Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

 

 

 DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Torino.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.

 

TERZA PARTE

 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…Jacobini story.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.

 

 

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede nel Trentino Alto Adige.

Bolzano, provveditore agli studi fa alzare i voti al figlio: «Sono adirato, cambiate». La Procura lo indaga. Sotto la lente il sovrintendente, il dirigente scolastico e un insegnante: «Se non modificate le valutazioni vi mando gli ispettori per fare una verifica». Chiara Currò Dossi su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2022.

Vincenzo Gullotta, 51 anni, è sovrintendente scolastico dal 2019. 

Errore determinato dall’altrui inganno, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e induzione indebita a dare o promettere utilità. Sono queste, «in concorso morale e materiale», le ipotesi di reato a carico del sovrintendente scolastico Vincenzo Gullotta, del dirigente della scuola media «Ugo Foscolo» di Bolzano Franco Lever e del professore Francesco Migliaccio, per il presunto «ritocco» ai voti del figlio del sovrintendente, nella pagella di seconda media. La Procura ha concluso le indagini a loro carico, ritenendo fondata l’ipotesi di accusa, e ora le controparti avranno venti giorni di tempo per presentare eventuali memorie e chiedere di essere sottoposte a interrogatorio. Nel frattempo, la Procura dovrà decidere se chiedere l’archiviazione per i tre indagati o, in alternativa, il rinvio a giudizio.

Il passaggio da 7 a 8

L’episodio risale al 12 giugno di due anni fa, ultimo giorno di scuola per le scuole medie e superiori in provincia di Bolzano. Poche ore dopo la pubblicazione delle pagelle, il consiglio di classe della sezione alla quale era iscritto il figlio di Gullotta era stato riconvocato, come era emerso dal verbale, pubblicato da Salto.bz, «a seguito delle comunicazione telefonica ricevuta dalla famiglia» per correggere un errore formale. Migliaccio, infatti, aveva chiesto di modificare la propria valutazione in tecnologia, facendola passare da 6 a 8, incontrando il parere favorevole del consiglio di classe. Consiglio che aveva votato, a maggioranza, anche una seconda modifica: il passaggio da 7 a 8 della valutazione in musica, nonostante il docente titolare della cattedra non fosse d’accordo, ribadendo che quello attribuito era il voto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni dell’alunno del secondo quadrimestre.

Le difese

Che ci fosse stato un contatto telefonico con la scuola, il sovrintendente non l’aveva mai negato. «Sento i dirigenti scolastici quasi quotidianamente — aveva dichiarato in una lettera aperta — soprattutto in questo periodo di emergenza, in particolare quelli che fanno parte della task force per la riapertura della scuola a settembre». E proprio di questo aveva parlato con Lever, il 12 giugno. «Prima di salutarci — aveva scritto Gullotta — abbiamo parlato anche delle schede di valutazione e ho appreso che erano state appena pubblicate, così ho subito aperto la scheda di mio figlio. A questo punto ho preso atto del documento, compresi i voti di tecnologia e musica, che apparivano diversi rispetto al primo quadrimestre. Non ho fatto alcuna pressione per modificare i voti di mio figlio. Non ho chiesto né di riconvocare il consiglio di classe né di cambiare i voti».

Adirato per i voti

Ma la Procura la pensa diversamente. In base a quanto ricostruito nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, infatti, Gullotta avrebbe chiamato Lever «affermando di essere adirato per i voti attribuiti al figlio, minacciando di inviare gli ispettori e chiedendo una verifica delle valutazioni» effettuate dal docente di musica. In qualità di sovrintendente «e, quindi, di pubblico ufficiale, abusando della propria qualità e dei propri poteri», avrebbe indotto Lever e Migliaccio «ad attestare falsamente nell’ambito dell’assemblea» del 12 giugno «che il voto riportato dall’alunno nella materia di tecnologia era stato determinato da errore formale, nonché a prospettare la necessità di una variazione del voto riportato dal medesimo alunno nella materia di musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Di qui l’ipotesi di reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 quater del codice penale). «In concorso morale e materiale tra loro», Gullotta , Lever e Migliaccio avrebbero quindi indotto in errore i docenti della classe del ragazzo, «che deliberavano nel relativo verbale l’aumento del voto da 6 a 8 in tecnologia e da 7 a 8 in musica e conseguentemente riportavano nel registro elettronico di classe una votazione non corrispondente a quella effettiva, rilasciando in tale maniera una pagella riportante un’attestazione falsa». E quindi, facendo prospettare agli inquirenti l’ipotesi di reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (articolo 479).

La decisione ai colleghi

Nei confronti di Gullotta e Lever, la Procura prospetta anche l’ipotesi di reato di delitto tentato (articolo 56) per avere, sempre «in concorso morale e materiale tra loro», e «abusando delle rispettive qualità e poteri, compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a indurre» il docente di musica «a variare il voto riportato dall’alunno in musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Dopo la telefonata con Gullotta, infatti, il dirigente lo avrebbe a sua volta contattato, riferendo della telefonata col sovrintendente e del suo contenuto, «chiedendo una verifica della valutazione assegnata all’alunno» Richiesta, tuttavia, «non accolta» dall’insegnante che, davanti al consiglio di classe, «dichiarava che la votazione attribuita in pagella era in realtà 7 in quanto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni attribuite dall’alunno nel corso del secondo quadrimestre». E rimettendo la decisione ai colleghi.

Ubaldo Cordellini per “la Stampa” il 18 maggio 2022.

Cosa non si fa per far avere al figlio un 8 in pagella. Secondo la Procura di Bolzano Vincenzo Gullotta, sovrintendente scolastico, ovvero provveditore agli studi per la scuola italiana dell'Alto Adige, avrebbe proprio esagerato per migliorare la pagella del figlio. Scontento dei risultati scolastici come tanti genitori, avrebbe fatto pressioni sugli insegnanti del ragazzo per fargli alzare i voti agli scrutini di seconda media. Il dirigente è accusato dei reati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, induzione indebita nel dare o promettere utilità ed errore determinato dall'altrui inganno. 

Nei guai anche Franco Lever, preside della scuola del figlio, l'istituto Foscolo di Bolzano, e il professore di tecnologia, Francesco Migliaccio.

I fatti risalgono al giugno 2020, il ragazzino aveva appena finito la seconda media. La vicenda fu anche al centro di un'indagine amministrativa da parte della stessa Provincia Autonoma che, nell'agosto 2020, si era conclusa senza che fosse mosso alcun rilievo a Gullotta. 

Adesso, a quasi due anni di distanza, il pm Andrea Sacchetti ha inviato a lui e agli altri due indagati l'avviso di conclusione delle indagini. Secondo l'accusa, quando Gullotta ha letto la pagella sarebbe andato su tutte le furie. In particolare non riusciva a digerire due voti: il 6 in tecnologia e il 7 in musica. Così, sempre secondo l'accusa, il sovrintendente si sarebbe attaccato al telefono e avrebbe segnalato due errori nei voti del figlio, chiedendo di riconvocare il consiglio di classe per rivedere le valutazioni che a suo giudizio sarebbero state frutto di un errore tecnico.

Alla seconda riunione, l'insegnante di tecnologia Migliaccio avrebbe accettato di portare il suo 6 a 8, passando da una normale sufficienza a un voto molto buono. L'insegnante di musica, invece, era rimasto fermo sulle sue posizioni spiegando che il suo 7 era dovuto proprio alla media degli altri voti e che quindi non aveva alcuna intenzione di cambiarlo portandolo a 8. Nonostante la sua resistenza, e il suo voto contrario, il consiglio di classe trasformò l'acqua in vino e il 7 in 8. Tutti a favore tranne il docente di musica.

Il caso esplose quasi subito, partì l'indagine interna che meno di due mesi dopo arrivò a scagionare del tutto Gullotta, il quale infatti è ancora al suo posto. Si era difeso con una lettera aperta: «Non ho fatto alcuna pressione per modificare i voti. Ho sentito al telefono il dirigente e quando ho saputo che erano disponibili le schede di valutazione ho aperto quella di mio figlio notando che i voti erano diversi da quelli del primo quadrimestre. Ne ho preso atto. Non ho chiesto né di riconvocare il consiglio di classe né di cambiare i voti».

Per la Procura, invece, Gullotta avrebbe chiamato il preside Lever spiegando di essere adirato per i voti del figlio e minacciando l'invio degli ispettori. L'avvocato di Gullotta, Giancarlo Massari, respinge ogni accusa al suo assistito: «Gullotta è molto stupito, e io con lui, per queste accuse. Il sovrintendente aveva semplicemente mosso un rilievo generale, non riguardante solo i voti del figlio, per una discrepanza legata alla valutazione in periodo di Covid.

Si usciva dal lockdown più ferreo con un lungo periodo di didattica a distanza e Gullotta aveva semplicemente notato che non erano state applicate le regole adottate nel lockdown. Si era limitato a segnalare la discrepanza senza chiedere nulla per il figlio. Il consiglio di classe ha preso atto dell'errore e ha corretto i voti a stragrande maggioranza. Ora vedremo gli atti e valuteremo gli elementi a sostegno dell'accusa, ma siamo sereni e fiduciosi».

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Friuli Venezia Giulia. 

Domenico Pecile per corriere.it il 24 agosto 2022.

Marco Restaino, presidente della Società adriatica di speleologia di Trieste, è raggiante. «La sensazionale scoperta a 350 metri sotto la Dolina Reka a Trebiciano di una grande grotta - commenta - è il coronamento di un lungo progetto iniziato nel 2013, intitolato Timavo System exploration, promosso dalla nostra Società in collaborazione con i francesi».

La grotta, a 350 metri sotto terra, è lunga 160 metri (quasi due campi di calcio), larga 50 metri e alta 60 come un grattacielo di 20 piani. «Una meraviglia», dice ancora Restaino. 

Con questa ennesima scoperta, Trieste si conferma «capitale» della speleologia. La nuova grotta è anche contigua a quella di Trebiciano (dista alcune centinaia di metri), che viene considerata dagli speleologi una sorta di totem. «Il progetto – insiste Restaino – va avanti perché sappiamo che alla distanza di circa 300 metri dalla nuova grotta ce n’è un’altra.

Ci vorranno ancora alcuni mesi, ma i sub che scendono in perlustrazione sono molto ottimisti al punto che abbiamo già deciso come “battezzarla”. Si chiamerà Lustloch, mentre quella scoperta in questi giorni non ha ancora un nome». Tra la grotta di Trebiciano e quella i Lustloch la distanza è di circa un chilometro. Mille metri – assicurano i sub – di una bellezza indescrivibile e mozzafiato.

«Peccato soltanto – dichiara ancora il presidente della Società adriatica – che queste meraviglie sono comprensibilmente interdette ai più». Un altro progetto, rivela ancora Restaino, è di dotare anche la nuova grotta del wi-fi, dispositivo che da anni è già stato installato nella grotta di Trebiciano. E anche in questo caso si dovrebbe trattarsi di un record internazionale. Non si risulta infatti che questo dispositivo sia presente in altre grotte alla profondità fi quella di Trebiciano posta a 330 metri sotto terra”.

Con la sua scoperta, avvenuta nel 1841 a opera di Antonio Lindner, ebbe inizio la storia della speleologia italiana che oggi, soltanto a Trieste, conta una ventina di associazioni. Le grotte sotterranee carsiche sono attraversate dal Timavo che viene definito il fiume fantasma. Quando le piogge ingrossano il suo corso, dalle fessure delle doline escono getti di aria anche a 150 chilometri orari. Getti che rappresentano la certezza della presenza del Timavo e dunque della possibile esistenza di grotte.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Veneto.

Pedemontana Veneta: lo spreco di soldi pubblici ora trapela dai documenti ufficiali. Gloria Ferrari su L'Indipendente su L’Identità il 22 Novembre 2022 

Che la Pedemontana Veneta – la superstrada a pagamento lunga appena 94 chilometri che collegherà la provincia di Vicenza a quella di Treviso – sarebbe stato un grosso spreco di denaro pubblico, l’avevamo già preannunciato in una serie di articoli precedenti, ma ora, a distanza di qualche mese, le conferme cominciano ad arrivare anche dalle stime ufficiali. Nel bilancio di previsione 2023/25 della regione Veneto è scritto nero su bianco che ci si aspetta che la Pedemontana provocherà un buco di 54 milioni di euro nelle casse regionali per i prossimi tre anni. Fondamentalmente perché gli incassi derivati dai pedaggi (e quindi il volume del traffico) saranno notevolmente più bassi rispetto a quanto ipotizzato nelle a dir poco ottimistiche stime progettuali. Una verità che molti avevano già ipotizzato dati alla mano e una situazione per la quale il governatore Zaia dovrebbe delle spiegazioni convincenti ai cittadini veneti.

Il problema della Pedemontana è a monte, e il rischio, ormai piuttosto concreto, è che l’opera potrebbe finire per costare in totale alle casse pubbliche 12 miliardi. Cioè tre volte quello stimato per il Ponte sullo Stretto di Messina. A fare le stime sui costi esorbitanti dell’opera non è stato solo qualche comitato locale, e di certo non è storia recente. Ci aveva già pensato la Corte dei Conti, per cui il contratto firmato dall’amministrazione veneta, concepito per tutelare l’appaltatore privato da ogni rischio d’impresa, riversando lo stesso direttamente sulle tasche dei cittadini, è irragionevole. Un accordo che Laura Puppato, ex sindaca di Montebelluna (uno dei Comuni attraversati dall’opera) ha sintetizzato con queste parole: «Neanche da ubriachi si poteva firmare una cosa del genere».

Spieghiamo meglio. Il fulcro dell’accordo contrattuale raggiunto nel 2016 con il Sis, il concessionario privato che ha progettato e sta realizzando l’opera, prevede che per i prossimi 40 anni, oltre a un contributo straordinario di 300 milioni di euro, l’amministrazione di Luca Zaia dovrà versare un canone annuo di 153 milioni di euro a favore del Consorzio costruttore. Canone annuo, tra l’altro, destinato ad aumentare nel tempo, fino a toccare quota 332 milioni annui al 2059. Per un totale quindi, a termine degli accordati anni, di oltre 12 miliardi: più di 100 milioni di euro al chilometro.

Quello con il consorzio è una tipologia di accordo che prende il nome di project financing, utilizzato quando le risorse pubbliche non sono sufficienti a coprire in quel momento determinati costi. Insomma, il privato finanzia il pubblico con la garanzia di un ritorno economico, a prescindere dalle effettive entrate. Un tipo di accordo che privatizza i profitti e socializza le perdite, proteggendo a spese dei cittadini l’azienda appaltatrice da ogni rischio di impresa.

«Il rischio di impresa è stato accollato totalmente al soggetto pubblico (Regione Veneto) nel momento in cui è stato concesso un canone di disponibilità», ci aveva detto in un’intervista esclusiva l’ingegnere Nicola Troccoli, progettista ed unico firmatario della progettazione preliminare dell’intera opera per conto della ditta concessionaria, ovvero la Sis Scpa. «Se, infatti, si fosse rimasti con il rischio a carico del promotore (così come previsto dal bando), molto probabilmente l’iniziativa non sarebbe nemmeno partita, perché con quelle condizioni e con quell’alto rischio determinato dai flussi di traffico, non sarebbero mai stati trovati investitori». Per Troccoli, sarebbe stato molto più semplice ed opportuno, ad esempio, far completare il finanziamento dell’opera allo Stato o all’ANAS. O, come credono alcuni, non portarla a termine affatto.

In generale, tutta la vicenda è piena di contraddizioni e mancate risposte. C’è una sola certezza, ma non è quella che i cittadini avrebbero voluto avere: ci sarà da impiegare tanto, tantissimo denaro pubblico. [di Gloria Ferrari]

Le tante facce diverse del Veneto. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 12 Luglio 2022.  

Tre storie e molte contraddizioni, sulle quali si dovrebbe ragionare

Il leader degli imprenditori della Regione che si picca da anni di essere la Locomotiva d’Italia, una liceale con la pagella tutta ma proprio tutta tappezzata coi voti più alti, un carnefice del caporalato più ignobile: cosa li tiene insieme? Sono usciti tutte e tre, ieri mattina, sulle pagine del nostro Corriere del Veneto.

Il primo, Enrico Carraro, presidente della Confindustria, ripartendo dal dossier della Fondazione Nordest 2022, invoca almeno 50 mila nuovi arrivi l’anno per mantenere il livello di sviluppo di oggi e insiste: «Mancano i lavoratori. C’è necessità di un’immigrazione fatta di flussi organizzati, con una selezione nei Paesi d’origine dopo formazione in loco, e con la possibilità di accedere a casa e ricongiungimenti familiari». Quelli odiati da tanta destra.

La seconda, Samantha Gjeci, viene coperta di elogi dallo stesso sindaco di Treviso Mario Conte (della stessa Lega di Matteo Salvini in guerra totale contro ogni legge di cittadinanza) come un modello di integrazione per aver preso «10» in tutte le materie di studio al Liceo classico Canova e racconta degli sforzi dei suoi genitori arrivati dall’Albania nel 1991, ai tempi in cui il Carroccio si preparava a vincere le Comunali di Milano con lo slogan «Un voto in più a Formentini, un albanese in meno a Milano».

Il terzo, il bengalese Ziblul Hakim, 46 anni, è riuscito con l’avvocato Giorgio Pietramala a strappare un patteggiamento a due anni di carcere (poco più del doppio della condanna a un papà africano reo d’aver sfilato al supermarket una busta di latte in polvere per il figlioletto) per avere sfruttato oltre ogni limite dei connazionali rastrellati per strada e ridotti in condizioni degradanti da servi della gleba. Rapporto dei carabinieri: «Gli stessi lavoratori, non avendo alternative, sono costretti ad alloggiare in roulotte fatiscenti, prive di acqua corrente, energia elettrica, gas e impianto di riscaldamento/raffreddamento nonché a espletare i loro bisogni fisiologici nei campi attigui. Per lavarsi utilizzavano l’acqua di un vicino canale di irrigazione, tra animali, escrementi, sporcizia di vario genere...». Il tutto lavorando dieci/dodici ore quotidiane, senza il riconoscimento del riposo settimanale e ferie, senza neppure incassare i soldi pattuiti nel contratto peraltro mai firmato.

Sono solo tre istantanee di una terra dalle tante facce diverse. Varrebbe la pena di ragionarci su...

Il Ponte di Rialto, i fantasmi e il diavolo: le leggende di Venezia. Angela Leucci il 24 Giugno 2022 su Il Giornale.

Un excursus tra alcune leggende di Venezia: in questa città il diavolo ha cercato di imbrigliare l'uomo, ma non c'è mai riuscito.

Venezia è un luogo magico. È una città che emerge dalle acque, con un fascino unico in quanto a storia, arte, letteratura. Tutti e tre elementi tangibili, facili da riconoscere. Ma c’è anche un lato di Venezia più nascosto, misterioso. È quello delle tantissime leggende che affollano le calli e i sestrieri della città, passano sotto i ponti come le gondole e corrono nel vento del tempo.

Il ponte e il diavolo 

Ed è una leggenda a raccontare la genesi del Ponte di Rialto, inaugurato nel 1591. Secondo questo falso mito, durante la costruzione, il Ponte di Rialto fu segnato da diversi crolli. Una notte lo scultore e progettista Antonio da Ponte decise di nascondersi in osservazione, temendo una maledizione. Gli apparve un uomo alto e intabarrato: era il Diavolo, che gli propose di pagare un prezzo molto alto per terminare la costruzione dell’opera. L’artista accettò, concedendo al Diavolo l’anima della prima persona che avrebbe oltrepassato il Ponte.

Antonio da Ponte, sempre secondo la leggenda, pensò bene di organizzare una truffa ai danni del Diavolo: il primo ad attraversare il Ponte sarebbe stato un gallo e non un essere umano. Ma il Diavolo, prevedendolo, ingannò la moglie dello scultore che, incinta e correndo dal marito che credeva in pericolo di vita, si accasciò sulla struttura appena terminata, morendo e portando con sé il feto. I fantasmi di madre e bambino, secondo le suggestioni, si aggirano sul Ponte di Rialto nelle notti di inverno.

Tuttavia questo mito sembra ispirato - ma è molto più cruento nell'epilogo - a quello del gatto di Beaugency, rivisitato da James Joyce per il nipote nel 1936. Il ponte di Beaugency, al centro di un mitico patto col Diavolo, risale infatti al XIV secolo, circa 300 anni prima della costruzione del Ponte di Rialto.

La scimmia e l’angelo 

Nei pressi di piazza San Marco si trova un edificio di nome Ca’ Soranzo, chiamato anche Casa dell’Angelo. Sulla facciata infatti si trova un angioletto con un buco sopra la testa. Pare che nel XVI vi abitasse tale Iseppo Pasini, un avvocato truffaldino, che possedeva una scimmia domestica. L’animale era però il demonio sotto mentite spoglie: il diavolo non vedeva l’ora di impossessarsi dell’anima del truffatore, che tuttavia era devoto alla Madonna e recitava per lei preghiere ogni giorno.

Il frate Matteo da Bascio scoprì l’identità della scimmia un giorno a casa dell’avvocato e questa gli rivelò tutto: non poteva prendere l’anima del criminale perché protetta da Maria. Il frate scacciò quindi la scimmia ma le fece fare un buco nel muro, così da poter tornare a prendere l’anima di Pasini qualora lui si fosse dimenticato di pregare.

Poi il frate rimproverò l’avvocato e strizzò un lembo della tovaglia in sala da pranzo: ne uscì sangue e il truffatore si rese conto del male fatto. Il frate consigliò poi al reo pentito di posizionare un angelo a guardia del buco, in modo che questi proteggesse la sua casa dal ritorno del diavolo.

La peste e la pietra rossa 

Nella pavimentazione del Sotoportego della Corte Nova si trova una pietra rossa che corrisponde al topos di molte leggende in giro per il mondo. Si dice che nel XVII secolo la Madonna apparve a una donna di nome Giovanna: avrebbe salvato la città dalla peste se la donna avesse dipinto un quadro con Maria e i santi Rocco, Sebastiano e Giustina. Giovanna obbedì. Ma quando il morbo lasciò Venezia anche il dipinto scomparve: in quel luogo sulla pavimentazione rimase però una macchia rossa a testimoniare che la Madonna aveva imprigionato lì la peste.

Il cuore della sirena 

Un altra pietra rossa si trova invece nel Sotoportego dei Preti ed è a forma di cuore. Secondo un altro mito, un pescatore di nome Orio incontrò una sirena di nome Melusina. I due si innamorarono e decisero di sposarsi ma a una condizione dettata dalla creatura fantastica: non avrebbero dovuto vedersi nei sabati che precedevano le nozze.

Orio però, infrangendo la promessa, andò a trovarla di sabato, scoprendo che in quel giorno la sirena, colpita da un maleficio, si trasformava in un serpente: solo il matrimonio l’avrebbe potuta salvare e quindi la coppia si sposò e Melusina potè diventare una donna a tutti gli effetti.

Un giorno Melusina morì, lasciando Orio e i figli che intanto erano nati. Tuttavia, ogni volta che Orio partiva per il mare, al suo ritorno trovava la casa in ordine. Ancora una volta pieno di curiosità, tornò in anticipo in un’occasione, trovando un serpente all’interno della sua abitazione. Lo uccise, ma purtroppo scoprì che l’animale era la sua Melusina, il cui cuore è ora impresso nella roccia.

La luna e la gondola 

C’è anche una leggenda che narra della nascita delle gondole, le imbarcazioni tanto tipiche di Venezia. In una romantica notte, due innamorati passeggiavano tra le calli in cerca di un posto appartato: uno spicchio di luna scese così sulla Terra a tramutarsi in una deliziosa imbarcazione d’argento che trasportò gli innamorati nei luoghi più segreti di Venezia.

La rosa di San Marco 

C’è infine un’altra storia di amore infranto tra i miti di Venezia. Fu quello di Maria, figlia di un doge vissuto nel IX secolo, che si innamorò di un coetaneo di nome Tancredi: il doge però si opponeva all’amore, perché Tancredi apparteneva a un ceto sociale subalterno. Maria consigliò all’amato di andare in guerra: solo l’onore della battaglia avrebbe potuto riabilitarlo agli occhi del padre.

E Tancredi in effetti si distinse sul campo, ma un giorno venne ferito e morì mentre si trovava in un roseto: il giovane staccò una rosa intrisa del suo sangue e la fece mandare a Maria da un amico con lui in guerra.

Quando Maria ricevette la rosa morì di crepacuore: era il 25 aprile, il giorno del patrono di Venezia e da allora tutti gli innamorati regalano una rosa alle amate nel giorno dedicato appunto a San Marco. 

Alberto Mattioli per “La Stampa” il 26 maggio 2022.

49.999. Eccolo qui, sul ponte delle Guglie, uno dei cartelli di cui parla tutta Venezia, anzi tutti i veneziani, la minoranza residente nella nuova Disneyland, mentre la maggioranza rumorosa dei turisti passa ciabattando sulle sue infradito. 

Un numero, e basta: semplice, elegante, anonimo e tragicamente evocativo. Eh sì, perché se le cose continueranno ad andare come vanno, e non si vede proprio come possano andare diversamente, entro quest'estate il numero dei residenti a Venezia città scenderà per la prima volta sotto la soglia dei 50 mila.

Nel 1951, erano 174 mila e rotti, quindi in settant'anni Venezia ha perso due terzi degli abitanti. C'è poco da stare serenissimi. 

Ieri l'altro, i volantini hanno saturato Cannaregio: sulle spalliere dei ponti, sulle cassette delle lettere, sulle saracinesche dei negozi. 

Ieri sera, altro blitz e nuova distribuzione, stavolta in zona Rialto e Castello. Indiziati numero uno, quelli di Venessia.com, non nuovi a goliardate terribilmente serie, come il famigerato "funerale di Venezia" celebrato nel 2009 in Canalgrande (meno nota ma più profetica, la beffa dell'anno successivo: i finti tornielli d'accesso alla città in piazzale Roma, con l'euro richiesto ai turisti, cioè quel che si vedrà prossimamente - ma sul serio - sugli schermi veneziani).

Loro, i geniacci di Venessia, negano, chi li conosce giura che lo stile è quello, chissà. Di certo, sulla loro home page un contatore aggiorna il numero degli abitanti: ieri erano 50.134. E un complicato calcolo spiega anche quando si scenderà sotto la soglia fatidica: l'11 luglio se ci si basa sul trend annuale di spopolamento, il 17 luglio sugli ultimi sei mesi, il 4 agosto sull'ultimo mese.

Il Comune naturalmente non ci sta e ribatte che il dato non comprende chi in città ha il domicilio e non la residenza, come studenti fuori sede, trasfertisti, pendolari e così via. 

Però, annunciando il solito Pnrr dei miracoli, l'aveva detto in marzo anche il venezianissimo ministro Renato Brunetta: «Venezia sta andando sotto la soglia che definisce il concetto di città». «Mi sembra di vivere in un romanzo di Agatha Christie, di quelli dove i personaggi spariscono uno dopo l'altro», racconta un residente in zona San Zaccaria.

Nell'ospedale più bello del mondo, ai Santi Giovanni e Paolo, di bambini ne nascono pochi: 344 in tutto nel 2021 (all'Angelo di Mestre, nello stesso anno, furono 2.022). Dalla Ulss 3 "Serenissima" fanno notare che la locale Ostetricia è così valida che la scelgono anche dei foresti, però per tenerla aperta a Venezia ci è voluta una deroga speciale della Regione Veneto, che ha chiuso quelle da meno di 500 parti all'anno. 

E dire che, sul suo cavallo di bronzo griffato Verrocchio, veglia sull'ospedale il Colleoni, che secondo la credenza popolare aveva tre testicoli, il che dovrebbe essere di buon auspicio per la procreazione. Gianpiero Dalla Zuanna, professore di Demografia a Padova ed ex senatore del Pd, paragona lo spopolamento di Venezia a quello di tanti comuni montani: «Si ingenera un circolo vizioso. Iniziano a chiudere le scuole e i negozi, i servizi si riducono, e così vivere in questa città difficile diventa ancora più difficile. I problemi sono due: un mercato immobiliare drogato e la fatica degli spostamenti.

E la popolazione diventa sempre più anziana». «Lo vol saper, cosa accade? Glielo dico io». Chi parla (come un personaggio di Goldoni, in effetti, la lingua è la stessa, lo spirito anche) è Giampiero Vio, classe 1936, titolare della celebre pasticceria Marchini in campo San Luca: «Allora, è molto semplice. Lei è un veneziano con casa di proprietà, diciamo cento metri ereditati dalla povera zia. Anche se vecchia e malmessa perché la zia non faceva manutenzione, la vende per almeno 450-500 mila euro. Poi compra una bella casa nuova a Mestre per 150 mila e si intasca il resto. Vive più comodo e quando ha bisogno di venire a Venezia ci viene. Tutto qui».

E poi, diciamolo, in città ormai di attività economiche ne sono rimaste poche: il turismo è una monocultura. E con il Covid si è visto che se di turismo Venezia muore, senza turismo Venezia non vive. E così sembra prevalere la rassegnazione, come se il progressivo svuotarsi della città fosse l'ennesima variazione sul tema della morte a Venezia, ultima metamorfosi di una città che invece per secoli fu la capitale del piacere oltre che di un impero, una Las Vegas globale, altro che lugubri gondole e Dirk Bogarde.

«Noi siamo arrabbiati, ma rassegnati no, mai», sbotta però Marco Gasparinetti, consigliere comunale d'opposizione. Il «noi» sta per la piattaforma civica XXV Aprile, in prima linea contro un declino che, giura, inarrestabile non è: «Questa dello spopolamento è una tragedia annunciata ma nessuno ha mai fatto niente per fermarla, per esempio una seria politica della casa. Però il funerale è prematuro: Venezia non è morta». 

E perché? «Facciamo due conti. Cinquantamila sono gli abitanti dei sestieri. Ma con le isole e la laguna si arriva a 77 mila circa. Aggiungiamo 25 mila studenti e 35 pendolari, sono altre 60 mila persone che vivono più o meno stabilmente a Venezia. Tradotto: siamo pochi, non spacciati. Bisogna restare e battersi. E poi, senta, io ho vissuto a Roma prima di tornare a Venezia. Quanti romani veri vivono davvero a Trastevere?».

Grande fratello Venezia, come sabotare il turismo. Francesco Maria Del Vigo il 21 Aprile 2022 su Il Giornale.

Ci sono tre notizie: una buona e due cattive.

Ci sono tre notizie: una buona e due cattive. 1) I turisti sono tornati nel Nord Est e Venezia - dopo due anni di chiusure - non è più una città fantasma. 2) Ma, a quanto pare, molto di loro sono dei fantasmi. Non perché siano degli ectoplasmi veri e propri che si muovono tra calli e campielli (cosa che peraltro attirerebbe frotte di visitatori), ma perché non risultano. Non sono registrati. Per farla breve: sono in nero. Almeno 20mila, secondo il Corriere del Veneto. Come facciamo a saperlo? I loro cellulari risultano agganciati alle celle della città, ma a loro non corrisponde una prenotazione. Ogni notte alle quattro del mattino la Smart control room (un gioiello all'avanguardia dal punto di vista tecnologico) verifica il numero dei cellulari presenti in città. Non sfugge nulla. Tutto nel rispetto della privacy, tutto legale e legittimo. Tutto molto orwelliano, quando si parla di turisti e dunque di liberi cittadini. Durante il ponte di Pasqua, infatti, 101mila turisti hanno visitato la Serenissima. Ma nel territorio comunale ci sono soltanto 81.849 posti letto. Quindi, al netto di bambini, cellulari spenti ed esseri umani senza cellulare (ammesso che ne esistano ancora) ballano questi famosi 20mila turisti. Dove hanno dormito? Tendendo ad escludere che abbiano soggiornato all'addiaccio sotto i 417 ponti dei 150 canali della città dei Dogi, molto probabilmente erano in nero. Qualcuno ha fatto il furbo per non pagare le tasse. Male, anzi malissimo. Ma noi ingenui, fino a ieri, pensavamo che venissero tracciati gli smartphone dei terroristi, non quelli dei turisti. Di chi ruba qualcosa a qualcuno, non di chi, bene o male, porta soldi in città. I farabutti non sono loro, ma quelli che non li registrano. Esisteranno modalità, meno invasive per i turisti, per acchiappare gli evasori? L'obbligo di prenotazione per visitare la Laguna, che scatterà entro l'estate, è sicuramente un modo più trasparente di gestire i flussi turistici. A Dalian, una città della Cina Nord orientale, hanno costruito una replica della città di Venezia. Si sa che a Oriente hanno una passione e un dono per le repliche. Ma questo non autorizza a replicare dalle nostre parti i controlli capillari e pervasivi che Pechino applica ai suoi cittadini. Dal 2020 a oggi il Veneto ha perso 2,5 miliardi in turismo e i venti di guerra sicuramente non agevolano la ripresa. Almeno i turisti - finché non commettono reati - evitiamo di tracciarli. Non è un bel biglietto da visita.

Venezia: il futuro e l’Arsenale, sfida per il Paese. Antonio Scurati su Il Corriere della Sera il 15 Febbraio 2022. 

La città d’acque, piccola, preziosa, fatta di pietre e di sogno, vive in un ecosistema delicato, in un equilibrio precario. 

Discutere di Venezia significa discutere del futuro del Paese. Non dovremmo mai stancarci di farlo. Venezia rappresenta, infatti, la quintessenza di una nazione dotata di un patrimonio enorme di storia, cultura, arte, bellezza, la cui fortuna immensa minaccia, però, costantemente di rovesciarsi in un destino di minorità. La sublime, impareggiabile bellezza di Venezia — sarò di parte ma per me è la più bella città del vecchio mondo — è per sua natura una bellezza fragile. Estremamente fragile. La città d’acque, piccola, preziosa, fatta di pietre e di sogno, vive in un ecosistema delicato, in un equilibrio precario. Non soltanto la fauna ittica della laguna e le antiche tradizioni artigiane sono a rischio estinzione, perfino i veneziani stessi lo sono. Per molti aspetti, Venezia inventò la modernità ma fa un enorme fatica a convivere con gli sviluppi ultimi di quella sua invenzione.

Non è un caso che la città lagunare del XXI secolo sia divenuta luogo di splendori e miserie, di estasi e di malessere, di incanti e di obbrobri. Non c’è amante di Venezia il quale, vedendola sommersa dall’alta marea del turismo globale, non abbia, talvolta, provato pena per essa. Inoltrandosi a passo lento nelle calli in una giornata nebbiosa di fine novembre, respirando la gloria dei millenni, non si può fare a meno di chiedersi, ammirati: chi ha costruito tutto questo?! Poi, però, in quelle stesse calli, soffocando nell’afa turistica, si è spinti a domandarsi: chi ha distrutto tutto questo? Il destino tardo-moderno di Venezia è divenuto, così, addirittura paradigma di degrado sociale. Un neologismo si è imposto a livello internazionale per definire un luogo snaturato e svilito da flussi turistici eccessivi: questa parola nuova è venezianization (venezianizzazione).

In ciò, Venezia è emblema dell’Italia quale Paese in bilico, tra un passato grandioso e un futuro incerto, tra eccellenza e mediocrità, tra slanci di modernità e controspinte retrograde, tra virtù rare e vizi atavici, tra rinascenza e decadenza, tra la bellezza e quella sciagurata forma di bruttezza che consiste nel recare offesa proprio alla bellezza. Ebbene, oggi il destino di Venezia, dove pure non mancano segnali e tendenze di una evoluzione virtuosa, è più che mai in discussione. La discussione, al momento, verte sul futuro dell’Arsenale, un antico complesso di cantieri e officine, già cuore dell’industria navale veneziana tra le cui mura, destando l’ammirazione del mondo (a cominciare da Dante), Venezia si pose all’avanguardia del progresso anticipando di centinaia d’anni il concetto moderno di fabbrica. In una parola: lo splendore dei secoli passati. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Arsenale si avviò al definitivo declino. Improduttivo, inutilizzato, chiuso agli usi civili, precluso ai veneziani, ha languito per decenni in uno stato comatoso di semiabbandono. In una parola: la miseria di un presente arenato.

Da una ventina d’anni ci si è finalmente mossi per il recupero e rilancio di questa vastissima e pregiatissima area (si pensi che copre il 15% circa dell’intera superficie cittadina!): alcuni grandi locali sono stati devoluti alla Biennale per le sue esposizioni di arte contemporanea. Nella parte restante, però, niente. Nel 2012 la proprietà dell’area, gestita per buona parte dalla marina militare, è stata trasferita dal demanio al Comune di Venezia con un vincolo che ne assicurava inalienabilità e indivisibilità e con il mandato di farne un uso più prossimo ai cittadini e più affine a una modernità inclusiva, a una società aperta, a un’economia dinamica. L’amministrazione cittadina si è dimostrata, però, incapace di realizzare un progetto di rilancio complessivo che riaprisse l’Arsenale a veneziani e turisti. Ora è prossimo alla firma un protocollo d’intesa tra Comune e ministeri dei Beni Culturali e della Difesa mai discusso con la cittadinanza e reso opaco da diverse clausole di riservatezza. Tra le altre cose, il protocollo prevede — pensate un po’ — l’alienazione di vaste aree dell’Arsenale a vantaggio proprio della marina militare. Vale a dire, la restituzione a chi per decenni di languore e degrado ha dimostrato di non sapere assolutamente cosa farne.

Di fronte a questa prospettiva, ciò che resta della cittadinanza si è ridestata dal suo torpore, un movimento di opposizione è sorto, in pochi giorni ha raccolto l’adesione di ben 60 associazioni locali e internazionali, ha elaborato documenti dettagliati con valide proposte per progetti di sviluppo in vista di una gestione unitaria, evoluta e partecipata. Associazioni e cittadini, raccolti attorno al Forum Futuro Arsenale, contestano soprattutto la retrocessione alla Marina di ben sei tese che impedirebbe sia la rinascita complessiva dell’area, sia la tanto agognata riapertura agli usi pubblici (non è in discussione, se non per alcune modalità, la cessione di ulteriori edifici alla Biennale d’arte per la quale il Pnrr ha previsto un cospicuo e benemerito finanziamento di 170 milioni).

Insomma, veneziani e amanti di Venezia chiedono di poter finalmente rimettere piede nell’antico Arsenale, di poter partecipare alle decisioni sul suo futuro e di contribuire a realizzarle; soprattutto, tramite una lettera aperta, chiedono di poterne discutere con i ministri Franceschini e Guerini (il confronto con il sindaco, sordo alla voce della cultura perché animato da una visione personalistica di Venezia, è senza speranza). Ebbene, da veneziano e da italiano in bilico, io credo che negarsi a questo confronto significherebbe smettere di discutere non solo del futuro di Venezia ma anche di quello dell’Italia; significherebbe anche sprecare l’occasione epocale di fare del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza un’esperienza memorabile di democrazia partecipata, sentita, vissuta in prima persona dal popolo italiano.

Padova. Padova, i segreti della città dei tre senza. Perché Padova viene chiamata la città dei tre senza? Ecco cosa si cela dietro questa dicitura legata ai suoi luoghi più celebri. Teresa Barone il 23 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Padova e il Santo senza nome

 Padova e il prato senza erba

 Padova e il caffè senza porte

Nota soprattutto per la splendida Cappella degli Scrovegni decorata con i trecenteschi affreschi di Giotto e per la maestosa Basilica di Sant'Antonio, la città di Padova è in realtà particolarmente ricca di siti e angoli circondati da un alone di mistero.

Non tutti sanno, ad esempio, che Padova viene anche chiamata “la città dei tre senza”, un appellativo noto agli abitanti e legato ad alcune delle architetture più note, ma non solo. Un curioso gioco di parole che illustra tre particolarità di altrettanti luoghi: il Santo senza nome, il prato senza erba e il caffè senza porte.

Padova e il Santo senza nome 

Il primo “senza” di Padova si riferisce alla Basilica di Sant’Antonio, vero simbolo della città veneta che attira ogni anno folte schiere di fedeli. La chiesa, sovrastata da imponenti cupole e caratterizzata da una struttura che unisce più stili architettonici, come romanico e gotico, ospita le reliquie di Sant’Antonio ed è meta di pellegrinaggio per milioni di pellegrini.

Tra le chiese più grandi del mondo, la Basilica di Sant’Antonio viene chiamata semplicemente la Basilica del Santo o più semplicemente il Santo, senza dover specificare il nome.

Padova e il prato senza erba 

Oltre ad essere la città del Santo senza nome, Padova è anche sede del prato senza erba. Questa dicitura fa riferimento a Prato della Valle, la celebre piazza situata a pochi passi dalla Basilica di Sant’Antonio e annoverata tra le piazze più vaste di tutta l’Europa, grazie alla sua superficie di 88.620 metri quadrati.

Il nome Prato della Valle, in particolare, ha derivazione latina e fa riferimento alla parola “pratum” che indicava proprio uno spazio molto ampio utilizzato per scopi commerciali, spesso non lastricato e quindi soventemente ricoperto di erba. La valle, invece, si riferisce alle origini paludose di questo luogo.

Particolarità della piazza è la forma ellittica delle numerose statue, dedicate ai personaggi che hanno dato lustro a Padova, ma anche l’isola centrale chiamata Memmia circondata da un anello d’acqua. Il nome rappresenta una dedica ad Andrea Memmo, nobile veneziano che decise di riconfigurare la piazza in qualità di Provveditore della Serenissima a Padova, bonificando il territorio e realizzando una canalizzazione sotterranea dotata di un sistema di deflusso centrale.

Padova e il caffè senza porte

Il terzo “senza” di Padova, infine, è legato al più antico e famoso caffè storico padovano, il Caffè Pedrocchi realizzato dall’architetto Giuseppe Japelli e inaugurato nel 1831 e diventato successivamente un luogo di ritrovo per artisti e letterati, come Ippolito Nievo, Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse e Filippo Tommaso Marinetti.

Il locale veniva chiamato “il caffè senza porte”, perché rimaneva aperto sia di giorno che di notte senza interruzione, almeno fino al 1916 quando la chiusura serale era diventata una strategia per evitare l’arrivo dei soldati austriaci, attirati dalle luci del locale.

Protagonista dei moti studenteschi del 1848, l’edificio porta ancora oggi i segni degli scontri tra i giovani patrioti e gli austriaci nella Sala Bianca. Diventato proprietà del Comune di Padova dal 1891, oggi il Caffè Pedrocchi ospita il “Museo del Risorgimento e dell’Età Contemporanea”.

Laura Berlinghieri per “la Stampa” il 26 aprile 2022.

«Io ora devo uscire. Ho delle questioni in sospeso con alcune persone. Penso che morirò. Oppure, se non muoio, avrò delle ferite gravi. Ma penso che morirò». È il contenuto del messaggio vocale che Ahmed Jouider, di 15 anni, ha inviato alla sua ex fidanzatina, prima di sparire nel nulla, giovedì sera. Mortise, periferia di Padova. 

Il ragazzo vive qui con la mamma Latifa e la sorella, la sua famiglia è di origini marocchine. «Non sappiamo più cosa pensare. Continuiamo a tornare indietro nel tempo con i ricordi, immaginando cosa possa essere accaduto. Ma non sappiamo davvero più cosa pensare. Siamo solo in attesa, sperando che Ahmed torni presto», dice la sorella, a casa insieme alla mamma, circondata dagli amici.

«Ci appoggiamo a loro, perché una situazione così è difficile da affrontare da soli». Ahmed frequenta un istituto superiore di Padova, ha tanti amici. Ma qualcosa, in quella ripetizione di quotidianità, deve essersi rotto. Lo dimostrano i volantini che adesso tappezzano la città: sono stati attaccati in ogni angolo dalla mamma e dalla sorella che, disperate, cercano il ragazzo: alto un metro e settanta, capelli e occhi castani. 

Non torna a casa da cinque notti, non lo aveva mai fatto. La mamma e la sorella lo hanno visto per l'ultima volta giovedì sera. Fino a quel momento, raccontano, era normale: nessun gesto inconsueto, nessun discorso che potesse far pensare a un qualche tormento, se non forse i soliti, dell'adolescenza.

«Mio fratello è un ragazzo gentile, disponibile, aperto, molto estroverso, ma anche molto pacato. Modi di fare e atteggiamenti che non ha mai cambiato, nemmeno in questi ultimi giorni. Sempre tranquillo, non avremmo mai potuto immaginare che ci saremmo ritrovati in questa situazione», racconta ancora la sorella. In quello scorrere di quotidianità, solo l'epilogo di quell'ultima serata ha avuto una nota stonata rispetto al solito: l'abbraccio alla madre e il bacio alla sorella, prima di uscire. Due gesti strani per Ahmed, che raramente dimostrava fisicamente il suo affetto. Erano le 21,45 di giovedì. 

Pantaloni della tuta neri, felpa nera con una striscia grigia, il quindicenne è uscito di casa, inforcando la sua bicicletta rossa vecchio modello, dicendo di essere diretto al vicino patronato del quartiere. Dopo pochi minuti la mamma, con il classico istinto che accomuna tutte le madri, ripensando a quei gesti, così insoliti da parte del figlio, gli ha mandato un messaggio, spaventata: «Mi fai preoccupare, dove sei?».

Lui l'ha richiamata immediatamente, rassicurandola e dicendole di essere vicino a casa, alla chiesa del Cristo Re. Poi ha riagganciato. Poco dopo la mezzanotte avrebbe spento il telefono, per non riaccenderlo. Nel frattempo, l'ex fidanzata riceveva quell'ultimo messaggio vocale, che è la traccia sulla quale, da giorni, si sta muovendo la polizia. Si cerca tra i conoscenti del ragazzo. 

È possibile che il giovane, sentendosi imprigionato in una situazione più grande di lui, abbia trovato rifugio da un amico. La mamma e la sorella sono disperate. Ed è preoccupata l'ex fidanzata, destinataria di quell'ultimo messaggio che era una vera e propria dichiarazione d'amore. Il ragazzo l'ha pregata più volte di non diffonderlo. Adesso il suo volto tappezza le strade di Padova: immagini di una ricerca angosciante. 

Da mattinopadova.gelocal.it il 26 aprile 2022.  

Il suo corpo è stato trovato dai vigili del fuoco giovedì mattina poco dopo le 10. Una fine dolorosa per le ricerche che da tutt’Italia si erano mosse per trovare Ahmed Jouider, un ragazzino di 15 anni che era scomparso da 5 giorni. 

I vigili del fuoco si sono concentrati in un punto del Brenta dopo che era stato trovato il cellulare del ragazzo su una passerella sopra il fiume Brenta. 

 Il cellulare. Quell’ultima traccia cui Ahmed Jouider,  aveva affidato il messaggio più inquietante del mondo alla sue fidanzatina: «Esco ma non credo di tornare».

Il cellulare è stato trovato. Ma nel posto più inquietante: la passerella che collega Torre a Cadoneghe. E qui sorgono alcune domande. 

È stato notato solo martedì mattina. Eppure è un posto abbastanza frequentato. 

Possibile che nessuno l’abbia visto prima? Da giovedì a martedì nessuno ha notato un cellulare abbandonato su una passerella di collegamento? 

Obiettivamente difficile.

E allora chi può averlo portato sul posto a cinque giorni di distanza dalla scomparsa del ragazzo? E soprattutto: perché? 

Ipotesi 1: qualcuno ha fatto male al ragazzo. Lo ha fatto sparire. Perché fare trovare il cellulare? Al limite lo getto in acqua, Nessuno vede più nulla. 

Ipotesi 2: Ahmed si è voluto fare del male. Possibile che nessuno abbia visto il cellulare prima? 

Marina Lucchin per "Il Messaggero" il 26 aprile 2022.

Ahmed Jouider non si è ucciso. Ahmed sarebbe stato costretto a uccidersi. Tanto che il pm padovano Andrea Girlando ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio dopo il ritrovamento, ieri mattina nelle acque del Brenta, del corpo del 15enne di origine marocchina sparito dal quartiere padovano di Mortise nella notte tra giovedì e venerdì scorso.

Un'ipotesi di reato perché gli investigatori ritengono che ci siano elementi per seguire questa pista.

Il corpo senza vita del 15enne è stato riportato a riva pochi minuti dopo le 10 dai sommozzatori dei vigili del fuoco in seguito al ritrovamento, da parte della Squadra mobile, del cellulare del giovane, che era stato preso da un passante che l'aveva visto abbandonato sul ponticello che collega Padova con la confinante Cadoneghe. Ha tolto la vecchia scheda sim e ne ha introdotto un'altra. Uno scherzo del destino che aveva fatto credere che il 15enne fosse ancora vivo.

Mentre invece era già da 5 giorni sott' acqua.

L'ADDIO Ahmed, che diceva di sentirsi minacciato e su cui forse pesava l'ombra del bullismo o di un regolamento di conti con la compagnia di un Comune vicino, aveva già pianificato tutto ancor prima di uscire di casa. Ha detto addio alle persone a lui più care: un bacio alla mamma e un ultimo ti amo alla ragazzina che gli aveva rubato il cuore. Poi il salto nel buio dall'ondeggiante ponte pedonale.

Giù nelle scure acque del Brenta. 

Insomma, Ahmed è stato costretto a togliersi la vita. Perché? Questo resta un mistero. Anzi, uno dei tanti misteri di questa straziante storia che ora gela il sangue nelle vene di genitori di figli adolescenti che vivono nel quartiere: dopo Henry Amadasun, suicida nello stesso punto a settembre, ora Ahmed. C'è forse qualcuno che spinge i ragazzini a uccidersi?

La famiglia aveva segnalato la sua scomparsa intorno alle 4 della mattina di venerdì, quando la madre Latifa e la sorella Hiba non l'avevano visto più rientrare. La Squadra mobile della questura padovana, ora, sta svolgendo le indagini per dare una risposta ai troppi interrogativi rimasti aperti. 

BRAVO RAGAZZO «Mio figlio era un bravo ragazzo. Era tranquillo, non aveva problemi a scuola, era il mio sostegno. Non aveva il coraggio di uccidersi, non l'avrebbe mai fatto». Lo ripete con gli occhi persi nel vuoto Latifa Benijane, la mamma di Ahmed Joudier, poche ore dopo aver dovuto affrontare il riconoscimento del corpo di suo figlio. Non ci sono nemmeno più lacrime a rigarle il volto. 

Mamma Latifa le ha finite tutte e sul suo volto è rimasta solo la disperazione di una madre che ha dovuto sopportare un dolore che nessun genitore dovrebbe mai affrontare. La perdita di un figlio. Un figlio che per lei era tutto. Davvero tutto, specialmente da quando si era lasciata dal marito. Tanto che, nel delirio della sua disperazione, distesa su un divano e accerchiata da decine e decine di donne, tra amiche e parenti, inizia a urlare in arabo. Invoca il figlio. «Perché mi hai lasciato sola? Eri tu l'unico uomo di questa casa». 

Anche il padre, che non vedeva Ahmed da molti anni, ieri mattina è spuntato sull'argine del Brenta. Anche lui ha visto il corpo senza vita del ragazzo. Ma in lui il dolore si è trasformato in vaneggiamenti, alla disperata ricerca di qualche colpevole, ha iniziato a dare la colpa della morte del 15enne alla sua ex moglie, ma senza nessun motivo, solo spinto dalla disperazione. Quel che è certo è che, oltre alla madre, nessuno dell'enorme famiglia che è la comunità marocchina di Mortise sembra credere all'ipotesi del suicidio. 

E della stessa idea sono pure i vicini, italiani, che da ieri mattina non fanno altro che vedere andare su e giù dalle scale del condominio poliziotti, medici, amiche di famiglia, ragazzini e compagni di scuola di Ahmed o della sorella Hiba. «Uccidersi? Quel ragazzo lì? L'ho visto crescere. Era bravo - commenta un anziano vicino di casa -. Girano strane voci su un gruppo di ragazzini violenti: magari l'hanno minacciato per qualcosa».

Marina Lucchin per “il Messaggero” il 28 aprile 2022.

Due adolescenti padovani che decidono di togliersi la vita a pochi mesi di distanza esattamente nello stesso luogo. Nello stesso modo. Prima un messaggino ai propri cari per dire addio, poi un volo di 4 metri da un ponte pedonale per finire nelle acque torbide e vorticose del Brenta. A settembre era toccato a Henry Amadasun, 18 anni, pochi giorni fa al 15enne Ahmed Joudier.

Quel che sta succedendo a Mortise, quartiere popolare di Padova, gela il sangue nelle vene dei genitori di figli adolescenti.

C'è forse qualcuno che spinge i ragazzini a uccidersi? E se sì, è qualcuno di reale o che proviene dal mondo virtuale, dove, specie durante il lockdown, molti adolescenti sono stati risucchiati attraverso app, social e giochi? Una pista, quella del Cyberbullismo, che da ieri è stata presa in considerazione per tentare di dare una spiegazione alla morte di Ahmed Joudier. La procura di Padova ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, mentre la Squadra Mobile, ieri, ha iniziato a sentire la madre, la sorella e alcuni amici della vittima. Dopo questi colloqui, i poliziotti hanno sequestrato, oltre al telefonino, anche il pc del ragazzo.

LA MAMMA La mamma del 15enne, che vive al terzo piano di un palazzo di Mortise, non riesce quasi a tenere gli occhi aperti da quanto sono gonfi di lacrime. «Qualcuno degli amici sa qualcosa sulla morte di mio figlio». Dopo sei notti insonni senza avere notizie da Ahmed, Latifa aveva iniziato a temere il peggio. Ma nonostante si fosse quasi preparata, se mai fosse possibile farlo, a un epilogo nefasto, la notizia del ritrovamento del figlio morto, martedì mattina, l'ha distrutta.

«Era un bravo ragazzo - insiste la donna - non aveva a che fare con la droga» racconta, chiudendo la frase con un gesto di stizza con una mano, quasi a voler allontanare quel pensiero che, però, si è insinuato nella sua mente come un dubbio tremendo: possibile fosse finito in un brutto giro? C'è da dire che Ahmed, a detta anche dei suoi professori e degli inquirenti, era davvero un ragazzo a posto. Andava bene a scuola, non fumava, non beveva, aiutava la famiglia, non aveva mai avuto guai con la giustizia. 

GLI AMICI Eppure tanti ragazzi, anche compagni di scuola, sono convinti che negli ultimi tempi il 15enne avesse cambiato un po' atteggiamento. A volte non si faceva sentire, cambiava strada, sembrava più sfuggente del solito. «Magari aveva incontrato qualcuno e si era messo nei guai. Magari un debito non saldato, oppure qualcos' altro che non aveva pagato», commenta un ragazzo che come lui frequenta l'Istituto Bernardi di Padova. Ma un debito di che genere?

Molte le voci che girano nel quartiere di Mortise. La maggior parte parla anche della presenza di un gruppo di bulli di Mejaniga, quartiere del Comune di Cadoneghe, già protagonista di atti violenti. «Rubano le biciclette ai più piccoli e poi si fanno dare i soldi per restituirle. Oppure gli fanno paura. Qualcuno è stato anche preso a botte» racconta un ragazzino della stessa età di Ahmed, 15 anni, che attraversa la passerella pedonale che collega Padova a Cadoneghe. Quella passerella da cui la notte tra giovedì e venerdì scorsi si è gettato Ahmed per togliersi la vita.

C'è poi la pista del Cyberbullismo, che verrà battuta a fondo controllando tutte le attività informatiche del ragazzino: le applicazioni, i giochi, i social che utilizzava su vari supporti, dal pc allo smartphone. La delusione d'amore? Sarebbe da scartare secondo quanto dichiarato dall'ex fidanzatina, accompagnata dai genitori in Questura: «Ci eravamo lasciati, ma i nostri rapporti erano buoni».

Talmente buoni che l'ultimo messaggio vocale Ahmed l'ha mandato a lei, messaggio in cui parlava della sua morte imminente: «Ho delle questioni in sospeso con alcune persone, più che altro penso che morirò. O se non muoio - disse Ahmed - avrò delle ferite gravi». E aveva così tanta paura che piuttosto di finir male, ha preferito togliersi la vita.

Verona, tra boschi e fontane. Teresa Barone il 7 Marzo 2022 su Il Giornale.

Non solo Romeo e Giulietta: Verona è ricca di fontane caratteristiche e circondata da boschi incantevoli che vale la pena scoprire.

Verona non è solo la città dell’Arena e di Giulietta e Romeo, la triste storia narrata da Shakespeare che ha reso celebre la città e il Veneto in tutto il mondo. Popolata di piazze e splendidi palazzi, è anche ricca di fontane e spazi verdi perfetti per concedersi una passeggiata tra i boschi.

Nel centro storico cittadino, in particolare, si trovano alcune delle fontane più caratteristiche e ammirate dai turisti. Chi si reca a Verona non può non imbattersi nella fontana delle Alpi, a due passi dall’Arena, così come nella simbolica fontana di Madonna Verona realizzata nella suggestiva Piazza delle Erbe.

Spostandosi verso l’esterno, invece, si può cogliere l’occasione di immergersi nella natura visitando alcuni parchi ricchi di vegetazione, un vero e proprio polmone verde a due passi dal centro.

La Fontana delle Alpi in piazza Brà 

Nella centralissima Piazza Brà, a pochi metri dell’Arena, si trova la particolare fontana delle Alpi: il suo nome deriva dalla forma singolare che richiama la catena montuosa, tuttavia “strucca limoni” è l’appellativo usato spesso dai veronesi per ricordare proprio la forma di uno spremiagrumi.

La fontana è stata donata alla città da Monaco di Baviera nel 1975, in occasione del gemellaggio tra i due centri urbani e come simbolo del legame tra la città scaligera e la città tedesca. Accanto alla fontana è stata apposta una lapide in commemorazione dei deportati italiani nei campi di concentramento.

Una curiosità: per celebrare il gemellaggio, Verona ha inviato a Monaco una copia della statua di Giulietta collocata all’interno del Municipio.

La fontana di Madonna Verona in Piazza Erbe 

Al centro di Piazza Erbe, in prossimità della via di passaggio che conduce alla Piazza dei Signori segnata dalla presenza del misterioso “arco della costa”, è possibile ammirare la fontana di Madonna Verona.

Contrariamente a quanto possa far intuire questo nome, la scultura che sormonta la vasca non ha niente a che fare con la sfera sacra ma rappresenta la personificazione simbolica della città di Verona. Una donna che sorregge un cartiglio in rame tra le mani che riporta l'antico motto comunale: "Est iusti latrix urbs haec et laudis amatrix", vale a dire "Questa città è dispensatrice di giustizia e amante della lode".

La fontana è stata realizzata per volere di Cansignorio Della Scala nel 1368, per celebrare il completamento di una imponente opera idraulica. La vasca in marmo rosso di Verona risalente all’epoca romana è arricchita da una scultura dalle sembianze femminili dotata di corona.

La Lessinia e il bosco di Villa Buri 

Nel quartiere San Michele Extra di Verona si trova il parco di Villa Buri, che si estende per circa tredici ettari e si caratterizza per la presenza di una ricca vegetazione. Sono oltre 1800 le specie di piante presenti, tra cui diversi alberi secolari.

Spostandosi a Nord di Verona, nella Lessinia, è possibile addentrarsi nel parco naturale regionale istituito nel 1990 e ricco di boschi suggestivi. Tra questi è doveroso citare la Foresta dei Folignani e la Foresta di Giazza, che rappresenta il bosco più esteso della zona. Sono presenti splendidi esemplari di faggi, abeti bianchi e carpini neri, ma non manca una fauna molto caratteristica.

Verona, la città circondata da colline e vigneti. Teresa Barone l'1 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Verona è considerata la capitale italiana del vino, è circondata da colline ricche di vigneti dove nascono alcuni dei vini Made in Italy famosi in tutto il mondo.

Verona non è solo la splendida città che fa da cornice alla struggente storia di Romeo e Giulietta. È considerata una vera e propria capitale del vino in Italia, caratterizzata da una produzione vinicola molto intensa favorita dalle caratteristiche del territorio circostante e dal clima favorevole a questo tipo di coltivazioni.

I vini prodotti nel Nord-Est del Veneto sono famosi e rinomati in tutto il mondo, basti pensare si celebri Amarone e Ripasso che nascono proprio dall’uva coltivata nei vigneti veronesi. I terreni collinari coltivati a vite nella provincia di Verona coprono un cospicuo numero di ettari e attualmente sono attivi diversi consorzi di tutela dei vini Doc e Docg.

Tutte le zone di produzione vinicola del veronese sono protagoniste di itinerari enoturistici che coinvolgono non solo i vigneti ma le stesse cantine, aperte al pubblico per offrire esperienze di degustazione agli appassionati e ai cosiddetti winelovers. 

Storia del vino veronese 

Le radici della storia del vino veronese vanno ricercate in un epoca precedente alla dominazione romana. È proprio con i romani, tuttavia, che iniziano le prime testimonianze del culto del vino che caratterizzata il territorio fin da tempi remoti. Sembra che Catullo, che era nato proprio a Verona, apprezzasse molto il “vino Retico” tipico del territorio, tanto che le anfore contenenti questa rinomata bevanda venivano spedite fino a Roma. 

Piazza Erbe a Verona e l’arco della costa

Arriva direttamente da IV Secolo d.C., invece, la testimonianza di San Zeno, vescovo e patrono di Verona che decise di classificare la vite veronese dal punto di vista botanico e descrisse alcune antiche tecniche di vinificazione nei suoi sermoni.

Le qualità del vino veronese sono state esaltate anche in alcuni scritti che risalgono al periodo della dominazione ostrogota in Italia, dai quali emerge la grande passione di re Teodorico per questa bevanda.

Si dice che anche Dante Alighieri, infine, abbia scritto alcuni versi del Purgatorio pensando proprio al vino tipico di Soave che potrebbe aver assaggiato durante la sua permanenza presso Cangrande della Scala.

Le principali zone vinicole di Verona 

Verona è circondata da numerose zone vinicole dove vengono prodotti molti dei vini Made in Italy più esportati: le più celebri sono la Valpolicella, Soave, Bardolino e Custoza.

La Valpolicella, la “Valle dalle molte cantine”, si trova a Nord di Verona ed è la terra natale del famoso Amarone, un rosso invecchiato anche fino a vent’anni, ma anche del Recioto. Entrambi sono ottenuti dall’uva lasciata appassire sui tralci, una procedura che intensifica il gusto degli acini.

I vini di Soave sono prodotti a est di Verona nelle zone collinari dei comuni di Soave e di Monteforte d’Alpone, mentre le regioni vinicole di Bardolino sono situate nelle zone collinari in prossimità del Lago di Garda, dove la temperatura mite favorisce la produzione di una ricca gamma di vini rossi.

Più a Sud di Verona, invece, si trova la zona di Custoza ricordata soprattutto per alcuni eventi storici importanti che risalgono alle Guerre di Indipendenza. La zona vinicola locale comprende diversi comuni della provincia e si caratterizza prevalentemente per la produzione di vini bianchi. Teresa Barone

Laura Berlinghieri per "la Stampa" il 25 gennaio 2022.

I masegni sventrati, le colonne di marmo che danno i primi segni di cedimento, impotenti di fronte alle infiltrazioni saline, conseguenza diretta dell'acqua alta, l'odore salmastro che entra nelle narici diventando ineliminabile. Mentre all'interno i pavimenti, i marmi, gli arazzi, i dipinti sono impegnati in un'estenuante lotta con la salsedine. Una lotta impari. Si presenta così la Basilica di San Marco, a Venezia, tra i simboli della laguna, e non solo, nel mondo. 

«Una situazione indecorosa, vittima dei due episodi di acqua alta record del 2018 e del 2019. Nella consapevolezza che, in una stagione dal clima impazzito, fenomeni del genere potrebbero presentarsi anche domani» dice Carlo Alberto Tesserin, Primo Procuratore di San Marco. Nel 2019 erano stati approvati i lavori per costruire una barriera in vetro intorno alla Basilica, in grado di opporre un argine all'acqua alta fino ai 90 centimetri. Poi è arrivata la pandemia, e anche i cantieri si sono fermati.

 Un lavoro ancora più importante dovrebbe condurre a rendere impermeabile l'area marciana fino ai 110 centimetri. Tutto questo, in attesa che il Mose faccia il suo dovere, naturalmente. Ad agosto 2021 la nuova consegna dei lavori, dalla durata stimata di quattro mesi e l'impegno di tre milioni di euro di finanziamento pubblico. E risiede qui l'ennesima vergogna. Dell'anticipo contrattuale fissato in 700 mila euro, le ditte incaricate delle operazioni di messa in salvo della Basilica sostengono di non avere ricevuto un centesimo. Per questo hanno interrotto i lavori. 

In piazza San Marco, tutto si presenta immobile. Mentre l'acqua alta, che non sente ragioni, invade la piazza, invade gli stessi scavi. E in questo contesto di inerzia, emerge un ulteriore paradosso. L'inizio dei lavori, ora fermi, ha richiesto la dismissione delle pompe idrovore, che quantomeno riuscivano a mettere in salvo la Basilica fino agli 85 centimetri. Così sono sufficienti 65 centimetri per andare sotto. 

Per dare un'idea, la famosa «acqua granda» del 2019 ne raggiunse 185. «In mezzo a tutto questo giro di denaro e di mancati pagamenti, c'è una Basilica da salvare» prosegue Tesserin. Aggiunge: «All'esterno, la piazza appare come un cantiere fermo. Mentre all'interno della Basilica continuiamo a lavorare, essendo area di nostra competenza. Ma, finché l'acqua continua a penetrare, abbiamo le mani legate.

 I danni sono generalizzati: interessano i pavimenti, le colonne, i dipinti, gli arazzi. Perché la salsedine quando entra non conosce barriere. Per mettere in salvo la Basilica abbiamo calcolato che sarebbero necessari 50 milioni di euro. I marmi delle cappelle, un tempo splendidi, adesso si stanno corrodendo.  

Qualche tempo fa, un ambone è completamente sprofondato. Fortunatamente, gli operai sono riusciti a salvarlo con delle ampie putrelle. Ma potrebbe accadere ancora. Bisogna intervenire subito, prima che sia troppo tardi».

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Lombardia.

«Rimborsopoli» al Pirellone, la prescrizione salva (quasi) tutti gli imputati. Giuseppe Guastella su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Chiusa l’avventura giudiziaria per Massimiliano Romeo, Jari Colla, Ugo Parolo, Fabrizio Cecchetti, Angelo Ciocca oltre che per Renzo Bossi 

La prescrizione mette la parola fine e fa uscire indenni la maggior parte degli imputati nel processo in Cassazione sui rimborsi gonfiati od indebiti ottenuti tra il 2008 e il 2012 da una quarantina di consiglieri ed assessori regionali lombardi durante il loro mandato al Pirellone. Solo per una residuale parte degli imputati, i giudici hanno rinviato il processo a Milano per un nuovo appello. Il processo di secondo grado si era chiuso nel luglio 2021 con la condanna della maggior parte degli imputati accusati di avere ottenuto rimborsi non dovuti mettendo a carico della Regione Lombardia una lunghissima serie di spese personali di propri collaboratori tra le quali quelle per pranzi in ristoranti, al bar, anche per un semplice caffè o per le caramelle. 

La Corte di Cassazione ha riqualificato l’accusa di peculato in quella di indebita percezione di erogazioni pubbliche, reato che si prescrive in 6 anni, per tutti i casi precedenti al 2009, chiudendo il processo che invece riprenderà, sulla base della nuova ipotesi di reato, per gli episodi successivi solo per una piccola parte degli imputati in Corte d’appello di Milano dove gli atti sono stati rinviati per un nuovo processo sul quale, però, già incombe la prescrizione. La stessa prescrizione ha, quindi, chiuso l’avventura giudiziaria per l’attuale capogruppo della Lega in Senato Massimiliano Romeo, che in appello era stato condannato a un anno e 8 mesi, per i parlamentari Jari Colla e Ugo Parolo, Fabrizio Cecchetti e per l’europarlamentare leghista Angelo Ciocca oltre che per Renzo Bossi, figlio del fondatore del Carroccio Umberto Bossi. 

Confermata la condanna a 4 anni 2 mesi, la maggiore inflitta in appello, all’ex capogruppo al Pirellone Stefano Galli, che era accusato anche di truffa per una consulenza da 196mila euro assegnata al genero e per aver messo in nota spese perfino i 6 mila euro spesi per il banchetto del matrimonio della figlia. Analoga conferma per Elisabetta Fatuzzo del Partito Pensionati, che aveva subito un anno e 5 mesi. Altri 10 imputati avevano scelto in appello la strada del patteggiamento ad una pena una pena inferiore al primo grado che era, quindi, diventata definitiva prima della Cassazione. Secondo le indagini del sostituto procuratore Paolo Filippini, sarebbero stati deviati dall’uso istituzionale 3 milioni di euro di fondi pubblici che, invece di essere impiegati per l’espletamento del mandato istituzionale, sarebbero stati usati per spese non rimborsabili perché già «già ricomprese» nelle corpose «indennità normalmente erogate dalla Regione al consigliere». 

Rimborsopoli, assolti Peroni, Rizzi, Marelli e Moretti. Redazione online su Il Corriere della Sera il 18 Novembre 2022 

Dopo 10 anni è intervenuta per la maggior parte dei 51 ex consiglieri regionali la prescrizione. Ordinato un nuovo processo d’appello per Gianmarco Quadrini. 

A dieci anni dai fatti la Cassazione ha azzerato quasi tutte le condanne inflitte in primo e secondo grado ai 51 consiglieri regionali accusati di aver fatto spese «non congrue» al loro ruolo con i soldi pubblici, nella maxi inchiesta chiamata Rimborsopoli (3 milioni di pranzi, cene, spese personali tra cui dolciumi e vestiti). Accuse in buona parte riformulate e quindi dichiarate prescritte. Vengono così assolti i bresciani Margherita Peroni (all’epoca nel Pdl), Monica Rizzi, Alessandro Marelli e Enio Moretti (della Lega) . Per l’ex Udc Gianmarco Quadrini invece è stato ordinato un nuovo appello. In secondo grado nel luglio 2021 erano state condannati una quarantina di ex consiglieri regionali lombardi. Il 17 novembre la Suprema Corte, ha riqualificato l’accusa di peculato in indebita percezione di erogazioni pubbliche per una parte degli ex esponenti della politica lombarda e ha dichiarato per loro la prescrizione. Cancellate senza rinvio le condanne, tra gli altri, per Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato (1 anno e 8 mesi in appello), per Renzo Bossi (2 anni e mezzo in appello) e per l’eurodeputato leghista Angelo Ciocca (1 anno e mezzo in appello), difeso dall’avvocato Domenico Aiello. Per altri imputati ha dichiarato prescritto il peculato perché commesso prima del dicembre 2009. Per altri ancora ha annullato con rinvio ad un nuovo giudizio di appello, probabilmente per un difetto di motivazione, la sentenza di condanna di secondo grado, tra cui quella inflitta all’ex capogruppo di Sel Chiara Cremonesi, difesa dal legale Mirko Mazzali. Condannati definitivamente, invece, solo tre imputati. -

Tre le condanne definitive, quelle per Corrado Paroli, Giosuè Frosio e Elisabetta Fatuzzo. Annullate senza rinvio per prescrizione, dopo la riqualificazione del reato, anche le condanne per l’ex consigliere Angelo Giammario e gli ex assessori Gianluca Rinaldin e Monica Rizzi, ma anche quelle di Carlo Saffioti, Pierluigi Toscani, Ugo Parolo; Fabrizio Cecchetti, Mauro Gallina, Massimo Guarischi e altri. La Corte d’Appello di Milano nel 2021, oltre a condannare una quarantina di imputati solo con qualche lieve riduzione di pena, aveva anche accolto dieci richieste di patteggiamento, tra cui quella dell’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi e un tempo consigliera regionale azzurra Nicole Minetti a 1 anno e 1 mese in continuazione con i 2 anni e 10 mesi inflitti per il processo `Ruby bis´, raggiungendo così i 3 anni e 11 mesi totali. Dall’inchiesta milanese erano emerse, per gli anni 2008-2012, spese di tutti i tipi da parte dei consiglieri lombardi rimborsate con fondi pubblici: l’acquisto di regali, cartucce da caccia o «gratta e vinci», oppure cene da centinaia di euro per pochi coperti, per tavolate fino a 26 persone e pure un banchetto di nozze. E poi Campari, moijto e altri drink o pranzi in locali di lusso, sigarette, spazzolini, Red Bull e videogiochi.

Sanità in Lombardia: 7 mesi per un'ecografia, 5 per una visita. Le liste d'attesa extra-large e gli appuntamenti «fantasma». Sara Bettoni su Il Corriere della Sera il 9 Novembre 2022.

Il test sulle attese per visite ed esami: le prenotazioni sforano i tempi-limite. Il problema aggravato dalla carenza di personale: in Lombardia mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri

«Stiamo lavorando per dare risposte ai cittadini che, quando chiedono visite specialistiche, devono avere la garanzia di un appuntamento entro un determinato periodo di tempo». Con queste parole si è presentato Guido Bertolaso, neo assessore lombardo alla Sanità. Tema comune a tutta Italia, quello delle liste d’attesa troppo lunghe per un esame o un consulto medico. La Regione da tempo spiega di essere al lavoro per risolvere la questione. «Non sono altro che promesse a caccia di consenso», per il gruppo Pd al Pirellone. Qual è lo stato dell’arte? Al di là di statistiche e dati forniti dall’assessorato, quel che conta è l’esperienza diretta del cittadino. Spesso sconfortante. Il Corriere ha raccolto tre esperienze che dimostrano le attuali difficoltà nelle prenotazioni. 

Primo caso: una visita ginecologica con ecografia transvaginale. La priorità indicata è «p», ovvero programmata. Significa che il paziente deve trovare posto entro 120 giorni. Alla prova dei fatti, però, non è possibile. Almeno non a Milano. Attraverso la piattaforma regionale «PrenotaSalute» non si riesce ad avere nessuna opzione, neppure tra un anno. Il secondo tentativo è tramite il call center. Seguendo le istruzioni telefoniche si entra in contatto con un operatore. «C’è posto tra una settimana, ma a Codogno» è l’offerta. Alla richiesta di un appuntamento in città, i tempi si allungano. «Prima disponibilità il 24 marzo all’ospedale Buzzi». Con un’attesa di oltre cinque mesi (la prova è stata fatta il 17 ottobre, ndr).

Secondo caso: un’ecografia alla spalla destra e una radiografia della colonna vertebrale. Questa volta il tentativo di prenotazione passa solo attraverso la piattaforma online. La priorità è sempre «p», quindi con un limite di quattro mesi. La ricerca inizialmente sembra dare buoni frutti, con alcuni posti in città negli ambulatori di via Rugabella già in settimana. Al momento di cliccare sul bottone «prenota», però, ci si scontra con la realtà. Lunghi secondi di trepidazione e poi il messaggio della sconfitta: «Non sono stati trovati appuntamenti disponibili presso tale struttura». Segue un elenco di altre opzioni, più lontane nel tempo. La prima opportunità è alla Casa di cura San Pio X il 7 giugno 2023. Con un’attesa di sette mesi. Per la radiografia, invece, il sistema mostra uno studio privato, ma non è possibile prenotare direttamente dal portale. Tocca telefonare e sperare che davvero ci sia posto. La stessa struttura viene proposta anche per l’ecografia, ma contattata risponde che non ha neppure l’ecografo. 

Terzo caso, una visita urologica già fissata in un centro convenzionato per i primi di novembre. Il paziente però, come lui stesso ha raccontato nella pagina delle lettere del Corriere, con pochi giorni di anticipo viene avvisato che l’appuntamento è stato spostato a gennaio 2023 «causa mancanza di medici». La carenza di personale è uno degli ostacoli lungo il percorso di taglio delle attese in sanità. Proprio ieri in consiglio regionale il neo assessore Bertolaso ha reso noto il fabbisogno della Lombardia: mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri, di cui 58 infermieri di famiglia. A proposito del personale no vax che torna al lavoro con la fine dell’obbligo vaccinale (679 operatori), ha ribadito la linea già espressa lunedì: «Non avranno contatti nei reparti dove ci sono pazienti fragili». 

Tangenti sulle protesi dentali, un manager del laboratorio: l’oro fuso per pagare le tangenti ai medici. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera l’8 Novembre 2022.

Presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. Al centro delle indagini l'ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, Roberta Rosaria Miccichè

Già si era appreso che non è agevole conservare i soldi per le mazzette, al punto da doverle celare in un mappamondo sul tavolo d’ufficio, ma adesso tocca prendere atto che nemmeno facile sia il mestiere del pagare tangenti: al punto da dover recuperare l’oro nelle protesi dentali per rivenderlo e così ricavare il contante in nero da dare ai destinatari delle tangenti. Può sembrare curioso, ma sembra un lavoraccio pure questo, stando alla parabola giudiziaria (almeno per come si sta dipanando negli interrogatori) di Roberta Rosaria Miccichè, la ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, commissariata lo scorso giugno quando l’imprenditrice fu posta agli arresti domiciliari dal gip Carlo Ottone De Marchi in una inchiesta del pm Paolo Storari su presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. 

Dalle indagini era infatti emerso che, quando prescrivevano a un loro assistito un qualche tipo di impianto, taluni dentisti «sovraccaricavano» la ricetta di prospettati interventi tecnici (e dei relativi costi) in realtà poi non eseguiti perché non necessari o pertinenti al caso, ma poi spartivano a metà, con il laboratorio dei materiali «in più», appunto il prezzo di quel «di più» (dal 5 al 10 per cento) lucrato in questo modo. Ed è quindi come se il laboratorio tecnico, per indurre il medico a prescrivere questi «extra», gli avesse pagato appunto una tangente, ma rifacendosi poi in realtà sul portafoglio stesso dell’ignaro paziente, ovviamente non in grado di capire gli aspetti tecnici dell’impianto che gli veniva proposto, e quindi in ultima analisi sul truffato Servizio sanitario nazionale che ne rimborsava i costi. 

Già, ma come pagare la tangente ai dentisti? Come trovare continuamente i contanti necessari? Uno dei manager della società ai domiciliari, Maurizio Cosentino, lo racconta pochi giorni fa in un interrogatorio (depositato al Tribunale del Riesame) sulla «particolare insistenza» di alcuni dei dentisti nel «pretendere una percentuale pari al 10% per dare lavoro alla Wisil Latoor di Miccichè prescrivendo le protesi nell’ambito di strutture pubbliche «Ricordo — spiega Cosentino difeso dall’avvocato Alessia Pontenani — che una volta io e una dipendente, su incarico di Miccichè, siamo andati in una azienda di Pero a vendere dell’oro». Oro? «Questo oro era composto da gioielli della Miccichè», ma anche da «residui di lavorazione dell’oro, polvere di oro, scarti di oro, e dischi per corone stampate». Addirittura «tra questo materiale in oro ricordo c’era anche un ponte del defunto marito» di Miccichè, «l’oro è stato fuso,e dalla azienda di Pero in cambio «ci è stata corrisposta una somma di 22mila euro che abbiamo consegnato ovviamente a Miccichè»: 12-13 mila usati per pagare uno dei dentisti, e «il rimanente messo dentro una fotocopiatrice e poi nel mappamondo», ormai mitologico nascondiglio appunto per tenere un po’ di denaro di scorta da usare in altre bustarelle.

L'Italia da scoprire. Piatti tipici lombardi. Non c'è solo polenta nella cucina lombarda ma un mix equilibrato di sapori e prodotti provenienti da ogni zona di questa regione così unica. Ecco tutti i piatti tipici della tradizione. Monica Cresci il 27 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Piatti tipici e contaminazioni storiche

 Cucina lombarda, gli antipasti

 Primi piatti saporiti

 Cucina lombarda, i secondi

 Contorni, verdure e dolci

Tradizione e storia si mescolano sapientemente trovando un equilibrio prefetto nei piatti tipici lombardi, vera espressione di gusto ma anche di appartenenza. La cucina della Lombardia è ricca di sapori ma anche di ingredienti differenti, espressione perfetta delle varie zone che la caratterizzano e le province che la rappresentano. Non solo polenta ma anche carni saporite, pasta fatta a mano e spesso ripiena, zuppe, minestre corroboranti e molteplici tipologie di risotti.

La cucina lombarda nasce dalla necessità di recuperare e creare pietanze nutrienti, con pochi ma indispensabili ingredienti. Protagonisti perfetti anche di antipasti e contorni, e spesso legati alla stagionalità dei prodotti. Senza dimenticare il pesce, parte integrante delle zone di lago e di fiume. Per una cucina che abbraccia, nutre, consola, racconta e che accoglie, scopriamola insieme.

Piatti tipici e contaminazioni storiche 

La cucina lombarda affonda le sue radici nella storia più antica, in un passato ricco di contaminazioni e intrecci di potere e tradizione. I piatti tipici, da sempre, rappresentano il legame con la terra, con la stagionalità dei prodotti ma anche le influenze e le contaminazioni frutto delle dominazioni presenti. Dai celti agli antichi romani, passando per il Ducato di Mantova e il Ducato di Milano, fino agli austriaci, gli spagnoli e i francesi. Senza dimenticare la Repubblica di Venezia, che ha caratterizzato il percorso esistenziale di Brescia e Bergamo, e influenze date dall'immigrazione da ogni parte dell'Italia e successivamente dal mondo. La Lombardia vanta una varietà culinaria importante, che trova nella semplicità dei suoi ingredienti il punto di connessione tra ogni pietanza.

Cucina lombarda, gli antipasti 

Gli antipasti tipici lombardi sono particolarmente ricchi di gusto, in tavola non possono mancare gli insaccati e i formaggi. Come ad esempio la bresaola valtellinese nota come slinzega, ma anche i salumi come quello tipico di Cremona oppure quello mantovano e quello d'oca tipico della zona di Mortara, nel pavese. Sul tagliere non possono mancare di certo i formaggi, ad esempio il Bitto d'alpeggio, il Bagòss a pasta dura con aggiunta di zafferano tipico del bresciano. Ma anche il quartirolo, la raspadüra ovvero la tecnica di tagliare il formaggio a scaglie tipica del lodigiano, fino al goloso gorgonzola e al sostanzioso taleggio bergamasco. Sulla tavola degli antipasti trovano posto anche i nervetti, preparati con le parti nobili del vitello, ma anche i mondeghili, piccole polpette della tradizione del recupero degli ingredienti, fino agli sciatt valtellinesi, frittelle croccanti ripiene di formaggio.

