Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

OTTAVA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I Reporter di Guerra.

Premio Cutuli, non spegnete le luci su Kabul. Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2021. La ministra Cartabia, il commissario Onu Grandi, i giornalisti del Corriere: ricordando Maria Grazia a 20 anni dalla morte, «torniamo» in Afghanistan. Il premio che porta il suo nome a Patrick Zaki. Tre desideri, tenere stretto il furore di Maria Grazia, riflettere sul destino dell’Afghanistan e sul ritorno dei talebani. E infine difendere, ancora una volta, il diritto alla libera informazione. Con queste parole la vicedirettrice del Corriere della Sera Barbara Stefanelli ha aperto ieri in Sala Buzzati la giornata organizzata dalla Fondazione del Corriere della Sera nell’ambito di BookCity, iniziata al cinema Anteo con la proiezione di «Viaggio a Kandahar» del regista Mohsen Makhmalbaf. Incontri, riflessioni, interviste e reportage dedicata all’inviata del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli, scomparsa in Afghanistan 20 anni fa. A rendere omaggio, tra gli altri, la ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha ricordato la storia di Mareya Bashir, prima procuratrice di Herat cui è stata riconosciuta la cittadinanza italiana. «Ho incontrato Bashir ad un convegno nel 2013 sulla presenza femminile nelle Corti costituzionali. Ed è stato un incontro folgorante. Io all’epoca ero giudice della Corte costituzionale, unica donna. Dal lusso della mia posizione mi lamentavo della disparità di genere mentre lei subiva attentati e minacce. E’ per lei e per le donne afghane che dobbiamo tenere accese le braci sotto la cenere, per fare sì che non vadano persi i progressi fatti». La giornata è stata occasione per riflettere sulla necessità, come ha sottolineato l’inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi, di aprire un canale di dialogo con i talebani. Con Mario Cutuli, fratello di Maria Grazia, il ritorno ideale nella provincia di Herat, dove la scuola blu costruita nel 2011 in memoria della giornalista ancora accoglie le studentesse e gli studenti della regione, nonostante il divieto dei talebani per le ragazze. «Un luogo — come ha spiegato — che abbiamo voluto costruire per quella parte di popolazione che, pur rappresentando la speranza e il futuro, non ha voce». Le donne afghane sono rimaste poi al centro del racconto di Eleonora Selmi, ostetrica di Medici Senza Frontiere a Khost, dove «ho visto le donne togliersi il burqa e sorridere, forti dei loro sogni e della volontà di diventare dottoresse». Da Simonetta Gola di Emergency è arrivato il ricordo del marito Gino Strada scomparso proprio durante i giorni della caduta di Kabul «che per lui rappresentavano solo l’ennesima tappa di una guerra ingiusta e insensata». E commozione non è mancata nel dialogo tra Barbara Stefanelli e Carlo Verdelli, sulla telefonata con la quale — all’epoca era vicedirettore del Corriere — Verdelli esaudì l’ultimo desiderio di Maria Grazia, ossia di restare in Afghanistan a lavorare. «Le ho detto di sì perché sapevo che per Maria Grazia i talebani erano i tartari raccontati da Buzzati. E perché sapevo che doveva scendere dal muro della fortezza e andare loro incontro». A chiudere la giornata la consegna del premio Cutuli a Patrick Zaki, ritirato dal compagno dell’Università di Bologna Rafael Garrido e accompagnato da un messaggio della sorella Marise. Un premio che «va a lui e tutti gli eroi della libertà di informazione».

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 21 novembre 2021. Da vent' anni esatti sparano cazzate su Maria Grazia Cutuli, uccisa in Afghanistan il 19 novembre 2001, e da vent' anni esatti io e pochi altri tacciamo per eleganza e lasciamo che il Corriere anneghi i sensi di colpa in retoriche di cui lei avrebbe riso per prima, anche se qualcuno deve pur farle. Però, ormai, siamo alla trasfigurazione mitologica. Titolazioni di scuole, premi, fiction non autorizzate, libri scritti a cazzo. Maria Grazia Cutuli non era neanche un'inviata, la nominò da morta Ferruccio De Bortoli - lui sempre dignitoso - e si lamentava di continuo per come il Corriere la trattava. Si inviava da sola, e così fece prima dell'11 settembre (non dopo) partendo da Ponza dov' era in vacanza con me e Silvia, e dove le strade, ricordo, si aprivano al passaggio di Bruno Vespa. Io e lei litigammo perché non usciva mai dall'Hotel, bianca come un cencio, chiusa a scrivere, lei che «ho guidato un carroarmato, figurati se non so guidare un barchino». Il litigio degenerò e lei partì in anticipo, andò subito a Fiumicino diretta in Israele. Poi, sul volo che ci portava ai funerali, dei corrieristi deficienti dissero che l'avevano uccisa per colpa sua: aveva fumato davanti ai talebani. Ricordo l'arcivescovo: «Siamo qui riuniti attorno a questa bara». Non era neanche cattolica. Mi manca, ci manca. Lei, non la sua figurina. Ci manca lei sempre divertita, spaesata con leggerezza. 

Le notizie dalla “prima linea”: l’importanza dei reporter di guerra. Federico Giuliani su Inside Over il 7 novembre 2021. Come si scrive un reportage? Come è cambiato il ruolo del reporter nel mondo di oggi? Quali sono le nuove sfide per l’intera professione? Queste sono soltanto alcune delle domande alle quali il corso di giornalismo di reportage di The Newsroom Academy proverà a dare risposta. Tra gli ospiti che prenderanno parte al corso coordinato da Daniele Bellocchio troviamo Fausto Biloslavo. Storico reporter italiano, firma de IlGiornale, grazie all’esperienza maturata durante la sua straordinaria carriera Biloslavo sarà in grado di fornire un quadro dettagliato e di farsi testimone di come si è sviluppato il reportage con il passare degli anni. Lo abbiamo intervistato per capire qualcosa in più

Cosa vuol dire essere reporter nell’era in cui internet ha fagocitato i media tradizionali?

Essere reporter significa andare sul terreno – in prima linea nel mio caso, per chi vuol fare il giornalista di guerra – e raccontare cosa avviene là dove i accadono i fatti. Perché non ci sarà mai nessun Facebook, Twitter o Internet che potrà eliminare un giornalista di esperienza che si trova in mezzo alla storia. Vale il vecchio motto: un buon cronista si vede dalla suola delle scarpe. Poi, sia chiaro: le storie, i racconti, i video, tutto questo può certamente passare dai social e non solo attraverso i media tradizionali. In ogni caso, un conto è raccontare gli eventi da qualche ufficio, un altro è farlo direttamente dal posto in cui essi avvengono.

Come si è trasformato il reportage? È cambiato modo di lavorare?

Si è trasformato tantissimo da quando ho iniziato. All’epoca i telefonini non esistevano e il fax era un miraggio. Trasmettevamo via telex. Adesso è diventato tutto molto più veloce, e talvolta non è un bene. In un certo senso, oggi siamo tornati ad esser multimediali. Ma quando ho mosso i primi passi, essere multimediali significava usare la cinepresa Super 8 con caricatori di pellicola da 3 minuti e mezzo e la macchina reflex con rullino, che per intenderci ti permetteva di vedere soltanto da casa quali foto avevi scattato. Insomma, c’è stata una rivoluzione tecnologica enorme. Prendiamo, ad esempio, i telefonini, che al giorno d’oggi riprendono perfettamente in hd e addirittura anche in 4k, oppure le macchine digitali, molto più dettagliate e precise di quelle di ieri. Oggi, come dicevo, bisogna essere multimediali. È necessario scrivere il pezzo, ma anche realizzare un videoservizio, fare foto, rilanciare il tutto con i social e, se possibile, trasmettere in presa diretta. Tutti dovranno adattarsi a questi cambiamenti perché questo è il futuro.

Lei come si è avvicinato alla professione di reporter e perché ha scelto di fare proprio il reporter di guerra?

Quando ero al liceo sfogliavo Corto Maltese, un bellissimo fumetto di Ugo Pratt. Dicevo che volevo essere come Corto Maltese. Volevo inseguire le avventure, raccontare le guerre, magari anche sbarcare il lunario. Sono riuscito a realizzare questi tre obiettivi, primo tra tutti quello di girare il mondo. 

Ha raccontato molte storie. Ce ne sono alcune alle quali è più legato?

Senza ombra di dubbio tutta la parentesi relativa all’Afghanistan. Mia moglie dice che è la mia seconda patria. Ho iniziato a visitarlo nel 1983, durante l’invasione sovietica, ci sono tornato molteplici volte, anche recentemente con l’avvento del secondo emirato talebano. Ricordo, poi, quando ho incontrato il leggendario comandante Massoud nella valle del Panjshir dopo 400 chilometri a cavallo, sempre durante l’invasione sovietica. Ricordo poi il “rosso sangue” dell’Africa, dove ho raccontato il terrificante genocidio in Ruanda. In quei casi bisogna farsi amico l’orrore e spero di non vedere mai più una cosa simile. Ricordo, poi, molte interviste, come l’ultima fatta a Gheddafi alla vigilia del bombardamento della Nato. Fuori dalla tenda in cui lo stavo intervistando si sparava e c’era già la rivolta.

A proposito delle situazioni che ha affrontato, ha mai rischiato la vita?

Sono stato catturato in Afghanistan e ho fatto 7 mesi di galera a Kabul al tempo dei sovietici. Poi hanno cercato, quando sono tornato, di uccidermi. Ci sono andati vicino: mi hanno investito con un camion militare. Avevo sette fratture, ho perso la metà del sangue ma sono stato salvato da un chirurgo americano della croce rossa internazionale. In generale, le volte che ho rischiato la vita sono state tante. Nel 1982 in Libano un soldato voleva fucilarmi, in Kosovo mi arrivavano addosso i traccianti dei proiettili mentre a Kabul ho evitato un colpo di mortaio. Ci sono tanti episodi in cui ho visto la morte in faccia. Per questo continuo a dire che la cosa più importante non è il pezzo ma portare a casa la pelle.

Perché oggi è importante riesumare la figura del reporter sul campo?

Qualcuno deve andare in mezzo a ciò che accade per poterlo raccontare. Uno non può farlo per sentito dire o stando dietro la scrivania. Soprattutto per quanto riguarda i conflitti, è importante che ci siano degli occhi, che sono poi gli occhi della guerra, cioè siamo noi che la viviamo e raccontiamo in prima persona andando sul posto dove i fatti accadono.

Perché partecipare all’Academy di Inside Over?

Perché c’è scarsissimo interesse nel formare i nuovi reporter, e questa Academy è unica nel suo genere. Esistono tanti corsi, ma spesso tenuti da professori universitari che non sono pratici del mestiere se non a livello teorico. Ma in Italia, in generale e a differenza degli altri Paesi, c’è poco interesse a coltivare i giovani. L’Academy, al contrario, dice loro: “Se avete la passione del giornalismo, noi possiamo darvi consigli pratici su come farlo”. Questa iniziativa che guarda ai giovani, e che cerca di metterli sulla strada giusta, ritengo sia fondamentale. Ogni media dovrebbe fare qualcosa di simile e curare le nuove generazioni di giornalisti. Purtroppo non è così. 

Formare i reporter di domani: “Perché il reportage è ancora un valore aggiunto”. Federico Giuliani su Inside Over il 7 novembre 2021. Il secondo corso proposto da The Newsroom Academy ruota attorno al reportage, inteso come particolare linguaggio giornalistico volto a coprire un avvenimento, un luogo o un certo argomento del mondo. La caratteristica principale del reportage è quella di non limitarsi a fornire una o più fredde notizie flash. Al contrario, il suo obiettivo consiste nel descrivere l’ambiente all’interno del quale si svilupperà una data storia, il contesto e, più in generale, i retroterra storico-culturali ad esso connessi. Il corso di giornalismo di reportage sarà coordinato da Daniele Bellocchio, a sua volta accompagnato da diversi ospiti. I partecipanti potranno così interfacciarsi con illustri professionisti e unire la parte teorica a quella pratico-ricreativa. Ed è proprio quest’ultima l’eccezionalità della Academy: offrire alla platea iscritta la possibilità di realizzare reportage nella maniera più professionale possibile, dall’ideazione del lavoro alla presentazione dello stesso agli editori. Alla fine del corso, infatti, il lavoro migliore, sviluppato durante le lezioni verrà pubblicato sul InsideOver e ilGiornale.it, consentendo al profilo selezionato di intraprendere una collaborazione sul campo. Per capire meglio come è strutturato il corso, e non solo quello, abbiamo chiamato in causa Daniele Bellocchio. Nato a Lodi nel 1989, è giornalista pubblicista e dal 2012 si occupa in modo costante di Africa. Ha raccontato le principali crisi e guerre del continente africano e ha realizzato reportage anche in Centro-America, Balcani, Caucaso ed Oriente. I lavori, pubblicati dalle più importanti testate italiane e straniere, sono stati vincitori di svariati premi giornalistici.

Cosa vuol dire essere reporter oggi?

Dal momento che viviamo in un’epoca in cui le notizie hanno vita brevissima e noi possiamo essere presenti in ogni dove, in ogni momento, essere dei reporter ha acquisito un valore aggiunto. In altre parole, significa essere testimoni della storia, degli storici della contemporaneità. E, in un’epoca così inflazionata da news e foto usa e getta, essere reporter significa anche andare in profondità per poi riaffiorare in superficie fornendo, in maniera approfondita, la nostra storia o un avvenimento storico. 

Come ha iniziato a fare il reporter?

Sono nato e cresciuto leggendo libri di Tiziano Terzani, Oriana Fallaci e altri autori simili. Il giornalismo mi ha attratto come la luce attrae le falene. Ho iniziato a proporre storie dal Sud America a 18 anni per alcuni giornali locali. Sono stato in Brasile, poi in Bolivia. In quel momento Morales stava cambiando la costituzione: c’era fermento e ricordo ancora gli scontri nelle strade. Lascio immaginare cosa volesse dire per me quel momento. In seguito sono rientrato a Lodi e ho iniziato a lavorare come cronista. Ho poi fatto esperienze in Cisgiordania e Israele. Ho quindi incontrato Marco Gualazzini e abbiamo iniziato a realizzare reportage in Africa. Il primo in Somalia nel 2012. Da quel momento in poi è iniziata la nostra collaborazione tandem. Nel 2014 ho iniziato a lavorare a Gli Occhi della Guerra. Insieme a Marco, siamo saliti a bordo del progetto proponendo di approfondire un Paese in cui a essere perseguitati erano i musulmani: la Repubblica Centroafricana. Con il passare del tempo ho cambiato linguaggio comunicativo, passando da articoli per stampa e web a video. La collaborazione continua ancora oggi con InsideOver.

Rispetto agli inizi, cosa è cambiato nella realizzazione di un reportage?

Il mondo si è interconnesso e si è velocizzato tantissimo. C’è stato un cambio nella ricezione delle notizie. C’è un pubblico che pretende un’informazione più rapida, o forse semplicemente non è più abituato a un tipo di informazione più approfondita che invece non dovrebbe sparire mai. Una realtà come InsideOver è unica perché preserva che l’informazione e fa in modo che questa non si svaluti in nome di un mercato che esige sempre più notizie flash, senza approfondimento. Ci sono formule, come quelle ideate da Gli Occhi della Guerra e InsideOver, che hanno dimostrato come si possa continuare ad andare avanti a raccontare storie approfondite. Dire che gli esteri non interessano è solo una foglia di fico, perché in realtà gli esteri interessano tantissimo. Bisogna solo raccontarli nel modo giusto.

Quali consigli daresti a chi si appresta a realizzare un primo reportage?

In termini generali, al di là del contesto, la prima cosa è andare là dove si vuole andare per interesse e passione. Non possiamo leggere una guida turistica e dopo pretendere di fare un reportage. Prima di realizzarlo bisogna studiare per mesi e mesi il posto che vogliamo raccontare, e questo lo ripeterò anche durante il corso. Andare in un luogo senza conoscenza dettagliata di quel luogo è una cosa che un reporter non può permettersi. Il reporter deve essere disposto a passare nottate a studiare e fare ricerca. In secondo luogo serve una curiosità senza pregiudizio; è importante studiare ma non bisogna mai pensare di possedere la verità infusa. Quando arriviamo in un posto bisogna essere disposti a mettere in discussione tutto ciò del quale eravamo convinti. Terzo consiglio: quando ci confronteremo con qualcuno che ci racconterà la sua storia, soprattutto in zone di guerra, quella persona ci sta facendo un dono enorme. Quindi bisogna cercare di raccontare nella maniera più empatica e coinvolta la sua storia così da trasmettere ai lettori le stesse emozioni.

Quali sono i tre reportage della sua carriera ai quali sei più legato?

Sicuramente il mio primo reportage, nel 2012, in Somalia. Quello è stato il mio “battesimo di fuoco” come reporter, il primo pubblicato su un magazine ad ampia foliazione. All’epoca ricordo che Mogadiscio era blindata, e che da anni la stampa internazionale faticava ad avervi accesso. Un altro lavoro che ricordo con piacere è quello realizzato in Ciad con Marco Gualazzini. È una storia pazzesca, attraverso la desertificazione del lago Ciad ci siamo collegati a jihadismo e abbiamo incontrato figure iconiche del presente: i terroristi islamici. L’ultimo è quello in Karabakh, durante la guerra. In quei giorni vivevo in una città assediata notte e giorno, ed è stato molto impattante.

Perché consiglieresti di iscriverti alla Academy?

Perché è unica. Lo vedo come un progetto avveniristico. Esistono altri corsi, ma in quale realtà c’è davvero un obiettivo così specifico come quello di formare i reporter, non solo dal punto di vista teorico? Vieni da noi perché metti in pratica le tue doti e il tuo talento per fare il giornalista. Non esistono esperienze simili, perché qui torniamo a fare il vero giornalismo, che è di fatto un lavoro da artigiani. Dieci anni fa nessuno offriva occasioni del genere. Chi vuol fare il reporter non sa che grande fortuna ha davanti a sé nell’avere una redazione che apre le porte e dice “se vali stacchiamo un biglietto per te e ti mandiamo sul campo per mostrare il tuo valore”.

·        Giornalismo Investigativo.

La “stella polare” del giornalismo: come individuare una storia da raccontare. Federico Giuliani su Inside Over il 26 novembre 2021. Individuare una storia da raccontare: è questo il passaggio fondamentale e imprescindibile da realizzare per la buona riuscita di un lavoro giornalistico, dall’inchiesta al reportage. Un passaggio, tra l’altro, che deve precedere ogni altro step, anche il classico lavoro sul campo. Ma come si individua una storia da raccontare? Come ci si prepara alla realizzazione di un reportage? Come si accede a una storia? E come si trovano dei contatti di fiducia capaci di accompagnarci dentro quella realtà? L’obiettivo della terza lezione del corso di giornalismo di reportage proposto da The Newsroom Academy sarà proprio quello di rispondere a domande del genere. Ospite d’eccezione Floriana Bulfon, pluripremiata giornalista dell’Espresso e autrice del libro Casamonica. La storia segreta, edito da Rizzoli, che interverrà raccontando la sua esperienza di cronista e reporter specializzata nel raccontare storie riguardanti la criminalità organizzata e le realtà di disagio e sofferenza in Italia.

In base alla sua esperienza giornalistica, come si individua una storia da raccontare? E come ci si prepara alla realizzazione di un reportage?

I vecchi manuali di giornalismo – ma lo stesso principio e lo stesso esempio era adottato nella scuola di formazione della Bbc e alla facoltà di giornalismo della New York University – sostenevano che per individuare una storia bisogna affidarsi alla “stella polare“. Cosa significa? Esistono una serie di fattori che determinano l’orientamento di un giornale. Ad esempio: un settimanale arriva in edicola diversi giorni dopo essere stato confezionato – l’Espresso per cui lavoro io ne impiega quattro – e non posso scegliere una storia che diventerà di dominio pubblico, ad esempio perché i responsabili saranno arrestati, perché ci sarà una conferenza stampa o una votazione parlamentare, o sarà superata quando il mio articolo viene messo in vendita.

Allo stesso tempo bisognerà capire se è una testata che punta sulla cronaca o di taglio più politico, se ha diffusione nazionale o solo regionale, qual è la linea politica – sì esiste una linea politica, anche se nei giornali sani non riguarda le notizie quanto le interviste e i commenti. Su questa stella polare poi possono influire fattori del momento. Ci sono tematiche o materie che sono più popolari o ricevono più attenzione. Nessuno si occupava dei Casamonica quando ho cominciato la mia esplorazione nelle periferie romane, poi dopo il celebre funerale del “padrino” con carrozza e cavalli all’improvviso tutti volevano scriverne. Se si tratta di lavorare a un’inchiesta, le squadre “pure e dure” di giornalismo americano – è quello che più o meno si vede nel film Spotlight – fanno una sorta di preventivo.

Quale è il risultato massimo a cui posso arrivare? Posso sperare di arrivare a dimostrare che il ministro X è corrotto o solo a dire che il ministro X è circondato di persone corrotte? Poi si chiede in quanto tempo posso arrivare a questo risultato – settimane? mesi? – e quindi con quale costo: sono necessari viaggi all’estero per sentire testimoni, consultare documenti, trovare riscontri? Sulla base di questo preventivo si decide se procedere o meno.

In Italia accade molto più raramente, ma accade. Cito ancora l’Espresso, con i grandi consorzi d’inchiesta come Icij o prima WikiLeaks: partecipare a un leaks richiede molto tempo – in genere mesi – e spese di viaggio significative. O il longform di inchiesta sulla missione russa a Bergamo per il Covid, che ha richiesto un impegno di circa tre mesi. Un reportage pone le stesse problematiche. Se pure vado a raccontare una realtà che non è nascosta, devo cercare di capire cosa potrò trovare prima di muovermi: pianificare appuntamenti per colloqui e interviste, individuare i luoghi e le storie simbolo da descrivere. E ipotizzare quanto tempo e con quale spesa potrò farlo. Per capire se ne vale la pena. 

Nella sua carriera lei ha scritto molteplici storie di successo inerenti alla realtà italiana. Una volta “selezionata” la storia da raccontare, come si accede a essa? Come si trovano dei contatti di fiducia capaci di accompagnarci dentro quella realtà?

Difficile dare una risposta. Il giornalismo è una professione che in realtà ha il carattere di un mestiere artigianale. Si impara dall’esperienza, si impara da un maestro o “rubando” da un artigiano migliore, studiando come si muove per apprenderne lo stile. L’esperienza ti permette di capire come muoverti. Quali sono le fonti tradizionali. Mi occupo di una storia avvenuta in un paesino? Parlo col parroco, col farmacista, il barista della piazza principale, il barbiere; le sorgenti di dati a cui ho accesso, se la storia ha un risvolto economico ci sono numerose banche dati, e più in generale quale è la tattica di approccio migliore. Pur sapendo che poi devi spesso improvvisare.

Una fonte, qualcuno che ti riveli qualcosa per cui corre dei rischi, la costruisci nel tempo ed è un rapporto che può durare una vita. Diverso è la capacità di creare empatia con un testimone o con le persone che possono avere informazioni “non riservate” e così convincerle a parlare. Oggi molti pensano che bastino Google e il telefono per fare un articolo. No, se vuoi avere la differenza devi andare nei posti e convincere le persone a parlarti, devi costruire fiducia. La vicenda del pestaggio dei Casamonica al Roxy Bar l’ho scoperta così. Ed è stato uno scoop che ha tenuto banco per settimane.

Come e perché ha scelto di intraprendere la carriera di giornalista? E come si è avvicinata alla professione?

La consapevolezza di voler fare la giornalista arriva nei primi anni Novanta. Sono gli anni delle stragi di mafia, una stagione di annientamento sanguinoso, e gli anni delle guerre jugoslave. Per chi come me viveva accanto a quel confine, abituata ad attraversare la frontiera quasi ogni settimana, è stato qualcosa di spaventoso. L’orrore è entrato nella nostra vita. Ho scelto di fare questo mestiere tenendo fermi due punti: analisi rigorosa e capacità di narrare il meccanismo.

Essenziale è stare nei posti, soprattutto in quelli dimenticati che non sono necessariamente lontani da noi. Essere testimoni dei fatti, viverli per capirli e svelarli senza sconti. Ho iniziato a scrivere allora ma poi ho intrapreso un’altra strada. Solo dopo anni ho capito che non potevo smettere di fare la giornalista e così ho iniziato a proporre servizi e naturalmente per un bel po’ ho preso delle porte in faccia. Nel tempo però ho fatto del mio ritardo la mia forza, mettendo a frutto le competenze che mi venivano da una formazione diversa.

Da quando ha iniziato a scrivere a oggi, quali sono le differenze più sostanziali che hanno caratterizzato maggiormente la professione del giornalista?

Sono molte anche se è trascorso poco più di un decennio. Il sistema mediatico è travolto dai ritmi della rete ma non ha più senso inseguire l’ultima notizia. Ci sono già programmi di intelligenza artificiale che sono in grado di trasformare un lancio di agenzia in un articolo o di aggregare più articoli e farne un altro: tra pochissimo saranno questi software a comporre le “ultim’ora” dei siti web. Per questo il giornalismo deve produrre approfondimento.

Occorre invece far capire ai tuoi lettori quali sono le cause di un fatto, analizzare le sue conseguenze e spiegarne il contesto. Farlo con tante informazioni, con un inquadramento non solo statistico ma anche sociale e culturale. E renderlo un racconto che colpisca – per parole o per immagine – grazie alle scelte dell’autore. Questo vale per tutte le piattaforme: carta, podcast, video.

Quali sono le storie o le inchieste alle quali è particolarmente legata?

Quelle che riescono a cambiare le storture e a dare voce a chi troppo spesso non ce l’ha. Penso ai lavori che ho portato avanti in questi anni sulle mafie, da quelle romane all’ultimo su una macro mafia capace di muoversi tra Italia, Paesi Bassi ed Emirati, ma anche ai reportage dal Kurdistan e alle inchieste sulle dimenticanze e le attività criminali legate alla pandemia: dal piano pandemico alle stragi nelle Rsa fino allo spionaggio.

Perché dal suo punto di vista The Newsroom Academy è una scuola unica nel suo genere e perché vale la pena partecipare ai corsi?

Vale la pena perché io tornando indietro parteciperei. Mi avrebbe aiutato molto ascoltare professionisti, sentire nel concreto come si procede, sperimentare senza aver paura di sbagliare. Un tempo si imparava nelle redazioni, ora il nostro è un mestiere sempre più di freelance e spesso non si ha la possibilità di confrontarsi con gli altri e di misurarsi sul campo.

Raccogliere notizie e stendere una storia: le nuove coordinate del giornalismo. Federico Giuliani su Inside Over il 28 novembre 2021. Nella quarta lezione del corso di giornalismo di reportage promosso da The Newsroom Academy ci sarà un ospite d’eccezione. Stiamo parlando di Giampaolo Musumeci, giornalista di esteri e oggi autore e conduttore dei programmi di Radio24 “Nessun luogo è lontano” e “Io sono il cattivo”, con il quale verranno approfonditi i vari aspetti inerenti alla raccolta delle notizie e alla stesura della storia. Musumeci, attraverso la sua esperienza di reporter, docente e redattore, sarà in grado di rispondere e dare informazioni esaustive e articolate su tutti gli aspetti della realizzazione di un reportage, dalla fase di ricerca sul campo a quella di editing in redazione. Lo abbiamo intervistato per inquadrare meglio i temi che svilupperà durante il suo corso.

Cosa vuol dire essere reporter oggi?

Secondo me i punti fondamentali da analizzare per definire la figura del reporter sono due. Da un lato l’uso di nuovi linguaggi (Instagram, Twitter e via dicendo) ci sta portando verso un giornalismo molto sintetico, molto d’effetto. Allo stesso tempo il giornalista diventa quasi un protagonista che ambisce a farsi vedere, a far vedere al pubblico che va nei posti. Benissimo. Ma se questo non viene accompagnato da esperienza, solidità, studio e tecnica giornalistica, tutto ciò rischia di fornire un’informazione vuota, con una fruibilità svilita dai contenuti. Va bene, insomma, assecondare queste tendenze per raggiungere un pubblico giovane, ma bisogna ricordare che il mestiere del giornalista ha delle regole. Il mezzo non può fagocitare il contenuto. Ecco, infine, l’altro aspetto sul quale intendo soffermarmi: i media tradizionali sono lentissimi e molto spesso gerontocratici. In più non si rendono conto che sta cambiando tutto e non hanno le competenze per stare al passo con i tempi.

Assieme alla figura del reporter è cambiato anche il modo di fare reportage? Che cambiamenti hai visto?

Ho girato i miei primi video con le cassette. Era il 2011 e mi trovavo in Libia. In quel periodo c’è stato un momento preciso che mi ha fatto capire che nel mondo del giornalismo era cambiato tutto. All’epoca ero nei pressi di Bengasi, stavo girando con le mie cassettine e la mia Sony. A un certo punto ci sono degli scontri. Mentre inizio il mio lavoro di reporter, sopraggiunge un van. Scende dal mezzo una troupe di Al Jaazera: tre telecamere e una parabola. Iniziano una diretta. Ho guardato i miei strumenti e mi sono chiesto: “Che cosa ci sto a fare io? Adesso butto via tutto?”. Secondo me il 2011 è stato un anno di svolta. Sono avvenute guerre in luoghi molto accessibili (Tunisia, Egitto, Libia). Tanti giornalisti sono partiti all’avventura, molti non erano preparati. Giornali e tv hanno iniziato ad acquisire materiale anche da colleghi non ipersolidi. Questo ha cambiato anche le regole del mercato. Ho sentito di colleghi e amici che, pur di apparire su media prestigiosi, hanno dato pezzi quasi gratis. Nel 2011 c’è stato, insomma, uno doppio svilimento, sia del mezzo che del mercato.

Perché sei stato attratto dalla professione giornalistica?

A 10 anni ero impegnato nella realizzazione del giornalino della mia classe: era già evidente ciò che volessi fare. Per spiegare la molla che mi ha spinto verso la professione giornalistica, racconto un episodio della mia carriera. Ho fatto un anno in Adnkronos, lontano dai riflettori e dalla prima linea. Facevo i lanci di agenzia, firmavo con l’iniziale del mio nome e del mio cognome. Eppure ero contentissimo perché mi trovavo dove succedevano le cose. Se oggi tu proponessi un’esperienza del genere a uno di questi giovani reporter d’assalto – che vogliono sempre apparire ed essere protagonisti della storia – riceveresti quasi sicuramente un netto rifiuto. A me, invece, interessa questo: stare dove succede un avvenimento e capirlo, per poi raccontarlo. Adesso faccio un programma, ma è successo 20 anni dopo che ho intrapreso un certo percorso. In sostanza, sono stato guidato da questa domanda: “Come posso essere utile per raccontare certi fatti?”. Ho cercato di seguire e studiare certe tematiche per cercare di fare quelle poche cose al meglio. Perché sapevo che lì potevo dare un valore aggiunto su certi temi. La vera molla, secondo me, deve essere questa.

Quali sono i reportage ai quali sei più legato?

Il mese passato in Libia nel 2011 è stato interessante e formativo. Avevo creato un collettivo. Eravamo in tre: un fotografo, penna pura, io facevo video e radio. Quel mese lì abbiamo confezionato tantissime storie vendendole a molti clienti diversi. Cito poi il Congo: è il paese a cui sono più legato per vari motivi. È di cuna complessità incredibile ma viene raccontato molto male. Infine il lavoro in cui ho avuto più budget e tempo (paradosso) è stato un documentario fatto a Hebron in Cisgiordania, dove il committente non era una testata giornalistica ma la Croce Rossa. I giornali hanno sempre meno tempo e soldi, e paradossalmente i soggetti del terzo settore sono quelli che hanno tempo, voglia, soldi ed energie per raccontare e far raccontare storie di lungo respiro. 

Perché partecipare all’Academy?

Lo dirò anche nel corso. Quello del giornalista è il lavoro più bello del mondo, però chi sceglie di intraprendere una strada del genere dovrà scontrarsi per tutta la vita contro tutto e tutti. Per i motivi che dicevo prima, per la difficoltà del lavoro, e perché non si stacca mai la spina. Uno degli studenti del corso, tra cinque-dieci anni, magari si chiederà: “Chi me l’ha fatto fare?”. È però importante sottolineare altri aspetti: siamo freelance, possiamo decidere le storie da raccontare e anche permetterci di essere ondivaghi. Nel mio caso, questo mi ha permesso di campare. Anche perché ho avuto un percorso strano: ho iniziato a scrivere sul Resto del Carlino, poi ho scritto di musica quindi ho fatto il pubblicitario e in seguito l’autore tv. Ho scoperto che sapevo “girare” e allora mi son buttato sugli esteri. Questo percorso, apparentemente caotico, mi ha dato numerose competenze diverse che adesso riesco a spendere.

FANPAGE NON MOSTRA IL VIDEO INTEGRALE. PIAZZA PULITA TAGLIA E MONTA LE INTERVISTE ALLA MELONI. E QUESTO SAREBBE GIORNALISMO? Il Corriere del Giorno il 7 Ottobre 2021. Giorgia Meloni : “Ho chiesto a loro, di Piazza Pulita, di aiutarmi a fare chiarezza fino in fondo e loro si sono rifiutati. Perché? E comunque il lavoro non è stato fatto da Piazza Pulita che ha mandato in onda il lavoro fatto da altri: ha controllato? E poi curiosamente anche le mie risposte sull’intervista della giornalista mandate in onda stasera sono state arbitrariamente tagliate e montate”. “Fidanza? E’ stato sospeso solo per il fatto di frequentare quella gente. Come ho detto anche questa sera a ‘Dritto e rovescio’ su Retequattro, non c’è nessuno spazio in Fratelli d’Italia per nostalgie del fascismo, razzismo, antisemitismo, folklore e imbecillità. E non c’è in queste dichiarazioni niente di nuovo rispetto al passato. Formigli non lo sa perché la verità non pare interessargli”. Lo dice Giorgia Meloni all’AdnKronos, replicando alle parole del giornalista Corrado Formigli, che nella puntata di questa sera di ‘PiazzaPulita’, su La7, ha accusato la presidente di Fratelli d’Italia di non aver detto “di essere schifata dai saluti fascisti e dalle proposte discutibili di finanziamenti ‘black’” mostrati nell’inchiesta di Fanpage sull’estrema destra a Milano, in cui è finito anche Carlo Fidanza ex capo-delegazione al Parlamento Europeo di Fratelli d’ Italia . “L’imbarazzo con il quale Formigli ha replicato a chi gli chiedeva perché non tirasse anche fuori il tema della condanna nel comunismo con gli esponenti della sinistra dimostra quanto sia sincero nella condanna delle ideologie totalitarie del XX secolo. Persone così ideologizzate lezioni di morale non hanno da farne“. La Meloni non ci sta ad essere definita arrogante per aver chiesto il girato integrale dell’inchiesta della testata online, quelle 100 ore che Fanpage dice (ma non prova) di aver registrato: “Io ho chiesto il girato con garbo, loro non me lo hanno dato. Questi sono fatti”, dice la leader di Fdi. “Io sono giornalista e non ho mai letto da nessuna parte che l’autonomia del giornalista comporti poter distruggere le persone senza mostrarne interamente le prove. – ricorda Giorgia Meloni – Per il resto ho chiesto a loro, di Piazza Pulita, di aiutarmi a fare chiarezza fino in fondo e loro si sono rifiutati. Perché? E comunque il lavoro non è stato fatto da Piazza Pulita che ha mandato in onda il lavoro fatto da altri: ha controllato? E poi curiosamente anche le mie risposte sull’intervista della giornalista mandate in onda stasera sono state arbitrariamente tagliate e montate”.

LA NUOVA FRONTIERA DEL GIORNALISMO D’INCHIESTA. Il Corriere del Giorno l’8 Ottobre 2021. Pubblichiamo il documento dell’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria, Media e processo penale. “Questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire. È piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell’Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali”.

Osservatorio sull’informazione giudiziaria: Venerdì scorso il programma “Piazza Pulita” ha dato voce e spazio alla rivista on line Fanpage.it mandando in onda un filmato girato con una telecamera nascosta da un giornalista che per tre anni si è finto un uomo d’affari a cui interessava finanziare un gruppo politico italiano al fine di ottenere vantaggi per il proprio business e ha iniziato a frequentare personaggi della destra milanese. Tale divulgazione pare abbia suggerito, ieri, l’apertura di un fascicolo di indagine con le ipotesi provvisorie di condotte di finanziamento illecito ai partiti, riciclaggio e apologia di fascismo. Non ci interessa entrare nel merito, né tornare a parlare dell’uso strumentale delle indagini giudiziarie per contrastare quello o quell’altro avversario politico e neppure, una volta tanto, di populismo giudiziario. Il tema, o meglio dire, il fenomeno che ci interessa è questa nuova forma di “giornalismo d’inchiesta”. Mentre il Parlamento è impegnato nella ‘traduzione’ legislativa della Direttiva Europea in materia di presunzione d’innocenza, ove centrale è il tema affrontato in relazione alle ricadute anche sul versante mediatico, lo “strepitus” connesso al risalto offerto dalla stampa ad una vicenda dai connotati ‘penalmente’ rilevanti trova infatti un’ulteriore modalità espressiva. In questo caso non si assiste più alla ‘ricerca’ di informazioni correlate alla vicenda sottostante un’indagine giudiziaria in corso o alle solite, impunite violazioni del segreto istruttorio. Questa volta siamo al cospetto di un reporter che, dissimulando il proprio status personale, stimola proposizioni e comportamenti penalmente rilevanti, sino a determinare il momento genetico della notitia criminis, all’esito della pubblicazione del reportage. Il percorso ‘informativo’ subisce così una drammatica inversione ad U nel suo ‘fisiologico’ sviluppo informando il cittadino con la notizia di un fatto innescato e non con l’approfondimento di un fatto già accaduto. Questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire. È piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell’Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali. Siamo giunti ad un crocevia estremamente pericoloso, nel quale le persone sono offerte in pasto all’opinione pubblica sulla base di informazioni raccolte nel corso di una vera e propria ‘indagine privata’, che addirittura precede e ‘genera’ la vicenda procedimentale propriamente intesa. Un’indagine che non conosce termini da osservare, autorizzazioni da chiedere, contraddittori da rispettare, che si avvale dei mezzi più invasivi della privacy, di intercettazioni ambientali, telecamere nascoste e agenti provocatori, i cui risultati vengono divulgati senza alcun controllo. Altro che direttive sulle conferenze stampa, garanzie e presunzione di innocenza. La domanda sorge spontanea: si tratta di un’attività lecita? Il primo precetto che appare violato è quello di cui all’art. 494 c.p. (sostituzione di persona), poi, dietro fila, entrano in gioco l’art 167 Codice Privacy (trattamento illecito dei dati tramite diffusione delle conversazioni, l’art. 615-bis c.p. (interferenze illecite nella vita privata), l’art. 617-septies c.p. (diffusione di riprese e registrazioni fraudolente). Dunque, la punibilità per la violazione di quest’ultima norma è espressamente esclusa (scriminata) allorquando la diffusione si commetta per l’esercizio del diritto di difesa o di cronaca. Nel parametrare la scriminante del diritto di cronaca al reato di sostituzione di persona, la Corte di Cassazione in un primo momento ha avuto modo di affermare che il giornalista non può realizzare un inganno tale da sostituirsi ad altra persona per carpire informazioni alla fonte, nè, in generale, deve ritenersi che egli possa commettere reati strumentali, prodromici e funzionali alla acquisizione della notizia, sia pur di interesse pubblico, contando sull’effetto “salvifico” della scriminante dell’esercizio del diritto ad informare. Per poi affermare di recente come “l’interpretazione convenzionalmente orientata della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto alla luce dell’art. 10 della convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali impone di ritenere configurabile la scriminante del diritto di cronaca non soltanto in relazione ai reati commessi con la pubblicazione della notizia, ma anche con riguardo ad eventuali reati compiuti al fine di procacciarsi la notizia medesima, salva la valutazione della violazione o meno degli eventuali limiti estrinseci del diritto.” In altre parole, spetterebbe al giudice valutare nel merito il bilanciamento tra gli interessi in gioco e verificare se la pubblicazione della notizia abbia apportato un contributo ad un dibattito pubblico su un tema di interesse generale e se nelle circostanze del caso concreto l’interesse ad informare la collettività prevalga “sui doveri e sulle responsabilità” che gravano sui giornalisti. Siamo dunque al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico, che non possiamo non segnalare, perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore, al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza. Se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), il “giornalismo d’inchiesta” si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali. Oggi è successo ad un partito politico, domani potrà accadere ad altri schieramenti, ed ancor peggio, a qualsiasi cittadino, al di là della personale visibilità o notorietà. Sarà sufficiente che il caso che si vorrà scoprire o creare sia idoneo a promuovere un dibattito pubblico che, come al solito, assumerà più importanza di un eventuale, successivo procedimento penale. L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’ Unione delle Camere Penali Italiane.

"L'unico obiettivo è raggiungere lo scoop". I penalisti contro il caso Fidanza: “Non è giornalismo d’inchiesta ma indagine privata che si sostituisce ai pm”. Redazione su Il Riformista il  7 Ottobre 2021. “Questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire. E’ piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell’Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali”. A scriverlo è l’osservatorio sull’informazione giudiziaria delle Camere penali, in merito all’inchiesta di Fanpage sulla presunta “lobby nera” che ha coinvolto l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza e Roberto Jonghi Lavarini, noto come il “Barone nero”, che hanno sostenuto la candidata al consiglio comunale di Milano di Chiara Valcepina. “Siamo giunti ad un crocevia estremamente pericoloso – osservano i penalisti – nel quale le persone sono offerte in pasto all’opinione pubblica sulla base di informazioni raccolte nel corso di una vera e propria ‘indagine privata’, che addirittura precede e ‘genera’ la vicenda procedimentale propriamente intesa”. Secondo gli avvocati “e dunque al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico, che non possiamo non segnalare, perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore, al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza: se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra Costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), – si legge ancora nel documento – il ‘giornalismo d’inchiesta’ si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali“. Oggi, rileva ancora l’osservatorio delle Camere penali, “è successo ad un partito politico, domani potrà accadere ad altri schieramenti, ed ancor peggio, a qualsiasi cittadino, al di là della personale visibilità o notorietà. Sarà sufficiente che il caso che si vorrà scoprire o creare sia idoneo a promuovere un dibattito pubblico che, come al solito, assumerà più importanza di un eventuale, successivo procedimento penale”.

Da liberoquotidiano.it il 7 ottobre 2021. "Non è giornalismo d'inchiesta" ma una "indagine privata" al di fuori di regole e controlli. A "smontare" l'inchiesta "Lobby nera" di Fanpage su Fratelli d'Italia è l'Osservatorio dell'Unione delle camere penali. Organismo istituzionale non propriamente di parte, dunque. L'indagine giornalistica, andata in onda giovedì scorso a Piazzapulita su La7, realizzata nel corso di 3 anni con un giornalista sotto copertura e infiltrato come "finto imprenditore", ha portato a galla diversi "filoni". Da un lato, il possibile ricorso a forme di finanziamento elettorale in nero da parte di importanti esponenti di Fratelli d'Italia in Lombardia. Dall'altro, quello di atteggiamenti nostalgici verso il Fascismo e riferimenti a Hitler. Per questo motivo martedì la Procura di Milano ha aperto una indagine per riciclaggio e finanziamento illecito su Carlo Fidanza, europarlamentare di FdI (auto-sospesosi) e il "barone nero" Roberto Jonghi Lavarini, che nel partito di Giorgia Meloni da anni non ha più alcun ruolo ufficiale. E dalla Procure filtrano voci di possibili sviluppi per "apologia di fascismo". Secondo l'Ucpi, in un durissimo comunicato, "questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire", ma "piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell'Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali. Siamo giunti ad un crocevia estremamente pericoloso, nel quale le persone sono offerte in pasto all'opinione pubblica sulla base di informazioni raccolte nel corso di una vera e propria 'indagine privata', che addirittura precede e 'genera' la vicenda procedimentale propriamente intesa". L'Osservatorio carceri dell'Unione delle camere penali lancia l'allarme su una indagine "che non conosce termini da osservare, autorizzazioni da chiedere, contraddittori da rispettare, che si avvale dei mezzi più invasivi della privacy, di intercettazioni ambientali, telecamere nascoste e agenti provocatori, i cui risultati vengono divulgati senza alcun controllo". Siamo di fronte, insomma, a "una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico". "Se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra Costituzione, il 'giornalismo d'inchiesta' si sostituirà alla magistratura inquirente - avvertono i penalisti - con l'unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali. Oggi è successo ad un partito politico, domani potrà accadere ad altri schieramenti, ed ancor peggio, a qualsiasi cittadino, al di là della personale visibilità o notorietà".

Luigi Ippolito per il "Corriere della Sera" il 18 febbraio 2021. Dieci anni fa c'era solo un impiegato in un ufficio di Leicester, in Inghilterra: molto annoiato, con molto tempo a disposizione e con un'ossessione per i video di guerra su YouTube. Oggi quel tizio è Eliot Higgins, il fondatore di Bellingcat, il sito web di investigazioni che ha smascherato i crimini di Assad in Siria e le operazioni segrete del Cremlino. Una storia raccolta in un libro appena uscito a Londra e in via di pubblicazione in tutto il mondo («Noi siamo Bellingcat: un'agenzia di intelligence per il popolo»): una vicenda che Higgins ha ripercorso ieri in un incontro con la stampa internazionale. «Volevo scrivere questo libro - racconta l'autore - perché mi è sembrato il momento giusto per mostrare cosa sono diventate le indagini basate su fonti open source (cioè su dati disponibili a chiunque su Internet). Ora ci sono molti sforzi per trasformare questo lavoro in qualcosa di utile anche a livello giudiziario: ma è cominciato dieci anni fa con me che litigavo con la gente sui social media attorno ai video del conflitto in Libia. Poi è venuto il blog per mettere giù le mie idee: ma all'inizio non era più di un hobby». Un hobby che lo ha portato lontano. Assieme ad altri dilettanti del web, usando tecniche come la geo-localizzazione satellitare, ha dimostrato l'uso di bombe a grappolo e di armi chimiche da parte della forze di Assad in Siria. «Sempre più gente ha chiesto di scrivere sul mio blog: e così ho lanciato il sito», spiega Higgins. Bellingcat prende il nome dalla storia dei topolini che mettono la campanella al collo del grosso gatto: «Io insegno alla gente come mettere la campanella al gatto», dice Higgins. «Quando succede qualcosa c'è un sempre un'eco su Internet: video, foto, testimonianze. Noi guardiamo all'impronta digitale di un evento reale», per ricostruire cosa è accaduto. Il grande catalizzatore è stato l'abbattimento dell'aereo della Malaysian Airlines nei cieli dell'Ucraina, nel 2014: Higgins e la sua armata amatoriale hanno dimostrato che erano stati i soldati russi. E allo stesso modo hanno poi smascherato gli agenti di Putin responsabili dell'avvelenamento degli Skripal a Salisbury e quelli dietro il tentativo di assassinare Aleksey Navalny. Il che ha messo Higgins al centro dell'attenzione del Cremlino: «Prima ho ricevuto attenzioni moleste dai media russi - rivela - poi attacchi hacker, quindi il loro ambasciatore ci ha accusati di essere al servizio dell'intelligence britannica. E ora il fatto che abbiamo rivelato almeno sette-otto omicidi compiuti dai servizi russi col nervino rappresenta un ulteriore elemento di pericolo». Ma la cosa stupefacente è che tutto questo lavoro è stato svolto da uno che non è un giornalista - «e non mi considero tale» - né uno 007. Ed è la dimostrazione che bisogna solo avere occhi per guardare dalla parte giusta.

·        Le Intimidazioni.

Dagospia il 25 novembre 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Non possiamo tacere sul fango che sta circolando sul programma a cui collaboriamo da anni, alcune e alcuni di noi da decenni. Consideriamo ridicole e offensive le parole riportate in pubblico tratte da una lettera anonima che mettono in discussione la professionalità di colleghi e colleghe. Ci spiace constatare che queste calunnie abbiano trovato eco all'interno dell'Organo di Vigilanza sul Servizio pubblico radiotelevisivo, in una interrogazione che getta ombre sulla correttezza dell'intero nostro lavoro. Da quando è iniziata la sua storia, quasi 25 anni fa, Report ha sempre avuto una sola linea: trovare e approfondire le notizie, verificarle oltre ogni ragionevole dubbio e renderle pubbliche perché questo è il dovere di ogni giornalista. Ci dispiace ancora di più che le principali vittime di questa vicenda siano le colleghe che lavorano in redazione e realizzano le inchieste, con grande professionalità, passione per il lavoro giornalistico e serietà indiscussa. E ci colpisce che se ne parli solo ora, per stessa ammissione di alcuni membri della Commissione, diversi mesi dopo la circolazione del testo anonimo e non quando a suo tempo ricevuto, questo proprio a ridosso della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A respingere al mittente le accuse di inchieste pretestuose basta la storia degli attacchi giudiziari ricevuti da Report, che ha sempre dimostrato l'inattaccabilità dei suoi servizi e delle sue croniste e cronisti. Ci sembra di assistere a un copione troppo spesso, in passato, già letto e subìto da colleghe e colleghi che davano fastidio. Quando il lavoro d'inchiesta è inattaccabile, si tenta di colpire sul personale. Evidentemente il lavoro dell'intera redazione dà  fastidio a troppi. 

Report, una lettera anonima accusa Ranucci di abusi in redazione. Lui: «Fango e falsità». Silvia Morosi su Il Corriere della Sera il 26 Novembre 2021. Una lettera anonima accuserebbe Sigfrido Ranucci di condurre la sua trasmissione, Report, in maniera non professionale: dal mobbing sugli altri giornalisti ai servizi montati ad arte, fino alle avances sessuali verso alcune colleghe. Una missiva nota da mesi, tornata al centro del dibattito dopo che mercoledì scorso, durante l'audizione in Vigilanza Rai, Davide Faraone (Italia Viva) e Andrea Ruggieri (Forza Italia) avrebbero chiesto spiegazioni all'ad Carlo Fuortes. A raccontare la vicenda, dall'inizio, è il conduttore di Report, in un lungo post su Facebook. «Altro fango su Report da Italia Viva e Forza Italia che riciclano lettere anonime. Dopo i falsi dossier su fonti pagate, le false mail tra me e Casalino, le false accuse di essere no vax, ora arrivano le lettere anonime con le accuse di “bullismo sessuale in redazione e di servizi preconfezionati”», scrive Ranucci. A «mettere il fango nel ventilatore» — prosegue il post — « sono stati ieri (mercoledì, ndr) in commissione di vigilanza parlamentare gli “onorevoli” Davide Faraone di Italia Viva e Andrea Ruggeri di Forza Italia. I due hanno chiesto chiarezza sulla lettera anonima. Vorrei rassicurarli. Prima di loro è stato il sottoscritto a chiederla». Si tratta di «un altro dossier basato su falsità. E ho già presentato una denuncia il 5 agosto», ha aggiunto poi il conduttore parlando all’AdnKronos, riferendosi ai comportamenti impropri di cui è accusato. In merito alla lettera anonima che riguarda Ranucci, «devo dire che è la prima volta che sento una cosa del genere. Evidentemente alla responsabile dell'Audit non è arrivato nulla perché lei sa che mi deve avvertire quando ci sono cose importanti. Cercheremo di capire di cosa si parla. Io agli atti non ho nessun tipo di denuncia formale o informale», ha replicato Fuortes.

Felice Manti per "il Giornale" il 25 novembre 2021. C'è una lettera anonima che sta togliendo il sonno a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Un elenco di accuse pesanti: servizi confezionati ad arte, mobbing tra le scrivanie, relazioni sessuali con colleghe. Un caso di #metoo e di scarsa deontologia nel sedicente tempio del giornalismo d'inchiesta? Sarebbe un paradosso. A far scoppiare la bomba in commissione di Vigilanza Rai è stato Davide Faraone di Italia viva. Tra l'imbarazzato e lo stupito l'ad Carlo Fuortes: «È la prima volta che sento una cosa del genere. Evidentemente alla responsabile dell'Audit non è arrivato nulla perché lei sa che mi deve avvertire quando ci sono cose importanti. Cercheremo di capire di cosa si parla. Io agli atti non ho nessun tipo di denuncia formale o informale», ha detto. «Non si può dare credito a una lettera anonima, ma se ci sono delle denunce bisogna indagare comunque», ha fatto capire Andrea Ruggieri, deputato di Forza Italia e membro della commissione di Palazzo San Macuto: «Cosa ha fatto o farà Rai per chiarire se il conduttore di Report è vittima di una calunnia, o se ci sono donne vittime di prevaricazione?». Già, perché nella missiva - che circolerebbe da mesi- si farebbe riferimento ad alcune colleghe che sarebbero state pesantemente dileggiate sul posto di lavoro. Il dossier sarebbe datato fine 2017 e poi sarebbe stato «allargato» ad altre vicende. Una prima versione sarebbe stata mandata via mail attraverso il servizio protonmail, che serve a proteggere l'identità del mittente. Le tre colleghe coinvolte, contattate dal Giornale, non commentano. Una serie di copie dattiloscritte a mano sarebbero state inviate per lettera sia ai vertici Rai sia al capo del personale. Circostanza confermata dalla denuncia ai carabinieri presentata da Sigfrido Ranucci il 5 agosto scorso, nella quale però si chiamerebbe in causa l'allora direttore di rete Franco Di Mare, che avrebbe convocato Ranucci per discuterne. Ma perché Fuortes non ne sapeva nulla? Perché è stata insabbiata? «A differenza di Report non amo né do credito a comunicazioni o interviste anonime, ma delle due l'una- dice Ruggeri al Giornale- Se Ranucci è vittima di calunnia è doveroso tutelare un protagonista del servizio pubblico; diversamente, la Rai non potrebbe tollerare atteggiamenti di bullismo professionale o sentimentale in seno a una redazione». Michele Anzaldi del Pd dice di averla ricevuta da tempo ma che il contenuto non lo ha mai convinto. Certo, le accuse sono gravissime, Ranucci si difende e fa sapere che denuncerà chiunque darà credito a questo falso dossier. Tra le illazioni pesantissime ci sarebbe anche quella di aver manipolato la verità. Un servizio assegnato a una giornalista sul ruolo di un grande gruppo sanitario lombardo durante la pandemia sarebbe sparito, senza mai andare in onda, perché «troppo equilibrato», lo stesso servizio sarebbe stato assegnato a un altro collega, con gli esiti sperati. Ne sarebbe nata persino una querelle con l'importante gruppo sanitario ma mai sfociata in uno scontro di carte bollate, come confermerebbe un carteggio intercorso al suo tempo tra il gruppo e Viale Mazzini. Adesso la palla passa all'Audit Rai. Peccato che Report non possa farci una puntata...

