma i costi sono nuovamente esplosi». Il mercato delle vedovelle resiste. Lamperti è fornitore di Metropolitane Milanesi che si occupa di posa e gestione delle fontane. «Assicuriamo una ventina di nuove vedovelle, ogni 2 o 3 anni circa». Poi c’è il settore al dettaglio. Qui la pezzatura parte da 71 centimetri di altezza per arrivare a 140 centimetri. I costi? «Al privato, il drago verde uguale a quello che si trova in strada Milano costa circa 2.000 euro». La forma nel tempo non è cambiata, solo il colore risulta leggermente più chiaro.

Andrea Lamperti ha vissuto un momento di celebrità dopo aver partecipato ad una puntata di «Soliti ignoti» su Rai1 l’8 febbraio, era «l’uomo che costruisce fontanelle». Cosa chiedono i clienti? «In tanti si preoccupano dell’acqua che continua a sgorgare: non viene sprecata ma convogliata fuori città per l’irrigazione dei campi».

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Vedovelle, storia e leggende delle fontanelle di Milano. Monica Cresci il 18 Gennaio 2022 su Il Giornale.

La storia delle vedovelle, le storiche fontanelle di Milano che da decenni forniscono acqua fresca agli abitanti della metropoli lombarda.  

Piccole, resistenti, di un verde intenso e un tempo brillante: ecco le mitiche vedovelle, le tipiche fontanelle di Milano che da decenni forniscono acqua fresca ai cittadini. Nate nel 1931, dissetano gratuitamente i tanti passanti e gli animali, un tempo anche i cavalli. Le vedovelle sono l'emblema del territorio meneghino, ma la particolare conformazione fisica è ben nota anche Torino e a Roma. Nel primo caso sono famose come torelli o torèt, mentre nella Capitale come nasoni. Entrate nell'immaginario comune lombardo, le fontanelle milanesi sono conosciute anche come draghi verdi: ecco l'origine del singolare nome e l'incredibile storia di queste fontane.

Diffuse in ogni angolo della città, e con il tempo sostituite da fontane più moderne, le vedovelle sono un simbolo della metropoli milanese. Sono realizzate in ghisa, dalla struttura a pilastro solida e stabile: sono un metro mezzo di fontanella, che vanta un singolare cappellino simile a una pigna e una sorta di bacinella semicircolare alla base.

Amatissime dai cittadini, da parecchi decenni forniscono acqua gratuita nella loro immutabile e affascinante fisionomia. I milanesi le conoscono come vedovelle per l'erogazione costante, lenta e pura di acqua, che ricorda il pianto e le lacrime inconsolabili delle vedove.

Ma le oltre 600 fontanelle, sparse su tutto il territorio comunale, sono ben più note anche come draghi verdi: un nome singolare che rimanda alla particolare forma del rubinetto - un drago appunto - simbolo della città stessa. La struttura è in ghisa verniciata di verde, come accennato, mentre il rubinetto è in ottone e la presunta data di nascita rimanda al 1931. 

Ma secondo le leggende, la più antica è la fontanella collocata in piazza della Scala, creata alla fine degli anni venti dall'architetto Luca Beltrami. Si tratta di una fontanella unica nel suo genere, perché completamente realizzata in ottone dorato e decorata con una delicata e affascinante greca in mosaico. Il rubinetto a forma di bocca di drago rimanda ai doccioni del Duomo, ovvero ai canali dal quale defluisce l'acqua piovane e che, nella Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria, rimandano a figure mostruose e fantastiche. Il loro compito era quello di scacciare e spaventare gli spiriti maligni, una fisionomia che lo stesso architetto poi decise di riproporre sulle vedovelle. 

Le vedovelle non possiedono rubinetto, per questo l'acqua scorre costantemente, limitando però gli sprechi. Il quantitativo erogato è davvero minimo e l'acqua non utilizzata, attraverso il sitema fognario della città, viene recuperata negli impianti di depurazione. Per poi giungere fino ai campi coltivati delle limitrofe aziende agricole, dove viene impiegata per l'irrigazione.

Un tempo i milanesi dicevano scherzosamente: "Ti offro da bere al bar del Drago Verde". Si riferivano alle stesse vedovelle e, naturalmente, all'erogazione gratuita d'acqua. Venivano utilizzate sia per bere che per fornire acqua a cani e cavalli, grazie alla presenza di una singolare base con bacinella. E durante il periodo del Dopoguerra, le vedovelle divennero punto di abluzioni per chi non poteva contare sulla presenza di acqua casalinga, un luogo dove lavarsi e radersi.

Nonostante la data di nascita ufficiale sia riconducibile agli anni Trenta, delle vedovelle si ha traccia anche all'interno di cataloghi e scritti antecedenti. Foto e immagini di fine '800 mostrano fontanelle dalla struttura simile, ma non uguale, collocate nello stesso spazio ora occupato dalle vedovelle. Come la singolare fontanella ancora oggi presente in Piazza Gerusalemme, dall'origine misteriosa. Per ammirare i draghi verdi il comune di Milano ha creato una mappa interattiva tematica oltre che cartacea, per un tour singolare della città alla ricerca delle sue mitiche fontane. Monica Cresci

Buonanotte mica tanto. Milano non riesce a dormire: ecco perché (e cosa fare). Andrea Dispenza su L'Inkiesta il 21 Gennaio 2022.

L’inquinamento acustico elevato della nostra città e lo stress post pandemia sono tra le principali cause per cui i milanesi non riescono a riposare come dovrebbero. Ne abbiamo parlato con una esperta sleep coach.

Dolce dormire, o quasi. Se Milano è sul podio di molte classifiche che la rendono un modello agli occhi del mondo (la nostra è una tra le città più verdi dell’intero pianeta terra, si riscontra una maggiore qualità della vita e così via), dall’altra parte è opportuno segnalare che qui da noi, in quanto a inquinamento acustico, non ci siamo affatto. I dati sono rilevanti e le cause incidono sul nostro umore e, cosa non da poco, sul nostro sonno. A dimostrare che i milanesi dormono poco e male c’è anche un’analisi condotta dall’Università Bicocca che nel corso del tempo ha iniziato a monitorare i suoni della città, sia di giorno, mentre andiamo al lavoro, prendiamo i mezzi, siamo in coda al semaforo della circonvallazione, sia di notte, mentre si dovrebbe dormire. 

«Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità non dobbiamo esporci a suoni con soglia superiore ai 65 decibel di giorno e i 55 di notte, soprattutto se prolungati nel tempo. Ecco perché l’inquinamento acustico a Milano è un affare serio. L’analisi della Bicocca rivela che un cittadino su 2 della popolazione milanese supera, quotidianamente, questa soglia» ci specifica l’esperta, Simona Cortopassi, giornalista e sleep coach (la prima a introdurre in Italia la figura di “allenatore del sonno”), fondatrice di The Good Nighter, uno strumento d’aiuto nato a Milano in piena pandemia per intervenire sul modo in cui si dorme per ritrovare uno stile di vita più sano.

Aggiunge: «Il 22% dei residenti subisce addirittura più di 70 decibel di giorno e 60 di notte, con ricadute sull’umore e ovviamente sul sonno. Colpa soprattutto del traffico, della movida, di macchinari rumorosi e spostamenti aerei o ferroviari. Per non parlare della raccolta dei rifiuti, in particolare del vetro, che avviene in alcune zone di Milano alle prime luci dell’alba infastidendo le ultime ore del riposo notturno».

Sono queste una serie di circostanze indicate anche dal portale di Città Metropolitana di Milano che riconosce come critica la fascia oraria che va dalle 22 alle 6 del mattino segnalando, tra le principali cause, proprio il traffico veicolare. Cosa che, da una parte, potrebbe essere una buona notizia: se non riusciamo a dormire, c’è una ragione valida che deriva proprio dall’esterno. In altre parole, probabilmente, non siamo poi così stressati come pensiamo o quantomeno non è del tutto colpa nostra. Questo potrebbe dipendere dal quartiere in cui viviamo e sul sito del Comune di Milano esiste una pagina che permette a chiunque di segnalare l’inquinamento acustico e di chiedere una verifica con una segnalazione fonometrica. 

Ci racconta Cortopassi a proposito delle aree della città: «Se dovessimo stilare una classifica delle zone dove si dorme di meno e si vive peggio, qui a Milano, per colpa dei rumori, al primo posto troveremmo le circonvallazioni, gli immobili vicini agli scali aeroportuali e ferroviari e lungo le principali arterie di traffico, come viale Fulvio Testi, via Palmanova, via Fermi. Perfino alcune vie del centro non stanno messe meglio in quanto a frastuono: ad esempio in via Moscova, via Ariosto, corso di Porta Romana o piazza Wagner si rilevano in media, di giorno, più di 70 decibel. Attenzione poi alla zona di San Siro che, con i suoi concerti, supera spesso i limiti consentiti, o almeno un tempo quando c’erano i concerti e c’era meno controllo». I più fortunati invece sono quelli che vivono in zone come «Viale Sarca, la Maggiolina, via Arganini, zona Pratocentenaro e qualche angolo di Niguarda, dove prevale il verde. Ottime anche alcune parallele di corso Buenos Aires, dove i palazzi fanno da schermo protettivo, bloccando il passaggio di gran parte dei decibel». 

A difesa della nostra città, però, occorre precisare che sono innumerevoli i fattori che non ci fanno chiudere occhio indipendentemente dal rumore. A cominciare da una situazione di stress che, inevitabilmente, in pandemia è cresciuta a dismisura anche tra i milanesi. «Recenti lavori di ricerca clinica hanno rilevato come durante la quarantena il ritmo sonno-veglia si sia notevolmente modificato. È stato registrato come l’orario di addormentamento e di risveglio sia stato ritardato rispetto al periodo pre-lockdown. Inoltre, le modifiche del nostro stile di vita e le paure per la situazione generale si sono tradotte in un aumento del tempo trascorso a letto ma paradossalmente anche a una qualità del sonno percepita peggiorata tra difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli durante la notte, risvegli precoci la mattina e difficoltà di riprendere sonno». 

Le notti in bianco stanno poi a cuore a molti dirigenti aziendali che, per aiutare i loro dipendenti, in particolare in questo periodo così complesso, tra una call e l’altra si rivolgono a un esperto del sonno anche attraverso consulenze video e webinair. Motivo per il quale questa professione, già molto diffusa negli USA, ora si sta facendo conoscere anche qui a Milano e di conseguenza in Italia. «Dormire è fondamentale per stare bene. Passiamo un terzo della nostra vita a letto. Se si dorme male non solo si ha sonnolenza diurna ma si finisce per avere un malessere generale, meno forze, meno concentrazione, una peggiore forma fisica, indebolimento delle difese immunitarie e scarsa produttività al lavoro. Il sonno è solo in apparenza un’attività passiva, molto si può fare dal punto di vista degli stili di vita per dormire bene. Ecco perché sempre più persone e anche aziende si rivolgono alla figura dello sleep coach, che elabora una sleep routine in grado di migliorare la qualità del sonno. A sfruttare lo sleep coach sono anche numerosi atleti, il più celebre è il calciatore Cristiano Ronaldo, che affida il suo riposo a un trainer del sonno, il dottor Nick Littlehales. Il programma dura circa un mese perché per cambiare le proprie abitudini sono richieste almeno tre settimane di modiche sui propri stili di vita». 

Estratto dell'articolo di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 10 marzo 2022.

Se vanno in giro con i telefonini che sparano a tutto volume il video del rapper El Kobtann, cappucci neri e giubbotti firmati, sai di aver davanti quelli della K.O.Gang. Se sei in metro sulla linea M2 diretta a Gessate e incroci minorenni italiani, o stranieri di seconda generazione, occhio a quelli della Z2 che scatenano le risse.

Se hai un figlio che frequenta Corso Lodi o Città studi digli di tener nascosti cuffie e smartphone, perché quelli della Z4 sono specializzati nelle aggressioni ai coetanei. Se sei di San Siro e ti imbatti in quello che sembra un blocco stradale e invece è un set cinematografico abusivo per girare un video di trapper che inneggiano ai gangstarap americani sono di certo i Z7 Zoo.

Se nel weekend vai, come tutti, a berti un drink ai Navigli, alle Colonne di San Lorenzo o a Piazza Duomo e li vedi arrivare in branco o sono i GangDuomo o i Barrio Banlieue. Che durante la settimana la fanno da padrone nelle zone periferiche in cui abitano, complessi edilizi o palazzoni di edilizia popolare nell'hinterland, e nel weekend scendono a prendersi in centro per affermare la propria supremazia sulle altre bande nel controllo del territorio.

A colpi di aggressioni, risse, rapine, danneggiamenti, non prima di essersi dati appuntamento sui loro gruppi Whatsapp o sui social dove sono fortemente attivi, da Instagram a Tik Tok. Poi le loro bravate le troverete in video postati in tempo reale.

Eccole, le 13 baby gang che da mesi terrorizzano Milano con le loro scorribande nei luoghi della movida e non solo, con le aggressioni e le violenze a coetanei con cui esprimono un disagio, esasperato dai due anni della pandemia, e ormai sfociato in vera e propria criminalità giovanile.

La mappa delle bande, quartiere per quartiere, che gli amministratori locali hanno chiesto a gran voce al prefetto e alle forze dell'ordine, esiste già ed è stata redatta dagli investigatori dei carabinieri del comando provinciale di Milano che hanno disegnato un identikit preciso di ogni gruppo: composizione, leader, specialità e nickname sui social. 

Repubblica è in grado di mostrarvela. Le gang della movida Dalla Darsena alle Colonne di San Lorenzo, da piazza Duomo a piazza dei Mercanti è territorio di conquista delle bande che nel fine settimana si sfidano a colpi di rapina e di risse nei locali.

Antonio Calitri per “il Messaggero” il 3 marzo 2022.  

Il fenomeno delle baby gang dilaga in tutta Italia con Milano che guida la classifica nazionale dei reati commessi da minori. E con questi gruppi di piccoli criminali dove la presenza degli italiani diminuisce a vantaggio di quella di immigrati o figli di immigrati. E si abbassa anche l'età di queste gang, con l'ultima operazione dei Carabinieri milanesi che ieri ha sgominato un gruppo di quartiere formato da otto minorenni di età compresa tra i 17 del più grande e i 12 dei più piccoli.

Si tratta di una banda di giovani delinquenti che imperversava nella zona Sud-Est di Milano, tanto radicata nei quartieri di Corvetto e Calvairate che si erano dati il nome di Z4 gang, ovvero Zona 4 come è stato rinominato amministrativamente il municipio, così da essere riconosciuti come i ras del posto. Questi otto ragazzini, sono indiziati a vario titolo e in concorso tra loro delle ipotesi di rapina, tentata rapina e lesioni personali aggravate in concorso.

Il gruppo avrebbe commesso, secondo quanto recita una nota delle forze dell'ordine, «in più circostanze, violente aggressioni e 14 rapine (anche tentate) in danno di passanti che avvicinavano con banali pretesti all'interno di parchi, sui mezzi di trasporto pubblico, nei pressi delle fermate o nei principali luoghi di aggregazione giovanile, sottraendo loro smartphone e altri oggetti di valore».

È una delle almeno 13 bande individuate dagli investigatori dell'arma milanese dall'analisi dei social network dove questi gruppi, seppur in forma anonima, documentano le loro imprese. Milano quindi si conferma capitale e vero e proprio laboratorio della criminalità giovanile. Pochi giorni fa, gli investigatori avevano scoperto anche un nuovo fenomeno, quello della baby gang pendolare, proveniente dalle banlieue.

Da Novara dove sono stati documentati questi spostamenti, ma anche da altre città a circa mezz' ora di treno dal capoluogo lombardo, ogni weekend bande di ragazzini sbarcano in stazione centrale di Milano e da lì si dirigono verso i quartieri della movida restando spesso ai margini e mettendo nell'obiettivo ragazzi e ragazze che si allontanano da soli o in coppia dalla zona più frequentata e li aggrediscono.

Poi a fine serata, con i bottini di smartphone e portafogli conquistati o semplicemente con le registrazioni di aggressioni gratuite sui loro telefonini, riprendono il treno e tornano alle loro case dell'hinterland. Piccoli criminali che intanto fanno salire in classifica la città che secondo l'ultimo report della Direzione centrale di Polizia Criminale dal titolo I minori nel periodo della pandemia vede Milano al primo posto in Italia per numero assoluto di segnalazioni di minori denunciati o arrestati in Italia, con 1.442 casi tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2021.

Al secondo posto si piazza Roma con 1.214 casi registrati nello stesso periodo, seguita, all'ultimi gradino del podio da Torino con 948 denunce. Occorre precisare però che la Capitale rientra solo per numero assoluto di denunce, ma se si ripartiscono i numeri per la popolazione, Roma scende in coda alla classifica delle città metropolitane analizzate che al contempo vede salire Bologna e Firenze in particolare.

Non che a Roma non si registri la presenza delle baby gang. Proprio ieri gli agenti della squadra informativa del distretto Prenestino hanno sgominato una composta da tre minori e un maggiorenne che gestiva lo spaccio dell'hashish ai giardinetti del Quarticciolo e aveva trasformato il luogo come una piazza di quelle che si sono viste nella seria di Gomorra.

Furti, rapine e aggressioni anche fini a se stesse e ultimamente anche all'arma bianca vengono realizzate da minor nella zona di San Lorenzo. Neppure il centro storico, tra i palazzi delle istituzioni nazionali che dovrebbero essere tanto presidiate resta escluso. Poco più di una settimana fa un rider di 30 anni è stato aggredito da una babygang formata da una quindicina di ragazzini all'uscita del Mc Donald's in Piazza delle Cinque Lune, a pochi passi dal Senato della Repubblica.

Crescono le babygang e nello stesso tempo cambiano. Se fino a pochi anni fa, soprattutto quelle straniere si sfidavano tra loro per gestire gli affari delle varie zone, adesso sono cambiate sia le composizioni di questi gruppi che gli obiettivi che sono ormai soprattutto persone esterne alle gang, da rapinare o semplicemente da aggredire. 

Aumentano le gang di stranieri ma anche quelle di italiani, figli di immigrati cresciuti in Italia ma spesso con modelli educativi lontani a quelli occidentali. In generale è crescita di due punti percentuali l'incidenza dei reati commessi dai minorenni stranieri, rispetto al totale, passando dal 44,17 al 46,11%.

Il Piemonte è la regione con la maggiore incidenza dei minori stranieri nei reati, con il 57,54%, quasi 6 reati su dieci commessi da minori sono stati fatti da uno straniero. Seguono l'Emilia Romagna (54,73%) e la Lombardia (52,92%). Solo decimo il Lazio con un'incidenza del 43,51%.

Mitragliatori, spari e rapine. Non è il Far West ma quasi. Paola Fucilieri il 2 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Tre assalti in poche ore e 11 arresti. La polizia fa fuoco in aria per bloccare 5 italiani con una mitraglietta. Tre rapine in poche ore in zone centrali, 11 arresti, spari da Far West. L'età degli autori dei colpi in media è sempre bassa, tra i 17 e i 20 anni. «Ragazzi», dirà qualcuno. Ma che assaltano e rapinano con la forza e la rabbia che molti adulti non si sono neanche mai sognati di esternare. Un clima di tensione e insicurezza quello che aleggia sotto la Madonnina e che da Capodanno e dai fatti di piazza Duomo - con almeno 11 ragazze rimaste vittime di violenza sessuale di gruppo - a Milano non accenna a dipanarsi. E a cui si aggiungono ogni giorno altre vicende, non meno inquietanti. Come quella che lunedì sera tra Bonola e San Siro ha portato all'arresto di cinque uomini italiani che, in macchina e armati fino ai denti, hanno speronato la polizia costringendo un agente a sparare quattro colpi per riuscire a bloccarli, senza però dissuaderli dall'intraprendere prima una fuga con relativo inseguimento da film per le strade a ovest della città. Non può non impressionare il filmato diffuso ieri da Milano Today con i cinque soggetti che, come ordinato dalla polizia che grida «a terra!», vengono bloccati a pancia a terra e gambe larghe sull'asfalto.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla quotidianità. La polizia mercoledì sera poco dopo le 21 ha arrestato un ragazzo marocchino di 17 anni che, insieme a un complice, in via Nava (zona piazzale Lagosta, viale Zara) aveva appena rapinato il giubbotto e il cellulare a un coetaneo italiano. La vittima e il padre hanno rincorso i due giovani (uno è riuscito a fuggire), quindi sul posto sono intervenuti gli equipaggi della questura.

I carabinieri della compagnia «Duomo», dopo una chiamata al 112, si sono messi alle costole di tre ragazzi senza fissa dimora, un italiano di origine egiziana e due egiziani, rispettivamente di 17, 18 e 19 anni (quest'ultimo era il solo con precedenti a proprio carico, per ricettazione). Intorno alle 23, infatti, i militari dell'Arma erano venuti a conoscenza di una rapina appena capitata in via Farini. Vittima uno studente italiano 19enne sorpreso dai tre ragazzi di origine nordafricana per strada mentre guardava il cellulare, che gli è stato rapinato insieme alla carta di credito dopo che i suoi aggressori gli avevano sferrato dei pugni al volto. Grazie al sistema di localizzazione del telefono i militari sono riusciti a raggiungere i giovani rapinatori in fuga salendo su un tram della linea 14 in pieno centro, in via Cesare Correnti. A bordo c'erano i tre ragazzi con il telefonino in mano. Addosso avevano anche un altro cellulare, che avevano scippato in Darsena il 12 gennaio, utilizzando la stessa tecnica.

Alle 4, in viale Stelvio, due marocchini di 21 anni insieme a un terzo complice, che però è riuscito a scappare, sono stati arrestati dalla polizia per aver rapinato nel giro di pochi minuti un algerino di 20 anni del monopattino elettrico e un 19enne italiano dello zaino.

Sono tutti italiani e nati tra Milano e l'hinterland i tre pregiudicati (di 22, 30 e 40 anni) e i due incensurati, (un 26enne e un 27enne) arrestati in zona Bonola sempre lunedì, ma intorno alle 19, dai poliziotti delle «Volanti» dell'Ufficio prevenzione generale e pubblico soccorso (Upgs). Se stavano programmando un colpo in grande stile o progettassero altro per il momento resta un mistero. Sono stati fermati durante un normale controllo del territorio dalla polizia in piazzale Segesta, a San Siro e, all'improvviso, quello che era alla guida dell'auto, un mini Suv Bmw X1, ha premuto il piede sull'acceleratore ed è ripartito, non dopo aver tentato di speronare una «Volante». I 4 colpi sparati per aria da un poliziotto in funzione intimidatoria non hanno avuto effetto sui cinque. Che hanno ingaggiato con la polizia un inseguimento a sirene spiegate snodatosi per via Paravia, via Zamagna, piazzale Esquilino, via Monreale e conclusosi in piazzale Zavattari. Nel frattempo i fuggitivi si sono disfatti di una mitraglietta Uzi, lanciata fuori dal finestrino in via Paravia e di 50 cartucce e un silenziatore abbandonati in piazzale Esquilino. Ora i cinque si trovano a San Vittore in attesa della convalida dell'arresto, accusati di porto d'armi da guerra e resistenza a pubblico ufficiale. Di loro si sa che non sembrano imparentati con importanti famiglie malavitose. La squadra mobile sta cercando di capire a chi sia intestato il Suv, mentre la Scientifica sta analizzando la mitraglietta. Da dove viene e a chi era destinata, a cosa servizze sono domande che per il momento sembrano non trovare risposta. Almeno una ufficiale. Paola Fucilieri

Inseguimento a San Siro, la versione (assurda) dell’autista: «Il mitra? Era per la mia festa di compleanno». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 02 febbraio 2022.

Davide Salvatore, 31enne proprietario e conducente della Bmw X1, con precedenti di polizia, ha raccontato una storia «palesemente falsa» secondo gli inquirenti. In auto anche un affiliato della ‘ndrangheta.

Ha ammesso di essere il proprietario della mitraglietta Uzi, che avrebbe acquistato in «un bar di Corvetto», e ha detto di essere ripartito dopo l’alt intimato dalla Polizia perché si era «spaventato» per i colpi di pistola esplosi da uno degli agenti. Avrebbe così fatto «un tratto di strada» ma da parte sua non ci sarebbe stata «nessuna volontà di sottrarsi» alle forze dell’ordine. È la ricostruzione fornita al gip Stefania Donadeo da uno dei 5 giovani fermati dalla polizia lunedì 31 gennaio a San Siro dopo che dalla loro auto era stato gettato un mitragliatore Uzi con silenziatore e 50 proiettili.

Versione «falsa e concordata»

Una versione «palesemente falsa» secondo gli inquirenti e «concordata» nel tentativo di ridimensionare ciò che i cinque stavano realmente lunedì sera intorno alle 18.50 quando sono stati fermati per un normale controllo dalla polizia. Tanto che il pm della Dda Stefano Ammendola, di turno il giorno dell’arresto, ha chiesto al giudice la custodia cautelare in carcere per i cinque arrestati con l’accusa di resistenza e porto abusivo di arma da guerra. E la gip di Milano Stefania Donadeo ha convalidato l’arresto ed emesso la misura cautelare in carcere per tutti e cinque. Nel provvedimento ha scritto che la mitraglietta «era pronta per essere scaricata contro qualcosa o qualcuno» e che «l’azione del conducente è stata diretta in maniera non equivoca all’investimento degli agenti ed era idonea a cagionare la morte a seguito dell’urto e dell’investimento». Tanto che a parere del giudice sussistono anche «gli estremi del reato di tentato omicidio», tuttavia non contestata dalla procura nella richiesta di applicazione di misura cautelare. Anche per la gip la versione degli indagati è «per nulla convincente, anzi del tutto illogica oltre che sconfessata dalla ricostruzione delle forze dell’ordine». Gli agenti infatti hanno raccontato di aver subito notato i tre uomini seduti dietro armeggiare sotto al sedile al momento del controllo, prima che l’autista ingranasse la marcia e cercasse di investirli. I poliziotti, a quel punto, hanno sparato quattro colpi verso le ruote della Bmw cercando di bloccarla. Il selettore di tiro dell’Uzi era posizionato sulla modalità «raffica» e aveva un caricatore da 32 colpi. La custodia cautelare in carcere è stata emessa anche per la «salvaguardia delle fonti di prova» in vista delle indagini per capire la «provenienza delle armi e a quale utilizzo fossero destinate (forse un agguato o un regolamento di conti; depongono in tal senso il silenziatore e il selettore in posizione di raffica) e di eventuali complici degli indagati».

A raccontare la versione della «festa» è stato Davide Salvatore, 31enne proprietario e conducente della Bmw X1, con precedenti di polizia, difeso dall’avvocata Anna Molinari. Secondo il suo racconto, i cinque erano usciti per festeggiare proprio il suo compleanno in un bar di San Siro. Anche gli altri che erano a bordo dell’auto, Matteo Canfora, 24 anni, Mario Giuliani di 26 anni, Domenico Corsaro di 22 anni e Francesco Pellegrini di 39 anni, quest’ultimo legato alla cosca Barbaro di Buccinasco, difesi dagli avvocati Elena Refaldi ed Ermanno Gorpia, hanno deciso di rispondere alle domande della giudice.

Secondo il loro racconto, l’arma si trovava appunto sotto il sedile del guidatore e sarebbe stato lui a gettarla per strada durante l’inseguimento degli agenti. Contro di loro oltre al racconto degli agenti della Volante che li hanno prima inseguiti e poi arrestati ci sono parecchie incongruenze: come è possibile che il guidatore sia riuscito, durante la fuga dagli agenti lungo le strette strade di San Siro, a prendere da sotto al sedile l’Uzi, a svitare il silenziatore e a gettare, in due diversi momenti, l’arma (in via Paravia) e silenziatore e proiettili (in piazzale Esquilino) Il tutto senza mai perdere il controllo della Bmw e senza che gli altri quattro occupanti del Suv facessero nulla per indurlo a fermarsi.

Inoltre gli investigatori della squadra Mobile stanno verificando cosa ci facessero i cinque su quell’auto e quali fossero i rapporti tra i vari occupanti. Il sospetto è che l’arma carica servisse in realtà per un’intimidazione, una minaccia o un agguato, sventato solo dal casuale controllo della Volante. Le indagini su questo punto sono alle battute iniziale e lo scenario di questa vicenda sembra ancora tutto da chiarire. Come da indagare è il ruolo di Pellegrini, narcos condannato in via non definitiva a 8 anni di carcere, libero per scadenza dei termini di custodia cautelare, e già comparso in diverse indagini insieme a uomini di primo piano della cosca ‘ndranghetista Barbaro di Platì, uno dei clan più importanti e temuti della mafia calabrese. Non proprio semplici invitati a una festa di compleanno.

Le due facce di San Siro a Milano, il quartiere dello stadio diviso tra ricchi e poveri da un muro invisibile. A sud il quadrilatero popolare dove proliferano lo spaccio e le occupazioni di case. A nord l’impianto sportivo e il silenzio di una zona residenziale di elite. In attesa della nuova struttura che rischia di accentuare le disuguaglianze. Simone Cesarei e Samuele Damilano su L'Espresso il 10 gennaio 2022.  

In via Zamagna 4, quartiere San Siro, periferia ovest di Milano, frecce nere sull’asfalto indicano dove comprare una dose. I muri delle case popolari cadono a pezzi. Una ha la facciata scura, bruciata. Un incendio dello scorso agosto ha lasciato i residenti senza acqua e luce per settimane, ma i servizi ancora non funzionano. C’è un ragazzo alto, tatuaggi in testa e lungo le braccia.

Da Piazza Selinunte a Piazza del Duomo: cosa sta succedendo a Milano? Giordano Di Fiore su Il Riformista il 24 Gennaio 2022.  

Piazza Selinunte è un articolo difficile. Si rischiano di scrivere delle ovvietà tremende, senza andare veramente a fondo.

Innanzitutto, una premessa: piazza Selinunte è un luogo di Milano. Inserito nel quartiere San Siro. Quartiere sviluppato nel dopoguerra, ubicato in una zona che era la periferia della periferia, circondato da campi e da fossi. Uno dei vittoriosi esempi di welfare alla milanese: case popolari (quelle basse a 4 piani, come se ne vedono uguali in tante altre periferie, di Milano e non solo) e servizi. Scuole, asili, mezzi pubblici. In lontananza, lo stadio, di cui si odono le grida durante le partite o le musiche durante i concerti.

In piazza Selinunte sorgeva dapprima una scuola, sostituita poi dalla caldaia centralizzata dell’enorme quartiere di case popolari. Case popolari che hanno ospitato, nell’ordine, la povertà del dopoguerra, la portentosa immigrazione meridionale, ed infine, già dagli anni ’80, le nuove povertà del nordafrica. Già anni orsono, la scuola elementare di Via Paravia balzò alle cronache, per aver ospitato, nell’anno scolastico, un solo studente “indigeno” (nel senso di italiano, figlio di genitori italiani).

Via Micene, via Mar Jonio, via Civitali: case scrostate, molte senza ascensore, popolate da lavoratori e operai, fino agli anni ’80: poi, avviene un’importante sostituzione, elemento cruciale nella nostra analisi.

I lavoratori invecchiano e San Siro diventa un quartiere di pensionati: per la prima volta, non c’è un ricambio. Il tenore degli italiani è aumentato, e chi lavora, chi ha un reddito, si rivolge al mercato immobiliare privato. Cosa importante: cambia la percezione. In questo momento storico, a cavallo con l’arrivo dell’immigrazione nordafricana, la casa popolare si fa ghetto, luogo da evitare.

E l’immigrazione si fa ghetto nel ghetto, nel quadro di un disinteresse importante delle istituzioni. Le battaglie per la casa sono ormai prerogativa dei centri sociali e poco altro, la politica ha cambiato linguaggio, la sinistra sta completando la sua complessa trasformazione.

Dunque, né i nuovi immigrati hanno la capacità di organizzarsi autonomamente, né il circostante è in grado di assorbire le loro istanze, creando una sacca di isolamento, all’interno del quale, poco a poco, si crea un mondo “altro”.

Facciamo un salto di qualche decennio ed arriviamo ai giorni nostri. Proviamo a vedere gli ingredienti:

la pandemia; i social network; gli smartphone e l’iperconnettività; la ghettizzazione delle case popolari e della povertà; le enormi difficoltà di integrazione per gli immigrati di prima generazione; il vento politico degli ultimi 30 anni, focalizzato su un ipotetico centro, che tende a tagliare le fasce esterne; alcuni modelli culturali globali molto radicati tra le persone più giovani, che tendono ad esaltare la ricchezza, il successo sociale ed un certo machismo di ritorno.

Semplificando all’osso: quella che un tempo era la classe operaia, dotata di una propria “coscienza” e rappresentanza politica specifica, si dissolve. Le frange più deboli della società sono frammentarie e frammentate, spesso coincidenti con l’immigrazione. L’isolamento e la cultura della strada, quella cantata dal rap di ieri e dalla trap di oggi, creano un sistema che si autoalimenta.

Chi è povero (o si sente tale), se non si annulla, cerca riscatto. Il riscatto, quando non è dei singoli, diviene storicamente fenomeno sociale. E se, come in questi anni, la cultura individualista è quella dominante, il riscatto passa dai soldi, la potenza, la sottomissione degli altri.

Dunque, lo spaccio, la violenza, la conquista divengono forme di avanzamento sociale. Il machismo, la scarsa considerazione della donna e delle persone più deboli sono il sentimento comune.

Se ci aggiungiamo l’isolamento sociale della pandemia e l’effetto amplificatore dei social, la ricetta si fa micidiale. In un mondo chiuso per Covid (la gestione sociale della pandemia è stata pessima, non ha fatto altro che emarginare ai massimi livelli coloro che erano più deboli), la violenza diviene la cifra espressiva più significativa.

Le persone giovani sono quelle che maggiormente soffrono di questa emarginazione, perché c’è un codice genetico, una dotazione ormonale che si mette di traverso: c’è la necessità di esprimersi per autoaffermarsi. Ma tutto è bloccato, vietato, bandito. Il mondo sembra immobile, e sordo. E allora, scatta l’ansia, la rabbia. Emerge la voglia di distruggere tutto, scatta quel sentimento primordiale di assoggettare gli altri alla propria volontà, per mostrare la propria forza ed invincibilità, in un mondo sempre più annichilito e diviso.

Qualcuno giustamente mi rimprovererà, mi dirà che sto glissando, mi parlerà del radicalismo di matrice araba, delle banlieue francesi (che, non a caso, sono un modello giovanile molto forte, e la trap francese è tra le più belle e seguite). Ne sono consapevole, un po’ come fu la cultura della mafia nell’emigrazione italiana in america, così ben descritta da un’importante cinematografia, che l’ha resa addirittura eroica. Tutto vero.

Ma le violenze e i regolamenti di conti a Piazza Selinunte, le sparatorie, le rapine dei trapper italafricani, egiziani, marocchini, tunisini di seconda e terza generazione, non sono di origine etnica, né di origine religiosa. Quantomeno, non lo sono in modo prevalente.

Mentre il mondo degli adulti si sforza di essere sempre più “correct” ed è impegnato a rimuovere buona parte della propria cultura, perché ritenuta scomoda, il mondo dei giovani affonda in una neo-arretratezza di rimando. Un mondo manicheo, fatto di piccolo spaccio, di sirene della polizia, di ragazze mostrate come vanto (bitches, all’americana, è l’epiteto), di muscoli mostrati come trofei, di risse in favore di social, di stupri e violenze di massa. Dalle baby gang a Baby Gang: un termine coniato per descrivere una forma di devianza sociale diventa il nome di un rapper, reale, autentico, che canta la violenza perché la pratica. L’artista delinquente di Piazza Selinunte. 

La cosa che più mi ha colpito guardando il servizio sul famoso video di Neima Ezza girato tra quelle case popolari in pieno lockdown è l’immagine di un giovane schiumante rabbia che grida “vecchio di merda” ad un abitante che si stava lamentando per il caos.

In questo insulto, identifico il peccato originale della società contemporanea: l’aver diviso le generazioni. E se dovessi, io, pensare a come curare il male di una società che non collabora, partirei proprio da questo punto. L’unico spiraglio di salvezza è creare un ponte generazionale. La vetrina dei giovani arrabbiati non può essere (solo) quella social. Ma, per aprire un fronte di dialogo, c’è una sola modalità: la costruzione della fiducia. Entrare nei quartieri alla pari, e restituire servizi. Interrogarsi sui bisogni. Mettersi in ascolto.

Nessuna ricetta facile. Chiudo proprio con alcune barre di Gang. Mettersi in ascolto. Farlo subito.

Vengo da Milano, Milano, Milano Dove ti rubano, rubano, rubano, rubano A Milano, sì, pure la mano Con me non ci prova, sai come mi chiamo? Solo a tredic’anni sui telefonini Facevo affari dentro Maciachini Saltavo la metro, andavo in Duomo Entravo, rubavo, fra’, tutti i vestiti, gang Chop-chop, ghiri-ghiri, fuck trap, giro e muovo chili Fuck Trump e Salvini, fuck rap dei kilimini Gang-gang dei bambini, bamba e dei latini Zatla marocchina, fa-faccio una rapinaKhoya, come va-va? Sto con Toto e la fa-fa Alo, pronto, come va-va? Baida buona, mon amour Khoya, come va-va? Wesh, mon poto, ça va pas-pas Koulshi mghanzer Casablanca, zatla buona, mon amour

Milano, il vigile aggredito e la rabbia del quartiere: «Auto vandalizzate e petardi di notte, qui è un inferno». Fabrizio Guglielmini su Il Corriere della Sera il 17 gennaio 2022. 

Esasperazione e sconcerto tra gli abitanti di viale Coni Zugna e via Pacioli. «Carrozzerie prese a calci, specchietti divelti, pneumatici tranciati». I comitati: non crediamo più nelle forze dell’ordine. 

Rabbia, esasperazione e sconcerto lungo i duecento metri di via Fra Luca Pacioli. Dopo l’ennesimo episodio violento fra Coni Zugna e Papiniano i residenti parlano «di un inferno ogni venerdì e sabato fino alle cinque del mattino». Un inferno fatto di gruppi di ragazzi «nella stragrande maggioranza dei casi sotto i vent’anni che si ammassano qui, tanto che passare in auto è impossibile e comunque è molto più prudente non uscire di casa». I residenti si sono riuniti in comitati contro lo spaccio, le risse e il degrado già da molto tempo, ma senza risultati: «Chiamiamo di continuo la Polizia municipale e il Comune anche attraverso i nostri amministratori ma non serve a niente: nel weekend fino alle quattro del mattino non si riesce a dormire», dice la signora Anna, residente nel palazzo all’angolo fra Papiniano e Pacioli.

I danni

Molti hanno smesso di parcheggiare l’auto sotto casa perché non si contano più gli episodi di vandalismo: carrozzerie prese a calci, specchietti divelti, pneumatici tranciati. Pochi i palazzi che si affacciano su via Pacioli, soltanto tre civici, il 2, il 3 e il 9, dove vivono una cinquantina di famiglia che aspettano il fine settimana come un incubo: «Qualche giorno prima degli spari che fra l’altro ho sentito distintamente — racconta il signor Sergio — gruppi di ragazzi urlavano in un dialetto che poteva essere veneto», un dettaglio che trova d’accordo i gestori dei locali della zona: «È nato un nuovo fenomeno: arrivano da fuori città per scatenarsi e spariscono all’alba. Essendo residenti in un’altra provincia o regione identificarli diventa praticamente impossibile. Non c’è dubbio che sia nato tutto sui social: prendono di mira delle zone di Milano e poi si ritrovano come un branco, sapendo di muoversi nella totale impunità».

La malamovida

Chi abita qui, vittima di una malamovida che dai Navigli si è estesa fino a Papiniano, Coni Zugna e via Savona, non è sempre incline a incolpare i locali, come ricorda la signora Maria che vive in via Pacioli dal 1976: «Negli ultimi anni la situazione è andata completamente fuori controllo: i ragazzini arrivano qui con gli alcolici comprati altrove; non sono certo frequentatori dei ritrovi della zona, il loro unico obiettivo è lo sballo e lo scempio delle strade in cui abitiamo. Ma lo sa che in estate si portano anche le casse e tengono la musica a tutto volume fino all’alba? È triste dirlo, ma noi nelle forze dell’ordine non crediamo più». Altre segnalazioni raccontano di fuochi d’artificio fatti esplodere fino alle due del mattino all’inizio di via Savona, della vita da barricati in casa dopo la mezzanotte e soprattutto della rassegnazione per una situazione che ormai “degenera settimana dopo settimana”».

Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” il 17 gennaio 2022.

Sono tre, ma il numero potrebbe salire nelle prossime ore, i giovani skater bolzanini già identificati per l'aggressione a un vigile 61enne sabato notte sui Navigli a Milano. Il gruppo era composto da una quindicina di ragazzi, la gran parte arrivata da Bolzano, ma non solo. È su questi profili che si concentrano le indagini per capire cosa sia davvero accaduto quella notte. 

Per ricostruire le prime e le ultime fasi dell'assalto all'agente della polizia locale che prima spara in aria per allontanarli e con i giovani che poi cercano di strappargli la pistola mentre nella colluttazione parte un secondo colpo che solo per un caso non ferisce nessuno.

I video diffusi da alcune pagine social, e realizzati da giovani del gruppo degli aggressori, mostrano soltanto gli attimi più drammatici e gli spari, ma non il momento in cui - come ha raccontato ai colleghi - l'agente si qualifica. 

E neppure le fasi finali in cui i giovani, una volta strappata la pistola dalle sue mani e gettata sotto a un'auto in sosta, lo colpiscono, sembra, con calci e bottigliate. L'agente ha contusioni in varie parti del corpo e una prognosi di cinque giorni. 

Per lui la solidarietà dei sindacati che condannano l'aggressione e chiedono maggiore formazione e più pattuglie in strada. Il sindaco Beppe Sala oggi riferirà in consiglio comunale dopo una nota che si limita ricostruire i fatti e a chiarire che tutti gli accertamenti stanno avvenendo «in stretto contatto con l'autorità giudiziaria».

Ma il caso è solo l'ultimo di un inizio anno difficile per la sicurezza a Milano, partito la notte di Capodanno con le violenze di gruppo a undici ragazze nella festa di piazza Duomo (due arrestati e una decina di indagati dalla polizia). 

Al momento non ci sono provvedimenti nei confronti dell'agente aggredito, nessuna sospensione dal servizio. I due agenti erano in viale Coni Zugna all'1.45 per indagare su alcuni vandalismi avvenuti negli scorsi fine settimana. Tutto è iniziato quando uno dei ragazzi ha notato il vigile che fotografava il gruppo. 

«Eravamo davanti alla birreria - racconta Giulia -. Abbiamo sentito litigare pesantemente dei ragazzi, ci siamo girati e abbiamo visto la scena che sta circolando in tutti i video. Sentivo urlare "buttala via, che cosa fai buttala via toglila". Ho pensato subito a una pistola ma non potevo crederci. Abbiamo sentito gli spari, pensavamo fosse una scacciacani: il rumore non è stato forte in confronto al casino che c'era in tutta la via».

Nel primo spezzone di video, si vede il 61enne in borghese di spalle che sta risalendo sull'autocivetta e uno dei ragazzi (si nota solo il braccio) che gli sfila il berretto di lana dalla testa. La reazione è istantanea: si volta e con la pistola già in pugno (e il colpo in canna) spara in aria. 

«Per farli allontanare», dice il Comune. Ma nessuno dei ragazzi fugge. Anzi, nel secondo video, si notano prima uno e poi due giovani che si lanciano in un corpo a corpo nel tentativo di disarmarlo. Mentre uno ha le mani sulla canna della semiautomatica impugnata dal vigile che urla «deficienti, è carica» parte un colpo. Le riprese finiscono qui. I due riescono poi a levargli l'arma dalla mani gettarla sotto a una vettura prima di fuggire.

Una dinamica anomala che fa ipotizzare due diversi e opposti scenari. Il primo, con i ragazzi ubriachi o drogati che si gettano in un'azione criminale, folle e pericolosissima. Il secondo, con i giovani che cercano di rendere inoffensivo l'uomo senza aver capito che si tratta di un agente. 

Nei video si sente che, in italiano e in tedesco, urlano di chiamare la polizia. Ma poi fuggono senza tornare all'arrivo di due pattuglie con divise e lampeggianti. Insieme all'agente ferito c'era una collega rimasta sempre a bordo dell'auto. Secondo il Comando perché in collegamento con la centrale per chiedere aiuto.

Milano, le due verità sull’aggressione al vigile. «Mi sono qualificato». «No, volevamo solo difenderci». Maurizio Giannattasio e Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 18 Gennaio 2022.  

Due verità contrapposte. Due versioni della stessa storia a cui ancora mancano troppi punti fermi per essere chiarita. Sono indagati i tre skater altoatesini tra i 19 e i 22 anni che sabato hanno aggredito e derubato della pistola un vigile sui Navigli. Altri ragazzi, del gruppo dei quindici aggressori, sono stati identificati nelle ultime ore. Alcuni hanno già chiesto di essere ascoltati dai magistrati Ilaria Perinu e Laura Pedio che ipotizzano il reato di resistenza e rapina. «Non sapevamo chi fosse quell’uomo — ha spiegato uno dei giovani —. Ad un certo punto ha estratto una pistola. Noi ci siamo subito mossi per cercare di disarmarlo, ma nessuno voleva picchiarlo: volevamo solo togliergli la pistola perché eravamo spaventati». I giovani bolzanini si difendono sostenendo che l’agente, 61 anni, con 30 di servizio, non si sarebbe qualificato. Versione smentita dal comando della Polizia locale. «Sono sceso e mi sono qualificato», ha sostenuto con i colleghi l’agente ferito (5 giorni di prognosi) che prima ha esploso un colpo in aria e poi un altro durante il tentativo di uno dei giovani di strappargli l’arma dalle mani. Nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti dal comandante Marco Ciacci e non risulta indagato. Così come la collega che era con lui e non è mai scesa dall’auto civetta. In passato nei confronti del 61enne era stato aperto un procedimento interno dopo la segnalazione di una foto di Mussolini nell’ufficio in cui lavorava. Storia chiusa senza conseguenze.

Il nodo sicurezza

Intanto le due settimane nere di Milano — le violenze sessuali di Capodanno, la sparatoria di San Siro, il vigile aggredito — arrivano in Consiglio comunale. Tocca al sindaco Beppe Sala affrontare la marea montante di polemiche con il centrodestra che chiede il passo indietro dell’assessore alla Sicurezza e del comandante dei «ghisa». Sala lo fa a modo suo. Assumendosi la responsabilità di quanto accaduto, rilanciando le iniziative da prendere: più uomini in strada, più mezzi e più collaborazione tra le forze dell’ordine. Ma anche rispedendo al mittente chi grida che Milano è il Far West. Lo aveva detto in campagna elettorale replicando al centrodestra: «Milano non è Gotham city». Lo ripete oggi. «Non si può urlare al Far West tutte le volte che c’è un problema, né cercare sempre e in ogni caso un colpevole». Ogni riferimento a chi individua nelle politiche dell’immigrazione la causa di tutto quello che è successo è puramente voluto. «Segnalo che gli ultimi fatti hanno visto protagonisti immigrati, di prima o seconda generazione, come pure ragazzi di Bolzano, tanto per intenderci». Come dire: non c’è un’unica causa e un unico movente. Strumentalizzare la sicurezza non aiuta a risolvere i problemi. «Non è di destra o di sinistra, né è un’esclusiva politica. Non si può essere pro o contro la sicurezza, o pensare che sia un tema che si risolva di “botto”: non è così».

Le assunzioni di nuovi vigili

Sullo sfondo la pandemia e il grande disagio soprattutto dei ragazzi. In prospettiva, quello che può fare il Comune, dove il «può» rappresenta i compiti che spettano alla polizia locale perché «l’ordine pubblico è affidato al ministero degli Interni» è quello di mettere in campo 500 nuovi vigili. I primi 240 arriveranno a novembre. Gli altri 260 a fine 2023. «Arriveremo a 3.350 unità, il massimo storico». Con una richiesta, che faccia altrettanto lo Stato mandando più poliziotti e carabinieri. Si continuerà a investire anche sulle telecamere. Oggi sono 1.945. Infine la collaborazione con le altre forze dell’ordine. Funziona, va implementata. E un’ultima precisazione: «Tutto quello che dico è condiviso con il prefetto Renato Saccone».

Vigile aggredito a Milano, tutti i punti oscuri: la Beretta caduta, il colpo in canna e il giallo del tesserino. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 19 Gennaio 2022.

L’agente Claudio N. sostiene di essersi qualificato e di aver mostrato il tesserino di riconoscimento. I ragazzi: no, volevamo chiamare noi la polizia. Il comando dei vigili ha segnalato l’episodio in questura diverso tempo dopo i fatti. Sale il numero degli indagati. 

L’inizio e la fine. Sono i buchi nella vicenda del vigile aggredito sabato notte sui Navigli. Quello che i video diffusi sui social non mostrano. Ciò che l’inchiesta del pubblico ministero Ilaria Perinu e dell’aggiunto Laura Pedio dovrà chiarire per capire da che parte stia la verità. Se ha ragione il vigile Claudio N. 61 anni, e più di 30 di servizio, che sostiene di essersi qualificato e di aver addirittura mostrato il tesserino prima di essere aggredito da 12 giovani. O se la verità sia quella raccontata dai tre skater bolzanini indagati per rapina e resistenza che sostengono di essere intervenuti per disarmare un uomo che li ha minacciati con una pistola, inconsciamente pensando si trattasse di una scacciacani. Senza che mai lui si qualificasse. Un’inchiesta delicata, ancora alle prime battute. Intorno a cui ruotano non solo le polemiche sulla sicurezza a Milano — già ingrassate dai casi delle violenze sessuali di Capodanno e dalla sparatoria dei rapper a San Siro — ma anche quelle sulla gestione della polizia locale, sull’addestramento e l’uso delle armi.

I tre video

A cinque giorni dall’aggressione, all’angolo tra viale Coni Zugna e via Fra’ Pacioli, sono molti i dettagli che ancora mancano per avere un quadro completo. I video diffusi da alcune pagine social sono tre. Uno brevissimo mostra un giovane che strappa il cappellino di lana al vigile, di spalle, mentre risale sull’auto. L’agente, con i ragazzi molto vicini, si gira e spara subito un colpo in aria. Aveva già in mano la Beretta d’ordinanza. Nel video non si vede il 61enne armare la pistola (scarrellare) segno che il colpo era già in canna. Poi due distinti video mostrano più o meno la stessa scena: i ragazzi che circondano il poliziotto e cercano di strappargli la pistola. Lui urla «deficienti è carica» tenendola per il calcio, mentre uno impugna l’arma dalla canna. In quel momento parte il colpo che dopo essere rimbalzato sull’asfalto colpisce un’auto in sosta. All’inizio della scena l’agente raccoglie la pistola da terra (che sembra essergli caduta) e nel finale i ragazzi lo trascinano contro un’auto fino a disarmarlo urlando Riaf di polizei, chiama la polizia in dialetto altoatesino.

La voce del comando

I due agenti, Claudio N. e una collega, in borghese su un’auto civetta (una Giulietta grigia) erano arrivati intorno all’1.45 in viale Coni Zugna per approfondire una vicenda, denunciata più volte dai residenti, di vandalismi alle auto in sosta di notte. Il 61enne sarebbe sceso a fare foto con il telefonino e in quel momento uno dei 12 ragazzi del gruppo lo avrebbe affrontato chiedendo conto delle immagini. Poi si sarebbero avvicinati gli altri e sarebbe iniziato il parapiglia. L’agente sarà medicato al Policlinico: 5 giorni per varie contusioni. Nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti disciplinari.

La difesa dei ragazzi

Due dei tre skater bolzanini, molto noti nel movimento e sui social, sono seguiti dagli avvocati Nicola Nettis e Antonio Buondonno. La loro difesa punta tutto su tre elementi: il vigile non si sarebbe qualificato, mentre i ragazzi lo disarmano urlano di chiamare la «polizei», la Beretta viene subito gettata sotto un’auto in sosta a conferma del fatto che volessero solo renderlo inoffensivo. «Siamo fiduciosi nel lavoro dei magistrati,i ragazzi sperano di essere sentiti a breve per chiarire tutto». Nel frattempo il numero degli indagati sarebbe salito a sette.

La cautela del sindaco

Beppe Sala invita alla cautela: «Evitiamo reazioni a caldo. Credo che in queste situazioni sia proprio meglio non esprimersi, non parlare, verificare quello che esce dalle indagini. Poi decideremo cosa fare». Censura invece il post (rimosso) del presidente della commissione sicurezza Michele Albiani (pd) che aveva chiesto di licenziare il vigile. Timida la solidarietà arrivata finora dal Comune, sostegno, ma con distinguo, dai sindacati.

I nodi dell’indagine

I magistrati in queste ore dovranno sentire tutti gli attori del film. Vittime e presunti colpevoli. Ma anche i molti testimoni che erano fuori dal pub Confine. Saranno acquisiti i video delle telecamere di palazzi e negozi, ma anche — come avviene solitamente — i tabulati delle comunicazioni dei cellulari degli agenti e quelle con la centrale. I responsabili di piazza Beccaria avevano segnalato l’episodio in questura (la zona era della polizia) ma diverso tempo dopo i fatti e non hanno mai chiesto supporto. I rilievi sono stati eseguiti dagli stessi vigili arrivati con due pattuglie e un graduato. Quella notte lo sciopero dei ghisa aveva ridotto il personale. Il pm di turno sabato notte non è stato avvisato. Solo al magistrato entrato in turno la mattina successiva è stata fatta comunicazione «orale» dei fatti. Mentre i primi atti di indagine (la convalida del sequestro di bottiglie e bicchieri trovati in strada) sono arrivati soltanto lunedì mattina al nuovo pm di turno Perinu. Tra gli aspetti da chiarire il perché l’agente avesse la pistola in pugno con il colpo in canna: una procedura da attuare solo davanti a gravi minacce (lui ha detto che i giovani avevano bottiglie in mano). E c’è da capire se, come appare nei video, davvero l’arma gli sia anche caduta. Ultimo punto: perché la collega si limita a restare in macchina per contattare la centrale e chiedere rinforzi senza mai scendere in soccorso?

A Milano è allarme sicurezza. Vigile aggredito e disarmato. Paola Fucilieri il 17 Gennaio 2022 su Il Giornale.

L'agente accerchiato: sparati due colpi con la pistola Identificati i primi responsabili. È bufera su Sala.

Si riaccendono i riflettori sui branchi di ragazzi e ragazzini fuori controllo, eroi sbagliati di notti infinite e tutte uguali, sempre più aggressivi e convincenti nel loro ruolo illusorio ma purtroppo efficace di «cattivi» protagonisti. Stavolta il video di 25 secondi che, come una freccia avvelenata, appare all'improvviso sui social sabato in serata, si focalizza su una raffica di scene talmente incredibili da far credere nell'immediatezza a una regia decisa a tavolino, quindi fake. Nei fotogrammi che si susseguono a grande velocità una gang infatti prende di mira un vigile urbano che, insieme a una collega, a due passi dalla zona della Darsena e dai Navigli - per l'esattezza all'angolo tra via Pacioli e viale Coni Zugna - nella notte tra venerdì e sabato, poco prima delle 2, è in servizio in borghese a bordo di una vettura «civetta» proprio per contrastare il fenomeno delle bande giovanili che vandalizzano le auto parcheggiate e i portoni, più volte segnalate dai residenti in zona insieme a un bar che serve da bere ben oltre gli orari consentiti. La pattuglia fa parte delle «Uci», create per controllare i fenomeni evidenziati dai cittadini.

Il ghisa, un 61enne con trent'anni di servizio, appena dopo aver aperto la portiera e essere sceso dall'auto, spara un colpo in aria davanti a quei dieci ragazzi che all'improvviso gli si sono parati intorno alla vettura, un gruppo di skater provenienti da Bolzano (come si saprà poi), tra cui alcuni maggiorenni di cui almeno due sono già stati identificati proprio dalla Locale.

«Voleva difendere lui e la collega» lo difendono i vigili dal comando di piazza Beccaria; «lo hanno accerchiato, lui si è qualificato e, continuando a essere accerchiato, ha esploso un colpo in aria per far allontanare il gruppo di ragazzi» recita, morbido, il comunicato uscito ieri dall'ufficio stampa del Comune di Milano, per il momento ricostruzione ufficiale dei fatti su cui la Locale ha aperto un'inchiesta. E che continua: «Dopo una colluttazione con i vigili i ragazzi riescono a sottrarre l'arma di servizio all'agente che prova a resistere all'aggressione. Durante la colluttazione è stato esploso accidentalmente un colpo di pistola senza conseguenze per nessuno. Nel mentre il secondo agente di pattuglia allerta la centrale operativa e sopraggiungono altre due pattuglie. Il gruppo si dà alla fuga e abbandona l'arma gettandola sotto un'auto parcheggiata».

E fin qui tutto corretto, almeno dal punto di vista puramente tecnico della ricostruzione di quanto avvenuto. Un po' più arduo sarà invece placare le emozioni suscitate dai pericoli scampati con quei due spari - in particolare il secondo, che solo per miracolo non ha colpito nessuno - e dalla dinamica, inconcepibile, di quanto accaduto. Con i ragazzi che, al grido di «togli la pistola!», riescono a strappare l'arma di ordinanza al vigile e lui che grida «guardate che è carica».

Più tardi si saprà che l'agente aggredito - poi portato in ospedale con diversi ematomi ed ecchimosi sul corpo, quindi dimesso con pochi giorni di prognosi - sarebbe stato sorpreso dai ragazzi mentre scattava delle foto con il cellulare, immagini che doveva fare per documentare la situazione. Da lì sarebbe nata l'assalto. L'arma, una pistola semiautomatica, ha incamerato automaticamente la seconda cartuccia. Così, dopo il primo colpo sparato in aria, ha sparato ancora.

La questione è diventata anche politica. Da qui la decisione del sindaco Beppe Sala di intervenire oggi in apertura di Consiglio comunale per parlare del tema sicurezza. Un intervento fra l'altro chiesto dalle opposizioni dopo le violenze della notte di Capodanno in piazza Duomo e a cui si aggiunge l'assalto al vigile.

E a proposito di Milano violenta e gioventù fulminata, non è finita qui. Venerdì mattina, infatti, due adolescenti - che un conducente di un bus Atm non aveva fatto salire a bordo perché gli chiedevano di fermare il mezzo lontano dalla pensilina della fermata, opzione proibita dal regolamento di servizio - lo hanno atteso a fine turno in piazza Ohm (a sud ovest di Milano). Quando l'uomo è sceso lo hanno insultato e minacciato, quindi, prima di fuggire, gli hanno sferrato un pugno allo zigomo, frantumandogli la mandibola. Indaga la polizia. Paola Fucilieri

Irregolari e pregiudicati spadroneggiano in città. Otto rapine in una notte, fra le vittime un disabile.

Paola Fucilieri il 15 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Una sfilza di reati in poco più di dieci ore. I responsabili? Irregolari con precedenti. Dopo i fatti di Capodanno in Duomo, con le violenze alle ragazze indifese e le scorribande a sfondo sessuale dei giovani del «branco», il clima in città non può che essere teso. Anche per questo ha avuto ampia eco l'arresto dei due marocchini senza fissa dimora, irregolari, pluripregiudicati e recidivi - presi dalla Polmetro e dagli investigatori della settima sezione dell'Ufficio prevenzione generale (Upg) della questura guidati dal dirigente Giuseppe Schettino e dal capo della Centrale operativa Gianluca Cardile - accusati di aver aggredito e rapinato il telefonino l'11 dicembre a un disabile italiano 25enne che tentava di accedere alla metropolitana attraverso l'apposita piattaforma sul mezzanino della metropolitana della fermata di Porta Genova e subito dopo di aver picchiato una passante corsa in aiuto del ragazzo.

E tanto per «alleggerire» il malessere creatosi in città dalla notte di San Silvestro, ieri sempre la questura ha segnalato ben altre sette rapine più una tentata nella giornata di giovedì. Una sfilza di reati di cui sono responsabili due cileni, un domenicano, un romeno, due algerini, un libico e altri tre magrebini. Tranne il romeno sono tutti pregiudicati e tutti irregolari sul territorio italiano.

Si inizia in pieno centro, poco dopo le 14 di giovedì, quando due cileni di 26 e 21 anni vengono portati a San Vittore dagli agenti delle «Volanti» da via Santa Redegonda, in pieno centro, con l'accusa di furto aggravato in concorso alla Rinascente dopo che avevano portato via 1000 euro in capi di abbigliamento. Alle 17 è la volta di un orologio Rolex Submariner, sottratto con la solita tecnica dell'abbraccio, da una giovane donna a un 21enne italiano per strada, in viale Papiniano. La signora ladra riesce a darsela a gambe prima che l'uomo faccia intervenire la polizia. Alle 18.30, all'Esselunga di via Cena (zona Vittoria), un marocchino di 30 anni, pregiudicato e irregolare, viene catturato dopo aver saccheggiato il supermercato di oltre 900 euro di merce, tra materiale tecnico e alimentari. L'uomo ha tentato la fuga ma gli equipaggi delle «Volanti» intervenute sul posto lo hanno fermato. Alle 19.30 una donna di 82 anni è stata rapinata di un bracciale strappatole dal polso da tre magrebini in via Bitonto (zona viale Zara). Ha reagito con violenza il domenicano 24enne irregolare che in un negozio della catena di abbigliamento «Terranova» di corso Buenos Aires è stato sorpreso poco dopo le 20 a portare via merce per oltre 100 euro. Preso in flagranza, dopo che aveva rubato la borsetta a una donna italiana di 28 anni all'interno di un fast food della catena «Five Guys», anche un pregiudicato algerino 22enne; mentre mezz'ora dopo in corso Indipendenza (zona Monforte) finivano nella camera dei fermati della questura altri due irregolari, un algerino di 24 anni e un 18enne di origine libica, che poco prima avevano sottratto uno zaino al Corvetto e rintracciati anche grazie al sistema di ricerca del telefono contenuto nella borsa rubata. Era un romeno incensurato invece il 24enne romeno arrestato per tentato furto aggravato alle 22.30 dopo che, grazie alla segnalazione di una persona sospetta arrivata al 112, gli agenti hanno fermato l'uomo a bordo di un'auto in piazza Risorgimento (zona Monforte) trovandolo con la chiave di una vettura. In macchina c'erano diversi strumenti di lavoro che risultavano rubati. Paola Fucilieri

Scippi, escrementi, droga: la "Milano da bere" è il regno del degrado. Valentina Dardari il 15 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Il consigliere azzurro Comazzi: "Girare per le strade diventa ogni giorno più pericoloso". I residenti hanno paura.

Paura e preoccupazione tra i residenti di una delle zone maggiormente vissute di Milano. Stiamo parlando delle vie limitrofe alla Stazione centrale, e più precisamente di via Mauro Macchi, via Scarlatti e via Benedetto Marcello, che collegano corso Buenos Aires alla stazione ferroviaria, punto di arrivo e partenza di molti pendolari e turisti anche stranieri. Noi de IlGiornale.it abbiamo deciso di fare un viaggio tra queste vie ricche di storia per avere un’idea della situazione non facile da qualche anno a questa parte. Abbiamo incontrato sia i residenti che le fondatrici del “Comitato Salviamo Benedetto Marcello”. Oltre che il consigliere comunale di Forza Italia Gianluca Comazzi.

La Milano da bere tra spaccio e prostituzione

Per avere un primo quadro dello stato in cui si trova l’intero quartiere siamo partiti da via Benedetto Marcello, una via che è vincolata dalle Belle Arti grazie ai bellissimi palazzi liberty e alle strade lastricate presenti, risalenti al 1800, che ospita però da più di 40 anni un mercato rionale. Mercato a parte, che sarebbe comunque vietato da una legge in vigore dal 1969, il problema è lo spaccio di sostanze stupefacenti, con spacciatori presenti a tutte le ore del giorno e della notte, prostitute e vendita illegale di cibo e abbigliamento dalle macchine.

A raccontarci tutto questo è stata Mara Pogliani, che insieme a Zoe Papadia ha fondato il comitato. Pogliani ha precisato che inizialmente c’erano una ventina di bancarelle ben distribuite, nate per fare reintegrare degli ex detenuti. Poi però il gesto di solidarietà è degenerato. Adesso le bancarelle sono più di duecento. Alle 6 del pomeriggio una signora residente in via Tadino è stata per ben due volte avvicinata da ladri. La prima volta il furto da parte di due finti rider era andato a buon fine, mentre la seconda la vittima, aiutata da un passante, aveva reagito ed era riuscita a salvare il cellulare e a fermare il furfante. E poi un ragazzo aggredito mentre stava tornando a casa all’interno del portone, preso a pugni per il telefono. Circa tre anni fa una ragazza, di ritorno da una serata, è invece morta accoltellata da alcuni rapinatori. La stessa Pogliani è stata derubata del portafoglio mentre stava raggiungendo il supermercato. Fortunatamente un ragazzo aveva trovato per terra i documenti, abbandonati dai ladri, e li aveva riconsegnati alla legittima proprietaria. A fine ottobre dello scorso anno un ambulante, sempre nei pressi della Stazione Centrale, era stato prima derubato e poi sfregiato da un 26enne somalo.

"A livello di sicurezza siamo messi male"

Ma gli episodi sono purtroppo infiniti. La paura è anche per i propri figli che non possono certo restare reclusi in casa. “A livello di sicurezza siamo davvero messi male” ha asserito la Pogliani che ha anche sottolineato che “le forze dell’ordine non agiscono, perché comunque chiamiamo e ci danno picche”. A eccezione del prefetto che le ha accolte raccogliendo le loro proposte, come per esempio quella di posizionare delle camionette fisse per fare da deterrente. Purtroppo inizialmente l’idea ha funzionato, ma poco dopo gli spacciatori, capendo che la loro era solo presenza, hanno continuato a perpetrare i propri affari illeciti. Pogliani ha tenuto a sottolineare che il comitato è assolutamente apartitico e non vi è nessun partito dietro. Si tratta solo di un gruppo di cittadini, più di 3mila persone, che vuole vivere in un quartiere pulito e sicuro. Pogliani ha confessato che quando esce con delle amiche per l’aperitivo poi viene riaccompagnata a casa perché non si fida a tornare da sola, e loro prendono un taxi da casa sua. “Nessuno è contro il mercato di Benedetto Marcello ma non si possono trovare gli abusivi e gente che pulisce i carciofi all’interno dell’area dei bambini”. Una volta avvertita la polizia locale, la risposta è stata che non era di loro competenza perché loro dovevano solo vigilare che fosse tutto in ordine.

"Ho paura a uscire la sera col cane"

Anche parlando con i residenti della zona la situazione non cambia. Raccontano di spaccio a tutte le ore, sia del giorno che della notte, di criminalità, odori irrespirabili, di vendita di oggetti rubati e timore a uscire di casa, anche alle 9 di sera per portare fuori il cane. Abbiamo parlato con il signor Paolo, che risiede nel quartiere, che ci ha confermato il clima notevolmente peggiorato negli ultimi tempi, in particolare per quanto riguarda episodi di criminalità. Fortunatamente il signor Paolo non ha avuto incontri in prima persona con eventuali ladri ma ha confessato che"si ha paura a uscire di casa dalle 9 di sera, e anche prima specialmente in inverno quando diventa buio presto. Evito la via Benedetto Marcello anche solo per portare a spasso il cane". Non tutti hanno come lui la fortuna di avere il box davanti a casa che come ha spiegato: "Parcheggio, attraverso la strada e sono al sicuro".

Anche il residente ha confermato che le forze dell'ordine non intervengono velocemente quando chiamate e che la camionetta, guarda caso messa proprio poco prima delle elezioni, non fa molto. Si tratta solo di presenza e non di azione. In via Petrella c'è poi uno spaccio nelle ore del giorno e gli incontri tra pusher e clienti avvengono sulle panchine del parchetto dove giocano i bambini. Mentre verso via Vitruvio lo spaccio avviene soprattutto la sera, momento in cui è meglio evitare di recarsi per una passeggiata al chiaro di luna. Il signor Paolo ha anche sottolineato la sporcizia presente "dai giardini di Petrella fino alla via Vitruvio, se si cammina si trova di tutto, qualsiasi cosa", ha precisato. Via Scarlatti è stata addirittura definita dallo stesso come "una pattumiera a cielo aperto".

"In un anno ho visto 4-5 scippi sotto casa"

Continuando a parlare di criminalità, ha portato la sua testimonianza il dr. Federico Morelli Coghi, medico odontoiatra, che vive nel quartiere da 36 anni e qualche giorno fa ha postato delle foto su Facebook denunciando i vetri rotti alla sua auto parcheggiata in via Scarlatti. Subito ha dato la colpa alla situazione della Stazione centrale, a suo dire fuori controllo da ogni punto di vista, dalla quale arrivano persone, soprattutto clandestini, che riducono i marciapiedi e le strade in una fogna a cielo aperto, con odori nauseanti. “Tra l’altro io nell’ultimo anno ho assistito ad almeno quattro o cinque scippi sotto casa, in qualsiasi momento della giornata. Sei mesi fa una mia amica è stata rapinata del telefono nel pezzo di strada che prosegue verso corso Buenos Aires: è stata fermata da due uomini non italiani che le hanno intimato di dare loro il telefono. Stessa sorte è successa a un’altra mia amica, sempre per sottrarle il cellulare”, ha raccontato Morelli sottolineando che è una situazione invivibile e che sembra di non essere in un Paese civile. Il medico ha anche tenuto a sottolineare che in quella zona il prezzo delle case varia dai 5 ai 6mila euro al metro quadro, un prezzo certo non basso se rapportato al clima di sporcizia e alla mancanza di sicurezza in cui si trovano. Anche i portinai sono schifati all’idea di dover pulire i marciapiedi che dopo poco tempo tornano sporchi e maleodoranti.

"I migranti mangiano e defecano in un monumento del 1400"

“L’altra sera stavo mettendo la moto in box e proprio lì c’erano due che erano belli tranquilli a fumarsi la loro pipa di crack” ha ricordato il medico odontoiatra ormai scoraggiato e allo stesso tempo arrabbiato per quanto avviene quotidianamente. Ma a essere rovinati sono anche monumenti storici, come per esempio la Cascina Pozzobonelli risalente al ‘400 che si trova in via Andrea Doria, raggiungibile a piedi dalla Stazione Centrale, abbandonata da anni e di proprietà del Comune. Questa opera è diventata il punto di ritrovo di gruppi di migranti che vi dormono all’interno, mangiano, urinano e defecano. Ovviamente nessun esposto è riuscito a cambiare la situazione. Morelli dalla sua finestra vede anche i giardini davanti alla stazione messi a posto e curati, peccato però che anche lì il degrado la faccia da padrone: fino a qualche mese fa c’era addirittura chi arrivava con il materasso, dormiva, e al risveglio si puliva anche le parti intime.

La negligenza della giunta Sala

Sull’argomento noi de IlGiornale.it abbiamo interpellato anche Gianluca Comazzi, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, che ha così commentato la situazione di degrado in cui versano via Mauro Macchi e le strade limitrofe: “La negligenza della giunta Sala in termini di sicurezza e ordine pubblico è sotto gli occhi di tutti. Se la stazione Centrale è da tempo in balia di spacciatori e vagabondi, registriamo che il degrado si è esteso anche al quadrilatero compreso tra le vie Mauro Macchi e Benedetto Marcello. Ogni giorno i residenti esasperati documentano episodi di vandalismo, oltre al tanfo nauseante proveniente dalla sporcizia accumulata in via Scarlatti. Per non parlare del ‘suk’ di via Benedetto Marcello, con scambi anche di cibo cucinato e vestiti contraffatti, oltre che a fenomeni deleteri come quelli della prostituzione e dello spaccio”.

Comazzi ha poi affermato: “Mi chiedo cosa stia facendo l’assessore Granelli per garantire la sicurezza nei nostri quartieri e tutelare i residenti, che si sentono ormai prigionieri in casa loro. Dalle periferie alle zone centrali il disagio dei milanesi è palpabile e girare per le strade diventa ogni giorno più pericoloso, specialmente di sera”. Per diritto di replica abbiamo cercato di interpellare anche l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli che però non ha risposto al nostro appello. “In questi anni - prosegue l’azzurro - abbiamo chiesto a più riprese più controlli da parte delle forze dell’ordine, con l’ausilio di pattuglie miste a presidio delle zone più critiche. I nostri appelli sono sempre rimasti lettera morta”. Comazzi ha quindi concluso sottolineando come “del resto non possiamo aspettarci niente da un sindaco che per risolvere questi problemi preferisce affidarsi ai rapper, dato che a suo dire la politica conta per il 10% nella risoluzione dei problemi. La verità è che la sicurezza non è mai stata una priorità di questa giunta e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Un vero peccato che un quartiere ricco così di fascino, di storia e con bellissimi palazzi liberty venga lasciato in mano alla criminalità e alla sporcizia.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Torino.

Torino, una città spaccata in due: «Qui in periferia è morto tutto». Vallette, Barriera di Milano, Borgo Vittoria. Un tempo zone con un’identità forte, oggi abbandonate ed escluse dal circuito della nuova ricchezza creato dai grandi eventi. Dove organizzare la partecipazione politica è sempre più difficile (Foto di Michele D’Ottavio). Marco Grieco su L'Espresso il 17 Gennaio 2022.  

Non è né sole né luna Torino, semmai una supernova. Così l’ha ritratta sui manifesti dell’ultimo Salone del Libro l’illustratrice Elisa Seitzinger: un astro in continua esplosione fin da Expo ‘61 che innescò la sua sindrome di capitale mancata. Tale e quale a oggi, quando la fiammata dei grandi eventi come l’Eurovision (il 25 gennaio a Palazzo Madama, Rotterdam consegnerà le chiavi dell’evento) cicatrizza per poco le ferite di un progresso abortito, visibile nelle periferie, tra i monconi della monorotaia al Lingotto e le torri alveolari delle Vallette.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Liguria.

Chi era il genovese incubo dei turchi. Soldato di ventura, ammiraglio, politico, in sponda tra Spagna e Francia ma sempre nemico dei turchi: la storia di Andrea Doria, l'uomo che fece grande Genova. Andrea Muratore su Il Giornale l’1 Dicembre 2022

Andrea Doria fu uno degli ultimi soldati totali che l'era dell'Italia preunitaria, nella fase selvaggia e convulsa a passaggio tra Medioevo e Età Moderna, conobbe. Uomo d'armi passato in età relativamente tarda al mare, poi eccellente ammiraglio, nemico prima e alleato poi dell'Impero di Carlo V, in un rapporto inverso con Francesco I di Francia, incubo dei Turchi e dei corsari barbareschi, signore di Genova: Doria ha avuto la vita dei grandi uomini d'arme divenuti statisti.

Attento centellinatore delle proprie forze, servì fino in fondo solo due cause: la sua, in primis, e in secondo luogo quella della Repubblica di Genova che divenne perno commerciale, politico e finanziario nel Mediterraneo mentre i grandi Stati nazionali si affermavano, l'Italia era teatro di guerre fratricide e lo stesso Grande Mare perdeva in importanza dopo la scoperta delle rotte oceaniche.

Tra prestigio, battaglie e congiure Andrea Doria, nato a Oneglia nel 1466 e morto quasi centenario a Genova nel 1560, fu un vero principe del Rinascimento. In una fase in cui, come ha ricordato Edoardo Grendi, "l'asse Genova-Milano appariva come il centro strategico decisivo della rivalità franco-asburgica incentrata sulla penisola" la Superba, al contrario di Milano, seppe sfruttare la proiezione marittima per giocare le sue carte politiche. Mentre si accentuava "la crisi della società rinascimentale e nondimeno persiste vaper tutto il secolo ed oltre una certa vitalità economica che si associava a innegabili spinte neo-feudali legate a una già precedente affermazione dello stato territoriale e del principato", Genova andò in controtendenza.

Se Niccolò Machiavelli fosse vissuto per seguirne le imprese sicuramente non avrebbe avuto dubbi a dedicare Il Principe al capitano di ventura divenuto signore politico. Dopo una lunga carriera di soldato di ventura, a servizio dei Montefeltro, degli Aragonesi e di Giovanni della Rovere, signore di Senigallia, nipote di Sisto IV e fratello del futuro papa Giulio II, nel 1503 comandò finalmente le truppe della sua città reprimendo una rivolta in Corsica. Undici anni dopo, durante la calata italiana di Luigi XI di Francia conclusasi con l'occupazione di Genova Andrea Doria sfruttò lo choc del disastro transalpino contro gli svizzeri nella battaglia di Novara per espugnare la roccaforte di Luigi, la fortezza della Briglia, insediando Ottaviano Fregoso contro nuovo doge.

Fu l'inizio della seconda, intensa fase della vita di un uomo figlio di una storica famiglia ma che si consacrò tardi come comandante. Ma seppe unire fiuto e capacità politica. Sconfisse i corsari barbareschi nel 1519 al largo di Pianosa e salvò la flotta genovese dalla calata delle truppe imperiali di Carlo V che destituirono i Fregoso dal dogato tre anni dopo. Poi si alleò con il nuovo sovrano di Parigi, Francesco I, animando la Lega di Cambrai contro Carlo V, difendendo via mare Marsiglia, e facendo sponda contro il comandate di terra Giovanni delle Bande Nere per evitare di fare delle guerre d'Italia un affare straniero. Guidò nel mondo navale il cugino Filippo Doria, che nel 1528 sconfisse gli spagnoli a Napoli. Colto il vento che mutava, si fece protettore di Roma dopo il sacco del 1527, non evitando però di trescare con Carlo. Proprio a fine 1528 Doria passò dal sostegno alla Francia a quello alla Spagna. Difese, in quell'ottica, l'indipendenza della Superba impadronendosi del potere nello stesso anno e permettendogli di sopravvivere fino all'era napoleonica.

"Ispanizzandosi" Doria portò con sé al servizio di Carlo V un capitale militare che da luogotenente di fatto di Francesco nel Mediterraneo lo aveva reso stimato e temuto e un'esperienza nella lotta ai barbareschi e ai loro protettori dell'Impero turco degli Ottomani che tornava utile per il sovrano di Spagna e Austria, reduce del trauma dell'assedio di Vienna. Grendi ricorda che negli anni l’ammiraglio era riuscito ad accrescere il proprio capitale politico, "a nutrirlo efficacemente con una politica prudente e con qualche successo di larga risonanza in un ambiente traumatizzato dall’offensiva saracena e turca e mortificato nei ricorrenti propositi di crociata". Gli accordi siglati nel 1528 con Carlo V "testimoniano la continuità di questo speciale interesse. Non si chiede soltanto un accrescimento dello stipendio e una regolarità nei pagamenti" all'esercito di mare della Superba messo al servizio del re-imperatore, si chiede anche che essi vengano "anticipati di bimestre in bimestre", stabilendo anche "il riconoscimento di franchigia per eventuali operazioni contro privati compiute durante le operazioni militari, cioè un placet imperiale per la guerra di corsa".

Di tale placet Doria fece ampio uso contro i Turchi che imperversavano nel Mediterraneo. Nel 1532 compì un'incursione nel Mar Egeo, avvicinandosi ai Dardanelli; in seguito, colpì navi nemiche nel Canale di Corinto. E si confrontò direttamente con i due più celebri corsari al soldo di Istanbul, Barbarossa e Dragut. Contro Barbarossa, signore di Tunisi e Algeri, Carlo V condusse un'ampia spedizione in Africa nel 1535. Questa portò alla caduta di Tunisi col contributo di Doria, ma fu seguita da un'ampia incursione nelle Baleari dei turco-berberi e da una non conclusiva battaglia alla Prevesa, presso Corinto, nel 1538. In quest'ultima fase Doria tutelò la sua flotta da eccessivi danni, ricevendo critiche in seno alla "Lega Santa" voluta da Papa Paolo III in cui Genova e la Spagna erano alleate a Venezia e Cavalieri di Malta. Un atteggiamento più spavaldo avrebbe forse dato alla cristianità una prima Lepanto oltre trent'anni in anticipo rispetto al trionfo del 1571.

Dragut, in cui pare Andrea Doria vedesse il suo spirito indomito di giovane soldato di ventura, fu catturato nel 1540 da Giannettino Doria. Messo ai remi delle galee genovesi ma ammirato per il suo carattere da Doria stesso, Dragut fu liberato nel 1544 dopo un accordo tra Genova e il Barbarossa che pare comprendesse l'accesso alle acque tunisine dei pescatori liguri della famiglia dei Lomellini, stabiliti a Tabarca. L'inclemenza della guerra fece si che Dragut rispondesse all'avvenuta liberazione compiendo incursioni vicino a Genova, a Rapallo e alle Cinque Terre.

Doria finì la sua carriera come l'aveva iniziata per Genova: sedando tra il 1553 e il 1555 la rivolta di Sampiero da Bastelica in Corsica fomentata dalla "empia alleanza" tra Costantinopoli e Parigi. Morì nel 1560 da riverito uomo di Stato. Non aveva avuto eredi diretti, adottando quasi come figli propri i suoi nipoti, ma dietro di sé aveva costruito uno Stato solido e coeso, la cui eredità in termini di coerenza territoriale, economica, finanziaria si nota ancora oggi guardando all'omogeneità del territorio ligure. Alla memoria di Doria, ben sette navi di assoluto valore sono state intitolate: la più nota è il celebre transatlantico varato nel 1951 e affondato tragicamente nel 1956 nell'Oceano Atlantico.

La Marina Militare Italiana ha avuto ben quattro Andrea Doria: una corazzata varata nel 1885 e in servizio fino al 1911; un'altra corazzata veterana di due guerre mondiali appartenente alla classe Caio Duilio, varata nel 1913, rimodernata tra il 1937-1940 e che prestò servizio fino al 1956, dai cui cannoni fu ricavato il materiale del fonte battesimale del Tempio della fraternità a Cella di Varzi presso Pavia; un incrociatore lanciamissili in servizio dal 1963 al 1992 e, da ultimo, l'Andrea Doria oggi in servizio nella Marina Militare, fregata della Classe Orizzonte operativa dal 2009. Due anche le navi della United States Navy: il brigantino Andrew Doria in servizio contro gli inglesi nella guerra d'Indipendenza e una nave cisterna italiana costruita nel 1908 e catturata dagli statunitensi nel 1941 per esser utilizzata tra il 1944 e il 1948, intitolata proprio al grande ammiraglio genovese. Eroe dei due mondi dopo la sua morte e associato alla grande epopea dei navigatori di guerra.

Modello Genova, soldi e politica: il nuovo potere fondato sulla tragedia del ponte. Per effetto della tragedia del 2018, in città è arrivata una quantità di denaro pubblico senza precedenti, quasi 8 miliardi di euro, intorno alla quale si è cementata l’alleanza tra il presidente di regione Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci. FERRUCCIO SANSA su Il Domani il 13 agosto 2022

03/08/2020, Genova, Inaugurazione del Ponte Genova San Giorgio, nella foto il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il Commissario per la ricostruzione Marco Bucci sul tappeto rosso in attesa del taglio del nastro

Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia.

Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità.

Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi - 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 - per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.

La Lanterna. Perfino lei. Intorno al simbolo di Genova nascerà una distesa di container: un’opera bocciata anni fa dal ministero dei Beni Culturali che oggi viene realizzata con la scorciatoia delle procedure straordinarie.

Così arrivano 30 milioni di finanziamenti pubblici per tombare una calata, portare migliaia di contenitori sotto il faro più famoso del mondo. A beneficio, secondo alcuni, di una persona sola: Aldo Spinelli, imprenditore e finanziatore del centrodestra di Giovanni Toti e Marco Bucci.

Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia. Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità. No, non soltanto.

Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi - 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 - per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.

E ancora di denaro pubblico, circa 10 milioni, preso dal bilancio degli enti pubblici per alimentare la ‘comunicazione istituzionale’, leggi propaganda politica pagata dalle istituzioni. Ma anche denaro privato, in un intreccio di sponsorizzazioni da parte di imprenditori che chiedono agli stessi enti pubblici autorizzazioni e concessioni.

L’ASCESA DI TOTI 

Ecco il vero Modello Genova. Nato quasi per caso. È il 2015 quando Silvio Berlusconi sceglie Giovanni Toti come candidato alla presidenza della Regione Liguria. «Guarda cosa mi è toccato fare!», scherza Toti pronto a fare le valigie per tornare a casa. Ma a sorpresa vince con il 34,44 per cento dei voti. Un miracolo? No. La Liguria usciva da decenni di dominio di un centrosinistra che si era fatto sistema di potere.

E siamo al 2017. Sono due anni che Toti governa la regione; un governatore part-time che passa gran parte del tempo a Roma: è più facile vederlo in uno studio Tv che nell’aula del Consiglio. Quell’anno ci sono le elezioni di Genova: il centrosinistra ha voltato le spalle al suo sindaco uscente, Marco Doria, e stenta a trovare un candidato.

Toti propone un nome nuovo, Bucci, appunto. Un manager con trascorsi americani, un “Marchionne al pesto”, lo etichettano gli avversari. Il centrodestra fa l’en plein: Liguria, Savona, Genova, La Spezia e Imperia.

E qui il toscano Toti, che forse non ha una vera strategia né un disegno a lungo termine, tira fuori il fiuto politico che non gli fa difetto: la Liguria non sarà più esilio, ma fortezza per costruire il ritorno a Roma (magari nel prossimo governo di centrodestra).

All’epoca, però, i sondaggi non brillano: Toti è tredicesimo tra i governatori più amati. Bucci pare un sindaco come tanti.

EFFETTO TRAGEDIA 

Il 14 agosto 2018 crolla il ponte e Genova diventa il simbolo nazionale della riscossa. In un attimo volano in Liguria il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con tutti i suoi ministri. Ognuno promette ricostruzione, soldi. Ma come succede per tutte le storie, occorre un volto. L’uomo del Ponte. Toti ci prova, ma la scelta cade su Bucci, meno ingombrante, meno politico. E sarà la sua fortuna.

Merito, dicono i sostenitori, delle sue capacità di manager, di uomo del fare, che riesce a far ultimare in tempo i lavori. Forse è vero, in parte. Ma, ricordano altri, merito anche delle procedure ridotte all’osso, libere dai controlli. E di una valanga di soldi che cambia per sempre la politica ligure.

Bucci più costruttore di ponti, che sindaco. Eppure mostra intuito politico: si costruisce un’identità forte. Si dipinge come il manager che prende in mano la situazione. L’uomo che decide con modi burberi (chiedete ai suoi assessori che escono talvolta in lacrime dalle riunioni di giunta).

Riesce a proporsi soprattutto come il padre burbero dei genovesi, in una città che, dopo Fabrizio De André e don Andrea Gallo, non ha più simboli cui appoggiarsi.

E qui entrano in gioco i soldi, architrave del potere di Toti e Bucci. Una pioggia di miliardi. Bucci viene nominato dall’allora governo gialloverde di Conte commissario straordinario per la ricostruzione. In dotazione, con il cosiddetto ‘decreto Genova’, arriva oltre 1 miliardo da spendere per sfollati, imprese, mobilità, autotrasporto, porto e tutte le attività colpite dal crollo.

Bucci così diventa il “sindaco del fare”, vola ai vertici delle graduatorie di popolarità. Pace se non tutto fila per il verso giusto, come gli extracosti del ponte, come le decine di aziende che spostano fittiziamente la loro sede fiscale nella zona rossa sotto il ponte per ottenere sgravi fino a 200 mila euro.

Cambia l’immagine di Bucci, ma anche il modo in cui i genovesi vedono se stessi e la propria città: Genova ferita, fragile. Vittima, dopo il G8, le alluvioni, il crollo della torre piloti del porto e, appunto, il Morandi. È stravolta, anche, la politica.

Ed è soltanto l’inizio: arrivano i soldi per le grandi opere portuali per garantire un futuro a uno scalo che è ancora il più grande d’Italia, ma è assediato dai colossi asiatici e del Nord Europa. Ed eccolo di nuovo l’intreccio inestricabile tra realizzare opere e costruire il consenso.

LA DIGA DEL SINDACO 

La parola chiave diventa ‘fare’, purché sia. Non importa fare bene, realizzare i progetti di cui Genova ha davvero bisogno.

Qui siamo alla diga, madre di tutte le grandi opere liguri. E non è un’esagerazione dire che la vera partita delle ultime elezioni comunali - il 13 giugno Bucci è stato confermato con il 55 per cento dei consensi, ma anche con il 65 per cento di non votanti - non era la poltrona di sindaco, ma la diga.

«Chi è contrario», taglia corto il sindaco, «deve andarsene dalla città». Il progetto deve essere quello sostenuto dal tridente di centrodestra (e dal Governo Draghi): Bucci, Toti e il presidente dell’Autorità Portuale.  Quel Paolo Emilio Signorini, fedelissimo del governatore e in passato delfino di Ercole Incalza, signore delle infrastrutture italiane.

Previsti due canali, una spesa iniziale vicina al miliardo già lievitata di centinaia di milioni. Ma nel silenzio di una città anestetizzata, si  alza la voce di Piero Silva, uno dei massimi esperti mondiali di infrastrutture portuali.

L’ingegnere era tra i consulenti dell’opera, ma dopo aver studiato il progetto, si sfila. E denuncia: «La diga dovrebbe essere realizzata con cassoni poggiati a 50 metri di profondità. Nessuno finora ha costruito un cantiere a quella profondità. Non solo: in quel punto c’è un fondale fangoso spesso venti metri. C’è il rischio che l’opera sprofondi».

Non è l’unico timore di Silva: «I tempi di realizzazione slitteranno a dieci, quindici anni. E i costi a 3 miliardi, forse 4». Silva propone un progetto alternativo: «Un solo canale, ma con le stesse possibilità di manovra per le navi. In compenso, poggiando su un fondale di 30 metri, garantirebbe un costo inferiore al miliardo, tempi di realizzazione dimezzati. E un impatto ambientale di un terzo».

Insomma, c’è un’alternativa che pare vantaggiosa. In città, però, non se ne parla. Così come si tacciono gli intoppi e gli scomodi conflitti di interessi: nessuno - a parte il giornalista Andrea Moizo - nota le capriole di Marco Rettighieri. Prima alla guida del progetto del Terzo Valico, finisce poi responsabile di attuazione del piano straordinario delle opere portuali. Infine si dimette dal ruolo pubblico di controllo e lo ritroviamo ai vertici di Webuild che potrebbe realizzare la diga.

Pubblico e privato, indistinguibili, altra caratteristica del Modello Genova.

Così come nessuno sembra interessato a un episodio che riguarda Pietro Baratono, stimato esperto strutturale: membro della commissione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici che dà il via libera alla diga, ottiene una consulenza da circa 300mila euro dalla stessa Autorità Portuale per la realizzazione del ribaltamento a mare degli stabilimenti Fincantieri (oltre 600 milioni di spesa).

Il rischio è che la diga si trasformi in un nuovo Mose. Ma non c’è niente da fare, si parte.

I SOLDI NON FINISCONO MAI 

Soldi, soldi e ancora soldi. Come quelli per la nuova viabilità portuale, centinaia di milioni, e l’elettrificazione delle banchine dei moli già tante volte promessa. Bucci annuncia; i giornali sparano titoloni, le tv locali applaudono. E nessuno fiata sui ritardi di anni che il sindaco-commissario ha già accumulato.

Un’ubriacatura infinita: ecco altri 900 milioni per i trasporti pubblici. Bucci decide di spenderli per lo skymetro, colossale metropolitana sopraelevata lunga 9 chilometri che taglia in due un’intera vallata. Inutile dire che con la stessa somma si potrebbero realizzare 30 chilometri di tram di ultima generazione per servire mezza città. Come nelle più  moderne città d’Europa.

Bucci ha già deciso. Da solo. Non c’è tempo per aprire bocca che arriva un altro annuncio. Questa volta tocca ad Autostrade, la società guidata dai Benetton che con il crollo del Ponte e con anni di cantieri ha bloccato la vita di un milione e mezzo di liguri. Toti e Bucci l’hanno sempre trattata con i guanti bianchi.

C’era stata la sciagurata conferenza stampa all’indomani del crollo del ponte in cui, sorridenti accanto a Giovanni Castellucci (allora numero uno di Atlantia, oggi imputato), annunciavano la ricostruzione del ponte. Poi le intercettazioni dell’inchiesta sul Morandi in cui Toti, sempre nel 2018, chiedeva a Castellucci se fosse interessato alla partita della banca Carige. In cambio di cosa? Non si sa.

Ecco il grande annuncio: la contropartita concordata da Bucci per far pagare ad Autostrade i danni subiti dai liguri. Un successo? Mica tanto.

La società realizzerà la contestatissima Gronda autostradale e un tunnel da 700 milioni per auto che passerà sotto il porto.

Inutile far notare che le opere da realizzare dovrebbe deciderle la città (in cui si aspetta da anni il nuovo snodo ferroviario) e non Autostrade. Inutile ricordare che gran parte di quelle opere sono già state pagate con i nostri pedaggi e che comunque a metterci parte dei soldi sarà la società diventata pubblica.

È un caso unico al mondo: chi provoca un disastro decide di risarcirlo con opere che gestirà lui con enormi introiti pagati dagli utenti. Per la prima volta a pagare i danni non sarà il responsabile, ma il danneggiato. I cittadini.

Ma arriva un altro miliardo e mezzo. Bucci tira avanti. Con un paradosso: a finanziare le opere spesso è stato il Governo Conte. Prima con la Lega e poi con il Pd. Il centrosinistra e il M5S da Roma finanziano e il centrodestra in Liguria incassa. Soldi e popolarità.

UN CONTO DA 8 MILIARDI

Il conto, citiamo lo stesso Bucci, arriva a 6 miliardi tra decreto post crollo, risorse del Pnrr e del Governo e ‘risarcimento’ di Autostrade. E non è finita: ci sono altri 2 miliardi in attesa di via libera per il progetto di porto ecosostenibile e per il sistema di cloud nazionale a Genova (la città diventerebbe l’hub del grande cavo che porta informazioni dal mare). Totale: 8 miliardi. Dieci, venti volte più  di quanto riuscivano a ottenere i predecessori di Bucci.

Eccolo il nuovo piano Marshall nelle mani di un solo uomo. Perché il punto è questo: Bucci che è insieme sindaco e commissario (incarico confermato dal governo Draghi, nonostante l’emergenza sia finita). Decide e gestisce da solo. E pace se una legge prevede l’incompatibilità tra le due cariche.

Il punto non è soltanto l’abnorme concentrazione di potere, ma proprio che i poteri commissariali vengano utilizzati dal sindaco per falsare la competizione democratica soprattutto in periodo elettorale.

E siamo al nodo della questione: 8 miliardi per realizzare nuove opere e per costruire un sistema di potere.

È anche questa la pesante eredità del ponte. Non soltanto i 43 morti. Non solo gli enormi disagi che dureranno ancora anni. Il denaro a Genova è diventato strumento per condizionare la formazione del consenso e la vita politica. Denaro pubblico.

LE RISORSE PER TOTI E GLI ALTRI

Non ci sono soltanto i finanziamenti arrivati dopo il ponte. Rivoli di milioni escono da tutte le parti. La breccia è quella voce del bilancio regionale chiamata “attività per favorire la presenza istituzionale” (un meccanismo, va detto, inaugurato dal precedente centrosinistra). In pratica propaganda politica con soldi pubblici: pubblicità su giornali, tv, siti, ma anche convegni, viaggi offerti ai giornalisti. Uffici stampa degni della Casa Bianca.

Toti in un anno ha portato la spesa a 4,6 milioni. Denaro capace di salvare i bilanci degli organi di stampa. Ed è soltanto l’inizio, perché quasi altrettanto viene speso attingendo ad altre voci di bilancio, come la promozione internazionale dell’economia ligure o i fondi europei. Per non dire della pubblicità che tutte le società partecipate da Comune e Regione fanno sugli organi di stampa locale. In tutto ci aggiriamo sui 10 milioni l’anno, quanto basterebbe per comprare 8 apparecchi per la radioterapia oncologica che in Liguria mancano, tanto che i malati di tumore sono stati costretti a trasferte di ore in bus per curarsi.

Qualche esempio: a marzo Toti ha organizzato una trasferta all’Expo di Dubai con giornalisti pagati al seguito. Spesa per tre giorni: 140mila euro (5mila euro solo il biglietto aereo del Governatore in top class). Principale destinatario il gruppo Gedi (Il Secolo XIX, Repubblica e La Stampa che dominano il mercato ligure).

Ancora: la tv privata Primocanale, leader nella Regione, negli ultimi anni ha ricevuto oltre un milione dalla Regione e 300mila euro dall’Autorità Portuale. Di più: la società che gestisce l’emittente Telenord, proprio alla vigilia delle comunali, ha pubblicato un giornale dal titolo Genova Meravigliosa (lo slogan preferito di Bucci).

Accanto alle immancabili interviste a Toti, Bucci e Signorini comparivano oltre 20 inserzioni di Regione, Comune e di tutte le società partecipate. Intanto al Meeting di Comunione e Liberazione vanno circa 100mila euro da Regione e Porto: sul palco di Rimini salgono Toti e Signorini.

Il governatore-giornalista (Toti era direttore del Tg4 berlusconiano) ha messo insieme un colosso informativo che assume più giornalisti di qualsiasi testata locale. Un dato: soltanto le utenze dell’ufficio stampa della Giunta costano 600mila euro l’anno.

È un’emorragia continua. Come lo spot girato con Elisabetta Canalis per reclamizzare la Liguria. Durata 60 secondi, spesa 240mila euro (più 20mila per una cena allo Yacht Club di Portofino). Fanno 5mila euro al secondo. Per non dire dello stipendio di Pietro Paolo Giampellegrini - fedelissimo segretario generale della Regione - che schizza a quasi 300mila euro. Più di Sergio Mattarella.

Ma il consenso si costruisce anche corteggiando il mondo dello sport e le tifoserie. Da dicembre le squadre liguri di serie A (Sampdoria, Spezia e inizialmente Genoa) ricevono 2,3 milioni di finanziamenti europei per stampare la scritta “Lamialiguria” (il logo turistico lanciato da Toti) sulle magliette. Clic, clic, clic, alla presentazione dell’iniziativa decine di foto di Toti, Bucci e del sindaco di Spezia, Pierluigi Peracchini, con le maglie delle società e con gli idoli calcistici locali.

L’INTRECCIO PUBBLICO-PRIVATO

Così è cambiata la politica ligure in quattro anni. Così è stato stravolto il mondo dell’informazione, nel silenzio dell’Ordine dei Giornalisti. Ma sta mutando anche in profondità il modo di sentire dei cittadini, storditi, ingannati. Con un paradosso: i sondaggi dicono che i genovesi spesso si sentono ancora di centrosinistra; al momento del voto, però, premiano il centrodestra (anche nei quartieri popolari dove il Pci arrivava all’80 per cento). È il segreto di Toti e Bucci, che si dipingono come trasversali. Uomini del fare, più che politici. 

Ma c’è anche il denaro privato. Ne ha scritto su Domani Giovanni Tizian parlando dell’inchiesta, ancora senza indagati, sulla fondazione politica Change di Toti (che ha raccolto denaro anche per le campagne di Bucci - 102mila euro - e Peracchini - 67mila).

Ma, al di là di eventuali risvolti penali, c’è un intreccio pubblico-privato che va chiarito. Prendiamo la sanità, dove Toti sta smantellando il sistema sanitario nazionale: tra i finanziatori del centrodestra c’è la Clinica Montallegro, principale operatore privato ligure del settore, cui è stata affidata la campagna vaccinale contro il Covid.

Tra gli sponsor ci sono anche società legate a Esselunga, il colosso della grande distribuzione che durante l’era Bucci ha aperto ovunque nuovi centri a colpi di varianti urbanistiche approvate a tempo di record. Ci sono pure imprese del gruppo Waste, specialista nei rifiuti, che gestisce la discarica di Vado Ligure. E ci sono le società di Aldo Spinelli, l’operatore portuale che metterà i container ai piedi della Lanterna e che ha ottenuto dal Porto di Genova la concessione per aree che valgono oro. Lo stesso Spinelli che, come gran parte dei sostenitori di Toti, prima sponsorizzava il centrosinistra.

QUESTIONE DI STILE 

È cambiato lo stile, questo sì. Una volta politici, imprenditori e banchieri genovesi si incontravano quasi clandestinamente al piano superiore di un ristorante con le tovaglie a quadretti. Giocavano a scopone, come all’osteria, e tra un asso e un sette di quadri decidevano le sorti della città. Oggi ci si vede allo Yacht Club, magari con soubrette, virologi star e menù stellato. E tutto viene orgogliosamente mostrato sui social.

Ma resta la vera domanda: la politica usa l’economia o ne diventa strumento?

Intanto il centrodestra finanzia le campagne elettorali con fondi venti volte maggiori degli avversari.

Niente di illegale, fino a prova contraria. I dati Istat e la vita dei cittadini raccontano, però, un’altra realtà: in Liguria nel 2020 il tasso di disoccupazione era dell’8,3 per cento, il più alto del Nord. La regione ha segnato record di mortalità per il Covid.

Mentre in pochi anni il personale sanitario pubblico è calato da 21mila a 15mila unità, più che in qualsiasi altra regione. E pochi sanno che tra i quartieri benestanti e quelli meno ricchi di Genova si registrano 4 anni di differenza nella durata media della vita. Che i bambini con handicap attendono fino a 4 anni per ottenere terapie cui hanno diritto.

E l’ambiente? Appena il 6,3 per cento di habitat favorevoli, ultimi nel Nord Italia; Liguria terzultima per percentuale di coste balneabili (57,4 per cento) e aree protette (5 per cento). Per non parlare della sicurezza, tanto cara al centrodestra: la Liguria è la seconda del Nord per furti denunciati (17,7 per mille abitanti) con il record di reati associativi. Cioè mafia.

Ma per coprire le scomode verità ecco spuntare le bandiere di Genova che, in stile bulgaro, Bucci ha messo agli angoli delle strade. Altra spesa da 200mila euro.

Ecco il vero Modello Genova.

FERRUCCIO SANSA. Giornalista, cresciuto a Genova. Consigliere regionale in Liguria, dove era candidato come presidente, sostenuto da Pd e Movimento Cinque Stelle.

Da ilmessaggero.it il 15 febbraio 2022. Non si placano le polemiche sullo spot promozionale di Elisabetta Canalis «La mia Liguria», andato in onda durante il Festival di Sanremo 2022. La showgirl sarda, come ha riferito il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti rispondendo a un'interrogazione in Consiglio regionale del capogruppo Ferruccio Sansa (Lista Sansa), è stata pagata 100 mila euro per fare da testimonial.

Estratto dell’articolo di ML. per “la Repubblica” il 12 agosto 2022.

«Il 14 agosto di quattro anni fa anche io ero lì, rientrato di corsa dalle ferie. Gli uomini del mio "Primo Gruppo" stavano scavando fra le macerie insieme agli altri soccorritori, hanno tirato fuori cadaveri. […] Due giorni dopo la Procura ci ha dato la delega a indagare.

Adesso, a inchiesta chiusa e processo iniziato, tutto ha un filo logico. Ma allora ci siamo trovati davanti a una montagna». 

Il colonnello Ivan Bixio oggi è comandante provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Emilia. Ma è l'uomo che […] ha studiato, interrogato, sequestrato, scavato. Messo a nudo il sistema distorto dietro a una delle più grandi tragedie della storia italiana: 43 vittime per il crollo di un ponte, il Morandi […] A giudizio ci sono 59 persone, a partire dai vecchi top manager della Aspi targata Benetton, in primis l'ex ad Giovanni Castellucci.

Colonnello Bixio, ha mai tremato?

«Abbiamo fatto delle corse contro il tempo, soprattutto all'inizio. Da una parte c'era il rischio che qualcuno tentasse di eliminare eventuali prove, come peraltro in qualche caso è successo (un esempio è una chat fra gli allora numeri due e tre di Aspi Paolo Berti e Michele Donferri, in cui si parlava della corrosione dei tiranti del viadotto, ndr ). Dall'altra dovevamo cercare filmati, era la settimana di Ferragosto e le aziende della zona chiuse, quelle telecamere dopo 48-72 ore sovra-registrano. Trovammo diversi video, il più noto, quello della società "Ferrometal", è l'unico che restituisce il disastro integralmente. […]».

Il momento più difficile in tre anni di indagini?

«Lavorando sul crollo del Morandi abbiamo trovato elementi nuovi sul conto di Autostrade e della società gemella Spea, allora addetta ai controlli. I report sulle condizioni di salute degli altri viadotti a parer nostro ammorbiditi, le barriere anti-rumore pericolose e fuori norma, fino ai problemi delle gallerie dopo il crollo della "Berté" sulla A26. […]». 

[…] La holding Atlantia e la famiglia Benetton sono rimaste fuori dall'inchiesta, pur entrando in diverse intercettazioni...

«Posto che queste valutazioni sono compito della Procura, in Aspi come in tutte le società c'era una catena di comando che prendeva le decisioni. E noi lì abbiamo lavorato, dai più alti ai più bassi livelli». […]

Marco Lignana per “la Repubblica” il 13 agosto 2022.

Sarà la sua prima volta. Anche se gli incubi non lo lasciano e forse non lo lasceranno mai in pace, Gianluca Ardini domani tornerà lì dove si era trovato quattro anni fa, il 14 agosto 2018. 

Intrappolato fra le lamiere del furgone e le macerie di ponte Morandi, gravemente ferito, sospeso a venti metri di altezza accanto al corpo senza vita del suo collega di consegne Luigi Matti Altadonna. Sopravvissuto, grazie all'intervento dei Vigili del fuoco, dopo quattro ore: «Sì, stavolta verrò alle celebrazioni in ricordo della tragedia. Sono sempre scappato fuori Genova, adesso non lo farò».

Gianluca Ardini, perché fuggire?

«Per il senso di colpa. Io vivo, il mio collega e le altre 42 vittime no. Mi sentivo in difetto con i familiari di chi non c'è più, so che è sbagliato ma non ci potevo fare niente. Ho dovuto fare un lungo percorso psicologico, che continua ancora adesso, per evitare di colpevolizzarmi. 

Poi qualche mese fa ho incontrato quei parenti, ho sentito un affetto enorme, mi hanno detto "ma sei impazzito?" Mi sono tolto un macigno di dosso, anche se per me non è certo tutto rose e fiori».

Come è la sua vita oggi?

«Purtroppo rivivo quegli attimi quasi ogni giorno: stavamo viaggiando per fare le nostre solite consegne, vediamo e sentiamo tremare l'asfalto, il tempo di urlare "cosa succede" e poi il silenzio. 

Luigi vicino a me, un tempo che non passava mai. Prima ho urlato più forte che potevo, poi continuavo a ripetere che non ce la facevo più, avevo il bacino rotto, l'adrenalina ormai scesa. Quando sono arrivati da me, i soccorritori mi chiedevano come stavo, cercavano di tenermi occupato, ma ho comunque un buco fra i ricordi».

Non esiste tregua?

«Certo ci sono momenti in cui sei preso da altro, la famiglia gli amici e il lavoro, ma a fine giornata quando tutti si rilassano ci penso e riaffiora tutto. Se prima erano le crisi di panico e il terrore di prendere l'autostrada, adesso è l'insicurezza, l'ansia, o l'essere sempre apprensivo. Per questo trauma non esistono cure o medicine». 

Dal punto di vista fisico è guarito?

«Sono invalido al 60 per cento. I movimenti del braccio sono limitati, ho problemi di sensibilità, sento spesso formicolii, mi sono ritrovato le vertebre schiacciate e questo mi porta ad avere spesso mal di schiena, colpa dell'ernia cervicale. E altro ancora».

Nel frattempo la sua famiglia è cresciuta.

«Un mese dopo il crollo è nato Pietro, ho sempre detto che il suo pensiero mi ha dato la forza per resistere quando ero incastrato fra le lamiere. Poi è arrivata Anna che a settembre compirà un anno. La mia compagna Giulia con il pancione andava e veniva ogni santo giorno dall'ospedale dove ero ricoverato, pure mia sorella era incinta e faceva lo stesso. La famiglia si è compattata intorno a me, sono stati qualcosa che non si può descrivere».

È venuto alla prima udienza del processo sul crollo, lo scorso 7 luglio. Che impressione le ha fatto?

«Mi è piaciuto tanto il giudice, da questo punto di vista sono molto fiducioso per il futuro. In più non mi sono sentito a disagio fra i parenti delle vittime, anzi ho provato sulla pelle quanto mi vogliono bene. E poi io sono uno dei pochi testimoni diretti di quel che è accaduto, mi rendo conto di quanto sarà importante il mio racconto nel dibattimento». 

Prova ancora rabbia?

«Certamente, l'ho provata fin dal primo giorno. Poi, quando tutti noi abbiamo capito che il disastro si poteva evitare ed è figlio dell'avidità e della fame di soldi di certa gente, 'sta rabbia è cresciuta ancora. 

E so bene che poteva essere una tragedia ancora più apocalittica. Bastavano due o tre pullman che si incolonnavano sempre sul Morandi, perché lì coda era perenne, per arrivare a duecento, trecento morti». 

 Fa sempre consegne in giro per la città?

«Impossibile, nelle condizioni fisiche e psicologiche in cui mi trovo. Lavoro come impiegato, davanti al computer, mi trovo benissimo con i colleghi e va bene così». 

E nel tempo libero?

«Ho provato a fare palestra, ma non è il caso. Cerco di camminare tanto, ad esempio siamo appena stati in montagna e abbiamo fatto lunghe passeggiate. Anche se Anna nello zainetto sulle spalle sono riuscito a portarla pochi metri. Il dolore alla schiena è diventato subito insopportabile». 

Da ansa.it il 14 agosto 2022.

Con la messa officiata dall'arcivescovo di Genova Marco Tasca in ricordo delle vittime e per i loro familiari sono cominciate le cerimonie per la commemorazione del crollo del ponte Moranti. Il viadotto sul torrente Polcevera crollò alle 11:36 del 14 agosto 2018 causando 43 vittime, 11 feriti e 566 sfollati. 

Alla messa partecipano, tra gli altri, il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, Il sindaco Marco Bucci e il segretario della Lega Matteo Salvini. Per la Regione c'è l'assessore alla Cultura Ilaria Cavo.

Dopo la messa ci sarà il ricordo della tragedia alla Radura della Memoria, sotto il nuovo Ponte San Giorgio dove oltre al ministro parleranno la presidente del Comitato per il ricordo delle vittime del Morandi Egle Possetti, il sindaco Bucci, l'imam, il governatore Toti. Prima 43 bambini consegneranno ai parenti delle vittime 43 messaggi. Ieri sera alla Radura della Memoria si è tenuto un concerto di musiche sacre.

"La ferita è sempre aperta ma quattro anni dopo quello che ci fa più male è la cessione della concessione". Così Egle Possetti, presidente del comitato Ricordo vittime ponte Morandi prima dell'inizio della commemorazione. "È inaccettabile quello che è successo, inaccettabile che questa concessione, già scritta come nessuno di noi l'avrebbe scritta neanche per comprare una bicicletta, non sia stata stracciata ma addirittura remunerata agli azionisti, una cosa che umanamente non potremo mai accettare, tutti dovrebbero sapere cosa è successo e a raccontarlo rimangono sbalorditi"

La vigilia. Alla vigilia dell'anniversario del crollo del viadotto sul Polcevera, Egle Possetti, presidente del comitato Ricordo vittime ponte Morandi, è tornata ieri a chiedere che si velocizzi l'iter per la realizzazione del memoriale che dovrebbe sorgere al posto del capannone dove la Procura ha conservato i reperti. "Quanto ancora dovremo aspettare per il memoriale? Senza memoria non c'è progresso e le vittime del crollo di ponte Morandi non devono essere per alcuna ragione dimenticate".

A luglio, in concomitanza con l'avvio del processo, è arrivato il via libera allo spostamento di parte delle macerie ma ancora nulla si è mosso. "Pensavamo che con il progetto definito e con il nulla osta allo spostamento dei reperti si potesse procedere più velocemente, invece". La prima pietra, del tutto simbolica, del cantiere era stata posta dalle istituzioni nel corso della cerimonia di commemorazione del 14 agosto 2021. Dal Comune hanno spiegato che per la progettazione definitiva bisognerà attendere ancora perché ci sono da risolvere anche alcune interferenze con la linea ferroviaria ma l'amministrazione conta di mettere a gara l'opera al più tardi in ottobre.

Ponte Morandi, Mattarella: «Una ferita che non si può rimarginare». Il Corriere della Sera il 14 Agosto 2022.

Oggi ricorre l’anniversario del crollo che ha causato 43 morti. Per il Presidente della Repubblica è necessario sostenere i parenti. Il dolore di Egle Possetti, portavoce del comitato Ricordo Vittime: «Dopo quattro anni ancora nessuna scusa» 

Erano le 11,36 di quattro anni fa (14 agosto 2018) quando una parte del ponte Morandi a Genova crollò, sotto un forte temporale. Nella tragedia morirono 43 persone e 11 feriti. In ricordo delle vittime e dei loro familiari, una Messa officiata dall’arcivescovo di Genova Marco Tasca ha dato avvio questa mattina alla cerimonia di commemorazione (alla messa hanno partecipato, tra gli altri, il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, Il sindaco Marco Bucci e il segretario della Lega Matteo Salvini).

La parole del Capo dello Stato

Il quarto anniversario del crollo del Ponte Morandi è stato ricordato con un messaggio dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Si rinnova il dolore della tragedia che ha colpito quarantatré vittime. Una ferita che non si può rimarginare, una sofferenza che non conosce oblio, una solidarietà che non viene meno. Un dramma che segna la vita della Repubblica e per il quale la magistratura sta doverosamente accertando le responsabilità. Rinnovo anzitutto ai familiari, costretti a patire il dolore più grande, la più intensa solidarietà della nostra comunità nazionale». Che ha poi aggiunto: «Si manifesta l’esigenza di interventi adeguati a sostegno dei familiari delle vittime di tragedie come queste: occorre che la normativa sappia dare risposte a queste esigenze. L’azione svolta dal comitato dei familiari delle vittime è risultata preziosa, vero e proprio memoriale vivente della tragedia, in attesa della realizzazione del memoriale proposto a monito permanente».

Le parole dei familiari delle vittime

La mattina del 14 agosto 2018 alle 11.36 ci fu un forte temporale. All’origine del disastro, il cedimento di uno strallo. Un forte boato seguito dal crollo. Auto e camion finirono nel vuoto, con un salto di 45 metri d’altezza. Tra i morti, anche due lavoratori di un’isola ecologica che finirono travolti dalle macerie. Un dolore, quello dei parenti delle vittime, che non si è mai placato. A farsi carico di decine di famiglie che hanno vissuto quel dramma è Egle Possetti, portavoce del comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi. Nel disastro perse sorella, cognato e nipoti. Ogni anno, il 14 agosto, sale sul piccolo podio ai piedi prima del cantiere per reiterare la richiesta di giustizia. «Nessuno ancora ha mai chiesto scusa per quanto è successo», ha riferito all’Agi. Ma questo, specifica, è un punto, per così dire, morale. Lei ha una preoccupazione più grossa. Teme che il disastro di quattro anni fa stia cadendo nell’oblio: «Ho questa paura, sì. Sicuramente è importante che anche quest’anno, il 14 agosto, ci sia la presenza di un ministro (Giovannini, ndr), ma è chiaro che l’attenzione mediatica, e non solo, è calata: questa è una vicenda scomoda. Tra gli imputati ci sono persone che lavoravano per lo Stato, che rappresentavano coloro che avrebbero dovuto controllare».

Genova, quattro anni dopo il crollo del Morandi, Mattarella: "Una ferita che non si può rimarginare". Draghi: "Non deve avvenire più". La Repubblica il 14 Agosto 2022.

La giornata è iniziata con la messa in memoria delle 43 vittime, il ministro Giovannini: "Il processo individui le responsabilità".  La presidente del comitato ricordo Egle Possetti. "Fa male la cessione della concessione. Era da stracciare".

Quattro anni dopo il crollo di ponte Morandi, la giornata del ricordo a Genova è iniziata con la celebrazione nella chiesa di San Bartolomeo della Certosa della messa per ricordare i 43 morti nel disastro, dalla più piccola vittima Samuele Robbiano, di appena 8 anni, a quella più grande, Juan Carlos Pastenes, che di anni ne aveva 64. A celebrare la funzione, l'arcivescovo di Genova Marco Tasca. "E' una giornata difficile, con ancora tante domande" ha detto aprendo la celebrazione. In chiesa, su una panca in prima fila, il sindaco di Genova, Marco Bucci, l'assessore alla Cultura Ilaria Cavo, in rappresentanza della Regione, il questore Orazio D'Anna e il presidente del Municipio, Federico Romeo. Nei banchi a fianco i familiari di Luigi Matti Altadonna, morto nel disastro a 35 anni. Alla celebrazione, oltre ad altri parenti e amici di chi perse la vita nella tragedia, ha partecipato anche Matteo Salvini, seduto qualche banco più indietro, accanto ad Edoardo Rixi, numero uno della Lega in Liguria. Terminata la messa, la cerimonia ufficiale, con la partecipazione del ministro Enrico Giovannini che ha depositato la corona di fiori della presidenza del Consiglio dei ministri, in rappresentanza dello Stato. "Il processo per il crollo del ponte Morandi va concluso in tempi rapidi _ ha detto _  per fare piena luce su quanto successo e individuare chiaramente le responsabilità di tutti a ogni livello. Auspico che il processo proceda senza interruzioni e ritardi. Per questo ringrazio i magistrati, le forze di polizia e gli uffici del tribunale per l'impegno profuso finora e per quanto verrà fatto per rendere questo auspicio realtà, pur nel rispetto dei diritti di tutte le parti". "La scelta del governo e del ministero di costituirsi parte civile contro gli amministratori privati e pubblici compresi quelli che allora lavoravano al ministero - conclude Giovannini - rende evidente la volontà delle istituzioni di fare piena luce sui fatti e perseguire i responsabili, nessuno escluso, confermando al tempo stesso la vicinanza dello Stato alle vittime".

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha inviato un messaggio al sindaco Bucci. "Il dolore per questa terribile ricorrenza _ dice _ si associa a una convinzione: lo Stato deve fare tutto il possibile perché tragedie simili non avvengano mai più.  Dobbiamo garantire la sicurezza delle nostre infrastrutture, tutelare la vita dei cittadini. Ne va della credibilità dell'Italia e delle istituzioni". "Nel quarto anniversario del crollo del Ponte Morandi. voglio rinnovare la più sentita vicinanza del Governo e mia personale ai parenti delle vittime, ai feriti, a tutti i genovesi", scrive Draghi nel suo messaggio. "Durante la mia visita a Genova ho visto una città forte e unita, che non dimentica il passato e guarda con coraggio al futuro. La rapida realizzazione del nuovo ponte San Giorgio è un esempio straordinario di collaborazione e concretezza, un modello per tutta l'Italia. Voglio ringraziare ancora una volta il sindaco Marco Bucci e tutta la struttura commissariale, le autorità locali, in particolare il presidente della Regione Giovanni Toti, il senatore Renzo Piano e tutti color che sono stati coinvolti in questo progetto". 

La cerimonia è iniziata con la proiezione video dei nomi delle 43 vittime della tragedia del 14 agosto 2018. "Genova non vuole dimenticare  _ ha detto il sindaco Bucci _ noi vogliamo che questa tragedia sia un monito per tutti affinché queste cose non si ripetano più, affinché ci possa essere una società che protegge i suoi cittadini. Il 14 agosto la città di Genova avrà questa data scolpita nella pietra". Alle 11.36, ora del crollo, un minuto di silenzio e, in contemporanea, il suono delle sirene delle navi in porto e delle campane di tutta la diocesi.

Il messaggio di Mattarella

 "Nel quarto anniversario del crollo del ponte Morandi, si rinnova il dolore della tragedia che ha colpito quarantatré vittime. Una ferita che non si può rimarginare, una sofferenza che non conosce oblio, una solidarietà che non viene meno. Un dramma che segna la vita della repubblica e per il quale la magistratura sta doverosamente accertando le responsabilità. Rinnovo anzitutto ai familiari, costretti a patire il dolore più grande, la più intensa solidarietà della nostra comunità nazionale". Lo dichiara il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

"Si manifesta l'esigenza di interventi adeguati a sostegno dei familiari delle vittime di tragedie come queste: occorre che la normativa sappia dare risposte a queste esigenze- prosegue Mattarella- l'azione svolta dal comitato dei familiari delle vittime è risultata preziosa, vero e proprio memoriale vivente della tragedia, in attesa della realizzazione del memoriale proposto a monito permanente".

La concessione

Per i familiari delle vittime il tema della concessione resta una spina nel fianco. Egle Possetti, presidente del comitato ricordo vittime, prima dell'inizio della funzione ha ribadito che  "La ferita è sempre aperta ma quattro anni dopo quello che ci fa più male è la cessione della concessione".   "È inaccettabile quello che è successo, inaccettabile che questa concessione, già scritta come nessuno di noi l'avrebbe scritta neanche per comprare una bicicletta, non sia stata stracciata ma addirittura remunerata agli azionisti, una cosa che umanamente non potremo mai accettare, tutti dovrebbero sapere cosa è successo e a raccontarlo rimangono sbalorditi". E ha anche annunciato che il comitato proverà ancora a costituirsi parte civile come comitato, "in ogni caso _ ha spiegato _ la mia famiglia è parte civile e quindi in qualche modo ci siamo, in rappresentanza anche delle altre famiglie". 

GLI SFOLLATI DEL PONTE MORANDI. Testo di Giulia Narisano su Inside Over il 13 agosto 2022.

Il seguente reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio 

A quattro anni di distanza dal crollo del Ponte Morandi, gli sfollati di Via Porro, costretti a lasciare le loro abitazioni per sempre, hanno rimesso in piedi le loro vite. Hanno comprato delle nuove case e hanno per lo piú trovato una nuova normalità. Ma continuano a portare dentro una ferita, quella di coloro ai quali è stato strappato via ben piú d’una casa: ad alcuni le proprie origini, ad altri le prospettive per il futuro. A molti, entrambi. 

Quella mattina del 14 agosto 2018 Graziella e Gabriele erano appena andati a pagare l’ultima rata del tetto del loro palazzo, recentemente ristrutturato. Lo stesso tetto da cui Graziella e i suoi amici, da ragazzi, facevano partire i fuochi d’artificio per la festa di San Giovanni, Patrono di Genova, ogni 24 giugno. Lei, in quella casa, al numero 11 di Via Porro, ci era nata, il 24 luglio 1956. Letteralmente, sul tavolo della cucina. Perché “in ospedale ti scambiavano i bambini”, racconta sorridendo.

Graziella, insieme ad un nutrito gruppo di vicini e amici, è testimone della genesi di quello che a tutti gli effetti è stato un piccolo universo, quello di Via Porro e di chi la frequentava. Nato come il quartiere dei ferrovieri, dove i dipendenti delle Ferrovie dello Stato potevano trovare un alloggio economico, è divenuto poi con gli anni una comunitá vera e propria, dove i vicini erano colleghi e amici, dove si è instaurato un sistema di relazioni e di solidarietá, e dove si sono sviluppati rapporti che durano tuttora. E proprio questi rapporti sono stati una delle ancore di salvezza per tutti quelli che quella mattina, nel giro di un minuto, hanno perso ogni riferimento e si sono trovati catapultati a forza in un capitolo tutto nuovo delle loro vite, un capitolo non scelto ma subito. 

Via Porro era diventata con il tempo il centro focale di questo ecosistema di rapporti, e rimaneva un porto sicuro, sia per chi lì ha vissuto per tutta la vita, sia per chi, come Graziella, se ne era andato per poi tornare. Graziella e Gabriele, infatti, erano tornati al civico 11 di Via Porro da circa un anno. La avevano ristrutturata, curandola nei minimi dettagli: sarebbe stata la loro casa definitiva. Gabriele prima abitava in via Cornigliano, fino a pochi anni fa una delle vie più rumorose di Genova. A lui non sembrava vero di poter dormire la notte con la finestra aperta, di sentire pace, la sera, in Via Porro, nonostante il Ponte.

Il ponte. Quando vengono a sapere del crollo per la prima volta si trovano in ospedale a trovare un amico, e alla TV passa la notizia, mentre in ospedale parte l’altoparlante che avvisa tutto il personale dell’emergenza. Come tanti genovesi, per un attimo, Gabriella ha un dubbio, non è sicura. Non lo ha mai chiamato Ponte Morandi, nessuno lo chiamava Ponte Morandi, e, per gli storici di Via Porro, è sempre stato “il ponte di Brooklyn”. Ma le immagini parlano chiaro, si vede la “A”, la grande arcata centrale, quella che, per tutti i genovesi, ma soprattutto per gli abitanti della zona, se scorta da lontano, faceva giá respirare l’aria di casa. Quello lì è inconfondibilmente il loro ponte, quello tra i cui piloni Graziella si riparava quando da bambina era fuori a giocare e all’improvviso pioveva e che ora, proprio sotto la pioggia, era collassato. 

Quel giorno anche Franca è sotto la pioggia, ma in Sicilia. È dal parrucchiere e si sta preparando per una grigliata di ferragosto, quando all’improvviso le telefona una sua amica da Genova. “Franca è crollato il ponte” “Quale ponte?” “Il nostro ponte”. Anche adesso, ad anni di distanza, a Franca vengono i brividi nel raccontarlo. Anche lei era nata in Via Porro, nel 1953, e lì ha passato tutta la sua vita, all’ultimo piano del civico 9, uno di quelli che sono stati poi abbattuti. Quella casa era piena della storia della famiglia di Franca, dei suoi genitori, di lei, di sua sorella, che da quella casa era uscita con l’abito da sposa ma che ancora pochi giorni prima del crollo del ponte era tornata a stare lì per passare qualche giorno a Genova. Per Franca, peró, il crollo del ponte ha significato anche scoprire una pagina di storia della sua famiglia che era andata perduta: il giorno stesso, Franca viene a sapere dal nipote che su Facebook sta girando una foto del nonno, del papá di Franca. Lei non ne sa nulla, non capisce di cosa si stia parlando. Torna cosí alla luce una storia sepolta.

Michele Guyot Bourg, fotografo amatoriale, aveva, negli anni ‘80, realizzato una serie di scatti in tutti i punti di Genova in cui l’autostrada passa tra le case. Tra il poetico e la denuncia sociale. Il ponte Morandi, incastonato come era tra i palazzi di Via Porro e Via Fillak, rappresentava una sosta obbligata in questo collage. Non è stato facile, per Michele, convincere qualche condomino di Via Porro ad aprirgli le porte di casa per permettergli di immortalare il Ponte Morandi. Dopo alcuni tentativi vani, una famiglia acconsente, e Michele realizza alcuni scatti, che il 14 agosto del 2018 riceveranno un’improvvisa nuova fama e risulteranno tristemente profetici. La famiglia che ha accolto Michele abitava all’ultimo piano del civico 9, le persone ritratte negli scatti sono proprio i genitori di Franca. Suo padre, intento a leggere il giornale in cucina, e sua madre, mentre stende i panni sul terrazzo. 

Franca non ne sapeva nulla, forse i genitori glielo avevano raccontato ma lei proprio non si ricorda di questo episodio.  Michele ha 88 anni quando il ponte che aveva immortalato 30 anni prima crolla, ed è lui a postare quelle foto su Facebook, sbigottito per l’accaduto ma constatando amaramente quanto nulla fosse cambiato da allora. Franca non se l’è sentita di contattarlo subito, ma, passato un po’ di tempo, i due sono entrati in contatto. Ora lei ha le due foto incorniciate in casa, e una copia con dedica del libro di Michele, che raccoglie tutti gli scatti di quel periodo.  

Il colpo non è stato comunque meno duro per chi in Via Porro non ci era nato, ma l’aveva scelta come casa: tra questi, Pierangelo ed Elisa. Loro abitavano lì da 30 anni, e ad averli convinti, tanti anni prima, era stato proprio l’impatto con quella via, con i bambini che giocavano per strada e le persone sedute fuori a chiacchierare, un’atmosfera che riportava indietro nel tempo, e che ti faceva sentire subito a casa. E poco importava come fosse la vista dalla finestra o cosa c’era intorno al palazzo, perché “ l’interno della tua casa te lo fai come vuoi tu, e se con le persone ci stai bene non ti importa se c’è un muro davanti”. 

Erano in Sardegna ad agosto, quando è successo. A dare loro la notizia è stata un’amica, vicina di casa in vacanza e proveniente anche lei dal quartiere di Sampierdarena. Subito Pierangelo non riesce a crederci, ma poi accende la Tv e i TG trasmettono 24 ore su 24 solo quello. Elisa è stata talmente male che le è pure venuta la febbre. Ancora adesso quando “vuole farsi del male” Elisa va a fare due passi e la guarda, quella casa in cui non potrá mai piú entrare, ma che è ancora lì, e che ancora custodisce tanti ricordi della loro famiglia. Gli inquilini di Via Porro sono potuti rientrare 3 volte in totale, per un massimo di 2 ore ad ogni visita, nelle loro case, per recuperare quanto piú possibile dei loro averi, prima che i palazzi venissero abbattuti o, come nel caso di Pierangelo e Elisa, che non fossero piú accessibili: traslochi di vite intere fatti in 6 ore.  

Ci sono stati anche dei piccoli miracoli in queste giornate di “rapina in casa propria”. Franca, ad esempio, aveva lasciato in casa ad agosto la sua pianta preferita, che è nella sua famiglia da 40 anni. Era di sua madre. Franca pensava di poter tornare il giorno dopo a riprenderla, e invece è potuta andare a novembre. Eppure la pianta era lì, viva, con qualche foglia morta ma pronta a trasferirsi con Franca nella sua nuova casa. Anche Pierangelo ed Elisa hanno recuperato molti oggetti a cui tenevano, ma sono tante le cose che non hanno potuto prendere e che ancora adesso mancano: il banco da falegname costruito dal nonno, i libri custoditi nel soppalco, alcuni disegni dei bambini, il comodino della figlia, ricordo d’infanzia. 

Ma se pensano a quello che manca di piú la mente corre ad altro. “Ti manca la Mafalda, che passa sbraitando già alle 8 del mattino e si ferma sotto la finestra a parlare (Pierangelo ed Elisa abitavano al primo piano), o che ti porta le lasagne pronte; oppure l’altro vicino che ogni tanto portava dei mazzi di fiori enormi. Persone presenti, affettuose. Ci manca questo”. Incontrarsi nel pianerottolo e decidere chi avrebbe dato l’acqua ai fiori nel cortile quella sera. Cose piccole ma grandi, come quando a Pierangelo, vedendo gli anziani che per mettersi a parlare nel cortile si portavano ogni volta le seggiole da casa, viene in mente di comprare due panchine e posizionarle nel cortile; loro erano talmente contenti che “sembrava avessi costruito un grattacielo”. Tutto questo è insostituibile. La casa in cui vivono ora è bella, si trovano bene, ma non è la loro, non è via Porro. 

È impossibile immedesimarsi in tutti loro, e immaginare cosa si possa provare nel venire a sapere che il ponte sopra la propria casa è crollato. Ma il cuore si ferma per un attimo nell’immaginare cosa possa aver provato chi lo ha visto accadere in tempo reale. Giancarla aveva 59 anni quando, dopo aver visto il ponte Morandi collassare davanti ai suoi occhi dal suo balcone, è corsa via in ciabatte, con il marito e la figlia, dalla casa in cui era entrata per la prima volta a 6 mesi, senza sapere che non sarebbe mai piú  tornata a viverci. Giancarla viveva la sua via e la sua casa (“la mia seconda pelle”) in modo viscerale, con passione ed entusiasmo, con la cura che si riserva alle cose che si amano davvero.

Per lei entrare in Via Porro, e soprattutto girare le chiavi del portone di casa, era già entrare in casa. Al suo civico, il 10, uno di quelli che sono stati poi abbattuti, vivevano ancora 12 delle famiglie di ferrovieri che originariamente erano andate a vivere lì. Per Giancarla l’idea di andare a stare da un’altra parte non era mai esistita. In quella casa era cresciuta, aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza, ci si era sposata e ci aveva cresciuto sua figlia. Ci sono delle sere in cui Giancarla socchiude gli occhi e si sente ancora là, al numero 5 del civico 10, e rivede i suoi muri, con tutti i loro difetti e con tutta la loro storia, quei muri che ora non esistono più e che sono stati testimoni di tutti i momenti piú importanti della sua vita.  Le manca talmente tanto la fisicità di quel luogo che un pezzettino di casa se l’è portato via: accanto alla porta di ingresso della sua nuova abitazione, svetta una cornice dal contenuto particolare. Dentro c’è il suo campanello, il campanello di quella che sarà per sempre la sua casa, anche se ora non c’è piú.  

La vicenda del ponte, per Giancarla, porta con sé un peso ancora piú grande. La malattia neurologica del marito era, fino all’agosto del 2018, ben monitorata e tenuta sotto controllo, a patto che lui non dovesse subire cambiamenti improvvisi e che potesse continuare a vivere nell’ambiente a cui era abituato. Dal crollo del ponte in poi, peró, prende rapidamente una piega negativa, con un decorso che normalmente si verifica nel giro di anni, che si condensa in pochi mesi, fino al 31 dicembre del 2018, giorno in cui è venuto a mancare. La 44esima vittima del ponte. 

Per Giancarla, Franca, Pierangelo ed Elisa, Graziella e Gabriele, cosí come per le altre circa 600 persone che, a causa del crollo del ponte Morandi, hanno perso la casa, il 14 agosto segna davvero l’inizio di un nuovo capitolo, che, pur nell’individualitá del percorso e delle scelte, li terrá uniti ancora a lungo. Dopo pochi giorni vengono tutti alloggiati in hotel, dove rimarranno per diversi mesi, finché il comune di Genova non metterá a disposizione alcune case o la possibilitá di coprire le spese di affitto. Infine, quasi tutti hanno poi cercato una nuova casa, da cui ripartire e dove rimettere su radici.

I mesi in hotel sono stati un periodo difficile per tutti. È un periodo che ricordano con gratitudine, verso il personale dell’hotel, che li ha trattati con cura ed affetto, ma che per tutti è stato surreale. Un periodo di poco spazio, e troppo tempo. Lo spazio ridotto dei metri quadrati di una stanza d’albergo, e il troppo tempo di tanti pomeriggi da riempire. Ma è anche un periodo di grande solidarietá: Pierangelo racconta di una farmacista che, pur non conoscendolo, non appena saputo che lui aveva perso la casa per via del ponte, gli chiede di abbracciarlo, perché non sa come esprimere diversamente la commozione, la vicinanza e l’affetto. E, pur essendo stati in tanti a stringersi attorno alla comunità di Via Porro, inevitabilmente, davanti all’enormità delle 43 vite interrotte, le storie degli sfollati sono spesso passate in secondo piano.

Eppure, queste vite cosí intrecciate e poi bruscamente separate ci ricordano quanto si può perdere, insieme ad una casa, e quanto rimane da ricordare, sulle macerie di un ponte che un tempo proteggeva dalla pioggia.

Testo di Giulia Narisano

Ponte Morandi, hanno perso solo i morti e le loro famiglie. Per i Benetton incassi d’oro dalla cessione di Autostrade. Per i manager sotto processo nuove carriere. E lo Stato ha reagito con annunci e con un’authority che ancora deve reclutare il personale. Così quattro anni dopo la tragedia di Genova, la sicurezza è un obiettivo lontano. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 12 Agosto 2022.

Quattro anni dopo i quarantatré morti per il crollo del viadotto sul torrente Polcevera a Genova il 14 agosto 2018 chi vive si dà pace. La famiglia Benetton ha ceduto Autostrade per l’Italia (Aspi) per 8,17 miliardi di denaro in gran parte pubblico ed è uscita dal business delle concessioni autostradali. Nel processo iniziato il 7 luglio, e subito rimandato al 12 settembre 2022 per vagliare circa trecento costituzioni di parte civile oltre alle trecentotrenta già ammesse, non ci saranno né Aspi né la controllata Spea, la società di progettazione del gruppo, che hanno patteggiato un risarcimento da 30 milioni di euro, un’elemosina pari allo 0,37 per cento dell’assegno di buonuscita.

Fabio Pavesi per “Verità & Affari” l'11 agosto 2022.

La notizia è passata sottotraccia, quasi fosse una questione di ordinaria amministrazione. Ma qui di ordinario c’è ben poco. Con i conti dei primi 6 mesi del 2022, Atlantia, la holding posseduta dai Benetton con il 30% del capitale, ha messo la parola fine alla tribolata vicenda di Autostrade per l’Italia. 

E che fine gloriosa, tutta a favore degli azionisti di Atlantia e con lo Stato italiano che ha battuto mestamente in ritirata dopo i proclami guerreschi sulla lezione punitiva per i Benetton dopo il disastro del Ponte Morandi.

Qui di vincitore ce n’è solo uno ed è proprio la potente famiglia veneta che è riuscita nel capolavoro di liberarsi del pacco, divenuto scomodo dopo la tragedia genovese, con una lauta plusvalenza. 

Già perché dalla semestrale di Atlantia, pubblicata pochi giorni fa, ecco che è messo nero su bianco il guadagno della cessione di Aspi. La holding delle infrastrutture ha messo a segno dalla vendita al consorzio capitanato da Cdp una plusvalenza di ben 5,31 miliardi di euro.

Cui si aggiungono altri 526 milioni frutto dei mesi di gestione operativa di Aspi pre-cessione. Fanno 5,84 miliardi di euro a favore di Atlantia di cui i Benetton tramite Edizione posseggono il 30%. Vuol dire per la famiglia di Ponzano un guadagno pro-quota che sfiora 1,8 miliardi. 

Non solo ma Atlantia ha pure distribuito come si legge nella relazione del primo semestre di quest’anno 606 milioni di dividendi. Altri 180 milioni pro-quota che saliranno ai piani alti di Edizione. Ma il capolavoro della cessione allo Stato via Cdp non finisce qui.

L’operazione da 8,2 miliardi del prezzo di vendita, con un guadagno secco di 5,3 miliardi per il venditore, si accompagna a un deconsolidamento del debito in capo ad Aspi per 8,67 miliardi. E così tra incasso dalla cessione e debiti lasciati all’acquirente, la manovra totale per Atlantia vale oltre 16 miliardi. Un colpo da maestro dato che l’uscita onerosa per lo Stato da Autostrade ha migliorato e molto i conti della stessa Atlantia. Soprattutto sul fronte patrimoniale.

D’incanto Atlantia si ritrova ora, dopo la cessione, con un debito finanziario netto sceso da 35 miliardi di euro di fine del 2021 a soli 19 miliardi a giugno del 2022 e con un patrimonio netto del gruppo salito da 8,1 miliardi a 13,7 miliardi. Una sforbiciata secca al debito e i proventi dalla cessione che fanno salire il patrimonio riportando Atlantia a una situazione finanziaria più che ottimale. Il tutto grazie alla vendita di Autostrade. Due piccioni con una fava. 

I Benetton si sono liberati, con lauta plusvalenza del peccato mortale del crollo del Ponte e con il debito ceduto hanno messo a posto la situazione finanziaria di Atlantia. Se non è genio questo, cos’è. A fronte di questi numeri pare indubbio che lo Stato esca più che perdente dalla partita con i Benetton. 

Che di fatto con l’incasso della plusvalenza è come se anche senza Autostrade hanno garantito alla “loro” Atlantia un monte utili in un colpo solo pari ad almeno 7-8 annualità di profitti di Autostrade. Aspi ha infatti chiuso il 2021 con utili netti per poco più di 700 milioni.

Ma i conti finali dell’avventura poco più che ventennale dei Benetton alla guida delle Autostrade non sono finiti qui. La gestione di Aspi ha portato dal 2000 al 2020 nelle casse di Atlantia dividendi complessivi per 9 miliardi (di fatto oltre il 90% dei profitti sono finiti in cedole agli azionisti). 

La famiglia Benetton ne ha beneficiato per 2,7 miliardi. Cui ora si aggiunge pro- quota la ricca plusvalenza che comporta per Edizione un guadagno secco di oltre 1,5 miliardi. E dulcis in fondo c’è anche la plusvalenza da 723 milioni realizzata nel 2017 dalla vendita del 12% di Aspi ai fondi di Allianz e Silk road fund. Altri 200 milioni pro-quota Benetton.

E così mal contati i guadagni netti della dinastia Benetton come azionisti forti di Autostrade ammontano in 20 anni a circa 4,4 miliardi di euro. Sono oltre 200 milioni l’anno ogni anno che è trascorso dal 2000 e puliti, puliti e senza troppo fatica dato che la rendita era assicurata dal monopolio autostradale.

Si dirà che hanno pagato un prezzo per acquisire l’infrastruttura. In realtà esborso di capitale è stato pari a zero. L’acquisto è avvenuto a debito, poi scaricato proprio su Autostrade. E quanto al capitale i Benetton hanno messo 1,3 miliardi di tasca loro e poi ripagati da subito con un maxi-dividendo da 1,4 miliardi. La beffa finale è dello Stato.

Incassò dalla privatizzazione di Autostrade 6,5 miliardi di euro dell’epoca che oggi a valori correnti varrebbero 9,3 miliardi. Guarda caso cifra analoga a quanto è stata valutata Aspi nella cessione. Pari e patta. Dopo ben 20 anni lo Stato ha restituito ai Benetton tutto quello che aveva incassato 20 anni prima dalla vendita. Un gioco a somma zero, mentre i Benetton hanno lucrato dall’intera vicenda quasi 5 miliardi. Se non è un regalo questo.

Gaia Terzulli per open.online il 9 agosto 2022.

Gli ex manager di Autostrade per l’Italia provarono a truffare lo Stato, dopo averlo frodato, cercando di farsi rimborsare dal ministero delle Infrastrutture costi per migliorie in realtà mai realizzate. È uno dei dettagli emersi nell’avviso di fissazione dell’udienza stralcio per decidere quali intercettazioni usare nell’inchiesta per le barriere fonoassorbenti pericolose, i falsi report sui viadotti autostradali e le gallerie non a norma.

Sono 56 le persone indagate, a vario titolo, di falso, frode, tentata truffa, attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo. I pm Walter Cotugno e Stefano Puppo contestano la tentata truffa all’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, agli ex numeri due e tre Paolo Berti e Michele Donferri Mitelli e a Stefano Marigliani, ex direttore di tronco. Secondo i magistrati, i quattro comunicavano di avere realizzato interventi migliorativi delle barriere apposte sulla rete autostradale, senza averli realmente mai realizzati. In questa maniera avrebbero indotto in errore il personale del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sul rimborso dei costi sostenuti per tali interventi, procurandosi un ingiusto profitto. 

Le accuse sui falsi report e sui lavori mai eseguiti

Dopo il crollo del ponte Morandi il 14 agosto 2018, a seguito del quale persero la vita 43 persone, era stata avviata un’indagine sulle cause del disastro e quindi sui falsi report di collaudo e manutenzione di quasi tutta la rete autostradale. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, i tecnici di Spea, la società di Atlantia che opera nel settore dell’ingegneria e delle infrastrutture, ammorbidivano i rapporti sullo stato dei ponti per evitare di eseguire i lavori. 

Era stato scoperto, inoltre, che le barriere fonoassorbenti montate su alcuni tratti autostradali erano difettose e si erano staccate causando problemi agli automobilisti. Uno degli indagati aveva anche detto al telefono che erano «attaccate con il Vinavil». A un anno di distanza, il 30 dicembre 2019, era crollata una parte della volta della galleria Bertè, sulla A26. Si erano staccate quasi due tonnellate di cemento che per fortuna non avevano colpito nessuna auto.

Prima del crollo, la Commissione permanente delle Galleria aveva imposto ad Autostrade per l’Italia la chiusura dei tunnel a rischio. Disposizione disattesa fino al 2020. Non solo. La procura scoprì che le opere di mantenimento delle funzionalità delle gallerie non erano state fatte, così come le dovute ispezioni. 

Le accuse all’ex direttore di tronco Mirko Nanni

Motivi per i quali l’ex direttore del primo tronco autostradale, Mirko Nanni, risulta indagato per omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, inadempimento di contratto di pubbliche forniture. Le accuse sono contenute nell’avviso di fissazione di udienza stralcio per la selezione delle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sulle barriere anti-rumore pericolose, sui falsi report sui viadotti e sulle mancate ispezioni alle gallerie. L’udienza è fissata per il 20 ottobre.

Giorgio Meletti per “Domani” il 9 agosto 2022.

A quattro anni dal crollo del ponte Morandi di Genova (14 agosto 2018, 43 morti), mentre muove i primi passi il maxi processo con 59 imputati che impiegherà anni ad attribuire le responsabilità penali, c’è una sola certezza: la famiglia Benetton, azionista di controllo della holding Atlantia e quindi di Autostrade per l’Italia (Aspi), non ha subìto alcun danno patrimoniale da quella tragedia. Anzi, ci ha guadagnato. 

Il giorno del crollo, il titolo Atlantia valeva in Borsa 25 euro. Oggi ne vale 23. Certo, 23 è meno di 25. Però considerate che nel frattempo c’è stata la pandemia, che ha pesato sulle concessioni autostradali con il crollo del traffico, soprattutto nel 2020. E adesso c’è la guerra in Ucraina che sta terremotando le borse di tutto il mondo. E sono proprio i numeri della Borsa a dirci quanto è andata bene ai Benetton.

Il 9 marzo 2020, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò il lockdown. È stato il punto più basso della Borsa italiana. Ed è stato particolarmente basso per Atlantia visto che, al facilmente prevedibile crollo del traffico autostradale per il lockdown, si sommava il timore dei mercati per i bellicosi propositi di Conte: l’avvocato del popolo continuava a minacciare la revoca della concessione autostradale di Aspi come naturale sanzione per non aver prevenuto il crollo del Morandi. 

Ebbene, da quel 9 marzo 2020 a oggi l’indice Ftse Mib, che misura l’andamento generale della Borsa di Milano, è cresciuto di circa il tre per cento. Il titolo Atlantia invece è salito di circa il 40 per cento. 

Una performance che nessuna grande società italiana ha realizzato nello stesso periodo, neppure, tanto per dire, la Essilor Luxottica di Leonardo Del Vecchio, impresa di successo per antonomasia. Insomma, non sono bastate la pandemia e la guerra a frenare l’entusiasmo dei mercati finanziari per i regali che il governo italiano ha fatto ad Atlantia per punirla.

È questo il miracolo, il fenomeno soprannaturale che ha trasformato la realistica prospettiva di un disastro finanziario nel consolidamento della ricchezza dei Benetton: la tragedia del Morandi è stata gestita dalla classe dirigente italiana (politici e alti burocrati) con un impasto di insipienza e malafede. 

Spetterà a storici e filosofi risolvere un enigma che non è alla portata degli economisti: è la diffusa insipienza di una classe dirigente in declino ad aprire prima varchi e poi intere praterie alla malafede, o è la malafede il motore immobile che sprigiona un’insipienza solo simulata?

Una cosa è certa. La responsabilità di quello che si configura come uno dei più gravi scandali della storia repubblicana va divisa equamente tra i tre governi che si sono succeduti in questi quattro anni: Conte I, Conte II e Draghi. 

Con quella sostanziale continuità d’azione ben descritta da Luciano Canfora (La democrazia dei signori, Laterza) con il concetto di “superpartito”, «risultante dalla riduzione delle formazioni politiche, malconce e impegnate in esercitazioni verbali, al ruolo – al di là dei necessari battibecchi – di comparse». 

Il risultato è il seguente: con una serie di mosse abbastanza stralunate i governi Conte e Draghi hanno tolto le conseguenze del crollo dal groppone dei Benetton e dei loro soci per traslarlo sulle spalle degli utenti delle autostrade, che lo pagheranno a suon di pedaggi per i prossimi decenni. 

Prima però un chiarimento è dovuto ai lettori poco avvezzi ai meccanismi del potere finanziario. Perché il valore delle azioni Atlantia è l’unità di misura della sorte toccata ai Benetton dopo il crollo del Morandi?

La dinastia industriale dei Benetton è formata da quattro rami: i due fratelli Giuliana e Luciano, lo storico leader oggi 87enne, e i figli dei due fratelli scomparsi, Carlo e Gilberto. Posseggono in quattro parti uguali le azioni della cosiddetta “cassaforte”, una società chiamata Edizione Holding. Oggi il capo è Alessandro, figlio di Luciano. 

Edizione possiede il 33 per cento delle azioni di Atlantia, cioè la quota che consente loro di controllare la holding che il 14 agosto 2018 possedeva a sua volta l’88 per cento delle azioni di Aspi. 

Quindi i Benetton erano solo indirettamente padroni di Aspi. La gestivano, nominavano i manager e davano loro istruzioni su come massimizzare i profitti sacrificando le manutenzioni o ottenendo dal ministero vigilante, quello delle Infrastrutture, regolari e ingenti aumenti tariffari.

Ma il patrimonio direttamente posseduto erano solo le azioni di Atlantia: la sorte di Aspi li ha sempre e solo riguardati per gli effetti che l’andamento della concessionaria produceva sui conti di Atlantia. Aspi produceva profitti pari al 25 per cento dei ricavi, una redditività che nemmeno Amazon e Google hanno mai raggiunto, e dava sontuosi dividendi alla controllante Atlantia, che a sua volta li girava per il 33 per cento a Edizione e per il resto agli altri azionisti. Il valore in Borsa delle azioni Atlantia rifletteva fino al 2018 la sua capacità di dare certi dividendi grazie, anche se non soprattutto, al possesso di Aspi. 

Quindi i Benetton avevano azioni Atlantia che valevano 25 euro l’una (cioè 6,5 miliardi) quattro anni fa. Oggi hanno azioni Atlantia che valgono 23 euro (sei miliardi), nonostante pandemia, guerra e drammatica crisi economica globale. Ecco perché è questo il dato che risponde alla domanda: quale prezzo hanno pagato i Benetton per il crollo del Morandi? La risposta è: nessun prezzo, anzi ci hanno guadagnato.

Vediamo adesso come tutto ciò sia potuto accadere. All'indomani della tragedia il presidente del Consiglio Conte annunciò in modo deciso l’apertura della procedura di revoca della concessione per grave inadempimento. La mossa appariva quasi ovvia all’opinione pubblica, scossa dalle incredibili immagini di un gioiello dell’ingegneria civile che si accartocciava come un castello di carte. 

Se la concessionaria autostradale non è in grado di garantire la stabilità dei viadotti e lascia che uno dei più importanti, trafficatissimo e monitoratissimo, venga giù trascinandosi dietro 43 vite, forse è meglio toglierla di mezzo. 

È il Movimento 5 stelle la formazione politica più schierata sulla revoca. Dice il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio: «Noi andiamo avanti, i Benetton non ci fanno paura, la revoca della concessione è un dovere non solo politico ma morale». Tutti gli altri partiti sono più prudenti. Ma soprattutto è Atlantia a rispondere a muso duro al governo, decisa a difendere fino in fondo, in punta di diritto, i suoi diritti patrimoniali.

Solo il processo penale dirà di chi è la responsabilità del crollo, argomentano i legali dei Benetton, e la revoca prima del pronunciamento della Cassazione metterebbe a repentaglio non solo la sopravvivenza di Atlantia ma anche la stabilità degli stessi mercati finanziari italiani. 

C’è del vero in questo ragionamento. Una stima di Mediobanca dice che la revoca darebbe luogo a un contenzioso legale che potrebbe costare allo Stato 10-11 miliardi di risarcimento. Ma soprattutto Atlantia è una holding con molti debiti per i quali i flussi di cassa provenienti da Aspi sono un pilastro fondamentale, senza il quale c’è un rischio di default che potrebbe avere le stesse dimensioni di quello della Parmalat di Calisto Tanzi (2004).

Non solo un simile terremoto esporrebbe il mercato finanziario italiano al rischio di attacchi speculativi e alla fuga dei capitali stranieri, ma in prima battuta ci sarebbe da fronteggiare la rabbia degli altri azionisti di Atlantia, in gran parte importanti fondi d’investimento internazionali che hanno messo i loro soldi in una gallina dalle uova d’oro e non vogliono perdere l’investimento per una decisione politica che raffigurano come un esproprio.

Su questo nodo, oggettivamente complicato, la politica italiana dà il peggio di sé. Dopo un anno di schermaglie e chiacchiere, la partita entra nel vivo a settembre 2019, quando, dopo il suicidio politico di Matteo Salvini al Papeete, si insedia il Conte II e alle Infrastrutture la pd Paola De Micheli prende il posto del M5s Danilo Toninelli. La musica cambia.

Alla inconcludenza di Toninelli si sostituisce il pragmatismo di De Micheli che abilmente comincia a rinculare facendo finta di avanzare. La ministra piddina si conquista sul campo i galloni di capo del partito pro Benetton, silenziosamente spalleggiata dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Conte subisce. 

Inizia una estenuante trattativa. Il governo chiede in sostanza ai Benetton di evitare lo scontro sulla revoca della concessione punendosi da soli, cioè offrendo allo stato una soluzione transattiva in cui Atlantia assume impegni onerosi per ottenere il perdono. Si parla di un risarcimento miliardario, per esempio, o dell’impegno di investire parecchi soldi in manutenzioni straordinarie sacrificando i profitti. Ma i Benetton capiscono che la linea dura di Conte non è supportata dai ministri del settore e, girando intorno al problema, prendono tempo. Conte annaspa.

A febbraio 2020 sbotta: «I Benetton ci stanno prendendo in giro da un anno», e minaccia di dare il via alla revoca se non arriva in tempi rapidi una proposta seria da parte di Atlantia. Nessuno si spaventa e subito dopo arriva la pandemia e il lockdown del 9 marzo. Preso da urgenze superiori Conte sostanzialmente molla la presa e De Micheli e Gualtieri apparecchiano lo storico accordo del 15 luglio 2020, che in futuro, per la sua evidente assurdità, meriterà di essere studiato sia nei corsi di diritto amministrativo che in quelli di filosofia teoretica.

Il comunicato di palazzo Chigi spiega alle otto di quella mattina, dopo una nottata di riunioni e trattative, che di fatto è stata accettata la proposta di Atlantia come base per la definizione transattiva della procedura «per grave inadempimento». Ed elenca i sacrifici offerti: «Misure compensative a esclusivo carico di Aspi per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro; rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario; aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario; rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art); accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’Art con una significativa moderazione della dinamica tariffaria». Atlantia dunque assume in nome e per conto della sua controllata Aspi una serie di gravosi impegni.