Primi piatti saporiti 

Le prime portate sono semplici ma ricche di attenzioni e cura, molte paste della tradizione sono fatte in casa e sono ripiene, come i ravioli di magro. Oppure i casoncelli della bergamasca, i tortelli di zucca tipici della zona di Mantova o gli agnolotti pavesi. Ma la preparazione contempla anche la presenza di paste asciutte fatte a mano, tra le più note i pizzoccheri della Valtellina, realizzati con grano saraceno e conditi con verza, patate, formaggio e burro. Seguiti dagli stangolapreti bergamaschi, i bigoli mantovani con sardelle e le tagliatelle con borragine, note come bardele coi marai, tipiche della zona bresciana del Garda.

Tra i primi piatti non possono certo mancare le zuppe e gli amatissimi risotti, tra questi il più classico minestrone alla milanese con ortaggi di zona e insaporito con lardo e cotenne. Passando per la panada ovvero pane raffermo cotto in acqua con burro e carne. Tra i risotti lo scettro spetta al più classico alla milanese con zafferano, in alcuni casi con l'aggiunta di una luganega. Ma il riso si sposa perfettamente anche con il pesce, ad esempio con il pesce persico sul Lago di Como, o con le tinche nella zona del Garda.

Cucina lombarda, i secondi 

I piatti della seconda portata sono molto sostanziosi come ad esempio il classico bollito, che può subire qualche piccola modifica in base alla provincia di appartenenza. Ma va sempre servito con la classica mostarda dal sapore intenso, spesso di provenienza mantovana o cremonese. Un altro simbolo regionale è il cotechino, ma anche l'immancabile cassoela, uno stufato con costine, luganega e verze, con l'aggiunta di altri ingredienti che cambiano in base alla zona di appartenenza. Nella bergamasca il piatto più amato è la polenta e osei, ovvero uccellini piccoli rosolati nel burro o cotti allo spiedo. Nel pavese il più ambito è lo stracotto d'asino, mentre lo spezzatino con carne d'altura è tipico delle zone d'alta montagna. Se la carne d'oca ben rappresenta la zona della Lomellina, la cotoletta e l'ossobuco sono il biglietto da visita della zona di Milano.

Ma la Lombardia non è rappresentata solo da piatti a base di carne, perché il lago e i fiumi sono parte integrante del territorio locale. Per questo sarà facile degustare delle croccati fritture di alborelle, oppure il lavarello in carpione, ma anche la tinca al forno tipica del lago d'Iseo. Nella zona del pavese sono molto presenti piatti a base di pesce d'acqua dolce, mentre sul lago di Como la tradizione vede primeggiare i missoltini o missultén, ovvero gli agoni fatti essiccare su apposite ruote. Menzione d'onore va alla rana, presenza fissa della cucina tradizionale del basso mantovano dove trova posto all'interno di zuppe, oppure di torte come in Val Camonica.

Contorni, verdure e dolci 

Come abbiamo visto la cucina lombarda trae ispirazioni da ciò che il territorio riesce ad offrire, garantendo così una cucina corposa e naturale. Esattamente come i suoi contorni, ad esempio le verdure fritte alla milanese, i finocchi alla milanese, le erbette saltate, gli asparagi con le uova, le cipolle arrostite e l'immancabile polenta. Spesso servita con i funghi fritti o con sughi e intingoli golosi, un piatto importante e nutriente, diffuso in tutta la regione. Zucca, bietole e verze sono parte integrante della cucina lombarda e trovano posto anche in zuppe e ripieni, oppure come contorni gustosi e dal sapore intenso. E se parliamo di dolci non è possibile non citare l'emblema regionale ormai diffuso in tutto il mondo, il panettone, seguito dal carsenza un dolce tipico di Capodanno a base di mele e uvetta.

Cremona invece rilancia con il suo amatissimo torrone e con i baci fatti con biscotto croccante con farina di nocciole. Saronno invece vanta i famosi amaretti, mentre Gavirate i brutti e buoni, dolcetti con mandorle e nocciole, fino alla spongada della Valcamonica ovvero una focaccia dolce. All'insegna del recupero è anche la torta paesana della Brianza con cioccolato, pane raffermo, uvetta, pinoli e latte. Nella zona della Valtellina è molto diffusa la bisciola, un goloso panettone delle alpi con farina di segale, uva sultanina, miele, noci e fichi secchi. Nel pavese invece è molto amata la torta paradiso, soffice e morbida al punto giusto.

L'Italia da scoprire. Brescia nel piatto dalla polenta alla persicata. La cucina tipica bresciana si fonda su piatti poveri della tradizione contadina, che tuttavia dispone di un enorme varietà di materie prime. Angela Leucci il 9 Novembre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Antipasti, contorni e sfizi

 Primi piatti

 Secondi piatti

 Dessert

La cucina bresciana fa parte integrante della cucina lombarda. E in quanto tale beneficia di una serie di fattori culturali e geografici che la rendono ricchissima di materie prime. Dai piatti contadini a base soprattutto di cereali e ortaggi ai primi piatti, passando per i secondi di carne e di pesce: qui il paesaggio rappresenta anche un capitolo della tavola, fatto di colture intensive, allevamenti e pesci d’acqua dolce.

Antipasti, contorni e sfizi

A Brescia e hinterland dire “polenta” significa aprire un mondo. Pietanza onnipresente, accostata soprattutto a piatti di carne (ma ce n’è qualcuno molto speciale a base di pesce), la polenta è un modo di mangiare e quindi un modo d’essere. È a base di mais, e quindi affonda le sue radici nel XVI secolo, ma ne esistono diverse varianti: c’è la polenta taragna, in cui ci si avvale di farina di mais ma anche di farina di grano saraceno, c’è la polenta cünsa, che è fatta con il mais integrale, per non parlare dei condimenti come il bagoss, un formaggio di montagna che viene aggiunto alla polenta, la luganega e i funghi chiodini. Nella zona del lago d’Iseo inoltre si usa adagiare le sarde essiccate su fette di polenta.

Tra le ricette contadine di recupero si annovera il rustignì, che consiste in una frittata a base di cipolle, patate, salame e formaggio. Ma a tavola, tra antipasti e contorni, trovano il loro posto anche i peperoni lombardi, che altro non sono che peperoncini lunghi e dal colore verde chiaro, che vengono conservati tradizionalmente sottaceto.

Primi piatti

Parlare di primi piatti bresciani significa fare riferimento a una doverosa artigianalità. A partire dai casoncelli di Barbariga e Longhena: si tratta di un taglio di pasta ripiena dalla ricetta misteriosa, tanto più che ogni famiglia ha un modo differente per prepararli, essendo anche questa una pietanza di recupero.

Come accade in diverse zone d’Italia, anche Brescia ha i suoi spaghettoni artigianali: sono i bigoi, a base di farina bianca e farina integrale, che vengono conditi con il pestöm, un salume tipico della norcineria del territorio.

Tipici della Valcamonica sono invece gli gnoc de la cüa, gnocchi di pane De.co della città di Ponte di Legno: da questa stessa città viene il formaggio Silter che contribuisce a dare un gusto unico a questo piatto, insieme con delle essenze erbacee autoctone chiamate perùch. Chiude l’excursus sui primi piatti la foiada, una pietanza a base di sfoglie di pasta all’uovo che vengono condite con burro, formaggio e spezie, tra cui l’immancabile cannella.

Secondi piatti

Come detto, la polenta è onnipresente nella cucina bresciana. E infatti viene accostata spesso al cosiddetto spiedo bresciano, che consiste in carne allo spiedo intervallata da fette di patata e condite con burro. Le carni infilzate sono varie e vanno dal coniglio ai volatili da cacciagione, fino al pollo e al maiale.

Tra i secondi piatti di carne spiccano anche il manzo che viene preparato rigorosamente con l’olio di Rovato (che è di altissima qualità), il coniglio al forno alla bresciana, la bariloca che consiste nel bollire la gallina De.co di Barbariga, e il cuz che è la cottura in umido di pezzetti di carne di pecora con il grasso di quello stesso animale.

Per quanto riguarda i secondi di pesce non si può non annoverare la tinca al forno di Clusane: si tratta di un piatto a base di pesce d’acqua dolce al forno. L’ingrediente ittico viene ripieno con il classico impasto che si usa in questi casi, ovvero pangrattato, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio schiacciato, sale e pepe. Senza dimenticare il sisam, che è un piatto agrodolce che si prepara con alborelle, pesci di lago, essiccate: è una ricetta molto antica che i pescatori avevano concepito per conservare a lungo questo ingrediente.

Dessert

Sono tanti i dessert bresciani e discendono da quella tradizione contadina che vede nel piatto povero e di recupero una grande risorsa: una lezione che andrebbe tramandata e soprattutto rincorsa oggi. Tra i piatti di recupero si segnalano il castagnaccio, che è una torta a base di farina di castagne diffusa anche in altre zone d’Italia, e la fritura de lat, che consiste in crema fritta e spolverizzata con lo zucchero, anche questa comune ad altre tradizioni culinarie regionali o territoriali del Belpaese.

Ma se si è a Brescia nel periodo natalizio, non si può tornare a casa senza assaggiare la bossolà, una ciambella leggerissima in virtù di ben tre lievitazioni consecutive di un impasto che viene arricchito via via durante la preparazione. Infine va citata la persicata, un dolce che deriva dall’addensamento in cottura delle pesche con lo zucchero.

Concorsopoli alla Statale, tutte le trame nei verbali: "I due bandi a urologia dovevano avere la stessa commissione". Sandro De Riccardis, Luca De Vito La Repubblica il 17 Aprile 2022.

I pm di Milano che indagano sui concorsi all'università hanno ascoltato il capo della direzione legale e il direttore generale.

Ci sono due verbali che puntellano le accuse dei pm nei confronti degli universitari, nell'ambito dell'inchiesta sulla Concorsopoli milanese che vede indagati il rettore della Statale Elio Franzini e quello del San Raffaele Enrico Gherlone per turbata libertà nella scelta del contraente. Due testimonianze chiave che spiegano come il disegno per pilotare i due concorsi per ordinari di Urologia fosse curato e seguito in ogni suo passaggio, in particolare sul fronte Statale.

 Al concorso vigili il comandante dà le domande alla sua "amica". Redazione il 16 Aprile 2022 su Il Giornale.

Al concorso per il posto a tempo indeterminato una vigilessa si era servita del legame sentimentale con il comandante dei vigili di Lodi che le aveva passato le tracce delle prove scritte e orali di due selezioni.

Confermata dalla Cassazione la sospensione dai pubblici uffici per 8 mesi della vigilessa che per il concorso per il posto a tempo indeterminato si era servita del legame sentimentale con il comandante dei vigili di Lodi - poi trasferito in Trentino e ora sospeso dal servizio - che le aveva passato le tracce delle prove scritte e orali di due selezioni, per il Comune di Cornegliano Laudense (Lodi) e per la Provincia di Lodi. Invano la difesa ha fatto presente che non c'era il rischio di recidiva e che se la misura interdittiva fosse stata convalidata, la vigilessa avrebbe perso il posto che nel frattempo aveva vinto in un altro concorso al Comune di Milano e, in questo modo, ci sarebbe stata una sorta di anticipata «sentenza di condanna».

Per i supremi giudici, invece, è da condividere quanto messo in evidenza dal Tribunale di Milano - che ha disposto la misura cautelare - rilevando il «disvalore della condotta» che è «aggravata» dal fatto di aver «propalato» anche a un'amica le tracce fornite dal comandante dei vigili di Lodi, «in un quadro programmatico che assume toni ancora più preoccupanti». L'amica, prosegue il verdetto, «collocandosi al secondo posto della graduatoria di Cornegliano, sarebbe subentrata» a lei che era «destinata a vincere il concorso della Provincia di Lodi».

La Cassazione ricorda anche «la capacità di influenzare i componenti della polizia locale suoi subordinati» dimostrata dal comandante e messa in luce dalla «reticenza mostrata dai suddetti nel riferire sulle circostanze» oggetto di inchiesta. Captate anche conversazioni tra Giulia e la madre con il rischio di recidiva in altri concorsi pilotati se fossero stati di interesse «dei loro familiari».

Bergamo. Treviglio, il video dell’omicidio di Luigi Casati filmato da una vicina di casa: l’assassina con la pistola in mano dopo aver sparato. Pietro Tosca su Il Corriere della Sera il 28 Aprile 2022.  

Nelle immagini, riprese da una donna di cui si sente la voce, al balcone del condominio, si vede Silvana Erzembergher con l’arma in mano e Luigi Casati rimasto a terra ucciso. 

Immagini crude, tanto tragiche da sembrare irreali: una donna in piedi, davanti a lei un uomo steso a terra, forse già morto, accanto a lui la moglie e il cane. È il video ripreso da una vicina di casa di Silvana Erzembergher, la donna che ha sparato nel piazzale antistante il proprio condominio a Treviglio questa mattina (giovedì 28 aprile) uccidendo Luigi Casati e ferendo la moglie, Monica Leoni, suoi vicini di casa. Nelle immagini, la donna sembra aver già sparato e abbassa il braccio che aveva teso contro la vittima, poi torna verso l’ingresso del palazzo e in quel momento si vede chiaramente la pistola nelle sue mani. Dopo di che, si sentono le grida di disperazione e gli insulti rivolti dai vicini contro l’assassina.

L’omicidio è avvenuto prima delle 8 questa mattina (28 aprile) in via Brasside a Treviglio. Sembra che tra i vicini di casa già da tempo ci fossero problemi. Un paio d’ore dopo il delitto sul posto è arrivato anche il figlio della vittima, Emanuele Casati. «Questa storia andava avanti da anni, continue accuse inventate da questa donna contro i miei genitori» ha detto. Numerose le testimonianze dei vicini. «Non so se c’erano screzi fra loro — racconta Gianluca Rossoni, anche lui residente nel condominio —. Ho sentito tre colpi e dopo due, poi ho visto Monica e Luigi distesi a terra». Francesca Turiani, che abita nel palazzo, invece ha visto la sparatoria: «Quando ho sentito gli spari sono uscita sul balcone e ho visto una signora che aveva l’arma in mano e la puntava contro un signore già a terra — dice —. Lui era già a terra e lei gli puntava ancora l’arma contro, non gli sparava alle spalle. Dopo poco è arrivata la moglie che si è abbassata su di lui, a quel punto (la signora con l’arma, ndr) ha sparato anche a lei un colpo solo alla gamba».

Sparatoria a Treviglio, donna uccide il vicino e ferisce la moglie: il video choc dal balcone, la pistola «in scadenza». Maddalena Berbenni e Pietro Tosca su Il Corriere della Sera il 29 Aprile 2022.

L’omicidio di Treviglio: Silvana Erzembergher, 71 anni, ha sparato a una coppia di vicini cui era ostile, uccidendo Luigi Casati e ferendo gravemente la moglie Monica Leoni.

Emanuele urla: «Era da tanto tempo che andava avanti questa storia». Suo padre, Luigi Casati, 62 anni, è steso lungo il vialetto, ucciso da quattro colpi di pistola, tre al petto e uno alla gamba. La madre Monica Leoni, 57 anni, è appena stata trasportata in elicottero in ospedale, ferita all’arteria femorale da un unico proiettile. E la cagnolina Chanel, con il pelo imbrattato di sangue, si fa accarezzare da lui, che non si dà pace, perché, appunto, i problemi con chi ha premuto il grilletto, inchiodata dagli smartphone dei vicini di casa, si trascinavano almeno dall’estate scorsa, quando i carabinieri erano già stati chiamati ai palazzi di via Brasside, quartiere a nord di Treviglio.

I precedenti

In quella occasione Silvana Erzembergher , 71 anni, ora accusata di omicidio volontario e tentato omicidio, aveva colpito con un bastone Leoni e c’era stata una denuncia. Perché la donna aveva ancora la pistola? L’arma era detenuta regolarmente per uso sportivo, Erzembergher la usava al poligono. Il rinnovo della licenza avviene ogni 6 anni, la sua era in scadenza ma le proroghe legate alla pandemia hanno fatto slittare i termini. Comunque, in questura, denunce a suo carico non risultavano e questo perché, quando la pattuglia era intervenuta per l’episodio del bastone, la donna non era stata «compiutamente» identificata. Si era allontanata, pare che sulla denuncia fosse stato indicato il nome della figlia Monica, anche se al momento tutto è in fase di accertamento, è la versione ufficiosa degli inquirenti. Di sicuro, la situazione non doveva essere apparsa così allarmante né sarebbe emerso che in casa ci fosse una pistola. «Ma la signora Casati lo aveva detto alle forze dell’ordine», sostiene una vicina, tra i tanti testimoni di questo omicidio che ha quasi le sembianze di un’esecuzione.

Le due raffiche di spari

Sono le 7.30 quando Luigi Casati scende con la cagnolina al guinzaglio. Nessuno sente urla, a fare affacciare gli inquilini dei quattro caseggiati «Quadrifoglio» sono gli spari. Gianluca Rossoni abita al primo piano della palazzina D, sopra Erzembergher e sotto i coniugi: «Ero in bagno, ho sentito tre colpi e dopo un po’ altri due. Poi mi sono affacciato e ho visto Monica e Luigi a terra». Gli attimi tra la prima raffica e la seconda corrispondono al tempo impiegato da Monica Leoni a scendere di corsa le scale e a inginocchiarsi accanto al marito prono sul vialetto, con Chanel spaventata. Le immagini girate da altri vicini di casa e diventate virali già prima di mezzogiorno sono agghiaccianti.

La ricerca delle munizioni

Dopo avere sparato anche contro la vicina, la 71enne fruga nella borsa che porta a tracolla e nelle tasche, come se cercasse altre munizioni: «L’abbiamo vista tenere puntata l’arma e continuare a premere il grilletto, ma doveva avere finito i colpi», racconta Francesca Turiani. «Non ce la facevo più», ha urlato Erzembergher rivolta verso i balconi. Lo ha ripetuto in caserma dopo il fermo dei carabinieri del Nucleo operativo della compagnia di Treviglio, che l’hanno trovata in casa. Ha aperto la porta e li ha seguiti docilmente: «L’hanno fatta uscire dai garage, li ho accompagnati io perché servivano le chiavi — dice Anna Leoni, un’altra vicina —. A me Silvana è sembrata lucida. Mi ha guardato e mi ha detto “ciao Anna” come niente fosse».

L’odio per i vicini

Vedova da vent’anni, ambulante in pensione, Erzembergher ha due figli e una figlia, accorsa ai palazzi e disperata a sua volta. Assistita dall’avvocato Pamela Nodari, si è avvalsa della facoltà di non rispondere e a metà pomeriggio è stata portata in ospedale in ambulanza per un malore. Quale sia il motivo dei dissidi è tutto da capire. «Sono quattro anni che non dormo di notte, non ce la facevo più», si sarebbe sfogata. Ma il quadro fornito dal vicinato è opposto: «Era fissata con Monica e Luigi — dicono —, si inventava cose che non esistevano contro di loro, non abbiamo mai capito il perché».

Maddalena Berbenni per il corriere.it il 3 maggio 2022.

Nessuno, almeno per ora, sa che cosa sia avvenuto prima degli spari: dove si trovasse Silvana Erzembergher, se quello con Luigi Casati fosse stato un incontro casuale o se davvero lo stesse aspettando al varco. Armata. Di sicuro, non fossero semplici pensionati nel tranquillo quartiere a nord di Treviglio, il tragico epilogo di giovedì alle 7.30 potrebbe sembrare uscito da una puntata di Gomorra. 

Casati, che a luglio avrebbe compiuto 62 anni, è stato ucciso di spalle con un colpo alla nuca, due alla schiena e un quarto alla gamba. Quasi la dinamica di un’esecuzione, è la prima indicazione dell’autopsia. Al solito orario, l’operaio in pensione da un anno è sceso con la cagnolina al guinzaglio, è uscito dal portone, ha camminato verso il vialetto, ha girato a destra e, dieci passi dopo, è crollato a terra.

Alle sue spalle, Erzembergher, la vicina 71enne del pianoterra, non ha esitato a premere il grilletto nemmeno contro Monica Leoni, quando dal secondo piano è volata a soccorrere il marito. Anzi, ha ricaricato il revolver calibro 38 da 5 colpi e l’ha ferita con due proiettili alle gambe e con uno di striscio al torace. A 57 anni, è fuori pericolo, ma dovrà fare i conti con quegli attimi atroci che pare ricordi perfettamente, lei seduta accanto a Luigi, prono, e la loro cagnolina terrorizzata. 

Le indagini sono dei carabinieri della sezione operativa della compagnia di Treviglio, che, subito dopo la sparatoria, hanno trovato Erzembergher nel suo appartamento. Il gip Vito Di Vita ha convalidato l’arresto e disposto il carcere, dove l’indagata sarà trasferita in queste ore. Dopo il principio d’infarto in caserma, ha lasciato il reparto del Papa Giovanni ed è stata sistemata provvisoriamente in una camera di sicurezza dello stesso ospedale. È pacifico che sia stata lei a sparare, con quel video virale che l’ha inchiodata anche sui social network.

Il punto - e lo sarà soprattutto in ottica difensiva - è capire realmente perché lo abbia fatto e quanto lucida fosse. Il pm Guido Schininà, al momento, contesta l’omicidio volontario e il tentato omicidio aggravato dai futili motivi. Niente premeditazione, forse perché se da un lato è vero che non sono state udite liti, che Casati si stava allontanando e che la donna sarebbe stata vista aggirarsi un’ora prima con quella stessa giacca turchese e la borsa chiara a tracolla, dall’altro non sono emersi elementi davvero concreti per andare in quella direzione. 

Attraverso l’avvocato Andrea Pezzotta, la 71enne si è affidata alla consulenza del professor Giancarlo Borra per l’autopsia e finora ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. La sua prima, informale versione, comunque, è trapelata. Si sentiva perseguitata dalla coppia, vittima di dispetti, soprattutto notturni. Ai vicini che la fissavano sconvolti impugnare la pistola e continuare a inveire contro marito e moglie inermi, ha urlato che non ce la faceva più. Ma poi quegli stessi vicini hanno raccontato che era lei a suonare i campanelli nel cuore della notte, qualcuno l’aveva anche ripresa.

Sapevano dell’arma? Scesa l’adrenalina di quella mattina, sul punto le testimonianze si sono ridimensionate. Erzembergher la deteneva regolarmente per uso sportivo. Frequentava, anche se di rado, il poligono di tiro. Leoni l’aveva denunciata per un’aggressione con un bastone a maggio 2021, ma sia sul verbale dei carabinieri sia sulla querela stesa dal suo avvocato, era stato indicato un nome sbagliato: non Silvana Erzembergher ma Zanda Erzembergher, cioè con il cognome del marito, scritto sul campanello. 

Con il cambio di residenza in corso e la polizia locale che non trovava la donna in casa, l’identificazione è rimasta a metà, anche perché non era sembrata una situazione allarmante più di tante altre. Ma senza il nome giusto le forze dell’ordine sono rimaste all’oscuro dell’arma. I carabinieri avrebbero potuto togliergliela preventivamente, la polizia revocarle il porto d’armi. Invece no.

Ma, comunque, a prescindere da quel maledetto inghippo, nessuno lo aveva fatto presente, né i vicini - alcuni dei quali a caldo hanno detto di sapere della pistola, mentre ora solo una persona lo conferma - né i Casati e nemmeno i tre figli dell’arrestata, vedova ed ex ambulante. Non si spiegano cosa sia scattato nella madre, dicono di non riconoscerla: «Mia madre è dolce, aiuta tutti, chiedo umilmente scusa», le parole dalla figlia Monica a Canale5. 

Delitto di Grumello, la lite e poi decine di martellate. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera.it il 27 Aprile 2022.

L’attrezzo era in casa: l’assassino lo aveva usato per fissare le tende. La bugia del batticarne alla fidanzata. 

Federica se lo ricordava bene, quel martello. Prima di partire per Sharm el-Sheikh, il 27 marzo, il fidanzato Hamedi El Makkauoi aveva dato una mano a montare le tende nella casa di suo padre Anselmo Campa e lei era convinta che lo avesse adoperato. I carabinieri gliene hanno chiesto conto, in caserma, sabato, prima di chiudere il cerchio. L’attrezzo, di solito custodito nel cassetto di un mobile all’ingresso dell’appartamento, mancava all’appello. Probabilmente si erano già fatti l’idea che potesse trattarsi dell’arma del delitto. La ragazza ha spiegato ciò che sapeva e, terminata la deposizione, una volta rientrata dalla caserma, ha domandato ad Hamedi. Non lo aveva forse usato per le tende? «Le ho fissate col batticarne», è stata la sua risposta. L’ennesima, atroce bugia.

Il castello di Hamedi El Makkauoi, 24 anni, nato in Italia da genitori marocchini, è crollato quella stessa sera. Di fronte all’insostenibile peso delle sue contraddizioni, persuaso dal fratello maggiore, durante la perquisizione a Tagliuno di Castelli Calepio, si è seduto sul divano e ha raccontato tutto ai carabinieri della compagnia di Bergamo e del Nucleo investigativo. Poi, lo ha ribadito al pm Maria Esposito e, ieri, in carcere, al gip Vito Di Vita durante l’interrogatorio di garanzia durato una trentina di minuti. Ha ucciso lui Anselmo Campa, imprenditore 56enne di Grumello del Monte, esattamente con quel martello e in quella stessa casa, che era solito frequentare proprio per la relazione con Federica, lei 21enne. Martedì scorso si era presentato dalla vittima per chiarire la faccenda dell’auto. Campa l’aveva acquistata e data al ragazzo, che a rate gli aveva restituito parte del denaro, ma poi se l’era ripresa e proprio quel giorno l’aveva venduta a un amico del circolo Arci dove passava le giornate. Così Hamedi pretendeva indietro i soldi. Una cifra esatta non c’è: ha parlato di 5 mila, 6 mila euro.

Secondo la sua versione, hanno discusso, sono volati insulti finché lui non ha perso la testa e impugnato il martello. A suo dire, lo ha visto posato su una mensola. Dalle testimonianze, invece, risulta che era sempre al suo posto, che il ragazzo conosceva, cioè nel mobiletto vicino alla porta. Al giudice ha spiegato di avere colpito una prima volta l’imprenditore. Poi, ci sarebbe stata una colluttazione, durante la quale sarebbero state inferte le altre martellate. È una dinamica da chiarire. Hamedi, o Luca come si faceva chiamare, non presentava ferite di nessun genere, mentre l’imprenditore era massacrato. Dall’autopsia, eseguita ieri mattina all’ospedale Papa Giovanni XXIII dal medico legale Luca Tajani, è emerso che i colpi sono stati decine. Un omicidio efferato e d’impeto, è apparso subito agli investigatori.

Sulla convalida il giudice si esprimerà in giornata. Al momento, l’unica aggravante contestata è quella dei futili motivi, mentre, con il martello non si sa se sulla mensola o nel cassetto ma comunque in casa e per altri elementi, allo stato gli inquirenti non vedono la premeditazione. Agli occhi di chi ci ha parlato, El Makkauoi si è mostrato molto provato. In interrogatorio non ha pianto e non si è disperato, ma è ben consapevole di ciò che ha commesso: «Ho distrutto la vita di un uomo e rovinato quella della sua famiglia e la mia», aveva già detto durante il colloquio con il pm. Ad assisterlo c’è l’avvocato d’ufficio Fabio Marongiu.

Incensurato, operaio in una ditta di Chiuduno specializzata in imballaggi, dopo l’omicidio El Makkauoi si è cambiato, usando — si pensa — gli abiti del lavoro che aveva con sé in vista del turno serale. Nello zainetto ha infilato il martello e i vestiti imbrattati di sangue. È andato a casa in bicicletta, ha comprato un paio di dosi di cocaina e infine ha attaccato il turno. Nell’armadietto della ditta, ha nascosto il portafogli e le chiavi di Campa. Solo dopo, si è disfatto delle prove insanguinate, in riva all’Oglio, là dove, sotto la pioggia, ha condotto i carabinieri alla fine della confessione.

Delitto di Grumello, quattro notti dopo il delitto l’omicida ha dormito con la figlia della vittima. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera.it il 27 Aprile 2022.

Quando la figlia di Anselmo Campa della vittima è tornata dall’Egitto l’omicida è andata a prenderla in aeroporto e poi hanno dormito insieme. «Su di lui metto la mano sul fuoco», diceva la ragazza. Il presentimento dell’imprenditore: due giorni prima del delitto chiese all’avvocato se per le figlie era tutto a posto. 

C’è una frase che non abbandona la mente dell’avvocato Giorgio Tramacere: «Due giorni prima di morire Campa mi aveva chiesto se era tutto a posto per le sue figlie». Come se fosse preoccupato per il loro futuro. Come se lo attraversasse un cupo presentimento. «Mi sono stupito, stavamo finalmente per concludere la cessione delle quote della sua azienda e avrebbe incassato un sacco di soldi. Gli ho risposto di non fare certi pensieri, che avrebbe solo dovuto godersi la vita».

Fuori dalla camera mortuaria dell’ospedale di Bergamo, quando ancora l’autopsia non è iniziata, il legale si concede una parentesi quasi da amico, lo sfogo di chi, Anselmo Campa, lo frequentava costantemente da un paio d’anni: «Nell’ultimo periodo veniva in studio da me ogni quindici giorni. Quando ho saputo che era stato trovato morto, e di come lo avevano ucciso, non ci volevo credere». Spenta la sigaretta, Tramacere rientra subito nel ruolo. Il suo primo pensiero, ora, è di tutelare la famiglia. Assiste la figlia minore, di 13 anni, mentre per Federica, la maggiore, c’è il collega Ennio Buffoli (entrambi del Foro di Brescia). Anche ieri, Tramacere ha incontrato quest’ultima insieme alla madre Sara, dalla quale Campa si era separato: «Confidano nella giustizia e in questo momento non se la sentono di parlare con nessuno — afferma il legale —. Sono completamente distrutte, vista la tragedia nella tragedia».

L’avvocato non aggiunge altro, ma il riferimento è chiaro. Non c’è solo la morte atroce del padre e dell’ex marito. C’è anche il tradimento di Hamedi El Makkauoi, il fidanzato di Federica. Ha ammazzato Campa a colpi di martello e, come se niente fosse, è stato al fianco di lei e di Sara finché i carabinieri non lo hanno fatto crollare. E ha confessato. Proprio Sara, straziata dal dolore, gli aveva telefonato poco dopo avere saputo della tragica fine dell’ex. Hamedi aveva finto stupore, sembrava disperato. Forse, in qualche angolo della sua coscienza, lo era davvero. Dopo la chiamata, era subito accorso per starle vicino, e quando Federica ha fatto ritorno dall’Egitto, è andato lui a prenderla in aeroporto, a Milano. Quella notte, avevano dormito insieme a casa di Sara, le era stato al fianco come se niente fosse. «Ci metto la mano sul fuoco», la risposta che la ragazza ha dato a chi, al di fuori della cerchia degli inquirenti, in quelle ore le aveva domandato se fosse sicura di lui, non per sospetti precisi ma per non tralasciare nessuna possibile ipotesi. «Ci metto la mano sul fuoco, Hamedi quella sera era al lavoro».

Sabato, poco prima che i carabinieri lo convocassero per la deposizione decisiva, Federica aveva parlato con lui del martello, l’arma del delitto. Gli inquirenti le avevano fatto alcune domande, perché mancava dall’appartamento del padre. Ma lei se lo ricordava lì. Prima di partire per Sharm, il 27 marzo, Hamedi aveva aiutato Campa a montare le tende alle finestre, la ragazza era convinta che lo avesse utilizzato per fissarle. Lo ha spiegato, precisando che di solito il padre lo riponeva nel cassetto di un mobile vicino all’ingresso. Tornata a casa, ha chiesto ad Hamedi: «No, avevo usato il batticarne». È stata forse la sua ultima bugia prima di andare in caserma e non tornare più. 

L’omicida reo confesso era stato accanto alla figlia dopo la notizia dell’omicidio. Anselmo ucciso a martellate, l’ex fidanzato della figlia confessa: “Si voleva tenere l’auto, non ci ho visto più”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 25 Aprile 2022. 

Interrogato per ore alla fine è crollato e ha confessato tutto: “Abbiamo litigato per la macchina, mi ha insultato e io non ci ho più visto”. Così Hamedi El Makkaoui, 22 anni, di origine marocchina, ha ammesso di aver ucciso a martellate Anselmo Campa, l’imprenditore di 56 anni trovato senza vita lo scorso 20 aprile a Grumello del Monte (Bergamo), all’interno della sua abitazione con diversi colpi alla testa, con l’omicidio che sarebbe avvenuto la sera del 19 aprile. Il giovane è l’ex fidanzato della figlia della vittima.

Sentito per diverse ore il giovane si è sempre più contraddetto rispetto ai suoi spostamenti di quel giorno. Cosa che ha portato i militari, coordinati dal magistrato incaricato delle indagini, ad eseguire una perquisizione al suo posto di lavoro ed all’interno della sua abitazione. Nel corso delle operazioni il giovane è crollato, confessando l’omicidio. A quel punto ha accompagnato gli investigatori in zona boschiva di Castelli Calepio, sulle sponde del fiume Oglio, dove aveva nascosto l’arma del delitto (un martello) ed i vestiti utilizzati quella sera e che presentavano ancora evidenti tracce di sangue mentre sul suo luogo di lavoro sono stati rinvenuti il portafogli ed il mazzo di chiavi dell’abitazione della vittima, nonché dei pantaloni utilizzati per la fuga dopo il fatto.

Ancora più agghiacciante la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera secondo cui era stato proprio il 22enne ad andare a prendere la figlia della vittima, la sua ex fidanzata, all’aeroporto. La ragazza si trovava all’estero per lavoro quando ha saputo della morte del padre ed è subito rientrata. Lui si sarebbe mostrato subito affettuoso con lei e con la madre, le ha sostenute in quei momenti drammatici. Poi ha confessato.

Tutto si sarebbe consumato per la Cio rossa che Campa aveva acquistato per la figlia ma che usava il giovane. Poi avrebbe deciso di venderla e se l’era fatta restituire. Il furioso litigio sarebbe scoppiato sui soldi, ha detto il giovane: “Io gli avevo pagato alcune rate e gli chiedevo di restituirmele. Ma lui ha cominciato a dirmi che ero un marocchino di m…”. Uno degli amici di Campa ha raccontato al Corriere di aver comprato lui quella Clio. “Abbiamo fatto il passaggio di proprietà proprio il giorno in cui è stato ucciso – ha detto – siamo andati in agenzia, io, lui e mia figlia Agnese, la macchina ce l’aveva già data: 9 mila euro. Pensi che non l’ho ancora pagata. Mi fa un certo effetto sapere che è l’origine di tutto ma almeno sappiamo chi è stato”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Polenta e Osei, alla scoperta del dolce di Città Alta a Bergamo. Monica Cresci il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Polenta e Osei è il dolce simbolo della bellissima Città Alta a Bergamo, meta turistica affascinante e piena di golose sorprese

Polenta e Osei: ecco la variante dolce di uno dei piatti più tipici della città di Bergamo. Un dessert che rimanda all'ominima polenta salata, radicata nella tradizione bergamasca, ma che ovviamente si distingue per tipologia di ingredienti e preparazione. La prima è una pietanza sapida tipica della realtà rurale di un tempo, mentre il dolce vanta natali più recenti ed è indissolubilmente legato a Città Alta. Ecco la genesi, le influenze venete e la golosa ricetta. 

Polenta e Osei, perché è tipica della Città Alta 

Bergamo, con le sue bellissime mura venete divenute patrimonio UNESCO dal 2017, è caratterizzata da due aree abitative che definiscono la geografia della stessa città: Bergamo Bassa e Bergamo Alta. Se nella prima gli interventi di urbanizzazione sono più evidenti, ma sempre in sintonia con l'architettura storica, in Città Alta lo stile appare smaccatamente ed elegantemente medievale.

Palazzi, rioni, giardini, vie e strade conservano la bellezza di un tempo e il segno delle dominazioni del passato. In particolare quella veneta, che ha influito sulla fisionomia della città grazie alla presenza delle mura, veri e propri bastioni ordinati dal Doge in difesa del territorio. Ma anche l’alimentazione rimanda alla cultura veneta, come la stessa ricetta della polenta e osei: celebrazione stilistica, ma in versione dolce, dell'omonimo piatto salato.

La polenta e osei bergamasca ricalca il concetto di una polenta rovesciata sopra un piatto o un tagliere, con quella tipica forma gialla a calotta, decorata con tanti piccoli uccellini di marzapane o cioccolato. Soffice, morbida e golosa, è presente in tutte le versioni: dal pasticcino alla mono-porzione, alla torta-mini fino a quella più grande. Secondo gli esperti del luogo è considerato un prodotto turistico e, vista la grande affluenza di persone, è quasi unicamente venduta in Città Alta.

Polenta a Bergamo: perché è diversa?

Un dolce attraverso la storia 

Il legame con Bergamo Alta è abbastanza recente: il dolce è distribuito quasi unicamente nell'area in questione, perché maggiormente frequentata dai turisti, veri appassionati del prodotto. Se i cittadini del posto preferiscono acquistarla occasionalmente, il dolce della Polenta e Osei è un must-have turistico, ovvero di chi passa in Città Alta per una passeggiata e vuole portarsi a casa un ricordo.

Nonostante la fama sembri recente, il dolce nasce agli inizi del 1900 grazie alla sapienza e alla creatività artigianale di Alessio Amadeo, che la realizzò nella sua Pasticceria Milanese, aperta con il supporto della moglie Giuseppina. L'artigiano si ispirò all'omonimo piatto salato della domenica e realizzò anche una sorta di carta d'identità del dolce, anticipandone la genesi al 1907, in concomitanza con la nascita della squadra di calcio locale: l'Atalanta.

Un successo incredibile che subì alti e bassi a causa delle due Guerre Mondiali: il dolce veniva offerto ai capitani delle squadre avversarie prima delle partite contro l'Atalanta. Il compito era affidato al nipotino di Amadeo che entrava in campo vestito da Gioppino, tipica maschera della bergamasca. Durante i conflitti il prodotto finì nel dimenticatioi ma, dopo un lungo periodo di assenza, ritornò protagonista grazie alla pasticceria simbolo di Bergamo: il Balzer. Che decise di prepararla in tutti i formati per i turisti del weekend. Chi passa da Città Alta non può tornare a casa senza un dolcetto Polenta e Osei come goloso promemoria della bellissima città lombarda.

Città Alta a Bergamo da riscoprire a piedi

Polenta e osei, gli ingredienti del dolce bergamasco 

La vera ricetta, la produzione e gli ingredienti della Polenta e Osei dolce sono ufficialmente disciplinati dalla Camera di Commercio di Bergamo. L'aspetto, come accennato, riporta alla memoria l'immagine di una polenta rovesciata con tanto di uccellini decorativi, ma gusto e ingredienti rimandano al mondo del dolce.

Infatti per una Polenta e Osei perfetta non possono mancare il pan di spagna realizzato artigianalmente, una bagna al rum, marzapane, una farcitura al burro di cioccolato e nocciole o marmellata di albicocche. Una copertura al burro o di marzapane, con uccellini di cioccolato, qualche candito e spolverata finale con zucchero semolato.Un trucco per replicare l'effetto granuloso della polenta.

La preparazione è facile e contempla l'utilizzo di stampi a calotta semicircolare, ciotole capienti per mescolare, pazienza e sac à poche. Per una degustazione ottimale vale la pena effettuare una gita in Città Alta, sia per ammirarne la bellissima realtà urbana, che per completare la giornata con l'acquisto del delizioso dolce.

Città Alta a Bergamo, una magia da riscoprire a piedi. Teresa Barone il 18 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Una passeggiata a piedi nella Città Alta a Bergamo, tra gli antichi palazzi, le fortificazioni e le piazze nel cuore della “Città dei Mille”.

Il nucleo più antico di Bergamo conserva ancora le mura del XVI Secolo, che pochi anni fa sono state inserite tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Città Alta è racchiusa tra queste fortificazioni e si caratterizza per la presenza dei principali monumenti cittadini, distinguendosi dalla Città Bassa proprio per l’assenza di strutture urbane più moderne.

Per godere al meglio di una visita in Città Alta a Bergamo è preferibile organizzare un tour a piedi, addentrandosi tra i palazzi, le antiche vie e le architetture storiche perfettamente conservate. Uno degli accessi più suggestivi al centro storico, ad esempio, sono i cosiddetti “scorlazzini”, le scalinate che collegano le due parti della città e che permettono di scoprire scorci molto suggestivi. 

Le mura e la Rocca nella Città dei Mille 

Le mura che circondano la Città Alta di Bergamo risalgono alla metà del 1500, edificate a scopo difensivo dalla Repubblica di Venezia ed estese per più di 6 km, con un'altezza che raggiunge anche i 50 metri. Appartiene al sistema difensivo della città anche la Rocca sul colle di Santa Eufemia, una fortificazione trecentesca che ha svolto un ruolo fondamentale sia durante il periodo napoleonico sia nel corso della dominazione austro-ungarica.

La struttura ospita il Museo dell’Ottocento e rappresenta una tappa obbligata per tutti coloro che vogliono scoprire la storia della “Città dei Mille”. Non tutti sanno, infatti, che Bergamo è stata una delle protagoniste del Risorgimento e che si è guadagnata questo appellativo grazie alla partecipazione di ben 180 bergamaschi come volontari alla spedizione dei Mille, al fianco di Giuseppe Garibaldi.

Piazza Vecchia e il cuore di Città Alta 

Il cuore di Città Alta è certamente la Piazza Vecchia, l’antico foro e fulcro della vita politica cittadina sulla quale si affacciano il Palazzo della Ragione e il Palazzo Nuovo, che ospita una delle biblioteche più antiche d’Italia dedicata ad Angelo Mai e attiva dal 1768.

A rimanere affascinato dalla particolare configurazione della piazza è stato anche il celebre architetto Le Corbusier, che riferendosi alla Piazza Vecchia pronunciò parole di elogio ricordate ancora oggi: “Non si può più toccare neppure una pietra, sarebbe un delitto”.

Oltre alla Fontana Contarini, donata nel 1780 dal Podestà della Repubblica di Venezia Alvise Contarini, la piazza ospita anche il suggestivo Campanone: è la Torre Civica, che ancora oggi alle dieci di sera batte cento rintocchi che anticamente annunciavano il coprifuoco e la chiusura delle porte cittadine durante la dominazione veneziana. Questa antica usanza viene ripetuta anche per annunciare la riunione del Consiglio Comunale, così come la processione del Corpus Domini.

L’antico lavatoio di Bergamo Alta

Una delle strutture più particolari della Città Alta è certamente l’antico lavatoio ottocentesco costruito in marmo che, ancora oggi, si può ammirare in Via Lupo. La sua realizzazione è legata all’epidemia di colera che colpì Bergamo e la Lombardia nel 1884, causando numerosi morti e spingendo l’amministrazione locale a progettare strutture in grado di migliorare le condizioni igieniche cittadine. Il lavatoio, rimasto in funzione fino alla metà del XX Secolo, rappresenta un piccolo capolavoro di ingegneria idraulica.

Appalti truccati nel Bresciano, arrestato il sindaco: “Così avrebbero pilotato i bandi e aggirato le norme”.

Avrebbero bandito gare d’appalto con requisiti specifici e volti a favorire imprese piuttosto che altre. In particolare, nonostante un’azienda del luogo avesse vinto la gara per rifornire di materiali edili il Comune, i lavori sarebbero stati svolti da un’altra impresa: quella di famiglia del sindaco, di cui è socio al 45 per cento. Ecco quindi come sarebbero stati truccati gli appalti a Berzo Demo. A cura di Ilaria Quattrone su Fanpage.it il 24 Febbraio 2022.

"Elevata spinta criminale degli indagati": sono queste le parole utilizzate dal giudice per le indagini preliminari di Brescia che ha fatto eseguire l'ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Berzo Demo (Brescia) Giovan Battista Bernardi e del responsabile del servizio del settore tecnico Manutentivo e del patrimonio del Comune di Berzo. Nell'inchiesta sono indagate altre tre persone: un imprenditore, il segretario comunale e un dirigente. Le accuse sono di turbata libertà degli incanti e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. In particolare, secondo la Procura di Brescia, sarebbe stato messo in piedi un sistema il cui obiettivo sarebbe stato quello di truccare i bandi. 

Le accuse nei confronti del sindaco

Le accuse nei confronti del sindaco (al suo secondo mandato), su cui le indagini sono partite a seguito di alcune segnalazioni da parte di cittadini e della minoranza in consiglio comunale, fanno riferimento ad alcune gare avvenute tra il 2018 e il 2021. Dopo che in consiglio comunale erano emerso alcuni malumori circa il fatto che  che l'azienda di famiglia del sindaco (di cui è socio al 45 per cento) si occupasse del rifornimento di materiali edili per lo stesso Comune, erano state bandite altre gare per affidare questo lavoro ad aziende terze. Dalle indagini è però emerso che un primo bando era stato bandito nel 2017, ma con requisiti molto stringenti così da consentire a un'unica impresa di poter partecipare. Società che ha poi vinto il bando, ma che nonostante questo non si sarebbe mai occupata dei rifornimenti al Comune che invece sarebbero stati portati avanti proprio dall'impresa di famiglia del sindaco. Un fatto simile è poi avvenuto tra il 2020/2021. In quell'occasione, veniva predisposto un bando aperto così da poter consentire l'aggiudicazione sempre alla stessa impresa che, secondo il principio di rotazione previsto dalle normative, non avrebbe potuto aggiudicarsi nuovamente i lavori. In questo modo sarebbero stato possibile portare avanti il sistema messo in piedi. 

Gli altri appalti truccati

Un ruolo molto rilevante avrebbe avuto il responsabile dell'ufficio tecnico del Comune. Nei suoi confronti le accuse sono diverse: oltre alle gare per favorire l'azienda che avrebbe "schermato" quella del sindaco, avrebbe truccato gli appalti per affidare i servizi di pulizia degli immobili comunali per il triennio 2021-2024. L'obiettivo era quello di favorire una cooperativa che aveva già vinto il bando nel triennio precedente. Il modus operandi adottato in questa occasione è lo stesso utilizzato per altri due episodi: in ogni caso sarebbero state portate avanti proroghe tecniche o bandite gare d'appalto aperte per aggirare il principio di rotazione – previsto dalle norme – o ancora inseriti requisiti per favorire alcune imprese a discapito di altre. Nel caso della Onlus, nonostante questi e altri mezzi per favorirla (come nominare una commissione di comodo che avrebbe poi valutato le offerte), l'associazione non è riuscita a giudicarsela.

Quanto fatto per l'associazione, è stato fatto anche per il noleggio e la gestione di una stampante multifunzione e per il sistema di videosorveglianza comunale. In questo caso specifico, sarebbe stato inserito un'atto in cui si faceva riferimento all'alta specializzazione tecnica richiesta e all'opportunità di affidare l'appalto all'impresa che già conosceva la rete informatica comunale. Non solo. Il responsabile avrebbe, sempre secondo quanto scoperto dagli inquirenti, addirittura offerto di compilare lui l'offerta al comune. Dalle intercettazioni sarebbe emerso come il responsabile  sapesse aggirare le norme e in particolare il meccanismo di rotazione. Sempre lui è indagato poi insieme al segretario comunale perché in un verbale avrebbero scritto che quest'ultimo era presente a una giunta comunale pur non essendoci.

Sesto San Giovanni. Sfratti, la sinistra aggiunge uno zero: la prefettura svela la verità. Francesca Galici il 25 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Caos nel comune di Sesto San Giovanni, dove il numero effettivo di sfratti certificato da sindaco è prefetto è di 64 e non 640.

Da settimane a Sesto San Giovanni infuria la polemica per gli sfratti, sostenuta dai consiglieri dell'opposizione e dai sindacati. È stato spesso riferito, anche ai media, che sono 640 le persone a rischio fratto nel comune dell'hinterland di Milano, dato che però viene seccamente smentito dal sindaco Roberto Di Stefano, che da tempo ha avviato un tavolo permanente per la risoluzione del problema, al quale partecipa anche la prefettura di Milano.

"Il prefetto ha accolto la nostra proposta di far sì che le misure messe in atto abbiano il tempo necessario per dare i loro frutti prima di arrivare alle esecuzioni degli sfratti", spiega Roberto Di Stefano, sottolineando che la sua amministrazione ha "concordato la possibilità di prendere contatto con le famiglie sotto sfratto prima dell’ultimo accesso dell’ufficiale giudiziario in modo da comprenderne le fragilità e, in caso di morosità incolpevole, studiare le soluzioni percorribili per il superamento delle difficoltà".

Il sindaco, che sta lavorando per trovare una soluzione adeguata al problema, ha puntato il dito contro l'opposizione, che su questo grave problema cerca di imbastire una campagna elettorale. "Non c’è nulla di più indegno, da parte di qualcuno, che utilizzare le fragilità e i problemi delle persone per farsi una personale campagna elettorale. Questa amministrazione ha sempre vigilato perché gli aiuti e i supporti venissero dati senza discrezionalità. Avevo scelto di non intervenire su questi temi, di mantenere il riserbo tipico di chi lavora sodo per trovare soluzioni, preferendo fatti concreti a inutili uscite su social che null’altro hanno da scrivere se non scoop che si sciolgono come neve al sole. Usare numeri allarmistici senza dare a questi numeri un senso è, dal mio punto di vista, immorale", ha aggiunto Roberto Di Stefano.

E le strumentalizzazioni di cui parla il sindaco riguardano proprio il numero dei destinatari dei decreti di sfratto esecutivo, per i quali la stessa prefettura ha comunicato che sono "64 di cui 11 già eseguiti nel 2021, quindi 53 quelli che stiamo gestendo, e non 640 come continuamente viene riportato dalla sinistra che preferisce confondere i cittadini creando di proposito tensioni sociali piuttosto che cercare soluzioni".

Proprio per risolvere queste situazioni incresciose, il sindaco De Stefano ha spiegato che "Cinque sono i bandi aperti dall'amministrazione comunale, sia misure riparative agli sfratti sia preventive per quanto riguarda le difficoltà economiche: 250.000 euro per il sostegno agli affitti covid, 462.000 euro per la morosità incolpevole, 242.000 euro per i canoni e le utenze domestiche, 100.000 euro per il rilascio forzoso dell’immobile in assenza di contratto, 60.000 euro per il sostegno all’affitto dei pensionati. Non solo: è stata attivata anche una manifestazione d’interesse per cercare proprietari privati disposti ad affittare i loro immobili a canoni calmierati".

Inoltre, Aler ha messo a disposizione a Sesto San Giovanni 35 alloggi a canone concordato, che si sommano ai 28 del bando Sap attualmente aperto e alla trentina circa che tra marzo e aprile ilo Comune conta di mettere a bando (sempre Sap). Nonostante questo, prosegue il sindaco, "c’è chi mente sapendo di mentire e parla di 100 appartamenti che il Comune non vorrebbe mettere a bando: falsissimo! Gli immobili vuoti sono inagibili e vanno riqualificati perché lasciati in pessime condizioni dai precedenti inquilini: proprio in questa direzione saremo in grado di poter assegnare a breve 37 alloggi che stiamo sistemando".

È una presa di posizione netta quella di Roberto Di Stefano, che nel suo comunicato ci tiene a sottolineare che "nessuna famiglia che abita nelle case comunali è sotto sfratto". Il lavoro del Comune, come assicurato dal sindaco, proseguirà anche nelle prossime settimane per trovare soluzioni che siano percorribili per tutte le parti in causa.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Saronno, la storia e le tradizioni degli amaretti. Monica Cresci il 24 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Alla scoperta di Saronno, città riconosciuta in tutto il mondo per i suoi irresistibili amaretti ma anche per l'eleganza delle sue costruzioni storiche e per i suoi monumenti.

Un tempo via di collegamento tra Lugano e Milano, Saronno è una città ricca di storia, monumenti artistici e da sempre legata alle dinamiche del capoluogo lombardo, ai suoi avvicendamenti politici e storici. Collocata nella zona alta della Lombardia, la città è nota in tutto il mondo per i suoi dolci, ovvero i gustosi amaretti, oltre che per l'omonimo liquore.

Ma sono proprio questi biscotti così singolari ad aver fatto di Saronno un'eccellenza nella pasticceria a livello mondiale. Scopriamo questi dolcetti e la storia della loro genesi.

Amaretti, tra storia e leggenda 

Dall'aspetto minimale e dalla consistenza solida, quasi dura, gli amaretti rientrano nel vasto gruppo dei biscotti secchi dal sapore intenso, anche da abbinare a bevande calde. Amatissimi in tutto il mondo, gli amaretti sono indissolubilmente legati alla città di Saronno, dove sono nati. 

Solo pochi ingredienti mescolati sapientemente: zucchero, armelline e albume, gli stessi che - secondo una leggenda - una giovane coppia utilizzò per realizzare dei dolcetti da offrire in dono al cardinale Benedetto Erba Odescalchi. L'arcivescovo di Milano nel 1718 si recò presso il santuario della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno, ricevendo in cambio ammirazione e anche queste piccole bontà, ribattezzate appunto amaretti.

Ma leggende a parte, la genesi di questi biscotti è riconducibile alla famiglia Lazzaroni che, nel 1700, si trasferì dalla città di Teglio, avviando un piccolo laboratorio familiare e successivamente una produzione aziendale. Nel 1888 nacque la D. Lazzaroni & C., che legò il suo nome al biscotto stesso: per questo, quando si parla di amaretti di Saronno, si fa spesso riferimento all'omonimo marchio. 

Ciò che li caratterizza è una consistenza croccante ma al contempo leggera, con un delicato retrogusto amarognolo. Dato dalle mandorle e dall'armellina, ovvero il seme contenuto nei noccioli di pesca e albicocca, presente in dosaggi calibrati sotto forma di essenza. A caratterizzare questi dolci sono anche le confezioni: per gli amaretti di Saronno, la produzione dell'azienda si è sempre affidata a delicati incarti di velina colorata. Una carta che, secondo i bene informati, pare possa realizzare i desideri. Basta arrotolarne un foglio e posizionarlo in verticale sopra un piatto, bruciandone con attenzione la parte superiore: se la velina si solleva svolazzando, il desiderio espresso si trasformerà in realtà.

Le bellezze di Saronno 

Saronno non è solo nota per i suoi amaretti, ma per le chiese, i monumenti e le strutture architettoniche perfettamente inserite all'interno di un contesto urbano elegante. In particolare gli edifici di culto, che da sempre caratterizzano in centro storico attraverso quello noto come "il percorso delle tre chiese". Tra gli edifici religiosi più affascinanti, è possibile visitare:

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli: vera e propria meta di pellegrinaggio dove sono conservati una serie di affreschi di Gaudenzio Ferrari, oltre alle produzione pittoriche di Bernardino Luini;

Chiesa di San Francesco: monumento nazionale dal 1931, è la chiesa più antica della città, nata per volere di Sant'Antonio di Padova di passaggio per una visita;

Chiesa Prepositurale dei Santi Pietro e Paolo: è il Duomo di Saronno e simbolo della città, ha visto la luce nel 1783 e al suo interno è conservato un crocifisso che annualmente viene portato in processione;

Chiesa di Sant'Antonio Abate: ha rivestito un ruolo importante durante il periodo della peste, in particolare il lazzaretto posto al suo fianco. Al suo interno sono presenti tre nicchie contenenti una scultura del santo omonimo, una statua di San Rocco e alcune ossa delle vittime della peste. Ogni anno si celebra la parata cittadina, la popolazione si veste con abiti del '500-'800 con l'intento di rievocare usi e costumi dell'epoca;

Chiesa di San Giacomo: piccola e solitamente adibita a messe ortodosse e ritiri di catechismo, la struttura è caratterizzata da un alto numero di affreschi e dipinti.

La città di Saronno non è ricca solo di chiese ma anche di dimore storiche, come Palazzo Visconti - accessibile solo tramite permesso comunale - e Villa Gianetti. Realizzata in stile rinascimentale lombardo, la Villa conserva opere e dipinti preziosi e, con il tempo, è diventata sede del Comune e ritrovo per incontri politici. Non mancano poi molti monumenti importanti, ad esempio quelli ai Caduti, a Garibaldi e alla Riconoscenza. Quest'ultimo è dedicato alla solidarietà dei milanesi che aiutarono a ricostruire il rione San Cristoforo, bruciato durante un terribile incendio divampato nel 1827. Senza dimenticare i tanti musei, gli eventi e le sagre che animano la cittadina stessa, una realtà urbana molto intrigante e bella da visitare. Monica Cresci

·        Succede a Milano.

Letizia Moratti, il maestro zen e la politica: la doppia vita della signora di Milano. Elisabetta Rosaspina su Il Corriere della Sera il 23 Novembre 2022.

La manager è stata presidente della Rai, ministra, sindaca e vicepresidente della Lombardia. Qualcuno l’ha dipinta come «la Tatcher italiana». Ora torna sul ring, con la solita regola: stare in equilibrio tra destra e sinistra

Letizia Maria Brichetto Arnaboldi Moratti, in una foto del 2001, compie 73 anni il 26 novembre. Ex presidente della Rai, si è dimessa dalla carica di vicepresidente della Lombardia e candidata alle prossime regionali (foto Harari/Contrasto)

Era il 1994, l’anno di Destra- sinistra, la canzone con la quale Giorgio Gaber sfotteva bonariamente la banalità di certe etichette politiche (“Fare il bagno nella vasca è di destra/Far la doccia invece è di sinistra…”), quando Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, destinò a sorpresa una donna, la prima nella storia della tivù italiana, alla presidenza della Rai. Il mondo dell’alta finanza conosceva già piuttosto bene Letizia Brichetto Arnaboldi. A Milano era nota come una delle due signore Moratti, la moglie del maggiore dei due fratelli, Gian Marco. Da una famiglia di origini aristocratiche, pioniera nel campo del brokeraggio assicurativo in Italia, attraverso l’altare era passata a una di petrolieri. Ma appena laureata in Scienze Politiche, a 21 anni, come ama lei stessa ricordare, era stata l’unica tra le sue amiche a cercarsi immediatamente un lavoro e l’indipendenza economica.

Dalla carriera universitaria al brokeraggio

Le fu offerto il posto di assistente di Fausto Pocar, professore di Diritto comunitario, con ampie prospettive di carriera universitaria. Preferì procurarsi un prestito da 30 milioni di lire e avviare la propria società di brokeraggio, la Gpa, cominciando a farsi le ossa nel consiglio d’amministrazione della Comit. Il cognome – ammette onestamente – aveva avuto il suo peso. Con un pedigree simile, non sarebbe potuta finire che nella casella di destra, assieme ai fumatori di Marlboro, ai consumatori di minestrine e di cioccolata svizzera. Venne dipinta come la Margaret Thatcher nazionale, un’iron lady gelida e autoritaria, un mix di rigore, decisionismo, lotta dura ai sindacati. Ma Indro Montanelli, che difficilmente poteva essere sospettato di indulgenza verso Berlusconi e i suoi fedeli, addolcì gli spigoli di quei ritratti aggiungendo «soavità» al pugno di ferro della signora Moratti. L’allora direttore della Voce conosceva l’ambiente in cui si era formata perché l’aveva vista crescere nel salotto della nonna paterna, Emilia, già frequentato anche da Benedetto Croce, Riccardo Bacchelli, Guido Piovene, Eugenio Montale.

LEGATISSIMI A MUCCIOLI, LEI E IL MARITO HANNO DEDICATO MOLTO TEMPO (E TANTI SOLDI) ALLA COMUNITÀ DI SAN PATRIGNANO

Per il resto dell’Italia, però, quella quarantenne alta e altera che occupava una delle poltrone più ambite e più scomode del Paese appariva un mistero. L’ala patriarcale fu rassicurata dalle dichiarazioni della manager sulla priorità della famiglia e l’imprescindibilità dei consigli del consorte: «Anche la decisione di accettare la presidenza della Rai l’ho presa insieme a lui e, se non fosse stato d’accordo, l’avrei rifiutata». Quella matriarcale, invece, era sensibile ai trascorsi della nonna materna, un’altra pioniera della riscossa femminile: sindaca di Rivarolo del Re, un comune in provincia di Cremona, ai primi del 900, e condottiera dell’azienda di famiglia durante la guerra.

La devozione per il patron di San Patrignano

Ma al settimo piano di viale Mazzini è difficile soggiornare a lungo. L’avventura di “Donna Lottizia”, come la chiamavano i nemici, durò due anni. Il suo «coté calvinista-lombardo», scrisse Giancarlo Perna, si era fatalmente scontrato con «il burocratico romano». Per molti restava la signora «nata bene e sposata ancor meglio» che, invece di improvvisarsi taglia teste, avrebbe fatto bene a tornarsene a Milano e a dedicarsi, come ogni dama del suo rango, a opere di carità. Salvo rimproverarle poi che stava cercando di comprarsi anche il paradiso con la smisurata devozione per Vincenzo Muccioli che portava lei e il marito a trascorrere i weekend, le vacanze, Pasqua e Natale a San Patrignano.

Il ruolo del maestro zen

Sulla genesi esatta di quella fratellanza la “patrona” della comunità di recupero riminese è stata sempre parca di dettagli. Ha citato il suocero, Angelo Moratti, secondo il quale tra tante associazioni per invalidi, anziani, bambini, mancavano quelle dedicate ai giovani, una categoria altrettanto fragile. E, alla domanda se fosse stata prima lei o prima il marito ad avvicinarsi a Muccioli, rispondeva che era stato il loro maestro di meditazione zen a fare da tramite quando si era trasferito a vivere a SanPa. Dal 1979 la coppia è stata vista raramente altrove nel tempo libero, assieme ai due figli, Gilda e Gabriele. Tutt’al più sulla spiaggia della Biodola, all’Isola d’Elba. E la scomparsa di Gianmarco Moratti, nel 2018, non ha cambiato le abitudini. In compenso, la signora Moratti non aveva intenzione di restare lontana dalle tivù e da Roma. Non ci mise molto a convincere Rupert Murdoch di essere la donna giusta per guidare la News Corp Europe, apripista di Sky. Quando finì poco amichevolmente anche quella breve esperienza, l’imprenditrice aveva ad attenderla un posto nell’Advisory Board del gruppo Carlyle e nel fondo d’investimento Golden Egg.

Lo scivolone quando cercò di negare Darwin

Silvio Berlusconi non si era dimenticato di lei e, nel giugno del 2001, la incorporava nel suo governo come ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Un posto che era toccato anche a Mrs. Thatcher, a suo tempo. Se la lady inglese fu vituperata per l’abolizione del latte gratuito agli scolari, la sua omologa milanese è stata costretta a una veloce marcia indietro quando ha cercato di cancellare dai programmi delle primarie lo studio della teoria evoluzionista di Darwin. Non hanno mietuto grandi consensi nemmeno le sue riforme, eccetto la reintroduzione del voto in condotta. Però ha tenuto duro sulle risorse che il governo lesinava alla scuola, pronta a discutere una finanziaria fino alle sette del mattino. Al termine della legislatura, nel 2006, quella che poteva sembrare una rimozione, si è rivelata una promozione: candidata per la Casa delle Libertà, LetiziaMoratti è diventata la prima, e per ora unica, donna sindaco di Milano. Sarebbe stata sconfitta nel 2011 da Giuliano Pisapia, ma aveva assicurato alla città un nuovo piano di mobilità ciclabile, più assistenza agli anziani e, soprattutto, l’edizione di Expo 2015, convincendo oltre 80 paesi membri del Bureau International des Expositions a scegliere il suo progetto. Mentre Beppe Sala tagliava il nastro inaugurale a Rho, lei lavorava già al varo di E4Impact, una fondazione che si propone di formare giovani imprenditori in Africa.

La bandiera dell’ “altruismo razionale”

L’anno dopo esce il suo libro, Milano – tra storia, realtà e sogno (scritto con Maria Luisa Agnese per Mondadori), e l’economista francese di provenienza socialista, Jacques Attali, ex consigliere di Mitterand, scrive di lei nella prefazione: «Incarna il meglio dell’intelligenza, dello spirito e del cuore. Grazie alla sua duplice esperienza a Milano e a San Patrignano, sa meglio di chiunque altro che qualsiasi progetto umano è un’utopia prima di essere una realtà». Li unisce una lunga militanza nel Movimento per l’economia positiva, fondata sull’ “altruismo razionale” del quale Letizia Moratti ha fatto una bandiera dall’ufficio di presidente di Ubi Banca, che ha occupato fino a un paio d’anni fa: «Faccio il mio bene, ma non a discapito degli altri». Salvo provocare un terremoto quando durante il lockdown, da assessore regionale al Welfare della Lombardia, ha proposto di dare la precedenza per i vaccini alle regioni con il Pil più alto: «Non mi riferivo alla ricchezza ma alla produttività. La Lombardia è il motore d’Italia, se si ferma troppo a lungo ne soffre tutto il Paese». A 73 anni, che compirà la settimana prossima, e a 50 dal suo primo impiego, dopo aver dichiarato e ripetuto di non voler più ruoli politici, Letizia Moratti torna sul ring. Non sembra importarle se da destra o da sinistra. Forse s’interroga anche lei, come Gaber: “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra”.

La gogna social. Moratti con falce e martello rossi, la Lega contro l’ex alleata e vicepresidente della Lombardia su Twitter: “Ha scelto di virare a sinistra”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 4 Novembre 2022

Una falce e martello rossa, impressa co Photoshop sulla fronte come un marchio. Così il profilo Twitter della Lega ha raffigurato Letizia Moratti, ormai ex vicepresidente e assessore al Welfare della Lombardia, per la sua decisione di andare in piazza sabato a Milano per sfilare nella manifestazione pro Ucraina che vedrà la presenza anche dei due leader del Terzo Polo, Matteo Renzi e Carlo Calenda.

“Bye Bye”, recita la scritta sotto l’immagine della Moratti, con la Lega accusa l’ex vice del governatore Attilio Fontana di aver “scelto di virare a sinistra e di non occuparsi dei lombardi per distrazioni politiche”.

Così a solo 48 ore dalle dimissioni ecco arrivare la “macchina del fango” contro la Moratti, rea di aver abbandonato la sua storica militanza politica nel centrodestra. L’obiettivo dell’ex sindaco di Milano ed ex ministro dell’Istruzione è infatti noto: candidarsi alla guida della Regione contro la destra, alla guida di liste civiche autonome o col supporto di altri partiti.

Non a caso la Lega su Twitter tira in ballo la partecipazione alla manifestazione di piazza a Milano con Renzi e Calenda: proprio i due leader di Italia Viva e Azione sembrano i più interessati ad un eventuale cartello elettorale con la Moratti in vista del voto previsto nel 2023.

“Se io fossi il segretario del Pd chiamerei Moratti e le direi andiamo insieme. Questo se il Pd avesse voglia di vincere, ma il Pd di Letta voglia di vincere non ce l’ha”, sono state le parole di Renzi giovedì, che ha voluto sferzare gli ex compagni di partito ma che sembra a sua volta molto interessato ad una eventuale corsa comune con l’ex vicepresidente della Regione. In ogni caso “cosa farà il Terzo polo, lo deciderà la federazione Azione-Italia Viva”, aveva chiarito ancora il senatore fiorentino.

Apprezzamenti per Moratti arrivati anche da Calenda: “Pensiamo che sia un profilo di qualità, ha fatto un ottimo lavoro” ma “ciò premesso c’è un tema che è quello che alle Regionali o si vince o si perde ma al primo turno, per cui c’è un tema di alleanze: ricade su di noi il dovere di trovare le alleanze possibili sapendo che c’è un paletto invalicabile per noi che è quello del Movimento 5 Stelle”.

Così la Lega, in un ritorno ai tempi della “Bestia” morisiana, piazza una falce e martello comunista lamentando come la Moratti si affianchi a due “pericolosi bolscevichi” come Renzi e Calenda, mossa che ha scatenato violente critiche sotto lo stesso tweet e in generale sui social network.

A chiarire ulteriormente la ‘tesi’ del tweet del Carroccio è la dichiarazione rilasciata all’Ansa da Fabrizio Cecchetti, deputato e coordinatore regionale della Lega: “Non ci stupiamo di sapere che domani Letizia Moratti in piazza con Renzi e il Pd: ecco la sua coerenza dopo vent’anni da ministro, da sindaco di Milano e da assessore regionale con il centrodestra!”. Che poi aggiunge: “Lieti che la Moratti abbia preso la sua strada: noi come centrodestra in Regione Lombardia andiamo avanti a lavorare con impegno per i cittadini e il territorio lombardo”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Perfetta Letizia. Marco Travaglio Direttore del Fatto Quotidiano l’8 novembre 2022.

In questa eterna gara a chi fa peggio, non si sa se sia più indecente la Moratti a candidarsi in Lombardia contro le destre di cui è stata fino all’altroieri la vicepresidente dopo esserne stata la presidente Rai, la ministra dell’Università, la sindaca di Milano, la candidata al Colle e l’aspirante presidente della Regione; o il duo Ollio & Ollio a caricarsela e a stalkerare il Pd perché se la accolli; o il trust dei giornali di casa Elkann & De Benedetti a spacciarla come la soluzione ideale per il Pd.

Diciamo che il match a tre finisce ex aequo e occupiamoci degli elettori progressisti, che non vedono l’ora di votare la compagna Letizia per una serie di decisive ragioni.

1) Da presidente Rai nel 1994, la Moratti piazzò al Tg1 e al Tg2 i berluscones Rossella e Mimun, poi cacciò da capo della concessionaria pubblicitaria Sipra Edoardo Giliberti, che si era permesso di far concorrenza alla berlusconiana Publitalia con utili da record; lo rimpiazzò con Antonello Perricone, ex amministratore Publitalia; e teorizzò che “la Rai dev’essere complementare alla Fininvest”: non concorrente, sennò B. s’incazzava.

2) Da ministra dell’Università, oltre a distruggerla con una riforma demenziale e tagli selvaggi, siglò un accordo con Poste per prenotazioni, acquisti e consegne dei libri scolastici forniti in esclusiva da Mondolibri, cioè da Mondadori della famiglia B..

3) Nel 2006 chiamò le destre in piazza contro Prodi che non militarizzava abbastanza Milano contro il presunto boom della criminalità.

4) Nel 2007 aderì al Family Day col marito Gianmarco, ovviamente divorziato.

5) Nel 2006 si unì alla campagna di B. che rifiutava di riconoscere la vittoria di Prodi e gridava ai brogli, e sostenne addirittura che “al Senato abbiamo 2 milioni di voti in più dell’Unione” (maxi-balla).

6) Da sindaca buttò fiumi di denaro pubblico in incarichi e consulenze inutili e fu condannata nel 2017 dalla Corte dei Conti, col vice De Corato e 20 fra assessori e funzionari, a risarcire il Comune con 1,9 milioni (di cui 591 mila euro in proprio) per “grave colpevolezza” e “scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e all’economicità della funzione”.

7) Nel 2011 si ricandidò a sindaca e accusò il suo avversario Giuliano Pisapia di essersi salvato 30 anni prima per amnistia da una condanna per terrorismo e rapina (una mega fake news: Pisapia aveva rinunciato all’amnistia ed era stato assolto nel merito).

8) Da vicepresidente e assessora regionale, oltre a perpetuare i favori alla sanità privata, gestì malissimo il Covid e giunse a chiedere al commissario Arcuri di ripartire i vaccini fra le Regioni anche in base al Pil.

A questo punto, se dovesse dimettersi da ministra, meglio la Santanchè: è molto più di sinistra.

Le (tante) contraddizioni di quella sinistra che condanna Moratti. Antonio Polito su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2022.

Colpisce il disprezzo con cui a sinistra è stata accolta la candidatura di . L’avvocato Giuliano Pisapia, sul Corriere, l’ha liquidata come pura e semplice bramosia di potere: respinte a destra le sue smodate ambizioni, ecco donna Letizia perseguirle altrove. L’attrice Ottavia Piccolo, sul Fatto, aggiunge che sostenerla significherebbe «scendere sotto la soglia della decenza», equivarrebbe a candidare «la sorella di La Russa, se ne ha una».

Naturalmente ci sono comprensibili ragioni per cui un elettore di sinistra non voglia votare per una ex ministra di Berlusconi (tra le migliori, peraltro). Ma non c’è nessuna buona ragione per condannarla come una voltagabbana senza scrupoli, assetata di potere, un cavallo di Troia infilato dalla destra nel campo dei valorosi resistenti democratici, o di ciò che ne resta.

Il rifiuto è basato fondamentalmente su questo argomento: la Moratti è di centrodestra. Si badi bene: non «proviene da», ma «è» di centrodestra. Quasi come se fosse un tratto antropologico, una tara genetica, dalla quale non si può guarire neanche lasciando pubblicamente e fragorosamente la parte politica in cui si è militato. Semel di destra, semper di destra. Chi nasce tondo non può morir quadrato. E così via.

Questo (pre)giudizio nasce da un’idea della coalizione guidata da Giorgia Meloni come male assoluto, pericolo per la democrazia, ricettacolo di valori contrari ai principi basilari di umanità e progresso. Lasciamo stare se sia vero o no. Ma è proprio se fosse vero che si dovrebbe uccidere il vitello grasso per festeggiare il figliuol prodigo staccatosi da quel mondo oscuro e minaccioso, accogliere ogni profugo che abbandona la nave dei folli. Si potrebbe anzi dire che più Letizia Moratti viene considerata di destra, e più le si dovrebbe aprire le porte; perché potrebbe contribuire a scassinare la cassaforte lombarda del nemico. Con esiti imprevedibili sul piano nazionale, e certamente utili a un centrosinistra oggi percosso e attonito, sconfitto e fuori dai giochi.

Paradossalmente avrebbe più senso dire: non vogliamo sostenere la Moratti perché lei non appartiene veramente al mondo del centrodestra lombardo, e dunque non ne può intercettare i voti. Ma questo sarebbe l’abc della politica, una disciplina da tempo abbandonata dagli eredi del Pci e della Dc, partiti che sapevano benissimo che il fine della loro azione era vincere le elezioni. Nel Pd, invece, da tempo una moralistica condanna del potere convive agevolmente con una spregiudicata ansia di prenderselo.

D’altra parte, neanche dal punto di vista della moralità pubblica si spiega tanta animosità contro Letizia Moratti. Viene accusata di essere una trasformista per aver abbandonato il suo schieramento. Ma trasformista è chi trasferisce i consensi ottenuti da una parte al servizio di un’altra. Trasformista è un parlamentare che cambia casacca. La Moratti si presenta invece al giudizio dell’elettorato sulla base della scelta motivata di lasciare il centrodestra, anche a costo di una sconfitta: sembrerebbe il contrario del trasformismo.

Né si vede che cosa mai ci avrebbe guadagnato in termini di potere da questa sua decisione. Era assessore in Lombardia e ora non lo è più. Poteva essere nominata amministratrice delegata delle Olimpiadi Milano-Cortina, e ha rifiutato. Avrebbe meritato certamente un ministero, visti i nomi dei ministri, ma era troppo imbarazzante per qualcuno. Eppure c’è chi preferirebbe perdere le elezioni, piuttosto che allearsi con lei, nonostante il padre partigiano, nonostante abbia portato l’Expo a Milano insieme a Prodi, e nonostante l’attuale sindaco, Beppe Sala, sia stato il suo city manager.

Una prova di coerenza perinde ac cadaver con i valori della sinistra: soprattutto da parte di chi aveva accolto come «leader fortissimo dei progressisti» Giuseppe Conte quando ancora non si era asciugato l’inchiostro della sua firma sui decreti sicurezza di Salvini.

«Magari — ha scritto un’autrice non certo di destra, Natalia Aspesi su La Repubblica— lo smarrito Pd, che si è schierato contro se stesso partecipando alla marcia per la pace di Roma, saprà scovare un suo rappresentante che non si sa con quali esorcismi conquisterà la Lombardia».Nel frattempo sarebbe già qualcosa se la smettesse di insultare chi è già in prima linea contro quello che dovrebbe essere il nemico comune.

Estratto dell’articolo di Natalia Aspesi per “la Repubblica” il 09 novembre 2022

Noto giovanotto di sinistra su Facebook: "Se c'è la Moratti alle regionali per la prima volta non andrò a votare!". Una folla si indigna (non fa altro, a dire il vero) al pensiero che una di destra-centro si scosti verso il centro quasi a sinistra. E pure Letta cade dalle nuvole: una gran dama? Una ricchissima? Una nata Brichetto Arnaboldi, antica aristocrazia lombarda? Una vedova di un petroliere, una che alle inaugurazioni della Scala svettava da Sindaca di Milano, più bella che in foto, e tutta in nero Giorgio Armani?

Una da un bel po' ex di Casa della Libertà che, stando dentro un governo regionale ultraleghista ne capisce l'horror e, essendo persona ragionevole e non bisognosa di lucrare, si sveglia non certo di sinistra, ovvio, non è Conte, ma di quel centro che potrebbe andare d'accordo con la sinistra di oggi che non si sa che sinistra sia. 

Nei famosi e ridicolizzati salotti della città, dove la sinistra che pensa (o crede di farlo) aveva smesso di incontrarsi causa gli insostenibili diverbi di sinistra (nei palazzi del centro era diventato chic rifugiarsi per le cene in cucina, a parlare non di politica ma di cucina e Netflix), c'è come un improvviso risveglio, un tornare alla vita, una luce nel buio: la Moratti!

 Una che ha sempre fatto del bene, formazione di giovani africani e San Patrignano, una con babbo partigiano carico di medaglie al valore, una che sa di banche, di consigli di amministrazione, di brokeraggio e altra roba da ricchi tipo saper fare l'inchino a qualche re non ancora spodestato e mettere il numero di bicchieri giusti a tavola (3, 4?). 

Una non come noi, una certo di destra, però pensa ai destrissimi che hanno vinto le elezioni politiche, pare un abisso! E pensa a quelli della Regione, che chissà lei quante ne ha viste per piantarli lì! Non puoi metterci la stessa targhetta, a lei e a loro. 

Ma la sinistra dura e pura, soprattutto se fuori Lombardia e ormai usa sia alle torte in faccia che a programmare senza alcuna fretta il suo risveglio - sorpresa! - ci resta malissimo. La Moratti a sinistra, a una delle tante quasi sinistre che il popolo italiano non meloniano le può offrire. Un azzardo coraggioso per lei, in una Regione di destra, che può contare solo su Milano per un gusto di sinistra, destinandosi quindi a una probabile sconfitta elettorale. [...]

La sinistra lombarda guarda caso fa solo adesso il congresso per scegliere il suo rappresentante, che potrebbe essere il solito compromesso, un grillopidiessino di giovanile insipienza, meglio trans, che sarebbe una novità, piuttosto che donna che ce ne sono già troppe in giro. 

Domanda 1 alla sinistra che non vuole la Moratti di destra: ma se siete i Maestri del fluttuare di genere, perché siete ostili a quello politico?

 Domanda 2 alle varie sinistre: se sei lettiano voteresti un Fratoianni, o un Conte o un Renzi o quel che c'è, e viceversa, oppure neanche morto? Cioè saresti soddisfatto di perdere ancora pur di non far vincere una delle altre sinistre, contro tre destre che si odiano più di quanto vi odiate voi, ma si presentano unite perché sanno come va il mondo? 

Un'altra domanda, questa addirittura tragica: e se fosse quel pifferaio magico di Meloni, che trascina con sé le folle, a passare dalla destra destra alla destra centro, che potrebbe scivolare nel centro centro per poi confluire nel centro sinistra? Questa è solo una minaccia, ovvio.

Ma tornando alla vedova Moratti. Ha dietro di sé una carriera di destra civile, quella che in Italia non c'è più, senza errori epocali, né soprusi, né vigliaccate; da sindaca ha portato a Milano l'Expo, che ha resuscitato la città, come vice del pasticcione Fontana ha fatto scelte giuste per la pandemia [...]

Magari lo smarrito Pd, che si è schierato contro se stesso partecipando alla marcia per la pace di Roma, saprà scovare un suo sincero rappresentante che non si sa con quali esorcismi conquisterà la Lombardia, ma dobbiamo ancora vederne delle belle, ogni giorno uno spavento dal governo, un litigio e una divisione a sinistra. 

Non è detto che i Bibì e Bibò del centrosinistra, Renzi e Calenda, caveranno vantaggi dalla nuova compagna Moratti, ma certamente dimostrano di essersi liberati da rancori, differenze, e soprattutto pregiudizi.

Anticipazione dal “Venerdì di Repubblica” del 17 novembre 2022, pubblicata da repubblica.it il 18 novembre 2022.

La "sciura" Letizia Moratti ai bei tempi di Berlusconi non si è segnalata per aver preso le distanze di volgarità e indecenze di quel governo. Nel duello con Pisapia ha trattato quel gentiluomo, lui sì, come avrebbe fatto un volgare arruffapopolo. 

Dopo il voto che lei ha dichiarato a favore di Renzi, come altri, ero rimasta perplessa, ognuno vota come crede, ma non si può dire di questo personaggio che sia coerente: è stato segretario del Pd e ancora inesausto cerca di distruggerlo definitivamente, e non mi pare per nobili motivi. Per andare al dunque perché il Pd dovrebbe sostenere lady Moratti? Perché è esperta di finanza e brokeraggio?

Ma il Pd dovrebbe essere il partito di quelli in difficoltà, e le forme di difficoltà sono tante, non il partito dei salotti milanesi, sia pure per bene, di quelli della carità che è meglio che niente. Io non ho paura di Fratoianni che ha il solo torto di ricordarci che ci sono insopportabili diseguaglianze nella società, non certo di fare la rivoluzione che tanto, chi gliela farà mai fare, state tranquilli. 

Renzi e Calenda che, le ricordo, insieme a Conte hanno fatto fallire l'alleanza pasticciata quanto si vuole, ma l'unica che ci avrebbe salvato da questa destra, sarebbero gli illuminati che vedono lontano. Appoggiare la Moratti sarebbe pragmatico? Non farlo ci farà perdere? Eppure qualche volta bisogna saper perdere, alzare le ancore e navigare fuori, al largo, dove spirano altri venti.

