Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

NONA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Corriere della Sera.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 3 novembre 2021. Gli scaffali delle librerie dovrebbero avere un ripiano apposito dedicato ai volumi sul Corriere della Sera. Ne sono usciti a valanga. Evitate però di chiedere la localizzazione di questi titoli al commesso: se non sono al macero, sono in deposito altrove, nelle cantine degli autori, ansiosi di fame dono a chiunque passi da loro o abbia l'avventura disgraziata di invitarli a cena. Comprensibile il disinteresse del popolo. Si tratta per lo più di memorie che interessano solo a chi le ha scritte, e servono a far sapere: io c'ero. Infatti i giornalisti in Italia si dividevano (adesso non so) tra quelli che sono stati al Corriere e quelli che avrebbero voluto andarci, tra «corrieristi» e resto del mondo. Uno status, prima ancora che un mestiere. Lo so perché io pure c'ero. Ho rinunciato all'insano proposito. Anche perché non riuscirei neppure a sfiorare la qualità letteraria e l'efficacia cristallina della testimonianza di Enzo Bettiza: Via Solferino. La vita del Corriere della Sera dal 1964 al 1974, Rizzoli. Qualcuno mi ha suggerito: racconta il decennio successivo, sei stato in quel turbine. No, grazie. Partire nella certezza di arrivare al massimo secondo è una delusione che risparmio ai lettori ma anzitutto alla mia vanagloria. Detto questo, confessato il mio scetticismo, non ho resistito e ho acquistato Corriere della Sera. Biografia di un quotidiano (il Mulino, pagg. 528, . 30) un volume che promette per l'autorevolezza scientifica della casa editrice, Il Mulino, e per il curriculum degli autori, Pierluigi Allotti e Raffaele Liucci, cattedratici di storia del giornalismo, di essere un bel modo - finalmente non ideologico - di rileggere anni infuocati non solo della mia biografia, ma di quella degli italiani, perché specie allora quel che accadeva al Corriere, omicidi compresi, con le lotte proprietarie e politiche per il suo indirizzo, aveva un peso rilevantissimo per la vita comune degli italiani. Influiva sul potere romano, ma soprattutto un po' rifletteva, un po' dirigeva i costumi quotidiani. Il grosso tomo si legge bene. Racconta a partire dal primo direttore, il napoletano Eugenio Torelli Viollier, e dal primo numero, il 5 marzo 1876, il succedersi di altri 28 direttori, e può far scorgere in profondità anche le vicende finite sepolte negli archivi vastissimi di via Solferino, che i due studiosi hanno esplorato per anni. Grosse scoperte? Non credo. Alla fine i giornali, qualunque cosa si svolga nelle segrete stanze, sono esattamente descritti e interpretabili da quello che vi si legge. Ci sono, marginalmente anch' io, nelle pagine degli autori. Si citano certi documenti da loro rinvenuti a proposito del mio contenzioso con Alberto Cavallari. Scrivono Allotti e Liucci: «Le carte d'archivio conservano traccia dei numerosi attriti sorti fra il direttore e alcuni colleghi (Giovanni Raimondi, Enzo Passanisi, Giulio Nascimbeni, Sebastiano Grasso, Vittorio Feltri, Paolo Isotta, Piero Ostellino)». Non si dice però il merito della vicenda. I due danno la colpa al «carattere spigoloso» e «impossibile» del personaggio. A essere impossibile era la sua tigna ideologica. Non erano fatti personali. Semplicemente Alberto Cavallari era un comunista e praticava una selezione razziale confinando nel gulag del silenzio le firme sgradite. A danno del Corriere che perse 100mila copie. Eppure gli autori si profondano in elogi di questo devastatore delle praterie. L'uomo era stato scelto, dopo Franco Di Bella, ignobilmente liquidato per la sua innocua iscrizione alla P2, proprio perché comunista, con la pantomima imposta all'editore Angelo Rizzoli, tenuto lì con la pistola alla tempia, di lasciare a un garante, un giurista senatore della sinistra indipendente, di sceglier lui il direttore. Tutto così innocente e trasparente? Non mi pare. Di certo, grazie a Luigi Bazoli, banchiere della sinistra democristiana, Agnelli si portò a casa un patrimonio per quattro soldi. La scorreria è ben descritta nel libro, e - citando Massimo Mucchetti si evidenzia la cospicuità del malloppo, ma il tono generale è di chi ritiene tutto questo inevitabile per impedire l'ascesa di Craxi, che si dà per scontato avrebbe impedito al Corriere di essere libero come ai tempi di Piero Ottone...Per parlar bene di Walter Tobagi, essendo craxiano ma anche morto, ammazzato per le sue idee di socialista cristiano anticomunista, i professori di giornalismo citano un episodio in cui il mio amico Walter criticò aspramente un'intervista non firmata e pubblicata da Di Bella per Servilismo a Bettino. Giusto. Ma erano ben altre le cause del formidabile e pericoloso impegno di Tobagi per smantellare democraticamente il soviet comunista che Ottone aveva consentito si insediasse in via Solferino. A proposito di quegli anni, in svariati articoli e libri ho raccontato questo o quell'episodio, sfidando la noia altrui e i ghiribizzi dei detentori a prescindere della verità storica, naturalmente progressista. Fatica inutile visti i risultati. Mi sono impuntato infatti a raddrizzare le gambe ai cani, contraddicendo cioè la vulgata corrente sugli anni della direzione di Franco Di Bella. Un grande cronista. Un giorno sventurato si fece mettere in testa un ridicolo cappuccio, ma più che i garbugli del potere conosceva il guazzabuglio dei cuori umani. Con il suo «vicario» Gaspare Barbiellini Amidei si accorse che non di sola politica vivono i popoli, e aprì il giornale al «privato», a vicende cioè di amori e di corna, ma anche al dolore di Giovanni Testori per i figli di nessuno abbandonati nell'obitorio. Il tutto fu bollato come mediocre «deflusso» dagli intellettuali di Repubblica, che poi rincorsero questo filone con la solita prosopopea. Si capisce che gli autori tifano, con molto garbo, per il progressismo, sotto il manto dell'obiettività, fatti separati dalle opinioni eccetera. Ma con tutte le buone intenzioni a questi scienziati del giornalismo slitta qualche volta la frizione. Capita quando raccontano della direzione di Piero Ostellino, che ospitò con risalto il famoso articolo di Leonardo Sciascia «I professionisti dell'antimafia», e lo difese dalle critiche. Allotti e Liucci al riguardo forniscono elementi idonei a formulare su Sciascia e il suo complice Ostellino un giudizio infamante. Sostengono che fu quel testo, titolato con esagerata enfasi, a provocare l'isolamento di Falcone e Borsellino, la loro mancata promozione da parte del Csm a posti chiave, e alla fine - lasciano intendere - il loro assassinio. Dimenticano, lor professori, che a opporsi e a schiacciare nella solitudine Falcone non fu certo la limpida critica di Sciascia furono prima i giuristi comunisti sull'Unità, indi il plotone di esecuzione di Magistratura democratica in Csm. Questo però chissà perché non lo dicono, e non è una mia opinione, ma un fatto. Il libro comunque è un utile vademecum. Allotti e Leucci consentono, con un poderoso apparato di note, di leggere pagine bellissime e dimenticate. Ce n'è una che riscatta le segnalate sbandate a sinistra. Sul finire del 1987, sotto la direzione di Ugo Stille, Giuliano Ferrara intervistò Renzo De Felice a proposito del fascismo, di cui è stato il sommo storico. In essa il professore «suggeriva di abolire le norme che vietavano la ricostituzione del partito fascista. Secondo De Felice, era giunto il momento di guardare con maggiore serenità al passato littorio, ormai archiviato per sempre». Non esiste più, che senso ha vietare ciò che non esiste. Non ricordavo, ma sono orgoglioso in questi giorni di avergli rubato l'idea. «Per questo», sostenne De Felice «la contrapposizione fra fascismo e antifascismo non aveva più (già allora! ndr) ragion d'essere e Craxi aveva fatto bene a incontrare, per un'ora e mezza di dialogo sulle riforme istituzionali, Gianfranco Fini, giovane delfino di Giorgio Almirante». Scoccarono fulmini e saette. A cui lo storico rispose con un'altra intervista. È quasi irridente: gli avevano mostrato «una rivista in cui è comparsa una fotografia di una nipote di Mussolini completamente nuda: mi pare che siamo ormai davvero lontani dal momento mitico del fascismo europeo e italiano». Concludeva: «L'opposizione concettuale fascismo-antifascismo, nella nostra realtà storica, impedisce proprio di fare un discorso positivo sulla democrazia e di individuarne i veri valori». Me lo intesto come editoriale. 

·        «L’Ora» della Sicilia.

È sempre «L’Ora» della Sicilia. Un volume scritto dai suoi cronisti. Antonio Calabrò su Il Corriere della Sera il 6 novembre 2021. L’avventura di un giornale che fu protagonista della vita di una regione e dell’Italia. Pubblichiamo la prima parte del ricordo di Antonio Calabrò: un ponte tra le idee. Fare un buon giornale è come costruire ponti, per rendere più facile e frequente lo scambio di idee, valori, progetti e perché no? emozioni tra parti diverse dell’opinione pubblica. La lunga esperienza d’un piccolo grande quotidiano come «L’Ora», in tutto il corso d’un Novecento tumultuoso, ne è la conferma. E Vittorio Nisticò, nei vent’anni della sua direzione, sino al 1975 e poi nella stagione della presidenza della cooperativa editrice de «L’Ora», è stato sicuramente il migliore interprete dell’anima del giornale, orgogliosa, curiosa, autonoma. Legata, comunque, a un’etica del giornalismo, della politica e della cultura tra le più solide e fertili nel panorama italiano contemporaneo. Un ponte, dunque. Tra la sinistra e le altre componenti di un ampio fronte progressista, comprese le correnti più dinamiche del mondo cattolico. Tra la politica, l’economia e la cultura. Tra la Sicilia e il resto del Paese, tra l’isola fiera, il Mediterraneo e l’Europa. «L’Ora» è stato un giornale radicato soprattutto nelle province occidentali siciliane. Ma mai viziato dal provincialismo. Sono caratteristiche forti. Evidenti fin dalla nascita del quotidiano, il 21 aprile del 1900, per iniziativa dei Florio, imprenditori con il gusto dell’innovazione, anche se un po’ appannata nel tempo da un’infausta attenzione per il nazionalismo torbido e pasticcione di Francesco Crispi e, purtroppo, da un’eccessiva passione per i lussi principeschi. Un giornale, comunque, sempre di idee liberali, attraente per le grandi firme (Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Edoardo Scarfoglio, Matilde Serao) e pronto alle relazioni con testate internazionali, da «The Times» di Londra a «Le Matin» di Parigi e al «New York Sun». L’impronta aperta si conferma con la gestione dei Pecoraino, imprenditori sapienti e di solide inclinazioni liberali (erano tra gli editori de «Il Mondo» di Giovanni Amendola). Dopo il ventennio del cupo conformismo fascista, riecco un editore democratico, Sebastiano Lo Verde, genero di Filippo Pecoraino, vocazione netta meridionalista e antifascista, impegnato a ispirare «L’Ora» a «quell’antica idea di libertà», saldando lotte popolari contro l’arretratezza del feudo a slanci per dare all’Autonomia regionale siciliana appena nata valori e strumenti di sviluppo economico, sociale, civile. A metà degli anni Cinquanta il rilancio, con il passaggio a una società editrice vicina al Pci (come per «Paese Sera» straordinario quotidiano romano, «Il Nuovo Corriere» di Firenze apprezzato anche dal cattolico Giorgio La Pira e dal grande poeta Giuseppe Ungaretti e «Milano sera» con la redazione guidata da un poeta, Alfonso Gatto, e affollata da politici e uomini di cultura come Giancarlo Pajetta ed Elio Vittorini, Paolo Grassi e Giorgio Strehler). E l’arrivo, alla direzione, di Vittorio Nisticò. Le scelte di senso sono chiare: politica riformatrice, autonomismo regionale con un robusto tono progressista, impegno antimafia e dialogo aperto con tutte le forze culturali e sociali attive sul fronte del cambiamento e con le componenti del mondo politico che sia a sinistra (i socialisti, che avevano comunque rotto dal ’56 il fronte comune con i comunisti) sia sulla sponda del governo (esponenti della Dc e del Partito repubblicano) mostrano comunque un impegno chiaro verso il rinnovamento della Sicilia e del Sud. L’amicizia personale di Nisticò con Aldo Moro, leader Dc, e con Ugo La Malfa, segretario del Pri, ne è stata a lungo un’esemplare testimonianza.

La speranza di spezzare la povertà dell’isola

«Spezzare la povertà della Sicilia e fare di quest’isola un angolo del mondo dove chi nasce possa vivere ringraziando Dio d’esservi nato. Dovremmo pur essere stanchi di sentirci i professionisti dell’esilio, i paria della nazione...» scrive Nisticò in uno dei suoi editoriali, alla fine degli anni Cinquanta, quando l’Autonomia siciliana comincia a mostrare più i guasti delle clientele che le inclinazioni allo sviluppo economico, l’emigrazione verso le fabbriche del Nord è diventata un fenomeno di massa e le famiglie mafiose si sono messe a trafficare per nuovi affari nelle città, dopo avere devastato le campagne: «La mafia dà pane e morte», è il titolo esemplare d’una pagina della straordinaria inchiesta antimafia del 1958. Cronaca, inchieste, denuncia documentata, scrittura severa. Poca retorica. Mai propaganda. Il Pci, editore sensibile a un ampio sistema di relazioni (la migliore lezione della guida togliattiana) è comunque tenuto a rispettosa distanza: tra i provvedimenti di Nisticò, già all’inizio della sua direzione, c’è il divieto di costituire, all’interno de «L’Ora», una «cellula» del Pci e, per i redattori, d’assumere incarichi di responsabilità negli organismi dirigenti di partito. Mai «suonare il piffero per la rivoluzione», per dirla con un’efficace sintesi di Elio Vittorini. Alcuni di noi redattori e dei commentatori politici avevamo in tasca una tessera del Pci. Parecchi, invece, no. E le cronache e i commenti sono in ogni caso poco ortodossi, attenti alle distinzioni tra buon giornalismo e scelte di partito. Semmai, c’è una severità particolare nei giudizi verso la sponda politica che ci è più vicina: la capacità critica senza pregiudizi né obbedienze di schieramento — ha insegnato Nisticò, spesso con durezza — è il miglior servizio che un giornale di sinistra possa fare alla sinistra stessa. Lezione sempre d’attualità.

Ecco perché «L’Ora» è stato un ponte, in continua manutenzione. Un luogo spregiudicato di dialogo e di confronto. Uno spazio per discutere di rinnovamento politico e di economia e dare respiro a quelle imprese che provano a evitare le secche mafiose e le corruzioni clientelari, gli appalti di favore e le più plateali speculazioni immobiliari, i contributi assistenziali e le illegalità rispetto ai diritti dei lavoratori (ce n’erano, imprenditori così: pochi, ma vitali). Una tribuna libera per personalità della società e della cultura anche di estrazioni e appartenenze diverse rispetto al Pci. Un porto accogliente in cui lo storicismo e il progressismo d’impronta comunista si confrontano con l’illuminismo disincantato e ironico di Leonardo Sciascia. Un’originale miscela molto siciliana e dunque aperta, accogliente, critica. Il volume L’Ora. Edizione straordinaria (pagine XVIII+284, euro 18) sarà presentato martedì 9 novembre, ore 18.30, presso la Sala Buzzati del «Corriere» (via Balzan 3, Milano) su iniziativa della Fondazione Corriere della Sera. Partecipano Monica Maggioni, Piergaetano Marchetti, Sergio Buonadonna e Antonio Calabrò. La diretta si può anche seguire sugli account social di «Corriere» e Fondazione. Nato da una proposta del direttore della Biblioteca centrale della Regione Siciliana, Carlo Pastena, che firma anche un contributo, il volume ospita più di 60 testi e di 270 fotografie del patrimonio custodito dall’istituto, oltre ai saluti del presidente Nello Musumeci, dell’assessore Alberto Samonà e del dirigente generale Sergio Alessandro. I testi sono, tra gli altri, di Sergio Baraldi, Daniele Billitteri, Attilio Bolzoni, Sergio Buonadonna, Antonio Calabrò, Giuseppe Cerasa, Matteo Collura, Vittorio Corradino, Tito Cortese, Gian Mauro Costa, Salvatore Costanza, Giuseppe Crapanzano, Enzo D’Antona, Antonio Di Giovanni, Giuseppe Di Piazza, Adolfo Fantaccini, Franco Foresta Martin, Giovanni Franco, Mario Genco, Nino Giaramidaro, Tano Gullo, Francesco La Licata, Roberto Leone, Giuseppe Lo Bianco, Nicola Lombardozzi, Kris Mancuso, Piero Melati, Francesco Merlo, Claudia Mirto, Gabriello Montemagno, Franco Nicastro, Massimo Novelli, Antonio Padalino, Gaetano Perricone, Gianni Pietrosanti, Alessandra Pinello, Silvana Polizzi, Sandra Rizza, Tanino Rizzuto, Umberto Rosso, Agostino Sangiorgio, Gaetano Sconzo, Sergio Sergi, Marcello Sorgi, Giuseppe Sottile, Alberto Spampinato, Alberto Stabile, Bianca Stancanelli, Francesco Terracina, Guido Valdini, Vincenzo Vasile, Piero Violante, Francesco Vitale.

·        Aldo Cazzullo.

Alessia Ardesi per "Libero Quotidiano" il 2 marzo 2021. Una serie di interviste sull'Aldilà non poteva prescindere dall'autore di A riveder le stelle, il libro sull'Inferno di Dante arrivato a 250 mila copie.

Aldo Cazzullo, l'Aldilà è davvero come lo immaginava il poeta?

«Di sicuro per secoli gli uomini, e non solo gli italiani, hanno pensato l'oltretomba come l'aveva raccontato Dante: i dannati tra le fiamme; il Purgatorio come una montagna da scalare; e poi il volo verso i cieli del Paradiso. Anche se la sua costruzione è molto più complessa».

Ad esempio?

«In fondo all'Inferno non c'è il fuoco. Il fuoco dell'amore divino è in Paradiso. In fondo all'Inferno c'è il ghiaccio, simbolo dell'odio e della disperazione. E Dante mette tra i dannati quattro Papi del suo tempo».

Perché?

«Perché per lui il Papa non doveva essere un sovrano assoluto, ma un'autorità spirituale. Altri due sono in Purgatorio. Uno, Martino IV, tra i golosi: era ghiotto di anguille e vernaccia».

Lei ha intervistato i protagonisti degli ultimi trent' anni. Dove finiranno?

«Chi le interessa?».

Bill Gates.

«Purgatorio. Incontrarlo è stato un po' una delusione. Mi aspettavo il Leonardo da Vinci del nostro tempo; ho trovato un business man. Per un'ora ha parlato solo di soldi e affari. Poi mi ha illuminato con tre profezie secche. Tutte avveratesi, a cominciare dal dominio della Rete».

Keith Richards?

«Vorrà sicuramente andare all'Inferno. L'artista maledetto, il chitarrista dei Rolling Stones mi accolse in una suite da sceicco in un albergo del XVI arrondissement, il più chic di Parigi. Come per farsi perdonare la location milionaria, era vestito da satanista, pieno di gioielli con i teschi».

Rafael Nadal?

«Paradiso. È uno dei miei idoli; e di solito evito di intervistare i miei idoli, per il timore di esserne deluso. Ad esempio ho sempre evitato Paolo Villaggio, di cui mi dicevano che fosse cattivissimo. Nadal però non mi ha deluso. E a differenza di molti campioni paga le tasse nel suo Paese».

Vasco Rossi le ha raccontato gli arresti per droga.

«E i due figli avuti negli stessi giorni da due donne diverse. Il che significa che è un uomo sincero e coraggioso. Certo, un po' di Purgatorio vorrà sperimentarlo».

Gianna Nannini invece le ha detto di essere pansessuale.

«Ma l'eroina della sua infanzia era santa Caterina, nata come lei a Siena, nella contrada dell'Oca».

Steven Spielberg?

«È un po' il Dante del nostro tempo. In Schindler' s List ha raccontato il male che è in noi. Come tutti i veri grandi, è una persona cortese, disponibile. A essere maleducati e scostanti sono quelli che valgono poco».

Daniel Day Lewis?

«Qualche anno di Purgatorio, per aver lasciato una splendida donna come Isabelle Adjani con un fax, non glielo leva nessuno. Anche se ha negato di averlo fatto».

Gérard Depardieu?

«Purgatorio pure lui. Non saprei se tra i lussuriosi o tra i golosi, con papa Martino IV. Comunque è un uomo simpaticissimo».

Marine Le Pen?

«Dissento dalle sue idee, ma è una signora. La intervistai alla vigilia del ballottaggio delle presidenziali 2017. Dell'ex premier di destra Fillon e dei suoi, che sostenevano Macron anziché lei, disse che erano delle merde. Il mattino dopo accadde il pandemonio. Dal suo partito mi tempestarono di chiamate perché smentissi. Lei si limitò a sottolineare che si riferiva all'entourage di Fillon, non agli elettori».

Veniamo ai politici italiani. Dov' è finito Andreotti?

«I politici li giudicano gli elettori da vivi, e Dio da morti. D'istinto tendo a pensarli in Purgatorio, come quasi tutti noi. Andreotti era un grande semplificatore; e il confine tra semplificare e banalizzare è labile. Certo, in confronto a quelli di adesso è un gigante».

Cossiga?

«Uomo di intelligenza superiore. Tormentato da due grandi dolori. La morte di Moro: prima di andarsene, mi disse che a un certo punto del sequestro lo considerarono perduto. E la separazione dalla moglie Giuseppa».

Prima di morire, Edgardo Sogno le rivelò in un libro-intervista che voleva fare davvero un colpo di Stato.

«Non fu una confessione, ma una rivendicazione. Eroe della Resistenza, voleva battersi contro i comunisti come aveva fatto contro i nazisti. Detestava passare per vittima. Ci teneva si sapesse che avrebbe volentieri relegato i capi del Pci su qualche promontorio sardo, per istituire una Repubblica presidenziale sul modello gollista. Velleità, ovviamente. Ma l'idea era quella».

Come riesce a farsi dire tutte queste cose?

«A volte per sfinimento. Paolo Sorrentino non aveva mai raccontato la vera storia della morte dei suoi genitori: asfissiati da una fuga di gas nella casa di montagna. Avrebbe dovuto esserci anche lui, ancora ragazzino; ma per la prima volta aveva ottenuto di seguire il Napoli in trasferta, a Empoli. Per questo dice che Maradona gli ha salvato la vita».

Come se lo immagina l'Aldilà?

«Fatico a pensare che ci sia qualcosa. È una domanda che faccio anch' io a tutti i miei intervistati. Molti ci credono».

E cosa le hanno risposto? Rita Levi Montalcini, ad esempio?

«Lei non ci credeva. Diceva che di noi sopravvivono le buone azioni e i buoni pensieri. Quindi Rita Levi Montalcini vive».

Franca Valeri?

«Arrivata a cent' anni rivendicava le sue radici ebraiche, portava una stella di David al collo, ogni tanto con la figlia adottiva recitava una preghiera. Non era religiosa, ma era curiosa di vedere cosa c'era dall'altra parte. È di Franca Valeri il più bel necrologio di tutti i tempi».

Per chi lo scrisse?

«In morte di Alberto Sordi. "Ciao, Cretinetti. Franca Valeri, Milano"».

Aldo Cazzullo non ha avuto una formazione cattolica?

«Certo che l'ho avuta. Sono nato ad Alba, sono cresciuto con nonni convinti dell'esistenza di Dio così come del fatto che il sole sorge e tramonta. Mio padre non perde una messa, mia madre è ministra di Dio, porta l'ostia consacrata a disabili e grandi anziani».

E non pensa che l'anima sia immortale?

«Già questo non è facile. Ma il cristianesimo va oltre. Prevede la resurrezione della carne. E questo è ancora più complicato da credere. Ogni volta che intervisto un uomo di Chiesa, gli chiedo di provare a convincermi».

Chi è stato più bravo?

«Il cardinale Carlo Caffarra, l'ex arcivescovo di Bologna. Disse che vivere è come scalare una piramide. Lungo tutta l'ascesa vedi una sola faccia; poi arrivato in cima scopri anche le altre dimensioni, guardi il panorama, e tutto appare chiaro. Tre anni fa, Caffarra è andato a verificare se la sua intuizione fosse vera».

Lei ha scritto un libro con il cardinale Scola.

«Sarebbe stato uno splendido Papa. Ma dopo un intellettuale come Ratzinger, il cui pontificato purtroppo non si è concluso nel migliore dei modi, il Conclave ha scelto la discontinuità. E poi gli italiani erano troppo divisi».

Guardi che Ratzinger è stato un grandissimo Pontefice.

«Grandissimo teologo. Che ha affidato il governo a persone sbagliate».

E Giovanni Paolo II?

«L'ho incontrato due volte, ad Assisi e a Parigi per le Giornate mondiali della gioventù. Aveva un carisma tanto forte che pareva di poterlo toccare».

Esiste un leader politico con un carisma così?

«Erdogan. Dissento pure da lui. Ma ha quella forza morale che vedi nelle persone che sono state in galera per le loro idee. E una stretta di mano calda, da pranoterapeuta». Cosa pensa di papa Francesco?

«Un uomo abituato a comandare. Diverso da come viene raffigurato. Sarà ricordato come un grande Pontefice, anche se sul tema dei migranti ha perso un po' la sintonia iniziale con gli italiani».

Lei ha scritto che la più grande virtù della Chiesa è aver capito che l'uomo non è un angelo.

«Certo. L'uomo è fatto di carne e sangue, ha bisogni e desideri; e la Chiesa lo sa benissimo. Esistono anche uomini cattivi, però non sono la maggioranza. La maggioranza è egoista; ma può essere indotta al bene, se questo la fa sentire migliore».

Quale altro sacerdote le è piaciuto?

«Don Oreste Benzi. Ho passato una vigilia di Natale con lui e i suoi seguaci sulla tangenziale di Mestre, dove tentava di recuperare le prostitute nigeriane, con la sua tonaca da prete preconciliare, piena di patacche».

Come finì la serata?

«A cena, nell'unico posto ancora aperto: l'autogrill. Stavamo per addentare un panino, sa quelli con i nomi immaginifici tipo Capri o Fattoria, e don Benzi grida: "Fermi tutti, cosa fate?". Ci fece appoggiare i panini sul trespolo dell'autogrill, li benedisse tracciando furiosamente ampi segni di croce nell'aria, poi concluse: "Ora possiamo mangiare". Un pazzo di Dio».

Uno che vorrebbe intervistare?

«Ho passato una bellissima giornata con padre Eligio. Mi raccontò tutto: Rivera, la droga, suo fratello don Gelmini A una condizione: poter rileggere il testo. Il mattino dopo chiamò: "Bellissimo, ma potrà pubblicarlo solo dopo la mia morte". Tra sei mesi fa novant' anni, mi sa che ci seppellisce tutti. Vittorio Feltri ha potuto scrivere alcune sue confidenze, beato lui».

Lei ha paura della morte?

«Abbastanza. Da quando, una decina di anni fa, ho realizzato di non essere immortale».

Chi vorrebbe rivedere nell'Aldilà?

«Nonno Lorenzo, ragazzo del '99 nella Grande Guerra. Nonno Aldo, macellaio. Le nonne. E Lucio Dalla. Era una persona straordinaria. Dio gli avrà senz' altro perdonato il vizio di dire qualche bugia, che diventava nel suo racconto una meravigliosa verità».

·        Aldo Grasso.

Aldo Grasso per il Corriere della Sera il 6 settembre 2021. Ebbene sì, lo ammetto: «Non è la Rai» non mi piaceva, inutile fingere il contrario. Con gli occhi di oggi (Mediaset ha proposto una maratona sul canale Extra, 163 di Sky, interrotto dalle promozioni di Giorgio Mastrota), è tutto un altro programma ed è possibile condividere molti degli elogi che hanno accompagnato l'anniversario (9 settembre 1991). Allora ero prigioniero di alcuni giudizi e di non pochi pregiudizi. Il programma in sé non era molto diverso dall'intrattenimento facile: cruciverbone, giochini telefonici, canzoni, balletti, discoteca, Enrica Bonaccorti, Paolo Bonolis Per l'esplosione delle cento adolescenti in costume, acerbe e maliziose, si parlava di lolitismo (pregiudizio), di traviamento (al Corriere arrivavano decine e decine di lettere di genitori disperati e un critico alle prime armi ne era colpito), di strategia berlusconiana per intontire il Paese (altro pregiudizio), di deriva televisiva. Pareva che «Non è la Rai» fosse solo la risposta Fininvest a «I ragazzi del muretto» della Rai o alla «Piscina» di Alba Parietti. Tempi in cui per «L'istruttoria» di Giuliano Ferrara si parlava di Circo Barnum. I metri di paragone erano altri: «Avanzi», «Mai dire gol», per qualcuno anche «Twin Peaks». La disputa più avvincente era questa: la famosa coppia Arbore-Boncompagni non lavorava più insieme e in molti credevamo (critici ben più titolati di me) che la «tv intelligente» fosse prerogativa del primo e il suo contrario del secondo (senza capire che quella spudoratezza stilistica stava cambiando la tv, nel suo profondo). E poi i giornali erano pieni della cerimonia che ogni giorno si ripeteva davanti agli studi della Safa Palatino, a Roma. Centinaia di ragazze che aspiravano a far parte del cast, madri agguerrite che cercavano di imporle o di trascinarle via, interventi di psicologi e sociologi, il Telefono Azzurro bollente. Difficile non tenerne conto. Sbagliavo? Amo i film dell'errore.

·        Alessandra De Stefano.

Dagospia il 26 novembre 2021. Dal profilo Facebook di Marino Bartoletti. In questa foto il Direttore di Rai Sport ero io: ma Alessandra De Stefano era una delle scelte professionali più belle che avessi fatto. Ora è il mio quarto "allievo" (il terzo assunto personalmente) che diventa direttore di questa testata così importante, così delicata, così inquieta: ed è una riflessione nella quale l'orgoglio si mescola inevitabilmente con i brividi dell'anagrafe. Alessandra però è la prima donna chiamata a questo incarico: e ciò mi rende doppiamente felice. Quando presi la guida di Rai Sport nel 1994 (proprio in questi giorni) la trovai in un angolo coi pugni chiusi. Pochi mesi dopo la assunsi: alla faccia dei lacciuoli che quest'azienda meravigliosa e a volte scellerata mette sul proprio cammino e su quello degli altri. L'anno successivo (fra un po' di brontolii) era accanto a me alle Olimpiadi. Semplicemente perché lo meritava. È di gran lunga una delle più belle "penne" della redazione: per eleganza, per cultura, per sensibilità, per amore verso quello che fa. Col tempo ha raffinato altre attitudini che sono sotto gli occhi di tutti: sempre all'insegna della qualità, della competenza, della creatività, dell'umanità e all'occorrenza anche della grinta. Il Circolo degli Anelli è stato il suo ultimo gioiello. Ora ha davanti a sé un enorme montagna da scalare. Per esperienza le posso dire che meno compromessi accetterà, meno finti amici accontenterà, meno "brutte abitudini" asseconderà, meno consigli ascolterà (compresi... i miei) e più probabilità avrà di tenere saldo il timone verso la rotta che sceglierà. Ricordo che una volta, nel mio ufficio, da grande - e fiera - appassionata di cose napoletane mi recitò per intero "A livella" di Totò. Le rammento, anzi le "aggiorno" per l'occasione, l'ultimo verso "Nuje simmo serie, appartenimmo à 'o sport". Buon vento amica mia

·        Alessandro Sallusti.

DAGONEWS il 13 maggio 2021. Dopo 2 anni di "Giornale", Sallusti è finalmente ‘’Libero’’! Dal 1 giugno sarà alla guida del quotidiano della famiglia Angelucci al posto di Pietro Senaldi, nonché direttore editoriale de “Il Tempo”. Si tratta di un ritorno a casa: dal gennaio 2007 al 15 luglio 2008, è stato il direttore responsabile di ‘’Libero’’. E si ritroverà Vittorio Feltri al fianco, con cui ha a lungo collaborato e talvolta anche polemizzato, che ha così commentato: "SI È DIMESSO? FORSE SI ERA ROTTO I COGLIONI". E ha aggiunto: "Non ho ricevuto alcuna comunicazione e quindi non posso confermarlo né smentirlo, ma posso dire che se venisse qui sarei molto lieto, perché è un bravo giornalista col quale ho lavorato molti anni, e ne ho sperimentato le capacità". Per la direzione del Giornale, circolano già i nomi di Paolo Liguori e di Augusto Minzolini.

AdnKronos il 13 maggio 2021. "Non ho ricevuto alcuna comunicazione e quindi non posso confermarlo né smentirlo, né non so nulla di un'eventuale trattativa, ma posso dire che se venisse qui sarei molto lieto, perché è un bravo giornalista col quale ho lavorato molti anni, e ne ho sperimentato le capacità". Così Vittorio Feltri all'Adnkronos, commentando i rumors secondo i quali Alessandro Sallusti starebbe per lasciare la direzione del Giornale per passare alla guida di "Libero". "Ho lavorato con piacere con lui sin dai tempi del Resto del Carlino, del Giorno e della Nazione, quindi la sua vicinanza non solo non mi arrecherebbe nessun fastidio, ma forse anche qualche conforto", prosegue Feltri. Che sulla notizia bomba lanciata da Dagospia, secondo cui Sallusti si sarebbe dimesso dal Giornale dopo 12 anni, aggiunge: "Non saprei, ma se si è dimesso, magari semplicemente ne ha pieni i cogl..., la spiegazione potrebbe essere questa. Ma faccio solo ipotesi, non ne ho idea", conclude.

Giovanna Predoni per tag43.it il 13 maggio 2021. Alessandro Sallusti lascia Il Giornale. La notizia, anticipata da Dagospia, ha colto di sorpresa anche gli stessi giornalisti del quotidiano. Un po’ perché, negli ultimi dei suoi 12 anni di direzione, le sue dimissioni erano state più volte evocate, senza che mai nulla si concretizzasse. Sallusti, nell’ordine, veniva dato come candidato di Forza Italia alle politiche, poi candidato sindaco di Milano. Infine, sicuro partente in virtù di una ritrovata intesa con Vittorio Feltri, cui lo lega quel rapporto di odio-amore, che gli psicanalisti chiamerebbero uccisione-esaltazione del padre, in questo caso professionale. Quindi le dimissioni hanno veramente sorpreso tutti. In primis perché dopo tanti falsi allarmi si sono verificate. Poi perché è partita la corsa all’esegesi. Perché adesso, in un momento in cui la pubblicazione del libro intervista a Palamara ne ha aumentato lo spessore e la visibilità? Cosa ha in mente? Quale sarà la sua prossima destinazione? Domande per ora senza risposta se non, giura chi lo conosce bene, che Sallusti ha già in tasca la prossima destinazione. All’interno de Il Giornale, poi, i suoi cronisti si sbizzarriscono: lo fa perché non vuole essere lui a firmare il massiccio piano di tagli post pandemici di cui il bilancio della casa editrice (come di tutte, del resto) necessita. Lo fa perché le sirene di Feltri che lo ha (ri)chiamato erano tali che lui non ha potuto resistervi. Ma, citando il Nietsche del “non si torna mai dove si è stati felici”, questa interpretazione sembra poco plausibile. Ce n’è una terza, ed è forse quella che ha determinato la sua decisione di smettere. L’esperienza politica di Berlusconi è davvero arrivata al capolinea, e senza una guida Forza Italia è un partito destinato a scomparire nella diaspora dei suoi rappresentanti. Altre volte, quando Sallusti manifestava insofferenza, da Arcore arrivava la telefonata che lo convinceva a restare, magari promettendogli magnifiche sorti e rinnovato sostegno al suo giornale. Oggi, purtroppo, Berlusconi non è ad Arcore ma al San Raffaele: e quella telefonata che altre volte ne bloccava e rabboniva le intenzioni non può arrivare.

"Non lo vediamo da una settimana". Dimissioni Sallusti, il comitato di redazione de “Il Giornale”: “Notizia non confermata, nessuno ci risponde”. Redazione su Il Riformista il 13 Maggio 2021. E’ giallo sulle dimissione da direttore de “Il Giornale” di Alessandro Sallusti. La notizia, anticipata da Dagospia, non ha trovato, al momento, conferme all’interno della testata giornalista. “La notizia data da Dagospia (come quella del Covid di Sallusti, se ricordate) non è al momento stata confermata né dal direttore, né dall’ad della SEE (la società editrice, ndr) Andrea Favari – si legge in una nota diffusa dal comitato di redazione-. Come cdr quello che stiamo facendo è chiamare i diretti interessati e, al momento, Sallusti non ha risposto al cellulare, mentre Favari, intercettato in sede, non ha voluto commentare. All’interno della redazione, anche i nostri colleghi che più sono vicini a Sallusti non hanno alcuna informazione, né ci hanno riferito di segnali di questi ultimi giorni”. “Noi stessi del cdr – prosegue la nota -abbiamo visto il direttore giovedì scorso e non avremmo scommesso un centesimo su una cosa di questo tipo. Per quanto riguarda le indiscrezioni, in rete ce ne sono quante volete – si conclude il comunicato -. Il nostro compito resta quello di insistere per avere informazioni verificate e vi terremo informati non appena ne avremo”. Sallusti è direttore dal settembre 2010, quando era subentrato a Vittorio Feltri. Dal 2017 è anche direttore del sito di informazione on line InsideOver, affiliato con il quotidiano. Con Luca Palamara, ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha pubblicato a gennaio il libro “Il Sistema: Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” che ha generato un vero e proprio terremoto tra le toghe italiane. “Siamo caduti dalle nuvole, lui non ci risponde al telefono. Stiamo facendo il giornale in autogestione”, riferisce all’Agi un giornalista del Giornale. “Non ho ricevuto alcuna comunicazione e quindi non posso confermarlo né smentirlo, né non so nulla di un’eventuale trattativa, ma posso dire che se venisse qui sarei molto lieto, perché è un bravo giornalista col quale ho lavorato molti anni, e ne ho sperimentato le capacità”, ha invece spiegato Vittorio Feltri all’Adnkronos commentando l’eventualità che Sallusti abbia lasciato per passare alla guida di Libero, subentrando al direttore responsabile Senaldi. “Ho lavorato con piacere con lui sin dai tempi del Resto del Carlino, del Giorno e della Nazione, quindi la sua vicinanza non solo non mi arrecherebbe nessun fastidio, ma forse anche qualche conforto”, prosegue Feltri, che sui motivi delle dimissioni ha concluso: “Non saprei, ma se si è dimesso, magari semplicemente ne ha pieni i cogl…, la spiegazione potrebbe essere questa. Ma faccio solo ipotesi, non ne ho idea”.

Editoria: Sallusti lascia la direzione de Il Giornale. (ANSA il 14 maggio 2021) Alessandro Sallusti lascia la direzione de Il Giornale. Lo annuncia la Società Europea di Edizioni, editrice del quotidiano, in una nota. 'La Società Europea di Edizioni, editrice de Il Giornale, e il suo direttore Alessandro Sallusti hanno risolto oggi, dopo dodici anni di proficua collaborazione, il rapporto di lavoro - si legge nella nota - L'editore Paolo Berlusconi e il presidente Alessia Berlusconi ringraziano il direttore Sallusti per l'impegno profuso in tutti questi anni' (ANSA).

Sallusti lascia ilGiornale. Redazione il 14 Maggio 2021 su Il Giornale. La Società Europea di Edizioni e il direttore Sallusti hanno risolto oggi, dopo dodici anni di proficua collaborazione, il rapporto di lavoro. "La Società Europea di Edizioni, editrice de ilGiornale, e il suo direttore Alessandro Sallusti hanno risolto oggi, dopo dodici anni di proficua collaborazione, il rapporto di lavoro. L'editore Paolo Berlusconi e il presidente Alessia Berlusconi ringraziano il direttore Sallusti per l'impegno profuso in tutti questi anni". Lo annuncia una nota della società.

Da "il Giornale" il 17 maggio 2021. La redazione del Giornale, con professionalità e senso di responsabilità, ha assecondato il management dell'azienda durante questo difficile cambio di direzione, evitando sia di polemizzare per la particolare strategia di comunicazione adottata, sia di dar seguito a inevitabili gossip e alle piccole provocazioni della rete. Abbiamo continuato a produrre il Giornale migliore possibile, esattamente come abbiamo fatto per tutti i mesi a precedere, nonostante la «solidarietà», il trasloco e la difficile situazione di smartworking emergenziale. I risultati si sono visti, anche in termini di copie recuperate in edicola (cosa di cui ringraziamo i lettori). Ora, passato lo choc, siamo fiduciosi del fatto che azienda e proprietà compiranno tutti i passi giusti per scegliere e fornirci un nuovo direttore, adeguato alla sfida con la concorrenza. E al nuovo direttore parliamo fin da subito: ti aspetta un compito impegnativo, perché questa testata ha un patrimonio da difendere. Un marchio portatore di una tradizione prestigiosa, i suoi lettori fedeli e attenti, una redazione che ha saputo affrontare le sfide più impegnative, le stesse che ora attendono anche te, verso il 50esimo compleanno del Giornale, al quale mancano tre soli anni. Ecco perché, per rispetto di questa storia e all'indomani dell'uscita improvvisa del precedente direttore - appresa su internet e rimasta in sospeso per 24 ore contro ogni consuetudine - la nostra fiducia a te non sarà scontata. Dipenderà dal tuo impegno per valorizzare questo patrimonio e per difenderlo da ogni insidia; dalla tua capacità di traghettare il Giornale in un mercato editoriale che cambia con nuove tecnologie; e dal tuo impegno a tutelare l'organico di una redazione che si è fortemente spesa per la salvaguardia dell'azienda e dell' informazione dei lettori, e lo ha fatto nell' unico modo possibile: incrementando la produttività a fronte dei pesanti sacrifici economici e numerici richiesti dall' azienda negli ultimi due anni. Il Comitato di redazione.

Una sfida che mi onora: ora restate al nostro fianco. Livio Caputo il 18 Maggio 2021 su Il Giornale. Cari lettori sono di nuovo con voi, sia pure per breve tempo. Dopo le dimissioni di Alessandro Sallusti si è venuto a creare al vertice del nostro Giornale un vuoto temporaneo che bisognava colmare nell'attesa dell'arrivo di un nuovo direttore. L'editore e i miei colleghi mi hanno chiesto di uscire temporaneamente dal mio ritiro forzato e di assolvere questo compito. Ne sono non solo onorato, ma anche commosso e spero di poter contribuire a un sollecito ritorno alla normalità. Quale ultimo dei mohicani, come qualcuno mi chiama, sono felice di rendere questo servizio al nostro Giornale, con cui mi sono identificato fin dalla sua nascita e a cui ho dedicato tanta parte della mia vita professionale. Con questo spirito, vi invito a rimanere saldamente al nostro fianco come è tradizione da quasi 50 anni, nella certezza che noi continueremo a batterci per i valori per cui siamo nati. E, come sempre, buona lettura.

La notizia nel giorno dell'ufficialità della direzione affidata a Minzolini. È morto Livio Caputo, l’ex direttore ad interim de “Il Giornale” dopo le dimissioni di Sallusti. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Giugno 2021. È morto Livio Caputo, giornalista, aveva appena ricoperto la carica di direttore ad interim del quotidiano Il Giornale. Proprio oggi era stata data la conferma della nuova direzione affidata ad Augusto Minzolini. A dare la notizia l’agenzia di stampa AdnKronos. Il giornalista aveva 87 anni. Classe 1933, Caputo lavorava dal 1992 lavora al Giornale, dove scriveva di esteri e teneva una rubrica di risposte alle missive dei lettori dal titolo “Dalla vostra parte”. Era nato a Vienna da padre piemontese di ascendenze napoletane e madre triestina. Si era laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino. La sua carriera nel mondo dell’informazione era iniziata come corrispondente da Bonn, in Germania, per il Corriere d’Informazione e il settimanale Gente. Quindi a Londra come inviato dei quotidiani Il Resto del Carlino e La Nazione e del settimanale Epoca. Nel 1965 a New York divenne capo della redazione dei periodici della Arnoldo Mondadori Editore, rientrando in Italia cinque anni dopo come inviato di Epoca, di cui diventa per un breve periodo direttore nel 1976. Quindi il primo approdo a Il Giornale guidato da Indro Montanelli, mentre nel 1979 passò al quotidiano La Notte di cui divenne direttore fino al 1984, quando il giornale fu ceduto al gruppo Rusconi. Caputo passò al Corriere della Sera dove divenne capo dei servizi esteri, quindi nel 1992 il ritorno a Il Giornale come vicedirettore, quotidiano per cui collabora ancora oggi. Per oltre 40 anni è stato tra gli esponenti più importante del movimento liberale italiano, prima nel PLI e poi in Forza Italia. Col partito di Berlusconi nel 1994 è stato eletto diventando capogruppo vicario e sottosegretario agli Affari Esteri. Nel 1997 è entrato nel Consiglio comunale di Milano dove è rimasto fino al 2006. Caputo aveva assunto la direzione ad interim dopo le dimissioni a sorpresa di Sallusti, a mettà maggio. Sallusti è diventato direttore di Libero tornando alla casa “che hai già abitato e che vent’anni fa hai contribuito ad arredare, al fianco dell’architetto Vittorio Feltri”, aveva scritto nel suo primo editoriale lo stesso Sallusti commentando una scelta “che fa un certo effetto, anche se da allora il mondo è cambiato assai più di quanto sia cambiato in questi travagliati anni lo spirito di Libero e del suo fondatore”. L’addio dopo 12 anni. A Libero Sallusti è affiancato dal condirettore Pietro Senaldi e il direttore editoriale Vittorio Feltri. “Starà a noi – ha scritto Sallusti nel primo editoriale sulle vicende interne alla destra italiana – raccontare il travaglio necessario per provare a partorire, dopo dieci e passa anni di gestazione, un nuovo e credibile governo alternativo alla sinistra in salsa grillina che già ha fallito al suo primo, recente, tentativo targato Conte due”. A Il Giornale invece la direzione è stata affidata ad Augusto Minzolini.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Fine del risiko nei giornali di destra. Augusto Minzolini nuovo direttore del Giornale: “In redazione timori di un piano lacrime e sangue”. Vito Califano su Il Riformista il 10 Giugno 2021. È Augusto Minzolini il nuovo direttore de Il Giornale. A dare la notizia in esclusiva è stato Dagospia. Lo stesso sito di notizie aveva scritto lo scorso 26 maggio lo scoop della direzione passata a Nicola Porro, vice-direttore del quotidiano e anchorman di Quarta Repubblica. Il conduttore aveva smentito, almeno momentaneamente. A questo punto sembrano non esserci più dubbi: l’erede di Alessandro Sallusti è Minzolini. Livio Caputo ha ricoperto intanto la carica di direttore ad interim. Secondo quanto appreso da Il Riformista la redazione era più propensa al profilo di Porro, percepito come più indipendente, che alla soluzione interna Minzolini, vista invece come più filo-aziendalista. La redazione avrebbe a questo punto timore di un ridimensionamento della testata attraverso un piano lacrime e sangue. Fine dunque del risiko dei giornali di destra, esploso con le dimissioni di Sallusti lo scorso 18 maggio. Sallusti è diventato direttore di Libero tornando alla casa “che hai già abitato e che vent’anni fa hai contribuito ad arredare, al fianco dell’architetto Vittorio Feltri”, aveva scritto nel suo primo editoriale lo stesso Sallusti commentando una scelta “che fa un certo effetto, anche se da allora il mondo è cambiato assai più di quanto sia cambiato in questi travagliati anni lo spirito di Libero e del suo fondatore”. L’addio dopo 12 anni. A Libero Sallusti è affiancato dal condirettore Pietro Senaldi e il direttore editoriale Vittorio Feltri. “Starà a noi – ha scritto Sallusti nel primo editoriale sulle vicende interne alla destra italiana – raccontare il travaglio necessario per provare a partorire, dopo dieci e passa anni di gestazione, un nuovo e credibile governo alternativo alla sinistra in salsa grillina che già ha fallito al suo primo, recente, tentativo targato Conte due”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Estratto dell'articolo di Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 21 giugno 2021. Minzolingua. "Travaglio...patacca del giornalismo...si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce 'diffamazione'" (Augusto Minzolini, neodirettore del fu Giornale, 16.6). Il mio lungo capitolo consta di una multa di 1000 euro per aver diffamato Previti (reato tecnicamente impossibile). Il suo, oltre alle diffamazioni e a un abuso d'ufficio prescritto, consta di una condanna a 2 anni e mezzo per peculato per aver derubato la Rai di 65 mila euro di spese ingiustificate in 18 mesi. Peculate, peculate, qualcosa resterà.

L'ex direttore del Tg1 è l'erede di Alessandro Sallusti. Chi è Augusto Minzolini, il nuovo direttore del quotidiano Il Giornale. Vito Califano su Il Riformista il 10 Giugno 2021. Fine della rivoluzione dei giornali della destra italiana: Augusto Minzolini è il nuovo direttore de Il Giornale. L’ex direttore del TG1 diventa quindi l’erede di Alessandro Sallusti alla guida del quotidiano della famiglia Berlusconi. A dare il là all’avvicendamento le dimissioni di Sallusti, lo scorso maggio, tornato a Libero. Livio Caputo ha ricoperto il ruolo di direttore ad interim nel frattempo. Dagospia ha riportato per prima la notizia come aveva scritto della direzione affidata a Nicola Porro, vicedirettore vicario del quotidiano e anchorman di Quarta Repubblica, trasmissione di Rete4, poi smentita. Minzolini è nato a Roma nel 1958. Ha svolto il praticantato presso l’agenzia di stampa Asca, e ha collaborato con Panorama. È giornalista professionista dal 1980. Fino agli anni Novanta ha scritto per La Stampa, dove era diventato editorialista nel 1997. “Minzolini si è distinto per il suo giornalismo sensazionalistico, indagatore del retroscena politico (che è stato chiamato “minzolinismo”), attirandosi le critiche di molti (soprattutto di chi lo considera politicamente schierato a destra)”, riporta la Treccani. È diventato direttore del Tg1 dal giugno del 2009 fino al dicembre 2011. Alle elezioni politiche del 2013 è stato eletto Senatore con Il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi. Si è dimesso dalla carica nel 2017. Minzolini è comparso anche in due film di Nanni Moretti, Io sono un autarchico del 1976 ed Ecce Bombo del 1978. Alcuni suoi scoop: l’accordo per eleggere Massimo D’Alema alla Presidenza della Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali; la cena tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Massimo D’Alema e Franco Marini sul patto della crostata; l’intervista per Passioni a Bettino Craxi ad Hammamet, in Tunisia. Minzolini è stato spesso criticato durante la sua direzione del Tg1, spesso aperto, nell’edizione delle 20:00, con suoi editoriali. Un comunicato congiunto dei comitati di redazione delle tre testate Rai nel 2009 protesta apertamente: “Siamo tutti TG1, siamo tutti, noi giornalisti della Rai, contro le scelte editoriali di chi occulta le notizie e rende agli italiani un pessimo servizio pubblico radiotelevisivo – si legge nella nota – il compito del direttore di una testata del servizio pubblico, tenuta a raccontare e rappresentare, con tutti i punti di vista, i fatti che hanno rilevanza nella vita del Paese. Un impegno che mai può venir meno e mai può permettersi di tacere notizie o impedire una loro corretta e completa lettura”. Minzolini è stato rimosso dalla direzione del TG1 il 13 dicembre 2011, il suo ricorso respinto. È risultato il primo dei non eletti per il Pdl in Liguria, ma viene proclamato senatore subentrante da Berlusconi. Successivamente, con la fine del Pdl, ha aderito a Forza Italia. E’ stato critico nei confronti del Patto del Nazareno tra Matteo Renzi, allora segretario del Partito democratico, e Berlusconi. Condannato in via definitiva dalla Cassazione per peculato, il Senato ha votato la revoca del mandato parlamentare sulla base della legge Severino, salvo poi riconoscere l’esistenza di fumus persecutionis nei confronti del giornalista. Minzolini è stato a lungo legato in una relazione con la parlamentare Gabriella Giammanco.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Quel vento di libertà che non si può ignorare. Augusto Minzolini il 16 Giugno 2021 su Il Giornale. IlGiornale ha scolpita sotto la testata la frase "dal 1974 contro il coro". E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura "liberale" anima l'opinione pubblica. Due giorni fa ci ha lasciato Livio Caputo, una delle firme storiche del Giornale da quando fu fondato da Montanelli. Livio ha diretto in queste settimane la testata dal letto di morte, dimostrando quell'attaccamento al mestiere proprio di un grande professionista, di quelli che non esistono più. Tutto ciò per dire che il mestiere del giornalista nella sua interpretazione migliore può essere intrapreso, svolto, coniugato con una sola parola: passione. È un mestiere che ti prende la vita e a cui dedichi una vita. Una vocazione, insomma, una missione. Per cui è un paradosso che nell'epoca dell'Informazione, mentre l'intero pianeta si regge sulla circolazione delle notizie sul web, sulle tv, sugli smartphone, sistema essenziale per la salvaguardia della democrazia dove c'è (o per esigerla dove non c'è), motore indispensabile per lo sviluppo dell'economia, i giornali siano in crisi. Una triste realtà. Magari perché si tratta di strumenti obsoleti, ma non credo. Magari perché sono fatti male, forse. Magari ipotesi più probabile - perché non sono più capaci di ascoltare e comunicare con i lettori, obnubilati da vecchie e nuove ideologie, da un «politically correct» asfissiante che ha fatto il suo tempo, da troppi falsi totem. La verità è che il giornalismo spesso si parla addosso. E a volte nella sua autoreferenzialità ignora la realtà. Eppure basterebbe rifarsi all'antico motto, che recitava: «La notizia prima di tutto». Invece, la notizia talvolta viene «mediata», «piegata» a fini di parte, o, peggio, «ignorata». È quello che avviene nei regimi conclamati, in quelli nascosti, e in quelli che hanno una natura tutta particolare, cioè quelli «mediatici» o, peggio ancora, mediatico-giudiziari, quelli che trasformano l'informazione in un coro che esulta sotto il patibolo o la ghigliottina di turno. Una parolaccia per qualsiasi liberale. Un insulto per Il Giornale che ha scolpita sotto la testata la frase «dal 1974 contro il coro». E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura «liberale» anima l'opinione pubblica. Saranno state le chiusure del lockdown, la voglia di risorgere, di reagire, nell'economia e nella società, sta di fatto che nel vecchio continente spira un vento di libertà quando i cittadini sono chiamati a dire la loro: dalla Madrid di Isabel Diaz Ayuso alla Sassonia della Cdu. Anche il Belpaese ne ha un incontenibile bisogno. Il colore viene dopo. È una condizione dell'anima che incoraggia gli individui a rischiare, a mettersi in gioco come negli anni della Ricostruzione del secondo dopoguerra. La politica e i media non possono ignorare quel vento, pagherebbero il fio di essere a loro volta ignorati. Il che tradotto significa una burocrazia efficiente, un fisco non opprimente, una solidarietà che non si traduca in un assistenzialismo fine a se stesso. E ancora, libertà significa pure avere alleati che perseguano gli stessi principi e salvaguardino gli stessi diritti, a cominciare dalle democrazie occidentali. Ed anche interlocutori che rispettino gli stessi standard igienico-sanitari e non nascondano verità inconfessabili. Il Covid-19 è un monito per il futuro. Per cui è finita la stagione dei Marco Polo nostrani, che per qualche interesse più o meno nascosto, non portano l'Italia in Cina, ma semmai fanno il percorso opposto, importando la Cina in Italia. Da ultimo la condizione pregiudiziale per risorgere: c'è bisogno di una giustizia giusta, che dia fiducia, che non terrorizzi ma che garantisca il cittadino. Che non sia uno strumento di parte, politico, per colpire l'avversario, come raccontano le ultime rivelazioni e testimoniano gli ultimi fatti, ma che salvaguardi i diritti di tutti. Un obiettivo da ottenere ad ogni costo, se non basta la via parlamentare, anche attraverso i referendum: perché no? È l'ottica in cui questo Giornale darà il suo contributo, innanzitutto verso le culture che gli sono più affini, di un centro che guarda verso la destra. Confrontandosi, però anche, all'insegna del pragmatismo e del dialogo, con chi ha opinioni diverse. Sempre nel rispetto, ma senza nutrire paure o timori. P.s. Appunto, rispetto. A Marco Travaglio, che millanta una discendenza diretta da Montanelli e sprizza veleno da tutti i pori perché da mesi fa a botte con la notizia che Giuseppe Conte non è più a Palazzo Chigi, si attaglia un giudizio che il grande Indro dedicò ad un giornalista ben più degno di lui: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Ad una tale patacca del giornalismo nostrano (non ricordo scoop del personaggio a parte le «carte» di qualche Pm amico), che si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce «diffamazione», non dedicherò più una parola.

Il neodirettore del “Giornale” si racconta. Intervista ad Augusto Minzolini: “Chi mi attaccava sui giudici, ora la pensa come me…” Susanna Schimperna su Il Riformista il 24 Giugno 2021.  La nomina a direttore de Il Giornale era nell’aria ma lui non ci credeva affatto, quindi aveva organizzato un lungo soggiorno a Minorca: tre mesi in cui si sarebbe dedicato a un libro, il primo, perché «io sono un archivio di aneddoti e voglio scriverli». È dovuto tornare di corsa e il libro naturalmente dovrà aspettare, perché non è che si possano fare mille cose insieme, non va bene, non ha senso. Per esempio come direttore non scriverà fondi quotidiani come è tradizione dei giornali di centrodestra, dato che, realisticamente: «Sfido tutti ad avere ogni giorno qualcosa da dire, e poi il direttore che parla è autorevole proprio perché non lo fa tutti i giorni, lo fanno gli editorialisti. Montanelli diceva la sua ogni giorno? Ma lui era lui, ce ne fossero…».

È un mistero, Augusto Minzolini. Che si abbiano o no pregiudizi ideologici su di lui, di fatto gli si deve riconoscere una carriera brillantissima accanto anche a persone di idee molto diverse (Paolo Mieli che lo assunse a La Stampa, Ezio Mauro che lo promosse inviato), e se i procedimenti giudiziari a suo carico (diffamazione, violazione del segreto istruttorio, peculato – da direttore del Tg1 –, abuso d’ufficio) non sono stati pochi e hanno fatto un rumore assordante, è stato assordante pure il rumore prodotto dal Senato quando, Minzolini senatore di Forza Italia, riconobbe che contro di lui ci fosse fumus persecutionis. Un po’ spiazzanti sono poi certe posizioni in contrasto con la linea del suo amato Silvio: nel ’94 si dichiara contrario a ogni tipo di privacy per i politici, perché «un politico è un uomo pubblico e in ogni momento della sua giornata deve comportarsi come tale» e vent’anni dopo critica duramente il Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. C’è anche quel buon umore incrollabile, quell’espressione di divertita superiorità più che di ironico distacco. Non sembra mai distaccato, Augusto Minzolini. Proprio per niente. Piuttosto, è come se partecipasse sempre a un gioco appassionante in cui sa di non poter perdere, il che può risultare molto irritante. Figuriamoci poi per chi lo detesta.

Questa nomina quanta gente ha fatto innervosire?

Francamente non penso siano stati tanti. Certo, mi aspettavo Travaglio. Mi ricordo una scena di Un americano a Roma, Sordi faceva una specie di balletto alle prove e a un certo punto diceva «Qui c’è l’applauso» rivolgendosi alla compagnia, invece alla prima scatta una sonora pernacchia. Io sono quello che fa la pernacchia.

La polemica tra te e Marco Travaglio sembra infinita.

Montanelli un giorno disse, dedicato a Scalfari: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Travaglio pensa di essere discepolo di Montanelli, ma figurati. L’ho querelato perché mi ha detto che sono più ignorante di un usciere Rai. È stato prosciolto perché ha sostenuto che il suo non era giornalismo ma satira. Un anno fa, ho fatto dei tweet in cui scrivevo «Travaglio faccia di c…», qualcuno mi ha avvertito che stava per querelarmi e allora io ho rilanciato: «C’è chi pensa che quando parlo di Travaglio dica faccia di culo, ma no, lungi da me. Io penso che abbia una faccia da capriolo con quegli occhioni con cui ti guarda». Passano due mesi, mi chiamano dal commissariato per dirmi che mi ha querelato. Per “faccia di c…” e non solo, pure per “faccia da capriolo”.

E ridi. Se ne resta stupefatti. A parte le vicende giudiziarie, c’è stata dieci anni fa la rimozione dal Tg1, ci sono stati e ci sono attacchi e critiche di ogni tipo.

Ma io gli attacchi li capisco, come capisco chi lecca. Fa parte della natura umana. Mi aiuta a restare sereno il sentirmi nel giusto, la convinzione di aver sempre fatto quello che secondo me andava fatto. E poi sono aperto al dialogo, dico quello che penso e non mi lascio condizionare per niente dagli atteggiamenti che la gente ha nei miei confronti.

Persone che si sono ricredute su di te, che da nemiche sono diventate amiche o viceversa…?

Proprio diventate nemiche, no. Al massimo gente che nei momenti complicati non mi ha creduto, mentre mi aspettavo altro. Ma sono delusioni che non contano. Invece ho trovato molti che si sono ricreduti in positivo. In sessant’anni, sono l’unico che si trova a essere per la magistratura un pregiudicato e per il Parlamento un perseguitato. C’è una sentenza della Cassazione che prevedeva l’applicazione della legge Severino e il Parlamento si è pronunciato in modo diverso, rispetto poi a un membro dell’opposizione che sulla carta non avrebbe dovuto avere la maggioranza. Con voto palese, il 16 marzo 2017 il parlamento si è assunto la responsabilità di dire che quella sentenza (sentenza passata in giudicato, per cui ero stato dichiarato decaduto da senatore) non convinceva, che nasceva da un atteggiamento pregiudiziale nei miei confronti. Personaggi come Ichino o Tronti, un operaista, si sono alzati e hanno votato contro. In quell’occasione si è esposta anche Rosaria Capacchione, la giornalista de Il Mattino che si era tanto occupata di camorra ed era stata minacciata per questo. Sono rimasto sorpreso: i politici erano andati a leggersi le carte, cosa che spesso i giornalisti non fanno. In quel periodo io ero contro il Patto del Nazareno, avevo detto che Grasso, presidente del Senato, non mi era piaciuto perché aveva condotto il dibattito sulle riforme riducendo lo spazio di discussione ed eliminando una serie di emendamenti, e avevo ipotizzato pure l’impeachment per Napolitano… Tutto questo significa che c’è una separazione della politica dalle vicende giudiziarie più in Parlamento che nella magistratura, o almeno così è stato in quell’occasione.

Contestatissima, la tua direzione del Tg1, anche al di là delle questioni giudiziarie. Oggi che puoi dire, avevi sbagliato?

Rivendico tutto quello che ho fatto e ti dico un’altra cosa, divertente. Tutti ce l’avevano con i miei “famigerati” editoriali, ma dopo anni ho ritrovato che questi tutti dicevano le cose che all’epoca dicevo io, su Craxi, Napolitano, l’Europa, la giustizia. Pensavano che parlassi imbeccato da Berlusconi, invece in un’intercettazione si sente lui che mi chiama e mi dice «Direttorissimo, ma perché quegli editoriali? Chi te lo fa fare? Lascia perdere, ti metti nei guai». Questa cosa non l’hanno mai scritta.

Sei stato accusato di essere talmente pro-Berlusconi da minimizzare una sua battuta antisemita, oscurare l’inchiesta sugli scandali sessuali che lo vedevano protagonista, mandare in diretta un suo discorso facendo slittare il Tg1… Ma lo amavi proprio, il Silvio?

Penso che è uno che ha lasciato un’impronta, e a me piacciono i personaggi così. Sono pochi i leader politici che caratterizzano un’epoca. Lui l’ha caratterizzata. Ha inventato il bipolarismo in Italia, per dirne una. L’ho accostato a De Gaulle e non ho cambiato idea. Berlusconi ha sempre assunto una posizione responsabile, in ogni situazione, a costo di rimetterci in termini di consenso. La demonizzazione che ne è stata fatta nasce dalla mania italiana di criminalizzare l’avversario e cercare di colpirlo attraverso la magistratura. Uno dei magistrati che lo giudicarono in Cassazione scrisse pure che bisognava far fuori Minzolini. Come si fa a dubitare che fosse un’operazione politica?

Tu sei contrario al ritorno in magistratura di un giudice che per un certo tempo abbia fatto politica…

Di più. Secondo me un magistrato neanche dovrebbe entrarci, in politica. Ci fu un provvedimento, coi grillini d’accordo, per cui un magistrato non avrebbe potuto tornare in magistratura dopo essere stato in politica. Sembravamo tutti d’accordo ma il provvedimento si arenò alla Camera. Senza fare nomi, c’era un presidente della Commissione giustizia della Camera che era un magistrato, e si diceva che avesse intenzione di andare in Cassazione. Ci scrissi un pezzo su Il Giornale, Marco Rizzo lo riprese e scrisse la stessa cosa. Non chiamarono me ma lui, dicendogli ma dai, ma ti pare… Termina la legislatura, il provvedimento non viene approvato e la presidente (sì, era una donna) finisce in Cassazione.

Tra i vari procedimenti giudiziari, ce n’è uno che ti ha dato particolarmente fastidio, che hai trovato davvero ingiustificato?

Quello di truffa ai danni della Rai, delle spese fasulle, del peculato. Non me l’aspettavo. Facevo solo pranzi, assolutamente previsti. Per mesi mando queste spese per avere il rimborso, nessuno obietta nulla e dopo quindici mesi nasce il caso. Sapevo che qualcuno aveva spedito qualcun altro a fotocopiare le mie ricevute, ma non mi ero preoccupato per niente dato che sapevo che tutto era in regola. Invece Di Pietro fa un esposto, e io per reazione, incazzato, ridò tutti i soldi, prima ancora che mi arrivasse l’avviso di garanzia. Vengo rinviato a giudizio e, nell’ordine: la Corte dei conti mi dà ragione, l’Ordine dei giornalisti mi dà ragione, il giudice del lavoro obbliga la Rai a restituirmi i soldi. Vengo assolto in primo grado. In secondo grado, con questo presidente ex sottosegretario, che avviene? In quattro ore, senza verificare, studiare, richiamare i testimoni, ribaltano la sentenza. Siamo in un sistema giudiziario in cui crediamo di essere i pronipoti di Beccaria, si ripete sempre che devi essere colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio… ma se mi hanno assolto in primo grado, il ragionevole dubbio ti pare che non ci sia? Ci riempiamo solo la bocca di parole.

Dato che hai parlato di pranzi e anche di Montanelli, lo sai che diceva che con i politici non bisogna mai andare a cena?

Infatti io difficilmente ci vado a cena. Cinque o sei volte al massimo in tanti anni, e ho cominciato ad occuparmi di giornalismo politico nell’80.

E allora dove e come nasce, questo “minzolinismo”? Come fai a portare gli interlocutori a raccontarti retroscena, incontri che magari dovrebbero rimanere segreti, intenzioni e pensieri?

Mi muovo. Vado nei posti. Faccio domande precise e mi ricordo sempre di essere un giornalista. Con il lockdown, in Parlamento andavano non più di due, tre giornalisti. Uno di quelli ero, sono sempre io. Molti usano il telefono, io uso il motorino. Se stai alla scrivania, non succede niente. Ai neodeputati viene detto «Attenti a Minzolini, quello scrive tutto». Ovvio. Il “minzolinismo”, neologismo degli anni 90, ha origine però, in realtà, dal bisogno di decrittare i discorsi dei politici. Forlani, ad esempio. «Potrei parlare per ore con voi giornalisti senza dirvi niente», mi disse durante un’intervista dal barbiere della Camera, mentre gli lavavano i capelli e gli facevano quel colore un po’ azzurrino che gli piaceva. Così bisognava tradurre. La differenza tra ieri e oggi è che una volta il politico parlava in modo poco chiaro ma sapeva bene quello che voleva fare, quindi tu dovevi capire e riportare il senso di ciò che ti diceva e anche di ciò che avveniva. Considero mio maestro, in questo, Guido Quaranta. La Seconda Repubblica, invece… È arrivata molta gente che non aveva mai fatto politica, un magma a cui dovevi e devi dare forma. È necessario che ce l’abbia tu, in testa, quello che sta accadendo, e che addirittura riesca a precedere gli eventi. Abbiamo un mondo, quello grillino, che in Parlamento c’è andato attraverso un clic.

A proposito dei 5 Stelle, che ne pensi di Conte?

Ha fatto la sua fortuna nel ruolo di mediatore in governi molto diversi, è una sua qualità e da questo punto di vista è capacissimo. Immaginare però che possa fare anche il leader politico e testimoniare un’identità precisa mi pare difficile. Di Maio prende decisioni politiche, dice per esempio basta con la gogna. Conte no, balbetta, vuole tenere insieme un vasto mondo. Pensiamo a quando questi due stati d’animo, quello che vuole mediare e quello che ha nel Dna il “vaffa”, si confronteranno… Ora temo si stiano trasformando nel tonno della famosa scatoletta che volevano aprire.

Il minzolinismo è fatto di gesti e parole colti al volo. Quegli aneddoti che hai detto che metterai nel libro. Ne racconti qualcuno?

Forse la più antica “minzoliniata” è quella che ha come protagonista Andreotti. La Dc era allora a Palazzo del Gesù: lo beccai sulla scalinata e non c’era verso che parlasse. Mancavano quattro gradini e lo implorai: «Mi dica una cosa, qualunque cosa, almeno mi fa diventare famoso». Lui si divertì, pronunciò una battuta che ora non ricordo e che riportai. Un’altra volta, quando non avevo casa a Roma, scesi all’Hotel De Russie e lì trovai Rutelli che faceva i massaggi, così scrissi un pezzo sui massaggi per dimagrire di Rutelli. Un’altra volta a New York, nella hall di un albergo, avevo vicino D’Alema che non parlava e non voleva parlare. Però arrivano le Coca Cola che abbiamo ordinato e lui commenta: «Qua a New York anche la Coca Cola è più buona». Come facevo a non scriverlo? S’arrabbiò moltissimo, non parlò a nessun giornalista per dieci giorni, finché Rondolino non organizzò una cena di riconciliazione.

Il tuo primo fondo su Il Giornale è dedicato a un vento liberale che non si può, dici, ignorare, e che tradotto significa burocrazia efficiente, fisco non opprimente, solidarietà che non sia assistenzialismo fine a se stesso, rispetto di tutti dei principii democratici. Hai dichiarato poi che i giornali devono “tornare a parlare alla gente” (lo stesso avevi detto quando ti eri insediato al Tg1). Ma non lo fanno già, e il rischio non è di ipersemplificare e mirare alla pancia?

Io penso di averlo fatto allora in maniera diversa. Proponevo, al Tg1, filmati curiosi, un po’ strani. Mi rompevano le scatole ma ora lo fanno tutti. È un modo, questo dei cortometraggi su cose bizzarre, per portare la gente ad ascoltare poi anche le cose serie. Siamo bombardati da notizie e la carta stampata è superata, siti e talk prendono spunto dai giornali, rilanciano quello che è scritto sui giornali. Il Giornale, poi, si occuperà molto di politica estera, coniugandola con quella italiana e con gli interessi della gente.

Chi vorresti intervistare?

Chiunque sia capace di lasciare un segno (lo so, è un po’ la mia fissazione). I politici italiani li conosco tutti, quindi direi Trump, Biden, Putin, Steve Jobs magari ma purtroppo è morto, Bill Gates che ha grandi doti di previsione, basti pensare a quando e come aveva parlato di virus. Però Gates non ha il fascino di Jobs, che ha saputo coniare frasi come “Stay hungry, Stay foolish ” o “L’unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai”, frasi-slogan che ancora girano, che ci ricordiamo.

Ridi così spesso, sorridi quasi sempre. Ma cos’è che ti diverte tanto?

La natura umana. È da quella che poi hanno origine gli aneddoti e anche le vicende che a volte sono paradossali, difficili da affrontare. Ma lì devi decidere, o piangi o ridi. Io, visto che sono ottimista, ne vedo l’aspetto comico. E rido. Susanna Schimperna

Alessandro Sallusti per "il Giornale" il 17 maggio 2021. A volte le cose sono più semplici di come appaiono o di come si vorrebbe farle apparire. E questo mio ultimo giorno da direttore del Giornale dopo dodici anni di servizio è esattamente così. Per provare a spiegarlo prendo in prestito un capitolo dell'ultimo romanzo di uno dei miei scrittori preferiti, Fabio Genovesi (Il calamaro gigante, edizione Feltrinelli) in cui l'autore (che dopo la passione per la scrittura ha quella per il ciclismo, per cui c'è da fidarsi) fa girare la storia attorno al concetto che «il più grande regalo che possiamo fare a noi stessi, forse, è mai dire ormai». Ecco, giunto dove sono, potrei dire «ormai sono arrivato», oppure «ormai sono vecchio per tentare nuove avventure». Ma anche «ormai» mi sono accasato nella famiglia di Paolo Berlusconi e di sua figlia Alessia (i miei editori) che è una famiglia estremamente accogliente, generosa e amante della libertà. Così come «ormai» mi è stato concesso il privilegio di dare del tu al presidente Silvio Berlusconi, cioè a uno dei due o tre straordinari uomini che il nostro secolo ci ha regalato e a cui la storia, ne sono certo, prima o poi riconoscerà i meriti in tutti i campi. Ecco avrei potuto vivere tranquillamente di «ormai», ma un giorno, anche grazie a un fortunato incontro, mi si è insidiato nella testa un altro «ormai» che ha avuto la meglio: ormai, dopo dodici anni, era ora di rinunciare a tante certezze e affrontare nuove sfide, senza rancore né particolari calcoli. E quindi eccoci qui, al famoso articolo di commiato dai lettori che nessun direttore vorrebbe mai scrivere ma che io oggi mi sento di fare in totale serenità. Posso solo dire che sono stati dodici anni fantastici. Certo, nel mentre ho subito un arresto per reato di opinione, mi hanno messo due bypass e due stent coronarici, ho vissuto la più grave crisi dell'editoria di sempre e ovviamente un pizzico di Coronavirus. Ma sia io sia il vostro Giornale siamo ancora qua, e questo è quello che conta. Insieme ai colleghi di questa redazione, ho difeso a spada tratta libertà politiche e culturali perennemente sotto attacco. Li ringrazio tutti e auguro loro ogni bene. In quanto all'editore, beh, ogni parola in più potrebbe sembrare ruffiana o di circostanza. Preferisco dimostrare in futuro con i fatti la stima che ho maturato nei loro confronti. «Ormai» è fatta, un saluto a tutti, ma soprattutto a voi lettori. Grazie.

Alessandro Sallusti per "Libero quotidiano" il 18 maggio 2021. Tornare in una casa che hai già abitato e che vent' anni fa hai contribuito ad arredare, al fianco dell'architetto Vittorio Feltri, fa un certo effetto, anche se da allora il mondo è cambiato assai più di quanto sia cambiato in questi travagliati anni lo spirito di Libero e del suo fondatore. Ora l'editore, che ringrazio per avermi scelto come nuovo direttore responsabile, ci sprona a nuove sfide, sia sulla carta che sul web. E lo fa nel momento in cui il paese, grazie ai vaccini e a un governo che sta mantenendo le poche promesse fatte, sta per riprendere la corsa dopo aver inanellato, per via del Covid, giri su giri in regime di safety car, l'auto che nei gran premi entra in pista per rallentare i piloti quando accade un brutto incidente. Quale occasione migliore, quindi, per serrare le fila, immaginare e programmare i prossimi anni di questo giornale che uscito dalla sua spensierata giovinezza si appresta ad entrare nell'età matura, che non vuole dire né paludata né omologata ma consapevole. Consapevole di potere e di dovere avere un ruolo centrale e autorevole nell'informazione dei prossimi mesi e anni. Che saranno anni complicati e decisivi anche per l'area culturale e politica di riferimento dei suoi lettori. Chi vincerà il braccio di ferro tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni per il primato del Centrodestra? Quanto Forza Italia sarà capace di mantenere una centralità utile a tenere insieme la coalizione? La prima risposta a queste domande è semplice: affari loro. Ma la seconda ci riguarda da vicino, perché starà a noi raccontare il travaglio necessario per provare a partorire, dopo dieci e passa anni di gestazione, un nuovo e credibile governo alternativo alla sinistra in salsa grillina che già ha fallito al suo primo, recente, tentativo targato Conte due. Come è nello spirito di questo giornale racconteremo tutto senza censura alcuna perché in puro stile feltriano qui si resiste a tutto meno che alle notizie, ci riserviamo il diritto di critica nei confronti di chiunque e se sarà il caso pure di sberleffo. Ma non vogliamo distruggere nulla: responsabili sì, conformisti mai.

Dagospia il 21 maggio 2021. Da Un giorno da Pecora. Alessandro Sallusti, neo direttore di Libero dopo dodici anni al Giornale, oggi a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, ha raccontato la telefonata che Silvio Berlusconi ha provato a fargli per tentare di convincerlo a rimanere nel quotidiano di famiglia. “Io ho avvisato il mio editore, Paolo Berlusconi, il quale ha avvisato Silvio, che poi mi ha telefonato. Non è stata una chiamata piacevole, non per i toni che col Presidente sono sempre gradevoli, ma perché non è facile dirgli di no”. Ha sentito Berlusconi dispiaciuto? “Si, mi piace credere che fosse sincero quando ha fatto un ultimo tentativo per farmi cambiare idea”. Le ha proposto più soldi? “Non era quella la questione, abbiamo avuto un bel rapporto per 12 anni. Per me è stato un momento drammatico”, la sua chiamata “è stato il passaggio più difficile. Ho capito che sarei andato via quando sono riuscito ad attaccare il telefono”. Come ha esordito il Cavaliere al telefono? “Mi ha detto: 'Alessandro cosa mi combini? Penso che non sia vero quello che mi hanno detto...' E io gli ho risposto: 'presidente, mi dispiace ma è vero'”.

Dagonews il 17 maggio 2021. La decisione di Alessandro Sallusti di lasciare "il Giornale" per andare a dirigere "Libero", rivelata in esclusiva da Dagospia, è stata ampiamente vivisezionata: lo ha fatto per soldi? Per affrontare una nuova sfida professionale? Per l'ennesima staffetta con Vittorio Feltri? Nessuno si è chiesto, invece, perché la famiglia Angelucci abbia deciso di cambiare cavallo. Il business del senatore di Forza Italia Antonio Angelucci, editore e patriarca della famiglia che controlla il quotidiano, è concentrato nella sanità, tra case di cura riabilitative e cliniche private convenzionate sparpagliate in tutta Italia. Quando la pandemia sarà alle spalle, ma la questione salute sarà ancora al centro del dibattito pubblico e dell'azione della politica, bisognerà farsi trovare pronti. A quel punto - deve essersi chiesto Angelucci - non sarà meglio avere un quotidiano filo-governativo o comunque "dialogante" invece di un foglio "da battaglia"? Negli ultimi anni, complice la graduale decadenza di Silvio Berlusconi, Alessandro Sallusti ha portato "il Giornale" su posizioni più moderate e meno urlate. I suoi editoriali pro-Draghi sono stati notati dagli addetti ai lavori così come la sua presenza (ormai sdoganata) in trasmissioni "de' sinistra" come "Otto e mezzo". La gestione Feltri-Senaldi, invece, ha fatto di "Libero" un foglio ideologico, da polemica quotidiana (spesso strumentale), con una marcata vena anti-governativa. Ma su quella linea si è assisa già "la Verità" di Belpietro che ha trovato la sua fortunata dimensione "a destra", con un sostegno al duplex Salvini-Meloni, con paginate anti-gender, pro-life e catto-conservatrici. Sallusti dovrà riportare "Libero" a una moderazione conservatrice, più funzionale agli affari della famiglia Angelucci e al dialogo con il potere, evitando - ad esempio oggi - le interviste-siluro a Giulio Tremonti contro Draghi, il governo o il Recovery plan. E visto che "Libero" vende soprattutto a Milano, dove chi compra i giornali non è un antagonista anti-sistema ma tendenzialmente un borghese moderato, la svolta "soft" richiesta dagli Angelucci è un modo per risintonizzarsi con i propri aficionados (e magari recuperare copie).  

DAGOREPORT il 31 maggio 2021. Il compleanno di Giampaolo Angelucci, primo dei tre figli di Antonio che detiene la Tosinvest ed è l'editore dei quotidiani di famiglia Libero, Il Tempo e i Corrieri del Centro Italia, svelato dal Fatto Quotidiano, svoltosi domenica scorsa nella villa ai Castelli romani di Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia e re delle cliniche private nel Lazio, ha colpito soprattutto per la presenza dei due Matteo: Salvini e Renzi. Che non si sono incrociati in quanto il Capitone e Francesca Verdini sono arrivati in ritardo avendo inforcato la strada sbagliata mentre il senatore di Rignano ha sostato pochi minuti per gli auguri (ricordiamoci che gli Angelucci all’epoca silurarono Maurizio Belpietro dalla direzione di “Libero”, reo di attaccare Renzi. E sbocciò “La Verità”). Scrive il quotidiano di Travaglio: “Attovagliati nella lussuosa villa c' erano solo pochi altri eletti tra cui l' amica di famiglia e assessore all' Istruzione in Lombardia, Melania Rizzoli, mentre non erano presenti giornalisti, nemmeno i due direttori di Libero: né il nuovo arrivato Alessandro Sallusti né Vittorio Feltri, messo un po' all' angolo nel quotidiano di viale Majno dopo l' arrivo dell' ex direttore del Giornale”. Aggiungiamo altri presenti al compleanno di Giampaolo: Maria Grazia Cucinotta, Michaela Biancofiore fresca di abbandono di Forza Italia (ma è stata adeguatamente sostituita dalla ondivaga Renata Polverini), e tanti altri amici e dipendenti. Del resto, per le casse degli Angelucci è un periodo d’oro. Il business della sanità privata, dagli ospedali iper-tecnologici alle case di riposo per anziani fino alla diagnostica complessa, ha visto decollare gran parte degli introiti negli ultimi anni. Un business ricco e in cui la politica ha un ruolo determinante. Di qui, l’arrivo di Alessandro Sallusti a “Libero” per riportare il giornale sulla retta via governativa, poco battuta dagli editoriali fumantini di Vittorio Feltri e Piero Senaldi. Ma le mire degli Angelucci vanno oltre la futura cessione de “Il Giornale” di Berlusconi (l’altro candidato è Belpietro). La recente sconfitta di Rcs/Cairo nell’arbitrato Blackstone (che chiede un totale di 600 milioni) e il conseguente e prossimo provvedimento della Consob di Paola Savona per mancato accantonamento, ha risvegliato l’insanabile voglia di ‘’Corriere della Sera’’. E non solo dalle parti della Banca Intesa by Carlo Messina ma – pare, sembra, dicono – anche dalla famiglia Angelucci. Una mission impossible, soprattutto se viene tentata da chi è fuori dal potere finanziario meneghino. Gli Angelucci lo sanno benissimo e qui ha origine il loro rapporto con la famiglia Rotelli che con il Gruppo San Donato è di fatto il primo operatore della sanità privata italiana per fatturato - il colpo da maestro fu l’acquisizione del San Raffaele di Milano. Il fondatore del gruppo, Giuseppe Rotelli, detto “Suo Sanità”, è scomparso dopo una lunga malattia nel 2013, lasciando la guida al figlio Paolo. Padre-padrone per trent’anni, Giuseppe, uno degli uomini più liquidi d’Italia, la notorietà la raggiunse quando divenne azionista forte di Rcs. Nel luglio 2019 l'ex ministro Angelino Alfano viene nominato presidente del Gruppo e Paolo Rotelli va a ricoprire il ruolo di vicepresidente insieme a Kamel Ghribi. E’ interessante cosa scrive il sito Twnews.it il 4/9/2020 dell'uomo d’affari tunisino con residenza svizzera pressoché sconosciuto dalle nostre parti: “Come L’Espresso ha potuto accertare, la famiglia proprietaria del San Raffaele ha investito 10 milioni di euro nella Gk investment holding, una società elvetica che fa capo a Ghribi, nel frattempo nominato vicepresidente del policlinico San Donato. Da almeno un anno il fiduciario con base a Lugano fa la spola con il Nord Africa e il Medio Oriente con l’obiettivo di trovare nuovi clienti per gli ospedali dei Rotelli. Clienti ricchi o ricchissimi che certo non mancano tra gli sceicchi dei Paesi del Golfo Persico. È questa la nuova frontiera del gruppo, che ha già aperto una filiale a Dubai per gestire il business del turismo sanitario verso Milano. Anche l’accordo con la Libia per curare i miliziani feriti può servire a promuovere l’immagine del San Donato nel mondo arabo. A guidare l’offensiva diplomatica è proprio Ghribi, 58 anni, che ama raccontarsi come un manager dalla grande esperienza internazionale, con una carriera alle spalle in campo petrolifero. In rete, l’uomo d’affari tunisino si presenta con una lunga biografia che però, tra tante informazioni, omette proprio il capitolo che riguarda i suoi vecchi rapporti con la Libia. Nell’aprile del 1999, il futuro consulente dei Rotelli rivelò al Corriere della Sera di aver organizzato un incontro tra Gheddafi e l’ex ambasciatore statunitense Herman Cohen. Un incontro segreto che, almeno nelle intenzioni, doveva servire ad aprire un canale diplomatico tra due Paesi che all’epoca si trovavano in uno stato di guerra non dichiarata. In quel periodo, Ghribi era anche vicepresidente del Cotonificio Olcese, società quotata in Borsa di cui il governo libico possedeva una quota del 20 per cento. Nel consiglio d’amministrazione dell’Olcese aveva trovato posto anche Mohamed El Huwej, che in qualità di direttore della holding Lafico gestiva gli investimenti esteri del regime di Gheddafi. A più di vent’anni di distanza il filo che lega Ghribi alla Libia non si è ancora spezzato. Questione di soldi. E di ospedali”. A questo punto, per l’irresistibile ascesa di Ghribi, un ostacolo può arrivare dall’altro vicepresidente ed erede Paolo Rotelli – ma Kamel è molto supportato dalla vedova Rotelli, Gilda Gastaldi. Magari, chissà, in tandem con gli Angelucci, gira la ruota anche del Corrierone. Chi vivrà, vedrà….