Negli altri Paesi non è permesso, non so in Italia...Woodcock mi vuole mandare in prigione, può fare il Pm in un processo contro l’editore del giornale che ha querelato? Piero Sansonetti su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Scusate se ogni tanto parlo di cose nostre. In evidente conflitto di interessi. È solo che proprio in questi giorni mi sono occupato di un processo, anzi due, che il mio editore, Alfredo Romeo, sta affrontando a Napoli. Non da solo, insieme ad altre 50 persone. Diciamo pure una robusta associazione a delinquere. I processi sono due perché sono stati divisi dalla Procura. Uno è solo per Romeo e per l’architetto Russo, l’altro per Romeo, l’architetto e altri 50. Il primo è con giudizio immediato, il secondo con rito tradizionale. Il reato è esattamente lo stesso: tangenti. Le stesse identiche e ipotetiche tangenti. Gli imputati hanno proposto di unificare, perché a loro sembrava logico, ma il tribunale ha detto di no. Da quando ‘sta cosa è iniziata sono stati cambiati già 14 giudici. Gran giostra. Decine e decine di magistrati impegnati. Del resto – dicono- la partita è grossa. La parte principale del reato è il regalo di un myrtillocactus (non sapete cos’è? Ve lo dico io: una pianta, francamente bruttina, tutta attorcigliata, che vale dai 50 ai 100 euro); e poi c’è uno sconto consistente sul biglietto di ingresso a un centro benessere. e altre mandrakate simili. La somma di tutte le tangenti pagate da questa banda di 50 farabutti raggiungerebbe quasi i 1000 euro (800 per la precisione: circa 17 euro per imputato); i vantaggi ottenuti pare però che siano inesistenti. Gli imputati si difendono. Alcuni, compreso Romeo, dicono di non saperne niente. Altri sostengono che non credevano che regalando a una signora un myrtillocactus si commettessero – tutti insieme – i reati di truffa, associazione a delinquere, abuso d’ufficio, traffico di influenze, corruzione, peculato, violenza privata e così via. Riflettevo su tutto questo leggendo sui giornali che pare che siano state pagate tangenti significative anche per l’acquisto da parte del governo italiano di alcuni milioni di mascherine anti covid. Ci sono due tronconi di questa inchiesta. In uno dei due tronconi è coinvolto l’ex commissario anticovid Domenico Arcuri, nominato dall’allora premier Giuseppe Conte. Nell’altro Troncone è coinvolto invece l’ormai celebre Luca Di Donna, avvocato compagno di ufficio di Giuseppe Conte. Nel primo caso sarebbe stata pagata una commissione di circa 72 milioni di euro per queste mascherine. Che però erano mascherine fasulle. Non funzionavano e spargevano il contagio. Il governo le ha comprate lo stesso, e qualcuno ha messo a posto i conti di famiglia, credo, con questi 72 milioni (sai quanti mirtilli cactus si possono comprare con 72 milioni? Circa 900 mila. Il problema è che poi non sai dove metterli 900 mila mirtilli cactus…). Nel secondo caso sembra che agli imprenditori che fornivano le mascherine sia stata chiesta una commissione dell’8 per cento. E più o meno questa tangente avrebbe fruttato sempre una settantina di milioni. L’imprenditore rifiutò e l’affare saltò. Io sono sicuro che Romeo è innocente. Tendo a pensare che anche per i due casi Arcuri sia ingiusto condannare e mettere alla gogna prima che esca fuori qualcosa di concreto. Per ora c’è solo la certezza che le mascherine acquistate erano farlocche, e che un imprenditore umbro denuncia che a lui è stata chiesta una commissione dell’8 per cento. Tutto qui, eh. Non voglio trarre nessuna conclusione, per carità. Solo che mi veniva in mente questo paragone tra 800 euro e 72 milioni di euro. Siccome i giornali spesso hanno fatto molto chiasso sugli 800 euro. Prendete Il Fatto: oh, quanti articoli su Romeo! Su Arcuri- Di Donna-Conte un po’ meno. Vabbé, ognuno poi fa come gli pare. Oltretutto penso che sia molto difficile indagare su Conte se è vero quello che io vado dicendo da molto tempo, e cioè che Conte non esiste. C’è comunque l’assoluzione con la formula: l’imputato non sussiste. P.S. Magari avrò scritto anche perché ho il dente avvelenato. Il deus ex machina del processo per il myrtillocactus è il celebre Pm John Henry Woodcock. Il quale, ho saputo l’altro giorno, mi ha querelato e vuole mandarmi in prigione per diffamazione. Perché? Il solito: l’ho criticato. E Woodcock ha fatto causa al Riformista. Ai magistrati non piace mai essere criticati. Piuttosto, una domanda: ma visto che il Riformista appartiene a Romeo, può Woodcock fare il Pm in un processo nel quale l’imputato è il proprietario del giornale che lui querela? Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Spagna, in Bulgaria e in diversi paesi asiatici e africani questo non è permesso. Non so in Italia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Follia anti Palamara: è un danno presentare il libro nelle spiagge. Lodovica Bulian il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. La teoria dell'avvocatura dello Stato nella richiesta di mixa-risarcimento da un milione. Con il libro intervista Il Sistema di Alessandro Sallusti, e con la sua presentazione in giro per l'Italia, l'ex pm Luca Palamara lederebbe ulteriormente l'immagine della magistratura e dunque del ministero della Giustizia: «Un libro a carattere denigratorio di tutto l'ordinamento giudiziario, che viene presentato in tutti i luoghi di villeggiatura e che continua a presentare una immagine distorta, viziata e di enorme discredito». Parlava così uno dei due legali dell'avvocatura dello Stato - come si legge oggi dalle trascrizioni - lo scorso 16 luglio, in una delle ultime udienze preliminari nel procedimento a carico di Palamara, prima del suo rinvio a giudizio con l'accusa di corruzione per l'esercizio della funzione. Il libro, che nulla ha a che fare con il processo e con quel capo d'imputazione, è stato invece citato dall'avvocatura - che rappresenta le parti civili della presidenza del consiglio dei ministri e del ministero della Giustizia - come un ulteriore danno all'immagine delle istituzioni: «Se l'evento offensivo è cessato non è cessato di sicuro il danno che viene richiamato, riprodotto costantemente da questi interventi mediatici che ne amplificano gli effetti in maniera esponenziale», continuano i legali. Che chiedono un risarcimento del danno da un milione di euro perché le condotte di Palamara sarebbero state «lesive degli stessi valori costituzionali di imparzialità e indipendenza della funzione giudiziaria», e soprattutto «della percezione che la collettività» ha dell'ordinamento giudiziario. Era stato l'allora ministro della giustizia Alfonso Bonafede, all'indomani dello scandalo che nel maggio 2019 ha travolto il Csm, a volere che il ministero si costituisse parte civile nel processo, così come la presidenza del Consiglio di Giuseppe Conte. Che ha autorizzato il mandato all'Avvocatura dello Stato. Il trojan inoculato nel cellulare dell'ex consigliere del Csm che veniva intercettato per corruzione, aveva svelato anche le nomine pilotate negli uffici giudiziari. Uno scandalo che ha gettato «discredito sull'apparato» e provocato la «lesione dell'interesse alla imparziale e efficace organizzazione della giustizia», si legge nella costituzione di parte civile. Così come il danno provocato a Palazzo Chigi con la «lesione dei valori di imparzialità e indipendenza della funzione giudiziaria».

Il libro poi, che svela altri retroscena sulla storia della magistratura degli ultimi vent'anni, con la sua grancassa mediatica non avrebbe fatto altro che aggravare il danno. Ma se Palamara ha subito gridato alla censura da parte delle istituzioni, fonti del ministero della giustizia ricordano che la decisione di costituirsi parte civile risale a novembre 2020 ed e è precedente alla pubblicazione del libro. La scelta di tirarlo in ballo in Aula farebbe parte della strategia processuale degli avvocati a cui il ministero è «del tutto estraneo». E nulla cambia per i legali dello Stato neanche la riformulazione del capo d'accusa da parte dei pm perugini, che contestano non più la corruzione in atti giudiziari ma quella per l'esercizio della funzione: «L'imputazione di corruzione per l'esercizio della funzione non è di sicuro un'ipotesi inferiore, anzi - dicono in aula - attesa l'ampia lesività e il costante comportamento di mercificazione contestato all'imputato. E soprattutto non modifica la posizione delle due parti civili che hanno chiesto il risarcimento di un danno non patrimoniale come danno esistenziale e di un danno patrimoniale per quanto riguarda il ministero della Giustizia». Lodovica Bulian

Annullata la sentenza del Consiglio di Stato. “Il sistema non si tocca!” l’avvertimento del Csm a Viola. Sabrina Pignedoli su Il Riformista il 18 Luglio 2021. Quando ieri ho letto l’articolo del Riformista Il Csm straccia la sentenza “La giustizia è cosa nostra”, sono scoppiata a ridere: ma come può un Csm che è stato dimezzato dalle dimissioni a seguito degli scandali sulle nomine intervenire contro il Consiglio di Stato che metteva in rilievo quello che dovrebbe essere considerato l’ennesima irregolarità in una nomina? Lo dice sia il Tar, sia il Consiglio di Stato: la nomina uscita dal Csm di Michele Prestipino a procuratore di Roma non è corretta dal momento che vi era un altro pretendente, Marcello Viola, che aveva più titoli, più esperienza e più anzianità di servizio e pertanto era più meritevole di occupare quell’importante poltrona. Il “radicamento” territoriale – valutato dal Csm per Prestipino – non è un parametro tra quelli da prendere in considerazione per le nomine. Dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato mi sarei aspettata che il Csm se ne stesse silente, con la coda tra le gambe e magari riflettesse seriamente sul perché è scaturita la nomina di Prestipino, da sempre molto vicino a Pignatone, al posto di quella di Viola, anche alla luce delle captazioni avvenute tramite il trojan del telefono di Luca Palamara. Parlando con Legnini, Palamara spiega perché Pignatone è interessato alla sua successione alla poltrona di procuratore capo di Roma. “Perché hanno paura che se va un altro mette le mani nelle carte, Giovà, e vede qualcosa che non va non c’è altra spiegazione come tipico di Pignatone questo è il discorso, è successo con me, è successo con Cisterna che devo dì che Pignatone mi ha chiesto tutte le cose parliamo di interferenze tutte le cose di Roma. Eh io l’ho fatto queste io le devo di ste cose o no. Dico io ho avuto sempre un ottimo rapporto, ogni cosa che mi chiedeva era funzionale all’ufficio”. Una frase che acquista senso anche alla luce della recente audizione di Luca Palamara alla Commissione parlamentare antimafia, quando ha spiegato che, per la sua successione a Reggio Calabria, Pignatone avrebbe voluto Prestipino perché vi erano vicende delicate che era meglio gestire con una certa "continuità", come quelle del magistrato Alberto Cisterna, del pentito Nino Lo Giudice, del ritrovamento del bazooka e del disciplinare a un altro magistrato del suo team, Beatrice Ronchi. Bene, alla luce anche di tutto questo, il Csm, anziché tentare di dimostrarsi minimamente credibile, lasciando che la questione se la risolvano i due magistrati che si contendono il posto, ha deciso di intervenire. E qui ho smesso di ridere. Perché se sono intervenuti con una delibera ‘adesiva’ al ricorso per Cassazione di Prestipino, significa che le “carte da gestire” sono molto, molto interessanti, che ci sono poteri in gioco ancora da difendere a spada tratta e che c’è tutto un sistema che non ha nessuna intenzione di cambiare, arroccato nella propria autodifesa e nell’avvertimento decisamente esplicito dato a chi non si piega alle decisioni del Sistema e presenta ricorso. Sabrina Pignedoli

Si faccia chiarezza con un’interrogazione. Vogliono zittire Palamara perché ha raccontato il marcio della magistratura: chiesto il sequestro del libro e 1 milione di euro. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 20 Luglio 2021. Giuro che quando ho letto la notizia sono caduto dalla sedia. Ho pensato ad uno scherzo. Tanto che ho cercato conferme perché non avevo trovato – con l’evidenza che meriterebbe – la notizia sui quotidiani. A che cosa mi riferisco? L’Avvocatura dello Stato ha chiesto il sequestro del saggio Il Sistema di Luca Palamara ed Alessandro Sallusti e il risarcimento di un milione di euro per il danno di immagine dello Stato. L’Avvocatura non agisce motu proprio; non ha l’obbligo di esercitare l’azione difensiva. Quindi da chi ha avuto l’incarico? Presumibilmente dal governo. Che ruolo hanno avuto Draghi e Cartabia? Qualche parlamentare di buona volontà dovrebbe presentare al più presto un’interrogazione, perché non è consentito che finisca sotto silenzio un fatto tanto grave, una vera e propria intimidazione. Magari per persuadere con le cattive Luca Palamara a non cimentarsi con una seconda puntata. Nel libro un ex magistrato racconta la sua esperienza ai vertici del sistema delle correnti, cita episodi (che dichiara di poter documentare se necessario) e denuncia la gestione – nell’ambito dell’autonomia del Csm – delle nomine mediante una accurata lottizzazione che è sotto gli occhi di tutti, tanto che, anche a causa di queste pratiche, è aperto il problema di come riformare l’organo di Palazzo dei Marescialli proprio per eliminare quei vizi che Luca Palamara ha rivelato. Un ex magistrato che ha fatto e disfatto carriere ai vertici dell’associazionismo giudiziario meriterà pure per le ammissioni e testimonianze un po’ di quel credito che viene riconosciuto, d’acchito, ai pentiti di mafia! Chiedere il sequestro di un libro – senza indicare questioni specifiche e senza dimostrare la falsità di certe ricostruzioni che vi sono contenute – ha un solo significato: è proibito scrivere sulla magistratura; guai a parlare male del nostro Garibaldi collettivo. Ma l’aspetto più farisaico e disonesto sta nelle motivazioni della richiesta del sequestro e del risarcimento del danno: la tutela dell’immagine dello Stato. In sostanza, non si deve far sapere in giro che nell’ordine giudiziario si combinano giochi di potere e si fa politica attraverso le sentenze. Ma – mi chiedo – non è il Parlamento la più importante istituzione democratica della Repubblica, che viene al primo posto nella stessa Costituzione? Insultare, dileggiare, additare al pubblico ludibrio i parlamentari è divenuto – da La casta in poi – persino un genere letterario nel quale si sono cimentate le grandi (e piccole) firme del giornalismo, sfornando best seller che suonavano offesa già nel titolo. E la gogna non aveva per oggetto malversazioni, corruttele o violazioni di legge. No. Si sono prese di mira le indennità, i vitalizi, i prezzi delle buvette e tutto quanto potesse incrementare l’invidia sociale e rappresentare gli eletti del popolo come una massa di scrocconi propensi a condurre “la bella vita” piuttosto che occuparsi monasticamente della cosa pubblica. Poi è stata la volta delle “spese pazze” dei consiglieri regionali, con veline trasmesse dalle procure ai loro pennivendoli dove si raccontava di scontrini della toilette, acquisto di mutande verdi, residenze truffaldine, uso di denaro pubblico per partecipare ad iniziative di partito, feste di carnevale e quant’altro. E quando si è raccontato al mondo che Roma, la città eterna, era inquinata dalla Mafia? Quale discredito ricade sull’immagine di una Stato da un’inchiesta denominata “Mafia Capitale”? Anche a costo di ingigantire i reati e i protagonisti di quelle vicende, elevando (“il mondo di mezzo”) una congrega di mazzettari e di rubagalline a grandi capi di Cosa nostra. Su “Mafia Capitale” quando ormai era stato chiarito, a livello giudiziario, che la mafia non c’entrava nulla, è stato prodotto persino uno sceneggiato televisivo che nessuno chiese di sequestrare. E non si è prodotto – dopo il processo a Giulio Andreotti – un danno all’immagine dello Stato grazie alla montatura della “trattativa” con la mafia? Ricordiamocelo: è stato chiamato come testimone dell’inchiesta persino un presidente della Repubblica, mentre un valoroso servitore dello Stato, come il generale Mario Mori, è ancora alle prese col suo calvario giudiziario. Non parliamo poi del tafazzismo italiota in economia, chiarendo bene un punto in premessa: chi scrive non sostiene – al pari dell’Avvocatura a proposito del libro Il Sistema – che vi sia una “ragion di Stato” che induca a chiudere gli occhi davanti alle malefatte e agli intrighi dei cosiddetti poteri forti, perché – come si diceva un tempo – è bene lavare i panni sporchi in famiglia. Un’inchiesta giudiziaria o giornalistica che scopre un affare losco e lo denuncia è il sale della democrazia. Ma quando si arriva a falsificare la realtà, a non tener conto delle prove, a costruire dei teoremi al solo scopo di creare un “caso”, si producono davvero e apposta dei danni all’immagine del Paese. Si pensi all’ex Ilva. Non esprime una bella immagine di sé un sistema Italia che dichiara guerra alla più grande acciaieria d’Europa (le accuse della magistratura tarantina sono state smentite da sentenze del Tribunale di Milano per quanto riguarda sia il reato di bancarotta dei fratelli Riva, sia l’attinenza dello stabilimento agli standard vigenti in materia ambientale). E che spettacolo fornisce un combinato mediatico-giudiziario che ha perseguitato una delle più importanti multinazionali dell’energia – l’Eni – accusando, in pratica senza prove né indizi, i suoi amministratori di corruzione a fini petroliferi delle autorità dei Paesi produttori? Abbiamo visto troppi film americani nei quali un pugno di volenterosi vincono la loro battaglia contro la multinazionale di turno, per non apprezzare una giustizia che non guarda in faccia a nessuno. Ma quando in un Paese, non protesta, come a Cuba, un popolo affamato e in balia del contagio, ma scendono in piazza i sindaci chiedendo alle procure di lasciarli lavorare, viene da chiedersi che cosa pensano di noi all’estero. Certo, sarebbe singolare se il saggio Il Sistema venisse condannato al rogo come accadde al film Ultimo tango a Parigi. Oggi viene proiettato persino nella sale parrocchiali. Giuliano Cazzola

Sallusti e Palamara, Bonafede e Conte hanno ordinato di fermare l'ex magistrato. Libero Quotidiano il 20 luglio 2021. Il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi e la Guardasigilli Marta Cartabia sono a conoscenza dell'iniziativa dell'Avvocatura dello Stato di chiedere un risarcimento da un milione di euro per «danno d'immagine» a Luca Palamara? Sarebbe interessante saperlo. La decisione di costituirsi come parte civile nel processo a Perugia nei confronti dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati venne presa quando a Palazzo Chigi c'era Giuseppe Conte e a via Arenula Alfonso Bonafede. Una decisione, va detto, obbligata quando l'imputato è un dipendente pubblico e, a maggior ragione, come nel caso di Palamara, un magistrato peraltro accusato di corruzione. Nessuno, tuttavia, obbligava il governo ad arrivare a chiedere un milione di euro. L'aspetto sorprendente di questa vicenda è che la numero uno dell'Avvocatura dello Stato di Perugia, l'avvocata Francesca Morici, coadiuvata dall'avvocata Maria Assunta Mercati, ha tirato fuori dal cilindro, per supportare la maxi richiesta, il libro "Il Sistema" scritto da Palamara con il direttore di Libero Alessandro Sallusti. In pratica, in un processo per corruzione, il danno d'immagine non sarebbe stato causato dalle condotte penalmente rilevanti eventualmente poste in essere da Palamara, quindi aver incassato favori e prebende varie dal faccendiere Fabrizio Centofanti, ma dall'avere raccontato cosa è successo nei tribunali italiani negli ultimi anni: dalle nomine pilotate, ai processi aggiustati, ai fascicoli scomodi lasciati prescrivere. 

CAIAZZA: «ASSURDO» - «È una cosa talmente assurda che dubito sia vera: ho un po' di riserve, dovrei leggere l'atto, perché mi sembra una cosa fuori da ogni logica», ha commentato il presidente delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza. «L'idea che l'Avvocatura, quindi che lo Stato chieda a Palamara un risarcimento non per ciò che ha fatto insieme a tutta la magistratura associata per dieci anni, ma per ciò che ha raccontato di aver fatto è una cosa incredibile», ha aggiunto Caiazza. Per il capo dei penalisti, «l'Avvocatura può lamentarsi solo se Palamara ha scritto delle falsità», ma il racconto «è quasi tutto fondato su whatsapp che sono stati acquisiti in un processo penale». «Il danno d'immagine- ha quindi concluso Caiazza - lo avrà portato la magistratura nell'aver agito in quel modo, non certo Palamara nel raccontarlo». A tal proposito va ricordato che la ministra Cartabia, alla quale la Costituzione assegna la facoltà di esercitare l'azione disciplinare nei confronti dei magistrati, non risulta abbia ancora esercitato i suoi poteri: nessuna toga citata nel libro da Palamara è stata nemmeno lontanamente destinataria di un avviso di apertura di un procedimento. E nessuna Procura, sempre da quanto risulta, sta indagando su quanto raccontato nel libro. 

UN MILIONE DI EURO - In compenso, però, l'Avvocatura dello Stato ha chiesto un milione di euro di danni a Palamara. Dietro questa richiesta è difficile non vedere una manovra per mettere pressione e costringere al silenzio l'ex presidente dell'Anm. L'Avvocatura dello Stato, in altre parole, verrebbe usata come "testa d'ariete" da parte di chi non vuole che Palamara continui a raccontare le nefandezze del sistema giudiziario italiano. Dopo averlo "affamato" sospendendolo dalle funzioni e dallo stipendio, arriva ora la mazzata finale. «Solo un regime cerca di fermare la presentazione di un libro: i magistrati puliti che sono la maggior parte in Italia non si facciano intimidire dal sistema correntizio e facciano sentire la propria voce libera», ha dichiarato l'attore Edoardo Sylos Labini, fondatore del movimento CulturaIdentità. Oggi, comunque, a Perugia è attesa la "deposizione spontanea" di Palamara prima del rinvio a giudizio. Non si escludono rivelazioni eclatanti. C'è solo da augurarsi che non venga interrotto dal procuratore Raffaele Cantone e dal giudice Piercarlo Frabotta.

L’Avvocatura dello Stato: «Censurate il libro di Luca Palamara». A Perugia durante l'udienza preliminare nei confronti di Luca Palamara. L'Avvocatura dello Stato ha chiesto la censura del libro "Il Sistema". Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 18 luglio 2021. Ancora colpi di scena a Perugia durante l’udienza preliminare nei confronti di Luca Palamara. L’Avvocatura dello Stato ha chiesto ieri la censura del libro ‘ Il Sistema’ scritto dall’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati insieme al direttore di Libero Alessandro Sallusti. «La richiesta dei pm di Perugia conferma che non ho mai commesso un atto contrario ai doveri di ufficio e che l’originaria accusa di aver preso 40.000 euro per la Procura di Gela è caduta. Sono certo di chiarire già alla prossima udienza del 19 luglio i residui fatti che mi vengono contestati, dimostrando di non aver ricevuto pagamenti e utilità. Sono turbato dalla richiesta di censura del libro da parte dei rappresentanti dell’avvocatura dello Stato: vogliono forse silenziarmi?», ha commentato a margine l’ex presidente dell’Anm. Il procuratore Raffaele Cantone ha chiesto la condanna ad otto mesi per l’ex procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, accusato di rivelazione del segreto, che aveva optato per l’abbreviato, ed il rinvio a giudizio per Palamara e per l’amica Adele Attisani. La decisione è attesa entro la fine del mese. Le accuse nei confronti di Palamara hanno subito nel tempo diverse modifiche. Cinque per la precisione. Quando l’indagine esplose, a maggio del 2019, a Palamara venne contestata la “corruzione propria per atto contrario”, articolo 319 codice penale, per avere ricevuto 40mila euro per la nomina del pm Giancarlo Longo a procuratore di Gela, e la ‘ corruzione in atti giudiziari’, articolo 319 ter codice penale, per avere ricevuto dal faccendiere Fabrizio Centofanti e dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore un anello del valore di 2mila euro, viaggi e vacanze. La Procura generale della Cassazione, il ministro della Giustizia ed Consiglio superiore della magistratura fecero proprie le accuse dei pm di Perugia, contestando a Palamara gli stessi fatti e sospendendolo dalle funzioni e dallo stipendio nel giro di un mese. Nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, ad aprile 2020 e nella richiesta di rinvio a giudizio, si cambiò registro. Scomparve il 319 e pure il 319 ter e compare il 318 del codice penale, "corruzione per l’esercizio della funzione". Sparirono anche i 40mila euro per la nomina di Longo e l’anello. Nel senso letterale del termine, perché non risulta alcuna richiesta di archiviazione per questi fatti che avevano suscitato clamore mediatico nel cautelare disciplinare. A Palamara si contestarono viaggi e vacanze e lavori edili mai pagati eseguiti non a casa sua, ma a casa dell’amica Attisani. Queste utilità Palamara le avrebbe ricevute “per l’esercizio delle funzioni svolte”, da Centofanti. Sparirono, infatti, anche Amara e Calafiore i quali, a maggio 2019, erano il motore della corruzione, essendo Centofanti solo un intermediario. Alla prima udienza preliminare, a novembre 2020, si cambiò ancora. Rimase la corruzione per l’esercizio della funzione, ma si specificò che le utilità Palamara le avrebbe ricevute quale “membro” del Csm “per l’esercizio delle funzioni svolte all’interno di tale organo quali, fra le altre, nomine di dirigenti degli uffici e procedimenti disciplinari”. Lo scorso febbraio si cambiò per tornare al passato. Vennero contestati insieme, per non sbagliare ancora e per non farsi mancare nulla, gli articoli 318, 319 e 319 ter. Le utilità rimasero viaggi e vacanze e ristrutturazioni ( non si riesumano i 40mila euro della nomina di Longo e l’anello da 2mila euro), ricevute da Palamara “prima quale sostituto della Procura di Roma ed esponente di spicco dell’Anm fino al settembre 2014, successivamente quale componente del Csm” per una congerie di “attività” che vanno dall’acquisizione di “informazioni riservate”, non meglio indicate, sui “procedimenti in corso” a Roma e a Messina su Centofanti ma anche su Amara e Calafiore ( che però non sono imputati) e per la disponibilità ad influenzare le nomine del Csm ( ritorna il nome di Longo ma non i 40mila euro) e i procedimenti disciplinari ( ritorna quello del pm Marco Bisogni citato nel decreto di perquisizione del maggio 2019 anche se non nei capi di imputazione). Con atto fuori udienza della scorsa settimana, e si arriva all’ultima modifica, i pm umbri “viste le dichiarazioni di Centofanti” che evidentemente ritengono “prevalenti” su quelle fatte da Amara nel febbraio 2021 e che avevano determinato la quarta modifica, modificano dunque per la quinta volta le imputazioni, ritornando all’ipotesi meno lieve della corruzione per l’esercizio della funzione. In particolare, l’esercizio della funzione sarebbe stato posto in essere consentendo a Centofanti di “partecipare ad incontri pubblici e riservati cui presenziavano magistrati e consiglieri del Csm… nei quali si pianificavano nomine” .. manifestando Palamara disponibilità ad acquisire “informazioni anche riservate sui procedimenti in corso a Roma e Messina che coinvolgevano Centofanti, Amara e Calafiore” ed infine “per la disponibilità del Palamara di accogliere richieste del Centofanti finalizzate ad influenzare … nomine del Csm e decisioni della sezione disciplinare”. 

Alessandro Sallusti contro la magistratura: "Un milione di euro, tentativo di estorsione nei miei confronti". Libero Quotidiano il 18 luglio 2021. L'Avvocatura generale dello Stato ha chiesto un milione di risarcimento per i "danni d'immagine" che il libro Il Sistema avrebbe procurato alla magistratura e al paese. Non so se il presidente Mario Draghi - pur con una sua autonomia l'Avvocatura dipende da Palazzo Chigi- sia stato consultato e abbia dato il suo assenso a una simile iniziativa senza precedenti in Italia (nessuno fino ad ora aveva messo sotto accusa un libro). Me lo chiedo perché gli avvocati dello Stato stanno mettendo in discussione in un colpo solo la libertà di espressione, quella di informazione e quella di stampa. Il libro Il Sistema infatti è la ricostruzione meticolosa e documentata di che cosa è avvenuto dentro la magistratura dal 2008 ai giorni nostri e di come questa "cosa" si sia incrociata con il mondo della politica e dell'informazione interferendo sul libero corso della democrazia. Il libro in questione è in libreria da sette mesi, da sette mesi è in testa alle classifiche di vendita, i suoi contenuti sono stati sviscerati in numerose trasmissioni televisive, animano molti dibattiti dell'estate italiana e lo Stato, sotto la guida di un liberale come Mario Draghi sostenuto da partiti altrettanto liberali a partire da Forza Italia, che fa? Chiede i danni, non ai magistrati come avrebbe avuto senso fare alla luce del discredito che hanno causato all'Italia, ma agli autori del libro, cioè a chi attraverso un lavoro serio e certificato ha permesso agli italiani di conoscere i misteri (e le nefandezze) del sistema giudiziario italiano. Tutto ciò dimostra come il libro Il Sistema abbia colto nel segno e quanto il sistema sia ben più ampio e ancora oggi radicato di quanto svelato da Palamara. Questo è un tentativo di estorsione dello Stato nei miei confronti e di Palamara: colpirne due per educarne cento e scongiurare altre confessioni imbarazzanti. A me l'Avvocatura dello Stato non fa alcuna paura, neppure quando come in questo caso punta la pistola alla tempia di cittadini inermi in combutta con i magistrati colpiti e affondati da un ex, Palamara, sul quale pensavano di scaricare tutte le colpe e farla così franca. Cari avvocatucoli, per questa storia vale la famosa battuta rivolta da Humphrey Bogart - giornalista nel film L'ultima minaccia - al potente di turno che tentava di fermare una notizia scomoda: «Senta il rumore delle rotative che girano. È la stampa, bellezza, e voi non potete farci più nulla».

Tre ore di interrogatorio a Padova. Raffica di querele, Palamara indagato per il libro “Il Sistema”: denunciano Ielo ed Esposito. Antonio Lamorte su Il Riformista il 20 Maggio 2021. Raffica di querele per Luca Palamara, lo “zar delle nomine”, l’uomo del terremoto nella magistratura, l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) rimosso dall’ordine per il caso sulle nomine pilotate ai vertici delle Procure. Questa volta, per tre ore di interrogatorio, è stato ascoltato dai pm di Padova che stanno indagando sulle querele arrivate nei suoi confronti da magistrati citati in Il Sistema, il libro intervista di Alessandro Sallusti, ex direttore de quotidiano Il Giornale e attuale direttore di Libero, a Palamara. Un vero e proprio caso editoriale. Alla settimana scorsa erano oltre 300mila le copie vendute. Diversi magistrati si sono però sentiti diffamati dalle rivelazioni di Palamara. Si tratta di Paolo Ielo, Procuratore Aggiunto di Roma; Piergiorgio Morosini, ex gip del processo Stato-mafia e giudice del Csm; Giuseppe Cascini, membro togato del Csm ed esponente di punta della corrente di sinistra; Antonio e Ferdinando Esposito, padre e figlio, il primo ex presidente di sezione della Cassazione in pensione e il secondo ex pm di Milano ed ex giudice di Torino, radiato lo scorso anno dalla magistratura. Il Procuratore di Padova – l’inchiesta è stata assegnata lì perché il libro, edito da Rizzoli, è stato stampato in una tipografia della provincia veneta – Antonio Cappelleri ha assegnato i fascicoli ai suoi Sostituti, Valeria Spinosa, Marco Peraro e Andrea Zito. Il Procuratore Aggiunto di Roma Ielo si è sentito diffamato dal racconto di una cena organizzata nel 2014 a casa sua, alla quale era presente anche l’allora Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone. Cena probabilmente per siglare, a quanto raccontato da Palamara, un patto e creare “un canale tra la procura di Roma e il Csm: in buona sostanza io mi farò carico di essere, dentro il Consiglio superiore, la sponda delle istanze di Pignatone…”. La querela di Antonio Esposito fa invece riferimento alla sentenza della Cassazione che nel 2013 condannò in via definitiva l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a quattro anni, di cui tre indultati, per frode fiscale. Il caso ruota intorno ad Amedeo Franco e alle sue “preoccupazioni per il modo anomalo in cui si era formato il collegio giudicante sia per le pressioni che si si stavano concentrando affinché l’esito fosse di un certo tipo, in altre parole di condanna”. L’azione di Ferdinando Esposito si riferisce invece a rivelazioni con frequentazioni con “un’indagata, Nicole Minetti” e “per un certo periodo, proprio quello antecedente la sentenza di suo padre, di Arcore, il quartier generale di Berlusconi, il quale con la procura di Milano qualche conto aperto lo aveva”. Aperte tre diverse inchieste, indagini penali. “Considerato che su queste vicende ci sono molti riflettori puntati, ho deciso di optare per la casualità dell’assegnazione dei fascicoli. A mano a mano che arrivano vengono così smistati sulla base del turno automatico, in modo da non concentrare tutto su un unico magistrato e preservare le indagini da strumentalizzazioni esterne”, ha spiegato al Corriere della Sera Cappelleri. Le querele degli Esposito fanno parte dello stesso fascicolo. Le altre sono fascicoli autonomi. È già polemica sulla vicenda: molti si chiedono a quali correnti appartengono i pm che stanno indagando.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

La decisione "cerchiobottista". Diffamazione a mezzo stampa e carcere per i giornalisti, la Consulta molla la grana ai magistrati. Guido Neppi Modona su Il Riformista il 30 Giugno 2021. La scorsa settimana la Corte costituzionale ha emesso un comunicato con cui anticipa importanti decisioni sui rapporti tra il diritto costituzionale di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di divulgazione» e il reato di diffamazione a mezzo stampa, posto a tutela della reputazione della persona destinataria di espressioni offensive della sua reputazione. Prima dell’intervento della Corte la disciplina penale era particolarmente severa: la diffamazione a mezzo stampa commessa mediante l’attribuzione di un fatto determinato era punita dall’art. 13 della legge sulla stampa n. 47 del 1948 con la reclusione da uno a sei anni e la multa non inferiore a lire 500.000. Per la diffamazione con il mezzo della stampa che potremmo chiamare “ordinaria” (cioè senza attribuire un fatto determinato) l’art. 595 comma 3 del codice penale stabilisce la reclusione da sei mesi a tre anni o la multa non inferiore a € 516. La decisione della Corte costituzionale viene da lontano, posto che un anno orsono con l’ordinanza n. 132/2000 la Corte aveva sollecitato il Parlamento a porre mano ad una riforma complessiva della materia; compito che evidentemente esula dalle competenze della Corte, limitate a valutare l’eventuale illegittimità costituzionale di una o più norme di legge. In particolare, la Corte aveva chiarito che sarebbe stato necessario introdurre un sistema che contempli non solo il ricorso a sanzioni penali, ma anche rimedi civilistici, misure risarcitorie e riparatorie in favore della vittima della diffamazione e se del caso sanzioni di carattere disciplinare. Da allora è trascorso un anno e la Corte, preso atto del mancato intervento del Parlamento, ha anticipato le sue decisioni ricorrendo allo strumento non abituale di un comunicato stampa, in attesa di depositare la sentenza con le relative motivazioni. Siamo così venuti a conoscenza che la Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 13 della legge del 1948 che puniva la diffamazione a mezzo stampa commessa mediante l’attribuzione di un fatto determinato), mentre è stato “salvato” l’art. 595 comma 3 del codice penale, che – come abbiamo visto sopra – prevede per la diffamazione “semplice” la reclusione o, in alternativa, la pena pecuniaria. La Corte conclude il comunicato ribadendo che resta «attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore, in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento – che la Corte non ha gli strumenti per compiere – tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale». Ecco dunque un ulteriore forte monito rivolto al legislatore, che vi è da augurarsi venga raccolto dal Parlamento prima della fine della legislatura. È presumibile che la Corte abbia deciso di anticipare la dichiarazione di illegittimità della diffamazione a mezzo stampa punita con la reclusione da uno a sei anni per evitare che vengano nel frattempo pronunciate altre condanne ad una così severa pena detentiva per un reato che si sostanzia in forme sia pure improprie e illecite di manifestazione del pensiero. La Corte sembra cioè suggerire che per la diffamazione a mezzo stampa non dovrebbe mai essere prevista la pena detentiva, ma semmai congrue sanzioni pecuniarie, magari accompagnate da misure riparatorie e risarcitorie ed eventualmente integrate con la sospensione o l’interdizione dall’esercizio della professione. Se queste saranno le argomentazioni della Corte, stupisce che non sia stato dichiarato illegittimo anche l’art. 595 comma 3 del codice penale nella parte in cui prevede in alternativa alla pena pecuniaria la reclusione da sei mesi a tre anni. Il giudice rimane così investito – come chiarito nello stesso comunicato della Corte – della facoltà discrezionale «di sanzionare con la pena detentiva i soli casi di eccezionale gravità». Si ha l’impressione che la Corte abbia voluto dare “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”, da un lato affermando che, grazie al principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, sia pure esercitata impropriamente, la diffamazione non può essere sanzionata con la pena detentiva; dall’altro scaricando sulla magistratura la responsabilità di applicare la reclusione nei “casi di eccezionale gravità”. In una materia sorretta dal principio costituzionale della libera manifestazione del pensiero, una scelta così delicata non dovrebbe essere demandata al potere discrezionale della magistratura, ma affrontata in prima persona dalla stessa Corte mediante una dichiarazione di illegittimità costituzionale della pena detentiva prevista dall’art. 595 del codice penale. In alternativa, la Corte potrebbe con particolare forza sollecitare il potere legislativo ad intervenire, riuscendo ad invertire la tradizionale inerzia del Parlamento a fronte dei numerosi moniti della Corte rimasti inascoltati. Potrebbe essere questo un bell’esempio di leale e doverosa collaborazione tra due istituzioni centrali del sistema di democrazia rappresentativa, nell’ambito delle rispettive competenze del Parlamento di produrre leggi conformi alla Costituzione e della Corte di svolgere il ruolo di giudice della legittimità costituzionale delle leggi. Guido Neppi Modona

Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 23 giugno 2021. Niente che non fosse previsto, visto che la Corte Costituzionale aveva dato un anno di tempo al Parlamento (era appunto il 22 giugno del 2020) affinché legiferasse finalmente sulle norme che prevedevano il carcere per i giornalisti. La Corte peraltro era presieduta dall'attuale guardasigilli Marta Cartabia, che forse se ne ricordava. Un anno per metter mano a una legge evidentemente incostituzionale, come si recitava vanamente da una vita: la legge quella che pretende la galera per i giornalisti in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa. Ma dodici mesi non sono niente, per pretendere che un Parlamento faccia quello per cui esiste: l'aveva già dimostrato il caso Cappato sul «fine vita» (2019) e rischia di dimostrarlo ancora (2022) sull'ergastolo a vita per i mafiosi che non collaborano. In sintesi: la Consulta segnala una legge anticostituzionale, concede al Parlamento un ampio lasso di tempo per porvi rimedio, e il Parlamento ugualmente se ne fotte. Così la Consulta è costretta a tornarci sopra. La sentenza resa nota ieri fa cadere l'obbligo del carcere previsto dall'articolo 13 della legge sulla stampa, quello che in caso di diffamazione faceva scattare obbligatoriamente la reclusione da uno a sei anni con anche il pagamento di una multa. In teoria un giornalista, sempre per diffamazione, in galera potrebbe finirci lo stesso: perché resta valido e costituzionale l'articolo 595 (terzo comma del Codice penale) che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni, o in alternativa il pagamento di una multa: ma i giudici, potendo scegliere, optano per il carcere solo in casi eccezionali che per clamore finiscono infatti su tutti i giornali (vedi caso Sallusti, ottobre 2012) e in genere ripiegano appunto sulla sanzione pecuniaria, insomma la multa. Ora l’intervento della Consulta non toglie che una legge adeguata sulla materia manchi: resta perciò «attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento - che la Corte non ha gli strumenti per compiere tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all'evoluzione dei mezzi di comunicazione». Tipo i social. E chi se ne frega, ha risposto il Parlamento in buona sostanza: anche se la legge a cui rimetter mano è del 1948 ed è vecchia bacucca, lo sapevano tutti, e tanti parlamentari lo ripetevano in cento talkshow mettendo sempre i verbi al futuro: ma era una recita, perché i primi a sapere che era un bluff erano gli stessi giornalisti: i quali, adesso, sono ovviamente contenti. «Sentenza storica, ma è fondamentale l'intervento del Parlamento» ripetono i vari segretari della Federazione della Stampa italiana e dei sindacati unitari della categoria. Carlo Verna, che è il presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha ripetuto ciò che pure era noto: «La Corte Costituzionale ha fatto la sua parte portando l'Italia nel solco della giurisprudenza di Strasburgo». E la legge? «Quando ci sarà la politica, il Lancillotto di questa vicenda». Quasi una gaffe: Lancilllotto era un cavaliere.

Cade l’obbligo del carcere per i giornalisti. La consulta: “È illegittimo”. Valentina Mericio il 22/06/2021 su Notizie.it. La consulta ha dichiarato incostituzionale l'obbligo di carcere per i giornalisti per i reati a mezzo stampa. Fnsi l'ha definita una sentenza storica. L’articolo 13 sulla legge della legge sulla Stampa è stata dichiarata incostituzionale. A stabilirlo la consulta che con una nota ha fatto sapere che è caduto l’obbligo del carcere per giornalisti in caso di diffamazione a mezzo stampa. La legge numero 47 del 1948 prevedeva in questi casi una pena detentiva da uno a sei anni unita al pagamento di una sanzione. La sentenza ha tuttavia giudicato compatibile con la Costituzione l’articolo 595 del codice penale. In casi di “eccezionale gravità” può essere prevista una pena detentiva dai sei mesi ai tre anni o in alternativa il pagamento di una multa: “La sentenza della Corte Costituzionale ha una portata storica”, lo scrive in un comunicato stampa il segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana e il segretario del Sindacato unitario giornalisti della Campania e riportato dalla testata Open. Durante l’udienza pubblica che si è svolta nel pomeriggio di martedì 22 giugno, l’Ordine dei giornalisti aveva chiesto che l’obbligo di carcere per i giornalisti venisse dichiarato incostituzionale. Secondo l’ordine infatti tale obbligo andava a costituire un pericolo per la libertà di stampa ovvero una vera e propria “tagliola” – riporta “Il fatto Quotidiano”. “Il lavoro della stampa non può essere pregiudicato dal pericolo di una sanzione che ne impedisca il libero esercizio”, riporta l’ordine dei giornalisti che ha motivato così la sua richiesta alla Corte. Nel frattempo in una nota diramata dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana viene messo in evidenza come l’intervento del Parlamento sia ora fondamentale: “A questo punto diventa però fondamentale l’intervento del Parlamento, chiamato a mettere a punto una normativa di riordino, compito al quale, fino ad oggi, si è sempre sottratto, obbligando la Consulta a intervenire”.

La nota poi prosegue parlando di come questa sia una vittoria dei giornalisti: “Il lavoro deve continuare per far sì che l’intera materia venga regolata dal Parlamento trovando il giusto bilanciamento tra la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della sfera individuale di ciascun cittadino”. L’avvocatura di Stato si è espressa in modo contrario circa l’incostituzionalità della diffamazione a mezzo stampa. A tal proposito l’avvocato di Stato Maurizio Greco – citato da “Il fatto Quotidiano” ha messo in evidenza come venga già applicata in questo senso “un’interpretazione costituzionalmente orientata”. L’avvocato ha spiegato inoltre come “demolire un sistema che salvaguarda una posizione costituzionalmente garantita” sarebbe un errore.

LIBERTA’ DI STAMPA ED ETICA DEL GIORNALISMO. Guido Camera, Avvocato cassazionista, Presidente di Italiastatodidiritto, su Il Corriere del Giorno il 22 Giugno 2021. La Corte Costituzionale si riunisce, è una settimana importante per lo Stato di diritto. L’esito dell’udienza di oggi appare quasi scontato, visto che il pensiero della Corte Costituzionale emerge in modo nitido dalla lettura dell’ordinanza n. 132/2020. È una settimana importante per lo Stato di diritto. Oggi, infatti, la Corte Costituzionale si riunisce per decidere se le norme del Codice penale e della legge sulla stampa (n. 47 del 1948) che prevedono la reclusione per il delitto di diffamazione a mezzo stampa (ma anche internet, radio e televisione), siano compatibili con le disposizioni della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che salvaguardano la libertà di espressione, attribuendole il rango di diritto fondamentale dell’individuo. È un appuntamento storico, soprattutto per il giornalismo italiano – non a caso la Corte ha giustamente ammesso l’Ordine Nazionale dei Giornalisti come parte nel giudizio costituzionale – che aspetta almeno da dieci anni una riforma dell’attuale disciplina, e che riveste nel contempo stringente attualità anche in considerazione delle polemiche che sono sorte intorno alla diffusione, da parte di alcuni media, del video del tragico disastro della funivia del Mottarone. Alla Consulta si sono rivolti, nel corso del 2019, i Tribunali di Salerno e Bari, lamentando che la previsione anche solo in astratto della pena detentiva sia eccessiva e sproporzionata rispetto al ruolo fondamentale che ha la libertà di manifestazione del pensiero, con particolare riferimento alla rilevanza della funzione sociale esercitata dall’attività giornalistica, a cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo attribuisce storicamente il ruolo di “cane da guardia” della democrazia (sentenza 27 marzo 1996, Godwin contro Regno Unito). La prima udienza del giudizio costituzionale si è tenuta il 9 giugno 2020. All’esito della camera di consiglio, con l’ordinanza n. 132/2020, i giudici delle leggi hanno deciso di rinviare di un anno la decisione del merito delle questioni sollevate, in modo da consentire al legislatore di approvare una nuova, e omogenea, disciplina in linea con alcuni paletti nel tempo consolidati dalla giurisprudenza costituzionale ed europea, che hanno stigmatizzato l’effetto censorio (c.d. “chilling effect”) che ha la pena detentiva rispetto alla libertà di espressione, in particolare dei giornalisti. Pena detentiva che, secondo la richiamata giurisprudenza – condivisa dalla Consulta – deve essere riservata solo a quelle circostanze eccezionali in cui si determina una grave lesione di altri diritti fondamentali, come ad esempio in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza. Purtroppo il rinvio è stato infruttuoso, dato che il legislatore è rimasto inerte, nonostante l’attuale presidente della Corte, Giancarlo Coraggio, nei mesi scorsi avesse auspicato che “il Parlamento manifestasse una maggiore sensibilità per una questione che tocca uno dei fondamentali della democrazia”. L’esito dell’udienza di oggi appare quasi scontato, visto che il pensiero della Corte Costituzionale emerge in modo nitido dalla lettura dell’ordinanza n. 132/2020. Secondo la Consulta – all’epoca presieduta dall’attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia – “il punto di equilibrio tra la libertà di ‘informare’ e di ‘formare’ la pubblica opinione svolto dalla stampa e dai media, da un lato, e la tutela della reputazione individuale, dall’altro, non può essere pensato come fisso e immutabile, essendo soggetto a necessari assestamenti, tanto più alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione verificatesi negli ultimi decenni”. Di conseguenza, il bilanciamento sotteso all’attuale disciplina, oggetto del giudizio costituzionale, “è divenuto ormai inadeguato” e ciò esige una “rimodulazione” del medesimo in modo da “disegnare un equilibrato sistema di tutela dei diritti in gioco, che contempli non solo il ricorso – nei limiti della proporzionalità rispetto alla gravità oggettiva e soggettiva dell’illecito – a sanzioni penali non detentive nonché a rimedi civilistici e in generale riparatori adeguati (come, in primis, l’obbligo di rettifica), ma anche a efficaci misure di carattere disciplinare, rispondendo allo stesso interesse degli ordini giornalistici pretendere, da parte dei propri membri, il rigoroso rispetto degli standard etici che ne garantiscono l’autorevolezza e il prestigio, quali essenziali attori del sistema democratico”. Lo scenario auspicato dalla Corte è dunque articolato, visto che si estende anche a una rivisitazione delle norme di natura deontologica e disciplinare – preclusa alla Consulta, in quanto compito del legislatore – in modo da evitare il rischio che, per effetto della pronuncia di illegittimità costituzionale, si creino lacune di tutela effettiva per i contro-interessi in gioco, ovvero quelli di chi può subire un danno dalla diffusione di una notizia, un’immagine o un video. Per meglio comprendere la rilevanza e l’attualità di quest’ultimo passaggio, intorno al quale è incentrata l’etica del giornalismo – che deve essere adeguatamente presidiata sotto il profilo disciplinare, come ben ha spiegato la Consulta – bisogna avere sempre in mente che il suo cardine fondamentale è quello dell’ “essenzialità dell’informazione”. Si tratta di un principio saldamente fissato dall’articolo 6 del Codice deontologico dei giornalisti, che stabilisce quanto segue: “la divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione, anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonchè della qualificazione dei protagonisti”. Là dove la divulgazione della notizia, o dell’immagine, non sia indispensabile ai fini informativi, prevale dunque il diritto alla riservatezza di chi può subire un danno dalla diffusione. Mi sembra il caso dei parenti delle vittime della tragedia del Mottarone, il cui dolore appare inutilmente acuito dalla diffusione pubblica del video del drammatico incidente in cui hanno perso la vita i loro cari; diffusione peraltro avvenuta in violazione delle norme del codice di procedura penale che ne impedivano la divulgazione al di fuori delle parti del processo.

Sono convinto che l’opinione pubblica avrebbe potuto comprendere quanto accaduto senza necessità di vedere il video, grazie all’attività di mediazione intellettuale – tra fatto e opinione pubblica – in cui consiste l’attività del giornalista: un mestiere che è prezioso per la società democratica, ed è svolto davvero bene, quando riesce a narrare i fatti essenziali senza divulgare particolari non indispensabili e potenzialmente lesivi di diritti altrui, come mi sembrano le immagini – solamente sensazionalistiche e scioccanti – dell’ultima corsa mortale della funivia del Mottarone.

Rai: Ranucci, è a rischio la libertà di stampa. (ANSA il 19 giugno 2021) "E' a rischio la libertà di stampa": Sigfrido Ranucci, curatore e conduttore di Report, commenta così la sentenza del Tar del Lazio che ha autorizzato l'accesso agli atti del programma su richiesta dello studio legale Mascetti per un'inchiesta dello scorso ottobre. "La pronuncia del Tar - sottolinea il vicedirettore di Rai3 - viola la Costituzione e la tutela delle fonti, crea disparità tra giornalisti di serie A e B, del servizio pubblico e non. Il rischio è che a Report non scriva più nessuno: sono 78 mila le segnalazioni che riceviamo tra un ciclo e l'altro della trasmissione". In generale, chiosa con amarezza Ranucci, "notiamo negli ultimi anni un atteggiamento da parte delle autorità ispirato più a interventi politici che alla tutela della libertà di stampa. Siamo di fronte a un attacco agli ultimi presìdi del giornalismo d'inchiesta".

Report, dal Tar ok all'accesso agli atti. Da ansa.it il 19 giugno 2021. Il Tar del Lazio ha autorizzato l'accesso agli atti della trasmissione di Rai Tre Report dopo una querela arrivata per la trasmissione di una puntata intitolata Vassalli, valvassori e valvassini andata in onda ad ottobre 2020 incentrata sugli appalti pubblici in Lombardia. A presentare l'esposto lo studio dell'avvocato Andrea Mascetti. Lo rendono noto la Federazione della Stampa e Usigrai che in una nota definiscono la sentenza del tribunale amministrativo un atto che apre "un precedente pericolosissimo". Rispettare le sentenze, sottolineano dal sindacato, "non vuol dire non poterle criticare. E anzi sono l'occasione per chiedere nuovamente a governo e parlamento la necessità di un chiarimento urgente sulla natura giuridica della Rai. I giornalisti che fanno informazione in Rai non possono essere paragonati a funzionari della Pubblica Amministrazione. Pertanto le norme sull'accesso agli atti devono soccombere di fronte al diritto / dovere del giornalista di tutelare le proprie fonti. Altrimenti nei fatti si azzererebbe qualunque possibilità per i giornalisti Rai di fare il proprio lavoro, e ancor di più di fare giornalismo investigativo, così come nei doveri del Contratto di Servizio". E aggiungono: "La sentenza del Tar del Lazio condanna nei fatti il giornalista Rai a essere un giornalista di serie B. Siamo certi che la Rai farà appello con urgenza in Consiglio di Stato". La Rai annuncia di aver conferito mandato per impugnare innanzi al Consiglio di Stato la decisione con la quale l'attività giornalistica, ove svolta dal Servizio Pubblico, è stata inopinatamente assimilata ad un procedimento amministrativo. Rai si attiverà in ogni sede per garantire ai propri giornalisti il pieno esercizio della libertà d'informazione e la tutela delle fonti.

Rai, il Tar del Lazio chiede a Report di svelare le sue fonti. Sigfrido Ranucci: "Non lo faremo mai". Libero Quotidiano il 19 giugno 2021. Bufera in casa Rai: il Tar del Lazio ha autorizzato l'accesso agli atti della trasmissione di Rai 3, Report, dopo una querela arrivata per la messa in onda di una puntata intitolata "Vassalli, valvassori e valvassini", trasmessa sul piccolo schermo ad ottobre 2020 e incentrata sugli appalti pubblici in Lombardia. A presentare l'esposto - come riporta l'Ansa - è stato lo studio dell'avvocato Andrea Mascetti. A renderlo noto sono state la Federazione della Stampa e l'Usigrai che - in una nota condivisa - hanno parlato della sentenza come di un atto che apre "un precedente pericolosissimo". "Deve venire l'esercito a prendere gli atti riguardanti le nostre fonti, noi non li daremo mai, tuteleremo le fonti fino alla morte", ha commentato il conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Rispettare le sentenze, sottolineano dal sindacato, "non vuol dire non poterle criticare. E anzi sono l'occasione per chiedere nuovamente a governo e parlamento la necessità di un chiarimento urgente sulla natura giuridica della Rai. I giornalisti che fanno informazione in Rai non possono essere paragonati a funzionari della Pubblica Amministrazione. Pertanto le norme sull'accesso agli atti devono soccombere di fronte al diritto-dovere del giornalista di tutelare le proprie fonti. Altrimenti nei fatti si azzererebbe qualunque possibilità per i giornalisti Rai di fare il proprio lavoro, e ancor di più di fare giornalismo investigativo, così come nei doveri del Contratto di Servizio". Nella nota si legge anche: "La sentenza del Tar del Lazio condanna nei fatti il giornalista Rai a essere un giornalista di serie B. Siamo certi che la Rai farà appello con urgenza in Consiglio di Stato". La Rai, intanto, ha già annunciato l'impugnazione di questa decisione. E ha spiegato che si attiverà in ogni sede per garantire ai propri giornalisti il pieno esercizio della libertà d'informazione e la tutela delle fonti.

Michela Tamburrino per “La Stampa” il 25 giugno 2021. Sigfrido Ranucci non riesce neppure a godersi il successo del suo "Report" formato replica che porta ottimi ascolti. Perché arrivano, altri guai. «La sentenza del Tar ha aperto una voragine inarginabile. E costerà tempo, fatica e tanti soldi». Tutto ha avuto inizio qualche giorno fa quando una sentenza del Tribunale Amministrativo ha imposto alla Rai di rendere pubblici gli atti dell'inchiesta giornalistica "Vassalli, valvassori e valvassini", condotta da Report per indagare sugli appalti pubblici in Lombardia. Tutto partiva da una serie di consulenze riconducibili all'avvocato Andrea Mascetti che sentendosi offeso dal servizio si era rivolto al Tribunale amministrativo per accedere agli atti che lo coinvolgevano. La sentenza dava ragione all'avvocato solo per quanto concerneva gli atti relativi alla pubblica amministrazione, riconducendo di fatto la Rai in un ambito di ente pubblico e non più considerata azienda di contenuti giornalistici. Una sentenza inaspettata che ha generato uno tsunami. È di queste ultime ore la notizia che anche il viceministro degli Affari esteri della Repubblica d'Albania, Agron (Genti) Tare, ha chiesto alla Rai e alla redazione di Report l'informativa della Guardia di Finanza di Bari che lo riguarda. E nel farlo, il legale del viceministro Tare fa riferimento, in particolare, alla «recentissima sentenza del Tar, emessa proprio nell'ambito di un procedimento amministrativo in cui era parte la Rai in relazione al programma Report». 

Ranucci, oramai gli argini sembrano essersi rotti.

«Temo si sia perso il cuore del problema che questa sentenza ha generato. Ho letto l'articolo di Zagrebelsky uscito questa mattina sul vostro giornale. Lui è andato alla conseguenza della sentenza. Ma sono le motivazioni della sentenza stessa con cui si spingono a rendere ostensibili gli atti che sono inaccettabili». 

Perché gli atti, sono fonti, giusto?

«Certo. Se io ricevo una mail da un funzionario di un ente locale, questa mail ha un nome e un cognome. Chiedercene conto equivale a intimidazione». 

E adesso che farete?

«Dopo la richiesta del viceministro albanese faremo ricorso un'altra volta. Una follia. E questo significa spese legali enormi. Io credo sia giusto riportare al centro il fatto che né la Rai, né Report producono atti amministrativi. Noi produciamo giornalismo che dovrebbe essere protetto. Invece oggi ci sono i presupposti per equiparare un giornalista Rai a un funzionario pubblico». 

Che effetto le fa?

«L'effetto slavina. Che ha già provocato danni. Chiunque si potrà accodare e avanzare richieste. Causando perdita di tempo, denaro. Poi qualcuno in Vigilanza si alzerà per chiedere quanto costa in spese legali Report». 

Che cosa si potrebbe fare per arginare il problema all'origine?

«Giace in Parlamento la legge sulle liti temerarie. Ferma da due anni. Primo De Nicola, autore e primo firmatario della legge, parla di emergenza democratica. Questa storia è arrivata in Europa. Ricardo Gutierrez, il presidente del sindacato europeo dei giornalisti ci ha difeso. Poi arriva qualcuno di Italia Viva che ci attacca.» 

Si riferisce a Renzi?

«Lui ci aveva chiesto la fonte del filmato che lo ritraeva in autogrill con l'uomo dei servizi segreti Mancini. E ci disse anche che non finiva lì. Un'intimidazione andata a segno. Infatti non è finita lì». 

Come reagirete?

«Cercheremo di resistere alla morte su questa storia a tutela della nostra libertà. Non arretreremo di un centimetro. Altrimenti il giornalismo d'inchiesta Rai è finito. Chi darà più qualcosa di delicato a un giornalista equiparato a un impiegato del catasto? Nessuno. Poi, dico, se io con le mie inchieste produco atti amministrativi, anche i contratti milionari di tanti colleghi sono atti amministrativi. Tutto pubblico allora. Io sto a posto con me stesso. Come si dice, fai quello che devi e accada ciò che può».

Domenico Di Sanzo per "il Giornale" il 21 giugno 2021. Sigfrido Ranucci, conduttore di Report su Rai3, dice che gli atti dell'inchiesta giornalistica sugli appalti pubblici in Lombardia «devono venire a prenderli con l'esercito». Andrea Mascetti, avvocato al centro del servizio, che ha richiesto l'accesso alla documentazione, ridimensiona la polemica montata negli ultimi giorni. Tutto è partito dalla sentenza del Tar del Lazio del 18 giugno, in cui si ordina alla trasmissione di consegnare al legale tutto il materiale informativo utilizzato per il pezzo intitolato «Vassalli, valvassori e valvassini», andato in onda a ottobre 2020. «È bene precisare che la sentenza non incide in alcun modo sulla segretezza delle fonti», spiega Mascetti al Giornale. L'avvocato, considerato vicino alla Lega e al governatore lombardo Attilio Fontana, reagisce al polverone sollevato dalla Rai, pronta a fare ricorso al Consiglio di Stato. Per Viale Mazzini, il provvedimento dei giudici amministrativi ordinerebbe ai giornalisti di violare la segretezza delle loro fonti. Però la montagna dell'indignazione rischia di partorire un topolino. Continua Mascetti: «La documentazione ostensibile risulta circoscritta - per espressa indicazione del Tar - all' attività di interlocuzione intercorsa con enti pubblici, che evidentemente non vantano un diritto all' anonimato». Insomma, Report dovrebbe consegnare soltanto il materiale relativo alle comunicazioni tra la redazione e i vari comuni della Lombardia e del Piemonte a cui i giornalisti hanno chiesto informazioni sugli appalti al centro dell'inchiesta. Nessuna fonte confidenziale da tutelare, sostiene l'avvocato. Si tratterebbe, dunque, di un accesso agli atti limitato alle richieste scritte inviate dal programma ad enti pubblici per ottenere notizie riguardo a eventuali consulenze affidate a Mascetti. Comunque non sono mancate le reazioni politiche costernate da parte di Pd, M5s e Leu. Nella serata di sabato il leader dei democrat Enrico Letta ha twittato: «Le sentenze si rispettano sempre. Ma questa del Tar sulle fonti di Report lascia davvero perplessi. Non vedo come possa resistere agli ulteriori gradi di giudizio». Tra le critiche ricevute dal segretario spicca quella di Ada Lucia De Cesaris, avvocato esperto in diritto amministrativo, ex vicesindaco di Milano con Giuliano Pisapia, esponente di Italia Viva, di certo non vicina alla Lega. «Perplessi? È un accesso agli atti, un diritto sancito dalla legge», è il tweet di replica a Letta. «I provvedimenti vanno anche letti prima di fare affermazioni affrettate sulla libertà di stampa!» aggiunge De Cesaris. Ma, dopo le proteste dei sindacati dei giornalisti Fnsi e Usigrai, si muove anche l'Ordine dei Giornalisti. Il presidente Carlo Verna annuncia un altro ricorso contro la sentenza del Tar del Lazio, oltre all' impugnazione già decisa dalla Rai. «Le fonti non si possono rivelare senza se e senza ma - dice Verna - valutate con i nostri esperti la sentenza del Tar del Lazio e l'annunciata volontà della Rai di rivolgersi al Consiglio di Stato sulla questione che riguarda Report e sentito informalmente l' esecutivo, domattina conferirò mandato a un legale per un ricorso ad adiuvandum da parte del Consiglio Nazionale dell' Ordine dei Giornalisti».