Probabilmente i lumbard, anche quelli dei salotti più o meno illuminati, hanno a cuore più di tutto i danè che d'altra parte, più che in ogni altra parte d'Italia, producono con indubbio vantaggio per tutti, ma soprattutto per loro (i massimi evasori sono in Lombardia). Due considerazioni. 

La prima è che noi persone anziane non vogliamo, comprensibilmente, guardare al futuro, che di certo non ci appartiene, e l'altra, semplicemente, che lei non è persona di sinistra.

Anna Saponaro 

Risposta di Natalia Aspesi:

Premesso che non scrivo per l'Espresso, dove lei avrebbe letto le lettere che mi contestano (non me lo chiedono, purtroppo), lei almeno è una contestatrice gentile e di ciò la ringrazio. 

Mi permetto però di risponderle: le sinistre in Italia sono tante e ognuno sceglie la sua, ma se a lei non va bene mi consideri almeno democratica, tenendo conto che nel mondo la sinistra è quasi scomparsa, ultima la socialdemocratica Svezia che ha un nuovo governo di centrodestra sostenuto dai neonazisti.

Non sapendo nulla di politica e non avendo opinioni, non so dirle perché. Ma nel precipizio in cui secondo lei e altri sono caduta (sarà certo un crescendo della senilità), un vizio non ho perso, quello di ironizzare. Nelle righe su Repubblica che le hanno segnalato e che mi contesta, "ironizzavo" sul fatto che un po' di partiti di sinistra sostenevano Letizia Moratti e altri si rifiutavano persino di rifletterci un attimo. 

A Metropolis, il video quotidiano di Repubblica che mi auguro veda, soprattutto perché è educato, anche Emiliano, il governatore di centrosinistra della Puglia, ha parlato di Moratti con rispetto.

Per quanto riguarda Pisapia, che conosco da quando era un grande avvocato, io l'ho amato moltissimo come sindaco di Milano: troppo bravo e subito il suo partito l'ha mandato al Parlamento Europeo, praticamente silenziandolo. Troppo bravo per gli inamovibili boss del partito. 

Quanto alla storia dei salotti, Signora si modernizzi un attimo: la parola "sciura" è rimasta solo negli spettacoli dei Legnanesi, i famosi salotti di stupido disprezzo sono (oggi si chiamano living) quelli dove sopravvive la cultura, la sola salvezza del mondo, mentre i ricconi che lei immagina parlare con la erre moscia sono altri, quelli appunto che hanno fatto vincere la destra destrissima. 

Aggiornarsi prego, e chiedersi come mai la sinistra che lei ha scelto, da tempo non si occupa dei problemi di chi lavora. A proposito di Repubblica, lei dice che continua a leggerla "malgrado di recente abbia perso l'anima": le consiglio di leggerla con più attenzione, perché se questo  quotidiano oggi ha un pregio, è quello di essere dalla parte della sua sinistra. Una curiosità: quale alleanza "sia pure pasticciata" Renzi e Calenda insieme a Conte hanno fatto fallire? 

Chi è Letizia Moratti? Classe ‘49, ex sindaco di Milano e ministra dell’Istruzione. Piccola bio della candidata del Terzo Polo alla presidenza della Lombardia. Giunio Panarelli su lasvolta.it l’8 novembre 2022

Da sindaca di destra voleva «delocalizzare» la comunità cinese che viveva a Milano in via Sarpi. Ora, da candidata del Terzo polo, dice: «Questa è una destra che, a furia di alzare muri, ci chiude tutti in un recinto». Prima di correre per la presidenza della Lombardia, Letizia Moratti ha vissuto tante vite. Manager, presidente della Rai, ministra, sindaca e assessora regionale. Una storia non sempre lineare, da ripercorrere in attesa dell’ennesima sfida.

Nata a Milano nel 1949, Letizia Brichetto Arnaboldi (il cognome Moratti è acquisito dal marito Gian Marco) nasce in una famiglia di origini aristocratiche e antifascista. Il padre Paolo Brichetto Arnaboldi era un eroe partigiano, Medaglia di Bronzo e d’Argento al Valor Militare, chiamato “il partigiano bianco” in quanto aristocratico.

Da giovane Moratti frequenta il Collegio delle fanciulle per poi laurearsi in Scienze politiche alla Statale. Nel frattempo ha conosciuto Gian Marco Moratti, petroliere e già in fase di rottura con la sua prima moglie Lina Sotis. Conversando di filosofia, i due scoprono di piacersi e convolano a nozze nel 1973. Dall’unione nasceranno due figli Gabriele e Gilda.

Nel corso degli anni Ottanta la coppia legherà il suo nome alla controversa comunità di San Patrignano di Vincenzo Muccioli. Un’organizzazione nata per accogliere i tossicodipendenti, ma al centro di diverse inchieste giudiziarie (come quella sulla morte di Giuseppe Maranzano), dovute ai metodi poco ortodossi di Muccioli.

Nonostante le forti polemiche, Letizia e Gian Marco Moratti hanno continuato nel corso degli anni a sostenere la comunità sia con attività di volontariato sia con ingenti donazioni. Arrivando anche a crescere i propri figli nella comunità. Il figlio Gabriele ha vissuto lì dai sei mesi ai dodici anni.

Nel mondo lavorativo Moratti inizia la sua carriera nel brokeraggio assicurativo. La sua famiglia è precursora avendo fondato nel 1873 la prima compagnia del settore. Da lì vari incarichi fino a quando nel 1994 non è scelta come presidente della Rai dal governo Berlusconi. Per Moratti è la prima esperienza politica. Finora si era solo sussurrato di una sua vicinanza politica al democristiano Paolo Cirino Pomicino.

Arrivata al potere, Moratti fa sapere di volere giornalisti «alla inglese» e di essere pronta a tagliare le spese. «Entro il 1996 taglieremo 300 giornalisti», promette. Curiosamente la sua esperienza terminerà proprio quell’anno.

Nel mezzo liti feroci, anche con gli stessi partiti di governo, e lotte intestine che porteranno Moratti a piangere in un cda dove tre consiglieri minacciavano le proprie dimissioni. Le accuse rivolte alla presidente sono di gestire il potere senza rispettare gli equilibri politici. Come quando il settimanale Cuore pubblica delle indiscrezioni su una telefonata tra Moratti e Muccioli in cui i due avrebbero scelto insieme le nomine dei direttori Rai.

Terminato il suo incarico, Moratti resta nel mondo delle telecomunicazioni. Collabora anche con il magnate australiano Rupert Murdoch che si appresta a lanciare Sky in Italia. In disaccordo con la scelta, la manager interrompe però il sodalizio: «Non vedo un futuro per questa iniziativa in Italia». Il richiamo della politica si fa sentire nel 2001.

Berlusconi la vuole come ministra all’Istruzione e la ricerca nel suo nuovo governo. Lei si rende promotrice di una riforma che oltre ad alcuni tagli, vede anche il ripristino del voto in condotta e la messa al bando delle teorie darwiniane. Celebri durante questo periodo i suoi litigi con l’allora ministro all’Economia Giulio Tremonti che, secondo un retroscena di Luigi Bisignani, le avrebbe presentato la necessità di tagliare alcune spese dicendo: «Letizia questo è il governo. Non tuo marito».

Nel 2006 arriva il governo Prodi. Moratti lascia il suo posto e vede la sua riforma spazzata via dal nuovo esecutivo. Ma è comunque un anno fortunato. Il centrodestra la vuole sindaca di Milano.

Lei vince le Comunali e da Palazzo Marino guida la sua città alla vittoria di Expo 2015. Durante il suo mandato, Milano introduce le prime colonnine per la ricarica delle auto elettriche e l’Ecopass (una tassa per le auto più inquinanti circolanti in centro che scatena polemiche anche all’interno della sua maggioranza).

Ma ancora una volta viene accusata di usare il potere pubblico in modo non corretto. Il suo staff da ufficio stampa è composto da venti persone (tra loro anche Red Ronnie, conduttore tv conosciuto a San Patrignano). Alcuni dirigenti ricevono doppi incarichi. Notizie che fanno infuriare l’opposizione e portano le autorità a indagare. Nel 2017 la Corte dei conti condannerà l’ormai ex sindaca accusandola di «uno scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico».

Alle Comunali del 2011 si ricandida, ma perde contro lo sfidante del centrosinistra Giuliano Pisapia. Per dieci anni torna alla vita da manager e il suo sembra un addio alla politica. Me nel 2021 ritorna in gran spolvero.

L’assessore alla Salute della Lombardia Giulio Gallera è nel mirino per la gestione del Covid nella regione ed è costretto a dimettersi. Per rimpiazzarlo il centrodestra chiama Moratti che risponde positivamente. Appena insediata scatena una bufera chiedendo al ministero della Salute di tener conto del Pil, oltreché del numero di abitanti, nel pianificare la distribuzione dei vaccini.

Ma le vere grane sono interne al centrodestra. Tornata al centro della scena, Moratti non si accontenta di un assessorato. Vuole di più. Inizialmente si vocifera di una sua nuova candidatura a sindaca di Milano. Ma il progetto non va in porto. Così lei punta alla regione. Ma il presidente leghista Attilio Fontana non ha alcuna intenzione di mollare. A nulla valgono i tentativi di mediazione.

Moratti vuole la regione e va verso lo strappo che viene ratificato a inizio novembre ufficialmente per «incomprensioni sui vaccini». Dopo anni nel centrodestra, Moratti si mette in proprio e il 6 novembre annuncia: «Correrò con il Terzo polo alla presidenza della Lombardia». La Lega, sua storica alleata, la mette alla berlina tatuandole una falce e martello sul volto in un post. Il Pd è confuso: che quella di Donna Letizia sia l’ultima metamorfosi?

Chi è l’ex ministra del centrodestra. Chi è Letizia Moratti, la manager con la ruspa che può sgomberare Salvini. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 4 Novembre 2022

Letizia Moratti ha tanti volti e perfino tanti nomi: Letizia Maria Brichetto Arnaboldi, vedova Moratti, è nata dall’unione tra la famiglia di imprenditori genovesi Brichetto e quella aristocratica lombarda degli Arnaboldi. Naturale pontiera tra mondi diversi, è politicamente trasversale: al volto della liberale conservatrice può unire quello della cattolica sociale, al volto della riformista sensibile ai valori della lotta partigiana unisce quello del sangue blu: è tanto amica di Giorgia Meloni quanto di Enrico Letta e Beppe Sala. E ogni volta che la si prova a inscatolare, ecco che sfugge.

Nel 1972 si laurea in Scienze Politiche all’Università degli studi di Milano, senza saper stare ferma. Unisce all’attività di studentessa anche quella di lavoratrice in diversi settori. E già che c’era, a 25 anni fonda la Gpa, società di brokeraggio assicurativo. Ma agli esami è brillante, si fa notare. Il docente Fausto Pocar la vuole come assistente di diritto comunitario. L’azienda di famiglia, legata al mondo delle assicurazioni, le offre invece un’occasione importante per muovere i primi passi nel mondo del lavoro e la giovane neolaureata è da lì che, effettivamente, comincia la sua ascesa professionale ed economica. In questi anni poi, decisivi anche per l’incontro con Gian Marco Moratti, suo futuro marito e appartenente alla nota famiglia di petrolieri (è fratello di Massimo Moratti), il futuro sindaco di Milano comincia a convincersi che l’indipendenza economica è fondamentale per una donna. Dirà: «Non sono mai stata femminista, ma penso che ci sia ancora da fare per vedere riconosciuto l’impegno delle donne. A mia figlia ho cercato di dare esempi e valori universali».

La futura coniuge Moratti ha frequentato da giovane il Collegio delle Fanciulle di Milano e i corsi di danza classica presso la scuola Carla Strauss di Milano, sotto la guida di Liliana Renzi. Un cognome che torna oggi, nella vita di Letizia: “Io la candiderei di corsa”, ha detto Matteo Renzi. Quando conosce Gian Marco Moratti lui ha già intrapreso gli incontri con gli avvocati per discutere la separazione legale da Lina Sotis. Letizia lo sposa, diventando quindi cognata di Massimo Moratti, già presidente dell’Inter, e di sua moglie Milly Moratti, ex consigliera comunale a Milano per la Lista Ferrante (di centro-sinistra) e sostenitrice di Giuliano Pisapia alle elezioni amministrative del 2011. Insieme con il marito, Letizia Moratti ha sostenuto attivamente la Comunità di San Patrignano fin dagli albori del progetto alla fine degli anni Settanta.

Il loro appoggio al lavoro, sia di Vincenzo Muccioli che del figlio Andrea, è stato determinante per lo sviluppo della Ong grazie alle cospicue donazioni fatte nel corso degli anni per quasi trecento milioni di euro. Dopo la morte del marito, parallelamente all’impegno per San Patrignano, Letizia Moratti dà corpo (e sostanza) allo slogan “Aiutiamoli a casa loro”. Diventa così motore (e presidente) della Fondazione E4Impact, dedita alla formazione di giovani africani affinché possano tornare nei loro Paesi da leader. È con la presidenza della Rai, assegnatale dal primo governo Berlusconi, che Letizia Moratti diventa il personaggio popolare che è diventato. La sua gestione, “pugno di ferro nel guanto di velluto”, punta al risanamento di bilancio basato su incentivi all’esodo dei dipendenti in eccesso, il recupero dei crediti e la creazione di un fondo immobiliare.

Tuttavia già nel novembre 1994, il consiglio d’amministrazione Rai da lei guidato rischiò la dissoluzione per via delle minacciate dimissioni di tre consiglieri, a seguito di controversie sulle nomine e sulle modalità di gestione dell’azienda: l’allora consigliere Rai Franco Cardini, centrodestra, giudicò che la gestione Moratti era segnata da troppi errori e da un “clima irrespirabile”. Messa alle spalle l’esperienza – non indimenticabile – alle prese con l’indomabile cavallo di viale Mazzini, Moratti guarda ai grandi network televisivi. Alla fine del 1998, e per un anno circa, diventa presidente e amministratrice delegata di News Corp Europe, società facente capo a Rupert Murdoch e proprietaria di Stream TV. Da navigata imprenditrice, differenzia il rischio. Nel 2000 entra nell’Advisory Board del gruppo Carlyle Europa. Sempre nello stesso anno, si affaccia anche in GoldenEgg, fondo d’investimento rivolto ad aziende attive nel settore di telecomunicazioni e multimedia. Contemporaneamente, sempre nel 2000, riceve anche la nomina di Ambasciatore delle Nazioni Unite contro la Droga ed il Crimine.

L’anno dopo però, arriva la nuova chiamata di Silvio Berlusconi. Era l’11 giugno 2001: Letizia Moratti viene nominata ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il suo mandato dura fino alla fine della Legislatura e durante i cinque anni, realizza due riforme molto importanti, una riguardante la scuola e un’altra il sistema universitario. Entrambe vengono comunemente indicate con il suo nome, pur riguardando cose specifiche differenti e circoscritte ciascuna al proprio ambito. Tra le cose positive, può vantare il merito di aver combattuto con buoni risultati l’abbandono e la dispersione scolastica, con misure giudicate di successo anche dagli avversari politici. Con la politica è ormai amore, una passione ereditata dal padre, partigiano bianco. Nel 2006 poi, la Casa delle Libertà, schieramento di Berlusconi, sceglie proprio l’ex ministro dell’Istruzione quale candidato sindaco per le elezioni comunali di Milano.

Lo scrutinio del 29 maggio del 2006 consegna le chiavi della città a Letizia Moratti, che diventa il primo sindaco donna della storia di Milano. L’ex presidente della Rai vince al primo turno, con il 52% dei voti. Prende voti dal centrodestra ma non solo. Sono trasversali da sempre in famiglia. Massimo Moratti, con una moglie di Rifondazione, a un certo punto pensa anche di inserire Che Guevara nella tessera degli abbonati dell’Inter. Gli spiegano che non si può fare. Milano consolida le sue fiere ma il bilancio Moratti è quello di una amministrazione senza infamia e senza lode, a giudicare dall’esito: Letizia si candida nuovamente sindaco nel 2011, ma a vincere è Giuliano Pisapia, candidato dal centro-sinistra.

Nel febbraio 2018 rimane vedova del marito. E bisogna attendere la crisi covid per rivederla in azione, chiamata a salvare la sanità lombarda dalla gestione Gallera. Sono anni in cui Letizia Moratti si vede sempre più spesso affiancata da due figure ancillari, che la seguono e la accompagnano, la curano e la consigliano: il patron di Radio Lombardia, Tiziano Mariani, e il rinomato pranoterapeuta Mario Azzoni, l’inventore della “biopsicotronica” capace a suo dire di profilare anima e corpo delle persone attraverso lo sguardo. I due consiglieri starebbero incoraggiando Letizia Moratti a scendere in campo, sfidando le incognite dell’avventura politica più incredibile di sempre: disconoscere il centrodestra e diventare la donna simbolo della rivincita del centrosinistra, attraverso una iniziale investitura del Terzo polo, in Lombardia. Una missione impossibile, forse. Ma la donna è tenace.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Vittorio Feltri a valanga contro Letizia Moratti: "Trovo triste il tuo declino". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 09 novembre 2022

Cara Letizia Moratti, ho appreso con sgomento della tua decisione di trasferirti nel cosiddetto "terzo polo", che in realtà è il primo pollo della politica patria. A tutti è noto che sei persona intelligente ed esperta, cosa che in questo momento suona come una aggravante perché non ti ha evitato di compiere una enorme stupidaggine. Quella di lasciare il centrodestra maggioritario per approdare in un circolo di illusi che ritengono di poter vincere le prossime elezioni regionali. Spero che le mie parole non siano offensive. Noi due ci conosciamo da sempre, sei stata il migliore presidente della Rai ai tempi di Berlusconi imbattibile, un paio di volte ministra, ti sono grato per avermi spesso invitato a cena in casa tua, soprattutto non posso dimenticare che mi hai gratificato con l'Ambrogino d'oro, un riconoscimento probabilmente immeritato. Quindi questa mia epistola non è ispirata da antipatia nei tuoi confronti. Tra l'altro ho ammirato il tuo lavoro utilissimo nel ruolo, non secondario, di vicepresidente della Regione Lombardia.

Il problema è che la tua uscita dal centrodestra ti porterà soltanto tribolazioni poiché non ti consentirà di raggiungere alcun obiettivo. Te lo dico con franchezza, anche se non capisco nulla di politica, tuttavia ho molta dimestichezza con i numeri e ciò mi permette di anticiparti che rimarrai delusa dai risultati delle urne, per il semplice fatto che il gruppo da me definito "primo pollo" non ti agevolerà nell'ottenimento dei consensi indispensabili per importi. Trovo triste il tuo declino, per di più frutto di una scelta dissennata, francamente incomprensibile. Non mi giudicare traditore della nostra antica amicizia, semmai sono io a dolermi e a sentirmi tradito da una donna meravigliosa comete, capace e tenace. Non riesco neanche a immaginarti seduta accanto a chi non sarà mai in grado di assegnarti il posto cui aspiri.

Ti consiglio disinteressatamente di lasciar perdere proprio perché non vorrei assistere a una tua sconfitta sul campo, la quale mi riempirebbe di amarezza, sapendo che il tuo livello è tale da non farti meritare un declassamento bruciante. Dammi retta, torna indietro, rientra nel centrodestra e rimani accanto a Fontana come sua brillante vice. Non umiliare la grande carriera che hai alle spalle. Cara Letizia, sei ancora a tempo per realizzare una elegante marcia indietro, andando poi avanti nella tua strada che non prevede deviazioni a sinistra. In ogni caso ti auguro buona fortuna. Mi piacerebbe che coronassi il tuo percorso con un altro trionfo. Certamente non ignoro che un pentimento in corso d'opera implichi un grande sforzo. Ma a te la forza non manca. Spero non ti manchi nemmeno il coraggio di riparare ad uno scivolone macroscopico. Un abbraccio. 

Caos Lombardia. Moratti, da destra a sinistra: quant’è provinciale la giravolta. L’ex sindaco di Milano si dimette da assessore alla Sanità. Polemica con Fontana, che la sostituisce con Bertolaso. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 3 Novembre 2022.

Nella cara vecchia contea dove da decenni vegeta chi scrive, si potevano vedere tenerissimi capolavori politici a dimensione locale. C’era ad esempio una volta, non tanto tempo fa, una anziana molto ambiziosa, sui settanta, che passava da un incarico all’altro, non mancava mai e finì per ritrovarsi assessore allo svago con il centrosinistra: organizzava trattenimenti un po’ naif, un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi, che siam cresciuti al borgo, le salamelle in piazza, le bicchierate, la politica a bocca piena di stampo Cetto La Qualunque che piace in campagna e anche sulla spiaggia.

Da sinistra a destra

Ma poi l’idillio s’inceppò. Aveva la madama un figlio, ch’ella cresceva da madre e da mentore, politicamente lo cresceva, e intendeva lanciarlo nell’agone. A quel punto il centrosinistra, di cui la volitiva signora era elemento di spicco, la considerò di spacco, insomma non volle la prosecutio dinastica: apriti cielo! La politinonna si stracciò la veste progressista per subito infilarne una conservatrice. Partì con una campagna dai toni asperrimi, parea al volgo sentir la più furibonda delle reazionarie, oh, così spietata coi comunisti – che non avevano voluto il virgulto: il quale, infine, fu eletto, core de mamma, trionfo della country politic, magari non lineare, ma coerente di sicuro: coerente nella family, naturalmente a tutto servizio della (microscopica) collettività.

E così l’erede prese a sindacare, galleggiando più male che bene, in modo non dissimile dagli infidi oppositori, che poi qui compagni o camerati son tutti amici e compari trasversali di scuola, di parentela, di bar, sapete come funziona nei posti in scala ridotta, nei borghi e nei villaggi. Alla fine, perì anche l’esperienza del delfinotto ormai capace di nuotare per conto suo (anche se, si mormorava, sempre con la mamy quale prima consigliory), e quel gran genio del figliolo non trovò più spazio in una destra, ohibò, troppo destra, o troppo poco, non fu mai capito: fuoco e fiamme tuonava la sempre più canuta, ma non ancora doma, genitora, minacciando un clamoroso ritorno nell’alveo primigenio della sinistra. Clamoroso per pochini, ma non per tutti.

Ecco, questa è la politica  dei minuscoli centri, qualcosa che, a raccontarla, fa quasi tenerezza e uno non vorrebbe mai affondare il colpo, non tanto perché qui ci vive, ma perché insomma, dai, siamo seri, non ne vale la pena. Mettila come vuoi, qui va così. Perché è una località balneare sempre meno balneare, piccola per noi, troppo piccolina, bicchierate in piazza e ciascuoli affettati su piatti di plastica, sic et semper in saecula saeculorum amen.

E anche a passare da destra a sinistra, da sinistra a destra uno non se ne accorge perché è sempre la stessa roba, gente così, i famosi sette gradi di separazione ridotti a uno, massimo due e comunque mai distanti, qui la consigliera piddina può farsi fare i lavori in casa dal nostalgico andato a Predappio e nessuno ci trova niente di male perché alla fine “semo tutti brava jende”, “semo tutti cuscì”.

La politica di provincia (e Moratti)

Cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che in provincia, anzi nella provincia della provincia, anzi nel profondo del paese della provincia della provincia, la politica è questa roba qua: a pendolo, oscillazione perpetua, destra-sinistra, sinistra-destra e va bene, va bene così. Mica, per dire, in Lombardia; mica a Mediolanum, caput mundi, dove c’è di quella bella gente che, beh, fa rima con coerente, che quando arriva “si staffa”, per dire si circonda di personale all’altezza, altezza Pirellone, e a uno non verrebbe mai in mente di piantare così, sui due piedi, la destra di cui fa parte per mettersi con la sinistra di cui ha detto peste e corna. Scoprendo nel lampo di un attimo che questa sinistra non è poi così male, confrontata alla destra intollerabile, affarista, qualunquista, fascista, ohei, tì, come allo stralunato Cosimo diceva la trans Gilda in “Un amore difficile” (da “Sessomatto”, Italia, 1973, commedia/erotico a episodi, regia Dino Risi, distribuzione Regionale, durata 120, principali interpreti Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Alberto Lionello).

No no, qui la politica, capitemi, a Mediolanum, Lombardia, l’è una roba seria, compagna alla moda, come la movida, qui si scherza minga, qui l’è tutto un correre, “cadde un soldino e perirono nella mischia”. Una politica rigorosa, concreta, cari miei, fatta inscì ben, dove di sciurette settantenni a pendolo ghe n’è minga, perché quella l’è una roba da terun, da zulù, qui ci abbiamo il quid, questa l’è la capitale morale d’Italia, signora mia, certe bicchierate a pendolo le lasciamo ai provinciali, che son 4 gatti, monatti, mò matti, mò ratti, sapessi com’è strano, saltar dal Pirellone, a Milano, sui Navigli, ti meravigli? Max Del Papa, 3 novembre 2022

Letizia Moratti vira a sinistra? "Invidiosa di Giorgia Meloni". Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 03 novembre 2022

Letizia Moratti lascia il centrodestra e si offre come salvatrice della sinistra a corto di uomini ma anche di donne. «Sarò la vostra Giorgia Meloni» lascia intendere la première dame milanese, che ieri si è dimessa da vicepresidente della Regione Lombardia, dove l'aveva imbarcata in piena emergenza Covid Berlusconi, che già in passato le aveva affidato Rai, ministero dell'Istruzione e carica di sindaco di Milano. Ma la riconoscenza non è merce comune e così la signora ha rotto lo specchio magico nel quale si rifletteva ogni mattina e che alla domanda «Chi è la più brava del reame?» si ostinava a risponderle «Meloni».

Il suo progetto è chiaro: divenire - visto che come ministra del nuovo governo è stata respinta - presidente della Lombardia al posto di Fontana, in scadenza a marzo e che giustamente aspira al secondo mandato. Per riuscirci, la Moratti ha bisogno dell'appoggio di larga parte della sinistra: quello di Calenda già ce l'ha, il Pd ufficialmente si defila ma sotto sotto qualcuno di importante - si dice perfino il sindaco di Milano Beppe Sala - pensa che lei sarebbe forse l'unica in grado di avere qualche possibilità di successo. Una donna di destra, per di più miliardaria, a capo della sinistra operaia lombarda sembra un paradosso, ma da quelle parti sono abituati a fare di necessità virtù e soprattutto non hanno donne - oggi il genere va di moda-, all'altezza della sfida.

Entrambe - sinistra e Moratti - sono pronte a dimenticare quel brutto episodio, quando la signora - era il 2006 - dovette abbandonare il corteo del 25 aprile al quale partecipava spingendo la carrozzina del padre, Paolo Brichetto, ex deportato a Dachau e medaglia d'oro della resistenza, perché contestata al grido di «Milano ti ripudia». Dettagli, la vita continua e si perdona ma il fatto è che, se la signora non desisterà dall'impresa, cosa difficile, e deciderà di candidarsi anche senza l'appoggio del Pd, vorrà dire che il suo vero intento è solo fare perdere il centrodestra per vendicarsi di non essere stata lei la prima donna presidente del Consiglio. Non credo ci riuscirà, ma il solo pensarlo è imperdonabile.

Milano, in stazione Centrale i bivacchi dei pusher: «Scippi ed elemosina, lavorare non ci serve».  Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2022.

I dintorni della stazione nelle quattro ore di chiusura: «Basta lavorare, tanto ci date da mangiare». «Vuoi questa catenina? Fidati, non è rubata». I blitz e gli arresti

Urlano sbilenchi alla luna, tirano di boxe contro i cartelli stradali, pedinano le ragazze, «sei bella, ti voglio fare», offrono hashish, marijuana, cocaina, eroina e puntano ad altro, del resto parlano veloce e parlano tra loro ché in principio sono spacciatori ma subito diventano predatori: la minima confidenza concessa dal prossimo, ingenuo oppure distratto che sia, e fulmineo cade l’accerchiamento. 

Per prendere cellulare, portafoglio, chiavi. Uno blocca, l’altro fruga, entrambi vanno in dissolvenza. Su cosa e quanto ci sia in zaini, tasche e borsette, zero pregiudizi: basta che si arraffi. 

Qui, soltanto gli orari sono prestabiliti, cioè prima di mezzanotte e da mezzanotte alle quattro, quando la stazione Centrale chiude e riapre lasciando fuori nei 240 minuti i delinquenti dello spaccio, degli scippi e delle rapine, e insieme i viaggiatori che han perso il treno, non hanno soldi per l’albergo dunque attendono l’alba, e i migranti appena sbarcati in Sicilia, in transito senza zaino né ricambio per il confine di Ventimiglia e al telefono con i passeur, e gli eterni destinatari di ordini di espulsione, e gli abituali placidi anziani barboni: gambiani, tunisini, nigeriani, italiani, senegalesi, egiziani, pachistani, marocchini, afghani, ivoriani, eritrei, maliani, sudanesi. 

Ovvero le persone che abbiamo incrociato dalle 21.48 alle 5.17 fra topi bolsi come nutrie, l’incessante fatica degli spazzini per rimuovere il pattume, i premurosi militari del presidio fisso dell’Esercito che raccattano turisti spaesati e se li portano vicino alle transenne intorno alle camionette, dove peraltro giacciono anche, stavolta di loro scelta, clochard che non vogliono guai, più pericolosi del gran freddo. Quattro gradi, un’altra Milano, o meglio un pezzo della Milano reale. Questa.

Volti strafatti

Alle 22.23, sul lato di piazza Luigi di Savoia, nel parcheggio dei taxi contiamo 5 vetture per 47 persone in coda, e 5 diviso 47 determina il risultato di 0,10 taxi a testa. Solita, perfino noiosa storia. 

Ancorato a due pali, uno striscione di quelli che, forse, capiscono soltanto i tassisti: «A Firenze uniti e compatti, a Milano nascondi le sigle e non combatti». 

Procediamo. 

Nella confinante piazza Duca d’Aosta si sommano approcci bisbigliati da volti strafatti: «Amico vuoi fumare? Fuma, fuma!». Uno, due, dieci. Sono tanti, troppi, sicché risulta un rivoluzionario questo signore del Niger che ugualmente bracca i passanti; vende calze, sigarette e accendini, apre il cellulare sulle foto, un’infilata di selfie di lui sporco di vernice: «Sono un imbianchino a chiamata. Quando non mi chiamano, che purtroppo è spesso, provo a tirare su un po’ di soldi per mangiare». 

Nella zona del McDonald’s, che chiude alle 2, un bar con orgoglioso tricolore sull’insegna. Una grappa classica, 8 euro. Dopodiché, nonostante il locale sia vuoto, «ehi mister, se ti siedi però sono 12 euro». Un decaffeinato costa 3 euro. Sudiamo assai all’idea di leggere il menù della cena. Il tariffario serve — o almeno è un’ipotesi — a pagare la security oltre che a svuotare i turisti, e scoraggia gli accessi indesiderati, che per l’antitetica politica dei prezzi sono la costante del McDonald’s, un’ulteriore geografia nelle scorrerie della fascia diurna 18-19 votata ai borseggi. Il personale è stremato dall’orda dei balordi i quali con il denaro di droga, scippi e rapine, e certo dei borseggi, guardati con vergogna e pena dai connazionali riders — cappelli e sciarpe annodate sopra, doppi guanti termici — in attesa dei sacchetti delle consegne, ecco ordinano vassoi da indigestione, si svaccano ai tavoli con aria da re del pianeta, molestano le donne. 

Al netto dei complicati tentativi d’imbastire dialoghi con tali ombre, un quarantenne concede infine la grazia: «In giro trovi vestiti e cibo gratis; preti e volontari aiutano; prima mi ammazzavo nei mercati, adesso non faccio niente, sto in pace. Comandiamo noi» scandisce da autoproclamato capopopolo. Ci molla per pubblicizzare della marijuana a una coppia di fidanzati in marcia verso l’ingresso della stazione; tremano avvinghiati come dopo un temporale sulla spiaggia. 

Le 23. Sono transitate pattuglie della polizia, e prima era toccato ai carabinieri. Per fisiologia urbana, la stazione è anche un luogo di parassiti e spietati; siamo a Milano, mica in un villaggio de finibus terrae; le operazioni delle forze dell’ordine, coordinate dal prefetto, sono molteplici ma non si campa demandando ad esse qualsiasi — ormai è prassi — problema; per braccare i balordi, individuare lo stupefacente imboscato, identificare uno senza documenti e con mille alias, scrivere le carte imposte dalla burocrazia, farsi autorizzare dai magistrati eccetera, sovente se ne parte l’intero turno. Il resto sono chiacchiere da salotti televisivi.

Scarpe fradicie

Dentro la Centrale, un foglio annuncia la scomparsa, dal paese svizzero di Saas-Almagel, d’una 62enne. Era andata a salutare la figlia, indossava un giaccone da sci. Sulla sedia davanti, una signora africana strofina i piedi nudi sul pavimento e si gratta furiosa i lunghi nodosi capelli. Otto profughi pachistani circondano una postazione dei biglietti, scorrono le mete e litigano. 

Un senegalese estrae guardingo una catenina: «Cento euro». L’obiezione sulla provenienza dell’oggetto gli innesca l’ira: stringe il pugno, si ferma e augura la buonanotte. 

Il tabellone annuncia l’ultimo treno, per Pavia. Chi doveva prenderlo ha superato i tornelli; i rimanenti debbono smammare, la vigilanza è implacabile. Imminente la chiusura anche della stazione del metrò: le scale sono frequentate da ragazzi che reggono poster pubblicitari, di quelli sulle vetrine dei negozi. Sono le coperte. Coperte di carta, di plastica. Prima di stendersi in superficie sulle grate, si scaldano i piedi. Uno s’accascia su un gradone e l’altro gli strofina il dorso sembrando un lustrascarpe chino sul cliente. Le scarpe sono da tennis, pertanto inutili: s’infradiciano e spaccano. 

A venti metri un marocchino sfila le Nike da runner, mostra l’alluce congelato. 

A trenta metri esplodono disumane grida: un italiano in bici insegue un nordafricano che corre, l’ha derubato dei 15 euro per la dose. La gara è vinta dal pedone; il ciclista pretende che i militari lo bracchino all’istante. Un barbone riferisce sputando la zona della fuga. Via Scarlatti. Dritta inutile. Nel percorso, foglio sul muro: «Smarrita valigetta, offro 100 euro a chiunque la ritrovi». Conteneva «un apparecchio dentale che ovviamente ha valore solo per il sottoscritto». Degli oltre 300mila quotidiani passeggeri della Centrale, nessuno ha strappato le strisce di carta col numero del contatto telefonico.

Piatti vuoti

Alle 3.10 spunta un gatto, vaga e sbadiglia. Il tram numero 5 scarica viaggiatori in ritardo ieri e in anticipo oggi: ragazze spagnole, pensionate romene. L’altro giorno c’erano cinquanta messicani, attendevano il primo pullman per Orio al Serio. Un soldato ricorda che avevano organizzato un torneo di poker e, storditi dalle birre, volevano coinvolgere gli spacciatori; per carità, «gli abitanti della giungla... Che sia una giungla è evidente; che siano abitanti stanziali, beh, ancora di più». 

Il presidio dell’Esercito è dalla parte del Gallia, l’hotel di lusso infiocchettato per Natale; sembra davvero d’essere lontani: gli alberi ospitano stormi di uccelli che non smettono di cinguettare. L’omone della sicurezza, africano, dice che è un’abitudine, ma alle 4 si zittiscono a causa dei colpi di sonno. Sorride felice, parentesi in questo disgraziato incedere. 

Le 4 (per l’esattezza le 3.57): riapre la stazione. I migranti a terra si trascinano negli androni. In uno dei bivacchi, piatti di plastica. Contenevano del pane e mezze mele, i piatti paiono nuovi. Non una briciola. Uno spacciatore s’allontana. In strada mima di sparare agli automobilisti, con la bocca fa come nei fumetti: «Bang». Approda in via Benedetto Marcello. Giardini dei bimbi. Si presentano suoi compari ubriachi. Svengono sugli scivoli. 

Ovunque altrove è già una Milano di fatica, egiziani e marocchini trascinano fuori dai cortili la spazzatura e preparano le scope per pulire le scale; negli appartamenti, infastiditi dal rumore abbaiano i cani, lesti a risprofondare ronfando nei cuscinoni se non direttamente sui matrimoniali.

Gianni Santucci per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2022.

Osservate la scena. Come? Non notate niente? Comprensibile. No, non concentratevi sui due ragazzotti che fumano, tralasciate il rider con la sacca di Glovo, e lasciate perdere quei due uomini con la cravatta slacciata. Lasciatela scorrere, questa vita cittadina che non potrebbe essere più normale, alle 19 di un lunedì, nel più tipico quartiere di media borghesia di Milano: via Piero della Francesca, davanti alla parrocchia San Giuseppe della Pace, zona Sempione, vicino alla sede Rai. 

Negozi, uffici. L'ora in cui le famiglie stanno andando verso casa per la cena. Ecco, in questo scenario del tutto ordinario, guardate quell'auto: Mercedes Classe A, nera, ferma con le quattro frecce, proprio davanti alla parrocchia. Un uomo sulla cinquantina al volante. Anonimo. E ora quel tizio altrettanto anonimo, più giovane, pantaloncini e maglietta nera, che esce da un ottico, attraversa la strada e sale in macchina. Partono.

Niente di strano, vero? Vero. Ma fidatevi di chi ha l'occhio: e ipotizza, dubita. Fiuta. «Seguiamola». (Siamo su un furgone. Abbiamo un'altra auto. E tre motorini. Sette uomini. Poliziotti, artisti del mimetismo urbano, capaci di affollare all'improvviso un quadrante cittadino di 50 metri quadrati senza che nessuno se ne accorga; Angelo, Totò, Ale, Paolo, Enzo, Antonio, Massimiliano; Squadra mobile, sesta sezione, «Contrasto criminalità diffusa», che in buona parte vuol dire anti-spaccio).

Bene, adesso tornate a fissare la Mercedes. Ora sapete che lo sciame invisibile dei poliziotti gli ronza intorno. L'auto nera La macchina parte. Svolta. Via Bullona. Palazzine basse. Balconcini fioriti. Giardinetti alberati. Milano curata, e riservata. Piazza Caneva. C'è traffico. «Stai vicino» (è Angelo che parla al collega che guida, gli altri sono connessi in una telefonata in vivavoce). Attraversiamo Mac Mahon. Quartiere appena più popolare. 

 La Mercedes entra in via Delfico. Paninoteca, bar, panificio. All'improvviso: una traversa a destra, strada chiusa. «Hanno svoltato. Noi col furgone dobbiamo toglierci dalla vista. Ale, guarda tu». Col furgone, avanziamo: sosta davanti al Conad, poco più avanti. Ale resta lì, sul motorino. Telefonata in diretta: «Il passeggero è sceso ed è entrato in un palazzo». «Aspettiamo». Passano quattro minuti. «È uscito. Risale in macchina. Partono».

Il gruppo riaggancia la macchina in movimento. Momento di dubbio. «Non abbiamo visto scambi, così non abbiamo niente». «Ma 'sti movimenti sono strani. Secondo me gli ha portato giù qualcosa». «Può essere». Nel frattempo la Mercedes torna verso il centro. Sfila lenta su corso Sempione. Poi via Melzi d'Eril, via Canova, via Pagano. Qui Milano diventa nobile, elegante, napoleonica.

«Ecco, si ferma». Il passeggero scende. Resta alla fermata del tram. La Mercedes si allontana. Ora sono due obiettivi separati. Anche lo sciame si smembra. Ultime perplessità, sempre in chiamata multipla: «Che facciamo?». Attesa. Poi, Angelo: «Basta. Li fermiamo e vediamo». La Mercedes viene bloccata in piazza VI Febbraio, sotto i grattacieli di Citylife. «Tranquillo, siamo la polizia, scendi». «Ma che succede?». 

«Non preoccuparti. Hai qualcosa in macchina?». «No, ma che scherzate?». I clacson degli altri automobilisti scandiscono una ventina di secondi. Totò fruga nel porta oggetti dello sportello della Mercedes. Tira su la testa. Si gira. Alza la mano con un sacchetto: «E questa?». «Ah, cazzo». Silenzio. Resoconto del servizio. Guidatore della Mercedes (spacciatore): 48 anni, disoccupato, incensurato, ex barista, residente in zona, 39 palline di cocaina, totale 18,8 grammi.

Passeggero (spacciatore/piccolo fornitore): 32 anni, operaio in una nota azienda pubblica, 480 euro in tasca. Perquisizione in casa, un'oretta dopo: busta trasparente identica all'altra, 31 palline di cocaina (15,1 grammi), più altri 35,5 grammi ancora da confezionare, due bilancini. In questura, entrambi racconteranno la balla di non essersi scambiati quella droga. Interessa molto di più quel che spiegheranno tra poco.

L'assegnato per questo articolo era: raccontare una serata/nottata in una «piazza di spaccio». Ma se qui a Milano le palline di cocaina ruzzolano di mano in mano già a metà pomeriggio, già il lunedì, tra bambini che escono da scuola e impiegati che entrano nei supermercati, allora bisogna allargare l'obiettivo. Che senso ha parlare di «piazza», di un luogo delimitato, magari un quartiere, o un caseggiato di radicata malavita, se l'intera città è una piattaforma ansiosa di un paio di righe?

E così non serve neanche andare a cercare di notte, non bisogna guardare alle fameliche feste high society coi vassoi pieni, o alla ciurma sfatta delle discoteche frequentate da mezzi vip, o (all'opposto) alle periferie dove i pusher di strada sono spesso maghrebini e gli acquirenti un po' balordi, perché tutti questi mondi (che pure esistono, e col naso continuamente spolverano) sono in qualche modo stereotipi: buoni per dire che lo stupefacente sta da un'altra parte, nelle piazze di spaccio appunto, ai margini della città «normale». Invece la piazza non esiste. 

O meglio: ogni strada è piazza. L'intera città è agorà. E il consumo non è eccezione, ma banalità. La pallina di coca recapitata a casa per 40 euro alle 20 del lunedì, prima di sedersi a cena. Normalità. Ve la possono raccontare loro, i due della Mercedes. Meglio di chiunque altro. Anche se adesso hanno le manette ai polsi (è Angelo che dialoga con loro, perché non vuole solo arrestare, vuole anche capire, il suo lavoro lo fa così da sempre). 

Guidatore: «Stavo iniziando a fare il giro. Mi chiamano sul telefono "del lavoro". O mi mandano un WhatsApp. Ogni pallina la prendo a 30 e la vendo a 40. Sono amici. Di base impiegati, lavorano in ufficio, gente normale. Tutti tra i 40 e i 50 anni. Scendono, salgono un attimo in macchina, pagano, prendono e ciao. Tutto molto tranquillo. Il mondo è marcio. È inutile dire alla gente di non drogarsi. Te lo posso dire io che ho la tachicardia, che ci sto annegando dentro. Sono tre anni che vendo. No, non mi avete mai beccato. 

Quanto ci metto a dar via quaranta palline? Boo, dipende, magari una settimana. Avete preso uno spacciatore anomalo (qui c'è da credergli, l'uomo mostra schiettezza e una certa sensibilità, ndr ). Sono depresso, da quando ho perso il lavoro. La depressione è proprio una cosa brutta. Vendo per usare. La cocaina non è una droga che mi interessa. Per me è un anti depressivo.

Quanta ne faccio? Mah, un grammo e mezzo, due al giorno. La prima riga al mattino. Se andate a casa mia trovate solo lo specchietto su cui stendo. Tranne un po' di spese, di base tutto quello che guadagno me lo pippo». «È normale» Altra stanza, altro arrestato, altra voce (tenta di far credere che la cocaina gli sia caduta in casa dal cielo): «Uso? Sì, ogni tanto. Quando sono in giro, nei locali, magari in Sempione. Esci, fai due bicchieri, ci sono gli amici e fai anche una riga. Secondo me è così in tutta Milano. O almeno, quella che conosco io è così, e io giro abbastanza. Posso smettere? Sì, certo. Però forse no. Se esci la sera, poi capita». 

Due voci, due facce, due impieghi della sostanza. Cocaina anti depressiva, cocaina ricreativa. Confini labili. Palline per alleviare il nero della città, palline per accentuarne la socialità. Anche per questo forse l'attenzione sociale è nulla. Mal comune, nessun allarme. Per dire, qualche sera prima di questi arresti, nella stessa zona, una signora è scesa in vestaglia a comprare da un pusher albanese. L'ultima frase è ancora dello «spacciatore anomalo»: «Quando ho iniziato? Tanti anni fa. Lavoravo in un locale. Sai come va... Giustamente ci cadi dentro». Pausa. Si corregge. In realtà, non intendeva dire che sia giusto: ma che è «normale».

Milano, l'università dei furti di Rolex. Dopo i napoletani, i franco-algerini: lavorano a piedi in gruppo. Turisti nel mirino. Paola Fucilieri il 18 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

«Sì, negli ultimi sei mesi abbiamo notato una lieve recrudescenza di questo tipo di reato, tipicamente predatorio, ma va detto che anche l'azione di contrasto agli scippi degli orologi di lusso non è mai stata così penetrante: noi della squadra mobile, anche con le pattuglie in moto dei Falchi, insieme ai colleghi del commissariato Centro, tra agosto e settembre, abbiamo arrestato ben 16 rapinatori di orologi di lusso... Credo non sia una cifra da poco in un tempo tanto ristretto, no?».

Reati e risultati. Azione criminale di alto livello da una parte, dall'altra azione di prevenzione e repressione calibrate in una sintesi di servizi e operazioni distribuite tra le varie squadre, gli uffici, i commissariati. Milano è così: risponde sempre a tono, quasi fosse un obbligo, un dovere ancora più dovere. Non che altrove le forze dell'ordine non si impegnino al contrasto dei reati predatori, ma è chiaro che qui la sfida è sicuramente maggiore, quotidiana, senz'altro incessante. In questura poi il questore Giuseppe Petronzi dal suo arrivo in città ha creato un team di grande collaborazione tra i suoi dirigenti, che naturalmente lavorano come se i risultati di un ufficio confluissero nell'altro. Marco Calì, 53 anni, da tre dirigente della Mobile, con i suoi investigatori, è senz'altro uno degli assi portanti di questo team.

«Gli scippi di orologi hanno subito una evoluzione, è sotto gli occhi di tutti - ci spiega - Prima erano appannaggio praticamente esclusivo delle batterie di napoletani-trasfertisti che arrivavano con i loro motorini oppure trovavano gli scooter già pronti qui, con le targhe contraffatte, intestati a prestanome. Questi malviventi usavano la tecnica dello specchietto, lo spostavano, il guidatore sporgeva il polso ed era fatta. Ora la gente si è fatta più furba: o non abbassa il finestrino o mette l'orologio sul polso destro. Così i rapinatori aspettano che la vittima scenda dalla propria vettura e l'assaltano: del resto si tratta di un'azione fulminea, di pochi secondi, strappandolo l'orologio cede subito».

Negli ultimi sei-sette mesi il parterre degli autori degli scippi di Rolex però si è allargato, abbozziamo, e ai napoletani si sono aggiunti i franco-algerini... «Esatto - conferma Calì - I predatori sono ragazzi molto più giovani che, bypassata la tecnica del motorino che scivola nel traffico, agiscono spesso a piedi, in gruppi di 4-5 e preferiscono individuare le vittime appena uscite da boutique di alta gamma, magari dopo acquisti a parecchi zeri o nei pressi di alberghi di lusso: per aggredirle sfruttano l'effetto sorpresa. Alcuni di loro (perlopiù egiziani e magrebini) avvicinano la vittima fuori dalle discoteche e dai locali, in zona corso Como, quando è reduce da una serata di divertimento e ha le difese naturalmente più basse. Fingono di chiedere una informazione, l'ora, accerchiano la persona con fare suadente, alcuni addirittura è come se ballassero... Quindi strappano l'orologio e scappano».

C'è un'altra particolarità che contraddistingue questa nuova tipologia di rapinatori di Rolex. Calì conclude spiegandocela: «I napoletani in scooter urtavano essenzialmente al tipo di orologio specifico che riconoscevano prima del colpo, mentre ultimamente è cambiata la prospettiva: dallo scippo di un orologio di un ben preciso modello e quindi valore economico, ora gli autori di questo tipo di reato vengono attratti soprattutto da una situazione globale nella quale la vittima designata potrebbe anche indossare un pezzo importante. In una indagine appena terminata con il commissariato Centro abbiamo notato che i rapinatori solo nella fase successiva al colpo, andavano a controllare su internet la marca dell'orologio (e quindi il valore) che erano riusciti a scippare: infatti è capitato che rapinassero anche pezzi di scarso valore».

Lo smog a Milano strada per strada: cappa sopra le scuole, aria fuorilegge per il 50% dei bambini. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 17 Ottobre 2022

La mappa interattiva elaborata dai «Cittadini per l’aria». Nella zona di piazzale Loreto la concentrazione media di biossido di azoto è di 55 microgrammi per metro cubo, cinque volte il limite indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità 

A sinistra la mappa della concentrazione di biossido di azoto (No2) a Milano, un gas tossico di colore rosso bruno; a destra il valore registrato a piazzale Loreto

A ridosso di piazzale Loreto (uno dei quadranti più trafficati e inquinati della città) c’è una dozzina di scuole. Le migliaia di bambini e ragazzi che le frequentano respirano un livello di biossido di azoto intorno ai 55 microgrammi per metro cubo come media annuale. La legge europea impone di non superare il limite di 40. Le linee guida aggiornate invece dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021 dicono che per proteggere la salute la soglia dovrebbe essere molto più bassa, 10 microgrammi.

Sono questi i limiti che bisogna tenere a mente quando si prova a navigare sulla mappa di Milano appena elaborata dall’associazione Cittadini per l’aria: alla cartina della città è sovrapposta la «nuvola» dell’inquinamento da No2 quasi strada per strada (con una definizione per quadrati da 50 metri per lato) e si vede infine la collocazione delle oltre mille scuole, dagli asili ai licei, dalle pubbliche alle private. Moltissime, come si nota già a colpo d’occhio, sono collocate proprio nei pressi delle grandi arterie di scorrimento, quelle che per livello di smog sono un reticolato di viola intenso.

Se questa è l’immagine, la traduzione in numeri della rappresentazione visiva dice che oltre 110 mila bambini e studenti respirano ogni giorno aria nociva, con un livello di veleni molto al di sopra dei limiti di legge. L’altro 45 per cento delle scuole si trova in zone o quartieri che rispettano quella soglia, ma sono appena sotto: l’aria che si respira, anche lì, è dunque gravemente tossica stando alle raccomandazioni dell’Oms.

La mappa dell’No2 dei Cittadini per l’aria sarà da oggi sul sito dell’associazione e permette un doppio livello di consultazione. Oltre alla ricerca sulle scuole, può essere consultata anche per indirizzo, ad esempio di residenza o di lavoro, e restituisce sia i livelli di inquinamento, sia le stime di quali possano essere i danni per la salute con riferimento alle ricerche scientifiche più aggiornate, dunque l’aumento del rischio di mortalità e di infarto per gli adulti e l’asma le patologie respiratorie per i bambini e i ragazzi. La mappa è stata elaborata sfruttando un meccanismo di intelligenza artificiale e anche sulla base dei dati raccolti da centinaia di milanesi che hanno aderito ai progetti si scienza partecipata dei Cittadini per l’aria.

Secondo l’ultimo report dell’Arpa sulla qualità dell’aria in Lombardia, a differenza di altri inquinanti come le polveri sottili, per i quali negli ultimi anni si è verificata una progressiva tendenza alla riduzione che ha permesso di rispettare alcuni parametri di legge, la concentrazione media annua di No2 a Milano è stata di 44 microgrammi per metro cubo nel 2021. Ha spiegato Francesco Forastiere, tra i maggiori epidemiologi italiani, da poco premiato per i suoi contribuiti dalla «International society for environmental epidemiology»: «L’inquinamento colpisce soprattutto i più deboli: i bambini ancora nel grembo della mamma, riducendo la loro crescita, i bambini nei primi anni di vita, aumentando la frequenza d’infezioni respiratorie, provocando crisi di asma, ritardando la crescita cognitiva e l’apprendimento; infine gli anziani, con l’aumento di problemi respiratori, cardiovascolari e neurologici, favorendo una mortalità precoce. Si tratta di un pericolo infido e sottile, difficile da riconoscere, che però la scienza è stata in grado di scovare. Le azioni per evitare questo insidioso pericolo sono tante, basta avere il coraggio di applicarle».

Andrea Galli per corriere.it il 10 ottobre 2022.

Gli ultimi, beninteso in ordine cronologico, saranno presto i penultimi. Il panorama delle gang giovanili è dinamico, affollato; la sequenza di azioni violente e i conseguenti arresti, da un lato concludono parabole di formazioni criminali ma dall’altro lato quasi spingono nuovi volti ad affacciarsi e, daccapo, a percorrere piste nere. Per esempio, ecco gli adolescenti racchiusi nel gruppo «Bvsc», ai quali i carabinieri del Comando provinciale di Milano, nell’aggiornamento del loro sofisticato dossier letto dal Corriere, dedicano ampio spazio.

In un’operazione di mappatura, di letture del territorio, di acquisizioni informative che, forse, ed è ulteriore elemento che esplica la gravità del quadro, in città non si vedeva da tempo. Non c’è solo la faida tra le gang di «Simba la Rue» e «Baby Gang», e di «Baby Touché», che in conseguenza delle indagini culminate a fine luglio e l’altroieri potrebbero entrare in una parabola discendente (24 arresti complessivi). 

Dunque, «Bvsc». Un gruppo di venti ragazzi, di 16 e 17 anni, d’origine marocchina, tunisina, egiziana, residenti alla Bovisasca; il sabato e la domenica la geografia muta per il trasferimento in centro, a caccia di cocktail nei locali. Solito sistema di comunicazione (su Whatsapp), una costante spinta, nelle conversazioni e negli ampi sfoghi sui social network, non tanto a compiere reati a caso, bensì a vendicarsi. Vendicarsi magari di piccoli torti subiti da uno delle gang in classe o al campetto di calcio; vendicarsi magari contro coetanei che avrebbero avviato relazioni con ragazze del quartiere senza il permesso di quelli di «Bvcs». 

Nelle migrazioni metropolitane, la solita area di corso Como è la preferita. Dopodiché, non che sia un autentico percorso, pur se marcio, di studio, essendo più che altro vincolato a certe narrazioni di certi balordi del posto oppure a film del passato: però, nei discorsi, ricorrono omaggianti riferimenti a vecchie organizzazioni criminali. Clan italiani e stranieri. Un modello su cui puntare.

Bovisasca, periferia. Come periferia è la Bicocca. «Z9». Qui una cinquantina di minorenni, anche di prima media, e senza dominanti provenienze (albanesi, italiani, e di nuovo marocchini, tunisini ed egiziani), ha scelto la cosiddetta «Collina dei ciliegi» come base; un’alternativa è il centro commerciale della Bicocca. Forte, assai forte è l’odio razziale soprattutto contro coetanei filippini. Rispetto a «Bvcs», che però come anticipato è un fenomeno di fatto ancora embrionale, le indagini dei carabinieri su «Z9» ci svelano un’abbondanza di coltelli e di pistole ad aria compressa, tutte armi che accompagnano risse, rapine, danneggiamenti a macchine, motorini, biciclette, mezzi pubblici.

Le convocazioni per gli agguati sono istantanee, a chiamata su, tanto per cambiare, Whatapp: la missione, le parole d’ordine, il luogo prescelto e in un breve lasso temporale si materializza l’offensiva. Spesso, basta scorgere un filippino che ritorna a casa da scuola per innescare pensieri (e successivi gesti).

La musica come simbolo, come veicolo, la musica come strumento d’arruolamento. Sulla scia di «Simba la Rue», «Baby Gang» e «Baby Touché», eccoci a «El Kobtan», cantante rap e figura di riferimento per la banda «Ko Gang». Quartiere Adriano, elaborato sistema di propaganda diffuso proprio attraverso canzoni che mostrano persone con passamontagna e pistole, che pippano cocaina e sventolano banconote.

La formazione delinquenziale contempla non esordienti quanto piccoli pregiudicati reduci da risse, aggressioni a passanti, storie di droga, risse. Un profilo non dissimile da quello di «Z2» (in alternanza «20127»), pur se in misura ridotta (dieci-quindici unità), da collocare in via Padova e nelle sue traverse (Arquà, Clitumno), e da seguire negli spostamenti sulla ciclabile lungo la Martesana. Dal punto di vista sociale, ci sono ragazzini di terza generazione: furono i nonni i primi a emigrare, e già i genitori sono nati a Milano.

Se quelli di «Z2» o «20127» sono in misura esigua — il che non impedisce frequenza e pericolosità dei comportamenti —, «Z4 Gang/Crvt» è una formazione notoria per le massicce presenze. L’irrisolto quartiere Corvetto, uno di quelli che Milano continua a non voler vedere, è il centro di raccolta. In linea con una fissa per esempio di «Baby Gang», ci sono gli insulti contro poliziotti e carabinieri. I ragazzini del Corvetto vantano precoci esordi criminali con i successivi ingressi in comunità (e le immediate fughe).

Dal Corvetto a Calvairate. Con i «Z4» (o «20139», e come si vede la scelta dei nomi delle gang non è molto creativa, anzi). Costoro sono fra i più abitudinari: s’incontrano ogni benedetto pomeriggio all’esterno di bar e altri negozi, attraversano la città sui tram, battezzano un punto d’azione e mettono in atto una consueta tecnica, per la quale il più giovane del gruppo si avvicina alla vittima — un residente a passeggio —, si serve di pretesti banali come chiedere un’informazione o un accendino, e una volta stabilita l’immediata prossimità compaiono i complici che procedono alla rapina.

Di quello che c’è: cellulare, contanti, cuffiette; in mancanza di oggetti che soddisfino, la vittima viene costretta a prelevare consegnando il denaro. La minaccia d’una vendetta che sarà terribile — i ragazzini quando possono scrutano i documenti d’identità e memorizzano le coordinate — fa sì che, a volte, l’episodio nemmeno venga denunciato.

Striscia nel campo rom a Milano: "Fortezza dell'illegalità". Libero Quotidiano il 06 ottobre 2022

Striscia la Notizia ha deciso di accendere i riflettori su una situazione che le istituzioni fanno finta di non vedere ormai da anni. Rajae Bezzaz si è occupata del campo Rom di via Bonfadini a Milano: un triangolo di cinquemila metri quadrati, situato nella periferia sud della città, che è diventato una vera e propria fortezza dell’abusivismo. 

Non solo, perché il primo dettaglio che balza all’occhio, prima ancora di entrare nel campo, è la lunga fila di auto incendiate. “Non andate dentro, sono ubriachi - è l’avviso delle sentinelle del campo all’inviata di Striscia e alla sua troupe - se vai dentro il tuo lavoro è prendere gli schiaffi”. L’unico accesso è un sottopassaggio, il che rende il campo una fortezza inespugnabile. Lungo la strada si vedono moltissime auto incendiate, con materiali tossici che quindi si spargono a pochi metri dal mercato di frutta e verdura più grande d’Italia.

“Qua nessuno ha visto niente - ha dichiarato l’inviata - la maggior parte sono Fiat 500, ma perché sono smontate e incendiate? Si tratterà di auto rubate”. La conferma arriva una volta entrata nel campo, dove trova subito una macchina a cui è stato dato fuoco: la targa è ancora integra e facendo una ricerca risulta essere collegata a una denuncia per furto. “Come mai le istituzioni fanno finta di non vedere?”, è la domanda dell’inviata di Striscia.

Ha perso la fisarmonica, gli resta solo la faccia da mostro. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 20 Settembre 2022 

L’hanno cavato dal ventre della madre con un forcipe che gli ha devastato il volto, che è come un vaso storto; e nella sfigurazione i due occhi hanno perduto l’alloggiamento naturale: di modo che uno incombe, semichiuso, sulla guancia, all’altezza del naso; mentre l’altro, ciclopico, si apre e spinge sul confine della fronte. Conosco questo zingaro, come noi tutti qui della zona, da molti anni. Sta sempre nei pressi del “ponte”, come i milanesi chiamavano quello che ora è un incrocio di asfalto, e prima era invece una curva del Naviglio cavalcata, appunto, da un ponte. E ormai non più, ma ancora fin verso gli anni Settanta del secolo scorso, e dunque quando il Naviglio aperto non era più nemmeno un ricordo, i vecchi continuavano a darsi appuntamento “al ponte”, a fare due passi “fino al ponte”, a comprare il cotechino e la mostarda dal salumiere che c’era lì, ma sì, lì avanti, “dopo il ponte”.

Lo zingaro con la faccia di vaso storto e gli occhi disparati stava sempre lì, a un capo o all’altro del ponte che non esiste più, con una sua fisarmonica in grembo e al suo fianco, a terra, come una bocca spalancata, la custodia adibita a recipiente di elemosina. Ricordo che una volta stavo in piedi accanto a quel suo metro quadrato di palcoscenico, distratto, aspettando non so più chi, col mio cane al guinzaglio. L’animale, normalmente bisognoso di un orlo verde per lasciarsi andare, stufo o indispettito aveva pensato bene di alzare la zampa e di pisciare precisamente lì dentro, in quel bauletto aperto che era la povera banca dello zingaro. Me ne accorgevo a lavoro compiuto, cioè tardi. Desolato, non potevo far altro che scusarmi in tutti i modi con il suonatore: e gli allungavo del denaro risarcitorio. E la cosa terribile è che quello – che non era distratto come me, con la testa chissà dove – aveva assistito alla scena dall’inizio alla fine senza dire nulla, restando a guardare quel cane che gli innaffiava la custodia della fisarmonica. Ma ovviamente non era noncuranza.

Era che aveva paura, si sentiva in difetto, intruso, fuori posto, e il piscio del cane era una delle possibili avversità, uno degli ineluttabili contraccolpi da sopportare: uno, tra i tanti, dei pegni dovuti da un apolide con la faccia da mostro per suonare la sua fisarmonica su quel marciapiede. L’ho visto nuovamente ieri, sempre al “ponte”, accovacciato, ma senza la fisarmonica e senza la custodia che lui officiava a povero scrigno, e il mio cane, quella volta, a pisciatoio. Aveva invece, a disperato rimedio, e tentava con poco successo di tirarne fuori qualcosa, una melodica o diamodica che dir si voglia, quell’aggeggio a fiato con una tastiera e un beccuccio che normalmente si regala ai bambini.

Gli ho domandato come mai non avesse più il suo strumento e mi ha spiegato che gli si è rotto, che non si può riparare. E che non ha i soldi per comprarne un altro. Aveva una cosa, per chiedere la carità: la sua fisarmonica, e ora non ha più nemmeno questa. A chi passa, anziché un po’ di musica tra i clacson e il rumore del tram dove non c’è più il “ponte”, ha ormai da offrire solo quella faccia a guisa di anfora collassata, e lo sguardo divergente di quei due occhi partoriti ognuno per conto suo. Non ho idea di quanto costi una fisarmonica. Mi informo.

Iuri Maria Prado

La Milano by-night schiava di droga e sesso. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 Settembre 2022.

La modella è arrivata l’anno scorso dal Brasile, a 21 anni: sognava una carriera nella capitale mondiale della moda ed ha creduto alle promesse di uno dei tanti squallidi pr milanese 42enne, divenuto il suo compagno. Ma subito dopo i festini a base di droghe, i pestaggi, i rapporti imposti con altri uomini. Ma la persecuzione continua con la complicità della lentezza della giustizia

Si è appena chiuso il capitolo delle feste a base di droghe e sesso sulla Terrazza Sentimento organizzate dall’ imprenditore milionario Alberto Genovese, fondatore del sito Facile.it, che se ne sta per aprire un’altro grazie alla denuncia presentata venerdì scorso in procura a Milano dagli avvocati di una ragazza 22 anni, che lavorava come modella. “Sono vittima delle minacce e della droga. Mi ha somministrato benzedrina. Ho una lesione al naso, per la cocaina. Mi ha convinto a filmare i nostri rapporti sessuali: ha minacciato di inviare i video alla mia famiglia” .

E questa è la sua storia, rivelata dal Corriere della Sera. “Ho origini italiane. Nel marzo 2021 ho deciso di venire a Milano proprio per avviare la procedura della cittadinanza. Una conoscente mi ha fatto il nome di quest’uomo”. Un 42enne, attivo anche come pr nel giro delle agenzie di modelle. La base della presunta persecuzione è un appartamento in una bassa palazzina di una zona residenziale. A pochi metri, un’agenzia di casting. Adesso sarà il pm, insieme alle forze dell’ ordine, ad indagare sui fatti denunciati ed accertare gli eventuali reati. Leggendo la denuncia, è plausibile ipotizzare un giro stratificato, ampio, che presenta varie analogie con gli orrori di “Terrazza Sentimento” e dell’imprenditore Alberto Genovese. Ma appunto come dicevamo prima lo accerteranno gli investigatori.

Anche nello scandalo di Genovese c’era un p.r. al centro di tutti i racconti delle donne che partecipavano al party, come raccontava un anno fa il quotidiano La Repubblica (vedi qui) Una di loro, che chiameremo Natasha, ne ha delineato il ruolo: “C’era della droga alla festa – ha messo a verbale – ad un certo punto, c’erano due piatti a disposizione per tutti. Li ha portati vicino al bar Daniele Leali: in uno c’era 2CB, conosciuta come “coca rosa”, e nell’altro “Calvin Klein”, che è chetamina mischiata con cocaina“. Una figura da sensale, almeno secondo la versione della ragazza: “Credo che tutti si aspettassero che Leali la portasse in sala, nessuno si è spaventato o sorpreso della cosa“. Rassicurante, a modo suo. Tanto che Natasha, la notte del brutale stupro dell’amica, lo aveva preso a riferimento, per non correre rischi in quel delirio tossico: “Ho sempre seguito con i miei occhi il braccio destro del Genovese, Daniele Leali, per capire la situazione e se ci si poteva fidare“. Da chiarire che Leali nel processo a Genovese ed alla sua ex-compagna, non è stato mandato a giudizio. 

Proseguiamo con il racconto della modella. “Lui si è mostrato da subito gentile e premuroso, proponendo di ospitarmi. Mi sono trasferita come soluzione temporanea. Ha presto cominciato a drogarsi davanti a me. Mi ha proposto di provare, fidandomi lui. Diceva che dopo sarei stata meglio… Non saprò mai come sia potuto accadere, ma è successo… Con il trascorrere dei giorni, è nata una relazione. Dopo pochissimo tempo, sono diventata completamente dipendente da lui… Si tratta di una persona ossessionata dal sesso. Io ero disposta a tutto. Lo assecondavo in ogni richiesta anche quando mi convinceva a compiere atti che mai avrei pensato di fare…“.

Dal marzo scorso arriviamo all’estate. “I documenti relativi alla richiesta di cittadinanza non erano pronti, così sono rimasta nell’appartamento. Ha iniziato a parlare di problemi economici. Fino a quel momento, aveva coperto lui ogni tipo di spesa. In quel periodo non potevo lavorare, avevo problemi alla pelle del viso. Ha preso con insistenza a lamentarsi dell’assenza di soldi, accusandomi — e facendomi credere, abilissimo com’è nelle manipolazioni psicologiche — di essere io la responsabile. Ha introdotto la possibilità di invitare degli uomini con i quali avrei avuto dei rapporti. Mi sono rifiutata. Lui insisteva». Trascorrono i mesi. “Non smetteva di acquistare cocaina e ospitare feste. A Milano come a Porto Cervo. Ha cominciato a picchiarmi e minacciare di rivelare che mi drogavo. Ero sotto ricatto. Un giorno mi ha detto di aver fatto sesso con me tutta la notte, ma ero così stordita che non riuscivo a ricordare niente”. 

“Non ho denunciato prima per paura: quell’uomo ripeteva che, se avessi deciso di parlare con chiunque, mi avrebbe ucciso. Poi avrebbe distrutto la mia famiglia. E nel caso in cui fossi sparita, scappando, giurava che avrebbe mandato qualcuno a cercarmi” racconta la giovane ragazza.

L’ avvocato Alexandro Maria Tirelli è il legale della ragazza: “Una delle situazioni più raccapriccianti della mia carriera. Rivolgo un appello alla Procura affinché voglia eseguire le indagini in maniera tempestiva e chiudere questa infame storia“. La modella aiutata da amici, questa volta veri, ha lasciato l’Italia, racconta “So che altre donne lo hanno denunciato per violenze… Non riesco a dormire, vivo nel terrore. La somministrazione di benzedrina era quasi quotidiana… Così come della droga. La droga mi ha persino impedito di rendermi conto di cosa capitava… Quel problema al naso, per la cocaina, non ho il coraggio di farlo vedere… È riuscito a ottenere il mio nuovo numero. Mi invia dei messaggi: ogni messaggio mi genera angoscia… I soldi dei rapporti sessuali con altri uomini, li ho sempre consegnati a lui: si tratta di 15mila euro. Ha detto che rimango di sua proprietà e che, se mi uccidesse, la sua vita acquisterebbe un senso”. 

“Ho avuto rapporti sessuali con altri uomini, in sua presenza: mi ha obbligato a prostituirmi. Ha organizzato feste a base di droga e di sesso… Io sono disposta a indicare i nomi di ogni persona coinvolta” conclude la modella italo-brasiliana. Ed ora la Milano by-night, i “modellari” , i p.r. delle discoteche ed agenzie di modelle iniziano a tremare. Il vero dramma è che periodicamente, quasi ciclicamente a Milano accadono gli stessi scandali. A parole tutti dicono di volerla cambiare, ma in realtà, grattacieli a parte non cambia mai niente, E questa è la Milano da vomitare. Non quella da bere.

Milano, nella capitale delle sanzioni multe non pagate per oltre un miliardo di euro. Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 18 Agosto 2022.

Tra scadute, prescritte e perse «svanisce» il 45 per cento delle contravvenzioni. «Ma la quota di riscossioni tende a crescere». 

Si parte dalle previsioni. Che definiscono una tendenza. Una direttiva politico-amministrativa. Saranno anni di multe. Più multe. Nel 2020 la Polizia locale di Milano ha staccato sanzioni per una somma complessiva vicina ai 150 milioni, incassandone (già nello stesso anno) poco più di 80.L’anno scorso, quasi 140 milioni, con un incasso immediato vicino ai 90 (cui si aggiungono i 13 da autovelox). Anni di pandemia. Dunque, si prevede un recupero. Una risalita. Stando all’ultimo bilancio di previsione, il Comune ritiene di incassare 232 milioni nel 2022, 252 milioni nel 2023 e altrettanti nel 2024. Disciplina (del traffico) ed equilibrio (del bilancio). Perché è anche qui che bisogna guardare, e al fatto che le contravvenzioni, oltre al flusso di entrate reali, generano un monte di crediti per il Comune che rimane solo sulla carta: una cifra stratosferica che s’aggira sul miliardo. Multe arretrate, non pagate, non incassate, d’anzianità quasi decennale, scadute, prescritte, perdute: nel senso che non saranno mai riscosse. Stando sempre al 2021, nell’universo contravvenzioni sono accaduti due fatti di cui si parla meno: multe recenti per un valore complessivo di 59 milioni che non sono state pagate, e che dunque vanno a gonfiare la massa degli arretrati. Da quello stesso mare di arretrati, inoltre, le contravvenzioni più antiche (del 2013) e le relative spese di notifica sono state stralciate dal bilancio. E cioè, ormai perse. Soldi che non entreranno mai in cassa: per un valore complessivo di oltre 98 milioni e mezzo.

Cifre stratosferiche, meccanismo banale. Funziona così: ogni anno una quota di multe non viene pagata. La tendenza è in miglioramento: mentre nel 2016 il Comune riusciva a incassare meno del 40 per cento delle multe staccate, quella percentuale è cresciuta fino ad arrivare sopra il 55 per cento degli ultimi due anni. Per avere un’idea: le multe non saldate valevano 176 milioni nel 2016, 157 nel 2017, 134 nel 2018, fino ai 68 milioni del 2020. Somme che gonfiano ogni anno il serbatoio degli arretrati.

Come viene gestito? Da una parte, si cerca di riscuotere, ma ciò che si riesce a recuperare non è molto. La percentuale s’aggira infatti da anni sotto il 4 per cento. Stando al 2021, ad esempio, si contano nuovi arretrati per 59 milioni, a fronte di arretrati recuperati per soli 22 milioni (l’anno più proficuo per Palazzo Marino è stato il 2019, con quasi 50 milioni di arretrati riscossi). La somma degli arretrati però, anno dopo anno, si riduce, e non perché la voce riscossioni aumenti, ma perché i verbali troppo antichi vengono dismessi: o perché si è prescritto il titolo giuridico per chiederli, o perché ormai sono talmente vecchi che vengono classificati come riscossioni (quasi) impossibili. L’anno in cui questa voce è stata più massiccia è il 2020, con oltre 220 milioni di arretrati perduti o stralciati.

Sul tema delle riscossioni il Comune (che dal 2014 gestisce tutto il sistema in proprio e che viene costantemente richiamato dalla Corte dei Conti) sta cercando di mettere in campo un’organizzazione sempre più snella ed efficace, che è stata però in buona parte fermata dai decreti d’emergenza che bloccavano le riscossioni durante la pandemia. La nuova politica ruota in particolare intorno agli avvisi bonari. Alla fine dello scorso anno, il Comune aveva concluso di inviare tutti i solleciti per le multe del 2017 e del 2018. Negli ultimi sei mesi del 2021 sono state chiuse le pratiche per quasi 200 mila vecchie multe, per un valore di poco sopra i 107 milioni. Definire le pratiche rappresenta però solo la prima fase di un percorso burocratico assai complesso, tanto che gli avvisi inviati entro il 2021 erano stati 60 mila (tutti i restanti arretrati del 2018 sono stati spediti nei primi mesi di quest’anno). E se l’avviso è la «faccia buona» nella richiesta di arretrati, la fase successiva è quella del passaggio a pignoramenti, fermi amministrativi, ipoteche (che è potuta ripartire solo nella seconda parte del 2021). Alla fine dell’anno scorso erano stati inviati quasi 29 mila atti di questo genere, relativi ad arretrati per circa 82,5 milioni.

E quanto il flusso di entrate (o mancate entrate) per le multe sia importante per gli equilibri del bilancio è testimoniato da una recente relazione della Corte dei conti, che avverte: «Le difficoltà di riscossione determinano la formazione di una consistente mole di residui attivi (crediti, arretrati da incassare, ndr) vetusti, che, con il trascorrere del tempo, diventano di sempre più difficile riscossione». E sul tema è intervenuto anche l’Organo di revisione del bilancio di Palazzo Marino, guardando però agli incassi delle multe future: si «raccomanda un attento e costante monitoraggio delle entrate, al fine del mantenimento degli equilibri del bilancio 2022-2024».

I paradossi. Il senzatetto ha meno diritti del mio cane: storia di un clochard cacciato dalla “sua” casa a Milano. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 19 Agosto 2022 

Tra il retro di San Nazaro in Brolo e il fianco colonnato della Ca’ Granda, che dal dopoguerra è l’Università Statale di Milano, è intromesso un giardinetto che collega un orlo del piazzale al Naviglio ormai ricoperto di Via Francesco Sforza. Pochi alberi, qualche panchina e un modesto riquadro di terra adusta, con erba rada e polverosa meno per la siccità che per l’incuria. In un angolo, sul supporto di una rete metallica, una tana di stracci e cartoni di cui non si curano gli abitanti che ogni giorno van lì a prendere un po’ d’ombra, a passeggiare, a far gironzolare il cane.

Ieri ero uno di quelli. E mentre con la mia cagna mi apprestavo ad aprire il cancello che offre accesso al giardino, un uomo nero e magro, visibilmente alterato, vestito di cenci, si interponeva e mi intimava di non entrare: “This is my house! No dogs!” (era casa sua, insomma, e non voleva cani). Senza risultato, provavo a spiegargli che era un luogo pubblico, e che avevamo il diritto di passare. Siccome il tipo si faceva minaccioso e appariva bisognoso di cure, decidevo di chiamare la forza pubblica. La quale interveniva facendo il solito: richiesta dei documenti, che il poveraccio li mostrava dopo averli recuperati da quel suo capanno di rifiuti (la sua casa), e l’ordine che smettesse di disturbare e se ne andasse via.

I militari a loro volta provavano a spiegargli che quel posto era pubblico, che lui non poteva impedire alla gente di entrare, che non poteva restare lì. Ma quello, sempre più alterato e tuttavia convintissimo della bontà delle proprie ragioni, reiterava la rivendicazione: “My house! My house! I live here! No dogs!”. La mia cagna ringhiava; cosa che il disgraziato, nel suo vaneggiamento, attribuiva a un ingiustificato disappunto dell’animale per quel proclama (“No dogs”). Infine, strillando come un matto, e sopraffatto dalla propria incapacità di convincere me, i carabinieri e la mia cagna che lui aveva il diritto pregresso di presidiare quel luogo e di riservarlo a sé, ottemperava all’ordine e se ne andava.

Uno dei carabinieri, a missione compiuta, vale a dire quell’allontanamento dopotutto istigato dalla mia telefonata, mi illustrava il quadro: “Avvocato, ne abbiamo centinaia al giorno di queste segnalazioni, ma non possiamo fare nulla. È il risultato di tutto il garantismo che c’è in giro…”. Era amaro il frutto di quella legalità ripristinata; e quindi, senza varcare il cancello non più sorvegliato da quell’inquilino derelitto, me ne andavo anche io. Ci ritornerò, indisturbato. Ma sarà difficile non pensare che la mia cagna avrà ricevuto più tutela rispetto a quell’uomo nero cacciato da quell’angolo di un giardinetto spelacchiato, la sua casa. Iuri Maria Prado

Milano, la città dei senzatetto dimenticati, alla mercé delle bande. Cresce il numero dei senzatetto e delle violenze. Abbandonati in strada, terrorizzati dai clan. E usati come prestanome. Pietro Mecarozzi su L'Espresso l'8 Agosto 2022 

Per Giorgio questa è la decima estate che passa per strada. Dopo il rigido inverno che ha percosso Milano, è la volta di un’estate con temperature record. Un caldo soffocante che si è impossessato di ritmi, abitudini e necessità delle migliaia di senza dimora (secondo gli ultimi dati ufficiali il range va dalle 3 alle 7mila persone). Il capoluogo lombardo è infatti la città con più senzatetto in Italia, anche se, come spiega Simone Trabuio, uno dei responsabili del Progetto Arca - che dal 1994 offre aiuto a persone senza dimora e a famiglie povere - «le stime non sono aggiornate e non considerano gli ultimi avvenimenti globali e nazionali che hanno fatto aumentare a vista d’occhio le persone in stato di estrema povertà a Milano». Non serve infatti avventurarsi nei quartieri più difficili per capire che gli homeless sono in netto aumento. Si tratta di italiani e stranieri, molti giovani e qualche anziano: dormono ai piedi delle vetrine dei negozi di alta moda, barcollando in corso Buenos Aires tra un fiume di persone troppo impegnate per dedicargli un momento, invisibili agli angoli delle strade, icone di una città controversa e ambivalente.

L’Espresso ha vissuto con loro e come loro, ascoltando storie, frugando tra ricordi e traumi con indosso uno stigma che nessun essere umano merita. Perché «non si è senzatetto solo nei mesi d’inverno, per poi finire dimenticati tutto il resto dell’anno», puntualizza Giorgio. 

Da inizio 2022 a metà luglio, secondo i dati della fio.Psd (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora), sono 205 le morti su strada di senzatetto, quasi uno al giorno. Una situazione emergenziale. Lunedì scorso una donna è stata accoltellata in pieno giorno a Trastevere. 

«Povertà e disoccupazione, mancanza di alloggi a prezzi accessibili, eventi drammatici che stravolgono la vita, sono le principali ragioni dietro alla condizione di molti senzatetto», spiega Trabuio. «Ad esempio, molte donne si ritrovano in queste condizioni, ai margini della società, per la separazione dal coniuge o per sfuggire a una relazione violenta. Mentre altri, che già da prima vivevano situazioni economiche difficili, hanno visto peggiorare le loro condizioni dall’inizio della pandemia e con la crisi economica in corso». Luigi, per esempio, è un veterano della strada. Ha cinquant’anni, si è trasferito dalla Campania a Milano da giovane e ha passato gli ultimi tre anni in carcere. Oggi si ritrova senza una casa, senza una famiglia, e con la difficoltà nel trovare un lavoro. «È complicato avere un impiego per un ex detenuto, quindi per vivere mi trovo lavoretti occasionali con imprese edili che non cercano operai da mettere in regola, oppure muovendo piccole quantità di stupefacenti». Luigi ha il volto scalfito dal freddo dell’inverno e svuotato dal caldo dell’estate, sul braccio un coltello tatuato e un buco nero al posto dell’incisivo. «La vita dei senzatetto non è sempre come nei film: nella realtà sono pochi quelli che chiedono l’elemosina e vivono sotto un cartone, il classico “barbone” con abiti puzzolenti e la bottiglia in mano. E per sopravvivere, a volte, ti devi abbassare anche a fare affari poco legali». 

I soggetti deboli sono una pedina invisibile nelle mani della criminalità. E come ci spiega Francesco Tresca Carducci, coordinatore di “Avvocato di strada Milano”, da qualche anno è stato pensato un nuovo espediente criminale per sfruttarli: ovvero l’intestazione fittizia, o sostituzione di persona. «Ci sono persone che hanno bisogno di un cellulare e di una connessione Internet per commettere reati. E in cambio di un panino o di 50 euro convincono un senzatetto a intestarsi un’utenza. Con quello che poi ne consegue, dopo le intercettazioni. C’è perfino chi si è rivolto a noi perché, nonostante lo stato di povertà assoluta, risultava proprietario di immobili, società e auto di lusso», spiega Carducci. Tra la cinquantina di persone che ogni mese bussa allo sportello dell’“Avvocato di strada“, in piazza San Fedele, ci sono anche molti extracomunitari. «Arrivano molti cittadini ucraini, spesso donne, per chiedere il riconoscimento della protezione internazionale. Sono senza una dimora e ci implorano di non farle ritornare nel loro Paese. Stiamo facendo di tutto con Comune e servizi sociali affinché questo non avvenga», continua il legale. L’Ucraina, però, non è la sola nazione dalla quale i cittadini sono in fuga. Nadir, Omar e Rashad sono in un angolo del piazzale della stazione di Lambrate: hanno percorso, a piedi e con l’autostop, dieci Stati per arrivare a Milano dall’Afghanistan. Dormono dove capita, uno di loro ha le gambe insanguinate e tutti e tre hanno i piedi dilanianti dallo sforzo. «Siamo scappati dall’Afghanistan, abbiamo lasciato le nostre famiglie e non sappiamo cosa ci potrà capitare, ma tutto è meglio che vivere sotto il regime dei talebani», confessano all’unisono. 