Terremoto nel quotidiano. Alessandro Sallusti lascia il Giornale, dopo 12 anni dimissioni da direttore. Massimiliano Cassano su Il Riformista il 13 Maggio 2021. Il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, lascia il quotidiano di proprietà di Silvio Berlusconi dopo 12 anni. La notizia è stata riportata da Dagospia, che riporta anche di un “caos” in casa Berlusconi per la successione alla direzione editoriale del giornale. Sallusti era direttore dal settembre 2010, quando era subentrato a Vittorio Feltri. Dal 2017 è anche direttore del sito di informazione on line InsideOver, affiliato con il quotidiano. Con Luca Palamara, ex membro del Consiglio superiore della magistratura ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ha pubblicato a gennaio il libro “Il Sistema: Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” che ha generato un vero e proprio terremoto tra le toghe italiane. Per la sua successione si pensa a una soluzione interna come Nicola Porro, vicedirettore del quotidiano e conduttore di Quarta Repubblica su Rete 4, oppure l’inviato Stefano Zurlo e l’editorialista Augusto Minzolini. Tra gli esterni i più accreditati sono Mario Giordano e Pietro Senaldi. Sallusti dovrebbe lasciare per “un altro incarico” non ancora noto, non è escluso che vada a dirigere un altro giornale di centrodestra. Secondo l’Agi a Sallusti la famiglia Angelucci avrebbe proposto all’ormai ex direttore de Il Giornale la direzione di tutte testate del Gruppo, tra cui i quotidiani Libero e Tempo. “Siamo caduti dalle nuvole, lui non ci risponde al telefono. Stiamo facendo il giornale in autogestione”, riferisce all’Agi un giornalista del Giornale. “Non ho ricevuto alcuna comunicazione e quindi non posso confermarlo né smentirlo, né non so nulla di un’eventuale trattativa, ma posso dire che se venisse qui sarei molto lieto, perché è un bravo giornalista col quale ho lavorato molti anni, e ne ho sperimentato le capacità”, ha invece spiegato Vittorio Feltri all’Adnkronos commentando l’eventualità che Sallusti abbia lasciato per passare alla guida di Libero, subentrando al direttore responsabile Senaldi. “Ho lavorato con piacere con lui sin dai tempi del Resto del Carlino, del Giorno e della Nazione, quindi la sua vicinanza non solo non mi arrecherebbe nessun fastidio, ma forse anche qualche conforto”, prosegue Feltri, che sui motivi delle dimissioni ha concluso: “Non saprei, ma se si è dimesso, magari semplicemente ne ha pieni i cogl…, la spiegazione potrebbe essere questa. Ma faccio solo ipotesi, non ne ho idea”. Alle 19.30 di oggi è in programma per la scuola di formazione politica “La forza delle competenze” un incontro online in cui Sallusti dovrebbe presentare il suo libro con Palamara, ma non è chiaro se l’ex direttore sarà presente o meno. “La presentazione del libro – spiega Ugo Cappellacci, deputato e promotore della scuola – arricchisce un percorso di crescita, rivolto a molte persone che vogliono impegnarsi nella vita pubblica o semplicemente seguire con maggiore consapevolezza le dinamiche della politica”.

Massimiliano Cassano. Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.

Da "adnkronos.com" il 16 maggio 2021. "Oggi è l’ultimo giorno al Giornale, da domani sono direttore di Libero". Alessandro Sallusti, in collegamento con Domenica In, certifica il passaggio dalla direzione del Giornale a quella di Libero. "Sono grato alla famiglia Berlusconi che mi ha dato libertà e per la generosità. Credo che dopo 12 anni sia giusto cambiare anche per il Giornale, serve energia nuova", dice Sallusti. C'è un futuro in politica? "Già nel giornalismo ho fatto danni, per il bene del paese è meglio che mi astenga dalla politica...", ironizza.

Chi è Alessandro Sallusti, vita privata e carriera: perché ha lasciato “Il Giornale”. Cristina La Bella il 17/5/2021 su Urbanpost.it. «Oggi è l’ultimo giorno al Giornale, da domani sono direttore di Libero». Così Alessandro Sallusti, in collegamento con «Domenica In», ospite da Mara Venier, ha ufficializzato una notizia che circolava sul web da giorni. «Sono grato alla famiglia Berlusconi che mi ha dato libertà e per la generosità. Credo che dopo 12 anni sia giusto cambiare anche per il Giornale, serve energia nuova», ha detto Sallusti, che ha escluso un futuro in politica: «Già nel giornalismo ho fatto danni, per il bene del paese è meglio che mi astenga dalla politica…». Ma scopriamo tutto su di lui: dalla lunga carriera alla vita privata, condividendo anche qualche curiosità. Alessandro Sallusti è nato il 2 febbraio del 1957, sotto il segno dell’Acquario, a Como. Giornalista professionista dal 1981 e opinionista italiano, dal 2010, è stato direttore responsabile del quotidiano il «Giornale» fino alle sue dimissioni, rassegnate il 13 maggio del 2021. Perito chimico-tessile ha lavorato nel 1987 a «Il Giornale» con Indro Montanelli, poi è passato a «Il Messaggero». Nel corso della sua carriera ha collaborato anche con l’«Avvenire» e il «Corriere della Sera». È stato vicedirettore de «Il Gazzettino di Venezia» e direttore de «La Provincia di Como». È stato condirettore e, dal gennaio 2007 al 15 luglio 2008, direttore responsabile, di «Libero», che ha lasciato per diventare editore e direttore de «L’Ordine di Como», il quotidiano al quale aveva lavorato da giovane, lasciato poi nel 2009. Quello stesso anno è tornato a ricoprire il ruolo di condirettore de «Il Giornale» accanto a Vittorio Feltri. Dal 24 settembre 2010 Sallusti ne è stato direttore responsabile. Si è aggiudicato, tra le polemiche, nel 2011 il premio Penisola Sorrentina “Arturo Esposito” per il giornalismo. Dal 2017 Sallusti è stato direttore del sito di informazione on line «InsideOver», collegato alla versione online de «Il Giornale». Qualche giorno fa Sallusti ha ufficialmente lasciato la direzione de «Il Giornale», incarico da lui ricoperto per 11 anni, per divenire direttore di «Libero». Ma perché? Anche i suoi colleghi ne sono all’oscuro: «Non ne sappiamo davvero niente. Abbiamo letto adesso», hanno detto Nicola Porro, Laura Cesaretti, Vittorio Macioce a “Il Manifesto”. E proprio quest’ultimo ha rilanciato una «croccante» indiscrezione che spiegherebbe i motivi dell’addio. «Una offerta irripetibile: fare il super direttore di Libero e del Tempo, unendo le due realtà sotto un’unica cabina di regia. Un esperimento senza precedenti che rilancia il quotidiano romano, evidentemente non decollato come auspicato sotto la guida di Franco Bechis: la nuova syndacation dovrà fare da contraltare a quella del gruppo Gedi, tra Repubblica e Stampa. Sarebbe un accordo win/win che ha messo tutti d’accordo: Vittorio Feltri, Pietro Senaldi e lo stesso Bechis. "Un grande progetto di rilancio"», scrive appunto “Il Manifesto”, citando una fonte interna attendibile.

Alessandro Sallusti è legato dal 2016 a Patrizia Groppelli. Vita privata? Che sappiamo? Alessandro Sallusti è assai riservato: «Sono molto timido, introverso e anche noioso e l’idea di dover rispondere a domande che non riguardano il mio lavoro m’imbarazzo», ha detto il giornalista nel salotto di “Io e te” qualche tempo fa. Per nove anni, fino al 2016, è stato legato sentimentalmente all’esponente di Fratelli di Italia Daniela Santanchè. La sua attuale compagna è Patrizia Groppelli. I due convivono a Milano e stanno insieme da quasi 5 anni. «La vita con lei è bella. Ci siamo incontrati in maniera rocambolesca quando entrambi avevamo problemi con i rispettivi partner. Abbiamo iniziato a frequentarci, la prima fuga d’amore in Puglia», ha detto Sallusti ospite sempre da Pierluigi Diaco su Raiuno. 

Matteo Fais per pangea.news - 3 luglio 2018. Parlandogli, ho come la sensazione di conoscerlo da sempre. Ma è solo dopo, ripensandoci, che comprendo: in realtà lo frequento a sua insaputa da anni, da che lo leggo sui fondi di “Il Giornale” e “Libero”. Ho studiato la sua prosa, le sue frasi, i punti e le virgole. Non so se ne renda conto, ma c’è un qualcosa di intimo e bonario nel modo in cui mi si rivolge, un senso di comprensione paterna. Per una volta penso che sia bello entrare in contatto con uno dei propri miti, “di solito sempre deludenti” dice lui. Non è questo il caso. L’uomo che si definisce noioso, chiuso, poco propenso al contatto e per niente brillante come nei suoi scritti, ha invece in sé una forza inscalfibile che manifesta con compostezza e insolita umiltà. Come spesso mi capita quando incontro qualcuno che, pur senza averlo fatto intenzionalmente, mi ha dato molto, sento una strana forma di gratitudine nei suoi confronti di cui un po’ mi vergogno. In fondo, sono pochi quelli, almeno tra i giornalisti, verso cui senta di avere un debito: lui, Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Vittorio Feltri. Degli altri salverei forse Travaglio e Scanzi. Quando finalmente riesco a mettermi in contatto con Alessandro Sallusti, lo travolgo con una mitragliata di domande. Non so dove abbia trovato la pazienza per starmi dietro. Scusandomi, senza che mi venisse chiesto, gli ho detto che mi serviva per tracciare un ritratto umano a tutto tondo. Era vero. Ancora di più, però, desideravo semplicemente parlargli e così mi sono diviso tra il ruolo di intervistatore e quello di spettatore di un momento che aspettavo da tempo.

Direttore, non le viene mai la voglia di mollare tutto? La criticano, la insultano, le danno del servo, la costringono agli arresti domiciliari. Come fa a sopportare tutto questo odio? Non si ritrova mai esausto e privo delle forze necessarie per continuare?

No, mai. Ho avuto una grande fortuna nella vita, fare il mestiere che sognavo fin da bambino. Di solito a quell’età si desidera diventare un astronauta, un calciatore, un attore. Io sognavo di fare il giornalista. E, per tutta una serie di fortuite coincidenze, ci sono riuscito. Conosco invece molte persone, amici, che nella vita hanno avuto successo, ben più di me, eppure quasi tutti sono tormentati dal pensiero di non aver fatto esattamente ciò che avrebbero voluto. Io, al contrario, ho avuto questo privilegio. Se mi dovessero chiedere “Hai mai lavorato un giorno in tutta la tua vita?”, risponderei di no. Essere pagati per ciò che si sognava di fare, non è un lavoro. Infatti, in sessant’anni, non mi sono mai alzato la mattina pensando “Oddio, devo andare a lavorare”. Una passione così forte non può che farti da corazza contro qualsiasi avversità.

Quando ha sentito per la prima volta la pulsione alla scrittura, prima o dopo essere entrato nella sede di un giornale?

In principio ci fu un grande equivoco, perché io immaginavo che fare il giornalista non consistesse nello scrivere, ma nel trovarsi nei posti giusti al momento giusto ed essere testimone degli accadimenti, dalla guerra a una partita di calcio. Mi piaceva l’idea di trovarmi sul posto e non avevo molto chiaro che poi, a un certo punto, il giornalista deve smettere di girovagare e cominciare a scrivere. Sicché, prima di un certo periodo, non avevo mai esercitato la scrittura. La mia storia è quella di una modesta famiglia di Como, una città di provincia, in cui il primogenito veniva mandato a studiare per fare da ascensore sociale alla famiglia. È il caso, per esempio, di mio fratello, che ha seguito tutto l’iter fino a diventare medico. Il secondogenito, cioè io, veniva solitamente mandato a lavorare. Pertanto i miei mi iscrissero all’Istituto Tecnico – sono perito chimico –, cosicché avrei poi avuto un posto sicuro in fabbrica. Io, però, che sognavo e brigavo per fare il giornalista, in quel periodo in cui nascevano le prime radio e tv private, nella seconda metà degli anni ’70, invece di andare a scuola, andavo a fare il galoppino. Addirittura portavo il caffè nelle redazioni, in particolare alla sede distaccata che “La Notte” di Milano aveva a Como. Morale della favola, marinavo la scuola e non aprivo libro. Così non fui ammesso alla Maturità… A furia di bazzicare nei posti giusti, cominciarono ad affidarmi i primi articoli e mi ritrovai nella situazione che, quando dovevo scrivere la parola “scienza”, non sapevo se ci andasse la “i” o meno. Avevo anche dei seri problemi con i congiuntivi. Mi ricordo che stavo alla scrivania, con davanti la macchina da scrivere, tenendo il vocabolario aperto sulle ginocchia per non farmi vedere dai colleghi. A quel tempo non ero ancora assunto, ero abusivo – realtà diffusissima allora. Ogni due parole controllavo se ci volesse o meno una doppia. Per cui, in principio, scrivere per me fu una sofferenza – proprio non sapevo farlo. Il rovescio della medaglia di tanta ignoranza è che sei portato a semplificare i problemi più articolati, non essendo in grado di trattarli nella loro complessità. Che cosa mi è rimasto di quell’inizio traumatico? Per cominciare, ancora oggi, quando mi siedo al pc per scrivere, soffro: una specie di trauma infantile, come quando si viene morsi da un cane e si continua di conseguenza a serbarne la paura a vita. La seconda cosa è che, in ragione della mia tendenza a semplificare, spesso mi capita che, quando qualche lettore mi incontra, la prima cosa che mi fa notare di un articolo non è tanto il fatto che sia interessante, quanto che sia scritto in modo chiaro. E questa chiarezza che mi è riconosciuta è, appunto, figlia dell’ignoranza, del non poter scrivere complesso a causa delle mie carenze. In ultimo, la semplicità è diventata un valore per me – la mia personale risposta a questo mondo in cui tutti complicano tutto, compresa la scrittura. Per fortuna, a quanto pare, qualcuno apprezza la mia scelta.

Su quali letture ha formato il suo stile?

Non sono state tante, perché da giovane non leggevo molto. Diciamo che la lettura è diventata solo dopo un dovere e una passione, con la maturità. Da ragazzino lessi comunque Salgari, interamente, perché accendeva le mie fantasie di poter essere un giorno un inviato in luoghi esotici. Da adolescente, credo di essere stato uno dei pochi ad aver letto tutto Buzzati. È un autore dotato di una semplicità di scrittura e una malinconia nelle quali mi ritrovo particolarmente. Non so se sia tanto o poco ma, se ho avuto un maestro di scrittura, quello è stato lui. Poi, un po’ più avanti con l’età, quando iniziai a bazzicare i giornali, presi a leggere le grandi firme come Montanelli, Prezzolini, Brera. Insomma, sono cresciuto leggendo “Il Giornale”.

Qual è il collega da cui ha imparato maggiormente?

In assoluto Vittorio Feltri, che è anche quello a cui mi sento maggiormente affine. Vittorio è ineguagliabile. Ho lavorato dodici anni con lui ed è stato un po’ il mio fratello maggiore. Devo a lui la mia maturazione finale. Tra gli altri citerei Paolo Mieli, del “Corriere”. Mi ha aperto gli occhi. È l’opposto di me, ma vedere in faccia l’opposto ti aiuta a capire chi sei e cosa vuoi.

Cosa legge Alessandro Sallusti oggi, quando non legge giornali o ricontrolla articoli altrui?

Per lavoro un po’ di tutto, ma nel tempo libero mi appassiona la saggistica, quella storica. Più che dal punto di vista degli eventi, però, la storia mi interessa come sguardo su alcune figure da Giulio Cesare a Napoleone, dagli Sforza a Benito Mussolini e così via. Mi piacciono molto anche le vite di matematici e filosofi.

Ho letto in una sua intervista che lei si definisce una persona scarsamente propensa all’affettività, a causa di una madre piuttosto fredda. I suoi editoriali, però, sembrano tutto fuorché algidi, distaccati e poco partecipati. A tal proposito mi chiedevo se per lei la scrittura, anche se giornalistica, sia una forma di terapia, cioè un modo per trasporre all’esterno quel che altrimenti la consumerebbe non trovando un altro canale di espressione?

Povera mamma, non essendo più qui, non può smentire… Guarda, non saprei dirti perché non sono uno psicologo. Non mi pongo mai domande di questo tipo, essendo un individuo molto pragmatico. Probabilmente è come dici tu, ma io non la vivo così. Nella realtà, sono molto più noioso di quanto possa apparire a volte leggendomi. Noioso e chiuso… In effetti, nella scrittura, mi concedo delle libertà che nella vita non mi prenderei. Però, sai, ognuno è figlio della sua storia, quindi… Forse hai ragione, ma non me ne faccio un problema.

Lei una volta ha dichiarato “Il giornalismo per tanti è una professione intellettuale, per me è un mestiere, nel senso più nobile della parola. È come fare l’artigiano, il fabbro, il calzolaio”. Le vorrei chiedere se sottoscriverebbe sul serio una simile affermazione. Non le pare che, nel suo caso – ma potrei citare anche quello di Vittorio Feltri –, ci sia un qualcosa che va oltre, diciamo una misura di dote artistica?

I talenti si esprimono in un mestiere. Quando dico che il giornalismo non è una professione, dico insomma che le lauree in giornalismo sono un’invenzione sciocca, un fatto di business. In che cosa dovrebbe essere laureato un giornalista? Un giornalista si occupa di sport, di cronaca nera, di economia. Non c’è una laurea che possa fornire tutti questi strumenti. Se uno vuole fare il medico, si deve laureare è ovvio. Così per l’ingegnere, o l’avvocato. Ma il giornalista!? Non è un caso che Vittorio Feltri non sia laureato, che io non sia laureato e che tanti bravi giornalisti di successo non lo siano. Perché il giornalismo è un talento che si seleziona e si esprime nella bottega e la bottega è il giornale. È come per lo chef. Non c’è un percorso di studi da giornalista. La professione, invece, presuppone una preparazione specifica. Il nostro mestiere è un mix tra capacità nelle pubbliche relazioni, nel senso che per fare il giornalista tu devi avere un network, qualcuno che ti passi le notizie, e una mentalità investigativa, perché devi saper vedere oltre ciò che appare – quello che appare è spesso una sceneggiata, è quello che accade dietro a essere interessante. Ci vuole inoltre capacità di sintesi e devi essere veloce, scrivere un articolo in tempi e spazi che non decidi tu. Tutte queste doti presuppongono un talento che o si ha o non si ha. I giovani che arrivano dalle scuole di giornalismo, e che non hanno frequentato la bottega, spesso non hanno questo talento. Potrebbero essere degli ottimi assistenti universitari o docenti, ma la furbizia e la velocità di fare il giornalista secondo me non ce l’hanno come ce l’avevano quelli che uscivano dalle redazioni dei giornali.

Lei come lo scrive un articolo? Prende appunti prima, butta giù di getto? E, soprattutto, quanto lavora su un pezzo prima di giudicarlo valido per la pubblicazione?

No, non ci lavoro granché. Tra il trauma di cui parlavo prima, per cui per me iniziare un pezzo è una sofferenza, e una certa pigrizia, mi metto a lavorare sempre all’ultimo momento utile. Di solito non ho idea di cosa scriverò. Quando inizio, poi, spesso non so come svilupperò il pezzo, o come lo concluderò. Mi metto lì e scrivo tutto di getto, cercando di essere breve. È uno degli insegnamenti che mi ha trasmesso Montanelli: “Alessandro, quello che non riesci a dire in 60 righe è inutile che lo scrivi, perché non riuscirai a dirlo neanche in seimila”. Un altro suo consiglio, che sempre seguo, diceva invece: “Se scrivi di una persona, devi dire che è una testa di cazzo. Se scrivi di un paese, devi dire che è un paese di merda”. Quindi, per intenderci, prendiamo il fondo di domani. Ho deciso che lo farò io. Sono le 17:45. Tra un’ora, mi siederò davanti alla tastiera e non ho la più pallida idea di cosa scriverò. Se mi dovessi chiedere: “Ma almeno l’argomento di cui parlerà?”. Niente, non ne ho la minima idea.

Volevo chiederle, giustappunto, di Montanelli. Ci racconterebbe qualcosa del grande giornalista che lei conobbe nei primi anni di lavoro a “Il Giornale”?

Mah, guarda… È inutile che lo dica io, Montanelli è Montanelli. L’ho conosciuto perché venni a lavorare qui a “Il Giornale”, verso la fine degli anni ’80. Immagina l’emozione. Ero cresciuto, come ti ho detto, con il suo giornale in tasca. Era l’unico quotidiano che leggessi, quindi lui per me era una specie di mito. Però, lascia che te lo dica, i propri miti è meglio non conoscerli. Perché scopri che sono degli uomini come tutti noi, con le loro debolezze, le loro furbizie, i loro egoismi, le loro cattiverie… Sono degli uomini, straordinari, ma pur sempre uomini. E lui, che per me era un monumento, una specie di Dio, dopo averci lavorato un anno… non è che cambiai il giudizio di merito, ma era anche un po’ stronzo, un dio stronzo.

Un giornalista della parte avversa che apprezza particolarmente e perché?

Marco Travaglio. Ho in corso ventisette cause con lui e ci diamo reciprocamente del figlio di puttana in televisione, ma trovo che sia molto bravo. Secondo me recita una parte e crede forse al cinquanta percento di quello che scrive, se non a niente, però devo dire che ciò che fa lo fa bene. È un po’ come Gianfranco Fini. Mio padre, che era un suo ammiratore, mi disse che gli piaceva perché non dice niente, ma lo dice benissimo. Secondo me Travaglio è della stessa pasta: non dice un cazzo, ma lo dice talmente bene che sembra tutto interessantissimo. Anche Vittorio Feltri mi ha confessato di ammirarlo. In generale, direi che Travaglio è ben visto dai giornalisti di destra.

Non solo dai giornalisti! Ti dirò di più. Una delle mie più grandi frustrazioni è che il Presidente Berlusconi, al mattino, non manca mai di leggere per primo “Il Fatto Quotidiano”. Ma, giustamente, le persone intelligenti piacciono alle persone intelligenti. Ci tengo comunque a dire che io non odio Travaglio e non ho nemici personali, solo politici. Altrettanto dicasi per Santoro, che adesso sembra bollito, una specie di guru che vaga per il mondo senza sapere cosa fare. Ma il Santoro di dieci anni fa era tutta un’altra cosa! Di recente l’ho incontrato al Quirinale, per la festa del 2 giugno. Gli sono andato vicino per salutarlo e per domandargli come stesse. Mi ha risposto: “Sto male, sono malato, molto malato”. “Oh cielo”, gli ho chiesto, “ma cos’hai?”. “Una malattia tremenda”, mi ha fatto lui, “comincio a pensarla come te”.

Lei come ha cominciato, con la macchina da scrivere? Com’è stato, poi, il passaggio al computer? Feltri mi ha detto che scriveva con l’Olivetti fino all’anno scorso, poi è stato costretto a passare all’iPad perché nessuno gli trascriveva più gli articoli…

Vittorio ha appena dieci anni più di me, però quei dieci anni hanno segnato una differenza di prospettiva fondamentale. Io ho avuto l’onore di essere tra i primissimi giornalisti in Italia a usare le nuove tecnologie. “Avvenire”, dove ero andato a fare danni, prima di approdare a “Il Giornale”, fu all’avanguardia in tal senso, sostituendo fin da allora le macchine da scrivere con i computer. Devo dire che comunque io non sono mai stato contrario, perché li trovo di una comodità unica. Questo a differenza di Vittorio che ci ha fatti impazzire per anni con quella cazzo di macchina da scrivere! Anche lui, come me, ha la tendenza a tirarla fino all’ultimo minuto. Poi, dopo che ha scritto, deve far sistemare il pezzo dal suo correttore di bozze personale, poi torna indietro e poi lo rilegge e poi deve essere ribattuto, ma la battitura deve essere riletta – roba che, per pubblicare un suo pezzo, ci vogliono tre ore di lavoro. Io glielo dicevo, ma non c’era verso. Adesso, ha confessato anche a me di essersi convertito.

L’impressione che ho, quando vedo una sua apparizione televisiva, è che lei si senta vagamente a disagio. Si trova meglio a scrivere, giusto? C’è qualcosa che le dà in più la scrittura rispetto al trovarsi sul piccolo schermo?

Sì, perché la scrittura esclude la fisicità. Io sono molto timido, un po’ orso, introverso, e quindi la televisione per me è una sofferenza. Mi pesa dover cercare di apparire vivace, brillante. È molto faticoso. Tant’è vero che ritengo più interessante la radio, malgrado ne faccia poca, perché è più simile alla scrittura, escludendo anch’essa, completamente, la dimensione fisica. Sai, in tivù non è importante solo quello che dici, ma conta la postura, l’inquadratura, la faccia che fai. È un lavoro, un lavoro che io non so fare, ma che riesce invece benissimo per esempio a Marco Travaglio, un attore nato. Quindi vado in tivù soprattutto per dovere, oramai. Malgrado ciò, ti dirò, all’inizio è anche gratificante, perché il grande pubblico ti riconosce soprattutto attraverso il piccolo schermo e non certo per gli articoli. Ma, insomma, mentirei se ti dicessi che non provo ogni volta una pena terribile.

Come si trovava al “Corriere della Sera”? Ha qualche episodio particolare da raccontare?

Beh, per un giornalista, entrare al “Corriere”, è come per un pilota salire sulla Ferrari – è il coronamento di una vita, un traguardo pazzesco. Di quei tempi ho tre ricordi, in particolare. Il primo è che, quando arrivai, il Direttore Stille mi rovinò il sogno che attendevo da una vita. Il giorno in cui mi doveva assumere, aspettavo nel corridoio della direzione. Dopo mezz’ora spuntò questo ometto, Ugo Stille appunto, con due borse dell’Esselunga piene di frutta, verdura e quant’altro. La segretaria mi disse di accomodarmi. Aveva appoggiato le due borse sulla scrivania. Lo odiai, perché non è possibile, mi capisci, che tu aspetti tutta una vita di essere assunto al “Corriere” e questo ti mette le buste della spesa sulla scrivania che fu di Albertini. Ciò per quel che riguarda il mio ingresso. Il durante, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, fu molto avvincente perché, quando alzavi il telefono e dicevi “Buongiorno, sono Sallusti del "Corriere della Sera"”, dall’altra parte sentivi sbattere i tacchi. L’Italia, chiunque, politici e non, si mettevano sull’attenti. È certamente vero che i colleghi del “Corriere” sono molto bravi e molto professionali, perché selezionati bene, ma è anche vero che hanno un biglietto da visita che da solo fa il settanta percento del lavoro. Vorrei far osservare, comunque, che non si tratta di un giornale indipendente come vorrebbero far credere. Ho avuto più problemi lì che non a “Il Giornale”, in quanto a indipendenza dall’editore. Ma non solo io, anche i colleghi più alti in grado e i direttori. Il terzo ricordo è quello del mio abbandono, dopo tangentopoli. Avevo capito che, entro quella linea giustizialista, non mi ritrovavo. Mi sentivo a disagio, e te lo dice quello che allora tirò fuori l’avviso di garanzia per Berlusconi. Quando andai a dimettermi, non ci volevano credere, perché nessuno si dimette dal “Corriere”. Pensavano scherzassi e, quando alla fine si convinsero – e questo è uno dei momenti che ricordo con maggior orgoglio –, alla sera dell’ultimo giorno, mi chiamarono in sala Albertini, la sala grande delle riunioni, con una scusa e… Non dico ci sia stato tutto il “Corriere”, ma c’era tanta gente. I colleghi mi avevano fatto fare una targa, come regalo.

Che responsabilità comporta essere il Direttore di un grande quotidiano nazionale? Quanto deve lavorare ogni giorno e in coordinamento con quante persone?

Cominciamo con il dire che ognuno fa il direttore un po’ a modo suo. Personalmente, ne ho avuti tanti e ti posso garantire che non esiste una modalità standard per svolgere questo ruolo. Io, al di là della retorica, lo faccio come facevo il cronista. Certo, c’è una responsabilità maggiore, ma sai, i giornali medi e grandi hanno delle strutture tali per cui si fanno in buona parte da soli. Il direttore, più che altro, sceglie e coordina. Io, comunque, amo stare in redazione il più possibile e realizzarlo materialmente. Sono quasi più un caporedattore che un direttore. Partecipo a tutte le riunioni. Per quel che riguarda il lavoro in comune, sai, la cosa importante è, come in ogni staff, circondarsi di gente brava, in sintonia, che non ti crei problemi ma che te li risolva.

Dei giornali attualmente presenti sul mercato, secondo lei, qual è il peggiore e perché?

“La Repubblica”. Non che mi voglia ergere a loro giudice, ma un giornale deve avere un’anima, degli amici e dei nemici. Sono tutte stronzate quelle dei giornali super partes. I giornali sono sempre di qualcuno, quindi sono di una parte! Se mi dicono che io sono super partes mi incazzo, perché un uomo o tifa Inter o tifa Milan, o è etero o è gay, o crede in Dio o non crede in Dio, quindi non è super partes, bensì ha le sue idee. Un’altra cosa è dire che l’informazione deve essere onesta e leale… Quello sì, ma non super partes! “La Repubblica”, da diversi anni, diciamo dal tramonto del berlusconismo nel 2011, ha perso il suo baricentro. Adesso è un giornale che vaga, senza che si capisca dove, e lo fa in maniera retorica, a volte patetica. Ha fatto tutta la campagna elettorale parlando del pericolo di un fascismo di ritorno in Italia, con Casapound che poi ha preso lo 0,6 %. È un giornale radical chic che, avendo smarrito il suo nemico, ha perso la bussola. Io fatico anche a sfogliarlo.

“Il Giornale”, quando fu fondato da Montanelli, aveva nella sua rosa di collaboratori delle firme d’eccezione come Nicola Abbagnano per la filosofia, Mario Praz per la saggistica, Sergio Quinzio per la teologia. Secondo lei, la squadra attuale può ancora reggere il confronto con quella delle origini?

No, non può. Io mi vergogno profondamente di essere seduto in questo momento alla scrivania che fu di Montanelli, perché il paragone non tiene nella maniera più assoluta. Ma come mi salvo? Come salvo me e tutti i colleghi? Ognuno è figlio del suo tempo. Quel tempo lì, quella classe intellettuale e giornalistica di allora, figlia dell’Ottocento, formatasi alla scuola dell’Ottocento e che ha attraversato buona parte del Novecento, non c’è più; ma, se Dio vuole, è l’Ottocento a non esserci più. Siamo nel 2018 e non sussiste la possibilità di un paragone. In secondo luogo, se è pur vero che “Il Giornale” aveva tutto quel fior fiore di menti, non dimentichiamo che c’erano anche degli editori che a fine anno sanavano i bilanci, senza battere ciglio, qualsiasi fosse la cifra. Questo è stato un grande giornale, un giornale con firme importantissime, ma allora perdeva miliardi di lire e poi milioni di euro, per cui, per sistemare i conti, arrivava il perfido editore Berlusconi a staccare un assegno. Oggi nessuno stacca più l’assegno. Sono dei costi che non sono attualmente sostenibili e non solo dalla nostra redazione. Io ho fatto l’inviato in un’epoca in cui, per una sparatoria a Tripoli, partivano due giornalisti e tre fotografi. Adesso non è più così, ma non avrebbe nemmeno più senso, dal momento che la sparatoria la si può vedere in diretta su YouTube. Per rispondere alla tua domanda, dunque, se tu paragoni Montanelli a Sallusti viene da ridere e io sono il primo a farlo. Sallusti è un figlio del Novecento proiettato nel 2000, Montanelli è un figlio dell’Ottocento proiettato nel ’900.

Cosa è rimasto a “Il Giornale” dello spirito e delle motivazioni che animarono Montanelli al momento della fondazione?

Tanto! Lo so che può non sembrare così e che pochi ci crederanno, ma c’è ancora quello spirito liberale e liberista, quella volontà di contrapposizione al pensiero unico dominante. Questo patrimonio, sia pure in tempi e in modi diversi, la famiglia Berlusconi l’ha difeso con le unghie e con i denti. Tu dirai che non può essere, dato che a un certo punto Montanelli se ne andò…La vera storia di Montanelli, e del perché se ne sia andato, forse qualcuno la scriverà un giorno, ammesso che qualcuno la conosca realmente, perché ne girano talmente tante versioni. Quella a cui credo io è che, essendo il suo editore entrato in politica, lui si sia detto: “Se ne scrivo bene, mi diranno che sono un servo. Se ne scrivo male, mi diranno che sono un ingrato. Quindi, non posso più stare qui”. Quello però era un problema che si poneva lui. Io, sinceramente, non mi faccio remore né dello scrivere male né dello scrivere bene di Berlusconi. Se ne scrivo bene è perché la penso esattamente come la sua parte politica. Ho girato tredici giornali, grandi, piccoli e medi, per cui ho conosciuto almeno tredici editori e ti dico che, uno liberale e rispettoso come la famiglia Berlusconi, non l’ho mai incontrato. Quando racconto questa storia, qualcuno fa una smorfia e mi dice: “Ci credo, ti paga”.  L’obiezione è lecita, ma non corrisponde al vero. Certo domani mattina non troverai un fondo in cui dico che Silvio Berlusconi è un mafioso testa di cazzo, ma non perché mi dà da mangiare, solamente perché quello non sarebbe un gesto di libertà ma piuttosto un’idiozia. Questo giornale, del resto, non è solo “Viva Forza Italia, abbasso il PD”, ma ha delle sue idee sulla cultura, la società, l’etica. Questa è la nostra libertà e il patrimonio che ci portiamo appresso tentando di difenderlo, grazie a un editore che ci permette di farlo. Chi ci compra ne è consapevole e, infatti, non lo fa per caso, ma perché si sente legato a tutto ciò che noi rappresentiamo e che va ben oltre il partito di Berlusconi. Guarda, ti confesso che, se io ho dei nemici nell’apparato politico della classe dirigente del paese, questi si trovano in Forza Italia, proprio perché un politico inevitabilmente concepisce il giornale di riferimento di quell’area come la house organ del suo partito. Ma chi se ne frega di Forza Italia! Noi la sosteniamo, ma fare il giornale non è solo sostenere Forza Italia, piuttosto si tratta di portare avanti un’idea liberale che attraversa tutti i settori della vita.

Se posso permettermi una riflessione sul caso di Montanelli: era abbastanza chiaro che, nel momento in cui il mio editore, quello che mi aveva sostenuto salvandomi da morte certa, fosse sceso in politica… Beh, parliamoci chiaro Direttore, era ovvio che avrebbe chiesto un sostegno.

Certamente, poi soprattutto in quel momento. Ma la cosa paradossale è che Montanelli, dopo aver passato la vita a combattere le sinistre e il comunismo, quando arriva uno che scende in politica con il suo stesso obiettivo che fa, gli dice di no? A me sembra più una lotta tra prime donne. Per logica avrebbe dovuto sostenerlo, dire: “Finalmente arriva uno che vuole portare in politica quelle stesse idee che io su "Il Giornale" difendo da decenni”. E, invece, se ne andò. Ripeto, il fatto è che due galli in un pollaio non possono starci. In quella contingenza storica, a prescindere da quel che se ne può pensare, era chiaro che bisognava sostenere Berlusconi. E Montanelli avrebbe dovuto farlo per lo stesso motivo per cui lui per primo, in passato, aveva invitato a votare Democrazia Cristiana turandosi il naso: bisognava fermare a qualsiasi costo l’avanzata dei comunisti che, anche se non si dichiaravano più tali, erano pur sempre gli stessi di sempre. Esatto. È per questo che non capisco quella decisione di Montanelli, che così facendo andò a portare acqua al mulino della Sinistra. Sbagliò nella sua valutazione. Ma c’è da dire che, allora, l’uomo era già in decadenza, purtroppo.

Con tutto il dovuto rispetto, ma dimostrò anche una certa ingratitudine…

Direi bene, visto che Berlusconi arrivava a fine anno e staccava l’assegno, senza nemmeno preoccuparsi della cifra… e non era piccola. Comunque, volevo salutarti con un bel ricordo che conservo del Maestro. Andando via, lui passava sempre dalla stanza dei giovani caporedattori e si fermava per una chiacchierata, mentre noi puntualmente parlavamo di figa. Una volta ci disse: “Beati voi, ragazzi, perché, vedete, a me non è che non mi tira più, è che non so più quando mi tira”.

·        Andrea Purgatori.

Da liberoquotidiano.it il 24 marzo 2021. Andrea Purgatori si è collegato con Tiziana Panella durante la diretta di Tagadà e non le ha mandate a dire sull’ultimo caso che ha riguardato AstraZeneca. Qualcuno lo ha definito il vaccino “sfigato”, qualcun altro addirittura “perseguitato” dopo che la commissione europea ha chiesto al presidente del Consiglio Mario Draghi di verificare alcuni lotti presenti nello stabilimento di Anagni, dove sarebbero conservate 29 milioni di dosi. “AstraZeneca è una accolita di mascalzoni, mi denunciassero pure e poi vediamo che succede”, ha dichiarato Purgatori. Il riferimento è all’ispezione dei Nas che si è svolta tra sabato 20 marzo e domenica 21: il premier ha girato la richiesta proveniente dall’Europa al ministro Roberto Speranza, che ha inviato nello stabilimento di Anagni un’ispezione dalla quale è risultato che i lotti sono destinati al Belgio. Ma Purgatori non ha puntato il dito solo contro AstraZeneca, nel suo intervento a Tagadà se l’è presa anche con la Lombardia e con le Regioni in generale per come stanno gestendo l’epidemia di coronavirus e la campagna di vaccinazione. “In Lombardia non ho ancora sentito una persona che si sia scusata per quello che sta succedendo”: la Panella ha colto al volo l’occasione per far notare che invece in Germania qualcuno si è scusato. È stata direttamente Angela Merkel, che ha fatto marcia indietro sul lockdown di Pasqua: “Errore soltanto mio, chiedo scusa ai cittadini”. “I vertici lombardi dovrebbero andare a scuola dalla Merkel dopo i casini che hanno combinato”, ha commentato Purgatori che poi se l’è presa anche con le altre Regioni: “Vorrei sottolineare che da un anno noi non riusciamo a capire bene come le Regioni stanno cercando di attrezzarsi al meglio rispetto alle carenze sanitarie delle strutture ospedaliere”.

·        Andrea Scanzi.

Giovanni Sallusti per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2021. La contemporaneità è quel buffo fenomeno di cui puoi cogliere l'essenza in seconda serata, spalmato sul divano. Ad esempio, chi scrive ha assistito a uno spezzone di Piazzapulita che vale più di mille tomi di sociologia postmoderna. Ho visto, giuro, Andrea Scanzi, autoproclamata "rockstar del giornalismo italiano", tuttologo di professione e nientologo di fatto, autore del bambinesco Sfascistoni- Manuale di resistenza a tutte le destre ("tutte", quindi anche quelle che guardano a Margaret Thatcher o a Luigi Einaudi, per dire la profondità inferiore a quella richiesta dalla scuola dell'obbligo), intento a sfornare lezioni di storia e di politologia. E già siamo nel comico spinto, ma il punto vero è a chi costui stava instillando il proprio sapere. Esattamente, a Franco Cardini e a Marco Tarchi. Il primo è tra i massimi storici italiani, professore emerito presso l'Istituto di Scienze Umane e Sociali della Scuola Normale Superiore, fellow ad Harvard. Il secondo è uno dei pochi studiosi della politica nostrani originali, ordinario di Scienze Politiche all'Università di Firenze. L'occasione era la centoventisettesima puntata montata dalla redazione di Formigli contro la Lobby Nera, ovvero il covo di manganellatori e golpisti in cui consisterebbe quello che in molti sondaggi è il primo partito italiano, Fratelli d'Italia. Scanzi è lì apposta per confermare il teorema, e infatti parte in quarta: Giorgia Meloni non taglia i ponti con la «galassia neofascista» perché non vuole perdere il 5% dei voti degli «sfascistoni», tuona dedicandosi al suo sport preferito, l'onanismo autocitazionista. Macché, gli ribatte Tarchi che ha il vizio di sapere di cosa parla, «il nostalgismo radicale elettoralmente non vale neanche l'1%». Mentre la rockstar è ancora lì a gesticolare paonazza, Cardini assesta il colpo al totem che costei sventola 24 ore al giorno nei talk show, l'antifascismo. «Non si sa cos' è. È impossibile avere idee chiare su cosa sia l'antifascismo, che si può sdoppiare e triplicare in vari rivoli. Io non credo che gli antifascisti che volevano impiantare una Repubblica sovietica in Italia fossero antifascisti come i partigiani verdi o cattolici». Sconvolto alla rivelazione che esistessero resistenti privi di falce&martello, lo scudiero di Travaglio alza la voce e ancor più il livello delle castronerie: «Dichiararsi antifascista è la precondizione per fare politica!». Tarchi a quel punto ribadisce un consiglio quasi paterno: «Vedo con piacere che lei la butta in caciara come è abituato a fare, dovrebbe leggere Emilio Gentile come suggerisce Cardini». Ma Scanzi rimane lì imperterrito, a chiedersi quali dischi abbia inciso questo Emilio Gentile, e a dispensare lezioni. Su cosa non importa, è irrilevante, lo scanzismo prescinde dal contenuto e dall'interlocutore, se avesse di fronte Benedetto XVI sarebbe in grado di spiegargli la teologia cristiana. Ops, non vorremmo aver fornito un'idea involontaria agli autori di Piazzapulita.

Le liste di proscrizione del saltafila Scanzi. Andrea Indini il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Il giornalista del Fatto Quotidiano insegue fantasmi in camicia nera. Ne scova quattro nella nostra redazione. E pubblica la sua lista di proscrizione in un libro. Nel paese reale i neo fascisti sono lo zero virgola. Nella testa di Andrea Scanzi sono quasi tutti stipati nelle redazioni dei giornali di centrodestra. Pure nel nostro. Eh sì che noi, in tutti questi anni, non ce ne eravamo mica accorti. Ora, grazie alle liste di proscrizione del saltafila del Fatto Quotidiano, abbiamo anche i loro nomi e cognomi. Sono ben quattro. Nella sua ultima, sudatissima fatica letteraria, Sfascistoni. Manuale di resistenza a tutte le destre (Paper First), li mette tutti nero su bianco definendoli "fascistelli in erba" e dedicando loro interi capitoli. Ma chi sono questi neo fascisti che manu militari avrebbero occupato la nostra redazione? Visto che, al pari di noialtri, nemmeno voi lettori del Giornale.it li avete mai stanati, ecco super Scanzi correre in nostro aiuto. Si tratta di due firme che collaborano con noi e con InsideOver ormai da qualche anno: Francesco Giubilei e Daniele Dell'Orco. La loro colpa? Aver dato vita nel 2017 a Nazione Futura, "un vero e proprio hub di pulsioni fasciste", scrive il saltafila, "animato da fascistelli in erba travestiti da para-intellettuali". Il capitolo (tre paginette scarne al pari di tutti gli altri pseudo-capitoli che compongono il libercolo) è un copia-incolla delle biografie dei nostri due collaboratori. Non si capisce cosa gli si rinfacci. I due, da anni, animano il dibattito culturale attraverso le pubblicazioni delle loro case editrici: Historica, Giubilei Regnani e Idrovolante. Andate a vedervi i titoli in catalogo e scoprirete che non ci troviamo di fronte a pericolosi fascisti. Anzi. Eppure di loro il coraggiosissimo e indomito Scanzi scrive così: "Se volete capire che aria tira, e tirerà nell'estrema destra colta (sempre ammesso che tale asserzione non sia un ossimoro), leggete questi due. Anche se leggerli non vi risulterà né facile né divertente". I due lo quereleranno a breve. Giustamente. Ma andiamo avanti. La terza con cui Scanzi se la prende è Alessandra Benignetti. Tutto perché lo scorso 21 aprile, sul Giornale.it, la giornalista osa scrivergli contro un articolo in seguito a una discutibilissima comparsata dell'alfiere di Marco Travaglio a Cartabianca (leggi qui). Deve averlo talmente fatto incazzare che eccolo dedicarle un intero capitolo dal titolo Forza (Nuova) Benignetti!. Eh sì, perché la nostra giornalista quando era al liceo aveva militato nell'estrema destra. Parliamo di quindici-vent'anni fa. "Una sorta di Maglie in diesis minore - la descrive così nel libro - direi che ha un futuro assicurato come aedo di terza fila del fasciosalvinismo". Lui, che le file le salta a pie' pari, è nella prima del grillismo più violento. Ultimo nome legato alla nostra testata è quello di Chiara Giannini, colpevole a detta del censore Scanzi di aver pubblicato con la "iper-destrorsa" casa editrice Altaforte "il mitologico Io sono Matteo Salvini (...), un libro appena appena agiografico, scritto con uno stile involontariamente comico-dadaista e - quel che più conta - un meraviglioso volume boomerang: se n'è parlato tanto, ha venduto poco e dopo la sua uscita Salvini non ne ha beccata più mezza". Non sappiamo quanto abbia venduto, né ci interessa saperlo, ma in quanto a stile... beh, dopo aver letto Sfascistoni da cima a fondo, possiamo assicurare che Scanzi ha davvero poco da insegnare. Lasciamo dunque Scanzi ai suoi fantasmi in camicia nera. Il paese reale e la nostra redazione sono un'altra cosa.

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del

Da liberoquotidiano.it il 24 settembre 2021. Prende la mira e apre il fuoco, Vittorio Sgarbi. Prende la mira e apre il fuoco contro Andrea Scanzi. Un attacco durissimo, quello del critico d'arte, al "cagnolino di Giuseppe Conte", così come lo definisce in premessa, tranchant, senza giri di parole. La copia sbiadita di Marco Travaglio finisce nel mirino per le comparsate in tv dove, spesso e volentieri, attacca proprio Sgarbi. Ma soprattutto finisce nel mirino per quanto accaduto al concerto in ricordo di Franco Battiato, dove Sgarbi e Al Bano Carrisi sono stati insultati e bollati come fascisti, tanto da abbandonare il palco. E ancora, su Al Bano, Scanzi ha aggiunto: "Senza pubblico, senza stima, senza ragione d'essere. Un crepuscolo avvilente e straziante". Parole forti che scatenano la reazione del critico, ancor più forte. "Scarsi, il cagnolino di Conte", premette Sgarbi. "Esiste ancora Scarsi? Che tenerezza! Pensavo che l’avessero assorbito Fedez e la Murgia ,ammiratrice di Battiato. Lo trovo ora ripetere i suoi stanchi ritornelli contro di me che ho fatto il vaccino senza farmi raccomandare come lui - picchia durissimo Sgarbi -,cui resta solo la Gruber a invitarlo in televisione per fare il cagnolino di Conte". E ancora, in uno strepitoso crescendo: "Sporco, puzzolente, spelacchiato, i denti gialli, esprime solo ovvietà, e il suo modello è Beppe Grillo che ha educato il figlio allo stupro e lui a sbagliarle tutte. Per dire: non si è accorto che i fischi a Verona, dove io ho, la settimana prima, riempito il Teatro romano di persone che conoscono la mia ragion d’essere, non erano per me ma essenzialmente (si parla di Franco Battiato, amato dalla sua amica Murgia) per Al Bano, che lui ha finto di non vedere. Per dire: anche Albano "senza pubblico, senza stima, senza ragion d'essere. Un crepuscolo avvilente e straziante"? Lo dice lui che non ha mai visto l'alba. Continua a vagire tra le cosce della Gruber. Un piccolo aborto, travolto dai luoghi comuni. Senza trattativa. Una scorreggia di Cacciari. Una miniatura di Telese. A voi Scarsi! E toccatevi le palle quando lo vedete. È cancerogeno", conclude Vittorio Sgarbi. Esplosivo.

(ANSA il 28 giugno 2021) - La procura di Arezzo chiede l'archiviazione per il caso del vaccino somministrato al giornalista aretino Andrea Scanzi, vicenda di marzo per cui venne criticato per "aver saltato la fila". Stando alle conclusioni del pm Marco Dioni, Scanzi non rientrava in alcuna categoria vaccinale di quel momento e dunque non aveva diritto ad anticipare la somministrazione. Tuttavia, dal punto di vista giuridico-legale, per la procura non si configura alcun reato nella condotta del giornalista. In virtù, viene spiegato, della riforma del reato di abuso d'ufficio, ipotesi su cui lavorava la procura, tale fattispecie penale non si è configurata. Perché vi sia reato di abuso di ufficio nella condotta di Scanzi, è stato ancora spiegato alla procura di Arezzo, occorre che la violazione sia a una legge o a un regolamento, cosa che per il pm Dioni non è accaduta in questo episodio. Dunque, sottolineano dalla procura, anche se eticamente il gesto può da taluni essere considerato censurabile, dal punto di vista giuridico non è penalmente perseguibile. Il 22 marzo scorso Scanzi aveva raccontato sui social di aver ricevuto il vaccino come 'riservista' e in qualità di caregiver familiare dei genitori. "Ho fatto il panchinaro del vaccino", aveva affermato, suscitando immediate polemiche. La procura di Arezzo, città dove gli fu fatto il vaccino, aprì un fascicolo. In questi mesi sono stati ascoltati i principali responsabili del servizio della Asl. Ora la richiesta di archiviazione.

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 29 giugno 2021. Poco spettabile Andrea Scanzi, vorremmo chiudere il caso del vaccino che ti hanno fatto senza che tu ne avessi diritto, saltando la fila. Chiuderla qui è la cosa migliore, anche perché altri (tipo il tuo giornale) ti avrebbero viceversa bollato sine die. Noi no. La procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione: ha scritto che non rientravi in nessuna categoria particolare e che non avevi diritto ad anticipare il vaccino, ma questo, secondo il pm, non ha configurato reati in virtù della riforma dell’abuso d'ufficio, riforma che dalle tue parti è stata combattuta ferocemente. Meno male che avete perso anche questa. Noi non auguriamo a nessuno conseguenze giudiziarie (non per queste cose) e ci basta che i fatti siano stati messi nero su bianco, sperando che il gip accolga l’archiviazione. Preso da ego-bulimia, il 22 marzo avevi raccontato ai lemuri dei tuoi social che avevi ricevuto il vaccino come «riservista» in qualità di «caregiver familiare». Due balle, come è stato accertato ascoltando i responsabili della Asl. Hai fatto tutto da solo, e hai continuato a descriverti come er mejo fico der bigoncio, a dire che volevi fare da esempio (tu) e a dire che tutti ti criticavano per invidia, o perché vorrebbero essere come te. Eri un banale cagasotto che ha cercato una corsia privilegiata, ma la nostra opinione su di te resta immutata. Bastava una parola prima, ci basterà in futuro.

Salvatore Mannino per "La Nazione - Arezzo" il 29 giugno 2021. Non aveva il diritto di vaccinarsi, anche se non ha commesso alcun reato. E’ il giudizio, non esattamente l’ideale in termini di immagine, col quale il Pm Marco Dioni chiede l’archiviazione del fascicolo sulla dose di Astrazeneca somministrata il 21 marzo ad Andrea Scanzi, il più popolare dei giornalisti aretini, influencer e opinion leader di prima grandezza nel panorama mediatico nazionale, uno che spesso si autodefinisce come il più seguito in Italia sui social, forte del suo milione di follower che però per quella dose galeotta gli ri rivoltarono contro, a lui che si considera, ed è considerato, un maestro nel girare in proprio favore il vento che spira su Facebook, Twitter e gli altri social media. Caso chiuso, anche se Scanzi non è mai stato indagato: quello nei suoi confronti è sempre rimasto un modello 45, cioè un fascicolo senza ipotesi di reato. La bufera che ne è nata, quella che portò alla temporanea sparizione del giornalista dagli schermi di Rai Tre («Carta bianca» di Bianca Berlinguer) e la 7 (Otto e mezzo di Lilli Gruber), quella che l’ha portato a difendersi con le unghie e coi denti dalla stanza di un lussuoso relais trentino in cui era in cura, quella anche che gli è costato il rimprovero di Marco Travaglio, direttore del suo giornale, il «Fatto Quotidiano, è rimasta una tempesta mediatica, di cui qualcuno dei tanti nemici che si è fatto negli anni per la sua penna tagliente, ha approfittato per regolare qualche conto, ma senza conseguenze giudiziarie. L’unico reato astrattamente ipotizzabile, l’abuso d’ufficio a carico del dirigente Usl che lo indirizzò all’hub del Palaffari, avrebbe richiesto un’espressa violazione di legge o atto avente forza di legge. Ma tutte le norme che regolano la vaccinazione sono linee guida, al massimo regolamenti amministrativi. E poi, scrive Dioni, i comportamenti non si sono mai elevati al rango del dolo, rimanendo colposi, cioè imprudenti o negligenti. Conviene comunque riassumere. Scanzi, almeno questo è il suo racconto, contatta il suo medico di famiglia e si dichiara disponibile a ricevere una dose di Astrazeneca fra quante ne avanzano dopo la giornata di iniezioni. Il dottore lo indirizza alla Usl e il direttore del distretto Evaristo Giglio, dopo qualche settimana, lo avvia al Palaffari dove avviene la vaccinazione. A che titolo? Lo stesso giornalista avanzerà più di uno scenario: semplice volontario per le dosi in eccesso, caregiver di genitori malati, testimonial. In realtà, secondo Dioni, «sulla scorta delle linee guida e delle raccomandazioni non aveva alcun diritto di essere vaccinato, non rientrando in alcune delle categorie delle linee guida», anche se «in quel momento la situazione era particolarmente confusa». In effetti, era il marzo difficile in cui la campagna di massa stentava ancora a decollare, specie in Toscana, coi quarantenni come Scanzi spesso vaccinati prima degli over 80 ancora in mezzo al guado e dei settantenni e sessantenni fermi al palo. Fu per questo che la confessione social del giornalista scatenò il dagli al «furbetto». Giglio, sentito sia nell’indagine Usl che in quella della procura, riconosce di aver sbagliato, «ritenendo che appartenesse alla categoria dei caregiver», anche se la certificazione sulla quale si basò era quella di un’omonima della madre di Scanzi. Colpa non dolo. Il passato appunto, il presente è fatto di un’archiviazione imminente.

CASO VACCINO: LA PROCURA DI AREZZO SALVA ANDREA SCANZI, MA NON DEL TUTTO….Il Corriere del Giorno il 29 Giugno 2021. Scanzi aveva commentato lo scorso 22 marzo sui social , sostenendo di aver ricevuto il vaccino perché “riservista”, “panchinaro” e in qualità di caregiver familiare dei genitori scatenando critiche e offese, che lo portarono alla sospensione per tre settimane dai programmi tv Rai e La7 in cui veniva invitato. In realtà quanto sosteneva Scanzi in realtà non era vero ed ha mentito...La Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per il caso del vaccino somministrato il 19 marzo 2021 al giornalista Andrea Scanzi, accusato di aver “saltato la fila” nel tardo pomeriggio del 19 marzo scorso all’hub vaccinale allestito al Centro Affari e Fiere della città toscana. Il giornalista toscano, secondo il pubblico ministero Marco Diorni, all’epoca in cui avvenne la somministrazione, Scanzi non aveva alcun diritto di anticipare la propria vaccinazione non rientrando in alcuna categoria vaccinale e quindi non aveva diritto ad anticipare la dose, ma dal punto di vista legale, con la sua “furbata” Scanzi non ha commesso un reato. Conseguentemente il gesto di Scanzi, nonostante sia discutibile eticamente, non è perseguibile in ambito giuridico, data la mancata sussistenza del reato di abuso di ufficio. La richiesta del pubblico ministero adesso è stato trasmesso al giudice per le indagini preliminari e sarà quest’ultimo a decidere se accogliere la richiesta di archiviazione su Scanzi. Scanzi aveva commentato l’accaduto lo scorso 22 marzo sui social , sostenendo di aver ricevuto il vaccino perché “riservista”, “panchinaro” e in qualità di caregiver familiare dei genitori scatenando critiche e offese, che lo portarono alla sospensione per tre settimane dai programmi tv Rai e La7 in cui veniva invitato. In realtà quanto sosteneva Scanzi in realtà non era vero ed ha mentito...La probabile archiviazione non è una pietra tombale su questa vicenda: ieri infatti il deputato Massimiliano Capitanio, capogruppo della Lega in Commissione Parlamentare du Vigilanza Rai, ha ricordato che la tv pubblica “ha atteso la pronuncia del pm per convocare il Comitato Etico e prendere una decisione circa la condotta del giornalista”.“Scanzi ha fatto il furbetto”, ha commentato anche la leghista Elena Maccanti, componente della commissione di Vigilanza Rai. Secondo i deputati toscani leghisti Manuel Vescovi e Rosellina Sbrana, Scanzi si è comportato “come i peggiori raccomandati”. Sulla stessa posizione, il deputato Michele Anzaldi di Italia Viva, segretario della commissione di Vigilanza Rai, che si chiede se “è eticamente accettabile che una trasmissione Rai retribuisca chi si è macchiato di un comportamento riprovevole”. Dopo l’annuncio della richiesta di archiviazione, nè Scanzi nè il FATTO QUOTIDIANO giornale dove lavora e scrive hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione al riguardo.

Andrea Scanzi, "gli italiani mi devono ringraziare"? Vaccino, si copre ancora di ridicolo: "... ma rifarei tutto". Libero Quotidiano il 14 giugno 2021. Andrea Scanzi è pronto a lanciarsi in un nuovo progetto con Discovery+, che gli ha affidato un programma dedicato alla storia e allo sport. La prima puntata sarà dedicata alla vittoria dei Mondiali del 1982 da parte della nazionale italiana: il giornalista del Fatto Quotidiano lavora già per questa emittente da tempo, ma adesso gli è stato affidato un nuovo programma, dato che le acque si sono calmate e le polemiche che lo riguardavano sono passate in secondo piano. Intervistato da TvBlog, Scanzi ha spiegato perché si occuperà di storia e sport piuttosto che di politica: “Io nei migliori programmi di politica ci sono già, come ospite, nei migliori contesti televisivi che esistono ad oggi”. Il riferimento è ovviamente a Otto e Mezzo e Cartabianca, che vanno in onda rispettivamente su La7 e Rai3 e lo vedono spesso tra gli invitati. Ovviamente nel corso dell’intervista rilasciata a Massimo Galanto non potevano essere evitati alcuni argomenti scottanti, come quel video in cui diceva “gli italiani mi dovrebbero ringraziare” dopo aver saltato la fila per il vaccino. “Mi è uscita abbastanza male”, ha ammesso in un raro momento di mea culpa. Ma comunque non ha rinnegato quel video: “Nel contenuto e nel gesto rifarei tutto, era tutto in regola. Per questo farò un centinaio di querele”. Anche se “due-tre dirette a ca*** non dovevo farle. E non dovevo fidarmi di alcune persone che pensavo fossero a me vicine”. 

Dopo figuracce e bugie, Scanzi viene pure promosso. Francesca Galici il 14 Giugno 2021 su Il Giornale. Il video in cui diceva che il coronavirus era solo un'influenza? Andrea Scanzi non lo rifarebbe e ammette di aver fatto altri scivoloni di comunicazione. Ma ora viene promosso. Andrea Scanzi è pronto a sbarcare su Discovery+ con un programma nuovo di zecca. Nonostante gli scivoloni di comunicazione, ammessi dallo stesso giornalista, nel corso dell'ultimo anno e mezzo, Scanzi è stato premiato dalla rete in cui lavora ormai da anni, che ha deciso di affidargli un nuovo programma dedicato alla storia e allo sport. Sono ormai lontani i giorni di febbraio 2020, quando il giornalista minimizzò il coronavirus, considerato poco più di una semplice influenza, ma anche quelli di marzo 2021, quando annunciò in diretta Facebook di aver ricevuto il vaccino, scatenando feroci polemiche anche sul suo metodo comunicativo. Ora che le acque si sono calmate e che tutto sembra essere passato, il giornalista si prepara a spiegare al pubblico perché la vittoria dei Mondiali 1982 non fu soltanto calcio ma qualcosa di più. Facendo un ampio volo pindarico, Andrea Scanzi spiegherà al pubblico che vorrà seguirlo che Maradona "nel 1986 ha sconfitto l’Inghilterra vendicando la tragedia per gli argentini della guerra delle Falkland". Così ha spiegato il suo nuovo programma a TvBlog, approfondendo la sua idea di conduzione non senza qualche svirgolata narcisistica, che non nasconde, spiegando perché non vorrebbe mai condurre un suo programma politico: "Io nei migliori programmi di politica ci sono già, come ospite, nei migliori contesti televisivi che esistono ad oggi". Il riferimento è a Otto e mezzo e a Cartabianca, in onda rispettivamente su La7 e Rai3. Programmi dai quali qualcuno dice che è stato sospeso dopo il caos sul vaccino, mentre lui preferisce dire che c'è stato "un breve periodo di pausa". Un allontanamento concordato con le conduttrici per "far calmare le acque dopo quella cazzata sul nulla". In realtà non può definirsi una "cazzata sul nulla", perché sono state tante le inchieste giornalistiche per andare a fondo sulle dichiarazioni di Andrea Scanzi, in parte smentite dai responsabili della Asl di Arezzo. Lo stesso medico di base del giornalista si era tirato indietro sulla faccenda: "Ha detto di avere i genitori fragili, affetti da patologie importanti. Sono il medico solo di Scanzi, i genitori non li conosco". Facile ora, a distanza di mesi da quelle dirette Facebook dire che "mi è arrivata una tale quantità di merda che non sono riuscito a gestirla. Mettiti nei panni di uno che si vaccina in piena regola, lo dice e due giorni dopo gli danno del furbetto, dello stronzo, del ladro, del criminale. Per due giorni non ho capito un cazzo". Nel corso dell'intervista rilasciata a Massimo Galanto, quindi, Andrea Scanzi è tornato su uno dei suoi video più discussi sul coronavirus, che oggi definisce come "la cosa che più non rifarei nella mia vita lavorativa". Vorrebbe cancellare quei minuti in cui appare come un negazionista: "Ero convinto che il covid fosse una esagerazione, in quei giorni lo dicevano anche la Gismondo e Burioni da Fazio, mi fidavo di questa gente, mi inerpicai in territori che non conoscevo e ho fatto una cazzata. Poi ho chiesto scusa". E ancora, ammette che la frase "mi dovrebbero ringraziare gli italiani", detta nel video in cui ha annunciato il vaccino, gli "è uscita male". Abbastanza male, in effetti. Ma quel video non lo rinnega: "Nel contenuto e nel gesto rifarei tutto, era tutto in regola. Per questo farò un centinaio di querele". E ancora, a TvBlog amette che, in relazione al video del vaccino, "a livello di comunicazione molte dirette non le dovevo fare. L’errore è stato quello. Due-tre dirette a cazzo non dovevo farle. E non dovevo fidarmi di alcune persone che pensavo fossero a me vicine".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Giuseppe De Lorenzo per ilgiornale.it il 9 giugno 2021. Dall’accusa di aver saltato la fila sui vaccini a quella di aver copiato un articolo. Nuova grana per il caregiver Andrea Scanzi, che dopo essersi fatto iniettare con discreto anticipo una dose di anti-Covid, ora finisce sotto il fuoco incrociato dei colleghi del Tirreno. Roba tra giornalisti. Ma che assume un gusto tutto diverso quando investe il bravissimo, correttissimo, ammirabilissimo Andrea da Arezzo. I fatti. Il buon Scanzi come ogni benedetto giorno che Dio manda su questa terra ieri ha allietato i sui 2 milioni di follower con una serie di post, commentando le vicende italiane di ogni tipo: Gasparri candidato sindaco di Roma, Sarri alla Lazio, Barbara Lezzi, il tennis, Maradona, l’Armata Rossa e chi più ne ha più ne metta. In mezzo, il caregiver ha dedicato un lungo scritto ad una bella storia, quella della Sammontana, un’azienda di Empoli che da 70 anni produce gelati e che si appresta ad assumere 352 operai a fronte di 2.500 pretendenti. Insomma: una società dove i lavoratori vengono rispettati, pagati il giusto e che dunque attira candidature. Bene. Bravi. Nel post Scanzi riporta anche un lungo virgolettato del signor Rossano Rossi, segretario della Cgil di Lucca e delegato sindacale proprio alla Sammontana, incassando il pieno di like: 35mila mi piace, oltre 2mila commenti e 11mila condivisioni. Manna dal cielo per chi si vanta di essere il giornalista “più potente sui social”. Embè, direte: cosa c’è di male? Il problema è che Scanzi la notizia non l’ha trovata da sé e il segretario Cgil non l’ha intervistato di prima persona. Si è “ispirato”, diciamo così, ad un pezzo di domenica 6 giugno a firma di Martina Triviglio, uscito su ilTirreno. Va bene: è una “ripresa”. Non è mica l’unico a farlo. Peccato però che Scanzi non abbia neppure citato la fonte della notizia: uno sgarbo che ha fatto infuriare i colleghi della testata toscana. I quali lo accusano di aver “copiato l’articolo” e nell’edizione odierna gliele cantano di santa ragione. In un breve pezzo al vetriolo, non solo ilTirreno si riferisce al collega come a colui che “si è distinto per aver saltato la fila per vaccinarsi come badante dei suoi genitori che non ne avevano bisogno”. Non solo ne biasima il “lavoro di copiatura”. Non solo lo bacchetta per la mancata “correttezza” professionale. Ma addirittura lo sbertuccia per aver fatto un post in difesa del “rispetto ai lavoratori” proprio mentre “sfruttava” il lavoro altrui. “Sfruttamento - scrivono - si verifica anche impossessandosi di quello che una collega ha scritto e facendolo passare per proprio contando su fatto che nessuno andrà a vedere la fonte della notizia. E che tutti la attribuiranno al giornalista più noto, solo perché c’è chi ancora lo invita in televisione”. Esiste una verità, però, per i cronisti de ilTirreno: “Chi sa trovare da solo le notizie lo potrà fare per sempre. Gli altri dovranno limitarsi a copiare”. Uno a zero e palla al centro: il moralista è stato moralizzato.

IL FATTO (O FALSO?) QUOTIDIANO TACE SULLA VACCINAZIONE DI SCANZI. E LA PROCURA DI AREZZO APRE UN’INDAGINE. Il Corriere del Giorno il 23 Marzo 2021. L’apertura di un procedimento penale da parte della Procura di Arezzo è stato avviato dopo la relazione informativa dei Carabinieri della polizia giudiziaria, consegna in Procura nella mattinata di ieri, accertamenti finalizzati per verificare che nelle procedure seguite non si configuri appunto qualche reato. L’azienda sanitaria ha intanto intrapreso, con il direttore generale Antonio D’Urso ed Evaristo Giglio, direttore del distretto sanitario e responsabile del centro vaccinale, una verifica interna che non si è ancora conclusa. La procura di Arezzo ha aperto un fascicolo modello 45, cioè conoscitivo, sul “caso Scanzi” (per il quale al momento si procede senza ipotesi di reato ) ed anche Eugenio Giani presidente della Regione Toscana ha annunciato di voler aprire un’istruttoria sulle liste dei “riservisti”. Un caso che da lunedì fa discutere sui social , con commenti divisi tra chi giudica un abuso la vaccinazione del giornalista toscano del Fatto Quotidiano, senza prenotazione e necessità di urgenza, e quei pochi spacciano l’ abuso del giornalista come “trasparenza” ! Il giornalista aretino ha difeso la sua scelta con le unghie e con i denti sconfinando secondo noi nel ridicolo e nell’assurdo! Giletti citando la testata TPI che ha sollevato la questione, ha fatto presente che questa famosa lista di “riserve” era pressoché segreta, non era online e comunque i cittadini non ne erano a conoscenza. “Una lista scritta a mano”, ha ricordato Giletti. Lecito chiedersi quindi perché Scanzi è riuscito ad entrarci, ancor prima che i suoi genitori vengano vaccinati  ed altri, che ne avevano magari più necessità, invece no? Peraltro i genitori di Andrea Scanzi non sono ancora vaccinati ma il paradosso deriva dal fatto che per over 80 e persone fragili è utilizzabile soltanto il vaccino Pfizer o Moderna, e non AstraZeneca. Attualmente in una clinica, come lui stesso dichiara in un suo post Scanzi usa parole forti: “Totale rovesciamento della realtà fai un gesto (totalmente lecito e quel giorno non facilissimo emotivamente) per aiutare la campagna vaccinale del tuo Paese dentro una pandemia, e quello che ottieni in risposta è ferocia pura, livore scriteriato e auguri di morte“, aggiungendo “Dopo il mio post la Asl della mia zona ha finalmente messo anche online (era ora!) la lista dei panchinari del vaccino. E le prenotazioni sono esplose. Tutto questo è accaduto anche grazie a me. Non dico che per questo vorrei un encomio, per carità: mi basterebbe un “grazie” (e da moltissimi e’ arrivato)“. Andrea Scanzi in un video pubblicato sui suoi seguitissimi profili social il 25 febbraio 2020 derideva coloro i quali si preoccupava per le notizie sul coronavirus che arrivavano dalla Cina nei giorni in cui si diffondevano i primi contagi anche nel nostro Paese. “Il Coronavirus è qualcosa di leggermente, sottolineo leggermente, più insidiosa di un qualsiasi cazzo di influenza“, diceva Scanzi nella clip diffusa sui social, la stessa in cui criticava fortemente chi indossava la mascherina. Da lì a qualche giorno l’Italia sarebbe entrata in lockdown totale a causa del collasso del sistema sanitario a causa degli alti contagi nel nord Italia. Durante il lockdown, Andrea Scanzi ha scritto il libro “I cazzari del virus” nel quale il giornalista aretino raccontava in che modo è stata affrontata la prima ondata dell’epidemia soprattutto da parte dei politici. Nella descrizione si legge che “di errori così, compiuti non a febbraio quando la situazione ancora incerta sembrava sotto controllo ma in piena emergenza, si può stilare una lista infinita“. Quindi, le sue dichiarazioni di febbraio erano relative a una “situazione ancora incerta”? Successivamente la scorsa estate Andrea Scanzi in Sardegna partecipava a una foto scattata da Luigi Di Maio insieme a un gruppo di altre persone, nessuno delle quali indossava la mascherina pur essendo tutti vicini, creando un piccolo assembramento, in un momento in cui le norme già li vietavano e venivano imposte le mascherine. Scanzi viene criticato e smentito dall’on. Maria Elena Boschi, di Italia Viva che gli attribuisce “una volgare mediocrità che non merita commento”, dandogli del bugiardo mettendo in discussione il suo presunto ruolo di caregiver: “Ha detto che doveva fare il caregiver dei suoi genitori e vorrei capire quando, visto che è sempre in giro“. Secondo l’ On. Boschi il giornalista Scanzi sarebbe bugiardo anche nell’affermare che ha potuto iscriversi alla lista di “riservisti” in quanto le regole in Toscana lo permettono: “No, le regole non sono così – afferma la Boschi – Scanzi non poteva vaccinarsi. In Toscana una come me – che è avvocato – avrebbe potuto vaccinarsi un mese fa. E chi tra i miei colleghi lo ha fatto, ha rispettato le regole. Se non l’ho fatto io, nonostante abbia voglia come tutti di tornare ad abbracciare i miei nipotini, è stato per evitare polemiche dei moralisti contro di me“. “Trovo quanto accaduto irresponsabile — denuncia il parlamentare toscano Stefano Mugnai, vice capogruppo alla Camera di Forza Italia —. Uno scandalo che si è interrotto solo grazie al governo Draghi che ha imposto di procedere per fasce di età (fatti salvi i fragili e fragilissimi) partendo dai più anziani e smentendo clamorosamente quanto deciso in Toscana“. “Qui siamo invasi dai De Luca e da tutti gli altri variopinti furbetti se è vero che un terzo delle vaccinazioni sono toccate a gentaglia che non ne aveva diritto ma che è riuscita a imbucarsi al posto di quelli che ce l’avrebbero avuto. Ma non mi risulta che nei loro confronti siano stati presi provvedimenti di qualche tipo. Eppure è stato un abuso, per la mia legge un reato, che forse è costato, o costerà, la vita a qualcun altro”. si leggeva il 10 marzo scorso da Orso Grigio, il  blog del signor Luciano Scanzi da Arezzo, che era indignato perla pubblicazione della foto del presidente Sergio Mattarella che aspettava il suo turno per vaccinarsi, che aveva fatto notizia. Orso Grigio (alias il padre del giornalista Andrea Scanzi) accusava i giornalisti: “Ecco, invece di esaltarvi per la normalità, con le vostre quasi del tutto inutili testate e con i vostri queruli talk, datevi un senso: denunciate gli abusi, condannate i privilegi, le ruberie, gli evasori, e tutto quello che ammorba la nostra società facendo sentire le persone per bene come dei marziani, e riducendo l’onestà a una mania da pervertiti”. aggiungendo: “Intendiamoci, io non sono un fanatico dei vaccini, aspetto naturalmente il mio turno come è giusto che sia, ma se ci sono delle regole vanno rispettate, e se ci sono delle priorità vanno definite chiaramente e poi rispettate anche quelle. E non, come invece succede, lasciare che ognuno, in ogni regione, possa fare il cazzo che vuole”. Ma adesso papà Scanzi tace. Ed il suo blog è sparito dalla rete internet. Così come è sparita anche la sua pagina Facebook ! Pure coincidenze o solo paura di essere svergognati? Ma il papà di Scanzi deve essersi molto distratto al punto di aver chiuso gli occhi giustificando il figlio firma di punta del Fatto Quotidiano che ha saltato la fila : “Mi sono messo in lista perché ne avevo diritto come caregiver che assiste i suoi genitori anziani e fragili”. Come non ridere quando sentendo parlare di “caregiver” immaginava genitori molto anziani e provati nel fisico dalla malattia, bisognosi di assistenza continua che l’encomiabile… Andrea correva ad assistere fra un collegamento tv e una diretta sui socialnetwork. Luciano, il padre di Andrea Scanzi, è nato nel 1952, mentre la moglie, mamma Fiorella Rossi Scanzi, è del 1949, e va in giro tranquillamente da solo, qualche volta con il figlio, ma su una potente moto Guzzi che è la sua passione. Andrea Scanzi così definiva papà Luciano nel giorno del suo compleanno: “Ha una Guzzi, 18 chitarre, 87 macchine fotografiche e un caleidoscopio…”. La mamma di Andrea Scanzi, Fiorella ha un suo profilo Facebook dove esterna con la stessa arroganza di suo figlio, attaccando c on un post il nostro collega Massimo Giletti , conduttore di “Non è l’ Arena” su La7, responsabile ( secondo noi meritevole !) di avere sollevato il “caso Scanzi-vaccino” domenica sera in trasmissione, e persino Vauro per avervi partecipando, con una battuta sul virus-vanesio che si era impossessato di Scanzi. Mamma Fiorella attacca: “Lei Vauro ha assecondato il gioco denigratorio messo in piedi da Giletti (se va bene) come sciocco servile giullare …per un attimo vecchio vanesio tornato al centro della scena del programma tv”, povera mamma…. guai a toccarle il figliuolo, qualunque cosa abbia fatto! L’apertura di un procedimento penale da parte della Procura di Arezzo è stato avviato dopo la relazione informativa dei Carabinieri della polizia giudiziaria, consegna in Procura nella mattinata di ieri, accertamenti finalizzati per verificare che nelle procedure seguite non si configuri appunto qualche reato. L’azienda sanitaria ha intanto intrapreso, con il direttore generale Antonio D’Urso ed Evaristo Giglio, direttore del distretto sanitario e responsabile del centro vaccinale, una verifica interna che non si è ancora conclusa. Sabato scorso cioè soltanto il giorno dopo della vaccinazione di Scanzi, è stato pubblicato online dall’ASL di Arezzo il modulo per iscriversi all’elenco dei “panchinari” una lista con le segnalazioni verbali dei medici di base da utilizzare in caso di dosi avanzate a fine giornata, secondo la direttiva del generale Figliuolo risalente al 15 marzo scorso. L’azienda sanitaria ASL di Arezzo ha intrapreso una verifica interna con il direttore generale Antonio D’Urso ed Evaristo Giglio, direttore del distretto sanitario e responsabile del centro vaccinale, che al momento non si è ancora conclusa. Il direttore D’Urso ha dichiarato : “L’accertamento prosegue, dobbiamo incrociare i dati in nostro possesso con quelli dell’Inps. Il caregiver deve rientrare negli stessi requisiti propri della legge 104 che prevede tra l’altro un’assistenza continuativa. E per esaurire la pratica abbiamo bisogno della parte previdenziale”. Una vicenda quella del caso Scanzi che ha portato alla luce il problema dei “riservisti” o “panchinari” del vaccino anti-Covid per non sprecare le dosi a livello nazionale. Lecito chiedersi se debba esistere o meno, come vada organizzata chi ne ha diritto considerato che le regioni, come Toscana e la Lombardia ad esempio prevedono delle regole e modalità diverse. Mentre sul portale ( vedi QUI) della Regione Lazio non c’è alcuna traccia! Questo il post del giornalista Scanzi subito dopo l’esplosione del “caso” che lo riguarda: “Ieri ho raccontato di essermi vaccinato come "panchinaro del vaccino". Dopo l’ordinanza del generale Figliuolo di lunedì scorso, che ribadiva di dover usare a fine giornata tutte le dosi a qualsiasi costo e di non sprecarne neanche mezza, ho detto al mio medico di base la frase che ho ripetuto ieri: “Se avanza una dose a fine giornata, non la vuole nessuno e la buttate via, io ci sono. Nel rispetto della legge e senza scavalcare nessuno (ci mancherebbe!)”. “Sono stato così inserito nella lista dei panchinari – continuava Scanzi – Una lista che a dire il vero esisteva anche prima dell’ordinanza di Figliuolo, ma che era meramente verbale. Per meglio dire, tu lo dicevi al tuo medico di base che, se ti reputava idoneo, segnalava il tuo nome al responsabile del piano vaccinale” aggiungendo con sfacciataggine “Nel mio caso, essendo figlio unico e “caregiver familiare” avendo due genitori nella categoria “fragili”, avrei comunque potuto vaccinarmi grazie a un’ordinanza regionale fortemente voluta anche dall’ottimo Iacopo Melio. Ma mi sono comunque iscritto anche nella lista, fino a ieri “solo” verbale e non online, dei panchinari del vaccino”. Peccato però che i due genitori “fragili” non si siano ancora vaccinati. Andrea Scanzi in barba alle regole, invece si. La ciliegina sulla torta (marcia) arriva dal “sodale-giornalista sindacalista” Paolo Borrometi, proiettato da un sito siciliano alla vicedirezione dell’ AGI, agenzia di stampa del Gruppo ENI, che così scrive su Twitter: “prova ribrezzo per le polemiche sul vaccino di Andrea Scanzi”“. Noi al suo contrario invece proviamo ribrezzo per chi pratica un giornalismo, schierato e militante sinistrorso.

La regione rossa che vaccina prima i vip degli ottantenni. Nel tritacarne finisce anche il giornalista e scrittore Andrea Scanzi, il quale è stato vaccinato perché assiste i genitori anziani. "Ho rispettato le regole", scrive sul suo profilo social. Ignazio Riccio - Lun, 22/03/2021 - su Il Giornale. L’Asl di Arezzo ha aperto un’inchiesta interna in merito alla lista dei cosiddetti caregiver, ossia quelle persone che si prendono cura dei familiari ammalati o disabili in attesa del vaccino anti Covid. È polemica in Toscana poiché, se è vero che molti non si sono iscritti all’elenco, pur avendone i requisiti, altri hanno usufruito del beneficio. Tra questi, come riporta il quotidiano Il Giorno, c’è il giornalista e scrittore Andrea Scanzi, il quale è stato vaccinato venerdì scorso al Palaffari di Arezzo. Lo avrebbe fatto saltando la fila delle quasi quindicimila persone che hanno aderito all’iniziativa sul sito della Regione Toscana e che, come lui, hanno i genitori anziani o con patologie specifiche. Scanzi sarebbe rientrato tra i “riservisti”, chiamati all’ultimo momento qualora avanzino delle dosi non inoculate, destinate ad essere buttate nel cestino. Nulla di irregolare sembrerebbe, anche se sarà l’Asl a verificare i fatti, ma il gesto ha provocato malumori e proteste. Lo stesso giornalista, che aveva postato sul sulla sua pagina Facebook un messaggio in cui informava della sua avvenuta vaccinazione, è ritornato sulla vicenda. Sempre sui social ha commentato: “Questa polemica sulla mia vaccinazione non mi diverte. Per niente. Mi offende, mi ferisce, mi fa incazz… e oltrepassa qualsiasi forma di disonestà intellettuale. Come si fa a definirmi ‘furbetto’ se sono stato io, con orgoglio e dopo aver rispettato le regole, a dare la notizia del mio vaccino?”. In Toscana, comunque, c’è già un’altra indagine della Procura su coloro che avrebbero saltato la fila per ottenere la vaccinazione. Circa mille persone si sarebbero iscritte nella lista del personale scolastico e universitario sotto la voce “altro”, poi eliminata. Si tratta di musicisti, modelle, maestri di tennis e di altre categorie non protette; su questi "privilegiati" si sta indagando.

In Toscana ora il caos è totale: vaccinato solo il 5% degli over 80. In regione sono state inoculate più di 500mila dosi dei vaccini anti Coronavirus, ma le polemiche non accennano a placarsi, soprattutto per gli over 80. Resta ancora da chiarire anche l’episodio dello scambio delle pettorine della protezione civile all’esterno del Mandela Forum di Firenze a fine turno, proprio quando vengono chiamati i riservisti. Lì, il caos è stato generato dalla voce che un medico avrebbe vaccinato il figlio facendogli saltare la fila. Anche in questo caso l’Asl ha aperto un’indagine interna. Non è facile evitare i furbetti, in un sistema elefantiaco, senza precedenti in Italia. e le polemiche sono continue. L’ultima ha riguardato anche gli avvocati e ha investito la vicepresidente della regione Stefania Saccardi, iscritta all’ordine, alla quale, come agli altri novemila legali, è stato somministrato il vaccino.

Dagospia il 21 marzo 2021.

L’ho ripetuto spesso in questi giorni, sia in tivù che durante le #ScanziLive: “Se a fine serata avanza una dose di...

Pubblicato da Andrea Scanzi su Venerdì 19 marzo 2021

Ieri ho raccontato di essermi vaccinato come “panchinaro del vaccino”. Dopo l’ordinanza del generale Figliuolo di...

Pubblicato da Andrea Scanzi su Sabato 20 marzo 2021

Da "Huffingtonpost.it" il 21 marzo 2021. Il giornalista e scrittore Andrea Scanzi ha annunciato sulla sua pagina Facebook di essersi vaccinato nella lista di riserva messa a disposizione dalla Regione Toscana, in quanto caregiver familiare con due genitori considerati “fragili”. Sui social però c’è stata più di una critica nei confronti di Scanzi. Innanzitutto perché proprio la Regione Toscana è penultima nella vaccinazione degli over 80, con solo il 5% che ha ricevuto le due dosi. E poi perché fino a oggi la lista di riserva a cui si è iscritto Scanzi non si trovava. Tra i commenti al post di Scanzi, c’è chi scrive: “Ho seguito le Tue indicazioni: ho fatto proprio come Lei. Vediamo se funziona per “i comuni mortali” o vale solo per “amici degli amici”. Mentre un altro dice: Ho chiamato oggi il numero verde e l’operatore mi ha detto che non esiste attualmente nessuna lista per la somministrazione delle dosi che andrebbero buttate e che attualmente chiamano solo quelli che hanno in lista di prenotazione a seconda dell’età e delle patologi”. Un altro ancora: “Io penso che i “panchinari dei vaccini” dovrebbero prima essere quelli che sono in attesa di essere chiamati direttamente dall’ausl, persone che hanno patologie...”. C’è poi chi commenta: “Guardi Scanzi, io la stimo molto come giornalista, ma che lei ora si presenti come un eroe che ha fatto da cavia, dato l’esempio e favorito addirittura la diffusione delle liste di attesa mi pare troppo”.