Il giornalista prova a fare la vittima...Il tar chiede a Report i documenti (e non fonti), ma Ranucci prova a fare la vittima. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Sigfrido Ranucci resisterà “fino alla morte”. Lo dice proprio lui, e lo dice così: «Io sono figlio di un uomo delle forze dell’ordine. Per me la legge è sopra a tutto. E la legge mi permette di tutelare le fonti. E lo farò fino alla morte». Sperando in un epilogo incruento, riepiloghiamo la vicenda che lo vede al centro di una sentenza Tar contro la quale Report ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. Il Tar del Lazio ha emesso una sentenza con cui ha ordinato alla redazione della trasmissione televisiva di concedere l’accesso alle fonti utilizzate per realizzare un’inchiesta giornalistica sull’avvocato Andrea Mascetti, considerato vicino alla Lega e al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. A ottobre 2020 Report aveva mandato in onda un servizio intitolato “Vassalli, valvassori e valvassini” che indagava sugli appalti pubblici in Lombardia e tra le altre cose citava alcune consulenze date a Mascetti da enti locali amministrati da esponenti della Lega. Nella sentenza si riporta che Mascetti aveva chiesto di accedere a tutto il materiale informativo, in particolare «tutte le richieste rivolte dai giornalisti e dalla redazione di Report, tramite e-mail o con qualsiasi mezzo scritto o orale, a persone fisiche ed enti pubblici (Comuni, Province, ecc.) o privati (fondazioni, società, ecc.), per ottenere informazioni e/o documenti riguardanti la persona dell’avv. Andrea Mascetti e la sua attività professionale e culturale». Nonostante questo, nella sentenza si legge anche che Mascetti aveva chiesto di acquisire la «documentazione su cui si è fondata l’iniziativa editoriale» e non l’identità delle fonti. Per tutta risposta, da giorni ormai è tutto uno stracciarsi di vesti, fino alla promessa di eroica resistenza “fino alla morte”. Ranucci, che in decine di occasione ha invocato sentenze, decisioni e sanzioni, davanti a quella che lo riguarda muta l’esortazione in esorcismo: vade retro Tar, «è una sentenza gravissima». Chi segue le vicende Rai è spesso coinvolto in torrentizie chat in cui Ranucci avverte: «Ci vogliono far chiudere». È una costante che si ripete a ciclo continuo, come le catene su Facebook in cui si invitano gli spettatori a guardare Report perché solo gli ascolti possono garantire continuità a una trasmissione così irriverente. A suo dire eternamente in pericolo, minacciato, assediato, il conduttore che nel 2017 è succeduto a Milena Gabanelli ha ottenuto nel giugno 2020 il posto di Vice direttore di Rai Tre su indicazione di Franco Di Mare. E il patto M5S-Pd lo salda in quella posizione. A meno che Draghi non decida di scuotere il gigante che dorme. Ma intanto viale Mazzini è quella che è, messa su tutta intera dalle logiche del Conte 1, con qualche aggiustatina durante il Conte 2. Nella motivazione della sentenza è chiaro che si tratta di verificare gli atti e non di rivelare le fonti. Ma Enrico Letta sembra non capirlo: «Questa sentenza lascia davvero perplessi, non vedo come possa resistere agli ulteriori gradi di giudizio». Gli risponde Enrico Costa di Azione: «Perplesso di cosa? Uno si ritiene “sputtanato” da Report. Chiede copia degli atti del servizio. Atti, non fonti. Di fronte al No si rivolge al Tar che consente l’accesso solo agli atti provenienti da soggetti di natura pubblica. Se fai processi mediatici devi scoprire le carte!». Arriva anche una interrogazione parlamentare a firma di Guido Ruotolo a difesa di Report. Luciano Nobili, Iv, invece attacca la trasmissione che ha usato con Matteo Renzi lo stesso metodo. L’accoglimento parziale delle richieste dell’avvocato Mascetti rappresenta un precedente interessante anche per lui.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

L'assalto giudiziario. Giudici e Pm non possono essere criticati: la casta degli intoccabili che intimidisce il Riformista. Guido Neppi Modona su Il Riformista il 21 Aprile 2021. Caro Direttore, ho letto nei giorni scorsi che negli ultimi dodici mesi sei stato raggiunto nella tua qualità di direttore de Il Riformista da oltre venti querele per diffamazione a mezzo stampa. La cosa in sé non mi ha impressionato, chi fa bene il mestiere di giornalista, verificando e poi raccontando la verità su fatti e persone, quali ne siano il loro ruolo e l’importanza, è inevitabilmente esposto al rischio di essere querelato, non fosse altro che a titolo intimidatorio. Ciò che mi ha stupito e inquietato è che le querele siano state presentate da altrettanti magistrati, cioè soggetti che svolgono il ruolo istituzionale di tutori della legge, in primo luogo dei diritti costituzionali di libertà, tra cui il diritto di informare e di essere informati. Come a dire che quel diritto non trova applicazione nei confronti di una casta privilegiata formata da giudici e pubblici ministeri che si ritengono intoccabili e per i quali non opera il diritto di cronaca e di critica. Sono certo che questa concezione di casta è estranea alla stragrande maggioranza dei magistrati, ma resta il fatto oggettivo di quelle venti e più querele che ti hanno raggiunto e che verranno giudicate da colleghi dei querelanti. Ho iniziato la collaborazione con Il Riformista da poche settimane, ne sono pienamente soddisfatto e vorrei continuare a lungo, sono certo che non ti farai intimidire da un gruppetto di magistrati presuntuosi. Guido Neppi Modona

Dopo il caso Sansonetti. Napoli, boom di querele e minacce contro giornalisti: a rischio la libertà di stampa. Viviana Lanza su Il Riformista il 22 Aprile 2021. Quando non è la minaccia, che da queste parti proviene quasi sempre da personaggi legati alla camorra, sono le querele temerarie, quelle dei politici o di altri centri di potere, a porre ostacoli al lavoro dei giornalisti, al diritto di cronaca e di critica. Negli ultimi sei anni il fenomeno è enormemente cresciuto. Basti pensare che la spesa affrontata dallo sportello antiquerele del Sindacato unitario giornalisti della Campania, nato a metà del 2015, è aumentata del 900%. «Nel 2016 la spesa sostenuta per dare sostegno ai colleghi querelati o minacciati ammontava a 2mila euro – spiega Claudio Silvestri, segretario del Sugc – Nel 2017 era già schizzata a circa 10mila euro e oggi rappresenta quasi il 10% del nostro bilancio, circa 20mila euro, una cifra altissima». Il 2020, l’anno del lockdown, è stato paradossalmente l’anno del boom delle minacce ai giornalisti: il dato è emerso nel corso del più recente incontro con il prefetto di Napoli Marco Valentini. Attualmente il sindacato sta dando sostegno a venti giornalisti vittime di querele temerarie e in dieci processi è parte civile al fianco di cronisti minacciati e costretti a vivere sono scorta o sotto tutela. Le venti querele che, in meno di un anno, alcuni magistrati hanno presentato contro il nostro direttore Piero Sansonetti per gli articoli di critica nei confronti di una parte della magistratura italiana pubblicati su Il Riformista, oltre quella che nei giorni scorsi il presidente della Regione Vincenzo De Luca ha presentato contro il quotidiano la Repubblica per gli articoli di inchiesta sull’affidamento del servizio tamponi durante la prima fase dell’emergenza Covid, sono soltanto gli ultimi episodi in ordine di tempo. Le statistiche evidenziano quanto, in questo periodo storico, l’indipendenza e l’autonomia dei giornalisti siano minacciate e ostacolate. «In Campania le querele arrivano soprattutto da politici – spiega il segretario del Sindacato unitario dei giornalisti – Nella quasi totalità dei casi si tratta di querele temerarie, che non si basano su nulla e servono solo a fermare i giornalisti per fare in modo che abbandonino il loro lavoro di inchiesta. La querela – aggiunge Silvestri – è uno strumento semplicissimo da utilizzare e un bavaglio a costo zero: chi denuncia non rischia niente e non spende niente, mentre chi viene denunciato è costretto ad affrontare una serie di spese per difendersi da accuse destinate a essere archiviate oppure a finire al centro di processi che durano anni e anni e sono come una spada di Damocle. Purtroppo questa delle querele temerarie non è l’eccezione, ma la prassi. E le vittime sono spesso i colleghi più fragili, quelli che lavorano sui territori, i corrispondenti dai piccoli Comuni. L’effetto è devastante perché rischia di ledere il diritto di cronaca del giornalista e il diritto del cittadino di essere informato». Sul piano normativo la situazione è arenata. «Tutti i progetti di legge per limitare le querele temerarie sono finiti in un cassetto e quelli che vengono discussi non arrivano in Parlamento, non vengono messi ai voti, perché c’è una volontà della politica di non occuparsi della questione», afferma Silvestri che con il sindaco ha più volte sollecitato una legge contro le querele temerarie. «Ma le iniziative vanno a cadere. – aggiunge il segretario del Sugc – Quando si tratta di apparire sui giornali, il politico di turno è sempre pronto a sostenerci, ma quando si tratta di votare e portare una legge al completamento dell’iter per essere votata in Parlamento, tutto diventa complicato». Dalla querela al carcere il passo per i giornalisti può non essere tanto lungo. Il Sindacato unitario della Campania è stato il primo a sollevare una questione di incostituzionalità della norma che prevede il carcere per il giornalista condannato e l’ha fatto in un processo per diffamazione a Salerno. Quell’iniziativa ha poi stimolato altri ricorsi, ma anche in questo caso una modifica alla legge sulla stampa non è arrivata. A giugno dello scorso anno la Corte Costituzionale, presieduta proprio dall’attuale ministro Marta Cartabia, aveva rilevato profili di illegittimità della norma rimandando al Parlamento un’iniziativa legislativa. Il termine scade tra due mesi. «Il paradosso – conclude Silvestri – è che le proposte alternative che stanno circolando in Parlamento sono altrettanto rischiose per i giornalisti perché prevedono maxi-risarcimenti con cifre che non stanno né in cielo né in terra».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Scarpinato: “La politica mette museruola ai Pm”. Ma intanto lui prova a metterla ai giornalisti…Piero Sansonetti su Il Riformista l'1 Agosto 2020. Commemorando Rocco Chinnici – valoroso magistrato palermitano ucciso dalla mafia 37 anni fa, alla fine di luglio – il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ha polemizzato, come ogni tanto gli succede, contro la politica che cerca sempre, secondo lui, di mettere la museruola ai magistrati. Ricopio alcune delle frasi che ha pronunciato Scarpinato, riprese dalle agenzie di stampa: «Un mondo politico che da tempo ha interessi a mettere la museruola alla magistratura (…) a subordinare la magistratura al potere esecutivo». «Il vero cambiamento nella magistratura avverrà all’interno della magistratura o non avverrà (…) occorre una autoriforma». Mi ha colpito questo discorso di Scarpinato, per due ragioni. Innanzitutto perché trovo improprio paragonare questi tempi a quelli (anche se non sono sicurissimo dell’intenzione di Scarpinato, che è vecchio quanto me, di paragonare oggi e ieri). Comunque lo si fa spessissimo, nella corrente polemica politica italiana. Basta pensare a un magistrato al quale sono particolarmente legato, come Nicola Gratteri, che ama accostare la sua figura a quella di Falcone. È un errore, perché in questo modo si violenta la storia. E ai giovani si consegna una idea paludata e distorta di quella che fu la battaglia contro la mafia negli anni di Chinnici e Falcone. Combattere la mafia, o più semplicemente indagare sulla mafia, trenta o quarant’anni fa era un’impresa temeraria. Ci si lasciava la pelle. Oggi ti applaudono: i giornali, i politici, ti chiamano in Tv, ti onorano. In quegli anni di fuoco ti tiravano tutti addosso, ti lasciavano solo, ti mettevano il silenziatore, ti esponevano a tutte le vendette. I magistrati, e anche i politici impegnati, e anche i giornalisti, cadevano come mosche. Chinnici, Costa, Terranova, e poi Dalla Chiesa, che era un carabiniere, De Mauro, che era un giornalista, e tanti leader della Dc e del Pci, sindacalisti, preti. I giornalisti che si occupavano di mafia erano pochi ed emarginati. Quelli de l’Unità, di Paese Sera, de l’Ora di Palermo. Pochi altri. I grandi giornali dubitavano persino che la mafia esistesse. Oggi le cose sono cambiate abbastanza; un giornalista che vuole un po’ di spazio sul palcoscenico ha bisogno della patente antimafia, e per ottenerla deve convincere un magistrato a concedergliela, o una delle tante associazioni ufficiali, o i 5 Stelle, o la Bindi. Gli stessi Pm fanno a gara per ottenere il timbro di antimafia sulle loro inchieste, sennò le inchieste valgono poco ed è anche più difficile portarle a termine, perché non si può ricorrere a tutti quegli strumenti che rendono le indagini più facili (trojan, intercettazioni, carcere duro, pentiti eccetera).  Pensate a “mafia capitale”, un giro di tangenti spacciato per il regno di Luciano Liggio. Conviene fare così: poi in Cassazione te lo smontano, ma intanto è andata. È una cosa molto scorretta, dal punto di vista politico e storico, accostare l’antimafia da operetta di oggi a quella feroce ed eroica dei primi quattro decenni del dopoguerra. La seconda ragione per la quale mi ha colpito questo intervento di Scarpinato è la parola «museruola». Mi sono chiesto: cosa intende per museruola Scarpinato? Qualcuno può citarmi delle inchieste avviate dalla magistratura e bloccate dalla politica? Può anche darsi che ci siano, ma io non le conosco. I principali partiti di governo di questi ultimi 25 anni, eccetto i 5 Stelle, sono stati tartassati dalle inchieste giudiziarie. Decine di esponenti politici sono stati azzerati e poi magari risultati innocenti. Alcuni partiti sono stati dimezzati. Silvio Berlusconi è stato messo sotto inchiesta quasi cento volte. Dov’era la museruola? E con che mezzo veniva applicata? L’ultima inchiesta su mafia e intrecci con il potere politico ed economico che io ricordi, e che è stata archiviata, è quella su mafia e appalti, avviata da Falcone e Borsellino, condotta dal generale Mori e poi archiviata dalla Procura di Palermo. Siamo all’inizio degli anni Novanta. Falcone e Borsellino finirono uccisi, il generale Mori è vivo ma lo hanno messo quattro volte sotto processo, tre volte è stato assolto, la quarta è ancora in corso. Ha ragione Scarpinato, forse, in questo caso – ma è un caso di molti anni fa – può darsi che in quella occasione la politica premette per mettere la museruola. Io non posso saperlo.  Scarpinato invece può saperlo, perché fu lui a firmare la richiesta di archiviazione di quella inchiesta, appena pochissimi giorni prima della morte di Borsellino, che invece chiedeva che quella inchiesta gli fosse assegnata. Se in quel caso ci sono state pressioni, allora Scarpinato dovrebbe denunciarle. Dire: questi esponenti politici, questi partiti, questi imprenditori ci hanno chiesto di farla finita. Altrimenti non capisco a quale altra inchiesta possa riferirsi. Comunque la questione della museruola mi lascia molto perplesso anche per un’altra ragione. Insieme al mio amico Damiano Aliprandi, quando lavoravamo per il quotidiano Il Dubbio, scrivemmo alcuni articoli proprio sull’inchiesta mafia e appalti. Argomento interessantissimo. Specialmente in relazione alla morte di Borsellino. Perché nel processo in corso a Palermo, contro il generale Mori, si sostiene che Borsellino fu ucciso per dare spazio alla trattativa Stato-Mafia. L’impressione mia e di Damiano era invece che il motivo fosse l’altro: bloccare il dossier mafia e appalti.  Non so chi abbia ragione. So che in quegli articoli domandammo proprio a Scarpinato di spiegare il perché della decisione di chiedere l’archiviazione (concessa poi, molto rapidamente, alla vigilia di Ferragosto di quello stesso anno: stiamo parlando del 1992). Scarpinato però non ci rispose, anzi ci querelò. Cioè chiese ai suoi colleghi giudici di processarci e di condannarci. Siamo stati rinviati a giudizio. Il processo è in corso, la pena massima prevista con tutte le aggravanti (se critichi un magistrato la pena aumenta di un terzo) può arrivare a sette anni. Ed essendo io un anziano signore di quasi settant’anni, vi dirò che mi secca parecchio l’idea di dover restare in prigione fino alla vigilia degli ottant’anni per aver fatto una domanda al dottor Scarpinato. (Per Damiano è diverso: lui ha poco più di trent’anni e a quaranta sarà fuori e potrà rifarsi una vita. Magari diventerà cancelliere…). E allora qui mi torna nelle orecchie quella parolina: museruola, museruola. Sapete, io colleziono querele di magistrati. Qualche nome? Scarpinato, appunto, Lo Forte, Gratteri, Di Matteo, Davigo (due volte), un altro membro del Csm che si chiama Marra, e poi naturalmente l’ex giudice Antonio Esposito e qualcun altro che adesso non ricordo. Voi sapete che se ti querela un politico puoi stare tranquillo, perché al 90 per cento vinci. Se ti querela un imprenditore vinci uguale. Se ti querela un magistrato le possibilità di non perdere sono tra l’1 e il 2 per cento. Più probabile l’1. A prescindere da quello che hai detto o scritto. Perché i magistrati querelano chi li critica? Non è difficile da capire: per intimidire. Peraltro ci riescono facilmente. L’idea è che la magistratura, per svolgere serenamente il proprio lavoro, per non dover sottostare alle pastoie dell’eccessivo garantismo, deve essere protetta dalle critiche. Capisco persino qual è il senso di questa idea (e capisco che possa essere ispirata da un modo un po’ contorto di coltivare il proprio senso del dovere). Su una cosa però non ho dubbi: nulla lede la libertà di stampa più di questa continua, incessante, opprimente attività intimidatoria e vessatoria di alcuni magistrati. Contro la quale non ci sono difese. O accetti la museruola, guaisci un po’ e poi ti inchini, o loro non ti mollano più.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

"Venti querele dai pm, rischiamo di chiudere". Sabrina Cottone il 16 Aprile 2021 su Il Giornale. Il direttore Sansonetti: "E quando un giudice deve decidere su un collega...." Non si sa se è un record. «Siamo arrivati a venti querele tutte di magistrati» racconta Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista. In prima pagina ha titolato: «Vogliono farci chiudere?». Lo crede davvero? «No, ma rimani solo, perché l'Ordine e i sindacati dei giornalisti si muovono subito se ad attaccare sono i politici ma con i magistrati sono molto, molto più cauti (è un eufemismo, ndr). Sono anche stato censurato». Carlo Verna, presidente dell'Ordine, dice che «il complottismo di Sansonetti sfida il ridicolo». Il giornalista replica: «Mi insulta, farò un esposto contro di lui». La vicenda più attuale riguarda le ultime due querele, legate alle stragi di mafia del 1992, alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma soprattutto al misterioso dossier mafia-appalti. Sono arrivate dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e da Guido Lo Forte e sono un doppione: è la seconda volta che i due magistrati querelano Sansonetti per la medesima questione. Oggi come allora, il giornalista aveva chiesto loro perché nel 1992 archiviarono il dossier mafia-appalti, sul quale Falcone lavorò e continuò a vigilare anche dopo il suo trasferimento a Roma al ministero della Giustizia. «Ho usato "insabbiato" al posto di "archiviato"» ammette Sansonetti, ma «è gergo giornalistico» e «chiunque sa che una querela di un magistrato ha tra le 95 e le 100 possibilità su cento di essere accolta, il valore di intimidazione è evidentissimo». Ma che cos'è esattamente il dossier mafia-appalti? «È il dossier avviato da Falcone che ricostruisce i rapporti tra alcune grandi aziende italiane e aziende economiche di mafiosi siciliani. I Ros guidati dall'allora colonnello Mario Mori, uomo di fiducia di Dalla Chiesa che lo portò in Sicilia dove lavorò con Falcone, avevano trovato molte relazioni tra aziende del Nord e la mafia. Quando Falcone andò a Roma, Mori continuò a lavorare e lo consegnò alla Procura di Palermo». Il susseguirsi degli eventi, per chi non lo ricorda, è incalzante: «Il 13 luglio del 1992 (la strage di Capaci è del 23 maggio, ndr) Scarpinato e Lo Forte redigono la richiesta di archiviazione del dossier. Il 14 il procuratore Giammanco convoca una riunione di sostituti e aggiunti, alla quale Scarpinato non partecipa, durante la quale Borsellino mostra grande interesse per il dossier e chiede di convocare una riunione per decidere come far proseguire le indagini. Il 19 mattina, secondo la testimonianza della moglie Agnese, Borsellino viene informato da Giammanco, allora procuratore capo a Palermo, che gli avrebbe affidato il dossier. Dopo pranzo è ucciso con la scorta in via D'Amelio. La richiesta di archiviazione viene poi depositata ufficialmente il 22 luglio». Perché? «Scarpinato sostiene che non sapeva alcune cose di questo dossier, le più importanti, perché i pentiti non avevano informato direttamente lui, ma il pm che indagava con lui». Oltre alla querela, resta la domanda: perché un dossier tanto caro a Falcone e Borsellino è stato archiviato ufficialmente due mesi dopo la morte di Falcone e tre giorni dopo la morte di Borsellino?

L'assalto giudiziario. Vogliono chiudere il Riformista, offensiva intimidatoria dei Pm contro il nostro giornale. Piero Sansonetti su Il Riformista il 15 Aprile 2021. Ieri mattina, verso le 9, ha suonato alla mia porta un vigile urbano gentilissimo. Mi ha consegnato una busta verde. Era una notifica, veniva dalla procura di Lodi. L’ho aperta. Era un avviso di chiusura indagini su di me, sollecitate da una querela del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Mi sono un po’ innervosito. Cinque minuti dopo hanno suonato di nuovo. Di nuovo il vigile, di nuovo gentilissimo, di nuovo una busta verde. Era l’ avviso di chiusura indagini su di me, sollecitate da una querela dell’ex Pm palermitano Guido Lo Forte. Ho detto: vabbè. Dopo mezz’ora il postino mi ha portato due raccomandate. Venivano dall’Ordine dei giornalisti. Riguardavano dei provvedimenti disciplinari dell’Ordine contro di me. Il primo era – per mia fortuna – di archiviazione. Il secondo di censura. Il primo, da quello che ho capito, era stato sollecitato da un giornalista del Corriere della Sera (Bianconi, suppongo), il secondo dall’ex giudice di Cassazione Antonio Esposito. Bianconi si lamentava per un articolo del Riformista nel quale si riferiva di una sua telefonata nella quale il giornalista avvertiva Luca Palamara che erano state aperte delle indagini su di lui, quando queste indagini erano ancora segrete. Il Consiglio di disciplina dell’ordine ha accertato che il fatto è vero, ci sono i file audio sequestrati a Palamara, e dunque ha dovuto archiviare. Anche perché Bianconi è un semplice giornalista, non è un magistrato (spesso i giornalisti confondono le due funzioni, ma i privilegi sono riservati solo ai magistrati effettivi) e dunque non ha diritto a trattamenti di favore. Il secondo esposto invece è stato in larga parte accolto ed è stata decisa a mio carico una censura, che è una misura grave, specialmente per un direttore di giornale. L’episodio al quale ci si riferisce è abbastanza famoso: Il Riformista, l’estate scorsa, pubblicò il ricorso in sede europea (alla Cedu) degli avvocati di Berlusconi contro la sentenza che lo condannava a quattro anni di detenzione per evasione fiscale. Gli avvocati di Berlusconi in quel ricorso riferivano di un colloquio (registrato) con il giudice relatore in Cassazione (il giudice Franco), il quale spiegava che quella sentenza fu “una porcata” decisa da “un plotone di esecuzione”. E poi esponevano i risultati di un processo civile nel quale era coinvolto Berlusconi (processo Mediatrade) , la cui sentenza era inconciliabile con la sentenza della Cassazione, emessa dalla sezione feriale presieduta dal dottor Antonio Esposito (autore dell’esposto oggi in pensione ed editorialista del Fatto Quotidiano). Il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti ha stabilito – anticipando la sentenza che sarà emessa dalla Corte Europea – che la sentenza civile alla quale si riferiscono gli avvocati di Berlusconi non ha niente a che vedere con il processo sull’evasione fiscale e che io avrei dovuto dirlo, cioè che avevo il dovere di contestare il ricorso di Berlusconi e non potevo limitarmi a riferire. Il giornalista, secondo questa interpretazione, prima di raccontare deve giudicare, prima di fare il cronista deve fare il giudice. L’idea del giornalista giudice non è nuovissima, inizia però a strutturarsi. Ora sospendo il ragionamento sulla censura ricevuta dall’Ordine dei giornalisti (lo riprendo alla fine di questo articolo) per spiegare le querele di Scarpinato e Lo Forte. La questione è molto semplice. In varie occasioni io, su questo giornale e precedentemente sul Dubbio, ho sollevato la questione dell’archiviazione del dossier mafia-appalti (che adesso vi spiego cos’è) avvenuta a Palermo subito dopo l’assassinio di Paolo Borsellino e lo sterminio della sua scorta nel 1992. Il dossier era il risultato di una indagine importantissima, avviata da Giovanni Falcone e realizzata dal Ros dei carabinieri guidato dal generale Mario Mori. Gettava luce sui rapporti tra mafia (non solo quella corleonese), imprese e grande finanza del Nord e rappresentava una vera bomba atomica nella storia delle indagini antimafia (in quegli anni l’antimafia era ancora una cosa seria, e anche molto costosa e dolorosa, perché chi la praticava spesso pagava molto caro il suo sforzo, talvolta anche con la vita). Quel dossier doveva finire nelle mani di Paolo Borsellino, che più volte aveva chiesto di potersene occupare e ne aveva parlato con diversi suoi colleghi, tra i quali Antonio Di Pietro. Forse quel dossier era stata una delle ragioni per le quali la mafia aveva condannato a morte Giovanni Falcone. Forse anche uno dei moventi della strage di via D’Amelio nella quale perse la vita Borsellino. Il dossier mafia-appalti invece fu archiviato. La richiesta di archiviazione viene redatta il 13 luglio del 1992 da Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. Il giorno successivo il Procuratore di Palermo Giammanco convoca una riunione con tutti i sostituti e gli aggiunti, tra i quali Borsellino, e in quella sede, secondo le testimonianze rese al Csm da diversi magistrati che erano alla riunione, Borsellino mostrò interesse per il dossier, chiese che si convocasse una riunione apposita nei giorni successivi per discutere come far procedere le indagini, ma nessuno gli disse che il dossier era sul punto di essere archiviato. Il 19 luglio – questa non è una cosa certa ma ci sono varie testimonianze che lo sostengono – di prima mattina Giammanco informò Borsellino che gli sarebbe stato assegnato il dossier. Ma alle due del pomeriggio Borsellino viene ucciso. Il 23 luglio viene depositata la richiesta di archiviazione del dossier del Ros. Il 14 agosto, alla vigilia di Ferragosto, in grandissima fretta, il dossier è archiviato dal Gip. Ho chiesto varie volte il perché di questa archiviazione, che probabilmente ha compromesso il buon esito delle indagini antimafia e ha vanificato il lavoro, soprattutto, del generale Mori. La stessa richiesta che ho fatto io è stata in più occasioni ripetuta dalla signora Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo Borsellino. Non mi è stato risposto. Mai. Neanche alla signora Borsellino è stato risposto. La quale recentemente ha dichiarato: «Ci sono magistrati che continuano a negare l’interessamento di mio padre per il dossier mafia-appalti che invece era il pallino di mio padre. Persone come Scarpinato, che continua a dire che mio padre non era interessato». Invece, dice la signora Borsellino, suo padre era massimamente interessato e forse ha pagato anche per questo con la vita. Quale è stata la risposta di Scarpinato e Lo Forte alle mie domande? Mi hanno querelato. Mi hanno portato a processo davanti al tribunale di Avezzano. Il processo è in corso. E ora, mentre il processo è in corso, mi hanno querelato di nuovo e la Procura di Lodi mi informa che le indagini sono chiuse. Probabilmente dovrò rispondere in ben tre processi di avere chiesto a due magistrati perché hanno archiviato le indagini sulla mafia che Paolo Borsellino voleva condurre. Mi sarei accontentato di una risposta semplice. Potevano dirmi: “Perché quel dossier non valeva nulla e Falcone e Borsellino avevano preso un abbaglio”. Può anche darsi che sia così. Nessuno è infallibile. Ma allora perché non dirlo e chiedere invece che sia chiusa la bocca a un giornalista (anzi a due, perché insieme a me è a processo anche il bravissimo Damiano Aliprandi, giornalista del Dubbio). Ora, il problema che vi pongo è questo. Da quando dirigo il Riformista ho ricevuto più di venti tra querele e azioni civili contro di me e contro il giornale. Tutte da magistrati. Soprattutto da magistrati o ex magistrati importanti. Ne cito solo qualcuno: Scarpinato, Lo Forte, Gratteri, Caselli, Esposito, Davigo, Di Matteo (Di Matteo però per una cosa precedente) Sturzo e vari altri. Venti procedimenti giudiziari, dei quali almeno un terzo penali e dunque con la possibilità di essere ripetutamente condannato al carcere, sono tanti. Specialmente per la circostanza, nota, che è difficilissimo che un magistrato perda un processo. Se ti querela un politico, stai tranquillo: perderà e dovrà anche risarcire. Se ti querela un magistrato hai già perso. Mi chiedo: questo accerchiamento è un tentativo di chiudere il Riformista? Di metterlo in condizioni di dover tacere? Il Riformista, lo sa chiunque ormai, è quasi l’unico giornale che da un anno e mezzo combatte senza riguardi una lotta a viso aperto contro le sopraffazioni della magistratura, contro le illegalità, contro l’orgia del potere dei Pm. E denuncia l’esistenza del partito dei Pm, quello descritto piuttosto bene nel libro di Luca Palamara che, in passato, ne è stato uno dei capi. Devo pensare che il partito dei Pm, stressato dal caso Palamara (praticamente ignorato dalla grande stampa) si sente in pericolo solo per la voce flebile di questo piccolo quotidiano? Pensa di non potersi permettere che esista un giornale che continua a protestare, e intende adoperarsi per farlo chiudere? Quel che mi colpisce è che di fronte a questa ipotesi non succede quello che si potrebbe immaginare: che l’Ordine dei giornalisti, o il sindacato, intervenga a difesa della libertà di stampa. Succede il contrario: l’Ordine dei giornalisti dichiara in modo esplicito che sta dalla parte dei magistrati. Come nelle peggiori favole dei fratelli Grimm. Riusciranno a farci tacere? Non credo. Intanto andiamo a fare questi tre processi con Scarpinato e Lo Forte.

Piero Sansonetti

Verna si schiera con i magistrati, giornalismo sottomesso alle Procure. Atto intimidatorio e minaccia dell’Ordine dei giornalisti contro il Riformista: i Pm non si toccano. Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Dopo la nostra denuncia dell’aggressione che stiamo subendo dal partito dei Pm (più di 20 querele di magistrati in un anno) abbiamo ricevuto moltissime dichiarazioni di solidarietà. Ci è mancata la solidarietà dell’Ordine dei giornalisti che invece, con una dichiarazione del suo presidente, che si chiama Carlo Verna, si è schierato decisamente dalla parte dei magistrati. Ha detto che se uno fa cattivo giornalismo le querele se le merita. Ha detto che se un giornalista riferisce di un ricorso di Berlusconi contro un magistrato si merita di ricevere la censura dell’Ordine. Ha anche detto, di me, che sfido il ridicolo, usando un linguaggio che fin qui raramente avevo visto nelle esternazioni dei presidenti degli ordini professionali. Diciamo che Verna ha lanciato un avvertimento: state un po’ zitti, smettetela di criticare la magistratura, e vedrete che non succede niente. Se invece volete fare i pierini, sarete bastonati. Ricevuto. In parte lo immaginavo. Non è da oggi che denuncio la sottomissione del giornalismo italiano alle Procure. Non presenterò un esposto all’Ordine contro Verna per il modo maleducato con il quale si è espresso nei miei confronti. Mi piacerebbe invece sapere se negli organismi dirigenti dell’Ordine esiste unanimità intorno all’atteggiamento del Presidente. Per il resto prendo atto del nuovo atto intimidatorio e dell’evidente minaccia che viene mossa nei miei confronti. Vi dico subito: ho 70 anni, faccio il giornalista di opposizione da 45. Mica mi intimidiscono tanto facilmente.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Informazione e regime. Il Riformista è sotto attacco, “Noi lo difendiamo”. Ondata di solidarietà a Sansonetti. Francesca Sabella su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Il Riformista è sotto attacco. Non si tratta di gridare al complotto né tantomeno di lanciare un allarme ingiustificato: il direttore Piero Sansonetti ha ricevuto due querele, una dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, l’altra da un ex magistrato celebre come Guido Lo Forte. Il numero delle querele arriva così a 20. Eppure «la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure», recita l’articolo 21 della Costituzione. E forse proprio di questo articolo si è dimenticato l’Ordine dei giornalisti del Lazio che ha fatto pervenire a Sansonetti un provvedimento di censura. Come se non bastasse, a rincarare la dose è stato il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Verna, che giudicato la questione sollevata dal direttore del Riformista come «un ragionamento di complottismo che sfida il ridicolo». «Chi ha sbagliato deve pagare – ha aggiunto Verna – Io posso intervenire solo in un caso clamoroso, ma non per ogni querela normale dove uno si ritiene diffamato. Resto basito dal pezzo di Sansonetti». Basiti, però, sono rimasti anche alcuni colleghi giornalisti che, seppur con idee diverse da quelle del direttore di questo giornale, restano convinti della necessità di tutelare la libertà di stampa. 

Mario Giordano si è schierato apertamente: «Credo che quella delle querele intimidatorie sia una questione serissima in questo momento. Piero Sansonetti ha ragione, ormai è diffuso l’uso della querela a scopo intimidatorio, solidarietà totale a lui perché il suo è un giornale che ha delle idee, fa delle domande, solleva delle questioni importanti che aiutano tutti. Anche quelli che non la pensano come lui, come me, che non sono quasi mai d’accordo con lui».

Anche Nicola Porro, ha sottolineato la gravità del querelare giornalisti come se fosse normale: «Lo strumento delle querele è mostruoso perché anche se si ha la certezza di perdere la causa, si utilizzano a scopo intimidatorio. Se poi – sottolinea – uno dei presunti offesi è un magistrato o una persona molto importante il rischio di dover pagare è maggiore. E questo è un grandissimo freno ai nostri tasti». Infine, anche Sigfrido Ranucci ha voluto sottolineare la condizione del giornalismo italiano di oggi: «Finché c’è un sistema che consente di non pagare nulla a chi fa esposti o denunce ai giornalisti, io credo che la democrazia avrà un bavaglio per sempre. Si è cominciato da un po’ di tempo a colpire quei giornali non omologati, le voci che non sono nel coro». Perché si sa, una voce fuori dal coro infastidisce chi vorrebbe cantare indisturbato, distruggendo allegramente la democrazia e la libertà di stampa.

Lina Lucci (Ex segretario generale della Cisl Campania) – «Una richiesta al direttore: renda pubbliche nel dettaglio le imputazioni che gli vengono mosse per togliere l’alibi a chiunque di svilire quello che sta avvenendo. Serve chiarezza sull’operato della magistratura: un ruolo così determinante, in grado di modificare la vita di una persona, non può essere esercitato se non con la massima trasparenza. Vale Soprattutto se in discussione c’è la libertà di stampa. Per quel che attiene alla censura dell’Ordine, è grave se riferita al fatto che un giornalista debba giudicare anziché riportare i fatti fedelmente per quelli che sono. La libertà di stampa è parte integrante del processo democratico».

Raffaele Marino (Sostituto procuratore generale di Napoli) – «Dovrei conoscere il merito dei fatti con più precisione ma venti querele sono tante. Questa situazione mi ricorda quella di Tangentopoli quando i giornalisti che scrivevano del caso furono subissati di denunce e i magistrati che si occupavano di quei processi sottoposti a procedimenti disciplinari. È la vecchia storia del potere che si difende: tanto più il potere è autoreferenziale, tanto più forte sarà la reazione. L’indipendenza della magistratura, come concepita dal legislatore costituente, era un fiore all’occhiello dell’Italia ma scambiare l’indipendenza con un privilegio a tutela del proprio potere è veramente triste e pericoloso».

Antonio Tafuri (Presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli) – «Mi sembra grave che si sia censurata la voce di un direttore di giornale che si schiera con coraggio in favore del rispetto delle regole. Perché veramente Sansonetti rappresenta anche questo per noi avvocati, è una voce fuori dal coro e in quanto tale va tutelato e non censurato. È grave il tentativo di intimidazione dei magistrati che dietro le loro guarentigie censurano con le querele un giornalista, forse sarebbe stato il caso da parte dell’Ordine dei giornalisti di avere un po’ più di attenzione per il loro iscritto. I pm stanno mettendo in atto comportamenti prevaricatori nei confronti di avvocati e giornalisti. Sono due cose altrettanto gravi».

Paolo Macry (Storico, professore emerito Università Federico II) – «È una rete che strangola la politica, minaccia l’incolumità degli individui. E uccide la morale pubblica, lo stesso senso comune. Un giorno toccherà agli storici ricostruire i danni che la magistratura ha fatto a questo Paese. Perché la vicenda è lunga ormai di decenni. La persecuzione del Riformista costituisce soltanto l’ultimo tassello di una ghigliottina che ha tagliato a fette la fisiologia dello Stato di diritto e della lotta politica. Un caso unico, nell’Europa occidentale. Bisogna andare dalle parti di Visegrad o nella Turchia di Erdogan o nella democrazia fasulla di Putin per trovare un simile spregio delle garanzie».

Federica Brancaccio (Presidente dell’Acen – Associazione costruttori Napoli) – «Ho letto con il consueto interesse con cui, ogni mattina, leggo i quotidiani e, tra questi, anche Il Riformista diretto da Piero Sansonetti. Non avendo potuto consultare i documenti e i dossier a cui fa riferimento nell’editoriale il direttore, nutrendo stima per il suo operato professionale e riponendo – al tempo stesso – fiducia nell’operato dei magistrati e nell’oculatezza delle scelte dell’Ordine e del Sindacato dei giornalisti, non dubito nel buon esito dei giudizi in corso. In questo senso, mi torna alla mente una frase del compianto Aldo Moro: “Quando si dice la verità non bisogna dolersi. La verità è sempre illuminante”».

Fausto Bertinotti (Ex presidente della Camera) – «In una condizione ordinaria, sarebbe banale dover affermare la libertà di stampa, oggi dobbiamo gridarla perché minacciata, e questo vuol dire che è minacciata la democrazia. È curioso che vengano esaltati i meriti dei giornalisti che denunciano, ma quando poi toccano un potere, si pretende di zittirli. In questo caso c’è un ulteriore pericolo, perché chi interviene interdicendo l’esercizio libero della critica è la magistratura: istituzione che non ha contro poteri manifesti. E in quanto potere “eccezionale”, la magistratura dovrebbe almeno accettare la critica. Grave è anche la presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti che avrebbe dovuto essere solidale con il collega».

Rita Bernardini (Già deputata dei Radicali – presidente Nessuno Tocchi Caino) – «A Piero Sansonetti e al suo giornale gliela vogliono far pagare perché l’involuzione del sistema informativo italiano è giunto a livelli ormai inauditi. Il Riformista paga perché non si piega ai desiderata di alcuni potenti pm che non ammettono né la critica né la cronaca. Che questo accada nell’anno del loro massimo sputtanamento (caso Palamara), lascia increduli. Non stupisce invece la pavidità dell’ordine dei giornalisti che continua a fare il mestierante di sempre, a danno del diritto all’informazione. Da parte mia massima solidarietà a Sansonetti e agli immondi tentativi di mettere il bavaglio a lui e al giornale che dirige».

Alessandro Barbano (Giornalista, scrittore, docente vicedirettore Corriere dello Sport) – «Auguro al direttore Sansonetti di continuare a essere paladino della libertà e della dialettica democratica con il suo bellissimo Riformista, di cui c’è tanto bisogno nella notte buia di questo Paese. La mancata difesa dell’Ordine dei giornalisti racconta lo smarrimento cosmico di questa professione, che è causa di regressione della nostra democrazia. Purtroppo la difesa dello stato di diritto e delle garanzie processuali, che il miglior giornalismo incarna, è una sfida impari in una stagione in cui il giustizialismo si è impossessato delle menti e attraversa la magistratura, la politica e la comunicazione come un veleno pericolosissimo».

Enza Bruno Bossio (Deputata del Pd – Direzione nazionale) – «L’editoriale a firma di Piero Sansonetti pone questioni assai rilevanti per lo svolgimento della vita democratica. Di fronte a fatti o sospetti inediti, uno Stato che si rispetti non si attarda in processi per ipotesi diffamatorie a carico dell’autore di tali denunce ma si pone il problema di come fare piena luce su quelle ombre inquietanti e accertare la verità dei fatti per come accaduti. Stupisce la censura dell’Ordine dei giornalisti. Certamente una rara eccezione, che lascia quantomeno molti dubbi. Piena solidarietà, dunque, a Piero e al giornale: è un dovere da parte di chi intende battersi a sostegno della difesa dei diritti di giustizia e libertà».

Roberto Giachetti (Deputato di Italia Viva e del Partito radicale) – «Sono contrario alle querele in generale: nel caso di querele a opera di pm credo che la questione sia ancora più grave: un conto è ricevere una querela da parte di un politico o di un cittadino, un altro è quando arriva da un magistrato. In questo caso c’è “un conflitto di interesse” e, nel migliore dei casi, il pm sarà particolarmente sensibile rispetto alla categoria. Credo quindi che questa azione da parte di magistrati sia una chiara forma intimidatoria nei confronti del Riformista. Per quanto riguarda la censura dell’Ordine dei giornalisti, conferma ciò che già pensavo: serve a poco e a volte fa scelte gravi. Prima lo si abolisce e meglio è».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

La solidarietà alla testata e al direttore. Assalto giudiziario al Riformista e a Sansonetti, il web insorge: “Andate avanti, unica voce libera”. Vito Califano su Il Riformista il 16 Aprile 2021. C’è chi propone una raccolta fondi, chi chiede di continuare, chi per cominciare ha sottoscritto un abbonamento. Ha generato un’eco traversale e una solidarietà bipartisan l’editoriale del direttore de Il Riformista Piero Sansonetti. L’articolo ha reso noto un attacco senza precedenti contro la testata. Sansonetti ha fatto sapere di essere oggetto di una ventina di procedimenti civili e penali avviati negli ultimi dodici mesi. Altre due querele sono arrivate dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e dall’ex magistrato Guido Lo Forte per gli articoli sul dossier Mafia-appalti. L’Ordine dei Giornalisti ha invece censurato Sansonetti per un articolo sul ricorso degli avvocati del fondatore e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per “la porcata” decisa da “un plotone di esecuzione”, come definita dal giudice relatore in Cassazione Franco, della condanna a quattro anni per evasione fiscale. Il Riformista e il suo direttore hanno ricevuto solidarietà bipartisan per l’attacco ricevuto. Sia da politici che da giornalisti. Tra questi Fausto Bertinotti, già segretario di Rifondazione Comunista e presidente della Camera dei Deputati; Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva e membro dei Radicali; il direttore editoriale di Libero, Vittorio Feltri. Personalità e personaggi lontanissimi tra loro eppure sulla stessa lunghezza d’onda nell’affaire Riformista. E poi Nicola Porro, Mario Giordano, Alessandro Barbano, Rita Bernardini e Paolo Macry tra gli altri. La solidarietà più libera e spontanea è arrivata però da parte dei lettori, molti dei quali si sono proposti per sostenere le spese legali. Migliaia gli attestati di stima ricevuti nelle ultime ore. Qualcuno propone addirittura una raccolta fondi, come Antonella che ci ha scritto: “Sansonetti lancia una raccolta fondi per le spese processuali … sei un grande e non devi mollare”. E ancora Fausto scrive: “Tieni duro caro Sansonetti, se molli tu siamo fregati … cerco di sostenerti il più possibile e come posso … (compro due copie del Riformista, una la lascio su un tavolo del bar)”; Diego aggiunge: “Non potendo più attaccare il tuo editore attaccano le sue imprese, giornale compreso”; Daniele: “Ha tutta la mia solidarietà per le sue battaglie. Non molli, noi italiani onesti siamo tutti con lei. Vada avanti e guai fermarsi”; “La mia solidarietà in seguito al violento attacco che sta subendo da parte della Magistratura deviata. Non demorda, vada avanti a denunciare”; “Io oltre a comprarlo spesso, dopo questo ho deciso di abbonarmi”; Maurizio: “Se vi fanno chiudere, fuori l’IBAN per riaprire tutto”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

L'assalto giudiziario. Feltri difende Sansonetti: “Fior di giornalista, chiudete l’Ordine non il Riformista”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Vittorio Feltri, fondatore e direttore editoriale del quotidiano Libero, si aggiunge alle voci in difesa de Il Riformista e del direttore Piero Sansonetti. Il direttore di questo giornale, con un editoriale, ieri ha fatto sapere di essere oggetto di una ventina di procedimenti civili o penali avviati negli ultimi dodici mesi per i suoi articoli. Altre due querele sono arrivate dal Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e dall’ex magistrato Guido Lo Forte, per gli articoli sul dossier mafia-appalti. Il consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti ha intanto censurato Sansonetti per un articolo sul ricorso degli avvocati del fondatore e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi alla Cedu per “la porcata” decisa da “un plotone di esecuzione”, come definita dal giudice relatore in Cassazione Franco, della condanna a quattro anni per evasione fiscale. Il direttore editoriale di Libero ha dedicato al caso un editoriale in prima pagina. Ha paragonato l’Ordine dei Giornalisti all’Unione degli Scrittori dell’Unione Sovietica. “Non è soltanto inutile ma dannoso”, ha aggiunto. Feltri si è dimesso dall’Ordine dei Giornalisti dopo 50 anni nella categoria lo scorso giugno 2020. Da allora è direttore editoriale di Libero, che ha fondato nel 2000. “Non possedendo la pazienza di aspettare analogo cataclisma, avendo l’età del dattero, me ne sono uscito dalla sopravvissuta sezione italiana, con mio parziale sollievo. E se dico parziale è perché non sono indifferente ad una questione che dovrebbe premere a tutti: tengo alla libertà di parola e di pensiero, che la Congrega cerca in ogni modo di comprimere, punendone uno per educarne maosticamente cento”. E il caso è quello de Il Riformista, e del suo direttore Piero Sansonetti, “un fior di giornalista nonché personaggio televisivo dalle argomentazioni chiare e distinte, una specie di pecora matta della sinistra di cui ripudia il giustizialismo”. La censura, dice Feltri, è “una forma di avvertimento, specie quando si combina, com’è nel suo caso, a una ventina di processi aperti da pm e giudici contro di lui, suscettibili di trasformarsi ognuno in azione disciplinare”. Una minaccia all’articolo 21 della Costituzione che recita che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Il Presidente dell’Ordine Carlo Verna ha osservato che “il complottismo di Sansonetti sfida il ridicolo”.

IL GIORNALE: “IL CASO RIFORMISTA” – Anche il quotidiano Il Giornale con un articolo ha dedicato spazio alla vicenda. Sabrina Cottone ha ricostruito il caso del dossier mafia-appalti, dal quale scaturiscono le querele di Scarpinato e Lo Forte, e si chiede se, queste venti querele, tutte da magistrati, siano un record o meno nella storia dei giornali e dei giornalisti. “Ho 70 anni, faccio il giornalista di opposizione da 45 – ha fatto sapere comunque Sansonetti – mica mi intimidiscono tanto facilmente“.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 16 aprile 2021. Ho scritto circa mille anni or sono che l' Ordine dei giornalisti non è solo un ente inutile ma dannoso. È l' apparato italico che non ha paragoni nel mondo, salvo a suo tempo l' Unione degli Scrittori dell' Unione Sovietica che, a giornalisti e letterati conformi al regime, garantiva vacanze di lusso ai viventi e funerali di prima classe agli estinti; per i dissidenti vivi e morti a essere estinto era il diritto di vedersi stampati articoli e libri. Per chiudere questa fabbrica di privilegi e di leccaculo il popolo ha dovuto sopprimere l' Urss. Non possedendo la pazienza di aspettare analogo cataclisma, avendo l' età del dattero, me ne sono uscito dalla sopravvissuta sezione italiana, con mio parziale sollievo. E se dico parziale è perché non sono indifferente ad una questione che dovrebbe premere a tutti: tengo alla libertà di parola e di pensiero, che la Congrega cerca in ogni modo di comprimere, punendone uno per educarne maoisticamente cento. Ad esempio, il caso di Piero Sansonetti. Qui il sangue gocciola ancora fresco dalle orecchio mozzate di questo collega che conto di alcuni elementi incontestabili. Nelle classifiche internazionali riguardanti la libertà di stampa, che non è secondaria ai fini di valutare il livello di democraticità di una Nazione, l'Italia figura negli ultimi posti per motivi concreti. Intanto la stampa di casa nostra è quasi interamente di proprietà di imprenditori che, per quanto liberali, antepongono la propria tasca a quella dei lettori. Idem le radio e le televisioni, di sicuro non asettiche. La Rai non è privata e teoricamente non dovrebbe essere asservita a interessi personalistici, in realtà è un feudo della politica, dominio dei partiti di maggioranza. Quindi, quando si parla di autonomia dei giornalisti, si scherza ben sapendo di scherzare: la categoria a cui non appartengo da un po' è la più incline ad attaccare l'asino dove vuole il datore di lavoro. L'indipendenza, come si evince soffermandosi su ciò che ci circonda, è un mito, una illusione che tutti seduce e che nessuno è in grado di volgere in pratica. Se aggiungiamo che noialtri siamo i soli al mondo a disporre di un ordine dei giornalisti, di ispirazione fascista e deputato a sanzionare i soggetti più indomabili, il panorama si completa. Forse non siamo schiavi, ma camerieri sì. Pertanto il governo di Roma non è abilitato ad assegnare patenti di autocrate a nessuno se non a se stesso. Pure perché perfino le parole che usano i cronisti ormai sono soggette a censura. Se dai del frocio a un omosessuale vai all'inferno. Inoltre l'invidia sociale influenza la mentalità progressista: chi ha guadagnato quattro soldi è giudicato un evasore fiscale, come minimo. Il guaio non è Erdogan, bensì siamo proprio noi, perdio.

Informazione e regime. “Noi difendiamo il Riformista”, migliaia di messaggi di amicizia dopo l’attacco di Pm e Ordine dei giornalisti. Redazione su Il Riformista il 17 Aprile 2021. Abbiamo ricevuto in questi due giorni migliaia di messaggi di solidarietà. Di persone note, di intellettuali, di giornalisti, di avvocati, di magistrati, di cittadini. Non ci sentiamo soli. Abbiamo la netta sensazione di poter continuare tranquilli la nostra battaglia contro le degenerazioni e le sopraffazioni di una parte della magistratura italiana, e in particolare del partito dei Pm. Pensiamo di poter resistere anche al fuoco amico, un po’ vile, che viene dall’ordine dei giornalisti, e cioè da quella parte della nostra categoria più sottomessa alla forza e all’egemonia culturale delle Procure. Abbiamo subìto intimidazioni pesanti, sia attraverso le querele dei Pm sia con le censure e gli avvertimenti minacciosi dell’ordine dei giornalisti. Ma non sempre le intimidazioni vanno a segno. Abbiamo capito proprio in queste ore che il Riformista è più radicato di quanto potessimo pensare. Siamo contenti e continuiamo la nostra battaglia. Senza farci spaventare dalla gigantesca potenza di fuoco di chi vuole annientarci. La nostra potenza di fuoco è piccola piccola. Però noi abbiamo idee e ragione, loro, purtroppo, no. Qui di seguito pubblichiamo una parte minuscola dei messaggi che abbiamo ricevuto ieri sulla mail e su WhatsApp.

Col Riformista mi sento più libero. Renato Brunetta

Esprimo tutta la mia solidarietà, la mia stima e il mio affetto al direttore Piero Sansonetti per la raffica di querele e azioni civili che sta subendo. L’opera del Riformista a guida Sansonetti è stata determinante in questi anni per mettere al centro del dibattito pubblico la questione giustizia e per sfidare il pensiero unico sul tema. Io con il Riformista in edicola tutti i giorni e con gli editoriali di Sansonetti mi sento più libero.

Scarpinato? Spiegategli bene il golpe in Cile…Giancarlo Lehner

Caro Direttore, mi sono a lungo occupato dei nostri magistrati di lotta e di governo, pagandone, fra l’altro, le conseguenze, avendo trascorso decenni nei tribunali di tutta la Penisola. Riguardo alle preoccupazioni per la sopravvivenza del tuo quotidiano, l’unico foglio con merito in prima linea per la giustizia giusta e il ripristino della lettera della Costituzione, fossi in te mi guarderei soprattutto dal procuratore Roberto Scarpinato, che passerà alla Historia per la micidiale supponenza non sempre sorretta da sicure basi culturali. Ricordo, così, soltanto per spaventarti un po’, il suo leggendario saggio apparso su MicroMega, dove Scarpinato, ignorando le date della storia, scrisse: «Chi conosce la storia occulta dell’Italia e la potenza delle grandi strutture criminali, sa che non è azzardato, né frutto di un cupo pessimismo antropologico, ritenere che la situazione attuale ricorda… quella che venne a crearsi in Cile negli anni Ottanta [sic!] conclusasi tragicamente con la fine del presidente Allende». Ci si può fidare della scientificità di chi fissa la fine del povero Allende negli «anni Ottanta»? Magari si dirà che sono prevenuto, data la mia origine israelita, ma mi parve un tantino antisemita il saggio col titolo (Dio dei mafiosi) e un sottotitolo (Per una ‘teologia’ di Cosa Nostra. L’etica adattata alla logica di una sola grande ‘famiglia’, dove si può uccidere perché si obbedisce a ordini superiori. Una piramide che vede nel Dio del Vecchio Testamento l’ultimo – e il più terribile – dei padrini), nel quale, appunto, il dottor Scarpinato inviò un avviso di garanzia al Creatore non per concorso esterno e neppure per associazione mafiosa, ma per essere indubitabilmente il Capo dei Capi della mafia. Quindi, tanto per non fare sconti ai cattolici, rinviò a giudizio anche Sancta romana Ecclesia: «Riprendendo il tema della cultura mafiosa, non è forse azzardato ipotizzare che l’interiorizzazione del valore dell’autorità e dell’obbedienza proprie di certa cultura cattolica abbia potuto costituire una precondizione perché su questo humus si innestasse, senza traumi e senza fratture, mediante un’inconscia sinergia ibridante, la “sacramentalizzazione” dei valori dell’obbedienza cieca e della gerarchia da parte del popolo di Cosa Nostra…». Data codesta terrificante Weltanschauung, credo sarebbe giusto preoccuparsi se Scarpinato dovesse partire lancia in resta contro Il Riformista.

Dobbiamo scendere in piazza. Amedeo Laboccetta

L’attacco a colpi di querele nei confronti del Riformista, e del suo Direttore in particolare, il coraggioso e bravo Piero Sansonetti, deve assolutamente spingere gli uomini liberi in Italia a prendere posizione. Quando si crede veramente in una battaglia di libertà e di vera giustizia, la solidarietà si pratica e non si predica. Qualcuno, anzi che dico, più di qualcuno, vorrebbe mettere a tacere questa voce coraggiosa e libera. Che da sempre va controcorrente. Tutto questo è inaccettabile. Non lasciamo soli Sansonetti e tutti i giornalisti del Riformista. Bisogna prendere posizione e manifestare pubblicamente. Ci si veda in tanti a Roma per bloccare il progetto di tappar la bocca a Sansonetti. Per fortuna di uomini liberi e giornalisti coraggiosi l’Italia è piena. Basta saperli organizzare per promuovere la resistenza della libertà di stampa.