I tre ragazzi, come molti altri senzatetto intervistati, passano la notte sui treni, in strada, nelle sale d’attesa delle stazioni e del pronto soccorso, sulle panchine nei parchi. Durante l’inverno vanno a scaldarsi sugli autobus, nelle biblioteche, nei centri commerciali. E spesso l’unico sostegno, a parte il barista pietoso o il panettiere, sono i centri d’ascolto e le mense per i poveri.

Il Progetto Arca, durante il primo lockdown ha creato la Cucina mobile: a tutti gli effetti un food truck che dona ogni sera 100-130 pasti caldi , 720 totali a settimana. Oltre ai tre ragazzi afghani, ad attendere il sacchetto con i viveri, ci sono laureati ed ex imprenditori, persone che svolgevano lavori più o meno importanti e avevano una casa, degli affetti, persi a causa della crisi o chissà per quale altro motivo. «Il menu è ciclico e cambia ogni giorno: si compie il massimo sforzo per rispettare i regimi alimentari e i divieti religiosi. Sempre di più si rivolgono a noi giovani e persone con famiglia, perché si è instaurato un rapporto di mutua fiducia», aggiunge un volontario. 

Al 2021, secondo l’Istat, sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5 per cento del totale da 7,7 per cento nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4 per cento come l’anno precedente). Molti degli «invisibili» sono quindi anche coloro che si confondono con la popolazione socialmente integrata della quale probabilmente facevano parte fino a poco tempo fa. Quanto al dormire, il problema si è intensificato dopo la fine della sospensione degli sfratti nel Comune di Milano a inizio 2022. Molti homeless preferiscono dormire fuori e usufruire dei bagni comunali per ogni necessità, ma la maggior parte cerca asilo nei dormitori. Si tratta di rifugi sparsi in tutto il comune meneghino: sono circa una decina, offrono in totale più di 1.500 posti letto, e per accederci c’è bisogno di un’intermediazione dell’assistente sociale e quasi sempre di uno screening sanitario. Siamo entrati nella Casa della Solidarietà in via Saponaro, gestita dalla Fondazione fratelli di San Francesco: si tratta di un centro di accoglienza diurno e notturno che accoglie diverse fragilità presenti sul territorio milanese, quali persone senza dimora, persone malate, anziani soli, richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati.

Ad accoglierci, oltre al responsabile Bledjan Beshiraj, sono Washington e Sergio, due ex senzatetto entrati a far parte del personale della struttura. «Per stare qui si devono rispettare delle regole, e non tutti ci riescono», puntualizza Sergio. «Il cibo è buono, ci trattano con dignità e nessuno ti manca di rispetto. Nelle camerate sono presenti sei letti e gli ospiti vengono da tutto il mondo, quindi ci possono essere delle incomprensioni, ma è sempre meglio che dormire per strada». Gli ospiti in totale sono più di 250, la mensa fornisce circa mille pasti al giorno, e la Fondazione mette a loro disposizione psicologi, sociologi e uno sportello legale. All’interno dell’edificio molti giovani evitano il contatto visivo, sfuggono ai sorrisi e ai cenni di saluto: «Per parlare e aprirsi c’è il centro d’ascolto. È li che si incrociano le storie di tutti, il luogo dove le persone raccontano i loro drammi quotidiani, elencano le necessità impellenti, chiedono, si informano, sperano», chiosa Beshiraj.

Ma visto l’aumento del numero di senzatetto, serve forse un maggior utilizzo dell’approccio housing first? «Negli ultimi anni il Comune ha investito molto sulle strutture di piccole dimensioni che, molto più dei grandi centri, possono contribuire a superare il fisiologico muro di diffidenza che molti anni di vita in strada hanno creato. Abbiamo privilegiato l’approccio housing first e led con appartamenti singoli o dedicati a pochissime persone, riservati per lo più a coloro che definiamo “irriducibili della strada” e che mal sopporterebbero la vita in comunità», risponde Lamberto Bertolé, assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano. Si tratta di una sperimentazione partita da oltre quattro anni e che lentamente sta avvolgendo il tessuto sociale più fragile della città. «Non vogliamo fermarci e, infatti, tra i progetti presentati per i finanziamenti Pnrr abbiamo inserito anche la realizzazione, all’interno di alcuni stabili comunali da ristrutturare di nuovi appartamenti dedicati all’housing first».

Nonostante ciò, tra procedure e dedali burocratici, quello che manca è anche «la programmazione e la co-progettazione tra enti e Comune di Milano», svela Alessandro Pezzoni, rappresentante di Caritas ambrosiana. «Non ci possiamo lamentare, perché la città è un esempio nel campo dell’assistenza ai senzatetto, ma ci sono alcuni aspetti che si possono migliorare: dobbiamo andare oltre le misure di emergenza, non possiamo ricordarci che esistono i senzatetto solo quando arriva l’inverno e dimenticarcene per il resto dell’anno». Come? «Bisogna aumentare la qualità degli interventi e avere un’attenzione continua. Prima di tutto, inserire nelle unità di strada psicologi ed educatori. È il solo modo per non fermarsi alla semplice distribuzione di beni di prima necessità. Poi bisogna sposare l’approccio che ha dato buoni risultati ovunque è stato applicato: vuol dire che ai senzatetto bisogna dare prima di tutto un alloggio di cui possano sentirsi responsabili e fare così leva sulle loro capacità di auto-recupero», conclude Pezzoni. Anche perché vivere per strada espone queste persone a rischi molto seri, sia d’inverno sia d’estate. Abbiamo provato a passare qualche notte nelle principali via di Milano, con un sacco a pelo e una valigia vuota. Dormire è difficile: forse perché avvisato da un altro homeless che, riconoscendomi come nuovo in quella via, mi ha consigliato di tenere gli occhi aperti. «Tieni stretta la valigia e abbassa lo sguardo quando passano le bande di ragazzini se vuoi rimanere tutto intero».

Le luci e il frastuono della città concedono poche ore di silenzio e di sonno; i passi che risuonano su sampietrini e porfido sembrano essere nenie minacciose; i commenti dei passanti sono lame al vetriolo. «Quello dei pestaggi è una deriva che preoccupa. In molti ci denunciano atti di violenza gratuita nei loro confronti», confessa il coordinatore di “Avvocato di strada”: «Un signore siciliano è stato picchiato da due ragazzi e noi siamo riusciti ad assisterlo nel processo per tentato omicidio e a fargli avere un discreto risarcimento. Non ha fatto in tempo a goderselo. È morto poco dopo per le conseguenze di quelle ferite».  

"Nessuno ascolta...". Coltelli, spranghe e risse: la periferia di Milano è allo sbando. Francesca Galici il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Ancora violenza e degrado nella periferia di Milano. Immigrati scatenano risse con spranghe e coltelli: ma il Comune non fa niente.

Le occupazioni degli edifici pubblici di Milano, ormai, non fanno più notizia. La città è imbrigliata nell'ideologia sinistra e gli sgomberi sono sempre più rari. I centri sociali la fanno fa padrona in periferia, dove sempre più spesso si rifugiano anche gli immigrati irregolari. Al di là dei bastioni, Milano è quasi il far-west. Lo spaccio e la violenza la fanno da padrona, come testimoniano i video che provengono dal quartiere Bruzzano, periferia nord del capoluogo, ricadente nel Municipio 9. Qui si trova l'ex liceo Omero, ormai in disuso da anni. Da molti mesi è stato occupato illegalmente da un centro sociale e da alcune settimane, in un'altra ala dell'edificio, si sono sono sistemati al suo interno anche alcuni migranti. Impossibile stabilirne il numero esatto ma da quando sono arrivati loro, nel quartiere il livello di sicurezza è calato sensibilmente.

Nei video diventati virali si vedono alcuni magrebini, occupanti l'ex liceo Omero, che girano in strada armati di coltello e scatenano risse, armati di bastoni e armi da taglio, perché alterati dall'alcol. Una situazione che spaventa inevitabilmente i cittadini ma contro la quale il Comune non sembra intenzionato a intervenire, nonostante le ripetute richieste da parte dei cittadini e del centrodestra, che ha chiesto lo sgombero e la messa in sicurezza della scuola.

"Episodi di questo genere non sono classificati nelle classifiche sulla sicurezza che Sala sbandiera in continuazione, ma sono queste situazioni di degrado e di mancato controllo degli immobili occupati e dello spaccio che poi danno vita a continue aggressioni, liti e condizioni di insicurezza e pericolo per le persone per bene", spiega Fabrizio De Pasquale, presidente associazione Futuro Milano. Il presidente ha poi aggiunto: "Sono situazioni che mettono paura ai cittadini ed è chiaro che nessuna donna, sapendo di queste situazioni, circola tranquillamente a Bruzzano. Se il Comune avesse più attenzione queste cose non succederebbero. Il primo errore che commette Sala è pensare che il problema sicurezza non ci sia. Se tu smentisci che ci sia il problema, contribuisci a peggiorare".

La situazione di degrado è stata segnalata già da tempo da Maurizio La Loggia, esponente di Forza Italia, ex consigliere Municipio 9 di Milano: "Quando c'è stata l'occupazione ero consigliere e ho avvisato immediatamente che la convivenza in un quartiere dove, accanto alla scuola Omero, ci sono le case popolari sarebbe stata difficile. D'altronde, due poli dello stesso segno si respingono. L'avevo previsto e infatti sono successe molte cose. Avevo avvisato, ma nessuno ascolta e nessuno fa. Dicono che lo abbatteranno e lo libereranno, ma questo non accade mai. Ho fatto tutto il possibile, da consigliere e da cittadino di Bruzzano. Ogni volta, quando accadono le cose, si dice che si sarebbe potuto evitare. Io agisco, ma se non si ascolta non ci posso fare niente".

Quel centro sociale graziato dalla sinistra per ben 26 anni: "Mai denunciati". Elena Barlozzari il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

In 26 anni di occupazione abusiva, il Comune di Torino non ha mai sporto denuncia contro il centro sociale Askatasuna. L'incredibile caso portato a galla da Fratelli d'Italia.

Sono passati ventisei anni, non un giorno, da quando gli eredi torinesi dell’ormai disciolta Autonomia operaia si sono introdotti in una palazzina del Comune occupandola. Ventisei anni sono decisamente troppi per passare inosservati, soprattutto per un centro sociale del calibro di Askatasuna. Un nome che è una firma ricorrente negli episodi di guerriglia No Tav e nelle manifestazioni più turbolente. La cronaca di questi anni è un continuo rincorrersi di arresti, denunce, perquisizioni e divieti di dimora ai danni dei suoi esponenti. Insomma, si tratta senza dubbio di una presenza ingombrante e rumorosa.

Difficile allora non domandarsi come mai nessuno li abbia ancora fatti sloggiare. Non lo ha fatto la sindaca del cambiamento, Chiara Appendino, e non deve stupire. D’altronde l’ormai ex "stella" di Torino era espressione di una compagine che ha fatto delle strizzatine d’occhio alle frange più estreme della galassia antagonista sabauda la propria fortuna politica. Ma al di là della parentesi pentastellata, quello che hanno scoperto l’assessore regionale alla legalità, Maurizio Marrone, e il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia in Sala Rossa, Enzo Liardo, ha dell’incredibile: in ventisei anni il Comune di Torino non ha mai denunciato l’occupazione abusiva. È scritto nero su bianco nella risposta alla richiesta di accesso agli atti con cui i due hanno cercato di fare chiarezza sul caso: "Da verifiche effettuate presso i nostri uffici e presso l’Avvocatura comunale, non risulta la documentazione richiesta".

Questo significa che dal 1996 ad oggi nessuna delle sette amministrazioni che si sono succedute, tutte di centrosinistra eccetto la sbandata grillina, si è presa la briga di denunciare la sottrazione di un bene di sua proprietà, per di più collocato a due passi dalla Mole, una delle aree di maggior pregio immobiliare della città. Non fa eccezione neppure il neosindaco Pd Stefano Lorusso, che però ha preso i voti delle madamin Sì Tav e della buona società torinese. Servirà forse a sollecitarlo la richiesta di rinvio a giudizio per 28 persone, tutte appartenenti ad Askatasuna, formulata di recente dalla procura di Torino? Tra i reati contestati a vario titolo c’è anche quello di "associazione a delinquere". Gli elementi emersi dall’inchiesta sembrano aver messo in allarme il primo cittadino che, però, è apparso tiepido di fronte all’ipotesi sgombero: ci sarebbero ancora "delle valutazioni da fare", ha detto.

Troppo poco per l’assessore Marrone che chiede al sindaco "una scelta di campo chiara e netta". "Occorre formalizzare senza ambiguità lo sgombero immediato di questo epicentro di illegalità, perché – continua l’esponente di FdI – la proprietà dell’immobile è del Comune e la Questura ha le mani legate senza un provvedimento esplicito dell’amministrazione civica". Sarebbe un modo per mettere a tacere critiche e sospetti, ma anche e soprattutto per restituire alla collettività uno spazio sottratto. "Lo stabile – spiega Marrone – è in condizioni fatiscenti e più volte i residenti si sono lamentati di risse, schiamazzi, feste abusive e fenomeni di degrado. Anche le attività sono tutte marcate ideologicamente e mirate solo alla militanza antagonista violenta, come la palestra di boxe antifascista. Non certo il luogo di aggregazione aperta a tutti di cui il quartiere avrebbe bisogno".

È bene sottolineare che, nel caso di specie, ovvero l’invasione di edificio, la querela della persona offesa è necessaria ai fini della procedibilità solo se il reato è commesso da meno da cinque persone. Rimane però il significato simbolico e politico di questa lunghissima inerzia. Un atteggiamento arduo da comprendere che, arrivati a questo punto, rischia di suonare come una sorta di placet. "Se neanche ora che abbiamo sollevato il problema provvederanno, allora – è la chiosa tranchant di Marrone – diventerebbe legittimo sospettare una copertura politica del Pd nei confronti degli antagonisti".

Chiara Baldi e Andrea Senesi per il “Corriere della Sera” il 14 luglio 2022. 

L'affondo è arrivato dopo l'ennesima rapina in città. L'autrice, l'imprenditrice digitale da 27,5 milioni di followers su Instagram. Il destinatario, il sindaco della città più europea d'Italia, Milano, assente ieri per impegni già in agenda a Roma (un vertice sulle Olimpiadi invernali del 2026), sulla piattaforma social più seguita dagli under30: Instagram. 

 Chiara Ferragni non usa mezzi termini per parlare, in una «storia» (a sfondo nero), della sicurezza a Milano che «è fuori controllo. Per noi e i nostri figli abbiamo bisogno di fare qualcosa. Mi appello al nostro sindaco Beppe Sala».

D'altronde, l'influencer con l'impero da milioni di euro non è nuova a invettive politiche: a aprile 2021, in pieno caos vaccini, aveva attaccato Regione Lombardia «rea» di non aver somministrato la prima dose alla nonna 90enne del marito Fedez. Ma stavolta l'attacco è profondo, rivolto a chi nel 2020, insieme a Fedez, le ha consegnato l'Ambrogino d'Oro per i fondi raccolti per la lotta al Covid. 

«Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua ad esserci a Milano - ha scritto Ferragni -. Ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa, piccoli negozi al dettaglio di quartiere che vengono svuotati dell'incasso giornaliero, persone fermate per strada con armi e derubate di tutto». 

Come successo all'amica Chiara Biasi, vittima di un furto in casa lo scorso ottobre, e che ha ricordato la vicenda: «Da quando mi hanno svaligiato casa, ogni settimana mi chiama qualcuno che conosco per dirmi che gli è successo lo stesso» chiedendosi se sia «Milano o il Farwest?». 

Parole, quelle di Ferragni, condivise subito dal leader della Lega Matteo Salvini. «Prosegue l'incessante problema sicurezza a Milano - ha tuonato su Facebook -. Ormai è proprio sotto gli occhi di tutti... Sala e Lamorgese, se ci sono battano un colpo, altrimenti si facciano aiutare».

Mentre l'ex candidato sindaco del centrodestra Luca Bernardo propone all'imprenditrice un confronto, una «talk force che accompagni le istituzioni in un processo di costante interscambio e veda impegnate attivamente e ufficialmente figure come lei». 

Duro Stefano Maullu, coordinatore milanese di Fratelli d'Italia, che chiede l'intervento del sindaco e della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese perché la città «subisce il mix devastante di immigrazione clandestina, gang giovanili, delinquenti in trasferta all'assalto dei turisti, una cannibalizzazione che nel fine settimana la vede meta di pendolarismo notturno». 

Mentre Confcommercio Milano, con il segretario generale Marco Barbieri, chiede un «un patto per la sicurezza dove tutte le forze del territorio possano mettere a disposizione le proprie risorse contro degrado e criminalità». 

A ridimensionare l'immagine di Farwest è Mario Furlan, fondatore dell'associazione City Angels, che si occupa di sicurezza. «Come tutte le grandi città Milano ha alcuni problemi di insicurezza ma è più sicura rispetto ad altre realtà. Dopo la pandemia è esploso il fenomeno delle baby gang, ma se ne parla anche perché le immagini sono accessibili a tutti».

Intanto dal sindaco nessuna risposta. L'unica replica arriva dal capogruppo in consiglio comunale del Pd, Filippo Barberis per cui «di certo non è una situazione fuori controllo, piuttosto una condizione nota che stiamo affrontando su un doppio binario: da un lato il rafforzamento della Polizia Locale con 900 unità in più entro la fine del mandato e, dall'altro, un potenziamento delle politiche sociali». Ma, aggiunge, «anche da Roma serve supporto, lavoreremo per un confronto con la ministra Lamorgese».

Il potere di Chiara. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 15 Luglio 2022.

Se un intellettuale o un banchiere milanese avessero denunciato l’aumento della criminalità cittadina, la notizia avrebbe faticato a uscire dalle cronache locali e non avrebbe sollevato un polverone istituzionale. Avendolo fatto Chiara Ferragni, di professione (per ora) imprenditrice e influencer, il tema è diventato virale e la replica del sindaco di Milano è apparsa improntata a grande rispetto. Stalin si chiedeva quante divisioni avesse il Papa, ma oggi i politici si chiedono quante ne abbia la Ferragni e la risposta è ben più destabilizzante: 27 milioni di «follower», tra i quali molti elettori potenziali. 

La Ferragni ha parlato di furti perché avevano rubato a casa di una sua amica. La forza di questa donna consiste nel trasformare il racconto della quotidianità in campagna programmatica. Se fosse stata punta da una zanzara, avrebbe denunciato l’invasione delle zanzare e il sindaco sarebbe stato costretto a occuparsi di insetticidi. Molti la sottovalutano e qualcuno la sbeffeggia (come capitava un tempo con Berlusconi), ma è evidente che Chiara non è già più un’influencer come le altre. È uscita dal perimetro di borse e foulard per farsi fotografare accanto al direttore degli Uffizi e a Liliana Segre, maneggia meglio di tutti il mezzo di comunicazione dominante, parla poco e solo per dire le cose che pensa la maggioranza. Se fossi in Giorgia Meloni comincerei a preoccuparmi: non è poi così sicuro che sarà lei la prima donna a farsi un selfie alla scrivania di Palazzo Chigi.

(ANSA il 14 luglio 2022) - A Chiara Ferragni "non rispondo. Non condivido quello che dice, è un'opinione". Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha commentato l'allarme sulla sicurezza in città lanciato dall'influencer dalle sue pagine social, a margine dell'evento conclusivo per i 30 anni della Fondazione Cariplo. 

"Le mie risposte sono sempre attraverso il lavoro. Lavoreremo ancora di più, non condivido quello che lei dice ma capisco che sia un tema delicato e che c'è una sensibilità della città - ha aggiunto -, questo è un periodo difficile. Nel colloquio quotidiano con i sindaci delle grandi città del mondo, problematiche del genere sono all'ordine del giorno. 

Cercheremo di fare ancora di più, non per deresponsabilizzarci ma precisando che la sicurezza dipende anche dall'opera del ministero". Il sindaco ha poi spiegato che in questi giorni risentirà il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese.

"Non considero la situazione drammatica ma degna di attenzione. Cercheremo di rifare il punto sulle forze che arriveranno a Milano - ha concluso -, come avete visto noi stiamo facendo la nostra parte, le prime assunzioni di vigili le abbiamo fatte, entro dicembre altri 120 agenti saranno messi in campo". Le forze dell'ordine in più promesse dal ministro dell'Interno "in parte" sono arrivate "ma voglio capire quando arriveranno" le altre.

Beppe Sala replica a Chiara Ferragni: «Milano pericolosa? Non condivido, ma io rispondo con il lavoro». Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

Il sindaco di Milano commenta il post dell’influencer: «Capisco che quello della sicurezza è un tema delicato, che c’è una sensibilità nella città. E in questi giorni risentirò la ministra Lamorgese»

«Non condivido quello che dice Chiara Ferragni. Però è un’opinione e le risposte, secondo il mio stile, sono attraverso il lavoro. Io non condivido quello che dice, ma capisco che quello della sicurezza è un tema delicato, che c’è una sensibilità nella città. E’ un periodo difficile. Nel colloquio quotidiano coi sindaci delle grandi città del mondo, problematiche del genere sono all’ordine del giorno. Cercheremo di fare ancora di più, ma, non per deresponsabilizzarci, la sicurezza dipende molto dall’opera del Ministero degli Interni e in questi giorni risentirò la ministra Lamorgese».

Il sindaco di Milano Beppe Sala risponde così all’appello lanciato sui social dall’imprenditrice e influencer, che mercoledì, con una story su Instagram, si era rivolta direttamente a Sala. «Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua ad esserci a Milano: ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa. Piccoli negozi al dettaglio del quartiere, che vengono svuotati dell’incasso giornaliero. Persone fermate per strada con armi e derubate di tutto. La situazione è fuori controllo. Per noi e i nostri figli abbiamo bisogno di fare qualcosa», aveva scritto Ferragni.

«Io non considero la situazione drammatica - ha aggiunto Sala, a margine del convegno Looking4 di Fondazione Cariplo al Piccolo Teatro di Milano -. Ma la considero degna di attenzione: ritornerò a parlare con la ministra Lamorgese e cercheremo di fare il punto sulle forze che arriveranno a Milano. Noi abbiamo fatto la prima parte, con le assunzioni di nuovi agenti. Entro dicembre altri 120 saranno messi sul campo». Quanto alle forze dell’ordine promesse dal governo, «è proprio questo il punto: sono arrivate, in parte, ma voglio capire quando le altre arriveranno».

La sicurezza a Milano e la denuncia di Chiara Ferragni: cosa dicono i dati. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 14 Luglio 2022.

Il dibattito dopo la denuncia di Chiara Ferragni sui social. Microcrimini sui social e aspettativa di sicurezza. L’«emergenza» percepita

Al tempo dei nove omicidi in nove giorni — era il ‘99 — il tema sicurezza a Milano travolse la politica e il governo. Diventando da quel momento elemento di vittorie (o sconfitte) elettorali. Oggi, nell’era dei social, è una turbata Chiara Ferragni — quasi 30 milioni di follower — a lanciare l’allarme: «Sono angosciata e amareggiata dalla violenza che continua a esserci a Milano. Ogni giorno ho conoscenti e cari che vengono rapinati in casa, persone fermate per strada con armi e derubate di tutto. La situazione è fuori controllo». Per questo lady Ferragnez chiede l’intervento del sindaco Beppe Sala (qui la replica del sindaco).

Quando si parla di sicurezza occorre tenere presente due distinti fattori: i dati e la percezione. Il primo elemento ci dice che i reati sono in calo costante a Milano dal 2014, con un -29% negli ultimi dieci anni. «Sempre meno ma sempre troppi», le parole del prefetto Renato Saccone. La variazione tra il 2021 e il 2019 (il 2020 è stato l’anno del lockdown) è di -15%. E il trend è ormai una costante.

Milano e la sicurezza: i numeri dei reati a confronto

Nei primi mesi del 2022 si sta confermando la stessa tendenza, anche se come messo in luce nel 2021, c’è una piccolo aumento dei cosiddetti reati di strada: rapine, scippi, aggressioni. Sono reati che hanno un impatto molto forte sul secondo fattore in gioco, quello della percezione. Perché il termometro criminale di Milano segna ben altri reati in aumento, ma si tratta di problematiche come le frodi, il traffico di droga le bancarotte, i reati fiscali, quelli di mafia, che non incidono sulla sfera personale dei cittadini. Reati ben più strutturati perché commessi da organizzazioni, anche mafiose, ma che non hanno alcun impatto sulla «vivibilità» della città.

Il combinato di dati e percezione è quello che il questore Giuseppe Petronzi ha più volte definito «aspettativa di sicurezza»: «Sempre legittima, i cittadini fanno bene a pretendere il massimo». Estremizzando il concetto, un milanese è libero di girare per strada alle 4 di notte con un Rolex al polso da 200 mila euro (il valore di un appartamento) e non finire preda di delinquenti. Pretesa sacrosanta ma che si scontra con una realtà che purtroppo non prevede il rischio zero.

Un tema che ha molto a che fare con la sicurezza è quello del disagio psichico, ma su questo si fa poco o nulla. Dopo il lockdown c’è stato un amento della violenza giovanile e questo è un problema serio. Ma ha coinciso con 76 arresti in sei mesi. I furti in casa, reato ad altissimo indice di percezione, sono in calo (-24%) eppure tutti ricordano il caso di Diletta Leotta, di Eleonora Incardona o Chiara Biasi. Da un po’ di tempo esistono pagine social che «rimbalzano» ossessivamente epidosi di criminalità e degrado. Spesso i video arrivano prima delle stesse segnalazioni al 112. Ci sono addirittura gruppi che danno la caccia alle borseggiatrici sul metrò, sostituendosi alla polizia. E alla legge, peraltro sul tema spesso lacunosa e inefficace. Ma tutto questo contribuisce a una sovraesposizione di piccoli episodi che una volta sarebbero stati relegati alla sfera personale o alle strette conoscenze. Oggi invece la condivisione dei fatti in tempo reale (anche un vetro dell’auto spaccato per rubare uno zaino) amplifica la percezione di quel reato su migliaia di persone. Per questo le parole di una influencer come Chiara Ferragni descrivono correttamente un fenomeno, ma solo in una sua parte.

Nel 2016 in piazzale Loreto un dominicano è stato ucciso a colpi di pistola. Dal governo arrivarono i militari nelle strade. Eppure da dieci anni il dato sugli omicidi totali non supera i 20 casi, spesso non arriva a 10. Negli anni Novanta erano più di cento.

Milano, il prefetto Saccone replica a Ferragni: «La città non è insicura, i reati sono al minimo storico. È un problema di aspettative». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 16 luglio 2022.

«Lo sfogo di Chiara Ferragni non è isolato. Arrivano segnalazioni, esposti, sollecitazioni..., ma, come ha chiarito la stessa Ferragni, recano tutte il segno di una collaborazione costruttiva e concreta, fiduciosa nelle istituzioni».

Quindi esiste un problema sicurezza a Milano? «Un’aspettativa di sicurezza. I numeri ci dicono che siamo ai minimi rilevati nell’ultimo ventennio per rapine nei negozi e furti negli appartamenti. Tuttavia altri reati aumentano». Quali? «C’è una recrudescenza significativa di quelli negli spazi pubblici. La lettura dei dati ce lo segnala e stiamo già calibrando i nostri interventi in questa direzione». Renato Saccone, 65 anni, da quasi quattro è prefetto di Milano. Nei giorni scorsi uno sfogo social dell’influencer Chiara Ferragni ha riacceso il dibattito sulla sicurezza a Milano. Nel mirino aggressioni, furti e rapine e un appello al sindaco Beppe Sala. Poi anche l’influencer ha corretto il tiro parlando dello «sfogo» di chi vive in una «posizione privilegiata». Prefetto, i dati dei reati sono in calo, però molti continuano a percepire una città violenta e pericolosa. Perché? «Milano sta vivendo una stagione di eventi e vita all’aperto come mai in passato. Non credo proprio che ci sia paura. Condivido con il questore Giuseppe Petronzi che questa percezione vada letta come aspettativa di sicurezza. Penso che i milanesi abbiano un’elevata aspettativa per tutti i servizi, dal trasporto pubblico, all’ambiente, alla sicurezza. La giudico positivamente, dà una concezione alta di città che compete con il mondo. Per questo non si può rispondere affidandosi ai soli dati». E come si risponde? «Bisogna essere all’altezza dell’aspettativa. La presenza delle forze dell’ordine sul territorio sarà più diffusa e visibile. Specie negli spazi pubblici. Questa è una risposta immediata». Quindi ci saranno più agenti in strada? «Come annunciato dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese lo scorso 7 febbraio quando partecipò al Comitato a Milano, sono già arrivate tutte le unità aggiuntive della polizia di Stato e con le ultime assegnazioni dell’Arma entro fine mese si raggiungerà l’aumento dei 250 operatori in più delle Forze dell’ordine. Questo, dopo che per scelta della stessa ministra è stata confermata per Milano la dotazione dell’esercito impegnato in “Strade Sicure” a fronte di una significativa riduzione del contingente nazionale. L’Arma rafforzerà anche tutta la città metropolitana, perché i fenomeni sono abbastanza diffusi, non dobbiamo pensare solo al capoluogo». Come, lascito della pandemia. «Un fenomeno che si esprime sempre con maggiore aggressività. Testimoniato anche dalla sproporzione tra la violenza delle azioni e il valore della refurtiva». Secondo lei a cosa è legata questa esplosione di aggressività? «Tra i diversi fattori incide l’aumento di persone che presentano segnali di alterazione psicofisica. Nei primi cinque mesi dell’anno solo la polizia ha registrato 1.022 interventi per persone con problemi psichiatrici o affini. Il fenomeno richiede una risposta più complessa di quella che può essere data dalle sole forze dell’ordine. Ma c’è anche dell’altro...». Cosa? «Una forte diffusione tra i ragazzi dell’alcol. Avvieremo una campagna insieme a tutti i sindaci per un più incisivo controllo per il rispetto delle norme stringenti già in vigore. Confido però anche nell’impegno delle associazioni di categoria e mi permetto di confidare anche nel sostegno di persone come Chiara Ferragni così vicine alle nuove generazioni». Quanto influisce sulla violenza delle notti milanesi? «Il senso del bere nella nostra tradizione è nello stare insieme. Oggi invece è un bere smodato che alimenta una solitudine disperante tra i giovani, senza freni inibitori». C’è poi il tema sempre caldo delle periferie. «Stiamo intervenendo in maniera incisiva. In due anni e mezzo abbiamo restituito quasi 800 alloggi occupati, individuati nel rispetto della fragilità. Coinvolgendo tutti gli enti. Ripristinare la legalità significa far rispettare le regole, ma anche garantire i diritti». , teatro un mese fa di una rivolta degli abitanti regolari contro gli abusivi. «E come avverrà con più ampio respiro a San Siro, altra realtà difficile, con un’agenda sociale, di formazione e lavoro, di legalità e di rigenerazione urbana. Lavorare per la sicurezza è, allo stesso tempo, un impegno quotidiano e di strategia e le strategie che vedono unite le istituzioni sono vincenti. Come dimostra la riqualificazione del bosco di Rogoredo».

La sinistra ha rovinato le metropoli. Francesco Maria Del Vigo il 14 Luglio 2022 su Il Giornale.

Chiara Ferragni, questa volta, ha perfettamente ragione: Milano è diventata una città pericolosa, ai limiti dell'invivibilità.

Chiara Ferragni, questa volta, ha perfettamente ragione: Milano è diventata una città pericolosa, ai limiti dell'invivibilità. Furti, violenze, scippi e accoltellamenti sono all'ordine e alla luce del giorno. Ovunque. Non solo nei quartieri più malfamati, ma anche nel centro città. A due passi dal Duomo, a pochi metri dalle scintillanti vetrine delle vie della moda, sotto i palazzi delle istituzioni. Il senso di insicurezza è ormai talmente diffuso da essere scivolato tra le abitudini e aver raggiunto anche Chiara Ferragni che, ieri, ha lanciato un accorato appello al sindaco Sala: «la città è fuori controllo, sono angosciata». E se è angosciata lei, immaginiamoci chi abita nelle estreme periferie... Ma l'imprenditrice digitale ha fatto benissimo a schierarsi pubblicamente. E ci auguriamo che l'influencer riesca a sensibilizzare il primo cittadino su un tema che, con ogni evidenza, non è al primo posto nella sua agenda. Sono anni - è giusto ricordarlo - le associazioni di cittadini, questo Giornale e anche il centrodestra denunciano il degrado e la mancanza di sicurezza della presunta capitale morale. Ma Sala - grande amico dei Ferragnez, tanto da aver conferito loro un Ambrogino - ha sempre preferito occuparsi di altre tematiche molto più pop: partecipare ai gay pride, indossare calze e camicie arcobaleno, pontificare sull'immigrazione, costruire improbabili piste ciclabili nel nome dell'ecologismo più ideologico. Preoccupandosi di tutti, fuorchè dei suoi concittadini. Ora che la pentola a pressione è esplosa - sparpagliando brandelli di criminalità in tutti gli angoli della metropoli - il tema non è più eludibile e se ne accorgono anche i suoi amichetti chic che, ne siamo certi, avranno più ascolto di un qualsiasi consigliere comunale, chessò, della Lega o di Forza Italia o di un privato cittadino. Bisogna però ricordare che il disastro della «Milano allo sbando» nasce da quella cultura - lassista e permissivista - che abita da sempre i quartieri alti della «cultura» di sinistra e che tanto piace a certi vip. E se Milano piange, Roma certamente non ride: incendi, criminalità, cinghiali in centro storico sono cartoline quotidiane che riceviamo dalla Capitale. E, guarda caso, anche lì, c'è un sindaco che fa parte della stessa area di Sala. Al netto del quinquennio disastroso della Raggi, c'è un evidente problema politico della sinistra nell'amministrare le città. Quella sinistra che per anni ha snobbato la sicurezza, derubricandola a tema di destra e che magari ora che ne parlano anche gli influencer, inizierà a reputarla una tematica chic. Ma non era necessario consultare Instagram per capire i problemi dei cittadini, bastava farsi un giro in città.

Milano di notte, viaggio in taxi dal tramonto all’alba: droga, escort e ragazzi zombie. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 10 Luglio 2022. 

«Porto le prostitute da un hotel di lusso all’altro». Il cambio: «Un tempo i taxisti erano quasi tutti di sinistra, siamo cambiati con gli anni 90»

Nell’era virtuale, il sedile accanto al conducente di un taxi notturno è uno degli ultimi posti dove sentire il respiro di una grande città; e per raccontare Milano com’è, non come dovrebbe essere, o come vorremmo che fosse. L’accordo con Corrado — nome di fantasia: «Non voglio far arrabbiare né qualche collega, né qualche vigile» — è cominciare all’imbrunire e staccare all’alba. Se qualche passeggero chiederà spiegazioni, Corrado risponderà che vicino a lui, dietro la mascherina, c’è un suo amico, futuro collega, che sta facendo pratica.

Corrado premette: «Si prepari. Quando ho iniziato, trentasei anni fa, i milanesi la notte chiamavano il taxi e uscivano con due obiettivi: divertirsi, e fare l’amore. Ora la maggioranza vuole bere, e drogarsi».

Ore 22 - Quartiere Isola

«Queste sono due mignotte» mi soffia all’orecchio il tassista, mentre carichiamo due ragazze. «Come fa a dirlo?». «Straniere, bell’aspetto, bei vestiti. Alto bordo». Devono andare in un celebre ristorante di via Piero della Francesca, dove hanno un appuntamento. Una è greca, l’altra spagnola di Maiorca. Appena scendono, Corrado spiega: «La prostituzione per strada non c’è quasi più. Le ultime le conosciamo quasi tutte: come Manuela, una superstite, che aspetta i clienti dietro Porta Nuova. Le altre ricevono in casa o vanno negli alberghi: vedrà verso le 2 quante chiamate arriveranno dagli hotel di lusso. Sono loro che tornano, o vanno da un altro cliente». È meglio adesso? «No. Era meglio prima. Più gente c’è per strada, più si è sicuri. Le prostitute erano esseri umani. Sentimentali. Tante erano amiche dei tassisti. Qualcuno di noi ha perso la testa e la famiglia, per una ragazza caricata fuori dal night. Io ero amico di Camilla: un’istituzione. Pugliese. Tutte le sere, fissa in via Ripamonti. Le portavo una rosa e mi faceva un sorriso meraviglioso. Ma ora Camilla ha più di settant’anni, forse è morta. Queste sono robot. Se le aspetti con un mazzo di rose, ti guardano come uno scemo».

Ore 24 - Bicocca

Nelle prime due ore si lavora tra Porta Nuova e i Navigli. «Una volta, questo per noi era il periodo più conteso della serata — spiega Corrado —. Portavi belle coppie. Ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo: disco i giovani, liscio gli adulti. Adesso i cinema sono quasi tutti chiusi. A teatro vanno solo i vecchi: il Carcano è spesso pieno, ma l’ultima volta ho portato due genitori con la figlia, e lei ha sbuffato tutto il tempo; i teatri per i giovani sono come per noi un calesse o un landò, roba d’altri tempi. E in discoteca non si va a ballare, ma a sballare. Guardi ad esempio questi tre che ci stanno aspettando». Sono un ragazzo e due ragazze, vanno a una festa, alla Bicocca. Un quartiere rinato: dopo la chiusura delle fabbriche, racconta Corrado, era diventato un dormitorio di vagabondi, anche pericoloso; adesso c’è l’università, l’arte, il design. «E la droga. Ha visto lo sguardo vitreo di lui? Era già fatto. Non si ha idea di quanta gente si droghi». Ma lei Corrado come lo sa? «Guardi, il modo migliore per fare il tassista di notte senza correre rischi è parlare con i clienti, e far credere di essere come loro. Con un drogato, parlo di droga. Ho visto l’eroina, la cocaina, le droghe sintetiche. Le più recenti non sono pastiglie, si fumano». La conversazione è scandita dai bip delle chiamate. «Questa è un’abbonata; e agli abbonati si risponde sempre. È una giornalista di Sky. Così le mostro il boschetto di Rogoredo».

Ore 1.30 - Rogoredo

Corrado mi indica quelli che arrivano, e quelli che escono. «I ragazzi con la faccia da zombie devono ancora farsi. Quelli iperattivi o in estasi sono appena fatti». La giornalista di Sky deve andare a casa, in centro. Spiega Corrado che i vip sul taxi ormai non capitano più. «Io sono milanista, e ho avuto l’onore di portare Gullit, Rijkaard, Panucci. Il migliore è Franco Baresi. Nella vita privata è come in campo: una persona seria». Purtroppo Corrado non ha mai realizzato il suo sogno: «Avere sul mio taxi Gianni Rivera. Mio nonno era tassista, mio padre pure. Ho due fratelli, entrambi tassisti. Siamo tutti milanisti. Da ragazzo abitavo a San Donato e vedevo sempre Rivera mangiare la bistecca alla Ruota, con Romeo Benetti o con Carletto Schnellinger. Ho preso la licenza nella speranza un giorno di portarlo in giro per Milano. Non ci sono mai riuscito». 

Oggi i calciatori non prendono il taxi; hanno tutti l’autista. «Però carico spesso Roberto Vecchioni. È abbonato: lo porto in via Mecenate a registrare la trasmissione di Gramellini. Ho accompagnato anche Renato Pozzetto e i Fichi d’India. Ma le più simpatiche sono Loredana Bertè e Asia Argento, due matte vere. Una volta a Linate ho caricato Fabrizio Corona; c’era pure Belén, ma stavano litigando, così lei ha preso un altro taxi... Di solito gli artisti sono gentili, cortesi. Tranne un attore comunista, che conosciamo tutti perché ha sempre una banconota da 500 euro, e siccome nessuno di noi ha il resto cerca di andarsene senza pagare...». E i politici? «Anche loro hanno l’autista. Una volta ho portato Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. Mi piacciono, perché la penso come loro». 

Un tempo i tassisti erano quasi tutti di sinistra, racconta Corrado. «Siamo cambiati con gli anni ’90. Qui a Milano abbiamo appoggiato la Lega; a Roma hanno scelto Alleanza Nazionale. Poi Bossi e Fini hanno fatto quel che han fatto. Salvini si è seduto a tavola con Draghi, e ci ha traditi. A Sala di noi non importa niente: perché non ci lascia passare da via Broletto? Perché ha ridotto Buenos Aires a una corsia? Ora siamo quasi tutti con la Meloni». 

I tassisti scioperano anche contro l’accordo con Uber. «Non vogliamo essere taglieggiati da una multinazionale, che ci chiede la percentuale sugli incassi. Abbiamo le nostre App; usiamo quelle, no? In America i tassisti sono immigrati disperati che lavorano per conto altrui. Noi abbiamo pagato la licenza, io novanta milioni di lire del 1986: è la nostra liquidazione. Adesso secondo i miei calcoli vale 140 mila euro. Già siamo piccoli; non possiamo farci schiacciare». Ma Uber c’è in tutto il mondo. «Sì, ma noi abbiamo la tariffa fissa; la loro dipende dal traffico e dalla richiesta. C’è gente che ha pagato delle corse da Malpensa trecento euro...». 

Ore 2.30 - Navigli

Nelle zone della movida i taxi mancano, la gente si sbraccia per strada, ma Corrado è inflessibile: «Di notte non puoi caricare così, a caso. Devi sapere chi porti. Con le chiamate hai il numero del cellulare, spesso sai anche la destinazione. Hai il nome; anche se tanti danno un nome da donna, pensando di avere l’auto più velocemente».

In effetti sia Alexandra sia Henriette si sono rivelate due uomini. Ora a Porta Genova abbiamo appena caricato una coppia che deve tornare a casa. Non si rivolgeranno la parola per tutto il tragitto. Lei è molto seccata perché il tassametro segna già dieci euro, Corrado le spiega gentilmente che c’è il notturno; ma non la convince.

Obietto che a noi clienti capita — non a Milano — di essere truffati davvero. Racconto a Corrado le ultime due volte in cui ho preso un taxi a Palermo. La prima volta sono partito da Punta Raisi su un’auto che segnava già trenta euro; il suo collega non aveva azzerato il tassametro della corsa precedente. La seconda volta il tassametro era coperto da un sedile reclinato, e il tassista pretendeva 29 euro per una corsa urbana di pochi minuti... «Io non sono mai stato convocato in via Messina 53 in vita mia» taglia corto Corrado, con fierezza. Via Messina 53 è la storica sede delle auto pubbliche di Milano (ora trasferita in via Sile), a cui arrivano le proteste.

Ore 3.30 - Cornetteria

Sosta nel cuore della notte in un locale aperto 24 ore su 24. «È un posto sicuro: è di un calabrese. Nei bar dei calabresi non succede mai niente. Il problema è che tutto sta passando in mano ai cinesi». La sicurezza, dice Corrado, i tassisti se la fanno da soli. «Le telecamere, sia quelle dentro l’auto sia quelle per strada, non servono a molto. I ladri se ne fregano. Ho visto spaccare finestrini, rubare e fuggire sotto gli occhi delle telecamere. Ma quando ci provano con noi, diamo l’allarme schiacciando un bottone, la centrale avverte le macchine vicine, e i colleghi arrivano a darti manforte. Ci facciamo giustizia da soli: quattro sganassoni, e finisce lì. Sulla polizia non possiamo contare: c’è, ma non è qui per noi. I vigili, peggio ancora: lei ha visto una pattuglia in tutta la notte? Qualche tempo fa sono stato testimone di un accoltellamento in piazzale Lagosta. Mi hanno fatto aspettare due ore, mi hanno fatto un sacco di domande, e non hanno preso nessuno. Ma io paura non ne ho. Se hai paura, non fai il tassista di notte a Milano. Hanno provato a rapinarmi una sola volta, ho reagito, e quello è scappato».

Ci sono quartieri più sicuri rispetto a una volta. «È vero, non vedi più la gente bucarsi. È tutto molto meglio organizzato». Corrado nel corso della notte mi mostra la darsena, il piazzale della stazione Centrale, i giardini di Porta Garibaldi intitolati ad Anna Politkovskaja. «Lo spaccio funziona così. Il cliente chiama, il pusher manda un ragazzo che passa la dose a uno di questi qui, che la consegna al destinatario. Così sono in tre. Beccarli non è facile; e se un poliziotto ci riesce, li rilasciano il giorno dopo». Sotto i portici ci si prepara per la notte, due clochard hanno attrezzato delle brandine con i materassi e tutto. Un rider, che somiglia in modo impressionante al ciclista con le trecce rasta di «Non è un paese per vecchi», quasi ci viene addosso in contromano. «Ma secondo lei — sorride il tassista — questi alle quattro del mattino portano a casa della gente le pizze prosciutto e funghi?».

Cominciano ad arrivare le chiamate dalle discoteche, ma Corrado le respinge. «Mica sono matto. Nella migliore delle ipotesi ti vomitano in macchina, nella peggiore tirano fuori il coltello e non ti pagano».

Ore 5 - Discoteca

Si torna a Rogoredo per caricare una ragazza dell’Est, di pessimo umore. Corrado spiega che sta tornando da casa di un cliente. Poi chiama un ragazzo: cerca un «bangla», deve comprare dieci birre e portarle agli amici; così si ritorna allo stesso indirizzo. Alla fine della notte Corrado avrà incassato 332 euro: solo due corse sono state pagate in contanti; altre due con i voucher aziendali; le altre con la carta. «Io arrivo a incassare ottomila euro al mese; ma lavorando sette giorni su sette. Tra spese e tasse me ne restano meno della metà; solo il radiotaxi mi costa 2400 euro l’anno. E ho tre figli». 

Alla fine della notte fa fresco, e la signora anziana seduta in piazza Bonomelli sembra avere proprio freddo. Corrado si intenerisce, la fa salire, le dà un passaggio fino al dormitorio di viale Ortles. Insisto perché accetti una delle chiamate in arrivo dalle discoteche. Finiamo al Plastic di via Gargano. «Qui una volta ci ho portato Edwige Fenech, un’altra la Carrà. Era un posto bellissimo». Due camion con le salamelle, drag queen praticamente su trampoli. La chiamata è di una coppia, neanche giovanissima. Pure loro non si scambieranno una sola parola in tutto il viaggio. Non vomitano e non puntano il coltello; lei però all’arrivo chiede lo sconto. Il tassametro segna 23; «facciamo venti cash?». Corrado, inesorabile: «Lo sconto è morto». 

Poi spiega: «Io lo sconto lo faccio alle ragazzine, non a chi può pagare. Ci trattano sempre peggio. Se lo ricorda Luca, il nostro collega ammazzato a calci al Vigentino perché per sbaglio aveva messo sotto un cane, e si era fermato a soccorrerlo? Una volta eravamo un’istituzione: ti invitava il ristorante, perché magari poi ne parlavi bene; per ogni spettacolo che produceva, David Zard faceva una prova generale per un pubblico di soli tassisti. Adesso ci considerano schiavi. L’altro giorno mi ero fermato per prendere un caffè e andare in bagno, e un tizio mi ha preso a male parole: voleva un taxi, e lo voleva subito. Il mese scorso un nero che non voleva pagare il notturno mi ha messo le mani addosso; ho chiamato la polizia, quello è scappato, e hanno chiesto i documenti a me. La vita sociale è in ribasso, sa?».

Lo chiamano degrado dei rapporti umani. «È così. Con la pandemia, poi, troppi negozi hanno chiuso. Fanno la spesa su Amazon, si parlano sui social. E non fanno quasi più l’amore; se non, come ha visto, a pagamento. Si fidi: una volta a Milano si scopava molto, ma molto di più. Certo, può succedere ancora adesso che una donna sola, dopo una corsa costosa, si offra di pagare in natura. Ma io lo trovo degradante. Una volta capitava che un tassista e una passeggera facessero l’amore per il piacere di farlo. Ora non capita più». Albeggia. Corrado prima di andare a casa passa a salutare Manuela, più che altro per mostrarmi che, a differenza di Camilla, è ancora viva. «Questa è Milano — mi saluta il tassista —. Negli anni ’80 era una città più violenta, più armata. Tanti salivano a bordo con la pistola. Eppure la vita era più dolce, più ricca, anche umanamente. Ora la città è meno violenta, ma più aggressiva».

Milano criminale, la mafia, la mala e i check point nelle strade: 161 rapimenti in dodici anni (il primo mezzo secolo fa). Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella su Il Corriere della Sera l'1 luglio 2022.

Il sequestro dell’industriale Pietro Torielli nel 1972 aprì la stagione dei rapimenti a scopo di estorsione. Omicidi, coprifuoco, check point di bande armate e bische, la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese, Vallanzasca e Turatello: questa era Milano tra gli anni Settanta e Ottanta 

L’omididio di Alfonso Guarino nel 1980

Sono cinquant’anni, ma sembrano secoli. Di tutte le cose perse della Milano che fu, la peggiore è sicuramente è la memoria. Chi oggi urla l’allarme sicurezza, chi trasforma fenomeni come le baby gang, le rapine in strada, le risse della movida nella Chicago degli anni Venti, dovrebbe scorrere le statistiche sui reati per rendersi conto di cosa era diventata Milano tra gli ‘70 e gli ‘80.

Il picco di omicidi

Nel 1984, secondo i dati del Viminale, un milanese aveva più del doppio delle possibilità di essere ucciso rispetto a un residente di Roma, Bari e Genova. Statisticamente un’enormità. Nel 1990, di omicidi tra Milano e provincia (Monza e Lodi comprese) se ne contarono 103. L’anno scorso nella sola città di Milano sono stati 7, e raramente il numero complessivo provinciale supera i 25 casi. Oggi, quasi tutti gli omicidi avvengono in ambito famigliare o relazionale, quelli di mala o peggio di criminalità organizzata sono pochissimi. Eppure c’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui non solo si moriva facilmente a Milano — specie se si trafficava droga, si apparteneva a qualche gruppo criminale o famiglia mafiosa — ma poteva capitare di essere rapinati e perfino uccisi per strada dopo essere andati al cinema da bande armate di kalashnikov o sequestrati da uomini incappucciati. Quello dei rapimenti a scopo di estorsione è il fenomeno che più ha inciso sulla storia di quegli anni milanesi. I figli degli industriali venivano mandati a studiare nei collegi in Svizzera, le famiglie ricche giravano protette da guardie armate, la sera in alcune strade del centro (Via Albricci, via Larga, piazza Diaz) poteva accadere di essere fermati da «check point» organizzati dalle bande che allora controllavano bische e discoteche. Chi non voleva correre rischi si tappava in casa. Erano gli anni del coprifuoco, raccontati dalla letteratura noir e più di recente dalla serie Sky la Mala. Affascinanti per il cinema e i libri, ma nerissimi per i milanesi, perché alla criminalità feroce si aggiungeva l’incubo del terrorismo.

Il primo rapimento nel 1972

Il 18 dicembre 1972 avveniva il primo sequestro di persona a scopo di estorsione della storia lombarda, quello dell’industriale Pietro Torielli. Sarà rilasciato a febbraio dell’anno successivo a Mirasole, alle porte di Milano. Per la sua liberazione fu pagato un riscatto di un miliardo e 250 milioni di lire. Una cifra record per l’epoca. Il sequestro Torielli (morto nel 2013 a Vigevano), opera degli uomini del boss palermitano di Cosa Nostra Luciano Leggio, che i giornali storpieranno in Liggio, fa da apripista. L’anno successivo viene sequestrato il nobile Luigi Rossi di Montelera, tenuto sottoterra in una cascina a Treviglio. Nel ‘73 i sequestri sono tre, nel ‘74 si quintuplicano, nel ‘75 diventano 16 e 10 l’anno successivo. 

I siciliani, i calabresi e l’Anonima sequestri

Sono un business redditizio per una criminalità che sta muovendo i primi passi nel traffico di eroina. Ai siciliani dalla metà degli anni Settanta si uniscono i temibilissimi calabresi legati alla ‘ndrangheta. Sono gli anni in cui i boss delle famiglie aspromontane salgono in Lombardia. Arrivano i Papalia, i Sergi, uomini della cosca De Stefano, i Serraino, i Morabito, il boss Coco Trovato e Pepé Flachi. Da bassa manovalanza, la ‘ndrangheta trapiantata a Milano diventa l’Anonima sequestri.

Un totale di 161 casi in dodici anni

In Lombardia i calabresi trovano già una fitta colonia di siciliani legati a Cosa nostra ma anche i catanesi del boss Angelo Epaminonda, la banda del re delle bische Francis Turatello, il gruppo dei «pazzi» di Renato Vallanzasca, gli slavi di Draga Petrovic. Gang sanguinarie, responsabili di centinaia di omicidi. Entrano tutti nel business, ciascuno a modo suo. Vallanzasca offriva piani a pagamento: stanzino buio o permanenza forzata in appartamento con champagne e compagnia. I calabresi dopo una o due settimane in una buca spediscono la vittima ai loro compari nelle grotte dell’Aspromonte. Le famiglie pagano i riscatti e alcune, preventivamente, chiedono protezione ai boss criminali. Solo nel 1977 si verificano 34 diversi sequestri in Lombardia. Una cifra record. Dal 1972 all’84 sono 161 i rapimenti. C’è chi non tornerà mai a casa come il 26 enne Augusto Rancilio rapito nel ‘78 a Cesano Boscone e ucciso perché aveva tentato di fuggire. O come Cristina Mazzotti, rapita nel ‘75 appena compiuti 18 anni e abbandonata in una discarica un mese dopo. Le indagini sul suo sequestro sono state riaperte dalla Procura dopo 47 anni e ci sono quattro nuovi indagati. Nella seconda metà degli anni Ottanta il fenomeno inizia ad affievolirsi. Viene varata la legge sul blocco dei beni delle famiglie (1981) ma a modificarsi è soprattutto il Dna della malavita. Le pene per i sequestri sono altissime (fino a 30 anni), i riscatti si incassano dopo mesi se non anni, la fetta di torta è sempre più piccola. La droga non arriva solo dagli Usa e dalla Turchia ma dal Sudamerica: le nuove rotte rendono l’affare più redditizio.

Il cambio di strategia

Ormai la ‘ndrangheta ha canali per importare coca a prezzi stracciati. I rischi sono inferiori e i guadagni miliardari. Il fenomeno dei sequestri però resiste, anche se alla fine degli anni Novanta, dopo casi molto noti come il sequestro di Cesare Casella a Pavia — e la straziante vicenda di sua mamma ribattezzata «Madre coraggio», che ha girato a piedi tutto l’Aspromonte in cerca del figlio — , i vertici delle famiglie di ‘ndrangheta decidono di abbandonare il business. Le battute di caccia in Aspromonte e sulla Sila di centinaia di poliziotti e carabinieri minano la tranquillità degli affari. Si arriva agli ultimi rapimenti di Alessandra Sgarella (1997) e di Anna Maria Valdata (2004). Ma sono casi «anomali», fuori tempo massimo. Nel 1999, con i nove omicidi in nove giorni esplode il caso sicurezza a Milano, ma evidentemente è un’emergenza politica più che di numeri. Anche se i reati iniziano un calo costante, sul tema della sicurezza si vincono elezioni, cadono ministri, ma un’epoca è ormai finita, per fortuna.

Oggi: i clan, i commercialisti e i broker

Oggi Milano è la più europea delle città italiane, è ai primi posti nelle classifiche internazionali sulla sicurezza: la sera le strade e le piazze sono vive, ci sono concerti, si va a teatro, è un polo attrattivo per turisti e investimenti da tutto il mondo. La ‘ndrangheta ha affinato i proprio metodi: droga e impresa, appalti e false fatture. Più che ai killer, i clan si affidano a commercialisti e broker. La mafia spara sempre meno, facendoci illudere che non esista più.

L'appalto per il business negli aeroporti? Nella Milano di Sala vince l'offerta peggiore. Luca Fazzo il 29 Giugno 2022 su Il Giornale.

La società vincitrice era già stata cacciata da Sea: ha solo cambiato nome.

Come è possibile che un appalto pubblico venga assegnato all'azienda che ha fatto l'offerta peggiore? Che il Comune di Milano, azionista di maggioranza assoluta della società che ha assegnato l'appalto, ci rimetta un sacco di soldi senza farlo sapere in giro? E che l'appalto finisca in mano a una ditta nel cui curriculum appaiono bancarottieri, titolari di fiduciarie estere e di tesori in paradisi fiscali? Che fine fa in tutto ciò la rinomata efficienza meneghina?

Al centro delle quattro domande sta un appalto che a un profano parrebbe di poco conto: il business dell'impacchettamento dei bagagli negli aeroporti, quegli apparecchi che a ridosso del check in consentono di avvolgere nel cellophan la valigia per evitare di trovarsela svuotata grazie all'inestirpabile piaga dei furti da parte del personale. Si tratta in realtà di un affare assai redditizio, anzi il più redditizio per metro quadro di tutti gli affari che ruotano intorno a un grande aeroporto. Più dei bar, più delle boutique. A contenderselo in giro per il mondo, un piccolo numero di società specializzate. La concorrenza a volte si fa aspra: qualche anno fa nell'aeroporto di Milano Linate tra il personale di due ditte finisce a botte, la Sea (controllata al 54,81 per cento dal Comune) caccia una delle due, la Safe Bag, accusandola di «ripetuti inadempimenti contrattuali» e affida l'intero appalto alla rivale, la True Star. Il tribunale civile obbliga Sea a fare una gara d'appalto vera e propria, e qui cominciano i problemi.

Alla gara si presentano in tre: vince chi fa l'offerta più alta, cioè chi è disposto a pagare più soldi a Sea per piazzare le sue macchine impaccabagagli a Linate e Malpensa. Al primo posto si piazza l'americana Zomaer con un'offerta di 3 milioni e mezzo, al secondo la True Star con 2.8 milioni, al terzo la Safe Bag, quella che era stata allontanata dopo le risse, che nel frattempo ha cambiato nome e si fa chiamare Trawell. Ha offerto solo 2,1 milioni. Ma Sea chiede alle altre due società di presentare al volo una fideiussione da tre milioni. Richiesta impossibile, diranno i periti entrati in scena poi. Ma intanto subentra la terza, la Trawell, ovvero Safe Bag, quella cacciata per le risse. Inevitabile il ricorso di Truestar al Tar, che blocca tutto. Così per ora a Milano il servizio non esiste più, e a supplire provvedono gruppi di extracomunitari sui marciapiedi dei terminal.

L'8 giugno il Tar ha fatto una nuova udienza, la decisione è attesa a breve. Nel frattempo il dato di fatto è che Sea, e quindi il Comune di Milano, si candidano a incassare un robusto gruzzolo in meno, proprio nel momento in cui il traffico aereo torna a ruggire insieme a tutto il suo indotto. A beneficiarne è un'azienda, la Seabag, che del business aeroportuale è una esperta navigatrice. Dietro c'è un veterano del settore, l'ex comandante di aerei Giuseppe Gentile, salito alla ribalta nel 2013 quando il suo nome comparve negli Offshore Leaks, le liste di possessori di beni in paradisi fiscali: veniva citata la Mariri Holdings, con sede a Macao, braccio operativo delle attività dell'ex comandante. Che è attivo in tutto il mondo, e non solo nel business aereo: nella sua orbita nasce la Moviemax, compagnia cinematografica finita poi in bancarotta, tra i cui amministratori c'era anche il finanziere Corrado Coen. Coen è il primo socio di minoranza di Safebag, la società che diverrà Trawell, quando nel settembre 2013 la nuova creatura di Gentile debutta all'Aim, la Borsa delle piccole e medie imprese; poco più di un anno dopo Coen viene arrestato per aggiotaggio, e nel 2016 torna in carcere su richiesta del pm Bruna Albertini per associazione a delinquere.

"Situazione incontrollabile...". Lo sfogo del poliziotto: cosa succede in Centrale. Francesca Galici il 27 Giugno 2022 su Il Giornale.

Spaccio, risse, furti e armi: c'è di tutto in stazione Centrale a Milano ma l'amministrazione comunale finge di non vedere. E anche gli operatori ecologici chiedono la scorta.

Quel che succede a Milano nei pressi della stazione Centrale è noto a tutti. Le aree attorno all'edificio ferroviario sono una grande Babilonia, fatta per lo più di immigrati irregolari che sbarcano il lunario con furti, borseggi, rapine e spaccio di droga. Le risse, spesso armate, sono all'ordine del giorno in questo quadrante di Milano, di cui la stazione Centrale è la principale porta d'accesso. Se questo è il biglietto da visita che si offre ai turisti e ai visitatori quando arrivano in città, figuriamoci il resto. A cercare di mantenere un livello di decoro e contegno, per quanto possibile, sono chiamate le forze dell'ordine, che quotidianamente sono costrette a confrontarsi con personaggi di dubbio gusto al fine di garantire la sicurezza della città, dei cittadini e dei suoi ospiti.

"Racconto una 'serata' ma la situazione non cambia nell'arco delle 24 h", inizia così il lungo sfogo di Pasquale Griesi, poliziotto in servizio presso la Squadra mobile di Milano, segretario regionale Fsp. Lui e i suoi colleghi vivono quotidianamente le pieghe più oscure di Milano, a rischio e pericolo della loro vita: "Il turno inizia con sfollagente, scudi e ubot sempre a portata di mano, perché forse qualcuno non si accorge che la stazione Centrale, soprattutto nei pressi delle fontane, ai lati con piazza IV novembre e Luigi di Savoia è praticamente un'enclave di molteplici Paesi". Un pot-pourri di etnie e nazionalità che genera "una situazione incontrollabile, devastante! Si spaccia liberamente, ci si prende a bottigliate, a pietre, a volte bastante, risse all'ordine del giorno".

L'amarezza è evidente nelle parole del poliziotto: "Il problema è una immigrazione clandestina incontrollata dallo sbarco sino allo stazionamento in quella che abbiamo chiamato 'enclave milanese'". Finché la piazza e le sue aree limitrofe sono presidiate, letteralmente, da uomini in tenuta antisommossa anche sotto il sole cocente con 40 gradi all'ombra, pronti all'intervento in qualunque momento, la situazione è sotto controllo. Ma non appena il reparto della Mobile viene smobilitato, quell'area torna a essere terra di nessuno. "Il Reparto sventa una decine di risse per turno, furti, rapine, 'distrae' lo spaccio, attenua il problema ma non lo risolve", spiega Griesi, che poi aggiunge: "Appena il Reparto va via, ecco l'accoltellato. Sì, loro sono abituati così, una nuova cultura! Dimenticavo, guai a sgridarli, mai sia a menarli". Il riferimento è a un nuovo caso di aggressione con un coccio di bottiglia in stazione Centrale nella notte tra sabato e domenica.

Pasquale Griesi ha prestato servizio in quell'area col suo Reparto proprio sabato sera: "Risse, furti, rapine, spaccio sventati ma la chicca più bella viene dagli operatori dell'Amsa! Ci chiedono se possiamo scortarli mentre devono pulire la monnezza che gli ospiti/occupanti hanno lasciato! Ovviamente non abbiamo rifiutato, ci dicono che il servizio deve essere garantito dalla polizia locale che, evidentemente impegnata in altro, spesso non si presenta".

La polizia interviene nei limiti delle sue competenze e, infatti, come spiega il poliziotto, "sono stati già portati via tutti, fotosegnalati e muniti di ordine del Questore! I Cpr non producono l'effetto desiderato, lo abbiamo spiegato più volte in questi giorni, quindi per il solito problema legislativo e organizzativo, i nostri clienti continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, e noi continuiamo a guardarli e attenuare a nostro rischio il problema". Attenuare, perché per risolverlo servirebbero interventi dall'alto ma in Italia continuiamo a lasciare libero accesso dalle coste e ai migranti viene semplicemente consegnato il foglio di via che, ovviamente, non viene mai rispettato.

Quirino Conti per Dagospia il 15 giugno 2022.  

Dalle nuvole si capiva che si era arrivati a Milano: diverse da quelle plateali, ricche e sontuose che ci si era lasciati alle spalle, a Roma. Mentre queste erano sobrie, concise, seppure estese sulla città come un campo da calcio.  

Tuttavia, il segnale più convincente era il tassista: pugliese, dalla pronuncia inconfondibile come in un cinepanettone, non appena sentiva un indirizzo che poteva sottintendere “Moda” o “Stilista” istantaneamente si trasformava in un jet ultrasonico per funzionalità ed efficienza.  

Poiché anche lui in quella fase diveniva interprete di un fenomeno che stava trasfigurando il territorio lombardo, in quegli anni settanta, quelli della transverberazione di una città tristanzuola in un redditizio concetto estetico. E tutti i suoi cittadini, nei vari ruoli e competenze, si formarono su questa nuova identità. Se non altro, almeno per entusiastica adesione. 

Tanto che persino quegli edifici non ancora del tutto allineati alla costosa bellezza del momento apparivano scenograficamente testimoni di una particolare Bohème delle origini, assumendo i caratteri di una specie di Bateau-Lavoir e di tenero reperto archeologico. Così gli alberghi, anche i meno prestigiosi, si fecero particolarmente ospitali e complici già di mille consegne, depositi, messaggi, depistaggi e segreti. 

In tutto questo Barbara Vitti, a quel tempo potente concertista del sogno di Armani e Galeotti, progettava e formava proprio allora un club di teste coronate che mensilmente, con un appuntamento serale ai tavoli del Toulà, riuniva la migliore stampa dell’ambiente. E se non era la migliore, di sicuro rappresentava la più potente e impicciona. Una specie di Congresso di Vienna che ridisegnava potentati, sovranità e linee genealogiche. 

C’erano sempre N. A. già con zazzeretta colore del grano, R. E. orgogliosa dei suoi ascendenti sefarditi, A. R. immancabilmente addobbata da santona brasiliana; l’austera C. V. con codino e tenuta d’attacco; C. B. di “Vogue Uomo”, severa come una badessa cistercense; P. G. la più tenera e distratta anche perché interamente proiettata dentro i segreti del burraco; poi a sorpresa, in qualche sera più scura e piovosa, magari nomi nuovi prossimi a esibirsi e a meritare magari, da tutte loro, un diniego sferzante o un plauso appena accennato. 

Non c’era F. S. non ancora stratega per conto di Condé Nast, e troppo giovane per mescolarsi a un simile battaglione già rodato e potente. Mancava anche A. P. che in solitaria – deposto il kilt – stava ascendendo al suo ruolo con stranezze stilistiche, combini inauditi e un suo particolarissimo potere, inconciliabile con l’ortodosso ossequio armanesco delle altre socie. Tutto passava per le loro manie e sulle loro lingue con sentenze assolute e cadute precipitose, regni da sostenere e corone da abbattere.

Non partecipava nemmeno A. M. allora incontestabile Pizia di ogni pedana, generosa suggeritrice nel bene e terribile distruggitrice nell’errore.  

Comunque, per quel club c’era sempre un posto in prima fila ovunque e senza alcun ripensamento: destinatarie di ogni “save the date” prima di chiunque altro e degli omaggi più sofisticati. Grandi, grandissime, come nessuna mai più, e soprattutto “caratteristiche” – cioè al limite quasi esilaranti –, come le definiva ogni volta Natalia Aspesi quando, all’uscita dal Toulà, le guardava nel loro insieme continuare a ciarlare nell’attesa di un taxi.

Poi le stagioni cominciarono a scorrere troppo velocemente, tanto che il triste Giacomino Leopardi, con la sua operina sulla Moda divenne sempre più realisticamente interprete della scena. Fino a quella dura stagione che portò l’obbligo del lutto nel mondo della Moda per i molti che se ne andranno, fino al grande Versace, e mentre per troppe assenze si cominciavano ad avvertire i primi scricchiolii di un potere che era sembrato eterno. 

Come un bosco in autunno anche quel bosco di intelligenze iniziò a ingiallire e ad annunciare l’inverno. Barbara se ne andò niente di meno che dalla Sicilia, dove si era appena trasferita. Poi fu la volta di qualche compagno e di molti amici, per un virus che inesorabilmente marchiava il mondo dello Stile.  

Mentre ci si sfrenava ormai in pettegolezzi sempre meno ridanciani, fino al ritiro di quasi tutte in una città che ora non le conosce più. Malanni, tristezze, rimpianti. Milano divenne acida, e quasi francese dopo le troppe cessioni e i troppi inghippi creati da unioni insane e avventurose.

Ora ci si telefona molto: fingendo anche qualche impegno con ancora l’attitudine al dominio di quel che è scomparso. F. S. non c’è più, ci sono nomi nuovi, ma con poca eco e con un’aura di rispetto sempre meno radiosa – persino maschi con pochette a cascata.  

Di quel tempo e di quel Club non resta che il ricordo di pochi, mentre chi può si ricicla in qualsiasi lavoro, più per ossessione che per necessità. Come una volta quando un loro battito di ciglia voleva dire una svolta e per qualcuno anche la felicità del successo. In un autunno sentimentale che non si addice alla Moda.

Intanto, le più pervicaci e caparbie, dopo aver penetrato con sudore di sangue ogni segreto della rete, fingono ora di sentirsi pronte a disquisire di MFT, criptovalute e beni virtuali. E seppure il consumatore pare poco incline al Metaverso, loro no. E così terrorizzano la collega meno sperimentale sproloquiando su avatar e generazione Z.  

Pronte perfino a nuove eventuali consulenze del genere shopping ibrido. Mentre purtroppo, per qualche trentenne assuefatta al “nuovo”, tutto questo appare già perfino il prossimo “passato”.

Milano e il cinema: il racconto dei luoghi delle note pellicole cinematografiche. Angela Leucci il 10 Giugno 2022 su Il Giornale.

Milano e la settima arte: così il cinema ha ritratto storie e paesaggi della metropoli meneghina, creando un'esperienza immersiva per lo spettatore.

Le strade di Milano sono un crocevia di vita vera, vissuta. E anche di vita trasfigurata dall'arte. Qui il cinema ha raccontato tante storie fantasiose, che hanno fatto ridere, oppure piangere, tenuto con il fiato sospeso, emozionato lo spettatore.

Probabilmente, tra tutte le storie, le più note ambientate a Milano e nell'hinterland sono quelle comiche, grazie ad attori e attrici popolarissimi, che hanno portato sulla scena questa città, rendendo anche gli scorci apparentemente più anonimi delle icone. Basti pensare ad Asso, con Adriano Celentano: dalle scene nel Bar Magenta che nella finzione scenica viene chiamato Bar Bretella, a Villa Mirabello che si intravede in lontananza dall'ippodromo di Monza, fino a Villa Belgioioso Bonaparte. Qui il fantasma del giocatore d'azzardo Asso si muove per avere giustizia e salvare la sua bella.

Non mancano però le produzioni d'essai che hanno puntato l'occhio della telecamera sulle bellezze nascoste di Milano. Tra queste sicuramente La notte di Michelangelo Antonioni, che corre lungo via Lanzoni e via Fara passando per via Senato e raccontando la storia d'incomunicabilità di una coppia formata da Leanne Moreau e Marcello Mastroianni. Oppure Teorema di Pier Paolo Pasolini che mostra un'aristocratica villa di via Palatino per poi spostarsi nell'attuale piazzale antistante l'istituto Marcellino Tommaseo, che nella storia è il liceo esclusivo frequentato dai rampolli delle famiglie borghesi come la protagonista Odetta. O ancora Romanzo Popolare, dove il Lambro fa talvolta da sfondo alle vicende amorose di Ornella Muti, Ugo Tognazzi e Michele Placido.

Il ragazzo di campagna

Ma quando si dice Milano, il pensiero corre veloce a Renato Pozzetto e al suo Il ragazzo di campagna. L'epopea di Artemio, che all'età di 40 anni vuole diventare un self made man e si sposta dalla campagna alla città con il suo trattore, rappresenta una delle pellicole più di culto della commedia italiana.

Il viaggio interiore ed esteriore di Artemio a Milano inizia a piazza San Babila, dove il "ghisa" lo ferma per sequestrargli il trattore: dopo di che Pozzetto è costretto a usare un sottopassaggio che non riesce a comprendere, perché la città, come dice sua madre, "l'è piena di tentazioni, l'è tentacolare".

Piazza San Babila prende il nome dalla basilica che si trova in questo luogo. A partire dalla fine degli anni '20, con la crescita della città, iniziò a popolarsi di palazzi suggestivi in gran parte legati all'estetica razionalista dell'architettura fascista.

Tra questi spiccano Palazzo del Toro o anche il Teatro Nuovo, realizzato nel 1938 dall'architetto Emilio Lancia. C'è poi la Torre Snia Viscosa, realizzata l'anno prima da Alessandro Rimini: alta quasi 60 metri, è il primo grattacielo mai costruito a Milano, e la sua particolarità è l'armonia cromatica tra il giallo della trachite del rivestimento e il verde del serpentino usato per le finestre e dell'ingresso. 

Tra i luoghi che si possono individuare nel film c'è anche il Quartiere Maggiolina, Porta Ticinese e naturalmente il Naviglio. Porta Ticinese è uno degli angoli più interessanti di Milano: qui domina appunto una porta che affonda le sue radici nell'epoca romana, quando esisteva una porta molto differente da quella d'oggi. L'aspetto attuale è dovuto al rifacimento neoclassico messo in atto nei primissimi anni del XIX secolo in base al progetto di Luigi Cagnola.

Il Naviglio è il luogo in cui Artemio tenta il suicidio, gettandosi invece su una barca e venendo salvato da un uomo che gli propone di spacciare marijuana. Nonostante non abbia trovato lavoro, sia deluso per essere stato respinto da Angela, la ragazza milanese di cui si era invaghito, il campagnolo Pozzetto ha ancora la forza di indignarsi. E anche di sputare sulle auto delle forze dell'ordine che, naturalmente, lo rispediscono a Borgo Tre Case, suo paese natale, con tanto di foglio di via.

Totò, Peppino e la Malafemmina

I "ghisa" milanesi sono nel cinema italiano ambientato nel capoluogo meneghino una presenza fissa. Basti pensare a Totò, Peppino e la Malafemmina: è proprio a un vigile urbano che Totò e Peppino De Filippo cercano di chiedere informazioni, al fine di trovare l'attrice di rivista che a loro avviso ha circuito irrimediabilmente il nipote.

I due attori si fermano nel luogo più noto e forse più rappresentativo di Milano, ovvero piazza Duomo. La piazza è un coacervo di cultura e di storia, tra la cattedrale gotica dai minuziosi dettagli tesi verso il cielo, fino alla Galleria Vittorio Emanuele II, uno degli esiti più interessanti dell'architettura neorinascimentale in Italia.

Le scene di Totò e Peppino a Milano costituiscono per i linguisti una testimonianza importante. Prima del secondo dopoguerra infatti, secondo gli studiosi, non esisteva una consapevolezza rispetto all'unità nazionale e questo si ripercuoteva sulla lingua italiana. È questa la ragione per cui i due comici scambiano il "ghisa" per un ufficiale austriaco e parlano con lui in un francese maccheronico. Milano diventa così il simbolo di quel tentativo di unione linguistica.

Il caso Venere privata 

A volte le bellezze del cinema vengono dalla letteratura. Come nel sensualissimo noir Il caso Venere privata di Giorgio Scerbanenco, uno degli scrittori novecenteschi più importanti per Milano. Il romanzo è diventato un film con Raffaella Carrà nel 1970.

In una delle tante scene ambientate nel capoluogo meneghino, si può vedere Carrà all'interno di uno scorcio di piazza dei Mercanti: la compianta artista viene vista entrare in un palazzo per poi dare vita a una scena in cui deve posare per degli scatti osé.

Questa piazza trova la sua genesi in epoca medievale: fu infatti realizzata nel XIII secolo e qui i mercanti svolgevano le proprie attività lavorative. Palazzi e statue che qui si trovano spaziano dallo stile gotico al barocco: ma tra gli archi dell'arengario si può scorgere una "mattonella" con una scrofa semilanuta, l'animale magico che, secondo la leggenda, avrebbe portato Belloveso a fondare Milano.

Milano Calibro 9

Altra pellicola sexy per eccellenza pur essendo un thriller poliziesco è Milano Calibro 9, del quale moltissimi cinefili non possono fare a meno di ricordare la scena del ballo esotico di Barbara Bouchet - che però è girata in un interno a Roma.

Tra le location scelte a Milano da Fernando Di Leo figurano la Torre Branca di Parco Sempione, i Navigli, il Pirellone, la Stazione Centrale, il carcere di San Vittore e naturalmente piazza Duomo, che viene sottolineata anche dall'inquadratura iniziale sulla fermata della metropolitana cui è stata però sostituita l'insegna con Galleria del Sacrato. 

La Torre Branca è uno dei monumenti più riconoscibili della pellicola e fu realizzata nel '33 da Giò Ponti. Per volere dell'allora capo del governo Benito Mussolini, la torre fu pensata alta venti centimetri in meno rispetto alla Madonnina che sormonta il duomo, per non mancare di rispetto alla santità dell'opera religiosa. Fino alla caduta del regime fascista prese il nome di Torre del Littorio e sulla sua cima erano istallate le tecnologie di trasmissione Eiar dell'epoca.

Le vie di Milano, storia e curiosità. Teresa Barone il 6 Giugno 2022 su Il Giornale.

Le strade, i corsi e i vicoli del capoluogo lombardo celano aneddoti, avvenimenti storici e fatti curiosi che meritano di essere raccontati. 

Percorrere le vie di Milano è sempre un'esperienza entusiasmante, un'occasione unica per ammirare il perfetto connubio tra modernità e antichità che caratterizza il capoluogo lombardo. Nel centro storico ma non solo, infatti, coesistono architetture realizzate in epoche differenti che lasciano il posto a edifici più innovativi ma mano che ci si dirige verso i quartieri più periferici.

Molte delle vie milanesi, inoltre, celano una storia ricca di aneddoti, avvenimenti e curiosità poco conosciute che tuttavia meritano di essere raccontate. Non tutti sanno, ad esempio, che a Milano non è presente una via dedicata alla Capitale: via Roma, infatti, è assente dallo stradario meneghino sebbene ci sia il celebre Corso di Porta Romana.

Proprio quest'ultimo, ad esempio, in epoca fascista fu tramutato in Corso Roma per volere del Podestà Marcello Visconti di Modrone nell'intento di celebrare il decennale della marcia su Roma del 1922, tuttavia la nuova toponomastica fu abbandonata con la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Via Mercanti, dal Duomo a piazza Cordusio 

Lunga circa duecento metri, via Mercanti collega piazza Duomo a Piazza Cordusio ed è stata ricavata nel corso del XIX Secolo dalla piazza Mercanti, fulcro della vita cittadina in epoca medioevale e dedicata alle attività artigianali, ricordate anche dai nomi delle vie adiacenti come via Orefici, Spadari e Cappellari.

Una delle principali curiosità su via Mercanti riguarda la presenza del bassorilievo collocato sul secondo arco del Palazzo della Ragione, raffigurante un animale insolito definito “scrofa semilanuta” e considerato uno degli antichi simboli della città fin dalla sua fondazione. Sempre in questa via si verifica un particolare fenomeno acustico, grazie ai fori presenti su due colonne non attigue che anticamente permettevano ai mercanti di comunicare a distanza semplicemente sussurrando alcune parole.

Milano e il Quadrilatero del silenzio

Non lontano dal centro e vicino a corso Venezia, è possibile percorrere il cosiddetto Quadrilatero del silenzio: si tratta di quattro strade, precisamente via Serbelloni, via Mozart, via Cappuccini e via Vivaio, in grado di regalare un'atmosfera pacata e rilassante, quasi estemporanea se confrontata con il caos delle zone vicine.

Tra palazzi edificati in stile neoclassico, decorazioni Liberty, mosaici e giardini, questo luogo rappresenta una tappa imperdibile per conoscere un volto insolito di Milano.

Via Montenapoleone e l’origine del nome 

Cuore del Quadrilatero della Moda, via Montenapoleone è nota soprattutto per l'offerta di boutique e vetrine da sogno ma vanta anche una storia peculiare che giustifica l’origine di questo nome. Un tempo Contrada di Sant'Andrea, infatti, è stata sede di numerosi conventi ma è diventata via Monte Santa Teresa dopo l'apertura di un banco dei pegni, voluto da Maria Teresa d'Austria.

Riattivato per volere di Napoleone Bonaparte, il banco ha portato a un nuovo cambio di nome della strada: via del Monte Napoleone. Dopo l'unità d'Italia, lo stesso luogo è stato ribattezzato via Montenapoleone.

La Walk of Fame del capoluogo lombardo

Anche Milano, come Los Angeles, ha la sua Walk of Fame: in Largo Corsia dei Servi, a pochi passi da Piazza Duomo e da Piazza San Babila, sono ancora visibili le impronte e le firme lasciate da numerose star nazionali e internazionali, personaggi famosi della televisione e del cinema che hanno impresso un segno nei pressi degli uffici della popolare rivista TV Sorrisi e Canzoni.

La via più piccola di Milano

Sempre nel centro di Milano, tra via Santa Marta e via Nerino, si trova la via più piccola e per certi versi angusta del capoluogo lombardo: è via Bagnera, una strada ottocentesca che in epoca romana ospitava i bagni pubblici, nota anche con l'appellativo di “stretta” proprio per le dimensioni limitate.

Il vicolo è tristemente famoso anche per alcuni fatti di cronaca nera che risalgono alla prima metà dell'Ottocento, avvenimenti che hanno avuto come protagonista Antonio Boggia, il primo serial killer italiano.