Scanzi si vaccina come “riservista”, sul caso indaga l’Asl: bufera sul giornalista del Fatto Quotidiano. Fabio Calcagni su Il Riformista il 21 Marzo 2021. Nella Regione penultima in Italia per somministrazione della doppia dose di vaccino agli over 80, Andrea Scanzi riesce a farsi inoculare la prima dose. A raccontarlo è stato lo stesso giornalista toscano del Fatto Quotidiano su Facebook, che in un post sui social ha spiegato di essere riuscito ad entrare nella lista dei cosiddetti “panchinari” o “riservisti”. A spiegare cosa è accaduto è lo stesso Scanzi, 47 anni, che scrive ai suoi followers di aver fatto venerdì 19 marzo il vaccino di AstraZeneca “nel pieno rispetto delle regole” essendo figlio unico di due genitori  fragili e dunque potendo essere considerato un “caregiver”. Un procedimento “regolare, tutto alla luce del sole. Con buona pace di qualche imbecille (compreso qualche finto amico e pseudo-politico) che ha provato a fare polemica”, ha polemizzato Scanzi. Dubbi però condivisibili, visto che effettivamente in Toscana non esisteva una vera e propria lista dei “panchinari”, con il percorso pubblico della Asl Toscana sud est venuto a galla sabato, a seguito delle polemiche nate dal post di Scanzi. Ad ammetterlo è lo stesso giornalista del Fatto, che sottolinea come la lista dei panchinari esisteva anche prima dell’ordinanza di Figliuolo, “ma che era meramente verbale. Per meglio dire, tu lo dicevi al tuo medico di base che, se ti reputava idoneo, segnalava il tuo nome al responsabile del piano vaccinale”. Le accuse nei confronti di Scanzi tra i commenti non sono mancate: “Ho chiamato oggi il numero verde e l’operatore mi ha detto che non esiste attualmente nessuna lista per la somministrazione delle dosi che andrebbero buttate e che attualmente chiamano solo quelli che hanno in lista di prenotazione a seconda dell’età e delle patologi”, scrive un utente. Altri invece ricordano invece la parole pronunciate ad inizio pandemia da Scanzi, che si riferiva così al Coronavirus: “Non è  una malattia mortale porca di una puttana troia ladra”. Ma che vi sia il rischio che Scanzi abbia effettivamente saltato la fila lo ammette la stessa Asl, che secondo Il Tirreno ha aperto un’inchiesta interna per capire se il giornalista e scrittore aretino non abbia ricevuto una dose che poteva essere destinata a qualcun altro. “Stiamo facendo alcune indagini – spiega al Tirreno Simona Dei, direttrice sanitaria – per capire se davvero ne avesse diritto“. Sempre Il Tirreno specifica che la Regione ha chiarito all’Asl che Scanzi “non risulta fra i 18.822 caregiver indicati dai 70.801 fragilissimi che si sono registrati sul portale in questi giorni”. Avendo po la Asl sud est annunciato solo ieri di aver aperto elenchi dei “panchinari”, resta il dubbio su come Scanzi sia riuscito a vaccinarsi: il giornalista è andato fra i box di Arezzo Fiere senza essere stato avvertito?

DAGONOTA il 22 marzo 2021. Sapete dove era ieri Andrea Scanzi a fare la sua diretta Facebook in cui dava dei poveri imbecilli a tutti? All’Hotel Palace di Merano, dove l’opinionista per mancanza di opinioni va ogni anno a fare una settimana di “detox rigoroso”. Il caregiver ha mollato i genitori fragili è se n’è andato in un’altra regione, naturalmente per motivi di salute (come no).

Da corriere.it il 22 marzo 2021. «Era una vaccinazione legale, autorizzata e che rifarei. Una vaccinazione per cui larga parte degli italiani avrebbe dovuto ringraziarmi. L’ho fatta in un momento storico in cui nessuno o pochi italiani avrebbero voluto fare AstraZeneca: io ho voluto accettare l’invito di vaccinarmi proprio per dare un segnale agli italiani. Io mi fido della scienza e ci vado.  Non era un boccone da ghiotti, sia perché nessuno voleva fare quella vaccinazione sia perché nessuno si era iscritto a quella lista che esisteva ed era solo verbale. E che grazie a me è diventata pubblica». Andrea Scanzi torna a parlare della polemica che lo ha coinvolto dopo essersi sottoposto venerdì al vaccino anti Covid-19 con AstraZeneca nel centro vaccinale dell’hub della Fiera di Arezzo. Scanzi spiega di aver avuto la possibilità di sottoporsi al vaccino grazie ad una lista dei riservisti di cui ha chiesto al suo medico curante e che fino a qualche giorno fa era solo verbale, mentre - grazie alla sua testimonianza - è diventata pubblica e a cui si può accedere attraverso la compilazione di un modulo online.

Da sr71.it il 22 marzo 2021. Vaccinazione con polemiche per Andrea Scanzi, dopo l’annuncio della sua iniziativa di «vaccinarsi da panchinaro», la Asl ha effettuato alcune verifiche interne. L’azienda sanitaria ieri pomeriggio ha aperto un sito provvisorio per formalizzare la lista d’attesa per i candidati agli «avanzi di AstraZeneca». Fino ad allora, come dichiarato dallo stesso giornalista aretino, la lista dei panchinari era solo verbale. Secondo quanto riferisce la direttrice sanitaria Asl Toscana Sud Est, Simona Dei, ad appena un giorno dall’apertura del sito per i panchinari, sono 2500 le persone già iscritte, segno di una grande attenzione al tema della vaccinazione contro Covid19, nonostante lo stop and go subito da AstraZeneca. Il sito resterà aperto fino a martedì, quando sarà incluso nella piattaforma regionale, quella che abitualmente viene utilizzata da tutti i vaccinandi. La direttrice Dei, a seguito delle polemiche sulla «vicenda Scanzi», ha effettuato una verifica con i responsabili Asl della vaccinazione ad Arezzo Fiere, luogo dove venerdì sera si è recato Scanzi per ricevere l’iniezione. Secondo quanto riferisce Dei, il personale Asl ha gestito correttamente la pratica della somministrazione. Come da protocollo a Scanzi sono state richieste le informazioni necessarie all’accettazione. Il giornalista aretino, come ha scritto venerdì sera sulla sua pagina Facebook, ha dichiarato agli operatori di essere «caregiver» (ovvero assistente) dei propri genitori e quindi è stato ammesso alla vaccinazione. Alla direttrice Simona Dei è sufficiente questo per chiudere la pratica «salvo ulteriori sviluppi domani – ci ha detto al telefono – per noi la questione è chiusa, non possiamo sollevare dubbi preventivi sulla veridicità delle dichiarazioni di Scanzi, come su quelle di tutti gli altri ‘panchinari’, si tratta infatti di autodichiarazioni». Ieri sera Scanzi ha scritto in un post «Nel mio caso, essendo figlio unico e “caregiver familiare” avendo due genitori nella categoria “fragili”, avrei comunque potuto vaccinarmi grazie a un’ordinanza regionale fortemente voluta anche dall’ottimo Iacopo Melio. Ma mi sono comunque iscritto anche nella lista, fino a ieri “solo” verbale e non online, dei panchinari del vaccino. Tutto regolare, tutto alla luce del sole». In altre parole adesso la vicenda diventa politica e sono già nell’aria delle interrogazioni alla giunta regionale toscana, è infatti alla Regione che sono conservati i registri delle persone fragili, bisognose di «caregiver».

Non è l'Arena, Andrea Scanzi vaccinato. "Un caso strano, i suoi genitori...". Massimo Giletti svela il caos italiano. Libero Quotidiano il 22 marzo 2021. Il caso Andrea Scanzi arriva a Non è l'Arena e Massimo Giletti va dritto ala fonte. In collegamento con La7 c'è Evaristo Giglio, direttore del Distretto sanitario di Arezzo dove la penna del Fatto quotidiano ha avuto accesso al vaccino anti-Covid in quanto compreso una "lista delle riserve". In sostanza, Scanzi ha usufruito del vaccino rimasto al termine della giornata, siero che altrimenti sarebbe stato buttato. Ma a che pro, si sono chiesti molti, considerata la giovane età e la buona salute del giornalista? E quella lista, era accessibile ai comuni mortali o Scanzi ha usufruito della sua posizione per accedervi? "Prima di fare una prenotazione online - spiega il dirigente sanitario -, abbiamo fatto in modo tale di avere una lista cartacea comprendente persone che non erano riuscite a farsi vaccinare per un qualche problema, forze dell'ordine che avevano saltato il loro turno, disabili segnalati dai direttori sanitari di centri diurni". E Scanzi? "Mi è stato segnalato verso il 20-22 febbraio dal medico curante. A che titolo, gli ho chiesto, ha delle patologie? Mi è stato detto che lui ha due genitori fragili con patologie ascrivibili alle classi di persone vulnerabili e vaccinate in Toscana con il vaccino Moderna, e Scanzi dunque rientrerebbe in questa tipologia anche con la iscrizione online. Scanzi è finito in coda alla lista, abbiamo chiamato persone con priorità più alta". "Ma questa lista è precedente al commissario Figliuolo, risale al periodo di Arcuri dunque? - chiede Giletti - Questa storia è strana, basta chiamare il medico della mutua per finire nella lista? I genitori di Scanzi sono vaccinati?". "No, i genitori sono in lista per venire vaccinati", risponde Giglio. "Quindi abbiamo un paradosso - conclude Sallusti -, i genitori di Scanzi che sono vulnerabili non sono stati vaccinati e Scanzi, che è sano, sì". 

Da iltempo.it il 22 marzo 2021. Fulmini sui furbetti dei vaccini. “Qui siamo invasi dai De Luca e da tutti gli altri variopinti furbetti se è vero che un terzo delle vaccinazioni sono toccate a gentaglia che non ne aveva diritto ma che è riuscita a imbucarsi al posto di quelli che ce l’avrebbero avuto. Ma non mi risulta che nei loro confronti siano stati presi provvedimenti di qualche tipo. Eppure è stato un abuso, per la mia legge un reato, che forse è costato, o costerà, la vita a qualcun altro”. Firmato il 10 marzo scorso da Orso Grigio, il  blog del signor Luciano Scanzi da Arezzo. Indignato perché aveva fatto notizia la pubblicazione della foto del presidente Sergio Mattarella che aspettava il suo turno per vaccinarsi. Orso Grigio ribolliva contro noi giornalisti: “Ecco, invece di esaltarvi per la normalità, con le vostre quasi del tutto inutili testate e con i vostri queruli talk, datevi un senso: denunciate gli abusi, condannate i privilegi, le ruberie, gli evasori, e tutto quello che ammorba la nostra società facendo sentire le persone per bene come dei marziani, e riducendo l’onestà a una mania da pervertiti”. E aggiungeva: “Intendiamoci, io non sono un fanatico dei vaccini, aspetto naturalmente il mio turno come è giusto che sia, ma se ci sono delle regole vanno rispettate, e se ci sono delle priorità vanno definite chiaramente e poi rispettate anche quelle. E non, come invece succede, lasciare che ognuno, in ogni regione, possa fare il cazzo che vuole”. Parole da sottoscrivere. Ma a cui non è seguito nulla il primo giorno di primavera quando si è saputo che il figlio di Orso Grigio- al secolo Andrea Scanzi- si era appena vaccinato alla veneranda età di 46 anni in quella Toscana dove chi aveva diritto a quelle fiale per non rischiare la vita- gli ultraottantenni- non ha ricevuto ancora protezione nel 95% dei casi. Orso Grigio deve avere chiuso un occhio per l'amato figlio Andrea che ha fatto più o meno la stessa cosa di Vincenzo De Luca. Ma ne ha dovuti chiudere due per la giustificazione che il figlio firma di punta del Fatto Quotidiano ha dato per avere saltato la fila con salto triplo carpiato: “Mi sono messo in lista perché ne avevo diritto come caregiver che assiste i suoi genitori anziani e fragili”. Ecco forse anziano non me lo farei dire da mio figlio essendo nato nel 1952, più giovane pure di mamma Fiorella Rossi Scanzi, che è del 1949. Poi quando uno ha sentito dire “caregiver” si immaginava genitori molto anziani e provati nel fisico dalla malattia, bisognosi di assistenza continua che il generoso Andrea correva a dare fra un collegamento tv e una diretta social. Papà Luciano invece in giro va da solo, e talvolta sì con il figlio, ma su una potente moto Guzzi che è la sua passione. Luciano così è stato descritto dal figlio il giorno del suo compleanno: “Ha una Guzzi, 18 chitarre, 87 macchine fotografiche e un caleidoscopio...” Mamma Fiorella ha invece un suo profilo Facebook dove cavalca una grinta non da poco. Tanto da avere fulminato nel suo ultimo post Massimo Giletti per avere sollevato il “caso Scanzi-vaccino” domenica sera a “Non è l'Arena e Vauro per avervi partecipando facendo una battuta sul virus-vanesio che si era impossessato di Scanzi. “Lei Vauro”, ha tuonato mamma Fiorella, “ ha assecondato il gioco denigratorio messo in piedi da Giletti (se va bene) come sciocco servile giullare ...per un attimo vecchio vanesio tornato al centro della scena del programma tv”. E mammà la si capisce: guai a toccarle il figliuolo, qualunque cosa abbia combinato. Ma tutti gli altri – a cominciare da medici condotti e dirigenti della Asl di Arezzo- protagonisti di questa commedia dell'arte sullo “Scanzi vaccinato”, che parte hanno?

Francesca Galici per ilgiornale.it il 22 marzo 2021. Ha destato clamore la vaccinazione di Andrea Scanzi, giornalista quarantenne, che ha ricevuto la sua dose in quanto inserito nelle liste di riserva della Regione Toscana in qualità di caregiver dei suoi genitori. La percezione del coronavirus da parte di Scanzi nel corso dell'ultimo anno è cambiata profondamente da quando non la considerava più di una semplice influenza, fino a oggi che non si è sottratto alla vaccinazione. Era il 25 febbraio e Andrea Scanzi in un video pubblicato sui suoi seguitissimi profili social derideva chi, in quel momento, si preoccupava per le notizie sul coronavirus che arrivavano dalla Cina nei giorni in cui si diffondevano i primi contagi anche nel nostro Paese. "Il Coronavirus è qualcosa di leggermente, sottolineo leggermente, più insidiosa di un qualsiasi cazzo di influenza", diceva Scanzi nella clip diffusa sui social, la stessa in cui criticava fortemente chi indossava la mascherina. Da lì a qualche giorno l'Italia sarebbe entrata in lockdown totale a causa del collasso del sistema sanitario a causa degli alti contagi nel nord Italia. Proprio durante il lockdown, Andrea Scanzi ha scritto il libro I cazzari del virus, un volume nel quale il giornalista racconta in che modo è stata affrontata la prima ondata dell'epidemia soprattutto da parte dei politici. Nella descrizione si legge che "di errori così, compiuti non a febbraio quando la situazione ancora incerta sembrava sotto controllo ma in piena emergenza, si può stilare una lista infinita". Quindi, le sue dichiarazioni di febbraio erano relative a una "situazione ancora incerta"? Era estate, invece, quando Andrea Scanzi in Sardegna partecipò a una foto scattata da Luigi Di Maio insieme a un gruppo di altre persone. Niente da rilevare su questo, se non che nessuno dei componenti dello scatto non indossava la mascherina. Erano tutti vicini, creando un piccolo assembramento, in un momento in cui le norme già li vietavano e venivano imposte le mascherine. Tutto questo per arrivare alla vaccinazione effettuata. Andrea Scanzi si è legittimamente sottoposto all'inoculazione della sua dose perché si occupa attivamente della cura dei suoi genitori anziani e, quindi, fragili ed esposti al virus. La Regione Toscana, pur di non buttare dosi di vaccino ha creato delle liste di riserva per utilizzare quelle non somministrate agli aventi diritto delle liste principali. La parabola informativa di Andrea Scanzi sul virus è stata molto particolare e non si può dire che non abbia cambiato idea nel corso del tempo. In queste ore, Andrea Scanzi ha commentato la polemica sorta attorno alla sua vaccinazione: "Era una vaccinazione legale, autorizzata e che rifarei. Una vaccinazione per cui larga parte degli italiani avrebbe dovuto ringraziarmi. L’ho fatta in un momento storico in cui nessuno o pochi italiani avrebbero voluto fare AstraZeneca: io ho voluto accettare l’invito di vaccinarmi proprio per dare un segnale agli italiani. Io mi fido della scienza e ci vado". Andrea Scanzi, poi, prosegue: "Non era un boccone da ghiotti, sia perché nessuno voleva fare quella vaccinazione sia perché nessuno si era iscritto a quella lista che esisteva ed era solo verbale. E che grazie a me è diventata pubblica". Andrea Scanzi ha rivendicato la vaccinazione con AstraZeneca effettuata non appena l'Aifa aveva dato nuovamente il via libera al preparato. Scanzi ha ammesso che nessuna delle persone a lui vicine, tranne la compagna Sara, lo incoraggiava in questa decisione.

Il vaccino a Scanzi:  adesso indaga la Procura  In Toscana il faro dei Nas sulle liste dei riservisti. Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 23/3/2021.

Scanzi: «Qui a mie spese. Iscritto in lista e chiamato dopo 25 giorni». Il sito Dagospia intanto ha puntato il dito sul fatto che Scanzi avesse lasciato la casa dei genitori per un soggiorno di una settimana di relax all’Hotel Palace di Merano e proprio da qui, lontano da casa, avesse poi annunciato la sua decisione di vaccinarsi come persona che si prendeva cura del padre e della madre. Presenza confermata dallo stesso Scanzi che però ha replicato duramente: «E quale sarebbe il problema? Vengo in questa clinica a mie spese. Ho fatto il vaccino rispettando le regole, mi sono iscritto in lista e sono stato chiamato dopo 25 giorni».

Anzaldi: «Sospendere il contratto di Scanzi con la Rai». Per Michele Anzaldi, tuttavia, deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, il contratto che Scanzi ha con la Rai (il giornalista è collaboratore di «Cartabianca») ora dovrebbe essere sospeso. Mentre il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha annunciato che sul caso ci sarà un’istruttoria. Chi invece difende il giornalista è l’europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi: «Se si è fatto fare un vaccino destinato a finire nella spazzatura ha fatto bene», scrive su Facebook, stigmatizzando il comportamento della Toscana che è tra le ultime regioni per vaccini agli over 80 anni.

Giani: «Abbiamo bisogno di dosi». Già, gli 80enni. La Toscana ha il primato per vaccinati sino a 59 anni ed è ultima nella fascia oltre gli 80 e adesso mancano i vaccini perché gli AstraZeneca non possono essere utilizzati sugli ottuagenari. «Trovo quanto accaduto irresponsabile — denuncia il toscano Stefano Mugnai, vice capogruppo alla Camera di Forza Italia —. Uno scandalo che si è interrotto solo grazie al governo Draghi che ha imposto di procedere per fasce di età (fatti salvi i fragili e fragilissimi) partendo dai più anziani e smentendo clamorosamente quanto deciso in Toscana». Il presidente della Regione Eugenio Giani parla di discorsi e chiacchiere. «Abbiamo bisogno di dosi. Al Palasport di Firenze si possono fare cinquemila vaccini al giorno e se ne somministrano mille, perché mancano sono le dosi».

I «furbetti del vaccino». Intanto proseguono a Firenze le indagini del Nas (ma in questo caso la procura per ora non ha aperto alcun fascicolo) per fare luce sui presunti furbetti che avrebbero ricevuto la vaccinazione senza averne diritto. Nel portale della Regione si sarebbero iscritti tra gli altri ballerine, modelle, professori d’orchestra, insegnanti di alcune discipline sportive, istruttori di scuola guida, cuochi e camerieri. I carabinieri starebbero verificando un elenco di 57 mila nomi per individuare chi si è spacciato per insegnante o altre categorie che avevano diritto alla vaccinazione. Un lavoro non facile, non solo per il numero di persone da controllare ma anche perché ci sono vaccinati che svolgono più professioni e dunque potrebbero essere in regola. Per capirlo occorreranno almeno un paio di mesi. E intanto si scopre che il sito di prenotazioni non controlla se gli iscritti abbiano diritto o meno alla vaccinazione.

Vaccini, il "caso Scanzi" finisce in procura: aperto un fascicolo ad Arezzo. Il fascicolo aperto è "a modello 45", ovvero senza indagati e senza ravvisare reati specifici e non sarebbe ancora stato affidato ad un pubblico ministero per avviare le indagini. Federico Giuliani - Lun, 22/03/2021 - su Il Giornale. La procura di Arezzo ha aperto un fascicolo conoscitivo sulla vicenda della vaccinazione di Andrea Scanzi. Il giornalista quarantenne era finito nell'occhio del ciclone per aver ricevuto, venerdì scorso, la sua dose poiché inserito nelle liste di riserva della Regione Toscana nei panni di caregiver dei suoi genitori.

Il fascicolo "a modello 45". Secondo quanto riportato dall'AdnKronos, il fascicolo aperto è "a modello 45", ovvero senza indagati e senza ravvisare reati specifici. Al suo interno, per adesso, sarebbero stati inseriti una serie di articoli di giornali che si sono occupati dell'intero caso. Tutto è nato da una segnalazione del nucleo di polizia giudiziaria dei carabinieri di Arezzo. I militari hanno raccolto tutto ciò che emerso sul caso: insieme alle notizie di stampa, anche le indicazioni dei programmi televisivi che si sono occupati del caso e le comunicazioni dello stesso Andrea Scanzi fatte attraverso i social. Il fascicolo conoscitivo non sarebbe ancora stato affidato ad un pubblico ministero per avviare le indagini. Nel frattempo, il presidente dell'Avis Toscana, Adelmo Agnolucci, ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando, sempre all'agenzia AdnKronos, che "la vaccinazione di Andrea Scanzi è regolare". Agnolucci ha ricordato che è previsto nella normativa dei vaccini che "se si accudiscono persone fragili e a rischio, come lo sono i genitori anziani di Scanzi, si ha diritto al vaccino". Questo, tra l'altro, è previsto "anche per le badanti e per chi si prende cura in generale di soggetti fragili". Scanzi avrebbe quindi fatto ricorso a questa normativa e sarebbe "in regola"."Non ha fatto alcun intrallazzo per vaccinarsi prima", ha concluso il presidente parlando del giornalista.

Non si placano le polemiche. Eppure, considerando i ritardi sulle vaccinazioni agli anziani che affligono la Toscana, le polemiche faticano a placarsi. Nelle ultime ore, il diretto interessato ha così commentato la questione: "Era una vaccinazione legale, autorizzata e che rifarei. Una vaccinazione per cui larga parte degli italiani avrebbe dovuto ringraziarmi. L’ho fatta in un momento storico in cui nessuno o pochi italiani avrebbero voluto fare AstraZeneca". "Non era un boccone da ghiotti, sia perché nessuno voleva fare quella vaccinazione sia perché nessuno si era iscritto a quella lista che esisteva ed era solo verbale. E che grazie a me è diventata pubblica", ha quindi aggiunto Scanzi. Al giornalista è stata somministrata una dose del vaccino in quanto il suo nome era stato inserito nella lista della panchina vaccinale, occupandosi attivamente della cura dei genitori anziani, fragili e quindi esposti al virus. La Regione Toscana ha infatti creato liste di riserva per usare le dosi non somministrate agli aventi diritto inseriti nelle liste principali.

I ritardi della Regione Toscana. E qui si apre un altro fronte, strettamente collegato alla vicenda Scanzi. La Regione Toscana è accusata di essere in ritardo sulle vaccinazioni agli anziani. Agnolucci ha spiegato che "il capogruppo Pd in Consiglio regionale Vincenzo Ceccarelli e il presidente della Commissione sanità Enrico Sostegni hanno appena chiesto una verifica in Commissione Sanità all'assessore Simone Bezzini sull'andamento del piano vaccinale". Entrambi, ha proseguito Agnolucci, "chiederanno che le 120mila dosi di vaccini Pfizer e Moderna annunciate per le prossime due settimane vengano destinate agli ultraottantenni e ai portatori delle patologie più gravi, con l'obiettivo di completare la vaccinazione entro aprile grazie alla collaborazione dei medici di famiglia e, se questi non bastassero, attivando tutte le risorse necessarie per consentire il raggiungimento dell'obiettivo".

Anzaldi: "La Rai sospenda il contratto di Scanzi". Il deputato renziano Michele Anzaldi chiede che la Rai sospenda il contratto di collaborazione che il giornalista Andrea Scanzi ha per le sue ospitate nel programma Cartabianca. Francesco Curridori - Lun, 22/03/2021 - su Il Giornale. La vaccinazione di Andrea Scanzi, continua a far discutere. Ora il giornalista del Fatto Quotidiano, che ieri ha dato sui social una prima versione della vicenda, vorrebbe spiegare la sua posizione anche durante la trasmissione Cartabianca. Nel merito abbiamo sentito l'opinione del deputato renziano, Michele Anzaldi, segretario della commissione di vigilanza Rai.

Onorevole Anzaldi, crede sia positivo che il giornalista Scanzi esponga le sue ragione durante il talk show di Raitre?

"Credo che la vicenda Scanzi meriti chiarimenti ufficiali dalle istituzioni competenti, visto che il tema vaccini rappresenta una questione cruciale per tutti in questo momento. In attesa che la questione venga chiarita, anche a seguito dell’apertura di un fascicolo della Procura di Arezzo, la Rai dovrebbe sospendere il contratto che ha con Scanzi per le sue ospitate pagate a Cartabianca. Una sospensione in via cautelativa, anche per evitare eventuali violazioni del Codice Etico del servizio pubblico".

Quali violazioni si rischiano?

"Secondo il Codice Etico dell'azienda, i collaboratori devono adeguare le proprie azioni e i propri comportamenti agli impegni previsti dal codice stesso, primo fra tutti l’aderenza all’etica, 'approccio indispensabile per l’affidabilità Rai'. Tra i fondamenti del codice: 'astenersi dal compimento di atti illegali, illeciti, non conformi al comune senso di rettitudine e al comune senso dell’onore e della dignità'. Visto che ci sono verifiche in corso, annunciate dalla Asl e dalla Regione, credo sia doveroso attendere l'esito di queste verifiche prima di far tornare Scanzi a Rai3. Anche per evitare conflitti di interessi, oltre ad un potenziale danno d'immagine per la Rai".

A quale conflitto d'interessi si riferisce?

"Scanzi è un collaboratore fisso di Cartabianca, retribuito per scelta della trasmissione e della conduttrice. Quindi se gli venisse consentito in quella sede di difendersi avrebbe un evidente condizione di favore: difficile pensare che si troverebbe di fronte ad un contraddittorio duro e imparziale. Se vuole difendersi, vada come ospite in trasmissioni che non lo pagano. È opportuno evitare, quindi, che una trasmissione del servizio pubblico diventi un'occasione di servizio privato a Scanzi, che paradossalmente verrebbe non solo pagato trarrebbe anche un vantaggio d'immagine per vicende personali. La sospensione servirebbe anche a evitare imbarazzi alla Rai: chi può dire oggi che strascichi avrà questa storia, anche eventualmente in ambito giudiziario?".

Secondo il sito Dagospia, Scanzi ieri si trovava fuori dalla sua Regione dove ieri si era vaccinato in quanto "caregiver" dei suoi genitori.

Ecco, entrando nel merito della vicenda, lei cosa ne pensa?

"Anche su questo mi auguro che le autorità competenti facciano luce con celerità. Per come la vicenda è stata raccontata dal sito Dagospia alimenta molti dubbi e fa pensare che siamo di fronte ad un evidente caso di doppia morale, a cui alcune firme del Fatto Quotidiano non sono nuove. Sapere che tanti settantenni, cui spetta il vaccino astrazeneca e che sono tra i più a rischio mortalità per il covid, ancora non possono neanche prenotarsi, mentre un giornalista quarantenne si é già vaccinato lascia sbalorditi".

Dagospia il 22 marzo 2021. Dall’account facebook di Selvaggia Lucarelli. Per me Scanzi si può vaccinare, può andare da Chenot, può entrare in liste verbali accessibili solo a conoscenti/ amici/ amici di amici (grave errore della asl Toscana, che poi ha cercato di rimediare in tutta fretta il giorno dopo) ma su due cose non transigo: non ci si auto-definisce caregiver, per sostenere che si aveva il diritto a vaccinarsi. Bastava dire: avanzava un vaccino, ne ho approfittato e grazie a chi me lo ha permesso. Perchè i caregiver non sono figli premurosi come sicuramente sarà Andrea, ma persone che dedicano la loro vita all'assistenza e alla cura di persone con gravi disabilità e patologie.  Molte di queste persone sono costrette ad abbandonare il lavoro e convivono con la persona fragile. La differenza è importante, e non si deve fare confusione. Su questo non si può giocare, perchè anche in Toscana non sono ancora vaccinati nè (molti) caregiver nè (molti) soggetti fragili. E che Pierpaolo Sileri non ritenga questo passaggio fondamentale, ma si limiti a una difesa d'ufficio senza aggiungere altro,  fa parecchia impressione. La seconda cosa su cui non si può sbagliare, se ci si auto-promuove testimonial di Astrazeneca, è il continuare a dire "Ho fatto praticamente da cavia", "Mi sono preso il rischio", "Dovete ringraziare perchè tutti gli italiani terrorizzati non si volevano più fare il vaccino, io l'ho fatto", "La mia famiglia era in apprensione per me". Se c'è un modo sbagliato di rassicurare è dire che chi si vaccina fa da cavia, rischia, che paura. 12 milioni di persone solo nel Regno Unito e un milione in Italia si sono vaccinate con Astrazeneca, il vaccino è sicuro e non c'è alcun atto di eroismo, nel farselo. Gli eroi sono quelle persone fragili che attendono educatamente di vaccinarsi, rischiando di prendersi il virus ogni giorno. Spero che Scanzi ci rifletta. Per il resto, tirare fuori il suo vecchio video è una cazzata, questa polemica domani sarà nello sgabuzzino delle cose dimenticate e Andrea tornerà ad occuparsi di altro, per sua fortuna,  ma la questione caregiver e persone fragili non deve essere dimenticata. E non deve essere usata. Vaccinateli tutti e il prima possibile.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 22 marzo 2021. Vabbeh, Scanzi, sei un cazzaro definitivo col timbro della Cassazione a sezioni riunite: hai ottenuto un primo risultato, sei riuscito a farmi telefonare e scovare proprio di domenica (inoltrata) dopo che altri quattro colleghi si erano dati per morti, introvabili o presi da impegni più seri (Cruciani, per esempio, era seduto sulla tazza del cesso). Io però sono dipendente di Libero e dopo quattro telefonate del direttore e una del vicedirettore (senza rispondere) ho dovuto richiamare, e arrendermi all' umiliazione: ed eccomi qui, a dover «scrivere» di un giornalista pubblicista (come la tua amica Lucarelli) che pur di farsi notare si darebbe fuoco, scrivere di un malato - voglio violare la privacy - affetto da disturbo narcisistico della personalità, il quale - parlo di te, bamboccio - di fronte al suo target di lemuri social è riuscito persino ad annunciare e a giustificare d' aver fatto il vaccino anti Covid a 47 anni: come se il dimostrarne almeno dieci di più fosse una giustificazione. Comunque bravo, bravo pirla, sei diventato uno spot istituzionale per la Toscana dei cazzari, regione già primatista di autentiche truffe da furbetti del vaccino, regione che sulla piattaforma per la prenotazione del personale scolastico, diviso in 24 categorie professionali più la generica voce «altro», ha visto infilarsi in migliaia sotto la voce «altro», con le scuse più fantasiose. Regione in cui la categoria degli avvocati era stata inserita tra il personale degli uffici giudiziari (ridicolo) col risultato che, su 8.600 vaccini fatti, oltre 7000 li hanno fatti loro, i fondamentali avvocati. Regione in cui, selezionando i vaccinandi in base alle esenzioni dal ticket previste per patologia, hanno tentato di convocare dei morti. Regione dove manca una piattaforma di prenotazione per i volontari del soccorso 118. Regione dove potrei farti nome e cognome di 93enni che sono lì che aspettano, perché hanno un sacco di malanni, chiaro, anche se difettano del disturbo narcisistico di personalità che invece domina te con sintomatologia crescente. Regione di Scanzi Andrea. Regione penultima nella vaccinazione degli over 80, con solo il 5 per cento che hanno ricevuto le due dosi. Il grave è questo, pezzo di aretino col vaccino: averlo raccontato, averlo declarato, averlo tronfiamente esibito lasciando scivolare un sottotesto tipo «vedete che fico che sono, io l' ho fatto e sono già salvo, è possibile, evidentemente voi siete imbranati». Vedi, è in questo che non capisci un cazzo, grande aretino. Credi che gli altri toscani non abbiano un medico di base da esortare. Credi che non ci avesse pensato nessuno, credi dunque che non abbiano fatto un favore specificamente a te. Se morivi dalla paura per il Covid, pace: potevi tenertelo per te, potevi evitare di raccontare d' esserti intrufolato come «panchinaro del vaccino» approfittando dell' ordinanza del generale Francesco Paolo Figliuolo, quella che raccomandava di esaurire a fine giornata tutte le dosi a qualsiasi costo. Allora - l' hai spiegato tu - hai telefonato al tuo medico di base (non è uno psichiatra, apprendiamo) e gli hai detto: «Se avanza una dose, se non la vuole nessuno e la buttate via, io ci sono». Era una prassi discrezionale: non c' era nessuna lista. Passi, quindi, che sia avanzata una dose (e non dovrebbe) e passi pure che possa esser capitato di doverla buttare (dovrebbe capitare ancora meno) ma non passa, vedi, quel tuo «non la vuole nessuno» riferito alla dose. Fa girare i coglioni che non hai: perché chi una dose la voglia - meglio: chi ne abbia davvero bisogno - io te lo troverei in due minuti, anche se sono un orso e vivo isolato, mentre tu evidentemente no, vivi come un criceto nella ruota dei social ma non l' hai trovato, disdetta. No, non credo che sia perché il tuo target medio è composto da minorati 13enni oppure, dal versante anziano, da Marco Travaglio e Selvaggia Lucarelli. Il fatto è un altro. Tu hai scritto di esserti mosso «nel rispetto della legge», ma forse dovevi scrivere «scavando nelle smagliature della legge», una circostanza che ti ha permesso di scavalcare un sacco di gente. Che poi quanto sia stata regolare, la tua procedura, è tutto da dimostrare: sì, perché il tremebondo Scanzi, che è un grande fico ma è anche l' unico cazzaro che non conosce nessuno che abbisogni del vaccino, si è auto-dichiarato un «caregiver familiare», ossia «colui che si prende cura e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile». Da qui la prima domanda non retorica, caro assistente di congiunti: i tuoi genitori sono stati vaccinati, vero? No, perché a noi non risulta, ma potremmo sbagliarci: illuminaci. Poi comunque c' è un' altra cosa: la Regione ha dichiarato che il cazzaro Scanzi «non risulta fra i 18.822 caregiver indicati dai 70.801 fragilissimi che si sono registrati sul portale». Potrebbero sbagliarsi anche loro.  Ma il cazzaro Scanzi avrebbe almeno potuto iscriversi - chiediamo - sulla piattaforma delle riserve? No, perché non c' era ancora nessuna piattaforma delle riserve: l' hanno fatta dopo il suo caso. Il cazzaro ha scritto che sarebbe stato «il responsabile di zona ad informarlo» di una dose a disposizione, ma «a noi non risulta» fanno sapere dalla Asl Sudest di Arezzo. Oh. Che confusione. Scanzi, forse qualcuno ce l' ha con te, saranno di sicuro degli invidiosi. Detto questo, girare le frittate non è difficile in sé: è difficile farlo davanti a gente capace di intendere, di volere e di ricordare. Ai lemuri tu hai spiegato che il tuo gesto voleva «esortare alla vaccinazione» e che grazie al tuo scrocco autorizzato, in Toscana, molti impareranno la prassi da «panchinaro dei vaccini». Eh sì, perché dopo l' esibizione della tua profilassi, altri lemuri ti hanno chiesto come fare, e tu gliel' hai spiegato: ma solo ora. Prima, per il loro bene, sei andato avanti tu. E per non sembrare che abbiano favorito uno pseudo-giornalista, ora, si inventeranno - vedrai - una lista d' iscrizione per panchinari: che poi sarà un elenco che quantifica delle inefficienze, a pensarci. Il punto, egregio cazzaro, è che non pensavano che avresti avuto il fegato di esibirti persino in questo, e raccontare tutto sbrodolandoti addosso. È che non resisti. Il disturbo narcisistico è una brutta bestia. Il semplice piacersi, e dare spettacolo di sé, sono un' altra cosa. L' unica cura per impedirti di sparare ogni cazzata che scorra nella tua parte destra del cervello, beh, sarebbe una martellata sul cranio: ma è una terapia ritenuta superata. Ma noi, come facciamo? Come facciamo, noi dotati di memoria, a non ricordare quando desti a tutti dei «deficienti» (25 febbraio 2020) perché giravano con la mascherina? Quando dicesti «è un semplice raffreddore, non una malattia mortale»? Quando insultasti i colleghi che giudicavi «allarmisti» per una «normale influenza»? Quando urlasti «Ma quale pandemia!... Mi stanno annullando le date teatrali!». Dopodiché, sdraiato a tappeto sotto Giuseppe Conte, sei passato a elogiare qualsiasi lockdown. «Scellerato far giocare Atalanta-Valencia», dicesti due mesi dopo, mentre cannoneggiavi quelli che in precedenza, con molta più moderazione, erano incappati nel tuo stesso svarione. Certo, hai ragione: tu problemi non ne hai, perché i tuoi seguaci non hanno memoria essendo animali (lemuri) e gli animali vivono solo il presente, beati loro. Ma chi invece ha memoria, maledetto te, è dannato due volte, perché finisce che lo chiamano anche di domenica per umiliarsi e scrivere questa cosa, che ti piacerà comunque, perché parla di te, di te, di te.

Dagospia il 23 marzo 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, sulla vaccinazione di Scanzi si è già scritto tutto, credo che una riflessione in più andrebbe fatta. Il vaccino Pfizer subisce un processo per passare dai -80gradi in cui viene conservato alla forma iniettabile. Fatto questo processo se non viene iniettato si butta. Da qui il richiamo del Gen. Figliuolo a vaccinare chiunque passi per evitare di sprecare dosi preziose. Il vaccino AstraZeneca si conserva in un normale frigorifero ed è già pronto per essere iniettato. Quindi non va sprecato se qualcuno non si presenta. T.

LA PRECISAZIONE DI UN MEDICO DI FAMIGLIA. Sono un medico di famiglia e ho vaccinato la coorte degli insegnanti con Astra Devo smentire quanto pubblicato,il flacone da 11 dosi una volta aperto va finito entro 48 ore,si conserva si ma solo se non aperto. GP 

Dagospia il 23 marzo 2021. Dal profilo facebook di Andrea Scanzi. La cosa che più mi fa incazzare della vicenda vaccini è che abbiano messo in mezzo i miei genitori. Tutto avrei voluto fuorché questo. Io ci sono vaccinato a tutta ‘sta cloaca travestita da social. Ma loro no. Il tecnicismo sanitario li ritiene fragili, ma sono molto più forti di me. Non ho rubato il vaccino a nessuno e men che meno a loro, perché le persone fragili non possono fare Astrazeneca. Mi sono iscritto alla lista dei panchinari per rendermi disponibile a ricevere un’eventuale dose in casi estremi (dosi buttate via) e nel pieno rispetto delle regole. Ho le chat private che comprovano ogni cosa che dico. Non ho mai neanche lontanamente pensato di sfruttare le cartelle cliniche delle due persone a cui più sono legato. Ho solo detto al mio medico curante, ancor più dopo l’appello di Figliuolo otto giorni fa: “Se una dose la buttate via, io son qua. Nel pieno rispetto della legge. Altrimenti non chiamatemi”. Come ha spiegato il viceministro Sileri: “È doveroso che le Asl abbiano liste di riserva per non dover buttare dosi di vaccino in avanzo. Venerdì scorso, giorno in cui erano attese molte disdette, una di queste dosi è toccata ad Andrea Scanzi. Ne sono nate polemiche inutili: Scanzi ha dato il buon esempio”. Fine. Leggo persino ironie sul mio “ruolo” di figlio. Premesso che lascio il significato e i confini esatti (assai scivolosi) del “caregiver” ad altri, per una volta hanno ragione i latratori di professione: se caregiver è colui che dà la vita per assistere gli altri, allora sono mio padre e mia madre ad essere i caregiver del sottoscritto. Non viceversa. Entrambi hanno una cartella clinica che giustifica eccome la qualifica di fragili (e mi perdonerete se non andiamo oltre perché sono cazzi nostri), ma mia madre e mio padre sono molto più forti, giovani, dinamici, grintosi, generosi e caregiver di me. Per distacco. Un’ultima cosa. Mio padre, oggi, è stato travolto (nella sua pagina Orso Grigio) da uno shitstorm vergognoso di odiatori seriali. “Ti serve la badante”, “Sparati con tuo figlio”, “Vecchio rincoglionito”. Eccetera. Ora: premesso che mio padre, se vi trova per strada, fa come Tex e vi manda a spalare le miniere di carbone di messer Satanasso in persona, questi insulti ai miei genitori vi qualificano ulteriormente. Mi fate schifo, e la pagherete cara (in tribunale, eh. Per vostra fortuna son pacifista). Un abbraccio forte a mia madre e a mio padre, caregiver del sottoscritto e non viceversa. (La foto è di due anni fa. Lo dico per i sottosviluppati che erano già pronti a scrivere: “Ora fai pure assembramenti?”).

Marco Gasperetti per il "Corriere della Sera" il 23 marzo 2021. Quella vaccinazione da caregiver, ovvero come lui stesso ha spiegato come persona che si occupa dei genitori anziani fragili, è stata come un boomerang. Che ha provocato un vespaio di polemiche travolgendo Andrea Scanzi, giornalista, opinionista e volto noto della tv. Non solo il web si è messo a ribollire dividendosi tra chi giudica un abuso la scelta di Scanzi (i genitori non sembrano così vecchi e disabili, ha scritto qualcuno con tanto di foto) e chi invece lo loda per coraggio e trasparenza, ma adesso sul caso c' è anche un'indagine della procura di Arezzo diretta da Roberto Rossi, lo stesso magistrato del caso Banca Etruria. Per ora c' è solo l' apertura di un fascicolo conoscitivo. Non sono stati ipotizzati reati e tantomeno inviati avvisi di garanzia. La decisione dei magistrati toscani è stata presa dopo un' informativa dei carabinieri e adesso si vuole capire se le procedure seguite nella vaccinazione del giornalista siano state corrette. Il sito Dagospia intanto ha puntato il dito sul fatto che Scanzi avesse lasciato la casa dei genitori per un soggiorno di una settimana di relax all' Hotel Palace di Merano e proprio da qui, lontano da casa, avesse poi annunciato la sua decisione di vaccinarsi come persona che si prendeva cura del padre e della madre. Presenza confermata dallo stesso Scanzi che però ha replicato duramente: «E quale sarebbe il problema? Vengo in questa clinica a mie spese. Ho fatto il vaccino rispettando le regole, mi sono iscritto in lista e sono stato chiamato dopo 25 giorni». Per Michele Anzaldi, tuttavia, deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, il contratto che Scanzi ha con la Rai (il giornalista è collaboratore di «Cartabianca») ora dovrebbe essere sospeso. Mentre il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha annunciato che sul caso ci sarà un' istruttoria. Chi invece difende il giornalista è l' europarlamentare della Lega Susanna Ceccardi: «Se si è fatto fare un vaccino destinato a finire nella spazzatura ha fatto bene», scrive su Facebook, stigmatizzando il comportamento della Toscana che è tra le ultime regioni per vaccini agli over 80 anni. Già, gli 80enni. La Toscana ha il primato per vaccinati sino a 59 anni ed è ultima nella fascia oltre gli 80 e adesso mancano i vaccini perché gli AstraZeneca non possono essere utilizzati sugli ottuagenari. «Trovo quanto accaduto irresponsabile - denuncia il toscano Stefano Mugnai, vice capogruppo alla Camera di Forza Italia -. Uno scandalo che si è interrotto solo grazie al governo Draghi che ha imposto di procedere per fasce di età partendo dai più anziani e smentendo clamorosamente quanto deciso in Toscana». Ma il presidente della Regione Giani replica. «Al Palasport di Firenze si possono fare cinquemila vaccini al giorno e se ne somministrano mille, perché mancano solo le dosi». Intanto proseguono a Firenze le indagini del Nas (ma in questo caso la procura per ora non ha aperto alcun fascicolo) per fare luce sui presunti furbetti che avrebbero ricevuto la vaccinazione senza averne diritto. Nel portale della Regione si sarebbero iscritti tra gli altri ballerine, modelle, professori d' orchestra, insegnanti di alcune discipline sportive, istruttori di scuola guida, cuochi e camerieri. I carabinieri starebbero verificando un elenco di 57 mila nomi per individuare chi si è spacciato per insegnante o altre categorie che avevano diritto alla vaccinazione. Un lavoro non facile, non solo per il numero di persone da controllare ma anche perché ci sono vaccinati che svolgono più professioni e dunque potrebbero essere in regola. Per capirlo occorreranno almeno un paio di mesi. E intanto si scopre che il sito di prenotazioni non controlla se gli iscritti abbiano diritto o meno alla vaccinazione.

DAGONOTA il 23 marzo 2021. L’apertura di un’indagine da parte della Procura di Arezzo fa tremare Andrea Scanzi. In una diretta Facebook ieri sera, in cui ha sclerato contro tutti, il giornalista (per mancanza di notizie) del “Fatto quotidiano” ha provato ad innestare a tutta forza una imbarazzante retromarcia: ora dice di non essersi mai definito “caregiver” dei suoi genitori! Peccato che ci sia la cronologia dei suoi post su Facebook a smentirlo. Ma sentiamo cosa ha detto ieri sera Scanzi. Ecco lo sproloquio al minuto 11.25 della sua diretta serale: “Se qualcuno in Procura mi vorrà chiamare, guarderà queste mie chat e scoprirà che io sono stato inserito nella lista dei panchinari in piena regola, su decisione del mio medico curante che l’ha poi sottoposta al direttore della Asl di Arezzo, senza mai, mai, mai tirare fuori il tema dei miei genitori. Io ho detto in ogni mio post, anzi in ogni mio commento whatsapp ai medici: se c’è la possibilità, alla luce di quello che ha detto Figliuolo, se dovete buttare via una dose, non rubo il posto a nessuno, e altrimenti la buttate via, chiamatemi. Non ho mai citato mio padre e mia madre, è stata la Asl, quando ho fatto il vaccino, a spiegarmi che, oltre ad essere nella lista dei vaccini e quindi a prescindere io avevo diritto al vaccino, ero anche uno dei rientrava nella categoria dei figli unici e avendo due genitori che, toccando ferro, stan da dio, ma hanno una cartella clinica che non è da dio per niente, alla luce di quell’aspetto c’era una motivazione ulteriore, suppletiva, per cui io ricevessi il vaccino. Quindi avevo due motivazioni. Non sono secondo alcuni un caregiver? Mai me ne sono vantato, me lo ha detto la Asl che sono un caregiver familiare”. Insomma, ora Scanzi sostiene di non aver tirato fuori lui la storia del caregiver dei suoi genitori. Peccato che basti andare a leggere il post che ha pubblicato la sera di venerdì 19 marzo, giorno in cui si è vaccinato, per verificare tutta un’altra versione. Basta andare nella cronologia delle modifiche per leggere la frase che quella sera Scanzi diffuse per giustificare la sua vaccinazione saltafila: “Così, nel pieno rispetto delle regole, mi sono messo garbatamente nella lista dei disponibili al vaccino a fine giornata, per non buttare via nessuna dose altrimenti gettata via. Categoria "caregiver", essendo figlio unico e avendo entrambi i genitori "fragili"”. Ieri sera, lunedì 22 marzo, alle ore 19.08, Scanzi ma modificato questa frase, cambiando versione, esattamente pochi minuti dopo che la Procura di Arezzo aveva fatto sapere dell’apertura di un’indagine giudiziaria sul caso. Ecco la nuova formulazione: “Così, nel pieno rispetto delle regole, mi sono messo garbatamente nella lista dei disponibili al vaccino a fine giornata, per non buttare via nessuna dose altrimenti gettata via. Categoria "panchinaro" e - come mi ha detto Asl - caregiver familiare, essendo figlio unico e avendo entrambi i genitori "fragili"”. E così, con una modifica postuma, Scanzi tenta di cancellare la bufala del caregiver e si traveste ora da “panchinaro”. Per i magistrati basterà? Staremo a vedere…

Dagospia il 23 marzo 2021. Dal profilo Facebook di Maria Elena Boschi. C’è un giornalista pagato dalla Rai, dal Fatto Quotidiano e da La7 per insultarci costantemente in TV. Si chiama Andrea Scanzi. La sua volgare mediocrità non merita commento. Ma ciò che io trovo vergognoso è che Andrea Scanzi, già sostenitore della tesi “il corona virus è solo un raffreddore”, si sia vaccinato in Toscana, non solo saltando la fila ma mettendo insieme una squallida lista di bugie. Ha detto che doveva fare il caregiver dei suoi genitori e vorrei capire quando, visto che è sempre in giro. Peraltro i suoi genitori fortunatamente stanno bene. Ha detto che si è iscritto a una lista “di riserva” e si è scoperto che la lista semplicemente non esisteva. Ha detto di aver rispettato le regole quando invece le ha violate in modo squallido, mentendo a tutti. Si dice: ma le regole in Toscana sono così. No, le regole non sono così. Scanzi non poteva vaccinarsi. In Toscana una come me - che è avvocato - avrebbe potuto vaccinarsi un mese fa. E chi tra i miei colleghi lo ha fatto, ha rispettato le regole. Se non l’ho fatto io, nonostante abbia voglia come tutti di tornare ad abbracciare i miei nipotini, è stato per evitare polemiche dei moralisti contro di me. Pensate che quando sono stata a Otto e Mezzo anziché parlare della crisi di governo mi hanno fatto il processo perché - in un parco pubblico - ho baciato il mio fidanzato abbassando la mascherina: chissà cosa avrebbero detto se mi fossi vaccinata, rispettando le regole ma prima di altri. Chissà se Lilli Gruber adesso incalzerà il suo opinionista prediletto Scanzi per il vaccino come ha fatto con me per un bacio con la mascherina abbassata. Scanzi infatti non aveva nessun titolo per saltare la fila: ha fatto prevalere la sua arroganza, le sue paure, le sue menzogne. E adesso dice addirittura che dovremmo ringraziarlo. Mi domando: ma perché gli italiani devono pagare con i soldi del canone Rai un uomo così? Perché ormai è chiaro che tipo di moralismo senza morale abita la redazione del Fatto Quotidiano: il loro odio contro di noi provoca due pesi e due misure, sempre. Ma la Rai? Chi ha deciso che dobbiamo pagare il canone per un bugiardo come Scanzi?

Da liberoquotidiano.it il 23 marzo 2021. Si è fregato da solo, Andrea Scanzi, e a dirlo è un suo prestigioso collega di Fatto quotidiano, il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez. In collegamento con Tiziana Panella a Tagadà, interviene commentando la vicenda di Scanzi, che si è vaccinato con il siero AstraZeneca inserendosi nella lista dei "riservisti". In altre parole, ha approfittato di dosi che altrimenti a fine giornata sarebbero state gettate. Il problema, però, è la modalità di iscrizione a quella lista, cartacea come spiegato dal direttore del Distretto sanitario di Arezzo e poco trasparente. In più, annunciando il vaccino Scanzi si era descritto come "caregiver" dei propri genitori, anziani e a rischio (loro, però, ancora in attesa della vaccinazione, paradosso tutto italiano). Dagospia dopo qualche ora lo ha beccato in un hotel-spa di Merano, fuori regione, e ben lontano dai genitori bisognosi del suo aiuto. Insomma, una serie di leggerezze clamorose. "Andrea credo avesse tutti i diritti di farlo - spiega Gomez -. Ma io sarei stato zitto, fossi stato in lui. Questa necessità che ha spesso Andrea, bravissimo collega, di essere notizia quando noi invece dobbiamo riportare le notizie, a mio parere è una cosa sbagliata. Non c'era nessun bisogno di comunicarlo sui social e dirlo al resto del mondo". "Tra l'altro - aggiunge la Panella - c'è un grosso punto interrogativo su come vengono fatte queste liste di riservisti, e quello apre tutto un terreno per chi vuole immaginare che ci sia dietro chissà quale raccomandazione. Regione e Asl che vai, soluzione che trovi". "Ti dirò di più - rincara Gomez - pur non apprezzando la polemica personale che ha fatto Maria Elena Boschi con Scanzi, perché ci sono delle ruggini personali, quando ha detto 'io sono avvocato e non mi sono vaccinata' ho apprezzato, perché è giovane. Esattamente come hanno fatto molti altri politici che pure avevano diritto di farlo, ed esattamente come hanno fatto persone che conosco che avevano diritto di farlo perché rientravano nelle categorie a rischio designate dalla Regione Lombardia e che hanno rinunciato perché, giovani, non volevano ritrovarsi fotografati e chiacchierati tra tanti anziani".

“IL BUON PETER HA DETTO UNA CAZZATA”. Dagospia il 24 marzo 2021. Trascrizione della diretta Facebook di Andrea Scanzi. Voglio ringraziare tantissimo, in questo mare magnum di merda che mi ha avvolto da quattro giorni, anche se soprattutto domenica e lunedì, già oggi un po’ meno, voglio ringraziare tra i tanti quelli che magari ancora non avevo ancora citato: ringrazio Paolo Mieli, è stato molto affettuoso e preciso in tv, Marco Damilano, Adriano Sofri, Luca Telese, Corrado Augias, Tomaso Montanari, Fabrizio Del Prete, Lorenzo Tosa, Iacopo Melio, Linus, Saverio Tommasi, il sottosegretario Sileri e mille mille mille altri. Voglio anche rispondere affettuosamente al mio amico Peter Gomez, che oggi a conferma del fatto che noi del “Fatto Quotidiano” siamo pazzi perché invece di difenderci tra di noi visto che molti ci odiano, ci facciamo anche le pulci a vicenda quando qualcuno di noi è in difficoltà, ma noi del Fatto Quotidiano siamo strampalati, perché siamo persino troppo liberi, tra virgolette. Peter ha detto “Scanzi ha agito nel giusto, è bravo ma ha un difetto, a volte crede di essere lui stesso la notizia” e questa è una critica che mi prendo e mi porto a casa perché ci può stare. Poi però il buon Peter ha detto una cazzata, caro il mio Peter, capita anche a te. Perché ha detto “Scanzi doveva vaccinarsi ma non doveva dirlo”. Mi sarei vergognato se l’avessi fatto Peter, perché se l’avessi fatto e non l’avessi detto intanto avrei dato la sensazione di uno che si vergognava e aveva qualcosa da nascondere e proprio non ho nulla da nascondere. Prima cosa. Seconda cosa se non l’avessi detto non avrei avuto l’effetto di invogliare tante persone a vaccinarsi, come è successo soprattutto nella mia città, perché c’è stato il boom di prenotazioni. A margine vi lascio anche immaginare quello che avrebbero potuto scrivere se tre giorni dopo fosse comparsa una foto del sottoscritto mentre si vaccinava: sarei stato ancora più coperto di merda rispetto a quanto già non lo sia. 

Da vigilanzatv.it il 24 marzo 2021. Gli ascolti Tv e i dati Auditel di martedì 23 marzo 2021 vedono, in prima serata, #Cartabianca con la difesa di Andrea Scanzi nel caso della vaccinazione che sta tenendo banco da giorni, e sulla quale ha aperto un fascicolo la procura di Arezzo (anche dopo le rivelazioni di Dagospia), sprofondare al 4.2% di share con soli 972.000 spettatori. Un risultato pericolosamente vicino alla soglia psicologica del 3%, che prefigura un flop colossale per la prima serata di Rai3. L'ospitata del giornalista del Fatto Quotidiano era finita nel mirino del Segretario della Commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi, della Capogruppo di Italia Viva alla Camera Maria Elena Boschi e del Codacons. Ricordiamo che Scanzi è ospite fisso della trasmissione, pagato, ed è anche quello più assiduo con il maggior numero di presenze, come da dati rilevati dagli economisti Riccardo Puglisi e Tommaso Anastasia. Malgrado il putiferio mediatico, il programma di Bianca Berlinguer non ha decollato ed è stato di fatto doppiato da Stasera tutto è possibile (8.6% - 1.894.000 spettatori) su Rai2, dalle Iene su Italia1 (9.2% - 1.674.000) e anche dal rivale Giovanni Floris che, su La7 in una delle sue non esattamente più gratificanti performance, ha comunque racimolato il 4.9% di share con 1.156.000 spettatori. L'On. Anzaldi ha definito su Twitter la partecipazione di Scanzi a #Cartabianca "l'umiliazione del giornalismo", una "autoassoluzione senza contraddittorio", con l'aggravante di trasmettere un messaggio vergognoso, secondo il quale "fare di tutto per saltare la fila per il vaccino è giusto". 

Valentina Santarpia per corriere.it il 24 marzo 2021. «Tutto regolare, e il mio gesto ha anche dato un esempio a tanti altri». Così si difende Andrea Scanzi in tv, a Carta Bianca su Rai Tre, dalle accuse di aver approfittato della sua immagine pubblica per anticipare i tempi del vaccino, a cui è stato sottoposto il pomeriggio del venerdì 19 marzo, quando sono riprese le vaccinazioni con AstraZeneca. «Sono stato trattato come un serial killer. Mi aspettavo che molti mi attendessero al varco, anche se avevo fatto una cosa assolutamente lecita. Ma siamo andati ben oltre il diritto di critica. Quando io ci sono andato, era anche per dire: l'ho fatto io, fatelo anche voi. Da un bel gesto, ricevere così tanta melma, non me l'aspettavo». Scanzi, vaccinato attraverso una lista di riservisti, è stato preso di mira nei giorni scorsi sui social. Stasera ha provato a spiegare a Bianca Berlinguer come è andata. «Ho scritto al mio medico intorno al 26 febbraio, dicendogli che se fossero cambiate le regole o se fossero avanzate delle dosi, io ci sarei stato. Mi ha chiamato il 3 marzo, dicendomi che la Asl sud est Toscana aveva deciso di fare questa lista, perché molte dosi venivano buttate via», racconta Scanzi. «Gli ho risposto: se è tutto lecito, facciamolo. Lui mi ha solo detto che dovevo tenere conto di tre elementi: che poteva non chiamarmi nessuno, che dovevo essere ad Arezzo pronto in qualsiasi momento, e che dovevo essere disponibile a farmi qualsiasi vaccino». Poi c'è stata una «accelerazione»: «Il generale Figliuolo ha detto, il 14 marzo, che piuttosto che buttare le dosi sarebbe stato meglio darle a chi passava. Il 15 marzo ho confermato la mia disponibilità al medico e alla Asl. La Asl mi ha scritto venerdì pomeriggio alle 16, dicendomi che le dosi libere c'erano, e di tenermi pronto. Alle 18 mi hanno convocato per farmi vaccinare. Io ci sono andato, ma senza prevedere le conseguenze. Anzi, la notizia l'ho data io, davanti a due milioni e passa di persone, su Facebook. Mi sembrava anche una cosa bella: italiani, non abbiate paura, volevo dire. La lista dei riservisti di Arezzo online è stata creata infatti il giorno dopo la mia vaccinazione, e tanti prendendo il mio esempio si sono iscritti». Tra le accuse rivolte a Scanzi, quella di aver «rubato» un vaccino destinato ad altri, sfruttando la sua notorietà. Ma lui replica: «Non credo di essere stato il primo ad essere chiamato dalla Asl. Credo che ce ne fossero tanti. Io ero stato inserito il 3 marzo, e mi hanno chiamato il 19. La stessa Asl, la mattina successiva al mio vaccino, mi ha spiegato che ero già stato iscritto alla lista dei panchinari, e in più che il mio medico di famiglia mi aveva segnalato come figlio unico di genitori estremamente vulnerabili, e infatti il 17 marzo mia madre e mio padre si sono iscritti alla lista dei vulnerabili, ma non sono stati chiamati perché dovranno essere sottoposti a Moderna». Anche quest'aspetto, la definizione di caregiver data a Scanzi, ha scatenato le polemiche, con tanto di foto ripescata dagli archivi in cui si vede il conduttore in moto col papà. «Una foto di tre anni fa- spiega- La cartella clinica dei miei genitori è triste. Mio padre è cardiopatico e diabetico, e mia mamma è malata oncologica. Gli insulti se proprio dovete mandateli a me». La Procura di Arezzo intanto ha aperto un fascicolo e Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, ha annunciato un'istruttoria. Ma Scanzi dice di essere tranquillo, perché «era tutto lecito».

Caro Andrea, perché non avresti dovuto fare quel vaccino. Gianluigi Nuzzi su Notizie.it il 22/03/2021. È facile prendersela con te, Andrea, che sei un ragazzo intelligente, brillante e di successo, e con tutti i giornalisti, sempre scambiati per una categoria che vive nell'oro e nei privilegi. Andrea Scanzi sa benissimo che i giornalisti sono considerati una casta di privilegiati, gente che, se proprio non è accomunata ai politici, poco ci manca. Quindi forse, Andrea, era inopportuno che tu facessi quella dose di vaccino, seppur da riservista, sebbene fosse tutto regolare. Tanta gente è in lista d’attesa e non sa che lo Stato è in cortocircuito per quanto riguarda la somministrazione dei vaccini, quindi è facile prendersela con te, Andrea, che sei un bel ragazzo, bravo, intelligente, brillante e di successo. Così dai l’immagine di uno che prende una cosa riservata alle fasce più esposte, e sicuramente i giornalisti non sono tra queste. Senza dimenticare che proprio noi giornalisti siamo una categoria di persone un po’ odiate per le fake news e la scarsa attendibilità di alcuni e, soprattutto, perché sembra che viviamo nell’oro e nei privilegi.

Gianluigi Nuzzi. Giornalista, ha iniziato a scrivere a 12 anni per il settimanale per ragazzi Topolino. Ha, poi, collaborato per diversi quotidiani e riviste italiane tra cui Espansione, CorrierEconomia, L'Europeo, Gente Money, il Corriere della Sera. Ha lavorato per Il Giornale, Panorama e poi come inviato per Libero. Attualmente conduce Quarto Grado su Rete4 ed è vicedirettore della testata Videonews. È autore dei libri inchiesta "Vaticano S.p.A." (best seller nel 2009, tradotto in quattordici lingue), "Metastasi", "Sua Santità" (tradotto anche in inglese) e "Il libro nero del Vaticano".

Alessandro Sallusti per “il Giornale” il 23 marzo 2021. Come noto, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aspettato pazientemente il suo turno di vaccinazione senza saltare la fila. Onore al presidente, anche se personalmente penso che il comandante in capo di un Paese debba essere messo in salvo prima degli ufficiali e dei soldati, non in quanto privilegiato, ma perché il destino di tutti i cittadini è nelle sue mani. E lo stesso direi per tutti quei politici e amministratori dai quali dipendono scelte decisive per il buon esito della guerra al Covid. Uno non vale uno, lo hanno capito anche i grillini che sulla bufala «uno vale uno» avevano costruito buona parte del loro successo elettorale del 2018. Detto questo, quasi ogni giorno siamo alle prese con casi di «furbetti del vaccino», persone cioè che attraverso vari stratagemmi ottengono la vaccinazione prima di altri aventi diritto. Anche qui non farei di tutta l' erba un fascio e provo a spiegarmi. Di «furbetti» ne esistono di varie categorie. La prima è quella dei «narcisisti compulsivi» tipo Andrea Scanzi, il giornalista del Fatto Quotidiano che pur di apparire sui giornali e fare parlare di sé ha ben pensato di rendere lui stesso nota con spiegazioni assai traballanti l' avvenuta furbata. Poi c' è la categoria del «lei non sa chi sono io» rappresentata da Nicola Morra, presidente Cinque Stelle della commissione Antimafia, che ha fatto irruzione con la sua scorta nell' ambulatorio di Cosenza insultando i medici (uno, spaventato, ha avuto anche avuto sintomi di infarto), che a suo dire erano incapaci di vaccinare gli anziani, suoi parenti compresi. Infine c' è il «furbetto per necessità», colui cioè che avrebbe diritto per età o patologie alla dose, ma che - non ottenendola - si arrangia per vie traverse in una sorta di legittima difesa dall' incapacità dello Stato. Morale: la prima categoria a mio avviso avrebbe semplicemente bisogno di un buon analista o, nei casi più gravi, di uno psichiatra; la seconda dovrebbe cercare un bravo avvocato, perché l' abuso di potere è tra i reati più odiosi; beati invece i rappresentanti della terza, che sono riusciti a mettere insieme il diavolo (il salto di fila) con l' acqua santa (il vaccino) e per questo andrebbero assolti. Ma vuoi vedere che, essendo in Italia, i Morra la faranno franca e il vecchietto sveglio, prima o poi, finirà nei guai e sottoposto alla pubblica gogna? Perché da sempre, per la nostra giustizia «uno non vale uno».

La polemica. Scanzi fa il caregiver, non lo sapevamo: ce lo rivela dirigente Usl di Arezzo. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 25 Marzo 2021. Scanzi che passo io. L’opinion-maker più gradito dai populisti dalla doppia morale, Andrea Scanzi, si è fatto largo a gomitate per inserirsi quatto quatto col favore delle tenebre, tra i vaccinati della Usl di Arezzo, dove risiede. In tantissimi hanno puntato il dito contro un indebito privilegio. Per verificare l’accaduto abbiamo presentato una domanda di accesso agli atti con una Pec alla azienda sanitaria locale della Toscana Sud Est. La risposta proviene dal dr. Evaristo Giglio, Direttore Zona Distretto Arezzo, Casentino, Valtiberina ed è quella che segue, pubblicata integralmente: L’Asl Tse ha attivato sabato 20 marzo 2021 il portale sull’adesione delle dosi avanzate. Lo ha fatto in attesa della messa on line di quello regionale, atteso per i prossimi giorni. E nel rispetto dell’Ordinanza 2 del Generale Figiuolo del 16 marzo 2021. La panchina vaccinale è riservata alle persone che già adesso possono vaccinarsi con AstraZeneca. E cioè: personale docente e non docente; forze dell’ordine e forze armate; persone nate tra il 1941 ( che non abbiano ancora compiuto 80 anni) e il 1950; conviventi e caregivers delle persone estremamente vulnerabili individuate dal Piano Nazionale Vaccini del 10 Marzo 2021. Il Piano Vaccini individua alcune categorie di persone definendole “estremamente vulnerabili” in base a specifiche condizioni di malattia o a gravi condizioni di disabilità con handicap grave (articolo 3, comma 3 delle legge 104/92). Queste persone per potersi vaccinare devono avere già manifestato la loro volontà iscrivendosi al sito regionale nei giorni scorsi.  Per loro, il vaccino previsto è Pfizer Biontech o Moderna in funzione della disponibilità delle forniture. Inoltre, possono anche vaccinarsi i familiari conviventi ed i caregivers che forniscono assistenza continuativa in forma gratuita o a contratto alle persone con gravi condizioni di disabilità di cui sempre all’art. 3 comma 3 della Legge 104/92 (che appunto il Piano Vaccinale definisce come “estremamente vulnerabili”). Possono quindi accedere alla panchina vaccinale sia i conviventi delle persone affette dalle patologie sopra indicate sia i conviventi ed i caregivers delle persone con grave disabilità”. La specifica del dirigente medico va oltre: “Ultima precisazione: l’iscrizione nella lista della panchina non deve indurre il convivente o il caregiver a cancellarsi da liste nelle quali si è già iscritto in relazione alla sua attività professionale o alla sua età. Non solo: chi si iscrive nella panchina, qualora non abbia effettuato la prima dose al momento dell’apertura di future liste nelle quali rientra, è opportuno che si iscriva comunque a queste liste appena saranno aperte. Chi offre la sua disponibilità, dovrà garantire di essere in grado di raggiungere il centro vaccinale entro 20 minuti dalla telefonata che riceverà dal centro stesso. L’obiettivo è quello di evitare gli sprechi e consentire il totale utilizzo dei vaccini disponibili”. Fin qui tutto bene, ma le date non tornano. Torniamo a Andrea Scanzi? È lui ad aver scritto, sabato scorso, di essersi iscritto 25 giorni prima “alle liste”, che per ammissione del direttore della Usl, esistono solo da quattro giorni. Uno dei due non ce la racconta giusta, quindi. Ma andiamo avanti. Prosegue il documento di cui Il Riformista è in possesso: “L’Asl Tse ha avviata la campagna con il Pfizer il 30 dicembre 2020, con il Moderna il 7 gennaio 2021 e con AstraZeneca il 10 febbraio. Dalle prime settimane è emerso il problema delle dosi residue, quelle che qualora non somministrate avrebbero dovuto essere gettate. Nella logica di non sprecare nemmeno una dose, l’Asl ha sempre cercato di “recuperare” dalle liste di attesa soggetti aventi diritto e in “fila” per i giorni successivi. Nella prima fase con i sanitari, soprattutto ospedalieri: attività più semplice in quanto l’attività di vaccinazione veniva fatta direttamente in un’area dell’ospedale di Arezzo. Analoga procedura con i sanitari e i volontari del 118 ai quali era destinato Moderna. Con AstraZeneca la platea si è allargata. In attesa di disposizioni più precise da parte delle autorità centrali e regionali, è stato utilizzato il meccanismo di chiamare, in caso di dosi avanzate, soggetti aventi diritto e immediatamente disponibili. Per i familiari e i caregivers delle persone estremamente fragili, sono state accolte le segnalazioni pervenute da centri e istituti che ospitano soggetti fragili e, in alcuni casi, anche da medici di medicina generale. Ed è questo il caso di Andrea Scanzi, segnalato dal suo medico di medicina generale al Direttore della Zona distretto aretina, Evaristo Giglio, in qualità di caregiver di uno dei genitori in base alla legge 104. Lo logica costantemente applicata dalla Asl Tse di non sprecare dosi di vaccino e di destinarle agli eventi diritto immediatamente disponibili, ha trovato conferma nell’Ordinanza 2 del generale Figiuolo, pubblicata il 16 marzo 2021”. Qualcosa non quadra. Più di qualcosa. Tutti conosciamo gli impegni del celebre opinionista, sempre presente in tv, spesso su canali diversi nella stessa giornata. Scrivendo un libro dopo l’altro, gira l’Italia per presentarlo; una indiscrezione pubblicata da Dagospia lo ritrae in un grand hotel di Merano, negli scorsi giorni. Un soggiorno prolungato, dove non sappiamo se il Caregiver certificato dalla Usl aretina si trovasse per dedicarsi alla cura degli anziani genitori. Maria Elena Boschi non ha dubbi, nell’intemerata che gli ha dedicato su Facebook: “Trovo vergognoso che Andrea Scanzi, già sostenitore della tesi “il corona virus è solo un raffreddore”, si sia vaccinato in Toscana, non solo saltando la fila ma mettendo insieme una squallida lista di bugie. Ha detto che doveva fare il caregiver dei suoi genitori e vorrei capire quando, visto che è sempre in giro. Peraltro i suoi genitori fortunatamente stanno bene. Ha detto che si è iscritto a una lista “di riserva” e si è scoperto che la lista semplicemente non esisteva. Ha detto di aver rispettato le regole quando invece le ha violate in modo squallido, mentendo a tutti”. Aggiunge poi Maria Elena Boschi: “Si dice: ma le regole in Toscana sono così. No, le regole non sono così. Scanzi non poteva vaccinarsi”. Il ricordo di Boschi va a una puntata di Ottoemezzo rimasta negli annali, in cui la Gruber grondava fiele contro di lei. “Chissà se Lilli Gruber adesso incalzerà il suo opinionista prediletto Scanzi per il vaccino come ha fatto con me per un bacio con la mascherina abbassata. Scanzi infatti non aveva nessun titolo per saltare la fila: ha fatto prevalere la sua arroganza, le sue paure, le sue menzogne”. Certamente Scanzi potrà fugare ogni dubbio ed esibire il suo certificato di Caregiver, e quelli dei genitori malati. Oggi veniamo a sapere che se è un accompagnatore dedicato secondo la Legge 104, e noi gli crediamo. Sarà lui stesso, impegnandosi nell’attività di cura famigliare lontano dagli schermi, a darcene dimostrazione con i fatti.

Aldo Torchiaro per “Largomento.com” il 25 marzo 2021. L’Argomento ha deciso di andare a fondo e ha presentato una domanda di accesso agli atti con una Pec alla azienda sanitaria locale della Toscana Sud Est. La risposta proviene dal dr. Evaristo Giglio, Direttore Zona Distretto Arezzo, Casentino, Valtiberina ed è quella che segue, pubblicata integralmente: L’Asl Tse ha attivato sabato 20 marzo 2021 il portale uslsudest.toscana.it. Lo ha fatto in attesa della messa on line di quello regionale, atteso per i prossimi giorni. E nel rispetto dell’Ordinanza 2 del Generale Figiuolo del 16 marzo 2021. La panchina vaccinale è riservata alle persone che già adesso possono vaccinarsi con Astra Zeneca. E cioè: personale docente e non docente; forze dell’ordine e forze armate; persone nate tra il 1941 ( che non abbiano ancora compiuto 80 anni) e il 1950; conviventi e caregivers delle persone estremamente vulnerabili individuate dal Piano Nazionale Vaccini del 10 Marzo 2021. Il Piano Vaccini individua alcune categorie di persone definendole “estremamente vulnerabili” in base a specifiche condizioni di malattia o a gravi condizioni di disabilità con handicap grave (articolo 3, comma 3 delle legge 104/92). Queste persone per potersi vaccinare devono avere già manifestato la loro volontà iscrivendosi al sito regionale nei giorni scorsi. Per loro, il vaccino previsto è Pfizer Biontech o Moderna in funzione della disponibilità delle forniture. […] Inoltre, possono anche vaccinarsi i familiari conviventi ed i caregivers che forniscono assistenza continuativa in forma gratuita o a contratto alle persone con gravi condizioni di disabilità di cui sempre all’art. 3 comma 3 della Legge 104/92 (che appunto il Piano Vaccinale definisce come “estremamente vulnerabili”). Possono quindi accedere alla panchina vaccinale sia i conviventi delle persone affette dalle patologie sopra indicate sia i conviventi ed i caregivers delle persone con grave disabilità”. […] Torniamo a Andrea Scanzi? È lui ad aver scritto, sabato scorso, di essersi iscritto 25 giorni prima “alle liste”, che per ammissione del direttore della Usl, esistono solo da quattro giorni. Uno dei due non ce la racconta giusta, quindi. Ma andiamo avanti. Prosegue il documento di cui L’Argomento è in possesso: “L’Asl Tse ha avviata la campagna con il Pfizer il 30 dicembre 2020, con il Moderna il 7 gennaio 2021 e con AstraZeneca il 10 febbraio. Dalle prime settimane è emerso il problema delle dosi residue, quelle che qualora non somministrate avrebbero dovuto essere gettate. Nella logica di non sprecare nemmeno una dose, l’Asl ha sempre cercato di “recuperare” dalle liste di attesa soggetti aventi diritto e in “fila” per i giorni successivi. Nella prima fase con i sanitari, soprattutto ospedalieri: attività più semplice in quanto l’attività di vaccinazione veniva fatta direttamente in un’area dell’ospedale di Arezzo. Analoga procedura con i sanitari e i volontari del 118 ai quali era destinato Moderna. Con AstraZeneca la platea si è allargata. In attesa di disposizioni più precise da parte delle autorità centrali e regionali, è stato utilizzato il meccanismo di chiamare, in caso di dosi avanzate, soggetti aventi diritto e immediatamente disponibili. Per i familiari e i caregivers delle persone estremamente fragili, sono state accolte le segnalazioni pervenute da centri e istituti che ospitano soggetti fragili e, in alcuni casi, anche da medici di medicina generale. Ed è questo il caso di Andrea Scanzi, segnalato dal suo medico di medicina generale al Direttore della Zona distretto aretina, Evaristo Giglio, in qualità di caregiver di uno dei genitori in base alla legge 104, quella che può dare diritto all’assegno di accompagno. Lo logica costantemente applicata dalla Asl Tse di non sprecare dosi di vaccino e di destinarle agli eventi diritto immediatamente disponibili, ha trovato conferma nell’Ordinanza 2 del generale Figiuolo, pubblicata il 16 marzo 2021”. Molto si potrebbe obiettare: Scanzi sarebbe dunque un Caregiver, cioè una persona totalmente dedita alle cure assistenziali di un genitore malato, il quale genitore sarebbe tutelato dalla legge 104, quella che dà diritto all’assegno di accompagno. Benissimo. Ma come può un Caregiver girare l’Italia, trascorrere il tempo nelle dirette televisive, dedicarsi al lavoro per il Fatto o alla frenetica attività sui social, se nel contempo è Caregiver dedicato all’assistenza di un famigliare? Non vorremmo gettare sospetti sulla natura della dichiarazione di cui il direttore della Usl aretina si fa garante, ma a questo punto L’Argomento chiederà di acquisire i documenti del caso. Nel momento in cui ha avuto il via libera per il vaccino, a titolo di esempio, Scanzi era ospite dell’Hotel Palace di Merano, secondo informazioni non smentite pubblicate da Dagospia. Se è un Caregiver, è un pessimo Caregiver. Si può mentire a tutti, caro Scanzi. Ma non a un genitore malato. Indaga la magistratura, per fortuna. Chissà se indaga, nel silenzio, anche la sua coscienza.

Da "Il Tirreno" il 25 marzo 2021. Monica Bettoni, ex sottosegretaria alla Salute (quando ministra era Rosy Bindi) parla in fretta. Sta vaccinando nella grande sede del Centro Affari di Arezzo «dove non si sono mai buttate le dosi di AstraZeneca che, peraltro, può essere conservato per 48 ore fra 2 e -8 gradi in un frigorifero normale». La precisazione è rivolta al giornalista (toscano) Andrea Scanzi che su Facebook, qualche giorno fa, si era vantato di essersi fatto vaccinare come "caregiver" (persona che accudisce) dei suoi genitori, mettendosi in lista di attesa per le dosi d`avanzo. Quando poi è esplosa la polemica – non figura nella lista dei caregiver (perché non accudisce i genitori), non appartiene a categorie speciali, non si sa, insomma, perché sia stato chiamato e abbia saltato la lista – allora Scanzi si è fatto intervistare su Rai3 da Bianca Berlinguer a Cartabianca, programma di cui è collaboratore «per un compenso ignoto», polemizza Michele Anzaldi , deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza della Rai. «Mentre Scanzi sceglie da chi farsi intervistare, firmando una brutta pagina di giornalismo– insiste Anzaldi–il presidente del Consiglio, Mario Draghi viene in aula a scusarsi perché l`Italia ha abbandonato gli ultra 80enni in questa campagna vaccinale. E la Rai che cosa fa in questa vicenda? Invece di chiarire, manda in onda un`intervista a un proprio collaboratore, senza contraddittorio. Forse farebbe bene a ricordarsi che ha un Codice etico. E in base a questo Codice dovrebbe valutare se sospendere la collaborazione di questo giornalista, almeno fino a quando la magistratura non avrà chiarito la sua posizione». Del resto – aggiunge Anzaldi – oggi «per chiarire perché un giornalista possa vaccinarsi prima di un ultra ottantenne deve intervenire la magistratura che svolge il ruolo al quale hanno abdicato politica e istituzioni». Non tutte, precisa la dottoressa Bettoni, che ha anche ricevuto la croce di Cavaliere al merito per l`opera di volontariato prestata (con la protezione civile) per tre settimane in ospedale a Fidenza, nell`aprile 2020, in piena pandemia. «A quello che mi risulta – dice la dottoressa – nell`Asl Sud Est non è mai stata sprecata una dose di vaccino. E anche prima che venisse creata la lista d`attesa di chi è disponibile a una chiamata dell`ultimo minuto, nel caso fossero avanzate dosi veniva scorsa la lista dei pazienti compilata per priorità (di rischio). Perciò mi piacerebbe conoscere il medico di medicina generale che ha inserito Scanzi nella lista dei vaccinabili e quante segnalazioni analoghe ha presentato». Ad Anzaldi, invece, piacerebbe sapere perché il sindaco di Firenze difenda Scanzi «giornalista che ha inventato il sistema delle pagelle agli altri, ma quando scivola, rifiuta di farsi intervistare».

Claudia Guarino per "Il Tirreno" il 26 marzo 2021. Evaristo Giglio è il direttore della zona distretto di Arezzo. Non si fa intervistare. Affida a una nota dell’Asl di Arezzo l’assoluzione di Andrea Scanzi, il giornalista che è riuscito a farsi vaccinare come “familiare” e badante di genitori fragilissimi, anche se non lo è. La storia è nota: alcuni giorni fa Scanzi pubblica sul proprio profilo social la notizia di essere stato contattato dall’Asl Toscana Sud Est per essere vaccinato. Risultava inserito in una lista di “riservisti”, persone che avevano dato la disponibilità a essere chiamati anche all’ultimo momento per farsi vaccinare con le dosi avanzate di giornata. Quelle destinate a chi non si presenta all’appuntamento. Nella lista – racconta Scanzi – è stato inserito dal suo medico di famiglia perché, appunto, lui bada ai genitori anziani e malati. In questa ricostruzione ci sono, però, almeno tre elementi che non tornano: 1) Scanzi non è un badante (e neppure si è mai preso cura dei suoi genitori con quali non convive); 2) la lista dei riservisti nei quali sarebbe stato inserito è stata istituita venti giorno dopo di quando lui dichiara di essersi iscritto; 3) il giorno in cui dice di essere stato chiamato all’ultimo minuto non si trovava nell’Aretino ma (sembra) in un hotel a centinaia di chilometri. Malgrado questo, l’Asl Toscana Sud Est sostiene che la vaccinazione di Scanzi sia regolare. «Scanzi è stato segnalato dal suo medico di medicina generale al direttore della zona distretto aretina in qualità di “caregiver” di uno dei genitori in base alla legge 104 (sulla disabilità, ndr)». Ma Scanzi non risulta essere un caregiver. È un familiare. Ed è stato segnalato dal suo medico di famiglia. Perché ? In base a quale esigenza specifica? La disponibilità a non far sprecare una dose di vaccino? Se anche così fosse, probabilmente ci sarebbero stati altri assistiti più vicini di un giornalista alloggiato in un hotel in alta Italia. «Non escludo che una procedura del genere sia possibile e se l'Asl dice che è tutto regolare sicuramente lo è – commenta il dottor Lorenzo Droandi, presidente dell’ordine dei medici di Arezzo – sta di fatto che all’ordine dei medici non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale dall’Asl (di segalare pazienti). E posso dire lo stesso anche come medico di medicina generale. Ancora ieri non avevo ricevuto niente per iscritto in cui mi si comunicava che avrei potuto fare una segnalazione del genere al direttore della zona distretto o a chi per lui». Allora come ha fatto Scanzi a vaccinarsi? L’Asl scrive: «In attesa di disposizioni più precise da Stato e Regione è stato utilizzato il meccanismo di chiamare, in caso di dosi (di AstraZeneca) avanzate, soggetti aventi diritto e immediatamente disponibili. Per i familiari e i caregiver delle persone estremamente fragili, che rientrano nel piano vaccini, sono state accolte le segnalazioni di centri e istituti che ospitano soggetti fragili e, in alcune circostanze, anche di medici di base». Droandi non nega che la segnalazione diretta da parte del medico di famiglia sia lecita. Ma si chiede: «Che cosa succederebbe se ci mettiamo a telefonare per tutti i caregivers? Ai miei pazienti dico che se ne hanno diritto e vogliono figurare, per così dire, nella “panchina” dei riservisti devono iscriversi alle liste e poi, qualora ci fosse un posto libero, saranno contattati».