Ma quelli che dirigono l’Odg si vergognano almeno un po’? Fabrizio Cicchitto

Ha detto giustamente Luciano Violante che il primo sdoppiamento delle carriere dovrebbe avvenire fra quelle dei pm e quelle dei cronisti giudiziari. Nel caso del Riformista siamo di fronte a due scandali fra loro intrecciati: i pm che fanno querele in modo sistematico, seguendo il principio che da un lato cane non morde cane e anzi dall’altro lato si unisce al compagno di cordata per aggredire e stendere il disturbatore. Poi c’è lo scandalo costituito dall’ordine dei giornalisti, uno scandalo istituzionale perché la sua ispirazione originaria è quella di un corporativismo di ispirazione fascista (il direttore responsabile deve appartenere per forza all’ordine). Poi da molto tempo la gestione dell’ordine è in mano ai portavoce dei potentissimi cronisti giudiziari, a cui fanno da sponda (i cronisti giudiziari contano nell’ordine dei giornalisti come i pm nell’Anm e nel Csm). Poi esistono le colpe individuali: il Riformista ha un gravissimo difetto che si traduce in una colpa da perseguire possibilmente non con una pena transitoria ma con il recupero di una condanna che purtroppo non sta nell’ordinamento giuridico italiano: vale a dire la pena di morte da raggiungersi attraverso strangolamento finanziario. La colpa del Riformista è gravissima. Pubblica notizie che non si leggono sul Corriere della Sera, su la Repubblica, su la Stampa perché lì i cronisti giudiziari fanno buona guardia. Così l’altro ieri il Riformista ha pubblicato una assai imbarazzante numero di file in cui forse è contenuta l’intercettazione del trojan sulla cena Palamara-Pignatone. La notizia è uscita solo sul Riformista e lì è rimasta. Ma comunque è sempre fastidiosa. E il dottor Cantone deve comunque misurarsi con essa. È chiaro che una voce di questo tipo va silenziata a ogni costo anche perché essa svolge un ruolo essenziale per garantire la libertà di informazione, una missione davvero impossibile. Ma coloro che dirigono l’ordine dei giornalisti non si vergognano almeno un po’? Non a caso Vittorio Feltri si è dimesso da esso.

Solidarietà al Riformista, voce di coraggio. Federico Mollicone

Esprimiamo la nostra solidarietà alla testata il Riformista, voce di coraggio su molti temi delicati. Uno di questi è certamente la vicenda del sistema Palamara che sembra tuttora persistere all’interno della magistratura offuscando il valido e coraggioso lavoro di molti magistrati onesti ed equilibrati. A Piero Sansonetti e al giornale che dirige rivolgiamo la nostra vicinanza. Spiace invece l’atteggiamento del presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, che ha rivolto toni denigratori verso un direttore e una redazione che per istituto dovrebbe difendere da eventuali aggressioni esterne. Proprio Verna lo avevamo apprezzato nella difesa del giornalista Silvio Leoni – ingiustamente rinviato a giudizio e poi archiviato – con l’unica colpa di aver intervistato il presidente di un Tribunale: per questo Leoni subì perquisizioni e il sequestro del telefono personale e sulla vicenda abbiamo già annunciato un question time al ministro Cartabia per chiedere che invii gli ispettori alla procura di Ancona.

Giornale e direttore sotto attacco. Giù le mani dal Riformista e dalla libertà di stampa: la solidarietà di Bassolino, Nappi, d’Alessandro e Di Donato. Francesca Sabella su Il Riformista il 17 Aprile 2021. Le intimidazioni rivolte dalla magistratura al direttore Piero Sansonetti hanno compattato il fronte di chi crede che le toghe dovrebbero tutelare la libertà di stampa, pilastro della democrazia, e non lavorare per demolirla. Ne era convinto un giurista del calibro di Benedetto Conforti, ma la sua posizione è condivisa oggi da tanti intellettuali e politici napoletani che non hanno esitato a schierarsi a difesa del Riformista.

Antonio Bassolino – «Nel pieno rispetto del lavoro e del ruolo costituzionale della magistratura, non vanno dimenticati il ruolo e la libertà della stampa, anch’essi tutelati dalla Costituzione. Venti querele, quante sono quelle ricevute dal direttore Piero Sansonetti,  sono davvero tante, ma che l’Ordine dei giornalisti censuri preventivamente il lavoro di un giornalista, come avvenuto con lo stesso Sansonetti, è un atto inedito che può essere foriero di lesioni al lavoro di cronisti, opinionisti e della stampa in genere. Non esistono censura e autocensura di fronte alla ricerca della verità. La magistratura faccia il proprio lavoro e la stampa il suo, nel rispetto della legge. Conosco Sansonetti da sempre, da quando era un giovane giornalista dell’Unità e io un dirigente del Pci. Da sempre conosco il suo spirito critico e la sua autonomia. Quindi piena solidarietà a lui e un invito a una più approfondita riflessione all’Ordine dei giornalisti per la tutela di un diritto fondamentale della democrazia».

Giulio Di Donato – «Il Riformista è l’unico a trattare temi scottanti che gli altri giornali evitano completamente. Questa storia della giustizia, caratterizzata da una forte connotazione politica, viene sistematicamente esclusa dal dibattito. Se non ci fossero stati Il Riformista e il suo direttore Piero Sansonetti, capace di fare battaglie coraggiose e delicate, avremmo avuto un deficit democratico che ancora c’è. Le minacce dei magistrati che utilizzano le querele per intimidire sono inaccettabili in un Paese civile, perché il diritto di cronaca e la possibilità di fare giornalismo non devono essere inficiati da un’aggressività di carattere giudiziario. Dal canto suo, l’Ordine dei giornalisti ha dimostrato tutta la sua inutilità: avrebbe dovuto difendere con determinazione una voce così libera come quella di Sansonetti. Sono pronto ad aderire a qualsiasi iniziativa che Il Riformista vorrà lanciare a difesa di democrazia e libertà di stampa».

Severino Nappi – «Non sempre condivido le campagne lanciate dal Riformista, ma credo fermamente, per la mia cultura intrinsecamente liberale, nel principio della libertà di stampa, da difendere sempre anche quando attacca la nostra parte politica. Sul tema della giustizia, Il Riformista rappresenta con coraggio una voce fuori dal coro, tesa a ripristinare le possibili storture di un sistema giudiziario che da 30 anni necessita di un’adeguata riforma. La sensazione è che il giornale sia vittima di un cortocircuito tra magistratura, politica e mondo dell’informazione alimentato da una certa magistratura politicizzata a sinistra. Non dovrebbe esistere una caratterizzazione della magistratura, spesso invece soggetta a giochi di corrente, mentre probabilmente si gioverebbe di una separazione di carriera tra il ruolo di pm e di giudice. E le querele temerarie rappresentano soltanto una minaccia alla libera espressione».

Lucio D’Alessandro – «Sono impressionato e preoccupato. Quando è nato Il Riformista, e Il Riformista Napoli in particolare, lo abbiamo accompagnato con grande attenzione, con grande piacere e con l’idea che stesse nascendo qualcosa di nuovo, di importante e di libero. Tutti quelli che pensano alla democrazia pensano che la chiave della democrazia sia la possibilità di informare l’opinione pubblica. Jeremy Bentham diceva che il tribunale più importante di tutti è il tribunale dell’opinione pubblica e questo tribunale dev’essere informato. Non credo al complotto, non ci credo in generale e per principio, ma il ripetersi di alcune azioni può essere pericoloso. In particolare mi preoccupa il fatto in sé, che alla fine una voce libera si possa chiudere. Bisogna quindi stare vicino al Riformista e vicino ai giornalisti in generale perché la voce della stampa è una voce importante: è uno dei pilastri della democrazia».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Solidarietà al Riformista. Contro Sansonetti troppe querele di una magistratura tronfia. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 23 Aprile 2021. Caro direttore, non conosco il merito delle querele che hai ricevuto, ma già il fatto che ammontino a tante, e che provengano perlopiù se non esclusivamente da magistrati, dice che in questione non è il tentativo di punizione di un comportamento vietato, ma la pretesa di vietare il comportamento. Non è un gioco di parole. Un giornale può sbagliare, può pubblicare cose false e offensive, e deve risponderne, ma qui la sensazione è che non si tratti di isolate lamentazioni per precise vicende diffamatorie, bensì di iniziative che magari non intenzionalmente, ma negli effetti senz’altro, vanno a fare concerto in una chiara volontà di censura. Bisogna diffidare del giornalista che fa retorica sull’attentato alla libertà d’opinione solo perché ha ingiustamente sputtanato qualcuno che giustamente gli fa causa: ma come lo strumento giudiziario diventa a volte un mezzo di competizione tra imprese che si fanno la guerra sui mercati, così la querela può smettere di funzionare come la richiesta di riparazione di un diritto leso per trasformarsi in una inibitoria indiscriminata. Non la bacchettata sulla mano di chi ha scritto qualcosa impropriamente, ma il colpo di mazza che gliela maciulla e la rende inservibile a scrivere qualsiasi cosa. Non si può pretendere che i magistrati restino inerti davanti allo scritto che racconta su di loro cose non vere e insultanti, ma l’impressione è che ciò di cui in profundo essi si lagnano sia la contestazione del ruolo che hanno usurpato, il loro presunto diritto di annunciare rivoluzioni ai margini dei rastrellamenti e di far dottrina in tv sull’appello da abolire perché è l’inaccettabile lasciapassare compilato dagli avvocati complici di corrotti e mafiosi. Il sospetto è che la querela sia il rimedio indispettito verso un atteggiamento più grave, per loro, della diffamazione, e cioè appunto l’atteggiamento dei pochi, tra cui in prima posizione questo giornale, che vorrebbero il magistrato timoroso nell’uso del proprio potere anziché tronfio nel farne sfoggio. Iuri Maria Prado

"Lunga vita al Riformista". Il Riformista non si piega ai Pm, l’attacco a Sansonetti testimonia fastidio magistratura. Biagio Marzo su Il Riformista il 23 Aprile 2021. Lunga vita al Riformista. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, altrimenti saremmo privi di un quotidiano ch’è una delle pochissime voci veramente libere dell’informazione scritta e parlata. Le battaglie che sta conducendo sono sacrosante a favore dello Stato di diritto, a difesa del detenuto che vive in penitenziari super affollati, contro le ingiustizie sociali. E, comunque, non sarà mai dalla parte della lex est araneae tela. Non sono da tutti queste battaglie, in questi anni di populismo giudiziario, in cui si è visto di tutto e di più. Da un lato, i giornalisti che stanno in ginocchio e fanno interviste, baciando la pantofola ai magistrati. Dall’altro, la corporazione togata, con un corpo malato, alle prese con nomine, spartizioni, accordi segreti fra le correnti il cui potere è tale che quelle partitiche sono quisquilie. C’è di più. Fatti e misfatti di cui solo a raccontarli si resta increduli. Il posto in cui c’è una sorta di “lavanderia”, dove tutto si lava e si asciuga, è il Csm, l’organo di autogoverno della magistratura. Al riguardo, Stefano Zurlo in Il Libro Nero Della Magistratura è riuscito a mettere insieme “i peccati inconfessati” dei magistrati italiani. Sansonetti non si piega al potere come, invece, fanno tanti suoi colleghi, ragion per cui, ha accumulato un sacco e una sporta di querele da alcuni Pm, per essersi battuto contro la “macelleria giudiziaria all’ingrosso”. A questo punto, siamo noi che ci facciamo carico di esprimergli solidarietà e affetto e lo preghiamo di continuare la lotta per la libertà di cronaca e di critica. E, naturalmente, noi siamo al suo fianco per la giustizia giusta. Il caso Tortora è l’esempio lampante passato alla storia come “giustizia spettacolo” in cui operò, per la prima volta, il “Circo mediatico – giudiziario”, dal titolo del best seller di Daniel Soulez Lariviere. Il popolare presentatore di Portobello fu arrestato dai Carabinieri all’alba, mentre dormiva all’Hotel Plaza di Roma, alla presenza di cronisti, fotografi e cameramen, per l’accusa di spaccio di droga e associazione di stampo camorristico. Un innocente fu arrestato e condannato, costretto a una tragica via crucis giudiziaria che, alla fine, lo portò alla morte. La premiata ditta magistrati&giornalisti lo sottopose a un processo e a una gogna mediatica malevola, i cui benefici furono tutti a favore dei magistrati che fecero, d’allora in poi, ottima carriera, e dei pentiti, anzi dei falsi pentiti che si garantirono una comoda vecchiaia. Insomma, nessuno pagò per quel grossolano errore giudiziario. Grazie a Marco Pannella e ai suoi compagni di partito, che lo portarono come effigie della giustizia ingiusta, fu candidato nelle liste radicali ed eletto al Parlamento europeo. Per non incorrere in casi come quello di Tortora, i radicali di Pannella e i socialisti di Craxi indissero il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, l’8 novembre 1987. La vittoria referendaria radical-socialista non sortì alcun effetto, vuoi perché la Dc si mise di traverso vuoi anche per il fatto che le forze politiche non ebbero il coraggio di portare in porto una riforma che rafforzasse lo Stato di diritto ed evitasse che la giustizia fosse usata per scopi politici e per le carriere dei togati, senza che questi pagassero mai alcun pegno. Come dire, il referendum fu furia francese e ritirata spagnola. Al dunque, diciamo che tutto restò allo status quo ante. Da quella sconfitta prese l’abbrivio l’egemonia delle Procure sulla politica, con l’appoggio dei mezzi di informazione. Difatti, ai tempi del pool di Mani pulite, entrò in azione il combinato disposto del partito dei Pm e dei mezzi di informazione, con a capo la Procura di Milano e le corazzate Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, l’Unità e, in più, le reti televisive di Mediaset con le dirette di Brosio sotto il Palazzo di giustizia di Milano. La Rai, per non essere da meno, si adeguò. Si mossero in sincronia con la forza di uno schiacciasassi. La magistratura ha tutt’oggi un soverchiante potere, ha messo in crisi il sistema politico che è organizzato secondo il principio di separazione dei poteri, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. È sopportabile una situazione del genere in cui, peraltro, la giustizia è la mano punitiva dello Stato e, per di più, vive come Sistema, ossia come potere per il potere, al servizio di qualsiasi fine? Altro che Palamara. Preoccupati per la tenuta della democrazia, per il restringimento delle libertà e per il sorgere di uno Stato etico, occorre una riforma della giustizia. Alla luce dell’esperienze passate, si andrà incontro come sempre alla tacitiana corruptissima republica plurimae leges e al passo del Digesto: error communis ius facit. Il tentativo di mettere la mordacchia a Sansonetti – e a tanti giornalisti con le sue medesime idee garantiste, per esempio, evidenziamo il caso Salvaggiulo de La Stampa – per poi far chiudere il Riformista, non è per nulla una idea campata in aria. Per questa ragione, attorno al direttore Sansonetti bisogna raccogliere le forze che si battono per lo Stato di diritto, per indire un referendum sulla giustizia. Resta la sola e unica via praticabile. Biagio Marzo

Informazione e regime. Il Riformista è voce di libertà, Sansonetti non si lasci prostrare. Eduardo Savarese su Il Riformista il  18 Aprile 2021. Ho avuto la fortuna di svolgere un dottorato di ricerca in Diritto internazionale alla Federico II di Napoli negli anni in cui il professor Benedetto Conforti era rientrato in città, avendo concluso il mandato di giudice presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, e ho avuto il privilegio di essere uno dei suoi ultimi allievi. Dopo la pensione, cominciò a dismettere la sua biblioteca giuridica, conservando soltanto i libri sui diritti dell’uomo. Poco prima che lasciasse Strasburgo, la Corte europea decise il ricorso promosso dal giornalista Giancarlo Perna per violazione dei diritti al giusto processo e alla libera espressione del pensiero, per averlo l’Italia, attraverso i suoi giudici, condannato per diffamazione del magistrato Giancarlo Caselli. La Grande Camera diede ragione all’Italia, non ravvisando le violazioni lamentate dal giornalista. Un’opinione dissidente si levò: quella di Conforti. Il professore metteva in evidenza come, nel processo per diffamazione intentato da Caselli contro Perna, il giudizio, nei tre gradi, si fosse chiuso in tempi record. Quella velocità suonava sospetta in un Paese che accumulava condanne per ritardi nelle decisioni giudiziarie. Non solo, quella velocità si era consumata attraverso una compressione frettolosa del diritto alla prova del giornalista. L’opinione afferma (traduco liberamente dal testo originale in inglese): «Nel processo a carico di un giornalista per diffamazione di un organo giudiziario inquirente, la condotta dei tribunali interni, intenzionale o meno, dà la chiara impressione di un’intimidazione che non può essere tollerata alla luce della giurisprudenza della Corte sulle restrizioni alla libertà di stampa». E ancora: «È sorprendente quante azioni siano intentate da magistrati contro giornalisti in Italia e quanto congrui siano gli importi liquidati dai tribunali italiani per danni». Infine: «Poiché la libertà di stampa è la mia sola preoccupazione, mi duole avere espresso la mia opinione in questo caso che riguarda un magistrato per il quale ogni cittadino italiano deve provare ammirazione per aver rischiato la propria vita nella lotta alla mafia». Nella sua brevità e chiarezza, Conforti dà a tutti noi, soprattutto ai giuristi e ai tantissimi magistrati che hanno studiato sul suo manuale di diritto internazionale, una lezione esemplare: un rischio effettivo e grave di compressione della libertà di stampa discende dalle azioni per diffamazione intentate da magistrati contro giornalisti. Mi si obietterà: e allora i magistrati non possono difendere più la loro immagine, se diffamati? Certamente, possono e devono. Ma è necessaria una misura rigorosissima nell’esercizio della facoltà di sporgere denunce per diffamazione, sia perché la magistratura deve sapere affrontare le domande che le si rivolgono sul proprio operato, sia perché essa – e questo è un altro insegnamento di Conforti – è, o dovrebbe essere, il vero baluardo per la difesa dei diritti dell’individuo in uno Stato di diritto. Ciò detto, qualche notazione personale. Non conosco Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, se non da quanto scrive e dice in televisione. Quello che so è che Il Riformista, e Il Riformista Napoli sul quale scrivo da gennaio 2020, è una voce di libertà. A volte reputo eccessiva – e controproducente – la sua foga contro la magistratura italiana. Mi piacerebbe che prendesse – che so – di mira anche i poteri immensi (e molto più nascosti) di tanti anfratti delle pubbliche amministrazioni e delle società collegate al settore pubblico (i cui funzionari spesso ricevono compensi assai più lauti del magistrato). Ma è una voce di libertà e sa articolarsi in una complessità di linee anche molto diverse: ho scritto un articolo sulla omogenitorialità che nessun’altra testata oggi avrebbe pubblicato. Mi sono dimesso dall’Associazione nazionale magistrati e ho potuto ricevere un’intervista seria e rigorosa, senza inutili strumentalizzazioni. E poi, quel che mi preme di più: continua a mettere il dito nella piaga. La piaga purulenta e vergognosa dello stato delle carceri italiane. La piaga – strutturale e che pesa come colpa collettiva sulla struttura giudiziaria nel suo complesso – della giustizia civile lenta, ma soprattutto della giustizia penale che arriva troppo tardi ad assolvere persone duramente colpite da indagini e misure cautelari (che in sé non possono non avere un fisiologico margine di errore, ma il punto non è questo). La piaga della crisi che il caso Palamara ha aperto nella magistratura: solo leggendo Il Riformista, e poco altro su carta stampata, da magistrato che vorrebbe capire di più, riesco ad appurare certe informazioni (spetta a me, lettore, elaborarle e criticarle) sull’uso del trojan nell’indagine a carico di Palamara. Il mio augurio è che Il Riformista abbia ancora lunga vita, che il direttore Sansonetti non si lasci prostrare e che la magistratura, tra i tanti bagni di verità che è chiamata improrogabilmente a praticare, riesca anche ad affrontare il tema querela di magistrati/libertà di stampa secondo le linee magistralmente delineate da Benedetto Conforti. Con lui ribadisco che «freedom of the press is my only concern».  Eduardo Savarese.

Si allunga l'elenco. Il Gip Sturzo ci ha fatto causa. Redazione su Il Riformista il 7 Ottobre 2020. Si allunga l’elenco dei magistrati che hanno fatto causa al Riformista. Ci è giunta la notizia che anche il Gip Gaspare Sturzo ha avviato la richiesta di risarcimento danni nei nostri confronti perché si sente diffamato – se abbiamo capito bene – dalla pubblicazione sul Riformista di alcune intercettazioni dell’affare Palamara nelle quali lui sembrava chiedere un aiuto dell’ex capo dell’Anm per lo sviluppo della sua carriera. Gaspare Sturzo ha citato in giudizio l’editore Alfredo Romeo e il direttore Piero Sansonetti. Chi è Sturzo? È il Gip che nel 2017 ordinò l’arresto di Alfredo Romeo (poi cancellato dalla Cassazione) e successivamente, nella vicenda delle indagini su Consip, ha respinto la richiesta di archiviazione del procedimento, sempre contro Romeo (e altri), che era stata avanzata dalla Procura, e in particolare da Pignatone, Ielo e Palazzi.

Sansonetti: “Caselli mi ha querelato, i magistrati lo fanno per intimidazione”. Redazione su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. Il direttore del Riformista Piero Sansonetti annuncia in un video editoriale di aver ricevuto una “Querela da parte di Giancarlo Caselli per un articolo dell’aprile scorso. Io scrissi un articolo in cui polemizzavo con Caselli. Ma purtroppo c’è questa idea che si può polemizzare sui giornali, in tv. Con chiunque. Ma non si può polemizzare con i magistrati“. Secondo Sansonetti “I magistrati sono intoccabili, al di sopra della legge, sono intoccabili. Non accettano critiche e sanno che in caso di querela vincono poiché i magistrati che giudicano li guardano di buon occhio“. Il direttore poi elenca “Ho querele solo di magistrati: di Gratteri, Di Matteo, Scarpianto, Leonforte, Esposito padre e figlio, Davigo e ora Caselli che è in pensione ma è uno dei capi del partito dei Pm. Spesso vincono ma non sempre“. Infine Sansonetti sottolinea che “Lo spirito di queste querele è l’intimidazione. Le querele creano una grande difficoltà nei giornalisti e arrivano solo nei confronti di chi critica i magistrati. In Italia siamo non più di 5 ed è facile l’attacco da parte del partito dei Pm. Non c’è alcuna difesa, il sindacato dei giornalisti e l’ordine si inchinano e non intervengono“. Sansonetti conclude: “La querela di Caselli non ci spaventa, c’è l’effetto intimidazione ma noi andiamo avanti e continueremo a criticare nella maniera più rigorosa tutti i magistrati. Tra l’altro – svela Sansonetti – con Caselli mi legava un legame di stima e amicizia. Se scrivo qualcosa di male su un politico, cose che ho fatto tante volte, non mi querelano, invece i magistrati lo fanno per tenerti per il collo, ma tranquilli andiamo avanti“.

Cantone vuole censurare il Riformista: “La libertà di stampa ha un limite”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Foto LaPresse – Mourad Balti Touati 08/10/2018 Milano (Ita) – Corso di porta vittoria – Tribunale Cronaca Presso il Tribunale il Presidente dell’ Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone partecipa al convegno sulla responsabilità penale e contabile nelle professioni sanitarie Nella foto: Raffaele Cantone, Presidente Anac. Il Procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha chiesto al Csm di aprire una “pratica a tutela” dei magistrati della sua città. Perché e contro di chi? Contro il Riformista che nei giorni scorsi ha riferito, sul celebre Palamaragate, notizie che non piacciono a Cantone. E cioè ha raccontato come le chat estratte dal telefono di Luca Palamara ai primi di giugno del 2019 furono mandate al Csm con 11 mesi di ritardo. Solo dopo che il Csm, senza conoscere le chat e i nomi dei magistrati implicati, aveva deciso un bel giro di nuove nomine nelle Procure e nei tribunali. E poi il Riformista ha anche spiegato come e perché fu silenziato il trojan di Palamara in occasione della cena che lui ebbe con l’ex procuratore di Roma Pignatone e con altri alti magistrati, cena il cui piatto forte, molto probabilmente, fu la nomina del nuovo procuratore di Roma. (Il trojan è quel marchingegno che permette di trasformare un cellulare in un telefono spia che trasmette tutto ciò che avviene attorno a lui). E infine il Riformista ha chiesto conto anche degli Sms che stavano nel telefono di Palamara (e anche quelli furono estratti dal Gico della Guardia di Finanza) e che pare non siano stati inseriti nel fascicolo a carico di Palamara. Cantone sostiene invece che gli Sms furono tutti consegnati e inseriti, però non ci ha detto (ne lo ha detto a Palamara) dove siano. Siccome noi abbiamo scritto queste notizie, e siccome non risulta che su questi fatti sia stata aperta nessuna inchiesta giudiziaria, Cantone ha chiesto al Csm questa famosa pratica a tutela. Cosa sia una pratica a tutela non si sa bene. Potrebbe essere una semplice dichiarazione di “intoccabilità” che vada ad arricchire il curriculum dei magistrati ritenuti responsabili delle mancanze investigative che noi abbiamo segnalato, oppure forse di qualche iniziativa più forte che possa ottenere il risultato di silenziare i giornali indisciplinati, cioè il Riformista. Naturalmente si tratta di un attacco violento e diretto alla libertà di stampa, e dunque anche alla Costituzione, che non credo abbia molti precedenti. E io immagino che l’Ordine dei Giornalisti vorrà intervenire a difesa del principio costituzionale e a difesa del diritto ad informare nostro o di altri giornali ai quali venisse voglia di ficcare il naso sul Palamaragate (senza scottarsi). Se passasse l’idea che in Italia è persino formalmente proibito ai giornali di criticare la magistratura, e addirittura è vietato dare notizie relative al lavoro dei Pm, diventerebbe molto difficile parlare del nostro paese come di un grande paese a democrazia liberale. Capisco l’obiezione: in realtà è già così. Si contano sulla punta di una mano i giornali che si sono occupati del “palamaragate”, dal momento in cui si è capito che era uno scandalo che coinvolge centinaia, o forse anche migliaia di magistrati, e che getta un’ombra di fango molto larga sull’istituzione magistratura. Ma questa non è un’obiezione seria. Il fatto che in Italia quasi tutti i giornali abbiano accettato una sudditanza e giurato obbedienza alle Procure (non alla magistratura: alle Procure) non ci autorizza ad accettare che il divieto di critica alle Procure diventi un divieto formale sancito dalla giurisprudenza. In Italia, nell’ultimo secolo e mezzo, almeno, solo il fascismo ha imposto la censura ai giornali, cioè quella che viene chiesta oggi nei nostri confronti. Nei giorni scorsi vi ho elencato i nomi dei magistrati o ex magistrati, che mi hanno querelato, o hanno querelato il mio editore, perché innervositi dalle critiche ricevute. Tutti nomi altisonanti: l’ultimo è stato Gian Carlo Caselli (col quale, oltretutto, avevo avuto in passato un rapporto quasi di amicizia) prima di lui Di Matteo, Scarpinato, Lo Forte, Gratteri, Davigo, Esposito (2: padre e figlio) e qualcun altro che ora non mi viene in mente (e mi scuso per l’eventuale omissione). Adesso si aggiunge Cantone. Dei nomi di grido mi mancano – a occhio – solo Ingroia, Greco, Prestipino e Melillo. Credo che l’iniziativa di Cantone vada interpretata nello stesso modo nel quale ho interpretato le querele: un sistema per intimidire il giornalista, metterlo in guardia, spingerlo a mollare la presa. Il problema per me è complicato: personalmente sono molto favorevole all’idea di lasciarmi intimidire e mollare la presa. Sempre. Io tendo a privilegiare il primum vivere a valori francamente molto vaghi ed effimeri, e inutili forse, come il coraggio. Il coraggio a me pare estetica. Il problema è che essendo il Riformista l’unico quotidiano cartaceo (radio radicale è una radio) che si occupa costantemente e criticamente delle vicende della magistratura, e che non concede mai nessuno sconto al partito dei Pm ( e alla loro rappresentanza parlamentare, che in questa fase è il dominus del governo) non possiamo permetterci il lusso di lasciarci intimidire. Se sparissimo anche noi, cosa resterebbe della libertà di stampa? Per finire vorrei fare due domande a Cantone e ai suoi colleghi. Noi abbiamo denunciato dei fatti gravi. Compreso il silenziamento intenzionale del trojan di Luca Palamara (un atto evidente di intralcio alle indagini). Quantomeno su questo fatto e sul ritardo nella consegna degli whatsapp di Palamara non abbiamo ricevuto nessuna smentita. Qualcuno, nelle Procure, ha aperto un’inchiesta, magari piccola piccola, magari ben strutturata allo scopo di farsi archiviare al più presto, ma almeno una inchiestuccia? A me non risulta. E invece risulta che nel corpo della magistratura ci sono molti malumori. Migliaia di magistrati, che lavorano sodo e correttamente, sono un po’ indignati per il modo nel quale il Palamaragate viene messo sotto il tappeto. Qualche giorno fa una cinquantina di magistrati hanno scritto a Palamara per chiedergli di renderli noti lui gli Sms, visto che la magistratura non li rende noti. E’ abbastanza grave, no? Gli stessi magistrati non si fidano più della magistratura e cercano le verità per vie private. Gli piace questa cosa a Raffaele Cantone? Seconda domanda, questa rivolta alla procura di Firenze, che è quella designata a indagare sulla procura di Perugia. Capisco che il vostro organico, al momento, è impegnato nella caccia a Renzi e che è una caccia difficilissima perché non si trova uno straccio di indizio per nessun reato. E oltretutto Renzi rema contro. Però almeno un sostituto – magari il più giovane – non potrebbe essere distaccato, anche solo per una settimana, per cercare di capire che è successo a Perugia nell’estate del 2019?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Alessandro Sallusti, il giudice Esposito e il rinvio a giudizio "a tempo di record" per Feltri e Porro: "Ho una risposta, brutta aria". Libero Quotidiano il 26 marzo 2021. La giustizia è mal ridotta, secondo Alessandro Sallusti e per capirlo basta vedere "tre recenti casi di cronaca che coinvolgono alcune delle star della magistratura. Il primo riguarda Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, già ministro della Giustizia in pectore del governo Renzi, famoso per le sue retate antimafia dagli incerti esiti processuali, che ha scritto la prefazione a un libro sul Covid di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni", scrive nel suo editoriale su Il Giornale. "I due autori il primo medico (?), il secondo magistrato presidente di commissione tributaria sostengono apertamente tesi complottiste e negazioniste". Insomma, per loro i vaccini sono "acqua di fogna e trasformeranno gli uomini in Ogm". Il secondo magistrato vip, continua Sallusti, "è Raffaele Cantone, procuratore di Perugia con giurisdizione sui reati commessi dai colleghi romani. Interrogato dal Csm sul caso Palamara, Cantone ha sostenuto che la famigerata microspia inserita nel telefonino di Palamara non era stata attivata negli incontri con il potente e intoccabile allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone perché «essendo presenti le mogli, era da escludere che i due parlassero di cose d'ufficio»". Una tesi quantomento "strampalata". Infine c'è il caso di "Antonio Esposito, il giudice della discussa sentenza che nel 2013 ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi per evasione fiscale. Sentenza «discussa» anche da Amedeo Franco, uno dei giudici che parteciparono alla camera di consiglio, che in un audio reso noto nel giugno 2020 ha parlato di «forti pressioni per condannare Berlusconi» e della corte come di «un plotone di esecuzione»". Bene, conclude Sallusti, "l'attuale procuratore di Roma, Michele Prestipino (di cui racconta Palamara nel libro Il Sistema e la cui nomina è ancora oggi contestata dal Tar), si è mosso in prima persona, cosa assai rara, e a tempo record (soli sei mesi, funzionasse sempre così la giustizia) ha chiesto il rinvio a giudizio per quindici tra giornalisti (me compreso, e poi Feltri e Porro), deputati e senatori (tra cui la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini e il sottosegretario Giorgio Mulè) che hanno osato commentare le inquietanti rivelazioni di Franco sulla trasparenza di quella sentenza". Insomma c'è un filo che lega Gratteri, Cantone e Prestipino. "Il senso di giustizia? Io una risposta l'avrei, ma con l'aria che tira la tengo per me. Meglio Pasqua a piede libero", chiosa lapidario Sallusti.

La giustizia mette il turbo solo con i nemici. Indagini sul caso Esposito chiuse in meno di 8 mesi. La media è 404 giorni. Massimo Malpica - Sab, 27/03/2021 - su Il Giornale. La lentezza della giustizia è questione di punti di vista. Chiedere al pm romano Roberto Felici, che dopo aver ricevuto l'esposto del giudice Antonio Esposito quello della condanna al Cav del 2013 a proposito di una presunta campagna denigratoria ai suoi danni, ordina da giornali, politici e talk show, si è messo a indagare e non ha perso tempo. Il 7 marzo scorso, ecco arrivare i primi avvisi di conclusione delle indagini. E considerando che tutta la «campagna» sarebbe nata intorno alla registrazione audio di Amedeo Franco, giudice a latere nel processo che vide la condanna di Berlusconi, e che quell'audio è stato mandato in onda per la prima volta da Nicola Porro su Quarta Repubblica la sera del 29 giugno 2020, si capisce quanto veloci possono essere le indagini. Da quel giorno di fine giugno quelle parole in cui Franco si dissociava dalla sentenza definendola «guidata dall'alto» e «una grave ingiustizia», sono finite al centro di una serie di articoli su diversi giornali, dal Riformista al Giornale, fino a Libero, come d'altra parte accade di norma per le notizie. Esposito denuncia la «campagna diffamatoria». E otto mesi dopo, ecco l'avviso di conclusione indagini. Un caso di giustizia lampo. Soprattutto se confrontato con la durata media delle indagini preliminari, che per i dati del 2017 parlano di 404 giorni in media, 13 mesi e mezzo, contro i 240 giorni della denuncia del giudice Esposito. Inoltre, spesso il tempo necessario all'atto di conclusione delle indagini è ben più lungo: a Brescia, nel 2017, la durata media delle indagini era pari a 829 giorni, e a livello nazionale il 20 per cento dei fascicoli erano ancora nella fase delle indagini dopo due anni. Che non sempre le cose procedano spedite come per il «complotto» denunciato dal giudice Esposito lo dimostra la recente condanna dell'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo: esaminando proprio la durata delle indagini preliminari per una denuncia per diffamazione (non di un giudice, ma dell'ex patron della Casertana, Vincenzo Petrella), la Corte ha condannato il nostro Paese per aver fatto prescrivere il reato nel corso di indagini andate avanti per cinque anni e due mesi. Violando così non solo la ragionevole durata, ma anche il diritto di accesso a un tribunale e il diritto a un ricorso effettivo.

Da ilfattoquotidiano.it l'11 marzo 2021. “Penso che sia uno scandalo non riuscire a varare una norma che contrasti le querele temerarie: noi abbiamo fortemente appoggiato la proposta Di Nicola“. Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, commenta così l’assenza nell’ordinamento italiano di una legge che contrasti l’abuso delle querele per diffamazione ai giornalisti. Un tema tornato di attualità dopo che Matteo Renzi ha annunciato proprio nuove querele nei confronti delle testate, La Stampa e The Post Internazionale, che hanno riportato la notizia della sua visita a Dubai. “Non conosco la vicenda specifica”, ha detto Verna, sottolineando però che “quando qualcuno contesta in una sede giudiziale quella che un giornalista ritiene sia una verità, se poi la notizia si rivela fondata non può finire con la semplice condanna alle spese, occorre un risarcimento per chi temerariamente è stato tratto in giudizio”. Una legge per il contrasto alle querele temerarie era già pronta a maggio 2019 e porta la firma del senatore Primo Di Nicola. Un solo articolo: è previsto che in caso di temerarietà della lite, riconosciuta dal giudice, questi può condannare il querelante a pagare una cifra pari ad almeno il 50% della pretesa. La norma però è rimasta in un cassetto, come ricorda il deputato M5s Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera: “Credo che abbia pienamente ragione il presidente dell’OdG Carlo Verna: il ritardo sul contrasto alle querele temerarie è inaccettabile. Il senatore Primo Di Nicola ha indicato una strada condivisibile con la sua proposta di legge ma ciò non ha avuto seguito, purtroppo. Intanto, questa prassi velatamente antidemocratica prosegue. Spero quindi che l’iter del provvedimento si sblocchi quanto prima”.

I magistrati sono al di sopra della legge. Sansonetti: “Caselli mi ha querelato, i magistrati lo fanno per intimidazione”. Redazione su Il Riformista l'8 Gennaio 2021. Il direttore del Riformista Piero Sansonetti annuncia in un video editoriale di aver ricevuto una “Querela da parte di Giancarlo Caselli per un articolo dell’aprile scorso. Io scrissi un articolo in cui polemizzavo con Caselli. Ma purtroppo c’è questa idea che si può polemizzare sui giornali, in tv. Con chiunque. Ma non si può polemizzare con i magistrati“. Secondo Sansonetti “I magistrati sono intoccabili, al di sopra della legge, sono intoccabili. Non accettano critiche e sanno che in caso di querela vincono poiché i magistrati che giudicano li guardano di buon occhio“. Il direttore poi elenca “Ho querele solo di magistrati: di Gratteri, Di Matteo, Scarpianto, Leonforte, Esposito padre e figlio, Davigo e ora Caselli che è in pensione ma è uno dei capi del partito dei Pm. Spesso vincono ma non sempre“. Infine Sansonetti sottolinea che “Lo spirito di queste querele è l’intimidazione. Le querele creano una grande difficoltà nei giornalisti e arrivano solo nei confronti di chi critica i magistrati. In Italia siamo non più di 5 ed è facile l’attacco da parte del partito dei Pm. Non c’è alcuna difesa, il sindacato dei giornalisti e l’ordine si inchinano e non intervengono“. Sansonetti conclude: “La querela di Caselli non ci spaventa, c’è l’effetto intimidazione ma noi andiamo avanti e continueremo a criticare nella maniera più rigorosa tutti i magistrati. Tra l’altro – svela Sansonetti – con Caselli mi legava un legame di stima e amicizia. Se scrivo qualcosa di male su un politico, cose che ho fatto tante volte, non mi querelano, invece i magistrati lo fanno per tenerti per il collo, ma tranquilli andiamo avanti“.

La vicenda. Cantone vuole il bavaglio per il Riformista: “La magistratura è intoccabile”. Redazione su Il Riformista il 13 Gennaio 2021. Il direttore del Riformista Piero Sansonetti ha pubblicato un video editoriale in cui racconta che “Il procuratore di Perugia Raffaele Cantone ha chiesto al Csm di aprire una pratica a tutela dei magistrati della sua città. Questo si fa quando un magistrato è sotto tiro da parte di qualcuno e bisogna proteggerlo. In genere è una procedura di vantaggio per la carriera del magistrato poiché va a fare curriculum. Cantone l’ha aperta contro il Riformista, perché con gli articoli di Paolo Comi abbiamo riferito di alcune cose che non funzionano nel Palamaragate“. Secondo Sansonetti i motivi sono tre: “Primo: tutti i Whatsapp sono arrivato al Csm con un anno di ritardo, e nel frattempo erano state fatte molte nomine e questi nomi non sono arrivati al Csm. Secondo: a noi risulta che nel fascicolo a carico di Palamara non ci siano gli sms. Cantone contesta questo. Noi sappiamo che gli sms non sono stati scaricati nel fascicolo, e anche Palamara non ha notizia in merito a questo aspetto. Cantone ci dovrà dire dove li hanno messi visto che nel fascicolo non ci sono. Terzo: abbiamo scoperto che il trojan nel cellulare di Palamara che funzionava tutte le sere dalle 19 in poi, una sola sera non ha funzionato quando Palamara è stato a cena con Pignatone e altri magistrati importanti per discutere della nomina a nuovo procuratore di Roma. Da chi fu spento e come? Noi abbiamo detto da chi fu spento e come fu spento e provato che fu spento intenzionalmente intralciando le indagini“. “Invece di aprire una inchiesta sulla nostra denuncia – sottolinea Sansonetti – Cantone ha chiesto che intervenga il Csm per censurare il Riformista. Sono ormai gli stessi magistrati a ribellarsi. Recentemente oltre 50 magistrati hanno chiesto a Palamara di rendere noti i messaggi visto che la procura non lo fa. C’è una sfiducia addirittura degli stessi magistrati, figuriamoci dei cittadini nei confronti della magistratura che viene ritenuta non credibile, non attendibile“. “Cantone ha preso questa iniziativa di chiedere che si attacchi il Riformista, cioè che si affermi il principio che la libertà di stampa deve avere un limite: si possono criticare tutti ma non i magistrati. Si possono dare notizie di ogni genere ma non sulla magistratura. Questo è il principio che vorrebbe affermare Cantone, probabilmente anche con una riforma costituzionale. Mi aspetto che l’Ordine dei Giornalisti – conclude Sansonetti – intervenga visto questo attacco violentissimo alla libertà di stampa, credo con pochissimi precedenti forse negli anni ’80. Quale è lo scopo di questa iniziativa? L’unico mi sembra quello di intimidirci, così come viene fatto attraverso le querele. Voglio dire a Cantone che io per carattere tenderei a farmi intimidiere, non ho mai pensato che la grande dote sia il coraggio, non tendo più a don Abbondio. Ma in Italia c’è un solo quotidiano che critica la magistratura quindi non posso permettermi il lusso di farmi intimidire se no si crea una situazione di regime, una cosa simile a quanto successo durante il fascismo“.

La critica al Procuratore. Gratteri mi ha minacciato di querela, non è la prima volta che un Pm mi intimidisce. Piero Sansonetti su Il Riformista l'1 Aprile 2020. Gratteri (Procuratore di Catanzaro) , mi pare, conferma tutto. I commissari prefettizi hanno ceduto a lui (al canone di 8 euro e mezzo al mese per dieci anni) un terreno di quattromila metri quadrati (però nella delibera c’è scritto ottomila: qualcuno non dice la verità) che appartiene a un ospedale costruito e mai inaugurato, e sul quale si era pensato un tempo di realizzare ricoveri per anziani, e che poi era stato richiesto dal Comune di Gerace. Del resto ci aveva confermato tutto già per telefono il giorno prima. Nel corso di un paio di chiamate un po’ burrascose: poi ne parliamo meglio. Solo qualche piccola differenza. Ieri ci aveva detto che lui non aveva firmato niente. Sembrava di capire che la richiesta di assegnargli il terreno non fosse venuta da lui ma da prefetto, questore e altri. Ora corregge, e spiega che prefetto, questore e altri lo hanno indotto a chiedere quel terreno. Quindi la richiesta l’ha fatta lui. Va bene, piccole imprecisioni. Un po’ di imbarazzo, si capisce. La ragione della richiesta? Difendersi da possibili attentati. Questo lo abbiamo già scritto. Anche perché noi siamo abituati, quando riceviamo una notizia che non fa fare un gran figura a una persona, ad ascoltare la persona (pratica abbastanza inusuale nel giornalismo che piace a Gratteri…). In quel terreno – dice Gratteri- poteva introdursi qualche mafioso e spararmi, perché da quel terreno si vedono le finestre di casa mia.  E quindi, se capisco bene, si è pensato che la cosa migliore per evitare che questo accada, non è mettere delle guardie, ma concedere il terreno a Gratteri in modo da rendere illegale, per eventuali attentatori, l’accesso. Un’idea – diciamo la verità – un po’ stile pantera rosa: ma comunque un’idea. Benissimo. Sicuramente tutto vero. Del resto già ieri abbiamo scritto che nella decisione della commissione prefettizia di sottrarre una proprietà a un ospedale, di non concederla al Comune o a un ente pubblico, ma di assegnarla un privato cittadino, non c’era niente di illegale. Citando Travaglio potrei dire: questione, magari, di opportunità…. I problemi sono tre. Primo: possiamo credere che lo Stato, di fronte a un pericolo per la vita di un magistrato, gli dice: difenditi da solo, noi ti diamo un terreno e poi pensaci tu? Speriamo che non sia vero. Anche perché francamente Gratteri che può fare con quel terreno per difendersi? Proprio niente. Se qualcuno ha pensato a una soluzione così scombiccherata c’è da preoccuparsi molto. E anche se un Procuratore l’ha ritenuta adeguata. Secondo problema. Cosa sarebbe successo se un terreno di un ospedale fosse stato assegnato a Oliverio, per esempio, l’ex presidente della Regione? Ditemi, sinceramente, cosa pensate che sarebbe successo ad Oliverio. Nessuno avrebbe immaginato che Oliverio aveva ottenuto quel terreno grazie al suo potere? Gratteri avrebbe lasciato correre o avrebbe indagato? Vabbé. Terza questione. L’altro giorno Gratteri ci ha minacciato di querelarci in due distinte telefonate, pur sapendo che stavamo scrivendo il vero e senza, peraltro, aver letto cosa avremmo scritto. Se un politico si fosse comportato così, cosa si sarebbe detto? Intimidazione. Giusto? Se lo fa un magistrato invece? A me non è la prima volta che capita di essere intimidito da un magistrato. Anche perché i magistrati – lo sapete tutti – sono abituati a non essere mai infastiditi dalla stampa. E quando succede a loro pare un sacrilegio. Pensano che se critichi un magistrato antimafia, o sei pazzo o sei mafioso. Bisogna dire che Gratteri, fin qui, è stato l’unico magistrato (tra quelli celebri) che non mi ha mai querelato e non ha mai querelato nessuno. Stavolta ha minacciato di abbandonare il suo stile e di procedere. Vedremo. Tanto, statene sicuri, del grandioso potere che hanno i magistrati sui giornalisti importa niente a nessuno.

"Diffamò l'ex pm Nino Di Matteo". Sansonetti condannato a risarcirlo. Il pm Nino Di Matteo, con i colleghi Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, al processo Trattativa. La sentenza emessa dal tribunale civile di Caltanissetta: "Ha utilizzato espressioni immotivatamente denigratorie". La Repubblica il 21 ottobre 2020. Il giudice civile del Tribunale di Caltanissetta, Alex Costanza, ha condannato il giornalista Piero Sansonetti a risarcire con 50.000 euro il magistrato Nino Di Matteo, oggi consigliere del Csm, che aveva presentato denuncia per diffamazione per un articolo pubblicato il 28 settembre 2014 dal quotidiano "Cronache del garantista". L'ex pm del processo trattativa Stato-mafia aveva presentato querela per l'articolo dal titolo "La rozza aggressione del Pm contro De Mita" in cui si raccontava l'interrogatorio del 25 settembre 2014 dell'onorevole Ciriaco De Mita nel corso del processo "Stato-mafia". Sansonetti scriveva tra le altre cose: "Il procuratore Di Matteo a un certo momento ha iniziato a rimproverarlo, in modo minaccioso e intimidatorio"; e ancora: "Gridava come uno sbirro asburgico". Nell'articolo il giornalista definitiva Di Matteo "il giovanotto al quale è stata assegnata la procura di Palermo", e accusava il magistrato di  avere "una così grande rozzezza" e "strabordante arroganza". Concludeva: "Ma cosa ha insegnato al piccolo Di Matteo la sua mamma?" Nella sentenza il giudice afferma che "sia dalla trascrizione di udienza, che in misura maggiore e dirimente, dall'ascolto dell'audio dell'esame del teste, ci si avvede invece che i toni utilizzati dal procuratore Di Matteo rimangono pacati e non trascendono per tutto l'espletamento della prova". "Alcune espressioni adoperate dal giornalista - scrive ancora il giudice nella sentenza emessa nei giorni scorsi - sono immotivatamente denigratorie, sia se isolatamente considerate che in rapporto all'intero contesto argomentativo". In particolare, il riferimento e l'accostamento dei comportamenti del pm a quelli di "uno sbirro asburgico e di un questurino ai tempi del fascismo...sono del tutto esorbitanti dalla forma civile della critica" e l'allusione sulle capacità educative della madre di Di Matteo "è diretta a mettere in dubbio non solo le qualità personali del pm ma anche di uno dei suoi affetti più cari".

I giornalisti Sansonetti e Aliprandi a processo ad Avezzano per diffamazione, denunciati dal procuratore generale Scarpinato.  Articoli su inchiesta “Mafia e appalti”, indagine di cui fu titolare Borsellino. Redazione su abruzzolive.it l'8 Luglio, 2019. Avezzano. Piero Sansonetti che ha diretto il quotidiano il Dubbio fino a inizio aprile, e Damiano Aliprandi, che continua a esserne una colonna, sono sotto procedimento penale  davanti al tribunale di Avezzano per una querela presentata dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dall’ex aggiunto della procura di Palermo Guido Lo Forte. I due magistrati ritengono diffamatori alcuni articoli sull’inchiesta “Mafia e appalti”, firmati appunto da Sansonetti e Alipandi sul giornale “il Dubbio”. Di quell’indagine, Paolo Borsellino non fu titolare fino alla fine dei suoi giorni. Sarà un gup di Avezzano a dover decidere, nell’udienza di martedì prossimo, se per quegli scritti i due giornalisti dovranno essere processati per diffamazione. Un procedimento difficile, per i nostri colleghi ma anche per la magistratura dell’ufficio abruzzese, competente perché è in un comune di quel circondario, Carsoli, che fino a pochi mesi fa veniva stampato il Dubbio (ora le tipografie si trovano in provincia di Roma e a Milano). Le difficoltà, secondo quanto riportato dallo stesso quotidiano il Dubbio, sono legate anche all’astensione a cui, a inizio marzo, si è vista costretta Maria Proia, gup inizialmente titolare del fascicolo. La magistrata ha rinunciato per le sue precedenti funzioni presso la Procura di Palermo nella sezione coordinata a suo tempo proprio da Lo Forte. Nell’atto con cui ha comunicato di doversi astenere, la giudice Proia ha voluto ricordare di aver «sempre intrattenuto ottimi rapporti» con il collega, del quale, ha aggiunto, «conserva profonda stima». Altro passaggio che ha finora segnato l’iter è l’istanza con cui il difensore di Scarpinato ha chiesto e ottenuto di anticipare la data dell’udienza preliminare, inizialmente fissata a settembre. Il legale ha sostenuto che le «medesime tesi» da cui i querelanti si ritengono diffamati «sono state ribadite sulla stampa nazionale», e che «la delicatezza dell’incarico ricoperto dal dottor Scarpinato, procuratore generale a Palermo, rende opportuno un pronto accertamento dei fatti». Il professionista cita anche un altro articolo del Dubbio, sempre «a firma di Sansonetti» successivo a quello oggetto di querela. Certo non capita tutti i giorni che un Tribunale efficiente ma dal piccolo circondario come quello abruzzese si trovi a giudicare una causa relativa a dirigenti di uffici giudiziario di tale peso. Ma al di là dei corollari, adesso si entrerà nel vivo delle questioni contestate, le sole che contino davvero.

Lucio Musolino (19 ottobre 2010).  Cara MicroMega - Lettere alla redazione. Io, giornalista anti'ndrangheta, licenziato da Sansonetti. Dal 2006 sono redattore di “Calabria Ora” e, dallo scorso gennaio, collaboro con il “Fatto quotidiano”. Da anni ormai mi occupo di nera e giudiziaria e ho scritto di inchieste delicate sulla ‘ndrangheta e, soprattutto sui rapporti tra le cosche e la politica. Per anni, con i miei colleghi, abbiamo sempre riportato i fatti. E sono quelli a fare paura in questa città e in questa regione dove non tutto è nero o bianco. Dove abbiamo una folta zona grigia che è oggetto di delicatissime inchieste delle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio e di Milano. Negli ultimi mesi, non ho fatto altro che pubblicare gli atti contenuti nei fascicoli delle inchieste “Meta”, “Crimine” ed “Epilogo”.

L’intimidazione. La notte del primo agosto, rientro a casa alle 4 e, sul tavolo della veranda, trovo una bottiglia di benzina con un biglietto di minacce con cui qualcuno mi invita a “smetterla con la ‘ndrangheta” e a seguire il mio ex direttore Paolo Pollichieni che si era dimesso assieme ad altri 8 colleghi. La benzina sarebbe stata per me e non per la mia auto. Sono entrati, quindi, nel mio cortile di notte, mentre la mia famiglia era in casa, e hanno lanciato un messaggio mafioso a una settimana da una precedente lettera anonima recapitata in redazione con cui si invitava “chi ha tenuto la mano a Pollichieni in questi anni” ad andarsene. Io non so chi, materialmente, è responsabile dell’intimidazione. So invece cosa ho scritto nelle settimane precedenti al gesto. Ho pubblicato il contenuto di un’informativa del Ros dalla quale è emerso che Scopelliti, con la scorta pagata dai contribuenti, ha partecipato assieme a molti consiglieri comunali a una pranzo invitato dall’imprenditore arrestato Domenico Barbieri. Lo stesso pranzo a cui ha partecipato il boss Cosimo Alvaro, oggi latitante. Incontro al quale lo stesso Scopelliti ha confermato di aver preso parte ai microfoni del “Fatto Quotidiano”. Proprio con Alvaro aveva rapporti un consigliere comunale del Pdl, Michele Marcianò, I due sono stati intercettati mentre discutevano di tessere di Forza Italia e di posti di lavoro. E sempre di posti lavoro discutevano il consigliere comunale del Pdl Manlio Flesca con l’imprenditore Barbieri. Al centro dell’intercettazione un pacchetto di 200 voti in cambio di un dell’assunzione in una società mista della moglie dell’indagato per associazione mafiosa. Cosa che è realmente avvenuta stando a quanto accertato dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri. Ho scritto anche dell’ex consigliere regionale Alberto Sarra che aveva rapporti con la famiglia Lampada (imprenditori legati ai Condello) a Milano, come è emerso da un’inchiesta della Procura lombarda dove è finita anche un’informativa in cui si descrivono incontri tra il governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti e Paolo Martino, condannato per mafia e ritenuto il punto di riferimento della cosca De Stefano nel nord Italia. Proprio in questi giorni, infine, dall’inchiesta “Epilogo”, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, è emerso che il consigliere comunale di maggioranza Tonino Serranò è stato filmato da una telecamera dei carabinieri mentre maneggia una pistola con un indagato ritenuto vicino alla cosca Serraino. La stessa cosca sospettata di aver organizzato l’attentato del 3 gennaio alla Procura generale. Un attacco allo Stato senza precedenti che ha dato il via a una strategia della tensioni in cui la ‘ndrangheta è solo uno degli attori della “tragedia”. Non è solo ‘ndrangheta. L’ex sostituto della Dna Enzo Macrì parla di “poteri occulti”. Io dico che la Procura di Reggio Calabria, guidata da Pignatone, sta andando in quella direzione e presto mi auguro che farà luce sulla “zona grigia” di questa città e di questa Regione. Questi sono i fatti. Non si tratta di attacchi politici ma di documenti, di stralci di informative scritte dagli inquirenti. Non spetta a noi stabilire se il comportamento di alcuni politici e del governatore della Calabria Scopelliti sia condannabile dal punto di vista penale. Lo stabilirà l’autorità giudiziaria. È sicuramente censurabile dal punto di vista morale e politico.

Il cambio di direttore. Dopo le dimissioni di Pollichieni, io sono rimasto a lavorare a “Calabria Ora”. Ho continuato a scrivere allo stesso modo. Ma il giornale è cambiato radicalmente da subito nonostante le garanzie degli editori i quali mi avevano garantito che la linea editoriale non sarebbe mutata con l’arrivo del nuovo direttore Piero Sansonetti. Non è stato così. Dopo l’intimidazione sono andato in ferie. Al mio rientro ho ripreso a scrivere riprendendo gli stessi argomenti di cui mi sono sempre occupato: la ‘ndrangheta e i rapporti tra quest’ultima e la politica. Sono iniziate le censure di pezzi in cui compariva il nome del governatore della Calabria. Pezzi che la redazione centrale mi aveva chiesto e che non ha pubblicato senza motivazione. E quando la giustificazione c’era era sempre la stessa: “E’ un attacco violento a Scopelliti. Il direttore mi ha detto che il pezzo non passa. Lo stabilisce lui quando attaccare il governatore” mi veniva risposto dai colleghi. A volte, inoltre, i pezzi venivano modificati senza preavviso e, soprattutto, senza che nessuno abbia avuto l’accortezza di ritirare la mia firma. Le richieste di spiegazioni formulate al direttore sono rimaste inevase. Solo al primo incontro con lui sono riuscito a chiedere il motivo delle censure che Sansonetti ha giustificato in nome di un garantismo più simile al “bavaglio” che a un modo di pensare. A fine agosto, gli editori e il direttore avevano contattato più di un collega di un altro quotidiano confessando espressamente a quest’ultimo l’intenzione di sostituirmi perché “legato al vecchio direttore”. Il tentativo fallì per il rifiuto del collega, così come fallì il tentativo mio di essere sentito dal Comitato di redazione. Dall’8 settembre ancora aspetto che il Cdr mi convochi. Nel frattempo sono stato licenziato.