Maurizio Donelli per il “Corriere della Sera” il 6 giugno 2022.

«Le giro il contatto della team manager, è lei che gestisce il mio calendar». Replica così, via WhatsApp, quando gli chiediamo un appuntamento per l'intervista. In fondo, il Milanese Imbruttito poteva reagire altrimenti (what else?, direbbe lui)? E, un paio di giorni dopo, eccolo Germano Lanzoni, 55 anni, camicia azzurra, giacca blu, sneakers bianche e sorriso da simpatica canaglia. 

Chi risponde alle domande? Germano o l'Imbruttito?

«Facciamo che risponde il Gegio». 

Prego?

«È il mio soprannome. Mi chiamano tutti così fin da quando ero un ragazzo».

Il più simpatico della compagnia?

«Ho cominciato tardi a fare il giullare. Nasco come animatore di contatto in un villaggio turistico di Crotone, il Casa Rossa». 

L'animatore di contatto sarebbe quello che tormenta i turisti con il gioco aperitivo, la ginnastica in acqua...

«Precisamente. Ma non c'è niente di meglio per imparare a relazionarsi e aprirsi con le persone. Mi sono molto divertito in quegli anni. Pensi che il capo comico del villaggio era Michele Foresta, il mago Forest; e la parte musicale era affidata a Silvano Belfiore, quello che oggi dirige l'orchestra nei programmi di Maurizio Crozza. Detto questo, il mio benchmark artistico è sempre stato papà». 

Era un attore?

«Macché, un operaio. Precisamente un giuntista. Un simpaticissimo donnaiolo impenitente. Aveva Tinder inside. Dotato di una specie di gps naturale per individuare le belle ragazze. E naturalmente corteggiarle.

Se durante un intervento individuava l'appartamento di una signora piacente, le sabotava di proposito il telefono per poter ricevere la chiamata e andare a riparare il "guasto". Purtroppo non c'è più. Pensi che un giorno in ospedale, ormai nelle ultime settimane di vita e molto anziano, mi ha chiesto di accompagnarlo in bagno.

Camminava a fatica attaccato al sostegno della flebo. A metà corridoio si è fermato di colpo e mi ha detto in dialetto, così, dal niente: "Germano, a mi me piasen i dònn". In realtà ha detto che gli piaceva qualcosa di più specifico, ma il senso è quello... Era figlio di una Milano incredibile e vivissima. Per esempio mi raccontava sempre la storia del conte».

Quale conte?

«Un suo amico, povero in canna, che si faceva prestare camicie e pantaloni eleganti e poi andava da Cova in via Montenapoleone cercando di accalappiare qualche ricca signora da poter sposare per sistemarsi. E andò proprio così. Più o meno: quella che poi sposò, conosciuta ai tavolini del Cova, era una tipa che si era fatta prestare anche lei i vestiti... Parlo sempre di queste cose nei miei spettacoli». 

Quali spettacoli?

«Mi esibisco in due locali milanesi quasi ogni settimana. Il palcoscenico non lo mollo per alcuna ragione. Ho fatto la scuola di recitazione di Marina Spreafico all'Arsenale, un patrimonio di conoscenza che non voglio abbandonare. Conservo ancora incorniciate le 50 mila lire guadagnate (in black) con il primo spettacolo al Derbyno in via dei Missaglia, in coppia con Gianfranco Balestrini. Avevo 25 anni e volevo soprattutto diventare bravo, non famoso».

E poi?

«Poi ne ho fatte di ogni. Compresa la comparsa a Drive in. Ha presente quelli che stavano in mezzo alle macchine e dovevano ridere alle battute? Ero uno di loro. Ogni tanto qualcuno veniva mandato via perché non rideva abbastanza. Poi un giorno sono stato contattato da radio Deejay per presentare la tappa di un tour itinerante in piazza del Cannone a Milano. Era la vigilia della partenza per le vacanze in Grecia con Paola, la mia fidanzata di allora. Le ho detto; "Tranqui , un paio di serate e ti raggiungo in spiaggia".

Invece non mi sono più fermato per 47 giorni. E Paola, inevitabilmente, mi ha mollato». 

La radio, altra grande passione.

«Devo tanto a RDS».

Spieghi.

«Capodanno del 1999. Quello del passaggio del millennio. Il 31 dicembre sono a Roma. Mi chiamano dalla radio: "Preparati, questa sera devi essere in piazza Duomo a Milano per il countdown. Sarai in diretta su Canale 5. Cominci alle 21". Prendo di corsa un aereo. Non c'era copione, non c'era scaletta. Sono salito su quel palco con 100 mila persone davanti e dovevo improvvisare». 

Panico.

«Beh, a quel punto è tornato fuori l'animatore del villaggio turistico che era in me. E ho cominciato: "Potevate essere a casa con i parenti! Potevate essere al ristorante a spendere un botto di soldi per un cocktail di scampi! E invece siete qui! Grazie Milanooooo!". A quel punto il delirio fino a mezzanotte e oltre, tutto improvvisato».

Praticamente, una prova generale di quello che lei fa oggi a San Siro quando gioca il Milan.

«Esatto. Solo che la prima volta sotto la curva Sud è stata drammatica. Era il 2000. RDS era partner del Milan e noi conduttori avevamo il compito di intrattenere i tifosi con un po' di musica prima della partita. Fino a quel giorno l'aveva fatto Francesco Pasquali che una domenica, con lo stadio già pieno, ha però deciso di passarmi il microfono. "Vi presento Gegio!", ha urlato. E dalla curva è partito il coro: "Sceeeemo, Sceeeeemo...". C'era un tipo inconfondibile per la sua maglia color puffo che dagli spalti mi faceva gesti irripetibili. Mi ha tormentato tutto il pomeriggio. Non l'ho mai dimenticato e mai lo dimenticherò».

Oggi con i tifosi il rapporto è ben diverso.

«Ed è bellissimo. Mi emozionano ogni volta che leggo le formazioni (lo faccio dal 2002) finisce sempre che mi tremano le mani. E pensare che non sono mai stato un grande appassionato di calcio, non ci ho mai giocato, amavo il basket». 

Da dove guarda la partita?

«Dal campo. E capisco poco di quello che succede. Una volta non mi sono nemmeno accorto che avevano annullato un gol a Theo Hernandez e quando ho visto la palla in rete ho cominciato a gridare: "Cooooon il numero 19 ha segnato...". Poi, subito dopo, ho dovuto scusarmi».

E con i calciatori che rapporto ha?

«Sono ragazzi troppo giovani rispetto a me e sempre super concentrati. Fuori da San Siro non frequento nessuno di loro. Ricordo però con piacere Clarence Seedorf che durante un riscaldamento pre-partita interruppe la corsa per venire a stringermi la mano. Un bel gesto». 

Come nasce l'Imbruttito?

«L'idea è dei tre founders della leggendaria pagina Facebook». 

Milanesi?

«Per niente: Marco De Crescenzio è di Taranto, Tommaso Pozza è di Padova e Federico Marchisio è di Varese. Mi hanno scelto dopo aver visto alcuni sketch del Terzo segreto di Satira. Avevano bisogno di qualcuno che interpretasse il modo di parlare e i tic dei milanesi». 

Facciamo qualche esempio di questi tic?

«Certo. L'Imbruttito mentre si lava i denti, con l'altra mano cancella le tracce di dentifricio dal lavabo; mentre chiude la porta di casa, contemporaneamente chiama l'ascensore; al semaforo non aspetta il verde ma scatta quando è rosso per i pedoni; non dice mai no a un invito ma "ti raggiungo dopo". E ovviamente si muove solo in macchina e non con gli spostapoveri: metropolitana, tram, autobus...». 

Il suo alter-ego è il Giargiana.

«Precisamente. Giargiana sono tutti coloro che abitano appena fuori dalla circonvalla. E che, rispetto all'Imbruttito, non pensano solo ed esclusivamente alle due «f»: dove la seconda «f» sta per fatturato».

Nei vostri sketch e nel film «Mollo tutto e apro un chiringuito» il Giargiana è interpretato da Valerio Airò.

«Attore comico incredibile. È stato scoperto perché con il suo accento piacentino si era presentato al provino per un film proponendosi per interpretare la parte di un personaggio lucano. E lì hanno detto: o è un fesso o un genio. Era giusta la seconda». 

Ma lei, Germano Lanzoni detto Gegio, è un imbruttito nella vita di tutti i giorni?

«Quando sono in macchina decisamente». 

E chissà che macchina...

«Non ci crederà ma ho una Panda. Una volta al semaforo un tipo su una Volvo mi ha riconosciuto e m'ha detto: "Uè, Imbruttito, cosa ci fai sulla Panda?! Un tipo come te deve viaggiare in Cayenne...».

Ma almeno abita all'interno della «circonvalla»?

«Macché, vivo a Brusuglio di Cormano. In un attico, è vero, ma a Brusuglio...». 

Giargianissimo.

«Totale. Con i miei abitavamo a Milano, vicino alla stazione Centrale. Poi papà ha comprato questa casa fuori città e ora ci vivo con la mia compagna Lara Bogni, che è una danzatrice, e le nostre gemelle di 15 anni. Loro vorrebbero che dopo vent'anni ci sposassimo, più che altro per la festa». 

E vi sposerete?

«Ho spiegato alle ragazze che 20, 30 K preferisco spenderli per comprarmi un box».

Risposta che avrebbe potuto dare il Dogui, ovvero il leggendario Guido Nicheli. Si sente il suo erede?

«Era un grandissimo Imbruttito. La differenza con me è che "Alboreto is nothing" lui avrebbe potuto dirlo anche fuori dal set, chiacchierando con gli amici. Perché era così nella vita. 

A me piacerebbe essere considerato piuttosto l'erede di Giuseppe Moncalvo, attore che coraggiosamente nel 1800, davanti agli austriaci che sorvegliavano il palcoscenico e spesso lo portavano in galera, interpretava il Meneghino, una maschera storica che non indossa la maschera. Proprio come il milanese Imbruttito».

Dagospia il 6 giugno 2022.Estratto di un testo del 1932 di Carlo Emilio Gadda, pubblicato dal “Corriere della Sera” nel 2007

I Rusconi non fumavano: non si sa bene perché non fumassero, forse per igiene, forse per economia. Ma certo le sigarette con quello stemma d’Italia non erano cosa che doveva entrare nelle loro grazie: associavano l’idea delle Macedonia a quella delle guardie di finanza, della Regìa, dello Stato Italiano, dello Stato dei meridionali. 

Comperare delle Laurens, o delle Capstain non gli era passato mai per il cervello: buttare in fumo tanti denari. Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti: brontolavano contro i meridionali, ma nessuno di loro avrebbe mai osato contrastare ai dettami d’un meridionale, anche perché non ne avevano il potere o la forza o l’ingegno: appartenevano a quella stirpe chiusa, onesta, che può essere simboleggiata, in biologia, dal grosso topo detto «pantegana» da noi, che corre i fossi e sbuca subito di tra il folto delle urtiche e subito si rintana, sapiente nella sua cotenna e codardo.

Appartenevano a quella gente che sorride di pietà e di superiorità quando parla del governo, ma che è assente da tutte le attività del governo: assente dall’amministrazione, dalla magistratura, dall’esercito, dalla marina, dall’insegnamento. 

Non esistono milanesi della classe colta e “dirigente” che siano generali, ammiragli, giudici, ingegneri del genio civile, ufficiali del genio navale, o professori di università. La ricca borghesia milanese sorride di commiserazione a sentire che uno è professore d’università: il presentarsi come professore di filosofia o di diritto romano o di storia antica in un salotto milanese equivale a farsi ricevere con un’occhiata di commiserazione. Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano. La degenerazione della tendenza industriale, l’unilateralità della cultura, la meschinità celtica della loro boria, (...) il secolare cattivo gusto rendono impossibile la vita in Milano 1930, a uno che voglia dedicarsi agli studi. Lo studio nel giudizio milanese è un mezzo di «laurea»; la laurea è come un foglio di congedo dal servizio militare, null’altro. I giovani della borghesia milanese studiano otto anni il latino per essere incapaci di tradurre una frase di Cicerone. 

(...) a Milano essere professore è cosa ritenuta indegna di persona che si rispetti: spazzino municipale è già una carica molto superiore nell’esternazione dei milanesi. Interminabili tiritere contro i professori e le scuole si sen- tono ad ogni piè sospinto negli illuminati salotti della borghesia pacchianissima, lodi dell’attività pratica, inni allo scaldabagno, ditirambi verso le maniglie di ottone stampato. Il professore è un essere meschino, dalle idee ristrette, incapace di attività e di modernità, che vive del suo Cicerone come il tarlo nella vecchia mensola, che non capisce nulla della vita.

(...) Nessuna pietà, verso chi studia o desidera studiare, nella Milano 1920-30. (...) I cinquemila e cinquecento pisciatoi della virtuosa città pullulante di persone «pratiche della vita»: ma il professore che un po’ curvo per ragione del mestiere legge e lavora e pensa, e può dir cose utili e sagge alle nuove generazioni istupidite dalle sciocche iperboli della Gazzetta dello Sport, il professore è additato al disprezzo pubblico, conspiré, bafoué. 

Questa è l’intima “cultura” milanese in questi primi decenni del sec. 20. (...) Li scaldabagni, a tutti i costi e contro ogni verosimile criterio di opportunità. E così si moltiplicarono le fabbriche e le fabbrichette, le officine e le officinette, le maniglie e le manigliette: ma non troverete una porta che chiuda né una finestra che tenga, perché il genio della meccanica e della vita pratica suggerisce sì le maniglie e il cavatappi contro il Maledetto Spinoza, ma non ha né mai avrà virtù tali da far maniglie tali che servino a chiuderle.

Cronaca e Storia, l’incontro in Galleria. Perché non è strano il mondo a Milano. Più di ogni altro luogo d'Italia, è il centro del globo, soprattutto ora con la Milanesiana. VITTORIO SGARBI su Il Quotidiano del Sud il 5 Giugno 2022.

A Roma, via Veneto e la dolce vita hanno caratterizzato una stagione che non è costume: è storia. A Milano, in galleria, a partire dal futurismo, il Novecento ha segnato stagioni accelerate che sono già storia. Dopo la “Rissa in galleria” di Umberto Boccioni, il Movimento studentesco, il “Nouveau realism”, Christo che impacchetta il monumento a Vittorio Emanuele, Botero, hanno avuto come teatro la galleria. I passaggi della Callas, di Placido Domingo, di Franco Zeffirelli, di Riccardo Muti hanno avuto alcuni ristoranti come luoghi di storici incontri, che sono parte viva del secondo Novecento.

Qui si incrociavano Borges e Montale nei primi anni Settanta. Qui Leonardo Sciascia accoglieva l’amico Gesualdo Bufalino, in visita a Milano per incontrare il comune editore Bompiani, rappresentato da Elisabetta Sgarbi. Qui fu Paolo Coelho, in un memorabile appuntamento milanese con il sindaco Moratti e il suo assessore.

“Galleria” è nome eponimo di un ristorante che ha visto il passaggio della parte più viva della cultura italiana e internazionale del secondo Novecento, dalla musica alla letteratura, all’arte. Sarebbe un delitto togliere la Galleria alla galleria. Bruno Tosi riceveva qui gli amici per ricordare, in un museo ideale, la Callas. Qui cronaca e storia si incrociano, qui passato e presente si confondono. Il via vai nella galleria ha il suo palco reale in questo ristorante discreto e necessario, punto di passaggio da La Scala al Duomo, luogo di appuntamento inevitabile in una trama di relazioni recenti, in cui entrano Paolo Grassi e Strehler, Barenboim e Chailly, in un tempo senza tempo, che è quello della vita di un giorno che si fa arte per sempre.

Anche nell’Ottocento la Galleria aveva colpito la fantasia di scrittori siciliani, entrando nella letteratura in quanto parte integrante della vita mondana milanese. Sin dall’inaugurazione, la galleria è citata in molte opere letterarie, sia come parte di annotazioni in diari di viaggiatori, sia come parte di racconti di fantasia.

Giovanni Verga, frequentatore della Galleria durante il suo periodo milanese, ambientò alcuni dei suoi racconti proprio nella galleria Vittorio Emanuele II: nelle sue Novelle il grande passaggio commerciale appare in Primavera e altri racconti nella novella che dà il titolo all’opera: Primavera, storia d’amore tra una sarta e un musicista giunto da fuori Milano per fare carriera che descrive l’atmosfera della città in quegli anni: «Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue scarpe s’erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni d’artista, e della sua ambizione giovanile, – quelle larve funeste che da tutti gli angoli d’Italia vengono in folla ad impallidire e sfumare sotto i cristalli lucenti della Galleria.»

Verga pubblicò anche Per le vie, una raccolta di novelle completamente ambientata a Milano, e la Galleria ritorna: in Via Crucis paragona metaforicamente il percorso che una giovane donna costretta a prostituirsi fa tra la Galleria e le vie del centro, mentre nella novella In piazza della Scala narra di una povera venditrice di caffè che passa le sue notti sotto l’arco d’ingresso della galleria.

La Galleria è anche al centro della novella omonima di un altro esponente del verismo italiano, Luigi Capuana, in cui si paragona il ruolo della Galleria per la città a quello del cuore per l’organismo umano: «È il cuore della città. La gente vi s’affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell’aorta e nelle arterie del grande organismo tanto la sua rassomiglianza colle funzioni del cuore è evidente. Tutte le pulsazioni della vita cittadina si ripercuotono qui. Quando pare che anche qui ogni movimento sia cessato, dai grand’occhi di cristallo del pavimento può scorgersi che nei suoi sotterranei ferve sempre il lavoro, quasi che in questo centro vitale l’attività non possa mai addormentarsi e prosegua senza coscienza, proprio come nell’organismo vivente che abbandonarsi al sonno.»

Più di ogni altro luogo d’ Italia, la galleria è il centro del mondo. Così la percepiamo, pensando a Milano. Soprattutto ora che inizia la Milanesiana.

Duomo di Milano, tra storia, leggende e curiosità. Monica Cresci il 3 Maggio 2022 su Il Giornale.

Magnificenza stilistica pura il Duomo di Milano è la cattedrale più grande d'Italia, un gioiello dalla bellezza incommensurabile e innegabile punto di riferimento.

Opera mastodontica e di incredibile bellezza il Duomo di Milano è la chiesa più grande d'Italia, seconda solo alla Basilica di San Pietro a Roma che risiede nello stato del Vaticano. Una lavorazione lunga quella della cattedrale dell'arcidiocesi di Milano, iniziata nel 1386 e conclusasi nel 1965 grazie a un numero imprecisato di artisti, architetti, ingegneri e consulenti. Il Duomo di Milano risplende grazie alla bellezza del marmo che lo caratterizza, una presenza silenziosa ma rassicurante tanto da diventare il simbolo di Milano in tutto il mondo, non solo dal punto di vista religioso.

Ma anche stilistico e artistico, non a caso la cattedrale racchiude le magnificenze dell'arte gotica, del neoclassico e del barocco. Punto di riferimento indiscusso per i suoi cittadini, il Duomo di Milano veglia e proteggere innalzandosi verso l'alto quasi a toccare il cielo con la guglia più alta dove, poeticamente, sorge la statua più importante: quella della Vergine Maria. Scopriamone insieme la storia, gli aneddoti più interessanti e il suo ruolo senza tempo. 

La storia del Duomo e della sua costruzione attraversa diversi secoli storici e non sembra aver fine, ancora oggi la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano si occupa di reperire i fondi per gli interventi di restauro e conservazione. Una manutenzione costante e necessaria per quella che è considerata tra le chiese più antiche. La data della sua nascita è legata al 1386 in pieno periodo gotico, direttamente nello stesso luogo dove un tempo erano situate le basiliche di Santa Maria Maggiore e di Santa Tecla, con alcuni resti ancora oggi visitabili all'interno dell'area Archeologica del Duomo stesso.

Il crollo del campanile spinse l'allora arcivescovo, Antonio de' Saluzzi, verso l'idea di costruire una cattedrale unica ma dal formato più esteso e imponente. Dall'idea iniziale di una struttura in mattoni si passò all'edificazione di grandi piloni quale base della struttura, anche se tutto prese vita solo con l'ingresso nella fase progettuale del gran duca di Milano, Giangaleazzo Visconti.

Questi impose la creazione della Veneranda Fabbrica del Duomo, per gestire e coordinare i lavori di progettazione e l'opera di costruzione. La scelta ricadde sul marmo di Candoglia, dal tipico colore bianco-rosa e grigio che impose alla struttura uno stile innovativo e di grande pregio. La creazione del Duomo ha richiesto la presenza e collaborazione di innumerevoli figure tra architetti, ingegneri, scultori, consulenti e lapicidi di provenienza differente.

Un fermento di esperienze, culture, idee, tecniche, spesso in aperto contrasto con le maestranze lombarde, ma che produsse uno scambio creativo e un risultato senza pari. Nonostante non sia chiara la reale paternità del progetto, la creazione ha richiesto anche l'intervento dei maggiori artisti dell'epoca in qualità di consulenti quali Leonardo Da Vinci, Bramante, Gian Lorenzo Bernini e Luigi Vanvitelli, per citarne alcuni.

La costruzione del Duomo è stata lunga e laboriosa, con innumerevoli stop per mancanza di fondi ma anche pause tecnciche per consentire la costruzione di una struttura stabile. Nata come cattedrale a tre navate si decise per erigerne cinque con pilastri dal maxi formato, grazie ai precisi calcoli del matematico piacentino Gabriele Stornaloco, così da ottenere una struttura interna stabile ed equilibrata. La costruzione ebbe inizio con l'abside seguita dal disegno e realizzazione degli incredibili finestroni con vetrate, che ne rimarcano la sensazione reale di ampiezza, verticalità e imponenza. Successivamente vennero progettare e realizzate il transetto e le campate delle prime navate, lasciando in sospeso la volta. La facciata rimase a lungo quella dell'originaria Santa Maria Maggiore mentre il 16 ottobre 1418, Papa Martino V, consacrò l'altare. Il Duomo andò incontro a una serie di pause produttive che vennero interrotte dalla progettazione del tiburio, anche grazie all'intervento di Leonardo da Vinci. I lavori ripresero intensità con l'arcivescovo Carlo Borromeo che, ispirandosi a San Pietro, decise di far ridisegnare il presbiterio, nuovamente consacrato, seguito dagli altari laterali, dalla cripta, battistero e lo stesso pavimento. 

Intorno al 1580 prese il via la progettazione della nuova facciata che venne realizzata solo dopo due secoli, in concomitanza con l'incoronazione di Napoleone Bonaparte quale Re d'Italia e che proseguì con successive aggiunte di colonne e statue dopo il 1813. Nel mentre il tiburio venne concluso grazie a Francesco Croce aggiungendo la guglia maggiore, quella principale sulla quale svetta la statua in rame ricoperta d'oro del vero emblema di quella che ufficialmente è nota come Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria, ovvero la Madonnina. I lavori successivi si concentrarono sulla creazione e manutenzione delle innumerevoli guglie e statue che adornando il Duomo, ma anche su continue fasi di restauro e aggiornamento strutturale. Un'operazione che coinvolse a lungo il tiburio tanto da temere per un suo crollo, ma solo nel 1986 si concluse l'opera di recupero degli stessi piloni di sostegno. Il Duomo di Milano è un progetto senza fine, ancora oggi i lavori sono affidati e seguiti dalla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano.

Il Duomo di Milano internamente può ospitare anche 40mila visitatori grazie a uno spazio pari a 11700 m² e per un'altezza esterna di 108,50 metri, Madonnina compresa. Le volte sono alte 45 metri, le colonne presenti internamente sono 52 mentre le statue 3400 comprese quelle esterne, senza dimenticare le 135 guglie. Niente male per un luogo che un tempo era dedicato al culto di Belisama, divinità femminile di origine celtica. Successivamente intitolato alla Dea Minerva e, con l'avvento del Cristianesimo, a Santa Tecla e Santa Pelagia e poi alla Vergine Maria. Al suo interno sono presenti elementi architettonici e artistici di grande pregio, statue, quadri, dipinti, lapidi e monumenti funerari, altari, cappelle e un organo principale con 15800 canne. Sopra l'altare è presente uno dei sacri chiodi della croce di Gesù illuminato da una luce rossa perenne, mentre lungo tutta la struttura campeggiano le 55 e immense vetrate che durante la guerra vennero rimosse e sostituite da teli.

All'interno della cattedrale, sul pavimento, è presente una meravigliosa meridiana che viene illuminata dalla luce che filtra attraverso un foro nel muro, segnando alla perfezione l'ora esatta. Ma tra le tante curiosità non possono sfuggire alcune statue e figure particolari, come la statura di San Bartolomeo noto come lo "scorticato" perché riproduce un corpo privo di pelle, che appare in qualità di mantello appoggiato sulle spalle. Oppure una statua che ricorda la statua della Libertà di New York, scolpita agli inizi del 1800 e alla quale pare si sia ispirato Frédéric Auguste Bartholdi con la figura emblematica regalata dai francesi agli americani nel 1876. 

Il Duomo si può ammirare sia internamente che esternamente, raggiungendo le terrazze principali con l'ausilio dell'ascensore o percorrendo i 251 scalini d'ordinanza. Dalla terrazza si apre un panorama mozzafiato della stessa città, in particolare durante le giornate di sole in grado di illuminare tutti i palazzi di una metropoli sempre in divenire. Ma agli appassionati di scultura non sfuggiranno l'estro creativo delle guglie e delle statue presenti, alcune singolari come quella dei pugili Primo Carnera e Erminio Spalla. Passando per i veri guardiani della cattedrale, i tanti serpenti, mostri, draghi e demoni presenti, i gargoyle del Duomo. Ben 96 figure dall'aspetto spaventoso, protettori della Cattedrale e che in realtà adornano la parte finale dei canali dai quali defluisce l'acqua piovana, ma non per questo privi di fascino e bellezza.

Il Duomo di Milano è una certezza, una presenza stabile nella realtà urbana milanese che, per preservane la stabilità, ha interdetto la presenza del traffico di zona limitando al minimo le vibrazioni fino a rallentare il percorso della stessa linea 1 della metropolitana milanese. Un emblema, un simbolo, un esempio di bellezza senza pari ma anche di ecologia. Infatti sulla facciata è stata applicata una finitura antismog che si attiva con la luce del sole, pulendo il marmo della struttura e depurando l'aria dalla presenza degli agenti inquinanti.

Appalti mense, il sistema delle tangenti: mazzette, assunzioni e auto in regalo. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 4 maggio 2022.  

Operazione della Finanza tra le province di Milano, Bergamo e Brescia. Arrestati i fratelli manager di Fabbro Food. Indagato Ernesto Pellegrini, ex presidente dell’Inter, indagato per turbativa d’asta: in una telefonata ringraziava un sindaco per la gara vinta giorni prima che venisse assegnata

«Divieto assoluto di comportamenti che possano configurarsi come tentativi di corruzione e pagamenti agevolativi o estorti, l’obiettivo aziendale dichiarato è tolleranza zero». Sta scolpito sul sito internet del gruppo Fabbro Food spa, 130 milioni di fatturato e 2.000 dipendenti nella ristorazione collettiva, settore la cui associazione nazionale di imprese Anir (aderente a Confindustria Servizi) è presieduta proprio da Massimiliano Fabbro, al vertice dell’azienda con il fratello William amministratore delegato. Entrambi posti agli arresti domiciliari — per ipotesi di corruzione e turbativa d’asta — in una più ampia inchiesta della GdF e dei pm Giovanni Polizzi e Giovanna Cavalleri estesasi anche ad altre imprese su 11 contratti di fornitura per un valore complessivo di 39 milioni di euro: contratti che sarebbero stati assegnati con modalità illecite da funzionari di alcuni Comuni dell’hinterland milanese (Cornaredo, Mediglia, Buccinasco) e lombardi (Ranica e Flero in provincia di Bergamo e Brescia) a imprese disposte a pagare ai funzionari, o ad assicurare loro per il futuro, dall’1 al 2 % del valore delle gare pluriennali. Con denaro contante (come i 1.000 euro «registrati» in diretta dalle microspie 5 mesi fa mentre venivano contati in una busta appena consegnata), ma anche con promesse di future assunzioni di familiari, con blocchetti di buoni pasto, con la disponibilità di un’auto nuova da 25.000 euro, e in un caso (quello invece del trasporto bus scolastici del Comune di Cornaredo assegnato a Ticinia Bus) perfino con la consegna a domicilio di una nuova bicicletta da corsa in fibra di carbonio da 3.000 euro.

I fratelli Fabbro

A causare il coinvolgimento dei due fratelli Fabbro, e cioè a far risalire a essi il via libera alle blandizie illecite dei dipendenti comunali praticate da un loro agente aziendale prossimo alla pensione, Carmelo Sparacino, sono stati proprio i suoi commenti nelle intercettazioni: interpretati dai pm come traccia di una autorizzazione dei vertici dell’azienda, mentre i fratelli Fabbro (difesi da Francesco Sbisà) li ritengono invece accorte millanterie che Sparacino avrebbe speso con i dipendenti comunali che alimentava. E sempre Sparacino è, indirettamente, anche alla base anche della perquisizione effettuata a carico di un concorrente dei Fabbro, Ernesto Pellegrini, patron dell’omonimo colosso delle mense, ex presidente dell’Inter dal 1984 al 1995, benefattore dei poveri con la sua Fondazione e con il ristorante Ruben al Giambellino da 500 pasti al giorno a 1 euro.

Il sindaco di Mediglia Paolo Bianchi

La ragione sta nel fatto che nell’estate 2021 il sindaco di Mediglia, Paolo Bianchi (poi scambiatosi i ruoli con il vicesindaco Giovanni Fabiano), ai pm «appare essere a completa disposizione di Sparacino, anche se alla fine ammette di non essere riuscito a interferire nella procedura di gara» vinta non dalla Fabbro ma dalla Pellegrini spa. «Sparacino però sospetta che il sindaco abbia fatto il doppio gioco favorendo in realtà l’impresa poi vincente», e, raccontando a un amico di avere lavorato in passato per la Pellegrini spa, accenna a metodi analoghi, e in particolare indica un dipendente della Pellegrini a suo dire solito a distribuire «buste» di denaro con la frequenza di «un postino».

Le intercettazioni di Ernesto Pellegrini

I pm osservano che le intercettazioni hanno «rilevato alcune conversazioni tra il sindaco e il presidente della Pellegrini che denotano una familiarità sospetta»; rimarcano in particolare la stranezza di «Pellegrini che apprendeva dell’esito favorevole della gara ancora prima della conclusione delle operazioni di valutazione dell’offerta»; e quando Pellegrini telefona all’allora sindaco Bianchi per ringraziare, ascoltano poi sindaco e vice commentare la telefonata tra lo spaventato («È pericoloso», «è assolutamente fuori luogo tre giorni prima») e l’irato («una telefonata del cavolo... A 80 anni bisogna stare a casa e lasciare fare agli altri»). «Ma su questo argomento occorrono maggiori approfondimenti», non si sbilanciano per adesso i pm, che li cercano appunto in alcune delle complessive 23 perquisizioni (comprese 5 società pure indagate come enti), mentre il difensore di Pellegrini, Massimo Dinoia, assicura «massima tranquillità» dell’imprenditore indagato per ipotesi di turbativa d’asta.

Le indagini partite da una causa di separazione

Nell’inchiesta, curiosamente innescata nelle more di una causa civile di separazione dall’esposto della ex moglie sulla maggiore capacità reddituale del responsabile servizi sociali nel Comune di Cornaredo, Massimo Cosimo Manco (uno dei tre arrestati in carcere con Sparacino e la commissaria di gara Antonietta Monteleone), i pm avevano proposto l’inquadramento giuridico dell’associazione a delinquere: ma la gip Tiziana Gueli l’ha esclusa, ritenendo invece più calzante una serie di concorsi di più persone nei reati singoli, all’interno di «una evidente spregiudicatezza e abitualità nel turbare le gare d’appalto anche dietro remunerazione, in un sistema illecito portato avanti da diversi anni e probabilmente interrotto solo da questa indagine».

Uno slalom quotidiano tra cantieri pericolosi, montascale "lumaca" e banchine fuori norma. Chiara Campo il 19 Aprile 2022 su Il Giornale.

Uno slalom quotidiano tra cantieri, montascale e banchine fuorinorma. Il responsabile Disabilità di Europa Verde racconta i suoi disagi e gli Sos allo sportello.

«Meno campagne sociali e giornate simboliche, lavorare giorno per giorno per un'inclusione vera, nei fatti». Lo ripete a ogni convegno a cui viene invitato Diego Schettino, 25 anni, presidente di Squadra Mobile Aca (associazione di volontariato per persone con disabilità) e responsabile nazionale alle Politiche per la disabilità di Europa Verde. Lo scorso novembre ha lanciato anche «SegnalaMilano», uno sportello on line per raccogliere reclami (diegoschettinoaccessmilano@gmail.com) e ogni volta che arriva un sos - «una quarantina finora» - si attacca al telefono per risolvere il problema (e parecchie volte ci riesce). Ha una disabilità motoria congenita, si muove in carrozzina e quindi contro le barriere architettoniche della città si scontra ogni giorno e spesso denuncia sui social i casi più eclatanti. Anche le segnalazioni allo sportello virtuale «nel 99% dei casi riguardano barriere - spiega -: scivoli mancanti, ascensori in metrò guasti, auto di incivili parcheggiate sui posti disabili, ogni tanto richieste di informazioni su istruzione, lavoro o di tipo fiscale».

Giorni fa è arrivato un alert sull'ascensore fermo alla stazione del metrò Affori, «nel pomeriggio l'hanno aggiustato», qualche tempo prima è intervenuto «con insistenza» per un altro elevatore, a Porta Romana, bloccato da 6 giorni. «In casi come questi significa che il disabile è costretto a raggiungere la fermata successiva, a un chilometro minimo di distanza» attacca. Sta cercando di far conoscere il suo canale (anche attraverso il social Milanobelladadio che ha oltre 64mila contatti su Instagram) ma ammette che «servirebbe uno sportello dedicato di questo tipo in Comune».

I problemi principali a Milano per chi si muove in carrozzina? «Trasporti pubblici, marciapiedi senza scivoli, cantieri che ci obbligano a procedere in mezzo alla strada, rallentando il traffico, o addirittura in contromano correndo dei rischi e pigliandoci i clacson degli automobilisti». Parte dai mezzi di superficie. Su alcune linee come la 90/91 o la 3, 7, 9, 14 non tutti i mezzi hanno il pianale ribassato. «Non chiediamo la dismissione dei vecchi mezzi con gli scalini ma di garantire almeno una vera alternanza, capita che passino tre filobus di fila non accessibili e dopo oltre mezz'ora quello con il pianale, col rischio di perdere un treno o arrivare tardi al lavoro per colpa della disorganizzazione di Atm». Altre volte il mezzo ha il pianale ribassato ma per arrivare alla banchina bisognerebbe fare un salto di venti centimetri.

Tanto per citare, in viale Jenner in entrambe le direzioni. «Un tassista giorni fa è sceso con il cliente per aiutare una disabile in carrozzina a salire sul bus e sbloccare il traffico». Stessa situazione in una fermata strategica come quella della 91 alle spalle della stazione Centrale. «Peccato - fa presente - che per trovare quella a norma bisognerebbe scendere a Loreto, non esattamente a due passi». Ma in metropolitana va quasi peggio. «I montascale al giorno d'oggi ancora non garantiscono un servizio efficiente, per scendere alla fermata Piola ad esempio possono volerci 20 minuti, a Porta Venezia almeno 15 minuti - riferisce Schettino -. Bisognerebbe poter scendere non dico in tempi pari alle altre persone, che devono aspettare se usciamo in gruppo, ma quasi. E nella maggior parte delle stazioni i montascale sono in zone non coperte, se piove andando a questa lentezza lascio immaginare...». Aggiunge «i guasti frequenti ai montascale e gli ascensori, anche alla stazione ferroviaria Garibaldi dove la manutenzione scarseggia».

Sugli attraversamenti pedonali che terminano con un gradino alto 20 centimetri invece dello scivolo gli esempi si sprecano, ne cita «tre clamorosi»: il percorso lineare dall'università Statale a piazza Duomo «dove ci si scontra con almeno 5 barriere», l'inizio di corso Buenos Aires, di fronte alla farmacia, dove «hanno fatto i lavori della nuova ciclabile lasciando un gradino di 18 centimetri», o piazza Cavour. In stazione Cadorna invece la fermata del bus «è attaccata al posteggio taxi, il mezzo si ferma in mezzo alla strada invece di attaccarsi al marciapiede. Ho proposto a diversi consiglieri comunali di presentare mozioni per farla spostare di qualche metro».

E al Comune ha chiesto di attivarsi per «rendere di nuovo accessibile la biglietteria del Museo del Duomo, dove si acquistano i biglietti per salire sulla cattedrale. Ci sono gli scalini, non si può entrare autonomamente». Schettino è andato a vivere da solo a 19 anni, al secondo piano di un palazzo al Corvetto, dove non è raro che si guastino l'ascensore o il montascale» dice. E alle istituzioni ribadisce che «le persone con difficoltà motoria non possono essere legate a troppe variabili. Nelle case popolari la soluzione migliore, anche in caso di incendio, sarebbe dedicare ai disabili alloggi al pianterreno».

A volte, conclude, «la sensazione è che non si voglia fare lo sforzo di cambiare davvero la situazione. Quando i disabili protestano per un guasto spesso la risposta è ringrazino che ci sono i montascale o che alcune stazioni hanno gli ascensori». Abbiamo il diritto di spostarci in autonomia senza dover telefonare prima a un numero verde per sapere se quel giorno l'ascensore funziona».

Case di ringhiera a Milano, il cortile di Dergano crocevia di popoli: la grigliata, il cinema e un matrimonio.  Elisabetta Andreis su Il Corriere della Sera il 14 aprile 2022.

Aria di primavera, febbrile lavoro in cortile. Si portano giù i tavoli, qualcuno ha le stoviglie. Dalla ringhiera Simona, insegnante, urla allegra: «Quanti bicchieri servono?». E arriva la grande ciotola di portata: cous cous. L’ha cucinato Hind, origini marocchine e lavoro in una impresa di servizi. Tra un po’ farà lezione di cucina a tutti. «Ci ha già insegnato a fare il tè come si beve dalle sue parti e siamo diventati una succursale di Marrakech», scherzano.

Case di ringhiera a Milano: il cortile di via Legnone 79 a Dergano

Quello di via Legnone 79 è uno dei palazzi più vitali di Dergano. «C’è un orgoglio vero ad abitare qua, siamo molto ricchi perché facciamo tesoro uno delle esperienze dell’altro — ragiona Giuseppe, informatico —. Se andiamo via per il weekend chiediamo sulla chat di condominio chi ci tiene le chiavi e qualcuno si offre sempre, anche per bagnare le nostre piante e badare agli animali domestici. Nel abbiamo imparato a unire le forze e questo è un segreto che non abbandoniamo più».

Intervengono Michele e Alberto, il primo insegnante e pugliese, il secondo titolare di una libreria in provincia di Sondrio e originario del profondo nord, insieme da una vita: «Dire che siamo diventati una famiglia è poco. Moltissimi di noi sono di fuori Milano, dal sud specialmente, o persino da altri Paesi, non abbiamo parenti qui. Perciò ci siamo inventati dei riti, delle tradizioni». Simona li guarda: «Ci siamo offerti di organizzare a zero spese il loro matrimonio qui in cortile e sono a un passo dal dirci sì. Possiamo offrire noi il pacchetto completo, gratis. Il fotografo, la cuoca, io farei le bomboniere».

C’è Giacomo, l’ingegnere, «il preciso del gruppo», e David Oppi, figlio di Daniele, il pubblicitario che inventò marchi epici come la Lambretta e le Brooklyn per i chewingum. E c’è un giovane medico, Alessio, che in faceva visite e tamponi a tutti: «Tranquillizzava, è stato la nostra salvezza».

Dal cortile si sente qualcuno che prega per il Ramadan, altri che parlano di nuove iniziative: la grigliata, l’aperitivo con il mago dei cocktail, il cinema in cortile con l’associazione Nuovo Armenia, degli amici della cascina poco più in là. «A volte portiamo qualcuno di nuovo e si allarga il giro. Ma il bello è che anche solo tra noi siamo autosufficienti..». Se qualcuno va in vacanza, resta senz’altro un magnanimo che in chat si offre di ritirare la posta e i pacchi Amazon: «Attacchiamo sul citofono l’etichetta con il suo nome e la scritta di suonare sempre a lui per la consegna. Risparmiamo in allegria sul custode».

VITA DI RINGHIERA

Non c’è problema di privacy o di invadenza, quando non vuoi socialità chiudi la porta di casa, semplicemente. Pare l’ideale. Nel condominio hanno girato un episodio di «Monterossi», la serie tv tratta dal romanzo di Alessandro Robecchi. «Magari prossimamente faremo noi un docu-film sulla vita in Legnone», azzarda Salah. Originario dell’Egitto, da poco ha chiamato a Milano la moglie e le due bimbe. Fa ristrutturazioni: «Ad un certo punto ero un po’ in difficoltà, qui nel condominio ognuno mi ha dato un lavoretto. E una ragazza si è offerta di insegnare italiano a mia moglie, che al Paese è docente di francese e qui si trova spaesata. Contro la solitudine c’è il nostro palazzo, sembra una pubblicità del luogo ideale in cui vivere — racconta —. Verso sera dalla finestra ci chiediamo: Hai del prezzemolo? Oppure: Chi ha bisogno il supermarket, che sto andando a prendere il latte?». Chiude Simona: «Sarebbe il condominio ideale dove fare anche un figlio, o più di uno. Con i neonati saremmo una task force. Ci sarebbe sempre qualcuno pronto a spingere la carrozzina per fare addormentare il pupo».

Da Filosofia a Informatica, da Giurisprudenza a Fisica il prestigio della Statale di Milano. Tiziana De Giorgio su La Repubblica il 21 marzo 2022.

Andranno avanti fino a maggio le selezioni per Ingegneria gestite internamente dal Politecnico. Sono suddivise in tre finestre per oltre 5.800 i posti, di cui 300 per la sede di Lecco, 830 per le nuove matricole di Ingegneria su Cremona e altri 600 per la sede di Piacenza, il resto per le sedi milanesi.

Nell’anno accademico in corso hanno fatto il pieno di iscritti e la previsione è che anche il prossimo non sia da meno. È tempo di test di ammissione per molti corsi di laurea degli atenei milanesi. Dopo l’arrivo del Covid non solo la temuta emorragia di studenti nel capoluogo lombardo non c’è stata. Ma il suo sistema universitario ha visto crescere il numero di matricole, comprese quelle in arrivo dall’estero, tanto da spingere i singoli atenei ad accelerare su progetti di ampliamento delle sedi per guadagnare nuovi spazi per le lezioni.

La Statale

Alla Statale, salvo poche eccezioni come Lettere o Medicina, per tutti i corsi di laurea triennale e magistrale si deve passare dai test Tolc del Cisia. La prima tornata di prove è stata dal 22 al 25 marzo, con due sessioni al giorno per 2.640 persone e gli slot disponibili già quasi tutti prenotati. Valgono per accedere a più di quaranta corsi di laurea solo per questa prima fase, da Filosofia a Informatica, da Giurisprudenza a Fisica, da Scienze geologiche a Farmacia, mentre altri se ne aggiungeranno da qui a settembre. Non tutti, però, prevedono una graduatoria,  che scatta solo per i suoi 42 corsi a numero chiuso, dove i posti disponibili sono 5.280 e 325 destinati a studenti extra Ue. Il tutto mentre proseguono le polemiche degli studenti per la decisione dell’ateneo di congelare l’accesso a Mediazione linguistica e culturale, la laurea diventata monstre, presa d’assalto dopo un ricorso al Tar vinto dagli studenti contro il numero chiuso, che in un anno ha fatto passare le matricole da meno di mille a oltre 2 mila in un anno. Un bubbone che è esploso nel 2019 e che si è ripetuto fino a oggi, portando per la prima volta l’ateneo a sospendere le ammissioni per l’anno che verrà.

La Bicocca

Alla Bicocca su 73 corsi attivati l’anno prossimo sono più della metà quelli ad accesso programmato, ovvero 43. Nella maggior parte dei casi si tratta di triennali, per un totale di 8.281 posti disponibili per chi si vuole frequentare il prossimo anno accademico, un centinaio in più rispetto al passato. Nel più giovane ateneo pubblico milanese è necessario sostenere un test Tolc per iscriversi e questo vale non solo per i corsi a numero chiuso ma anche per le triennali ad accesso libero e per Giurisprudenza, anche se in questo caso si tratta di valutazioni che non precludono l’iscrizione. Il calendario completo dei test sta per essere definito. Ma sono già in corso le selezioni per Scienze e tecniche psicologiche,  Scienze psicosociali della comunicazione e di Scienza dei Materiali, che prevede una prima fase che si concluderà a maggio per gli studenti meritevoli: ragazzi iscritti all’ultimo anno delle superiori con una media dell’8 nelle pagelle dei due anni precedenti. E fra le novità per il prossimo anno c’è la nuova specialistica in Artificial intelligence for science and technology, nata a cavallo tra Bicocca, Statale e Università di Pavia, ad accesso libero.

Il Politecnico

 Andranno avanti fino a maggio le selezioni per Ingegneria gestite internamente dal Politecnico. Sono suddivise in tre finestre e ogni studente più partecipare a ciascuna per migliorare il proprio punteggio in graduatoria. Sono più di 5.800 i posti in totale, di cui 300 per la sede di Lecco, 830 per le nuove matricole di Ingegneria su Cremona e altri 600 per la sede di Piacenza, il resto per le sedi milanesi. Al via ad aprile, invece, la sessione anticipata per iscriversi ai corsi di Design. Alla Bocconi la prossima sessione di selezione per il triennio e il corso a ciclo unico in Giurisprudenza dal sarà dal 2 al 5 maggio. Sono complessivamente 2.600 i posti messi a disposizione dall’ateneo economico. Nelle prime due tranche dei test le domande per l’anno accademico 2022- 2023 l’università ha registrato un aumento della richiesta del 6 per cento, con una crescita degli studenti internazionali di 17 punti. Prove fissate 28 al 30 marzo, invece, per chi vuole iscriversi alle specialistiche, mentre un’ultima finestra per entrare verrà aperta a maggio.

Iulm

Per diventare uno studente dello Iulm, l’ultima tornata di test sarà a luglio. Servono per entrare in uno degli otto corsi triennali che raccolgono 2.360 posti. Per quelli di Lingue, cultura e comunicazione digitale, Interpretariato e comunicazione,  Arti, spettacolo, eventi culturali e infine Turismo, management e cultura, ci si può iscrivere dopo aver partecipato a un semplice test attitudinale. Sono quattro invece quelli dove senza aver raggiunto un punteggio minimo non si entra: 1.520 posti distribuiti fra Comunicazione d’impresa e relazioni pubbliche,  Corporate communication and public relations,  Comunicazione, media e pubblicità, di Moda e industrie creative.

Humanitas

All’Humanitas l’8 aprile c’è l’esame d’accesso per entrare a Medtec, il corso di laurea in Medicina e Ingegneria biomedica in partnership con il Politecnico. Si potranno immatricolare in 70: lo scorso anno per lo stesso numero di posti si sono presentati in 600. Giochi chiusi da poco per il corso classico di Medicina: 2.100 gli iscritti alle prove per aggiudicarsi uno dei 180 posti, il 24 per cento in più rispetto a un anno fa. Anche all’Università Vita-Salute del San Raffaele le selezioni si sono appena concluse con numeri in aumento:  sono 5.468 gli studenti che si sono fatti avanti per Medicina e chirurgia, 158 in più rispetto al 2021.  Questo per 612 posti complessivi, anche questi cresciuti rispetto a un anno prima.  Anche qui l’interesse dall’estero non si è fermato con la pandemia: per l’Internationa medical doctor program gli studenti stranieri sono aumentati del 78 per cento.

Cattolica

Prove di accesso in corso, infine, alla Cattolica, che per il prossimo anno accademico ha previsto 41 corsi di laurea triennali, sette a ciclo unico e 55 magistrali, di cui tre nuove: una in Linguistic computing per Lingue per la sede di Milano. La seconda è Lavoro sociale e coordinamento di servizi per immigrazione, povertà e non auto-sufficienza su Scienze politiche e sociali sulla sede di Brescia. E poi c’è quella in Scienze della formazione primaria che, dopo Milano e Brescia, viene attivata anche su Piacenza. Sono 5.148 i posti per le lauree a numero chiuso. Il numero in assoluto più alto riguarda la facoltà di Economia per la quale i test di selezione cominciano il primo di aprile.

Milano, le case "magiche" del Quartiere Maggiolina. Angela Leucci il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

Le suggestioni degli edifici nel Quartiere Maggiolina di Milano: le case igloo, le case fungo, Villa Figini e il Villaggio dei Giornalisti.

A Milano gli angoli “magici” non mancano. Nella città scenario di tanti romanzi e racconti misteriosi, è spesso l’architettura a fornire la narrazione più intensa e completa di un luogo in perenne cambiamento, in cui la storia è fondata su una profonda cultura del bello.

Uno di questi angoli magici è il Quartiere Maggiolina, un luogo che ha vissuto molte trasformazioni e che ancora oggi ospita abitazioni suggestive. Palazzi che raccontano a loro volta una storia.

Le case igloo e le case fungo 

Nell’immediato dopoguerra, l’architetto Mario Cavallè ebbe un’intuizione: realizzare delle abitazioni indipendenti e monofamiliari, popolari, con un basso metraggio ma funzionali e versatili. E "magiche". Nacquero così nel 1946 le case igloo e le case fungo: lo scopo era dare ospitalità alle famiglie dei soldati, le cui dimore erano state distrutte nei bombardamenti.

Le case igloo - realizzate in 12 unità delle quali oggi ne sopravvivono solo 8 - richiamavano ovviamente la forma di un igloo, con una volta a cupola realizzata secondo una tecnica statunitense dell’epoca. Possedevano due piani: un pianterreno con bagno, cucina e due camere, e un seminterrato con accesso esterno, con funzione di cantina o sgabuzzino sotterraneo. Le case igloo non hanno muri portanti, con l’eccezione delle pareti esterne: in questo modo i residenti hanno potuto dare forma alla propria abitazione nella maniera che era per loro più funzionale.

Diverso il discorso per le case fungo, sempre progettate da Cavallè, ma realizzate solo in due esemplari, demoliti nel 1965 e soppiantate da un altro edificio. Di quelle case resta un ricordo sbiadito, come le foto d’epoca in bianco e nero di cui si trova rara traccia sul Web. Sostanzialmente replicavano la falsariga delle case igloo, ma avevano la forma di un’amanita muscaria: il fungo velenoso con il cappello rosso punteggiato di bianco. Erano articolate su tre piani, di cui uno sempre seminterrato più due abitabili: uno più piccolo al pianterreno, uno più ampio nel cappello.

La casa palafitta 

In piena epoca fascista, nel periodo-culla dell’architettura razionalista, sorse invece l’abitazione nota come casa palafitta, ovvero Villa Figini, residenza dell’architetto che la progettò: Luigi Figini.

Ispirata a Villa Savoye di Le Corbusier, Villa Figini ha successivamente fatto scuola, poiché replicata nella sua struttura a macchia di leopardo in tutta Italia nelle zone residenziali e condominiali di periferia. Con gli stessi esiti funzionali, ma non con gli stessi esiti artistici naturalmente.

Non esiste piano terra a Villa Figini, dove il terreno è coltivato a giardino. La casa, di dimensioni inferiori a 100 metri quadri, è posta al centro di questo giardino e sostenuta da 12 pilastri in calcestruzzo armato interni rispetto al perimetro esterno dell’abitazione. L’illuminazione è invece garantita da grandi finestroni orizzontali. Sul terrazzo ci sono anche una piscina e un solarium.

Il Villaggio dei Giornalisti 

Ai confini del Quartiere Maggiolina, si trova il Villaggio dei Giornalisti, così chiamato perché ospita dal 1911 la residenza di molti giornalisti. In quell’anno accadde infatti che Mario Cerati, un redattore de Il Secolo, scrisse un editoriale che ebbe grande eco: l’articolo sottolineava come le iniziative edilizie dell’epoca si rivolgessero perlopiù alle case popolari e quindi alla classe operaie, ma ancora mancava qualcosa che si rivolgesse alla borghesia in ascesa, come quella formata dai pubblicisti.

Da allora sorsero nella zona, progettata da Evaristo Stefini, molti edifici particolari, eleganti o bizzarri, che hanno ospitato firme più o meno conosciute, più o meno prestigiose, del giornalismo italiano.

Le memorie di Gabriele Albertini: il sindaco in mutande che ha cambiato Milano. Giangiacomo Schiavi su Il Corriere della Sera il 27 Marzo 2022.  

In un libro, scritto con Rotondo, l’ex sindaco di Milano svela aneddoti e rimpianti della sua avventura politica cominciata con la prima elezione nel 1997. Ecco tutti i retroscena della mancata sfida con Sala alle ultime elezioni amministrative

La prima volta che si presentò in mutande fu davanti al fotografo del Corriere , in occasione dell’intervista ufficiale sui cento giorni da sindaco. Gabriele Albertini, in costume adamitico sullo sfondo di un prato alpino, spiazzò la cronaca milanese abituata a vedere i sindaci in giacca e cravatta anche nel mese d’agosto, ma per rispetto istituzionale in via Solferino lo spogliarello venne confinato in un prudente riquadro, con un titolo che diventerà profetico: «Fuori dal Comune». Che fosse fuori dal Comune si vedeva già dai segni premonitori, come l’esame calligrafico ai futuri assessori, la bocciatura dei raccomandati di partito e la capacità di essere all’opposizione della sua stessa maggioranza di centrodestra (scegliendo come riferimenti Indro Montanelli, il procuratore Borrelli e il cardinal Martini), ma la certezza arrivò quando Albertini rese leggendario un nuovo striptease alla sfilata di Valentino, dove indossò i mutandoni di cachemire e qualcuno azzardò: passerà alla storia per essere stato il primo sindaco in mutande. 

Le scelte

Niente di più sbagliato. Anche se il paragone con Forrest Gump lo perseguita da sempre, Gabriele Albertini alla storia c’è passato per essere stato uno dei migliori sindaci di Milano del Dopoguerra: il sindaco dei grattacieli e dei depuratori, della battaglia contro i vigili fannulloni e del piano parcheggi, degli Stati Generali e della giunta intelligente, della nuova Scala e del teatro Arcimboldi, della lotta ai vandalismi e del patto sulla sicurezza. Se fosse andata in porto la ricandidatura per il Centrodestra proposta da Matteo Salvini per l’autunno 2021, chissà che cosa si sarebbe inventato, ma una cosa è certa: sarebbe entrato in Comune in doppiopetto. Non per l’età e lo slippino fuori corso, ma perché aveva deciso di cambiare, con l’abito, anche la città che aveva governato 25 anni prima. «Rivoglio la mia Milano» era il titolo del suo programma. Che oggi è diventato un libro cucito su misura sartoriale da Sergio Rotondo con questo sottotitolo: «Il sindaco rimette i pantaloni» (De Ferrari editore).

Le tappe

È andata come è andata: Albertini è divisivo, fumino e incontrollabile. Quindi niet, anche dagli ex estimatori. Restano le mutande e la gloria postuma, con il rimpianto di Vittorio Feltri e il sondaggio commentato da Renato Mannheimer, che documenta le chance di vittoria di Albertini su Sala all’eventuale ballottaggio. Ma il libro, oltre ai retroscena della candidatura sfumata, ripercorre le tappe di un sindaco impolitico, l’amministratore di condominio onesto, leale, tignoso, a volte vendicativo, capace di rimettersi in gioco sapendo di piacere ma anche dispiacere, tentato dalle lusinghe ma frenato dai veti, anche della moglie Giovanna, preoccupata per un nuovo «sequestro consenziente» con al centro Milano e Palazzo Marino. È un peccato che sia andata così, perché il match con Sala prometteva bene. Albertini dietro l’apparenza quasi mite è un falchetto con gli artigli che non molla la presa: sia con un magistrato come Alfredo Robledo che ha portato in Tribunale per la non inchiesta sullo scandalo dell’autostrada Milano-Serravalle, con le azioni pagate dalla Provincia il doppio del prezzo congruo; sia con i talebani del verde che gli hanno mandato all’aria il piano parcheggi e poi nella giunta Pisapia «si sono appropriati della gloria della rigenerazione urbanistica che avevano cercato di impedire».

Intoccabile

In caso di vittoria «al mio avversario offrirei il ruolo di vicesindaco», aveva detto per rompere gli schemi, riportando i cronisti di antico pelo a ricordare le schermaglie con assessori, consiglieri e pezzi da novanta come Massimo De Carolis, che fece dimettere dopo una visita a Arcore dal presidente Berlusconi: «O lui o io». Era untouchable Gabriele Albertini, anche per Cavaliere che lo aveva candidato su suggerimento di Cesare Romiti. Disse di no due volte prima di accettare, ma per il Cavaliere aveva el nebiun in di pulmon , e da venditore di sogni lo convinse così: «Lei è anche umile, è quello che ci vuole, sarà ricordato come un grande sindaco di Milano…». Albertini ha poi sconvolto ogni abituale criterio di gestione, disorientando amici e nemici, con una lettera di dimissioni pronta all’uso e il consenso mai perduto dei milanesi: temerario nell’indipendenza, ma leale al leader di Forza Italia, fino alla battuta estrema. «Con il Berlusconi del ‘96 avrebbe vinto anche la pecora Dolly…». Rivoglio la mia Milano è un libro quasi distopico che si tuffa nel passato per immaginare quel che non c’è stato. Di sicuro Albertini avrebbe fatto rumore: voleva Stati Generali, marciapiedi puliti, vigili in strada, un nuovo palazzo di giustizia e l’abbattimento di San Siro e San Vittore. Per fortuna o no, i pantaloni sono rimasti nell’armadio: ne è uscito l’amore per Milano.

"Ecco perché ho rifiutato di ricandidarmi sindaco". Giannino della Frattina il 27 Marzo 2022 su Il Giornale.

Nel suo libro "Rivoglio la mia Milano", Albertini racconta una vita da politico e amministratore.

Il flusso di coscienza di un Forrest Gump (copyright lui stesso) diventato da imprenditore, amministratore del condominio Milano, europarlamentare, senatore e collezionista seriale di onorificenze. Oppure si potrebbe dire che Rivoglio la mia Milano. Il sindaco rimette i pantaloni, eloquente ultima fatica letteraria di Gabriele Albertini con il giornalista Sergio Rotondo, prefazione di Francesco Alberoni e dadaista postfazione di Vittorio Feltri (De Ferrari, 442 pp, 24 euro) è un'opera distopica o utopica, a seconda dei punti di vista. Perché, per ragioni tecniche ed esistenziali degli autori, si trova a raccontare una candidatura a sindaco nel 2021 quando la cronaca, anzi ormai la storia di Milano raccontano tutt'altro. Anche per l'intervento della moglie Giovanna che gli ha evitato quel «sequestro del consenziente» con cui ha sempre definito l'incarico da sindaco. E allora è meglio ritrovare proprio in questa sfasatura spazio-temporale il vero Dna di un uomo che nel suo essere sempre altrove, ha trovato quella sua qualità che ne fa ancora uno degli amministratori più ambiti. Di qui l'interesse per un altro libro sulla sua vita se, tra le pagine e gli aneddoti si decifra questa sua aristocratica sprezzatura, il disinteresse se non l'avversione per le bagatelle della politica politicante da cui l'arcangelo Gabriele dei milanesi post Tangentopoli alla fine è sempre riuscito a tenersi lontano. Anche con le dimissioni senza data custodite nel cassetto e agitate di fronte agli assessori più intemperanti.

Quanto fu felice fu quell'intuizione di un Silvio Berlusconi dal tocco magico a cui quell'oscuro falco di Federmeccanica fu presentato da Fedele Confalonieri e Cesare Romiti. Due mandati da sindaco di godimento puro, per lui e per i suoi concittadini, ricostruiti in un racconto in presa diretta da cui emergono retroscena raccontati secondo il rito albertiniano della rasoiata che sfregia più gli amici da cui si è sentito tradito che i nemici. Anche se la parte che più gli sta a cuore è il «Duello all'ultimo atto tra il sindaco di Milano e un sostituto, poi aggiunto, poi di nuovo sostituto procuratore della repubblica», dove gli altri duellanti sono Alfredo Robledo e il compianto presidente della Provincia Filippo Penati: materia del contendere il «Caso Serravalle», di cui nel libro si riproduce la sterminata quantità di documenti prodotti dalla sua proverbiale acribìa. Non solo materia per entomologi del diritto amministrativo o archeologi della politica, ma uno spaccato della degenerazione della magistratura i cui ritratti così poco commendevoli stanno fiorendo come margherite a primavera.

Ma tornando ai suoi anni da sindaco, sicuramente i più ruggenti, e alla mancata ricandidatura, proprio dal non aver mandato al macero le bozze del libro, compare la filosofia di un amministratore che ha sempre declinato il quotidiano solo nel paradigma del futuro da consegnare alle giovani generazioni. E così fa sorridere che proprio venerdì sia stato presentato il bando per costruire quella Biblioteca europea da lui immaginata nel 1999 e che, dopo essere stata abbandonata, potrebbe vedere la luce con 27 anni di ritardo. Se ne facciano una ragione i detrattori suoi e del centrodestra, in quei nove anni tutto successe: i grattacieli di Porta Nuova e il Bosco verticale nell'area Garibaldi-Repubblica, le torri di City life, quattro depuratori, il maggior numero di chilometri di metropolitana, i parcheggi interrati, la rinascita della Scala e la nascita dell'Arcimboldi: 6 miliardi di euro investiti più 30 del privato (nazionale e internazionale). Il tutto senza un solo avviso di garanzia per sé o per un assessore delle sue giunte. Difficile con questi numeri e questa fedina penale negargli il titolo di miglior sindaco d'Italia nell'era repubblicana. Di qui il rimpianto, da lui confessato nel libro, per non poter gestire i 18 miliardi assegnati a Milano dal Pnrr e da spendere in appena 5 anni. Perché non c'è dubbio che i 60 immobiliaristi provenienti da tutto il mondo messi al tavolo da Albertini, investirono su Milano proprio perché di lui si fidavano. E da lì tutto è nato.

Per il resto, dal libri si ricostruiranno la sua rabbia per la parola «discontinuità» utilizzata da Letizia Moratti al momento di ricevere il testimone di una Milano già lanciata verso l'Expo e i palcoscenici mondiali, i 5Stelle e il disastro «dell'incompetenza al potere», le cinque volte che sarebbe dovuto diventare ministro («due volte ho detto no io, le altre tre qualcuno si è messo di mezzo»), l'Andreotti che a lui ventiseienne in ascensore spiega che per rimanere uomini di potere bisogna «sopire l'invidia» degli altri o di Cossiga che entrando con lui a braccetto a Palazzo Marino davanti ai vigili fatti trovare in alta uniforme, gli aveva suggerito di creare i «corazzieri del sindaco» schizzando anche una perfetta divisa.

Vale da sola i 24 euro la galleria di foto che vanno dalla «bellissima» Didi, la fidanzata giovanile figlia del farmacista di Portovaltravaglia con un Albertini ancora crinito, Gianni Agnelli, un giovane Putin e la regina Elisabetta a Palazzo Marino. Ma anche una Megan Gale per cui ha sempre avuto una platonica inclinazione e quel tuffo in costume e fisico apollineo per inaugurare la piscina Scarioni. Le mutande di Valentino sono nel retro di copertina e all'interno abbondantemente chiosate, così come l'Albertini «albero di Natale» in frac e onorificenze di cui si confessa «collezionista seriale».

Giovedì 31 alle ore 18 «Rivoglio la mia Milano», Talk resiliente alla Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4 con Albertini e Rotondo, Vento, Alberoni, Mannheimer, Tortorella.

Maurizio Zottarelli per “Libero quotidiano” il 10 marzo 2022.

Vi siete mai chiesti come sia nata "O mia bela Madunina"?. E sapete chi era il nano Bagonghi? E i mondeghili? Sapete cosa sono e come nascono? E cosa c'entra Milano con Primo Carnera? 

C'è un piccolo, libro scritto da Luca Crovi, "Il gigante e la Madonnina" (Rizzoli, pag. 192, euro 16), che mentre si addentra nei misteri di una nuova indagine del commissario De Vincenzi (poliziotto di culto del giallo italiano creato da Augusto De Angelis a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta al quale Crovi rende omaggio), tra oscuri suicidi all'ombra del Duomo e malavitosi senza scrupoli, in realtà racconta Milano e le sue mille storie di uomini, piccoli e grandi. Il gigante del titolo, in effetti, è proprio il pugile Primo Carnera che nel maggio 1932 tornò sul ring allo stadio di San Siro (il primo incontro era stato nel 1928 contro l'atleta di colore Epifanio Islas).

La vicenda si sviluppa intorno a questo avvenimento storico e con l'arrivo del pugilatore friulano alla Stazione Centrale, l'autore trova l'occasione di raccontarci la nascita del nuovo scalo ferroviario che prese il posto di quello storico (nella attuale piazza Repubblica) bruciato nel gennaio 1923 e dei segreti della nuova stazione (inaugurata nel 1931), tra i quali i lussi del "padiglione reale", costruito, tra bassorilievi e lampadari di Murano, pavimenti in legno intarsiato e passaggi segreti per permettere ai Savoia di arrivare e partire dal capoluogo lombardo con tutti gli agi e senza essere notati. Ma ogni gigante che si rispetti deve avere al suo fianco un nano. 

Ed ecco che negli sviluppi delle indagini spunta anche Giovannino Bignoli, il "nano Bagonghi", piccolo grande uomo di settantacinque centimetri che da Galliate, in provincia di Novara, partì affascinato dalle magie del circo e dalla voglia di riscatto da una vita di sberleffi, e fece fortuna in Francia, poi in Germania e in tutto il mondo tra piroette, acrobazie e un soprannome ereditato da un altro nano, famoso lottatore.

Crovi, tra le pieghe della sua storia, racconta così l'amicizia tra il pugile gigante e l'acrobata nano, ma racconta soprattutto lo spirito di una città aperta, libera, capace di accogliere e dare una possibilità a tutti. Con il gigante e il nano, poi non può mancare anche un re. In questo caso, il re della canzone meneghina Giovanni D'Anzi, figlio del laborioso popolo meneghino e di via Conca del naviglio quando ancora non si chiamava così. 

E così apprendiamo la sua storia, la sua scoperta quasi casuale del pianoforte, gli esordi che ci portano nei locali della Milano della Prima Guerra mondiale, al cinema Trappolin in cui i film muti venivano accompagnati al pianoforte, nelle serate danzanti all'albergo Palace, fino all'incontro con Arturo Toscanini. 

Sotto lo sguardo attento della Madonnina, vediamo tra le pieghe del romanzo crescere un altro grande cittadino di Milano, capace di conquistare le platee di mezzo mondo e il cuore delle soubrette senza dimenticare la sua terra dove torna, carico di onori e di qualche ferita della vita.

Il libro di Crovi vive del pulsare delle atmosfere e delle mille storie della grande città, molte delle quali apprese, come spiega lo stesso autore, dalle cronache dell'epoca del Corriere della Sera. E' la Milano della ligera, la malavita locale, così chiamata perché (ancora fino agli anni Sessanta), briganteggiava, ma senza armi, in una sorta di codice deontologico criminale. Un piccolo mondo di truffatori strapaesani, consapevoli ancora del limite tra l'arrangiare la vita e il male senza rimedio, che pure esiste ma va isolato e fermato. E "O mia bela Madonnina"? 

Quella, come si ricorderà, inizia con un piccolo risentimento verso chi incensa la canzone napoletana. E in effetti, la storia racconta che Giovanni D'Anzi si esibiva al Trianon e al Pavillon Dorè, un locale posto sotto al teatro e dove il musicista intratteneva il pubblico fino a tardi, permettendo a chi voleva di incontrare attori e cantanti. In quel periodo Al Trianon, da mesi, si esibiva una compagnia di napoletani e il D'Anzi pare che masticasse amaro a suonare solo musica partenopea. 

Così una sera, forse ispirato da una poesia di Vespasiano Bignami e con Arturo Bracchi si mette al piano e... Non vi sveleremo tutti i particolari per non togliere il gusto della scoperta, in compenso ci faremo perdonare con i mondeghili, le tipiche polpette milanesi, visto che la gastronomia è il centro di ogni cultura. Come quasi tutte le polpette nascono dalla necessità di recuperare la carne del giorno prima, quasi sempre lesso. Con l'aggiunta di latte, uova, pangrattato, parmigiano, aglio, cipolla, prezzemolo. Il nome? Deriva dallo spagnolo albondeguito, a sua volta derivato dall'arabo al-bunduo. Come si vede l'integrazione è sempre stata nel cuore e nella bocca dei milanesi. 

A Milano la proiezione di “Roberto F.” Roberto F., il docufilm sulla storia di un asso della politica sabotato dalle toghe. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Marzo 2022. 

Lo vedi in un’intimità molto semplice e nell’immagine pubblica in cui compare come un gigante. Una bella storia, personale e politica. Poi ti svegli di soprassalto e un pensiero improvviso lacera la realtà: ma questo Roberto Formigoni è lo stesso protagonista della sua Storia Criminale? Quella che lo ha bollato come corrotto e servo dei grandi della sanità per qualche gita in barca? È in gran parte la sua gente, quella che ancora lo ammira e che non l’ha mai abbandonato, quella che affolla per due sere e quattro spettacoli uno in fila all’altro la Cineteca di viale Fulvio Testi, periferia nord di Milano, siamo quasi a Sesto Sangiovanni, la famosa Stalingrado dei tempi delle fabbriche e dell’aristocrazia operaia.

Roberto F. è il titolo, e dice già tutto. Quello di cui parliamo è uno di noi. Non solo perché gli vogliamo bene, ma perché Formigoni è Formigoni, a difficilmente ce ne sarà un altro così. E lo strano è che questo docufilm, che ha dovuto peregrinare a lungo prima di trovare patria, cioè una sala interessata alla proiezione, non ha il timbro di Comunione e Liberazione o di un qualche ambiente catto-integralista. L’autore è Pino Farinotti, che gli informati danno più vicino alla Lega che non agli ambienti moderati in cui ha vissuto e vive uno come Formigoni, il regista è un giovanissimo, Nicolò Tonani, il direttore della Cineteca che ha avuto l’ardire di dare ospitalità si chiama Matteo Pavesi. E tutti e tre mettono insieme un piccolo capolavoro, pulito e prezioso, mentre in sala domina l’immagine gialla e azzurra della bandiera ucraina e un breve inno alla pace. Roberto F., quello in carne e ossa nei suoi 187 centimetri di statura, è sempre presente, il giudice di sorveglianza gli ha dato il permesso. Ma ogni sera deve comunque rientrare a casa entro le ore 23. E già, perché questo “Signor F.”, immagine che ricorda un po’ quella più scanzonata del “Signor G.” di Giorgio Gaber, è agli arresti domiciliari. In quell’altra vita di condannato, quella della Storia Criminale.

Non ci sono solo le testimonianze di coloro che gli furono e gli sono amici, nel docufilm. C’è prima di tutto un’altra presenza fondamentale, che è sullo schermo e anche in sala, Gabriele Albertini. Che è stato il Cupido che ha messo insieme l’Autore e il Primattore, perché Farinotti e Formigoni proprio non si conoscevano, è stato l’ex sindaco di Milano a presentarli. Succedono cose strane di questi tempi. Per chi è di Milano e ha vissuto la politica di questa città, prima chiamata capitale morale, poi tangentopoli, poi ancora la più lanciata sulle vette dell’Europa e infine la più massacrata dall’epidemia da Covid, pare strano vedere l’ex governatore e colui che fu il borgomastro stretti in un abbraccio virtuale, in un pappa e ciccia che nulla ha che fare con gli anni che furono. Quelli in cui i due –l’uno dal Pirellone, l’altro da Palazzo Marino- pur non essendo mai nemici, si pizzicavano sull’ambiente, sulle domeniche a piedi di Formigoni che a Albertini facevano venire l’orticaria, sulle auto ibride del futuro, che poi divennero realtà. Il tutto documentato dalla splendida vignetta di Giorgio Forattini, in cui il governatore fa pipì dall’alto sul Duomo, e sotto si vede Albertini in motorino che dice “finalmente piove e potrò girare in vespa”.

Le immagini del docufilm mostrano una Milano avvolgente, che pare tenere l’attore tra le braccia. Vedi in sequenza lui che si sciacqua la faccia, spinge indietro i capelli con un pizzico di vanità, prepara un caffè, legge il giornale in una quotidianità che non pare da detenuto. E invece lo è. Poi te ne accorgi un po’ dal linguaggio del corpo, quando pare che sfiori la vastità di piazza Duomo un po’ insaccato nel giubbotto invernale e si appoggia a un amico nella lunghezza della Galleria. Non c’è più nulla dell’incedere arrogante di chi aveva il mondo in mano perché nell’arco di tempo in cui gli altri arrancavano in una qualche carriera, lui aveva già fatto tutto, dal Parlamento italiano a quello europeo, dal governo del Paese a quello della Lombardia, per quattro volte, dal 1995 fino al 2012. L’anno del brusco risveglio in salsa giudiziaria, la volta in cui la Lega in versione forcaiola gli staccò la spina per una brutta storia che portò all’arresto di un assessore. In cui lui non c’entrava niente, ma che segnò la fine di tutto.

La fine, nella memoria di chi preferiva la Storia Criminale rispetto a quella popolare e professionale di chi ha saputo portare la Regione Lombardia come eccellenza nel mondo, aprendo sedi dagli Stati Uniti fino ai Paesi orientali e riuscendo persino a vendere il riso dei produttori italiani alla Cina, dopo un assaggio del mitico risotto giallo alla milanese. Di chi era riuscito, con un’iniziativa individuale, a penetrare nel regno di Saddam Hussein e a riportare in Italia 400 lavoratori italiani rimasti intrappolati in Iraq. Ma comunque la si veda, da qualunque parte si prenda questa storia del “Signor F.”, la storia di Roberto, per ogni lombardo è prima di tutto quella della salute di ogni cittadino. La riforma del 1997, che ha messo in competizione il settore pubblico e il privato, con il coinvolgimento dei quattro poli dell’eccellenza, San Raffaele, Humanitas, Ieo e Gruppo San Donato, ha portato la Lombardia ai massimi livelli dell’Europa, ha risanato una sanità disastrata dalle macerie di tangentopoli, ha eliminato le liste d’attesa pur mettendo in pari il bilancio e ha consentito a chiunque (aprendo le porte a cittadini di ogni parte d’Italia) di accedere all’eccellenza sotto l’ombrello dell’assistenza pubblica.

Il docufilm presenta i riconoscimenti di personaggi diversi tra loro (e diversi da lui) come Piero Bassetti, Francesco Alberoni e Andrée Ruth Shammah. L’ha pagata cara questa sua genialità, Roberto F. Proprio sulla sanità si sono accaniti i magistrati, e hanno aperto il capitolo della costruzione della Storia Criminale. Pur non riuscendo mai a dimostrare il nesso di causalità tra le sue decisioni (con provvedimenti non imposti da un dittatore, ma votati dalla giunta e dal consiglio regionale) e l’ipotesi di corruzione, come ricordato dai tre personaggi scelti dall’autore del docufilm come suoi difensori in un nuovo processo virtuale. Gabriele Albertini: ho letto 400 pagine senza trovare il reato. Piero Sansonetti: cinque anni di condanna per qualche gita in barca…non posso che essere solidale con Formigoni. Vittorio Feltri: sono disgustato, e vorrei che lui continuasse a fare politica perché è il più bravo. Lui, il Signor F. vorrebbe spiegare la politica ai giovani. Magistratura permettendo.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Roberto Formigoni, il film: «Noi nella tana di Saddam. E quella volta che vendemmo il riso ai cinesi». Andrea Senesi su Il Corriere della Sera il 3 Marzo 2022.

«Roberto F.» è un docufilm con la regia di Pino Farinotti che in 52 minuti condensa vita e opere dell’ex governatore, tuttora in detenzione domiciliare. Da don Giussani e Cl al battibecco con Albertini sulle domeniche a piedi.

Quella volta che vendemmo il riso ai cinesi. «Era il 2002 e coi risicoltori lombardi organizzammo la spedizione da loro. A tavola mangiarono il risotto giallo e se ne innamorarono. Il nostro prodotto li aveva conquistati, i nostri imprenditori firmarono contratti su contratti». Formidabili quegli anni. Diciotto consecutivi alla guida della Lombardia. Il titolo richiama il neorealismo e Vittorio De Sica, ma «Roberto F.» è in realtà un docufilm che in 52 minuti tenta di riassumere vita e opere dell’ex governatore tuttora in detenzione domiciliare dopo la condanna per corruzione a cinque anni e dieci mesi. «Un ritratto intimo e coraggioso» firmato da Pino Farinotti, a capo di Lombardia Film Commission quando l’ente regionale acquistò il capannone di Cormano finito poi al centro dell’inchiesta per peculato che ha portato alla condanna dei contabili della Lega (ma lui non è mai stato coinvolto nelle indagini). Il film è stato proiettato mercoledì in anteprima alla cineteca di viale Fulvio Testi, replica giovedì.

Tra scene dell’attuale vita quotidiana e racconti autobiografici (in qualche passaggio con l’antico vizio della narrazione in terza persona), si srotola la parabola politica e umana del personaggio. Don Giussani e la Dc, Cl, il Movimento popolare e il primo meeting di Rimini. E poi l’europarlamento e quella spedizione da spy story nella tana di Saddam con la liberazione finale dei lavoratori italiani rimasti bloccati in Iraq. E infine, la Regione. I successi, le conquiste e i grattacieli. Il Pirellone prima della realizzazione di Palazzo Lombardia. Nel coro di voci più o o meno amiche, ecco Francesco Alberoni, Gabriele Albertini, Paolo Del Debbio, Vittorio Feltri. E poi Piero Bassetti, Piero Sansonetti, Andrée Ruth Shammah.

Le missioni all’estero per promuovere i prodotti lombardi. Le riforme: il buono scuola («Perché la libertà del cittadino vale più di qualsiasi burocrate») e i fondi per le donne che rinunciavano all’aborto («Sono nati tremila bimbi con quei soldi»). Su tutte, la sanità. «Abbiamo tagliato le liste d’attesa a beneficio dei poveri». Divertente il siparietto registrato sul divano di casa con Gabriele Albertini (presente mercoledì sera alla «prima» del film), in cui i due ripercorrono gli anni vissuti a stretto contatto, l’uno al Pirellone l’altro a Palazzo Marino, tra attestati di stima reciproca e il ricordo di qualche antica baruffa, come quella sulle domeniche a piedi volute dal governatore e osteggiate dal sindaco. La vicenda giudiziaria arriva solo alla fine, con le testimonianze dello stesso Albertini, di Vittorio Feltri e di Piero Sansonetti. «Ho letto la sentenza e non ho trovato un solo argomento per giustificare una condanna di questa natura», dice l’ex sindaco.

Formidabili quegli anni. Già, ma ora? «Continuerò a leggere, a studiare e a fare politica». Niente annunci a sorpresa, però. «Fare politica non in senso diretto, sia chiaro. Niente elezioni né partiti. Vorrei insegnarla, la politica. Fare il coach. I giovani vengono da me a prendere lezioni». «L’altra dimensione è quella della spiritualità», conclude l’ex governatore che non a caso chiamavano «il Celeste»: «L’uomo deve coltivare tutte le sue dimensioni e la spiritualità ha un ruolo centrale».

Milano, centri sociali assolti. "Occupano per fare cultura". Paola Fucilieri e Alberto Giannoni il 2 Marzo 2022 su Il Giornale. 

Sentenza choc del tribunale: non punibili se tra i fini c'è lo spettacolo. Il prefetto: baby gang fuori controllo.

Il bubbone è esploso. L'illegalità pare dilagare e l'abusivismo è endemico. La (troppa) tolleranza forse fa male e a Milano oggi sembrano spadroneggiare quelle che il prefetto ieri ha chiamato «frange giovanili fuori controllo».

Ma è tutto un clima di tolleranza e accondiscendenze che impera da anni in politica, per esempio quando si parla di centri sociali, appunto abusivi. Ieri ha suscitato grande sorpresa, per esempio, una sentenza del tribunale, che non ha ravvisato occupazioni abusive né «apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo» là dove queste condotte erano praticamente sbandierate, cioè alla Fabbrica del Vapore. «Sono curioso di leggere le motivazioni - ha commentato indignato l'assessore regionale alla Sicurezza Riccardo De Corato - Quello che pericolosamente si evince è che, a quanto pare, i fini culturali giustificano ogni cosa, inclusa la violazione di alcune leggi dello Stato». «Un precedente che rischia di favorire il moltiplicarsi di occupazioni abusive - ha dichiarato anche l'eurodeputata Silvia Sardone (Lega) - Con la scusa di fare cultura, centri sociali e collettivi vecchi e nuovi potranno sottrarre alla cittadinanza immobili pubblici e privati per gestire i propri comodi».

Il caso si innesta su una situazione recrudescenza (almeno percepita) dell'insicurezza. E i dati dei reati? «Sempre troppi, ma sempre di meno. Senza contare che quel che si è evitato è difficile che emerga». Non è un gioco di parole e nemmeno un equilibrismo linguistico. Il prefetto Renato Saccone parla in questi termini dei reati, che nel 2021 sono diminuiti ancora una volta e che in 10 anni sono scesi ben del 28% e, rispetto al 2019, del 15%, passando da 164mila ai 117mila di oggi. Un bilancio da cui emerge un crollo di furti, danneggiamenti e altre tipologie di reati (e un'esplosione di truffe informatiche).