Lorenzo Zacchetti per affaritaliani.it il 26 marzo 2021. “Una tempesta di merda” è l'efficace sintesi con la quale Andrea Scanzi sintetizza quello che gli sta capitando negli ultimi giorni. Dopo aver rivelato di essersi fatto inoculare il vaccino di AstraZeneca, il popolarissimo giornalista de “Il Fatto Quotidiano” è davvero nell'occhio del ciclone. Probabilmente è proprio l'enorme visibilità di Scanzi, che da tempo surclassa chiunque nelle classifiche dei giornalisti più “social” d'Italia, ad alimentare questa polemica, ritorcendosi contro di lui in una sorta di contrappasso molto italiano. È tipica della nostra cultura l'abitudine a correre in soccorso del vincitore, per poi farne un bersaglio al suo primo inciampo. Eppure, nella vicenda specifica c'è probabilmente stata qualche leggerezza comunicativa, ma non certo un privilegio che sarebbe davvero odioso, se solo fosse vero. “Ricordati che la notizia l'ho data io”, spiega Andrea Scanzi ad affaritaliani.it. “Se avessi voluto fare il furbo, lo avrei fatto di nascosto e non l'avrebbe mai saputo nessuno! L'ho fatto alla luce del sole perchè non avevo nulla da nascondere e anzi volevo dare un messaggio positivo all'opinione pubblica. Ho sbagliato a vaccinarmi? Accetto la critica, ma da qui a trattarmi da merda e costringere mio padre a chiudere il suo profilo Facebook per gli insulti ce ne corre. Non me lo merito io e tantomeno i miei genitori, che sono stressatissimi per questa vicenda”.

Proviamo a ricostruire la vicenda, partendo dall'inizio?

Certo. D'altra parte è tutto ben conservato nel mio telefono e, se un giorno qualcuno lo volesse vedere, non avrei difficoltà. Tutto comincia il 26 febbraio, quando io scrivo a Roberto, il mio medico curante, per dirgli: “So che come giornalisti non siamo considerati categoria a rischio (cosa che peraltro condivido), ma se cambia qualcosa, avvertimi. Ma solo nel pieno rispetto delle regole, cioè senza rubare il posto a nessuno e solo se altrimenti la dose viene buttata via”. Mi risponde che al momento non ci sono disponibilità e che in caso di novità mi farà sapere. Per tutta la settimana seguente non ci sentiamo.

E poi che cosa succede?

Roberto mi richiama il 4 marzo e mi dice: “Andrea, l'ASL Sud-Est Toscana (quella di Arezzo- Siena-Grosseto, dove abito io) ha deciso di fare una lista di fare una lista di 'panchinari' o 'riservisti'”. Non so da quanto tempo ci fosse tale lista, ma io l'ho appreso in quel momento. Io gli rispondo: “Ok... e ovviamente dò per scontato che sia tutto regolare”. Roberto mi assicura che non solo è tutto regolare, ma anzi è una cosa da incentivare, perché purtroppo molte delle persone in lista non si presentano all'appuntamento. A quel punto mi chiede se io sia ancora interessato a entrare nella lista. Io confermo e lui specifica: “Sappi però che quando (e se) ti chiameranno, non ci sarà preavviso: dovrai prendere la macchina e correre a Grosseto, a Siena, a Monte San Savino o dove ti manderanno. E ovviamente non potrai scegliere il vaccino, ma dovrai prendere quello che ci sarà”. Ovviamente dico che va benissimo, perché appunto intendo usufruire di dosi che altrimenti verrebbero buttate via. Ma nessuno mi chiama per tutta la settimana seguente, come spiego al mio medico quando mi chiama per avere un aggiornamento. Quando glielo dico, lui commenta: “Accidenti, speravo che la questione fosse già risolta”. Ed io: “E’ giusto che io aspetti, non sono una priorità, poi se un posto si libera ci sarò”.

Come cambia lo scenario, in quei giorni?

Domenica 14 marzo, con i vaccini di AstraZeneca al centro del dibattito pubblico, il Gen. Figliuolo va ospite da Fazio a “Che tempo che fa” ad annunciare una svolta. Il giorno dopo fa un'ordinanza che va proprio nella direzione dei “panchinari”, dicendo che se avanzano delle dosi bisogna prendere “il primo che passa”, a prescindere dall'età, e inoculargli la dose, altrimenti la si butta via. Lette queste cose, io scrivo al mio medico curante e al Direttore dell'ASL Arezzo per dire: “Vedo che la problematica dei panchinari, già sollevata ad Arezzo, è diventata dirimente anche a livello nazionale: sappiate che io non ho nessuna paura di fare il vaccino AstraZeneca”. Già allora ho pensato che, se mi fossi vaccinato con una dose altrimenti gettata via come poi è stato, sarebbe stato un bel segnale contro la paura di AstraZeneca. Quindi ho ribadito a medico e responsabile della vaccinazione ASL la mia disponibilità, nel pieno rispetto delle regole. Specifico che io, il Direttore dell'ASL, non l’ho mai visto: altro che raccomandato, magari gli sto pure antipatico per motivi politici, chi può dirlo?!

Poi, però, le vaccinazioni con AstraZeneca vengono sospese in via cautelativa...

Esatto. L'interruzione avviene martedì 16 e lo stop dura per tre giorni, nel corso dei quali io vado in televisione a ripetere sempre la stessa cosa: “Se quando riparte la vaccinazione mi chiamano, io ci vado di corsa, sempre che si tratti di dosi che altrimenti verrebbero buttate”. Ci sono le registrazioni a confermarlo: l'ho detto martedì 16 a “Carta Bianca”, mercoledì 17 ad “Accordi & Disaccordi” e giovedì 18 a “Otto e Mezzo”.

E venerdì 19 le vaccinazioni ricominciano...

Sì, ma sia ad Arezzo che in diverse altre città molte persone non si presentano all'appuntamento, turbate dall'allarme suscitato dalla vicenda. Il giovedì sera “Piazza Pulita” aveva mostrato un sondaggio nel quale emergeva che più del 60% degli italiani non si sarebbero presentati il giorno dopo alla vaccinazione AstraZeneca, avendone paura! A quel punto, inizio a pensare che forse mi avrebbero chiamato, anche se dal 3 marzo in avanti non si era ancora fatto vivo nessuno. Questo significa che, prima di me, ad Arezzo ne hanno chiamati tanti. E questo, detto per inciso, è un'ottima cosa, perché non ho mai pensato né ho mai detto di essere una priorità.

Vero, ma tu allora quando ti sei vaccinato?

Proprio il 19 marzo, nel primo giorno in cui il vaccino AstraZeneca è stato reimmesso nella campagna italiana. Con due messaggi su Whatsapp, alle 12 e alle 16, il Direttore dell'ASL di Arezzo mi dice di tenermi pronto. Mentre sto facendo una diretta Twitch, ricevo l’indicazione di recarmi al Centro Affari di Arezzo alle 18. E lì vengo vaccinato, peraltro da un personale meraviglioso.

Conosci perfettamente la comunicazione: non hai pensato che, vista la tua notorietà, qualcuno poi ti avrebbe accusato di essertene approfittato?

In effetti quando mi ha chiamato l'ASL ci ho pensato un po' su. Avevo una piena autorizzazione da parte del mio medico curante e dell'ASL stessa, ma immaginavo che andando a vaccinarmi un po' di polemica sarebbe venuta fuori. Non pensavo a qualcosa di così forte, ma un po' me l'aspettavo, sì. Ho deciso di andarci comunque sia per coerenza con quello che avevo detto pubblicamente in tivù nei tre giorni precedenti, sia perché ingenuamente ho ritenuto che potesse essere un bel gesto. Molti italiani si sono spaventati per la vicenda-AstraZeneca e ho pensato che, avendo oltre due milioni di fan su Facebook, potessi dare un contributo: sono un bischero di 46 anni che di scienza non capisce nulla, ma che nutre fiducia in quello che la scienza dice! Per questo l'ho fatto alla luce del sole: non avendo nulla da nascondere, cosa che ribadisco, pensavo di dare un bel messaggio!

Un messaggio allora diamolo: che tipo di reazioni collaterali hai avuto?

Assolutamente nessuna. Mi hanno vaccinato intorno alle 18.30 e quando sono tornato a casa non avevo neanche una linea di febbre. Quindi già venerdì sera ho fatto il post nel quale annunciavo di essermi vaccinato. Le reazioni sui social hanno avuto un andamento strano: da venerdì sera fino a domenica mattina i commenti erano tutti positivi. Poi è cominciata una tempesta di merda che non so da chi sia partita. La mia frase sugli italiani che “dovrebbero ringraziarmi”, estrapolata dal contesto di una diretta Facebook di venti minuti effettata domenica 21 marzo, effettivamente presa a sé stante è senza senso. Me ne rendo conto. In realtà volevo solo dire che intendevo dare un segnale alle persone che avevano paura: credo di aver dato un impulso al piano vaccinale e, oltretutto, il mio post ha contributo a mettere online quella lista di “panchinari” che, pur essendo regolarissima, fino ad allora era scritta a mano. È chiaro che questo è un elemento critico, ma dovrà spiegarlo l'ASL, mica io! Una volta in Rete, la lista ha avuto migliaia di iscrizioni, al punto che il sito è andato in tilt! A questo mi riferivo con la frase contestata: al fatto di aver aperto una breccia della quale c'era bisogno.

Sei stato duramente attaccato sull'uso della parola “caregiver”: come commenti questa cosa?

Ci sono stati attacchi pretestuosi da parte di chi mi odia a prescindere. È una cosa che fa parte del gioco, anche se mi dispiace per i miei genitori. Chiariamo però una cosa: io non mi sono mai, mai, mai definito “caregiver” e nemmeno ho parlato della casistica sanitaria dei miei genitori per entrare nella lista dei “panchinari”! È stato il mio medico curante, autonomamente, a inserirmi in tale lista, non in quanto caregiver – parola che né io né il mio medico abbiamo mai usato fino al vaccino – bensì in quanto “figlio unico di genitori estremamente vulnerabili”. Questa è la dicitura tecnica e, purtroppo, ci rientro a pieno titolo. Quando ho fatto il post venerdì sera dopo la vaccinazione, non ho nemmeno citato i miei genitori. La cosa è venuta fuori dopo. La mattina di sabato 20, il direttore dell'ASL di Arezzo mi ha chiamato per dirmi che stava montando la polemica ed ha aggiunto: “Lei ha scritto di aver diritto alla vaccinazione in quanto "panchinaro", ed è vero, ma le faccio presente che lei ha anche due genitori con una situazione clinica non propriamente invidiabile”.

Cioè, quale?

“Mi dispiace dover mettere in piazza queste cose, ma a questo punto dobbiamo farlo. Mio padre è cardiopatico, ha due infarti, vari stent, il diabete e un glaucoma. Mia madre è malata oncologica. Quando l'ho detto al Direttore dell'ASL, lui ha risposto che io non solo rientravo a pieno titolo nella categoria “figlio unico di genitori estremamente vulnerabili”, ma anche in quella di “caregiver familiare”. In un successivo post ho specificato questa cosa, peraltro comunicatami dall'ASL, e forse si è trattato di un errore comunicativo, ma non di una cosa falsa: è l'indagine interna alla ASL ad avere confermato che, secondo loro, io rientravo non solo nella categoria del figlio unico di genitori estremamente vulnerabili, ma anche (secondo l’ASL) nella macrocategoria del caregiver. Detto questo, è ovvio che non mi sento minimamente un “caregiver familiare”: sono vent';anni che non vivo con i miei genitori, i quali (toccando ferro) nonostante tutto sono autosufficienti. È chiaro se uno mi definisce “caregiver” e poi mi vede il giorno dopo in una clinica detox a 5 stelle pensa che io stia prendendo per il culo il prossimo, ma è stata l'ASL a definirmi in quel modo, anche se non penso di meritarlo. Fare il “caregiver” è una cosa nobile, significa vivere in funzione dell'assistenza di chi ne ha bisogno. Io no: giro l’Italia per il mio lavoro di giornalista e per gli impegni in teatro, mi sarebbe impossibile. È ovvio che se un giorno i miei genitori dovessero averne bisogno diventerei il loro “caregiver”, ma sono stato vaccinato in quanto “figlio unico di genitori estremamente vulnerabili”, come emerge anche dalle dichiarazioni del mio medico nell'inchiesta dell'ASL.

Proprio perché i tuoi genitori sono pazienti fragili, c'è chi ti rimprovera di esserti vaccinato prima di loro. Come rispondi?

Beh, chi dice queste cose non conosce le regole: mio padre ha 69 anni e mia madre 72, non hanno potuto essere vaccinati perché non rientrano negli Over 80. Non solo: proprio perché vulnerabili, non possono fare il vaccino di AstraZeneca e quindi hanno dovuto aspettare l'apertura di una nuova lista online, lunedì 15 marzo, nella quale la Regione Toscana ha inserito anche i pazienti estremamente vulnerabili. Si sono iscritti entrambi al portale e sono stati accettati mercoledì 17, ovvero due giorni prima della mia vaccinazione. Stanno aspettando il vaccino di Moderna e due giorni fa hanno ricevuto il codice per la prenotazione. Purtroppo non sono ancora riusciti a prenotarsi, perché appena sono entrati nel sito, questo è andato subito a puttane. Stanno aspettando...

I giornalisti no, ma in Toscana si è scelto di inserire gli avvocati tra le categorie da vaccinare prioritariamente: anche questo ha fatto molto discutere, ma si tratta comunque di decisioni dell'autorità sanitaria...

E' esattamente così. Ci sono molti aspetti discutibili in questa vicenda, come questa storia degli avvocati che ha fatto ridere tutta Italia. Ma sono tutte decisioni della ASL e se le regole sono queste, talora non proprio condivisibilissime, occorre prenderne atto. E sperare di migliorarle.

Invece riguarda te una questione di opportunità: c'è chi ha detto che forse non era il caso di entrare nella lista, in quanto personaggio pubblico. Che ne pensi?

Questa è una critica che accetto. Il sottosegretario alla Salute Sileri, che di queste cose ne capisce più di chi mi sta sparando addosso, ha ribadito più volte come io abbia agito nel giusto e nella più piena legalità. Una posizione condivisa, tra i tanti, anche dal Ministro Speranza e dal Governatore Zaia. Ecco: proprio Zaia, e più ancora Sileri, lo hanno detto chiaramente a “Cartabianca”: “L'unico errore di Scanzi è stato quello di essere Scanzi”. Il fatto che mi sia vaccinato io alimenta il retropensiero che sia stato un privilegio dovuto al fatto di essere famoso, e posso garantirti che se lo avessi fatto mi sputerei in faccia da qui all’eternità. Un'altra critica che accetto è sull'uso della parola “caregiver”, infatti ho poi meglio articolato il pensiero su Facebook, anche se è stata l'ASL a qualificarmi in questo modo alla fine dell’inchiesta interna alla mia vaccinazione. Faccio però presente una cosa, che tra l'altro ha spiegato bene anche il sindaco di Firenze Nardella, che peraltro ho spesso criticato in passato e quindi non aveva motivo alcuno di difendermi. Lo ha fatto, aggiungendo come in quei giorni convulsi in Toscana c'era confusione sul termine “caregiver familiare”, perché se lo si usa per definire chi materialmente presta assistenza è evidente che io non lo sono, ma se i miei genitori dovessero averne bisogno, a chi altro dovrebbero rivolgersi se non a me, che sono il loro unico figlio? Sia come sia, ho senz’altro fatto due o tre errori di comunicazione, ma ho agito nel giusto e nella legalità. In totale buona fede. E questa settimana da serial killer proprio non me la meritavo".

Le tre balle sul caso Scanzi. Dalla bufala del caregiver dei genitori alla lista fantasma fino alla telefonata al giornalista: tutto quello che non torna. Francesca Galici - Ven, 26/03/2021 - su Il Giornale. Andrea Scanzi poteva vaccinarsi. Non lo dice il giornalista de Il Fatto Quotidiano ma il direttore della zona distretto di Arezzo. Evaristo Giglio, infatti, con una nota ha sollevato Scanzi da ogni responsabilità sulla polemica nata attorno all'incoluzione del vaccino AstraZeneca, effettuata in veste di riservista. Ma Il Tirreno, quotidiano toscano, ha pubblicato un articolo con il quale ha messo in evidenza tre punti oscuri, in parte chiariti dallo stesso Scanzi in una successiva intervista. Scrive Claudia Guarino per Il Tirreno: "Scanzi non è un badante (e neppure si è mai preso cura dei suoi genitori con quali non convive)". L'appunto della giornalista si basa sulla classificazione come caregiver che sarebbe stata data ad Andrea Scanzi dalla Asl, che come tale l'ha inserito nelle liste dei panchinari del vaccino in quanto i suoi genitori sono persone fragili a causa di patologie pregresse. La Guarino, poi, continua: "La lista dei riservisti nei quali sarebbe stato inserito è stata istituita venti giorno dopo di quando lui dichiara di essersi iscritto". La lista dei panchinari, come più volte asserito da Andrea Scanzi, sarebbe stata esclusivamente verbale o, al limite, compilata a penna. Solo successivamente, in concomitanza con la polemica, Regione Toscana avrebbe provveduto a ufficializzarla. Infatti, dopo il caos scoppiato su Andrea Scanzi e la pubblicità della lista dei riservisti, in poche ore sono stati circa 6mila gli iscritti per ottenere le dosi non somministrate. Infine, c'è il terzo appunto della giornalista de Il Tirreno: "Il giorno in cui dice di essere stato chiamato all’ultimo minuto non si trovava nell’Aretino ma (sembra) in un hotel a centinaia di chilometri". Claudia Guarino fa riferimento a un'indiscrezione trapelata nelle ore precedenti secondo la quale il giornalista si sarebbe trovato a Merano, sulla quale però non esistono conferme. "Non escludo che una procedura del genere sia possibile e se l'Asl dice che è tutto regolare sicuramente lo è. Sta di fatto che all’ordine dei medici non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale dall’Asl (di segalare pazienti). E posso dire lo stesso anche come medico di medicina generale", ha commentato a Il Tirreno il dottor Lorenzo Droandi, presidente dell’ordine dei medici di Arezzo. Droandi, poi, si chiede: "Che cosa succederebbe se ci mettiamo a telefonare per tutti i caregivers? Ai miei pazienti dico che se ne hanno diritto e vogliono figurare, per così dire, nella 'panchina' dei riservisti devono iscriversi alle liste e poi, qualora ci fosse un posto libero, saranno contattati".

Andrea Scanzi è tornato a dire la sua ai microfoni di Affaritaliani.it, rivendicando di aver dato lui stesso la notizia: "Ho sbagliato a vaccinarmi? Accetto la critica, ma da qui a trattarmi da merda e costringere mio padre a chiudere il suo profilo Facebook per gli insulti ce ne corre. Non me lo merito io e tantomeno i miei genitori, che sono stressatissimi per questa vicenda". Nella lunga intervista, quindi, Andrea Scanzi ha ricostruito l'andamento della sua vaccinazione, dai contatti con il medico curante fino a quelli con il direttore della Asl di Arezzo. Ha, quindi, rivelato quale sia il motivo dietro la sua priorità vaccinale in quanto "figlio unico di genitori estremamente vulnerabili". Ma non in veste di convivente, perché lui stesso ammette di non esserlo più: "Non mi sento minimamente un "caregiver familiare": sono vent';anni che non vivo con i miei genitori, i quali (toccando ferro) nonostante tutto sono autosufficienti. È chiaro se uno mi definisce “caregiver” e poi mi vede il giorno dopo in una clinica detox a 5 stelle pensa che io stia prendendo per il culo il prossimo, ma è stata l'ASL a definirmi in quel modo, anche se non penso di meritarlo".

Andrea Scanzi, "i colleghi del Fatto stanno godendo": indiscreto al veleno, occhio alla paginata sospetta. Libero Quotidiano il 26 marzo 2021. Ieri Dagospia si chiedeva come mai sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano non fosse stata spesa neanche mezza parola sul caso del salta-fila Andrea Scanzi. Oggi il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha pubblicato un articolo a tutta pagina in cui viene massacrata la Toscana e quindi indirettamente anche il collega aretino che si è vaccinato da “riservista”: la cosa non sorprende, dato che sempre Dagospia aveva svelato che “la redazione non ha apprezzato l’ennesima ego-latrina del farfallone lampadato. Anzi, stanno tutti godendo”. “La Regione Toscana, in mano alla cosiddetta sinistra - si legge sul Fatto - quella che dovrebbe lavorare il più possibile per annullare le differenze sociali, è assolutamente deficitaria nel percorso dei vaccini”. In particolare sugli over 80: il Fatto cita l’esempio di una anziana con gravi patologie che richiedono una totale assistenza domiciliare; per lei non c’è ancora nessun vaccino. Questo perché AstraZeneca non si può usare e di Pfizer e Moderna non ce ne sono abbastanza. “Poi però c’è AstraZeneca e chi ottiene di farlo - si legge sempre sul Fatto - anche mettendosi in lista per evitare vengano buttate le dosi. Non mi fa scandalo ci siano le liste di chi si fa avanti, piuttosto chi non le sa gestire. La Regione Toscana ci ha fatto capire che tra le categorie fragili c’erano gli operatori dei tribunali e gli avvocati. Già dobbiamo assistere all’assurdità dei vaccini per tutti i docenti, anche quelli in Dad. Com’è possibile che un presidente di Regione possa decidere liberamente un’azione del genere, senza un diktat nazionale che possa sorpassare, di fronte a una tale emergenza e tragedia, le decisioni delle Regioni e impedire tali ingiustizie?”. 

Da lindro.it il 26 marzo 2021. Andrea Scanzi, giornalista de "Il Fatto Quotidiano" da qualche giorno agli onori della cronaca per via del vaccino fatto in lista di attesa sorpassando così gli altri, ha un’altra peculiarità per cui è noto: è un feticista (non) anonimo. «Quando ero single andavo alle feste fetish e le "mistress" mi camminavano sul corpo», raccontò in una intervista ad ‘Un giorno da pecora’. La sua perversione preferita è farsi camminare addosso da donne coi tacchi stellari e alla domanda se lo avesse mai fatto a quelle feste raccontò imperterrito: «Sì, non a quelle feste però ma con qualche mia ex. Ed in questi casi, meglio petto e schiena, che fanno meno male. D’altra parte in quel momento la tua compagna è la "mistress", la padrona». Inoltre, in altre interviste, ha dichiarato di prediligere i piedi femminili di cui è un attentissimo critico, un po’ come il professore di matematica Michele Apicella in ‘Bianca’ di Nanni Moretti. Scanzi Andrea è persona intelligente e se ha scelto di dichiarare tutto lo ha fatto da fine psicologo e sublime tattico, perché poi magari la cosa usciva fuori da sé e lo scandalo sarebbe stato bello pronto a sommergerlo. Resta il fatto che la tecnica è riuscita ed una volta auto rivelato che il Re –è il caso di dirlo- è nudo a nessuno gliene è fregato più di tanto ed, anzi, la sua carriera non solo non è stata inficiata da questo ‘vizietto’ ma è vieppiù decollata verticalmente essendo lo Scanzi presente è ubiquitario ovunque. Per lo Scanzi feticista è successo quello che avveniva con il marziano atterrato a Roma di Ennio Flaiano: dopo l’interesse iniziale, dopo un po’ nessuno se lo filava più. Misteri dei meccanismi della popolarità.

Caso Scanzi, Codacons denuncia la Berlinguer: "Risorse Rai utilizzate impropriamente". La conduttrice di Cartabianca è stata denunciata all'Ordine dei Giornalisti dal Codacons per aver consentito ad Andrea Scanzi "una difesa privata e senza contraddittorio" sui canali televisivi del servizio pubblico. Novella Toloni - Gio, 25/03/2021 - su Il Giornale.  "Mezzi e risorse della Rai, pagate dai cittadini, messe a disposizione di Andrea Scanzi per una difesa privata e senza contraddittorio". Con questa motivazione il Codacons ha denunciato Bianca Berlinguer all'Ordine dei Giornalisti. Nell'ultima puntata del format di Rai3 (in onda martedì 23 marzo) Bianca Berlinguer ha dato spazio al giornalista de Il Fatto Quotidiano per parlare della polemica scatenatasi in seguito alla sua vaccinazione come riservista della regione Toscana. Andrea Scanzi si è difeso dalle accuse di aver sfruttato un canale privilegiato per ottenere una dose di vaccino AstraZeneca al posto di soggetti fragili, in quanto caregiver che assiste i genitori anziani. Una difesa senza contraddittorio, quella andata in onda a Cartabianca, che ha scatenato la dura reazione del Codacons: "Grave il comportamento della Rai che ha ceduto il servizio pubblico ad un privato giornalista per farlo difendere. Denunciamo all'Ordine dei Giornalisti Bianca Berlinguer per aver messo il servizio pubblico e disposizione di Andrea Scanzi, consentendo al giornalista di utilizzare mezzi e risorse Rai - pagate dai cittadini - per una difesa senza contraddittorio". Bianca Berlinguer non è però l'unica ad essere finita nel mirino del Codacons. L'associazione dei consumatori ha pubblicato una nota ufficiale sul suo sito, nella quale annuncia di aver presentato un esposto alla procura di Arezzo contro la Asl Toscana Sud Est e contro la Regione Toscana. Il Codacons ha chiesto l'intervento delle autorità per verificare come Scanzi potesse rientrare nella "lista dei panchinari" in veste di caregiver - che si occupa dei genitori anziani - quando in realtà andava in tour con il suo spettacolo teatrale con oltre 150 repliche. "Le disposizioni del Ministero della salute - si legge nella nota ufficiale del Codacons - prevedono infatti il diritto alla vaccinazione solo per chi si prende cura in modo continuativo e costante di disabili o soggetti fragili: come può conciliarsi tale requisito con l'attività di Andrea Scanzi". Alla Procura l'associazione ha sollecitato, inoltre, una verifica sull'iniziale inesistenza della lista dei soggetti riservisti, il cui modulo di iscrizione sarebbe stato pubblicato on line dalla Asl Toscana Sud Est solo sabato scorso, ovvero il giorno dopo la vaccinazione di Scanzi. Dubbi sui quali dovrà ora pronunciarsi la Procura di Arezzo, per chiarire se Scanzi avesse realmente diritto alla vaccinazione prioritaria e se ci siano stati abusi da parte dell'Asl e della regione Toscana nella procedura seguita. Dalle dichiarazioni rilasciate proprio da Scanzi a Cartabianca, infatti, "sarebbe stata l'Asl a telefonare ripetutamente al giornalista per invitarlo al vaccino e non agli ultraottantenni aretini".

Aldo Grasso per il "Corriere della sera" il 25 marzo 2021. Bianca Berlinguer è sempre in lotta con l'audience e non si lascia sfuggire i «numeri» che possano aiutarla nell' impresa. Così #cartabianca ha aperto con Andrea Scanzi, nelle vesti provvisorie di Mauro Corona (Rai3, martedì). La vicenda che ha visto Scanzi esibirsi in video come panchinaro del vaccino è poco commendevole, meriterebbe soprattutto il silenzio. E invece no: Bianca ha voluto difendere a tutti i costi il suo ospite fisso, sapendo che la polemica avrebbe portato acqua al mulino degli ascolti. L'io della personalità di Scanzi è talmente strabordante da credere che l'intero universo ruoti attorno a sé, Bianca compresa: «Ho utilizzato la mia personalità, la mia popolarità, il mio seguito sui social e nel mondo reale» per portare il buon esempio. Forse la Berlinguer, tanto per equilibrare le parti, avrebbe potuto mostrare quel filmato di Scanzi di un anno fa in cui paragonava il Covid a un raffreddore e inveiva contro chi cercava misure restrittive con la stessa sfrontatezza compiaciuta, la stessa aggressività con cui ora chiede di essere ringraziato dal Paese per il motivo opposto. Finita la commedia all' italiana, non ci restano che Scanzi e # cartabianca , un programma ormai surreale. Abbiamo visto il «finanziere e scrittore» Guido Maria Brera difendere i driver, attaccare Bezos e il «capitalismo delle piattaforme», come se la finanza fosse qualcosa di simile al soccorrevole medico di base di Scanzi. Abbiamo visto Michela Murgia presentare il suo libro Stai zitta (si vende anche su Amazon) e non dire una sola parola su «Stai zitta, gallina!» di Corona. Abbiamo visto Luigi Sileri (il sottosegretario alla Salute che vive in tv) dare ragione a Scanzi e Simona Ventura spiegare agli italiani come devono curarsi contro il Covid. Adesso aspettiamo con ansia la puntata di Scanzi con Lilli Gruber. Cosa sarebbe successo se al posto di Scanzi ci fosse stato in panchina un Matteo Renzi?

DAGONOTA il 25 marzo 2021. Come mai sull'edizione cartacea del "Fattoquotidiano" non si proferisce parola sul caso del salta-fila e caregiver Andrea Scanzi? Peter Gomez lo ha randellato ma solo durante il programma “Tagadà” de La7, e sul sito che dirige è apparso questo articolo. Mentre dopo ben quattro giorni dal coming out vaccinale di Scanzi,  Marco Travaglio tace. Come mai?  Semplice, il cazzaro del vaccino è indifendibile, da una parte. Dall’altra, è il suo cocco. Mentre la redazione del ‘’Fatto’’ non ha apprezzato (eufemismo) l'ennesima ego-latrina del farfallone lampadato. Anzi, stanno tutti godendo per gli attacchi che sta ricevendo da quattro giorni.

Andrea Scanzi, la "risposta" di AstraZeneca: "Era così anche prima del vaccino". Libero Quotidiano il 25 marzo 2021. Da paladino del vaccino a "demente del vaccino", come si è auto-definito Andrea Scanzi. Il passo è brevissimo, soprattutto se di mezzo ci si mettono i social e i meme. Il caso è noto: la penna del Fatto quotidiano, 46 anni, si è fatto vaccinare con AstraZeneca ad Arezzo, essendosi iscritto, ha annunciato con orgoglio, alla lista dei riservisti. Coloro, cioè, che possono farsi vaccinare con le dosi rimaste inutilizzate alla fine della giornata e che altrimenti andrebbero buttate. Fin qui, tutto bene. Ma poi sono emersi dettagli controversi. Innanzitutto, la composizione "misteriosa" di questa lista, scritta a penna su un foglio. Quindi la qualifica di "caregiver" di Scanzi, vaccinato perché unico in grado di accudere i due genitori anziani e "fragili". Il paradosso è che loro, a differenza del figlio, sono ancora in attesa. Da quel momento, su Scanzi si è scatenata la classica  "shitstorm", una valanga di insulti, sberleffi e sospetti di essere un raccomandato o un privilegiato. Lui si è difeso, anche un po' goffamente, in tv e sui social. Pare che in redazione al Fatto non abbiano preso bene le sue uscite, e il direttore del Fattoquotidiano.it Peter Gomez lo ha pure dichiarato, ospite a La7 a Tagadà: "Lui crede di essere la notizia, quando invece il nostro compito è darle. Io l'avrei fatto e sarei stato zitto". E ora, su Twitter, ha preso a girare anche un godibilissimo meme con la (finta, ma verosimile e soprattutto credibile) risposta di AstraZeneca. Scanzi, posa piacionesca e sguardo killer, spiega. "Mi sono vaccinato con AstraZeneca e lo rifarei. Gli italiani dovrebbero ringraziarmi". Precisazione di AstraZeneca: Andrea Scanzi era così anche prima del vaccino!". Non ci resta che ridere. 

Contratto di Scanzi con Cartabianca sospeso, Anzaldi: “Serve trasparenza, la Rai faccia chiarezza”. Luigi Ragno su il Riformista il 27 Marzo 2021.

Onorevole Anzaldi, risulta anche a lei, come scrive Dagospia, che il contratto di Scanzi con la Rai e Cartabianca sarebbe stato sospeso?

“Trovo incredibile che a 24 ore da quando Dagospia, un sito sempre bene informato, ha lanciato l’indiscrezione sullo stop al contratto Rai di Scanzi, ancora non sia stata fatta alcuna chiarezza: la notizia è vera o no? Che aspetta la Rai, che può contare su un ampio ufficio stampa la cui responsabile è stata addirittura promossa a direttore con quadruplo scatto di carriera in 3 anni grazie a M5s, a smentire o confermare? Perché questa ennesima mancanza di trasparenza?”.

Dagospia sostiene che la notizia verrebbe dalla commissiome di Vigilanza: che ne pensa?

“Non so se qualcuno in commissione di Vigilanza sia informato di questa vicenda, di certo il presidente Barachini non ci ha detto nulla”.

Lei è stato il primo a chiedere la sospensione del contratto a Scanzi: lo ritiene ancora un provvedimento necessario?

“La sospensione doveva essere il minimo, dopo le prime notizie uscite, per tutelare la Rai da eventuali sviluppi. Invece a Scanzi è stata data addirittura la prima serata su Rai3, cosa che non ha fatto nemmeno la tv commerciale. Anche La7 ha avuto l’accortezza di non ospitare Scanzi questa settimana a Otto e mezzo, la Rai invece ha addirittura presentato come un modello chi salta la fila, mentre Mattarella e Draghi aspettano il loro turno come tutti gli italiani. Ennesima pagina nera di questi vertici del servizio pubblico, è sempre più urgente nominare un nuovo Cda”.

Vittorio Feltri sul vaccino di Andrea Scanzi: "Ha tutta la mia solidarietà. Anche se mi dà del consumatore accanito di gin". Libero Quotidiano il 28 marzo 2021. In questi giorni è stata alimentata la polemica contro il furbetti del vaccino, ossia coloro che aggirando i vincoli burocratici sono riusciti in qualche modo a ricevere l'iniezione salvifica. Il caso Scanzi poi è montato a dismisura diventando uno scandalo francamente eccessivo. Personalmente disapprovo chi si impossessa di qualcosa che non gli spetta di diritto, tuttavia nella fattispecie dell' immunizzazione bisogna compiere delle precisazioni, ovvero concedere agli astuti alcune attenuanti che sconfinano in esimenti. Infatti il cosiddetto piano vaccinale non si è rivelato all' altezza delle attese, per una semplice ragione: scarseggiavano e scarseggiano ancora le dosi necessarie a proteggere tutti dalla malattia. Sissignori. Il problema italiano non consiste nella organizzazione, per quanto imperfetta, bensì nella mancanza della materia prima: il siero in grado di sconfiggere il morbo. A causa di tale carenza è aumentata giorno per giorno nella gente di ogni ceto la paura di infettarsi e di fare una brutta fine. Il rischio di andare al cimitero dopo atroci sofferenze era ed è tale da costringere chiunque a trovare una soluzione pro vita.

E così è cominciata la caccia al vaccino. Una reazione del tutto giustificata. Il popolo è ricorso a ogni arma e ad ogni sotterfugio per garantirsi l'immunità. Qualcuno ce l' ha fatta, altri no. Ovvio che coloro che sono rimasti a secco siano irritati al punto da condannare coloro che al contrario sono riusciti di sfroso a farsi bucare il braccio. Non c' è nulla di più umano, ma è disumano attaccare con ferocia gli individui che hanno conquistato un brandello di salute. Ai quali, compreso Scanzi che mi dà del consumatore accanito di gin, liquido da me mai ingerito, va tutta la mia solidarietà. In assenza di vaccini per la massa è naturale: i cittadini si arrangiano per procurarseli con i mezzi di cui dispongono, inclusa la scaltrezza, giudicata di norma scorretta quando, invece, è l' ancora di salvezza dei disperati.

In sintesi, mi pare più opportuno prendersela con un governo incapace di assicurare la salute a chiunque piuttosto che con coloro i quali, abbandonati dalle istituzioni, se la sono assicurata per conto proprio. Con destrezza. Ossia un' arte indispensabile per sopravvivere in un Paese che se non fosse di merda sarebbe addirittura divertente.

Da liberoquotidiano.it il 27 marzo 2021. Ieri Dagospia si chiedeva come mai sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano non fosse stata spesa neanche mezza parola sul caso del salta-fila Andrea Scanzi. Oggi il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha pubblicato un articolo a tutta pagina in cui viene massacrata la Toscana e quindi indirettamente anche il collega aretino che si è vaccinato da “riservista”: la cosa non sorprende, dato che sempre Dagospia aveva svelato che “la redazione non ha apprezzato l’ennesima ego-latrina del farfallone lampadato. Anzi, stanno tutti godendo”. “La Regione Toscana, in mano alla cosiddetta sinistra - si legge sul Fatto - quella che dovrebbe lavorare il più possibile per annullare le differenze sociali, è assolutamente deficitaria nel percorso dei vaccini”. In particolare sugli over 80: il Fatto cita l’esempio di una anziana con gravi patologie che richiedono una totale assistenza domiciliare; per lei non c’è ancora nessun vaccino. Questo perché AstraZeneca non si può usare e di Pfizer e Moderna non ce ne sono abbastanza. “Poi però c’è AstraZeneca e chi ottiene di farlo - si legge sempre sul Fatto - anche mettendosi in lista per evitare vengano buttate le dosi. Non mi fa scandalo ci siano le liste di chi si fa avanti, piuttosto chi non le sa gestire. La Regione Toscana ci ha fatto capire che tra le categorie fragili c’erano gli operatori dei tribunali e gli avvocati. Già dobbiamo assistere all’assurdità dei vaccini per tutti i docenti, anche quelli in Dad. Com’è possibile che un presidente di Regione possa decidere liberamente un’azione del genere, senza un diktat nazionale che possa sorpassare, di fronte a una tale emergenza e tragedia, le decisioni delle Regioni e impedire tali ingiustizie?”.

Da video.corriere.it il 29 marzo 2021. «Prima non era mai stato preso in considerazione, perché per quanto mi riguarda si poteva aspettare anche un altro mese o forse un altro anno. Da parte mia non c’è stata assolutamente nessuna forzatura da questo punto di vista. Quando mi chiamò il suo medico io gli dissi che prima di Scanzi ce n’erano tanti altri. Quindi lui poteva aspettare. Ma il medico di base del giornalista gli ha detto che Scanzi avrebbe aspettato, l’importante è che prima o poi fosse stato chiamato al momento opportuno. Ho ricevuto altre telefonate anche dallo stesso Scanzi, evidentemente gli hanno dato il mio numero… Mi ha detto, guardi, non so se il medico le ha accennato la mia situazione, io sono sempre disponibile quando voi potete. E io gli ho risposto che sarebbe passato del tempo, perché abbiamo altre priorità», Così il direttore sanitario di Arezzo, Evaristo Giglio, in un intervista telefonica a «Non è l'Arena» in onda su La7.

Da iltempo.it il 29 marzo 2021. A non è l'Arena, Massimo Giletti torna sul caso di Andrea Scanzi che, pur non avendone i requisiti, ha fatto il vaccino AstraZeneca prima di tanti altri che ne avevano diritto. Il tutto sostenendo di averne fatto richiesta a febbraio, ma solo come “panchinaro”, cioè nel caso in cui una dose a fine giornata non fosse stata utilizzata e avesse rischiato di essere buttata (da un flaconcino di vaccino si estraggono più dosi e ogni dose va utilizzata entro sei ore dalla diluizione). In realtà, come ricorda anche Giletti, è conservabile in frigorifero anche per 48 ore. Innanzitutto, non tornano le date e le motivazioni: Scanzi, infatti, cambia versione più volte, nonostante ci siano i suoi stessi video e i suoi post a confermare ogni ricostruzione da lui fatta. Per fortuna c’è il dottor Evaristo Giglio, direttore dell’Asl di Arezzo, che conferma quello che dice Scanzi. Ma non la data: che è quella del 20/22 febbraio e non quella del 15 marzo. E quando Scanzi è stato vaccinato, spiega il direttore generale del distretto sanitario Antonio D'Urso, i caregiver non erano ancora stati inseriti dal governo nella lista dei possibili "panchinari". Anche se "le verifiche sul caso di Scanzi sono ancora in corso". Intervistato telefonicamente dall’inviata del programma Francesca Carrarini, il medico Giglio dà una “versione particolare” che però Giletti aveva deciso di non mandare in onda lo scorso 21 marzo. Nella telefonata, il dottor Giglio spiega: “Scanzi, da quello che lui e il suo medico di famiglia hanno detto, sarebbe un caregiver di questi famigliari ammalati che risultano nella lista dei vulnerabili”. Come verificarlo? “Non è uno stato di polizia - spiega il medico - così che io possa andare a vedere se è vero. Se a me il medico di famiglia fa una segnalazione del genere lo metto lì in attesa. Scanzi era l’ultimo di questa lista. Anzi, si è trovata una situazione convincente per cui, avanzando queste due dosi e con lui che da tempo aveva chiesto di essere chiamato come “panchinaro. Prima non era mai stato preso in considerazione, perché per quanto mi riguarda si poteva aspettare anche un altro mese o forse un altro anno. Da parte mia non c’è stata assolutamente nessuna forzatura da questo punto di vista. Quando mi chiamò il suo medico io gli dissi che prima di Scanzi ce n’erano tanti altri. Quindi lui poteva aspettare. Ma il medico di base del giornalista gli ha detto che Scanzi avrebbe aspettato, l’importante è che prima o poi fosse stato chiamato al momento opportuno”. E qui una novità. Spiega Giglio: “Ho ricevuto altre telefonate anche dallo stesso Scanzi, evidentemente gli hanno dato il mio numero…” E cosa gli avrà chiesto? E Giglio: “Mi ha detto, guardi, non so se il medico le ha accennato la mia situazione, io sono sempre disponibile quando voi potete. E io gli ho risposto che sarebbe passato del tempo, perché abbiamo altre priorità”.

Francesco Curridori per ilgiornale.it il 29 marzo 2021. "Dopo l'inchiesta di Non è l'arena e le interviste ai responsabili Asl di Arezzo che smentiscono Scanzi sul vaccino, si riunisca subito il Comitato per il Codice Etico Rai e risponda in modo netto e definitivo: è accettabile che l'opinionista continui ad essere pagato dalla Rai?". Il renziano Michele Anzaldi continua a chiedere chiarezza sulla vicenda che ha coinvolto il cronista del Fatto. "Mentre Cartabianca ha esaltato senza contraddittorio il modello saltafila di Scanzi, dalla tv commerciale e Giletti è arrivata una lezione di giornalismo e onestà intellettuale, con un'inchiesta che ha fatto chiarezza. E La7 ha sospeso la collaborazione. La Rai fa finta di nulla?", scrive ancora su Twitter il deputato di Italia Viva. Nella puntata di ieri del programma di Massimo Giletti, infatti, è andata in onda un'intervista al direttore sanitario di Arezzo Evaristo Giglio che ha spiegato perché Andrea Scanzi non aveva i requisiti per ricevere il vaccino come "panchinaro". Ma, oltretutto, ha mentito. Anzitutto il vaccino Astrazeneca, come ricorda anche Massimo Giletti, è conservabile in frigorifero anche per 48 ore e, pertanto, Scanzi mente quando sostiene che ci fosse il rischio che la dose che gli è stata somministrata venisse buttata. In secondo luogo, secondo Giglio, "si poteva aspettare anche un altro mese" prima di vaccinare il giornalista del Fatto. "Scanzi, da quello che lui e il suo medico di famiglia hanno detto, sarebbe un caregiver di questi famigliari ammalati che risultano nella lista dei vulnerabili”, ma spiega il medico: “Non è uno stato di polizia così che io possa andare a vedere se è vero. Se a me il medico di famiglia fa una segnalazione del genere lo metto lì in attesa". E aggiunge: "Quando mi chiamò il suo medico io gli dissi che prima di Scanzi ce n’erano tanti altri. Quindi lui poteva aspettare. Ma il medico di base del giornalista gli ha detto che Scanzi avrebbe aspettato, l’importante è che prima o poi fosse stato chiamato al momento opportuno”. Insomma, le pressioni sono tante sia da parte del medico di base sia da Scanzi che chiama personalmente il dottor Giglio per ribadirgli la sua disponibilità. E nel merito la sua ex collega Sandra Amurri attacca: "Non è che uno si sveglia la mattina ed è caregiver... ha cercato di mettere le pezze ma è andata male! Anche avesse avuto il diritto a vaccinarsi, avrebbe dovuto dire chiamate altri che ne hanno bisogno più di me".

Ora tutti scaricano Scanzi. Anche Antonio D'Urso, direttore generale della Asl Toscana sud est, mette in evidenza le incongruenze della versione data da Scanzi: "Ha dichiarato di essere un caregiver, come ha fatto anche in alcune interviste in televisione. Il piano nazionale vaccinazione indica come caregiver le persone che sono indicate dalla persona disabile. Gli uffici stanno verificando questo". Ma, Scanzi non avrebbe in ogni caso potuto vaccinarsi come caregiver: "La vaccinazione con Astrazeneca - spiega D'Urso - in questo momento è limitata ad alcune categorie: personale scolastico, personale delle forze armate e delle forze dell'ordine, persone tra i 70 anni compiuti e gli 80 da fare. Se Scanzi non aveva queste caratteristiche non poteva accedere alla vaccinazione". Infine, c'è il problema della data della somministrazione che inchioderebbe il cronista del Fatto: "Il decreto parla di conviventi e di caregiver e questi ultimi sono venuti fuori con il piano vaccino del 13 marzo. Fino ad allora i caregiver, come le persone fragili, non venivano vaccinati"...

Caso Scanzi, il giornalista sospeso da CartaBianca. "Ho scelto di sospendere la partecipazione di Andrea Scanzi a Cartabianca ma spero di riaverlo presto". Lo ha annunciato questa sera Bianca Berlinguer, in attesa della decisione del comitato etico della Rai. Roberto Vivaldelli - Mar, 30/03/2021 - su Inside Over il 30 marzo 2021. Niente Cartabianca per Andrea Scanzi. Il giornalista ed opinionista del Fatto Quotidiano, nonostante la sua presenza fosse stata confermata nel pomeriggio, non ha partecipato questa sera al programma di Rai3 condotto da Bianca Berlinguer: sulla vicenda della vaccinazione di Scanzi, infatti, è stata attivata la Commissione per il Codice Etico della Rai che in queste ore sta valutando se decidere sull'eventuale sospensione del suo contratto con il programma della terza rete. Il giornalista, al centro delle polemiche, aveva raccontato sui social di aver ricevuto una dose di Astrazeneca ad Arezzo come riservista e in qualità di caregiver familiare dei suoi genitori. "Permettetimi una precisazione - ha affermato Bianca Berlinguer, che questa sera ha condotto il programma da casa, dove si trova in isolamento -. A questo talk di Cartabianca avrebbe dovuto partecipare anche Andrea Scanzi, invitato da me in trasmissione e al centro di molte polemiche perché accusato di aver saltato la fila per il vaccino che ha ottenuto con il via libera e l'autorizzazione Asl di riferimento. Lo avevo invitato anche in questa puntata di Cartabianca ma qualche ora fa ho appreso dalle agenzie, qui in isolamento, che la Rai avrebbe investito il Comitato etico di questa scelta, se Scanzi avesse dovuto essere confermato o meno a Cartabianca. A questo punto, per mia responsabilità, per una scelta mia, ho deciso di sospendere la sua partecipazione e ne ho parlato anche con lui, ma io spero di riaverlo con noi presto". Nel frattempo, il "caso Scanzi" continua a far discutere. Secondo il deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, la decisione del Comitato etico della Rai è tardiva: "Dopo oltre 10 giorni dall'emergere del caso vaccino di Scanzi, l'apertura di un fascicolo in Procura, le verifiche della Asl, le inchieste di Non è l'arena e Il Tirreno che hanno smontato la versione data dal giornalista, le critiche trasversali arrivate da giornalisti come il direttore del Corriere Fontana e il direttore del sito del Fatto Gomez, insomma dopo tutto questo alla fine anche la Rai batte un colpo e annuncia l'attivazione del Comitato per il Codice Etico per decidere sul contratto che il giornalista ha con Cartabianca come opinionista a pagamento" sottolinea Anzaldi. "Un'attivazione davvero tardiva - incalza -che ho chiesto più di una settimana fa e che poteva essere effettuata prima di proporre Scanzi saltafila addirittura come modello in prima serata su Rai3, a Cartabianca". "Ora il Comitato Etico - prosegue Anzaldi -si riunisca subito e decida rapidamente, il danno di immagine che il servizio pubblico sta subendo da questa vicenda è gravissimo. Intanto, per rispetto del buonsenso e anche del lavoro del Comitato stesso, tutte le ospitate di Scanzi vengano immediatamente sospese".

Così la Asl ha "scaricato" Scanzi. A far "vacillare" e a porre seri dubbi sulla versione del giornalista del Fatto Quotidiano è stata - fra le altre - l'inchiesta condotta dal programma di La7, Non è l'Arena. Evaristo Giglio, direttore sanitario di Arezzo e intervistato dal programma condotto da Massimo Giletti, ha spiegato che Andrea Scanzi "prima non era mai stato preso in considerazione, perché per quanto mi riguarda si poteva aspettare anche un altro mese o forse un altro anno. Da parte mia non c’è stata assolutamente nessuna forzatura da questo punto di vista. Quando mi chiamò il suo medico io gli dissi che prima di Scanzi ce n’erano tanti altri. Quindi lui poteva aspettare. Ma il medico di base del giornalista gli ha detto che Scanzi avrebbe aspettato, l’importante è che prima o poi fosse stato chiamato al momento opportuno. Ho ricevuto altre telefonate anche dallo stesso Scanzi, evidentemente gli hanno dato il mio numero…Mi ha detto, guardi, non so se il medico le ha accennato la mia situazione, io sono sempre disponibile quando voi potete. E io gli ho risposto che sarebbe passato del tempo, perché abbiamo altre priorità". Anche Antonio D'Urso, direttore generale della Asl Toscana sud est, ha messo in evidenza alcune incongruenze della versione data da Scanzi: "Ha dichiarato di essere un caregiver, come ha fatto anche in alcune interviste in televisione. Il piano nazionale vaccinazione indica come caregiver le persone che sono indicate dalla persona disabile. Gli uffici stanno verificando questo". L'Asl Toscana sud est consegnerà alla procura di Arezzo i risultati di un'ispezione interna relativa alla vicenda. La procura di Arezzo, al momento, ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza indagati e senza ipotesi di reato, per poter espletare una serie di accertamenti.

(ANSA il 30 marzo 2021) La procura di Arezzo riceverà nelle prossime ore dalla Asl Toscana Sud Est i risultati di un'ispezione interna riguardante la vicenda del vaccino Astrazeneca somministrato al giornalista aretino Andrea Scanzi, vicenda che ha assunto ulteriore rilievo dopo la trasmissione "Non è L'Arena" condotta su La 7 da Massimo Giletti in cui è stato intervistato il direttore generale della Asl Toscana Se, Antonio D'Urso. Il direttore D'Urso aveva ricordato come la procedura utilizzata per il vaccino anti Covid a Scanzi, iscrittosi nelle liste dei riservisti come 'caregiver' in una data in cui "la panchina" non era aperta questa categoria, fosse già sotto esame della Asl per un'attenta ispezione interna. Ora, secondo quanto si apprende, le conclusioni della Asl saranno consegnate alla procura di Arezzo che, al momento, ha aperto un fascicolo a modello 45 per espletare una serie di accertamenti ed eventualmente ipotizzare, qualora vi si profilasse, un possibile reato. La documentazione, si apprende ancora da fonti vicine all'inchiesta, sarà esaminata nei prossimi giorni.

Caregiver? Non poteva vaccinarsi. Un asterisco ora incastra Scanzi. Il piano vaccinale è chiaro: i caregiver vaccinati solo se assistono i disabili. Non basta avere genitori "vulnerabili" per ottenere la dose. Giuseppe De Lorenzo - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. L’asterisco, piccolo piccolo, si trova nelle Raccomandazioni ad interim sui gruppi target della vaccinazione anti Covid-19. Si tratta del documento con cui il Ministero della Salute ha aggiornato le priorità sulle categorie da vaccinare: dopo sanitari, Rsa e 80enni, spazio alle “elevate fragilità” e ai 70enni. Cosa c’entra tutto questo con Andrea Scanzi? Semplice: quell’asterisco alle Tabelle 3 e 4 demolisce definitivamente - se ancora ce n’era bisogno - la favola del giornalista caregiver dei genitori vulnerabili. Anche fosse davvero la persona che assiste diligentemente gli avi, infatti, Scanzi non avrebbe comunque diritto ad una dose perché non convive con babbo e mamma. Andiamo con ordine. Come noto il 20 marzo l’opinionista del Fatto annuncia urbi et orbi sulla sua pagina Facebook si essersi fatto iniettare AstraZeneca al Centro Affari di Arezzo. Beato lui. La gente si chiede: come diavolo ha fatto un 47enne cronista a trovare una dose? Sul momento lui la spiega così: a fine giornata, quando c’è il rischio di cestinare il vaccino, “si contattano quelle persone che hanno dato la loro disponibilità a essere vaccinati, laddove però facenti parti di determinate categorie”, nel suo caso “il caregiver familiare in quanto figlio unico di genitori facenti parte della categoria dei fragili”. Convinto di aver fatto del bene al Paese, forse inconsapevole - o forse no - della possibile polemica, Scanzi finisce in un putiferio. Ha scavalcato la fila? Per carità, dice lui: ero solo un “panchinaro”, anche se la lista era “solo verbale”, insomma “tu lo dicevi al tuo medico di base che, se ti reputava idoneo, segnalava il tuo nome al responsabile del piano vaccinale”. E così, mentre gli ottantenni devono ancora finire il giro (la Toscana procede al rallentatore) e i 70enni non hanno visto neppure l’ombra di una dose, lui se ne va nella clinica detox col siero in corpo. Che culo. Ma perché il medico di base l’avrebbe reputato “idoneo”? “Essendo figlio unico ed essendo ritenuto dalla Asl caregiver familiare” (aridaje) e “avendo due genitori nella categoria fragili, avrei comunque potuto vaccinarmi”. Chiaro? Tralasceremo qui la presunzione di essere “ringraziato” da “larga parte degli italiani”. Così come lo scontro con Maria Elena Boschi, la sospensione dai programmi e le robe tipo: “Io sono ricco e loro no”, “io sono caruccio e loro no”, “io ce l’ho fatta e loro no”. Lo stesso dicasi per le telefonate al povero responsabile dell’Usl di Arezzo, cui il nostrissimo ha telefonato direttamente (chi di noi non ha il numero del direttore del distretto?). E lasceremo da parte anche il fatto che la categoria di caregiver gli si addice pochino, come lui stesso alla fine ha ammesso (“sono mio padre e mia madre ad essere i caregiver del sottoscritto, non viceversa”). Concentriamoci invece sul fatto che il fustigatore (degli altri) ha pestato una cacca. E che la pezza è stata peggio del buco. Stando a quanto dichiarato dal direttore dell’Usl Evaristo Giglio, infatti, Scanzi gli è stato segnalato come possibile panchinaro dal medico di base giustificando il diritto con le patologie dei genitori. L’Usl ne ha preso atto e, senza verificare oltre, l’ha iscritto a piè di lista. Bene. Magari la forzatura l’ha fatta il medico curante, magari l’Usl ha sbagliato qualcosa, non lo sappiamo. Fatto sta che in base al piano vaccinale italiano - caregiver o meno - Scanzi non avrebbe dovuto avere diritto di accedere alla panchina. A Cartabianca, dopo aver detto che non avrebbe reso nota la cartella clinica dei genitori, Scanzi ha rivelato le patologie di cui sono affetti i suoi cari. Non le ripeteremo, per rispetto della privacy. Però abbiamo controllato: effettivamente babbo e mamma rientrano nella tabella delle “persone estremamente vulnerabili”, diventate con le ultime raccomandazioni la “categoria 1” cui dedicare gli sforzi vaccinali. Il 10 marzo infatti il ministero della Salute ha rivisto le priorità sulle vaccinazioni decidendo di dare la precedenza, nell’ordine, a: 1) elevate fragilità (persone estremamente vulnerabili e disabilità grave); 2) persone di età compresa tra i 70 e i 79 anni; 3) 60enni; 4) persone con comorbidità; 5) resto della popolazione. E i caregiver? Ecco il punto: per buona parte delle patologie che fanno rientrare tra i “vulnerabili”, il Piano (così come la Regione Toscana) prevede l’inoculazione solo ed esclusivamente per il malato. Altre malattie invece permettono di allargare la somministrazione, ma solo “ai conviventi”. L’asterisco si trova su 7 delle 30 patologie totali. Ci sono pure quelle dei genitori di Scanzi? Poco importa. Intanto perché Scanzi non convive più con loro (grazie a Dio). Secondo perché il caregiver in questa tabella non è proprio nominato. Appare solo poco più sotto, alla tabella 4, in cui si indicano le disabilità gravi (fisica, sensoriale, intellettiva e psichica): solo in questi casi, definiti ai sensi della legge 104/1992, occorre “vaccinare familiari conviventi e caregiver che forniscono assistenza continuativa in forma gratuita o a contratto”. Stando a quanto da lui detto a Cartabianca e scritto sui post, non pare i suoi genitori rientrino in questa categoria. E comunque visti i tanti impegni non sembra che lui fornisca assistenza "continuativa".

Ps: Scanzi poteva iscriversi alla panchina senza rientrare nella categoria di convivente o caregiver? No. Lo spiega una nota dell'Usl Toscana Sud Est consegnata al Riformista (leggi qui) e anche il portale della Regione: "Per iscriversi è necessario entrare sul portale di prenotazione nella categoria di appartenenza". Se non sei convivente di un "vulnerabile" o caregiver di un disabile non puoi farlo.

In Toscana è bufera sui vaccini. E ora il caso finisce in procura. Marco Curcio, consigliere comunale della Lega di Prato, ha fatto un esposto per far luce sulle 80mila dosi di vaccino "fantasma" al personale sanitario. Francesca Galici - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. La campagna vaccinale in Toscana è nel caos. Dopo il caso di Andrea Scanzi e il servizio di Piazzapulita sulle vaccinazioni al personale del settore giudiziario, compresi i praticanti che per la maggior parte non raggiungono i 30 anni di età, e il ritardo sulle vaccinazioni agli over 80, potrebbe aggiungersi un'altra grana per l'amministrazione di Eugenio Giani. Il consigliere comunale di Prato in quota Lega, Marco Curcio, ha presentato un esposto presso la procura della Repubblica di Prato per fare luce sulle vaccinazioni al personale sanitario della regione, dopo la diffusione dei dati della campagna vaccinale. La questione dei "vaccini fantasma" per quanto riguarda il personale socio-sanitario è stata aperta da qualche giorno alla luce dei numeri che non corrisponderebbero. Come spiega Marco Curcio, infatti, dati Istat alla mano sono poco più di 70mila gli impiegati inquadrati come personale socio-sanitario. Eppure nei dati delle vaccinazioni risultano somministrate più di 230mila dosi a soggetti appartenenti a queste categorie. "Serve fare luce su una questione che riguarda oltre 80mila dosi di vaccino che non si sa perché sono andati ad alcuni cittadini e non invece a persone veramente fragili, come ad esempio agli over-80 per i quali la Toscana arranca nelle ultime posizioni in Italia", ha detto il leghista. Per il consigliere di Prato, i numeri in eccesso potrebbero riferirsi al personale amministrativo, "quindi non a contatto con i pazienti". Se così fosse, "si tratterebbe di assumersi la responsabilità di questa scelta che non ha messo i più fragili davanti a tutti". Marco Curcio, quindi, si rivolge al governatore della Regione Toscana: "Non si tratta di accusare qualcuno in particolare, ma nessuno meglio del presidente della Regione, Eugenio Giani, potrebbe dare una risposta ai cittadini toscani che stanno ancora aspettando". Proprio per questa ragione, il consigliere ha deciso di agire per fare luce: "Siccome a presentare interrogazioni e altri atti in Comune spesso rispondono che i dati non sono in loro possesso, che la competenza non è comunale e così via, vorrà dire che sarà la Procura a fare luce su questa vicenda". Il consigliere si è presentato nella locale caserma dei Carabinieri, "per illustrare i fatti di cui siamo stati informati a mezzo stampa senza alcuna contro-risposta della Regione". "Le persone anziane, o i fragilissimi, o i malati che stanno ancora aspettando hanno diritto di sapere non solo quando sarà il loro turno, ma anche perché qualcuno gli sarebbe passato avanti e perché questo sarebbe stato consentito da una scelta politica della Regione", ha concluso Marco Curcio.

Rai: caso Scanzi, attivato il Comitato per il Codice etico. (ANSA il 30 marzo 2021) La Rai - a quanto si apprende - ha attivato il Comitato per il Codice Etico per valutare il caso di Andrea Scanzi, dopo le polemiche sulla somministrazione del vaccino al giornalista del Fatto quotidiano, opinionista di Cartabianca su Rai3, che ha raccontato sui social di aver ricevuto una dose di Astrazeneca ad Arezzo come "riservista" e in qualità di "caregiver" familiare dei suoi genitori. Intanto la procura di Arezzo - che ha aperto un fascicolo conoscitivo, senza ipotesi di reato - ricevera' nelle prossime ore dalla Asl Toscana Sud Est i risultati di un'ispezione interna sulla vicenda.

(Adnkronos il 30 marzo 2021) - L'avvicinarsi del weekend di Pasqua, con l'Italia in zona rossa, gli spostamenti consentiti solo all'estero, i vaccini: saranno questi alcuni delgi argomenti della puntata di stasera di #cartabianca, in onda alle 21.20 su Rai3. Ospiti di Bianca Berlinguer Pier Luigi Bersani, Articolo uno, Massimo Galli, direttore Malattie infettive Ospedale Sacco di Milano, Matteo Bassetti, direttore Clinica Malattie infettive Ospedale San Martino di Genova, Simona Ventura, Paolo Mieli, giornalista e scrittore, Andrea Scanzi, Il Fatto Quotidiano, Maurizio Belpietro, direttore La Verità e Panorama, Roberta Villa, giornalista scientifica, Federico Rampini, La Repubblica, Silvia Avallone, scrittrice, Michele Mirabella, conduttore di Elisir, Mara Maionchi ed Enrico Lucci.

(Adnkronos il 30 marzo 2021) - La Asl Toscana Sud Est, tramite il direttore generale Antonio D'Urso, consegnerà nelle prossime ore alla procura di Arezzo i risultati dell'ispezione interna relativa alla vicenda del vaccino AstraZeneca somministrato al giornalista aretino Andrea Scanzi, avvenuta nel pomeriggio del 19 marzo all'hub vaccinale allestito al Centro Affari e Fiere di Arezzo. Il 22 marzo il procuratore Roberto Rossi ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza indagati e senza ipotesi di reato, per poter espletare una serie di accertamenti sul caso Scanzi. Gli ultimi passi della verifica interna all'operato dell'azienda sanitaria hanno riguardato il ruolo di Scanzi come carigiver, ovvero come assistente designato della madre malata e bisognosa di cure in base alla legge 104. Intanto, il direttore dell'Asl Toscana sud est, Antonio D'Urso, intervistato per la trasmissione 'Non è l'Arena' su La 7, ha ricordato come la procedura utilizzata per il vaccino anti Covid a Scanzi, iscrittosi nelle liste dei riservisti come caregiver in una data in cui "la panchina" non era aperta per quella categoria, fosse già sotto esame della Asl per un'attenta ispezione interna.

Il direttore del Corriere fulmina Andrea Scanzi. Fontana lo stende con due parole. Da iltempo.it il 30 marzo 2021. Sempre più indifendibile. Nessuno è più dalla parte di Andrea Scanzi, il giornalista del Fatto quotidiano che è riuscito a ricevere i vaccino anti-Covid come "riservista" in una lista non ufficiale - lo sarebbe stato dopo qualche giorno - in Toscana affermando tra l'altro di averne diritto in quanto caregiver dei genitori. A fulminare il giornalista e opinionista tv arriva un pezzo da novanta del giornalismo made in Italy, ovvero il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana. "Cosa penso del 'caso Scanzi'? Non ho parole. Uno, per aver cercato di farlo; due per averlo usato come una sorta di arma mediatica da pubblicizzare". Due schioppettate da via Solferino sono quelle pronunciate da Fontana a Un giorno da pecora, il programma di Radio 1 Rai condotto da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro oggi lunedì 29 marzo. Ma cosa ha sbagliato Scanzi? "È una cosa che non fa bene alla professione” commenta Fontana. Scanzi però sostiene di essersi iscritto ad una sorta di lista di 'panchinari', precisano i conduttori. “Non lo so, questa panchina non la conosco. Non so come si fa e la stragrande maggioranza delle persone non lo sanno. Comunque era una panchina un po' strana, fatta su un foglio... lasciamo stare”.  Il direttore del Corriere stende così un velo pietoso. Poi Fontana ha rivelato di esser stato querelato da Matteo Renzi. Più precisamente "per un'inchiesta sulla fondazione Open, mi è arrivata a casa una richiesta di risarcimento danni di 200mila euro. Aspettiamo la causa, speriamo bene, io sono abbastanza sicuro di quanto abbiamo scritto, non ho molto da temere. Renzi però ha querelato a raffica”. Cosa intende dire? “Un giorno mi ha chiamato e gli ho detto che mi era appena arrivata la querela. E lui mi ha risposto: 'l'ho mandata anche a te? Evidentemente ne aveva fatte a tanti altri su quella inchiesta che non si ricordava”, ha spiegato il direttore a Un Giorno da Pecora.

Il Fatto garantista con Scanzi. La goffa difesa di Travaglio: "Ha solo parlato troppo". Francesco Maria Del Vigo - Mer, 31/03/2021 - su Il Giornale. Alla fine, dopo giorni e giorni di polemiche su tutti i quotidiani nazionali, i siti web, i social, le tv, le radio e qualunque mezzo di comunicazione possibile, anche il Fatto Quotidiano si è occupato di Andrea Scanzi nel suo ultimo ruolo di «panchinaro del vaccino». In realtà, indirettamente, il quotidiano di Travaglio se ne era già occupato. Ma senza fare nome e cognome. Perfidia massima. Perché, nel caso di Scanzi non è un favore, ma la maggior violenza che gli si possa infliggere. Cinzia Monteverdi, ad della società editrice del quotidiano, lo scorso 26 marzo aveva infatti firmato un lungo articolo nel quale denunciava il malfunzionamento delle vaccinazioni in Toscana: sua madre, ottantenne e disabile, senza siero mentre giovani quarantenni lo avevano già ricevuto. Non serviva un raffinato investigatore per capire a chi fosse indirizzata la pubblica reprimenda. Ieri si è mosso direttamente Travaglio, rispondendo alla mail di un lettore infastidito dal presunto scippo di vaccino. Il direttore del Fatto, facendo un insolito sforzo di garantismo, difende (stancamente) Scanzi. Certo, lui non lo avrebbe mai fatto, ma in fondo il giornalista - sostiene Travaglio - ha rispettato le famose linee guida di Figliuolo. Opinabile, ma se ne occuperà la Asl che sta indagando sul caso. Nel frattempo, dopo essere stato oscurato da La7 ora il giornalista è sotto la lente della Rai che ha attivato la Commissione per il codice etico. Ma per Travaglio è tutto normale: «Semmai Andrea ha poi esagerato con la profluvie di parole usate per difendersi sui social e in tv, arrivando a dire che tutti dovrebbero ringraziarlo come testimonial anti No Vax e che era il caregiver dei genitori. Ma non ha saltato alcuna fila e non rubato alcuna fiala. Insomma troppo rumore per troppo poco, anche se a quel rumore a contribuito anche lui». Quindi, per il neo garantista Travaglio, sbandierare ai quattro venti una scusa traballante (Scanzi si è autoproclamato caregiver dei genitori, non lo ha mai dimostrato) è un peccato veniale, aver tempestato di telefonate il suo medico e pure il direttore della Asl di Arezzo pietendo un vaccino prima degli altri è tollerabile, perché «Scanzi è un ipocondriaco terrorizzato dal Covid» e l'unica colpa del povero Andrea è «aver parlato troppo». Che, in sostanza, significa aver parlato: perché è stato il giornalista stesso, raggiungendo l'acme della tronfiaggine, ad aver raccontato in mondovisione la sua furbata. La morale è semplicissima: hai fatto un gran casino, almeno potevi stare zitto. Travaglio consiglia a Scanzi l'omertà. Il cortocircuito è perfetto.

La polemica sul vaccino. Per Travaglio e Gomez Scanzi non ha violato la legge, Anzaldi: “E allora perché la procura ha aperto un fascicolo?” Luigi Ragno su Il Riformista il 30 Marzo 2021. Non si placa la polemica sul vaccino di Andrea Scanzi. Il giornalista del Fatto Quotidiano, infatti, è stato criticato da Peter Gomez, mentre è stato difeso da Marco Travaglio. Se Gomez in una intervista a MowMag.it ha detto che “Ci sono cose che la legge consente di fare e Andrea mi pare abbia seguito la legge, fino a prova contraria, ma non per forza sei tenuto a farle“. Travaglio si è lanciato a spada tratta a difesa del suo editorialista con un post su Facebook: “Scanzi non ha saltato file né rubato fiale: ha solo parlato troppo“. Entrambi, partendo da punti di vista differenti, dicono che Scanzi non ha fatto nulla di illecito. E allora, si chiede il deputato di Italia Viva Michele Anzaldi, se era consentito dalla legge “perché la procura di Arezzo ha aperto un fascicolo? Evidentemente non è vero che la legge glielo permette…“. Inoltre Anzaldi sottolinea che “Se anche fosse consentito dalla legge, cosa vuol dire? Ad esempio anche per i furbetti dell’Inps la legge prevedeva che potevano richiedere il bonus, ma sono stati giustamente criticati dall’opinione pubblica e principalmente dal Fatto Quotidiano. Ed era una cosa stra-legale. Come mai ora il Fatto Quotidiano con Travaglio giustifica Scanzi?“. Anzaldi conclude: “La vera emergenza è tutelare le fasce deboli, cioè gli anziani e quindi i genitori di Scanzi, non Scanzi stesso“.

Caro Anzaldi, si è garantisti anche con i “nemici” come Scanzi. La campagna dei renziani è andata in porto: Andrea Scanzi è stato cancellato da tutte trasmissioni tv del "regno". Ma non si è garantisti a giorni alterni. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 31 marzo 2021. E così Andrea Scanzi è stato cancellato da tutti gli schermi del regno. Dopo La7 anche Rai3 ha infatti sospeso la collaborazione con il giornalista che avrebbe “saltato la fila” per ottenere di straforo la sua dose di vaccino AtraZeneca. Sarà contento Michele Anzaldi che fino a ieri invocava purghe e provvedimenti esemplari nei confronti del reprobo. E sarà contenta Maria Elena Boschi che si chiedeva indignata come mai gli italiani «dovrebbero pagare il canone per ascoltare un bugiardo come Scanzi?». Un bel capovolgimento, non c’è che dire: i renziani sul pulpito giustizialista e i nipotini di Marco Travaglio travolti dalla pubblica gogna. Fa impressione constatare con quanta naturalezza e con quanto zelo gli animatori di Italia Viva siano passati dal banco degli imputati a quello dell’accusa. Pensate alle parole dell’ex ministra Boschi che per anni ha subito le contumelie, l’ironia da caserma e le allusioni sessiste del Fatto Quotidiano e che ora si ritrova a scimmiottare gli stessi cliché populisti. E fanno ancora più impressione le frasi del segretario della Commissione di viglilanza Anzaldi, per il quale Scanzi non soltanto ha violato il codice etico della Rai ma ha senza dubbio infranto la legge «altrimenti la procura di Arezzo non avrebbe aperto un fascicolo » (sic). Ma non erano gli stessi Boschi e Anzaldi che, quando i grillini e i loro organi di informazione randellavano Matteo Renzi per l’inchiesta Consip o per le vicende giudiziarie del padre Tiziano, parlavano scandalizzati di presunzione di innocenza?Questa grottesca vicenda è rivelatrice della doppia morale e del garantismo straccione che alberga nella nostra vita politica. Basta un colpo di vento e ti ritrovi dall’altra parte della barricata a bullizzare il nemico. Proprio come farebbe uno Scanzi qualunque.

Salviamo il soldato Scanzi dai linciaggi alla…Scanzi. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 30 marzo 2021. Così l’influencer Andrea Scanzi avrebbe “saltato la fila”, aggiudicandosi la sua bella dose di vaccino AstraZenaca alla Asl di Arezzo. Lo ha fatto prima di altre persone che ne avevano diritto, dichiarandosi caregiver dei familiari anziani e vulnerabili. Una “paraculata”, come si dice sulle sponde del Tevere, che però ha scatenato un linciaggio mediatico ai limiti del ridicolo. La trasmissione Non è l’Arena dell’aspirante pm Massimo Giletti gli ha addirittura consacrato un’inchiesta giornalistica poche ore dopo che La7 aveva annunciato la sospensione della sua collaborazione. Incalzato da Giletti, il deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai Michele Anzaldi chiede che Scanzi venga cacciato anche dalla tv pubblica per indegnità. Sulla vicenda si stia muovendo anche la procura di Arezzo che ha aperto un fascicolo. Chissà per scoprire quali misteriosi risvolti. Sembra davvero un Paese di esaltati, una comunità che ha smarrito il senso della misura e che annega ogni opinione nel giustizialismo mitomane, un Paese in cui l’umore dei social detta l’agenda quotidiana dell’indignazione. E che adora sbattere nella polvere coloro che fino al giorno precedente esaltava come eroi. Scanzi, per impiegare il suo stesso petulante lessico, ha fatto il “furbetto”, proprio come fanno milioni di italiani che ogni giorno “saltano la fila”, perché se “uno vale uno” non si vede per quale motivo i vip di ogni risma dovrebbero comportarsi diversamente dal cittadino x. E per la prima volta si è ritrovato dall’altra parte della barricata subendo le valanghe di fango populista che normalmente, lui e il suo giornale da oltre un decennio riservano ai nemici politici. Persino il suo maestro e direttore Marco Travaglio lo ha difeso con la freddezza di una serpe, spiegando che “Andrea è un ipocondriaco terrorizzato dal Covid”, ma sottolineando poi che lui un gesto così inopportuno non lo avrebbe “mai fatto”. Auguriamo al buon Scanzi di tornare presto sugli schermi de La7 e di continuare le sue ospitate in Rai. Con un suggerimento: si preoccupi meno degli avversari e faccia più attenzione alle coltellate degli amici.

Andrea Minuz per “il Foglio” il 4 aprile 2021. Non ci piacciono i suoi pamphlet. Le copertine grossolane, troppo colorate, gli orrendi acronimi nel titolo: “Salvimaio”, “Renzusconi”. Peggio che “apericena”. Non ci piacciono i suoi articoli, i suoi editoriali, le sue dirette social, i collegamenti a “Otto e mezzo”, immortalato tra Mark Knopfler e Clint Eastwood, davanti al pannellone del Fatto Quotidiano. Non ci piacciono i suoi spettacoli teatrali tratti dai suoi libri, con Scanzi in penombra e in calzamaglia, lo sguardo ispirato e il microfono ad archetto. Di Scanzi, non ci piace quasi nulla. Soprattutto non ci piace e non ci è mai piaciuto il “Metodo Scanzi”. La denuncia facile, il fango gratuito, il moralismo becero, una visione della politica da rappresentate d’istituto col “chiodo” e la kefiah. Ma la “cancel culture” applicata a Scanzi, come fosse un Mozart o uno Shakespeare qualsiasi bandito dalle Università, non ci va proprio giù. Scanzi sospeso dalla tv italiana, in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’Ema, del Comitato per il Codice Etico della Rai (ma che cos’è?), della Asl Toscana Sud Est, del Tar del Lazio, della Procura di Arezzo e probabilmente di quella di Trani non è certo un bello spettacolo. Non c’è neanche motivo di scomodare il “garantismo”. Sarebbe bastato ospitarlo la volta scorsa con un minimo di contraddittorio, anziché mandarlo in onda in un monologo senza interruzioni, per poi cancellarlo nella puntata successiva, come hanno fatto a “CartaBianca”. Sarebbe bastato percularlo a dovere in quell’occasione. Mettersi a ridere di fronte quell’autodifesa scellerata e allo stesso tempo meravigliosa. Dargli una pacca sulla spalla. Ora ci toccano invece pure le “inchieste” di Giletti e gli editoriali complottisti sull’opinionista scomodo, al centro di un “Arezzogate” e un regolamento di conti tutto toscano. Che Scanzi torni subito in tv, quindi. Che sia da esempio e dia testimonianza, nel gran teatro dei talk-show, dello scarto tra Paese Reale e Paese Legale. Che si faccia difendere da Travaglio, che spiega come Scanzi sia stato vittima della sua ipocondria, e gli ipocondriaci, si sa, sono capaci di tutto. Anche di scrivere “ho le chat private che comprovano ogni cosa che dico”.  D’altro canto, considerate voi se questo è un “caregiver”. Che lavora nel Fatto. Che non conosce pace, che lotta per mezzo like ogni giorno sui social. Che si autoproclama testimonial per AstraZeneca e AstraZeneca cambia subito nome. Che si immola per la Patria nell’ora più buia e la Patria in tutta risposta gli scatena contro le Asl, le procure e il Comitato Etico della Rai, qualunque cosa esso sia. No, non può essere. Scanzi ce lo meritiamo eccome. E ce lo teniamo così.

Roberto Vivaldelli per ilgiornale.it il 31 marzo 2021. Niente Cartabianca per Andrea Scanzi. Il giornalista ed opinionista del Fatto Quotidiano, nonostante la sua presenza fosse stata confermata nel pomeriggio, non ha partecipato questa sera al programma di Rai3 condotto da Bianca Berlinguer: sulla vicenda della vaccinazione di Scanzi, infatti, è stata attivata la Commissione per il Codice Etico della Rai che in queste ore sta valutando se decidere sull'eventuale sospensione del suo contratto con il programma della terza rete. Il giornalista, al centro delle polemiche, aveva raccontato sui social di aver ricevuto una dose di Astrazeneca ad Arezzo come riservista e in qualità di caregiver familiare dei suoi genitori.  "Permettetimi una precisazione - ha affermato Bianca Berlinguer, che questa sera ha condotto il programma da casa, dove si trova in isolamento -. A questo talk di Cartabianca avrebbe dovuto partecipare anche Andrea Scanzi, invitato da me in trasmissione e al centro di molte polemiche perché accusato di aver saltato la fila per il vaccino che ha ottenuto con il via libera e l'autorizzazione Asl di riferimento. Lo avevo invitato anche in questa puntata di Cartabianca ma qualche ora fa ho appreso dalle agenzie, qui in isolamento, che la Rai avrebbe investito il Comitato etico di questa scelta, se Scanzi avesse dovuto essere confermato o meno a Cartabianca. A questo punto, per mia responsabilità, per una scelta mia, ho deciso di sospendere la sua partecipazione e ne ho parlato anche con lui, ma io spero di riaverlo con noi presto". Nel frattempo, il "caso Scanzi" continua a far discutere. Secondo il deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, la decisione del Comitato etico della Rai è tardiva: "Dopo oltre 10 giorni dall'emergere del caso vaccino di Scanzi, l'apertura di un fascicolo in Procura, le verifiche della Asl, le inchieste di Non è l'arena e Il Tirreno che hanno smontato la versione data dal giornalista, le critiche trasversali arrivate da giornalisti come il direttore del Corriere Fontana e il direttore del sito del Fatto Gomez, insomma dopo tutto questo alla fine anche la Rai batte un colpo e annuncia l'attivazione del Comitato per il Codice Etico per decidere sul contratto che il giornalista ha con Cartabianca come opinionista a pagamento" sottolinea Anzaldi. "Un'attivazione davvero tardiva - incalza -che ho chiesto più di una settimana fa e che poteva essere effettuata prima di proporre Scanzi saltafila addirittura come modello in prima serata su Rai3, a Cartabianca". "Ora il Comitato Etico - prosegue Anzaldi -si riunisca subito e decida rapidamente, il danno di immagine che il servizio pubblico sta subendo da questa vicenda è gravissimo. Intanto, per rispetto del buonsenso e anche del lavoro del Comitato stesso, tutte le ospitate di Scanzi vengano immediatamente sospese".

Da leggo.it il 31 marzo 2021. Il caso Andrea Scanzi va avanti e si arricchisce anche di un botta e risposta tra Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, e il papà del giornalista Luciano Scanzi, conosciuto su Facebook col nome di "Orso Grigio". La vicenda è relativa al vaccino Astrazeneca somministrato al giornalista aretino iscritto a una presunta lista di "riservisti" che ha assunto ulteriore rilievo dopo la trasmissione "Non è L'Arena" condotta su La 7 da Massimo Giletti in cui è stato intervistato il direttore generale della Asl Toscana Se, Antonio D'Urso. «Grazie a indiscrezioni raccolte dalle agenzie di stampa abbiamo appreso che la Rai, dopo giorni di silenzio, sta effettuando approfondimenti sul caso Scanzi. Quanto durano? I cittadini che pagano il canone quanto devono ancora aspettare prima di veder rispettato il Codice Etico?». Sotto a questo post pubblicato da Michele Anzaldi sono arrivate le risposte polemiche del papà di Andrea Scanzi. «E dimmi, di quale codice etico parli, lo stesso di Renzi?», commenta Luciano Scanzi che poi insiste e aggiunge: «Davvero non hai di meglio da scrivere che la stessa cosa da una settimana, peraltro con un seguito in linea col partito che rappresenti?».

Da video.corriere.it il 31 marzo 2021. «Avevo invitato Andrea Scanzi in trasmissione. Come sapete, è finito al centro delle polemiche per aver ricevuto il vaccino saltando la fila, era una sua richiesta accolta dalla Asl di riferimento. Lo avevo invitato anche in questa puntata, è stato tutto l’anno con noi. Ma stando in isolamento, ho appreso che la Rai - non ne sapevo nulla - avrebbe investito il Comitato etico della scelta di vedere se poteva essere confermato o no nella trasmissione. Per mia responsabilità, per mia scelta, ho deciso di sospendere la sua partecipazione a questa puntata, ne ho parlato anche con lui. Ma spero di riaverlo con noi presto a Cartabianca»: così Berlinguer in diretta su Rai Tre. Il giornalista, lo scorso 19 marzo, si era recato all’hub vaccinale allestito al Centro Affari e Fiere di Arezzo, facendosi vaccinare con una dose AstraZeneca presentandosi come `riservista´ e in qualità di `caregiver´ familiare , prima di molte altre persone che ne avevano diritto. Da qui sono scaturite numerose polemiche.

Dagonews il 31 marzo 2021. Come mai la Rai ha impiegato così tanto tempo per sospendere il contratto di Andrea Scanzi dopo le infuocate polemiche sulla sua vaccinazione "anticipata"? Perché Raitre, dove il "caregiver di se stesso" pascola in zona "Cartabianca", è presidiata dal direttore para-grillino Franco Di Mare. Ma allora perché si è scomodato persino il misterioso e impalpabile "Comitato etico"? Perché qualcuno nel Pd, molto vicino a Enrico Letta, ha fatto presente a Di Mare che il comportamento di Scanzi, cordialmente detestato al Nazareno, è stato "inqualificabile". E' il remake, a parti politiche inverse, di quel che accadde con Mauro Corona dopo l'insulto ("Stai zitta, gallina!") rivolto a Bianca Berlinguer. Lo scrittore-montanaro fu sospeso dopo che una furibonda esponente apicale del Movimento Cinquestelle prese per le recchie Di Mare e lo sgrullo' da capo a piedi chiedendo la testa di Corona. E Bianca Berlinguer? Subisce e patisce. Ma da perfetta zarina quale è stata, si agita e smania, rivelando la mai sopita ambizione di spadroneggiare in casa sua (come ai tempi del Tg3). Per non fare la figura di palta di quella che tace e incassa, ha fatto credere ai telespettatori che ci fosse il suo zampino dietro lo stop a Scanzi ("Ho deciso di sospendere la sua partecipazione a 'Cartabianca'"). A proposito di Rai: che idee ha Enrico Letta per la tv pubblica? Non ha ancora preso il mano il dossier ma è molto convinto della necessità di valorizzare gli "interni" (come Andreatta e Del Brocco). per i ruoli di vertice.

Andrea Scanzi, bomba di Dagospia: "Chi ha spinto per cacciarlo da Rai e CartaBianca". Il nome: ferocissima vendetta politica? Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. “Come mai la Rai ha impiegato così tanto tempo per sospendere il contratto di Andrea Scanzi dopo le infuocate polemiche sulla vaccinazione "anticipata"?”. Se lo chiede Dagospia, che si risponde anche da solo alla marzulliana maniera. “Perché Rai 3, dove il "caregiver di se stesso" pascola in zona Cartabianca, è presidiata dal direttore para-grillino Franco Di Mare”. Non a caso il giornalista del Fatto Quotidiano è stato un ospite fisso di Bianca Berlinguer per tutto l’anno, almeno fino a quando non è intervenuto il Comitato etico della Rai. Il quale in realtà ancora non aveva deciso se Scanzi poteva essere confermato o no nella trasmissione. A giocare d’anticipo è stata proprio la Berlinguer: “Per mia responsabilità, per mia scelta, ho deciso di sospendere la sua partecipazione a questa puntata, ne ho parlato anche con lui. Ma spero di riaverlo con noi presto”. Sempre secondo Dagospia il Comitato etico si è scomodato perché “qualcuno nel Pd, molto vicino a Enrico Letta, ha fatto presente a Di Mare che il comportamento di Scanzi, cordialmente detestato al Nazareno, è stato ‘inqualificabile’”. In pratica si tratterebbe del remake, a parti politiche inverse, di quel che è accaduto con Mauro Corona dopo l’insulto rivolto alla Berlinguer (“Stai zitta, gallina”): “Lo scrittore-montanaro - si legge su Dagospia - fu sospeso dopo che una furibonda esponente apicale del Movimento Cinquestelle prese per le recchie Di Mare e lo grullo da capo a piedi chiedendo la testa di Corona”. 