Ma in coda al comunicato c’è la sorpresa. Qualche genio pentastellato ha pensato bene che se non si riesce a fare la revoca si possono ben punire i Benetton togliendogli comunque Aspi nella maniera più semplice, comprandogliela: «In vista della realizzazione di un rilevantissimo piano di manutenzione e investimenti, contenuto nella stessa proposta transattiva, Atlantia e Aspi si sono impegnate a garantire: l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti). Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88 per cento, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento». 

Atlantia venderà Aspi a Cdp a un prezzo da concordare e Conte affida la trattativa a De Micheli e Gualtieri. L’accordo viene salutato con manifestazioni di giubilo. «Abbiamo cacciato i Benetton!» è il grido di battaglia. De Micheli dichiara solenne: «La famiglia Benetton non sarà più socia di Aspi». Di Maio gongola: «Era il nostro principale obiettivo. E ce l’abbiamo fatta».

Si unisce al coro unanime anche il numero uno della Cgil Maurizio Landini: «Abbiamo sempre immaginato che era meglio trovare un’intesa che avesse un elemento di qualità dal punto di vista delle politiche industriali e che salvaguardasse i livelli occupazionali». I trionfanti non si accorgono, o fingono di non accorgersi (insipienza o malafede?) che la Borsa saluta la punizione dei Benetton con un rialzo del titolo Atlantia del venti per cento.

C’è una cosa che non torna, talmente evidente che anche un bambino di sei anni la capirebbe al volo. Se il proprietario di Aspi si impegna a caricarla di impegni e oneri (3,5 miliardi di spesa, più questo, più quello e più quell’altro) e subito dopo la vende allo stato che si compra anche oneri e impegni, chi fa il sacrificio? La Borsa risponde in modo netto: i Benetton l’hanno fatta franca. Le azioni Atlantia volano. 

Ma non è finita qui. Un’ipotesi ragionevole era che Cdp sottoscrivesse un aumento di capitale di Aspi fino a raggiungere una quota di controllo. Funziona così: se Aspi vale, ipotizziamo, 8 miliardi, Cdp poteva conferire otto miliardi più un euro di nuovo capitale. Il valore di Aspi diventava 16 miliardi e un euro, e lo stato attraverso Cdp ne diventava primo azionista con il 50 virgola qualcosa per cento. Gli otto miliardi anziché finire in tasca a Benetton e soci sarebbero entrati nelle casse di Aspi e avrebbero finanziato investimenti sulle autostrade. 

Ma qui scatta il problema: raddoppiando il capitale da remunerare da otto a 16 miliardi si sarebbe automaticamente dimezzata la redditività, dovendo spartire tra due azioni i profitti che prima andavano a una sola azione.

In pratica il valore delle azioni Aspi in mano ad Atlantia, che si misura sulla capacità di produrre dividendi, si sarebbe dimezzato, da otto a quattro miliardi. Per questo Atlantia non transige, vuole vendere e vendere a prezzo pieno, perché poi sennò chi glielo dice ai fondi internazionali? 

Ma che cosa significa a prezzo pieno? Il valore di una concessionaria autostradale dipende dalle regole fissate dal ministero delle Infrastrutture sulla evoluzione delle tariffe e sugli investimenti da fare. Se il governo concede una dinamica tariffaria più spinta Aspi farà più profitti, quindi varrà di più. 

Se lo stato impone ad Aspi di fare investimenti massicci per rimettere in sesto le autostrade trascurate per anni (per loro stessa ammissione), la società farà meno profitti e varrà di meno.

Gli alacri dirigenti del ministero di De Micheli si mettono dunque al lavoro e confezionano un nuovo Pef (piano economico finanziario) che concede ad Aspi un aumento di tariffe dell’1,7 per cento all’anno che nel 2038, a fine concessione, sommerà un aumento del 20 per cento. Quindi gli investimenti, anche i famosi 3,5 miliardi promessi dai Benetton per farsi perdonare, li pagheranno automobilisti e autotrasportatori. 

Il Pef viene esaminato dall’Autorità dei trasporti che, un po’ scandalizzata, rileva come un aumento annuo dello 0,8 per cento, meno della metà di quello concesso, basterebbe e avanzerebbe. Ma il parere è solo consultivo e rimane inascoltato.

Si procede a tappe forzate verso l’acquisto di Aspi che viene concluso dal governo Draghi. Il quale, eseguendo senza fiatare il canovaccio ereditato da Conte, De Micheli e Gualtieri, a ottobre 2021 definisce la transazione che chiude la procedura per la revoca con una motivazione lunare: «L'accordo recepisce integralmente le condizioni definite in occasione del Consiglio dei ministri del 14 luglio del 2020, che prevedeva alcuni impegni, tra cui l’esecuzione da parte della società di misure per la collettività per 3,4 miliardi di euro e investimenti per 13,6 miliardi sulla rete». 

Solo che qualche mese prima Aspi era stata venduta a Cdp per 8,2 miliardi di euro per cui alla fine, beffardamente, scopriamo che Atlantia ha preso degli impegni che toccherà a Cdp onorare, essendo subentrata nella proprietà di Aspi. 

Facciamo un esempio per essere più chiari. Il signor Bianchi vende la sua auto usata al signor Rossi per diecimila euro. L’auto ha il motore fuso e rifarlo costerà tremila euro, ma il signor Bianchi convince il signor Rossi che l’auto stessa contiene l’impegno a rifarsi il motore nuovo grazie al quale varrà davvero diecimila euro. Il signor Rossi, essendo tonto, paga l’auto diecimila euro senza rendersi conto che adesso l’impegno a spendere tremila euro per rifare il motore grava su di lui. È andata davvero così. E va sottolineato che è avvenuto tutto in modo trasparente, alla luce del sole, come dimostra il finale rutilante.

Atlantia, incassati gli 8,2 miliardi di euro, diventa appetibilissima, e i Benetton temono che arrivi un’offerta pubblica di acquisto dall’estero che gli scippi il malloppo. Così lanciano a loro volta un’Opa su tutte le azioni Atlantia, che alla fine dell’operazione uscirà dalla Borsa. Notate bene, il governo aveva messo negli accordi che i soldi versati ad Atlantia per comprarle Aspi non dovevano finire in dividendi. 

Accadrà di peggio: verranno investiti sulle autostrade francesi e spagnole. Il particolare incredibile è che l’Opa i Benetton la lanciano insieme al fondo Blackstone, lo stesso che ha affiancato Cdp nell’acquisto di Aspi pagandola a prezzo pieno. 

Quindi Blackstone, offrendo con i Benetton 23 euro per le azioni Atlantia, certifica che Atlantia ha fatto un affare d’oro vendendogli Aspi a quel prezzo. Ma anche Cdp e Blackstone hanno fatto un buon affare, perché, grazie al Pef che gli ha apparecchiato De Micheli, hanno comprato da Atlantia al giusto prezzo il diritto legale di spolpare gli automobilisti per i prossimi decenni.

Pagheranno tutto loro, anche i ristori per i mancati incassi dovuti al Covid: al ministero delle Infrastrutture sono riusciti a fare una regola secondo la quale i minori ricavi del 2020 rispetto al 2019 (centinaia di milioni di euro) verranno recuperati con aumenti tariffari nei prossimi anni. Quindi nei prossimi anni gli automobilisti dovranno pagare ad Aspi i pedaggi che non hanno pagato durante il lockdown, quando dovevano stare chiusi in casa. 

E non potranno neppure maledire i Benetton, perché d’ora in poi a rapinarli sarà la Cassa depositi e prestiti, cioè lo stato. E dovrà rapinarli per recuperare gli otto miliardi regalati ai Benetton per punirli di aver fatto crollare il Morandi. Soldi con i quali di fatto lo stato italiano finanzierà investimenti sulle autostrade francesi e spagnole: quelli sulle autostrade italiane li pagheranno gli automobilisti. Questo è il capolavoro che politici e burocrati italiani sono riusciti a realizzare sulla pelle dei 43 morti di Genova. 

Paolo Del Debbio per “La Verità” il 9 luglio 2022.

Ci sono delle coincidenze che, purtroppo per chi le subisce, fanno vedere la disparità di trattamento che chi ci governa, a seconda delle convenienze, adopera nei confronti dei diversi soggetti. Due giorni fa, mentre iniziava il maxi processo ai Benetton per quel troiaio che avevano combinato e che aveva portato alla tragedia del Ponte Morandi, e mentre il governo arranca per trovare una giustificazione al maxi ristoro, al di fuori di ogni regola, che è stato concesso ai Benetton stessi - come se i 43 morti del Ponte Morandi non fossero esistiti - ebbene, il governo revoca la concessione detenuta dal gruppo Toto, cioè l'Autostrada dei parchi, la A24 e la A25, che collega Roma a Teramo passando per l'Aquila, e come giustificazione la presidenza del Consiglio scrive qualcosa che noi ci saremmo vergognati di scrivere anche nella sceneggiatura di un film sul malaffare: «La revoca fa seguito alla mancata definizione del piano economico finanziario e alla contestazione di gravi inadempimenti mossa al concessionario da parte del governo».

La gestione passa all'Anas, così possiamo dormire sonni tranquilli, e il blocco della concessione, detto chiaro, riguarda le difficoltà da parte del gruppo di far fronte alle esigenze di manutenzione del tratto in questione. Cioè, a uso di noi poveri cittadini mortali e nel caso di chi scrive dotati di una intelligenza media, nel giorno in cui comincia il processo a un gruppo che è responsabile di gravissime inadempienze manutentive del Ponte Morandi e del quale gruppo il governo Conte, unitamente all'indimenticabile ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che abbandonò i toninelli, per usare insieme a Giuseppi, i toninoni e annunciando che dei Benetton in Italia non si sarebbe neanche più vista l'ombra, né quella di giorno causata dal sole, né quella di notte nelle nottate di luna piena nelle quali alcuni lupi concessionari di concessioni si aggirano sulle autostrade in cerca delle loro prede preferite ai caselli autostradali: i poveri utenti viaggiatori ai quali come vampiri succhiano il sangue dei pedaggi aumentandone la dose di anno in anno.

E meno male che gli doveva essere revocata la concessone alla famiglia Benetton invece, mentre in un batter d'occhio il Consiglio dei ministri ha passato la concessione dai Toto all'Anas, ai Benetton non solo non è stata tolta la concessione come annunciato coi predetti toninoni, ma gli abbiamo anche dato una decina di miliardi un po' per riacquistare le quote, un po' lasciandogli riscuotere tranquillamente i pedaggi e poi dandogli anche un miliardino di euro - mica male - per risarcirli al di là di ogni regola. 

Il problema è stato sollevato in Parlamento ma, prima ancora, ad aprile scorso da La Verità per tre giorni di seguito. Ricordiamo ai lettori che la soglia minima prevista dal decreto Ristori era di una perdita del fatturato del 33%, ebbene, i Benetton hanno perso nel 2020 il 26,2% e nel 2021 il 7,4%. Nonostante questo, il mirabile governo ha deciso di ristorare i Benetton integralmente.

Dunque la sequenza horror - Alfred Hitchcock al confronto di questi è uno scrittore di sceneggiature rosa - è la seguente: mancata volontaria manutenzione di un ponte del quale si conoscevano le fragilità e i rischi cui erano sottoposte le sue strutture - basta riascoltare o rileggersi le intercettazioni tra i dirigenti del gruppo che sostanzialmente erano coscienti della situazione, ma l'azienda preferì ridurre gi investimenti a favore di maggiori utili - crollo del Ponte Morandi con 43 vittime e problemi enormi alla viabilità e alla vita della città di Genova e della Liguria in generale, nessuna revoca della concessione ai Benetton, elargizione di denaro pubblico alla famiglia stessa con grande benevolenza e magnanimità. Vedete nella parola magnanimità le prime due sillabe formano la terza persona indicativa del verbo magnare: magna, da cui il modo di dire «è tutto un magna magna».

Dunque, quando ci fu da revocare la concessione ai Benetton si disse che si sarebbe fatto, ma poi nulla si fece portando ogni volta una motivazione diversa: difficoltà procedurali, impedimenti legali, questioni giuridiche complesse, e via cantando. Ora ci facciamo una domanda: come si saranno sentiti quelli che sono tutt' ora al governo e che hanno approvato la revoca delle concessioni a Toto non avendo fatto nulla nel caso dei Benetton? Alcuni ministri hanno esultato ribadendo che così si riequilibra il rapporto tra Stato e privati, tra Stato e mercato.

Ma perché solo per i Toto? Forse i Benetton sono più belli? Più gentili? Forse qualcuno pensa, nell'ignoranza generale, che dato il loro cognome siano un gruppo multinazionale estero in quanto non hanno la vocale finale e quindi siano degni di maggiore rispetto? Forse che i Benetton dalle parti di Roma hanno più amici della famiglia Toto? Secondo voi se il processo Benetton decretasse responsabilità penali che riguardano la dirigenza e la proprietà del gruppo tutti questi miliardi, o anche solo quelli dei ristori, tornerebbero indietro o torneranno indietro?

Contiamo di campare a sufficienza per occuparci della materia ma, senza essere il mago Otelma, abbiamo già una risposta piuttosto precisa e secca in testa e la secchezza non dipende dalla tragedia della siccità ma da un po' di conoscenza di come vanno le cose in Italia dove le serie A, B, C e Z non ci sono solo nel calcio ma anche in chi ha rapporti col governo. Chi scrive non sa nulla della famiglia Toto, né conosce alcuno dei loro appartenenti o manager, ma la disparità di trattamento se uno in questo caso non la vede ha bisogno di una visita oculistica molto urgente.

Ponte Morandi, chiesto processo per Castellucci e società Autostrade. Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 16 febbraio 2022.

I pm:: rinvio a giudizio per 59 imputati. Per l’indagine tragedia determinata dalla cattiva manutenzione della struttura e per garantire maggiori guadagni agli azionisti.

«Anche un pensionato si sarebbe accorto, semplicemente osservandolo, che il ponte Morandi aveva problemi. E che il processo di corrosione, evidente, non sarebbe potuto arrestarsi da solo». Era iniziata così, con un duro e sarcastico prologo, la ricostruzione dei pm di Genova che li ha portati ieri a ribadire, dopo 60 ore di discussione, la loro richiesta: processo per i 59 imputati e per le due società del gruppo Benetton coinvolte, Autostrade per l’Italia e Spea, cioè il concessionario che aveva in gestione il viadotto e la controllata che doveva monitorarlo. Davanti al giudice per l’udienza preliminare la procura ha integralmente confermato le accuse nei confronti dei manager e dei tecnici di Aspi e Spea e dei funzionari e dirigenti del Ministero delle Infrastrutture che avrebbero dovuto vigilare sull’opera crollata il 14 agosto 2018 provocando 43 vittime. 

«Il Morandi era una bomba a orologeria. Si sentiva il tic tac ma non si sapeva quando sarebbe esplosa», ha detto il pm che l’ha sintetizzata così: il ponte è collassato perché era malandato ed era malandato perché le manutenzioni sono state inadeguate. Il primo elemento a cedere è stato uno strallo, quello della pila 9, che ha innescato la caduta dell’intera struttura nel giro di 14 secondi. Secondo i pm Massimo Terrile e Walter Cotugno sarebbero stati ignorati i segnali di malessere. «C’era un diffuso stato di corrosione delle armature, questa è la prima causa del disastro, altro che imprevedibile difetto progettuale». Una malattia mai curata. La ragione per cui non si sarebbero fatte i necessari interventi è stata individuata nella politica aziendale, orientata secondo l’accusa alla massimizzazione dei profitti e al risparmio sui costi di manutenzione.

«Dice che i Benetton volevano solo dividendi, dividendi, dividendi. Dice che si è trovato così a gestire questa situazione...», spiega al telefono un top manager intercettato parlando di Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato di Aspi, oggi primo imputato. «Un padre padrone dentro Autostrade— l’hanno definito i pm — Si occupava nel dettaglio di tutto, anche della sicurezza del viadotto Polcevera». Gli avvocati di Castellucci, Guido Alleva e Giovanni Paolo Accinni, non ci stanno: «La scelta dei pm appare scontata dopo la ricostruzione andata in scena che è basata su mere suggestioni non suffragate da fatti. Avremo modo di dimostrarlo intervenendo, per fortuna ormai a breve, in aula». La parola ora passa ai legali delle parti civili. Da lunedì sarà la volta delle difese. Tra fine marzo e inizio aprile il gup dovrebbe decidere chi mandare a processo. La procura ha chiesto anche il dissequestro dei reperti in modo da consentire al Comune di proseguire i lavori per il parco della Memoria, luogo simbolo in ricordo delle vittime.

Ponte Morandi, il pugno duro dei pm: "Processo per Castellucci e altri 58". Redazione il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Chiesto il rinvio a giudizio per gli ex vertici di Aspi, Spea e per i dirigenti delle Infrastrutture e del Provveditorato.

Dopo undici udienze, in cui sono state dettagliate tutte le accuse, i pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno hanno chiesto il rinvio a giudizio per l'ex amministratore delegato di Aspi e Atlantia Giovanni Castellucci e altri 58 imputati, oltre alle due società Aspi e Spea, nell'ambito dell'udienza preliminare per il crollo del ponte Morandi.

Il viadotto aveva il 14 agosto del 2018 all'ora di pranzo, uccidendo 43 persone, quasi tutti automobilisti e due dipendenti di Amiu che stavano lavorando sotto. I pm hanno anche chiesto il dissequestro dei reperti in modo da consentire al Comune di proseguire con i lavori per il parco della Memoria, il luogo progettato dall'architetto Stefano Boeri, per ricordare le vittime.

Due giorni fa in aula il sostituto procuratore Walter Cotugno, mostrando il video del crollo, aveva parlato del Morandi come di una bomba ad orologeria. Per gli investigatori il viadotto cedette per le mancate manutenzioni, rinviate nel corso degli anni. Secondo il pm, infatti, tutti sapevano che il ponte era malato ma nessuno fece nulla per ridurre i costi, in modo da garantire maggiori dividendi ai soci. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, disastro colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo doloso, rimozione dolosa di dispositivi di sicurezza, falso, omissione d'atti d'ufficio.

Gli imputati sono gli ex vertici di Aspi e Spea (la società che si occupava delle manutenzioni), i dirigenti del ministero delle Infrastrutture e del Provveditorato che non controllarono la società e lo stato delle opere. Oggi inizieranno a parlare i legali delle parti civili e dei responsabili civili. Lunedì, poi, comincerà la discussione dei difensori degli imputati che dovrebbero andare avanti per una decina di udienze.

Se non ci saranno cambiamenti il gup Paola Faggioni potrebbe decidere il rinvio a giudizio già a fine marzo e il processo potrebbe iniziare prima dell'estate. Rimane il nodo dei reperti del ponte. Qualora fosse accolta in toto la richiesta della Procura, verrebbero ridati al commissario Bucci e smaltiti, quindi scomparirebbero per sempre. Un'ipotesi contro la quale si erano opposti gli avvocati degli indagati. Chiedono che vengano conservati, magari trasferendoli altrove e procedendo semmai a una selezione attraverso un nuovo incidente probatorio. «In questi giorni, tre anni fa, assistevamo all'inizio della demolizione di Ponte Morandi - sottolinea il sindaco di Genova, Marco Bussi, commissario per la ricostruzione fino a ottobre 2022 -. Una prima parte di impalcato veniva tagliata con la corda diamantata per essere trasportata a terra con l'utilizzo degli strand jack. Un'operazione delicata, che avrebbe dato il via a tutta una serie di lavori, eseguiti in parallelo, che ci hanno portato all'inaugurazione di Ponte San Giorgio, il 3 agosto 2021. È una storia che non dobbiamo dimenticare, che ci insegna anche che, quando ci si rimbocca le maniche tutti insieme per arrivare allo stesso obiettivo, i risultati arrivano».

Alessandro Benetton, il mea culpa: «La vicenda del Ponte Morandi peserà sempre». Sui social: «Avremmo dovuto chiedere scusa subito. Gli errori sono stati fatti prima della tragedia quando si è scelto di dare troppe deleghe alle persone sbagliate». Gianni Favero su Il Corriere della Sera il 14 Gennaio 2022.

«Sono stati fatti degli errori, alcuni molto gravi e non sto parlando del ponte Morandi. Quella è una tragica conseguenza che peserà per sempre. Gli errori sono stati fatti prima, quando si è scelto di dare troppe deleghe alle persone sbagliate». È Alessandro Benetton che parla in un video affidato ai social, a ventiquattr’ore dalla sua designazione alla presidenza di Edizione Spa. La guglia più alta della cattedrale che contiene il patrimonio, la storia, l’intera nervatura della dinastia di Ponzano Veneto e nella quale ora i quattro rami di discendenza paiono più che mai compatti.

L’ora della discontinuità

Salotto di casa, ingresso da fuori campo, jeans e camicia casual. Sguardo diretto alternato a profilo sinistro. Sequenze montate e limate non perfettamente, forse ad arte, per allinearsi agli youtuber semiprofessionali che mirano più alla sostanza che alla tecnica. È l’ora della discontinuità. «Anche questo video, ragazzi (dice proprio così, all’universo mondo che lo ascolta, a quelli in giacca grigia e cravatta come a chiunque sia iscritto ai suoi canali) è segno di un primo cambiamento. Per tanti in Italia è assurdo che il presidente di un gruppo di queste proporzioni faccia video per YouTube o Instagram, ed è ancora più inusuale che li usi per annunci istituzionali. Però è sempre stato il mio modo di comunicare. Fino ad ora non ho voluto rilasciare interviste, perché volevo che voi foste i primi a sentirmi parlare di questa cosa, come sempre, diretto e semplice».

«Dov’ero prima di oggi»

E dirette e semplici sono quelle che, riferite a personaggi del passato, oggi si direbbero picconate. «Dov’ero prima di oggi? Lo sapete, il mio lavoro è un altro: mi occupo da 30 anni di 21 Invest. Quelli tra voi che mi seguono da più tempo, tra l’altro, sanno quanto io fossi contrario ad alcune cose rispetto al business di famiglia, tanto – ci tiene a ricordare - da dare anche le dimissioni da presidente della Benetton, dopo un breve periodo di carica». Fra i dissensi con padre e zii, si può ipotizzare, c’era l’ordine di importanza delle cose. Nel descrivere brevemente in apertura cosa sia Edizione, infatti, l’elenco degli asset già lascia filtrare molto. La holding, dice, è attiva «nell’abbigliamento, nelle infrastrutture digitali e nei trasporti, nel settore immobiliare ed agricolo e nella ristorazione». Moda, dunque, ma con le reti immateriali prima di quelle stradali, dei palazzi e delle tenute, a Maccarese o in Patagonia. Area del mondo che richiama i conflitti con i Mapuche, uno dei motivi per i quali «il cognome Benetton in questo periodo a tanti non piace. Ma oggi, nominato presidente, ho visto un’occasione di discontinuità per reinterpretare l’approccio industriale che ci ha caratterizzato come famiglia nel tempo».

«Non voglio stare in panchina»

Non voglio stare in panchina, va avanti Alessandro, 57 anni ben portati, e «ovviamente non sarò solo. Lo farò con i miei cugini e con manager qualificati, uniti punteremo sui giovani, sul lavoro di squadra, sull’innovazione e sulla sostenibilità». «Un primo passo per riscoprire e ritrovare quel carattere innovativo e all’avanguardia che sempre aveva caratterizzato Edizione». Cioè i Benetton delle origini, prima delle incrostazioni in troppi affari, con mille soci in cento campi disomogenei. Il clima pare quello di elegante provocazione, di buone maniere ma sulla soglia dell’irriverenza, con cui il padre, Luciano, nel 1993, si fece fotografare in vesti adamitiche da Oliviero Toscani. Il vento di Ponzano della fine del secolo scorso, quello delle cose scomode da dire e da mostrare, il bacio fra prete e suora, i disabili ritratti senza veli, le campagne pubblicitarie trasversali a generi e razze.

Il ponte di Genova

La consapevolezza di saper rispondere, senza intermediari e con linguaggio originale, a domande difficili, come quella, inevitabile, arrivata poco dopo su Instagram in cui il presidente di Edizione e perciò primo azionista di Atlantia è sollecitato a chiedere scusa per la tragedia di Genova. «È una tragedia che peserà per sempre sulla mia famiglia – è la replica immediata – e le scuse avremmo dovuto chiederle subito, a prescindere dal fatto che Edizione deteneva solo poco più del 30% di Atlantia, nel cui consiglio sedeva un solo Benetton. Io e i miei cugini, oggi, vogliamo rappresentare quella discontinuità che permetta al gruppo di tornare a ragionare e operare come faceva un tempo, ma con una nuova stella polare: quella della sostenibilità, intesa nel concetto ampio del termine, sociale e globale». La conclusione, meditata «da settimane», ammette Alessandro, è firmata da Spider-man. Non un filosofo ma un fumetto. «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Sorriso e via.

Paolo Del Debbio per “La Verità” il 9 luglio 2022.

Ci sono delle coincidenze che, purtroppo per chi le subisce, fanno vedere la disparità di trattamento che chi ci governa, a seconda delle convenienze, adopera nei confronti dei diversi soggetti. Due giorni fa, mentre iniziava il maxi processo ai Benetton per quel troiaio che avevano combinato e che aveva portato alla tragedia del Ponte Morandi, e mentre il governo arranca per trovare una giustificazione al maxi ristoro, al di fuori di ogni regola, che è stato concesso ai Benetton stessi - come se i 43 morti del Ponte Morandi non fossero esistiti - ebbene, il governo revoca la concessione detenuta dal gruppo Toto, cioè l'Autostrada dei parchi, la A24 e la A25, che collega Roma a Teramo passando per l'Aquila, e come giustificazione la presidenza del Consiglio scrive qualcosa che noi ci saremmo vergognati di scrivere anche nella sceneggiatura di un film sul malaffare: «La revoca fa seguito alla mancata definizione del piano economico finanziario e alla contestazione di gravi inadempimenti mossa al concessionario da parte del governo».

La gestione passa all'Anas, così possiamo dormire sonni tranquilli, e il blocco della concessione, detto chiaro, riguarda le difficoltà da parte del gruppo di far fronte alle esigenze di manutenzione del tratto in questione. Cioè, a uso di noi poveri cittadini mortali e nel caso di chi scrive dotati di una intelligenza media, nel giorno in cui comincia il processo a un gruppo che è responsabile di gravissime inadempienze manutentive del Ponte Morandi e del quale gruppo il governo Conte, unitamente all'indimenticabile ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che abbandonò i toninelli, per usare insieme a Giuseppi, i toninoni e annunciando che dei Benetton in Italia non si sarebbe neanche più vista l'ombra, né quella di giorno causata dal sole, né quella di notte nelle nottate di luna piena nelle quali alcuni lupi concessionari di concessioni si aggirano sulle autostrade in cerca delle loro prede preferite ai caselli autostradali: i poveri utenti viaggiatori ai quali come vampiri succhiano il sangue dei pedaggi aumentandone la dose di anno in anno.

E meno male che gli doveva essere revocata la concessone alla famiglia Benetton invece, mentre in un batter d'occhio il Consiglio dei ministri ha passato la concessione dai Toto all'Anas, ai Benetton non solo non è stata tolta la concessione come annunciato coi predetti toninoni, ma gli abbiamo anche dato una decina di miliardi un po' per riacquistare le quote, un po' lasciandogli riscuotere tranquillamente i pedaggi e poi dandogli anche un miliardino di euro - mica male - per risarcirli al di là di ogni regola. 

Il problema è stato sollevato in Parlamento ma, prima ancora, ad aprile scorso da La Verità per tre giorni di seguito. Ricordiamo ai lettori che la soglia minima prevista dal decreto Ristori era di una perdita del fatturato del 33%, ebbene, i Benetton hanno perso nel 2020 il 26,2% e nel 2021 il 7,4%. Nonostante questo, il mirabile governo ha deciso di ristorare i Benetton integralmente.

Dunque la sequenza horror - Alfred Hitchcock al confronto di questi è uno scrittore di sceneggiature rosa - è la seguente: mancata volontaria manutenzione di un ponte del quale si conoscevano le fragilità e i rischi cui erano sottoposte le sue strutture - basta riascoltare o rileggersi le intercettazioni tra i dirigenti del gruppo che sostanzialmente erano coscienti della situazione, ma l'azienda preferì ridurre gi investimenti a favore di maggiori utili - crollo del Ponte Morandi con 43 vittime e problemi enormi alla viabilità e alla vita della città di Genova e della Liguria in generale, nessuna revoca della concessione ai Benetton, elargizione di denaro pubblico alla famiglia stessa con grande benevolenza e magnanimità. Vedete nella parola magnanimità le prime due sillabe formano la terza persona indicativa del verbo magnare: magna, da cui il modo di dire «è tutto un magna magna».

Dunque, quando ci fu da revocare la concessione ai Benetton si disse che si sarebbe fatto, ma poi nulla si fece portando ogni volta una motivazione diversa: difficoltà procedurali, impedimenti legali, questioni giuridiche complesse, e via cantando. Ora ci facciamo una domanda: come si saranno sentiti quelli che sono tutt' ora al governo e che hanno approvato la revoca delle concessioni a Toto non avendo fatto nulla nel caso dei Benetton? Alcuni ministri hanno esultato ribadendo che così si riequilibra il rapporto tra Stato e privati, tra Stato e mercato.

Ma perché solo per i Toto? Forse i Benetton sono più belli? Più gentili? Forse qualcuno pensa, nell'ignoranza generale, che dato il loro cognome siano un gruppo multinazionale estero in quanto non hanno la vocale finale e quindi siano degni di maggiore rispetto? Forse che i Benetton dalle parti di Roma hanno più amici della famiglia Toto? Secondo voi se il processo Benetton decretasse responsabilità penali che riguardano la dirigenza e la proprietà del gruppo tutti questi miliardi, o anche solo quelli dei ristori, tornerebbero indietro o torneranno indietro?

Contiamo di campare a sufficienza per occuparci della materia ma, senza essere il mago Otelma, abbiamo già una risposta piuttosto precisa e secca in testa e la secchezza non dipende dalla tragedia della siccità ma da un po' di conoscenza di come vanno le cose in Italia dove le serie A, B, C e Z non ci sono solo nel calcio ma anche in chi ha rapporti col governo. Chi scrive non sa nulla della famiglia Toto, né conosce alcuno dei loro appartenenti o manager, ma la disparità di trattamento se uno in questo caso non la vede ha bisogno di una visita oculistica molto urgente.

Elisabetta Canalis e lo spot «La mia Liguria»

«Lo spot ha avuto un ascolto medio di 10 milioni di telespettatori, è andato in onda per la prima volta al Festival di Sanremo nell'ambito di una campagna promozionale complessiva del valore di 204 mila euro che andrà avanti tutto l'anno con ulteriori passaggi su più emittenti, comprensiva di registrazione di due spot, testimonial, diritti, due campagne stagionali, ricerca dei personaggi di pubblico rilievo. - sottolinea Toti - È stata individuata come primo testimonial Elisabetta Canalis per un importo complessivo di 100 mila euro. Questi costi parametrati al pubblico che ha visto il Festival di Sanremo valgono lo 0,01% per contatto, una delle campagne pubblicitarie migliori che ricordo nella mia ventennale esperienza nelle tv commerciali».

«La Liguria sceglie un sardo che parla da Los Angeles per promuovere la Liguria e lo paga 100 mila euro - polemizza Sansa - Presidente mi perdoni, ma l'aspetto logico lo colgo solo nella scelta della Canalis di prendersi 100 mila euro». «L'idea di base è che non solo un ligure può apprezzare le bellezze della Liguria, altrimenti avremmo un turismo autarchico. - replica Toti - Siccome Canalis è stata protagonista di un Festival di Sanremo, si tendeva a proporre un'idea dei ricordi che restano parte del proprio bagaglio di esperienze personali in Liguria, anche vivendo ormai lontani dalla nostra Regione».

Dagospia l'1 marzo 2022. Riceviamo e pubblichiamo: Grazie a una nostra interrogazione Giovanni Toti ha dovuto ammettere che i due spot con Elisabetta Canalis sono costati oltre 240mila euro (IVA compresa). 

Ecco le diverse voci:

1. Euro 120mila per il compenso della Canalis

2. Euro 70mila per la produzione dello spot

3. Euro 55mila per "la ricerca del personaggio di pubblico rilievo".

In totale fanno oltre 240mila euro per 60 secondi. Per la cifra record di 4mila euro al secondo per vedere una soubrette sarda che parla di Liguria dalla sua casa di Los Angeles. 

Aggiungiamo una domanda cui Toti non ha risposto: per realizzare i video è stato scelto come "consulente progettuale" Pietro Pisano. Il signor Pisano è addetto stampa dell'ospedale pubblico San Martino e (nessuno pare si sia mai posto la questione di opportunità) del gruppo Montallegro, re della sanità privata ligure e finanziatore della campagna elettorale di Toti.

Domanda: in base a quali criteri l'addetto stampa del nostro maggiore ospedale è stato scelto come consulente per realizzare il video della Canalis? Quanto è stato pagato?

Attendiamo risposte

Ferruccio Sansa, Consigliere regionale della Liguria

(Il presidente e i giornali hanno il dovere di rispondere) 

Giovedì alle 14 dall'aeroporto della Malpensa partirà una spedizione di politici e giornalisti liguri. Destinazione Dubai. Molti di questi giornalisti viaggeranno e saranno ospitati a Dubai con soldi pubblici. Cioè nostri.

Oggi abbiamo presentato due interrogazioni a Toti con le seguenti domande:

1. quanto costerà il viaggio?

2. quali testate giornalistiche viaggeranno a spese del contribuente e quanto costeranno biglietti e pernottamenti?

3. chi è stato invitato a spese nostre oltre ai giornalisti?

4. quanto è costato il Convegno organizzato, insieme con una testata giornalistica locale, per lanciare la presenza ligure a Dubai?

5. quanto è stato speso, aggiungiamo, in pubblicità sulle testate locali per lanciare la presenza della Liguria a Dubai.

Toti non ci ha risposto. Niente. Non una cifra. "Andate a vedervi le delibere", ha detto. Peccato che nelle delibere non ci sia scritto il costo del viaggio, del convegno e quali sono le testate che viaggeranno a spese nostre. 

Noi continueremo in ogni sede e luogo a chiedere che Toti ci risponda.

Intanto, però, chiediamo a tutte le testate e agli organi rappresentativi delle categorie giornalistiche di fornirci i chiarimenti. Le notizie vanno date sempre, anche quando riguardano i giornali e i giornalisti.

Siamo contrari alla spedizione di propaganda a Dubai per due ragioni:

Primo, i soldi pubblici devono essere spesi per la sanità, i trasporti, le scuole, e non per fare pubblicità a Toti. 

Secondo, i giornali, le radio, le tv e i siti internet che ricevono milioni di euro e biglietti aerei da chi comanda rischiano di non essere indipendenti quando parlano di chi ci governa.

Critichereste voi chi vi dà milioni di euro di pubblicità e vi paga il viaggio di cui dovete scrivere? 

Questo non è un attacco nei confronti della stampa. Anzi, è un gesto di passione, un atto di riconoscimento dell'enorme importanza che una libera informazione può avere per i cittadini.

Ma senza LIBERTA' il lavoro di giornalista semplicemente non ha senso. L'INDIPENDENZA è necessaria a un giornalista più del computer con cui scrive, più delle parole che usa. 

Editori, direttori e giornalisti che si interrogano sulla crisi dei giornali dovrebbero domandarsi se il rapporto con i lettori si sia rotto prima di tutto per un problema di CREDIBILITA' e di FIDUCIA. 

E se Toti ogni anno dà milioni di euro a giornali, tv, radio e siti internet, bisogna chiederci se sia giusto che i cittadini abbiano FIDUCIA nella nostra stampa.

Dal profilo Facebook di Ferruccio Sansa l'1 aprile 2022.

Toti non ha voluto dircelo. Nemmeno tv e giornali hanno risposto (come dire, le notizie si scrivono quando riguardano gli altri). Alla fine i costi della gloriosa spedizione a Dubai del Presidente e dei giornalisti al seguito ce li siamo andati a scovare noi: totale 140.370 euro per un viaggio di tre giorni e un convegno. Un record. 

Ma le vere chicche le trovi andando a spulciare tra le singole voci di spesa. Il BIGLIETTO AEREO di Giovanni Toti è costato la bellezza di 4.852 euro! Sì, avete letto bene. Mentre il povero assessore Andrea Benveduti ha speso 982 euro (deve aver viaggiato appeso a un'ala o nel vano bagagli), il mega Presidente Toti ha speso cinque volte tanto. Viene il dubbio che abbia viaggiato in first class, quella che, reclamizza la linea aerea Emirates, ha una spa a bordo.

Le spese spensierate non finiscono qui. Toti si è portato in gita praticamente tutto il suo STAFF: otto persone, per un totale di 23.169 euro per aereo e albergo. Ecco allora il fido Matteo Cozzani - ma che diavolo ci sarà andato a fare a Dubai il capo di gabinetto e sindaco di Portovenere? - e l'altro inseparabile Iacopo Avegno. 

Poi un ufficio stampa degno di Biden: Jessica Nicolini, Federica Costella, Arianna Abbona e Francesca Licata, quella che si occupa soprattutto dei social. Non sia mai che Toti vada a Dubai senza social! 

Gli alberghi sono costati da 982 euro per il povero Benveduti (solo 300 euro a notte, praticamente l'hanno messo in mansarda) ai 1.400 di Toti e ai 1.690 della signora Abbona (più di 560 euro a notte).

E passiamo all'allegra brigata di GIORNALISTI AL SEGUITO. Altri 18.849 euro (9.541 euro di volo e 7.098 di alberghi, più spese per il bus). Due per Primocanale (noblesse oblige), uno per Telenord, uno per SanremoNews, un free lance per conto del Secolo XIX, uno per Riviera 24 e uno per Ivg (gli ultimi due, va detto, sono gli unici che ci avevano risposto per dire che andava). 

Ma non basta: perché Primocanale, oltre ad avere il viaggio pagato, ha ottenuto un contratto da 15mila euro per coprire la spedizione a Dubai. 

La Manzoni spa, che gestisce la pubblicità del gruppo Gedi (Secolo, Stampa e Repubblica) ha ottenuto 30mila euro per pubblicità varie e per l'organizzazione da parte del Secolo XIX di un convegno dedicato appunto a Dubai. 

Secondo voi un giornale o una televisione che ricevono viaggio pagato e decine di migliaia di euro in pubblicità sull'operazione Dubai possono poi essere credibili quando ne parlano?

Noi non siamo contro la presenza della Liguria a Dubai. Per esempio è positivo il lavoro realizzato dalla società Liguria International e sono importanti gli accordi stretti dall'Università di Genova con alcuni atenei arabi. E' utile, anche, la pubblicità della Liguria sui giornali arabi.

Noi non vogliamo che siano spese decine di migliaia di euro pubblici per il biglietto aereo di Toti e per far andare in gita tutto il suo staff. Siamo contrari al fatto che si paghino con i nostri soldi le trasferte dei giornalisti liguri. E ci chiediamo che senso abbia pubblicizzare la Liguria in Liguria spendendo 30mila euro per il convegno e la pubblicità sul Secolo XIX, più altri 15mila euro per Primocanale ecc. 

Chissà se l'Ordine dei Giornalisti, al quale abbiamo segnalato più volte la questione del fiume di denaro pubblico speso da Toti in pubblicità su TV e giornali liguri, vorrà dire qualcosa. 

Toti la chiama operazione di marketing. Noi, ironicamente, saremmo tentati di aggiungere una "T" e chiamarlo MARKETTING.

Dagospia il 2 aprile 2022. Riceviamo e pubblichiamo:

Nel suo post il consigliere regionale Sansa elenca tanti particolari, eppure incorre in qualche dimenticanza e imprecisione. A partire dalla prima riga, quando dice “nemmeno tv e giornali hanno risposto” a proposito dei costi della missione. 

Perché alla direzione del Secolo XIX non è mai arrivata alcuna richiesta. Non avremmo avuto problemi a dire che il nostro giornalista è andato a spese del giornale, non con i soldi pubblici della Regione, circostanza che Sansa omette di esplicitare anche se cita più volte il nostro giornale.

Abbiamo deciso di seguire l’evento di Dubai perché l’Expo ha un rilievo internazionale nel quale a turno, nel padiglione dell’Italia, sono state protagoniste le regioni della Penisola. 

Quando è toccato alla Liguria abbiamo ritenuto fosse importante esserci perché è qui che il nostro giornale ha la sua sede e perché il tema scelto dalla Regione nella missione – la nautica – è fra quelli che da sempre caratterizzano la nostra testata oltre a rappresentare un settore economico fondamentale per questo territorio. 

E’ lo stesso motivo per cui abbiamo collaborato al convegno sulla nautica che si è svolto a Genova e sul palco del quale, oltre ai rappresentanti della istituzioni, sono saliti gli esponenti dei più importanti cantieri presenti in Liguria.

Quando parla di “giornalisti al seguito”, Sansa fa poi riferimento a “un free lance per conto del Secolo XIX”. Non è esatto, perché è un libero professionista che collabora regolarmente con noi, ma che è stato invitato dalla Regione (che ha postato alcuni dei suoi video), non mandato da noi. 

Infine, a proposito della pubblicità, sarebbe sorprendente se una Regione non comunicasse anche attraverso i mezzi che più direttamente si rivolgono ai suoi cittadini. 

Ma prima ancora ci sentiamo di rassicurare il consigliere Sansa: in 136 anni di storia, Il Secolo XIX ha maturato la forza necessaria per mantenere separata l’informazione giornalistica dai canali della pubblicità. Un principio che tutti i giornalisti del Secolo hanno ben chiaro e rispettano ogni giorno. La direzione de Il Secolo XIX 

Genova. Aveva 84 anni. È morto Giuseppe Pericu, il sindaco della Genova del G8 e della Capitale Europea della Cultura. Antonio Lamorte su Il Riformista il 13 Giugno 2022.

Giuseppe Pericu ha guidato la città di Genova per due mandati. È stato il sindaco del G8 e della Capitale della Cultura. È morto, a 84 anni, nella sua casa di Albaro. Personalità molto nota in ambito politico, forense e accademico, era stato avvocato e docente universitario oltre che amministratore pubblico. La notizia della morte il giorno dopo le elezioni amministrative che hanno confermato al comune di Genova per un secondo mandato il primo cittadino Marco Bucci.

Pericu era nato il 20 ottobre del 1937. Aveva origini sarde, il padre era di Ozieri, in provincia di Sassari. Studiò al liceo classico Vittorino da Feltre alla Facoltà di Giurisprudenza dove si laureò con una tessi in diritto amministrativo, la materia che avrebbe insegnato alla Statale di Milano e presso l’ateneo del capoluogo ligure. La sua professione principale però fu quella di avvocato, esercitata per quasi sessant’anni nell’ambito amministrativo civile, assistendo enti pubblici e imprese private.

Entrò in Parlamento nel 1994 con il Partito Socialista. Durante la XIII Legislatura fece parte della commissione speciale Napolitano per la riforma del settore radiotelevisivo. Fu anche membro della commissione Affari istituzionali. Il 30 novembre 1997 venne eletto sindaco per la coalizione di centrosinistra. Al ballottaggio ottenne il 51,5% dei consensi.

Perico fu sindaco della città scelta per il G8 del 2001, l’evento che segnò per sempre la cittadinanza e più di una generazione con gli scontri in strada, la morte di Carlo Giuliani, le violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Fu immortalato in maniche di camicia mentre in piazza Dante mentre chiedeva ai manifestanti di non sfondare nella Zona Rossa. A vent’anni da quei fatti non si disse pentito della decisione di sostenere la scelta di Genova.

“Grazie al G8 Genova è tornata a essere parte del mondo: da lì iniziò un grande processo di rinnovamento, davanti al quale per troppo tempo i governi sono rimasti sordi”, disse. “Dovevo pressare di più proprio il Governo sulle barriere della zona rossa”. Alle elezioni del 2002 vinse al primo turno, senza bisogno di andare al ballottaggio. Altro giro, altro grande evento da gestire con Genova Capitale europea della cultura 2004.

Pericu aderì subito al Partito Democratico, alla fondazione nel 2007. Lo stesso anno finì il suo secondo mandato. Divenne consigliere di Cassa Depositi e Prestiti dal 2008 al 2013 e di Banca Carige dal 2016 al 2018. Divenne presidente dell’Accademia Linguistica di Belle Arti, l’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica in Liguria, fra 2015 e 2018 guida il Conservatorio Niccolò Paganini. Fu anche docente per la Scuola di Politiche (Sdp) di Enrico Letta, attuale segretario del Partito Democratico, a Genova.

La moglie Carla “Carlina” Ghisleri morì all’improvviso, a causa di un malore, nel 2011. I due avevano avuto due figli, Andrea, avvocato, e Silvia, architetto, e cinque nipoti. Le condizioni di salute di Pericu si erano ultimamente aggravate, anche se non si era risparmiato nell’esprimersi sulla situazione politica in vista delle elezioni amministrative. Il funerale si terrà mercoledì 15 giugno alle 10:00 nella chiesa di Sant’Antonio di Boccadasse.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Marco Bucci: «Dico la verità ma urlo troppo. Quando a Genova è crollato il ponte ho pianto». Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 7 Giugno 2022.

Il sindaco di Genova, in corsa per la riconferma, racconta i difficili rapporti in Comune per il carattere focoso: «Vedevo le cose che non andavano e reagivo così». È stato sei volte in cima al Bianco e ama la vela: «Voglio rifare il giro di Ulisse, Penelope però la porto con me».

Lo chiamano «u scindicu» che «u crìa» (il sindaco che urla), ormai mitiche le sue sfuriate con staff e assessori. Marco Bucci cinque anni fa sbaragliò a sorpresa la sinistra nella rossa Genova, tornato a casa dopo 22 anni negli Usa. Nella testa di Bucci c’era un piano (con piglio civico da manager qual è) da applicare alla città per farla ripartire. Le cose, nonostante le sfuriate più o meno pubbliche, sembravano filare abbastanza. Poi, un anno dopo, il crollo del Ponte Morandi. E lui, burbero, schivo ma che ama girare tra la gente dei vicoli, si è ritrovato sotto i riflettori di mezzo mondo. Ora - appoggiato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e pure dai renziani - ci riprova. «Ma lei è di destra? Boh! E poi cosa vuol dire?», risponde d’istinto. Un istinto politico che prima non aveva e che, nonostante un carattere complicato, gli ha portato consensi anche da elettori di centrosinistra.

Tra stipendi importanti e ricavi azionari della sua precedente vita, a 62 anni potrebbe passare la vita al timone di Frally (la sua barca), ma conduce uno stile di vita quasi monacale. A pranzo omelette o riso con verdure preparate dalla latteria sotto Palazzo Tursi («Quando arrivo a 50 euro ditemelo che scendo a pagare»). Prima riunione in Comune alle 7.15 e ne esce a tarda sera. Lupo di mare ma con un grande amore anche per la montagna.

Qual è il suo motto?

«Il grande scalatore Walter Bonatti diceva: “Forse non brillo di modestia ma l’obiettività impone chiarezza”. Quindi, aggiungo io da primo cittadino: bisogna sempre dire la verità, anche se questa costa». Sindaco cosa voleva fare da bambino? «Quando ero adolescente volevo fare il maestro d’ascia e costruire barche. Poi la guida alpina. Poi mi sono laureato in chimica e sono andato nel laboratorio alla 3M». Sogni? «Sono stato sei volte in cima al Monte Bianco: 4807 metri. Avevo 20 anni la prima volta, l’ultima 28: con mia moglie Laura prima di sposarci. Due figli: Matteo di 31 anni e Francesca, 29. Lui ingegnere meccanico e lei biomedico».

Si può definire con un aggettivo?

«Tosto».

Il suo principale difetto?

«Urlo».

Appunto, partiamo dal suo soprannome. Arrivato in Comune, da manager, capì che la politica è una scienza complessa: ne sanno qualcosa i timpani dei suoi assessori...

«Iniziai a urlare, perché vedevo cose che non erano adeguate al livello di servizio che l’amministrazione comunale deve dare ai propri cittadini. Un esempio? I tecnici della piattaforma digitale alle 8.30 ancora non erano al lavoro».

Poi si è un po’ calmato, ma non troppo.

«Un sindaco deve esigere risultati, le parole non servono. Forse non erano abituati».

Nel 2017 come fece a battere la sinistra?

«Genova era in uno stato più che drammatico. Il motto del mio predecessore era: se la città è in declino, bisogna gestire il declino. Era una mentalità sbagliata, senza la speranza di un futuro migliore. Oggi, invece, i genovesi ci credono di più, nel futuro».

Tutta colpa della sinistra, come dite voi da destra?

«Non è la frase adatta. Gli incapaci ci sono a destra e a sinistra. Soltanto che a sinistra c’è molta più ideologia».

Del resto lei vinse a sorpresa, molto probabilmente perché era totalmente a digiuno, di politica...

«Anche questo vuol dire poco. Il carattere dei genovesi è molto pratico. Grazie ai 35 anni di lavoro alle mie spalle ho trasmesso fiducia alle persone. I fatti sono sotto gli occhi dei genovesi: se ho raggiunto gli obiettivi sarò rieletto, altrimenti no».

Balla da solo, insomma?

«Non credo. Io sono e sarò sempre il sindaco di tutti. Mi votano anche persone del Pd. Prima finiamo il progetto di città e meglio è, per tutti».

Le ripeto la domanda: lei è di destra?

«E io le ripeto la risposta: Boh! Cosa vuol dire? Le faccio un esempio: quando sono stato eletto, il mio predecessore voleva vendere Amiu, la partecipata dei rifiuti, per 1 euro: aveva un buco di 160 milioni. Noi l’abbiamo invece rimessa a posto. Ora è 100% pubblica e risanata, con nuovi assunti. Questo è di destra o di sinistra?».

Allora parliamo di immigrati?

«Genova accoglie tutti coloro che arrivano in maniera legale».

Lei nel 2017 fu indicato come candidato sindaco dalla Lega. Cosa ha pensato davanti ai barconi con centinaia di profughi, bloccati in mare come fece l’ex capo del Viminale, Matteo Salvini?

«Io faccio il sindaco, non il ministro dell’Interno».

A suo fratello, don Luca Maria Bucci, è stato contestato dalla procura di Savona il reato di abuso su un minore. A fine 2020 il pm ha dovuto chiedere l’archiviazione perché il reato, essendo trascorsi 26 anni, è prescritto. Questa vicenda l’ha danneggiata politicamente?

(Il sorriso scompare dalla bocca del sindaco, ndr). «No comment».

14 agosto 2018, ore 11.36. Si ricorda il momento in cui le arrivò la notizia del crollo del Morandi?

«Mi ricordo l’istante. Ero in auto tra la Città metropolitana e il Comune. Mi chiama un vigile: è crollato un pezzo del ponte. Pensavo due metri. Pensavo a una balaustra. “Sono crollati 200 metri”, mi dissero invece».

E come reagì?

«All’inizio pensai a una specie di attacco terroristico. Alle 12.03 lanciammo l’emergenza. Dopo di che ho capito che c’erano molti morti. La prima conferenza stampa fu alle 14.30. La tensione era altissima. E io dissi che la città non era in ginocchio. Fu una frase che ha dato spunto a tutti per tirarsi su le maniche, perché lo sconforto ci stava sopraffacendo».

Ha pianto?

«Molte volte. Perché? Era una emozione interna, davanti a una tragedia così grande».

Chi ha sulla coscienza quei 43 morti?

«Tante persone. Non sta a me deciderlo. È la loro coscienza che lo dirà».

Il 3 agosto 2020, disegnato da grande genovese come Renzo Piano, è stato inaugurato il nuovo ponte. Cosa l’ha colpita nel rapporto con l’architetto e senatore a vita?

«Il giorno dopo la tragedia, Piano mi telefona per chiedermi i dettagli. Io e lui eravamo già amici. Io gli racconto a che punto era la città. E gli chiedo: “Ma perché non me lo disegni tu il ponte?”. Cinque giorni dopo mi spedì il disegno: il primo schizzo via mail. Nell’andamento ravvicinato dei nuovi piloni c’era il concetto del progetto: “cian cianin”, passo dopo passo».

Come ha ringraziato il maestro?

«Siamo genovesi: gli ho detto grazie. Abbiamo un rapporto particolare. Ci divertiamo un sacco a mettere la bandiera più grande in cima all’albero delle rispettive barche».

De André o Gino Paoli?

«De André, l’ho sempre ascoltato: lui è il Dna dei genovesi, nelle parole, nella musica e nei comportamenti».

In politica ha un concittadino particolare: amatissimo o odiatissimo, Beppe Grillo. Che rapporti avete?

«Nessuno».

Però anche lui è stato un grande manager, creando dal nulla un partito e portandolo sopra al 32%...

«Grillo non è un manager. È un leader. C’è una grande differenza. Il suo management non ha funzionato e il Movimento è crollato».

Il motivo?

«Perché la gente non ci crede più. Non si può chiedere la decrescita felice. Siamo stufi dei signor no».

Si vede in Parlamento?

«Non credo proprio».

Cosa farà da grande?

«Faccio il giro di Ulisse con la mia barca: lo sto già studiando. Voglio fare tutte le tappe dell’Odissea. Ma Penelope me la porto già con me».

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

·        Succede in Emilia Romagna.

Ravenna nei secoli città imperiale e capitale artistica. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Giugno 2022.

È Ravenna la protagonista di Storia delle nostre città, in onda stasera alle 22.10 su Rai Storia. Anche se l’origine di Ravenna è antichissima, fu con Giulio Cesare che si ebbe l’ingresso della città nella storia.

Dopo i fasti romani, inizia per Ravenna un periodo di decadenza, ma al tempo stesso si apre uno dei capitoli più importanti di tutta la sua storia. Nel 402, verrà scelta come capitale dell’Impero d’occidente da Onorio, al quale succederà Valentiniano III, che regna a Ravenna sotto la tutela della madre Galla Placidia, figlia di Teodosio. Dopo la caduta dell’Impero, nel 476, l’Italia cade sotto il dominio del barbaro Odoacre, il quale sceglie ancora Ravenna come capitale, come del resto faranno anche Teoderico e, dopo la fine della dominazione gota, gli esarchi di Bisanzio. Dopo l’invasione dei Longobardi si apre la dominazione degli arcivescovi che prelude a quella veneziana che si concluderà nel 1509, quando la città viene consegnata a Giulio II. Dopo la signoria veneta comincia per Ravenna un travagliato cammino di decadenza che ha inizio con la famosa battaglia del 12 aprile 1512, nella quale venne utilizzata per la prima volta l’artiglieria mobile.

Durante la dominazione napoleonica Ravenna è sotto la Francia per poi tornare alla dominazione pontificia. Durante il Risorgimento a Ravenna, grazie anche all’operato del poeta George Byron, si diffonde la Carboneria. Ravenna, inoltre, è determinante nella vicenda che consentì a Giuseppe Garibaldi di sfuggire agli austriaci. Costretto ad abbandonare Roma nel luglio del 1849, Garibaldi trova rifugio nell’agosto dello stesso anno in un capanno nascosto fra i pini, dove raccoglierà anche l’ultimo respiro della moglie Anita. Coi plebisciti del 1860 Ravenna non fa più parte del governo pontificio, ma viene annessa al Regno di Sardegna che poi diventerà Regno d’Italia.

Valli di Comacchio: l'importanza delle anguille. Sofia Dinolfo il 9 Marzo 2022 su Il Giornale.

Dalla pesca al commercio delle anguille: alla scoperta di tutte le attività che fanno da traino all'economia delle valli di Comacchio, detta anche "la piccola Venezia".

Una città lagunare chiamata “piccola Venezia”, seppur si trovi in Emilia Romagna, che affascina per le sue caratteristiche architettoniche unite a storia e tradizioni locali. È Comacchio, una città di origini antichissime legate agli inizi del Medioevo, che ha fondato la sua economia sulla pesca, soprattutto di anguille,e sulla produzione di sale. Basta recarsi nel suo antico centro per immergersi nelle tracce storiche che hanno fortemente determinato la sua nascita ed evoluzione. 

Ovunque si cammini è possibile ammirare bellissime chiese e monumenti che si ergono sui ponti sotto i quali scorrono numerosi canali. Il ponte Trepponti, che rappresenta la porta simbolo per accedere in città, ne è un’esemplare testimonianza con le sue cinque scalinate. Una struttura realizzata nel 1638 che permetteva, tra le altre cose, di far ingresso nella piazzetta principale e partecipare al mercato del pesce. 

L’anguilla: una risorsa dell’economia locale 

Quando si parla di pesca nelle Valli di Comacchio, si pensa subito alle anguille e non può essere diversamente dal momento che si tratta di una specie che riesce a trovare in queste lagune il proprio habitat per vivere e riprodursi. Più precisamente si fa la distinzione tra il capitone e il buratello. Il primo è l’anguilla femmina che si presenta di maggiori dimensioni e molto più lunga (fino a un metro e mezzo) rispetto al secondo, ovvero il maschio di questa specie e che al massimo può arrivare a 60 cm di lunghezza. Si tratta di un pesce migratore. Le anguille sessualmente mature infatti si spostano dalle acque dolci o salmastre, nelle quali risiedono, per riprodursi nel mar dei Sargassi in autunno: qui depongono le uova per poi morire. Ed è proprio in questa porzione del mare Atlantico che nascono nuove forme di vita. 

Come vengono pescate le anguille nelle Valli di Comacchio

È l’autunno il periodo in cui inizia la pesca delle anguille nelle Valli di Comacchio. Da ottobre a febbraio le attività dei pescatori sono concentrate lungo i canali per accendere i motori dell’economia locale. L’alta marea, il vento di bora e l’assenza di luce creano un’atmosfera suggestiva che sembra catapultare chi si trova sui canali dentro un film dagli inattesi risvolti. Ed invece quelle sono le condizioni ideali per la pesca. Le anguille iniziano a migrare proprio in quel periodo per riprodursi nel mar de Sargassi. Durante quel viaggio molte di loro rimangono intrappolate nel lavoriero, uno strumento antico di cattura basato su una serie di bacini comunicanti, come delle griglie, a forma di freccia che permettono di selezionare le anguille rispetto ad altre specie. 

Un tempo il lavoriero era costruito in grisole e pali, oggi con cemento e metallo, ma la sua struttura rimane la stessa. Questo imponente strumento determina i movimenti delle anguille facendole convogliare verso specifiche traiettorie per catturarle. In un primo momento le anguille vengono bloccate assieme a tutti gli altri pesci in uno sbarramento a maglie larghe. Poi riescono a scappare grazie alla loro forma allungata, rimanendo però bloccate in un secondo sbarramento, quello dalle maglie strette. Lì vengono pescate coi retini. Le prime anguille che si mettono in viaggio per la riproduzione sono dette settembrine, perché anticipano le altre iniziando a settembre la fase migratoria.

Dalla pesca al commercio 

Una volta pescate, le anguille hanno due destinazioni. Nel primo caso vengono portate ai mercati delle piazze per essere vendute fresche. Alto il loro prezzo, che ne testimonia prestigio e qualità: 30 Euro al kg. Nel secondo caso vengono lavorate in salamoia per la marinatura. Qui avviene la loro conservazione nelle latte con sale, aceto e acqua. Le quantità di questi ingredienti rimangono sconosciute ai più. Il segreto del mestiere è un punto di forza delle realtà imprenditoriali locali. 

Volete assistere alla pesca e alle attività connesse al commercio delle anguille? E allora non vi resta che visitare le Valli di Comacchio nelle prime due settimane di ottobre. In questo periodo infatti oltre all’inaugurazione della stagione della pesca si svolge la sagra dell’anguilla. Degustazioni all’aperto, con ricette che vedono questa specie protagonista di ogni pietanza, accompagnati da spettacoli di intrattenimento, vi permetteranno di entrare dentro le tradizioni enogastronomiche e culturali della piccola Venezia.

Bologna. La zozza. Bologna è peggio di Roma, ma i bolognesi (e il sindaco) non se ne accorgono. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Settembre 2022

La città guidata da Lepore pensa di essere bene amministrata ma non si rende conto che là fuori c’è anche un mondo senza cassonetti

In Bad Sisters, lo sceneggiato di Apple che dopo non so quanti anni mi ha fatto tornar voglia di guardare le cose a puntate, la sorella sposata col tizio che giustamente le altre sorelle vogliono ammazzare a un certo punto dice qualcosa tipo: lo so che non lo stimate, ma è un buon marito e un buon padre, e mi rende felice.

Ovviamente il tizio che le sorelle ammazzano per la gioia del pubblico non è un buon marito, non è un buon padre, e non la rende felice, ma è impossibile convincere dell’insipienza del carnefice una così soddisfatta del proprio ruolo di vittima, è impossibile pretendere lucidità da chi è in una relazione di codipendenza.

Ho un amico così. Difende Roma. È l’unico amico romano ch’io abbia che si ostini a difendere Roma. Ha vissuto altrove, il mio amico, li sa gli eufemismi che l’altro giorno il sindaco Gualtieri usava sul New York Times («i romani hanno comportamenti non buoni»: tenerello); il mio amico lo sa che nulla di ciò che accade a Roma è normale, è civile, è accettabile. Ma è convinto che Roma lo renda felice.

A Bologna sono quasi tutti così. Gli dici: che città di merda. Ti rispondono: lo dici solo tu. Certo, perché sono l’unica che ha vissuto altrove, e che sa che nulla di ciò che accade qui è normale. Con la differenza, rispetto a Roma, che Bologna se la tira pure da città vivibile e accogliente.

Un posto così pieno di mendicanti che alla Sala Borsa, la biblioteca dietro piazza Maggiore, hanno messo dei tornelli per accedere ai bagni. Pisciare nel gabinetto d’una biblioteca pubblica costa cinquanta centesimi, così possiamo star certi che i poveri piscino per strada e che a Bologna, a ogni angolo del centro che svolti, t’investano quelle belle zaffate che forse neanche a Roma (forse solo a Parigi).

Una città in cui i poveri non possono pisciare in luoghi preposti e i poco ricchi vengono investiti a tradimento da nauseabonde zaffate di piscio. Dice il sindaco che è la città più accogliente d’Europa: pensa se non lo fosse.

Il mio amico difensore di Roma ha studiato a Bologna, come tutti. Nella mia vita adulta ho incontrato più gente che avesse studiato a Bologna che gente che volesse vendermi un abbonamento telefonico.

Da minorenne, quando vivevo a Bologna, di studente non ne avevo mai conosciuto uno: i bolognesi non si mescolano coi fuori sede. Ciò crea un’interessante sindrome montecristica. Conosco un meridionale di gran successo che, ora che è tornato ricco e spietato, ogni volta che è a Bologna per lavoro riscatta il suo passato facendosi invitare a pranzo da qualche borghese indigeno, in qualche casa del centro. Quelle case del centro cui non aveva accesso quando era studente fuori sede di giurisprudenza e viveva fuori porta.

Ma torniamo al difensore di Roma: non si capacita del declino di Bologna. Giura che non era così, ma in questi casi non sappiamo mai se siamo vittima della sindrome «com’era verde la mia valle»: è mai esistita quella Bologna meno zozza che ci manca? (Jason Horowitz, corrispondente del NYT, per favore vieni a Bologna, hai anche il pezzo già fatto: la spazzatura «pungente, pervasiva e implacabile» che misura il declino di Roma ce l’abbiamo anche noi, assieme ai tortellini a quaranta euro al chilo). O ci mancano la Seicento, i vent’anni, la ragazza che tu sai? Che poi: se c’è una città ferma neanche ai miei vent’anni, ma ai miei dieci, è proprio Bologna (sono solo più cari i tortellini).

L’altro giorno il sindaco Matteo Lepore, quello che a dispetto dell’evidenza certifica continuamente la città in cui si piscia a pagamento come accogliente e progressista, s’è instagrammato raccontando che stavano pulendo la città. I cittadini nei commenti gli segnalavano giardinetti con topi e altre amenità, ma con benevolenza: come le mogli menate dai mariti, l’elettorato di questo secolo non crede ai fatti ma allo storytelling, e se il protagonista di Bad Sisters si autocertifica ottimo marito sicuramente lo sarà, e se al sindaco posso dare del tu e mettergli i cuoricini sarà di certo un ottimo amministratore.

L’importante è essere reperibili sui social e rispondere ai commenti, mica governare una città in modi che non la facciano sembrare ferma al 1982 (ma senza che in radio passi Non sono una signora). Alla signora Magda, il sindaco ha risposto che presto sarà accontentata. E questo è un problema.

Si dà infatti che l’unica miglioria semimoderna di Bologna sia la raccolta, una volta a settimana, della carta e della plastica. Nelle città civili i sacchi si mettono fuori all’alba e vengono raccolti la mattina presto. A Bologna, dove mica la peggior organizzazione di raccolta rifiuti poteva fare una cosa ben fatta, si lasciano tra pomeriggio e sera, tra le sei e le dieci, e vengono ritirati la notte.

Scrive Magda: avevi detto che avresti tolto la raccolta in centro della plastica e della carta in quegli orribili sacchi (e non solo) che compaiono già nel primo pomeriggio, cos’era, la solita promessa elettorale [cinque punti interrogativi, cinque].

A Magda, che vive in una città in cui ci sono i cassonetti, santiddio, i cassonetti, sembra che il problema sia che un pomeriggio a settimana vede la carta fuori dai portoni. Perché Magda, povera donna, vive a Bologna, dove i cassonetti non hanno mai smesso d’esserci, non essendo il 1982 mai finito: quando ti trovi in una relazione disfunzionale, tutto quel che accade al suo interno ti pare la normalità. Probabilmente non si capacita siano scomparsi i telefoni a gettoni, Magda. Magda, povera donna, al telegiornale vede i cassonetti debordanti di Roma che la autorizzano a pensare ci sia chi sta peggio: mica vede mai le parti civili d’Italia, quelle normali.

E Matteo (Magda e Matteo, che bella coppia) la rassicura: siamo al lavoro per superare il sistema del porta a porta. Ma sì, togliamo l’unica cosa che funzionicchia e mettiamo degli altri cassonetti, poi il ritorno ai gettoni telefonici e però a quel punto anche Vota la voce in piazza Maggiore, se viaggio nel tempo dev’essere.

Il mio principale terrore è che il mio amico romano abbia ragione. Quando, ogni volta che gli narro della sporcizia di Bologna, dell’inefficienza di Bologna, della poca voglia di lavorare di Bologna, dell’arretratezza di Bologna, gongola: adesso Roma ti sembra la Svizzera, eh? E poi pronostica che tornerò a vivere lì, scusandomi per averla per decenni diffamata e bistrattata e considerata la peggiore città del mondo, mentre era solo una Bologna più estesa. 

Rusco ricco, mi ci ficco. Non sono stata invitata alle nozze Turci-Pascale, quindi tocca occuparmi dello spazzino di quartiere. Guia Soncini su L'Inkiesta l'1 Luglio 2022.

A Bologna il sistema per aprire i cassonetti è talmente cervellotico che gli abitanti si rompono i coglioni e ficcano cose a caso in sacchetti enormi, poi però la spazzatura viene raccolta in modo che i bolognesi possano vantarsi di essere meglio dei romani.

Oggi è il primo di luglio. Il che significa sì che, se il Corriere ha ragione, domani l’ex fidanzata dell’ex Presidente del Consiglio sposerà una donna e diventeremo infine un paese postmoderno; ma – mi perdonerete se, non essendo invitata alle nozze, mi occupo di ciò che invece mi tange – soprattutto significa che ieri bisognava pagare la tassa sull’immondizia. A Bologna: rusco.

Poiché non mi ritengo affatto misura del mondo, non sto certo scrivendo quest’articolo per lamentarmi di dover essere andata sotto il sole cocente a pagare la tassa in banca giacché il comune di Bologna è così mal gestito che ti manda gli unici F24 dei quali il mio homebanking mi abbia mai detto «questi codici non mi risultano».

L’account rusco_ricco, che immortala la spazzatura lasciata per strada dai bolognesi, ha di recente sostituito nelle mie preferenze Instagram gocleanco, nei cui video un’australiana che ha fatto i fantastiliardi pulendo (a Bologna: sgurando) passa la candeggina in bagni di sconosciuti. Certo, vedere le piastrelle prima e dopo la cura, zozze e poi scrostate, dà soddisfazione e rilassa (gocleanco è perfetto se sei insonne), ma ieri rusco_ricco ha trovato fuori dai cassonetti bolognesi un ferro da stiro, una rete per i polli, un intero arredo da ufficio, scrivania e sedie e tutte cose.

Oggi è il primo luglio, e comincia uno dei tentativi di soluzione sbagliata del problema: lo spazzino di quartiere (Bologna è specializzata in puttanate i cui nomi si danno un tono; diversamente da Milano, i nomi con cui Bologna si dà un tono non sono in inglese: è già qualcosa).

Hanno fatto la conferenza stampa ieri, da oggi questi poveri capri espiatori gireranno per i quartieri pulendo. Solo che Bologna non è Roma (è peggio): la ragione per cui è sporca non è che manchino quelli che la spazzatura la raccolgono.

Anzi: non so rusco_ricco, ma io – se sono al telefono mentre passo di fianco a un cestino debordante, o a un cassonetto fuori dal quale sono stati lasciati sacchetti di umido e scatoloni di elettrodomestici – so già che al ritorno non potrò fotografarli, perché non ci saranno più (fotografare rusco è diventata la mia attività preferita allorché a Bologna: sono competitiva, non posso sopportare che tutti pensino che Roma sia più sporca solo perché c’è più gente che la immortala).

Il problema di Bologna non è che i rifiuti non vengano raccolti: è che nessuno li butta dove dovrebbe. È la teoria delle finestre rotte applicata al rusco, solo che è una variante che potremmo chiamare: teoria del divieto di avere le finestre rotte.

A Bologna, l’ho già raccontato un centinaio di volte, i cassonetti hanno una minuscola finestra. Perché non solo devi avere la residenza e relativa tessera magnetica per aprirli (e il lettore della tessera magnetica non funziona talmente mai che settimane fa il sindaco Matteo Lepore ha fatto dei video in cui una cittadina al suo fianco riusciva ad aprire un cassonetto, come avesse filmato il sangue di san Gennaro che si squagliava e lui fosse stato il vescovo benedicente); ma Bologna vuole anche rieducarti: devi avere un sacchetto piccolo, che entri nella finestrella, e perché sia così piccolo devi aver separato riciclato differenziato.

Il risultato è che i cittadini si rompono i coglioni e ficcano cose a caso in sacchetti enormi che nei casi migliori mollano fuori dai cassonetti (dove almeno passano spesso operatori a rassettare, e al ritorno dalla passeggiata potrai fotografare nuovi sacchetti fuori da quello stesso cassonetto) e nei casi peggiori infilano a forza nei minuscoli cestini stradali (che forse svuoteranno gli spazzini di quartiere).

Si potrebbe obiettare – l’ho fatto anch’io in passato – che il problema è l’enorme quantità di abitanti senza residenza ufficiale: ha senso che una città con così tanti studenti fuori sede permetta di buttare la spazzatura in maniera legale solo ai residenti? Chiaro che gli studenti la lascino per strada, che altro potrebbero fare? Già tanto che non la lancino dalla finestra, come sarei sovente tentata di fare io.

Ma, nel tempo, mi sono convinta che no, sia proprio una forma di discontento, e il rusco fuori dal cassonetto sia il modo in cui il bolognese lo segnala (mentre il sindaco instagramma garrulo che la sua è la città più accogliente d’Italia, o forse d’Europa, o forse del mondo).

Propendo per questa interpretazione da quando ho notato quante scatole, imballaggi, confezioni di elettrodomestici o di giocattoli ci siano, fuori dai cassonetti, il lunedì, in centro. In centro il martedì passano a domicilio a raccogliere la carta: veramente preferisci trascinare la scatola fino a un cassonetto che tenertela nell’ingresso ventiquattr’ore e lasciarla sotto il portone il giorno dopo? Certo che no: è che detesti il sindaco e vuoi fargli dispetto.

Oggi è il primo di luglio, e io darei qualunque cosa per essere invitata alle nozze tra Paola Turci e Francesca Pascale, ma visto che non lo sono andrò alla ricerca dello spazzino di quartiere, colui che non renderà Bologna una città in cui la raccolta dei rifiuti sia organizzata con un qualche senso, ma almeno impedirà al rusco di marcire sotto il sole, attirare pantegane, far diventare i portici tane di cinghiali. Lo spazzino di quartiere farà sì che la città in cui i cassonetti non puoi utilizzarli non perché sono strapieni ma perché sono selettivi possa continuare a dire di sé stessa, con la sicumera delle vere mitomani: Roma non ci somiglia per niente.

·        Succede a Parma.

Parma, non solo salumi: l’antica arte dei profumi. Teresa Barone il 19 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Parma è stata centro di produzione di profumi fin dai primi decenni dell’Ottocento: ecco le origini e i protagonisti di questa preziosa e antica arte.

Celebre per le bellezze artistiche e le specialità gastronomiche conosciute in tutto il mondo, la città di Parma è anche la patria di uno dei mestieri artigianali più antichi e affascinanti: l’arte di realizzare profumi. Ancora oggi alcuni brand made in Italy valorizzano questo mestiere artigianale, tuttavia le origini risalgono ai primi decenni dell’Ottocento e sono strettamente legate alla figura di Maria Luigia d’Austria.

La città dell’Emilia-Romagna vanta ancora oggi una filiera del profumo molto attiva e proficua: l’origine di tutto risale al 1816, anno in cui arrivò a Parma Maria Luigia d’Austria, figlia dell'imperatore Francesco I d'Asburgo-Lorena e, soprattutto, moglie di Napoleone Bonaparte e duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. 

La storia della Violetta di Parma 

Dedita all’arte, alla musica e alla pittura, Maria Luigia amava la natura in generale e aveva una spiccata predilezione per i fiori, in particolar modo per un esemplare caratterizzato da un colore azzurro intenso e da una fragranza inconfondibile, la violetta odorosa, conosciuta anche come viola mammola.

Si dice, infatti, che la duchessa amasse occuparsi personalmente della coltivazione di alcune piante fiorite nel suo orto botanico, così come nel giardino della residenza estiva situata a Colorno. È stata sempre Maria Luigia, inoltre, a promuovere le ricerche alchemiche dei frati del Convento dell’Annunciata e a favorire la realizzazione di una fragranza speciale simile a quella del fiore, ottenuta proprio dai petali e dalle foglie della violetta.

La formula per preparare questa essenza, che sarà chiamata proprio “La Violetta di Parma” diventando il simbolo di un’intera epoca, passò nelle mani di Lodovico Borsari nel 1870: si deve proprio a lui l’avvio di una solida e proficua produzione di profumi, questa volta destinata a una platea molto più vasta.

La prima industria italiana di profumi 

A Lodovico Borsari è legata la creazione della prima vera industria italiana di profumi, avviata nel 1897 e successivamente ampliata introducendo nuove fragranze originali. Si chiama “Collezione Borsari 1870”, inoltre, il primo museo italiano della profumeria che ospita proprio una collezione originale di strumenti e materiali utilizzati per la preparazione dei profumi, comprese le attrezzature per la distillazione delle essenze.

Lodovico, inoltre, seppe valorizzare ulteriormente la sua produzione puntando soprattutto sulla veste estetica, avviando una proficua collaborazione con artisti e altri maestri artigiani dell’epoca, tanto da conquistare una fama a livello internazionale.

Celebri e ricordate ancora oggi come esempi di decorazione in Stile Liberty, ad esempio, sono le boccette in vetro e cristallo considerate veri e propri capolavori, frutto della collaborazione di Borsari con le vetrerie Bormioli e con i Maestri Cerve specializzati nelle decorazioni su vetro.

L’arte dei profumi nel Novecento 

Anche durante il Novecento, infine, Parma è stata protagonista della produzione profumiera soprattutto grazie alla fondazione di Acqua di Parma: nel 1916 l’azienda creò artigianalmente la sua prima fragranza, chiamata semplicemente “Colonia”, proprio nel laboratorio situato nel centro storico cittadino. Il profumo diventò famoso a livello europeo, inizialmente usato per donare una fragranza delicata ai fazzoletti e ai tessuti e solo in seguito utilizzato come essenza personale. Teresa Barone

·        È morto Calisto Tanzi.

È morto Calisto Tanzi, visionario ex patron della Parmalat che scalò le vette del successo e precipitò col crac. Bianca Conte sabato 1 Gennaio 2021 su Il Secolo d'Italia. È morto a 83 anni l’ex patron della Parmalat Calisto Tanzi. L’uomo delle iperboli, che portò l’azienda alimentare al top dell’industria del food. E che poi sprofondò nel crac del 2003, che gli costò il carcere, insieme ad alcuni dei massimi dirigenti dell’impresa. L’imprenditore dalle intuizioni visionarie e delle scalate al vertice, ma anche il manager delle cadute nelle polveri che, dotato di un istintivo fiuto per gli affari, portò la Parmalat nell’empireo dei marchi più conosciuti al mondo. Ma che poi, con altrettanta spinta propulsiva, precipitò nel crollo che culminò nei processi che ne seguirono.

E tra gli altari e le ceneri, quel decennio che va dagli anni ’70 agli ’80 e che vide Calisto Tanzi protagonizzare nell’universo imprenditoriale. Con investimenti massicci tributati alla promozione commerciale dei propri marchi. E con precise strategie mediatiche incentrate su un’alchemica mistura promozionale che, tra campagne pubblicitarie innovative e sinergie comunicative capaci di spaziare dallo sport al settore alimentare, tracciò il percorso che avrebbe sublimato il trionfo della sponsorizzazione sportiva. Un viatico segnato dalle partecipazioni illustri dei campioni di sempre: dai campioni di sci alpino Gustav Thöni e Ingemar Stenmark, ai piloti di Formula 1 Niki Lauda e Nelson Piquet e alla scuderia Brabham.

Un viaggio galvanizzante e mirato che, peraltro, avrebbe portato Tanzi ad acquistare, proprio negli anni Ottanta, il Parma Calcio. La squadra che, neopromossa in serie A, dal suo arrivo e durante il suo management conquistò i più grandi successi fin qui conseguiti: tra cui la Coppa delle Coppe vinta nell’indimenticabile notte di Wembley nel 1993. Eppure, esattamente a dieci anni da quel trionfo, sarebbe arrivato il crac. Il crollo che avrebbe portato in cella il manager ambizioso. In carcere l’imprenditore restò per un periodo, fino a che non gli fu concessa la misura degli arresti domiciliari per questioni di salute. Quel crollo, che sconvolse non solo la città di Parma – in cui il marchio di Calisto Tanzi rappresentava davvero un’istituzione – ma l’intera nazione, scossa da quella discesa agli inferi di un deus ex machina come lui, lo avrebbe segnato per sempre.

Stefano Mancini per “La Stampa” il 2 gennaio 2022.  Lorenzo Minotti è stato il capitano del primo ciclo vincente del Parma, tra '87 e '96. «Tanzi ci regalò un futuro che nessuno di noi avrebbe immaginato», racconta.

Come comincia la storia?

«Nel '90 muore il presidente Ceresini, ma riusciamo lo stesso a salire per la prima volta in A. Parmalat da sponsor diventa proprietaria e compra tre giocatori di fama internazionale: Taffarel, Brolin e Grun. Finiamo sesti e andiamo in Coppa Uefa e in qualche anno diventiamo una delle più forti squadre europee».

Il suo ricordo di Tanzi?

«Aveva un carisma straordinario. Viveva a un livello superiore, eppure era vicinissimo a noi giocatori. Se avevi un problema personale, lui faceva di tutto per aiutarti. Nessuno sospettava il dissesto, nemmeno io che tornai in società da ds». 

Lei fu testimone del debutto di Buffon.

«Sì, era il '95. Gigi era un predestinato, però aveva una personalità esuberante. Scala lo fece debuttare in una tournée in Canada, poi lo sgridò per il suo comportamento, ma alla prima occasione, nel '95, lo mise in campo contro il Milan».

Come fece a trattenere in provincia i giocatori?

«Sapeva convincere. Io ero andato da Pellegrini a trattare il trasferimento all'Inter. Lui mi promise che avrei vinto altrettanto restando a Parma. Mantenne la parola».

Ansa.it l'1 gennaio 2022.  È morto a 83 anni Calisto Tanzi, imprenditore la cui parabola è iniziata con la crescita della Parmalat ed è terminata con il crac del 2003 e i processi che ne seguirono. Nato il 17 novembre 1938 a Collecchio, il piccolo paese a due passi da Parma, in cui poi costruì il suo impero. 

Diplomato in ragioneria, interruppe gli studi alla morte del padre per sostituirlo nella direzione di una piccola azienda familiare di salumi e conserve.

Cavaliere del lavoro nel 1984 (poi 'declassato' da Napolitano),  investì nella sua città risorse ingenti per sponsorizzazioni e restauri.

Aveva appena 22 anni quando fondò nel 1961 la sua impresa del latte prendendo la vecchia azienda del nonno, a conduzione familiare, e trasformandola in una multinazionale con oltre 130 stabilimenti in tutto il mondo. 

Tanzi aveva di fatto inventato il latte a lunga conservazione ma l'ambizione lo portò ad allargarsi dal settore alimentare (non solo latte ma anche conserve, merendine, yogurt) al turismo, alla tv, e perfino al calcio.

Negli anni Novanta la Borsa, poi le acquisizioni, il ricorso al mercato dei titoli e infine il crac. 

Parmalat, secondo la definizione degli inquirenti, è diventata così "la più grande fabbrica di debiti della storia del capitalismo europeo". Tutto comincia negli anni del boom economico da una piccola azienda alle porte di Parma.

Nel 1973 il giro d'affari era pari a 20 miliardi di lire, saliti a ben 550 nel 1983. Legami a doppio filo anche con il mondo della politica e della finanza soprattutto nell'ambiente cattolico.

Negli anni Novanta arriva la quotazione in Borsa che di fatto nascondeva le prime difficoltà industriali e finanziarie. Ma da qui proseguirono le acquisizioni spericolate con un massiccio ricorso al credito e ai collocamenti obbligazionari che hanno coinvolto, e in molti casi ridotto sul lastrico, migliaia di piccoli risparmiatori.

Nella galassia di Calisto Tanzi girano una serie di società, come Parmatour, Parma Calcio, Odeon Tv, e quando mancano i soldi è la cassa di Parmalat a sborsare liquidi.

Le difficoltà maggiori per Tanzi cominciano nel 1999 quando acquisisce Eurolat dal gruppo Cirio di Sergio Cragnotti per un prezzo esorbitante, oltre 700 miliardi di lire, per consentire a Cragnotti di rientrare dei debiti con la Banca di Roma di Cesare Geronzi. Uno schema che, secondo gli inquirenti, si ripete anche quando nel 2002 Tanzi decide di comprare le acque minerali da Giuseppe Ciarrapico, anche lui indebitato con Banca di Roma.

Si pagano debiti contraendo altri debiti e nel 2003 Tanzi chiama al capezzale di Parmalat Enrico Bondi con lo scopo di risanare il gruppo ma il super-consulente subito si rende conto che Parmalat non potrà fare fronte al bond di 150 milioni di euro in scadenza di lì a poco. Il 27 dicembre dello stesso anno Tanzi viene arrestato e comincia così, dopo l'avventura economica, anche la vicenda giudiziaria. A dicembre 2010 arriva la condanna per Tanzi a 18 anni di reclusione per un crac da 14 miliardi di euro.

Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" pubblicato il 17 ottobre 2013. Per la bancarotta è stato condannato in appello a 17 anni e 10 mesi ma la Cassazione deve ancora pronunciarsi. Potrebbe tornare in carcere. A 25 minuti d'auto dall'ospedale, a Casale di Mezzani, persa in mezzo alla campagna, ha sede la Prisma, un'azienda che fattura 14 milioni con le porte automatiche per ascensori.

Fausto Tonna, 61 anni, direttore finanziario della Parmalat che fu, lavora qui con un contratto a progetto. Ama la stampa quanto un orso la pedicure. Però questa volta scende dall'ufficio, apre la porta della sala riunioni e parla. «Ma non voglio sentire i nomi degli ex Parmalat. Non ce n'è stato uno, dico uno, che non abbia cercato di scaricarmi addosso le proprie colpe». 

Tanzi e Tonna, T&T. Dieci anni fa questo era il vertice di una multinazionale presente in 30 Paesi con 36 mila dipendenti e 6,2 miliardi di fatturato «vero» (i 7,6 miliardi dichiarati erano «pompati»). Nell'ottobre 2003 T&T erano già consapevoli che il palazzo stava crollando, come poi avvenne a dicembre. La leggenda dei 3,95 miliardi di liquidità stava frantumandosi contro una realtà nascosta per anni: la Bonlat di Cayman era vuota, una discarica di falsi. Oggi la Parmalat è dei francesi di Lactalis e qualcuno pronuncia Collecchio con l'accento sull'ultima vocale.

«Passo le giornate a guardare la tv - dice Tanzi - ma faccio fatica a leggere i giornali, non sono tanto lucido». Pantaloni sportivi, scarpe da ginnastica, camicia scura e una felpa nera di un marchio low cost. Cammina da solo, lentamente. Non ha voglia di parlare, non può, è pur sempre agli arresti. 

Non ci sono i suoi avvocati che lo scortano né un piantone che lo sorveglia. Accenna un sorriso quando gli si parla del Parma Calcio ma se l'argomento è il crac si ritrae, toccandosi la fronte come a mimare un tormento che gli mangia il cervello. Meglio l'ospedale del carcere, comunque. «Qui mi vengono a trovare moglie e figli». Due passi fino a un ascensore di servizio. Potrebbe prenderlo anche lui e sparire. Saluta e torna in camera.

«In carcere eravamo in molti nello stesso braccio - racconta in un ufficio del centro di Parma uno dei protagonisti di quella sciagurata stagione -; Stefano (il figlio di Tanzi, ndr ) spesso piangeva, Tonna smadonnava, un altro tentò il suicidio, ma fuori di lì nessuno ha mai saputo nulla». Non vuole che il suo nome sia accostato, ancora una volta, al crac.

Di amicizie ne sono rimaste poche, la vicenda ha lasciato un deserto. «Io certa gente di Parmalat con cui credevo di essere amico - aggiunge - adesso la schivo come le "pocce", le pozzanghere». 

«Però - afferma un altro degli uomini che fu più vicino all'ex patron Parmalat - succedono anche cose senza senso: per la festa dei cent'anni del Parma Calcio c'è stata la rimozione imbarazzata dell'epoca d'oro, come un'ombra, come se il crac avesse cancellato anche i meriti di chi lavorò per vincere una Coppa delle Coppe, le due Uefa, la Supercoppa». Stefano Tanzi, 45 anni, lavora in provincia di Reggio Emilia alla Ceramiche Ricchetti, grande azienda che fa capo agli eredi di Oscar Zannoni.

La sorella Francesca si occupa di agenzie di viaggio a Padova, dove vive. L'ex numero 3 del gruppo, Luciano Del Soldato, 54 anni, 6 di condanna, ha chiesto l'affidamento ai servizi sociali. Nel frattempo ha trovato un posto in un'azienda dei dintorni di Parma con un ruolo, si dice, di notevole responsabilità gestionale. Gianfranco Bocchi è il capo contabile che su ordine di Tonna si portò a casa pacchi di carte compromettenti e li distrusse, «in parte mettendole nel tritacarne - raccontò ai pm -... e qualcosa ho sparso nei cassonetti di tutta la provincia».

Si era però tenuto i cd-rom di backup. Oggi Bocchi lavora a due passi da Collecchio, nell'amministrazione della Rodolfi Mansueto, un'antica industria di trasformazione del pomodoro. Domenico Barili, 80 anni, ex direttore commerciale (8 anni di condanna) e Luciano Silingardi, 73 anni (7 anni e 8 mesi) ex commercialista di Tanzi, amministrano il patrimonio di famiglia, quello rimasto fuori dall'ondata di sequestri. «Io - dice Tonna - cerco di darmi da fare, di uscire dal passato.

Vivo dignitosamente con un contratto a progetto, abito sempre a Collecchio, ho tutto sotto sequestro e non rinnego il mio passato alla Parmalat: è stato felice ed è rimasto felice. Ma voi giornalisti mi avete preso di mira fin dal dicembre 2003. Non mi sento né colpevole né innocente, ho cercato di salvare un'azienda senza fini di guadagno personale». Già ma chi aveva messo Parmalat in condizione di dover essere salvata? «Andate a vedere chi sono i reali responsabili». 

Se l'oblio è un diritto e il tempo posa una patina di indulgenza su tutto, i numeri ristabiliscono l'equilibrio. Parmalat era già in default dai primi anni 90, nel frattempo, per «salvarsi», ha prodotto falsi in bilancio su scala industriale, accumulato 14,5 miliardi di debiti ed è crollata distruggendo il risparmio di decine di migliaia di investitori. 

Dieci anni fa, in questo periodo, l'agenzia di rating Standard & Poor's giudicava il titolo Parmalat non speculativo (investment grade). Nel 2003 su 90 studi degli analisti di Borsa solo 14 consigliavano di vendere. Il 17 novembre la grande banca Usa Citigroup invitava i suoi clienti ad acquistare titoli Parmalat perché «è un'azienda che ha fondamentali attraenti e prospettive di crescita nel 2004-2005». Non si sa che lavoro faccia oggi l'estensore di quel report. 

È morto Calisto Tanzi,una vita tra Parmalat, calcio e processi. Aveva 83 anni. Il crac Parmalat e i successi con il Parma calcio. CorriereTv  il 2 gennaio 2022. Calisto Tanzi, ex patron di Parmalat ed ex proprietario del Parma Calcio, è morto all’età di 83 anni. Protagonista delle vicende che portarono nel 2003 al crac finanziario del gruppo alimentare, viene condannato a 17 anni e 5 mesi. Fonda l’azienda nel 1961 acquisendo un piccolo caseificio di Collecchio, vicino Parma, dove era nato. Sviluppa il processo a lunga conservazione del latte e mette sul mercato le prime confezioni di tetrapack. Nel 1990 acquista il Parma calcio. I ducali sotto la sua proprietà raggiungono i maggiori successi della loro storia. Nel 1993 arriva la Coppa delle Coppe. Nel palmares ci sono anche tre Coppe Italia e due Coppe Uefa, ultima italiana ad averla vinta. Negli anni dal club passano ottimi giocatori: Cannavaro, Buffon, Chiesa, il pallone d’oro Stoichkov, ma anche Asprilla e Crespo. In concomitanza con lo scoppiare dello scandalo Parmalat, Calisto Tanzi abbandona la proprietà nel 2004. È stato anche main sponsor della Brabham, scuderia di Formula 1 per la quale gareggiarono Niki Lauda e Nelson Piquet.

Morto Calisto Tanzi: creò l’impero Parmalat, poi il crac travolse tutto. Sergio Bocconi su Il Corriere della Sera l'1 gennaio 2022. Era agli arresti domiciliari ma è stato ricoverato in ospedale a metà dicembre. È morto sabato primo gennaio a 83 anni Calisto Tanzi, l’imprenditore che ha fondato Parmalat e ne ha causato il dissesto. L’ultimo atto della sua parabola è andato in scena il 20 ottobre 2019 quando a Milano sono state battute all’asta per 12,5 milioni 55 opere, un tesoro che aveva nascosto prima del crac: quadri di Picasso, Monet, Van Gogh, Kandinskij e Ligabue. Il ricavato è andato a rimborsare i creditori della bancarotta Parmalat da 14 miliardi scoperta il 17 dicembre 2003, quando la Bank of America ha smentito l’esistenza nel conto Bonlat dei 4 miliardi dichiarati da Tanzi in un documento confezionato ad hoc da lui e dal braccio destro Fausto Tonna. Un falso come tanti, serviti a nascondere il dissesto (qui la fotostoria).

Un crac che ha sconvolto l’Italia

Un crac che ha sconvolto l’Italia. Non solo perché nella rete di falsi e complicità erano caduti oltre 80mila risparmiatori: Tanzi aveva anche comprato il Parma Calcio portandolo a vincere in Europa e aveva rapporti stretti con banche e politica, in particolare con la Dc di Ciriaco De Mita. Nato a Collecchio, vicino a Parma, in una famiglia di piccoli imprenditori, Calisto nel 1961 con un caseificio e un impianto di pastorizzazione fonda Dietalat, poi diventata Parmalat. Il primo passo decisivo lo mette a punto dopo che, in Svezia, «scopre» il Tetra pak. Sviluppa il procedimento Uht per la lunga conservazione e diversifica in conserve e succhi di frutta. Il secondo salto lo compie fra gli anni 70 e 80. Il valore aggiunto della sua produzione non è molto alto, perciò l’affermazione industriale ha luogo anche grazie a investimenti in marchi, pubblicità e sponsorizzazioni. Il brand Parmalat viene così associato a nomi di campioni dello sci come Gustav Thöni e Ingemar Stenmark e a piloti come Niki Lauda e Nelson Piquet. I rapporti con la politica, che lo portano ad aprire anche uno stabilimento a Nusco (dove è nato De Mita), lo convincono a rilevare un pacchetto di emittenti tv. Nel settore fa accordi con Acqua Marcia ma non va in porto l’offerta per Rete 4 a Silvio Berlusconi.

I debiti

Parmalat cresce anche con acquisizioni all’estero finanziate con debiti. Le casse cominciano ad accusare colpi anche perché il gruppo rappresenta una fonte di risorse private per la famiglia. Tanzi nel 1990 decide di quotare in Borsa l’azienda. E ciò alimenta nuove mire espansioniste. Compra il Parma e, seguito da vicino dalle banche e in particolare dalla Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi, diversifica nel turismo e nelle acque minerali. Ma l’imprenditore vuole crescere ancora di più in Italia e diventare globale, perciò entra nel mercato internazionale dei bond. Nel suo obiettivo c’è anche Cirio. Se l’aggiudicherà Sergio Cragnotti, con il quale Tanzi ha ottimi rapporti. E qualche tempo dopo Cirio venderà a Parmalat la divisione latte. Tanzi smentisce più volte ma le voci sulla precaria situazione finanziaria del gruppo diventano sempre più insistenti. Lui e Tonna hanno già cominciato da tempo a occultare i veri conti del gruppo, ma la contabilità di Parmalat non sembra preoccupare banche, big internazionali in prima fila, e agenzie di rating. La Consob comincia a indagare. E si arriva al 17 dicembre 2003: dopo il mancato pagamento di bond per 150 milioni, viene rivelato il buco Bonlat. Una scoperta sconcertante comunicata a Enrico Bondi, il manager che aveva risanato Montedison e che 2 giorni prima aveva assunto tutti i poteri in Parmalat, lasciati da Tanzi che si era dimesso da cariche e cda.

Le condanne

Inizia la lunga storia giudiziaria. L’imprenditore viene arrestato pochi giorni dopo. Fra processi e sentenze trascorrono anni: viene condannato per aggiotaggio (8 anni), bancarotta fraudolenta (17,5) e per il crac Parmatour (9 ). Ne sconta qualcuno in carcere ma soprattutto agli arresti domiciliari nella sua villa vicino a Parma. Il crac, disastroso, sotto il profilo finanziario si è però concluso con risultati che era difficile attendersi nel 2003. Guidata da Bondi, Parmalat ha raccolto miliardi nelle transazioni (durissime) con le banche, ha ripagato con oltre il 50% non pochi obbligazionisti. Ed è stata rilevata nel 2011 dalla francese Lactalis. Oggi fattura circa 7,5 miliardi ed è la 17esima società industriale italiana.

È morto Calisto Tanzi, imprenditore d'assalto nel calcio e nell'industria: creò il colosso Parmalat e fini travolto dal crollo del gruppo. La Repubblica l'1 gennaio 2022. Una carriera cominciata dalla piccola azienda di famiglia alla periferia di Parma, poi trasformata in una multinazionale, e conclusa con le condanne e il carcere per la bancarotta. In mezzo anche i successi del Parma in Italia e in Europa.

È morto a Parma 83 anni l'imprenditore Calisto Tanzi.

L'ex patron di Parmalat e Parma calcio era in regime di detenzione domiciliare perché stava scontando la condanna a 17 anni e 5 mesi a seguito dei processi sul crac del gruppo lattiero-alimentare. Da metà dicembre era ricoverato all'ospedale Maggiore di Parma per una infezione polmonare, non da Covid.

Lascia la moglie Anita Chiesi e i figli, Stefano, Francesca e Laura.

Personaggio popolare anche per essere stato patron del Parma calcio con otto trofei vinti, come imprenditore Tanzi fece affermare il marchio Parmalat fino al crac del 2003, che lo portò in carcere.

Tanzi fu protagonista di una parabola iniziata con la crescita della Parmalat e terminata drammaticamente con il crac del 2003 e i processi che ne seguirono e che costarono anche il carcere al patron. 

La sua avventura di imprenditore è legata alla nascita dell'azienda del latte Parmalat che Tanzi tirò su dal nulla e fece diventare in un decennio un marchio internazionale.

L'intuizione più proficua fu quella di destinare grandi investimenti alla promozione del marchio attraverso vettori a grande impatto come lo sport. Il nome dell'azienda, tra gli anni Settanta e Ottanta, fu portato in giro per il mondo dai campioni dello sci, della Formula Uno e poi del calcio. Tanzi acquistò il Parma calcio, appena arrivato in serie A, e lo trasformò in una squadra capace di vincere in Italia e in Europa.

"Il crac Parmalat", il documentario sulla bancarotta dei record

Tanzi era nato a Collecchio il 17 novembre del 1938. Diplomato in ragioneria, interruppe gli studi alla morte del padre per sostituirlo nella direzione di una piccola azienda familiare di salumi e conserve. Cavaliere del lavoro nel 1984 (poi 'declassato' da Napolitano), ha sembre investito nella sua città, donando risorse ingenti per sponsorizzazioni e restauri.

Aveva appena 22 anni quando fondò nel 1961 la sua impresa del latte prendendo la vecchia azienda del nonno, a conduzione familiare, alla periferia di Parma e trasformandola in una multinazionale con oltre 130 stabilimenti in tutto il mondo.Tanzi aveva di fatto inventato il latte a lunga conservazione, ma l'ambizione lo portò ad allargarsi dal settore alimentare (non solo latte ma anche conserve, merendine, yogurt) al turismo, alla tv, e perfino al calcio. Negli anni Novanta la Borsa, poi le acquisizioni, il ricorso al mercato dei titoli e infine il crac. Parmalat, secondo la definizione degli inquirenti, divenne così "la più grande fabbrica di debiti della storia del capitalismo europeo". Ha cumulato 14,5 miliardi di debiti, distruggendo il risparmio di decine di migliaia di investitori.

Nel 1973 il giro d'affari era pari a 20 miliardi di lire, saliti a ben 550 nel 1983. Tanzi aveva legami a doppio filo anche con il mondo della politica e della finanza, soprattutto nell'ambiente cattolico. Negli anni Novanta arrivò la quotazione in Borsa che di fatto nascondeva le prime difficoltà industriali e finanziarie.

Ma il patron cercò di tappare i buchi con altre acquisizioni spericolate, con un massiccio ricorso al credito e ai collocamenti obbligazionari che hanno coinvolto, e in molti casi ridotto sul lastrico, migliaia di piccoli risparmiatori. Nella galassia di Calisto Tanzi giravano una serie di società, come Parmatour, Parma Calcio, Odeon Tv, e quando mancano i soldi era la cassa di Parmalat a sborsare liquidi.

Tanzi torna dopo due anni in tribunale a Parma

Il crac 

Le difficoltà maggiori per Tanzi cominciarono nel 1999 quando acquisì Eurolat dal gruppo Cirio di Sergio Cragnotti per un prezzo esorbitante, oltre 700 miliardi di lire, per consentire a Cragnotti di rientrare dei debiti con la Banca di Roma di Cesare Geronzi. Uno schema che, secondo gli inquirenti, si ripete anche quando nel 2002 Tanzi decide di comprare le acque minerali da Giuseppe Ciarrapico, anche lui indebitato con Banca di Roma. 

Si pagano debiti contraendo altri debiti e nel 2003 Tanzi chiama al capezzale di Parmalat Enrico Bondi con lo scopo di risanare il gruppo ma il super-consulente subito si rende conto che Parmalat non potrà fare fronte al bond di 150 milioni di euro in scadenza di lì a poco.

L'asta del tesoro Tanzi, tra i beni anche un Picasso da 2 milioni di euro

Il 27 dicembre dello stesso anno Tanzi viene arrestato e comincia così, dopo l'avventura economica, anche la vicenda giudiziaria. A dicembre 2010 arriva la condanna per Tanzi a 18 anni di reclusione per un crac da 14 miliardi di euro.

Oggi Parmalat è controllata dal colosso francese Lactalis che ha mantenuto lo stabilimento di Collecchio su cui proprio di recente sono stati annunciati importanti investimenti.

È morto a 83 anni Calisto Tanzi, imprenditore la cui parabola ebbe inizio con la crescita della Parmalat per concludersi rovinosamente con il colossale crac del 2003. Nato il 17 novembre 1938 a Collecchio, diplomato in ragioneria, interruppe gli studi alla morte del padre per sostituirlo nella direzione di una piccola azienda familiare di salumi e conserve. Aveva appena 22 anni quando fondò nel 1961 la sua impresa del latte prendendo la vecchia azienda del nonno, a conduzione familiare, e trasformandola in una multinazionale con oltre 130 stabilimenti in tutto il mondo. È stato presidente del Parma calcio negli anni d'oro: il club durante la sua gestione conquistò i suoi più grandi successi, tra cui la Coppa delle Coppe nell'indimenticabile notte di Wembley nel 1993.

È morto il "Signor Parmalat", il suo sogno diventò un incubo. Paolo Stefanato il 2 Gennaio 2022 su Il Giornale. L'imprenditore fece collassare sotto 14 miliardi di debiti il big italiano del latte travolgendo 30mila risparmiatori. Come un ponte prima del crollo, la Parmalat scricchiolò a lungo, poi fece intravedere delle crepe, infine cadde giù d'un botto, in pochi istanti catastrofici. Era il 17 dicembre 2003 e l'azienda di Collecchio non pagò un bond da 150 milioni di euro. Per rassicurare il mercato col fiato sospeso, l'azienda mostrò un estratto conto della Bank of America, sede delle Isole Cayman, in cui si certificava l'esistenza di un deposito con 3,95 miliardi di liquidità. Ma la banca negò l'esistenza di quel denaro e il documento si rivelò un falso clamoroso, fabbricato e impiastricciato di propria mano da Calisto Tanzi, titolare dell'azienda, e da quel Fausto Tonna, direttore finanziario, che, risucchiato nella vicenda giudiziaria, augurò ai giornalisti «morte lenta e dolorosa». Crollò tutto nel giro di pochi giorni, di poche ore. Un crac da 14 miliardi di euro, 38mila risparmiatori coinvolti, anzi truffati, visto che vennero acclarati reati, a cominciare dalla bancarotta fraudolenta.

Le ultime immagini di Tanzi lo ritraggono in tribunale, anni fa, col sondino al naso, l'aria sofferente, una magrezza da 48 chili. Chiese perdono «nel dolore e nel rimorso» per le sofferenze inflitte a tante famiglie, insistette sul ruolo colpevole assunto dalle banche, accettò le condanne in silenzio e poi passò i lunghi periodi in carcere e in ospedale recitando il rosario, pregando, leggendo testi sacri. Cattolico lo era sempre stato, e negli anni d'oro finanziò parrocchie e pagò i restauri in tante chiese. Fu condannato, dopo tre gradi di giudizio, a 8 anni e un mese per aggiotaggio e a 17 anni e 5 mesi per bancarotta fraudolenta. Gli fu confiscato tutto il possibile, ma non la casa dove scontò gli arresti domiciliari con una parziale libertà a ore fisse: quella bella villa col parco è intestata alla moglie, Anita Chiesi, azionista dell'omonima azienda farmaceutica. Insomma, Tanzi nonostante tutto non è morto povero, almeno in senso strettamente materiale.

Non era nato ricco. Giovane ragioniere di Collecchio, presso Parma, prese in mano la piccola azienda di alimentari e conserve fondata dal nonno Calisto. Dimostrò fiuto per gli affari e cavalcando lo sviluppo, negli anni Settanta e Ottanta, cercò nuovi orizzonti produttivi e nuovi mercati. I grandi incontri della sua vita furono due. Uno in Svezia, quando s'imbattè in una confezione di TetraPak e fu fulminato dall'idea che il futuro di un prodotto globale come il latte passava attraverso un packaging moderno e tecnologie alimentari che permettessero la lunga durata. Su questo fondò il suo impero industriale. L'altro incontro fu favorito da un nebbione. Ciriaco De Mita, uno dei democristiani più potenti di allora - ministro, presidente del Consiglio, segretario del partito - aveva perso il proprio volo e qualcuno suggerì a Tanzi di dargli un passaggio con il jet della Parmalat. Nacque un'amicizia proficua per entrambi, che s'incarna in tre «favori» spesi dall'industriale per il politico: aprì una fabbrica a Nusco, creando occupazione nel paese natale dei De Mita; sponsorizzò l'Avellino calcio e acquistò Odeon tv poi travolta dai debiti - cercando di farne un'emittente cattolica alternativa al polo Fininvest.

Quel che ottenne Tanzi da De Mita non si sa con precisione, e assume la parola generica ma ammaliante di protezione. La politica non fu estranea al credito che Parmalat ottenne sempre facilmente dalle banche. L'azienda si riempì di debiti per far fronte allo sviluppo e alle acquisizioni all'estero. Nei momenti d'oro aveva 36mila dipendenti, stabilimenti in 30 Paesi, dichiarava un fatturato equivalente in lire a 7,6 miliardi di euro. A un certo punto, era il 1990, gli scricchiolii suggerirono la via della Borsa, e fu presa una scorciatoia: anziché quotare Parmalat e sottostare alle regole richieste da Consob, la società acquistò una scatola vuota quotata la Finanziaria Centro Nord con la quale si fuse, entrando a Piazza Affari senza anticamere e senza troppi controlli. Il gruppo era formato da 500 società, quasi tutte in perdita, alcune dei pozzi senza fondo, come Parmatour, o il Parma Calcio.

Il grande paradosso delle vicende di Tanzi è che l'azienda e i prodotti, in termini industriali, andavano bene: ci furono momenti in cui nella sola New York si vendevano un milione di confezioni al giorno. Tant'è che Parmalat esiste ancora: dopo la cura del commissario Enrico Bondi fu risanata, riuscendo a restituire parte delle perdite ai risparmiatori truffati. Peccato che sia finita in mani francesi, nonostante gli appelli inascoltati di Bondi. Quello che non funzionò fu la finanza. A più livelli.

Già prima della quotazione i fornitori si lamentavano per i pagamenti in ritardo: un'avvisaglia. Il gruppo era cresciuto rapidamente e praticamente solo a debito. Poi, Tanzi dirottò fraudolentemente su società private, di famiglia, ingenti somme sottratte all'azienda, e non di tutto si trovò traccia. Inoltre ma questo in chiaro - la politica dei dividendi fu sempre generosa, poiché essi andavano innanzitutto nelle tasche dei membri della famiglia.

Poi c'è il capitolo banche. Quando un imprenditore cresciuto a debito diventa troppo debole, di fronte a chi gli fa roteare il cappio come minaccia deve cedere. Nacque così il sistema-Parmalat. Funzionava più o meno così: se la banca non riusciva a rientrare dei debiti da un'azienda, la faceva acquistare a Parmalat, finanziando quest'ultima con un bond; i soldi del bond servivano a pagare il debito con la banca, più una quota alla stessa Parmalat per il disturbo. Il bond poi veniva messo sul mercato e venduto dalla stessa banca ai risparmiatori, naturalmente ignari, sui quali faceva effetto il nome di un marchio presente in tutto il mondo, che vedevano ogni giorno al supermercato, che sponsorizzava i più grandi campioni dello sci e della Formula 1. Crollò tutto con quel maldestro falso da 3,95 miliardi. Quel giorno per Tanzi, smascherato, cominciò la via dell'espiazione, almeno quella terrena. Sul perdono divino lui così cattolico nessuno può ipotizzare nulla. Paolo Stefanato

Calisto Tanzi è morto a 83 anni. Parmalat, Parma e crac finanziario: l'ultima drammatica foto. Libero Quotidiano il 02 gennaio 2022.

È morto Calisto Tanzi, l'uomo che tra anni 80 e 90 ha scalato l'economia e lo sport italiani e internazionali prima con la Parmalat e poi con la contemporanea esplosione del Parma nel calcio. Due avventure intrecciate e che lo hanno poi trascinato in un devastante crac finanziario nel 2003, segnando la rovina dell'uomo e dell'imprenditore. Tanzi aveva 83 anni. Una delle sue ultime foto pubbliche risale al 2012, quando entrò in aula nel tribunale di Bologna con un sondino al naso e drammaticamente dimagrito.

All'inizio della sua carriera da imprenditore, Tanzi è stato uno dei precursori delle promozioni commerciali dei propri marchi, legando a doppio filo la Parmalat ai volti più famosi dello sport globale, a partire dallo sci (con i campionissimi Gustav Thoeni e Ingemar Stenmark) fino alla Formula 1, con i piloti superstar Niki Lauda e Nelson Piquet e la scuderia Brabham. Ma è con l'acquisto del Parma, a metà degli anni 80, che Tanzi compie il definitivo salto nell'immaginario collettivo non solo del nostro Paese. La squadra emiliana, fino a quel momento realtà marginale del grande calcio e relegata senza grandi ambizioni in Serie B, prima approda in A nel 1990 e poi diventa nel giro di poche stagioni una grande del pallone, in grado di competere per la vittoria con le storiche big italiane ed europee.

La vittoria della Coppa Italia nel 1992, contro la favoritissima Juventus di Baggio e Trapattoni, fu l'antipasto a un ciclo irripetibile a cui di fatto mancò solo lo scudetto: il Parma, con giocatori come Minotti, Brolin, Grun, Melli e Dino Baggio, vinse la Coppa delle Coppe nel 1993 contro l'Anversa, venne sconfitto dall'Arsenal un anno dopo ma nel frattempo conquistò la Supercoppa europea contro il super Milan di Berlusconi, vinse ancora contro la Juventus la Coppa Uefa nel 1995. Poi il salto definitivo, anche economicamente, con la creazione della supersquadra che con Malesani in panchina arrivò a un'altra Uefa nel 1999: Buffon, Thuram, Cannavaro, Sensini, Veron, Crespo, Chiesa. Una formazione costruita sborsando negli anni centinaia di milioni di euro. Risorse drenate anche dalla Parmalat, che pochi anni dopo crollò come un castello di carte sotto il peso di irregolarità nei bilanci. Tanzi finì in carcere, poi ai domiciliari per questioni di salute. 

È morto Calisto Tanzi, aveva 83 anni. Dai successi al crac Parmalat. La parabola imprenditoriale di Calisto Tanzi è iniziata con la crescita della Parmalat ed è terminata con il crac del 2003 e i processi che ne seguirono. Il Dubbio l'1 gennaio 2022.

È morto all’età di 83 anni Calisto Tanzi, l’uomo che ha portato Parma e il suo club nel grande calcio italiano e internazionale. Tanzi era nato a Collecchio il 17 novembre del 1938. Diplomato in ragioneria, interruppe gli studi alla morte del padre per sostituirlo nella direzione di una piccola azienda familiare di salumi e conserve. fondò nel 1961 la sua impresa del latte prendendo la vecchia azienda del nonno, a conduzione familiare, alla periferia di Parma e trasformandola in una multinazionale con oltre 130 stabilimenti in tutto il mondo.

Tanzi aveva di fatto inventato il latte a lunga conservazione ma l’ambizione lo portò ad allargarsi dal settore alimentare (non solo latte ma anche conserve, merendine, yogurt) al turismo, alla tv, e allo sport, il calcio su tutto. Negli anni Novanta la Borsa, poi le acquisizioni, il ricorso al mercato dei titoli e infine il crac nel 2003,  quando Tanzi viene arrestato, processato e condannato per la bancarotta insieme ad alcuni dirigenti delle sue aziende. La Parmalat aveva prodotto un buco che gli accertamenti quantificarono in 14 miliardi di euro.

Le difficoltà maggiori per Tanzi cominciano nel 1999, quando acquisisce Eurolat dal gruppo Cirio di Sergio Cragnotti per un prezzo esorbitante, oltre 700 miliardi di lire, per consentire a Cragnotti di rientrare dei debiti con la Banca di Roma di Cesare Geronzi. Uno schema che, secondo gli inquirenti, si ripete anche quando nel 2002 Tanzi decide di comprare le acque minerali da Giuseppe Ciarrapico, anche lui indebitato con Banca di Roma.

L’acquizione del Parma nel 1990, subito dopo la promozione in Serie A, resta uno dei fiori all’occhiello di Calisto Tanzi. Alla carica di presidente viene messo Giorgio Pedraneschi, fedelissimo di Tanzi. Grazie agli investimenti di “mr Parmalat”, la squadra giallo-blu nel giro di pochi anni si inserisce nell’elite del calcio italiano nel periodo delle così dette ’sette sorellè. Sotto la gestione di Tanzi, il club ducale conquista 3 Coppe Italia, una Supercoppa italiana e 4 titoli internazionali: una Coppa delle Coppe, 2 Coppe Uefa e una Supercoppa Uefa. Unico trofeo sfuggito, lo Scudetto, sfiorato in più di una occasione. Dopo Milan, Juventus e Inter, il Parma è il quarto club italiano e il sedicesimo europeo nella classifica generale delle competizioni Uefa vinte.

In quegli anni indimenticabili per i tifosi parmigiani, vestono la maglia biancoscudata campioni del calibro di Gianfranco Zola, Enrico Chiesa (il papà di Federico, ndr), Faustino Asprilla, Hristo Stoichkov, Lilian Thuram, Hernan Crespo, Adriano e soprattutto i futuri campioni del Mondo Fabio Cannavaro, Gianluigi Buffon e Alberto Gilardino. Protagonisti dell’epopea del Parma anche alcuni dei più importanti allenatori degli ultimi 30 anni, da Nevio Scala, a Carlo Ancelotti, da Alberto Malesani, Alberto Zaccheroni, Cesare Prandelli, Renzo Ulivieri e Daniel Passarella.

La favola del Parma di Tanzi termina bruscamente nel 2003. Nonostante il terremoto societario e il passaggio in amministrazione controllata, il club gialloblù riuscirà comunque a concludere il campionato al quinto posto. Il 25 giugno 2004, per evitare la ripartenza dai dilettanti, nasce il Parma Football Club, che assume e mantiene vivi tutti i diritti del Parma AC, nonostante il fallimento della Parmalat da cui è svincolato.

I due convolarono a nozze nel 1965. Chi è la moglie di Calisto Tanzi: Anita Reggi, il matrimonio e i tre figli imprenditori. Redazione su Il Riformista l'1 Gennaio 2022. La famiglia di Calisto Tanzi, il fondatore di Parmalat che si è spento questa mattina all’età di 83 anni nella sua casa alle porte di Parma, è sconvolta dal dolore.

La moglie dell’imprenditore, Anita Reggi, non riesce a credere di aver perso il marito col quale era sposato da oltre cinquant’anni. I due convolarono a nozze nel 1965, pochi anni dopo l’inizio della sua attività imprenditoriale.

Anita è stata compagna inseparabile di Tanzi, aiutandolo nella gestione della sua impresa. A lei erano intestate molte delle proprietà familiari, fra cui la celebre villa dove la famiglia viveva. Per questo finirà anche lei sotto la lente della magistratura che inserirà il suo nome nel registro degli indagati.

Titti, per gli intimi, viene da una famiglia di industriali farmaceutici. E’ madre di tra figli. Francesca, la primogenita, che si impegna nelle attività turistiche del gruppo comprate dal papà: Sestante, Comitour, Going, giusto per citare i marchi più conosciuti. C’è poi Stefano che è stato consigliere di amministrazione di Parmalat Finanziaria e presidente dell’Associazione Calcio Parma. E poi è arrivata Laura Tanzi, terzogenita di Calisto e di Anita Reggi, che ha sempre scelto di rimanere fuori dagli affari del gruppo Parmalat per dedicarsi alla professione di farmacista come la madre.

Rimarrà impressa nell’immaginario collettivo la sfarzosa villa dove ha vissuto la famiglia Tanzi: immersa nel verde alle porte della città di Parma, a due passi dalla reggia paterna di Vigatto, Calisto Tanzi ha scontato qui diversi anni di carcere ai domiciliari. Nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto la Parmalat, le forze dell’ordine hanno sequestrato la proprietà immobiliare e le ricchezze al suo interno: nella collezione di quadri spiccavano Kandinsky, Boccioni, Van Gogh, Monet, solo per nominarne alcuni.

Nella galassia di Calisto Tanzi girano una serie di società, come Parmatour, Parma Calcio, Odeon Tv, e quando mancano i soldi è la cassa di Parmalat a sborsare liquidi.

Le difficoltà maggiori per Tanzi cominciano nel 1999 quando acquisisce Eurolat dal gruppo Cirio di Sergio Cragnotti per un prezzo esorbitante, oltre 700 miliardi di lire, per consentire a Cragnotti di rientrare dei debiti con la Banca di Roma di Cesare Geronzi. Uno schema che, secondo gli inquirenti, si ripete anche quando nel 2002 Tanzi decide di comprare le acque minerali da Giuseppe Ciarrapico, anche lui indebitato con Banca di Roma.

Si pagano debiti contraendo altri debiti e nel 2003 Tanzi chiama al capezzale di Parmalat Enrico Bondi con lo scopo di risanare il gruppo ma il super-consulente subito si rende conto che Parmalat non potrà fare fronte al bond di 150 milioni di euro in scadenza di lì a poco. Il 27 dicembre dello stesso anno Tanzi viene arrestato e comincia così, dopo l’avventura economica, anche la vicenda giudiziaria. A dicembre 2010 arriva la condanna per Tanzi a 18 anni di reclusione per un crac da 14 miliardi di euro.

Alberto Abbate per “il Messaggero” il 2 gennaio 2021. Erano giganti che muovevano miliardi, società e campioni con tanta rapidità e leggerezza da far pensare che i loro pozzi fossero davvero senza fondo. Giacimenti dai quali sbucavano risorse senza soluzione di continuità e che poi, proprio perché si basavano su fondamenta fragili, si sono prosciugati all'improvviso.

Eppure, prima di finire a processo, Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti, tra la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila, hanno rappresentato la borghesia rampante del calcio italiano. Con Parma e Lazio hanno dato vita a clamorosi scambi di mercato: da Crespo e Veron passando per Almeyda e Conceicao, sino a Dino Baggio. 

Chi è stato per lei Tanzi?

«Un grande imprenditore, con un'ottima conduzione sia per la sua città che per tutta l'Italia. Ha fatto grandi cose per il Paese. Noi abbiamo avuto un ottimo rapporto, soprattutto negli affari legati al calcio» 

Affari discutibili, come poi si rivelarono alcune operazioni che portarono alla bancarotta di Parmalat e Cirio. Ci sono andati di mezzo migliaia di risparmiatori...

«Avevamo una visione globale e un progetto industriale. Abbiamo investito tanto, ma venduto altrettanto. Compravamo grandi campioni, ma ne cedevamo altri per costruire le finanze delle nostre società. Noi inventammo le plusvalenze, reali, non numeri fantasiosi, e apportavano vantaggi economici. E negli anni poi ci hanno seguito tutti».

Lazio, Parma, persino la Fiorentina di Cecchi Gori, sembravano però avere rose superiori ai propri mezzi...

«In quel momento particolare, il boom economico aveva permesso a tanti presidenti di costruire squadri importanti. C'erano le sette sorelle che lottavano per lo scudetto. Il venir meno dell'espansione industriale ed economico-finanziaria ha portato a cambiamenti». 

Lei fece pure un'alleanza con Sensi per combattere lo strapotere delle compagini del Nord?

«Franco fece un grande progetto industriale interrotto poi, forse, dalla malattia. Io e lui avevamo idee comuni, volevamo far diventare Roma la capitale del calcio italiano e ci riuscimmo per anni. Andavamo in Champions, facevano man bassa di trofei. Si può fare una battaglia per una partita, non nel proprio settore». 

Essere presidenti di una squadra di calcio fa sentire immuni?

«Assolutamente no, anzi siamo diventati il capro espiatorio di tutto ciò che accadeva al di fuori. Le nostre questioni imprenditoriali hanno fatto venir meno il sostegno alle attività calcistiche. Il bilancio della Lazio era stato vagliato dalla Consob».

E allora Geronzi perché decise che Cragnotti - che aveva il 50% - doveva uscire dalla Lazio?

«Non credo sia stato lui a declinare il sostenimento alla nostra idea calcistica, la Banca intera non ha sostenuto il progetto industriale. Noi avevamo venduto Eurolat a Tanzi, ci eravamo espansi con Del Monte. Lo staff dirigenziale non ha creduto nel nostro valore».

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Toscana.

Certosa di Firenze: storia e memorie di una bellezza da riscoprire. Claudio Schirru il 17 Marzo 2022 su Il Giornale.

La Certosa di Firenze è un tesoro unico da riscoprire, ricco di storia e di arte, situato a pochi passi dal capoluogo toscano. La Certosa di Firenze è un tesoro da riscoprire, che si trova ad appena pochi chilometri dal capoluogo toscano. È posta sulla sommità del Monte Acuto, anche detto "Monte Santo", nel territorio del Comune di Galluzzo. Un luogo ideale per la difesa della struttura, ma anche per garantire l'isolamento necessario allo svolgimento della pratica monastica.

La sua storia inizia intorno al 1342, quando Niccolò Acciaoli donò ai monaci certosini le terre e le risorse economiche per avviare la costruzione. Lo fece approfittando del ritorno a Firenze per una missione diplomatica in terra fiorentina per conto di Re Roberto D'Angiò. L'8 febbraio di quell'anno venne firmata la carta di donazione, che prevedeva la cessione a titolo gratuito dei terreni su cui sarebbe sorta la Certosa di Firenze e di una rendita utile a costruirla (oltre che a garantire la sopravvivenza dei monaci). 

Grazie alla decisione di lasciare ampio spazio ai monaci in merito alla direzione del cantiere, Acciaoli contribuì in maniera decisiva alla realizzazione di una struttura capace di incarnare a pieno lo spirito certosino. Elementi essenziali a tal proposito furono la sala del Capitolo, il chiostro del Colloquio, il Chiostro grande, la chiesa e le celle singole, dove venivamo ospitati i monaci e i conversi.

I lavori proseguirono per anni e alla morte di Niccolò Acciaioli (1365) si poteva dire che fosse conclusi quantomeno in relazione agli elementi principali. Vennero a quel punto realizzate alcune delle volontà testamentarie del fiorentino, inclusa la realizzazione della Cappella delle Reliquie, delle tombe degli Acciaioli e venne portata a termine la cappella. Un'ulteriore indicazione fu quella di ingrandire il Chiostro grande.

Fu abitato dai Certosini fino a circa la metà del 1800, ad eccezione di alcuni anni di allontamento causati dalla discesa di Napoleone nella Penisola. Al loro posto si stabilirono i Cistercensi, le cui regole meno rigide consentirono di aprirne le porte anche all'esterno.

La vita nella Certosa di Firenze 

La vita dei Certosini era sostanzialmente isolata, anche tra gli stessi monaci. Regnava il silenzio più totale per tutta la settimana, ad eccezione di un breve periodo in occasione della domenica. Nei minuti in cui ci si trovava nella sala o nel Chiostro del Colloquio era possibile conversare con gli altri monaci, eventualmente anche confrontarsi in merito a necessità o esigenze di carattere più pratico.

Si tratta ad oggi di una delle aree che meno ha risentito degli interventi di restauro e abbellimento svolti tra il '400 e il '500, potendo quindi offrire un'immagine di quella che poteva essere la vita monastica già intorno alla metà del 1300.

Nelle altre aree del monastero non era possibile prendere parola, nemmeno all'interno del Refettorio e men che meno nella Sala del Capitolo. Altra caratteristica era quella di un'assoluta separazione dal mondo esterno, tale da impedire qualsiasi contatto persino con i conversi. Questi ultimi si occupavano di svolgere le funzioni principali di pulizia e di provvedere alle esigenze alimentari. In considerazione delle rigide regole monastiche i conversi dovevano occuparsi di allestire i pasti nel Refettorio, lasciandolo però prima che i monaci vi facessero ingresso.

La sala del Capitolo

Terminato il periodo di ricreazione nel Colloquio i monaci si traferivano nella sala del Capitolo, dove il priore recitava uno dei capitoli della regola monastica e affrontava i temi più importanti della settimana. In questa sede venivano ad esempio affidati ai singoli monaci i compiti da svolgere nei successivi sette giorni.

Soltanto al priore era concessa la possibilità di parlare in questa sede, mentre gli altri erano costretti ad attendere la domenica seguente. Chiunque provasse a far sentire la propria voce in questa sala veniva zittito bruscamente, ricordandogli di "non avere voce in Capitolo". Da questa usanza deriverà poi il celebre detto.

L'arte nella Certosa di Firenze 

La Certosa di Firenze è stata inizialmente progettata con uno stile più rigido e meno votato all'arte visiva, per quanto affascinante dal punto di vista architettonico. I successivi interventi in epoca rinascimentale segnarono l'inserimento di diversi dipinti, affreschi, intagli di pregio e altre opere di artisti più o meno celebri ai tempi.

Fa parte del complesso anche Palazzo Acciaioli, che ha mantenuto gli ambienti originali del Trecento e che ospita ora la Pinacoteca. Nel salone trovano posto ad esempio gli affreschi realizzati tra il 1523 e il 1525 dal Pontormo per arredare i chiostri, spostati nella Pinacoteca intorno tra il 1555 il 1556. Queste opere ritraggono varie fasi del Ciclo della Passione di Cristo.

Firenze, riscoprirla nella storia di Caterina De' Medici. Claudio Schirru il 3 Marzo 2022 su Il Giornale.

Caterina De' Medici conservò per tutta la vita un legame indissolubile con Firenze: come contribuì a cambiare la storia fiorentina.

Caterina De' Medici ha vissuto una vita piuttosto travagliata, fin dai suoi primissimi anni di vita. Rimasta ben presto orfana di entrambi i genitori, la giovane erede della famiglia medicea è assunta negli anni alla posizione di regina di Francia, dando a sua volta alla luce a ben tre re (Francesco II, Carlo IX ed Enrico III). Ciò non le impedì di lasciare, in gioventù come in età adulta, una profonda impronta su Firenze e sulla storia fiorentina.

Figlia di Lorenzo De' Medici duca di Urbino e della nobildonna francese Maddalena de La Tour d'Auvergne, contessa di Boulogne, Caterina nacque il 13 aprile 1519. Perse la madre per delle conseguenze legate al parto e appena un mese più tardi morì anche il padre, affetto da sifilide. Per la giovane Caterina Maria Romula di Lorenzo De' Medici iniziò la sua difficile infanzia.

Oggetto di contesa tra il re di Francia Francesco I e il Papa Leone X, la bambina fu portata a Roma e affidata alla nonna paterna Alfonsina Orsini, salvo poi passare nelle mani delle zie Clarissa De' Medici e Maria Salviati. Alla morte di Leone X divenne pontefice Adriano VI, che la espropriò del ducato di Urbino. Soglio vaticano che passò in breve (nel 1523) tempo a Clemente VII, al secolo Giulio De' Medici.

Il ritorno a Firenze e la rivolta contro i Medici 

Quest'ultimo la rivolle a Firenze, facendola alloggiare a Palazzo Medici Riccardi. L'alleanza del pontefice col re di Francia portò però a gravi conseguenze. Il sovrano francese perse nella battaglia di Pavia contro Carlo V d'Asburgo: ciò portò non soltanto al Sacco di Roma (1527), che costrinse Clemente VII a rifugiarsi a Orvieto, ma scatenò una rivolta a Firenze contro la famiglia Medici. Fino all'età di undici anni (1530) Caterina fu tenuta in ostaggio in vari monasteri di clausura fiorentini, prevalentemente in quello di Santa Lucia.

Il matrimonio francese e il fiero amore per Firenze 

Nel 1533 si consumò il suo matrimonio con Enrico di Valois, che diverrà re di Francia nel 1547. Anche qui la vita di corte non riservò unicamente gioie a Caterina, ma le permise di portare molta della sua Firenze a Parigi. A cominciare dai profumi, un vero e proprio elemento essenziale per una nobile fiorentina dell'epoca. Ancora oggi è possibile visitare l'antica officina profumiero-farmaceutica vicino Santa Maria Novella, che poco prima della partenza di Caterina le dedicò il profumo "Acqua della Regina".

Caterina ospitò in Francia molti esuli fiorentini, fuggiti dal ducato di Cosimo I (ritenuto da lei un usurpatore), oltre a richiamare a corte molti cuochi fiorentini. Si può anche affermare che diversi piatti alla base della cucina francese attuale siano in realtà l'eredità fiorentina di Caterina De' Medici.

Parliamo ad esempio del "fois gras", derivato dai fegatini toscani, oppure della "soupe a l'oignon", piatto simbolo della cucina d'Oltralpe e in realtà originato dalla "Cipollata" toscana. Allo stesso modo è dalle crespelle alla fiorentina che sembra derivino le tanto celebrate "crêpes" francesi.

Un'eredità culinaria che è ancora possibile ritrovare in diversi punti di Firenze, incluso lo stesso Palazzo Medici Riccardi. Perché no, magari anche assaggiando lo zuccotto fiorentino a lei deficato, il celebre "elmo di Caterina".

San Galgano e la leggenda della vera spada nella roccia. Claudio Schirru il 10 Febbraio 2022 su Il Giornale.

L'Abbazia di San Galgano e l'Eremo di Montesiepi ospitano quella che viene definita, tra storia e leggenda, la vera spada nella roccia.

La Grande Abbazia di San Galgano è un luogo ricco di storia oltre che un'apprezzata meta turistica. Quello che forse non tutti sanno è che a questi luoghi sono legate alcune delle storie più lette e famose nel panorama della narrativa cavalleresca. Da qui sarebbe originata la leggendaria storia di Re Artù, divenuto sovrano dopo aver estratto la spada nella roccia.

Cosa lega il leggendario sovrano di Albione, l'antico nome attribuito alla Bretagna, con una piccola località situata in Toscana? Pare che a pochissima distanza dall'abbazia si trovi, anch'essa in località Chiusdino (provincia di Siena), la vera spada nella roccia. Proprio quella che in tempi passati avrebbe contribuito alla nascita delle cronache arturiane.

Nelle vicinanze della Grande Abbazia si trova l'Eremo di Montesiepi, anche detto Rotonda di Montesiepi, costruito sopra la capanna che ospitò l'ultimo anno di vita di San Galgano. Vi si trasferì in corrispondenza della sua definitiva conversione, con la quale voleva liberarsi del peso di una giovinezza sregolata e votarsi a Dio.

San Galgano e la vera spada nella roccia

Si narra che San Galgano giunse a Chiusdino il giorno di Natale del 1180 e, una volta raggiunta l'area di Montesiepi, infisse la sua spada nella roccia. Il gesto aveva lo scopo di seppellire il proprio passato. Al contempo intendeva dare vita a un presente e un futuro espressi con la croce formata dall'elsa e dalla porzione di lama rimaste visibili.

Dopo circa un anno San Galgano sarebbe morto in quella stessa capanna e lì seppellito. Fu creato santo appena quattro anni dopo la sua scomparsa, e sul luogo della sua sepoltura venne costruito l'Eremo di Montesiepi. Leggenda vuole che fu dalla spada infissa nella roccia dal santo senese, al secolo Galgano Guidotti, che ebbe origine il mito di Excalibur e di conseguenza quello dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Secondo altri racconti l'origine della spada nella roccia originerebbe sì dal desiderio di "creare" una croce, ma non secondo il metodo descritto. Dopo alcuni tentativi infruttuosi di utilizzare la spada per tagliare del legname, con il quale costruire la croce, il santo scagliò a terra l'arma in preda a frustrazione. La lama si conficcò nella roccia e lì rimase, senza che nessuno riuscì più a estrarla.

La spada impossibile da estrarre

Racconti popolari narrano del tentativo da parte di tre monaci, approfittando di un temporaneo allontanamento di Galgano, di estrarre la spada per rubarla. Non riuscendo nell'intento avrebbero rotto la lama per invidia. Al suo ritorno il santo trovò la spada rotta e ne fu addolorato. Dio disse a Galgano di avvicinare l'elsa alla restante parte della lama, che si fusero nuovamente insieme.

Ai monaci sarebbe andata decisamente peggio. Secondo la leggenda il primo dei tre morì colpito da un fulmine, mentre un altro affogò in un fiume. Il terzo venne azzannato da un lupo e trascinato via: riuscì a salvarsi soltanto invocando il perdono di Galgano. Da allora la spada riposa inviolata laddove il santo la infisse circa 840 anni or sono, protetta ad oggi da una teca in polimetilmetacrilato.

La Grande Abbazia di San Galgano, dallo splendore alla rovina

Intorno al 1200 il vescovo di Volterra Ildebrando Pannocchieschi promosse la costruzione di un monastero, che venne completato intorno al 1228. Fu però già a partire dal 1201 che risulta attiva la comunità di cistercensi che avrebbe poi guidato per secoli la Grande Abbazia di San Galgano.

Seguì un periodo di splendore e sviluppo per l'abbazia, che terminò durante la seconda metà del 1300. Verso il 1360 iniziò il declino della struttura, con i monaci duramente colpiti dalle pestilenze e dalle scorrerie di compagnie di ventura. Gli stessi monaci abbandonarono l'abbazia intorno al 1474 e si trasferirono a Siena dove avevano fatto edificare il Palazzo di San Galgano.

L'abbazia passò in seguito (primi anni del 1500) nelle mani scellerate di un abate commendatario, che ne vendette persino il tetto in piombo per ricavarne denaro. A poco valsero i tentativi di restauro fatti nel 1577. Le ultime parti delle volte crollarono nel 1781, mentre nel 1786 crollò il campanile (colpito da un fulmine). Qualche anno dopo (1789) venne sciolta e venduta come bronzo la campana, che pure era sopravvissuta al fulmine.

Dopo essere stata adibita persino a fonderia, la Grande Abbazia di San Galgano venne sconsacrata e ospitò per un periodo una fattoria. A partire dalla fine dell'Ottocento l'interesse verso il monumento riprese e intorno al 1924 partì un restauro conservativo, a opera di Gino Chierici, grazie al quale possiamo ammirare oggi i resti di questa magnifica costruzione. 

Viareggio, dietro ai carri di Carnevale un universo. Luca Bocci il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale e su L'Arno. 

Torniamo ad occuparci della luce dell’inverno, la grande festa che celebra la fine dei giorni più cupi ed il prossimo arrivo della primavera. Il Carnevale, in Toscana ma non solo, vuol dire una cosa sola: Viareggio. Se a colpire l’immaginazione sono i giganteschi carri, disegnati con una sottile perfidia che può essere solo frutto della gente di questa nostra Toscana, dietro al grande spettacolo c’è un vero e proprio universo, un esercito di oltre 3500 tra dipendenti e volontari che fanno in modo che tutto vada per il verso giusto. Piuttosto che provare a spiegarvelo dall’esterno siamo andati a sentire un “carnevalaro” d’eccellenza che sa tutto quel che c’è da sapere sul Carnevale d’Italia, il presidente emerito della Fondazione del Carnevale di Viareggio, Alessandro Santini.

In questa lunga chiacchierata potrete scoprire tutti i retroscena di questo evento famoso in tutto il mondo, da pillole di storia ad aneddoti gustosi frutto di una vita dedicata a questa festa popolare che mette assieme arte, passione, tecnologia e capacità organizzative. Santini ci ha raccontato come il suo amore per il Carnevale sia nato da bambino, quando, vestito da Robin Hood, rimase affascinato da un enorme carro – e da un piccolo cane che passeggiava come se niente fosse sul palco rotante. Abbiamo parlato anche di come la macchina dietro allo spettacolo sia molto più complessa di quanto molti immaginino, cosa succeda ai carri dopo che le sfilate sono finite e di come la competizione tra i vari maestri carristi per salire di categoria e poter realizzare quei giganti di cartapesta che catturano l’attenzione del mondo sia presa molto sul serio in Versilia. 

Veramente gustosi, poi, sono gli aneddoti, come quando nel 2011 si ritrovò a 28 metri di altezza, sul cappello del carro che raffigurava il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e non riusciva più a scendere. Con lui abbiamo parlato anche di come tra gli appassionati dell’arte del Carnevale di Viareggio ci fossero personaggi insospettabili, dal “comandante” Achille Lauro, al presidente del Nicaragua, che ha voluto il gemellaggio tra il carnevale di Managua e quello in Versilia. I modi nei quali questo evento unico al mondo ha portato ovunque la bandiera dell’Italia e della Toscana sono stati molteplici, da quando furono i maestri carristi ad organizzare la cerimonia di apertura dei Mondiali di calcio Italia ’90 a quando gli organizzatori del Gran Premio di Singapore si comprarono un gigantesco carro animato da mettere nel paddock, accanto al palco dove si stava esibendo Madonna.

A sentire Santini, però, il vero modo di sentire fino in fondo lo spirito e l’anima di questa gente e della manifestazione che l’ha resa famosa nel mondo è di partecipare alle tante feste rionali che precedono le sfilate. Qui, oltre alle specialità della Versilia, potrete capire perché il Carnevale, da queste parti, va molto oltre allo spettacolo che si vede in televisione. Questo viaggio nel dietro le quinte del carnevale è davvero affascinante. Prendetevi una bevanda calda, uno snack e seguiteci fino alla fine – non ve ne pentirete!

I cowboys toscani che umiliarono Buffalo Bi. Luca Bocci il 4 febbraio 2022 su l'Arno - Il Giornale.

Sebbene sia popolarissima tra gli stranieri, l’immagine da cartolina della Toscana non ci ha mai troppo appassionata. Per come la vediamo noi, per capire il carattere di questa terra speciale bisogna andare oltre ai filari di cipressi e alle città d’arte per guardare nelle parti più selvagge di questa regione. Nessuna zona è più selvaggia ed indomabile di quella che si estende a cavallo del confine col Lazio, tanto speciale da essersi conquistata un posto d’onore nell’immaginazione dei toscani. Dopo che vi abbiamo raccontato la storia di Domenico Tiburzi, il Robin Hood toscano, ora tocca ad un’altra leggenda della Maremma, la famosa vittoria contro i cowboys di Buffalo Bill riportata dai butteri in una sfida che ha fatto storia. 

Il famoso showman americano offrì l’equivalente di un anno di paga di un buttero se fossero riusciti a domare e cavalcare uno dei suoi famosi mustangs per cinque minuti. I butteri ci riuscirono, tra gli applausi scroscianti del pubblico. Sebbene tutti in Toscana conoscano questa storia, ben pochi sanno esattamente come andarono le cose e persino dove si tenne la famosa sfida. Quando hai tra le mani una bella storia, a cosa servono i dettagli? Basta e avanza per dimostrare che siamo i migliori! Peccato, perché si tratta davvero di una storia incredibile, che spiega perché il buttero sia diventato il simbolo non ufficiale della Maremma.

Come i loro cugini d’oltreoceano anche i cowboys toscani non se la passano per niente bene, pagati poco per un lavoro che rimane faticosissimo. Ora che le paludi sono state bonificate ed i latifondi sono una memoria lontana, i giorni dei butteri sono contati. Se capitate da quelle parti d’estate, potete ancora vedere come vivono in uno dei tanti spettacoli organizzati nella zona.

La storia dei cowboys toscani e di come siano diventati delle leggende viventi in questo episodio di What’s Up Tuscany, il podcast dedicato a tutti coloro che amano questa terra e la gente che la rende unica al mondo. Fateci sapere cosa ne pensate partecipando alla conversazione sui nostri canali social. Ogni feedback è graditissimo, quindi non esitate! 

LA SFIDA TRA I BUTTERI E BUFFALO BILL

La famosa disfida non avvenne in Toscana ma a Roma, l’8 marzo 1890. Per garantirsi un poco di pubblicità gratuita Buffalo Bill era solito lanciare una sfida pubblica ai cavallerizzi di ogni paese che visitava, mettendo in palio un grosso premio per chiunque riuscisse a battere i suoi famosi cowboys. Nessuno di solito accettava la sfida ma le cose andarono in maniera ben diversa all’ombra del Cupolone. Mentre stava allestendo la sua enorme arena vicino alle caserme del Regio Esercito nella periferia della capitale, a Prati di Castello, Buffalo Bill fece il giro dei salotti bene per farsi pubblicità. Durante una di queste feste, l’ospite d’onore, dopo un bicchiere di troppo, iniziò a vantarsi del fatto che “nessuno può battere i miei cowboys”. Lì vicino passava uno dei più illustri membri dell’aristocrazia locale, Onorato Caetani, conte di Sermoneta. Il nobile di cavalli se ne intendeva parecchio e fu ferito dalla spacconeria dell’americano. Caetani rispose alla scommessa di Buffalo Bill con un’altra: avrebbe messo a disposizione sette dei suoi stalloni più selvaggi della sua tenuta di Cisterna, nell’Agro Pontino, vicino a Latina. Se i cowboys fossero stati in grado di domare questi cavalli intrattabili, che erano stati rifiutati da ogni cliente, avrebbe ammesso la sconfitta e pagato.

Un cronista del Messaggero passava da quelle parti e rilanciò sulle pagine del quotidiano la sfida del nobile romano, sfida che fu fatta propria dal pubblico, che si presentò in massa in quello che sarebbe diventato uno dei quartieri più chic della capitale. La sfida si tenne il 4 marzo ed i cowboys dimostrarono che sapevano il fatto loro. Gli ci vollero solo 15 minuti per catturare e domare i sette stalloni. Il pubblico ci rimase male ma applaudì a scena aperta la tecnica dei cowboys, mentre Buffalo Bill se la rideva contando i soldi degli incassi. Non tutti furono impressionati dai cowboys, primi tra tutti gli esperti italiani. I cowboys giocavano sporco, facevano male ai cavalli, li facevano sanguinare, andavano in venti contro un singolo cavallo. Così son buoni tutti, dissero. Buffalo Bill non la prese benissimo e rilanciò la sua solita scommessa: avrebbe dato cento dollari a chiunque fosse stato in grado di catturare e montare i cavalli selvaggi del West per almeno cinque minuti. La somma fece impressione, specialmente ai butteri. Loro ci mettevano un anno per guadagnarli – il che spiega perché furono diversi a far sapere di voler raccogliere la sfida.

Il giorno della sfida, l’8 marzo, pioveva come Dio la mandava. Molti butteri non si presentarono nemmeno, ma nove si fecero vivi, qualcuno a cavallo, altri a piedi. Le cronache dell’epoca raccontano come fossero più di ventimila ad affollare l’arena a Prati, nonostante il nubifragio. E qui la storia e la leggenda iniziano a divergere. Sebbene ogni toscano giuri e spergiuri che i butteri venivano dalla Maremma, in realtà erano tutti originari dell’altra area “maledetta” del centro Italia, quell’Agro Pontino ancora ben lontano dall’essere bonificato. Intuendo la mala parata, Buffalo Bill cambiò le regole della sfida. Per incassare i cento dollari, ognuno di loro avrebbe dovuto catturare, sellare e montare per cinque minuti uno dei suoi stalloni selvaggi. I butteri non la presero per niente bene. Se i cowboys potevano mettersi venti contro uno, perché mai loro dovevano fare da soli? I primi due, Alfonso Ferrazza e Augusto Imperiali, ce la fecero senza troppi problemi. “Augustarello” catturò, montò il suo cavallo e fece diversi giri dell’enorme arena, grande quanto quattro campi di calcio, tra l’entusiasmo del pubblico. Tutto molto bello, ma se la prese un po’ troppo comoda. Buffalo Bill aveva da concludere il suo spettacolo ed i butteri gli stavano mandando in tilt la scaletta. Senza aspettare gli altri butteri, montò sul suo stallone bianco ed annunciò al pubblico che la sfida era finita. La gente pensò che avesse ammesso la sconfitta, il che spiega gli applausi scroscianti – le cose non stavano proprio così. In realtà Buffalo Bill non ne voleva sapere di pagare la scommessa e, una volta finito lo spettacolo, fece sapere che i butteri non avevano vinto perché ci stavano mettendo troppo tempo.

Augustarello e soci prima protestarono vivamente, poi diedero vita alla classica rissa da saloon senza saloon, iniziando a pestare chiunque gli capitasse a tiro. Alla fine, i cento dollari rimasero nelle tasche di Buffalo Bill. La sera, ad un party organizzato dal Conte di Sermoneta, fu sentito ammettere che i butteri erano stati bravissimi e gli offrì dello champagne dopo aver fatto saltare i tappi con dei colpi precisissimi del suo famoso Winchester. I butteri avrebbero sicuramente preferito contare i suoi dollari. Il pubblico romano se la legò al dito e rise delle scuse dell’americano. Per loro l’eroe era Augustarello, mentre l’americano si beccò il soprannome di “Er cappellaccio” e una generosa dose di sarcasmo sferzante. Nonostante avesse incassato parecchio, Buffalo Bill non portò mai più il suo Wild West Show nella capitale. Un caso? Forse, ma nessuna delle sfide lanciate dai butteri laziali e toscani fu mai accettata, nemmeno per il centenario della disfida. Poco importa, il mito della storica vittoria dei butteri era nato lo stesso.

Le leggende si comportano un po’ come gli pare, senza preoccuparsi troppo della realtà. Se funzionano e hanno presa sul pubblico, prosperano lo stesso. L’impresa dei butteri di Latina fu fatta propria dai cugini della Maremma, specialmente da quelli di Albarese, dove sono sopravvissuti fino ai nostri giorni. Il pubblico romano non si è certo dimenticato di loro. La vittoria di Augusto Imperiali è stata raccontata in diversi libri, inclusa una graphic novel pubblicata nel 2010. La storia d’amore tra gli italiani e il Far West è continuata incontrastata, passando dalle pagine dei fumetti di Tex Willer ed i mille emuli di Bonetti fino alle centinaia e centinaia di spaghetti western, la musica di Ennio Morricone e chi più ne ha più ne metta.

Come successo nel vero West ai cowboys, anche i butteri non se la passano per niente bene, relegati come sono al ruolo di comparse in spettacoli folkloristici abbastanza tristi. Nel 2011 ci pensò un articolista del New York Times a raccontare come stessero i butteri nel nuovo millennio. Loro, i butteri, non sono cambiati per niente. Come i loro antenati rimangono l’espressione dell’anima di questa terra selvaggia, impossibile da domare.  

Luca Bocci

Livorno. "Sono sereno ma mi aspettano anni di esistenza sospesa". Alluvione di Livorno, l’ex sindaco Nogarin rinviato a giudizio per omicidio colposo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Gennaio 2022.  

Rinviato a giudizio l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin. Il giudice dell’udienza preliminare ha accolto la richiesta della Procura toscana. L’accusa è di omicidio colposo plurimo per la disastrosa alluvione che colpì la città il 9 e il 10 settembre del 2017. Nogarin era stato eletto nel 2014 con il Movimento 5 Stelle ed è rimasto in carica fino al 2019.

Otto le vittime, tra cui un bambino di quattro anni, dell’alluvione. Almeno 13 i feriti. Circa 250 i millimetri di pioggia caduti in totale e di oltre sei milioni e mezzo di euro i danni stimati. Esondarono il rio Ardenza e il rio Maggiore. I danni vennero causati dai torrenti “tombati”. L’acqua invase le case adiacenti ai corsi di acqua con fango e detriti. I morti si chiamavano Gianfranco Tampucci, Roberto Vetusti, Martina Bechini, Raimondo Frattali, Glenda Garzelli, Simone, Filippo (4 anni) e Roberto Ramacciotti. Il fascicolo venne aperto il giorno dopo l’alluvione, inizialmente contro ignoti. Le indagini coinvolsero Nogarin nel gennaio 2018.

L’ex sindaco si sarebbe reso in quell’occasione colpevole di attività omissive e negligenti secondo il procuratore Ettore Squillace Greco e i sostituti Giuseppe Rizzo, Sabrina Carmazzi e Antonella Tenerani. Il primo cittadino avrebbe dovuto impartire disposizioni per evitare o limitare i danni gravissimi provocati dalle esondazioni dei torrenti. La prima udienza si terrà il 12 maggio. L’ex sindaco, difeso dall’avvocato Sabrina Franzone, aveva chiesto sentenza di non luogo a procedere.

L’accusa ritiene che Nogarin sbagliò a smantellare la struttura della Protezione Civile nominando Riccardo Pucciarelli, comandante dei vigili urbani laureato in scienze politiche, e sostituendo il predecessore, dotato di una qualifica ritenuta più adeguata al ruolo dall’accusa. L’ex sindaco ha sempre rivendicato di aver organizzato la Protezione Civile comunale dopo aver scoperto e denunciato irregolarità del personale. Mossa all’ex primo cittadino anche la contestazione secondo la quale non avrebbe avuto alcun contatto telefonico con il Comune o con gli altri enti addetti ai soccorsi nella notte del disastro.

Assolto l’ex responsabile della Protezione Civile e dei vigili urbani di Livorno Riccardo Pucciarelli che aveva chiesto il rito abbreviato. Era accusato anche lui di omicidio colposo plurimo. La procura aveva chiesto una condanna a 1 anno e 8 mesi di reclusione. “Sono felice che Riccardo Pucciarelli sia stato assolto – ha detto all’AdnKronos Nogarin – e resto sereno sull’esito del processo nei miei confronti: grazie all’enorme quantità di materiale tecnico e indipendente che abbiamo raccolto, dimostreremo la correttezza anche del mio operato. Ciò che fa male è sapere che ancora per qualche anno dovrò condurre un’esistenza sospesa”.

Alla fine del mandato da sindaco Nogarin decise di non ricandidarsi. Risultò il primo dei non eletti alle elezioni per il Parlamento europeo dello stesso anno. Divenne allora consulente dell’allora ministro per i rapporti con il Parlamento del governo Conte II Federico D’Incà. A giugno 2020 venne nominato consulente al bilancio all’interno della giunta dell’allora sindaca di Roma Virginia Raggi.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Siena.

Siena: il Campo, il Palio e la leggenda che diventa storia. Angela Leucci il 27 Giugno 2022 su Il Giornale.

Nota per il suo Palio, questa città possiede anche molto altro: architetture uniche e leggende di grande fascino.

Siena è una cittadina che possiede molti punti di forza in quanto a fascino. Forte di un'architettura armoniosa e solenne, ricca di tradizioni popolari, è anche un luogo in cui la cucina possiede una bellezza raffinata e senza tempo.

Si possono vedere i secoli di storia che si sono avvicendati a Siena tra le strade, per le scalinate, e poi su su, in cima alle torri: qui è tutto perfettamente conservato e la memoria popolare è impressa anche nella toponomastica. A un visitatore, anche casuale, non potrà sfuggire, per esempio, "Cane e gatto", una strada del centro storico: si dice che il nome venga dall'antagonismo tra due famiglie gentilizie, gli Anigoleschi e i Pelecani, che avevano delle proprietà in zona. Ma "Cane e gatto" è solo un dettaglio nel mezzo della bellezza di una città incredibile.

La piazza, ovvero il Campo 

Il Campo rappresenta il vero cuore di Siena. Si tratta di una piazza ampia, dalle dimensioni considerevoli, perché era stata concepita per ospitare l'intera popolazione: qui, in effetti, si svolge il Palio, che tra l'altro richiama spettatori dal vivo da tutti gli angoli del globo.

Già solo visitare il Campo è quasi un'esperienza mistica, che spazia da architetture e sculture antiche rivolte verso il cielo - come la Torre del Mangia, alta ben 102 metri - o semplicemente eleganti - come il Palazzo Civico con le sue finestre sormontate da archetti gotici e le terrazze merlate. All'interno del Palazzo Civico è situato il Museo civico che raccoglie dipinti e sculture di artisti vissuti a partire dal Rinascimento.

La Torre del Mangia ha una storia interessante: il suo primo campanaro, nel XIV secolo, un certo Giovanni di Duccio, era soprannominato Mangia, o meglio Mangiaguadagni per via della sua scarsa capacità nel gestire il denaro. Successivamente, il campanaro fu rimpiazzato da un orologio meccanico e nel XV secolo da un robottino in legno, che per tutti fu chiamato Mangia, in onore del campanaro umano originale. Il robottino è oggi conservato nel Cortile del Podestà.

Il Palio di Siena 

Il Palio viene accompagnato da un suono molto tipico. È quello di una campana, chiamata Sunto, che nel XIX secolo subì una piccola crepa e fu solo riparata ma non sostituita: così oggi, ogni volta che la campana viene fatta vibrare, il risultato è un suono roco che però risveglia nei senesi quell'affetto legato a una tradizione secolare.

I primi palii vennero infatti organizzati nel XIII secolo o forse anche prima. A far correre i cavalli erano all'inizio solo le famiglie gentilizie, mentre il popolo delle contrade si sfidava in giochi che avrebbero dovuto essere amichevoli ma finivano per essere cruenti. Tra questi c'era la Pugna, ossia una lotta a mani nude, l'Elmora che prevedeva armi di legno e la Pallonata, che oggi potrebbe essere definito qualcosa a metà tra il calcio e il rugby ma in cui il ferimento dell'avversario, con calci e pugni, era ammesso dalle regole. Nel XVI secolo si svolgeva anche la Caccia ai Tori, che in realtà era una caccia non solo ai tori ma a diversi animali, a volte anche piccoli come lepri e volpi.

Il Palio, come lo si conosce oggi, ha assunto la sua conformazione nella prima metà del XVII secolo e si svolge in due date, il 2 luglio in onore della Madonna di Provenzano e il 16 agosto in onore della Madonna Assunta. Vi corrono cavalli e fantini delle Contrade, che nei secoli hanno sviluppato alleanze e rivalità tanto celebri da essere quasi proverbiali.

Le leggende di Siena 

Tra le leggende più note di Siena c'è quella del fantasma di Bettino Ricasoli, che secondo la vulgata si aggirerebbe a cavallo, con i suoi cani da caccia, nei pressi del castello di Brolio, ma solo nelle notti di luna piena. C'è poi un topos molto diffuso a livello internazionale, quello che riguarda la leggenda di san Galgano, che impresse la sua spada, da allora inamovibile, in una roccia ora conservata nell'abbazia che porta il nome del santo.

Un mito che è stato creduto vero per alcuni secoli è quello della Diana, ossia un fiume sotterraneo mai trovato davvero, da cui la città traeva l'acqua grazie ai bottini, che erano strutture sotterranee, degli acquedotti molto speciali. Durante la costruzione dei bottini, gli operai affermarono più volte di aver visto creature simili a folletti nel sottosuolo. Queste testimonianze vennero liquidate come frutto dell'ebrezza: gli operai, chiamati guerci, venivano infatti pagati in natura, con il vino.