Il trasferimento e il licenziamento. Ma andiamo con ordine: gli editori e Sansonetti non abbandonarono l’obiettivo di allontanarmi da Reggio. Sempre a settembre ricevetti una telefonata dal direttore che mi ha comunicato la sua proposta di andare a lavorare a Lamezia Terme. Una proposta che puntava “anche” a rafforzare la redazione di “Reggio” dove non ci sarebbe stato più nessuno che avrebbe ficcato il naso nei fascicoli delle inchieste della Dda. Naturalmente rifiutai sostenendo “che era la stessa proposta della ‘ndrangheta”. La risposta provocò la reazione di Sansonetti che mi chiuse il telefono in faccia senza darmi la possibilità di spiegare il motivo. Nessun contatto per una settimana a parte un’ammonizione formale in cui il direttore mi ha accusato di non essermi recato a lavoro un “famoso” martedì pomeriggio, poche ore dopo una retata dei carabinieri che avevano arrestato un imprenditore, accusato del rinvenimento di armi avvenuto il giorno della visita del presidente Napolitano. Dopo aver chiesto l’autorizzazione a uno dei coordinatori della redazione centrale, ero rimasto a casa per studiarmi l’ordinanza di custodia cautelare e scrivere una pagina e mezzo sull’inchiesta. Risposi, a tono, alla contestazione e dopo mezz’ora, Sansonetti replicò con la comunicazione che da lì a qualche giorno avrebbe disposto il mio trasferimento nonostante il parere negativo (e vincolante) mio e del Cdr. Pochi giorni ancora e sono riuscito a incontrare Sansonetti a Reggio. Un incontro breve durante il quale ho avuto modo di spiegare il mio rifiuto al trasferimento che consideravo punitivo e che, dopo il colloquio, ritornava ad essere solo un’ipotesi che, se si fosse concretizzata, avrei ostacolato con il sindacato e con gli avvocati impugnando il trasferimento davanti ai giudici del lavoro. Dopo qualche giorno, ho pubblicato lo scoop di un nuovo pentito nella ‘ndrangheta reggina. La notizia, in esclusiva, ha spinto uno degli editori a telefonarmi per i complimenti e a farmi capire che sarei rimasto a lavorare a Reggio. Lo stesso, tramite un collega, mi è stato riferito da Sansonetti e dalla “squadra centrale”. Ma quando non si è parlato più di trasferimento, dalle colonne di Calabria Ora il governatore Scopelliti mi ha tacciato come “giustizialista” sostenendo «ci sono molte persone che conoscono mafiosi e non per questo sono mafiosi». Secondo lui «anche qualche giornalista di Calabria Ora…». Effettivamente, molti mafiosi li conosco. Perché scrivo di loro e perché vengono fuori casa a minacciarmi. Non perché sono alla ricerca di voti o per fare affari. Lo stesso giorno della pubblicazione di quell’intervista sono stato invitato ad “Anno zero”, nel corso di un collegamento in diretta da Reggio. Ho parlato del mio lavoro, delle inchieste che ho seguito e dei rapporti tra la ‘ndrangheta e la politica. Tutti argomenti già trattati, assieme a pochi altri colleghi, in articoli vecchi di mesi scorsi. Questa volta, però, il presidente della Regione ed ex sindaco di Reggio Scopelliti reagisce comunicando all’Ansa di aver dato mandato ai suoi avvocati di querelarmi. Nel frattempo, all’indomani dall’annuncio maldestro del governatore di adire alle vie legali, un editoriale del mio nuovo direttore Piero Sansonetti mi ha affibbiato l’appellativo di “forcaiolo”. Una campagna “pro-garantismo” con cui il mio giornale si è schierato dalla parte di Scopelliti isolando me senza, naturalmente, alcuna telefonata. A ventiquatt’ore dalla puntata di “Anno zero” viene diffusa la nuova piattaforma della redazione con cui Sansonetti è ritornato ha disposto il mio trasferimento. Questa volta, però, alla redazione di Catanzaro. La notizia trapela a causa della solidarietà del segretario cittadino del Pdci Ivan Tripodi. Io la confermo all’Ansa e Sansonetti mi querela. Decido di andare in ferie e arriva il licenziamento immediato. Non prima che qualcuno, senza alcuna autorizzazione, dal server centrale di “Calabria Ora”, si introducesse ,sabato mattina, nella mia casella e-mail personale, cambiando la password ed impedendomi tutt’ora l’accesso. Il tecnico responsabile del sito mi ha candidamente riferito che l’editore avrebbe disposto di cancellare il contenuto della mia posta e di impedirmene l’accesso. Inutile sottolineare che si tratta di un fatto gravissimo e penalmente rilevante ed è per questo che su tale ultimo episodio indagano i carabinieri di Reggio ai quali, ancor prima di apprendere del mio maldestro “licenziamento” (via fax), ho presentato regolare querela e dai quali sono stato già lungamente sentito come parte offesa". Lucio Musolino (19 ottobre 2010)

·        Stampa Criminale.

(ANSA l'1 dicembre 2021) Il Tribunale di Verona ha condannato Franco Di Mare per aver diffamato il comandante della Polizia locale di Verona, Luigi Altamura. Il fatto risale ad aprile 2016, quando Di Mare (in seguito nominato direttore di Rai 3) era conduttore di "Uno Mattina", sulla rete ammiraglia della Rai. All'interno della rubrica "Sarò Franco", Di Mare commentò una serie di procedimenti disciplinari tra i quali uno aperto nei confronti di un agente di origini napoletane per presunto "uso dell'accento campano". Altamura si sentì diffamato e dileggiato e presentò querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa. Oggi il giudice Enrico Zuccon ha riconosciuto colpevole Francesco Di Mare (che da giornalista si firma Franco), condannandolo a 15mila euro di multa e al pagamento delle spese processuali, concedendo all'imputato il beneficio della sospensione della pena, subordinandolo all'adempimento dell'obbligo del risarcimento del danno entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza. Il giudice ha infatti condannato Di Mare e la Rai in solido al risarcimento del danno nei confronti di Luigi Altamura quale parte civile per 30mila euro, oltre alle spese di difesa, ed al risarcimento del danno nei confronti del Comune di Verona per 7.500 euro. 

Anarchici: articoli e scritte possono sovvertire l’ordinamento democratico? La procura di Perugia ha arrestato Michele Fabiani per le pubblicazioni sulla rivista "Vetriolo" per istigazione al terrorismo. L'accusato aveva già subito un processo nel quale era caduto l'impianto accusatorio. Damiano Aliprandi Il Dubbio il 13 novembre 2021. Il corpo del reato è un giornale anarchico dal nome “Vetriolo”, considerato “clandestino” dagli inquirenti, anche se era reperibile su internet e quindi acquistabile da tutti al costo di due euro. Una rivista che conterrebbe, secondo l’inchiesta coordinata dalla procura di Milano e di Perugia, scritti considerati di grave istigazione al terrorismo e all’eversione dell’ordine democratico.

Michele Fabiani avrebbe istigato al terrorismo i suoi articoli sulla rivista “Vetriolo” e le scritte apparse sui muri di Spoleto

Capi d’accusa gravi che hanno riguardato anche il 34enne spoletino Michele Fabiani. È stato tratto in arresto e sono stati disposti i domiciliari. Sì, perché è finito sotto la lente di ingrandimento dei carabinieri dei Ros il “Circolaccio Anarchico”. Parliamo di un piccolo locale dove si riuniscono i ragazzi anarchici, tra i quali appunto Fabiani. Una sede non “clandestina”, perché fortunatamente siamo in democrazia ed essere anarchici non è, o non dovrebbe, essere reato. Michele Fabiani avrebbe, quindi, istigato al terrorismo all’eversione dell’ordine democratico. Come? Per i suoi articoli sulla rivista “Vetriolo” e le scritte apparse sui muri di Spoleto.

I Ros hanno acquisito anche la sua tesi su Hegel

I Ros, su mandato della procura di Perugia, hanno perquisito anche la casa di Michele Fabiani. Tra i vari materiali acquisiti, come denuncia il padre al giornale La Nazione, anche la sua tesi su Hegel. Ha ripreso a studiare e sta per laurearsi in filosofia all’università di ’’ Roma 3’’. Materiale, probabilmente, considerato scottante per la procura. «Non stiamo parlando di semplici parole – ha voluto precisare il procuratore della Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone -, nessuno vuole censurare il diritto di libertà di esprimersi di chiunque. Quando però questo diritto di libertà diventa uno strumento attraverso il quale soprattutto i più giovani vengono in qualche modo coinvolti in attività illecite, ovviamente siamo fuori dal diritto di libertà di parola».

Ma nel contempo, durante la conferenza stampa, ha anche aggiunto: «Agli indagati vengono contestate istigazione molto gravi, all’esito delle quali ci sono stati episodi violenti. Non abbiamo la prova che siano ascrivibili a loro, ma sappiamo che all’interno del mondo anarchico vengono raccolte».

Arrestato per aver professato idee “sovversive” e dato un contributo alla stampa anarchica

Quindi, per stessa ammissione del procuratore Cantone, non hanno prove che le idee anarchiche pubblicamente professate tramite una rivista, non sono poi state tradotte, dagli autori stessi, in atti violenti. Non è poco. Per ora, di fatto, hanno tratto agli arresti domiciliari un ragazzo per il solo fatto di aver professato idee “sovversive” e dato un contributo alla stampa anarchica.

Nel 2007 i ragazzi di Spoleto furono processati per ver costituito un’associazione terroristica

Non è la prima volta che Fabiani e altri ragazzi anarchici spoletini finiscono in un vortice giudiziario, poi finito nel nulla. A condurre l’operazione è la stessa procuratrice di ora. La pm Manuela Comodi, nel 2007, aveva accusato Michele Fabiani e Andrea Di Nucci di aver spedito una lettera di minacce, contenente due proiettili, all’ex presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti. Agli altri invece a vario titolo, venivano contestati anche alcuni danneggiamenti in alcuni cantieri. A tutti veniva contestato l’articolo 270 bis, ovvero, i ragazzi erano accusati di aver costituito un’associazione terroristica di matrice anarco insurrezionalista la cui sigla sarebbe stata Coop – Fai ( Contro ogni ordine politico- Federazione anarchica informale). Al processo d’appello, il teorema giudiziario è stato quasi del tutto smantellato.

Dall’accusa di terrorismo al danneggiamento di una ruspa

Per tutti e cinque i ragazzi era decaduta l’accusa di terrorismo. L’inchiesta giudiziaria, dal nome epico “Operazione Brushwood”, era stata condotta dal generale Giampaolo Ganzer dei Ros, sotto la guida della pm Comodi. Tutto finito nel nulla. Non c’erano armi, né un piano eversivo. Del Coop- Fai neanche traccia. I cinque ragazzi non erano più considerati terroristi ma due di loro, tra i quali Fabiani, erano comunque stati giudicati colpevoli di danneggiamenti a una ruspa e imbrattamento dei muri di un cantiere. Tutto qui. Lo Stato ha speso risorse e mezzi per una scritta sui muri. Da ricordare che quelle azioni anarchiche erano finalizzate per evitare la costruzione di un ecomostro ( l’edificio è stato descritto così da due diverse commissioni parlamentari) all’interno delle antiche mura di Spoleto.

La storia, forse, si sta ripetendo. C’è il rischio, si spera infondato, di creare la percezione che professare idee anarchiche, quindi tesi per il superamento dello Stato, sia reato. Di fatto, l’anarchico è dichiaratamente anti- sistema, non lascia e non accetta spazi per alcun tipo di delega. Non apprezzerà mai, pensiamo a Michele Fabiani stesso, questo articolo di giornale perché è parte della “stampa borghese”. L’anarchico è impermeabile a qualsiasi dialogo o apertura con le istituzioni. È portatore di un’idea di superamento dello Stato che è da considerarsi eversiva di per sé; dunque perseguibile a prescindere.

Per questo motivo se a imbrattare le mura o danneggiare una ruspa lo fa un anarchico, quell’azione ha in sé la caratterizzazione eversiva. Quando l’anarchico agisce in gruppo, questo gruppo non potrà che essere un’associazione con finalità eversiva dell’ordine democratico. Se lo fa qualsiasi altro gruppo, difficilmente gli viene addebitato un capo d’accusa così grave.

La Cassazione nel 2017 chiarì che ci potrebbe essere il rischio di «reprimere idee, piuttosto che fatti»

Detto questo, ritorniamo alla rivista incriminata “Vetriolo”. Si apprende direttamente dalla promozione fatta su internet dagli autori stessi, che in quel giornale sono pubblicate analisi e provocazioni, suggestioni e approfondimenti. Sicuramente ci sono testi durissimi contro le forze dell’ordine che si devono stigmatizzare. Ma i linguaggi violenti posso essere tradotti come istigazione al terrorismo e, addirittura, all’eversione dell’ordine democratico? Per tentare una plausibile risposta, ci viene in aiuto la sentenza della Cassazione numero 25452 del 2017: «L’anticipazione della repressione penale finirebbe per sanzionare la semplice adesione a un’astratta ideologia che, pur aberrante per l’esaltazione della indiscriminata violenza e per la diffusione del terrore, non è accompagnata dalla possibilità di attuazione del programma; si finirebbe così per reprimere idee, piuttosto che fatti».

(ANSA il 5 novembre 2021) - Nel corso di una trasmissione televisiva definì il leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, "bastarda". Per questo lo scrittore Roberto Saviano è stato rinviato a giudizio dal gup di Roma per l'accusa di diffamazione. L'appellativo fu espresso nel corso di un programma in cui si affrontava il tema dei migranti e la politica sulla gestione dei porti italiani. Il processo è stato fissato per il 15 novembre del prossimo anno. L'indagine era stata avviata dopo una querela presentata dalla stessa Meloni. Il procedimento era stato affidato al pm Pietro Pollidori che nel luglio scorso ha proceduto alla chiusura delle indagini contestando allo scrittore, presente oggi in aula, il reato di diffamazione. Il passaggio della trasmissione "incriminato" è quello in cui l'autore di Gomorra, parlando della morte di un bambino della Guinea durante una traversata nel Mediterraneo, affermò: "Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle Ong: "taxi del mare", "crociere"... ma viene solo da dire bastardi. A Meloni, a Salvini, bastardi, come avete potuto? Come è stato possibile, tutto questo dolore descriverlo così? È legittimo avere un'opinione politica ma non sull'emergenza".

Saviano pazzo d’ira per il rinvio a giudizio: Meloni una razzista, i suoi elettori cani che abbaiano…Redazione venerdì 5 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Roberto Saviano non digerisce il rinvio a giudizio e fa la vittima in un video sui social. “Sono rinviato a giudizio – esordisce lo scrittore – per avere esercitato il diritto di critica nei confronti di Giorgia Meloni”. Ricordiamo che Saviano ha esercitato tale diritto insultando, cioè chiamando “bastarda” la leader di Fratelli d’Italia. E non si mostra affatto pentito: “Il mio giudizio su Giorgia Meloni lo rivendico e continuerò a portarlo avanti”. Saviano torna ad accusare Giorgia Meloni di avere detto che bisognava affondare la nave Sea Watch che aveva soccorso in mare gli immigrati. Una fake news che in più occasioni Meloni ha smentito. Come del resto dimostra il video in cui la leader di FdI affronta il tema nell’estate del 2019. Ma per Saviano Meloni è una “persona che ha continuato a mentire, manipolando dati, diffondendo paure, parlando di invasione”. Per concludere che trova “ignobile e vergognoso” dover discutere dei salvataggi in mare mentre, bontà sua, si può aprire un dibattito sulla gestione dell’immigrazione. “Non vi mollo”, dice Saviano rivolto al “mondo intorno alla Meloni”. La querela è “un trucco per intimidirmi”. “Continuerò a fare luce sulla propaganda razzista” che serve per fare “abbaiare la canea degli elettori delusi” (e così anche gli elettori di FdI sono insultati come “cani”). “Non molliamo”, promette Saviano all’acme del suo delirio di esaltazione, paragonandosi ai fratelli Rosselli perseguitati dal fascismo. “Da loro prendo l’espressione non mollare. Noi ci siamo – conclude rivolto ai sovranisti – vi osserviamo, vi raccontiamo, non vi permetteremo ancora a lungo la menzogna”. Saviano non può mancare nel “pantheon” di Formigli che da “Piazza pulita” deve gettare fango e falsità su Giorgia Meloni, FdI e i suoi elettori. Ancora questa è l’ossessione che apre la puntata di giovedì 28 ottobre su La7. “Che ne pensi, Roberto, dell’inchiesta di Fanpage sulle “scorie neofasciste all’interno di FdI e Lega?”. Come in un teatrino, è la battuta che dà il là alla scena madre del pontificatore tv con licenza di insultare, Roberto Saviano. Anzi, Formigli aggiunge ironicamente: “Stai attento a come parli. Si sa, la Meloni querela, non lo ha già fatto?”, chiede subdolamente il conduttore allo scrittore. Ebbene, Formigli non ricorda, o peggio minimizza, quel che uscì dalla bocca di Saviano quando insultò i leader dei due partiti, definendoli “bastardi”. Fu dopo l’ennesimo naufragio in mare, nel dicembre scorso. Con l’intento di addebitare a loro le morti dei migranti in quel frangente drammatico e doloroso. “Non sono disposta a tollerare oltre”, disse a ragione, Giorgia Meloni. Formigli ci ironizza sopra, ed è molto grave da parte di questi “democratici” che concedono la delega all’insulto un tanto al chilo. Ebbene, Saviano va a nozze se gli chiedi cosa pensa dell’inchiesta di Fanpage e sulla cosiddetta Lobby nera. Attacca subito la leader: “Quella è la destra in cui è cresciuta Giorgia Meloni in cui si sono formati i suoi uomini. La Meloni sta cercando di pulire il suo linguaggio e di rendersi simpatica alla destra liberale, di promuoversi come non è”. Affievolitasi la vena di scrittore, Saviano inventa un altro tipo di romanzo, veicolando una narrazione avvelenata che non ha riscontri nella realtà. E che ignora tutte le parole spese dalla Meloni di questi tempi – ma anche in passato- nei numerosi interventi pubblici e in molte interviste. Formigli insiste. “Roberto, non ti ha sconvolto quello che hai visto nell’inchiesta?”. Risposta: no. L’autore di Gomorra ha affermato: “L’inchiesta di Fanpage non mi ha sconvolto, mi ha colpito la loro superficialità nel farsi beccare così facilmente”. Formigli interviene: “Io penso che la Meloni faccia fatica a liberarsene di quella destra”. Ma Saviano non è d’accordo e fa un’accusa grave: “No, è il suo miocardio. Non ne sono convinto, non ha scelto nuove persone, ha cambiato comunicazione ma non è riuscita a ripulire”, attacca ancora. Il termine “ripulire” è odioso, offensivo. Ripulire da che? Con quale autorità sentenzia? Fuori di metafora, lo scrittore ha veicolato la narrazione di una Meloni tenuta in vita – il miocardio è il muscolo cardiaco- da quella tipologia di personaggi con cui la leader di FdI non ha mai voluto avere a che fare. Vergogna, ancora una volta. L’aria di supponente gravità con cui parla snocciolando le sue verità è insopportabile. Rincuora leggere i commenti sulla pagina Fb del programma, che pure dovrebbe essere seguita da “amatori” : oramai per Formigli e la sua trasmissione prevale la presa in giro. C’è l’ironico: “Ma dai, un’altra puntata contro la Meloni…Che strano”. C’è chi sa che ormai si tratta di una trasmissione a tesi preconfezionate: “Programma penoso a trazione bandiera rossa a tutto spiano, tutte le puntate sono uguali”. C’è chi si indigna, nonostante politicamente non la pensi come FdI.  “Se non si è d’accordo va bene non esserlo.  Ma nello stesso tempo è la donna più insultata, ingiuriata e minacciata. Eppure in questo caso per chi pontifica uguaglianza, libertà, rispetto è giusto così: e la donna Meloni viene demonizzata, offesa:, leggo frasi contro la figlia o il compagno vomitevoli che se era donna di SX sarebbero già in galera. Questo la dice lunga su un certo pensiero ipocrita. Il Maestro Pier Paolo Pasolini anni fa aveva scritto un libro a riguardo: “II Fascismo degli antifascisti”.

Saviano va a processo per insulti alla Meloni. Il vizio dei radical chic. Francesco Maria Del Vigo il 6 Novembre 2021  su Il Giornale. Lo scrittore in tv ha offeso la leader Fdi. Le campagne d'odio contro Berlusconi e Salvini. Partiamo con un'avvertenza: in un Paese normale questa non sarebbe una notizia. Ma nel nostro lo è. Anche di un certo rilievo e non solo per i nomi delle persone coinvolte. Più che altro per le loro idee politiche. Ieri il gup di Roma ha rinviato a giudizio Roberto Saviano con l'accusa di diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni: andrà alla sbarra nel novembre del 2022. E la notizia è questa: offendere qualcuno di centrodestra è perseguibile penalmente, anche se a farlo è un «papa» dell'intellighentia radical. Una novità, in questo Paese al rovescio dove chi si nasconde dietro all'etichetta del buonismo può fare quotidianamente - a reti, giornali e siti unificati -, professione d'odio. L'autore di Gomorra, con la delicatezza che lo contraddistingue, lo scorso 7 dicembre aveva apostrofato come «bastarda» la leader di Fdi (e pure il segretario della Lega). Non in una discussione da bar al terzo giro di lambrusco, ma nello studio di Piazzapulita su La7, quindi di fronte a qualche milione di italiani, durante un dibattito sull'immigrazione. C'è tutto il canovaccio tipico dell'assalto buonista: lo scrittore engagé che con la scusa di difendere i più deboli diffama gli avversari politici; il conduttore e gli ospiti compiacenti - di solito accorate vestali del galateo politicamente corretto - che non battono ciglio. Insulti, per altro, nei confronti di una donna. A parti invertite, con uno scrittore di destra che diffama una politica di sinistra, probabilmente avrebbero fatto irruzione i caschi blu dell'Onu direttamente in studio. Insulti che lo scrittore ha rivendicato in tribunale, come ha raccontato l'onorevole Andrea Delmastro delle Vedove, legale della leader di Fdi: «Mi puntava il dito in faccia dicendo non vi mollo, non vi mollo. In tanti anni da avvocato non mi è mai capitato di vedere un comportamento del genere». Ma d'altronde il caso Saviano appartiene a una lunga letteratura dell'odio radical chic, esiste una vera e propria scuola dell'insulto che ha le sue fondamenta in due principi: la presunta superiorità morale, culturale e financo antropologica di una certa sinistra e la vigliacca, ma motivata, convinzione che la si possa sempre fare franca. Perché la sinistra forcaiola diventa subitaneamente garantista con i compagni che sbagliano, lo faceva con quelli che sparavano pallottole, figuriamoci con quelli che sparano boiate. Uno dei primi bersagli è stato Silvio Berlusconi. Impossibile riepilogare tutti gli insulti recapitati nei suoi confronti, ci ha provato Luca D'Alessandro nel 2005 e ha tirato fuori un libro di 230 pagine. Sono passati più di 15 anni e solo con quelli collezionati da Marco Travaglio e dai suoi sodali si potrebbero mandare in stampa almeno un paio di tomi. Ma la mannaia dell'offesa si è abbattuta con violenza anche contro esponenti di Forza Italia come Renato Brunetta, Mara Carfagna e Renato Schifani. Tuttavia Giorgia Meloni, negli ultimi anni, è finita al centro di un crescendo di attacchi violenti e sguaiati. Quasi sempre senza contraddittorio. Ricordiamo i più noti: pochi mesi fa Giovanni Gozzini, ordinario di Storia contemporanea dell'università di Siena, la ha definita «pesciaiola, vacca, scrofa». Dopo una lunghissima polemica è stato punito con tre mesi di sospensione senza stipendio. Oliviero Toscani nel 2018 la «ritrae» come «brutta, volgare, ritardata». Ma il fotografo ormai ama impressionare più con l'offesa che con le sue opere: non più tardi di due giorni fa ha definito Salvini come «un uomo dalla morfologia preistorica», rimpinguando la folta lista di quelle offese che mirano a disumanizzare il nemico. Tornando alla Meloni: nel 2017 Asia Argento la incontra al ristorante, le scatta una foto e la pubblica su Instagram: «La schiena lardosa della ricca e svergognata fascista ritratta al pascolo». Interessante notare come non esista il tanto di moda «body shaming» nei confronti di una donna di destra e come sia sempre irreperibile la solidarietà femminile delle varie Murgia. Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato, da par suo ha inaugurato un nuovo filone nell'ambito dell'insulto, una avanguardia: la critica del sospiro di destra. Durante una mitologica puntata di Dimartedì analizza la mimica del leader della Lega e con sprezzo di Salvini, ma soprattutto del ridicolo, inizia a pontificare sul «modo in cui propone i suoi non argomenti, anche il suo sospirare fa parte di un manuale di tecnica di comunicazione della destra americana». Dal nemico ti ascolta siamo passati al nemico ti ausculta. D'altronde Carofiglio è un creativo, è quello che definì, con malcelato schifo, una manifestazione di centrodestra come «un manipolo di gente sudata e accalcata». Corre l'obbligo di ricordare che era il pomeriggio di un torrido giugno a Roma e non una mattinata di febbraio sulle Dolomiti, ma evidentemente tra i meriti della sinistra c'è anche quello di aver sconfitto l'antipatico problema della sudorazione sotto la canicola. Questi sono soltanto alcuni degli insulti ufficiali, di chi ci ha messo la faccia, la voce e pure la firma. Poi c'è l'oceano rumoroso di tutti gli odiatori seriali che, con la convinzione di essere dalla parte giusta, postano insulti sbagliati e beceri all'avversario politico. La caccia al «linguaggio dell'odio», una certa sinistra, dovrebbe iniziarla da casa propria. Perché grattando via lo smalto dei talebani del buonismo, troppo spesso, salta fuori un cattivismo discriminatorio e pure un po' razzista.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

Roberto Saviano, raptus in tribunale dopo il rinvio a giudizio: "Mai visto una cosa del genere". Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. Ha sbroccato in aula Roberto Saviano dopo che il giudice gli ha comunicato il rinvio a giudizio per diffamazione per aver dato della "bast***a" a Giorgia Meloni. Lo scrittore andrà dunque a processo. Il gup infatti ha definito "esorbitante, rispetto al diritto di critica politica, l'epiteto 'bast***a'" mentre Saviano in aula ha rivendicato le sue parole. Lo scrittore, racconta l'onorevole Andrea Delmastro delle Vedove, legale della leader di Fratelli d'Italia, "mi puntava il dito in faccia dicendo 'non vi mollo, non vi mollo'. Non credo sia un comportamento consono a un'aula di tribunale e in tanti anni da avvocato non mi è mai capitato". L'autore di Gomorra aveva insultato la Meloni durante una puntata di Piazzapulita su La7 a dicembre dell'anno scorso. In studio da Corrado Formigli si parlava degli sbarchi degli stranieri nei nostri porti e più in generale delle politiche di immigrazione. Ad un certo punto Saviano ha sbottato e (rivolto a Meloni e Salvini) mentre sullo schermo scorrevano le immagini del piccolo Youssuf, il bimbo di 6 mesi morto nel Mediterraneo, ha tuonato: "Vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame detto sulle Ong: taxi del mare, crociere. Mi viene solo da dire 'bast***i, come avete potuto? Come è stato possibile?". Secondo Saviano "è legittimo avere un'opinione politica ma non sull'emergenza. L'unica strategia è accedere una immigrazione controllata, con i corridoi umanitari. Togliere le Ong è servito solo a non avere testimoni". La prima udienza del processo è stata fissata per il 15 novembre 2022.  

Roberto Saviano rinviato a giudizio, la stoccata di Nicola Porro: "Guardatevi questo video". Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. Sul sito di Nicola Porro è stata riportata la notizia di Roberto Saviano finito a processo dopo la querela di Giorgia Meloni, che era stata definita “bastarda” insieme a Matteo Salvini nel corso di una puntata di Piazzapulita - la trasmissione condotta da Corrado Formigli su La7 - andata in onda verso la fine del 2020. “Ogni opinione è sacra - si legge sul sito di Porro - ma l’insulto insomma, almeno quello andrebbe limitato. Soprattutto quando viene usato da chi, poi, si erige a sostenitore di leggi contro l’odio in stile ddl Zan”. Poi è stato pubblicato il video di quella puntata, con invito a “godervi lo ‘spettacolo’, l’insulto e i silenzi del conduttore”: insomma Porro e i suoi collaboratori hanno proposto una lezione di coerenza per Saviano, che dovrà rispondere dell’accusa di diffamazione ai danni della leader di Fratelli d’Italia. All’epoca il dibattito sull’immigrazione era infiammato, con le posizioni di Saviano e Meloni ovviamente diametralmente opposte: il primo voleva porti aperti per tutti, la seconda il blocco navale. È finita con Saviano che ha dato della “bastarda” alla Meloni (e anche a Salvini) e con la leader di Fdi che ha deciso di querelare lo scrittore. Querela che su richiesta del pm Pietro Polidori è diventata un processo: la prima udienza è fissata per novembre 2022, ovvero tra un anno. 

Piazzapulita, Roberto Saviano contro Giorgia Meloni: "Cerca di ripulirsi ma quella è la destra in cui è cresciuta". Libero Quotidiano il 28 ottobre 2021. Si parla ancora dell'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia e la cosiddetta Lobby nera da Corrado Formigli a Piazzapulita su La7 e Roberto Saviano attacca la leader: "Quella è la destra in cui è cresciuta Giorgia Meloni e in cui si sono formati i suoi uomini. La Meloni sta cercando di pulire il suo linguaggio e di rendersi simpatica alla destra liberale, di promuoversi come non è". Quindi, prosegue l'autore di Gomorra, "l'inchiesta di Fanpage non mi ha sconvolto, mi ha colpito la loro superficialità nel farsi beccare così facilmente". Formigli interviene: "Io penso che faccia fatica a liberarsene di quella destra". Ma Saviano non è d'accordo: "No, è il suo miocardio. Non ne sono convinto, non ha scelto nuove persone, ha cambiato comunicazione ma non è riuscita. a ripulire", attacca ancora. 

Enrico Mentana "sospeso dall'Ordine dei giornalisti". La bordata dal Fatto quotidiano. Libero Quotidiano il 23 ottobre 2021. C'è anche Enrico Mentana tra i 612 giornalisti sospesi dall'Ordine del Lazio. Ad annunciarlo il Fatto quotidiano. L'elenco vip è nutritissimo: oltre al direttore del TgLa7, spiccano Pierluigi Pardo, Vincenzo Mollica, Andrea Purgatori e Francesco Merlo, e altri nomi noti come quelli di Agostino Saccà, Marcello Sorgi, Salvo Sottile, Luca Telese. Tutti personaggi ammirati e rispettati. Ma che hanno un piccolo problema: non hanno ancora attivato l'indirizzo di Posta elettronica certificata, la famigerata Pec, o perlomeno non l'hanno comunicato all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Nessuna grave violazione della deontologia professionale, dunque, ma semplici problemi di burocrazia. "C'è da dire - ricorda il Fatto - che ormai da diversi anni (ormai dal 2014) dagli uffici di Piazza della Torretta si sgolano in tutte le maniere chiedendo agli iscritti di creare questo benedetto indirizzo Pec - servizio che l'Ordine offre a 1,50 euro l'anno -, strumento sempre più utile in tempi di Covid anche per quello che attiene la vita fuori dalle redazioni". "In linea assolutamente teorica - si legge ancora sul quotidiano diretto da Marco Travaglio -, i giornalisti sospesi dovrebbero interrompere immediatamente le loro collaborazioni e i loro rapporti professionali e rischiano anche dei danni a livello contributivo, con l'Inpgi (l'ente previdenziale di categoria) che sarebbe obbligato a restituire ai rispettivi editori i suoi contributi previdenziali di pertinenza". Nelle prossime ore si cercherà di arrivare a una mediazione, assicura sempre il Fatto, anche perché siamo alla vigilia della elezione del nuovo presidente dell'Ordine laziale.

Dagospia l'8 ottobre 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, L’Inpgi pretendeva da me e dalla collega Manuela D’Alessandro con cui curo il blog giustiziami.it un risarcimento danni di 75 mila euro perché in un articolo avevamo criticato la mancata costituzione parte civile dell’istituto nel processo a carico dell’ex presidente Camporese. Il Tribunale civile di Roma ha sentenziato che il blog aveva esercitato il diritto di cronaca e di critica in modo pertinente. L’Inpgi è stata condannata a pagare 8.000 euro. Lo farà con i soldi degli iscritti già utilizzati per pagare gli avvocati che avevano intentato la causa. I signori al vertice dell’Inpgi sono giornalisti che procedono in modo intimidatorio contro colleghi che fanno il loro lavoro e basta. Il sindacato dei giornalisti brilla per il suo silenzio. Frank Cimini

Dagospia il 29 ottobre 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Carissimo Dago, nessun giornale oggi pubblica la notizia se non minuscola e ben nascosta che Inpgi finirà nell’INPS a partire dal 22 luglio prossimo. E te credo! Perché bisognerebbe pure scrivere che Inpgi stava fallendo e stava fallendo perché depauperato da un quarto di secolo di stati di crisi con i quali gli editori dei giornali hanno risanato i loro conti. L’Inpgi non si è mai lamentato perché è sempre stato nelle mani e diretto da colleghi collusi con il potere e con i giochetti della politica. Uguale discorso vale per FNSI, il sindacato dei giornalisti responsabile anche di altre tragiche scelte quando ha consentito di fare questo mestiere con contratti diversi. Del resto e per non farla troppo lunga in un paese in cui fa cacare il sindacato dei metalmeccanici producendo un soggetto come Landini che cosa ci si può aspettare dal sindacato dei giornalisti? Frank Cimini

Così l’Inpgi è finita sull’orlo del crac. Frank Cimini su Il Riformista il 2 Novembre 2021. Sarà anche un bel mestiere fare il gazzettiere, ma da adesso in poi bisognerà farlo senza l’Inpgi, l’istituto di previdenza privato dei giornalisti. L’Inpgi era sull’orlo del fallimento e finirà nell’Inps, la previdenza pubblica a partire dal primo luglio dell’anno prossimo. Ma in realtà ci è già finito perché si trova da subito sotto il controllo dell’Inps. Il consiglio di amministrazione dell’Inpgi non può prendere nessuna decisione autonomamente. A pagarne le conseguenze saranno i colleghi che hanno ancora un bel po’ di anni di lavoro da fare prima della pensione perché i meccanismi della quiescenza con l’Inps sono molto meno remunerativi rispetto all’Inpgi. Da questa storia non esce bene nessuno. E in prima fila c’è l’Inpgi che da un quarto di secolo si è fatto depauperare, subendo in silenzio, da una quantità infinita di stati di crisi richiesti dagli editori e concessi dai vari governi dopo che la stessa politica aveva stabilito la possibilità di accedere all’aiuto pubblico anche solo in previsione di un mero calo della pubblicità. Gli stati di crisi consentivano e consentono tuttora di prepensionare giornalisti con ottimi stipendi le cui posizioni vanno a pesare sulle casse dell’Inpgi, sgravando quelle delle aziende che in pratica si ristrutturano a spese dell’istituto previdenziale dei dipendenti. L’Inpgi ci rimette moltissimo perché i pochi nuovi assunti incassano stipendi molto più bassi dei loro predecessori versando di conseguenza contributi di valore largamente inferiore. Correva l’anno 1994 ed erano ancora tempi di vacche grasse, ma si avvertivano i primi scricchiolii di tempi brutti quando Il Mattino di Napoli e il Secolo XIX di Genova chiesero lo stato di crisi. Da allora è stata una valanga che continua tuttora. E va ricordato che in editoria come in altri settori si fa anche un largo uso della cassa integrazione che pesa sulle casse pubbliche. L’ultimo caso, strettissima attualità, è quello dell’Eco di Bergamo quotidiano di proprietà della curia arcivescovile (unico caso in Italia) dove azienda e comitato di redazione hanno raggiunto un accordo per la CIG al 14 per cento. Va detto che il giornale ha il bilancio in attivo, forte anche dell’enorme massa di soldi incassati con i necrologi in relazione al ruolo di capitale nazionale della pandemia. La cassa integrazione durerà un anno, 7 mesi subito e altri 5 mesi nel 2023. L’interruzione serve per allungare i tempi fino a chiedere e ottenere l’ennesimo stato di crisi con cui si prevede di pensionare un’altra decina di giornalisti, un quinto dell’intero organico. L’editore da un lato guadagna risparmiando a spese di tutti, ma dall’altro spende soldi dando in appalto all’Ansa la confezione delle pagine di interni e esteri finora fatti dalla redazione. Tutto va bene madama la marchesa. Il sindacato tace come del resto sugli stati di crisi in tutta Italia. Nonostante il presidente dell’Associazione Lombarda dei giornalisti sia un dipendente dell’Eco, Paolo Perucchini. Frank Cimini

"Legittimo esercizio del diritto di critica politica".  Inpgi in caduta libera, chiede 75mila euro di risarcimento a piccolo blog e perde: “Pagherà con i soldi degli iscritti”. Redazione su Il Riformista il 7 Ottobre 2021. “Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato” è il motto del blog, Giustiziami.it. E invece questa volta il blog ha fatto bene ad avere fiducia nel Tribunale Civile di Roma che ha sancito la nostra vittoria nei confronti dell’Inpgi, l’ente pensionistico dei giornalisti, per l’articolo in cui censuravano l’operato del suo allora presidente coinvolto in una vicenda giudiziaria da cui poi è uscito assolto. In un articolo pubblicato sul blog, viene ripercorsa la vicenda giudiziaria: “Ma torniamo alla sera del giugno 2018 quando ci vediamo recapitare via posta una richiesta di risarcimento per danni quantificati in 50mila euro più una sanzione pecuniaria da 25mila euro per diffamazione dell’ente in persona. Settantacinquemila euro per avere posto dei dubbi, in nome di quello che oggi il giudice Luciana Sangiovanni definisce “legittimo esercizio del diritto di critica politica in ordine a un evento correttamente riportato”, sulla mancata costituzione di parte civile dell’ente in un procedimento in cui, in teoria, erano stati lesi i diritti dei giornalisti suoi iscritti. Potete immaginare lo sgomento di fronte a quella somma. Coi tempi della giustizia civile arriva una sentenza che dà ragione su tutta la linea alle tesi dei nostri legali e condanna l’ente al pagamento di 4.850 euro di spese legali che, per la cronaca, saranno sempre gli iscritti a pagare. Il giudice ha riconosciuto: “l’interesse pubblico dell’informazione su una vicenda che ebbe un forte impatto mediatico tanto da coinvolgere la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Economia e delle Finanze”; “il legittimo esercizio del diritto di critica politica in relazione a un evento di cronaca giudiziaria correttamente riportato, con l’uso sapiente del condizionale e della forma dubitativa sintomatica dell’assenza di ogni intenzione manipolativa o lesiva”; il fatto che “ai fini della verità a nulla rileva la costituzione di parte civile dell’Inpgi un anno dopo la pubblicazione dell’articolo e l’assoluzione di Camporese per il reato ascrittogli”. C’è stato un momento in cui avremmo potuto chiudere la faccenda con qualche centinaio di euro. I legali dell’Inpgi, ora presieduto da Marina Macelloni, in sede di mediazione ci hanno chiesto una somma simbolica come via d’uscita. Abbiamo detto no dichiarando al mediatore che andavamo avanti perché la vicenda non riguardava solo noi ma il diritto di cronaca. E ora i ringraziamenti: ai nostri avvocati Valerio Vallefuoco e Dafne Alastra che si sono spesi ‘pro bono’; al presidente dell’Ordine dei Giornalisti lombardo Alessando Galimberti che sin da subito si è esposto al nostro fianco; a una parte molto minoritaria del sindacato; ai tanti colleghi che ci hanno espresso solidarietà. A Massimo Bordin, che scrisse un articolo in nostra difesa molto sentito. A lui, maestro di garantismo, la nostra dedica”.

Michetti querela Lilli Gruber: «È stata imperdonabile. Le sue parole false e scorrette». Ginevra Sorrentino giovedì 7 Ottobre 2021 su Il Secolo d’Italia. Nelle scorse settimane Giorgia Meloni era tornata a denunciarlo in più occasioni: «Sto vedendo una comunicazione aggressivissima nei confronti di Michetti. Vuol dire che si ha paura»… Lui, invece, il candidato del centrodestra a sindaco di Roma. Vincente al primo turno e ora alle prese con il ballottaggio imminente, di paura non ne ha per niente. E dopo l’ultimo, maldestro attacco sferrato in favore di telecamera dalla Gruber, il diretto interessato annuncia querela. E fa sapere: «Ho dato mandato ai miei legali di sporgere querela nei confronti della signora Lilli Gruber e La7. Non intendo essere diffamato oltre». Solo ieri, dunque, l’ultima dimostrazione dell’inospitalità della Gruber: un comportamento riservato agli avversari politici che scontano la colpa di non pensarla come lei. E che ha portato la giornalista militante de La7 a presentare l’ospite in studio, nel corso della puntata di ieri di Otto Mezzo, dicendo: «Michetti viene da un mondo della destra destra destra, forse anche un po’ neofascista»… Niente di più fasullo… Del resto, che Lilli Gruber si riveli ad ogni occasione utile una padrona di casa notoriamente poco ospitale quando si tratta di accogliere nel suo salotto radical chic interlocutori che non la pensano come lei, è cosa nota. Così come non è proprio un’eventualità rara che invitato e spettatori possano ritrovarsi alle prese con slogan stantii e definizioni rabberciate. Frasi buttate lì al servizio di messaggi veicolati in modo ambiguo e scorretto nei confronti di un avversario politico. Il quale, però, stavolta non ci sta. E annuncia battaglia. Stavolta, infatti, il malcapitato di turno è Enrico Michetti: candidato del centrodestra in corsa per l’elezione del sindaco di Roma. Vincitore della prima tornata elettorale, a breve alle prese con il ballottaggio. E che, con grande risolutezza, in merito a quanto accaduto ieri in studio a La7, in una nota e sui propri profili social, spiega: «Il dovere dei giornalisti dovrebbe essere quello di fare un’informazione corretta e parlare dopo essersi documentati». «Ma questo non è accaduto ieri sera – aggiunge Michetti – durante la puntata di Otto e mezzo su La 7». E ancora: «Non conosco la signora Gruber – prosegue poi il candidato del centrodestra al Campidoglio –. Ma lei evidentemente non conosce me. Perché ha detto cose infondate. Tutti conoscono la mie superficiali, sono imperdonabili». Pertanto, oltre all’annuncio del mandato dato agli avvocati di «sporgere querela nei confronti della signora Gruber e La7», Michetti conclude asserendo: «Non intendo essere diffamato oltre».

Michela Tamburrino per "la Stampa" il 7 ottobre 2021. Enrico Varriale, ex vicedirettore di Raisport, non andrà in video a commentare le finali di Nation League del 10 ottobre. Non una sospensione, ma «una decisione presa di comune accordo con l'azienda» per ragioni di opportunità dopo la denuncia presentata in estate contro il giornalista per stalking nei confronti della sua ex compagna per stalking che lo vede indagato dalla procura di Roma. Il gip Monica Ciancio ha disposto nei suoi confronti del conduttore la misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa, con l'ordine di «non comunicare con lei neppure per interposta persona». Nel provvedimento emesso dal gip si fa riferimento a «condotte reiterate» di molestie e minacce che avrebbero provocato nella vittima «un grave stato d'ansia e paura». La donna ha denunciato di essere stata picchiata, insultata, sbattuta contro il muro. E ha aggiunto di essere stata perseguitata, con telefonate di notte e appostamenti sotto casa. Accuse che il giornalista, interrogato lo scorso 30 settembre, bolla come «false e destinate ad essere smentite nei fatti». «Solo una lite per gelosia», avrebbe detto agli inquirenti. Varriale, lei dice che non è un provvedimento disciplinare, ma di fatto non commenterà le finali della Nation League.

«Non c'è stata nessuna sospensione e chi ne ha parlato e ha sbattuto il mostro in prima pagine ne risponderà nelle sedi opportune. Tutto è andato diversamente. In accordo con la direzione della mia testata e con i vertici dell'Azienda, abbiamo deciso che sarebbe stato più opportuno per me non seguire la partita del 10. Questo per non dar luogo a chiacchiere, equivoci, strumentalizzazioni e risvolti spiacevoli. A tutela della Rai e mia. Ripeto: una decisione presa di comune accordo. Nessuna sospensione e alcun provvedimento disciplinare».

Le accuse però sono molto gravi e circostanziate.

«La vicenda per come è stata trattata mi preoccupa. Sono stato additato come un mostro, ma allo stato dei fatti c'è solo una denuncia, la versione della signora e la mia versione. Mi preoccupa che si facciano processi sui giornali, un gioco al massacro che io non ho mai fatto. È una dolorosa vicenda personale che avrei preferito rimanesse tale. Purtroppo però mi sono state rivolte, e rese pubbliche, accuse del tutto false. Non ho mai stalkerizzato alcuno e chi afferma il contrario ne risponderà». 

In Vigilanza Rai erano allarmati per le ricadute negative che questa vicenda poteva portare all'Azienda pubblica.  Secondo lei come è venuta fuori la storia della sua sospensione?

«È stata inventata di sana pianta, una cosa che non esiste e che infatti la Rai è stata costretta a smentire e a precisare lo stato dei fatti. Una non notizia che ha creato un polverone». 

E adesso cosa farà? Dopo il 10 tornerà in video?

«Sono sicuro che riuscirò a dimostrare l'infondatezza delle accuse in tempi brevi. Sono tranquillo in attesa di chiarire».

Enrico Varriale sospeso dal video fino a quando la vicenda di stalking non sarà chiarita. Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. Lo rivela l’agenzia di stampa Adnkronos. Il giornalista accusato di «atti persecutori e lesioni personali». Enrico Varriale, indagato per stalking e lesioni personali aggravate, dopo la querela dell’ex compagna per percosse e stalking è stato sospeso dal video per decisione dei vertici Rai fino a quando non sarà tutto chiarito. Lo rivela l’agenzia di stampa Adnkronos. Al momento nei confronti del giornalista è stata disposta la misura cautelare del «divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa». Una settimana fa, al termine dell’interrogatorio davanti al gip di Roma, Enrico Varriale aveva diramato una nota: «Sono sicuro che le false accuse che mi sono state mosse troveranno smentita nei fatti che ho potuto illustrare e ho fiducia nella giustizia che farà il suo corso spero nei tempi più brevi possibili». L’ex compagna di Varriale, con la quale aveva programmato di convivere, aveva accusato l’ex vicedirettore di Rai Sport di «atti persecutori e lesioni personali. Mi ha picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata». E ancora: «Mi perseguita con telefonate di notte, si apposta sotto casa, citofona alle 6 di mattina...». La relazione tra il giornalista 61enne (nei recenti Europei di calcio impegnato nei commenti post-partita) e la sua ex compagna, giovane imprenditrice, era iniziata un anno fa e pareva procedere bene. Lei aveva cambiato città, trasferendosi a Roma dalle Marche, in un appartamento da single, senza escludere una futura convivenza. Ma all’improvviso, un paio di settimane dopo la vittoria dell’Italia contro l’Inghilterra, il rapporto è saltato. Stando alla ricostruzione dei magistrati, hanno pesato il nervosismo e «i repentini scatti d’ira» dell’indagato.

Varriale nei guai. "Picchiata e insultata" Giornalista della Rai indagato: stalking. Affari Italiani il 30 settembre 2021. Enrico Varriale è indagato per stalking. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo a carico del celebre giornalista sportivo della Rai, in seguito alle accuse della sua ex. "Mi ha picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata". E ancora: "Mi perseguita con telefonate di notte, si apposta sotto casa, citofona alle 6 di mattina". Dopo un’indagine per stalking - si legge sul Corriere della Sera - e altri reati durata poco più di un mese, il gip ha disposto nei confronti del conduttore (ed ex vicedirettore) Rai la misura cautelare del "divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa», oltre alla duplice prescrizione di «non comunicare con lei» neppure «per interposta persona» e di "allontanarsi immediatamente in caso di incontro fortuito, riponendosi a 300 metri di distanza". La relazione tra il giornalista 61enne e la sua ex compagna, giovane imprenditrice, - prosegue il Corriere - era iniziata un anno fa e pareva procedere bene. Lei aveva cambiato città, trasferendosi a Roma dalle Marche, in un appartamento da single, senza escludere una futura convivenza. Ma all’improvviso, un paio di settimane dopo la vittoria dell’Italia contro l’Inghilterra, il rapporto è saltato. Secondo l’accusa, le tensioni nella coppia la mattina del 6 agosto sfociano in violenza. Varriale «durante un alterco per motivi di gelosia, la sbatteva violentemente al muro, scuotendole e percuotendole le braccia, sferrandole dei calci e, mentre la parte offesa cercava di rientrare in possesso del cellulare che le aveva sottratto, le afferrava il collo con una mano, cagionandole lesioni». La replica di Varriale: "Non ho mai stalkerizzato nessuno e chi afferma questo ne risponderà in tutte le sedi. È una dolorosa vicenda personale che avrei preferito rimanesse tale. Purtroppo però mi sono state rivolte, e rese pubbliche, accuse del tutto false. Sono sicuro che riuscirò a dimostrare la loro infondatezza facilmente e in tempi brevi".

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” l’1 ottobre 2021.  Enrico Varriale, giornalista, ex vicedirettore di Rai Sport, respinge le accuse di stalking e lesioni nei confronti della sua ex compagna, risponde alle domande della gip Monica Ciancio e intanto si rallegra per le dimostrazioni di affettuosa vicinanza ricevute da amici e colleghi. La lite con la sua ex ha avuto un innesco, spiega, nell’incontrollata gelosia di lei. «Mi rinfacciò di avere altre donne, accusandomi a più riprese» racconta il sessantunenne opinionista. E allora un passo indietro al 5 agosto scorso: Varriale e la sua compagna, imprenditrice, sono tornati da una breve vacanza assieme. Si trovano nell’appartamento di lei, sul punto di andare a dormire, ma la luce tra loro non è ancora spenta. Lei, sposata, in via di separazione, lo rimprovera di averla tradita, lo stuzzica costantemente. Lui sbotta e lascia l’appartamento per poi pentirsene durante la notte. Allora la chiama ma lei sta dormendo e dunque aspetta il mattino per tornare alla carica, magari chiederle scusa. Il tempo del rammarico però scompare appena lei torna a rimproverarlo. Lui, rinfoderando le scuse per la caduta di stile, reagisce e anzi rilancia. La situazione peggiora. Scoppia una lite anche più aspra di quella della sera prima. «Arrivò a lanciarmi il computer portatile...» lamenta Varriale con i magistrati ammettendo comunque i fatti. È l’apice della discussione. La donna la racconta così: «Mi prese a schiaffi e poi mi strinse il collo mentre io cercavo di difendermi». Più tardi i medici del pronto soccorso le rilasceranno il certificato con una prognosi di cinque giorni. Ieri, accompagnato dal suo difensore, l’avvocato Fabio Lattanzi, Varriale si è rammaricato dell’escalation litigiosa con la gip, la sua intenzione ha detto era di «chiudere il rapporto civilmente». Sul momento, tuttavia, aveva reagito con aggressività come ha raccontato lei agli investigatori. Dopo le botte il giornalista arriva a strapparle lo smartphone. Lei va nel panico: nella denuncia ci sono tutte le sue conversazioni, soprattutto lo sfogo della sera prima con un amico. C’è il resoconto delle offese. Lo sfogo con l’amico, spiega agli investigatori, è l’unico momento di libertà che si è concessa: vedersi confiscare il cellulare la esaspera. Varriale non demorde, i due vanno avanti a male parole. Si lasciano recriminando e lui le invierà due messaggi whatsapp tipicamente e inequivocabilmente offensivi: «Sei una t...». Lei denuncerà tutto in Procura. L’esito è noto: la gip Monica Ciancio ha disposto un divieto di avvicinamento del giornalista «a meno di trecento metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa». Varriale, secondo la gip, avrebbe «una personalità aggressiva e prevaricatoria evidentemente incapace di autocontrollo». La posizione di Varriale appare delicata. A meno che la sua ex non ritiri la querela, il giornalista rischia l’incriminazione per il reato di stalking. Contro di lui ci sarebbero anche alcune testimonianze. Una, forse la più insidiosa, è quella del portiere dell’appartamento di lei. L’uomo avrebbe assistito ad alcuni minuti della lite tra i due e sarebbe in grado di testimoniare. Ma c’è altro perché la vittima ha raccontato ogni dettaglio a un suo amico e una sua amica che, dunque, potrebbero deporre a loro volta su come siano davvero andate le cose. Varriale, intanto, si dice fiducioso. È convinto di aver chiarito il contesto e di aver sciolto i dubbi con i magistrati, dunque si definisce «tranquillo», certo di poter difendere la propria reputazione. Uscito da piazzale Clodio nel pomeriggio il giornalista si dice «commosso dalla vicinanza e dalla solidarietà ricevuta da molti: non era scontato alla luce del modo in cui è stata presentata mediaticamente una vicenda triste e personale».

Enrico Varriale indagato per stalking. L’accusa: botte alla ex compagna, poi gli insulti e la persecuzione. Fabrizio Peronaci su Il Corriere della Sera il 30 settembre 2021. Atti persecutori e lesioni personali. Lui, uno dei giornalisti sportivi più famosi d’Italia, al centro di un’inchiesta della Procura di Roma. Lei, l’ex compagna con la quale aveva programmato di convivere, nel ruolo di accusatrice. «Mi ha picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata». E ancora: «Mi perseguita con telefonate di notte, si apposta sotto casa, citofona alle 6 di mattina...». Enrico Varriale, l’opinionista napoletano noto per essere poco amato dai tifosi juventini e per memorabili litigate in diretta tv, da alcuni giorni è alle prese con guai seri. Dopo un’durata poco più di un mese, il gip Monica Ciancio ha disposto nei confronti del conduttore (ed ex vicedirettore) Rai la misura cautelare del «divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa», oltre alla duplice prescrizione di «non comunicare con lei» neppure «per interposta persona» e di «allontanarsi immediatamente in caso di incontro fortuito, riponendosi a 300 metri di distanza». Nessun contatto, insomma, nell’auspicio che funzioni da «deterrente» e si possano evitare misure più restrittive. Il tutto alla luce di una valutazione: «Le condotte poste in essere dal Varriale danno conto di una personalità aggressiva e prevaricatoria, evidentemente incapace di autocontrollo». La relazione tra il giornalista 61enne (nei recenti Europei di calcio impegnato nei commenti post-partita) e la sua ex compagna, giovane imprenditrice, era iniziata un anno fa e pareva procedere bene. Lei aveva cambiato città, trasferendosi a Roma dalle Marche, in un appartamento da single, senza escludere una futura convivenza. Ma all’improvviso, un paio di settimane dopo la e , il rapporto è saltato. Stando alla ricostruzione dei magistrati, hanno pesato il nervosismo e «i repentini scatti d’ira» dell’indagato, sotto stress per almeno tre fattori: la rinuncia obbligata di Varriale alla «vetrina» delle telecronache delle partite degli azzurri, in quanto entrato in contatto con un positivo al Covid; il procedimento disciplinare a suo carico per non aver rispettato la quarantena; e, infine, la mancata conferma come vicedirettore di Rai-Sport. Secondo l’accusa, le tensioni nella coppia la mattina del 6 agosto sfociano in violenza. Varriale «durante un alterco per motivi di gelosia, la sbatteva violentemente al muro, scuotendole e percuotendole le braccia, sferrandole dei calci e, mentre la parte offesa cercava di rientrare in possesso del cellulare che le aveva sottratto, le afferrava il collo con una mano, cagionandole lesioni». Una scenata in due tempi, nell’appartamento e poi sul pianerottolo, conclusa con il lancio di un telefonino. Le conseguenze immediate sono state la decisione di lei «di troncare la relazione e ogni forma di comunicazione» e di recarsi al pronto soccorso del Policlinico Gemelli. Agli atti, oltre alle testimonianze di due amici con cui s’era confidata («era talmente spaventata da spegnere le luci per evitare che lui si avvedesse che era in casa»), è allegato il referto dei medici: «Ferita lacero contusa al braccio sinistro, ecchimosi alla mano sinistra, tumefazione del gomito destro con dolenzia alla mobilizzazione attiva, abrasioni alla base del collo e sul ginocchio sinistro, guaribili in cinque giorni». Ma non era tutto. È stata la successiva insistenza del conduttore tv a indurre l’ex compagna a presentarsi negli uffici di polizia: una sequenza di telefonate notturne, citofonate, appostamenti e messaggi insultanti andata avanti per settimane, sino alla seconda denuncia presentata il 14 settembre. Così un amore finito è finito in tribunale. «Non ho mai stalkerizzato nessuno e chi afferma questo ne risponderà in tutte le sedi. È una dolorosa vicenda personale che avrei preferito rimanesse tale — replica Varriale —. Purtroppo però mi sono state rivolte, e rese pubbliche, accuse del tutto false. Sono sicuro che riuscirò a dimostrare la loro infondatezza facilmente e in tempi brevi». Nell’ordinanza della giudice Ciancio notificata il 27 settembre al commissariato Ponte Milvio, l’accusa di atti persecutori (reclusione da uno a sei anni e mezzo) viene motivata con le «condotte reiterate» di molestia e minacce, che hanno provocato alla donna «un grave stato di ansia e paura», con «attacchi di panico, fatica nella respirazione e tachicardia, tali da immobilizzarla», nonché «un fondato timore per la propria incolumità, costringendola ad alterare le abitudini di vita».

Il volto tv denunciato dall'ex compagna. Enrico Varriale nei guai, il giornalista Rai indagato per stalking: “Accuse false”.  Fabio Calcagni su Il Riformista il 30 Settembre 2021. Volto noto del giornalismo sportivo televisivo, impossibile dimenticare memorabili litigate con allenatori e soprattutto con i tifosi della Juventus, ora Enrico Varriale deve affrontare la sfida più importante. Il giornalista napoletano ed ex vicedirettore della Rai è accusato dalla Procura di Roma di atti persecutori e lesioni personali nei confronti dell’ex fidanzata. “Mi ha picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata. Mi perseguita con telefonate di notte, si apposta sotto casa, citofona alle 6 di mattina”, sono le accuse gravissime che arrivano dall’ex compagnia, con la quale aveva programmato di convivere. Come scrive oggi il Corriere della Sera, il gip Monica Ciancio ha disposto nei confronti di Varriale la misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa, oltre alla duplice prescrizione di “non comunicare con lei” neppure “per interposta persona” e di “allontanarsi immediatamente in caso di incontro fortuito, riponendosi a 300 metri di distanza”. Insomma, nessun contatto tra le parti in virtù, è la valutazione del gip, di una personalità “aggressiva e prevaricatoria, evidentemente incapace di autocontrollo”. Accuse gravissime che Varriale nega con forza. “Non ho mai stalkerizzato nessuno e chi afferma questo ne risponderà in tutte le sedi. È una dolorosa vicenda personale che avrei preferito rimanesse tale — replica il giornalista 61enne, che ai recenti Europei di calcio era il volto dei post-partita —. Purtroppo però mi sono state rivolte, e rese pubbliche, accuse del tutto false. Sono sicuro che riuscirò a dimostrare la loro infondatezza facilmente e in tempi brevi”. La relazione tra Varriale e l’ex compagna, una giovane imprenditrice, era iniziata circa un anno fa. L’ex fidanzata si era anche trasferita a Roma dalle Marche, senza escludere una futura convivenza. Poi la situazione che precipita a causa del nervosismo di Varriale, almeno secondo quanto ricostruito dalla Procura: peserebbe anche la mancata riconferma del giornalista alla vicedirezione di Rai Sport. Una tensione che sarebbe sfociata in violenza il 6 agosto scorso, quando secondo l’accusa Varriale “durante un alterco per motivi di gelosia, la sbatteva violentemente al muro, scuotendole e percuotendole le braccia, sferrandole dei calci e, mentre la parte offesa cercava di rientrare in possesso del cellulare che le aveva sottratto, le afferrava il collo con una mano, cagionandole lesioni”. Subito dopo quindi la decisione dell’ormai ex compagna di troncare i rapporti e di recarsi al pronto soccorso del Policlinico Gemelli. Non a caso agli atti è allegato il referto dei medici. Quindi la presunta insistenza dell’ex vicedirettore Rai avrebbe spinto la donna a presentarsi negli uffici di polizia e presentare formale denuncia il 14 settembre scorso.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Valentina Lupia e Andrea Ossino per repubblica.it il 22 novembre 2021. Ha molestato, minacciato e picchiato la sua compagna. Enrico Varriale va a processo senza neanche passare dall’udienza preliminare. Secondo i magistrati romani infatti le prove a carico dell’ex direttore di Rai Sport sono schiaccianti. Varriale dunque sarà costretto ad accomodarsi nel banco riservato agli imputati, in un’aula del tribunale penale di piazzale Clodio, dove si difenderà dalle accuse di “stalking” e “lesioni” nate in seguito alla denuncia dell’ex compagna. 