Andrea Scanzi, la peculiare difesa di Marco Travaglio: "Il vaccino? Ipocondriaco e terrorizzato. Ma ha sbagliato a parlare troppo". Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. A correre in soccorso di Andrea Scanzi, silurato ormai da tutti i programmi televisivi, Marco Travaglio. Il Fatto Quotidiano dopo settimane di bufera si è deciso a parlare del giornalista che scrive proprio per le sue stesse colonne. Nonché l'uomo che indisturbato - fino a poco fa - si è fatto somministrare una dose di vaccino contro il Covid senza averne i requisiti. Questa è la cronaca raccontata dalla Asl di Arezzo, perché quella raccontata dal direttore del Fatto Quotidiano è ben diversa. "Semmai Andrea ha poi esagerato con la profluvie di parole usate per difendersi sui social e in tv, arrivando a dire che tutti dovrebbero ringraziarlo come testimonial anti No Vax e che era il caregiver dei genitori. Ma non ha saltato alcuna fila e non rubato alcuna fiala. Insomma troppo rumore per troppo poco, anche se a quel rumore a contribuito anche lui". è il commento di Travaglio che dimentica le linee guida imposte dal governo e ribadite dall'azienda sanitaria locale della Toscana Sud Est. "La panchina vaccinale è riservata alle persone che già adesso possono vaccinarsi con AstraZeneca - si legge nella nota firmata dal direttore Evaristo Giglio -. E cioè: personale docente e non docente; forze dell’ordine e forze armate; persone nate tra il 1941 ( che non abbiano ancora compiuto 80 anni) e il 1950; conviventi e caregivers delle persone estremamente vulnerabili individuate dal Piano Nazionale Vaccini del 10 Marzo 2021". Una "scusa traballante" la definisce il Giornale che su Travaglio non ci va per il leggero: "È un peccato veniale, aver tempestato di telefonate il suo medico e pure il direttore della Asl di Arezzo pietendo un vaccino prima degli altri è tollerabile, perché 'Scanzi è un ipocondriaco terrorizzato dal Covid' e l'unica colpa del povero Andrea è 'aver parlato troppo'". Il tutto si racchiude per il quotidiano di Sallusti in un semplice consiglio che Travaglio avrebbe dato al suo figliol prodigo: "Hai fatto un gran casino, almeno potevi stare zitto. Travaglio consiglia a Scanzi l'omertà. Il cortocircuito è perfetto". 

Dal "Fatto quotidiano" il 31 marzo 2021. Il Comitato Etico della Rai "valuta una sospensione" per Andrea Scanzi su Rai3. Con tutto quel che si vede in tv, la vera notizia è che la Rai ha un Comitato Etico.

Francesco Maria Del Vigo per "il Giornale" il 31 marzo 2021. Alla fine, dopo giorni e giorni di polemiche su tutti i quotidiani nazionali, i siti web, i social, le tv, le radio e qualunque mezzo di comunicazione possibile, anche il Fatto Quotidiano si è occupato di Andrea Scanzi nel suo ultimo ruolo di «panchinaro del vaccino». In realtà, indirettamente, il quotidiano di Travaglio se ne era già occupato. Ma senza fare nome e cognome. Perfidia massima. Perché, nel caso di Scanzi non è un favore, ma la maggior violenza che gli si possa infliggere. Cinzia Monteverdi, ad della società editrice del quotidiano, lo scorso 26 marzo aveva infatti firmato un lungo articolo nel quale denunciava il malfunzionamento delle vaccinazioni in Toscana: sua madre, ottantenne e disabile, senza siero mentre giovani quarantenni lo avevano già ricevuto. Non serviva un raffinato investigatore per capire a chi fosse indirizzata la pubblica reprimenda. Ieri si è mosso direttamente Travaglio, rispondendo alla mail di un lettore infastidito dal presunto scippo di vaccino. Il direttore del Fatto, facendo un insolito sforzo di garantismo, difende (stancamente) Scanzi. Certo, lui non lo avrebbe mai fatto, ma in fondo il giornalista - sostiene Travaglio - ha rispettato le famose linee guida di Figliuolo. Opinabile, ma se ne occuperà la Asl che sta indagando sul caso. Nel frattempo, dopo essere stato oscurato da La7 ora il giornalista è sotto la lente della Rai che ha attivato la Commissione per il codice etico. Ma per Travaglio è tutto normale: «Semmai Andrea ha poi esagerato con la profluvie di parole usate per difendersi sui social e in tv, arrivando a dire che tutti dovrebbero ringraziarlo come testimonial anti No Vax e che era il caregiver dei genitori. Ma non ha saltato alcuna fila e non rubato alcuna fiala. Insomma troppo rumore per troppo poco, anche se a quel rumore a contribuito anche lui». Quindi, per il neo garantista Travaglio, sbandierare ai quattro venti una scusa traballante (Scanzi si è autoproclamato caregiver dei genitori, non lo ha mai dimostrato) è un peccato veniale, aver tempestato di telefonate il suo medico e pure il direttore della Asl di Arezzo pietendo un vaccino prima degli altri è tollerabile, perché «Scanzi è un ipocondriaco terrorizzato dal Covid» e l'unica colpa del povero Andrea è «aver parlato troppo». Che, in sostanza, significa aver parlato: perché è stato il giornalista stesso, raggiungendo l'acme della tronfiaggine, ad aver raccontato in mondovisione la sua furbata. La morale è semplicissima: hai fatto un gran casino, almeno potevi stare zitto. Travaglio consiglia a Scanzi l'omertà. Il cortocircuito è perfetto.

Da "la Verità"  l'1 aprile 2021. Dopo la decisione di sospendere Andrea Scanzi dalla puntata di martedì sera di Cartabianca, la conduttrice Bianca Berlinguer ha spiegato durante la trasmissione: «Come sapete è finito al centro delle polemiche per aver ricevuto il vaccino saltando la fila; era una sua richiesta accolta dalla Asl di riferimento. Lo avevo invitato anche in questa puntata, è stato tutto l'anno con noi. Ma stando in isolamento (per un contatto con un positivo, tanto che la trasmissione è andata in onda dalla sua casa, ndr), ho appreso che la Rai, e io non ne sapevo nulla, avrebbe investito il comitato etico della scelta di vedere se poteva essere confermato o no nella trasmissione. Per mia responsabilità, per mia scelta, ho deciso di sospendere la sua partecipazione a questa puntata, ne ho parlato anche con lui. Ma spero di riaverlo con noi presto a Cartabianca». Sulla vicenda del vaccino a Scanzi in qualità di riservista e di cargiver dei suoi genitori, la Procura di Arezzo ha aperto un fascicolo. Sempre sul fronte delle vaccinazioni in Toscana, ieri il governatore Eugenio Giani riguardo ai pazienti fragili ha detto: «Attendiamo l'arrivo dei vaccini Moderna». «Se le persone non hanno ricevuto dalla Asl le telefonate è solo perché ancora siamo incerti sull'arrivo di Moderna, perché doveva arrivare stasera, ma allo stato attuale non ci sono notizie certe». Giani è al centro delle polemiche proprio perché tre dosi di Moderna su quattro sarebbero andate a «operatori non sanitari»: se impiegate in altro modo avrebbero potuto aumentare le coperture delle categorie a rischio.

Aldo Torchiaro per ilriformista.it il 2 aprile 2021. Camera e Senato hanno pubblicato i bandi: da oggi chiunque può far pervenire la propria candidatura per entrare nel Cda Rai. Ma uno non vale uno, a viale Mazzini. Soprattutto tra ospiti e opinionisti ce ne sono alcuni che hanno avuto più spazi di altri, nelle trasmissioni. E giornalisti che hanno ricevuto una regolare rendita da gettone, prelevati direttamente dal canone pagato dai telespettatori per favorire qualcuno in particolare. Il caso è emerso in corrispondenza del contestato vaccino di Andrea Scanzi: il volto più caro ad alcune trasmissioni è stato sospeso, e con questa sospensione decade il beneficio economico sulla cui entità si cerca adesso di fare luce. «Ho chiesto conto alla Rai delle decisioni sul contratto con l’opinionista a pagamento Andrea Scanzi», ci dice il deputato di Iv, Michele Anzaldi. La legge sulla trasparenza vale per tutti ma si infrange sugli scogli di viale Mazzini, da dove il porto delle nebbie impedisce di conoscere l’ammontare degli emolumenti. Del caso è stato investito il Comitato Etico del servizio pubblico. Le promozioni-lampo e le improvvise svolte di carriera di questo finale di partita impongono una presa di posizione forte del Governo, che in queste ore ha attivato un tavolo di crisi vero e proprio, coordinato dal capo di Gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello. Le accuse sono gravi. Anzaldi ha presentato due interrogazioni parlamentari che rimbalzano contro il muro di omertà che sta dietro al celebre Cavallo. La Rai a trazione Cinque Stelle e centrodestra, figlia del primo governo Conte, avrebbe non solo promosso internamente i giornalisti amici (è ormai prassi consolidata) ma valorizzato economicamente alcune figure esterne, sponsorizzate e pagate in quanto firme di testate vicine alla governance. Altra prassi: gli ospiti ricevono un gettone in accordo con le trasmissioni. «Una corresponsione economica che dipende da quante puntate, dall’audience del programma, dalla fascia oraria. Ci sono accordi tra programmi e ospiti», ci dice una fonte riservata dagli uffici che contano. «Gli ospiti fissi concordano un gettone diverso da quelli estemporanei, è chiaro. Perché garantiscono una presenza costante». Ma il caso di Scanzi è diverso. «Non stiamo parlando di gettoni, ma di contratti. Hai un reddito annuale, una certezza. Non è un rimborso per essere passato una sera in tv», precisa Michele Anzaldi, che ha presentato due interrogazioni parlamentari rimaste inesitate. «Avere un contratto come opinionista Rai è la cosa più aleatoria del mondo. Con quale criterio hanno deciso che uno del Fatto Quotidiano, senza selezione alcuna, viene preso sotto contratto per fare le sue sparate pubbliche in prima serata?», si chiede il deputato, membro della Commissione di Vigilanza. Di quali cifre parliamo è il mistero cui nessuno, tantomeno la Vigilanza Rai stessa, riesce a venire a capo. «La mia idea è che si parli di 1500 euro a puntata. Almeno. Ma perché attribuire un contratto da 1500 euro al giorno a un giornalista piuttosto che a un altro? Perché i Cinque Stelle lo hanno indicato?», continua Anzaldi. «Scanzi va in tv a insultare, a dare del cazzaro a questo e a quello, e i contribuenti lo pagano 1500 euro al giorno? Perché il servizio pubblico usa il canone senza alcuna selezione per i giornalisti?». Le domande di Anzaldi finiscono in un buco nero. Facciamo insieme i conti: quattro sole ospitate a settimana valgono seimila euro. Fanno 24 mila euro al mese. Ma a chiederne conferma, nessuno risponde. E dire che un responsabile del procedimento ci sarebbe: gli ospiti vengono decisi dalle Reti, i contratti vengono fatti dalle direzioni, e dei contratti il responsabile si chiama Andrea Sassano, delle Risorse televisive. Ma le trattative sono riservate, negoziali. E vale per tutti i programmi, quando la produzione è interna. L’Azienda ha una crisi di ascolti, una raccolta pubblicitaria difficile, il piano industriale non è partito. Un quadro a tinte fosche, ma si fanno contratti esterni con opinionisti già pagati dalle proprie testate: un bonus extra su cui la declamata Trasparenza (una sezione del sito Rai si chiama così, ma è una vetrina senza niente dentro) fatica a fare luce. Il governo Draghi è al lavoro sul dossier Rai, in vista del cambio dei vertici. Della questione si starebbero occupando il sottosegretario Garofoli, il capo di gabinetto di Palazzo Chigi Funiciello, il direttore generale del Mef Rivera e il ministro Giorgetti. Ma la lottizzazione va avanti a tambur battente e proprio in queste ultime due settimane si sono succedute promozioni fulminee a dir poco singolari. Ci torna su Michele Anzaldi: «La vergogna della Mazzola, nominata direttore Ufficio Studi Rai quando neanche tre anni fa era redattore ordinario, offende non me ma tutti i giornalisti che aspettano anni per fare carriera. È una vergogna, come quella di aver avuto Scanzi sotto contratto solo per insultare i politici a lui avversi, rimarrà agli atti come un abominio della lottizzazione fatto sotto il governo Draghi. Glielo dico perché si sappia che nella storia della Rai, chi un giorno scriverà il libro riporterà come sotto il miglior presidente del Consiglio possibile ci si è fatti fregare da questi qua».

Lettera a Natalia Aspesi, pubblicata dal “Venerdì di Repubblica” il 5 aprile 2021. Mi scusi se le poniamo un quesito di cui un po' ci vergogniamo ma non sappiamo resistere. Secondo lei chi è più in torto tra quello Scanzi orgoglioso di essersi fatto vaccinare senza averne ancora il diritto o la folla di indignati che ha intasato il web per augurargli ogni male?

La risposta di Natalia Aspesi: Io vedevo Otto e mezzo per simpatia verso Lilli Gruber e ho smesso quando ho capito che questo giovanotto sarebbe stato un appuntamento fisso: mi ricordo ancora un suo giacchino di pelle nera piena di catene e le mani con anelli, antipatico anche solo da vedere. Devo avergli portato fortuna perché ormai è una star, un opinionista ricercato, i suoi libri vendono milioni, fondasse un suo partito anziché portar gramo ai poveri pentastellati, batterebbe anche Salvini. Forse questa volta ha osato troppo anche perché, come ha ricordato Aldo Grasso, era di quelli che ritenevano il Covid-19 meno di un raffreddore. Ma il martellare dei talk show ci ha cancellato la memoria e anche il senno. Ammesso che ne valga un pensiero, credo che questo Scanzi possa dire quel che vuole a suo danno, ma sarebbe una bella cosa, per ora impossibile, non tenerne affatto conto.

Dagospia l'8 aprile 2021. Dalla pagina facebook "Orso Grigio" di Luciano Scanzi. E allora: perché non è stata fatta, a livello di comuni, o di asl, di polisportiva o di chi cazzo volete voi, una graduatoria in base a età, categorie e patologie? Un programma così avrebbe potuto farlo e gestirlo chiunque, perfino io me la sarei cavata. E poi, in base a questo, convocare le persone, invece di permettere che ogni Regione mostrasse al mondo la propria incapacità. Come ha fatto la mia adorata Toscana, che ha creato una piattaforma di prenotazione assurda, fatta male e non funzionante che, dopo averti tenuto lì fino a notte inoltrata, a evocare tutti i santi conosciuti e anche quelli non ancora noti, ti buttava fuori con un laconico “la procedura non è andata a buon fine, ma non preoccuparti, non è colpa tua”. Lo so che non è colpa mia, cazzo, e non mi preoccupo per la mia incapacità, ma per la vostra, visto che decidete anche della mia vita. Quella procedura adesso è chiusa e ai pazienti ‘fragili’ è stato comunicato che verranno chiamati direttamente. Ci sono arrivati perfino loro. Dopo tre mesi. E tutta questa nassa, al di là delle motivazioni mediche, ci spiega anche l’etimologia del termine “pazienti”. E voglio dire una cosa anche sulle categorie e sulle priorità. I primi a essere vaccinati dovevano essere i vecchi, poi le categorie più a rischio e i più fragili per patologie o altro, e quindi procedere per età. Non sembrava così difficile, alla luce di quando detto sopra, anche dovendo districarsi fra le varie tipologie di vaccini da utilizzare e su come dovessero essere utilizzate, secondo indicazioni ormai più casuali e statistiche che mediche. Ora, si trattava di decidere chi fossero quelli più a rischio. Bene per gli addetti alle strutture sanitarie, bene per gli addetti alla sicurezza e le forze dell’ordine, e bene anche per gli insegnanti. Ci sarebbe qualche distinguo, ma va bene uguale. C’è però un’altra categoria che è stranamente sfuggita a tutte le classificazioni: gli operatori dei supermercati. Eppure sono quelli che anche nei periodi più rosso-restrittivi sono sempre stati a contatto con chiunque, e quasi sempre senza controlli adeguati. Hanno avuto, e hanno ancora, a che fare con qualsiasi tipo di soggetti, da quelli più ignoranti e strafottenti che facevano come gli pare, a quelli che la mascherina la usavano come sciarpa e comunque facendo bene attenzione che non coprisse il naso, a quelli che magari dovevano stare in quarantena ma non avevano nessuno che gli andasse al supermercato a fare la spesa. E senza mai poter fiatare ne’ lamentarsi, perché si sa, il cliente ha sempre ragione, anche quando è un po’ stronzo. Ma di loro non frega un cazzo a nessuno, a riprova che questo piccolo mondo antico fatto ancora di lavoratori, impiegati e operai, di gente che strappa a fatica il proprio diritto alla vita, è ormai dimenticato, sacrificato sull’altare del Nuovo Mondo di questa fava. Cosa? Chi? I sindacati?

Il papà di Scanzi adesso è una furia: "Vaccini? Graduatoria a livello di chi c... volete voi". Orso Grigio indignato per il sistema di prenotazione della Regione Toscana prende poi le difiese dei dipendenti dei supermercati, esclusi dalle categorie a rischio. Ancora silenzio, però, sul figlio vaccinato a 46 anni. Federico Garau - Gio, 08/04/2021 - su Il Giornale. Luciano Scanzi, alias Orso Grigio, torna a tuonare sulla propria pagina Facebook, lamentandosi questa volta dei ritardi accumulati dalla Regione Toscana nel programma di vaccinazione degli anziani e di tutti quei soggetti considerati categorie a rischio. Una lunga tirata in cui ad essere presi di mira sono il sistema di prenotazione ed il rispetto delle precedenze. "Perché non è stata fatta, a livello di comuni, o di asl, di polisportiva o di chi ca**o volete voi, una graduatoria in base a età, categorie e patologie? Un programma così avrebbe potuto farlo e gestirlo chiunque, perfino io me la sarei cavata", è il duro commento di Luciano Scanzi, che aggiunge: "E poi, in base a questo, convocare le persone, invece di permettere che ogni Regione mostrasse al mondo la propria incapacità". A deludere Orso Grigio è la sua "adorata Toscana", rea di aver creato una piattaforma di prenotazione definita dallo stesso "assurda". "Fatta male e non funzionante", sbotta Scanzi, "che, dopo averti tenuto lì fino a notte inoltrata, a evocare tutti i santi conosciuti e anche quelli non ancora noti, ti buttava fuori con un laconico 'La procedura non è andata a buon fine, ma non preoccuparti, non è colpa tua'". Insomma, Luciano Scanzi torna a lanciare strali, proprio come quando tempo addietro decise di scagliarsi contro i cosiddetti "furbetti del vaccino", andando direttamente a prendersela con il presidente della Regione Campania. "Qui siamo invasi dai De Luca e da tutti gli altri variopinti furbetti se è vero che un terzo delle vaccinazioni sono toccate a gentaglia che non ne aveva diritto ma che è riuscita a imbucarsi al posto di quelli che ce l’avrebbero avuto", aveva commentato Orso Grigio nel suo blog. E ancora: "Io non sono un fanatico dei vaccini, aspetto naturalmente il mio turno come è giusto che sia, ma se ci sono delle regole vanno rispettate, e se ci sono delle priorità vanno definite chiaramente e poi rispettate anche quelle". Eppure, persino questa volta, Luciano Scanzi non dice una parola sulla vicenda del figlio Andrea, riuscito ad aggiudicarsi il vaccino a soli 46 anni. Non proprio una categoria a rischio come quelle da lui menzionate, insomma. Adducendo la giustificazione di aver fatto richiesta di ricevere il siero in quanto "caregiver" dei genitori anziani, il giovane Scanzi era passato addirittura davanti agli 80enni. "I primi a essere vaccinati dovevano essere i vecchi, poi le categorie più a rischio e i più fragili per patologie o altro, e quindi procedere per età", scrive Orso Grigio nel suo sfogo."Non sembrava così difficile. Ora, si trattava di decidere chi fossero quelli più a rischio. Bene per gli addetti alle strutture sanitarie, bene per gli addetti alla sicurezza e le forze dell’ordine, e bene anche per gli insegnanti. Ci sarebbe qualche distinguo, ma va bene uguale. C’è però un’altra categoria che è stranamente sfuggita a tutte le classificazioni: gli operatori dei supermercati". Questi dipendenti, spiega l'uomo, sono costantemente a contatto con le persone, eppure non sono tutelati. "Hanno avuto, e hanno ancora, a che fare con qualsiasi tipo di soggetti, da quelli più ignoranti e strafottenti che facevano come gli pare, a quelli che la mascherina la usavano come sciarpa e comunque facendo bene attenzione che non coprisse il naso", ricorda indignato Orso Grigio. "Ma di loro non frega un ca**o a nessuno, a riprova che questo piccolo mondo antico fatto ancora di lavoratori, impiegati e operai, di gente che strappa a fatica il proprio diritto alla vita, è ormai dimenticato, sacrificato sull’altare del Nuovo Mondo di questa fava". Tutto giustissimo, ma sulla vicenda del figlio ancora nessuna parola.

I numeri dell'abuso di carcere in Italia. Costa più Scanzi in tv che un giorno di ingiusta detenzione. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Aprile 2021. Se nella stessa giornata capita di apprendere che persino nell’anno della pandemia lo Stato italiano ha dovuto risarcire con 46 milioni di euro i danni prodotti da ingiuste detenzioni ed errori giudiziari e nello stesso tempo che l’Italia è pari solo alla Turchia per sovraffollamento nelle carceri, almeno per un giorno sono un po’ tutti obbligati a occuparsene. La notizia c’è. E se si scopre che nel nostro Paese c’è un tasso pari al 120,3% (numero di reclusi ogni 100 posti letto) rispetto ai 115 della Francia piuttosto che ai 102 della Danimarca e che siamo anche primi in Europa per numero di prigionieri che hanno più di 50 anni, sicuramente saranno in molti a dire “poverini” e magari a proporre di costruire più carceri. Perché siamo di cuore grande, anche se dimentichiamo di domandarci come e perché più di 50.000 persone vivano la proprio vita, o una parte di essa, chiuse in una gabbia. Non vogliamo vedere né sapere. E ancor meno vogliamo trovare il bandolo della matassa, quel puntino rosso da cui, un giorno, tutto ha avuto inizio. Il giorno in cui hanno bussato alla tua porta alle sei del mattino e non era il lattaio. Al deputato di Azione, Enrico Costa e ai suoi collaboratori Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone di “errorigiudiziari.com” il merito di aver elaborato e diffuso i numeri della strage. Strage di carcere ingiusto, strage di errori giudiziari. È una piccola porzione del tutto, sono numeri che potremmo tranquillamente raddoppiare o anche decuplicare per avere davvero il polso della nostra quotidiana ingiustizia. Perché questi numeri ci dicono quanto denaro lo Stato ha sborsato per risarcire, tra le tante vittime, quelle che hanno chiesto il risarcimento e tra loro quelle che l’hanno ottenuto. Infatti molti non chiedono, a volte perché non sono informati del proprio diritto o perché, dopo magari dieci anni di tormenti e vessazioni, non hanno proprio più voglia di pensare all’ingiustizia subita, vogliono chiudere gli occhi e cercare di pensare ad altro. Poi ci sono quelli che la domanda la presentano, ma poi la richiesta viene loro respinta, spesso perché nei primi giorni di custodia cautelare, quando si è ancora un po’ stravolti, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere al magistrato. Anche se in seguito vengono assolti, quel primo gesto di rifiuto viene considerato un’insubordinazione, come se uno avesse detto “mi dichiaro prigioniero politico”. Se sei contro lo Stato, lo Stato è contro di te e non riconosce più i tuoi diritti. Occhio per occhio, insomma. I numeri della strage sono spaventosi. Dal 1991 al 2020 lo Stato ha speso 870 milioni di euro per riparare 29.869 casi di detenzione ingiusta o errori giudiziari. Paga lo Stato, ma non i magistrati, perché siamo sempre in attesa dell’araba fenice, una decente legge sulla responsabilità civile delle toghe. Ma è orripilante il fatto che neanche le responsabilità disciplinari vengano mai riconosciute per le ingiuste detenzioni e gli errori giudiziari (ammesso che si tratti sempre di “errori”, ci sono accanimenti che urlano vendetta). Per questo motivo Enrico Costa ha proposto che, ogni volta che sarà riconosciuta l’esistenza di un’ingiusta detenzione, il provvedimento venga inviato automaticamente al titolare dell’azione disciplinare. Sempre se ci fidiamo del Csm “rinnovato” dopo le vicende di Luca Palamara e tutti gli altri. I numeri più agghiaccianti sono nelle Regioni del sud, dove non solo c’è la maggior presenza di criminalità organizzata e maggior esercizio della giurisdizione, ma anche dove si sparge con maggiore facilità l’uso e l’abuso dell’applicazione dei reati associativi, spesso fondati sul nulla, ma utili per arrestare, intercettare e fare conferenze stampa. Il record di risarcimenti è del distretto di Napoli, che da nove anni è nelle posizioni di testa per numero di risarcimenti, 101 soltanto nel 2020 per esempio. Ma la vera strage è quella calabrese, la terra dove invano il procuratore generale Otello Lupacchini, durante la cerimonia di apertura dell’anno del 2019 (la sua ultima, prima di essere “punito” proprio per questo) aveva lanciato l’allarme contro i troppi casi di ingiusta detenzione nel distretto di Catanzaro. Undici mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, partirà l’operazione “Rinascita Scott” del procuratore Gratteri, con centinaia di arresti poi dimezzati da diversi giudici. E proprio il distretto di Catanzaro negli ultimi nove anni ha il record italiano per l’entità dei risarcimenti versati, 51 milioni di euro. E chissà che cosa ci aspetta nei prossimi anni, visto che l’attuale procuratore capo è lì soltanto dal 2016. Il problema è dunque partire da quel puntino rosso che costituisce il bandolo della matassa: perché e come si finisce in carcere quando suonano la mattina e non è il lattaio? Perché tanti magistrati ritengono che la detenzione sia l’unica forma possibile di pena? E ancora: perché in nome di una inesistente obbligatorietà dell’azione penale, tanti pm vanno in cerca del “reo” per attribuirgli in seguito qualche reato? Oggi lo ammette persino Tonino Di Pietro, ma un tempo erano gli stessi magistrati di sinistra a denunciare il fenomeno del “tipo d’autore”. Oggi è silenzio. E dobbiamo accontentarci dei numeri sui risarcimenti. Se pensiamo però di metterci il cuore in pace, visto che comunque nessun magistrato paga mai né in termini di denaro né di sanzione disciplinare, ma comunque qualche risarcimento da parte dello Stato arriva, si sappia che in ogni caso a chi ha sofferto ingiustamente il carcere e lunghi anni di tormenti processuali arrivano solo gli spiccioli. Circa 235 euro per ogni giornata di cella, calcola chi sa fare i conti. Il che significa che la mia libertà vale duecento euro? Il tempo di una vittima innocente vale sei volte meno di una comparsata di Scanzi da 1.500 in un programma Rai? Perché non invertire le cifre, visto che questi spiccioli sono l’unica soddisfazione rimasta per chi è stato vittima?

Scanzi, in Rai tutto tace su vaccino e compenso: “Guadagna 24mila euro per insultare”. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'1 Aprile 2021. Camera e Senato hanno pubblicato i bandi: da oggi chiunque può far pervenire la propria candidatura per entrare nel Cda Rai. Ma uno non vale uno, a viale Mazzini. Soprattutto tra ospiti e opinionisti ce ne sono alcuni che hanno avuto più spazi di altri, nelle trasmissioni. E giornalisti che hanno ricevuto una regolare rendita da gettone, prelevati direttamente dal canone pagato dai telespettatori per favorire qualcuno in particolare. Il caso è emerso in corrispondenza del contestato vaccino di Andrea Scanzi: il volto più caro ad alcune trasmissioni è stato sospeso, e con questa sospensione decade il beneficio economico sulla cui entità si cerca adesso di fare luce. «Ho chiesto conto alla Rai delle decisioni sul contratto con l’opinionista a pagamento Andrea Scanzi», ci dice il deputato di Iv, Michele Anzaldi. La legge sulla trasparenza vale per tutti ma si infrange sugli scogli di viale Mazzini, da dove il porto delle nebbie impedisce di conoscere l’ammontare degli emolumenti. Del caso è stato investito il Comitato Etico del servizio pubblico. Le promozioni-lampo e le improvvise svolte di carriera di questo finale di partita impongono una presa di posizione forte del Governo, che in queste ore ha attivato un tavolo di crisi vero e proprio, coordinato dal capo di Gabinetto di Draghi, Antonio Funiciello. Le accuse sono gravi. Anzaldi ha presentato due interrogazioni parlamentari che rimbalzano contro il muro di omertà che sta dietro al celebre Cavallo. La Rai a trazione Cinque Stelle e centrodestra, figlia del primo governo Conte, avrebbe non solo promosso internamente i giornalisti amici (è ormai prassi consolidata) ma valorizzato economicamente alcune figure esterne, sponsorizzate e pagate in quanto firme di testate vicine alla governance. Altra prassi: gli ospiti ricevono un gettone in accordo con le trasmissioni. «Una corresponsione economica che dipende da quante puntate, dall’audience del programma, dalla fascia oraria. Ci sono accordi tra programmi e ospiti», ci dice una fonte riservata dagli uffici che contano. «Gli ospiti fissi concordano un gettone diverso da quelli estemporanei, è chiaro. Perché garantiscono una presenza costante». Ma il caso di Scanzi è diverso. «Non stiamo parlando di gettoni, ma di contratti. Hai un reddito annuale, una certezza. Non è un rimborso per essere passato una sera in tv», precisa Michele Anzaldi, che ha presentato due interrogazioni parlamentari rimaste inesitate. «Avere un contratto come opinionista Rai è la cosa più aleatoria del mondo. Con quale criterio hanno deciso che uno del Fatto Quotidiano, senza selezione alcuna, viene preso sotto contratto per fare le sue sparate pubbliche in prima serata?», si chiede il deputato, membro della Commissione di Vigilanza. Di quali cifre parliamo è il mistero cui nessuno, tantomeno la Vigilanza Rai stessa, riesce a venire a capo. «La mia idea è che si parli di 1500 euro a puntata. Almeno. Ma perché attribuire un contratto da 1500 euro al giorno a un giornalista piuttosto che a un altro? Perché i Cinque Stelle lo hanno indicato?», continua Anzaldi. «Scanzi va in tv a insultare, a dare del cazzaro a questo e a quello, e i contribuenti lo pagano 1500 euro al giorno? Perché il servizio pubblico usa il canone senza alcuna selezione per i giornalisti?». Le domande di Anzaldi finiscono in un buco nero. Facciamo insieme i conti: quattro sole ospitate a settimana valgono seimila euro. Fanno 24 mila euro al mese. Ma a chiederne conferma, nessuno risponde. E dire che un responsabile del procedimento ci sarebbe: gli ospiti vengono decisi dalle Reti, i contratti vengono fatti dalle direzioni, e dei contratti il responsabile si chiama Andrea Sassano, delle Risorse televisive. Ma le trattative sono riservate, negoziali. E vale per tutti i programmi, quando la produzione è interna. L’Azienda ha una crisi di ascolti, una raccolta pubblicitaria difficile, il piano industriale non è partito. Un quadro a tinte fosche, ma si fanno contratti esterni con opinionisti già pagati dalle proprie testate: un bonus extra su cui la declamata Trasparenza (una sezione del sito Rai si chiama così, ma è una vetrina senza niente dentro) fatica a fare luce. Il governo Draghi è al lavoro sul dossier Rai, in vista del cambio dei vertici. Della questione si starebbero occupando il sottosegretario Garofoli, il capo di gabinetto di Palazzo Chigi Funiciello, il direttore generale del Mef Rivera e il ministro Giorgetti. Ma la lottizzazione va avanti a tambur battente e proprio in queste ultime due settimane si sono succedute promozioni fulminee a dir poco singolari. Ci torna su Michele Anzaldi: «La vergogna della Mazzola, nominata direttore Ufficio Studi Rai quando neanche tre anni fa era redattore ordinario, offende non me ma tutti i giornalisti che aspettano anni per fare carriera. È una vergogna, come quella di aver avuto Scanzi sotto contratto solo per insultare i politici a lui avversi, rimarrà agli atti come un abominio della lottizzazione fatto sotto il governo Draghi. Glielo dico perché si sappia che nella storia della Rai, chi un giorno scriverà il libro riporterà come sotto il miglior presidente del Consiglio possibile ci si è fatti fregare da questi qua».

Il giallo sul medico che ha vaccinato Scanzi. Federico Garau il 13 Aprile 2021 su Il Giornale. Neppure "Non è l'Arena" è riuscita a reperire il dottor Romizi, pubblicamente ringraziato proprio dal giornalista. Secondo Andrea Scanzi non ci sarebbe niente di esecrabile nella vaccinazione da lui ricevuta, anzi, come da lui dichiarato, gli italiani dovrebbero ringraziarlo per quanto fatto: ciò nonostante, al momento risulta impossibile estendere tali "ringraziamenti" anche al medico che ha reso possibile tutto questo. Ci ha provato, invano, anche Massimo Giletti, ma non risulta possibile davvero in nessun modo celebrare le gesta del dottor Romizi, che ha contribuito a renderci un po' tutti debitori nei confronti del giornalista. "Larga parte degli italiani avrebbe dovuto ringraziarmi perché mi sono vaccinato in un momento storico in cui nessuno avrebbe voluto fare il vaccino AstraZeneca. Io ho accettato proprio perché volevo dare un segnale agli italiani", aveva infatti dichiarato Scanzi dopo il polverone sollevato dalla vicenda. Oltre ad aver difeso quanto fatto, tra l'altro, il giornalista aveva giocato la carta "caregiver" per giustificare la liceità dell'inoculazione del siero AstraZeneca. "Mi sono messo in lista perché ne avevo diritto come caregiver che assiste i suoi genitori anziani e fragili", si era poi giustificato Scanzi. Per fortuna, tuttavia, nessuno dei suoi genitori si trova in condizioni tali da richiedere la costante assistenza di un caregiver da premiare con la somministrazione del vaccino anti-Covid. Luciano, alias Orso Grigio, classe '52, è anche solito cavalcare la sua moto Guzzi, un mezzo che ama alla follìa. Lo stesso "Orso Grigio" che sui social si è scagliato senza giri di parole contro i "furbetti" del vaccino, in primis il governatore della regione Campania. "Qui siamo invasi dai De Luca e da tutti gli altri variopinti furbetti se è vero che un terzo delle vaccinazioni sono toccate a gentaglia che non ne aveva diritto ma che è riuscita a imbucarsi al posto di quelli che ce l’avrebbero avuto", commentava infatti Luciano Scanzi dal suo blog."Ma non mi risulta che nei loro confronti siano stati presi provvedimenti di qualche tipo. Eppure è stato un abuso, per la mia legge un reato, che forse è costato, o costerà, la vita a qualcun altro". Nessuna parola, tuttavia, sulla vicenda del figlio, che aveva anche ringraziato pubblicamente il suo medico per la vaccinazione. Ecco perché "Non è l'Arena" si è dedicata alla ricerca del dottor Romizi. Inutili gli sforzi dell'inviata Francesca Carrarini: impossibile riuscire in alcun modo a reperirlo nè in studio nè tantomeno a casa per ottenere una sua dichiarazione in merito alla vicenda. La procura delle Repubblica di Arezzo ha aperto un fascicolo conoscitivo per indagare sulla vaccinazione di Scanzi, che in tv aveva così dichiarato: "Ho scritto al mio medico il 26 febbraio dicendogli che sapevo che non rientro in nessuna categoria. Se cambiassero le regole e nel pieno rispetto delle regole e per evitare che la dose venisse buttate via ho chiesto se potessero chiamarmi. Lui mi chiama il 3 marzo e mi dice al telefono: 'Andrea, l’Asl ha detto che ha scoperto che molte dosi vengono buttate via'. Io gli ho risposto di procedere se tutto fosse stato lecito". Sulla liceità della vaccinazione, avvenuta lo scorso 19 marzo, indagano ora gli inquirenti. Magari da loro il dottor Romizi si farà trovare.

Non è l'arena, Andrea Scanzi incastrato dal suo medico: "Mi ha chiesto lui di essere vaccinato, non conosco i suoi genitori". Libero Quotidiano il 19 aprile 2021. "Sono il medico di Andrea Scanzi, mi ha chiamato lui per chiedermi di fare il vaccino". A Non è l'arena su La7 l'inviata di Massimo Giletti riesce finalmente ad avere un confronto con il dottor Roberto Romizi, dopo settimane di tentativi andati a vuoto. In evidente imbarazzo, il medico accetta di rispondere ad alcune domande sul caso che ha scandalizzato mezza Italia. Il giornalista del Fatto quotidiano si era fatto vaccinare ad Arezzo, iscrivendosi alla lista dei cosiddetti "riservisti". "È stato lui a contattarmi per dirmi che voleva farsi il vaccino? Questo mi sembra scontato - esordisce il medico -. Mi ha scritto per chiedermi questo, senza voler passare avanti a nessuno". Una cosa però la vuole mettere in chiaro: "Non conosco i genitori", passaggio cruciale visto che Scanzi ha giustificato la sua vaccinazione con la motivazione di essere figlio unico di due genitori anziani e in fascia a rischio (e non ancora vaccinati, al momento in cui il giornalista si è fatto somministrare il siero di AstraZeneca) e dunque deputato ad accudirli. "Il termine "caregiver" non mi ricordo che lo abbia usato - precisa il dottor Romizi -. Ha detto di avere i genitori fragili, affetti da patologie importanti". "Neanche mi ha chiamato, mi ha scritto", puntualizza ancora il dottore ai microfoni di Non è l'Arena, prima di infilarsi nel suo studio e "sparire". Dopo qualche ora, manda un messaggio alla inviata di Giletti: "La stampa ha forse riportato involontariamente varie imprecisioni sul mio ruolo, che è stato solo quello di mettere in contatto Scanzi con la Asl". In sostanza, Scanzi è stato scaricato pure dal suo medico curante.

Il medico smonta così Scanzi: "Mi ha chiamato lui per farsi il vaccino". Luca Sablone il 18 Aprile 2021 su Il Giornale. Il medico di base del giornalista mette le cose in chiaro a Non è l'arena: "Mi ha scritto per farsi somministrare il vaccino per la presenza di genitori fragili, ma io non li conosco". Alla fine il medico di base ha deciso di parlare e di fare chiarezza sul caso che ha coinvolto Andrea Scanzi. Il dottor Roberto Romizi ha rilasciato alcune dichiarazioni ai microfoni di Non è l'arena destinate ad animare ulteriormente la vicenda nei prossimi giorni. Il programma condotto da Massimo Giletti su La7, dopo aver ricostruito le piroette compiute dal giornalista de Il Fatto Quotidiano sulle varie versioni fornite, ha mandato in onda il servizio in cui Romizi ha raccontato la sua versione dei fatti. "È stato lui a contattarmi per dirmi che voleva farsi il vaccino? Questo mi sembra scontato. Mi ha scritto per chiedermi questo, senza voler passare avanti a nessuno", ha dichiarato il medico di base. Che comunque ha precisato di non avere nulla a che fare con i genitori di Scanzi. Sarebbe stato proprio il giornalista a scrivere al suo medico, chiedendogli dunque di sottoporsi alla somministrazione dell'antidoto a causa della presenza dei genitori fragili. Il dottor Romizi però non ricorda di aver tirato in ballo la questione del caregiver: "Il termine 'caregiver' non mi ricordo che lo abbia usato. Ha detto di avere i genitori fragili, affetti da patologie importanti. Sono il medico solo di Scanzi, i genitori non li conosco". Va ricordato che Scanzi aveva chiesto di non mettere in mezzo la madre e il padre. Peccato però che lo stesso Scanzi, in una diretta sul proprio profilo Facebook, aveva messo le mani avanti: "Nel pieno rispetto delle regole, mi sono messo garbatamente nella lista dei disponibili al vaccino a fine giornata. Per non buttare via nessuna dose altrimenti gettata via. Categoria caregiver familiare, essendo figlio unico e avendo entrambi i genitori fragili". Infine il medico di base del giornalista ha mandato un messaggio su WhatsApp all'inviata di Non è l'arena. Romizi ha tenuto a specificare che il suo ruolo si sarebbe limitato solamente a mettere in contatto Scanzi con la Asl: "Una precisazione per esempio è che il medico di famiglia può solo vaccinare un suo paziente over 80 e non ha nessun potere decisionale sugli altri". Già a fine marzo Scanzi era stato messo all'angolo dal dottor Evaristo Giglio, direttore dell'Asl di Arezzo: "Si è trovata una situazione convincente per cui, avanzando queste due dosi e con lui che da tempo aveva chiesto di essere chiamato come ‘panchinaro’. Prima non era mai stato preso in considerazione, perché per quanto mi riguarda si poteva aspettare anche un altro mese o forse un altro anno".

Scanzi-Boldrini, la storia mai letta degli ipocriti rossi. Racconto semiserio sulle polemiche che hanno investito Andrea Scanzi e Laura Boldrini. Giuseppe De Lorenzo - Ven, 26/03/2021 - su Il Giornale. I riferimenti a fatti e persone non sono volutamente casuali, ma la ricostruzione è completamente inventata. All’interno della cucina che ha curato e pulito negli ultimi otto anni, Lilia, collaboratrice domestica moldava, guarda sconfortata il suo potente datore di lavoro. “Non posso venire a lavorare anche il sabato - dice - E poi per meno ore di quante ne faccio adesso. Parto ogni giorno da Nettuno per raggiungere Roma… così non converrebbe più”. Di fronte a lei, altezzosa come sempre, c’è Laura Boldrini, ex presidente della Camera, deputata della sinistra, una vita spesa a sostenere le cause degli stranieri e delle donne.

“Io ho bisogno di qualcuno anche il sabato”, ribatte lei.

“Mi dispiace signora. Così non posso accettare: venire da lì per sole tre ore di lavoro non ha senso”.

“Allora dovremo chiudere il nostro rapporto”, replica inflessibile la padrona di casa. “Ti pagherò il tfr e quando previsto dal contratto. Poi amici come prima”.

Sul volto di Lilia cade un velo di tristezza. Boldrini non dovrebbe comportarsi come un capitalista qualsiasi: da lei non si sarebbe aspettata così poca empatia. Decide allora di farsi coraggio: “Signora mi scusi… dovrebbe anche versarmi gli scatti di anzianità”.

“Quanti soldi sono?”

“Beh, direi circa tremila euro: sa, di questi tempi ogni soldino in più aiuta…”.

Boldrini fa una smorfia. Prende dalla borsetta il cellulare, digita il numero dal commercialista e attende la risposta. Dopo qualche minuto di silenzio passato in ascolto, rimette a posto il telefono e si rivolge alla colf: “La dottoressa mi conferma che la cifra è un po’ inferiore, cara Lilia. Avrai solo quanto ti spetta”.

“Non è vero, glielo giuro”.

“Facciamo così: tu parlane col Caf, io con la mia commercialista. Appena troviamo un accordo ti darò quanto previsto dalla legge”.

Passano pochi minuti di silenzio. Lilia è a pezzi. “Otto anni a sgobbare in silenzio e questa si impunta su 3mila euro?”. Il pensiero le martella in testa con così tanto ardore che teme di averlo urlato ad alta voce. La pancia ribolle rabbia, il cuore dolore. Improvvisamente le guance le rigano il viso, ma evita di singhiozzare. È in quel momento che si rende conto di aver perso il lavoro proprio adesso che trovarne uno è un terno al lotto. “Ci sarà un altro impiego così?”.

Fuori dalla finestra intanto il sole riscalda una Capitale al solito mite. Il coronavirus ha da poco allentato la presa su un’Italia ancora scossa dalla crisi pandemica: migliaia di morti, un Pil in calo dell’8,8%, il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione, i ristori che non arrivano. Entrambe guardano l’orizzonte. In cucina cala uno strano silenzio. Poi all’improvviso Laura guarda Lilia piangere e, come colpita da quel gesto dignitoso, si blocca. I pensieri le si accavallano in testa: “E se stessi sbagliando tutto?”. Lei, paladina dei diritti delle donne, madrina delle pari opportunità, in meno di un attimo afferra al volo: si rende conto che lasciare per strada la signora che per anni le ha fatto da colf, in un momento così drammatico per il mercato del lavoro, sarebbe un’ingiustizia. Soprattutto per colpa di un capriccio del sabato. Privare di un contratto una donna che in tanti anni non ha dato alcun problema, improvvisamente appare all’ex Presidente della Camera uno schiaffo a tutti i lavorator* in difficoltà. “In fondo in fondo, ho un reddito di 108mila euro all’anno”, pensa tra sé e sé la deputata, “e Montecitorio il mio stipendio non ha mancato di versarlo neppure nei momenti più drammatici della pandemia”.

Così si gira verso la collaboratrice e, sorridendo, le dà la buona notizia:
“Senti Lilia, fai finta di nulla. Continua pure a lavorare per me dal lunedì al venerdì. Per il sabato farò uno sforzo, cercherò qualcun altro cui fare un nuovo contratto. Mi costerà di più, ma in questo momento mi sembra più corretto”.

“Grazie signora”, singhiozza la colf.

“Ah, e ho deciso di darti anche un premio di produzione da 3mila euro: credo facciano più bene a te che a me”.

Il volto di Lilia si illumina di gioia: “Lei sì è una donna meravigliosa, una vera militante di sinistra e un politico coerente”.

Intanto nel silenzio del lussuoso Hotel Palace di Merano, Andrea Scanzi si sta guardando allo specchio. È da poco finita l’ultima puntata di Otto e Mezzo. “Quanto sono bello e quanto sono bravo”, sorride sottovoce.

“Anche oggi li ho stesi tutti: vedrai domani come cresco nelle interazioni social. Sarò ancora il giornalista italiano più potente di tutta la Rete”.

Improvvisamente squilla il telefono.

“Pronto?”, risponde Scanzi.

“Salve Andrea, sono il medico di base”.

“Dottore, mi dica”.

“Guarda che può darsi che ti chiamino per fare un vaccino: come avevi chiesto sei stato inserito nella lista dei riservisti”.

Scanzi, un po’ sorpreso, non sta più nella pelle: “Va bene, cosa devo fare?”

“Niente: devi aspettare che ti chiami il referente dell’Asl. Però ti avverto: non potrai scegliere quale vaccino farti inoculare e dovrai essere qui ad Arezzo, perché ti chiameranno all’ultimo”.

“Ottimo, non mancherò”.

Messo giù il cellulare, Scanzi torna a osservare il suo riflesso allo specchio. “Mi farò vaccinare e poi lo racconterò a tutti, così sai che figata: like a non finire, condivisioni che si sprecano. Potrei pure diventare il testimonial di AstraZeneca, mica ho paura dei trombi io”.

Qualche giorno dopo, arriva la chiamata dall’Asl. Scanzi carico a pallettoni si presenta al centro vaccinale aretino, tira giù la maglietta nera da simil rockettaro e protende il braccio con fare eroico. Passano 15 minuti, nessuna controindicazione. Scanzi torna verso casa in sella alla moto e già sulle dita sente prudere le parole del prossimo post. “Deve spaccare”, dice. “Anzi: faccio un video che è pure meglio e magari diventa virale come quello in cui dicevo che il coronavirus era poco più di una influenza”.

Appena parcheggia la moto davanti casa, squilla di nuovo il telefono. È Peter Gomez.

“Direttore, come ti butta?”

“Ciao Andrea, ho saputo che sei andato a fare il vaccino. È vero?”

“Sì Peter, una figata. Adesso lo sparo su Facebook, Youtube, Instagram, Twitch, e se riesco mi faccio intervistare pure da Lilly. Che te ne pare?”

“No fare cazzate, Andrea. Avrai anche fatto tutto nelle regole, ma non andare a sbandierarlo ai quattro venti. Qui ci sono 80enni che non hanno visto uno straccio di dose, persone che rischiano di crepare. Mica come te”.

“Ho capito ma io sono un caregaver, i miei genitori sono fragili”.

“Ecco appunto, e perché allora non hai inserito loro nelle liste dei riservisti?”

“Ehm…”

“Senti Andrea, tienitela per te questa cosa. Se poi esce vabbè, ma è meglio non fare gli spacconi. Pensa ai politici toscani, o agli avvocati, che avrebbero potuto vaccinarsi e hanno deciso di evitare. Quando sei un personaggio pubblico a queste cose devi pensare. Non fare il gradasso”.

Scanzi chiude la chiamata un po’ irritato. Ma pensieroso. “Forse Peter ha ragione. Meglio se evito: cosa avrei scritto io di Maria Elena Boschi se si fosse vaccinata saltando la fila? Anche se si fosse iscritta seguendo tutte le regole, avrei scritto: ‘E che cazzo, prima gli anziani e poi i privilegiati renziani’. Forse è meglio se me lo tengo per me”.

A quel punto mette il cavalletto alla moto, rientra in casa, poggia le chiavi sul bel piatto all’ingresso. E mentre sale le scale riflette: “Ora che ci penso, quando la scorsa estate uscì la notizia dei deputati che, in pieno lockdown, hanno chiesto e ottenuto il bonus partite iva da 600 euro, io mi incazzai come un riccio”.

Entrato in camera, si mette subito al pc per ripescare quel vecchio post. É datato 9 agosto. Scanzi lo rilegge rapidamente: “Direi il massimo dello schifo… Sarebbe bello conoscere questi sei nomi.… Non appena li saprò, li pubblicherò su questa pagina… Che bella gente esiste al mondo…”.

Quelle frasi hanno un effetto dirompente su Scanzi: “E che cazzo… a pensarci bene pure quei 5 parlamentari avevano rispettato tutte le regole, come me col vaccino. Se ho bacchettato loro, dovrei redarguire pure me stesso.

a davvero ragione Peter: per coerenza è meglio se me ne sto zitto e buono”.

Roma, palazzo Montecitorio. Squilla il cellulare di Laura Boldrini.
“Onorevole, sono Roberta da Lodi”.

“Salve Roberta, dimmi”.

“Senta mio figlio sta male. Non riesco più a venire da Lodi tre giorni alla settimana per farle da collaboratore parlamentare. Posso continuare a lavorare in smartworking?”

Boldrini, irritata, sbuffa senza timore di nascondere il disappunto: “No Roberta, mi dispiace. Ho bisogno di persone che stiano qui”.

“Ma scusi, in fondo le devo solo tenere l’agenda. Poi lei mi fa prenotare il parrucchiere, le visite mediche. Non mi dica che mi vuole lì perché devo andarle a ritirare le giacche dal sarto, i trucchi e i pantaloni. Sarei una collaboratrice parlamentare, non la sua schiava”.

“Ora non fare la vittima”, replica Boldrini, “ti pago anche per questo”.

Dopo un attimo di silenzio, Roberta si fa coraggio: “Ecco, a proposito di stipendio. Con 1.200/1.300 euro al mese non riesco a viverci. Da quei soldi devo togliere i costi di alloggio a Roma e i treni da Lodi. È troppo. Come do da mangiare ai miei figli?”

“Fai poco la spiritosa: col lockdown non sei mai venuta a Roma e hai risparmiato. E poi lavorare con me è un privilegio, mica uno lo fa per viverci. Se i problemi sono questi, è meglio se dividiamo le nostre strade”.

Roberta piange e riattacca la chiamata. Boldrini è soddisfatta: non si è fatta fregare. Cammina per i corridoi della Camera e pensa di fare un post su Facebook. Dopo una mezz’ora telefona all’addetto stampa: “Ciao Mario, scrivi qualcosa sulle mamme lavoratrici. Un bel post sule donne che sono costrette a doversi licenziare perché col coronavirus, le zone rosse e le scuole chiuse devono scegliere tra la famiglia e il lavoro. Il governo deve garantire bonus babysitter. E i datori di lavoro non possono costringerle a scegliere tra i figli e la carriera. È una battaglia di civiltà”.

“Onorevole mi scusi…”

“Dimmi Mario, che c’è?!”

“Ho parlato con Roberta poco fa, mi ha detto che non le ha permesso di restare in smartworking col figlio malato e che quindi si è dovuta dimettere. Non le sembra un po’ incoerente mettersi a pontificare sui diritti delle donne lavoratrici?”

“Ehm…”
“Io eviterei”.

Laura allora capisce l’errore. Vuole riparare. Richiama subito Roberta ma il telefono suona a vuoto. “Dai Roberta rispondi, ti prego”. Il telefono continua a squillare. Una, due, tre volte. Niente. “Tuut… Tuuut…

Tuut…”. Boldrini riprova. Uno, due, tre squilli. Nulla. Poi all’improvviso…. DRIIIN DRIIIN DRIIIN
In quell’istante suona la sveglia.

Sia Scanzi che Boldrini si svegliano di soprassalto, tutti sudati. Lui è nel letto col suo pigiama di lino, lei in camicia da notte tutta sola in casa. Fuori la luna è ancora alta. Dopo un attimo di smarrimento, i due capiscono: per fortuna era tutto solo un brutto sogno. La colf riassunta, il silenzio sul vaccino, la collaboratrice parlamentare lasciata in smartworking: tutto finto. E senza saperlo, a chilometri di distanza l’uno dall’altra, dicono all’unisono: “Che incubo. Nella vita mostrarsi coerenti va bene. Ma è sempre meglio non esagerare”. Così l’indomani lasceranno a casa Lilia, faranno dimettere Roberta e racconteranno al mondo di essersi vaccinati in barba agli ottantenni che muoiono di Covid. Facendo l'esatto contrario di quello che normalmente predicano. Alla faccia della coerenza dei bacchettoni radical chic.

·        Angelo Guglielmi.

Michela Tamburrino per “la Stampa” l'8 aprile 2021. Il grande padre della tv innovativa non ama più guardare la tv. Soprattutto non ama più quella Rai che non riconosce familiare. Angelo Guglielmi proprio oggi festeggia il suo compleanno e dopo i 90 non si fanno tanti giri di parole. Anche se Guglielmi remore non ne ha mai avute. Il Kaiser lo chiamavano in Rai, per la velocità prussiana che aveva impresso al suo passo in ascesa continua. Fondatore del gruppo '63, direttore di Rai3 dal 1987 al 1994, poi all'Istituto Luce e persino assessore nella Bologna di Sergio Cofferati ma soprattutto scrittore e raffinatissimo critico letterario. Che oggi sorride pensando alla prossima rivoluzione Rai che riguarderà nomi e non struttura come da Guglielmi spesso auspicato. Adesso qualcosa potrebbe accadere. Il premier Draghi sta per prendere in mano la situazione Rai e potremmo avere belle sorprese. «Ho tanto sperato in Draghi, nel suo cambiamento. Questo era il momento adatto e lui l'uomo giusto per poter dire ai partiti: basta con le spartizioni in Rai. Invece i segnali che mi arrivano non sono confortanti. Lui non se ne sta occupando molto, demanda. Certo, ci sono difficoltà oggettive. Ma che cosa vuole che ne sappia un ministro dell'Economia di Rai, hanno altre priorità. Sento che circolano i nomi di sempre per una tv di sempre. Lui avrebbe dovuto dire che non vuole la lottizzazione e intervenire di persona».

Pensa che non lo voglia fare?

«Ma non può farlo. Con tutti i problemi legati alla costruzione di una nuova Italia, non vedo spazi per costruire una nuova Rai. Il paese deve risorgere, bisogna scrivere nuove regole, la pandemia ci affligge, i vaccini pure. La Rai non attrae, è diventato un mondo delle vecchie ombre. Oltretutto con i lockdown si è schiuso l'universo delle piattaforme che è molto più interessante».

Lei ha avuto modo di dire che al Pd in Rai vanno sempre le briciole.

«Ma certo. Resta quell'atteggiamento ereditato dal Pci. Partiamo da lì. La spartizione interessò il Pci solo tre anni prima della fine. In principio ne era stato escluso e dopo non lo interessava troppo. Era pur sempre tv. Lo fece praticamente in punto di morte, tre anni prima della fine. Poi però quel 12% che raggiungemmo alla Rai di Agnes piacque, aiutava nella lotta contro gli ascolti Fininvest».

Lei ha lamentato una situazione di malessere, «galleggiamo in un vuoto di cultura viva da cui si può uscire solo dopo eventi catastrofici». Allora ci siamo. Più catastrofe di così?

«E su questo vuoto bisognerebbe riflettere. La letteratura è nulla, si scrivono solo biografie e autobiografie che non interessano alcuno. La produzione è di una modestia assoluta. I libri si vendono? Certo, sono aperte solo librerie e farmacie. Vada a vedere l'incremento che hanno avuto i farmaci da banco».

Sembra una contraddizione in termini, lei che non guarda più la tv eccettuate le partite di calcio.

«E anche quelle spesso con scarsa soddisfazione. Non la guardo perché è vecchia, noiosa, diversissima da quella che dovrebbe essere. Si è tornati ai palinsesti prevedibili che hanno forma di divani confortevoli. Noi a Raitre creavamo un programma al giorno, andavamo incontro alle richieste del pubblico, inventare e mai assomigliare era il motto. Così, dopo 8 anni di gagliarda battaglia, ho ritenuto che fosse finito il mio tempo».

Altri non ne avrebbero avuto il coraggio. In un suo libro lei ipotizza un'autarchia possibile in Rai. Non è un po' quello che si tenta di fare oggi. Risorse proprie?

«È un libro che ho scritto molto tempo fa. Per autarchia intendevo parlare di una Rai chiamata a produrre i suoi programmi, in grado di gestire i suoi uomini. Ora invece i conduttori sono strumenti degli agenti. Io sceglievo, decidevo. Adesso è tutto in mano a loro che manovrano certo non nell'interesse dell'Azienda come facevamo noi».

Chiambretti, Fazio, Santoro, Lerner e tanti altri. Ma c'è un programma che sta nel suo cuore con maggiore forza?

«Li ho amati tutti ma non posso dimenticare l'ultima serata de La Tv delle ragazze. Nel teatro dove festeggiavamo l'ultima puntata c'era il mondo dello spettacolo, della cultura, della finanza per un programma che chiudeva al massimo della sua popolarità e del suo riconoscimento. Ora guardo con più piacere di tutti Corrado Formigli, era cresciuto con Santoro e mi ricorda quel periodo d'oro».

Il suo direttore generale preferito?

«Bernabei e Agnes. Gli altri sono stati inadatti a ricoprire quel ruolo tanto importante. Bernabei fece "scendere gli italiani dagli alberi", come diceva lui. Nel 1955 il 55% degli italiani era analfabeta. Guardando la Rai scopriva perché c'era stata la guerra, chi era Shakespeare, Michelangelo, Leonardo».

A proposito, in questi giorni va in onda su Rai1 una serie su Leonardo in cui si sospetta che l'artista uccida una donna peraltro mai esistita

«E no, noi no. Noi facevamo cultura. E poi non capisco perché fare un film su un personaggio realmente esistito per poi cambiargli la vita. Il guaio è che anche il telespettatore non sa più chiedere. Si accontenta di avere tutto ma niente di unico».

 

Da liberoquotidiano.it l'8 aprile 2021. La violenza sulle donne? "Può capitare". È questo lo sconvolgente commento di un prete siciliano, monsignor Antonio Michele Crociata, che ha sollevato il polverone. "Il tuo consiglio mi sembra un po' eccessivo. Tra marito e moglie può capitare... - scrive il prete di Castellammare del Golfo in risposta al post di un giornalista - Non bisogna però mai esagerare comunque. Anche le mogli, del resto, a volte mancano nei confronti dei mariti...e ciò non significa affatto... bisogna accettare...via! Non esageriamo". L'uomo ha commentato l'avvertimento di Gianfranco Criscenti a tutte le donne: "Se il compagno o marito ti alza le mani, anche una sola volta, scappa via. Agisci subito e mettiti al riparo. Contatta il 1522, la polizia o i carabinieri". Non la pensa evidentemente allo stesso modo monsignor Crociata, travolto da parecchie critiche. A prendere le distanze don Francesco Fiorino, direttore dell'Opera di religione monsignore Gioacchino Di Leo di Marsala. "Nessuna violenza può essere giustificata o sminuita, anche tra marito e moglie", ha scritto a sua volta su Facebook prima di rispondere all'Adnkronos: "Il silenzio di fronte ad un'affermazione che rischia di giustificare e sminuire i gesti di prepotenza e disprezzo sta diventando assordante". Inutili i tentativi di Don Fiorino di contattare la Diocesi perché è fermamente convinto che "davanti a queste affermazioni, dovrebbe intervenire. Gesù non ha mai detto 'può capitare...' ma il vostro parlare sia sì, sì, no, no. Non confondiamo le persone". Per Don Fiorino un prete "non può attenuare in alcun modo qualsiasi gesto violento, di sopraffazione e di disprezzo della dignità umana. Un prete fedele a Cristo sa anche chiedere scusa quando si rende conto che ha provocato incertezza e confusione. Un prete sta sempre dalla parte della vittima non del violento/carnefice". Ma sulla pagina Facebook di Crociata ci sono altri post pronti a far discutere: tutti contrari al ddl Zan, la legge per fermare l'omotransfobia.

·        Annalisa Chirico.

Annalisa Chirico su Lilli Gruber: "Chi è davvero. Dubito che...", una bomba su lady "Otto e Mezzo". Brunella Bolloli su Il Tempo il 14 novembre 2021. «Greta è favorevole al nucleare, a Mario Draghi piace l'Aperol Campari e lei mi chiede di Renzi?», risponde così Annalisa Chirico, più nota come "La Chirico", che poi è anche il nome del sito di questa 35enne giornalista, saggista, opinionista televisiva, amica dei due Mattei (Renzi e Salvini), ossessionata dal garantismo al punto da avere fondato "Fino a prova contraria", un'associazione che si occupa di giustizia e non solo. Ora, tra le 95mila pagine d'inchiesta sulla fondazione Open, la Chirico viene tirata in ballo per un paio di whattsApp del leader di Italia Viva e per i suoi rapporti di amicizia con il presidente di Open, Alberto Bianchi, che di lei dice: «È brava e scrive bene». Chirico, negli ultimi giorni il suo nome compare sui giornali per alcuni messaggini, contenuti nelle carte dell'inchiesta Open, da cui si evincerebbe che l'ex premier Matteo Renzi la sollecitava ad andare ospite dalla Gruber.

«Lilli Gruber è un decano del giornalismo italiano, dubito che si faccia suggerire gli ospiti da Renzi. Ai talk sono sempre stata invitata da conduttori e autori».

Lei però seguiva l'inchiesta Consip sulle pagine del Foglio.

«Esatto, seguivo l'inchiesta esattamente come i colleghi uomini. Inseguivo i pm romani dell'inchiesta esattamente come gli avvocati degli indagati per avere informazioni e scriverne. Io non costruisco dossier nel chiuso di una stanza, vivo nel mondo, parlo con le persone o almeno ci provo».

Parlava pure con Renzi?

«Conosco Matteo Renzi da prima che diventasse premier. Nelle migliaia di conversazioni intercettate Renzi parla con mezzo mondo del giornalismo, dell'impresa, della Rai, dell'amministrazione... Eppure l'attenzione si appunta solo su alcuni. Sono gli "effetti collaterali" del mestiere, prendiamola così».

Dalle carte dell'inchiesta Open emerge il progetto di una sorta di "macchina del fango" renziana, con tanto di organigramma, presunti investigatori privati, spy story. Lei non compare tra i giornalisti che avrebbero dovuto lavorarci, ma conosceva l'iniziativa, poi respinta da Renzi?

«Ho appreso di questo progetto dai giornali, come tutti. Mai nessuno mi ha parlato di questa ipotesi, altrimenti ne avrei scritto, sarebbe stata la notizia. Io credo nello stato di diritto e nelle garanzie costituzionali che sono incompatibili con il killeraggio mediatico. Certe pratiche mi ripugnano, da qualunque parte provengano».

95mila pagine d'inchiesta: pochi reati, molto gossip?

«Sui reati deciderà il processo, se mai ci sarà. La macchina inquisitoria è stata imponente, manco fosse un'inchiesta per mafia. Il presupposto dell'ipotesi accusatoria è che la fondazione fosse, in realtà, un'articolazione di partito, vale a dire articolazione di una associazione. Sarebbe una figura abbastanza nuova per il diritto civile. Ma al di là degli aspetti giudiziari, il tema politico è un altro: abolito il finanziamento pubblico della politica, la vita democratica come deve finanziarsi se criminalizziamo ogni canale alternativo? Attenzione perché ci facciamo male».

Cosa intende?

«Il leader della Lega Matteo Salvini rischia quindici anni di carcere per un'accusa di sequestro di persona perché da ministro dell'Interno perseguiva la sua legittima politica sui migranti. Il tesoriere della Lega, Centemero, è sotto inchiesta a Roma e a Milano per una vicenda legata a una associazione giudicata "collaterale" alla Lega. Il M5S è sotto inchiesta per presunti finanziamenti dal Venezuela. Nell'inchiesta di Fanpage gli esponenti di Fdi cercano soldi per campagne e aperitivi elettorali. Esiste un problema gigantesco perché la democrazia costa, solo le dittature non hanno questo problema».

E come si fa?

«La costruzione del consenso, le leadership, le scalate nei partiti hanno bisogno di denaro. Dobbiamo inventarci soluzioni alternative. Massimo D'Alema ha rilanciato il modello tedesco: il finanziamento pubblico vada non ai partiti ma alle fondazioni dove si forma classe dirigente».

Il gossip sulla vicenda Open l'ha ferita?

«Mi ferisce la maleducazione, non il gossip. Ho una vita piena di cose e persone, lavoro da mane a sera, scrivo parlo guido una società di advocacy, cerco di tenermi stretto il fidanzato e di evitare l'invecchiamento precoce della pelle. Non ho il tempo per occuparmi delle vite altrui».

Secondo lei chi va al Colle?

«Ho l'impressione che l'unico partito che sostiene convintamente Mario Draghi al Quirinale sia la Lega. Se si garantisce un percorso ordinato per il completamento della legislatura, anche democratici e grillini potrebbero aderire a uno schema che veda Draghi sul Colle più alto e un governo di un anno per arrivare al voto nel 2023. È una responsabilità dei partiti individuare insieme una soluzione ordinata verso questo esito. Mario Draghi è la figura più autorevole, dobbiamo puntare sulla sua guida saggia per i prossimi sette anni». 

·        Barbara Palombelli.

Massimo Falcioni per "tvblog.it" il 28 ottobre 2021. Un divertentissimo siparietto che, probabilmente, conteneva anche la volontà di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. A Stasera Italia Barbara Palombelli ha ricordato la sua esperienza in Rai, approfittando della presenza di Clemente Mastella. L’argomento è venuto a galla per caso, anche perché in quel momento si stava affrontando un tema lontano anni luce come quello del possibile successore di Mattarella al Quirinale. Tra i candidati, oltre a Draghi, si è fatto il nome di Pier Ferdinando Casini. Occasione ghiotta per aprire il capitolo della Dc e della sua centralità nella storia d’Italia. La Palombelli, a quel punto, è tornata indietro con la memoria agli anni ottanta: “All’epoca Mastella era il vero capo della Rai”. Di fronte ai “no” con la testa del sindaco di Benevento, la conduttrice ha rincarato la dose: “Come no. Eri il capo della Rai, mi hai pure licenziato dalla Rai. Me lo ricordo come se fosse ieri”. A Mastella – che ha continuato a negare la circostanza (“no, assolutamente no”) – la Palombelli ha inoltre riportato un altro aneddoto. “Tra gli amici dei democristiani cito Beppe Grillo che quando tu organizzavi le feste dell’amicizia e dei giovani democristiani veniva e si esibiva. Lo dico perché tanti ragazzi non lo sanno, non erano nati”. In questo caso, l’ex leader dell’Udeur ha risposto in maniera affermativa: “Sì, veniva, veniva. Ricordo una festa a Verona, suscitò un gran casino. Partecipava, non aveva la fobia della Democrazia Cristiana”. Fino al curioso aneddoto condito di frecciata al comico: “Io ai tempi inviavo i torroncini di un paesino della mia provincia. Li inviavo un po’ a tutti. Lui andò in tv al sabato sera e disse "Mastella ci vuole corrompere". E fece vedere la scatoletta. Dopo quell’episodio non me li fece mai tornare indietro. Se li era fregati”.

Palombelli in lacrime: ecco cosa ha detto su Rita Dalla Chiesa. Francesca Galici il 2 Ottobre 2021 su Il Giornale. Barbara Palombelli e Rita Dalla Chiesa smentiscono le voci su un possibile dissidio tra loro nato anni fa, quando si sono avvicendate alla guida di Forum. Barbara Palombelli, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, non è riuscita a trattenere le lacrime durante l'intervista andata in onda sabato pomeriggio. A far piangere la conduttrice e giornalista è stato soprattutto un filmato in cui sono state mostrate le sue due figlie adottive, Monica e Serena, che sono arrivate a casa di Barbara Palombelli e Walter Veltroni quando erano ancora due bambine. Ma il centro dell'intervista con Silvia Toffanin c'è stato soprattutto il rapporto tra la conduttrice e Rita Dalla Chiesa, che per lunghi anni ha condotto Forum, portandolo al successo. Da anni si vocifera di un rapporto non idilliaco tra le due, proprio per l'avvicendamento a Forum. Voci di corridoio riportavano di un risentimento da parte della figlia del generale Dalla Chiesa per non essere tornata alla conduzione del programma che lei ha contribuito a far crescere. Tuttavia, sia Rita Dalla Chiesa che Barbara Palombelli hanno sempre smentito i dissapori e proprio per mettere a tacere tutte le voci, l'ex conduttrice di Forum ha voluto inviare un videomessaggio a Verissimo per la conduttrice di Stasera Italia, ribadendole anche pubblicamente la sua stima. "Questo è per far vedere che noi non siamo rivali come è stato scritto. Poi non riesco a vedere Forum perché è come vedere un grande amore che se ne va con qualcun altro". Rita Dalla Chiesa, quindi, ha concluso: "Ti sono sempre molto vicina". Barbara Palombelli è apparsa piacevolmente sorpresa della sorpresa della collega: "Questo sì che è un regalo". Durante l'intervista, Silvia Toffanin e la sua ospite hanno commentato le dichiarazioni di Rita Dalla Chiesa, ribadite del videomessaggio ma già pronunciate tempo fa, quando la conduttrice rivelava di non riuscire a guardare più Forum. "Mi dispiace tantissimo. Io fui chiamata di corsa quando lei accettò un’offerta a La7. Sì, sono entrata in casa sua, ma il fatto che mi voglia bene mi fa piacere. Anche io le voglio bene", ha detto Barbara Palombelli, ricambiando l'affetto e la stima di Rita Dalla Chiesa.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Barbara Palombelli, confessione inaspettata: "Mi tolgono 15 anni, tutti i giorni...", ecco cosa accade prima della messa in onda. Libero Quotidiano il 25 marzo 2021. Barbara Palombelli ironica. A Stasera Italia, in onda su Rete Quattro il 24 marzo, si parla dei ritocchini estetici aumentati con l'arrivo del Covid. Tutta colpa - è la giustificazione degli esperti - delle videoconferenze e da un senso di sconforto dettato dalle lunghe giornate di quarantena. In studio interviene così la giornalista Sabrina Scampini che si lascia andare a un consiglio a tutte le donne impegnate quotidianamente in interminabili dirette su Zoom, mostrando una lampada ad anello. “Durante le conferenze, guardiamo molto più noi stessi che gli altri, le imperfezioni del nostro viso ci risultano più evidenti e creano depressione - spiega -. Se posso dare un suggerimento, consiglio di usare questa luce circolare. Tante volte non bisogna andare a fare degli interventi chirurgici, basta mettere una luce vicino al computer e vi assicuro che sarà sicuramente meglio. Risulterete con molte meno rughe e vi piacerete di più”. Da qui la replica della conduttrice di Mediaset: "Eh beh, è la magia delle luci che mi tolgono almeno una quindicina d’anni tutti i giorni in televisione. Ringrazio Cristiano Mastropietro che fa questo lavoro”. Una vera e propria confessione che la Palombelli non tiene per sè. Anzi, come tutte le donne ammette i piccoli difettucci.

·        Bianca Berlinguer.

Dagospia l'11 dicembre 2021. Solo lo scorso maggio, al programma “Belve”, diceva: “L’amore? Sto bene così, non ho nessuna smania di sposarmi…”. Eppure, dopo poco più di sette mesi, qualche cosa ha fatto cambiare idea a Bianca Berlinguer e adesso la famosa giornalista e conduttrice di “Carta Bianca” su Raitre, a 62 anni, si prepara a sposarsi. Lo dimostrano, in concreto, le pubblicazioni in Comune che annunciano il matrimonio. L’uomo che Bianca Berlinguer ha deciso di sposare è Luigi Manconi, 73 anni, giornalista, scrittore ed ex senatore, oggi professore di Sociologia a Milano, con cui sta insieme sentimentalmente dalla fine degli anni Novanta e da cui ha avuto la figlia Giulia, 23 anni. Per Bianca si tratta delle seconde nozze: in passato è stata sposata con il collega Stefano Marroni, oggi a capo della comunicazione della Rai. Il legame con Manconi, suo prossimo marito, è sempre stato solidissimo e la stessa Bianca ha raccontato che si è fatto ancora più forte di fronte a un momento molto difficile. “Luigi ha perso la vista per una patologia e questa è stata una prova importante per tutti noi”, ha detto la figlia di Enrico Berlinguer, pronta con gioia a dire “si” al suo compagno di una vita.

Bianca Berlinguer e Luigi Manconi si sposano: "Il problema di salute di cui non hanno mai parlato", una coppia d'acciaio. Libero Quotidiano il 13 dicembre 2021. Un amore lungo 25 anni, che Bianca Berlinguer e Luigi Manconi coroneranno con il massimo riserbo, come d'altronde hanno condotto la loro relazione: la giornalista di Rai3 e il politico si sposeranno in sordina, anche se la notizia è già filtrata prima dalle pagine del settimanale DiPiù e poi dal sito Dagospia. Lontani dai clamori del gossip, nonostante la Berlinguer (già direttore del Tg3 dal 2009 al 2016) sia la padrona di casa di CartaBianca, trasmissione che attira sempre titoli e riflettori (anche per le uscite estemporanee di Mauro Corona) mentre Manconi abbia alle spalle un lunghissimo curriculum pubblico (sociologo, sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi II, senatore dei Verdi e poi del Pd, primo a presentare un disegno di legge su unioni civili e testamento biologico).  La loro relazione è iniziata dal 1996, subito finita su un rotocalco. Da lì in poi, massima discrezione. Sulla nascita della figlia Giulia, nel 1998, e sulla salute di Manconi: da 14 anni l'ex senatore è ipovedente. Un problema di salute grave, di cui  raramente i due hanno parlato in pubblico. Quando lo ha fatto, Manconi non ha mancato di esibire la consueta ironia: "Novembre 2007... Dovevo parlare alla Camera. Lì mi accorsi di non riuscire a leggere neanche mezza riga", aveva raccontato a Carlo Verdelli. Lui, tra i più accaniti progressisti italiani, scherzava dicendo di non aver mai potuto vedere la faccia di Barack Obama, né salutare gli amici con il più classico dei "ci vediamo". "Manconi - scrive il Corriere della Sera - ha continuato a scrivere, a insegnare, a partecipare a dibattiti, esce senza bastone e occhiali scuri. Bianca gli è stata vicino con dedizione, discrezione".

Candida Morvillo per il "Corriere della Sera" il 13 dicembre 2021. Si sposeranno in sordina, così come sono stati insieme per 25 anni, senza mai un'intervista in cui uno parlasse dell'altro. Bianca Berlinguer e Luigi Manconi non vogliono commentare le pubblicazioni di matrimonio che volentieri avrebbero preferito restassero ignorate, ma che sono finite prima su DiPiù , poi su Dagospia . Non potevano passare inosservati due futuri sposi col loro piglio e la loro storia. Berlinguer conduce #cartabianca su Raitre, è stata direttore del Tg3 dal 2009 al 2016. Manconi, sociologo di Fenomeni della Politica, giornalista, scrittore, è stato sottosegretario alla Giustizia nel Prodi II, senatore dei Verdi, poi del Pd. Nel 1995, fu il primo a presentare un disegno di legge sulle unioni civili e, nel 1996, sul testamento biologico; e fu il primo a imporre all'attenzione pubblica il caso di Stefano Cucchi. Le origini di entrambi sono a Sassari, lei figlia del padre della sinistra Enrico Berlinguer, lui di Giangiacomo Manconi, che fu capo della Gioventù Cattolica. Le loro strade s' incrociano a Roma nel '96. Anche lì, è un rotocalco rosa a coglierli insieme. Lui è separato, ha due figli, è il portavoce dei Verdi; anche lei è separata ed è il volto del Tg3, voluta dal mitico direttore Sandro Curzi che denuncerà una raccomandazione all'incontrario («suo padre mi disse che non gli sembrava elegante che la facessi lavorare: poteva sembrare la spingesse lui»). Due anni dopo, nasce Giulia. Anche in quell'occasione, niente annunci di gravidanza e di fiocchi rosa, anche se sono anni in cui le conduttrici di Tg si contendono le copertine con le attrici. Sarà Giulia, un mese fa, a incrinare la riservatezza della famiglia accogliendo la richiesta delle Iene tv di fare uno scherzo alla madre. Ripresa da telecamere nascoste, si vede Bianca che trova un giovane in salotto; il ragazzo le racconta che è lì perché la figlia le deve tremila euro, concordati per comprare una patente di guida falsa. Arriva Manconi ed è basito quanto la consorte, solo più calmo. Memorabile è il momento in cui moglie e marito decidono di denunciare la figlia e chiamano l'avvocato. La reazione racconta, più di mille interviste mai concesse, un'affinità profonda, un comune senso dell'etica. Da 14 anni, Bianca e Luigi condividono anche la malattia di lui, diventato ipovedente. «Novembre 2007... Dovevo parlare alla Camera. Lì mi accorsi di non riuscire a leggere neanche mezza riga», raccontò lui a Carlo Verdelli, scherzando sul fatto di non sapere che faccia avesse Obama e sugli amici che non poteva più salutare con un «ci vediamo». Manconi ha continuato a scrivere, a insegnare, a partecipare a dibattiti, esce senza bastone e occhiali scuri. Bianca gli è stata vicino con dedizione, discrezione. La loro era già un'unione «nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte» e chi sa se hanno pensato alla formula di rito quando hanno deciso di sposarsi. Nel 2009, erano in prima fila al Fiorello Show . Lo showman nota un attore seduto vicino a Bianca, Lorenzo Ciompi. Si scatena e le chiede: «Tra lei e Ciompi c'è una storiaccia?». Quella volta lì, Manconi si palesò. Alzò la mano e disse: «Sono io il fortunato».

Dagospia il 22 maggio 2021. Comunicato stampa. Protagoniste della nuova puntata di Belve condotto da Francesca Fagnani in onda questa sera (venerdì 21 maggio) alle 22.55 su Raidue Bianca Berlinguer e Sonia Bruganelli. La conduttrice di CartaBianca, su Raitre, non si sottrae nemmeno davanti alle domande scomode. Quando Fagnani le chiede se la diverte o la infastidisce quando la chiamano zarina?, Berlinguer risponde: “All’inizio mi infastidiva, ora non più”. La diverte? “No, divertirmi proprio no. Però non gli do quel connotato così negativo che gli veniva dato nel momento in cui è stato dato, in cui sono stata denominata zarina. Ma è un termine che mi porto appresso da molto tempo”. Una certa attitudine al comando forse? “Al comando sì, al comando lo diceva Ezio Mauro… Forse anche da piccola tendevo un po’ a comandare. E però il comando ha i suoi pregi e i suoi difetti. Bisogna anche essere pronti ad assumersi l’impopolarità del comando e la responsabilità delle scelte che chi dirige deve fare”. E a una domanda su suo padre – Da  figlia, quelle immagini di Enrico Berlinguer che si sente male sul palco a Padova, riesce a guardarle? - la conduttrice di Cartabianca risponde: “Le ho viste solo due volte in tutta la mia vita, perché davvero non riesco a guardarle. Una nel film di Veltroni “Quando c’era Berlinguer”, e un’altra volta sempre in un’occasione di un lavoro di Veltroni. Però per me ancora oggi sono impossibili da guardare, sono troppo dolorose”. Indomabili, ambiziose, sempre all’attacco e mai gregarie, alle 22.55 le protagoniste di “Belve”’ si riprendono il venerdì sera di Raidue, con la seconda puntata. Il programma ideato e condotto da Francesca Fagnani, con domande dirette e mai cerimoniose, puntano a far emergere forza e fragilità delle protagoniste, parte quindi con due donne dello spettacolo.

·        Bruno Pizzul.

Giorgio Terruzzi per il "Corriere della Sera" il 7 novembre 2021. «Bruno Pizzul: l'uomo più buono del mondo». La definizione è di Beppe Viola, amico e collega alla Rai di Milano. Conferma?

«Detta da Beppe è una frase che mi lusinga. Ma non è questione di bontà, sono solo un uomo tranquillo che cerca di rispettare gli altri». 

Ha compiuto 83 anni l'8 marzo scorso. Nato a Cormòns, Friuli. Calciatore, laureato in giurisprudenza, telecronista dal 1970 al 2002. La sua voce: indimenticabile. In molti avrebbero voluto riascoltarla per la finale dell'Europeo. Ha risposto, no grazie. Nemmeno una esitazione?

«Faccio fatica ad attraversare la strada, figuriamoci andare a Londra. Qualcuno deve aver postato per scherzo la proposta di mandare me a sostituire Alberto Rimedio costretto alla quarantena. In tanti si sono agganciati al messaggio. Incontravo gente che chiedeva cosa facessi a casa, altri che domandavano se fossi contagiato io, altri ancora che volevano biglietti per la finale». 

Però la telecronaca l'ha fatta lo stesso...

«Quel giorno terminava a Cormòns il Giro d'Italia femminile di ciclismo. Il sindaco mi aveva chiesto di partecipare a una serata in omaggio alle atlete. Hanno montato un maxischermo. Ho pronunciato qualche parola per i miei compaesani, gente a cui voglio bene».

Il successo della Nazionale ha scatenato una festa enorme. Si aspettava tanto entusiasmo?

«Mancini ha creato un gruppo che ha riconciliato i tifosi con la squadra azzurra. Giovani che hanno mostrato di stare volentieri assieme. Poi sono arrivati i risultati, dunque una gioia e una spensieratezza ritrovate». 

È tornato a Cormòns da pensionato. Gira in bicicletta, mai presa la patente di guida. Quando tocca usare l'automobile, che succede?

«Guida la Tigre, mia moglie Maria. Che ormai ha anche funzioni di badante, causa anagrafe e pigrizia congenita». 

La Tigre... come nasce il soprannome?

«La moglie di un calciatore della Triestina veniva chiamata così. Quella ragazza mostrava analogie con Maria e adottai il nomignolo. Lei ogni tanto fa qualche smorfia ma si rende conto che il paragone animalesco è assai lusinghiero. La tigre sarà feroce ma è una bestia mobile, bella. Ah, la tigre!». 

Nostalgie milanesi?

«Venni accolto benissimo, in città come alla Rai dove ho lavorato per decenni senza alcuna promozione, cosa che mi rende orgoglioso. La Tigre ed io avevamo in mente di tornare qui, dove vivevano i nostri genitori. È un luogo che contiene molti ricordi, abitato da gente simpatica, con una certa proiezione verso i beveraggi, cosa che non mi dispiace per niente. I dottori mi proibiscono il vino. Beh, proibire.. bere un pochino si può».

A Milano, chi voleva incontrala doveva cercare al bar, sotto casa. Carte, vino, sigarette. E poi?

«I bar erano due. Frequentati da una congrega di calciatori, allenatori, giocatori di scopa e tresette. Cene da Londonio dove si faceva il calciomercato. Con Trapattoni, Radice, Bellugi. Carte e liti furibonde. Fumavo lì perché in casa c'era la Tigre con le sue reprimende. Ho fumato sino a sette anni fa. Mi spiace non aver smesso prima. Ogni volta che incrocio Boninsegna ripete: mi hai affumicato durante le telecronache». 

Incontri con uomini straordinari. Chi c'è nella sua lista?

«Strinsi un rapporto speciale proprio con Viola anche se capì subito che non mi sarei alzato alle 4 del mattino per accompagnarlo a vedere i trottatori sgambare. Poi Gianni Brera, sempre gentile. Con i colleghi si stava bene, sempre insieme. Mi pare che questo sia un po' sparito. 

Anche con i campioni si metteva in comune molto, ora è impossibile. Troppi filtri, liste di attesa per una intervista, complicazioni da diritti tv. Rapporti personali quasi inesistenti. È uno specchio di questo tempo: nervosismi, scarsa capacità di accettare l'altro».