C'è poi anche molta agiografia a Siena. Uno dei modi per accedere al duomo è una scalinata molto ripida: la vulgata popolare riporta che su quella scalinata santa Caterina fu spinta dal diavolo e inciampò, perdendo gli incisivi. Il punto in cui si dice che la religiosa si infortunò è contrassegnata con una croce a bracci uguali.

In centro si può ammirare anche un'edicola votiva affrescata di origine cinquecentesca: si tratta della raffigurazione della Pietà, ma tutti la chiamano Madonna del Corvo. Il nome è legato al mito di un corvo che lì si sarebbe appoggiato durante la peste del 1348. Le versioni sull'epilogo della vicenda sono diverse: il corvo aveva anche lui il morbo e in una variante sarebbe morto fulminato, facendo terminare l'epidemia. In un'altra versione invece il corvo avrebbe contagiato la popolazione.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Sardegna.

Gian Antonio Stella per corriere.it il 17 settembre 2022.

Niente ombrelloni, niente sedie a sdraio, niente biondone in micro bikini né tavolini col mojito ghiacciato, beach-volley, musica sparata, pedalò ed esercizi total body: «Ma che c’annamo a fa’?», si sarà chiesto anche quest’estate qualche discotecaro finito per sbaglio sul traghetto da Porto Torres al porticciolo di Cala Reale e sfinito dall’attesa del traghetto di ritorno.  

Non bastasse, i più ignari, del tutto digiuni di essere in un Parco Nazionale istituito venticinque anni fa, saran basiti davanti all’ultima scoperta: in gran parte delle acque meravigliose dell’isola, circondata da 118 chilometri di coste, non solo non si può sfrecciare con l’acquascooter ma neppure fare il bagno. «Manco un Papeete?». Manco.

L’inarrivabile Paola Cortellesi, innamorata della spiaggia di Coccia di Morto, non ci andrebbe manco pagata. Altri, non solo devoti all’ambientalismo o seguaci di Greta ma semplici amanti del bello, pagherebbero oro per poterci andare più spesso. Ma certo che ci sono spiagge, e che spiagge! Gabriela Scanu, che del Parco è commissaria straordinaria, spiega che da Cala d’Arena a Cala Sabina, da Cala Sant’Andrea ad altre ancora «sono un incanto: farci il bagno è meraviglioso. Ed è possibile, basta seguire le regole. Che sono quelle, appunto, di un parco. Non degli stabilimenti balneari». 

Un parco e una riserva marina dove, riassume Stefano Bionda, il veterinario che va e viene da Sassari, «ci sono almeno 2.000 capre, 300 asini, 118 cavalli liberi, 700 bellissimi mufloni ma anche, purtroppo, un numero spropositato di cinghiali e peggio ancora di ibridi di maiali e cinghiali. Che causano danni gravissimi». Dura da spiegare, agli animalisti...

«Quest’estate sta andando benissimo e saremo intorno ai centomila visitatori», sorride soddisfatto Vittorio Gazale, il direttore del Parco. Pochissimi, diranno gli sviluppisti del turismo balneare che teorizzano da anni l’«aggiornamento» della legge sulla tutela delle coste promossa dall’allora governatore Renato Soru. Perché rinunciare a nuovi villaggi, villini, villette, condomini e ipermercati? Resta memorabile uno spot di una manciata di anni fa che sventolava l’offerta sulle dune di Badesi di case «davvero sulla spiaggia» a 115.000 euro. Il costo di un bilocale sul litorale laziale. «In posti così sono soldi spesi bene!».

Anche l’Asinara, che nei tempi antichi veniva chiamata «l’isola di Ercole» («Narra la leggenda», spiegò lo scrittore Pino Cacucci, «che Ercole afferrò l’estrema propaggine settentrionale della Sardegna e la staccò dalla penisola della Nurra. E la strinse così forte nel pugno da assottigliarne la parte centrale, lasciandole impresse tre profonde insenature dove le possenti dita l’avevano strangolata») ha rischiato di fare quella fine. Un giorno saltò fuori, nella scia della Costa Smeralda, perfino l’ipotesi di un delirante mega-progetto che comprendeva la costruzione di un casinò.

 E già c’era chi sognava fantastilioni di miliardi. Tutte cose che facevano inorridire Indro Montanelli già nel 1958, quando sparò a zero su un nuovo albergo «che si erge in una delle più stupende baie del mondo, mezzo spiaggia e mezzo scoglio, i fianchi rinserrati fra picchi dolomitici che strapiombano sul mare rossi come ferite aperte e trivellati di grotte dalle acque fosforescenti. Quando ci arrivai, mi mozzò il fiato per lo sgomento. Non è un albergo. È un aeroporto. Un frigorifero. Un impianto per esperimenti atomici. A chi diavolo poteva essere saltato in testa un simile mostro?».

Certo è che quei «pochissimi» turisti rispetto a isole più piccole ma stracolme, spiega Gazale, sono una scelta precisa: «Non vogliamo superare il tetto di un migliaio di visitatori al giorno. Non ce lo possiamo permettere». E snocciola le email di larga parte dei visitatori entusiasti di essersi fatti scorrazzare in giro per i percorsi dell’Asinara nel cuore di una natura rimasta intatta: «Per favore, va bene così, non vogliamo gli ingorghi anche qui. Grazie». 

Subito al di là dell’Isola Piana, a Stintino, dove gli antichi abitanti dell’Asinara, i pastori di origine locale e i pescatori originari di Camogli o Ponza, furono deportati nel 1885 per fare di tutta l’isola un penitenziario e una Stazione Sanitaria, La Pelosa (esaltata da TripAdvisor come «la più bella spiaggia del mondo») sta lì a ricordare i danni di certe orde turistiche. Dopo crescenti accuse degli ambientalisti («troppa sabbia rubata, troppi rifiuti, troppa plastica») è tornata al numero chiuso. Non è una questione di diritto di tutti d’andare dappertutto, ma di decoro.

Una scelta obbligata. Come quella del Parco dell’Asinara di offrire ai visitatori mille alternative: dalle escursioni a piedi sui sentieri interni con guide esclusive ai percorsi in pulmino dentro una natura rimasta intatta o tornata anzi sempre più selvaggia dopo la chiusura del carcere che ospitò i detenuti più pericolosi d’Italia, da Totò Riina al camorrista Raffaele Cutolo che nella piccola cappella del penitenziario si sposò con Immacolata (rimasta tale pure dopo: «Che m’hanno sposata fare se non posso consumare?»), o ancora con escursioni in fuoristrada, noleggio di biciclette o anche auto elettriche e canoe... Tutto, purché questi turisti non pretendano di colonizzare l’isola. 

La stessa Simona Latte, della Locanda del Parco Asinara a Cala d’Oliva, l’unico (piccolo) albergo per dodici ospiti aperto nel 2018 (la sola alternativa è l’ostello assai spartano con 70 letti nell’ex caserma) riconosce che sì, certo, l’isola deve conservare la sua dimensione estranea al turismo invasivo: «Ma lo Stato, la Regione, le soprintendenze dovrebbero aprire spazi alle possibilità di offrire molto di più. Mostrando i luoghi di tante storie...».

E questo è il punto: l’Asinara è ricca non solo sotto il profilo naturalistico, ma più ancora di storie, storie, storie... Come quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, per preparare il maxi-processo di Palermo, furono costretti nel 1985 a passare un mese lì, sull’isola proibita, rinchiusi nella famosa Casa Rossa di Cala d’Oliva in cui un mese fa è tornato per la prima volta Manfredi Borsellino, legatissimo all’allora ispettore carcerario Gianmaria Deriu che vigilava su di lui e tutta la famiglia: «Ricordo d’avere trascorso quasi un mese in una sorta di paradiso terrestre e di essermi sentito protetto come poche volte nella vita».

E poi storie più recenti, come quella dell’«Isola dei cassintegrati», nata quando nel febbraio 2010 un gruppo di operai rimasti senza lavoro a Porto Torres, sulla scia del successo televisivo de L’Isola dei famosi, andò ad occupare il carcere da anni abbandonato per denunciare l’ingiustizia che avevano subito. Un’idea straordinaria, che bucò lo schermo al punto che lo stesso Giorgio Napolitano invitò i «ribelli» in Quirinale per capire le loro ragioni. 

Quattordici mesi di occupazione, racconta Tino Tellini, senza lieto fine: «Non si ricordano di noi neanche le guide che portano i turisti a guardare, da fuori, il carcere». E ancora storie più lontane, come quella che a 91 anni racconta l’ultimo guardiano del faro, Gianfranco Massidda, che per trent’anni visse a punta Scorno «isolato nell’isola» (potevano allontanarsi solo un mese l’anno) con la moglie e la figlia Marina: «Mi ricordo come fosse ieri il giorno del 1937 in cui mio padre Guglielmo, che faceva il telegrafista, mi spiegò chi fosse quella misteriosa signora nera che con due bambini e un gruppetto di altri neri viveva nelle tre “pagode”, così le chiamavano, dietro la Stazione Sanitaria. Era la figlia maggiore dell’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié. Una donna bellissima. Malinconica. Gedeon, il più piccolo dei bambini ai quali portavo qualche caramella, morì lì. Tifo o colera, non so...». 

Si chiamava Romanework, la principessa, in etiope «Melagrana d’oro». Aveva perso suo marito, un ufficiale del Negus, in guerra e Mussolini aveva ordinato che la mandassero lì all’Asinara al confino. Per poi farla trasferire in un convento di Torino. Dove fu cancellata perfino da morta: niente rimpatrio della salma, niente cremazione, niente nome sulla tomba.

Non meno tragica, anni prima, era stata la sorte dei soldati austro-ungheresi rimasti prigionieri nell’autunno 1915 nel cuore dei Balcani dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia e trasferiti dall’Albania per volontà delle potenze dell’Intesa (Regno Unito, Francia, Serbia e Russia più in seguito Italia e Stati Uniti) all’Asinara. Totale dei deportati sull’isola: 23.379.

 Un ammasso spaventoso, scriverà la storica Eugenia Tognotti: «Ben presto, quelle che gli antichi medici chiamavano “malattie castrensi” (dissenteria, tifo, ecc.) perché diffuse tra gli eserciti, cominciarono a decimare il cencioso contingente dei prigionieri, tormentati dalla vista dei corpi martoriati dei morti e dalle grida dei morenti. Ma ancora più grave era la malattia della fame, che — scriverà in seguito un ufficiale, Guido Scano, allora giovanissimo sottotenente in servizio all’Asinara — “aveva abbruttito quegli esseri umani sino a farli diventare cannibali”». I morti, alla fine, furono 4.574. Li ricordano un ossario e una piccola cappella. 

Non un capitello, una lapide, una targa, ricordano invece un’altra strage dimenticata. Quella di tanti emigranti italiani che, respinti dal Brasile, dall’Argentina, dai Paesi dove sognavano di vivere perché decimati da epidemie scoppiate a bordo delle navi, furono portati all’Asinara per una quarantena prima del rimpatrio alle contrade d’origine. La testimonianza che più toglie il fiato è quella di Cesare Malavasi che, tornato a Modena, scrisse «L’odissea del piroscafo Remo, ovvero il disastroso viaggio di 1.500 emigranti respinti dal Brasile».  

Dove raccontò anche di quella quarantena da incubo sull’isola: «Le fosse erano scavate nel vivo sasso, col mezzo delle mine. Quivi erasi saputo da tempo che 4 vapori con un 7.000 persone a bordo, e che avevano delle malattie infettive, sarebbero venuti a fare quarantena; e forse per questo eransi preparate 6 fosse colla profondità di metri 3 circa nelle quali venivano buttati cadaveri» finché non fossero state riempite fino all’orlo. 

Arrivati a Napoli dopo sessantacinque giorni d’agonia, i superstiti furono invitati dagli armatori a rifondere le spese del viaggio... Poi condonate con ipocrita «generosità»... Ecco, questo potrebbe essere l’obiettivo dell’Asinara. Diventare, in una terra dura già così bastonata nei secoli, l’«Isola delle storie». Dove ricostruire un rapporto migliore, almeno lì, tra la natura e gli uomini.

 Alessandro Penna per “Oggi” il 12 giugno 2022.

La Costa Smeralda ha sempre goduto di una strepitosa forma di pubblicità gratuita: quella fornita dai paparazzi. Mario Brenna, che per sé preferisce la definizione di «cacciatore di immagini», ci venne la prima volta nel 1983, sulle piste di un giovane comasco come lui, Stefano Casiraghi. 

 «Mi avvertirono che questo mio concittadino aveva una storia con Caroline di Monaco, e che la coppia alloggiava al Cala di Volpe. Li mancai per un soffio». Da allora, per ogni estate e fino al 2015, Brenna ha affittato una casa a Porto Cervo, e come lui una mezza dozzina di colleghi (meritano una menzione i mitici Frezza & La Fata, pionieri e veterani).

Sono stati decenni d’oro: «Facevo fino a 60 reportage a stagione, che vendevo anche all’estero: Paris Match, Hola, Bunte, People. Fatturavo 20 milioni di lire al mese, le spese erano tante, ma ne valeva la pena». 

A bordo di un gommoncino di 5 metri e 40 cavalli, Mario perlustrava «insenature da sogno», mandava a memoria tutte le barche e le collegava ai rispettivi proprietari, raccoglieva imbeccate da informatori sparsi in ogni porticciolo, in ogni albergo. Ha visto in diretta la stratificazione dei diversi turismi che, come ere geologiche in miniatura, si sono succeduti nel tempo. «All’inizio c’erano soprattutto reali, aristocratici e vedettes internazionali».

Poi, in concomitanza col berlusconismo, è comparsa la sua filiazione nottambula, capitanata da Lele Mora, Umberto Smaila e Flavio Briatore: si infittirono infrastrutture e locali notturni (Billionaire, Sottovento, Pevero), cambiò la fibra e la statura dei protagonisti: dal 2000 regnano calciatori e veline, presentatori televisivi, imprenditori d’assalto, magnati russi. Ai ricchi si sono aggiunti gli arricchiti, l’understatement delle origini è stato soppiantato da un doppio esibizionismo, di sé e dei soldi. «Non la vedo come una volgarizzazione: è impossibile rendere kitsch la Costa Smeralda», taglia corto Brenna.

Che è una miniera di aneddoti. Uno per tutti: un luglio di tanti anni fa, si lanciò all’inseguimento di una famosa presentatrice spagnola, Mar Flores. Il suo compagno, l’impresario Javier Merino, «per distrazione o forse per seminarmi» gettò l’àncora di fronte a villa Certosa. «Hola ci faceva dieci pagine, con le mie foto, e me le pagava 30 milioni di lire: capirà che non potevo perdermi d’animo». Brenna chiamò la portineria della villa e chiese il permesso di poter scattare dal giardino dei Berlusconi. «Silvio, che era a Roma, disse: “Se è Mario non ci sono problemi, fatelo entrare”. Mi acquattai dietro un cespuglio e portai a casa il servizio».

Quando Brenna dice che «è impossibile rendere kitsch» Porto Cervo e dintorni parla da innamorato. L’evoluzione della Costa Smeralda rispecchia quella della società, anche se ora c’è un ritorno, se non alle origini, almeno a una certa misura.

All’inizio, l’Aga Khan prestò un’attenzione spasmodica alla “sardità”: raccomandò agli architetti di usare pietre locali e forme arrotondate per “citare” i nuraghi, fece preparare le sagome in legno delle ville per accertarsi che, una volta costruite, «non avrebbero turbato la serenità del paesaggio». 

Col tempo, e con il suo successo, la Costa si è idealmente staccata dalla Sardegna per diventare un non luogo, una Las Vegas sul mare. Da utopia si è fatta aspirazione, da aspirazione a “fondale” di uno strano tipo di safari: orde di ricchi senza pedigree ci andarono prima per osservare e poi per imitare il jet-set (finendo per rimpiazzarlo). Nel 2006, il film Vita smeralda con Jerry Calà certifica questo passaggio: l’estetica da cinepanettone e la sguaiataggine si sono insinuate nel «regno del silenzio» che sognava l’Aga Khan.

Dove splendeva il bikini bianco di Catherine Deneuve, c’è il topless abbronzatissimo di Claudia Galanti. Il Billionaire è l’epicentro di questo non luogo, mentre gli splendidi alberghi degli anni ‘60 – il Romazzino, il Pitrizza – si limitano a fare da quinta teatrale, sono già monumento alla memoria, al massimo sacca di resistenza. I prezzi esplodono (anche per “colpa” di arabi e russi).

Due aneddoti, anzi due conti, chiariranno la differenza. Nel 1970 Gianni Agnelli cena in compagnia al Cala di Volpe: in tutto, e con l’aggiunta di due wodke (scritto così), una grappa e due caffè, al bar, paga 16.200 lire, l’equivalente di 150 euro di adesso. Lo scontrino è una reliquia, e anche una rarità, perché Agnelli mai si sarebbe sognato di “sbandierarlo”.

Nel 2016 è invece finito su tutte le cronache il conto pagato al Billionaire da un magnate americano per una notte irrigata a champagne: 150 mila euro. Dettaglio: le bottiglie più importanti arrivano al tavolo insieme scortate da una “foresta” di bengala e con Final Countdown (la canzone con cui Sylvester Stallone sale sul ring in Rocky) sparata a tutto volume perché tutti sappiano chi è il grand’uomo che le ha ordinate. 

La Costa sbruffona si è sovrapposta a quella originaria. Che mantiene il suo fascino, e non perde valore: secondo una recente ricerca di Knight Frank, è il metro quadrato più caro d’Italia (fino a 22 mila euro, il doppio di Milano).

La Costa Smeralda è di chi l’ha costruita, ma anche di chi l’ha preservata. Tra gli ambientalisti, il “lottatore” più irriducibile è stato Vincenzo Tiana, storico presidente di Legambiente Sardegna. Tiana ha capeggiato l’opposizione al Masterplan con cui l’Aga Khan provò, a partire dal 1985 e fino al 1996, ad aggiungere milioni e milioni di metri cubi a quanto costruito nei primi anni. Racconta: «Non c’era internet, non c’erano i cellulari: organizzammo una battaglia Comune per Comune, porta a porta. Raccogliemmo firme persino a casa del “nemico”, nella piazza di Arzachena». 

Perché il Masterplan portava anche sviluppo, e lavoro per migliaia di galluresi: in molti spingevano perché i desideri di Karim venissero esauditi. «C’era tuttavia un valore più alto di cui tener conto: la salvaguardia dell’ambiente», dice Tiana. L’Aga Khan, come il conte Luigi Donà delle Rose a Porto Rotondo (che è fuori dai confini, ma è Costa Smeralda per osmosi), mirava a destagionalizzare, cioè a spalmare i turisti anche sui mesi autunnali e primaverili. Teneva soprattutto al “raddoppio” del Pevero golf club. Stufo di aspettare, nel 1997 vendette tutto, tranne Meridiana (l’ex Alisarda) e lo Yacht club di Porto Cervo.

Le sue quattro perle alberghiere – il Cala di Volpe, il Pitrizza, il Romazzino e l’hotel Cervo – passarono di catena in catena (Sheraton, poi assorbita dalla Starwood, che a sua volta cedette il pacchetto al fondo Colony Capital di Tom Barrack) e dal 2012 sono dell’emiro del Qatar (tramite Qatar Holding), che li sta tirando a lucido e che nel 2024 dovrebbe aprire un quinto albergo dove sorgeva il vecchio tennis club di Porto Cervo. «Con tutti i proprietari abbiamo avuto rapporti cordiali, con ogni avversario c’è stato fair play. Dal 2008 (l’anno della crisi finanziaria internazionale, ndr) nessuno ha più voluto costruire nulla», conclude Tiana.

La pandemia ha colpito duro. Paolo Manca, presidente di Federalberghi Sardegna, calcola: «Nel 2019, l’ultima estate “normale”, la Costa Smeralda fece 1 milione 400 mila presenze. L’anno dopo, il primo del Covid, ci fu un calo del 60 per cento, nel 2021 “solo” del 35.

A livello di fatturato, le perdite sono state più contenute». Con la guerra in Ucraina viene colpi- to a morte quel segmento di mercato che Manca chiama «altissimo spendente». Senza i russi, nel 2022 andranno persi «70-80 milioni di euro solo di turismo diretto, tra voli privati, rifornimenti per le barche, alberghi, escursioni, transfer, ristoranti. E fuori dal conto resta quanto spenderebbero per le loro ville (quelle dell’oligarca Ališer Usmanov hanno 200 dipendenti) e per lo shopping».

Il problema, più che turistico, è sociale: «I russi sono qui da 20 anni e il territorio si è organizzato per offrire servizi calibrati sui loro gusti: alcune piccole aziende fortemente specializzate – penso per esempio ai fabbri che fanno i pomelli delle porte su misura o a chi riscalda le loro piscine anche d’estate (temono che i bambini ci caschino dentro dopo mangiato: se l’acqua è a 36 gradi lo shock termico è scongiurato) – andranno in crisi». 

Parliamo di centinaia di persone. «Una villa medio-piccola impiega quattro lavoratori: governante, cuoco, giardiniere, factotum. Gente che in 4 mesi metteva insieme un reddito sufficiente per quasi tutto l’anno: cosa faranno, adesso?». Prima che scoppiasse la guerra, le prenotazioni per il 2022 erano piovute in numero straordinario, «ma la pandemia ha cambiato le regole: ora sono rimborsabili fino a pochi giorni prima dell’arrivo».

La scoperta della Costa Smeralda è un rettilineo che parte da John Duncan Miller, passa per Ronnie Grierson e grazie a lui arriva all’Aga Khan. Fuori dalla foto ricordo, e dagli onori della storia, resta una figura cruciale: Giovanni Filigheddu. Classe 1912, arzachenese, consigliere regionale della Dc, fu il primo a intuire che i Monti di Mola avevano la stoffa della meta turistica. Da assessore comunale si oppose all’apertura di una raffineria a Olbia, che avrebbe cambiato per sempre la destinazione d’uso di quel lembo di Gallura.

Trasformò in una strada il tratturo che portava da Abbiadori a Capriccioli, la perla che avrebbe stregato Miller e Grierson. Conoscendo bene sia l’inglese sia il francese – cosa piuttosto insolita per quei tempi e per quelle latitudini – poté accogliere e blandire gli investitori stranieri che l’Aga Khan aveva spedito in avanscoperta. Mise le ali alla Costa Smeralda e le diede anche una pista d’atterraggio, visto che fu il primo firmatario della proposta di legge che sbloccò i finanziamenti per il nuovo aeroporto. Oggi lo definiremmo un formidabile Pr. È stato, più semplicemente, un grande politico.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede nelle Marche.

Il giallo dei Bronzi Dorati di Pergola: chi sono e perché provarono a distruggerli? Francesco Bei su La Repubblica il 14 Febbraio 2022

Nel museo della cittadina marchigiana la meraviglia di un gruppo scultoreo con due cavalieri e due matrone di epoca romana. Come il Marco Aurelio e i cavalli di San Marco.

La scoperta. La mattina del 26 giugno 1946, Giuseppe e Pietro, i due fratelli mezzadri del podere Rossi-Castellucci, ci danno dentro con la vanga e il piccone. Il “padrone” gli ha ordinato di scavare un canale di scolo per l’acqua piovana e il terreno è già duro come una roccia. Fa caldo, ma il lavoro va finito in fretta prima che piova di nuovo. Scava e scava, il piccone affonda un’ultima volta e produce un rumore metallico: sdeng! I due fratelli si guardano perplessi, la guerra è finita da poco e ovunque si trovano letali bombe inesplose. Con circospezione iniziano a dare colpetti di pala intorno a quell’oggetto metallico che ora, ritrovata la luce, risplende come oro al sole del mattino. “E’ oro!”. I due contadini corrono ad avvertire i proprietari del terreno, si allerta il parroco di Fossombrone, si continua a scavare, arriva tutto il paese e la scoperta è sensazionale. Dentro una fossa a cono rovesciato, larga quattro metri, emergono dai millenni due statue maschili a cavallo, a grandezza naturale, e due matrone. Sono i bronzi dorati di Pergola, l’unico gruppo romano di questo tipo giunto a noi dalla notte dei tempi, il solo ritrovato a seguito di uno scavo archeologico. Unici altri esempi al mondo sono il Marco Aurelio del Campidoglio e i cavalli di San Marco, che un tempo adornavano il grande ippodromo di Costantinopoli.

Per Pergola, per le Marche e per l’Italia è un tesoro eccezionale. E naturalmente si scatenano subito appetiti e campanilismi, non diversi da quelli sorti intorno ai bronzi di Riace. Ma ci torneremo, perché la battaglia di Pergola per mantenere a casa la “sua” meraviglia è una storia nella storia.

Intanto: chi sono i due cavalieri e le due donne? Perché sono stati sepolti? Per sfuggire a quale cataclisma bellico e invasione barbarica sono stati nascosti? Non è un caso infatti che siano giunte a noi così poche opere in bronzo, dato che il prezioso materiale nei secoli venne riutilizzato e fuso per farne armi e monete. Cosa ha preservato il gruppo marchigiano? E perché le statue sono state fatte a pezzi volontariamente, ridotte in 318 frammenti da una mano coeva all’opera? Le domande si affollano come un giallo e per risolvere questo cold case si sono spesi i più grandi storici e archeologici. 

L’identità. Una prima ipotesi, che ancora resiste al tempo, è quella formulata nel 1960 da Sandro Stucchi. La ricca dotazione delle bardature dei cavalli, con la presenza di divinità come Giove e Venere, le ampie proporzioni, la nobiltà dei gesti, “fanno pensare che il gruppo di personaggi maschili a cavallo e di figure femminili a piedi non rappresenti personalità in vista di una città, ma appartenenti alla casa imperiale”. Stucchi azzarda i nomi e riconosce con sicurezza Livia, madre dell’imperatore Tiberio e vedova di Augusto, Nerone Cesare, primogenito di Germanico e Agrippina Maggiore; Druso III, fratello dell’altro cavaliere; Agrippina Maggiore, moglie di Germanico e madre dei due giovani. Lo storico spiega la distruzione delle statue con la damnatio memoriae inflitta dal Senato a personaggi caduti in disgrazia, accusati di aver congiurato ai danni di Tiberio. Nerone Cesare e Agrippina Maggiore vennero esiliati a Ponza e Ventotene, a Druso III andò peggio e finì nelle celle sotterranee del Palatino.

Ma perché quelle statue, fatte a pezzi dal regime, finirono proprio a Cartoceto di Pergola? Risponde ancora Stucchi: in epoca romana quella era una “terra di nessuno”, al di fuori dei confini dei municipi romani delle vicinanze. Sepolti in effigie in terra sconsacrata, insomma, una sorte degna per i due fratelli che avevano osato ribellarsi all’imperatore che li aveva adottati come figli. Gli anni quindi sarebbero quelli tra il 23 e il 29 dopo Cristo, mentre in Palestina stava per compiersi la parabola di un oscuro figlio di un falegname di Nazareth. 

Ci sono, come accennato, molte altre interpretazioni relative all’identità delle stature. E persino Stucchi, nel 1988, formulò una nuova ipotesi  in cui ipotizzava la presenza nel gruppo dello stesso imperatore Tiberio. Il professor John Pollini, del dipartimento di storia dell’arte dell’Università South California, nel ’93 avanza una teoria che cancella quella di Stucchi. I due uomini a cavallo sarebbero dei comandanti vittoriosi, protagonisti di campagne in Oriente. Prova ne sarebbero le gualdrappe dei cavalli, in uso ai persiani, e i particolari ciuffi delle criniere. Il gruppo bronzeo, in viaggio verso una città della costa lungo l’antica Flaminia, sarebbe stato predato, fatto a pezzi da briganti e poi nascosto. Viktor Bohm, dell’Università di Vienna, vi ha voluto vedere invece il volto di Marco Tullio Cicerone, con il figlio junior, la moglie Terenzia e la dea Fortuna. Si potrebbe andare avanti con una decina di analisi diverse, ognuna con i suoi indizi e le tracce per arrivare a un’interpretazione originale.

La contesa. Ma chiunque fossero i due cavalieri e le due matrone, agli abitanti di Pergola apparve subito chiaro che l’obiettivo dello Stato era sottrarli alla piccola cittadina marchigiana e destinarli a un luogo più importante. Roma o magari Ancona, dove ha sede il Museo Archeologico nazionale delle Marche. Ai pergolesi sembrò un affronto inaccettabile. Quando nel 1989, dopo anni di restauri certosini, la soprintendente archeologica delle Marche, accompagnata dai carabinieri, si presentò a Pergola per prelevare le sculture, l’intera cittadina insorse e si schierò a cordone intorno all’ex convento di San Giacomo. Da lì in poi iniziarono le ronde, di notte e di giorno. Il presidio dei pergolesi contro lo “scippo” era fisso. Siccome siamo il Paese di Don Camillo e Peppone, l’onorevole Rubinacci del Msi e il senatore del Pci Tornati, si misero insieme un pomeriggio con cazzuola, mattoni e cemento per sbarrare fisicamente il portone d’ingresso del museo cittadino. Nessuno avrebbe rubato a Pergola il suo tesoro. Tanto fecero gli indomiti pergolesi che, alla fine, lo Stato italiano capitolò. Nel 1993 il ministro dei beni Culturali, Alberto Ronchey, assegnò per sempre con decreto il monumento equestre a Pergola. La battaglia era vinta. 

Da allora, in questo incantevole “Museo dei Bronzi Dorati”, che contiene anche tante altre opere meritevoli, le due coppie romane si offrono magicamente al visitatore, inondate di luce in una stanza scura, in un allestimento che lascia a bocca aperta. Il mistero sui cavalieri, sulle matrone, e sulla loro distruzione resta intatto, pari solo allo stupore e alla meraviglia che restano negli occhi di chi si ferma incantato a rimirarli.     

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Umbria.

Orvieto, la storia del Pozzo di San Patrizio. Claudio Schirru il 24 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il Pozzo di San Patrizio è una delle opere più conosciute di Orvieto, arricchita da secoli di storia e avvolta da misteri e leggende.

Il Pozzo di San Patrizio è una delle attrazioni principali della città di Orvieto, borgo umbro in provincia di Terni. Si tratta di una costruzione che affonda le sue radici nel XVI secolo, ai tempi del sacco di Roma avvenuto principalmente a opera dei Lanzichenecchi.

Inaugurato con il nome di Pozzo della Rocca, per via della vicinanza alla Rocca Albornoz, subì nel corso dei secoli un doppio cambio di denominazione. Dopo essere stato definito nel '700, per un breve periodo, "Purgatorio di San Patrizio", la struttura ha acquisito durante l'Ottocento l'appellativo attuale. Ad oggi la sua funzione di approvvigionamento idrico è venuta meno, sostituita da quella museale.

Pozzo di San Patrizio a Orvieto, le origini della costruzione 

La costruzione di quello che sarebbe divenuto il Pozzo di San Patrizio è collocata intorno al 1530. In seguito al sacco di Roma avvenuto nel 1527 Papa Clemente VII si rifugiò a Orvieto, dove ordinò la costruzione del pozzo. L'iniziativa fu intrapresa affinché la popolazione non rimanesse mai senz'acqua anche in caso di assedio da parte dei Lanzichenecchi.

Il progetto fu affidato ad Antonio Sangallo il Giovane, che avviò i lavori di costruzione nel 1532. Purtroppo per Clemente VII i lavori si protrassero oltre il suo pontificato e si conclusero soltanto nel 1537 sotto Paolo III Farnese, salito al soglio di Pietro alla morte del suo predecessore, avvenuta nel 1534.

Dopo aver scavato gli strati di tufo e argilla, i costruttori realizzarono delle pareti in mattone per favorire la stabilità della struttura. In fondo si trovava il pozzo vero e proprio, la cui fornitura d'acqua è regolata dal collegamento con una fonte naturale e un fiume emissario.

Esternamente questo simbolo di Orvieto appare come una piccola costruzione dotata di due accessi, necessari all'entrata e all'uscita. Sempre all'esterno sono presenti delle decorazioni, dei gigli ispirati ai Farnese (di cui Paolo III faceva parte). All'ingresso vi è invece una scritta: "Quod natura munimento inviderat industria adiecit", ovvero "Ciò che non aveva fornito la natura, lo procurò l'industria". L'iscrizione aveva l'obiettivo di glorificare l'ingegno umano, che aveva saputo andare oltre i limiti imposti dal territorio.

Su ordine di Clemente VII venne inoltre commissionata a Benvenuto Cellini una medaglia celebrativa riportante la scritta "Ut bibita popolus" o "Affinché il popolo beva". Ne esistono due copie, esposte rispettivamente all'interno dei Musei Vaticani e del British Museum.

Le doppie scale elicoidali 

In totale si parla di circa 54 metri, di cui la quasi totalità sotterranei, percorsi attraverso due scale elicoidali. La discesa e la risalita sono illuminate di giorno da 72 finestroni, presenti nella parte interna del Pozzo di San Patrizio. Ciascuna rampa è costituita da 248 gradini, che risultavano facili da percorrere anche per gli animali da soma adibiti al trasporto dell'acqua.

La genialità di tale costruzione è resa evidente proprio dalle due scale elicoidali. Si snodano lungo le pareti del Pozzo di San Patrizio correndo l'una sopra all'altra, senza mai incrociare i rispettivi cammini. Questa soluzione si rivelò particolarmente utile a evitare che l'incontro tra chi scendeva e chi saliva con i propri animali potesse generare confusione.

Miti e leggende 

Si racconta che il nome di Pozzo di San Patrizio derivi dall'iniziativa di alcuni frati del Convento dei Servi, che vollero accostare l'opera orvietana alla leggenda del santo irlandese e della grotta in cui amata pregare.

Un antro così profondo da sembrare senza fine, capace di raggiungere una tale profondità da collegare addirittura il mondo dei vivi con il Purgatorio e infine con il Paradiso stesso. Affrontare quel lunghissimo viaggio sotterraneo avrebbe quindi permesso ai pellegrini di mondarsi dai peccati commessi e raggiungere la sfera celeste.

Analogamente a quanto ripreso dalla leggenda irlandese, i frati vollero associare la discesa verso il buio del fondo del pozzo alla ricerca della redenzione. Dopo aver raggiunto l'acqua, considerata un elemento purificatore, la risalita verso la luce.

Spesso si fa invece riferimento a un pozzo di San Patrizio per indicare una riserva riserva inesauribile di ricchezze. In realtà il detto sarebbe nato con caratteristiche opposte: un inutile spreco di risorse, con riferimento a una cavità così grande da non poter essere mai riempita.

Capita infine anche a Orvieto di vedere i turisti gettare una monetina nel Pozzo, riprendendo la tradizione secondo la quale lanciare una moneta nella Fontana di Trevi sia di buon auspicio per un ritorno a Roma.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede nel Lazio.

(askanews il 23 settembre 2022) - "In riferimento a notizie riguardanti la richiesta di chiarimenti della Corte dei Conti alla Regione Lazio sulla mancata consegna di un lotto di mascherine acquistate, si precisa quanto segue: la Regione Lazio ha risposto alle deduzioni richieste dalla Corte dei Conti affermando la piena regolarità delle procedure seguite nell'affidamento dei contratti di fornitura e che erano stati già sottoposti al vaglio dell'Autorità Nazionale Anticorruzione (di seguito Anac)". 

Lo scrive in una nota la Regione Lazio. "A seguito di ampia istruttoria, il Consiglio dell'Anac nell'Adunanza del 9 settembre 2020 ha deliberato l'invio della nota di archiviazione perché "è emersa l'assenza di significative irregolarità nell'operato dell'amministrazione, in quanto improntato a fronteggiare criticità di estrema gravità rispetto alle quali si è data preminenza alla tutela della salute pubblica nel rispetto di una disciplina eccezionale ed in deroga che ha caratterizzato l'attività di approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale e di altre forniture sanitarie destinate a contenere l'epidemia da Covid 19". 

Più in dettaglio - spiega la Regione - quanto al parziale pagamento anticipato, l'Anac ha rilevato come esso sia "espressamente consentito dalla disciplina emergenziale sia in modalità parziale sia integralmente". Anche rispetto alla esecuzione l'Anac non ha riscontrato criticità significative non ravvedendo condotte irregolari (e tantomeno illegittime) nella gestione del rapporto contrattuale e nelle azioni legali poste in essere a fronte degli inadempimenti. 

E' stato inoltre ribadito che al Presidente della Regione non è attribuita alcuna competenza nell'esercizio dell'attività negoziale e nella gestione dei rapporti contrattuali dell'Ente, trattandosi di attività che esulano dai compiti di direzione. In ogni caso, nel periodo cui si riferiscono i fatti, il Presidente ZINGARETTI era in isolamento domiciliare avendo contratto il Covid ed era sollevato da ogni sua funzione istituzionale".

Caso mascherine, pozzo senza fondo: "La Regione Lazio ha perso milioni di euro di penali". Daniele Di Mario su Il Tempo il 07 ottobre 2022.

I conti non tornano. A quanto ammontano, effettivamente, le perdite subìte dalla Regione Lazio nel caso delle «mascherine fantasma»? Per la procura della Corte dei conti il danno erariale di cui sono accusati nell'invito a dedurre il governatore Nicola Zingaretti e il responsabile della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello sarebbe di 11,7 milioni. Ma questa cifra riguarda solo una parte del «mascherina-gate», quella relativa al rapporto tra l'amministrazione di via Cristoforo Colombo e la EcoTech, alla quale nel marzo 2020 furono anticipati 14,6 milioni di euro a fronte di una fornitura di 9 milioni di dispositivi di protezione personale per complessivi 35,8 milioni. Gli 11,7 milioni vengono ricavati considerando i due milioni di mascherine effettivamente consegnati.

Ma la situazione sembra essere più complessa. Perché in ballo ci sono anche milioni di euro di penali e gli anticipi versati ad altre aziende fornitrici. Per fare luce sulla vicenda, il capogruppo della Lega alla Pisana, Angelo Orlando Tripodi, il 15 marzo 2022 ha presentato un accesso agli atti a Tulumello per fare luce sulle commesse sui dispositivi di protezione individuale dei fornitori della Regione Lazio nell'arco dell'emergenza Covid.

In particolare, il capogruppo leghista chiede di conoscere «quanto è stato versato delle somme anticipate dalla Regione sui conti correnti dell'ente da parte» di alcune aziende fornitrici, tra cui EcoTech e Internazionale Biolife. Tripodi chiede «di specificare a quale titolo siano state incassate le verie somme (penali sulle inadempienze, interessi moratori, spese legali) da parte dei fornitori».

Ad oggi, il direttore dell'Agenzia regionale di Protezione civile non ha ancora risposto. sono passati sette mesi. I conti sono presto fatti. La Regione, nei contratti di fornitura, ha previsto una penale di 10mila euro per ogni giorno di ritardo. EcoTech avrebbe dovuto versare 1,8 milioni di penali, di cui 730mila euro come addebbito per la commessa di fornitura girata alla Internazionale Biolife, che a sua volta avrebbe dovuto due penali da 1,4 e 1,34 milioni rispettivamente per 140 e 130 giorni di ritardo nella fornitura. Considerando tutti i ritardi delle altre aziende fornitrici, le penali complessivamente ammontano a 7,2 milioni di euro. La Regione li ha mai incassati? E che fine hanno fatto gli anticipi versati alle altre aziende?. «Da oltre due anni stiamo rincorrendo il presidente Nicola Zingaretti e la Protezione civile, guidata da Carmelo Tulumello, sullo scandalo delle mascherine fantasma - attacca Tripodi EcoTech ha restituito 1 milione e 746mila euro e ha consegnato 2 milioni di chirurgiche a fronte di 16.655.600 euro di anticipi.

La società ha presentato un piano di rientro, sbandierato dalla Regione, di 13.520.000 euro. A cui vanno aggiunti 10mila euro di penale per ogni giorno di ritardo previsti negli ordini sottoscritti da Tulumello, le cui revoche sono giunte dopo 27 giorni per due forniture e 34 giorni per la terza». «Un altro fornitore, l'Internazionale Biolife - aggiunge il capogruppo leghista - ha ricevuto 4.960.000 euro di anticipo per due commesse, per le quali sono state applicate penali per 2.740.000 euro. Gli anticipi e le penali sugli altri fornitori? Ballano tanti milioni di euro. Silenzio dalla Protezione civile anche sull'ultimo accesso agli atti del 15 marzo scorso sui fornitori: dalle penali sulle inadempienze alle anticipazioni sulle commesse...».

Nell'ultimo question tima sull'argomento, l'ex assessore al Bilancio Alessandra Sartore ammetteva, il 3 febbraio 2021, che la Regione aveva recuperato da EcoTech 1,746 milioni di euro, ricordando sì l'applicazione delle penali «a titolo di esecuzione in danno», ma senza fare riferimento alla sua effettiva riscossione. Così come Sartore ricordava che nei confronti di Internazionale Biolife le penali applicate ammontavano a 2,74 milioni di euro e che la Regione stava procedendo all'accertamento in entrata. Quanto a European Network gli ammanchi ammontavano a 320.900 euro. Quei soldi, dopo un anno e otto mesi che fine hanno fatto?

François De Tonquédec e Paolo Gianlorenzo per “La Verità” il 6 ottobre 2022.

A dicembre 2020, 8 mesi dopo l'esplosione dello scandalo delle mascherine fantasma della Regione Lazio che ha costretto per la prima volta Nicola Zingaretti a vedere il suo operato passato ai raggi X, uno dei subfornitori dei dispositivi mai arrivati ha tentato l'ultimo colpaccio, cercando di portare a casa altri 565.000 euro. 

È quanto emerge dalla registrazione di una conference call tra Sergio Mondin, titolare di fatto della Ecotech che doveva fornire le mascherine alla Regione Lazio, Stefania Cazzaro, titolare della londinese Giosar ltd e una persona a lei collegata, il sedicente Ennio D'Andrea, che stando al racconto di Giorgio Quadri, legale di Mondin (che non ha dato seguito alla proposta e ha anzi querelato il fornitore), si sarebbe qualificato come un suo collega.  Senza, però, ha spiegato Quadri alla Verità, che risultasse un avvocato con quel nome tra gli iscritti all'albo. 

In quella fase della vicenda Mondin è schiacciato dalla pressione di una vicenda più grande di lui e, dopo la rottura definitiva dei contratti con la Regione Lazio, cerca in tutti i modi di recuperare dai fornitori le somme versate, per poter rimborsare l'ente e uscire così da una vicenda giudiziaria che gli toglie il sonno.

Alla Giosar la Ecotech ha trasferito 4,74 milioni dei 14,68 milioni incassati come acconto dalla Regione, ma la società della Cazzaro non ha mai ottemperato alla richiesta di consegnare le mascherine o di restituire i soldi. Anche perché, subito dopo essere arrivati sui conti della Giosar i milioni bonificati da Mondin sono stati dispersi in vari rivoli, con 1,5 milioni di sterline (la Giosar ha sede e conti correnti a Londra) finiti nelle casse di una strana società con sede a Praga, nella Repubblica ceca, la Noleggio car sro, con un capitale sociale versato di circa 15.500 euro e operante, secondo la Procura di Roma, nel settore delle demolizioni edili. Ma dalla registrazione delle riunione tra Mondin, Cazzaro e il misterioso D'Andrea (che parla a nome di un ancor più fantomatico «Antonio» al quale sarebbe riconducibile la Noleggio car), emerge una realtà diversa.

A Mondin, infatti, è stata prospettata la possibilità di ricevere una partita di mascherine, sembra provenienti dalla Russia, ma i suoi interlocutori, spiega Quadri, gli chiedono di coprire le spese di spedizione. Altri 565.000 euro che Mondin, che è già sotto le lente d'ingrandimento della Procura di Roma per una possibile frode in pubbliche forniture, dovrebbe, secondo i suoi interlocutori, versare a chi ha già disatteso ogni accordo. Mondin teme conseguenze e dice: «Dobbiamo essere super sicuri di quello che facciamo Ennio, capisci?». 

Quindi aggiunge: «Con tutte le rotture di palle che ho [] devo essere sicuro che quello che facciamo vada a chiudere e non a incrementare il problema», perché «qua di amichevole non c'è niente, qua ci sono i pm che stanno indagando, punto».

Mondin cerca «un percorso che sia inattaccabile». Perché? «Quando faccio un bonifico di 565.000 euro con soldi che non sono più miei o solo miei, qualcuno può venire a dirmi: "Perché hai fatto questo bonifico? Non è che questi soldi, visto che li hai fatti anche all'estero, te li sei nascosti da qualche altra parte?" Io questa cosa non la posso rischiare». Quindi sbotta: «E devo fare il bonifico un'altra volta alla Giosar che già mi deve dare 4,74 milioni che non sono miei?». 

D'Andrea risponde a Mondin: «Se tu pensi che questo documento possa essere una cosa valida io ti faccio fare tutte le dichiarazioni che vuoi da parte di Antonio». Mondin ha chiari i rischi: «Se inciampiamo su un ostacolo rischiamo di finire tutti, te compreso, me compreso, Stefania compresa, a Regina Coeli. E io sinceramente non avrei voglia di farmi Natale a Regina Coeli». In un altro passaggio ribadisce la sua preoccupazione: «Non si tratta di fare i preziosi o di fare i fenomeni, qua, ti ripeto, rischiamo di andare dentro tutti. Il mio nome e quello di mia moglie è già finito nei giornali più volte e in televisione più volte e ti ho detto anche i programmi. Ma sono alla Procura della Repubblica».

D'Andrea rilancia proponendo a garanzia 79 auto intestate alla Noleggio car per le quali si potrebbe fare un non ben precisato «certificato al ministero dei Trasporti», che l'uomo dice alla Cazzaro di poter stampare anche in quel momento: «Chiamo Antonio, mi faccio dare le password, mi collego al sito e te lo stampo immediatamente». Quando un perplesso Mondin chiede come si faccia «a fare il passaggio di proprietà di auto che sono intestate a una società della Repubblica Ceca», D'Andrea spiega che le macchine «sono tutte quante in Italia, ma non perché sono targate italiane», anzi. 

Le 79 auto, per le quali, apparentemente, a Mondin sarebbe stato proposto il rilascio di una procura a vendere, sarebbero nel nostro Paese perché «tutte le società di noleggio estere» offrono «una comodità» per «le tasse», ma sono «tutte quante in Italia, regolarmente noleggiate».

Un escamotage che spesso viene utilizzato per aggirare il superbollo previsto nel nostro Paese per le supercar come Porsche o Ferrari. Secondo Mondin, che non ha mai incontrato D'Andrea, l'uomo sarebbe stato «l'intermediario tra la Cazzaro e un suo presunto fornitore» con sede nella Repubblica Ceca. La Noleggio car, appunto, della quale, racconta Mondin, il non meglio identificato Antonio «sembra essere l'amministratore». Lo stesso D'Andrea parla della Noleggio car come della «società di Antonio». E in un altro audio aggiunge: «La società di quel signor Antonio adesso ha dei problemi in Repubblica Ceca, perché è stata presa in carico dalla Polizia criminale». 

Nei vocali ci altre informazioni su questo soggetto: sarebbe stato lui a permettere di offrire come garanzia le auto. «Puoi dargli tutto che vuoi, l'importante è che risolviamo questa situazione» avrebbe detto.

«Antonio non è stupido, ma [] è una persona talmente onesta e perbene che è disposto anche a questo, pur di chiudere questa cosa» ha continuato D'Andrea. Dal decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma, la Noleggio car risulta riconducibile a tre coindagati (per riciclaggio) della Cazzaro: il rappresentante legale Giovanni Franzese (quarantacinquenne pratese) e gli amministratori di fatto delegati a operare sui conti della società, ovvero Donato Ferrara, cinquantunenne originario di Nocera Inferiore, e Giuseppe Rendina, ventisettenne di Pompei.

L'unico Antonio nominato nell'atto emesso dalla Procura capitolina è Antonio Pronestì. Quest' ultimo, citato in relazione a un'altra galassia societaria che ha ricevuto parte dei soldi della Regione, sarebbe «collegato alla cosca di 'ndrangheta Gullace-Raso-Albanese operante nel Nord Ovest d'Italia». 

Torniamo alla Noleggio car: la sua partita Iva risulta non valida sul sito internet della Commissione europea, come anche sul portale Kurzycz che segnala inoltre la società come «inaffidabile». 

Abbiamo chiesto chiarimenti a Mondin e a Quadri. Spiega il primo: «A un certo punto la Cazzaro ci ha presentati un certo Ennio D'Andrea spacciandolo come uno dei legali che rappresentava la società Noleggio car. Non abbiamo mai conosciuto personalmente nessuna di queste persone e solo grazie al decreto di perquisizione che ci ha rilasciato la Guardia di finanza siamo venuti a conoscenza di tutti i retroscena e dei loschi giri».

E gli oltre 500.000 euro richiesti a dicembre? Risponde Quadri: «Per la Cazzaro & C. avremmo dovuto pagare noi un fantomatico trasporto con i camion di una partita di mascherine provenienti dalla Russia o da qualche Paese dell'Est. Pensate che, a un certo punto, per farci sborsare quei soldi, sono arrivati a dire che i camion con i dispositivi di protezione erano bloccati alla frontiera russa e che il garante di questa operazione, un certo Antonio, era finito nelle mani della mafia russa e per questo avremmo dovuto pagare subito 500.000 euro per garantire lo sdoganamento delle mascherine». L'ennesimo grottesco retroscena di una vicenda penale che sta assumendo sempre di più i contorni della farsa.

Le Iene, offerte di mascherine al maestro di pilates: una mail inguaia la sorella di Zingaretti. Daniele Di Mario su Il Tempo il 04 ottobre 2022.

Nuovo colpo di scena nel caso sulle «mascherine fantasma» della Regione Lazio. «Le Iene» nella puntata in onda questa sera documentano in che modo Angela Zingaretti, sorella del governatore, sarebbe entrata nel «mascherina-gate», una vicenda che risale al marzo 2020 quando, in piena pandemia, la Regione Lazio acquistò milioni di dispositivi di protezione personale pagando 35,8 milioni di euro e anticipandone 14,6 come acconto.

Le mascherine però sono state fornite in minima parte e la Regione ha perso 11,7 milioni di euro, cifra per la quale la Procura della Corte dei conti ha inviato un invito a dedurre al governatore Zingaretti e al responsabile della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello contestandogli il danno erariale.

«Le Iene», nel servizio firmato da Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, mostrano in esclusiva il documento che collegherebbe indirettamente un imprenditore fornitore di mascherine alla sorella di Zingaretti, all'epoca dei fatti segretario del Pd e presidente della Regione Lazio, oggi neoeletto deputato.

Tra i documenti su cui si focalizza l'attenzione della trasmissione - in onda su Italia 1 alle 21.20 - c'è una e-mail inviata dall'imprenditore Filippo Moroni all'indirizzo della Protezione civile del Lazio e mandata all'attenzione di una certa signora Rita e di Fabio De Luca. Entrambi non lavorano in Regione né per la Protezione civile, ma De Luca è amico su Facebook di Moroni.

L'imprenditore voleva proporre la vendita di 50 milioni di mascherine alla Regione Lazio a un prezzo concorrenziale, ben inferiore rispetto a quello concordato nel contratto di fornitura della Ecotech di Sergio Mondin, poi rivelatasi inadempiente. La Protezione civile aveva deliberato infatti l'acquisto di mascherine Ffp2 a 3,6 euro ciascuna e di Ffp3 a 3,9 euro cadauna, scartando un'offerta per gli stessi Dpi a 2,53 euro. La differenza costa ai cittadini del Lazio 13 milioni di euro.

Moroni non riusciva a mettersi in contatto né con la struttura commissariale del governo guidata da Domenico Arcuri, né con la Regione. Così si è rivolto a un suo amico, di professione istruttore di pilates. Non un coach qualsiasi: Fabio De Luca secondo quanto ricostruito da «Le Iene» è il personal trainer di pilates di Angela Zingaretti, sorella del presidente. A dirlo, in una conversazione su Zoom con i segugi delle «Iene» è lo stesso Moroni, che a un certo punto, vedendo che nessuno dalla Regione lo chiamava, si è accorto che un suo amico era l'istruttore di pilates della sorella di Zingaretti. Moroni riferisce di aver ricevuto istruzioni di inviare una e-mail con l'offerta di vendita all'indirizzo della Protezione civile, mettendo la lettera all'attenzione di tale Rita, alla quale viene aggiunto anche il nome di Fabio De Luca, entrambi soggetti estranei all'amministrazione. Chi sia Rita è un mistero. Moroni a precisa domanda risponde: «Come fa di cognome? Spalanca le porte, perché quando un cittadino normale vuole aiutare lo Stato, lo Stato non ti risponde, se però chiedi a qualcuno che conosce qualcuno che tifa spalancare le porte, lo Stato almeno ti risponde a una telefonata. Funziona così in Italia, questa è la verità...». 

Fabio De Luca, raggiunto dalle «Iene» si trincera nel silenzio: «Perché mi viene a domandare questa cosa? Ancora co sta storia...». Mentre Angela Zingaretti, rintracciata da «Non è l'Arena» di Massimo Giletti spiega di aver messo solo in contatto due persone. Ma - secondo la Procura della Corte dei conti- la donna «pur non essendo dipendente della Regione e priva di qualsiasi ruolo ufficiale, svolgeva un ruolo attivo di canalizzazione di possibili fornitori di mascherine, facendo così intendere un coinvolgimento talmente diretto del Presidente della Regione nella gestione delle forniture di mascherine da arrivare a comprendere anche i suoi familiari».

Per questo i magistrati contabili ritengono provata l'ingerenza di Zingaretti nella gestione delle forniture, nonostante la Regione abbia spiegato che, all'epoca dei fatti, il governatore era assente perché malato di Covid. La trattativa tra la Regione e Moroni va comunque in fumo. In compenso la Regione acquisterà le stesse mascherine da altre società con prezzi ben più alti. Ma questa non è l'unica stranezza nella gestione dell'acquisto di mascherine da parte della Protezione civile. Il contratto con la Ecotech avviene tramite alcuni intermediari. Ecotech è un'azienda che fornisce materiali elettrici con capitale da 10mila euro. È su questo che la Corte dei conti ha indagati Zingaretti e Tulumello. L'azienda si rivela inadempiente. La Protezione civile prima annulla i contratti, poi opta per la novazione dopo alcune dichiarazioni del governatore.

Alla fine, vedendo che l'azienda - che aveva prodotto una polizza assicurativa fasulla - era ancora inadempiente ed essendo venuto meno lo «scudo» del decreto 28/2020 del governo Conte, Tulumello opta per l'annullamento definitivo della commessa, con l'azienda che aveva consegnato solo due milioni di mascherine. A fare da tramite tra la Protezione civile ed Ecotech era stato Ivan Gilardi. Suo padre Bruno era stato l'istruttore di karate del vicecapo di gabinetto di Zingaretti, Andrea Cocco. Dopo il colloquio con Cocco, Gilardi viene chiamato il giorno stesso dal vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, che in commissione alla Pisana mostra un preventivo firmato proprio da Ivan Gilardi. «Le Iene» ricordano poi il caso della Worlwide Luxury Corner di Patrizia Colbertaldo, di professione holistic life coach. Nel 2008 era candidato nella lista a sostegno di Paolo Orneli (oggi assessore regionale e fedelissimo di Zingaretti con cui ha lavorato anche in Provincia di Roma), all'epoca candidato dal Pd a presidente del X Municipio. E lo stesso Tulumello, scelto da Zingaretti per guidare la Protezione civile del Lazio ricorda «Le Iene» - ha a che fare con il Pd: è stato candidato sindaco al Comune di Fara Sabina e sostenuto dal governatore. Dopo essere stato sconfitto alle elezioni comunali, qualche mese dopo è diventato direttore della Protezione civile, alla quale Zingaretti ha affidato la gestione dell'emergenza Covid, togliendola alla Direzione acquisti, come osserva la Procura della Corte dei conti. 

Giacomo Amadori e Paolo Gianlorenzo per “la Verità” il 4 ottobre 2022.

C'è un decreto di perquisizione della Procura di Roma, rimasto riservato per più di sei mesi, che spiega meglio di un saggio come sia stata gestita l'emergenza pandemica in Lazio. Milioni di euro distribuiti a pioggia e senza controlli che si sono dispersi in mille rivoli finendo spesso all'estero nelle casse di società dalle attività poco chiare e talvolta guidate da personaggi con fedine penali non proprio immacolate. In tutta questa storia c'è anche un misterioso «innominato» che, in un'intercettazione, un'indagata chiede all'interlocutore di non citare mai. 

Per questo i magistrati scrivono nel decreto che «vi è la necessità di identificare la persona» di cui viene taciuta «l'identità». Infine, immancabile, spunta pure l'ombra della 'ndrangheta. L'indagine iniziale Il fascicolo nasce nel 2021 da quello sulla presunta frode in pubbliche forniture contestata ai titolari della Ecotech Srl di Frascati, una società impegnata nel settore delle lampadine che nel marzo 2020 ha ricevuto dalla Regione un acconto da 14,68 milioni di euro per una fornitura «fantasma» da 9,5 milioni di mascherine.

A oggi sono stati consegnati solo 2 milioni di dispositivi di protezione di tipo chirurgico e mancano all'appello quasi 11,8 milioni di euro. Il titolare effettivo della Ecotech, Sergio Mondin, cinquantatreenne bellunese, fece sapere in Regione, tramite il vicecapo di gabinetto Andrea Cocco, dei suoi buoni rapporti in Cina, proponendosi per la fornitura. Ma oggi grazie al decreto di perquisizione, firmato dalla pm Giulia Guccione, scopriamo che il socio cinese era impossibilitato a operare a causa del lockdown. 

Per questo, quando Mondin assicurò, creduto, che sarebbe riuscito a portare le mascherine a Roma nel giro di pochi giorni (in un contratto si parlava di 72 ore) si rivolse alla cinquantaseienne padovana Stefania Cazzaro, all'epoca coinvolta in un procedimento penale per fallimento, e le inviò 4,7 milioni di euro. Sulla cui sparizione è stato aperto, nel 2021, il secondo fascicolo. 

E così la signora, sei mesi fa, ha ricevuto il già citato decreto di perquisizione insieme con altri suoi cinque presunti complici, indagati, a vario titolo, per frode in pubbliche forniture, riciclaggio e autoriciclaggio. Il decreto di perquisizione ricostruisce per filo e per segno a chi siano stati inviati dalla Cazzaro i soldi arrivati dalla Ecotech, versati in due tranche come acconti per fattura proforma.

Tutto parte, secondo la ricostruzione degli specialisti del Gico della Guardia di finanza, dalla Giosar Limited con base a Londra e dalla Traffic group di Pietro Dal Mas, sessantacinquenne trevigiano. La Traffic rappresenta fiscalmente in Italia la Giosar. La Cazzaro e Dal Mas sono accusati di aver riciclato 3,7 milioni di euro. Infatti le ditte inviavano denaro alla Afin holding limited (2,146 milioni) con base a Londra e alla Noleggio car Sro (1,545 milioni), oltre che su due conti intestati alla stessa Cazzaro (71.000 euro), tra il 18 e il 23 marzo, ovvero subito dopo l'arrivo dei soldi sui loro conti correnti. Il rappresentante legale della Afin, Dario Ruggieri, cinquantanovenne piacentino, è a sua volta indagato per riciclaggio e, si legge nel decreto, risulta «gravato da precedenti di polizia» per insolvenza fraudolenta, falsità materiale, violazione norme sull'Iva, porto abusivo e detenzione di armi e condannato per bancarotta fraudolenta.

La Afin, evidenzia l'Antiriciclaggio, era titolare del 70 per cento delle quote della Medi test pharma Italia Srl. Ex socio di quest' ultima era Luca G. che ricoprirebbe un ruolo di «prestanome di alcuni soggetti indagati», come Antonio P.. Quest' ultimo sarebbe «collegato alla cosca di 'ndrangheta Gullace-Raso-Albanese operante nel Nord-ovest d'Italia». L'elenco di reati che sono stati contestati ad Antonio P. nel tempo è lunghissimo: estorsione (a 15 anni), associazione per delinquere, associazione di tipo mafioso, furto di auto, rapina, ricettazione, falsità ideologica. Accuse a cui sono seguite anche alcune condanne.

Altro socio della Medi Martino F. imprenditore attivo nel settore dei videogiochi e delle slot, già indagato a Biella per associazione a delinquere finalizzata alla frode informatica ai danni dei Monopoli di Stato. Ulteriore denaro è stato indirizzato alla Noleggio car Sro, con sede a Praga, che si occuperebbe di demolizioni nel settore edile. Indagati in questo caso, sempre per riciclaggio, sia il rappresentante legale Giovanni Franzese (quarantacinquenne pratese) che gli amministratori di fatto delegati a operare sui conti della società, ovvero Donato Ferrara, cinquantunenne originario di Nocera inferiore, e Giuseppe Rendina, ventisettenne di Pompei.

La provvista arrivata dalla Giosar è stata successivamente dirottata su alcune società ungheresi (1,3 milioni circa) con successivi prelevamenti in contanti in Italia da parte di Ferrara, su una bulgara (85.000 euro), e sul conto di Rendina (67.000). Cinquantacinquemila sono stati girati su altro conto della Noleggio car Sro e poi finiti su un rapporto bancario intestato a una seconda società ceca, la Lpt Sro.

I pm il 5 febbraio 2022 chiedono a Mondin (indagato in procedimento connesso) chi fossero i fornitori individuati dalla Ecotech e l'imprenditore ha risposto: «Fino al 25 marzo 2020», cioè quando gli anticipi erano stati già interamente erogati, «esclusivamente la Giosar limited, nella persona di Stefania Cazzaro. Preciso, infatti, che in quel momento il mio socio cinese Pan Hongyi era impossibilitato a causa del lockdown in Cina a rifornirmi di tali prodotti. Disponibilità che poi mi darà in seguito».

Quindi Mondin ai magistrati ha spiegato: «Ho conosciuto Cazzaro tramite Andrea Fraccaro (ex amministratore della Traffic group, ndr) il quale in data 6 marzo 2020 mi rappresentò via mail la disponibilità di dispositivi medicali anche di ingenti quantitativi. Fraccaro mi era stato introdotto da Gianni Fabian, consulente bancario». Per gli inquirenti gli interrogatori fanno emergere «ulteriori profili di falsità». Infatti la Cazzaro riferiva ai pm di aver conosciuto Dal Mas tramite Fraccaro. Dal Mas, invece, parlava di «un incontro casuale con la donna, che si accompagnava in quell'occasione a Fraccaro». 

Però in un'intercettazione la Cazzaro aveva intimato al coindagato Dal Mas: «Tu parla sempre di Andrea Fraccaro, quell'altro lascialo stare». Per gli inquirenti «appare evidente come la Cazzaro si preoccupasse di non fa emergere il nome di colui» che l'aveva «realmente messa in contatto» con Dal Mas, «presumibilmente perché coinvolto nei fatti oggetto di indagine».

Dal Mas, con i magistrati, ha anche precisato di non aver avuto nessun ruolo nel commercio di mascherine da parte della Giosar «confermando il suo ruolo di "testa di legno"», che gli sarebbe stato proposto dal solito Fraccaro. Le forniture da Pechino Ma torniamo al socio cinese di Mondin. Nonostante l'imprenditore abbia detto di non averlo coinvolto inizialmente nel reperimento dei dpi il 18 marzo 2020, non appena arrivano i soldi della Regione, invia 318.500 euro alla Ningbo king power industry co. Ltd «riconducibile a Pan Hongyi». 

Altri due bonifici, per un totale di 1.775.000 euro, partono due giorni dopo la prima revoca dei contratti, un terzo da 100.000 successivamente alla seconda disdetta. Per Mondin «tutti i pagamenti sopra citati sono stati effettuati in relazione alle forniture alla Regione Lazio». L'imprenditore ha dichiarato a verbale: «Preciso che il pagamento Ningbo king power si riferisce a prodotti consegnati, ovvero 2 milioni di mascherine triplo strato» e «a 600.000 Ffp2, arrivate tra il 20 e il 24 aprile del 2020 e giacenti ancora ad oggi per quanto di mia conoscenza, presso le dogane aeroportuali di Milano e Roma e mai ritirate dalla Regione Lazio».

Per la Procura, però, qualcosa nel racconto di Mondin non tornerebbe e anche se il decreto di perquisizione è nei confronti di altri indagati viene evidenziato come «Sergio Mondin abbia omesso di riferire in merito a un bonifico effettuato [] in favore del "socio cinese" e fornitore Ningbo king power industry co. ltd». Il riferimento è a un «bonifico effettuato in data 23 marzo 2020, di 2.718.046,25 euro» per il quale sarebbe stata utilizzata «inequivocabilmente la provvista proveniente dalla Regione Lazio». 

Un invio che sarebbe avvenuto nel periodo in cui il «socio cinese», secondo Mondin, era fermo a causa del lockdown. In realtà, contrariamente a quanto dichiarato a verbale, in una memoria difensiva presentata dallo stesso Mondin e dalla moglie Anna Perna si legge che i 318.000 euro inviati il 18 marzo 2020 costituirebbero «il pagamento relativo alla fornitura di mascherine triplo strato richiesta alla Ningbo [], consegnate alla Regione Lazio nell'ambito del secondo affidamento [], rivendute a tale Ente per il prezzo complessivo di 1.160.000 euro».

Ma per i pm capitolini «le somme girate alla Ningbo sono state di gran lunga più rilevanti», in quanto al «socio cinese» sarebbero stati inviati ben 5,2 milioni di euro. Sottraendo dal totale i 318.000 euro usati per pagare le chirurgiche, restano 4,91 milioni di euro finiti al socio cinese di Mondin & C. che non sono mai tornati in Italia, se non sotto forma, almeno in parte, di 600.000 Ffp2 ancora ferme in dogana. 

Nel decreto è specificato: «Mondin non ha chiarito la destinazione di circa 5 milioni di euro, né si è proposto di effettuare la restituzione in favore dell'Ente». Dunque oltre ai 3,7 milioni che sarebbero stati riciclati dalla Cazzaro e dagli altri indagati a lei collegati, c'è da capire dove e a chi siano andati i soldi spediti in Cina. Le indagini sono ancora in corso.

Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 4 ottobre 2022.

«Mettimi le mani addosso». È una registrazione audio a raccontare come naufraga l'ultimo tentativo di accordo tra la Regione Lazio ed Ecotech, una manovra fallita prima ancora di iniziare, visto che l'allora capo di gabinetto del presidente Nicola Zingaretti, Albino Ruberti, esordisce con un «siamo rapidi». 

Se l'incipit non è dei migliori, la conclusione è anche peggio, con una rissa sfiorata e Ruberti che praticamente butta fuori dagli uffici pubblici gli interlocutori: «Uscite, uscite, siete dei truffatori » , urla l'uomo di Zingaretti divenuto famoso dopo il battibecco che ha fatto il giro del web grazie a un «chiedi scusa o sparo» rivolto dal pubblico amministratore a due commensali. 

Occorre riavvolgere il nastro: nel periodo caldo del Covid le istituzioni sono alla disperata ricerca di mascherine. Così il 16 marzo del 2020 il capo della Protezione Civile, Carmelo Tulumello, firma due determine con cui vengono assegnati affidamenti in deroga alla Eco. Tech srl, un'azienda laziale presentata in Regione dall'ex maestro di karatè di Andrea Cocco, vice capo di gabinetto di Zingaretti: «Io chiamo Andrea Cocco e mi ha detto che potevo parlare col dottor Leodori il vicepresidente tant' e che io ho ricevuto una telefonata lo stesso giorno » , rivela l'uomo a Le Iene nella puntata in onda stasera.

A prescindere da come sia stato trovato il canale, in un periodo in cui reperire mascherine sembrava impossibile, l'accordo con la EcoTech prevedeva la fornitura di circa 4 milioni e mezzo di mascherine. Il 18 marzo però la merce non arriva. E due giorni dopo viene firmata una terza determina per acquistare altre tre milioni di mascherine. La Regione anticipa circa 14 milioni di euro ma dei dispositivi non c'è traccia. 

Poi l'azienda riesce a consegnare circa 2 milioni di mascherine e dimostra di aver risolto i problemi di fornitura portando in Italia altri 600 mila dispositivi di protezione individuale attraverso un socio cinese. 

Alla Regione non importa: il 25 aprile viene risolto il contratto e quindi anche l'ultima possibilità di avere la merce, che oggi in parte giace nei depositi della dogana. Nessuno dei fornitori della EcoTech, si scoprirà, aveva mantenuto gli accordi. 

Nasce così il caso delle "mascherine fantasma". 

La faccenda prosegue tra denunce e decreti ingiuntivi. La Regione rivuole i soldi, ma l'azione esecutiva non sembra essere stata intentata nei confronti della Seguros, l'assicurazione che avrebbe dovuto colmare le eventuali inadempienze della EcoTech, se non con una diffida. 

Tuttavia prima di bussare alla porta della procura, la Regione fa un tentativo di dialogo.

L'incontro risale alla fine del settembre 2021, in via Cristoforo Colombo, sede della Regione. Alla riunione partecipano Albino Ruberti, Rodolfo Murra dell'avvocatura regionale, due collaboratrici, Sergio Mondin, di EcoTech, e il suo avvocato Giorgio Quadri.

L'obiettivo della riunione fallisce dopo appena 15 minuti, tra un " vergognatevi" e un "accomodatevi" fuori. Ma è tra i corridoi che Ruberti torna alla carica e la rissa viene sfiorata, come dimostra l'audio pubblicato sul sito di Repubblica. "La prossima volta che alza la voce faccio venire la forza pubblica" intima Ruberti prima di mettere alla porta gli interlocutori. " Uscite, siete dei truffatori", dice facendo irritare Mondin. Il faccia a faccia tra i due sarebbe potuto degenerare. Invece è terminato con un nulla di fatto, come l'affare delle mascherine.

Danno da 11 milioni alla Regione Lazio, Zingaretti sotto inchiesta per le mascherine mai consegnate. Redazione CdG 1947 su Il Corriere Del Giorno il 24 Settembre 2022

Milioni di mascherine pagate e mai consegnate. Il problema sta nella gestione dei contratti, prima revocati, poi rinnovati e alla fine dichiarati nulli. La Ecotech non ha mai restituito l’acconto di 14 milioni di euro ricevuti dalla Regione Lazio, motivo per cui sono partiti gli approfondimenti dei pm della Corte dei Conti affidati al Gico della Guardia di Finanza di Roma. Coinvolta la società International Biolife di Taranto i cui titolari vennero arrestati.

Il presidente Nicola Zingaretti, candidato dal Pd alla Camera, secondo la procura della Corte dei Conti del Lazio deve restituire 11,1 milioni di euro alle casse della Regione per la vicenda delle mascherine acquistate dalla Regione Lazio e mai consegnate durante le prime battute della pandemia. Insieme al governatore Zingaretti sotto inchiesta risulta anche Carmelo Tulumello, capo della Protezione civile regionale, entrambi raggiunti da un invito a dedurre, il corrispettivo di un avviso di garanzia. 

A rivelarlo è il quotidiano La Verità che riprende le affermazioni del capo dell’avvocatura della Pisana, Rodolfo Murra. Dal colloquio con il legale emergono i dettagli dell’inchiesta contabile sugli affidamenti alla Ecotech srl di Frascati, società dei Castelli romani ufficialmente rivenditrice di impianti di illuminazione, che, tramite la svizzera eXor, si appoggiava per la fornitura alla Internazionale Biolife società di Taranto . Milioni di mascherine pagate e mai consegnate. Il problema sta nella gestione dei contratti, prima revocati, poi rinnovati e alla fine dichiarati nulli.

Nell’indagine, così racconta l’avvocato Murra, anche la sorella di Zingaretti avrebbe un ruolo ; “La Corte dei Conti sostiene che nella ricerca dei possibili fornitori abbia avuto un ruolo anche la sorella del governatore, mi sembra che si chiami Angela”. A trascinare il presidente nell’inchiesta, però, sarebbero state le dichiarazioni ai media: “State tranquilli che Ecotech paga”. L’azienda in realtà non ha mai restituito l’acconto di 14 milioni di euro ricevuti dalla Regione Lazio, motivo per cui sono partiti gli approfondimenti dei pm della Corte dei Conti coordinati dal procuratore regionale Pio Silvestri, affidati al Gico della Guardia di Finanza di Roma. 

Adistanza di due anni, non solo la Regione Lazio non risulta essere rientrata delle somme sborsate come anticipi, ma ha anche subìto una nuova beffa. Secondo quanto disposto da un’ordinanza del Tribunale Ordinario di Taranto, datata 15 aprile scorso, la Regione Lazio dovrà corrispondere 4,5 milioni di euro alla svizzera eXor Holding Sa. La eXor è una delle società coinvolte nel caso-mascherine ed è quella che, portando in Tribunale la Regione, ha ottenuto il «pignoramento presso terzi» per cui, di fatto, la Regione finirà per pagare se stessa.

Il Tribunale civile di Taranto dando ragione alla società svizzera eXor Sa, ha concesso il pignoramento e condannano la Regione Lazio presieduta da Nicola Zingaretti a versare a eXor i 4,5 milioni di euro oggetto del credito vantato dalla società svizzera nei confronti della International Biolife di Taranto. Il giudice decise così che la Regione “resta obbligata al pagamento della minima somma residua“, più la metà. Mentre rimane intatto il «buco» di 11 milioni per la presunta truffa subita sulle mascherine fantasma. Ora eXor Sa userà parte dei 4,5 milioni per restituirne 3,5 alla Regione, condannata quindi a risarcire se stessa per le mascherine cinesi acquistate a marzo 2020, pagate parzialmente in anticipo e mai arrivate. 

Per la maxi truffa delle mascherine rifilata alla Regione Lazio la Procura di Taranto emise a suo tempo ordini di arresto per i titolari della International Biolife srl società tarantina attiva nel commercio di profumi, che aveva venduto milioni di mascherine alla protezione civile regionale nonostante pesassero sull’azienda sospetti di legami con la criminalità organizzata. La Internazionale Biolife,  è stata denunciata dopo che a Lugano le autorità ticinesi avevano sentito i vertici della Exor, raccogliendo le deposizioni sulle inadempienze del loro fornitore. In mezzo, c’è una certificazione Sgs non valida presentata l’8 aprile alla Regione Lazio, che tutti i protagonisti disconoscono e che avrebbe dovuto provare l’esistenza del carico di mascherine: grazie a questo documento, la Ecotech ha ottenuto la novazione del contratto, inizialmente revocato dalla Protezione civile.

Tutto venne alla luce grazie all’interrogazione presentata in Regione Lazio dalla consigliera di Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo oggi candidata anche lei alla Camera dei Deputati. Ai domiciliari su ordine del Gip di Taranto, Benedetto Ruberto finirono Giacomo De Bellis 49 anni di Taranto, Antonio Formaro 63 anni di Taranto, Raffaele Buovolo 54 anni residente in Bulgaria, il primo amministratore della società e gli altri due suoi soci. Indagati Francesco Oliviero 30 anni nato a Roma responsabile commerciale della ditta , Pietro Rosati e Luciano Giorgetti. 

”A seguito di quanto pubblicato oggi sulla ‘Verità’, ho protocollato una richiesta di accesso agli atti urgente; quanto letto questa mattina conferma quello che ho denunciato finora rimanendo sempre inascoltata”. Così il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo, presidente della Commissione regionale Trasparenza e Pubblicità, ha commentato la notizia sulle indagini della Corte dei Conti in merito agli affidamenti da parte della Regione Lazio alla Ecotech Srl per la fornitura di milioni mascherine nel 2020.

‘‘La mia prima interrogazione risale al 7 aprile 2020 ed è ancora senza risposta – prosegue Colosimo – Nel frattempo oltre ad essere accusata di ‘bufale’ e minacciata di denunce avevo sollevato esattamente quanto sembra emergere dalla Corte dei Conti: infatti quello che secondo noi aggrava tutta la vicenda del ‘mascherine-gate’ è esattamente la scelta di aver affidato a una società non affidabile una commessa così importante e di aver perfino novato i contratti dopo che l’opposizione aveva tentato giustamente di mettere in allerta il presidente Zingaretti”. ‘‘A questo punto non Fdi ma sarebbe la Corte dei Conti – conclude Colosimo – a mettere fine al cosiddetto ‘modello Lazio’ mi pare che il banco di Zingaretti sia saltato e con lui tutte le sue bugie”. Redazione CdG 1947

Giacomo Amadori per “la Verità” il 23 settembre 2022.

Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, candidato al Parlamento, è accusato dalla Corte dei conti, insieme con il responsabile della Protezione civile, Carmelo Tulumello, di un danno erariale del valore di 11,1 milioni di euro. Per i pm contabili il governatore e il dirigente avrebbero causato quel buco con gli affidamenti alla cieca alla Ecotech Srl di Frascati per la fornitura di milioni mascherine. 

Contratti in gran parte pagati in anticipo e che alla fine non sono stati onorati. Adesso la Corte dei conti sembra pronta a chiedere la restituzione del denaro direttamente ai due «indagati», visto che la Ecotech non è mai riuscita a restituire gli anticipi incassati e subito girati ai subfornitori, la svizzera Exor Sa e l'inglese Giosar Ltd, società straniere, ma con titolari italiani.

La Procura contabile, rappresentata da Alfio Vecchio, il 21 marzo 2022, nell'ambito del procedimento istruttorio I00169/2020, ha incaricato delle indagini la polizia giudiziaria. Il 15 aprile successivo, due giorni prima della Pasqua, sono stati convocati in Procura il rappresentante della Ecotech Sergio Mondin e il suo avvocato Giorgio Quadri. Un paio di mesi dopo la Procura ha inviato a Zingaretti e Tulumello l'invito a dedurre, cioè a replicare. 

A questo punto conviene ricordare ai lettori la storia denunciata nel 2020 dal consigliere regionale di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo e approfondita giornalisticamente in beata solitudine da questo giornale.

Ecotech, un'azienda attiva nel settore degli impianti di illuminazione, nella primavera del 2020 avrebbe dovuto fornire alla Regione Lazio 7,5 milioni di dispositivi di protezione, per un valore di 35,8 milioni di euro, per la quale erano stati versati complessivamente dall'ente guidato da Zingaretti acconti per 14,6 milioni di euro. Le consegne sarebbero dovute avvenire scaglionate tra il 23 marzo, il 30 marzo e il 6 aprile 2020. 

Ma, all'11 aprile, erano state consegnate solo 2 milioni di mascherine chirurgiche con marchio cinese (mentre tutte le altre avrebbero dovuto essere prodotti della 3M), costate 1,4 milioni di euro. Per questi ritardi, con atti del 29 marzo e del 2 aprile, la Protezione civile aveva revocato alla Ecotech due affidamenti da 25,2 milioni di euro complessivi, confermando solo quello da 10,6 milioni che comprendeva le chirurgiche. 

Il 10 aprile, a sorpresa, la Regione aveva rinnovato gli affidamenti perché, secondo quanto messo nero su bianco da Tulumello, la Ecotech aveva rilasciato «idonea garanzia fidejussoria» (poi rivelatasi falsa) pari al valore dell'acconto, dopo aver dimostrato «l'effettiva realizzabilità della fornitura». Il 25 aprile, assediata dagli articoli della Verità e dagli interventi in aula della Colosimo, la Regione Lazio aveva poi definitivamente risolto i contratti. 

Le accuse sono molto tecniche e per comprenderle ci viene in soccorso il coordinatore dell'avvocatura della Regione, l'avvocato Rodolfo Murra. Che, però, precisa che il suo ufficio non si sta occupando della difesa di Zingaretti e Tulumello: «Queste cose sono cose personali eh, sono investiti personalmente Zingaretti e Tulumello, la Regione come ente non c'entra nulla. Si difendono con avvocati privati. La responsabilità per danno erariale è personale di Zingaretti e Tulumello».

Fatta la doverosa precisazione aggiunge: «La Corte dei conti agisce per ottenere il ristoro del danno erariale che in questo caso è di 11,1 milioni.

Il problema di fondo per i magistrati contabili è che quando l'amministrazione ha agito in giudizio per ottenere i titoli era troppo tardi perché nel frattempo la Ecotech aveva fatto sparire i pochi soldi che aveva e che gli avevano dato altri enti. 

La Corte dei conti stigmatizza il comportamento contraddittorio della Protezione civile l'amministrazione ad aprile ha revocato i contratti, ma poi ne ha fatti altri poco dopo, cioè ha ridato fiducia alla Ecotech. Dicono: "Perché vi siete rifidati, facendo altri contratti per la fornitura?». 

La responsabilità contabile deriverebbe dunque da una strategia un po' schizofrenica, con tanto di annullamento delle revoche.

Il problema è stato il rinnovo? Murra conferma: «È questo che ci viene contestato: "Avete fintamente "novato" contratti, perché sono gli stessi.. li avete soltanto arricchiti della fideiussione che poi si è rivelata falsa"». 

Ci sono poi le contestazioni singole: «Per esempio Tulumello è accusato di non aver capito subito che la Ecotech fosse una società che non era in grado di assicurare l'adempimento del contratto. In più gli hanno contestato di aver risolto i contratti, di averli rinnovati e di averli annullati definitivamente quando ormai era troppo tardi per recuperare l'acconto». 

E Zingaretti? A Murra sfugge un commento a mezza bocca: «Il politico deve fare il politico, fa indirizzo e controllo, non fa gestione». Quindi prosegue: «Il presidente viene accusato di ingerenza nell'azione amministrativa che doveva essere unicamente gestita dal direttore della Protezione civile per Zingaretti, poi, c'è addirittura anche quella cosa brutta con quel passaggio sulla sorella». 

Quale passaggio? «La Corte dei conti sostiene che nella ricerca dei possibili fornitori abbia avuto un ruolo anche la sorella del governatore, mi sembra che si chiami Angela ma non c'è solo quello». Per esempio sarebbero contestate le rassicurazioni date dal presidente durante le trattative. Murra parafrasa: «"State tranquilli che Ecotech paga", "Non facciamo la risoluzione perché Ecotech è affidabile", faceva tutte queste dichiarazioni che non gli competono perché queste cose competono a chi gestisce l'accordo contrattuale. La Corte dei conti cita le dichiarazioni alla stampa rassicuranti di copertura, diciamo tra virgolette, della Ecotech».

Per l'avvocato l'invito a dedurre è di 25-30 pagine, «molto corposo, molto dettagliato». Gli chiediamo come andrà a finire e lui ci risponde: «Questa è la versione della Procura inquirente. Per me prende un abbaglio quando dice: "Avete fatto tardi le azioni di recupero". 

E comunque la Ecotech era inaffidabile fin dall'inizio, questo è un giudizio mio personale, nel senso che io non avrei mai contratto accordi con la Ecotech, né gli avrei dato la metà dei soldi pattuiti come acconto perché quella ditta ha fatto gli stessi contratti con altre regioni e nessuna ha versato anticipi. Però, una volta siglato l'accordo, bisognava cercare in tutti i modi di farli adempiere; quindi sul profilo del danno gestionale successivo io non condivido la linea durissima del procuratore della Corte dei conti». 

Tutto a posto dunque?

Nient' affatto. Infatti a questo punto Murra recita quello che si può considerare l'epitaffio sulle capacità gestionali della giunta Zingaretti: «Certo che questa è una vicenda molto penosa perché si parla di soldi pubblici che non recupereremo mai. Abbiamo fatto istanza di fallimento per la Ecotech e il giudice non si pronuncia da mesi nonostante la società non abbia più nulla. 

Abbiamo fatto il decreto ingiuntivo e per farlo rendere esecutivo ho dovuto fare una supplica al presidente del Tribunale. Quando ce lo ha concesso abbiamo tentato il pignoramento sui conti correnti e non abbiamo trovato niente. È ingiusto dire che siamo partiti tardi». Forse perché non dovevate proprio partire? 

«Questo è un mio giudizio personale. Io non avrei mai contratto (accordi, ndr) con una società anche se comprendo l'emergenza». Il legale cita la strategia del momento: «La Regione, sono tutte cose che ho saputo dopo in sede contenzioso aveva questa strategia: "Chiunque fosse capace di dare mascherine, lo avremmo contrattualizzato" però prendere un minimo di informazioni sul tuo fornitore soprattutto prima di dargli così tanti soldi in acconto. Denaro che hanno fatto sparire attraverso una catena incredibile di società: li hanno dati alla Exor, Exor li ha dati a Biolife, Biolife li ha dati in Cina adesso valli a riprendere».

Che cosa succederà ora? «Il procuratore della Corte dei conti dopo aver letto le deduzioni difensive degli "indagati", deciderà se archiviare dopo essersi convinto della bontà della tesi difensiva oppure farà un atto di citazione e chiederà al presidente di fissare l'udienza in cui si svolge il giudizio di responsabilità contabile». 

Adesso bisognerà capire se gli errori commessi da Zingaretti e Tulumello, anche a giudizio del coordinatore dell'Avvocatura regionale, siano sanati dallo scudo penale garantito dai cosiddetti decreti emergenziali emanati dal governo Conte 2 a protezione dei pubblici ufficiali alla ricerca disperata di protezioni facciali in piena crisi pandemica.

Da fine agosto in Regione la notizia dell'invito a dedurre è diventato tema di chiacchiera da bar. Anche i giornalisti hanno iniziato a parlarne. Ma per tutti l'ordine di scuderia è stato sempre lo stesso: se ne riparla dopo le elezioni. Come si sa, Zinga gode di buona stampa e di ammiratori anche tra le toghe. E così i cronisti, garantisti come in poche altre occasioni, sono rimasti a cuccia in attesa del voto di domenica. Come se la cronaca giudiziaria dovesse rispettare il calendario elettorale. 

Non più tardi di un mese fa Luca Palamara su questo giornale raccontò come il governatore negli anni scorsi abbia potuto usufruire di un filo diretto con la Procura e come, in piena inchiesta Mafia Capitale, abbia fatto dimettere il suo capo di gabinetto Maurizio Venafro, in quel momento indagato e con una posizione particolarmente in bilico, dopo un consulto notturno sotto la propria abitazione con lo stesso Palamara.

Ieri l'ufficio stampa della Regione Lazio ci ha comunicato che Zingaretti e Tulumello «hanno risposto alle deduzioni richieste dalla Corte dei conti affermando la piena regolarità delle procedure seguite nell'affidamento dei contratti di fornitura», e che questi «erano stati già sottoposti al vaglio dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac)». 

La quale «nell'adunanza del 9 settembre 2020 ha deliberato l'invio della nota di archiviazione perché "è emersa l'assenza di significative irregolarità nell'operato dell'amministrazione, in quanto improntato a fronteggiare criticità di estrema gravità rispetto alle quali si è data preminenza alla tutela della salute pubblica nel rispetto di una disciplina eccezionale ed in deroga che ha caratterizzato l'attività di approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale e di altre forniture sanitarie destinate a contenere l'epidemia da Covid 19"».

Giacomo Amadori per “la Verità” il 24 settembre 2022.

La bomba è deflagrata ieri mattina con lo scoop della Verità che rivelava l'accusa di danno erariale da oltre 11 milioni di euro (11,7 per l'esattezza) mossa dalla Corte dei conti nei confronti del governatore del Lazio Nicola Zingaretti e del responsabile della Protezione civile regionale Carmelo Tulumello. Il danno deriverebbe dal lauto anticipo versato dalla Regione alla Ecotech Srl che alla fine non è riuscita né a consegnare i dispositivi di protezione, né a restituire i denari ricevuti come acconto. 

L'agguerrita consigliera di Fratelli d'Italia Chiara Colosimo, che per prima denunciò le stranezze dell'affare, ha subito dichiarato: «Oltre ad essere accusata di "bufale" e minacciata di denunce avevo sollevato esattamente quanto sembra emergere dalla Corte dei conti» e cioè l'affidamento delle forniture a una società «non affidabile». Con climax finale: «A questo punto non Fdi, ma sarebbe la Corte di conti a mettere fine al cosiddetto "modello Lazio". Mi pare che il banco di Zingaretti sia saltato e con lui tutte le sue bugie». 

La Regione ha respinto le accuse citando l'archiviazione decisa dall'Autorità nazionale anticorruzione sulla medesima questione: «L'Anac ha rilevato come il parziale pagamento anticipato sia "espressamente consentito dalla disciplina emergenziale sia in modalità parziale sia integralmente"» si legge in una nota. «In ogni caso, nel periodo cui si riferiscono i fatti, il presidente Zingaretti era in isolamento domiciliare avendo contratto il Covid ed era sollevato da ogni sua funzione istituzionale». Ma questa è una giustificazione che non metterebbe al riparo il governatore dalle accuse.

Infatti nell'invito a dedurre (che corrisponde all'avviso di chiusura delle indagini nei procedimenti penali) spedito ai due «indagati» dalla Corte dei conti viene considerata particolarmente scivolosa una decisione presa dopo il ritorno (il 2 aprile 2020) dell'ex leader dem sulla tolda di comando, ovvero quella di sottoscrivere nuovamente (il 10 aprile) con la Ecotech i contratti annullati solo pochi giorni prima, quando in Regione avevano iniziato a sentire puzza di bruciato.

Inoltre l'8 aprile venne diramato questo comunicato stampa che difendeva la scelta della Ecotech come fornitore contro bufale e strumentalizzazioni: «Ribadiamo che non si tratta di truffa poiché proprio stamattina si è svolto un incontro tra la Protezione civile regionale e i vertici dell'azienda Ecotech srl che hanno confermato la volontà di evadere tutti gli ordini ricevuti (9,5 mln di dispositivi individuali di protezione), esibendo la documentazione ufficiale che comprova la disponibilità da parte della stessa di 20 mln di mascherine con consegna delle stesse entro la fine della prossima settimana. 

L'Azienda, a riprova della propria serietà e per fugare ogni illazione sulla sua affidabilità, si è offerta di garantire con una polizza assicurativa gli acconti versati dalla Regione Lazio».

Una «copertura» di Ecotech che adesso si è ritorta contro Zingaretti e Tulumello, anche perché le fideiussioni si rivelarono carta straccia. Senza contare che in Regione sostennero anche che la Ecotech avesse «in corso anche contratti con altri enti pubblici» e fosse «partner di Exor, distributore ufficiale di prodotti 3m». Altra affermazione che si rivelò falsa. Ma a convincere la Corte dei conti di un ruolo di Zingaretti nella vicenda non sono solo le prese di posizione a favore della Ecotech al ritorno del politico dall'isolamento per Covid, ma anche il ruolo della sorella Angela, imprenditrice e direttrice di banca, in tutta la vicenda.

Il ruolo della parente Infatti il suo nome è emerso nell'ambito dell'istruttoria come contatto di un aspirante fornitore di mascherine, Filippo Moroni. Il ruolo della donna, che pure non ha rapporti di servizio con la Regione, è stato considerato utile per valutare la posizione di Zingaretti ed è servito a convincere i magistrati contabili che il governatore pur non avendo poteri gestori si sarebbe occupato degli approvvigionamenti. Ovviamente alla Corte dei conti ritengono che Zingaretti abbia avuto un ruolo per in tutta questa storia altrimenti non sarebbe stato invitato a dedurre. 

Nella sua testimonianza del marzo 2020 Moroni ha riferito alla Guardia di finanza di aver proposto, senza intermediazione alcuna, avendo rapporti diretti con la Cina, 50 milioni di mascherine a un prezzo inferiore a quello proposto dalla Ecotech, ma che l'offerta, a giudizio dell'imprenditore molto vantaggiosa, non sarebbe stata presa in considerazione. La Protezione civile respinto la proposta per «l'impossibilità dell'agenzia di potersi rapportare direttamente con il produttore», rimarcando, «la necessità di individuare un esportatore o un importatore a cui dare un incarico formale di acquisto».

Ed ecco il passaggio cruciale del verbale: «Pertanto, impossibilitato a dar seguito alla mia proposta, ovvero saltare completamente il rapporto Protezione civile/importatore, risparmiando tempo e soldi e garantendo la qualità dei beni oggetto dell'acquisto, mi vedevo costretto a produrre formale offerta che giravo esattamente al prezzo di costo alla Protezione civile Lazio, all'attenzione di tale signora Rita, che mi era stata indicata dalla sorella (Angela) del Presidente Zingaretti, quest' ultima conoscente di un mio amico».

Il personaggio in questione sarebbe l'istruttore di pilates della signora. Che, però, sarebbe stato duramente redarguito dalla sorella del governatore, evidentemente coinvolta nella ricerca dei dpi: «La signora Angela Zingaretti, dopo un primo contatto telefonico, richiamava questo mio amico adirandosi con la stesso e sostenendo che noi stessimo tentando una truffa ai danni della Regione».

Un'accusa che Moroni, davanti alle Fiamme gialle, ha ribaltato contro la Regione: «Ritengo che probabilmente la mia proposta era troppo scomoda in quanto priva di qualunque intermediazione e che la stessa fosse arrivata alla Protezione civile nazionale bollata come irricevibile con ragioni, a mio parere, pretestuose e calunniose al fine di favorire intermediatori, aziende e altri soggetti che da Roma, invece, che dalla Cina, pretendevano di avere la capacità e la capienza di fornire ingenti quantità di materiale in tempi sostanzialmente impossibili».

Alla fine Moroni non avrebbe «mai ricevuto risposte formali o mail di riscontro da parte dell'Agenzia regionale della Protezione civile Lazio».

Non è la prima volta che Angela Zingaretti viene citata in un procedimento che coinvolge il fratello. Era già successo durante il processo Mafia capitale. Il 21 marzo 20187 l'avvocato di Salvatore Buzzi, Piergerardo Santoro, in aula tirò fuori il nome di un certo Filippo Sabatini e chiese al governatore se lo conoscesse: «Fino al 2008 era un fidanzato di mia sorella» ammise Zingaretti. 

A questo punto il legale lo incalzò domandogli se fosse a conoscenza del ruolo dell'uomo all'interno del Consorzio nazionale servizi vincitore di un lotto di un importante gara finita nel mirino degli inquirenti. Il teste replicò così: «No, guardi, a me non risulta che lavori al Cns, [] quando frequentava, fino al 2008, mia sorella mi ricordo che lavorava in una segreteria, in un assessorato del Comune di Roma e poi lavorava dentro delle cooperative, dirigeva forse, ma che erano cooperative di costruzioni. Il fatto che lavorasse nel Cns no, non l'ho mai saputo francamente». 

Dopo quell'udienza le dichiarazioni di Zingaretti vennero inviate dal Tribunale in Procura per essere vagliate e il governatore venne iscritto sul registro degli indagati per false dichiarazioni. Salvo poi essere archiviato.

Ieri in un post su Facebook, l'ex senatore Andrea Augello, candidato con Fdi alle prossime elezioni e autore, insieme con la compagna Roberta Angelilli, delle denunce che hanno probabilmente innescato le indagini, ricorda lo scudo offerto agli amministratori dai decreti emergenziali: «È finalmente arrivata la Corte dei conti. Vedremo cosa succederà davvero perché le norme sugli appalti Covid sono molto protettive rispetto ai responsabili delle stazioni appaltanti».

Per il senatore leghista Alberto Bagnai «fa rumore, a pochi giorni dal voto, il silenzio assordante sulle mascherine fantasma di Zingaretti». Ancora più diretto il deputato e coordinatore laziale del Carroccio Claudio Durigon che boccia su tutta la linea la difesa del governatore: «C'è qualcosa di inconfessato nella nota della Regione che sembra denotare panico e qualcosa da nascondere: l'Anac non è una magistratura, ma un'autorità amministrativa. 

L'Anac non ha funzioni di indagine, ma solo di vigilanza. Usare l'Anac come un alibi, come fa il Pd, è più che ridicolo: è un insulto all'intelligenza degli italiani, alla funzione dell'Anac e a quella della Corte dei Conti. A Roma si dice: "buttarla in caciara"». Il leghista non ha apprezzato neppure l'uso del certificato medico del collega dem: «È anche sgradevole che un presidente si discolpi dicendo che era in quarantena, facendo ricadere così le colpe sul suo vice Leodori». E conclude: «Zingaretti deve rimettere il mandato oggi».

Regione Lazio, è bufera sul presidente Zingaretti che "stipendia" i candidati sindaco della sinistra. Daniele Di Mario su Il Tempo il 23 maggio 2022.

Lo stipendio ai candidati sindaco del Pd nei capoluoghi del Lazio lo paga Nicola Zingaretti. Inteso come Regione, ovviamente. Alessandra Troncarelli (Viterbo), Simone Petrangeli (Rieti) e Domenico Marzi (Frosinone) hanno infatti tutti rapporti di lavoro con l'amministrazione regionale.

Partiamo da Frosinone, di cui Marzi è stato sindaco dal 1998 al 2007 e alla cui guida ora si ricandida. Eletto con l'Ulivo, Marzi è entrato nel Pd nel 2015 e da quell'anno è diventato consulente legale del Consorzio Asi di Frosinone, oggi confluito nel Consorzio unico industriale. Il 3 ottobre 2016 arriva il decreto presidenziale per un incarico di 18 mesi a 39mila euro lordi, cui Marzi rinuncia pochi mesi dopo perché assume la difesa di una persona coinvolta in una inchiesta della Dda.

Piccolo passo indietro: Domenico Marzi è un bravissimo e stimatissimo avvocato con uno studio legale importante. Normalissimo, quindi, che riceva numerosi incarichi. Citiamo solo alcuni di quelli ricevuti dallo stimato professionista da enti regionali. Nel 2020 presta servizi legali per LazioCrea, una società regionale. Nel periodo 21 gennaio 2021-23 marzo 2021 ottiene incarichi per circa 90mila euro dalla Asl di Frosinone.

Dal 2019 lavora anche con la Asl Roma 6. Il primo incarico gli viene affidato il 24 luglio 2019 con delibera n. 729. L'istanza di inserimento nell'elenco avvocati è di un mese prima, come da Pec inviata in data 26 giugno 2019. In un anno gli incarichi ottenuti dalla Asl Roma 6 ammontano a circa 45mila euro. Il direttore generale che guidava la Asl era un ex assessore di centrosinistra al Comune di Frosinone. Da Frosinone a Rieti, dove il centrosinistra candida Simone Petrangeli, che alle primarie ha sconfitto l'assessore regionale Claudio Di Berardino. Già consigliere comunale dal 2002 al 2012, Petrangeli è stato sindaco di Rieti dal 2012 fino al 2017, quando fu sconfitto dal candidato di centrodestra Antonio Cicchetti.

Ora si ripresenta. Ma cosa ha fatto Petrangeli, avvocato laureatosi con una tesi sui migranti, negli ultimi cinque anni? Lo spiega una interrogazione alla Pisana della consigliera regionale di FdI Chiara Colosimo e firmata dai capigruppo di Lega Tripodi e Forza Italia Simeone. A gennaio 2019 a Petrangeli Nicola Zingaretti rilevato che Petrangeli «è in possesso degli specifici requisiti professionali richiesti»- conferisce un incarico di consulenza per «Attività inerenti la salvaguardia, la valorizzazione e il potenziamento del tessuto socio -culturale della Provincia di Rieti». L'incarico dura 18 mesi a 40mila euro l'anno per complessivi 60mila euro, quindi.

Alla scadenza, l'incarico viene prorogato per altri 18 mesi e altri 60mila euro. In totale tre anni di consulenza a 120mila euro lordi complessivi. Ma il centrodestra chiede quali risultati abbia prodotto il lavoro di Petrangeli e quali fosse role sue comprovate competenze specialistiche nella materia oggetto dell'incarico. Quesito al quale ha risposto l'assessore alla Transizione Ecologica della Regione Lazio, Roberta Lombardi (M5S), elencando una lunga serie di iniziative e bandi promozionali, anche regionali, alla quale organizzazione e promozione avrebbe collaborato Petrangeli. La Lombardi ha anche comunicato che l'attuale candidato del centrosinistra ha presentato relazioni sulle sue attività, ma ho poi ammesso che mancherebbe quella relativa agli ultimi tre mesi e quella finale di fine consulenza, terminata a inizio febbraio, a pochi mesi quindi dalla competizione elettorale. Nella controreplica Colosimo ha evidenziato l'anomalia della mancanza delle relazioni finali di Petrangeli, ha annunciato un accesso agli atti per prendere visione delle relazioni già presentate. Per Colosimo, dalla dichiarazione dell'assessore emerge che Petrangeli ha gestito e preso parte a bandi e iniziative organizzate dalla Regione. Per la consigliera FdI tutto ciò sarebbe in contrasto con il ruolo che Petrangeli ricopriva all'epoca, ossia quello di capogruppo di opposizione di «Rieti Città Futura» nel Comune di Rieti. Infine Viterbo, dove il candidato sindaco è Alessandra Troncarelli, assessore regionale al Welfare in carica. La Troncarelli da assessore regionale partecipò a un concorso alla Asl di Latina, salvo poi ovviamente ritirare la candidatura dopo la bufera mediatica sollevatasi.

Da iene.mediaset.it il 7 aprile 2022.

Ieri sera, in prima serata su Italia 1, nella puntata de Le Iene è andata in onda l’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti su quello che sembra un vero e proprio buco nero che avrebbe inghiottito milioni di euro destinati alle strutture sportive capitoline. A contattare la redazione questa volta non è stato un semplice cittadino ma Alessandro Onorato, Assessore allo sport, al turismo e ai grandi eventi di Roma Capitale: “Il Comune di Roma ha perso oltre 20 milioni di euro per la cattiva gestione dell’impiantistica sportiva comunale”, esordisce davanti alle telecamere della trasmissione.

Onorato parla di soldi pubblici erogati per la gestione di alcuni centri sportivi di proprietà del Comune di Roma, destinati a famiglie, bambini, atleti, a cominciare dal Pala Tiziano, un’opera di architettura progettata da Pierluigi Nervi e che oggi è nella più totale fatiscenza, come mostrato dalle immagini del servizio e che, come racconta Onorato, la precedente giunta aveva promesso di far tornare allo splendore originale.

A giugno scorso l’ex sindaco di Roma Virginia Raggi annunciava, attraverso un post su Facebook: “Il Palazzetto dello Sport di viale Tiziano tornerà a disposizione della città in tutta la sua bellezza, grazie alla completa ristrutturazione dell’impianto. Abbiamo stanziato tre milioni di euro per la ristrutturazione delle zone interne ed esterne alla struttura”. Eppure, nonostante la spesa, oggi il Palazzetto dello Sport è ancora in stato di rovina.

“Io lo avrei dovuto inaugurare tra 15 giorni, ma guardate come siamo. Partiamo dall’esterno, non è prevista una recinzione, non è prevista un’illuminazione, non sono previste le telecamere o la guardiania, che quindi potrebbe essere vandalizzato il giorno dopo la ristrutturazione, all’interno scopriremo cose ancora peggiori”, dice Onorato, mostrando all’inviato le condizioni della struttura. “E all’interno: vetri rotti, muffa sul tetto, seggiolini mancanti.”.

“Pensate che l’appalto non prevedesse questo tipo di interventi?”, gli chiede l’inviato. “Non lo so, se non prevedi le opere per farla ritornare innanzitutto efficiente, sicura, pulita e fruibile. Sembra qui serva almeno un milione e mezzo di euro perché non possiamo permettere che pallavolo, e basket giochino fuori Roma.”, risponde l’assessore. 

Per questa situazione di incuria a rimetterci non sono soltanto i cittadini ma anche le squadre romane di volley e basket costrette a giocare fuori dalla città e a sostenere, quindi, spese non preventivate per fare gli allenamenti in altre strutture. La “Roma Volley” maschile, la “Roma Volley Club” femminile, la “Stella Azzurra” di basket, costretta a giocare in trasferta, o l’“Euro Basket Roma”.

Lo spreco di soldi non riguarderebbe solo la mancata ristrutturazione del Pala Tiziano ma, come afferma Onorato, “Il Comune di Roma spende oltre 800 mila euro l’anno per la guardiania, cioè per guardare impianti sportivi chiusi. Uno spreco di denaro costante. Ad oggi gli impianti abbandonati sono 14.” 

In fase di degrado anche altre strutture: lo stadio Flaminio, la piscina comunale di Tor Pagnotta e il campo Testaccio che ospitava una scuola calcio. Onorato parla anche di “furbi e furbissimi” riferendosi, nel primo caso agli “imprenditori che hanno impianti sportiti in posti di pregio e che non pagano il canone di affitto al comune”, e nel secondo, a quelli che “non hanno pagato neanche il mutuo per fare l’impianto e questo mutuo lo stiamo pagando noi.”

Filippo Roma chiede qualche spiegazione all’ex sindaco di Roma Virginia Raggi che afferma: “Se sono stata troppo ottimista nel post? No, ho solo dato un aggiornamento, chiedete alla nuova Giunta come stanno andando i lavori!”

Stefania Ulivi per corriere.it il 29 marzo 2022.

È Paola Malanga la nuova direttrice artistica della Festa di Roma. «È per me un grande onore ricevere quest’incarico, prestigioso e inaspettato, da Gian Luca Farinelli, neo presidente della Fondazione Cinema per Roma, che ringrazio, insieme ai membri del consiglio di amministrazione, per la fiducia e il coraggio di una scelta inedita — dichiarato la vicedirettrice di Raicinema —. 

Accolgo questa sfida importante con l’entusiasmo e l’amore per il cinema che da oltre trent’anni caratterizzano il mio lavoro, nella consapevolezza del momento storico che il settore cinematografico e la città di Roma stanno attraversando per costruire un futuro al passo coi tempi.

Ci aspettano ora mesi di lavoro intenso, sicuramente appassionante, il cui baricentro sarà il cinema in tutte le sue sfumature, in una delle poche città al mondo protagoniste della storia del cinema». 

Malanga è stata nominata dal cda della Fondazione Cinema per Roma su proposta del neopresidente Gian Luca Farinelli (in rappresentanza di Roma Capitale), in cui siedono Valerio Toniolo (Camera di Commercio di Roma), Laura Delli Colli (Regione Lazio), Daniele Pitteri (Fondazione Musica per Roma) e Nicola Maccanico (Cinecittà S.p.A. in rappresentanza del ministero della Cultura) che si è riunito oggi. 

Nata a Milano nel 1966, critica e giornalista di cinema, vice direttrice e responsabile prodotto di Rai Cinema, prende il posto di Antonio Monda. Di recente Baldini e Castoldi ha ripubblicato il suo saggio Tutto il cinema di Truffaut, cineasta di cui è grande conoscitrice.

«Lavoreremo insieme a un nuovo progetto di Festa del Cinema che duri per tutto l’anno e che coinvolga, in maniera diffusa, l’intera Capitale e si espanda anche al territorio della Regione — il commento di Farinelli —. 

Daremo spazio alle migliori espressioni della nostra cinematografia, l’intero comparto industriale sta vivendo in questo momento una fase di importante crescita; allo stesso tempo, procederemo in sinergia con i maggiori festival del mondo, mantenendo comunque un’espressione di originalità e una linea che renda la Festa del Cinema un appuntamento unico a livello nazionale e internazionale.

Sarà una manifestazione in grado di mostrare le numerose anime del cinema contemporaneo, dai confini sempre più globali e sfumati, e raccontare un panorama artistico in cui le arti si contaminano costantemente, giocando ruoli sempre più sorprendenti». 

Tra i primi a congratularsi con la nuova direttrice, registi come Marco Bellocchio («Sono contento che Paola sia stata nominata direttrice della Festa: la stimo, ne sono amico e questo mi onora, è una donna estremamente competente, intelligente ed entusiasta. Tutte prerogative necessarie per dirigere un evento di questa importanza. 

Naturalmente, io sono uno “spettatore”, Antonio Monda ha fatto un ottimo lavoro, gli avvicendamenti sono naturali in democrazia, non entro nel merito ma penso sia una direttrice che può fare molto bene» — e Alice Rohrwacher («Mi sembra una festa della Festa. Paola sarà una direttrice piena di fantasia. È un’incredibile professionista, una persona straordinaria di grande cultura e di grande sensibilità artistica. In più è una donna e questo può dare una grande ricchezza alla manifestazione»).

Dagospia il 29 marzo 2022. PAOLA MALANGA NUOVA DIRETTRICE ARTISTICA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA: IL BENVENUTO DEL CINEMA ITALIANO 

“Le mie congratulazioni per questa importante nomina. Conosco Paola da più di trent’anni e non posso non ricordare quanto sia stato importante per me sentirla sempre vicina e partecipe in tutti i miei film. È una persona speciale, piena di talento, carisma e personalità. Auguri Paola!”.

Gianfranco Rosi 

“Sono veramente felice di questa notizia, mi sembra una festa della Festa. Paola sarà una direttrice piena di fantasia. È un’incredibile professionista, una persona straordinaria di grande cultura e di grande sensibilità artistica. 

In più è una donna e questo può dare una grande ricchezza alla manifestazione. Sono sicura che continuerà il bel lavoro che è stato fatto alla Festa del Cinema: spero sia sempre meglio e sempre di più una Festa”.

Alice Rohrwacher

“Sono contento che Paola sia stata nominata direttrice della Festa: la stimo, ne sono amico e questo mi onora, è una donna estremamente competente, intelligente ed entusiasta. 

Tutte prerogative necessarie per dirigere un evento di questa importanza. Naturalmente, io sono uno “spettatore”, Antonio Monda ha fatto un ottimo lavoro, gli avvicendamenti sono naturali in democrazia, non entro nel merito ma penso sia una direttrice che può fare molto bene”.

Marco Bellocchio

“Visto l’ottimo risultato del lavoro fatto in diversi anni in produzione, sono felice di poter vedere come Paola Malanga riuscirà a sviluppare un nuovo approdo per il cinema d’autore e non solo. Il mio augurio è che riesca ad esprimersi al meglio vista la sua incredibile conoscenza sul cinema. Forza futuro ne abbiamo bisogno!”.

Alberto Fasulo 

“Sono contento e mi congratulo per la tua nomina alla guida della Festa del Cinema”.

Edoardo Winspeare 

“Che bella notizia! In bocca al lupo per questa grande e meritata avventura”.

Roberta Torre

“So che farai un grandissimo lavoro, come sempre, e sappi che noi siamo sempre con te!”.

Michelangelo Frammartino 

“Congratulazioni Paola, sono sicuro che il tuo amore per il cinema si esprimerà anche in questa tua nuova avventura! Paola Malanga è stata sempre un’ottima interlocutrice, e lo è stata anche per i registi più estremi, persona autorevole a cui sono grato, per i nostri film e per il suo coraggio, per il suo sguardo sulle cose di tutti i giorni e per vedere sempre dove pochi sanno vedere”.

Pietro Marcello 

“Auguri a Paola Malanga per questo nuovo impegno in cui porterà il suo amore e passione per il cinema e la capacità di comprenderne ogni possibile futuro”.

Donatella Palermo 

DAGONEWS il 7 aprile 2022.

Abbiamo sentito le opinioni delle star di Hollywood su Antonio Monda: Meryl Streep, Gay Telese, Robert De Niro. 

Ma che ne pensano gli studenti della New York University del loro professore? Siamo andati a vedere i commenti su “Rate my professor”, il sito dove gli studenti “votano” i loro docenti. 

E dunque, come se la cava il professor Monda? Non benissimo: il suo gradimento è appena sufficiente (3.3/5). Pover’uomo: su 175 professori è solo 119esimo.

Questo è uno dei tanti commenti che si trovano sul sito: “È maleducato, arrogante e non accessibile al di fuori delle lezioni. Risponde raramente alle e-mail e cambia costantemente l'orario delle lezioni senza consultare gli studenti. Risponde in modo passivo-aggressivo. La lezione è noiosa e facile: si guardano film per i compiti e li si discute in classe. Non c'è un piano di lezione chiaro”. 

Un altro studente scrive: “Impari solo le opinioni degli altri studenti, nessuna nuova intuizione dal prof. Non vale i tuoi soldi, ma una A facile se ti presenti e parli”. 

Infine: “Pretenzioso, scarsa selezione di film, respinge gli studenti se non sono d'accordo con i suoi blandi e insignificanti punti di vista. 

Non dà feedback sulle risposte ma invece parla solo di se stesso”. Che ci sembra la miglior descrizione possibile del “Demi-Monda” che ha guidato per 7 anni la Festa del Cinema di Roma.

Gloria Satta per “il Messaggero” il 27 marzo 2022.

In attesa della nomina del direttore artistico della Festa di Roma, continuano le manifestazioni di stima per Antonio Monda che ha guidato la kermesse negli ultimi 7 anni con ottimi risultati (nel 2021, seconda delle edizioni organizzate in piena pandemia, si sono registrate 55mila presenze) e un un grande rilievo internazionale.  

Dopo Martin Scorsese, Paolo Sorrentino, Marco Bellocchio e Paolo Taviani, il mondo del cinema e della cultura continua ad esprimere il proprio sostegno al direttore uscente: Meryl Streep, David Lynch, Don De Lillo («La sua conoscenza del cinema è straordinaria»), Gay Talese, Wes Anderson («Non avevamo mai avuto una ragione per andare a Roma, Antonio ce ne ha fornita una magnifica, ha messo la Festa nella nostra personale mappa del mondo») si sono schierati per la riconferma di Monda. 

Solo la prossima settimana il neo-presidente della Fondazione Cinema per Roma, Gianluca Farinelli, nominerà il direttore della Festa. Sta circolando, in nome delle quote rosa, il nome della vicedirettrice di RaiCinema Paola Malanga. 

Ma, alla luce del sostegno internazionale e dei suoi indiscussi meriti, Monda potrebbe essere prorogato per due anni. Dopo aver rifiutato la conferma per uno solo e la direzione degli Incontri Ravvicinati, punto di forza della sua Festa. 

Intanto la Fondazione una scelta l'ha fatta: ha rinnovato per tre anni, anziché i consueti due, la convenzione con Alice nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa, diretta da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli. 

DAGONOTA il 27 marzo 2022.

La Festa del Cinema di Roma, a fronte di un budget a disposizione di 4.165.000 euro, dichiara - come cita Gloria Satta – 55.000 presenze. Presenze, non biglietti a pagamento emessi, ossia persone che a vario titolo hanno sostato alla Festa o frequentato le aree della Festa: il red carpet o il villaggio.

‘’Alice nella città’’, la sezione autonoma e parallela diretta da Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, di cui Monda è ossessionato, dopo un’edizione che ha portato a Roma da Johnny Depp ad Angelina Jolie fino a Richard Madden (“Il trono di spade”) che hanno voluto incontrare i giovani e i ragazzi delle scuole, ha dichiarato 23.000 presenze: circa il 42 per cento del pubblico che dichiara la festa ma a fronte di un budget a disposizione di 400.000 euro neppure il 10 % di quello della Festa tutta. 

Per quanto riguarda i biglietti emessi della Festa invece dai dati risulta (ed è da chiarire se sono biglietti emessi a pagamento o includono gli omaggio sponsor) quelli dichiarati sono 33.000, mentre quelli di ‘’Alice nella città’’ sono 16.000; anche qui con il 10 per cento del budget della festa ‘’Alice’’ fa praticamente metà del pubblico della festa.

Il compenso di Monda invece - direttore scaduto da dicembre dopo 7 anni alla Festa del cinema (2 mandati da 3 anni ciascuno e 1 anno di proroga) è di 130 mila euro l’anno a cui vanno aggiunti i suoi viaggi a New York dove vive e le trasferte estere per altri 40 mila euro per un totale di 170 mila euro l’anno.

Pare che Marco Bellocchio sia incazzatissimo: non voleva essere messo in mezzo alla querelle romana tanto più accostato ad Antonio Monda. Pare che avesse chiesto espressamente al ‘’Messaggero’’ che lo aveva chiamato per farsi raccontare la sua esperienza alla Festa lo scorso anno, di non essere citato. Forse non è noto ai più ma Bellocchio è il presidente della Fondazione cineteca di Bologna di cui Gianluca Farinelli, nuovo presidente della Festa, è direttore generale. 

Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 25 marzo 2022.  

Nella guerra delle poltrone in corso a Roma dentro il mondo della cultura, guerra tutta interna alla Sinistra - la Destra quando sente la parola Cultura mette mano al tubetto dei sonniferi: dorme sempre - la più feroce è quella che si sta combattendo per la direzione artistica della Festa del cinema.

Semplificando per i non cinefili e per gli allergici alle parole «egemonia culturale», diciamo che l'11 marzo il nuovo sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha cambiato il presidente della Fondazione che gestisce il festival, scegliendo Gianluca Farinelli (si chiama spoils system, ed è l'essenza della democrazia: chi prende i voti governa e decide le cariche) il quale a breve indicherà il nuovo direttore artistico. 

Risparmiando spazio sulle varie correnti della Sinistra che si contendono la poltrona e i vari presunti complotti, va solo segnalato che il direttore uscente è il potentissimo Antonio Monda, alle spalle già due mandati e una proroga (per un totale di sette anni di poltrona), docente al dipartimento «Film and Television» della New York University, dentro al giro delle star di Hollywood, che spesso ha portato al Festival, e collaboratore di Repubblica. 

Ora: la trama del film è semplice. Monda non vuole passare la carica ad altri (il possibile successore è la vicedirettrice di Rai Cinema, Paola Malanga) e, per amore del potere più che del cinema, sta facendo di tutto per scongiurare la cosa. 

Alcuni lo chiamano «fare lobbying», altri «esercitare pressioni». Comunque, è vero che Repubblica ha mosso tutte le sue firme, dal direttore ai redattori degli Spettacoli e della edizione di Roma, per sostenere con paginate, pezzi e interviste il «collega» Monda.

Alla rubrica Posta e risposta di Francesco Merlo sono persino arrivate lettere (finte?) di sostegno a Monda (della nota critica cinematografica in erba Giulia Acciarito). 

La stampa amica si è allineata: il fratello del Monda-mondano, Andrea Monda, dirige L'Osservatore Romano. I media hanno creato un «movimento di sostegno» a Monda che parte da Los Angeles e arriva all'Auditorium Parco della Musica di Roma, passando da Scorsese, Gay Talese e Paolo Sorrentino.

E poco tempo fa è addirittura comparsa la foto di Antonio Monda sul cruciverbone della Settimana enigmistica. 

Chi è il meraviglioso direttore della Festa del cinema di Roma? Nove verticale. In tv, e al cinema, si dice «messaggio subliminale». Siamo oltre l'endorsement. Siamo alla pochade. Genere di commedia che peraltro crediamo Antonio Monda non disprezzi. Titoli possibili: Una poltrona per due. L'ombra del potere. Tutti gli uomini del direttore. E anche le donne.

Dal profilo Facebook di Mario Sesti il 31 marzo 2022.  

7 anni di tirannide (di urla, di minacce, di prepotenza), finiti inevitabilmente con dei titoli di coda da raccapriccio. 

Strepito,furore e infine il bunker e il suicidio (mediatico): con Repubblica che stampa una lettera privata con allusioni inquietanti e senza nomi (come le lettere minatorie). 

Solidarietà a Fabia, Gianluca, Goffredo. Ne abbiamo visto delle belle (e come sapete non siete gli unici ad aver subito strepito, furore e sopraffazione)

Ottavio Cappellani per mowmag.com l'1 aprile 2022.

Dopo il pezzo di Roberto D’Agostino su Antonio Monda (tutti ne parlano, pochi ne scrivono) pare che il nuovo soprannome di Repubblica sia “Le Monda”. Potete gustarvi l’articolo, di fronte al quale lo schiaffo a Sgarbi fu una carezza affettuosa, a questo link ... 

In realtà bisogna dargli ragione (a Dago): questo vizietto un po’ codardo un po’ snob di citare qualcuno senza nominarlo direttamente, come ha fatto Antonio Monda nel suo articolo su Repubblica, è molto italico e provinciale, anche se Monda si picca (e si lancia) come un “uomo di mondo”, perché abita in uno di quei quartieri bene di New York fatti a pezzi dal maestro Tom Wolfe. Della faccenda resta appiccicata addosso, infatti, proprio una sensazione di provincialismo, dove nessuno è quello che è bensì è quello che conosce, come se incontrare o ‘conoscere’ qualcuno passi osmoticamente talento e arte e intelligenza. 

Nello sciorinare di nomi “olliuddiani” di Monda sento - ma sarà colpa mia - come l’assessore alla cultura di un qualche paesino che fa l’elenco delle proprie iniziative: Raoul Casadei, i Jalisse, Angela Chianello da Mondello, Costantino Vitagliano.

Mi è dispiaciuto anche quel certo niccianesimo di Francesco Merlo, che difendendo Monda ha parlato di “mezze calzette” invidiose del “salotto” che sarebbe diventata la “festa” del cinema di Roma. Merlo dovrebbe sapere che lo “stile” non si misura dalla lunghezza di una calza (ricordiamo con affetto - e affettazione - il compianto Sergio Claudio Perroni, che la mezza calza, e bianca, la portava apposta).

Insomma, lo si dovrebbe sapere che “snob” viene da “sine nobilitate”, dagli atteggiamenti che i parvenu (male interpretando il codice di stile degli aristocratici) esibivano. Che poi, che minchia vuol dire, oggi, “salotto”? Esso è un concetto settecentesco, dove nei salotti si decidevano le sorti del mondo, essendo sede di diplomazia e cortigiane (e del loro potere). Mi spiega qualcuno, oggi, a cosa servono i salotti? Sarà colpa mia ma non capisco.

Qui, in Sicilia, mi è capitato di sfiorare il Monda un paio di volte: una volta mi arrivò una telefonata seminotturna da un mio amico, Paolino, molto mondano, molto sposato bene, molto gossipparo, in cui mi si invitava in una elegante gelateria di Acireale, dove sedeva monda. Un’altra volta, di recente, ho ricevuto una telefonata da un assessore alla cultura (in quanto amico, non in quanto assessore, gli assessori lo sanno che non devono permettersi di telefonarmi) che mi invitava alla presentazione di qualcosa di Monda ad Acicastello.

Purtroppo, in entrambi i casi, dovevo dare da mangiare ai miei cani (non è snobismo, è che ho delle priorità), e dire che anche qui in Sicilia ci sono persone davvero affrante per la destituzione di Monda dalla festa del cinema di Roma (dove non sono mai stati - mistero!). Insomma, ho trovato inelegante, e inaspettato, l’atteggiamento di Repubblica sulla faccenda, tutto un chi conosce chi è gli altri sono “mezze calzette”. E comunque, per amore di verità, se festa deve essere, se se dovremo diverti’, ma meglio Pascal Vicedomini. E non posso neanche nascondere una certa ammirazione aristocratica per Goffredo Bettini, che con quelle scarpe sempre un po’ così e quei pantaloni sempre stropicciati, non si sognerebbe mai di dire “mezza calzetta” a nessuno. Noblesse oblige.

DAGONOTA il 31 marzo 2022.

Qual è la motivazione che spinge alcuni a diventare così mirabilmente imbecilli? E come si fa a comportarsi con la grazia di un bidone di rifiuti sulla prima pagina di “Repubblica”? Prendete con le dovute cautele (una paletta e un sacchetto di plastica, vanno bene), Antonio Monda. Non è una piaga ma una piega sociale senza la quale la nostra industria dello svago crollerebbe.

Ferito nell’orgoglio di non essere stato riconfermato dal sindaco Gualtieri alla direzione artistica una dalla Festa del Cinema di Roma, possedendo il senso del ridicolo altrui, non del proprio, dopo aver cercato la riconferma invocando amici (fidati) e parenti (politici) tra le due sponde dell’Atlantico, Monda ha cambiato ‘’l’odio al motore’’: smessi i panni vellutati del dandy(cariato) e quell’espressione ammorbidente da ciuccia-banane, ha indossato quelli ruvidi del Marchese del Grillo. Lasciandosi così andare al fatidico (e incorreggibile) insulto all’Alberto Sordi:” Io so io e voi non siete un cazzo”.

Come a dire? Dopo di me, il Dio sole che illumina lo schermo, il buio calerà per sempre nelle sale dell’Auditorium romano che ospita la Festa del Cinema. E senza alcun rispetto per chi lo sostituirà negli incarichi per rilanciare con un nuovo progetto la Festa del Cinema a cui sono state chiamate, a giudizio del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti: “due grandissime personalità del mondo del cinema, Gianluca Farinelli e Paola Malanga”. Tant’è.

Per tornare al martirio del divin-Monda(no), era dai tempi della scomparsa del pontefice buono, Angelo Roncalli, che non venivano versate sui giornali tante lacrime (di piombo), accompagnati dai singhiozzi di vedove affrante da Meryl Streep a Bob De Niro (sarà vero?), per il benservito dal soglio dell’Auditorium del suo direttore artistico. Tutti in coro: “Non è più un uomo, Monda è il Cinema!”. E per l’immortale serie “’Sti cazzi!”, giù paginate quotidiane che hanno rallegrato i lettori romani di “Repubblica”, “Il Foglio”, “Il Messaggero”. 

Proprio lui, che nel 1990 provò la carriera di regista, doveva comprendere che la settima arte non era per lui. Grazie ai buoni uffici dello zio democristiano Riccardo Misasi, braccio destro di Ciriaco De Mita, gettò sul grande schermo il suo unico dimenticabilissimo film, “Dicembre”, finanziato ovviamente con i soldi pubblici, presentato pure a Venezia, che si rivelò puro veleno per il botteghino.

A quel punto, il nostro Pallore Gonfiato s’imbarca per le Americhe con moglie e figli “a causa – racconterà al “New York Times” – della disavventura giudiziaria dello zio che gli è costata la vita politica e poi quella fisica” (Misasi fu accusato di mafia e corruzione e poi assolto).  

Essì. Ne ha fatta di strada il divin-Monda(no) di Velletri: da super-intendent di un palazzo sull’Upper East Side di Manhattan a “istituzione culturale italiana”. Dove qui risiede in Central Park West con generosi contratti alla Rai di viale Mazzini (da Rainews a Raiplay). Un monumento alla sua modestia. 

Non può che sorprendere, allora, che al momento dei titoli di coda del film della sua vita, il nostro eroe esca di scena recitando, alla maniera del Sordi-Marchese del Grillo, il monologo delle proprie virtù e capacità artistiche sul giornale-teatrino in cui scrive, “la Repubblica”, grazie al suo rapporto newyorkino prima con Lapo e poi con John Elkann. 

La sua epica arroganza, la quale fa continuamente il verso a se stessa, non partorisce un topolino bensì il suo contrario, un bel cagnone grosso e greve, che abbaia tanto, ti salta addosso (se non sei nessuno), ti lecca la faccia (se sei un potente), ma presto ti stanca con la sua esuberanza e tu vorresti chiuderlo in una cuccia.  

Diceva il regista francese Jacques Tati: “Per risolvere tutti i problemi economici, basterebbe tassare la vanità”. Già, con il divin-Monda(no), “che se crede d’esse er papa dei cinematografari” l’erario si farebbe addirittura ricco. L’autore dei pensieri spettinati, Stanislaw J. Lec a sua volta ammoniva sulla superbia esibita dal nostro: “Ciò che si gonfia, per natura deve essere piatto”.

Per tornare agli umori dell’urbe e alla decisione del Campidoglio di rinnovare, dopo sette anni! i vertici della Casa del Cinema, così motteggiava pure il Belli a proposito de “Li morti de Roma” vanagloriosi: “Cuelli che ssò, dde mezza tacca/ Fra ttanta ggente che sse va a ffà fotte/ Vanno de ggiorno, cantando la stracca /Verzo la bbùscia che sse se l’ha dda iggnotte”. 

Tra tanta gente che se ne va a morire nella guerra in Ucraina e le scintille nel governo Draghi, l’epitaffio scritto di suo pugno dall’immortale cinephile “dde mezza tacca” (mediocre) – “hall notch a Little Italy -, che da solo si scava la fossa (bbùscia), trovava la sua lapide addirittura nella prima pagina della “Repubblica” di Maurizio Molinari.

“Una squallida verità su una scelta miope” è inciso sulla pietra sepolcrale (titolo) eretta dal divin-Monda(no) sulla prima pagina del quotidiano fondato da Scalfari. Della serie alla Caterina Caselli, non avendo noi sottomano come Antonio da Velletri l’amicizia e la confidenza di un Bob Dylan o di un Paul Auster: “Nessuno mi può giudicare”.  

Nemmeno tu, Dagospia, (vigliaccamente senza citarlo) propagatore di una “violenta campagna denigratoria” che ‘’mai pagherei con la pubblicità per far sparire ogni attacco magicamente dal sito…”. Imbecille, ma come ti permetti? Se lo scrivi, lo provi. Sputare contro vento, proprio mentre salgono gli osanna da parte “degli esponenti della cultura mondiale” orfani della tua direzione artistica, non è da uomo di Monda.

A questo punto, non avendo né partiti presi né interessi economici, se le notizie pubblicate da questo disgraziato sito (non le marchette dei suoi compagni di merende) sull’intenzione della giunta Gualtieri di non rinnovargli l’incarico hanno contribuito alla sua cacciata, francamente ne saremmo orgogliosi.

Giorgio Del Re per tpi.it il 31 marzo 2022.  

‘’C’è un momento oltre il quale bisognerebbe cercare di fermarsi, per non cadere nel ridicolo. L’odio genera solo altro odio in un’escalation di illazioni che hanno il solo risultato di ribaltare la verità facendo risultare i carnefici come vittime’’. 

Quali erano i rapporti tra Alice nella città e l’ex direttore della Festa del cinema?

In questi 7 anni ci sono stati momenti di dibattito e di confronto tra Alice e l’ex direttore della Festa, lo sanno tutti i distributori e gli addetti ai lavori, non è un segreto. Avevamo una visione diversa della programmazione e della formula della Festa concentrata più sui film in anteprima, la loro qualità, la loro visione piuttosto che sui volti e sulle conversazioni. 

Inoltre, ci aveva diradato via via negli anni, gli spazi per le proiezioni rivolte ai ragazzi e ci ha impedito di allestire la tensostruttura nei pressi dell’auditorium per ridurre la visibilità e l’impatto della nostra programmazione. Dunque, una convivenza complessa ma nulla che potesse portare a ricostruzioni fantasiose e a tutta questa violenza verbale.

A cosa si riferisce?

Questo clima può aver persino influito su menti esaltate che hanno prodotto episodi vergognosi. Ho infatti ricevuto due lettere anonime di minacce con ritagli di giornale che ho immediatamente denunciato alle autorità competenti. “Lascia stare….. Il festival è suo. Tu e le altre donnicciole non contate nulla vinceremo noi. Doveva cacciarvi quando poteva. Sporca comunista”. 

Quando vi sono state recapitate?

È iniziato tutto dai primi di febbraio. Per il rispetto che ho di tutti i professionisti coinvolti in questa vicenda e delle indagini in corso ho preferito tacere. Purtroppo, non ho visto lo stesso senso di responsabilità da parte degli altri soggetti in campo. Non sono spaventata di queste lettere perché confido nella polizia di stato che spero davvero potrà trovare gli autori materiali di questi reati.

Mi dispiace semmai di più la svalutazione della questione femminile e l’essere stata attaccata da alcuni giornali che amano descrivermi solo come “sorella di” senza mai entrare nel merito del mio lavoro, del mio curriculum e dei risultati ottenuti in tanti anni o le illazioni su presunte concessioni mirabolanti che in realtà non prevedono alcun compenso ma solo una convenzione tecnica legata all’uso degli spazi (come avviene in molti festival) che viene rinnovata dal 2012. 

Ne parlo oggi affinché da adesso in poi sia possibile andare avanti e tornare a parlare di Cinema. Ne ha bisogno il cinema, ne ha bisogno Roma e anche i tanti artisti e attori che in questi giorni sono stati chiamati in causa, sulla base probabilmente di chissà quale narrazione distorta.  

Molti di loro sono gli stessi che dal 2006 al 2015 hanno partecipato alle edizioni della Festa del cinema assieme che sono venuti qui ad incontrare il pubblico o a presentare i loro film, proiettati in prima mondiale e internazionale, come: Sean Connery, Tom Cruise, Martin Scorsese , Nicole Kidman, Sean Penn, Leonardo DiCaprio, Harrison Ford, Francis Ford Coppola, Robert de Niro, Colin Farrell, Colin Firth, Meryl Streep, Robert Pattinson Kristen Stewart, Jake Gyllenhaal, Peter Bogdanovich, Reese Whitnerspoon, Amy Adams e tanti altri che volendo, sarebbe facile verificare. 

Cosa si augura per la nuova edizione?

Mi auguro che grazie alla competenza e allo stile di Gian Luca Farinelli e Paola Malanga ci sia spazio di parlare del futuro anziché del passato e di aprire un nuovo capitolo. Su una cosa sono d’accordo con il titolo di La Repubblica la vicenda è squallida.

Dal profilo Facebook di Goffredo Bettini il 30 marzo 2022.  

La lettera di Antonio Monda oggi su Repubblica, circa la sua vicenda con la Festa del Cinema di Roma, è molto grave. 

Non entro nel merito delle sue opinioni, piuttosto ho il dovere di smentire le menzogne rispetto alla mia condotta e al mio ruolo. Monda non mi nomina direttamente, ma dal testo è inequivocabile che si riferisca al sottoscritto. 

1) Avrei messo un veto politico sulla sua riconferma dopo 7 anni per interessi familiari, in quanto mia sorella Fabia dirige “Alice nella città”, una rassegna autonoma rivolta a ragazze e ragazzi che ha una convenzione con la Festa del Cinema dalla prima edizione. Non solo non ho messo veti, ma nessun politico, amministratore, giornalista, regista, produttore (potrei continuare) può sostenere di aver subito anche una minima o indiretta interferenza da parte mia per condizionare la scelta.  

Ho mantenuto un riserbo totale. Le decisioni sono state assunte in piena libertà dai soci e in primo luogo dal Sindaco Gualtieri. Che mi piacerebbe confermassero pubblicamente ciò che sto affermando. Il Cda della Fondazione Cinema per Roma all’unanimità ha deciso di non confermare il direttore artistico, per un fatto (credo) persino fisiologico e di chiamare due personalità di grande prestigio come Gian Luca Farinelli e Paola Malanga per aprire una nuova fase di vita dell’evento.

2) Monda parla di una generica pressione politica anche del Pd locale, del tutto inventata. Le pressioni politiche amplissime, improprie, eterogenee, scomposte, del tutto estranee al merito dell’argomento “cinema”, sono partite in difesa di Monda. Accompagnate da una campagna stampa, di alcuni giornali, sproporzionata, francamente, alla rilevanza della questione. Le relazioni in Italia contano più del merito e la mondanità (sic!) paga.

3) Nella lettera si denigrano con mancanza totale di stile le prime edizioni della Festa, dopo averla fondata, da me dirette. Sulla dimensione del budget ricordo che allora era composto in grandissima parte da sponsor privati, oggi ridotti ad una miseria. Sulla penosa rivendicazione da parte di Monda di essere stato il primo ad aver portato le star internazionali a Roma, ricordo chi fu presente nelle edizioni 2006-2007 e 2008. 

Per spirito di verità le elenco tutte: nel 2006 Dario fo, Richard Gere, Luc Besson, Giuseppe Tornatore, Martin Scorsese, Ksenia Rappaport, Harrison Ford, Leonardo di Caprio, Mira Nair, Nicole Kidman, Robert de Niro, Robert Guediguian, Sean Connery, Vera Farmiga. Nel 2007: Ang Lee, Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Ellen Page, Monica Bellucci, Colin Firth, Emile Hirsch, Francis Ford Coppola, Geoffret Rush, Gerard Depardieu, Halle Berry, Jonathan Rhys Meyer, Julie Taymor, Julio Medem, Kabir Bedi, Peter Bogdanovich, Reese Whiterspoon, Sean Penn, Sofia Coppola, Sofia Loren, Terrence Malik, Tim Roth, Tom Cruise, Dario Fo. 

Nel 2008: Al Pacino, Cassel Vincent, Carlo Verdone, Matthew Modine, Viggo Mortensen, David Cronemberg, Colin Farrel, Ed Harris, Ellen Burstyn, Francois Dupeyron, Gael Garcia Bernal, Gaspar Noe, Jane Campion, Jean Pierre Bacri, Jessica Biel, Michael Cimino, Nathalie Baye, Peter Greenaway, Robert Pattinson. 

C’è una differenza ulteriore, tuttavia. Tutti i grandi artisti che abbiamo ospitato nelle prime edizioni accompagnavano i loro film presentati a Roma in prima mondiale e internazionale. Oggi non è così. Spesso si sono presentati film senza cast e visti in altri festival.

Sono stato tirato per i capelli in questa polemica; costruita ad arte in modo spregiudicato.

Ma occorre ristabilire la verità quando si supera il segno. E il clima creato ha superato il segno. Saranno i miei avvocati a valutare se ci sono gli estremi per una querela penale e civile circa il riferimento ad un mio interesse personale o familiare in questa vicenda. 

La Polizia di Stato si sta muovendo in modo eccellente per risalire ai nessi e agli autori materiali di una sporca vicenda che ha riguardato la mia famiglia: sono infatti arrivate nei mesi precedenti due lettere anonime a mia sorella. 

Fra le tante minacce contenute in queste lettere, chi scrive pensa di offendere con l’epiteto “sporca comunista”. Naturalmente, non occupandosi mia sorella di politica, la sua colpa è di avere un fratello che è stato dirigente del Pci.

Essere stato un comunista italiano per me è un vanto, un onore, la prova di una formazione personale rigorosa, sobria e integerrima. Sporchi non erano i comunisti italiani ma chi, oggi come allora, si nasconde per colpire dietro l’anonimato e la delazione. 

Marco Giusti per Dagospia il 30 marzo 2022.

Ma state ancora a parlare del pugno e degli Oscar? O dell’addio, anzi della cacciata di Monda dalla Festa del Cinema di Roma? Peggio dello schiaffone di Will Smith a Chris Rock… Francamente aveva esagerato. 

Dopo sette anni da direttore ci puoi anche stare che ti caccino. 

Hanno cacciato con articoli imbarazzanti sui giornali, quando i giornali si leggevano, il miglior direttore che abbiamo mai avuto in Italia, Marco Muller, figuriamoci se non cacciavano Monda, con tutti i suoi libri, i suoi incontri, i film della sua vita, i suoi video. E' la vita.  

E anche se Paola Malanga non è un direttore artistico con un curriculum così forte, leggo nelle sue note che è stata “tra i principali collaboratori” al Dizionario di Mereghetti (vabbé…) oltre che essere vicedirettrice di Rai Cinema, la presenza di Gian Luca Farinelli come presidente della Fondazione Cinema per Roma rende il duo molto solido. Buon lavoro. 

Anche se una domanda su chi sarà il vero direttore, con una volpe come Farinelli messa nel pollaio di Roma, non posso non farmela.

Detto questo al cinema, malgrado il gran giro di schiaffi, nomine e pizzini, seguita a andarci poca gente. Ieri “The Batman” con Robert Pattinson ha incassato 47 mila euro per un totale di 9,3 milioni di euro, inseguito da “Corro da te” con la coppia Favino-Leone con 44 mila euro e un totale di 1,4.

Terzo posto per “Spencer” di Pablo Larrain con Kristen Stewart come Lady Diana, 43 mila euro per un totale di 377 mila euro. Quarto posto per “Licorice Pizza” con 32 mila euro e un totale di 147 mila euro. Al nono posto è scomparso “Altrimenti ci arrabbiamo” con la coppia Pesce&Roja e appare il western sardo “Il muto di Gallura” che devo assolutamente vedere con 8 mila euro e un totale di 76 mila euro.

“Duemila euro a matrimonio”, il regalo di Zingaretti agli sposini: come ottenere il bonus. Roberta Davi su Il Riformista il 28 Febbraio 2022. 

Sposarsi a Roma (o nel Lazio) e ricevere un ‘regalo’ di 2mila euro direttamente dalla Regione. Un’opportunità per tutte le coppie, italiane o straniere, a patto che decidano di sposarsi o unirsi civilmente dal 1° gennaio al 31 dicembre 2022, rivolgendosi a imprese laziali per organizzare il loro giorno più bello.

‘Nel Lazio con amore’ è l’iniziativa che punta ad aiutare i futuri sposi sostenendo le spese della filiera del wedding, duramente colpita dall’emergenza Covid, grazie a un fondo di 10 milioni di euro.

Per cosa si può ottenere il rimborso

Le spese che danno diritto al rimborso riguardano tutti i vari aspetti di un matrimonio: dalla stampa delle partecipazioni all’acquisto degli abiti; dal noleggio dell’auto da cerimonia agli addobbi floreali, fino all’affitto della sala per il ricevimento, l’acquisto delle fedi, il servizio di animazione, le riprese video e il book fotografico. Nelle spese ammissibili rientrano anche i servizi di catering e di ristorazione, nonché il viaggio di nozze prenotato in agenzia: in questi ultimi due casi il bonus previsto è di 700 euro.

Ogni coppia può chiedere un rimborso per un massimo di cinque documenti di spesa, che rispettino determinati requisiti. Ossia le spese, tracciabili e conformi alla normativa fiscale, devono essere sostenute nel periodo compreso tra il 14 dicembre 2021 e il 31 gennaio 2023, ma non essere state effettuate online. Inoltre devono presentare causale compatibile con le attività per le quali viene concesso il contributo ed essere dimostrate attraverso un documento di pagamento (come bonifico, scontrino POS) con importo identico a quello del documento di spesa (fattura, scontrino fiscale). Nel caso in cui ci siano discordanze, è ammissibile l’importo minore.

Come presentare la domanda

La domanda  per partecipare al bando ‘Nel Lazio con amore’ va inoltrata attraverso lo sportello telematico disponibile sul sito regione.lazio.it/nellazioconamore dalle ore 10:00 del 28 febbraio 2022 alle ore 10.00 del 31 gennaio 2023 o fino ad esaurimento risorse. È necessario allegare le fatture e indicare i dati relativi alla cerimonia. Può essere presentata solo da uno dei componenti della coppia.

Allo stesso indirizzo saranno anche pubblicate le risposte alle domande più frequenti sotto forma di FAQ.

“Bando pensato per settore in crisi”

“Il bando è pensato e voluto per sostenere un settore che ha sofferto in modo particolare la crisi economica“, spiega il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. “Abbiamo messo in campo dieci milioni di euro con un occhio rivolto anche al comparto turistico, nella consapevolezza e con l’orgoglio di poter vantare, in ogni parte della nostra regione, tantissime location tra le più magiche e affascinanti al mondo grazie a un patrimonio artistico e culturale ineguagliabile. Spazi ideali anche per celebrare un giorno speciale come quello del matrimonio”.

Nella Regione Lazio matrimoni e unioni civili sono passati da circa 15mila nel 2019 a meno di 9mila nel 2020, a causa delle restrizioni imposte dal Covid. “Facciamo ripartire un settore fermo da troppo tempo: negli ultimi due anni tutta la filiera del wedding ha sofferto una contrazione importante a causa della pandemia – aggiungono Valentina Corrado, assessore al Turismo e Paolo Orneli, assessore allo Sviluppo Economico – . Vogliamo premiare le eccellenze regionali e aiutarle a ripartire con il piede giusto con un provvedimento di sostegno alla ripresa economica”. Roberta Davi

Latina. Arresti a Sabaudia, c’è la sindaca «Coinvolta nel sistema criminoso». Michele Marangon e Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 21 Febbraio 2022.  

Un grumo di favoritismi e corruzione per gestire le spiagge e la tradizione remiera della città pontina. 16 le misure cautelari, coinvolti nel meccanismo persino i carabinieri.

«Grazie a Dio, grazie al coronavirus...» esultava l’imprenditore Luigi Manzo, in clamoroso ritardo sull’allestimento dei campi e felice di poter scaricare sul Covid 19 le colpe della propria inefficienza. Era il 2020 e, secondo il procuratore aggiunto di Latina, Carlo Lasperanza che ha coordinato le indagini dei carabinieri, il buen retiro dei romani, vip e non, svelava il «sistema Sabaudia»: un grumo di favoritismi e corruzione per gestire quanto di più prezioso possiede la città pontina, le spiagge e la tradizione remiera. Si è arrivati così alle 16 misure cautelari notificate ieri per reati che vanno dal peculato alla corruzione, induzione a dare o promettere utilità e turbativa d’asta. Indagata e finita ai domiciliari, la sindaca di Sabaudia Giada Gervasi, esponente civico sostenuta dal centrodestra e pienamente coinvolta, secondo i magistrati, in un sistema «criminoso» che la gip Giorgia Castriota definisce «ampio, diffuso, radicato e capillare».

Ai domiciliari

Gli arresti domiciliari sono stati ordinati anche per il direttore generale del comitato Sabaudia 2020 Luigi Manzo, il consigliere comunale Sandro Dapit, l’ex assessore all’Urbanistica Innocenzo Angelo D’Erme, l’assessore del Comune di Pontinia Giovanni Bottoni, l’ex direttore del parco nazionale del Circeo Paolo Cassola e altri. Non mancano esponenti delle forze dell’ordine coinvolti, come i carabinieri Angelo Mazzeo, Giuseppe Polidoro e Alessandro Rossi.

Il «core business» delle dune

La prima grande operazione nei confronti di reati compiuti da “colletti bianchi” locali, soprannominata «Dune», conta complessivamente trenta indagati, tra cui costruttori e titolari di stabilimenti balneari, imprenditori e consulenti. Perché attorno al core business di Sabaudia e delle sue dune (sempre meno ampie, sempre più minacciate dall’espansione delle maree) andavano concentrandosi gli appetiti. Gran parte dell’inchiesta ricostruisce il meccanismo di favori e turbative messo in atto per i lavori della Coppa del Mondo di canottaggio 2020, nella cui organizzazione il Comune era in clamoroso e colpevole ritardo. Mentre si procedeva ad affidare lavori grazie a un sistema di «spacchettamento» sotto soglia, la maggioranza continuava a tutelare le concessioni balneari, spesso inadempienti, quasi mai a norma.

Appetiti pubblici e privati

«Alcuni chioschi gestiti da dipendenti comunali o da persone a loro riconducibili - si legge nell’ordinanza – non erano mai stati sottoposti a controllo». Secondo l’accusa sarebbe state violate le norme per gli appalti sull’illuminazione pubblica ed eluse quelle per la realizzazione dell’impianto di cablaggio al servizio del campo che avrebbe dovuto ospitare le gare del 2020. Funzionari pubblici «insanabilmente asserviti agli interessi dei privati» avrebbero manipolato le gare, promettendo aiuti elettorali ai politici del luogo.

Favoritismi e privilegi

I magistrati sospettano che le riunioni di politici e imprenditori nelle sale del museo comunale servissero ad avere mano libera e la quasi totale certezza di non essere intercettati. «Abile dissimulatrice» Giada Gervasi si sarebbe data da fare per rimuovere funzionari leali che lamentavano inadempienze degli imprenditori balneari. «Modus operandi radicato all’interno del Comune, per cui negli anni tutte e 45 le attività presenti a Sabaudia (stabilimenti, ndr) hanno goduto di favoritismi e privilegi grazie alla complicità e connivenza del Comune» sottolinea il gip.

Vittorio Buongiorno Camilla Mozzetti per "il Messaggero" il 22 febbraio 2022.

«Grazie a Dio, grazie al Coronavirus»: la pandemia copre gli affari loschi che il Comune di Sabaudia aveva firmato nell'organizzazione della Coppa del mondo di Canottaggio. Sulla sabbia si inizia ad indagare dopo il tentativo incendiario di un uomo che se la prende con le istituzioni, ree a suo dire di non controllare accuratamente la gestione delle concessioni balneari su uno dei tratti più noti del litorale laziale. I soldi dovuti da chi, per anni, con gli stabilimenti di Sabaudia ha fatto fortuna e quelli realmente pagati all'amministrazione.

Poi però il faro degli inquirenti dalla sabbia si sposta su qualcos' altro e stavolta l'incendio divampa per davvero ma su un altro fronte: quello della gestione degli appalti e delle gare per l'organizzazione dei mondiali di canottaggio. E il Comune della località a sud di Roma prende fuoco. 

 È finita ai domiciliari la sindaca di Sabaudia, Giada Gervasi (ieri sera si è dimessa dall'incarico) insieme ad altre 11 persone, (per altre quattro è stata disposto il divieto di dimora e la sospensione dai pubblici uffici) con l'accusa di corruzione e turbativa d'asta proprio per quel grande appuntamento sportivo previsto per il 2020 e rimandato al 2021 a causa della pandemia. I carabinieri del Nucleo investigativo di Latina coordinati dalla Procura hanno fatto luce su un sistema che partendo dal Municipio aveva favorito ditte amiche per la realizzazione dell'impianto di gara. Ed è così, dunque, che dall'indagine avviata per controllare il sistema di gestione delle autorizzazioni degli stabilimenti balneari - su cui sono in corso delle verifiche perché tante sarebbero le realtà morose - si è scoperto il sistema Coppa del mondo.

IL SISTEMA È il 2018 quando si pensa al lago Paola di Sabaudia come epicentro della gara mondiale di canottaggio. Il Comune istituisce un comitato organizzatore e avvia le gare per l'assegnazione degli appalti necessari alla realizzazione del campo di gara e non solo per un giro di affari di circa un milione di euro. I procedimenti sono regolari ma su questi - è l'accusa - sia la sindaca che il direttore generale del Comitato, Luigi Manzo (ai domiciliari), con l'ausilio di diversi dipendenti dell'amministrazione, assessori compresi, lavoreranno per revocare gli incarichi alla ditte regolarmente vincitrici, al fine di favorirne altre, tra cui quella di Giuseppe Pellegrino, anche lui finito ai domiciliari. Nel novero delle accuse anche quella della turbativa sulla gara di un altro appalto per la realizzazione di un impianto di cablaggio del campo di gara stesso. Ma per far questo, revocare e far risultare vincitrici altre ditte, serve tempo che viene sottratto all'organizzazione dell'evento con il rischio di farlo saltare.

Si arriva al 2020 manca pochissimo ed è ancora tutto in alto mare ma a salvare il sistema arriva la pandemia da Covid-19 su cui gli odierni indagati festeggeranno perché il virus farà saltare l'appuntamento coprendo i ritardi dovuti alle magagne sugli appalti. Gli indagati fanno credere alla Fisa, la Federazione internazionale degli sport acquatici di aver ultimato i lavori per lo svolgimento della Coppa del mondo e tacciono la realtà anche alla Prefettura e alla Questura, coinvolte per la preparazione del piano di sicurezza. 

Poi arriva salvifica la pandemia di cui sindaca e collaboratori gioiscono: «La fortuna - dice Manzo intercettato - se così si può dire, ci sta salvando la pelle e le pa...». Gli indagati «arrivarono persino a sperare - si legge nell'ordinanza del gip Giorgia Castriota - in una diffusione del Coronavirus che avrebbe così costretto le autorità sportive all'annullamento delle manifestazioni, per poter così coprire mediaticamente quello che altrimenti sarebbe stato un clamoroso fallimento organizzativo della Gervasi e del Manzo». Non solo, entrambi «toccavano ferro» affinché il Covid-19 costringesse poi la Fisa a decidere il trasferimento della seconda prova della Coppa del mondo da Varese a Sabaudia «facendo presagire un ulteriore guadagno per gli indagati» è scritto ancora nel provvedimento.

LE CONCESSIONI Al fianco c'è poi tutta l'attività messa in essere dalla sindaca a favore di Mario Ganci, un imprenditore nonché segretario del sindacato balneari, che chiede alla Gervasi il ritiro dei provvedimenti di revoca delle concessioni per gli stabilimenti morosi ma non solo. Ma gli irregolari sono anche altri. I responsabili dell'Ufficio Demanio Marittimo e Suap avviano anche il procedimento di revoca dell'autorizzazione del chiosco Polidoro riconducibile al segretario dello staff della sindaca. «Le conseguenze di tale affronto - si legge ancora nell'ordinanza - sono state il trasferimento» della dipendente «che aveva avviato il procedimento e poi le minacce al capo settore che aveva disposto la revoca dell'autorizzazione».

Michele Marangon e Ilaria Sacchettoni per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2022.

«Puoi anche riferire al sindaco, io vengo lì e faccio un casino da pazzi...» tuonava l'imprenditore Giuseppe Pellegrini al telefono, lamentando la mancata definizione degli accordi per la manutenzione del vecchio pontile di Sabaudia che avrebbe potuto penalizzarlo in futuro. Nel capovolto universo del «sistema-Sabaudia» gli imprenditori comandavano e la pubblica amministrazione taceva, trattava. 

Così i titolari delle 45 concessioni balneari lungo le dune del litorale sarebbero stati, secondo i magistrati, complessivamente inadempienti sotto il profilo economico. Titolari di attività mancavano di versare i canoni di concessione e proprietari di chioschi che durante la stagione balneare fatturavano cifre stellari omettevano di pagare il dovuto al demanio. La ruota degli affari girava ma le casse pubbliche non intascavano un soldo. Quando poi capitava una stretta, gli imprenditori lamentavano preoccupazione. Piange Saporetti, proprietario di una fetta pregiata delle dune litoranee, sotto al Circeo.

Ed è il presidente dell'associazione di categoria Emanuele Avagliano a riferire alla sindaca Giada Gervasi come il pagamento delle tasse di concessione affliggesse i titolari di stabilimenti: «L'Avagliano avvisava la Gervasi che i balneari si stavano rivolgendo a lui per la questione dei pagamenti delle concessioni, a partire da Carbonelli, passando per Saporetti, passando per Natale, per Dell'Omo...». 

E piange il titolare della Rosa dei Venti, chiosco che «nel 2019 era stato sottoposto a un solo controllo, avvenuto peraltro al termine della stagione stessa (quando cioè ormai la struttura era stata smontata, divenendo così materialmente impossibile riscontrare eventuali irregolarità)». Ebbene non solo il titolare subaffitta in nero l'attività ma, in seguito, riesce a mobilitare l'ex sindaca contro la funzionaria che aveva rilevato irregolarità nel pagamento delle concessioni. Commentano due carabinieri del luogo, in una tra le molte conversazioni captate dalle microspie: «Questi c'avranno preso praticamente 300/400 mila euro. Tra l'altro anche camuffati in qualche modo... è perché non potevano risultare... non è che stanno a vende' un'attività, non la possono vende' l'attività capito?».

Altrove, nelle intercettazioni ritorna come un leit motiv l'ansia di molti imprenditori per i pagamenti dovuti al demanio e vissuti come iniqui: «Io ti ho chiamato - dice Mario Ganci alla sindaca - perché sono molto preoccupato per la situazione che abbiamo... noi stiamo cercando di lavorare per trovare dei rimedi ma intanto dagli uffici arrivano le revoche... a parte Tony (Tony l'Egiziano, titolare dello stabilimento omonimo, ndr ) ma pure al chiosco di Polidoro è arrivata una revoca... siccome pure quella si basa su una cosa che si sta pensando di rivedere...».