Tutto a posto, quindi? No. Si trascina infatti l'emergenza microcriminalità, con le violenze sessuali di gruppo di Capodanno e la scia di rapine e accoltellamenti delle bande giovanili che segnano i fine settimana di una città faticosamente impegnata a uscire dagli effetti nefasti di una pandemia che mostra di aver segnato soprattutto i ragazzi. E, pur tra una cautela linguistica e l'altra, neanche il prefetto può negarlo. Quindi se il bilancio dei reati evidenzia un abbattimento dei crimini, presenta però in particolare «una criticità che non è solo milanese e non solo delle grandi città: frange giovanili fuori controllo, loro, non la città, e che tendono a ad affermare il loro protagonismo con prepotenza, con crescente violenza» dice Saccone. «Noi dobbiamo bloccare questa escalation di violenza che al momento, dal punto di vista delle lesioni, è ancora basso ma che comincia a essere diffusivo e soprattutto crea allarme sociale e insicurezza» insiste quindi ancora il prefetto. E così dà la sveglia al Comune e al sindaco Beppe Sala che sembra aver sottovalutato l'allarme sicurezza. 

Il tribunale di Milano assolve il centro sociale: "Precedente pericoloso". Francesca Galici l'1 Marzo 2022 su Il Giornale.

Assolto il fondatore del centro sociale del Tempio del futuro perduto: era accusato di anche di invasione di terreni di proprietà pubblica.  

Nella Milano che strizza sempre di più l'occhio ai migranti e ai centri sociali, un giudice ha deciso di assolvere il fondatore del Tempio del futuro perduto un centro sociale che si è instaurato nell'ex Fabbrica del vapore. Tommaso Dapri era accusato di invasione di terreni di proprietà pubblica, in base agli articoli 633 e 639 bis del Codice penale, e di apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo e trattenimento, come prescritto dall'articolo 681 del Codice penale. Durante l'udienza conclusiva, però, il giudice ha ritenuto di assolvere Dapri dal primo capo di imputazione, perché il fatto non costituisce reato, ma anche dal secondo, perché l’imputato non ha commesso il fatto. Una sentenza che, oltre a far felice Dapri, incoraggerà anche altri centri sociali ad azioni simili.

"La sentenza con cui il leader degli abusivi del Tempio del futuro perduto di via Procaccini è stato assolto dall’accusa di invasione di terreni di proprietà pubblica e apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo e intrattenimento è molto pericolosa. Un precedente che rischia di favorire il moltiplicarsi di occupazioni abusive in città", denuncia oggi Silvia Sardone, esponente della Lega e consigliere comunale a Milano.

Il consigliere ha aggiunto, sottolineando la gravità del precedente: "Con la scusa di fare cultura, centri sociali e collettivi vecchi e nuovi potranno sottrarre alla cittadinanza immobili pubblici e privati per gestire i propri comodi: fare propaganda politica, fare soldi in nero con eventi e attività di ristorazioni, organizzare manifestazioni non autorizzate, insultare le forze dell’ordine, accogliere clandestini, opporsi agli sgomberi degli occupanti abusivi".

Silvia Sardone spiega che, con la sentenza del giudice del tribunale di Milano, "l'illegalità più conclamata diventa legale. E il Comune di Milano a guida Pd cosa dice?". Accettare il comportamento del centro sociale pone la questione di disuguaglianza con le attività commerciali regolari: "È giusto che si possano requisire degli edifici? I commercianti che pagano le tasse per poter lavorare, e si vedono spesso e volentieri multati per delle inezie, sono degli stupidi al cospetto degli antagonisti che non emettono mezzo scontrino in spazi occupati? Secondo la sinistra, evidentemente, sì".

Da blitzquotidiano.it l'8 aprile 2022.

Fermate 11 borseggiatrici in metropolitana a Milano: sono tutte incinte. Accade nella giornata di martedì 5 aprile, dopo un pomeriggio di appostamenti da parte degli agenti della Polmetro. 

Le donne, tra i 19 e i 50 anni, sono state accompagnate in questura per il fotosegnalamento e sottoposte a daspo urbano, con l’ordine di allontanamento. Non possono, infatti, andare in carcere.

Milano, chi sono le 11 borseggiatrici

Le 11 donne sono tutte nomadi, di etnia rom. La più anziana, 50 anni, ha 8 figli, mentre una 34enne ne ha addirittura 14. 

Operano abitualmente alle fermate di Stazione Centrale, Duomo e Cadorna, le più frequentate dai turisti. Dove possono agire sfruttando la calca nelle ore di punta.

Hanno tutte una lunga lista di precedenti: tre sono infatti indagate per violazione del daspo, mentre altre tre per tentato furto pluriaggravato. 

Le gravidanze per evitare il carcere

Il trucco ormai è arcinoto: come Sofia Loren nel film di Vittorio De Sica, Ieri, oggi, domani, che non veniva mai arrestata per contrabbando di sigarette perché sempre incinta.

Lo stato di gravidanza consente loro di evitare il carcere: lo dice l’articolo 146 del codice penale che sospende la pena per le donne incinte e le madri di figli fino a un anno. Alcune di loro raggiungono cumuli di pena a due cifre. 

Servizio contro le borseggiatrici finisce male: assistenti di Valerio Staffelli in ospedale. Francesca Galici il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

Ancora un'aggressione ai danni di Valerio Staffelli e del suo staff durante un servizio sui borseggi nella metro di Milano, dove la situazione è sempre più grave.

La metropolitana di Milano non è un luogo sicuro. Lo dimostrano le denunce delle vittime ma anche l'esperienza vissuta in prima persona dalle migliaia di persone che tutti i giorni attraversano i suoi tunnel per raggiungere le fermate. Su tutte le tratte vengono segnalati episodi di spaccio, violenza e furti, spesso reiterati sempre dalle stesse persone. Tutto questo nella totale indifferenza dell'amministrazione comunale guidata da Beppe Sala, che al momento non sembra essere interessato a risolvere il problema. A occuparsi di questa situazione è, da qualche tempo, Valerio Staffelli, inviato di Striscia la notizia, che nei suoi sevizi denuncia le bande di borseggiatrici che "lavorano" quasi indisturbate a bordo dei treni e alle stazioni. L'ultimo servizio dell'inviato del tg satirico però, non è andato bene e a farne le spese sono state due delle figuranti "anti borseggio" che affiancano Staffelli.

"Sì, noi rubiamo. Tu sei una m....". E la ladra aggredisce Staffelli

È stata una doppia aggressione particolarmente violenta quella subita questa mattina, mercoledì 30 marzo, da Valerio Staffelli e dalle sue figuranti, che ormai da tempo lo accompagnano nella missione di fermare le ladre che imperversano nelle stazioni della metropolitana milanese. Già in altre occasioni si erano verificate aggressioni ai danni dell'inviato e delle figuranti ma mai si era arrivati a episodi così violenti e brutali, che sarebbero potuti culminare in maniera tragica. All’altezza della fermata Gioia sulla linea verde M2, una delle borseggiatrici colta in flagrante è saltata al collo di una delle ragazze “deterrente” (che con cartelli segnalano la presenza delle ladre) cercando di strangolarla e mandandola in ospedale. La malvivente ha poi tirato il freno di emergenza del treno, bloccandolo e interrompendo il servizio. Si è così assicurata una via di fuga mentre i testimoni chiamavano le forze dell'ordine, che sono arrivate poco dopo.

Nel mentre, Valerio Staffelli si è rapidamente diretto alla fermata di Piola, sempre sulla linea verde M2, dove era in corso un'altra aggressione ai danni della sua squadra. Infatti, un'altra delle sue figuranti è stata ripetutamente colpita al volto e poi è stata spinta giù dal mezzanino, rischiando un danno serio alla gamba. Anche lei è finita in ospedale. Fortunatamente nessuna delle due ragazze ha riportato gravi conseguenze. Le immagini complete verranno trasmesse questa sera a Striscia la notizia.

Striscia la Notizia, "Attenzione, borseggi in corso" e poi queste foto: ecco chi (e come) ti ruba il portafoglio. Libero Quotidiano il 24 febbraio 2022

Valerio Staffelli non demorde. L'inviato di Striscia la Notizia torna a parlare delle borseggiatrice che a Milano affondano le mani nei portafogli altrui. Nella puntata in onda giovedì 24 febbraio, infatti, Staffelli mostra su Canale 5 i volti delle donne accusate. Di più, perché tornato in via Montenapoleone l'inviato di Antonio Ricci ha messo in guardia i passanti sulla presenza di queste ladre, che la polizia spesso non può trattenere. Come? Semplice: Staffelli non si è presentato da solo. 

A scortarlo nella zona della stazione, luogo dove spesso e volentieri i criminali agiscono indisturbati, ci sono quattro figuranti con una maschera che riproduce il viso di ognuna delle quattro borseggiatrici identificate e con appesi dei cartelli con la scritta (in italiano e in inglese): "Attenzione, borseggi in corso". 

Giusto ieri Staffelli ha fatto vedere dove si appostano le ladre, come si muovono e come agiscono, fino a seguirne una. La donna, però, viste le telecamere ha deciso di darsela a gambe fino a quando è arrivata la Polizia e l'ha porta via. Il problema? Se si dichiara incinta, le forze dell'ordine saranno costrette a lasciarla e lei tornerà, grazie allo stratagemma, in totale libertà. 

Striscia la notizia, "Domani tornerò a rubare". Le minacce violente contro Valerio Staffelli delle borseggiatrici. Libero Quotidiano il 28 febbraio 2022.

Prosegue la battaglia di Striscia la notizia per fermare le borseggiatrici che “lavorano” nel centro di Milano e nelle principali stazioni della metropolitana. Nella scorsa puntata Valerio Staffelli, l’inviato del Tg satirico, era andato in giro insieme a quattro figuranti “mascherate” con il viso delle quattro ladre identificate per mettere in guardia i passanti. 

Nella puntata in onda stasera, lunedì 28 febbraio, Staffelli e le sue “accompagnatrici” tornano in missione a Milano per disturbare il “lavoro” delle borseggiatrici e avvisare del pericolo più persone possibili. Anche questa volta tutte le borseggiatrici identificate dall'inviato vengono trattenute dalla polizia. 

E se una già accerchiata dagli agenti prova a lanciare una scarpa addosso alla troupe, in metropolitana a un operatore va anche peggio: "Maniaco di me***a. Ti porto fino a casa e ti massacrano di botte. Vedi cosa sono gli zingari: ti fanno un cu*** così", minaccia una di loro. "Io rubo", ammette un’altra prima di entrare nella volante della Polizia. E poi a gesti - dal finestrino - lancia una sfida a Staffelli: "Vaff******". Domani tornerò a rubare".

Da “il Giornale” il 3 novembre 2022.

Se lo sarà chiesto centinaia di volte perché stava tenendo in mano quel telefono invece di guidare. E si sarà domandato se l'avesse posato un attimo prima cosa sarebbe accaduto e se la sua vittima si sarebbe salvata. Ha patteggiato un anno e sei mesi l'autista dell'Atm, la società che gestisce il trasporto pubblico a Milano e la pena gli è stata sospesa.

Il suo caso aveva fatto grande scalpore quando si era sparsa la notizia che era al telefono, distratto da chat a luci rosse, quando a Cinisello Balsamo il 49enne aveva ucciso la 53enne Cristina Conforti. La donna, dipendente di Bresso, piccolo comune in provincia di Milano, era stata travolta da quel mezzo della linea 727, che gli era piombato addosso come una montagna.

Si trovava lì in via Gorki, la strada che costeggia il Parco Nord e porta all'ospedale Bassini e non si è più rialzata. L'allarme è scattato subito e i soccorsi erano stati tempestivi. Sul posto erano intervenuti i sanitari del 112 con un'ambulanza e un'automedica ma per lei non c'era stato nulla da fare e i sanitari non avevano potuto fare altro che constatarne la morte di Cristina poco dopo le 15.30.

La disperazione della famiglia era stata immensa, al pari dello sdegno quando si era saputo che l'autista, invece di guardare la strada e tenere le mani sul volante, stava scrivendo su Messenger, il servizio di messaggistica collegato a WhatsApp. E una perizia sul telefonino aveva stabilito che si trattava di una chat a luci rosse. Ora sconterebbe un anno e messo se la sua pena non fosse stata sospesa.

Il giudice gli ha però sospeso la patente per due anni. L'uomo ha anche offerto una cifra a titolo di risarcimento a favore della sorella della vittima. Quella chat erotica andava avanti da circa mezz' ora. «L'autista - si leggeva nella richiesta di rinvio a giudizio - non prestava adeguata attenzione alla guida, essendo impegnato in conversazioni scritte via Facebook, tanto da urtare con lo pneumatico il cordolo in cemento del marciapiede, non accorgendosi della presenza del pedone, così colpendola con il cristallo del parabrezza e proiettandola alla base dell'autobus per poi investirla e trascinarla fino alla fine della corsa, causandone il decesso».

Atm, la cricca dei biglietti clonati: il grande accusatore cacciato e reintegrato dal giudice. «Pressioni sul testimone». Gianni Santucci su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2022.

Milano, denunciato due volte dall’azienda dei trasporti milanese e due volte assolto. Il tribunale del lavoro: licenziamento infondato, l’impiegato deve tornare al suo posto con 12 mesi di stipendi arretrati. Atm: impugneremo il provvedimento. Nel 2017 l’uomo aveva svelato la truffa dei biglietti clonati negli Atm Point. 

Denunciato dall’azienda una prima volta (per «sostituzione di persona») e assolto dal giudice penale per insufficienza di prove; denunciato ancora (per «minacce») e assolto una seconda volta dal Tribunale penale perché «il fatto non sussiste»; licenziato nel febbraio 2019 e infine, dopo tre anni senza stipendio, ancora il Tribunale (stavolta la sezione Lavoro) stabilisce che il provvedimento con il quale il dipendente è stato cacciato dall’Atm è infondato: e quindi l’impiegato deve subito tornare al lavoro, ricevendo per il momento 12 mesi di stipendio arretrati. Non solo, l’ultima sentenza spiega anche che almeno uno dei testimoni ha subito pressioni perché desse «una versione dei fatti favorevole all’azienda». Sono così tre i diversi giudici che bocciano l’azienda milanese dei trasporti per le azioni legali intraprese contro il lavoratore che, dalla fine del 2017, ha scoperchiato la truffa dei biglietti clonati negli Atm Point, denuncia che (questa sì) si è rivelata fondata e dopo una lunga inchiesta dei carabinieri è arrivata per ora a sequestrare 1,2 milioni di euro all’ex responsabile del punto vendita dei tagliandi in Duomo.

Lo scenario in azienda

Si tratta di una vicenda giudiziaria e personale che prende valore soltanto se inserita in uno scenario più ampio. All’interno dell’azienda, fino al 2018, s’era creata una sorta di «zecca clandestina» di biglietti e abbonamenti, che venivano stampati e rivenduti in nero da alcuni dipendenti agli sportelli, senza che il sistema informatico interno lanciasse alcun segnale di allerta: i clienti dell’Atm non s’accorgevano di nulla al momento di acquistare i titoli di viaggio agli sportelli degli Atm Point, ma gli impiegati infedeli intascavano in nero e trattenevano per sé il pagamento. Oltre alla funzionaria, altri 9 dipendenti sono stati licenziati con la stessa «imputazione» (anche se per somme molto minori — non si conosce ancora l’esito del procedimento penale).

La battaglia legale

Il dipendente cacciato (assistito dai legali Gennaro Colangelo e Domenico Tambasco), e appena reintegrato con una sentenza del 3 febbraio scorso, aveva denunciato con una serie di Pec all’azienda e al Comune proprio questa truffa. In parallelo, però, è stato per due volte portato in Tribunale dall’Atm: la prima perché accusato di aver inviato due esposti su irregolarità nel posto di lavoro a firma di un dirigente (ecco la sostituzione di persona), la seconda perché, quando ricevette una lettera anonima che gli rivelava di «essere stato incastrato», avrebbe pronunciato minacce di morte contro due dirigenti. Ecco, per queste minacce il whistleblower è stato licenziato, poi però assolto in sede penale (sentenza passata in giudicato), e ora anche reintegrato dal giudice del lavoro. Rispetto a quest’ultima sentenza Atm spiega: «L’azienda non condivide le conclusioni cui è giunto il giudice del primo grado e impugnerà il provvedimento, anche in relazione a come sono state valutate le testimonianze».

Le pressioni

Proprio le testimonianze sono state decisive per stabilire se il dipendente avesse pronunciato le minacce o no. Già nell’indagine interna di Atm, solo tre dipendenti (tra cui un dirigente e uno che ha a carico una denuncia per falsa testimonianza) hanno detto di aver sentito le frasi incriminate, mentre otto hanno negato. A queste testimonianze si sono aggiunte quelle dei sanitari del 118 intervenuti quel giorno (chiamati dallo stesso dipendente): hanno ricordato una persona provata e agitata, ma non minacciosa. E infine il racconto dei due carabinieri che arrivarono negli uffici dell’azienda quella mattina. Di fatto i militari hanno «escluso di essere stati chiamati dal 118 per un comportamento minaccioso» e hanno aggiunto che, se avessero sentito loro stessi, o qualcuno gli avesse riferito di una minaccia, sarebbe stato loro dovere inserire questi racconti nell’annotazione dell’intervento, «cosa che non è avvenuta».

Whistleblowing e testimonianze in tribunale

Il giudice si sofferma poi a lungo sulla testimonianza di una ragazza, all’epoca presente nell’ufficio del whistleblower, stagista poi non riconfermata, che ha raccontato di aver ricevuto due telefonate dal collega più alto in grado tra tutti quelli che hanno avuto a che fare con questa vicenda (e testimone contro il whistleblower): nella prima, precedente alla convocazione per l’indagine interna, «mi fece intendere di essere accomodante verso l’azienda». Una seconda telefonata l’ha ricevuta prima della convocazione come testimone in Tribunale, quando ormai non lavorava più in Atm perché il suo stage non era stata rinnovato. La ragazza ha continuato a spiegare di non aver sentito minacce. Sul comportamento verso questa testimone, il giudice si sofferma parlando di «un’immagine poco limpida e trasparente, interessata ad avere una versione dei fatti favorevole all’azienda, anche a scapito dei primari principi dell’etica civile». 

Il buonismo dai frutti avvelenati. Giannino della Frattina il 21 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Sei accoltellati a Milano in sei diversi episodi, tra le 3 e le 5 del mattino. Due ragazzini di 14 anni rapinati di scarpe e casse in pieno centro da otto nordafricani diciottenni pregiudicati e le manette a un marocchino sospettato di aver ucciso a coltellate un uomo dopo una lite in discoteca. Non il normale mattinale di polizia di un fine settimana, ma la dimostrazione che a Milano la città è ormai fuori controllo. Impossibile minimizzare ancora, come hanno tentato di fare il centrosinistra e il suo sindaco Giuseppe Sala anche dopo i terribili episodi di Capodanno, il cui bilancio finale stilato da Repubblica e non da giornali avversi, parla di «cinque assalti, dieci ragazze violentate, due diversi branchi di extracomunitari e molti emulatori». La Caporetto di una sinistra purtroppo da troppi anni al timone della città e che come da Dna ha ignorato i problemi, declassando gli allarmi dei residenti a razzismo da campagna elettorale. E così il conto è arrivato e a pagarlo sono ragazzini rapinati, ragazze stuprate e cittadini indifesi di fronte a una criminalità di strada finita in mano a seconde generazioni di immigrati che spadroneggiano ormai senza nessun freno. Con arroganza, violenza e dispregio della legge e di qualunque norma sociale che li rendono ormai pericolosissimi. Ben altra cosa rispetto ai genitori che erano arrivati in cerca di un posto di lavoro e che nella maggior parte dei casi trovavano in un'educazione familiare, religiosa e anche delle nazioni da cui provenivano le regole per partecipare a una convivenza comunque civile nel Paese che li ospitava. A produrre un mix letale nei loro figli, sono stati invece i ghetti nei quali sono stati costretti a vivere, l'assenza di qualunque rispetto per la legge e il loro prossimo, il modello di una ricchezza solo materiale invidiata e loro negata fatta di auto di lusso, orologi d'oro, droga a disposizione e donne da trattare come oggetti di piacere. Il perfetto decalogo di rapper violenti che sono diventati non solo gli idoli, ma anche gli aggregatori di pericolose gang di violenti e stupratori. Nulla di diverso da quanto succedeva anni fa nelle banlieu di Parigi, Bruxelles o Stoccolma ostaggio delle seconde generazioni. Ma a sinistra non leggono la storia. E nemmeno i giornali. Giannino della Frattina

Così Milano diventerà la città delle 6 moschee. Il caso dei finanziamenti. Alberto Giannoni il 29 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Fa già discutere il bando sui luoghi di culto Firme in via Padova. Ma la giunta ci prova.

Sei moschee. In pochi anni, Milano potrebbe diventare la città delle sei moschee. Anzi, sei moschee e «mezza», se si considera la nuova sistemazione «provvisoria» che il Comune intende trovare - in via Novara - alla preghiera del venerdì dell'istituto di viale Jenner. L'ultima soluzione «provvisoria» è durata oltre un decennio, e anche per questo nel Municipio 7 sono contrari: non solo il centrodestra e il capogruppo di FI Antonio Salinari, ma anche il Pd lo è, tanto da approvare una mozione decisamente contraria a tale ipotesi. 

Ma questa non è che l'ultima questione, in ordine di tempo. Ce ne sono diverse altre, scaturite dal famoso Piano delle attrezzature religiose approvato negli anni scorsi dal Comune, e poi dal bando che due giorni è stato presentato in Commissione a Palazzo Marino e che a febbraio dovrebbe essere pubblicato. Due le aree comunali messe a bando, in via Esterle e in via Marignano (nei pressi di San Donato) con un'offerta al rialzo che partirà, rispettivamente, da 480.162 euro per la prima (ex bagni) e da 394.972 euro per l'altra. La questione dei soldi è il primo nodo. Nell'aggiudicazione delle aree, l'offerta economica peserà solo 10 punti, mentre quella tecnica peserà 90. La vicesindaco Anna Scavuzzo ha mostrato di non aver sottovalutato il tema, spiegando che Palazzo Marino ha cercato «un equilibrio», fra due esigenze: da un lato non avvantaggiare troppo chi ha finanziamenti importanti (e condizionanti), magari all'estero; dall'altro non «svendere il patrimonio pubblico».

Detto questo, la base d'asta è considerata comunque un problema. Per qualcuno, posta la concessione trentennale, la cifra è troppo bassa, per altri l'entità della somma esclude dalla gara le realtà meno potenti, magari quelle dell'islam africano o sufi (le più affidabili fra l'altro). Alla prima lettura aderisce Fabrizio De Pasquale: «È un atto di favoritismo bello e buono - dice - Il conteggio è semplice, 480mila per 30 anni o 360 mesi dà una rendita di 1.333 euro mese». Dividendo per i 1.500 metri quadri, l'ex capogruppo di Fi conclude che «praticamente è una miseria».

Altri, negli ambienti dell'islam «non organizzato», fanno notare come tre rate da oltre 100mila euro precludano la partecipazione a chi non abbia le spalle particolarmente «coperte». Un «tracciamento» vero, e stringente, lo chiedono anche l'assessore regionale Pietro Foroni, il capogruppo regionale di Fi Gianluca Comazzi e anche il capogruppo di Fi Alessandro De Chirico, pur favorevole al bando, nel suo intervento in commissione ha sottolineato che «ci deve essere la tracciabilità dei fondi» (oltre ad altre condizioni, dai sermoni in italiano al registro degli imam).

Il bando in via Esterle pone problemi ulteriori, visto che si colloca in un'area, quella di via Padova, e in una Zona (la 2) che vede già una presenza molto densa di centri religiosi e realtà urbane problematiche, fra le quali via Cavalcanti, dove peraltro si è continuato a pregare anche in questi mesi. Alcuni cittadini hanno avviato una nuova raccolta di firme, che De Pasquale sostiene con la sua «Futuro Milano». «Troppe tre moschee in un solo quartiere» dice De Pasquale, considerando anche la Casa della cultura islamica.

Oltre a Marignano ed Esterle, gli altri quattro luoghi di culto già esistenti, e destinati a essere regolarizzati, sono via Maderna, via Quaranta, Cascina Gobba e via Gonin.

Salvo l'ultimo, gli altri tre possono essere considerati discussi dal punto di vista «ideologico», se si considera che il primo è gestito da Milli Gorus, sigla turca conosciuta per essere un mix di islam politico e nazionalismo, via Quaranta è nata come «succursale di viale Jenner» e anche Cascina Gobba è stata piuttosto criticata in questi anni, per varie ragioni. Come da 11 anni a questa parte, la questione si presenta di difficile soluzione per gli inquilini di Palazzo Marino. Alberto Giannoni

Le «vedovelle» di Milano: ecco chi realizza le fontane verdi (e perché quella di piazza Scala è speciale). Andrea Camurani su Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2022.

Andrea Lamperti, 31 anni, apparso ai «Soliti ignoti», con i genitori manda avanti l’azienda di famiglia, la «Fonderie Lamperti» di Castellanza, che dal 1932 disseta i milanesi. Il «drago verde» numero 1 in piazza Scala è speciale: in ottone e bronzo. 

Un metro e 55 per 280 chili. Non proprio misure da sfilata, ma il compito delle vedovelle è stare immobili e attirare l’attenzione di chi ha sete, servendosi del sistema più efficace cioè il rumore dell’acqua. Le fontane verdi simbolo di Milano nascono in provincia di Varese dove hanno sede le «Fonderie Lamperti» di Castellanza, azienda fondata nel 1908 e dal 1932 fornitrice del capoluogo lombardo.

Un arredo urbano finito nell’immaginario collettivo, anche se negli anni la stessa azienda ha dovuto coprire scritte, rimuovere adesivi, oltre che rimediare a qualche atto vandalico. In realtà i «draghi verdi», altro nome con cui vengono chiamate le fontane, vengono assemblati nel Varesotto ma sono prodotti all’estero, come spiega Andrea Lamperti, 31 anni, che assieme ai genitori manda avanti l’azienda di famiglia. «La fonderia ha spento i forni dal 1994, ora qui ci occupiamo del montaggio dei pezzi realizzati da fornitori qualificati a cui abbiamo fornito i disegni e spiegato come realizzare i manufatti in ghisa: sono identiche a quelle che facevamo qui. La prima fontana posata, quella di piazza della Scala, è invece in ottone e bronzo. In tutto oggi a Milano i draghi verdi sono più di 500».

L’azienda vende anche le «parigine», dissuasori che servono a delimitare le aree pedonali, e i chiusini in ghisa. «Ultimamente sembrava che alcune produzioni in Italia potessero riprendere ma i costi sono nuovamente esplosi». Il mercato delle vedovelle resiste. Lamperti è fornitore di Metropolitane Milanesi che si occupa di posa e gestione delle fontane. «Assicuriamo una ventina di nuove vedovelle, ogni 2 o 3 anni circa». Poi c’è il settore al dettaglio. Qui la pezzatura parte da 71 centimetri di altezza per arrivare a 140 centimetri. I costi? «Al privato, il drago verde uguale a quello che si trova in strada Milano costa circa 2.000 euro». La forma nel tempo non è cambiata, solo il colore risulta leggermente più chiaro.

Andrea Lamperti ha vissuto un momento di celebrità dopo aver partecipato ad una puntata di «Soliti ignoti» su Rai1 l’8 febbraio, era «l’uomo che costruisce fontanelle». Cosa chiedono i clienti? «In tanti si preoccupano dell’acqua che continua a sgorgare: non viene sprecata ma convogliata fuori città per l’irrigazione dei campi».

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Vedovelle, storia e leggende delle fontanelle di Milano. Monica Cresci il 18 Gennaio 2022 su Il Giornale.

La storia delle vedovelle, le storiche fontanelle di Milano che da decenni forniscono acqua fresca agli abitanti della metropoli lombarda.  

Piccole, resistenti, di un verde intenso e un tempo brillante: ecco le mitiche vedovelle, le tipiche fontanelle di Milano che da decenni forniscono acqua fresca ai cittadini. Nate nel 1931, dissetano gratuitamente i tanti passanti e gli animali, un tempo anche i cavalli. Le vedovelle sono l'emblema del territorio meneghino, ma la particolare conformazione fisica è ben nota anche Torino e a Roma. Nel primo caso sono famose come torelli o torèt, mentre nella Capitale come nasoni. Entrate nell'immaginario comune lombardo, le fontanelle milanesi sono conosciute anche come draghi verdi: ecco l'origine del singolare nome e l'incredibile storia di queste fontane.

Diffuse in ogni angolo della città, e con il tempo sostituite da fontane più moderne, le vedovelle sono un simbolo della metropoli milanese. Sono realizzate in ghisa, dalla struttura a pilastro solida e stabile: sono un metro mezzo di fontanella, che vanta un singolare cappellino simile a una pigna e una sorta di bacinella semicircolare alla base.

Amatissime dai cittadini, da parecchi decenni forniscono acqua gratuita nella loro immutabile e affascinante fisionomia. I milanesi le conoscono come vedovelle per l'erogazione costante, lenta e pura di acqua, che ricorda il pianto e le lacrime inconsolabili delle vedove.

Ma le oltre 600 fontanelle, sparse su tutto il territorio comunale, sono ben più note anche come draghi verdi: un nome singolare che rimanda alla particolare forma del rubinetto - un drago appunto - simbolo della città stessa. La struttura è in ghisa verniciata di verde, come accennato, mentre il rubinetto è in ottone e la presunta data di nascita rimanda al 1931. 

Ma secondo le leggende, la più antica è la fontanella collocata in piazza della Scala, creata alla fine degli anni venti dall'architetto Luca Beltrami. Si tratta di una fontanella unica nel suo genere, perché completamente realizzata in ottone dorato e decorata con una delicata e affascinante greca in mosaico. Il rubinetto a forma di bocca di drago rimanda ai doccioni del Duomo, ovvero ai canali dal quale defluisce l'acqua piovane e che, nella Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria, rimandano a figure mostruose e fantastiche. Il loro compito era quello di scacciare e spaventare gli spiriti maligni, una fisionomia che lo stesso architetto poi decise di riproporre sulle vedovelle. 

Le vedovelle non possiedono rubinetto, per questo l'acqua scorre costantemente, limitando però gli sprechi. Il quantitativo erogato è davvero minimo e l'acqua non utilizzata, attraverso il sitema fognario della città, viene recuperata negli impianti di depurazione. Per poi giungere fino ai campi coltivati delle limitrofe aziende agricole, dove viene impiegata per l'irrigazione.

Un tempo i milanesi dicevano scherzosamente: "Ti offro da bere al bar del Drago Verde". Si riferivano alle stesse vedovelle e, naturalmente, all'erogazione gratuita d'acqua. Venivano utilizzate sia per bere che per fornire acqua a cani e cavalli, grazie alla presenza di una singolare base con bacinella. E durante il periodo del Dopoguerra, le vedovelle divennero punto di abluzioni per chi non poteva contare sulla presenza di acqua casalinga, un luogo dove lavarsi e radersi.

Nonostante la data di nascita ufficiale sia riconducibile agli anni Trenta, delle vedovelle si ha traccia anche all'interno di cataloghi e scritti antecedenti. Foto e immagini di fine '800 mostrano fontanelle dalla struttura simile, ma non uguale, collocate nello stesso spazio ora occupato dalle vedovelle. Come la singolare fontanella ancora oggi presente in Piazza Gerusalemme, dall'origine misteriosa. Per ammirare i draghi verdi il comune di Milano ha creato una mappa interattiva tematica oltre che cartacea, per un tour singolare della città alla ricerca delle sue mitiche fontane. Monica Cresci

Buonanotte mica tanto. Milano non riesce a dormire: ecco perché (e cosa fare). Andrea Dispenza su L'Inkiesta il 21 Gennaio 2022.

L’inquinamento acustico elevato della nostra città e lo stress post pandemia sono tra le principali cause per cui i milanesi non riescono a riposare come dovrebbero. Ne abbiamo parlato con una esperta sleep coach.

Dolce dormire, o quasi. Se Milano è sul podio di molte classifiche che la rendono un modello agli occhi del mondo (la nostra è una tra le città più verdi dell’intero pianeta terra, si riscontra una maggiore qualità della vita e così via), dall’altra parte è opportuno segnalare che qui da noi, in quanto a inquinamento acustico, non ci siamo affatto. I dati sono rilevanti e le cause incidono sul nostro umore e, cosa non da poco, sul nostro sonno. A dimostrare che i milanesi dormono poco e male c’è anche un’analisi condotta dall’Università Bicocca che nel corso del tempo ha iniziato a monitorare i suoni della città, sia di giorno, mentre andiamo al lavoro, prendiamo i mezzi, siamo in coda al semaforo della circonvallazione, sia di notte, mentre si dovrebbe dormire. 

«Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità non dobbiamo esporci a suoni con soglia superiore ai 65 decibel di giorno e i 55 di notte, soprattutto se prolungati nel tempo. Ecco perché l’inquinamento acustico a Milano è un affare serio. L’analisi della Bicocca rivela che un cittadino su 2 della popolazione milanese supera, quotidianamente, questa soglia» ci specifica l’esperta, Simona Cortopassi, giornalista e sleep coach (la prima a introdurre in Italia la figura di “allenatore del sonno”), fondatrice di The Good Nighter, uno strumento d’aiuto nato a Milano in piena pandemia per intervenire sul modo in cui si dorme per ritrovare uno stile di vita più sano.

Aggiunge: «Il 22% dei residenti subisce addirittura più di 70 decibel di giorno e 60 di notte, con ricadute sull’umore e ovviamente sul sonno. Colpa soprattutto del traffico, della movida, di macchinari rumorosi e spostamenti aerei o ferroviari. Per non parlare della raccolta dei rifiuti, in particolare del vetro, che avviene in alcune zone di Milano alle prime luci dell’alba infastidendo le ultime ore del riposo notturno».

Sono queste una serie di circostanze indicate anche dal portale di Città Metropolitana di Milano che riconosce come critica la fascia oraria che va dalle 22 alle 6 del mattino segnalando, tra le principali cause, proprio il traffico veicolare. Cosa che, da una parte, potrebbe essere una buona notizia: se non riusciamo a dormire, c’è una ragione valida che deriva proprio dall’esterno. In altre parole, probabilmente, non siamo poi così stressati come pensiamo o quantomeno non è del tutto colpa nostra. Questo potrebbe dipendere dal quartiere in cui viviamo e sul sito del Comune di Milano esiste una pagina che permette a chiunque di segnalare l’inquinamento acustico e di chiedere una verifica con una segnalazione fonometrica. 

Ci racconta Cortopassi a proposito delle aree della città: «Se dovessimo stilare una classifica delle zone dove si dorme di meno e si vive peggio, qui a Milano, per colpa dei rumori, al primo posto troveremmo le circonvallazioni, gli immobili vicini agli scali aeroportuali e ferroviari e lungo le principali arterie di traffico, come viale Fulvio Testi, via Palmanova, via Fermi. Perfino alcune vie del centro non stanno messe meglio in quanto a frastuono: ad esempio in via Moscova, via Ariosto, corso di Porta Romana o piazza Wagner si rilevano in media, di giorno, più di 70 decibel. Attenzione poi alla zona di San Siro che, con i suoi concerti, supera spesso i limiti consentiti, o almeno un tempo quando c’erano i concerti e c’era meno controllo». I più fortunati invece sono quelli che vivono in zone come «Viale Sarca, la Maggiolina, via Arganini, zona Pratocentenaro e qualche angolo di Niguarda, dove prevale il verde. Ottime anche alcune parallele di corso Buenos Aires, dove i palazzi fanno da schermo protettivo, bloccando il passaggio di gran parte dei decibel». 

A difesa della nostra città, però, occorre precisare che sono innumerevoli i fattori che non ci fanno chiudere occhio indipendentemente dal rumore. A cominciare da una situazione di stress che, inevitabilmente, in pandemia è cresciuta a dismisura anche tra i milanesi. «Recenti lavori di ricerca clinica hanno rilevato come durante la quarantena il ritmo sonno-veglia si sia notevolmente modificato. È stato registrato come l’orario di addormentamento e di risveglio sia stato ritardato rispetto al periodo pre-lockdown. Inoltre, le modifiche del nostro stile di vita e le paure per la situazione generale si sono tradotte in un aumento del tempo trascorso a letto ma paradossalmente anche a una qualità del sonno percepita peggiorata tra difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli durante la notte, risvegli precoci la mattina e difficoltà di riprendere sonno». 

Le notti in bianco stanno poi a cuore a molti dirigenti aziendali che, per aiutare i loro dipendenti, in particolare in questo periodo così complesso, tra una call e l’altra si rivolgono a un esperto del sonno anche attraverso consulenze video e webinair. Motivo per il quale questa professione, già molto diffusa negli USA, ora si sta facendo conoscere anche qui a Milano e di conseguenza in Italia. «Dormire è fondamentale per stare bene. Passiamo un terzo della nostra vita a letto. Se si dorme male non solo si ha sonnolenza diurna ma si finisce per avere un malessere generale, meno forze, meno concentrazione, una peggiore forma fisica, indebolimento delle difese immunitarie e scarsa produttività al lavoro. Il sonno è solo in apparenza un’attività passiva, molto si può fare dal punto di vista degli stili di vita per dormire bene. Ecco perché sempre più persone e anche aziende si rivolgono alla figura dello sleep coach, che elabora una sleep routine in grado di migliorare la qualità del sonno. A sfruttare lo sleep coach sono anche numerosi atleti, il più celebre è il calciatore Cristiano Ronaldo, che affida il suo riposo a un trainer del sonno, il dottor Nick Littlehales. Il programma dura circa un mese perché per cambiare le proprie abitudini sono richieste almeno tre settimane di modiche sui propri stili di vita». 

Estratto dell'articolo di Alessandra Ziniti per “la Repubblica” il 10 marzo 2022.

Se vanno in giro con i telefonini che sparano a tutto volume il video del rapper El Kobtann, cappucci neri e giubbotti firmati, sai di aver davanti quelli della K.O.Gang. Se sei in metro sulla linea M2 diretta a Gessate e incroci minorenni italiani, o stranieri di seconda generazione, occhio a quelli della Z2 che scatenano le risse.

Se hai un figlio che frequenta Corso Lodi o Città studi digli di tener nascosti cuffie e smartphone, perché quelli della Z4 sono specializzati nelle aggressioni ai coetanei. Se sei di San Siro e ti imbatti in quello che sembra un blocco stradale e invece è un set cinematografico abusivo per girare un video di trapper che inneggiano ai gangstarap americani sono di certo i Z7 Zoo.

Se nel weekend vai, come tutti, a berti un drink ai Navigli, alle Colonne di San Lorenzo o a Piazza Duomo e li vedi arrivare in branco o sono i GangDuomo o i Barrio Banlieue. Che durante la settimana la fanno da padrone nelle zone periferiche in cui abitano, complessi edilizi o palazzoni di edilizia popolare nell'hinterland, e nel weekend scendono a prendersi in centro per affermare la propria supremazia sulle altre bande nel controllo del territorio.

A colpi di aggressioni, risse, rapine, danneggiamenti, non prima di essersi dati appuntamento sui loro gruppi Whatsapp o sui social dove sono fortemente attivi, da Instagram a Tik Tok. Poi le loro bravate le troverete in video postati in tempo reale.

Eccole, le 13 baby gang che da mesi terrorizzano Milano con le loro scorribande nei luoghi della movida e non solo, con le aggressioni e le violenze a coetanei con cui esprimono un disagio, esasperato dai due anni della pandemia, e ormai sfociato in vera e propria criminalità giovanile.

La mappa delle bande, quartiere per quartiere, che gli amministratori locali hanno chiesto a gran voce al prefetto e alle forze dell'ordine, esiste già ed è stata redatta dagli investigatori dei carabinieri del comando provinciale di Milano che hanno disegnato un identikit preciso di ogni gruppo: composizione, leader, specialità e nickname sui social. 

Repubblica è in grado di mostrarvela. Le gang della movida Dalla Darsena alle Colonne di San Lorenzo, da piazza Duomo a piazza dei Mercanti è territorio di conquista delle bande che nel fine settimana si sfidano a colpi di rapina e di risse nei locali.

Antonio Calitri per “il Messaggero” il 3 marzo 2022.  

Il fenomeno delle baby gang dilaga in tutta Italia con Milano che guida la classifica nazionale dei reati commessi da minori. E con questi gruppi di piccoli criminali dove la presenza degli italiani diminuisce a vantaggio di quella di immigrati o figli di immigrati. E si abbassa anche l'età di queste gang, con l'ultima operazione dei Carabinieri milanesi che ieri ha sgominato un gruppo di quartiere formato da otto minorenni di età compresa tra i 17 del più grande e i 12 dei più piccoli.

Si tratta di una banda di giovani delinquenti che imperversava nella zona Sud-Est di Milano, tanto radicata nei quartieri di Corvetto e Calvairate che si erano dati il nome di Z4 gang, ovvero Zona 4 come è stato rinominato amministrativamente il municipio, così da essere riconosciuti come i ras del posto. Questi otto ragazzini, sono indiziati a vario titolo e in concorso tra loro delle ipotesi di rapina, tentata rapina e lesioni personali aggravate in concorso.

Il gruppo avrebbe commesso, secondo quanto recita una nota delle forze dell'ordine, «in più circostanze, violente aggressioni e 14 rapine (anche tentate) in danno di passanti che avvicinavano con banali pretesti all'interno di parchi, sui mezzi di trasporto pubblico, nei pressi delle fermate o nei principali luoghi di aggregazione giovanile, sottraendo loro smartphone e altri oggetti di valore».

È una delle almeno 13 bande individuate dagli investigatori dell'arma milanese dall'analisi dei social network dove questi gruppi, seppur in forma anonima, documentano le loro imprese. Milano quindi si conferma capitale e vero e proprio laboratorio della criminalità giovanile. Pochi giorni fa, gli investigatori avevano scoperto anche un nuovo fenomeno, quello della baby gang pendolare, proveniente dalle banlieue.

Da Novara dove sono stati documentati questi spostamenti, ma anche da altre città a circa mezz' ora di treno dal capoluogo lombardo, ogni weekend bande di ragazzini sbarcano in stazione centrale di Milano e da lì si dirigono verso i quartieri della movida restando spesso ai margini e mettendo nell'obiettivo ragazzi e ragazze che si allontanano da soli o in coppia dalla zona più frequentata e li aggrediscono.

Poi a fine serata, con i bottini di smartphone e portafogli conquistati o semplicemente con le registrazioni di aggressioni gratuite sui loro telefonini, riprendono il treno e tornano alle loro case dell'hinterland. Piccoli criminali che intanto fanno salire in classifica la città che secondo l'ultimo report della Direzione centrale di Polizia Criminale dal titolo I minori nel periodo della pandemia vede Milano al primo posto in Italia per numero assoluto di segnalazioni di minori denunciati o arrestati in Italia, con 1.442 casi tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2021.

Al secondo posto si piazza Roma con 1.214 casi registrati nello stesso periodo, seguita, all'ultimi gradino del podio da Torino con 948 denunce. Occorre precisare però che la Capitale rientra solo per numero assoluto di denunce, ma se si ripartiscono i numeri per la popolazione, Roma scende in coda alla classifica delle città metropolitane analizzate che al contempo vede salire Bologna e Firenze in particolare.

Non che a Roma non si registri la presenza delle baby gang. Proprio ieri gli agenti della squadra informativa del distretto Prenestino hanno sgominato una composta da tre minori e un maggiorenne che gestiva lo spaccio dell'hashish ai giardinetti del Quarticciolo e aveva trasformato il luogo come una piazza di quelle che si sono viste nella seria di Gomorra.

Furti, rapine e aggressioni anche fini a se stesse e ultimamente anche all'arma bianca vengono realizzate da minor nella zona di San Lorenzo. Neppure il centro storico, tra i palazzi delle istituzioni nazionali che dovrebbero essere tanto presidiate resta escluso. Poco più di una settimana fa un rider di 30 anni è stato aggredito da una babygang formata da una quindicina di ragazzini all'uscita del Mc Donald's in Piazza delle Cinque Lune, a pochi passi dal Senato della Repubblica.

Crescono le babygang e nello stesso tempo cambiano. Se fino a pochi anni fa, soprattutto quelle straniere si sfidavano tra loro per gestire gli affari delle varie zone, adesso sono cambiate sia le composizioni di questi gruppi che gli obiettivi che sono ormai soprattutto persone esterne alle gang, da rapinare o semplicemente da aggredire. 

Aumentano le gang di stranieri ma anche quelle di italiani, figli di immigrati cresciuti in Italia ma spesso con modelli educativi lontani a quelli occidentali. In generale è crescita di due punti percentuali l'incidenza dei reati commessi dai minorenni stranieri, rispetto al totale, passando dal 44,17 al 46,11%.

Il Piemonte è la regione con la maggiore incidenza dei minori stranieri nei reati, con il 57,54%, quasi 6 reati su dieci commessi da minori sono stati fatti da uno straniero. Seguono l'Emilia Romagna (54,73%) e la Lombardia (52,92%). Solo decimo il Lazio con un'incidenza del 43,51%.

Mitragliatori, spari e rapine. Non è il Far West ma quasi. Paola Fucilieri il 2 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Tre assalti in poche ore e 11 arresti. La polizia fa fuoco in aria per bloccare 5 italiani con una mitraglietta. Tre rapine in poche ore in zone centrali, 11 arresti, spari da Far West. L'età degli autori dei colpi in media è sempre bassa, tra i 17 e i 20 anni. «Ragazzi», dirà qualcuno. Ma che assaltano e rapinano con la forza e la rabbia che molti adulti non si sono neanche mai sognati di esternare. Un clima di tensione e insicurezza quello che aleggia sotto la Madonnina e che da Capodanno e dai fatti di piazza Duomo - con almeno 11 ragazze rimaste vittime di violenza sessuale di gruppo - a Milano non accenna a dipanarsi. E a cui si aggiungono ogni giorno altre vicende, non meno inquietanti. Come quella che lunedì sera tra Bonola e San Siro ha portato all'arresto di cinque uomini italiani che, in macchina e armati fino ai denti, hanno speronato la polizia costringendo un agente a sparare quattro colpi per riuscire a bloccarli, senza però dissuaderli dall'intraprendere prima una fuga con relativo inseguimento da film per le strade a ovest della città. Non può non impressionare il filmato diffuso ieri da Milano Today con i cinque soggetti che, come ordinato dalla polizia che grida «a terra!», vengono bloccati a pancia a terra e gambe larghe sull'asfalto.

Ma andiamo con ordine e partiamo dalla quotidianità. La polizia mercoledì sera poco dopo le 21 ha arrestato un ragazzo marocchino di 17 anni che, insieme a un complice, in via Nava (zona piazzale Lagosta, viale Zara) aveva appena rapinato il giubbotto e il cellulare a un coetaneo italiano. La vittima e il padre hanno rincorso i due giovani (uno è riuscito a fuggire), quindi sul posto sono intervenuti gli equipaggi della questura.

I carabinieri della compagnia «Duomo», dopo una chiamata al 112, si sono messi alle costole di tre ragazzi senza fissa dimora, un italiano di origine egiziana e due egiziani, rispettivamente di 17, 18 e 19 anni (quest'ultimo era il solo con precedenti a proprio carico, per ricettazione). Intorno alle 23, infatti, i militari dell'Arma erano venuti a conoscenza di una rapina appena capitata in via Farini. Vittima uno studente italiano 19enne sorpreso dai tre ragazzi di origine nordafricana per strada mentre guardava il cellulare, che gli è stato rapinato insieme alla carta di credito dopo che i suoi aggressori gli avevano sferrato dei pugni al volto. Grazie al sistema di localizzazione del telefono i militari sono riusciti a raggiungere i giovani rapinatori in fuga salendo su un tram della linea 14 in pieno centro, in via Cesare Correnti. A bordo c'erano i tre ragazzi con il telefonino in mano. Addosso avevano anche un altro cellulare, che avevano scippato in Darsena il 12 gennaio, utilizzando la stessa tecnica.

Alle 4, in viale Stelvio, due marocchini di 21 anni insieme a un terzo complice, che però è riuscito a scappare, sono stati arrestati dalla polizia per aver rapinato nel giro di pochi minuti un algerino di 20 anni del monopattino elettrico e un 19enne italiano dello zaino.

Sono tutti italiani e nati tra Milano e l'hinterland i tre pregiudicati (di 22, 30 e 40 anni) e i due incensurati, (un 26enne e un 27enne) arrestati in zona Bonola sempre lunedì, ma intorno alle 19, dai poliziotti delle «Volanti» dell'Ufficio prevenzione generale e pubblico soccorso (Upgs). Se stavano programmando un colpo in grande stile o progettassero altro per il momento resta un mistero. Sono stati fermati durante un normale controllo del territorio dalla polizia in piazzale Segesta, a San Siro e, all'improvviso, quello che era alla guida dell'auto, un mini Suv Bmw X1, ha premuto il piede sull'acceleratore ed è ripartito, non dopo aver tentato di speronare una «Volante». I 4 colpi sparati per aria da un poliziotto in funzione intimidatoria non hanno avuto effetto sui cinque. Che hanno ingaggiato con la polizia un inseguimento a sirene spiegate snodatosi per via Paravia, via Zamagna, piazzale Esquilino, via Monreale e conclusosi in piazzale Zavattari. Nel frattempo i fuggitivi si sono disfatti di una mitraglietta Uzi, lanciata fuori dal finestrino in via Paravia e di 50 cartucce e un silenziatore abbandonati in piazzale Esquilino. Ora i cinque si trovano a San Vittore in attesa della convalida dell'arresto, accusati di porto d'armi da guerra e resistenza a pubblico ufficiale. Di loro si sa che non sembrano imparentati con importanti famiglie malavitose. La squadra mobile sta cercando di capire a chi sia intestato il Suv, mentre la Scientifica sta analizzando la mitraglietta. Da dove viene e a chi era destinata, a cosa servizze sono domande che per il momento sembrano non trovare risposta. Almeno una ufficiale. Paola Fucilieri

Inseguimento a San Siro, la versione (assurda) dell’autista: «Il mitra? Era per la mia festa di compleanno». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 02 febbraio 2022.

Davide Salvatore, 31enne proprietario e conducente della Bmw X1, con precedenti di polizia, ha raccontato una storia «palesemente falsa» secondo gli inquirenti. In auto anche un affiliato della ‘ndrangheta.

Ha ammesso di essere il proprietario della mitraglietta Uzi, che avrebbe acquistato in «un bar di Corvetto», e ha detto di essere ripartito dopo l’alt intimato dalla Polizia perché si era «spaventato» per i colpi di pistola esplosi da uno degli agenti. Avrebbe così fatto «un tratto di strada» ma da parte sua non ci sarebbe stata «nessuna volontà di sottrarsi» alle forze dell’ordine. È la ricostruzione fornita al gip Stefania Donadeo da uno dei 5 giovani fermati dalla polizia lunedì 31 gennaio a San Siro dopo che dalla loro auto era stato gettato un mitragliatore Uzi con silenziatore e 50 proiettili.

Versione «falsa e concordata»

Una versione «palesemente falsa» secondo gli inquirenti e «concordata» nel tentativo di ridimensionare ciò che i cinque stavano realmente lunedì sera intorno alle 18.50 quando sono stati fermati per un normale controllo dalla polizia. Tanto che il pm della Dda Stefano Ammendola, di turno il giorno dell’arresto, ha chiesto al giudice la custodia cautelare in carcere per i cinque arrestati con l’accusa di resistenza e porto abusivo di arma da guerra. E la gip di Milano Stefania Donadeo ha convalidato l’arresto ed emesso la misura cautelare in carcere per tutti e cinque. Nel provvedimento ha scritto che la mitraglietta «era pronta per essere scaricata contro qualcosa o qualcuno» e che «l’azione del conducente è stata diretta in maniera non equivoca all’investimento degli agenti ed era idonea a cagionare la morte a seguito dell’urto e dell’investimento». Tanto che a parere del giudice sussistono anche «gli estremi del reato di tentato omicidio», tuttavia non contestata dalla procura nella richiesta di applicazione di misura cautelare. Anche per la gip la versione degli indagati è «per nulla convincente, anzi del tutto illogica oltre che sconfessata dalla ricostruzione delle forze dell’ordine». Gli agenti infatti hanno raccontato di aver subito notato i tre uomini seduti dietro armeggiare sotto al sedile al momento del controllo, prima che l’autista ingranasse la marcia e cercasse di investirli. I poliziotti, a quel punto, hanno sparato quattro colpi verso le ruote della Bmw cercando di bloccarla. Il selettore di tiro dell’Uzi era posizionato sulla modalità «raffica» e aveva un caricatore da 32 colpi. La custodia cautelare in carcere è stata emessa anche per la «salvaguardia delle fonti di prova» in vista delle indagini per capire la «provenienza delle armi e a quale utilizzo fossero destinate (forse un agguato o un regolamento di conti; depongono in tal senso il silenziatore e il selettore in posizione di raffica) e di eventuali complici degli indagati».

A raccontare la versione della «festa» è stato Davide Salvatore, 31enne proprietario e conducente della Bmw X1, con precedenti di polizia, difeso dall’avvocata Anna Molinari. Secondo il suo racconto, i cinque erano usciti per festeggiare proprio il suo compleanno in un bar di San Siro. Anche gli altri che erano a bordo dell’auto, Matteo Canfora, 24 anni, Mario Giuliani di 26 anni, Domenico Corsaro di 22 anni e Francesco Pellegrini di 39 anni, quest’ultimo legato alla cosca Barbaro di Buccinasco, difesi dagli avvocati Elena Refaldi ed Ermanno Gorpia, hanno deciso di rispondere alle domande della giudice.

Secondo il loro racconto, l’arma si trovava appunto sotto il sedile del guidatore e sarebbe stato lui a gettarla per strada durante l’inseguimento degli agenti. Contro di loro oltre al racconto degli agenti della Volante che li hanno prima inseguiti e poi arrestati ci sono parecchie incongruenze: come è possibile che il guidatore sia riuscito, durante la fuga dagli agenti lungo le strette strade di San Siro, a prendere da sotto al sedile l’Uzi, a svitare il silenziatore e a gettare, in due diversi momenti, l’arma (in via Paravia) e silenziatore e proiettili (in piazzale Esquilino) Il tutto senza mai perdere il controllo della Bmw e senza che gli altri quattro occupanti del Suv facessero nulla per indurlo a fermarsi.

Inoltre gli investigatori della squadra Mobile stanno verificando cosa ci facessero i cinque su quell’auto e quali fossero i rapporti tra i vari occupanti. Il sospetto è che l’arma carica servisse in realtà per un’intimidazione, una minaccia o un agguato, sventato solo dal casuale controllo della Volante. Le indagini su questo punto sono alle battute iniziale e lo scenario di questa vicenda sembra ancora tutto da chiarire. Come da indagare è il ruolo di Pellegrini, narcos condannato in via non definitiva a 8 anni di carcere, libero per scadenza dei termini di custodia cautelare, e già comparso in diverse indagini insieme a uomini di primo piano della cosca ‘ndranghetista Barbaro di Platì, uno dei clan più importanti e temuti della mafia calabrese. Non proprio semplici invitati a una festa di compleanno.

Le due facce di San Siro a Milano, il quartiere dello stadio diviso tra ricchi e poveri da un muro invisibile. A sud il quadrilatero popolare dove proliferano lo spaccio e le occupazioni di case. A nord l’impianto sportivo e il silenzio di una zona residenziale di elite. In attesa della nuova struttura che rischia di accentuare le disuguaglianze. Simone Cesarei e Samuele Damilano su L'Espresso il 10 gennaio 2022.  

In via Zamagna 4, quartiere San Siro, periferia ovest di Milano, frecce nere sull’asfalto indicano dove comprare una dose. I muri delle case popolari cadono a pezzi. Una ha la facciata scura, bruciata. Un incendio dello scorso agosto ha lasciato i residenti senza acqua e luce per settimane, ma i servizi ancora non funzionano. C’è un ragazzo alto, tatuaggi in testa e lungo le braccia.

Da Piazza Selinunte a Piazza del Duomo: cosa sta succedendo a Milano? Giordano Di Fiore su Il Riformista il 24 Gennaio 2022.  

Piazza Selinunte è un articolo difficile. Si rischiano di scrivere delle ovvietà tremende, senza andare veramente a fondo.

Innanzitutto, una premessa: piazza Selinunte è un luogo di Milano. Inserito nel quartiere San Siro. Quartiere sviluppato nel dopoguerra, ubicato in una zona che era la periferia della periferia, circondato da campi e da fossi. Uno dei vittoriosi esempi di welfare alla milanese: case popolari (quelle basse a 4 piani, come se ne vedono uguali in tante altre periferie, di Milano e non solo) e servizi. Scuole, asili, mezzi pubblici. In lontananza, lo stadio, di cui si odono le grida durante le partite o le musiche durante i concerti.

In piazza Selinunte sorgeva dapprima una scuola, sostituita poi dalla caldaia centralizzata dell’enorme quartiere di case popolari. Case popolari che hanno ospitato, nell’ordine, la povertà del dopoguerra, la portentosa immigrazione meridionale, ed infine, già dagli anni ’80, le nuove povertà del nordafrica. Già anni orsono, la scuola elementare di Via Paravia balzò alle cronache, per aver ospitato, nell’anno scolastico, un solo studente “indigeno” (nel senso di italiano, figlio di genitori italiani).

Via Micene, via Mar Jonio, via Civitali: case scrostate, molte senza ascensore, popolate da lavoratori e operai, fino agli anni ’80: poi, avviene un’importante sostituzione, elemento cruciale nella nostra analisi.

I lavoratori invecchiano e San Siro diventa un quartiere di pensionati: per la prima volta, non c’è un ricambio. Il tenore degli italiani è aumentato, e chi lavora, chi ha un reddito, si rivolge al mercato immobiliare privato. Cosa importante: cambia la percezione. In questo momento storico, a cavallo con l’arrivo dell’immigrazione nordafricana, la casa popolare si fa ghetto, luogo da evitare.

E l’immigrazione si fa ghetto nel ghetto, nel quadro di un disinteresse importante delle istituzioni. Le battaglie per la casa sono ormai prerogativa dei centri sociali e poco altro, la politica ha cambiato linguaggio, la sinistra sta completando la sua complessa trasformazione.

Dunque, né i nuovi immigrati hanno la capacità di organizzarsi autonomamente, né il circostante è in grado di assorbire le loro istanze, creando una sacca di isolamento, all’interno del quale, poco a poco, si crea un mondo “altro”.

Facciamo un salto di qualche decennio ed arriviamo ai giorni nostri. Proviamo a vedere gli ingredienti:

la pandemia; i social network; gli smartphone e l’iperconnettività; la ghettizzazione delle case popolari e della povertà; le enormi difficoltà di integrazione per gli immigrati di prima generazione; il vento politico degli ultimi 30 anni, focalizzato su un ipotetico centro, che tende a tagliare le fasce esterne; alcuni modelli culturali globali molto radicati tra le persone più giovani, che tendono ad esaltare la ricchezza, il successo sociale ed un certo machismo di ritorno.

Semplificando all’osso: quella che un tempo era la classe operaia, dotata di una propria “coscienza” e rappresentanza politica specifica, si dissolve. Le frange più deboli della società sono frammentarie e frammentate, spesso coincidenti con l’immigrazione. L’isolamento e la cultura della strada, quella cantata dal rap di ieri e dalla trap di oggi, creano un sistema che si autoalimenta.

Chi è povero (o si sente tale), se non si annulla, cerca riscatto. Il riscatto, quando non è dei singoli, diviene storicamente fenomeno sociale. E se, come in questi anni, la cultura individualista è quella dominante, il riscatto passa dai soldi, la potenza, la sottomissione degli altri.

Dunque, lo spaccio, la violenza, la conquista divengono forme di avanzamento sociale. Il machismo, la scarsa considerazione della donna e delle persone più deboli sono il sentimento comune.

Se ci aggiungiamo l’isolamento sociale della pandemia e l’effetto amplificatore dei social, la ricetta si fa micidiale. In un mondo chiuso per Covid (la gestione sociale della pandemia è stata pessima, non ha fatto altro che emarginare ai massimi livelli coloro che erano più deboli), la violenza diviene la cifra espressiva più significativa.

Le persone giovani sono quelle che maggiormente soffrono di questa emarginazione, perché c’è un codice genetico, una dotazione ormonale che si mette di traverso: c’è la necessità di esprimersi per autoaffermarsi. Ma tutto è bloccato, vietato, bandito. Il mondo sembra immobile, e sordo. E allora, scatta l’ansia, la rabbia. Emerge la voglia di distruggere tutto, scatta quel sentimento primordiale di assoggettare gli altri alla propria volontà, per mostrare la propria forza ed invincibilità, in un mondo sempre più annichilito e diviso.

Qualcuno giustamente mi rimprovererà, mi dirà che sto glissando, mi parlerà del radicalismo di matrice araba, delle banlieue francesi (che, non a caso, sono un modello giovanile molto forte, e la trap francese è tra le più belle e seguite). Ne sono consapevole, un po’ come fu la cultura della mafia nell’emigrazione italiana in america, così ben descritta da un’importante cinematografia, che l’ha resa addirittura eroica. Tutto vero.

Ma le violenze e i regolamenti di conti a Piazza Selinunte, le sparatorie, le rapine dei trapper italafricani, egiziani, marocchini, tunisini di seconda e terza generazione, non sono di origine etnica, né di origine religiosa. Quantomeno, non lo sono in modo prevalente.

Mentre il mondo degli adulti si sforza di essere sempre più “correct” ed è impegnato a rimuovere buona parte della propria cultura, perché ritenuta scomoda, il mondo dei giovani affonda in una neo-arretratezza di rimando. Un mondo manicheo, fatto di piccolo spaccio, di sirene della polizia, di ragazze mostrate come vanto (bitches, all’americana, è l’epiteto), di muscoli mostrati come trofei, di risse in favore di social, di stupri e violenze di massa. Dalle baby gang a Baby Gang: un termine coniato per descrivere una forma di devianza sociale diventa il nome di un rapper, reale, autentico, che canta la violenza perché la pratica. L’artista delinquente di Piazza Selinunte. 

La cosa che più mi ha colpito guardando il servizio sul famoso video di Neima Ezza girato tra quelle case popolari in pieno lockdown è l’immagine di un giovane schiumante rabbia che grida “vecchio di merda” ad un abitante che si stava lamentando per il caos.

In questo insulto, identifico il peccato originale della società contemporanea: l’aver diviso le generazioni. E se dovessi, io, pensare a come curare il male di una società che non collabora, partirei proprio da questo punto. L’unico spiraglio di salvezza è creare un ponte generazionale. La vetrina dei giovani arrabbiati non può essere (solo) quella social. Ma, per aprire un fronte di dialogo, c’è una sola modalità: la costruzione della fiducia. Entrare nei quartieri alla pari, e restituire servizi. Interrogarsi sui bisogni. Mettersi in ascolto.

Nessuna ricetta facile. Chiudo proprio con alcune barre di Gang. Mettersi in ascolto. Farlo subito.

Vengo da Milano, Milano, Milano Dove ti rubano, rubano, rubano, rubano A Milano, sì, pure la mano Con me non ci prova, sai come mi chiamo? Solo a tredic’anni sui telefonini Facevo affari dentro Maciachini Saltavo la metro, andavo in Duomo Entravo, rubavo, fra’, tutti i vestiti, gang Chop-chop, ghiri-ghiri, fuck trap, giro e muovo chili Fuck Trump e Salvini, fuck rap dei kilimini Gang-gang dei bambini, bamba e dei latini Zatla marocchina, fa-faccio una rapinaKhoya, come va-va? Sto con Toto e la fa-fa Alo, pronto, come va-va? Baida buona, mon amour Khoya, come va-va? Wesh, mon poto, ça va pas-pas Koulshi mghanzer Casablanca, zatla buona, mon amour

Milano, il vigile aggredito e la rabbia del quartiere: «Auto vandalizzate e petardi di notte, qui è un inferno». Fabrizio Guglielmini su Il Corriere della Sera il 17 gennaio 2022. 

Esasperazione e sconcerto tra gli abitanti di viale Coni Zugna e via Pacioli. «Carrozzerie prese a calci, specchietti divelti, pneumatici tranciati». I comitati: non crediamo più nelle forze dell’ordine. 

Rabbia, esasperazione e sconcerto lungo i duecento metri di via Fra Luca Pacioli. Dopo l’ennesimo episodio violento fra Coni Zugna e Papiniano i residenti parlano «di un inferno ogni venerdì e sabato fino alle cinque del mattino». Un inferno fatto di gruppi di ragazzi «nella stragrande maggioranza dei casi sotto i vent’anni che si ammassano qui, tanto che passare in auto è impossibile e comunque è molto più prudente non uscire di casa». I residenti si sono riuniti in comitati contro lo spaccio, le risse e il degrado già da molto tempo, ma senza risultati: «Chiamiamo di continuo la Polizia municipale e il Comune anche attraverso i nostri amministratori ma non serve a niente: nel weekend fino alle quattro del mattino non si riesce a dormire», dice la signora Anna, residente nel palazzo all’angolo fra Papiniano e Pacioli.

I danni

Molti hanno smesso di parcheggiare l’auto sotto casa perché non si contano più gli episodi di vandalismo: carrozzerie prese a calci, specchietti divelti, pneumatici tranciati. Pochi i palazzi che si affacciano su via Pacioli, soltanto tre civici, il 2, il 3 e il 9, dove vivono una cinquantina di famiglia che aspettano il fine settimana come un incubo: «Qualche giorno prima degli spari che fra l’altro ho sentito distintamente — racconta il signor Sergio — gruppi di ragazzi urlavano in un dialetto che poteva essere veneto», un dettaglio che trova d’accordo i gestori dei locali della zona: «È nato un nuovo fenomeno: arrivano da fuori città per scatenarsi e spariscono all’alba. Essendo residenti in un’altra provincia o regione identificarli diventa praticamente impossibile. Non c’è dubbio che sia nato tutto sui social: prendono di mira delle zone di Milano e poi si ritrovano come un branco, sapendo di muoversi nella totale impunità».

La malamovida

Chi abita qui, vittima di una malamovida che dai Navigli si è estesa fino a Papiniano, Coni Zugna e via Savona, non è sempre incline a incolpare i locali, come ricorda la signora Maria che vive in via Pacioli dal 1976: «Negli ultimi anni la situazione è andata completamente fuori controllo: i ragazzini arrivano qui con gli alcolici comprati altrove; non sono certo frequentatori dei ritrovi della zona, il loro unico obiettivo è lo sballo e lo scempio delle strade in cui abitiamo. Ma lo sa che in estate si portano anche le casse e tengono la musica a tutto volume fino all’alba? È triste dirlo, ma noi nelle forze dell’ordine non crediamo più». Altre segnalazioni raccontano di fuochi d’artificio fatti esplodere fino alle due del mattino all’inizio di via Savona, della vita da barricati in casa dopo la mezzanotte e soprattutto della rassegnazione per una situazione che ormai “degenera settimana dopo settimana”».

Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” il 17 gennaio 2022.

Sono tre, ma il numero potrebbe salire nelle prossime ore, i giovani skater bolzanini già identificati per l'aggressione a un vigile 61enne sabato notte sui Navigli a Milano. Il gruppo era composto da una quindicina di ragazzi, la gran parte arrivata da Bolzano, ma non solo. È su questi profili che si concentrano le indagini per capire cosa sia davvero accaduto quella notte. 

Per ricostruire le prime e le ultime fasi dell'assalto all'agente della polizia locale che prima spara in aria per allontanarli e con i giovani che poi cercano di strappargli la pistola mentre nella colluttazione parte un secondo colpo che solo per un caso non ferisce nessuno.

I video diffusi da alcune pagine social, e realizzati da giovani del gruppo degli aggressori, mostrano soltanto gli attimi più drammatici e gli spari, ma non il momento in cui - come ha raccontato ai colleghi - l'agente si qualifica. 

E neppure le fasi finali in cui i giovani, una volta strappata la pistola dalle sue mani e gettata sotto a un'auto in sosta, lo colpiscono, sembra, con calci e bottigliate. L'agente ha contusioni in varie parti del corpo e una prognosi di cinque giorni. 

Per lui la solidarietà dei sindacati che condannano l'aggressione e chiedono maggiore formazione e più pattuglie in strada. Il sindaco Beppe Sala oggi riferirà in consiglio comunale dopo una nota che si limita ricostruire i fatti e a chiarire che tutti gli accertamenti stanno avvenendo «in stretto contatto con l'autorità giudiziaria».

Ma il caso è solo l'ultimo di un inizio anno difficile per la sicurezza a Milano, partito la notte di Capodanno con le violenze di gruppo a undici ragazze nella festa di piazza Duomo (due arrestati e una decina di indagati dalla polizia). 

Al momento non ci sono provvedimenti nei confronti dell'agente aggredito, nessuna sospensione dal servizio. I due agenti erano in viale Coni Zugna all'1.45 per indagare su alcuni vandalismi avvenuti negli scorsi fine settimana. Tutto è iniziato quando uno dei ragazzi ha notato il vigile che fotografava il gruppo. 

«Eravamo davanti alla birreria - racconta Giulia -. Abbiamo sentito litigare pesantemente dei ragazzi, ci siamo girati e abbiamo visto la scena che sta circolando in tutti i video. Sentivo urlare "buttala via, che cosa fai buttala via toglila". Ho pensato subito a una pistola ma non potevo crederci. Abbiamo sentito gli spari, pensavamo fosse una scacciacani: il rumore non è stato forte in confronto al casino che c'era in tutta la via».

Nel primo spezzone di video, si vede il 61enne in borghese di spalle che sta risalendo sull'autocivetta e uno dei ragazzi (si nota solo il braccio) che gli sfila il berretto di lana dalla testa. La reazione è istantanea: si volta e con la pistola già in pugno (e il colpo in canna) spara in aria. 

«Per farli allontanare», dice il Comune. Ma nessuno dei ragazzi fugge. Anzi, nel secondo video, si notano prima uno e poi due giovani che si lanciano in un corpo a corpo nel tentativo di disarmarlo. Mentre uno ha le mani sulla canna della semiautomatica impugnata dal vigile che urla «deficienti, è carica» parte un colpo. Le riprese finiscono qui. I due riescono poi a levargli l'arma dalla mani gettarla sotto a una vettura prima di fuggire.

Una dinamica anomala che fa ipotizzare due diversi e opposti scenari. Il primo, con i ragazzi ubriachi o drogati che si gettano in un'azione criminale, folle e pericolosissima. Il secondo, con i giovani che cercano di rendere inoffensivo l'uomo senza aver capito che si tratta di un agente. 

Nei video si sente che, in italiano e in tedesco, urlano di chiamare la polizia. Ma poi fuggono senza tornare all'arrivo di due pattuglie con divise e lampeggianti. Insieme all'agente ferito c'era una collega rimasta sempre a bordo dell'auto. Secondo il Comando perché in collegamento con la centrale per chiedere aiuto.

Milano, le due verità sull’aggressione al vigile. «Mi sono qualificato». «No, volevamo solo difenderci». Maurizio Giannattasio e Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 18 Gennaio 2022.  

Due verità contrapposte. Due versioni della stessa storia a cui ancora mancano troppi punti fermi per essere chiarita. Sono indagati i tre skater altoatesini tra i 19 e i 22 anni che sabato hanno aggredito e derubato della pistola un vigile sui Navigli. Altri ragazzi, del gruppo dei quindici aggressori, sono stati identificati nelle ultime ore. Alcuni hanno già chiesto di essere ascoltati dai magistrati Ilaria Perinu e Laura Pedio che ipotizzano il reato di resistenza e rapina. «Non sapevamo chi fosse quell’uomo — ha spiegato uno dei giovani —. Ad un certo punto ha estratto una pistola. Noi ci siamo subito mossi per cercare di disarmarlo, ma nessuno voleva picchiarlo: volevamo solo togliergli la pistola perché eravamo spaventati». I giovani bolzanini si difendono sostenendo che l’agente, 61 anni, con 30 di servizio, non si sarebbe qualificato. Versione smentita dal comando della Polizia locale. «Sono sceso e mi sono qualificato», ha sostenuto con i colleghi l’agente ferito (5 giorni di prognosi) che prima ha esploso un colpo in aria e poi un altro durante il tentativo di uno dei giovani di strappargli l’arma dalle mani. Nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti dal comandante Marco Ciacci e non risulta indagato. Così come la collega che era con lui e non è mai scesa dall’auto civetta. In passato nei confronti del 61enne era stato aperto un procedimento interno dopo la segnalazione di una foto di Mussolini nell’ufficio in cui lavorava. Storia chiusa senza conseguenze.

Il nodo sicurezza

Intanto le due settimane nere di Milano — le violenze sessuali di Capodanno, la sparatoria di San Siro, il vigile aggredito — arrivano in Consiglio comunale. Tocca al sindaco Beppe Sala affrontare la marea montante di polemiche con il centrodestra che chiede il passo indietro dell’assessore alla Sicurezza e del comandante dei «ghisa». Sala lo fa a modo suo. Assumendosi la responsabilità di quanto accaduto, rilanciando le iniziative da prendere: più uomini in strada, più mezzi e più collaborazione tra le forze dell’ordine. Ma anche rispedendo al mittente chi grida che Milano è il Far West. Lo aveva detto in campagna elettorale replicando al centrodestra: «Milano non è Gotham city». Lo ripete oggi. «Non si può urlare al Far West tutte le volte che c’è un problema, né cercare sempre e in ogni caso un colpevole». Ogni riferimento a chi individua nelle politiche dell’immigrazione la causa di tutto quello che è successo è puramente voluto. «Segnalo che gli ultimi fatti hanno visto protagonisti immigrati, di prima o seconda generazione, come pure ragazzi di Bolzano, tanto per intenderci». Come dire: non c’è un’unica causa e un unico movente. Strumentalizzare la sicurezza non aiuta a risolvere i problemi. «Non è di destra o di sinistra, né è un’esclusiva politica. Non si può essere pro o contro la sicurezza, o pensare che sia un tema che si risolva di “botto”: non è così».

Le assunzioni di nuovi vigili

Sullo sfondo la pandemia e il grande disagio soprattutto dei ragazzi. In prospettiva, quello che può fare il Comune, dove il «può» rappresenta i compiti che spettano alla polizia locale perché «l’ordine pubblico è affidato al ministero degli Interni» è quello di mettere in campo 500 nuovi vigili. I primi 240 arriveranno a novembre. Gli altri 260 a fine 2023. «Arriveremo a 3.350 unità, il massimo storico». Con una richiesta, che faccia altrettanto lo Stato mandando più poliziotti e carabinieri. Si continuerà a investire anche sulle telecamere. Oggi sono 1.945. Infine la collaborazione con le altre forze dell’ordine. Funziona, va implementata. E un’ultima precisazione: «Tutto quello che dico è condiviso con il prefetto Renato Saccone».

Vigile aggredito a Milano, tutti i punti oscuri: la Beretta caduta, il colpo in canna e il giallo del tesserino. Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 19 Gennaio 2022.

L’agente Claudio N. sostiene di essersi qualificato e di aver mostrato il tesserino di riconoscimento. I ragazzi: no, volevamo chiamare noi la polizia. Il comando dei vigili ha segnalato l’episodio in questura diverso tempo dopo i fatti. Sale il numero degli indagati. 

L’inizio e la fine. Sono i buchi nella vicenda del vigile aggredito sabato notte sui Navigli. Quello che i video diffusi sui social non mostrano. Ciò che l’inchiesta del pubblico ministero Ilaria Perinu e dell’aggiunto Laura Pedio dovrà chiarire per capire da che parte stia la verità. Se ha ragione il vigile Claudio N. 61 anni, e più di 30 di servizio, che sostiene di essersi qualificato e di aver addirittura mostrato il tesserino prima di essere aggredito da 12 giovani. O se la verità sia quella raccontata dai tre skater bolzanini indagati per rapina e resistenza che sostengono di essere intervenuti per disarmare un uomo che li ha minacciati con una pistola, inconsciamente pensando si trattasse di una scacciacani. Senza che mai lui si qualificasse. Un’inchiesta delicata, ancora alle prime battute. Intorno a cui ruotano non solo le polemiche sulla sicurezza a Milano — già ingrassate dai casi delle violenze sessuali di Capodanno e dalla sparatoria dei rapper a San Siro — ma anche quelle sulla gestione della polizia locale, sull’addestramento e l’uso delle armi.

I tre video

A cinque giorni dall’aggressione, all’angolo tra viale Coni Zugna e via Fra’ Pacioli, sono molti i dettagli che ancora mancano per avere un quadro completo. I video diffusi da alcune pagine social sono tre. Uno brevissimo mostra un giovane che strappa il cappellino di lana al vigile, di spalle, mentre risale sull’auto. L’agente, con i ragazzi molto vicini, si gira e spara subito un colpo in aria. Aveva già in mano la Beretta d’ordinanza. Nel video non si vede il 61enne armare la pistola (scarrellare) segno che il colpo era già in canna. Poi due distinti video mostrano più o meno la stessa scena: i ragazzi che circondano il poliziotto e cercano di strappargli la pistola. Lui urla «deficienti è carica» tenendola per il calcio, mentre uno impugna l’arma dalla canna. In quel momento parte il colpo che dopo essere rimbalzato sull’asfalto colpisce un’auto in sosta. All’inizio della scena l’agente raccoglie la pistola da terra (che sembra essergli caduta) e nel finale i ragazzi lo trascinano contro un’auto fino a disarmarlo urlando Riaf di polizei, chiama la polizia in dialetto altoatesino.

La voce del comando

I due agenti, Claudio N. e una collega, in borghese su un’auto civetta (una Giulietta grigia) erano arrivati intorno all’1.45 in viale Coni Zugna per approfondire una vicenda, denunciata più volte dai residenti, di vandalismi alle auto in sosta di notte. Il 61enne sarebbe sceso a fare foto con il telefonino e in quel momento uno dei 12 ragazzi del gruppo lo avrebbe affrontato chiedendo conto delle immagini. Poi si sarebbero avvicinati gli altri e sarebbe iniziato il parapiglia. L’agente sarà medicato al Policlinico: 5 giorni per varie contusioni. Nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti disciplinari.

La difesa dei ragazzi

Due dei tre skater bolzanini, molto noti nel movimento e sui social, sono seguiti dagli avvocati Nicola Nettis e Antonio Buondonno. La loro difesa punta tutto su tre elementi: il vigile non si sarebbe qualificato, mentre i ragazzi lo disarmano urlano di chiamare la «polizei», la Beretta viene subito gettata sotto un’auto in sosta a conferma del fatto che volessero solo renderlo inoffensivo. «Siamo fiduciosi nel lavoro dei magistrati,i ragazzi sperano di essere sentiti a breve per chiarire tutto». Nel frattempo il numero degli indagati sarebbe salito a sette.

La cautela del sindaco

Beppe Sala invita alla cautela: «Evitiamo reazioni a caldo. Credo che in queste situazioni sia proprio meglio non esprimersi, non parlare, verificare quello che esce dalle indagini. Poi decideremo cosa fare». Censura invece il post (rimosso) del presidente della commissione sicurezza Michele Albiani (pd) che aveva chiesto di licenziare il vigile. Timida la solidarietà arrivata finora dal Comune, sostegno, ma con distinguo, dai sindacati.

I nodi dell’indagine

I magistrati in queste ore dovranno sentire tutti gli attori del film. Vittime e presunti colpevoli. Ma anche i molti testimoni che erano fuori dal pub Confine. Saranno acquisiti i video delle telecamere di palazzi e negozi, ma anche — come avviene solitamente — i tabulati delle comunicazioni dei cellulari degli agenti e quelle con la centrale. I responsabili di piazza Beccaria avevano segnalato l’episodio in questura (la zona era della polizia) ma diverso tempo dopo i fatti e non hanno mai chiesto supporto. I rilievi sono stati eseguiti dagli stessi vigili arrivati con due pattuglie e un graduato. Quella notte lo sciopero dei ghisa aveva ridotto il personale. Il pm di turno sabato notte non è stato avvisato. Solo al magistrato entrato in turno la mattina successiva è stata fatta comunicazione «orale» dei fatti. Mentre i primi atti di indagine (la convalida del sequestro di bottiglie e bicchieri trovati in strada) sono arrivati soltanto lunedì mattina al nuovo pm di turno Perinu. Tra gli aspetti da chiarire il perché l’agente avesse la pistola in pugno con il colpo in canna: una procedura da attuare solo davanti a gravi minacce (lui ha detto che i giovani avevano bottiglie in mano). E c’è da capire se, come appare nei video, davvero l’arma gli sia anche caduta. Ultimo punto: perché la collega si limita a restare in macchina per contattare la centrale e chiedere rinforzi senza mai scendere in soccorso?

A Milano è allarme sicurezza. Vigile aggredito e disarmato. Paola Fucilieri il 17 Gennaio 2022 su Il Giornale.

L'agente accerchiato: sparati due colpi con la pistola Identificati i primi responsabili. È bufera su Sala.

Si riaccendono i riflettori sui branchi di ragazzi e ragazzini fuori controllo, eroi sbagliati di notti infinite e tutte uguali, sempre più aggressivi e convincenti nel loro ruolo illusorio ma purtroppo efficace di «cattivi» protagonisti. Stavolta il video di 25 secondi che, come una freccia avvelenata, appare all'improvviso sui social sabato in serata, si focalizza su una raffica di scene talmente incredibili da far credere nell'immediatezza a una regia decisa a tavolino, quindi fake. Nei fotogrammi che si susseguono a grande velocità una gang infatti prende di mira un vigile urbano che, insieme a una collega, a due passi dalla zona della Darsena e dai Navigli - per l'esattezza all'angolo tra via Pacioli e viale Coni Zugna - nella notte tra venerdì e sabato, poco prima delle 2, è in servizio in borghese a bordo di una vettura «civetta» proprio per contrastare il fenomeno delle bande giovanili che vandalizzano le auto parcheggiate e i portoni, più volte segnalate dai residenti in zona insieme a un bar che serve da bere ben oltre gli orari consentiti. La pattuglia fa parte delle «Uci», create per controllare i fenomeni evidenziati dai cittadini.