«Si. Non solo tv. Una redazione radiofonica fortissima. In corso Sempione passavano tutti, quelli dei cavalli, attori, calciatori. Con qualche stanza ambita, a cominciare da quella dove albergavano Viola, Carapezzi e Fineschi, stracolma di giornali, tutti di materia ippica». 

Anno 2014. Spot per la Fiat girato in Brasile. Protagonisti Pizzul e Trapattoni. Sembravate i ragazzi irresistibili...

«Un ricordo meraviglioso. A Rio, insieme per dieci giorni. Il Trap: un ragazzino. Conosceva ogni angolo della città, raccontava avventure in continuazione. Un personaggio unico. Non riusciva mai a rispettare il copione ma era efficacissimo». 

Ha giocato a calcio per molti anni. Fermato da un infortunio al ginocchio. Avrebbe voluto fare il calciatore?

«Speravo e sognavo. Poi capii che la mia passione era inversamente proporzionale al talento. Ero riuscito a laurearmi, insegnavo alle medie di Gorizia. La Rai di Trieste organizzò un concorso per programmista. Non si presentò nessuno e mi invitarono a partecipare in quanto giovane laureato. Uno dei membri della commissione era Paolo Valenti: mi aveva visto giocare, mi aveva notato. Per l'altezza, non certo per la bravura. Fu lui a dirottarmi sul concorso per radio-telecronisti. 

Con me c'erano Bruno Vespa, Paolo Frajese. Beh, venni assunto, con mia somma sorpresa. Cominciò così una carriera inaspettata. Le modalità: irripetibili. Quando un giovane mi chiede come fare a diventare telecronista non so che dire. I giovani fanno fatica e sono troppo spesso sfruttati in maniera invereconda». 

Nando Martellini: un maestro o un ingombro?

«Un gentiluomo. Mi accolse. Anche perché non pensavo affatto di poter seguire le sue orme. Incontravo spesso anche Nicolò Carosio. Diceva, con quel suo tono stentoreo: anche se sfortunatamente fossi astemio, fatti sempre vedere con un whisky in mano, così quando pronuncerai qualche stupidaggine potranno dire che avevi bevuto». 

Da telespettatore oggi, chi le piace ascoltare?

«Mi pare ci sia una eccessiva presenza di parole. Venivamo accusati di parlare troppo quando la telecronaca era fatta da una sola persona, oggi sono coinvolti tre o quattro cronisti. Sono tutti bravi, persino troppo. E qualche volta ho la sensazione che sia la televisione a raccontare se stessa più della partita».

Cristiano Ronaldo e Messi oggi. Quali altri campioni l'hanno entusiasmata?

«Insomma, Rivera è stato Rivera. Molti altri per la capacità di condividere le nostre vite». 

Con la Nazionale dal 1986 al 2002. Il cittì più amato?

«Ero amico di Azeglio Vicini sin da ragazzo. Con Bearzot ho avuto un rapporto particolare. Era friulano pure lui, parlavamo nel nostro dialetto, seduti fianco a fianco. La cosa generò sospetti e invidie perché molti colleghi credevano che Enzo stesse confidandomi chissà quali segreti tattici. In realtà parlavamo delle vendemmie. Lo stesso con Dino Zoff. Cominciammo a giocare assieme». 

Quella notte tremenda dell'Heysel, 29 maggio 1985. È un dolore che ritorna?

«Il più angoscioso. Per la mia coscienza di uomo. Non è possibile andare a fare la telecronaca e dover parlare di 39 morti. È una memoria che talvolta vorrei cancellare ma non si può scordare ciò che dovrebbe portarci verso comportamenti più sereni e meno delittuosi».

Giulio Onesti, leggendario presidente del Coni definiva i presidenti di calcio «i ricchi scemi». Ha incontrato qualche ricco intelligente?

«Furbi o furbastri come Giussy Farina, capace di mettere nel sacco parecchia gente anche a Milano. Un genio perverso. Con Saverio Garonzi, presidente del Verona formava una coppia in perenne antagonismo. Garonzi venne rapito. Lo liberarono e disse: "Avrei voluto vedere Farina al mio posto"». 

Tre figli, Fabio, Silvia e Anna. E molti nipoti. Quanti?

«Undici. Una vera squadra. Fabio è consigliere regionale, mi pare riesca a conservare una bella integrità pur frequentando il mondo della politica. Silvia insegna matematica e scienze a Milano, Carla è assistente sociale, accoglie nella sua famiglia, da anni, ragazzi che hanno necessità di una casa, di un sostegno. È ammirevole, sempre sorridente. Molti di questi ragazzi, una volta raggiunta la maggiore età, vanno per la loro strada. Talvolta ne incontro qualcuno, mi saluta: ciao nonno! Ne vado orgoglioso. Così, se agli undici nipoti aggiungiamo i nipoti acquisiti, abbiamo una squadra completa di riserve». 

Un momento di felicità che vorrebbe rivivere ora?

«Ogni volta che è venuto al mondo uno dei miei figli ho provato una felicità profonda. Ricordo l'emozione quando lessi il telegramma della Rai che annunciava la mia assunzione e il Mondiale messicano del 1970, convocato per la prima volta come telecronista. Commentai Inghilterra-Germania, la rivincita della finale di quattro anni prima. Ogni frammento di quella partita resta scolpito nella mia memoria. Comunque, devo dirle una cosa. Quando sento che qualcuno si interessa a me, alle mie esperienze, resto sempre un po' perplesso. Il motivo è semplice: mi compiaccio di non essere mai riuscito a prendermi troppo sul serio».

Alessandro Rico per “La Verità” l'11 ottobre 2021. È stato la voce della nostra passione azzurra. Bruno Pizzul, 83 anni, oggi vive a Cormòns, borgo di 7.000 abitanti in provincia di Gorizia. «Il mio eremo paesano», lo chiama. E lo racconta con la stessa poesia con cui impreziosiva le telecronache della Nazionale: «È una zona ad alta vocazione enoica, da sempre ha prodotto grandi vini». Nello spot che ha girato per Dazn, lo vediamo giocare a carte al bar con gli amici: «Vivo con ritmi tranquilli, coltivo antiche abitudini. Certo, qui è in voga la merendina, la bicchierata, ma gli acciacchi dell'età mi impediscono di partecipare in maniera vigorosa a questi simposi».

In Nations league ci siamo dovuti accontentare del terzo posto. Ma lei, di partite sfortunate dell'Italia, ne sa qualcosa. Quale sconfitta le è pesata di più: la semifinale di Italia 90, persa ai rigori con l'Argentina; la finale di Usa 94, che il Brasile ci soffiò dagli undici metri; o la finale di Euro 2000, sfumata praticamente all'ultimo minuto?

«Direi la semifinale di Italia 90. In quel Mondiale la nostra Nazionale aveva espresso il miglior calcio. E fu eliminata per una serie di circostanze assolutamente fortuite». 

Ma la partita più «infame» fu l'ottavo con la Corea del Sud, nel 2002, con l'arbitro Byron Moreno.

«Però giocammo male. Ricordo ancora l'errore clamoroso di Bobo Vieri, all'ultimo secondo, a porta sguarnita: buttò fuori un pallone che sembrava più facile da infilare che da sbagliare. Se avesse segnato, di Moreno, che pure ne aveva combinata una per colore, non avrebbe parlato nessuno». 

E la finale dell'Heysel, nel 1985?

«È rimasta dentro di me come una ferita, qualcosa di inaccettabile dal punto di vista etico: essere costretto a raccontare di 39 morti per una partita di pallone è umanamente intollerabile».

Su Youtube c'è un video di lei che, a Cormòns, declama le formazioni di Italia e Inghilterra prima della finale di Euro 2020. Le è dispiaciuto non aver mai commentato un trionfo azzurro?

«Avrei più che volentieri urlato che avevamo vinto un Mondiale o un Europeo. Però vorrei tranquillizzare chi si preoccupa per questa mia carenza: non ho perso nessuna nottata di sonno». 

Quando si arriva a una finale, si preparano prima le frasi da dire in caso di vittoria o di sconfitta?

«No, io non l'ho mai fatto. Ritengo che l'espressione migliore dello sport sia la trasmissione di emozioni. E l'emozione non può essere prefigurata. Bisogna ubbidire all'istinto del momento».

Che ne pensa delle telecronache di oggi?

«Risentono dei grandi cambiamenti intervenuti nel linguaggio per immagini». 

Che intende?

«Un tempo le riprese venivano fatte con due telecamere dall'alto. Si seguiva lo sviluppo della coralità della manovra». 

E ora?

«I registi hanno a disposizione un numero molto maggiore di telecamere. Ed essendo di formazione cinematografica, hanno la tendenza a confezionare una good television».

Quindi?

«Le immagini sono molto frammentate e, necessariamente, la cronaca deve rispettare questo ritmo incalzante. Qualche volta si ha la sensazione che il commento, con questa ridondanza di immagini e parole, diventi più importante di ciò che racconta. La cornice è preminente rispetto al quadro. E l'alluvione di parole può sembrare eccessiva». 

C'è un epigono che ammira?

«Li ammiro tutti. Sono preparatissimi, quasi in maniera imbarazzante. Io sono sempre stato afflitto da tratti di pigrizia notevoli e da una certa presunzione, per cui non è che mi preparassi tanto. Questi qua sanno tutto». 

Sciorinano statistiche e informazioni sovrabbondanti, no?

«Eh sì C'è il rischio che si finisca a parlare, anziché di Rivera, della zia di Rivera». 

La Fifa vorrebbe far disputare il Mondiale ogni due anni. Il sindacato dei calciatori è contrario.

«Le cadenze quadriennali, inframezzate poi dai campionati continentali, sono un format già convincente. Si cerca in tutti i modi di reperire fonti di sovvenzionamento attraverso i diritti tv, ma non credo che sentiamo il bisogno di un ulteriore affollamento d'impegni internazionali». 

La Nations league le garba?

«È qualcosa di abbastanza raccogliticcio. Non è che abbia inciso molto sulla fantasia della gente».

È stato già deciso l'allargamento del campionato del mondo da 32 a 48 squadre, a partire dal 2026. Va bene offrire chance alle Nazionali minori, ma non si esagera?

«Ma sì, dai C'è il rischio che ci siano partite assolutamente inutili. E soprattutto, c'è un impatto tra realtà calcistiche che hanno una dimensione, una storia e delle potenzialità troppo diverse». 

Un'altra ipotesi è quella di introdurre il tempo effettivo di gioco: due frazioni da 30 minuti, con il cronometro che si ferma a ogni interruzione.

«È un'ipotesi accarezzata da tantissimo tempo. Non riesco a capire per quale motivo la regola non sia già stata adottata».

Si eviterebbero sceneggiate nei minuti finali delle partite, tra calciatori che stramazzano al suolo e calci di rinvio lunghi un minuto

«Ma anche interpretazioni troppo personali da parte dei direttori di gara: c'è chi dà sette minuti di recupero, chi molto meno». 

E le sostituzioni illimitate?

«È chiaro che già con cinque sostituzioni, la regola dell'era Covid, le partite possono essere davvero cambiate. E se si va verso un ulteriore rigonfiamento degli impegni, si dovrebbero consacrare definitivamente i cinque cambi. Ma a tal proposito, sono abbastanza scettico. C'è però un'altra ipotesi al vaglio della Fifa, che trovo condivisibile». 

Quale?

«La possibilità di interpretare in maniera diversa l'uso del Var per il fuorigioco». 

Cioè?

«Si dice che il Var abbia portato certezze assolute, ma alcune decisioni sono aberranti». 

A che pensa?

«Gol annullati per un'unghia di un piede al di là del difensore». 

E cosa si può fare?

«Introdurre il cosiddetto "spazio fra i giocatori"». 

Sarebbe?

«Un calciatore verrebbe considerato in fuorigioco solo quando c'è una luce tra l'attaccante e l'ultimo difensore. Certo, anche lì, poi, basterebbe un tacchetto al di là del nuovo limite individuato...». 

Quali partite le è piaciuto di più commentare?

«Sorprendentemente, alcune di quelle che ho seguito prima di diventare telecronista della Nazionale. Per chi ama il calcio, non c'è paragone tra un Italia-Lussemburgo e un Germania-Inghilterra». 

C'è un match che ricorda con più soddisfazione?

«Ricordo con molto piacere l'eccezionale avventura di Messico 70. Se me l'avessero detto qualche mese prima, non ci avrei creduto». 

Perché?

«Entrai in Rai senza alcuna vocazione, avendo partecipato quasi per caso a un concorso. E appena assunto, venni subito spedito lì a fare il quarto telecronista. La partita più bella fu proprio il quarto di finale tra Germania-Inghilterra».

Come andò?

«Era la rivincita della finale del 1966, quella del famoso "gol non gol". Il match fu emozionante: l'Inghilterra conduceva per 2-0 fino a dieci minuti dalla fine. Poi i tedeschi pareggiarono e vinsero ai supplementari, in condizioni ambientali terribili: si giocava a mezzogiorno, con un caldo feroce». 

Meglio il calcio di ieri o quello di oggi?

«Nel calcio moderno, anche per la crescente incidenza del dio denaro, si è venuta perdendo molta della patina di romanticismo che accompagnava quello di un tempo, con i giocatori bandiera e l'attaccamento alla maglia. Certi calciatori sono diventati agenzie d'affari». 

Anche seguirlo, il calcio, è diventato difficile. Quanti fastidi per i problemi di Dazn

«Mi pare che Dazn abbia rimediato, ma l'apparato attraverso il quale si vuole proporre in maniera così esaustiva tutto il calcio, in tutte le salse, ha le sue controindicazioni. E i mezzi tecnologici non sempre funzionano alla perfezione».

E poi c'è lo spezzatino: di orari e di piattaforme. Ne servono tre.

«Sì, la cosa suscita qualche perplessità». 

È l'anno del Napoli?

«Sta facendo benissimo, anche se vive molto sulle individualità, peraltro di altissimo livello. Luciano Spalletti è un comunicatore del tutto particolare e il momento è di grande fulgore. Con l'Inter, il Napoli è, allo stato attuale, la squadra che gode di maggior credito». 

La Juve uscirà dalla crisi?

«Già nel corso di questa stagione arriverà a un rendimento adeguato alle sue aspirazioni. Certo, il ritardo in classifica è cospicuo. Ma si va profilando un campionato in cui si riaffaccia la competizione tra le "sette sorelle", che finiranno per rubarsi punti a vicenda. E ciò rende la Serie A molto interessante».

Il giocatore azzurro più forte?

«Anche se non sempre ha azzeccato le prestazioni, Federico Chiesa dà l'impressione di avere un cambio di passo e di velocità che manca ai suoi compagni». 

Per chi tiene, in politica?

«Ho un figlio impegnato (è consigliere regionale dem in Lombardia, ndr). Io sono di estrazione cattolica, ma di idee progressiste». 

Tifa per il Torino?

«Sì. Da queste parti, era facile ammirare il Grande Toro. Ma io e i miei coetanei diventammo tifosi del Torino per un altro motivo». 

Quale?

«Nell'immediato dopoguerra, qui la situazione era durissima: non si sapeva se saremmo rimasti con l'Italia o se saremmo finiti con la Jugoslavia. Non avevamo nulla». 

Drammatico.

«Miracolosamente, però, il prete del paese riuscì a trovare un pallone, che usava per chiamarci a raccolta in parrocchia. Solo che ne lasciava la gestione a noi ragazzi...». 

E allora?

«Quelli più grandi di noi se ne impadronivano, non ce lo facevano mai toccare. Erano tutti tifosi della Juventus. Per reazione, ci mettemmo a tifare Torino».

Dagospia il 10 giugno 2021. Da "i Lunatici - Radio 2". Bruno Pizzul è intervenuto ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dalla mezzanotte alle sei del lunedì al venerdì notte e in diretta anche su Rai2 tra la mezzanotte e trenta e le due circa.

Lo storico commentatore Rai ha parlato un po' di se: "Gli europei? Il momento del calcio italiano è particolare, ma vale per tutta l'umanità. E' un momento difficile ma anche ricco di promesse. La Nazionale è bene indirizzata verso un comportamento accettabile, Mancini ha fatto un buon lavoro, la squadra gode di simpatia generale, Mancini dispone bene la squadra in campo, ha riaperto alle convocazioni per i giovani, i risultati da cui arriviamo sono buoni, ma arriviamo da partite con avversari di caratura inferiore. Ora che arrivano gli impegni importanti vedremo davvero quanto valiamo. Abbiamo il giusto timore e il giusto rispetto anche per la Turchia. Consideriamo i turchi con il giusto rispetto e la giusta considerazione. Il calcio turco ha fatto notevoli progressi".

Sulla pandemia e il calcio: "Il covid ha rischiato di allontanare i tifosi dal calcio. Un conto è verificare la propria passione andando allo stadio e incoraggiandola o fischiandola, un conto è guardare la tv. Il contatto diretto per i tifosi è importante. C'è qualche segnale che indica che soprattutto tra i giovani sta nascendo un po' di disinteresse". Sulla sua passione per il calcio: "Io ho fatto il calciatore, ma è un periodo della mia vita che non ricordo con particolare orgoglio. La passione era inversamente proporzionale al talento. Ho vissuto il mondo del calcio all'interno, ma ho avuto una parabola analoga a tanti altri ragazzi della mia età. Prima di iniziare con le telecronache ho anche insegnato alle scuole medie. Giocando a calcio ero comunque riuscito a laurearmi, poi ho sostenuto l'esame per l'insegnamento e ho insegnato per tre anni alle scuole medie di Gorizia. Ho fatto il professore per tre anni prima di essere assunto alla Rai per aver partecipato a un concorso quasi controvoglia. Quando insegnavo a scuola avevo grandi soddisfazioni, avevo la sensazione di formare ragazzi in un periodo della loro vita fondamentale per la creazione del carattere. E' un periodo della mia vita che ricordo con tanta nostalgia. Facevo l'appello come se fosse la formazione della nazionale".

Sull'ingresso in Rai: "Feci un concorso, sia scritto che orale. Un membro della commissione era Paolo Valenti, che era venuto a sapere della mia predilezione di carattere sportivo e disse anche di avermi visto giocare in una partita tra Lazio e Catania allo stadio Flaminio. Mi aveva notato per l'altezza. Mi avvertì che c'era un concorso per radio-telecronisti. Feci un paio di colloqui e alla fine venni preso. Insieme a me c'era tra gli altri Bruno Vespa. Alla fine venni assunto, mi trovai a fare un tipo di lavoro per il quale non avevo mai avuto alcuna ambizione. Anzi avevo scarsa simpatia nei confronti dei giornalisti sportivi, perché quando scrivevano delle mie prestazioni sportive erano sempre molto duro. Il mio esordio in Rai non fu molto lusinghiero. Arrivai con un quarto d'ora di ritardo. La mia prima telecronaca fu caratterizzata da questo buco iniziale che fortunatamente ebbi modo di colmare perché le partite andavano in onda in differita".

Sul suo stile da telecronista: "E' sempre stato così, io sono assolutamente convinto che ciascuno deve mantenere la propria personalità, non può cercare di imitare qualcun altro, perché si capisce immediatamente. Naturalmente è implicito nel tipo di lavoro cercare di affinarsi un po' alla volta. Comunque ci fecero un mazzo tanto sulla dizione, sul linguaggio, sull'articolazione dell’espressione. In tanti hanno provato ad imitarmi, ma quelli che mi hanno consultato hanno sempre ricevuto da me il consiglio di restare se stessi".

Ancora Pizzul: "In passato si poteva diventare amici dei calciatori. Ho giocato a carte o a biliardo con Facchetti, Donadoni, Rivera, Zoff, Lentini, Causio. C'era un rapporto di amicizia e di frequentazione che si estendeva anche al di là del momento in cui ci si incontrava per lavoro. Erano frequentissime le cene insieme, le frequentazioni. Oggi invece ci si parla solo attraverso i social ed il modo di parlarsi così non è sempre edificante. Ormai il calcio è cadenzato sul denaro".

Sulle partite della Nazionale: "Quelle che ho raccontato e a cui sono emozionato? Tantissime! Anche quelle terminate in maniera amara. Tantissimi sono preoccupati perché non sono mai riuscito a urlare 'Campioni del mondo'. E' vero che mi è spiaciuto, ma non ci ho perso il sonno. Soprattutto a Italia 90 si sono verificate delle situazioni che mi hanno reso quella mancata vittoria situazioni difficili da digerire. Lì abbiamo mancato la vittoria per una serie di circostanze particolarmente sfortunate. Siamo andati più vicini a vincere nel 90 che nel 94 paradossalmente". 

Sulle fans innamorate della sua voce: "Se mi è mai capitato? Sì vabè dai, stuzzica un pochino la vanagloria personale ma rientra nell'ordine naturale delle cose". 

Sul prossimo campionato: "Sono cambiate molte panchine. Tornano in Italia Mourinho, Allegri, Sarri, tanti personaggi attesi al loro nuovo impegno e compito con grande curiosità".

·        Bruno Vespa.

Massimo Falcioni per tvblog.it il 20 giugno 2021. Ti accorgi che sta per arrivare il Natale quando in tv Bruno Vespa comincia ad apparire in ogni trasmissione, ad ogni ora del giorno e della notte. Come da tradizione, il giornalista abruzzese è in tour per la promozione del suo libro, “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Draghi la sta risanando)”. L’ultimo atto – forse – di una trilogia inaugurata due anni fa, quando ancora il covid non aveva stravolto la nostra quotidianità. Si cominciò nel 2019 con “Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare)”. Argomento azzeccatissimo in una fase storica in cui la destra sovranista era in ascesa, le ‘sardine’ scendevano in piazza per ribellarsi alla possibilità che la Lega conquistasse l’Emilia Romagna e il pericolo fascismo veniva puntualmente evocato. Poi è arrivato il virus e pure Vespa si è dovuto adeguare. “Perché l’Italia amò Mussolini” si munì pertanto di sottotitolo evocativo (“e come è sopravvissuta alla dittatura del covid”), che permise all’autore di far entrare in scena il “signor covid”, una sorta di dittatore dei giorni nostri. Oggi, che il covid tiene ancora banco, il contenuto tra parentesi risulta ugualmente decisivo, con Vespa che sfrutta i capitoli dedicati a Mario Draghi per restare agganciato al presente ed avere maggiore opportunità di manovra nei talk. Il conteggio delle ospitate parte il 9 novembre con la partecipazione a Di Martedì, per proseguire il 12 a Stasera Italia, il 15 a Quarta Repubblica e il 16 a Cartabianca. Mercoledì 17 novembre trasferta a L’Aria che tira, il 18 a Oggi è un altro giorno. La notte del 20 è il turno di Sottovoce, alla corte di Gigi Mazullo. Nello stesso giorno Vespa è anche a Tv Talk, mentre il 24 novembre è la volta di Accordi e Disaccordi, sul Nove. Il 25 timbra il cartellino sia a Storie Italiane che a Quelli che… (dentro al servizio di Enrico Lucci), il 28 invece è tripletta: Da noi a ruota libera, In Onda e Controcorrente. Lunedì 29 Antonella Clerici lo accoglie a E’ sempre mezzogiorno, il 30 Tiziana Panella gli apre le porte di Tagadà. Vespa riprende il fiato per quarantotto ore e il 2 dicembre è nuovamente in pista a Dritto e rovescio. Il 5, accompagnato dalla cagnetta Zoe, si concede a Dalla parte degli animali. Il giorno dell’Immacolata prima gioca ai Soliti ignoti, in seguito sbarca a Non è l’Arena, regalando agli spettatori una manciata di minuti di ubiquità. Il 9 dicembre sveglia presto per il collegamento con Agorà e appuntamento a Quante Storie. Sabato 11 dicembre il libro sul Duce viene rapidamente illustrato all’interno di Ballando con le stelle, con la regia che – casualmente – non stacca mai su Alessandra Mussolini, opinionista dello show. Il 14 spazio a Omnibus e al bis da Floris, il 15 impegno a I Fatti Vostri, Tg2 Post e Zona Bianca, il 16 capatina a Mattino 5 News, il 17 intervento a Coffee Break e sabato 18 al Caffè di Raiuno. In quaranta giorni ben trentuno promozioni, con la clamorosa occupazione televisiva che non tiene conto delle diciotto puntate di Porta a Porta andate in onda nel lasso di tempo osservato, della conduzione della Prima alla Scala con Milly Carlucci e delle interviste rilasciate nei tg e nelle varie radio che spesso godono di un canale dedicato sul digitale terrestre. Vespa si conferma una macchina da guerra. Offre spunti, pone riflessioni, genera dibattito e va allo scontro con i no-vax, regalandosi un lato inedito improponibile per ovvi motivi a Porta a Porta. Resta tuttavia la percezione di un inevitabile déjà vu.

Stefano Lorenzetto per L'Arena l'1 maggio 2021. Si schermisce: «Non mi faccia passare per il Pippo Baudo del giornalismo». Eppure ha introdotto nel panorama dell’informazione una figura che prima non esisteva, quella del quirinalista, tant’è che lo Zingarelli fissa al 1991 la datazione di questo vocabolo. Marzio Breda è da 30 anni l’ombra del presidente della Repubblica. Cominciò sul Corriere della Sera con Francesco Cossiga. Da allora sono subentrati altri quattro capi dello Stato (Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella), ma lui è sempre rimasto sul Colle, nel palazzo dove fino a Pio IX abitarono 23 papi, la reggia più sfarzosa d’Europa, come scrisse ne La guerra del Quirinale (Garzanti): «Ha oltre 2.000 stanze e tre chiese». Il Corriere ha confermato Breda nell’incarico di quirinalista persino dopo averlo collocato in pensione nel 2016. È ritenuto inamovibile quanto l’istituzione che racconta. Nel frattempo ha visto aggiungersi una pattuglia di colleghi della Rai, delle agenzie di stampa e dei quotidiani, 25 in tutto, accreditati a svolgere il suo stesso lavoro. Breda è nato a Conegliano il 15 luglio 1951. Abita a Verona da mezzo secolo, da quando il padre Romano fu nominato direttore per città e provincia della Banca Cattolica del Veneto, dopo che aveva diretto le filiali di Vazzola, San Bonifacio, Legnago, Portogruaro e Venezia. È cresciuto a Palazzo Mosconi, in Corte Farina, dove c’era la sede dell’istituto di credito. Lì sua madre Mariangela preparò la cena per Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, il quale con la benedizione dello Ior aveva da poco messo le mani sulla cassaforte dei cattolici nordestini. «Allora non si sapeva che dietro di lui ci fosse la P2. Voleva cooptare mio padre nella direzione generale. Ne ignorava il passato. Quand’era in Marina, papà fu fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre 1943 e deportato in un lager in Germania. Riuscì a evadere, tornò in Veneto e si unì alla Resistenza con i partigiani cattolici della brigata Piave». Trascorsi pochi mesi dall’incontro con Calvi, Romano Breda rassegnò le dimissioni, nonostante avesse appena 55 anni e quattro figli a carico. Ai familiari disse solo: «Quei mascalzoni avrebbero preteso che imbrogliassi i clienti con gli investimenti in Borsa». Anche a Cristina Rubinelli, detta Titti, nipote dell’ingegnere che progettò la diga del Chievo, sposata dal 1978 con Marzio Breda, per lunghi anni docente di lettere al liceo Messedaglia e ottima cuoca, è capitato di dover improvvisare qualche ricevimento inatteso, con l’aiuto della signora Irma, scesa da Montecchia di Crosara a farle da spalla ai fornelli. È accaduto con i presidenti Cossiga e Scalfaro, quest’ultimo accompagnato dalla figlia Marianna, che le si presentarono nella casa di via Ponte Rofiolo, dove a quel tempo la coppia abitava con i figli Alvise e Giuseppe. Gli illustri ospiti trovarono un menu all’altezza delle tradizioni quirinalizie: ravioli di spinaci, arrosto al marsala con patate, fondi di carciofo e piselli, bavarese con frutti di bosco e torta di mele. Suggellato da Amarone e Recioto.

Come arrivò al giornalismo?

Conoscevo Nin Guarienti dell’Arena. Nel 1973 cominciò a pubblicarmi qualche intervista. La prima fu con il poeta Diego Valeri. Poi vennero quelle con Emilio Vedova, Fulvio Roiter e Andrea Zanzotto, con il quale il rapporto è continuato fino alla morte. Abbiamo scritto a quattro mani In questo progresso scorsoio per Garzanti, che è un po’ il suo testamento civile.

È partito puntando in alto.

Esco dal liceo Cavanis di Venezia, vicino alle Zattere, dove passeggiava Ezra Pound, l’Omero del Novecento. Mi autografò una copia dei Canti pisani. Un’altra volta lo incrociai in una calle e gli chiesi: «Come va, maestro?». Rispose: «La morte mi corre dietro, ma io non le do confidenza».

Grande.

Sono rimasto in contatto con la figlia Mary de Rachewiltz, che vive in Alto Adige. Volevo laurearmi in lettere moderne, ma mio padre mi dirottò nello studio dell’avvocato Eugenio Caponi, che mi convinse a scegliere giurisprudenza. Alla fine ho svoltato: scienze politiche. Credevo che il giornalismo fosse elzeviri e svolazzi.

Quando capì che non lo era?

La sera del terremoto in Friuli, 6 maggio 1976. Ero nella nostra casa di campagna a Refrontolo, 70 chilometri in linea d’aria. Telefonai a Gilberto Formenti, direttore dell’Arena, offrendomi come volontario. «Corra, e ci detti qualcosa prima di mezzanotte», rispose. Manco mi conosceva. Pubblicò il mio pezzo da Osoppo. Lì capii che il giornalismo non è pettinare gli articoli ma andare sui fatti. Decisi che sarebbe stato il mio mestiere.

Fu assunto?

Magari. Nemmeno mi pagavano. Solo quando me ne andai, il caporedattore Jean Pierre Jouvet mi fece liquidare l’elenco di tutte le collaborazioni.

E dove andò?

Da Gino Colombo, il direttore veronese che stava per aprire L’Eco di Padova, edito da Angelo Rizzoli. Mi assunse all’istante in cronaca. Palestra straordinaria: terrorismo, attentati, ferimenti, Toni Negri, processo 7 aprile.

Ma dopo tre anni L’Eco chiuse.

Non per mancanza di lettori. Davamo fastidio a Carlo Caracciolo e Giorgio Mondadori, che avevano lanciato Il Mattino di Padova. La nostra chiusura fu barattata con l’apertura dell’Occhio di Maurizio Costanzo: gli editori accettarono che fosse venduto a un prezzo inferiore a quello amministrato stabilito per i tutti quotidiani dell’epoca. La copia dell’accordo fu trovata fra le carte di Licio Gelli a Villa Wanda.

E lei che fece?

Mi fu offerto di traslocare a Oggi. Invece mi ritrovai parcheggiato al Corriere Medico. Walter Tobagi parlò di me a Franco Di Bella, direttore del Corriere della Sera. Era il 1980. Mi prese per la redazione interni, allora alloggiata nella Sala Albertini. Dall’altra parte del tavolone c’era la redazione politica, guidata da Carlo Galimberti, che aveva come vice Vittorio Feltri. Al quale, nel fare un titolo, chiedevo: «Dammi un sinonimo di comunisti». E lui: «Assassini!».

Riconosco in pieno l’uomo.

Un giorno Roberto Martinelli e Antonio Padellaro ci spedirono da Roma la lista degli iscritti alla loggia P2. Fui incaricato di passarla in tipografia. C’erano dentro tutti: Angelo Rizzoli, Silvio Berlusconi, lo stesso Di Bella. A ogni nome mi rivolgevo al capo: che faccio? «Va’ a chiederlo al direttore». E questi: «Apri parentesi e scrivi: “Ha smentito”».

Di Bella dovette dimettersi.

Aveva un tumore. Era una pasta d’uomo. Gli subentrò Alberto Cavallari. Fu Pertini a imporlo. Ho trovato la conferma nell’archivio storico del Quirinale, che custodisce le agende dei presidenti. Cavallari, lunatico e ombrosissimo, sciolse la redazione politica, ritenendola a torto inquinata dalla P2. Ci trovammo in due, io e Andrea Bonanni, a gestire da soli le pagine del Palazzo.

Cavallari la stimava.

Per tre anni ho pranzato e cenato con lui, spesso con amici come Leonardo Sciascia, Goffredo Parise e Claudio Magris, che insieme a Zanzotto considero i miei maestri. Sono stato l’unico che è andato a trovarlo fino al giorno della morte.

Come diventò quirinalista?

Nell’estate 1990, reduce dal Giro d’Italia, Ugo Stille e il suo vice Giulio Anselmi mi ordinarono di seguire Cossiga in vacanza. Il direttore era stato a cena da lui e lo aveva trovato sovreccitato. Non lo mollai per 40 giorni filati. A Courmayeur annunciò: «Voglio dare la grazia al dottor Renato Curcio». Il fondatore delle Brigate rosse perdonato? Una bomba. Kossiga, come lo chiamavano gli estremisti, aveva deciso di chiudere i conti con il passato. Lo inseguii con altri giornalisti fino in Cansiglio. Lì nell’ultimo giorno di ferie sbottò: «Vi nomino tutti cavalieri». Notò il mio stupore: «Ma come, Breda, non le va bene?». E io, con una battuta scema: mi sarei aspettato almeno prefetto. Lui: «D’accordo. Prefetto di Reggio Calabria». Io: eh no, o Venezia o niente. «Allora niente». Continuai a corrergli appresso con i neocavalieri. Più di 30 voli all’estero in pochi mesi. I colleghi ci ribattezzarono Feccia alata, su imitazione del club Freccia alata di Alitalia. Cossiga mi svegliava in hotel alle 6 perché scendessi a fare colazione con lui.

Si fingeva matto o lo era?

Per me fu il profeta della catastrofe. Come dice Bernardo Valli, il più grande inviato, il giornalismo è la verità del momento. Mentre lo pratichi, non sai di scrivere la storia. Cossiga avvertì, inascoltato, che il sistema dei partiti stava per crollare, così com’era appena caduto il Muro di Berlino. Lucidissimo, nonostante un disturbo bipolare che non nascose mai, faceva il pazzo, e non lo era, per poter dire la verità. Lo seguiva lo psichiatra Giovanni Battista Cassano, lo stesso che curava la depressione di Indro Montanelli.

Con Scalfaro si tornò nei ranghi.

Fu l’ultimo dinosauro della Dc, al potere mentre Tangentopoli faceva tabula rasa di tutti i partiti. Si trovò a duellare con Berlusconi, che per lui era un marziano. Il suo portavoce Tanino Scelba, nipote dell’ex premier Mario Scelba, chiese due volte per iscritto al Corriere la mia rimozione. Poi, anche grazie alla figlia Marianna, con Scalfaro instaurai un buon rapporto. Una sera alle 22, a fine dicembre, mi cercò al telefono: «Questo governo mi tratta come un cameriere. Mi ha mandato la legge finanziaria un’ora fa, mi costringe a firmarla senza darmi neppure il tempo di leggerla». Capii che mi parlava di Berlusconi affinché lo scrivessi, cosa che feci. Era molto diverso da come lo avevo immaginato.

Lo riteneva un vecchio parroco?

Già. Invece era ironico, curioso, buongustaio. I miei colleghi lo descrivevano intento a sorbire il brodino serale. Macché minestrina! Metteva il peperoncino su ogni pietanza, intonava canzoni napoletane, suonava il pianoforte.

Tramò o no contro Berlusconi?

Ne registrò con gioia la caduta. L’artefice del complotto fu Umberto Bossi: Forza Italia gli stava portando via un mucchio di parlamentari. Certo, Scalfaro e Bossi si trovarono in perfetta sintonia. Nella sua casa di Gemonio il Senatùr teneva appesa al muro una foto con dedica del presidente. Per un cattolico d’altri tempi, qual era Scalfaro, abituato ad andare segretamente in ritiro spirituale ad Assisi ogni mese, il Cavaliere rappresentava le ballerine che sculettavano in tv, la corruzione dei costumi.

Di Ciampi che mi dice?

L’ho molto amato. Mi ricordava mio padre, anche per via dei trascorsi in Bankitalia. Fu il defibrillatore istituzionale che cercò di dare un accettabile assestamento al bipolarismo che intanto si era affermato. Ha rinverdito il patriottismo, ha restituito l’autostima agli italiani. Appena eletto, disse ai suoi consiglieri: «Badate, voglio pesare le parole come se fossero grammi d’oro». E così fu.

Poi venne il doppio mandato di Napolitano.

Un aristocratico. Fin da ragazzo si autodefiniva «atarassico» per la capacità di dominare le passioni. S’impose d’imparare l’inglese a 50 anni e ci riuscì. S’era dato l’impegno di favorire, attraverso le riforme, il traghettamento verso una democrazia più matura, diciamo pure meno barbarica. Tentativo fallito, anche se lo aveva posto come condizione per la sua rielezione.

Con Mattarella come va?

Per indole è il meno loquace dei presidenti. Insegue l’idea di Stato-comunità che fu cara ad Aldo Moro, maestro politico del fratello Piersanti, assassinato dalla mafia, e anche suo. È un mediatore paziente, ma nei momenti critici sa imporsi. La sua forza risiede nella mitezza, la trasmette con lo sguardo.

Per Dagospia è «la mummia sicula». Un nomignolo azzeccato?

In visita a Zagabria, fu avvicinato da una scolaresca di Messina. Più tardi, lo provocai: presidente, voi siciliani dite che quella è la provincia babba, cioè talmente arretrata che lì non hanno neppure la mafia. Rispose in latino, una sola parola: «Olim». Un tempo.

Chi dopo di lui?

Nei miei sogni c’è Mario Draghi. Ma il Quirinale è il baricentro del potere. I partiti non lo lasceranno a chi non sia dei loro. Salterà fuori uno sconosciuto di secondo piano.

Romano Prodi è un papabile?

Dopo le due bastonate che ha preso? Sarebbe una follia. È percepito come divisivo.

Si parla di Walter Veltroni.

Ha lasciato la politica. È un nome spendibile.

Berlusconi si vede già lassù.

Non ha più il fisico, mi pare.

Rieleggeranno Mattarella.

Lo ha escluso già due volte. Però se glielo chiedessero in coro, non si tirerebbe indietro.

C’è mai stato un veronese che sarebbe potuto diventare presidente?

Per caratura e reputazione, solo il dc Guido Gonella.

Che cosa pensa della politica?

Tutto il male possibile.

Ma un quirinalista non stacca mai?

Mai. Al momento di andare in pensione avevo 390 giorni di ferie non godute e 100 di riposi settimanali arretrati.

Perché chiamava «parón» il corrierista Giulio Nascimbeni?

C’entra un aneddoto. Adriana Mulassano, che con Giulia Borgese in quegli anni era l’unica donna assunta in via Solferino, un giorno cercò il giornalista veronese nella sua casa di Sanguinetto. Rispose al telefono l’anziana domestica: «El parón no’l ghe. L’è a l’ostarìa». Era un uomo di grande cultura e di grande semplicità. Gli volevo un bene dell’anima.

Per quanti anni ancora conta di restare quirinalista?

Fino a quando mi terranno. In passato La Repubblica voleva assumermi. E Luigi Righetti, presidente dell’Arena, 20 anni fa mi propose di diventare direttore. Rifiutai. È difficilissimo lasciare il Corriere. È una bandiera. Gli devo tutto ciò che sono.

Da corriere.it il 16 agosto 2021. Il primo applauso del pubblico lo strappa con un appassionato appello a vaccinarsi. «Sono profondamente dispiaciuto che ci siano milioni di italiani sopra i cinquant’anni che non si sono ancora vaccinati. Abbiamo storie di persone che non si vaccinano e che sul letto di morte si pentono di non essersi vaccinate: è assurdo, incredibile». È solo l’inizio: Bruno Vespa a Cortina d’Ampezzo, a Una Montagna di Libri, non esita a dire la propria di fronte alle trecento persone venute ad ascoltarlo, per la presentazione del suo ultimo libro.

Vespa: «Dai No Vax ho ricevuto decine di denunce». Che ne pensa, gli chiede Alessandro Russello, direttore del Corriere del Veneto, di Cacciari e Agamben che paventano il rischio di una dittatura connessa alla pandemia? «Un uomo intelligente come Cacciari parla di libertà e dittature in questi termini? Dico che non esiste solo la libertà mia: la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri. Ho il green pass, ce l’ho anche in cartaceo, lo tengo nel portafoglio: fa parte della mia vita ed è la cosa più normale del mondo. Ieri sera l’ho mostrato al ristorante, è stata una procedura semplicissima, risparmiateci la storia dei controlli faticosi per i gestori. Poi certo, non esiste un farmaco totalmente innocuo, con Astrazeneca si è fatto un grande pasticcio, sono stati commessi errori che hanno confuso l’opinione pubblica. Ma ora i vaccini che ci sono sul mercato sono sicuri. Guardiamo ai grandi numeri. Mi farò sicuramente la terza dose se e quando lo decideranno. Credo che sia probabile che ce ne sarà una questo prossimo autunno. Il problema è che quando Rivera ha parlato a Porta a Porta contro i vaccini, e io gli ho risposto che di vaccini non si muore, i no vax mi hanno fatto decine di denunce. Sono fortissimi, i no vax, sono potenti e attrezzati: ma non ce la faranno».

Il futuro «inquilino» del Quirinale. Ovazione all’Alexander Hall, e poi al Miramonti. Si parla, nell’estate cortinese, della prossima scadenza nella scelta del futuro inquilino del Quirinale. Così si intitola l’ultimo libro di Vespa, edito da Rai Libri, una galleria di presidenti della Repubblica, da Pertini (che «inseguiva le telecamere, ricordo come attese davanti al pozzo, a Vermicino, quando sapevamo purtroppo che Alfredo non ce l’avrebbe fatta, sono cose che non si fanno»), a Cossiga («un grande presidente, molto solo») a Ciampi, che «sdoganò la parola patria e ebbe il merito di tenerci ancorati all’Euro», a Mattarella, «uno dei più amati degli ultimi presidenti, ha attraversato tre crisi difficilissime, nel 2019, 2020 e 2021, da antiprotagonista: è uno dei presidenti più silenziosi che ci siano mai stati, ha parlato con gli atti. Ma è anche l’unico che ha impedito la formazione di un governo perché non gli andava bene un ministro (Paolo Savona). Poteva farlo? La maggior parte dei costituzionalisti gli ha dato ragione».

«Mattarella non vuole essere riconfermato». Nel 2022 si sceglierà il prossimo presidente. Russello: la scadenza è imminente. Chi è in pole position? «Non mi avrete mai con il totonomine», si schernisce Vespa. Scherza: «Ci sono più candidati alla presidenza della Repubblica che tutte le persone che vedete in questa sala. Resto basito dalla quantità di italiani che credono davvero di essere possibili presidenti, e che ignorano tutte le ragioni per le quali è sicuro che non lo diventeranno mai. Sarà Draghi? Con la sola eccezione di Cossiga, tutti i presidenti della Repubblica sono stati decisi all’ultimo. Fare una previsione è dilettantesco. Mi fa un po’ sorridere l’idea che avanza qualcuno: chiediamo a Mattarella di restare fino alle elezioni. E dove sta scritto? Mattarella non ha nessuna intenzione di essere confermato, ma penso che se mai desse la sua disponibilità non la darebbe certo a tempo: anche solo pensarlo è di poco rispetto».

L’autonomia di Zaia: «È virtuosa». L’autonomia è virtuosa? «Bossi voleva che a scuola si insegnasse in Veneto. Da allora per fortuna si sono fatti passi avanti. Zaia l’autonomia la pone in modo propositivo e secondo me virtuoso: dice che i soldi li spende meglio dello Stato e di questo sono sicuro. Ma bisogna vedere come questo si concilia con la Costituzione». Su Brugnaro: «È una persona molto simpatica. È stato un po’ preso dal virus della politica: e come altri virus, lo becchi e non ti lascerà mai...».

Bruno Vespa, la confessione sulla Rai: "Chi mi ha tradito quando ero direttore". Libero Quotidiano il 25 maggio 2021. Bruno Vespa ha rilasciato una lunga intervista a La Stampa alla vigilia del suo settantasettesimo compleanno. Nato a L’Aquila il 27 maggio 1994, il giornalista ha parlato del suo nuovo libro sui dodici presidenti della Repubblica e in particolare della sua lunghissima e gloriosa carriera in Rai. A riguardo ha anche regalato diverse perle e retroscena, come quella sul concorso vinto e il conseguente approdo al telegiornale: “Già mi avrebbero voluto fregare. Ero arrivato primo, potevo scegliere, ma con la scuola della bella voce mi volevano dirottare alla radio, che amo molto ma non era quello il mio desiderio”.  Poi sono arrivate la conduzione e soprattutto la direzione del Tg1: “È bellissimo essere direttore ma non lo rifarei - ha confidato Vespa - si perde un’infinità di tempo in questioni burocratiche e sindacali. Pensi che non volevo neppure fare l’intervista a Saddam Hussein, ma lui chiese il direttore o nessun altro”. Ma che impressione le fece? “Un uomo carismatico, un vero leader. Io ero latore di un messaggio personale che gli mandava il Papa, eravamo a ridosso della prima guerra del Golfo e mentre gli parlavo, del Noce che era con me gli chiedeva il nome del suo sarto di Parigi. In effetti era elegantissimo”. Poi Vespa non si è sottratto alla domanda su eventuali tradimenti subiti quando era direttore del Tg1: “Faccio prima a parlare di chi non mi ha tradito. In compenso tutti se ne sono pentiti. In Rai nulla mi stupisce. Ho visto legioni di democristiani diventare comunisti, ho visto insospettabili spuntare fuori dal nulla e dichiararsi di destra, quando la destra vinceva alle urne”. 

"La terza Camera del Parlamento italiano". Bruno Vespa confidential: “Berlusconi mi voleva al Quirinale, io Presidente della Repubblica”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 25 Maggio 2021. Da Berlusconi a Saddam Hussein a Cossiga a Papa Wojtyla. È un Bruno Vespa a tutto campo quello che si racconta in un’intervista al La Stampa. Il più noto conduttore giornalista della Rai è dal 1995 il conduttore di Porta a Porta, talk politico in onda ogni settimana, che lui stesso ha ideato. Innumerevoli le sue relazioni, interviste, polemiche anche. L’ex Presidente del Consiglio e più volte ministro della Democrazia Cristiana Giulio Andreotti lo ha soprannominato “la terza Camera del Parlamento Italiano”. Vespa ha pubblicato tantissimi libri, soprattutto saggi, sempre di grande successo. L’ultimo si chiama Quirinale – Dodici Presidenti tra pubblico e privato. E quindi si parte proprio da lì, dal Colle più alto di Roma, la residenza del Presidente della Repubblica. Sensazionale la rivelazione: Silvio Berlusconi avrebbe voluto candidare proprio lui, Vespa, al ruolo di Capo dello Stato. “Me lo ha detto Renzi e non ho motivo per dubitare. Ovviamente è una cosa fuori dal mondo, come gli ha risposto Renzi stesso”, ha raccontato Vespa. Nella storia della Repubblica, non solo della televisione, la celebre firma del “Contratto con gli italiani”, l’8 maggio 2001, da parte del Cavaliere, cinque giorni prima delle elezioni politiche, proprio negli studi di Porta a Porta. Sempre sui Presidenti della Repubblica Vespa si è espresso sul più gradito e sul meno gradito. “Cossiga, dopo scontri pubblici pazzeschi. Gli dissi che non lo querelavo unicamente per rispetto alla carica. Da lì nacque una grande amicizia. Quello che mi piacque meno fu Scalfaro, non si comportò bene con Berlusconi, che sentiva come un corpo estraneo”. Vespa ha anche commentato la sua direzione del Tg1: “È bellissimo essere direttore del Tg1 ma non lo rifarei, si perde un’infinità di tempo in questioni burocratiche e sindacali. Pensi che non volevo neppure fare l’intervista a Saddam Hussein, ma lui chiese il direttore o nessun altro. Fu un’intervista fatta a dispetto del nostro Governo che non voleva andasse in onda. Io mi impuntai e da lì divenni il baluardo della libertà e della sinistra…”. E quindi sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981: “Wojtyla diede la spallata definitiva per la caduta del Muro di Berlino, perciò pensarono bene di sparargli”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Michela Tamburrino per "la Stampa" il 25 maggio 2021. Ha tanto dell'abruzzese Bruno Vespa. Quei caratteri incisi nelle asperità montane. Chiusi, guai a mostrare troppo, gentili senza darlo a vedere, permalosi più del necessario, concreti e attaccati alla loro terra poco generosa. Bruno Vespa nasce a L' Aquila dove fa 364 giorni di freddo e uno di "frescu", e da dove parte con il sogno del giornalismo il concorso Rai, vinto, ed è subito Roma e il telegiornale unificato, «dove già mi avrebbero voluto fregare. Ero arrivato primo, potevo scegliere, ma con la scusa della bella voce mi volevano dirottare alla radio, che amo molto ma non era quello il mio desiderio».

Vespa, tanta gavetta?

«Appena assunto fui mandato sui fatti importanti, piazza Fontana, l'arresto di Valpreda. E, ancora, la diretta degli attentati di Fiumicino, facendo cose che oggi sarebbero impensabili, come spingermi fino all' aereo sulla pista pieno di passeggeri il giorno dopo i fatti. E poi il sequestro Moro, Paolo VI, il presidente Leone dimesso».

Dalla conduzione alla direzione del Tg1.

«È bellissimo essere direttore ma non lo rifarei, si perde un'infinità di tempo in questioni burocratiche e sindacali. Pensi che non volevo neppure fare l'intervista a Saddam Hussein, ma lui chiese il direttore o nessun altro».

Un' intervista storica. Anche per le polemiche che ne venirono. Che impressione le fece Saddam?

«Un uomo carismatico, un vero leader. Io ero latore di un messaggio personale che gli mandava il Papa, eravamo a ridosso della prima guerra del Golfo e mentre io gli parlavo, Del Noce che era con me gli chiedeva il nome del suo sarto di Parigi. In effetti era elegantissimo».

Perché tante polemiche?

«Fu un'intervista fatta a dispetto del nostro Governo che non voleva andasse in onda. Io mi impuntai e da lì divenni il baluardo della libertà e della sinistra... Se lo immagina? Mi è successo di vedere di tutto e anche questo. Mandai in onda l'intervista in seconda serata, andò benissimo».

Da direttore è stato tradito?

«Faccio prima a parlare di chi non mi ha tradito. In compenso tutti se ne sono pentiti. In Rai nulla mi stupisce. Ho visto legioni di democristiani diventare comunisti, ho visto insospettabili spuntare fuori dal nulla e dichiararsi di destra, quando la destra vinceva alle urne».

Che ne pensa di un cambiamento radicale della governance Rai? Ci crede ai partiti che si fanno da parte?

«Spero che la Rai resti pubblica, controllata dal Parlamento. Sai che cosa vogliono, da un privato puoi aspettarti di tutto. Magari sarebbe auspicabile una struttura più agile, una fondazione. Ne parlavo con Fassino quando sembrò che De Benedetti volesse entrare in partita. Gli dissi: "Se vi infastidite per un titolo sul giornale, che cosa accadrebbe per un servizio del Tg?"».

E siamo arrivati a "Porta a Porta".

«Che nacque per sbaglio. Ero andato a Palermo per la prima udienza del processo Andreotti e in albergo, accendendo la televisione, sentii che avevano dato una striscia di seconda serata quotidiana a Carmen Lasorella. Io che mi ero dimesso senza chiedere nulla e senza avere nulla, andai da Letizia Moratti, che allora era presidente della Rai, e le dissi che avrei fatto valere i miei diritti. Così divisero le serate tra me e Lasorella e il 22 gennaio del 1996 debuttò Porta a Porta. La mia seconda vita».

Si aspettava che fosse così longevo?

«No, per niente. Intervistando Santoro ricordavo che allora nessuno ci credeva. Su Rai1 un programma dai toni pacati mentre a Samarcanda scorreva il sangue, eravamo convinti di durare una sola stagione».

Invece è diventata la Terza Camera. Il suo ego è esploso?

«Fu Andreotti, disse che quando andava al Senato non se lo filava nessuno e che quando veniva da me lo chiamavano tutti».

Che rapporto ha con il potere?

«Disinvolto. Chi siede da noi ha titolo per farlo. Non ho mai imbrogliato alcuno. Sono un equilibrato per natura, ho le mie idee, ma lascio esprimere quelle degli altri garantendo bilanciamento sostanziale».

Parliamo della bagarre dei tetto ai compensi. Lei è stato accusato di essersi aggiustato il contratto come titolare di prestazione artistica, evitando così la tagliola riservata al personale pubblico e alle società partecipate. Che risponde?

«Il tetto ai compensi è stata un'idea sciagurata di Matteo Renzi, che peraltro è un ragazzo intelligente. Con il risultato che l'ad guadagna quanto il capo dell'ufficio abbonamenti. Detto questo, il mio non fu un escamotage. Biagi era configurato come artista grazie a una clausola del contratto che abbiamo tutti. Una non-notizia, ma visto che si trattava di me, diventò un caso».

Suo figlio Federico ha scritto un libro nel quale racconta la sua depressione durata anni e di come ne è uscito. Avere dei genitori ingombranti può essere un peso?

«Io sono ingombrante per definizione, un padre conosciuto è un ingombro».

Ha letto il libro da padre o da scrittore?

«Che sapesse scrivere bene già lo sapevo, perciò l'ho letto da genitore. Mi sono infastidito per alcune imprecisioni che gli ho chiesto di aggiustare, ma lui non l'ha fatto. Siamo una famiglia unitissima dai caratteri diversi».

È appena uscito il suo libro "Quirinale, dodici presidenti tra pubblico e privato"». Quale è stato il suo presidente d' elezione e il meno gradito?

«Cossiga, dopo scontri pubblici pazzeschi. Gli dissi che non lo querelavo unicamente per rispetto alla carica. Da lì nacque una grande amicizia. Quello che mi piacque meno fu Scalfaro, non si comportò bene con Berlusconi, che sentiva come un corpo estraneo».

A proposito di Berlusconi, è vero che avrebbe detto a Renzi di aver candidato lei al Colle?

«Me lo ha detto Renzi e non ho motivo per dubitare. Ovviamente è una cosa fuori dal mondo, come gli ha risposto Renzi stesso».

Che rapporto aveva con San Giovanni Paolo II?

«Wojtyla è il mio Papa. Non dimenticherò mai l'incontro a Cracovia quando era cardinale. Rimasi impressionato dalla presa che aveva sui giovani. Salutandoci, d' impatto gli chiesi se non fosse arrivato il tempo per un papa polacco. Lui mi rispose: "Troppo presto". Da credente mi sono convinto che nei piani divini, di mezzo dovesse esserci Giovanni Paolo I a fare da cuscinetto».

Wojtyla contribuì molto al crollo del muro?

«Diede la spallata definitiva, perciò pensarono bene di sparargli».

Il caso Renzi-Mancini e l'incontro in autogrill ripreso da una signora di passaggio e mandato su Report. Che ne pensa?

«Non mi piace parlare di trasmissioni altrui. Ma trovo strano che una professoressa passi per caso e ancora per caso riconosca i due e riesca a filmarli. Clamoroso».

Il Covid ha rubato ai ragazzi anche le loro foto di scuola. Lei riguarda le sue foto di classe e, quando si vede con Giorgio Pietrostefani, mandante dell'omicidio Calabresi, che pensa?

«La scuola è un pezzo di vita, ma guardando quelle foto vedo persone oggi anziane. La penso come Mario Calabresi, il figlio del commissario ucciso, non è tempo per la vendetta. Ma il passo di Macron di ristabilire il principio è stato enorme».

E così di slancio arriviamo alla sua terza vita, certamente la più invidiabile, quella di produttore di vino e non solo....

«Io sono da sempre un appassionato di vino. Luigi Veronelli è stato il mio maestro di bicchiere e ho imparato da grandi produttori e da Riccardo Cotorella, il presidente mondiale degli enologi. Il Salento è stato un caso felice, dopo varie vicissitudini con soci, ho rilevato la masseria Li Reni del Cinquecento con 500 ettari di vigneto che stanno lavorando bene. Vendo in una ventina di Paesi nel mondo e mi emoziona pensare che a New York, in Canada o a Seul stanno bevendo un mio vino. Ho un bianco fantastico è dedicato a mia moglie, il Donna Augusta, che ha ottenuto ottime recensioni. E abbiamo un resort che prima del Covid aveva ospiti da 52 Paesi del mondo. Lo gestiamo noi di famiglia, il ristorante invece è curato da un amico che ha trasferito la sua brigata dalla vicina Manduria a noi. Una terza vita tutta da assaporare».

Dagospia il 17 maggio 2021. Da Un Giorno da Pecora. Se è vero che Berlusconi propose a Renzi il mio nome, prima di Mattarella, come candidato al Quirinale? “Secondo me era una battuta, a me questa la raccontò Renzi e non Berlusconi. Renzi mi disse: “guarda che Berlusconi ha proposto te”. La cosa, comunque, non aveva molto senso...” A raccontare l'aneddoto, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è il conduttore di Porta a Porta e giornalista Bruno Vespa. Ha saputo cosa rispose Renzi al Cavaliere? “Gli disse che, giustamente, la cosa non stava né in cielo né in terra...” Cambiamo argomento: se avesse ricevuto gli ormai celebre verbali di Amara, come a 'Repubblica' e al 'Fatto', lei li avrebbe pubblicati? “Siccome 'Repubblica' e 'Fatto' hanno pubblicato tutti i verbali che gli sono arrivati prima, è curioso che non abbiano pubblicato questi...” E come mai, a suo avviso, non lo avrebbero fatto? “Se quei verbali avessero parlato di Salvini e Berlusconi, secondo lei sarebbero rimasti chiusi nel cassetto? Io ho qualche dubbio ma per carità magari sbaglio”. Restando a un altro tema giornalistico che ha fatto molto discutere, il video che ritrae l'incontro tra Renzi e Mancini, con quello lei come si sarebbe comportato? “Bisogna vedere la fonte, io avrei fatto delle verifiche. Voi credete che sia stata una professoressa che passava di lì per caso? Non lo so, mi pare singolare, tutto qua. Non è che non ci creda, è possibile ma è curioso”.

Luciano Ferraro per il "Corriere della Sera" il 5 maggio 2021. Doppia sfida per Bruno Vespa. Gastronomica ed enologica. Apre un suo ristorante nel cuore del Salento, nella zona del Primitivo di Manduria. E lancia il suo primo vino bianco di alta gamma, il «Donna Augusta 2019», dedicato alla moglie Augusta Iannini, magistrato per 35 anni, poi per 8 al vertice dell'Autorità del garante per la protezione della privacy. Iannini ora si occupa della Masseria Li Reni, il fronte agricolo di «Vespa Vignaioli per passione», l'azienda familiare che riunisce oltre ai genitori (entrambi di origini aquilane, sposati da 46 anni), i figli Alessandro e Federico. «Il ristorante - annuncia Vespa - aprirà alla fine di maggio. L'intero staff, dallo chef al pasticcere, del Santa Chiara di Turi (in provincia di Bari) si trasferirà qui». L'ingresso della brigata, guidata dallo chef Pietro Valoroso darà il nome al nuovo locale, che si chiamerà Santa Chiara a Li Reni. «Non è una sfida semplice, soprattutto in questo periodo - dice Vespa - ma siamo sicuri della professionalità della nuova squadra. La lista dei vini sarà all'altezza: 100 etichette di tutte le regioni italiane, assieme a una selezione di Champagne». In prima fila i vini che il presidente degli enologi, Riccardo Cotarella, ha messo a punto per Vespa. Il più noto è il «Raccontami», Primitivo di Manduria Doc. mentre il «Bruno dei Vespa» è il Primitivo che punta sul miglior rapporto qualità-prezzo. Ora il debutto del «Donna Augusta», con 3.300 bottiglie. «Mia moglie preferisce i rossi - spiega Vespa - si è rassegnata a una dedica in versione bianca, ma ha chiesto un vino che le assomigliasse. Fare un bianco importante in Puglia non è facile. Cotarella ha scelto un blend di Verdeca, Fiano e Chardonnay». «Il rischio - argomenta Cotarella - era limitarsi a un bianco beverino oppure di eccedere in potenza. È stato necessario impegnarsi in tanti test per ottenere equilibrio ed eleganza. Ogni uva è stata vinificata a parte, con metodi diversi, compresa la barrique per lo Chardonnay. Il risultato? Non solo muscoli, ma dinamismo e vivacità. Il "Donna Augusta" resisterà ad un lunghissimo invecchiamento». Un vino che segna la ripartenza per la cantina di Vespa. Il 2020, come è accaduto per la maggioranza delle aziende del settore non solo italiane, è stato un anno difficile a causa della chiusura di ristoranti e hotel per la pandemia. Nel 2019 dall'avamposto pugliese di Vespa erano partite 300 mila bottiglie per l'Italia e per l'estero (dove viene venduto il 30% della produzione, Cina compresa). L'anno successivo il calo è stato di un terzo. «Nel 2021 torneremo a lavorare con la stessa quantità pre-pandemia», annuncia Vespa, che nel frattempo è diventato anche produttore di Prosecco Docg, nelle terre affittate da Giancarlo Moretti Polegato di Villa Sandi, che fornisce vini a Quirinale e Palazzo Chigi. L'investimento sui terreni pugliesi (44 ettari di cui 32 a vigneto) e sulla masseria cinquecentesca, trasformata in un resort di lusso con 13 suites, è iniziato 10 anni fa. Tre anni dopo sono stati messi in commercio i vini firmati Cotarella, lo stesso enologo dell'ex premier Massimo D'Alema (patron de Le Madeleine, a Narni, Umbria) e del cantante Sting (proprietario con la moglie Trudie della Tenuta il Palagio, a Figline Valdarno, sulle colline fiorentine).

Tv: Vespa, "in 25 anni a Porta a Porta Kissinger e il Papa, ma il mio mestiere resta il cronista". Affari Italiani 22 gennaio 2021. Adnkronos - Una trasmissione "nata a dispetto dei santi", che ha attraversato 25 anni senza una ruga ma con successi e scoop che pochi altri programmi possono vantare. “Porta a Porta” spegne 25 candeline e il suo storico ideatore e conduttore Bruno Vespa ripercorre con l'Adnkronos le tappe più significative di questa avventura, una delle più longeve della storia della tv italiana. "Nel 1996 non si immaginava che una trasmissione educata di politica su Rai1 potesse avere successo -dice Vespa- Invece dal primo incontro con Romano Prodi le cose andarono bene e siamo andati avanti, e siamo ancora qua".Hanno partecipato al programma "tutti e dieci i presidenti del Consiglio che si sono avvicendati. Due presidenti della Repubblica, Ciampi e Napolitano, si sono collegati con noi, un Papa ci ha telefonato, un alto Papa durante un viaggio ha detto: 'approfitto di 'Porta a Porta' per salutare l'Italia'... insomma, diciamo che è andata bene", dice il giornalista. In 25 anni sono stati affrontati, nell'ormai celeberrimo studio, i casi più gravi e drammatici della storia recente. "Dalle Torri Gemelle fino al terremoto dell'Aquila, Cogne, Avetrana", ricorda Vespa, che ripercorre con la mente alcuni dei tantissimi i personaggi avuti come ospiti. "Kissinger, Lech Walesa, Gorbachov, Gianni Agnelli, Ashnar, Peres e Arafat che si sono incontrati per l'ultima volta a Porta a Porta, Dustin Hoffmann, Sean Connery", snocciola Vespa con nonchalance. "E poi lo spettacolo, tutti i grandi show sono passati da noi. Che una statua come Liza Minnelli venga a giocare con noi, per un ragazzo di provincia quale io sono rimasto una non è una cosa proprio consueta", scherza il giornalista. Tra tutti i momenti 'apicali' della trasmissione, su quale sia stato quello più emozionante Vespa non esita un secondo a rispondere. "Ovviamente la telefonata del Papa. Era imprevista, inattesa e molto affettuosa", dice con ancora un'impercettibile vibrazione nella voce.

Giovanni Terzi per "Libero quotidiano" il 10 maggio 2021. "Anedonia: è il primo termine che andai a cercare per darmi una spiegazione di quella nube tossica che mi aveva catturato. A livello emotivo una massiccia campana di vetro si era piazzata tra me e il mondo esterno: mi sentivo un mostro, un robot, uno che avrebbe potuto mangiarti, in preda a un nodo in gola che avrebbe solo voluto vomitare, estirpare, strapparsi di dosso". Così è scritto nel libro di Federico Vespa «L' anima del maiale». Federico è figlio di Bruno Vespa e del magistrato Augusta Iannini, ha attraversato la depressione e ne è uscito. Il male di oggi in tanti giovani che vivono nella paura di socializzare. Da dieci anni coordina la rivista dei detenuti nel carcere di Rebibbia e, dopo l' esperienza radiofonica in RTL, oggi conduce con Silvia Salemi un programma su Isoradio. Quale sarà il futuro delle nuove generazioni dopo l' anno passato in lock down per il COVID? Non è semplice essere capaci di fare i conti con sè stessi, con i propri demoni e le proprie paure per comprendere come dover affrontare la vita senza buttarla via in modo assoluto. Riconoscere di non aver bisogno di aiuto, di non  potere essere in grado di affrontare le ansie e la depressione da soli è un atto di coraggio e di umiltà ma soprattutto è sintomo di amore verso la vita e rispetto verso se stessi. È la paura l' emozione più difficile e più complicata, da gestire. Mentre per il dolore si può piangere e per la rabbia si può urlare, per la paura, che si aggrappa silenziosamente al cuore, poco si può fare se non avere il coraggio di chiedere sostegno. E così ha fatto Federico Vespa, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, iniziando anni fa a mettersi in gioco andando in cura da psicologi e chiedendo aiuto. Federico ne è uscito, dalla depressione, ed è riuscito a gestire le ansie e le paure anche raccontandole in un libro, da lui scritto nel 2019 ed edito da Piemme, dal titolo "L' anima del maiale. Il male oscuro della mia generazione".

Da dieci anni coordini la rivista fatta dai detenuti di Rebibbia, «Dietro il cancello», insieme all' associazione Idee: che cosa ti porta umanamente questa esperienza?

«È qualcosa di totalmente nuovo e fuori contesto rispetto la vita che viene fatta fuori dalle mura del carcere e proprio per questo si tratta di una esperienza eccezionale dove incontri persone e realtà che mai avresti immaginato. In carcere, attraverso la curatela della rivista, inizi dei rapporti umani e profondi con coloro che sono detenuti e che, spesso, si trasformano in amicizia. Sai cosa ho trovato di straordinario nel rapporto con i detenuti?»

Dimmi Federico...

«La gratitudine, un sentimento non sempre presente fuori dal carcere, nella nostra amata società contemporanea. Una gratitudine totale di chi si stupisce che tu abbia voglia di dedicarti a loro».

Certo che molti di loro hanno commesso crimini efferati: hai mai sentito pentimento?

«Sia pentimento che voglia di cambiare e di trasformare la loro vita e per questo sarebbe importante abolire l' ergastolo, il carcere a vita, anche se spesso un detenuto ha quasi paura ad uscire di galera».

Perché?

«Perché la società non sempre rende possibile il reinserimento nella vita professionale a chi è stato in carcere».

Hai parlato dell' abolizione del carcere a vita. Per quale motivo?

«Perché il carcere ha l' obiettivo di essere rieducativo e quindi non può esserci l' ergastolo. La Corte Costituzionale ha stabilito l' incostituzionabilità dell' ergastolo ostativo, ha detto, poche settimane fa, che il Parlamento avrà un anno per provvedere con una legge, ma che se a maggio del 2022 la nuova legge non ci sarà ancora, la norma che permette l' ergastolo ostativo verrà abolita perché "in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione"».

Che tipo di giornale fate a Rebibbia?

«È un mensile e trattiamo, approfondendoli, tutti gli avvenimenti della società.

Parliamo di politica, sport, cultura e anche giustizia. Molti detenuti scrivono davvero bene ed i loro commenti sono davvero importanti».

Commentate anche le ultime notizie sulla Giustizia? Tu cosa pensi del caso Palamara e di quello che sta accadendo?

«Posso dire che, da figlio di un magistrato, queste cose le sapevo già vent' anni fa. A Palamara va il merito di aver aperto un vaso di Pandora che, se gestito bene, non potrà che determinare cambiamenti positivi».

Nel 2019, poco tempo prima dell' esplosione del Covid hai scritto un libro. Come è nata questa idea?

«È nato tutto in modo assolutamente casuale: grazie ad una mia collega di allora a RTL, sento la Piemme editore che mi racconta la loro volontà di pubblicare un libro di saggistica. In realtà l' unica cosa che potevo fare era un libro autobiografico sulla mia storia personale, essendo riuscito a curare l' ansia e la depressione».

Così hai scritto "L' anima del maiale. Il male oscuro della mia generazione". Che libro è?

«Come ho detto, è un libro autobiografico; ero già uscito dalla depressione e mettermi a scrivere su ciò che avevo passato è stato curativo e terapeutico. Il senso di questo libro è che puoi avere tutti i soldi di questo mondo, la famiglia più importante del pianeta ma questi non bastano a "comprare" la felicità e la serenità. Ci vuole altro».

Mentre scrivevi il tuo libro hai sofferto?

«Non ho paura a dire che ho anche pianto in taluni momenti».

Quali?

«Quando ho riaffrontato con la memoria i momenti della depressione. Scrivevo di sera, mi accompagnavo anche con un bicchiere di whisky per cercare di allentare la tensione nell' affrontare qualche passaggio, e a volte stavo male perché mi saliva il ricordo di quel periodo faticosissimo della mia vita. Vedi, la depressione è un male oscuro che improvvisamente ti prende facendoti diventare vittima di ciò che non sai, che non conosci e quindi non sei più in grado di superare questo scoglio da solo».

Ti sei fatto aiutare da psicologi?

«Sì, ne ho cambiato qualcuno, di terapeuta, prima di trovare la persona che mi è stata accanto davvero».

Il rapporto con la tua famiglia?

«È stato un rapporto complesso e articolato, che si è stabilizzato dopo che sono guarito. Ripeto: puoi avere la migliore famiglia del mondo, ma se non sei centrato e interiormente risolto a poco serve».

Li vedi spesso?

«Li ho visti oggi e sono stato felice. Con mia madre ho un rapporto speciale, ma anche con mio padre. Li osservavo oggi e spero che la vita li conservi ancora tanto tempo in salute».

Hai paura quando pensi che a loro possa succedere qualcosa?

«Da una parte sono ovviamente consapevole del fatto che non siano eterni, e però dall' altra vivo con terrore il giorno in cui non ci saranno più. Per questo cerco di godermeli e, per ciò che posso fare, tutelarli al massimo».

Quale è il male oscuro della tua generazione?

«Credo l' incapacità di vivere emozioni. I social e i nuovi media hanno come anestetizzato ogni forma di empatia e la mia percezione è che ci sia una sorta di paura a lasciarsi andare. Viviamo in un mondo dove l' importante è quanti like prendi sul profilo instagram ed abbiamo persone che ogni mezz' ora raccontano ciò che cosa stanno facendo. Tutto questo è frutto di una debolezza incredibile come se si volesse dire "io esisto"».

E la generazione che ha vissuto il Covid da quindicenni come sarà?

«Dipende se tutto finisce qui e si riprende davvero una vita normale, o se questa situazione si protrae ancora. Già adesso vedo i giovani che preferiscono fare partite sulla Play e non andare a giocare a pallone con gli amici e, secondo me, questo non fa bene».

Che cosa si potrebbe fare?

«Tornare alla realtà che, a volte sicuramente fa male, ma è espressione di vita. Più realtà nella vita delle nuove generazioni aiuterebbe a ritrovare empatia e socialità».

·        Carlo Bollino.

Edi Rama, omaggio a Carlo Bollino: pugliese d'origine e albanese d'adozione. Gelormini su affaritaliani.it Domenica, 7 marzo 2021. L’omaggio del Primo Ministro albanese, Edi Rama al pugliese/albanese Carlo Bollino, già Direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, durante la sua visita a Bari. L’omaggio del Primo Ministro albanese, Edi Rama al pugliese/albanese Carlo Bollino, già Direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno", durante il passaggio a Palazzo di Città - dove è stato accolto dal Sindaco Antonio Decaro - in occasione della sua visita a Bari.

La Biografia di Carlo Bollino (da Wikipedia). Giovanissimo incomincia la sua carriera di giornalista nelle prime emittenti radiofoniche di Lecce (Radio Nice International e Radio Rama).

Inizia a lavorare nella carta stampata al "Quotidiano" di Lecce, Brindisi e Taranto. Diventa giornalista professionista all'età di 24 anni, nel 1985.

Passa a "La Gazzetta del Mezzogiorno", come redattore di cronaca nera, prima nel Salento, e poi in tutto il sud Italia. Si distingue sin dall'inizio della sua carriera per le sue battaglie civili e il suo impegno nella lotta alla mafia.[senza fonte] Per anni è stato considerato uno dei maggiori esperti italiani della Sacra Corona Unita contro la quale ha scritto sin dalla sua scoperta.[senza fonte] Per oltre un decennio si è occupato di tutti i principali fatti di mafia e di cronaca nera avvenuti nel Salento, in Puglia e in Basilicata.

Nel 1989 viene nominato inviato speciale e si trasferisce a Bari presso la sede centrale de La Gazzetta del Mezzogiorno, ove poi assume il ruolo di caporedattore centrale.

Nel 1990 conduce in Basilicata una approfondita inchiesta giornalistica sulle connessioni tra criminalità, politica ed economia.

Nel 1991 inizia a occuparsi di politica estera e segue la guerra nella ex Jugoslavia e in Iraq, e poi la caduta del comunismo in vari paesi dell'Est Europa.

Nel 1993 rifonda (dopo molti anni) e dirige in Albania, per conto della Edisud, il quotidiano Gazeta Shqiptare e poi l'emittente radiofonica "Radio Rash", il portale di notizie "Balkanweb" (in lingua albanese) e la emittente televisiva "News24". Questo gruppo editoriale sarà il secondo più importante polo informativo del paese.

Nel 1999 diventa corrispondente dell'agenzia di stampa Ansa per i Balcani: è inviato di guerra in Somalia, ex Jugoslavia, Kosovo, Macedonia, Iraq, Israele, Afghanistan e Libano. 

Dopo aver vissuto per 14 anni a Tirana, a luglio 2007 si trasferisce in Medio Oriente, ove assume la guida dell'ufficio di corrispondenza dell'Ansa in Israele e nei Territori palestinesi.

Da maggio 2008 ritorna a Bari con l'incarico di direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno. In questi anni di ritorno sul fronte del giornalismo italiano, si riaccende anche la sua passione civile. Tra l'altro una sua iniziativa per contrastare una legge del governo italiano che rischia di limitare la liberta' di stampa, gli procura il premio Cronista 2009 della città di Viareggio e l'apprezzamento del sindacato nazionale dei giornalisti italiani.

Tra il 2010 e il 2012 diventa ospite fisso di numerossime trasmissioni televisive di inchiesta come Porta a Porta (RaiUno), Pomeriggio sul Due (RaiDue) e La Vita in Diretta (RaiUno) nelle quali viene invitato a commentare sviluppi e retroscena di alcune importanti vicende di attualità, prima tra tutte l'inchiesta sul delitto della giovane Sarah Scazzi del cui "caso" viene considerato uno dei più esperti giornalisti italiani.

Dal 14 al 21 ottobre 2012, l'editorialista commenta nella rubrica «Res Gestae» su Rai Storia (canale Digitale Terrestre) gli avvenimenti significativi, approfondisce le notizie del giorno, e riporta alla luce i fatti e i personaggi che hanno segnato la storia politica e culturale, con l'uso di documenti audiovisivi delle Teche Rai. 

Nell'ottobre del 2014 si è dimesso dalla direzione della Gazzetta del Mezzogiorno ed è tornato a vivere in Albania dove guida un nuovo gruppo editoriale composto dalla televisione all news A1Report (oggi Report Tv) e dal portale e quotidiano in lingua albanese Shqiptarja.com

Nel gennaio 2016 ha ricevuto la cittadinanza albanese.

Nel 2014 e nel 2016 è ideatore a Tirana dei musei sul comunismo Bunk’Art1 e Bunk’art2 allestiti all’interno di bunker antiatomici costruiti dal dittatore comunista Enver Hoxha negli anni della guerra fredda. Di entrambi i musei, diventati secondo TripAdvisor tra le principali mete turistiche dell’Albania, è tuttora il curatore generale.

·        Carlo De Benedetti.

Dagospia. Anticipazione da Chi il 24 agosto 2021. Questa settimana in esclusiva su CHI le foto di Carlo De Benedetti in vacanza in Costa Smeralda. L'editore festeggia il primo anno del quotidiano Domani in compagnia della moglie Silvia Monti e di alcune amiche, fra cui Lilli Gruber, a bordo del suo nuovo mega yacht. De Benedetti è spesso ospite della giornalista a Otto e mezzo, il programma che conduce su La7. Fra la Gruber e l'Ingegnere c'è un'amicizia di lunga data. Nelle immagini pubblicate da CHI li vediamo scambiare lunghe chiacchierate passeggiando sul ponte del lussuoso yacht: si tratta del Solo, che l'imprenditore ha acquistato quest'anno per 62 milioni e 900 mila euro. Lungo 72 metri, uscito nel 2019 dai cantieri Tankoa di Genova, accoglie 12 persone e dispone di spa, beach club, palestra vetrata, lounge, piscina di 6 metri.

Da liberoquotidiano.it il 12 febbraio 2021. A tenere banco a PiazzaPulita di Corrado Formigli, nella puntata in onda su La7 giovedì 11 febbraio, ecco Carlo De Benedetti. E ora che Silvio Berlusconi non ha più il consenso e il potere politico di un senso, ecco che il livore dell'editore si riversa contro "l'osso duro", ossia Matteo Salvini. Il conduttore interpella l'editore di Domani sulle ragioni della genesi del governo dell'ex mister Bce, e l'Ingegnere pontifica: "Io penso innanzitutto che Mario Draghi sia un risultato della Waterloo della politica. Non è Draghi che determina il fallimento della politica. È la politica che determina il suo fallimento e Draghi è arrivato per quello". "Grandi riforme? No, due emergenze": Salvini, lezione a grillini e democratici. Epperò poi De Benedetti parte in dribbling, si smarca, vede il drappo rosso della Lega. E così aggiunge: "Vorrei però aggiungere una cosa su Salvini: ha realizzato il più grande flop politico che io ricordi. Ha preso un partito con una forte base al Nord". Bum. Così. A casaccio. Tanto che anche Formigli fa sommessamente notare che "però quando ha preso la Lega aveva il 5%". Ma niente da fare, De Benedetti prosegue nella sua analisi che flirta da vicino col delirio: "Attenzione, lui ha cercato di trasformare la Lega in un partito nazionale. Ed è stato un flop totale. Ha perso Emilia Romagna e Toscana e le ha perse entrambe. Dopodiché ha capito che la Lega non è un partito nazionale: con Draghi la sua base elettorale gli ha fatto capire che o cambiava lui o lo mandavano a casa", conclude. Un ragionamento lunare, quello di De Benedetti. In primis perché mai il centrodestra aveva raggranellato tanti consensi in Emilia Romagna e Toscana quanti ne ha presi con la leadership di Salvini. Dunque parlare di "flop totale" nell'aver portato il Carroccio dal 5% ad essere il primo partito d'Italia è una presa di posizione che non merita neppure un commento. Infine la sparata, "lo mandavano a casa": ma chi? Insomma, un De Benedetti completamente fuori fuoco, dimostrazione lampante che ora, per lui, l'uomo da battere è Salvini. Nel corso del suo intervento, De Benedetti ovviamente si spende nell'elogio sperticato di Draghi: "È prudente ma quando parte su una cosa la fa con un'audacia non comune. Quindi ho la massima stima di Draghi". E ancora: "Lo conosco molto bene, da tanti anni. È un amico e una persona che stimo molto. Molti hanno trovato bizzarro che potesse essere impiegato in una funzione politica. Ma Draghi è un politico", conclude solenne De Benedetti.

Carlo De Benedetti, Dagospia svela il suo ultimo acquisto: "Più di 62 milioni di euro per un nuovo yacht". Libero Quotidiano il 26 febbraio 2021. Novità in casa De Benedetti. L'ex patron di Repubblica, Carlo De Benedetti appunto, ha deciso di darsi agli acquisti. A svelare quanto accaduto è Dagospia che parla di "una nuova barca". Il sito di Roberto D'Agostino dà anche una sua visione dei fatti scrivendo: "Era da tempo che Carlo De Benedetti e la consorte Silvia mal sopportavano quella barca bellissima ma di appena 50 metri". E così la decisione di pensare più in grande. I due - riporta Dago - "alla tenera età di 86 anni (lui), ne hanno acquistata una da 72 metri". Quest'ultima adocchiata presso il cantiere Tankoa di Genova "specializzato nella costruzione di mega yacht totalmente personalizzabili" sborsando quella che viene definita "la misera sommetta di 62 milioni 900 mila euro". Capito De Benedetti? Proprio qualche anno fa l'ingegnere - è quanto diffondeva Il Fatto Quotidiano - si è visto contestare dalla Finanza “l’omessa dichiarazione di investimenti detenuti in Stati o territori a fiscalità privilegiata” per lo yacht My Aldabra registrato alle Cayman. Non era andata meglio al figlio Marco. Il 43 metri Sirahmy, battente bandiera britannica, è invece stato pignorato dal tribunale di Massa su richiesta dei Nuovi cantieri Apuania (Nca) di Marina di Carrara. Contrariato l'imprenditore che per bocca del suo portavoce si era difeso: "Esprimiamo profonda sorpresa per la notizia che è circolata - si era difeso -. Premesso che da un punto di vista formale non sono stati rispettati i dovuti obblighi di riservatezza, l'Ingegner De Benedetti non ha mai evaso, o omesso di dichiarare, alcuna proprietà estera, in particolare per quanto riguarda l'imbarcazione My Aldabra, che era di proprietà di UniCredit Leasing SpA in Italia". Secondo il comunicato si trattava di "un'informazione data al pubblico e basata sul nulla, gravemente lesiva. L'Ingegnere avvierà pertanto azioni a tutela della sua reputazione, e in tal senso ha già dato mandato al professor Franco Coppi di procedere giudizialmente".

"Berlusconi al Quirinale? Consegno il passaporto". L'ultimo delirio di De Benedetti. Marco Leardi il 3 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ingegnere si infervora dalla Gruber sull'ipotesi di vedere il Cavaliere alla presidenza della Repubblica. "Sarebbe una cosa indegna", ha attaccato, rinnovando lo storico livore verso l'ex premier. Carlo De Benedetti perde il pelo (ormai imbiancato) ma non il vizio. Sì, quello di attaccare Silvio Berlusconi. Lo ha fatto anche questa sera nel corso della sua ospitata a Otto e Mezzo, su La7. Nello studio di Lilli Gruber, coccolato dalle domande della conduttrice, l’ex editore di Repubblica ha espresso giudizi sprezzanti sull'ipotesi di vedere il leader di Forza Italia come prossimo Presidente della Repubblica. Il solo fatto che il Cavaliere sia stato annoverato tra i possibili candidati al Quirinale – con il sostegno del centrodestra - ha infastidito l'ingegnere, il quale non ha perso l'occasione di rinnovare il proprio storico livore nei confronti dell'ex premier. Sì, perché quella di De Benedetti nei riguardi del leader azzurro assomiglia ormai a un'ossessione, come hanno dimostrato le sue odierne parole. Solleticato da un domanda della Gruber sull'argomento, che somigliava più che altro a un assist, De Benedetti ha dichiarato: "Berlusconi è un fantasista, come sono fantasisti quanti pensano che possa andare al Quirinale". Poi l'ingegnere ha rincarato la dose: "Io anticipo che, nel caso in cui l’assemblea dei grandi elettori impazzisse e mandasse Berlusconi al Quirinale, io renderei il mio passaporto al Ministro degli Interni. Sarebbe una cosa indegna". Le sparate di De Benedetti, lì per lì, sono state sottolineate dalle risate complici della conduttrice e di Massimo Giannini, ospite in studio. Poco prima, l'ex editore di Repubblica aveva espresso il proprio apprezzamento per Sergio Mattarella, auspicando che possa rimanere ancora alla presidenza della Repubblica. Le affermazioni di De Benedetti sul Cavaliere, per quanto rancorose, hanno innescato immediate reazioni dal mondo politico quando ancora l'imprenditore discettava dalla Gruber sui massimi sistemi, dalle politiche di Joe Biden al clima. Passando per Arcore, chiaramente. "Comprendo il dispiacere dell'ingegner De Benedetti per l'eventuale elezione di Silvio Berlusconi al Quirinale. Mi pare esagerato però che egli voglia restituire il passaporto. Magari potrebbe bastare - come gesto di protesta - la restituzione in beneficenza di una parte dei lauti introiti scaturiti dalla celebre, rispettabile e per lui fortunata 'sentenza Mondadorì", ha replicato il parlamentare forzista Gianfranco Rotondi. Nel suo intervento a Otto e Mezzo, De Benedetti ha commentato a modo suo anche un'ipotetica elezione di Giorgia Meloni a premier. Sempre rispondendo a Lilli Gruber, l'ospite ha chiosato: "Non succede perché l'Europa non ce lo lascia fare. Votano gli italiani, è vero, ma gli italiani votano secondo ciò che gli conviene". Parole che hanno provocato la replica della leader di Fratelli d'Italia: "Carlo De Benedetti, imprenditore italiano naturalizzato svizzero, commendatore della Légion d'honneur francese, editore di Repubblica e poi de Il Domani, pontifica stasera dalla Gruber. Dice, tra le altre cose, che non si fida di me. Vuol dire che sto facendo bene il mio lavoro".