In un sistema del genere la mancanza di trasparenza gioca a favore di assessori e imprenditori collusi: «Mo vediamo come buttarli fuori» pianifica l'assessore ai Lavori pubblici, Innocenzo D'Erme, riferendosi a candidati sconosciuti che partecipavano alle gare. Ma, in un sistema del genere, si ragionava anche in termini di consenso elettorale. Osserva Giovanni Bottoni, responsabile di un settore dei lavori pubblici al telefono con l'imprenditore Sandro Dapit: «È tutta gente amica che elettoralmente può essere amica di qualcun altro». A dire che, in un futuro non troppo lontano, quei consensi avrebbero potuto tornare utili. Una spirale di continui favori, anche minimi: tra gli episodi citati nell'ordinanza della gip, così, finisce anche la promessa di salsicce e di una maglia dello juventino Dybala a un carabiniere in cambio della potatura degli alberi di una villa senza l'autorizzazione necessaria. Maglia autografata, però, e con dedica.

Da fanpage.it il 21 Febbraio 2022.  

"Grazie a Dio, grazie al Coronavirus che ci sta salvando la pelle e le palle". Così uno degli indagati, in un'intercettazione telefonica del 6 marzo 2020, si rivolgeva a Sergio Lamanna comandante del centro remiero della Marina Militare e gli confidava il fallimento dell'organizzazione dell'evento e che la pandemia Covid li avrebbe sottratti alle loro responsabilità. Questo si legge nelle carte dell'inchiesta che ha portato all'emissione di sedici misure cautelari, facendo finire ai domiciliari anche la sindaca di Sabaudia. 

Non solo corruzione e turbativa d'asta per il rilascio delle concessioni demaniali, ma anche gravi illeciti legati al ricco appalto per l'organizzazione della tappa nazionale della "Coppa del Mondo di canottaggio" che si sarebbe svolta al Lago di Paola di Sabaudia. L'inchiesta della procura di Latina, che questa mattina ha visto finire in manette sedici indagati tra cui Giada Gervasi, avvocatessa e sindaca di Sabaudia, ha svelato che il comitato dell'organizzazione dell'evento sportivo internazionale venne creato "ad hoc" dal comune pontino e venne chiamato "Sabaudia MMXX".

Secondo gli inquirenti, infatti, la struttura era dotata di una propria personalità giuridica e controllato direttamente dalla sindaca Gervasi e da Luigi Manzo, nominato dalla giunta direttore generale del comitato. Ditte "amiche" e imprenditori spregiudicati divenivano gli aggiudicatari di almeno undici gare d'appalto pilotate i cui requisiti d'aggiudicazione venivano "cuciti" su misura. 

Si legge nelle cinquecento pagine dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari di Latina, Giorgia Castriota, che la prima cittadina, grazie al ruolo istituzionale si è mostrata un'abile dissimulatrice dei fatti e spregiudicata nel portare a termine i reati per fini politici. Secondo la procura, fu proprio la Gervasi a richiedere al prefetto di Latina la convocazione del comitato provinciale per l’ordine la sicurezza pubblica all’indomani dell’attentato nella sede del Parco Nazionale del Circeo, salvo poi approfittare di tale situazione per influenzare i controlli nei confronti dei titolari delle attività balneari riconducibili ai propri avversari politici. 

Inoltre, gli indagati avrebbero cercato di depistare le indagini, attraverso un tentativo della sindaca Gervasi di accreditarsi come "confidente" dei carabinieri di Sabaudia al fine di depistare eventuali indagini o responsabilità a suo carico ed indirizzarle falsamente nei confronti di alcuni capi settori e di un assessore tanto da dichiarare falsamente di aver chiesto a quest’ultimo le dimissioni. 

"Il comportamento della Gervasi – scrive il gip – appariva funzionale a precostituirsi un alibi qualora vi fossero state indagini nonché un probabile tentativo di depistaggio. Inoltre, nel corso delle indagini è emerso che gli indagati, proprio per sottrarsi alle investigazioni, hanno adottato molte precauzioni. Si è visto infatti che gli stessi hanno spesso evitato di parlare al telefono di determinate questioni, preferendo comunicazioni di persona oppure facendo ricorso ad applicazioni telefoniche che consentono di comunicare in maniera riservata, a riparo da eventuali intercettazioni".

"Grazie al Covid ci salviamo la pelle...". Al vertice dei corrotti: lascia la sindaca. Stefano Vladovich il 22 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Tangenti in cambio delle concessioni balneari: 12 in manette. «Con profondo rammarico dichiaro la mia volontà irrevocabile di dimettermi dalla carica di sindaco con effetto immediato. Le dimissioni sono determinate dalle recenti vicende giudiziarie che mi hanno coinvolta e mi portano necessariamente ad un distacco dal mio ruolo al fine di fare chiarezza e garantire il corretto funzionamento dell'Ente. Ho sempre agito nell'interesse del Comune. Affronterò le accuse e mi difenderò, certa di chiarire la vicenda». Così in una nota il sindaco di Sabaudia, Giada Gervasi, 47 anni, ha rassegnato le dimissioni dopo l'inchiesta che ieri l'ha portata agli arresti domiciliari. Gervasi è stata arrestata con altri 11 tra funzionari pubblici e imprenditori. Trenta indagati, 12 agli arresti domiciliari, due carabinieri forestali, un geologo e un impiegato pubblico interdetti. Corruzione, peculato, turbativa d'asta, falso i reati contestati dalla Procura di Latina dopo mesi di indagini del comando provinciale.

Sotto accusa favori a parenti e amici dei dipendenti comunali nel rinnovo delle concessioni demaniali ai 45 stabilimenti balneari, alcuni assegnati agli stessi dipendenti, nonostante le revoche già emanate, «stracciate» dalla sindaca. Non solo. In ballo oltre un milione di euro stanziato per i mondiali di canottaggio che si sarebbero dovuti svolgere proprio sul lago di Paola nel 2020. Se non ci fosse stata la pandemia.

«Gli indagati - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - arrivarono persino a sperare in una diffusione del coronavirus («Grazie al Covid ci salviamo la pelle», una delle frasi intercettate) che avrebbe costretto le autorità sportive all'annullamento delle manifestazioni sportive, compresa la Coppa del Mondo di canottaggio, per poter coprire un clamoroso fallimento organizzativo. L'incapacità gestionale degli indagati () e il piano criminoso teso a favorire gli imprenditori piuttosto che l'interesse della collettività, sono stati determinanti a far si che il campo di gara non venisse ultimato nel termine stabilito per il collaudo».

Undici gli episodi di turbativa d'asta in favore di imprese amiche. Comincia tutto con un incendio doloso nel giugno del 2019 davanti la sede del Parco Nazionale del Circeo. Le indagini portano al padre di un concessionario balneare. Sul posto viene trovata una busta indirizzata al comandante della stazione dei forestali Alessandro Rossi, indagato assieme ad altri forestali, contenente 4 cartucce calibro 12.

Fra le richieste assurde una maglia autografata del calciatore della Juventus Paulo Dybala: «Mia figlia il 28 ottobre fa 18 anni - chiede Angelo Mazzeo a Riccardo Guglielmi, entrambi arrestati - è possibile rimediare la maglia?».

Un sistema di corruzione fra funzionari e imprese locali con al vertice Giada Gervasi, primo sindaco donna di Sabaudia eletta nel 2017 con una coalizione di liste civiche contrapposte al centro destra.

All'apice di un «sistema criminoso - si legge ancora nell'ordinanza emessa dal gip Giorgia Castriota - la sindaca Giada Gervasi, attorniata da soggetti che ricoprono posizioni apicali nella giunta, assessori, dirigenti e consiglieri».

Ultimo paradosso: «La sindaca, per depistare le indagini, si spaccia persino come confidente dei carabinieri». Stefano Vladovich

Il terremoto politico-giudiziario. Arrestata la sindaca di Sabaudia Gervasi, altri 15 indagati: l’inchiesta anche sugli appalti per il mondiale di canottaggio. Carmine Di Niro su Il Riformista il 21 Febbraio 2022. 

È un terremoto politico-giudiziario quello che si è abbattuto questa mattina sul Comune di Sabaudia, gettonata località balneare della provincia di Latina, nel Lazio, dove la sindaca ‘civica’ Giada Gervasi è stata arrestata e posta ai domiciliari nell’ambito di una inchiesta condotta dalla Procura di Latina.

Imponente il bilancio dell’operazione scattata alle prime luci dell’alba: i carabinieri del nucleo investigativo dei carabinieri di Latina hanno eseguito 16 misure di custodia cautelare con gli indagati che devono rispondere a vario titolo dei reati di peculato, corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico.

A dodici degli indagati è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari e ai restanti quattro indagati è stata applicata la misura cautelare del divieto o dell’obbligo di dimora, unitamente alla misura dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, dai servizi e con il divieto di esercitare la professione per 12 mesi.

L’indagine, condotta dal Procuratore Aggiunto Carlo Lasperanza e dai sostituti Antonio Sgarrella e Valentina Giammaria e seguita dal Procuratore della Repubblica Giuseppe de Falco, iniziata nel mese di novembre 2019 a seguito dell’incendio alla centrale termica dell’Ente Parco Nazionale del Circeo e alle minacce dirette al Comandante della Stazione Carabinieri Forestali ‘Parco di Sabaudia‘, ha permesso di individuare rilevanti irregolarità nell’ambito del controllo delle assegnazioni delle concessioni demaniali, rilasciate dal Comune di Sabaudia per lo svolgimento delle attività balneari.

Secondo quanto accertato dalla Procura di Latina tutte le quarantacinque attività balneari presenti sul lido di Sabaudia risulterebbero aver goduto, nel tempo, di favoritismi e privilegi all’interno del Comune. In particolare alcuni dipendenti pubblici sarebbero in concreto i reali titolari di alcuni stabilimenti e chioschi oggetto di favoritismi.

Nei sette mesi di indagine i militari dell’Arma di Latina hanno accertato e ricostruito – per quanto risulta allo stato del procedimento – undici episodi di turbativa d’asta, la formazione di innumerevoli atti falsi, nonché condotte corruttive che sarebbero state poste in essere dal sindaco di Sabaudia Gervasi e da amministratori comunali, in concorso con imprenditori e funzionari comunali. Sotto la lente di ingrandimento degli investigatori è finita soprattutto la Coppa del Mondo di canottaggio, che si sarebbe dovuta svolgere a Sabaudia nel 2020, con riferimento alla quale appaiono favorite ditte compiacenti all’amministrazione comunale, sia nella realizzazione del campo di gara sia nell’affidamento del servizio di manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica, per un giro di affari di circa un milione di euro.

L’inchiesta ha anche accertato come il Comune, in ragione della ‘vicinanza’ ad alcuni stabilimenti e chioschi del litorale, abbia sospeso il procedimento di revoca delle concessioni demaniali che, a seguito di controllo, erano risultate irregolari.

Nel mirino sono finite anche le stesse forze dell’ordine. Nel corso dell’attività investigativa sono emersi episodi di peculato, corruzione e falso che risulterebbero compiuti da appartenenti ai Carabinieri Forestali di Sabaudia, con riferimento alla falsa attestazione della necessità, per presunti motivi di incolumità e sicurezza pubblica, di interventi per il taglio di alberi, al fine di favorire ditte compiacenti, alle quali dette opere venivano affidate

Sotto la lente di ingrandimento degli investigatori è finito anche il direttore del Parco Nazionale del Circeo dell’epoca e alcuni presunti episodi di turbativa d’asta: il direttore avrebbe infatti affidato ad alcuni imprenditori a lui vicini la realizzazione di progetti sul cambiamento climatico, prima ancora che la relativa determina fosse discussa e approvata.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Sabaudia, fra gli arrestati anche la sindaca: “Coinvolta nel sistema criminoso”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Febbraio 2022.   

L’inchiesta ha prevalentemente ricostruito il meccanismo illegali di favoritismi, concessioni illegittime e turbative in relazione ai lavori della Coppa del Mondo di canottaggio 2020, per la quale organizzazione il Comune di Sabaudia era in clamoroso e colpevole ritardo. Mentre si procedeva ad affidare lavori grazie al classico sistema di "spacchettamento" sotto soglia, la maggioranza continuava a proteggere le concessioni balneari locali, quasi sempre inadempienti, e quasi mai a norma di Legge.

I Carabinieri del Nucleo investigativo del reparto operativo di Latina, coadiuvati nella fase operativa dai comandi provinciali di Roma e di varese, hanno dato esecuzione ieri mattina un’ordinanza di misura cautelare emessa dal Gip Giorgia Castriota del Tribunale di Latina nei confronti di 16 indagati, accusati a vario titolo di peculato, corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico. 

Era il 2020 quando il procuratore aggiunto di Latina, Carlo Lasperanza che ha coordinato le indagini dei pm Antonio Sgarrella e Valentina Giammaria, affidare all’ Arma dei Carabinieri, accendeva i riflettori sul “sistema Sabaudia” località laziale buen retiro dei Vip’s romani, scoperchiando favoritismi e corruzione per gestire le spiagge che sono quanto di più prezioso possiede la località pontina. La prima imponente operazione soprannominata “Dune” sui reati compiuti da “colletti bianchi” locali, ha riguardato complessivamente trenta indagati, tra cui costruttori e titolari di stabilimenti balneari, imprenditori e consulenti. Perché attorno al core business di Sabaudia e delle sue dune (sempre meno ampie, sempre più minacciate dall’espansione delle maree) andavano concentrandosi gli appetiti. 

L’inchiesta ha prevalentemente ricostruito il meccanismo illegali di favoritismi, concessioni illegittime e turbative in relazione ai lavori della Coppa del Mondo di canottaggio 2020, per la quale organizzazione il Comune di Sabaudia era in clamoroso e colpevole ritardo. Mentre si procedeva ad affidare lavori grazie al classico sistema di “spacchettamento” sotto soglia, la maggioranza continuava a proteggere le concessioni balneari locali, quasi sempre inadempienti, e quasi mai a norma di Legge.

Secondo quanto emerge da una nota diffusa dal procuratore di Latina Giuseppe De Falco, tutte le quarantacinque attività balneari presenti sul lido di Sabaudia avrebbero goduto, nel tempo, di favoritismi e privilegi all’interno del Comune di Sabaudia.

“Alcuni chioschi gestiti da dipendenti comunali o da persone a loro riconducibili – riporta l’ordinanza – non erano mai stati sottoposti a controllo“. Secondo l’ipotesi accusatoria della magistratura sarebbe state violate le norme per gli appalti sull’illuminazione pubblica ed eluse quelle per la realizzazione dell’impianto di cablaggio al servizio del campo che avrebbe dovuto ospitare le gare del 2020. Funzionari pubblici “insanabilmente asserviti agli interessi dei privati” avrebbero manipolato le gare, promettendo aiuti elettorali ai politici locali del litorale pontino. 

“Grazie a Dio, grazie al coronavirus…” diceva l’imprenditore Luigi Manzo ignaro di essere intercettato in una conversazione telefonica del 6 marzo 2020 nella quale confidò al comandante nel centro Remiero della Marina Militare il fallimento della Coppa del Mondo e la “fortuna” della sopraggiunta pandemia che li avrebbe sottratti alle loro responsabilità, felice di poter scaricare sul Covid 19 le colpe della propria incapacità imprenditoriale ed inefficienza operativa. Sono dieci 16 misure cautelari notificate ieri per reati che vanno dal peculato alla corruzione, induzione a dare o promettere utilità e turbativa d’asta.

Fra gli indagati, posta agli arresti domiciliari ai domiciliari, la sindaca di Sabaudia Giada Gervasi, esponente civico eletta con il sostegno del centrodestra, che in occasione delle elezioni Provinciali del 2018, la “civica” Gervasi era stata sostenuta anche da Matteo Salvini e dalla Lega (che però nel Comune di Sabaudia siede all’opposizione), la quale secondo i magistrati, pienamente coinvolta in un sistema “criminoso” che la Gip Giorgia Castriota ha definito nella sua ordinanza “ampio, diffuso, radicato e capillare“. “Abile dissimulatrice” la sindaca Gervasi si sarebbe spesa per rimuovere funzionari corretti ed onesti che evidenziavano le inadempienze degli imprenditori balneari.

Insieme alla sindaca sono stati posti agli arresti domiciliari il direttore generale del comitato “Sabaudia 2020” Luigi Manzo, il consigliere comunale Sandro Dapit, l’ex assessore all’Urbanistica Innocenzo Angelo D’Erme, l’assessore del Comune di Pontinia Giovanni Bottoni, l’ex direttore del parco nazionale del Circeo Paolo Cassola ed altri. Non mancano esponenti infedeli delle forze dell’ordine coinvolti, come i carabinieri Angelo Mazzeo, Giuseppe Polidoro e Alessandro Rossi.

Il comportamento “spregiudicato” della sindaca Gervasi

Il gip descrive in questo contesto, la condotta e la personalità della sIndaca di Sabaudia Giada Gervasi, sempre molto attenta, insieme agli altri indagati, ad organizzare gli incontri illeciti in luoghi riservati e non all’interno degli uffici comunali. Grazie al suo ruolo istituzionale “si è mostrata un’abile dissimulatrice dei fatti e spregiudicata nel portare i reati per fini politici”. Era stata proprio la sindaca infatti, all’indomani dall’attentato al parco del Circeo, a richiedere al Prefetto di Latina di convocare un Comitato per l’ordine e la sicurezza, cercando di approfittare della situazione per influenzare i controlli nei confronti dei titolari delle attività balneari riconducibili ai suoi avversari politici.

La sindaca aveva persino cercato di accreditarsi come “confidente” dei carabinieri di Sabaudia per depistare eventuali indagini a suo carico e indirizzarle falsamente verso alcuni dipendenti dell’ente e amministratori, tra cui l’assessore Innocenzo Angelo D’Erme, finito oggi agli arresti, del quale la sindaca dichiarò di aver chiesto le dimissioni. Un comportamento questo che appare ora funzionale a precostituirsi un alibi e a realizzare un vero e proprio tentativo “depistaggio“. Per il giudice per le indagini preliminari, la sindaca Giada Gervasi “ha svolto il fondamentale ruolo di connettore tra il mondo politico/amministrativo e quello dei privati”.

Sfruttando il suo ruolo, secondo gli inquirenti la Gervasi “ha amministrato al solo fine di soddisfare interessi propri e di soggetti a lei legati da rapporti di natura personale o di convenienza politica a discapito dell’interesse pubblico alla buona amministrazione“. Pur di raggiungere i suoi obiettivi non avrebbe infatti esitato a far trasferire funzionari reputati non adeguati e di ostacolo, perché rispettosi della legge, arrivando a nominare suo uomo di fiducia Sandro Dapit, responsabile del settore Lavori pubblici . Episodi questi che secondo il Gip descrivono il suo stabile “asservimento” agli interessi privati in spregio all’interesse pubblico. 

La (ex) sindaca Gervasi in serata ha ufficialmente presentato le sue dimissioni, ufficializzandole attraverso un comunicato ufficiale. Nella nota spiega le sue ragioni, confidando nell’operato della magistratura:”Con profondo rammarico – ha dichiarato – dichiaro la mia volontà irrevocabile di dimettermi dalla carica di sindaco con effetto immediato. Le dimissioni sono determinate dalle recenti vicende giudiziarie che mi hanno coinvolta e mi portano necessariamente a un distacco dal mio ruolo al fine di fare chiarezza e garantire il corretto funzionamento dell’ente” aggiungendo “Ho sempre agito nell’interesse del Comune. Affronterò le accuse e mi difenderò con assoluta certezza di riuscire a chiarire la vicenda. Ho assoluta fiducia nella magistratura”.

I magistrati della Procura di Latina ipotizzano che le riunioni di politici e imprenditori nelle sale del museo comunale fossero propedeutiche ad avere terreno libero e la pressochè totale certezza di non venire intercettati. “Modus operandi radicato all’interno del Comune, per cui negli anni tutte e 45 le attività (stabilimenti – nd.r. ) presenti a Sabaudia hanno goduto di favoritismi e privilegi grazie alla complicità e connivenza del Comune” sottolinea il gip Giorgia Castriota.

Dodici persone indagate sono finite agli arresti domiciliari, tra cui figura anche la sindaca di Sabaudia  Giada Gervasi. Per altri quattro invece il gip ha disposto la misura cautelare del divieto di dimora.

Agli arresti domiciliari:

Giovanni Bottoni, Paolo Cassola (ex direttore del Parco del Circeo) Angelo Innocenzo D’Erme, Sandro Dapit, Giada Gervasi, Riccardo Guglielmi, Stefano Malinconico, Luigi Manzo, Angelo Mazzeo, Giuseppe Pellegrino, Edoardo Piovesana, Erasmo Scinicariello.

Obbligo di dimora:

Disposto l’obbligo di dimora per Quirino Alessi, Fabio Minotti Gianni Giuseppe Polidoro, Alessandro Rossi . Nei confronti degli ultimi tre disposta anche l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata di 12 mesi, mentre per Alessi il divieto temporaneo di esercitare la professione di geologo. Redazione CdG 1947 

Vittorio Buongiorno per “il Messaggero” il 9 marzo 2022.

«Qua è un disastro biblico...». Un funzionario del Parco nazionale del Circeo parla concitato al telefono. È sulla spiaggia di Sabaudia, in mano ha le carte del Comune relative ad uno degli stabilimenti. Non c'è alcuna corrispondenza con quello che ha davanti agli occhi. 

«È tutto diverso, cioè non c'è proprio niente di corrispondente ..è un casino». Il suo interlocutore chiede: «Ma non è che c'è qualche altro progetto?». La risposta è disarmante: «Noo, abbiamo visto.. non c'è proprio niente... è proprio una situazione disastrosa...».

Il colloquio viene intercettato dai carabinieri che stavano indagando sul Comune di Sabaudia ed è finito agli atti dell'inchiesta nei giorni scorsi perché fotografa bene la situazione dell'ente locale. 

Secondo gli inquirenti il caos degli uffici era servito proprio a questo: impedire ai funzionari di fare il proprio lavoro e soprattutto di svolgere i compiti di controllo, nello specifico sulle concessioni balneari e sulle dimensioni degli stabilimenti. Siamo nel settembre del 2019 e la situazione comincia a delinearsi. Emerge infatti che in Comune i funzionari sono preoccupati. Non delle indagini. Del sindaco e dei suoi. Basta mettersi contro il sistema per finire all'indice. 

«VAI UN PO' STORTO» «Ora mi considerano la pecora nera» dice qualche mese dopo una funzionaria che è stata rimossa dal suo incarico dopo appena un anno per aver osato avviare le procedure di revoca di alcune concessioni balneari. Al suo posto arriva Claudio Leone, il funzionario integerrimo finito sotto ai riflettori per aver resistito alle pressioni della sindaca Giada Gervasi e per aver concluso quei procedimenti. Anche lui si sfoga al telefono con un collega.

«Non si lavora così Vincè... Poi tutti gli archivi spacchettati, non si capisce un cazzo». Il suo interlocutore non si dimostra affatto stupito: «Normale, stanno sempre a cambià la giostra». Leone conferma: «Sempre a cambià, non è possibile». E l'altro, con un cinismo degno di un personaggio dei film di Dino Risi: «Quando scendi da una giostra e vai a un'altra, cammini un po' storto». E' così che andavano le cose a Sabaudia. Un po' storte. 

«HA CACCIATO LA PISTOLA» Da una parte c'era il Comune. Dall'altra gli stabilimenti balneari. E la sindaca in mezzo, a garantire più i balneari che la città, almeno stando alle carte della Procura di Latina. Facevano il bello e il cattivo tempo. E tutti i funzionari che cercavano di far rispettare la legge sapevano bene di avere le ore contate. «Vedrai che a gennaio rifà l'organigramma - commenta sempre Leone - e può darsi che mi tolgono il Demanio».

Proprio come era accaduto alla collega che l'aveva preceduto. Ti possono cambiare ufficio ma può anche andarti peggio. La funzionaria messa all'angolo racconta: «Io non sono di Sabaudia... ma qualcuno mi ha detto... è successo sul Lungomare... a seguito di uno scontro tra persone questo ha cacciato la pistola». Non dice il nome, ma il ruolo che questa persona ricopre dentro l'amministrazione. Insomma, questo è il clima. «Se mi vogliono mandare via - chiude la telefonata - guarda che sono felice». 

Già, perché a Sabaudia, secondo gli inquirenti c'era un sistema e chi non si allineava rischiava grosso. In questo caos anche solo trovare le carte era difficile per i funzionari e anche per gli inquirenti. I carabinieri hanno avuto le stesse difficoltà a farsi consegnare gli incartamenti. Anzi, secondo gli inquirenti, la sindaca Giada Gervasi organizzava il tutto scientificamente, spostando i funzionari e perfino gli archivi.

Organizzava anche i controlli in modo da renderli inutili. Come quelli a fine settembre al chiosco dei familiari del suo collaboratore Polidoro «quando ormai la stagione è conclusa e i chioschi sono stati smontati» annotano gli inquirenti. La sindaca da una parte parlava di efficienza e legalità, dall'altro, secondo carabinieri e Procura voleva solo provocare uno stallo amministrativo per interrompere o ritardare i provvedimenti sanzionatori nei confronti di chioschi e stabilimenti non in regola. Un quadro sconfortante. 

Secondo le accuse i balneari facevano il bello e il cattivo tempo. Addirittura la sindaca «faceva redigere allo stesso Ganci (il rappresentante del sindacato balneari e titolare di uno stabilimento) l'ordinanza comunale di balneazione 2020. per poi imporla come atto del Comune».

·        Succede a Roma.

Bufera Fotovoltacchio, l'albero di Natale di Gualtieri fa infuriare Sgarbi e Lega. Il Tempo l’08 dicembre 2022

Dopo Spelacchio ecco Fotovoltacchio. Non c'è pace per l'albero di Natale di Roma di piazza Venezia, simbolo delle festività nella Capitale. Quest'anno alla base dell'albero fanno bella (?) mostra di sé dei grandi pannelli fotovoltaici per alimentare l'illuminazione festiva, una scelta della giunta di Roberto Gualtieri dettata dalla volontà di dare un segnale sulla crisi energetica e risparmiare qualcosina. Peccato che, come fanno notare in molti, nei siti protetti dall’Unesco installazioni energetiche di questo tipo non sono consentite. Sulla barricata si erge il sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi che annuncia richieste di provvedimenti alla Soprintendenza speciale di Roma e definisce i pannelli solari di Gualtieri "una finta battaglia ambientalista, diseducativa".   

Insomma, è solo "un’idea alla Greta Thunberg... come se bastasse mettere lì due pannelli per quattro palle mentre al Gianicolo, davanti alla Fontana dell’Acqua Paola, sostano i compattatori dell’Ama", dice Sgarbi come riporta il Corriere. "Mettessero i pannelli fotovoltaici sulla Nuvola di Fuksas, sui capannoni infiniti lungo le autostrade... Ho già fatto una storica battaglia per i centri agricoli, proverò a fare un accordo per la tutela del paesaggio" attacca il critico d'arte. 

Rilievi che vengono respinti dal Campidoglio secondo cui i pannelli solari promuoveranno la "cultura della sostenibilità" in un "delicato momento storico legato alla guerra in Ucraina". Fotovoltacchio inoltre "consumerà 5,5 chilowattora che, invece di arrivare dalla rete, verranno autoprodotti dall’impianto fotovoltaico", e l'energia accumulata permetterà una "riduzione delle emissioni di anidride carbonica di oltre 17 chili al giorno". D'accordo, ma i pannelli si possono montare a Piazza Venezia o no? Nel verbale del tavolo del decoro a cui partecipa anche la Sovrintendenza viene riportato che l’utilizzo dell'impianto "deve considerarsi un’eccezione" e non "può costituire un precedente" nel centro storico di Roma, sito Unesco. 

Ma c'è anche un problema estetico, come denuncia il consigliere regionale della Lega Daniele Giannini: "Dopo Spelacchio arriva Fotovoltacchio", afferma, "dov'è finita la vera magia del Natale romano?  Possibile che la Capitale d'Italia non possa avere un abete degno e bello come le altre più grandi metropoli del pianeta?".

Sandro Bonvissuto per "La Stampa" il 24 novembre 2022. 

La storia dei tre omicidi avvenuti a Roma la scorsa settimana è talmente assurda che sembra successa su un altro pianeta; ascoltando i telegiornali si prova spesso questa sensazione di insensatezza davanti a fatti di cronaca gravi e torbidi, avvenuti qui proprio nel posto in cui viviamo, con le nostre famiglie, le nostre amicizie, i nostri affetti. E ci sembra strano come qualcosa del genere sia accaduto così vicino, in luoghi domestici che conosciamo così bene, coinvolgendo persone prossime a noi. 

Di fronte a tutto questo nasce spontaneo il sospetto che forse crediamo soltanto di conoscere la nostra città e le sue abitudini, mentre magari non è affatto così. O lo è solo in parte, in quanto Roma ha una sua vita pubblica, con leggi in vigore, diritto, forze di polizia, asili coi bambini, uffici di avvocati e studi notarili, e poi c'è un'altra Capitale che si svela solo in certe circostanze.

È una città alternativa all'altra, violenta e crudele, che si manifesta di colpo, nei momenti e nei modi più imprevedibili, lasciandoci stupefatti. Un'entità capace di generare fatti di cronaca disumani, che depositano in noi una sensazione di dispetto e ingiustizia. Una città inammissibile, che ci porta a giustificare i suoi eccessi come illogici ed estranei a ciò che conosciamo, che esige una risposta di distanza personale dai fatti, brutali e offensivi per la nostra etica, naturale quanto legittima. Insomma, è comprensibile estraniarsi davanti a vicende irragionevoli e aberranti, avvenimenti di un altro mondo che però è qui con noi, corre parallelo al nostro, però sommerso, e si palesa solo ogni tanto.

Un universo che funziona con altre regole, dove avvengono eventi figli di una società distorta, alterata e tossica; la Roma della droga. E questo non deve suonare come strano, perché c'è in giro un sacco di gente strafatta per le strade ed i quartieri della Capitale. Certo magari sono cose, per paradosso, più visibili al buio che con la luce. 

Io, ad esempio, che torno a casa in bicicletta dopo il lavoro, nelle notti nelle quali Roma si mostra troppo "calda" e sregolata, faccio sempre vie alternative, cerco di allontanarmi più che posso dalla strada. Spesso percorro la pista ciclabile fino a casa, transito nelle aree pedonali. Allungo il percorso oltre ogni ragionevolezza. Perché lo sento che la città è alterata. Quando pedali sul Lungotevere le macchine cominciano a passarti troppo vicino. Ti sfiorano. Ti toccano con gli specchietti retrovisori. Ovunque c'è qualcuno che strilla qualcosa, la gente intorno diventa aggressiva.

Vanno tutti più veloci del consueto. Rumori di motori tirati e di frenate all'ultimo metro. Tutti vogliono sorpassare gli altri. Mentre le persone litigano sui marciapiedi e camminano in modo innaturale. Come gli zombie. Si presentano in mezzo alla strada quando non dovrebbero, un attimo e te li trovi davanti. Appaiono così, come epifanie. È la droga, la cocaina. Che cambia la fiducia nel proprio corpo e la percezione del mondo. E quando sentiamo fatti di cronaca allucinanti dobbiamo sempre pensare al fattore droga. Non solo, certo, c'è l'alcool, le medicine. E poi la droga. 

Il mix che crea un'altra realtà dove maturano quelle vicende protagoniste della cronaca. Spesso nera. A noi sembrano assurde ma non è che per questo non succedano o poi spariscano. Provengono da un mondo fatto di eccesso, dove la percezione è diversa, modificata. Un mondo nel quale, invece, tutto è possibile. Anzi, quasi naturale. Infatti avviene. È il potere che hanno le sostanze come la cocaina, stupefacenti in grado di creare altri mondi, altre situazioni, altri esiti rispetto alla norma.

Questo, certo, non giustifica quanto avvenuto a Roma, nel quartiere Prati e a poca distanza da questo, visto che il soggetto protagonista dei reati è un sex offender patentato, individuo nel quale convivono più patologie, devianze che non sono in alcun modo affrontabili dal sistema legale e penitenziario del nostro Paese. Visto che nessuno è in grado di occuparsi di individui nei quali coesistono disturbi psichiatrici e dipendenze. Nemmeno all'interno delle carceri, dove costoro devono vivere isolati dal resto della popolazione detenuta.

In più il fattore di alterazione provocato dalle sostanze porta spesso indietro (e in un attimo solo) l'orologio (lentissimo) del progresso: in un Paese come il nostro, connotato da una società tradizionale a presunzione maschile, il concetto di subalternità della donna, radicato nell'educazione e nelle abitudini di entrambi i sessi, torna subito di attualità non appena si beve o si assumono sostanze eccitanti. Un quadro già grave che non poteva che precipitare del tutto in questa triste vicenda dei tre omicidi di Roma, l'artefice dei quali è un autentico predatore sessuale.

Oltre all'inadeguatezza delle istituzioni nazionali stavolta c'è da sottolineare, con sommo rammarico, come non esista nemmeno più la criminalità organizzata di una volta, questo perché, tempo addietro, personaggi del genere non avrebbero avuto vita semplice all'interno della stessa società per delinquere; la decadenza dei valori investe ormai tutto, e lo spiccato senso dell'onore degli ambienti malavitosi, comincia a latitare anche lui.

Movida a Roma, parcheggi selvaggi deviano il percorso del bus Atac. Redazione Tgcom24 il 16 novembre 2022.

Odissea per la linea 85 a San Giovanni, nel cuore della movida capitolina. Dopo le 21, gli autobus Atac sono costretti a deviare il percorso verso via Labicana a causa di numerose auto parcheggiate in sosta selvaggia e di un ristorante che blocca letteralmente la circolazione dei mezzi pubblici in via di San Giovanni in Laterano. L'inviato di "Striscia la Notizia" Jimmy Ghione ha verificato la segnalazione di residenti e passeggeri sull'anomalia del tracciato. Nè il comune nè la società che gestisce il trasporto pubblico finora non sono intervenuti per ripristinare il regolare itinerario che attraversa una delle arterie stradali più frequentate del centro storico di Roma. 

"Scusi ma perché il bus non passa in San Giovanni? Perché li c'è un ristorante che blocca tutto", si giustifica un conducente del bus 85. Persino un cartello segnala l'interruzione della linea 'dalle 21 fino al termine del servizio'. "Il parcheggio selvaggio è un problema di quella zona di movida, va contrastato", dice Giovanni Mottura, presidente di Atac che promette una soluzione "entro l'inizio del prossimo anno". Lo zig zag della linea 85, intanto, continua. 

Prati Fiscali, la ciclabile «sbagliata» e continue infrazioni senza controlli. Camilla Palladinodi su Il Corriere della Sera il 16 Novembre 2022.

I residenti del quartiere hanno segnalato più volte i pericoli: «Qui nemmeno i camion Ama rispettano le regole. E il Comune non ci risponde».

Attraversamenti mortali e infrazioni senza controlli in via dei Prati Fiscali, oltre alle criticità della ciclabile che si estende lungo il tratto compreso tra piazzale Jonio e via Salaria. Sono questi i principali pericoli di una delle arterie più frequentate del III Municipio. Il primo punto ad alto tasso di incidentalità si incontra poco dopo l’imbocco dalla Salaria, come dimostra la concentrazione di tre altarini con fiori, scritte e lumini, nel giro di 100 metri. Il semaforo che si trova all’altezza del civico 295 fu installato proprio per questo motivo, come racconta Antonio Comito, residente del quartiere, barbiere con l’attività al civico 283 e consigliere municipale. «È stato un provvedimento preso circa 25 anni fa – dice – dopo che un’auto che andava verso piazzale Jonio, superando una macchina ferma per far passare un pedone, aveva investito e ucciso una persona che stava attraversando la strada». Eppure il semaforo non è bastato: «Sette anni fa la scena si è ripetuta, identica, sulla carreggiata opposta». L’ultimo attraversamento fatale in questo tratto killer di via dei Prati Fiscali è avvenuto a fine agosto 2020, quando a essere travolto è stato un 41enne all’altezza di largo Valtournanche.

A questo si aggiunge una ciclabile che consiste in una striscia gialla disegnata sull’asfalto, coi ciclisti che pedalano fianco a fianco dei veicoli. «È pericolosa, oltre che inutile. Dalla vetrina – racconta il cittadino – non vedo quasi mai passare bici. Al massimo tre o quattro al giorno durante il weekend». All’altezza del barbiere la strada è spesso congestionata per il traffico, ci sono diverse fermate dell’autobus ed è frequentata dai camion per il carico e scarico merci, essendo una via ricca di esercizi commerciali. In più le auto private, come spesso accade nella Capitale, parcheggiano ovunque. Propone Comito: «La mia idea è di spostare la bike lane al centro delle corsie, nell’area verde che fa da spartitraffico, così da evitare la convivenza con auto e moto. Sarebbe più sicuro». E per avanzare la richiesta al Comune ha diffuso una petizione, raggiungendo «tra le 400 e le 500 firme». Allegate, ci sono le foto di 15 incidenti avvenuti per la visibilità limitata dei conducenti o a causa della strada ristretta per fare spazio alla ciclabile.

Un discorso a parte, infine, lo merita lo slargo di via dei Prati Fiscali in cui confluiscono via Cavriglia, via Antonio Silvani e via dei Prati Fiscali Vecchia. In quel punto c’è una sorta di corsia laterale per regolare il triplice incrocio, che è terra di nessuno. I veicoli entrano e escono in contromano, parcheggiano in curva, in doppia fila o sui marciapiedi, utilizzano lo slargo per fare inversione di marcia in maniera irregolare. Basta aspettare cinque minuti sul posto per vedere diversi veicoli che si immettono nel modo sbagliato, impuniti nonostante ieri mattina fosse presente una voltante della Polizia Locale proprio all’altezza di via Silvani. «L’asfalto è stato rifatto da circa una settimana, ma in questo incrocio andrebbe anche rivista la viabilità e dal Comune non arrivano risposte», protesta Mara Lucioli, 68 anni, residente nel quartiere da 22 anni. E aggiunge esasperata: «Commettono infrazioni persino i camion della nettezza urbana».

Il comandante della polizia locale Ugo Angeloni: «A Roma i vigili ci sono, ma non si vedono: in strada 500 a turno». Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 14 novembre 2022.

«Per controllare non dico tutta Roma, ma anche solo tutto il Centro, presidiare ogni incrocio, ci vorrebbe una forza con numeri lontani da quelli attuali. Ma posso assicurare che i vigili urbani sono in strada tutti i giorni per rispondere alle richieste dei romani». Così il comandante generale della polizia locale Ugo Angeloni nella sua prima intervista al Corriere, impegnato da settimane in una campagna per la sicurezza stradale e contro il degrado urbano.

Comandante, fra le critiche più frequenti mosse ai vigili c’è quella di «Eppure ci sono: 1.470 agenti su tre turni solo per i servizi di polizia stradale. Un numero al quale devono essere detratte le assenze fisiologiche».

Quasi 500 per turno. Sono sufficienti? «A Roma niente di quello che si fa può essere considerato sufficiente. Posso però dire che quando sono stato nominato, il Corpo aveva un organico inferiore alle 5.745 unità attuali, compresi 100 nuovi assunti. E meno male che ci sono».

Quante di loro non rimangono in ufficio? «Per calcolarlo ho usato il sistema di rilevamento delle presenze dei dipendenti comunali, quindi anche noi, incrociando i dati con chi svolge servizi esterni: come massimo il 70%, più spesso il 60% per difetto: è una parte consistente di personale, che tuttavia non riesce ad avere una copertura totale in termini di visibilità a causa delle dimensioni del territorio e delle numerose esigenze di servizio. Ripeto, è un aspetto che si può perfezionare, anche con il ricorso massiccio a strumenti tecnologici e alla semplificazione delle istruttorie. Perché quel 60% si porta in ufficio attività da gestire, atti da seguire fino in fondo. Basti pensare al tempo che serve anche solo per un sequestro di merce abbandonata sul marciapiede da un ambulante abusivo. I servizi esterni comportano poi un enorme volume di lavoro in ufficio».

Proprio in tema di abusivismo commerciale, residenti e commercianti del centro puntano il dito contro di voi. «Ma anche in questo caso posso assicurare che da mesi investiamo risorse per affrontare il fenomeno, che ci compete come polizia locale, con il coordinamento della Prefettura. Un’azione molto forte, concentrata soprattutto sull’area archeologica, Colosseo e Fori Imperiali, e poi piazza di Spagna con tutto il Tridente».

I residenti dicono che non ci siete. «Non metto in dubbio che in concomitanza dei nostri cambi turno ci possano essere delle assenze che consentono agli abusivi di approfittare del momento, ma in una giornata con tutto il personale disponibile, ovvero senza i riposi di chi ha lavorato nel fine settimana - che pesa da un quarto a un sesto in ogni gruppo - e le assenze ordinarie, possiamo contare su 100 agenti e 40 posti fissi, oltre alle pattuglie impegnate in altri servizi esterni, che sono molti e di vario genere. Il cittadino può avere la percezione di non vederci, ma invece la nostra presenza sul territorio è significativa, anche a livello di prevenzione: solo fra giugno e ottobre abbiamo tolto dalla strada oltre 25 tonnellate di articoli ed effettuato 616 sequestri di false griffe. Non è poco».

Da due settimane avete intensificato i controlli con gli autovelox. Continuerà così? «Certamente, abbiamo aumentato i controlli soprattutto nei luoghi della movida frequentata dai ragazzi. Il nostro intento è anche quello di prevenire l’abuso di alcol e droga prima di mettersi al volante. Proseguiremo così tutti i giorni, non solo nei weekend, con i gruppi che sono dotati di autovelox. Attualmente ci sono 17 dispositivi attivi, anche fra i più evoluti (altri 15 torneranno dalla manutenzione, ndr.). Ogni notte rispondiamo a 200 chiamate, e rileviamo 30-40 incidenti stradali, sono davvero tanti».

Fra poco saranno due anni al comando. Cosa manca secondo lei alla polizia locale? «Fin dal primo giorno in piazza della Consolazione mi sono dedicato all’organizzazione del Corpo, alla modifica delle procedure e all’innovazione tecnologica. Una serie di passaggi che porto avanti in silenzio, con la cooperazione dei sindacati di categoria, per rendere più efficiente il nostro lavoro. Passaggi che non danno risultati immediati, ma gli effetti si vedranno nel tempo».

Viaggio a Roma con gli 007 dell’immondizia: «Ci insultano ma resistiamo». Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 13 Novembre 2022. 

Discariche pirata tra le opere di Bernini e Borromini. «Noi puliamo, dopo un’ora tutto è come prima». I trasgressori scovati: «Questo? Non l’ho buttato io»

L’una di notte, piazza Navona. L’aquila imperiale cede il passo al gabbiano famelico, una volta per sempre. Tra mattonelle sbeccate, otto sacchi di detriti misti, un centinaio di canaline di plastica mescolate a frutta marcia, tranci di pizza, residui di cena takeaway; tavole di compensato, tronconi di seggiola, insalata assortita, perfino due targhe del Duce (una classica, meglio un giorno da leoni , l’altra rurale, onorate il pane gloria dei campi); tasti e pedali d’un pianoforte in agonia; e un albero di Natale orfano. Sì, c’è pure un abete artificiale con qualche addobbo smozzicato in questa nottata d’autunno, mollato così sui sampietrini di una delle meraviglie urbanistiche del pianeta, di fronte al civico 101, a venti passi dalla Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, nella discarica pirata che ci balza in faccia: non la prima, non l’ultima. Tocca farci l’abitudine, solo che qui siamo nel salotto della Roma monumentale.

«Hanno ristrutturato un appartamento e hanno buttato tutto per strada», spiega, sospirando, Salvatore Palladino, il capozona dell’Ama che ci accompagna. Ha sessant’anni e l’abitudine ce l’ha fatta, sì, ma se ne rammarica sempre un po’. A quell’ora, davanti all’ennesimo scarabocchio di pattume sulle nostre pagine di Storia, tocca arrendersi all’evidenza che il problema di Roma sono i romani. Ma anche l’Ama, la controllata municipale della maledettissima mondezza, in effetti è romana, dunque siamo di fronte a un serpente che si morde la coda e il nostro discernimento è stritolato nelle sue spire.

Frugando tra i sacchi

Sbucano dal buio due manovali, forse stranieri, e dicono «vabbé, rimettiamo tutto dentro, ma mica è roba nostra, oh». Sembra cabaret ma non fa ridere. Certo, prove non ce ne sono: di chi è la discarica? Le prove starebbero negli scontrini, qui assenti, nei pezzi di carta con nomi e indirizzi, che gli agenti accertatori Luciano e Edoardo sempre cercano occhiuti come corpi del reato. Sono loro due degli 007 della spazzatura, temutissimi perché possono multare chi non fa la differenziata, potere che manca ai comuni operai Ama: sono pochi però, gli accertatori, ventiquattro in tutta Roma; i due, forse, compaiono a nostro beneficio per la nottata, chissà. Come forse per lodevole efficientismo o forse in favore del mio taccuino e della macchina fotografica di Claudio Guaitoli accorrono al volo sul posto tre camion che in una mezzoretta caricano tutta la macedonia mordi e fuggi abbandonata in spregio al Bernini e restituiscono il marciapiede ai turisti. Sospetto: se gli interventi fossero tutti così tempestivi vedremmo ancora davanti ai nostri portoni, a rotazione nei municipi, tappeti maleolenti di sacchetti, magari col cercatore rom al posto dell’accertatore romano? Boh.

Sono tre ore che giriamo, Guaitoli e io, mimetizzati in fratino arancione con le squadre dell’Ama, saltabeccando su due Squaletti, i camion a vasca leggeri, più agili nei vicoli. Turno dalle dieci di sera alle sei del mattino. Appuntamento base alla sede del Testaccio, viale Campo Boario 58, appena dietro Piramide, una delle 400 Aet, le Aree elementari territoriali in cui è suddiviso l’universo della spazzatura nella Capitale: qui, un rettangolo di vetrate, computer di controllo dei turni, spogliatoi, 129 operai, tre responsabili, camion. Il capo degli automezzi per il Centro storico si chiama Roberto Efficace, cognome promettente. Dice infatti che loro «fanno miracoli». «Roma è sporca perché viene sporcata, l’inciviltà dei romani è il fattore più impattante». Obietto che i romani considerano la pulizia stradale e la raccolta dei rifiuti a livello di terzo mondo (senza offesa per il terzo mondo). Secondo il quindicesimo rapporto dell’Acos, l’agenzia di controllo sui servizi, da aprile sono impennate le segnalazioni di cassonetti maleodoranti, 78 mila quelle di cassonetti strapieni, 437 mila le lamentele; il voto, 4.9, abbassa la valutazione sulla qualità della vita in città che, non si capisce come, è invece risalita sopra la sufficienza (6.7). Si rimpiange Malagrotta, il buco nero di Manlio Cerroni dove fino al 2013 tutto veniva fagocitato e amen: un vero schifo certamente assai redditizio per i privati, finché il sindaco Marino non ha chiuso la discarica senza però avere un piano alternativo. Da allora, il caos. Sognando il termovalorizzatore, affossato dalla sindaca Raggi, promesso dal sindaco Gualtieri. Intanto, i gabbiani. E noi.

«Risorti» e mele marce

Ci toccano il Ghetto, Regola, Campo de Fiori, Navona, Coronari, San Gallo, una delle due fette in cui è diviso il Centro. Già al Ghetto i primi problemi. È una serata infrasettimanale, i ristoranti kosher chiudono prima e mettono troppo presto i sacchi fuori (regola vorrebbe dopo mezzanotte), alla rinfusa. Animali di varia specie banchettano. «Una volta non c’era la movida, era tutto più facile. Ora pulisci e ritrovi sporco in un minuto», dice Maurizio, ramazza alla mano. Tra romani e fratini arancioni non corre buon sangue, ormai, gli animi sono esasperati. «Spesso ci insultano», sospira Efficace, «il nostro tallone d’Achille sono le discariche, se le macchine sono piene il servizio rallenta perché non riusciamo a scaricare. Stiamo in strada con queste divise e la gente se la prende con noi. Ma siamo vaccinati».

Ammettiamolo, non è un lavoro per educande raccattare ogni giorno 4400 tonnellate di rifiuti, un milione e 600 mila tonnellate l’anno (di cui 874 mila di rifiuti indifferenziati) su un’area grande sette volte Milano e col triplo degli utenti (la raccolta porta a porta per tutti, mi dicono, costerebbe troppo). Sarà per questo che tanti si danno malati. Gli ultimi 200 «miracolati e risorti» per paura della visita fiscale ancora ci indignano, dico. «Colpa del Covid che ha fermato tutte le visite, i casi si sono accumulati. Poi ci sono le mele marce», mi rispondono.

Il nostro Squaletto circumnaviga Campo de’ Fiori, i ragazzi in fratino arancione zigzagano tra mele marce non metaforiche del mercato, cartoni, cassette, con pale e ramazze. I fidanzatini si baciano sulle panchine, indifferenti, almeno non ostili, l’amore aiuta, si capisce. C’è stato un tempo che era diverso. «Trent’anni fa ti fermavano per offrirti il caffè. Una pasticceria vicino piazza Tuscolo ci chiamò all’alba e quando arrivammo ci accolse con le pastarelle appena fatte per colazione. Periodo d’oro», ricorda Efficace: «Ma prima c’era una sola frazione. Con la differenziata sono aumentate le difficoltà». È un grande vorrei-ma-non-posso, la raccolta della spazzatura a Roma: l’incontro impossibile tra un servizio tuttora destrutturato e un’utenza da sempre priva di senso civico. All’angolo di Sant’Agnese in Agone ristoranti e gelaterie accelerano pur di chiudere, buttano tutto a terra alla rinfusa, carta, frutta, plastica. Irene, 30 anni, da dieci all’Ama, carica i sacchi ancora con orgoglio: «Mi fa effetto raccogliere ‘sta roba accanto a Bernini e Borromini».

Già gli 007 sono in azione. Dall’altro lato di piazza Navona rispetto alla prima discarica clandestina, al piano terra di palazzo De Cupis, il ristorante Quattro Fiumi ha già chiuso. E sul suo marciapiede fanno bella mostra sei sacchi, da uno dei quali tracima il mix cartacce e umido. «Non si presenta bene», sogghigna l’accertatore Luciano. Guanti e mascherina, lui e il collega cominciano a sezionarne il contenuto davanti a noi. E, tac, tra bucce d’arancio e torsoli di pera saltano fuori sei scontrini del locale, la famosa prova. Siamo lì da cinque minuti quando sbuca dall’ombra un omone, camicia bianca, accento calabrese.

Parla come fosse il proprietario o il gestore: «Io non l’ho buttato!», sbuffa, negando l’evidenza.

«Beh, noi però l’abbiamo trovato qui», allarga le braccia Luciano.

«Andate cento metri qua dietro: là buttano di tutto. Perché ve la pigliate con me?», insiste quello, ora in modalità delazione.

Forse scorgendo me che prendo appunti e Guaitoli cha scatta foto, entrambi col fratino dell’Ama addosso, si surriscalda, temendo chissà quale inquisizione aggiuntiva.

«È colpa dei dipendenti!», si giustifica: «Io glielo dico sempre, a ‘sti disgraziati!».

«Allora noi le facciamo il verbale e poi lei può rivalersi su di loro».

«Verbale? Ma quale verbale? Io non ho buttato niente», s’inalbera. E a questo punto fa una mossa incredibile: afferra di scatto il sacchetto incriminato dalle mani dell’accertatore Luciano, si ritira precipitosamente verso il suo locale e dice: «Vedete? Io non l’ho buttato, me lo porto a casa!».

«No, lei l’ha buttato, noi l’abbiamo trovato qua davanti», gli obiettano, «le manderemo il verbale».

Quello non se ne dà per inteso. Posa il sacchetto sull’uscio e comincia a fotografarlo col cellulare, per mostrare che lo teneva ancora con sé all’ora indicata dal display, col chiaro intento di precostituirsi un alibi anti-multa.

Metastasio nella mondezza

«E questa è una situazione tranquilla, ci sono quelli che minacciano...», mi dice ridacchiando l’accertatore Edoardo.

Cambiando Squaletto ci accoglie Federica, ottimista: «Mi piace questo lavoro, mi piace essere utile a Roma». Sì, spesso li insultano, dice, ma succedono anche cose belle: «C’era una discarica in via delle Vasche, a Monti. Oh, un tipo è uscito di casa, s’è messo i guanti ed è venuto ad aiutarmi». Che sia una ragazzona dai boccoli biondi e dal sorriso contagioso potrebbe non essere stato ininfluente.

La notte avanza. Via dei Cappellari prima era sede Ama, adesso è buio e tanfo. A due passi, lo splendido Arco di Santa Margherita, col portico medievale. Metastasio è nato nel palazzo di fronte, da lì improvvisava versi a tema attirando la folla. Ora i tossici vengono a bucarsi nella mondezza. Perché è una discarica famigerata, questa: e ostinata. «Ci passiamo quattro volte al giorno, tiriamo su tutto e dopo un’ora è come prima». Qualche giorno fa c’erano due materassi e una rete, una stanza da letto dismessa. Adesso grandi tavole bianche, una porta scassata, cibo avariato, appena sotto la targa del 1733 in cui «l’illustrissimo presidente delle strade» prometteva pene «anche corporali» per chi abbandonasse immondizia «sotto al presente arco»: 289 anni di minacce vane. Perché alla fine la città fa spallucce, egoista e piaciona, menefreghista e bonaria. È sé stessa «quanno è zozza», recitava Proietti nei Sette Re di Roma. Uguale nei secoli. Solo, al posto delle aquile dei Cesari, i gabbiani del suburbio che ha divorato l’Urbe: ti aspettano protervi sulla via del rientro, padroni del nuovo giorno sui cassonetti scassati. E se li guardi troppo ti fanno: embè?

Degrado in centro, ambulanti abusivi invadono le strade dal Colosseo a Fontana di Trevi. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

Sono centinaia e vendono di tutto, anche fra piazza Navona e San Pietro. Guadagnano fino a 400 euro a settimana, ma vengono spesso sfruttati da organizzazioni criminali che li riforniscono. Nei giorni scorsi sequestrati alcuni capannoni pieni di merce

Al Pantheon le sciarpe in stile inglese, a Fontana di Trevi le lucine colorate e le aste per i selfie. In via delle Muratte le borse griffate, mentre ai Fori Imperiali i quadretti dipinti sul marciapiede. E ancora a Ponte Sisto le cover per gli smartphone, gli origami e le collanine a San Pietro. A ogni luogo affollato di turisti, e non sono nemmeno tutti, il suo articolo, da vendere rigorosamente senza autorizzazione e spesso anche contraffatto. A un mese da Natale il centro di Roma è invaso di ambulanti abusivi. In pratica sono padroni delle strade, dove si aggirano senza troppi problemi. Sono centinaia, tornati alla carica dopo l’estate, con merce rinnovata. Segno evidente che le organizzazioni criminali, che sfruttano chi è costretto a scendere sempre in strada per poter sopravvivere, hanno lanciato la loro ennesima offensiva: il commercio illecito che corre parallelo a quello legale non conosce soste, soprattutto alla vigilia di un periodo nel quale si prevede un aumento ulteriore dei visitatori.

I canali di rifornimento sono sempre gli stessi e nelle settimane scorse la Guardia di Finanza - ma indagini sono state portate a termine anche da carabinieri, polizia e vigili urbani - ha già portato a termine una serie di operazioni con il sequestro di capannoni e milioni di pezzi sul punto di essere messi in vendita per le strade della Capitale. Ma basta dare un’occhiata fra Colosseo e San Pietro, Fontana di Trevi e piazza Navona, per rendersi conto che il flusso di ambulanti carichi di merce è continuo: divisi per gruppi, spesso per nazionalità, si dividono il territorio del I Municipio, attenti a non pestarsi i piedi. Guadagnano da 50 (i più sfortunati) a 400 euro a settimana, a seconda di quello che riescono a piazzare. Soldi che devono bastare anche per pagarsi posto letto, mentre il resto viene mandato a casa. Sfruttamento totale che si incrocia con la necessità degli ambulanti di vendere quello che hanno acquistato investendo in certi casi anche in prima persona.

Si tratta comunque di una ripresa in grande stile dell’abusivismo commerciale, peraltro già denunciata più volte dalle associazioni di negozianti, collegata al ritorno massiccio di turisti a Roma dopo due anni di pandemia e di enormi difficoltà per il settore alberghiero e più in generale ricettivo. In alcuni punti del centro storico i marciapiedi sono coperti da teli sui quali sono esposti migliaia di articoli. Per lo più false griffe, ma ai turisti, e non solo a loro, vengono proposti anche accessori d’abbigliamento e per telefonia, giocattoli, oggetti d’arredamento e anche, più semplicemente, ma senza alcuna garanzia igienico-sanitaria, bottiglie d’acqua.

I papi, Sileno e Fellini: il fascino misterioso di via del Babuino a Roma. Via del Babuino è una strada di Roma con una storia particolare: da qui sono passati artisti e intellettuali, ma tutto ruota intorno a una statua speciale. Angela Leucci il 22 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Storia di via del Babuino

 Da dove viene il nome della strada

Gemellata con Madison Avenue a New York, via del Babuino a Roma è un luogo dal nome affascinante e misterioso. Si tratta di una strada elegante con tanti negozi, che unisce piazza del Popolo a piazza di Spagna: è punteggiata di chiese molto suggestive, tra cui un edificio religioso dedicato al culto anglicano, ed è celebre per aver ospitato le residenze di diversi artisti e per 40 anni anche una sede della Rai. Ma qual è la sua storia?

Storia di via del Babuino

Come spesso accade con la toponomastica, strade, vie, vicoli e piazze cambiano nome con il trascorrere del tempo. Alcuni luoghi conservano una doppia o tripla denominazione - che probabilmente è anche il modo più corretto per preservare la storia (e l'identità) di questi posti - mentre altri vedono nomi soppiantati in favore della modernità.

Anche via del Babuino non si è chiamata sempre in questo modo. Nel XV secolo non era una strada unica, ma divisa in due: da una parte c’era via dell’Orto di Napoli, perché vi abitavano molti “emigranti” dall’allora Regno di Napoli, mentre dall’altra parte c’era via del Cavalletto, perché sulla strada era stato apposto un cavalletto per la tortura dei presunti eretici e dei criminali.

All’inizio del XVI secolo invece la strada iniziò a chiamarsi popolarmente via Clementina, per via dei lavori di ristrutturazione e unificazione voluti dal papa Clemente VII. Anche il suo successore, papa Paolo III, dedicò molta attenzione a questa strada, che infine prese il nome di via Paolina. 

Via del Babuino, come accennato, è stata abitata nel tempo da diverse personalità, come l’artista Salvator Rosa, il compositore Franz Liszt, le scrittrici Elsa Morante e Maria Luisa Spaziani, oltre che il regista Federico Fellini.

Una delle particolarità della strada sono anche due storici caffè. Come il Caffè Notegen, oggi chiuso, che fu frequentato dallo stesso Fellini, ma anche da Luigi Pirandello, Pablo Picasso, Alberto Moravia, Gabriele D’Annunzio, Renato Guttuso, Carmelo Bene e molti altri artisti.

È invece aperto lo studio Canova Tadolini: in pratica lo scultore Antonio Canova, simbolo artistico del neoclassicismo, possedeva vari allievi, tra cui Adamo Tadolini, che era particolarmente virtuoso. Quello che oggi è un museo, era un tempo lo studio di Canova, poi donato a Tadolini all’inizio del XIX e trasformato nel tempo anche in un caffè: qui si può sorseggiare una bevanda e ammirare le opere d’arte.

Da dove viene il nome della strada 

Bisogna giungere al 1571 per capire perché questa strada si chiami oggi via del Babuino. I primati c’entrano e non c’entrano. Sotto il papato di Pio V fu infatti realizzata una fontana pubblica sormontata da una statua che ritrae il personaggio mitologico di Sileno.

Questi era un dio primitivo dalla genesi incerta, una sorta di antenato di Dioniso saggio e preveggente che disprezzava la ricchezza. Alcuni autori gli attribuiscono la paternità di Marsia, il satiro che sfidò Apollo in una gara di musica e perse, venendo scuoiato vivo in un sol colpo dal dio del Sole.

Nell’iconografia Sileno è calvo, ma il resto del suo corpo è completamente ricoperto di peli. I romani iniziarono a dire che assomigliava a un “babuino”, ovvero a un babbuino, il primate. Attorno a quella statua, proprio come facevano per quella di Pasquino, appendevano composizioni e disegni satirici, che presero il nome di babuinate.

La statua di Sileno fu finanziata da Alessandro Grandi, che possedeva il palazzo adiacente alla fontana di granito, molto più antica, sormontata dalla statua. Pare che un residente, il cardinale Dezza, molto miope, avesse l’abitudine di salutare il personaggio mitologico con un inchino. Nel tempo, a causa della trasformazione urbanistica della strada e dei suoi edifici, la statua di Sileno venne spostata per poi tornare, a metà del XX secolo, alla sua collocazione originaria.

Tra prezzi assurdi e richieste in natura: la ricerca di un alloggio per studenti a Roma. Karijumi su L'Indipendente  il 20 Ottobre 2022.

Uno studente universitario di Roma ha messo per iscritto e accorpato in interessanti spunti statistici le sue vicessitudini alla ricerca di un posto letto nella capitale. Settimane spese tra annunci online, telefonate e visite agli alloggi disponibili, che dipingono un quadro fatto da prezzi fuori controllo, tuguri illegali spacciati per camere e una selva di affaristi pronti a richiedere ogni tipo di servizio a chi cerca casa, specie se di sesso femminile. Una ricerca che l’autore ha pubblicato sul forum Reddit e che, dietro suo esplicito consenso, pubblichiamo anche su L’Indipendente, consapevoli che si tratta di dati privi di un reale valore statistico, ma certamente indicativi di quella che è la situazione che riguarda migliaia di studenti che in tutta Italia si trovano alle prese con la ricerca di un alloggio in queste settimane di inizio corsi.

“Roma è diventata in tempi recenti una delle più costose città per quanto riguarda gli affitti, e molto spesso noi studenti abbiamo difficoltà ad accedere agli alloggi DISCO o alternativamente a stabilirci in zona. Casi simili si sono verificati notoriamente a Bologna e a Milano. Altra città è Padova, dove diversi studenti si sono accampati davanti il rettorato per protesta. Insomma, tutto il mondo è paese, e la situazione di Roma che sto portando è una tra le tante. Probabilmente una di quelle più care, ma si tratta di un manifesto cambiamento dovuto probabilmente al ritorno della didattica in sede e l’abolizione della didattica mista e a distanza. Questo ha costretto molti vecchi studenti come me a tornare in sede, mentre molti nuovi sono stati costretti a trovare una dimora.

Questo ovviamente ha portato i proprietari di tutta Italia ad alzare i prezzi in modo vertiginoso e qui sembra palesarsi un’altra realtà di cui si parla spesso: c’è chi può e chi non può. Chi può va avanti, chi non può s’attacca, insomma. Ecco forse un po’ troppe persone si stanno attaccando in questo periodo.

Premessa: alle questioni del tipo «ci sono sempre stati questi prezzi», «vi dovete adattare» e «venite a Roma a fare festa/siete radical chic che andate a fare la pazza vita/statevene a casa invece di andare a far sperperare soldi per l’università» rispondo:

No! Non è vero che i prezzi sono sempre stati così. Né nei centri, né nelle periferie. C’erano camere intorno al raccordo di 200 euro e in zone centralissime se non addirittura vicino le università i prezzi sono sempre stati abbordabili. Senza contare che nel resto d’Italia il problema è analogo. Si tratta di un problema comune a moltissimi studenti e lavoratori fuorisede, se non tutti.

Ci si può adattare quanto possibile, ma anche le doppie raggiungono prezzi inimmaginabili. Si può cercare nelle periferie, ma anche lì è impossibile trovare prezzi umani. Si può cercare in altri comuni, ma le borse di studio non sarebbero valide se non si risiede nel comune dove vengono effettuati gli studi. Si può cercare ai confini con altre regioni ma si verrebbe ad aggiungere un prezzo maggiore per i mezzi, se presenti, senza contare che vanificherebbe lo scopo di avere un posto comodo per raggiungere l’università. L’ultima opzione sarebbe restarsene a casa ed essere pendolare. Ecco questo sarebbe possibile se ci fossero mezzi per raggiungere quotidianamente ogni mattina in tempi brevi la città di studi.

Nessuno studente sta a Roma per fare festa. Nessuna delle persone che fuorisede che conosco è a Roma per questa ragione. Senza contare che gran parte dei fuori sede a Roma sono lavoratori e non giovinastri scalmanati. Pochi universitari hanno un alto reddito, mentre i lavoratori in condizioni simili, invece, non guadagnano decine di migliaia di euro al mese ed è già tanto se riescono a mettere da parte uno stipendio pari al costo dell’affitto di un monolocale o, in alcuni casi, addirittura di una camera. 

Conosco persone che lavorano e a stento riescono a pagare l’affitto della casa in cui si trovano. Senza contare le notizie più recenti su uno studente che si è tolto la vita proprio per ragione della “competizione” universitaria. Insomma, ci tengo a sottolineare come questa raccolta sia una sola goccia nel mare di caos che si sta virificando in questo periodo. Tra pressioni sociali ed economiche difficilmente un giovane riesce a mantenersi a galla e mi fa tanta tristezza che non si riesca a farlo notare. Una ragazza su un gruppo di affitti di Roma ha pubblicato una sua foto. Molti su quei gruppi chiedono foto per confermare che sei «studentessa di bella presenza». È stata attaccata con commenti oggettivamente disgustosi e sessisti. Ma è il problema generale e più grande che andrebbe inquadrato: la situazione è così grave che una ragazza deve mettersi in mostra per provare a ottenere una stanza. Insomma, credo ci sia poca attenzione sui macro-problemi che si stanno creando negli ultimi anni per gli studenti universitari e per i lavoratori fuorisede”.

 Emilio Orlando per leggo.it il 20 ottobre 2022.

Francesco Valdiserri è stato travolto e ucciso a 18 anni nella notte a Roma, arrestata la conducente 23enne: tasso alcolemico oltre il limite di legge e positiva alla cannabis. Aveva, infatti, un tasso alcolemico nel sangue superiore a 1,50 ed è risultata positiva alla cannabis: è stata arrestata e messa ai domiciliari la ragazza di 23 anni che ha travolto e ucciso il giovane figlio di due giornalisti del Corriere della Sera. 

La ragazza, residente a Dragona, viaggiava con un giovane di 21 anni straniero che è rimasto ferito lievemente. Nel 2020, all’investitrice era stata già ritirata la patente per guida in stato d’ebbrezza.

L'incidente è avvenuto nella notte a Roma, mentre il 18enne camminava con un amico sul marciapiede in via Cristoforo Colombo.

La giovane, secondo una prima ricostruzione, avrebbe perso il controllo della Suzuki Swift andando a colpire il pedone che è morto sul colpo. Sul posto per i rilevi gli agenti del XI gruppo della Polizia Locale di Roma Capitale.

 Il post della madre Paola Di Caro sui social. Travolto sul marciapiede, muore a 18 anni il figlio dei giornalisti Francesco Valdiserri: “Nulla ha più senso”. Vito Califano su Il Riformista il 20 Ottobre 2022

“Nulla ha più senso. Nulla”, scrive Paola Di Caro su Twitter. È stata lei stessa, la giornalista del Corriere della Sera, a diffondere la notizia della morte del figlio. Francesco Valdiserri è stato investito da un’automobile mentre camminava su un marciapiede a Roma. Aveva 18 anni ed era figlio di Di Caro e di un altro giornalista della stessa testata, Luca Valdiserri. In corso gli accertamenti della polizia di Roma Capitale.

Francesco Valdiserri avrebbe compiuto 19 anni il prossimo novembre. Frequentava il primo anno di università. Camminava sul marciapiede del controviale in direzione Gra, all’altezza di via Giustiniano Imperatore su via Cristoforo Colombo. È stato travolto da una Suzuki Swift guidata da una giovane donna. Quest’ultima avrebbe perso all’improvviso il controllo della vettura sradicando un palo della segnaletica prima di investire il ragazzo.

La corsa dell’auto si è fermata soltanto contro il muro di cemento di un parcheggio. Con il 18enne c’era un altro ragazzo, un altro giovane che è uscito miracolosamente illeso dal tragico sinistro. La polizia sta compiendo gli accertamenti del caso: l’incidente potrebbe essere stato causato dall’alta velocità con la quale la vettura procedeva, nessun segno di frenata sull’asfalto. La donna sarà sottoposta agli esami tossicologici e alcolemici.

“Il mio 18enne meraviglioso non c’è più. Il mio bambino che aveva a cominciato a correre nella vita. Un’auto nella notte lo ha investito e non tornerà. Nulla più tornerà. Nulla ha più senso. Nulla”, ha scritto in un tweet la madre della vittima, la giornalista Paola Di Caro, su Twitter. La madre e il marito del giovane hanno ricevuto poco tempo larga solidarietà e cordoglio da parte del mondo giornalistico e politico.

La Presidente del Consiglio in pectore, Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia ha commentato il post di Di Caro. “Cammineremo con te, perchè tu non sia sola mentre attraversi l’inferno”. Vicinanza espressa anche dal segretario della Lega Matteo Salvini: “Da papà, un abbraccio immenso e una preghiera”. Cordoglio anche dell’ex ministro Renato Brunetta: “Ti sono vicino”. 

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Da corriere.it il 21 ottobre 2022.  

«Quando arriva una notizia della perdita di un figlio in questo modo non sai da dove iniziare. Luca e Paola hanno percorso con me la mia crescita da ragazzo a uomo a padre. Da giovane calciatore a professionista la strada è stata lunga. E quando chiamano il figlio Francesco... Oggi cosa puoi dire?». 

Così Francesco Totti, in un messaggio inviato al Corriere della Sera ha voluto esprimere il suo dolore e la sua vicinanza a Paola Di Caro e Luca Valdiserri, i nostri colleghi genitori di Francesco, ucciso la notte del 20 ottobre sulla Cristoforo Colombo da un’auto che lo ha investito mentre camminava sul marciapiede insieme a un amico.

Il messaggio del Capitano è pieno di amore: «Sento solo di stringerli a me con tanto affetto, un dolore cosi grande non si può immaginare. Paola, Luca, Daria e famiglia vi sono vicino con il cuore. Francesco, sarai per me sempre un angelo».

Giuseppe Di Piazza per corriere.it il 20 ottobre 2022.

Cosa potranno dirsi guardandosi negli occhi, per tutta la loro vita che da ieri notte è solo strazio, Luca e Paola? Quante lacrime dovranno versare per mettere in pari i conti col destino? Sono giornalisti, Luca Valdiserri e Paola Di Caro, nostri amati compagni di lavoro, ma soprattutto genitori di Francesco, 19 anni da compiere, e di Daria, di poco più piccola. E da giornalisti hanno visto, scritto, letto le storie nere del mondo. Mai pensando, come ognuno di noi, che quel «mondo» potesse diventare il nostro, con l’improvvisa distruzione di tutto. 

E oggi Luca, Paola e Daria, dovranno trovare le parole per elaborare l’atroce realtà di un figlio e fratello che non c’è più, spazzato via mentre camminava tranquillo, chiacchierando con un amico, sul marciapiede che porta a casa, nella notte di Roma. La sua vita è stata interrotta da un’auto guidata, a forte velocità, da una quasi coetanea. 

Si chiama Chiara Silvestri, ha 23 anni, e ora è agli arresti domiciliari dopo un ricovero in un ospedale romano in preda ad agitazione psicomotoria, come dice freddamente il primo referto. È stata lei a perdere il controllo della sua auto, sulla quale viaggiava col fidanzato, è stata lei a salire come treno impazzito sul marciapiede di via Cristoforo Colombo, è stata lei a travolgere pali della pubblicità, cestini, per poi spezzare in un attimo la vita di Francesco.

«Il mio 18enne meraviglioso non c’è più», ha scritto Paola poco dopo le 8 del mattino su un social. «Il mio bambino che aveva cominciato a correre nella vita. Un’auto nella notte lo ha investito e non tornerà. Nulla più tornerà. Nulla ha più senso. Nulla». È il vuoto che dà vertigine. Il vuoto davanti al quale due genitori e una sorella sono oggi costretti a sporgersi, e noi con loro. 

Si potrà dire che quella è una strada maledetta, l’enorme arteria che collega Roma a Ostia, una sorta di nastro dove tutti corrono, ben oltre i limiti. Lì morì con la sua fuoriserie il costruttore Salini, lì è morta da poco una giovane attrice che rientrava a casa di notte, in auto. Con loro hanno perso la vita sulla Colombo decine di altre persone, ragazzi e adulti in motorino, pedoni che l’attraversavano, automobilisti schiacciati nelle lamiere. 

Ma mai finora un ragazzo che tranquillo, con un amico, tornava a casa sul marciapiede. È la strada maledetta, si potrà ripetere. Ma la verità è che non è col fato che dobbiamo fare i conti, ma col senso civile di convivenza che spesso a Roma, come in altre città, manca. Perché correva Chiara ieri notte? Ha solo perso il controllo della sua auto? O c’era un’alterazione che la spingeva?

Le domande se le stanno facendo gli investigatori che ora dovranno comprendere cos’è accaduto. Ma a Paola e a Luca cosa importerà delle risposte? Potrà mai un dettaglio lenire il dolore immenso a cui sono condannati? Certo, c’è sempre la voglia di dire, con generosità, «è capitato a noi, ma non capiti più a nessuno». Piccole dolci consolazioni di cuori buoni. Quel che resta, più probabilmente, è invece il vuoto, il «nulla», di cui scriveva a caldo Paola Di Caro.

È una madre prima ancora che una splendida cronista della politica italiana. E Luca Valdiserri è la firma, sul Corriere, che chi ama la Roma legge per prima. Sono una famiglia, e adesso sono il dolore raccolto in una famiglia. Noi tutti del Corriere ci stringiamo a voi, carissimi Paola, Luca e Daria, nella speranza, forse ingenua, di alleviare la vostra immane sofferenza. E diamo un addio paterno, materno a Francesco, un ragazzo che aveva tutto davanti a sé, assurda vittima di una qualunque notte di Roma.

Francesco Valdiserri ucciso da un’auto: la notte di Roma, il senso del nulla, l’abbraccio del Corriere a Paola e Luca. Giuseppe Di Piazza su Il Corriere della Sera il 20 Ottobre 2022

È la strada maledetta, si potrà ripetere. Non è però col fato che dobbiamo fare i conti, ma col senso civile di convivenza che spesso a Roma, come in altre città, manca

Cosa potranno dirsi guardandosi negli occhi, per tutta la loro vita che da ieri notte è solo strazio, Paola e Luca? Quante lacrime dovranno versare per mettere in pari i conti col destino? Sono giornalisti, Paola Di Caro e Luca Valdiserri, nostri amati compagni di lavoro, ma soprattutto genitori di Francesco, 19 anni da compiere, e di Daria, di poco più piccola. E da giornalisti hanno visto, scritto, letto le storie nere del mondo. Mai pensando, come ognuno di noi, che quel «mondo» potesse diventare il loro, con l’improvvisa distruzione di tutto.

E oggi Paola, Luca e Daria, dovranno trovare le parole per elaborare l’atroce realtà di un figlio e fratello che non c’è più, spazzato via mentre camminava tranquillo, chiacchierando con un amico, sul marciapiede che porta a casa, nella notte di Roma. La sua vita è stata interrotta da un’auto guidata, a forte velocità, da una quasi coetanea. Si chiama Chiara Silvestri, ha 23 anni, e ora è agli arresti domiciliari dopo un ricovero in un ospedale romano in preda ad agitazione psicomotoria, come dice freddamente il primo referto. È stata lei, in balia dell’alcol, a perdere il controllo della sua auto, sulla quale viaggiava con un amico, è stata lei a salire come treno impazzito sul marciapiede di via Cristoforo Colombo, è stata lei a travolgere pali della pubblicità, cestini, per poi spezzare in un attimo la vita di Francesco. «Il mio 18enne meraviglioso non c’è più», ha scritto Paola poco dopo le 8 del mattino su un social. «Il mio bambino che aveva cominciato a correre nella vita. Un’auto nella notte lo ha investito e non tornerà. Nulla più tornerà. Nulla ha più senso. Nulla». È un vuoto che dà vertigine. Il vuoto davanti al quale due genitori e una sorella sono oggi costretti a sporgersi, e noi con loro.

Si potrà dire che quella è una strada maledetta, l’enorme arteria che collega Roma a Ostia, una sorta di nastro dove tutti corrono, ben oltre i limiti. Lì morì con la sua fuoriserie il costruttore Salini, lì è morta da poco una giovane attrice che rientrava a casa di notte, in auto. Con loro hanno perso la vita sulla Colombo decine di altre persone, ragazzi e adulti in motorino, pedoni che l’attraversavano, automobilisti schiacciati nelle lamiere. Ma mai finora un ragazzo che tranquillo, con un amico, tornava a casa sul marciapiede. È la strada maledetta, si potrà dire ancora fino allo sfinimento. Ma la verità è che non è col fato che dobbiamo fare i conti, ma col senso civile di convivenza che spesso a Roma, come in altre città, manca. Perché correva Chiara ieri notte? Ha solo perso il controllo della sua auto? E perché le era stata restituita la patente dopo sei mesi di sospensione proprio per ragioni legate all’alcol?

Le domande se le stanno facendo gli investigatori che ora dovranno comprendere cos’è accaduto. Ma a Paola e a Luca cosa importerà delle risposte? Potrà mai un dettaglio lenire il dolore immenso a cui sono condannati? Certo, c’è sempre la voglia di dire, con generosità, «è capitato a noi, ma non capiti più a nessuno». Piccole dolci consolazioni di cuori buoni. Quel che resta, più probabilmente, è invece il vuoto, il «nulla», di cui scriveva a caldo Paola Di Caro. È una madre prima ancora che una splendida cronista della politica italiana. E Luca Valdiserri è la firma, sul Corriere, che chi ama la Roma legge per prima. Sono una famiglia, e adesso sono il dolore raccolto in una famiglia. Noi tutti del Corriere ci stringiamo a voi, carissimi Paola, Luca e Daria, nella speranza, forse ingenua, di alleviare la vostra immane sofferenza. E diamo un addio paterno, materno a Francesco, un ragazzo che aveva tutto davanti a sé, assurda vittima di una qualunque notte di Roma.

Francesco Valdiserri, l’investitrice si era rifiutata di fare l’alcoltest. L’amico sarà sentito di nuovo. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 21 Ottobre 2022

Chiara Silvestri ai domiciliari, entro sabato la convalida dell’arresto davanti al gip. La prima sospensione della patente dopo un controllo sul litorale. Sequestrato il suo telefonino: l’ipotesi che stesse chattando mentre guidava sulla Colombo

«Agitazione psicomotoria». Così è scritto sul referto d’ingresso di Chiara Silvestri all’ospedale Sant’Eugenio. Era quasi l’una di ieri. «Ho ucciso un ragazzo della mia età. L’ho ucciso io. Vi rendete conto?»: la 23enne addetta in una società di catering di Roma, residente con la famiglia a Dragona, fra la Capitale e Ostia, lo avrebbe ripetuto più volte dopo l’investimento fatale sulla corsia laterale di via Cristoforo Colombo, alla Garbatella, di Francesco Valdiserri, studente universitario di Lettere che fra dieci giorni avrebbe compiuto 19 anni, figlio dei giornalisti del Corriere della Sera Paola Di Caro e Luca Valdiserri. Entrambi romanisti, avevano deciso di chiamare il primogenito come capitan Totti.

Con un polso fratturato e sotto choc, ieri mattina la ragazza è stata dimessa con 25 giorni di prognosi e accompagnata dai vigili urbani negli uffici del Gruppo Marconi, diretto da Massimo Fanelli, dove è stata arrestata per omicidio stradale aggravato dalla guida sotto effetto di alcolici e anche dal fatto di aver avuto la patente sospesa due anni fa per sei mesi. All’epoca si era rifiutata di sottoporsi all’alcoltest durante un controllo sul litorale romano. L’aveva però ottenuta nuovamente senza ulteriori prescrizioni.

Lo stesso esame effettuato subito dopo aver causato un incidente mortale ha dato esito positivo: tasso alcolemico di 1,57 grammi/litro — tre volte oltre il limite di legge — e quindi, su ordine del pm Erminio Amelio, è stata sottoposta agli arresti domiciliari. Almeno per ora. Perché gli accertamenti della polizia municipale proseguono per verificare se ci siano anche altri fattori che possano peggiorare la sua posizione. Le è stato sequestrato lo smartphone con il quale ha chiamato i soccorsi: sarà analizzato per verificare se la 23enne, «non negativa» ai cannabinoidi — avrebbe assunto stupefacenti ma non nelle ore che hanno preceduto l’incidente — stesse parlando o chattando con qualcuno. Per averne la conferma sarà sentito di nuovo l’amico che gli sedeva accanto, Datan Pensa, 21enne di Fara Sabina, modello, anche lui ferito in modo non grave nell’impatto della Suzuki Swift, intestata a una parente della ragazza, prima contro il marciapiede e quindi sul muro di un parcheggio sotterraneo.

Al vaglio i filmati delle telecamere e le testimonianze dell’amico di Francesco, che lo stava accompagnando alla fermata dell’autobus dopo essere andati al cinema, e di un automobilista che seguiva la Swift. Quest’ultimo avrebbe assistito alla prima sbandata dell’utilitaria verso sinistra e poi allo scarto della vettura verso destra prima di invadere il marciapiede dove si trovavano i due ragazzi che erano di spalle e non si sono accorti dell’arrivo dell’auto lanciata a tutta velocità. Sull’asfalto nessun segno di frenata.

Centinaia i messaggi di cordoglio per Francesco, ex studente del liceo Socrate, appassionato di musica indie rock e voce della band Origami Smiles. Anche la politica si è mobilitata per ricordarlo. «Con Francesco, con te, con voi. Sempre», il messaggio di Enrico Letta, leader del Pd, mentre la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni si è rivolta direttamente a Paola che da sempre si occupa per il Corriere del centrodestra: «Cammineremo con te, perché tu non sia sola mentre attraversi l’inferno». Parole di affetto da Carlo Calenda, leader di Azione-Iv: «Impensabile dolore. Ti siamo vicini. Un grandissimo abbraccio». E da Silvio Berlusconi: «Noi di Forza Italia ti siamo tutti vicini, con la mente e con il cuore». Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri si è detto «profondamente addolorato per la tragica morte di Francesco».

Francesco Valdiserri morto sulla Cristoforo Colombo a Roma: 27 chilometri di strada killer. Maria Egizia Fiaschetti su Il Corriere della Sera il 21 Ottobre 2022

Decine gli incidenti mortali sull’arteria ad alto scorrimento che collega Porta Ardeatina al mare: nell’ultimo, la notte scorsa, ha perso la vita Francesco Valdiserri, 18 anni, travolto da un’auto lanciata a tutta velocità mentre camminava sul marciapiede

È la strada dove lo spirito di libertà gioca a dadi con la sorte. Via Cristoforo Colombo, tra Porta Ardeatina e il mare, è una delle principali arterie a scorrimento veloce di Roma: un immenso rettilineo scandito da semafori, svincoli e incroci che lo collegano ai quartieri attraversati lungo i 27 chilometri dal Centro alla rotonda di Ostia. Due corsie per ogni senso di marcia, più due complanari, punteggiate da una lunga teoria di pini marittimi dove spesso si corre, oltre i limiti di velocità (tra i 60 e gli 80 chilometri all’ora), e il manto stradale è a tratti sconnesso a causa delle radici sporgenti.

Da freeway urbana verso il mare a campo di battaglia: decine gli incidenti verificatisi negli ultimi anni sulla strada killer dove si continua a morire. Collisioni tra veicoli, schianti a volte provocati dall’asfalto dissestato, investimenti: l’ultimo, drammatico, nel quale ha perso la vita il 18enne Francesco Valdiserri , travolto la notte scorsa da un’auto mentre camminava sul marciapiede del controviale all’altezza di viale Giustiniano Imperatore. La conducente, positiva all’alcol test, ha perso il controllo della vettura sradicando un palo della segnaletica stradale per poi colpire il ragazzo e andare a sbattere contro un muro.

Il 5 settembre scorso Maurizio Cignoni, 37 anni, designer di Enel Group, non è sopravvissuto all’impatto tra la sua moto e un’utilitaria nella corsia laterale della Colombo, tra via Oropa e via Laurentina. Tra le possibili cause, l’immissione di uno dei veicoli sulla carreggiata centrale, manovra spesso pericolosa a causa dell’alta velocità. Ad aprile, un’altra giovane vita spezzata: Ludovica Bargellini , 35 anni, originaria di Pistoia ma trasferitasi a Roma per studiare Costume al Centro sperimentale di cinematografia, finita con la sua Lancia Y contro il divisorio della carreggiata all’altezza di via di Grotta Perfetta, forse a causa di un colpo di sonno. Attrice di cinema e teatro, aveva lavorato nella serie tv The Young Pope di Paolo Sorrentino che ha voluto dedicarle il David di Donatello vinto per il film È stata la mano di Dio. Nella stessa zona, a Tor Marancia, nel novembre 2021 un 48enne, Cesare Federici, è stato preso in pieno da una Panda mentre attraversava le strisce pedonali su un monopattino a noleggio (l’invasione di tavole elettriche nella Capitale rappresenta un notevole fattore di rischio a causa della regolamentazione ancora poco stringente nonostante l’alto tasso di incidentalità): lo scontro è stato talmente violento da scaraventarlo a una decina di metri di distanza rendendo inutili i soccorsi.

Vivi per un soffio, nonostante le gravi lesioni e il trasporto in ospedale in codice rosso, i conducenti di due delle tre vetture coinvolte, due mesi prima, nello schianto all’intersezione con via Varaldo (sempre in zona Grotta Perfetta): la causa, per l’ennesima volta, l’eccesso di velocità. A luglio, un’altra carambola mortale in via del Canale della Lingua, a Casal Palocco: morto un ragazzo di 25 anni, Alessandro Rega, che era a bordo di una Smart Four Four presa a noleggio scontratasi con un’utilitaria. Nella ricostruzione della dinamica è emerso un insieme di fattori tra cui, oltre ai sospetti sul malfunzionamento del semaforo, gli alberi troppo vicini alla careggiata e l’asfalto accidentato a causa delle radici. Scorrendo a ritroso le cronache, la lunga scia di dolore che segna via Cristoforo Colombo porta alla promessa del nuoto sincronizzato Noemi Carrozza, 20 anni, andata a sbattere contro un albero con il motorino: sotto accusa un tronco di leccio che avrebbe dovuto essere rimosso o protetto da una barriera.

Nel 2015 un altro incidente fatale, costato la vita all’ingegnere Claudio Salini, 46 anni, schiantatosi contro un albero con la sua Porsche lanciata a 190 chilometri all’ora vicino l’incrocio con viale Giustiniano Imperatore. Non lontano dal punto dove è stato travolto Francesco.

Il grande abbraccio a Francesco Valdiserri: striscioni, note e post-it colorati. Paolo Conti su Il Corriere della Sera il 22 Ottobre 2022.

Roma, centinaia di persone ai funerali. Tra la folla anche Meloni, La Russa e Letta 

La parrocchia di Santa Maria Liberatrice, nel cuore di Testaccio, è strapiena. Per metà sono amici e coetanei di Francesco, venuti a dirgli addio tutti insieme, come insieme hanno vissuti i pochi splendidi anni al liceo «Socrate» e il pugno di mesi al primo anno della facoltà di Lettere, indirizzo cinematografico e musicale, a «La Sapienza». Si abbracciano, si carezzano. Piangono a dirotto: i ragazzi quanto e forse più delle ragazze, gli antichi luoghi comuni sui maschi forti sono ruderi del vecchio secolo. Tanti cuscini giallorossi per la accesissima fede romanista di Valdo, come veniva chiamato da tutti, e della sua famiglia. A sinistra, su un cavalletto ricoperto da un telo azzurro cielo, un suo solare ritratto con la massa di capelli che lo faceva riconoscere sempre in qualsiasi fotografia di gruppo.

Uno striscione scritto a mano su un lenzuolo («ti vogliamo bene») ricopre, tra i fiori, i gradini dell’altare. Ospita una fila di post-it colorati con i messaggi che raccontano Francesco e l’amore per la vita di chi ha appena cominciato ad assaporarla, l’allegria, i sorrisi, la musica e il fortissimo legame con le amiche e gli amici: «Ciao Valdo, canta anche per noi da lassù, x sempre tuoi», «Canta più forte che puoi noi ti ascoltiamo da quaggiù», «Grazie per aver illuminato i nostri giorni di scuola con i tuoi outfit unici».

E poi uno che sintetizza l’espansiva vitalità di Valdo: «Non sappiamo dove sei ma di sicuro sappiamo che ovunque, qui o in un universo parallelo, resti e resterai per sempre il figo che abbiamo conosciuto noi». Altri pezzi di quella indimenticabile breve vita collettiva: «Entravo in classe ed ero contento perché c’eri tu, perché avrei scherzato con te, grazie Va (cioè Valdo) per tutto. Stammi bene lassù, al fianco dei tuoi idoli». Ovvero i divi del rock di cui parlava con gli amici.

Arriva la neopremier Giorgia Meloni appena uscita dal Quirinale, che abbraccia in lacrime Paola, da anni apprezzata firma del Corriere della Sera per la politica: singhiozza, la carezza, tenta di consolarla.

C’è il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ci sono i ministri Antonio Tajani e Anna Maria Bernini. Ecco Enrico Letta con la moglie Gianna: sono amici da sempre dei Valdiserri, vivono accanto, i loro figli sono cresciuti insieme. In rappresentanza della Roma (Luca Valdiserri è una firma dello sport del Corriere della Sera) arrivano Ryan Fredkin, Tiago Pinto e Vito Scala. Tra i banchi tantissimi colleghi del nostro giornale, tra loro il direttore Luciano Fontana, e di altre testate e tg. Nella messa, il brano del Vangelo secondo Giovanni parla di vita eterna lasciando la parola a Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Al parroco don Maurizio Spreafico tocca il difficilissimo compito di trovare un senso alla tragedia con la chiave della fede. Descrive Francesco citando i professori del liceo e i suoi amici: «Era un ragazzo sensibile, rispettoso degli altri, sognatore, pieno di interessi, decisamente bello, un figlio adorato. Spesso ce la prendiamo con Dio: perché hai permesso tutto questo? Dio risponde: io non voglio tutto questo, qui c’è la vostra libertà…».

È in sintesi il libero arbitrio, l’uomo dispone di sé e della propria vita. Infatti don Maurizio parla ai giovani: «Scegliete il vero, il bello, il buono, la musica, lo sport, l’arte, il volontariato, non cedete allo sballo e ad altre dipendenze». E agli adulti: «Chiediamoci quali valori indichiamo, non a parole ma con la vita». Infine parla direttamente a Francesco: «Regala il coraggio ai tuoi genitori e a tua sorella di ritrovare il sorriso, quell’amore di cui sei stato capace, aiuta tutti, piccoli e grandi, a usare la libertà di scegliere il bene, non il male. Come diceva sant’Agostino, canta e cammina…».

Alla fine della messa cantano davvero gli amici della sua band, «Origami smiles», fondata ad aprile. Francesco aveva stupito tutti per la sua bella voce profonda e aveva cominciato a scrivere brani come questo «Next Morning». Niccolò Amodeo è alla chitarra (era accanto a Francesco quella maledetta notte, lo ha visto morire), Daniel Bevilacqua alla batteria, Giulio Di Veroli al basso. Tutti seguono il ritmo battendo le mani, disperandosi come i genitori, piangendo. Una sconvolgente assenza, quella di Francesco, che col brano diventa presenza vivissima. All’uscita gli amici accompagnano la partenza del feretro con un grande applauso, con le loro lacrime e con uno striscione: «Per sempre con noi». Dai loro sguardi capisci che sarà così, davvero. Per sempre. 

Luca Valdiserri, il papà di Francesco: «Era un ragazzo puro, aveva la forza del sogno. Evitiamo che si ripetano tragedie simili». Luca Valdiserri su Il Corriere della Sera il 24 Ottobre 2022.

L’appello di Luca Valdiserri, giornalista del Corriere e marito di Paola Di Caro: insieme possiamo farcela. Mio figlio aveva la forza del sogno, io l’avevo perduta da tempo. A voi, suoi amici, dico: non perdete mai questa forza 

«Francesco era un ragazzo puro». Non l’ho detto io, ma chi ha dato di lui questa definizione è arrivato al centro del cuore di Fra. Le poche volte che ho litigato con lui è perché io facevo il cinico quando lui difendeva sempre i più deboli, a partire dalle squadre di calcio più scarse che partecipavano al Mondiale. Per lui, il Togo poteva tranquillamente vincerli. Prima di Roma-Barcellona, la notte della «remuntada», il 10 aprile 2018, provò a convincermi che vincere 3-0 non era impossibile. Lui aveva la forza del sogno, io l’avevo perduta da tempo.

Difendeva le sue idee con totale convinzione, con la tenacia che è solo dei ragazzi. A voi, amici di Fra, dico solo due cose: non perdete mai questa forza e, se bevete un bicchiere di troppo, non guidate. Non vi può salvare al 100%, lo abbiamo imparato nel più crudele dei modi. Se dovesse capitare qualcosa di terribile, però, non vivrete il resto della vita con il rimorso di essere stati voi a provocarlo.

Volevo ringraziare tutti, a partire da chi mi ha assistito in quella notte terribile. È stato fatto il possibile per cercare di salvare Francesco e chi ha interagito con me è stato corretto e spesso empatico: i vigili urbani che erano sul posto, i dirigenti di Tor Vergata che ci hanno permesso di dargli l’ultimo saluto in una sistemazione rispettosa del dolore, chi gli ha concesso un posto dove riposare che lui, per gli strani giri della vita, aveva nel suo cuore di piccolo poeta/cantante dark.

Cercate Fra nell’aria, cercatelo nella musica, cercatelo dentro di voi nel ricordo che vi ha lasciato. Gli avete voluto bene, vi ha voluto bene. Non si offenderà nessuno se dirò che in cima alla lista del bene ci sono la mia meravigliosa figlia Daria e la mia straordinaria moglie Paola.

Insieme vogliamo tenere vivo il ricordo di Fra. Busserò a tante porte, so che molte sono già aperte e mi aspettano. Ci aspettano. Se anche uno solo tra i ragazzi che ci leggono non si metterà alla guida dopo aver bevuto, allora il nostro dolore sarà un po’ meno inutile. Se chi di dovere metterà in atto le misure possibili per evitare altre tragedie come la sua, allora Fra non sarà morto invano. Francesco non era un cantante, era il pezzo di una band, gli Origami Smiles. Da soli siamo perduti, insieme forse possiamo farcela.

"Ti salutiamo da un posto dove hai vissuto tante emozioni". L'omaggio della Roma e dell'Olimpico a Francesco Valdiserri. Andrea Di Carlo su La Repubblica il 23 Ottobre 2022. 

Un lungo e commosso applauso di tutto lo stadio ha accompagnato la comparsa della foto sul maxischermo

Un lungo e commosso applauso di tutto lo Stadio Olimpico ha accompagnato la comparsa della foto sui maxischermi di Francesco Valdiserri, lo sfortunato 18enne travolto e ucciso da una vettura su via Cristoforo Colombo. "In un posto dove ha vissuto tante emozioni, lo salutiamo tutti insieme. Ciao Francesco" il messaggio dello speaker giallorosso.

Presente tutta la famiglia al completo, da mamma Paola a papà Luca fino alla sorella Daria. Applauso purtroppo rovinato dal comportamento di alcuni tifosi del Napoli, prontamente ricoperti dai fischi del restante stadio, stizzito dal loro atteggiamento.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2022.  

Risponde. Ammette. Piange. «Andavo veloce, non mi sono resa conto di cosa è successo. Di colpo ho visto quei ragazzi...» spiega Chiara Silvestri, la ventitreenne di Dragona che la notte di mercoledì ha travolto e ucciso Francesco Valdiserri, nel corso dell'interrogatorio di garanzia di fronte al gip. Dagli arresti domiciliari dove si trova da giovedì (ieri convalidati), ha ricostruito gli avvenimenti con un margine di incertezza, quasi i contorni di quella notte fossero sbiaditi.

Incertezza dovuta allo stato confusionale nel quale versava ed è poi precipitata per lo choc, ha spiegato accanto al suo avvocato, Paolo Leoni. La giovane, accusata di omicidio stradale, ha fatto sapere di essere «devastata dal senso di colpa» per la morte del ragazzo, quasi un coetaneo. E di sentirsi «confusa» su molti dettagli al punto che l'interrogatorio è stato sospeso più volte per poi essere ripreso dopo lunghe pause. 

Al pm Erminio Amelio, ora, il compito di fare chiarezza sulla dinamica dell'incidente avvenuto, va ricordato, su un marciapiede della Cristoforo Colombo. Chiara Silvestri viaggiava a una velocità superiore ai 50 chilometri orari prescritti in quella tratta. Nel corso dell'interrogatorio la ragazza si è detta «consapevole» di questo ma non ha saputo precisare con esattezza a quanto viaggiasse con la sua Suzuki Swift.

Probabilmente non aveva controllato il contachilometri. È il motivo per il quale il pm ha deciso che disporrà una consulenza cinetica che sciolga la questione al cuore dell'inchiesta. La morte di Francesco, figlio dei colleghi Paola Di Caro e Luca Valdiserri, va considerata, infatti, una tragedia della velocità. 

Ma Silvestri ha ammesso anche altre due circostanze: l'abuso di alcol di quella sera.

«Avevo bevuto, è vero», ha detto ai magistrati che le chiedevano spiegazioni. E il fatto di aver consumato cannabinoidi nei giorni immediatamente precedenti alla notte di mercoledì. Resta il rebus del cellulare. Parlava? Controllava lo schermo? Messaggi? Non vi sono particolari evidenze al riguardo e Silvestri ha precisato di non essere stata al telefono, ma la sua versione dovrà essere confermata dai periti della Procura ai quali è stato affidato il dispositivo.

Valeria Di Corrado per “il Messaggero” il 23 ottobre 2022.  

È stato difficile per il giudice delle indagini preliminari del tribunale di Roma portare a termine l'interrogatorio di garanzia di Chiara Silvestri. La 23enne, finita agli arresti domiciliari con l'accusa di omicidio stradale, per aver travolto con la sua Suzuki Swift il 18enne Francesco Valdiserri, ieri mattina scoppiava di continuo a piangere mentre il gip e il pm le ponevano le domande. Era sotto shock e ripeteva di sentirsi in colpa. Non si è avvalsa della facoltà di non rispondere, ma il suo racconto è stato costellato di non ricordo.

«Non li ho visti», ha spiegato l'indagata parlando della vittima e del suo amico Niccolò sopravvissuto, che la notte tra mercoledì e giovedì scorso stavano camminando lungo il marciapiede di via Cristoforo Colombo, all'altezza di via Giustiniano Imperatore, dopo aver visto un film al cinema.

La ragazza sostiene di non sapere come abbia fatto a finire con la sua auto su quel marciapiede. La macchina ha sbandato - non ci sono segni di frenata sull'asfalto - ma il motivo per cui ha perso il controllo, Chiara non l'ha chiarito. Alla domanda se stesse usando il cellulare, ha risposto che non stava telefonando. La perizia disposta dal pubblico ministero sul suo smartphone chiarirà questo aspetto. Ma, anche se dovesse risultare vero che non stava chiamando nessuno, non significa che non potesse essere stata distratta dal telefonino, magari da una semplice notifica di un messaggio o di un post sui social.

Conferme o smentite su questo potrebbero arrivare dalla testimonianza del suo amico, Emanuel Datan Pesa, che era seduto a fianco a lei. Il ragazzo è stato sentito a caldo, subito dopo l'incidente, dagli agenti della Municipale del gruppo Marconi. Ma molto probabilmente domani verrà ascoltato a sommarie informazioni dal pubblico ministero, con l'obbligo di dire la verità, perché in caso contrario rischia di incorrere nei reati di false dichiarazioni al pm e favoreggiamento.

La 23enne, risultata positiva sia all'alcol-test che al drug-test, ha ammesso davanti ai magistrati di aver bevuto quella sera. D'altronde il tasso alcolemico rilevato nel sangue era tre volte superiore al limite massimo consentito. Mentre ha precisato che mercoledì non aveva fumato assunto sostanze e che aveva fumato della cannabis un paio di giorni prima. Questo suo stato di alterazione psico-fisica costituisce un aggravante, che si aggiunge al fatto di essere recidiva. Due anni fa, infatti, le era stata sospesa la patente perché si era rifiutata di sottoporsi al drug test. 

Un altro aspetto che le indagini dovranno chiarire riguarda la velocità a cui andava. Chiara ha detto di non ricordarselo, di non aver guardato il contachilometri prima dell'impatto. Ma molto probabilmente, considerati i danni riportati dalla sua auto, procedeva a più di 70 all'ora, quindi oltre il limite consentito. Per accertare questa circostanza, domani il pm conferirà l'incarico per una consulenza cinematica. Questa, infatti, potrebbe essere un'altra aggravante che potrebbe far lievitare la pena di un'eventuale condanna.

La morte di Francesco Valdiserri, il testimone: «L’auto ha sterzato di colpo». Ilaria Sacchettoni il 25 ottobre 2022 su Il Corriere della Sera. 

I riflessi rallentati dall’alcol. L’auto lanciata in velocità. Una traversa dimenticata per sbaglio. Tutta la violenza di una sterzata improvvisa. Ed ecco, al rallentatore, il filmato della tragedia di mercoledì notte in via Cristoforo Colombo. Francesco Valdiserri, 18 anni, muore così, travolto da una serie di errori. La testimonianza di Emanuel Datan Pensa, il passeggero della Suzuki Swift guidata da Chiara Silvestri riascoltato lunedì pomeriggio dagli agenti della municipale che conduce gli approfondimenti investigativi, chiude il cerchio. Il ragazzo ricostruisce la parte mancante di quella sera e offre conferme all’impianto accusatorio del pm Erminio Amelio. «É vero, l’auto andava veloce» fa mettere a verbale Emanuel. Falso che Chiara fosse al telefono. Vero, invece, che avesse sbagliato strada. «Si era accorta di aver superato la via nella quale avremmo dovuto girare e sterzò improvvisamente prendendo il marciapiede e il ragazzo» dice ancora l’amico della giovane di Dragona finita agli arresti domiciliari per omicidio stradale. 

Il suo racconto è lucido, pulito, dettagliato: diversamente dall’amica Silvestri non è inficiato dalla commozione, né reso inaffidabile dagli effetti dell’alcol. Emanuel ha visto e ricorda ogni cosa. La tragedia di Francesco è dovuta all’alta velocità. Ma anche a una svista dell’ultim’ora. La traversa mancata per un soffio e il tentativo di recuperare la situazione in corner. Dentro di sé, può darsi, percepisce il sollievo per essersi salvato. Dopotutto avrebbe potuto finire male per lui, lanciato alla velocità di un proiettile su un’auto governata a metà.

La sua versione al momento appare affidabile ma sarà letta alla luce di alcune perizie. Quella cinematica sulla velocità di marcia della vettura e l’altra sul cellulare di Silvestri. Oggi sono previsti gli accertamenti (irripetibili) che riguardano proprio lo smartphone della ragazza. I tecnici interpellati dovranno sciogliere una serie di dubbi. Silvestri stava consultando messaggi? Chattava con qualcuno?

Domande alle quali sarà possibile dare risposta solo dopo una serie di verifiche sul telefonino. , assistita dall’avvocato, ha rinunciato al riesame. Il suo arresto poggia sulla presenza di un tasso alcolemico superiore al consentito (1, 57) e ad un precedente non secondario. Nel 2020, da neopatentata, la ragazza era stata sottoposta a una sospensione della patente per un periodo di sei mesi. Oggi, affrontando l’interrogatorio di garanzia di fronte al giudice per le indagini preliminari e al pm, si è detta «devastata dal senso di colpa» per aver ucciso un ragazzo. Fragile per lo choc riportato, confusa per la notte trascorsa, la donna ha ammesso alcune circostanze tra le quali la velocità di marcia ben superiore ai trenta chilometri orari consentiti in quel tratto. La parola passa ora agli esperti.

Ardeatina, la campagna del «Corriere»: marciapiedi stretti e pieni di rovi, i pedoni rischiano la vita. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 7 Novembre 2022.

Dal luogo dell’eccidio nazista del 1944 fino al Divino Amore la consolare è piena di pericoli: se con le rotatorie la velocità si è ridotta, il traffico caotico non limita gli incidenti gravi

Pedoni a rischio in via Ardeatina, nel tratto compreso tra il mausoleo delle Fosse Ardeatine e il santuario del Divino Amore. La mappa dei punti più pericolosi della strada inizia proprio dalla prima estremità, il luogo in cui è custodita la memoria dell’eccidio nazista del 1944. Tanto che nella mattinata di ieri una volante dei vigili era posizionata davanti all’attraversamento pedonale all’altezza dell’incrocio con vicolo delle Sette Chiese, per garantire la sicurezza. In quel punto infatti il marciapiede è stretto su entrambi i lati: sia a sinistra, procedendo verso il Grande raccordo anulare, dove è posizionata anche una fermata autobus della linea 218, frequentata in particolare dai turisti che vengono nella zona per visitare musei e catacombe. Sia a destra, dove il passaggio è ulteriormente ridotto dalla presenza di una rete arancione che costeggia una parte del muro del mausoleo delle Fosse Ardeatine. Attaccato alla recinzione c’è un avviso: «Muro pericolante», tradotto in inglese e in francese per poter allertare anche gli stranieri in visita nella Capitale.

Continuando il viaggio verso l’esterno di Roma, la situazione per chi si sposta a piedi o con i mezzi pubblici cambia poco. Lungo la strada sono presenti diverse fermate dell’autobus e i passeggeri sono costretti a scendere su marciapiedi dallo spazio molto limitato che a tratti si interrompono, ricoperti dalla vegetazione o completamente inesistenti. Succede per esempio poco prima dell’incrocio con via della Fotografia: la fermata del 218 sulla destra consiste in pochi metri di marciapiede che iniziano all’improvviso e terminano in curva. Sulla sinistra il marciapiede c’è, ma è invaso dalle erbacce. Il rischio è concreto e a testimoniarlo è l’altarino creato all’altezza dell’ex Dazio, all’incrocio con via di Tor Carbone. Protetti da quattro blocchi di cemento, in una vecchia scatola di biscotti in alluminio, ci sono rose, ghirlande e lumini. Vicino a quel punto, a settembre 2021, un uomo di 43 anni è stato investito e ucciso mentre attraversava la strada. Poco distante, subito dopo l’istituto tecnico agrario «Giuseppe Garibaldi», due vasi di fiori e una cornice ricordano che gli incidenti mortali sulla strada si verificano da oltre dieci anni. L’angolo è infatti dedicato a Marco Dantinelli, 26 anni, deceduto a giugno 2010.

Un altro punto pericoloso è la rotatoria davanti al Crea, il Centro di ricerca alimenti e nutrizione, realizzato alla fine del 2015 proprio per ridurre il tasso di incidentalità all’incrocio tra via Ardeatina e via di Vigna Murata. Succede spesso che chi viene dalla consolare, in direzione Gra, non rispetti l’obbligo di dare la precedenza a chi arriva dalla rotonda, e i cittadini chiedono «sicurezza». «Prima c’erano i semafori all’incrocio – ricorda Pietro Moffa, residente nella zona – mentre ora è pericoloso attraversare la strada».

Lo stesso vale per i ciclisti, costretti a pedalare sulla carreggiata in assenza di una pista ciclabile. Le due corsie che corrono in direzioni opposte sono strette, e lo spazio per le due ruote è limitato. La costruzione delle rotatorie lungo l’Ardeatina, tuttavia, ha contribuito ad alleggerire il traffico. «Ora non si creano più gli ingorghi di auto che c’erano prima, gli stessi che ora nascono all’incrocio con via Giulio Aristide Sartorio e che causano svariati tamponamenti - sottolinea Alberto Fenu, che abita lungo la consolare -. Il vero problema di questo quadrante è il traffico creato dai pendolari». Ciò non toglie che gli impatti si verificano anche quando la strada è libera. L’ultima volta ieri, quando a scontrarsi sono stati un’auto e una moto all’altezza di vicolo dell’Annunziatella.

Sulla Colombo andare a 30 all’ora significa guidare tra clacson e insulti. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 23 ottobre 2022. 

Viaggiare a 30 chilometri orari lungo le corsie laterali di via Cristoforo Colombo, nel tratto compreso tra Porta Ardeatina e l’Eur, è un incubo. Non è raro essere sorpassati, a volte anche da destra, da veicoli che sfrecciano ad altre velocità e non si contano le suonate dei clacson e gli insulti che si possono ricevere. È un’andatura troppo lenta persino per alcuni autobus che, spazientiti, superano le macchine che rispettano i limiti di velocità. In quella parte di strada in effetti la segnaletica è chiara: in prossimità di ogni incrocio, e non solo, si susseguono i cartelli che indicano il divieto di superare i 30 chilometri orari.

Succede in entrambe le direzioni, sia verso l’Eur che verso il Centro. Compreso il punto in cui la settimana scorsa, nella notte tra mercoledì 19 e giovedì 20 ottobre, il 18enne Francesco Valdiserri è stato investito e ucciso, all’altezza di via Giustiniano Imperatore. Lo dimostra il segnale posizionato pochi metri prima del luogo dell’incidente, subito dopo l’incrocio con via Costantino. L’innalzamento dei limiti a 80 chilometri orari (ridotti a 60 in prossimità dei semafori e dei centri abitati) avvenuto lo scorso aprile, riguardava solamente il tratto di Colombo che va dall’Eur fino al mare di Ostia.

«Il limite a 30 all’ora venne deciso dalla giunta precedente, quella guidata dall’ex sindaca Virginia Raggi, M5s, a causa degli avvallamenti provocati dalle radici degli alberi», spiega Giacomo Dore, residente nella zona, in sella alla sua bici. Infatti quasi tutti i cartelli rotondi cerchiati di rosso sono accompagnati dai segnali triangolari che indicano il pericolo di dossi. «Negli anni il manto stradale è stato rifatto – specifica il cittadino – ma i limiti di velocità sono rimasti». Di autovelox mobili però, neanche l’ombra. Conferma Dore: «L’ultima volta che ne ho visto uno è stato dieci anni fa». Non è cambiato nulla ieri, nonostante le promesse del Campidoglio di prendere provvedimenti, alla luce degli ultimi tragici episodi in via Cristoforo Colombo.

È per questo che, nel punto esatto del marciapiede in cui il giovane Francesco ha perso la vita, travolto dall’auto senza controllo guidata dalla 23enne Chiara Silvestri, al dolore si è unita la rabbia. Lo dimostra un nuovo cartellone, apparso vicino a mazzi di fiori, lumini, lettere di addio e sciarpe giallorosse come la squadra del cuore del 18enne. Attaccato in bella vista c’è un messaggio diretto al sindaco di Roma: «Sei morti in sei giorni, Gualtieri ferma la strage», è l’invito perentorio rivolto al primo cittadino. Solamente nella Capitale, infatti, le vittime della strada sono state più di ottanta dall’inizio dell’anno. E gli incidenti sulla Cristoforo Colombo avvengono quasi quotidianamente. Tra gli ultimi, prima di Francesco, che hanno perso la vita in quella strada, ci sono Maurizio Cignoni, 37 anni, designer di Enel Group, lo scorso 5 settembre, e l’attrice Ludovica Bargellini, 35 anni, il 19 aprile di quest’anno.

A quattro giorni dall’incidente di mercoledì scorso, all’angolo della Colombo con via Giustiniano Imperatore c’è un passaggio continuo di persone. C’è chi viene apposta, perché conosceva Francesco o i suoi genitori, i giornalisti del Corriere della Sera Paola Di Caro e Luca Valdiserri. O chi passa di lì passeggiando per il quartiere, e si ferma a lasciare un pensiero. È il caso di Vincenzo Apa, che vive poco lontano e racconta: «Qui c’è un incidente al giorno. Con mia moglie spesso, durante la notte, sentiamo i botti e le frenate degli incidenti. Il problema è che il flusso di veicoli è eccessivo e, senza controlli, i limiti non li rispetta nessuno. Non c’è senso di responsabilità».

Muro Torto, curve pericolose e manto stradale pieno di buche. Camilla Palladinodi su Il Corriere della Sera il 15 Novembre 2022.

Nei due chilometri che collegano piazzale Flaminio a Porta Pia le auto e gli scooter corrono giorno e notte

Sono solo due chilometri di strada, ma le curve possono essere letali. La conformazione di viale del Muro Torto, con le due corsie per ogni senso di marcia che in alcuni punti si restringono, unita alle cattive abitudini dei romani alla guida, creano terreno fertile per gli incidenti stradali. Tant’è che solo in quest’anno sono state almeno quindici le segnalazioni da parte del sito Luceverde di scontri, testacoda o tamponamenti che hanno influito sul traffico, rallentando la circolazione in tutto il quadrante.

La prima curva pericolosa si incontra dopo pochi metri da piazzale Flaminio, verso Porta Pinciana. La lunga parabolica a gomito che va verso destra rappresenta un rischio per i veicoli: il Muro Torto è una strada con una grande affluenza quotidiana di vetture che nella maggior parte dei casi non rispetta i limiti di velocità. Come negli altri tratti urbani che attraversano dei centri abitati, l’obbligo è di mantenere un’andatura entro i 50 km/h ma chi segue la regola viene superato a suon di clacson da macchine e scooter che sfrecciano. I cartelli scarseggiano, ma probabilmente sarebbero inutili senza controlli concreti. Il Muro Torto è pericoloso in modo particolare per moto e scooter, specialmente nei giorni di pioggia. Per le due ruote mantenere una traiettoria omogenea è complicato, anche a causa delle condizioni dell’asfalto. In alcuni punti il manto stradale è rotto e crea buche profonde. Ad esempio, alla fine della carreggiata che scende verso piazzale Flaminio, dove una rete arancione che delimita una parte di muretto distrutto è la testimonianza di un impatto.

Oltretutto nel primo rettilineo di 500 metri a partire da piazzale Flaminio, a dividere le due carreggiate non c’è il guardrail ma solo uno stretto spartitraffico dell’altezza di un marciapiede. La possibilità di un salto di corsia in caso di incidente è concreta. Chi percorre spesso la strada ne conosce le criticità ma i cittadini si dividono tra quelli che la definiscono «strada maledetta» e puntano il dito contro l’assenza di vigili e coloro che danno tutta la responsabilità alla guida spericolata. Un altro punto critico è la curva all’estremità opposta del Muro Torto, altezza Porta Pinciana, subito dopo aver transitato sotto piazzale Brasile verso Porta Pia, dove i veicoli perdono spesso il controllo. Ma i pericoli si estendono anche nel prolungamento, attraversando il sottovia Ignazio Guidi. Uno degli ultimi scontri è avvenuto mercoledì scorso, ha provocato un ferito e coinvolto tre mezzi: un’auto, uno scooter e un suv.

Nel corso degli anni molti gli impatti letali. Nel 2015 due tragedie a distanza di pochi metri, avvenute nel giro di meno di venti giorni. Il 7 aprile aveva perso la vita Riccardo Patrignani, 34 anni, dopo uno scontro in motorino con un furgone nel tratto di Muro Torto compreso tra corso d’Italia e via del Galoppatoio. Il 25 dello stesso mese, proprio pochi metri dopo via del Galoppatoio, a rimanere vittima dopo essere caduto dal suo scooter era stato Vittorio Ferrario, 24 anni.

Tor di Quinto, incroci pericolosi e niente controlli. Ignorati i limiti di velocità. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 10 Novembre 2022.

Il pacchetto sicurezza stradale (Pss), una mappa interattiva in cui i cittadini possono fare segnalazioni da condividere con il dipartimento Sviluppo infrastrutture e manutenzione urbana (Simu) del Campidoglio.

Incroci killer in viale di Tor di Quinto. Sul tratto che collega piazzale di Ponte Milvio a via Flaminia ci sono due intersezioni particolarmente pericolose, posizionate a pochi metri di distanza l’una dall’altra. La prima è all’altezza di via Civita Castellana: i veicoli che scendono da corso Francia spesso non rispettano lo stop e si immettono nella corsia a velocità sostenute, mentre la svolta di chi deve prendere la strada da viale di Tor di Quinto è regolata solo da una sbiadita striscia tratteggiata. Il risultato è un groviglio di auto e scooter che passano da ogni lato, e nessuno che rispetta le precedenze. La seconda è poco più avanti, procedendo verso via Flaminia, all’altezza di via Pietro Lupi: all’incrocio tra le due strade c’è un semaforo in cui è attiva solo la luce gialla, che si accende a intermittenza.

Indica chiaramente ai veicoli che transitano in via Pietro Lupi la possibilità di girare solamente a destra, inserendosi in viale di Tor di Quinto in direzione Ponte Milvio. Eppure l’obbligo viene puntualmente ignorato con le vetture che girano a sinistra senza alcun tipo di controllo, rischiando di scontrarsi con chi arriva spedito da destra. «Lo fanno quasi tutti mettendo a rischio parecchie persone», riconosce Massimiliano Petrassi, residente nella zona e membro della commissione Bilancio e Mobilità del Municipio XV. Per questo è stato «approvato un atto – spiega il consigliere in quota Italia viva – che richiede l’attivazione del semaforo e una riorganizzazione di tutto l’impianto semaforico, oltre al potenziamento della segnaletica, alla manutenzione del verde verticale e al controllo dei punti più a rischio come gli attraversamenti pedonali privi di illuminazione».

Ed è proprio per migliorare la sicurezza stradale delle arterie del territorio con un alto tasso di incidentalità che è nato il pacchetto sicurezza stradale (Pss), una mappa interattiva in cui i cittadini possono segnalare le maggiori criticità lungo alcune strade, da condividere poi con il dipartimento Sviluppo infrastrutture e manutenzione urbana (Simu) del Campidoglio. In viale di Tor di Quinto, oltre ai due incroci killer già citati, viene sottolineata la «mancanza di cartelli stradali, l’asfalto ammalorato e l’assenza di luminosità» nelle ore serali all’incrocio con via del Baiardo. La «difficoltà per i mezzi in uscita da via Alfana», anche a causa di un «chiosco abbandonato da rimuovere urgentemente».

La «segnaletica da rivedere» all’altezza di via delle Fornaci di Tor di Quinto e il semaforo pedonale da Torretta Valadier a Ponte Milvio «da ricalibrare». La velocità oltre il limite, infine, è un altro punto debole della strada di Roma Nord, così come degli altri tratti ad alto rischio della Capitale. I cartelli che indicano il divieto di superare una certa andatura non ci sono, fatta eccezione per i segnali che impongono i 30 chilometri orari in prossimità di curve pericolose, come poco prima dell’incrocio con via della Stazione di Tor di Quinto. Allo stesso modo delle altre strade pericolose, anche viale di Tor di Quinto è costellata di altarini: ce ne sono cinque in pochi metri. Ed è solo una parte degli incidenti – mortali e non – che si sono verificati negli ultimi anni.

Via Leone XIII, la campagna del «Corriere»: la strada delle lapidi dove tutti corrono. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 3 Novembre 2022

Una dietro l’altra, a pochi metri di distanza, le lapidi ricordano i motociclisti che hanno perso la vita. L’asfalso senza segnaletica

Nessuna linea di mezzeria regola il traffico di via Leone XIII. In alcuni punti è completamente assente, in altri è talmente sbiadita da risultare quasi invisibile. La mancanza di segnaletica orizzontale rende la circolazione confusa e disordinata, in una strada che deve già fare i conti con un asfalto dissestato in diversi tratti, come subito dopo piazza Pio XI, andando verso Colli Portuensi, o poco prima di piazzetta del Bel Respiro, procedendo nella direzione opposta.

Una serie di criticità, causate dall’incuria nella manutenzione del manto stradale, che si aggiungono alle velocità folli che i veicoli toccano percorrendo via Leone XIII. Qui, come nelle altre strade urbane che si sviluppano all’interno dei centri abitati, il limite è di 50 chilometri orari, anche se bisogna aguzzare la vista per notare i cartelli che indicano l’obbligo. Anzi, il cartello: l’unico infatti si trova subito dopo l’incrocio con via Vitella, viaggiando in direzione piazza Pio XI, ed è seminascosto dalle fronde non potate degli alberi.

Per questi motivi nell’aiuola centrale che fa da spartitraffico in via Leone XIII, così come in quella del suo prolungamento, via Ottavio Gasparri, ci sono una sfilza di altarini in ricordo delle vittime della strada. C’è «Luca», motociclista deceduto a novembre 2010, a cui amici e familiari dedicano la frase: «Nessuno muore sulla Terra, finché vive nel cuore di chi resta». C’è «Renà», un altro centauro scomparso a luglio 2007 dopo un violento impatto con un’auto. C’è lo striscione per «Ale», che resterà «per sempre nel cuore» di chi gli voleva bene. C’è persino una «lapide» che porta il nome di un cane, «Willy», morto in via Leone XIII lo scorso marzo. «La morte lascia un dolore che nessuno può curare – è scritto sulla foto attaccata a un albero – ma l’amore lascia ricordi che nessuno può cancellare».

I troppi incidenti su questo tratto di strada hanno spinto l’amministrazione a cercare provvedimenti: dal semaforo con le telecamere per rilevare le irregolarità all’altezza di piazza Pio XI, alle postazioni degli autovelox mobili. «Vengono spesso – spiega un cittadino –, almeno due volte a settimana». E in effetti, appostati dopo l’incrocio con via Aurelia Antica, la macchina dei vigili urbani dotata di rilevatore elettronico della velocità era presente anche nel pomeriggio di mercoledì.

Misure che, tuttavia, non sono bastate per fermare la strage. Solo dieci giorni fa, lo scorso 24 ottobre, Adriano Forti, 46 anni, ha perso la vita all’altezza di largo Martin Luther King, in sella alla sua moto.

L’ultima criticità riguarda infine una delle estremità della strada, vale a dire piazza Pio XI. Come annunciato da Roma Mobilità, dallo scorso maggio è cambiata la viabilità: per chi viene da via Leone XIII o da piazza di Villa Carpegna non è più possibile la svolta diretta a sinistra verso via Anastasio II o per tornare verso piazza di Villa Carpegna. Un intervento fatto «con l’obiettivo di migliorare le condizioni di sicurezza» ma che, secondo chi frequenta la zona, «ha solo contribuito ad aumentare gli incidenti», spiega il tassista Gianluca Igliozzi fermo alla stazione delle auto bianche.

«Mi è capitato di vedere anche due o tre scontri in un solo giorno. La viabilità era la stessa da 50 anni e – specifica – non era mai stata così pericolosa». Conferma Marco Silvestri, che lavora al bar Glamour Cafè: «Tutti continuano a svoltare come hanno sempre fatto. Le prime settimane sono state le peggiori, perché mancava la segnaletica». Ora strisce e cartelli ci sono, ma le infrazioni continuano: «È pericoloso perché chi va dritto ora corre di più, convinto di non trovare ostacoli. Alcuni motorini – racconta – sono finiti contro il McDonald’s sulla piazza». 

Via Tuscolana come una trappola mortale per scooter e biciclette. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 29 Ottobre 2022.

Strada piena di buche e rattoppi. I residenti: «Qui quasi nessuno rispetta lo stop e corrono anche con i monopattini». E ancora: «Gli incidenti accadono a qualsiasi ora del giorno e della notte. Serve più sicurezza»

Bici e scooter ad alto rischio in via Tuscolana, nel tratto tra piazza dei Re di Roma e il Grande raccordo anulare. La ciclabile che costeggia la strada è una gincana. In alcuni punti si tratta di una semplice striscia disegnata sull’asfalto, persino sbiadita, quindi viene puntualmente invasa dai veicoli motorizzati. Le auto e i camion ci parcheggiano sopra, e il percorso è spesso ostacolato anche dai pedoni che camminano sulla pista piuttosto che sul marciapiede.

A rendere il pericolo più concreto è anche il comportamento di alcuni ciclisti, come fa notare un residente, Giancarlo Bei: «Vanno troppo veloci, compresi i rider e i guidatori di monopattini,. Non rallentano nemmeno nei punti più rischiosi, come questo», sostiene indicando l’ingresso del garage al 73. «Quando le macchine entrano ed escono spesso si creano incidenti perché le bici sbucano all’improvviso». E aggiunge: «Succede anche che i motorini passino sulla ciclabile per evitare il traffico nelle ore di punta».

Le due ruote a motore sono l’altro punto debole di via Tuscolana. Da una parte, sono più esposti ai difetti dell’asfalto, come le crepe e i rattoppi disseminati per la strada. Dall’altra, sottolinea ancora Bei, «c’è un problema di rispetto del codice della strada. Spesso i motorini non seguono precedenze, stop e semafori. All’incrocio con via del Quadraro, circa due settimane fa, si sono scontrate due moto. Succede spesso». I motocicli sono protagonisti di incidenti e tamponamenti, più o meno gravi, quasi quotidianamente. L’ultimo proprio nella tarda mattinata di ieri, all’altezza di largo Unia, in cui sono rimasti coinvolti una macchina e un motorino, che ha richiesto l’intervento di un’ambulanza, della polizia e dei vigili. «È un continuo, c’è davvero bisogno di maggiore sicurezza», commenta una cittadina, Natalina Verri, mentre passa sul marciapiede accanto. «Questi scooter sono sempre a terra – sospira – e ogni volta mi preoccupo perché mio figlio ne guida uno».

L’incrocio con via Gela è particolarmente pericoloso: procedendo verso il Centro, il semaforo verde per svoltare a sinistra e immettersi nella strada coincide con quello di chi continua dritto sulla Tuscolana nella direzione opposta. Terreno fertile per scontri tra vetture, ma anche coi pedoni. Tra gli ultimi quello costato la vita a Davide Nataletti, 34 anni, morto lo scorso maggio in sella alla sua moto. Sul palo di un cartello stradale, in omaggio alle vittime della strada, sono legati alcuni mazzi di fiori: uno dei numerosi altarini presenti sulle strade killer della Capitale.

Era in sella al suo scooter Daniele Diana, 40 anni, quando a maggio 2018, tra via del Ponte delle Sette Miglia e il Gra, si è schiantato contro un autocarro. A ricordarlo, attaccati al guardrail che divide le carreggiate, ci sono 2 foto col suo nome e un cuore composto da rose. Era un centauro anche Romano Misino, 51 anni, prima di perdere la vita a settembre 2021 all’incrocio con via Rocca di Papa. Il suo volto immortalato in uno scatto ora osserva quel punto, attaccato al palo della luce dove sono stati posizionati anche fiori e una sciarpa della Roma. Sono troppe le persone per cui percorrere la Tuscolana è stato letale, senza contare gli incidenti senza vittime. Come il maxi tamponamento all’inizio di questo mese, all’incrocio con viale Togliatti, di un bus turistico che ha travolto 7 auto e 3 scooter.

A. Mar. per “il Messaggero” il 21 ottobre 2022.

«Non si dovrebbe morire così, è una ecatombe sulle strade...eppure anche mio figlio è morto». Luca Valdiserri ha il viso straziato dal dolore, lo sguardo come impietrito e le parole che gli si bloccano in gola. Il suo volto da persona buona, come da tutti è conosciuta, vorrebbe esplodere in pianto, ma si trattiene perché sa che deve tenere duro e poi dovrà tornare a casa, a Testaccio, dalla moglie Paola Di Caro e dalla figlia più piccola Daria, 17 anni, per spiegare loro quello che i suoi occhi hanno visto. In una parola sola: l'orrore. 

Suo figlio Francesco, Checco, non c'è più. Avrebbe compiuto 19 anni tra pochi giorni, il primo novembre. Il suo corpo, invece, adesso è a terra tra la Suzuki Swift che lo ha appena investito e ucciso sulla via Cristoforo Colombo e un parapetto di cemento. Francesco è stato travolto mentre camminava sul marciapiede accanto a un amico, rimasto illeso.

LA COPERTA Quel corpo vien avvolto pietosamente con una coperta termica di colore oro, dagli agenti delll'XI Gruppo Marconi e del Gpit della Polizia locale, aspettando che il carro funebre arrivi per portarlo all'obitorio. Passano minuti infiniti, poi interminabili ore con quel fagotto su cui riflette la luce dei lampioni per la strada. Del carro che opera per conto di Ama, la municipalizzata capitolina, nessuna traccia. Quasi cinque ore di attesa che aggiungono strazio allo strazio: «Ma quando arriva?», chiedono papà Luca e un amico di famiglia arrivato per sorreggerlo. 

«Sollecitiamo», la risposta degli agenti. Le vigilesse fanno di tutto per rendere il dolore meno lancinante al padre e ascoltano con tutte le cautele il racconto di Niccolò, l'amico che passeggiava accanto a Francesco, rimasto miracolosamente illeso. Ma Luca, giornalista sportivo del Corriere della Sera, non si dà pace. Si accovaccia vicino a suo figlio. Vorrebbe non staccarsi più. Si rialza, parla con Antonio, il papà di Niccolò, amico fraterno di Checco; hanno studiato insieme al liceo classico e insieme suonavano nella band rock Origami smiles che avevano messo su sognando i Maneskin. I due genitori si abbracciano. Il destino ha giocato inesorabilmente a sorte con la vita dei loro ragazzi e segnato le loro famiglie per sempre.

L'URLO Luca Valdiserri si siede un poco sul ciglio del marciapiede. Ha la camicia chiara sporca del sangue del figlio, schizzato ovunque sulla pavimentazione. Poi si tira su, fa avanti e indietro in quel tratto di rettilineo dove la Swift guidata dalla 23enne Chiara Silvestri (da ieri mattina ai domiciliari) ha sbandato improvvisamente senza lasciare sull'asfalto alcuna traccia di frenata, per chiedersi come sia potuto accadere. 

Sa, Luca, che forse quella giovane donna era alla guida sotto l'effetto di alcol e droga? Il giornalista prende fiato, i suoi occhi non sanno più dove guardare, allarga le braccia: «Ormai tanto non me lo ridarà più nessuno...». Arriva la mortuaria, sono passate le quattro e trenta del mattino. Il furgone spalanca le portiere e allora, a quel punto, papà Luca urla ed esplode il pianto.

Edoardo Izzo per “la Stampa” il 22 ottobre 2022.

Potrebbe rischiare fino a 15 anni di carcere Chiara Silvestri, la ragazza di 23 anni che con la propria auto ha travolto e ucciso, nella notte tra mercoledì e giovedi, Francesco Valdiserri, il 18enne falciato mentre percorreva un marciapiede di via Cristoforo Colombo, a Roma. La ragazza - attualmente ai domiciliari - sarà ascoltata oggi dal gip nell'ambito dell'inchiesta per omicidio stradale aggravato dalla positività all'alcol avviata dalla procura di Roma. 

L'assenza di qualsiasi segno di frenata sull'asfalto sembra lasciare pochi dubbi sulla dinamica dell'incidente: la ragazza che alla guida di una Suzuki Swift ha perso il controllo del mezzo uscendo fuori strada e colpendo prima la segnaletica stradale poi il ragazzo che è rimasto schiacciato contro un muretto è risultata "non negativa" ai cannabinoidi e con un tasso alcolemico nel sangue tre volte superiore ai limiti di legge. Per Francesco Valdiserri - di ritorno a casa dopo essere stato al cinema con un amico che era con lui alla fermata della linea 30 - non c'è stato scampo. 

«Ci sono arrivati da dietro, non abbiamo avuto tempo. Lei è scesa dall'auto gridando in stato confusionale e anche l'altro era sconvolto», ha detto Niccolò, l'amico della vittima, rimasto miracolosamente illeso, ricostruendo gli attimi successivi alla tragedia. L'altro cui fa riferimento Niccolò è Datan Pensa, un 21enne residente a Fara Sabina amico della Silvestri, che è stato portato in codice giallo al Sant' Eugenio, poi dimesso e ascoltato dalla polizia locale come persona informata sui fatti, che sarà ascoltato nuovamente nei prossimi giorni.

Nel frattempo sarà una perizia disposta dal titolare del fascicolo, il pm Erminio Amelio, a dover accertare l'esatta andatura del veicolo: nel caso dovesse essere confermato quanto ipotizzato dagli inquirenti, ovvero che la vettura aveva superato i 70 km/h, che rappresentano il limite consentito per una strada urbana, si tratterebbe di una ulteriore aggravante. 

Risposte importanti potrebbero inoltre arrivare dalla perizia disposta dalla Procura sui tabulati del cellulare sequestrato alla ragazza, che già nel 2019 aveva avuto la patente sospesa per sei mesi essendosi rifiutata di sottoporsi al test antidroga nell'ambito di un controllo. 

Obiettivo di chi indaga è capire se negli istanti immediatamente precedenti all'impatto la ventenne stesse utilizzando il telefonino. Sempre oggi saranno celebrati i funerali del ragazzo su cui giovedì è stata eseguita l'autopsia presso all'istituto di medicina legale del Policlinico di Tor Vergata. I legali della famiglia hanno ottenuto il nulla osta per le esequie che si svolgeranno alle 12 nella chiesa di Santa Maria Liberatrice a Testaccio, il quartiere dove il giovane viveva. 

Alle esequie potrebbero partecipare anche alcuni personaggi del mondo della politica che nelle ore successive all'incidente hanno dimostrato vicinanza ai genitori del ragazzo, due giornalisti del Corriere della Sera: la cronista politica Paola Di Caro e il cronista sportivo Luca Valdiserri. 

Messaggi di cordoglio e condoglianze sono arrivati tra gli altri da esponenti politici come Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Carlo Calenda, Enrico Letta. Ieri a ricordare Francesco Valdiserri anche il preside del liceo Socrate dove è stato studente e l'Università La Sapienza, dove il ragazzo era iscritto al primo anno della Facoltà di Lettere e filosofia.

Quella strage di vite umane sulle strade, anche per colpa delle «recidive». La morte del 18 enne ucciso a Roma dall'auto fuori controllo nelle mani di una giovane in stato di ebbrezza a cui già era stata ritirata la patente per abuso di alcol riporta alla luce un problema tragico ma spesso dimenticato. Linda Di Benedetto su Panorama il 21 Ottobre 2022

Dopo la morte di Francesco Valdiserri, il 18enne investito a Roma da una ragazza in stato di ebbrezza e sotto effetto di sostanze stupefacenti, torna alta l’attenzione sulle vittime della strada. Un dato che ha subito un brusco arresto durante la pandemia ma che ha ripreso ad aumentare in questi due anni. Nel 2021 infatti secondo l’osservatorio dell'Asaps, Associazione Sostenitori Polizia Stradale, sull'incidentalità con il coinvolgimento dei pedoni (realizzato sulla base dei dati AciIstat del 2021- 2022) sono avvenuti 17.164 investimenti di pedoni, 47 al giorno, due all'ora, in cui sono morte 471 persone, 330 uomini e 141 donne. Mentre nel primo semestre 2022 sono stati 451 gli episodi di pirateria stradale gravi, erano stati 486 nello stesso primo semestre del 2021 -35 (-7,2%). I morti nel primo semestre 2022 sono stati 39 e 546 le persone ferite. Nello stesso semestre 2021 i morti erano stati 52 e i feriti 547.

«Con il nostro osservatorio monitoriamo gli incidenti e le posso dire che la situazione è drammatica. Parliamo secondo i dati Istat di circa 8 persone al giorno vittime di incidenti stradali, 12 quest’estate»-commenta Giordano Biserni Presidente ASAPS Come mai c’è stato questo aumento? «In parte è dovuto al silenzio e alla disattenzione totale delle istituzioni e della politica ma anche ad una trascuratezza delle segnalazioni orizzontali, verticali e luminose. Solo a San Donà ad inizio ottobre sono morti 7 giovani sulla A 4 e ieri a Roma un ragazzo di 18 anni è stato investito da una 24enne positiva al test di alcool e droga a cui era stata già ritirata la patente. Rischiamo la vita anche quando camminiamo sui marciapiedi». Qual è la soluzione? «Non esiste soluzione ma certamente sarebbe opportuno puntare su una campagna di sensibilizzazione e di informazione efficace sulla sicurezza stradale. In più ci vorrebbe più attenzione da parte degli amministratori verso pedoni e ciclisti con un aumento degli autovelox e maggiori controlli nelle zone a rischio per valutare che il conducente abbia i requisiti e le condizioni psicofisiche necessarie per guidare e non sia un pericolo per se stesso e per gli altri». Ma il problema degli incidenti stradali prevede anche una recidività che non è da sottovalutare e di cui si occupa l’Associazione dei familiari e vittime della strada. «Noi come Associazione familiari e vittime delle strade ci occupiamo di 2mila casi l’anno di persone a cui è stata ritirata la patente in seguito ad un incidente stradale o ad un fermo dovuto all’uso di droga o alcol. Più del 3% di queste persone sono recidive come nel caso della ragazza positiva ad alcol e droga che ha investito un 18enne a Roma. Anche lei era una recidiva perché le era stata ritirata la patente e anche se avrà fatto il suo percorso riabilitativo non ha imparato nulla» - ci spiega Silvia Frisina delegato presidenza dell’Associazione familiari e vittime della strada Cosa sarebbe opportuno fare? «Secondo noi nell’immediato ci sarebbe da fare due azioni: aumentare i controlli di polizia stradale e lanciare delle campagne efficaci di sicurezza sulla strada. Ma purtroppo la polizia è penalizzata da una mancanza di organico e di conseguenza i controlli non sono sufficienti con il risultato che gli incidenti di persone sotto effetto di alcol e stupefacenti da agosto ad oggi è aumentato incredibilmente. Basti pensare senza andare troppo a ritroso all’incidente avvenuto 3 giorni fa ad Ostia dove una ragazza di 23 anni americana è rimasta vittima di un incidente causato da uomo sotto effetto di droghe. Un altro dato allarmante è che le sostanze stupefacenti circolano con maggiore facilità. Ma oltre all’uso di droghe un fattore che viene spesso sottovalutato è l’abuso di alcool, che non può essere monitorato perché sempre più spesso le pattuglie delle forze dell’ordine non hanno l’etilometro quindi non tutti i fermati sono sottoposti all’alcoltest. Purtroppo c’è un sommerso che non conosciamo che è spaventoso». Tra le vostre attività ci sono dei percorsi riabilitativi? «Noi abbiamo una convenzione con il Ministero della Giustizia che prevede dei lavori socialmente utili dove accogliamo gli autori di reato in guida di stato ebbrezza, si tratta in pratica di impiegare queste persone nello stesso ambito in cui hanno commesso il reato». Sulla strada? «Si, esattamente anche perché Il carcere va ad aumentare la recidività mentre le misure alternative come manutenzione su strada o assistente stradale, sono percorsi riparativi che funzionano meglio».

MOBILITÀ INSICURA. Francesco Valdiserri è l’ultima vittima dell’insicurezza stradale a Roma. GIULIA MORETTI su Il Domani il 20 ottobre 2022

La morte del ragazzo è solo l’ultima tragedia di un’epopea urbana che si consuma sulle strade della capitale. Una spia di un problema ben più grave di cui l’amministrazione capitolina dovrà farsi carico

A Roma in queste sere d’ottobre c’è ancora un’aria mite che fa venir voglia di passeggiare. Francesco Vladiserri camminava sul marciapiede di via Cristoforo Colombo quando è stato investito da un’auto uscita di strada ed è morto. Diciotto anni, il diploma di maturità ancora fresco, due genitori noti e una vita davanti. Tutto finito. La fine della giovane vita di Francesco, per quanto drammatica, è solo l’ultimo atto di un’epopea urbana che si consuma sulle strade della capitale. Una spia di un problema ben più grave di cui l’amministrazione capitolina dovrà farsi carico.

I DATI

Ma partiamo dai dati. Il 6 ottobre scorso l’istituto nazionale di statistica, l’Istat, ha pubblicato un report sugli incidenti stradali avvenuti in Italia nel 2021. Dall’analisi dei dati emerge che in provincia di Roma il numero di incidenti mortali (121) supera quello registrato nelle province delle altre grandi città italiane: Milano, Torino, Genova e Napoli. Roma si conferma, da questo punto di vista, la città più pericolosa d’Italia. 

È in calo rispetto ai due anni precedenti il numero di pedoni morti: 32 nel 2021 contro i 40 del 2020 e i 42 del 2019. Tuttavia, e questo dato è allarmante, nella sola città di Roma si registra il 44 per cento del totale di morti in Italia a causa di incidenti avvenuti alla guida di un monopattino elettrico.

A causare gli incidenti sono per più della metà dei casi (il 52,6 per cento) la distrazione alla guida e il mancato rispetto della segnaletica, mentre si riduce la percentuale di incidenti causati dal mancato rispetto dei limiti di velocità (27,9%).

LE CAUSE

Un tasso di insicurezza tale sulle strade è riferibile oltre a ragioni legate alla responsabilità personale a un problema di tipo strutturale. Uno studio del 2018 sulla Green Economy dimostrava che Roma era la città italiana con il più alto tasso di utilizzo di mezzi privati negli spostamenti: il 65 per cento. A Bolzano, Bologna, Ferrara, Firenze, Milano, Pisa, Torino e Venezia a preferire scooter e auto ai mezzi pubblici sono meno del 50 per cento delle persone. Il confronto con le città europee, tuttavia, appare impietoso anche in questo caso. A Londra il 37 per cento degli spostamenti viene coperto con un mezzo privato, contro il 30 per cento di Berlino, il 26 per cento di Madrid e il 15,80 per cento di Parigi.  

A scoraggiare l’utilizzo dei mezzi pubblici concorrono diversi fattori, tra questi la scarsa sicurezza percepita. L’associazione Road 50%, in collaborazione con l’assessorato per le Pari opportunità, ha somministrato a 1.800 partecipanti un questionario in cui chiedeva quanto si sentissero sicuri a spostarsi con i mezzi pubblici. Ne è emerso che le fonti di insicurezza sono la scarsa illuminazione di alcune fermate, i frequenti episodi di molestie subite dalle donne, e la percezione di scarsa sicurezza in alcune fermate della metro, prime tra tutte Termini.

LA MANIFESTAZIONE DI VIVINSTRADA

A maggio del 2022 l’associazione Vivinstrada ha organizzato una manifestazione nella capitale a piazza Santi Apostoli per «per richiamare l’attenzione di cittadini, istituzioni e media sulla strage stradale». In quell’occasione i manifestanti hanno duramente attaccato “Vision zero”, un progetto nato in Svezia alla fine degli anni Novanta che punta ad azzerare il numero di vittime sulla strada, ma che le altre città europee hanno adottato ponendosi come orizzonte temporale il 2050.

Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, poco dopo il suo insediamento, ha presentato un piano di interventi per la messa in sicurezza di oltre 70 incroci pericolosi a Roma, parlando di "vision zero" e ponendosi come obiettivo quello di ridurre del 5 per cento i feriti e i decessi entro 10 anni. Un tempo troppo lungo per gli attivisti di Vivinstrada. 

L’ULTIMA SETTIMANA 

Nell’ultima settimana, o meglio negli ultimi cinque giorni, i morti sulle strade romane sono stati sei. Da inizio anno già oltre cento, rendendo probabile il superamento del numero di vittime del 2021. L’ultima delle quali è stata Francesco Valdiserri. «Il mio 18enne meraviglioso non c’è più. Il mio bambino che aveva a cominciato a correre nella vita. Un’auto nella notte lo ha investito e non tornerà. Nulla più tornerà. Nulla ha più senso. Nulla», ha scritto sua madre, la giornalista Paola Di Caro, su Twitter. Al suo straziante post hanno risposto in segno di vicinanza molti utenti, tra cui Enrico Letta e Giorgia Meloni.  

GIULIA MORETTI. Nata e cresciuta in Umbria, dopo una laurea triennale in lettere classiche ha virato verso il giornalismo e si è laureata in Editoria e scrittura con una tesi in comunicazione politica. Scrive per Zeta, la testata del master in giornalismo della Luiss, occupandosi di diritti, attualità e fact-checking

Perché ci uccidono così quando siamo solo pedoni. Vincenzo R. Spagnolo su Avvenire il 20 ottobre 2022.  

Francesco Valdiserri aveva 18 anni, una zazzera di capelli biondi e un sorriso contagioso. Aveva una mamma e un papà che lo amavano e una sorella che lo adorava. Coltivava sogni, aspirazioni e mille curiosità di ragazzo che non potrà più soddisfare. No, non potrà perché l’altra notte, a Roma, su quella sorta di autopista urbana che continua disgraziatamente ad essere la via Cristoforo Colombo, una vettura l’ha investito in pieno mentre stava sul marciapiede, uccidendolo. A guidare era una 23enne, Chiara Silvestri, che i primi esami hanno trovato positiva al test alcolemico e “non negativa ai cannabinoidi”. Due anni fa la patente le era stata già sospesa per-ché in stato di ebbrezza.

Ora è agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio stradale e sarà la giustizia ad accertare le sue responsabilità. Secondo il codice stradale, lì fermo sul marciapiede, Francesco era un pedone, il 225esimo investito e ucciso quest’anno, in base ai dati raccolti con meticolosità dall’Associazione Asaps. E le statistiche dell’anno passato non sono differenti: nel 2021 si sono contatti infatti 17.164 investimenti di pedoni, in media 47 al giorno, 2 l’ora, con 471 vittime: 330 uomini e 141 donne. Ognuno di loro – proprio come Francesco – aveva una famiglia che l’amava e che ora convive con un lutto.

Venti di loro – proprio come Francesco – sono stati falciati da un automezzo mentre stavano sul marciapiede, in attesa di un amico, di un autobus, di un appuntamento... Altri 180, in media uno ogni due giorni, sono stati uccisi mentre attraversavano sulle strisce. Già, le strisce pedonali, con quell’aggettivo a indicare una fettuccia di strada sicura dove può muoversi chi non sgasa, non accelera, non sorpassa. Fuori dal nostro Paese, in Europa e nel resto del mondo civile, gli attraversamenti pedonali sono qualcosa di “sacro” e non solo nei pressi delle scuole. Sono segnalati con colori vivaci e luci lampeggianti, non pallide zebre visibili a malapena sull’asfalto nero.

E i guidatori le rispettano, rallentano prima di raggiungerle, si fermano, fanno passare i pedoni. E solo dopo, ripartono lentamente. Da noi, nulla di tutto questo. Lo scorso anno gli investimenti di pedoni sulle strisce sono stati 6.762, in media 18 al giorno. Migliaia di tragedie, di rado riportate dalle cronache, con un minimo comune denominatore: la velocità eccessiva, anche in città, la fretta, la distrazione e perfino l’abuso di alcol o di sostanze micidiali da parte di chi pensa di poter far tutto, magari mentre legge un sms o registra un messaggio vocale. E chi se ne importa dei pedoni. Termine singolare, quello di “pedone”: nel vocabolario, indica chi cammina a piedi, in contrapposizione a chi usa veicoli.

Negli scacchi, invece, designa ognuno degli otto piccoli pezzi, bianchi o neri, più deboli rispetto a pezzi importanti come Re e Regina. E così ci sentiamo tutti noi mentre attraversiamo la strada: pedoni piccoli e indifesi, alla mercé di veicoli sregolati. Sulla scacchiera, talvolta, il sacrificio di un pedone viene ritenuto necessario per salvaguardare la posizione del Re. Nella vita reale, invece, le migliaia di sacrifici di pedoni sull’altare della mancanza di regole e di segnali, non salvaguardano nessuno, se non la sfrontatezza di chi vuole sentirsi legibus soluto e fare ciò che vuole, senza freni né limiti. Ed è amaro constatare come, nonostante la strage quotidiana, nei recenti programmi elettorali dei diversi partiti la sicurezza stradale fosse quasi assente.

Eppure Parlamento e governo, anche usando i fondi del Pnrr, di cose ne potrebbero fare. Potrebbero abbassare i limiti di velocità, posizionare dossi e stanziare più pattuglie e autovelox su strade “a rischio”, migliorare la segnaletica visiva e sonora degli attraversamenti. Potrebbero sanzionare duramente chi non si ferma alle strisce (la norma c’è, meno 8 punti patente, ma scarsamente applicata). Potrebbero, ancora, chiedere alle case automobilistiche di dotare ogni nuovo veicolo del sistema Aebs, la frenata automatica d’emergenza in presenza di passanti, in modo che questo assurdo sacrificio quotidiano di pedoni finisca. Non dimentichiamolo, quando la commozione per la morte di Francesco sarà scemata. Non dimentichiamolo, perché Francesco siamo noi, grandi e piccoli, ogni volta che camminiamo per strada.

Marco Evangelisti per il Messaggero il 15 ottobre 2022.

Cosa pensano i turisti stranieri di Roma? «Non fraintendetemi, apprezzo enormemente la ricchezza dei siti storici, ma la città è completamente satura di turisti al punto da diventare sgradevole. Di conseguenza ci sono anche troppi avvoltoi che cercano di truffare. La bellezza è un po' rovinata» scrive David, inglese, su Twitter. Risponde alla domanda di un'altra utente, Emily, che ha lanciato una sorta di sondaggio con la richiesta: ditemi una città che tutti amano, ma a voi non è piaciuta. Tra le risposte compaiono Londra, Parigi, Venezia, New York. Ma anche Roma è indicata con una certa frequenza. Frederik cita la delusione provata nella Città eterna, ma aggiunge: «Voglio darle un'altra possibilità».

Sophie sottolinea: «Roma è così sporca». C'è chi invece racconta: «La prima volta che sono stata a Roma mi sono detta che non sarei più tornata. Poi, alla fine mi sono trasferita a Roma». Qualcuno ricorda che Roma era stupenda alla fine del lockdown, quando era semivuota. Sia chiaro: sui social, il 90 per cento degli stranieri che hanno visitato Roma, parla di un viaggio «meraviglioso», «indimenticabile», «romantico» etc etc. Però, chi si lamenta dell'esperienza romana, solitamente indica le stesse irrisolte criticità: la città non è pulita, c'è troppo caos, cercano di truffarti o di rubarti il portafogli. Città eterna, eterni problemi.

Bianca Amsel per leggo.it il 20 settembre 2022.

Roma è sempre più incivile e meno sharing: i cestini delle migliaia di bici a noleggio presenti nelle strade della Capitale, sempre più spesso vengono riempiti di rifiuti. Nemmeno fossero quelli dell’immondizia... Basta passeggiare per il Centro per rendersi conto dello scempio quotidiano: è facilissimo infatti imbattersi nelle tipiche biciclette “condivise” purtroppo trasformate in pattumiere dell’indifferenziata.

Un ulteriore segno dell’insuccesso del servizio di mobilità su due ruote, in realtà nato per facilitare gli spostamenti urbani senza alcuna forma di inquinamento ma che invece viene utilizzato solo per il 5% dei mezzi disponibili. Stando ai dati di Roma Mobilità, ogni giorno vengono noleggiate appena 1.200 bici su 24.000. Molte giacciono appoggiate ai muri della città, con i cestini portapacco colmi di rifiuti. Il Colosseo fa dà sfondo a una situazione triste e fuori controllo: bottiglie di plastica, lattine, pacchetti di sigarette sono solo alcune delle cose che vengono gettate nei cestini delle bici di operatori come “Bird”, “Tier” o “Lime”, società di sharing presenti a Roma.

A pochi passi da via del Corso chi inizia un noleggio si trova davanti a vere e proprie pattumiere a pedali e nel migliore dei casi rinuncia al servizio. C’è chi però non demorde e prima di iniziare il noleggio svuota il contenuto dei cestini a terra. In zona Termini la situazione non cambia. Cinque bici su cinque strabordano: cartacce, bicchieri, un cartone di pizza presa d’asporto, simbolo di italianità accartocciato in un cestino.

Gli stessi cittadini che si lamentano per i cassonetti pieni poi passeggiando lasciano scivolare una cartaccia nel cestino delle sharing bike. Nessuno ne parla, l’Ama e il Comune non intervengono. Un servizio che proprio non riesce a decollare. Un primo tentativo venne fatto anni fa con le “OBike”, ritirate poco dopo per i continui atti di vandalismo e inciviltà: molte venivano appese agli alberi, altre portate addirittura sui balconi di casa. Qualcuna ancora giace in fondo al Tevere.

Da leggo.it il 6 novembre 2022.

La stipendio dei consiglieri comunali di Roma passerà da 2.100 euro a 3.600. L'aumento verrà votato lunedì, ma nessuno si aspetta sorprese in negativo. Dopo il via libera del governo, il 7 novembre le commissioni Bilancio e Roma Capitale esamineranno il nuovo atto. Probabilmente l'aumento scatterà dopo Natale. 

La delibera è stata protocollata giovedì scorso, scrive La Repubblica. Verrà eliminato il meccanismo relativo ai gettoni a presenza e si provvederà all'aumento in busta paga. Cresce anche lo stipendio del sindaco Roberto Gualtieri, che passerà da 11.579,62 euro lordi al mese guadagnati nel 2022 a 12.508,14 euro nel 2023 e a 13.800 nel 2024.

l loro dei consiglieri comunali passerà invece da 5.210,83 euro di novembre e dicembre 2022, a 5.286,66 euro lordi al mese nel 2023 e fino a 6.210 lordi da gennaio 2024. Per avere l'indennità, i consiglieri dovranno presenziare ad almeno venti sedute tra commissioni e convocazioni. Garantendo quindi «un numero di presenze mensile alle sedute ufficiali dell'Assemblea capitolina pari a non meno del 60%».

Stazione Tiburtina, rifiuti ovunque e clochard sui divani abbandonati. Edoardo Iacolucci  su Il Corriere della Sera il 30 Agosto 2022. 

Scarpe, bottiglie di vetro e plastica, sacchetti di McDonald’s, gratta e vinci e pannolini come biglietto da visita. Spazzatura anche alle piazzole dei bus che portano fuori città

La moderna struttura della stazione Tiburtina contrasta nettamente con lo stato del piazzale principale nel quale i passeggeri vengono accolti in città. Qui rifiuti di qualunque genere fanno da biglietto da visita: scarpe, bottiglie di vetro e plastica, sacchetti di McDonald’s, gratta e vinci e pannolini. C’è di tutto.

Il cesto di una bicicletta e un passeggino abbandonato fungono da pattumiere. La forte puzza di urina, i cui relativi fiumiciattoli disegnano la nuova pavimentazione del marciapiede del piazzale della stazione Tiburtina, insieme a mascherine e cartacce, si alza al ritmo del timido vento di fine agosto. Tra la fermata Atac e l’autostazione Tibus la spazzatura sembra un concime artificiale nelle aiuole degli alberi. «Io abito qui da anni e prendo l’autobus per raggiungere la casa di mia figlia - racconta Viola Magi, 85 anni -. Hanno tolto la tangenziale: è bello, ma si vede di tutto. Poco tempo fa lì dietro dove passa il 649 un signore faceva la cacca in piedi, in pieno giorno. E nessuno fa niente».