Il ghisa, un 61enne con trent'anni di servizio, appena dopo aver aperto la portiera e essere sceso dall'auto, spara un colpo in aria davanti a quei dieci ragazzi che all'improvviso gli si sono parati intorno alla vettura, un gruppo di skater provenienti da Bolzano (come si saprà poi), tra cui alcuni maggiorenni di cui almeno due sono già stati identificati proprio dalla Locale.

«Voleva difendere lui e la collega» lo difendono i vigili dal comando di piazza Beccaria; «lo hanno accerchiato, lui si è qualificato e, continuando a essere accerchiato, ha esploso un colpo in aria per far allontanare il gruppo di ragazzi» recita, morbido, il comunicato uscito ieri dall'ufficio stampa del Comune di Milano, per il momento ricostruzione ufficiale dei fatti su cui la Locale ha aperto un'inchiesta. E che continua: «Dopo una colluttazione con i vigili i ragazzi riescono a sottrarre l'arma di servizio all'agente che prova a resistere all'aggressione. Durante la colluttazione è stato esploso accidentalmente un colpo di pistola senza conseguenze per nessuno. Nel mentre il secondo agente di pattuglia allerta la centrale operativa e sopraggiungono altre due pattuglie. Il gruppo si dà alla fuga e abbandona l'arma gettandola sotto un'auto parcheggiata».

E fin qui tutto corretto, almeno dal punto di vista puramente tecnico della ricostruzione di quanto avvenuto. Un po' più arduo sarà invece placare le emozioni suscitate dai pericoli scampati con quei due spari - in particolare il secondo, che solo per miracolo non ha colpito nessuno - e dalla dinamica, inconcepibile, di quanto accaduto. Con i ragazzi che, al grido di «togli la pistola!», riescono a strappare l'arma di ordinanza al vigile e lui che grida «guardate che è carica».

Più tardi si saprà che l'agente aggredito - poi portato in ospedale con diversi ematomi ed ecchimosi sul corpo, quindi dimesso con pochi giorni di prognosi - sarebbe stato sorpreso dai ragazzi mentre scattava delle foto con il cellulare, immagini che doveva fare per documentare la situazione. Da lì sarebbe nata l'assalto. L'arma, una pistola semiautomatica, ha incamerato automaticamente la seconda cartuccia. Così, dopo il primo colpo sparato in aria, ha sparato ancora.

La questione è diventata anche politica. Da qui la decisione del sindaco Beppe Sala di intervenire oggi in apertura di Consiglio comunale per parlare del tema sicurezza. Un intervento fra l'altro chiesto dalle opposizioni dopo le violenze della notte di Capodanno in piazza Duomo e a cui si aggiunge l'assalto al vigile.

E a proposito di Milano violenta e gioventù fulminata, non è finita qui. Venerdì mattina, infatti, due adolescenti - che un conducente di un bus Atm non aveva fatto salire a bordo perché gli chiedevano di fermare il mezzo lontano dalla pensilina della fermata, opzione proibita dal regolamento di servizio - lo hanno atteso a fine turno in piazza Ohm (a sud ovest di Milano). Quando l'uomo è sceso lo hanno insultato e minacciato, quindi, prima di fuggire, gli hanno sferrato un pugno allo zigomo, frantumandogli la mandibola. Indaga la polizia. Paola Fucilieri

Irregolari e pregiudicati spadroneggiano in città. Otto rapine in una notte, fra le vittime un disabile.

Paola Fucilieri il 15 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Una sfilza di reati in poco più di dieci ore. I responsabili? Irregolari con precedenti. Dopo i fatti di Capodanno in Duomo, con le violenze alle ragazze indifese e le scorribande a sfondo sessuale dei giovani del «branco», il clima in città non può che essere teso. Anche per questo ha avuto ampia eco l'arresto dei due marocchini senza fissa dimora, irregolari, pluripregiudicati e recidivi - presi dalla Polmetro e dagli investigatori della settima sezione dell'Ufficio prevenzione generale (Upg) della questura guidati dal dirigente Giuseppe Schettino e dal capo della Centrale operativa Gianluca Cardile - accusati di aver aggredito e rapinato il telefonino l'11 dicembre a un disabile italiano 25enne che tentava di accedere alla metropolitana attraverso l'apposita piattaforma sul mezzanino della metropolitana della fermata di Porta Genova e subito dopo di aver picchiato una passante corsa in aiuto del ragazzo.

E tanto per «alleggerire» il malessere creatosi in città dalla notte di San Silvestro, ieri sempre la questura ha segnalato ben altre sette rapine più una tentata nella giornata di giovedì. Una sfilza di reati di cui sono responsabili due cileni, un domenicano, un romeno, due algerini, un libico e altri tre magrebini. Tranne il romeno sono tutti pregiudicati e tutti irregolari sul territorio italiano.

Si inizia in pieno centro, poco dopo le 14 di giovedì, quando due cileni di 26 e 21 anni vengono portati a San Vittore dagli agenti delle «Volanti» da via Santa Redegonda, in pieno centro, con l'accusa di furto aggravato in concorso alla Rinascente dopo che avevano portato via 1000 euro in capi di abbigliamento. Alle 17 è la volta di un orologio Rolex Submariner, sottratto con la solita tecnica dell'abbraccio, da una giovane donna a un 21enne italiano per strada, in viale Papiniano. La signora ladra riesce a darsela a gambe prima che l'uomo faccia intervenire la polizia. Alle 18.30, all'Esselunga di via Cena (zona Vittoria), un marocchino di 30 anni, pregiudicato e irregolare, viene catturato dopo aver saccheggiato il supermercato di oltre 900 euro di merce, tra materiale tecnico e alimentari. L'uomo ha tentato la fuga ma gli equipaggi delle «Volanti» intervenute sul posto lo hanno fermato. Alle 19.30 una donna di 82 anni è stata rapinata di un bracciale strappatole dal polso da tre magrebini in via Bitonto (zona viale Zara). Ha reagito con violenza il domenicano 24enne irregolare che in un negozio della catena di abbigliamento «Terranova» di corso Buenos Aires è stato sorpreso poco dopo le 20 a portare via merce per oltre 100 euro. Preso in flagranza, dopo che aveva rubato la borsetta a una donna italiana di 28 anni all'interno di un fast food della catena «Five Guys», anche un pregiudicato algerino 22enne; mentre mezz'ora dopo in corso Indipendenza (zona Monforte) finivano nella camera dei fermati della questura altri due irregolari, un algerino di 24 anni e un 18enne di origine libica, che poco prima avevano sottratto uno zaino al Corvetto e rintracciati anche grazie al sistema di ricerca del telefono contenuto nella borsa rubata. Era un romeno incensurato invece il 24enne romeno arrestato per tentato furto aggravato alle 22.30 dopo che, grazie alla segnalazione di una persona sospetta arrivata al 112, gli agenti hanno fermato l'uomo a bordo di un'auto in piazza Risorgimento (zona Monforte) trovandolo con la chiave di una vettura. In macchina c'erano diversi strumenti di lavoro che risultavano rubati. Paola Fucilieri

Scippi, escrementi, droga: la "Milano da bere" è il regno del degrado. Valentina Dardari il 15 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Il consigliere azzurro Comazzi: "Girare per le strade diventa ogni giorno più pericoloso". I residenti hanno paura.

Paura e preoccupazione tra i residenti di una delle zone maggiormente vissute di Milano. Stiamo parlando delle vie limitrofe alla Stazione centrale, e più precisamente di via Mauro Macchi, via Scarlatti e via Benedetto Marcello, che collegano corso Buenos Aires alla stazione ferroviaria, punto di arrivo e partenza di molti pendolari e turisti anche stranieri. Noi de IlGiornale.it abbiamo deciso di fare un viaggio tra queste vie ricche di storia per avere un’idea della situazione non facile da qualche anno a questa parte. Abbiamo incontrato sia i residenti che le fondatrici del “Comitato Salviamo Benedetto Marcello”. Oltre che il consigliere comunale di Forza Italia Gianluca Comazzi.

La Milano da bere tra spaccio e prostituzione

Per avere un primo quadro dello stato in cui si trova l’intero quartiere siamo partiti da via Benedetto Marcello, una via che è vincolata dalle Belle Arti grazie ai bellissimi palazzi liberty e alle strade lastricate presenti, risalenti al 1800, che ospita però da più di 40 anni un mercato rionale. Mercato a parte, che sarebbe comunque vietato da una legge in vigore dal 1969, il problema è lo spaccio di sostanze stupefacenti, con spacciatori presenti a tutte le ore del giorno e della notte, prostitute e vendita illegale di cibo e abbigliamento dalle macchine.

A raccontarci tutto questo è stata Mara Pogliani, che insieme a Zoe Papadia ha fondato il comitato. Pogliani ha precisato che inizialmente c’erano una ventina di bancarelle ben distribuite, nate per fare reintegrare degli ex detenuti. Poi però il gesto di solidarietà è degenerato. Adesso le bancarelle sono più di duecento. Alle 6 del pomeriggio una signora residente in via Tadino è stata per ben due volte avvicinata da ladri. La prima volta il furto da parte di due finti rider era andato a buon fine, mentre la seconda la vittima, aiutata da un passante, aveva reagito ed era riuscita a salvare il cellulare e a fermare il furfante. E poi un ragazzo aggredito mentre stava tornando a casa all’interno del portone, preso a pugni per il telefono. Circa tre anni fa una ragazza, di ritorno da una serata, è invece morta accoltellata da alcuni rapinatori. La stessa Pogliani è stata derubata del portafoglio mentre stava raggiungendo il supermercato. Fortunatamente un ragazzo aveva trovato per terra i documenti, abbandonati dai ladri, e li aveva riconsegnati alla legittima proprietaria. A fine ottobre dello scorso anno un ambulante, sempre nei pressi della Stazione Centrale, era stato prima derubato e poi sfregiato da un 26enne somalo.

"A livello di sicurezza siamo messi male"

Ma gli episodi sono purtroppo infiniti. La paura è anche per i propri figli che non possono certo restare reclusi in casa. “A livello di sicurezza siamo davvero messi male” ha asserito la Pogliani che ha anche sottolineato che “le forze dell’ordine non agiscono, perché comunque chiamiamo e ci danno picche”. A eccezione del prefetto che le ha accolte raccogliendo le loro proposte, come per esempio quella di posizionare delle camionette fisse per fare da deterrente. Purtroppo inizialmente l’idea ha funzionato, ma poco dopo gli spacciatori, capendo che la loro era solo presenza, hanno continuato a perpetrare i propri affari illeciti. Pogliani ha tenuto a sottolineare che il comitato è assolutamente apartitico e non vi è nessun partito dietro. Si tratta solo di un gruppo di cittadini, più di 3mila persone, che vuole vivere in un quartiere pulito e sicuro. Pogliani ha confessato che quando esce con delle amiche per l’aperitivo poi viene riaccompagnata a casa perché non si fida a tornare da sola, e loro prendono un taxi da casa sua. “Nessuno è contro il mercato di Benedetto Marcello ma non si possono trovare gli abusivi e gente che pulisce i carciofi all’interno dell’area dei bambini”. Una volta avvertita la polizia locale, la risposta è stata che non era di loro competenza perché loro dovevano solo vigilare che fosse tutto in ordine.

"Ho paura a uscire la sera col cane"

Anche parlando con i residenti della zona la situazione non cambia. Raccontano di spaccio a tutte le ore, sia del giorno che della notte, di criminalità, odori irrespirabili, di vendita di oggetti rubati e timore a uscire di casa, anche alle 9 di sera per portare fuori il cane. Abbiamo parlato con il signor Paolo, che risiede nel quartiere, che ci ha confermato il clima notevolmente peggiorato negli ultimi tempi, in particolare per quanto riguarda episodi di criminalità. Fortunatamente il signor Paolo non ha avuto incontri in prima persona con eventuali ladri ma ha confessato che"si ha paura a uscire di casa dalle 9 di sera, e anche prima specialmente in inverno quando diventa buio presto. Evito la via Benedetto Marcello anche solo per portare a spasso il cane". Non tutti hanno come lui la fortuna di avere il box davanti a casa che come ha spiegato: "Parcheggio, attraverso la strada e sono al sicuro".

Anche il residente ha confermato che le forze dell'ordine non intervengono velocemente quando chiamate e che la camionetta, guarda caso messa proprio poco prima delle elezioni, non fa molto. Si tratta solo di presenza e non di azione. In via Petrella c'è poi uno spaccio nelle ore del giorno e gli incontri tra pusher e clienti avvengono sulle panchine del parchetto dove giocano i bambini. Mentre verso via Vitruvio lo spaccio avviene soprattutto la sera, momento in cui è meglio evitare di recarsi per una passeggiata al chiaro di luna. Il signor Paolo ha anche sottolineato la sporcizia presente "dai giardini di Petrella fino alla via Vitruvio, se si cammina si trova di tutto, qualsiasi cosa", ha precisato. Via Scarlatti è stata addirittura definita dallo stesso come "una pattumiera a cielo aperto".

"In un anno ho visto 4-5 scippi sotto casa"

Continuando a parlare di criminalità, ha portato la sua testimonianza il dr. Federico Morelli Coghi, medico odontoiatra, che vive nel quartiere da 36 anni e qualche giorno fa ha postato delle foto su Facebook denunciando i vetri rotti alla sua auto parcheggiata in via Scarlatti. Subito ha dato la colpa alla situazione della Stazione centrale, a suo dire fuori controllo da ogni punto di vista, dalla quale arrivano persone, soprattutto clandestini, che riducono i marciapiedi e le strade in una fogna a cielo aperto, con odori nauseanti. “Tra l’altro io nell’ultimo anno ho assistito ad almeno quattro o cinque scippi sotto casa, in qualsiasi momento della giornata. Sei mesi fa una mia amica è stata rapinata del telefono nel pezzo di strada che prosegue verso corso Buenos Aires: è stata fermata da due uomini non italiani che le hanno intimato di dare loro il telefono. Stessa sorte è successa a un’altra mia amica, sempre per sottrarle il cellulare”, ha raccontato Morelli sottolineando che è una situazione invivibile e che sembra di non essere in un Paese civile. Il medico ha anche tenuto a sottolineare che in quella zona il prezzo delle case varia dai 5 ai 6mila euro al metro quadro, un prezzo certo non basso se rapportato al clima di sporcizia e alla mancanza di sicurezza in cui si trovano. Anche i portinai sono schifati all’idea di dover pulire i marciapiedi che dopo poco tempo tornano sporchi e maleodoranti.

"I migranti mangiano e defecano in un monumento del 1400"

“L’altra sera stavo mettendo la moto in box e proprio lì c’erano due che erano belli tranquilli a fumarsi la loro pipa di crack” ha ricordato il medico odontoiatra ormai scoraggiato e allo stesso tempo arrabbiato per quanto avviene quotidianamente. Ma a essere rovinati sono anche monumenti storici, come per esempio la Cascina Pozzobonelli risalente al ‘400 che si trova in via Andrea Doria, raggiungibile a piedi dalla Stazione Centrale, abbandonata da anni e di proprietà del Comune. Questa opera è diventata il punto di ritrovo di gruppi di migranti che vi dormono all’interno, mangiano, urinano e defecano. Ovviamente nessun esposto è riuscito a cambiare la situazione. Morelli dalla sua finestra vede anche i giardini davanti alla stazione messi a posto e curati, peccato però che anche lì il degrado la faccia da padrone: fino a qualche mese fa c’era addirittura chi arrivava con il materasso, dormiva, e al risveglio si puliva anche le parti intime.

La negligenza della giunta Sala

Sull’argomento noi de IlGiornale.it abbiamo interpellato anche Gianluca Comazzi, consigliere comunale e capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, che ha così commentato la situazione di degrado in cui versano via Mauro Macchi e le strade limitrofe: “La negligenza della giunta Sala in termini di sicurezza e ordine pubblico è sotto gli occhi di tutti. Se la stazione Centrale è da tempo in balia di spacciatori e vagabondi, registriamo che il degrado si è esteso anche al quadrilatero compreso tra le vie Mauro Macchi e Benedetto Marcello. Ogni giorno i residenti esasperati documentano episodi di vandalismo, oltre al tanfo nauseante proveniente dalla sporcizia accumulata in via Scarlatti. Per non parlare del ‘suk’ di via Benedetto Marcello, con scambi anche di cibo cucinato e vestiti contraffatti, oltre che a fenomeni deleteri come quelli della prostituzione e dello spaccio”.

Comazzi ha poi affermato: “Mi chiedo cosa stia facendo l’assessore Granelli per garantire la sicurezza nei nostri quartieri e tutelare i residenti, che si sentono ormai prigionieri in casa loro. Dalle periferie alle zone centrali il disagio dei milanesi è palpabile e girare per le strade diventa ogni giorno più pericoloso, specialmente di sera”. Per diritto di replica abbiamo cercato di interpellare anche l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli che però non ha risposto al nostro appello. “In questi anni - prosegue l’azzurro - abbiamo chiesto a più riprese più controlli da parte delle forze dell’ordine, con l’ausilio di pattuglie miste a presidio delle zone più critiche. I nostri appelli sono sempre rimasti lettera morta”. Comazzi ha quindi concluso sottolineando come “del resto non possiamo aspettarci niente da un sindaco che per risolvere questi problemi preferisce affidarsi ai rapper, dato che a suo dire la politica conta per il 10% nella risoluzione dei problemi. La verità è che la sicurezza non è mai stata una priorità di questa giunta e i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Un vero peccato che un quartiere ricco così di fascino, di storia e con bellissimi palazzi liberty venga lasciato in mano alla criminalità e alla sporcizia.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede a Torino.

Torino, una città spaccata in due: «Qui in periferia è morto tutto». Vallette, Barriera di Milano, Borgo Vittoria. Un tempo zone con un’identità forte, oggi abbandonate ed escluse dal circuito della nuova ricchezza creato dai grandi eventi. Dove organizzare la partecipazione politica è sempre più difficile (Foto di Michele D’Ottavio). Marco Grieco su L'Espresso il 17 Gennaio 2022.  

Non è né sole né luna Torino, semmai una supernova. Così l’ha ritratta sui manifesti dell’ultimo Salone del Libro l’illustratrice Elisa Seitzinger: un astro in continua esplosione fin da Expo ‘61 che innescò la sua sindrome di capitale mancata. Tale e quale a oggi, quando la fiammata dei grandi eventi come l’Eurovision (il 25 gennaio a Palazzo Madama, Rotterdam consegnerà le chiavi dell’evento) cicatrizza per poco le ferite di un progresso abortito, visibile nelle periferie, tra i monconi della monorotaia al Lingotto e le torri alveolari delle Vallette.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Succede in Liguria.

Chi era il genovese incubo dei turchi. Soldato di ventura, ammiraglio, politico, in sponda tra Spagna e Francia ma sempre nemico dei turchi: la storia di Andrea Doria, l'uomo che fece grande Genova. Andrea Muratore su Il Giornale l’1 Dicembre 2022

Andrea Doria fu uno degli ultimi soldati totali che l'era dell'Italia preunitaria, nella fase selvaggia e convulsa a passaggio tra Medioevo e Età Moderna, conobbe. Uomo d'armi passato in età relativamente tarda al mare, poi eccellente ammiraglio, nemico prima e alleato poi dell'Impero di Carlo V, in un rapporto inverso con Francesco I di Francia, incubo dei Turchi e dei corsari barbareschi, signore di Genova: Doria ha avuto la vita dei grandi uomini d'arme divenuti statisti.

Attento centellinatore delle proprie forze, servì fino in fondo solo due cause: la sua, in primis, e in secondo luogo quella della Repubblica di Genova che divenne perno commerciale, politico e finanziario nel Mediterraneo mentre i grandi Stati nazionali si affermavano, l'Italia era teatro di guerre fratricide e lo stesso Grande Mare perdeva in importanza dopo la scoperta delle rotte oceaniche.

Tra prestigio, battaglie e congiure Andrea Doria, nato a Oneglia nel 1466 e morto quasi centenario a Genova nel 1560, fu un vero principe del Rinascimento. In una fase in cui, come ha ricordato Edoardo Grendi, "l'asse Genova-Milano appariva come il centro strategico decisivo della rivalità franco-asburgica incentrata sulla penisola" la Superba, al contrario di Milano, seppe sfruttare la proiezione marittima per giocare le sue carte politiche. Mentre si accentuava "la crisi della società rinascimentale e nondimeno persiste vaper tutto il secolo ed oltre una certa vitalità economica che si associava a innegabili spinte neo-feudali legate a una già precedente affermazione dello stato territoriale e del principato", Genova andò in controtendenza.

Se Niccolò Machiavelli fosse vissuto per seguirne le imprese sicuramente non avrebbe avuto dubbi a dedicare Il Principe al capitano di ventura divenuto signore politico. Dopo una lunga carriera di soldato di ventura, a servizio dei Montefeltro, degli Aragonesi e di Giovanni della Rovere, signore di Senigallia, nipote di Sisto IV e fratello del futuro papa Giulio II, nel 1503 comandò finalmente le truppe della sua città reprimendo una rivolta in Corsica. Undici anni dopo, durante la calata italiana di Luigi XI di Francia conclusasi con l'occupazione di Genova Andrea Doria sfruttò lo choc del disastro transalpino contro gli svizzeri nella battaglia di Novara per espugnare la roccaforte di Luigi, la fortezza della Briglia, insediando Ottaviano Fregoso contro nuovo doge.

Fu l'inizio della seconda, intensa fase della vita di un uomo figlio di una storica famiglia ma che si consacrò tardi come comandante. Ma seppe unire fiuto e capacità politica. Sconfisse i corsari barbareschi nel 1519 al largo di Pianosa e salvò la flotta genovese dalla calata delle truppe imperiali di Carlo V che destituirono i Fregoso dal dogato tre anni dopo. Poi si alleò con il nuovo sovrano di Parigi, Francesco I, animando la Lega di Cambrai contro Carlo V, difendendo via mare Marsiglia, e facendo sponda contro il comandate di terra Giovanni delle Bande Nere per evitare di fare delle guerre d'Italia un affare straniero. Guidò nel mondo navale il cugino Filippo Doria, che nel 1528 sconfisse gli spagnoli a Napoli. Colto il vento che mutava, si fece protettore di Roma dopo il sacco del 1527, non evitando però di trescare con Carlo. Proprio a fine 1528 Doria passò dal sostegno alla Francia a quello alla Spagna. Difese, in quell'ottica, l'indipendenza della Superba impadronendosi del potere nello stesso anno e permettendogli di sopravvivere fino all'era napoleonica.

"Ispanizzandosi" Doria portò con sé al servizio di Carlo V un capitale militare che da luogotenente di fatto di Francesco nel Mediterraneo lo aveva reso stimato e temuto e un'esperienza nella lotta ai barbareschi e ai loro protettori dell'Impero turco degli Ottomani che tornava utile per il sovrano di Spagna e Austria, reduce del trauma dell'assedio di Vienna. Grendi ricorda che negli anni l’ammiraglio era riuscito ad accrescere il proprio capitale politico, "a nutrirlo efficacemente con una politica prudente e con qualche successo di larga risonanza in un ambiente traumatizzato dall’offensiva saracena e turca e mortificato nei ricorrenti propositi di crociata". Gli accordi siglati nel 1528 con Carlo V "testimoniano la continuità di questo speciale interesse. Non si chiede soltanto un accrescimento dello stipendio e una regolarità nei pagamenti" all'esercito di mare della Superba messo al servizio del re-imperatore, si chiede anche che essi vengano "anticipati di bimestre in bimestre", stabilendo anche "il riconoscimento di franchigia per eventuali operazioni contro privati compiute durante le operazioni militari, cioè un placet imperiale per la guerra di corsa".

Di tale placet Doria fece ampio uso contro i Turchi che imperversavano nel Mediterraneo. Nel 1532 compì un'incursione nel Mar Egeo, avvicinandosi ai Dardanelli; in seguito, colpì navi nemiche nel Canale di Corinto. E si confrontò direttamente con i due più celebri corsari al soldo di Istanbul, Barbarossa e Dragut. Contro Barbarossa, signore di Tunisi e Algeri, Carlo V condusse un'ampia spedizione in Africa nel 1535. Questa portò alla caduta di Tunisi col contributo di Doria, ma fu seguita da un'ampia incursione nelle Baleari dei turco-berberi e da una non conclusiva battaglia alla Prevesa, presso Corinto, nel 1538. In quest'ultima fase Doria tutelò la sua flotta da eccessivi danni, ricevendo critiche in seno alla "Lega Santa" voluta da Papa Paolo III in cui Genova e la Spagna erano alleate a Venezia e Cavalieri di Malta. Un atteggiamento più spavaldo avrebbe forse dato alla cristianità una prima Lepanto oltre trent'anni in anticipo rispetto al trionfo del 1571.

Dragut, in cui pare Andrea Doria vedesse il suo spirito indomito di giovane soldato di ventura, fu catturato nel 1540 da Giannettino Doria. Messo ai remi delle galee genovesi ma ammirato per il suo carattere da Doria stesso, Dragut fu liberato nel 1544 dopo un accordo tra Genova e il Barbarossa che pare comprendesse l'accesso alle acque tunisine dei pescatori liguri della famiglia dei Lomellini, stabiliti a Tabarca. L'inclemenza della guerra fece si che Dragut rispondesse all'avvenuta liberazione compiendo incursioni vicino a Genova, a Rapallo e alle Cinque Terre.

Doria finì la sua carriera come l'aveva iniziata per Genova: sedando tra il 1553 e il 1555 la rivolta di Sampiero da Bastelica in Corsica fomentata dalla "empia alleanza" tra Costantinopoli e Parigi. Morì nel 1560 da riverito uomo di Stato. Non aveva avuto eredi diretti, adottando quasi come figli propri i suoi nipoti, ma dietro di sé aveva costruito uno Stato solido e coeso, la cui eredità in termini di coerenza territoriale, economica, finanziaria si nota ancora oggi guardando all'omogeneità del territorio ligure. Alla memoria di Doria, ben sette navi di assoluto valore sono state intitolate: la più nota è il celebre transatlantico varato nel 1951 e affondato tragicamente nel 1956 nell'Oceano Atlantico.

La Marina Militare Italiana ha avuto ben quattro Andrea Doria: una corazzata varata nel 1885 e in servizio fino al 1911; un'altra corazzata veterana di due guerre mondiali appartenente alla classe Caio Duilio, varata nel 1913, rimodernata tra il 1937-1940 e che prestò servizio fino al 1956, dai cui cannoni fu ricavato il materiale del fonte battesimale del Tempio della fraternità a Cella di Varzi presso Pavia; un incrociatore lanciamissili in servizio dal 1963 al 1992 e, da ultimo, l'Andrea Doria oggi in servizio nella Marina Militare, fregata della Classe Orizzonte operativa dal 2009. Due anche le navi della United States Navy: il brigantino Andrew Doria in servizio contro gli inglesi nella guerra d'Indipendenza e una nave cisterna italiana costruita nel 1908 e catturata dagli statunitensi nel 1941 per esser utilizzata tra il 1944 e il 1948, intitolata proprio al grande ammiraglio genovese. Eroe dei due mondi dopo la sua morte e associato alla grande epopea dei navigatori di guerra.

Modello Genova, soldi e politica: il nuovo potere fondato sulla tragedia del ponte. Per effetto della tragedia del 2018, in città è arrivata una quantità di denaro pubblico senza precedenti, quasi 8 miliardi di euro, intorno alla quale si è cementata l’alleanza tra il presidente di regione Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci. FERRUCCIO SANSA su Il Domani il 13 agosto 2022

03/08/2020, Genova, Inaugurazione del Ponte Genova San Giorgio, nella foto il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il Commissario per la ricostruzione Marco Bucci sul tappeto rosso in attesa del taglio del nastro

Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia.

Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità.

Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi - 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 - per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.

La Lanterna. Perfino lei. Intorno al simbolo di Genova nascerà una distesa di container: un’opera bocciata anni fa dal ministero dei Beni Culturali che oggi viene realizzata con la scorciatoia delle procedure straordinarie.

Così arrivano 30 milioni di finanziamenti pubblici per tombare una calata, portare migliaia di contenitori sotto il faro più famoso del mondo. A beneficio, secondo alcuni, di una persona sola: Aldo Spinelli, imprenditore e finanziatore del centrodestra di Giovanni Toti e Marco Bucci.

Il ‘Modello Genova’ esiste. Ha ragione Bucci che ha coniato lo slogan: il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018 ha trasformato il capoluogo ligure in un prototipo politico economico che molti vorrebbero esportare nel resto d’Italia. Ma non si tratta del modello che propina Bucci, cioè un misto di orgoglio e laboriosità. No, non soltanto.

Qui parliamo di un sistema che utilizza soldi - 6 miliardi, forse in futuro addirittura 8 - per realizzare opere, ma soprattutto per cementare un sistema di potere. Per costruire e comprare consenso. Parliamo, prima di tutto, di finanziamenti dall’Italia e dall’Europa; una quantità forse mai vista in una sola città.

E ancora di denaro pubblico, circa 10 milioni, preso dal bilancio degli enti pubblici per alimentare la ‘comunicazione istituzionale’, leggi propaganda politica pagata dalle istituzioni. Ma anche denaro privato, in un intreccio di sponsorizzazioni da parte di imprenditori che chiedono agli stessi enti pubblici autorizzazioni e concessioni.

L’ASCESA DI TOTI 

Ecco il vero Modello Genova. Nato quasi per caso. È il 2015 quando Silvio Berlusconi sceglie Giovanni Toti come candidato alla presidenza della Regione Liguria. «Guarda cosa mi è toccato fare!», scherza Toti pronto a fare le valigie per tornare a casa. Ma a sorpresa vince con il 34,44 per cento dei voti. Un miracolo? No. La Liguria usciva da decenni di dominio di un centrosinistra che si era fatto sistema di potere.

E siamo al 2017. Sono due anni che Toti governa la regione; un governatore part-time che passa gran parte del tempo a Roma: è più facile vederlo in uno studio Tv che nell’aula del Consiglio. Quell’anno ci sono le elezioni di Genova: il centrosinistra ha voltato le spalle al suo sindaco uscente, Marco Doria, e stenta a trovare un candidato.

Toti propone un nome nuovo, Bucci, appunto. Un manager con trascorsi americani, un “Marchionne al pesto”, lo etichettano gli avversari. Il centrodestra fa l’en plein: Liguria, Savona, Genova, La Spezia e Imperia.

E qui il toscano Toti, che forse non ha una vera strategia né un disegno a lungo termine, tira fuori il fiuto politico che non gli fa difetto: la Liguria non sarà più esilio, ma fortezza per costruire il ritorno a Roma (magari nel prossimo governo di centrodestra).

All’epoca, però, i sondaggi non brillano: Toti è tredicesimo tra i governatori più amati. Bucci pare un sindaco come tanti.

EFFETTO TRAGEDIA 

Il 14 agosto 2018 crolla il ponte e Genova diventa il simbolo nazionale della riscossa. In un attimo volano in Liguria il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con tutti i suoi ministri. Ognuno promette ricostruzione, soldi. Ma come succede per tutte le storie, occorre un volto. L’uomo del Ponte. Toti ci prova, ma la scelta cade su Bucci, meno ingombrante, meno politico. E sarà la sua fortuna.

Merito, dicono i sostenitori, delle sue capacità di manager, di uomo del fare, che riesce a far ultimare in tempo i lavori. Forse è vero, in parte. Ma, ricordano altri, merito anche delle procedure ridotte all’osso, libere dai controlli. E di una valanga di soldi che cambia per sempre la politica ligure.

Bucci più costruttore di ponti, che sindaco. Eppure mostra intuito politico: si costruisce un’identità forte. Si dipinge come il manager che prende in mano la situazione. L’uomo che decide con modi burberi (chiedete ai suoi assessori che escono talvolta in lacrime dalle riunioni di giunta).

Riesce a proporsi soprattutto come il padre burbero dei genovesi, in una città che, dopo Fabrizio De André e don Andrea Gallo, non ha più simboli cui appoggiarsi.

E qui entrano in gioco i soldi, architrave del potere di Toti e Bucci. Una pioggia di miliardi. Bucci viene nominato dall’allora governo gialloverde di Conte commissario straordinario per la ricostruzione. In dotazione, con il cosiddetto ‘decreto Genova’, arriva oltre 1 miliardo da spendere per sfollati, imprese, mobilità, autotrasporto, porto e tutte le attività colpite dal crollo.

Bucci così diventa il “sindaco del fare”, vola ai vertici delle graduatorie di popolarità. Pace se non tutto fila per il verso giusto, come gli extracosti del ponte, come le decine di aziende che spostano fittiziamente la loro sede fiscale nella zona rossa sotto il ponte per ottenere sgravi fino a 200 mila euro.

Cambia l’immagine di Bucci, ma anche il modo in cui i genovesi vedono se stessi e la propria città: Genova ferita, fragile. Vittima, dopo il G8, le alluvioni, il crollo della torre piloti del porto e, appunto, il Morandi. È stravolta, anche, la politica.

Ed è soltanto l’inizio: arrivano i soldi per le grandi opere portuali per garantire un futuro a uno scalo che è ancora il più grande d’Italia, ma è assediato dai colossi asiatici e del Nord Europa. Ed eccolo di nuovo l’intreccio inestricabile tra realizzare opere e costruire il consenso.

LA DIGA DEL SINDACO 

La parola chiave diventa ‘fare’, purché sia. Non importa fare bene, realizzare i progetti di cui Genova ha davvero bisogno.

Qui siamo alla diga, madre di tutte le grandi opere liguri. E non è un’esagerazione dire che la vera partita delle ultime elezioni comunali - il 13 giugno Bucci è stato confermato con il 55 per cento dei consensi, ma anche con il 65 per cento di non votanti - non era la poltrona di sindaco, ma la diga.

«Chi è contrario», taglia corto il sindaco, «deve andarsene dalla città». Il progetto deve essere quello sostenuto dal tridente di centrodestra (e dal Governo Draghi): Bucci, Toti e il presidente dell’Autorità Portuale.  Quel Paolo Emilio Signorini, fedelissimo del governatore e in passato delfino di Ercole Incalza, signore delle infrastrutture italiane.

Previsti due canali, una spesa iniziale vicina al miliardo già lievitata di centinaia di milioni. Ma nel silenzio di una città anestetizzata, si  alza la voce di Piero Silva, uno dei massimi esperti mondiali di infrastrutture portuali.

L’ingegnere era tra i consulenti dell’opera, ma dopo aver studiato il progetto, si sfila. E denuncia: «La diga dovrebbe essere realizzata con cassoni poggiati a 50 metri di profondità. Nessuno finora ha costruito un cantiere a quella profondità. Non solo: in quel punto c’è un fondale fangoso spesso venti metri. C’è il rischio che l’opera sprofondi».

Non è l’unico timore di Silva: «I tempi di realizzazione slitteranno a dieci, quindici anni. E i costi a 3 miliardi, forse 4». Silva propone un progetto alternativo: «Un solo canale, ma con le stesse possibilità di manovra per le navi. In compenso, poggiando su un fondale di 30 metri, garantirebbe un costo inferiore al miliardo, tempi di realizzazione dimezzati. E un impatto ambientale di un terzo».

Insomma, c’è un’alternativa che pare vantaggiosa. In città, però, non se ne parla. Così come si tacciono gli intoppi e gli scomodi conflitti di interessi: nessuno - a parte il giornalista Andrea Moizo - nota le capriole di Marco Rettighieri. Prima alla guida del progetto del Terzo Valico, finisce poi responsabile di attuazione del piano straordinario delle opere portuali. Infine si dimette dal ruolo pubblico di controllo e lo ritroviamo ai vertici di Webuild che potrebbe realizzare la diga.

Pubblico e privato, indistinguibili, altra caratteristica del Modello Genova.

Così come nessuno sembra interessato a un episodio che riguarda Pietro Baratono, stimato esperto strutturale: membro della commissione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici che dà il via libera alla diga, ottiene una consulenza da circa 300mila euro dalla stessa Autorità Portuale per la realizzazione del ribaltamento a mare degli stabilimenti Fincantieri (oltre 600 milioni di spesa).

Il rischio è che la diga si trasformi in un nuovo Mose. Ma non c’è niente da fare, si parte.

I SOLDI NON FINISCONO MAI 

Soldi, soldi e ancora soldi. Come quelli per la nuova viabilità portuale, centinaia di milioni, e l’elettrificazione delle banchine dei moli già tante volte promessa. Bucci annuncia; i giornali sparano titoloni, le tv locali applaudono. E nessuno fiata sui ritardi di anni che il sindaco-commissario ha già accumulato.

Un’ubriacatura infinita: ecco altri 900 milioni per i trasporti pubblici. Bucci decide di spenderli per lo skymetro, colossale metropolitana sopraelevata lunga 9 chilometri che taglia in due un’intera vallata. Inutile dire che con la stessa somma si potrebbero realizzare 30 chilometri di tram di ultima generazione per servire mezza città. Come nelle più  moderne città d’Europa.

Bucci ha già deciso. Da solo. Non c’è tempo per aprire bocca che arriva un altro annuncio. Questa volta tocca ad Autostrade, la società guidata dai Benetton che con il crollo del Ponte e con anni di cantieri ha bloccato la vita di un milione e mezzo di liguri. Toti e Bucci l’hanno sempre trattata con i guanti bianchi.

C’era stata la sciagurata conferenza stampa all’indomani del crollo del ponte in cui, sorridenti accanto a Giovanni Castellucci (allora numero uno di Atlantia, oggi imputato), annunciavano la ricostruzione del ponte. Poi le intercettazioni dell’inchiesta sul Morandi in cui Toti, sempre nel 2018, chiedeva a Castellucci se fosse interessato alla partita della banca Carige. In cambio di cosa? Non si sa.

Ecco il grande annuncio: la contropartita concordata da Bucci per far pagare ad Autostrade i danni subiti dai liguri. Un successo? Mica tanto.

La società realizzerà la contestatissima Gronda autostradale e un tunnel da 700 milioni per auto che passerà sotto il porto.

Inutile far notare che le opere da realizzare dovrebbe deciderle la città (in cui si aspetta da anni il nuovo snodo ferroviario) e non Autostrade. Inutile ricordare che gran parte di quelle opere sono già state pagate con i nostri pedaggi e che comunque a metterci parte dei soldi sarà la società diventata pubblica.

È un caso unico al mondo: chi provoca un disastro decide di risarcirlo con opere che gestirà lui con enormi introiti pagati dagli utenti. Per la prima volta a pagare i danni non sarà il responsabile, ma il danneggiato. I cittadini.

Ma arriva un altro miliardo e mezzo. Bucci tira avanti. Con un paradosso: a finanziare le opere spesso è stato il Governo Conte. Prima con la Lega e poi con il Pd. Il centrosinistra e il M5S da Roma finanziano e il centrodestra in Liguria incassa. Soldi e popolarità.

UN CONTO DA 8 MILIARDI

Il conto, citiamo lo stesso Bucci, arriva a 6 miliardi tra decreto post crollo, risorse del Pnrr e del Governo e ‘risarcimento’ di Autostrade. E non è finita: ci sono altri 2 miliardi in attesa di via libera per il progetto di porto ecosostenibile e per il sistema di cloud nazionale a Genova (la città diventerebbe l’hub del grande cavo che porta informazioni dal mare). Totale: 8 miliardi. Dieci, venti volte più  di quanto riuscivano a ottenere i predecessori di Bucci.

Eccolo il nuovo piano Marshall nelle mani di un solo uomo. Perché il punto è questo: Bucci che è insieme sindaco e commissario (incarico confermato dal governo Draghi, nonostante l’emergenza sia finita). Decide e gestisce da solo. E pace se una legge prevede l’incompatibilità tra le due cariche.

Il punto non è soltanto l’abnorme concentrazione di potere, ma proprio che i poteri commissariali vengano utilizzati dal sindaco per falsare la competizione democratica soprattutto in periodo elettorale.

E siamo al nodo della questione: 8 miliardi per realizzare nuove opere e per costruire un sistema di potere.

È anche questa la pesante eredità del ponte. Non soltanto i 43 morti. Non solo gli enormi disagi che dureranno ancora anni. Il denaro a Genova è diventato strumento per condizionare la formazione del consenso e la vita politica. Denaro pubblico.

LE RISORSE PER TOTI E GLI ALTRI

Non ci sono soltanto i finanziamenti arrivati dopo il ponte. Rivoli di milioni escono da tutte le parti. La breccia è quella voce del bilancio regionale chiamata “attività per favorire la presenza istituzionale” (un meccanismo, va detto, inaugurato dal precedente centrosinistra). In pratica propaganda politica con soldi pubblici: pubblicità su giornali, tv, siti, ma anche convegni, viaggi offerti ai giornalisti. Uffici stampa degni della Casa Bianca.

Toti in un anno ha portato la spesa a 4,6 milioni. Denaro capace di salvare i bilanci degli organi di stampa. Ed è soltanto l’inizio, perché quasi altrettanto viene speso attingendo ad altre voci di bilancio, come la promozione internazionale dell’economia ligure o i fondi europei. Per non dire della pubblicità che tutte le società partecipate da Comune e Regione fanno sugli organi di stampa locale. In tutto ci aggiriamo sui 10 milioni l’anno, quanto basterebbe per comprare 8 apparecchi per la radioterapia oncologica che in Liguria mancano, tanto che i malati di tumore sono stati costretti a trasferte di ore in bus per curarsi.

Qualche esempio: a marzo Toti ha organizzato una trasferta all’Expo di Dubai con giornalisti pagati al seguito. Spesa per tre giorni: 140mila euro (5mila euro solo il biglietto aereo del Governatore in top class). Principale destinatario il gruppo Gedi (Il Secolo XIX, Repubblica e La Stampa che dominano il mercato ligure).

Ancora: la tv privata Primocanale, leader nella Regione, negli ultimi anni ha ricevuto oltre un milione dalla Regione e 300mila euro dall’Autorità Portuale. Di più: la società che gestisce l’emittente Telenord, proprio alla vigilia delle comunali, ha pubblicato un giornale dal titolo Genova Meravigliosa (lo slogan preferito di Bucci).

Accanto alle immancabili interviste a Toti, Bucci e Signorini comparivano oltre 20 inserzioni di Regione, Comune e di tutte le società partecipate. Intanto al Meeting di Comunione e Liberazione vanno circa 100mila euro da Regione e Porto: sul palco di Rimini salgono Toti e Signorini.

Il governatore-giornalista (Toti era direttore del Tg4 berlusconiano) ha messo insieme un colosso informativo che assume più giornalisti di qualsiasi testata locale. Un dato: soltanto le utenze dell’ufficio stampa della Giunta costano 600mila euro l’anno.

È un’emorragia continua. Come lo spot girato con Elisabetta Canalis per reclamizzare la Liguria. Durata 60 secondi, spesa 240mila euro (più 20mila per una cena allo Yacht Club di Portofino). Fanno 5mila euro al secondo. Per non dire dello stipendio di Pietro Paolo Giampellegrini - fedelissimo segretario generale della Regione - che schizza a quasi 300mila euro. Più di Sergio Mattarella.

Ma il consenso si costruisce anche corteggiando il mondo dello sport e le tifoserie. Da dicembre le squadre liguri di serie A (Sampdoria, Spezia e inizialmente Genoa) ricevono 2,3 milioni di finanziamenti europei per stampare la scritta “Lamialiguria” (il logo turistico lanciato da Toti) sulle magliette. Clic, clic, clic, alla presentazione dell’iniziativa decine di foto di Toti, Bucci e del sindaco di Spezia, Pierluigi Peracchini, con le maglie delle società e con gli idoli calcistici locali.

L’INTRECCIO PUBBLICO-PRIVATO

Così è cambiata la politica ligure in quattro anni. Così è stato stravolto il mondo dell’informazione, nel silenzio dell’Ordine dei Giornalisti. Ma sta mutando anche in profondità il modo di sentire dei cittadini, storditi, ingannati. Con un paradosso: i sondaggi dicono che i genovesi spesso si sentono ancora di centrosinistra; al momento del voto, però, premiano il centrodestra (anche nei quartieri popolari dove il Pci arrivava all’80 per cento). È il segreto di Toti e Bucci, che si dipingono come trasversali. Uomini del fare, più che politici. 

Ma c’è anche il denaro privato. Ne ha scritto su Domani Giovanni Tizian parlando dell’inchiesta, ancora senza indagati, sulla fondazione politica Change di Toti (che ha raccolto denaro anche per le campagne di Bucci - 102mila euro - e Peracchini - 67mila).

Ma, al di là di eventuali risvolti penali, c’è un intreccio pubblico-privato che va chiarito. Prendiamo la sanità, dove Toti sta smantellando il sistema sanitario nazionale: tra i finanziatori del centrodestra c’è la Clinica Montallegro, principale operatore privato ligure del settore, cui è stata affidata la campagna vaccinale contro il Covid.

Tra gli sponsor ci sono anche società legate a Esselunga, il colosso della grande distribuzione che durante l’era Bucci ha aperto ovunque nuovi centri a colpi di varianti urbanistiche approvate a tempo di record. Ci sono pure imprese del gruppo Waste, specialista nei rifiuti, che gestisce la discarica di Vado Ligure. E ci sono le società di Aldo Spinelli, l’operatore portuale che metterà i container ai piedi della Lanterna e che ha ottenuto dal Porto di Genova la concessione per aree che valgono oro. Lo stesso Spinelli che, come gran parte dei sostenitori di Toti, prima sponsorizzava il centrosinistra.

QUESTIONE DI STILE 

È cambiato lo stile, questo sì. Una volta politici, imprenditori e banchieri genovesi si incontravano quasi clandestinamente al piano superiore di un ristorante con le tovaglie a quadretti. Giocavano a scopone, come all’osteria, e tra un asso e un sette di quadri decidevano le sorti della città. Oggi ci si vede allo Yacht Club, magari con soubrette, virologi star e menù stellato. E tutto viene orgogliosamente mostrato sui social.

Ma resta la vera domanda: la politica usa l’economia o ne diventa strumento?

Intanto il centrodestra finanzia le campagne elettorali con fondi venti volte maggiori degli avversari.

Niente di illegale, fino a prova contraria. I dati Istat e la vita dei cittadini raccontano, però, un’altra realtà: in Liguria nel 2020 il tasso di disoccupazione era dell’8,3 per cento, il più alto del Nord. La regione ha segnato record di mortalità per il Covid.

Mentre in pochi anni il personale sanitario pubblico è calato da 21mila a 15mila unità, più che in qualsiasi altra regione. E pochi sanno che tra i quartieri benestanti e quelli meno ricchi di Genova si registrano 4 anni di differenza nella durata media della vita. Che i bambini con handicap attendono fino a 4 anni per ottenere terapie cui hanno diritto.

E l’ambiente? Appena il 6,3 per cento di habitat favorevoli, ultimi nel Nord Italia; Liguria terzultima per percentuale di coste balneabili (57,4 per cento) e aree protette (5 per cento). Per non parlare della sicurezza, tanto cara al centrodestra: la Liguria è la seconda del Nord per furti denunciati (17,7 per mille abitanti) con il record di reati associativi. Cioè mafia.

Ma per coprire le scomode verità ecco spuntare le bandiere di Genova che, in stile bulgaro, Bucci ha messo agli angoli delle strade. Altra spesa da 200mila euro.

Ecco il vero Modello Genova.

FERRUCCIO SANSA. Giornalista, cresciuto a Genova. Consigliere regionale in Liguria, dove era candidato come presidente, sostenuto da Pd e Movimento Cinque Stelle.

Da ilmessaggero.it il 15 febbraio 2022. Non si placano le polemiche sullo spot promozionale di Elisabetta Canalis «La mia Liguria», andato in onda durante il Festival di Sanremo 2022. La showgirl sarda, come ha riferito il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti rispondendo a un'interrogazione in Consiglio regionale del capogruppo Ferruccio Sansa (Lista Sansa), è stata pagata 100 mila euro per fare da testimonial.

Estratto dell’articolo di ML. per “la Repubblica” il 12 agosto 2022.

«Il 14 agosto di quattro anni fa anche io ero lì, rientrato di corsa dalle ferie. Gli uomini del mio "Primo Gruppo" stavano scavando fra le macerie insieme agli altri soccorritori, hanno tirato fuori cadaveri. […] Due giorni dopo la Procura ci ha dato la delega a indagare.

Adesso, a inchiesta chiusa e processo iniziato, tutto ha un filo logico. Ma allora ci siamo trovati davanti a una montagna». 

Il colonnello Ivan Bixio oggi è comandante provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Emilia. Ma è l'uomo che […] ha studiato, interrogato, sequestrato, scavato. Messo a nudo il sistema distorto dietro a una delle più grandi tragedie della storia italiana: 43 vittime per il crollo di un ponte, il Morandi […] A giudizio ci sono 59 persone, a partire dai vecchi top manager della Aspi targata Benetton, in primis l'ex ad Giovanni Castellucci.

Colonnello Bixio, ha mai tremato?

«Abbiamo fatto delle corse contro il tempo, soprattutto all'inizio. Da una parte c'era il rischio che qualcuno tentasse di eliminare eventuali prove, come peraltro in qualche caso è successo (un esempio è una chat fra gli allora numeri due e tre di Aspi Paolo Berti e Michele Donferri, in cui si parlava della corrosione dei tiranti del viadotto, ndr ). Dall'altra dovevamo cercare filmati, era la settimana di Ferragosto e le aziende della zona chiuse, quelle telecamere dopo 48-72 ore sovra-registrano. Trovammo diversi video, il più noto, quello della società "Ferrometal", è l'unico che restituisce il disastro integralmente. […]».

Il momento più difficile in tre anni di indagini?

«Lavorando sul crollo del Morandi abbiamo trovato elementi nuovi sul conto di Autostrade e della società gemella Spea, allora addetta ai controlli. I report sulle condizioni di salute degli altri viadotti a parer nostro ammorbiditi, le barriere anti-rumore pericolose e fuori norma, fino ai problemi delle gallerie dopo il crollo della "Berté" sulla A26. […]». 

[…] La holding Atlantia e la famiglia Benetton sono rimaste fuori dall'inchiesta, pur entrando in diverse intercettazioni...

«Posto che queste valutazioni sono compito della Procura, in Aspi come in tutte le società c'era una catena di comando che prendeva le decisioni. E noi lì abbiamo lavorato, dai più alti ai più bassi livelli». […]

Marco Lignana per “la Repubblica” il 13 agosto 2022.

Sarà la sua prima volta. Anche se gli incubi non lo lasciano e forse non lo lasceranno mai in pace, Gianluca Ardini domani tornerà lì dove si era trovato quattro anni fa, il 14 agosto 2018. 

Intrappolato fra le lamiere del furgone e le macerie di ponte Morandi, gravemente ferito, sospeso a venti metri di altezza accanto al corpo senza vita del suo collega di consegne Luigi Matti Altadonna. Sopravvissuto, grazie all'intervento dei Vigili del fuoco, dopo quattro ore: «Sì, stavolta verrò alle celebrazioni in ricordo della tragedia. Sono sempre scappato fuori Genova, adesso non lo farò».

Gianluca Ardini, perché fuggire?

«Per il senso di colpa. Io vivo, il mio collega e le altre 42 vittime no. Mi sentivo in difetto con i familiari di chi non c'è più, so che è sbagliato ma non ci potevo fare niente. Ho dovuto fare un lungo percorso psicologico, che continua ancora adesso, per evitare di colpevolizzarmi. 

Poi qualche mese fa ho incontrato quei parenti, ho sentito un affetto enorme, mi hanno detto "ma sei impazzito?" Mi sono tolto un macigno di dosso, anche se per me non è certo tutto rose e fiori».

Come è la sua vita oggi?

«Purtroppo rivivo quegli attimi quasi ogni giorno: stavamo viaggiando per fare le nostre solite consegne, vediamo e sentiamo tremare l'asfalto, il tempo di urlare "cosa succede" e poi il silenzio. 

Luigi vicino a me, un tempo che non passava mai. Prima ho urlato più forte che potevo, poi continuavo a ripetere che non ce la facevo più, avevo il bacino rotto, l'adrenalina ormai scesa. Quando sono arrivati da me, i soccorritori mi chiedevano come stavo, cercavano di tenermi occupato, ma ho comunque un buco fra i ricordi».

Non esiste tregua?

«Certo ci sono momenti in cui sei preso da altro, la famiglia gli amici e il lavoro, ma a fine giornata quando tutti si rilassano ci penso e riaffiora tutto. Se prima erano le crisi di panico e il terrore di prendere l'autostrada, adesso è l'insicurezza, l'ansia, o l'essere sempre apprensivo. Per questo trauma non esistono cure o medicine». 

Dal punto di vista fisico è guarito?

«Sono invalido al 60 per cento. I movimenti del braccio sono limitati, ho problemi di sensibilità, sento spesso formicolii, mi sono ritrovato le vertebre schiacciate e questo mi porta ad avere spesso mal di schiena, colpa dell'ernia cervicale. E altro ancora».

Nel frattempo la sua famiglia è cresciuta.

«Un mese dopo il crollo è nato Pietro, ho sempre detto che il suo pensiero mi ha dato la forza per resistere quando ero incastrato fra le lamiere. Poi è arrivata Anna che a settembre compirà un anno. La mia compagna Giulia con il pancione andava e veniva ogni santo giorno dall'ospedale dove ero ricoverato, pure mia sorella era incinta e faceva lo stesso. La famiglia si è compattata intorno a me, sono stati qualcosa che non si può descrivere».

È venuto alla prima udienza del processo sul crollo, lo scorso 7 luglio. Che impressione le ha fatto?

«Mi è piaciuto tanto il giudice, da questo punto di vista sono molto fiducioso per il futuro. In più non mi sono sentito a disagio fra i parenti delle vittime, anzi ho provato sulla pelle quanto mi vogliono bene. E poi io sono uno dei pochi testimoni diretti di quel che è accaduto, mi rendo conto di quanto sarà importante il mio racconto nel dibattimento». 

Prova ancora rabbia?

«Certamente, l'ho provata fin dal primo giorno. Poi, quando tutti noi abbiamo capito che il disastro si poteva evitare ed è figlio dell'avidità e della fame di soldi di certa gente, 'sta rabbia è cresciuta ancora. 

E so bene che poteva essere una tragedia ancora più apocalittica. Bastavano due o tre pullman che si incolonnavano sempre sul Morandi, perché lì coda era perenne, per arrivare a duecento, trecento morti». 

 Fa sempre consegne in giro per la città?

«Impossibile, nelle condizioni fisiche e psicologiche in cui mi trovo. Lavoro come impiegato, davanti al computer, mi trovo benissimo con i colleghi e va bene così». 

E nel tempo libero?

«Ho provato a fare palestra, ma non è il caso. Cerco di camminare tanto, ad esempio siamo appena stati in montagna e abbiamo fatto lunghe passeggiate. Anche se Anna nello zainetto sulle spalle sono riuscito a portarla pochi metri. Il dolore alla schiena è diventato subito insopportabile». 

Da ansa.it il 14 agosto 2022.

Con la messa officiata dall'arcivescovo di Genova Marco Tasca in ricordo delle vittime e per i loro familiari sono cominciate le cerimonie per la commemorazione del crollo del ponte Moranti. Il viadotto sul torrente Polcevera crollò alle 11:36 del 14 agosto 2018 causando 43 vittime, 11 feriti e 566 sfollati. 

Alla messa partecipano, tra gli altri, il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, Il sindaco Marco Bucci e il segretario della Lega Matteo Salvini. Per la Regione c'è l'assessore alla Cultura Ilaria Cavo.

Dopo la messa ci sarà il ricordo della tragedia alla Radura della Memoria, sotto il nuovo Ponte San Giorgio dove oltre al ministro parleranno la presidente del Comitato per il ricordo delle vittime del Morandi Egle Possetti, il sindaco Bucci, l'imam, il governatore Toti. Prima 43 bambini consegneranno ai parenti delle vittime 43 messaggi. Ieri sera alla Radura della Memoria si è tenuto un concerto di musiche sacre.

"La ferita è sempre aperta ma quattro anni dopo quello che ci fa più male è la cessione della concessione". Così Egle Possetti, presidente del comitato Ricordo vittime ponte Morandi prima dell'inizio della commemorazione. "È inaccettabile quello che è successo, inaccettabile che questa concessione, già scritta come nessuno di noi l'avrebbe scritta neanche per comprare una bicicletta, non sia stata stracciata ma addirittura remunerata agli azionisti, una cosa che umanamente non potremo mai accettare, tutti dovrebbero sapere cosa è successo e a raccontarlo rimangono sbalorditi"

La vigilia. Alla vigilia dell'anniversario del crollo del viadotto sul Polcevera, Egle Possetti, presidente del comitato Ricordo vittime ponte Morandi, è tornata ieri a chiedere che si velocizzi l'iter per la realizzazione del memoriale che dovrebbe sorgere al posto del capannone dove la Procura ha conservato i reperti. "Quanto ancora dovremo aspettare per il memoriale? Senza memoria non c'è progresso e le vittime del crollo di ponte Morandi non devono essere per alcuna ragione dimenticate".

A luglio, in concomitanza con l'avvio del processo, è arrivato il via libera allo spostamento di parte delle macerie ma ancora nulla si è mosso. "Pensavamo che con il progetto definito e con il nulla osta allo spostamento dei reperti si potesse procedere più velocemente, invece". La prima pietra, del tutto simbolica, del cantiere era stata posta dalle istituzioni nel corso della cerimonia di commemorazione del 14 agosto 2021. Dal Comune hanno spiegato che per la progettazione definitiva bisognerà attendere ancora perché ci sono da risolvere anche alcune interferenze con la linea ferroviaria ma l'amministrazione conta di mettere a gara l'opera al più tardi in ottobre.

Ponte Morandi, Mattarella: «Una ferita che non si può rimarginare». Il Corriere della Sera il 14 Agosto 2022.

Oggi ricorre l’anniversario del crollo che ha causato 43 morti. Per il Presidente della Repubblica è necessario sostenere i parenti. Il dolore di Egle Possetti, portavoce del comitato Ricordo Vittime: «Dopo quattro anni ancora nessuna scusa» 

Erano le 11,36 di quattro anni fa (14 agosto 2018) quando una parte del ponte Morandi a Genova crollò, sotto un forte temporale. Nella tragedia morirono 43 persone e 11 feriti. In ricordo delle vittime e dei loro familiari, una Messa officiata dall’arcivescovo di Genova Marco Tasca ha dato avvio questa mattina alla cerimonia di commemorazione (alla messa hanno partecipato, tra gli altri, il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini, Il sindaco Marco Bucci e il segretario della Lega Matteo Salvini).

La parole del Capo dello Stato

Il quarto anniversario del crollo del Ponte Morandi è stato ricordato con un messaggio dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. «Si rinnova il dolore della tragedia che ha colpito quarantatré vittime. Una ferita che non si può rimarginare, una sofferenza che non conosce oblio, una solidarietà che non viene meno. Un dramma che segna la vita della Repubblica e per il quale la magistratura sta doverosamente accertando le responsabilità. Rinnovo anzitutto ai familiari, costretti a patire il dolore più grande, la più intensa solidarietà della nostra comunità nazionale». Che ha poi aggiunto: «Si manifesta l’esigenza di interventi adeguati a sostegno dei familiari delle vittime di tragedie come queste: occorre che la normativa sappia dare risposte a queste esigenze. L’azione svolta dal comitato dei familiari delle vittime è risultata preziosa, vero e proprio memoriale vivente della tragedia, in attesa della realizzazione del memoriale proposto a monito permanente».

Le parole dei familiari delle vittime

La mattina del 14 agosto 2018 alle 11.36 ci fu un forte temporale. All’origine del disastro, il cedimento di uno strallo. Un forte boato seguito dal crollo. Auto e camion finirono nel vuoto, con un salto di 45 metri d’altezza. Tra i morti, anche due lavoratori di un’isola ecologica che finirono travolti dalle macerie. Un dolore, quello dei parenti delle vittime, che non si è mai placato. A farsi carico di decine di famiglie che hanno vissuto quel dramma è Egle Possetti, portavoce del comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi. Nel disastro perse sorella, cognato e nipoti. Ogni anno, il 14 agosto, sale sul piccolo podio ai piedi prima del cantiere per reiterare la richiesta di giustizia. «Nessuno ancora ha mai chiesto scusa per quanto è successo», ha riferito all’Agi. Ma questo, specifica, è un punto, per così dire, morale. Lei ha una preoccupazione più grossa. Teme che il disastro di quattro anni fa stia cadendo nell’oblio: «Ho questa paura, sì. Sicuramente è importante che anche quest’anno, il 14 agosto, ci sia la presenza di un ministro (Giovannini, ndr), ma è chiaro che l’attenzione mediatica, e non solo, è calata: questa è una vicenda scomoda. Tra gli imputati ci sono persone che lavoravano per lo Stato, che rappresentavano coloro che avrebbero dovuto controllare».

Genova, quattro anni dopo il crollo del Morandi, Mattarella: "Una ferita che non si può rimarginare". Draghi: "Non deve avvenire più". La Repubblica il 14 Agosto 2022.

La giornata è iniziata con la messa in memoria delle 43 vittime, il ministro Giovannini: "Il processo individui le responsabilità".  La presidente del comitato ricordo Egle Possetti. "Fa male la cessione della concessione. Era da stracciare".

Quattro anni dopo il crollo di ponte Morandi, la giornata del ricordo a Genova è iniziata con la celebrazione nella chiesa di San Bartolomeo della Certosa della messa per ricordare i 43 morti nel disastro, dalla più piccola vittima Samuele Robbiano, di appena 8 anni, a quella più grande, Juan Carlos Pastenes, che di anni ne aveva 64. A celebrare la funzione, l'arcivescovo di Genova Marco Tasca. "E' una giornata difficile, con ancora tante domande" ha detto aprendo la celebrazione. In chiesa, su una panca in prima fila, il sindaco di Genova, Marco Bucci, l'assessore alla Cultura Ilaria Cavo, in rappresentanza della Regione, il questore Orazio D'Anna e il presidente del Municipio, Federico Romeo. Nei banchi a fianco i familiari di Luigi Matti Altadonna, morto nel disastro a 35 anni. Alla celebrazione, oltre ad altri parenti e amici di chi perse la vita nella tragedia, ha partecipato anche Matteo Salvini, seduto qualche banco più indietro, accanto ad Edoardo Rixi, numero uno della Lega in Liguria. Terminata la messa, la cerimonia ufficiale, con la partecipazione del ministro Enrico Giovannini che ha depositato la corona di fiori della presidenza del Consiglio dei ministri, in rappresentanza dello Stato. "Il processo per il crollo del ponte Morandi va concluso in tempi rapidi _ ha detto _  per fare piena luce su quanto successo e individuare chiaramente le responsabilità di tutti a ogni livello. Auspico che il processo proceda senza interruzioni e ritardi. Per questo ringrazio i magistrati, le forze di polizia e gli uffici del tribunale per l'impegno profuso finora e per quanto verrà fatto per rendere questo auspicio realtà, pur nel rispetto dei diritti di tutte le parti". "La scelta del governo e del ministero di costituirsi parte civile contro gli amministratori privati e pubblici compresi quelli che allora lavoravano al ministero - conclude Giovannini - rende evidente la volontà delle istituzioni di fare piena luce sui fatti e perseguire i responsabili, nessuno escluso, confermando al tempo stesso la vicinanza dello Stato alle vittime".

Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha inviato un messaggio al sindaco Bucci. "Il dolore per questa terribile ricorrenza _ dice _ si associa a una convinzione: lo Stato deve fare tutto il possibile perché tragedie simili non avvengano mai più.  Dobbiamo garantire la sicurezza delle nostre infrastrutture, tutelare la vita dei cittadini. Ne va della credibilità dell'Italia e delle istituzioni". "Nel quarto anniversario del crollo del Ponte Morandi. voglio rinnovare la più sentita vicinanza del Governo e mia personale ai parenti delle vittime, ai feriti, a tutti i genovesi", scrive Draghi nel suo messaggio. "Durante la mia visita a Genova ho visto una città forte e unita, che non dimentica il passato e guarda con coraggio al futuro. La rapida realizzazione del nuovo ponte San Giorgio è un esempio straordinario di collaborazione e concretezza, un modello per tutta l'Italia. Voglio ringraziare ancora una volta il sindaco Marco Bucci e tutta la struttura commissariale, le autorità locali, in particolare il presidente della Regione Giovanni Toti, il senatore Renzo Piano e tutti color che sono stati coinvolti in questo progetto". 

La cerimonia è iniziata con la proiezione video dei nomi delle 43 vittime della tragedia del 14 agosto 2018. "Genova non vuole dimenticare  _ ha detto il sindaco Bucci _ noi vogliamo che questa tragedia sia un monito per tutti affinché queste cose non si ripetano più, affinché ci possa essere una società che protegge i suoi cittadini. Il 14 agosto la città di Genova avrà questa data scolpita nella pietra". Alle 11.36, ora del crollo, un minuto di silenzio e, in contemporanea, il suono delle sirene delle navi in porto e delle campane di tutta la diocesi.

Il messaggio di Mattarella

 "Nel quarto anniversario del crollo del ponte Morandi, si rinnova il dolore della tragedia che ha colpito quarantatré vittime. Una ferita che non si può rimarginare, una sofferenza che non conosce oblio, una solidarietà che non viene meno. Un dramma che segna la vita della repubblica e per il quale la magistratura sta doverosamente accertando le responsabilità. Rinnovo anzitutto ai familiari, costretti a patire il dolore più grande, la più intensa solidarietà della nostra comunità nazionale". Lo dichiara il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

"Si manifesta l'esigenza di interventi adeguati a sostegno dei familiari delle vittime di tragedie come queste: occorre che la normativa sappia dare risposte a queste esigenze- prosegue Mattarella- l'azione svolta dal comitato dei familiari delle vittime è risultata preziosa, vero e proprio memoriale vivente della tragedia, in attesa della realizzazione del memoriale proposto a monito permanente".

La concessione

Per i familiari delle vittime il tema della concessione resta una spina nel fianco. Egle Possetti, presidente del comitato ricordo vittime, prima dell'inizio della funzione ha ribadito che  "La ferita è sempre aperta ma quattro anni dopo quello che ci fa più male è la cessione della concessione".   "È inaccettabile quello che è successo, inaccettabile che questa concessione, già scritta come nessuno di noi l'avrebbe scritta neanche per comprare una bicicletta, non sia stata stracciata ma addirittura remunerata agli azionisti, una cosa che umanamente non potremo mai accettare, tutti dovrebbero sapere cosa è successo e a raccontarlo rimangono sbalorditi". E ha anche annunciato che il comitato proverà ancora a costituirsi parte civile come comitato, "in ogni caso _ ha spiegato _ la mia famiglia è parte civile e quindi in qualche modo ci siamo, in rappresentanza anche delle altre famiglie". 

GLI SFOLLATI DEL PONTE MORANDI. Testo di Giulia Narisano su Inside Over il 13 agosto 2022.

Il seguente reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio 

A quattro anni di distanza dal crollo del Ponte Morandi, gli sfollati di Via Porro, costretti a lasciare le loro abitazioni per sempre, hanno rimesso in piedi le loro vite. Hanno comprato delle nuove case e hanno per lo piú trovato una nuova normalità. Ma continuano a portare dentro una ferita, quella di coloro ai quali è stato strappato via ben piú d’una casa: ad alcuni le proprie origini, ad altri le prospettive per il futuro. A molti, entrambi. 

Quella mattina del 14 agosto 2018 Graziella e Gabriele erano appena andati a pagare l’ultima rata del tetto del loro palazzo, recentemente ristrutturato. Lo stesso tetto da cui Graziella e i suoi amici, da ragazzi, facevano partire i fuochi d’artificio per la festa di San Giovanni, Patrono di Genova, ogni 24 giugno. Lei, in quella casa, al numero 11 di Via Porro, ci era nata, il 24 luglio 1956. Letteralmente, sul tavolo della cucina. Perché “in ospedale ti scambiavano i bambini”, racconta sorridendo.

Graziella, insieme ad un nutrito gruppo di vicini e amici, è testimone della genesi di quello che a tutti gli effetti è stato un piccolo universo, quello di Via Porro e di chi la frequentava. Nato come il quartiere dei ferrovieri, dove i dipendenti delle Ferrovie dello Stato potevano trovare un alloggio economico, è divenuto poi con gli anni una comunitá vera e propria, dove i vicini erano colleghi e amici, dove si è instaurato un sistema di relazioni e di solidarietá, e dove si sono sviluppati rapporti che durano tuttora. E proprio questi rapporti sono stati una delle ancore di salvezza per tutti quelli che quella mattina, nel giro di un minuto, hanno perso ogni riferimento e si sono trovati catapultati a forza in un capitolo tutto nuovo delle loro vite, un capitolo non scelto ma subito. 

Via Porro era diventata con il tempo il centro focale di questo ecosistema di rapporti, e rimaneva un porto sicuro, sia per chi lì ha vissuto per tutta la vita, sia per chi, come Graziella, se ne era andato per poi tornare. Graziella e Gabriele, infatti, erano tornati al civico 11 di Via Porro da circa un anno. La avevano ristrutturata, curandola nei minimi dettagli: sarebbe stata la loro casa definitiva. Gabriele prima abitava in via Cornigliano, fino a pochi anni fa una delle vie più rumorose di Genova. A lui non sembrava vero di poter dormire la notte con la finestra aperta, di sentire pace, la sera, in Via Porro, nonostante il Ponte.

Il ponte. Quando vengono a sapere del crollo per la prima volta si trovano in ospedale a trovare un amico, e alla TV passa la notizia, mentre in ospedale parte l’altoparlante che avvisa tutto il personale dell’emergenza. Come tanti genovesi, per un attimo, Gabriella ha un dubbio, non è sicura. Non lo ha mai chiamato Ponte Morandi, nessuno lo chiamava Ponte Morandi, e, per gli storici di Via Porro, è sempre stato “il ponte di Brooklyn”. Ma le immagini parlano chiaro, si vede la “A”, la grande arcata centrale, quella che, per tutti i genovesi, ma soprattutto per gli abitanti della zona, se scorta da lontano, faceva giá respirare l’aria di casa. Quello lì è inconfondibilmente il loro ponte, quello tra i cui piloni Graziella si riparava quando da bambina era fuori a giocare e all’improvviso pioveva e che ora, proprio sotto la pioggia, era collassato. 

Quel giorno anche Franca è sotto la pioggia, ma in Sicilia. È dal parrucchiere e si sta preparando per una grigliata di ferragosto, quando all’improvviso le telefona una sua amica da Genova. “Franca è crollato il ponte” “Quale ponte?” “Il nostro ponte”. Anche adesso, ad anni di distanza, a Franca vengono i brividi nel raccontarlo. Anche lei era nata in Via Porro, nel 1953, e lì ha passato tutta la sua vita, all’ultimo piano del civico 9, uno di quelli che sono stati poi abbattuti. Quella casa era piena della storia della famiglia di Franca, dei suoi genitori, di lei, di sua sorella, che da quella casa era uscita con l’abito da sposa ma che ancora pochi giorni prima del crollo del ponte era tornata a stare lì per passare qualche giorno a Genova. Per Franca, peró, il crollo del ponte ha significato anche scoprire una pagina di storia della sua famiglia che era andata perduta: il giorno stesso, Franca viene a sapere dal nipote che su Facebook sta girando una foto del nonno, del papá di Franca. Lei non ne sa nulla, non capisce di cosa si stia parlando. Torna cosí alla luce una storia sepolta.

Michele Guyot Bourg, fotografo amatoriale, aveva, negli anni ‘80, realizzato una serie di scatti in tutti i punti di Genova in cui l’autostrada passa tra le case. Tra il poetico e la denuncia sociale. Il ponte Morandi, incastonato come era tra i palazzi di Via Porro e Via Fillak, rappresentava una sosta obbligata in questo collage. Non è stato facile, per Michele, convincere qualche condomino di Via Porro ad aprirgli le porte di casa per permettergli di immortalare il Ponte Morandi. Dopo alcuni tentativi vani, una famiglia acconsente, e Michele realizza alcuni scatti, che il 14 agosto del 2018 riceveranno un’improvvisa nuova fama e risulteranno tristemente profetici. La famiglia che ha accolto Michele abitava all’ultimo piano del civico 9, le persone ritratte negli scatti sono proprio i genitori di Franca. Suo padre, intento a leggere il giornale in cucina, e sua madre, mentre stende i panni sul terrazzo. 

Franca non ne sapeva nulla, forse i genitori glielo avevano raccontato ma lei proprio non si ricorda di questo episodio.  Michele ha 88 anni quando il ponte che aveva immortalato 30 anni prima crolla, ed è lui a postare quelle foto su Facebook, sbigottito per l’accaduto ma constatando amaramente quanto nulla fosse cambiato da allora. Franca non se l’è sentita di contattarlo subito, ma, passato un po’ di tempo, i due sono entrati in contatto. Ora lei ha le due foto incorniciate in casa, e una copia con dedica del libro di Michele, che raccoglie tutti gli scatti di quel periodo.  

Il colpo non è stato comunque meno duro per chi in Via Porro non ci era nato, ma l’aveva scelta come casa: tra questi, Pierangelo ed Elisa. Loro abitavano lì da 30 anni, e ad averli convinti, tanti anni prima, era stato proprio l’impatto con quella via, con i bambini che giocavano per strada e le persone sedute fuori a chiacchierare, un’atmosfera che riportava indietro nel tempo, e che ti faceva sentire subito a casa. E poco importava come fosse la vista dalla finestra o cosa c’era intorno al palazzo, perché “ l’interno della tua casa te lo fai come vuoi tu, e se con le persone ci stai bene non ti importa se c’è un muro davanti”. 

Erano in Sardegna ad agosto, quando è successo. A dare loro la notizia è stata un’amica, vicina di casa in vacanza e proveniente anche lei dal quartiere di Sampierdarena. Subito Pierangelo non riesce a crederci, ma poi accende la Tv e i TG trasmettono 24 ore su 24 solo quello. Elisa è stata talmente male che le è pure venuta la febbre. Ancora adesso quando “vuole farsi del male” Elisa va a fare due passi e la guarda, quella casa in cui non potrá mai piú entrare, ma che è ancora lì, e che ancora custodisce tanti ricordi della loro famiglia. Gli inquilini di Via Porro sono potuti rientrare 3 volte in totale, per un massimo di 2 ore ad ogni visita, nelle loro case, per recuperare quanto piú possibile dei loro averi, prima che i palazzi venissero abbattuti o, come nel caso di Pierangelo e Elisa, che non fossero piú accessibili: traslochi di vite intere fatti in 6 ore.  

Ci sono stati anche dei piccoli miracoli in queste giornate di “rapina in casa propria”. Franca, ad esempio, aveva lasciato in casa ad agosto la sua pianta preferita, che è nella sua famiglia da 40 anni. Era di sua madre. Franca pensava di poter tornare il giorno dopo a riprenderla, e invece è potuta andare a novembre. Eppure la pianta era lì, viva, con qualche foglia morta ma pronta a trasferirsi con Franca nella sua nuova casa. Anche Pierangelo ed Elisa hanno recuperato molti oggetti a cui tenevano, ma sono tante le cose che non hanno potuto prendere e che ancora adesso mancano: il banco da falegname costruito dal nonno, i libri custoditi nel soppalco, alcuni disegni dei bambini, il comodino della figlia, ricordo d’infanzia. 

Ma se pensano a quello che manca di piú la mente corre ad altro. “Ti manca la Mafalda, che passa sbraitando già alle 8 del mattino e si ferma sotto la finestra a parlare (Pierangelo ed Elisa abitavano al primo piano), o che ti porta le lasagne pronte; oppure l’altro vicino che ogni tanto portava dei mazzi di fiori enormi. Persone presenti, affettuose. Ci manca questo”. Incontrarsi nel pianerottolo e decidere chi avrebbe dato l’acqua ai fiori nel cortile quella sera. Cose piccole ma grandi, come quando a Pierangelo, vedendo gli anziani che per mettersi a parlare nel cortile si portavano ogni volta le seggiole da casa, viene in mente di comprare due panchine e posizionarle nel cortile; loro erano talmente contenti che “sembrava avessi costruito un grattacielo”. Tutto questo è insostituibile. La casa in cui vivono ora è bella, si trovano bene, ma non è la loro, non è via Porro. 

È impossibile immedesimarsi in tutti loro, e immaginare cosa si possa provare nel venire a sapere che il ponte sopra la propria casa è crollato. Ma il cuore si ferma per un attimo nell’immaginare cosa possa aver provato chi lo ha visto accadere in tempo reale. Giancarla aveva 59 anni quando, dopo aver visto il ponte Morandi collassare davanti ai suoi occhi dal suo balcone, è corsa via in ciabatte, con il marito e la figlia, dalla casa in cui era entrata per la prima volta a 6 mesi, senza sapere che non sarebbe mai piú  tornata a viverci. Giancarla viveva la sua via e la sua casa (“la mia seconda pelle”) in modo viscerale, con passione ed entusiasmo, con la cura che si riserva alle cose che si amano davvero.

Per lei entrare in Via Porro, e soprattutto girare le chiavi del portone di casa, era già entrare in casa. Al suo civico, il 10, uno di quelli che sono stati poi abbattuti, vivevano ancora 12 delle famiglie di ferrovieri che originariamente erano andate a vivere lì. Per Giancarla l’idea di andare a stare da un’altra parte non era mai esistita. In quella casa era cresciuta, aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza, ci si era sposata e ci aveva cresciuto sua figlia. Ci sono delle sere in cui Giancarla socchiude gli occhi e si sente ancora là, al numero 5 del civico 10, e rivede i suoi muri, con tutti i loro difetti e con tutta la loro storia, quei muri che ora non esistono più e che sono stati testimoni di tutti i momenti piú importanti della sua vita.  Le manca talmente tanto la fisicità di quel luogo che un pezzettino di casa se l’è portato via: accanto alla porta di ingresso della sua nuova abitazione, svetta una cornice dal contenuto particolare. Dentro c’è il suo campanello, il campanello di quella che sarà per sempre la sua casa, anche se ora non c’è piú.  

La vicenda del ponte, per Giancarla, porta con sé un peso ancora piú grande. La malattia neurologica del marito era, fino all’agosto del 2018, ben monitorata e tenuta sotto controllo, a patto che lui non dovesse subire cambiamenti improvvisi e che potesse continuare a vivere nell’ambiente a cui era abituato. Dal crollo del ponte in poi, peró, prende rapidamente una piega negativa, con un decorso che normalmente si verifica nel giro di anni, che si condensa in pochi mesi, fino al 31 dicembre del 2018, giorno in cui è venuto a mancare. La 44esima vittima del ponte. 

Per Giancarla, Franca, Pierangelo ed Elisa, Graziella e Gabriele, cosí come per le altre circa 600 persone che, a causa del crollo del ponte Morandi, hanno perso la casa, il 14 agosto segna davvero l’inizio di un nuovo capitolo, che, pur nell’individualitá del percorso e delle scelte, li terrá uniti ancora a lungo. Dopo pochi giorni vengono tutti alloggiati in hotel, dove rimarranno per diversi mesi, finché il comune di Genova non metterá a disposizione alcune case o la possibilitá di coprire le spese di affitto. Infine, quasi tutti hanno poi cercato una nuova casa, da cui ripartire e dove rimettere su radici.

I mesi in hotel sono stati un periodo difficile per tutti. È un periodo che ricordano con gratitudine, verso il personale dell’hotel, che li ha trattati con cura ed affetto, ma che per tutti è stato surreale. Un periodo di poco spazio, e troppo tempo. Lo spazio ridotto dei metri quadrati di una stanza d’albergo, e il troppo tempo di tanti pomeriggi da riempire. Ma è anche un periodo di grande solidarietá: Pierangelo racconta di una farmacista che, pur non conoscendolo, non appena saputo che lui aveva perso la casa per via del ponte, gli chiede di abbracciarlo, perché non sa come esprimere diversamente la commozione, la vicinanza e l’affetto. E, pur essendo stati in tanti a stringersi attorno alla comunità di Via Porro, inevitabilmente, davanti all’enormità delle 43 vite interrotte, le storie degli sfollati sono spesso passate in secondo piano.

Eppure, queste vite cosí intrecciate e poi bruscamente separate ci ricordano quanto si può perdere, insieme ad una casa, e quanto rimane da ricordare, sulle macerie di un ponte che un tempo proteggeva dalla pioggia.

Testo di Giulia Narisano

Ponte Morandi, hanno perso solo i morti e le loro famiglie. Per i Benetton incassi d’oro dalla cessione di Autostrade. Per i manager sotto processo nuove carriere. E lo Stato ha reagito con annunci e con un’authority che ancora deve reclutare il personale. Così quattro anni dopo la tragedia di Genova, la sicurezza è un obiettivo lontano. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 12 Agosto 2022.

Quattro anni dopo i quarantatré morti per il crollo del viadotto sul torrente Polcevera a Genova il 14 agosto 2018 chi vive si dà pace. La famiglia Benetton ha ceduto Autostrade per l’Italia (Aspi) per 8,17 miliardi di denaro in gran parte pubblico ed è uscita dal business delle concessioni autostradali. Nel processo iniziato il 7 luglio, e subito rimandato al 12 settembre 2022 per vagliare circa trecento costituzioni di parte civile oltre alle trecentotrenta già ammesse, non ci saranno né Aspi né la controllata Spea, la società di progettazione del gruppo, che hanno patteggiato un risarcimento da 30 milioni di euro, un’elemosina pari allo 0,37 per cento dell’assegno di buonuscita.

Fabio Pavesi per “Verità & Affari” l'11 agosto 2022.

La notizia è passata sottotraccia, quasi fosse una questione di ordinaria amministrazione. Ma qui di ordinario c’è ben poco. Con i conti dei primi 6 mesi del 2022, Atlantia, la holding posseduta dai Benetton con il 30% del capitale, ha messo la parola fine alla tribolata vicenda di Autostrade per l’Italia. 

E che fine gloriosa, tutta a favore degli azionisti di Atlantia e con lo Stato italiano che ha battuto mestamente in ritirata dopo i proclami guerreschi sulla lezione punitiva per i Benetton dopo il disastro del Ponte Morandi.

Qui di vincitore ce n’è solo uno ed è proprio la potente famiglia veneta che è riuscita nel capolavoro di liberarsi del pacco, divenuto scomodo dopo la tragedia genovese, con una lauta plusvalenza. 