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 23 novembre 2021. Enrico Varriale andrà a processo con il rito immediato. L'ex vicedirettore di Raisport è accusato dalla procura di Roma di lesioni e stalking dalla sua ex compagna, che lo ha denunciato nei mesi scorsi. La donna afferma di essere stata «picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata» il 6 di agosto ed essere poi stata «perseguitata con telefonate di notte, appostamenti sotto il suo appartamento alle 6 della mattina». Il pm Maria Gabriella Fazi ritiene che ci siano elementi sufficienti per il rinvio a giudizio, per questo adesso il giornalista dovrà affrontare il processo.

LA DIFESA

Varriale, dal canto suo, ha sempre respinto le accuse. «Il rapporto tra di noi era teso - ha spiegato al Messaggero - L'avevo lasciata a metà luglio. Tra noi non c'è mai stata una convivenza ma solo incontri quando lei poteva raggiungermi da Pesaro. Mi rammarico profondamente per quello che è accaduto quel sei di agosto, non ho mai fatto una cosa del genere. In passato - aggiunge il giornalista - c'era stata una reazione violenta da parte sua. Fui aggredito il 29 di agosto mi lanciò addosso un computer perché avevo cambiato la password. Dopo siamo andati anche in vacanza. La relazione tra noi, comunque, era ormai ai minimi termini». «Per me - aggiunge - è un momento terribile. Sto incassando la vicinanza della mia attuale compagna, della mia ex moglie e delle mie figlie. Purtroppo si sono verificate, nella parte finale della relazione, da ambo le parti comportamenti non corretti». E ancora, aggiunge Varriale, «non l'ho mai stalkerizzata, volevo un chiarimento. Nei 40 giorni in cui sarei accusato di atti persecutori nei suoi confronti, per 25 giorni ero fuori Roma. Sono stato frainteso, per me essere dipinto come uno stalker o come uno che picchia le donne è un dramma». Infine, aggiunge il giornalista, il «processo immediato mi darà la possibilità di chiarire tutto, ho fiducia nella magistratura, non vedo l'ora che finisca questo supplizio» 

LE ACCUSE

Le carte della procura raccontano di un rapporto degenerato il 6 agosto, dopo un periodo di tensione: «Durante un alterco per motivi di gelosia», il giornalista «la sbatteva violentemente al muro scuotendole e percuotendole le braccia, sferrandole violentemente dei calci». Dopo l'aggressione si tronca definitivamente la relazione ma, per i magistrati, Varriale avrebbe cercato di entrare in contatto «ossessivamente» con lei. Già nei mesi scorsi il gip, Monica Ciancio, aveva disposto la misura cautelare del «divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa» oltre a due prescrizioni «non comunicare con lei» neppure «per interposta persona» e «allontanarsi immediatamente in caso di incontro fortuito, riponendosi a 300 metri di distanza». «Siamo fiduciosi- spiega l'avvocato Fabio Lattanzi - di vedere riconosciuta l'innocenza del Varriale e di chiudere definitivamente questa brutta storia».

Valentina Lupia e Andrea Ossino per "la Repubblica - Roma" il 24 novembre 2021. "Solo adesso ho ricominciato a dormire. Tra la denuncia e il divieto di avvicinamento sono trascorsi due mesi. Intanto io avevo paura anche quando ero chiusa dentro casa, ho capito cosa significa avere attacchi di panico, sono dimagrita cinque chili. Ho seguito i consigli della polizia, ho memorizzato chiamate e messaggi senza bloccarlo, ma ogni volta che provava a contattarmi mi tornava in mente la sua mano sul mio collo, il suo pollice sul lato della mia gola, la sensazione di essere strozzata". La forza di Giulia vacilla solo quando ripensa al 6 agosto scorso, all'aggressione che denuncia di aver subito da Enrico Varriale. Il suo nome è di fantasia e si racconta con la voce rotta e una bella boccata di coraggio per lanciare un messaggio: "Voglio evidenziare le falle di un sistema che funziona solo se si ha la fortuna di incontrare persone competenti, ma che non mi ha tutelato abbastanza", dice. La velocità con cui si è attivato il codice rosso, la procedura nata per proteggere le vittime di violenza, non basta. Giulia ha atteso quasi due mesi prima di essere protetta da un provvedimento che impedisce all'ex vicedirettore di Rai Sport di avvicinarsi a lei. Il processo accerterà eventuali responsabilità, ma la lei ha deciso: "Voglio raccontarvi cosa accade alle vittime di violenza".

Giulia, perché ha deciso di parlarci?

"È difficile affrontare la situazione in cui mi trovo, ma tutto ciò ha un senso se io posso essere uno strumento per veicolare alcuni messaggi, per far capire ciò che non va in un sistema che mi ha aiutata solo perché ho avuto la fortuna di incontrare persone competenti. Le donne non devono  trascurare i segnali ma rivolgersi subito ai centri anti violenza e denunciare. Nel frattempo una rete di affetti è l'unica cosa che può proteggere mentre la giustizia fa il suo corso. I tempi non sono così brevi come sembrano".

Tre mesi per chiudere le indagini. In Italia è un record.

"Sì, ma sono trascorsi due mesi tra la denuncia e il divieto di avvicinamento. Lui continuava a cercarmi, ricevevo messaggi, mi citofonava, ha affittato un film con la mia carta di credito. Ogni giorno era una tortura. Non mangiavo, ho perso 5 chili, sbirciavo dalle tende come fanno gli anziani e mi sentivo spiata. Non mi contattava tutti i giorni, ma ho ricevuto centinaia di messaggi e telefonate. Ogni volta che suonava il citofono tornavo al momento dell'aggressione, sentivo le mani stringersi intorno al mio collo, il pollice sulla mia gola. Mi era stata assicurata protezione, ma ero sola, con il rischio di cedere alle richieste di incontro. Ho ricominciato a dormire solo due giorni dopo il provvedimento". 

Due mesi possono essere lunghi.

"Se non sei emotivamente strutturata puoi anche cedere alle richieste di incontri, puoi ricascarci. Lui veniva sotto casa, chiedeva di vederci". 

Lei non ha denunciato subito.

"Mi sento un'idiota adesso, ma in quel momento non ero lucida, avevo paura. La querela è un atto che aiuta a rendere la vicenda oggettiva. Io mi sentivo in colpa, c'è anche un lato sentimentale. Il 6 agosto, quando mi ha aggredita, urlavo ma Roma era deserta, c'era solo il portiere che è arrivato incontrando Enrico mentre scendeva le scale".

A quel punto ha chiamato la polizia?

"No, io non volevo. Dopo i segni sulle braccia sono diventati evidenti, io in quei giorni andavo in giro con le maniche lunghe. Un amico e l'avvocato mi hanno convinta a farmi vedere da un medico e sono andata all'Ospedale Gemelli. I dottori hanno poi avvisato la polizia, da protocollo. Mi ha chiamato un ispettore del commissariato di Ponte Milvio dicendo che doveva vedermi con urgenza. È una persona molto preparata, mi ha spiegato quali erano le opzioni che avevo. Io non volevo neanche chiamare un centro anti violenza, non volevo metterlo nei guai". 

Poi cosa è cambiato?

"La sera stessa in cui ho parlato con l'ispettore lui mi ha citofonato. Ho avuto un attacco di panico, ero immobilizzata. Poi ancora all'alba del giorno dopo, era domenica. Ho atteso il lunedì e il 9 agosto ho querelato. Ho perso troppo tempo. Ma mi sono chiesta: se succedesse a una mia amica cosa le consiglierei?. Quando alla fine mi sono rivolta al centro anti violenza tutto è stato chiaro. Ho iniziato a rileggere gli eventi, a metterli in fila. Tutti gli scatti di ira, le pretese che aveva nei miei confronti. Erano solo l'inizio della spirale di violenza. La violenza fisica è l'ultimo atto, prima ci sono i soprusi psicologici". 

E dopo la querela?

"La polizia mi ha sentito entro tre giorni, come prevede il codice rosso, mi hanno detto cosa fare". 

Quindi in qualche modo lei era tutelata?

"Insomma, una volta quando mi ha citofonato ho avuto il panico, ho chiamato una mia amica, poi la polizia ma è arrivata 45 minuti dopo, quando lui era già andato via: erano le 21.10 del 30 agosto, era rimasto lì per più 40 minuti, telefonando continuamente e chiedendo di incontrarmi. Per questo occorrono tempi più rapidi. Io ho iniziato a rivivere solo dopo il divieto di avvicinamento, da quel momento non mi ha più cercata". 

Dopo è stata meglio?

"Sì, ma è una situazione difficile da affrontare. La notizia è apparsa sui giornali, poi le indagini, la testimonianza in procura. La ferita si riapre ogni volta, sono ancora fragile, tremo ogni volta che suona il citofono". 

Il percorso è ancora lungo, ci sarà un processo per accertare se ciò che dice è vero. Riesce a perdonare?

"Il perdono è un atto soggettivo, la giustizia invece è un atto sociale che non può essere comprato. Tutte le donne vittime di violenza subiscono conflitti interiori, ma occorre denunciare, la querela aiuta tutti e interrompe la spirale di violenza. Poi occorre costruirsi una rete di affetti che sostenga in quei momenti in cui si è vulnerabili".

Cosa suggerisce alle donne che affrontano situazioni simili?

"Capite, informatevi, non si deve dimenticare, non si può andare avanti nella speranza che la situazione migliori, le cose vanno affrontate, non si deve tornare indietro, non si può scendere a compromessi, ho rifiutato un'offerta di denaro per ritirare la querela. La dignità non è negoziabile. Però è necessario estirpare le falle del Codice Rosso: le sensazioni che ho provato io con lui sotto casa attaccato al citofono, c'è chi le vive col marito sul divano. Queste donne non possono aspettare due mesi".

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 dicembre 2021. Caro Dago, Enrico Varriale è un giornalista televisivo molto noto al grande pubblico e dunque è del tutto ovvio che i mass-media ci inzuppino il pane su questa sua allarmante vicenda di una donna (con cui lui aveva un tormentato rapporto sentimentale) che lo accusa di averla scaraventata contro il muro, di averla stretta alla gola, di averla colpita anche con dei calci. Bruttissima vicenda personale ancor prima che penale, ovvio. Ho detto vicenda personale a marcare quanto sia difficile per la legge e per i suoi codici entrare in questo reame, di quel che accade ogni volta tra gli esseri umani, in particolare tra gli uomini e le donne. Lo dico dopo aver letto l’intervista che Varriale ha rilasciato a Marco Mensurati sulla “Repubblica” di oggi. Un’intervista dove ogni parola, e stavo per dire ogni virgola, eccome se aveva il suo peso. Varriale ammette le sue colpe diciamo così fisiche, d’esser andato di forza contro una donna, ma nega di essere “un mostro”. In linea di principio lui è della linea che “le donne non si battono neppure con un fiore”, la linea che per quanto mi riguarda sta all’articolo uno della mia Costituzione personale. E con tutto ciò racconta la dinamica - personale, personalissima - del suo rapporto con questa donna che lo accusa pesantemente. Una donna cui lui (un single perfettamente libero sentimentalmente) teneva molto, non voleva che fosse un rapporto fugace ed estemporaneo. Si incontravano e si scontravano. Lei c’era, e poi in certi momenti non c’era più. Lui era cortese e cavaliere, in altri momenti lo era di meno. C’erano tra loro parole azzeccate e parole che li mettevano in conflitto. Tensione dopo tensione arrivano a un momento deprecabile dove lui effettivamente le mette le mani addosso e se ne approfitta del fatto che nella media un uomo è più forte di una donna. Starà ai giudici capire la sequenza dei loro atti vicendevoli, soppesarne la natura, decidere. Non credo sia facile. Ciò che è delle persone è intriso di sfumature, ammette raramente il bianco e nero. Al tempo della mia giovinezza ci fu un caso clamoroso a Milano. Un professore di liceo rinomatissimo a sinistra venne accusato da una sua fidanzata/amica di averla stuprata a casa sua. Lui andò in cella. Il giornale per cui lavoravo mi chiese di occuparmi della faccenda. Chiamai la notissima avvocata che tutelava la ragazza. Le chiesi com’è che, per essere stata la violenza di un uomo su una donna, i collant della ragazza risultavano intatti. Mi disse che la ragazza aveva avuto paura che se avesse tentato di difendersi le cose per lei sarebbero andate ancor peggio. Il professore di liceo è stato poi assolto. L’ho incontrato molti anni, nella casa milanese del mio amico Alfio Caruso. Perdonatemi, ma non ho avuto dubbi che di violenza in quel tormentato rapporto tra un ragazzo e una ragazza di trent’anni prima di violenza non ce ne fosse stata. C’era stato molto altro, di tanto più complesso, su cui la legge ha difficoltà a intervenire, a sentenziare. E’ difficile metter becco nei rapporti fra uomini e donne. Trenta e passa anni fa venne a casa mia una donna che conoscevo da tempo. Eravamo amici. Lei era single, io ero assolutamente single. Cenammo l’uno di fronte all’altro e poi andammo in un’altra stanza di casa mia, lei seduta su una poltrona, io seduto sulla poltrona di fronte. Ci conoscevamo da tempo, eravamo amici, eravamo single entrambi, le parole tra noi erano calde. A un certo punto io mi avvicinai di dieci o quindici centimetri verso la sua bocca con l’intenzione di baciarla. Lei alzò un dito a opporsi, non più di un dito. Immediatamente io mi ritrassi. Parlammo ancora a lungo. Dopo di che l’accompagnai alla sua macchina posteggiata lì vicino, la mano sulla sua spalla, e la baciai in fronte nel salutarla. Qualche anno dopo, mentre stavo parlando con una che lavorava nello stesso giornale in cui avevo lavorato io e la mia amica di cui ho detto (la chiamerò “Tizia”), lei mi disse che “Tizia” le aveva confidato che io con lei ci avevo “provato”. Usò questo termine ignobile, “provato”. Una tale ingiuria, una tale bestemmia, una tale porcheria che lei dopo una serata che era stata interamente nostra e soltanto nostra, nella quale non era avvenuto nulla di efferato nei confronti della sua femminilità, lei si “vendesse” al primo venuto che io l’avevo importunata. Ricordo che a quel racconto ne diventai verde di rabbia, di una tale menzogna, di una tale ingiuria, di una tale volgarità. E ancor oggi ne fremo di rabbia. “Tizia” non l’ho mai più reincontrata. Per sua fortuna?

Andrea Ossino per “la Repubblica - ed. Roma” il 2 dicembre 2021. «Con un messaggio WhatsApp la minacciava di farle perdere la collaborazione con il giornale Milano Finanza, sfruttando la sua rete di influenze». Prima l'aggressione, poi i numerosi tentativi di entrare in contatto con la donna che aveva deciso di interrompere la relazione. E infine gli insulti e quelli che al giudice non sembrano esattamente tentativi di chiarimento. Nel processo che inizierà il prossimo mese, Enrico Varriale, ex vicedirettore di Rai Sport, avrà la possibilità di difendersi in aula anche dalle accuse riportate nel decreto di giudizio immediato e nell'ordinanza con cui il gip Monica Ciancio ha imposto all'indagato di non avvicinarsi alla vittima: " aveva mandato dei messaggi con cui le prospettava di essere intenzionato a sfruttare il suo ascendente per incidere negativamente sui rapporti di collaborazione con il giornale", si legge negli atti. Enrico Varriale, secondo le accuse, il 21 agosto, quindi circa due settimane dopo aver picchiato la vittima, le ha scritto che le avrebbe fatto perdere il lavoro. Al messaggio in questione la donna non avrebbe risposto, così come non avrebbe mai replicato agli insulti sessisti ricevuti: " Sei una delle donne peggiori che io abbia mai conosciuto. Una vera tro.. ma tr... proprio nell'anima", recita la parte finale di un sms WhatsApp in cui Varriale, tra il 6 e il 7 agosto, dopo aver citofonato "insistentemente" alla vittima, le ha detto di aver visto "la sua macchina sotto casa e di aver provato a bussare". Forse sarà per questo che la donna afferma di avere avuto l'impressione di sentirsi seguita. Del resto in un'altra occasione, il 30 agosto, " dopo aver continuato a indirizzarle numerosissime telefonate e messaggi, intorno alle 21 - scrive il giudice riferendosi all'indagato citofonava alla sua abitazione e, non ottenendo risposta, vi stazionava con l'autovettura per circa mezz' ora, telefonandole per 11 volte e scrivendole numerosi messaggi quali " ho visto la luce accesa e volevo salutarti, ingenerando nella persona offesa un attacco di panico per poi salire in auto, transitare in paio di volte sotto l'abitazione e quindi allontanarsi ". I messaggi, le telefonate, il citofono che suona " nella tarda serata". Sono tutti comportamenti che, secondo i magistrati, si inseriscono in un quadro di molestie, di stalking, secondo il pm Gabriella Fazi. Proprio come la minaccia che il potente giornalista rivolge alla collaboratrice di un giornale. Una situazione, come denuncia la vittima, che la avrebbe costretta " a guardarsi sempre intorno quando usciva nel timore di incontrarlo". Il codice rosso ha riservato una corsia preferenziale al procedimento, ma se due mesi scarsi per arrivare a un'ordinanza cautelare possono essere un tempo rapido per la giustizia, non lo sono per le vittime. In questo caso la donna, in una seconda denuncia, " spiegava che l'indagato continuava a mandarle messaggi e a telefonarle e si appostava nei pressi della sua abitazione". Il risultato? "uno stato d'ansia continuo, con stati di agitazione e preoccupazione che la inducevano a vivere barricata in casa, timorosa di incontrarlo ogni volta che usciva o rientrava alla sua abitazione, con attacchi di panico, fatica nella respirazione e tachicardia che la immobilizzavano". 

Estratto dell’articolo di Marco Mensurati per la Repubblica l'1 dicembre 2021. «Lo so benissimo, ho fatto qualcosa che non può e non deve essere fatto. Mai». Per questo Enrico Varriale ha accettato di spiegare a Repubblica come sia stato possibile che un giornalista affermato, un personaggio pubblico abbia potuto - per citare il gip Monica Ciancio - durante una lite per gelosia, sbattere la propria compagna al muro e prenderla a calci.

«Ma so anche che non sono il mostro di Milwaukee e penso che sia giusto dire come sono andati davvero i fatti». 

(...) 

Il problema però non è quello che le è successo il 27 settembre, ma quello che è successo alla sua compagna il 6 agosto.

«Prima mi permetta di spiegare come siamo arrivati a quel giorno. Lei viveva a Pesaro col marito. Io ero un uomo libero, a Roma. Ho due figlie grandi ma mi sono separato da mia moglie tanto tempo fa. Con la Signora avevamo cominciato a frequentarci a novembre. Lei veniva a Roma, da me, una settimana sì e una no. Era "prigioniera" - diceva così - di un matrimonio inesistente. Piangeva al telefono, si sentiva in gabbia. Ritenevo la cosa umiliante per lei e per me, così le ho chiesto di scegliere, un rapporto saltuario non mi interessava. A maggio, come tappa intermedia aveva affittato una casa vicino alla mia. Però le ho detto: il 15 luglio dopo gli Europei o prendi una decisione o la finiamo. Non ebbi risposta. Il 29 luglio ci vediamo a Roma per decidere se fare qualche giorno di vacanza insieme in Costiera amalfitana. Quella sera lei si accorse che avevo cambiato password al computer - prima usavo il suo nome - ha dato di matto e mi ha tirato il computer in faccia. Poi però abbiamo fatto pace e siamo partiti».

Il 6 agosto che cosa è successo?

«Il 5 agosto a sera da Pesaro mi ha raggiunto di nuovo. Eravamo a casa, lei stava rifacendo il letto e mi ha provocato. Ha cominciato ad accennare alle mie avventure ». 

L'aveva tradita?

 «Dal 15 luglio ero un uomo libero. Prima l'ho rispettata, in ogni senso».

Che è successo, quindi?

«La sera del 5 non sono caduto nelle provocazioni e me ne sono andato».

E il giorno dopo?

«Di quel giorno voglio dire due cose. La prima: non le ho mai messo le mani al collo». La sua compagna ha denunciato questo. «Al Gemelli le hanno fatto una prognosi, di cinque giorni... Un'abrasione alla base del collo...solo un'abrasione. La seconda cosa è che ci siamo colpiti tutti e due. Non l'ho picchiata. Non ho provato a strangolarla. È stato un litigio. Alla fine avevo l'occhio pesto, quello messo peggio ero io...»  

(...) 

Ma cosa le è venuto in mente? Si è chiesto come sia stato possibile?

«Stavamo litigando. Io parlavo lei chattava», mima il gesto. «Le chiedo di smettere. E una volta, e due e tre. Le tiro via il telefonino. Lei mi salta addosso. Non le ho mai messo le mani alla gola. Sono cose che non devono capitare. Non mi sono controllato. Ma non sono un violento, non sono uno stalker, non ho provato a strangolarla». 

Ecco, lo stalking, il giudice l'accusa anche di aver "ossessivamente cercato" di contattare la sua ex.

«Non sono uno stalker».

I messaggi al telefonino

«Dal sei agosto al 27 settembre, 43 messaggi. Eravamo abituati a scambiarcene trenta-quaranta al giorno. Se mi avesse detto "mi disturbi" sarei sparito, ma lei non rispondeva né mi ha bloccato. Per altro in quei 40 giorni, 25 sono stato fuori Roma». 

(ANSA il 9 dicembre 2021) - Enrico Varriale si dichiara "vittima di una folle gelosia" e promette un'azione legale dopo essere stato denunciato da una donna per presunti maltrattamenti, accusa che gli ha rivolto anche la sua ex compagna. "Ieri alle 22.30 la donna con cui ho una relazione ha dapprima citofonato insistentemente. Successivamente ha cominciato a bussare alla porta di casa e alla fine ho ceduto e le ho aperto. E' entrata e come una furia, in preda ad un raptus di gelosia ha iniziato a distruggeremi casa -scrive Varriale nella sua ricostruzione- Piatti. Bicchieri, soprammobili, qualunque cosa le capitava sotto mano mi veniva tirata addosso e distrutta. Ho provato a bloccarla ed ha cominciato ad urlare "non mi toccare, ti denuncio"". "Ha preso il telefono e chiamato la Polizia e l'autoambulanza. - prosegue Varriale- Io spettatore allibito l'ho implorata di fermarsi, alla fine ho capito che solo l'intervento della polizia poteva fermarla. Però prima dell'arrivo degli agenti è uscita di casa e non ho saputo più nulla". "Posso documentare tutto. Ho fotografato la mia abitazione o meglio quello che resta della mia abitazione. Ed in relazione a ciò ho dato mandato ai miei avvocati d'intraprendere le necessarie azioni legali", conclude Varriale.

"Dopo lo schiaffo sono svenuta, al risveglio puzzavo di aceto e la porta era serrata". La Repubblica il 12 dicembre 2021. Gli occhi lucidi, un referto medico in tasca e un racconto da brividi. Sara ha ancora la guancia gonfia mentre consegna agli inquirenti una versione profondamente diversa da quella che Enrico Varriale ha fornito quando è emersa la notizia che, ancora una volta, una donna lo ha denunciato, accusandolo di averle messo le mani addosso. Le sue confessioni, approdate tra i corridoi della procura di Roma, hanno convinto gli inquirenti ad aprire un altro fascicolo sul giornalista.

Valentina Lupia e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 12 dicembre 2021. Gli occhi lucidi, un referto medico in tasca e un racconto da brividi. Sara ha ancora la guancia gonfia mentre consegna agli inquirenti una versione profondamente diversa da quella che Enrico Varriale ha fornito quando è emersa la notizia che, ancora una volta, una donna lo ha denunciato, accusandolo di averle messo le mani addosso. Le sue confessioni, approdate tra i corridoi della procura di Roma, hanno convinto gli inquirenti ad aprire un altro fascicolo sul giornalista. Il racconto di Sara, il nome è di fantasia, delinea un quadro grave di ciò che sarebbe accaduto mercoledì sera nell'appartamento di Varriale, in zona Ponte Milvio. Lui dice di essere stato «vittima di una folle gelosia» e ha detto che Sara gli ha distrutto casa. Lei invece spiega di essere stata aggredita tra quelle mura, mentre la porta dell'appartamento era chiusa a chiave. E racconta di essere stata minacciata: «Se mi denunci ti ammazzo», avrebbe detto il giornalista. La situazione sarebbe esplosa quando Sara ha sorpreso Varriale con un'altra donna. Ne sarebbe nata una discussione, con piatti e bicchieri lanciati all'indirizzo della vittima. Poi l'aggressione, con Varriale che avrebbe afferrato la donna sbattendola contro la porta. Una piantana finita su un tavolino di vetro, andato in frantumi, avrebbe mandato il giornalista su tutte le furie. Avrebbe quindi sferrato un ceffone al volto della donna, che cadendo avrebbe sbattuto la testa (come conferma il trauma cranico refertato all'ospedale Gemelli). Da qui il vuoto: Sara racconta di aver perso i sensi e di essersi poi risvegliata con gli occhi arrossati e una strana puzza d'aceto. Si è alzata, è andata in bagno e ha poi cercato di uscire di casa. Ma la porta era chiusa a chiave. È a questo punto che avrebbe chiamato il 112, lanciando l'allarme tra le urla e le minacce del giornalista. Dopo aver chiamato il numero unico per le emergenze, Sara sarebbe riuscita a uscire dall'appartamento accusando il giornalista di sequestro. È scesa in strada, dove è stata soccorsa dall'ambulanza. Anche Varriale si sarebbe allontanato dall'appartamento, tant' è che la polizia, giunta sul posto, non ha trovato nessuno. L'ospedale ha comunque avvisato le autorità. E la faccenda è finita nelle mani degli specialisti del commissariato di Ponte Milvio, che nell'agosto scorso avevano già raccolto la denuncia della precedente compagna di Varriale, la stessa donna da cui è nato il procedimento che il mese prossimo vedrà l'ex vicedirettore di Rai Sport accomodarsi nel banco degli imputati. Ora le due storie potrebbero intrecciarsi. Perché Sara potrebbe confermare se, come Varriale ha raccontato a Repubblica , aveva un occhio nero a causa di una colluttazione con la prima donna che lo ha accusato. O, viceversa, smentirlo fornendo nuove prove. Circostanze che, come altri elementi, adesso verranno verificate dai magistrati.

Enrico Varriale schiaffeggia la fidanzata: indagine in Procura. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 9 dicembre 2021. Roma, la compagna l’avrebbe trovato in casa con un’amica e ne sarebbe nata una lite. Ha denunciato il giornalista per maltrattamenti ed è stata refertata al policlinico Gemelli. Varriale nega lo schiaffo: «Sono vittima di una folle gelosia». Serata turbolenta quella vissuta mercoledì 8 dicembre da Enrico Varriale, che rischia nuovi guai giudiziari: il giornalista avrebbe dato uno schiaffo alla sua compagna. Varriale, già accusato di stalking e violenza da una ex con cui ha avuto una relazione cominciata in primavera, avrebbe dato il ceffone all’attuale partner durante una lite esplosa in seguito a una sua visita inattesa. Dopo lo schiaffo la vittima lo ha denunciato per maltrattamenti e si è fatta refertare al Gemelli. Varriale, 61 anni, nega di averla picchiata e promette a sua volta un’azione legale. La vicenda è all’esame della Procura. Questa la ricostruzione di Varriale che, difeso dall’avvocato Fabio Lattanzi, si dichiara «vittima di una folle gelosia». «Ieri (mercoledì 8, ndr) alle 22.30 la donna con cui ho una relazione ha dapprima citofonato insistentemente. Successivamente ha cominciato a bussare alla porta di casa e alla fine ho ceduto e le ho aperto. È entrata e come una furia e in preda a un raptus di gelosia ha iniziato a distruggermi casa. Piatti, bicchieri, soprammobili, qualunque cosa le capitava sotto mano mi veniva tirata addosso e distrutta. Ho provato a bloccarla e ha cominciato a urlare: “Non mi toccare, ti denuncio”». Quindi «ha preso il telefono e chiamato la polizia e l’autoambulanza. Io spettatore allibito l’ho implorata di fermarsi, alla fine ho capito che solo l’intervento della polizia poteva fermarla. Però prima dell’arrivo degli agenti è uscita di casa e non ho saputo più nulla». Infine il giornalista assicura: «Posso documentare tutto. Ho fotografato la mia abitazione o meglio quello che resta della mia abitazione. Ed in relazione a ciò ho dato mandato ai miei avvocati d’intraprendere le necessarie azioni legali». Quello che manca nella ricostruzione di Varriale, e che invece risulterebbe dalla denuncia, è che la partner lo avrebbe trovato in casa a cena con un’amica. La fidanzata avrebbe cominciato appunto ad afferrare piatti, bicchieri e soprammobile li gettandoli a terra e il giornalista avrebbe perso il controllo e le avrebbe dato uno schiaffo. A quel punto la compagna sarebbe caduta in terra, sarebbe rimasta intontita qualche attimo e poi, una volta ritornata cosciente , avrebbe avvertito la polizia e si sarebbe recata al policlinico Gemelli.

Sulla vicenda sta indagando la Procura di Roma, che però non ha ritenuto di dover adottare alcun tipo di provvedimento nei confronti del giornalista.

Varriale ci ricasca. Un'altra donna lo accusa: "Mi ha picchiato". Valentina Lupia e Andrea Ossino per repubblica.it il 9 dicembre 2021. La telefonata arrivata nel cuore della notte al 112 potrebbe dare più di un pensiero a Enrico Varriale. Perché ad effettuare quella chiamata al numero unico d’emergenza è stata una donna che ha detto di essere stata picchiata dall’ex vicedirettore di Rai Sport, già accusato di aver aggredito e molestato la sua ex compagna e per questo in procinto di affrontare un processo tra le aule del tribunale di Roma. I nuovi fatti risalgono a ieri sera, ma ricordano molto le accuse che hanno già portato Varriale davanti alla giustizia. In realtà, in questo caso anche il giornalista si sarebbe rivolto alle forze dell’ordine. Ancora una volta alla base del litigio ci sarebbe una questione di gelosia che avrebbe fatto infuriare una donna. Non riuscendo a entrare in contatto con Enrico Varriale, la signora avrebbe bussato alla porta della sua abitazione, dalle parti di ponte Milvio. Ed è qui che sarebbe andata in escandescenza. Sarebbe nata un’accesa discussione proseguita nel peggiore dei modi, con Enrico Varriale che, ancora una volta, colpisce con uno schiaffo una donna. Poi le telefonate alle forze dell’ordine. Ma quando la polizia è arrivata sul posto non c’era nessuno. In assenza di flagranza di reato la procura non ha disposto alcuna misura cautelare. Varriale infatti non era in casa. E la donna era già uscita per andare in ospedale, al Gemelli. Ed è li che ha raccontato cosa è accaduto, spiegando anche di aver perso momentaneamente conoscenza dopo aver sbattuto in seguito allo schiaffo ricevuto. La faccenda è quindi arrivata nelle mani degli esperti del commissariato di Ponte Milvio. E presto un resoconto dei fatti finirà in procura, presumibilmente all’attenzione dello stesso pubblico ministero che recentemente ha già chiesto e ottenuto il processo per Enrico Varriale. Spetterà dunque al sostituto procuratore Gabriella Fazi appurare ciò che è successo e capire se quello che la donna ha raccontato è vero e supportato da prove. Se dovesse essere confermata la narrazione, per Enrico Varriale la situazione potrebbe aggravarsi.

Il giornalista: "Lei era una furia, mi ha distrutto casa. Posso documentare tutto". Enrico Varriale, è gogna continua: donna lo aggredisce fin dentro casa e poi lo accusa. Redazione su Il Riformista il 9 Dicembre 2021. Enrico Varriale, il giornalista volto di Rai Sport, ieri sera è stato accusato di aver picchiato una donna nel suo appartamento a Ponte Milvio, a Roma nord. La segnalazione è arrivata ieri sera, quando una donna, con la quale Varriale aveva una relazione, ha raccontato di essere stata schiaffeggiata dal giornalista dopo un litigio, nato per una questione di gelosia che avrebbe fatto infuriare la vittima.

Al culmine della violenta lite, in cui la donna avrebbe messo a soqquadro l’appartamento del giornalista, l’ex vicedirettore di Rai Sport la avrebbe colpita con un forte schiaffo, facendole perdere i sensi. La donna, una volta rinvenuta, ha chiamato gli agenti del commissariato di Ponte Milvio e si è poi recata al pronto soccorso del Gemelli per farsi refertare.

Anche il giornalista ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Ma quando i poliziotti sono arrivati e hanno citofonato, non hanno trovato nessuno. In assenza di flagranza di reato la procura non ha disposto alcuna misura cautelare. Questa la sua versione: “Ieri alle 22.30 la donna con cui ho una relazione ha dapprima citofonato insistentemente. Successivamente ha cominciato a bussare alla porta di casa e alla fine ho ceduto e le ho aperto. È entrata e come una furia, in preda ad un raptus di gelosia ha iniziato a distruggermi casa. Piatti. Bicchieri, soprammobili, qualunque cosa le capitava sotto mano mi veniva tirata addosso e distrutta. Ho provato a bloccarla ed ha cominciato ad urlare: Non mi toccare, ti denuncio”.

L’ex vicedirettore di Rai Sport ha detto che a quel punto la donna ha preso il telefono e ha chiamato la Polizia e ambulanza. “Io, spettatore allibito, l’ho implorata di fermarsi, alla fine ho capito che solo l’intervento della polizia poteva fermarla. Però prima dell’arrivo degli agenti è uscita di casa e non ho saputo più nulla”, ha aggiunto. “Posso documentare tutto. Ho fotografato la mia abitazione, o meglio, quello che resta della mia abitazione. Ho dato mandato ai miei avvocati d’intraprendere le necessarie azioni legali”, conclude Varriale.

Le accuse di stalking

Il telecronista napoletano è già stato denunciato per aver aggredito e molestato la sua ex compagna ed per questo è in procinto di affrontare un processo tra le aule del tribunale di Roma. Il giornalista ed ex vicedirettore di Rai Sport è accusato dalla Procura di Roma di atti persecutori e lesioni personali nei confronti dell’ex fidanzata. “Mi ha picchiata, presa a schiaffi, sbattuta contro il muro, insultata. Mi perseguita con telefonate di notte, si apposta sotto casa, citofona alle 6 di mattina”, sono le accuse gravissime che arrivano dall’ex compagna, con la quale aveva programmato di convivere.

Come ha scritto il Corriere della Sera, il gip Monica Ciancio ha disposto nei confronti di Varriale la misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa, oltre alla duplice prescrizione di “non comunicare con lei” neppure “per interposta persona” e di “allontanarsi immediatamente in caso di incontro fortuito, riponendosi a 300 metri di distanza”.

Insomma, nessun contatto tra le parti in virtù, è la valutazione del gip, di una personalità “aggressiva e prevaricatoria, evidentemente incapace di autocontrollo”.

Accuse gravissime che Varriale nega con forza. “Non ho mai stalkerizzato nessuno e chi afferma questo ne risponderà in tutte le sedi. È una dolorosa vicenda personale che avrei preferito rimanesse tale — replica il giornalista 61enne, che ai recenti Europei di calcio era il volto dei post-partita —. Purtroppo però mi sono state rivolte, e rese pubbliche, accuse del tutto false. Sono sicuro che riuscirò a dimostrare la loro infondatezza facilmente e in tempi brevi”.

La relazione tra Varriale e l’ex compagna, una giovane imprenditrice, era iniziata circa un anno fa. L’ex fidanzata si era anche trasferita a Roma dalle Marche, senza escludere una futura convivenza. Poi la situazione che precipita a causa del nervosismo di Varriale, almeno secondo quanto ricostruito dalla Procura: peserebbe anche la mancata riconferma del giornalista alla vicedirezione di Rai Sport.

Il rapporto tra i due è proseguito tra alti e bassi fino a una degenerazione lo scorso 6 agosto, quando, durante un alterco per motivi di gelosia, Varriale avrebbe colpito violentemente la donna, sbattendola ripetutamente contro il muro e sferrandole dei calci.

Subito dopo quindi la decisione dell’ormai ex compagna di troncare i rapporti e di recarsi al pronto soccorso del Policlinico Gemelli. Non a caso agli atti è allegato il referto dei medici. Quindi la presunta insistenza dell’ex vicedirettore Rai avrebbe spinto la donna a presentarsi negli uffici di polizia e presentare formale denuncia il 14 settembre scorso.

Enrico Varriale: le denunce delle compagne, la lite con Zenga, il Processo di Biscardi, la Nazionale: vita e carriera del giornalista Rai. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 10 dicembre 2021.  Il giornalista Rai accusato di stalking da una ex sarà processato a gennaio. Ora una donna con cui ha avuto una relazione lo accusa di averla colpita con uno schiaffo, ma lui nega e controdenuncia

L’ultima denuncia

Enrico Varriale, giornalista Rai, rischia nuovi guai giudiziari. Mercoledì 8 dicembre avrebbe dato uno schiaffo alla sua compagna. Varriale, già accusato di stalking e violenza da una ex con cui ha avuto una relazione cominciata in primavera, avrebbe dato il ceffone all’attuale partner durante una lite esplosa in seguito a una visita inattesa di quest’ultima. Dopo lo schiaffo la vittima lo ha denunciato per maltrattamenti e si è fatta refertare al Gemelli. Varriale, 61 anni, nega di averla picchiata e promette a sua volta un’azione legale. La vicenda è all’esame della Procura. Lui, difeso dall’avvocato Fabio Lattanzi, si dichiara «vittima di una folle gelosia» e spiega: «È entrata e come una furia e in preda a un raptus di gelosia ha iniziato a distruggermi casa. Posso documentare tutto. Ho fotografato la mia abitazione o meglio quello che resta della mia abitazione. Ed in relazione a ciò ho dato mandato ai miei avvocati d’intraprendere le necessarie azioni legali».

La carriera in Rai

Varriale diventa giornalista professionista nel 1985, alternando lo studio universitario al lavoro di giornalista presso la tv privata napoletana Canale 21 e redattore presso il quotidiano «Il Mattino». Nel 1986 approda alla sede Rai di Napoli, collaborando con il Tg regionale. Nel 1989 passa alla redazione Rai di Roma e lavora nella redazione sportiva del TG3, diretta da Aldo Biscardi, che lo promuoverà come inviato di punta a «Il processo del lunedì». A Rai Sport, all’epoca «Tgs», arriva nel 1994 e partecipa a programmi come «90º minuto» e «La Domenica Sportiva» in onda su Rai 2. Dal 2000 al 2015 conduce «Stadio Sprint», sempre su Rai 2. Nella sua carriera ha seguito i più importanti tornei di calcio per la Rai. Viene nominato vicedirettore di Rai Sport nel gennaio 2019 e dal settembre 2020 Varriale assume la conduzione di «90º minuto». Nel 2021, in occasione dell’Europeo vinto dall’Italia, ha commentato i pre e post partita della Nazionale di Roberto Mancini. Al momento la Rai lo ha sospeso dal video con una decisione di comune accordo.

L’amore per Napoli

Varriale è nato a Napoli il 22 gennaio 1960. Ha un legame molto forte con la sua città natale ed è un grande tifoso del Napoli. Inoltre, il giornalista Rai ha scritto due libri: «A bordo campo: il calcio oltre la linea bianca» e «Napoli 8 1/2».

La lite con Walter Zenga

Il 16 novembre 2008 andò in scena, al termine della gara tra il Catania e il Torino, una furibonda lite in diretta televisiva alla Rai tra Enrico Varriale e Walter Zenga, all’epoca tecnico dei siciliani. «Avrei preferito che lei non avesse parlato di me alle spalle e non avesse fatto apprezzamenti sul mio conto, sulla mia vita privata e sul mio passato di allenatore», disse Zenga facendo riferimento ai commenti piccati del giornalista dopo il suo mancato intervento a «Stadio Sprint» della domenica precedente. La replica: «Lei, Zenga, è stato un grande portiere, che in carriera ha sbagliato poche uscite, questa è un’uscita sbagliata, simile a quella che ci costò il Mondiale del ‘90 nella semifinale contro l’Argentina. Se vuole parlare di calcio, bene». Zenga rincarò la dose, invitando Varriale a «pensare alle cose della sua famiglia». Il giornalista rispose: «Lei mi sta minacciando, stia attento a quello che dice». In studio Bruno Gentile provò a riportare la calma, ma lo scontro andò avanti. Così Varriale: «Deve stare attento a quello che dice», con Zenga a rispondere con un «Oh, che paura mi fa, sono qua che tremo».

Il processo per stalking

Varriale andrà a processo con rito immediato per stalking nei confronti della sua ex compagna: l’udienza è fissata a gennaio 2022. Lo scorso 30 settembre Varriale era stato sentito nell’interrogatorio davanti al gip, che aveva disposto il «divieto di avvicinamento a meno di 300 metri dai luoghi frequentati dalla persona offesa» e di «non comunicare con lei neppure per interposta persona». E ancora: «Le condotte poste in essere da Varriale danno conto di una personalità aggressiva e prevaricatoria, evidentemente incapace di autocontrollo», scriveva il giudice. La presunta vittima, un’imprenditrice di origini marchigiane, ha presentato una prima denuncia a inizio d’agosto. La donna avrebbe sostenuto di essere stata sbattuta contro il muro, percossa e colpita con dei calci durante una lite scoppiata per motivi di gelosia.

La difesa: «Vicenda dolorosa»

«Nessuna prova schiacciante. La Procura ha ottenuto il giudizio immediato come in tutti i processi che hanno a oggetto lo stalking. Siamo confidenti di vedere riconosciuta l’innocenza di Varriale e di chiudere definitivamente questa brutta storia», le parole dell’avvocato difensore, Fabio Lattanzi. Il cronista ha sempre respinto le accuse: «Non ho stalkerizzato nessuno. È una dolorosa vicenda personale. Le accuse nei miei confronti sono false e lo dimostrerò».

Da repubblica.it il 5 ottobre 2021. La terza sezione penale del Tribunale monocratico di Catania ha condannato a una multa di 11 mila euro per diffamazione il giornalista Vittorio Feltri per il suo articolo sulla prima pagina di Libero del 10 febbraio 2017 dal titolo "Patata bollente" sulla sindaca di Roma, Virginia Raggi. Il giudice ha stabilito un risarcimento danni da stabilire in sede civile, fissando una provvisionale di 5 mila euro, il pagamento delle spese legali e la pubblicazione della sentenza sui maggiori quotidiani nazionali. Con Feltri era a processo, per omesso controllo, anche il direttore responsabile del quotidiano Pietro Senaldi, condannato con una multa di 5 mila euro pena sospesa. La Procura aveva chiesto la condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per Feltri e a otto mesi per Senaldi. La competenza del caso è radicata Catania perché è la città in cui è stata stampata per prima la copia del quotidiano. Feltri era stato rinviato a giudizio, dopo la querela di Virginia Raggi che nel processo si è costituita parte civile, in qualità di "direttore editoriale e di autore del pezzo", per avere "offeso la reputazione di Virginia Raggi" con l'articolo in prima pagina, ricorda il giudice, dal "titolo 'Patata bollente' preceduto dal sopratitolo 'La vita agrodolce della Raggi' e seguito dal catenaccio 'La sindaca di Roma nell'occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali. La sua storia ricorda l'epopea di Berlusconi con le Olgettine, che finì malissimò". Il pezzo fu anche ripreso sul sito libero.it e sulla pagina Facebook e sul profilo Twitter del quotidiano.

Senaldi era stato rinviato a giudizio per "avere omesso di esercitare" sull'articolo, "il controllo necessario ad impedire che con esso venisse offeso la reputazione" di Virginia Raggi.

Il caso dell'articolo su Virginia Raggi. Solidarietà a Feltri nel silenzio assordante degli altri giornali. Valter Vecellio su Il Riformista il 30 Settembre 2021.

Cari Feltri e Senaldi, una parola di solidarietà che spero non resti isolata: e siano soprattutto colleghe e colleghi, ad esprimerla. La richiesta di tre anni e quattro mesi di reclusione, più 5mila euro di multa, per Vittorio Feltri; e di otto mesi di carcere per Pietro Senaldi colpevoli di aver scritto e pubblicato il 10 febbraio 2017 (cinque anni fa!) l’articolo “Patata bollente”, mi sembra una balordaggine rara: qualcosa che avrebbe affascinato Gustave Flaubert, “ossessionato” com’era dall’epopea della stupidità culturale e non. Premesso che mai mi sarei espresso nei confronti del sindaco Virginia Raggi (che considero una iattura per Roma) nei termini in cui vi siete espressi; aggiunto che trovo quel titolo di rara volgarità, letteralmente indecente e stupidamente offensivo; non riesco a capire come il magistrato che ha formulato una simile proposta di condanna non si sia reso conto dell’enormità del suo dire e del suo chiedere. Poi, mi ricredo: mi viene in mente una vicenda che mi ha riguardato personalmente, anni fa. Sono stato per qualche tempo direttore responsabile di un settimanale satirico di qualche merito, “Il Male”. In questa veste vengo querelato per una vignetta da altri realizzata. In primo grado, il tribunale di Perugia mi condanna a due anni e sei mesi di carcere senza condizionale. Il tribunale d’appello, a Orvieto conferma. Non mi garba andare in galera per un disegnino, e non mi vergogno di aver messo in mezzo la politica: nella forma di interrogazione al ministro della Giustizia, e firmata da mezzo Parlamento: dalla A di Abbatangelo (deputato del Msi), alla V di Violante (deputato del Pci). Quanto ai colleghi, pochissimi ma buoni, si schierano: Oreste del Buono, Giorgio Forattini, Indro Montanelli, Giampiero Mughini, Marco Pannella, Roberto Roversi, Leonardo Sciascia, Salvatore Sechi. L’allora presidente della Federazione della Stampa, Miriam Mafai, quando le chiedo conto del silenzio, dice che della vicenda non sa nulla; e dopo che lo sa? Nulla lo stesso… Finisce che la Corte di Cassazione trova il modo di cavare le castagne dal fuoco: individua non so quale vizio di forma, spedisce tutto al tribunale dell’Aquila. I magistrati di quella città, giustamente impegnati in cose più serie, infilano lo scartafaccio del processo in qualche armadio; da allora non se ne è fatto più nulla. Particolare non irrilevante: protagonista della vignetta incriminata un magistrato romano. Fossi in Virginia Raggi farei il bel gesto di ritirare subito la querela; non è in questo modo che si “lava” un presunto oltraggio subito. Ma forse è troppo sperare in un gesto generoso e intelligente. Quanto a Feltri e Senaldi, auguro un “in bocca al lupo”. Trovo ottimo il consiglio di Benedetto Croce contenuto in una lettera a Giovanni Amendola a proposito di una disavventura giudiziaria capitata a Giuseppe Prezzolini; il consiglio è “di stare quanto più possibile lontano dai tribunali”. La data della lettera: 1 giugno 1911! Come da allora sia mutato poco, e quel poco non in meglio, ognuno lo sa e lo vede. Valter Vecellio

La vicenda del giornalista. Perché Feltri rischia la cella per un titolo sulla Raggi. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 28 Settembre 2021. Sempre più spesso il dibattito pubblico assume toni a dir poco surreali. Sono giorni ormai che assistiamo alle fibrillazioni della politica per una legge (peraltro fatta dal Parlamento) che ha introdotto la sottoscrizione digitale delle iniziative popolari (referendum e proposte di legge promosse dai cittadini), mentre praticamente nessun dibattito si è acceso di fronte alla notizia della richiesta di reclusione di tre anni e quattro mesi, insieme a una pena pecuniaria, per il direttore Feltri, imputato (insieme al giornalista Senaldi) per diffamazione a mezzo stampa a causa del titolo di un articolo che certamente, ma questa è la mia modesta opinione (estetica più che giuridica), il suo giornale avrebbe potuto evitare. Ancora più surreale la situazione perché i due fatti sono legati da un’intima connessione. Lo scalpore per le firme digitali e il fantasma di valanghe referendarie, infatti, ha espunto dal dibattito un punto fondamentale. I referendum in Italia sono abrogativi, il che vuol dire che la legislazione rimane comunque primariamente nella disponibilità del Parlamento. È il Parlamento che fa le leggi, il popolo può solo abrogarle. E il Parlamento può farle anche ad iniziativa referendaria avviata. Il problema è che il Parlamento le leggi, soprattutto certe leggi, non le fa. Si sottrae, cincischia, insabbia, anche quando magari quelle leggi sono richieste, non dal popolo, ma dalla Corte costituzionale che negli anni si è “sgolata” per chiedere che, in certi settori in cui era stato richiesto il suo intervento, anche il Parlamento facesse la sua parte. Soprattutto in materie complesse in cui la mannaia della dichiarazione di incostituzionalità o la varietà di soluzioni possibili a seguito di una sentenza di annullamento non consentivano al giudice delle leggi di intervenire adeguatamente. Ma in genere non è successo nulla. Il Parlamento ha fatto orecchie da mercante e, talvolta, la Corte è dovuta intervenire nuovamente a metterci una pezza. E qui entra in gioco la vicenda Feltri. Perché in essa si ripropone il copione appena descritto su un tema delicatissimo per la democrazia: l’equilibrio tra la libertà di manifestazione del pensiero (e cronaca) e il diritto alla reputazione e all’onore di chi è interessato da articoli di stampa. È scontato che quando tale equilibrio si rompa anche i giornalisti, come tutti coloro che esprimo opinioni o raccontano fatti, debbano essere sanzionati, anche pesantemente. Il danno che la parola può fare, a volte è molto più grave di una lesione patrimoniale o fisica, perché può imprimere (del tutto infondatamente) un marchio di infamia per il quale non c’è riparazione che tenga. Ne abbiamo viste tante. Il tema di cui si discute (anzi, si dovrebbe discutere), invece, è se tra le tante possibili e pesanti sanzioni, ci debba essere anche quella del carcere (o degli arresti domiciliari) per i giornalisti. Non mi pare un dibattito così secondario, soprattutto nel contesto di un paese lacerato da spinte disgregatrici, dal dilagare di social che propalano continuamente fake news e istigano all’odio tra fazioni di ogni genere. Il tema è invece importantissimo. Dà la misura della civiltà giuridica di un paese. La qualità delle sanzioni (che pur devono esserci) è l’indicatore di come lo Stato risponde alle pulsioni della società. Di quanto sia in grado di collocarsi al di sopra di esse, contrapponendo un criterio di equilibrio e giustizia all’urlo della piazza tentata, talvolta, dall’evocazione del Crucifige o dalla ricerca di continui capri espiatori. Una tentazione che non raramente contagia anche pezzi dello Stato stesso in una cultura giustizialista che, con la giustizia, non ha nulla a che vedere. Ebbene, il caso Feltri (qualcuno dirà, suo malgrado, ma il merito in questo caso è irrilevante) ha un valore paradigmatico. È una concentrazione di tutte le questioni che ho citato poc’anzi. Abbiamo una giurisprudenza univoca (una volta tanto) della Corte europea dei diritti dell’uomo, della Corte di Cassazione e della Corte costituzionale, che mette in guardia contro il rischio della detenzione per i giornalisti, tanto da ritenere che, qualora la legge la preveda (ma la Costituzione italiana non la impone, così dice la Corte), la si debba limitare a casi estremi ed eccezionali. E la ragione è semplice: “evitare ogni indebita intimidazione dell’attività giornalistica” (da ultimo, Corte cost. n. 150/2021). Abbiamo i moniti della Corte che, oltre a dichiarare incostituzionale l’art. 13 della legge sulla stampa (proprio perché imponeva senza eccezioni l’applicazione della sanzione detentiva), ha lanciato a più riprese moniti al Parlamento perché intervenisse a disciplinare nuovamente la materia delle sanzioni, per ricondurla a quei canoni di civiltà giuridica che dovrebbero rappresentare le fondamenta dello Stato di diritto. Abbiamo anche la neghittosità del Parlamento, nel quale da anni si discute dell’abolizione del carcere per i giornalisti che commettano il reato di diffamazione. Abbiamo insomma tutti gli elementi della sceneggiatura di questo film già visto ormai fin troppe volte. E che succede? Nulla. Anzi no. Succede che ci si stracci le vesti perché i cittadini, adesso, possono proporre iniziative popolari trovando meno ostacoli su quel percorso da Camel Trophy che sono le procedure per la raccolta delle firme. Del resto, come si può consentire alle istituzioni rappresentative di continuare a sottrarsi ai propri doveri di cui sono investite dalla Costituzione stessa ed erodere, con la propria inerzia, la legittimazione democratica, se non demonizzando qualunque cosa possa minacciare lo status quo? E, dunque, dai al referendum, dai al giornalista (possibilmente avversario), dai al capro espiatorio di turno. E che Beccaria riposi in pace.

Giovanni Guzzetta

Tommaso Montesano per “Libero quotidiano” il 28 settembre 2021. Non c'è sentenza della Corte costituzionale che tenga: Virginia Raggi vuole Vittorio Feltri dietro le sbarre. È questo il senso del lungo post su Facebook nel quale, ieri, il sindaco di Roma ha replicato al direttore editoriale del nostro quotidiano, che nei giorni scorsi ha ricordato - al netto delle considerazioni sul carattere scherzoso e non diffamatorio dello scritto incriminato - come la richiesta della procura di Catania nei suoi confronti - ovvero la condanna a tre anni e quattro mesi di carcere per l'articolo, con titolo «Patata bollente», del 10 febbraio 2017 - sia illegittima, visto che i giudici del Palazzo della Consulta, con la sentenza numero 150 del 12 luglio 2021, hanno "cassato" l'articolo 13 della legge sulla stampa che obbliga il giudice, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa, a infliggere la condanna della «pena della reclusione da uno a sei anni». Ecco, Virginia è lì che vuole arrivare: alla galera. La sentenza è prevista per il 5 ottobre, ma la "sindaca" il verdetto l'ha già emesso. «Invece di chiedere scusa per quel titolo vergognoso che offendeva non solo la mia persona, ma tutte le donne, insiste. Dice di aver paura che un giudice lo condanni al carcere e prova a farsi scudo con la libertà di stampa. Ma quale libertà di stampa o di critica c'è dietro "Patata bollente"? Qui la libertà di stampa non c'entra nulla». Sottinteso: il giudice faccia il suo dovere e condanni Feltri alla pena chiesta dal pubblico ministero. «Un titolo vergognoso e vile, carico di odio per le donne e di sessismo», ha aggiunto Raggi, che accusa il fondatore di questo giornale - la cui controreplica potete leggere a fianco- di avere «un'ossessione» nei suoi riguardi. In realtà, a scorrere le dichiarazioni di ieri degli esponenti del Movimento 5 Stelle, quindi non solo di Raggi, l'ossessione sembra piuttosto quella dei grillini, che dopo la freddezza mostrata nei mesi scorsi, durante i quali Raggi è stata considerata una vera e propria "palla al piede" del Movimento, improvvisamente sono tornati a schierarsi con il sindaco di Roma uscente. Ieri i parlamentari del gruppo Pari Opportunità hanno diffuso sul "caso Feltri" nientemeno che una nota, auspicando che la magistratura faccia il suo «corso». E giù l'affondo su Raggi «presa di mira perché è una donna scomoda, che ha avuto il coraggio di andare contro le logiche di potere e sacche di illegalità». Per i pentastellati è «incredibile» che Feltri, «invece di chiedere scusa, insista nel difendere il linguaggio sessista e volgare rivolto alla sindaca di Roma». Identica iniziativa hanno assunto i parlamentari e gli eurodeputati romani pentastellati, per i quali Feltri «si lancia in una avventurosa campagna per la libertà di stampa. La verità è che Feltri dovrebbe chiedere scusa per quel titolo vergognoso. Davvero pensa che la volgarità e il sessismo siano assimilabili alla libertà di stampa?».