Più avanti, verso via Pietro l’Eremita e largo Mazzoni, proprio dietro la sede Ama di quartiere, i rifiuti cercano di mimetizzarsi tra le foglie gialle e le macchine parcheggiate, dove una comunità di senza fissa dimora ha creato un salotto a cielo aperto usando poltrone abbandonate troppo a lungo per strada. Pasquale, un ragazzo arrivato a Roma dalla Calabria con la sua amica Alessandra, passeggia e prende la fotocamera per immortalare la situazione: «Così non me l’aspettavo...». Paolo Verducci, 40 anni, sta tornando invece nella sua Firenze: «Non mi stupisce. Sono stato a Fontana di Trevi, il posto più bello del mondo, un gioiellino, dovresti pagare per starci. Ma c’era sporcizia ovunque, come si fa? Quindi non mi stupisco che la zona della stazione ferroviaria sia così sporca».

Dall’Ama un operatore risponde dicendo che personalmente non sapeva nulla ma invierà subito una segnalazione. «C’è molta immondizia vicino alla fermata dei pullman: è terribile – ribadisce Antonella Amendola, 70 anni, mentre aspetta che sua sorella la passi a prendere -. Io viaggio spesso e conosco bene questa zona. Sembra una grande cattedrale del Sud: tutto moderno, un bel design, ma il viaggiatore vuole sicurezza. Quella è la cosa fondamentale. Poi ora è giorno, ma la sera...». Giorgia si occupa invece del decoro della stazione che, a differenza dell’esterno, è pulita: «Io posso lavorare solo nelle zone di mia competenza. Sono stata anche richiamata dai superiori perché ho levato una bottiglia per strada: deformazione professionale. Ma gli operatori dell’Ama purtroppo non si vedono spesso».

Emiliano Bernardini per “Il Messaggero” il 29 agosto 2022.

Basta avere un gancio o un cacciavite e il gioco è fatto. Alzando una delle tante grate che chiudono i tombini intorno alla Fontana di Trevi e non solo si possono scoprire tesori nascosti. E già perché le condutture della rete fognaria sono diventate ormai da tempo perfetti nascondigli dei venditori ambulanti abusivi che infestano il Centro di Roma. 

In principio erano le colonnine dei contatori elettrici, poi si è passati ai fiorai e da qualche tempo sono i tombini i nascondigli più gettonati. Uno stratagemma messo a punto anni fa, per nascondere le bottigliette di acqua e le lattine di birra che vendevano sulla scalinata di piazza di Spagna, fino a quando, nel 2019 non è stato imposto il divieto di sedersi. Un modo per evitare il sequestro della merce.

Da piazza di Spagna a Fontana di Trevi il passo è breve. I tombini consentono agli ambulanti di prelevare velocemente gli oggetti da vendere, come ombrelli in caso di pioggia, o di nasconderli all'arrivo delle pattuglie. Un meccanismo utilizzato anche per altri prodotti quali bottigliette d'acqua, giocattoli o articoli di abbigliamento. 

Giovedì pomeriggio, gli agenti della polizia locale, diretti da Stefano Napoli, hanno sequestrato diverse centinaia di ombrelli, accessori di telefonia, nonché accessori e capi vari di abbigliamento, il tutto stipato all'interno dei tombini, in pessime condizioni igieniche e con il rischio di ostruire la rete fognaria.

Dai tombini agli ex box dei fiorai ogni angolo è buono per occultare la merce. I fiorai erano spariti ormai da anni e in quelle casette verdi all'inizio della scalinata di Trinità dei Monti ci sono arrivati loro, gli ambulanti che le hanno trasformate in base di stoccaggio e rifornimento. 

Sempre nella giornata di ieri, nell'ambito dei controlli anti-abusivismo, una pattuglia del I Gruppo Centro, ha proceduto nei confronti del gestore di un negozio di souvenir in prossimità del Pantheon, in quanto esponeva irregolarmente la merce lungo i muri esterni. Oltre alla sanzione prevista, è scattato il sequestro di oltre 2000 pezzi, tra cartoline, calendari, magliette e oggetti vari.

Nell'ultima settimana sono stati oltre 10mila gli articoli posti sotto sequestro dalla polizia locale. Le operazioni hanno riguardato in particolare le vie e piazze del centro storico e le aree a ridosso di Castel Sant' Angelo e della Basilica di San Pietro. In queste località, le pattuglie del I Gruppo Centro e Prati, hanno eseguito in più occasioni il sequestro penale di articoli, quali borse, portafogli e cinte, con marchi contraffatti.

Estratto dall'articolo di Romina Marceca per “la Repubblica – Edizione Roma” il 19 agosto 2022.

Alle 10 nella "pinetina", come chiamano questo spiazzale di via Tor Bella Monaca circondato dai pini, ci sono già sette auto posteggiate e formano un cerchio sotto gli alberi popolati di cicale. È un girone di dannati: dentro non ci sono coppie appartate ma Giulio, Flavia, Vincenzo, Valerio, Laura, Simone e Pasquale che in solitudine si iniettano eroina e cocaina. Sono in cerca di riscatto per " i debiti che la vita ha con me". 

In mano il kit preso dal camper della Fondazione Villa Maraini della Croce Rossa che ogni mattina arriva con i suoi operatori da trent' anni: siringa, acqua distillata e salviette per tamponare il buco. Lucio, 50 anni, giacca e cravatta, scende dalla sua Citroen e dice a Giancarlo, affacciato dal camper: " Per piacere subito la siringa, non vorrei mi vedesse mia moglie". E scappa via.

Un rito che si ripete dalle 10 alle 18 ogni giorno, in quella che per questi uomini e donne innamorati della droga è diventata una comfort zone. Per due motivi che spiega Giulia, psicologa, dipendente dall'eroina da dieci anni, occhi azzurri cerchiati: "Se dovessi star male, gli operatori della Croce Rossa mi aiuteranno. Qui, poi, non ci sono pregiudizi. Siamo tutti uguali. E' l'angolo del mondo dove mi sento libera di farmi e rimanere in pace con me stessa. Sono vittima delle mie fragilità". 

Giulia ha iniziato a bucarsi perché voleva aiutare il suo fidanzato. "E' stata la mia ripicca per la sua dipendenza, volevo che soffrisse come me che lo vedevo spegnersi ogni giorno". Giulia ha perso lui e anche la volontà di smettere. Al camper ci sono Giancarlo, Beatrice, Carlo, Roberta e Claudio che in sei ore incontrano 110 uomini e 20 donne, distribuiscono 205 siringhe: 172 quelle riportate indietro, in strada ne raccolgono 29.

" In 79 sono tornati più di una volta. Sono i cosiddetti "contatti ripetuti", quelli che si iniettano più dosi al giorno", spiega Giancarlo Rodoquino, il responsabile del camper, che segna tutto in una scheda. 

Nella " pinetina" arrivano da San Cesareo, da Terni, dai Castelli, da Roma Centro. Sono infermieri, avvocati, tassisti, forze dell'ordine, impiegati dai 30 ai 60 anni. I giovanissimi hanno altri giri e altri orari. 

La finestrella del camper diventa anche un consultorio mobile.

" Siete i nostri eroi", dice con le lacrime agli occhi Laura. Ha 37 anni, impiegata delle Poste, vuole un figlio ma " così no", ripete. " Non mi facevo da tre mesi - racconta - e oggi come una cretina sono arrivata a Tor Bella e mi sono comprata una mezza dose di eroina".

Dal camper le arriva il consiglio di andare a Villa Maraini, a Portuense, la struttura che ha già salvato tanti uomini e donne dalla fine che riserva spesso quell'attimo di estasi in vena. Nell'ultimo anno sono stati 46. A 14 anni ci si fa il primo buco, lo dicono le statistiche del 2021 sui 1.617 utenti della Fondazione. E l'eroina è la droga principale nell'85 per cento dei casi, la cocaina nell'11 per cento. […] 

"Il quartiere trent' anni fa non ci voleva. Noi siamo qui perché ci sono i tossici e gli spacciatori. Non siamo certo noi a spingere al consumo, anzi. Si chiama riduzione del danno - racconta Giancarlo Rodoquino - Da quattro anni con una jeep ci spostiamo dove sappiamo che la gente si fa per soccorrerla. Abbiamo anche un numero di telefono per le segnalazioni delle siringhe abbandonate tramite geolocalizzazione". […]

Degrado Esquilino: un topo morto da giorni, un uomo steso fra i rifiuti, un altro se ne ciba. «Se va bene colera...». Laura Martellini su Il Corriere della Sera il 25 Luglio 2022.

Gli abitanti del rione hanno postato su Facebook un portfolio di immagini impressionanti. E si domandano: «Scene che neanche nei Paesi del terzo mondo». 

«Scene di “ordinario” degrado fra via Napoleone III e via Gioberti nel centro della capitale d’Italia , zona Unesco: come si può andare avanti così? I turisti assistevano impietriti ed inorriditi… Noi sconvolti da scene che neanche nei Paesi del terzo mondo… Al pensiero che il 29 luglio bisogna pagare la Tari (e caramente) per un servizio inesistente c’è da indignarsi proprio. Se tutto va bene, il colera non ce lo toglie nessuno… altro che Covid!»: è la denuncia su Facebook dell’avvocato Carmen Trimarchi, che di sicuro non è sola nella lotta per strappare il rione Esquilino da un degrado che sembra imbattibile. Nonostante i restyling di piazza Vittorio e di parte della stazione Termini. Nonostante i proclami di prossime «grandi pulizie».

Sono in molti a condividere l’esasperazione sul profilo Facebook degli abitanti del quartiere, superattivi nelle segnalazioni, corredate sempre da immagini, anche forti. Nelle ultime foto pubblicate, ecco la carcassa di un animale morto da giorni, un enorme topo, un uomo steso sul selciato accanto a un cumulo di rifiuti, un altro che raccoglie da terra avanzi di pasta sparsi in grande quantità, per cibarsene. E cumuli di bottiglie, scorze di frutta, sacchi neri squarciati da piccioni e gabbiani. Sullo sfondo di alcuni scatti la bellezza della Basilica di Santa Maria Maggiore. E i residenti iniziano a temere «una pandemia di colera, altro che Covid...».

Daniele Autieri per “la Repubblica - Edizione Roma” il 18 luglio 2022.

Roma capitale dell'eroina e delle droghe sintetiche. Tra le tante verità fotografate dalla relazione annuale della direzione centrale per i servizi antidroga del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ce ne è una che preoccupa più di altre: nel corso del 2021 nella capitale è stato sequestrato il 50,4% delle droghe sintetiche e il 24,73% di tutta l'eroina sequestrate in Italia, ovvero un quarto dei " pezzi" e la metà delle pasticche che le forze di polizia hanno tolto dalle strade del paese viaggiavano sui marciapiedi di Roma. 

Dai party privati a base di droga dello stupro fino agli allarmi lanciati dal presidio di villa Maraini a due passi dalla grotta del buco di Tor Bella Monaca, dove decine di giovani si accalcano ogni giorno per chiedere siringhe e acqua, pasticche e ero sono per la capitale una realtà così granitica da essere cristallizzata nei numeri.

Nel 2021 sono state sequestrate poco meno di 8mila dosi di droghe sintetiche contro le 428 di Milano, e 140 kg di eroina, quasi il doppio degli 84 del capoluogo lombardo. Roma città delle droghe, quindi, oltre che territorio a maggior densità di arresti e fermi per reati legati al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti. 

Nel 2021 in Italia sono state segnalate all'autorità giudiziaria per reati in materia di stupefacenti quasi 14mila persone. Di queste 3.947 a Roma, 2.057 a Milano e 1.735 a Napoli. Un esercito guidato da capi spietati che porta il ministero a parlare di " criminalità romana" e a definire la città «un raccordo strategico per gli scambi illegali, favoriti dalla sua centralità geografica».

«Nella capitale - si legge ancora nella relazione - si evidenzia da tempo l'operatività di sodalizi criminali ben strutturati» attivi soprattutto nel traffico degli stupefacenti. Sodalizi autoctoni o stranieri come quello costituito da due organizzazioni nigeriane, i Black Cats e i Eiye, che avevano trasformato la stazione Tiburtina in un hub di spaccio e smistamento di carichi di marijuana, molti dei quali provenienti dall'Albania. Carichi che venivano inviati in altre città italiane o europee attraverso gli autobus delle società private che partono proprio da Tiburtina. 

La fotografia scattata dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza riguarda l'intera area metropolitana della capitale, dove si sono concentrate alcune delle più significative operazioni di polizia, oltre naturalmente ai reati consumati sul web.

Proprio seguendo la pista degli ordini online nell'ottobre del 2021 il reparto operativo dei Carabinieri per la Tutela della Salute hanno arrestato 39 persone accusate di aver messo in piedi un centro di importazione italiano di GHB (la droga dello stupro) con base a Roma. «Calcola che quando ci stava il Festival del Cinema - si vantava la zarina delle droghe sintetiche Clarissa Capone, intercettata dai carabinieri - ci andavo con lo zainetto pieno cioè ci stavano i giornalisti, ci stava di tutto». 

Giornalisti, politici, professionisti, attori: centinaia i clienti individuati dall'inchiesta che oggi, alla luce dei dati raccolti, permette di intravedere appena uno spiraglio di un mondo sommerso e pericoloso, e contribuisce a spiegare perché Roma sia diventata la capitale delle droghe.

La trovata di Gualtieri: mezzi gratis ai romani. Ma il 40% già non paga. Luca Fazzo il 18 Luglio 2022 su Il Giornale.

La campagna ambientalista del sindaco si scontra con la disastrosa gestione di Atac.

Slogan situazionista. Dichiarazione di resa. Piacioneria populista. Tre interpretazioni diverse per la boutade del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che a sorpresa ha lanciato la sua ricetta per il trasporto pubblico della Capitale, il più disastrato d'Italia (l'azienda municipale, l'Atac, è da tre anni in concordato preventivo e viene salvata dal fallimento solo da continue iniezioni di denaro). Per il sindaco piddino, la soluzione è semplice: basta con i biglietti e gli abbonamenti, su autobus e metrò facciamo viaggiare tutti gratis. E chi paga la benzina, gli autisti? «Troveremo le risorse», dice Gualtieri. Che presenta la sua proposta all'insegna della lotta alla povertà e all'inquinamento: a partire «dall'autunno, quando ci saranno le scuole che riaprono, per dare un aiuto concreto ai lavoratori, alle persone con i redditi più bassi, e si dà un contributo alla lotta per il mutamento climatico».

Utopia? In realtà l'idea è vecchia, a proporla negli anni Settanta e Ottanta furono i «situazionisti», frangia estrema del movimento hippy, ma non vennero presi molto sul serio. Ora Gualtieri la rilancia sull'onda del Klimaticket tedesco, biglietti a prezzi scontati per fronteggiare il carobenzina. Peccato che lì si parli di un sistema di trasporti di efficienza mostruosa e di una evasione tariffaria vicina allo zero. Siamo anni luce lontani dalla situazione romana, quella degli autobus che prendono fuoco e dove secondo i calcoli più pessimisti quattro passeggeri su dieci salgono in vettura senza biglietto.

Alla fine, da questo punto di vista, l'idea di Gualtieri potrebbe essere figlia della realpolitik: visto che i «portoghesi» sono un esercito, che sconfiggerli è praticamente impossibile perché le poche multe che vengono comminate raramente vengono pagate (nell'ultimo bilancio disponibile, le entrate per contravvenzioni erano circa due milioni, una goccia nel mare) allora tanto vale dismettere il sistema dei controlli, che costa più di quanto rende, e lanciare la parola d'ordine della gratuità. Paradossalmente, una proposta simile sarebbe impraticabile a Milano, dove sarebbe impensabile rinunciare agli incassi da biglietti e abbonamenti che coprono oltre la metà dei ricavi dell'Atm; mentre a Roma a tenere a galla Atac è soprattutto il contratto di servizio col Comune. Di fatto, Gualtieri si candida semplicemente a mettere ancora più soldi pubblici nell'azienda che sta cercando di rimettere in sesto a colpi di manager settentrionali.

Sullo sfondo, terza e non marginale ipotesi, l'uscita del sindaco potrebbe essere figlia anche di un umano desiderio di consenso, in un momento in cui sullo psicodramma dei rifiuti capitolini si sta consumando persino una crisi di governo. E da questo punto di vista, il mondo del trasporto pubblico sembra essere uno dei palcoscenici preferiti da Gualtieri: che in aprile, attraverso l'assessore ai trasporti Eugenio Patanè aveva lanciato una campagna per finanziare a spese del governo il rinnovamento della flotta dei taxi romani con un bonus di 17mila euro per ogni conducente. Quando lo hanno letto i tassisti milanesi volevano mangiarselo.

(ANSA il 14 luglio 2022) Tracce del virus della legionella sono stati individuati nelle condutture d`acqua del Tribunale di Roma.  Il presidente del tribunale, Roberto Reali,  l`11 luglio scorso ha inviato comunicazione a tutti i magistrati e al dirigente amministrativo informandoli che "in conseguenza delle analisi effettuate a campione si è reso necessario chiudere alcuni servizi igienici e interdire l`utilizzo dei distributori di bevande calde o di adottare dei fusti d`acqua esterni così da non utilizzare la rete idrica interessata" dal problema.  

Nella nota il presidente Reali aggiunge che non è stato necessario chiudere l`unità di trattamento aria "che garantisce il ricambio dell`aria nei corridoi in quanto il circuito non è lo stesso dell`impianto idraulico". Ed "in via precauzionale è stato comunque richiesto un preventivo per l`analisi dell`aria ai fini del controllo della legionella".

Mattia Feltri per “la Stampa” il 14 luglio 2022.

«Barbiere, manicure, pedicure, tolette, bagno romano, massaggi»: la scritta sulla facciata déco della Casa del Passeggero ha l'ironia sfrontata, scanzonata di queste parti.

Si arrivava a Roma, da lunghi viaggi magari notturni, spossanti, ci si ripuliva lì, ci si rendeva presentabili alla città dei cento campanili e dei palazzi di governo, la città del Santo Padre. 

La Casa del Pellegrino, fra la Stazione Termini e il Teatro dell'Opera, è chiusa da decenni. Dev' essere cascato qualcosa qualche tempo fa: un pezzo di cornicione o di intonaco, perché è stata parzialmente transennata, e le transenne misurano gli anni con la ruggine, sono le pareti precarie di un rifugio segnalato dal solito cumulo di coperte, vestiti, stracci, cartoni di vino, pacchetti di cracker, un toscano smangiucchiato, un libro di Puskin. Roma ha di buono che si riscatta con naturalezza, con un colpo di tacco: un libro di Puskin.

La Casa del Passeggero ingloba uno dei quattro torrioni che delimitavano le Terme di Diocleziano, fu un granaio, un parcheggio, poi un ristorante e, a proposito di ristoranti, lì attorno è tutto un ristorante Nerone, un albergo Washington, cioè un evocativo portale per turisti, ingresso al parco giochi, e a sera inoltrata si saranno accumulati cartoni, sacchi, bidoni, le vestigia di un incessante saziarsi, di un andirivieni, cui parteciperanno gabbiani e topi: sventreranno, sparpaglieranno, e le macerie della sofferenza, del divertimento, degli uomini e degli animali si mischieranno, copriranno tutto, marciapiede, strade, aiuole, saranno il vestito di Roma vestita a festa. 

L'altro torrione superstite è poche centinaia di metri più a nord, a piazza San Bernardo. Oggi è la chiesa di San Bernardo alle Terme, detta la chiesa senza finestre: prende la luce dall'oculo centrale della cupola. Un piccolo Pantheon, un gioiellino e se questa fosse una cartolina da Roma potremmo chiuderla qui: il sacro e il profano, l'anima e la pancia, lo sfarzo e la suburra. Ma ricordo di aver visto anni fa un documentario su come sarebbe diventata New York senza uomini: in pochi mesi sarebbe stata ricoperta di vegetazione, riconquistata dalle bestie, scossa da esplosioni e autocombustioni, cioè esattamente come Roma oggi, soltanto che a Roma gli uomini ci sono ancora. 

Partecipano al paesaggio. Il loro colore preferito è l'arancione delle reti di plastica da cantiere. Sono ovunque, circondano un tombino, una buca, ostruiscono un passaggio, stanno precariamente in piedi allacciate a ferri pendenti, ai ponteggi dei bonus facciate, un buon botanico potrebbe calcolarne l'età dall'altezza delle erbacce salite fra i buchi, io comincio a saperla calcolare dalla tonalità dell'arancione: 

in tre anni diventa bianco, ormai il colore di una rete da cantiere messa a protezione di un marciapiede vicino al Viminale nel novembre del 2019, quando una giornata eccezionalmente ventosa fece cadere alberi e pali e nel nostro caso un telaio in ferro per ospitare i cartelloni pubblicitari. Da allora la rete impallidendo tiene compagnia al nostro destino mortale.

Però non vorrei mollare così le erbacce. Intanto mi spiace per il dispregiativo, bisognerebbe ammirarle per la resilienza (a loro il termine si addice), sebbene a Roma abbiano vita più facile. 

A Roma ne crescono oltre mille e trecento specie diverse, pimpinella, acetosella, miglio, falsa rucola, cappero, tarassaco, finocchio, piante velenose, piante commestibili, piante medicinali, nessuno si cura di tagliarle, spuntano dal cemento e fanno ciò che vogliono, salgono a un metro, a due metri, ne ho viste circondare un'automobile senza targa sino alla maniglia delle portiere, ne ho viste ricoprire e ingoiarsi una cabina telefonica, ne ho viste crescere fino a ombreggiare scalinate - non sto esagerando, sono un camminatore e un compulsatore frenetico di Roma fa schifo, profilo Facebook che è la biografia psichedelica della città. 

Le abbiamo viste avvolgere le scale mobili del Galoppatoio di Villa Borghese, tappezzare gli scavi archeologici di Torre Argentina, dove venne ammazzato Giulio Cesare, le abbiamo viste salire fino a tre metri, gialle come paglia, rinsecchite al sole e prendere fuoco mattina e sera di questa torrida estate.

Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, per gli incendi ha dato la colpa alla mafia. Parlava degli incendi di qualche giorno fa a Centocelle, Roma vista dall'alto sembrava ancora New York, ma l'11 settembre. Un fungo di fumo nero. C'è la mano dell'uomo, stiamo toccando qualche losco interesse, diamo fastidio: l'intera giunta era riparata dietro al complotto e figuriamoci, abbiamo avuto il complotto dei frigoriferi, andrà benissimo anche quello della mafia. 

Del resto la procura non lo esclude ma, aggiunge, se gli incendi hanno preso tale intensità ed estensione è per le erbacce essiccate, praterie di erbacce essiccate dentro la città, nei parchi, lungo le strade. Il 9 luglio, giorno dei grandi incendi di Centocelle, i vigili del fuoco hanno compiuto centocinquanta interventi, in tutta la città, per incendi piccoli, medi, grandi. 

Il giorno dopo però Centocelle sembrava una produzione Netflix. «Pare che c'è passato Vecna di Stranger Things», diceva uno.

Nel parco di Centocelle c'è una trentina di autodemolitori, buona parte abusivi. Ci sono tonnellate di rottami interrati, liquami, veleni, batterie, pneumatici e ancora più sotto strati di vecchie discariche perché la spazzatura non è mica una faccenda recente (caspita, sono arrivato fin qui e non avevo ancora scritto: spazzatura). In Italia, si sa, c'è da trattare anche con gli abusivi. 

La trattativa in questione è stata aperta nel 1997 e venticinque anni dopo è ancora in corso, sebbene l'espressione "in corso" suoni temeraria. Nel parco abbrustolito spuntavano scocche, lunotti, portelloni, da sottoterra salivano fumi, vapori, fiammate tossiche prodotte da autocombustione, e gli autodemolitori si sono visti abbandonati, perduti, hanno trascinato carcasse di auto in strada a bloccare il traffico e quasi i cittadini stavano per risolverla facendo andare le mani.

A Roma bloccare il traffico è diventata una moda. Da giorni se ne occupano soprattutto i tassisti. A loro basta fermarsi e già il traffico si blocca da sé, ma quando la questione si fa seria arrivano in piazza Venezia e sotto il Campidoglio, e non passa più nessuno. Un gigantesco tappo. C'è sempre una buona ragione per bloccare il traffico: i giovani ambientalisti bloccano il Grande raccordo anulare una mattina sì e una mattina no. Ora hanno smesso, e chissà se torneranno. 

Ma a giugno si davano appuntamento alle 7.30 e si stendevano sulla carreggiata per sensibilizzare gli automobilisti sull'apocalisse del cambiamento climatico. Potete immaginare la sensibilità di uno che alle 7.30 di mattina sta andando a lavorare su una delle strade più intasate dell'emisfero boreale, e una volta che la sta per passare liscia si trova davanti questi ragazzotti con gli striscioni e le barbette incolte. 

Lo straordinario è che tutti sapevano tutto: su Whatsapp - non so come abbiano avuto il mio numero - per un paio di settimane ho ricevuto i loro inviti a unirmi alla verde protesta. Sapevo dove, sapevo quando, sapevo io e non sapevano i vigili urbani o la polizia. È l'estro quotidiano di Roma, sennò non so come spiegarmelo. Roma è sempre uno stupore.

Ho scoperto per esempio che è la capitale europea della voragine. Non della buca, della voragine. Dal primo gennaio 2010 al 30 giugno 2021, a Roma si sono aperte più voragini che in qualsiasi altra città del continente: mille e ottantotto, circa cento all'anno, quasi una ogni tre giorni. 

Di conseguenza non fanno più notizia. Magari girano un paio di foto sui social: la voragine e dento un'auto, la voragine e dentro un camion, non molte settimane fa si aperta una voragine e si è inghiottita un'asfaltatrice, ed è difficile immaginare qualcosa di altrettanto satirico: un'asfaltatrice che finisce sotto l'asfalto. Però anche le voragini hanno un'utilità. Vengono ottime come discariche, ottime perché non in superficie come le altre, le migliaia di discariche sorte estemporanee soprattutto negli ultimi mesi, in centro, in periferia, ma discariche interrate. 

Ed eccoci alla monnezza, e sono un po' in imbarazzo.

Non vorrei annoiarvi con le solite storie della monnezza, le sapete a memoria. L'inceneritore, i cassonetti, il sindaco che dice entro Natale la città sarà pulita e a Natale l'assessore che dice non fate troppi pacchetti che poi non sappiamo come pulire, e poi l'assenteismo degli spazzini, gli spazzini che guariscono miracolosamente alla minaccia di visita fiscale, eccetera. 

Siccome in questa città si butta via tutto ma non si butta via niente, potrei dire che la monnezza ha un ruolo negli studi antropologici. Camminando, mi faccio un'idea di come va la città. Per esempio, ho realizzato che finalmente aveva aperto Starbucks perché a terra si cominciavano a vederne i bicchierini, sebbene non capisca come un bicchierino possa arrivare dal centro commerciale di Castel Romano, dove ha aperto Starbucks, al centro città. 

 L'illusoria liberazione dal covid si deduce dalle mascherine, che al suolo hanno lasciato spazio alle bottiglie di birra, il simbolo del lockdown sostituito dal simbolo della ritrovata socialità. Le coppette dei gelati e le mappe di carta (ma perché non usano Google maps sul cellulare?) segnalano il ritorno dei turisti.

Li avevamo lasciati al ristorante Nerone e all'albergo Washington ma sono sciamati ovunque, hanno sempre in mano qualcosa, cartoni di pizze, bottiglie di tè freddo, coni con diciotto palline di gelato, e siccome sono rapidi ad adeguarsi agli usi e costumi indigeni, tutto poi finisce a terra, ai piedi di un cestino ricolmo o in una discarica improvvisata. 

Forse un giorno, quando Roma sarà stata completamente ricoperta di rifiuti, gli archeologi scaveranno e diranno, ecco le mascherine, siamo nell'era pandemica, o magari ecco i frigoriferi, siamo nell'era di Virginia Raggi. 

Come noi oggi, che la siccità abbassa il livello del Tevere, e abbiamo visto riemergere i resti del Ponte Neroniano, ma anche barche affondate, lavatrici, biciclette, specialmente le bici dello sharing e i monopattini. Tutto dentro il fiume. Se volessimo parlare soltanto di spazzatura, questo articolo non basterebbe. Del sindaco Gualtieri c'è poco da dire, non se ne sa nulla, si è ridestato per dire colpa della mafia, prima lo si vedeva all'inaugurazione di un Lungotevere Federico Fellini perché la toponomastica è l'ultimo rifugio dei sindaci di Roma, per continuare a sentirsi dalla parte bella della storia: qui abbiamo pure una piazza Stanlio e Ollio.

Lo si vedeva all'inaugurazione del Fondo Camilleri, dell'area fitness nel parco della Caffarella; di questo luna park formicolante, fetido, surreale, niente da fare e nemmeno niente da dire, tutto ok. Raggi è già dimenticata, sovrastata, quasi ne si rimpiange il genio alieno, quando voleva riciclare la spazzatura per farne materiale per scultori; aiutava il buonumore, e invece col Pd e Gualtieri si torna al plumbeo barboso e altero: la mafia, la magistratura, i poteri forti. Non ho finito: il mio taccuino trabocca di appunti inutilizzati.

Ci sarebbe tutta una mistica del monopattino da approfondire, una saga alla George Lucas sul rilascio della carta d'identità (ho risolto così: non ho preso la carta d'identità, tanto serve a niente), e poi i mezzi pubblici, naturalmente. La metropolitana! Dovrebbero scriverci sopra "no covid, no covid, ok covid": sempre meno treni, sempre più affollati. Gira una foto stupenda dalla app dell'Atac: Cinecittà, stazione non accessibile; Subaugusta, stazione non accessibile; Giulio Agricola, stazione non accessibile; Arco di Travertino, stazione non accessibile; Colli Albani, stazione non accessibile; Furio Camillo, stazione non accessibile; Ponte Lungo, stazione non accessibile

Ma preferisco concludere con la figura più mitologica di questo nostro tempo: il cinghiale. Dico mitologica perché di cinghiali non ce ne sono solo a Roma, dappertutto, ma qui è diventato leggenda, è stato idealizzato, elevato a simbolo di giorni allucinati, ma poi ci vuole talmente poco, un colpo di tacco, quello di Franco, il romano raccontato sul Messaggero da Pietro Piovani. Franco va a caccia di cinghiali, che prolificano soprattutto nel parco di Veio: zona protetta, naturalmente. Franco va oltre l'Aurelia, dove si può cacciare, ma ci va di nascosto dagli animalisti.

Dice che l'unica soluzione è sparare, perché manco più i lupi se la vedono coi cinghiali: branchi troppo numerosi. Quando ne prende uno chiama l'Asl, fa fare le analisi e se è tutto ok si porta il cinghiale a casa per ricavarne braciole, salami, salsicce. E che volete? Mangiamoci sopra. Quando arriva sera, e l'oscurità copre il lercio, Roma torna la struggente meraviglia. Ci si siede ai tavoli all'aperto, si ordina una gricia, si beve un bicchiere di vino e si respira. E il cumulo di monnezza venti metri più in là, pace all'anima sua e pace all'anima nostra. 

Maxi incendio a Centocelle: “Finestre chiuse e usate la mascherina”. Valentina Dardari il 9 Luglio 2022 su Il Giornale.

Nube di fumo visibile da molti quartieri di Roma. Il presidente del V Municipio ha chiesto di tenere le finestre chiuse e usare la mascherina.

Ancora un incendio è divampato nella Capitale, questa volta nel quartiere Centocelle. Su Twitter Mauro Caliste, presidente del V Municipio di Roma, ha informato i cittadini: “È in corso un incendio tra via Casilina e viale Palmiro Togliatti, dentro l'area degli autodemolitori ed ai confini del Parco archeologico di Centocelle. Sono sul posto i Vigili del Fuoco, Protezione civile e Forze dell'ordine. La circolazione è interdetta su viale Palmiro Togliatti. Utilizzate la mascherina e chiudete le finestre. Non avvicinatevi. Stiamo monitorando la situazione. Vi aggiorneremo".

Una nube di fumo nero

Una densa e altissima nube di fumo nero, che è visibile anche dal centro di Roma, compreso il Circo Massimo dove in serata è in programma il concerto dei Maneskin, Cinecittà e il quartiere Appio, sta interessando tutta l'area dell'incendio e, sospinta dal vento, minaccia alcuni palazzi. Le fiamme hanno interessato un centro di autodemolizione e alcune zone di vegetazione intorno, tra cui anche un'area abbandonata accanto al parco archeologico di Centocelle. Non risultano al momento altre strutture né persone coinvolte. Sul posto impegnate quattro squadre dei Vigili del Fuoco. Intanto è stato chiuso il tratto di via Palmiro Togliatti tra l'intersezione con via Papiria e via Casilina. Sul luogo sono intervenute anche le forze dell'ordine per la gestione del traffico veicolare. In serata l'Arpa Lazio fa sapere che "sono stati posizionati due campionatori, uno nell'Aeroporto militare Francesco Baracca, l'altro nella nostra sede di via Saredo, a poche centinaia di metri da dove è avvenuto il maxi incendio di Centocelle, per verificare eventuali effetti sulla qualità dell'aria. Contiamo di dare i primi risultati entro la giornata di lunedì".

Paura tra i residenti

In base a quanto hanno reso noto i vigili del fuoco, il rogo è partito intorno alle 16.50 di oggi, sabato 9 luglio, all'altezza di via Casilina. Nessuna persona sarebbe rimasta coinvolta. Gravi sono i disagi legati alla nube di fumo scaturita dall'incendio, con le fiamme che avrebbero interessato anche una zona abbandonata che si trova a ridosso del parco di Centocelle. Molti residenti della zona hanno raccontato sui social di aver sentito diverse, forti esplosioni. Sono molte le persone che sono scese in strada perché spaventate dal denso fumo nero che in pochi minuti ha avvolto i palazzi, oltre che dalle esplosioni che si sono udite in zona, dovute molto probabilmente alle fiamme che hanno raggiunto le vetture parcheggiate. Visibilità ridotta e aria irrespirabile stanno creando difficoltà anche ai soccorritori. Sembra che l'incendio sia partito da alcune sterpaglie all'interno del parco e che le fiamme, a causa del forte vento, si siano propagate molto velocemente. Nel primo pomeriggio, un altro rogo era divampato in via del Foro Italico, all'altezza dell'ex Campo Nomadi.

Dietro c'è la mano dell'uomo?

"A Roma sta emergendo una mano dolosa dietro agli incendi di questi giorni - scrive su Twitter Enrico Borghi, responsabile Politiche per la sicurezza nella segreteria nazionale del Pd - Facciamo appello agli inquirenti affinché sia fatta piena chiarezza sulla natura su queste vicende: la capitale d'Italia non può essere ostaggio di nessuno". Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, su facebook scrive che "gli incendi che hanno colpito la città in questi ultimi giorni sono una sequenza impressionante di episodi che sta mettendo a dura prova Roma e i romani" . E aggiunge: "Non è il momento di speculazioni politiche e di divisioni. È il tempo dell'unità, della vicinanza alle romane e ai romani colpiti, e della determinazione a non farsi intimidire e ad andare avanti sulla strada della modernizzazione e del rilancio di Roma. Stiamo monitorando costantemente la situazione e non sappiamo ancora se siano episodi di origine criminale o solo colposa".

Il fumo fitto visibile da molti punti della città. Incendio a Roma, da Centocelle si alza nube nera: udite forti esplosioni. Elena Del Mastro su Il Riformista il 9 Luglio 2022 

Mentre a Circo Massimo fervono i preparativi e iniziano gli ingressi per l’atteso concerto dei Maneskin, su tutta Roma si spande una fitta e densa nube di fumo nero. Un grosso incendio è divampato nel parco di Centocelle nel pomeriggio. La densa nube di fumo è visibile in tutto il quadrante est della Capitale compresa l’area di Centocelle, Cinecittà e il quartiere Appio. I cittadini denunciano anche l’odore acre che sta rendendo l’aria sempre più irrespirabile.

Le fiamme sono divampate alle 17.30 nelle sterpaglie del parco all’altezza di via Casilina, sul lato di viale Palmiro Togliatti e poi hanno aggredito almeno uno degli sfasci che si affacciano su via Tuscolana. Sul posto le squadre dei vigili del fuoco, la polizia e i carabinieri. Mentre gli agenti della polizia locale del V gruppo diretti da Roberto Stefano hanno chiuso al traffico via Palmiro Togliatti nel tratto compreso tra via Casilina e via Papiria.

Molti cittadini segnalano sui social di avere sentito delle “esplosioni” provenire dal vasto Incendio che sta interessando la zona del parco di Centocelle a Roma. Le fiamme sono partite dalle sterpaglie del polmone verde di Roma Est e hanno raggiunto alcuni demolitori. L’altissima nube di fumo nero è visibile anche dal centro di Roma, compreso il Circo Massimo. Sul posto oltre ai vigili del fuoco, anche carabinieri, polizia e agenti della Polizia Locale. Non ci sarebbero persone coinvolte nel rogo.

La nube nera sprigionata dal maxi Incendio divampato a Roma minaccia alcuni palazzi sospinta dal vento. Le fiamme avrebbero interessato anche un’area abbandonata accanto al parco archeologico di Centocelle. “È una situazione drammatica. Il fuoco non è stato ancora circoscritto e grazie al vento sta raggiungendo anche la zona di via Papiria. Invitiamo i cittadini a tenere le finestre chiuse ed ad utilizzare le mascherine anche in strada nella zona interessata dalla densa nube di fumo”. Lo afferma il presidente del V municipio di Roma, Mauro Caliste.

Il sabato di luglio è stato particolarmente bollente a Roma dove durante la giornata erano stati lanciati già diversi allarmi roghi in diversi punti della città. È stato dato fuoco, nella notte, a quattro cassonetti della raccolta dei rifiuti nelle adiacenze di alcuni locali in via Riano a Roma. L’incendio è stato domato dai vigili del fuoco e sul caso indagano i carabinieri della compagnia di Roma Trionfale. Centinaia di libri usati sono andati in fumo nell’incendio che ha distrutto una bancarella storica in Piazzale Flaminio, a Roma. Un Incendio è divampato nel pomeriggio, intorno alle 14, in via del Foro Italico, all’altezza dell’ex Campo Nomadi a Roma. Sul posto due squadre, due autobotti e il carro schiuma dei vigili del fuoco. Le fiamme sono partite dalle sterpaglie di un terreno incolto, a bruciare anche cumuli di rifiuti e container abbandonati. Le operazioni di spegnimento sono durate diverse ore.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado e Alessia Marani per “il Messaggero” l'11 luglio 2022.

Spunta la pista dei rom per il rogo degli autodemolitori a Centocelle, nella Capitale. Non sarebbe un caso che l'incendio che sabato ha tenuto sotto scacco fino a notte fonda il quadrante Sud-est della città, sia partito lungo la via Casilina, a ridosso del Parco archeologico e, soprattutto, del manufatto abbandonato che era stato la sede dell'associazione Nuova vita per l'accoglienza dei rom ospiti nell'ex campo Casilino 900. 

È qui, in quest' angolo del parco, che avevano trovato riparo fino a pochi giorni fa alcuni nomadi cavallari poi sgomberati, come era accaduto nei mesi precedenti ad altri nuclei accampati nel pratone del Parco di Centocelle. Famiglie che, forse, avevano tutta l'intenzione di non cedere il loro territorio, a dispetto della riqualificazione avviata dal Campidoglio che prevede una serie di bonifiche della discarica lasciata tra i rovi, in pratica un centro di smistamento illegale dei rifiuti. E le fiamme di sabato hanno, di fatto, bloccato la programmazione. 

Ad avvalorare la pista dolosa, il fatto che ci siano più punti di innesco delle fiamme: oltre a quello a ridosso della Casilina, almeno un altro sarebbe stato localizzato più a monte. Qualcuno potrebbe avere utilizzato diavolina o stracci imbevuti di liquido infiammabile per alimentare la linea del fuoco, già sospinto dal forte vento (...)

Incendi a Roma: «Via gli autodemolitori». Comune e Regione cercano aree fuori dal Gra. Maria Egizia Fiaschetti su Il Corriere della Sera il 12 luglio 2022.

Martedì al via il tavolo permanente per le delocalizzazioni, venerdì l’assessora all’Ambiente incontrerà i gestori degli sfasciacarrozze. Il sindaco ha firmato un’ordinanza che dispone il lavaggio delle strade nel raggio d 600 metri

Il mantra che risuona dopo il rogo di Torre Spaccata è «delocalizzazione». Se ne parlava già 20 anni fa nella delibera approvata nel 2009 dall’ex giunta di Gianni Alemanno, ma il trasferimento degli autodemolitori è rimasto impantanato tra proroghe, burocrazia e ricorsi al Tar. L’incendio di sabato, mentre i residenti dei quartieri limitrofi continuano a proteggersi con le mascherine anche all’aperto dal rischio di inalare diossina, segna il punto di non ritorno. Lo ripete senza esitazione l’assessora capitolina all’Ambiente, Sabrina Alfonsi, che venerdì incontrerà i i gestori degli sfasciacarrozze: «Dobbiamo capire quanti avevano diritto di stare lì e quanti erano abusivi, ma potrebbero essere autorizzati altrove. L’amministrazione aveva già deciso di affrontare il problema, ora l’incendio ci spinge ad accelerare».

Il primo strumento è il tavolo con la Regione, un a sorta di Conferenza dei servizi permanente: oggi la prima riunione per valutare le possibili aree fuori dal Raccordo che spetta al Comune individuare. In parallelo l’amministrazione capitolina vuole spingere sul progetto di riqualificazione del Parco di Centocelle per il quale sono stati stanziati 4 milioni e 700 mila euro. Prima si dovrà procedere alla bonifica: aggiudicato l’appalto da un milione per l’area del “canalone”, dove sono state trovate montagne di rifiuti interrati probabilmente derivanti dallo sgombero dell’ex campo rom Casilino 900, bisognerà intervenire sui gravi danni provocati dal rogo degli autodemolitori. Nel frattempo proseguono i monitoraggi dell’Arpa che ha collocato due centraline in prossimità delle zone colpite, in via Giuseppe Saredo e vicino all’aeroporto Francesco Baracca: domenica i valori rilevati erano superiori alla soglia di riferimento indicata dall’Oms ma ieri le concentrazioni di diossina erano rientrate nei parametri. In serata il sindaco ha firmato l’ordinanza che dispone il lavaggio delle strade pubbliche da parte di Ama nel raggio di 600 metri e di quelle interne alle aree private, di pertinenza dei centri estivi, asili, strutture sanitarie e socio-assistenziali.

Ieri mattina gli abitanti dei palazzi tra viale Palmiro Togliatti e Centocelle si sono svegliati in un’atmosfera da bruma nordica se non fosse stato per il caldo africano: «Sembra nebbia...», ma erano ancora i residui dei fumi dispersi nell’aria che preoccupano per il potenziale nocivo. Il presidente del V Municipio, Mauro Caliste, ha rinnovato l’appello alla prudenza: «È opportuno che i cittadini, nelle aree adiacenti a dove si è sviluppato l’incendio, tengano ancora le protezioni almeno fino a stasera (ieri, ndr). Sabato pomeriggio l’aria era irrespirabile ma ormai la situazione è sotto controllo».

Più tardi è andata in scena la protesta dei titolari degli autodemolitori, che hanno bloccato un tratto di via Casilina all’incrocio con viale dei Romanisti spargendo a terra carcasse di veicoli e resti di lamiere. L’assessora Alfonsi li ha convocati per venerdì: «Dobbiamo tornare al rispetto delle regole anche per salvaguardare il parco e assicurare il lavoro alla categoria». Qualcuno è sbottato: «È rimasto tutto come quando c’era la Raggi...». Secca la replica di Alfonsi: «Non insultiamo, per favore». Nel tardo pomeriggio si è svolto invece l’incontro con i cittadini del quartiere Don Bosco, al quale ha preso parte anche l’assessore regionale ai Rifiuti, Massimiliano Valeriani: «La giunta Raggi si era posta solo il tema di chiudere gli impianti senza spostarli. Sono sicuro che stavolta si troverà una soluzione definitiva».

"Azione legale per milioni di euro". Ira di cittadini e autodemolitori dopo il rogo. Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti l'11 Luglio 2022 su Il Giornale.

Gli autodemolitori bloccano il traffico su via Palmiro Togliatti per protesta. La presidente: "Richiesta di risarcimento per milioni di euro al Campidoglio". La rabbia dei cittadini: "Disastro ambientale che si poteva evitare"

A quarantotto ore dal rogo scoppiato al parco di Centocelle tutti vanno ripetendo la stessa verità: il disastro si sarebbe potuto e dovuto evitare. Lo sostengono i residenti, assaliti dalla nube tossica sprigionata dalle carcasse dei veicoli in fiamme, e lo sostiene anche chi di quelle carcasse ormai ridotte in polvere ne ha fatto il proprio business. Residenti e autodemolitori, quindi, puntano il dito nella stessa direzione, quella delle istituzioni, ma lo fanno per ragioni diverse. "Io sono uno di quei cittadini inascoltati, uno di quelli che avevano già previsto tutto", si presenta così Urio Cini, 67 anni, per lo più passati a Torre Spaccata, e portavoce del forum per la riqualificazione del Parco di Centocelle. Sulla natura del rogo divampato sabato scorso indagano le forze dell’ordine.

"Non si esclude nessuna pista", è la formula di rito, ma quello che sembra chiaro a tutti è che difficilmente possa essersi trattato di autocombustione. Di sicuro sappiamo che le fiamme sono partite dal parco, come testimonia il colore grigio del rogo, diventato poi nero pece quando è arrivato a inghiottire la sfilza di autodemolitori che costeggia la villa. È un ragionamento deduttivo e anche di buon senso, suffragato da dati: i casi di autoinnesco in Italia sono appena l’1%. Il rimanente 99 è una serie di circostanze che si può riassumere in due parole: negligenza o dolo.

Qualcuno ha dato fuoco all’erba secca di proposito? Oppure quelle sterpaglie si sono incendiate per colpa di una fiammella trasportata dal vento, magari partita da una delle tante cambuse clandestine? "Se le sterpaglie non avessero incontrato gli autodemolitori non ci sarebbero stato il disastro ambientale. Doloso o non doloso l’incendio era annunciato. Qui le responsabilità sono di chi non effettua la manutenzione del territorio", attacca Cini. "Il problema – chiarisce subito dopo – non è con gli autodemolitori ma con le istituzioni". Tante sono le colpe che gli attribuisce chi vive quaggiù, in primis quella di non aver mai dato seguito alla realizzazione del parco archeologico nella sua completezza, lasciando più di cento ettari di prato e reperti di epoca romana in balia di rifiuti interrati, accampamenti abusivi e attività incompatibili e inquinanti, quali quelle degli autodemolitori.

"Sono a tutti gli effetti impianti industriali che insistono in un’area urbana per di più sottoposta a vincoli archeologici, paesaggistici e naturalistici. È un’anomalia. Non a caso nel 2018 sono stati chiusi con atto amministrativo del Comune di Roma. Stando ad una sentenza del Tar se ne sarebbero dovuti andare entro il 2020", spiega Cini. "Perché sono ancora lì? Perché non sono stati delocalizzati?", si domanda l’attivista. Residenti e comitati di quartiere stavolta le riposte le pretendono. "Stiamo valutando un’azione legale. C’è stata inerzia da parte delle istituzioni e di questo dovranno rendere conto. Si sono sempre sottratte rimpallandosi le competenze ma ora siamo arrivati al redde rationem", conclude.

È lo stesso ragionamento che fa l’organizzazione di categoria. Lunedì i proprietari delle attività coinvolte nel rogo sono scesi in strada su viale Palmiro Togliatti per protestare. "Campidoglio e Regione Lazio sono responsabili. Il punto è che questi impianti non dovrebbero essere qui, dal 1997 esiste un accordo che obbliga le istituzioni locali a reperire aree idonee fuori dal perimetro del raccordo anulare per delocalizzare queste aziende, ma in tutti questi anni, nonostante numerosi ricorsi presentati, non è stato fatto nulla", denuncia Elena Donato, avvocato e presidente di Ader, l’associazione romana Demolitori e Rottamatori. "Per questo – annuncia - faremo una pesante azione legale nei confronti del sindaco Roberto Gualtieri, che è anche commissario ai Rifiuti, e della Regione per la mancata delocalizzazione e i danni subiti".

Perdite che, aggiunge l’avvocato, non possono essere ancora quantificate con certezza ma che potrebbero superare i 20 milioni di euro: "Sono una ventina gli impianti andati a fuoco, per costruirne uno ex novo servono da 700mila a un milione di euro, e alcuni di quelli distrutti nel 2017 erano stati anche rinnovati per volontà del Campidoglio con investimenti di 300 mila euro: fate voi i calcoli". La rappresentante degli autodemolitori scommette sull’origine "umana" dell’incendio: "All’interno della vegetazione è pieno di insediamenti abusivi di nomadi e sbandati, dove si accendono continuamente fuochi e bracieri". "Noi – ci tiene a precisare – non siamo responsabili del danno ambientale ma siamo vittime dell’abbandono in cui si trova tutto quel versante del parco: dal giugno del 2018 le attività sono chiuse per decisione della precedente amministrazione comunale, lì si vendevano soltanto pezzi di ricambio".

Venerdì gli autodemolitori di via Palmiro Togliatti sono stati convocati in Campidoglio. Obiettivo, riprendere il lavoro del tavolo interistituzionale istituito negli anni ‘90. "Quello che è successo sabato ci impone di ridefinire immediatamente le nostre agende di lavoro", ha detto l’assessora all’Ambiente e Rifiuti di Roma Capitale, Sabrina Alfonsi. "Oltre al danno ambientale, sulle cui cause le autorità preposte faranno i dovuti accertamenti, oggi abbiamo aziende e lavoratori senza la possibilità di lavorare, migliaia di tonnellate di rifiuti incendiati da rimuovere quanto prima e un'area interamente da riqualificare", ha commentato dopo aver incontrato i manifestanti, che restano sul piede di guerra.

Le denunce dei cittadini sullo stato del parco, che fino al 2010 ospitava due dei campi rom più estesi della Capitale, si rincorrono da anni. Le abbiamo raccolte in diversi servizi, toccando con mano il degrado in cui versa questo polmone verde che a tratti assomiglia ad una vera e propria giungla, all’interno della quale si nascondono decine di casupole abitate da invisibili. Poi ci sono gli accampamenti dei nomadi e le tonnellate di immondizia interrate dopo lo sgombero dei due maxi insediamenti e mai bonificate del tutto. Tanto che nel 2017 dal terreno hanno iniziato a sprigionarsi fumi tossici. La "terra dei fuochi" con vista sulle ville romane era servita.

In questi anni è stato fatto poco e nulla per liberare l’area. A giugno l’assessore Alfonsi aveva annunciato una serie di interventi di riqualificazione, a partire dallo sgombero delle discariche abusive che si trovano proprio nella zona interessata dal rogo. Le fiamme, però, sono arrivate prima.

Roma in emergenza tra incendi e rifiuti: tutti i guai del sindaco Gualtieri. Il Tempo l'11 luglio 2022

Ancora incendi a Roma, dove i vigili del fuoco lavorano a pieno regime da giorni per spegnere roghi alimentati dal clima afoso su terreni che soffrono mesi di siccità. Domenica notte due persone sono morte per le fiamme che hanno distrutto un'abitazione nel quartiere Bravetta. Intanto arrivano i rilievi dell'Arpa sulla qualità dell'aria a Centocelle, dopo il rogo di sabato scorso, e sono tutt'altro che confortanti: i valori delle diossine risultano oltre 35 volte superiori ai limiti consentiti. In particolare, spiega l'Arpa, dal campionatore di via Saredo emerge che "il valore per le diossine è pari al 10,6 pg/m3 superiore al valore di riferimento individuato dall'Oms per l'ambiente urbano (0,3)".

La situazione preoccupa la Società italiana di medicina ambientale (Sima), che lancia l'allarme sugli "enormi rischi per la salute umana, essendo ben noti gli effetti cancerogeni e neurotossici di tali sostanze". "Si raccomanda alla popolazione di verificare i dati sul livello di inquinanti nelle varie aree della città - si aggiunge in una nota - sulla base di questi, evitare di uscire quando i livelli di polveri sono elevati, rinunciare a passeggiate e attività sportiva all'aperto, rimanere in casa con le finestre chiuse e utilizzare sistemi di aerazione e purificazione adeguati".

La sequenza di incendi che ha colpito la Capitale nelle ultime settimane ha fatto partire una serie di indagini in procura. Il sindaco Roberto Gualtieri ha ribadito in più occasioni che dietro le fiamme "c'è la mano dell'uomo", ora toccherà agli inquirenti capire quali episodi siano dolosi e risalire ai responsabili. Il nodo si intreccia con l'altra emergenza della torrida estate romana, ovvero i cumuli di rifiuti, che come ciclicamente accade, invadono ancora una volta le strade della città.

Il rogo di Malagrotta, nel giugno scorso, ha messo fuori uso due impianti tmb essenziali per il ciclo di smaltimento e il Campidoglio corre i ripari riaprendo l'impianto di Albano, dove da domani riprenderanno i conferimenti. Sul punto il sindaco Roberto Gualtieri ribadisce l'intenzione di andare avanti per dotare Roma di tutti gli impianti necessari al ciclo dei rifiuti, termovalorizzatore compreso. E la corsa verso il Giubileo passa anche per questo.

Le colpe degli incendi? Gualtieri accusa gli altri ma prima c'erano Pd e 5s. Massimo Malpica il 12 Luglio 2022 su Il Giornale.

Il sindaco si autoassolve e se la prende con i predecessori. Gasparri (Fi): "Roma allo sbando". 

Quattro maxi-incendi e un funerale. Per dire addio alla normalità che, a Roma, sembra sempre più un miraggio, pronto a svanire tra i fumi dei roghi quotidiani. L'ultimo l'altro giorno a Centocelle, con le fiamme che avrebbero attecchito, forse con l'aiuto di una mano dolosa, tra il degrado del verde pubblico mancato costellato di baracche e rifiuti interrati dove un tempo sorgeva il campo rom abusivo più grande d'Europa, il Casilino 900. E con il rogo che poi è andato avanti per ore, travolgendo sfasciacarrozze mai «sfrattati» da Campidoglio e Regione, costringendo all'evacuazione centinaia di romani e regalando alla capitale per l'estate anche un allarme diossina.

L'incendio a Centocelle è l'ultimo di una lunga serie in un mese scarso che ha visto i vigili del fuoco ininterrottamente al lavoro. Una collana di disastri inaugurata a metà giugno dall'incendio nel Tmb di Malagrotta e andato avanti tra roghi grandi e piccoli, che come in un inferno di sapore dantesco hanno evidenziato i peccati capitali della capitale, dalla gestione dei rifiuti a quella del verde, dalle periferie alla riqualificazione del territorio fino ai cinghiali. Inevitabile, in questo clima rovente, che divampino le polemiche. Con Maurizio Gasparri, senatore azzurro e commissario romano di Fi, che teme «sfascio totale e disastro ambientale» e sospira: «La situazione è sfuggita totalmente al controllo del Campidoglio. Gualtieri ha fallito. Roma è all'emergenza». Critico anche il capogruppo Fdi in Regione, Fabrizio Ghera, che ricorda come proprio l'ente guidato da Nicola Zingaretti avrebbe dovuto, da anni, trovare una nuova sistemazione agli autodemolitori che occupano quegli ettari di parco archeologico devastati dall'ultimo incendio.

E il sindaco? Roberto Gualtieri promette di voltare pagina sui rifiuti, tra spazzini di quartiere e termovalorizzatore da fare, definisce gli incendi dilaganti una «sfida per la legalità» e, in una lunga intervista al Corriere della Sera, individua anche le colpe di questa situazione paradossale. Ovviamente, guardando all'indietro. Puntando il dito contro «i tanti temi colpevolmente lasciati senza soluzione da molti anni», definendo il parco di Centocelle-che-non-c'è, per esempio, «una delle tante incredibili incompiute di questa città». Le colpe dei roghi, insomma, sono di chi li ha innescati con colpa o con dolo, per cominciare. Ma va detto che la procura di Roma al lavoro sull'estate caldissima della capitale sta indagando anche sulla gestione del verde pubblico e sugli accumuli di rifiuti abbandonati. Quanto alle altre accuse di Gualtieri, dagli incendi ai rifiuti ai parchi archeologici «dimenticati», le sue parole sembrano una sferzata diretta in primis verso il centrosinistra.

Se gli incendi e le altre magagne romane sono colpa del passato, Gualtieri dovrebbe dare un'occhiata in casa propria, a meno che per lui le «amministrazioni che non hanno fatto la propria parte», come ha spiegato al Corriere, siano solo quelle degli altri. Statisticamente improbabile. Dal 5 dicembre 1993, giorno dell'elezione di Rutelli, a oggi, in oltre 10mila giorni, il centrosinistra ha governato la capitale per il 60 per cento del tempo. E ha dettato legge anche di più in Regione, ente fondamentale, per esempio, nella gestione del ciclo dei rifiuti: qui, il Pd e suoi antenati hanno amministrato per il 70 per cento degli ultimi 17 anni, considerando solo quelli trascorsi dalla prima elezione diretta del governatore, nel 1995.

L'emergenza nella capitale. L’emergenza rifiuti di Roma colpa dei 5 Stelle che hanno detto no a tutto. Corrado Clini su Il Riformista il 12 Luglio 2022 

Nel marzo 2012 Mario Monti mi chiese di “prendere in mano” l’emergenza dei rifiuti a Roma, anche per bloccare una rovinosa procedura di infrazione aperta il 17 giugno 2011 e la conseguente condanna da parte dell’Europa, che avrebbe avuto importanti effetti economici e politici. Il prefetto di Roma Pecoraro, nominato commissario per l’emergenza rifiuti dal Governo precedente, aveva individuato come soluzione la realizzazione di una nuova megadiscarica a Corcolle, in prossimità di Villa Adriana, in contrasto con le direttive europee e le stesse norme nazionali, oltrechè con il buon senso. Infatti la direttiva europea 1999/31 aveva stabilito gli obiettivi e la tempistica per la progressiva riduzione dell’uso delle discariche e la contestuale promozione del recupero di materia ed energia.

Mentre il sito prescelto, in piena area Unesco, era uno schiaffo agli impegni per la conservazione del patrimonio artistico. Mi sono assunto la responsabilità di bloccare la realizzazione della nuova discarica, e dopo un lungo negoziato, il 4 agosto 2012 ero riuscito ad ottenere la convergenza di Regione, Provincia e Comune, sul “Patto per Roma”, che impegnava tutti i firmatari a realizzare

-entro la fine del 2014, il 65% di raccolta differenziata con il recupero e riciclo di materia;

-la riqualificazione dei Tmb della Regione, con l’obiettivo di assicurare almeno il 35% di produzione di combustibile solido secondario (CSS);

-il completamento dell’autorizzazione regionale, bloccata da anni, degli impianti per il trattamento dei rifiuti di Roma e del Lazio;

-la chiusura di Malagrotta, e l’individuazione di una discarica di servizio per i soli residui marginali (non più del 20% dei rifiuti trattati).

-Il patto, sottoscritto anche dai consorzi obbligatori (Conai, Corepla e Comieco) da Acea, Ama, e dalle imprese che facevano capo a Cerroni (E.Giovi e Colari), era diventato norma con due decreti del 7 gennaio e 25 marzo 2013. Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale.

I decreti non sono mai stati attuati, ed è singolare che né i Governi né la Magistratura abbiano mai chiesto al Comune ed alla Regione le motivazioni della non applicazione dei decreti, né tantomeno abbiano rilevato le spese sostenute per il trasferimento dei rifiuti in altre Regioni o all’estero, con un costo stimato attorno a 2 miliardi di euro. Ricordo che l’allora ministro Sergio Costa, voce governativa dell’Italia del No, aveva dichiarato nel dicembre 2020 che «non c’è un’emergenza rifiuti a Roma, ma uno stato di sofferenza che già da domani mattina dovrebbe trovare soluzione». L’incendio di Malagrotta ha reso evidente una situazione già insostenibile, ben rappresentata dai cinghiali urbani. Il sindaco ha deciso la costruzione di un termovalorizzatore, ma i tempi di realizzazione sono molto incerti mentre il Giubileo è alle porte.

Nel frattempo l’emergenza rifiuti di Roma si intreccia con la crisi energetica, e con la decisione di riavviare le centrali a carbone già destinate alla chiusura. Nell’emergenza assume un ruolo strategico il combustibile solido secondario Css, perché consente di ridurre il consumo di combustibili fossili di importazione, e assicura il recupero di quantità rilevanti di rifiuti altrimenti destinati all’esportazione da Roma verso altre regioni e all’estero. Le caratteristiche del Css sono stabilite con un decreto del 14 febbraio 2013, che ha fissato standard di produzione e di impiego molto più stringenti delle norme europee, in particolare con limiti molto rigorosi per il contenuto di cloro e mercurio, e per i metalli pesanti (arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo).

L’impiego di Css consente una sostituzione del carbone nelle centrali termoelettriche fino al 20%, e del pet-coke/polverino di carbone nei cementifici fino al 70%, con effetti significativi sull’efficienza del processo di produzione, sulla riduzione delle emissioni, sull’importazione di fonti energetiche primarie. Questa è l’esperienza europea.

L’Italia del No ha contestato per anni l’impiego del Css e il “decreto Clini”, raccontando che i cementifici e le centrali diventavano inceneritori. Ma il Css non è un rifiuto, è un combustibile “end of waste” alternativo ai combustibili fossili, come previsto dalle regole europee. E tuttavia ci sono voluti 8 anni perché il Tar e il Consiglio di Stato confermassero che “l’impiego del Css risulta conforme alle politiche europee per la creazione e promozione dell’economia circolare, nel pieno rispetto della gerarchia europea dei rifiuti”. Di conseguenza il decreto “semplificazioni bis “ ha stabilito che l’impiego del Css negli impianti già autorizzati per la produzione di cemento ed elettricità non è una “modifica sostanziale” e dunque non richiede una procedura autorizzativa con la valutazione di impatto ambientale.

Se a Roma fosse stato prodotto – come previsto dal Patto per Roma – CSS in quantità pari al 35% dei rifiuti urbani trattati (circa 700.000 tonnellate/anno) destinato ai cementifici ed alle centrali termoelettriche della Regione, avremmo ottenuto molteplici risultati ambientali ed economici. Assumendo come riferimento lo standard di sostituzione del pet-coke/polverino di carbone nella stessa percentuale della Germania (66%), l’impiego nelle cementerie di Guidonia e Colleferro di circa 250.000 tonnellate/anno di CSS, avrebbe consentito una riduzione

-delle emissioni di CO2 pari ad almeno 850.000/tonnellate/anno, con un risparmio sulla tassa di carbonio applicata dal sistema ETS dell’Unione Europea pari, ad oggi, tra 55 e 65 milioni€/anno;

-del costo di trasporto e smaltimento dei rifiuti di Roma nelle altre Regioni o all’estero per almeno 50 milioni€/anno;

-del costo di approvvigionamento di pet-coke/polverino di carbone per almeno 25 milioni€/anno.

Assumendo come riferimento il tasso minimo di sostituzione del carbone nella centrale Enel di Fusina-Venezia (5-10%), la centrale Enel di Civitavecchia avrebbe potuto impiegare 450.000 tonnellate/anno di Css, con la riduzione

-delle emissioni di CO2 pari ad almeno 1.600.000/tonnellate/anno, con un risparmio sulla tassa di carbonio applicata dal sistema ETS dell’Unione Europea pari, ad oggi, tra 105 e 125 milioni€/anno;

-del costo di trasporto e smaltimento dei rifiuti di Roma nelle altre Regioni o all’estero per almeno 90 milioni€/anno;

-del costo di approvvigionamento di carbone per almeno 45 milioni€/anno.

In attesa del termovalorizzatore, per “pulire” Roma in vista del Giubileo, per ridurre i costi e migliorare la qualità dell’ambiente, il Css è una risorsa strategica. Facciamo ora e subito quello che non abbiamo fatto negli ultimi 8 anni, applicando quanto previsto dalle direttive europee e dal decreto ”semplificazioni bis” del 2021. Corrado Clini

Fiamme e devastazione alla "Bancarella del professore": migliaia di libri in fumo. Francesca Galici il 9 Luglio 2022 su Il Giornale.

Nella notte, ignoti hanno dato alle fiamme la storia Bancarella del professore in piazzale Flaminio: il quartiere si è mobilitato per farla riaprire il prima possibile.

Migliaia di libri andati in fumo, tra i quali anche volumi da collezione, antichi e dal valore inqualificabile per gli amanti della cultura. Questo è il bilancio dell'incendio che questa notte è divampato in piazzale Flaminio a Roma, tra piazza del Popolo e villa Borghese. Ad andare a fuoco è stata la rinomata Bancarella del professore, un banco in cui trovare qualunque libro di qualsiasi argomento. I libri che non sono stati mangiati dalle fiamme sono stati distrutti dall'acqua utilizzata dai vigili del fuoco per domare le fiamme. Niente è sopravvissuto a quello che, stando ai primi rilievi, appare come un incendio doloso.

La Bancarella del professore è una vera e propria istituzione a Roma, non solo nel quartiere Flaminio. Pile e pile di libri accatastati, più o meno in maniera ordinata, hanno accompagnato le ore di tantissimi che non potevano fare a meno di fermarsi in quel curioso negozio con le tende bianche. Il profumo dei libri usati, passati di mano in mano, quello della carta con decenni di vita sulle spalle. C'erano anche libri che superavano il secolo di vita, volumi storici che raccontavano Roma e l'intera bellezza Italiana. E poi fumetti, tantissimi fumetti e libri per bambini, alternati ai più disparati romanzi in qualunque lingua conosciuta, o quasi.

La Bancarella del professore è un luogo dell'anima, più che un negozio di libri usati. Eppure, questa notte qualcuno ha pensato di darlo alle fiamme. Quando i vigili del fuoco sono arrivati pe spegnere l'incendio, ormai, non c'era più niente da fare. Nessun libro era recuperabile da quell'inferno di fuoco che in pochi secondi si è propagato alimentandosi con la carta. Questa mattina sono stati tantissimi i romani che, passando nel trafficatissimo piazzale Flaminio, si sono fermati o hanno rallentato la loro macchina, increduli nel vedere la Bancarella del professore trasformata in un cumulo di libri accartocciati.

Ma mentre le forze dell'ordine e gli investigatori cercano di arrivare ai responsabili di un simile atto di inciviltà, analizzando anche le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, l'intero quartiere Flaminio, e non solo, si è giù attivato per permettere al professore, come lo chiamano tutti, di riaprire la sua attività il prima possibile. In tanti, infatti, hanno già portato libri, dischi e quadri per rianimare il banco già nei prossimi giorni, magari la prossima settimana. I libri bruciati ormai sono andati persi per sempre, ma è giusto che a trionfare sia la bellezza della cultura amata da tanti davanti all'inciviltà di (si spera) pochi.

Populismo capitale. Il niet di Giuseppe Conte sul termovalorizzatore è un pericolo per Roma e per l’Italia. Mario Lavia su L'Inkiesta l'11 Luglio 2022.

In vista di future alleanze, il Pd deve prendere atto che la scelta dell’ex avvocato del popolo è in sintonia, senz’altro involontaria ma oggettiva, con soggetti opacissimi e fuorilegge che non vogliono mollare la miniera d’oro della monnezza. E che quindi, come dice Calenda, il M5s è un rischio per la sicurezza del Paese

Ci ha messo ventiquattr’ore ma alla fine abbiamo visto e sentito il sindaco di Roma in tv, un paio di minuti al Tg1 ieri sera. Meglio di niente. Roberto Gualtieri, dunque, è vivo e lotta insieme a noi e anzi ha detto una cosa molto importante confermando il massimo impegno per il termovalorizzatore che può salvare Roma. La (tardiva) apparizione televisiva del sindaco non tranquillizza molto: faremo, vedremo…

Comunque è stato proprio l’annuncio del termovalorizzatore dato settimane fa da Gualtieri ad aver scatenato una reazione gangsteristica da Chicago anni Venti: i governanti della Roma post-Raggi, dunque il Pd, ne sono convinti. Ci sono delle indagini in corso sul tremendo incendio di sabato scorso a Centocelle, popolare e grosso quartiere a sud-est. E c’erano già state le fiamme al Pineto-Valle Aurelia, a nord, e l’incendio dell’ex discarica di Malagrotta, il primo segnale che tra l’altro ha fatto decuplicare i sacchetti della mondezza non raccolti.

Saremmo dunque a una “mani sulla città” con protagonisti non i palazzinari della Napoli di Francesco Rosi ma forze occulte e opacissime che non vogliono mollare la miniera d’oro dei rifiuti. Se così fosse, Roma sarebbe under attack come mai prima d’ora. Una roba da chiamare la città alla vigilanza e alla mobilitazione, come si diceva una volta.

Il problema è: chi lo fa? Il sindaco c’è, ma certamente si sarebbe dovuto far vedere sabato sera in tv in maniche di camicia a dirigere le operazioni insieme ai vigili del fuoco e a parlare con i cittadini come avrebbero sicuramente fatto Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Ignazio Marino e, a suo modo, Gianni Alemanno (l’aliena Virginia Raggi magari no): sarebbero stati sul campo, avrebbero rilasciato decine di interviste a tv e giornali, avrebbero spiegato ai romani la situazione.

Ma, a parte i limiti e i problemi comunicativi di Roberto Gualtieri, qui c’è una questione politica molto seria che riguarda il Pd e il governo. Che è appunto la decisione sul termovalorizzatore che salverebbe la Capitale consentendo di gestire la metà dei rifiuti prodotti ogni giorno e producendo nuova energia, una scelta sulla quale si è abbattuto il no di Giuseppe Conte, che l’ha addirittura inserito tra le “condizioni” per restare al governo.

L’avvocato del popolo, con il fiato della Raggi sul collo, così rischia di diventare l’avvocato di chi sta appiccando i roghi o comunque di chi ha interesse a che le cose non cambino. La norma sul termovalorizzatore è inserita nel decreto “Aiuti” passato con la fiducia alla Camera e che verrà approvato sempre con la fiducia giovedì al Senato, con il M5s che dovrebbe uscire dall’aula consentendo che la fiducia passi ma senza la sua firma. Insomma, i grillini guidati dall’ex premier Conte, che aveva proprio Gualtieri come suo ministro dell’Economia (e che fregava a quest’ultimo i progetti, intestandoseli nelle orride conferenze stampa casalinesche), sono esattamente i nemici della soluzione che salverebbe la Capitale d’Italia e in questo senso è difficile dar torto a Carlo Calenda quando dice che «il M5s è un pericolo per la sicurezza del Paese».

Qui emerge in chiaro una contraddizione non tra le minori di questa fase: possono Mario Draghi e Enrico Letta tollerare un niet dell’azzeccagarbugli foggiano su una misura di enorme importanza, e davvero di salute pubblica, come questa? Può, il segretario del Pd, immaginare ancora un’alleanza con chi sabota l’interesse pubblico in oggettiva sintonia con soggetti opacissimi e fuorilegge? È chiaro che nessuna mediazione è possibile. Sarebbe come fare un regalo alle gang di Roma. Non è esattamente quello che ci si attende dal “campo largo”.

Lo smaltimento degli altri. Sul termovalorizzatore, la Cgil riesce a battere Conte in populismo. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 12 Luglio 2022.

Per rifiutare il progetto, Michele Azzola, segretario del sindacato nel Lazio, si lancia in un volo pindarico in cui propone come soluzione (temporanea) di affidare i rifiuti alla bolognese Hera, dimenticandosi però di dire che questa un impianto ce l’ha e lo usa

Mario Lavia denuncia nel suo articolo (“Populismo Capitale – Il niet di Giuseppe Conte sul termovalorizzatore è un pericolo per Roma e per l’Italia”) la grave situazione della Capitale d’Italia, meta di milioni di turisti (finalmente tornati numerosi dopo la fase più acuta della pandemia), ora soffocata dai rifiuti divenuti “orrido pasto” di mandrie di cinghiali e di sorci, di sciami di gabbiani da combattimento.

Così, a proposito della costruzione di un termovalorizzatore dalla quale dipende la stessa tenuta del governo – scrive Lavia: «I grillini guidati dall’ex premier Conte, che aveva proprio Gualtieri come suo ministro dell’Economia (e che fregava a quest’ultimo i progetti, intestandoseli nelle orride conferenze stampa casalinesche), sono esattamente i nemici della soluzione che salverebbe la Capitale d’Italia e in questo senso è difficile dar torto a Carlo Calenda quando dice che “Il M5s è un pericolo per la sicurezza del Paese”. Di conseguenza – sostiene Lavia – Qui emerge in chiaro una contraddizione non tra le minori di questa fase: possono Mario Draghi e Enrico Letta tollerare un niet dell’azzeccagarbugli foggiano su una misura di enorme importanza, e davvero di salute pubblica, come questa? Può, il segretario del Pd, immaginare ancora un’alleanza con chi sabota l’interesse pubblico in oggettiva sintonia con soggetti opacissimi e fuorilegge? È chiaro che nessuna mediazione è possibile».

Tutto condivisibile. Ma per rappresentare compiutamente le difficoltà di Roberto Gualtieri è bene conoscere un altro aspetto del dibattito sul termovalorizzatore. A Roma Conte ha un altro alleato “oggettivo”, ovvero contrario al progetto del sindaco, sia pure con motivazioni diverse (che tuttavia si sintetizzano sempre in un diniego) da quelle del M5S. Si tratta, niente meno, della Cgil del Lazio e di Roma. Basta andare a rileggere un’intervista (non smentita né successivamente modificata) di Michele Azzola, segretario di ambedue le strutture della regione e del capoluogo.

L’intervista (del 6 maggio) segue a pochi giorni di distanza l’annuncio di Gualtieri ed è stata rilasciata a Nunzia Penelope su Il Diario del Lavoro. Azzola è una persona colta, di esperienza; ciò lo rende consapevole della delicatezza di una posizione che potrebbe apparire (è difficile che non avvenga) filo-grillina. Si sforza quindi di prendere le distanze dal M5S, dichiarando più volte che la Cgil non ha alcun pregiudizio ideologico contro i termovalorizzatori (più o meno come, a suo tempo, con riguardo al green pass).

Il problema è un altro: per spiegarne le motivazioni Azzola si lancia in un volo pindarico sul piano tecnico che lascia tutti a bocca aperta. Perché nessuno si aspetterebbe uno scienziato alla guida di un sindacato, per quanto importante. Ma perché la Cgil è contraria (il che non è un problema da poco per il Pd, anche se non esiste più la cinghia di trasmissione)? «Intanto perché il Comune punta su un modello di impianto vecchio. Vent’anni fa lo avrei approvato subito, oggi è superato. Bruciando tutto indistintamente, come avverrebbe col nuovo termovalorizzatore, si azzera la gerarchia dei rifiuti, quella che ci raccomanda l’Europa, e che si basa su prevenzione, riuso, riciclo, termovalorizzatore e discarica, in quest’ordine. Ma se per i prossimi vent’anni si getterà nel termovalorizzatore il contenuto tal quale del cassonetto, le prime tre voci perderebbero senso, e la stessa raccolta differenziata non farebbe passi avanti. Senza contare le emissioni di Co2 causate dal termovalorizzatore». E quindi, che cosa dovrebbero aspettarsi i cittadini romani? «Qualunque soluzione ha bisogno di tempo, e del resto anche il termovalorizzatore dubito sarà pronto in due anni e mezzo, ce ne vorranno almeno quattro. Quindi ci sarà un’altra deroga da parte del governo, che consentirà alla spazzatura romana di essere esportata, magari in Emilia Romagna, e poi magari ci penserà Hera a smaltirla. In questo modo passeremo indenni il Giubileo, ma il problema della spazzatura a Roma non sarà certo risolto».

Già, Hera la multi-utility del Comune di Bologna, che serve anche altri Comuni della regione. Da anni, quando l’amministrazione di palazzo d’Accursio ha bisogno di risorse, immette sui mercati finanziari, dove Hera è quotata, un pacchetto di azioni (senza mai rinunciare alla maggioranza) che di solito vanno a ruba. Il contrario di quanto succede a Roma. Hera, però, si avvale di un termovalorizzatore in funzione da decenni e a Bologna nessuno trova da ridire.

Il compagno Azzola è uomo di mondo e sa che il meglio è nemico del bene, e che non è serio liberarsi del problema dei rifiuti con gli inceneritori degli altri. Ecco perché – se fosse informato – Giuseppe Conte potrebbe dire a chi lo critica: «Populista a me? Rivolgetevi alla Cgil». E non avrebbe tutti i torti, perché, a compiere un esame serio dei nove punti del documento che Conte ha presentato a Mario Draghi, si troverebbero parecchie rivendicazioni in comune con la stessa Cgil.

Roma, l'ecologista blocca il Gra e il camionista lo brutalizza: "Ti sfondo". Libero Quotidiano l'01 luglio 2022

Una nuova azione di protesta ha smosso degli attivisti di Ultima Generazione sul Grande Raccordo Anulare di Roma. Gli ambientalisti hanno bloccato per l'ennesima volta il traffico e in questa occasione l'hanno fatto all'altezza di via Portuense. Il motivo? Volevano bloccare il Gra per farsi ascoltare dal Governo affinché fermi la riapertura delle centrali a carbone.

"Sappiamo di creare conflittualità sociale ma continueremo a bloccare il Gra finché il governo non ascolterà le nostre istanze: bloccare la riapertura delle centrali a carbone e lo sblocco di 20 gigawatt di fonti rinnovabili in Italia": urlavano gli attivisti di fronte agli automobilisti infuriati in coda da ore.  

Proprio gli autisti, esausti di questa scena, hanno tentato in tutti i modi di spostare gli attivisti, prendendoli addirittura di peso. La situazione si è sbloccata solo quando sono arrivate le forze dell'ordine che hanno sgomberato il Grande Raccordo Anulare dopo una buona mezz'ora, solo allora il traffico è ritornato scorrevole. Stesso copione delle scorse settimane, dove la tensione era ancora più palpabile. In questa occasione, gli attivisti avevano spiegato a FanPage.it: "Sono piuttosto spaventata dalla possibilità che ci sia un futuro invivibile per me e le prossime generazioni un futuro senza cibo e acqua significa violenza. Ci saranno altre guerre, altre migrazioni. È incredibile che i governi non stiano facendo nulla e continuino a investire nel fossile, sapendo che c'è un'emergenza. Lo dicono gli scienziati e lo stiamo vedendo con i nostri occhi. A me fa impressione che non siano spaventati e pensino solo al profitto e non alla vita delle persone".

Roma fa schifo, il Vaticano la scomunica: "Degrado umano", foto pazzesche. Sandro Iacometti su Libero Quotidiano l'08 luglio 2022.

Aridatece la Raggi? Può sembrare impossibile, ma tra i romani si allarga la schiera di chi inizia a rimpiangere la sindaca grillina che nei suoi cinque anni al Campidoglio è riuscita a suscitare un'indignazione così trasversale che alla fine, a parte qualche irriducibile pentastellato, ha coinvolto anche i suoi stessi elettori. Per carità, le macerie lasciate in eredità da Virginia probabilmente non potevano essere spazzate via in pochi giorni. Ma a circa nove mesi dal cambio della guardia, scorgere le differenze è un'impresa che fa invidia alla famosa rubrica della Settimana Enigmistica. Con l'aggravante che se la Raggi era costretta un giorno sì e l'altro pure a duellare con Nicola Zingaretti, che non perdeva occasione per fare sgambetti, mentre l'ex segretario dem nonché governatore del Lazio a Roberto Gualtieri fa solo coccole e carezze. Nel tentativo di dimostrare finalmente le straordinarie potenzialità del buon governo targato dem. Ed ecco le conseguenze. I cinghiali c'erano e ci sono ancora. Anzi, sono aumentati e scorrazzano ormai in ogni quartiere della città, anche quelli più centrali e urbanizzati. E allo zoo urbano si sono aggiunti topi, gabbiani, volpi e persino lupi, avvistati qualche tempo alle porte della Capitale. Sul fenomeno flambus, i mezzi pubblici che prendono improvvisamente fuoco, la Raggi era regina incontrastata, ma il sindaco Gualtieri non è da meno. Con l'ultima autocombustione di un bus Atac sulla Laurentina dello scorso 3 giugno, salgono a sei, dall'inizio dell'anno, i veicoli avvolti dalle fiamme. Se il ritmo si mantiene, l'ex ministro può agevolmente battere il record dell'esponente grillina, 228 bus falmbè in 5 anni. 

TRASPORTI

Poi ci sono i trasporti pubblici. Qui rivaleggiare con Virginia non era facile. Al sesto mese di chiusura della stazione di Piazza della Repubblica, a causa dei danni provocati dai tifosi del Cska che avevano fatto accartocciare la scala mobile, i romani si erano presentati davanti la metro con una torta e delle candeline per festeggiare il mesiversario. Ebbene, ora ci sono ben 43 stazioni nella capitale senza ascensori o scale mobili, per la gioia di anziani, disabili o semplici viaggiatori con qualche valigia al seguito. Una volta che si riesce ad arrivare sulla banchina, però, c'è tutto il tempo per riposare. Una serie di problemi legati alla manutenzione dei treni (c'è anche chi parla di boicottaggio, proprio come succedeva quando c'erano i grillini al comando) hanno ridotto sensibilmente la flotta circolante. Risultato: i tempi di attesa della metropolitana sono diventati simili a quelli del trasporto regionale, su alcune linee passa un convoglio ogni 15 minuti. Se ai mezzi pubblici preferite auto o motorino, la musica non cambia. Anche su traffico, buche, voragini e dissesti del manto stradale tutto è esattamente come prima.

MONNEZZA

Mail vero fiore all'occhiello dell'accoppiata Gualtieri-Zingaretti sono i rifiuti. Abbiamo tutti ancora nelle orecchie le continue polemiche del Pd contro la spazzatura che nell'era Raggi invadeva regolarmente le strade, le raccolte a singhiozzo, l'assenteismo selvaggio dei dipendenti dell'Ama (la società municipalizzata di raccolta e gestione dei rifuti). Ebbene, in attesa del termovalorizzatore (se mai si farà), che è l'unica cosa buona per ora prodotta dalla brigata piddina, farvi una passeggiata per le vie di Roma non serve. Anche perché, col caldo torrido, riscihereste di finire intossicati dai miasmi. Basta fare un giro su Facebook e digitare un paio di parole chiave per veder spuntare centinaia di foto con la "monnezza" che straripa ovunque, dalle periferie più degradate alle vie più esclusive del centro storico.

Insomma, tutto uguale? Non proprio. Il degrado ha raggiunto un livello tale che ha sentito il bisogno di intervenire persino monsignor Benoni Ambarus, Vescovo ausiliario nella diocesi del Papa. In un'intervista con Vatican News l'ex direttore della Caritas della Capitale, parla di rischio di «una vera e propria giungla urbana», di «degrado umano, una corrosione del livello umano e delle relazioni, della capacità di rendersi conto dell'altro e che si vede declinato nel degrado ambientale». «Io penso», ha detto il romeno Ambarus, dimostrando che dopo 26 anni ha imparato bene la lingua di Trilussa, «che ai romani dovrebbe essere dato anche un premio perché arrivano alla fine della settimana senza avere "scapocciato" troppo rispetto alla corsa a ostacoli che devono vivere su tutti i fronti. Fanno un corso di sopravvivenza quotidiana». Dalla politica, ha concluso, Ambarus, serve «uno scatto di dignità a fare delle scelte che sappiano di futuro, non di tornata elettorale», perché «con i veti incrociati mi sembra che cadiamo nel provincialismo» e «questo non è tollerabile per la politica». L'ultima bravata dell'amministrazione Pd ha colpito pure Flavio Briatore e la sua Crazy Pizza, al centro di numerose polemiche negli ultimi giorni per il prezzo delle sue margherite. L'imprenditore è stato costretto a chiudere il locale extra-lusso a Via Veneto per un problema con le forniture di acqua che ha riguardato tutto il condominio. «Alla fine», ha sbraitato, sono arrivati con le autobotti. Roba da terzo mondo». 

Roma, strade col maxiappalto. Dopo gli incidenti pulizia a peso d'oro. Martina Zanchi su Il Tempo il 04 luglio 2022

Sul "goloso" appalto per la pulizia delle strade dopo gli incidenti stradali, questa volta, Roma Capitale ha fatto i compiti a casa. Memore del terremoto giudiziario che, nel 2014, portò all’arresto dell’allora capo della polizia locale, accusato di corruzione dalla procura di Roma insieme a tre dirigenti della società a cui, quattro anni prima, aveva affidato quel servizio, l’attuale comandante del Corpo capitolino dei vigili urbani, Ugo Angeloni, ha indetto una gara stimando un valore complessivo di 15,5 milioni di euro in tre anni. Soldi che non sarà il Comune di Roma a sborsare, bensì le compagnie assicurative dei responsabili dei sinistri.

La polizia locale ha realizzato un report con il numero di incidenti che, mediamente, ogni anno si verificano nella Capitale. Moltiplicati per la tariffa media di intervento, consentono di stimare l’introito che il futuro affidatario potrà incamerare facendosi pagare dalle assicurazioni RCA. Ed ecco che si superano abbondantemente i quindici milioni. Dodici anni fa questa operazione non venne eseguita, anzi, Roma Capitale aveva affidato l’appalto triennale prevedendo di pagare 90mila euro.

Nel 2012 un’inchiesta de Il Tempo portò alla luce una sponsorizzazione di 30mila euro, versata dalla società che aveva appena vinto l’appalto, in favore del circolo sportivo dei "pizzardoni". Venne così sollevato il velo su una serie di stranezze che, due anni dopo, sono state enumerate nel provvedimento che disponeva gli arresti. Secondo gli inquirenti, quei 30mila euro erano una mazzetta camuffata e l’appalto di ripristino del manto stradale era stato affidato «in violazione della disciplina in tema di contratti pubblici». Se all’epoca fosse stato stimato il valore reale della gara, l’importo sarebbe stato ben diverso e le procedure da seguire molto più rigorose. 

Dal 2014, anno degli arresti, assicurare il pronto intervento dopo gli incidenti stradali è stato difficoltoso. Se ne è occupata Ama per diverso tempo, anche se non rientrava nel contratto di servizio, ma nei giorni scorsi è partita la nuova gara. Si tratterà di ripristinare le condizioni di sicurezza per il traffico, recuperando dall’asfalto e smaltendo liquidi, materiali e detriti. Basandosi sui dati storici, la polizia locale stima tra i 7300 e gli 8500 interventi all’anno, con una tariffa media attesa di 608 euro. Si aggiudicherà l’appalto chi offrirà il miglior rapporto qualità prezzo.

Sintesi dell’articolo di Martina Zanchi per “il Tempo”, pubblicata da “La Verità” il 30 luglio 2022.  

Atac, l'azienda dei trasporti di Roma, è pronta a pagare mezzo milione di euro in due anni (fino a 725.000 euro se sarà necessaria una proroga per altri sei mesi) a una società che si occupi di contare le monetine che i cittadini inseriscono nelle macchinette automatiche, nei parcometri e in tutti gli altri punti di incasso sparsi per la Capitale.

La nuova ditta dovrà anche smaltire le monete e versare l'importo corrispondente sui conti di Atac. La gara d'appalto per l'appalto biennale dei contamonete è stata bandita da pochi giorni. Gli spiccioli vanno contati con macchinari certificati e poi rendicontati.

Il sacco di Roma. Report Rai. PUNTATA DEL 27/06/2022 di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Lorenzo Vendemiale

Cosa si nasconde dietro il rogo di Malagrotta e l’emergenza dei rifiuti della capitale d’Italia?​​​​

Infiltrazioni della criminalità organizzata, gare milionarie andate deserte per ottenere taciti rinnovi, pubblici funzionari discussi, impianti costruiti e mai utilizzati, progetti lasciati marcire in un cassetto. Questo e molto altro è presente nel sistema che controlla la partita dei rifiuti di Roma, da oltre dieci anni condannata a una emergenza costante. Attraverso tre interviste inedite ai tre sindaci degli ultimi dieci anni (Ignazio Marino, Virginia Raggi e Roberto Gualtieri), Report rivelerà i retroscena interni al Campidoglio, le responsabilità dei sindaci ma anche le battaglie ingaggiate contro un sistema costruito per trasformare i rifiuti di Roma in un business miliardario. Negli ultimi anni i cittadini romani, attraverso la tassa sui rifiuti, hanno speso oltre 1 miliardo di euro per far smaltire gli scarti fuori dai confini regionali. Questo mentre all’interno della Regione e intorno alla capitale l’ultimo impianto costruito risale al 2001 e quelli attivi non sono sufficienti per chiudere il ciclo dei rifiuti. Su questo il Sindaco Gualtieri interviene rivelando a Report i dettagli del suo progetto di costruzione di un termovalorizzatore. Il piano non basta però a fermare l’emergenza: la città è ancora sommersa dai rifiuti e i tentativi di portare trasparenza al sistema finiscono tutti nel vuoto. L’ultimo è quello di bonifica del sito di Malagrotta, per la quale il governo Draghi ha nominato un commissario nazionale. Documenti e video inediti, insieme alle comunicazioni riservate tra i vertici del Campidoglio e della Regione Lazio, permettono di ricostruire i dettagli di quello che assomiglia sempre più a un nuovo “sacco di Roma”.

 

Riceviamo e pubblichiamo la lettera dell'Assessore al ciclo dei rifiuti e impianti di trattamento, smaltimento e recupero della Regione Lazio Massimiliano Valeriani 

Caro dott. Ranucci, rispetto alla teoria di una presunta assenza di iniziative della Regione Lazio per fronteggiare la crisi dei rifiuti di Roma, si ribadisce l’impegno continuo e puntuale della nostra amministrazione per l’individuazione delle soluzioni più idonee per accogliere e gestire i rifiuti romani, oltre ai reiterati appelli da parte della Regione Lazio al Comune di Roma per dare una soluzione strutturale al governo dei rifiuti, come prevedono le normative italiane ed europee. In particolare, all'indomani dell'incendio che l'11 dicembre 2018 ha distrutto il Tmb Ama del Salario, la Regione si è prontamente arrivata per chiedere agli operatori del Lazio di accogliere le 750 tonnellate di rifiuti, che prima venivano trattamento nel TMB del Salario. In particolare, questi quantitativi sono stati distribuiti tra gli impianti di Frosinone, di Viterbo, di Aprilia e di Latina. Nel corso di questi anni, in assenza di un’iniziativa efficace da parte del Comune di Roma per la gestione autonoma dei rifiuti urbani, la Regione ha sempre assicurato il proprio supporto secondo le proprie competenze, attivandosi per garantire sbocchi e aiutare la Capitale in ogni fase, specie in quelle più critiche. Questa iniziativa della Regione è per altro riscontrabile nei tanti atti amministrativi grazie ai quali sono stati stretti accordi con altre Regioni italiane e il cui frutto può essere rappresentato con alcuni semplici numeri: grazie all’accordo con l’Abruzzo sono state trasferite 70.000 tonnellate all'anno. L’accordo è stato rinnovato per tre anni consecutivi. Verso la Toscana sono state trasferite 13.500 tonnellate; 30.000 tonnellate verso le Marche; 14.000 tonnellate all'anno verso la Puglia. A tutto ciò va aggiunta l'autorizzazione tramite ordinanza del presidente Zingaretti al conferimento dei rifiuti di Roma in tutti gli impianti di trattamento e smaltimento delle altre province del Lazio. Inoltre, nel 2018 la Regione ha riaperto Colleferro, sempre per soccorrere Roma, spostando un traliccio con l'avvertenza che sarebbe stata in attività fino al 2019 per consentire al Comune di Roma di dotarsi di un proprio impianto di smaltimento. Per anni Colleferro ha raccolto 1100 tonnellate al giorno provenienti dalla Capitale. Negli ultimi cinque anni, inoltre, l'Amministrazione regionale ha stanziato 80 milioni di euro per sostenere la realizzazione di isole ecologiche e centri di compostaggio nei Comuni del Lazio, e attualmente possiamo contare su circa 250 enti locali che hanno superato il 50% di raccolta differenziata nel 2020. Risorse importanti, che sono state assegnate anche ad Ama e al Comune di Roma, ma dopo diversi anni ancora non sono state spese. Oggi, finalmente, si riscontra una sensibilità nuovo dell’amministrazione capitolina per dare soluzioni strutturali al problema rifiuti. La Regione Lazio, come ha sempre fatto, è pronta ad aiutare la Capitale.

 

IL SACCO DI ROMA di Daniele Autieri collaborazione di Federico Marconi e Lorenzo Vendemiale Immagini di Carlos Dias, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Tommaso Javidi, Andrea Lilli, Alessandro Spinnato Montaggio Andrea Masella Grafiche Michele Ventrone

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mercoledì 15 giugno, ore 17:38. Roma brucia. Una nube di fumo nero si alza dagli impianti di Malagrotta che trattano i rifiuti della capitale e soffoca la città.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Arriviamo per primi sul posto, riusciamo a entrare all’interno dell’impianto e a raccogliere le testimonianze degli operai che hanno dato l’allarme.

DANIELE AUTIERI Ma i pompieri sono già arrivati da tanto?

OPERAIO MALAGROTTA Ma è dalle 5 e mezza che stiamo qua. Ha preso fuoco alle 5 e mezza, non si riesce a capire come ha preso fuoco da qua…

DANIELE AUTIERI Ma ha iniziato dal gassificatore?

OPERAIO MALAGROTTA Sì. DANIELE AUTIERI E come mai, non è spento quello?

OPERAIO MALAGROTTA Non lo so…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il fuoco ha incendiato prima la vasca di stoccaggio del rifiuto trattato, quindi si è spostato nel gassificatore chiuso da anni, allargandosi a uno dei due tmb, l’impianto di trattamento meccanico biologico che raccoglie migliaia di tonnellate di rifiuti.

OPERAIO MALAGROTTA Oh è pieno. Ieri stavo là a lavorare ed è pieno di spazzatura dentro. È gonfio di mondezza. Immagina che ci può stare là dentro… mamma mia.

 DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, lancia subito l’allarme. Vengono chiusi asili e scuole nel raggio di sei chilometri e ai cittadini viene richiesto di tenere le finestre serrate e di non accendere i condizionatori.

DANIELE AUTIERI Questa è brutta.

OPERAIO MALAGROTTA Questa è roba ambientale qua, eh …

OPERAIO MALAGROTTA È danno ambientale questo, è danno ambientale questo…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Queste sono le immagini registrate dalla troupe di Report appena due settimane fa all’interno dell’impianto di trattamento, lo stesso impianto che oggi è ridotto a un ammasso di macerie. La procura di Roma ha aperto un’inchiesta per capire se dietro l’incendio possa esserci la mano dell’uomo. Ma intanto la capitale piange e si prepara a vivere l’ennesima emergenza.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Un altro incubo. Ecco è successo che uno dei più grandi impianti di trattamento dei riifuti, quello di Malagrotta, brucia. Brucia e getta nel panico la Capitale. Che vive un’emergenza continua da quando è stata chiusa nel 2013 la discarica più grande d’Europa, quella che appartiene a Manlio Cerroni. Roma produce 5mila tonnellate di rifiuti al giorno, tuttavia i suoi amministratori non hanno dotata di quegli impianti per chiudere il ciclo dei rifiuti e renderla autonoma. Tutti i rifiuti vengono pretrattati e poi vengono inviati nelle discariche o negli inceneritori nelle altre Regioni, partono per lo più per l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Lombardia, nelle ultime ore anche il Piemonte. Ma viaggiano anche su nave, la monnezza di Roma arriva anche all’estero. I romani hanno pagato per questa deportazione dei rifiuti un prezzo salatissimo, negli ultimi 10 anni hanno pagato un miliardo di euro. Ma il sistema è talmente fragile che uno dei 4- 5 impianti di cui si serve oggi Roma abbia un problema, brucia, si inceppa, oppure viene fermato per motivi sanitari, allora la Capitale finisce nel panico. E accorrono a banchettare tra i rifiuti che traboccano dai cassonetti anche i cinghiali. Al di là del pessimo biglietto da visita nel mondo, questo sistema malato di rifiuti nuoce gravemente allo svolgimento della vita democratica della Capitale. È sufficiente che un fornitore decida o meno di ritirare l’immondizia, ha una sorta di potere di vita o di morte sul sindaco, può mettere in crisi un’intera giunta, soprattutto se in prossimità delle elezioni. I sindaci proprio per la mancanza di autonomia nella gestione dei rifiuti sono stati di volta in volta ostaggi di funzionari che vanno a braccetto con i signori delle discariche, con commercialisti che gestiscono impianti importanti della città ma che magari non rispondono al telefono quando c’è un’emergenza, o i signori che gestiscono le multi utility del nord, le municipalizzate che gestiscono i bruciatori, le grandi discariche, perché possono decidere se mandare o meno ai propri termovalorizzatori la monnezza della Capitale. Con un’inchiesta esclusiva il nostro Daniele Autieri svela il meccanismo che ha portato a questo sistema dell’emergenza, all’ombra della quale si consuma l’ennesimo sacco di Roma

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 21 aprile, nel giorno in cui Romolo fondò Roma, la città eterna celebra i suoi Natali. Come ogni anno, alle prime ore del mattino, i sindaci della Capitale omaggiano la Lupa e presenziano a una messa riservata nella cappella del Campidoglio.

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Auguri…

DANIELE AUTIERI Un rimpianto che ha come sindaco, una cosa che avrebbe voluto fare e che non ha fatto?

GIANNI ALEMANNO – SINDACO DI ROMA 2008-2013 Beh, certo le Olimpiadi che purtroppo Monti e tanta parte insomma della politica ci ha impedito di fare.

PIETRO GIUBILO – SINDACO DI ROMA 1988 - 1989 Il mio rimpianto non è per quello che non ho fatto ma per quello che non hanno fatto i miei successori.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I sindaci sfilano ai piedi di Marco Aurelio, l’imperatore illuminato, uomo di guerra ma anche di grandi visioni.

DANIELE AUTIERI Cosa augura a questa città nel giorno del Natale?

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Di avere una classe dirigente all’altezza della sua storia.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Solo un giorno prima, il 20 aprile, il sindaco Roberto Gualtieri aveva indetto un consiglio straordinario sul tema dei rifiuti.

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA – CONSIGLIO COMUNALE 20/04/2022 L’attuale assetto del ciclo dei rifiuti di Roma Capitale infatti vive in una dimensione di cronica e latente emergenza pronta a deflagrare ogniqualvolta uno dei suoi fragili sbocchi entri in difficoltà.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I rifiuti vengono stoccati alle porte di Roma e da qui inizia il loro lungo viaggio, un viaggio che supera i confini del Lazio e termina migliaia di chilometri più lontano. I camion li portano negli impianti di mezza Italia, i treni in Austria e Germania, le navi in Olanda, Grecia e Portogallo, dove gli scarti di Roma vengono usati per produrre energia e calore. Immagini girate all’interno della zona protetta del porto di Civitavecchia, ritraggono le balle di combustibile soleido che vengono caricate sulle navi portacontainer. Da qui prendono la via del Mediterraneo, attraversano lo Stretto di Gibilterra e risalgono l’Atlantico fino al porto di Setubal, il piccolo comune alle porte di Lisbona che ha dato i natali a Josè Mourinho. Un luogo alla fine del mondo, oltre le colonne d’Ercole, dove altri camion coprono l’ultimo miglio prima di riversare gli scarti di Roma dentro discariche e impianti come questi.

 DANIELE AUTIERI Si riesce a calcolare in assoluto quanti rifiuti Roma esporta fuori dalla regione?

MARCO LUPO – DIRETTORE GENERALE ARPA LAZIO Circa 700 mila tonnellate. DANIELE AUTIERI Ipotizzando un costo di…

MARCO LUPO – DIRETTORE GENERALE ARPA LAZIO Stiamo parlando di centinaia di milioni di euro…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Negli ultimi 50 anni nessun sindaco è riuscito a rendere la città autonoma nella gestione dei suoi rifiuti. Ci prova adesso Roberto Gualtieri, che proprio nel corso del consiglio straordinario annuncia la sua ricetta per salvare Roma.

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA – CONSIGLIO COMUNALE 20/04/2022 Abbiamo deciso di dotarci di un nuovo impianto per la valorizzazione energetica dei rifiuti che produca calore ed energia e che ci consenta di raggiungere l’obiettivo ambizioso ma possibile di zero discariche.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A duecento giorni dall’elezione di Gualtieri, Malagrotta brucia e la capitale d’Italia è di nuovo sommersa dai rifiuti. Prigioniera di un sistema malato dove ogni emergenza rischia di mandare in tilt la città.

DANIELE AUTIERI Quando lei arriva in Campidoglio qual è la situazione dei rifiuti che trova?

 ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA Una situazione insostenibile e vorrei dire vergognosa, inaccettabile, non solo perché la città è sporca, ma perché l’intero sistema è sull’orlo del collasso costantemente. Gli ultimi impianti che sono stati fatti a Roma risalgono al 2001 fatti dal commissario per il Giubileo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il primo ottobre del 2013 il banco salta. Malagrotta, la grande pancia dei rifiuti di Roma, chiude per sempre. L’Unione europea obbliga l’Italia a dire addio alla discarica più grande d’Europa, la creatura di Manlio Cerroni, il patron dei rifiuti del Lazio.

DANIELE AUTIERI Quanto è stato diseconomico questo sistema negli ultimi dieci anni, no, dalla chiusura di Malagrotta?

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA I costi dello spreco di risorse dei cittadini che sono stati buttati per pagare a carissimo prezzo il fatto di mandare i nostri rifiuti in giro, sono costi altissimi.

DANIELE AUTIERI Il 30 settembre del 2013 lei annuncia la chiusura di Malagrotta. Lei avvisò Manlio Cerroni, il proprietario di Malagrotta, della sua decisione?

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Assolutamente sì, lo convocai. Mi fece un discorso che ricordo ancora oggi. Mi disse: sindaco, io le faccio lo stesso discorso che ho fatto a tutti quelli che sono stati qua prima di lei, a tutti, proprio a quelli… e disse, pure quelli che ce li metteva Andreotti.

DANIELE AUTIERI Tutti i sindaci?

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Sì. E dico: mi dica avvocato. Guardi, lei c’ha tanti problemi, ma lasci che della monnezza me ne occupi io. Vedrà che lei non se ne pentirà.

DANIELE AUTIERI Allora lei parlò della sua decisione con Zingaretti?

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 La decisione non fu propriamente condivisa perché diciamo Nicola Zingaretti non voleva essere coinvolto in questa decisione. Io cercai il Presidente della Regione o il suo capo di gabinetto per dire: la decisione ormai è presa, procediamo. E quella sera nessuno rispose.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel giugno del 2014 Marino nomina Catia Tomasetti presidente di Acea, la multiutility energetica quotata in Borsa e controllata al 51 per cento dal Comune di Roma. Il sindaco punta a trovare un’integrazione tra Ama, la municipalizzata dei rifiuti, e Acea per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti di Roma.

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Disegnammo un piano che portasse il raddoppio della capacità dell’inceneritore di Colleferro, e avremmo potuto smaltire in impianti di proprietà di Roma i rifiuti di Roma invece di spedirli a 250 euro a tonnellata nelle aziende del nord.

DANIELE AUTIERI Cosa successe?

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Lo presentammo in Campidoglio con i vertici di Acea, i vertici di Ama al presidente della Regione Lazio, il presidente mostrò grande interesse ma alla proposta scritta di Acea credo che non abbia mai risposto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Questo è il progetto inviato da Acea alla Regione Lazio. Un progetto che avrebbe permesso alla società Lazio Ambiente, da sempre in perdita, di rilanciare l’inceneritore di Colleferro, da sempre fermo. Un progetto che prevedeva un investimento di oltre 80 milioni di euro senza costi per le istituzioni. Eppure, incredibilmente, quelle carte finiscono nelle sabbie mobili della burocrazia.

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 Il presidente della regione mi disse: l’ho mandato all’anticorruzione. Come l’hai mandato all’anticorruzione? E sono andato da Raffaele Cantone, il quale poi disse: beh in effetti non mi pare che ci siano elementi per immaginare…

DANIELE AUTIERI Una corruzione…

IGNAZIO MARINO – SINDACO DI ROMA 2013-2015 E però così sì, andò così…

DANIELE AUTIERI Voi avete Colleferro, non poteva essere rilanciato quello?

NICOLA ZINGARETTI – PRESIDENTE REGIONE LAZIO No, no, perché quella ormai c’è una chiusura addirittura tombale. E poi ripeto il tema è l’autosufficienza della Capitale, debbo dire che intorno alla Capitale c’è stata anche una grande generosità perché…

DANIELE AUTIERI Troppa dice…

NICOLA ZINGARETTI – PRESIDENTE REGIONE LAZIO No, no, troppa no, però è un dato che mentre i sindaci, eccetto Roberto, della Capitale dicevano: va tutto bene. Alla fine, la storia è stata che Roma ha intasato le discariche di tutto il Lazio

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 30 ottobre del 2015 26 consiglieri comunali consegnano le dimissioni e Marino è costretto a lasciare il Campidoglio. Senza spinta politica il progetto di Acea finisce in un cassetto. La spazzatura in città, intanto, esplode.

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE AMA 2014-2016 L’azienda era una società che ogni giorno doveva aveva a che fare con fornitori plurimi per cercare di collocare i rifiuti che non poteva più portare a Malagrotta. Ricordo che già in quel periodo insomma ricevevamo forniture da 8 Regioni italiane e 55 diversi impianti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Senza la sua discarica e priva di impianti alternativi, l’unica soluzione è anche quella più pericolosa: affidare il futuro della città agli impianti di trattamento meccanico biologico, i tmb.

MARCO LUPO – DIRETTORE ARPA LAZIO Nel Lazio nel 2020 sono stati destinati a impianti di trattamento meccanico biologico o meccanico più di un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti, invece nelle Regioni Lombardia, Veneto, Emilia stiamo parlando di quantità inferiori alle 400mila tonnellate.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le altre Regioni destinano ai tmb meno rifiuti perché sono dotate di impianti di smaltimento come termovalorizzatori o biodigestori. I tmb sono infatti impianti intermedi nel senso che non smaltiscono rifiuti, ma dividono carta, plastica e altri materiali dal rifiuto organico che poi dovrà essere comunque inviato in discarica o verso altri impianti finali. Fino al 2018 a Roma i principali sono quattro: due di proprietà di Ama, e dunque del Comune, al Salario e a Rocca Cencia, gli altri due a Malagrotta, delle società che fanno capo a Manlio Cerroni.

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE AMA 2014-2016 Con gli impianti di trattamento si arriva al cancello e bisogna aspettare che la fossa sia in grado di ricevere i rifiuti. Quando accade che si rompe un granchio, uno di questi attrezzi, si inceppa un nastro, salta un bullone, nel vaglio si trova un materiale che inceppa il meccanismo…

DANIELE AUTIERI Si blocca tutto…

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE AMA 2014-2016 Ecco che tutto il processo viene rallentato…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’11 dicembre del 2018 prende fuoco il tmb del Salario di proprietà di Ama. L’incendio divampa in pochi istanti e una nuvola di fumo nero copre per ore l’area Nord della città.

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Ci svegliamo la mattina con il notiziario che apre proprio tutte le pagine, tutti i giornali, tutte le televisioni, per cui ci precipitiamo in loco e cerchiamo di fare un po’ la conta dei danni. Capiamo da subito che si è aperta una crisi enorme, che probabilmente lascerà l’impianto Salario definitivamente inutilizzabile.

DANIELE AUTIERI Lei ha sempre sostenuto l’ipotesi del sabotaggio o del presunto sabotaggio di questo impianto, perché?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Abbiamo chiesto quali potessero essere le cause e essendo stata esclusa l’autocombustione dei rifiuti e avendo visto che in quel momento casualmente le telecamere di controllo del bacino e della vasca erano fuori uso, alcune deduzioni sono state chiaramente non fatte da noi, ma relative al fatto di un intervento esterno.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’inchiesta della Procura di Roma si chiude riconoscendo che dietro il rogo che ha bruciato 3mila tonnellate di rifiuti da un lato c’è la negligenza nella gestione dell’impianto, ma dall’altro la responsabilità dell’uomo. Ma nessun colpevole viene individuato.

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE AMA 2014-2016 Il fatto che fosse venuto meno ha costretto ovviamente l’azienda pubblica a mettere sul mercato altre 155mila tonnellate, quindi come dire, qualcuno c’ha guadagnato

DANIELE AUTIERI Dopo il rogo voi siete tornati di nuovo a chiedere aiuto alla Regione Lazio?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Immediatamente, lo stesso giorno, certo. Perché avevamo bisogno in tempi rapidissimi, 24, 48, 72 ore di trovare, di avere la necessità di trovare lo sbocco per poter trattare un quarto dei rifiuti di Roma.

DANIELE AUTIERI La risposta della Regione quale è stata?

DANIELE AUTIERI Così, questa è stata? VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Diciamo che c’è voluto del tempo, mettiamola così.

DANIELE AUTIERI La Raggi anzi oggi ci dice: però la Regione non ci aiutò allora, ritardò tantissimo a trovarci degli sbocchi…

NICOLA ZINGARETTI – PRESIDENTE REGIONE LAZIO Ciao a tutti vi voglio bene

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 24 marzo del 2019 va a fuoco anche il secondo tmb pubblico di Roma, quello di Rocca Cencia, ma le cause del rogo non sono state ancora chiarite. Poco più di un anno dopo, il 29 luglio del 2020, il Gip lo sequestra. L’indagine nasce da un accesso dell’Arpa che rileva gravissime inadempienze nella gestione dell’impianto.

MARCO LUPO – DIRETTORE GENERALE ARPA LAZIO I rifiuti che vengono conferiti presso i tmb e i tm sono ricchi di frazione organica che dovrebbe essere stabilizzata per poter essere conferita in discarica e che invece veniva stabilizzata in modo non adeguato.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il tribunale affida a quel punto la gestione di Rocca Cencia a Luigi Palumbo, lo stesso commercialista nominato nel 2018 amministratore straordinario di Malagrotta. Palumbo ci apre le porte di Malagrotta. Pur essendo un pubblico ufficiale, il commercialista che da quasi cinque anni gestisce per conto del tribunale la cittadella della mondezza non vuole parlare con noi. Proviamo allora a cercare Luigi Palumbo nella sede napoletana del suo studio indicata all’interno del curriculum depositato al tribunale, dove però il nome del commercialista non compare. E nessuno risponde al citofono.

DANIELE AUTIERI Sì buongiorno, sono Daniele Autieri di Report, la stavamo cercando perché le volevo fare alcune domande su Malagrotta

LUIGI PALUMBO – AMMINISTRATORE GIUDIZIARIO MALAGROTTA Io faccio l’amministratore giudiziario quindi non è che rilasciamo interviste. Le interviste le lasciamo fare ai politici… noi siamo operativi, cerchiamo di far funzionare le cose al meglio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il commercialista Palumbo oltre gli impianti amministra la discarica di Malagrotta. Sotto queste colline coperte di sterpaglie ribollono 30 anni di rifiuti di Roma. Per la bonifica della discarica il 21 febbraio scorso il governo Draghi nomina commissario straordinario il generale di brigata Vadalà. Il commissario si mette al lavoro ma dai pozzi che dovrebbero raccogliere il gas degli scarti in decomposizione viene fuori una verità inquietante. Il 22 marzo scorso il generale invia alla procura di Roma una informativa riservata nella quale segnala “cointeressenze e collegamenti tra Manlio Cerroni e la criminalità organizzata, anche con soggetti oggi attivi nei cantieri di bonifica”.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora il generale Vadalà aggiunge anche: «Appare importante che chi ha fatto affari grazie ai rapporti con soggetti contigui alla criminalità organizzata, non possa accedere agli appalti per bonificare i territori che ha contribuito ad inquinare. Manlio Cerroni a noi ha smentito categoricamente qualsiasi rapporto con la criminalità organizzata e noi fino a prova contraria gli crediamo. Quello che è indubbio è che Manlio Cerroni ha avuto un ruolo ancora importante anche dopo la chiusura della sua discarica sulle politiche della gestione dei rifiuti a Roma, grazie ai due impianti che sono sempre a Malagrotta di Tmb, trattameno meccanico biologico dei rifiuti. Hanno avuto un ruolo importante soprattutto dopo che hano preso fuoco quelli appartenenti al pubblico, incendi che si sospetta essere dolosi. Ora però nel 2018 a causa di problemi sanitari con il percolato è stata sequestrata la discarica di malagrotta e anche tutta l’area dove c’erano dentro i due impianti, sono stati affidati nella gestione a un commercialista di Napoli, Luigi Palumbo. Questo signore ha avuto un ruolo importante perché poi è stata anche affidata la gestione di un altro tmb, quello di proprietà pubblica di Ama, a Rocca Cencia. Questo per dire che in sintesi negli ultimi 5 anni la gestione di gran parte degli impianti di Roma, quelli più importnati, è stata affidata a un commercialista di Napoli, che ha la sede a Napoli, ma non ha il nome sul citofono. Noi ci domandiamo solo se è il professionista giusto per affidare un settore così fragile e delicato e strategico come quello dei rifiuti della Capitale. I sindaci hanno avuto le loro responsabilità perché non hanno mai dotato la città di impianti che la rendessero autonoma. Negli anni sono diventati ostaggio di quei funzionari che erano legati ai signori delle discariche, a quei professionisti che non rispondevano al telefono quando c’era l’emergenza, a quei fornitori che trasportavano presso i propri termovalorizzatori e discariche i rifiuti. Questo poi ha inciso sulla vita democratica della città? Ce lo chiediamo perché è sufficiente che un fornitore a cui magari non è simpatico un certo sindaco, dica che il suo impianto è guasto, che c’è qualche problema, non raccoglie l’immondizia per tre giorni, con chi se la prendono poi i cittadini?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nell’autunno del 2017 Roma è di nuovo sommersa dalla spazzatura. Alle 16,15 del 21 novembre Luigi Palumbo, commissario di Malagrotta e gestore degli impianti di Cerroni, comunica ai dirigenti di Ama che ridurrà la quantità di rifiuti gestiti nei Tmb della Colari. La decisione spiazza i manager della municipalizzata che inviano alla guardia di finanza un prospetto che ricostruisce l’impatto su Ama. Da un momento all’altro gli impianti gestiti dal tribunale trattano 1.500 tonnellate in meno alla settimana dei rifiuti di Roma.

DANIELE AUTIERI Se lo ricorda quel momento?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Purtroppo sì. E mi ricordo che anche in quell’occasione abbiamo chiesto alla Regione di supportarci, aiutarci per cercare degli sbocchi in, come dire, in tempi molto molto rapidi per evitare criticità all’interno della città.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Oltre che ad Ama, Palumbo si nega anche all’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Pinuccia Montanari. In una lettera riservata del 30 novembre del 2017 la Montanari scrive a Palumbo segnalando di aver tentato di chiamarlo circa 20 volte senza ricevere alcuna risposta.

DANIELE AUTIERI Ma non le sembrò trano il fatto che un pubblico ufficiale nominato dal Tribunale crease un problema del genere al Comune di Roma, poi di fatto?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Posso non rispondere?

DANIELE AUTIERI Perché avete ridotto di colpo le quantità accettate nei Tmb di Malagrotta senza avvisare il Comune di Roma?

LUIGI PALUMBO – AMMINISTRATORE GIUDIZIARIO MALAGROTTA Non mi ricordo questa cosa qua. Queste situazioni capitano costantemente… ma siamo sempre in linea… ci sono spesso dei problemi.

DANIELE AUTIERI Però la Raggi dice che Roma aveva bisogno di sbocchi e che voi, diciamo, non siete stati proprio collaborativi…

LUIGI PALUMBO – AMMINISTRATORE GIUDIZIARIO MALAGROTTA Ne hanno dette tante, l’importante è che siamo sempre qua al servizio della città di Roma. Capitano delle emergenze, del momento, poi vengono superate.

DANIELE AUTIERI Lei interloquì con la Montanari su questo?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Chiaramente sì. Però, insomma, non potevo far altro che cercare appunto di sollecitare una soluzione, una risposta da parte del commissario e poi rivolgermi anche insomma alla Regione.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il Comune chiede allora aiuto alla Regione Lazio. Una richiesta urgente che viene sostenuta anche dalla sindaca Virginia Raggi con una lettera riservata del 22 novembre del 2017 inviata al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

DANIELE AUTIERI La risposta le arrivò?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 No. Non mi pare.

DANIELE AUTIERI Nessuna risposta?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Non mi pare.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Regione nega totalmente la versione della Raggi e anzi ribadisce di aver aiutato in più occasioni Roma siglando accordi interregionali per portare i rifiuti della capitale in Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo. Intanto il 22 novembre del 2017 il fascicolo finisce nelle mani del dirigente preposto: Flaminia Tosini, che incontra il direttore operativo di Ama e l’assessore all’Ambiente del Campidoglio. Ecco come ricostruisce la vicenda un dirigente della municipalizzata dei rifiuti.

MANAGER AMA C’è stato quell’incontro in Campidoglio con l’Assessore e il direttore per intercettare Tosini però anche lì c’è stato un muro davanti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Flaminia Tosini dovrebbe essere un arbitro nel gioco dei rifiuti. E invece secondo la Procura di Roma la donna non solo ha un ruolo attivo, ma gioca per la squadra di Walter Lozza, il proprietario della Mad, la società che controlla un’altra discarica, quella di Roccasecca.

MANAGER AMA La Mad di Lozza gestisce la discarica di Roccasecca, quella che sarebbe dovuta diventare la nuova discarica di Roma dopo Malagrotta.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 16 marzo del 2021 Valter Lozza e Flaminia Tosini vengono arrestati. Secondo i giudici di Roma la dirigente della Regione avrebbe favorito le società di Valter Lozza in cambio di soldi e regali. Una verità ancora sconosciuta al momento della crisi del 2018 quando l’unica soluzione che si prospetta per ripulire la città è portare ancora una volta i rifiuti lontano. Il 23 febbraio di quell’anno l’Ama indice una prima gara per il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti fuori dai confini regionali con un importo a base d’asta di 105 milioni di euro.

MANAGER AMA Roma era nel caos e quindi avevamo strutturato quel bando perché fosse assegnato in tempi brevi. Eppure nessuno si è presentato. DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 9 luglio la società del Campidoglio allora guidata dall’amministratore delegato Lorenzo Bagnacani indice una nuova gara. Rispetto al primo bando l’importo complessivo a base d’asta sale e raggiunge i 188 milioni di euro. Ma anche stavolta nessun operatore risponde alla chiamata e la gara va deserta.

MANAGER AMA La seconda gara è stata una gara da 200 milioni di euro e anche quella volta non s’è presentato nessuno.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 6 aprile del 2018 Lorenzo Bagnacani invia un primo esposto all’Anticorruzione e all’Autorità garante della concorrenza e del mercato segnalando l’anomalia delle gare andate deserte, al quale segue il 25 settembre un secondo esposto, inviato dopo che nessuna offerta arriva per la gara da 188 milioni di euro.

DANIELE AUTIERI Secondo lei c’è una regia rispetto al fatto che Roma sia rimasta senza impianti tutti questi anni?

LORENZO BAGNACANI – AD E PRESIDENTE DI AMA 2017-2019 Uno può chiedersi: stante così la situazione c’è qualcuno che ci guadagna? Sono tutti gli impianti a cui vengono portati i rifiuti.

DANIELE AUTIERI Nel 2018 lei venne cacciato per non aver predisposto un piano industriale. È così? L

ORENZO BAGNACANI – AD E PRESIDENTE DI AMA 2017-2019 Io feci un piano industriale che prevedeva 13 impianti di diverso valore ma che avrebbero portato Roma nell’economia circolare, perché con questi impianti avremmo creato la totale autosufficienza di Roma.

DANIELE AUTIERI Lei se non sbaglio cambia quattro assessori ai rifiuti e otto amministratori di Ama. Erano veramente tutti così incompetenti?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Mettiamola così, io credo sia fondamentale approvare i bilanci veritieri e corretti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel febbraio del 2019 Virginia Raggi revoca il mandato a Lorenzo Bagnacani e il suo piano industriale rimane lettera morta

LORENZO BAGNACANI – AD E PRESIDENTE DI AMA 2017-2019 Ma è possibile che il bacino che ha la maggior quantità di produzione dei rifiuti per numerosità di popolazione, non sia dotato degli impianti necessari per gestire queste 5 mila tonnellate al giorno che diventano 1 milione e 700 mila tonnellate all’anno di rifiuti?

DANIELE AUTIERI Certo…

LORENZO BAGNACANI – AD E PRESIDENTE DI AMA 2017-2019 Capisce che c’è qualcosa proprio di molto singolare dove ogni interrogativo è lecito.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Bagnacani e i suoi avevano scoperto che quella delle gare deserte è una prassi ricorrente per i rifiuti di Roma. E aveva colpito anche un altro amministratore di Ama: Daniele Fortini.

 DANIELE AUTIERI Nel 2015 in Ama indice quattro o cinque gare per il trasporto e il trattamento che vanno deserte. S’è fatto una domanda su questo?

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DI AMA 2014-2016 Erano tanti soldi, erano come dire soldi certi, perché Ama è stato sempre un eccellente pagatore, proprio perché aveva necessità, doveva garantirsi la sicurezza che i rifiuti fossero evacuati.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Per l’ex manager di Ama le grandi municipalizzate del Nord non partecipavano pubblicamente alle gare per trattare i rifiuti della Capitale per evitare imbarazzi politici a chi le amministrava.

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DI AMA 2014-2016 Partecipare a una gara in modo evidente significava dire ai propri cittadini, di Bologna, piuttosto che di Milano o di Torino, guardate che noi prenderemo i rifiuti di Roma e ce li porteremo in casa. E questo immediatamente avrebbe scatenato in quei territori la disapprovazione pubblica.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Un documento interno all’azienda elenca alcune delle più importanti gare andate deserte negli ultimi anni. La maggior parte di queste aveva come precedente fornitore il colosso Hera Ambiente, la multi-utility da 10 miliardi di euro controllata dai Comuni del Nord, a partire da quello di Bologna.

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DI AMA 2014-2016 Non partecipavano alle gare, però il servizio lo svolgevano, perché magari c’era stata una gara in precedenza che poteva essere in continuità, ovvero la gara ponte, ovvero il quinto d’obbligo che consente di poter maggiorare del 20 per cento gli importi precedenti, eccetera, eccetera…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Niente gare, quindi, ma rinnovi di contratto e proroghe. Una prassi che si ripeteva da anni indipendentemente dal colore della giunta che guidava la Capitale e che aveva come protagonisti sempre le stesse aziende, a partire proprio dalla multi-utility emiliana.

DANIELE AUTIERI Cosa successe allora?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 Abbiamo se non vado errato presentato un esposto sia all’autorità dell’Antitrust sia alla Procura della Repubblica per capire se ci fosse qualche irregolarità o se le imprese avessero fatto cartello.

DANIELE AUTIERI Perché non era la prima volta che succedeva questo?

VIRGINIA RAGGI – SINDACA DI ROMA 2016-2021 No, no. Poi credo che Ama comunque per risolvere chiaramente il vuoto che si era creata utilizzò un meccanismo previsto dalla legge che è quello in caso di gara deserta di procedere a trattativa privata, evidentemente per evitare di incorrere in un’interruzione di pubblico servizio.

DANIELE AUTIERI I sindaci sono stati o sono sotto scacco di fattori esterni che non dipendono da loro?

DANIELE FORTINI – PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DI AMA 2014-2016 È evidente che domani dovesse succedere che i fornitori, quelli che ti prendono oggi i rifiuti da smaltire nelle discariche o negli inceneritori in Italia, dovessero decidere: questo sindaco non ci piace. Basta dire che l’impianto ha avuto un guasto tecnico, basta dire che c’è stato uno scioperetto, per tre quattro giorni non ti prendono i rifiuti di Roma. Roma resta sommersa dei rifiuti e i cittadini con chi se la riprendono?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Con il sindaco. Tra i soggetti che decidono ci sono i signori delle discariche, quelli degli impianti, a volte coincidono nella stessa persona, poi c’è il commercialista Palumbo, sede a Napoli, nominato dal tribunale di Roma, che deve esssere talmente appassionato al problema dell’emergenza rifiuti a Roma che non ricorda neanche quando non rispondeva che lo chiamava l’assessore. Poi ci sono i signori delle multiutility del nord, come A2A, che è controllata dal Comune di Milano e Brescia, azionista è stato in passato anche Matteo Salvini. Poi c’è il gruppo Iren, che è controllato dal Comune di Genova, ha un termovalorizzatore in Piemonte, adesso stiamo spedendo i rifiuti anche là. Poi c’è Hera, primo azionista il Comune di Bologna, opera in 265 comuni, fornisce servizi a 4 milioni di cittadini, ha un fatturato di 10 miliardi di euro, la maggioranza è controllata da alcuni comuni del Nord. Hera con noi non ha voluto parlare, ha detto rivolgetevi al nostro cliente se avete delle necessità. Però hera ha gestito per anni i rifiuti attraverso la proroga di vecchie gare, tranne l’ultima di febbraio 2022 che si è aggiudicata insieme ad altre imprese. Però questo ha consentito di portare dei vantaggi, lo dice la stessa Antitrust, le aziende che hanno lavorato in emergenza hanno sicuramente avuto delle condizioni vantaggiose, però il fatto che non si presentassero alle gare non c’è prova che ci fosse alla base un cartello. Adesso c’è il sindaco Gualtieri, è stato nominato commissario straordinario per il Giubileo 2025 dal governo Draghi e ha dei poteri per andare in deroga. Può finalmente dotare Roma degli impianti che servono, compreso un termovalorizzatore, perché non ha bisogno di attendere una risposta dalla Regione del presidente Zingaretti. Prima però c’è da fare i conti con alcuni impianti che guarda caso sono dei soliti noti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Parliamo dell’emergenza rifiuti a Roma. Tutti i sindaci che si sono succeduti hanno avuto una responsabilità di non dotare Roma di quegli impianti necessari a renderla autonoma nella gestione dei rifiuti. È un bacino che produce nel Lazio più rifiuti di tutti: 5mila tonnellate al giorno, un totale di 1 milione e 700mila tonnellate all’anno. La Raggi prevedeva di raggiungere il 70% della raccolta differenziata, non ci è riuscita, la conseguenza è che questa valutazione sbagliata ha impattato negativamente sul piano regionale dei rifiuti, nella valutazione dei rifiuti da smaltire. Ora il sindaco Gualtieri ha il potere del commissario straordinario: gli è stato conferito da Draghi per il Giubileo del 2025, può costruire gli impianti e il termovalorizzatore, anche se il piano regionale dei rifiuti del Lazio non lo prevede. Intanto per sanare l’emergenza, in attesa della costruzione dei nuovi impianti, ci sono gli impianti dei soliti noti

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A Guidonia Montecelio, un piccolo Comune a venti chilometri della Capitale, Manlio Cerroni ha realizzato un altro impianto di trattamento meccanico biologico che è fermo da anni.

DANIELE AUTIERI Perché questo impianto è chiuso?

GIOVANNI BERNARDINI – AMMINISTRATORE UNICO AMBIENTE GUIDONIA SRL L’impianto è autorizzato, ha tutte le carte in regola per poter partire anche domani ma purtroppo noi non riusciamo a ottenere condizioni minime di accessibilità all’impianto per quanto riguarda lo stato di manutenzione della via di accesso dell’unica strada di accesso all’impianto che è via dell’Inviolata.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Questa è via dell’Inviolata, nonostante l’aspetto si tratterebbe di un‘area protetta e il progetto di riqualificazione presentato da Cerroni è fermo nelle paludi burocratiche tra Sovrintendenza e l’ordinanza del Comune di Guidonia che vieta il transito ai veicoli.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le paludi burocratiche sono forse il minore dei problemi per l’impianto. La società Guidonia Ambiente che fa capo al gruppo Cerroni risulta infatti partecipata al 39,6 per cento dalla Pontina Ambiente, azienda oggetto di ben due interdittive antimafia. Quando il 18 ottobre del 2021 Roberto Gualtieri viene eletto sindaco di Roma il Tmb di Guidonia è ancora fermo. Poche settimane dopo, il 3 febbraio del 2022, Ama assegna la nuova gara per il trasporto e il trattamento dei rifiuti di Roma fuori dai confini della Regione. Due lotti entrambi aggiudicati ad un raggruppamento di imprese guidato da Hera Ambiente.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’8 giugno scorso la società Rida Ambiente controllata da Fabio Altissimi annuncia la chiusura per dieci giorni dell’impianto di Aprilia per manutenzione. E la città trema.

DANIELE AUTIERI La notizia della chiusura per manutenzione per dieci giorni ha gettato nel panico la città di Roma

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Sostanzialmente Roma è già immersa nei rifiuti. È difficile poter attribuire a Rida Ambiente o al presidente di Rida Ambiente che Roma è in questo caos.

DANIELE AUTIERI Questo impianto quanti rifiuti tratta o quanti ne potrebbe trattare?

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Diciamo che questo impianto potrebbe trattare 409 mila tonnellate l’anno.

DANIELE AUTIERI Quanti ne trattate in realtà?

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Nel 2018 ne ho trattati 290 mila, nel 2019 315 mila, nel 2020 185 mila, nel 2021 176 mila e nel 2022 fino a ieri 91 mila

DANIELE AUTIERI No, aspetti, mi scusi, la città è invasa dai rifiuti e voi qui state a mezzo servizio praticamente?

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Questo purtroppo non dipende da noi, come le ripeto, noi abbiamo fatto più volte richiesta alla Regione Lazio di darci la disponibilità di alcune discariche.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Secondo Altissimi, la Regione Lazio ostacola i conferimenti di Rida nelle discariche laziali e soprattutto non autorizza la società a realizzare impianti che le permettano di chiudere il ciclo dei rifiuti. Ma la Regione risponde all’imprenditore ricordando che le autorizzazioni possono essere concesse in base alla compatibilità delle richieste con la legge e non in modo discrezionale. Nonostante questo Altissimi ha presentato nei giorni scorsi un esposto alla presidenza del Consiglio nel quale chiede il commissariamento della Regione.

DANIELE AUTIERI Di fatto avete posto al governo una questione di discriminazione, possiamo dire?

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Non capiamo cosa facciamo di male. Se lei ha visitato tutti gli altri impianti si renderà conto di quale impianto sta parlando.

DANIELE AUTIERI Lei è un simpatizzante di Giorgia Meloni?

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE No.

DANIELE AUTIERI No, ha finanziato Fratelli d’Italia…

FABIO ALTISSIMI – PRESIDENTE RIDA AMBIENTE Assolutamente no, se si riferisce ai bilanci che sono usciti, non so, tre anni fa, quattro anni fa, forse per mille euro, cinquecento euro, dovrebbe vedere anche noi finanziamo 150 mila euro per le squadre di calcio dei bambini tutti gli anni…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Bruciata Malagrotta, Gualtieri ha deciso che una parte dei rifiuti prima trattati in quei Tmb finiranno all’impianto di Aprilia di Fabio Altissimi. Per il sindaco la soluzione allo stallo rimane comunque la costruzione di un termovalorizzatore, un maxi impianto capace di bruciare 600 mila tonnellate di rifiuti ogni anno progettato su ispirazione di quello realizzato a Bolzano e in molte capitali europee.

DANIELE AUTIERI La domanda che molti si fanno oggi è: dove sorgerà questo termovalorizzatore, c’è una risposta?

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA Siamo orientati per gli impianti a aree industriali, quindi non vicino a centri abitati.

DANIELE AUTIERI Santa Palomba può essere una possibilità?

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA Come le ho detto annunceremo il luogo dove ci sarà questo come gli altri impianti quando avremo completato il lavoro istruttorio.

DANIELE AUTIERI È un po’ una sconfessione di questo piano? Diciamo di quello… delle soluzioni che la Regione Lazio vedeva per la città di Roma?

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA Intanto il piano regionale prevede il termovalorizzatore di San Vittore che c’è, quindi non stiamo parlando di sì o no a una tecnologia, ma di una dimensione di mix e di quantità. E il piano regionale è stato anche condizionato dai dati sbagliati che Roma Capitale ha dato alla Regione.

DANIELE AUTIERI Non crede che il piano regionale dei rifiuti sia inadeguato, che in qualche modo manchi qualcosa?

NICOLA ZINGARETTI – PRESIDENTE REGIONE LAZIO Il piano regionale dei rifiuti è stato fatto su delle previsioni di raccolta differenziata che Roma non ha mai rispettato. Parlo da testimone oculare, io sono presidente da nove anni e Roma ha avuto cinque amministrazioni in nove anni, questo ha pesato tantissimo in maniera drammatica. Io sono d’accordo con Gualtieri, perché per la prima volta si prende atto che ci vuole una soluzione radicale.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mentre politici, cittadini e associazioni restano intrappolati nel dibattito sul termovalorizzatore, un esercito di 23 mila cinghiali attratti dai rifiuti invade Roma e porta la peste suina in città.

DANIELE AUTIERI Questo arrivo dei cinghiali, la peste suina… quanto conta, diciamo, lo stato in cui la città è arrivata e che cosa intende fare su questo?

ROBERTO GUALTIERI – SINDACO DI ROMA Sicuramente a Roma il fatto di avere avuto la città sporca per molto tempo, questo ha prodotto un aggravante, poi c’è anche una caratteristica di Roma che è una città col verde, è una città unica da questo punto di vista, ha parchi che arrivano fino all’interno della città.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Sporca e disincantata, Roma si affida ai romani. Decine di associazioni e migliaia di cittadini rispondono all’invito del Comune e scendono in strada per prendersi cura della propria città.

VOLONTARIA RETAKE Persone di tutte le età collaborano per mandare un messaggio, cioè quello di pulire la nostra città e fare qualcosa effettivamente per il nostro ambiente, la nostra comunità.

VOLONTARIA RETAKE DUE Io provo rabbia, e anche tristezza. Perché una città così bella abbandonata all’incuria è deprimente, quindi mi viene voglia di svegliarmi la mattina e dire: faccio qualcosa per la mia città. La amo talmente tanto da dire: oggi voglio aiutarla.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La storia dei cinghiali è finito sotto la statua di Pasquino, che serviva ai romani per denunciare i mali della città che affliggevano Roma. Ora Gualtieri ha il compito di rendere meno sporca e più presentabile la città in occasione del Giubileo 2025. Ha soprattutto la possibilità di liberare gli amministratori, anche quelli futuri, dall’essere ostaggi di chi raccoglie la monnezza a Roma. Ne va della vita democratica della Capitale. Può costruire impianti, anche il termovalorizzatore, un affare da miliardi, sul quale hanno messo gli occhi la società misto pubblico-privata di Roma, Acea, poi la solita Hera, la multiutility del nord A2a, controllata dai comuni di Milano e Brescia, che aveva presentato nel 2020 il progetto di un termovalorizzatore a Tarquinia, che fu bocciato dalla conferenza di servizio perché non era previsto dal piano regionale. Chissà che non lo presentino a Gualtieri adesso. Il termovalorizzatore di ultima generazione che ha in mente Gualtieri dovrebbe bruciare 600mila tonnellate di rifiuti indifferenziati l’anno, poco più di un terzo di quello che produce la città, quindi è meglio che Gualtieri cominci a pensare fin da adesso a delle robuste alternative. Magari anche incrementare la raccolta differenziata. In attesa di questi impianti Roma sta inviando rifiuti anche in Piemonte e presso lo stabilimento di Aprilia. Ma questo viaggio costerà il 5% in più. È stata infatti approvato l’aumento dalla giunta Zingaretti dell’addizionale al 5% proprio per quei Comuni che smaltiscono i rifiuti fuori dal proprio territorio. Insomma, i rifiuti sono una grande risorsa, se la si butta è perché la si produce laddove manca qualcuno che ha l’immaginazione per trasformarla in un beneficio per tutti

 Luca Monaco per roma.repubblica.it il 18 giugno 2022.

Nella prima ora del maxi-rogo che mercoledì pomeriggio ha avvolto il Tmb 2 di Malagrotta sono arrivati sul posto soli due mezzi e 10 uomini dei vigili del fuoco: dotazioni tecniche e personale che abitualmente vengono impiegati per estinguere l'incendio di una villetta di periferia, la decina di auto che non di rado vengono date alle fiamme dai piromani di quartiere. Insomma, con un dispiegamento adeguato di forze la storia sarebbe andata diversamente, la città non sarebbe stata appesa per 48 ore alle rilevazioni dell'Arpa Lazio per capire la reale portata dell'impatto ambientale dell'incendio.

Nessuno mette in discussione l'altissima professionalità dei vigili del fuoco di Roma. "Con una dotazione adeguata di uomini e mezzi - denuncia Costantino Saporito, sindacalista dell'Usb dei vigili del fuoco - il rogo poteva essere completamente controllato in tre ore e nell'arco di 10 ore l'intervento poteva essere concluso. Invece stiamo ancora smassando, muovendo i rifiuti, che le braci calde alla base del Tmb continuano a incendiare".

Cosa non ha funzionato nella macchina dei soccorsi è annotato sul registro delle partenze della sala operativa dei vigili del fuoco del comando provinciale di Roma. 

L'incendio, secondo una prima ricostruzione dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe), è divampato alle 17.20, quando gli operai hanno visto le prime fiamme. Chiamano il 112, che smista l'allerta in simultanea a tutti gli organi preposti: la prima squadra dei vigili del fuoco a partire alla volta di Malagrotta, alle 17.40, è la 8/a, che arriva sul posto alle 17.45. Il mezzo è concepito per trasportare una quantità ridotta di acqua, ha cinque uomini a bordo e il materiale tecnico per affrontare qualsiasi tipo di soccorso. 

Alle 17.51 parte la 7/a, un equipaggio analogo. Allo stesso orario, dalla caserma Tuscolano II, al Quadraro, parte la Ab12: con due uomini a bordo, la macchina trasporta una grossa quantità d'acqua. La Ab12 arriva sul posto alle 18.34: un'ora dopo il primo allarme. A questo punto i rifiuti secchi, stipati nella vasca e nel capannone da 30mila metri quadrati, bruciano da un'ora. Le fiamme avvolgono la struttura e in cielo di alza una nube tossica che soffoca la città. Chi lavora sul campo moltiplica gli sforzi per salvare dalle fiamme almeno il Tmb 1. Il resto è irrecuperabile.

I risultati delle rilevazioni dell'Arpa Lazio, attraverso la prima centralina installata a due chilometri e mezzo da Malagrotta, dicono che il livello delle polveri sottili nell'aria giovedì è raddoppiato fino a raggiungere il valore, a Malagrotta, di 31 microgrammi per metrocubo di aria. Sulla Tiburtina il valore è 27, a Eur Fermi 24. In attesa degli esiti del secondo campionamento a Fiumicino, sono le diossine a preoccupare: il 16 giugno hanno raggiunto gli 0,3 picogrammi per metro cubo di aria: 0,3 è il valore massimo orientativo suggerito dall'Oms, non esiste un limite vero e proprio sancito dalla legge. I vigili del fuoco in servizio a Malagrotta ne sanno qualcosa. Il primo carro-schiuma, che trasporta la miscela anti-incendio da diluire nell'acqua, è partito alle 18.36 ed è arrivato sul luogo dell'intervento alle 19.22: due ore dopo l'inizio dell'incendio.

Il personale in forze ad altri distaccamenti cittadini "ha dovuto staccare il turno fradicio: non ha potuto cambiarsi sul posto, come dovrebbe avvenire per regola - rileva Saporito - perché il carro vestiario non c'era e il magazzino vestiario, che non dipende dal comando di Roma, è chiuso". Così i vigili del fuoco, alla fine del turno sono tornati in caserma, ma "non hanno potuto decontaminarsi perché non c'erano i cambi - attacca Saporito - sono montati sulla macchina privata e hanno guidato fradici e contaminati fino al proprio distaccamento". 

Il corpo romano è sotto organico "di 300 unità: a Roma dovrebbero essere 1.400 i vigili del fuoco - spiega l'Usb - siamo 1.100. Manca il personale anche per ricaricare le bombole ad ossigeno: il laboratorio a Fiumicino è chiuso e a Malagrotta abbiamo lavorato in difficoltà". 

Malagrotta, l’ex direttore del Tmb andato a fuoco: «Grave incuria, colpa dell’amministrazione giudiziaria». Fabrizio Peronaci su Il Corriere della Sera il 30 Giugno 2022.

Carlo Barbetta, fino al 2018 responsabile del Tmb distrutto: «Il rogo causato dalla cattiva manutenzione. Si era accumulato un livello enorme di scarti, andati in autocombustione». «Cerroni? Il numero uno, anche se non ne condivido i modi»

Ingegnere, cosa è successo a Malagrotta?

«Tutto come previsto. Impianti a pezzi, lasciati in mano a incompetenti, e conseguente incendio. Danni gravissimi recuperabili non in uno ma in dieci anni. E serie responsabilità della parte pubblica, dello Stato».

Nel senso?

«Essendo tutta l’impiantistica di Malagrotta in regime di amministrazione giudiziaria, la gestione dell’impianto è della magistratura di Roma. L’avvocato Cerroni, mio ex datore di lavoro. se ne è lavato le mani e gli è andata bene, lui non ha colpe».

Pochi come lui conoscono i segreti dei rifiuti e della loro gestione in tutte le forme e modi. L’ ingegner Carlo Barbetta, 61 anni, è il «padre» dell’impianto di TMB2 (trattamento meccanico biologico) di Malagrotta andato a fuoco il 15 giugno: è stato per dieci anni direttore operativo dello stabilimento fino al 2 ottobre 2018, quando, nell’ambito della ristrutturazione aziendale voluta dall’allora proprietario Manlio Cerroni, fu licenziato dal Commissario prefettizio Luigi Palumbo («io cacciato perché difendo i lavoratori»), assieme ad altri sette tecnici suoi stretti collaboratori. Neanche tre mesi prima, il 27 luglio, era scattato il sequestro di Malagrotta. In seguito Palumbo fu nominato amministratore giudiziario, con pieni poteri nella gestione di impianti e discarica.

Ingegner Barbetta, su quanto accaduto a Malagrotta si è fatto un’idea precisa?

«Intanto manifesto il mio malessere di fronte alla distruzione di un impianto altamente tecnologico, senza pari al mondo. Immagini devastanti, quelle viste sui giornali e in tv, per chi come me l’ha visto nascere, crescere e morire. Impianto che ho costruito, avviato, collaudato e gestito per oltre 10 anni».

Lei ha capito bene dinamica e cause dell’incendio?

«Da quanto ho potuto osservare, ritengo ci sia stata una sorta di autocombustione per la presenza di parte organica nel CSS (combustibile solido secondario) in quantitativi elevatissimi. Oppure, seconda ipotesi, un intervento di manutenzione poco curata sul nastro superiore di adduzione e scarico del CSS, nella vasca dove ha avuto inizio e si è sviluppato l’incendio».

La velocità di propagazione delle fiamme è stata impressionante.

«Lo stesso nastro trasportatore ha poi divulgato ed esteso il fuoco in tutti i reparti del TMB, probabilmente perché il sistema di aspirazione aria e abbattimento polveri è rimasto acceso. Deve esserci stata imperizia, imprudenza o negligenza da valutarsi in rapporto alla qualifica e all’attività in concreto svolte da ogni addetto facente capo all’organigramma tecnico-gestionale scelto dall’amministratore».

In che senso?

«Mi spiego meglio. Come si evince da immagini e video, il CSS, che per capirci è il prodotto finale del TMB ottenuto dalla componente secca dei rifiuti urbani, era presente al momento del rogo in enormi quantità, molto sopra i livelli autorizzati. Ciò è indice di cattiva gestione e manutenzione dell’impianto, visto che la ricezione di materiale in ingresso deve essere trattata entro fine giornata lavorativa. La permanenza all’interno favorisce l’autocombustione, trattandosi di materiale putrescibile. Aggiungo che l’impianto in tutte le sue aree è dotato di un sofisticatissimo sistema antincendio con azionamento automatico in presenza di minime esalazioni fumose, e mi rimane difficile credere che il rogo sia sfuggito al sistema».

Se è tutto automatizzato, l’intervento umano diventa accessorio?

«L’intervento umano è assolutamente indispensabile e nella maggior parte dei casi risolutivo prima dell’arrivo dei vigili del fuoco, quantomeno per tenere sotto controllo l’incendio evitandone il dilagare».

Durante la sua gestione è capitato?

«Sì, insieme alla mia squadra ne abbiamo domati moltissimi, l’ultimo nello stesso punto a maggio 2017, dopo l’insediamento del dottor Palumbo allora come commissario prefettizio. Incendio spento con tanto di elogi dei vigili del fuoco e dello stesso commissario».

In Procura si è fatta anche l’ipotesi di dolo.

«Lo escluderei in quanto, in quel momento, alla presenza di tutti i lavoratori di turno e del gruppo di manutenzione, l’impianto era presidiato con tanto di squadra antincendio; aggiungo che gli operatori della sala controllo hanno visione di tutto l’impianto, con ben 76 telecamere in tutte le aree impiantistiche, e si sarebbero accorti in tempo reale di presenze estranee e/o sospette, oltre alle circa 90 telecamere fatte installare dal Commissario e presidiate h24 dalla vigilanza».

Potrebbe non aver funzionato il sistema antincendio?

«Per quanto sopra detto, non credo proprio. Voglio aggiungere che due mesi fa l’amministrazione ha allontanato due ingegneri per la sicurezza di cui conosco la serietà e la professionalità»»

I precedenti incendi in altri TMB di Roma pensa possono essere considerati della stessa natura, o erano dolosi?

«Se si riferisce ai TMB del Salario e di Roccacencia, entrambi di proprietà di Ama, non può essere un caso che dopo il commissariamento di Malagrotta vanno a fuoco gli unici due rimasti. Mi pare che la stessa Procura ipotizzò l’origine dolosa».

Si è detto che il TMB2 bruciato sarà fuori uso per almeno un anno. Un tempo congruo?

«Chi lo sostiene non si rende conto dell’entità del danno. L’impianto è distrutto e prima di prendere una linea futura bisogna fare i conti con la quantizzazione dei danni, le responsabilità per l’assicurazione e così via. Se ne riparlerà fra 10 anni. Vorrei sbagliarmi, ma non credo proprio. Vedi Albano e Salario».

In questa situazione, qual è la via d’uscita per il trattamento dei rifiuti?

«Spingere al massimo la differenziata, con la creazione di isole intelligenti, e la raccolta responsabile con multimateriale differenziato con a monte impianti di recupero e di valorizzazione dei materiali, intesi come risorsa assoluta in sinergia con l’economia circolare, l’ambiente e questi oramai dimenticati esseri umani; piccoli impianti a recupero di materia, per gli scarti di lavorazione in percentuale ridotta, in modo da evitare discariche e termovalorizzatori stile Copenaghen e/o San Francisco. Non è che se sopra il termovalorizzatore stendiamo un bel tappeto verde, super ecologico, dove si può sciare, come in Danimarca, quell’impianto smette di inquinare. Non è che se ho 80 anni e mi trucco, riprendo i miei 20 anni! Finiamola di essere ipocriti».

Qual è il ruolo del quasi centenario Cerroni oggi?

«Quello di un imprenditore a tutto campo, numero uno nel mondo nel settore rifiuti; l’unico che attua da anni soluzioni all’avanguardia. Personalmente non condivido i suoi modi, anche se il curriculum glielo permette...»

Lei ora lavora con altri privati, si trova meglio?

«Con la mia esperienza e dedizione al lavoro mi rimane tutto facile ovunque, con il vantaggio che decido io con chi collaborare. L’argomento rifiuti mi sta a cuore moltissimo e sono disponibile a confronti pubblici con chiunque, anche per aiutare la magistratura».

Se lei fosse stato ancora in servizio a Malagrotta, l’incendio sarebbe esploso?

«Assolutamente no, in virtù di un fatto molto semplice: avevo formato un gruppo serio e responsabile, consapevole che se va a fuoco l’impianto che è il tuo luogo di lavoro, si va tutti a casa. Valori persi dopo il commissariamento. Da quel momento si è iniziato a parlare solo di profitto». 

L'emergenza rifiuti a Roma ha dei responsabili? Discarica di Malagrotta distrutta, l’ex proprietario Cerroni: “Fosse accaduto a me sarei già in galera”. Aldo Torchiaro su Il Riformista 17 Giugno 2022

L’emergenza rifiuti a Roma ha dei responsabili? Ci faccia i nomi. La domanda che rivolgiamo a Manlio Cerroni è secca. E sua la risposta non si fa attendere. «Dopo l’inizio della mia vicenda e della gogna mediatica che ne è seguita – spiega – ho scritto 3 libri e ci sono in maniera documentata nomi e cognomi. Oggi dico in sintesi che la colpa è di chi non ha saputo o voluto compiere le scelte necessarie per dare a Roma una autonomia impiantistica in grado di risolvere in modo definitivo il problema della gestione dei rifiuti. Ci metto dentro la classe politica che si è lasciata intimorire dalle beghe elettorali e dalle tante inchieste giudiziarie che hanno scatenato un vero e proprio tsunami alla ricerca di reati eclatanti che alla fine non c’erano. Ma che nel frattempo hanno distrutto uomini e aziende. Mettendo a gestire Malagrotta chi non ne aveva la necessaria esperienza».

Il sito di Malagrotta è stato gestito al lumicino, col minimo sindacale della manutenzione, o perfino al di sotto?

Non lo so. E sa perché? Dopo il Sequestro Preventivo Impeditivo richiesto dalla Procura di Roma, tutto il sito di Malagrotta è nelle mani del dott. Luigi Palumbo, commercialista di Napoli, nominato Amministratore Giudiziario dal Tribunale di Roma. A lui e soltanto a lui competono tutte le scelte tecniche e gestionali del complesso Industriale di Malagrotta. Da quella data io, e con me i Tecnici operativi e gli Amministratori tutti che fino a quella data avevano gestito Malagrotta più che egregiamente al servizio di Roma, siamo stati estromessi da tutto. Ma le aggiungo una considerazione in proposito: gestire Malagrotta non è una cosa semplice se non si hanno alle spalle competenze decennali e comprovate in tutto il mondo e una visione chiara del futuro. Non a caso le nostre aziende alla fine del 2013 avevano trattato oltre 150 milioni di tonnellate di rifiuti (pari all’intera produzione italiana di cinque anni) per valorizzazione e recupero.

Siamo davanti a un disastro ambientale senza precedenti. Come si poteva – e si doveva – evitare?

Affidando la gestione di un complesso come Malagrotta a figure professionali esperte con una esperienza comprovata nel settore. O quantomeno non consentire che venissero estromessi tutti i tecnici che da decenni gestivano con competenza gli impianti e che avevano dimostrato la loro capacità in oltre 30 anni di servizio reso a Roma. E questo lo dico anche andando oltre questa immane tragedia cui da ieri tutti assistiamo impotenti. Mi lasci aggiungere solo una amara riflessione: se oggi fossimo stati ancora noi alla guida di Malagrotta con quello che è successo ieri saremmo stati tutti arrestati e avrebbero buttato la chiave.

Per uscire dall’emergenza rifiuti Roma ha bisogno di nuovi impianti e di strutture. Cosa direbbe al Sindaco Gualtieri oggi?

In ogni momento della mia vicenda non ho mai smesso di sentirmi impegnato per Roma a cui mi lega un profondo sentimento di amore e di riconoscenza. Ho scritto decine di lettere con proposte concrete, con soluzioni che se realizzate avrebbe fatto di Roma un modello così come lo era stata negli anni 60 quando realizzammo il primo impianto di trattamento industriale dei rifiuti al mondo. Già in campagna elettorale ho inviato ai candidati Sindaci di Roma una “Soluzione” per mettere Roma al riparo da ogni emergenza per il futuro chiudendo in casa, mi passi il termine, il ciclo dei rifiuti. L’ho ricordata al Sindaco anche una volta eletto. Non ho mai avuto riscontri.

Come vede il futuro della sostenibilità nel ciclo dei rifiuti? Qual è il suo sogno?

Prima di questo disastro annunciato il mio sogno finale, visto il mio calendario, era quello di far tornare Roma ad essere modello di tecnologie ambientali aperte al futuro in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione e neutralità climatica voluti dall’Unione Europea e dal nuovo Ministero della Transizione Ecologica. Aprire una frontiera nella valorizzazione dei rifiuti passando dal concetto di produzione di energia a produzione di materia. Oggi i grandi gruppi industriali del settore, cito tra essi la multinazionale giapponese JFE, stanno abbandonando progressivamente l’incenerimento con produzione di energia, perché produce C02 e immette fumi caldi in atmosfera, e stanno trasformando i loro impianti di termovalorizzazione in produttori di materia… metanolo, etanolo, idrogeno, senza emissioni e quasi senza C02. Questa è la nuova frontiera. Questo è il futuro.

Ne ha parlato con il sindaco di Roma?

Certo. Gliel’ho scritto con una lettera dell’aprile scorso. Anche in questo caso nessuna risposta. Ma evidentemente nonostante le assoluzioni devo restare per sempre fuori dalla giostra. Auguri.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Da open.online.it il 2 settembre 2022.

Entrare o uscire di casa può essere un problema quando per farlo bisogna trattare con una famiglia di cinghiali. E proprio questo sta succedendo ai residenti di tre palazzine in zona Porta di Roma. Gli ungulati hanno deciso di stazionare, più o meno ogni sera dalle 18,30 alle 22, davanti alle case di via Vittorio Caprioli. 

Il risultato? I 350 abitanti del condominio sono costretti a cambiare abitudini. Evitando di disturbare i cinghiali in quelle ore uscendo o rientrando a casa o sostando nei cortili. La storia, fa sapere oggi l’edizione romana di Repubblica, va avanti da circa due mesi. I residenti hanno provato a chiamare i vigili del fuoco, il 112, il comune. «Ma ci hanno risposto che non avevano abbastanza pattuglie», dice una degli inquilini. 

«Oppure ci hanno dato l’inutile consiglio di non avvicinarci. Non sappiamo più cosa fare». E c’è chi è costretto a restare anche un’ora in auto in attesa che se ne vadano. Mentre qualcuno prova a suonare il clacson per spaventarli: «A volte funziona», dicono.