Già perché dalla semestrale di Atlantia, pubblicata pochi giorni fa, ecco che è messo nero su bianco il guadagno della cessione di Aspi. La holding delle infrastrutture ha messo a segno dalla vendita al consorzio capitanato da Cdp una plusvalenza di ben 5,31 miliardi di euro.

Cui si aggiungono altri 526 milioni frutto dei mesi di gestione operativa di Aspi pre-cessione. Fanno 5,84 miliardi di euro a favore di Atlantia di cui i Benetton tramite Edizione posseggono il 30%. Vuol dire per la famiglia di Ponzano un guadagno pro-quota che sfiora 1,8 miliardi. 

Non solo ma Atlantia ha pure distribuito come si legge nella relazione del primo semestre di quest’anno 606 milioni di dividendi. Altri 180 milioni pro-quota che saliranno ai piani alti di Edizione. Ma il capolavoro della cessione allo Stato via Cdp non finisce qui.

L’operazione da 8,2 miliardi del prezzo di vendita, con un guadagno secco di 5,3 miliardi per il venditore, si accompagna a un deconsolidamento del debito in capo ad Aspi per 8,67 miliardi. E così tra incasso dalla cessione e debiti lasciati all’acquirente, la manovra totale per Atlantia vale oltre 16 miliardi. Un colpo da maestro dato che l’uscita onerosa per lo Stato da Autostrade ha migliorato e molto i conti della stessa Atlantia. Soprattutto sul fronte patrimoniale.

D’incanto Atlantia si ritrova ora, dopo la cessione, con un debito finanziario netto sceso da 35 miliardi di euro di fine del 2021 a soli 19 miliardi a giugno del 2022 e con un patrimonio netto del gruppo salito da 8,1 miliardi a 13,7 miliardi. Una sforbiciata secca al debito e i proventi dalla cessione che fanno salire il patrimonio riportando Atlantia a una situazione finanziaria più che ottimale. Il tutto grazie alla vendita di Autostrade. Due piccioni con una fava. 

I Benetton si sono liberati, con lauta plusvalenza del peccato mortale del crollo del Ponte e con il debito ceduto hanno messo a posto la situazione finanziaria di Atlantia. Se non è genio questo, cos’è. A fronte di questi numeri pare indubbio che lo Stato esca più che perdente dalla partita con i Benetton. 

Che di fatto con l’incasso della plusvalenza è come se anche senza Autostrade hanno garantito alla “loro” Atlantia un monte utili in un colpo solo pari ad almeno 7-8 annualità di profitti di Autostrade. Aspi ha infatti chiuso il 2021 con utili netti per poco più di 700 milioni.

Ma i conti finali dell’avventura poco più che ventennale dei Benetton alla guida delle Autostrade non sono finiti qui. La gestione di Aspi ha portato dal 2000 al 2020 nelle casse di Atlantia dividendi complessivi per 9 miliardi (di fatto oltre il 90% dei profitti sono finiti in cedole agli azionisti). 

La famiglia Benetton ne ha beneficiato per 2,7 miliardi. Cui ora si aggiunge pro- quota la ricca plusvalenza che comporta per Edizione un guadagno secco di oltre 1,5 miliardi. E dulcis in fondo c’è anche la plusvalenza da 723 milioni realizzata nel 2017 dalla vendita del 12% di Aspi ai fondi di Allianz e Silk road fund. Altri 200 milioni pro-quota Benetton.

E così mal contati i guadagni netti della dinastia Benetton come azionisti forti di Autostrade ammontano in 20 anni a circa 4,4 miliardi di euro. Sono oltre 200 milioni l’anno ogni anno che è trascorso dal 2000 e puliti, puliti e senza troppo fatica dato che la rendita era assicurata dal monopolio autostradale.

Si dirà che hanno pagato un prezzo per acquisire l’infrastruttura. In realtà esborso di capitale è stato pari a zero. L’acquisto è avvenuto a debito, poi scaricato proprio su Autostrade. E quanto al capitale i Benetton hanno messo 1,3 miliardi di tasca loro e poi ripagati da subito con un maxi-dividendo da 1,4 miliardi. La beffa finale è dello Stato.

Incassò dalla privatizzazione di Autostrade 6,5 miliardi di euro dell’epoca che oggi a valori correnti varrebbero 9,3 miliardi. Guarda caso cifra analoga a quanto è stata valutata Aspi nella cessione. Pari e patta. Dopo ben 20 anni lo Stato ha restituito ai Benetton tutto quello che aveva incassato 20 anni prima dalla vendita. Un gioco a somma zero, mentre i Benetton hanno lucrato dall’intera vicenda quasi 5 miliardi. Se non è un regalo questo.

Gaia Terzulli per open.online il 9 agosto 2022.

Gli ex manager di Autostrade per l’Italia provarono a truffare lo Stato, dopo averlo frodato, cercando di farsi rimborsare dal ministero delle Infrastrutture costi per migliorie in realtà mai realizzate. È uno dei dettagli emersi nell’avviso di fissazione dell’udienza stralcio per decidere quali intercettazioni usare nell’inchiesta per le barriere fonoassorbenti pericolose, i falsi report sui viadotti autostradali e le gallerie non a norma.

Sono 56 le persone indagate, a vario titolo, di falso, frode, tentata truffa, attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo. I pm Walter Cotugno e Stefano Puppo contestano la tentata truffa all’ex amministratore delegato Giovanni Castellucci, agli ex numeri due e tre Paolo Berti e Michele Donferri Mitelli e a Stefano Marigliani, ex direttore di tronco. Secondo i magistrati, i quattro comunicavano di avere realizzato interventi migliorativi delle barriere apposte sulla rete autostradale, senza averli realmente mai realizzati. In questa maniera avrebbero indotto in errore il personale del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sul rimborso dei costi sostenuti per tali interventi, procurandosi un ingiusto profitto. 

Le accuse sui falsi report e sui lavori mai eseguiti

Dopo il crollo del ponte Morandi il 14 agosto 2018, a seguito del quale persero la vita 43 persone, era stata avviata un’indagine sulle cause del disastro e quindi sui falsi report di collaudo e manutenzione di quasi tutta la rete autostradale. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, i tecnici di Spea, la società di Atlantia che opera nel settore dell’ingegneria e delle infrastrutture, ammorbidivano i rapporti sullo stato dei ponti per evitare di eseguire i lavori. 

Era stato scoperto, inoltre, che le barriere fonoassorbenti montate su alcuni tratti autostradali erano difettose e si erano staccate causando problemi agli automobilisti. Uno degli indagati aveva anche detto al telefono che erano «attaccate con il Vinavil». A un anno di distanza, il 30 dicembre 2019, era crollata una parte della volta della galleria Bertè, sulla A26. Si erano staccate quasi due tonnellate di cemento che per fortuna non avevano colpito nessuna auto.

Prima del crollo, la Commissione permanente delle Galleria aveva imposto ad Autostrade per l’Italia la chiusura dei tunnel a rischio. Disposizione disattesa fino al 2020. Non solo. La procura scoprì che le opere di mantenimento delle funzionalità delle gallerie non erano state fatte, così come le dovute ispezioni. 

Le accuse all’ex direttore di tronco Mirko Nanni

Motivi per i quali l’ex direttore del primo tronco autostradale, Mirko Nanni, risulta indagato per omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, inadempimento di contratto di pubbliche forniture. Le accuse sono contenute nell’avviso di fissazione di udienza stralcio per la selezione delle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta sulle barriere anti-rumore pericolose, sui falsi report sui viadotti e sulle mancate ispezioni alle gallerie. L’udienza è fissata per il 20 ottobre.

Giorgio Meletti per “Domani” il 9 agosto 2022.

A quattro anni dal crollo del ponte Morandi di Genova (14 agosto 2018, 43 morti), mentre muove i primi passi il maxi processo con 59 imputati che impiegherà anni ad attribuire le responsabilità penali, c’è una sola certezza: la famiglia Benetton, azionista di controllo della holding Atlantia e quindi di Autostrade per l’Italia (Aspi), non ha subìto alcun danno patrimoniale da quella tragedia. Anzi, ci ha guadagnato. 

Il giorno del crollo, il titolo Atlantia valeva in Borsa 25 euro. Oggi ne vale 23. Certo, 23 è meno di 25. Però considerate che nel frattempo c’è stata la pandemia, che ha pesato sulle concessioni autostradali con il crollo del traffico, soprattutto nel 2020. E adesso c’è la guerra in Ucraina che sta terremotando le borse di tutto il mondo. E sono proprio i numeri della Borsa a dirci quanto è andata bene ai Benetton.

Il 9 marzo 2020, quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciò il lockdown. È stato il punto più basso della Borsa italiana. Ed è stato particolarmente basso per Atlantia visto che, al facilmente prevedibile crollo del traffico autostradale per il lockdown, si sommava il timore dei mercati per i bellicosi propositi di Conte: l’avvocato del popolo continuava a minacciare la revoca della concessione autostradale di Aspi come naturale sanzione per non aver prevenuto il crollo del Morandi. 

Ebbene, da quel 9 marzo 2020 a oggi l’indice Ftse Mib, che misura l’andamento generale della Borsa di Milano, è cresciuto di circa il tre per cento. Il titolo Atlantia invece è salito di circa il 40 per cento. 

Una performance che nessuna grande società italiana ha realizzato nello stesso periodo, neppure, tanto per dire, la Essilor Luxottica di Leonardo Del Vecchio, impresa di successo per antonomasia. Insomma, non sono bastate la pandemia e la guerra a frenare l’entusiasmo dei mercati finanziari per i regali che il governo italiano ha fatto ad Atlantia per punirla.

È questo il miracolo, il fenomeno soprannaturale che ha trasformato la realistica prospettiva di un disastro finanziario nel consolidamento della ricchezza dei Benetton: la tragedia del Morandi è stata gestita dalla classe dirigente italiana (politici e alti burocrati) con un impasto di insipienza e malafede. 

Spetterà a storici e filosofi risolvere un enigma che non è alla portata degli economisti: è la diffusa insipienza di una classe dirigente in declino ad aprire prima varchi e poi intere praterie alla malafede, o è la malafede il motore immobile che sprigiona un’insipienza solo simulata?

Una cosa è certa. La responsabilità di quello che si configura come uno dei più gravi scandali della storia repubblicana va divisa equamente tra i tre governi che si sono succeduti in questi quattro anni: Conte I, Conte II e Draghi. 

Con quella sostanziale continuità d’azione ben descritta da Luciano Canfora (La democrazia dei signori, Laterza) con il concetto di “superpartito”, «risultante dalla riduzione delle formazioni politiche, malconce e impegnate in esercitazioni verbali, al ruolo – al di là dei necessari battibecchi – di comparse». 

Il risultato è il seguente: con una serie di mosse abbastanza stralunate i governi Conte e Draghi hanno tolto le conseguenze del crollo dal groppone dei Benetton e dei loro soci per traslarlo sulle spalle degli utenti delle autostrade, che lo pagheranno a suon di pedaggi per i prossimi decenni. 

Prima però un chiarimento è dovuto ai lettori poco avvezzi ai meccanismi del potere finanziario. Perché il valore delle azioni Atlantia è l’unità di misura della sorte toccata ai Benetton dopo il crollo del Morandi?

La dinastia industriale dei Benetton è formata da quattro rami: i due fratelli Giuliana e Luciano, lo storico leader oggi 87enne, e i figli dei due fratelli scomparsi, Carlo e Gilberto. Posseggono in quattro parti uguali le azioni della cosiddetta “cassaforte”, una società chiamata Edizione Holding. Oggi il capo è Alessandro, figlio di Luciano. 

Edizione possiede il 33 per cento delle azioni di Atlantia, cioè la quota che consente loro di controllare la holding che il 14 agosto 2018 possedeva a sua volta l’88 per cento delle azioni di Aspi. 

Quindi i Benetton erano solo indirettamente padroni di Aspi. La gestivano, nominavano i manager e davano loro istruzioni su come massimizzare i profitti sacrificando le manutenzioni o ottenendo dal ministero vigilante, quello delle Infrastrutture, regolari e ingenti aumenti tariffari.

Ma il patrimonio direttamente posseduto erano solo le azioni di Atlantia: la sorte di Aspi li ha sempre e solo riguardati per gli effetti che l’andamento della concessionaria produceva sui conti di Atlantia. Aspi produceva profitti pari al 25 per cento dei ricavi, una redditività che nemmeno Amazon e Google hanno mai raggiunto, e dava sontuosi dividendi alla controllante Atlantia, che a sua volta li girava per il 33 per cento a Edizione e per il resto agli altri azionisti. Il valore in Borsa delle azioni Atlantia rifletteva fino al 2018 la sua capacità di dare certi dividendi grazie, anche se non soprattutto, al possesso di Aspi. 

Quindi i Benetton avevano azioni Atlantia che valevano 25 euro l’una (cioè 6,5 miliardi) quattro anni fa. Oggi hanno azioni Atlantia che valgono 23 euro (sei miliardi), nonostante pandemia, guerra e drammatica crisi economica globale. Ecco perché è questo il dato che risponde alla domanda: quale prezzo hanno pagato i Benetton per il crollo del Morandi? La risposta è: nessun prezzo, anzi ci hanno guadagnato.

Vediamo adesso come tutto ciò sia potuto accadere. All'indomani della tragedia il presidente del Consiglio Conte annunciò in modo deciso l’apertura della procedura di revoca della concessione per grave inadempimento. La mossa appariva quasi ovvia all’opinione pubblica, scossa dalle incredibili immagini di un gioiello dell’ingegneria civile che si accartocciava come un castello di carte. 

Se la concessionaria autostradale non è in grado di garantire la stabilità dei viadotti e lascia che uno dei più importanti, trafficatissimo e monitoratissimo, venga giù trascinandosi dietro 43 vite, forse è meglio toglierla di mezzo. 

È il Movimento 5 stelle la formazione politica più schierata sulla revoca. Dice il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio: «Noi andiamo avanti, i Benetton non ci fanno paura, la revoca della concessione è un dovere non solo politico ma morale». Tutti gli altri partiti sono più prudenti. Ma soprattutto è Atlantia a rispondere a muso duro al governo, decisa a difendere fino in fondo, in punta di diritto, i suoi diritti patrimoniali.

Solo il processo penale dirà di chi è la responsabilità del crollo, argomentano i legali dei Benetton, e la revoca prima del pronunciamento della Cassazione metterebbe a repentaglio non solo la sopravvivenza di Atlantia ma anche la stabilità degli stessi mercati finanziari italiani. 

C’è del vero in questo ragionamento. Una stima di Mediobanca dice che la revoca darebbe luogo a un contenzioso legale che potrebbe costare allo Stato 10-11 miliardi di risarcimento. Ma soprattutto Atlantia è una holding con molti debiti per i quali i flussi di cassa provenienti da Aspi sono un pilastro fondamentale, senza il quale c’è un rischio di default che potrebbe avere le stesse dimensioni di quello della Parmalat di Calisto Tanzi (2004).

Non solo un simile terremoto esporrebbe il mercato finanziario italiano al rischio di attacchi speculativi e alla fuga dei capitali stranieri, ma in prima battuta ci sarebbe da fronteggiare la rabbia degli altri azionisti di Atlantia, in gran parte importanti fondi d’investimento internazionali che hanno messo i loro soldi in una gallina dalle uova d’oro e non vogliono perdere l’investimento per una decisione politica che raffigurano come un esproprio.

Su questo nodo, oggettivamente complicato, la politica italiana dà il peggio di sé. Dopo un anno di schermaglie e chiacchiere, la partita entra nel vivo a settembre 2019, quando, dopo il suicidio politico di Matteo Salvini al Papeete, si insedia il Conte II e alle Infrastrutture la pd Paola De Micheli prende il posto del M5s Danilo Toninelli. La musica cambia.

Alla inconcludenza di Toninelli si sostituisce il pragmatismo di De Micheli che abilmente comincia a rinculare facendo finta di avanzare. La ministra piddina si conquista sul campo i galloni di capo del partito pro Benetton, silenziosamente spalleggiata dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Conte subisce. 

Inizia una estenuante trattativa. Il governo chiede in sostanza ai Benetton di evitare lo scontro sulla revoca della concessione punendosi da soli, cioè offrendo allo stato una soluzione transattiva in cui Atlantia assume impegni onerosi per ottenere il perdono. Si parla di un risarcimento miliardario, per esempio, o dell’impegno di investire parecchi soldi in manutenzioni straordinarie sacrificando i profitti. Ma i Benetton capiscono che la linea dura di Conte non è supportata dai ministri del settore e, girando intorno al problema, prendono tempo. Conte annaspa.

A febbraio 2020 sbotta: «I Benetton ci stanno prendendo in giro da un anno», e minaccia di dare il via alla revoca se non arriva in tempi rapidi una proposta seria da parte di Atlantia. Nessuno si spaventa e subito dopo arriva la pandemia e il lockdown del 9 marzo. Preso da urgenze superiori Conte sostanzialmente molla la presa e De Micheli e Gualtieri apparecchiano lo storico accordo del 15 luglio 2020, che in futuro, per la sua evidente assurdità, meriterà di essere studiato sia nei corsi di diritto amministrativo che in quelli di filosofia teoretica.

Il comunicato di palazzo Chigi spiega alle otto di quella mattina, dopo una nottata di riunioni e trattative, che di fatto è stata accettata la proposta di Atlantia come base per la definizione transattiva della procedura «per grave inadempimento». Ed elenca i sacrifici offerti: «Misure compensative a esclusivo carico di Aspi per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro; rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario; aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario; rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art); accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’Art con una significativa moderazione della dinamica tariffaria». Atlantia dunque assume in nome e per conto della sua controllata Aspi una serie di gravosi impegni.

Ma in coda al comunicato c’è la sorpresa. Qualche genio pentastellato ha pensato bene che se non si riesce a fare la revoca si possono ben punire i Benetton togliendogli comunque Aspi nella maniera più semplice, comprandogliela: «In vista della realizzazione di un rilevantissimo piano di manutenzione e investimenti, contenuto nella stessa proposta transattiva, Atlantia e Aspi si sono impegnate a garantire: l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti). Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88 per cento, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento». 

Atlantia venderà Aspi a Cdp a un prezzo da concordare e Conte affida la trattativa a De Micheli e Gualtieri. L’accordo viene salutato con manifestazioni di giubilo. «Abbiamo cacciato i Benetton!» è il grido di battaglia. De Micheli dichiara solenne: «La famiglia Benetton non sarà più socia di Aspi». Di Maio gongola: «Era il nostro principale obiettivo. E ce l’abbiamo fatta».

Si unisce al coro unanime anche il numero uno della Cgil Maurizio Landini: «Abbiamo sempre immaginato che era meglio trovare un’intesa che avesse un elemento di qualità dal punto di vista delle politiche industriali e che salvaguardasse i livelli occupazionali». I trionfanti non si accorgono, o fingono di non accorgersi (insipienza o malafede?) che la Borsa saluta la punizione dei Benetton con un rialzo del titolo Atlantia del venti per cento.

C’è una cosa che non torna, talmente evidente che anche un bambino di sei anni la capirebbe al volo. Se il proprietario di Aspi si impegna a caricarla di impegni e oneri (3,5 miliardi di spesa, più questo, più quello e più quell’altro) e subito dopo la vende allo stato che si compra anche oneri e impegni, chi fa il sacrificio? La Borsa risponde in modo netto: i Benetton l’hanno fatta franca. Le azioni Atlantia volano. 

Ma non è finita qui. Un’ipotesi ragionevole era che Cdp sottoscrivesse un aumento di capitale di Aspi fino a raggiungere una quota di controllo. Funziona così: se Aspi vale, ipotizziamo, 8 miliardi, Cdp poteva conferire otto miliardi più un euro di nuovo capitale. Il valore di Aspi diventava 16 miliardi e un euro, e lo stato attraverso Cdp ne diventava primo azionista con il 50 virgola qualcosa per cento. Gli otto miliardi anziché finire in tasca a Benetton e soci sarebbero entrati nelle casse di Aspi e avrebbero finanziato investimenti sulle autostrade. 

Ma qui scatta il problema: raddoppiando il capitale da remunerare da otto a 16 miliardi si sarebbe automaticamente dimezzata la redditività, dovendo spartire tra due azioni i profitti che prima andavano a una sola azione.

In pratica il valore delle azioni Aspi in mano ad Atlantia, che si misura sulla capacità di produrre dividendi, si sarebbe dimezzato, da otto a quattro miliardi. Per questo Atlantia non transige, vuole vendere e vendere a prezzo pieno, perché poi sennò chi glielo dice ai fondi internazionali? 

Ma che cosa significa a prezzo pieno? Il valore di una concessionaria autostradale dipende dalle regole fissate dal ministero delle Infrastrutture sulla evoluzione delle tariffe e sugli investimenti da fare. Se il governo concede una dinamica tariffaria più spinta Aspi farà più profitti, quindi varrà di più. 

Se lo stato impone ad Aspi di fare investimenti massicci per rimettere in sesto le autostrade trascurate per anni (per loro stessa ammissione), la società farà meno profitti e varrà di meno.

Gli alacri dirigenti del ministero di De Micheli si mettono dunque al lavoro e confezionano un nuovo Pef (piano economico finanziario) che concede ad Aspi un aumento di tariffe dell’1,7 per cento all’anno che nel 2038, a fine concessione, sommerà un aumento del 20 per cento. Quindi gli investimenti, anche i famosi 3,5 miliardi promessi dai Benetton per farsi perdonare, li pagheranno automobilisti e autotrasportatori. 

Il Pef viene esaminato dall’Autorità dei trasporti che, un po’ scandalizzata, rileva come un aumento annuo dello 0,8 per cento, meno della metà di quello concesso, basterebbe e avanzerebbe. Ma il parere è solo consultivo e rimane inascoltato.

Si procede a tappe forzate verso l’acquisto di Aspi che viene concluso dal governo Draghi. Il quale, eseguendo senza fiatare il canovaccio ereditato da Conte, De Micheli e Gualtieri, a ottobre 2021 definisce la transazione che chiude la procedura per la revoca con una motivazione lunare: «L'accordo recepisce integralmente le condizioni definite in occasione del Consiglio dei ministri del 14 luglio del 2020, che prevedeva alcuni impegni, tra cui l’esecuzione da parte della società di misure per la collettività per 3,4 miliardi di euro e investimenti per 13,6 miliardi sulla rete». 

Solo che qualche mese prima Aspi era stata venduta a Cdp per 8,2 miliardi di euro per cui alla fine, beffardamente, scopriamo che Atlantia ha preso degli impegni che toccherà a Cdp onorare, essendo subentrata nella proprietà di Aspi. 

Facciamo un esempio per essere più chiari. Il signor Bianchi vende la sua auto usata al signor Rossi per diecimila euro. L’auto ha il motore fuso e rifarlo costerà tremila euro, ma il signor Bianchi convince il signor Rossi che l’auto stessa contiene l’impegno a rifarsi il motore nuovo grazie al quale varrà davvero diecimila euro. Il signor Rossi, essendo tonto, paga l’auto diecimila euro senza rendersi conto che adesso l’impegno a spendere tremila euro per rifare il motore grava su di lui. È andata davvero così. E va sottolineato che è avvenuto tutto in modo trasparente, alla luce del sole, come dimostra il finale rutilante.

Atlantia, incassati gli 8,2 miliardi di euro, diventa appetibilissima, e i Benetton temono che arrivi un’offerta pubblica di acquisto dall’estero che gli scippi il malloppo. Così lanciano a loro volta un’Opa su tutte le azioni Atlantia, che alla fine dell’operazione uscirà dalla Borsa. Notate bene, il governo aveva messo negli accordi che i soldi versati ad Atlantia per comprarle Aspi non dovevano finire in dividendi. 

Accadrà di peggio: verranno investiti sulle autostrade francesi e spagnole. Il particolare incredibile è che l’Opa i Benetton la lanciano insieme al fondo Blackstone, lo stesso che ha affiancato Cdp nell’acquisto di Aspi pagandola a prezzo pieno. 

Quindi Blackstone, offrendo con i Benetton 23 euro per le azioni Atlantia, certifica che Atlantia ha fatto un affare d’oro vendendogli Aspi a quel prezzo. Ma anche Cdp e Blackstone hanno fatto un buon affare, perché, grazie al Pef che gli ha apparecchiato De Micheli, hanno comprato da Atlantia al giusto prezzo il diritto legale di spolpare gli automobilisti per i prossimi decenni.

Pagheranno tutto loro, anche i ristori per i mancati incassi dovuti al Covid: al ministero delle Infrastrutture sono riusciti a fare una regola secondo la quale i minori ricavi del 2020 rispetto al 2019 (centinaia di milioni di euro) verranno recuperati con aumenti tariffari nei prossimi anni. Quindi nei prossimi anni gli automobilisti dovranno pagare ad Aspi i pedaggi che non hanno pagato durante il lockdown, quando dovevano stare chiusi in casa. 

E non potranno neppure maledire i Benetton, perché d’ora in poi a rapinarli sarà la Cassa depositi e prestiti, cioè lo stato. E dovrà rapinarli per recuperare gli otto miliardi regalati ai Benetton per punirli di aver fatto crollare il Morandi. Soldi con i quali di fatto lo stato italiano finanzierà investimenti sulle autostrade francesi e spagnole: quelli sulle autostrade italiane li pagheranno gli automobilisti. Questo è il capolavoro che politici e burocrati italiani sono riusciti a realizzare sulla pelle dei 43 morti di Genova. 

Paolo Del Debbio per “La Verità” il 9 luglio 2022.

Ci sono delle coincidenze che, purtroppo per chi le subisce, fanno vedere la disparità di trattamento che chi ci governa, a seconda delle convenienze, adopera nei confronti dei diversi soggetti. Due giorni fa, mentre iniziava il maxi processo ai Benetton per quel troiaio che avevano combinato e che aveva portato alla tragedia del Ponte Morandi, e mentre il governo arranca per trovare una giustificazione al maxi ristoro, al di fuori di ogni regola, che è stato concesso ai Benetton stessi - come se i 43 morti del Ponte Morandi non fossero esistiti - ebbene, il governo revoca la concessione detenuta dal gruppo Toto, cioè l'Autostrada dei parchi, la A24 e la A25, che collega Roma a Teramo passando per l'Aquila, e come giustificazione la presidenza del Consiglio scrive qualcosa che noi ci saremmo vergognati di scrivere anche nella sceneggiatura di un film sul malaffare: «La revoca fa seguito alla mancata definizione del piano economico finanziario e alla contestazione di gravi inadempimenti mossa al concessionario da parte del governo».

La gestione passa all'Anas, così possiamo dormire sonni tranquilli, e il blocco della concessione, detto chiaro, riguarda le difficoltà da parte del gruppo di far fronte alle esigenze di manutenzione del tratto in questione. Cioè, a uso di noi poveri cittadini mortali e nel caso di chi scrive dotati di una intelligenza media, nel giorno in cui comincia il processo a un gruppo che è responsabile di gravissime inadempienze manutentive del Ponte Morandi e del quale gruppo il governo Conte, unitamente all'indimenticabile ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che abbandonò i toninelli, per usare insieme a Giuseppi, i toninoni e annunciando che dei Benetton in Italia non si sarebbe neanche più vista l'ombra, né quella di giorno causata dal sole, né quella di notte nelle nottate di luna piena nelle quali alcuni lupi concessionari di concessioni si aggirano sulle autostrade in cerca delle loro prede preferite ai caselli autostradali: i poveri utenti viaggiatori ai quali come vampiri succhiano il sangue dei pedaggi aumentandone la dose di anno in anno.

E meno male che gli doveva essere revocata la concessone alla famiglia Benetton invece, mentre in un batter d'occhio il Consiglio dei ministri ha passato la concessione dai Toto all'Anas, ai Benetton non solo non è stata tolta la concessione come annunciato coi predetti toninoni, ma gli abbiamo anche dato una decina di miliardi un po' per riacquistare le quote, un po' lasciandogli riscuotere tranquillamente i pedaggi e poi dandogli anche un miliardino di euro - mica male - per risarcirli al di là di ogni regola. 

Il problema è stato sollevato in Parlamento ma, prima ancora, ad aprile scorso da La Verità per tre giorni di seguito. Ricordiamo ai lettori che la soglia minima prevista dal decreto Ristori era di una perdita del fatturato del 33%, ebbene, i Benetton hanno perso nel 2020 il 26,2% e nel 2021 il 7,4%. Nonostante questo, il mirabile governo ha deciso di ristorare i Benetton integralmente.

Dunque la sequenza horror - Alfred Hitchcock al confronto di questi è uno scrittore di sceneggiature rosa - è la seguente: mancata volontaria manutenzione di un ponte del quale si conoscevano le fragilità e i rischi cui erano sottoposte le sue strutture - basta riascoltare o rileggersi le intercettazioni tra i dirigenti del gruppo che sostanzialmente erano coscienti della situazione, ma l'azienda preferì ridurre gi investimenti a favore di maggiori utili - crollo del Ponte Morandi con 43 vittime e problemi enormi alla viabilità e alla vita della città di Genova e della Liguria in generale, nessuna revoca della concessione ai Benetton, elargizione di denaro pubblico alla famiglia stessa con grande benevolenza e magnanimità. Vedete nella parola magnanimità le prime due sillabe formano la terza persona indicativa del verbo magnare: magna, da cui il modo di dire «è tutto un magna magna».

Dunque, quando ci fu da revocare la concessione ai Benetton si disse che si sarebbe fatto, ma poi nulla si fece portando ogni volta una motivazione diversa: difficoltà procedurali, impedimenti legali, questioni giuridiche complesse, e via cantando. Ora ci facciamo una domanda: come si saranno sentiti quelli che sono tutt' ora al governo e che hanno approvato la revoca delle concessioni a Toto non avendo fatto nulla nel caso dei Benetton? Alcuni ministri hanno esultato ribadendo che così si riequilibra il rapporto tra Stato e privati, tra Stato e mercato.

Ma perché solo per i Toto? Forse i Benetton sono più belli? Più gentili? Forse qualcuno pensa, nell'ignoranza generale, che dato il loro cognome siano un gruppo multinazionale estero in quanto non hanno la vocale finale e quindi siano degni di maggiore rispetto? Forse che i Benetton dalle parti di Roma hanno più amici della famiglia Toto? Secondo voi se il processo Benetton decretasse responsabilità penali che riguardano la dirigenza e la proprietà del gruppo tutti questi miliardi, o anche solo quelli dei ristori, tornerebbero indietro o torneranno indietro?

Contiamo di campare a sufficienza per occuparci della materia ma, senza essere il mago Otelma, abbiamo già una risposta piuttosto precisa e secca in testa e la secchezza non dipende dalla tragedia della siccità ma da un po' di conoscenza di come vanno le cose in Italia dove le serie A, B, C e Z non ci sono solo nel calcio ma anche in chi ha rapporti col governo. Chi scrive non sa nulla della famiglia Toto, né conosce alcuno dei loro appartenenti o manager, ma la disparità di trattamento se uno in questo caso non la vede ha bisogno di una visita oculistica molto urgente.

Ponte Morandi, chiesto processo per Castellucci e società Autostrade. Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 16 febbraio 2022.

I pm:: rinvio a giudizio per 59 imputati. Per l’indagine tragedia determinata dalla cattiva manutenzione della struttura e per garantire maggiori guadagni agli azionisti.

«Anche un pensionato si sarebbe accorto, semplicemente osservandolo, che il ponte Morandi aveva problemi. E che il processo di corrosione, evidente, non sarebbe potuto arrestarsi da solo». Era iniziata così, con un duro e sarcastico prologo, la ricostruzione dei pm di Genova che li ha portati ieri a ribadire, dopo 60 ore di discussione, la loro richiesta: processo per i 59 imputati e per le due società del gruppo Benetton coinvolte, Autostrade per l’Italia e Spea, cioè il concessionario che aveva in gestione il viadotto e la controllata che doveva monitorarlo. Davanti al giudice per l’udienza preliminare la procura ha integralmente confermato le accuse nei confronti dei manager e dei tecnici di Aspi e Spea e dei funzionari e dirigenti del Ministero delle Infrastrutture che avrebbero dovuto vigilare sull’opera crollata il 14 agosto 2018 provocando 43 vittime. 

«Il Morandi era una bomba a orologeria. Si sentiva il tic tac ma non si sapeva quando sarebbe esplosa», ha detto il pm che l’ha sintetizzata così: il ponte è collassato perché era malandato ed era malandato perché le manutenzioni sono state inadeguate. Il primo elemento a cedere è stato uno strallo, quello della pila 9, che ha innescato la caduta dell’intera struttura nel giro di 14 secondi. Secondo i pm Massimo Terrile e Walter Cotugno sarebbero stati ignorati i segnali di malessere. «C’era un diffuso stato di corrosione delle armature, questa è la prima causa del disastro, altro che imprevedibile difetto progettuale». Una malattia mai curata. La ragione per cui non si sarebbero fatte i necessari interventi è stata individuata nella politica aziendale, orientata secondo l’accusa alla massimizzazione dei profitti e al risparmio sui costi di manutenzione.

«Dice che i Benetton volevano solo dividendi, dividendi, dividendi. Dice che si è trovato così a gestire questa situazione...», spiega al telefono un top manager intercettato parlando di Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato di Aspi, oggi primo imputato. «Un padre padrone dentro Autostrade— l’hanno definito i pm — Si occupava nel dettaglio di tutto, anche della sicurezza del viadotto Polcevera». Gli avvocati di Castellucci, Guido Alleva e Giovanni Paolo Accinni, non ci stanno: «La scelta dei pm appare scontata dopo la ricostruzione andata in scena che è basata su mere suggestioni non suffragate da fatti. Avremo modo di dimostrarlo intervenendo, per fortuna ormai a breve, in aula». La parola ora passa ai legali delle parti civili. Da lunedì sarà la volta delle difese. Tra fine marzo e inizio aprile il gup dovrebbe decidere chi mandare a processo. La procura ha chiesto anche il dissequestro dei reperti in modo da consentire al Comune di proseguire i lavori per il parco della Memoria, luogo simbolo in ricordo delle vittime.

Ponte Morandi, il pugno duro dei pm: "Processo per Castellucci e altri 58". Redazione il 17 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Chiesto il rinvio a giudizio per gli ex vertici di Aspi, Spea e per i dirigenti delle Infrastrutture e del Provveditorato.

Dopo undici udienze, in cui sono state dettagliate tutte le accuse, i pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno hanno chiesto il rinvio a giudizio per l'ex amministratore delegato di Aspi e Atlantia Giovanni Castellucci e altri 58 imputati, oltre alle due società Aspi e Spea, nell'ambito dell'udienza preliminare per il crollo del ponte Morandi.

Il viadotto aveva il 14 agosto del 2018 all'ora di pranzo, uccidendo 43 persone, quasi tutti automobilisti e due dipendenti di Amiu che stavano lavorando sotto. I pm hanno anche chiesto il dissequestro dei reperti in modo da consentire al Comune di proseguire con i lavori per il parco della Memoria, il luogo progettato dall'architetto Stefano Boeri, per ricordare le vittime.

Due giorni fa in aula il sostituto procuratore Walter Cotugno, mostrando il video del crollo, aveva parlato del Morandi come di una bomba ad orologeria. Per gli investigatori il viadotto cedette per le mancate manutenzioni, rinviate nel corso degli anni. Secondo il pm, infatti, tutti sapevano che il ponte era malato ma nessuno fece nulla per ridurre i costi, in modo da garantire maggiori dividendi ai soci. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, disastro colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo doloso, rimozione dolosa di dispositivi di sicurezza, falso, omissione d'atti d'ufficio.

Gli imputati sono gli ex vertici di Aspi e Spea (la società che si occupava delle manutenzioni), i dirigenti del ministero delle Infrastrutture e del Provveditorato che non controllarono la società e lo stato delle opere. Oggi inizieranno a parlare i legali delle parti civili e dei responsabili civili. Lunedì, poi, comincerà la discussione dei difensori degli imputati che dovrebbero andare avanti per una decina di udienze.

Se non ci saranno cambiamenti il gup Paola Faggioni potrebbe decidere il rinvio a giudizio già a fine marzo e il processo potrebbe iniziare prima dell'estate. Rimane il nodo dei reperti del ponte. Qualora fosse accolta in toto la richiesta della Procura, verrebbero ridati al commissario Bucci e smaltiti, quindi scomparirebbero per sempre. Un'ipotesi contro la quale si erano opposti gli avvocati degli indagati. Chiedono che vengano conservati, magari trasferendoli altrove e procedendo semmai a una selezione attraverso un nuovo incidente probatorio. «In questi giorni, tre anni fa, assistevamo all'inizio della demolizione di Ponte Morandi - sottolinea il sindaco di Genova, Marco Bussi, commissario per la ricostruzione fino a ottobre 2022 -. Una prima parte di impalcato veniva tagliata con la corda diamantata per essere trasportata a terra con l'utilizzo degli strand jack. Un'operazione delicata, che avrebbe dato il via a tutta una serie di lavori, eseguiti in parallelo, che ci hanno portato all'inaugurazione di Ponte San Giorgio, il 3 agosto 2021. È una storia che non dobbiamo dimenticare, che ci insegna anche che, quando ci si rimbocca le maniche tutti insieme per arrivare allo stesso obiettivo, i risultati arrivano».

Alessandro Benetton, il mea culpa: «La vicenda del Ponte Morandi peserà sempre». Sui social: «Avremmo dovuto chiedere scusa subito. Gli errori sono stati fatti prima della tragedia quando si è scelto di dare troppe deleghe alle persone sbagliate». Gianni Favero su Il Corriere della Sera il 14 Gennaio 2022.

«Sono stati fatti degli errori, alcuni molto gravi e non sto parlando del ponte Morandi. Quella è una tragica conseguenza che peserà per sempre. Gli errori sono stati fatti prima, quando si è scelto di dare troppe deleghe alle persone sbagliate». È Alessandro Benetton che parla in un video affidato ai social, a ventiquattr’ore dalla sua designazione alla presidenza di Edizione Spa. La guglia più alta della cattedrale che contiene il patrimonio, la storia, l’intera nervatura della dinastia di Ponzano Veneto e nella quale ora i quattro rami di discendenza paiono più che mai compatti.

L’ora della discontinuità

Salotto di casa, ingresso da fuori campo, jeans e camicia casual. Sguardo diretto alternato a profilo sinistro. Sequenze montate e limate non perfettamente, forse ad arte, per allinearsi agli youtuber semiprofessionali che mirano più alla sostanza che alla tecnica. È l’ora della discontinuità. «Anche questo video, ragazzi (dice proprio così, all’universo mondo che lo ascolta, a quelli in giacca grigia e cravatta come a chiunque sia iscritto ai suoi canali) è segno di un primo cambiamento. Per tanti in Italia è assurdo che il presidente di un gruppo di queste proporzioni faccia video per YouTube o Instagram, ed è ancora più inusuale che li usi per annunci istituzionali. Però è sempre stato il mio modo di comunicare. Fino ad ora non ho voluto rilasciare interviste, perché volevo che voi foste i primi a sentirmi parlare di questa cosa, come sempre, diretto e semplice».

«Dov’ero prima di oggi»

E dirette e semplici sono quelle che, riferite a personaggi del passato, oggi si direbbero picconate. «Dov’ero prima di oggi? Lo sapete, il mio lavoro è un altro: mi occupo da 30 anni di 21 Invest. Quelli tra voi che mi seguono da più tempo, tra l’altro, sanno quanto io fossi contrario ad alcune cose rispetto al business di famiglia, tanto – ci tiene a ricordare - da dare anche le dimissioni da presidente della Benetton, dopo un breve periodo di carica». Fra i dissensi con padre e zii, si può ipotizzare, c’era l’ordine di importanza delle cose. Nel descrivere brevemente in apertura cosa sia Edizione, infatti, l’elenco degli asset già lascia filtrare molto. La holding, dice, è attiva «nell’abbigliamento, nelle infrastrutture digitali e nei trasporti, nel settore immobiliare ed agricolo e nella ristorazione». Moda, dunque, ma con le reti immateriali prima di quelle stradali, dei palazzi e delle tenute, a Maccarese o in Patagonia. Area del mondo che richiama i conflitti con i Mapuche, uno dei motivi per i quali «il cognome Benetton in questo periodo a tanti non piace. Ma oggi, nominato presidente, ho visto un’occasione di discontinuità per reinterpretare l’approccio industriale che ci ha caratterizzato come famiglia nel tempo».

«Non voglio stare in panchina»

Non voglio stare in panchina, va avanti Alessandro, 57 anni ben portati, e «ovviamente non sarò solo. Lo farò con i miei cugini e con manager qualificati, uniti punteremo sui giovani, sul lavoro di squadra, sull’innovazione e sulla sostenibilità». «Un primo passo per riscoprire e ritrovare quel carattere innovativo e all’avanguardia che sempre aveva caratterizzato Edizione». Cioè i Benetton delle origini, prima delle incrostazioni in troppi affari, con mille soci in cento campi disomogenei. Il clima pare quello di elegante provocazione, di buone maniere ma sulla soglia dell’irriverenza, con cui il padre, Luciano, nel 1993, si fece fotografare in vesti adamitiche da Oliviero Toscani. Il vento di Ponzano della fine del secolo scorso, quello delle cose scomode da dire e da mostrare, il bacio fra prete e suora, i disabili ritratti senza veli, le campagne pubblicitarie trasversali a generi e razze.

Il ponte di Genova

La consapevolezza di saper rispondere, senza intermediari e con linguaggio originale, a domande difficili, come quella, inevitabile, arrivata poco dopo su Instagram in cui il presidente di Edizione e perciò primo azionista di Atlantia è sollecitato a chiedere scusa per la tragedia di Genova. «È una tragedia che peserà per sempre sulla mia famiglia – è la replica immediata – e le scuse avremmo dovuto chiederle subito, a prescindere dal fatto che Edizione deteneva solo poco più del 30% di Atlantia, nel cui consiglio sedeva un solo Benetton. Io e i miei cugini, oggi, vogliamo rappresentare quella discontinuità che permetta al gruppo di tornare a ragionare e operare come faceva un tempo, ma con una nuova stella polare: quella della sostenibilità, intesa nel concetto ampio del termine, sociale e globale». La conclusione, meditata «da settimane», ammette Alessandro, è firmata da Spider-man. Non un filosofo ma un fumetto. «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Sorriso e via.

Paolo Del Debbio per “La Verità” il 9 luglio 2022.

Ci sono delle coincidenze che, purtroppo per chi le subisce, fanno vedere la disparità di trattamento che chi ci governa, a seconda delle convenienze, adopera nei confronti dei diversi soggetti. Due giorni fa, mentre iniziava il maxi processo ai Benetton per quel troiaio che avevano combinato e che aveva portato alla tragedia del Ponte Morandi, e mentre il governo arranca per trovare una giustificazione al maxi ristoro, al di fuori di ogni regola, che è stato concesso ai Benetton stessi - come se i 43 morti del Ponte Morandi non fossero esistiti - ebbene, il governo revoca la concessione detenuta dal gruppo Toto, cioè l'Autostrada dei parchi, la A24 e la A25, che collega Roma a Teramo passando per l'Aquila, e come giustificazione la presidenza del Consiglio scrive qualcosa che noi ci saremmo vergognati di scrivere anche nella sceneggiatura di un film sul malaffare: «La revoca fa seguito alla mancata definizione del piano economico finanziario e alla contestazione di gravi inadempimenti mossa al concessionario da parte del governo».

La gestione passa all'Anas, così possiamo dormire sonni tranquilli, e il blocco della concessione, detto chiaro, riguarda le difficoltà da parte del gruppo di far fronte alle esigenze di manutenzione del tratto in questione. Cioè, a uso di noi poveri cittadini mortali e nel caso di chi scrive dotati di una intelligenza media, nel giorno in cui comincia il processo a un gruppo che è responsabile di gravissime inadempienze manutentive del Ponte Morandi e del quale gruppo il governo Conte, unitamente all'indimenticabile ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che abbandonò i toninelli, per usare insieme a Giuseppi, i toninoni e annunciando che dei Benetton in Italia non si sarebbe neanche più vista l'ombra, né quella di giorno causata dal sole, né quella di notte nelle nottate di luna piena nelle quali alcuni lupi concessionari di concessioni si aggirano sulle autostrade in cerca delle loro prede preferite ai caselli autostradali: i poveri utenti viaggiatori ai quali come vampiri succhiano il sangue dei pedaggi aumentandone la dose di anno in anno.

E meno male che gli doveva essere revocata la concessone alla famiglia Benetton invece, mentre in un batter d'occhio il Consiglio dei ministri ha passato la concessione dai Toto all'Anas, ai Benetton non solo non è stata tolta la concessione come annunciato coi predetti toninoni, ma gli abbiamo anche dato una decina di miliardi un po' per riacquistare le quote, un po' lasciandogli riscuotere tranquillamente i pedaggi e poi dandogli anche un miliardino di euro - mica male - per risarcirli al di là di ogni regola. 

Il problema è stato sollevato in Parlamento ma, prima ancora, ad aprile scorso da La Verità per tre giorni di seguito. Ricordiamo ai lettori che la soglia minima prevista dal decreto Ristori era di una perdita del fatturato del 33%, ebbene, i Benetton hanno perso nel 2020 il 26,2% e nel 2021 il 7,4%. Nonostante questo, il mirabile governo ha deciso di ristorare i Benetton integralmente.

Dunque la sequenza horror - Alfred Hitchcock al confronto di questi è uno scrittore di sceneggiature rosa - è la seguente: mancata volontaria manutenzione di un ponte del quale si conoscevano le fragilità e i rischi cui erano sottoposte le sue strutture - basta riascoltare o rileggersi le intercettazioni tra i dirigenti del gruppo che sostanzialmente erano coscienti della situazione, ma l'azienda preferì ridurre gi investimenti a favore di maggiori utili - crollo del Ponte Morandi con 43 vittime e problemi enormi alla viabilità e alla vita della città di Genova e della Liguria in generale, nessuna revoca della concessione ai Benetton, elargizione di denaro pubblico alla famiglia stessa con grande benevolenza e magnanimità. Vedete nella parola magnanimità le prime due sillabe formano la terza persona indicativa del verbo magnare: magna, da cui il modo di dire «è tutto un magna magna».

Dunque, quando ci fu da revocare la concessione ai Benetton si disse che si sarebbe fatto, ma poi nulla si fece portando ogni volta una motivazione diversa: difficoltà procedurali, impedimenti legali, questioni giuridiche complesse, e via cantando. Ora ci facciamo una domanda: come si saranno sentiti quelli che sono tutt' ora al governo e che hanno approvato la revoca delle concessioni a Toto non avendo fatto nulla nel caso dei Benetton? Alcuni ministri hanno esultato ribadendo che così si riequilibra il rapporto tra Stato e privati, tra Stato e mercato.

Ma perché solo per i Toto? Forse i Benetton sono più belli? Più gentili? Forse qualcuno pensa, nell'ignoranza generale, che dato il loro cognome siano un gruppo multinazionale estero in quanto non hanno la vocale finale e quindi siano degni di maggiore rispetto? Forse che i Benetton dalle parti di Roma hanno più amici della famiglia Toto? Secondo voi se il processo Benetton decretasse responsabilità penali che riguardano la dirigenza e la proprietà del gruppo tutti questi miliardi, o anche solo quelli dei ristori, tornerebbero indietro o torneranno indietro?

Contiamo di campare a sufficienza per occuparci della materia ma, senza essere il mago Otelma, abbiamo già una risposta piuttosto precisa e secca in testa e la secchezza non dipende dalla tragedia della siccità ma da un po' di conoscenza di come vanno le cose in Italia dove le serie A, B, C e Z non ci sono solo nel calcio ma anche in chi ha rapporti col governo. Chi scrive non sa nulla della famiglia Toto, né conosce alcuno dei loro appartenenti o manager, ma la disparità di trattamento se uno in questo caso non la vede ha bisogno di una visita oculistica molto urgente.

Elisabetta Canalis e lo spot «La mia Liguria»

«Lo spot ha avuto un ascolto medio di 10 milioni di telespettatori, è andato in onda per la prima volta al Festival di Sanremo nell'ambito di una campagna promozionale complessiva del valore di 204 mila euro che andrà avanti tutto l'anno con ulteriori passaggi su più emittenti, comprensiva di registrazione di due spot, testimonial, diritti, due campagne stagionali, ricerca dei personaggi di pubblico rilievo. - sottolinea Toti - È stata individuata come primo testimonial Elisabetta Canalis per un importo complessivo di 100 mila euro. Questi costi parametrati al pubblico che ha visto il Festival di Sanremo valgono lo 0,01% per contatto, una delle campagne pubblicitarie migliori che ricordo nella mia ventennale esperienza nelle tv commerciali».

«La Liguria sceglie un sardo che parla da Los Angeles per promuovere la Liguria e lo paga 100 mila euro - polemizza Sansa - Presidente mi perdoni, ma l'aspetto logico lo colgo solo nella scelta della Canalis di prendersi 100 mila euro». «L'idea di base è che non solo un ligure può apprezzare le bellezze della Liguria, altrimenti avremmo un turismo autarchico. - replica Toti - Siccome Canalis è stata protagonista di un Festival di Sanremo, si tendeva a proporre un'idea dei ricordi che restano parte del proprio bagaglio di esperienze personali in Liguria, anche vivendo ormai lontani dalla nostra Regione».

Dagospia l'1 marzo 2022. Riceviamo e pubblichiamo: Grazie a una nostra interrogazione Giovanni Toti ha dovuto ammettere che i due spot con Elisabetta Canalis sono costati oltre 240mila euro (IVA compresa). 

Ecco le diverse voci:

1. Euro 120mila per il compenso della Canalis

2. Euro 70mila per la produzione dello spot

3. Euro 55mila per "la ricerca del personaggio di pubblico rilievo".

In totale fanno oltre 240mila euro per 60 secondi. Per la cifra record di 4mila euro al secondo per vedere una soubrette sarda che parla di Liguria dalla sua casa di Los Angeles. 

Aggiungiamo una domanda cui Toti non ha risposto: per realizzare i video è stato scelto come "consulente progettuale" Pietro Pisano. Il signor Pisano è addetto stampa dell'ospedale pubblico San Martino e (nessuno pare si sia mai posto la questione di opportunità) del gruppo Montallegro, re della sanità privata ligure e finanziatore della campagna elettorale di Toti.

Domanda: in base a quali criteri l'addetto stampa del nostro maggiore ospedale è stato scelto come consulente per realizzare il video della Canalis? Quanto è stato pagato?

Attendiamo risposte

Ferruccio Sansa, Consigliere regionale della Liguria

(Il presidente e i giornali hanno il dovere di rispondere) 

Giovedì alle 14 dall'aeroporto della Malpensa partirà una spedizione di politici e giornalisti liguri. Destinazione Dubai. Molti di questi giornalisti viaggeranno e saranno ospitati a Dubai con soldi pubblici. Cioè nostri.

Oggi abbiamo presentato due interrogazioni a Toti con le seguenti domande:

1. quanto costerà il viaggio?

2. quali testate giornalistiche viaggeranno a spese del contribuente e quanto costeranno biglietti e pernottamenti?

3. chi è stato invitato a spese nostre oltre ai giornalisti?

4. quanto è costato il Convegno organizzato, insieme con una testata giornalistica locale, per lanciare la presenza ligure a Dubai?

5. quanto è stato speso, aggiungiamo, in pubblicità sulle testate locali per lanciare la presenza della Liguria a Dubai.

Toti non ci ha risposto. Niente. Non una cifra. "Andate a vedervi le delibere", ha detto. Peccato che nelle delibere non ci sia scritto il costo del viaggio, del convegno e quali sono le testate che viaggeranno a spese nostre. 

Noi continueremo in ogni sede e luogo a chiedere che Toti ci risponda.

Intanto, però, chiediamo a tutte le testate e agli organi rappresentativi delle categorie giornalistiche di fornirci i chiarimenti. Le notizie vanno date sempre, anche quando riguardano i giornali e i giornalisti.

Siamo contrari alla spedizione di propaganda a Dubai per due ragioni:

Primo, i soldi pubblici devono essere spesi per la sanità, i trasporti, le scuole, e non per fare pubblicità a Toti. 

Secondo, i giornali, le radio, le tv e i siti internet che ricevono milioni di euro e biglietti aerei da chi comanda rischiano di non essere indipendenti quando parlano di chi ci governa.

Critichereste voi chi vi dà milioni di euro di pubblicità e vi paga il viaggio di cui dovete scrivere? 

Questo non è un attacco nei confronti della stampa. Anzi, è un gesto di passione, un atto di riconoscimento dell'enorme importanza che una libera informazione può avere per i cittadini.

Ma senza LIBERTA' il lavoro di giornalista semplicemente non ha senso. L'INDIPENDENZA è necessaria a un giornalista più del computer con cui scrive, più delle parole che usa. 

Editori, direttori e giornalisti che si interrogano sulla crisi dei giornali dovrebbero domandarsi se il rapporto con i lettori si sia rotto prima di tutto per un problema di CREDIBILITA' e di FIDUCIA. 

E se Toti ogni anno dà milioni di euro a giornali, tv, radio e siti internet, bisogna chiederci se sia giusto che i cittadini abbiano FIDUCIA nella nostra stampa.

Dal profilo Facebook di Ferruccio Sansa l'1 aprile 2022.

Toti non ha voluto dircelo. Nemmeno tv e giornali hanno risposto (come dire, le notizie si scrivono quando riguardano gli altri). Alla fine i costi della gloriosa spedizione a Dubai del Presidente e dei giornalisti al seguito ce li siamo andati a scovare noi: totale 140.370 euro per un viaggio di tre giorni e un convegno. Un record. 

Ma le vere chicche le trovi andando a spulciare tra le singole voci di spesa. Il BIGLIETTO AEREO di Giovanni Toti è costato la bellezza di 4.852 euro! Sì, avete letto bene. Mentre il povero assessore Andrea Benveduti ha speso 982 euro (deve aver viaggiato appeso a un'ala o nel vano bagagli), il mega Presidente Toti ha speso cinque volte tanto. Viene il dubbio che abbia viaggiato in first class, quella che, reclamizza la linea aerea Emirates, ha una spa a bordo.

Le spese spensierate non finiscono qui. Toti si è portato in gita praticamente tutto il suo STAFF: otto persone, per un totale di 23.169 euro per aereo e albergo. Ecco allora il fido Matteo Cozzani - ma che diavolo ci sarà andato a fare a Dubai il capo di gabinetto e sindaco di Portovenere? - e l'altro inseparabile Iacopo Avegno. 

Poi un ufficio stampa degno di Biden: Jessica Nicolini, Federica Costella, Arianna Abbona e Francesca Licata, quella che si occupa soprattutto dei social. Non sia mai che Toti vada a Dubai senza social! 

Gli alberghi sono costati da 982 euro per il povero Benveduti (solo 300 euro a notte, praticamente l'hanno messo in mansarda) ai 1.400 di Toti e ai 1.690 della signora Abbona (più di 560 euro a notte).

E passiamo all'allegra brigata di GIORNALISTI AL SEGUITO. Altri 18.849 euro (9.541 euro di volo e 7.098 di alberghi, più spese per il bus). Due per Primocanale (noblesse oblige), uno per Telenord, uno per SanremoNews, un free lance per conto del Secolo XIX, uno per Riviera 24 e uno per Ivg (gli ultimi due, va detto, sono gli unici che ci avevano risposto per dire che andava). 

Ma non basta: perché Primocanale, oltre ad avere il viaggio pagato, ha ottenuto un contratto da 15mila euro per coprire la spedizione a Dubai. 

La Manzoni spa, che gestisce la pubblicità del gruppo Gedi (Secolo, Stampa e Repubblica) ha ottenuto 30mila euro per pubblicità varie e per l'organizzazione da parte del Secolo XIX di un convegno dedicato appunto a Dubai. 

Secondo voi un giornale o una televisione che ricevono viaggio pagato e decine di migliaia di euro in pubblicità sull'operazione Dubai possono poi essere credibili quando ne parlano?

Noi non siamo contro la presenza della Liguria a Dubai. Per esempio è positivo il lavoro realizzato dalla società Liguria International e sono importanti gli accordi stretti dall'Università di Genova con alcuni atenei arabi. E' utile, anche, la pubblicità della Liguria sui giornali arabi.

Noi non vogliamo che siano spese decine di migliaia di euro pubblici per il biglietto aereo di Toti e per far andare in gita tutto il suo staff. Siamo contrari al fatto che si paghino con i nostri soldi le trasferte dei giornalisti liguri. E ci chiediamo che senso abbia pubblicizzare la Liguria in Liguria spendendo 30mila euro per il convegno e la pubblicità sul Secolo XIX, più altri 15mila euro per Primocanale ecc. 

Chissà se l'Ordine dei Giornalisti, al quale abbiamo segnalato più volte la questione del fiume di denaro pubblico speso da Toti in pubblicità su TV e giornali liguri, vorrà dire qualcosa. 

Toti la chiama operazione di marketing. Noi, ironicamente, saremmo tentati di aggiungere una "T" e chiamarlo MARKETTING.

Dagospia il 2 aprile 2022. Riceviamo e pubblichiamo:

Nel suo post il consigliere regionale Sansa elenca tanti particolari, eppure incorre in qualche dimenticanza e imprecisione. A partire dalla prima riga, quando dice “nemmeno tv e giornali hanno risposto” a proposito dei costi della missione. 

Perché alla direzione del Secolo XIX non è mai arrivata alcuna richiesta. Non avremmo avuto problemi a dire che il nostro giornalista è andato a spese del giornale, non con i soldi pubblici della Regione, circostanza che Sansa omette di esplicitare anche se cita più volte il nostro giornale.

Abbiamo deciso di seguire l’evento di Dubai perché l’Expo ha un rilievo internazionale nel quale a turno, nel padiglione dell’Italia, sono state protagoniste le regioni della Penisola. 

Quando è toccato alla Liguria abbiamo ritenuto fosse importante esserci perché è qui che il nostro giornale ha la sua sede e perché il tema scelto dalla Regione nella missione – la nautica – è fra quelli che da sempre caratterizzano la nostra testata oltre a rappresentare un settore economico fondamentale per questo territorio. 

E’ lo stesso motivo per cui abbiamo collaborato al convegno sulla nautica che si è svolto a Genova e sul palco del quale, oltre ai rappresentanti della istituzioni, sono saliti gli esponenti dei più importanti cantieri presenti in Liguria.

Quando parla di “giornalisti al seguito”, Sansa fa poi riferimento a “un free lance per conto del Secolo XIX”. Non è esatto, perché è un libero professionista che collabora regolarmente con noi, ma che è stato invitato dalla Regione (che ha postato alcuni dei suoi video), non mandato da noi. 

Infine, a proposito della pubblicità, sarebbe sorprendente se una Regione non comunicasse anche attraverso i mezzi che più direttamente si rivolgono ai suoi cittadini. 

Ma prima ancora ci sentiamo di rassicurare il consigliere Sansa: in 136 anni di storia, Il Secolo XIX ha maturato la forza necessaria per mantenere separata l’informazione giornalistica dai canali della pubblicità. Un principio che tutti i giornalisti del Secolo hanno ben chiaro e rispettano ogni giorno. La direzione de Il Secolo XIX 

Genova. Aveva 84 anni. È morto Giuseppe Pericu, il sindaco della Genova del G8 e della Capitale Europea della Cultura. Antonio Lamorte su Il Riformista il 13 Giugno 2022.

Giuseppe Pericu ha guidato la città di Genova per due mandati. È stato il sindaco del G8 e della Capitale della Cultura. È morto, a 84 anni, nella sua casa di Albaro. Personalità molto nota in ambito politico, forense e accademico, era stato avvocato e docente universitario oltre che amministratore pubblico. La notizia della morte il giorno dopo le elezioni amministrative che hanno confermato al comune di Genova per un secondo mandato il primo cittadino Marco Bucci.

Pericu era nato il 20 ottobre del 1937. Aveva origini sarde, il padre era di Ozieri, in provincia di Sassari. Studiò al liceo classico Vittorino da Feltre alla Facoltà di Giurisprudenza dove si laureò con una tessi in diritto amministrativo, la materia che avrebbe insegnato alla Statale di Milano e presso l’ateneo del capoluogo ligure. La sua professione principale però fu quella di avvocato, esercitata per quasi sessant’anni nell’ambito amministrativo civile, assistendo enti pubblici e imprese private.

Entrò in Parlamento nel 1994 con il Partito Socialista. Durante la XIII Legislatura fece parte della commissione speciale Napolitano per la riforma del settore radiotelevisivo. Fu anche membro della commissione Affari istituzionali. Il 30 novembre 1997 venne eletto sindaco per la coalizione di centrosinistra. Al ballottaggio ottenne il 51,5% dei consensi.

Perico fu sindaco della città scelta per il G8 del 2001, l’evento che segnò per sempre la cittadinanza e più di una generazione con gli scontri in strada, la morte di Carlo Giuliani, le violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Fu immortalato in maniche di camicia mentre in piazza Dante mentre chiedeva ai manifestanti di non sfondare nella Zona Rossa. A vent’anni da quei fatti non si disse pentito della decisione di sostenere la scelta di Genova.

“Grazie al G8 Genova è tornata a essere parte del mondo: da lì iniziò un grande processo di rinnovamento, davanti al quale per troppo tempo i governi sono rimasti sordi”, disse. “Dovevo pressare di più proprio il Governo sulle barriere della zona rossa”. Alle elezioni del 2002 vinse al primo turno, senza bisogno di andare al ballottaggio. Altro giro, altro grande evento da gestire con Genova Capitale europea della cultura 2004.

Pericu aderì subito al Partito Democratico, alla fondazione nel 2007. Lo stesso anno finì il suo secondo mandato. Divenne consigliere di Cassa Depositi e Prestiti dal 2008 al 2013 e di Banca Carige dal 2016 al 2018. Divenne presidente dell’Accademia Linguistica di Belle Arti, l’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica in Liguria, fra 2015 e 2018 guida il Conservatorio Niccolò Paganini. Fu anche docente per la Scuola di Politiche (Sdp) di Enrico Letta, attuale segretario del Partito Democratico, a Genova.

La moglie Carla “Carlina” Ghisleri morì all’improvviso, a causa di un malore, nel 2011. I due avevano avuto due figli, Andrea, avvocato, e Silvia, architetto, e cinque nipoti. Le condizioni di salute di Pericu si erano ultimamente aggravate, anche se non si era risparmiato nell’esprimersi sulla situazione politica in vista delle elezioni amministrative. Il funerale si terrà mercoledì 15 giugno alle 10:00 nella chiesa di Sant’Antonio di Boccadasse.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Marco Bucci: «Dico la verità ma urlo troppo. Quando a Genova è crollato il ponte ho pianto». Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 7 Giugno 2022.

Il sindaco di Genova, in corsa per la riconferma, racconta i difficili rapporti in Comune per il carattere focoso: «Vedevo le cose che non andavano e reagivo così». È stato sei volte in cima al Bianco e ama la vela: «Voglio rifare il giro di Ulisse, Penelope però la porto con me».

Lo chiamano «u scindicu» che «u crìa» (il sindaco che urla), ormai mitiche le sue sfuriate con staff e assessori. Marco Bucci cinque anni fa sbaragliò a sorpresa la sinistra nella rossa Genova, tornato a casa dopo 22 anni negli Usa. Nella testa di Bucci c’era un piano (con piglio civico da manager qual è) da applicare alla città per farla ripartire. Le cose, nonostante le sfuriate più o meno pubbliche, sembravano filare abbastanza. Poi, un anno dopo, il crollo del Ponte Morandi. E lui, burbero, schivo ma che ama girare tra la gente dei vicoli, si è ritrovato sotto i riflettori di mezzo mondo. Ora - appoggiato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e pure dai renziani - ci riprova. «Ma lei è di destra? Boh! E poi cosa vuol dire?», risponde d’istinto. Un istinto politico che prima non aveva e che, nonostante un carattere complicato, gli ha portato consensi anche da elettori di centrosinistra.

Tra stipendi importanti e ricavi azionari della sua precedente vita, a 62 anni potrebbe passare la vita al timone di Frally (la sua barca), ma conduce uno stile di vita quasi monacale. A pranzo omelette o riso con verdure preparate dalla latteria sotto Palazzo Tursi («Quando arrivo a 50 euro ditemelo che scendo a pagare»). Prima riunione in Comune alle 7.15 e ne esce a tarda sera. Lupo di mare ma con un grande amore anche per la montagna.

Qual è il suo motto?

«Il grande scalatore Walter Bonatti diceva: “Forse non brillo di modestia ma l’obiettività impone chiarezza”. Quindi, aggiungo io da primo cittadino: bisogna sempre dire la verità, anche se questa costa». Sindaco cosa voleva fare da bambino? «Quando ero adolescente volevo fare il maestro d’ascia e costruire barche. Poi la guida alpina. Poi mi sono laureato in chimica e sono andato nel laboratorio alla 3M». Sogni? «Sono stato sei volte in cima al Monte Bianco: 4807 metri. Avevo 20 anni la prima volta, l’ultima 28: con mia moglie Laura prima di sposarci. Due figli: Matteo di 31 anni e Francesca, 29. Lui ingegnere meccanico e lei biomedico».

Si può definire con un aggettivo?

«Tosto».

Il suo principale difetto?

«Urlo».

Appunto, partiamo dal suo soprannome. Arrivato in Comune, da manager, capì che la politica è una scienza complessa: ne sanno qualcosa i timpani dei suoi assessori...

«Iniziai a urlare, perché vedevo cose che non erano adeguate al livello di servizio che l’amministrazione comunale deve dare ai propri cittadini. Un esempio? I tecnici della piattaforma digitale alle 8.30 ancora non erano al lavoro».

Poi si è un po’ calmato, ma non troppo.

«Un sindaco deve esigere risultati, le parole non servono. Forse non erano abituati».

Nel 2017 come fece a battere la sinistra?

«Genova era in uno stato più che drammatico. Il motto del mio predecessore era: se la città è in declino, bisogna gestire il declino. Era una mentalità sbagliata, senza la speranza di un futuro migliore. Oggi, invece, i genovesi ci credono di più, nel futuro».

Tutta colpa della sinistra, come dite voi da destra?

«Non è la frase adatta. Gli incapaci ci sono a destra e a sinistra. Soltanto che a sinistra c’è molta più ideologia».

Del resto lei vinse a sorpresa, molto probabilmente perché era totalmente a digiuno, di politica...

«Anche questo vuol dire poco. Il carattere dei genovesi è molto pratico. Grazie ai 35 anni di lavoro alle mie spalle ho trasmesso fiducia alle persone. I fatti sono sotto gli occhi dei genovesi: se ho raggiunto gli obiettivi sarò rieletto, altrimenti no».

Balla da solo, insomma?

«Non credo. Io sono e sarò sempre il sindaco di tutti. Mi votano anche persone del Pd. Prima finiamo il progetto di città e meglio è, per tutti».

Le ripeto la domanda: lei è di destra?

«E io le ripeto la risposta: Boh! Cosa vuol dire? Le faccio un esempio: quando sono stato eletto, il mio predecessore voleva vendere Amiu, la partecipata dei rifiuti, per 1 euro: aveva un buco di 160 milioni. Noi l’abbiamo invece rimessa a posto. Ora è 100% pubblica e risanata, con nuovi assunti. Questo è di destra o di sinistra?».

Allora parliamo di immigrati?

«Genova accoglie tutti coloro che arrivano in maniera legale».

Lei nel 2017 fu indicato come candidato sindaco dalla Lega. Cosa ha pensato davanti ai barconi con centinaia di profughi, bloccati in mare come fece l’ex capo del Viminale, Matteo Salvini?

«Io faccio il sindaco, non il ministro dell’Interno».

A suo fratello, don Luca Maria Bucci, è stato contestato dalla procura di Savona il reato di abuso su un minore. A fine 2020 il pm ha dovuto chiedere l’archiviazione perché il reato, essendo trascorsi 26 anni, è prescritto. Questa vicenda l’ha danneggiata politicamente?

(Il sorriso scompare dalla bocca del sindaco, ndr). «No comment».

14 agosto 2018, ore 11.36. Si ricorda il momento in cui le arrivò la notizia del crollo del Morandi?

«Mi ricordo l’istante. Ero in auto tra la Città metropolitana e il Comune. Mi chiama un vigile: è crollato un pezzo del ponte. Pensavo due metri. Pensavo a una balaustra. “Sono crollati 200 metri”, mi dissero invece».

E come reagì?

«All’inizio pensai a una specie di attacco terroristico. Alle 12.03 lanciammo l’emergenza. Dopo di che ho capito che c’erano molti morti. La prima conferenza stampa fu alle 14.30. La tensione era altissima. E io dissi che la città non era in ginocchio. Fu una frase che ha dato spunto a tutti per tirarsi su le maniche, perché lo sconforto ci stava sopraffacendo».

Ha pianto?

«Molte volte. Perché? Era una emozione interna, davanti a una tragedia così grande».

Chi ha sulla coscienza quei 43 morti?

«Tante persone. Non sta a me deciderlo. È la loro coscienza che lo dirà».

Il 3 agosto 2020, disegnato da grande genovese come Renzo Piano, è stato inaugurato il nuovo ponte. Cosa l’ha colpita nel rapporto con l’architetto e senatore a vita?

«Il giorno dopo la tragedia, Piano mi telefona per chiedermi i dettagli. Io e lui eravamo già amici. Io gli racconto a che punto era la città. E gli chiedo: “Ma perché non me lo disegni tu il ponte?”. Cinque giorni dopo mi spedì il disegno: il primo schizzo via mail. Nell’andamento ravvicinato dei nuovi piloni c’era il concetto del progetto: “cian cianin”, passo dopo passo».

Come ha ringraziato il maestro?

«Siamo genovesi: gli ho detto grazie. Abbiamo un rapporto particolare. Ci divertiamo un sacco a mettere la bandiera più grande in cima all’albero delle rispettive barche».

De André o Gino Paoli?

«De André, l’ho sempre ascoltato: lui è il Dna dei genovesi, nelle parole, nella musica e nei comportamenti».

In politica ha un concittadino particolare: amatissimo o odiatissimo, Beppe Grillo. Che rapporti avete?

«Nessuno».

Però anche lui è stato un grande manager, creando dal nulla un partito e portandolo sopra al 32%...

«Grillo non è un manager. È un leader. C’è una grande differenza. Il suo management non ha funzionato e il Movimento è crollato».

Il motivo?

«Perché la gente non ci crede più. Non si può chiedere la decrescita felice. Siamo stufi dei signor no».

Si vede in Parlamento?

«Non credo proprio».

Cosa farà da grande?

«Faccio il giro di Ulisse con la mia barca: lo sto già studiando. Voglio fare tutte le tappe dell’Odissea. Ma Penelope me la porto già con me».

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

·        Succede in Emilia Romagna.

Ravenna nei secoli città imperiale e capitale artistica. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Giugno 2022.

È Ravenna la protagonista di Storia delle nostre città, in onda stasera alle 22.10 su Rai Storia. Anche se l’origine di Ravenna è antichissima, fu con Giulio Cesare che si ebbe l’ingresso della città nella storia.

Dopo i fasti romani, inizia per Ravenna un periodo di decadenza, ma al tempo stesso si apre uno dei capitoli più importanti di tutta la sua storia. Nel 402, verrà scelta come capitale dell’Impero d’occidente da Onorio, al quale succederà Valentiniano III, che regna a Ravenna sotto la tutela della madre Galla Placidia, figlia di Teodosio. Dopo la caduta dell’Impero, nel 476, l’Italia cade sotto il dominio del barbaro Odoacre, il quale sceglie ancora Ravenna come capitale, come del resto faranno anche Teoderico e, dopo la fine della dominazione gota, gli esarchi di Bisanzio. Dopo l’invasione dei Longobardi si apre la dominazione degli arcivescovi che prelude a quella veneziana che si concluderà nel 1509, quando la città viene consegnata a Giulio II. Dopo la signoria veneta comincia per Ravenna un travagliato cammino di decadenza che ha inizio con la famosa battaglia del 12 aprile 1512, nella quale venne utilizzata per la prima volta l’artiglieria mobile.

Durante la dominazione napoleonica Ravenna è sotto la Francia per poi tornare alla dominazione pontificia. Durante il Risorgimento a Ravenna, grazie anche all’operato del poeta George Byron, si diffonde la Carboneria. Ravenna, inoltre, è determinante nella vicenda che consentì a Giuseppe Garibaldi di sfuggire agli austriaci. Costretto ad abbandonare Roma nel luglio del 1849, Garibaldi trova rifugio nell’agosto dello stesso anno in un capanno nascosto fra i pini, dove raccoglierà anche l’ultimo respiro della moglie Anita. Coi plebisciti del 1860 Ravenna non fa più parte del governo pontificio, ma viene annessa al Regno di Sardegna che poi diventerà Regno d’Italia.

Valli di Comacchio: l'importanza delle anguille. Sofia Dinolfo il 9 Marzo 2022 su Il Giornale.

Dalla pesca al commercio delle anguille: alla scoperta di tutte le attività che fanno da traino all'economia delle valli di Comacchio, detta anche "la piccola Venezia".

Una città lagunare chiamata “piccola Venezia”, seppur si trovi in Emilia Romagna, che affascina per le sue caratteristiche architettoniche unite a storia e tradizioni locali. È Comacchio, una città di origini antichissime legate agli inizi del Medioevo, che ha fondato la sua economia sulla pesca, soprattutto di anguille,e sulla produzione di sale. Basta recarsi nel suo antico centro per immergersi nelle tracce storiche che hanno fortemente determinato la sua nascita ed evoluzione. 

Ovunque si cammini è possibile ammirare bellissime chiese e monumenti che si ergono sui ponti sotto i quali scorrono numerosi canali. Il ponte Trepponti, che rappresenta la porta simbolo per accedere in città, ne è un’esemplare testimonianza con le sue cinque scalinate. Una struttura realizzata nel 1638 che permetteva, tra le altre cose, di far ingresso nella piazzetta principale e partecipare al mercato del pesce. 

L’anguilla: una risorsa dell’economia locale 

Quando si parla di pesca nelle Valli di Comacchio, si pensa subito alle anguille e non può essere diversamente dal momento che si tratta di una specie che riesce a trovare in queste lagune il proprio habitat per vivere e riprodursi. Più precisamente si fa la distinzione tra il capitone e il buratello. Il primo è l’anguilla femmina che si presenta di maggiori dimensioni e molto più lunga (fino a un metro e mezzo) rispetto al secondo, ovvero il maschio di questa specie e che al massimo può arrivare a 60 cm di lunghezza. Si tratta di un pesce migratore. Le anguille sessualmente mature infatti si spostano dalle acque dolci o salmastre, nelle quali risiedono, per riprodursi nel mar dei Sargassi in autunno: qui depongono le uova per poi morire. Ed è proprio in questa porzione del mare Atlantico che nascono nuove forme di vita. 

Come vengono pescate le anguille nelle Valli di Comacchio

È l’autunno il periodo in cui inizia la pesca delle anguille nelle Valli di Comacchio. Da ottobre a febbraio le attività dei pescatori sono concentrate lungo i canali per accendere i motori dell’economia locale. L’alta marea, il vento di bora e l’assenza di luce creano un’atmosfera suggestiva che sembra catapultare chi si trova sui canali dentro un film dagli inattesi risvolti. Ed invece quelle sono le condizioni ideali per la pesca. Le anguille iniziano a migrare proprio in quel periodo per riprodursi nel mar de Sargassi. Durante quel viaggio molte di loro rimangono intrappolate nel lavoriero, uno strumento antico di cattura basato su una serie di bacini comunicanti, come delle griglie, a forma di freccia che permettono di selezionare le anguille rispetto ad altre specie. 

Un tempo il lavoriero era costruito in grisole e pali, oggi con cemento e metallo, ma la sua struttura rimane la stessa. Questo imponente strumento determina i movimenti delle anguille facendole convogliare verso specifiche traiettorie per catturarle. In un primo momento le anguille vengono bloccate assieme a tutti gli altri pesci in uno sbarramento a maglie larghe. Poi riescono a scappare grazie alla loro forma allungata, rimanendo però bloccate in un secondo sbarramento, quello dalle maglie strette. Lì vengono pescate coi retini. Le prime anguille che si mettono in viaggio per la riproduzione sono dette settembrine, perché anticipano le altre iniziando a settembre la fase migratoria.

Dalla pesca al commercio 

Una volta pescate, le anguille hanno due destinazioni. Nel primo caso vengono portate ai mercati delle piazze per essere vendute fresche. Alto il loro prezzo, che ne testimonia prestigio e qualità: 30 Euro al kg. Nel secondo caso vengono lavorate in salamoia per la marinatura. Qui avviene la loro conservazione nelle latte con sale, aceto e acqua. Le quantità di questi ingredienti rimangono sconosciute ai più. Il segreto del mestiere è un punto di forza delle realtà imprenditoriali locali. 

Volete assistere alla pesca e alle attività connesse al commercio delle anguille? E allora non vi resta che visitare le Valli di Comacchio nelle prime due settimane di ottobre. In questo periodo infatti oltre all’inaugurazione della stagione della pesca si svolge la sagra dell’anguilla. Degustazioni all’aperto, con ricette che vedono questa specie protagonista di ogni pietanza, accompagnati da spettacoli di intrattenimento, vi permetteranno di entrare dentro le tradizioni enogastronomiche e culturali della piccola Venezia.

Bologna. La zozza. Bologna è peggio di Roma, ma i bolognesi (e il sindaco) non se ne accorgono. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Settembre 2022

La città guidata da Lepore pensa di essere bene amministrata ma non si rende conto che là fuori c’è anche un mondo senza cassonetti

In Bad Sisters, lo sceneggiato di Apple che dopo non so quanti anni mi ha fatto tornar voglia di guardare le cose a puntate, la sorella sposata col tizio che giustamente le altre sorelle vogliono ammazzare a un certo punto dice qualcosa tipo: lo so che non lo stimate, ma è un buon marito e un buon padre, e mi rende felice.

Ovviamente il tizio che le sorelle ammazzano per la gioia del pubblico non è un buon marito, non è un buon padre, e non la rende felice, ma è impossibile convincere dell’insipienza del carnefice una così soddisfatta del proprio ruolo di vittima, è impossibile pretendere lucidità da chi è in una relazione di codipendenza.

Ho un amico così. Difende Roma. È l’unico amico romano ch’io abbia che si ostini a difendere Roma. Ha vissuto altrove, il mio amico, li sa gli eufemismi che l’altro giorno il sindaco Gualtieri usava sul New York Times («i romani hanno comportamenti non buoni»: tenerello); il mio amico lo sa che nulla di ciò che accade a Roma è normale, è civile, è accettabile. Ma è convinto che Roma lo renda felice.

A Bologna sono quasi tutti così. Gli dici: che città di merda. Ti rispondono: lo dici solo tu. Certo, perché sono l’unica che ha vissuto altrove, e che sa che nulla di ciò che accade qui è normale. Con la differenza, rispetto a Roma, che Bologna se la tira pure da città vivibile e accogliente.

Un posto così pieno di mendicanti che alla Sala Borsa, la biblioteca dietro piazza Maggiore, hanno messo dei tornelli per accedere ai bagni. Pisciare nel gabinetto d’una biblioteca pubblica costa cinquanta centesimi, così possiamo star certi che i poveri piscino per strada e che a Bologna, a ogni angolo del centro che svolti, t’investano quelle belle zaffate che forse neanche a Roma (forse solo a Parigi).

Una città in cui i poveri non possono pisciare in luoghi preposti e i poco ricchi vengono investiti a tradimento da nauseabonde zaffate di piscio. Dice il sindaco che è la città più accogliente d’Europa: pensa se non lo fosse.

Il mio amico difensore di Roma ha studiato a Bologna, come tutti. Nella mia vita adulta ho incontrato più gente che avesse studiato a Bologna che gente che volesse vendermi un abbonamento telefonico.

Da minorenne, quando vivevo a Bologna, di studente non ne avevo mai conosciuto uno: i bolognesi non si mescolano coi fuori sede. Ciò crea un’interessante sindrome montecristica. Conosco un meridionale di gran successo che, ora che è tornato ricco e spietato, ogni volta che è a Bologna per lavoro riscatta il suo passato facendosi invitare a pranzo da qualche borghese indigeno, in qualche casa del centro. Quelle case del centro cui non aveva accesso quando era studente fuori sede di giurisprudenza e viveva fuori porta.

Ma torniamo al difensore di Roma: non si capacita del declino di Bologna. Giura che non era così, ma in questi casi non sappiamo mai se siamo vittima della sindrome «com’era verde la mia valle»: è mai esistita quella Bologna meno zozza che ci manca? (Jason Horowitz, corrispondente del NYT, per favore vieni a Bologna, hai anche il pezzo già fatto: la spazzatura «pungente, pervasiva e implacabile» che misura il declino di Roma ce l’abbiamo anche noi, assieme ai tortellini a quaranta euro al chilo). O ci mancano la Seicento, i vent’anni, la ragazza che tu sai? Che poi: se c’è una città ferma neanche ai miei vent’anni, ma ai miei dieci, è proprio Bologna (sono solo più cari i tortellini).

L’altro giorno il sindaco Matteo Lepore, quello che a dispetto dell’evidenza certifica continuamente la città in cui si piscia a pagamento come accogliente e progressista, s’è instagrammato raccontando che stavano pulendo la città. I cittadini nei commenti gli segnalavano giardinetti con topi e altre amenità, ma con benevolenza: come le mogli menate dai mariti, l’elettorato di questo secolo non crede ai fatti ma allo storytelling, e se il protagonista di Bad Sisters si autocertifica ottimo marito sicuramente lo sarà, e se al sindaco posso dare del tu e mettergli i cuoricini sarà di certo un ottimo amministratore.

L’importante è essere reperibili sui social e rispondere ai commenti, mica governare una città in modi che non la facciano sembrare ferma al 1982 (ma senza che in radio passi Non sono una signora). Alla signora Magda, il sindaco ha risposto che presto sarà accontentata. E questo è un problema.