 I pm lo vogliono in carcere per 3 anni per il titolo di Libero sulla Raggi. Tommaso Montesano su Libero Quotidiano il 25 settembre 2021. Tre anni e quattro mesi di reclusione, più 5mila euro di multa, per Vittorio Feltri; otto mesi di carcere per Pietro Senaldi. Sono queste le pene chieste dalla procura nel processo per diffamazione che il prossimo 5 ottobre a Catania vedrà svolgersi l'ultima udienza, con successiva camera di consiglio per la sentenza - a carico del direttore editoriale e dell'attuale condirettore di Libero per il titolo - e l'articolo - «Patata bollente», pubblicato il 10 febbraio 2017. Ad agire nei confronti di Feltri e Senaldi, il sindaco di Roma uscente, Virginia Raggi. Su queste colonne, i direttori hanno più volte spiegato i motivi per i quali la causa intentata dal primo inquilino della Capitale merita di essere rigettata. Il fatto nuovo, alla vigilia delle repliche previste nell’udienza del 5 ottobre, è una recente pronuncia della Corte costituzionale - per la precisione la numero 150 del 12 luglio 2021 - che di fatto sconfessa l’operato della procura laddove dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 13 della legge sulla stampa, la numero 47 del 1948. Si dà il caso che i pm vorrebbero arrestare Feltri appellandosi proprio a quell’articolo, che appunto prevede la «pena della reclusione da uno a sei anni e quella della multa» nel caso di una diffamazione commessa «col mezzo della stampa» (la cosiddetta diffamazione aggravata). Peccato che i giudici del palazzo della Consulta - con la sentenza chela difesa ha già citato nella sua discussione - dichiarando «costituzionalmente illegittima nella sua interezza» la disposizione che prevede tout court la pena detentiva, abbiano certificato che quella imboccata dalla procura sia una strada sbagliata. Attenzione: per la Corte costituzionale, in astratto, «non può in assoluto escludersi la sanzione detentiva» a carico dei giornalisti. Ma questa pena deve essere applicata «nei casi in cui la diffamazione si caratterizzi per la sua eccezionale gravità». E i giudici, nel paragrafo 6.2 della sentenza, facendo anche riferimento alla giurisprudenza europea, fanno anche qualche esempio: «Discorsi d’odio e istigazione alla violenza»; «campagne di disinformazione condotte attraverso la stampa, internet o i social media (...) compiute nella consapevolezza da parte dei loro autori della oggettiva e dimostrabile falsità degli addebiti». Minimo comune denominatore, tale da configurare «un pericolo per la democrazia», la capacità di combattere «l’avversario mediante la menzogna, utilizzata come strumento per screditare (...) agli occhi della pubblica opinione». Al di fuori di questi casi - chela stessa Corte definisce «eccezionali» - «la prospettiva del carcere resterà esclusa per il giornalista (...) restando aperta soltanto la possibilità che siano applicate pene diverse dalla reclusione». I giudici della Consulta, cassando l’articolo 13 della legge sulla stampa, che appunto prevede l’obbligatorietà del carcere ad eccezione dei casi nei quali scatta l’applicazione delle “attenuanti generiche”, di fatto hanno riportato la gestione della diffamazione a mezzo stampa all’interno dell’articolo 595 del codice penale. Che al terzo comma - come scrivono i giudici nel paragrafo 4.3 - prevede la pena della reclusione (da sei mesi a tre anni) «o» della multa «non inferiore a euro 516». Il messaggio è chiaro: la sanzione del carcere deve essere inflitta solo in casi eccezionali. Ne tengano conto i giudici di Catania. 

(ANSA il 7 ottobre 2021) Sono state assolte Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli al termine del processo a Milano in cui erano imputate per diffamazione l’una nei confronti dell’altra dopo essersi querelate a vicenda per via di una querelle che era nata nell’edizione del 2017 del programma “Ballando con le stelle”. A deciderlo è stata stamane la sesta sezione del tribunale al termine del dibattimento che ha messo fine a una vicenda giudiziaria che va avanti dal 2018. All’epoca la giornalista e blogger, difesa nel processo dal legale Lorenzo Puglisi, era giudice del programma di primaserata del sabato sera, mentre il noto volto tv era ballerina-concorrente. Le infuocate polemiche tra le due nello studio tv avevano poi generato uno scontro via social e per questo, a causa di denunce reciproche, sono finite in un’aula di giustizia. Il giudice nell’assolvere Alba Parietti ha riconosciuto che le sue parole sarebbero state una reazione alle espressioni della blogger. “E’ stato riconosciuto – ha spiegato l’avvocato Filippo Schiaffino, il difensore di Alba Parietti – la correttezza del comportamento della mia assistita che durante quel periodo si è risentita per i continui attacchi. Oggi per lei si chiude, dal punto di vista penale, una vicenda che l’ha molto preoccupata”.

"Gatto morto", "Calunniatrice": lo scontro Lucarelli-Parietti arriva in tribunale. Francesca Galici il 17 Giugno 2021 su Il Giornale. Dopo Ballando con le stelle e i social, Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli si sono incontrate in tribunale per la reciproca querela per diffamazione. Finisce in tribunale lo scontro tra Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli cominciato 4 anni fa a Ballando con le stelle. Una concorrente e l'altra giurata, le due si sono continuamente punzecchiate durante quell'esperienza televisiva, in un'escalation di attacchi e di scontri che ha avuto strascichi importanti extra-televisivi. Infatti, prima di arrivare nelle aule giudiziarie, le due donne si sono scontrate sui social e qui le discussioni si sono fatte ancora più accese, tanto da arrivare alla querela reciproca per diffamazione. Le due si sono incontrate poche ore fa in tribunale. Alba Parietti ha depositato la sua testimonianza, sottolineando che in quel periodo sia stata apostrofata dalla giornalista con termini quali "scialba Parietti" e "gatto morto in autostrada". La showgirl, quindi, ha dichiarato: "La signora Lucarelli, dopo 40 anni di carriera, ha avuto il coraggio di dire che non ho mai lavorato e mi ha definito una donna sul viale del tramonto e, paragonandomi ad una collega che non è una collega, ha detto che sono pericolosa proprio perché sono in cerca di lavoro". Ma non è finita qui, perché la Parietti ha proseguito nella sua deposizione: "Ben sapendo delle patologie di cui soffriva mia mamma, ha detto che dovevo farmi curare, che dovevo prendere delle goccine". La showgirl è stata un fiume in piena in tribunale e ha raccontato al giudice anche di quando sarebbe stata derisa dalla Lucarelli per i suoi look e il suo modo di fare il giorno dopo l'eliminazione attraverso un post su Facebook. Le accuse della Parietti, però, sono state rivolte anche a Lorenzo Biagiarelli, compagno del giudice del programma di Milly Carlucci, che avrebbe contribuito a fare da cassa di risonanza ai post contro di lei. "Sono conscia che nell'ultima puntata del programma ho perso la testa", ha ammesso Alba Parietti, che però ha rivendicato il suo diritto di non essere ridicolizzata. "Sono una signora di 60 anni lavoro da 40 anni. Fare televisione è il mio lavoro, lo affronto molto seriamente e merito rispetto, soprattutto in una situazione in cui stavo dando tutto", ha poi aggiunto l'ex ballerina di Ballando con le stelle. Implacabile, quindi, la replica di Selvaggia Lucarelli. La giornalista ha dichiarato davanti al giudice di essere stata "accusata di ogni nefandezza". La Lucarelli, ha aggiunto: "Sono stata definita una calunniatrice, una mitomane, di essere pericolosa, di essere parte di un'associazione a delinquere con il mio fidanzato". A tal proposito, la giornalista ha voluto precisare che la showgirl avrebbe paragonato lei e il suo fidanzato "alla coppia dell'acido". La decisione di querelare Alba Parietti, come ha dichiarato Selvaggia Lucarelli, è arrivata "perché, anche fuori dal programma, venivo sommersa da messaggi sui social e interviste in cui mi riempiva di insulti". La situazione avrebbe provocato grande sofferenza nella giornalista, che proprio a causa degli screzi con la Parietti non avrebbe partecipato alla finale del programma. "Ancora oggi, se si fanno ricerche sul web, si trovano ancora articoli dai titoli "Selvaggia Lucarelli zecca, culona, infame". Questo va pesantemente ad impattare sulla mia reputazione", ha aggiunto la giornalista. "L'unico mio errore è stato scrivere un post indirizzato alla Parietti dicendo "se continui così sembri Psyco"", ha concluso Selvaggia Lucarelli. L'udienza è aggiornata al prossimo 7 ottobre, quando ci sarà la discussione delle parti e la lettura della sentenza.

Giorgio Gandola per “La Verità” il 24 giugno 2021. L'ultimo a scomparire è stato un cactus. Non era un'opera d'arte ma ne aveva tutta l'aria. Gigantesco (alto più di due metri), scostante, appuntito, ha fatto un figurone dell'ufficio di Carlo Verdelli dal 2015 a fine 2017, periodo che l'ex «direttore partigiano» di Repubblica ha trascorso invano in viale Mazzini nel tentativo di raddrizzare le banane di un'azienda irriformabile. Verdelli e il cactus erano arrivati praticamente insieme, all'insaputa l'uno dell'altro. «Mai capìto chi lo avesse ordinato», racconta nel libro di memorie televisive "Roma non perdona". Però era lì, e non c'era colloquio nel quale non si finisse per parlare dell'ingombrante pianta africana «capace di rovinare con le sue spine qualche giacca». Defenestrato il manager, è misteriosamente sparito anche il cactus. Con la stessa perizia da mago Silvan, abili mani hanno smaterializzato dagli uffici della Rai tappeti, mobili, sculture e soprattutto quadri di valore, lasciando una cornice di sporco sui muri. Nessuno se n'è accorto, nei 30 anni del lungo e metodico saccheggio sul quale sta indagando la Procura di Roma. Martedì il direttore Canone e beni artistici, Nicola Sinisi, ha spiegato in una surreale audizione in commissione di Vigilanza che «è triste dirlo ma c'è ignoranza da parte di molti dipendenti Rai riguardo al valore del patrimonio artistico dell'azienda». Ignoranza fino a un certo punto perché i quadri d'autore sono svaniti e le croste sono rimaste. Al centro dei sospetti ci sono alcuni dei 13.000 dipendenti (1.729 giornalisti) e Sinisi ipotizza «la presenza di un basista interno che potrebbe aver agevolato i furti, visto che si tratta di oggetti voluminosi, lo spostamento dei quali necessita di una certa organizzazione. C'è stato un vero e proprio sacco, le ruberie più importanti sono accadute fra l'inizio degli anni Settanta e Ottanta, e l'inizio del Duemila». Il metodo raccontato è da epigoni di Arsenio Lupin: un dirigente entra nella sua stanza e non trova più un capolavoro di Renato Guttuso. Prosegue Sinisi davanti a una commissione basita: «Due giorni dopo Marcello Ciannamea, direttore Distribuzione, entra in ufficio e nota l'assenza di uno Stradone (Giovanni Stradone, pittore neoespressionista scomparso nel 1981, ndr). Cinque giorni dopo Roberto Nepote, direttore Marketing, torna nella sua stanza e non trova due incisioni di valore». Sono coltellate nel fianco del manager, dell'esperto e anche del contribuente. L'inchiesta del pm Francesco Marinaro è partita da un'iniziativa del presidente Marcello Foa, promotore dell'audit che ha scoperchiato lo scandalo e fautore del massimo rigore in tutte le fasi. Oltre che ai carabinieri (se ne sta occupando il gruppo Tutela patrimonio culturale) la denuncia è arrivata sul tavolo della Corte dei conti. Non proprio un scherzo, visto che alcuni pezzi unici tornano periodicamente sul mercato, come la scrivania di Gio Ponti sparita dalla sede di corso Sempione a Milano e battuta a Londra, a un'asta di Christie's, per 70.000 euro. Con la più beffarda delle etichette: «Collezione privata Rai». All'appello mancano dei Carlo Carrà, degli Ottone Rosai. Capolavori finiti in qualche soggiorno Vip o venduti a ricettatori e rimessi in circolo. Le opere scomparse sarebbero 125, trafugate nelle numerose sedi (24) della Rai in tutta Italia. Considerando che il patrimonio censito è di 1.500 pezzi, s'è volatilizzato quasi il 10% per un danno che gli investigatori definiscono «milionario». Fra i quadri più pregiati, mancano all'appello La vita nei campi di Giorgio De Chirico e La domenica della buona gente di Renato Guttuso. A stare all'inchiesta, la buona gente della Rai faceva festa anche di martedì. Senza ritegno, come se si trattasse di un museo self service. Introvabili anche quattro miniature del Cavallo morente di Francesco Messina, storico simbolo dell'azienda; alcune sono in bronzo, altre in argento. Le opere d'arte di proprietà della Rai sono di valore inestimabile. A Venezia, a palazzo Labia, c'è il più importante affresco di Giambattista Tiepolo; la sede dell'auditorium di Torino è stata realizzata dall'architetto Carlo Mollino (un suo tavolo di due metri è stato venduto per sei milioni di dollari da Sotheby's); le polizze dei beni artistici hanno un valore di 72 milioni di euro. Sono capolavori frutto di regalìe, acquisizioni, investimenti in 77 anni di storia che dipendenti infedeli coordinati da una o più talpe hanno provato a dilapidare. I carabinieri stanno ramificando l'inchiesta in tutte le sedi, in tutte le redazioni. La ricerca copre l'arco di circa 30 anni e, poiché si concentra sul passato, diventa sempre più impervia. Difficile risalire alla fonte dei furti, le variabili sono infinite. Per esempio, fino a una decina d'anni fa i giornalisti non avevano l'obbligo di passare il badge nei tornelli d'ingresso e d'uscita; l'assenza di controllo era un punto d'onore del sindacato, problema poi superato con la necessità dei Vigili del fuoco di sapere chi fosse presente in sede in caso di incendio o di crollo. Prima poteva entrare e uscire chiunque: bastava un tesserino «con il pollicione sulla fotografia» e il gioco era fatto. Nel luna park della Rai non poteva mancare la banda Bassotti. Aveva ragione Ugo Zatterin buonanima: «Mai andare in ferie, mai alzarsi per andare in bagno. Potresti tornare e non trovarla più». Non si riferiva alla scrivania di Gio Ponti, ma alla sua.

Estratto dell'articolo di Andrea Ossino per repubblica.it il 23 giugno 2021. "Sì signori, c'è stato un vero e proprio sacco. È vero. È partito da illo tempore. Il sacco riguardava persino tappeti, riguardava scrivanie". Le parole lapidarie di Nicola Sinisi, direttore canone e beni artistici della Rai, piombano sulla commissione parlamentare che lo ha convocato. Gli argomenti sono diversi, il più atteso è quello relativo alle opere e ai pezzi unici scomparsi dalle sedi della Rai negli ultimi cinquanta anni. La notizia è una: "Ho il forte sospetto che alcuni di questi furti siano stati commessi in base alle indicazioni di un basista". Una talpa interna alla tv di Stato potrebbe aver orchestrato la sparizione di centinaia di opere, 125 per l'esattezza, "perché rispetto all'elenco fatto e denunciato di 170 opere (...) 45 sono state ritrovate e qualcos'altro verrà ritrovato". Il sospetto che ci possa essere stato un infiltrato si insinua nella testa del direttore Sinisi per una deduzione logica: "Non è possibile che - ripete il relatore facendo i nomi dei responsabili degli uffici da cui sono scomparsi le opere - entra nella sua stanza e non trova più un Guttuso. Due giorni dopo il dottor Marcello Ciannamea (direttore distribuzione ndr) entra nella sua stanza e non trova più uno Stradone (un pezzo di Giovanni Stradone, pittore italiano scomparso nel 1981 ndr). Cinque giorni dopo Roberto Nepote (direttore marketing ndr) entra nella sua stanza e non trova due incisioni importanti". L'affermazione è secca: "Si signori, c'è stato un vero e proprio sacco. Questo, è triste dirlo, anche a causa di un'ignoranza interna troppo spesso ripetuta". Sinisi ha specificato, senza voler "tranquillizzare nessuno", che i "furti più importanti sono accaduti a cavallo tra l'inizio degli anni '70 e '80 e l'inizio dell'anno 2000".

Michela Allegri Giuseppe Scarpa per "Il Messaggero" il 22 giugno 2021. Il danno è milionario. E probabilmente non ci sarà alcun risarcimento per i 120 dipinti spariti da diverse sedi della Rai, perché nessuna assicurazione sullo smarrimento delle opere d'arte è stata stipulata per 2.199 beni artistici, che hanno un valore complessivo che sfiora i 100 milioni di euro. Ad ammetterlo è la stessa azienda, come emerge da una dettagliata denuncia presentata alla Corte dei Conti dal legale della televisione pubblica: «Si segnala che nel contratto assicurativo in essere al 31 dicembre 2020 non era previsto il diritto all'indennizzo per ammanchi e smarrimenti rilevati in occasione di operazioni inventariali». È l'ennesima beffa sull'inchiesta ribattezzata il sacco della Rai. Anche perché, come si legge sempre nella querela, i dipinti, anche quelli che non si trovano più, «sono tuttora iscritti nel bilancio Rai». Tele originali sostituite con false riproduzioni e poi vendute. Semplicemente rubate. O nella migliore delle ipotesi, perse. Sono, appunto, 120 i pezzi pregiati di cui non si ha più traccia. Il sospetto che molte di loro siano state trafugate da dipendenti infedeli è molto più di un'ipotesi. Anche perché in una circostanza i carabinieri tutela patrimonio culturale hanno già appurato che un ex impiegato di Viale Mazzini si era portato a casa un dipinto di Ottone Rosai per poi venderselo. A tutto ciò si aggiunge anche un nuovo caso, poiché nella televisione pubblica si dissolvono anche gli arredi degli archistar. A Milano il faro è puntato soprattutto sul secondo piano di Corso Sempione, la storica sede meneghina della tv di Stato. L'intera struttura è stata costruita dal celebre architetto e designer italiano, fra i più importanti del dopoguerra, ed anche lo stesso mobilio è griffato Gio Ponti. O forse sarebbe meglio dire, lo era. Infatti mancherebbero diversi pezzi all'appello. Il sacco della Rai è una vicenda che ha ormai superato i confini dell'inchiesta giudiziaria per divenire una questione politica. Stasera i vertici di viale Mazzini sono stati convocati dalla commissione parlamentare di vigilanza della Rai. A presentarsi di fronte a deputati e senatori dovrà essere Nicola Sinisi, il direttore di canone e beni artistici, ingegnere, ex assessore alla cultura a Bologna che ha ricoperto ruoli di spicco anche all'Unesco. Al manager deve essere dato atto, assieme ai vertici dell'azienda, di aver voluto denunciare ai carabinieri le misteriose sparizioni delle opere. Ovviamente dalla Vigilanza vogliono capire in modo dettagliato come sia stato possibile che nessuno, fino a pochi mesi fa, non si sia accorto degli ammanchi. Furti, in certi casi, compiuti negli anni Settanta e scoperti solo lo scorso maggio. Inoltre, un altro capitolo rilevante, riguarda il fatto che i mobili pregiati realizzati da archistar come Gio Ponti non siano mai stati catalogati. Un dettaglio non da poco, poiché in mancanza di un registro diventa complicato scoprire cosa ancora ci sia in Rai del celebre designer - una sua sedia può valere fino a 15mila euro - e cosa manchi all'appello. «Si avrà il coraggio di indagare? In primis tra i dirigenti sull'assenza di oggetti di grande valore economico e culturale. Non ci credo e non ci crederò mai che - sottolinea Michele Anzaldi, il deputato di Iv e segretario della commissione parlamentare di vigilanza - non vi era un dettagliato inventario sugli arredi di pregio. Sicuramente sarà stato più facile farlo sparire o distruggerlo che rubare una scrivania di Gio Ponti».

Giuseppe Scarpa per "Il Gazzettino" il 21 giugno 2021. Non c'è solo il saccheggio dei quadri d'autore, i famosi 120 dipinti (e qualche scultura) spariti dalle più prestigiose sedi della Rai. Nella televisione pubblica si dissolvono anche gli arredi degli archistar. A Milano il faro è adesso puntato soprattutto sul secondo piano di Corso Sempione, la storica sede meneghina della tv di Stato. L'intera struttura è stata costruita dal celebre architetto e designer italiano, fra i più importanti del dopoguerra, ed anche lo stesso mobilio è griffato Gio Ponti. O forse sarebbe meglio dire, lo era. Infatti mancherebbero diversi pezzi all'appello. Per inciso, una scrivania di Gio Ponti, vale intorno ai 70mila euro. Per adesso ne è stata trovata una, della Rai, che una casa d'aste ha battuto proprio intorno a quella cifra. Come sia finita all'incanto non è affatto chiaro. Ad ogni modo non mancherebbe solo un semplice scrittoio. Sarebbe sparito molto di più. Tuttavia vi è una difficoltà per chi deve indagare, che è notevole. E una volta di più, questo ostacolo, indica il modo superficiale in cui, fino a pochi anni fa, è stato gestito il patrimonio culturale all'interno della televisione pubblica. Questi preziosi arredi non sono stati inventariati. Ecco allora che gli investigatori dovranno fare ricorso a vecchi disegni-progetti di Gio Ponti per capire la quantità, che in questo caso è sinonimo di qualità, visto anche il valore del mobilio, che il designer ha realizzato tra gli anni Quaranta e Cinquanta per la televisione di Stato. Ancora non si sa bene nel dettaglio cosa si sia dissolto. Ma si sa che non mancherebbe solo un arredo. Nel frattempo procede l'inchiesta sul sacco della Rai. Sulle opere d'arte sparite. Quadri originali sostituiti con false riproduzioni e poi venduti. Semplicemente rubati. O nella migliore delle ipotesi, persi. Sono quasi 120 i pezzi di cui non si ha più traccia tra dipinti e sculture di inestimabile valore. Il fatto è che all'inizio, come emerge dalla denuncia sporta il 26 aprile scorso in Corte dei Conti, dall'avvocato della Rai Francesco Spadafora, ne mancavano 170. Tuttavia una cinquantina sono spuntati all'improvviso, tra questi una parte ricomparsa quasi per magia. Ad ogni modo il sospetto che molte di loro siano state trafugate da dipendenti infedeli è più di un'ipotesi. Centoventi opere su un patrimonio che ne conta 1.500 tra tele, arazzi e sculture. È quasi un decimo insomma. Un saccheggio che riguarda tutte le sedi della televisione pubblica e su cui adesso stanno lavorando i carabinieri tutela patrimonio culturale, coordinati dal generale Roberto Riccardi. Un'indagine partita dopo una denuncia dei vertici della Rai che hanno deciso di fare luce sui mancati ritrovamenti di un centinaio di pezzi. Nella Capitale il pm Francesco Marinaro ha già avviato la maxi inchiesta-  così come la collega della Corte dei Conti Oriella Martorana - e ha individuato anche il ladro del quadro Architettura del pittore Ottone Rosai. Un'opera sottratta proprio da un impiegato (adesso in pensione) di Viale Mazzini. Intanto anche le procure del nord Italia si apprestano a seguire il percorso iniziato da Roma. Per fare solo alcuni esempi, non si ritrovano più quattro miniature, alcune in bronzo e altre in argento, del Cavallo dello scultore Francesco Messina. Per essere chiari si tratta della versione, in scala ridotta, del celebre cavallo di Viale Mazzini sempre dello stesso autore. O ancora la tela di Giovani Stradone Il Colosseo, di cui non c'è più traccia dalla sede in Prati a Roma a partire dal 2008. L'ultima volta che sono stati ammirati in Viale Mazzini Vita nei Campi di Giorgio De Chirico e La Domenica della Buona Gente di Renato Guttuso correva l'anno 2004. Stessa sorte per il Porto di Genova di Francesco Menzio assente dalla sede torinese di via Verdi dal 2010. Anche Composizione di Carol Rama, Kovancina di Felice Casorati, Dieci anni di televisione in Italia di Vincenzo Ciardo, Castello d'Issogne di Gigi Chessa, Giuditta di Carlo Levi, Parete Rossa di Sante Monachesi, Piazza di Luigi Spazzapan, Tristano e Isotta di Massimo Campigli, Tela Bianca di Angelo Savelli, Apologia del Circo di Giuseppe Santomaso, Orfeo di Gianni Vagnetti, mancano all'appello. C'è poi il capitolo relativo alle stampe di Modigliani, Sisley, Corot, Monet e Piranesi (in questo caso è una riproduzione). Di questi artisti sono scomparse nell'ordine Petit Fils, Hampton Court, La Route de Sevre, Paysage de Verneuil e Fontana Acqua Paola. Sono tutti lavori di pittori e scultori contemporanei che hanno un valore di mercato rilevante. In costante ascesa. Così come quella degli arredi firmati Gio Ponti.

Giuseppe Scarpa per “Il Messaggero” l'11 giugno 2021. È il sacco della Rai. Quadri originali sostituiti con false riproduzioni e poi venduti. Semplicemente rubati. O nella migliore delle ipotesi, persi. Sono quasi 120 le opere d'arte di cui non si ha più traccia tra dipinti e sculture di inestimabile valore. Il danno è milionario. Il sospetto che molte di loro siano state trafugate da dipendenti infedeli è molto più di un'ipotesi. Centoventi opere su un patrimonio che ne conta 1.500 tra tele, arazzi e sculture. È quasi un decimo insomma. Un saccheggio che riguarda tutte le sedi della televisione pubblica, da Nord a Sud, e su cui adesso stanno lavorando senza sosta i carabinieri tutela patrimonio culturale. Un'indagine partita dopo una denuncia dei vertici della Rai che hanno deciso di fare luce sui mancati ritrovamenti di un centinaio di pezzi. Nella Capitale il pubblico ministero Francesco Marinaro ha già avviato la maxi inchiesta e ha individuato anche il ladro del quadro Architettura del pittore Ottone Rosai. Un'opera sottratta proprio da un impiegato (adesso in pensione) di Viale Mazzini. Intanto anche le procure del nord Italia si apprestano a seguire il percorso iniziato da Roma. 

IL CASO. Per fare solo alcuni esempi, non si ritrovano più quattro miniature, alcune in bronzo e altre in argento, del Cavallo dello scultore Francesco Messina. Per essere chiari si tratta della versione, in scala ridotta, del celebre cavallo di Viale Mazzini sempre dello stesso autore. O ancora la tela di Giovani Stradone Il Colosseo, di cui non c'è più traccia dalla sede in Prati a Roma a partire dal 2008. L'ultima volta che sono stati ammirati in Viale Mazzini Vita nei Campi di Giorgio De Chirico e La Domenica della Buona Gente di Renato Guttuso correva l'anno 2004. Stessa sorte per il Porto di Genova di Francesco Menzio assente dalla sede torinese di via Verdi dal 2010. Anche Composizione di Carol Rama, Kovancina di Felice Casorati, Dieci anni di televisione in Italia di Vincenzo Ciardo, Castello d'Issogne di Gigi Chessa, Giuditta di Carlo Levi, Parete Rossa di Sante Monachesi, Piazza di Luigi Spazzapan, Tristano e Isotta di Massimo Campigli, Tela Bianca di Angelo Savelli, Apologia del Circo di Giuseppe Santomaso, Orfeo di Gianni Vagnetti, Serata d'Epifania di Achille Funi e Numeri di Ugo Nespolo, mancano all'appello. C'è poi il capitolo relativo alle stampe di Modigliani, Sisley, Corot, Monet e Piranesi (in questo caso è una riproduzione). Di questi artisti sono scomparse nell'ordine Petit Fils, Hampton Court, La Route de Sevre, Paysage de Verneuil e Fontana Acqua Paola. Sono tutti lavori di pittori e scultori contemporanei che hanno un valore di mercato rilevante. In costante ascesa. Buona parte dei dipinti scomparsi nel nulla, secondo la ricostruzione investigativa, è assente dalle sedi Rai almeno a partire dal 1996. Questo fu l'anno in cui la televisione pubblica organizzò una mostra a Lecce: Opere del Novecento Italiano nella collezione della Radiotelevisione italiana. Ebbene gran parte di quelle tele oggi introvabili all'epoca erano esposte.

L’INDAGINE. L'inchiesta di procura e carabinieri è nata dopo una denuncia dei vertici dell’azienda. L'intera vicenda, di cui Il Messaggero ha dato notizia lo scorso 4 maggio, sarebbe nata per caso. La scoperta di un quadro che si pensava essere originale e invece originale non era. Il rinvenimento della patacca nei corridoi della sede di viale Mazzini sarebbe avvenuto qualche mese fa, accidentalmente dopo che l'opera cadendo avrebbe rivelato la sua vera natura: nient'altro che una copia. Un pezzo di notevole valore economico del pittore Ottone Rosai che qualcuno aveva rubato e sostituito con una replica e poi venduto a 25 milioni di lire negli anni Settanta. Quel qualcuno che nella televisione pubblica, si è scoperto dopo una delicata indagine, aveva lavorato per decenni. Un Lupin che candidamente aveva ammesso, di fronte agli inquirenti, di essere stato il protagonista della ruberia. Un ladro che l'ha fatta franca, poiché i reati contestati, furto e ricettazione, sono tutti prescritti, visto che il colpo sarebbe stato messo a segno 40 anni fa. Ora l'interrogativo è se l'uomo sia stato emulato da altri colleghi. Di sicuro in Rai manca un controllo su questi beni. Il pericolo che altri furti possano essere messi a segno in futuro non è uno scenario remoto.

Giuseppe Scarpa per “Il Messaggero” il 12 giugno 2021. Dai quadri di De Chirico e Guttuso, alle stampe originali di Modigliani e Monet: centoventi opere preziose sono state rubate dalle sedi della Rai e sostituite con riproduzioni false. Un danno milionario sul quale non sta indagando solo la Procura di Roma: ora sul caso del sacco della Rai è scesa in campo anche la Corte di conti del Lazio.  Nel mirino dei magistrati ci sono l'omessa vigilanza e la mancanza di dispositivi di sicurezza idonei a proteggere dipinti di valore, spariti nel corso degli anni dalle pareti delle sedi dell'azienda senza che nessuno se ne accorgesse, o protestasse. Nei giorni scorsi negli uffici dei dirigenti è arrivata una richiesta di chiarimenti: la Corte dei conti ha dato tempo fino alla fine di giugno per inviare una relazione sulla «regolarità dei beni artistici gestiti dalla Rai» e, nello specifico, sulla mancanza all'appello di circa 120 opere. A indagare è il viceprocuratore regionale Oriella Martorana. Il sospetto è che il danno erariale per le casse pubbliche sia milionario e potrebbe doverne rispondere chi, all'interno dell'azienda di Stato, non ha preso tutte le precauzioni necessarie a mettere in sicurezza statue e dipinti. Ma non è escluso che l'inchiesta si allarghi ancora: le opere sparite, probabilmente trafugate da un gruppo di dipendenti infedeli che le hanno sostituite con quadri falsi, potrebbero essere molte di più. Il patrimonio Rai comprende infatti 1.500 tra tele, arazzi e sculture di pregio. E adesso, dopo la scoperta fatta dai carabinieri del comando Tutela patrimonio culturale, le verifiche sono in corso in tutta l'Italia. 

LA DENUNCIA L'inchiesta è partita dalla denuncia dei vertici della Rai che, mesi fa, si sono accorti della scomparsa di un centinaio di pezzi. A occuparsi dell'indagine penale è il pm Francesco Marinaro. Il primo quadro a mancare all'appello era Architettura del pittore fiorentino novecentesco Ottone Rosai, sostituito con una replica perfetta. In questo caso è stato individuato anche il ladro: un impiegato di viale Mazzini, ora in pensione. Ma il furto è avvenuto addirittura negli anni Settanta: i reati sono prescritti. La tela era stata venduta per 25 milioni di lire ed è stata recuperata dai carabinieri nell'ambito di un'altra indagine. La scoperta era stata accidentale: il quadro, appeso nei corridoi della sede Rai nel quartiere Prati, era caduto in terra e chi l'aveva raccolto si era accorto che si trattava di un falso. Da qui, l'inchiesta si è allargata: i pezzi spariti in tutta l'Italia sono più di cento. I furti sono avvenuti soprattutto a Roma e a Torino. 

LE OPERE Non si trovano, per esempio, quattro miniature, alcune in bronzo e altre in argento, del Cavallo dello scultore Francesco Messina. Dalla sede di viale Mazzini sono scomparsi Il Colosseo di Giovani Stradone, Vita nei Campi di Giorgio De Chirico, La Domenica della Buona Gente di Renato Guttuso. Mentre da quella di Torino, in via Verdi, è sparito Porto di Genova di Francesco Menzio. Nessuna traccia nemmeno di Composizione di Carol Rama, Kovancina di Felice Casorati, Dieci anni di televisione in Italia di Vincenzo Ciardo, Castello d'Issogne di Gigi Chessa, Giuditta di Carlo Levi, Parete Rossa di Sante Monachesi, Piazza di Luigi Spazzapan, Tristano e Isotta di Massimo Campigli, Tela Bianca di Angelo Savelli, Apologia del Circo di Giuseppe Santomaso, Orfeo di Gianni Vagnetti, Serata d'Epifania di Achille Funi e Numeri di Ugo Nespolo. Mancano all'appello pure stampe di Modigliani, Sisley, Corot, Monet e Piranesi. E adesso i magistrati stanno iniziando a fare la conta dei danni, visto che i pezzi erano stati acquistati con denaro pubblico. Sul caso è intervenuto il deputato di Iv Michele Anzaldi, segretario della commissione parlamentare di vigilanza: «Da quello che si legge, la vicenda ha delle proporzioni e dei rilievi tali che è opportuno che la magistratura approfondisca in modo dettagliato. Proporrò in ufficio di presidenza la convocazione su questo tema dell'ad della Rai Salini affinché spieghi cosa è accaduto».

Se il giornalista vendicatore finisce indagato per mafia. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 3 maggio 2021. “Pasquale vince sicuro” avrebbe detto Carmelo Bagalà, ruolo di boss conclamato, parlando di un’operazione elettorale nel piccolo municipio di Nocera Terinese, borgo che dovrebbe promuoversi come territorio e invece tiene banco per lotta politica con il coltello tra i denti, dissesti finanziari da 23 milioni di euro, e utilizzo di macchine del fango da media amici e compiacenti. Pasquale è Pasquale Motta, ritenuto dalla prosa giudiziaria “regista occulto” di un’alleanza contaminata cui avrebbe fatto da spin doctor. Motta è indagato per Concorso esterno in associazione mafiosa. Reato cui diffido molto da anni. Difficile da provare, contestato in punto di Diritto da fior di giuristi, e che spesso non regge ai tre gradi di giudizio. È un reato che si colloca nell’Italia dell’emergenza utile a setacciare la zona grigia della collusione che produce condannati ma anche assolti. Che un indagato sia solo un indagato dovrebbe valere a sua garanzia. Ma la norma l’abbiamo trasformata in altro. Una gogna virtuale. L’ha adoperata anche Motta. Direttore di LaCnews, network con linea muscolare nel sostegno alle inchieste di Gratteri senza se e senza ma. E qui riscontriamo un dato inoppugnabile. Gratteri non guarda in faccia nessuno. Non fa sconti. A nessuno. Nemmeno al direttore di un gruppo molto benevolo nei suoi confronti. C’è un dato antropologico e storico dietro questa vicenda. Pasquale Motta si è formato alle Frattocchie, la scuola del vecchio Pci. Avrà manifestato per la morte di Losardo e Valarioti uccisi dalla ndrangheta. Un tempo sarebbe diventato per gradi dirigente del partito. Ma i partiti sono cambiati. Anche il Pci. Pasquale Motta è diventato uomo di squadra di big come Nicola Adamo e Enza Bruno Bossio. Ne ha appreso metodi, usanze, movenze politiche. È stato eletto sindaco del suo piccolo comune. Ha unito Max Weber con Primo Greganti. Poi lo hanno abbandonato. E Pasquale si è messo le bretelle emulando i giornalisti televisivi americani di grande denuncia. Mai un dubbio e indice puntato. Con virulenza retorica ha indicato il male e il bene della Calabria. Forse con una punta di revanche nei confronti dei suoi vecchi leader. Diceva Pietro Nenni: “A fare a gare con i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”. Ma Motta non voleva epurare nessuno. È soltanto rimasto imbrigliato in questioni scivolose dove il bianco e il nero si confondono. Gli auguriamo di chiarire la sua posizione. Non avverrà presto. Nel frattempo potrà riflettere su cosa significa vedere il proprio nome su un sito associato a vicende non molto onorevoli. Non solo da un punto di vista solo penale.

Urla e cazzotti a Rai Sport: ecco cosa è successo. Francesca Galici l'1 Maggio 2021 su Il Giornale.  Momenti di tensione nella redazione sportiva Rai: due giornalisti sono arrivati alle mani per una lite per l'aria condizionata. Per uno di loro 7 giorni di prognosi. Ieri sera gli studi Rai di Saxa Rubra si sono trasformati in un ring pugilistico a tutti gli effetti. Al termine di una discussione forse nata sull'aria condizionata due giornalisti sono arrivati alle mani e uno di loro è finito all'ospedale con il volto sanguinante. Necessaria per lui la corsa al pronto soccorso in ambulanza, sul posto anche le forze dell'ordine che ora sono impegnate a ricostruire l'accaduto. Il giornalista colpito per fortuna non ha avuto gravi conseguenze e già nella serata di ieri è stato dimesso dall'ospedale.

La rissa. I fatti si sono svolti nella redazione di Rai Sport del centro produzioni radiotelevisive Biagio Agnes di Roma Nord. Stando a quanto ricostruito dal Corriere della sera tutto sarebbe accaduto nel tardo pomeriggio in uno degli uffici utilizzati dai giornalisti sportivi. A essere coinvolti in questa assurda vicenda sono uno storico giornalista Rai di 58 anni che segue la boxe e il suo collega di 52 che, invece, si occupa di calcio. Dalle prime indiscrezioni e testimonianze raccolte dalla Polizia, pare che i due giornalisti abbiano iniziato la discussione, poi sfociata in lite, per l'aria condizionata.

Inizialmente, come spesso accade tra colleghi in ambito lavorativo, tra loro c'è stato uno scambio di opinioni che, man mano, si è acceso sempre di più finché il 58enne si alzato e ha sferrato un cazzotto in pieno volto al cronista di calcio. A quel punto è iniziata una vera e propria rissa, che è stata sedata dagli agenti di polizia che sono accorsi immediatamente richiamati dagli schiamazzi. All'interno della palazzina in cui sono stati realizzati gli studi di Rai Sport, infatti, è stato predisposto anche un punto di polizia, molto vicino agli uffici della redazione sportiva.

La corsa in ospedale. All'arrivo degli agenti, il 52enne era ricoperto di sangue a causa della ferita causata dal pugno ricevuto e si è reso necessario l'intervento del 118 che, valutata la sua situazione, l'ha accompagnato all'ospedale San Pietro di Roma con una prima diagnosi di sospetta rottura del setto nasale. Giunto in ospedale, l'uomo è stato visitato e medicato prima di essere dimesso con una prognosi di 7 giorni. Il Corriere della sera rivela che il 52enne starebbe ora valutando l'ipotesi di procedere con una denuncia per lesioni personali nei confronti del collega che l'ha colpito. Il clima nella redazione di Rai Sport è ora rovente e non è escluso che l'azienda apra un'indagine interna.

RaiSport, "ecco chi sono i due giornalisti che si sono picchiati". Dago, dettagli esplosivi sul "pugile". Libero Quotidiano l'1 maggio 2021. Sono Davide Novelli e Nuccio De Simone i due giornalisti di Rai Sport protagonisti della scazzottata che ha portato il secondo in ospedale con una prognosi di sette giorni. Tutto è avvenuto ieri venerdì 30 aprile. La lite è scoppiata per l’aria condizionata. De Simone si è alzato, è andato con la testa abbassata sotto Novelli. A quel punto quest'ultimo, voce Rai del pugilato, ha reagito con un pugno. Secondo alcune De Simone avrebbe l'intenzione di denunciare il suo collega per lesioni personali. Fra i primi a intervenire proprio gli agenti di polizia che hanno il loro ufficio nel palazzo di Saxa Rubra. I poliziotti hanno soccorso De Simone che aveva perso molto sangue e che è stato poi trasportato in ospedale con un’ambulanza del 118. Il giornalista, che da tempo si occupa di calcio, è rimasto ferito al volto ed è stato medicato in ospedale nel pomeriggio di venerdì 30 aprile con il sospetto, poi escluso, del naso fratturato per i colpi ricevuti dal collega. Secondo le prime ricostruzioni Novelli avrebbe sferrato a De Simone un diretto in pieno volto al culmine di una discussione nata in una stanza della redazione al centro Rai di Saxa Rubra, alla presenza di almeno altri due colleghi che sono stati ascoltati dalla polizia in qualità di testimoni. De Simone è stato dimesso nella serata di venerdì senza gravi conseguenze. Adesso deciderà se denunciare il collega, anche se alcune altre fonti dicono che la denuncia sia già pronta.

Da "Libero quotidiano" il 13 aprile 2021. Ieri il Tribunale di Roma ha depositato la sentenza, resa il 9 aprile 2021, con la quale condanna Alessandro Sallusti per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del Presidente emerito Giorgio Napolitano. È quanto si legge in un comunicato della segreteria di Napolitano.

Da "Libero quotidiano" il 13 aprile 2021. Ieri il Tribunale di Roma ha depositato la sentenza, resa il 9 aprile 2021, con la quale condanna Alessandro Sallusti per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del Presidente emerito Giorgio Napolitano. È quanto si legge in un comunicato della segreteria di Napolitano.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 13 aprile 2021. Ci risiamo con una condanna penale inflitta a un giornalista il quale avrebbe diffamato l' ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Roba vecchia in ogni senso. Il collega punito dal tribunale di Roma è Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, sul quale uscirono a suo tempo degli articoli critici contro il Capo dello Stato. La sentenza parla di illecito civile e penale. E qui risiede la assurdità di tutta la vicenda. Perché solamente in questo Paese di politici dalla mentalità antiquata, direi fascista in senso spregiativo, chi diffama qualcuno rischia la galera. In altre nazioni democratiche ed evolute, chi offende al massimo riceve una pena pecuniaria. Come accade per gli incidenti stradali. Tu se mi rompi la macchina mi risarcisci i danni, ma non vai in prigione. Solo dalle nostre parti, dove le istituzioni fanno ribrezzo, un giornalista è trattato come un criminale da incarcerare. Tutto questo è incivile. Tanto è vero che non c' è un partito che proponga la modifica delle legge.

Dagospia il 13 aprile 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Caro Dago, avete pubblicato l'articolo odierno di Vittorio Feltri su Libero, che parla della sentenza del Tribunale di Roma di condanna di Sallusti per diffamazione del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Devo precisare che Sallusti è stato condannato al pagamento di 30.000 euro, oltre alle spese di lite, somma che verrà devoluta in beneficenza, e non alla galera, come si potrebbe capire da quanto scrive Feltri. Anzi, ricordo che fu proprio il Presidente Napolitano nel 2012 a concedere la grazia a Sallusti, commutando il carcere in pena pecuniaria. Cordiali saluti Il Portavoce Giovanni Matteoli

Da "il Giornale" il 31 marzo 2021. Condanna confermata dalla Cassazione per Emilio Fede nell'ambito del processo sul «fotoricatto» ai danni del dirigente Mediaset Mauro Crippa. La seconda sezione penale della Suprema Corte, con una sentenza depositata ieri (l'udienza si è svolta il 2 febbraio scorso), ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa di Fede. La sentenza impugnata, rilevano i giudici di piazza Cavour, «ha adeguatamente giustificato la ricostruzione del ruolo di mandante di Fede» rispetto all'elaborazione di foto compromettenti da utilizzare contro Crippa, individuato come il principale responsabile del suo licenziamento da Mediaset. Fede è stato individuato quale ideatore del reato di estorsione, «nel disperato tentativo di evitare il licenziamento che Crippa, responsabile dell'informazione, aveva deciso di attuare».

QUANDO LA STAMPA UCCIDE. Giovanni Terzi per "Libero quotidiano" il 10 marzo 2021. Ho il ricordo netto di mio padre, Antonio Terzi direttore di Gente negli anni Settanta, che raccontava sgomento, in famiglia, quello che stava accadendo al nostro Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Leone venne vilipeso e fatto oggetto di attacchi personali da Camilla Cederna insieme al gruppo dell' Espresso; mio padre non li amava particolarmente. Già qualche anno prima, sempre Camilla Cederna, aveva attaccato Luigi Calabresi, il commissario della polizia ucciso a Milano in via Cherubini davanti a casa, e subito dopo toccò al Presidente "galantuomo", così era solito chiamarlo mio padre. «Vi ho rovinato, dovete perdonarmi». Con queste parole inizia a raccontarmi Giancarlo Leone, figlio dell' ex Presidente, per rappresentare lo stato d' animo del padre in quegli anni. Giancarlo Leone, giornalista professionista dal 1977 già direttore di Rai 1 oltre che, dal 2006 al 2011 vice direttore generale del servizio pubblico radiotelevisivo italiano, ricorda con emozione quegli anni in cui il linciaggio del padre avveniva quotidianamente sulla stampa italiana. «Avevo in quegli anni il doppio ruolo di figlio e di giornalista. Ero il corrispondente a Roma del giornale Il Piccolo di Trieste e vivevo nella sala stampa San Silvestro dove, naturalmente, arrivavano tutte le veline dal Parlamento».

E come fu questo doppio ruolo?

«Doloroso. Mio padre soffriva profondamente, si sentiva responsabile nei nostri confronti ed iniziò ad avere una grande depressione che ha sempre cercato di mascherare. Però quella campagna stampa ebbe degli effetti sia psichici che fisici devastanti su di lui».

E lei insieme alla sua famiglia cosa cercavate di fare?

«Tutti noi avevamo un compito prioritario, far sentire a mio padre il nostro amore e la nostra presenza; vede quello che accadde fu devastante per tanti motivi ...».

Mi dica ...

«Prima di tutto era falso. In secondo luogo non apparteneva al modo di essere di mio padre che non era un uomo cinico capace, come fecero in seguito Pertini e Cossiga, di usare la comunicazione in modo diverso, meno istituzionale. Mio padre, come si direbbe oggi, era un tecnico ...».

Pensare che il Presidente Giovanni Leone fosse stato un tecnico e non un politico fa riflettere. Perché dice questo?

«Non ha mai fatto parte organica dell' establishment politico. È stato Presidente della Camera e poi Presidente del Consiglio, prima di essere eletto a capo dello Stato; mio padre ha sempre servito le istituzioni e non i partiti».

Effettivamente il professor Giovanni Leone è sempre stato un giurista esterno alla partitocrazia ed estraneo ai "giochi conciliari" di quel periodo del compromesso storico. Non gli venne, proprio per questo, mai perdonato di essere stato votato, come Presidente della Repubblica, da una maggioranza che conteneva anche l' allora MSI. Così partì la macchina del fango. Un po' come adesso?

«In realtà è profondamente diverso. Nel caso di mio padre la "macchina del fango" partì con una tenaglia giornalistico-politico. Mio padre non ebbe mai a che fare con la magistratura come spesso accade, invece, ai giorni nostri. Il tutto nacque negli anni Settanta e riguardava la fornitura degli aerei Lockheed in Italia all' aeronautica militare. Lo scandalo della corruzione politico-militare della Lockheed si trasformò in un processo al sistema di governo che dal dopoguerra aveva come principale riferimento la DC».

In cui naturalmente suo padre nulla c' entrava ...

«Nella maniera più assoluta. C' era un furore ideologico che divenne sempre più massiccio fino a che mio padre non si dimise, unico Presidente della Repubblica ad averlo fatto. Rimane a me impresso nella memoria il discorso che mio padre fece il giorno delle dimissioni "Sono certo che la verità finirà pei illuminare presente e passato e sconfessare un metodo che, se mettesse radici, diventerebbe strumento fin troppo comodo per determinare la sorte degli uomini e le vicende della politica. A voi ed al nostro Paese auguro progresso e giustizia nel vivere civile"».

Ma oltre a questo passo del discorso che è stato premonitore su un metodo politico per distruggere un avversario, la delazione, c' è ne è un altro che personalmente mi ha molto colpito ed è quando suo padre disse: "Credo tuttavia che oggi abbia io il dovere di dirvi - e voi, come cittadini italiani, abbiate il diritto di essere da me rassicurati - che per sei anni e mezzo avete avuto come presidente della Repubblica un uomo onesto, che ritiene d' aver servito il Paese con correttezza costituzionale e dignità morale". Suo padre era davvero preoccupato di non essere degno di rappresentare lo Stato italiano?

«Mio padre nel 1947 fu un giovane costituente; ossia diede il suo contributo al nascere della Carta costituzionale firmata da Enrico De Nicola ed è a quella carta che si ispirò quotidianamente in ogni suo comportamento».

Voi faceste causa al gruppo Espresso?

«Noi figli sì. La cosiddetta "inchiesta dell' Espresso", non fu altro che una campagna diffamatoria conclusasi con il riconoscimento dell' estrema correttezza istituzionale di mio padre. Camilla Cederna dovette ammettere che le sue fonti non erano provate e soprattutto erano deviate».

La Cederna chiese scusa ?

«Mai».

Perché secondo lei?

«Non lo so. L' unica cosa che riuscì a dire che si era ispirata alle agenzie di stampa OP di Mino Pecorelli che, all' epoca, riusciva a fare uscire notizie assolutamente inventate come quella che mio fratello andava a caccia in elicottero».

Suo padre però fu completamente riabilitato?

«Questo sì. Però mi creda che dalle dimissioni mio padre non fu più lo stesso. Anche dopo i festeggiamenti dei suoi novant' anni a Palazzo Giustiniani in sala Zuccari nel 2008, davanti al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e alle più alte cariche istituzionali, alla fine tornò profondo il suo dolore».

In quella occasione però a restituire "l' onore" al Presidente Leone furono anche Marco Pannella ed Emma Bonino che, come loro stessi hanno riconosciuto, avevano approvato, sbagliando, le critiche e le polemiche nei confronti di suo padre. Non bastò?

«Purtroppo no. Anche Francesco De Martino con un messaggio sottolineò la correttezza di ogni attività istituzionale di mio padre e come fossero infondate le accuse mosse nei suoi confronti. Purtroppo il danno era già stato fatto: irreparabile».

Lei ha sofferto per tutto questo?

«La sofferenza era legata al martirio vissuto da mio papà».

Lei nella sua carriera si è occupato sia di informazione, da giornalista, che di comunicazione, anche come dirigente Rai. Come è cambiato il servizio pubblico negli ultimi anni?

«È cambiata la comunicazione completamente. Il web ed i social hanno disintermediato il processo delle notizie dando grande democraticità da una parte ma volgarizzando e semplificando il linguaggio dall’altra. La vera scommessa sarà proprio nel fatto di riuscire a ricostruire qualità nella informazione anche sul web».

Come secondo lei?

«Un riferimento deve essere il New York Times che è riuscito a trasformarsi sul web. L’informazione deve tornare ad essere una impresa con dei costi perché di qualità».

E la Rai?

«Io credo che se si riuscirà a costruire una fondazione, purtroppo mancata dal governo Renzi, con personalità di altissimo livello capaci di individuare il perimetro dell’offerta ebbene questo consentirebbe alla Rai di mantenere una posizione centrale nel panorama televisivo multimediale».

In tutto questo racconto della sua vita che importanza ha avuto sua madre?

«Mia madre, che oggi ha novantatré anni, è stata il baricentro di tutto. La sua moralità ha generato in me un rapporto altissimo con le donne. Posso dire che prima di trovare una persona che potesse essere all’altezza per fare con me una famiglia ho impiegato cinquant’anni. Ma il tempo mi sta dando ragione visto che siamo ancora felici insieme».

Matteo Renzi e il viaggio a Dubai, il contrattacco di Tpi: "Così l'ex premier prova a intimidirci". Libero Quotidiano l'8 marzo 2021. Dopo Massimo Giannini, anche la redazione di Tpi ha deciso di replicare alla querela di Matteo Renzi, che non ha preso bene la pubblicazione della notizia di un suo viaggio a Dubai del quale non si conoscono le motivazioni ufficiali. Il senatore di Rignano è sbarcato negli Emirati nella giornata di sabato 6 marzo e ha alloggiato nel lussuoso Burj Al Arab Jumeirah, hotel a forma di vela gigante che è situato su un’isola privata e comprende solo suites da almeno 1500 euro a notte. Già ieri, domenica 7 marzo, il direttore della Stampa non aveva nascosto lo stupore per la citazione in giudizio di Renzi: “Stamattina alle cinque e diciassette esatte del mattino mi ha mandato un sms sul telefonino. Diceva testuale ‘bastava un tuo messaggio e ti saresti risparmiato di scrivere tutte queste cazz***. Ci vedremo in tribunale’”. Inoltre Giannini ha svelato che, prima di pubblicare la notizia del “misterioso” viaggio a Dubai, ha parlato con il portavoce di Renzi che però era all’oscuro di tutto. Il senatore di Rignano non ha voluto chiarire il motivo del suo viaggio, anzi ha querelato anche Tpi. La cui redazione ora ha deciso di uscire allo scoperto, definendo “inaccettabile” questa prassi: “Andremo avanti e resisteremo. E continueremo a pubblicare notizie e fatti rilevanti sul suo conto perseguendo il fine della libera informazione. Non ci piegheremo a una simile condotta intimidatoria volta a impedire la pubblicazione di notizie di rilievo sul suo conto”. 

Da liberoquotidiano.it il 7 marzo 2021. A Matteo Renzi l’articolo pubblicato da La Stampa a firma di Niccolò Carratelli dal titolo, “Mistero sulla missione a Dubai” non è andato proprio giù. Tant’è che a metà mattinata annuncia con una nota di aver dato mandato ai propri legali di adire in giudizio in sede civile sia il direttore, Massimo Giannini che l’autore dell’articolo. A metà pomeriggio, però, è arrivata anche la replica di Massimo Giannini via twitter: «A proposito dei viaggi arabi di Renzi, stamattina ho parlato al telefono con il leader di Italia Viva che mi ha preannunciato querela. Ma mi ha anche confermato che in effetti è a Dubai. Per questo sono curioso di capire i motivi della sua querela».

Da liberoquotidiano.it il 7 marzo 2021. Matteo Renzi ha deciso di querelare il giornalista Niccolò Carratelli e il direttore Massimo Giannini per l’articolo pubblicato nell’edizione odierna de La Stampa dal titolo “Mistero sulla missione a Dubai”. La notizia arriva dall’ufficio stampa del senatore di Rignano, che però non ha voluto precisare le motivazioni dell’iniziativa legale: probabilmente sono legate alle allusioni pesanti sui suoi rapporti con gli Emirati, dato sono stati citati anche presunti rapporti finanziari degli anni passati fra soggetti economici con base negli Emirati e la Fondazione Open, in passato animata da amici e sostenitori dell’ex presidente del Consiglio. “Ritorno dagli sceicchi”, ha scritto La Stampa per rendere noto che Renzi è atterrato a Dubai con un volo privato nella giornata di sabato 6 marzo. “Alloggia nel lussuoso Burj Al Arab Jumeirah, hotel a forma di vela gigante, situato su un’isola privata: solo suites, letteralmente dentro al mare, da 1500 euro a notte”, si legge su La Stampa, che però ha precisato che “Il viaggio non è stato annunciato né pubblicizzato, il motivo della trasferta non è noto”. Ovviamente la notizia è stata ripresa da diversi “nemici” di Renzi, a partire da Gad Lerner: “Che ci fa, di grazia, il senatore al Burj Al Arab Hotel di Dubai? Lussuoso weekend di relax con gli amici del Golfo o ennesimo viaggio di lavoro?”. A difendere Renzi è sceso in campo Guido Crosetto: “Non mi interessa la simpatia o l’antipatia di Renzi e nemmeno la sua parte politica o la sua coerenza o le sue amicizie: quello lo giudicheremo con il voto. Ma saranno fatti suoi decidere dove andare in vacanza due giorni? Oppure deve essere autorizzato da Lerner?”.

Palermo, Giletti rinviato a giudizio: "Diffamò l'ex sindaco di Mezzojuso". La Repubblica il 4 marzo 2021. La vicenda dei lavori affidati alla ditta di La Barbera. Citazione diretta a giudizio per diffamazione aggravata. Imputato è Massimo Giletti giornalista e conduttore della trasmissione "Non è l'arena". Vittima l'ex sindaco di Mezzojuso Salvatore Giardina. Il procuratore di Termini Imerese Ambrogio Cartosio ha firmato il provvedimento che riguarda la vicenda delle sorelle Napoli, vittime di atti intimidatori da parte della mafia, di cui in più puntate si è occupata la trasmissione di La7. Nel capo d'imputazione il procuratore Cartosio contesta a Giletti di aver offeso la reputazione di Giardina in quanto nell'informare il pubblico che lo stesso sindaco, nel novembre 2018, aveva affidato dei lavori alla ditta di Leonardo La Barbera affermava che questi è imparentato con Simone  La Barbera  ( indagato dalla Dda di Palermo per reati commessi in correità con esponenti mafiosi) e affermava infondatamente che lo stesso La Barbera è imparentato con il Giardina". Una ricostruzione che secondo l'accusa ha "rappresentato una situazione idonea a ingenerare nei telespettatori la convinzione che il sindaco avesse affidato i predetti lavori per favorire la mafia". Il processo inizierà il 7 luglio nel tribunale di Termini Imerese, nel frattempo il consiglio comunale di Mezzojuso è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.  

Michele Criscitiello, raptus dopo la partita: "Calci e pugni alla porta dell'arbitro", clamorosa stangata giudice sportivo. Libero Quotidiano il 04 marzo 2021. Dura sentenza del Giudice sportivo che inibisce per 14 mesi Michele Criscitiello. Il giornalista e conduttore televisivo è infatti anche presidente di un club di Serie D, la Folgore Caratese. A quanto si apprende dal Corriere della Sera, Criscitiello non avrebbe digerito la sconfitta casalinga per 4-1 contro la piemontese Bra, rimediata il 28 febbraio 2021. In seguito al triplice fischio dell'arbitro, Criscitiello avrebbe iniziato ad agitarsi nei confronti della terna arbitrale. Nella nota ufficiale si legge che il conduttore di SportItalia sia stato inibito: "Per avere rivolto ripetute espressioni offensive, ingiuriose e intimidatorie all'indirizzo del direttore di gara". Al centro delle polemiche, due calci di rigore fischiati a favore del Bra, uno dei quali ha portato all'espulsione del caratese Kaziewicz per un fallo di mano in area di rigore. Una volta terminato l'incontro, secondo quanto ricostruito dal giudice sportivo Aniello Merone, Criscitiello "colpiva ripetutamente con calci e pugni la porta dello spogliatoio riservato alla terna, reiterando le proteste anche durante il briefing con l'osservatore che di fatto non poteva avere luogo".  Con estrema difficoltà, la terna è riuscita a fuggire dallo stadio di Carate Brianza, ritrovandosi tuttavia Criscitiello fuori ad attendere: "Mentre la terna cercava di abbandonare l'impianto scortata dalle forze dell'ordine, il medesimo insisteva nelle proteste seguendo la terna mentre la filmava con il proprio smartphone". Criscitiello non è nuovo a comportamenti di questo tipo dentro e fuori il campo di gioco. Nel 2018 venne squalificato per due mesi. Nel supplemento del rapporto di gara dell'arbitro si legge: "Criscitiello, allontanato nel corso del secondo tempo per essersi avvicinato alla panchina della società ospitata con fare minaccioso, al termine della gara, nello spazio antistante gli spogliatoi raggiungeva un dirigente avversario e lo colpiva con uno schiaffo al viso e un calcio all'altezza del fianco. Veniva bloccato e condotto all'interno dello spogliatoio solo grazie all'intervento dei dirigenti della società ospitante". Come gli arbitri rispettano (nella maggior parte dei casi) calciatori e dirigenti, così dovrebbe essere anche il contrario. Nessun Criscitiello escluso. 