La paura dei residenti è che gli animali (a Roma ormai sono stimati oltre 20 mila esemplari, tra gli 80 mila e i 100 mila nel Lazio) possano diventare aggressivi. «Un pomeriggio – c’è chi racconta – io e una mia amica siamo state caricate. Stavamo portando fuori i cani, un cinghiale ci ha inseguito e poi ci ha colpito con la testa. Cercava di mandarci via. Evidentemente si trattava di una madre con i cuccioli».

Michele Serra sarcastico portavoce dei cinghiali romani: «Voi avete forzato la natura». Il Quotidiano del Sud il 17 Giugno 2022.

“Per me è un grande onore essere stato scelto come portavoce dall’Unione Cinghiali Romani, che mi ha affidato una dichiarazione ufficiale. E’ un momento storico, per la prima volta in televisione non parlano solo cani e porci, ma anche i cinghiali”.

Sceglie l’arma del sarcasmo Michele Serra per denunciare il fenomeno della presenza dei cinghiali a Roma e il ritardo nella soluzione dello stesso. Con l’ironia che lo contraddistingue scrive un lungo intervento rilanciato su Facebook da Daniela Stasi.

“Noi cinghiali romani – scrive Michele Serra – condanniamo con fermezza il comportamento scorretto di una minoranza, che ruba le borse della spesa alle signore anziane. Si tratta di poche mele marce, metafora che usiamo con qualche dubbio perché non avete idea di quanto siano buone le mele marce. Ma la grande maggioranza dei cinghiali a Roma si comporta con senso civico, dando un contributo decisivo allo smaltimento dei rifiuti. E sopporta con dignità le manifestazioni ostili e discriminatorie degli umani, che ci fotografano e ci filmano, con urla di raccapriccio in sottofondo, come se fossero arrivati gli zombie. Non siamo mostri, siamo maiali selvatici. Avete frequentato troppo i social e troppo poco i boschi, per capire come funziona il mondo”.

“Fino agli anni Novanta – continua Serra – in Italia eravamo meno di centomila e vivevamo tranquilli nel bosco e nella macchia. Ogni scrofa partoriva, una sola volta all’anno, tre o quattro porcellini. Poi qualche genio della caccia ebbe l’idea di incrociarci con il maiale domestico e con i nostri cugini dell’Est Europa, specie molto più prolifiche di noi. Adesso, a causa dell’ibridazione, partoriamo due volte all’anno almeno dieci porcellini per volta. Noi non sappiamo far di conto, ma evidentemente neanche voi. Perché il risultato del vostro brillante intervento è che in Italia siamo diventati circa un milione e mezzo. Poi avete abbandonato i campi. E la selva, che è il nostro habitat, si è estesa. E avete moltiplicato i vostri rifiuti, tonnellate di proteine, carboidrati, zuccheri parcheggiati in mezzo alla strada. Chiedetevi come mai preferiamo Roma a Stoccolma”.

“Ci chiamate specie infestante. Senti chi parla. Parlate tanto di Intelligenza Artificiale ma non siete neanche capaci di regolare le nascite. Presto sarete dieci miliardi. Per quanto ci riguarda, noi eravamo in quantità ragionevole e stabile, in equilibrio con l’ambiente. Siete voi che avete forzato la natura per avere più prede da impallinare. Chissà se la pandemia vi ha insegnato qualcosa. Se modificate gli equilibri naturali, con la cecità e la fretta degli ingordi, ne pagherete il prezzo. Se affondate le vostre ruspe nella selva, dalla selva usciranno, in fila indiana, i virus e i piccoli mammiferi che ne sono i vettori. Se moltiplicate per venti gli esemplari di una specie, come avete fatto con noi cinghiali, la peste suina avrà venti volte più possibilità di diffondersi”.

“Quando ci vedete comparire sbarrate gli occhi, ma selvatico non vuol dire strano, o alieno. Selvatico dire che la vita sulla Terra non obbedisce a voi umani. Obbedisce alle leggi della natura. Nascere e prosperare è la regola, e vale per tutti gli esseri viventi del mondo, dagli infinitamente piccoli, come i virus, agli infinitamente affamati, come noi cinghiali. Avete presente il grande cerchio della vita? – conclude Michele Serra – a giudicare dalle vostre facce quando ci vedete comparire, si direbbe che no, non lo avete presente. Eppure è facile: tutto è connesso, la vita e la morte, la città e la foresta, la buccia di anguria che tracima dal cassonetto romano e il cinghiale che va a mangiarla. Solo voi umani, sempre più spesso, ci sembrate sconnessi”.

Gli animali che non ti aspetti a Roma, dove al Foro passeggiano i granchi. A Villa Torlonia fino al 25 settembre la mostra "Biodiversità a Roma": 32 foto dello zoologo Bruno Cignini e 11 acquerelli dell'illustratrice Eva Villa per scoprire come uccelli, lupi e perfino crostacei hanno fatto della capitale la loro casa. Cristina Nadotti su La Repubblica l'11 Giugno 2022.

Le chele minacciosamente protese verso l'altro, il granchio reagisce all'obbiettivo del fotografo con il piglio di chi vuole scacciare un intruso, come a ribadire che questa è casa sua. In effetti, il crostaceo che lo zoologo Bruno Cignini ha immortalato nella zona archeologica del mercato di Traiano, vive in questa zona di Roma da quando lì passavano gladiatori (veri), matrone con la stola e plebei dalla tunica scura. L'immagine è tra le 32 esposte da oggi fino al 25 settembre nella Dipendenza della Casina delle Civette di Villa Torlonia per la mostra "Biodiversità a Roma".

Insieme agli scatti di Cignini, divulgatore e docente di Conservazione e gestione della fauna urbana all'università Tor Vergata, per raccontare gli animali e gli ecosistemi della capitale ci sono anche 11 acquarelli dell’illustratrice Eva Villa. L’esposizione, curata da Gina Ingrassia, è promossa da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è realizzata da Pandion ed. & Inmagina con il patrocinio della Lipu/BirdLife Italia.

Volpi, cinghiali e parrocchetti sono ormai quasi avvistamenti comuni, ma pensare che di sera nei mercati di Traiano dei granchi sbuchino da canalette e sotterranei fa davvero riflettere sull'unicità dell'ecosistema di Roma. "La mostra vuole appunto raccontare la ricchezza di biodiversità della città - spiega Cignini - le sue 22 aree naturali protette, le ville storiche, le aree archeologiche, fiumi e specchi d’acqua collegati in un reticolo con le periferie dalle vie consolari fanno sì che la città disponga di una serie di corridoi ecologi attraverso i quali gli animali si muovono meglio che altrove. Soprattutto, però, c'è la sua ricchezza di 45mila ettari di verde su 130mila ettari. In pratica i parchi di Roma sono tre volte la città di Torino".

Cignini, che studia da tempo la fauna urbana, quantifica tale ricchezza: "All'interno dell'area del Grande Raccordo Anulare sono state censite 1300 specie vegetali, cioè quasi il 30% della flora italiana, 5.200 insetti e 80 specie di specie nidificanti. In più, come detto, questi corridoi ecologici rendono ancora più facile per gli animali opportunisti come cinghiali e volpi l'accesso alla città, dove trovano tutto: cibo, calore e sicurezza perché hanno meno predatori". Ma i granchi del tempo dei romani? "Quando facevo il dirigente del Comune, alla fine degli anni Novanta, mi furono segnalati da chi lavorava nell'area archeologica. Abbiamo scoperto che si tratta di una popolazione relitta, discendente dei granchi di fiume che abitavano la zona al tempo dell'antica Roma".

"Di giorno non sono visibili, perché escono la sera dalle tane che hanno scavato nei sotterranei e intorno a un corso d'acqua interrato. Uno studio ci ha rivelato che come accade alle popolazioni che restano isolate, hanno sviluppato caratteristiche anatomiche di leggero gigantismo e hanno il carapace più grande rispetto alle popolazioni che vivono fuori dalla città. Di solito si nutrono di piccole chiocciole e insetti, ma adesso non disdegnano il cibo che cade dalle mani dei turisti".

In fin dei conti, la storia del granchio non è dissimile da quella dei lupi, che adesso ci pare strano vedere vicino alla capitale, ma che a Roma ci sono sempre stati. "Non è un caso che la lupa sia il simbolo della città - dice Cignini - ora ne stanno arrivando di più perché seguono i cinghiali, che sono le loro prede di elezione. Ne abbiamo traccia nelle parti del Parco di Veio più vicine a Corso di Francia, ma nessuna paura, i lupi si tengono distanti dall'uomo, sono molto più pericolosi i cani randagi". 

La mostra a Villa Torlonia non è soltanto l'occasione per scoprire abitanti poco probabili di una grande città, è utile a conoscere le numerose specie animali presenti nei principali ambienti cittadini, avere indicazioni sulla loro distribuzione, le loro abitudini e il loro ruolo all’interno dell’ecosistema urbano, per una maggiore consapevolezza per la tutela della biodiversità e, più in generale, dell’ambiente. Per questo vengono forniti consigli sui comportamenti corretti da tenere in caso di incontro con la fauna urbana e sul metodo per attirarla con nidi e mangiatoie. A corredo della mostra ci sono poi una serie di attività didattiche, tra cui visite guidate, osservazione e birdwatching in villa, laboratori per bambini e per adulti realizzati in collaborazione con il Centro Recupero Fauna Selvatica LIPU Roma, Città del sole e Swarovski Optik Italia.

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 10 Giugno 2022.

Rally nella scalinata di Trinità dei Monti. L'ingegnere saudita Hassouba Ghazi Fahad non si è fermato dopo aver capito di aver sbagliato e aver imboccato con un Suv della Maserati una strada sbagliata. 

Non è rimasto lì ad aspettare i vigili. Assolutamente no. È sceso dall'auto, ha scattato qualche foto, poi si è rimesso alla guida della macchina. Ha disceso tutte le scale con il bestione dal peso di 2mila e 100 chilogrammi. Poi ha fatto manovra a valle. A questo punto ha fatto un nuovo show: è risalito su per la scale, dall'altro lato, come un proiettile. È questa la novità che emerge dall'indagine. L'automobile, come documenta un video, zigzagava in salita perché non aveva gripp e faceva partire pezzi di sassolini, forse di scalinata.

La ciliegina sulla torta poi è stato il comportamento che il signor Fahad, nato a Jeddah 37 anni fa, ha avuto con la signorina che l'accompagnava. Una ragazza conosciuta in un locale qualche ora prima. 

L'uomo l'ha abbandonata. La donna è rimasta sola e ha fatto, all'inizio, anche la cosa giusta. Ovvero chiamare il carroatrezzi. Il punto è che, quando il mezzo è arrivato, ha trovato solo la giovane. La ventenne non sapeva cosa dire, cosa fare. 

Anche se alla fine qualche cosa l'ha detta. Quando il I Gruppo Trevi della municipale l'ha sentita a sommarie informazioni ha difeso l'uomo che l'aveva abbandonata.

«È stato il tom tom a farci sbagliare strada » . E va bene. Poi però, sempre Fahad, dopo il fuoripista romano ha cercato di tornare in Patria. 

Meno male che gli inquirenti non ci sono cascati. È stato spiccato un allert su aeroporti, porti, stazioni, frontiere, affinché Hassouba Ghazi Fahad al passaggio venisse fermato per fargli l'elezione di domicilio. Mossa propedeutica per spedirlo a processo, prima che svanisse nel nulla. Il rally al centro di Roma gli costerà 46mila euro e un'imputazione, è ragionevole pensare, per danneggiamento.

Le telecamere hanno ripreso la "scalata" di Hassouba Ghazi Fahad "Pezzi di travertino schizzavano ovunque" k Il suv Un video immortala lo sfregio compiuto a Trinità dei Monti: su e giù dalle scalinate con un suv Maserati.

Maria Egizia Fiaschietti per Il Corriere.it l'8 giugno 2022.  

Dopo l’incursione dell’ingegnere saudita, lanciatosi con il Suv sulla scalinata di Trinità dei Monti (prima il turista aveva trascorso la serata in un night club), sabato il luogo simbolo della Grande bellezza è stato ancora una volta sfregiato dall’inciviltà di due visitatori americani che stavano scendendo i gradini più celebri del mondo spingendo a mano due monopattini elettrici noleggiati nei pressi di piazza di Spagna.

Nel filmato pubblicato sul profilo Instagram di Welcome to favelas si vede la donna buttare il mezzo, incurante dei danni che avrebbe potuto arrecare. L’intervento dei vigili del vicino gruppo Trevi è costato alla coppia una denuncia e una multa di 500 euro. 

La scena è stata ripresa anche dalle telecamere di sorveglianza installate nella zona.

Mattia Feltri per “la Stampa” il 7 giugno 2022.

Una volta nella mia via - via Cavour a Roma - c'erano tanti cestini e tanti cassonetti e alla sera traboccavano di spazzatura buona a ingrassare topi e gabbiani. Ma arrivò il Covid, sparirono i turisti e sparirono i cestini. Prima qualche cestino, poi tutti i cestini. I cassonetti furono diminuiti e alla sera non traboccavano più così tanto, ma traboccavano un pochino e, quando tornava qualche carovana di turisti, traboccavano parecchio. 

Ma c'era la sindaca un po' balenga, che voleva riciclare la spazzatura per farne sculture, e per fortuna poi arrivò il sindaco nuovo, quello tradizionale, competente eccetera, e tolse i cassonetti, e mi parve una bellissima idea perché i cassonetti sono da città incivili. Così siamo tutti costretti a fare la differenziata, se nei nostri palazzi c'è posto per i bidoni. Ma, siccome non tutti i palazzi ne hanno, specialmente i ristoranti, dapprima i sacchi della spazzatura sono stati depositati dove c'erano i cassonetti, poi un po' ovunque, a ogni angolo, e ogni venti metri c'è una piccola discarica.

I cestini non sono stati rimessi perché, mi ha detto un netturbino, coi turisti si colmano in due ore e poi traboccano e così via. Allora i turisti depositano la loro spazzatura nelle piccole spontanee discariche, e la gente esce di casa e aggiunge la sua spazzatura ad altra spazzatura, e via Cavour, che va dalla stazione Termini ai Fori imperiali, ha una pizzeria, poi una discarica, poi un bar, poi una discarica, e alla sera noi facciamo lo slalom fra una discarica e l'altra. Così la nostra città senza cassonetti finalmente è cambiata: ora è un unico, indistinto, traboccante cassonetto.

Laura Martellini per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 7 giugno 2022.

I nomi sono quelli di chi ha sempre profuso un profondo amore per Roma, da Vittorio Emiliani a Rita Paris, da Paolo Berdini a Manuela Kustermann, Luca Verdone, Paolo Crepet, Valerio Magrelli, Marcelle Padovani. E ancora, fra gli altri, Francesca Barzini, Mariella Venditti, Rossella Rea, Gianfranco Amendola, Oreste Rutigliano, Marco Solari, Franco Lo Presti, Enrico Calamai, Claudio Strinati... 

Il loro impegno civile ha assunto ora la declinazione di una lettera all'Unesco, in cui denunciano il degrado del centro storico - riconosciuto patrimonio dell'umanità - e chiedono un intervento perché il Campidoglio si scuota e dia prova di saper mantenere fede agli impegni di tutela.

«Come cittadini di Roma, storici e cultori dell'arte, operatori dei beni culturali e difensori dei beni comuni - è il testo - ci rivolgiamo al direttore del World Heritage Unesco, Lazare Eloundou Assomo, per segnalare lo stato di degrado in cui versa il centro storico. Il luogo è stato scelto dall'Unesco in quanto "ininterrotta sequenza di tre millenni di storia" con la garanzia della tutela da parte di Roma Capitale quale ente capace di "aver sviluppato un piano strategico diretto a proteggere e a promuovere il valore dei beni"».

«Purtroppo però - prosegue l'appello con 150 firme - l'immagine offerta oggi dal centro storico, soprattutto nei suoi punti nevralgici, è un'invasione di tavolini e di arredi tra i più difformi e invasivi frutto di un'occupazione estesa di suolo pubblico da parte degli esercenti commerciali della ristorazione: un'espansione innescata da misure amministrative per l'emergenza Covid, andata ben oltre e al momento incontrollata, che trasforma in un suk le piazze e le vie più belle.

 Lo scenario generale è mortificante, tra erbacce che non vengono tagliate, spazzatura e rifiuti per le strade, rumore e degrado. Il nostro appello al Comune per il rispetto delle regole non ha ricevuto risposta e questo scempio minaccia di diventare permanente. Chiediamo dunque al World Heritage di richiamare il Campidoglio ai suoi doveri di controllo, un'inversione di rotta». 

I messaggi degli aderenti al manifesto raccontano uno sconforto sincero. Privilegiati in teoria, i residenti del centro storico denunciano soprusi, sporcizia, visuali storiche oscurate e silenzi dell'arte interrotti dal frastuono di avventori di locali chiassosi e maleducati. Non a caso è stato coniato quel termine dal prefisso che sa di mondi criminali, malamovida. «Aderisco all'appello specie per quanto riguarda l'eccessivo spazio concesso alla ristorazione e la rumorosità anche nelle ore notturne» spiega Calamai. «La situazione della grande "muraglia cinese" di via Giulia mi sembra gridare ancora più vendetta dei "tavolini selvaggi"!» rilancia Vico Vicenzi.

Il Comitato Roma 150 parla di «ripristinare la civiltà», mentre Maria Gazzetti sottolinea: «Sbarrano le strade coi tavolini pure vicino al bar del Fico». Da Monti si leva la voce dell'autrice e pittrice Chiara Rapaccini, vedova del regista Mario Monicelli: «Con Mario abbiamo abitato a Monti dal 1988. 

Abbiamo girato un documentario sulla bellezza del rione poco prima che morisse. Il Comune ha affisso una targa sulla casa studio del regista in via dei Serpenti. Il degrado di Monti ferisce me, la sua compagna di sempre, e avrebbe ferito lui, "cittadino onorario" del rione, amato da tutti a Roma e nel mondo. Sono con voi». «Ricordo che il catasto urbano ha aumentato le tariffe (il valore catastale due volte dal 2007) delle nostre case, proprio perché il quartiere ha valenza turistica e tanti ristoranti. Se questo vuol dire vivere meglio, e valorizzare le abitazioni, ci vivessero loro!» ironizza Sauro Pica. E Myriam D'Andrea punta il dito contro i «monopattini che hanno invaso in modo del tutto selvaggio la città».

A professionisti, docenti universitari, artisti, attori, si sono unite le associazioni, i comitati di quartiere, gruppi spontanei di cittadini. E la parola passa ora non più al Campidoglio, ma a Parigi. 

F. Mag. per “il Messaggero” il 30 maggio 2022.

«Proprio perché sei tu, facciamo 250 euro. Torna la prossima settimana». La bici elettrica è un oggetto del desiderio. In negozio, la più economica costa circa 500 euro. Il prezzo in realtà sale molto se ne cerchi una all'ultima moda, anche 1900 euro. Quella che trovi a Porta Portese 2 non è all'ultima moda e non è l'ultimo modello. 

Ma costa meno della metà di quanto si pagherebbe in un negozio in cui emettono lo scontrino.

«Mi serve un trapano professionale, di quelli tipo martello pneumatico. Me lo puoi rimediare?». Non siamo da Harrods, dove puoi trovare dallo spillo all'elefante. Ma se sai a chi chiedere, ci siamo vicini. La parte totalmente illegale di Porta Portese 2 sulla Togliatti è una specie di pozzo senza fondo.

GLI SCAMBI

Chiedi un trapano? Risposta: «torna domenica prossima e vedo cosa posso fare». «Ti lascio il mio cellulare se vuoi» incalza l'acquirente. «No, no. Non mi serve. Tanto se non lo vendo a te a qualcuno lo posso piazzare». Molti dei venditori arrivano da qualche campo nomadi: Candoni, Castel Romano e altri ancora. Chi ci accompagna, un vigile urbano, chiede: «Ci sono le pattuglie fuori dai campi rom che dovrebbero controllare chi e cosa entra e esce. Ma cosa fanno?».

Secondo il Comando generale, cui giriamo il quesito, alcuni campi sono grandi e non è da escludere che le merci illegali siano nascoste fuori per evitare i controlli. Fatto sta che i rom che vendono qui sono tanti, le loro auto sono stracolme di oggetti, non solo abbigliamento o scarpe, ma anche roba di valore, accessori e strumenti non proprio facili da nascondere a un controllo. Le contrattazioni vanno veloci e si fanno sottovoce. Chi compra - di tutte le età, italiani e stranieri, più uomini che donne - si avvicina con la torcia del cellulare accesa. Guarda, osserva e poi chiede: «Quanto?».

Spesso parte una trattativa con rialzi e ribassi di pochi euro. Si contratta anche sui numeri. Con scontrino, un monopattino elettrico può arrivare anche a 700 euro. «Ho quattro nipoti, quindi me ne servono quattro». «Possiamo fare 120 a pezzo». Vicino a chi vende i monopattini - che è lo stesso specializzato in trapani su richiesta - c'è un ragazzo che vende il motorino Piaggio Ciao. Se non si hanno più di 40 anni è difficile ricordarselo. Questo è senza la targa. Chi lo offre sa che può tirarci su un bel po' di soldi: trovarne uno usato, in buono stato come questo può costare oltre 1500 euro.

GLI AFFARI

Qui la vendita sta sui 700/800 euro e intorno sono in tanti a guardarlo. Tanto che il venditore, per dar prova della qualità, prima ci fa un giretto di persona, poi, a quelli più interessati, lo cede per qualche metro. Il venditore alza la voce: «occhio eh!», con fare ammiccante. Più lontano un paio di amici controllano attentamente che l'acquirente non faccia danni e che non si dimentichi di tornare indietro. Alcuni si conoscono: chi arriva un po' più tardi, viene apostrofato dagli altri: «te la sei presa comoda».

Non mancano battute a sfondo sessuale. Racconta ancora chi ci accompagna nel giro: «I colleghi che fanno i controlli sono troppo pochi per fare tutto, sia il controllo annonario nel mercato regolare che qui». L'affettatrice viene piazzata per 50 euro. I libri se ne vanno a 3 euro ciascuna. Un'icona in stile russo a 10 euro. Le bottiglie di vino vanno via in stock: 15 euro per tutte e 12, quelle aperte e quelle chiuse.

La Roma: caricatura o anima della città? Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 28 Maggio 2022.

Caro Aldo, sono la madre di un giovane tifoso della Roma e sono rimasta stupita che la sera della finale di Conference League a Roma i trasporti pubblici siano stati sospesi. Va bene la festa, ma non si è un po’ esagerato? Francesca Mariani Mourinho? Solo un furbo che ha mascherato la mediocrità in campionato. Marco S. Sono felice per la Roma, però sembra che abbiano vinto lo scudetto mentre è una coppa da squadre di mezza classifica. Emanuele Criasia Un grande allenatore accetta le sfide, si mette in gioco e, nonostante tutti i trofei che ha vinto, festeggia come se questo fosse il suo primo trofeo. Gabriele Civitella 

Cari lettori, Molti di voi sono rimasti colpiti dall’abilità stregonesca di Mourinho, che è riuscito a trasformare un’annata normale in un trionfo grazie alle vittorie non scontate ma neppure eroiche su Bodo Glimt, Leicester e Feyenoord, battuto non al Santiago Bernabeu o allo Stade de France (dove ieri si è giocata la finale di Champions) ma all’Arena Kombetare di Tirana. Altri sono rimasti ancora più colpiti dall’enfasi con cui Roma e i romanisti hanno celebrato (pure sospendendo il trasporto pubblico nella capitale d’Italia) la vittoria di una Coppa che tanti non avevano mai sentito nominare, anche perché fino a poco tempo fa non esisteva. Il rapporto tra la squadra e la città è in effetti unico. Nessuna squadra, tranne forse il Napoli, è così amata come la Roma, e nessuna è più soggetta all’esaltazione e alla depressione. Per qualcuno, la Roma è l’anima della città. Per altri, ne è la caricatura. Esprime ed enfatizza una delle sue caratteristiche, quel misto di mitomania e provincialismo che spira pure in una metropoli eterna e universale. Poi certo sono molto romanisti i palazzi della politica e la Rai, e questo contribuisce all’enfasi. Gli archivi digitali custodiscono il tweet di un giornalista anche competente secondo cui Zaniolo era meglio di Messi; salvo poi cadere in disgrazia a causa dei dissapori con Mourinho, ed essere recuperato alla patria giallorossa dopo il gol vittoria di mercoledì. E non parliamo dei leggendari capitani, tutti romanisti e romani (caso unico in Italia), da Totti a Lorenzo Pellegrini passando per De Rossi. Per capire meglio, dobbiamo rileggere sul Corriere il bellissimo reportage di Fabrizio Roncone dalla notte di Tirana. Premettendo che è sempre difficile comprendere gli amori degli altri, Roncone spiega ai milanisti (che per lo scudetto hanno fatto meno chiasso) e agli interisti (i quali per la finale di una coppa più importante, l’Europa League, non si scomposero più di tanto) che se anche mercoledì avessero perso, per i romanisti sarebbe stata «quasi la stessa cosa»; dove la parola chiave è appunto «quasi». La vittoria ovviamente alimenta l’identità, l’orgoglio, il mito, se volete la mitomania. La sconfitta avrebbe alimentato quel vittimismo un po’ provinciale che è quasi altrettanto dolce, per cui la Roma è vittima del Nord, degli arbitri e del destino, ma non c’è nulla di meglio al mondo che essere romani e romanisti. Oggettivamente, nessuna squadra al mondo ha inni così belli come le canzoni composte per la Roma da Antonello Venditti (anche se parte dell’Olimpico ama ancora di più quella di Lando Fiorini). E, a rivederlo su YouTube, il gol di Turone pare quasi regolare.

Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 21 maggio 2022.

«La mia più grande paura è stata quella di ritrovarmeli tutti addosso: "Ecco fatto, sono la loro cena", ho pensato. Io da una parte del maxi scooter distrutto, loro dall'altra, con quel cucciolo che si lamentava, anche se io per la verità l'ho visto andare via da solo. Non sapevo che poi è morto anche lui». 

Alessandro Caizzi, 51 anni compiuti da poco, dipendente di una società di trasporto pubblico, è ancora molto provato dalla brutta avventura vissuta nella tarda serata di giovedì con un branco di una ventina di cinghiali - forse gli stessi avvistati notti fa alla Balduina - mentre percorreva via Anastasio II, all'altezza di via Pietro De Cristoforis, in direzione di via Cipro cioè non lontano dal Vaticano.

«Erano da poco passate le 23, tornavo a casa al Nuovo Salario, quando mi sono trovato davanti la mandria che alcuni vigili urbani cercavano di controllare affinché non creassero problemi alla circolazione - racconta -. Provavano a farli stare tutti in fila, ma era un'impresa complicata. A terra poi era pieno di escrementi, e quindi penso che stazionassero lì da parecchio tempo facendo dentro e fuori con l'area verde. A un certo punto due animali, uno grande e uno piccolo, hanno attraversato la strada e mi sono venuti addosso.

Impossibile evitarli, non so se mi abbiano caricato, ma è stato come finire contro un muro». Caizzi è caduto rovinosamente, rimanendo ferito. Una donna l'ha soccorso, cercando di asciugare le escoriazioni con i fazzoletti, mentre i vigili urbani chiamavano il 118. «È stato allora che mi sono spaventato davvero perché il resto del branco si avvicinava sempre di più - dice ancora Caizzi -. Devo ringraziare la signora che mi ha aiutato a rialzarmi e così sono potuto fuggire ancora più lontano. Non è stata una bella sensazione, devo dire.

I vigili urbani mi hanno detto che la bestia che non si muoveva sarebbe stata abbattuta dal servizio veterinario. Mi dispiace molto. E pensare - afferma ancora l'autista - che solo pochi giorni prima ho incontrato Obelix nella zona del laghetto di Villa Ada dove facevo jogging. Era mansueto, da solo, in mezzo alla boscaglia. Proprio non mi ha fatto l'impressione di essere un animale pericoloso.

Però adesso, al pensiero che negli anni passati altri scooteristi sono morti in incidenti simili al mio (almeno due casi nella zona di via Cassia e del parco dell'Insugherata, insieme con altri quattro feriti, ndr), mi vengono i brividi. 

Lo scooterone è distrutto, il telaio tutto piegato. Sono stato davvero fortunato che non sia andata peggio. All'ospedale San Carlo di Nancy mi hanno dato sei giorni di prognosi - conclude l'autista - ma almeno posso raccontarlo».

Quando Roma antica fu violata per far largo ai ministeri. All’epoca in cui la Città eterna diventa capitale, preziosi siti vengono distrutti, per cedere spazio alla stazione, ai dicasteri, a numerosi edifici. Due mostre e un libro rievocano il costo della modernità. Marisa Ranieri Panetta su L'espresso il 24 maggio 2022.

Nel 1871, quando Roma divenne capitale del neo Regno d’Italia, non era attrezzata per ospitare ministeri, uffici, ambasciate, nuovi quartieri. Fuori dalle mura vaticane, tra chiese, palazzi, grandi residenze con giardini e orti, si presentava con rovine antiche disseminate ovunque, zone abbandonate e disabitate. Più in fretta possibile era dunque necessario costruire gli edifici adeguati al cambio di ruolo politico e tutto avvenne a spese di evidenze archeologiche che intralciavano la costruzione di strade e fabbricati.

Francesco Rutelli, alla scoperta di Roma in 18 passeggiate. Federica Manzitti su Il Corriere della Sera il 7 Maggio 2022.

Il libro del presidente dell’Anica ed ex-sindaco della Capitale propone itinerari, fra centro storico e periferia, per esplorare la città. 

Il passato remoto, il futuro prossimo e le ripidità del presente. Roma, camminando, nuovo libro di Francesco Rutelli pubblicato con Laterza, è un invito in diciotto itinerari a non rinunciare alla meraviglia della scoperta che la Capitale promette ogni giorno fra centro storico e cintura. Farlo con le proprie gambe è il solo modo di farlo sul serio, secondo l’attuale presidente dell’Anica, sindaco della città dal 1993 al 2001 e creatore, tra numerose altre cose, del festival «Videocittà» e della Scuola di Servizio Civico. «Dedico il libro a un amico con grave disabilità che non si rassegna e continua a scoprire — racconta — Dobbiamo ricordarci sempre quanto camminare sia, non solo sano, ma elogiato da tanti scrittori e filosofi citati in queste pagine. È un privilegio che abbiamo dimenticato a cui oggi si aggiunge la possibilità di esplorare attraverso la tecnologia. Alla fine di ogni capitolo c’è un QR Code collegato all’itinerario per orientarsi tra i luoghi attraversati».

Un passo dopo l’altro si va per ventotto secoli di storia.

«Cominciando dal Tevere dove tutto ha avuto inizio. Oggi consideriamo il fiume per com’è: imprigionato dai muraglioni, ma è affascinate riscoprire quale elemento dirompente sia stato per la città in termini postivi e negativi. La scelta di insediarsi sull’acqua, ma a debita distanza dalla costa marina esposta a razzie, l’approvvigionamento di grano per sfamare il suo milione di abitanti, ma anche le esondazioni spaventose. La famiglia dei Borgia, ad esempio, fu sterminata dalle zanzare a Castel Sant’Angelo, circondato da acqua stagnante».

L’andatura dei suoi itinerari è al tempo stesso erudita e leggera.

«Sono il primo a scoprire quante cose non si sanno di questa città ed è un’autentica, quotidiana meraviglia! Nel raggio di pochi metri, ad esempio, abbiamo il primo turpiloquio della lingua italiana a S. Clemente, il leggendario sacello della papessa Giovanna ai piedi del Celio e gli affreschi dei Santi Quattro Coronati scoperti durante il mio mandato a sindaco e restaurati da Andreina Draghi, sorella di cotanto fratello. Percorsi consueti, a volte burocratici che facciamo ogni giorno, sono pieni di storie che valgono per oggi e per domani. Insegnamenti su guerre, pluralismo, epidemie sono davanti ai nostri occhi, portatori di un’attualità pazzesca, non solo perché la storia è sempre maestra, perché parlano al presente: dal nome delle criptovalute, ai richiami alla Santa Inquisizione di certi movimenti americani».

Le classifiche sulle città oggi si fanno su quanti servizi offrano. I servizi fanno la felicità?

«Riducono l’infelicità. Ma io ho voluto sottolineare come, alzando la testa dalle buche, l’esperienza del camminare ci permetta di scoprire cose esilaranti, divertenti, oltre che istruttive. È un enorme privilegio che può aiutarci ad uscire dalla grande angoscia che viviamo in questi tempacci». 

Castel Sant'Angelo e la leggenda dell’angelo. Claudio Schirru il 5 Luglio 2022 su Il Giornale.

Castel Sant'Angelo è tra i monumenti più famosi di Roma: deve il suo nome all'angelo posto alla sua sommità, a cui è legata una particolare leggenda 

Castel Sant'Angelo è uno dei monumenti di Roma più famosi e visitati insieme al Colosseo e alla Fontana di Trevi. Si trova sul Lungotevere, tra il quartiere Prati e quello di Borgo, a poca distanza dalla Città del Vaticano e dalla Basilica di San Pietro.

Attualmente è visitabile buona parte della struttura, senza prenotazione (sebbene consigliata nei fine settimana) ma con il pagamento di un biglietto. La prima domenica del mese l'ingresso è gratuito.

Le origini di Castel Sant'Angelo

La sua storia è millenaria e risale all'incirca al 123 d.C., quando la sua costruzione fu ordinata dall'imperatore Adriano. Questi lo scelse come luogo per ospitare le spoglie di tale dinastia e così fu fino ai tempi di Caracalla. Perse tale destinazione d'uso a partire dal 403 d.C. e nel corso dei secoli assunse le caratteristiche attuali divenendo un avamposto fortificato per difendere Roma dalle invasioni barbariche.

Passò nelle mani del papato nel 1367, quando Papa Urbano V lo pretese come condizione affinché il soglio di Pietro tornasse a risiedere nella Capitale. Divenne definitivamente proprietà demaniale dello Stato Italiano nel 1870, come effetto della raggiunta Unità d'Italia.

La leggenda dell'Angelo 

Castel Sant'Angelo non ha sempre avuto questo nome. Al contrario, fu soltanto quattro secoli dopo la sua realizzazione che ciò avvenne. In origine si chiamava Mausoleo di Adriano. Tale denominazione rimase in vigore fino al 590 d.C., quando al nome originale iniziò ad affiancarsi quello di "Castellum Sancti Angeli". Per un breve periodo ci si riferì alla struttura come al Carceres Teodorici, in quanto il re d'Italia Teodorico lo utilizzò (tra il 493 e il 526) come prigione. Funzione mantenuta anche durante il papato.

Cosa portò al definitivo cambiamento, reso via via ufficiale negli anni che seguirono il 590? Il nome Castel Sant'Angelo è legato all'epidemia di peste che in quell'anno colpì Roma, lo stesso anno in cui al soglio pontificio si insediò Papa Gregorio Magno.

Leggenda narra che in quei terribili momenti vi fossero un angelo e un diavolo che giravano per la città: l'angelo indicava con la sua spada le porte delle case, mentre il diavolo con uno spiedo batteva alla porta; a ogni colpo una persona nella casa moriva.

Per cercare di porre fine alle morti Papa Gregorio Magno mise in atto una processione penitenziale, pregando affinché la città potesse risollevarsi da tale afflizione. Si racconta che lo stesso pontefice vide l'angelo sulla cima del Mausoleo di Adriano, intento a rinfoderare la spada prima di ritornare nel Regno dei Cieli. In memoria di quella salvifica apparizione venne realizzata la statua di un angelo che ripone la sua arma nel fodero.

La Statua di Castel Sant'Angelo 

La prima statua a forma di angelo costruita per ricordare l'avvenimento era di legno e venne sostituita in seguito all'usura dei materiali. Ne seguì una seconda di marmo, distrutta nel 1379 durante un assedio, e poi da una terza realizzata in marmo con ali di bronzo. Quest'ultima andò in pezzi quando un fulmine colpì il castello e fece esplodere un deposito di polveri da sparo.

Nel 1497 si passò a una statua interamente in bronzo, fusa nel 1527 per realizzare dei cannoni. Nel corso del secolo fu nuovamente una versione in marmo con ali in bronzo a troneggiare in cima a Castel Sant'Angelo, sostituita con l'attuale figura in bronzo realizzata nel 1753 dallo scultore fiammingo Peter Anton von Verschaffelt. La precedente statua è ora visibile nel Cortile dell'Angelo.

Mirella Serri per “La Stampa” il 28 aprile 2022.

Sii popolare, raccogli associazioni di categoria quali facchini, fruttivendoli, contadini; lusinga gli elettori; non dire di no a nessuno; scrivi dei programmi in cui vi sia poco o nulla»: questi suggerimenti truffaldini li troviamo nello spregiudicato Commentariolum Petitionis (manualetto di campagna elettorale) scritto (quasi certamente) da Quinto Tullio Cicerone verso il 65-64 a.C. per il fratello Marco Tullio in lizza per la carica di console. 

 I nostri progenitori erano così: ricchi di contraddizioni con il loro spirito sapido, spavaldo e temerario e anche capaci di dare un'impronta avveniristica alla cultura che ha formato mezzo mondo. A farci scoprire l'universo dell'antica metropoli è Francesco Rutelli nel suo ultimo libro, Roma, camminando (Laterza).

Politico di lungo corso, Rutelli, il cui bisnonno Mario è lo scultore della celebre fontana delle Naiadi di piazza Esedra a Roma, ha iniziato la sua avventura nel Partito Radicale, poi ha proseguito come ministro dell'Ambiente e della Cultura, poi come vicepresidente del Consiglio ed è stato anche il primo sindaco di Roma eletto direttamente dai cittadini. In questo suo saggio itinerante, che attraversa 28 secoli e si muove lungo 18 percorsi, adotta un punto di vista assolutamente originale e ci spiega come sia stata incredibile la capacità dei nostri antenati di alimentare le tematiche simboliche, comunicative e creative che incontriamo ancora oggi, non solo in Italia ma in ogni angolo del globo. 

Proprio così: Roma è veramente caput mundi ed estende le sue ramificazioni senza limiti temporali, geografici e nemmeno ideologici. Un esempio? L'aquila imperiale che incarna la concreta «espressione del potere di Roma» è simbolo di supremazia dell'imperatore, pontifex maximus e capo dell'esercito.

È stata utilizzata da Napoleone ma pure da Mussolini e Hitler. È diventata persino l'emblema della democrazia americana: i padri fondatori degli Stati Uniti attinsero dai latini il principio del delicato equilibrio dei poteri che connota il loro Stato di diritto. I romani furono i precursori del commercio globalizzato che si esercitò nei territori da loro controllati e non solo: si dedicavano con cura maniacale alle strade per facilitare il raggiungimento dei porti, per operare la riscossione delle imposte e per arrivare al centro dell'impero. 

Le vie lambivano i confini esterni, dalla Mesopotamia a Sala/Rabat, dall'Egitto alle foci del Danubio e del Reno. Il sistema della viabilità, che era governato in modo rigoroso dallo Stato con l'esproprio dei terreni privati, superò i centomila chilometri e ha dato origine al motto «tutte le strade portano a Roma». 

La lingua latina la troviamo persino nel terribile e persecutorio acronimo covid formato da lettere derivanti da parole di origine latina salvo l'ultima, che sta per l'inglese disease. Il vaccino deriva dal latino vacca e dal suo aggettivo vaccinus, il francese confinement, ovvero il lockdown, viene dalla lingua di Giulio Cesare.

Ma questi sono solo alcuni assaggi di un lessico sterminato che influenza tutti i campi: medico, artistico, tecnologico, architettonico, urbanistico e politico. Nell'estate del 2020 la t-shirt per il finanziamento della campagna Biden-Harris recitava It' s time to cross the Rubicon, è il momento di attraversare il Rubicone. Ugualmente i giornali scrissero che «si era passato il Rubicone» quando il Dipartimento della Difesa, con un provvedimento senza precedenti dopo l'assalto dei manifestanti pro-Trump al Campidoglio, decise di armare la Guardia nazionale a difesa del Congresso e della formale cerimonia di insediamento di Biden. 

Roma, riscoperta da Rutelli in veste di girovago e flâneur, è sempre stata anche una sponda da cui progettare il futuro. L'ex ministro della Cultura ci rammenta le battaglie civili che si sono combattute nell'Urbe: da piazza Navona, che ha ospitato le gloriose adunate per il divorzio e per l'aborto convocate da Marco Pannella, al Colosseo che è stato il simbolo mondiale della protesta contro la pena di morte. 

È stata perfino la sede di uno dei primissimi gridi di allarme degli ambientalisti sui «Limiti dello sviluppo»: l'imprenditore e manager Aurelio Peccei vi riunì gli studiosi internazionali che redassero l'inquietante rapporto globale pubblicato nel 1972. La politica, secondo Hannah Arendt, è stata definita nella Roma antica come il patto capace di sigillare un accordo tra parti diverse, formando la societas.

Con la complessità della sua magistratura, con i suoi conflitti, con gli squilibri di potere tra aristocrazia, cittadini e plebe, con la sua democrazia, con la dittatura, con il ruolo dei militari, con il clientelismo e con tutte le sue astuzie, crudeltà e genialità, Roma ci fa capire chi siamo e cosa siamo stati. Di recente, l'Economist ha sottolineato che i popoli conquistati dalle milizie romane entravano a far parte di un sistema di cittadinanza comune: «Per questo motivo in tanti finivano per riconoscersi nel governo di Roma e per questo l'impero è durato così a lungo». 

L'obiettivo della «cittadinanza» per gli stranieri è oggi ancora un miraggio. Questo saggio peripatetico di Rutelli è un appassionato manifesto elaborato da chi crede nella politica «alla Arendt». Indica un percorso per recuperare la visione e la progettualità che caratterizzarono l'operato dei politici di molti secoli fa. E che oggi spesso mancano.

Baraccopoli resiste da otto mesi accanto al Palazzo di Giustizia. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2022.

Basterebbe una scintilla a provocare un incendio. Nell’impunità la favela ha continuato a crescere, con nuove e fatiscenti strutture, a due passi dalla cittadella giudiziaria. 

Da 8 mesi (e forse anche di più) vivono in una baraccopoli in via Romeo Romei, con affaccio Tribunale, nel cuore della riserva naturale di Monte Mario, uno dei polmoni verdi della Capitale. Dove basterebbe una scintilla a provocare un incendio, come, in una situazione analoga, è successo la notte del 3 ottobre 2021 al Ponte di Ferro. La situazione pericolosa della favela di Monte Mario è stata segnalata già due volte dal Corriere – il 22 agosto e il 27 ottobre scorsi - senza che sia seguito alcun intervento delle istituzioni cittadine. Né il Campidoglio, né la Polizia Locale di Roma Capitale, deputati per competenza a intervenire, hanno avviato l’iter per rimuovere tende e baracche.

E nell’indifferenza nell’impunità la favela ha continuato a crescere, con nuove e fatiscenti strutture, proprio a due passi dalla cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio, dove ogni giorno pubblici ministeri, giudici e avvocati celebrano decine di processi per reati come l’abuso edilizio o il furto di corrente elettrica. A tentare di rendere le proprie condizioni di vita meno pericolose e miserabili, sono gli stessi accampati. Niente carte lasciate per terra, nessun apparecchio elettrico utilizzato per cucinare o scaldarsi nelle notti, molto fredde, all’interno della riserva, anche in questo periodo. Nemmeno avanzi di cibo vengono abbandonati dagli occupanti per non attirare topi o cani. Gli accampati hanno creato persino un rudimentale bagno, sempre con l’intento di mantenere il luogo in condizioni igieniche certo non accettabili, ma quanto meno senza scendere sotto la soglia della totale assenza di dignità.

Durante il giorno a fare da sentinella alla baraccopoli e agli oggetti di chi ci abita, c’è Svetlana (nome di fantasia), romena, 50 anni, anche se le rughe sul viso e la tristezza negli occhi la fanno sembrare molto più anziana. «Gli altri sono in giro - dice e poi si abbandona a un sospiro - la mia è stata una brutta vita». Madre di 4 figli e nonna di tre nipoti, è dal 2005 in Italia: «Vivo in questa baracca da 2 settimane, forse tre – racconta Svetlana - E’ stato mio marito a costruirla. C’era posto, non sapevamo più dove andare. Io non posso muovermi. Ho il diabete. Quando ho bisogno delle medicine, vado alla Caritas, lì mi trattano in modo umano. Vivo in Italia da 17 anni, ho dormito ovunque, sotto i ponti e in mezzo alla strada, so bene che questo non sarà il posto definitivo». Svetlana non ha il viso e i modi della delinquente. Ma gli altri accampati? Nella riserva naturale di Monte Mario, istituita nel 1997, sono state sbaraccate tante bidonville nel corso degli anni, tre dal 2015 a oggi. Nel 2018 in una di queste baraccopoli è stato arrestato lo stupratore di una donna di 54 anni. Le bidonville, dove trovano rifugio gli ultimi della Capitale, sono zone franche, senza legge: a pochi metri dal tempio della legge.

Roma, la mamma di Gaia: «Il mio legale Andrea Prosperi morto anche lui come le ragazze e come Leo». Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 17 Aprile 2022.

«Era un uomo meraviglioso. Sempre disponibile e sorridente. Mi mancherà molto» dice Gabriella Saracino. «Il padre di Pietro che ha investito Gaia e Camilla ha chiesto scusa».  

Andrea Prosperi, l’avvocato morto il 14 aprile travolto alla guida di una moto da una Bmw che non ha rispettato uno stop, è stato anche il legale della mamma di Gaia nella causa civile. «Sono sconvolta, era un uomo meraviglioso. Sempre disponibile e sorridente. Mi mancherà tantissimo» dice Gabriella Saracino, con la voce incrinata dalla tristezza. Per lei è stata una settimana segnata dal dolore. Il 7 aprile la morte di Leonardo Lamma, l’amico di Gaia e Camilla: l’ultimo che insieme a un quarto giovane ha visto e scherzato con le due sedicenni prima che fossero investite e uccise a Corso Francia.

Ora un altro lutto: la morte di Andrea Prosperi, il legale che ha seguito la signora Saracino nel processo sul risarcimento danni. La causa civile seguita a quella notte disgraziata e maledetta del 22 dicembre del 2019, avrebbe dovuto chiudersi a giugno. «Ma con Andrea non sarebbe mai finito il rapporto, era ben di più di un avvocato. Parlavamo sempre di Gaia. Voleva farmi conoscere i suoi tre figli. Diceva che erano toccati dalla tragedia di mia figlia- dice la signora Saracino- Andrea era una persona come di rado se ne incontrano nella vita. Disponibile ed educato. Amava la moglie, e ogni suo discorso era sempre centrato su di lei». Una scia di lacrime infinita: Gaia, Camilla, Leonardo, Andrea. Ma la signora Saracino tiene a sottolineare una circostanza: «Pochi mesi fa ho incontrato Paolo Genovese, il padre di Pietro (il ragazzo che ha investito Gaia e Camilla). È stato un incontro sofferto ma sincero. Mi ha chiesto scusa. Da padre».

L’incidente in Corso Francia e la morte di Leonardo Lemma, la mamma di Gaia: «Erano assieme l’ultima notte di mia figlia». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 10 Aprile 2022.

La donna si dice «profondamente scossa» dalla morte di Leo Lamma: «Si erano ritrovati per via di una gita in Provenza». Quindi l’appello ai genitori ad andare avanti con la loro ricerca della verità.

Gabriella Saracino, mamma di Gaia von Freymann vittima quindicenne del viadotto di corso Francia (era il 21 dicembre 2019), sceglie di affacciarsi sul ciglio del proprio dolore per rivolgere un pensiero affettuoso a Paola e Stefano Lamma, i genitori di Leonardo, morto lungo lo stesso tragitto tre giorni fa. «Sono profondamente scossa da quella che appare come un’orrenda fatalità. Tre dei quattro ragazzi seduti a prendere una pizza quel 21 dicembre, sono morti nello stesso tratto».

Gaia conosceva Leonardo?

«Avevano frequentato assieme le medie. Poi le loro vite si erano divise: scuole differenti. Infine si erano ritrovati per via di una gita in Provenza. Erano assieme l’ultima notte di mia figlia. Tutto quello che ho provato si mescola assieme a una nuova sofferenza, l’ennesimo senso di privazione. Leonardo che veniva alla messa in ricordo di Gaia. Leonardo che passava a salutarmi. Leonardo che non c’è più. È un incubo».

Che ricordo ha del ragazzo?

«Gentile, affettuoso, intelligente. Ho ancora la sua foto su WhatsApp... Lo immagino prudente sul suo scooter. Aveva il casco allacciato e andava piano ho letto. Sono certa che vi siano responsabilità da accertare nella morte di Leo».

Mamma e papà di Leonardo hanno presentato una denuncia in Procura. Sotto accusa la manutenzione della strada. Si sentirebbe di rivolgere loro un pensiero?

«Il mio primo istinto è stato di inviare un semplice cuore a Paola, la mamma. So che si è sentita male. Non posso far altro che capire. E rendermi disponibile quando lo vorrà a sostenerla in ogni modo. Incoraggerei l’una e l’altro ad andare avanti con la loro iniziativa. Non può che venirne bene. E so anche che sarà faticoso, duro».

Lei, assistita dal suo avvocato Franco Moretti, ha avuto pienamente ragione in primo grado.

«Sì, salvo poi veder ribassata in modo significativo la pena di Pietro (Pietro Genovese, figlio di Paolo, il regista, alla guida dell’auto che investì Gaia e la sua amica Camilla Romagnoli, ndr) nel secondo grado».

Corso Francia resta una fabbrica di lutti. Errori, negligenze: non si è imparato nulla?

«Collina Fleming era una piccola zona residenziale, ora è divenuta assieme a Ponte Milvio un’industria della movida notturna. La circolazione è aumentata. La velocità anche. Corso Francia è una sorta di autostrada che attraversa strade molto popolose. In questo momento vivo in zona Prati ma tornerò al Fleming dove c’è il ricordo di Gaia».

Lei si occupa anche di progetti innovativi sulla sicurezza stradale oggi?

«È così. Uno in particolare dovrebbe servire a ripensare il quartiere. Abbiamo seri problemi di mezzi pubblici ma anche una certa ambivalenza nell’affrontare la questione dei limiti di velocità. Dopo l’incidente di Gaia e Camilla tutti si sono affrettati a dire che servivano nuovi limiti ma poi è emersa anche la preoccupazione che quella strada diventi un corridoio immobile».

Esiste un conforto per risalire alla superficie dopo una perdita del genere?

«A dispetto delle mie fragilità, mi convinco di poter dare amore e aiuto agli altri. Trovo che chi ha fede reagisce meglio ma è difficile dopo simili prove continuare ad averne. Mi sforzo di condividere un’energia positiva che mi protegga e aderisco al gruppo Save the Parents che aiuta i genitori colpiti da lutti. Oggi so che Paola e Stefano avranno sempre davanti agli occhi l’immagine di Leonardo a terra ma, se credono, io sarò a loro disposizione».

Leo Lamma morto a corso Francia, gli ultimi istanti in un video: sbanda sul dosso, poi il volo. Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 12 Aprile 2022.

La scena ripresa dalle telecamere di un Compro Oro, il filmato è stato consegnato ai pm. Le immagini potrebbero attribuire la responsabilità della caduta del 19enne dalla moto al dissesto lasciato sull’asfalto dopo la riparazione di una voragine.

Le telecamere esterne del Compro oro in corso Francia hanno ripreso l’incidente in cui giovedì scorso Leonardo Lamma ha perso la vita. Nel video si vede la moto del 19enne che dopo il dosso perde il controllo, sbanda e cade. Le immagini sono state acquisite ieri mattina dai vigili urbani, che l’hanno consegnate alla Procura. È l’ultima svolta nelle indagini che potrebbero addossare la responsabilità della caduta del Ktm Duke di Leonardo al dissesto lasciato sull’asfalto all’altezza di via Antonio Gabaglio a seguito della riparazione di una voragine. La buca si era aperta per un cedimento dell’asfalto lo scorso 27 marzo ed era stata coperta con un rattoppo dopo i lavori di Acea sulla rete fognaria, durati circa una settimana. A quel punto il tratto di strada era in attesa di un ultimo «intervento di rifacimento del manto stradale urgente», come si legge in un documento della municipalizzata. Il ripristino è arrivato nel cuore della notte tra il 7 e l’8 aprile, a poche ore dalla morte dello studente universitario. Un intervento che, ha accertato la Procura, era già previsto.

Ricostruire la dinamica della caduta che ha provocato il decesso di Leonardo è l’obiettivo principale dei suoi genitori, Stefano Lamma e Paola Scaglioni, che per farlo si sono affidati agli avvocati Antonio De Fazi e Massimiliano Capuzzi. Da ieri la famiglia ha lanciato un appello per cercare quanti più testimoni possibile che quel giovedì – intorno alle 17 – potrebbero aver visto cosa è successo. Il messaggio ha iniziato a circolare prima tra parenti e amici, poi è arrivato ai conoscenti e infine si è diffuso a macchia d’olio nella zona di Roma Nord. Dal Fleming a Vigna Clara, passando per ponte Milvio e i Parioli, i social dei residenti si sono uniti alla rete del passaparola. «Urgente, servono testimoni dell’incidente di giovedì 7 aprile a corso Francia, chiunque abbia visto le dinamiche dell’incidente, può essere fondamentale. Fate girare!», è la breve richiesta d’aiuto della famiglia Lamma, che in 24 ore ha fatto il giro anche dei gruppi Facebook di quartiere. A disposizione dei genitori ci sarebbe già una testimone, che lo scorso 7 aprile sarebbe stata al volante di un veicolo che si trovava dietro la moto di Leo. I coniugi sperano che raccogliendo i racconti di chi ha visto gli ultimi istanti di vita del ragazzo riescano a identificare le cause dell’incidente. Nel frattempo, si dicono «fiduciosi nel lavoro che sta svolgendo il pm».

La ricerca di testimoni sembra tuttavia un’impresa più difficile del previsto, nonostante quel tratto di corso Francia sia costellato di attività. «Questa è una zona rumorosa e trafficata, c’è sempre caos. Sentire le sirene delle ambulanze o i clacson non ci stupisce», raccontano all’unisono i commercianti della zona. Per questo chi lavora lungo la strada non si è reso conto subito di cosa stesse succedendo. I lavoratori l’hanno capito solo «a cose fatte». Qualcuno dopo aver sentito un forte botto, qualcun altro in modo più suggestivo, come l’edicolante con il chiosco di fronte al punto in cui si è fermata la Ktm Duke di Leonardo: «Ho visto la moto rotolare su se stessa a mo’ di palla, allora ho capito che era successo qualcosa di grave».

A fornire un ulteriore elemento nell’inchiesta c’è l’autopsia del 19enne. Dall’esame non è emerso niente di anomalo, assicura l’avvocato De Fazi. Niente alcol né droghe, che possano aver compromesso la lucidità del giovane. In attesa della conclusione delle indagini, amici e familiari daranno l’ultimo saluto a Leo mercoledì pomeriggio, nella chiesa della Gran Madre di Dio in piazzale di ponte Milvio.

Camilla Palladino, Giulio De Santis per il "Corriere della Sera" il 9 aprile 2022.

Il rattoppo di una voragine in corso Francia, a Roma, potrebbe essere la causa dell'incidente in cui è morto Leonardo Lamma, 19 anni. È l'ipotesi della Procura che ha aperto un'inchiesta per omicidio stradale, per ora senza indagati. Il ragazzo, studente di Medicina, era un caro amico di Gaia von Freyman e (soprattutto) di Camilla Romagnoli, con le quali aveva cenato la sera dell'incidente - tra il 21 e il 22 dicembre 2019 - costato la vita alle due 16enni. Due tragedie avvenute quasi nello stesso punto della strada che attraversa il quartiere Flaminio.

Leonardo e le ragazze travolte e uccise da Pietro Genovese, figlio del regista Paolo, che a luglio 2021 ha patteggiato cinque anni e quattro mesi in appello (sentenza poi confermata in Cassazione), erano amici fin dall'adolescenza: erano 13enni quando frequentavano la stessa comitiva a ponte Milvio, il luogo di ritrovo dei giovani che abitano nei quartieri di Roma nord, dalla Cassia al Flaminio ai Parioli. È lì che ci si incontra la sera del sabato, è lì che anche Leonardo, Gaia e Camilla si davano appuntamento per le serate dei fine settimana.

L'amicizia fra i tre era nota anche ai coetanei dello studente che ieri pomeriggio, a 24 ore dalla sua morte, si sono incontrati a corso Francia per portare fiori e biglietti sul luogo della tragedia. Racconta M.A., padre di un altro caro amico di Leonardo: «La sera dell'incidente in cui sono morte Gaia e Camilla c'era anche mio figlio, che aveva addirittura discusso con le due ragazze insistendo per accompagnarle a casa. Avevano risposto che, abitando lì vicino, preferivano andare a piedi». 

Adesso l'indagine mirata all'accertamento di quanto accaduto giovedì attorno alle 17 si prospetta complessa. Il primo punto da chiarire: poche ore dopo la tragica fine dello studente, tra il 7 e l'8 aprile, la strada è stata ripianata in tutta fretta come sembra documentare un video girato dagli amici di Leonardo?

Nel filmato, allegato dai genitori della vittima alla denuncia in Procura, si vedono gli operai lavorare sulla careggiata dove il motociclista ha perso il controllo del mezzo. È questo uno snodo decisivo per capire se all'origine del dramma ci sia ancora una volta la manutenzione dell'asfalto. 

Ecco perché è necessario tornare al pomeriggio di domenica 27 marzo, quando all'improvviso su corso Francia si apre una voragine all'altezza del civico 159 in direzione centro: qualche metro prima delle strisce pedonali dove sono state investite Gaia e Camilla. La carreggiata viene in parte chiusa, ma quando dopo una settimana terminano i lavori di ripristino sull'asfalto resta un dosso.

È il punto dove Leonardo perde il controllo del suo Ktm Duke, finisce contro lo spartitraffico e muore. Una tragedia evitabile? «Cerchiamo solo di conoscere la verità», dicono gli avvocati Antonio De Fazi e Massimiliano Capuzzi, i legali che assistono la famiglia Lamma.

Corso Francia, i genitori di Leonardo: il dosso è stato come un trampolino. Giulio De Santis e Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 10 Aprile 2022.

La mamma e il papà del 19enne morto giovedì sabato sono tornati sul luogo dell’incidente con i loro legali e tecnici per alcuni rilievi: «C’è un testimone che ha visto tutto».

«C’è un testimone a verbale che ha visto tutto: il dosso ha fatto come da trampolino per la moto di Leonardo». Parla Antonio De Fazi, legale insieme a Massimiliano Capuzzi di Paola Scaglioni e Stefano Lamma, i genitori del 19enne morto giovedì a corso Francia dopo aver perso il controllo della moto. Secondo l’avvocato l’elemento chiave nella ricostruzione della dinamica dell’incidente è il rattoppo lasciato sull’asfalto in seguito ai lavori di copertura di una voragine. Dissesto spianato in tutta fretta poche ore dopo la morte del giovane, nella notte tra il 7 e l’8 aprile. Per questo ieri mattina De Fazi è tornato sul posto, distante pochi metri dal punto in cui nel dicembre del 2019 furono investite e uccise le 16enni - amiche di Leonardo - Camilla Romagnoli e Gaia von Freymann.

Il legale è arrivato con i consulenti tecnici nominati dalla famiglia Lamma, gli ingegneri Fabrizio Ceramponi e Francesco Di Gennaro. Insieme a loro anche i genitori di Leonardo e gli amici più stretti. «Noi pensiamo che questo rattoppo sia stato l’elemento decisivo per la caduta del ragazzo. Non può aver fatto tutto da solo: ci sono tre diversi punti d’impatto a venti metri di distanza l’uno dall’altro», dichiara l’avvocato. «È stata creata una chat dai residenti del quartiere – aggiunge De Fazi – in cui è stato segnalato il dosso: i cittadini raccontano che tante persone hanno rischiato di cadere in questo punto della strada».

Testimonianze, quelle raccolte dai legali della famiglia, che richiedono di accertare in che modo e in che tempi l’Acea ha svolto i lavori dopo la rottura della tubatura che ha dato origine alla voragine, comparsa il 27 marzo scorso. In un documento della municipalizzata si legge: «Intervento di rifacimento del manto stradale urgente». Ma allora perché Acea, dopo la chiusura della buca con un rattoppo, non ha ripianato subito l’asfalto? L’urgenza sarà il tema centrale dell’inchiesta per omicidio stradale affidata dal pm Attilio Pisani al gruppo Cassia della polizia locale, che dovrà verificare se la strada fosse in sicurezza prima dell’incidente. Uno dei primi passi sarà accertare se i lavori di Acea svolti poche ore dopo l’incidente fossero programmati proprio per giovedì notte oppure se siano stati eseguiti sull’onda della tragedia. In entrambe le situazioni, comunque, si porrebbero degli interrogativi, perché nel primo caso i lavori sarebbero stati tardivi mentre nel secondo sarebbero stati svolti per nascondere delle eventuali responsabilità.

Delle risposte potrebbero arrivare telecamere di sicurezza poste su due semafori di corso Francia: il primo si trova al civico 100 e il secondo al 117, all’altezza delle strisce pedonali dove sono state investite e uccise Gaia e Camilla. I vigili, che hanno già acquisito i filmati, stanno anche cercando di rintracciare le decine di testimoni che hanno assistito all’incidente e hanno telefonato al 112 in quei minuti. Va però precisato che, stando ai primi rilievi, gli investigatori non correlano la caduta al dosso. Un’ipotesi opposta a quella della famiglia.

«Useremo i droni per studiare lo stato della strada», promette l’ingegnere Ceramponi. «Ci sono diversi elementi ancora da chiarire, perché è incredibile che la zona non sia stata messa sotto sequestro mentre il ragazzo era ancora sulla strada e che siano stati fatti i lavori poche ore dopo», specifica l’avvocato De Fazi mentre i consulenti tecnici fanno i rilievi. L’intenzione è di tornare sul posto la settimana prossima, per fare analisi più precise. Annuncia De Fazi: «Chiederemo al pm di chiudere la strada. Vogliamo fare le nostre verifiche per sapere cos’è successo davvero».

Giulio De Santis per roma.corriere.it il 9 aprile 2022.

«Il dosso dove è caduto Leonardo è stato nascosto. Il video che mostra i lavori fatti nel cuore della notte qualche ora dopo la morte di nostro figlio non lascia dubbi. Ora ci poniamo una domanda: perché subito dopo l’incidente l’area non è stata sequestrata?». Sono pensieri pieni di rabbia e costernazione quelli che Paola e Stefano Lamma, i genitori di Leonardo, affidano al loro legale, l’avvocato Antonio De Fazi. «Vogliamo sapere la verità. Vogliamo giustizia. 

Sono giorni che corso Francia, direzione centro, ha l’asfalto rovinato dopo l’apertura della voragine. Perché non hanno continuato a tenere chiusa la careggiata al traffico, com’è stato fatto all’inizio? Il video che abbiamo depositato in Procura è un documento che lascia pietrificati. Le strade di questa città devono finire di distruggere le vite dei nostri figli». 

Lo sfogo di Paola e Stefano, consegnato dall’avvocato De Fazi, è la fotografia del dolore di un papà e una mamma ancora increduli davanti alla tragedia che li ha investiti. Ieri mattina i loro legali – sono assistiti anche dall’avvocato Massimiliano Capuzzi – hanno depositato in Procura il video dei lavori notturni e le foto dello stato della strada prima dell’incidente in cui Leonardo ha perso la vita. 

Immagini che hanno imposto al pm Attilio Pisano di aprire l’inchiesta per omicidio stradale mirata ad accertare se la causa dell’incidente mortale sia stato il dosso sulla careggiata di corso Francia all’altezza del civico 159, direzione centro. Appena qualche metro prima di dove la notte del 19 dicembre del 2019 sono state investite e uccise Gaia e Camilla, due care amiche di Leonardo, soprattutto Camilla, con le quali il 19enne studente di Medicina aveva cenato la sera della tragedia. 

Il dosso è spuntato al termine dei lavori seguiti all’apertura della voragine che si è spalancata all’improvviso su corso Francia il pomeriggio del 27 marzo. Per quel dissesto il traffico locale è stato limitato per una settimana. Poi la strada è stata riaperta, ma con il dosso.

Il dubbio degli inquirenti è che il dissesto della careggiata abbia provocato la perdita di controllo della moto da parte di Leonardo, un appassionato delle due ruote. A sollevare l’interrogativo sono alcune circostanze. Innanzitutto nelle prime testimonianze raccolte dai vigili nessuno accenna al coinvolgimento di altri veicoli. Tutti sono concordi nel sostenere che Leonardo è caduto all’improvviso, senza nessuna macchina o moto che gli fosse accanto. 

Poi c’è l’assenza di una frenata a rafforzare l’ipotesi del concorso del dissesto stradale nella tragedia. La velocità tenuta dal ragazzo andrà appurata, ma anche su quest’aspetto i testimoni non hanno accennato a un andamento sostenuto del giovane durante la guida. Nei prossimi giorni il pm nominerà un consulente perché chiarisca la dinamica dell’incidente. Ma soprattutto la Procura intende fare luce sul video e sul perché la ditta sia intervenuta di notte. Ha dovuto sistemare la strada? Oppure ha solo tolto le tracce ematiche dell’incidente? Interrogativi, per ora senza risposta. I legali della famiglia Lamma, gli avvocati De Fazi e Capuzzi, hanno individuato il loro consulente: Mario Scipione, l’ingegnere scelto dalla Procura proprio nel caso di Gaia e Camilla.

L'assurda sorte di Leonardo, morto dove persero la vita le amiche Gaia e Camilla. Ignazio Riccio il 9 Aprile 2022 su Il Giornale.

Il 19enne è caduto dalla moto in corso Francia. Nel 2019, proprio in quel luogo, le due 16enni furono investite dal figlio del regista Genovese.

A volte le coincidenze sono agghiaccianti e lasciano senza parole i testimoni di vicende che hanno dell’incredibile. È il caso dell’incidente stradale di giovedì scorso, avvenuto in un tratto di corso Francia a Roma, dove è deceduto il 19enne Leonardo Lamma. Il ragazzo avrebbe perso il controllo della sua motocicletta, forse a causa di una crepa nell’asfalto rabberciata a malapena, sbattendo violentemente contro il cordolo che separa le due carreggiate dell’arteria. Due anni e mezzo fa, sulla stessa strada, erano morte Gaia von Freyman e Camilla Romagnoli, le due 16enni amiche di Leonardo, investite da Pietro Genovese, figlio del noto regista cinematografico Paolo, il quale ha patteggiato la pena di cinque anni e quattro mesi in appello.

Una convergenza impressionante, che ha accomunato la sorte di tre amici dai tempi dell’infanzia. Leonardo, Gaia e Camilla erano soliti frequentare il ponte Milvio, il luogo d’incontro per eccellenza dei giovani romani nel fine settimana. A quanto pare, come riporta il Corriere della Sera, anche il giorno in cui persero la vita Gaia e Camilla, a dicembre 2019, i tre ragazzi erano stati insieme. Il padre di un amico di Leonardo ha raccontato che il giovane si era offerto di accompagnare a casa le amiche, ma loro avevano rifiutato preferendo passeggiare a piedi. Sull’incidente di pochi giorni fa, intanto, la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un’indagine per omicidio stradale.

"Daje, provo ad attraversare..." La sfida choc in Corso Francia

Sotto i riflettori sono finite le condizioni del manto stradale e, come evidenzia il quotidiano Il Messaggero, ci sarebbe anche un piccolo giallo. Secondo i familiari di Leonardo l’arteria in quel punto era un colabrodo. Un video girato dagli amici del ragazzo deceduto qualche ora dopo l’incidente mostra alcuni operai mentre sistemano il tratto di strada. C’è anche un altro aspetto che gli inquirenti terranno in considerazione: il 27 marzo scorso su corso Francia si era aperta una voragine e dopo una settimana di lavori in quel punto è rimasto un dosso. Secondo i legali di fiducia della famiglia di Leonardo, il 19enne avrebbe perso il controllo del mezzo proprio su quell’avvallamento. La sensazione è che il processo sarà lungo e tortuoso, ma i genitori del giovane deceduto vogliono vederci chiaro e faranno di tutto per conoscere la verità.

Gualtieri promette di ripulire Roma ma il degrado regna in Campidoglio. Martina Zanchi su Il Tempo il 10 aprile 2022.

È sceso in campo anche il sindaco Gualtieri, col rastrello in mano e il fratino sopra il maglione, a dare una mano alle centinaia di volontari che ieri hanno presidiato i quartieri per ripulire strade, piazze e giardini di Roma. Il primo cittadino ha fatto la spola tra Villa Pamphilj, Colle Oppio e Centocelle, eppure, uscendo dai sui uffici, gli sarebbe bastato domandare al Marco Aurelio equestre da dove iniziare a dare i primi colpi di ramazza. E la statua gli avrebbe potuto rispondere: a pulire inizia da qui.

Persino il Campidoglio, su cui sorge Palazzo Senatorio, non sfugge al degrado generalizzato in cui è sprofondata la Città Eterna. Così, mentre ai piedi del colle il centro di Roma fa di nuovo i conti con un'invasione di spazzatura, il Campidoglio non brilla certo per decoro.

«Fa male vedere la piazza in queste condizioni», commenta un cittadino che racconta di frequentarla abitualmente. Ci indica le erbe infestanti che crescono rigogliose e indisturbate tra le fessure degli antichi marmi. Ora che la primavera è iniziata, è spuntato anche qualche fiorellino. Pensare che Roma deve il disegno attuale di piazza del Campidoglio al genio di Michelangelo, che realizzò la facciata di Palazzo Senatorio e il podio del Marco Aurelio. Il colpo d’occhio, ad oggi, non le rende giustizia.

«Ci troviamo in un sito Unesco, è come se nella Cappella Sistina crescessero le erbacce», riflette la nostra guida. Eppure nessuno sembra farci caso, in una sorta di assuefazione al degrado della città. E se la piazza è il volto istituzionale del Campidoglio, costantemente sotto gli occhi della politica, delle telecamere e dei turisti, basta addentrarsi tra le stradine e le scalinate per notare come la cura dei luoghi lasci piuttosto a desiderare. Passando oltre invadenti transenne e teli oscuranti - dietro i quali in alcuni casi non troviamo solo materiale da cantiere, ma anche sacchi di rifiuti - è l’incuria generale a catturare lo sguardo.

Passino le ringhiere rotte e i residui di plastica gettati a terra da passanti incivili; passino anche i cavi volanti, le erbacce sulle scale e alla base dei muretti, i portoni di legno scorticati. È impossibile, tuttavia, passare oltre il forte odore di urina che assale i passanti in un angolino della Scala dell’Arce Capitolina, che congiunge via di San Pietro in Carcere e il Museo del Risorgimento.

È ancora la nostra guida di quartiere, appassionata di storia antica, a indicarci dove guardare. «Non vi sembra strano che i giardini di Monte Caprino siano puliti e potati solo a metà? Dall’altra parte ci sono alberi crollati, balaustre rotte e la vegetazione è fuori controllo».

Il sito internet di Roma Capitale spiega, in effetti, che «i giardini di Monte Caprino sono chiusi per motivi di sicurezza (da marzo 2018)» e che i giardini del Campidoglio sono aperti solo sulla sinistra della piazza, dove prendono il nome di Papa Sisto IV. Nel 2009 la giunta Alemanno ne ordinò la bonifica e la chiusura nottetempo, per impedire che i terrazzamenti di Monte Caprino sprofondassero di nuovo nel degrado, meta di ambigue frequentazioni notturne.

A recuperarli in parte ci provò l'amministrazione Raggi, che nel 2021 riapriva al pubblico «dopo 12 anni» il belvedere della Rupe Tarpea, oggetto di lavori di restauro finanziati con 1,6 milioni complessivi dalla maison Gucci, in accordo con la Sovrintendenza Capitolina. L’obiettivo era restituirli ai cittadini e ai turisti che, peraltro, proprio in questo periodo hanno ripreso a brulicare tra le attrazioni del Campidoglio. Li accolgono i marmi di Michelangelo, infestati dalle ortiche.

Fiera di Roma, buco milionario: la Corte dei Conti indaga sul danno erariale. Nel mirino big della finanza. Valeria Di Corrado su Il Tempo l'08 aprile 2022.

La realizzazione della nuova Fiera di Roma, con i suoi padiglioni inaugurati nell’aprile del 2006 a Ponte Galeria sui terreni del gruppo Toti, ha creato un buco da oltre 251 milioni di euro. Un debito che «si trascinerà per anni nei bilanci pubblici, con il risultato negativo per il Lazio e Roma Capitale di non avere un polo fieristico di spessore, con enormi perdite per la potenzialità di sviluppo commerciale-turistico per il territorio e con le risorse perse che andranno a ricadere per anni sulla collettività». È questo il passaggio chiave che ha portato la Procura della Corte dei conti del Lazio a contestare un danno erariale da 251,6 milioni all’ex presidente della Camera di commercio di Roma Giancarlo Cremonesi e a 7 tra ex amministratori delegati, direttori generali e membri del cda di Investimenti spa, l’impresa pubblica partecipata da Regione, Campidoglio, Città Metropolitana e Cciaa romana.

L’indagine contabile, coordinata dal vice procuratore Massimo Perin e delegata al nucleo di Polizia economico-finanziaria, è partita dall’esposto dell’ex Commissario straordinario di Roma Francesco Tronca in merito alla «grave situazione finanziaria» in cui versava sia Investimenti spa, sia la sua controllata Fiera di Roma srl, a causa del mutuo da circa 200 milioni contratto inizialmente con Unicredit. Per sostenere i conseguenti oneri finanziari, Investimenti spa avrebbe richiesto a Fiera di Roma srl dei canoni di affitto «incompatibili con i ricavi dell’attività fieristica».

Il consulente tecnico d’ufficio nominato dalla Procura penale capitolina, che indagava per la bancarotta fraudolenta di Fiera di Roma srl e che poi ha archiviato il fascicolo trasmettendo le carte alla Corte dei conti, ha stabilito che il collasso finanziario della società è «la risultante di un incauto piano di ristrutturazione della vecchia impresa "Fiera di Roma" che poggia su un investimento progettuale errato o comunque in un’area a forte rischio idrogeologico, su stime di redditività irrealistiche e sull’incognita di una possibile futura valorizzazione del Vecchio Polo fieristico (su via Colombo, ndr) quale unica possibilità per poter concretamente far fronte all’indebitamento con il ceto bancario». Una «gestione che presenta evidenti caratteri di irragionevolezza», persino «sconsiderata», secondo il pm contabile.

Nell’invito a dedurre (una sorte di avviso di garanzia), oltre a Cremonesi, sono stati chiamati a fornire una difesa: Lorenzo Tagliavanti, attuale presidente della Camera di commercio; Cesare Pambianchi, ex presidente della Confcommercio; Vincenzo Alfonsi, ex segretario della Confesercenti; Marco Attilio Tranquilli, ex vicepresidente di Unindustria Lazio; Roberto Bosi, oggi alla guida di Cinecittà World; l’imprenditrice Ottavia Zanzi, moglie del costruttore Emiliano Cerasi; e Andrea Mondello, già al Cnel.

Gianluca Nicoletti per pernoiautistici.com il 2 aprile 2022.

E’ una prassi abbastanza abituale trovare occupato abusivamente un parcheggio riservato a un disabile. Sono almeno dieci anni che ho cercato di fare campagne civili,  vorrei almeno far passare il concetto che l’usurpazione di uno stallo riservato con concessione a una persona disabile equivale a un furto, oltre a essere un’azione spregevole che rivela quella spavalda fiducia nell’impunità che anima ogni persona gretta, ignorante e assolutamente disinteressata alle fragilità altrui. 

Quando accade a me di trovare occupato il posto riservato a mio figlio Tommy ormai non ne faccio più un caso personale, chiamo i vigili che devo dire intervengono immediatamente e multano la macchina, a volte la rimuovono. 

Tommy e io aspettiamo, possono passare anche un paio d’ore. E’ una situazione che so di condividere con un’infinità di persone e non mi sento vittima più di altri, capisco che il concetto di diritto all’inclusione per le persone disabili è ancora difficile a essere metabolizzato come comune patrimonio culturale. 

Spesso incappo negli usurpatori che si appalesano prevalentemente mentre il vigile sta compilando la contravvenzione, ascolto le loro scuse sempre uguali: “non ho visto il cartello, era solo per 5 minuti, anche io ho un parente disabile ecc”. Non ribatto nemmeno più, una volta mi incazzavo di brutto ma ho capito che non serve. Quello che mi è successo ieri però merita di essere raccontato, lo considero un’escalation nell’indifferenza che mi sento in dovere di registrare. 

Sabato 26 marzo verso le ore 14.00 il nostro stallo era occupato da un’imponente auto blu, una BMW 530 di rappresentanza, di quelle con i finestrini oscurati destinati al trasporto di autorità. Per di più aveva una targa del Corpo Diplomatico del Brasile. Abbiamo aspettato una mezz’ora, poi abbiamo chiamato i vigili.

Sono intervenuti quasi all’istante che erano i primi a provare imbarazzo per il paradosso di quella situazione. Una macchina targata CD naturalmente non può essere rimossa, hanno comunque messo sotto i tergicristalli una contravvenzione che sappiamo benissimo difficilmente  peserà sulle tasche di qualcuno. Si sono scusati di non poter fare di più, anzi mi hanno detto che solo due giorni fa, sempre nelle stesse adiacenze di Viale Mazzini, erano stati chiamati per la stessa occupazione di uno stallo riservato a un disabile, sempre da un’auto targata CD.

Abbiamo aspettato un’oretta poi che ne siamo andati a parcheggiare altrove, era sabato e c’erano vari posti liberi, noi però ne facevamo una questione di principio. Naturalmente ho provato a chiamare l’ambasciata del Brasile e Roma, se non altro per segnalare che qualcuno che guida un’auto del loro Corpo Diplomatico non sta facendo fare loro una bella figura. 

Il sabato risponde solo una segreteria telefonica e sinceramente non mi andava di fare la parte del giornalista che cerca i colleghi dell’ufficio stampa, per porre un problema che potrebbe sembrare anche solo di suo interesse. Quindi mi limito a raccontare e proporre una riflessione.

Mi domando quale molla può aver spinto a una così grave ostentazione di prepotente ignoranza delle persone che, comunque, rappresentano il concetto di diplomazia, che nella mia percezione personale è il ricettacolo di ogni residua speranza di civiltà, anche quando tutto attorno sembra tendere alla barbarie. Soprattutto in momenti come quello che stiamo passando. 

Chi c’era in quella macchina, oltre all’autista, che non può non essersi accorto di un segnale universalmente conosciuto come quello che indica la disabilità?  Qualcuno del personale dell’Ambasciata?

L’ambasciatore in persona?  E’ un rovello che non riesco a togliermi dalla testa, che ancora di più ha indignato mio figlio maggiore Filippo, che era con Tommy e me e che si sta preparando proprio in queste settimane per sostenere l’esame per entrare in diplomazia, il sogno della sua vita per cui ha studiato conseguendo due lauree e un master di secondo livello. 

Filippo non riusciva a darsi risposta sul perché l’immunità di cui godono gli agenti diplomatici possa aver prevalso sul senso civico, soprattutto non immaginava possibile che in quel mondo ci potessero essere persone che hanno considerato “normale”  parcheggiare la loro spocchiosa macchinona nello stallo che rappresenta  la maggior serenità per suo fratello autistico. 

Mi piacerebbe che qualcuno di quel Corpo Diplomatico almeno a lui potesse dare una risposta. 

Lettera a Aldo Cazzullo pubblicato dal Corriere della Sera il 2 aprile 2022.

Caro Aldo,

leggo sgomento di un ennesimo sopruso nei confronti di un bambino disabile e il suo parcheggio riservato. Mi riferisco all’episodio di Gianluca Nicoletti. Seppur consapevole che l’automobilista non poteva sapere che ci fosse un bambino di mezzo, dico che nel nostro Paese vincono sempre (o quasi) i furbi. Anche io sono titolare di uno stallo per disabili. 

Purtroppo mi capita spesso di trovare auto senza contrassegno o con pass scaduti o, ancor peggio, fotocopiati sul mio posto riservato davanti alla mia abitazione, senza la possibilità di intervenire. Di fatto quando sono presenti auto con contrassegni disabili (ahimè spesso anche fasulli) o targhe CC o diplomatiche, i vigili mi riferiscono che il codice della strada non ne permette la rimozione lasciando il disabile abbandonato a se stesso. Identico problema nei numerosissimi parcheggi di centri commerciali: essendo considerati «privati» le forze dell’ordine non possono intervenire.

Edoardo Rabascini

Caro Edoardo,

Grazie per la sua testimonianza. Anch’io sono stato colpito dal racconto d i Gianluca Nicoletti sulla Stampa. All’esecrazione per chi manca di rispetto ai disabili e alle loro famiglie, aggiungerei un dettaglio. 

Roma è l’unica città al mondo che ospita tre ambasciate per ogni Paese straniero: presso lo Stato italiano, presso la Santa Sede, presso la Fao. Di conseguenza è piena di auto targate CD, corpo diplomatico. Molti conducenti si comportano con totale disprezzo per le regole e per le persone che circolano per Roma.

Ad esempio percorrono a tutta velocità le corsie riservate ai mezzi pubblici: non ne hanno diritto, ma sanno che non possono essere sanzionati. Nelle altre capitali non accade; non perché le regole siano diverse, ma perché sono considerate importanti, e perché esiste un tono medio di rispetto reciproco che all’evidenza a Roma non c’è, e non per colpa dei romani. Va detto pure che non tutti i permessi per disabili sono autentici; a volte sono esposti su Suv e auto sportive da cui escono giovanottoni palestrati; e pure questa è un’offesa ai disabili, quelli veri. 

Da “ni vax” a “putiniana”, è di nuovo bufera su Virginia Raggi. Italia Viva chiede le dimissioni dell'ex sindaca da presidente della Commissione speciale Expo 2030 per le chat filo russe. Lei si difende: «Non sono Pro-Putin». Il Dubbio il 30 marzo 2022.

Da “ni vax” a “putiniana” d’Italia. È di nuovo bufera sull’ex sindaca Virginia Raggi che dopo aver strizzato l’occhio a chi rifiuta il vaccino, ora guadagna il titolo di “filorussa”. Non che l’esponente M5S abbia pubblicamente preso posizione sul conflitto in Ucraina, come del resto non ha mai espresso chiaramente la sua contrarietà al vaccino: si è tenuta sul filo del dubbio, per così dire, senza di fatto mai vaccinarsi.

E senza mai prendere posizione. Almeno non apertamente, scrive Repubblica, che ora tira fuori alcuni messaggi che Raggi avrebbe inviato nella chat grillina “Quelli che l’M5S”: video, articoli e post attinti del web in cui si dipinge l’Ucraina come un paese «eterodiretto» dall’Occidente, con tanto di «battaglioni nazisti» sotto il controllo del governo. Tutte argomentazioni tipiche della propaganda russa, e per questo inaccettabili secondo gli esponenti capitolini di Italia Viva che ora ne chiedono le dimissioni da presidente della Commissione speciale su Expo 2030: la stessa che le ha “concesso” l’attuale sindaco Roberto Gualtieri per suggellare il patto giallo-rosso.

«Dopo le posizioni no vax, ci mancava solo la propaganda filo Putin. Il ruolo di presidente commissione Expo 2030 Roma non è compatibile con questa visione», scrive il coordinatore romano dei renziani Marco Cappa. Mentre la capogruppo Pd in Campidoglio Valeria Baglio chiede che Raggi smentisca pubblicamente. Ed è subito accontentata: «Non sono una filo-putiniana o filo-russa: è evidente che in Ucraina ci sia un aggressore, la Russia, come è pubblica la mia contrarietà alla guerra come soluzione dei conflitti – scrive Raggi su Facebook -. Mi rincresce dover fare questa premessa ma mi si vuole affibbiare questa “etichetta” per delegittimarmi».

Si potrebbe infatti obiettare che esprimere perplessità sul governo di Kiev non significa sostenere Putin. E del resto, lo stesso video rilanciato da Raggi (che ripesca tra alcuni vecchi discorsi dell’ex europarlamentare grillino Dario Tamburrano) ricalca la formula del “né… né”: «non si tratta di essere pro o contro la Russia, ma di essere neutrali». Ma sembra ormai innegabile un certo apparentamento tra i no vax e i putiniani nostrani, come dimostra l’esperienza della Commissione Dupre (“Dubbio e Precauzione”) guidata da Cacciari, Agamben &Co. Che ora rinuncia alla lotta contro la “dittatura sanitaria” e vira sul conflitto in Ucraina con un evento online, in programma sabato pomeriggio, dal titolo “La verità è la prima vittima della guerra. Dal coprifuoco pandemico al coprifuoco della ragione”. Ospite: il professore Alessandro Orsini.

Ventisei milioni di debiti non giustificati. Gualtieri denuncia la Raggi. Alessandro Imperiali il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

La cosa ancora più grave è che l'amministrazione comunale non avrebbe dato spiegazioni di fronte ai ritardi, rinunciando persino a difendersi davanti ai creditori.

Ritardi nei pagamenti ai creditori che si tramutano in milioni di euro in più che i contribuenti sono costretti a versare nelle casse capitoline per lavori e servizi. Questo è ciò che accade al Comune di Roma.

A svelare la gestione che difficilmente è possibile definire limpida è stata Silvia Scozzese, vicesindaco nonché titolare dei conti del Campidoglio. Come riporta il quotidiano il Tempo, Scozzese ha avviato un'indagine interna e dato mandato a Paolo Aielli e Pietro Mileti, rispettivamente direttore e segretario generale del Campidoglio, di esaminare i documenti e qualora trovassero delle discrepanze o dei problemi di procedere con denunce alla procura della Corte dei Conti. Sembrerebbe che la responsabile della situazione sia la giunta Raggi. Il vicesindaco, infatti, una volta insediata ha ricevuto da Mileti ben 36 proposte di sanatoria. Queste provenivano da tutti i dipartimenti capitolini ed erano stati approvati dai 5 Stelle senza spiegarne le motivazioni. E per questo ancora non hanno ricevuto l'approvazione dell'Assemblea capitolina.

Tra le proposta alcune risalgono al 2014 e sono relative agli interventi urgenti disposti dal dipartimento Simu per l'alluvione che il 31 gennaio di quell'anno colpì la Capitale.

Il problema

Sono debiti, precisa sempre il Tempo, derivanti da importi che inizialmente erano dovuti dall'amministrazione a vario titolo che però non sono mai stati pagati ai creditori. La conseguenza? Gli interessi sono saliti nelle cause di contenzioso. Perché se il Comune non paga i debiti in tempo i creditori fanno causa. E se questi ultimi vincono l'amministrazione deve pagare oltre che gli interessi anche le spese.

Le cifre

Riferendoci alle ultime stime parliamo di 26 milioni di euro, di cui 1,5 di interessi. Ma la cosa ancora più grave è che l'amministrazione non avrebbe dato spiegazioni di fronte ai ritardi, rinunciando a difendersi davanti ai creditori. "L'inerzia dell'amministrazione- scrive Scozzese in un'apposita memoria di giunta approvata il 22 marzo - è stata continuata e diffusa e ha determinato la crescita esponenziale degli oneri a carico del Comune".

Chi dovrà riordinare i conti e trovare dei validi motivi alla situazione venutasi a creare saranno il direttore e il segretario generale del Campidoglio. In primis, dovranno produrre una relazione sulle 36 proposte di sanatoria sottoposte alla Giunta. Sempre loro sono autorizzati a procedere con denunce alla Corte dei Conti. Per evitare che in futuro ci siano altri ritardi nei pagamenti è stata attivata un'azione di monitoraggio della spesa. Inoltre, c'è l'intenzione di rafforzare il coordinamento tra i dipartimenti e gli organi politici ossia Giunta e Assemblea

Valeria Di Corrado per iltempo.it il 25 marzo 2022.

Una fondazione che ha come mission l'assistenza di persone con disabilità fisica, psichica o sensoriale, chiamata a fronteggiare l'emergenza degli incendi nelle aree verdi di Roma. Per la Procura della Corte dei conti del Lazio è un no sense. Eppure il Campidoglio - durante l'amministrazione Raggi - ha assegnato alla Fondazione Roma Solidale onlus tre affidamenti, per un presunto danno erariale da 1.076.181 euro.

 I pm contabili hanno citato in citato in giudizio gli ex assessori all'Ambiente e alle Politiche sociali, Pinuccia Montanari e Laura Baldassarre, e sette dirigenti capitolini. Secondo la ricostruzione dell'accusa, gli affidamenti accordati dal Comune alla onlus non sarebbero avvenuti in modo regolare, proprio perché la cura del verde non è ritenuta coerente con lo statuto della Fondazione che «ha lo scopo di perseguire in forma esclusiva finalità di solidarietà sociale».

«Ha l'obiettivo di sostegno alle persone fragili in situazione di disagio per il miglioramento della loro qualità di vita, a partire dai servizi residenziali o comunque sostitutivi della famiglia, rivolti a persone con disabilità, fisica, psichica e sensoriale, al fine di integrarle nel tessuto sociale della città e dove possibile avviandole al lavoro».

Nel mirino del vice procuratore della Corte dei conti del Lazio, Guido Patti, sono finiti i progetti «Frutti di Roma», «Verde di Roma» e «Manutentori civici». Il primo, in particolare, affidato alla onlus nel 2018 per 397mila euro, prevedeva «pronto intervento verde e supporto attività antincendio», con lo scopo di «sperimentare azioni specifiche, anche con l'ausilio di personale assunto a tempo determinato proveniente dall'area del disagio sociale».

Il progetto prevedeva di «fronteggiare l'emergenza degli incendi a danno del patrimonio boschivo romano nella stagione estiva, attraverso attività di manutenzione e cura del verde pubblico; di sperimentare nuove logiche e nuovi modelli progettuali per la gestione delle aree verdi e boschive di Roma, anche attraverso l'impiego di persone che versano in condizioni di vulnerabilità socio-economica; promuovere la cultura del verde a Roma, sensibilizzando la popolazione alla valorizzazione e alla difesa delle aree verdi cittadine». 

Le aree verdi di Roma sui cui intervenire dovevano essere individuate dal Dipartimento Tutela Ambientale «sulla base di priorità di servizio e necessità». La Procura contabile ha dubbi anche sulla reale esecuzione dei lavori. L'ex assessore Montanari assicura che gli affidamenti sono stati firmati nel rigoroso rispetto della legge: «Abbiamo agito con correttezza, portando grandi vantaggi a tutta la città».

Alessia Marani per “il Messaggero” il 25 marzo 2022.

I nuovi warriors corrono lungo la metro B. I guerrieri metropolitani di Roma sono giovani tra i 16 e i 20 anni, tra loro maschi ma anche qualche ragazzina, alcuni sono immigrati di seconda generazione, perlopiù di area magrebina. Una buona fetta si dà appuntamento tutti i sacrosanti pomeriggi nei giardinetti di largo Agnesi proprio dietro la stazione Colosseo. Una sorta di campo base da cui partire per fare su e giù per la tratta, giusto il tempo per molestare i passeggeri, azionare gli allarmi antincendio per dispetto, qualche volta vandalizzare persino i cantieri delle scale mobili, ma soprattutto per incontrarsi e scontrarsi con altre bande.

Tute da ginnastica e sneakers ai piedi, qualcuno spicca per i capelli biondissimi, ossigenati, altri hanno movenze da capibranco. C'è persino un sospetto, che della gang del Colosseo abbiano fatto parte anche i due tunisini di 17 anni arrestati per la rapina e lo stupro a madre e figlio, consumati sabato notte, tra Centocelle e Casal Monastero.

Anche loro, come altri individuati dalle forze dell'ordine, infatti, alloggerebbero in case famiglia a sud della Capitale. Gli episodi sono all'ordine del giorno, testimoniati dai passeggeri, e annotati, a seconda della gravità anche dall'Atac. A metà febbraio nella piazzetta di largo Agnesi sono costretti a intervenire la polizia e i carabinieri che si trovavano in zona. È esplosa l'ennesima lite e stavolta è spuntato pure un coltello. Qualcuno ha cercato di colpire due ragazze, scappate via terrorizzate. Poi all'arrivo delle divise il fuggi fuggi e per qualche giorno gli animi, a Colosseo, si sono calmati. Ma la pax è durata poco.

Scavalchi continui dei tornelli o accodi stile trenino ai varchi di entrata, i guerrieri non mettono le mascherine, spingono i pulsanti antincendio, danno fastidio ai viaggiatori. Si sentono e agiscono come padroni. Si muovono a gruppi di dieci, quindici per volta e sono più di una gang, non sempre le stesse. 

Alcuni gruppi approdano in centro dalla Roma-Lido, altri dalla zona dell'Eur. I raid vengono segnalati a ripetizione alle fermate di Palasport, Magliana, San Paolo, Garbatella, Piramide, ma anche a piazza Bologna e Santa Maria del Soccorso. Ci sono strani movimenti: quelli del Colosseo fanno anche dieci volte su e giù dalla stazione verso Termini, poi verso Laurentina, quindi di nuovo a largo Agnesi. Il dubbio di chi indaga è che possano nascondere la droga, specie marijuana, o fare da staffette su ordinazione. Domenica una ragazza è stata presa di mira sulla banchina di Garbatella, contro di lei altre ragazzine hanno lanciato una bottiglia.

Qualche giorno prima, a Conca d'Oro una banda è entrata spavalda in stazione, ha scavalcato i tornelli e inscenato il Far West: urla, insulti ai passeggeri, soprattutto, per qualche istante i ragazzi sono persino scesi sui binari. Uno scenario per cui l'azienda dei trasporti capitolini avrebbe già espresso la necessità di maggiori controlli, specie all'indomani di un episodio avvenuto il 22 gennaio, quando un vigilante ha sparato in aria, alla stazione di Rebibbia, dopo essere intervenuto per difendere un ragazzino aggredito da un gruppo di giovani.

Intanto proprio stamani si riunirà in prefettura il Comitato per la sicurezza e l'ordine pubblico. Sul tavolo il probabile potenziamento dei controlli in chiave anti-malamovida durante il week-end, ma anche la questione delle baby gang che rischia di sfuggire di mano. L'obiettivo è arginare la violenza tra i giovanissimi. Già i carabinieri dei nuclei Informativo e investigativo, hanno aumentato il lavoro di analisi sui social, dal momento che questi canali sono stati più volte utilizzati per fissare eventuali appuntamenti e persino per postare aggressioni in diretta.

Baby gang, coltelli e minacce: a Roma 16 zone dove la notte è pericolosa. Faro della Prefettura. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 24 Marzo 2022.

Dallo spaccio di Tor Bella Monaca ai bulli che agiscono in centro, dagli assalti ai mini market per procurarsi gli alcolici alle rapine ai coetanei: uno spaccato inquietante che preoccupa gli investigatori. Dopo il Covid qualcosa è cambiato, in peggio. 

Giovani e cattivi. Quasi sempre «romani de Roma», ma molti anche di seconda, o qualcuno di terza, generazione. Romani però anche loro, a tutti gli effetti. Con l’accento inconfondibile. L’identikit delle baby gang è proprio questo: gruppi multietnici, non soltanto formati da italiani, fianco a fianco per terrorizzare i coetanei. E da qualche tempo anche ragazzi più grandi, pure 30enni, come è successo all’inizio di febbraio con l’accoltellamento di quattro persone nella movida di San Lorenzo da parte di una coppia di 17enni che sono stati poi arrestati dalla polizia.

Ma se lì la situazione sembra essersi calmata, in altre zone, almeno sedici a guardare quello che è accaduto di recente e ancora più indietro nel tempo, le comitive di violenti ci sono ancora. E preoccupano al punto che domani la Prefettura ne parlerà nell’ambito del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal prefetto Matteo Piantedosi anche per individuare nuove misure contro la malamovida.

Un fenomeno ancora da inquadrare bene, nonostante i numerosi daspo emessi dalla Questura nei confronti di soggetti violenti, perché secondo chi indaga potrebbe preludere a una fase diversa, più simile a ciò che da anni accade a Milano e Torino, con le gang di ragazzini, anche sudamericani e nordafricani, che si contendono il territorio: una fase che potrebbe presto riguardare anche Roma, e che preoccupa non poco.

Polizia e carabinieri, come pure vigili urbani e Finanza, hanno notato già questo cambiamento in peggio, con una maggiore propensione alla violenza da parte dei più giovani, spesso anche fra i 14 e i 18 anni, in ambiti differenti rispetto a quelli tradizionali: più vicini, adesso, a quelli della malavita che in passato hanno anche portato a sanguinosi regolamenti di conti (con gli omicidi di Federico Caranzetti nel 2014 ed Edoardo Sforna nel 2011) fra Tor Bella Monaca e Morena. Ma se a San Basilio e alle Torri è la droga a tenere banco, con pusher e vedette giovanissimi, e in qualche caso anche piccoli boss con tanto di fiancheggiatori, al Tuscolano e a Don Bosco le baby gang si sono specializzate in assalti ai negozi di commercianti stranieri (cinesi e bengalesi soprattutto) ma anche rapine a mano armata a comitive di coetanei. Ci sono stati casi con baby banditi di 13 anni, in qualche caso perfino 11 anni. Adolescenti nemmeno imputabili.

Fenomeni che le cronache cittadine registrano anche in altre zone della Capitale: Cinecittà, Tiburtino, Ardeatino, Appio, Aurelio e Primavalle. Ma le gang giovanili che sembrano aver preso maggiormente piede negli ultimi anni sono quelle che girano attorno alla movida dei fine settimana. Nel centro storico predominano gli episodi di bullismo, di vandalismo ma anche di aggressioni a ragazzi più giovani. In passato ci sono stati episodi di razzismo, anche se negli ultimi tempi fatti di questo genere sono più rari. Almeno quelli denunciati. Tra Flaminio e Parioli i reati sono più o meno gli stessi, comprese le rapine ai mini market: furti di alcolici che si trasformano in aggressioni quando i negozianti reagiscono. Alla Balduina e nella zona delle Medaglie d’Oro analoghe situazioni, mentre fra Magliana e Trullo si aggiungono i danneggiamenti di mezzi pubblici, con lanci di pietre contro i bus.

Roma violenta. “Rapinato e violentato, hanno molestato anche mia madre”, la denuncia del 17enne a due coetanei. Vito Califano su Il Riformista il 21 Marzo 2022. 

Una rapina, violenze sessuali, una sorta di sequestro, sevizie. Tutto questo in una sola aggressione, quella che si sarebbe consumata a Roma lo scorso fine-settimana e per la quale due ragazzi giovanissimi sono stati arrestati, trasferiti in un centro di detenzione minorile. Caso che potrebbe essere ancora più grave considerando che la vittima è un ragazzo di 17 anni. Gli abusi si sarebbero consumati a casa di quest’ultimo, dove i due lo avevano costretto a portarli. Dell’aggressione sarebbe stata vittima quindi anche la madre del 17enne.

Sul caso indagano indagano gli agenti del commissariato Viminale e del commissariato Sant’Ippolito. La ricostruzione appare ancora da chiarire, a tratti confusa e non definita. Gli investigatori stanno valutando tutti gli elementi a disposizione e interrogando le vittime. Qualora dovesse essere confermata la vicenda, si tratterebbe di un caso di inaudita e sadica violenza, ben al di là del movente economico che può portare alla realizzazione di una rapina.

Il 17enne ha raccontato che nella notte di sabato scorso stava andando a recuperare la sua minicar in una strada di Centocelle. Gli aggressori lo avrebbero pedinato, accerchiato e aggredito. Lo avrebbero minacciato, sollecitato a dargli il bancomat. In tutto avrebbero recuperato 200 euro dopo averlo costretto a prelevare. Non contenti gli avrebbero chiesto di portarli a casa sua, a Casal Monastero, periferia est della Capitale. Non è chiaro come l’avrebbero convinto. La vittima ha raccontato che proprio a casa sua, in via Ottaviano di Montecelio, sarebbe stato costretto a subire un rapporto sessuale dai due coetanei.

La Repubblica Roma scrive che nell’appartamento sarebbero stati rubati diversi oggetti. La madre, 53enne, invece avrebbe subito sevizie. “Anche io sono stata molestata”, riporta le parole Agi. I due, 18 e 17 anni, di nazionalità tunisina, sono fuggiti dopo le violenze. Qualche ora più tardi sono stati rintracciati dalla polizia mentre si aggiravano in via dell’Amba Aradam e fermati per concorso in rapina aggravata e violenza sessuale. Non è chiaro se con loro ci fossero anche altri complici, soprattutto nel momento della prima aggressione.

Al momento delle violenze il padre del 17enne non era in casa. Sarebbe stato lui, come ricostruisce Il Corriere della Sera, a tracciare il gps dello smartphone del figlio che gli aggressori avevano rubato. La collaborazione dell’uomo è risultata determinante per risalire ai due che sono stati portati in un centro di detenzione minorile a disposizione della procura dei minori. Sono stati interrogati per tutta la notte. La donna è stata portata in ospedale per le visite diagnostiche.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Luca Monaco per “la Repubblica - Edizione Roma” il 23 marzo 2022.

È fissata per oggi l'udienza di convalida dell'arresto dei giovani tunisini di 16 e 17 anni, fermati domenica scorsa, all'alba, dagli agenti dei commissariati Sant' Ippolito e Viminale, accusati di rapina aggravata e di stupro. I due si sono resi protagonisti di una notte in stile Arancia Meccanica, sulla quale adesso indaga la squadra Mobile. Il caso ieri è passato nelle mani degli investigatori della IV sezione, specializzati nella prevenzione e nella repressione dei reati sessuali, contro le donne e i minori. 

Perché tra la mezzanotte e le quattro del mattino di domenica scorsa Mario, uno studente romano di 17 anni e sua madre, 50 anni, hanno trascorso cinque ore in balia dei due minori stranieri arrivati in Italia da soli, che li hanno rapinati e violentati. L'incubo è iniziato a mezzanotte in via dei Ginepri, a Centocelle, passando per l'appartamento delle vittime a Casal Monastero e si è concluso con l'arresto dei due tunisini in via dell'Amba Aradam, a San Giovanni.

I due rapinatori, ospiti di una casa famiglia, erano ubriachi ( altri accertamenti sono in corso) quando hanno agganciato il 17enne davanti alla cornetteria in via dei Ginepri, lo hanno rapinato di 10 euro minacciandolo con il coltello, si sono fatti portare a casa sua, hanno rapinato la madre per 250 euro e hanno abusato di lei. Poi, a turno, hanno violentato il figlio, in via Zabaglia e negli altri luoghi della città, da Termini alla Garbatella, nei quali si sono fermati durante la fuga prima dell'arresto. 

Hanno filmato le violenze con il cellulare. Adesso la Mobile indaga per capire se i due siano gli autori di almeno altre tre rapine commesse nelle settimane scorse con le stesse modalità. Il profilo dei rapinatori tratteggiato dalle vittime sembra coincidere. Centocelle I due minorenni hanno agganciato il 17enne di fronte alla cornetteria in via dei Ginepri. Hanno stuprato e rapinato sia lui che la madre di 50 anni.

Estratto dell’articolo di Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 22 marzo 2022.

«Vedi questo coltello è sporco di sangue perché lo abbiamo usato per uccidere un poliziotto questa sera, non abbiamo paura di ammazzare anche te». Parlano come criminali navigati ma sono soltanto due minorenni, i ragazzi tunisini - uno compirà 18 anni il prossimo giugno e l'altro 17 anni sempre nello stesso mese - che sabato notte hanno prima rapinato e poi avrebbero violentato un coetaneo e abusato sessualmente anche della madre. Il racconto delle vittime è agghiacciante per quello che diranno di aver subito e per ciò che questa storia lascia intravedere […] bisogna tornare a sabato sera nel quartiere di Centocelle […]

Qui c'è Jacopo - lo chiameremo così, anche lui 17enne - che dopo aver trascorso la serata con gli amici si avvia a riprendere la propria minicar per tornare a casa.  […] racconterà di essere stato avvicinato alle spalle da due uomini che tirando via da una tasca un coltello nero glielo punteranno poi al collo e alla gola. A seguire quella frase che paralizzerà: «Non abbiamo paura di ammazzare anche te». 

La frase sarebbe stata catturata anche da un video, girato dai due con il cellulare, e diffuso a qualche amico. Così Jacopo viene costretto a spogliarsi e a dare ai due tutto quello che possiede. Ma in tasca ha davvero poco: appena dieci euro. […] Salgono tutti e tre a bordo della minicar e da Centocelle arrivano a Casal Monastero, zona periferica di Roma che presta il fianco a San Basilio […]

In casa c'è la madre ma anche la sorellina più piccola e una sua amichetta, Jacopo ha paura per loro e dunque arraffa tutto quel che può: più di cento euro che teneva nella sua camera ed altri soldi che gli dà la madre spaventata a morte. I due provano a offrigli anche dei gioielli, piccoli monili preziosi e provano a farli desistere da altre azioni violente ma nulla: i due non si fanno persuadere. Uno inizia a girare per la casa, l'altro più grande invece si avvia verso una camera con la madre di Jacopo e la costringe ad avere un rapporto sessuale minacciandola con quel coltello nascosto nella tasca dei pantaloni. 

[…] I due tunisini a quel punto decidono di andarsene […] Avrebbero potuto prendere la macchinetta di Jacopo, andarsene via rubando anche quella ma invece pretendono che ad accompagnarli sia il ragazzo. […] Ma appena la vittima e gli aguzzini escono di casa, la madre […] compone il numero unico per le emergenze e di fronte a quella abitazione poco dopo le 3.30 del mattino arriva una pattuglia della polizia.

Da lì parte la ricerca, Jacopo non risponde al cellulare nel mentre viene avvisato anche il padre che si trova fuori città. […] è il padre a dare un aiuto fondamentale. L'uomo tramite la geo-localizzazione del cellulare usato dal figlio riesce a fornire in tempo reale […] la posizione del ragazzo. Agli agenti basterà meno di un'ora per intercettare la vettura che sarà bloccata a San Giovanni, in via dell'Amba Aradam, a pochi metri dall'ingresso dell'ospedale. La cattura non è semplice: quando i tunisini vengono accerchiati provano a divincolarsi aggredendo i poliziotti poi però verranno fermati. Negheranno le violenze ma nella minicar oltre al denaro sarà ritrovato anche quel coltello nero. […]

Flaminia Savelli per “il Messaggero” il 22 marzo 2022.  

«Non sono abbastanza bravo, ma ho paura di Dio». E poi: «Non ci tiriamo indietro amico mio, ci alleggeriamo un po' e per prepararci al meglio». Così scrive Y.K, 16enne di origini tunisine, sui suoi profili social. Pubblica una carrellata di foto in cui indossa abiti griffati alle spalle del Colosseo o al parco con gli amici. È l'aguzzino che insieme all'amico M.R., 17 anni e anche lui di origini tunisine, sabato in una notte di follie tra Centocelle e Casal Monastero ha derubato e stuprato un giovane diciassettenne insieme alla madre.

Le indagini della polizia per ricostruire la dinamica dei drammatici eventi sono ancora in corso. Intanto ieri gli investigatori si sono concentrati sui due arrestati. Il sospetto è che i due siano responsabili di altri episodi analoghi. Gli agenti dunque, stanno confrontando le ultime denunce registrate a caccia di indizi e analogie. Più di un sospetto per chi indaga: i ragazzi avrebbero messo a segno altre rapine con lo stesso modus operandi. Come è accaduto sabato notte, avvicinando la vittima e sotto la minaccia del coltello, si sarebbero fatti consegnare cellulari, soldi e indumenti firmati. 

Un'indagine complessa per la polizia che ora ha il delicato compito di ricostruire il passato dei due giovanissimi delinquenti. Ecco perché sono stati sequestrati anche i loro telefoni cellulari. Tecnici e periti analizzeranno foto, video e chat di messaggistica. Intanto ancora ieri, sono stati eseguiti ulteriori accertamenti scientifici sull'arma utilizzata per mettere a segno il colpo e costringere le due vittime ai rapporti sessuali: un coltello.

Si delineano dunque i contorni dell'indagine sulla notte di violenza a Casal Monastero. A lanciare l'allarme sabato intorno alle tre di notte, era stata la donna, F.P. di 53 anni. Dopo che il figlio al termine di una serata con alcuni amici a Centocelle era stato avvicinato dalla coppia di sbandati. Rapinato di 10 euro è stato costretto a subire violenza sotto la minaccia di un coltello. Ma il bottino della rapina era troppo magro ecco perché lo hanno costretto a portarli a casa a bordo della sua minicar. 

Una volta lì, dopo aver sottratto 300 euro, hanno costretto anche la mamma del giovane a un rapporto sessuale per poi farsi accompagnare dal ragazzino in giro per la città. Un sequestro terminato con l'arrivo di una volante della polizia. Gli agenti hanno fermato la coppia di complici che, al momento dell'arresto, erano senza documenti. Tutti e due poi denunciati per rapina aggravata e violenza sessuale.

Quindi il drammatico racconto del figlio prima, e della mamma poi, che aveva chiamato i soccorsi e il marito, in quel momento fuori città. Ulteriori accertamenti scientifici verranno eseguiti anche sulla minicar. Dove da quanto riferito dalla giovane vittima, si sarebbe consumata la prima violenza. Infine: ancora ieri mattina è stato eseguito un altro sopralluogo nell'abitazione di Casal Monastero. Gli investigatori hanno sequestrato anche le immagini di videosorveglianza che puntano verso l'ingresso della palazzina.

Nessuno dei residenti nella strada isolata di Roma est avrebbe sentito nulla quella notte. E ora c'è paura e preoccupazione nel quartiere: «Non ho sentito nulla di sospetto sabato sera» racconta Luca Carlini, residente nella strada delle violenze: «Non un grido, non un rumore. Abbiamo tutti paura che un episodio analogo accada ai nostri figli. Nella rete dei due balordi è finito un ragazzo davvero per bene, chiunque dei nostri ragazzi sarebbe potuto essere al suo posto. Vogliamo delle risposte da parte delle istituzioni e le vogliamo adesso. È troppo grave quello che è accaduto e siamo pronti a tutto. Anche a organizzare noi delle ronde di quartiere per vigilare sulle nostre famiglie».

Luca Monaco per “la Repubblica - Edizione Roma” il 22 marzo 2022.

L'hanno violentato a turno, più volte. Mentre uno abusava di lui l'altro riprendeva la scena con il cellulare in diretta Facebook. La polizia ha già acquisito i video che documentano gli stupri subiti da Mario, un 17enne romano e da sua madre di 50 anni, che nella notte tra sabato e domenica sono stati rapinati, stuprati e tenuti in ostaggio da due tunisini di 16 e 17 anni. Tutto è durato cinque ore. L'incubo è iniziato in via dei Ginepri, a Centocelle, passando per l'appartamento delle vittime a Casal Monastero e si è concluso con l'arresto dei due tunisini in via dell'Amba Aradam, a San Giovanni. Per riavvolgere il canovaccio della storia però è necessario partire dallo " Zozzone", una delle cornetterie più frequentate a Centocelle. 

La mezzanotte è scoccata da pochi minuti. Mario ha trascorso la serata con due amici in un ristorante a Borgo Pio. Con la sua minicar, una Chatenet bianca, ha appena riaccompagnato a casa, in via dei Castani, uno dei due amici. Si ferma a mangiare un cornetto in via dei Ginepri. Quando sta per ripartire verso l'appartamento a Casal Monastero, dove abita con i genitori e la sorella 13enne, viene agganciato dai due rapinatori. 

«Mi hanno chiesto una sigaretta - racconta agli investigatori - gli ho detto che non fumo e loro puntandomi il coltello mi hanno risposto: "Allora ci dai la macchina" » . Dopo averlo rapinato di 10 euro i due, ospiti in un centro di accoglienza per minori a San Paolo, lo chiudono nel portabagagli della minicar e partono verso San Basilio. È li la prima sosta, il primo abuso, ripreso con il telefono. Poi gli chiedono di portarli a casa sua, per farsi consegnare altri soldi. Mario è terrorizzato. Lo obbligano a presentarli alla madre come due amici. Il padre, un agente farmaceutico, è a Milano per lavoro. 

Una volta nell'appartamento i due si fanno consegnare 250 euro in contanti. Cercano il Rolex del padre di Mario che però non si trova. Uno dei due chiude in camera da letto la madre, 50 anni, e la violenta, minacciandola con il coltello. L'incubo non è finito. « Adesso ci riaccompagni a casa», ringhiano i due minorenni. Costringono Mario a montare sulla minicar. La madre avvisa il 112, arrivano gli agenti dei commissariati Viminale e Sant' Ippolito, che in contatto telefonico con il padre, seguono la Chatenet attraverso la geolocalizzazione del cellulare di Mario. 

La Chatenet rimbalza ai quattro angoli di Roma come una biglia impazzita. I due fanno guidare Mario: «Con questo coltello ci abbiamo già ammazzato un polizotto - gli dicono - ubbidisci, non abbiamo paura a uccidere anche te». Il Gps segna le tappe. La mincar passa in via Tiburtina, Piramide, Garbatella. La diretta Fb è sempre attiva. Ecco Testaccio, via Zabaglia. Lo fanno fermare e lo violentano ancora. Poi si riparte verso Termini, San Giovanni.

Le volanti dei due commissariati li intercettano alle 4 del mattino in via dell'Amba Aradam, li fanno uscire tutti dalla minicar con le mani in alto. Mario trema, capiscono che è la vittima. I due violentatori sono ubriachi. «È sabato sera, volevamo divertirci » , dicono i due agli agenti che li hanno ammanettati. Mario è fuori di sé. « Non sapevo come uscirne», si sfoga. Gli investigatori del commissariato Viminale proseguono le indagini per appurare se i due, già arrestati per strupro e rapina aggravata, siano gli autori di altre rapine commesse a Roma.

Luca Monaco per “la Repubblica - Edizione Roma” il 22 marzo 2022.

« Dopo che mi hanno violentata hanno voluto mangiare: gli ho dovuto fare un toast al prosciutto cotto » . È in lacrime Francesca, la 50enne madre di Mario, quando ricostruisce l'orrore che ha vissuto nella notte tra sabato e domenica nell'appartamento di famiglia, al piano terra di una palazzina di edilizia residenziale a Casal Monastero. È già scoccata l'una del mattino: la donna vede piombare in casa il figlio, insieme a due rapinatori tunisini di 16 e 17 anni che lo minacciano con un coltello. 

«È stato un incubo, un film dell'orrore - si è sfogata la donna, in lacrime davanti agli agenti - gli ho detto, prendete quello che volete. Gli ho dato 250 euro in contanti, cercavano un Rolex, ma ce l'aveva mio marito che era a Milano» . Mentre i due violentatori circolano per casa, in una stanza da letto c'è la sorella di Mario, 13 anni, insieme a un'amica. « Eravamo in salone - ricostruisce la donna - a un certo punto uno di loro due mi ha detto: "Vieni con me, ti devo dire una cosa segreta, in privato"». 

Francesca prova a resistere. « Io gli ho risposto: " Dimmela qui, c'è anche mio figlio". Non c'è stato verso, mi ha obbligato seguirlo in camera da letto e ha chiuso la porta a chiave». Francesca adesso non ha vie di uscita. «Quel ragazzo mi ha puntato il coltello ( del quale si sono poi disfatti durante la fuga e che non è stato ancora ritrovato), mi ha preso la mano, ha iniziato a strusciarsi. Io ho provato più volte ad allontanarmi, a un certo punto non ce l'ho fatta più». 

Francesca desiste, è completamente sotto choc. Allora si consuma la violenza sessuale. A questo punto, dopo aver commesso la seconda rapina e lo stupro, ci si aspetterebbe che i due scappino, invece non succede. «Hanno voluto mangiare - ripete Francesca - gli ho dovuto fare un toast al prosciutto cotto. Gli ho detto: " Prendete tutto quello che volete, ma lasciate in pace mio figlio"». 

I due rapinatori hanno un piano ben diverso in testa. Lanciano un'occhiataccia a Mario: « Tu adesso ci accompagni a casa», ringhiano mostrandogli la lama del serramanico. Appena i tre escono dal portone del palazzo e montano sulla Chatenet, Francesca chiama il 112 e poi il marito, che in contatto con la polizia, da Milano, inizia a seguire gli spostamenti della minicar attraverso il Gps del telefono del figlio, che gli agenti dei commissariati di Viminale e Sant' Ippolito ritroveranno nel porta oggetti anteriore della Chatenet. Mentre le volanti seguono la minicar in strada Francesca bussa da Sara, la vicina di casa. 

«Ero a letto - sospira la vicina - con Francesca siamo vicine di casa, sabato notte ho sentito il portone del palazzo aprirsi. Poi l'ho sentito richiudersi verso le 3.30. Dopo poco mi ha suonato Francesca, era disperata, in lacrime. Con loro ci conosciamo da anni, sono una famiglia squisita». La madre, oltre che per Mario, ha temuto per la figlia minore, che era nella stanza accanto con l'amica mentre lei subiva lo stupro.

Rinaldo Frignani per corriere.it il 22 marzo 2022.

«Minacciavano mio figlio con il coltello alla gola, che altro potevo fare? Ci dicevano che ci avrebbero ucciso tutti e due se non gli avessi dato i soldi. Dopo la violenza ho pensato di distrarli facendogli dei panini. E dopo un po’ se ne sono andati sempre con mio figlio». Una notte di terrore nelle parole di una donna di 54 anni costretta a un rapporto sessuale da uno dei due balordi minorenni che erano entrati in casa sua, a Casal Monastero, vicino a San Basilio, dopo aver abusato per strada a Centocelle del figlio 17enne e averlo poi costretto a portarli nella sua abitazione a bordo di una micro-car. Sempre con il coltello puntato alla gola.

E’ il senso del racconto delle vittime raccolto dalla polizia che ora sta svolgendo accertamenti per capire se la coppia di banditi, due tunisini senza fissa dimora, sia responsabile di altre aggressioni analoghe e se ci siano dei complici da ricercare. La procura dei minorenni coordina le indagini in attesa della convalida del fermo dei due giovani, bloccati dagli agenti sempre sulla macchinetta in via dell’Amba Aradam, a San Giovanni nella notte di sabato dopo l’allarme lanciato al 113 dalla madre e dopo che il padre, che si trovava al lavoro, aveva geolocalizzato lo smartphone rapinato al figlio e in possesso dei malviventi.

Ma chi indaga ha anche sequestrato i cellulari dei due minorenni, usati per riprendere le fasi delle violenze anche in presa diretta sui social network. Per questo motivo oltre ai filmati contenuti nelle memorie degli apparecchi la polizia postale potrebbe svolgere altre indagini per capire a chi fossero dirette quelle immagini terribili. 

In pratica il 17enne ha riferito agli agenti di essere stato avvicinato alle spalle dai due coetaneo mentre andava a riprendere l’auto a Centocelle dove aveva trascorso una serata con gli amici. In un primo momento sotto la minaccia del coltello i due gli avrebbero chiesto i pochi euro che aveva nel portafoglio quindi preteso un rapporto sessuale vicino alla micro-car. «Ma volevano altri soldi e mi hanno costretto a portarli a casa mia», avrebbe riferito ancora il 17enne.

Una volta arrivati a Casal Monastero, i banditi hanno affrontato la madre del ragazzo, anche lei costretta a un rapporto sessuale in camera da letto mentre il figlio veniva minacciato da uno dei due banditi ai quali è stata consegnata anche un’altra somma di denaro, sembra 200 euro. Alla fine della nottata da incubo i due sono andati via portandosi dietro come ostaggio sempre il coetaneo che sarebbe stato fatto scendere dalla micro-car alla Garbatella. Intanto però la polizia, grazie al gps del suo cellulare, stava tracciando gli spostamenti della vetturetta fino all’intervento risolutivo a San Giovanni. Ora i due si trovano in una struttura detentiva per minorenni, accusati di concorso in violenza sessuale, rapina aggravata, sequestro di persona, minacce aggravate. Sequestrato il coltello usato nell’aggressione.

Stupri a madre e figlio, choc a Casal Monastero: «Qui è il Far west e noi ci sentiamo abbandonati».  Camilla Palladino su Il Corriere della Sera il 23 Marzo 2022.

Viaggio nel quartiere delle sevizie: «Qui di notte può succedere qualsiasi cosa». «Una storia talmente cruda da sembrare inventata, anche mio figlio stenta a crederci».

Un «Far West». Così definiscono Casal Monastero i cittadini che vivono e lavorano nel quartiere della periferia nord-est di Roma, dopo le violenze subite da un 17enne e da sua madre durante lo scorso fine settimana. Il ragazzo è stato aggredito da due coetanei a Centocelle: lo avrebbero derubato e stuprato in mezzo alla strada, per poi costringerlo a portarli in microcar a casa sua, dove avrebbero violentato anche la mamma 50enne.

Una storia «così cruda e piena di cattiveria da sembrare inventata», dice preoccupata Antonella, che lavora in una delle poche attività che animano la zona. Ha un figlio di 19 anni, «poco più grande - specifica - dei ragazzi coinvolti in questa vicenda». E per questo l’episodio l’ha colpita in modo particolare. «Anche mio figlio stenta a crederci», racconta ancora Antonella, che per finire condanna gli stupratori: «Siamo molto dispiaciuti per quello che è successo, perché è davvero agghiacciante: potrei arrivare a capire la disperazione di chi ruba, ma non tollererò mai le violenze fisiche».

Il principale problema di Casal Monastero secondo Massimo, ex poliziotto che per oltre 15 anni si è occupato di sicurezza e legalità nel quartiere, è che «questa zona è praticamente un dormitorio, è molto residenziale. Non c’è nulla, quindi è terreno fertile per la criminalità». In più «la vicinanza e il collegamento diretto con San Basilio fanno sì che le forze dell’ordine siano spesso impegnate altrove, quando qui sarebbe necessario un sistema di controllo molto più capillare. Oltre una certa ora di notte potrebbe succedere qualsiasi cosa, senza che nessuno se ne accorga o intervenga». A una situazione di legalità spesso al limite, si aggiungono «le responsabilità dei genitori – precisa Massimo – perché non si dovrebbero lasciare dei ragazzini di 14 o 15 anni in giro fino a notte fonda senza sapere cosa stiano facendo».

Il bisogno di una maggiore sicurezza arriva anche dalla quota giovanile dei residenti. Lo conferma la 21enne Francesca Mortoro, studentessa alla Sapienza: «La parola migliore per descrivere come mi sono sentita quando ho saputo la notizia è “scioccata”. La pericolosità di questa zona è aumentata dall’inizio della pandemia, di recente le cose sono peggiorate». Fino al punto che «non mi sento sicura a girare di notte per strada da sola», ammette l’universitaria. «Alcuni miei coetanei riescono a rimanere impassibili davanti a un episodio del genere, altri invece si chiudono in casa per la paura», sostiene Francesca. E conclude: «Io sono una via di mezzo. Sono spaventata ma poi penso che ho 21 anni, che devo uscire e vivere la mia vita».

Su una cosa sono d’accordo gli abitanti di Casal Monastero: la vicenda del 17enne e di sua madre aggrediti in casa ha sconvolto tutti. «È brutto pensare che queste cose possono succedere anche in un quartiere così piccolo, dove più o meno di vista ci conosciamo tutti», commenta con amarezza Francesco, che lavora in zona. «La storia ci ha stupiti, è vero che questo territorio ha i suoi problemi – ci tiene a sottolineare Antonio, collega di Francesco – ma questo accanimento è stato eccessivo». «Siamo abbandonati a noi stessi», riassume infine la condizione degli abitanti un residente da quasi trent’anni. «Per queste strade – sostiene – le forze dell’ordine passano qualche volta con la volante, ma non basta per fermare certe attività illegali». Chiede riservatezza sul nome, ma rivela il suo soprannome: «er Pallotta».

Nell'appartamento c'era anche la figlia minore di 13 anni che dormiva. Mamma e figlio violentati in casa da due minori, i video sui social: “Dopo costretta a fargli un toast”. Roberta Davi su Il Riformista il 22 Marzo 2022. 

Un incubo durato cinque ore. La rapina, le violenze sessuali. E i due ragazzi- di 16 e i 17 anni- che, dopo aver terrorizzato Mario (nome di fantasia) e sua madre, invece di fuggire, chiedono qualcosa da mangiare.

La cinquantenne ricostruisce l’orrore vissuto nella notte tra sabato e domenica, quando suo figlio 17enne è rientrato a casa all’una di notte insieme ai due rapinatori, sotto la minaccia di un coltello. “Dopo che mi hanno violentata hanno voluto mangiare: gli ho dovuto fare un toast al prosciutto cotto” sono le parole della donna riportate da  La Repubblica Roma.

“Un film dell’orrore”

“È stato un incubo, un film dell’orrore– racconta la madre di Mario agli agenti – gli ho detto: prendete quello che volete. Gli ho dato 250 euro in contanti, cercavano un Rolex, ma ce l’aveva mio marito che era a Milano.” I due girano per casa, lei ha paura per la figlia tredicenne, che in quel momento si trovava in un’altra stanza insieme a un’amica. “Eravamo in salone – ricorda ancora- a un certo punto uno di loro due mi ha detto: ‘Vieni con me, ti devo dire una cosa segreta, in privato’”. Cerca di opporsi, il ragazzo la trascina in camera minacciandola con un coltello: sotto choc, alla fine lei desiste. E lui la violenta. 

Dopo lo stupro, i due non fuggono: anzi, rimangono ancora in casa, vogliono mangiare. Dopo si rivolgono di nuovo a Mario: “Tu adesso ci accompagni a casa” gli dicono. Il ragazzino è costretto a montare sulla sua minicar insieme a loro. La madre allora avvisa il 112 e chiama il marito che, in contatto con la polizia da Milano, comincia a ricostruire il tragitto della Chatenet tramite il Gps dello smartphone del figlio.

Mentre gli agenti agenti dei commissariati di Viminale e Sant’Ippolito seguono la minicar, la donna bussa alla vicina, che racconta: “Era disperata, in lacrime. Ci conosciamo da anni, la loro è una famiglia squisita.”

Le violenze in diretta su Facebook

Mario è stato violentato più volte: mentre uno abusava di lui, l’altro trasmetteva il video in diretta su Facebook. Filmati che sono stati già acquisiti dalla polizia e che documentano gli stupri subiti da lui e da sua madre. Una notte dell’orrore che è iniziata a Centocelle ed è poi proseguita a Casal Monastero, periferia nord-est di Roma, dove vivono le vittime. I due ragazzi, di origini tunisine, sono stati poi arrestati in via dell’Amba Aradam a San Giovanni. 

“È sabato sera, volevamo divertirci“, hanno detto agli agenti mentre venivano ammanettati. Sono ora accusati di stupro, sequestro di persona ai danni di un minore, rapina aggravata.

La vicenda

Tutto comincia nella notte tra sabato 19 e domenica 20 marzo in via dei Ginepri a Centocelle, dove Mario si ferma a mangiare un cornetto dopo aver trascorso la serata in un ristorante di Borgo Pio insieme ad alcuni amici. Qui viene sorpreso dai due delinquenti, che gli chiedono una sigaretta. “Gli ho detto che non fumo e loro puntandomi il coltello mi hanno risposto: ‘Allora ci dai la macchina’”. Dopo averlo rapinato i due, stando a quanto riferito da la Repubblica, lo chiudono nel portabagagli della minicar e si dirigono verso san Basilio, dove avviene il primo abuso ripreso con il cellulare.

Poi gli intimano di portarli a casa sua, per farsi consegnare altri soldi. Mario è terrorizzato. Quando, dopo essere stati a Casal Monastero, il ragazzino è costretto ad accompagnarli a casa, durante il tragitto lo fanno fermare e lo stuprano di nuovo. “Con questo coltello ci abbiamo già ammazzato un poliziotto. Ubbidisci, non abbiamo paura a uccidere anche te“ gli dicono. L’inferno di Mario termina a San Giovanni, quando gli agenti li intercettano intorno alle 4 del mattino, con i due violentatori ubriachi che volevano ‘solo divertirsi’. Roberta Davi

Dai Musei Vaticani alla Cappella Sistina: quando l'arte stupisce. Angela Leucci il 21 Marzo 2022  su Il Giornale.

I Musei Vaticani costituiscono un complesso museale in cui l'arte è ovunque: dalla Cappella Sistina ai vari spazi che compongono i Musei.

Nei Musei Vaticani c’è un mondo. Un mondo fatto d’arte antica e contemporanea, un mondo di bellezza alla portata di tutti. I Musei Vaticani, declinati al plurale, sono un ricco complesso artistico di Città del Vaticano, il minuscolo Stato all’interno di Roma. Qui vi sono appunto musei e collezioni, ma si possono visitare anche palazzi e cappelle che - attraverso le loro statue, gli affreschi e l’intero repertorio delle opere d’arte presenti - riescono a mostrare una porzione del meglio che l’ingegno umano ha partorito in termini di creatività nel corso di millenni.

Cosa sono i Musei Vaticani 

I Musei Vaticani sono le strutture museali e tutte le zone aperte al pubblico dei palazzi vaticani. Comprendono la Pinacoteca Vaticana, il Museo Pio-Clementino, il Museo missionario-etnologico, il Museo gregoriano egizio e quello etrusco, il Museo pio cristiano, il Museo gregoriano profano, il Museo storico vaticano, il Museo filatelico e numismatico, il Museo della biblioteca Apostolica Vaticana, il Museo Chiaromonti, più la collezione d’arte moderna, gallerie, cappelle, sale e appartamenti.

E contengono opere che vanno da Michelangelo a Raffaello, da Caravaggio a Salvador Dalì, passando per Antonio Canova, Henri Matisse, il Correggio, Leonardo da Vinci, Giovanni Bellini, Filippo Lippi, Giotto, Beato Angelico e molti altri. In altre parole, visitare i Musei Vaticani significa immergersi nello stupore di opere che riescono a emozionare nonostante il tempo che passa.

Il Gruppo del Laocoonte e l’origine dei Musei Vaticani 

I Musei Vaticani sono stati costituiti in varie fasi. Fondati dal papa Giulio II nel 1506, si arricchirono mano a mano di beni culturali trovati, acquistati o commissionati a vari artisti. La prima opera d’arte contenuta dai Musei fu il cosiddetto Gruppo del Laocoonte, attribuita da Plinio il Vecchio a tre scultori della scuola rodia, ovvero Agesandro, Atenodoto e Polidoro. Il gruppo ritrae il sacerdote troiano della mitologia con i suoi figli, tutti in lotta contro i serpenti marini: si tratta di un episodio contenuto nell’Eneide. Il gruppo fu ritrovato il 14 gennaio 1506 in una vigna sul colle Oppio, luogo in cui risiedeva l’imperatore Tito, presso il quale Plinio aveva visto l’opera per la prima volta: recuperato il gruppo, il papa lo fece porre nel Giardino del Belvedere.

La struttura museale fu aperta al pubblico a partire dal 1771 su impulso del papa Clemente XIV. Il ruolo dei pontefici fu fondamentale nella costituzione della struttura, che nel tempo ha dedicato e rinominato i propri spazi anche e soprattutto in funzione dell’impegno papale nel recupero o nella commissione di alcune opere.

La Cappella Sistina 

La commissione di un’opera specifica costituisce forse la storia più nota dell’intero complesso dei Musei Vaticani. Si tratta naturalmente della Cappella Sistina, che fu affrescata da Michelangelo e opere di diversi autori.

Esistente già dal XIV secolo, circa cento anni dopo diversi pontefici - tra cui Sisto IV - si occuparono di un’immensa ricostruzione e ristrutturazione. E la decorazione fu appunto affidata a vari artisti tra cui il Perugino, il Pinturicchio, Sandro Botticelli e molti altri, che concorsero a quella che è considerata una delle opere d’arte più meravigliose al mondo: pareti e soffitto costellati di immagini bibliche assolutamente uniche, suggestive, cariche di simboli.

L’aneddoto più celebre, tra storia e leggenda, riguarda però Michelangelo e la simbologia della volta che ritrae Dio e Adamo nell’atto di congiungere quasi le loro mani - ovvero la "Creazione di Adamo". Secondo una vulgata, inizialmente le dita del Creatore e del primo uomo si toccavano, ma fu chiesto da parte dei cardinali di modificare il particolare dell’affresco, in modo che le dita neppure si sfiorassero. In questo modo la falange piegata di Adamo rappresenta il libero arbitrio: Dio si tende verso l’uomo, che ha creato a sua immagine, ma l’uomo può deviare dal disegno divino per sua libera scelta.

Architettura e scultura 

Dalla suggestiva scalinata a doppia spirale elicoidale di Giuseppe Momo alla volta decorata della galleria dei Candelabri, fino alle statue che costellano i corridoi del Museo Chiaromonti e la sfera di Arnaldo Pomodoro nel Cortile della Pigna. I Musei Vaticani sono costellate di dettagli artistici che dettagli non sono: architettura e scultura, oltre affreschi e pittura, rappresentano una sorta di percorso.

Roma tra piazze e luci d'artista. Claudio Schirru il 18 Marzo 2022 su Il Giornale.

Roma è tra le mete turistiche più famose al mondo grazie al fascino dell'epoca imperiale e alla bellezza delle sue piazze.

Roma, amata e odiata da chi c’è nato e la vive tutti i giorni, spesso rimpianta da chi se n’è dovuto andare. Di certo una meta turistica apprezzata in tutto il mondo. Perché Roma in fondo è così, quando arriva un turista indossa il suo vestito buono e si prepara a regalare emozioni e bellezza senza tempo.

Non soltanto nelle splendide giornate di sole, ma anche nelle notti romane. Luci e colori si alternano tra il giorno e la sera, per uno spettacolo sempre capace di rinnovarsi, ma senza perdere mai la propria identità.

Roma, tra bellezza e storia 

Quando si pensa alle piazze di Roma è impossibile non tornare con la mente a piazza Venezia, dove sorge l'Altare della Patria o Monumento a Vittorio Emanuele II. Piacevolmente illuminata dal sole di giorno, con un fascino davvero speciale quando è colorata d'arancio dal tramonto, sa trasformarsi la sera in uno spettacolo di luci che la rendono una finestra sospesa tra storia e modernità.

Come non citare i vicini Fori Imperiali, in particolare il Foro di Traiano, dove ancora oggi è possibile ammirare quella che era la magnificenza riservata a un imperatore vittorioso di ritorno dalla guerra.

Piazze e luci che esprimono molto del loro potenziale quando ci si avventura per la zona che veniva indicata come Campo Marzio. Qui la Roma imperiale emerge con tutto il suo vigore e la sua architettura imponente. Parliamo del Tempio di Adriano, di cui è ancora possibile ammirare la serie di colonne e la facciata che ne componevano l'ingresso frontale, ma non solo.

A poca distanza troviamo altri esempi magnifici di come le luci del giorno e della sera possano valorizzare un capitale storico ed estetico incredibile. Come non citare il Pantheon, costruito da Marco Vipsanio Agrippa e poi riedificato e ingrandito dall'Imperatore Adriano. Qualche passo in più e si potrà raggiungere anche piazza della Minerva, dove è possibile ammirare l'obelisco con l'elefante (Obelisco della Minerva) scolpito da Gian Lorenzo Bernini.

Incamminarsi per il centro storico di Roma può rivelarsi un'esperienza davvero unica, di fronte alla quale procedere con gli occhi spalancati di chi ha così tanto da vedere e sempre così poco tempo. Avventurandosi lungo via del Corso, un tempo nota come via Lata, il visitatore potrà imbattersi in piazza Colonna. Questa deve il suo nome alla Colonna di Marco Aurelio, che qui sorge già dall'epoca imperiale.

Si affaccia su piazza Colonna anche Palazzo Chigi, sede attuale della Presidenza del Consiglio dei Ministri italiano. Altro elemento di pregio è la fontana progettata da Giacomo della Porta intorno alla metà del '500, a cui vennero aggiunte successivamente decorazioni in marmo di Carrara. Un ulteriore elemento caratteristico è la fornitura dell'acqua della fontana, affidata all'acquedotto romano Aqua Virgo (Acqua Vergine), il sesto in ordine di costruzione e tutt'ora funzionante.

Fontana di Trevi 

Chi è alla ricerca di un particolare connubio tra luci e arte a Roma non potrà che soffermarsi ad ammirare la Fontana di Trevi, ancora oggi meta frequentatissima dai turisti. Tra i quali resiste forte la tradizione del lancio della monetina, che secondo la leggenda garantirebbe il ritorno nella Città Eterna. Il progetto finale venne voluto e avviato da papa Clemente XII, mentre a concluderlo (dopo il termine del pontificato di Benedetto XIV) fu Clemente XIII.

Un'opera scultoria imponente che ha richiesto diversi decenni affinché si arrivasse al monumento attuale, restaurato e riportato al suo splendore originario nel 2014. Particolarmente suggestivo è lo spettacolo offerto dalla Fontana di Trevi al tramonto e con le luci della sera, pronta a regalare ancora oggi quell'atmosfera mozzafiato che un tempo rappresentava una delle essenze della Dolce Vita.

Luci serali che sono stati oggetto di un profondo rinnovamento, nell'estate del 2019, da parte dell'allora sindaca di Roma Virginia Raggi. Un totale di oltre 85 proiettori subacquei e 6 proiettori esterni, alimentati a LED per ottenere un risparmio energetico considerevole (circa il 70%) rispetto al precedente impianto. I lavori hanno voluto incrementare il valore artistico dell'illuminazione, capace così di esaltare il corpo centrale della struttura e la statua di Oceano.

Roma, riscoprirla con le grandi donne del cinema. Angela Leucci il 2 Marzo 2022 su Il Giornale.

Roma è città di cinema: sono state le grandi donne del cinema internazionale a mostrare sullo schermo i panorami meravigliosi della Città Eterna.

Roma è una location centrale per il cinema italiano. Sede di Cinecittà, il luogo in cui nasce la magia, la Capitale rappresenta non solo uno sfondo per la settima arte, ma quasi un personaggio delle pellicole stesse, che vive e respira. Come accade in “Caterina va in città” di Paolo Virzì, dove Roma viene vista per la prima volta con gli occhi di una ragazzina, oppure in “To Rome with Love” di Woody Allen, un grande atto d’amore del regista newyorkese per l’Italia e il suo primo centro storico, culturale e politico. Gli americani, a dirla tutta, hanno una grande passione per Roma: una passione testimoniata anche dall’Oscar a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, che mostra il capoluogo laziale in tutto il suo splendore. 

Ma se c’è qualcuno che ha raccontato e valorizzato la Città Eterna al cinema sono state le donne che ne hanno incarnato i personaggi più affascinanti. Talvolta drammatici, talvolta comici, i ruoli cinematografici delle attrici che hanno calcato questi sanpietrini sono diversi, ma in ognuno di essi c’è un po’ dello spirito della città. Dalla terrazza del Pincio in cui si ritrovano Sophia Loren e Franca Valeri ne “Il segno di Venere” all’inseguimento sul Nuovo Salario di Edwige Fenech in “Taxi Girl”, fino a Palazzo Scapucci - dove si trova la Torre della Scimmia - e dove soggiorna il personaggio interpretato da Julia Roberts in “Mangia, prega, ama”. Ma le location più indimenticabili di Roma sono quelle portate sul grande schermo dalle attrici immortali del passato. 

La Roma di Anita Ekberg 

La prima donna che viene in mente quando si parla di Roma al cinema è naturalmente Anita Ekberg, una delle muse di Federico Fellini. Musa che il regista pose in un’iconica scena de “La dolce vita” all’interno della Fontana di Trevi, nell’atto di fare il bagno mentre ammalia il co-protagonista Marcello Mastroianni. La fontana di Trevi è uno dei monumenti più celebri della città. Realizzata da Nicola Salvi nel 1732 fu poi terminata da Pietro Bracci nel 1762. Si trova sulla facciata di Palazzo Poli e in essa scorre l’acqua dell’acquedotto più antico di Roma, l’Acqua Virgo, costruito in età augustea. 

Pare che in realtà Fellini si sia ispirato a un fatto realmente accaduto: la giornalista Giò Stajano e la pittrice Novella Parigini fecero di notte il bagno in una fontana di Roma. Non la Fontana di Trevi, bensì la Barcaccia, che si trova ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti.

La Roma di Anna Magnani 

Non c’è forse attrice che più di Anna Magnani ha portato in scena il popolo delle donne romane. Con le loro aspirazioni, le loro speranze, i loro desideri spesso infranti. Come la popolana Maddalena Cecconi, che aspira a un futuro cinematografico per la figlioletta di pochi anni: nel film “Bellissima” di Luchino Visconti, lo scenario è quello di Cinecittà. Oppure il personaggio di Pina che in “Roma città aperta” viene uccisa mentre si oppone all’arresto del futuro marito Francesco: quella scena in particolare è stata girata al Pigneto, come gran parte del film. 

O ancora Roma Garofolo, che vuole smettere di fare la vita per dare un futuro migliore al figlio: in “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini gli scenari sono soprattutto quelli di Casal Bertone, del Quadraro e di Tor Marancia. Tutti quartieri in cui a farla da padrone è l’edilizia popolare e in cui è da sempre viva la comunicabilità diretta ed esplicita dei romani.

La Roma di Monica Vitti 

Monica Vitti è stata pura eleganza, ma al tempo stesso ha portato al cinema la veracità di Roma, il profumo di pizza prosciutto e fichi, il tran tran di Piazza del Popolo che ha ospitato a lungo la sua casa. Nonostante il suo fascino dolce e biondo, è difficile non associare Vitti anche alle geometrie brutaliste dell’Eur, il quartiere che più di tutti appare ne “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni.

Monica Vitti e Alain Delon in "L'eclisse" 

Nel 1942, dove oggi c’è l’Eur, ci fu l’Esposizione universale, che a Benito Mussolini servì anche per celebrare il ventennale della Marcia su Roma. Vi furono quindi costruiti degli edifici completamente aderenti ai canoni del razionalismo, ma dopo l’8 settembre la zona fu occupata dai tedeschi. Tornò a essere abitata, a essere fiorente e interessante dal punto di vista architettonico, a partire dagli anni ’60, dato che, in vista delle Olimpiadi di Roma, il quartiere tornò a essere vissuto, utilizzato, potenziato e completato.

La Roma di Giulietta Masina e Florinda Bolkan 

Uno dei film in cui Roma mostra alcuni dei suoi scorci e quelli del suo hinterland più suggestivi è “Le notti di Cabiria”. Nel film la protagonista Giulietta Masina si muove sul Lungotevere Dante, nel quartiere Tuscolano, lungo l’elegante via Veneto, le Terme di Caracalla, il belvedere del Giardino degli Aranci e la via Appia Antica. 

Si trova invece a Trastevere il palazzo in cui vive il personaggio di Florinda Bolkan in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. La Roma di quella pellicola spazia da palazzi signorili e antichi alla freddezza di edifici moderni con scale a chiocciola esterne come il Centro Direzionale del Caravaggio, in cui viene ambientata la questura.

La Roma di Audrey Hepburn 

È stata tuttavia un’attrice internazionale ad associare in tutto il mondo il volto di Roma al proprio: Audrey Hepburn in “Vacanze romane”. Le location esplorate sono molte e interessanti. Tra esse il Viale del Policlinico, in cui viene mostrato un muro pieno di ex voto: si trattava di reali ex voto, oggi non più esistenti, posizionati in quel punto dai reduci di guerra ospiti del Policlinico Umberto I. 

C’è poi la celeberrima scena della Bocca della Verità, un mascherone che si trova nella basilica di Santa Maria in Cosmedin. La statua è in marmo pavonazzetto e si trova nel cortile della chiesa dal XVII secolo, anche se è sicuramente più antica: si trattava infatti di un tombino dell’Antica Roma, che ritrae un personaggio misterioso, forse un fauno oppure il dio Oceano. Il nome viene invece da alcune leggende, secondo cui la Bocca della Verità sarebbe stata in grado di svelare i tradimenti delle donne nei confronti dei mariti. 

E poi ancora non si possono non notare nella pellicola Palazzo Barberini, Palazzo Brancaccio, via Margutta, il Pantheon, Piazza di Spagna e numerose vie del centro che Hepburn, insieme con il co-protagonista Gregory Peck, percorre a bordo di una Vespa Piaggio.

Daniele Dell'Orco per ilgiornale.it l'1 marzo 2022. 

Ora sì che Roma ha finalmente cambiato registro. Dopo 5 anni di disastrosa amministrazione targata Virginia Raggi, finalmente un sindaco che si occupa delle priorità: la parità dei sessi nella toponomastica. 

Come ricostruito da Il Tempo, la giunta guidata da Roberto Gualtieri (Pd) ha stabilito che le strade, piazze, parchi e aree pubbliche della Capitale nei prossimi anni saranno intitolate in maniera equa tra uomini e donne. 

Questo perché, studiando i mille dossier dei problemi di Roma, gli assessori alla Cultura e alle Pari opportunità Miguel Gotor e Monica Lucarelli si sono accorti di uno scandalo in piena regola. Tangenti? Disservizi? Assenteismo? Sprechi? Viabilità? No, il "problema" è che su 16.377 toponimi stradali solo il 4% è intitolato a donne. Fanno riferimento a uomini, il 48% mentre un altro 48% è "neutro", ovvero intitolato a luoghi, categorie, popoli e avvenimenti storici. Uno scempio, insomma.

L'obiettivo ambizioso del Campidoglio è quello di riequilibrare la presenza femminile nelle denominazioni dei luoghi pubblici, così da rendere Roma finalmente una "città modello". La toponomastica, nel magico mondo dei politici di sinistra, "può essere un potente strumento per il recupero della memoria storica delle donne che hanno inciso in maniera significativa nella vita della comunità locale, nazionale e internazionale, offrendo in particolare alle giovani generazioni importanti testimonianze che aiutino a superare gli stereotipi di genere che contrassegnano ancora troppo spesso la narrazione della storia", spiegano Gotor e Lucarelli.

Un'iniziativa che coinvolgerà anche le scuole, sollecitata dall'associazione Toponomastica femminile, in vista della festa della donna dell'8 marzo. Una svolta rosa anche per le vie di Roma, insomma, per combattere la "menomazione" subita dalle grandi donne ignorate o sepolte nei meandri della storia senza valorizzazione. Un impegno lodevole, se non fosse che il concetto di "quota" è proprio manchevole di per sé. 

Di grandi profili femminili della scena locale, nazionale e internazionale che meritano onore e conoscenza ce ne sono senza fine, ma basterebbe impegnarsi nel concreto per una azione culturale fatta di pubblicistica, conferenze, convegni, libri cosicché i profili adatti e sottoposti a damnatio memoriae possano essere riscoperti e rivalutati. Un principio che vale per tutti, non solo per uomini o donne. Il solo fatto che qualche dipendente pubblico sia stato messo a scartabellare i registri e contare quanti uomini compaiono sulle vie di Roma rispetto alle donne invece ha dell'incredibile. 

E del resto, se c'è qualcuno che sui social si è persino soffermato sulla drammatica assenza di donne al tavolo di pace tra delegazione russa e ucraina di ieri a Gomel (Bielorussia), allora di davvero incredibile ormai resta ben poco.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per "la Repubblica – Edizione Roma" l’1 Dicembre 2022.

Qualcuno si vendeva per un prosciutto, altri in cambio di una cena o di una mazzetta da 400 euro. Tutti però agevolavano i clienti dello Studio Tecnico Mari ad eludere i controlli o ad ottenere pratiche edilizie favorevoli. E tutti adesso rischiano di finire a processo.

Con 8 richieste di rinvio a giudizio e 2 patteggiamenti all'orizzonte si appresta ad approdare in aula la vicenda che ruota intorno ai vertici dello Studio Tecnico Mari, gli stessi che per aiutare i loro clienti avrebbero corrotto pubblici funzionari disposti a falsificare documenti o ad accedere abusivamente ai sistemi informatici.

Adesso però la procura ha svelato il sistema illecito. E mentre Bruno e Cinzia Mari hanno chiesto di poter patteggiare la loro pena, sulla teste di sette vigili urbani e di funzionario dell'Ufficio Edilizia e Ispettorato Edilizio del VII Municipio pende una richiesta di rinvio a giudizio.

L'inchiesta nata nel luglio 2020, quando i pm hanno scoperto che il noto Palacavicchi, un parcheggio e un albergo riconducibili alla galassia di imprese del patron Giancarlo Cavicchi, sarebbero andati avanti nonostante parecchie irregolarità. Eppure i vigili avevano visitato spesso i locali alle porte di Fiumicino.

Agli investigatori è dunque venuto il dubbio che alcuni agenti della polizia locale potessero aver omesso di segnalare le irregolarità riscontrate. Da quel momento è partita un'indagine parallela che ha permesso di scoprire prosciutti, cene e bustarelle elargite ai vigili infedeli, uomini in divisa che avrebbero venduto la loro funzione anche per 400 euro. Non sarebbe costato molto garantire il buon esito dei controlli al " Mago della frutta". […]

I poliziotti corrotti della polizia municipale, secondo il pm, avrebbero anche rivelato l'esatto momento in cui i colleghi, quelli onesti, avrebbero effettuato i controlli negli esercizi commerciali. Il tutto per soldi o prelibatezze. Un cittadino cinese, Ye Se, per ottenere un'ispezione favorevole avrebbe ad esempio elargito "un intero prosciutto" e promesso altri generi alimentari, oltre a una cena.

Nell'inchiesta spuntano anche i nomi di Angelo e Laura Casamonica, "appartenenti alla nota omonima famiglia", si legge negli atti. I due si sarebbero rivolti allo studio Mari «per risolvere alcune pratiche edilizie relative a immobili di loro proprietà». Il giro di mazzette sarebbe stato ampio. Per questo adesso è lungo l'elenco di persone attese il prossimo 19 aprile tra le aule del tribunale di piazzale Clodio.

Michela Allegri per “il Messaggero” il 24 marzo 2022.

Non solo denaro in contanti e favori: le tangenti erano, all'occorrenza, buoni carburante, cene, addirittura un prosciutto e «pensierini» di Natale. Per il gip, che ha disposto 3 arresti e 4 sospensioni dal servizio a carico di agenti della Polizia locale del gruppo Tuscolano e di un funzionario del VII Municipio, si trattava di «una sistematica attività di corruzione». 

Dalle indagini della Finanza e del pm Carlo Villani, infatti, è emerso che favori e bustarelle servivano per oliare le pratiche dei clienti dello Studio tecnico Mari: i pubblici ufficiali, per somme dai 200 ai 1.000 euro, avrebbero rivelato in anticipo le ispezioni programmate in locali e ristoranti e, in occasione dei controlli, avrebbero chiuso un occhio su irregolarità palesi, come arredi non a norma, tavolini selvaggi e insegne abusive. Tra i clienti aiutati, due componenti della famiglia Casamonica, l'Hotel Palacavicchi, ma anche un fruttivendolo, un B&B e un carrozziere.

LE ACCUSE Ai domiciliari ci sono Bruno e Cinzia Mari, fratello e sorella, geometri e titolari dello studio. Stessa misura anche a carico del vigile Ciro Della Porta. Nei confronti di altri due caschi bianchi, Simonetta Pompei e Claudio Fleres, e del funzionario dell'Ufficio edilizio del VII municipio, Roberto Mancinelli, il gip ha disposto la sospensione dall'esercizio per 3 mesi. 

Per i fratelli Mari - e anche per il padre Domenico e il cugino Ferruccio - l'accusa è associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Mentre per gli altri indagati - 12 in tutto dei quali 5 vigili - le accuse vanno dal falso alla corruzione, fino all'accesso abusivo al sistema informatico. Il gip Corrado Cappiello scrive nell'ordinanza che si tratta di «un vero e proprio sodalizio criminale». 

Il procedimento nasce dal fallimento di due società del Gruppo Cavicchi e agli atti ci sono intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche video di telecamere installate all'interno degli uffici che immortalano la consegna del denaro. Le conversazioni captate dai finanzieri del Nucleo Pef sono eloquenti: «Sono venuti i vigili in ufficio vengono a pijà i soldi», dice uno degli indagati. E ancora: «Ho incassato 100 euro, ne ho spesi 2mila».

In un'altra conversazione uno dei tecnici afferma: «I vigili li abbiamo tappati». E quando chiede la parcella al cliente specifica: «Sarebbero mille euro in più e ci stanno i soldi che ho dato al vigile». Le mazzette venivano usate per arrotondare lo stipendio e per togliersi qualche sfizio, come dice la Pompei, che racconta di avere utilizzato i 100 euro intascati in uno dei controlli pilotati per fare shopping. 

Il 19 giugno 2020, la donna, parlando con Della Porta, dice: «Me so spesa subito i 100 euro un reggiseno e due mutande da costume: 70 euro. Poi me serviva un paio de scarpe nere e c'erano pure gli sconti quindi un paio de scarpe e una ciabattina ho pagato 47 euro ci ho rimesso 17 euro, vabbè, magari tutti i mesi!». 

Due vigili sarebbero andati a prendere le mazzette con l'auto di servizio. Da qui la contestazione di peculato. Avrebbero raggiunto il Palacavicchi e, come regalo di Natale, avrebbero ricevuto da un collaboratore di Giancarlo Cavicchi dei buoni carburante. Era il 20 dicembre 2019. A regalare un intero prosciutto, invece, sarebbe stato il titolare di un ristorante cinese.

Michela Allegri Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 24 marzo 2022.

«Loro c'hanno paura della demolizione, io j' ho detto mercoledì a Laura... io vengo, me dai mille cash, che dobbiamo da na parte eee, poi famo metà per uno io e Simone, dopo di questo loro vogliono chiudere i condoni». La donna che viene nominata - Laura - è la sorella di Angelo Casamonica mentre quella che parla è Cinzia Mari intercettata il 13 giugno 2020 mentre riferisce al fratello Bruno degli accordi presi con un esponente del clan per chiudere una serie di istanze di condono per degli immobili della famiglia sinti. 

Nell'ordinanza di misura cautelare firmata dal gip Corrado Cappiello - che ha portato la Mari, il fratello e un vigile urbano, Ciro Della Porta, ai domiciliari e disposto la sospensione dal servizio per altri due caschi bianchi e per il funzionario dell'Ufficio edilizio Roberto Mancinelli - si evince l'esistenza di «un vero e proprio sodalizio criminale di stampo familiare dedito alla commissione di una pluralità di reati di falso e corruzione, composto dai soci e dagli amministratori dello studio Tecnico Mari srl» anche a favore di numerosi esponenti del clan Casamonica.