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile

Da huffingtonpost.it il 4 novembre 2021. “Se il Parlamento impazzisse e decidesse di eleggere Berlusconi al Quirinale, io rendo il mio passaporto al Ministero degli Interni. Sarebbe una cosa indegna”. Così Carlo De Benedetti, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. L’Ingegnere elogia Mario Draghi, il cui merito, spiega, è stato di aver “portato la competenza. Dalla cretineria dell’uno vale uno è arrivata la competenza, che ha spiazzato tutti. Abbiamo un uomo preparatissimo, democratico, competente e gentile. Io avrei perso la pazienza venti volte al suo posto, lui è un uomo paziente. E ha fatto delle ottime scelte delle persone”. Parole più velenose invece nei confronti di Enrico Letta - “sicuramente una persona per bene, seria, però non ha la caratura del leader” - di Matteo Renzi - “non è una persona seria. Se fai il senatore, devi fare il senatore, non andare in Arabia Saudita o occuparti di società russe” - di Giancarlo Giorgetti - “La sua idea su Draghi al Quirinale mi sembra più che altro un’autocandidatura a fare il presidente del Consiglio” - e di Giorgia Meloni - “Lei premier? Non succede perché l’Europa non ce lo lascia fare”. La soluzione per Quirinale, secondo De Benedetti, è mantenere lo status quo:  “So che torcere un po’ la Costituzione può lasciare qualche conseguenza ma io dico: abbiamo due persone outstanding, il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica: lasciamole lavorare. Se le forze politiche concordassero su Mattarella alla prima votazione, Mattarella non potrebbe non accettare, penso. Io sono dell’opinione che Draghi non debba andare al Quirinale, ma in uno stato di emergenza che si prolungherà oltre il 31 dicembre e una situazione economica ancora da consolidare, avendo due fuoriclasse come Draghi e Mattarella, perché non approfittarne?”.

Berlusconi e De Benedetti, storia di una passione autentica tra due ex amici. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'8 Settembre 2020. Allora, dilemma: che gli ha preso all’Ing (con la maiuscola, come Avv per Agnelli e Cav per il cavaliere) Carlo De Benedetti quando ha commentato la malattia (Covid a 83 anni con un sacco di problemi pregressi, come da manuale) di Silvio Berlusconi dandogli dell’ «imbroglione» e parlando del proprio personale orgasmo – «la mia maggior goduria» – quando quello fu costretto a rimborsare alla sua Cir un bel pacco di miliardi? Qui ci sarebbe da rifare la storia d’Italia con tutta la “guerra di Segrate” fra Berlusconi e De Benedetti quando fu giocata una partita mortale sulla Mondadori. Ma occorrerebbero pagine per chi non sa e non ricorda. Mettiamola invece sul piano personale. Li ho conosciuti e anzi li conosco entrambi, De Benedetti e Berlusconi, umanamente parlando. E quando ho visto questa sparata dell’ingegnere a commento della malattia che aveva costretto Berlusconi al ricovero recalcitrante per polmonite da Covid mi sono chiesto se avesse avuto una botta di follia. Ho pensato in questi giorni durante i quali si è scatenata la zuffa all’italiana con violenza verbale, battute da querela e da fogna, e insomma sono rimasto ipnotizzato come spettatore cronista dal solito clima da guerra civile mentale e verbale che ci accompagna dalla fine della guerra fredda, anzi da molto prima. Con calma, anzi con rammarico, direi che De Benedetti si è fatto prendere da uno dei suoi personali attacchi di odio. Carlo De Benedetti ed io scrivemmo insieme un libro intervista qualche anno fa e diventammo amici, io bevevo la sua stessa tisana giallina che gli portavano in caraffe e rievocammo la sua vita e le sue guerre. E devo dire che mi colpì presto la dicotomia, o se preferite la contraddizione, fra il suo aspetto pacioso, florido senza essere grasso, apparentemente misurato e contegnoso, ma colmo di disprezzo e con una schiuma interna di conti non saldati. Dette a me l’anteprima di aver voluto letteralmente licenziare Eugenio Scalfari proprio perché voleva cacciarlo via e sostituirlo dalla mattina alla sera con Ezio Mauro che dirigeva la Stampa, lasciando in braghe di tela l’avvocato Agnelli, editore de la Stampa, che non credeva ai suoi occhi. Mi parlò molto, molto male, di persone che sono morte e di cui dunque taccio il nome. Ne parlò in maniera sferzante. E anche con qualche ragione, penso. Mi colpì molto quando disse che essendo fuggito da bambino in Svizzera con i suoi a causa delle persecuzioni razziali, sperimentò la fame e la povertà e giurò a sé stesso di non voler più essere povero, ma anzi di voler diventare ricco, ricchissimo, straricco. E lo fece. Fu un imprenditore di motociclette, di auto, entrò e uscì dalla Fiat litigando con Agnelli cui lasciò in compenso la Panda («una specie di carrarmato brutto e solido che costava poco e rendeva molto»), mi parlò con commiserazione altera di Francesco Cossiga che dopo le loro guerre gli venne a portare come dono di pace un coltello da pastore sardo (ma non una parola sul fatto che Cossiga insieme a De Michelis perorarono la sua causa presso la Casa Bianca dopo che la Olivetti era stata messa sul libro nero delle aziende che passavano segreti americani ai russi). E naturalmente mi parlò della Olivetti di Adriano Olivetti, il gioiello italiano delle macchine da scrivere e anche dei primi computer (con scheda Ibm) che lui, l’Ingegnere, gettò nella spazzatura perché non rendeva. Mi disse di quando gli offrirono di finanziare un giovanotto, un certo Bill Gates, che fabbricava computer in garage e che purtroppo non lo fece. Una bella storia di vittorie e qualche sconfitta, ma con un bel cesto di sassi nelle scarpe che non cessavano di dolergli. Una di queste era il comportamento dei figli che lo avevano sostituito nelle aziende e che non volevano sapere dei giornali perché i giornali portano solo rogne e niente soldi. In particolare, il dente avvelenatissimo col figlio Rodolfo con cui ebbe dei chiarimenti che sembravano regolamenti di conti e che si conclusero poi con la vendita del gruppo Repubblica-L’Espresso che passò alla Fiat poco dopo aver insediato nella direzione lo sfortunato e bravo Carlo Verdelli che sarà poi cacciato dai nuovi padroni dalla mattina alla sera. Una vita di lotte feroci fra combattenti italiani in un panorama molto italiano, con qualche ombra russa dei tempi sovietici. Quando iniziammo la nostra intervista mi disse: «Immagino che lei voglia prima di tutto sapere qual era la storia degli agenti russi nell’Olivetti». E me la raccontò, a suo modo. Aveva distrutto Scalfari, un altro giornalista storico di Repubblica, Cossiga, Craxi, Agnelli. Ma più di tutti, naturalmente., l’oggetto del suo odio al vetriolo era Silvio Berlusconi di cui parlava peraltro – e con mia sorpresa – come di un vecchio amico che di tanto in tanto lo andava a trovare per chiedergli consiglio, cui lui benignamente accordava qualche suggerimento utile. I due, quanto ad essere nemici, lo furono in maniera totale, da grande gioco del capitalismo italiano con ogni sorta di colpo di scena, accusa di falso, corruzione, imbroglio. Schiere di avvocati se le dettero di santa ragione per anni. La Mondadori alla fine andò a Berlusconi con Panorama ma senza Repubblica e l’Espresso che andarono invece a De Benedetti, con passaggi milionari di soldi decisi dai giudici nei vari livelli della causa. Tutto ciò detto, resta aperta e non risolta la domanda: perché De Benedetti ha di fatto augurato la morte anziché la guarigione all’ex nemico caduto malato? Qualcuno forse obietterà: ma non esageriamo, certo che gli ha augurato la guarigione ma con una battutaccia senza conseguenze. Ecco: quando si vuole augurare lunga vita al nemico caduto da cavallo, si fa come fece Bersani il quale, senza farsi pubblicità, andò a trovare Silvio Berlusconi in ospedale ferito e scioccato dal lancio di una madonna di piombo, da parte di un odiatore di passaggio. L’odio, sia detto per amor di verità banale, è un sentimento umano che ha il suo ruolo nell’economia selvatica dell’essere. Quell’espressione di De Benedetti usata per esprimere disprezzo persino per la malattia fisica del corpo di Berlusconi, appartiene o no all’armeria dell’odio ideologico? Naturalmente le risposte saranno divise in due fra chi conferma e chi dissente, ma nel caso di diniego per dissenso – De Benedetti non voleva manifestare odio e augurare la morte, ma gli è soltanto sfuggito il piede dalla frizione – resterebbe in piedi la domanda d’obbligo successiva: De Benedetti ha superato il limite del logoramento e ha perso il controllo definitivo della muscolatura liscia del pensiero che dovrebbe regolare l’emissione dei gas emotivi? Nessuno può garantire, ma io voto sì. Per De Benedetti, penso, e per una discreta fetta di italiani andati in acido e fuori controllo, tutto ha a che fare con Berlusconi, come prima con Craxi. Berlusconi ha impedito – storicamente e vorrei sapere chi si sentisse di negarlo – che con la decapitazione della prima Repubblica vincesse la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto e del nuovo “coso” uscito dalla Bolognina. De Benedetti ha detto che per lui Berlusconi è ed è stato «una specie di Alberto Sordi» della politica italiana. Ora, ammesso che De Benedetti intendesse paragonare i personaggi miseri e imbarazzanti creati da Sordi, davvero lui o chiunque altro può dire che l’impensabile operazione politica che fece saltare i piani e le speranze del Pds con una impossibile alleanza fra i leghisti separatisti di Bossi e gli ex fascisti di Fini, fosse una “albertosordata”? Davvero? Una cosa da Ambra Jovinelli? Da Fratelli De Regie o da Sarchiapone di Walter Chiari? Davvero? Qui secondo me casca l’asino dell’innocenza pretesa nelle parole di De Benedetti. Il suo (mal)augurio a Berlusconi è stato maldestramente mascherato da sbuffo di insofferenza nei confronti di un preteso pagliaccio, un “albertosordo” dell’impresa e della politica. Sarebbe da imbecilli pensare che davvero De Benedetti lo pensasse perché tutta la sua (di De Benedetti) vita politica con la tessera numero uno del Partito Democratico è stata dedicata a combattere su tutti i campi sia alla luce del sole che nei vicoli notturni, contro quell’uomo che rovesciò il tavolo e bloccò il ribaltone destinato ad instaurare in Italia un sistema politico egemomìnizzato dal vecchio Pci. Per molti fu un lutto e fra quei molti c’era sicuramente De Benedetti. E tuttavia, come può un uomo del suo rango, fingere di essersi battuto contro un imbroglione che “albertosordeggiava”? È impossibile. Dunque, a mio parere, questa verità storica e fattuale esclude qualsiasi attenuante benevola per la maledizione che l’Ingegnere ha lanciato contro il vecchio nemico spaventato dalla morte, sorpreso dalla polmonite, ricoverato quasi con la forza, messo a brutto muso di fronte alla prospettiva di lasciarci la pelle. Come se non bastasse, e infatti non basta, De Benedetti come i bambini capricciosi che rifiutano di chiedere scusa alla nonna accoltellata in un momento d’ira, ha ribadito che diceva sul serio, che non si scusava di nulla e che aveva ragione lui. L’uscita di De Benedetti ha comunque funzionato anche da test di Rorschach, quello delle macchie d’inchiostro di fronte alle quali ognuno vede quel che ha già nella testa. C’è stata una pletora di gaglioffi che per il piacere di giocare come i pirati che si giocavano una bottiglia di rhum, si sono gettai nel gioco malaticcio sotto la rubrica “Piatto ricco mi ci ficco”. L’Italia dei codardi ha fatto quasi tutta un passo avanti per applaudire. De Benedetti ha giocato un pessimo finale di partita e purtroppo non saprà trovare dentro di sé la forza che altre volte ha trovato per fare un passo indietro e giocarsi la carta magnifica non dell’autocritica – che detesto – ma del decoro e del rispetto. Orsù, Ingegnere: ha ancora l’età per esibirsi in un colpo di reni che la restituisca alla postura del coraggio, l’unica uscita da questa storia.

DiMartedì, Alessandro Sallusti contro Stefano Feltri: "Carlo De Benedetti in carcere, Berlusconi mai". Libero Quotidiano il 22 settembre 2021. Continua a dividere, Silvio Berlusconi. La richiesta di perizia psichiatrica per il Cav avanzata dai pm del processo Ruby Ter anima la serata a DiMartedì, su La7, con Giovanni Floris che innesca un vivacissimo confronto tra Alessandro Sallusti, direttore di Libero, e Stefano Feltri, alla guida di Domani. L'editore di ques'ultimo, che punta a "svuotare" Repubblica e Fatto quotidiano, è quel Carlo De Benedetti "nemico" storico dell'ex premier e leader di Forza Italia. E proprio lì va a parare Sallusti. "Mi spiace che ancora a distanza di anni si sia ancora qui a combattere questa guerra civile, tutti contro un uomo". Secondo Marco Damilano, direttore dell'Espresso, il giorno più importante di Berlusconi è stato quando è andato a fare servizio civile. "Secondo me - replica Sallusti - è stato quando ha portato Putin a Pratica di Mare e ha messo fine alla Guerra fredda. O quando a Onna raggiunse un consenso personale superiore a quello di Draghi oggi o del suo stesso partito". Quindi, rivolgendosi a Feltri: "Se fosse intellettualmente onesto dovrebbe ricordarlo, De Benedetti è stato in carcere per tangenti ma Feltri non gli nega il diritto di essere proprietario del suo giornale. Il tuo direttore in carcere c'è stato, Berlusconi in carcere non c'è mai stato". Il direttore di Domani, piuttosto imbarazzato, non potendo negare un fatto inoppugnabile, la butta ovviamente in politica: "E grazie, si è fatto le leggi da solo per non andarci". Il tenore della discussione scivola inevitabilmente sull'anti-berlusconismo militante, tanto che sempre Feltri a fronte della raffica di reati contestati al Cav e inchieste varie, a domanda di Floris risponde così: "Berlusconi perseguitato? No, siamo noi a essere perseguitati da lui e dalla sua esigenza di nascondersi dai processi". Gira che ti rigira, si torna sempre al punto di partenza.

·        Carlo Rossella.

Alessandro Rico per "la Verità" il 7 giugno 2021. Dopo una vita da viaggiatore, Carlo Rossella l'ha confessato candidamente: soffre di ipocondria. Con il miglioramento del quadro epidemiologico, questa sua condizione si è alleviata?

«No. Permane». 

E come fa?

«Non esco. Punto e basta». 

È stato il Covid a scatenare il suo disturbo?

«L' ha accentuato ancora di più.

Vivo nel terrore di prendere questa terribile malattia».

Però, almeno una cosa, negli ultimi mesi, è migliorata: dalle casalinate di Giuseppe Conte siamo passati a Mario Draghi.

«Io sono un fanatico ammiratore di Draghi». 

Ci descrive, con le sue consuete doti icastiche, lo stile del presidente del Consiglio?

«Uno stile molto riservato: Draghi parla pochissimo. E devo dire che questo è il modo migliore per fare il premier». 

A suo avviso, Draghi resterà a Palazzo Chigi per controllare l'attuazione del Pnrr, o sogna il Quirinale?

«Onestamente non lo so. Io ho una grande ammirazione per Draghi. Dovunque vada, mi sta bene». 

Se al Quirinale non ci andasse lui, chi vedrebbe bene?

«Pierferdinando Casini». 

Come mai?

«È un grande politico, una persona molto intelligente. Farebbe molto bene all' Italia». 

E il Cavaliere? Sta spingendo per la federazione con la Lega. Si è arreso alla svendita di Forza Italia, o lo vede sempre saldo al comando?

«Il Cavaliere è saldissimo al comando. Forza Italia, senza di lui, è un ectoplasma». 

Matteo Salvini è passato dal Papeete al «governismo». Lo preferisce in versione moderata?

«È una posizione che in questo momento gli conviene». 

Giorgia Meloni le piace?

«Sì, mi piace. Mi piace che abbia il coraggio di stare all' opposizione da sola. Dopodiché, non la voterei. Ma mi sembra una donna di qualità». 

Qualcuno sostiene che sia troppo comodo evitare sempre le responsabilità di governo.

«Perché? Restare soli all' opposizione, in questo Paese, è un gesto di coraggio». 

Che ne pensa dei professori che ridacchiano con le foto della presidente di Fdi a testa in giù?

«Si protesta sempre in difesa delle donne. Mi sembra strano che nessuna femminista, in questo Paese, difenda la Meloni».

Lo stesso destino pare sia capitato alla povera Saman...

«Esatto». 

Enrico Letta è un «marziano»?

«Io credo che stia facendo molto bene. Con lui, per prendere in prestito un'espressione di Mao Tse Tung, il Pd ha fatto un "grande balzo in avanti"». 

Quindi, trova che la sinistra sia in buona salute?

«La vedo meglio della destra». 

Promuove anche l'alleanza con i grillini?

«No, secondo me il Pd dovrebbe mollarli e andare per conto suo». 

Giuseppe Conte ha un futuro, a suo parere?

«Se ha un futuro, lo sa solo lui...». 

Lo preferirebbe dentro o fuori dalla politica?

«Non mi occupo di Conte». 

E di Luigi Di Maio?

«Nel personale politico del Movimento 5 stelle, il migliore è lui.

Come ministro degli Esteri si è comportato molto bene e gli devo fare i complimenti».

Addirittura?

«Ha una grande personalità, è un ragazzo giovane e avrà un futuro. Però non è più una faccia dei 5 stelle». 

In che senso?

«Ha la sua faccia: insomma, vada avanti così, giocando in proprio». 

Quali leader femminili apprezza di più, a parte la Meloni?

«Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Poi ci sono donne apprezzabilissime del Partito democratico: ad esempio, Anna Finocchiaro ha grandi qualità».

Ha detto che non esce di casa. Guarda molta tv, allora?

«Niente affatto. La tv italiana non mi piace, preferisco informarmi sulla Bbc. Seguo solo quella, del resto non guardo niente». 

Perché preferisce l'informazione della Bbc a quella nostrana?

«Guardi, già il fatto che la Bbc non parli dell'Italia mi sembra positivo». 

Prova disaffezione nei confronti del nostro Paese?

«Sì, sono molto disaffezionato. Anche se l'elenco di ciò che mi delude sarebbe molto lungo».

Ci illustri almeno i difetti principali.

«Abbiamo persone straordinarie, come il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, Casini... E poi ci sono i partiti, che hanno piazzato i loro uomini di qua e di là. In questo Paese ci sono personaggi che in Inghilterra non farebbero nemmeno gli uscieri». 

Boris Johnson lo stima?

«Mi piace molto. E mi piace come ha gestito l' emergenza Covid».

Pensare che è stato sempre dipinto come poco più che un buzzurro...

«Era dipinto come un buzzurro in Italia. Qui si fa presto a dire certe cose. Johnson ha delle grandi qualità». 

E i laburisti?

«Finché c' è Johnson, non esistono. Non hanno più leader, il grande leader, in Inghilterra, è lui». 

Gli Stati Uniti come li vede?

«Donald Trump era uno sbruffone. Credo che Joe Biden stia governando molto bene, con grande attenzione ai non privilegiati, agli umili, ai deboli. È un democratico vero».

Non corre il rischio di finire ostaggio dalla sinistra radicale?

«Non credo proprio. È stato il numero due di Barack Obama, conosce la politica e la società americana ed è assolutamente in grado di fronteggiare anche i problemi più difficili». 

Terrà botta al medio termine, o i repubblicani riprenderanno il controllo del Congresso?

«I repubblicani non hanno nessuna possibilità finché c' è Biden. Hanno avuto l'onta di Trump e si porteranno ancora per un bel po' questo fardello. Devono cambiare la classe dirigente che si è inchinata davanti a Trump, con l'eccezione di Marco Rubio». 

Scusi, ma Trump è pur sempre uno che ha preso 70 milioni di voti.

«E che vuole dire?».

In democrazia i voti hanno un peso.

«Quanti demagoghi hanno preso milioni di voti e poi si sono rivelati degli incapaci?».

Della polarizzazione che infiamma la società americana, però, non darà mica tutta la colpa ai repubblicani...

«Sono stati loro a forzarla. Meno male che è arrivato Biden...». 

Prima ha elogiato Johnson. E la regina Elisabetta?

«La ammiro moltissimo. È una donna straordinaria, è stata un punto di riferimento per il suo Paese, anche durante il Covid. Ha fatto la regina nel vero senso del termine. Anche la famiglia reale si sta comportando molto bene. E quando verrà il tempo, si comporterà molto bene anche il principe Carlo».

Sì?

«Ha un grande amore per lo stile, per la campagna e per l'ecologia». 

Ereditato dal padre?

«Sì, il duca di Edimburgo aveva indubbiamente queste qualità.

Ma molte cose, Carlo, le ha apprese stando accanto alla regina, che gli ha concesso molto più spazio». 

Per cosa?

«Per partecipare alle cerimonie, tenere discorsi... E da queste occasioni si capisce che è molto dotato. Che poi la stampa italiana l'abbia sempre raffigurato come un deficiente, è un altro discorso».

Discorso che non condivide.

«I deficienti, per me, sono quelli della stampa italiana, che parlano male di Carlo.

Carlo sarà un ottimo re d' Inghilterra. Anche se, dietro un grande uomo, c' è sempre una grande donna. Anzi, in questo caso due». 

Una è la regina. L' altra?

«La compagna, Camilla Parker Bowles».

Anche di lei, in Italia, se ne sono dette tante: faceva scalpore che Carlo avesse rinunciato alla bellissima Diana Spencer per stare con lei...

«Guardi che è Diana ad aver lasciato il principe Carlo, per mettersi con Dodi Al Fayed».

Da noi, Diana era venerata come una specie di santa.

«Diana lasciò i figli e si mise con l'amante, un miliardario egiziano che le faceva fare una vita straordinaria». 

A corte non la faceva già?

«La corte inglese non ha soldi da buttare dalla finestra come i miliardari. E pretende che si seguano certi principi che, evidentemente, Diana non aveva voglia di seguire. Certo, i figli la ricordano con affetto, ma sono molto affezionati al padre. Forse, più William di Harry». 

Di Meghan Markle, la moglie di Harry, che opinione ha?

«Harry aveva già una testa particolare. La moglie lo ha influenzato e lo ha messo contro la famiglia reale. Nell' intervista a Oprah Winfrey è venuto fuori tutto l'astio di questa coppietta». 

A che punto è la «guerra» intestina?

«In occasione dei funerali del duca di Edimburgo, pare che Harry si sia molto riavvicinato a William e che, ora, si parlino al telefono di frequente. Harry è tornato all' ovile, evidentemente dà meno importanza ai consigli micidiali della moglie». 

Angela Merkel è sul viale del tramonto.

«Ha gestito la Germania in maniera invidiabile. Si farà rimpiangere. Ma mi sembra che la leader dei Verdi, Annalena Baerbock, possa essere un bel competitor per la Cdu».

E chi raccoglierebbe il testimone della leadership nell' Ue?

«Il successore della Merkel in Europa? Forse potrebbe essere Emmanuel Macron».

Candida Morvillo per il "Corriere della Sera" il 18 maggio 2021. Carlo Rossella ha vissuto in viaggio, è stato corrispondente da Mosca, da Washington, da teatri di guerra; da presidente di Medusa Film, ha calcato ogni red carpet ; da romanziere, ha scritto di città lontane e di grandi alberghi; il suo motto è una citazione di Noël Coward: «Della vita, amo soprattutto gli intervalli tra gli arrivi e le partenze». La pandemia l' ha bloccato in casa, come tutti, ma una caduta ha fatto il resto: da oltre un anno, esce solo per vedere fisioterapisti e ortopedici. Seduto nella sua biblioteca da 16 mila volumi a Pavia, davanti a un' enorme carta geografica piena di spilli colorati piantati ovunque tranne che in Australia, sospira: «È stato il mio annus horribilis . Appena saputo del Covid, da ipocondriaco quale sono, mi ero chiuso in casa e, in casa, sono scivolato e mi sono rotto la caviglia».

Si era rinchiuso, dunque, prima del lockdown?

«Temo ogni malattia come la peste. Appena ne gira una, mi sento i sintomi. Per fortuna, sono sposato con un medico: Daniela è stata professore di Endocrinologia pediatrica e io, in effetti, sono un po' bambino. Mi cura ogni male, anche quelli immaginari».

Si narra che sua moglie abbia calcolato che lei ha passato più notti nei grand hotel che nel suo letto. Eravate mai stati insieme tanto?

«Mai. Ci sono cose di questa casa che sto scoprendo solo ora. Per esempio, che ho un impianto stereo pazzesco».

Della vita coniugale, che cos' ha scoperto?

«Che mia moglie mi fa stare molto bene in casa, mi aiuta in tutto, mi compra tutto».

Lei che fa tutto il giorno?

«Sogno guardando i documentari di viaggio della Bbc».

Quando ha cominciato a viaggiare tanto?

«Soprattutto da inviato di Panorama . Devo grandi viaggi al direttore Claudio Rinaldi.

Quando arrivò, chiese dov' ero. Gli risposero: in Brasile, è sempre in giro quello. E lui, serio: quando torna, gli voglio parlare. Mi parlò, ma per mandarmi in Medioriente.

Eh nei colleghi ho sempre notato non dico invidia, però i miei viaggi non li mettevano di buonumore».

Suppongo neanche i soggiorni nei grandi alberghi. Di quali ha nostalgia?

«Del Raffles di Singapore. Ha il fascino dell' edificio coloniale, brilla come un diamante. E del Peninsula di Hong Kong. Ero lì il giorno dell' Handover, quando ci fu il passaggio da inglesi a cinesi. Ho visto ammainare la bandiera e mi è venuto il magone, era la fine di un mondo».

In quali altri luoghi si è trovato in momenti topici?

«Nell' Argentina di Videla, con le mamme dei desaparecidos che scendevano in Plaza de Mayo coi fazzoletti bianchi in testa. O fra Iraq e Kuwait mentre si preparava la Guerra del Golfo: eravamo tutti lì ad aspettare, non avevamo niente da fare. Poi, Gianni Agnelli mi chiamò a dirigere La Stampa Sera e me ne andai prima che iniziasse. L' avvocato disse: caro mio, si è perso il secondo tempo del film».

Incontri memorabili?

«Vidi Karol Wojtyla a Cracovia prima che diventasse Papa. All' alba diceva messa a pellegrini attaccati come sardine. Me lo presentarono, poi, quando era Papa. Avevo un problema personale, non so come lo capì, ma mi mise la mano sul braccio, avvertii un calore e lui mi disse: so che è preoccupato, ma andrà tutto bene. Il problema si risolse e io seppi che quello era un miracolo e che lui era un santo».

Che città le manca di più?

«Buenos Aires. Ci ballavo il tango il giorno libero delle cameriere. Mi manca mangiare il pesce da Wiltons a Londra».

Dove sono le donne più belle del mondo?

«A Cuba, ma tutto il Sudamerica è una miniera».

Dove ha lasciato il cuore?

«A Beirut. Una cosa di amore e guerra. Non che abbia avuto un' amante libanese.

Forse. Non mi ricordo».

In quale posto noioso è riuscito a divertirsi?

«Stetti un anno a Washington, da corrispondente della Stampa , e mi fecero scrivere un solo pezzo, sull' abito di Monica Lewinsky conservato in frigo con le prove organiche di Bill Clinton. Però, ero sempre invitato alle cene alla Casa Bianca, vedevo sempre lui e sua moglie Hillary, spiritosissima. Al Watergate Hotel, quando passava Mario Draghi, prendevamo il Martini e anche lui era spiritoso».

Mosca com' era?

«La mia era quella di Breznev. Presi un appartamento e davo sempre feste bellissime.

Allora, fui convocato al Kgb, da un signore alto, che voleva sapere delle feste. Gli dissi: venga e le veda. Da allora, ogni tanto, compariva a casa».

Voleva arruolarla?

«Veniva per divertirsi».

Ha poi finito di scrivere la biografia della spia inglese Kim Philby, che il suo editore attende dagli anni 90?

«L' ho intervistato, ma quando ho letto i romanzi di John le Carré ho capito che era meglio cambiare mestiere».

Sul Foglio, tiene ancora la rubrica «Alta società»: in tempi di coprifuoco, che resta dell' alta società?

«Succedono ancora cose, ho amici che mi chiamano, ma è più difficile raccogliere spigolature. La crisi economica ha banalizzato tutto: la gente spende meno, vive meno, ama meno. Non mi ci faccia pensare, divento matto: uscirò e troverò un mondo dove le cose che amo sono sparite».

La prima cosa che farà?

«Andare in Australia».

Da solo o con la consorte?

«Da solo. Ho amici dappertutto. L' importante è che siano persone che possano vivere senza lavorare. Così, ce ne possiamo andare in giro».

·        Carlo Verdelli.

Luca Telese per tpi.it il 16 dicembre 2021. Cominciamo dal problema giornalistico di questi giorni. Cosa pensi della frase di Mario Monti su informazione e pandemia? “Bisogna trovare modalità meno democratiche di somministrazione delle notizie”.

(Sospiro). «Non mi pare felicissima». 

Allude al tema del controllo.

«Lo so bene, ma non condivido. L’informazione è un mestiere civile, sia che scrivi sia che fai scrivere. Io sono molto cauto e allergico a qualsiasi idea di censura». 

Monti dice: “Siamo in guerra”.

«Io sono contro la censura anche in tempo di guerra. Non ci possono essere regole imposte dall’alto, le regole deve dartele la tua coscienza». 

Non credi al comitato di controllo etico.

«Ma figurati. E composto da chi, poi? La pandemia vissuta alla guida di un giornale è stata una esperienza sconvolgente, per me». 

Spiega.

«Vedendo quello che accadeva, sentivo il dovere di fare una informazione più accurata e precisa. Ma anche meno reticente». 

È la tua idea del “giornalismo popolare” declinata nel tempo del virus.

«Sei tu la sentinella, devi dare tu le risposte alle domande delle persone, devi stare dalla parte di chi non capisce e di chi vuole sapere, dicendo le cose come stanno, e sorvegliando il potere». 

Chi è l’uomo dell’anno in Italia?

«Draghi. Non c’è discussione. Nessun paragone con i governi tecnici di Ciampi e di Monti». 

Perché?

«Le condizioni sono completamente diverse. E quando questo tempo finirà, nulla sarà come era prima. Sono molto curioso di capire cosa accadrà, da giornalista e da cittadino».

Cosa ti preoccupa di più?

«La scarsa consapevolezza della classe politica. Li vedo disorientati, spaventati. L’Italia del post-Covid è un Paese in cui sotto il sottile velo dell’apparenza avverto povertà e paura». 

Perché?

«Non ci sono più certezze. Quando la generazione di mio padre iniziava a lavorare sapeva che in un modo o nell’altro sarebbe riuscita a raggiungere un buono stipendio». 

E oggi?

«Mettiti nei panni di un padre che sta mantenendo il figlio agli studi in America. Se perde il posto di lavoro chi glielo ridà? Io in questi tempi penso a quelli come lui». 

Carlo Verdelli ha la voce di sempre. Sussurrata, priva di enfasi, densa di contenuti, ma le parole scorrono piane, come per bandire qualsiasi retorica. Verdelli è uno dei più importanti giornalisti italiani, ha diretto la Gazzetta dello Sport, Vanity Fair, Il Corriere della Sera Sette, e ovviamente La Repubblica. Ha guidato l’informazione Rai quando il direttore generale era Antonio Campo Dall’Orto. Lo ha fatto sempre così, senza mai gridare. È stato il mio direttore un secolo fa. Ha appena pubblicato “Acido”, un libro di “cronache italiane anche brutali” (Feltrinelli, 19 euro).

Raccontiamo il momento più bello della tua carriera?

«Ce ne sono stati tanti, ma, se ci penso, non ho dubbi. È quello della vittoria al Mondiale, che per me è un titolo della Gazzetta: “Tutto vero!”, con la foto di Cannavaro che alza la coppa». 

Quella prima pagina fissò un primato.

«Sì, le rotative girarono per più di 24 ore senza fermarsi. Mai accaduto prima o dopo». 

Due milioni e 200mila copie vendute, il record precedente era un milione e 200.

«Il giornale per vendere tutte quelle copie doveva essere stampato: al termine di quella giornata infinita noi del gruppo di direzione andammo a Pessano con Bornago, dove c’era lo stabilimento». 

E cosa accadde?

«Mentre entravamo ci venivano incontro gli stessi dipendenti per farci firmare le copie. C’erano entusiasmo, aria di festa, orgoglio». 

Bello.

«È il senso leggero di quando si entra nella storia. Sapevano già tutti che era una numero da collezione». 

Da dove arrivi?

«Da una famiglia normalissima. Mio padre operaio specializzato, mia madre impiegata alla Cova, ditta di giocattoli e carrozzine. Poi si dedicò alla famiglia».

Periferia di Milano.

«Sì, proprio al confine, dove inizia Quarto Oggiaro. Zona industriale, ancora oggi». 

Da piccolo ti mandano dalle suore.

«C’era il tempo pieno, e mio padre faceva in tempo a uscire al lavoro. Liceo classico al Beccaria». 

Non era scontato.

«Per nulla. Tutti i miei compagni erano andati a ragioneria, istituti tecnici, avviamenti al lavoro. Ma i professori per me avevano insistito». 

Erano gli anni dell’ascensore sociale e delle differenze di classe.

«Nel 1970 tutti i miei compagni del classico avevano famiglie importanti. E poi…». 

Fammi un esempio.

«Molti di loro sapevano l’inglese. Viaggiavano. Io non ero mai stato all’estero in vita mia, nemmeno in Svizzera!».

Ti iscrivi a lettere.

«Con indirizzo storico. Poi mio padre andava in casa integrazione, e io iniziai a lavorare perché non potevo gravare su quello stipendio». 

Raccontalo in una immagine.

«Lavorava in una ditta farmaceutica. Lui e i suoi compagni dovevano proteggersi con degli scafandri, come dei palombari». 

Per le radiazioni.

«Ma la sera lo vedevo che si preparava degli impacchi di camomilla, per dare sollievo agli occhi». 

Come mai?

«Mi spiegava che per manutenere le macchine doveva avvitare bulloni minuscoli». 

E quindi?

«Mi diceva: “Come faccio a far bene il mio lavoro se non li vedo?”». 

Quindi toglieva il casco.

«E lo ha pagato caro, con tanti malanni e una morte precoce». 

I tuoi primi lavori?

«Andavo alla Carovana. C’era “la chiamata”». 

Tipo caporali?

«Esatto davanti al cancello: tu vieni e tu no». 

A Milano!

«In quegli anni era normale. Poi ho fatto il fattorino: giravo con la 500 aziendale». 

Poi parti militare.

«Perché smetto di fare il rinvio sperando: “Magari non mi chiamano”». 

E accade?

«Macché. Arriva subito la cartolina di precetto. Bersaglieri: Albenga, poi Friuli». 

E quando torni?

«Penso: “Il primo lavoro che capita lo prendo”». 

Invece capiti a La Repubblica.

«Nell’ottobre 1979, il quotidiano, che dopo il sequestro Moro fa il salto di qualità, sbarca a Milano».

Ti presenti da Giampiero Dell’Acqua, il capo dell’ufficio di corrispondenza.

«Sembrava Walter Matthau. Un maestro. Gestiva quattro pagine di cronaca cittadina». 

Colloquio brillante?  

«Macché. Però vedo che mette in agenda sia me che Luca Martini, l’amico con cui ero andato». 

E poi?

«Un giorno squilla il telefono di casa. È Giampiero: “Ti va di fare il Micam?”». 

Cosa?

(Ride) «La Fiera delle calzature. Tutta la notte svegli, io e Luca, per 20 righe. Le firme erano piccolissime, in corsivo ma per un ragazzo come me era un sogno».

Il primo salto è in un periodico, Duepiù.

«Era stato una grande invenzione mondadoriana. Con un inserto chiuso dentro». 

E cosa c’era dentro?

«Consigli di sessuologia. Riflessioni sulla coppia. “Come fare se lui ha problemi di erezione”. Tutto scritto da esperti seri». 

Risultato?

«700mila copie». 

In Mondadori trovi direttori come Rognoni e Sabelli Fioretti.

«Approdo ad Epoca con Statera: grandi maestri».

Diventi redattore, inviato, vicedirettore. 

«Finché Paolo Mieli non mi chiama a fare il direttore di Sette. Ma ti devo dire una cosa importante». 

Quale?

«Ci sono due modi per diventare giornalista». 

Quali?

«O si nasce bene, figli di quel mondo o di universi attigui». 

Oppure?

«Si arriva dalla foresta, come me. Tra chi viene dalla foresta alcuni cercano di far dimenticare la loro provenienza. Altri lo considerano la propria bussola».

Ti consideri socio di questo club.

«Ho sempre pensato ai lettori come la gente tra cui ero cresciuto. L’Italia popolare. Appartenere ai territori, vivere dei mestieri. Volevo parlare a questi, più che al Palazzo». 

Hai scritto addirittura un libro sulla tua esperienza a viale Mazzini.

«La Rai è stata un percorso ad ostacoli sin dall’inizio. Quando vengo chiamato da Campo Dall’Orto lui mi assegna un mandato preciso». 

Quale?

«Recuperare il ritardo. Eravamo nel 2016, e l’azienda era ancora analogica».

E tu lo dici in Commissione di Vigilanza.

«“Siamo nel Duemila ma la Rai è rimasta al Novecento”. Era vero». 

Però sei contento del tuo lavoro alla guida dell’informazione.

«In parte sì, in parte no. Avevo un contratto di 4 anni, me ne sono andato alla fine del primo». 

Perché?

«Non c’erano più le condizioni per fare bene il nostro lavoro. 

Che accade? 

«Renzi aveva scelto Campo Dall’Orto con un mandato giusto: carta bianca per cambiare». 

E poi?

«Quando Antonio gli fece il mio nome disse: “Una ottima scelta per due ragioni. La prima è che non lo conosco. La seconda è il suo curriculum”». 

Un complimento.

«Vero. Ma quando Renzi capisce che le cose gli vanno male diventa invadente. Io faccio muro sulle richieste politiche. E quando non riesco più me ne vado». 

Contro chi ti scontri?

(Sorride) «Ad esempio con la Maggioni, che diventa la capofila di “Lasciamo tutto così com’è”». 

Perché?

«Va chiesto a lei. Un giorno avevo detto che Rainews24 non poteva fare l’uno per cento di share con 150 giornalisti». 

E quindi?

«Dico: “O arriva al 3 per cento o va chiusa”. Lei l’aveva diretta e la prende come una grave offesa personale».

E di cosa vai orgoglioso? 

«Ho cercato di fare spazio e di far crescere. Abbiamo fatto ore e ore di informazione». 

E il rapporto con la politica?

«La Commissione di vigilanza è la cosa più lunare e astrusa del Parlamento italiano». 

Ovvero?

«Un terribile crogiolo di incompetenza, presunzioni varie ed arroganza. E poi rapporti trasversali, e conflitti di interessi. Ti basta?». 

Tu venivi dal mondo fatato di Vanity Fair.

«Incassavamo un sacco di soldi: gli editori americani erano impazziti». 

E dici: “Non sapevo nulla di moda, quando ero entrato”.

«Vero. Ma studiando giorno e notte, nei giornali,  ho sempre imparato tutto». 

Anche alla Gazzetta?

(Ride). «Non sapevo neanche la formazione della Juve». 

Hai fatto in tempo a conoscere un grande direttore.

«Da Gino Palumbo ho imparato moltissimo anche conoscendolo molto poco». 

Ti aveva chiamato il futuro ministro Colao.

«Accettai perché, pur sapendo poco di sport, capivo che la Gazzetta era l’unico giornale popolare che l’Italia abbia mai avuto. Noi non abbiamo il Sun, i grandi quotidiani di massa inglesi». 

E cosa capisci?

«Che nel nostro mondo era invecchiato il linguaggio. Palumbo aveva svecchiato questo codice». 

Fammi un esempio.

«Un tempo la vecchia Gazzetta avrebbe scritto: record mondiale, Sotomayor salta 2 metri e 45». 

E invece?

«Palumbo pensa: “Ma quante macchine una sull’altra ha saltato?”». 

Ah ah ah…

«L’intuizione di Gino erano titoli come “Gigi sfonda la rete!”, “Eroi”… Pensa se anche la politica fosse stata titolata così». 

Ci andò vicino.

«Lo avevano chiamato al Corriere. Rifiutò perché aveva scoperto di avere un male incurabile». 

Sarebbe stato concorrente di Scalfari.

«Eugenio, pensando che accettasse, pubblicò in prima la lettera della madre di un tossicodipendente. Era il suo modo di accettare la sfida». 

Ti piace questo dei giornali?

«Sí. Ogni tuo titolo influenza i tuoi concorrenti più di quanto tu non creda». 

Uno slogan a cui sei affezionato? 

«“Repubblica alza la voce”. Semplice, chiaro. Un programma. È quello che ho fatto».

Cos’è il giornalismo per te?

«La mia formula l’ho rubata a Wim Wenders: “Informotions”».

 Come come?

«“Emozione più informazione”. Non credo alle notizie fredde. Non credo al giornalismo senz’anima». 

Giochiamo con i temi di fine anno: riunione di redazione verdelliana. Vuoi un presidente «patriota» come dice Meloni?

«No. Lo voglio equilibrato, credibile capace di far rispettare la Costituzione». 

Caspita.

«E poi cos’é la patria oggi? La profezia di Mc Luhan sul villaggio globale si è verificata abbattendo muri e confini. I giovani devo poter lavorare e avere diritti. Il loro paese è il mondo. Il tempo delle bandierine è finito». 

Nel tuo libro parli per la prima volta del tuo addio a Repubblica.

(Pausa). «Sono stato licenziato lo stesso giorno in cui volevano uccidermi». 

Racconta.

«Tutti i licenziamenti sono brutti. Ma credo che il mio, da La Repubblica, abbia battuto una serie di primati da Guiness». 

Mettiamoli in fila.

«È l’aprile 2020, e io sto vivendo un momento difficile, sul piano personale e professionale, proprio quando cambia l’editore del giornale e arrivano gli Elkann».

Che tipo di momento?

«Dopo alcuni titoli polemici sulla Lega, si erano abbattute su di me, e sulle persone a me più vicine, una serie di minacce terribili e molto violente». 

Il più discusso era un titolo di prima a tutta pagina, “Cancellare Salvini”.  Erano il tuo marchio di fabbrica a La Repubblica: titoli forti e netti.

«Era una sintesi tra una polemica politica di giornata e un invito al Pd e al M5s a contrastare il leader della Lega». 

Ricordiamo il momento: c’era stata l’estate di Salvini al Viminale, le navi ferme fuori dai porti, gli immigrati in mare…

«Io avevo fatto un lungo lavoro di studio sulla Repubblica degli esordi per arrivare a quello stile». 

Lo avevi dichiarato alla presentazione di “Grand Hotel Scalfari”, di fronte al fondatore.

«La storia di Repubblica è stata sempre quella di un giornale di opposizione importante per l’identità della sinistra». 

Opposizione, dici.

«Certo: quella di Scalfari a Craxi e al Pentapartito, quella di Mauro a Berlusconi e alla destra. E anche, se vuoi, quella di Calabresi, che si ingarellò contro il primo M5S». 

Tu in quel momento avevo schierato il giornale contro la linea dei “porti chiusi”.

«Esatto. Ma Salvini fu lesto nel trasformare quel nostro titolo in un invito ad annientarlo sul piano personale». 

E cosa accadde da quel momento?

«Si attivò un tiro al bersaglio continuo contro di me. Insulti, ingiurie, e poi addirittura minacce di morte». 

Il Consiglio d’Europa arriverà a classificarle di “livello 1”, ovvero tra le violazioni più gravi alla libertà di stampa.

«Minacce per cui, come vedi, vivo ancora oggi sotto protezione armata». 

E quel 22 aprile cosa accadde?

«Ben due diversi avvisi, registrati e raccolti dalle forze dell’ordine, dicevano che quello sarebbe dovuto essere il mio ultimo giorno di vita». 

Immagino lo stato d’animo.

«Stavo lavorando. Ero al giornale, mentre si moltiplicavano appelli di solidarietà in mio favore. avevo appena finito la riunione, la segreteria di redazione mi dice: “Direttore, ti vogliono al decimo piano”». 

Nel palazzo di largo Fochetti era quello degli amministratori.

«Esatto. Era il giorno del primo Cda, pensai ad una qualche comunicazione burocratica». 

E invece?

«Prendo l’ascensore. Mi restano impressi gli orari e i tempi». 

Cioè? 

«Alle 14.02 ero dentro la stanza. Alle 14.10 ero già fuori. Licenziato». 

Mi pare incredibile.

(Sguardo serio. Ombra di sorriso). «È esattamente quello che è accaduto». 

Se provi a guardarla da fuori, quella storia, che cosa ci dice?

«Visto quel che è successo dopo, qualche domanda me la faccio. Diciamo che non è un bel segno per il mondo dell’informazione, nel tempo che stiamo vivendo». 

Diciamo qualcosa sul senso di quella giornata.

«Lasciai il giornale dopo mezzanotte. Gli uomini della mia scorta, comprensibilmente nervosi, con le pistole nella cintura. Non sono tornato al giornale mai più». 

Tu non contesti il diritto di un editore di licenziare.

«Assolutamente no. Il giornale all’epoca viveva un ottimo momento, ma non vuol dire. Sei il padrone, per me della tua azienda puoi fare ciò che vuoi». 

E dunque?

«Il tema è il rispetto della persona, che non può venire mai meno. Che poi è anche il rispetto del lavoro. Siccome il lavoro di un giornalista deve coincidere il più possibile con la libertà, questo è un problema». 

Oggi sei un editorialista del Corriere della Sera.

«Ho trovato di nuovo casa a via Solferino, dove ho lavorato tanti anni tra Corriere e Gazzetta. È stata una bellissima opportunità, sono rinato».

·        Cecilia Sala.

Da "corriere.it" l'8 settembre 2021. Il video mostra gli attimi di paura vissuti dalla giornalista Cecilia Sala quando, poco prima di collegarsi in diretta tv su La7, viene avvisata dell'esplosione di diversi colpi di mitragliatrice contro le finestre dell'hotel in cui soggiornava, sparati dai talebani che disperdevano la manifestazione di donne contro il Pakistan e a favore della resistenza nel Panshir.

Tg1, chi è Cecilia Sala: da Elettra Lamborghini ai talebani in Afghanistan, una parabola clamorosa.  Libero Quotidiano il 07 settembre 2021. E' una delle poche giornaliste occidentali a trovarsi in Afghanistan al momento: Cecilia Sala, romana di 26 anni, è considerata una tra le maggiori promesse della tv e del giornalismo in generale. Ma qual è la sua storia? La giovane, come spiega TvBlog, è cresciuta nella "scuola" di Michele Santoro. Si fece notare la prima volta quando a 14 anni parlò in una piazza contro la mafia. Le prime apparizioni televisive sono avvenute nel 2013 a Piazzapulita di Corrado Formigli e nel 2014 ad Announo, il talk show cui prendeva parte come membro fisso del cast. Era appena maggiorenne e condivideva il palco con Elettra Lamborghini, la cantante conosciuta soprattutto per il suo twerking. La Sala, che si è fatta spazio sul piccolo schermo grazie alla forza delle sue opinioni, è cresciuta nel team di Santoro ed è stata promossa prima a redattrice web di Italia - in onda su Rai2 -, poi è entrata a tutti gli effetti nella squadra giornalistica delle trasmissioni condotte o prodotte dall’anchorman. Negli ultimi tempi, però, la giornalista si è specializzata soprattutto negli Esteri. I suoi recenti interventi su quanto sta avvenendo in Afghanistan sono diventati virali sui social, soprattutto tra i giovani che sembrano apprezzare i suoi racconti. Cecilia Sala, comunque, di strada ne ha fatta. Dal palco condiviso con la Lamborghini, infatti, è finita persino in un servizio del Tg1. Direttamente da Mazar-i Sharif ha parlato della protesta delle donne afghane: “La maggior parte delle donne ha paura di uscire di casa per scoprire che tutte le promesse fatte dai talebani in conferenza stampa – non saranno più obbligate a indossare il burqa, potranno continuare a lavorare o a studiare – non saranno rispettate”.

·        Concita De Gregorio.

Selvaggia Lucarelli per tpi.it il 9 settembre 2021. Ho provato a immaginare una realtà parallela in cui la coppia Concita De Gregorio/David Parenzo alla conduzione di In Onda sia la stessa, ma a sessi invertiti. David è una donna, Concita un uomo. Ecco, non saremmo arrivati alla terza puntata senza le barricate delle femministe (me compresa) fuori dagli studi, visto non tanto l’evidente disequilibrio negli spazi concessi ai due nel programma (Parenzo parla meno della Lagerback da Fazio) ma per i modi con cui lei si rivolge a lui. Sbrigativi, sprezzanti, conditi da sorrisini nervosi attraverso i quali mostra forzatamente i denti (che nel linguaggio non verbale significano una cosa ben precisa: ti vorrei addentare la giugulare) e con una frequente espressione che copre tutte le scale di colori comprese tra il disprezzo e il compatimento. Davvero, se Concita De Gregorio fosse un uomo, non staremmo neppure più qui a parlarne. Avrebbe preso un unico, gigantesco cazziatone agli esordi e si sarebbe ravveduta. E invece ne parliamo perché ieri sera si è raggiunta la vetta più alta della sua arroganza. Ospite il ministro Luigi Di Maio, lo stesso Di Maio ha respirato quell’imbarazzo che si respira a cena, di fronte a una coppia di amici con lui che tratta di merda la moglie o viceversa e tu balbetti qualcosa per sdrammatizzare, ma vorresti infilare la testa nell’insalatiera per l’imbarazzo. Tra l’altro, duole dirlo, ma modi a parte, sul tema virus e Green Pass la De Gregorio era di un’impreparazione tale che Parenzo e Di Maio al confronto parevano Fauci e Burioni. A partire dalla sua sconcertante premessa, ovvero: “Il Green Pass da solo non serve a niente, è solo una certificazione che significa che sei tamponato o vaccinato per entrare nei posti”. Che voglio dire, certo che da solo non serve a niente, infatti non è l’unica misura di contenimento del paese. E no, non è “solo una certificazione”, ma, appunto, una misura di contenimento del virus e di protezione per i cittadini. A quel punto il ministro Di Maio spiega con chiarezza che “il Green Pass serve a entrare nei locali, luoghi insomma in cui c’è la più alta probabilità di trasmettere il virus. Non sarà certo meglio tornare al coprifuoco…”. La De Gregorio scatta come se Di Maio avesse urlato “sieg heil!” in piedi sulla scrivania. E lo interrompe con una supercazzola devastante, avvitandosi su se stessa come spesso le succede: “Il Green Pass è uno strumento di controllo, non di cura! Il vaccino cura o comunque previene cioè “cura” è inesatto, diciamo che PREVIENE DALLA malattia, mentre il Green Pass controlla se ti sei vaccinato. Quindi il governo si deve prendere la responsabilità eventuale”. In pratica, a un anno e mezzo dalla pandemia, la De Gregorio non ha ancora capito le basi dell’epidemiologia, e questo sarebbe pure un peccato grave ma accettabile, ma su quelle dell’educazione ero convinta andasse più forte. E invece riesce pure a rimproverare gli altri interlocutori del problema che la affligge in quel momento: la confusione.  “Introducendo il Green Pass abbassiamo la curva dei contagi!”, dice Di Maio, provando a semplificare il concetto. E lei, nervosa: “No, non è che abbassiamo la curva, col Green Pass non facciamo entrare le persone non vaccinate e tamponate, è questa la questione sennò facciamo confusione!”. In pratica, secondo la conduttrice, il Green Pass è una specie di tessera magnetica dell’hotel, serve solo a entrare in camera. Probabilmente lei accede ai tavolini al chiuso nei bar con la scheda della camera 107 dell’Hilton. Non ha capito quello che hanno capito anche i lampioni: se nei luoghi al chiuso entrano solo persone o vaccinate (quindi protette e meno contagiose se infette) o tamponate (quindi probabilmente non infette e in contatto con persone che se infette contagiano meno gli altri, perché vaccinate) il virus si contiene di più. E i primi ad essere protetti dal Green Pass sono proprio i non vaccinati. Che non sono discriminati, ma tutelati. Parenzo, che ha capito, aggiunge incauto: “Non voglio dar ragione a Di Maio, ma il Green Pass è incentivante!”. Ha dato ragione a un grillino. A UN GRILLINO. Lei mostra le gengive fingendo di sorridere e lì si capisce che butta male, tipo il gatto quando muove la coda. Sono segnali della natura che non si possono ignorare. E insiste, improvvisandosi portavoce “delle persone” che non si sa chi siano, se quelle che incontra lei al bar o quelle che al casello autostradale pagano contanti, boh: “Le persone non vogliono il Green Pass perché il Green Pass stabilisce che ci sia una differenza tra vaccinati e non vaccinati!”. Parenzo prova a proferire parola e lei: “Non sto parlando con te, sto parlando con LUI!”. Cioè, Parenzo non è un suo interlocutore titolato ad intervenire e il ministro è un “Lui generico”. Una specie di schwa, ma un po’ meno. L’invasione della Polonia è stato un momento di maggiore modestia, nella storia. Mentre Di Maio assiste allibito alla tensione tra i due conduttori, lei va avanti: “Molta gente dice ‘se ci dobbiamo vaccinare vi dovete prendere voi la responsabilità, perché io devo firmare? Dovete imporre voi l’obbligo’, oggi una signora mi ha scritto questo!”. Persone, gente, una signora. Deve essere la nuova sinistra che vuole dimostrare di ascoltare la gente. Ma soprattutto la nuova sinistra che non ha mai sentito parlare di “consenso informato” in tema di sanità. Un concetto nuovo, inedito, per la conduttrice. Di Maio dice un altro paio di cose insolitamente lucide e Parenzo, che ormai ha deciso di morire come quei delfini che si spiaggiano da soli e non sai perché, sussurra: “Io non sono d’accordo con Concita!”. I denti. Le gengive. “IO faccio un mestiere che è quello del giornalista e il giornalista fa domande!”, sibila lei. IO. Come a dire “tu invece sei un metalmeccanico” e “tu invece annuisci e basta”. Il problema è che le sue non erano quasi mai domande, ma affermazioni. Dovrebbe rivedersi la puntata, la De Gregorio, e scoprirebbe che oltre all’assenza di educazione, di equilibrio, di preparazione, ieri c’era anche quella dei punti interrogativi. I grandi latitanti, nella sua vita televisiva. E non solo.

L'intellettual"a" in sandali e Zan passata da Gramsci a Parenzo. Luigi Mascheroni il 18 Luglio 2021 su Il Giornale. Già direttore dell'Unità poi prima firma, e primadonna, di Repubblica, Concita De Gregorio è conduttrice perfetta. Se ti facesse parlare...o, non è vero. Spazziamo via subito antipatiche insinuazioni che nulla, peraltro, hanno a che fare con il giudizio sul suo ruolo di giornalista. Non è vero che Concita De Gregorio è diventata famosa per i suoi sandali di Sergio Rossi da millecento euro al paio!

Perché nel giornalismo è fondamentale essere precisi.

Precisa – a parte quella volta che le agenzie riportarono la notizia della lussuosa villa fattasi costruire dal leader turco Erdogan, e lei presa da furore anti-sovranista lesse Orbán e scrisse un articolo durissimo contro il presidente ungherese e i suoi amici sovranisti europei, un granchio clamoroso (ottimo però nell’insalata con mango, avocado e un filo d’olio…) - professionale (o professorina?), composta (forse un po’ rigida, ecco), elegante (al di là degli occhiali da Lady Gaga), sottile analista politica – resta imperituro il suo: «Grillo e Conte avranno trovato l’accordo grazie anche alla vittoria di calcio nell’Europeo, sappiamo che le coincidenze non esistono...» - e poi spigliata, brillante, impostata, voce da educatrice dell’Istituto delle Suore Mantellate di Livorno e scrittura da laurea in Scienze politiche, Concita De Gregorio – da Pisa, dove pendere tutta da una parte è un attimo – è incontestabilmente un’ottima giornalista. E conduttrice. Che poi: non è neanche l’interrompere continuamente e parlare sopra agli ospiti che infastidisce... È quella cantilena irritante... Però l’intervista a Matteo Renzi era perfetta: incalzante, pungente, decisa. Come quando lo ha inchiodato alle sue responsabilità chiedendogli: «Per Lei, Fedez è un intellettuale?». Per essere intellettuale, Concita De Gregorio è una riconosciuta intellettuale - «Abbia pazienza: Intellettuala, intellettuala… le desinenze sono importanti: basta con questi maschilismi linguistici discriminatori. Le donne devono riappropriarsi anche grammaticalmente del proprio ruolo nella società e poi del resto...» - Scusi, Concita: posso interromperla? «Mi chiami col cognome per favore».

De Gregorio - spiace per i detrattori - è un cognome entrato nella storia del giornalismo. Il curriculum, a pensarci, è da vero maître-à-penser: civetteria, storytelling e il corpo delle donne. Lontane origini catalane (quindi sovraniste), inizi radiosi, come il sol dell’avvenire, nelle radio e televisioni locali - Toscana: terra di facili ire e di grandi penne: Montanelli, Fallaci, De Gregorio... - arrivo al Tirreno nel 1985, quindi nel 1998 l’approdo a Repubblica, dove si occupa di cronaca nera e politica rossa. Poi il grande salto. Nel 2008, a sorpresa - soprattutto dei giornalisti della redazione - la nomina a direttore (direttora? direttrice? direttoria? direttissima?) dell’Unità, prima donna (scritto staccato) a guidare la storica testata. Da Antonio Gramsci a «Concha»: egemonica culturale, intellettuali organici, i Quaderni dal carcere, celle e filo di perle. È il Pd che traccia la linea, ma è l’Unità che la difende. Credere, ubbidire e combattere. Timone a sinistra, e avanti tutta.

Tre anni di caipirinha e sangue, fra editoriali ed editti, battaglie giornalistiche nel momento del peggior antiberlusconismo che il Paese abbia conosciuto, finanziamenti pubblici, il non del tutto azzeccato formato tabloid, la campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani con il culo di una ragazza in minigonna e in tasca una copia del giornale che se la vedono oggi le prefiche del «Se non ora quando?», del #MeToo, della 27esimaora e anche della 28esima, delMansplaining e del Transfemminismo, ti imbrattano di vernice rosa anche la raccolta di videocassette di Walter Veltroni rimasta in archivio... E poi tensioni con la redazione, la svolta «pop», le copie perse, ma non la speranza, e alla fine uno strascico di spese da pagare per le cause civili legate agli anni della sua direzione. Un milione di euro, diffamazione più, danni di immagine meno. È il 2011, anno peraltro del suo bestseller Einaudi (cioè Berlusconi, strano...) Così è la vita. Imparare a dirsi addio. Appunto. Addio compagni e ritorno a Repubblica.

Bentornata, Madame. Prima firma e sempre l’ultima a consegnare il pezzo, Concita De Gregorio piace molto ai lettori, e soprattutto a se stessa. Scrive di tutto, sempre, comunque, ma soprattutto: «Perché?». Cronaca e costume, femminismo e bikini, etica e epica, retroscena politici, retroscena e basta, Esteri – del resto alTirreno iniziò nelle redazioni di Piombino, Livorno, Lucca e Pistoia, che sono il nostro Midwest – economia, cultura, spettacoli, hobby&sport. Contenuti dei pezzi di Concita: retorica mainstream della correttezza, irrisione della parte sbagliata - «Che non è mai la mia» - una fastidiosa sufficienza esplicitata in qualsiasi modo nei confronti di qualunque interlocutore, le battaglie giuste che impongono la libertà con l’arroganza, il vittimismo femminista, il pippone del DdlZan - che pazienza zen...- «Vi dico io i libri che salvano la vita!» (yawwwwn! che noia...), gli intollerabili spiegoni di tolleranza, le stucchevoli lezioni di morale. Ciuffo ribelle e quieto conformismo.

Te amamos fuerte, Concita. Fenomenologia dei pezzi di Concita: Concita a una lettura pubblica, Concita a un evento con Roberto Saviano, Concita al festival del giornalismo, Concita accanto a Benigni, Concita con gli occhiali da giorno, Concita con gli occhiali da sole, Concita senza occhiali, Concita a una festa, Concita con Lucrezia Lante della Rovere, Concita a un’altra festa, Concita a una manifestazione, Concita pensierosa, Concita tra i libri, Concita da Floris, Concita aChetempochefa, Concita con Elisabetta Gregoraci, Concita alla radio, Concita in tv, Concita con un bel sorriso. Siamo In onda!

Non lo so.... Una volta - ha fatto notare qualcuno - c’erano giornalisti di sinistra che almeno nell’atteggiamento avevano una parvenza di «comunismo», quantomeno pseudo comunismo. Adesso si sono tutti così imborghesiti...

Precariato, green economy, look sbarazzino e scarpe firmate Roger Vivier.

A proposito, Concita. «Dónde está el límite entre información y propaganda?».

Comunque, dài: come conduttrice, non si può dire niente, a parte il fatto che assomiglia sempre più a Mara Venier. Brava, è brava. «Cosa dici? Concita è una Gruber che non ce la fa? Chi l’ha detto? Che coooosaaa? È peggio persino di Myrta Merlino?!». Mi dissocio.

Socievole,highsociety, socialista (come disse appena fatta fuori dall’Unità: «Mai stata del Pd!»), Concita De Gregorio in tv è bravissima. E ogni tanto fa anche la giornalista. Certo, poi avere tutti insieme In onda lei, Veltroni, il famoso Da Milano, Ezio Mauro e Giannini non è facile da sopportare. E insomma: chiedere in diretta a Enrico Letta il suo albero genealogico per scoprire che sfiora Gramsci... persino il valletto David Parenzo era imbarazzato). «Torna a casa Lilli!!!».

Dall’Unità a La7: dall’organo del vecchio Partito comunista a quello del #DdlZan. Domanda: ma Concita De Gregorio continuerà a invitare il deputato Zan fino a quando, almeno lui, non saprà spiegare la sua legge?

Dura lex, sed omosex. 

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li l…

 Selvaggia Lucarelli dà della "gatta morta" a Concita De Gregorio: "Non ha colpito a caso", sospetto sulla vera motivazione. Simona Bertuzzi su Libero Quotidiano il 04 luglio 2021. Alla voce "solidarietà femminile" ho trovato in rete 8 milioni di articoli. Questione di sfumature, ma la domanda era più o meno la stessa: esiste la solidarietà femminile? No, che non esiste. Tuttavia, non ci stanchiamo di cercarla nei pertugi del quotidiano e di ascoltare delle femministe petulanti che infarciscono litanie sull'argomento mentre gli uomini - tutti - si divertono a coglierci in castagna. Per esempio, questo pezzo dovrebbe essere la dimostrazione plastica di quanto siamo stronze noi donne con le donne. Affidato non a caso a una donna. Partendo dal presupposto che di uomini str*** ne ho incontrati parecchi ma di donne stronze molte di più e a partire dalla terza elementare, proverò a spiegarvi la questione. Insomma il 2 luglio è andata In onda una puntata divertente dello sfanc***o femmil-progressista di cui sono capaci certe primedonne - attenzione, non ho detto solo donne - del panorama politico e giornalistico attuale.

GATTA MORTA?. Selvaggia Lucarelli, penna assai brillante del Fatto quotidiano e maestra nello sminuzzare l'avversario fino a farne una macchietta da fumetto, ha preso di mira la rossa (ideologicamente parlando) Concita De Gregorio al suo esordio accanto a Parenzo nella trasmissione "In onda" de La 7. E poiché De Gregorio (non dico Concita perché preferisce il cognome) aveva ospite Salvini, Lucarelli è partita leggera leggera come sa far lei ogni volta che si imbatte nel leader della Lega: «Con Salvini ospite non abbiamo visto una gatta più morta di lei (De Gregorio, ndr) neanche dopo un giro di polpette avvelenate in una colonia felina». Due righe sotto delucida il concetto: «L'unica quota che rappresenta la De Gregorio è televisivamente parlando la quota Palombelli. Sguardo fisso in camera che sembra però mirare un punto indefinito nello spazio e nel tempo o, in alternativa, un Poltergeist». Leggerissima, dicevamo, al punto che, mentre leggevamo, immaginavamo l'editorialista di Repubblica nei panni della Carol Anne del celebre horror (bionda anche lei) che parlava a una televisione accesa senza segnale e gridava "sono arrivati!". Credete, il ritratto che Lucarelli fa della collega è a tratti esilarante. Cito a casaccio qualche perla: «Flemma alla Palombelli... sguardo con dentro tutto, dal brodo primordiale all'energia nucleare... parole lente trascinate come note vocali». Ma è così sprezzante il tono che vorresti quasi entrare nel pezzo e prendere le difese della De Gregorio. Se non fosse che poi rivedi l'ex direttrice dell'Unità col ditino alzato e la flemma di cui sopra mentre demolisce l'avversario di destra ma non risparmia l'amico Zingaretti (definendolo «ologramma») e ti mordi le mani. Comunque sia chiaro: Lucarelli non colpisce a casaccio ma solo dove c'è da puntare alto, ovvero a Salvini. Che evidentemente era l'unico ospite di una trasmissione in cui la De Gregorio si ostinerebbe a "invitare solo uomini!". Salvini parla - «è bello confrontarsi in modo civile»... «il reddito di cittadinanza è un ostacolo al lavoro»... «con me i bambini morti annegati nel Mediterraneo si erano dimezzati perché non partivano» - e Concita resta immobile, secondo Selvaggia. Un ologramma appunto. Al pari di Zingaretti e fa piacere che si prestino le definizioni. Non capite più niente, comprendiamo. Succede sempre quando noi donne alziamo i toni. Scivoliamo in quel parlarci sopra - anche se qui è un parlarsi a distanza - e accappigliarci vicendevole che taluni uomini chiamano starnazzamento in nome di un maschilismo becero. E che invece è quasi sempre un sano confronto dialettico. A favore (e per il godimento) degli uomini va però detto che un filo di livore primordiale si evince dal modo in cui Lucarelli scende a valanga sulla collega. Entrambe giornaliste di talento. Entrambe stimate. Entrambe ricercate. Primedonne appunto, che è diverso da donne. Penne. Opinioniste. Capacissime di demolire l'avversario senza fare un plissé.

LUCI DELLA RIBALTA. Lucarelli ha lasciato al tappeto - ridotti peggio di ologrammi - l'universo mondo femminile e maschile e non è stata colpita da rimorso. De Gregorio ha indossato la flemma di cui sopra e fatto altrettanto. Una conduce «In onda». L'altra è il giudice temutissimo di «Ballando sotto le stelle» che alza la paletta e stronca ballerini incapaci. Normale annusarsi di traverso. E mettere i puntini sulle "i" delle luci della ribalta dell'altra. Detto questo vi confido un fatto: mentre una donna, la sottoscritta, registra la lite di due donne (che poi per essere lite servirebbe la replica dell'imputata) qualche giornale racconta sommessamente il parallelo scazzo Concita-Parenzo, colui che finora è rimasto incomprensibilmente in ombra. La trasmissione è la stessa. Ospite del duo Parenzo-De Gregorio è stavolta Antonio Bassolino. Parenzo evoca PCI e DC usando parole ironiche: «Un partito del Novecento, dove c'erano statuto, congressi. Tutti che fumavano, le mozioni, Cossutta, Ingrao...». De Gregorio prima sbuffa poi si incazza e zittisce il collega: «Porta rispetto e lascia parlare il sindaco». Tutto questo alla prima settimana di co-conduzione. Ma fa molto più clamore e portineria la lite tra donne. Ps. Resta solo un dubbio. Che c'entra in tutto questo la flemma della Palombelli? 

Da “Libero quotidiano” il 20 giugno 2021. Selvaggia Lucarelli contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini presenti ai funerali di Michele Merlo, il giovane cantante morto di leucemia. La verità è che la penna del Fatto ignora i rapporti di amicizia tra Francesca Verdini, fidanzata di Salvini, e lo sfortunato 28enne e non sa che il padre di Michele, Domenico, è stato scelto per guidare il circolo Fdi di Rosà. Francesca Verdini ha replicato duramente alla Lucarelli: «Meschina e vuota. Si vergogni».

·        Corrado Augias.

Andrea Malaguti per “Specchio - la Stampa” il 14 marzo 2021. I direttori dei giornali hanno spesso modi sbrigativi per chiedere le cose. Tipo: «Intervista Corrado Augias». «Perché?». «Perché è Augias». In effetti è un buon motivo. In un mondo di riflessioni senza peso, effimere, difficili da acchiappare, a una sola dimensione come un foglio di carta, intervistare questo bambino prodigio di 86 anni è come infilare un sacco di idee confuse in una lavatrice e tirarle fuori ordinate, profumate e già stirate. Fa tutto lui, abituato a non lasciare cadere nell’oblio neppure le storie che si ritirano al bordo dei suoi pensieri. E lo fa con un linguaggio che non è banalmente elegante, è impeccabile, preciso, automaticamente narrativo. Ti ammalia. Dal Covid a Fellini, da Barbara d’Urso a Mario Draghi, dall’Aldilà – il buco nero che non lo spaventa affatto - alla macchina del fango, dalle lettere che ha ricevuto a quella che scriverebbe a sé stesso. Non tutte le risposte ti fanno stare bene, ma tutte hanno un senso, anche quelle sbagliate. Insomma è un viaggio. Leggero e profondo. E va fatto assolutamente. Perché? Perché è Augias. Corrado Augias, cito Wikipedia: giornalista, scrittore, conduttore e autore televisivo, drammaturgo ed ex politico italiano. Ne scelga una.

«Scrittore. Da qualche anno leggere e scrivere sono le mie attività prevalenti. Faccio un minimo di tv, perché questo mestiere è bene continuare a farlo finché te lo chiedono. Ma l’animo mi spinge a scrivere. Saggi storici e sociali. E poi devo leggere molto, perché far di conto mi riesce più difficile».

Ottantasei anni, se si guarda alle spalle che cosa vede?

«Quando penso che ho 86 anni mi sorprendo da solo. E mi torna in mente Fellini».

Che c’entra Fellini?

«Una volta lo intervistai e gli dissi: lei ha un aspetto autorevole e solenne. Fellini mi rispose: solenne io, che mi vedo ancora come il ragazzino alto, magro e un po’ sparuto che ero quando arrivai a Roma? Ecco, oggi per me è lo stesso».

Si sente alto, magro e sparuto?

«No, ma se mi dicono che ho 86 anni sobbalzo. Me ne sento 60, neppure uno di più. Faccio sport, ho una memoria prontissima e con il Covid lavoro persino più di prima».

Un disastro il Covid.

«Un flagello. L’idea dei centomila morti è terribile. Eppure per chi fa il mio mestiere c’è un aspetto non disprezzabile. Avendo abolito la vita sociale, le cene, le inaugurazioni e le presentazioni, stai più concentrato sulle cose da fare».

Vaccino sì o vaccino no?

«Io sono un vaccinofilo. Ho già fatto la prima dose e aspetto il 18 per la seconda».

Per vent’anni ha tenuto la rubrica delle lettere su Repubblica. Qual è la più bella che ha ricevuto?

«È una lettera che in realtà sono due. Uno studente di un liceo romano mi chiese semplicemente: Caro Augias, che cosa devo fare? Gli risposi: scruta nei tuoi interessi e nelle tue capacità. Pochi anni dopo mi cercò di nuovo: l’ho ascoltata e oggi, grazie alla sua spinta, faccio l’insegnante e sono felice».

Gli ha dato una mano. Bella sensazione, no?

«Bella. Ogni tanto qualcuno mi scarica addosso delle palle di fango, ma in genere le persone mi scrivono con affetto: suscito sentimenti benevoli. Invecchiare non è facile. Al di là delle sciagure fisiche, si può farlo con malanimo, con acrimonia, sentendosi in credito con il mondo. Io invecchio con serenità, consapevole che fra un po’ finisce. Non ho né crediti né debiti e vorrei andarmene con decoro».

Ha paura?

«No. Leggo molto gli stoici, e in questo momento sono concentrato su Marco Aurelio, ma non è quello».

Cos’è allora?

«È che morire va bene, quello che nasce muore, lo sappiamo fin da bambini. Dunque la morte in sé non mi spaventa, è il modo che può suscitare qualche preoccupazione. In sostanza mi preoccupa il morire, non la morte».

C’è qualcosa dopo la morte?

«No».

Non la spaventa neanche il nulla eterno?

«E perché? Quello è bello. Siamo venuti su questa terra senza averlo chiesto, siamo qui per caso e questo caso ha una fine. Veniamo dal nulla e, dal punto di vista cognitivo e psicologico, torniamo al nulla. Ma dal punto di vista materiale qualcosa rimane, anche quando veniamo cremati. Ci disperdiamo nei fiumi o diventiamo parte dei prati. Le mie ceneri si confonderanno con la terra della campagna umbra».

Perdoni il passo indietro: le palle di fango fanno male?

«Un po’ seccano».

L’ultima pallata ricevuta?

«Non più tardi di un mese fa sono caduto in una trappola di una finta lettera dell’Enel che io ho trattato come se fosse vera scrivendone su Repubblica. Sono stato molto preso in giro, ma io ho davvero una disputa con l’Enel per dei pannelli solari. Mi hanno coperto di palle di fango. Non si fa così, sono espressione di una società incattivita, sono gesti crudeli. Non puoi deridere o calunniare una persona per uno scivolone».

Augias, lei è mezzo francese, che cosa rappresenta Parigi?

«La prima capitale in cui sono stato dopo la maturità. Ci arrivai in autostop per via di un bravo professore di storia che ci aveva riempito la testa. Per prima cosa andai alla Bastiglia. La rivoluzione. Il 14 luglio. Partendo da Roma mi aspettavo di trovare se non le rovine fumanti, almeno le rovine. E invece in piazza della Bastiglia c’era solo una colonna verde con scritta sopra una data: 1830».

La rivoluzione di luglio.

«Già, neanche quella del 1789. Ma Parigi resta comunque il primo amore».

E Londra?

«È la città dove sono i miei familiari e i nipoti e quindi una parte di me».

Come nasce il suo amore per il giallo?

«Chi lo sa. Credo di essere stato attratto dai gialli per le stesse ragioni per cui mi sono interessato così intensamente alla morte. Nel giallo, nel mistero da svelare, nella tenebra, sento un’attrazione. Mi piacciono i cimiteri. In una città sconosciuta vado a vederli subito. Mi piace capire come la gente trattai suoi morti».

Qual è il suo preferito?

«Quello di Highgate, a nord di Londra, dove è sepolto Marx, con le sue lapidi storte, gli alberi tra le tombe, i rami spogli e la luna che appare da dietro è il massimo del romanticismo».

Lei è romantico?

«Lo sono».

Con Telefono Giallo ha cambiato la tv. Come è nata l’idea?

«Dal fervore della nascita di Rai3 di Guglielmi. La prima idea fu di un funzionario sulfureo, un anarco-cattolico che si chiamava Lio Beghin, un uomo prezioso. Fu lui a immaginare Telefono Giallo e Linea Rovente. Ma noi ci occupavamo di cold case. Consultavamo gli atti del processo, studiavamo le carte. Oggi fanno i programmi tre giorni dopo un delitto».

Ce n’è uno che le piace?

«Non seguo più tanto la tv».

Meghan Markle e Harry Mountbatten Windsor che accusano la Casa Reale di razzismo li ha seguiti?

«Li ho seguiti».

Perché questa storia fa il giro del mondo?

«Principi e reali il giro del mondo lo fanno da sempre. In questo caso la coppia non mi piace. Lui, Harry dico, non deve essere una testa di prim’ordine (anche giudicando alcune cose fatte da giovanissimo) e anche lei, Meghan, ne ha fatte parecchie».

Ciò detto?

«Ciò detto, il fatto che in famiglia si preoccupassero del colore del bambino non mi sembra gravissimo, quella è una Casa Reale e ci sono valori simbolici. Non puoi fare il re prescindendo dal valore simbolico della carica. Per lo stesso motivo la storia tra Lady D e Dodi Al Fayed, che era musulmano, non poteva essere valutata dimenticando che la regina è anche – se mi è con cesso dirlo - il Papa della Chiesa Anglicana».

Nel 2021 qualcuno potrebbe trovare questa analisi vagamente razzista. «È possibile, ma io detesto il politicamente corretto. Bisogna considerare il contesto. Quella è una famiglia reale che per giunta cammina sempre su un filo di coltello».

Lei è mai stato vittima di pregiudizi?

«No, non mi pare. Ho ricevuto molte critiche, certo, e quando avevo 25 anni qualcuno disse che facevo la spia per la Cecoslovacchia. Ero un piccolo funzionario Rai, che stupidaggine».

Quando i francesi hanno dato la Legion d’Onore al presidente egiziano Al Sisi, lei, in tempo reale, ha restituito la sua. Istinto o ragionamento?

«Istinto. Nella notte tra sabato e domenica telefonai a Maurizio Molinari e gli dissi che non tolleravo questa cosa di Al Sisi e che restituivo la mia Legion d’Onore».

E lui?

«Mi disse: stai attento, la tua scelta farà chiasso e potrai essere criticato. Aggiunse che comunque il giornale mi avrebbe sostenuto».

Giuliano Ferrara scrisse che il suo gesto era solo vanità.

«Un’interpretazione maligna di un gesto nato da un moto addirittura ingenuo di ribellione. Io rispetto la ragion di Stato, ho letto troppo Machiavelli per non sapere che alcune cose vanno fatte anche se la morale non le approva. Però c’è un limite. La Legion d’Onore ad Al Sisi fu data di nascosto, questo fu l’aspetto vergognoso della scelta di Macron. Era una porcheria e lui losapeva».

Che effetto le ha fatto il segretario del Pd Zingaretti nel salotto di Barbara D’Urso?

«Un errore. Non doveva farlo, con tutto il rispetto per Barbara d’Urso, che è un’ottima professionista. Il segretario del Pd aveva appena detto delle cose di una gravità epocale (“Mivergogno del mio partito”), che dovevano essere affrontate in una sede più adatta».

L’idea di ciò che è “adatto” pare piuttosto confusa nei palazzi romani. La distanza tra il presidente Mattarella che si mette diligentemente in fila per il vaccino e Beppe Grillo che si presenta in albergo vestito da astronauta scimmiottando la pandemia mi pare incolmabile.

«Mattarella è uno dei pochi punti di solidità a cui guardare per avere un orientamento. Ecco, il senso dell’orientamento è ciò che manca a Grillo che fa il pagliaccio e al segretario del Pd che sceglie uno studio televisivo per affrontare la crisi».

Gioco della torre. Chi butta giù tra Renzi e Salvini?

«Domanda difficilissima. Forse è più pericoloso Renzi di Salvini. Però devo motivare».

Motivi.

«Salvini è un caciarone, un mangiafuoco che alla fine si scopre. Renzi è più sottile, toscano, cinquecentesco, in una parola più…».

Ci vada cauto, ultimamente querela con facilità.

«E allora fermiamoci a cinquecentesco».

Draghi o Conte?

«Dico la verità. Scelgo Draghi, ma a malincuore. Conte non ha fatto male. Ha cominciato malissimo e ha finito bene. Draghi però dà una sicurezza maggiore».

Lei è un lettore compulsivo, che libro ha sul comodino?

«Splendore e Viltà di Erik Larson, non mi stanco mai di leggere libri sulla seconda guerra mondiale, il periodo in cui sono stato bambino».

Un periodo che ricorda con paura o con rimpianto? 

«Vede, noi subito dopo la guerra giocavamo vicino a Porta Latina - dove abitavo – in campi disseminati di residui bellici. Un compagnuccio perse una mano per una bomba a cui tolse la sicura. Eppure non avevamo la sensazione di essere bambini infelici. Eravamo dei miserabili. Eravamo nella penuria, ma io l’ho saputo solo quando è cominciato il benessere. Ripensandoci dopo capisco che furono prove durissime. Perché avevamo fame. Di cibo. Di pane. Di companatico. Cosa che fortunatamente oggi, nonostante l’epidemia, non abbiamo più. Oggi sono andato a fare la spesa in un supermercato che rigurgitava di merci ed era pieno di gente chele comprava».

Chi c’è nella classifica dei suoi direttori preferiti?

«Eugenio Scalfari di sicuro, molto di quello che so fare lo devo a lui. Guidava Repubblica con la maestria di un direttore d’orchestra o di un addomesticatore di animali al circo, la riunione del mattino, la messa cantata, era un vero esercizio di governo. Tu sei stato bravo, tu mi hai deluso. Giudicava come Minosse, distribuiva premi e rampogne e se lo poteva permettere, oggi un direttore farebbe più fatica».

A parte Scalfari?

«Con Maurizio Molinari ho un ottimo rapporto. Ci conosciamo da molti anni e lui continua a darmi prova di grande fiducia. Il podcast sul romanzo italiano che sto facendo ne è la conferma».

Il podcast. È come se la sua curiosità non avesse mai fine.

«In effetti è un po’ così. Mi annoio in fretta e ho bisogno di cambiare».

Torno alla torre: Maria De Filippi o Mara Venier?

«Tengo Mara Venier, perché è innocente. Maria De Filippi no. Sa quello che fa».

Simenon, Conan Doyle e Agatha Christie?

«TengoSimenon».

Augias, scriva una lettera ad Augias.

«Caro Augias, in fondo hai avuto molto di più di quello che ti aspettavi a 20 anni e forse anche di più di quello che ti meritavi, cerca di esserne all’altezza».

È sempre stato all’altezza.

«Non direi. Non ho una grande considerazione di me stesso, conosco i miei limiti, vedo dove non posso arrivare. Volevo imparare bene il pianoforte e non sono andato al di là di Per Elisa anche suonata maluccio, ci sono problemi filosofici che non capisco e lascio stare la fisica. Come tutti quelli che hanno molto navigato nei terreni della contemporaneità, so che di tutto questo resterà molto poco, l’onda nella memoria sarà breve e la cosa non mi dispiace».

·        Emilio Fede.

Concesso il differimento della pena. Emilio Fede torna libero, fine dell’incubo per l’ex direttore del Tg4: “Malato e anziano, non è pericoloso”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. A 90 anni, con condizioni di salute “precarie” e in “progressivo peggioramento”, con i magistrati che non hanno ravvisato “profili di attuale pericolosità sociale”, l’ex direttore del Tg4 Emilio Fede torna libero. Il giornalista, condannato in via definitiva nel 2019 per la vicenda Ruby bis a 4 anni e 7 mesi e poi a 2 anni per il caso di un presunto fotoricatto, ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza di Milano il “differimento della esecuzione della pena per la durata di un anno“.

Era stato lo stesso Emilio Fede ad annunciare il ritorno alla “libertà” mercoledì sera, in una telefonata alla trasmissione di Massimo Giletti ‘Non è l’arena’ su La7.

Con il differimento dell’esecuzione della pena per un anno, firmata in due pagine di ordinanza dal presidente Maria Paola Caffarena, viste le condizioni di salute “precarie” si evidenzia come “si sia fortemente affievolita la funzione rieducativa della pena” e non si “ravvisano profili di attuale pericolosità sociale”.

In teoria, come si legge nel provvedimento, il cumulo pena che è stato inflitto all’ex direttore del Tg4 per le due condanne definitive è di 6 anni e 7 mesi con fine pena previsto per il 12 novembre del 2025. Tutto ciò, comunque, è superato dalla decisione notificata ieri al giornalista e al suo legale. Decisione che ha portato ad una sorta di liberazione anticipata. Fede era stato prima in detenzione domiciliare e poi in affidamento in prova.

Nella telefonata con Giletti di ieri sera, segnata dalla voce tremante per la commozione, Fede aveva rivelato di essere tornato libero, “è tornata la vita”. “Anche se in un momento difficile, tu lo sai, ho perso mia moglie, che era anche una tua grande amica – aveva spiegato Fede rivolto a Giletti -. Finalmente posso guardarmi attorno e tornare ad essere quel ragazzo che dal cuore della Sicilia è partito per scoprire chissà quali malefatte”.