I quali per il tramite dei due fratelli Mari, geometri, avrebbero ottenuto favori al fine di sanare posizioni compromesse o tali da poter poi rischiare di essere abbattute. Un'operazione non facile perché l'ufficio condono, all'epoca dei fatti, era chiuso e dunque per recuperare le pratiche serviva un impegno che doveva essere onorato. Nello specifico, Cinzia Mari l'8 giugno di due anni fa viene contattata da Laura Casamonica e alla donna spiega che dovrà predisporre una relazione sulle problematiche che gravano sugli immobili riconducibili alla famiglia. 

«NUN TE FREGO I SOLDI» «Io prendo i condoni che stanno là, vedo quelli che si possono chiudere... - spiega la Mari alla Casamonica - la relazione tecnica sulla fattibilità oggi dei condoni tuoi di casa di via Tuscolana e de tu fratello e de tutti». La donna replica e chiede: «Solo per prenderli costano mille euro?». E la geometra risponde: «Laura non stamo a giocà... non è per prenderli perché non li posso prende perché l'ufficio condono è chiuso... se mi dici ok io... perché non sono tutti miei ovviamente eh... capisci a me eh?... hai capito? Nun te rubo i soldi nun te preoccupà».

In un altro episodio accertato e narrato nell'ordinanza, a ricevere favori dai fratelli Mari fu Angelo Casamonica. Anche in questo caso la Mari si occupò secondo gli inquirenti di risolvere presso gli uffici comunali «alcune problematiche legate agli immobili della famiglia Casamonica - si legge nelle carte - interfacciandosi con Roberto Mancinelli, nonché, tramite un suo collaboratore, con un non meglio identificato pubblico dipendente dell'ufficio condoni, dietro corresponsione di un importo di denaro». 

A maggio del 2020 la Mari incontra Angelo Casamonica in via Francesco di Benedetto perché quest' ultimo aveva necessità di effettuare alcuni lavori edili. Un mese più tardi quando la donna è in studio con il cugino squilla il telefono: «Oddio Angelo Casamonica... c'ho l'incubo aho...». L'uomo chiama perché sa di poter essere aiutato. 

Sempre al cugino: «Vedi Mancinelli me chiama a me, a task force... perché sanno che... perché Mancinelli l'altra volta, Casamonica, gli ho dato duecento euro e lui m' ha fatto Ci non è che ogni volta me devi... Fà così! Capito? Perché dopo, quando è, te chiama». La Mari chiama Mancinelli per andarci a parlare proprio della pratica di Angelo Casamonica. A seguito dell'incontro la donna richiama il membro della famiglia sinti: «Senti eh? Allora se fai come t' ho detto io.. se fai la ringhiera come quella dall'altra parte c'hai un ferro, vai in edilizia libera... se fai il muretto bisogna fare una pratica edilizia».

Vigili corrotti, sei misure cautelari: «C’ho un prosciutto. Me lo fai tajà?». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 24 Marzo 2022.

Secondo l’accusa del pm Carlo Villani, il gruppo si sarebbe dedicato ad aggiustare pratiche edilizie o a evitare sanzioni per occupazioni di suolo pubblico extra large, insegne irregolari e altri simili illeciti. 

Per nulla gettare via del provvidenziale omaggio, l’agente della municipale Ciro Della Porta si risolse a chiedere aiuto: «Siccome c’ho un prosciutto, me lo vorresti fa’ taja’ e mette’ sotto vuoto come l’anno scorso?» domandò a un amico. L’intercettazione, frammento di un do ut des dal vago sapore neorealista, compare nell’ordinanza con cui il gip Corrado Cappiello dispone sei misure cautelari per l’ultima vicenda di presunta corruzione a Roma sud. Dai domiciliari dov’è confinato, così come i fratelli Bruno e Cinzia Mari (titolari di un’ agenzia ma, nella realtà investigata dalla Procura, intermediari degli illeciti aggiustamenti), il vigile Della Porta avrà modo di spiegare anche la gustosa (ma non l’unica) dazione, in cambio della quale avrebbe concesso all’imprenditore cinese Ye Sen, titolare di Panda Famiglia, l’ostensione di una poco regolamentare insegna pubblicitaria.

All’altra metà dell’associazione finalizzata alla corruzione, vale a dire i vigili Simonetta Pompei e Claudio Fleres più il tecnico del VII Municipio Roberto Mancinelli, gli esperti del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf hanno notificato una interdittiva di tre mesi dalla professione. Mentre tutti restano indagati per reati che vanno dalla corruzione alla rivelazione del segreto d’ufficio. Secondo l’accusa del pm Carlo Villani, assieme si sarebbero dedicati ad aggiustare pratiche edilizie o a evitare sanzioni per occupazioni di suolo pubblico extra large, insegne irregolari e altri simili illeciti. Al «sodalizio criminale di stampo familiare» gli investigatori giungono in seguito a un’altra inchiesta, quella sull’evasione fiscale di Giancarlo Cavicchi (2021), che suggerisce l’esistenza di vigili pronti a informarlo sulle indagini nei suoi confronti.

Le intercettazioni fanno il resto, portando i finanzieri dal tecnico municipale infedele Mancinelli, che si sarebbe reso disponibile a sanare abusi dei Casamonica: «Perché Mancinelli, io l’altra volta, Casamonica io gli ho dato duecento euro...» confida Cinzia Mari. Dall’indagato Domenico Mari, padre degli arrestati: «(Ho, ndr) tre, quattro vigili che lavorano per noi». E dalla vigilessa Simonetta Pompei, elettrizzata per lo shopping pagato con i soldi della presunta tangente: «Ieri pomeriggio so’ uscita me so’ spesa subito i cento euro... — dice intercettata —. Un reggiseno, due mutande de costume che stanno bene tutte e due col reggiseno. Settanta euro. Poi so’ andata da “Scarpe e Scarpe”perché me serviva un paio di scarpe nere che me devo mettere con un pantalone e c’erano pure gli sconti quindi praticamente un paio di scarpe e una ciabattina che può esse’ pure tipo sandaletto così ho pagato quarantacinque... quarantasette euro. Ci ho rimesso diciassette euro. Vabbè magari tutti i mesi». I modesti compensi non fuorviino, per il gip si tratta di «un ampio scenario di una stabile organizzazione». Mentre il sindaco Roberto Gualtieri annuncia «una verifica interna».

Bernabei, la svolta 12 anni dopo. I pm: «Condannate i vigili urbani». Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 18 Marzo 2022.

Il 4 aprile 2012, ovvero quasi dieci anni fa, il geometra Francesco Belmonte e il vigile urbano Duilio Valente vengono arrestati con l’accusa di aver preteso nel 2010 una tangente di 30mila euro dagli imprenditori Bernabei per chiudere gli occhi su un presunto abuso edilizio in un locale della loro catena commerciale a Trastevere. Ora, a distanza di dodici anni dai fatti e 48 udienze dibattimentali, la procura ha chiesto la condanna in primo grado del geometra e del casco bianco: Valente rischia tre anni e otto mesi di carcere, mentre per Belmonte la procura ha proposto una condanna a tre anni e quattro mesi. A entrambi è contestata la concussione. Sempre il 4 aprile di dieci anni fa viene arrestato anche il vigile Giancarlo Vicari: per lui il pm Laura Condemi ha chiesto invece un anno e otto mesi con l’accusa di falso perché nel giugno 2010 avrebbe redatto un verbale falso attestante la conformità alla dia dei lavori fatti all’interno del locale degli imprenditori trasteverini, mentre per quanto concerne l’accusa di concussione la procura ha chiesto la sua assoluzione.

Infine, sempre nel 2012, vengono indagati per la vicenda della mazzetta pagata dai Bernabei, Spartaco Pierotti e Antonio De Stefanis. Per entrambi il pm ha chiesto l’assoluzione. Quando gli arresti vengono eseguiti Duilio Valente ha 52 anni, Belmonte 64 anni e Vicari 47. Pierotti 60 e De Stefanis 62, quando vengono indagati. Ora hanno dieci anni di più, Belmonte è gravemente malato, mentre Perotti e De Stefanis – difeso dall’avvocato Michele Gentolini Silverj - sono da tempo in pensione, e per un lungo periodo sono anche stati sospesi dal lavoro. La 49ª udienza per la pronuncia della sentenza è stata fissata per il prossimo 15 aprile alle tre del pomeriggio. Va precisato che il pm Condemi chiede il rinvio a giudizio nell’aprile 2013, quindi entro il rispetto dei tempi procedimentali di un’inchiesta penale peraltro complessa.

Il gup dispone il rinvio a giudizio nell’ottobre di nove anni fa. A trasformare il processo in un’odissea giudiziaria sono stati tutti fattori legati all’attività in tribunale, dove sono state numerose le udienze rinviate per via dei collegi precari, degli scioperi degli avvocati e dell’emergenza Covid. Questa è stato l’oggetto del dibattimento. È il maggio 2010 quando, secondo l’accusa, Paolo Bernabei è costretto a pagare una tangente di 30mila euro a Valente e Belmonte perché i due imputati prospettano all’imprenditore che questa è «la prassi» per evitare accertamenti all’interno delle attività commerciali. Nello specifico: il magazzino dei Bernabei che si trova in via della Luce. Dopo un anno viene fatto un sopralluogo, durante il quale i vigili avrebbero riscontrato alcune irregolarità. I Bernabei ritengono che sia un pretesto per estorcere altri soldi e denunciano tutto in procura.

Francesca De Martino per “il Messaggero” il 18 Marzo 2022.

Avrebbero approfittato del loro ruolo di vigili urbani e, tra il 2013 e il 2014, si sarebbero messi a servizio di due ristoratori e albergatori del Centro storico, avvisandoli in anticipo di ispezioni previste nei loro locali: in cambio avrebbero accettato denaro, cene al ristorante e consumazioni gratis in gelateria. 

Per questi fatti, la procura ha sollecitato al tribunale una condanna a cinque anni di reclusione per Franco Caponera, 52 anni, accusato di rivelazione di segreti d'ufficio. L'accusa ha invece chiesto una pena di quattro anni per Fabio Corazzini, 50 anni, e Alessandro Egidi, 41, ai quali si contestano i reati di corruzione e rivelazione di segreti d'ufficio.

I fatti contestati si sarebbero consumati da gennaio 2013 all'aprile del 2014. Secondo quanto ricostruisce l'accusa, Caponera avrebbe spifferato a un ristoratore, dall'aprile al settembre 2013, di tre ispezioni previste nel locale di piazza di Spagna La Barcaccia e in un bed and breakfast in via Belsiana, il Numbs Luxury Rooms and Suites, «violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio scrivono i pm nel capo d'imputazione e rivelando notizie d'ufficio che dovevano rimanere segrete».

Il primo di questi controlli, per i magistrati «anticipati», sarebbe stato previsto per il 26 aprile 2013 al ristorante la Barcaccia, il secondo per il 6 maggio 2013 al locale La Barcaccia Ristorante Bar, e il terzo ed ultimo il 27 settembre 2013 al B&B Numbs. Corazzini, invece, secondo l'accusa, «inqualità di appartenente alla polizia locale avrebbe rivelato in anticipo il contenuto di attività e procedimenti amministrativi», annotano i pm negli atti, avvisando i titolari di due controlli in agenda: uno previsto nel locale Numbs di Campo de' Fiori, il 3 ottobre 2013, e un altro al ristorante la Barcaccia, il 6 novembre 2013.

Il 50enne in cambio avrebbe accettato, il 7 settembre 2013, una cena proprio al ristorante la Barcaccia a Campo de' Fiori e la promessa di consumare gratuitamente altre due cene sempre nello stesso ristorante e ad altri locali gestiti dai ristoratori con cui era in accordi, coinvolti in un processo parallelo.

Egidi, sempre nel «porre in essere specifici atti contrari al suo ufficio si legge dal capo d'imputazione consistenti nell'omettere di effettuare controlli sul regolare esercizio dell'attività commerciale», avrebbe accettato la cifra di duecento euro e decine di coni gelato, offerti da un locale di proprietà dei ristoratori, a pochi passi dalla Fontana di Trevi.

Per la difesa di Corazzini ed Egidi si tratterebbe di «accuse inconsistenti» che non troverebbero fondamento a processo. I legali di Caponera, invece, assistiti dagli avvocati Michele e Alessandro Gentiloni Silveri, discuteranno la posizione del loro assistito tra un mese. La sentenza è fissata infatti per il prossimo 14 aprile.

Lorenzo d'Albergo per “la Repubblica – Edizione Roma” il 6 marzo 2022.

I costruttori, nell'Urbe meglio noti come «palazzinari» . Poi una galassia di piccole e grandi cliniche private, pubblicitari, rappresentanti dei commercianti. Pure un gommista e un'agenzia automobilistica. 

Con piccoli e grandi contributi, tutti ovviamente leciti, decine di società e imprenditori hanno scommesso sull'elezione di Roberto Gualtieri a primo cittadino. Il rendiconto elettorale depositato in Corte d'Appello mette in fila i donatori e i loro finanziamenti. Sommati l'uno all'altro, valgono 770 mila euro. Fondi spesi dall'attuale inquilino del Campidoglio di fede piddina per rilanciare post sui social, compiere il tour delle periferie, farsi pubblicità su giornali e radio.

A sostenere il sindaco che gestirà i fondi del Pnrr, quelli del Giubileo 2025 e a Dubai ha appena siglato il patto per l'Expo 2030 con i rappresentanti degli industriali, degli albergatori e dei commercianti ci sono Cna, Confcommercio e Confesercenti. Quindi i costruttori. 

La Società Appalti e Costruzioni della famiglia Cerasi ha bonificato 10 mila euro. Angiola Armellini, proprietaria delle case popolari di Nuova Ostia che l'ex amministrazione grillina aveva provato ad acquistare, ne ha messi 1.000. Uno scherzo davanti ai 50 milioni saldati al Fisco nel 2014. La Fresia di Elia Federici, società del centro commerciale Gran Roma, ne ha versati 8.000. Con la società Mezzaroma sisters ecco Barbara, Alessandra e Valentina. Le figlie di Pietro hanno spinto la corsa di Gualtieri con 10.000 euro. Davide Zanchi ne ha spesi 12.000.

È il numero uno della Scci Servizi, indagato e poi archiviato per l'indagine sullo stadio a Tor di Valle. Altri 10.000 arrivano da Massimo Caputi e dalla sua Feidos. Lunedes spa ne ha bonificati la metà. Si tratta della società di Giuseppe Cornetto Bourlot, editore di Internazionale, proprietaria di alberghi e con una partecipazione nel parco Cinecittà World. La Cam, società che ha realizzato il parcheggio interrato in via Giulia, ha bonificato 3.000 euro. Sono 10.000 quelli versati dai pubblicitari di Urbanvision, restauratori della Barcaccia di piazza di Spagna... 

Prima di passare alla sanità privata, vanno registrati i due maxi versamenti da 25.000 euro di Colombi gomme, già fornitore Atac, e i 45.000 di Polimar, gruppo di Roberto Masciotti specializzato in pratiche automobilistiche. La Ceci Mauro Scavi, bonifico da 3.500 euro, ha invece realizzato l'impianto di Guidonia del gruppo Cerroni. Ora le cliniche. Aiop, l'associazione che le raduna, ha staccato un assegno da 10.000 euro. La presidente è Jessica Faroni del gruppo Ini. Villa Tiberia Hospital, Villa Maria e San Carlo di Nancy del gruppo Gvm di Ettore Sansavini ne ha messi 7.500. Suo il Covid hospital di Casal Palocco. Healthadvisor, partecipata dalla Genera Group di Filippo Ghirelli, arriva a 20.000. Il Sorgente group di Valter Mainetti ha donato 4.000 euro.

Mentre Pier Giorgio Romiti, figlio di Cesare dichiaratamente schierato con Gualtieri, ne ha versati 2.000 con la sua Bona Dea srl.

Per Gualtieri romani evasori, il sindaco di Roma non perde il tic del comunista. Francesco Storace su Il Tempo il 26 febbraio 2022.

Non c’è niente da fare, nella testa di Roberto Gualtieri resta quel vecchio vizio comunista per cui chi è titolare di lavoro autonomo rimane un evasore incallito da abbattere. E magari prossimamente dovremo anche esibire i nostri documenti al sindaco di Roma, novello maresciallo maggiore impegnato in un’ardita lotta all’evasione fiscale in un paese ormai allo stremo. Quel che non è riuscito a fare da ministro dell’economia del governo Conte – da lì rimosso da Mario Draghi che della materia ci capisce di più – lo vuole fare da borgomastro della Città eterna. E ieri, in maniera abbastanza artigianale – anzi no, se scriviamo così rischia di pagare tasse in più pure lui – Gualtieri sembrava essersi svegliato da un sogno sui miliardi evasi dai cittadini romani.

Alla presentazione del solito protocollo antievasori che fa tanto chic da sottoscrivere con Agenzia delle entrate e Guardia di Finanza, il Dracula de’ noantri ha detto la sua: «L’evasione a Roma? Se andiamo a prendere i dati del 2021 a livello nazionale, calcolati sul 2019, risulta di poco meno di 100 miliardi. Si può quindi stimare l’evasione fiscale e tributaria su Roma (che pesa sempre per una percentuale di circa il 10%) sia di circa 9 miliardi di euro. C’è un tema più generale che riguarda gli enti locali. È infatti molto forte, nella Capitale, l’evasione della TaRi». 

Dunque, evasione fiscale calcolata a spanne. Cento miliardi, come se fossimo al gioco di tutto il cucuzzaro. «E quanti sennò?». Senza offrire alcun dato statistico, che magari ci si sarebbe aspettato proprio da uno che ha fatto il ministro dell’economia. Ma erano chiacchiere senza competenza, evidentemente, tanto per dire che a Roma si evadono nove miliardi al fisco. E butta lì la TaRi, che semmai è un miracolo che ci sia chi la paga ancora.

Perché il servizio di raccolta dei rifiuti è meglio non commentarlo, ci pensano valanghe di post sui social e articoli sui giornali meno compiacenti (ormai pochi, per la verità). A Gualtieri sfugge un dato che riguarda il rapporto costi/benefici. Un vecchio detto milanese afferma: «Lavoro e guadagno, pago e pretendo». Dalle nostre parti potremmo dire: «Pagare moneta, vedere cammello». Perché in realtà noi residenti a Roma paghiamo proprio la Tari più che ogni altro cittadino italiano. E quindi ha fatto il paragone più sbagliato.

Ma c’è di peggio, nelle intenzioni del sindaco. È vero che le norme vigenti consentono alle amministrazioni locali di segnalare al fisco «situazioni che evidenziano comportamenti evasivi e/o elusivi, che l’Agenzia delle Entrate potrà poi utilizzare per dare vita ad un accertamento fiscale», come si afferma nel protocollo che Gualtieri ha sottoscritto con Finanza e Agenzia delle entrate. E quindi guai a chi sarà nel suo mirino.

Ma arrivare a minacciare la mannaia fiscale nel momento peggiore per il sistema Paese lascia capire che razza di tic alberghi nella testolina del sindaco di Roma. Ogni volta che arriva a casa o in modalità informatica una bolletta le imprecazioni arrivano al cielo. Tanto più adesso, che agli abituali salassi locali e nazionali si aggiungono le bastonate su luce e gas, che saranno ulteriormente aggravate dal conflitto bellico in corso in Ucraina. E Gualtieri trova il tempo per darsi da fare in materia fiscale. Complimenti, e a chi promette le sue cure? Anche qui, basta la lettura dei documenti siglati: caccia aperta a «commercio e professioni, urbanistica e territorio, proprietà edilizie e patrimonio immobiliare, residenze fittizie all’estero e la disponibilità di beni indicativi di capacità contributiva dei cittadini residenti».

Fermi tutti e flessioni per non dare in escandescenze: ci può spiegare il sindaco che cosa sono quelle residenze fittizie a cui si fa riferimento? A chi trasferisce se stesso e i suoi familiari laddove si pagano meno tasse che da noi? Lo sa, Gualtieri, come si chiama questo? Resistenza, una parola che dovrebbe piacergli e che è usata da chi si è scocciato di vedersi svuotare le tasche. Piuttosto, usi la sua autorevolezza per pretendere semmai il caso drastico della pressione fiscale, che il cittadino non sa più come andare avanti.

Provi a visitare l’ufficio speciale condono edilizio, magari, e scoprirà quanti soldi in meno arrivano al cassiere della città perché c’è un arretrato che fa paura. Smaltiscano le pratiche vecchie di svariati anni e vedrà che i quattrini arriveranno pure in Campidoglio. Oppure pretenda che finalmente si paghino affitti evasi da decenni nelle case popolari. Pensi, signor sindaco, persino il suo partito, il Pd, è stato pizzicato come moroso e a più riprese. Vale pure per i suoi compagni il protocollo sottoscritto con Guarda di Finanza e Agenzia delle entrate?

O almeno vale per quell’enorme esercizio di lavoro clandestino che infila le sue rimesse a casa senza versare quanto dovuto all’erario?

Vantava di essere un economista solo per essersi seduto alla scrivania di Quintino Sella. Ma la competenza non si inventa, procedendo per slogan. Lo abbiamo visto all’opera da ministro e ora, ahinoi, ci tocca da sindaco. Ma sbagliando sia qui che là non si rimettono a posto le casse cittadine: si fanno solo arrabbiare i contribuenti romani. Prima lo faceva con tutti gli italiani... 

Caro Roberto Gualtieri, gli evasori di Roma se li cerchi li trovi: ecco chi sono. Damiana Verucci su Il Tempo il 27 febbraio 2022.

C'è un mondo sommerso romano che poi tanto sommerso non è. O meglio, sono attività produttive, ma non solo, che sfuggono volontariamente al fisco, ma che poi non sembra così difficili da scovare; a volte basterebbe incrociare qualche dato e soprattutto magari digitalizzare i sistemi che ancora in troppi casi vanno avanti a timbrare marche da bollo. Il discorso di incrociare, ad esempio, lo ha fatto già da tempo Federalberghi Roma, che i dati sull'evasione per quanto riguarda le migliaia di strutture ricettive in nero presenti nella Capitale, li ha forniti anche al Campidoglio. Si riferiscono al periodo pre covid quando c'era ancora un certo numero di turisti che in questi ultimi due anni sono letteralmente svaniti, ma quelle strutture oggi «fantasma» aspettano, per la maggior parte, il gran ritorno del turismo, che prima o poi ci sarà. E veniamo allora ai dati. Fedralberghi Roma aveva calcolato che su 33mila inserzionisti di b&b, case vacanze, affittacamere e simili ci fossero ben 20mila irregolari dei quali aveva considerato una solo stanza ciascuno. La tassa di soggiorno venute a mancare per le casse del Campidoglio a causa proprio dell'irregolarità di queste strutture era stata quantificata in 43 milioni e 800mila euro. Un bel gruzzoletto.

C'è poi da considerare una certa parte di strutture regolari che lo stesso non versano questa tassa ma che sono addirittura molto più facili da scovare, vista la loro «trasparenza». «Il problema sono i controlli - dice il presidente di Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli che il Comune non esercita proprio mentre le forze dell'ordine sì, ma sono insufficienti a disincentivare il fenomeno così come lo sono le sanzioni che vengono elevate, di circa un migliaio di euro, quanto la cifra che i titolari di queste strutture guadagnano in una sola settimana». Se si parla di evasione viene poi molto spesso in mente quella della Tari, una delle tasse più odiate dai romani visto anche il livello di degrado in cui versa Roma. Difficile scovare gli evasori? Non sembra e il Campidoglio sa bene chi sono. Si tratta per lo più di utenze domestiche e la percentuale di morosità è pari al 15 per cento, mail problema sembra piuttosto essere in quelle che l'Ama qualche anno fa ha definito «utenze fantasma», ovvero famiglie, ditte e locali commerciali che non risultano nei database dell'azienda e che sarebbero circa 400mila. Pensare di puntare su questi evasori fiscali come prima mossa per recuperare i soldi che si devono al Comune, sembra piuttosto ovvio. Anche perché non si tratta di pochi soldi, circa un miliardo di mancati introiti negli ultimi sei anni. Ovvero, in base agli ultimi dati disponibili, non sarebbe stato incassato più di un quarto della tariffa complessiva a carico degli utenti privati.

E c'è un altro interessante capitolo, quando si parladievasione e riguarda l'occupazione di suolo pubblico degli esercizi di somministrazione. Tassa che, per via del Covid, non è stata più versata all'Amministrazione comunale ma che comunque rappresenta in generale una bella entrata sicura, o almeno tale dovrebbe essere. Perché invece, secondo alcune cifre di Fiepet Confesercenti Roma, la mancanza di controlli, di adeguate sanzioni per chi evade e un sistema molto poco digitalizzato, fa sì che migliaia di esercenti non la paghino proprio. Eppure non si tratta di una cifra per loro così proibitiva, la tariffa unica annuale è pari a 285 euro al mq. che per un esercizio medio di somministrazione fa circa novemila euro l'anno. Se lo moltiplichiamo per il numero di domande (fatte non in regime di emergenza), fanno dai 45 ai 50 milioni di introiti per il Campidoglio di cui, però, 10-15 milioni non vengono percepiti perché non versati. «Se solo si monitorassero le volture - chiosa Claudio Pica, presidente Fiepet Confesercenti - molti di questi soldi verrebbero recuperati in un attimo».

Andrea Managò per il “Corriere della Sera - ed. Roma” il 18 febbraio 2022.

Roberto Gualtieri nomina l'ex procuratore di Milano Francesco Greco consigliere per la legalità del Campidoglio. Nel giorno del trentennale dell'avvio di Mani Pulite - il 17 febbraio 1992 venne arrestato l'allora presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa - l'ex pubblico ministero del pool, già capo della Procura di Milano, assume l'incarico a titolo gratuito in materia di anticorruzione, trasparenza, antiriciclaggio e lotta all'evasione. «Ringrazio Greco per aver accettato, è una delle massime autorità mondiali in materia», sottolinea Gualtieri.

Il sindaco poi osserva: «Cercheremo di concentrare il lavoro sulla prevenzione della corruzione, la trasparenza delle procedure e il recupero dell'evasione». All'ex procuratore di Milano anche l'incarico di coordinare il gruppo di lavoro del Campidoglio sulla candidatura di Roma come sede dell'Autorità Europea Antiriciclaggio. Greco ammette: «Mai mi sarei aspettato di tornare a Roma, la città dove sono cresciuto. 

Penso si possa fare un lavoro utile per la città per rendere la macchina più trasparente ed efficiente. Penso di dare piccole indicazioni, poi sta alla politica, al sindaco, all'Assemblea, decidere». A breve è attesa anche la firma di un'intesa tra Campidoglio, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza sulla lotta all'evasione. Dal 2012 è stato introdotto un sistema di incentivi per i Comuni che forniscono all'Agenzia delle Entrate segnalazioni qualificate per l'accertamento dei tributi. Finora, però, solo una minima parte dei Comuni italiani, poco più del 3%, sfrutta questa opportunità.

 «Il protocollo può aiutare Roma a riappropriarsi di molte risorse», chiosa il sindaco. Nei prossimi anni nella Capitale sono attese risorse ingenti tra Pnrr e Giubileo del 2025. Greco ricorda che il Recovery: «E' una storia complicata e andrà monitorata, come avviene per i vari decreti sui bonus e il 110%. E' fondamentale rendere trasparenti le procedure di assegnazione». 

Niente amarcord però su Mani Pulite. L'ex pm ironizza: «Non sono interessato al trentennale di Tangentopoli ma al cinquantennale perché spero di arrivarci...». Il magistrato non è l'unico consulente di fama in arrivo in Campidoglio: Walter Tocci, già vicesindaco di Francesco Rutelli, coordinerà il rilancio del progetto dei Fori Imperiali.

Mafia capitale, Appello bis: Alemanno condannato a un anno e 10 mesi. Il Quotidiano del Sud il 18 febbraio 2022.

Condannato a un anno e dieci mesi l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno per traffico d’influenze e finanziamento illecito nell’ambito del procedimento stralcio su “Mafia capitale”. A deciderlo i giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma nel processo bis disposto dalla Cassazione per rideterminare la pena.

Il procuratore generale aveva chiesto nell’udienza di questa mattina di condannare Alemanno, presente in aula, a due anni e mezzo. Lo scorso 8 luglio i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione avevano assolto l’ex sindaco, difeso dagli avvocati Cesare Placanica e Filippo Dinacci, dall’accusa di corruzione nell’ambito del procedimento stralcio su “Mafia capitale”.

Alemanno era stato condannato in primo grado e in appello a 6 anni ma poi la Suprema Corte aveva annullato senza rinvio le accuse di corruzione, decidendo di far svolgere un nuovo processo di appello per rideterminare la pena, riqualificando il reato in traffico di influenze, per la vicenda dello sblocco dei pagamenti di Eur Spa. La Corte di Cassazione con la sentenza aveva confermato la responsabilità dell’ex sindaco Alemanno in relazione al reato di finanziamento illecito.

“Il ridimensionamento del fatto a seguito della sentenza della Cassazione è evidente, rimane l’amarezza per una condanna che a mio avviso non è giustificata perché io continuo a proclamarmi innocente” dice Alemanno.

“Ritengo – aggiunge – che il fatto di sollecitare i pagamenti di crediti dovuti da tempo dalla pubblica amministrazione non può essere una cosa che mi viene contestata. Rimane quindi l’amarezza anche se il ridimensionamento di tutta questa vicenda è estremamente importante. Attendo di leggere le motivazioni – conclude – prima di fare ricorso in Cassazione”.

Appello bis: la condanna per traffico di influenze illecite e finanziamento illecito. Mondo di mezzo, Alemanno condannato a un anno e dieci mesi: “Continuo a proclamarmi innocente”. Redazione su Il Riformista il 18 Febbraio 2022. 

Un anno e dieci mesi. Questa la condanna inflitta all’ex primo cittadino di Roma Gianni Alemanno per traffico di influenze e finanziamento illecito nell’ambito di una tranche del procedimento ‘Mondo di Mezzo- Mafia capitale’.

Lo hanno stabilito i giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma. Il procuratore generale, nell’udienza di questa mattina, aveva invece chiesto di condannare Alemanno, che era presente in aula, a due anni e mezzo.

La condanna

Lo scorso 8 luglio i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione avevano assolto l’ex sindaco della Capitale dall’accusa di corruzione nell’ambito del procedimento stralcio su ‘Mafia capitale’. In primo grado e in appello Alemanno era stato infatti condannato a 6 anni: la vicenda riguardava i soldi che avrebbe ricevuto dal patron della cooperativa 29 Giugno, Salvatore Buzzi, e da Massimo Carminati, circostanza che entrambi avevano smentito.

L’ex sindaco della Capitale era stato inizialmente accusato anche del reato di mafia, in seguito archiviato. Ma poi la Suprema Corte aveva annullato senza rinvio le accuse di corruzione, decidendo quindi di far svolgere un nuovo processo di appello per rideterminare la pena, riqualificando il reato in traffico di influenze in riferimento allo sblocco dei pagamenti di Eur Spa. La Cassazione con la sentenza aveva invece confermato le responsabilità di Gianni Alemanno per quanto riguarda il reato di finanziamento illecito.

La reazione di Alemanno

Gianni Alemanno, difeso dagli avvocati Cesare Placanica e Filippo Dinacci, si è detto amareggiato, perché innocente.  “Il ridimensionamento del fatto a seguito della sentenza della Cassazione è evidente” ha dichiarato. “Rimane l’amarezza per una condanna che a mio avviso non è giustificata perché io continuo a proclamarmi innocente”. 

“Ritengo che il fatto di sollecitare i pagamenti di crediti dovuti da tempo dalla pubblica amministrazione non può essere una cosa che mi viene contestata” ha poi aggiunto l’ex sindaco di Roma. “Rimane quindi l’amarezza anche se il ridimensionamento di tutta questa vicenda è estremamente importante. Attendo di leggere le motivazioni – conclude – prima di fare ricorso in Cassazione.“

Alisher Usmanov, l'oligarca russo e gli intrecci con Virginia Raggi: l'indagine, tam-tam in procura. Libero Quotidiano il 06 marzo 2022.

Alisher Usmanov è un magnate russo-uzbeko con un legame speciale con Roma. Adorato da due sindaci completamente diversi come Ignazio Marino e Virginia Raggi, l’oligarca adesso deve fare i conti con la Guardia di Finanza, che sta indagando su tutti i suoi beni che si trovano in Italia e quindi anche nella sua amata Capitale che ha contribuito a migliorare con alcune ricche donazioni. 

Una delle più famose risale al 2017, quando Usmanov staccò un assegno da 300mila euro per il restauro della sala degli Orazi e Curazi dei Musei Capitolini. “È grazie anche ai mecenati come lui che possiamo ricominciare a fruire di questi spazi - dichiarò all’epoca la sindaca Raggi - il mecenatismo è qualcosa che fa bene a chi lo fa e ai cittadini che ne beneficiano”. Stando a quanto ricostruito da Il Tempo, il magnate russo-uzbeko aveva donato altri 200mila euro per finanziare il restauro della Fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale e prima ancora aveva contribuito con quasi due milioni a diversi lavori, tra cui quelli al Foro di Traiano.

All’epoca il sindaco era Marino, che tra l’altro ha dovuto difendersi in tribunale per presunte spese illecite, accuse dalle quali è stato assolto con formula piena. L’ex primo cittadino era stato a cena con Usmanov, che pagò il conto da 3.540 euro, e pare che proprio in quell’occasione l’oligarca russo espresse per la prima volta l’intenzione di farsi carico delle spese della sala degli Orazi e Curazi.

Caccia all'oro russo. Yacht e mega-ville: gli oligarchi pagano pegno. E parte la ricerca di conti e depositi. Una crisi senza fine: la guerra mette in ginocchio l'economia italiana. Draghi ha paura. Luigi Garbato su Il Tempo il 05 marzo 2022.

«È grazie anche ai mecenati come Usmanov che possiamo ricominciare a fruire di questi spazi. Il mecenatismo è qualcosa che fa bene a chi lo fa e ai cittadini che ne beneficiano». Era il 2017 quando l’ex sindaco di Roma Virginia Raggi pronunciava queste parole in riferimento alla donazione di 300mila euro del filantropo russo-uzbeko per il restauro della sala degli Orazi e Curiazi dei Musei Capitolini. Ma il forte legame che ha l’oligarca Alisher Usmanov con la Capitale è stato dimostrato nel tempo anche con un’altra donazione da 200mila euro, questa volta per finanziare l’intervento di restauro della Fontana dei Dioscuri in piazza del Quirinale.

Il rapporto con la città eterna risale a qualche anno prima, al periodo cioè in cui era primo cittadino Ignazio Marino. Il sindaco aveva infatti annunciato il contributo di quasi due milioni di euro da parte dell’industriale russo, soldi che sarebbero stati utilizzati anche per lavori al Foro di Traiano. La pioggia di denaro che è scesa sulla Capitale potrebbe però interrompersi, poiché la Guardia di Finanza sta indagando su tutti i suoi beni che si trovano in Italia. Le Fiamme Gialle, infatti, dopo aver congelato una villa in Costa Smeralda dal valore di 17 milioni all’azionista di maggioranza di Metalloinvest ed ex direttore generale di Gazprom Invest, amico di Vladimir Putin, non hanno ancora chiuso gli accertamenti nei suoi confronti sul territorio nazionale, compresa la città eterna, con la quale Usmanov ha un solido legame. Il suo nome, tra l’altro, finì anche nell’inchiesta che aveva coinvolto l’ex sindaco Marino per presunte spese illecite, accuse dalle quali fu poi assolto con formula piena.

L’oligarca, infatti, andò a cena in un noto roof garden nella Capitale con l’ex primo cittadino. Nell’elenco delle spese, che durante l’indagine erano state definite dagli inquirenti «non istituzionalmente giustificate», c’era pure la cena da 3.540 euro con Usmanov.

L’ex sindaco Marino aveva affermato che «all’inaugurazione della sala degli Orazi e Curiazi la sindaca (Raggi ndr.) ha fatto l’elogio del mecenatismo e dell’importanza della ricerca di donazioni private. Chissà se ha scritto una lettera con un biglietto d’invito per l’evento ad Alisher Usmanov. Il Movimento 5 Stelle nel 2015 mi denunciò per le mie cene di rappresentanza e negli atti delle indagini della procura tra tutte le spese per le cene di rappresentanza del mio mandato di 28 mesi venne elencata, ovviamente, anche la cena offerta l’11 aprile 2014 ad Alisher Usmanov...fu Alisher Usmanov a offrirsi di farsi carico delle spese (della sala degli Orazi e Curiazi ndr.) dopo che gliene parlai nell’autunno 2014. Usmanov è un personaggio straordinario, con una vita così singolare da meritare un romanzo».

La Finanza, intanto, avrebbe chiuso gli accertamenti in Italia nei confronti di Oleg Savchenzo, Vladimir Roudolfovitch Soloviev, Gennady Nikolayevich Timchenko e Alexey Alexandrovits Mordaschov, colpiti con il blocco dei beni poiché inseriti nella lista nera dell’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina. L’unica posizione invece ancora in piedi, e sulla quale i finanzieri voglio fare piena luce, è proprio quella del magnate che ha dimostrato negli anni «beneficienza» nei confronti della Capitale. È quindi ancora caccia aperta ad altri beni che uno degli uomini più ricchi della Russia e del mondo potrebbe avere sul territorio italiano e nella città eterna.

Lorenzo d'Albergo per “la Repubblica” il 7 marzo 2022.

L'ex sindaca Virginia Raggi e il finanziamento di Cesare Paladino, padre di Olivia e di fatto suocero dell'ex premier Giuseppe Conte. Enrico Michetti e la liquidità garantita dai bonifici di Fratelli d'Italia. I documenti depositati in Corte d'Appello dai candidati alle ultime Comunali, conti alla mano, ricostruiscono la marcia di avvicinamento alle urne dei tre avversari del sindaco Roberto Gualtieri. Raggi e il bonifico di Paladino Decine di piccole donazioni dai sostenitori, anche da 5 euro.

I mini- versamenti raccolti attraverso Stripe, piattaforma per pagamenti online. Poi gli endorsement più pesanti. Prima l'autofinanziamento firmato Virginia Raggi, che ha bonificato 5.000 euro sul conto del suo comitato elettorale. Poi i 1.000 della senatrice Paola Taverna e del deputato Maurizio Cattoi. Quindi i finanziamenti della Tundo Spa, società rimossa dal servizio di trasporto dei ragazzi disabili dalla giunta Gualtieri, e quelli dei costruttori. 

I «palazzinari», come li chiamano i romani, hanno sostenuto tanto l'attuale sindaco che l'uscente: Ns Costruzioni srl, Cuma 6 srl e Millenium Immobiliare hanno versato un totale di 3.600 euro.

Il supporter più generoso dell'ex prima cittadina? Cesare Paladino. Il proprietario dell'Hotel Plaza, che nelle sue sale ha ospitato diverse delle riunioni elettorali della pentastellata, ha puntato 9.000 euro su Raggi. Probabilmente su suggerimento del suocero, Giuseppe Conte. 

Un gesto che, chissà, sarà pure servito a mettersi una volta per tutte alle spalle la storia dei mancati riversamenti al Comune della tassa di soggiorno. Il Plaza era moroso per 2 milioni euro. Poi si è messo in pari. Infine il finanziamento a Raggi. 

Giorgia Meloni per Michetti Se mai fosse necessaria un'altra conferma, sono i conti del comitato di Enrico Michetti a confermare che a scegliere per candidato il tribuno di Radio Radio sono stati i meloniani. A coprire 220.000 dei 309.703 spesi in campagna elettorale è stato Fratelli d'Italia. Un calderone in cui non è possibile individuare i singoli finanziatori. Tornando ai rapporti (tesi) tra le forze del centrodestra, la Lega ha investito soltanto 20.000 sulla corsa di Michetti. Forza Italia? Almeno sul rendiconto depositato in Corte d'Appello, i berlusconiani non sono pervenuti.

Oltre ai partiti, ci sono gli imprenditori. C'è chi ha sostenuto tanto Gualtieri che Michetti, come Valter Mainetti con Sorgente group: 4.000 per il candidato del Pd, 5.000 per quello del centrodestra. Anche la Scci di Davide Zanchi, società che gestisce il mall Euroma2 costruito dalla Parsitalia di Luca Parnasi, ha finanziato entrambi i contendenti: 12.000 euro a testa. Seguono i sostenitori del solo Michetti. L'immobiliarista Umberto Volpes ha messo 2.000 euro. La Ojkos di Mauro Belometti, impresa edile bergamasca, sul direttore della Gazzetta Amministrativa ne ha puntati 25.000.

Mentre la Interconsulting di Paolo Montesano, già consigliere di centrodestra a Imperia, 2.500. Nota a margine sulle uscite: i 3.510 euro spesi per far volare Michetti su una mongolfiera a fine campagna si sono rivelati inutili. Troppo vento. Il tribuno ha pagato l'acconto, ma non si è mai librato in aria. Da Sorgente e Scci donazioni bipartisan Per le mongolfiere (mai usate) del tribuno spesi 3.510 euro.

F. Pac. per "il Messaggero" il 9 febbraio 2022.

In via Cavalleggeri, di fronte alla basilica di San Pietro centro massimo della Cristianità, ecco cinque monopattini appoggiati uno dietro l'altro su un muraglione. Nella zona di Fontanella Borghese chi li ha utilizzati non ha avuto la stessa grazia: buttati per terra con tale violenza che i mezzi appaiono intrecciati, sembrano un'installazione di arte contemporanea. 

Sempre nel salotto nobile della Capitale, a via del Babbuino, il due ruote è parcheggiato tra le strisce pedonali e la fine del marciapiede, per la gioia di anziani e mamme con passeggini. Ma l'apoteosi si raggiunge a Prati, a via Silla: qui ci sono un monopattino e una bicicletta (sempre di quelle della flotta sharing) adagiati uno sull'altra e tenuti in piedi da un cartello di divieto di sosta. Scene ordinarie e quotidiane di quella giungla della micromobilità che è diventata Roma. 

Sì, perché il futuro sarà anche un'app unica per scegliere se muoversi più velocemente con bus, taxi o un mezzo noleggiato in sharing, ma il presente è il caos più assoluto dove i forzati della Mobilità dolce (termine molto in voga durante l'era Raggi) sfrecciano su queste due ruote incuranti delle norme basilari del codice della strada: si viaggia persino in due o in tre, non si rispettano i sensi di marcia e soprattutto si lasciano i mezzi dove capita. 

La mobilità alternativa sta diventando un'emergenza a Roma. Ma se è vero che gli incidenti gravi si ripetono quotidianamente (lo scorso anno sono stati almeno quindici al mese), le multe non hanno superato le 700 unità. Perché i vigili, su questo fronte, dicono di avere pochi strumenti a disposizione. Una situazione così esplosiva, che l'assessore alla Mobilità, Eugenio Patanè, non fa fatica a dire: «Parliamoci chiaro: è finita la fase 1, quella necessaria a far capire ai romani che lo sharing è una risorsa e un'alternativa all'auto privata. Ora c'è bisogno di regole e in tempi rapidi». 

Per la cronaca, Patanè ha anche disposto delle linee guida (evitare la circolazione nelle arterie a scorrimento veloce, parcheggiare solo in appositi stalli, ridurre il numero degli operatori) ma la commissione capitolina incaricata di scrivere il regolamento, da quasi due mesi tiene fermo il testo che potrebbe scontentare gli aficionados delle due ruote. Bastano i numeri per capire perché la città è diventata più congestionata nell'ultimo biennio. 

Sul fronte dell'offerta in sharing, ci sono 14mila monopattini, 5.500 biciclette e 2.700 scooter, con quasi un milione di romani che si sono abbonati ai servizi offerti da 7 società diverse, per un giro di affari di quasi 20 milioni all'anno. Grandezze in fondo compatibili con una capitale da quasi tre milioni di residenti e 1.285 chilometri quadri, se non fosse che monopattini e bici sono concentrati in Centro e nelle zone limitrofe. Senza contare che gli stalli di parcheggio dedicati sono una decina, contro i 200 di Milano e il migliaio di Parigi. 

Virginia Raggi, dopo aver aperto le porte ai vettori, ha anche provato a fare una stretta. Certo, è stata creata con le compagnie una piattaforma per la geolocalizzazione con il Gps e vietata la sosta davanti ai principali monumenti, anche facendo continuare a pagare gli utenti poco virtuosi. Ma a poco è servita questa stretta, anche perché queste regole sono applicate in poche parti del Centro. Per il resto della città vige il caos. Su due ruote. 

La questione morale. Sono passati poco più di quaranta anni da quando Enrico Berlinguer pose la cosiddetta "questione morale". Augusto Minzolini il 21 Agosto 2022 su Il Giornale.

Sono passati poco più di quaranta anni da quando Enrico Berlinguer pose la cosiddetta «questione morale» che cambiò il carattere identitario del Pci inserendo nel Dna di quel partito e in tutte le sue trasformazioni successive un senso di superiorità verso gli altri di cui ancora oggi trasuda il Pd.

Disse all'epoca Berlinguer: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela». Ora, Enrico Letta non me ne voglia, ma se c'è un partito che corrisponde più di altri a quella fotografia negativa oggi è il suo. Anche negli altri non mancano i mascalzoni certo, ma nel Pd ormai c'è un sistema che lega politica-potere-affari. La conversazione violenta tra il capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri, Albino Ruberti, con il fratello dell'eurodeputato Francesco De Angelis, Vladimiro, in un lessico che ricorda da vicino quello che usciva dalla bocca di Buzzi e Carminati, non racconta un episodio, ma è l'immagine di un costume. E sia pure in un linguaggio meno aulico, rammenta i discorsi che Massimo D'Alema faceva ad un novizio inesperto di questo tipo di politica nella vicenda delle corvette e dei sommergibili che dovevano essere venduti alla Colombia. Le tre parole politica, potere, affari ormai da quelle parti vanno a braccetto: Francesco De Angelis, fratello di Vladimiro, uno dei protagonisti della discussione animata all'insegna del galateo criminale, non è solo un eurodeputato, ma anche il presidente del consorzio Industriale Lazio, l'organismo che dovrà gestire diversi fondi del Pnrr. Quando si parla di commistione di ruoli. È naturale quindi che se si passa dalle idee a parlare di ben altro lo scontro non risparmi nessuno, che alla fine l'epilogo non preveda superstiti.

Ora, nessuno vuol fare il moralista, per primo il sottoscritto: ognuno ha la sua etica e spesso il moralismo di facciata è parente prossimo del giustizialismo. Come diceva Pietro Nenni: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Solo che il moralismo, o meglio la visione manichea della politica sul piano dell'etica (noi siamo gli onesti, gli altri sono i banditi) ha animato la sinistra per molto tempo e sotto sotto ne è il collante anche ora. Anzi questa filosofia è stato lo strumento usato per decenni per far fuori intere classi dirigenti (basta pensare a Tangentopoli), avversari politici (da Berlusconi in giù) ed eretici (Renzi e altri). Una filosofia ovviamente ammantata dall'ipocrisia perché valeva solo per gli altri. Solo che il predicare bene e il razzolare male nel tempo ha finito per condizionare molto i comportamenti del Pd. Se vuoi crocifiggere gli altri e apparire come un asceta a parità di peccati, devi aver un santo in Paradiso, cioè la magistratura: ed è il motivo per cui il Pd continua a garantirla in tutti i modi, a salvaguardare un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti e, nel contempo, ad esserne garantito (nessuna sorpresa se presto ci sarà uno scandalo contro il centrodestra: è tradizione).

Contemporaneamente, se scambi la politica per il Potere è ovvio che non ti rassegni a perderlo. Per impedirlo criminalizzi l'avversario, tenti di delegittimarlo, come in queste settimane lo consideri mezzo fascista o amico di Putin. Pensi cioè di avere la ragione morale per mettere in campo gli strumenti che hanno permesso al Pd negli ultimi dieci anni di stare al governo senza aver vinto un'elezione. Solo che dal 2011 tanta acqua è passata sotto i ponti e molti si sono accorti che se c'è una questione morale quella investe il Pd. Per cui gli struzzi che vogliono ancora tenere la testa sotto la sabbia, abbiano almeno il pudore d'ora in avanti di non agitarla contro gli altri.

Pd, Pietro Senaldi: "Il partito è zozzo ma non si ripulisce". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 21 agosto 2022.

Il Pd è diventato un partito zozzo. Si potrebbe dire che, a furia di fare l'esame del sangue agli altri e pretendere dai rivali certificati di democraticità e adeguatezza etica e morale, ha smarrito la coscienza di se stesso, ma sarebbe fargli uno sconto. La realtà è che il Pd, un po' come Dorian Gray, sa di essere marcio dentro e si preoccupa solo di imbellettarsi, incipriarsi direbbe il femminista Letta, per far colpo sugli elettori grazie al trucco.

Non credo che il segretario sia compromesso con gli scandali che hanno travolto il suo partito in questi giorni e hanno reso manifesto al Paese due fatti gravi. Il primo è che i dem stanno allevando giovani generazioni di dirigenti che, a furia di dar la caccia all'antifascista, sono diventati antisemiti. Il secondo è che il partito ha affidato la città di Roma a uno che, quando parla con i compagni di bottega, usa un linguaggio da malavitoso e urla come un maiale allo scanno. L'incarico di capo di gabinetto del sindaco Gualtieri è arrivato dopo vent' anni nei quali Albino Ruberti, figlio di un ex ministro dell'Università, ha guidato società a intero capitale pubblico, le cui nomine dirigenziali, va da sé, sono tutte politiche. Letta non c'entrerà, però sette anni in Francia non sono una scusa per non sapere, ma una lacuna che un capo ha il dovere di colmare.

LA FISSA DEI GIOVANI - Da sempre Enrico ha la fissa dei giovani. Li voleva far votare a sedici anni e ora progetta di regalargli diecimila euro al diciottesimo compleanno, una mancia pre-elettorale così, per mostrare attenzione. Li usa come spot, un po' come Renzi utilizzava le candidature femminili - da Mogherini a Mosca, da Picierno a Chinnici (dove sono finite costoro?) - e con questo criterio solo pochi giorni fa ha esibito davanti ai riflettori cinque trentenni esordienti come capilista. Di questi, tre hanno già tradito sentimenti anti-semiti. Nel frattempo l'ebreo Emanuele Fiano, figlio del deportato ad Auschwitz Nedo, è stato sbattuto a guadagnarsi il seggio in un collegio difficile per la sinistra perché ha già fatto troppe legislature.

Perfino l'Olocausto in casa dem ha un limite temporale di risarcimento. Il Pd arriverà il 25 settembre con 120-130 eletti. Letta ne conosce come le sue tasche almeno l'80%, gli altri poteva farseli spiegare meglio.

Il segretario è di una leggerezza sconvolgente, vorrebbe scivolare sulle cacche che pesta tutti i giorni come un toboga sull'acqua, ma esse sono troppo grandi per non inzaccherarlo e affondarlo. Ma il tentativo di far passare come un incidente locale il video che ha portato all'apertura di un'inchiesta e alle dimissioni del braccio destro del sindaco di Roma è destinato al fallimento.

Dare di matto in strada, gridare «se non ti inginocchi ti sparo e racconto a tutti quello che mi hai chiesto» a chi ti ha appena detto «me te compro» non è un'ordinaria lite sul calcio, come l'interessato ancora sostiene. E se lo fosse, sarebbe perfino più grave, per la sproporzione tra argomento e toni, che se non si trattasse invece di una questione di soldi e polizze assicurative da far sottoscrivere al Campidoglio, come molti sospettano. Ruberti è bravo ma fumantino, è cosa nota. Questa è la giustificazione del partito locale. Però i fumantini che si ispirano anche solo nei modi a Tony Montana, il criminale interpretato da Al Pacino in Scarface, andrebbero allontanati a prescindere da un'organizzazione che ha l'ambizione di guidare un Paese, non ricoperti di responsabilità e incarichi.

NON SALVATE IL SINDACO - Siamo a Roma, la città dove è nata la regola che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Ruberti è la moglie, il sindaco Gualtieri è Cesare. Non bastano le dimissioni della consorte per chiudere la vicenda. Un energumeno simile non può essere messo in tasca e poi far finta di niente, parafrasando un'infelice battuta di D'Alema su Brunetta. Se non ti inginocchi racconto tutto, minacciava l'orco, rivolto a un candidato dem al parlamento e a una consigliera comunale. Ci inginocchiamo noi, se è questo il problema, ma ora l'ex capo di gabinetto vuoti il sacco. Davanti a tutti e subito, non solo quando le elezioni saranno passate e lui sarà costretto davanti ai pm. La colpa di Letta, nella questione, è aver lasciato che il Pd romano rimanesse un organo autonomo dentro il corpaccione dem, con proprie regole, pratiche lottizzatorie e potentati. L'organo ora è divorato dal cancro dell'avidità, dell'arroganza e dell'impunità e le sue metastasi già si vedono nell'intero partito.

Una sfiga tira l'altra, non c'è altra spiegazione. Letta ha sbagliato tutto fin dall'inizio in questa campagna elettorale e qualcuno, probabile che sia un nemico interno, ha avuto la pazienza di conservare il video incriminato per due mesi, per tirarlo fuori quando faceva più male. Il segretario ha impostato la campagna elettorale su difesa dell'Agenda Draghi e levata di scudi generale contro il pericolo centrodestra e ha tagliato i ponti con i grillini, colpevoli di aver fatto cadere il governo, per stringere un'alleanza con Calenda.

ARGOMENTI DEBOLI - Poi però si è accorto che gli argomenti erano deboli: Draghi ha fatto sapere di non aver nessuna agenda, dell'uomo nero nel nostro Paese nessuno ha più paura, la guerra sta sulle scatole agli elettori più della Russia e il binomio caro bollette e inflazione non rende percepibili all'italiano medio i miracoli dell'ex premier. C'è voluto poco anche per Letta a quel punto per capire che la battaglia per battere il centrodestra era persa in partenza. L'ex premier ha quindi puntato sul richiamo della foresta, barra tutta a sinistra, per diventare il primo partito in Italia, in modo da non farsi cacciare almeno per un po' anche in caso di sconfitta elettorale. Largo a Fratoianni e Verdi, anche al prezzo di sacrificare alle loro truppe qualche seggio sicuro e qualche deputato dem di provata fede e lunga militanza. Ed è così che ha perso Calenda, che si è andato ad alleare con Renzi, lasciando il Pd solo con Di Maio e pochi altri sfigati. A quel punto, il capolavoro delle liste: retromarcia sui progressi progressisti del Pd renziano e spazio solo ad amici e nostalgici Ds, con l'innesto di qualche giovane che, se avesse fatto in tempo, si sarebbe iscritto al Pci, come fece l'attuale ministro del Lavoro e capobastone dem, Orlando, pochi mesi prima che il partito si sciogliesse. Fatali le conseguenze: ritrovarsi in lista piccoli antisemiti e qualche mela marcia del sistema capitolin-laziale democratico. In attesa che lo facciano il deputato mancato (perché costretto al ritiro dallo scandalo) Francesco De Angelis e il fratello Vladimiro, su vibrante invito del fumantino hooligan Ruperti, per ora in ginocchio c'è Letta. E dopo il 25 settembre la mannaia di qualche suo candidato gli mozzerà il capo.

Andrea Ossino per "la Repubblica - Edizione Roma" il 16 febbraio 2022.  

Procede a ritmo spedito l'indagine sulle giustificazioni fornite dal Presidente della Regione Nicola Zingaretti per assentarsi dall'assemblea. La Procura di Roma ha infatti iscritto due nomi sul registro degli indagati. Zingaretti non è stato coinvolto, ma nel mirino degli inquirenti ci sono le persone che hanno materialmente firmato gli atti con cui l'ex segretario del Partito Democratico è risultato assente a causa di «impegni istituzionali».

Per ricostruire i fatti nelle scorse settimane è stato convocato in procura anche il vicepresidente della Regione Lazio, Daniele Leodori, che in presenza del suo legale ha chiarito la sua posizione. La vicenda nasce il 29 ottobre del 2019, con una richiesta di accesso agli atti firmata dai consiglieri Chiara Colosimo e Antonio Aurigemma. 

I due politici di Fratelli d'Italia intendevano «verificare i presupposti della regolarità delle sedute in questione e, in particolare, la reale esistenza dei motivi istituzionali che avrebbero giustificato l'assenza del consigliere, Presidente Nicola Zingaretti, essendo tale verifica determinante ai fini della regolarità della deliberazione».

A quei tempi Zingaretti era al vertice del Partito Democratico. E dalle parti della Regione Lazio non era così scontato assicurare il numero legale alla maggioranza. Per questo motivo dai banchi dell'opposizione sospettavano che gli " impegni istituzionali" di Zingaretti sarebbero stati solo millantati. 

A quella richiesta era seguita la risposta del Capo di Gabinetto Albino Ruberti, che aveva ribadito «l'assoluta correttezza delle procedure seguite ed il pieno rispetto della normativa regionale relativa agli incarichi istituzionali del Presidente della Regione» e aveva consentito ai consiglieri di « spulciare » gli atti. 

Così erano emerse 48 assenze, concentrate nel periodo che dal primo giorno di luglio del 2019 arriva fino al 24 ottobre dello stesso anno. « Le missioni o gli incarichi politico istituzionali del Presidente rientrano in una pluralità di impegni non elencabili in via tassativa » , aveva ricordato Ruberti. E anche la corte dei Conti non aveva ravvisato eventuali danni alle casse dello Stato.

La faccenda era finita all'attenzione dei magistrati contabili in seguito ad un esposto in cui veniva evidenziato che Zingaretti avrebbe partecipato alle feste di partito o ad appuntamenti televisivi, dirette Facebook e dibattiti politici proprio quando era assente dall'assemblea per «impegni istituzionali». 

La vicenda è poi finita tra i corridoi della procura di piazzale Clodio, dove lo scorso giugno il sostituto procuratore Carlo Villani ha aperto un'indagine ipotizzando il reato di abuso d'ufficio. Un reato che avrebbe commesso, secondo gli investigatori, chi ha presentato le giustificazioni finite nel mirino dei pm. Nicola Zingaretti. 

D’Amato, l’uomo di Zingaretti a processo: «Sprechi per 275mila euro». EMILIANO FITTIPALDI E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 03 febbraio 2022.

Alessio D’Amato, assessore alla sanità della regione Lazio, è stato rinviato a giudizio per un presunto danno erariale da 275 mila euro. La sua onlus sull’Amazzonia avrebbe usato soldi pubblici per fare politica

Nell'atto i giudici ipotizzano mala gestio, conflitto d'interessi, violazione del dovere di fedeltà, «spregio degli interessi pubblici di carattere generale» e «comportamenti illeciti».

«Sono totalmente estraneo ai fatti contestati che risalgono ad oltre quindici anni fa. Sono assolutamente sereno ed ho piena fiducia nei giudici. Nelle controdeduzioni che i miei legali hanno depositato è ampiamente  dimostrata la mia estraneità e confido che la mia posizione sarà definitivamente chiarita», dice a Domani l’assessore. 

EMILIANO FITTIPALDI E NELLO TROCCHIA. È inviato di Domani, autore dello scoop sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Estratto dell’articolo di Pier Francesco Borgia per ilgiornale.it il 6 febbraio 2022.  

[…] Lo stesso Ruberti, però, era incappato nel primo anno di pandemia in un episodio che, agli occhi dell'opinione pubblica, aveva mostrato i contorni di un privilegio. In occasione del primo maggio del 2020 (quando per via del lockdown erano severamente vietati assembramenti e feste anche nelle abitazioni private), Ruberti aveva invitato alcuni amici per una grigliata nel terrazzo di casa. Fatto questo segnalato da alcuni vicini alle forze dell'ordine. 

Anche in quell'occasione Ruberti si scusò e si giustificò col fatto che si trattava di una riunione di lavoro all'aperto. E comunque pagò anche in quel caso la multa comminatagli dalla polizia municipale. 

Olivia Dabbene per repubblica.it il 6 febbraio 2022.

Guai per i figli del capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Albino Ruberti, che aveva ricoperto lo stesso ruolo anche alla Regione Lazio con Nicola Zingaretti. I due - secondo quanto riporta l'agenzia di stampa AdnKronos - 19 e 17 anni, sono stati infatti fermati ieri per un controllo dai carabinieri ai Parioli mentre erano con altri amici a bordo dell'auto del padre parcheggiata in strada. 

Solo che, quando i militari hanno chiesto i documenti per identificarli, i due avrebbero reagito in malo modo, spiegando che, visto il ruolo ricoperto dal padre in Campidoglio e prima ancora in regione, i Carabinieri avrebbero dovuto fermare altri e non loro o li avrebbero fatti trasferire.

Un atteggiamento che certo non ha impensierito gli uomini dell'Arma, i quali, andati avanti con l'identificazione, hanno anche scoperto come un episodio analogo, con simili recriminazioni, fosse capitato poco più di 15 giorni fa. 

Il più grande dei due fratelli era stato infatti già identificato a metà gennaio durante un controllo a piazza Euclide. In quel caso, i Carabinieri avevano invitato i ragazzi presenti in strada, circa una cinquantina, a indossare le mascherine e mantenere il distanziamento.

Tra i sei 'refrattari' per cui stava per scattare la multa anche il 19enne figlio del capo di gabinetto del sindaco, che, pur non facendo in quell'occasione riferimento specifico al padre, avrebbe detto ai carabinieri di aver sbagliato a 'beccare' proprio chi non dovevano prendere, accusandoli di non saper fare il proprio lavoro e dicendo loro che comunque presto non lo avrebbero fatto più. 

Per i due è scattata una multa, "regolarmente pagata" fa sapere il padre all'Adnkronos. Ma soprattutto un aspro rimprovero da parte del genitore, che ha invitato energicamente i figli ad avere il massimo rispetto per carabinieri e le forze dell'ordine in generale e a non ricascarci più.

Anche il M5s e la lista civica di Virginia Raggi chiedono un passo indietro del dirigente: "Deve lasciare subito".

(ANSA il 19 agosto 2022) - Il capo di Gabinetto di Roma, Albino Ruberti, ha rassegnato le sue dimissioni con una lettera inviata al sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri.

(ANSA il 19 agosto 2022) - L'ex assessore regionale, e già europarlamentare del Pd, Francesco De Angelis, con una mail inviata al Nazareno, ha ritirato la propria candidatura alla Camera in seguito al video - pubblicato dal Foglio - che vede il capo di Gabinetto di Roma, Albino Ruberti, protagonista di una lite con pesanti minacce. Il fratello di De Angelis, Vladimiro, sarebbe infatti l'uomo con cui Ruberti discute nel video. 

L'ex assessore era infatti alla cena dove si è scatenato il tutto e sarebbe stato anche testimone delle minacce. Da quanto ribadiscono le fonti, il ritiro di De Angelis è avvenuto per evitare strumentalizzazione, sottolineando che quella dell'esponente dem di Frosinone era una candidatura praticamente "non in posizione eleggibile, ma di servizio". Poiché De Angelis era in lista a Roma quando il suo collegio di riferimento è quello ciociaro.

(ANSA il 19 agosto 2022) - "Il caso Ruberti svelato dal Foglio? Episodio gravissimo che non può restare senza conseguenze". Così fonti del Nazareno stigmatizzano l'episodio svelato con un video dal quotidiano il Foglio su Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Da ilfoglio.it il 19 agosto 2022.

Con una nota durissima il Pd nazionale di Enrico Letta chiede le dimissioni di Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri al centro dell'episodio svelato dal Foglio. Dal nazareno infatti, dichiarano: "Caso gravissimo che non può restare senza conseguenze". 

Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it il 19 agosto 2022. 

Urla, minacce di morte, pianti di una donna. Una violenta lite squarcia la quiete notturna di Frosinone. Il protagonista dell'episodio è Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri. [...] 

Ruberti si scaglia contro tale Vladimiro e cita un certo Adriano.  Fra i testimoni oculari c'è anche Francesco De Angelis, ex assessore regionale e già europarlamentare del Pd, ora candidato alle prossime politiche per i dem. E' il fratello di Vladimiro. 

[…] "Vi sparo, vi ammazzo. Vi dovete inginocchiare", urla Ruberti. Che allude anche a una imprecisata ma evidentemente inaccettabile richiesta che avrebbe ricevuto a tavola. 

Contattato dal Foglio il braccio destro di Gualtieri dice: "Si  tratta di una lite per motivi calcistici, accaduta circa due mesi fa a Frosinone con una terza persona, che non voglio citare, al termine di una cena. Alla scena erano presenti anche Vladimiro e Francesco De Angelis con il quale ho ottimi rapporti. Niente di più". 

Sara Battisti, sempre contattata da questo giornale, dice: "Era un banale diverbio per motivi di tifoseria tra Albino e altre persone sulla Roma e la Lazio". De Angelis invece nega il fatto: "Non c'è stata alcuna lite, non ho mai assistito ad alcuna lite". […] 

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “Il Foglio” il 20 agosto 2022.  

[…] Forse quel video del Fogliuzzo, complimenti per lo sgoob, ha stroncato la carriera di un disinvolto padrone dell’amministrazione romana, e questo dispiace per via che c’è di bisogno di occhi di tigre in Campidoglio. Albino Ruberti, liquidato per rissa cum video da un Pd molto prude, con gli occhi di gattina, è il figliolo del compianto Antonio, Magnifico Rettore alla Sapienza, istituto universitario campione di culture e filologia classiche, naturale che sia sboccato nel linguaggio da Er Più.

Roma […] è anche la sua decadenza epigrammatica, parolacciara, emozionalmente disturbata […] Che volete, non vedo scandalo vero nel minacciare di conseguenze apocalittiche, alzato il gomito, su una digestione magari lenta in Ciociaria, un commensale irriverente. E c’è sempre una fidanzata che “basta, amore” e risolve tutte cose.

Ci vedo un esemplare notturno e periferico della famosa Italia alle vongole che tanto dispiace alla gente che piace. Certo, a Ginevra è un’altra cosa, e non ci si può non togliere lo sfizio di pensare a come sarebbe bello un Campidoglio calvinista o una città pulita o un ambientino asettico e formale. La storia però parla d’altro, e se non era Mafia Capitale […] era un mondo di mezzo, e lo è, quello del disfunzionamento organizzato dei servizi e delle cene disfunzionali fuori porta. […]

[…] Qualcuno dovrà pur domare l’Ama e i comitati contro l’inceneritore, e se vengono a mancare gli amministratori guappi, bè, saranno sostituiti da gente in polpe, sperando non sia tutta chiacchiere e distintivo, come ne “Gli intoccabili”. Per evitare di apparire corrivi, facciamo dunque i ginevrini, comportiamoci bene, anzi benissimo, e vedrete che i bus passeranno ogni tre minuti, sui marciapiedi si potrà fare il picnic, la corruttela sarà solo un ricordo, le buone maniere l’eterno presente della città eterna.

Controcorrente, Andrea Ruggieri sul caso Albino Ruberti: la sinistra ha due pesi e due misure. Il Tempo il 19 agosto 2022

Riflettori sul caso di Albino Ruberti, il capo di gabinetto di Roberto Gualtieri in Campidoglio che è stato costretto alle dimissioni dopo la diffusione del video registrato a Frosinone in cui si sfoga contro Francesco De Angelis e minaccia il fratello Vladimiro per avergli detto: "Te compro". Anche di questo si è parlato durante la puntata di "Controcorrente" in onda venerdì 19 agosto su Rete4. In studio c'era anche Andrea Ruggieri, di Forza Italia, che ha attaccato il doppiopesismo della sinistra, sempre pronta a criticare in casa d'altri e a nascondere la polvere sotto il tappeto quando sono coinvolti uomini dem. 

L'esponente di Forza Italia è subito partito all'attacco. "Il caso Ruberti dimostra che in Italia la sinistra dimostra sempre il suo estremo doppiopesismo - ha detto Ruggieri - Dopo aver visto il video ho subito pensato che si tratta di una pagina di pessima educazione personale. Poteva essere lo sfogo degno di un camorrista". Poi il discorso si è spostato su altri temi: Medvedev e la Meloni. "Se Medvedev dice quello che dice - prosegue Ruggieri - il ministro degli Esteri dovrebbe convocare l'ambasciatore russo in Italia. Per quanto riguarda le accuse di fascismo a Meloni, le trovo davvero offensive".    

Albino Ruberti nella bufera. Il capo di gabinetto di Roberto Gualtieri si dimette dopo il video con le minacce. Il Tempo il 19 agosto 2022

Non c’è pace in Campidoglio: dopo i tormenti che hanno accompagnato i cinque anni della giunta Raggi, un caso investe ora Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, portandolo nel giro di poche ore alle dimissioni. Un caso scatenato da un video pubblicato dal Foglio, relativo a una lite violenta avvenuta un paio di mesi fa nel corso di una cena a Frosinone, che ha visto come protagonista lo stesso Ruberti. «A me non me dicono "io me te compro"», sono alcune delle frasi pronunciate con grande concitazione dall’ormai ex dirigente apicale del Campidoglio, che si sarebbe scagliato verbalmente contro un certo Vladimiro, menzionando anche un tale Adriano. E ancora: «Do cinque minuti pe venì a chiedeme scusa in ginocchio. Se devono inginocchià davanti. Altrimenti io lo scrivo a tutti quello che sti pezzi de m*** mi hanno detto...Io li sparo, li ammazzo». Vladimiro sarebbe il fratello di Francesco De Angelis, ex assessore regionale ed europarlamentare del Pd, che ha assistito parzialmente ai fatti e che ora in seguito al video ha ritirato la propria candidatura alla Camera per i dem. Ai fatti era presente anche Sara Battisti, consigliera regionale del Pd e compagna di Ruberti, che nel video cerca invano di placarlo. «Sara se stai dalla parte loro io prendo le conseguenze.», le risponde lui nel video, che si interrompe con una voce di donna che urla disperata «oddio» in sottofondo.

«Per evitare strumentalizzazioni che possano ledere il tuo prestigio e quello dell’istituzione che rappresenti, con la presente rimetto il mio mandato da Capo da Gabinetto» scrive Ruberti nella lettera di dimissioni inviata al sindaco Gualtieri, aggiungendo: «Confermo che quanto avvenuto trattasi di un litigio verbale durante una cena privata, che nulla ha a che vedere con il mio ruolo istituzionale. In particolare, ho reagito con durezza alla frase "mi ti compro", che pur non costituendo in sé una concreta proposta corruttiva, mi ha portato a chiedere con foga sicuramente eccessiva e termini inappropriati, di ritirarla immediatamente perché l’ho considerata lesiva della mia onorabilità». «Si tratta di una lite per motivi calcistici, accaduta circa due mesi fa a Frosinone con una terza persona, che non voglio citare, al termine di una cena. Alla scena erano presenti anche Vladimiro e Francesco De Angelis con il quale ho ottimi rapporti. Niente di più», spiega Ruberti contattato dal Foglio. Stessa versione confermata da Sara Battisti: «Era un banale diverbio per motivi di tifoseria tra Albino e altre persone sulla Roma e la Lazio». «Pur essendo completamente estraneo al diverbio al quale ho solo in parte assistito, al fine di evitare strumentalizzazioni durante la campagna elettorale ho ritirato la mia candidatura per il Collegio di Roma 1, confermando tutto il mio impegno a supporto della lista del Partito Democratico e di tutti i suoi candidati» spiega in una nota Francesco De Angelis.

Lungi dal restare locale, come da tradizione ciò che avviene sulle sponde del Tevere diventa subito un caso nazionale, e questa volta in piena campagna elettorale. Fonti del Nazareno parlano di «episodio gravissimo che non può restare senza conseguenze», mentre il segretario del Pd Enrico Letta giudica «scelte giuste e doverose» sia le dimissioni di Ruberti che il ritiro della candidatura di De Angelis. Carlo Calenda, leader di Azione e candidato nello scorso ottobre a sindaco, parla con sarcasmo di «soave ambientino del Pd romano». Oltre alle dimissioni di Ruberti, poi arrivate, i consiglieri del Movimento 5 Stelle e della Lista Civica Virginia Raggi chiedono al sindaco Gualtieri «il chiarimento della vicenda da cui sembrano emergere altre minacce e presunte richieste avvenute durante una cena». 

Albino Ruberti, la procura di Frosinone acquisirà il video. La compagna insiste: "Litigavano per il calcio". Il Tempo il 19 agosto 2022

Potrebbero esserci risvolti giudiziari sulla vicenda della lite tra Albino Ruberti, capo di gabinetto ormai dimissionario del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, e alcuni esponenti del Pd di Frosinone, tra cui i fratelli Vladimiro e Francesco De Angelis, quest’ultimo presidente del Consorzio Unico Industriale del Lazio. Il video pubblicato dal sito del Foglio, infatti, verrà acquisito nelle prossime ore dalla procura di Frosinone. 

Proprio la sera del litigio carabinieri e polizia erano intervenuti, dopo la chiamata al 112 da parte dei cittadini, allarmati dalle grida dell'alto dirigente del Campidoglio e dalle urla della compagna, la consigliere regionale del Pd Sara Battisti. Ma sul luogo del litigio, nei pressi di un ristorante, all’arrivo delle forze dell’ordine, non c’era più nessuno. Per tanto nessuna denuncia sarebbe stata formalizzata. Per questo, trapela dalla procura laziale, chi è intervenuto si è limitato a fare, come di prassi, un’annotazione di servizio. Nessuno era infatti a conoscenza diretta di quanto accaduto fino alla pubblicazione delle immagini che hanno portato alle dimissioni di Ruberti e al ritiro della candidatura alle prossime elezioni politiche di De Angelis. 

Nel video si sente Ruberti proferire frasi choc all'indirizzo di Vladimiro De Angelis: "Se non chiede scusa entro 5 minuti lo ammazzo", con riferimento a una affermazione ("me te compro") che questi avrebbe rivolto all'allora capo di gabinetto di Gualtieri. Battisti oggi è tornata a sostenere che nella lite non c'era nulla di politico: "La cena era quasi terminata, alcuni stavano pagando, io stavo fumando una sigaretta. Stavano parlando di calciomercato già da un po', di Real Madrid, di Juve, Albino stava commentando un mancato rigore dato alla Roma in un derby e ha fatto una battuta e con questa persona si è scatenata una lite", dice la compagna di Ruberti all'agenzia LaPresse. "Era una cena ludica, non politica, tra amici che sono anche persone che svolgono ruoli e funzioni politiche", è la versione della consigliera regionale. 

Party in lockdown e multe. Albino Ruberti, chi è il "rocky" che terremota il Pd. Alessio Buzzelli su Il Tempo il 20 agosto 2022

Albino Ruberti, dimessosi ieri dal ruolo di capo di gabinetto del Sindaco di Roma in seguito alla pubblicazione di un video "rubato" in strada di cui è protagonista, è un personaggio molto noto nella Capitale, forse un po’ meno altrove. Soprannominato "Rocky" (anche se qualcuno sostiene sia "er pugile" il suo vero nomignolo) per via del suo carattere impetuoso, è, per restare nella metafora pugilistica, un peso massimo della politica romana, sponda dem: per oltre vent’anni Ruberti ha infatti ricoperto ruoli di massima importanza soprattutto nell’ambito dei beni culturali, comparto strategico all’interno delle dinamiche di potere capitoline. Figlio del professor Antonio, ministro dell’Università e della Ricerca dal 1989 al 1992 e precedentemente rettore de La Sapienza, inizia la sua carriera prestissimo, all’età di 30 anni, quando nel 1998 diventa Amministratore Delegato di Zètema, società partecipata al 100% da Roma Capitale che si occupa di cultura e turismo. Di Zètema resterà al vertice per 19 anni, fino al 2017, quando lascerà l’incarico per diventare presidente di Laziocrea, altra società partecipata, questa volta dalla Regione Lazio. Qui però resterà solo per qualche mese, 8 per la precisione, perché nel 2018 arriverà la chiamata dell’appena rieletto governatore Nicola Zingaretti, il quale lo vuole al suo fianco nel ruolo di capo di gabinetto. In quello stesso anno fu ancora un video che fece il giro del web a portare Ruberti al centro delle polemiche: durante una delle convention "Piazza Grande", nella quale Zingaretti lanciò la sua candidatura a segretario del PD, un gruppo di animalisti contestò duramente il presidente e Ruberti intervenne personalmente per evitare che i manifestanti irrompessero sul palco. Scoppiata la polemica, Ruberti spiegò in un’intervista al Corriere della Sera del 14 ottobre 2018 di aver «subito un tipo di protesta violenta» perché «qualcuno ha tentato di salire su palco per manifestare»: «io - ha proseguito -, che ero vicino al presidente, insieme agli altri, ci siamo limitati a difenderci».

Ovviamente gli animalisti dissero tutt’altro, ma, comunque siano andate le cose, l’episodio non fece che alimentare le chiacchiere sul suo temperamento focoso. Dopo tre anni come braccio destro di Zingaretti, Ruberti torna quindi nella Capitale per sostenere con forza la campagna elettorale di Roberto Gualtieri, da cui approderà, dopo la vittoria alle comunali, a Palazzo Senatorio, luogo in cui sarebbe probabilmente rimasto a lungo se ieri non fosse scoppiato il finimondo dopo la pubblicazione del video incriminato. D’altra parte non è certo la prima volta che l’ex capo di gabinetto del sindaco finisce al centro della polemica mediatica-politica in seguito a situazioni per così dire imbarazzanti, di cui è stato, più o meno suo malgrado, protagonista. La più famosa è quella che si scatenò a maggio del 2020, quando in pieno "lockdown duro" fu scoperto dai vigili mentre era a pranzo con altre persone su una terrazza del Pigneto. Le regole in vigore in quel momento vietavano categoricamente certe "rimpatriate", motivo per cui Ruberti si trovò presto al centro di una vera e propria bufera (tanto più che allora era ancora a capo degli uffici della Regione). Di più, secondo alcune ricostruzioni, pare che ci furono momenti di tensione quando gli agenti gli consegnarono la sanzione da 400 euro prevista, accendendo ancor di più la polemica. Ruberti nei giorni successivi tentò di chiarire la questione, raccontando a Il Foglio che «in quell’occasione era un pranzo di lavoro» e che «i vigili urbani furono molto aggressivi», ammettendo poi comunque «di aver sbagliato», ché «in quei casi è meglio non dire nulla». Infine, nel febbraio scorso, intorno a Ruberti si accese un altro caso, di cui fu però comprimario suo malgrado, che vide invece protagonisti i suoi due figli, i quali, fermati in auto dai carabinieri, si sarebbero rivolti agli agenti con il più classico dei «non sapete chi siamo noi». Anche in quell’occasione Ruberti si ritrovò a dover spiegare, questa volta nel ruolo di padre: «i miei figli hanno sbagliato - disse: li ho ripresi, con energia, e ho pagato subito la multa: 600 euro».

Rinaldo Frignani per corriere.it il 19 agosto 2022. 

A cinque settimane dalle elezioni scoppia il caso del video della lite del capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri, Albino Ruberti, con altre persone a cena nel ristorante «da Plinio» di Frosinone nel quale il braccio destro del primo cittadino reagisce con frasi del tipo «vi sparo, vi ammazzo, vi dovete inginocchiare», ma anche in risposta a qualcuno che gli avrebbe detto «io ti compro». Un caso che scatena immediatamente una ridda di polemiche e finisce con le dimissioni del capo di Gabinetto.

E il sindaco Roberto Gualtieri che nel pomeriggio accetta la decisione del suo braccio destro. «Ringrazio Albino Ruberti - scrive - per aver offerto le sue dimissioni a seguito della diffusione di un video che riporta una sua violenta lite verbale avvenuta in occasione di una cena privata svoltasi a Frosinone due mesi fa.

Le frasi contenute nel video sono gravi e non appropriate per chi ricopre un incarico di questa delicatezza. Per questo, in attesa che venga chiarita l’effettiva dinamica dei fatti, ho preso atto delle dimissioni di Albino Ruberti e ho chiesto al Vicecapo di Gabinetto Nicola De Bernardini di assumerne le funzioni».

E aggiunge: «Al tempo stesso voglio rimarcare la straordinaria qualità del lavoro svolto da Ruberti come Capo di Gabinetto, la totale dedizione e l’impegno profusi, e ho sempre apprezzato la sua orgogliosa difesa dell’integrità e dell’autonomia dell’amministrazione comunale e delle sue scelte». 

Sul caso è stata aperta un’indagine da parte della procura di Frosinone, da dove sembra provenga il video pubblicato sulla pagina online de Il Foglio, e di Roma, ma intanto venerdì mattina dalla direzione nazionale del Partito democratico quanto accaduto si definisce già «un caso gravissimo, che non può restare senza conseguenze».

Secondo l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e la sua lista civica, nonché per il M5S, Ruberti «deve lasciare subito». «Ora spuntano pure risse e minacce in mezzo alla strada - dice in una nota la deputata laziale della Lega Barbara Saltamartini - Occorre agire subito contro i violenti». 

L’ex assessore regionale, e già europarlamentare del Pd, Francesco De Angelis, con una mail inviata al Nazareno, ha ritirato la propria candidatura alla Camera in seguito al video - pubblicato dal Foglio. Il fratello di De Angelis, Vladimiro, sarebbe infatti l’uomo con cui Ruberti discute nel video. L’ex assessore era infatti alla cena dove si è scatenato il tutto e sarebbe stato anche testimone delle minacce. Da quanto ribadiscono le fonti, il ritiro di De Angelis è avvenuto per evitare strumentalizzazioni, sottolineando che quella dell’esponente dem di Frosinone era una candidatura praticamente «non in posizione eleggibile, ma di servizio». Poichè De Angelis era in lista a Roma quando il suo collegio di riferimento è quello ciociaro.

Gli accertamenti per l’acquisizione del video da parte delle forze dell’ordine potrebbero già scattare in giornata, così come gli accertamenti su quanto accaduto. 

Secondo una prima replica di Ruberti, e anche della sua compagna, la consigliera regionale del Pd Sara Battisti, originaria proprio di Frosinone, la lite sarebbe scaturita da una discussione «per motivi calcistici» e risalirebbe a una sera del giugno scorso. 

Presenti, secondo Il Foglio, Francesco De Angelis, ex assessore regionale e poi europarlamentare Pd, nonché attualmente candidato dem. In particolare la lite sarebbe avvenuta però con il fratello Vladimiro. Ruberti ha parlato di una terza persona coinvolta con la quale avrebbe invece avuto la lite, mentre De Angelis smentisce qualsiasi discussione.

La reazione di Ruberti, si capisce dal video pubblicato online, si riferisce in particolare a una frase «Me te compro» pronunciata nei suoi confronti, alla quale il capo di gabinetto risponde «fai la tua scelta, se stai con questa gente non stai con me. Te lo comunico». 

E ancora: «Si deve inginocchiare, sennò dico a tutti quello che ha detto. Lo scrivo stasera quello che mi avete chiesto a tavola». C’è anche qualcuno che annuncia l’imminente intervento dei carabinieri chiamati da qualcuno che ha assistito alla lite. Non è ancora chiaro se poi una pattuglia dell’Arma sia effettivamente giunta sul posto.

La sera del Primo maggio di due anni fa, con il lockdown sanitario in corso, Ruberti fu identificato con altre persone a cena in un appartamento al Pigneto e multato dai vigili urbani che svolgevano controlli su chi non rispettava le misure di sicurezza anti-pandemia. «Era un incontro di lavoro», spiegò allora il capo di gabinetto del sindaco.

Ruberti: l’ombra di appalti e manovre politiche dietro la furiosa lite al ristorante. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 21 Agosto 2022.

La procura ha acquisito il video con le minacce dell’ex capo di gabinetto del Campidoglio a qualcuno dei commensali alla Taverna da Plinio, due mesi fa. Aperta un’inchiesta conoscitiva. La Asl di Frosinone: verifiche sui contratti con le assicurazioni

Reggerà la versione del diverbio per motivi calcistici una volta che i protagonisti della lite alla Taverna da Plinio, a Frosinone, saranno chiamati dai magistrati? È l’interrogativo che in queste ore agita chi due mesi fa ha partecipato alla cena elettorale nel ristorante del centro con Albino Ruberti, ex capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, la sua compagna Sara Battisti, consigliere regionale dem, l’ex candidato pd Francesco De Angelis (ha rinunciato) e il fratello assicuratore Vladimiro, insieme con Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma, nel Frusinate, più altri.

La procura ha aperto un fascicolo conoscitivo ed ha acquisito il video nel quale Ruberti, da molti ritenuto un personaggio chiave del Pd romano e regionale, replica con veemenza e minacce di morte («Ti sparo, vi ammazzo!») alla frase che secondo quanto si intuisce dalla registrazione gli avrebbe detto proprio Vladimiro De Angelis: «Me te compro». Il riferimento, secondo testimonianze tutte da provare raccolte a Frosinone — dove quanto accaduto era noto da circa un mese (come conferma l’ex sindaco Nicola Ottaviani, ora coordinatore provinciale della Lega e candidato alla Camera) — sarebbe al rifiuto di Ruberti di avallare lo sbarco del fratello dell’ex europarlamentare Francesco De Angelis nella Capitale per gestire qualche maxi appalto assicurativo, forse anche in Campidoglio, forte delle sue entrature a Frosinone e provincia con «Sicura srl» e «Uniassifin», associate di Unipol. Un giro d’affari notevole se si pensa che proprio la Asl di Frosinone è fra i clienti più importanti, come anche la Regione Lazio i cui dipendenti hanno una convenzione con Unipol Sai. Da qui nascerebbe il «me te compro» che ha mandato Ruberti su tutte le furie.

Cosa sia accaduto nei giorni successivi è un mistero. Denunce non ce ne sono state, hanno confermato i carabinieri, mentre i partecipanti a cena e successiva scenata hanno parlato di scuse immediate fra i protagonisti. Sarà la procura a dover chiarire tutti i nodi. Alcuni sempre legati al video nel quale «Rocky», come è soprannominato Ruberti, a un certo punto se la prende anche con la compagna che tenta di calmarlo e di portarlo via per evitare che la situazione precipiti in maniera definitiva: «Sara, se stai dalla parte loro, io ne prendo le conseguenze». In che senso? Possibile che anche la consigliera sia intervenuta nel litigio su un rigore dato o non dato alla Roma, a campionato concluso, come raccontato finora dai diretti interessati? Oppure, altra ipotesi che viene fatta in diversi ambienti a Frosinone, si parlava di pacchetti di voti Pd e di riposizionamenti di futuri candidati alla Regione, vista l’imminente uscita di scena del governatore Nicola Zingaretti? Inoltre da chiarire è anche l’avvertimento di Ruberti a Francesco De Angelis: «Fai la tua scelta, se stai co’ sta gente non stai con me, te lo comunico». Un po’ strano per uno screzio dovuto, secondo i protagonisti, a rivalità calcistiche.

Sull’indagine c’è il massimo riserbo, ma intanto il direttore generale della Asl di Frosinone Angelo Aliquò, su richiesta dell’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato, ha subito disposto una verifica sulla regolarità delle gare dei contratti con le compagnie assicurative. «Siamo ovviamente disponibili — annuncia proprio il dg — a fornire immediatamente, ove richiesto dalla magistratura, qualsiasi documento necessario, relativamente agli atti in questione». A Roma, invece, il sindaco Gualtieri ha nominato il successore di Ruberti: si tratta del consigliere della Corte dei conti Alberto Stancanelli.

Virginia Piccolillo per corriere.it il 19 agosto 2022. 

La Roma, la Lazio, una battuta infelice. Albino Ruberti e la sua compagna Sara Battisti assicurano: «La corruzione non c’entra». Ma allora perché tanta rabbia? E quella richiesta di chiedere scusa in ginocchio? 

Al Corriere della Sera Ruberti spiega così: «Mi volevo riferire a questo contrasto che c’era stato a cena. Avevamo discusso di calcio. Erano volate parole grosse. 

Avevo fatto una battuta infelice a una persona che era con noi a tavola. Lui si è sentito offeso. Ha reagito. Mi ha aggredito . Sempre verbalmente». Ruberti e Sara Battisti proteggono la privacy di questo commensale. Ma che tipo di battuta può aver innescato tutto questo? Sara Battisti non lo sa: «Era una cena in cui la gran parte dei commensali erano maschietti. Discutevano di calcio-mercato Si era acceso un diverbio sul derby Roma-Lazio. Al momento della battuta non c’ero. Ero uscita a fumarmi una sigaretta».

Ma Ruberti rivela: «Gli avevo detto che aveva bevuto troppo». Ma non è chiaro il passaggio tra il calcio, il vino e quelle grida sul «mi ti compro» pronunciato da uno dei presenti. 

Secondo Ruberti lo avrebbe detto VladimiroDe Angelis, fratello dell’ex candidato (ieri ritirato dal Pd) Francesco. «Era solo un modo di dire che stava perdendo tempo con noi che litigavamo per una stupidaggine».

E quell’urlo prolungato, agghiacciante «Oddiooo»? Sara Battisti spiega che aveva fatto di tutto per sedare la rissa e convincere i commensali a tornare a sedersi a tavola. Infatti si sente la sua voce nel video invitare al silenzio: «Shhh».

Ma dell’urlo che Ruberti non ricorda chi abbia lanciato («Non mi sembra la voce di Sara») dice: «Non mi ricordo. Potrei averlo fatto io». 

In ogni caso Ruberti ci tiene a smentire voci circolate che si sia passati a spintoni o altro: «Sono state solo parole. Sbagliate delle quali ho chiesto scusa. Ma non ho mai alzato le mani in vita mia».

Aldo Simoni per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2022.

Vladimiro De Angelis, uno tra i più affermati agenti assicurativi della Ciociaria, era al tavolo del ristorante La Taverna di Plinio. Contro di lui Albino Ruberti ha gridato le parole più violente. «Finito il comizio di Letta abbiamo preso un aperitivo - racconta -, poi qualcuno ha proposto la cena. Con me si sono aggiunte una ventina di persone. Insomma, mi sono trovato lì per caso. Abbiamo parlato di tutto: calcio, vacanze e politica. Dopo un po' il battibecco tra Ruberti e Lampazzi: prima hanno parlato di politica, ma la cosa non mi interessava, poi del rigore negato alla Roma nel derby».

Cosa si dicevano?

«Lampazzi, romanista, ha detto a Ruberti, laziale, "Se non hai visto quel rigore, eri ubriaco". E Ruberti ha replicato dicendogli che non capiva nulla. E hanno continuato a lanciarsi frecciate alzando sempre più la voce. A quel punto sono intervenuto per calmarli. Pensavo di aver sedato gli animi ma la discussione è ripartita mentre stavamo andando via».

Quindi?

«È stato allora che Ruberti, alterato e infastidito, mi ha gridato, mentre tentavo di fare da paciere».

E la sua reazione?

«A quel punto, esausto, gli ho risposto duro "Guarda che io non vivo di politica, vivo del mio lavoro. Se voglio, mi ti compro". Si è trattato di uno sfogo sicuramente poco felice di cui mi sono subito scusato con Sara Battisti». 

Qualcuno l'ha interpretata come una frase corruttrice.

«Una frase certamente poco elegante, ma che in nessun modo può essere interpretata come corruttrice. Del resto nella mia vita ho sempre lavorato onestamente. Sono partito, 40 anni fa, con una piccola agenzia assicurativa a Ceprano e oggi ho un portafogli-clienti importante. Tutto frutto del mio lavoro e di quello dei miei collaboratori. E se in una provincia riesci a crescere nel campo assicurativo, significa che i clienti ti stimano e ti rispettano».

Ma puntava a lavorare anche per il Comune di Roma?

«Non posso farlo per il semplice motivo che, essendo agente sulla provincia di Frosinone, non posso aprire uffici nella Capitale. Tra l'altro il Comune di Roma non bandisce gare pubbliche perché ha una sua compagnia assicurativa interna, le "Assicurazioni di Roma"».

Però Ruberti parla di una «proposta indecente».

«Io non gli ho fatto alcuna richiesta. Né decente, né indecente, quella sera non si è mai parlato di lavoro». 

Potrebbe avergliela fatta qualcun altro?

«Non era una riunione carbonara. Giravano decine di persone, difficile fare proposte indecenti».

Albino Ruberti: il «Rocky» irascibile stakanovista sul lavoro ma dalla memoria corta. Tommaso Labate su Il Corriere della Sera il 20 Agosto 2022.

Il capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri, travolto dalla bufera dopo il video in cui minaccia alcuni esponenti del Pd di Frosinone. Nel 2018 aggredì rudemente un gruppo di animalisti. L'imbarazzo per la multa dei figli

«Sono state parole, per le quali ho chiesto scusa. Ma non ho mai alzato le mani in vita mia». Ecco, uno dei problemi di Albino Ruberti — sottolineato anche dagli amici e collaboratori che in queste ore difficili ne esaltano l’abnegazione al lavoro, l’instancabilità, le grandi prestazioni rese alle istituzioni pubbliche, che ha servito fino alle dimissioni di venerdì da capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri — è sempre stata la memoria breve. O, meglio, quella specie di offuscamento sulle cose dette e fatte che spesso è un effetto collaterale della vita, che si abbatte sulle persone particolarmente irascibili.

E così, quando per difendersi dall’aggressione verbale ai danni di alcuni esponenti del Pd ciociaro, immortalata da un video di cui Il Foglio è entrato in possesso, Ruberti ha giurato di non aver «mai» alzato le mani in vita sua, i suoi nemici — che sono tantissimi — hanno cominciato a far viaggiare di telefonino in telefonino il video delle proteste degli animalisti alla presentazione della campagna per le primarie pd di Nicola Zingaretti, anno 2018, in cui si vedeva il capo di gabinetto scagliarsi con veemenza contro gli autori della manifestazione, che infatti avevano denunciato l’aggressione. A seguito di un certosino sminuzzamento del video alla moviola, l’avvocato di Ruberti aveva certificato che non c’era stato alcun contatto; ma il sospetto, inquadrature parziali alla mano, era rimasto eccome.

Come rimarrà a vita, e questa sarà la macchia più difficile da togliere anche da un curriculum importante come quello di Ruperti, il sospetto che dietro la discussione coi fratelli De Angelis — «Tu dici me te compro? Inginocchiati o ti ammazzo! Vi ammazzo! Vi sparo! Vi do cinque minuti» — non ci fosse semplicemente una discussione calcistica di quelle che, ormai, non degenerano a questi livelli neanche nei peggiori bar di Buenos Aires dopo Boca Junior-River Plate. Alla scusa che fosse «una lite su Roma-Lazio», su cui ufficialmente concordano aggressore verbale e aggrediti, credono in pochi. Anche se, e questo è un dato di fatto, Ruberti è un accanito tifoso della Lazio; anche se, dato incontestabile, Ruberti è una persona irascibile; anche se, opinione diffusa da sempre negli uffici in cui ha lavorato, Ruberti era il classico servitore delle istituzioni con l’innata propensione a farsi molto male da solo per cose piccole o piccolissime.

«C’è gente che si rimette in piedi dopo inchieste, avvisi di garanzia, a volte condanne, perché sono i classici tipi che cadendo dal decimo piano si rompono giusto un braccio. E poi c’è gente che la vedi da come si muove e come ti tratta, da come perde la pazienza per un nonnulla, sono quelli che dalla terza buccia di banana non si rialzano più. Albino fa parte della seconda categoria», dice uno che l’ha frequentato per tantissimo tempo. Per anni, le virtù pubbliche hanno sopravanzato nettamente i vizi privati: «Ruberti» era capo di Zetema e organizzatore di eventi storici come la prima notte bianca della Capitale, «Albino» è quello che finisce a litigare per un punto contestato in un torneo di beneficienza di tennis ; «Ruberti» il capo di gabinetto inflessibile con Zingaretti alla Regione prima e Gualtieri in Campidoglio dopo, «Albino» è quello di cui si sentono le urla quando le luci degli altri uffici sono spente da ore.

Poi, la maledizione: «Mister Albino» ha sopravanzato il «Dottor Ruberti», i «lei non sa chi sono io» sono passati di padre (sorpreso a un pranzo di pesce organizzato in barba alle regole del lockdown, con tanto di multa pagata, aveva detto alle forze dell’ordine «le regole le scrivo io») in figlio (fermati per un controllo ai Parioli, i due eredi si erano ribellati al controllo stradale dei carabinieri) ed è finita come l’ormai ex capo di gabinetto di Gualtieri aveva pronosticato in quella notte maledetta di Frosinone. «Basta!, vojo finì la mia vita qua!», urlato all’indirizzo della fidanzata consigliera regionale, Sara Battisti, e dei fratelli De Angelis. Per la vita, intesa ovviamente come vita nelle istituzioni, è finita là. Il chiarimento telefonico con Gualtieri, dopo la pubblicazione del filmato, è terminato nell’unico modo in cui poteva finire, con le dimissioni. Quell’«inginocchiati!» gli rimarrà appiccicato per troppo tempo ancora, anche perché non aveva i rimandi melodrammatici dell’«addenocchiate e vàsame sti ‘mmane» che Mario Merola rivolgeva al figlio nella celebre sceneggiata dello Zappatore. Lì piangevano tutti. Qua, alla fine, piange solo uno. 

Edoardo Izzo Francesca Paci per “la Stampa” il 20 agosto 2022.

Quale battuta precede la truce intemerata dell'ormai ex capo di gabinetto del sindaco capitolino Gualtieri, Albino Ruberti detto "Rocky", scattato contro almeno due commensali con un eloquio da Romanzo Criminale? La spiegazione di una presunta lite su un rigore negato alla Roma abborracciata ieri dalla fidanzata di Ruberti e consigliera regionale del pd di Frosinone Sara Battisti non convince neppure lei.

Né convincono le omissioni imbarazzate dei compagni di partito, quelli che ripetono come Albino sia «un carattere iracondo» e quanto abbia usato «toni ingiustificabili» ma poi alludono al contesto, perché «è possibile sia stata la risposta legittima, sebbene molto violenta, a una domanda irricevibile».

E allora torniamo a quella cena di due mesi fa in un ristorante di Frosinone filmata col telefonino da mano ignota e rivelata oggi in un video diffuso da Il Foglio in piena campagna elettorale. Attorno al tavolo con Ruberti siedono Sara Battisti, il sindaco di Giuliano di Roma Adriano Lampazzi (pare), il broker assicurativo Vladimiro De Angelis e, da un certo punto in poi, suo fratello Francesco, ex assessore regionale del Pd, ex europarlamentare e potente capo Federazione locale al quale il governatore Zingaretti aveva assegnato la presidenza del Consorzio Unico Industriale del Lazio, un organismo dove con il PNRR arriveranno verosimilmente un bel po' di euro e da cui oggi Fratelli d'Italia chiede si dimetta.

Prima di ritirarsi ieri, a poche ore dal video dello scandalo, Francesco De Angelis era anche candidato a Roma, una candidatura di servizio ma con qualche chance di successo, al punto da suscitare, oltre a parecchi dubbi sulla gestione del Pd locale, il sospetto che fosse proprio lui il bersaglio del leak. 

La cena, dunque, alla quale sembra ci sia anche un imprenditore locale. È quasi finita quando Ruberti, di cui nei corridoi del Nazareno si racconta l'arroganza incontinente ma anche la capacità di "problem solving" e l'onestà mai intaccata da alcuna inchiesta, si accende. «Me te compro ha detto, sto pezzo de merda». Si sente una voce di donna, forse Sara Battisti, «Oddio».

Ancora Ruberti, un crescendo grossolano da Tarantino: «Stavolta Frosinone non la tollero più: fai la tua scelta, o stai con 'sta gente o stai con me. Con quello, il fratello a tavola, vuoi che te lo dico che mi ha detto? Vladimiro deve venì qui, si deve inginocchià a chiede scusa sennò lo dico a tutti quello che mi ha detto. Deve chiedere pietà». La donna cerca di calmarlo. Invano: «In ginocchio tutti e due. Vi sparo, vi ammazzo. Ti rovino. Non sono ubriaco, tuo fratello non si può permettere di parlare così. Dillo a tuo fratello, me te compro, vi faccio vedere io...». Sipario.

Quale battuta precede la truce intemerata di Ruberti? Quale indicibile richiesta a chi mostra di sentirsi onnipotente? Una minaccia? Una intimidazione? La versione ufficiale parla di una discussione degenerata dal calcio alla politica ma risoltasi il giorno dopo, quando, conferma Sara Battisti, «si sono chiariti» e non è partita alcuna denuncia. Tutto insabbiato insomma, fino a ieri. Adesso no: adesso i pm di Frosinone acquisiranno il video della lite di quella sera di giugno quando in realtà alcuni abitanti della zona avevano chiamato il 112 per denunciare le grida di Ruberti e il pianto di una donna, ma gli agenti erano arrivati troppo tardi, a ristorante deserto.

Fabio Martini per “la Stampa” il 20 agosto 2022.

In un verso dedicato a Roma, Pier Paolo Pasolini scrisse che «non si piange per una città coloniale» e quella espressione bella ed enigmatica sembra fatta apposta per pennellare il rapporto "maledetto" che ormai lega il Pd romano e la Capitale. Certo, la scenata nella notte ciociara andrà capita in tutti i suoi addentellati, ma la vicenda ripropone una volta ancora il rapporto, spesso coloniale, tra il Pd e Roma, un rapporto illustrato da una "striscia" di brutture mai viste prima e mai viste altrove.

Come la storia di "mafia capitale", esplosa nel 2014, con il coinvolgimento dei Dem in affari opachi, riassunti bene in una intercettazione nella quale Salvatore Buzzi, prima di diventare imputato e condannato, diceva: «Il Pd sono io!». Così come una storia originalissima, unica nella storia della Repubblica, resterà per sempre l'appuntamento dal notaio dei consiglieri comunali del Pd che nell'ottobre 2015 firmarono per far dimettere il loro sindaco Ignazio Marino, "colpevole" di eccessiva indipendenza agli occhi del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Un licenziamento che equivalse ad un harakiri: il Campidoglio fu conquistato da Virginia Raggi e dai Cinque stelle.

Potere spesso senza politica, quella del Pd romano, un potere che diventa impotente come nella vicenda dei rifiuti, che fa di Roma una Capitale unica al mondo. In questi mesi si sono susseguite tante narrazioni indignate, ma carenti nell'indicare le responsabilità politiche: il fallimentare sistema di smaltimento è una "co-produzione" che vede come attore protagonista il Pd romano e laziale. 

Per anni e anni sindaci e amministratori regionali, buon ultimo Nicola Zingaretti, hanno lasciato crescere in regime di monopolio la più grande discarica d'Europa, Malagrotta: una buca nella quale si buttava tutto, senza canali alternativi, sinché Roma è stata assediata da montagne di rifiuti, gabbiani e cinghiali. E lì sta, da anni.

Certo, la deriva del Pd romano come partito "prosaico" sta dentro una storia più lunga, la storia di una città nella quale ha sempre dominato un potere pubblico fortissimo, capace di garantire una miriade di interessi privati. Quelli che Alberto Arbasino una volta ebbe a definire «una quantità di piccoli ambienti, minuscoli clan». 

Una storia antica che viene da lontano, anche dal paternalismo dei Papi, che garantivano pace alimentare e pace sociale con la beneficenza. Un paternalismo proseguito nel secondo dopoguerra quando il consenso politico è cresciuto attorno a poteri forti, che prima erano democristiani e poi hanno cominciato a guardare al centro-sinistra: i costruttori, la Rai, il mondo del cinema, i dipendenti pubblici, anche le associazioni cattoliche come Sant' Egidio, che non a caso da pochi giorni è entrata nelle liste del Pd.

E tuttavia i progenitori del Pd, la sinistra che nel 1976 per la prima volta si affaccia al potere cittadino, il Pci di Giulio Carlo Argan e Petroselli, aveva un volto diverso da quello della sinistra di oggi. Racconta Corrado Bernardo, l'ultimo assessore democristiano nella storia di Roma: «Ricordo in Consiglio comunale degli anni Ottanta: noi Dc eravamo gli avversari, ma tanto di cappello ai comunisti e alla loro serietà. Ogni volta che c'era un problema, a cominciare dal giovane Veltroni, si consultavano con Petroselli. Per diventare il capo dovevi avere una storia dietro le spalle. Oggi nel Pd a Roma non c'è un capo, ognuno fa per sé».

In queste ore ci si affanna a capire la matrice politica di Albino Ruberti e la natura dei suoi rapporti politici con Nicola Zingaretti, per anni il suo "principale" e con il sindaco Roberto Gualtieri. Chi conosce Ruberti da 30 anni confida: «La storia che circola in queste ore per cui Albino sarebbe stato messo da Zingaretti per "controllare" Gualtieri, è una bufala. Albino aveva capito che in Regione il potere andava scemando e l'epicentro sarebbe diventato il Campidoglio. La mappa del potere della sinistra a Roma è cambiata, attenzione a ragionare con vecchi schemi».

Una storia interessante, mai scritta. A Roma la Seconda Repubblica si apre, nel 1993, con il ritorno della sinistra in Campidoglio: i romani eleggono e rileggono sindaco prima Francesco Rutelli e poi Walter Veltroni. Per 14 anni il gran patron è Goffredo Bettini: i rapporti con i poteri forti sono quelli di sempre, ma il buon governo del Campidoglio copre tutto. Il vecchio "sistema" si rompe il 16 marzo 2021 quando Nicola Zingaretti vorrebbe candidarsi sindaco, ma tergiversa e Claudio Mancini, il "nuovo" Bettini, lo brucia, lanciando Roberto Gualtieri.

Ma alla fine la "grande bruttezza" nel rapporto tra Pd e Roma si può riassumere in due sequenze, in parte sfuggite all'attenzione collettiva. Era l'alba del 15 giugno e un cinghiale riuscì a passeggiare là dove nessuno dei suoi parenti aveva osato spingersi: attorno al colonnato di Gian Lorenzo Bernini in piazza San Pietro. Qualche ora dopo un incendio ha distrutto il gassificatore ed altri due impianti, alzando nel cielo una nube nerastra, in parte diossina.

Due eventi collegati da un filo rosso: il prolungato indecisionismo, una paralisi che da una ventina d'anni accomuna una intera classe dirigente, non solo Pd.

Francesco Grignetti per “la Stampa” il 21 agosto 2022.  

Uno spettro agita la dirigenza del Pd laziale. Che cosa c'era di così grave da scatenare una lite così ferina tra Albino Ruberti, l'uomo forte del Campidoglio, capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri fino a due giorni fa, e i fratelli De Angelis, ras incontrastati del partito democratico a Frosinone? Uno, Francesco De Angelis, già eurodeputato Pd, è ora membro della direzione nazionale del Pd, presidente del consorzio industriale del Lazio, ed era in predicato per una candidatura sicura in Parlamento. L'altro, Vladimiro, è un broker assicurativo, agente di zona per l'Unipol.

E dunque, che cosa è stato detto di tanto inopportuno a quella cena tra politici del territorio, dove era presente la compagna di Ruberti, la consigliera regionale Sara Battisti, in Consiglio regionale dal 2018 in rappresentanza del Frusinate e anche il sindaco di Giuliano di Roma, un piccolo Comune del frusinate, tal Adriano Lampazzi, uno devoto a De Angelis e al vicepresidente della Regione, Daniele Leodori, già sindaco di Zagarolo? Che cosa può avere fatto esplodere Ruberti, che di suo è un carattere sanguigno e che urlava come un pazzo in strada a Francesco De Angelis: «Mo' te dico che mi ha detto tuo fratello al tavolo..."Me te compro, me te compro"... 'sto pezzo di merda»?

O subito dopo, in un crescendo parossistico: «Dovete chiedermi scusa perché sennò io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Subito, lo scrivo». Checché ne dicano i protagonisti, allora, che s' è trattato di una lite per il derby, il sospetto è che in quella cena ci sia stata da parte di Vladimiro De Angelis qualche profferta inaccettabile. 

Qualcosa legato al suo lavoro di broker dell'Unipol. E se anche non c'è ancora nessun passo ufficiale della procura di Frosinone, il mondo della politica ha già fatto il passo successivo e molti alludono a qualcosa di opaco. Il più esplicito è Matteo Salvini, che non ha usato giri di parole nel chiamare direttamente in causa il segretario nazionale del Pd: «Letta esclude che c'entrino le polizze Unipol da far stipulare al Campidoglio come si legge sulla stampa? Letta mette la mano sul fuoco riguardo alla trasparenza di tutte le scelte amministrative del Pd a Roma e nel Lazio?».

Domanda che non può avere risposta, ovviamente. Ma che resta nell'aria. E che come il venticello famoso, cresce di fiato in fiato, di ora in ora. Fa talmente paura, lo scenario, che l'assessore regionale alla Sanità, Alessio D'Amato, uno che fino a qualche mese fa era considerato un pupillo di Nicola Zingaretti e ora non più, ha ordinato una inchiesta interna alla Asl di Frosinone. Ha voluto sapere tutto sulle polizze sanitarie di quella Asl.

E il direttore generale Angelo Aliquò ha fatto sapere di avere «disposto immediatamente una verifica su richiesta dell'assessore. Da questa è emersa che l'Azienda Sanitaria Locale, come tutte le aziende del Servizio Sanitario, ha stipulato contratti con diverse compagnie assicurative con gare regolarmente espletate». Diverse le compagnie, insomma. E pronti a dare qualunque spiegazione alla magistratura. Certo, fa impressione che nel giro di poche ore non soltanto Albino Ruberti abbia dato le dimissioni, ma che Francesco De Angelis abbia rinunciato alla candidatura. 

Come si temessero sviluppi imbarazzanti. Eppure, questa candidatura l'aveva accettata poche ore prima, sia pure con l'amaro in bocca perché partiva in posizione svantaggiata. E Sara Ruberti, poche ore prima che saltasse in aria tutto il suo mondo, aveva scritto: «Ora è tempo di andare a lottare, in bocca al lupo Francesco De Angelis. Quello che ho sempre ammirato è l'attaccamento che ha alla sua storia, al suo partito, alla sua vita di militanza, di politica, di istituzioni. Quello che spero di potere ereditare da lui è soprattutto questo: nel bene e nel male una famiglia politica, non si abbandona mai».

Ebbene, dal vertice del Pd si sono premurati di far sapere che è stato Enrico Letta in persona a «prendere il toro per le corna». Come nel caso del giovane capolista lucano dalle dichiarazioni antisemite, anche nel caso di Albino Ruberti, quello che strillava «Io vi ammazzo!», Letta ha preteso le dimissioni immediate. Il sindaco Gualtieri l'ha sostituito nel giro di poche ore con l'eccellente magistrato contabile Alberto Stancanelli.

«Un tecnico esperto, che conosce a fondo l'amministrazione di Roma Capitale - lo definisce - e con cui ho avuto modo di collaborare in modo eccellente nella sua veste di capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, e prima della ministra Paola De Micheli». Il caso è chiuso? Forse. O forse no. Perché una faida è in corso. Ha rivelato l'ex sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani, Lega, che quel video girava da tre mesi nei retrobottega della politica. «Dopo che Letta a Frosinone aveva arringato la scarsa folla presente in piazza Garibaldi, era stato proposto agli ambienti del centrodestra». Loro non lo hanno usato. Ci ha pensato qualcuno ora che si fanno le liste per il centrosinistra.

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 21 agosto 2022.  

[…] La procura ha aperto un fascicolo conoscitivo e ha acquisito il video nel quale Ruberti, da molti ritenuto un personaggio chiave del Pd romano e regionale, replica con veemenza e minacce di morte («Ti sparo, vi ammazzo!») alla frase che secondo quanto si intuisce dalla registrazione gli avrebbe detto proprio Vladimiro De Angelis: «Me te compro».

Il riferimento, secondo testimonianze tutte da provare raccolte a Frosinone - dove quanto accaduto era noto da circa un mese (come conferma l'ex sindaco Nicola Ottaviani, ora coordinatore provinciale della Lega e candidato alla Camera) - potrebbe essere al rifiuto di Ruberti di avallare lo sbarco del fratello dell'ex europarlamentare Francesco De Angelis nella Capitale per gestire qualche maxi appalto assicurativo, forse anche in Campidoglio, forte delle sue entrature a Frosinone e provincia con «Sicura srl» e «Uniassifin», associate di Unipol. Un giro d'affari notevole se si pensa che proprio la Asl di Frosinone è fra i clienti più importanti, come anche la Regione Lazio i cui dipendenti hanno una convenzione con Unipol Sai.

Da qui nascerebbe il «me te compro» che ha mandato Ruberti su tutte le furie. Cosa sia accaduto nei giorni successivi è un mistero. […] 

[…] Oppure, altra ipotesi che viene fatta in diversi ambienti a Frosinone, si parlava di pacchetti di voti Pd e di riposizionamenti di futuri candidati alla Regione, vista l'imminente uscita di scena del governatore Nicola Zingaretti? Inoltre da chiarire è anche l'avvertimento di Ruberti a Francesco De Angelis: «Fai la tua scelta, se stai co' sta gente non stai con me, te lo comunico». Un po' strano per uno screzio dovuto, secondo i protagonisti, a rivalità calcistiche. […]

Video Ruberti, da concorsopoli alle candidature: così la cena della pace si è trasformata in rissa. Lorenzo D'Albergo, Clemente Pistilli su La Repubblica il 20 Agosto 2022.  

Un intreccio complesso che ha portato alla lite con toni da Suburra ripresa e poi diffusa. Con le dimissioni del potente capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri

Albino Ruberti, detto "Rocky", irascibile capo di gabinetto del Campidoglio nonché figlio di Antonio, ex ministro ed ex rettore della Sapienza. Sara Battisti, compagna del supermanager e consigliera uscente a caccia di voti per le prossime Regionali del Lazio. Francesco De Angelis, guru del Pd ciociaro e fino a ieri candidato per uno scranno alla Camera nel listino varato per il proporzionale per il terzo collegio del Lazio.

Dopo il video scandalo finisce l'era Ruberti, tra nomine forzate e mille dossier aperti. Lorenzo D'Albergo su La Repubblica il 20 Agosto 2022.  

Le dimissioni del capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri. Figlio dell'ex ministro socialista Antonio Ruberti, era entrato in Campidoglio con Veltroni

È la fine di un'era. Prematura per i sostenitori, fin troppo longeva per i detrattori. Al di là degli schieramenti, l'addio di Albino Ruberti al Campidoglio è uno di quei passaggi che promette di cambiare i connotati all'amministrazione capitolina. L'uomo dei mille dossier, dal termovalorizzatore in giù, non c'è più.

Nemmeno il sistema di gestione del potere che fino a venerdì si è retto tutto sulle sue spalle e che, si scopre in queste ore in cui esplodono più facilmente i rancori covati per mesi, non piaceva davvero a tanti.

La Suburra del Pd romano: partito del potere per il potere. Stefano Cappellini su La Repubblica il 20 Agosto 2022.

Tra rivalità e divisioni, orientarsi nella geografia della ventennale guerra di correnti locali è come entrare in un tunnel senza uscita

"Che poi dentro 'sta sezione se semo gonfiati pe' er compromesso storico, to'o ricordi Morico'?". Gonfiati a Roma sta per picchiati, al tempo in cui nelle sezioni del Partito comunista italiano ci si scannava sulla politica, a parlare era un militante della sezione Testaccio ripreso da Nanni Moretti nel documentario La Cosa, novembre 1989, dibattito congressuale su: restare comunisti o diventare cosa? Diventare cosa.

Albino Ruberti spiega le minacce: "Macché corruzione. Parlavamo della Roma e della Lazio. La lite per un rigore del derby". Lorenzo D'Albergo su La Repubblica il 19 Agosto 2022.  

La versione dell'ex capo di gabinetto di Gualtieri: "Sono un tipo abbastanza irascibile. Mi sono sentito offeso". E sullo schiaffo alla compagna Sara Battisti aggiunge: "Non è vero". La consigliera regionale: "Querelerò chiunque dirà una cosa del genere. È un affronto a una coppia e alla mia storia politica"

"Il calcio si è mescolato alla politica ed è andata a finire così". Se si chiede ad Albino Ruberti quale sia la vera miccia dell'esplosione di rabbia immortalata nel video da oltre 5 minuti che sta facendo il giro del web, la risposta è secca: "Non posso mica inventarmi altro. Parlavamo della Roma e della Lazio, della finale di Conference League e di un rigore non dato ai biancocelesti al derby.

Estratto dell’articolo di Lorenzo d'Albergo per “la Repubblica – Edizione Roma” il 20 agosto 2022.

È la fine di un'era. […] l'addio di Albino Ruberti al Campidoglio è uno di quei passaggi che promette di cambiare i connotati all'amministrazione capitolina. L'uomo dei mille dossier, dal termovalorizzatore in giù, non c'è più. Nemmeno il sistema di gestione del potere che fino a ieri si è retto tutto sulle sue spalle e che, si scopre in queste ore in cui esplodono più facilmente i rancori covati per mesi, non piaceva davvero a tanti. Sia in Comune che fuori. Questione di delibere. E soprattutto di nomine.

[…] Figlio di Antonio, dell'ex ministro socialista ed ex rettore della Sapienza, Albino mette per la prima volta piede in Comune quando il sindaco era Walter Veltroni. Sopravvissuto all'avvento della destra di Gianni Alemanno restando alla guida di Zètema, azienda controllata da Roma Capitale che si occupa di cultura, Ruberti è stato poi chiamato in Regione dal governatore Nicola Zingaretti quando l'amministrazione capitolina è finita nelle mani di Virginia Raggi. Infine il gran ritorno con Gualtieri e un contratto da 200 mila euro all'anno in virtù della laurea triennale nel frattempo ottenuta all'Uninettuno. Una scelta che teneva conto tanto del curriculum - LazioCrea, Teatro dell'Opera, Federculture e Civita Cultura - che delle intemperanze collezionate in passato dal dirigente.

Episodi che gli sono valsi un doppio soprannome. Per alcuni Ruberti è il « Pugile » , per altri « Rocky » . Appellativi figli di un filmato in cui il dirigente affronta a mani nude un gruppo di animalisti piombati a un comizio dem per contestare Zingaretti. Non l'unico comportamento sopra le righe. 

Il primo maggio 2020, in pieno lockdown, Ruberti è stato pizzicato dalla polizia a mangiare a casa di amici al Pigneto. Davanti agli agenti sembra sia partito un «lei non sa chi sono io». Simile, se non identico, a quello pronunciato dai figli del manager lo scorso 4 febbraio: 17 e 19 anni, erano stati fermati dai carabinieri per un controllo dopo aver parcheggiato male l'auto intestata al padre ai Parioli. Questioni private diventate pubbliche a causa del ruolo di Ruberti.

In Campidoglio, come dice un consigliere dem, ora è partito il «tutti contro Albino». E saltano fuori le prime censure sulle modalità utilizzate per le nomine dall'ormai ex capo di gabinetto. Un esempio? Da ieri circola una nota dell'ex collegio sindacale di Ama. Lo spoils system […] di solito si concretizza nel cambio del cda di un'azienda […] Nel caso della municipalizzata dell'ambiente, Ruberti ha però rimosso anche il collegio dei sindaci senza aspettarne la naturale scadenza. […]

Il posto di Ruberti per ora andrà all'attuale vice, Nicola De Bernardini. Ma si fa già il nome del nuovo possibile titolare. Potrebbe essere Andrea Baldanza, ex capo di gabinetto in Regione e magistrato della Corte dei Conti.

Estratto dell’articolo di L.d'A. e Cle.Pis. per “la Repubblica – Edizione Roma” il 20 agosto 2022.  

«Quel video è fuoco amico. Lo hanno offerto a noi in piena campagna elettorale, ma ci siamo rifiutati di diffonderlo. Non ci prestiamo a certi giochi. Ed ecco che alla vigilia della firma delle candidature e non solo scoppia la bomba». A parlare è un autorevole esponente del centrodestra di Frosinone, dove a giugno a raccogliere il testimone dal leghista Nicola Ottaviani è stato il sindaco azzurro Riccardo Mastrangeli. Una conferma a quella che è la principale ipotesi circolata ieri sulle immagini- shock in cui Albino Ruberti dà in escandescenze e si scaglia contro Vladimiro De Angelis, fratello dell'ex europarlamentare Francesco: uno strumento per compiere un regolamento di conti all'interno dei dem del Lazio.

Il video girato da mani ignote […] è stato reso pubblico il giorno prima dell'accettazione della candidatura da parte di Francesco De Angelis, presidente del potente Consorzio industriale del Lazio. Sembra che tra i dem in molti non vedessero bene la possibilità data all'esponente ciociaro del Pd di poter ottenere un seggio alla Camera e che soprattutto tanti da tempo stiano lavorando per ottenere l'influente poltrona dell'ente pubblico economico.

[…] De Angelis prova a resistere: «Ho rinunciato alla candidatura per evitare strumentalizzazioni, ma non al mio ruolo nel Consorzio[…]». Ma nel capoluogo ciociaro insistono. «Non sarà presidente quando inizierà la campagna elettorale per le regionali. Quel ruolo interessa a chi è più in alto», insistono.

De Angelis non sarebbe però l'unico obiettivo del video. La reazione scomposta di Ruberti sembra infatti destinata a pesare anche sul possibile candidato alla presidenza della Regione Lazio. […] Dietro la diffusione delle immagini della lite tra Ruberti, il sindaco di Giuliano di Roma, Adriano Lampazzi, e i De Angelis vi sarebbero dunque guerre per scalare il Consorzio industriale e per prendere il potere in Regione. Attriti che, sull'asse Frosinone- Roma, sono iniziati anche prima, quando Mauro Buschini mollò la poltrona di presidente del consiglio regionale dopo essere finito nella concorsopoli di Allumiere, da cui è stato prosciolto. Nel 2018 si era candidato insieme a Sara Battisti, compagna di Ruberti, ma l'idillio tra i due è finito. E non sarebbe stata vista bene neppure la vicinanza di De Angelis a Gasbarra dopo che a lungo era stato vicino a Leodori.

Ruberti e la Parentopoli del Pd laziale, così assumevano mogli e figli dei politici. Clemente Pistilli su La Repubblica il 23 Agosto 2022.

Dietro il Ruberti gate un sistema rodato che vede al centro uno dei commensali della cena di Frosinone, Francesco De Angelis detto "Il Cannibale" per palchi e voti

Tra partito, Comuni e società partecipate, chi a Frosinone è legato a un certo Pd sembra non rischiare la disoccupazione. Quella che va emergendo in Ciociaria è una sorta di parentopoli. E, stando alle indiscrezioni, sarebbero stati anche vecchi rancori e mire su incarichi e affari ad aver trasformato il primo giugno scorso una cena in rissa, con un furioso Albino Ruberti, ormai ex capo di gabinetto del sindaco di Roma, immortalato mentre urla e minaccia, in un video che da giorni imbarazza il Nazareno.

Il sistema sembra ben rodato e al centro c'è uno dei commensali, Francesco De Angelis, esponente del Partito democratico. "Parliamo di uomini di potere, ma non più di consenso", assicurano dagli ambienti dem ciociari. De Angelis, detto "Il Cannibale" per la voracità di palchi e voti, è alla guida del potentissimo Consorzio industriale del Lazio ed è membro della direzione nazionale del Pd. In precedenza, partendo dal Pci, è stato consigliere e poi assessore regionale, restando alla Pisana per tre legislature, ed europarlamentare.

Sfumato nel 2014 il bis a Bruxelles, subito è arrivata la poltrona consortile a Frosinone, diventata super quando il Consorzio è diventato unico. Il fratello Vladimiro è un affermato broker assicurativo, che ha fatto affari anche con l'Asl di Frosinone e con diversi enti locali.

C'è poi il sindaco di Giuliano di Roma, Adriano Lampazzi, assunto nel 2016 proprio nel Consorzio Asi ciociaro guidato da De Angelis, dopo aver lavorato prima in Regione, alla Bic Lazio, a Sviluppo Lazio e nell'azienda "Innova" della Camera di commercio del capoluogo ciociaro. L'unico stop lo avrebbe avuto quando aspirava al ruolo di capo di gabinetto del consiglio regionale e venne scartato dall'allora presidente Mauro Buschini, il consigliere dem che alle precedenti elezioni si era presentato insieme a Sara Battisti, compagna di Ruberti, e che dopo essere stato travolto dallo scandalo Allumiere sarebbe stato uno degli argomenti spinosi della serata del primo giugno.

"Parlavano anche di far fuori Mauro", assicura un esponente del Pd del frusinate. La moglie di Lampazzi lavora come segretaria di De Angelis, mentre quella di Vladimiro è stata assunta come psicologa sempre dall'Asl di Frosinone, con modalità contestate dall'Ugl salute Frosinone, che ha anche presentato un esposto alla Procura. La stessa Battisti, tra l'altro, prima dell'ingresso in consiglio regionale, ha sempre lavorato all'ombra del partito: funzionaria dei Ds, amministrativa della Multiservizi di Frosinone, funzionaria del Pd Lazio e collaboratrice al Parlamento europeo. 

Posti di lavoro in ambito politico non sarebbero però stati trovati soltanto ai commensali e ai loro congiunti. Il Consorzio è centrale per le stesse assunzioni. In molti si sono sistemati in fretta nella società AeA, creata dal consorzio per smaltire i fanghi dei depuratori e poi travolta dalle inchieste. Prima di licenziarsi lavorava lì anche la figlia del socialista Mauro Vicano, aspirante sindaco dem, bollato come impresentabile per i problemi nelle indagini che hanno coinvolto la Saf, altra società dei rifiuti, e alla fine passato a sostenere il centrodestra con Azione.

Ecco poi l'assessore di Isola del Liri, Massimo D'Orazio, assunto dal Comune di Guidonia grazie alla contestata graduatoria frutto della selezione fatta ad Allumiere, mentre Lucio Migliorelli, vicinissimo a De Angelis, è a capo della stessa Saf. Una selezione gestita dalla Comunità Montana di Arce ha portato infine a un'inchiesta su una presunta parentopoli a beneficio di esponenti dem e azzurri o loro parenti. Ma l'elenco sarebbe ancora lungo. "Ad Albino arrivavano continue richieste", giurano in Ciociaria. E forse per questo, sbraitando, quella sera di due mesi fa urlò: "Stavolta io Frosinone non la tollero più".

Francesco Grignetti per “La Stampa” il 23 agosto 2022.

Sarà forse nata sul serio per una questione calcistica, la lite furibonda di Frosinone. Ma chiaramente c'è molto altro di mezzo. Lo ammette uno degli stessi partecipanti, Francesco De Angelis: «C'era chi aveva bevuto, chi era alterato e problemi già latenti si sono accesi con quella miccia calcistica». E allo stesso modo, l'inchiesta penale della procura di Frosinone, partita formalmente ieri con l'acquisizione del video dello scandalo, parte da un reato piccolo, «minacce», ma chissà dove può arrivare. 

La squadra mobile di Frosinone ha già avuto indicazione da parte del magistrato di ricostruire chi c'era, quella sera alla tavolata del ristorante «Da Plinio». Raccontano che fossero almeno venti i commensali. Ed era una cena di politici del Pd, che si erano dati appuntamento dopo il comizio in città di Enrico Letta.

Accadeva il 1° giugno scorso. E il piatto forte erano le future candidature, alle Regionali e alle Politiche, che pure in quel momento non sembravano così vicine. Ma proprio perché un po' distanti, era il momento di registrare le cordate e i pesi specifici. 

Ed è stato in quel contesto che qualcuno deve avere usato parole inopportune con Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco Gualtieri a Roma, ma anche molto intimo con Nicola Zingaretti alla Regione Lazio, e per di più compagno di Sara Battisti, consigliera regionale. Il famoso «Me te compro» che l'ha fatto uscire dai gangheri. 

E siccome Ruberti inveiva soprattutto contro Vladimiro De Angelis, il fratello di Francesco, assicuratore Unipol di mestiere, forse l'unico non politico ammesso a quel tavolo, molti sospettano che c'entrino le polizze, in Comune, alla Regione, alle Asl.

Per la magistratura c'è materia su cui indagare, insomma. E ci sono famelici avversari politici alla finestra. «Ce lo stiamo domandando tutti, cosa ha scatenato la reazione di Ruberti. Davvero ci vogliono far credere che ci siano solo questioni di calcio? La cosa inquietante è che anche la destra capitolina andava a braccetto con Ruberti, lo sanno anche i muri. Forse è per questo che sostanzialmente fa finta di nulla», sostiene il vicepresidente dell'Assemblea capitolina, Paolo Ferrara, M5S.

«L'interrogativo vero è: cosa si nasconde dietro a una reazione di questo genere? Io sono stata 41 anni in magistratura, è un'offesa alla nostra intelligenza pensare che dietro frasi come "me te compro", "inginocchiati", "devi venire a chiedere pietà", ci siano questioni di tipo calcistico», afferma Simonetta Matone, capogruppo della Lega in Assemblea Capitolina.

E intanto, scorrendo le liste del Pd presentate alla Corte di Appello di Roma, è ufficiale che il consigliere regionale Enrico Panunzi sarà candidato al posto di Francesco De Angelis, già parlamentare europeo, ad oggi presidente del consorzio industriale del Lazio, costretto a rinunciare. «Con Ruberti - dice l'ormai ex candidato - mi sono chiarito il giorno dopo, è stato lui a chiedere scusa. Se ho fatto un passo indietro, politicamente parlando, lo devo solo al rispetto che nutro per il partito. 

La gente qui a Frosinone mi conosce, cammino a testa alta. Ho ritirato la mia candidatura al Parlamento per evitare che la campagna elettorale si focalizzi su questa assurda vicenda, colpa delle solite facili strumentalizzazioni. Un attacco costruito sul nulla. Chi ha mandato il video? Non ci voglio neanche pensare».

Estratto dall'articolo di Simone Canettieri per “Il Foglio” il 23 agosto 2022.

“Per fortuna che il Giubileo è stato messo in sicurezza a tempo debito”. Segue un lungo sospiro di sollievo fra i corridoi di Palazzo Chigi. Da dove non arriva alcun commento ufficiale al video pubblicato dal Foglio giovedì sera in cui si vede l’ormai ex potente capo di gabinetto del Comune di Roma, Albino Ruberti, scagliarsi nella notte di Frosinone contro due persone, minacciando loro così: “Inginocchiatevi! Vi ammazzo! Vi sparo! Tu a me mi ti compri?”. 

Una vicenda torbida – forse di polizze Unipol e preferenze Pd per le prossime regionali visti i protagonisti coinvolti – ancora tutta da chiarire. Ma che restituisce  uno spaccato non proprio edificante del Campidoglio e della politica capitolina.

Per Mario Draghi, che non vuole certo entrare in queste beghe ed è tutto concentrato sul discorso di domani al Meeting di Rimini, questa storia ha rappresentato forse  una conferma. Il Comune di Roma rimane una foresta pietrificata. Non a caso la grande partita della gestione dei fondi del Giubileo 2025 è stata totalmente tolta dalle mani dell’amministrazione.   

Gualtieri è stato nominato sì commissario straordinario dell’evento, come vuole la prassi,  ma l’intera macchina che gestirà i fondi (1,3 miliardi di euro) e gli appalti delle opere sono in capo a una società interamente partecipata dal ministero dell’Economia e che sarà presieduta da Matteo Del Fante, attuale ad di Poste Italiane. […]

La vicenda di Ruberti – subito sostituito dal sindaco con il consigliere della Corte dei conti  Alberto Stancanelli – ha così in qualche modo rafforzato la convinzione dalle parti di Palazzo Chigi che il Campidoglio rimane  un mondo complicato e pieno di insidie. Con cui bisogna collaborare (il governo è caduto ufficialmente per il termovalorizzatore capitolino), mantenendo sempre le distanze. […]

LA LETTERA: «NON MI VOLEVANO CORROMPERE». «Inginocchiati, io lo sparo!» Si dimette l’uomo di Gualtieri. NELLO TROCCHIA su Il Domani il 19 agosto 2022

La scena in stile Suburra costa caro ad Albino Ruberti, capo di gabinetto di Roberto Gualtieri, sindaco di Roma. Ruberti e il suo sistema di relazioni e potere crollano dopo la pubblicazione di un video nel quale parla attingendo a pieni mani dal frasario criminale.

«Ti ammazzo», «ti devi inginocchiare», «ti sparo», dice Ruberti, il fedelissimo di Gualtieri e prima ancora di Nicola Zingaretti, conosciuto come Rocky per le sue sortite fuori luogo, i modi burberi, ma insostituibile tessitore di rapporti e reti di potere.

Quella scena, a guardarla bene, appare l'intemerata reazione a una richiesta proveniente dai commensali e che sembrerebbe la causa della furibonda e violenta risposta, ma gli interessati a Domani negano.

LA RICOSTRUZIONE. Il caso Albino Ruberti: cosa è successo e le ipotesi sulla lite. Il Domani il 20 agosto 2022

Chi è Albino Ruberti e i personaggi che erano con lui nel video in cui urla «vi ammazzo», che hanno portato alle sue dimissioni da braccio destro di Gualteri

Albino Ruberti si è dimesso ieri da capo di gabinetto del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, a causa di un video, girato il 1 giugno scorso e pubblicato giovedì sera dal Foglio, in cui minaccia in preda all’ira un altro esponente del Partito democratico, Francesco De Angelis ex europarlamentare e consigliere regionale del Lazio e suo fratello Vladimiro De Angelis assicuratore dell’Unipol.

Il video è stato girato a Frosinone, fuori da un ristornate, e ritrae Ruberti,  la compagna e consigliera regionale del Pd, Sara Battisti e Francesco De Angelis, vicino ad una macchina in tarda serata dopo una cena, mentre Ruberti minaccia De Angelis. 

Nel video si sente chiaramente Ruberti urlare «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T'ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due». Nel finale si sente un altra voce che dice «Stanno a chiama i carabinieri, guarda che c... di scena». Però la chiusura del video è di Ruberti che continua «Dillo a tuo fratello! E Adriano!».

Secondo il Foglio, un esponente del centrodestra ciociaro ha raccontato che il video era stato offerto anche a loro, per pubblicarlo durante la campagna elettorale per le passate amministrative (non a Roma) ma che loro avrebbero rifiutato.

Dunque, l’ipotesi di cui si discute in molti mondi politici vicini al Pd è che il video sia stato rimesso in circolazione ora da una fazione opposta a quella dei presenti e che quello da colpire sarebbe stato De Angelis, che si è dimesso dalla corsa alle politiche ma mantiene il suo posto in un consorzio a Frosinone.

Secondo i retroscena di oggi, il vero oggetto dello scontro sarebbe politico, visto che tutti i personaggi presenti alla cena hanno ruoli politici nel Pd laziale.

Albino Ruberti è il potente braccio destro di Gualtieri e lo è stato di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio, la sua compagna Sara Battisti è una consigliera regionale del Pd che punta a ricandidarsi in regione.

Dei fratelli De Angelis, Francesco uno degli uomini forti del Pd di Frosinone, è a capo del Consorzio per lo sviluppo industriale di Frosinone ed era candidato in posto eleggibile nel listino proporzionale del Lazio del Pd alla Camera, da cui ha fatto un passo indietro. Vladimiro, invece, è un broker assicurativo, che offre polizze sanitarie in tutta l’area intorno a Frosinone.

Adriano tirato in causa dalle urla di Ruberti, infine, è Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Lui nel 2016 è stato assunto dal Consorzio industriale Asi di Frosinone, guidato proprio da Francesco De Angelis.

L’ipotesi è che il tema della discussione, prima che degenerasse, fossero le candidature alla regione Lazio nel marzo 2023. I protagonisti del video, infatti, erano a cena dopo un evento elettorale a Frosinone insieme ad altri sindaci della zona.

Ieri è stata aperta un’indagine dei carabinieri di Frosinone, che effettivamente erano già stati chiamati sul posto nel momento della lite, ma non avevano trovato più nessuno. Ora hanno acquisito il video. Rimane infatti ancora poco chiaro il passaggio in cui Ruberti parla di un possibile tentativo di corruzione «questo ha detto che me se compra».

Ruberti e la compagnia Battisti in più occasioni, nonché nelle lettere di dimissioni dello stesso Ruberti, hanno ribadito che la lite riguardava vicende calcistiche di rivalità tra Roma e Lazio, «un rigore non concesso ai biancoazzurri», dice Ruberti. La ricostruzione però non convince le opposizioni in Campidoglio e gli inquirenti. 

CHI È RUBERTI

L’ ormai ex capo di gabinetto della giunta Gualtieri, 54 anni, era già conosciuto come una persona tosta, chiamato da molti “er pugile”. Era stato scelto per per tenere le redini della segreteria in Campidoglio da Gualtieri, dopo aver fatto lo stesso per tre anni in Regione al servizio di Zingaretti. 

Ruberti è inoltre il figlio dell'ex rettore dell'università Sapienza di Roma nonché ex ministro dell'Università e ricerca scientifica. Nel 1998, a soli trentatré anni è diventato amministratore delegato di Zétema Progetto Cultura, partecipata al cento per cento del comune. Incarico che ha ricoperto per sedici anni, poi nel 2014 ha assunto anche la carica di presidente fino al 2017. Laureato in Beni culturali prima di entrare in politica a tempo pieno, il suo lavoro è sempre stato legato al mondo della cultura. 

Non è nuovo a episodi controversi. Nel maggio 2020 infatti fu, in pieno lockdown, sorpresero dai carabinieri ad una festa in un appartamento di via Macerata al Pigneto. Alle contestazioni degli agenti, Ruberti rispose «lei non sa chi sono io». Un episodio analogo poi avrebbe riguardato i figli di Ruberti, 15 e 17 anni, che fermati sempre da una pattuglia dei carabinieri per un controllo dei documenti avrebbero risposto nella stessa maniera del padre. 

IL CASO RUBERTI AGITA IL LAZIO. La Asl di Frosinone si mette a disposizione dei pm per verificare la trasparenza le polizze sanitarie. GIULIA MERLO su Il Domani il 20 agosto 2022

Dopo l’articolo di Domani, che raccontava il caso Ruberti ed evidenziava che Vladimiro De Angelis ha un affidamento con l’asl di Frosinone, è arrivata la nota della Asl.

Nuovi strascichi in seguito al caso di Albino Ruberti, l’ormai ex capo di gabinetto del sindaco di Roma, che si è dimesso dopo la pubblicazione di un video in cui litigava ferocemente con Vladimiro De Angelis, che si occupa di polizze assicurative in ambito sanitario e il fratello Francesco, titolare del Consorzio per lo sviluppo industriale di Frosinone ed era candidato in posto eleggibile nel listino proporzionale del Lazio del Pd alla Camera, da cui ha fatto un passo indietro.

Dopo l’articolo di Domani, che raccontava il caso Ruberti ed evidenziava che Vladimiro De Angelis ha un affidamento con l’asl di Frosinone, è arrivata la nota della Asl.

Il direttore generale della Asl di Frosinone, Angelo Aliquò, ha disposto immediatamente una verifica su richiesta dell'assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D'Amato. «Da questa è emersa che l'Azienda Sanitaria Locale, come tutte le aziende del Servizio Sanitario, ha stipulato contratti con diverse compagnie assicurative con gare regolarmente espletate», ha comunicato.

«L'ultima risale al 2021 - prosegue la nota -, quando attraverso questa procedura sono stati assegnati vari lotti ad altrettante compagnie primarie europee, anche con risparmi rispetto alle situazioni precedenti, evitando affidamenti diretti e proroghe infinite come era consuetudine prima di allora».

Aliquò si è messo a disposizione della magistratura per fornire «qualsiasi documento necessario».

F. Fia. per il “Corriere della Sera – Edizione Roma” il 25 agosto 2022.

L'agenzia assicurativa Unipol Sai di Vladimiro De Angelis, il broker minacciato nella telefonata che ha portato alle dimissiono del capo di gabinetto del sindaco di Roma, Albino Ruberti, ha ottenuto polizze per oltre 1,6 milioni di euro dalla Asl di Frosinone senza che i rinnovi periodici siano stati sottoposti a gara. È quanto rivela la agenzia di stampa AdnKronos che afferma di essere in possesso del documento che attesta le ripetute proroghe del contratto nel periodo che va dal 2014 al 2019. 

I rinnovi deliberati senza gara porterebbero la firma del commissario straordinario dell'Asl stessa, Luigi Macchitella. A rivelare l'esistenza di questo documento sarebbe il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, dopo le verifiche effettuate su richiesta dell'assessore alla Sanità della Regione, Alessio D'Amato.

Il primo contratto di assegnazione avrebbe la data del 31 dicembre 2014 con due anni di validità, rinnovabili al massimo per altri due per un importo complessivo annuo di 361.593 euro. Nel dicembre del 2018 però sarebbe intervenuta una proroga di sei mesi alle stesse condizioni e poi di nuovo nel 2019 per un totale di premi incassati nell'intero periodo pari a 1.631.802 euro. 

Nessuna irregolarità sarebbe invece emersa in merito alla stabilizzazione come psicologa interna alla Asl della moglie di De Angelis, dopo le voci su presunti favoritismi che le sarebbero derivati dall'essere cognata di Francesco De Angelis, fratello di Vladimiro ed ex assessore regionale alla Sanità, nonché ex europarlamentare e membro della direzione nazionale del Pd.

I due fratelli De Angelis erano entrambi presenti alla cena presso la Taverna di Plinio nella quale si è consumata la lite con Ruberti.

Sebbene i presenti abbiano ricondotto i motivi dello scontro a ragioni di rivalità calcistica, sull'ipotesi che fosse invece in corso uno scambio di favori politico-elettorali è stato aperto un fascicolo d'indagine dalla procura di Frosinone. 

Il pm Adolfo Coletta e il capo della Mobile, Flavio Genovesi, hanno già sentito i dieci commensali come persone informate dei fatti e presto ascolteranno anche i protagonisti della vicenda, divenuta un caso nazionale perché ripresa dal telefonino di un abitante di zona.

Assieme ad Albino Ruberti, costretto a immediate dimissioni per le sue frasi di minaccia verso Vladimiro De Angelis (dopo quell'equivoco «Me te compro» da lui rivoltogli), c'era la compagna Sara Battisti (consigliere regionale del Pd) e il sindaco di Giuliano di Roma, Adriano Lampazzi. Francesco De Angelis è attualmente il presidente del Consorzio industriale del Lazio.

Una frase certamente poco elegante, ma che in nessun modo può essere interpretata come corruttrice. Non c'è stata nessuna proposta indecente, anche perché eravamo in un contesto pubblico», ha sostenuto Vladimiro De Angelis nei giorni scorsi in una intervista al Corriere della Sera . 

Paolo Foschi per “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 26 agosto 2022.

La lite su un rigore negato c’era stata davvero, ma dietro la sfuriata con minacce di morte di Albino Ruberti nell’ormai nota cena di Frosinone ci sarebbe uno scontro tutto interno al Pd sulle liste elettorali e sulla corsa alla successione di Nicola Zingaretti in Regione. E’ quanto emerge dalle letture delle chat dei partecipanti a quella serata costata il posto all’ormai potentissimo ex capo di Gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, come ricostruito da La Verità.

L’antefatto risalirebbe al 18 maggio, quando a un evento politico organizzato da Mauro Buschini, ex presidente del Consiglio regionale costretto alle dimissioni dallo scandalo delle assunzioni pilotate ad Allumiere, viene annunciata la partecipazione di Daniele Leodori, vicepresidente del Lazio, che vorrebbe correre alle prossime amministrative, mentre Ruberti - ricostruiscono fonti nel Pd - punterebbe su Enrico Gasbarra. 

Nella locandina dell’evento compaiono anche i nomi di Francesco De Angelis, uomo forte del Pd ciociaro e presente alla cena della lite furiosa, e soprattutto Sara Battisti, consigliera regionale e compagna di Ruberti. La sera stessa l’ex capo di Gabinetto del Campidoglio su Whatsapp va all’attacco: «quello che è successo stasera non va bene, come non va bene presenza di Leodori. Così si gioca sporco, Sara non lo merita».

E, ancora: «Sara non lo merita, io non sarò neutrale». De Angelis, raccontano fonti nel Pd, avrebbe cercato di calmare Ruberti, senza successo. «Di Frosinone non mi occupo più, andate a chiedere a Zingaretti, Buschini e Leodori» la risposta. 

Si arriva così in un clima carico di tensione alla cena di inizio giugno. Dopo l’evento elettorale di Enrico Letta, Ruberti, Angelis e altri esponenti locali del Pd si ritrovano insieme a tavola alla Taverna di Plinio. E mentre si parla di calcio, del derby del 26 settembre e di un rigore non concesso alla Roma, esplodono rabbia e malcontento. «Ma come fai ad aver visto il fallo da rigore che sei sempre ubriaco» dice Ruberti a Adriano Lampazzi, che a a sua volta replica e i toni salgono. Si arriva quasi alle mani.

 I due escono dal locale e la lite continua, fino all’intervento di Vladimiro De Angelis, fratello di Francesco e assicuratore (con contratti con le Asl laziali, come si vedrà successivamente), che prova a fare da paciere. «Vi rovino, ve la faccio pagare» fino alla sequela di minacce ripresa nel video rilanciato poi dal Foglio. A fatica i litiganti vengono separati.

E inizia lo scambio di messaggi in chat che permette di inquadrare meglio l’accaduto. I primi sono di Ruberti per Lampazzi: «Io parlavo di calcio, non ti permettere più di parlare con me». E poi: «In una discussione di calcio hai fatto questo, facendo sentir male Sara. Io a te ho dato solo amicizia, vergognati». 

Passa qualche ora e alle 13.21 del giorno seguente Ruberti scrive ancora a Lampezzi: «Ti chiedo scusa se ho toccato una tua sensibilità, ma era una battuta sul derby e su un rigore. Dopodiche la tua reazione è stata incomprensibile e offensiva. Io per te ho sempre avuto solo pensieri positivi e ti ho sempre considerato un amico a cui ho aperto tutte le porte, compreso la mia famiglia. Sono incredulo e non meritavo quella reazione».

Lampazzi risponde: «Caro Albino, io ho esagerato nella mia reazione ma mi sono sentito offeso essere preso da ubriacone. Detto questo anche per me valgono le stesse cose, ho osannato il tuo nome ovunque e anche io ti ritengo un amico. Abbiamo sbagliato entrambi e dobbiamo recuperare perché soprattutto Sara non merita questo. Scusami». Ruberti nelle stesse ore scrive anche a De Angelis: «Ti chiedo scusa, ho sbagliato a non andarmene. E’ evidente che ci sono problemi più profondi e nei quali non voglio entrare, perché per me conta prima di tutto Sara. Non posso vederla star male per colpa mia».

«Sono sconvolto, non riesco a capire perché tutto questo» risponde De Angelis, «non ho dormito tutta la notte. Mi sembra tutto così assurdo anche perché non vedo i motivi e nemmeno ne capisco le ragioni. Abbiamo offerto uno spettacolo indegno e indecoroso alla città. Ma la cosa che più mi rattrista è vedere andare in frantumi senza alcuna ragione rapporti di amicizia così belli e così veri. 

Quello che è successo fra te e Adriano è davvero assurdo e incomprensibile. Non mi sembra vero e non riesco a crederci. Stai vicino a Sara che non merita di vivere questi momenti così brutti. Ieri mi ha fatto male vederla insieme a Federica piangere e soffrire per tutto quello che stava succedendo. Prendiamoci qualche giorno e poi parliamone insieme per quale ragione cova tutta questa ingiustificata e immotivata rabbia e cerchiamo ognuno per la sua parte di riportare serenità e sorriso a tutto il gruppo. Un abbraccio ti voglio bene e oggi sto male per quello che è successo».

Il giorno dopo, siamo al 3 giugno, dopo entra in scena direttamente Sara Battisti, scrivendo a De Angelis. «Questa tensione si è generata intorno a un conflitto fra me e Mauro (Buschini, ndr). Io no ho l’ansia di restare a fare questo mestiere, posso reinventarmi daccapo. A questo punto rifletto un po’ su cosa fare ma non escluderei che possa fare un passo indietro così tutti tornano a vivere serenamente. Soprattutto chi ha degli obiettivi da raggiungere e vede me come un ostacolo». 

La replica di De Angelis: «Il problema non è il conflitto e nemmeno la tensione. Il problema è che la situazione è degenerata a un livello talmente basso che si arriva senza motivi e senza ragione a fare quello che è successo l’altra sera. Io oggi davanti al proprietario del locale mi sono vergognato e ho chiesto scusa per tutti. E quando succede questo il problema non è più il conflitto fra te e Mauro. C’è qualcosa di molto più profondo che non va e che riguarda le singole persone e i loro comportamenti».

Ruberti, parla la moglie Sara: «Colpiti da dentro il Pd con quel video al veleno. Non siamo noi a tramare». Virginia Piccolillo su Il Corriere della Sera il 27 Agosto 2022.

Parla Sara Battisti la moglie dell’ex capo di gabinetto di Gualtieri: «Un grande dispiacere» 

Sara Battisti, altro che calcio: su quell’«inginocchiati o ti ammazzo», urlato dal suo compagno, Albino Ruberti, si sono fatte molte ipotesi, anche di un ricatto.

«Quale ricatto?»

Lei può fare delle ipotesi?

«Io e Albino siamo trasparenti. Diciamo sempre la verità, forse scomoda per qualcuno».

A cosa e a chi si riferisce?

«Non lo so. Ma provo un dispiacere profondo all’idea che qualcuno possa aver costruito ad arte questa cosa per colpire qualcun altro. Qualcuno magari persino nel mio partito. E mi chiedo perché, invece di affrontare un dibattito, fai una roba del genere...».

Ripartiamo dalla lite. Si parlava di politica o calcio?

«Eravamo in campagna elettorale per il sindaco di Frosinone. C’era stata un’iniziativa con Enrico Letta».

C’era anche lui?

«No, no. Si era fatta ora di cena e siamo andati a mangiare tutti insieme. È normale che parlassimo di politica, e delle future elezioni regionali. C’erano diversità di vedute tra noi “zingarettiani” che sosteniamo Gasbarra e chi invece voleva appoggiare la candidatura che c’era appena stata di Leodori».

Sulle chat pubblicate da La Verità sembra che lei fosse entrata in rotta di collisione con il consigliere regionale Mauro Buschini. Lui dicendo «non porto neanche un voto a Sara» avrebbe irritato Ruberti. Non è così?

«Che ci fossero diversità di vedute sì. Ma screzi no. È una ricostruzione che non sta in piedi. Da quando Albino ha lasciato la Regione non si vede più con Mauro. Quando glielo avrebbe detto?».

All’evento elettorale?

«Io c’ero. Albino no».

E a lei non l’ha detto?

«Assolutamente, mai. Ma poi era maggio. Le Regionali erano lontane. Infatti Albino diceva: perché vi scontrate su questa cosa che ancora non esiste? Ma la sua non era un’ingerenza politica. Sono la sua compagna, se anche facesse l’operaio Fiat direbbe la sua su di me».

Quella sera l’ha detta?

«Sì. Ma non esiste questa trama che ci si sta costruendo sopra».

Che trama?

«Che si stava organizzando una campagna elettorale con scambio tra voti e polizze assicurative».

Ecco, le polizze. Lei e Buschini siete consiglieri della Regione Lazio che ha acquistato polizze da Vladimiro De Angelis...

«Sì, ma sono stati già fatti controlli. È tutto regolare».

Nelle chat si dice che lei dopo la lite era in lacrime.

«Adriano Lampazzi è il marito della mia migliore amica. E a vederlo litigare in quel modo con Albino per una cavolata...».

Quale: il gol o altro?

«Parlavano del gol, Albino gli ha detto una cosa tipo: “Ma hai bevuto?”. E lui è impazzito. Gli ha urlato di tutto»

Ma come si arriva al “Me te compro” di Vladimiro?

«Vladimiro era lì perché era passato con la moglie a salutare il fratello, Francesco. Non era solito frequentarci. Ha provato a calmarli».

Offrendo qualcosa?

«Ma no! Quello è un modo di dire. Lui era seccato perché non smettevano. E ha detto: “Basta. Non me ne frega niente delle vostre liti. Io faccio un altro mestiere. Io me te compro”. Tutto il resto è inventato di proposito. Anzi spero che, se ci sono altri video, vengano fuori così si chiarisce la verità».

Perché teme un complotto?

«Leggo che l’ex sindaco di Frosinone dice di aver visto il video. E che avevano provato a darlo anche a ”loro”, e mi domando chi? A che scopo? E se penso che può essere qualcuno del mio partito qualche domanda me la faccio...».

Che domanda?

«Vale la pena?».

E che si risponde?

«Non sono fra quelli ossessionati dalla politica. Sono fortunata ma per la politica non ho fatto un patto col diavolo...». 

Estratto dall'articolo di Clemente Pistilli per “la Repubblica - Edizione Roma” il 26 agosto 2022.

"Ti chiedo scusa se ho toccato una tua sensibilità ma era una battuta sul derby e su un rigore". A una settimana dallo scandalo del video sulla lite esplosa il primo giugno scorso a Frosinone, nel corso di una cena tra gli esponenti del Pd vicini all'ex europarlamentare Francesco De Angelis e l'ormai ex capo di gabinetto del Campidoglio, Albino Ruberti, spuntano fuori i messaggi che si sono scambiati i protagonisti di quell'appuntamento finito in rissa. A pubblicarli La Verità e Il Fatto quotidiano. [...] 

Ed ecco che a tal fine sono stati resi pubblici i messaggi che Ruberti si è scambiato con il sindaco di Giuliano di Roma, Adriano Lampazzi, con cui aveva discusso il primo giugno prima di azzuffarsi con i De Angelis, oltre a quelli con lo stesso De Angelis, in cui parlavano anche di Gasbarra e Leodori, oltre a quelli della Battisti. Una strategia, a quanto pare, per cercare di svelenire il clima e che sarebbe stata messa a punto il 25 agosto scorso a Fiuggi.

I primi messaggi tra l'ex capo di gabinetto, detto "Rocky", e De Angelis, detto "Il Cannibale", riguardano il futuro governatore: "Quello che è successo stasera non va bene, come non va bene la presenza di Leodori. Così si gioca sporco. Sara non lo merita. Io non sarò neutrale". 

Ancora: "Da oggi faccio solo cose per Sara e che mi dice Sara. Andate a chiedere a Zingaretti, Leodori, Buschini. Io mi occupo solo di Roma e di quello che mi pare. Con me non si può giocare, per me esiste solo essere diretti". Poi quelli con Lampazzi dopo la lite: "Io parlavo di calcio. Non ti permettere mai più di parlare con me. In una discussione di calcio hai fatto questo facendo sentire male Sara. Io a te ho dato solo amicizia, vergognati". 

Per passare a quelli più morbidi, dopo qualche ora: "Ti chiedo scusa se ho toccato una tua sensibilità, ma era una battuta sul derby e su un rigore. Dopodiché la tua reazione è stata incomprensibile e offensiva". Lampazzi: "Caro Albino, io ho esagerato nella mia reazione ma mi sono sentito offeso essere preso da ubriacone. Detto questo anche per me valgono le stesse cose, ho osannato il tuo nome ovunque e anche io ti ritengo un amico. Abbiamo sbagliato entrambi e dobbiamo immediatamente recuperare".