Un ritorno alla libertà dedicato proprio alla moglie Diana De Feo, morta a Napoli lo scorso giugno: “Ho rivisto la mia vita tra le lacrime, fra l’amore, gli amici, i colleghi. La dedico a te, cara Diana, ti dedico tutto questo”. Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Filippo M. Capra per fanpage.it il 16 novembre 2021. È stato il volto simbolo del Tg4. Gli ha dato vita, l'ha cresciuto, l'ha reso grande. Emilio Fede, oggi 90enne, non ci sta alla chiusura del suo tg, di cui resterà solo il logo perché accorpato a Tgcom24. Raggiunto da Fanpage.it, l'ex direttore del Tg di Rete4 ha commentato al telefono la notizia: "Così l'informazione viene presa a calci nel sedere".

Direttore, come accoglie questa notizia?

Con dolore, perché tutto quello che contribuisce a diminuire il potere dell'informazione è da respingere con tutte le forze. Il Tg4 è nato e proseguito con me e continua a esserci per la volontà di tanti colleghi che si accingono a lasciare il posto di lavoro, se non per la disoccupazione, per il trasferimento. Ciò significa che l'informazione è a rischio.

Quale oggetto la riporta agli anni della sua direzione?

Un orologio che ho rimesso oggi dopo tanto tempo. Me lo regalò Berlusconi per i dieci anni del Tg4. È un dono prezioso. Questo è un momento difficile: io qui non esprimo solidarietà, mi vergogno di dire che dobbiamo muoverci per difendere l'informazione. Ma su, per favore. Non voglio neanche sentirla questa cosa. L'informazione, qualunque essa sia, è la vita della libertà. 

Cosa direbbe, se potesse, a chi ha preso questa decisione?

Pensateci bene prima di mettere sul lastrico delle persone che sono testimoni onesti, non venduti a partiti e partiti, di questa professione. State per uccidere, o contribuire ad uccidere, una rappresentanza dell'informazione, davanti alla quale tutti bisognerebbe inchinarsi.

Il fatto che il logo del Tg4 resti al suo posto è una consolazione?

È una magrissima consolazione. Io ero e resto a disposizione di tutti, senza compenso, se posso dare una mano per salvare i posti di lavoro. 

Era già al corrente della situazione?

Ieri eravamo a colazione qui con una storica giornalista del Tg4 e ci ha parlato di questo dolore per quanto riguarda l'informazione, che piano piano di questo passo viene presa a calci nel sedere. Parlo di colleghi giornalisti che vanno rispettati, gente che era a Roma ed è stata trasferita a Milano con tutto ciò che comporta per le loro famiglie. Facciamoci il segno della croce e aiutiamo chi soffre. Il Tg4 fortunatamente non mi appartiene più, perché altrimenti io andavo in piazza.

«Vi racconto la terribilità e la pietas della giustizia». Lo storico giornalista del Tg4 ha 90 anni e sta subendo un accanimento giudiziario del tutto immotivato. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'1 luglio 2021. Al solo pronunciare il nome della moglie, scomparsa qualche giorno fa, Emilio Fede si commuove; interrompe la conversazione per poi riprendere a parlare con la voce chiara, proprio come quando conduceva il suo telegiornale. Pochi giorni fa, a Napoli, il padre del Tg4, oggi novantenne, ha partecipato ai funerali della moglie, Diana De Feo. La polizia, nel cuore della notte, ha voluto accertarsi che fosse presente nel luogo in cui solitamente soggiorna nel capoluogo partenopeo, dato che sta scontando una pena a quattro anni e sette mesi per il coinvolgimento nel “caso Ruby” e per spostarsi ha bisogno dell’autorizzazione del Tribunale di Sorveglianza. Fede in questa intervista al Dubbio dice di essere stato «colpito ma non ferito dalla giustizia». Al tempo stesso vuole continuare a credere che a servirla ci siano uomini e donne in toga preparati professionalmente e animati da profonda umanità.

Direttore Fede, come sta?

Sono alla ricerca di un Emilio perduto. Il vuoto lasciato dalla mia adorata Diana è incolmabile. Piangerò la sua scomparsa fino alla fine della mia vita. Un piccolo conforto deriva dalle parole nobili che sono state spese nei suoi confronti nel ricordarla il giorno del funerale. Diana è stata una donna straordinaria da un punto di vista umano e professionale.

La sua esperienza con la giustizia italiana è molto pesante?

In questa mia esperienza ho conosciuto una persona, la dottoressa Panariello, che per tanto tempo ha gestito le persone ai servizi sociali. È una donna straordinaria, siciliana come me. Quando sono finito anche io nel calderone dei domiciliari mi ha convocato. Mi ha parlato per mezz’ora e mi ha detto delle cose di grande affetto ed effetto. Al termine di quell’incontro mi ha regalato un libro, “I leoni di Sicilia”. Mi ha detto: “Fede, lo legga”. Questa donna straordinaria evidentemente ha sempre portato sotto la toga un cuore e non soltanto un codice penale. Ha fatto molto per la giustizia e per coloro che si sono imbattuti nella giustizia non sempre senza sofferenze.

Si è verificato un accanimento nei suoi confronti?

La giustizia mi ha colpito, ma non mi ha ferito. Sempre la dottoressa Panariello, dopo un colloquio fatto con lei, mi disse: “Fede, adesso prenda il bastone e cammini. Lei è libero di camminare, rispettando la giustizia”. Questa frase mi viene sempre in mente nell’esperienza che sto vivendo. Ma mi vengono in mente anche altre cose. L’onda delle parcelle con tanti zeri. Sia ben chiaro che anche in quel settore ci sono tanti professionisti che meritano rispetto. Sia altrettanto chiaro che in alcune situazioni è stata fatta una mortificazione terrificante dell’essere umano. Quest’ultimo, però, dimostra sempre grande forza. È in grado di resistere alla giustizia e all’ingiustizia. Gli avvocati, molti, non tutti, hanno trascurato la parcella e hanno lavorato per la giustizia. Io li ringrazierò per tutta la vita. Ma voglio fare un’altra riflessione.

Prego, dica pure…

La giustizia per affermarsi non deve subire gli sprechi dell’onestà. Non si faccia della carta bollata un momento di mortificazione. Io ero e rimango molto rispettoso verso la giustizia, ricordando soprattutto coloro che per servirla hanno pagato con la vita. Quando si va in tribunale e si guardano le persone in toga, ci si deve ricordare delle persone che hanno difeso la giustizia sacrificando la propria vita. Come del resto accaduto per tanti giornalisti. Adesso è il momento in cui la giustizia è sui trampoli e si fanno tante considerazioni. Io, tornando alla mia esperienza, sono stato mortificato in occasione dei funerali di mia moglie a Napoli.

Crede ancora nella giustizia?

Ci credo. Penso però che debba rispettare i condannati intesi come essere umani. Le riflessioni sulla detenzione si fanno sempre più profonde. Penso alla vita di chi in cella vede trascorrere gli anni della propria vita con grande sofferenza fisica. Il momento di dolore che sto attraversando mi fa ritornare alla mente chi, come la dottoressa Panariello, ha rappresentato una luce e mi ha dato speranza nella giustizia, che non è solo il volto delle parcelle. Credo e spero che la giustizia abbia un volto umano. E non si dimentichi di chi in carcere soffre, condannati o in attesa di giudizio. Ho molti amici nella magistratura. Ho avuto modo di confrontarmi con alcuni di loro, come Davigo e Colombo. Ho sempre cercato di capire che la giustizia si deve affermare ma non sacrificando la vita delle persone. La giustizia è tale quando, prima di tutto, rispetta sé stessa. Lo deve fare in nome dei magistrati, degli avvocati e dei giornalisti che si sono battuti contro la mafia. Per coloro che si battuti per portare la giustizia alla ribalta e non alla supplica o alla concessione di bontà.

GIORDANO TEDOLDI per Libero Quotidiano il 28 giugno 2021. Emilio Fede è un signore di novant' anni, infermo (si sposta su una sedia a rotelle) che giovedì ha perso la moglie, giornalista come lui, Diana de Feo. Lei viveva a Napoli, lui sta a Milano, così ha chiesto l' autorizzazione al Tribunale di sorveglianza della sua città per partecipare alle esequie della consorte: infatti sta scontando, in affidamento ai servizi sociali, una pena a quattro anni e sette mesi per il suo coinvolgimento nel cosiddetto caso Ruby - ricorderete, la presunta nipotina di Mubarak, le olgettine, le serate allegre a Arcore...Cose di questo tenore: non ci permettiamo di soppesarle sul piano giuridico, quello è il lavoro dei magistrati, ma certo non delineano una pericolosità criminale pari a quella di Al Capone. Eppure, singolarmente, forse per meri automatismi burocratici, il nonagenario invalido Emilio Fede viene fatto oggetto di controlli e sorveglianze che lo fanno apparire più letale di un capomafia. La certezza della pena, concetto non di rado puramente teorico nei confronti di personaggi rei di gravi delitti, con Emilio Fede - e ripetiamo, sarà una casualità -, diventa una morsa implacabile. Un anno fa, sempre a Napoli, dove era sceso per cenare con la moglie in occasione del di lei compleanno, gli agenti della polizia l'avevano arrestato al ristorante. Diciamo che ci sono modi meno traumatici di far notare a un uomo molto anziano che non aveva ancora ottenuto l’autorizzazione ad allontanarsi da Milano, pur avendola regolarmente chiesta. Perché di questo si trattava. La vicenda suscitò scalpore, perché anche chi non ha mai amato Fede per le sue posizioni politiche e per il suo giornalismo, non poté fare a meno di notare un certo eccesso nelle modalità di intervento. Poi naturalmente ci sono quelli per cui Fede, se non altro perché deve scontare la sua fedeltà berlusconiana, deve morire a prescindere, come direbbe Totò, e con quelli c' è poco da ragionare. Ma lasciamo perdere gli eterni rancorosi (che farebbero bene a scrutare dentro se stessi) e torniamo a Fede. Giovedì, nella chiesa di San Gennaro ad Antignano, al Vomero, assiste ai funerali della moglie, con la quale era sposato da sessant' anni. La sera cena al ristorante con la figlia Sveva, poi torna al suo albergo, il Santa Lucia di Napoli. Nella notte, intorno alle quattro di mattina, viene svegliato dagli agenti della polizia, che prima lo fanno chiamare in camera dalla portineria, poi bussano alla porta della donna che lo assiste perché, si è detto, è vecchio e non autosufficiente. Quindi, altra irruzione nella stanza di Fede, sempre per il medesimo motivo che lo fece arrestare al ristorante con la moglie un anno prima: controllare che il Tribunale di sorveglianza di Milano abbia autorizzato la trasferta napoletana. Stavolta però, riferisce lo stesso Fede, dopo le verifiche durate circa un'ora, nei documenti suoi e anche della sua assistente era tutto a posto. E Fede è rimasto a Napoli, da dove, scaduto il permesso, tornerà a Milano. Ora, dal punto di vista procedurale, immaginiamo che non si possa eccepire nulla alle forze dell'ordine e ai magistrati responsabili di queste operazioni. Però la giustizia non può essere una macchina cieca e impersonale, fredda e burocratica, perché diventa vessazione. La giustizia la fanno gli uomini, non un algoritmo, e quindi bisognerebbe che fosse umana in tutti i suoi atti. Umanità vuole, ad esempio, che un novantenne malato cui è notoriamente morta la moglie, possa ottenere un trattamento meno aspro se gli si vogliono controllare i documenti. Altrimenti ha ragione lui a esclamare: «Dimenticatevi di me!» e a domandarsi in che paese siamo. Si badi, facciamo questo discorso a favore di Fede, ma lo faremmo pari pari nei casi analoghi di cittadini sconosciuti. Fede, naturalmente, per via della sua popolarità, diventa un caso, ma temiamo che altrettanta eccessiva rigidità colpisca anche altri che, come lui, scontano una pena pur non essendo, con ogni evidenza, il mostro di Firenze. Uomini che avete l'onere di amministrare la giustizia e di applicarla: non dimenticatevi della dignità delle persone.

Candida Morvillo per corriere.it il 26 giugno 2021. Emilio Fede ha un filo di voce: «Sono terribilmente scioccato che la magistratura mi faccia svegliare alle quattro del mattino da due poliziotti, con mia moglie non ancora ufficialmente sepolta». È successo all’Hotel Santa Lucia di Napoli, nella notte fra il 24 e il 25 giugno. Giovedì, nella chiesa del Vomero, c’erano stati i funerali della moglie Diana De Feo, mancata il giorno prima a 84 anni. Lo stesso giorno delle esequie, l’ex direttore del Tg4 festeggiava, si fa per dire, il suo novantesimo compleanno. Da Milano, era arrivato a Napoli in auto, subito dopo aver appreso la notizia. Affidato ai servizi sociali, sta scontando una condanna per il processo Ruby Bis a quattro anni e sette mesi. La visita degli agenti serviva a verificare che fosse in regola con le autorizzazioni del tribunale di Sorveglianza di Milano sul trasferimento a Napoli. «Mi hanno svegliato. Sono stati un’ora, hanno controllato tutti i documenti e sono andati via», racconta lui, «sono un uomo in sedia a rotelle, arrivato qui con la mia assistente sanitaria salvadoregna, Magdalena, come si dice volgarmente, la mia badante. Regolarmente assunta. Se mi chiede come sto, le rispondo: male, malissimo, sto in carrozzina, ho perso mia moglie, la mia ragione di vita, stavamo insieme da sessant’anni e, da mesi, vivevo appeso alle notizie che la riguardavano. Aveva subito un’operazione delicata e stava facendo la riabilitazione nella sua casa di Napoli. Io non potevo stare con lei perché Villa Lucia è meravigliosa, ma è piena di scale. Ho vissuto mesi passando le giornate a cercare di capire quando si sentiva di parlare al telefono. E mesi aspettando che arrivasse il giorno del mio compleanno, avendo chiesto il permesso di venire a Napoli per festeggiare con lei. Il giorno prima della mia partenza, lei è morta. Non ho fatto in tempo a vederla. Come sto? Sto in carrozzina, solo, cosa devo dire? Mi devo suicidare?». Ad aprile, Fede aveva subito un intervento chirurgico in seguito a un incidente stradale. Ora bene non sta, fa confusione con le date. Dice: «Ho il permesso per stare a Napoli fino al 29, domani devo partire e non mi faranno assistere alla tumulazione privata». Gli dici: direttore, oggi è il 26. E lui: «Rimarrà la bara davanti alla chiesa e io dovrò andarmene a Milano, in carrozzina. Ho parlato con l’avvocato, chiederò un certificato medico. Devo dare l’ultimo saluto a mia moglie». Anche l’anno scorso Fede aveva raggiunto la moglie a Napoli per festeggiare il compleanno e, quella volta, gli agenti avevano fatto irruzione al ristorante, a ora di cena, e l’avevano arrestato. Aveva chiesto l’autorizzazione ma era partito senza accorgersi di non averla ancora ottenuta. Vicenda risolta in 24 ore, ma era difficile immaginare un compleanno peggiore. E invece. Adesso, non si sente di dire altro. Solo questo: «Dimenticatevi di me».

Il giornalista è agli arresti domiciliari a Milano. Blitz in albergo, il 90enne Emilio Fede svegliato alle 4 del mattino: “Facci vedere i documenti”. Redazione su Il Riformista il 25 Giugno 2021. Controllo nella notte in camera d’albergo per Emilio Fede, sceso a Napoli da Milano per partecipare ai funerali di sua moglie, Diana de Feo, scomparsa martedì scorso a 84 anni. Il motivo della visita da parte di due agenti della questura di Napoli nella stanza dove alloggiava l’ex direttore del Tg4, che ieri ha compiuto 90 anni ed è costretto su una sedia a rotelle, è un controllo per accertarsi che fosse in regola con le autorizzazioni del tribunale di Sorveglianza di Milano: Fede è infatti agli arresti domiciliari, e deve scontare 4 anni e 7 mesi di carcere per la vicenda Ruby. “È tutto vero – racconta il giornalista interpellato dal quotidiano Il Roma – Non ho parole. Ma in che paese siamo? Ero arrivato in auto mercoledì notte da Milano, dopo aver ricevuto tutte le autorizzazioni del caso per la mia posizione detentiva, per salutare e dare l’addio all’unico grande amore della mia vita, la mia Diana. Avevo poi preso parte ai funerali nella chiesa del Vomero e dopo una cena veloce con mia figlia Sveva nel ristorante “Antonio&Antonio “dei miei amici Della Notte, ero rientrato in albergo, accompagnato dalla mia assistente, Magdalena, una salvadoregna regolarmente contrattualizzata che mi aiuta in ogni momento della giornata, non essendo io più autonomo nei movimenti”. Si era ormai addormentato, racconta, quando dalla portineria dell’albergo hanno cercato di svegliarlo. Non avendo ricevuto risposta, hanno bussato a Magdalena per annunciargli il controllo da parte della Polizia. “Era già capitato a dicembre la stessa cosa e sempre intorno alle quattro del mattino. Stessa scena, stessa storia. Ho cercato di spiegare che ero stato autorizzato regolarmente per gravi motivi di famiglia, ma solo dopo un meticoloso controllo dei documenti miei ma anche della mia collaboratrice, hanno lasciato la camera”. “Hanno voluto trattarmi come un boss – aggiunge -. Ricordate quando lo scorso anno piombarono nel ristorante del lungomare, mentre festeggiavo il mio 89esimo compleanno con mia moglie Diana, e fui arrestato per evasione dai domiciliari di Milano?”. Lo scorso aprile Fede aveva avuto un incidente domestico: una rovinosa caduta che lo aveva costretto a diversi giorni di ricovero al San Raffaele di Milano. Emilio Fede rientrerà a casa in serata e continuerà a scontare gli arresti domiciliari, che scadranno nel 2024, quando l’ex direttore del Tg4 avrà ormai 93 anni.

Il racconto dell'ex direttore del Tg4. Irruzione all’alba nella stanza d’albergo di Emilio Fede: “Trattato come un boss”. Francesca Sabella su Il Riformista il 26 Giugno 2021. «Nemmeno il tempo di dare l’estremo saluto a mia moglie che si è ripresentata la stessa follia dell’anno scorso: sono stato trattato come un boss». Emilio Fede è oggi un uomo di novant’anni, si sposta in sedia a rotelle e due giorni fa ha dovuto dire addio alla moglie, la senatrice Diana de Feo. Dopo essere rientrato – distrutto dal dolore – nell’albergo Santa Lucia di via Partenope, alle quattro del mattino l’ex direttore di Tg1 e Tg4 è stato svegliato da due agenti della Questura di Napoli, piombati nella sua camera per verificare la sua autorizzazione a spostarsi da Milano a Napoli. Il giornalista siciliano, infatti, si trova ai domiciliari per scontare quattro anni e sette mesi di reclusione inflittigli dalla magistratura per la vicenda Ruby. Il controllo, alla fine, si è rivelato inutile e frutto di un errore di comunicazione tra gli uffici giudiziari e la polizia. Potrebbe essere la trama di un film di pessimo gusto, invece è quello che è successo al giornalista dopo essere arrivato in città per prendere parte ai funerali della moglie Diana. Sia chiaro: oggi Fede ha 90 anni, sta scontando il suo debito con la giustizia italiana e, pochi giorni fa, ha affrontato un viaggio di ore e ore in piena notte per dare l’ultimo saluto alla donna che gli è stato accanto per 56 anni. Fede non è più autosufficiente, è assistito da una badante ed è costretto a muoversi su una sedia a rotelle perché, in seguito a una caduta, non riesce più a camminare. Nonostante ciò si è visto piombare la polizia in camera, quasi come se fosse stato un killer ricercato in tutto il mondo e non un anziano inerme. E non è nemmeno la prima volta che l’ex direttore di Tg1 e Tg4 diventa protagonista di eventi che hanno dell’incredibile: lo scorso anno, mentre festeggiava il suo 89esimo compleanno, le forze dell’ordine lo raggiunsero al ristorante e lo arrestarono per evasione dai domiciliari. Ieri la storia si è ripetuta, sebbene con sfumature diverse. «Non ho parole per raccontare quanto mi è accaduto – racconta incredulo Emilio Fede al Riformista – Sono ancora molto provato e arrabbiato. È stato disumano. talmente ai limiti dell’orrore psicologico e politico che veramente non so da dove cominciare a commentare». Poi, complice la rabbia e la volontà di far sapere a tutti il trattamento vergognoso che gli è stato riservato, Fede racconta l’accaduto. «Mia moglie era morta da poco e avevo partecipato ai funerali nel pomeriggio – spiega Fede – Ero rientrato in albergo stanco, disperato e consapevole di essere rimasto solo. In piena notte mi hanno chiamato dalla portineria, ma dormivo e non ho sentito il telefono. A quel punto i due agenti hanno iniziato a bussare insistentemente alla porta della mia stanza. Io mi sposto in carrozzina, quindi ho impiegato un po’ di tempo per aprire e mi sono trovato due energumeni che mi dicevano di dover controllare la mia autorizzazione per spostarmi». Fede aveva tutte le carte in regola per viaggiare da Milano a Napoli. Seppure non le avesse avute, era necessario mettere a segno un vero e proprio blitz, all’alba, nei confronti di un anziano che non è nemmeno più autosufficiente?  «Ho cercato di spiegare che ero stato autorizzato regolarmente per gravi motivi di famiglia – racconta Fede – Gli agenti hanno cominciato a inviare messaggi e a chiamare più volte gli uffici di polizia giudiziaria perché i conti non tornavano». E qui si tocca l’apice della follia. «Dopo due ore – aggiunge il giornalista – all’alba mi hanno detto che c’era stato un errore di comunicazione e che la mia autorizzazione, in realtà, l’avevano già ricevuta». E così solo dopo un meticoloso controllo dei documenti di Fede e poi anche della collaboratrice che lo assiste, i due agenti hanno lasciato la camera e dato il permesso al giornalista di riposare, finalmente. «Io lo chiedo a voi, vi rendete conto dell’accaduto? – dice Fede – Mia moglie nella bara, io in camera disperato e la polizia che controllava. Ma siamo pazzi o cosa? Ancora una volta sono stato trattato come un boss. Mi chiedo e vi chiedo: ma in che Paese viviamo?»

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

"Non si tratta di una ricaduta del covid". Le condizioni di Emilio Fede, la figlia: “Ce la siamo vista brutta, vuole tornare presto a Napoli”. Redazione su Il Riformista il 10 Aprile 2021. L’ex direttore del Tg4 Emilio Fede è ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano in seguito ad una brutta caduta. Le sue condizioni, secondo quanto riferito da diverse agenzie, sarebbero gravi ma a fare chiarezza è lo stesso giornalista che il 24 giugno compirà 90 anni. Raggiunto dall’Adnkronos, Fede ha spiegato che “il covid non c’entra niente, sono in un letto al San Raffaele di Milano per una caduta, una rovinosa scivolata, e sono curato dagli amici. L’ho vista brutta, sono in piedi per miracolo”.  Poi ha aggiunto: “Non sono in gravi condizioni, è stata però un’esperienza drammatica”. Fede, che nel dicembre scorso, dopo la positività al covid, è stato ospite del Covid Residence dell’Ospedale del Mare di Napoli, si trova nello stesso ospedale dove da una settimana circa è ricoverato l’ex premier Silvio Berlusconi. Sulle sue condizioni interviene anche la figlia Sveva che – sempre all’Adnkronos – chiarisce che “non si tratta di una ricaduta del covid, come è stato scritto, da cui si è ripreso, ma di un problema di deambulazione legato ad una brutta caduta, da cui sta uscendo. Ora sta recuperando dal punto di vista fisico e neurologico”. “Mio padre è un combattente, ce la siamo vista brutta. Ma stiamo finalmente vedendo la luce. L’ho sentito per telefono, sta meglio, mi ha detto che vuole andare a Napoli, dalla mamma, e mangiare insieme un piatto di spaghetti con le vongole, possibilmente al mare” ha poi aggiunto la figlia. “Mio padre, lo ripeto, è un combattente e le sue battaglie le ha sempre vinte. Vincerà anche questa”.

Luca Fazzo per “il Giornale” l'11 aprile 2021. Ha visto la morte in faccia, ma l' istinto di fare polemiche non gli è passata. Appena Emilio Fede è stato di nuovo in grado di parlare, alla figlia Sveva ha detto: «Ho voglia di andare a farmi gli spaghetti con le vongole a Napoli dalla mamma». Ed è difficile non vederci una citazione - magari inconsapevole - della spaghettata dell' anno scorso sul lungomare partenopeo, che gli costò l' arresto per essere uscito dai domiciliari. Fede è fatto così. L' ex direttore del Tg4, che compirà novant' anni il prossimo giugno, è scivolato in modo disastroso cinque giorni fa vicino alla casa di Segrate dove è tornato a vivere da qualche mese, dopo essersi ammalato di Covid a Napoli nel dicembre scorso, compreso un breve soggiorno all' ospedale Cardarelli e il trasferimento al San Raffaele. Impatto con il virus tutto sommato morbido, tenuto conto dell' età non più verdissima del giornalista. In qualche modo Fede si era ripreso e qualche settimana fa era tornata a casa. E lì, il capitombolo. Non poteva andare peggio. Dall' abitazione di Fede al San Raffaele ci sono poche decine di metri, quando l' ambulanza arriva al Pronto soccorso i medici si rendono conto in fretta della gravità della situazione. Fede ha battuto la testa, non è cosciente, il timore è di una emorragia cerebrale che potrebbe avere esiti letali. E per lunghe ore i sanitari temono di non riuscire a riafferrare il paziente. Invece Emilio Fede si riprende. Ieri, quando la notizia della sua disavventura diventa pubblica, il fighter di Barcellona Pozzo di Gotto è già in una stanza di degenza lontana dalla terapia intensiva, cosciente, con il cellulare acceso. E risponde a una chiamata dopo l' altra delle agenzie di stampa: «Considerando che sono tutto piegato, la testa, le braccia, tutto sommato sto bene», dice a una. «Poteva essere una cosa grave - risponde a un 'altra - ho riportato delle ferite e devo fare tutto con molta prudenza. Vediamo come ce la caviamo, devo rimanere qui ancora un pò per ordine dei medici». A volte colloca l' incidente in casa, a volte in giardino o per strada. Ma più tardi, quando anche il Giornale riesce a parlargli, Fede dà una nuova versione dei fatti: «Mi ha investito un' automobile qui davanti al San Raffaele, adesso sto molto male, proprio come uno investito da un auto». La voce è estremamente affaticata, l' eloquio confuso. «É stata una esperienza drammatica», dice Fede. E stando al poco che trapela dal riserbo dei sanitari lo è stata davvero. Una botta che non ci voleva, per un uomo che era già profondamente segnato dalle vicissitudini giudiziarie e dalla brusca conclusione della sua decennale carriera in Fininvest e poi in Mediaset. Appena pochi giorni fa, il 30 marzo, la Cassazione aveva reso definitiva la condanna di Fede per tentata estorsione ai danni di Mauro Crippa, responsabile delle news del Biscione, che considerava il principale responsabile del suo licenziamento. Come spesso accade, ai guai personali si sono accodati gli acciacchi fisici e ad essi le fatiche mentali. L' uomo che dopo la caduta viene ricoverato al San Raffaele è un vecchio segnato da una serie di patologie che il trauma ha solo reso più evidenti. Ma la figlia Sveva non perde la fiducia nelle risorse del padre: «Ora sta recuperando dal punto di vista fisico e neurologico. Mio padre è un combattente e le sue battaglie le ha sempre vinte. Vincerà anche questa. Stiamo finalmente vedendo la luce».

·        Enrico Mentana.

Bartolo Dall'Orto per ilgiornale.it il 26 marzo 2021. "Credo Opportuno Giudicare Lei Inopportuno O Non Equilibrato: legga solo le iniziali". Cioè: "Coglione". Con questa frase, non proprio da galateo, Enrico Mentana ha risposto alle critiche pubblicate da un tal Antonio C. sulla sua pagina. Un attacco in scivolata, non proprio signorile, che sta già dividendo i follower: ha fatto bene a rivolgersi così ad un utente? Tutto nasce da un post pubblicato questa mattina intorno alle 11. Tema: campagna vaccinale italiana. Il direttorissimo sostiene di denunciare da almeno due mesi "incongruenze e ritardi" sul fronte siero anti-coronavirus. In effetti già nei giorni scorsi si era scagliato ("mi vergogno") contro i giornalisti che chiedevano di passare davanti alla fila, provocando anche uno scontro con l'Ordine dei Giornalisti ("il tuo è commento da casta che non viene spedita in assembramenti", gli risposte il presidente dell'Odg Carlo Verna). Fatto sta che oggi Mentana è tornato sulla questione. "Fin dall'inizio - ha scritto - ho criticato due cose: che non si sia partiti dai più anziani e più fragili, e che si siano privilegiate genericamente due categorie (sanità e insegnamento) in cui arbitrariamente molte regioni hanno inserito di tutto, dai costruttori le cui imprese sono state impegnate in lavori di manutenzione ospedaliera a cooperative di volontariato che magari da dieci mesi non hanno più svolto azioni a contatto con possibili contagiati, da docenti e assistenti universitari a casa da un anno ai plotoni dei corsi di formazione, per lo più bloccati da tempo, dagli avvocati, tutti e a prescindere, agli impiegati degli assessorati alla sanità. Ma in realtà l'impressione è che le maglie si siano "naturalmente" allargate ovunque. Ieri, per fare un esempio, il procuratore calabrese Gratteri (magistrato degnissimo), impegnato a respingere l'accusa di aver scritto la prefazione di un libro platealmente no vax, ha detto al fattoquotidiano.it che nel suo ufficio 'siamo tutti vaccinati. Altro che proibizionismo!'. Tutti vaccinati? E come hanno fatto?". Il post colleziona in poche ore oltre 10mila reazioni e innumerevoli commenti. Molti concordano con il direttore, altri - ovviamente - dissentono. Tra loro c'è anche il signor Antonio C., il quale ha l'ardire di accusare Mentana di lamentarsi solo "perché non hanno vaccinato i giornalisti. Un lamento di invidia nei confronti delle altre categorie di lavoratori". L'appunto, come visto, è decisamente scorretto. E infatti diversi utenti lo fanno notare ad Antonio: "Mentana è stato il primo a criticare la richiesta e a dichiararla vergognosa e immorale", scrive Luca. Tra le risposte al povero Antonio spunta però anche quella dello stesso direttore. E i toni sono tutt'altro che dialoganti: "Credo Opportuno Giudicare Lei Inopportuno O Non Equilibrato: legga solo le iniziali". Firmato: Enrico Mentana. L'affondo del direttore non è piaciuto a tutti i follower. Molti già lo considerano un "commento memorabile". Qualcuno si limita ad un "severo ma giusto". Altri invece bacchettano il direttore del Tg di La7. "Troppa volgarità", dice un utente. "Pietoso", scrive un altro. Walter suggerisce ad Antonio C. di denunciare Mentana ("dall'alto della sua popolarità si pensa intocabile"). Per Maria Antonietta invece si tratta di un comportamento "puerile", per Federico "Mentana non può insultare a caso le persone", mentre per Roberto "da un personaggio con la sua cultura ed esperienza mi sarei aspettato una risposta più matura e meno volgare".

Ps: poche ore dopo Mentana ha pubblicato un pezzo sul "cyberbullo che insulta" Lucia Azzolina da due anni, commentando con "allucinante". Lo era anche il suo commento?

Giulia Cazzaniga per “la Verità” il 24 marzo 2021. Interruzioni vietate, inquadrature in modalità singola, mai sulle scarpe indossate. Sui diktat di Beppe Grillo per le ospitate in tv dei 5 stelle, la replica di Enrico Mentana, il direttore maratoneta del tg La7, è senza scampo: su Facebook le definisce «irricevibili», e chiede di rimando che ruolo abbia Grillo, e quale Conte. Che un certo giornalismo si sarebbe «appecoronato» a Mario Draghi lo aveva invece previsto. «E ci mancherebbe, era successo pure con il Conte 2».

La luna di miele prosegue?

«Il mio mestiere è quello del giornalista sportivo non tifoso: se la Nazionale gioca bene, occorre raccontarlo, anche con toni patriottici, ma se gioca male bisogna dirlo. Vale per tutti i governi. Però distinguo: i telegiornali hanno certe necessità di racconto, mentre la stampa o ha una sua linea storica o si deve distinguere per battaglie che possono piacere moltissimo a una parte e pochissimo a un' altra. Vale anche per il vostro giornale. I quotidiani sono come partiti a sé stanti, anche se - per fortuna - poi non vanno a elezioni».

Lei che opinione ha? Di Draghi si fida? Qualche mese fa descriveva il Paese «impreparato, indeciso, balbettante», di fronte al virus. Ora andiamo meglio?

«Non risponderò certo come Di Maio che il premier "mi ha fatto una buona impressione". Il curriculum di Mario Draghi non lo ha nessuno. Mi fido di lui soprattutto per la vera partita, quella più importante, del pacchetto Next generation Eu. Non riesco a vedere una figura più adeguata per riuscire a ottenere quei miliardi e saperli gestire per guidare il rilancio del Paese. Molto onestamente: meglio Draghi di tutte le altre alternative, visto che non abbiamo grandi leader del Paese, di nessun partito, che potremmo mettere a confronto».

Giorni complicati sui vaccini. Da tre giorni si sono ricominciate le iniezioni. Che è successo secondo lei con Astrazeneca?

«Mi pare evidente ci fosse una sorta di prevenzione verso Astrazeneca, dopo lo stillicidio di comunicazioni da parte delle varie agenzie del farmaco nazionali dei mesi scorsi: come sempre accade quando una cosa costa meno, è stata data in sostanza una etichetta del "vaccino dei poveri". Una ingiustizia assoluta: non è che perché una cosa costa meno vale meno. Neanche con i farmaci, pensiamo ai generici. Il difetto principale di tutta questa vicenda è che è stata annunciata, ma non è stata spiegata».

E così c' è chi dubita. Glielo chiedessero, lo farebbe il «testimonial» del vaccino?

«Certo che lo farei. Fatta la frittata, bisogna che anche i più restii prendano la palla al balzo e vadano a vaccinarsi domani con Astrazeneca. È l' unico modo per restituire la fiducia. Tanto ci sarà sempre il pirla negazionista che dirà che nella fiala di quella vaccinazione del parlamentare c' è invece il vaccino di Pfizer. Ma quest' area della paura non è così consistente. È più facile che esistano i salta-fila, in Italia, che i no vax».

La politica nelle ultime settimane le ha dato le soddisfazioni di grandi maratone. Se le è godute, o qualcosa è cambiato nel suo raccontare in tempo di pandemia?

«Quando la politica dà segni di vita consente di distrarci dallo strapotere mediatico delle notizie sulla pandemia. Ed è anche il racconto dell' unica cosa che ci può permettere di superare questo momento: c' è bisogno di buona politica».

Che è invece oggi in crisi?

«Dal 2011 abbiamo assistito a cambi di scenario imprevedibili. Penso al pareggio nel 2013 tra il Pd super-favorito e il Movimento 5 stelle esordiente. Chi avrebbe potuto poi immaginare che dopo l' uscita travagliata, ingloriosa, di Silvio Berlusconi dal Parlamento, sette anni dopo lo si sarebbe visto sul ponte di comando di una nuova maggioranza, per di più all' età che ha? Nessuno avrebbe previsto di vedere il Matteo Salvini dei pieni poteri e dell' estate del Papeete diventare un partner tutto sommato non troppo sgomitante di una maggioranza guidata dall' ex presidente della Bce. Per tacere dell' odio trasformatosi in amore - financo eccessivo - tra il Pd e i 5 stelle. Non ci sono partiti strutturati, gli elettorati sono tutti d' opinione ma non ci sono opinioni forti. E così chi azzecca l' idea giusta in una certa fase diventa il kingmaker».

Ma quindi vale tutto.

«Abbiamo assistito alle discese ardite e alle risalite - per dirla con Lucio Battisti - di Renzi. Alla trasformazione operata da Salvini sulla Lega: un partito autonomista diventato nazionalista, sovranista, con forte vocazione a rappresentare il Sud. Letteralmente il contrario della Lega di Bossi. Ci è riuscito perché siamo in una situazione post-ideologica, e non è certo l' unico esempio. Grillo ha creato un partito dal nulla, che è riuscito a sfondare già alla sua seconda volta alle elezioni. Questo succede perché non c' è più il radicamento dei partiti tradizionali, né le ideologie di riferimento. I punti di contenzioso vitale, oggi, tra destra e sinistra, sono davvero pochi».

Se le cose stanno così, per il Pd la sfida è complicata.

«Visto dall' esterno, il Pd sembra essere molto in ritardo sull' analisi di quanto può fare. È un partito che resiste per il suo passato, per il suo perdurante insediamento, per la rete capillare di amministratori. C' è un ceto politico che mira, anche, alla propria conservazione. Il Pd si è trasformato così in Pdr: partito della responsabilità».

Non serve averne, oggi?

«Governare non è responsabilità, ma ambizione, voglia di cambiare. Nei programmi dei dem l' idea di cambiamento è diventata rituale: è il partito che cambia meno. La battuta sul "partito della Ztl", e cioè che vince solo all' interno dei centri storici, trova corrispondenza, purtroppo per il Pd, nell' analisi dei dati elettorali. Il che la dice lunga rispetto al rapporto con i nuovi ultimi, con i meno abbienti di una società squilibrata. Nei mesi scorsi è andata in scena la trama del musical My fair lady: il Pd avrebbe voluto insegnare l' arte di governo e della democrazia agli apprendisti a 5 stelle, ma è andata a finire che si è innamorato della fioraia Giuseppe Conte. E questo ha provocato uno squilibrio enorme: a trainare la sinistra sembrava fosse l' ex premier, in assenza di leadership e valori».

Torno al virus. Non ne siamo fuori, e si è anzi tornati a chiudere. Due dei suoi quattro figli sono in didattica a distanza. Come la stanno vivendo?

«In maniera diversa tra di loro. Il problema della didattica a distanza è che puoi studiare o no a seconda tu sia un secchione, un appassionato, o un utilitarista. La vera questione è però che tutto questo viene lasciato al libero arbitrio di minori, in una situazione del tutto anaffettiva: non ci sono gli insegnanti, non ci sono i compagni. Trovo la Dad potenzialmente devastante, anche se continuo a sperare che i miei figli non ne subiscano le conseguenze. So perché siamo arrivati a questo punto, spero se ne esca il prima possibile. Nessuno sa cosa è giusto fare, in nessun Paese».

Chiudere i giovani in casa in Italia è sembrato ad alcuni necessario.

«Sono stato giovane anch' io, e a differenza degli altri non faccio finta di avere amnesie. Delle nuove generazioni ci si è dimenticati totalmente. Il governo precedente - e quello nuovo per ora non ha dato su questo un segnale di discontinuità - ha di fatto chiuso in casa i giovani, sbarrando pure le porte delle università. Nessuna indicazione, se non "state a casa". Nel breve e illusorio periodo tra la prima e la seconda ondata si sono tolti i divieti e, incredibile, i giovani sono andati a incontrarsi tra loro. Che cosa avrebbero dovuto fare? Sono andati in vacanza e nelle discoteche, che però erano aperte e non certo per gli anziani. Si sono fatti errori e si è arrivati a darne la colpa ai giovani. Perché sarebbero irresponsabili? Dei pendolari accalcati nel vagone della metropolitana qualcuno si permetterebbe di dire che mancano di responsabilità? Ho visto foto fatte con il teleobiettivo, come se i ragazzi fossero kamikaze che fanno ammucchiate all' aperto solo per bere uno spritz. Si è data un' idea inutilmente e colpevolmente macchiettista di chi vive, di chi ha semplicemente la pretesa di vivere».

Torneremo presto a farlo?

«Il grande vantaggio di avere un governo come l' attuale è che c' è una forte livello di corresponsabilità della quasi totalità delle forze politiche. Vuol dire che le scelte si fanno tutti insieme. L' alternativa, in politica, da quando esiste la Seconda Repubblica, è il gioco parossistico per cui io dico giallo, tu dici blu. Stando tutti al governo, almeno prenderanno scelte condivise e nessuno si potrà chiamare fuori. Speriamo siano quelle giuste, solo così avranno anche il consenso dell' opinione pubblica».

·        Eugenio Scalfari.

Vittorio Feltri a valanga contro Eugenio Scalfari: "Sbaglia l'uccello e deride un morto", come è nata Repubblica. Libero Quotidiano il 31 marzo 2021.Eugenio Scalfari qualche giorno fa ha raccontato la gestazione e il parto della sua principale e notevole creatura: la Repubblica. La quale vide la luce nel 1976, quando io lavoravo al Corriere d'informazione. Ricordo che i primi numeri del novello quotidiano erano scialbi, incerti e senza spessore, inadatti a fare concorrenza al Corsera, saldamente in mano al direttore Franco Di Bella. Noi redattori li sfogliammo distrattamente concludendo che quel prodotto non sarebbe andato molto avanti. Sbagliavamo. Infatti esso lentamente, ma neppure troppo, e faticosamente riuscì a conquistarsi una piccola fetta di mercato. Poi esplose, e più avanti spiego come e perché. Scalfari nel rammentare la sua prodezza editoriale accenna alle iniziali difficoltà economiche. Per fare esordire la Repubblica, il fondatore si impegnò in una sorta di giro delle sette chiese finalizzato a raccogliere i fondi necessari: 5 miliardi di lire. Bussò anche alla porta di Angelo Rizzoli, non il vecchio bensì il giovane. Il quale ricevette Eugenio sia nella casa di Roma sia in quella di Milano. Durante la seconda visita, nella dimora ambrosiana, Scalfari ebbe una accoglienza singolare. Egli narra di essersi imbattuto in un pappagallo che dava  tranquillante dello str***o al padrone dell'appartamento. La cosa lo raggelò, e posso capirlo. Tuttavia devo precisare che Angelone non ha mai posseduto un pappagallo, semmai un merlo indiano che aveva acquistato da un farmacista in fin di vita in quanto affetto da un tumore. Primo e veniale errore. Poi il grande direttore liquidò il proprietario dell'uccello senza pietà e senza rispetto, scrivendo che costui si avventurò in una serie di imbrogli finanziari, gestiti dalla P2, che lo rovinarono. E questo secondo errore non è veniale. Infatti Angelo fu travolto da ben sei procedimenti giudiziari da cui dopo vari anni fu completamente assolto. Non solo, a lui la proprietà del Corriere della Sera, che il padre Andrea aveva comprato per 200 miliardi anziché 60, l'autentico valore, fu sottratta con destrezza: glielo pagarono 15 miliardi, una miseria, accettata dal padrone del vapore per disperazione. Rizzoli fu vittima di pescecani, non era un delinquente. Ecco la realtà. Quanto al successo di Repubblica fu agevolato dal montatissimo scandalo P2, i cui effetti negativi ricaddero sul Corriere, parecchie copie del quale - ingiustamente sputtanato - passarono a Scalfari. Io ero un redattore di via Solferino e rendo testimonianza. Quindi direttamente o indirettamente il condottiero del primo giornale maneggevole italiano deve gratitudine ad Angelone, che gli ha lasciato davanti una prateria di lettori, altro che dileggiarlo per il pennuto, le cui abitudini personalmente conosco, in quanto, nel momento in cui Rizzoli finì in carcere (senza colpe) il volatile fu adottato da Indro Montanelli, che lo teneva in un gabbione nella anticamera del suo studio in via Negri. Nella quale un giorno entrai anch' io in attesa di intervistare il papa dei pennini italiani. Il merlo indiano non si limitò a insultarmi, mi disse altresì di andare a fare in culo. Scoppiai in una fragorosa risata e un pensiero volò ad Angelone cui rimango grato per avermi assunto al Corriere con uno stipendio allora invidiabile. Non ce l'ho con Scalfari che si rivela debole nelle ricostruzioni storiche e delle proprie vicende, però trovo sia poco elegante approfittare della circostanza che un uomo sia morto per prenderlo in giro. Rizzoli era persona gentile, generosa e colta. E non merita altro che stima e simpatia.

Il docufilm su Scalfari. Perché Scalfari fu cacciato via da Repubblica, la verità del passaggio di testimone a Ezio Mauro. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 27 Ottobre 2021. Caro Eugenio, nei nostri antichi patti, l’intesa era che quando sarebbe arrivato il giorno, avrei dovuto io scrivere il necrologio. Era un patto per modo di dire, giocoso e affettuoso perché tu sei una creatura affettuosa anche se dominata da quel meccanismo che ti rende unico, rinascimentale, oggetto del desiderio, della curiosità e anche dell’amore e dell’odio e anche del fraintendimento e della rabbia e della difesa a oltranza e della furia a oltranza di milioni. Quindi anch’io come tanti quando si è sparso per il tam-tam dei telefonini la notizia del film che su di te avevano realizzato le tue figlie, sono corso a vedere su RaiTre. E per tutto il tempo, come tutti, mi sono un po’ sdegnato e un po’ commosso, ho trovato questo poco opportuno o quello troppo reticente, e ancora una volta ho apprezzato il tuo candore nell’interpretare la presunzione teatrale in cui simuli il divino e l’umano, secondo circostanze. Bell’opera, grande coraggio e bella soddisfazione arrivare alla tua età con due figlie adorabili come le tue che fanno su di te un documentario. Solo un’altra volta mi era capitato: quando la figlia cineasta del mio amico scomparso un anno fa, Andrej Brzeski, ebreo polacco che aveva vissuto le infamie prima del lager nazista e poi del gulag sovietico per finire in California a insegnare economia, dedicò un documentario agli incubi notturni del padre ancora inseguito dai fantasmi della Gestapo e dell’Nkvd. E poi il tuo famoso narcisismo su cui si è detto talmente troppo che solo a parlarne ci si sente idioti oltre che banali. La tua genialità è del resto sempre stata ben ordinata, come il tuo tavolo da lavoro totalmente sgombro, con una sola penna. È commovente vedere con quale divertito pudore ti proclami di volta in volta scrittore, filosofo, poeta persino, saggista, storico, politico, e poi padre e patriarca non soltanto della tua famiglia, ma di un popolo di giacobini di buon vino e abitudini aristocratiche. Ma non me la sono bevuta fino in fondo, malgrado gli eccellenti sforzi delle tue figlie che non hanno esitato e portare davanti al pubblico segreti di famiglia e sofferenze mai dimenticate. Quello per l’aspetto umano. Poi c’è quello disumano. Onestamente, non capisco perché in questo bel filmato pieno di belle immagini – finalmente te giovanissimo nell’uniforme fascista e un’aria superba da vero avanguardista, prima di essere sollevato letteralmente da terra dal segretario del Pnf e degradato con violenza per aver inventato scandali che ti dovevano servire solo per metterti in mostra – ora agri ora dolci ora agrissime ora dolcissime, si insiste su questa storia secondo cui saresti stato tu a scegliere il tuo successore Ezio Mauro. Come forse ricorderai ho pubblicato un libro- intervista con Carlo De Benedetti, il quale mi raccontò durante una lunga intervista come e quando decise di licenziarti, dopo aver comperato Repubblica. Io ero allora alla Stampa diretta da Ezio Mauro. Il quale una mattina fece la riunione di redazione a Torino come direttore della Stampa e poi seppe da De Benedetti che doveva correre a Roma per firmare il primo numero da direttore di Repubblica. La sera prima ci fu una cena a casa di Carlo Caracciolo per ammannirti con garbo l’imminente mazzata e tu non fosti affatto contento, era ineluttabile, ma fu un bruttissimo colpo per mitigare i cui effetti chiedesti che ti fosse concesso di dire che Ezio Mauro l’avevi scelto tu. Non era vero e lo sappiamo tutti, ma che bisogno c’era di seguitare a far finta che così fosse? Che una mattina ti fossi svegliato dicendo: oggi voglio passare lo scettro di comando a Ezio Mauro. Il quale, invece, avrebbe avuto l’incarico dal De Benedetti di fare il suo giornale a suo modo e non a modo tuo, il che si vedeva a occhio nudo, non importa quanto fosse di ottima fattura. Non ce n’era bisogno. Il giorno in cui De Benedetti impose il cambio come un fulmine a ciel sereno, Gianni Agnelli impazzì di rabbia per l’affronto e si mise alla ricerca di un direttore con cui sostituire Mauro che da Roma mi telefonava. Magari qualcuno penserà che voglia ricordare questa parte della verità omessa per farti un dispetto. Al contrario: è per onorarti. Repubblica sei tu, sei sempre stato solo tu perché un prodotto personale, geniale, unico e irripetibile. L’unico che fu in grado di ricostruirne l’anima originaria fu Carlo Verdelli che faceva un giornale nuovo e così vicino allo spirito originario, che tu te ne dichiarasti pubblicamente innamorato, usando proprio questa parola impegnativa: “innamorato”. Accadde alla presentazione a Piazza di Pietra della curiosa tua autobiografia in prima persona scritta da due valenti colleghi e non da te. Verdelli fu cacciato via con analoga brutalità dai nuovi editori che avevano comperato tutto ciò che tu un tempo avevi creato. E anche quella fu un’azione di inutile e spettacolare crudeltà, senza nulla togliere all’attuale direttore di Repubblica che, tuttavia, fa con la testata che provò una rivoluzione nel 1976, un ottimo giornale che però non ha niente a che fare con l’originale. Neanche la Repubblica di Ezio Mauro aveva nulla a che fare con la tua. Ma tu volesti che la storia di quella brutalità fosse riadattata, alla maniera di Cesare Augusto quando commissionò a Tito Livio la riscrittura della storia patria per essere legittimato come discendente della dea Venere, su su per li rami, fino ad Enea. La Repubblica di Scalfari era quella, una composizione di titoli che dovevano cantare (un gioco di società redazionale) e il giornalismo inteso non come servizio di comunicazione delle News, ma come arte della “campagna”. Una campagna “contro” qualcuno o a favore di qualcuno o qualcosa, mai neutrale, se ti va è così, altrimenti entri nel “Con d’ombra” che funzionava come l’inferno di Dante: io fui relegato nel cono d’ombra come irrecuperabile e tanti saluti, ma quelle erano le regole e lo sapevi, o almeno lo imparavi. Il film è molto toccante, ricco, ma anche pieno di persone e personaggi che con la storia di Repubblica c’entrano come i cavoli a merenda, ma è un documento unico, da godere anche perché non siamo sicuri che si possano dare altri Scalfari in futuro, a prescindere dai talenti. Capii che l’uomo, non il cittadino Scalfari era eccezionale per una questione di fattore umano e non politica: amava le sue figlie. Proprio loro, le autrici del documentario. Parlavi di loro come facciamo noi padri latini e italiani, con tenerezza e amore. Il documentario è familiare e dunque prescinde da qualsiasi canone, sono fatti di famiglia messi in piazza anche quando forse non sarebbe stato indispensabile. Ma ciò che emerge con fatica è lo stato onnivoro dell’uomo Scalfari che si dà per filosofo e poeta e politico, spesso per addiction adulatoria cui è immune ma di cui gode ancora oggi a 97 anni, ormai un vegliardo compiaciuto di essere molto vecchio, di non temere la morte perché, come diceva Epicuro è un fatto della vita e non puoi che subirla come una regina. Le figlie autrici del documentario sono Enrica (che conosco un po’ e che era anche una bravissima fotografa) e Donata, che lavorava a Mediaset anche grazie al misterioso “fil rouge” che ha legato e slegato Eugenio a Silvio suscitando l’insospettito fastidio dell’editore Carlo De Benedetti. Se è un’agiografia? Per forza. È il minore dei pochi difetti. Il maggiore sta nel fatto che appiattisce il contesto dell’Italia di allora rispetto a quella di oggi per cui si ha l’impressione errata di un lungo, quasi secolare presente, che vede il gran vegliardo sempre pronto con le dita sulla tastiera e a suonare un pianoforte che sa toccare con leggerezza ancora abile, facendo apparire il suo snobismo – che lo rende prossimo sia al papa che al Dio cui non crede – un carattere permanente, il che non è vero. Mario Pannunzio, il mitico direttore del Mondo, lo teneva sugli attenti e gli buttava gli articoli che trovava poveri di anima. La sua aristocratica noncuranza di fronte all’ineluttabile lo fa apparire un po’, troppo, nel documentario di famiglia destinato al pubblico, un vincitore eccessivo, mentre è stato e resta un vincitore relativo nel contesto di quell’Italia di ieri che purtroppo non emerge, a meno che uno non l’abbia vissuta. Per fortuna non esce fuori il ritratto di un femminista maschio come milioni, ma di un padre che manda le figlie a diplomarsi in stenodattilografia che è il mestiere più adatto alle donne, nel rimpianto di non aver avuto un figlio maschio che avrebbe perpetuato il nome. Sue parole. Dunque, l’Eugenio che abbiamo ammirato ed amato è un patriarca che con coraggio non rinnega un percorso che, politicamente parlando, lo ha portato molto e forse anche troppo a spasso. Un giorno si presentò alla riunione del mattino (la famosa “messa solenne”) e gettò sul tavolo un libro appena uscito, intitolato “Il cittadino Scalfari” e disse: «Qui si dice che io sono stato prima fascista, poi monarchico, poi liberale, poi radicale, poi socialista, poi comunista, poi democristiano, ed è tutto vero». Scalfari tesseva spesso l’elogio del “libertinaggio intellettuale” che era anche il suo lasciapassare per ogni guerra corsara che il suo talento gli consigliava di fare e il documentario fatto in famiglia ma destinato al pubblico mostra un libertinaggio vincente, un grande libertino consapevole di aver anche fatto molto soffrire. E come nel film di Woody Allen Whatever works, comunque vada, mostra un gran patriarca vittorioso e magnanimo che si perdona con generosità e che riconosce con misurata saggezza che meglio di così non gli poteva andare.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Una vita da Eugenio Scalfari raccontata dalle figlie Donata ed Enrica: «Oggi mi sento fragile come una statuina». Aldo Cazzullo il 15 ottobre 2021 su Il Corriere della Sera.  La lettera è indirizzata a Italo: «Mi sono preso una semicotta per una certa Nadia, fidanzata con Federico. Essa è già mia e rinsaldo il possesso nelle migliori gallerie dei più malfamati cinema della capitale. Non sono riuscito a sganciarla totalmente da Federico, ma è già moltissimo farlo cornuto a quel bravuomo». Italo è Calvino, il compagno di scuola. E il Federico «cornuto» è davvero Fellini. C’è anche una fidanzata contesa al più grande regista italiano, nella storia di Eugenio Scalfari, raccontata dalle figlie Enrica e Donata con Anna Migotto nel bellissimo docufilm — Scalfari. A sentimental journey — che sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma, prima di essere trasmesso da RaiTre. La scena si apre con il giornalista oggi, a 97 anni compiuti, che suona il piano, ripreso di spalle, in testa un panama bianco. Ma subito ci si sposta indietro di decenni, quando Scalfari, giovane padre, tiene in braccio le figlie appena nate. Le fotografie più antiche sono opera della loro madre, Simonetta De Benedetti, figlia del leggendario direttore della Stampa (che a un tratto compare nel film, con il «ciuffettino» cui doveva il suo soprannome); quelle più recenti sono di Enrica, che ha ereditato il mestiere della mamma (mentre Donata è giornalista come il padre). Alcune sono immagini che potrebbero appartenere a qualsiasi famiglia: in piazza San Marco con i piccioni, al mare, davanti alla torre di Pisa. Ma poi ci sono le foto con Pertini e Montanelli, con Agnelli e Berlinguer, con Gassman e Mastroianni, con Ciampi e Cossiga (nome che Donata scriveva sui muri con la K), oltre a quella storica con Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Arrigo Benedetti. Il film è il racconto di formazione non solo di un giornale e di una comunità, ma di uno stile e di una corrente politico-culturale che da sparuta si fa di massa, sia pure quasi sempre minoritaria e quindi all’opposizione. «Quello che Eugenio ha creato oggi non c’è più» commenta con amarezza Natalia Aspesi, una dei testimoni intervistati dalle autrici: Ezio Mauro, Walter Veltroni, Bernardo Valli, Fabrizio Barca, Lucia Annunziata, monsignor Paglia, Paolo Sorrentino — «a tavola non ti chiedeva solo chi sarebbe stato il prossimo leader della sinistra; ti faceva capire che lo si poteva far diventare davvero il prossimo leader della sinistra» —, Roberto Benigni (ispiratissimo: «Scalfari è un narcisone ma è anche umile, andare da lui è come cenare con Kant, puoi parlare dell’illuminismo e del basilico...»). Si parte dalle origini: il padre, medaglia di bronzo della Grande Guerra, legionario di D’Annunzio a Fiume, pokerista, direttore di casinò; la madre, delicata, spesso in lacrime: «I miei erano uniti dall’amore per me, e io avrei vissuto la loro separazione come una catastrofe». L’incapacità di accettare gli abbandoni sarà all’origine — nell’analisi di Massimo Recalcati, anche lui tra gli intervistati — della scelta di non separarsi dalla moglie, pur cominciando una storia con un’altra donna, Serena. «Un triangolo in cui però io non ero il vertice» sostiene Scalfari. Una situazione che ha fatto soffrire tutti, comprese le figlie, e che sarà sciolta solo dalla morte di Simonetta e dal matrimonio con Serena. Ma, come dice la Aspesi, «non si può vivere con un uomo come Eugenio Scalfari e perderlo per gelosia». «Un maschio vuole un figlio maschio» racconta il protagonista. «E un fratello in effetti l’abbiamo avuto: il giornale, Repubblica» sorridono Enrica e Donata. Una creatura attesa da sempre, preparata per anni insieme con Carlo Caracciolo — il «principe biondo» per le figlie —, venuta al mondo nel gennaio 1976, difesa dalle mire di Silvio Berlusconi — «ci attaccò e ci ridusse a pezzi» —, venduta a Carlo De Benedetti, abbandonata «perché è meglio andare via un minuto prima che ti caccino», ma rimasta sempre un po’ casa sua. Fino a quando, a novant’anni, ha portato a casa un’intervista al Papa, di cui è diventato amico. Ora Scalfari si sente «fragile come una statuina di porcellana», consapevole di non poter «far pace con la morte», ma sempre «curioso della vita e innamorato del mio prossimo: signore, donne, ragazze, ma anche uomini, situazioni, società». L’opera non è una celebrazione. Ci sono cose che soltanto le figlie oserebbero dire del protagonista. C’è lo sguardo dissacrante anche se pieno d’amore dell’unico nipote, Simone, che a un certo punto dice: «Nonno, io vorrei fare il procuratore sportivo». Quando Scalfari proclama «oltre a un giornalista e a uno scrittore sono anche un poeta», le figlie esplodono in una risata. Ma proprio con una poesia si conclude il film. Versi intitolati non a caso «Sentimental journey», viaggio sentimentale: «Quando suona Mister Jazz/ allegria e malinconia vivono insieme/ e ad ogni nota di tromba/ il passato ritorna/ e lo vedi esaltare/ bevendo ballando cantando/ alla conquista/ d’amore e fantasia». 

Giulio Gambino per "Tpi" il 22 ottobre 2021. Giornalista. Direttore. Editore. Eugenio Scalfari è il giornalismo italiano degli ultimi 70 anni. Dall’Espresso a Repubblica, è l’artefice di un gruppo che ha cambiato il mestiere, e anche il Paese. Quelli che “la sera andavamo in via Veneto”, delle grandi battaglie. Mai sottomessi al potere (che anzi domavano), al punto da arrivare talvolta a sostituirsi alla politica. Una storia che non vedremo più in quelle forme e circostanze, e che valeva la pena raccontare, ancora una volta, da una prospettiva diversa. Quella di due figlie, prima bambine poi divenute donne, che sono state al fianco di un padre, narciso e testardo ma profondamente affettuoso, e che lo hanno visto attraversare un’intera vita. Il loro sguardo intimo è il risultato di “Scalfari - A sentimental journey”, un film di Donata ed Enrica Scalfari, insieme ad Anna Migotto, con la regia di Michele Mally, prodotto da 3D Produzioni e Rai Documentari, presentato alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre e in onda su Rai3 alle 17:45 sabato 23 ottobre. Abbiamo così incontrato Donata ed Enrica Scalfari. A chi e come è venuta l’idea del documentario? «È venuta a me (risponde per prima Donata). Ci ho messo un po’ a convincere mia sorella (Enrica) ma ci siamo riuscite». 

Quanto avete impiegato a realizzare il documentario?

«Noi abbiamo iniziato a scriverlo durante il primo lockdown, poi abbiamo fatto le riprese tra luglio e settembre, circa un anno fa. La scrittura e la sceneggiatura con il montaggio l’abbiamo fatta nell’inverno 2021. A maggio il documentario era finito, poi l’ha preso il festival di Roma e abbiamo aspettato».

 È stato difficile convincere Eugenio?

«All’inizio non capiva bene cosa volevamo fare. Diceva: “Ma che è sta cosa? Prendete la mia biografia, ce l’avete già”. Poi si è convinto e mano a mano che facevamo le cose si incuriosiva. Alla fine si è anche divertito perché siamo stati per 10 giorni insieme». 

Facciamo un passo indietro e raccontiamo gli anni in cui siete nate.

«Lei (Enrica) è nata nel 1955».

Un anno a caso… (Ride Enrica)

«Sì, io sono nata con L’Espresso, nel senso che era proprio lo stesso anno della fondazione. Lei (Donata) invece nel 1960». 

Quando nasce Repubblica, nel 1976, invece avevate 21 e 16 anni. Cosa vi ricordate di quel ventennio? (Risponde ancora Enrica)

«Intanto mi ricordo tuo nonno, Antonio Gambino. Stava spesso a casa nostra con tua nonna, grandissima amica, e il loro cane, un dalmata. Eravamo molto legati. Veniva sempre perché ha fatto parte della fondazione dell’Espresso. Mi ricordo che a casa sfogliavo questo giornale gigantesco». 

Il celebre formato lenzuolo. E com’era?

«Il formato lenzuolo era meraviglioso. Con tutte quelle pagine, questa grafica moderna, fotografie fantastiche. Il senso del reportage. Ero affascinata da questo lenzuolo che girava per casa. Avevo 4/5 anni e ci giocavo… poi ricordo la casa che era sempre piena di giornalisti». 

Che casa era?

«Quella di via Nomentana. Sempre la stessa. Siamo nate lì. Quando L’Espresso divenne a colori ricordo che rimasi profondamente colpita da questo servizio con le fotografie di un feto visto dall’interno della placenta, colorate artificialmente. Un servizio pazzesco che non si era mai visto. Sicuramente il primo in Italia di quel tipo. Io avevo circa 10 anni e lo guardavo e riguardavo».

Cosa muoveva gli animi di quegli uomini nell’Italia conformista dell’epoca? (Risponde Donata)

«Era un gruppo di giornalisti che veniva da Il Mondo, quindi c’era una storia ben precisa dietro». Vale la pena spiegare brevemente quale. «Il Mondo era un giornale d’élite, e che voleva essere d’élite, per pochi, per liberali e riformisti. Invece il salto con L’Espresso è stato: “Noi vogliamo mantenere questi principi, però vogliamo allargarci. Deve diventare una cosa più di massa”. Altrimenti rimaniamo chiusi nel nostro orticello».

Una visione di parte ma non di partito.

«C’era già l’idea di voler prendere tutta una schiera di progressisti di sinistra che non arrivava a stare con il PCI, che negli anni Sessanta era un partito “bigotto” verso certi temi. Tutta la storia del Gruppo ha sicuramente agevolato il PCI a emanciparsi dai sovietici e da quella idea di comunismo che c’era. Fino ad arrivare al referendum sul divorzio». 

Qual era il legame fra quel gruppo di giornalisti e la politica? (Risponde Enrica)

«Mio padre era amico di molti politici. I più disparati. A casa nostra veniva spesso Gian Carlo Pajetta, Miriam Mafai (che poi lavorava anche con Repubblica). Veniva Antonio Tatò, segretario di Berlinguer, che era un vero amico. E poi De Mita, Cossiga. Berlinguer…» 

(Interviene Donata)

«Con alcuni si instaurava un rapporto di amicizia. Quando Cossiga era ministro degli Interni, durante il sequestro Moro, veniva sempre a casa nostra. Quando poi è diventato capo dello Stato e ha iniziato a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, con papà, nonostante l’amicizia, c’è stata una frattura». 

Parlavo di questa fermezza nel rapporto con la politica.

(Conclude Donata) «Una frattura totale».

Chi erano i punti di riferimento di Eugenio all’epoca?

«Per L’Espresso Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Arrigo Benedetti. Erano i suoi tre maestri, sin da quando cominciò al Mondo».

(Interviene Enrica) «Poi a quell’epoca c’era anche Raffaele Mattioli. Era il presidente della Comit. Quando mio padre andò a Milano a lavorare alla Banca Nazionale del Lavoro, divenne amico di Mattioli, ma era appena un ragazzino. Non aveva nemmeno 30 anni. Mattioli era già Mattioli e lui andava sempre a trovarlo in banca. Faceva salotto e quindi lì ha conosciuto molte persone». 

C’è una bellissima scena nel documentario in cui Eugenio chiede a suo nipote, il figlio di Donata, che cosa voglia fare da grande. Simone, oggi ventenne, dice: «Il procuratore sportivo». Ed Eugenio, lapidario, risponde: «Ah».

Deluso? (Ride Donata)

«No, no, ma non ci pensa minimamente a fare il giornalista».

Tu invece hai seguito le sue stesse orme.

«Sì, ma non a Repubblica. Ero più una tipa da L’Unità, di cui diffondevo le copie davanti al liceo Tasso di Roma, ed ero anche iscritta alla Federazione Giovanile dei Comunisti. Papà un giorno disse scherzosamente che piuttosto avrei dovuto diffondere Repubblica, cosa che non avvenne, se non in occasione di una foto ricordo che con mia sorella scattammo per gioco e mostrammo a nostro padre». 

È stato difficile per te, Donata, essere sua figlia in quell’epoca?

«Io ero una militante del PCI, avevamo discussioni abbastanza accese perché all’inizio il PCI e L’Unità vedevano Repubblica un po’ come il loro avversario giornalistico. Venivano considerati i radical chic della sinistra». 

Ricordi un aneddoto?

«Quando in sezione si commentavano le vignette di Forattini che ritraeva Berlinguer con la brillantina e la vestaglia… loro si incazzavano da morire. Allora io arrivavo a casa e dicevo: “Papà ma basta, ma come vi permettete!”». 

Ed Eugenio cosa rispondeva?

«Ero giovanissima, 15/16 anni. E lui diceva a mia madre: “Simonetta, tua figlia frequenta troppo la sezione, peggio di una chiesa. Casa e sezione. Non va bene perché la stanno rincoglionendo”». 

Come veniva vista Repubblica in quegli anni dal PCI?

«Come l’espressione di una sinistra borghese. La vera lotta operaia stava altrove. Questo, almeno fino al sequestro Moro...». 

E poi? (Interviene Enrica)

«All’inizio c’era grande curiosità. Un nuovo formato, non c’era più la terza pagina. La cultura centrale l’ha inventata Repubblica. Non c’era lo sport. Repubblica si poneva come giornale nazionale. Come quotidiano che potevi comprare insieme al giornale della tua città. Poi con il successo è stato inserito lo sport. Piano piano è stato incluso tutto il resto. Anche le edizioni locali, ancor prima del Corriere della Sera...». 

Come è cambiato il giornalismo dagli anni Ottanta a oggi?

(Donata) «Una differenza abissale. Gli editori erano per la maggior parte puri. All’epoca di mio padre, nella loro esperienza, gli editori erano i giornalisti. Non c’era un progetto economico dietro e per cui non bisognava fare l’interesse dell’azienda. Ma solo l’interesse di ciò che loro pensavano giusto». 

Una stortura dell’editoria che in Italia si è accentuata sempre più…

«Va detto però che quando Carlo De Benedetti subentrò, pur non essendo in questo senso un editore puro, lasciò molto libero il giornale. Per moltissimi anni non ha mai interferito con quello che papà voleva scrivere o dire». 

E oggi? (Enrica)

«È cambiato il modo di fare giornalismo. È un giornalismo onnicomprensivo e quindi più distratto. Devi scrivere di tutto. Dato che i giornali vanno tutti male, devi riuscire a catturare attraverso il web più persone possibile con no tizie che sono stupidaggini. Non c’è una vera scuola che forma. Non ci sono personaggi che formano i nuovi giornalisti». 

E allora qual è il futuro del giornalismo?

«Ci vorrebbe un’enorme riforma tra il cartaceo e l’informazione digitale. Perché il cartaceo che mi mette la cronaca dell’incidente aereo del giorno prima non ha senso. La carta dovrebbe essere il posto degli approfondimenti, dei commenti». 

L’avete mai detta ad Eugenio questa cosa?

«Certo. Anche papà è d’accordo, lo dice da 15 anni. Lo ha sempre detto». 

C’è una battaglia oggi che vi riporta indietro negli anni del vostro impegno politico? «Quella sul clima, è l’unica in cui una grossa parte di giovani si ritrova. Grazie a Greta». 

Nel documentario fate notare a Eugenio che in alcune circostanze era poco presente e fate riferimento a quel “triangolo” tra vostra madre e la sua compagna.

(Enrica) «A un certo punto mi sono accorta che esisteva questa duplicità e non capivo, perché ero piccola. Avevo 10 anni. Non capivo di chi era la colpa, perché per me ovviamente c’era una colpa. All’epoca non ne ho mai parlato. Non avevo i mezzi per poter affrontare una cosa del genere. Per un periodo i miei genitori si sono separati, poi papà è tornato. Io soffrivo per la loro separazione, nel vedere mia madre che subiva tutto questo. Poi lo abbiamo accettato. Non ne abbiamo più parlato per moltissimo tempo».

Qual era il rapporto con vostra madre?

«Di grande complicità. Mamma è sem pre stata una persona molto solare e indipendente. Questa situazione l’ha vissuta soffrendo, ma una volta assodata non è stata lì ad aspettare papà. Aveva un suo giro di amici. Faceva dei viaggi. Lavorava». 

Nel documentario fate notare a vostro padre che ha ceduto le sue quote societarie perché “non aveva eredi”. Avreste voluto essere eredi di quella Repubblica? (Donata)

«All’epoca non ci pensavamo proprio. A posteriori forse…Poi però sono finita a Mediaset per 30 anni…» (ride). 

E com’è stato quando dovevi seguire Cossiga o Craxi?

«Finché ho potuto, ho sempre fatto tutto. Quando però la situazione coinvolgeva mio padre, è capitato che mi tirassi indietro e che dicessi: “No, io non vado, non posso”». Nessuna di voi aveva l’ambizione di prendere il suo posto un giorno? (Enrica)

«No.. ma che sei matto? Poi uno diventa direttore di un giornale perché è capace di farlo... Io mi sono messa a fare la fotografa proprio per essere un’altra cosa». 

Con vostro padre vi vedete spesso?

«Sì, da sempre, almeno due o tre volte a settimana. A pranzo, a cena». 

Qual è il pregio più grande di vostro padre? Non solo giornalisticamente.

(Enrica) «Lui si è sempre definito un oblativo. Narciso, oblativo. E poi la sua ironia è stata fondamentale nella nostra crescita. Il fatto di amare molto se stesso ma, allo stesso tempo, di essere estremamente generoso. Affettivamente. 

Era coinvolgente. La sua felicità derivava dal benessere degli altri. Tutte le persone che stavano intorno a lui dovevano essere contente. Anche al giornale. E lui faceva di tutto per far sì che questo avvenisse.

Con i suoi modi. E la sua valutazione della felicità altrui».

(Donata) «Il più grande pregio è che mi ha dato una grande sicurezza, una grande consapevolezza di me stessa». 

C’è qualcosa su cui siete state fortemente in disaccordo rispetto alla linea editoriale di vostro padre? (Enrica)

«Devo risalire a quando anche io andavo alle manifestazioni. C’era uno slogan che si gridava spesso: “Agnelli, Pirelli, prendiamo i martelli”. E una volta, quando Repubblica ancora non era nata, torno a casa ed era in corso una cena con varie persone, e tra gli invitati c’era anche Agnelli. Mi sono detta: “Come è possibile?”. Lì mi sono proprio incazzata. Ci sono rimasta male e il giorno dopo ho chiesto a papà: “Perché inviti Agnelli?”. E lui disse una cosa del tipo: “Gli avversari bisogna conoscerli bene per poterli criticare e si possono avere anche rapporti di amicizia”». 

Quel gruppo oggi appartiene proprio agli Agnelli…Ma andiamo avanti: chi sono i giornalisti che Eugenio apprezza di più?

«Ezio Mauro è suo figlio, il suo erede, a cui ha lasciato Repubblica. Bernardo Valli è suo fratello. Ama Carlo Verdelli. Non si conoscevano prima di quell’anno in cui è stato direttore, ma ha avuto un bel rapporto con lui, così come con Molinari e Damilano». 

Guardandovi indietro, c’è qualcosa che quel gruppo di giornalisti – di cui vostro padre ha fatto parte – non capì rispetto a quello che viviamo oggi?

«La deriva del sovranismo. Quelli di prima credevano nell’Europa». 

Oggi il populismo è stato sconfitto?

«No, anche perché alle elezioni amministrative di ottobre hanno votato in pochissimi».

Vi piace questo governo Draghi?

«Sì».

Meglio Mario Draghi o Giuseppe Conte?

«Draghi».

E il Pd... Vi piace Enrico Letta?

«Sì».

Meglio Letta o Zingaretti?

«Letta». 

·        Fabio Fazio.

Il sorriso (infido) del potere. Quello che la tv è "roba" mia. Luigi Mascheroni il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Intelligente, astuto, mellifluo: è il simbolo della "medietà". Né caldo, né freddo, è il tiepido di cui tutti hanno bisogno. Provate a vivere in una casa che ha sempre e solo acqua calda. O sempre e solo acqua fredda. Alla fine sarete disposti a qualsiasi cosa pur di avere l'acqua tiepida. Ed ecco spiegato lo straordinario successo di Fabio Fazio. Mai troppo caldo, mai troppo freddo, sempre gradevolmente moderato, sobrio, cioè tiepido - diminutivo: tiepidino, peggiorativo: tiepidastro, sinonimi: democristiano Fabio Fazio non sopporta i sensazionalismi. Mai un «di più», mai un «di meno». La somma è sempre zero. Ma in televisione il risultato è un'eccellente carriera. Carriera eccellente, lunga quarant'anni, debutto nel 1982, su Radio Vecchia Savona, per dire la sua predestinazione al nuovo, e 50 programmi televisivi tondi tondi e di successo - da Pronto, Raffaella?, Rai 1, 1983, alla nuova edizione di Che tempo che fa, su Rai 3, si riparte tra qualche settimana, speriamo che piova... - Fabio Fazio, 57 anni e la sindrome di Benjamin Button, ogni anno che passa dimostra una puntata di meno, è il meteorologo della tv. Nel senso che fa il bello e il cattivo tempo. Conduttore così così ma produttore formidabile, con una smania di potere inversamente proporzionale ai modi suadenti, «FazioFabio» decide tutto: programmi, reti, fasce orarie, ospiti, e soprattutto i contratti, fedele al detto: «Peggio di un brutto programma c'è solo un agente mediocre». Cast, cash e Caschetto. Del resto, l'uomo di spettacolo medio è di sinistra. Almeno crede. Il problema (per noi) e la fortuna (per lui) è che la televisione italiana è su misura di Fabio Fazio. Alla domanda: «Cosa ti aspetti da un programma di prima serata», la risposta è mediocritas. Termine latino che non ha il valore dispregiativo dell'italiano «mediocrità», ma significa semmai «stare in una posizione intermedia» tra l'ottimo e il pessimo, tra il massimo e il minimo, tra Belén e la Littizzetto, rifiutando qualsiasi eccesso, sempre inseguendo il «giusto mezzo». Da cui l'espressione «mezzo televisivo», appunto. Campione assoluto della medietà meglio di una polemica c'è solo una mezza polemica, piuttosto che fare domande meglio aspettare le risposte - Fazio Fabio, educatamente, garbatamente, qualunquemente, all'infotainment ha sempre preferito il gentlemen agreement. Che bisogno c'è di litigare? Regola numero uno del bravo conduttore: «Entrare nelle case degli italiani in punta di piedi». Che se poi s'accorgono che sei nel loro salotto, ti prendono a calci nel culo. Fortunato, professionale, gentile, intelligente (molto intelligente) e astuto (molto astuto), Fabio Fazio falsi sorrisi e autentico figlio della propria terra - è un ligure e un savonese perfetto. Dei primi ha l'oculatezza, l'insofferenza per lo spreco (se il ticket della sosta scade tra un euro, piuttosto aspetta in macchina) e la brama di accumulo (vero latifondista della televisione, dove tutto è «roba» sua, tra Savona, Celle, Varazze e Milano negli anni ha accatastato terreni, uliveti, case di pregio, ville, garage e un petit appartement a place Vendôme a Parigi). Dei secondi la predisposizione alla doppiezza, l'inganno, la dissimulazione. Non per caso Fabio Fazio toni suadenti in onda, pugno di ferro dietro le quinte ha debuttato nel mondo dello spettacolo, ben prima di infilare la corrente ideologica che lo avrebbe portato ai massimi picchi dello share, come imitatore. Era già allora bravissimo a fare Bruno Vespa. E infatti non si sono mai sopportati. Considerato insopportabile dal 50 per cento dell'Auditel e insostituibile dal 100 per cento dei direttori di rete, Fabio Fazio - dal lat. factiosus, der. di factio-factionis, «fazione», in part. politica - ha colonizzato la televisione degli anni Ottanta, Novanta, Duemila e Duemiladieci senza mai cambiare neppure quelle strisce di liquirizia che mette al posto delle cravatte, al massimo facendo crescere un pizzico di barbetta. Da cui il detto ligure A barba canua, a fantinetta a ghe sta dua, «Da chi ha la barba bianca, la fanciulla stia in guardia». Fedele al video ancor più che a Nostra Signora della Consolazione di Celle Ligure, sua parrocchia di riferimento, Fazio è più presente in televisione del monoscopio. Che non c'è più, peraltro. Ma lui c'è sempre, da sempre: televisioni locali è suo, ben prima delle note antipatie berlusconiane, il programma sportivo stracult Forza Italia su Odeon TV, stagioni 1987-1990 da Montecarlo a La7, mai un piede in Mediaset - il suo main sponsor, il Pd, non avrebbe gradito - ma in compenso tutte e tre le reti Rai e persino quattro edizioni del Festival di Sanremo. Che, a riprova dell'eccellenza del suo low profile, nessuno si ricorda che ha condotto. Ma neppure questo è un problema, poiché gli ascolti gli danno ragione. Fabio Fazio in carriera ha avuto più Telegatti che ospiti in studio. Soft speaking, prime time e secondi fini. Aldo Grasso una volta sentenziò: «In tutti i programmi a cui ha preso parte, ha confermato di avere la rara capacità di trasformare in meglio le persone a contatto con lui». Ha ragione. A discapito della propria, fa sempre fare a tutti una splendida figura. Fugassa, gobeletti di Rapallo, Baci di Alassio (buoni!) e Brandacujùn. Piatto tipico fabiofaziano: coniglio alla ligure. Non ha mai brillato per coraggio. Ma per veltronismo sì. Quello che «la tv sul calcio l'ho inventata io». Quello che dicevano che non ha la padronanza del giornalista consumato. Quello che «Tirchio sarai tu». Quello che ha dieci autori a programma, lavora dodici ore al giorno, prepara ogni scaletta al millesimo di battuta e poi ripassa le domande con l'ospite in camerino. Quello che Milano è la sua città, ma Parigi è sempre Parigi. Quello che se chiami dieci suoi colleghi chiedendo qualcosa su Fabio Fazio, è difficile trovare uno spunto benevolo. Quello che, al netto delle malignità preconcette, non sbaglia un programma: è riuscito a fare boom anche con Saviano. Quello che se cita un libro in prima serata, il giorno dopo è un bestseller, anche se lui, da bibliofilo, preferisce i piccoli editori. Quello che quando fa le interviste sembra perennemente in confessionale, perché le sue non sono interviste, sono mono-viste, parla solo con se stesso: che abbia di fronte Berlusconi o De Niro è uguale, da casa continui a chiederti: ma adesso gliela farà la domanda... ora gliela fa... adesso sta per fargliela... allora gliela fa o no? E non gliela fa mai... Quello che è la dimostrazione che il buonismo, in tv, paga, e molto: nessuno ha avuto contratti così alti nella storia della Rai. Quello che non si è mai visto un radical chic fare così tanti programmi nazional-popolari. Quello che la presunzione peggiore non è quella esibita ma quella che hai dentro. Quello che anche la nostalgia è politica...Politicamente ambiguo (non si è mai sbilanciato fra Partito democratico e Sinistra italiana), tradizionalista catodico (ligio all'alternanza scrupolosa degli ospiti: una sera un regista della sinistra moderata, una sera un giornalista della sinistra estrema, una sera uno scrittore della sinistra da salotto), calcisticamente doriano, come tutti i grandi liguri di ieri e di oggi, da Villaggio a Crozza, #FabioFazio uno di noi! - Fabio Fazio se non ci fosse, bisognerebbe sintonizzarlo. Come disse non molto tempo fa a Che tempo che fa un Nanni Moretti in stato di grazia di fronte all'ennesima servile liturgia televisiva di Fazio, mortificandone la mielosa ipocrisia: «Lo dici a tutti quelli che vengono da te, che sono il tuo mito! Lo dici sei volte la settimana!». E il settimo giorno, si riposò.

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010); "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021).

·        Federica Angeli.

Le inchieste sui clan di Ostia e il film sulla sua storia. Chi è Federica Angeli, la giornalista sotto scorta protagonista di “A mano disarmata”. Vito Califano su Il Riformista il 7 Giugno 2021. Federica Angeli ha legato il suo nome alle inchieste sulla criminalità organizzata di Ostia. Giornalista, cronista e autrice di inchieste per il quotidiano La Repubblica, vive sotto scorta dal luglio del 2013 per via delle minacce ricevute proprio per la sua attività giornalistica. Dall’ottobre del 2020 è Delegata alle Periferie e alla legalità al Comune di Roma. Alla sua storia è stato dedicato il film di Claudio Bonivento, interpretato da Claudia Gerini, A mano disarmata, uscito nel 2019. Classe 1975, Angeli è nata a Roma e si è laureata all’Università La Sapienza. Dal 1998 ha cominciato a collaborare con il quotidiano La Repubblica. Con il collega Marco Mesurati ha portato avanti dal 2011 un’inchiesta su atti di pestaggio e nonnismo nella caserma del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza di Spinaceto. Una vicenda collegata negli articoli al sequestro Soffiantini nel 1997. La Procura della Repubblica di Roma aprì un’inchiesta sul caso. Angeli è stata minacciata per via delle inchieste sulla criminalità organizzata a Ostia, provincia di Roma. Inchieste che hanno riguardato i clan dei Fasciani, dei Triassi, degli Spada, dei Cuntrera-Caruana e sui legami tra criminalità e pubblica amministrazione e sul racket. L’operazione “Nuova Alba” della polizia portò agli arresti di 51 persone nel 2013. Le accuse: corruzione, infiltrazione negli organi amministrativi e nell’assegnazione di alloggi popolari, sottrazione di attività commerciali alle vittime di usura e possibili collegamenti con l’omicidio di Giuseppe Valentino, il 22 gennaio 2005, all’interno del suo bar nei pressi di Porta Metronia a Roma. Altro colpo alle organizzazioni è stata l’operazione Eclisse che portò all’arresto di 32 persone ritenute affiliate al clan Spada di Ostia con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Angeli è stata quindi minacciata di morte e dal 17 luglio del 2013 vive sotto scorta permanente. Il 7 aprile 2018 una busta con un proiettile, indirizzata a lei, è stata consegnata alla sede romana del giornale Il Fatto Quotidiano. La cronista ha testimoniato nel processo contro Armando Spada ed è stata ascoltata dai pubblici ministeri di Roma nel “processo Spada”. È stata nominata Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel dicembre 2015 “per il suo impegno nella lotta alle mafie”. Ha pubblicato sei libri, tutti sulla cronaca, sulle sue inchieste, sul mondo dell’informazione e del giornalismo. Tra questi anche l’autobiografia A mano disarmata. Cronaca di millesettecento giorni sotto scorta, edito da Baldini e Castoldi, da quale è stato tratto il film con Claudia Gerini. Angeli è stata criticata per la sua decisione di accettare la nomina della sindaca di Roma Virginia Raggi di Delegata alle Periferie e alla legalità. Nomina che ha spiazzato un po’ tutto il mondo politico. La giornalista era stata corteggiata precedentemente dalla sinistra ed in passato si era espressa molto duramente contro la sindaca. Su La Repubblica aveva scritto, rivolgendosi alla sindaca, nel giugno 2018 che “le dichiarazioni contro gli Spada e gli annunci sugli abusi dei Casamonica non si sono tradotti in atti amministrativi concreti ed efficaci”. E a un tweet della stessa Raggi – “La lotta alla mafia deve unire sempre, anche quando si hanno opinioni non sempre co