Resi pubblici pure i messaggi tra Ruberti e De Angelis. L'ex capo di gabinetto: "Ti chiedo scusa, ho sbagliato a non andarmene. È evidente che ci sono problemi più profondi nei quali non voglio entrare, perché per me conta prima di tutto Sara". De Angelis: "Sono sconvolto, non riesco a capire perché tutto questo".

Di più: "Abbiamo offerto uno spettacolo indegno e indecoroso alla città". Infine la Battisti a De Angelis: "Questa tensione si è generata intorno a un conflitto tra me e Mauro. Io non ho l'ansia di rimanere a fare questo mestiere, posso reinventarmi daccapo". Ma De Angelis la frena: "C'è qualcosa di molto più profondo che non va e che riguarda le singole persone e i loro comportamenti". E proprio su eventuali problemi più profondi della cena finita in rissa sta indagando la Procura.

Paolo Gianlorenzo per “la Verità” il 24 agosto 2022.  

Contrariamente a quanto raccontato, il video che è costato ad Albino Ruberti l'incarico di capo di gabinetto del Comune di Roma, non è stato girato da un appartamento che affaccia sopra al ristorante La taverna, situato nel centro di Frosinone, ma in una strada attigua, via Cavour. E i dettagli del video consentono di identificare con una certa precisione il punto della strada in cui è stato girato. 

Via Cavour è una strada in discesa, a senso unico, caratterizzata da una pavimentazione con lastre di pietra che la distingue da via Minghetti, dove si trova il ristorante e che è collegata con via Cavour da un paio di vicoletti pedonali, proprio ai lati della Taverna.

Ed è la pavimentazione che consente di collocare la parte iniziale della ripresa del video in un tratto di via Cavour, caratterizzato da uno slargo sulla destra, dove si trovano dei parcheggi a spina di pesce, gli unici della strada, ancora contrassegnati dalle strisce gialle che li destinavano alla Guardia di finanza. Ma quella finestra non è l'unica che si vede nel video.

Negli ultimi frame, infatti, la videocamera inquadra, da sopra e da vicino, all'interno di un vicolo, un lampione e una grondaia avvolta da filo spinato. L'inquadratura sembra realizzata da una finestrella al primo piano. Qui abita un sindacalista, Franco De Bellis. Gli abbiamo fatto notare i particolari che potrebbero essere stati ripresi col telefonino dal suo ballatoio, dove si trova un bagno di servizio. Lui nega e dice che potrebbe essere stata la signora che gli abita sopra.

De Bellis non è accusato di niente. Ha fatto quello che fanno tutti oggi. Riprendono risse e discussioni e mandano lo scoop fai da te a questo o quell'amico.

Il sindacalista è anche un professore di ginnastica, gioca a calcetto con i suoi coetanei e tra i suoi compagni di divertimento c'è anche Mauro Buschini, ex presidente del Consiglio regionale, costretto alle dimissioni per la Concorsopoli di Allumiere, ma anche altri politici assai noti in Ciociaria. 

Fonti del Pd di Frosinone indicano De Bellis come un sostenitore della campagna elettorale di Mauro Vicano, candidato civico fuoriuscito dal Pd e sostenuto anche da Azione, il partito fondato da Carlo Calenda. Secondo quanto hanno riferito le stesse fonti alla Verità, la finestrella nel vicolo sarebbe del suo appartamento.

E proprio tra i sostenitori di Vicano avrebbe iniziato a circolare il video, girato la sera del primo giugno, dopo un evento elettorale a cui aveva partecipato anche il segretario del Pd Enrico Letta. Contattato dalla Verità De Bellis, quando gli abbiamo chiesto come mai alcune fonti lo indicassero come l'autore del video, ha capito al volo a quale filmato ci riferissimo, ma ha provato ad allontanare da sé i sospetti: «Non lo so proprio dire, anche perché mi pare che quando è successo io stavo fuori, stavo con tutti quanti fuori, non stavo nemmeno a Frosinone». 

L'uomo ha negato di avere il video sul suo telefonino, ma ha ammesso di averlo visto mentre passava di mano in mano: «Io l'ho visto, sì, logico, girava, ma l'ho visto dopo, successivamente». Quando gli abbiamo chiesto se avesse davvero sostenuto Vicano, la risposta è stata evasiva: «Io non mi sono nemmeno candidato».

De Bellis, che ci ha raccontato di essere stato un consigliere di circoscrizione del Pd-Ulivo, adesso è un sindacalista della Confsal, sindacato autonomo moderato. Prima di salutarci, De Bellis lancia una bomba: «Da quello che mi risulta, io non lo so perché ci sono diversi video, ci stanno pure altri che girano. Così mi hanno detto. Davanti al ristorante». 

Poi ribadisce di non essere stato a Frosinone: «Che poi io il 2 giugno io stavo giù al paese con la famiglia, siamo tornati il quattro, perciò». Ma, come detto, il video risale al giorno precedente. Ma chi poteva avere interessi a far uscire quel video sui giornali?

Lo abbiamo chiesto a Vicano, compagno di calcetto di De Bellis e uno dei principali sospettati della diffusione del filmato, anche perché la sua candidatura a sindaco del Pd era stata stoppata per i suoi problemi giudiziari.

Ma lui nega: «Se avessi voluto danneggiare il Pd, quel filmato lo avrei fatto uscire durante la campagna elettorale o prima del ballottaggio tra Domenico Marzi e Riccardo Mastrangeli. La manina va cercata altrove, a Roma. Anche perché quel video lo hanno visto pure in Regione». Da quando ha iniziato a circolare il famoso video della lite tra Ruberti, Vladimiro De Angelis (assicuratore fratello del politico dem Francesco) e Adriano Lampazzi (sindaco di Giuliano di Roma) si è detto e scritto di tutto.

La Procura della Repubblica di Frosinone ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di minacce. Ma perché quel gruppo di (ex?) amici per poco non è venuto alle mani? Anche questo non è ancora stato chiarito. Proviamo a farlo noi grazie ad alcuni testimoni diretti di quanto accaduto quella sera. A Frosinone si vota. Dopo il comizio di Letta, il gruppo di amici decide di andare a cena per definire le strategie in vista delle regionali. La comitiva, a fine serata, dopo qualche bicchiere di troppo, discute animatamente per una partita, ma non di calcio, come ci hanno voluto far credere, bensì politica. 

Le squadre in campo fanno capo al vicepresidente della Regione Lazio e assessore al Bilancio Daniele Leodori e all'ex presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra. Ruberti, per motivi politici e anche sentimentali, vuole blindare la compagna Sara Battisti, consigliera regionale. Dall'alto, cioè da parte di Goffredo Bettini, l'ordine di scuderia è categorico: «Gasbarra deve essere il successore di Zingaretti».

La Battisti per essere riconfermata alla Pisana ha bisogno di una spalla forte. E questa viene individuata in Buschini. Il quale non gode delle simpatie di Ruberti, che nelle dimissioni dell'ex presidente del Consiglio regionale ha avuto una qualche parte. È però il figlioccio politico di De Angelis. L'obiettivo della cena è quello di trovare un modo indolore per fare pace. Mettere insieme Mauro e Sara non è difficile. Il problema è scegliere il capitano della squadra. 

Da una parte Ruberti sta con Gasbarra, dall'altra De Angelis spinge per Leodori. Gli animi si scaldano quando l'ex capo di gabinetto rivendica il grande lavoro fatto al fianco di Zingaretti in Regione per riunire i vari consorzi industriali (Roma, Frosinone, Latina e Rieti) in uno unico mantenendo alla guida De Angelis. Un personaggio che con il consorzio industriale unico del Lazio che presiede gestisce i milioni del Pnnr. Volano parole grosse e la lite si sposta in strada. Sotto la finestra di De Bellis. Il resto è cronaca nota.

La pista delle polizze agita il caso Ruberti. Una gara da 8 milioni. Lodovica Bulian il 30 Agosto 2022 su Il Giornale.

Dai pm riserbo e ancora nessun indagato. E a "Quarta Repubblica" nuove rivelazioni

«Due sono le cose che fanno cassa in provincia di Frosinone: la sanità e la monnezza». Parla in forma anonima a Quarta Repubblica una fonte da anni molto vicina al Partito democratico locale e rivela nuovi dettagli su quella che è stata ribattezzata la «Suburra» del Pd, il caso Ruberti che ora tanto imbarazza i dem e che è finito sul tavolo della Procura. Il programma di Nicola Porro si accende sulla lite, immortalata in un video, tra l'ex capo di gabinetto del Campidoglio Albino Ruberti e Vladimiro De Angelis, broker assicurativo e fratello dell'ex europarlamentare dem Francesco, nonché attuale presidente del Consorzio industriale unico del Lazio, una poltrona pesantissima in regione. Secondo il programma di Rete4 sarebbe questo il vero centro degli interessi e delle tensioni scoppiate quella sera, quando Vladimiro avrebbe fatto infuriare Ruberti dicendogli: «Me te compro».

I protagonisti si sono sempre giustificati e hanno respinto ogni insinuazione rispetto a ipotetici retroscena di malaffare dietro quelle parole. Hanno parlato di uno scontro innescato da motivi calcistici ed esasperato da tensioni politiche. La Procura, che non ha ancora nessun indagato, ribadisce il «rigoroso riserbo», prendendo dunque le distanze da alcune ricostruzioni degli ultimi giorni, ha acquisito il video e sentito testimoni, ma ha anche acceso un faro sulle polizze assicurative stipulate dalla Asl di Frosinone, alcune prorogate senza gara. Quarta Repubblica si concentra anche su un'ulteriore gara dell'importo di 8 milioni di euro, per una polizza sulla colpa grave dei medici. Nel contratto mostrato dal programma comparirebbe, come intermediario, una società riconducibile a Vladimiro De Angelis. La trasmissione poi ricostruisce i legami e le questioni aperte tra consorzio industriale, rifiuti e sanità: «Loro a quella cena hanno alzato la posta su qualcosa. Francesco De Angelis - spiega la fonte citata dal programma - è presidente del Consorzio industriale unico del Lazio, quindi gestisce milioni di euro. La lite di quella sera ha radici legate a quello che sta succedendo alla Aea, che è la società che la Regione Lazio ha istituito per sgravarsi dalla gestione di tutti i depuratori» del territorio. Sono i depuratori che trattano i fanghi tossici delle 266 aziende del consorzio guidato De Angelis. La Aea controllata dal consorzio è coinvolta in diverse inchieste giudiziarie con ipotesi di reato che vanno dall'inquinamento ambientale al traffico di rifiuti.

A indagare ci sono la Direzione distrettuale antimafia di Roma e la Procura di Cassino. La prima ha ottenuto il rinvio a giudizio di 15 imputati. De Angelis è del tutto estraneo alle inchieste. Uno dei depuratori però è stato sequestrato dall'autorità giudiziaria e «se non verranno fatti i lavori di adeguamento le 266 fabbriche rischiano la chiusura con conseguenze per vertici del Consorzio guidato da De Angelis. Servono decine di milioni di euro e a darli deve essere la Regione», sottolinea Quarta Repubblica. Ecco la posta in gioco, oltre a migliaia di posti di lavoro e alla messa in discussione dell'ente stesso.

Ci si concentra poi anche sull'assunzione all'Asl di Frosinone della moglie di Vladimiro De Angelis, come psicologa. «Lei viene assunta a tempo determinato ad aprile 2021 - denuncia Rosa Roccatani, dell'Ugl sanità di Frosinone - e passa a tempo indeterminato a dicembre 2021, dopo solo 8 mesi quando la legge ne richiede 36». Il programma di Porro annuncia nuove rivelazioni.

Albino Ruberti, Sallusti: "E adesso vediamo i giudici". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 20 agosto 2022

Eccola in tutto il suo splendore la superiorità etica e morale della sinistra italiana. La scena sembra tratta da una puntata di Gomorra, o, per stare nella stessa zona, è degna della Banda della Magliana. Solo che i protagonisti non sono camorristi di professione bensì la crème della classe dirigente del Pd. Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri, cioè l'uomo che ha in mano le chiavi della Capitale, al termine di una lite, fuori da un ristorante di Frosinone, con il fratello di un eurodeputato Pd, Francesco De Angelis, pronuncia la seguente frase: «Io te compro a chi? Io vi sparo, vi ammazzo, dovete inginocchiarvi».

Chi voleva comprare chi non è dato sapersi perché l'interessato, messo di fronte al filmato che ha immortalato la scena, ha sostenuto che stavano litigando per questioni di calcio. Però intanto si è dimesso, e con lui anche De Angelis ha ritirato la sua candidatura alle elezioni politiche, segno che forse in questa vicenda la passione calcistica conta meno di quanto si voglia fare credere. Per vederci chiaro la procura ha aperto una indagine, ci auguriamo solo che sia della stessa velocità, profondità e pubblicità di quelle che riguardano sospetti sui politici del Centrodestra e sulla sua classe dirigente.

Sulla questione né Enrico Letta né gli indignati di professione di ogni ordine e grado hanno detto una parola convincente. Immaginatevi se invece che nel cuore del Pd questa scena criminale fosse avvenuta dalle parti della Lega odi Fratelli d'Italia: saremmo sommersi dallo sdegno, Salvini e Meloni sarebbero all'indice come capi di una organizzazione criminale, La Repubblica avrebbe già mobilitato i suoi pochi lettori a difesa della Costituzione, che non c'entra nulla ma va di moda così.

Se sei di sinistra puoi dire tranquillamente a uno «inginocchiati o ti sparo» e ricevere «al netto di ciò che è successo» l'apprezzamento «per la persona e il lavoro da lui svolto» del sindaco di Roma mortificato per le dimissioni del suo braccio destro. Che cosa ci sia da apprezzare in una persona del genere è difficile da comprendere ma evidentemente i modi spicci di Ruberti, peraltro noti in tutta Roma, sono conformi allo stile della casa. Metodi, come dire, un po' fascistelli. Ah no, scusate, che sbadato: i fascistelli sono quelli di destra.

Il giovane Dem non era nuovo a posizioni simili. La Regina, il candidato PD che imbarazza Letta per i post antisemiti: “Credete più agli alieni o allo Stato di Israele?” Fabio Calcagni su Il Riformista il 19 Agosto 2022 

Non bastava il caso di Albino Ruberti, il capo di gabinetto del sindaco di Roma Roberto Gualtieri costretto a lasciare il suo incarico dopo essere stato immortalato in un video mentre urla e minaccia di morte due uomini, portando tra l’altro anche l’ex assessore regionale ed europarlamentare del Pd appena ricandidato alle Politiche del 25 settembre dai dem, Francesco De Angelis, a fare lo stesso.

Oggi al Nazareno il segretario Enrico Letta deve fare i conti con una seconda grana. Colpa di Raffaele La Regina, 29enne segretario regionale del partito in Basilicata e tra i quattro capolista under 35 voluti proprio da Letta per ‘svecchiare’ il partito. La Regina è candidato al collegio plurinominale per la Camera in Basilicata, in una posizione blindata.

Il quotidiano ‘Il Giornale’ ha infatti pubblicato un post su Facebook di La Regina risalente al dicembre 2020 in cui ironizzava sull’esistenza dello Stato di Israele: “In cosa credete di più: legittimità dello Stato di Israele, alieni o al mollicato di Mauairedd? E perché proprio al mollicato?”, scriveva sul social ipotizzando che fosse meglio credere nella nota specialità culinaria locale che allo Stato di Israele.

La Regina per la bufera ha cancellato il profilo Facebook e ha replicato via Twitter: “Il Giornale ha richiamato un meme che distrattamente e superficialmente ho rilanciato in un gruppo privato. Si trattava insomma di satira, non di una posizione politica. Ma voglio essere chiaro non ho mai messo in dubbio la legittimità dello Stato di Israele, né in passato né mai, né il suo diritto ad esistere”, le parole del candidato Pd. 

 “Candidare i giovani in Parlamento è una scelta di valore, soprattutto se i candidati portano valore e idee innovative. Se bisogna leggere tesi di odio che negano il diritto d’Israele ad esistere allora abbiamo un grande problema“, è stata invece la risposta della presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, affidata a Twitter.

Parole che sono evidentemente bastate ad Enrico Letta per chiudere la questione. “La posizione del Pd su Israele è nota. I due tweet e il meme di Raffaele La Regina, risalenti a quando non era candidato del Pd e non rappresentava il Pd, non rispecchiano in alcun modo il lavoro e le prese di posizione del Partito Democratico di questi anni, schierato a difesa del diritto a esistere dello Stato di Israele, della sua sicurezza e del percorso di pace”, hanno dichiarato fonti del Nazareno.

Eppure La Regina, fedelissimo di Peppe Provenzano che lo volle come assistente al ministero per il Sud, non è nuovo a interventi simili su Israele, come hanno fatto notare diversi utenti rispondendo al candidato Pd su Twitter.  

L’11 dicembre del 2017, periodo in cui Trump era impegnato nel riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, scriveva: “Trump è il peggio che potesse capitare al mondo, adesso. Gerusalemme è luogo sacro per 3 principali religioni monoteiste, occupata in maniera illegale e violenta da Israele durante la guerra dei Sei giorni. Solidarietà al popolo palestinese, No Pasaran”. Nel 2013, quasi dieci anni fa, era stato ancora più duro: “15 maggio, anniversario della Nakba, la catastrofe, occupazione israeliana in Palestina e creazione dello Stato israeliano”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Terme di Caracalla, benessere e relax ai tempi dell'Antica Roma. Claudio Schirru l'8 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Le Terme di Caracalla rappresentano uno degli esempi della grandezza dell'Antica Roma, dove benessere e relax erano elementi irrinunciabili.

Passeggiare per Roma è un po' come attraversare un vero e proprio museo a cielo aperto. Monumenti, statue, edifici e piazze ricchi di storia e fascino sono presenti in vari luoghi. Si penserà subito al Colosseo o al Circo Massimo, magari all'Altare della Patria o al Pantheon. Giustissimo, ma occhio a non trascurare un vero e proprio gioiello: le Terme di Caracalla.

Spesso si guarda all'Antica Roma come un periodo storico di grande fermento politico e militare, ma c'è anche molto altro. La vita quotidiana, i piaceri e le passioni dei romani erano varie, inclusa la cura del proprio corpo. Recarsi alle terme era un momento per rilassarsi, praticare dello sport o ritemprare il fisico alternando le immersioni tra il "calidarium", il "tepidarium", il "frigidarium" e la "natatio". Quest'ultima era letteralmente la piscina, dove era possibile praticare il nuoto. 

Si dice che a ordinarne la costruzione fu l'imperatore Settimio Severo (Lucio Settimio Severo Augusto). Tuttavia l'opera venne inaugurata, seppure ancora incompleta, soltanto nel 216 d.C. sotto suo figlio Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto. Questi era soprannominato Caracalla, da cui il nome associato a questo complesso termale. 

Le Terme di Caracalla erano un'opera imponente, con mura alte più di 30 metri, provviste di un blocco centrale che ne costituiva la parte principale. Comparivano dinnanzi al frequentatore diverse stanze, disposte nell'ordine sopracitato (calidarium, tepidarium, frigidarium e natatio). Ai lati erano disposti, in maniera simmetrica, dei locali di supporto come spogliatoi e palestre.

Nel recinto esterno erano presenti le enormi cisterne utilizzate per garantire la presenza di acqua e due biblioteche per i momenti di studio. A sud erano presenti due "esedre", spazi destinati alla conversazione, mentre gli accessi principali erano sui lati est e ovest. Sul lato nord si trovava uno spazio perimetrale adibito alle "tabernae", spazi commerciali di vario tipo (non esclusivamente destinati al consumo di cibi o bevande).

Il Mitreo

Nei sotterranei delle Terme di Caracalla è presente anche un Mitreo tra i più grandi tra quelli arrivati fino ad oggi, almeno tra quelli realizzati a Roma. Si tratta di una cavità o caverna naturale adattata a uno scopo specifico, che risulta venisse destinata dai Severi a culti di origine orientale. Tutt'ora ben riconoscibile la "fossa sanguinis", riservata all'esecuzione dei riti di iniziazione degli adepti.

Terme di Caracalla, come funzionavano 

Come funzionavano le terme e come veniva garantita la presenza di acqua calda o degli altri servizi destinati al benessere e al relax dei cittadini dell'impero? Grazie a un complesso meccanismo idraulico supportato da forni e caldaie, situato nei circa due chilometri di percorsi sotterranei nei quali era possibile transitare anche con delle carrozze.

Lì un elevato numero di schiavi e operai specializzati garantiva il riscaldamento dell'acqua, il rifornimento di legname e il funzionamento del mulino. Si trattava di un edificio pubblico il cui accesso era garantito a tutti i cittadini, anche a quelli più poveri.

A testimoniare la grandezza di tale opera, arrivata a noi in un eccellente stato di conservazione, il fatto che fino al 306 rappresentarono le terme più imponenti mai costruite durante l'Impero romano (a superarle in grandezza furono soltanto le Terme di Diocleziano). Una tappa irrinunciabile per chi vuole riscoprire la Roma imperiale e i fasti che ne contraddistinsero il periodo.

Le Terme di Caracalla oggi

Dopo il progressivo abbandono avvenuto nel corso dei secoli, tra il 1938 e il 1993 le Terme di Caracalla vennero utilizzate (nell'area che un tempo rappresentava il calidarium) nei periodi estivi per le rappresentazioni liriche del Teatro dell'Opera. A partire dal 2001 tale pratica è ripresa, anche solo in parte: non più all'interno del monumento stesso, ma su un palco temporaneo (rimovibile al termine della stagione) allestito a distanza.

Un recente progetto ha messo a disposizione di chi si reca in visita al monumento uno speciale visore, attraverso il quale poter ammirare le Terme di Caracalla in tutto il loro splendore originario. Claudio Schirru

Roma da Romolo e Remo: le origini della Capitale. Angela Leucci il 4 Febbraio 2022 su Il Giornale.

La leggenda di Romolo e Remo è alla base della storia della nascita di Roma: si tratta però in gran parte di una leggenda, seppur molto affascinante

Parlare della storia di Roma significa partire dalla vicenda della sua fondazione e, ovviamente, dalla leggenda di Romolo e Remo. È però necessario sottolineare come i contorni di questa vicenda potrebbero non essere reali o, meglio, alcuni elementi sono stati per certo romanzati a fini politici in età augustea.

La fondazione di Roma si fa risalire al 21 aprile del 753 a.C., giorno che Marco Terenzio Varrone associa alla nascita della democrazia in Grecia. Cultura greca e regno di Roma, e successivamente anche consolato e impero, sono effettivamente legati, in un continuum di civiltà sorelle nell’egemonia europea del mondo antico. 

La leggenda di Romolo e Remo 

Secondo alcuni storici, Roma sarebbe nata dall’aggregazione di alcuni villaggi, a causa della sovrappopolazione dei centri urbani nei loro pressi. Ma la leggenda, suggestiva e indimenticabile, è tutto un altro paio di maniche.

La tradizione racconta infatti del primo re di Roma, della lotta con il fratello per il potere e dei loro avi nobili e valorosi. Per capire la narrazione, bisogna risalire alla guerra di Troia quando, dopo la distruzione della città, il prode eroe Enea fuggì con il padre Anchise e il figlio Ascanio. Come tutti gli eroi epici, anche Enea dovette affrontare diverse sfide nelle sue peregrinazioni, fino al suo arrivo sulle sponde dell’attuale Lazio.

Qui, il figlio Ascanio si innamorò di Lavinia, figlia del re Latino. Anche Lavinia si innamorò di Ascanio e i due si sposarono, causando una guerra con Turno, cui Lavinia era stata promessa in sposa. Vinta la guerra, che costò molte perdite ad Ascanio, egli fondò Lavinio e successivamente Alba Longa: da Ascanio discese quindi una lunga stirpe di re albani, fino al legittimo erede Numitore.

Quest’ultimo venne spodestato dal fratello Amulio, che tra l’altro costrinse la nipote Rea Silvia a diventare una vestale: le vestali erano obbligate al nubilato e Amulio voleva evitare che Rea Silvia partorisse un altro legittimo erede. Cosa che in effetti accadde: Rea Silvia partorì non uno ma due eredi, Romolo e Remo. Dopo essersi unita al dio Marte e dopo aver dato alla luce i gemelli, Rea Silvia venne fatta seppellire viva da Amulio, mentre venne ordinato l’annegamento di Romolo e Remo. I piccoli però, in un gesto di pietà da parte dei sicari inviati da Amulio, furono abbandonati sulla riva del Tevere, per poi essere adottati e accuditi da una lupa. 

Non si sa se effettivamente fosse un animale, come l’iconografia da sempre racconta, o una meretrice: i gemelli vengono successivamente trovati da un pastore e dalla moglie e crescono con loro. Ma, diventati adulti, decidono di riportare il legittimo erede al trono: il vecchio Numitore può di nuovo regnare su Alba Longa, mentre il perfido Amulio viene ucciso.

Romolo e Remo decidono successivamente di fondare una nuova città, ma non possono regnare insieme. Quindi chiedono agli dei un presagio, che in realtà non può essere interpretato chiaramente. Si innesca una battaglia tra i due gemelli e i loro sostenitori e Remo viene colpito a morte, secondo quanto riporta Tito Livio. Ma Livio aggiunge anche un’altra vulgata: Romolo avrebbe ucciso il fratello colpevole di uno sconfinamento.

Sta di fatto che così Romolo ebbe la sua città di forma quadrata sul colle Palatino. Con lui iniziò il periodo regio con i 7 re di Roma, cui seguì un periodo consolare e uno imperiale. L’Impero Romano d’Occidente crollò nell’anno 476. Roma visse e prosperò di fatto per oltre 1.200 anni, lasciando un’eredità sconfinata in termini di lingua, letteratura, strategia militare, politica e tecnica architettonica.

Storia o propaganda? 

Gran parte della narrazione della leggenda di Romolo e Remo proviene dall’età augustea. Quindi tra il 27 a.C. e l'anno 14 d.C. Da Tito Livio a Publio Virgilio Marone, sono stati diversi gli storici e gli scrittori che si sono cimentati in questa materia. Che rappresenta a tutti gli effetti una sorta di arcaica propaganda: in questo modo si legittimava l’impero di Ottaviano Augusto e lo si faceva discendere dalla cultura greca ma anche dalla stirpe divina - non a caso in quell’epoca a Roma esisteva un vero e proprio culto dell’imperatore.

L’allegoria e la mitologia furono usate così per spiegare la storia antica e recente di Roma. Per esempio, nell’Eneide di Virgilio e nelle Eroidi di Ovidio, l’amore infranto della cartaginese Didone per Enea viene citato come fosse un prodromo o una causa atavica della guerra di Cartagine contro Roma.

E se i moderni attribuiscono al termine propaganda connotati negativi, in questo caso bisogna ricordare che queste opere sono ricche di valori universali: l’amore dei figli verso i genitori e viceversa, il rispetto per gli anziani in quanto portatori di memoria, il rispetto per il nemico vinto ma valoroso, la fratellanza tra il leader e coloro che lo seguono, la messa da parte dell’individualismo per un fine più alto che solo i posteri saranno in grado di comprendere. Il tutto è permeato da un’etica che è al tempo stesso estetica di un verso immortale.

Romolo e Remo potrebbero o non potrebbero essere realmente esistiti. Ci sono studiosi che pendono per una teoria o per un’altra. Ma non ha importanza: quella della fondazione di Roma è una storia che è stata raccontata in maniera tanto suggestiva che probabilmente non interessa a nessuno smentirla completamente. Anche perché le fonti a disposizione sono solo quelle letterarie.

Il senso di una narrazione 

Gli elementi ricorrenti della mitologia di Romolo e Remo sono probabilmente quelli che hanno connotati maggiormente leggendari. Accade per via della presenza di topos presenti in opere letterarie precedenti e successive.

Nella Bibbia si trova ad esempio l’abbandono di un neonato su un fiume oppure una lotta tra fratelli che finisce nel sangue, proprio come succede a Romolo e Remo. Nell’Amleto di William Shakespeare ci sarà un fratello che congiura per appropriarsi del trono, come tra Amulio e Numitore.

Roma ha fatto nel tempo del simbolo la sua cifra stilistica ed è anche per questo che il suo fascino resiste al tempo. E il simbolo l'avrebbe accompagnata fino alla fine dell’Impero Romano d’Occidente. Il piccolo imperatore che viene deposto mettendo fine all’impero si chiama appunto Romolo Augustolo: Romolo come il primo re di Roma, Augustolo (ossia piccolo Augusto) come il suo primo imperatore.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

L’omicidio di Paolo Corelli. Flaminia Savelli per il Messaggero - Roma il 16 febbraio 2022.

Una lite con un pregiudicato di zona: le indagini sul delitto di Paolo Corelli, ucciso con tre colpi di revolver lunedì mattina, sono arrivate qui. L'ipotesi è che abbia pagato con la vita uno sgarro, una parola di troppo. Alcuni testimoni ascoltati dagli investigatori hanno riferito che la vittima aveva un carattere «litigioso e fumantino. 

Nel quartiere lo sapevano tutti». In questo caso, la discussione sarebbe avvenuta due settimane fa davanti agli occhi di diversi testimoni. Una pista calda, ma non l'unica. Tra le palazzine popolari di San Giorgio di Acilia, estrema periferia sud della Capitale, l'aria è tesa. Il giorno dopo l'uccisione di Corelli, ammazzato da un killer poi scappato a piedi, ancora ieri c'era una macchina dei carabinieri piazzata all'ingresso di via Alberto Galli dove si è consumato il delitto e dove viveva la vittima.

I militari del Nucleo investigativo di Ostia, stanno ora cercando di chiudere il cerchio delle indagini. Per tutta la giornata hanno ascoltato parenti, amici e familiari a caccia di indizi e prove per ricostruire il recente passato. Per trovare un'ombra dentro quella quotidianità all'apparenza specchiata. 

LA PISTA Impiegato da 20 anni come fruttivendolo in un market di Fiumicino, un'altra pista porta i carabinieri alla famiglia di Corelli: al padre e al fratello, tutti e due con un passato nello spaccio di stupefacenti. La droga dunque, come movente. Non è escluso infatti che dietro i colpi di revolver ci sia un avvertimento indirizzato al fratello che sta scontando la pena ai domiciliari. E allo stesso tempo c'è il sospetto che, a curare gli affari della famiglia, ci fosse lui. Alcuni residenti delle case popolari hanno azzardato: «Da mesi c'era uno strano via vai da casa sua. Gente che entrava e usciva a ogni ora del giorno e della notte perché aveva iniziato a spacciare».

Solo illazioni, almeno per il momento su cui sono in corso gli accertamenti. Ecco perché al vaglio ci sono già il conto corrente della vittima e sono state avviate le indagini anche sul cellulare e sul pc. Con l'obiettivo di trovare un indizio, una traccia, che possa spiegare il movente dell'agguato e dare un volto all'assassino. Un caso complicato da risolvere, un giallo. 

Nel mirino delle indagini c'è anche il luogo del delitto, San Giorgio di Acilia, una delle principali piazze della malavita romana. Dove si incontrano ancora oggi vecchi e nuovi boss. Un passato difficile per il quartiere: nel 2009 (4 giugno) era stato freddato in via Cesare Maccari, uno degli ultimi capi della Banda della Magliana, Emidio Salomone. Due anni dopo in manette come mandante del delitto, era finito Massimo Longo. Dietro la sua uccisione usura, spaccio di droga e uno sgarro tra boss di quartiere. Lo stesso quadro che stanno disegnando gli investigatori intorno all'uccisione di Corelli.

IL KILLER Un delitto senza un movente. Ma con una testimone chiave: Daniela, la ex compagna. La donna, con cui da un anno non viveva più, lo stava aspettando in auto per accompagnarlo al supermercato di Fiumicino. Agli investigatori ha riferito di non aver sentito nessun rumore, se non quello sordo degli spari. E di aver fatto in tempo a vedere un uomo, con un cappuccio nero in testa, scappare via a piedi. Una fuga silenziosa. 

Chi indaga è certo che il delitto sia stato ben studiato, l'assassino sapeva che la sua vittima non aveva la macchina e che sarebbe uscita alle sei del mattino alla palazzina gialla di via Galli per essere accompagnato. Quindi, sapeva anche che ad aspettarlo ci sarebbe stata la ex compagna. Una testimone oculare. Perché? Dietro la risposta a quest' ultimo interrogativo potrebbero trovarsi i nomi del mandante e del killer di Corelli. Ma la storia è ancora piena di punti bui e di ombre.

Camilla Mozzetti per "il Messaggero" il 15 febbraio 2022.

La sua morte qualcuno l'aveva premeditata ed anche studiata considerata la modalità con cui il killer è entrato in azione: appostato sotto casa della vittima, con il volto coperto probabilmente da uno scaldacollo e un revolver in mano pronto ad essere usato. Resta da capire chi e perché abbia deciso di uccidere Paolo Corelli, romano, 48 anni, ieri mattina in una strada di periferia della Capitale. A indagare sono i carabinieri del Nucleo investigativo di Ostia che stanno lavorando per mettere insieme i tasselli di una vita, quella della vittima, apparentemente senza macchie. 

Corelli, padre di una bimba, salumiere in un supermercato di Fiumicino, è stato ucciso ieri intorno alle 6 del mattino di fronte alla sua abitazione: una palazzina popolare nel quartiere San Giorgio di Acilia. Zona malfamata perché da anni piazza di spaccio. Qui si nascosero gli uomini che spararono anni fa al nuotatore Manuel Bortuzzo, qui le forze dell'ordine a ondate alterne portano a dama operazioni e arresti contro il traffico degli stupefacenti. Ma Paolo Corelli è morto da incensurato. Il 48enne era appena uscito di casa e stava raggiungendo l'auto della sua ex compagna che, come ogni mattina, l'avrebbe accompagnato a lavoro ma non è riuscito neanche ad attraversare la strada: il killer lo ha raggiunto alle spalle esplodendo almeno due colpi, al torace e alla schiena, senza lasciargli scampo.

L'uomo non aveva conti in sospeso con la giustizia pur provenendo da una famiglia in cui invece il fratello - che vanta tra le amicizie quella con Fabrizio Fabietti, braccio destro del fu Fabrizio Piscitelli - dallo scorso giugno è ai domiciliari perché trovato, sempre dai carabinieri, nel giugno scorso con tre etti di cocaina in auto. Andando indietro nel tempo anche il padre del 48enne risulta aver avuto dei trascorsi, ormai datati, sempre per droga. Ma la vittima no, almeno non direttamente. 

L’AMBIENTE L'ambiente che frequentava anche da ragazzo era quello di una borgata di periferia dove lo spaccio la fa da padrone ma pur essendo stato fermato per un controllo diversi anni fa con un esponente di spicco della criminalità albanese - quell'Arben Zogu con cui proprio Diabolik era in affari - Paolo Corelli non è stato mai denunciato, né fermato né arrestato per droga o altro. La sua fedina penale era pulita e anche chi lo conosceva tra i colleghi del supermercato di Fiumicino parla di «un uomo perbene, padre, che pensava solo a lavorare».

LA DOPPIA PISTA Eppure la pista dello spaccio o del regolamento dei conti per motivi legati agli stupefacenti è tuttora in piedi. Non si esclude al momento neanche l'ipotesi che per far pagare un prezzo al fratello, costretto ai domiciliari, ci sia finito in mezzo lui. In piedi però c'è anche un movente privato, magari passionale, considerato che Corelli era solito fare a volte anche il buttafuori per alcuni locali. Che sia rimasto in mezzo a qualche vicenda o abbia corteggiato, dopo la fine della relazione con la madre di sua figlia, una donna sbagliata? I carabinieri in casa non hanno trovato armi né droga né apparenti elementi utili. È stato sequestrato il suo cellulare mentre il pm Stefano Luciani, titolare del fascicolo, ha disposto l'autopsia che sarà condotta al policlinico di Tor Vergata nei prossimi giorni anche in ragione del fatto che in strada non sono stati rinvenuti bossoli dell'arma usata. 

Inutili al momento le testimonianze di chi ha sentito gli spari: nessuno, a parte la compagna che ha visto il killer fuggire ma di schiena, ha fornito elementi validi a tratteggiare il profilo dell'assassino che dopo l'omicidio ha fatto perdere le proprie tracce. In zona purtroppo non ci sono neanche impianti di videosorveglianza vicini al luogo della sparatoria che possano tornare utili. Ma le indagini sono solo all'inizio e i militari dell'Arma già da ieri hanno iniziato a scandagliare conti bancari, movimenti, ultimi contatti per capire se la vittima fosse quantomeno consapevole di essere in pericolo.

Camilla Mozzetti per "il Messaggero" il 16 febbraio 2022.  

«Ero passata a prenderlo come tutte le mattine per accompagnarlo a lavoro, ho visto un uomo correre dopo aver sentito gli spari». Sono da poco trascorse le sei del mattino quando Tiziana - la chiameremo così - assiste all'omicidio del suo ex compagno, Paolo Corelli 48 anni, freddato ieri da due colpi che lo hanno raggiunto al torace e alla schiena proprio di fronte al cancello di casa, una palazzina popolare di via Alberto Galli, zona Acilia.

Ai carabinieri della compagnia e del Nucleo investigativo di Ostia, che indagano sul delitto, ha ricostruito parte di quegli attimi terribili. Ieri doveva essere un lunedì come tanti altri, la coppia ha una figlia piccola ma tempo fa era arrivata la separazione. Gli amori che finiscono, le incomprensioni che prendono il sopravvento e chissà quali altri problemi erano sorti per arrivare alla rottura ma Tiziana e Paolo erano rimasti in buoni rapporti anche e soprattutto per la bambina. 

E così la donna come quasi tutte le mattine anche ieri era passata a prenderlo, la loro destinazione di lavoro del resto era la medesima: Fiumicino. Paolo perché impiegato come salumiere in un supermercato, lei perché diretta in aeroporto. Corelli aveva la patente ma non l'auto e per questo motivo l'ex compagna si era resa disponibile ad accompagnarlo come sempre. 

Sono quindi le sei, minuto più minuto meno, quando la donna arriva in via Galli, non c'è neanche bisogno di mandare un messaggio a Paolo che sa bene a che ora farsi trovare in strada e sarà forse anche per quest' abitudine, consolidatasi nel tempo e probabilmente studiata, che il killer con il volto coperto probabilmente da uno scaldacollo non ha avuto difficoltà ad intervenire. L'uomo è sbucato dal cortiletto interno delle palazzine popolari ed ha esploso due colpi che hanno ucciso immediatamente la vittima. Poi è scappato a piedi verso via Domenico Morelli facendo perdere le proprie tracce. La donna è scesa immediatamente dall'auto ed ha chiamato i soccorsi, ha provato a rianimare l'ex compagno ma non c'era nulla da fare. In strada è arrivata anche la madre del 48enne che abita nello stesso palazzo.

Tiziana tuttavia non ha visto gli attimi precedenti all'agguato, forse perché distratta dal cellulare, ha solo sentito gli spari. «Ho visto quell'uomo vestito di scuro correre via davanti a me, non l'ho visto in volto ma aveva qualcosa che lo copriva», dirà poi ai militari che l'hanno ascoltata in caserma. Alcune ore per cercare di poter fornire elementi utili alle indagini ma dal suo racconto non sembrerebbero esserci macchie o zone d'ombra nella vita di Corelli. Che sì, aveva un fratello ai domiciliari, perché arrestato a giugno scorso sempre dai carabinieri durante un controllo ad Acilia e trovato con tre etti di cocaina in auto. Ma lui con la droga - apparentemente - non aveva nulla a che fare.

Corelli era un padre ed è morto da incensurato pur essendo nato in un quartiere, come quello di San Giorgio, dove lo spaccio è quasi un tratto somatico. Pur avendo frequentato nella sua vita personalità anche di spicco della criminalità romana - albanese in primis - mai era finito dentro per affari di droga o altro. La sua ex compagna non ha saputo neanche ipotizzare se ci fossero dei problemi che lo riguardassero, se ci fossero persone che potessero in qualche modo avercela con lui. 

A tal punto da piazzarsi sotto casa, nascondersi nel cortile delle palazzine popolari, aspettare che uscisse per sbucare poi all'improvviso sparandogli a bruciapelo. «Da qui bisognerebbe solo fuggire via», commentavano ieri alcune residenti di fronte al mercato rionale chiuso da tempo ma su Paolo no, nessuno avrebbe pensato che potesse essere ucciso «come un cane randagio».

Tra le ipotesi anche un movente legato alla droga: accertamenti su conti correnti e cellulare della vittima. Omicidio Paolo Corelli, il litigio con il boss e la disperazione della madre: “Sono dei maledetti”. Roberta Davi su Il Riformista il 16 Febbraio 2022 

Ucciso con tre colpi di pistola a pochi passi da casa.

L’omicidio di Paolo Corelli, avvenuto lunedì 14 febbraio tra i palazzi popolari di via Alberto Galli a San Giorgio di Acilia, a sud della Capitale, potrebbe essere collegato a una lite con un pregiudicato della zona. Le indagini sarebbero arrivate qui, scrive Il Messaggero.

Secondo alcuni testimoni, la discussione sarebbe avvenuta due settimane fa: una delle piste, ma non l’unica. Con gli investigatori che hanno continuato ad ascoltare parenti, amici e conoscenti alla ricerca di qualsiasi indizio che possa aiutare a risolvere il giallo.

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La pista della droga

Un’altra ipotesi al vaglio dei Carabinieri riguarda la droga. Paolo Corelli, 47 anni, lavorava da vent’anni in un supermercato di Fiumicino e nel weekend come buttafuori nei locali, ma il fratello è agli arresti domiciliari per spaccio.

Non si esclude infatti che il delitto sia una sorta di avvertimento o di vendetta nei suoi confronti; oppure che la stessa vittima avesse iniziato a spacciare. “Da mesi c’era uno strano via vai da casa sua a ogni ora del giorno e della notte” avrebbero riferito alcuni residenti dei palazzi popolari del quartiere. San Giorgio di Acilia è una delle piazze della malavita romana. Ma al momento sono solo illazioni.

Gli inquirenti stanno setacciando il conto corrente di Corelli, ma anche il suo pc e il cellulare, per ricavarne dettagli utili alle indagini.

Il delitto

La madre di Paolo Corelli, Erminia, che vive nello stesso stabile del figlio insieme al marito Aldo, lunedì mattina si è svegliata sentendo gli spari. Quando si è affacciata alla finestra, ha visto il corpo steso a terra. “Sono scesa ed era già morto. Sono dei maledetti, mio figlio era una brava persona, ha sempre e solo lavorato” ha raccontato in un’intervista a Il Messaggero.

Sono ancora molti i punti da chiarire. Sembra però che il killer conoscesse le sue abitudini: sapeva che alle 6 del mattino sarebbe uscito di casa per raggiungere il supermarket e che l’ex compagna Daniela lo avrebbe aspettato in auto.

È proprio lei la testimone oculare dell’omicidio: quella mattina non ha sentito nessun rumore oltre agli spari e ha poi visto un uomo con un cappuccio nero in testa allontanarsi a piedi. L’assassino a cui i militari del Nucleo investigativo di Ostia stanno dando la caccia. Roberta Davi

Omicidio Sacchi, «Un milione e 700 mila euro di risarcimento»: la richiesta dei legali della famiglia. Redazione Roma su Il Corriere della Sera il 14 febbraio 2022.

Il passaggio, nel corso dell’udienza: «Non ci sono risarcimenti che possano colmare la perdita di un figlio e di un fratello. Ci auguriamo che una volta fatta giustizia questa famiglia possa tornare a vivere»

«In questa sede chiediamo una provvisionale di un milione e settecentomila euro specificando che la famiglia di Luca Sacchi non ha mai avuto interesse a percepire denaro da questa vicenda». È quanto hanno detto in aula gli avvocati Paolo Salice e Armida Decina, legali della famiglia del personal trainer ucciso a Roma nell’ottobre del 2019.

Per l’omicidio di Luca, sono a processo cinque persone: nella scorsa udienza il pm ha chiesto l’ergastolo per il killer, Valerio Del Grosso, 30 anni per Paolo Pirino, che partecipò all’aggressione, e per Marcello De Propris, che consegnò l’arma del delitto a Del Grosso. Per Anastasiya Kylemnyk (ex fidanzata di Sacchi), il pubblico ministero ha chiesto la condanna a quattro anni e mezzo per violazione della legge sugli stupefacenti mentre l’assoluzione è stata sollecitata per Armando De Propris, padre di Marcello, accusato della detenzione della pistola.

Per i legali non ci sono «risarcimenti che possono minimamente andare a colmare il dolore per la perdita di un figlio e di un fratello - hanno aggiunto -. La madre ci ha detto che da quella sera non vive ma sopravvive. Noi ci auguriamo che una volta fatta giustizia questa famiglia possa tornare a vivere». Nel corso dell’intervento i due legali di parte civile hanno ribadito che quella notte Del Grosso sparò per uccidere e che Anastasiya ha mentito per proteggere se stessa.

Omicidio Sacchi: «Ergastolo al killer, 30 anni agli altri due». Per Anastasiya chiesti 4 anni e mezzo. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera l'11 febbraio 2022.

La requisitoria del pm Giulia Guccione: «Anastasiya mente, da lei e Giovanni Princi tentativi di depistaggio. Lei lasciò i soldi in auto e lui li portò poi a casa sua. Senza spiegazioni lo sparo di Del Grosso, pieno concorso degli altri due imputati». 

Ergastolo per Valerio Del Grosso (esecutore materiale), trent’anni per Paolo Pirino e Marcello De Propris (partecipanti a pieno titolo) per l’omicidio di Luca Sacchi. Quattro anni e sei mesi per Anastasiya Kylemnyk. Assoluzione per Armando De Propris (accusato della detenzione dell’arma), sul quale non è stata raggiunta la prova nonostante gli indizi. Sono le richieste di condanna nel processo in corte d’Assise per il delitto avvenuto il 23 ottobre 2019. La procura aggiunge alla sua ricostruzione dei fatti il tassello che è sempre mancato finora, la sorte della cifra raccolta per comprare la droga: «I settantamila euro che non sono stati mai trovati li ha presi Giovanni Princi, portandoli a casa propria dopo il delitto».

È il giorno delle requisitorie: «Dopo il primo incontro con i mediatori all’esterno del pub — dice il pm Giulia Guccione —, Anastasiya Kylemnyk andò a svuotare lo zaino nella sua auto e quando glielo rapinarono era vuoto. Poi Princi si fece dare le chiavi della vettura e li mise al sicuro a casa. Sono fermamente convinta che se avessimo sequestrato l’auto allora, avremmo trovato il denaro». Valerio Del Grosso, Paolo Pirino e Marcello De Propris sono imputati per concorso in omicidio volontario e a vario titolo di detenzione illegale di arma, rapina e spaccio mentre l’ex fidanzata della vittima risponde di spaccio (il suo presunto complice nell’affare, Giovanni Princi, è stato processato con rito abbreviato e condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere). La stessa Kylemnyk è parte lesa in questo processo per l’aggressione e la rapita subita quella sera davanti al Cabot pub di via Mommsen all’Appio Latino. «Se non fosse concorrente nel reato di spaccio —sostiene il pm — sarebbe indagata per favoreggiamento personale e reale perché ha favorito occultamento 70mila euro che sono stati verosimilmente reimmessi nel mercato illegale»

Il pm Guccione comincia la sua requisitoria parlando di «Una vicenda paradossale, nella quale la vittima è stata dipinta come colpevole e i cui genitori sono stati costretti ada andare in tv per difenderne l’immagine. Ma anche una vicenda politicizzata da chi aveva interesse a dipingere Roma in un certo modo». La pubblica accusa non punta il dito contro i media, bensì contro chi ha provato a mistificare i fatti: «Nonostante i depistaggi e i tentativi di raccontare una verità diversa siamo arrivati a chiarare tutte le fasi di questa vicenda, inclusa la destinazione dei 70mila euro». Parla di Princi che ha tenuto «Un comportamento altamente ostativo all’accertamento dei fatti, confermato dalle intercettazioni con cui meditava vendetta sui genitori di Sacchi».

Lo stesso ha fatto Anastasiya Kylemnyk, «Mentendo e cambiando verità, nascondendo prove che oggi avrebbero aiutato processo. Ma siamo riusciti ad arrivare a chiarire fatti e il contesto. Solo una domanda è rimasta senza risposta: perché Luca è stato ucciso? La rapina è chiara, ma non è una esecuzione programmata, non c’è stata furia omicida, non è una vendetta personale, né c’era alcuna necessità legata alla dinamica dei fatti, perché lo zaino era già stato preso da Paolo Pirino. Il grilletto è stato premuto con gratuita violenza, un atto liberatorio di Valerio del grosso per affermare la propria figura sugli altri. Tornati in auto Pirino e Del Grosso si accorgono che nello zaino non ci sono i soldi che speravano di trovare». 

Il pm ricostruisce i «31 secondi di parapiglia». Le urla «dacce la borsa», i colpi con una mazza da baseball sferrati da Pirino ad Anastasiya, l’intervento di Luca per proteggerla: «Me lo immagino Del Grosso eccitato, già fuori dalla macchina e non a bordo come ha detto, che vede arrivare il suo momento, avanza di qualche passo impugnando la pistola con braccio teso e mirando a Luca che è distante non più di due metri. Era impossibile non colpirlo. Luca non vede chi gli sta sparando perché è concentrato su Anastasiya e il proiettile che gli attraversa il capo non gli lascia scampo». I genitori del personal trainer annuiscono silenziosi con gli occhi lucidi, guardano la ragazza ucraina a poche sedie da loro.

La requisitoria. Omicidio Luca Sacchi, chiesto il carcere anche per la fidanzata Anastasiya: “Ergastolo a Del Grosso, 30 anni a Pirino”. Redazione su Il Riformista l'11 Febbraio 2022 

Quattro anni di carcere per Anastasiya Kylemnyk, ex fidanzata di Luca Sacchi, accusata del tentativo di acquisto di droga nell’ambito del processo per l’omicidio del giovane avvenuto nell’ottobre del 2019 a Roma.

È questa la richiesta avanzata oggi dalla Procura di Roma nell’ambito del processo: il pm Giulia Guccione ha inoltre chiesto la condanna all’ergastolo per Valerio Del Grosso, autore materiale del delitto e 30 anni per Paolo Pirino e per Marcello De Propris, che consegnò l’arma usata per sparare. Sollecitata invece l’assoluzione per il padre di quest’ultimo, Armando, accusato della detenzione della pistola.

Durissima è stata la requisitoria del pubblico ministero titolare dell’inchiesta per l’omicidio di Sacchi, personal trainer ucciso con un colpo di pistola a Roma nell’ottobre del 2019, nel corso di una rapina.

Una requisitoria nel corso della quale il padre di Sacchi, Alfonso, non ha retto l’emozione ed è uscito dall’aula visibilmente commosso dopo aver ascoltato le prime fasi di ricostruzione della serata in cui ha perso la vita il figlio. Con lui c’erano anche moglie e il fratello di Luca, che hanno deciso di uscire dall’aula.

Per il pm Guccione “Giovanni Princi, ha tenuto un comportamento ostativo all’accertamento della verità dei fatti e Anastasiya Kylemnyk ha mentito e cambiato versione più volte”, sono state le sue parole, riportate dall’Ansa. 

Depistaggi che però “non hanno colto nel segno e oggi si è potuto chiarire il contesto in cui è maturato l’omicidio”, ha aggiunto il pm. 

Secondo l’accusa quella di Sacchi è stata “una storia paradossale perché fin dalle prime battute Luca, la vittima, è stato fatto passare per l’accusato. Per questo oggi mi sento obbligata a fornire la verità processuale che risulta dalle carte. Perché è stato ucciso? Il motivo a me ad oggi sfugge. Lo zaino era nelle mani di Paolo Pirino. Il grilletto è stato premuto da Valerio del Grosso con gratuita violenza, non c’era motivo”.

La pm Guccione va oltre e tira in ballo anche la politica, perché la vicenda Sacchi “ha suscitato un clamore strumentalizzato anche dalle forze politiche. C’è chi in questo processo ha mistificato i fatti creando dei veri e propri depistaggi”.

La Procura ha chiesto l'ergastolo per del Grosso, 30 anni per Pirino e De Propris, 4 anni e mezzo per la fidanzata della vittima. Omicidio Sacchi, depistaggi e menzogne: “Anastasiya mente, Luca ucciso senza motivo”. Roberta Davi su Il Riformista l'11 Febbraio 2022 

“Una storia paradossale perché fin dalle prime battute Luca, la vittima, è stato fatto passare per l’accusato. Per questo oggi mi sento obbligata a fornire la verità processuale che risulta dalle carte.”

È iniziata con queste parole la requisitoria del pm Giulia Guccione al processo in Corte d’Assise per l’omicidio di Luca Sacchi, il personal trainer freddato con un colpo di pistola durante una compravendita di droga, trasformata in una rapina, il 23 ottobre del 2019 a Roma. 

È il giorno della richiesta delle condanne per gli imputati: ergastolo per Valerio Del Grosso, autore materiale del delitto; 30 anni per Paolo Pirino, che partecipò all’aggressione e per Marcello De Propris, che consegnò l’arma usata per sparare. Assoluzione per il padre di quest’ultimo, Armando, accusato della detenzione della pistola.

Mentre per l’ex fidanzata della vittima, Anastasiya Kylemnyk– che deve rispondere di spaccio, ma è anche parte lesa per l’aggressione e la rapina dello zainetto, da lei indossato, che avrebbe dovuto contenere 70mila euro per comprare 15 chili di marijuana- il pm ha chiesto una condanna a 4 anni e mezzo.

Il presunto complice nell’affare della droga, Giovanni Princi, è stato invece condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere con il rito abbreviato. 

“Per fortuna i depistaggi non hanno colto nel segno”

La pm Guccione parla di Giovanni Princi e Anastasiya Kylemnyk, rispettivamente amico e fidanzata della vittima: “Princi ha tenuto un comportamento ostativo all’accertamento della verità dei fatti e Anastasiya ha mentito e cambiato versione più volte. Per fortuna i depistaggi non hanno colto nel segno e oggi si è potuto chiarire il contesto in cui è maturato l’omicidio, inclusa la destinazione dei 70mila euro“.

In questo quadro ‘paradossale’, dove la vittima è diventata il colpevole, “con i genitori costretti ad andare in tv per difendere l’immagine”, una domanda però resta senza risposta, secondo il pm. “Perché Luca è stato ucciso? Il motivo a me ad oggi sfugge. Lo zaino era nelle mani di Paolo Pirino. Il grilletto è stato premuto da Valerio del Grosso con gratuita violenza, non c’era motivo.”

Il proiettile ha trapassato la testa di Luca Sacchi. Per il pm “un atto liberatorio di Valerio del grosso per affermare la propria figura sugli altri. Tornati in auto Pirino e Del Grosso si accorgono che nello zaino non ci sono i soldi che speravano di trovare”. 

Una vicenda che, secondo il pm, “ha suscitato un clamore strumentalizzato anche dalle forze politiche. C’è chi in questo processo ha mistificato i fatti creando dei veri e propri depistaggi”. Nella requisitoria Giulia Guccione  spiega che Princi coinvolge “Anastasiya Kylemnyk perché non poteva rischiare di fare lui lo scambio dato che era stato fermato dalla polizia appena pochi giorni prima.” 

“Non sappiamo cosa abbia spinto Anastasiya ad accettare” di partecipare all’acquisto della droga, aggiunge. Nelle chat tra la ragazza e il fidanzato in cui si evince che lei sapeva della droga. “Forse ha sottovalutato i rischi, ma quel fatto, negli ultimi giorni, aveva creato frizione tra lei e Luca.”

Il tassello mancante

Il pm spiega inoltre che fine abbiano fatto i 70mila euro con cui Giovanni Princi e Anastasiya Kylemnyk avrebbero dovuto comprare la droga. “I soldi erano nell’auto di Anastasiya: ecco perché  Del Grosso e Princi non li hanno trovati nella borsa della ragazza“.

Dopo il primo incontro con i mediatori fuori dal pub, “ritengo che Anastasiya sia tornata nella sua auto con la scusa di comprare una bottiglia d’acqua per Luca, e abbia lasciato i soldi. Lo si capisce dal fatto che lo zaino, al suo ritorno, non appariva più pieno come lo era prima” aggiunge.

Dopo lo sparo, quando il suo amico era agonizzante in ospedale, Princi “si preoccupa che l’auto di Anastasiya fosse sulle strisce pedonali e dice che va spostata. Princi aveva quindi le chiavi dell’auto e dall’ospedale si è fatto accompagnare in via Bartoloni, dove dall’auto ha preso qualcosa di cui si è disfatto portandolo nella sua abitazione.” Secondo il pm “questo è uno dei depistaggi che Anastasiya ha tentato di fare. Sono convinta che se avessimo sequestrato l’auto nei momenti iniziali all’aggressione vi avremmo trovato dentro la somma di denaro”.

La ricostruzione del delitto

Il pm ricostruisce i “31 secondi di parapiglia”. Le grida, i colpi sferrati da Pirino ad Anastasiya, fino al colpo di pistola che ha ucciso Luca. “Me lo immagino Del Grosso eccitato, già fuori dalla macchina e non a bordo come ha detto, che vede arrivare il suo momento, avanza di qualche passo impugnando la pistola con braccio teso e mirando a Luca che è distante non più di due metri. Era impossibile non colpirlo. Luca non vede chi gli sta sparando perché è concentrato su Anastasiya e il proiettile che gli attraversa il capo non gli lascia scampo” sottolinea il pm. Acquirenti e venditori volevano infatti truffarsi a vicenda, con Luca che è stato coinvolto ma non aveva niente a che fare con il mondo della droga.

Un dolore ancora vivo e troppo profondo. Alfonso Sacchi, papà di Luca, nel corso della requisitoria del pm Giulia Guccione è uscito con le lacrime agli occhi dall’aula bunker di Rebibbia. Insieme a lui, anche sua moglie Tina e il figlio Federico, tutti visibilmente toccati dalle parole della Guccione.

La vicenda

Valerio Del Grosso è l’autore materiale dell’omicidio del 24enne Luca Sacchi. Insieme al complice Paolo Pirino avrebbe dovuto portare a termine uno scambio soldi-droga con Giovanni Princi e Anastasya Kylemnyk: compravendita che però i due avevano progettato di trasformare in una rapina.

Luca, nel tentativo di difendere la fidanzata, venne colpito a morte con una pistola di proprietà del padre di Marcello De Propris, che l’aveva ceduta al figlio, colui che aveva organizzato lo scambio.

Roberta Davi

EDOARDO IZZO per lastampa.it l'11 febbraio 2022.

«Una vittima fatta passare per accusato». E ancora: «C’è chi in questo processo ha mistificato i fatti creando dei veri e propri depistaggi» e «È stata usata una violenza gratuita». 

Sono parole pesanti quelle pronunciate, nella requisitoria, dalla pm di Roma Giulia Guccione nella quale l'accusa ha ricostruito i depistaggi e le omissioni relative alle ore successive all'omicidio di Luca Sacchi, il giovane personal trainer ucciso con un colpo di pistola alla testa nella notte tra il 23 e 24 ottobre 2019 davanti ad un pub in zona Appio, nella Capitale.

Alla sbarra ci sono Valerio Del Grosso, l'esecutore materiale dell'omicidio, e Paolo Pirino, il giovane che lo accompagnava; Marcello De Propris, accusato di aver fornito la pistola utilizzata per il delitto e suo padre Armando, accusato della detenzione della pistola; 

e Anastasiya Kylemnyk, parte lesa nel procedimento perché vittima della rapina dello zainetto in cui sarebbero stati i settantamila euro per comprare 15 chili di marijuana e per questo anche coinvolta nella seconda tranche dell’inchiesta, per la violazione della legge sugli stupefacenti. 

Proprio sulla giovane sono state dure le parole della pm. «Anastasiya Kylemnyk ha mentito e cambiato versione più volte. Per fortuna i depistaggi non hanno colto nel segno e oggi si è potuto chiarire il contesto in cui è maturato l’omicidio».

È lei dunque, secondo l'accusa, ad aver tentato fin da subito di depistare le indagini della Squadra Mobile di Roma, allora diretta da Luigi Silipo. Ma Anastasiya era in buona compagnia. Per la pm è lui l'altro artefice dei depistaggi. Un delitto, quello del giovane, che per l'accusa è senza motivo. 

«Perché è stato ucciso Luca Sacchi? Il motivo a me ad oggi sfugge. Lo zaino era nelle mani di Paolo Pirino. Il grilletto è stato premuto da Valerio del Grosso con gratuita violenza...non c’era motivo», ha affermato la Guccione in aula.

Omicidio Sacchi, le intercettazioni: «Lo zaino coi soldi l’ha preso Princi». Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 7 febbraio 2022.

Che fine hanno fatto i 70mila euro costati la vita a Luca Sacchi? Il grande interrogativo sull’omicidio del 23 ottobre 2019 all’Appio Latino aleggia ancora sulla vicenda, arrivata ormai alla vigilia delle richieste di condanna nel processo in Corte d’assise. Ma potrebbe trovare una risposta, seppur non dimostrabile, nelle nuove intercettazioni depositate dal pm Giulia Guccione. Si tratta di frasi di Valerio Del Grosso risalenti nel tempo ma che, captate in carcere, offrono una lettura alternativa alla vicenda: lo scambio droga-denaro non si sarebbe mai potuto avverare per mancanza dell’una e degli altri in uno scambio di reciproche truffe sfociato poi nella rapina e nell’omicidio. Una «sòla su sòla», come la definisce il ragazzo che ha fatto fuoco contro il personal trainer, nel quale Giovanni Princi, d’accordo con Anastasiya Kylemnyk, avrebbe scambiato lo zainetto col denaro per ingannare sia i pusher (che a loro volta non avevano la marijuana, come sostenuto da Del Grosso nel faccia a faccia con Marcello De Propris durante la scorsa udienza), sia gli altri partecipanti alla colletta per l’acquisto.

«Questo Princi è uno scemo — confida Del Grosso al padre che è andato a fargli visita — se quella sera c’aveva tutto lui (batte le mani per sottolineare il concetto, ndr), finiva a tarallucci e vino... hanno fatto gli strani loro, eh... era sòla su sòla...». E ancora riferito a Princi: «Gli hanno fatto fermi con gente importante (i precedenti di polizia per spaccio, ndr), si vede che dovevano da’ i soldi a qualcuno... anche Luca, pace all’anima sua, però lo stanno a fa passa’ per martire». Del Grosso racconta anche di aver incrociato Princi quando erano entrambi detenuti a Rebibbia: «Come mi ha visto ha iniziato a fare così (mima un gesto con la mano, ndr), me lo so’ guardato come per di’, oh tranquillo...». «Ma sti’ soldi che so’ spariti, non se sa dove so’ annati a fini’?», chiede il padre. «Ce li avrà lui», suggerisce il fratello, presente al colloquio. «Sì, so tutto io, oh, ho fatto sgama’ tutta la situazione all’avvocato... Princi è stato uno stupido.. se l’è imbertati (nascosti, ndr) e mo’ me li vuole fa accolla’ a me, ahò». Anche la madre avanza l’ipotesi che Princi abbia fatto a metà con Anastasiya e ancora Del Grosso sembra convenire: «Erano i loro (i soldi, ndr), erano più persone, quello mo’ con la scusa... io c’avevo parlato quella sera, me l’aveva detto “ci sta gente de fuori Roma” (tra i partecipanti all’acquisto, ndr), erano in quatto, cinque, sei... mi si avvicinavano con ‘sto c... di cane e non gli fregava un c... dell’arma... solo dopo so’ scappati e hanno sgamato tutta la situazione». I genitori si spingono a ipotizzare che ci fosse un secondo zaino oltre a quello sottratto ad Anastasiya nella rapina. Tutta questa ricostruzione, pur indagata dalla Procura, non ha però trovato prove a sostegno. 

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 4 febbraio 2022.

«Ma finiscila con questa pagliacciata» ha urlato, alla fine, Valerio Del Grosso a Marcello De Propris nell'ultima udienza del processo, durante un faccia a faccia all'americana nell'aula bunker di Rebibbia. Sono entrambi imputati, con accuse differenti, per la morte di Luca Sacchi, il 25enne personal trainer assassinato con un colpo di pistola nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 2019, fuori da un pub nella zona di Colli Albani dopo una trattativa sull'acquisto di una partita di marijuana che si era trasformata in una rapina e poi in un omicidio.

IL CASO Del Grosso avrebbe premuto il grilletto mentre De Propris gli avrebbe fornito l'arma. Tra i due, però, i racconti divergono su tutto quello che è accaduto prima dell'omicidio. La pianificazione della rapina, se l'arma fosse carica o meno. Non si tratta di dettagli. Perché la verifica di questi aspetti potrebbe alleggerire, in parte, la responsabilità di chi ha sparato o al contrario aggravare quella di chi ha consegnato la pistola. Del Grosso ritiene che De Propris fosse a conoscenza del progetto di rubare i soldi a Sacchi e ai suoi amici senza consegnare la partita di droga.

Per questo De Propris gli avrebbe consegnato la pistola carica. Al contrario l'amico nega, con l'obiettivo di allontanare da sé ogni tipo di coinvolgimento nell'uccisione del 25enne personal trainer. Ad ogni modo ieri, fra i due, si è ripetuto lo stesso copione, lo stesso scambio di accuse. Così come era accaduto in un'altra udienza in cui Del Grosso aveva sostenuto che «la pistola era carica io non sapevo manco dove potevo prendere i proiettili. Sapeva che mi serviva per fare una rapina». 

Gli altri imputati al processo, iniziato dopo le indagini del pubblico ministero Giulia Guccione, sono Paolo Pirino, che accompagnava Del Grosso nell'agguato e la fidanzata di Sacchi, Anastasiya Kylemnyk, parte lesa nel procedimento perché vittima della rapina dello zainetto in cui sarebbero stati conservati i settantamila euro per comprare 15 chili di marijuana e per questo anche coinvolta nella seconda tranche dell'inchiesta, per la violazione della legge sugli stupefacenti. Imputato anche il padre di De Propris, Armando, accusato della detenzione della pistola.

LE INTERCETTAZIONI Pesano, però, ai fini della condanna le intercettazioni su Del Grosso. Il 6 novembre 2019 il ragazzo, in una saletta con un altro detenuto che gli aveva chiesto: «Gli hai sparato?» aveva risposto di aver visto Sacchi «cascare per terra». E poi aveva aggiunto che lui aveva «sparato solo per spaventarli. Per fargli sentire la botta». Tuttavia l'altro detenuto gli aveva contestato che «per spaventarli potevi anche sparare per aria»; e Del Grosso aveva replicato così: «Per carità di Dio. Però lì per lì s' è accasciato per terra. Manco ho capito dove l'ho preso. Il giorno dopo sul telefono ho letto». Adesso il processo è alle battute finali. Alla prossima udienza, fissata per l'11 di febbraio, ci sarà la requisitoria del sostituto procuratore Guccione. Poi sarà la volta delle difese.

Delitto Sacchi, Princi: «I genitori di Luca sono dei brutti infami». Il Corriere della Sera il 29 Gennaio 2022.

Le intercettazioni choc del giovane accusato di aver organizzato l’affare della droga all’Appio quando è stato ucciso il personal trainer.  

«I genitori di Luca Sacchi sono dei brutti infami». È la frase (scioccante) che Giovanni Princi, 25 anni, ha detto al padre e alla madre di urlare al citofono della casa dei genitori del personal trainer 24enne ucciso dopo una colluttazione per difendere la fidanzata Anastasiya durante un tentativo di rapina il 24 ottobre del 2019 davanti al pub John Cabot, all’Appio Latino. Parole pronunciate e intercettate in carcere mentre Princi (in classe dal liceo con Sacchi con il quale condivideva la passione per le moto) incontra i familiari pochi giorni dopo essere stato arrestato, il 29 novembre del 2019, con l’accusa di aver organizzato l’acquisito di 15 chili di marijuana in cambio di 70 mila euro. «Affare» all’origine della tragedia in cui ha perso la vita Sacchi, ucciso secondo l’accusa da Valerio Del Grosso e Paolo Pirino mentre cercavano di portare via lo zaino di Anastasiya con la droga e per il quale Princi è stato condannato in primo grado (col rito abbreviato) a quattro anni di carcere. La stessa accusa è stata contestata ad Anastasiya Kylemnyk, 27 anni, ucraina, che però ha scelto di essere giudicata con rito ordinario nel processo dove sono imputati di omicidio volontario Del Grosso e Pirino.

Davanti alla Corte d’Assise, che riprenderà il dibattimento il 4 febbraio, sono state dunque depositate 200 pagine di intercettazioni ambientali dei colloqui in carcere tra Princi e i genitori: sono le uniche parole dette dal 25enne in questa vicenda perché Princi è sempre rimasto in silenzio con gli inquirenti. È nel corso di questi dialoghi che il giovane esprime la sua rabbia contro i genitori del personal trainer, Alfonso Sacchi e Tina Galati. Soprattutto verso il padre di Luca, definito «uno schifoso». Ma Princi accusa anche Anastasiya, tratteggiandola come «l’infame che sta alle firme» perché lui per la vicenda della droga è stato arrestato mentre la ragazza, accusata dello stesso reato, ha evitato il carcere.

Princi invita i genitori «a fare casino, gli dovete fa la guerra a ‘sti schifosi, fategli male...». Li incita «a fa un po’ di ripicca nei loro confronti, dite: com’è che scegliete de sta in giro, allo stadio, invece di sta a piagne». La madre, Antonietta Scardapane, nicchia. E Princi (poi evaso dai domiciliari nel gennaio del 2021 per andare a portare a spasso il cane con la ragazza), quel giorno rimarca: «Sti luridi c’hanno due avvocati con un figlio morto, quando teoricamente dovevano sta a piagne, i peggio infami sono i genitori». E la madre: «Sì...». Il padre, Teodoro Princi, è più freddo verso i proposti del figlio: «Vabbè, quando sarà...». Che se la prende anche con Anastasiya: «La notte dell’omicidio io e la mia ragazza abbiamo scritto ad Anastasiya, ma zero risposte (...) se prima c’avevo un po’ di compassione per sta ragazza, sta compassione... quella maledetta deve morì, pure lei, quella schifosa infame. Questa è una guerra. Se non voi morì, devi accoltellà per primo. Quindi accoltellate tutti, fateli tutti fuori, capito?». Stavolta la mamma prende le distanze: «Non lo possò fa...». E lui, con una freddezza agghiacciante, chiarisce quale sia il prezzo che è disposto a pagare: «Se mi dici di farmi stare un mese in più qua, e fargli del male a loro, fagli del male a loro». Poi pensa a Sacchi: «Il figlio non voleva questo, voleva che stavamo a piagne». E ancora: «I Sacchi hanno negato di conoscermi (...) poi pure la mia ragazza hanno tirato in mezzo. Ce l’ho a morte con tutti gli infami (...), arrivasse il messaggio che farò un bordello. Se lo devono ricordà ogni giorno che gli è morto il figlio...». La mamma sembra assecondarlo: «Certo, certo...». E lui: «Io sto benissimo in carcere, l’unica cosa che mi fa sta male è non andare a citofonare per dirgli: “Tuo figlio è uno spacciatore, è morto e non lo riavrai”». E chiede ai genitori di andare loro a citofonare ai Sacchi: «Fategli tanto male, perché non lo posso fare io (...) Andategli a citofonà a dite: “L’avete carcerato Giovanni e non gliene frega niente, a voi è morto il figlio e non lo rivedrete mai, brutti infami». E poi spietato, freddo, un’altra frase choc: «Mi fido della vendetta...».

Omicidio Luca Sacchi, tutti condannati: 27 anni a Del Grosso, 25 a Pirino e De Propris. Anastasiya, 3 anni per spaccio. Valeria Di Corrado su Il Tempo il 29 marzo 2022.

Dopo 10 ore e mezzo di camera di consiglio, i giudici della prima Corte d'assise del Tribunale di Roma hanno condannato a 27 anni di carcere Valerio Del Grosso e a 25 anni Paolo Pirino e Marcello De Propris, accusati dell'omicidio di Luca Sacchi, oltre che di spaccio, rapina e porto illegale di armi. Ad Anastasiya Kylemnyk, ex fidanzata del personal trainer di 24 anni ucciso, sono stati inflitti 3 anni per spaccio e una multa da 30mila euro. Assolto "per non aver commesso il fatto" Armando De Propris, il padre di Marcello, che era accusato della detenzione dell'arma.

«Ci fu violenza gratuita. Luca Sacchi aveva tutta la vita davanti», aveva detto lo scorso 11 febbraio durante la sua requisitoria il pm Giulia Guccione, sollecitando la condanna all’ergastolo per Del Grosso, considerato dalla Procura l’esecutore materiale del delitto, e a 30 anni per Pirino e Marcello De Propris, accusati di concorso nell'omicidio. Ma i giudici hanno concesso a tutti e tre le attenuanti generiche. Nei confronti della baby-sitter 27enne di origini ucraine, invece, era stata chiesta una pena di 4 anni e mezzo. 

«Noi ci aspettavamo l’ergastolo, quando ti muore un figlio vuoi il massimo della pena, comunque anche 27 anni sono tanti. Mi ritengo soddisfatto», ha commentato Alfonso Sacchi, padre di Luca, dopo la lettura del dispositivo. «Di Anastasiya non so più che dire, ci incrociamo, ma parlare no. Non mi aspetto più niente da lei. Per me conta che mio figlio sia uscito pulito e che chi ha sparato ha preso una pena severa», ha aggiunto.

La vittima, secondo l'accusa, la notte tra il 23 e il 24 ottobre 2019 si era trovata al centro di una compravendita di droga nei pressi del pub John Cabot di via Tommaso Mommsen, zona Appio Latino. La sua fidanzata Anastasiya e l'amico Giovanni Princi (già condannato a 4 anni per spaccio con il rito abbreviato) avrebbero dovuto acquistare 15 chili di marijuana. A venderla, incassando 70 mila euro, doveva essere Valerio Del Grosso. Ma quella sera il ragazzo ha cambiato idea. E dopo essersi fatto prestare una pistola da Marcello De Propris, insieme all'amico Paolo Pirino avrebbe cercato di rubare la borsa in cui pensava che Anastasiya custodisse i soldi. Luca ha reagito per difendere la fidanzata e Valerio Del Grosso ha esploso un colpo che ha colpito lo sportivo alla nuca. Poi è scappato. Si è nascosto per alcuni giorni. Fino a quando la madre ha scoperto cosa aveva fatto e lo ha denunciato.

Omicidio di Luca Sacchi: 27 anni al killer, tre ad Anastasiya per droga. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2022.

Le condanne in primo grado della Corte d’assise per il delitto del 23 ottobre 2019. Pene inferiori a quelle chieste dalla Procura. Il padre della vittima: «È stata fatta giustizia». 

Ventisette anni a Valerio Del Grosso, 25 a testa per Paolo Pirino e Marcello De Propris. Tre anni ad Anastasiya Kylemnyk, condannata anche a una multa di 30mila euro. Assolto Armando De Propris. Sono le decisioni in primo grado della Corte d’assise di Roma per l’omicidio di Luca Sacchi, il 24enne ucciso il 23 ottobre 2019 all’Appio Latino. Pene tutte più basse di quelle chieste dalla Procura.

Il pm infatti aveva sollecitato l’ergastolo per Del Grosso, ritenuto l’autore materiale del delitto, 30 anni per Pirino e per Marcello De Propris, che consegnò l’arma usata per sparare. Per Anastasiya la richiesta era stata di 4 anni e 4 mesi per aver tentato di comprare «circa 15 chilogrammi di hashish». Per Amando De Propris, padre di Marcello, la Procura aveva sollecitato l’assoluzione, richiesta che i giudici hanno accettato.

«Luca è morto per aiutare Anastasiya, l’ergastolo l’hanno dato a noi», dice con amarezza la mamma del 24enne, Tina Galati. «Con Anastasiya ci incrociamo, ma parlare no. Non mi aspetto più niente da lei. Per me conta che mio figlio sia uscito pulito e che chi ha sparato abbia preso una pena severa», si aggiunge il padre, Alfonso. Il giudice riconosce a loro e al figlio una provvisionale complessiva di oltre un milione di euro.

Il pm Giulia Guccione, pur accomunandoli nella stessa accusa di concorso in omicidio volontario aggravato, aveva distinto le responsabilità dei tre imputati principali nelle sue richieste: ergastolo per Del Grosso, autore materiale del delitto, e trent’anni a testa per Pirino (che partecipò alla rapina, aggredendo Anastasiya e guidando l’auto durante la fuga) e Marcello De Propris, che fornì la pistola e aderì al progetto di rubare lo zaino. Quanto alla 26enne ucraina, che si trovava nella posizione di essere sia imputata per lo spaccio che parte lesa per la rapina subita, ed è stata multata per 30mila euro anche se riceverà un risarcimento, il pm ha chiarito nella sua requisitoria che se non fosse stata anche lei indagata per droga (e dunque con la facoltà di mentire per scagionarsi), sarebbe potuta essere accusata di favoreggiamento nell’omicidio avendo depistato le indagini con ripetute versioni poi smentite dai fatti.

La decisione dei giudici dopo oltre 10 ore di camera di consiglio. Omicidio Luca Sacchi, la sentenza: 27 anni a Del Grosso, 25 a Pirino e De Propris. Tre anni ad Anastasiya. Redazione su Il Riformista il 29 Marzo 2022. 

Sono trascorsi quasi tre anni dall’omicidio di Luca Sacchi, il personal trainer ucciso la notte tra il 23 e il 24 ottobre del 2019 a Roma, con un colpo di pistola alla nuca. E oggi 29 marzo è arrivata la sentenza.  

I giudici della prima Corte d’Assise di Roma, dopo più di dieci ore di camera di consiglio, hanno condannato a 27 anni Valerio Del Grosso e a 25 anni Paolo Pirino e Marcello De Propris. Condannata a 3 anni di reclusione anche l’ex fidanzata di Sacchi, Anastasiya Kylemnyk. Assolto invece Armando De Propris, padre di Marcello.

Le condanne

I giudici hanno accolto sostanzialmente l’impianto accusatorio, infliggendo 27 anni a Valerio Del Grosso, accusato di essere l’autore materiale dell’omicidio: per lui la pm Giulia Guccione, lo scorso 11 febbraio, aveva sollecitato la pena dell’ergastolo. Paolo Pirino e Marcello De Propris, coindagati con Del Grosso, sono accusati dalla procura di concorso in omicidio: per loro era stata invece richiesta una pena di 30 anni. A tutti e tre sono state concesse le attenuanti generiche. I giudici hanno inoltre disposto una provvisionale di oltre 1 milione di euro in favore della famiglia Sacchi e una multa di 30 mila per Anastasiya.

”L’esito ovviamente non ci può soddisfare ma con altrettanta chiarezza dico che le sentenze, come ho sostenuto fin dall’inizio, vanno lette prima di essere commentate. Prendiamo atto della decisione della Corte d’Assise, ci impegniamo nella lettura del provvedimento e faremo valere le nostre considerazioni nella sede naturale prevista dal processo penale” ha dichiarato l’avvocato Giuseppe Cincioni, difensore di Anastasiya Kylemnyk, condannata a tre anni per violazione della legge sugli stupefacenti. La ragazza invece non ha rilasciato dichiarazioni.

Alfonso Sacchi: “Siamo soddisfatti”

In aula, alla lettura della sentenza, erano presenti gli imputati e i familiari della vittima. “Ci riteniamo soddisfatti, non c’è stato l’ergastolo ma 27 anni sono tanti. E’ stata fatta giustizia” ha dichiarato Alfonso Sacchi, padre di Luca, dopo le quattro sentenze di condanna. “Di Anastasiya non so più che dire, ci incrociamo, ma da lei mai una parola. In aula con noi si è scusato solo Armando De Propris, lei no“. 

Dura la madre del 24enne ucciso, Tina Galati: “Vorrei ricordare ad Anastasiya che mio figlio è morto per aiutarla. E questo se lo deve ricordare a vita. Non ha mai detto una sola parola contro chi ha ucciso Luca.”

La vicenda

Valerio Del Grosso e il complice Paolo Pirino avrebbero dovuto portare a termine uno scambio soldi-droga con Giovanni Princi (amico di Sacchi, già condannato a 4 anni e 4 mesi con rito abbreviato) e Anastasya Kylemnyk: compravendita che però i due avevano progettato di trasformare in una rapina. Luca, nel tentativo di difendere la fidanzata, venne freddato con un colpo di pistola, arma di proprietà del padre di Marcello De Propris, che l’aveva ceduta al figlio. Ossia colui che aveva organizzato lo scambio.

Princi avrebbe messo nello zainetto che quella notte Anastasiya aveva con sé i 70 mila euro necessari all’acquisto di droga. Denaro e sostanza stupefacente mai trovati. Anche per questo il pm, nel corso della requisitoria, aveva affermato di non sapere perché del brutale omicidio di Sacchi: “Il motivo a me ad oggi sfugge. Lo zaino era nelle mani di Pirino. Il grilletto è stato premuto da Valerio Del Grosso con gratuita violenza… non c’era motivo” aveva detto il pm Giulia Guccione.

Lorenzo D'Albergo per repubblica.it il 10 Giugno 2022.

Dagli uffici, dove vivacchiavano grazie alla patente di inidoneità, al controllo dei cassonetti. È la storia di 200 impiegati Ama, miracolosamente guariti dai malanni regolarmente certificati dal medico di famiglia. È bastata una visita, come non se ne facevano da un pezzo dalle parti di via Calderon de la Barca, per farli tornare immediatamente abili e arruolabili.

Ordinata dal nuovo management, l'operazione è appena iniziata. Riguarderà tutto il personale della municipalizzata dell'ambiente, un'azienda da 7.126 dipendenti che conta circa 1.500 inidonei. Mal di schiena cronici, una certa sensibilità agli agenti atmosferici, l'assoluto divieto del dottore curante a esporsi a sforzi fisici prolungati. Negli archivi Ama c'è di tutto. Ma i nuovi controlli promettono di svuotarli dai certificati ormai obsoleti.

I primi 200 guariti verranno piazzati nelle portinerie delle rimesse aziendali (liberando personale per altre operazioni) e messi a fare le ronde per il controllo dei cassonetti, in modo da segnalare ai colleghi deputati alla raccolta i contenitori più pieni. Non saranno mani e braccia in più per raccogliere i sacchetti da terra, ma di certo aiuteranno di più in strada che davanti a un computer.

Le segnalazioni, infatti, non mancano. Arrivano tanto dal centro storico che dalle periferie e in attesa di recuperare l'arretrato e dell'inserimento dei 655 nuovi innesti previsti dall'accordo siglato dal sindaco Roberto Gualtieri con i sindacati, il recupero di ogni singolo netturbino è considerato un gran successo in azienda. Vale per gli inidonei.

Vale anche per le circa 10 squadre che si libereranno grazie alla chiusura delle scuole: i privati che si occupano del ritiro dei rifiuti prodotti dai ragazzi da oggi torneranno a occuparsi di ristoranti e negozi, rimettendo a disposizione di Ama almeno 50 uomini. Altrettanti se ne libereranno da lunedì, quando partirà un appalto dedicato alle utenze non domestiche di Trastevere.

A proposito, in azienda sono attese per oggi le disponibilità a turni extra delle aziende già sotto contratto con la municipalizzata per la raccolta dell'immondizia prodotta dalle attività produttive della Capitale. L'Ama chiede e pretende. Giro di vite: non saranno più permessi errori nella raccolta, utenze saltate e quindi non servite. I privati, si legge in una delle ultime note della partecipata, devono muoversi con "estrema puntualità".

Michela Allegri per "Il Messaggero" il 22 giugno 2022.

Quando ha premuto il grilletto e ha ucciso Luca Sacchi, Valerio Del Grosso ha preso la mira e sapeva che avrebbe potuto uccidere. Sono bastati 31 secondi per freddarlo. 

«Ha agito con la chiara previsione della morte o del grave ferimento della vittima, indifferente al risultato perché, sul momento, era preso solo dalla foga di portare a termine una rapina». 

Lo scrivono i giudici della Corte di Assise nelle motivazioni della sentenza con cui, per l'omicidio avvenuto nell'ottobre 2019 davanti a un pub a Colli Albani, hanno condannato Del Grosso a 27 anni di reclusione. Per il suo complice, Paolo Pirino, sono stati disposti 25 anni, così come per Marcello De Propris, che procurò l'arma del delitto.

Per la fidanzata di Sacchi, Anastasiya Kylemnyk, accusata di avere preso parte alla compravendita di 70mila euro di erba poi sfociata nel delitto, i giudici hanno disposto 3 anni. 

Ed è proprio alla condotta della ragazza e, soprattutto, alle sue contraddizioni, che vengono dedicati interi capitoli della sentenza: ha mentito, nascondendo agli inquirenti l'appuntamento per comprare droga, organizzato dall'amico Giovanni Princi - già condannato - e al quale pure lei avrebbe partecipato. 

All'inizio, non aveva detto di avere ricevuto da Princi «i 70mila euro che portava nel suo zainetto». Erano i soldi che Del Grosso e Pirino volevano rubare e che non sono mai stati trovati.

Per i giudici, «non pare casuale che Anastasiya si recò con la propria vettura al pub». Avrebbe consegnato le chiavi a Princi, che «si preoccupò di andarla a recuperare la notte stessa», mentre Luca era in ospedale. 

Per la Corte, i soldi erano stati nascosti proprio nell'auto. La Kylemnyk aveva raccontato di essere arrivata al pub a piedi. Si era giustificata così: «Ho detto sempre a piedi perché ero convinta che Princi avesse fatto qualcosa nella mia macchina, per cui ho pensalo: Oddio se adesso dico che c'è la macchina metto nei guai me, ma anche Luca». 

La ragazza ha continuato a ripetere di avere agito così «nella convinzione che Luca si sarebbe ripreso ed insieme avrebbero risolto il problema». Ma le menzogne sarebbero proseguite. 

«L'adesione al disegno criminoso non è venuta meno dopo la consumazione della rapina e dell'azione omicidiaria nei confronti di Luca, che giaceva a terra esanime fra le sue braccia, e neppure dopo la sua morte: l'imputata ha taciuto circostanze fondamentali per la ricostruzione dei fatti». Tutti questi elementi, per gli inquirenti, dimostrerebbero che «la Kylemnyk non era né inconsapevole, né indifferente in relazione alla compravendita della droga, tantomeno mantenne un atteggiamento passivo».

I magistrati, in 469 pagine, sottolineano che l'omicidio è stato una conseguenza diretta della rapina programmata. È stato accettato ogni rischio: gli imputati si sono «muniti di mazza e pistola carica». 

Pirino ha aggredito Anastasiya con una mazza per derubarla dello zaino, Sacchi ha reagito per difenderla e poi sono pariti gli spari. «Del Grosso, esplodendo il colpo - scrivono i giudici - si rappresentò che Sacchi potesse morire, accettando il rischio, pur di conseguire l'obiettivo». 

Del Grosso e Pirino avrebbero agito «all'unisono», pure con De Propris, che ha fornito un «indubbio contributo morale e materiale»: ha fornito l'arma e - intercettato - aveva parlato con il socio di «un bel regalo» che si aspettava di ricevere. A Del Grosso, assistito dagli avvocati Alessandro Marcucci e Valerio Spigarelli, sono state concesse le attenuanti generiche per l'atteggiamento mostrato quando ha parlato in aula nel corso del processo: «Non è parso fredda indifferenza o cinico calcolo, ma piuttosto una presa di distanza da se stesso che parte da lontano e proviene dal suo tessuto familiare». A denunciarlo, erano stati i genitori: «Non hanno esitato, pur continuando ad accoglierlo e a seguirlo». 

Lorenzo D'Albergo e Martina Di Berardino per repubblica.it il 5 ottobre 2022.

Il 2 novembre, tra meno di un mese, saranno passati esattamente due anni dal funerale che ha commosso un'intera città. Due anni passati senza aver ancora centrato l'obiettivo di dare degna sepoltura al Verano a una delle icone della romanità: la cappella che dovrebbe ospitare le spoglie di Gigi Proietti ancora non c'è e la salma del maestro è ancora parcheggiata nelle Marche. A Porchiano del Monte, accanto ai genitori. 

Nel frattempo, nel cimitero monumentale della Capitale c'è solo un lotto vuoto. Il Campidoglio e Ama hanno sbrigato tutte le formalità e rilasciato la concessione agli eredi di Proietti. Poi sulla realizzazione della cappella è sceso il silenzio. Contattati, i rappresentanti della famiglia dell'attore preferiscono non commentare.

Parla, invece, la municipalizzata dell'ambiente che, oltre ai rifiuti e al loro smaltimento, si occupa anche della gestione dei servizi cimiteriali: "L'iter amministrativo per la sepoltura delle spoglie di Gigi Proietti prosegue regolarmente in stretto raccordo tra la famiglia, Ama e Roma Capitale secondo le disposizioni della stessa famiglia del grande artista. La direzione di Ama cimiteri capitolini ha già incontrato l'architetto incaricato dalla famiglia Proietti ed è ora in attesa che la stessa famiglia nomini un archeologo, obbligo dettato dalla Sovrintendenza e attività propedeutica alla realizzazione del manufatto cimiteriale".

Il numero di volte in cui è ripetuta la parola "famiglia" lascia intendere che Ama ritiene chiusa la propria parte. Prima dell'estate i vertici hanno incontrato l'architetto dei Proietti. Massima disponibilità ("Gigi è uno di noi") e poi la richiesta della nomina di un archeologo per realizzare una cappella compatibile con il Verano e il resto dei suoi sepolcri. Non che ci sia il bisogno di sottolinearlo, ma nel cimitero monumentale serve la massima sobrietà. 

A quel punto la questione si è fermata. Le comunicazioni tra gli eredi di Proietti e Ama si sono interrotte da mesi e tanto in azienda che in Comune restano tutti in attesa di sapere che ne sarà del monumento funebre più atteso di Roma.

All'ombra dei cipressi senza acqua, né luce. Persino la speranza, qui, abbandona i sepolcri. Il sole batte forte, il cielo si affaccia tra gli alberi secolari, ma non basta. Eppure il Verano doveva essere il cimitero salotto, dove riposano molti personaggi illustri: dovrebbe restituire l'immagine del ruolo, una forma di eleganza e di rispetto tradotta in cura delle strade, degli spazi verdi e dei loculi. 

Invece ecco un altro pezzo di vergogna Capitale. Lapidi rovesciate, fiori secchi, materassi, scarpe buttate, cappelle al buio. Ponteggi appesi al nulla, intonaci cadenti. E un guasto alle tubature ieri ha mandato in tilt la centralina Acea. 

Così la visita alle tombe è diventata una processione di cercatori d'acqua. I parenti con più esperienza di frequentazione si sono organizzati in partenza: arrivano già preparati con bottiglie e bottigliette piene alla delusione della fontanella secca.

"Abbiamo preso l'acqua piovana che ristagnava dentro i vasconi - confessano due suore della Basilica di San Lorenzo - conviene portare i fiori finti, noi ormai li consigliamo ai fedeli. Qui l'acqua è diventata merce rara. Oggi, poi, non si trova in nessun punto del cimitero". Un'altra signora si ferma e aggiunge: "Sono venuta a giugno e anche allora non c'era acqua. Non è una cosa di oggi, ma un problema che dura da tempo". 

L'area di sepoltura più vicina all'ingresso dello Scalo di San Lorenzo è la zona dove riposano Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Monica Vitti. È divisa per passaggi. Il numero 8 è della Vitti: un fornetto di marmo bianco semplicissimo con la foto dell'attrice a sinistra e una madonnina stilizzata a destra. Insieme a tutti, ai romani, alle famiglie che tanto l'hanno amata: è la Livella, la poesia di Totò che tra le righe spiegava la forma della morte, l'abilità unica di far diventare tutti uguali. E Monica Vitti è nel ruolo anche adesso.

Ma non solo lei. Camminando lungo i bordi della strada, a pochi metri da Monica c'è Marcello Mastroianni, poi Vittorio De Sica. Anche loro sono sulla scena tra i protagonisti dello strazio dei familiari che non possono onorare con i fiori la corrispondenza di amorosi sensi. "Ho comprato un mazzo di margherite al banco qui fuori - racconta Maria, qui per suo marito - e sono ore che cammino per trovare una fontana che abbia dell'acqua. Finora nessuna. Un operaio mi ha detto che devo uscire e andare alla fontanella dell'ingresso. Farò così, ma certo è un disagio che si unisce al dolore e rende tutto più faticoso. Mi hanno detto che anche a Prima Porta è così. Ma allora l'amministrazione dov'è? Che fa?".

La parte più vecchia, quella adiacente alla basilica, sembra tutto tranne un cimitero. Una discarica a cielo aperto, piuttosto: vasi rovesciati, sedie, ancora scarpe, lapidi senza nome ammucchiate ad altre lapidi, colonne crollate a terra come se ci fosse stato un terremoto. Addosso agli antichi archi che accompagnano le tombe c'è un'impalcatura di quelle che proteggono dalle cadute dell'intonaco: è piena di ruggine e sembra dimenticata lì, con le cofane lasciate dai muratori e ancora appese. 

Tante tombe hanno i gradini di accesso diroccati. Palme e vegetazione secca, tutto dà l'idea di un abbandono che aggiunge tristezza alla tristezza come se ce ne fosse bisogno. Alcuni operai ammucchiano le foglie cadute con i soffioni. Il giro prosegue con il monumento in ricordo di Giuseppe Garibaldi, anche qui al centro c'è un vaso con dei fiori secchi, bandiera di un passato dimenticato.

"Questa mattina un importante guasto ha paralizzato tutto - racconta un dipendente addetto all'accoglienza - Un squadra di tecnici è già al lavoro per riparare il danno, ma non sappiamo se e quando si risolverà". Un impiegato degli uffici dell'Ama interni al cimitero cade dalle nuvole: "Manca l'acqua? Non ne so nulla".

Uscendo dall'ingresso di San Lorenzo, ormai resta un solo banco di fiori. Un signore aspetta un mazzo di gerbere. Un passante lo avvisa che dentro non troverà acqua, ma la fioraia lo blocca: "C'è, c'è".

Giulio De Santis per roma.corriere.it il 20 luglio 2022.

Dagli 800 ai 3.500 euro. Sono le somme chieste ai familiari dei defunti dai titolari di tre agenzie di pompe funebri per procedere presso il cimitero Flaminio-Prima Porta per la cremazione delle salme. Soldi che non avrebbero dovuto essere versati. Le salme sono state infatti inumate da Ama. Nove le famiglie raggirate, secondo la Procura, che ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro imprenditori e un dipendente. 

L’accusa contesta dal pubblico ministero Silvia Sereni: truffa. In questo caso i magistrati hanno configurato anche la presenza dell’aggravante della minorata difesa a danno dei familiari. Secondo l’accusa, gli imputati, infatti, si sarebbero approfittati della debolezza dovuta alla perdita di una persona cara per raggirare i clienti. 

Sono nove i casi riscontrati dagli inquirenti. Sette di questi sono avvenuti in coincidenza del lockdown tra il 9 marzo e l’10 maggio del 2020 imposto dall’emergenza Covid. Periodo nel quale i familiari delle persone scomparse non hanno potuto accedere al cimitero o svolgere i funerali per il pericolo dei contagi. Altre due truffe invece sarebbero avvenute nell’estate di due anni fa. Ama, attraverso l’avvocato Giuseppe Di Noto, si costituirà parte civile.

Ecco l’elenco di chi rischia il processo. Innanzitutto è imputato Alessandro Manca, titolare dell’agenzia «Af». Gli episodi ricondotti alla sua ditta sono quattro e gli avrebbero garantito un incasso di 3.600 euro. Nella lista degli accusati figura il nome di Emanuele Alesse, alla guida dell’agenzia «Roma», che avrebbe intascato tremila e 500 euro per una cremazione mai svolta.

A rischiare il processo ci sono pure Roberto Caprioli, a capo dell’agenzia «Chiericoni», e Alessandro Biagetti, alle dipendenze della società «Caprioli». In questo caso sono tre le truffe, per un valore di duemila e 700euro, commesse dalla coppia d’imputati, secondo quanto sostiene la Procura. La lista si chiude con Carlo Bruni, titolare dell’agenzia funebre «San Giovanni». All’imprenditore viene ricollegata una sola truffa, che gli avrebbe consentito di intascare mille e 400 cento euro.

Questo il sistema escogitato dai cinque imputati, almeno secondo quello che viene contestato loro dall’accusa. E’ il 14 marzo del 2020 quando il telefono di Manca squilla. A voler parlare con lui, è una signora di 70 anni che ha appena perso un parente. L’uomo gli spiega – secondo gli inquirenti – che si occuperà della cremazione della salma. Per il servizio chiede 950 euro. La donna versa quanto chiesto. Intanto, stando alla ricostruzione della Procura, la salma del defunto viene sistemata presso la camera mortuaria del cimitero Flaminio.

La cremazione non viene eseguita dall’agenzia «Af». L’operazione d’inumazione viene portata a termine dall’Ama. La famiglia del defunto si accorge però del raggiro e denuncia Manca. Lo stesso accadrà con gli altri quattro imputati, tutti segnalati ai magistrati. Lo scorso giugno si è aperto il processo a 13 dipendenti Ama, accusati di aver estratto tre salme dai loculi del cimitero di Prima Porta per sezionarle e ridurle in pezzi. Lo scopo: riporre i resti nella cassetta delle ossa e poi chiedere ai familiari il pagamento di una somma per il servizio di estumulazione del cadavere.

Quattro le agenzie funebri finite nei guai. Cimitero Flaminio, la truffa delle finte cremazioni: nell’urna terra al posto delle ceneri. Mariangela Celiberti su Il Riformista il 29 Gennaio 2022.

Credevano che le ceneri del loro caro defunto fossero nell’urna cineraria ricevuta dopo averne richiesto la cremazione. Non sapevano che invece, al suo interno, c’era solo della terra, mentre il corpo del parente era stato sepolto nell’area comune del cimitero. Dolore su dolore. È successo al cimitero Flaminio nei primi sei mesi del 2020: nell’orribile truffa sono coinvolte almeno 4 agenzie funebri.

L’inchiesta sulle finte cremazioni

La Procura di Roma aveva scoperto il primo caso nel gennaio 2020: da allora i carabinieri del nucleo radiomobile hanno individuato altri casi simili. Undici le bare individuate nell’area comune del camposanto, ossia dove finiscono quelle prive di una tomba, nonostante i familiari avessero pagato la cremazione per i propri cari. 

Il sostituto procuratore Silvia Sereni indaga per truffa e ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro titolari di altrettante agenzie di pompe funebri.

Approfittando della vulnerabilità di chi aveva appena perso una persona amata, gli indagati riuscivano a falsificare i documenti e a dare delle spiegazioni di comodo agli ignari parenti. Proponevano inoltre prezzi vantaggiosi e tempi ridotti, per un’operazione che solitamente prevede costi più elevati. Gli investigatori ipotizzano che potessero contare sull’aiuto di chi lavora all’interno del cimitero.

Sedici indagati per vilipendio di cadavere

La truffa sulle finte cremazioni è l’ennesimo scandalo che riguarda il cimitero Flaminio. In un’inchiesta parallela sono finite ben sedici persone a processo con accuse che vanno dalla truffa al vilipendio di cadavere. I fatti si sono verificati tra gennaio e febbraio 2020.

Secondo la legge, trascorsi 30 anni dalla sepoltura deve avvenire l’estumulazione della bara. Di solito i cadaveri sono mineralizzati, quindi si procede alla raccolta delle ossa, che vengono spostate nell’ossario comune in modo che il loculo venga liberato. Capita però che i corpi siano ancora in buono stato: i parenti così devono pagare per la cremazione. Ed è in questo ultimo caso che i truffatori hanno pensato di agire, proponendo ai parenti delle soluzioni più economiche (e ovviamente in nero). Un modo per arrotondare che però comprendeva una macabra procedura: i corpi non venivano cremati, bensì dissezionati e fatti a pezzi.

Sarebbero tre i casi finora accertati, che avrebbero coinvolto tre imprese funebri e alcuni dipendenti infedeli dell’Ama. Mariangela Celiberti

Imputati 13 dipendenti Ama e tre operai di diverse agenzie funebri. Facevano a pezzi i cadaveri e chiedevano soldi ai parenti: orrore al cimitero, dipendenti incastrati da telecamere. Roberta Davi su Il Riformista l'8 Giugno 2022 

Vilipendio di cadavere e truffa in concorso. Sono questi i reati di cui dovranno rispondere 13 dipendenti Ama e tre addetti di diverse agenzie funebri di fronte al Tribunale di Roma.

Gli imputati sono infatti accusati di aver sezionato almeno tre salme e di aver chiesto dei soldi ai familiari per l’estumulazione: secondo le indagini però la procedura non sarebbe stata regolare. A incastrarli i filmati di alcune telecamere nascoste dai carabinieri tra i loculi del cimitero Prima Porta di Roma, come riportato da Il Messaggero.

La vicenda

Gli episodi contestati si sarebbero verificati nel mese di gennaio del 2020. In particolare il giorno 27 sei dipendenti Ama, armati di coltello, avrebbero prima fatto in pezzi una salma, che si trovava in una cappella del cimitero Prima Porta, dopo aver ricevuto l’ordine da un addetto di un’agenzia funebre. Poi sarebbero passati all’azione con i parenti, pretendendo 300 euro per trasferire i resti in una casetta più piccola e lucidare la lapide.

Secondo la Procura però, gli imputati avrebbero fatto credere alla persona contattata che i soldi fossero necessari per poter procedere con una ‘legittima attività di estumulazione‘, mentre si sarebbero accaniti sui cadaveri per poi riporre i resti nella cassetta ossea. Un ‘copione’ che si è ripetuto in altre due occasioni,  il 22 e il 30 gennaio 2020, quando ai familiari di due defunti sono stati chiesti rispettivamente 300 e 50 euro. Cifre che sarebbero servite ad ‘arrotondare’ lo stipendio.

Le immagini

Dai filmati delle telecamere piazzate dai Carabinieri le immagini dell’orrore: i dipendenti Ama si disponevano intorno alla salma e poi iniziavano a sezionarla e a farla a pezzi, con i resti gettati nell’ossario comune.

La prossima udienza è fissata per ottobre: verranno ascoltati i testimoni dell’accusa. Roberta Davi

Buche, radici e segnaletica scomparsa. Sempre peggio le strade di Roma. Alessandro Imperiali il 26 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Nonostante le amministrazioni cambino, i problemi per i romani aumentano: sempre più buche, radici e assenza di segnaletica nelle strade della Capitale.

Oltre al problema dei cassonetti strabordanti di immondizia, Roma e soprattutto i romani vivono un altro notevole disagio riguardante le strade. Buche dappertutto sempre più profonde, dal centro alla periferia. Con la conseguenza di notevoli disagi per automobilisti e cittadini.

Anche perché, quelle rare volte che queste vengono coperte da lingue di cemento, non si tiene minimamente conto degli attraversamenti pedonali. Prendendo ad esempio il quartiere Parioli, è possibile notare come diverse voragini, aperte da anni, siano state chiuse ma che l'amministrazione si sia dimenticata di un dettaglio non di poco conto: la segnaletica orizzontale non è più stata riverniciata. "Se ne sono proprio scordati, non c'è altra spiegazione. Hanno rifatto maldestramente le strade e non hanno minimamente pensato ai pedoni. Assurdo - afferma un barista in piazza Don Minzoni - anche perché qui è pieno di persone anziane che amano passeggiare". Il risultato è che le strisce o non ci sono o sono presenti solo a tratti. La lista delle strade ridotte in queste condizioni, riporta il Corriere.it, è molto lunga, partendo da viale Bruno Buozzi, sia nella parte bassa verso il lungotevere sia verso viale Parioli. Rischiano poi i residenti che attraversano piazza Santiago del Cile o piazza Euclide. Stessa situazione in viale Romania, vicino alla sede dell'università Luiss, e in molte delle strade secondarie: via Eleonora Duse, via Nino Oxilia, via di Villa Emiliani, via Ermete Novelli. Ancora peggio in via Ulisse Aldrovandi, qui i segni svaniscono tra le rotaie del tram.

"Non le rifanno da dieci anni", afferma un passante. "Non scherzo, sono proprio dieci anni", ribadisce sempre l'uomo. "Vivo qui dall'86. I Parioli erano bellissimi, adesso invece sono stati invasi dalle auto. Chi ama, come me, andare a piedi - spiega la signora Anna - rischia ogni giorno di essere investita". Il perché però non vengano disegnate delle semplici strisce pedonali arriva da Sandra Naggar, portavoce del Comitato cittadini Don Minzoni: "Il problema sono le risorse davvero troppo esigue. Noi ci facciamo sentire, segnaliamo i disagi al Comune e al Municipio ma quando sentiamo che non ci sono i soldi diventa anche inutile tempestarli di richieste". Situazione identica anche al Fleming e in molte traverse di Via Flaminia: attraversamenti pedonali non pervenuti.

"Una volta erano strisce bianche - spiega una ragazza alla fermata dell'autobus davanti la chiesa di Santa Maria Addolorata - oggi non si vedono più e infatti molti automobilisti non se ne rendono conto e parcheggiano tranquillamente sopra". Stessi disagi anche per gli abitanti di Vigna Clara dove oltre ai problemi di visibilità segnaletica orizzontale si aggiungono anche le radici degli alberi.

Un problema che colpisce la città nella sua totalità. La situazione, infatti, è identica anche in diverse altre zone della Capitale e in strade cruciali che collegano il centro con il mare. Svariati in quest'ultimi anni sono stati i motociclisti vittime sulla Cristoforo Colombo e sulla Via del Mare a causa proprio delle radici e della non curanza dell'amministrazione. Proprio sulla prima strada, l'ex sindaco Virginia Raggi, invece di rifare il manto stradale, ha optato per abbassare il limite di velocità (da 80 a 50 chilometri orari) con la promessa futura che tutte le buche e le situazioni che comportavano disagi e soprattutto pericolo per i cittadini sarebbero state risolte. Nulla di fatto.

Nel frattempo, in Aula Giulio Cesare c'è una nuova Giunta e l'unica certezza che sembra esserci per le strade romane è che neanche Gualtieri, fino adesso, è stato in grado di far "cambiare il vento", come diceva proprio Virginia Raggi.

Alessandro Imperiali.  Nato il 27 gennaio 2001, romano di nascita e di sangue. Studio Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza e ho preso la maturità classica al Liceo Massimiliano Massimo. Sono vicepresidente dell'Associazione Ex Alunni Istituto Massimo e responsabile di ciò che riguarda il terzo settore. Collaboro con ilGiornale.it da gennaio 2021 e con Rivista Contrasti. Ho tre credo nella vita: Dio, l’Italia e la Lazio.

Emilio Orlando per leggo.it il 21 gennaio 2022.

Intascavano i soldi delle multe pagate “a vista”. Tre agenti della Polizia municipale risultano indagati. Come nel film “Febbre da Cavallo” (dove Gigi Proietti - che impersonava un vigile urbano - diceva agli automobilisti fermati la frase rimasta storica “Concilia?” per intascare il denaro - anche i tre agenti della Municipale in servizio al Git (Gruppo intervento traffico) riuscivano a appropriarsi del denaro grazie a un escamotage. 

L’inchiesta della Procura è partita dopo le denunce di alcuni conducenti di mezzi con targa straniera e di persone non residenti in Italia che, pur avendo pagato agli agenti la contravvenzione, si sono visti recapitare una cartella esattoriale con l’iscrizione a ruolo proprio di quella multa. 

Secondo la legge, infatti, questi trasgressori al Codice della Strada - a cui viene contestata direttamente la violazione - sono obbligati a pagarla in contanti sul posto e direttamente nelle mani di chi redige il verbale: pena il sequestro immediato del mezzo. 

I tre appartenenti al Corpo della Polizia municipale, dopo aver ricevuto i soldi, rilasciavano una ricevuta ma poi denunciavano lo smarrimento del libretto delle quietanze. Un business illegale andato avanti per qualche anno probabilmente anche grazie a controlli “inesistenti”. Insomma, nessuno non si era mai accorto mai di nulla. Non solo. Non è stata mai operata una rotazione del personale incaricato di alcuni servizi definiti “delicati”.

Lo stesso reparto Git è al centro di un’altra inchiesta di malaffare, legata alle rimozioni dei veicoli in sosta vietata con i carri attrezzi. Le società consorziate che operano la rimozione, infatti, devono essere attivate esclusivamente attraverso la centrale operativa, secondo un sistema di chiamata a rotazione.  

Ma la norma veniva bypassata da alcuni vigili che chiamavano privatamente il “carro amico”. Le indagini, delegate per il momento agli stessi investigatori della Municipale, sono nella prima fase anche se alcuni documenti scottanti sarebbero stati acquisiti dai magistrati.

Maria Egizia Fiaschetti per il “Corriere della Sera” l'11 luglio 2022.

Più di 300 netturbini «guariti» nel giro di due mesi e rientrati in servizio. La cura miracolosa ha iniziato a fare effetto quando i nuovi vertici di Ama, la municipalizzata che gestisce il servizio dei rifiuti a Roma, hanno deciso di passare in rassegna i molti, troppi certificati di malattia che incidevano sulle capacità operative dell'azienda: 1.612 gli inidonei parziali (abili al lavoro sedentario ma non alla raccolta in strada con attività che impegnano il nervo sciatico e la colonna vertebrale) e 332 inidonei completi (fermi a casa per patologie invalidanti o incompatibili con la presenza in ufficio) su un organico di 7.162 dipendenti. 

Nei due anni precedenti, sui quali ha pesato la pandemia con ricadute simili in tutti i comparti lavorativi, le visite mediche erano nell'ordine di 1.550 l'anno. 

Al suo arrivo in Campidoglio il nuovo sindaco, Roberto Gualtieri, ha puntato sul potenziamento del servizio lanciando la campagna di pulizia straordinaria per riportare il decoro in città nel periodo di Natale: in quella occasione la leva erano stati gli incentivi sotto forma di straordinari affinché i netturbini rinunciassero a mettersi in malattia e garantissero gli extra.  

E però, vuoi per la carenza cronica di impianti che costringe alla ricerca affannosa di sbocchi per il trattamento e lo smaltimento degli scarti, vuoi per gli incidenti che rischiano di mettere in ginocchio un sistema già fragile come il rogo del Tmb di Malagrotta, i nuovi vertici hanno deciso di cambiare strategia con un approccio più muscolare, la verifica dei certificati. 

I risultati ci sono, considerate le guarigioni repentine degli ultimi due mesi: a maggio su 3.906 controlli (oltre il doppio in un mese rispetto a quelli effettuati negli anni 2020-21) 200 sono stati ritenuti idonei dal medico del lavoro a operare sui mezzi di raccolta e spazzamento e al prelievo dei sacchi ammassati in strada intorno ai cassonetti stracolmi. Resta comunque una sacca di irriducibili: 330 non si sono presentati alla visita ignorando la convocazione.  

A giugno la campagna anti assenteismo è proseguita con il reintegro di altri 125 operatori, il 20% dei 693 che si sono sottoposti allo screening sanitario (72 gli assenti). 

L'accelerazione impressa per invertire la rotta, dopo il rallentamento fisiologico nei mesi estivi tra ferie e Covid, sarà rilanciata in autunno. La svolta, che punta a stanare imboscati da scrivania e malati immaginari (memorabile l'interpretazione di Alberto Sordi nell'omonimo film del 1979) rientra nel piano di reingegnerizzazione di Ama: un progetto su più livelli, che verrà declinato nel nuovo piano industriale.  

La rimotivazione del personale, anche a costo di controlli più severi sulle patologie vere o presunte, è una delle strategie che l'attuale gestione sembra intenzionata a mettere in campo: il contrappeso è nelle nuove assunzioni, dopo il lungo blocco del turnover che ha ostacolato il necessario ricambio generazionale.

Guarigioni "miracolose" all'Ama: 300 operatori tornano al lavoro a Roma. Francesca Galici il 10 Luglio 2022 su Il Giornale.

Centinaia gli operatori dell'Ama di Roma che, a seguito delle visite fiscali, sono rientrati in attività perché compatibili con l'attività da svolgere

Uno dei grandi problemi di Roma degli ultimi anni è stato l'assenteismo degli operatori dell'Ama incaricati alla pulizia della città. Eppure, con il cambio del management della municipalizzata, qualcosa sembra essere cambiato a Roma, tanto che centinaia di operai sono tornati a lavoro. Qualcuno parla ironicamente di miracolo ma in questo caso esiste una spiegazione ben più concreta e realistica: sono state implementate le visite fiscali.

Quella che sembrava essere una brutta epidemia, capace di decimare il personale operativo dell'azienda municipalizzata della Capitale, si è risolta in poche settimane. Tanti i malati immaginari, così come gli ipocondriaci che improvvisamente sono guariti dai loro guai di salute immaginari. O, forse, il medico è della nuova squadra di medici fiscali che dallo scorso maggio hanno implementato i controlli a casa dei marcanti visita. L'obiettivo dichiarato era quello di verificare se chi ha consegnato i certificati medici soffra davvero di patologie incompatibili con la tipologia di lavoro, non leggera, che prevede lo svolgimento degli incarichi degli operatori dell'Ama. I frequenti sali e scendi dai mezzi, i movimenti necessari per spazzare l'asfalto o per raccogliere i sacchi dalla strada e lunghe ore da trascorrere in piedi sono uno sforzo fisico trascurabile e richiedono una buona salute. Però, quello che appariva inusuale, era l'altissimo numero di assenti.

Ama fa i controlli: in 200 tornano a lavorare per strada

E, infatti, come anticipa il quotidiano la Repubblica, dopo i 200 recuperati a maggio, a giugno si sono sono aggiunti altri 125 operatori che sono rientrati in servizi perché abili al lavoro. Dopo gli incentivi di Natale, offerti per aumentare l'indice di produttività e ripulire Roma durante le festività, il Campidoglio ha deciso di attuare una stretta con un potenziamento delle visite al personale in malattia. Ciò a portato a effettuare a maggio 3.906 visite fiscali, ossia più del doppio rispetto al 2021-22. C'è poco di magico o miracoloso in questi numeri, che evidenziano una condotta non adeguata negli anni precedenti. Ma il nuovo management di Ama non sembra soddisfatto del lavoro svolto ed è pronto ad aumentare ulteriormente il numero di visite fiscali per proseguire con gli accertamenti sul personale risultato inidoneo al lavoro nei mesi precedenti.

Estratto dell’articolo di Pier Paolo Filippi per “Il Tempo" pubblicato da Silvia Di Paola per “La Verità” il 20 gennaio 2022.

Un quarto dei dipendenti operativi dell'Ama, la municipalizzata dei rifiuti di Roma, sono non idonei a svolgere il lavoro per il quale sono stati assunti. Su 6.000 dipendenti totali, 200 (il 3,3%) risultano «inidonei» dalle visite mediche mentre 1.300 (il 21,7%) «idonei parziali» alla mansione specifica assegnata dall'azienda. 

Il dato proviene dal Laboratorio indipendente lavoratori Ama ed è doppio rispetto, per esempio, all'azienda dei rifiuti milanese Amsa. La società romana ha deciso di accelerare la revisione delle condizioni di salute e delle relative idoneità dei lavoratori con verifiche più veloci e più stringenti, compresi i controlli alla scadenza dei periodi di inidoneità temporanea.

Salvatore Dama per “Libero quotidiano” il 12 gennaio 2022.

Finita la furia moralizzatrice, al Comune di Roma tira aria di restaurazione. Il nuovo sindaco Roberto Gualtieri ha una lista di priorità. Al primo punto non ci sono la monnezza, i trasporti, la sicurezza. C'è l'occupazione. Con una condizione curriculare tassativa: avere in tasca la tessera del Pd. 

Tornano gli staff faraonici, i manager assunti con stipendi da urlo, gli aumenti di indennità per giunta e consiglieri. Il quinquennio grillino è evaporato rapidamente. Con esso il giacobinismo del M5s e il richiamo a una politica "francescana", fatta con le ciocie e non con le Clarks. 

Va detto che i Cinquestelle si erano ammosciati ben prima della fine della consiliatura della "rivoluzione". E ora si torna alla tradizione. Fatta di miliardi di debiti e nuovi privilegi che si reggono sulle macerie di Roma Capitale.

Oggi si riunisce la commissione trasparenza richiesta dalla Lega sulle assunzioni in Campidoglio. «Contiamo di avere ampi chiarimenti in merito alle oltre 80 persone entrate nello staff del sindaco Gualtieri. Siamo di fronte a contrattualizzazioni molto discutibili che si aggiungono alle nomine poco chiare di alcuni dirigenti». Lo dichiara in una nota il consigliere capitolino della Lega, Fabrizio Santori. 

«Un'infornata di decine di nuovi collaboratori dei quali abbiamo diritto, come tutti i cittadini romani, di verificare requisiti, capacità e adeguatezza all'incarico cui sono destinati, soprattutto se andiamo a fare il calcolo puntuale dei costi, che si aggirano sui 4.036.000 per un solo anno. 20 milioni di euro per i prossimi 5 anni», prosegue il consigliere. «Non è certo questo il modo di rispettare i criteri di economicità ai quali l'Amministrazione deve ispirarsi.

Ogni giorno ascoltiamo richiami alla razionalizzazione delle spese e alla valorizzazione del personale interno. Richieste che sono evidentemente del tutto ignorate dalla coalizione che siede sul colle Capitolino», conclude Santori. I fatti risalgono al 26 novembre scorso, quando la giunta ha varato una infornata di nomine per comporre gli staff del sindaco e degli assessori. 

A leggere i nomi sembra esserci un denominatore comune. Ed è il Pd. In molti casi (quasi tutti) si tratta di ex presidenti di municipio, consiglieri comunali, assessori municipali, personale proveniente dalla Regione Lazio ed esponenti collegati al Partito democratico. Che, va detto, ha questa particolare forma di welfare per i trombati: non lascia indietro nessuno.

Per esempio c'è l'ex capogruppo dem, quello della precedente consiliatura. Per lui, riferisce il quotidiano Il Tempo, «arriva un posto nell'ufficio del sindaco in un ruolo di raccordo tra gli assessorati. Un incarico per il quale percepirà 62.000 euro all'anno». Ma ci sono anche gli ex presidenti dei municipi IV e XIV. Il primo «ha trovato casa nell'ufficio dell'assessore ai Lavori pubblici» dove «per uno stipendio di circa 47 mila euro» si occuperà del coordinamento con i Municipi.

Il secondo va nell'ufficio dell'assessore all'Ambiente e ai Rifiuti, dove farà «il capo staff con uno stipendio annuo di circa 90mila euro». Sono solo alcuni casi. Ce ne sono a decine. Lo stesso capo di gabinetto del sindaco Gualtieri arriva direttamente dallo staff di Nicola Zingaretti. 

E, nel passaggio dalla Regione al Comune, si garantisce un importante aumento di stipendio: 14mila euro in più soltanto di indennità ad personam. Poi c'è tutto il resto. È impietoso anche il raffronto con lo staff della Raggi. Il segretario particolare di Virginia guadagnava 42mila euro l'anno. Quella di Gualtieri 93mila. Fessi i grillini, si dirà. In effetti.

E non è finita qui. I consiglieri comunali di Roma ritengono troppo misera la loro paga. E al Campidoglio si sta pensando di procedere a una modifica del regolamento interno per accontentarli. 

A breve lo stipendio di Gualtieri, come quello di tutti i sindaci delle città metropolitane, passerà da 5.700 netti a oltre 11mila. In proporzione aumenteranno anche le paghe della giunta. Il piano è di far lievitare pure l'indennità dei consiglieri, dai 1500 attuali a 3500 netti mensili.

Lorenzo De Cicco per "il Messaggero" il 10 gennaio 2022.

Il Comune di Roma sapeva da almeno tre anni che oltre 1.600 appartamenti del suo sterminato patrimonio immobiliare erano affittati a inquilini morti. Tre relazioni riservate, spedite in Campidoglio dalla partecipata Aequa Roma, denunciavano un decennio di irregolarità contabili, i decessi avvenuti addirittura negli anni 90, i contratti mai aggiornati e il paradosso di decine di migliaia di bollettini di affitto intestati (e spediti) ai defunti o ai loro ignoti «eredi».

Cosa è stato fatto in questi anni? Poco, pochissimo. Almeno a giudicare dagli esiti dell'inchiesta interna, ancora in corso, chiesta dall'assessore di Gualtieri al Patrimonio, Tobia Zevi: dal report dell'indagine, datato 3 gennaio 2022, emerge infatti che gli immobili comunali ancora intestati a persone scomparse - qualcuno addirittura è deceduto nel lontano 1998 - sono 1.646. Un numero superiore a quello annotato nella prima segnalazione di Aequa Roma, l'«Equitalia del Campidoglio» a cui erano affidati i controlli, che risale al 2018. E attenzione: nel rapporto stilato dagli uffici capitolini pochi giorni fa, non sono tenuti in considerazione gli inquilini «deceduti nel 2021, per evitare problemi di mancato allineamento e possibili volture in corso».

Non stupisce allora che, dopo anni di negligenze e omissioni, la maggior parte degli occupanti effettivi delle case intestate ai morti si sia resa morosa nei confronti della città: per il 49,1% degli appartamenti, dalla data del funerale in poi, il Comune non ha più visto un euro. Nel 19% dei casi, i contabili di Palazzo Senatorio hanno scoperto morosità che vanno dal 20 all'80% delle cartelle emesse. Solo per il 12% degli alloggi le rate sono state saldate completamente. Da chi? Per il Comune sono fantasmi. Ma è facile immaginare che si tratti di abusivi che, in cambio di 2-300 euro di affitto al mese, sperino di farla franca, dopo avere preso il posto dell'inquilino morto.

IL PRIMO CENSIMENTO Rosalba Castiglione, assessore di Raggi al Patrimonio e alle Politiche abitative dall'agosto del 2017 al settembre 2019, racconta che l'ex giunta grillina ha realizzato un primo censimento sulle quasi 40mila case comunali a novembre del 2017: «E vennero fuori - ricorda Castiglione - circa 1.500 appartamenti intestati ai defunti. A quel punto fu data disposizione agli uffici di mettere a posto la situazione e di aggiornare la nostra banca dati con gli inquilini reali. Ricordo che a un certo punto questo dato, intorno ai 1.500, diminuì drasticamente». Poi però, evidentemente, il clima da repulisti è evaporato.

E il numero di case intestate ai morti è esploso di nuovo, lievitando fino a quota 1.646, gli appartamenti tutt' oggi intestati ai morti, senza nemmeno una richiesta di voltura. «Fino a quando sono stata in carica questo lavoro è stato portato avanti - assicura Castiglione - controllavo costantemente quale fosse l'andazzo su queste pratiche». Poi l'ex assessore di Raggi aggiunge un commento inquietante: «Sicuramente la mia uscita dal dipartimento, preceduta da quella del direttore che mi affiancava, ha messo il freno su determinate cose, perché io stavo col fiato sul collo ai funzionari». Altri, è il sottinteso, no. L'indagine chiesta da Gualtieri è ancora aperta.

Estratto dall'articolo di Simone Baglivo per ilfoglio.it il 21 settembre 2022.

In occasione delle prossime elezioni politiche, Atac ha ricevuto dai lavoratori necessari ad assicurare l’erogazione del servizio un numero abnorme di richieste di permessi per svolgere le funzioni di rappresentante di lista". Inizia così la lettera (lunga due pagine) inviata dal direttore generale della municipalizzata dei trasporti di Roma Alberto Zorzan al prefetto della capitale Matteo Piantedosi, all’assessore alla Mobilità Eugenio Patané e al sindaco Roberto Gualtieri.

Il "numero abnorme" di cui parla Zorzan è 1.229. Un record, visti i precedenti. La passione elettorale dei dipendenti di via Prenestina non è nuova. Lo scorso ottobre, durante le comunali di Roma, erano stati in 650 ad assentarsi per lavorare alle urne. A marzo 2018, quando si è votato contemporaneamente per le regionali del Lazio e le politiche, sono stati quasi 1.000 a non presentarsi sul posto di lavoro. […]

Insomma, quando il direttore Zorzan (ingegnere già direttore operativo di Atm a Milano, arrivato da poco a Roma in soccorso della giunta Gualtieri) si è visto recapitare sulla scrivania 1.229 richieste dagli aspiranti rappresentanti di lista, scrutatori e presidenti di seggio, ha deciso di accettare esclusivamente quelle dei componenti di seggio (30 domande per fare il presidente, 26 per lo scrutatore, 14 per il segretario: 70 su 1.229) rifiutando la stragrande maggioranza delle istanze di chi avrebbe voluto assistere alle operazioni di voto per conto di un partito (cioè fare il rappresentante di lista).

Se le avesse accettate tutte, l'Atac avrebbe perso almeno 915 autisti (il 15 per cento del totale), bloccando per ben tre giorni il servizio di trasporto pubblico locale, proprio quando invece può essere ancora più utile per lo spostamento degli elettori verso i seggi. […] 

L'assenteismo tra i dipendenti di Atac è già altissimo in situazioni normali: 18 per cento nel primo trimestre del 2022. A questo si sommano i guasti tecnici, i disservizi e gli scioperi. Venerdì scorso l'ultimo, eclatante, caso: 200 passeggeri sono stati sequestrati all'interno della metropolitana durante l'ennesimo sciopero.

Dagospia il 24 Ottobre 2022. Dal profilo Twitter di Ugo Quinzi.

Sugli autobus di Roma è sempre più frequente osservare che il posto di guida è schermato alla buona da sguardi indiscreti. Così non si vede né il viso del conducente né il numero di vettura. Un espediente utile per evitare il riconoscimento in certi casi. Come vi racconto. 

Stamattina sul 32 partito da Saxa Rubra alle 06:12 (vettura 2236) il conducente, da un piccolo schermo posto alla sua estrema sinistra, durante la guida s'è guardato un film. Ho ripreso vari minuti di questo spettacolo, li posto per far conoscere al mondo la vergogna romana.

Sono sicuro che ATAC non farà nulla. Già consentire l'uscita di mezzi i cui conducenti, protetti da una cabina, sfuggono al controllo dei passeggeri (la cui sicurezza è nelle mani di una sola persona) la dice lunga sulle sue capacità di intervento. 

Il Comune di  @Roma non farà nulla. Un Sindaco @gualtierieurope  inesistente e un Assessore  @eugenio_patane  preoccupato solo di non fallire per non far passare alla storia il fallito @pdnetwork come il liquidatore di ATAC, del tutto disinteressati all'utenza. 

Il risultato è #VergognaCapitale, caro @MercurioPsi

Siamo stati abbandonati da tutti. Possiamo solo sperare che qualche giornalista serio prenda a cuore la situazione e voglia documentarla perché la denuncia possa diventare inizio di rinnovamento. 

(ma non ci credo)

Atac, le follie infinite degli autisti dei bus di Roma dal «gratta e vinci» al film alla guida. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 5 novembre 2022.

Ma gli autisti dell’Atac dove lo trovano il tempo, tra le consultazioni dei tagliandi Gratta e vinci e le visioni di film sul tablet, per concentrarsi nella guida degli autobus carichi di passeggeri? Messa così è una provocazione, ovvio. Un insulto nei confronti di tanti dipendenti dell’azienda di trasporto romana che fanno fino in fondo il loro dovere, inchiodati per ore al volante, riuscendo miracolosamente a evitare una miriade di incidenti nel caos dell’infernale traffico capitolino. Difficile ignorare però un crescendo di episodi sconcertanti. 

Vogliamo partire, a rovescio, dalle cronache a lieto fine? Basti ricordare Simona Fedele, l’autista di un autobus che poche settimane fa, come hanno raccontato Manuela Pelati e Massimo Gramellini, fermò il pullman che guidava e sul quale era salito un ragazzino tormentato da un branco di coetanei prepotenti, si fermò, prese per mano la vittima dei bulli, si fece dare il numero della madre, le telefonò perché andasse a prendere il figlio. O Pasquale S., che pochi mesi fa, vedendo nello specchietto retrovisore un molestatore sempre asfissiante verso una ragazza bloccò il bus, chiuse le porte, diede l’allarme e protesse la donna fino all’arrivo della polizia. O i due autisti che, in momenti e luoghi diversi, si accorsero all’ultimo istante che nel primo caso una signora e nel secondo un uomo stavano buttandosi da un ponte e riuscirono a fermarli, ad aprire un dialogo con gli aspiranti suicidi, a guadagnare loro fiducia...

Per non dire di quanti conducenti, mandati a fare il loro lavoro in quartieri delle periferie più difficili frequentati a tarda sera da bande di balordi o lupi solitari, sono stati presi a sassate, minacciati, rapinati, picchiati a sangue. Come un autista che risaliva via Orti della Farnesina e aveva osato prendere di petto («Ragazzi, finitela, state disturbando troppo») un branco di rissosi pronti al pestaggio. O un suo collega che, in un momento dei più gravi per il Covid, chiese a un tizio di mettere la mascherina guadagnandosi un pugno in faccia. O ancora di Laura Zaratti che una decina di anni fa chiese a un passeggero di vedere il suo biglietto e fu colpita con una testata che le spaccò il setto nasale. Una botta tremenda che mesi dopo, il giorno di Natale, fu seguita da un aneurisma cerebrale da un difficilissimo recupero segnato da ventidue interventi e due stati comatosi. A farla corta: guai a generalizzare sulle mele marce.

Video correlato: Roma, autista dell'Atac guarda un film mentre guida il bus. Ora rischia la sospensione

Ci sono però altri casi, come dicevamo, in cui ti chiedi: ma come sono stati assunti, certi dipendenti cui viene affidata la vita di quei quattro milioni di passeggeri che ogni giorno si servono dei mezzi pubblici romani? L’episodio di quattro giorni fa, scoperto grazie al video di un cittadino che alle nove di sera era salito su un bus in viale Trastevere («Dalle parti del ministero dell’Istruzione mi sono accorto stupito che il conducente raschiava, uno ad uno, una serie di tagliandi Gratta e vinci. Pareva che tutta la sua attenzione fosse concentrata lì») è stato solo l’ultimo di altri episodi lasciano sbigottiti gli abitanti della capitale.

Già colpiti ad esempio, a metà settembre, da un altro video diffuso in rete, in cui si vedeva chiaramente che l’autista della linea 881, quella che da Corso Vittorio Emanuele arriva in via della Pisana, guidava nel traffico di punta alle sette di sera guardando su uno smartphone, sorretto da una staffa portacellulare, la partita della Lazio contro il Midtjylland. Episodio seguito due settimane fa dal video di un altro passeggero, con l’autista che in questo caso guarda un film su un tablet. Riprendiamo la cronaca di Maria Egizia Fiaschetti: «Intorno alle 7 il conducente è stato immortalato in viale Angelico, nel quartiere Prati, con gli occhi puntati sul monitor invece di concentrarsi su manovre che richiedono la massima attenzione sia per il traffico, intenso già di primo mattino, sia per la responsabilità di trasportare centinaia di persone. Per non farsi scoprire avrebbe anche tappezzato la cabina con fogli di giornale, ma l’escamotage non avrebbe funzionato. Era un video musicale...”, ha provato a giustificarsi, forse confidando nel fatto che la maggiore brevità rispetto alla durata di un lungometraggio fosse un’attenuante, ma la reazione di Atac al “comportamento inqualificabile” è stata ferrea: sospeso dal servizio e dal pagamento dello stipendio».

Per non dire delle chiacchierate via chat di un’altra autista, Valentina Dora, licenziata dall’azienda di trasporto per il fittissimo viavai di messaggi e video scambiati mentre conduceva gli autobus a lei affidati: «Le immagini alla guida spericolata tra smorfie, linguacce e risate erano destinate ai suoi quasi seimila follower», ricorda la cronaca del Corriere, «Lei aveva tentato di giustificarsi presentando all’Atac un certificato medico che diagnosticava la sua “dipendenza cronica dal cellulare”, cosa che non è servita a salvarle il posto di lavoro. L’ex autista, che effettuava le riprese col telefonino truccata e mascherata, mostrando anche unghie lunghe e coloratissime, era stata assunta appena un anno fa». E come dimenticare il video in cui un conducente registrò una sua performance erotica poi inviata per errore a un gruppo aziendale? Nel filmato, scrisse Repubblica, «si vede il conducente usare una mano per toccarsi, l’altra per stringere il cellulare e riprendersi in un selfie lungo 47 secondi. Il volante diventa un accessorio da sfiorare di tanto in tanto…»

Ma pensavano davvero, tutti questi sventurati, di potersene infischiare delle regole aziendali, dei contratti e prima ancora del buon senso? Possibile che queste stupefacenti sbandate siano così abituali e diffuse da spingere gli autisti scoperti e svillaneggiati a pensare di restare impuniti? La risposta, forse, è nell’andazzo di un’azienda dove per decenni è stata tollerata una gestione gerontocratica, clientelare, fallimentare, finanziariamente catastrofica dove nessuno aveva mai pagato davvero. Dicono tutto, ad esempio gli storici abissi di assenteismo. Così radicati che ancora oggi, mentre è in corso l’ennesimo tentativo di risanamento affidato al direttore generale Alberto Zorzan, che dirigeva fino a marzo i trasporti pubblici milanesi, l’assenteismo nel II Trimestre di quest’anno è del 13,89%. Un tasso altissimo che dal 7,39% dei quadri si impenna tra il personale ispettivo a uno stratosferico 25,26%. C’è qualcosa da aggiungere?

Niccolò Dainelli per leggo.it il 2 novembre 2022. 

Quanto accaduto a Roma a bordo di un bus dell'Atac ha sconvolto tutti. Un'autista, intento a guidare un autobus della linea 3, si mette a giocare al «gratta e vinci» facendo preoccupare i passeggeri a bordo. Il video ha fatto scattare la denuncia e il dipendente dell'azienda di trasporti è stato sospeso.

Tutto è accaduto lungo viale Trastevere, in direzione della stazione, verso le 21 di martedì primo novembre. A riprendere la scena è un passeggero che incredulo racconta: «Sono salito a piazza Albania. Alla fermata successiva, Porta San Paolo, ho visto il conducente controllare un primo 'gratta e vinci'». Il suo video di denuncia è stato pubblicato da La Repubblica e in poco tempo, l'Atac ha preso provvedimenti. 

Atac ha fatto sapere nel tardo pomeriggio di mercoledì 2 novembre di avere adottato il provvedimento di sospensione dopo avere verificato la segnalazione e avere individuato l’autista in questione. «Come avvenuto in casi precedenti di guida sregolata, anche l’autista bus ripreso mentre gratta un biglietto delle lotterie istantanee è stato individuato e sospeso dalla guida e dalla paga. L’azienda procede nel percorso di rigore verso comportamenti non consoni con il servizio pubblico che è tenuta a garantire», ha riferito l'azienda di trasporti di Roma.

L'ENNESIMO PROVVEDIMENTO

Come sottolineato dalla stessa Atac, non si tratta del primo caso di guida spericolata. È l'ennesimo provvedimento di questo genere adottato nelle ultime settimane alla luce delle segnalazioni arrivate soprattutto tramite i social network. Lo scorso 24 ottobre, infatti, è toccato a un altro autista ripreso mentre guardava un film sfruttando una staffa sistemata vicino al volante. Ma gli episodi sono molti di più.

(ANSA il 24 Ottobre 2022) - E' stato già sospeso dal servizio e dalla paga l'autista che questa mattina a Roma è stato ripreso da un passeggero mentre guardava un film alla guida dell'autobus. Lo comunica l'Atac che "si è attivata per identificare, interrompendo il turno di guida, l'autista protagonista di tale comportamento inqualificabile". 

"Eventi come questo danneggiano tutta l'Azienda, con il rischio che il comportamento corretto della maggior parte degli 11 mila dipendenti venga inquinato da pochi irresponsabili -aggiunge Atac- Per questo ATAC non tollererà e non giustificherà in alcun modo condotte non in linea con i corretti principi del servizio pubblico che è tenuta a svolgere".

(ANSA il 24 Ottobre 2022) - Guarda un film mentre è alla guida di un bus di linea a Roma. Dopo la denuncia di un cittadino su twitter l'Atac, l'azienda di trasporto pubblico capitolina, ha annunciato "provvedimento severi applicando con rigore le norme previste". Il cittadino nella denuncia spiegava che l'autista aveva schermato la cabina da "sguardi indiscreti" tappezzandola con fogli di carta".

"Sugli autobus di Roma è sempre più frequente osservare che il posto di guida è schermato alla buona da sguardi indiscreti. Così non si vede né il viso del conducente né il numero di vettura. Un espediente utile per evitare il riconoscimento in certi casi. Come vi racconto.

Stamattina sul 32 partito da Saxa Rubra alle 06:12 (vettura 2236) il conducente, da un piccolo schermo posto alla sua estrema sinistra, durante la guida s'è guardato un film", denuncia un utente su Twitter, Ugo Quinzi, in merito a quello che sarebbe accaduto sulla linea 32, autobus che attraversa Roma nord, partendo da Saxa Rubra fino ad arrivare in Piazza Risorgimento. Secondo le foto e i video postati, il conducente aveva tappezzato la cabina con fogli di carta per non farsi vedere dai passeggeri mentre guardava un video. 

La risposta di Atac è arrivata nell'immediato: "Stiamo già intervenendo e come in altri casi in passato, applicheremo con severità quanto previsto dalle norme. Far cessare questi comportamenti è il primo obiettivo che ci poniamo per ripristinare il corretto valore al servizio che rendiamo. Si tratta di pochi casi che danneggiano tutta la categoria. La maggior parte dei 11.000 dipendenti di Atac interpreta correttamente il proprio ruolo".

Francesco Merlo per “la Repubblica” il 18 settembre 2022.

Il sonno della ragione genera l’autista dell’Atac che è il nuovo “Caio Gregorio, fusto der pretorio”, la romanità post-Albertone che i comici non hanno ancora aggiornato. Una novità assoluta è, per cominciare, il disperato erotico stomp che, mentre guida l’autobus, fa partire la mano amica e manda in chat il video, rendendo collettivo l’orgasmo solitario. Infatti quel video è diventato un cult del sesso esplicito fuori contesto, uno spaesamento anche per le pippe “col fischio” di Alvaro Vitali, Pierino. 

E se forse c’è ancora il mostro di Gassman nell’autista ultrà della Lazio, che guarda sul cellulare del delitto la partita e intanto frena e accelera inseguendo il pallone, c’è sicuramente tutta la nostra epoca nel passeggero-giustiziere che, sempre con il cellulare ma del castigo, ha filmato e ha denunziato quel tifoso guidatore: «Morte ar cocchiere!», gridava Trilussa.

Una lunga casistica, in circa un anno, consegna dunque l’autista dell’Atac alla nuova simbologia della romanità che nell’era Gualtieri fa pensare allo sbandamento della guida, così come Spelacchio ci raccontava la dissipazione tontolona dell’era Raggi. 

“Er core de Roma”, anche quando si degrada, si fa comunque teatro. E oggi l’autista pipparolo, che riassume in sé tutti gli altri casi che vedremo, è simbolico quanto lo fu er Batman nella Roma della destra, quella di Alemanno sindaco e Polverini governatore, la Roma che impataccava i Cesari, l’antichità in costumi greci e romani («semo pure greci »), le feste con gli assessori che, travestiti da maiali con le mani acchiappavano cosce, mentre le puellae in tunica si leccavano i musi e finalmente una scrofa prendeva il posto della lupa capitolina.

Certo, gli autisti al confronto sono un teatro meno pittoresco ma forse più greve e più grave. E non perché sono spesso filmati mentre parlano al telefono, addirittura nel giugno scorso nel peggiore traffico di viale Flaminio, e persino con due telefoni, come accade qualche anno fa a Ciampino. Orribili incidenti sono avvenuti anche altrove e a Milano ce ne fu uno nel 2019 che costò la vita a una passeggera. 

Ma è a Roma che, nell’autobus che sobilla e rende i matti ancora più matti, troppi autisti perdono se stessi. Nell’autobus ci sono le emozioni e gli odori, tocchi e guardi i passeggeri che si toccano e si guardano; l’autobus è, nelle città, il luogo dove scoppiano più risse che altrove, il piccolo mondo recluso dove si scatena l’odio contro “l’altro” che ti sta accanto. Ma c’era una volta quel divieto “non si parla al conducente” che separava e garantiva la sicurezza, la direzione di marcia e l’autorità.

E invece oggi, «per raggiungere l’eccellenza nella volgarità», come comanda il Cafonal di Dagospia, che è l’ideale cabina di regia dell’immensamente trucido romano, non basta più che l’autista dell’Atac, “er cocchiere” dell’autobus, si finga malato, figuriamoci: già nell’era Marino, i vigili, i famosi pizzardoni, che “er sindaco americano” costringeva a seguirlo in bicicletta, presentarono 835 certificati che divennero metafora dell’epoca e di un’amministrazione che si imbrogliava con le carte mentre i maiali già grufolavano tra i rifiuti. 

Adesso invece l’autista dell’Atac, che ha simulato malattie per un anno con la compiacenza dei medici di famiglia, è una signora che stava a Puerto Rico De Gran Canaria, che è il nome di uno dei tanti “altrove” dell’Italia furbastra, fatta di affari, fatture, intrallazzi, e fuso orario. Lì la malatissima capo-conducente dell’Atac gestiva una casa-vacanze pubblicizzata con bellissime foto scattate dalla veranda sulla spiaggia africana.

Le immagini che l’hanno tradita volavano, attraverso il cellulare (rieccolo), sino a quella «luce accesa dall’altra parte del mare blu»: italiani mambo. Di nuovo il cellulare, dunque: «Si paga a caro prezzo un’anima moderna» scopriva già Eugenio Montale guardando con diffidenza il suo «autista… navarrese o gallego portato qui dal caso». 

 Ebbene a Roma l’anima moderna dell’Atac è “lo psicologo” che agli autisti è messo a disposizione dall’azienda: “progetto antistress” si chiama e coinvolge i medici e il sindacato, il mal di schiena e i vaccini, l’indennità…: sembra di rivedere i capricci degli orchestrali dell’Opera ai vecchi tempi dei “tromboni”, prima che fossero domati da CarloFuortes. Impareremo a diffidare dell’autista romano come Goethe diffidava dei gondolieri di Venezia, che si spostavano nel buio inseguendo le voci?

Nel buio della notte a Roma si era invece addormentato l’autista del bus che si è schiantato sulla pensilina colorata di via Palmiro Togliatti. “Nell’Italia del può succedere”, ha scritto ieri Sebastiano Messina, lo stanco autista si è scusato coi passeggeri, una ventina: “po’ succede’”. Nel turno di notte? gli hanno urlato i passeggeri che, in barba al “non parlate al conducente”, hanno insultato quel dormiglione e ovviamente lo hanno filmato sfoderando i cellulari come le 44 Magnum dell’ispettore Callaghan. Inutile aggiungere che abbiamo visto e sentito tutte le sconclusionate reazioni dell’autista: lui pareva uno Schettino e i passeggeri tanti De Falco.

Davvero la mitologia romana si è ormai allargata agli autisti che si affiancano ai centurioni con la scopa in testa, agli onnipotenti tassinari, e ovviamente ai netturbini a cui il sindaco Gualtieri offrì “il premio guarigione” visto che erano tutti contagiati dalla sola malattia da cui non si può guarire: quella finta. Ecco, nell’antropologa dell’inarrestabile degrado, l’autista dell’Atac è, in questa nostra Roma senza testa, la metafora, anche politica, del conducente che non conduce.

I mezzi Atac pericolosi e malandati. Il pm: «Dieci funzionari a processo». Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 4 ottobre 2022.

L’ipotesi è quella di incendio colposo. Tragedia evitata per un soffio. Si è risparmiato, secondo la Procura, sulla manutenzione. Il cambio di rotta della municipalizzata che ha acquistato 800 nuovi bus 

Bus vecchi, malandati e pericolosi sono stati rimessi in circolo senza manutenzione fino a produrre il fenomeno dell’autocombustione. Lo sfruttamento intensivo e irrazionale di vetture immatricolate ai primi del Duemila e degenerato in una serie di episodi di bus flambé spinge la Procura a chiedere il processo per dieci funzionari dell’Atac, responsabili vuoi della manutenzione, vuoi delle officine aziendali o della struttura ingegneristica della municipalizzata. L’ipotesi alla quale hanno lavorato il procuratore aggiunto Giovanni Conzo e il suo sostituto Mario Dovinola è quella di incendio colposo.

I casi, messi in fila l’uno dietro l’altro, mostrano come la tragedia sia stata fin qui evitata per un soffio. Era al capolinea, senza passeggeri, ad esempio, l’Irisbus Cursor (immatricolato nel 2006 con 598 mila chilometri sulle spalle) quando il 3 gennaio 2019 andò perduto in un falò annunciato. Il perito della Procura, Rodolfo Fugger, ha verificato che lo stato di servizio della vettura era perlomeno tormentato. E infatti, oltre alla perdita d’olio della idro ventola e un innesco dell’estintore automatico nel vano motore, scontava ben due principi di incendio nel 2018. Ciò nonostante i responsabili aziendali Giovanni Macchiaverna, Federico Mannini, Giuseppe Licata, Saverio Franco, Angelo Flammini, Maurizio Aloisi, Renato Chietini e Laura Simeone lo avrebbero avviato a un incendio sicuro «per colpa consistita in negligenza, imperizia e imprudenza».

Falò senza persone a bordo anche per l’Iveco Cyticlass del 2003 (con 466mila chilometri macinati su strada) bruciato a causa del «cedimento dei cu scinetti interni delle giranti del turbo compressore con fuoriuscita di olio lubrificante». Dov’è qui la responsabilità dei funzionari fra i quali Gian Marco Procaccianti, addetto alla manutenzione dello stabilimento Grottarossa? Secondo i pm il problema è «nell’aver reiteratamente utilizzato per interventi manutentivi pezzi di ricambio usati e usurati ricavati da veicoli in attesa di rottamazione, da ultimo montando proprio il pezzo la cui rottura dava il via all’incendio». In altre parole Atac avrebbe risparmiato sulla manutenzione sostituendo pezzi logori con altri, altrettanto usurati. Così, per concludere, Giuseppe Legittimo, responsabile della manutenzione dello stabilimento Magliana, avrebbe trascurato «la perfetta funzionalità» di un bus del 2013, bruciato in via Portuense il 13 maggio 2019.

Va detto che oggi, grazie alle prescrizioni dei magistrati, la municipalizzata dei trasporti sta provvedendo a svecchiare la propria flotta. La garanzia fornita da Atac ai pm è la promessa di acquistare 1.800 nuovi autobus. L’annuncio è in una nota inviata a luglio di quest’anno al pm Dovinola, titolare di varie inchieste sullo stesso tema. Tra il 2019 e il 2022 l’azienda ha già acquistato 800 nuove vetture, dando prova di una buona volontà indispensabile per evitare misure giudiziarie.

Lorenzo d'Albergo per “la Repubblica - Edizione Roma” il 10 gennaio 2022.

Uno si lamenta dei «sobbalzi causati dagli squarci nel manto stradale » . Un collega, fresco di pensione, ricorda con dispiacere le « sospensioni estremamente rigide » dei vecchi bus capitolini. Un terzo indica nei «sedili inadeguati» la genesi dei suoi acciacchi. Insomma, i più anziani tra i conducenti Atac e quelli appena andati in congedo hanno mal di schiena. E pure una gran voglia di non lasciar correre dopo interi decenni passati al volante. 

Se ne sono accorti giudici e cancellieri: gli autisti della municipalizzata dei trasporti sono ormai una presenza quotidiana al tribunale del lavoro. Armati di avvocati e consulenze mediche, secondo i dati raccolti dagli stessi legali, nel 2021 in 54 hanno fatto la fila per vedersi riconoscere l'invalidità. Le storie registrate negli ultimi due mesi di processi sono costellate di scioglilingua come «spondilodiscoartrosi » e «microtraumatismi». 

Raccontano la vita (con ben pochi comfort) a bordo dei torpedoni dell'azienda di via Prenestina e riportano in auge il tema delle care vecchie buche e dei sampietrini basculanti. In un modo o nell'altro, infatti, è sempre l'asfalto di Roma a finire nel mirino. Le «pessime condizioni delle strade» della capitale sono un must per il conducente litigioso. La categoria pare aver fatto breccia nel cuore delle toghe di viale Giulio Cesare. 

Meno in quello dell'Inail, nella maggior parte dei casi condannata a versare indennità supplementari agli autisti infortunati. L'obiettivo è raggiungere almeno il 6% di invalidità. Sotto, allora, con le ultime sentenze. Lo scorso 5 ottobre un ex autista, con tanto di collega al seguito a fargli da testimone, ha ottenuto l'8% di invalidità. 

Dopo una vita passata tra le rimesse di Grottarossa, Portonaccio e Acqua Acetosa è diventato ufficialmente un paziente «artrosico»  Guidare su e giù per le strade del centro storico, di Montesacro, Conca d'Oro e Fidene ha causato al conducente un fastidioso «sovraccarico degli arti» e una «precoce e progressiva usura dei dischi intervertebrali, soprattutto nella zona lombo-sacrale». Avanti con il bonus. 

Caso limite per un controllore. Ginocchia, spalla sinistra e schiena in frantumi. Ernia del disco e attacchi d'ansia curati con psicofarmaci. Un quadro clinico, scrive il giudice del lavoro in una sentenza del 14 ottobre, «incompatibile con situazioni che comportano una prolungata stazione eretta a bordo di mezzi pubblici in equilibrio precario» . Il verificatore, ottenuto il versamento di un assegno ordinario di invalidità dall'Inps, è ancora abile e arruolabile. 

Ma per meno di un terzo del suo turno standard. A vuoto, invece, è andato un terzo ricorso. Questione di due punti percentuali: il 23 novembre a uno dei tanti conducenti Atac in vena di cause è stata riconosciuta un'invalidità del 4%. La colonna vertebrale è mal messa, colpa delle «posture incongrue » assunte negli anni alla guida. Ma non basta. Non per costringere l'Inail ad aprire i cordoni della sua borsa. Come detto, una sentenza isolata. 

Non solo autisti in congedo e pensionandi. Un capitolo a parte riguarda i colleghi più giovani: ogni mese in 20 chiedono l'esenzione dalla guida. Per questo Atac ha assoldato un team di esperti per misurare l'impatto di buche e sampietrini sulle schiene dei suoi 5.700 conducenti. A bordo Passeggeri su un mezzo dell'Atac Molti conducenti a fine carriera lamentano danni alla colonna vertebrale per le strade dissestate.

Fernando Magliaro per “il Messaggero” l'1 maggio 2022.

«Atac non dispone del dato km percorsi dall'inserimento nella flotta aziendale»: ovvero, Atac non è in grado di dire quanti chilometri abbia effettivamente percorso ogni suo veicolo dal giorno in cui è entrato in servizio. L'affermazione arriva direttamente dall'Azienda in risposta a una richiesta di accesso agli atti presentata dal Messaggero. Avevamo chiesto, a fine marzo, di avere i dati sulla composizione della flotta di superficie. In pratica, sapere nel 2021 quanti bus, filobus, vetture elettriche e tram avessero prestato servizio in città. 

Chiedendo all'azienda anche dei dati specifici: il numero di matricola, il modello e la casa produttrice, a quale titolo il mezzo fosse in servizio (se acquistato, noleggiato, in leasing e via dicendo), il deposito di assegnazione. E, poi, due dati numerici: quanti km ogni vettura avesse percorso nel 2021 e quanti ne avesse percorsi dal giorno in cui era entrata in servizio nella flotta aziendale. Per agevolare la risposta avevamo anche chiesto che potessero fornire semplicemente il numero di kmq percorsi dalla data di immatricolazione: in fondo, questi numeri sono disponibili sul contachilometri di ogni veicolo. 

RICAMBI SCADENTI Tutti dati essenziali per avere un quadro chiaro della flotta dei vari veicoli che, quotidianamente, girano per le strade della Capitale: un quadro che avesse anche una specifica finestra sulle modalità di utilizzo delle vetture. Dopo un mese, Atac ha risposto fornendo una quarantina di pagine con quasi tutti i dati, omettendo però di indicare il totale generale dei km percorsi da ogni singolo veicolo a partire dall'entrata in servizio nella flotta. E, a specifica ulteriore richiesta di avere il dato mancante, la risposta dell'Azienda: «Non li abbiamo». 

Il dato è fondamentale: giusto ieri Il Messaggero ha reso conto della posizione della Procura sui bus flambé. Mezzi vecchi, manutenzioni «tutt' altro che adeguate» affidate a ditte esterne e pezzi di ricambio scadenti recuperati da altri bus.

Per cui, da piazzale Clodio sono uscite una serie di prescrizioni che l'Azienda deve portare a compimento fra 30 e 120 giorni fra le quali spiccano il miglioramento degli interventi di manutenzione e il controllo puntuale sulle ditte esterne che se ne occupano visto che spesso erano le stesse aziende che avevano controllato i mezzi prima dei roghi. Fra le altre prescrizioni, anche la messa in sicurezza dei depositi delle vetture visto che frequentemente molti roghi - Magliana e Tor Sapienza su tutti - si sono verificati nei parcheggi dei bus creando moltissimi danni per la vicinanza delle vetture parcheggiate. 

INCENDI Ora arriva questa laconica risposta la cui importanza è intuibile facilmente: un bus non è vecchio solo per l'età anagrafica. Lo diviene anche a causa dell'usura, specie in una città famosa per le sue buche come Roma. Per cui, semplificando, è effettivamente più vecchio e usurato un bus di 2 anni di vita e 100mila km percorsi piuttosto di uno che magari di anni ne ha 5 ma ha percorso solo mille chilometri.

Del resto, poche settimane fa, l'assessore alla Mobilità, Eugenio Patané, aveva annunciato la volontà del Campidoglio di procedere alla dismissione di alcune centinaia fra le vetture più vecchie, vetture però che continuano a girare per le strade di Roma e fra le quali si conta il maggior numero di autobus andati a fuoco negli ultimi sei anni. La relazione fra chilometri effettivamente percorsi da un veicolo e i roghi sui mezzi Atac è uno degli elementi sui quali si è appuntata l'analisi dei periti così come quella di utilizzare parti di veicoli fermi come pezzi di ricambio per altri bus da mandare in strada a servizio degli utenti. Il rinnovo della flotta nell'ultimo biennio ha contribuito a ridurre l'età media dei mezzi di un paio d'anni dai quasi 12 del 2018 ma, appunto, il parametro esclusivamente anagrafico dei veicoli non risolve il problema della vetustà dei mezzi.