Alessandro Da Rold per “la Verità” il 2 marzo 2021. L'emergenza sanitaria non ferma il processo che vede Roberto Napoletano imputato per le presunte copie gonfiate del Sole 24 Ore. L'ex direttore del quotidiano di Confindustria, ora al Quotidiano del Sud, sta affrontando in questi mesi la vicenda che lo vede imputato per false comunicazioni al mercato. È accusato di essere stato amministratore di fatto della società e di aver diffuso dati falsi sulle copie vendute dal giornale. L'ex amministratore delegato, Donatella Treu, e l'ex presidente, Benito Benedini, hanno già patteggiato nell'autunno scorso un anno e otto mesi la prima (con 300.000 euro di sanzione) e un anno e sei mesi il secondo (con 100.000 euro di multa). È rimasto quindi solo Napoletano. Il 16 gennaio scorso la Consob, che è parte civile nel processo in quanto penalizzata dalla presunta manipolazione del mercato, aveva depositato i report sulle spese anomale del giornalista durante gli anni in viale Monterosa. Il capitolo è molto lungo, tocca un arco temporale tra il 2011 e il 2017. In totale si parla quasi di 1,9 milioni di euro tra case, autisti, alberghi, ristoranti e altro ancora. Ieri invece sono stati ascoltati Alberto Biella, ex direttore vendite, e Massimo Arioli, ex direttore finanziario. I due erano i soci della Di Source, la società che dal 2013 al 2016 aveva venduto all'estero migliaia di abbonamenti digitali del giornale. Il cuore del processo ruota intorno alla figura di Napoletano e a quale fosse il suo reale potere all'interno del gruppo in quegli anni. L'ex direttore ha sempre sostenuto che non gli «competeva alcun ruolo di gestione aziendale». Quindi non si sarebbe mai occupato di strategie di diffusione o pratiche commerciali. Eppure Biella, che era il responsabile della diffusione, doveva aver capito che qualcosa non andava in quegli anni. Tanto che aveva iniziato a registrare tutte le conversazioni con Napoletano. Fu proprio Biella a spiegare nel dicembre del 2017 al pm Gaetano Ruta di come fosse il direttore a chiedere «che il quotidiano fosse il primo per diffusione» e che voleva «numeri rilevanti». Sono gli anni in cui l'attuale direttore del Quotidiano del Sud puntava a superare Corriere della Sera e Repubblica. Proprio ieri quindi Ruta ha portato in aula come prova una chiavetta digitale dove è contenuta la conversazione tra lo stesso Biella e Napoletano, datata maggio 2015. A leggerla in aula è stato lo stesso Biella. Quel giorno Napoletano gli comunicava di aver ricevuto i messaggi dell'imprenditore amico Alfredo Romeo (attuale editore del Riformista) che gli confermava di aver firmato un accordo per l'acquisto di copie del Sole 24 Ore. Biella aveva chiesto spiegazioni su che tipo accordo fosse, perché solo se non fosse stata Confindustria sarebbe stato possibile certificarlo. Ads (Accertamenti diffusione stampa), infatti, non permette che le copie siano vendute a controllori o società del gruppo. Alla fine, dopo aver proposto altri contratti con Bpm e A2a, Napoletano era anche sbottato in un «che cazzo ce ne fotte!» e in un «io devo superare il Corriere!». Del resto l'ex numero uno della diffusione del Sole 24 Ore aveva continuato a opporre resistenza. Ma le prove depositate ieri non finiscono qui. La Consob infatti ha chiesto di depositare tre email di Ginevra Cozzi, responsabile ufficio stampa del Sole e lo stesso Biella, dove sempre Napoletano avrebbe chiesto di aumentare il numero delle copie con tanto di giustificativi. Ieri doveva essere ascoltato anche Nicola Borzi, ex giornalista del Sole 24 Ore, il whistleblower che ha scoperchiato i presunti reati commessi dalla dirigenza del quotidiano di Confindustria. Non c'è stato abbastanza tempo. Sarà sentito l'11 marzo, per un'udienza che si preannuncia infuocata.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 12 marzo 2021. Era arrivato nell'estate del 2016 per rimettere in ordine i conti del Sole 24 Ore, dopo la gestione di Donatella Treu, Benito Benedini e soprattutto dell'ex direttore Roberto Napoletano. E ieri l'ex amministratore delegato Gabriele Del Torchio ha ripercorso in un'aula del tribunale di Milano proprio quegli anni, quando fu scelto dall'ex presidente Giorgio Squinzi per capire cosa stava succedendo nel giornale di viale Monterosa. Dopo le testimonianze di Alberto Biella, ex direttore vendite, e Massimo Arioli, ex direttore finanziario, ieri è quindi toccato a Del Torchio rispondere alle domande dei giudici sull'effettivo ruolo di Napoletano, in un processo che vede l'attuale direttore editoriale del Quotidiano del Sud imputato per false comunicazioni sociali. Del Torchio è stato molto duro contro l'ex direttore (già all'epoca ci furono diverse spaccature tra i due) e non avrebbe fatto altro che ribadire quando già messo a verbale di fronte ai magistrati nel 2017. L'ex amministratore delegato aveva trovato in viale Monterosa una situazione fuori controllo, sia sui conti sia sulle vendite. Agli atti sono state acquisite anche 3 email che testimonierebbero come Napoletano avesse più volte cercato di influire sul nuovo piano industriale del quotidiano di Confindustria. Non solo. Nelle missive apparirebbe in modo chiaro come l'ex direttore volesse occuparsi della gestione delle copie digitali ma anche della stessa governance del giornale economico. Rilievi, quelli dell'attuale numero uno di Design Holding, che confermerebbero il ruolo di amministratore di fatto di Napoletano, ruolo che l'ex direttore ha sempre smentito in questi anni. Lo stesso ex amministratore delegato aveva firmato una relazione semestrale nel 2016 dove si parlava di errori e di modifiche alla modalità di rilevazione dei ricavi: a bilancio erano stati inseriti anche quelli futuri per 7,5 milioni di euro. Oltre a Del Torchio è stato ascoltato anche l'ex consigliere indipendente Nicolò Dubini che ha confermato l'opacità e la mancanza di trasparenza da parte di Treu e Benedini nella gestione del giornale. Del resto in quegli anni, oltre a emergere una voragine nei conti da 50 milioni di euro come le spese fuori controllo della direzione, fu evidente che qualcosa non funzionava anche nel calcolo delle copie digitali vendute tramite la società inglese Di Source: Treu e Benedini sono già usciti dal processo con un patteggiamento. La conferma che tra il 2012 e il 2017 ci fosse una gestione non certo ottimale dei conti del Sole 24 ore arriva dalla Consob. L'autorità di vigilanza ha pubblicato nei giorni scorsi la delibera con cui ha multato Alberto Villa e Simone Pozzi, due analisti finanziari di Intermonte Sim. La principale investment bank indipendente sul mercato italiano assisteva in quegli anni il Sole 24 ore con la pubblicazione di report in occasione dei risultati di esercizio dei dati semestrali. Nel 2016 Pozzi aveva firmato un'analisi dove il target price delle azioni del Sole era pari a 65 centesimi, quando in realtà era di 36 centesimi. «La ricerca del 27 maggio 2016 era dunque connotata da elementi di falsità» scrive la Consob «indicando un target price di euro 0,65 e un giudizio operativo di Outperform invece, rispettivamente, di euro 0,36 e Sell corrispondenti alle valutazioni di Simone Pozzi». Per questo, «tali elementi di falsità erano suscettibili di fornire indicazioni false e fuorvianti in merito agli strumenti finanziari emessi da Il Sole 24 Ore». La sanzione pecuniaria è stata di 130.000 euro in totale tra i 2 analisti e la società. Il prossimo 25 marzo è attesa intanto la testimonianza del giornalista Nicola Borzi, il primo a denunciare la cattiva gestione del Sole 24 ore in quegli anni.

Quando il diritto di cronaca diventa un vero “agguato”. Depositate le motivazioni della sentenza del Tribunale di Milano dopo quasi due mesi dalla condanna dell’inviato delle Iene Luigi Pelazza per violenza privata nei confronti della giornalista e scrittrice Guia Soncini.  Valentina Stella su Il Dubbio il 5 aprile 2021. Circa due mesi dopo la condanna dell’inviato delle Iene Luigi Pelazza per violenza privata nei confronti della giornalista e scrittrice Guia Soncini, sono state pubblicate le motivazioni della sentenza della settima sezione penale del Tribunale di Milano. Pelazza era stato condannato a 2 mesi di carcere, convertiti su richiesta della difesa in 15mila euro di multa. La condanna si riferisce a fatti avvenuti nel 2015, quando Pelazza si introdusse, insieme ad un cameraman invece assolto, nel cortile del palazzo della Soncini per intervistarla sul processo in cui era imputata insieme al altri (poi tutti assolti) per accesso abusivo a sistema informatico. Pur avendo la Soncini dichiarato di non voler essere intervistata, Pelazza «col piede si frapponeva tra il montante e il portone d’ingresso, non consentendone la chiusura, continuando a fare domande» alla donna «e riuscendo in tal modo ad inseguirla all’interno della propria palazzina, contro la sua volontà, fino all’ascensore», «frustrando in tal modo la sua libera determinazione di bloccare l’accesso al giornalista e al cameraman, non gradendo di essere né intervistata né ripresa dalle telecamere». Allo stesso modo, «frapponendosi con il proprio corpo tra la soglia e la porta dell’ascensore, ha impedito insistentemente» alla donna, «anche con la mano, di chiudere le porte dell’ascensore»: la scrittrice, per evitare che i due arrivassero all’appartamento, si sedette sui gradini e chiamò le forze dell’ordine. Questo comportamento di Pelazza, ad avviso del Tribunale, ha costituito un «mezzo anomalo diretto a esercitare pressione sulla volontà altrui», e così ha «ancora una volta coartato la libertà di movimento e la capacità di autodeterminazione» della persona oggetto del tentativo di intervista, «avendole impedito di raggiungere casa» e «costringendola a tollerare di essere ripresa per tutto il tempo dell’intervista contro la propria volontà». La difesa di Pelazza aveva invocato il diritto di cronaca ma per il giudice non si poteva accogliere, poiché il diritto di cronaca può esimere da «eventuali reati commessi con la diffusione della notizia», ma non da «quelli compiuti al fine di procacciarsi la notizia». Come ha evidenziato Giuseppe Battarino, giudice del tribunale di Varese, su Questione Giustizia questo tipo di reato può essere rappresentato proprio come «un agguato a una persona a cui si impongono domande indesiderate, che si trasforma in “oggetto” della comunicazione anche nel caso in cui non accetti di rispondere, perché il montaggio successivo delle immagini e la redazione di un testo critico o allusivo costruiscono, attraverso una comunicazione ostile, una figura deteriore della persona aggredita, sul postulato di un suo (inesistente) “obbligo di rendere conto”, di cui si assume essere creditore il detentore dei mezzi di produzione delle immagini».

Da "il Giornale" il 15 marzo 2021. Guia Soncini non voleva essere intervistata e meno che mai ripresa. Ma l'inviato de «Le Iene», Luigi Pelazza, non la mollava e per questo a febbraio è stato condannato per «violenza privata» a due mesi di reclusione, convertiti in 15.000 euro di pena pecuniaria. Ora arrivano le motivazioni che spiegano perché l'inviato ha commesso reato il 19 settembre 2015, inseguendo con microfono e cameraman la giornalista fino al portone della palazzina, poi all'interno del condominio per intervistarla sul processo nel quale compariva come imputata per le presunte «foto rubate» a Elisabetta Canalis e George Clooney nel 2010. Il giudice della VII sezione penale Maria Angela Vita ha ritenuto che Pelazza «frapponendo il piede tra il montante e il portone d'ingresso» del condominio della Soncini, mentre «continuava a porle domande e a farla riprendere dal cameraman, abbia impedito di fatto» alla persona inseguita «di chiudere la porta d'ingresso, frustrando in tal modo la sua libera determinazione di bloccare l'accesso al giornalista e al cameraman, non gradendo di essere né intervistata né ripresa dalle telecamere» e «frapponendosi con il proprio corpo tra la soglia e la porta dell'ascensore, ha impedito insistentemente» alla donna di chiudere le porte dell'ascensore. Questo comportamento ha costituito un «mezzo anomalo diretto a esercitare pressione sulla volontà altrui». Inutilmente gli avvocati Stefano Toniolo e Salvatore Pino hanno invocato per l'inviato delle Iene il diritto di cronaca.

La condanna di Luigi Pelazza e perché volevamo parlare delle foto sottratte a Elisabetta Canalis. Le Iene News il 23 febbraio 2021. Dopo la condanna del nostro Luigi Pelazza per l’intervista a Guia Soncini, ci teniamo a raccontarvi perché volevamo parlare della sottrazione delle fotografie di Elisabetta Canalis e George Clooney per cui erano imputati Gianluca Neri, Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini. I tre sono stati poi assolti: vogliamo spiegarvi che cosa è successo. “Pochi giorni fa il Tribunale di Milano mi ha condannato per aver tentato di intervistare la giornalista Guia Soncini nel cortile del palazzo dove vive impedendole secondo l’accusa di rientrare in casa sua. Secondo il giudice avrei usato violenza di fronte a una persona in evidente stato di timore”. Luigi Pelazza ci parla della sentenza che prevede per lui due mesi di carcere convertiti alla pena pecuniaria di 15.000 euro per violenza privata. Noi la rispettiamo, ma faremo Appello. Intanto ci piacerebbe chiarire perché eravamo lì per parlare con quella giornalista. Ve lo raccontiamo in onda riproponendovi anche parte di quanto accaduto nel 2015. Nel servizio, Luigi Pelazza raccontava del processo per l’ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico, intercettazione illecita di comunicazioni e violazione di corrispondenza contestati a Gianluca Neri, Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini, per la sottrazione di diverse fotografie di Elisabetta Canalis e l’ex fidanzato George Clooney in occasione del compleanno della showgirl del 2010 nella villa di lui sul lago di Como. I tre sono stati poi assolti perché, si legge nella sentenza, manca la “pistola fumante”, la prova che Gianluca Neri si sia collegato all’account dove si trovavano le foto e che due email che offrivano quelle stesse foto alla rivista “Chi” siano state inviate da lui. Nonostante Neri avesse le credenziali per effettuare entrambe le operazioni. Inoltre per tre reati su cinque il giudice, pur scrivendo che li avrebbe assolti comunque, ha riqualificato il fatto in altri reati per cui si poteva procedere solo in presenza di querela (che sarebbe stata persa durante le indagini).

Quando la tv si sostituisce ai tribunali e insegue le persone. Il Corriere della Sera il 4/2/2021. Prendendo spunto dalla condanna in primo grado inflitta dal giudice alla «iena» Luigi Pelazza per violenza privata nei confronti della giornalista Guia Soncini (tentata intervista con il solito «metodo iene»), vorrei fare un appello. Mi rivolgo al dg della Rai Fabrizio Salini e a tutti direttori delle reti e testate giornalistiche del servizio pubblico; mi rivolgo al vicepresidente e ad di Mediaset Piersilvio Berlusconi e a tutti direttori delle reti e testate giornalistiche del Biscione; mi rivolgo ad Andrea Salerno ed Enrico Mentana de La7; mi rivolgo a Giuseppe De Bellis, direttore di Sky Tg24; mi rivolgo a tutti i direttori responsabili di tutte le reti nazionali e locali: per favore, vi prego, proibite l’intervista strappata con frode, quella che la cultura giornalistica anglosassone chiama ambushing, imboscata. Le interviste si concordano, le interviste devono avere il consenso dell’intervistato, le interviste sono informazione, non sono una rapina. So che molti tg non le mandano in onda, ma mi rivolgo a tutti perché questo gesto di civiltà diventi un bene condiviso. Capisco la necessità di incrociare un politico al termine di una riunione e tentare di strappargli una dichiarazione (e questo va bene), ma quando la tv si sostituisce ai tribunali e insegue le persone per chiedere loro conto di qualcosa, questa è pura barbarie. È il giudizio moralistico di una persona che si sostituisce allo stato di diritto, è insipienza demagogica. Le interviste rubate, le interviste al citofono, le interviste alle vittime di una qualche disgrazia per chiedere loro «cosa prova in questo momento?» non sono giornalismo, sono spazzatura. Il più delle volte gogna mediatica. Non mi illudo che questo appello venga accolto, spesso i criteri degli ascolti sono l’unica morale che la tv conosce. Ma per avere la coscienza pulita, cari direttori, non basta non usarla mai.

AGI l'1 febbraio 2021. Il Tribunale di Milano ha condannato l’inviato del programma televisivo ‘Le Iene’ Luigi Pelazza a 2 mesi di carcere, convertiti su richiesta dell’imputato alla pena pecuniaria di 15mila euro e sospesa, per il reato di violenza privata ai danni della giornalista Guia Soncini, costituita parte civile e difesa dall’avvocato Davide Steccanella. Assolto invece ‘per non aver commesso il fatto’, come chiesto anche dall'accusa, l’altro imputato, il cameraman Osvaldo Camillo Verdi, perché dal processo non è emersa la certezza che fosse presente quel giorno. Il pm Francesco Cajani aveva chiesto 9 mesi di carcere per Pelazza. “E’ una sentenza importante – afferma Steccanella –perché ha stabilito che non sempre il ‘metodo Iene’ è scusato dal pure legittimo diritto di cronaca. In questo caso si era trattato di un vero e proprio agguato nel cortile interno di un palazzo privato, impedendo alla mia cliente di fare rientro in casa propria fino all’arrivo delle forze dell’ordine per confezionare un servizio a effetto”. Stando a quanto riportato nel capo d’imputazione letto dall’AGI, Pelazza e Verri il 19 settembre 2015 “dopo essersi introdotti indebitamente”, fingendosi dei corrieri, nello stabile della donna, “con violenza esercitata in modo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione della parte offesa, le impedivano di accedere alla palazzina e con analoga violenza  le impedivano di fare rientro nella propria abitazione, costringendola a tollerare la loro presenza con una serie insistente di domande alle quali la parte offesa dichiarava da subito di non  voler rispondere”. Sempre in base alla ricostruzione della Procura accolta dal giudice Maria Angela Vita, Pelazza avrebbe cercato di intervistare Soncini in relazione a un’inchiesta in cui era coinvolta, da cui poi era risultata assolta, nonostante lei fosse “in evidente stato di timore” e, dopo avere detto più volte di non voler rispondere, aveva poi chiamato le forze dell’ordine. Sentito nel corso del processo, Pelazza aveva detto: “Lei mi ha dato due tre colpi; non dico che mi abbia picchiato, però…In 800 servizi, è la forma mentis delle Iene, non usiamo mai violenza perché non si deve usare violenza. Figuriamoci se questo lo facciamo nei confronti di una donna”.  Pelazza è stato condannato a risarcire anche una provvisionale di 2mila euro alla parte civile alla quale dovrà poi liquidare una somma di denaro che sarà stabilita dal giudice civile per i danni materiali e non.  

Luigi Pelazza, inviato de «Le Iene» condannato a 2 mesi: entrò nel palazzo di Guia Soncini. Il Corriere della Sera il 2/2/2021. Il Tribunale di Milano ha condannato l’inviato del programma televisivo «Le Iene» Luigi Pelazza a 2 mesi di carcere, convertiti su richiesta dell’imputato alla pena pecuniaria di 15mila euro e sospesa, per il reato di violenza privata ai danni della giornalista Guia Soncini, costituita parte civile e difesa dall’avvocato Davide Steccanella. Assolto invece «per non aver commesso il fatto» l’altro imputato, il cameraman Osvaldo Camillo Verdi, perché dal processo non è emersa la certezza che fosse presente quel giorno. Il pm Francesco Cajani aveva chiesto 9 mesi di carcere. «È una sentenza importante - afferma Steccanella -perché ha stabilito che non sempre il “metodo Iene” è scusato dal pure legittimo diritto di cronaca. In questo caso si era trattato di un vero e proprio agguato nel cortile interno di un palazzo privato, impedendo alla mia cliente di fare rientro in casa propria fino all’arrivo delle forze dell’ordine per confezionare un servizio a effetto». Pelazza è stato condannato a risarcire anche una provvisionale di 2mila euro alla parte civile, alla quale dovrà poi liquidare una somma di denaro che sarà stabilita dal giudice civile per i danni materiali e non. Stando a quanto riportato nel capo d’imputazione, Pelazza e Verri il 19 settembre 2015 «dopo essersi introdotti indebitamente», fingendosi dei corrieri, nello stabile della donna, «con violenza esercitata in modo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione della parte offesa, le impedivano di accedere alla palazzina e con analoga violenza le impedivano di fare rientro nella propria abitazione, costringendola a tollerare la loro presenza con una serie insistente di domande alle quali la parte offesa dichiarava da subito di non voler rispondere». Sempre stando alla ricostruzione della Procura accolta dal giudice Maria Angela Vita, Pelazza avrebbe cercato di intervistare Soncini in relazione a un’inchiesta in cui era coinvolta, da cui poi era risultata assolta, nonostante lei fosse «in evidente stato di timore» e, dopo avere detto più volte di non voler rispondere, aveva poi chiamato le forze dell’ordine. Sentito nel corso del processo, Pelazza aveva detto: «Lei mi ha dato due tre colpi; non dico che mi abbia picchiato, pero’In 800 servizi, è la forma mentis delle Iene, non usiamo mai violenza perché non si deve usare violenza. Figuriamoci se questo lo facciamo nei confronti di una donna». «Accettiamo questa sentenza ma è ovvio che riteniamo di non aver sbagliato, quindi ricorreremo in Appello e in Cassazione. Questo è sicuro, perché non è nostra abitudine usare violenza nei confronti delle persone, e soprattutto delle donne. Ma ti pare che noi andiamo a usare violenza, ingiuriare, molestare? Assolutamente no», commenta Pelazza. L’episodio risale al 2015. Pelazza e il cameraman «dopo essersi introdotti indebitamente», fingendosi dei corrieri, nello stabile della donna, avevano fermato Soncini per farle alcune domande. Nell’atto di imputazione si legge che «con violenza esercitata in modo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione della parte offesa, le impedivano di accedere alla palazzina e con analoga violenza le impedivano di fare rientro nella propria abitazione, costringendola a tollerare la loro presenza con una serie insistente di domande alle quali la parte offesa dichiarava da subito di non voler rispondere». «Noi l’abbiamo aspettata all’ingresso del suo cortile - racconta Pelazza -. Lei ci ha riconosciuti, ha tentato di entrare nell’androne, e in effetti riguardando il filmato io, cercando di avvicinare il microfono, mi sono messo in mezzo fra lei e lo stipite della porta. Quindi è possibile che io le abbia impedito per un secondo di chiudere. Un secondo uno». «Poi lei è entrata in ascensore, ma si è seduta lì a parlare con noi e abbiamo parlato - aggiunge Pelazza -. E siamo andati via. Il giudice ha ritenuto che questo tipo di atteggiamento non è consono, perché poteva essere non violento, ma infastidente». «Sottolineo che lei ha chiamato la polizia davanti a noi, dicendo “ci sono delle persone che mi stanno importunando ma non so chi siano”. Ma come non sai chi siano!», aggiunge l’inviato. E alla domanda se questa condanna lo scoraggi, Pelazza risponde immediato: «Scoraggiarmi? Assolutamente no. Noi non vogliamo dar fastidio. Cerchiamo di arrivare a scoprire qualcosa di più, poi capitano anche questi episodi. Se lei si fosse fermata, avesse risposto alla domanda, la cosa sarebbe finita lì. Andrò avanti, certo però che è una lezione. Ovvio che la prossima volta manterremo di più la distanza sociale».

Luigi Pelazza condannato per violenza privata. Ecco il "corpo del reato" che invitiamo a diffondere. Le Iene News il 02 febbraio 2021. Luigi Pelazza è stato condannato per violenza privata a due mesi di carcere, convertiti alla pena pecuniaria di 15.000 euro, e ha già annunciato che ricorrerà in Appello. Riproponiamo il "corpo del reato" affinché tutti possano valutare come sono andate le cose riguardanti il servizio sul furto delle fotografie di Elisabetta Canalis e George Clooney per cui erano imputati, poi assolti, Gianluca Neri, Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini. Luigi Pelazza è stato condannato per violenza privata a due mesi di carcere, convertiti alla pena pecuniaria di 15.000 euro, e ha già annunciato che ricorrerà in Appello. Le Iene ripropongono il "corpo del reato" affinché tutti possano valutare come sono andate le cose. Il servizio "Ficcanaso nelle email delle celebrità" era infatti spubblicato per via del procedimento giudiziario, ma nella massima trasparenza la trasmissione tv ha deciso di pubblicarlo interamente sul sito Iene.it, su Facebook e su Instagram. Nel servizio, Pelazza racconta delle indagini per l’accesso abusivo a sistema informatico, l’intercettazione illecita di comunicazioni e la violazione di corrispondenza, e cioè i tre capi di imputazione che erano contestati a Gianluca Neri, Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini, per il furto di diverse fotografie di Elisabetta Canalis e George Clooney. I tre sono stati assolti, per tre capi di imputazione su cinque per mancanza di querela, perché il giudice ha riqualificato il fatto in un altro reato, e cioè la “rivelazione del contenuto di corrispondenza”. Le Iene invitano la stampa italiana a diffondere questo documento affinché ciascuno possa farsi un'idea del nostro operato, ma anche dell'operato di tutti i protagonisti di questa storia.

Mattia Feltri per "la Stampa" il 3 febbraio 2021. Uno degli aspetti migliori di San Pa, la docuserie sulla comunità di Vincenzo Muccioli, è che gli intervistati stanno seduti e gli intervistatori di fronte, secondo le regole di Netflix, le regole del giornalismo americano da cui nonostante tutto c' è ancora da imparare. Il sostantivo "intervista" prevede infatti due verbi: chiedere e concedere. Le interviste si chiedono e si concedono, non si pretendono e non si subiscono: si subisce un interrogatorio di polizia, al massimo. In SanPa non ci sono giornalisti podisti all' inseguimento dell'interlocutore a cui far ingoiare il microfono affinché risponda a domande come lei è un pedofilo o lei è colluso con la mafia. Mi spiace che l'inviato delle Iene sia stato condannato da un giudice per aver riservato il trattamento a Guia Soncini, braccata sin sul pianerottolo di casa a telecamera spianata, ma non so come potesse scamparla. Qui non si tratta di diffamazione (è roba da Cambogia anni Settanta che i giornalisti paghino con pene detentive anziché pecuniarie per i loro pensieri e i loro scritti) bensì di violazione di domicilio e violenza privata. Mi spiace, poi, che un paio di generazioni di giornalisti siano venute su nell'ambizione di esibire la schiena dritta (che espressione orrenda) nel tallonamento armato della preda riluttante, e la riluttanza sarebbe la prova della colpevolezza, per cui più importuni più sei ganzo: non hanno ancora capito che a consumare le suole son buoni tutti, il difficile è consumare il cervello. Ma in particolare mi spiace che certe ovvietà non vengano definite nelle redazioni, e tocchi sentirle in un'aula di tribunale.

Guia Soncini per linkiesta.it il 3 febbraio 2021. Quindi un tizio con una telecamera, in nome dell’immunità alle leggi del mondo datagli dal lavorare per la televisione, non può introdursi a forza in casa tua. L’ha detto il tribunale di Milano sabato mattina, ed è una notizia che ho accolto con un certo sollievo, dato che la casa in cui erano avvenuti i fatti a processo era la mia, e che per sei anni un po’ tutti – il poliziotto al quale ho fatto la denuncia nel 2015, i giornali, l’internet, l’avvocato del tizio entrato con la forza in casa mia – hanno sostenuto in tutta serietà che non fosse poi grave. In misure diverse, in modi che ogni volta mi hanno fatto dubitare dell’ovvio: forse era colpa mia che guardavo troppi sceneggiati americani, dove il trespassing è una cosa gravissima, dove se metti un piede nella porta – come aveva fatto il tizio per impedirmi di richiudergliela in faccia – ti portano via in ceppi (a meno che la padrona di casa non ti spari prima, com’è nel suo pieno diritto; cosa che, pur senza legislazione statunitense, avrei volentieri fatto anch’io, se non fossi stata sprovvista di armi: il che è un bene, ero pure senza occhiali, come minimo mi sarei sparata in un piede io invece di mutilare lui). (Questo è il punto in cui i miei amici garantisti inorridiscono, come sarebbe che vuoi sparare all’intruso, sarai mica salviniana. Amici garantisti, portate pazienza, arriviamo anche a Salvini, sarà un lungo riassunto, mettetevi comodi). Settembre 2015, cerco di chiudere il cancello del mio palazzo in faccia a un inviato di varietà con balletti trasmesso da Mediaset (sì, la stessa azienda televisiva in cui Barbara D’Urso difende le donne dalla violenza: si vede che sono un uomo). L’inviato si è già introdotto nel cortile, quindi si trova già in una proprietà privata non invitato. Dunque io tento di non farlo entrare almeno nella mia palazzina, egli mette un piede in mezzo e dice: è inutile che ti agiti, tanto noi siamo abituati. In effetti è inutile: neanche una cretina, quale io certamente sono, può pensare di difendersi da un uomo alto il doppio di lei che ha deciso di entrare con la forza a casa sua. Autunno 2020, udienza processuale. Il pubblico ministero chiede: lei si rendeva conto di essere in una proprietà privata? L’imputato, senza traccia d’ironia, risponde: il portone era aperto. Sempre settembre 2015, il filmato della deliziosa scenetta svoltasi a casa mia viene trasmesso. L’internet pullula di aspiranti premi Strega, aspiranti deputati, aspiranti filosofi del diritto che sghignazzano. È un bellissimo spettacolo, che spiega bene il mercato degli snuff movie, quella branca del porno in cui la protagonista viene ammazzata davvero davanti alla macchina da presa. Solo che gli snuff movie sono illegali; i varietà di Italia 1, misteriosamente, no. Sempre settembre 2015, vero titolo di giornale davvero pubblicato a seguito della trasmissione del filmato in cui uno mi entra in casa a forza e io cerco di non farlo avvicinare a una distanza che la prossemica definisce «intima» (ho imparato in sei anni di avvocati che «prossemica» è una parola troppo difficile, e una vittima che voglia essere credibile come vittima non deve usarla; ho capito in questi sei anni che il modello Maria Goretti non è monopolista perché era vergine, non è monopolista perché è morta: è monopolista perché Maria Goretti era analfabeta, e se la sai più lunga del carnefice nessuno prenderà mai sul serio il reato) – mi sono persa in un inciso, lo so, vi devo un titolo di giornale sul filmato in questione: «Guia Soncini aggredisce inviato delle Iene». Maria Goretti aggredisce corteggiatore. (Oddio, la Soncini si sta paragonando a Maria Goretti, ti rendi conto?!). Gennaio 2020, Matteo Salvini citofona a una famiglia bolognese chiedendo se siano spacciatori. Non si è portato dietro una produzione televisiva, ma ne esistono immagini perché se sei Salvini la gente ti filma. Non è entrato a forza in casa loro, si è limitato a citofonare. Da parte degli stessi aspiranti premi Strega, deputati (nel frattempo non più aspiranti), aspiranti filosofi del diritto che sghignazzavano cinque anni prima, da parte degli stessi in questo caso arrivano richieste, per Salvini, d’ogni genere d’incriminazione. Per l’assai più grave reato d’aver citofonato, per carità, mica perché valutiamo buoni e cattivi in base alla curva di stadio in cui sono posizionati (la nostra o quella opposta) e non in base alle azioni. Sempre settembre 2015, commissariato. Beh, ma non era casa sua, erano le scale del palazzo. Le scale di cui io pago la pulizia e loro no, le scale per arrivare alle quali ci sono due portoni con serrature di cui io ho le chiavi e loro no: direi che è decisamente casa mia. (Segue telefonata al mio allora avvocato che spiega al commissario che la Cassazione ha stabilito che; segue commissario che chiede «ma le sezioni unite?»; seguo io che chiedo «ma se trovo un eroinomane che dorme nell’androne mi dite che ci può stare?»; seguono poliziotti confusi: ma che c’entra, mica starò paragonando l’eroina e lo share). All’epoca ero a processo perché un tizio che conosco aveva armato dei nebulosi traffici di compravendita di foto sottratte a un attore americano. Nel documento dell’accusa, sventolato dall’inviato del varietà coi balletti, c’era scritto che io neanche sapevo che queste foto esistessero. Tuttavia egli, autonominatosi giustiziere, decide d’introdursi a forza in casa mia per dirmi quant’io faccia schifo (è caratteristica del programma non fare domande, ma dire accuse in tono «ma non ti vergogni» – ti danno pure del tu, giacché la terza persona rappresenterebbe un’insormontabile difficoltà sintattica per l’analfabetismo medio del loro pubblico). Quando, cinque anni dopo, egli testimonia in qualità d’imputato, la giudice domanda eventuali precedenti penali. Egli ne elenca una sfilza. Quindi: un pluripregiudicato si è introdotto con la forza a casa d’un’incensurata per svergognarne l’essere a processo. Processo nel quale l’incensurata verrà ovviamente assolta, ma cosa conta questo di fronte alla jannacciana forza della televisione. (Ma un programma così attento alla trasparenza non dovrebbe, mandando in giro un pregiudicato, apporre almeno dei sottopancia che avvisino l’impressionabile pubblico che la fedina penale del giustiziere del momento non è esattamente linda?). (Alla fine di questo articolo tutti gli amici garantisti m’avranno tolto il saluto, santo cielo. Ho pure scritto «ovviamente assolta», sto forse insinuando che gli innocenti non vengano mai condannati? Travaglia che non sono altro). L’avvocato che ha difeso il tizio è un personaggio meraviglioso, una specie di Mia Farrow che a ogni intervento frignava che la giudice facesse parlare più gli altri, che fosse una vessazione impedirgli d’illustrare quant’io fossi una malvivente, che le udienze venissero fissate al sabato apposta per infelicitargli i fine settimana. La difesa ha sostenuto di non essere in possesso del filmato integrale. Eh, ma sapete quanto spazio occupano i filmati, hanno sospirato serissimi, come se gli hard disk d’una produzione televisiva fossero i nostri telefoni che ogni tanto vanno svuotati dalle foto. Un autore del programma, sul banco dei testimoni, ha detto, sempre senza alcuna ironia, che lui ha cancellato anche l’integrale dell’intervista esclusiva che aveva fatto ad Arafat. Nessuno gli ha fatto notare scusi, ma quando Arafat o Soncini muoiono, a voi non fa comodo avere del materiale inedito? Giacché, ho scoperto assistendo per la prima volta a un processo, nei tribunali italiani puoi dire qualunque stronzata, e nessuno mai ti contraddice. Ah, quindi nelle produzioni televisive non si conservano i filmati integrali, neanche se oggetto di cause legali e quindi magari utili a discolparsi? Grazie di avercelo spiegato, si accomodi pure. Anche senza i vari «tanto noi siamo abituati» dell’integrale, nel servizio mandato in onda c’era una parte in cui il malvivente mi appoggiava i suoi appunti sulle cosce. Non è che serva Umberto Eco per dire che non è una prossemica abituale tra due sconosciuti. Quando l’ho fatto notare, il tenero avvocato ha sostenuto che l’immagine che era lì sullo schermo non fosse lì sullo schermo, che l’imputato non mi si fosse mai avvicinato oltre una distanza socialmente consona. Non è mica colpa sua, povero, che si trova a difendere la frittata fatta. Prima, nelle cucine, qualcuno l’avrà visionato, quel filmato: un mio avvocato li aveva diffidati dal mandarlo in onda, nei nove giorni da quando sono entrati con la forza a casa mia a quando l’hanno trasmesso qualche genio all’ufficio legale di Mediaset l’avrà di certo visto, l’avrà visto e avrà detto ma ovvio che è un comportamento consono, orsù, trasmettiamolo. Soldi ben spesi, Piersilvio (una volta in famiglia eravate bravini a scegliere gli avvocati: sarà il declino delle élite). Insomma, esiste ancora l’inviolabilità del domicilio. Uno sconosciuto non invitato a entrare non può imporre la propria presenza in casa tua, neanche se dotato del superpotere televisivo e convinto quindi di godere d’immunità diplomatica. Ne ero abbastanza certa anche prima di sabato, ma è un sollievo sapere che è ufficiale.

·        Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

La presunzione di innocenza appena nata e già violata. I finanzieri di Palermo primi trasgressori della legge sulla presunzione di innocenza. La norma è durata giusto il tempo di un amen. Ora chi li punirà? Davide Varì su Il Dubbio il 17 dicembre 2021. Una settimana o poco più, tanto ha resistito la norma sulla presunzione di innocenza approvata dal nostro parlamento con tanta fatica e grazie a una generosa spintarella dell’Europa. E in effetti noi del Dubbio stavamo facendo il conto alla rovescia: “Quanto tempo smetteranno a violarla? ci chiedevamo. E chi sarà il primo a sgarrare? Sui tempi dei trasgressori abbiamo detto, per quel che riguarda la paternità, il premio va alla Guardia di finanza del comando provinciale di Palermo che ieri, con tanto di comunicato stampa ufficiale, ha fatto sapere di aver portato in porto l’operazione denominata “Relax”. Intendiamoci, l’inchiesta è assai seria e riguarda presunti (permetteteci il dubitativo almeno fino al giudizio finale) “maltrattamenti e torture ai danni di pazienti psichiatrici ricoverati presso l’Asp di Palermo”. Ma tanto è più seria l’inchiesta quanto più è insopportabile la violazione della norma sulla presunzione di innocenza da parte delle autorità. Eppure la legge è chiarissima. All’articolo 4 è specificato che “sia il solo Procuratore della Repubblica ad intrattenere rapporti con la stampa, preferibilmente tramite comunicati ufficiali”. E ancora più chiaro il divieto di dare nome alle inchieste. Insomma ricordate “Angeli e demoni”. “Mafia Capitale”, “Fust” e tutte le altre operazioni battezzate dagli inquirenti per avere un impatto mediatico e orientare fin da subito la pubblica opinione e , perché no,  per provare a condizionare i giudici? Ecco, quella roba lì non dovrebbe più esistere. E invece, come temevamo, la norma è durata giusto il tempo di un amen. Ma ora la domanda è che: chi punirà i trasgressori?

La presunzione d’innocenza? È già messa a dura prova. Tre operazioni sembrano non rispettare del tutto i criteri imposti dalla legge “chiesta” dall’Europa che garantisce gli indagati. Valentina Stella su Il Dubbio il 18 dicembre 2021. Sono passati quattro giorni dall’entrata in vigore della nuova norma che ha recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Ancora presto per dire se ci sia un vero e proprio cambiamento della comunicazione, anche perché il monitoraggio nazionale delle attività delle polizie giudiziarie e delle varie procure è complesso da effettuare. Per questo l’onorevole Enrico Costa di Azione aveva fatto un appello a tutti gli avvocati sul territorio per ricevere segnalazioni di eventuali violazioni e il Presidente dell’Unione delle Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, aveva promesso il sostegno dell’Osservatorio Informazione Giudiziaria. Però qualcosa possiamo dirla già da oggi. Quello che emerge è che la norma fornisce principi a cui ispirarsi ma lascia ampio spazio di interpretazione per la sua applicazione e non consente, tra l’altro, un controllo diretto sul rispetto degli articoli in essa contenuta. Come ci spiega il professor Giorgio Spangher, emerito di diritto processuale penale all’Università La Sapienza di Roma, «ci muoviamo in una zona grigia. Capire in che termini si superi la previsione normativa è complicato da dire. E poi nelle prime fasi dall’entrata in vigore è difficile ricondurre immediatamente comportamenti stratificati nel tempo in ambiti comunicativi più restrittivi»; quindi dovremmo attendere per fare una valutazione più a lungo raggio. Ma vediamo perché è complesso al momento districarsi nell’applicazione concreta della norma. Ci siamo iscritti al portale della Sala Stampa della Guardia di Finanza, molto funzionale a dire la verità. Dal 14 dicembre, data dell’entrata in vigore della norma, fino a ieri pomeriggio sono stati pubblicati e diffusi 28 comunicati stampa. Ricordiamo che la norma prescrive che 1: «La diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico». 2: «Il procuratore della Repubblica può autorizzare gli ufficiali di polizia giudiziaria a fornire, tramite comunicati ufficiali oppure tramite conferenze stampa, informazioni sugli atti di indagine compiuti o ai quali hanno partecipato. L’autorizzazione è rilasciata con atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse che la giustificano». Il sequestro di luminarie natalizie non a norma o quello di 400 calzature riproducenti la foggia di famosi marchi, quali “Converse” modello “All Star” e “Superga” a quale dei due canoni risponde: prosecuzione di indagine o interesse pubblico? Tanto è vero che il professor Spangher ci dice: «immagino l’interesse pubblico come qualcosa di più alto, più pregnante». Inoltre per tutti i 28 comunicati non c’è scritto se sono stati autorizzati dal procuratore, bisogna darlo per scontato. Anzi, parlando con un tenente colonnello della Gdf ci è stato spiegato che un comunicato di due giorni fa era della Procura e loro hanno chiesto di caricarlo sul loro portale: ma di tutta questa trafila non c’è traccia. In più non c’è l’atto motivato che li giustifichi – la norma non prevede che venga inserito da qualche parte – e quindi non possiamo desumere le ragioni dell’interesse pubblico. La norma prevede anche che «nei comunicati e nelle conferenze stampa è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza». Ieri tre sono le operazioni a cui è stato dato un nome: «All black», «Cavallo di Troia» e «Relax»: la prima si riferisce all’individuazione di 22 lavoratori in nero in un centro termale, la seconda ad arresti e sequestri alla ‘ndrangheta, la terza a presunti maltrattramenti e torture nei confronti di pazienti psichiatrici. Sono queste denominazioni lesive della presunzione di innocenza? Apparentemente no, in quanto non sembrerebbero essere in diretta correlazione con degli indagati, di cui non sono presenti i nomi. A meno che la gente del posto non riesca a risalire alle persone coinvolte. Rispetto al linguaggio sottoponiamo alla vostra attenzione questa espressione, tratta dal comunicato sull’operazione «Cavallo di Troia»: «sulla base del quadro accusatorio delineatosi nel corso delle investigazioni, allo stato in fase di indagini preliminari e fatte salve le successive valutazioni di merito, gli indagati risulterebbero aver gestito…». Questo passaggio sembra chiaramente rispettare la previsione normativa per cui «Le informazioni sui procedimenti in corso sono fornite in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata». Tuttavia nello stesso comunicato leggiamo che 8 persone sono «tutte ritenute responsabili, a vario titolo, di reati fiscali, fallimentari – aggravati dall’agevolazione mafiosa – e, per 2 di loro, anche di concorso nell’associazione mafiosa denominata “ndrangheta”». In questo caso, evidenzia Spangher, «siamo in presenza di una pre-imputazione che potrebbe configurarsi oltre il limite della comunicazione consentita». Inoltre nel comunicato sull’operazione «Relax», prosegue Spangher, – «la Guardia di Finanza ha comunicato l’esecuzione di un’ordinanza applicativa di misure cautelari emessa dal gip. Perché lo ha fatto? In questo caso l’attività è esclusivamente in mano al pm e al giudice». Infatti, ad esempio, come previsto dalla circolare emanata dal Procuratore Cantone, secondo la sua interpretazione della legge, gli atti di indagine su cui la polizia giudiziaria può fornire direttamente notizie sono quelli posti in essere prima dell’iscrizione della notizia di reato. E i video celebrativi delle operazioni della Gdf? Su 28 operazioni ne abbiamo trovati 15. La maggior parte di essi mostra le volanti che escono dalla caserma e vi rientrano, tralasciando quella che fino a poco tempo fa era la parte ‘migliore’ ossia l’atto dell’operazione vera e propria. In alcuni casi però si vedono gli indagati, ripresi col volto coperto, mentre starebbero commentando il presunto reato o mentre vengono condotti in caserma. In conclusione, in questi comunicati qualche precisa ed identificabile persona viene messsa alla gogna? Quasi sicuramente no. C’è una eccessiva comunicazione, oltre l’interesse pubblico? Molto probabilmente sì. Ci dice Spangher, «nessuna norma è in grado di coprire tutte le variabili concrete. E quindi dovremmo fare i conti con questo». Intanto l’onorevole Costa ci ha partecipato: «sto raccogliendo i comunicati stampa e facendo un archivio delle conferenze stampa per una approfondita analisi. Chiederò al Ministero di verificare gli atti dei Procuratori su cui si fondano, in modo da comprendere le argomentazioni sulle specifiche ragioni di interesse pubblico».

PRESUNZIONE D’INNOCENZA: PUBBLICATE LE NUOVE NORME SULLA GAZZETTA UFFICIALE. E’ FINITO IL GIUSTIZIALISMO DEI PM E DEI GIORNALISTI “MANETTARI”. Il Corriere del Giorno il 2 dicembre 2021. La Procura potrà informare il pubblico “esclusivamente” attraverso comunicati ufficiali o, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, attraverso conferenze stampa. La diffusione di notizie riguardanti i procedimenti penali potrà avvenire solo in due casi: se risulta “strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini”, se “ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico”. Il decreto legislativo n. 188/2021 sulla presunzione di innocenza è stato pubblicato in Gazzetta ed entrerà in vigore dal prossimo 14 dicembre. Queste le principali novità: Divieto per le autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili.

La Procura potrà informare il pubblico “esclusivamente” attraverso comunicati ufficiali o, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, attraverso conferenze stampa. La diffusione di notizie riguardanti i procedimenti penali potrà avvenire solo in due casi: se risulta “strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini”, se “ricorrono altre specifiche ragioni di interesse pubblico“.

Ecco il testo integrale del decreto

DECRETO LEGISLATIVO 8 novembre 2021, n. 188(G.U. 29 novembre 2021 n.284)

DiMartedì, Alessandro Sallusti inchioda Davigo: "Ecco chi ci passava le carte dei processi". Libero Quotidiano il 17 novembre 2021. Botta e risposta "piccante" a DiMartedì tra Alessandro Sallusti e Piercammilo Davigo. "Sallusti? L'ho incontrato di persona qualche volta, credo - spiega l'ex magistrato di Mani pulite -. In tribunale il mio avvocato certamente, visto che è stato condannato più volte per diffamazione nei miei confronti poi il presidente della Repubblica ha commutato la pena da detentiva in pecuniaria". Risposta per le rime del direttore di Libero: "Ricordo altri momenti, altrettanto belli, quando Davigo era giovane magistrato alla Procura di Milano. Noi giornalisti aspettavamo non lui, perché sennò parte un'altra querela, ma gli altri magistrati perché ci passassero carte da pubblicare il giorno precedente. Io c'ero e so benissimo che è andata così". "Ha mai preso una carta dal dottor Davigo?", chiede Giovanni Floris. E Sallusti precisa: "No, no, no. Gliela faccio breve: io ero nel pool che pubblicò sul Corriere della Sera quel famoso avviso di garanzia contro Silvio Berlusconi, era un avviso di garanzia nella disponibilità della Procura di Milano e non ce lo diede né il salumaio né l'avvocato di Berlusconi". "Gliela deste voi la notizia che fece crollare la reputazione dell'allora premier, indagato?", incalza Floris. "Che ragione avremmo avuto, visto che il giorno dopo gli sarebbe stato notificato?". Poi, rivolto a Sallusti: "In quei tempi, io ricordo che insieme a Goffredo Buccini andò a Santo Domingo a intervistare Manzi, presidente della Sea latitante. Quella intervista fece un tale scalpore che obbligò il governo di Santo Domingo a farlo arrestare. Come mai Sallusti, che una volta andava a cercare i latitanti, adesso ha questa sfrenata passione per corrotti e corruttori? Solo questione di soldi o c'è qualcosa nella sua indole che gli fa preferire i cattivi ai buoni?". "No guardi, io non ho alcuna passione per corrotti, corruttori e indagati. A Manzi dicemmo: 'Se lei ritiene, aspetteremmo i giorni che lei ritiene prima di pubblicare, per permetterle di andare via o fare quello che crede'. Lui disse: 'No, no, pubblicate pure domani perché così mi liberate da un peso'". 

La presunzione d’innocenza è legge: ora fate in modo che i pm la rispettino. Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione. L’esultanza del deputato di Azione Enrico Costa: «Questo è un provvedimento di portata storica». Valentina Stella su Il Dubbio il 14 dicembre 2021. Da oggi cambia il rapporto tra Procure e informazione: entra finalmente in vigore la norma di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Per celebrare l’evento il deputato di Azione Enrico Costa ha convocato ieri una conferenza stampa alla Camera: si tratta di «un provvedimento di portata storica», ha detto il parlamentare, tra i maggiori sostenitori della nuova norma che ora «non vorremmo venisse svilita sul campo». Per questo occorrerà vigilare, in quanto «il pericolo più grande è l’elusione del provvedimento». Sarà fondamentale l’apporto che tutti gli avvocati potranno dare per verificare il rispetto della legge. E su questo il presidente dell’Unione Camere Penali Gian Domenico Caiazza, tra gli intervenuti alla conferenza, ha assicurato che l’Osservatorio Informazione Giudiziaria farà la sua parte. Costa ha presentato ai giornalisti un modulo, scaricabile dal sito presuntoinnocente.com, con cui qualsiasi cittadino potrà segnalare al ministero della Giustizia eventuali violazioni della norma. Insomma, massima volontà affinché la nuova legge non venga aggirata, come già successo in passato per altre disposizioni che pure limitavamo la comunicazione delle Procure. Certo, le perplessità non mancano.

David Ermini due giorni fa, ad un evento organizzato da Unicost, ha infatti detto: «Parlando a titolo personale e di avvocato, non da vicepresidente del Csm, sono un po’ scettico. Se esce la notizia che un personaggio noto è indagato, il danno è già fatto». Abbiamo chiesto un commento al presidente Caiazza alla fine della conferenza: «Che un evento dannoso possa comunque causarsi è fuori discussione; però aver fissato un divieto di rappresentare una indagine in termini pregiudizievoli per l’indagato è un dato assolutamente importante perché si è rafforzato un principio di civiltà contro una deriva tipica del nostro Paese». Presente alla conferenza anche il professor Giorgio Spangher, emerito di diritto processuale penale all’Università La Sapienza di Roma, che ha rilanciato chiedendo la modifica di due articoli della Costituzione, il 27 e il 13: «Per mantenere viva la fiammella di questo cambiamento culturale che investe tutti, i politici devono assumere una iniziativa di modifica costituzionale perché due punti sono assolutamente inadeguati: trasformare la presunzione di non colpevolezza in “considerazione di innocenza” e sostituire la carcerazione preventiva in “misure cautelari”. La semantica è importante. Dico questo perché la ministra della Giustizia Cartabia è una costituzionalista e non credo che si troveranno ostacoli in Parlamento».

Invece, per il deputato di Forza Italia Andrea Ruggieri, «questo è solo un primo passo, il secondo saranno i referendum, verso il traguardo di un ritorno alla civiltà e della fine della cultura del sospetto, del torbido, agitata da una piccola parte di magistrati che hanno danneggiato la sacralità della funzione giudiziaria». L’onorevole Roberto Giachetti di Italia Viva ha proseguito: «Questa norma è un aiuto al Paese per recuperare le radici di una civiltà giuridica e una sponda anche all’interno della magistratura per chi si sentiva isolato e che ora ha uno spunto legislativo cui agganciarsi». Ma un cambiamento deve interessare anche la stampa, che non è direttamente coinvolta dalla nuova norma, come ha sottolineato il giornalista Alessandro Barbano: «Questo è un provvedimento storico, il cui valore è una semina a futura memoria. È evidente però che l’altro corno del problema è la deontologia del giornalismo. La più grande riforma garantista deve essere quella che punti alla qualità del giornalismo pubblico televisivo, perché è il mezzo con cui si forma l’opinione pubblica. Volendo concepire una nuova responsabilità per i giornalisti. Credo che sia indifferibile nella prospettiva di revisione costituzionale qualificare la mediazione giornalistica e attribuirle valore costituzionale, che significa ovviamente anche un impegno a regolare la formazione, il livello di controllo deontologico, senza violare ovviamente la libertà di pensiero».

Post scriptum

L’on. Costa ha redatto un modulo per segnalare eventuali violazioni della nuova norma, che saranno raccolte e sottoposte al ministero della Giustizia. 

Valentina Errante per "Il Messaggero" il 14 dicembre 2021. Stop scoop e indiscrezioni giornalistiche su inchieste e indagati. Da oggi solo i procuratori potranno intrattenere rapporti con la stampa, esclusivamente tramite comunicati ufficiali. Le conferenze stampa dovranno essere limitate ai casi di rilevanza pubblica dei fatti e convocate con un atto motivato. Ossia, solo se la notizia sia strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o in presenza di altre rilevanti ragioni di interesse pubblico. Le stesse regole varranno anche per la polizia giudiziaria, che potrà parlare con i giornalisti, solo se delegata dai capi delle procure. La legge sulla presunzione di innocenza entra in vigore oggi, il decreto approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso novembre dà questa forma alla direttiva europea del 2016 che, se non recepita, avrebbe messo in gioco una parte dei fondi del Pnrr. Il provvedimento, fortemente voluto dal parlamentare Enrico Costa di Azione, ha avuto parere favorevole dalle commissioni Giustizia di Camera e Senato e del Csm, ma in tanti sono perplessi: dal presidente dell'Anm a molti magistrati. 

I DIVIETI

La legge vieta ai magistrati di «indicare pubblicamente l'indagato come colpevole» in una qualsiasi dichiarazione che non sia una sentenza. In caso ciò avvenga e non arrivi una rettifica entro 48 ore, il procuratore in questione rischia delle conseguenze disciplinari e può essere condannato ad un risarcimento danni. Mentre nelle ordinanze di misura cautelare l'autorità giudiziaria dovrà limitare «i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l'adozione del provvedimento». Infine, non sarà più possibile «assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza». 

GLI ATTI PUBBLICABILI

Le norme stridono tuttavia con l'articolo 114 del Codice di procedura penale: «È sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto». Un principio che consentirà di pubblicare ancora frammenti di ordinanze e intercettazioni, così come decreti di perquisizione dove sono riportati i nomi degli indagati. Per i giornalisti sarà soltanto più difficile procurarseli. Agli avvocati non sarà vietato parlare con la stampa e fornire gli atti. Ma non sarà più possibile verificare le notizie girate dai legali con chi abbia svolto le indagini. 

LE REAZIONI

Enrico Costa, che rivendica il recepimento della direttiva europea come un successo di Azione, ha già preparato un modello di segnalazione che i cittadini potranno inoltrare, in caso di presunte violazioni, al ministero della Giustizia. E ieri, in una conferenza stampa, a fianco del presidente dell'Unione camere penali, Giandomenico Caiazza, ha mostrato la sua soddisfazione: «È un provvedimento di portata storica, perché queste norme cercano di stabilire regole di buon senso alle quali si devono adattare le autorità pubbliche nel confrontarsi con il tema della presunzione di innocenza. Vorremmo - ha aggiunto Costa - che la riforma non fosse svilita sul campo. Abbiamo visto procuratori che hanno considerato le norme come se fossero acqua fresca, altri invece come Cantone le hanno affrontate sul serio».

E Caiazza ha commentato: «Non so se sia una pagina storica, certamente è una pagina di grande importanza e di grande rilievo».

Già a settembre il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia aveva espresso i suoi dubbi sullo schema della norma durante l'audizione in commissione Giustizia alla Camera. Così come hanno fatto molte toghe.

All'indomani dell'approvazione del decreto legislativo, Santalucia era tornato sulla questione nella relazione che, a novembre, ha aperto il comitato direttivo centrale dell'Associazione: «Si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la stampa dei procuratori della Repubblica, che potranno servirsi esclusivamente di comunicati ufficiali e, nei casi di particolare rilevanza pubblica, di conferenze stampa - ha osservato Santalucia - Regole che non renderanno un buon servizio, questo è il timore, all'esigenza di una corretta informazione su quanto accade nel processo durante la fase delicatissima delle indagini». 

Presunzione di innocenza, parla Cantone: "La legge non va usata contro la libertà di stampa”. Liana Milella su La Repubblica il 15 dicembre 2021. Intervista al procuratore di Perugia: "La nuova norma non è un bavaglio, ma può burocratizzare troppo il rapporto tra media e pm. Il caso Maresca a Napoli? Lui ha fatto una scelta legittima che un legislatore serio  avrebbe dovuto impedire".  La legge sulla presunzione d’innocenza? «Non è un bavaglio, ma burocratizza i rapporti tra giornalisti e procure». Spariranno i fatti dai giornali? «Se uno stupratore viene arrestato, la notizia deve uscire». Caso Maresca? «Scelta legittima ma che un legislatore serio avrebbe dovuto impedire». La riforma del Consiglio superiore della magistratura? «No ai consiglieri dell’Anm che vanno al Csm».

Presunzione d’innocenza, Bartoli: «Norma spropositata, cancella le notizie». Il presidente dell'Ordine dei giornalisti: «La presunzione d'innocenza va salvaguardata, ma la norma è rischiosa per la democrazia e per i cittadini». Il Dubbio il 16 dicembre 2021. Il neo presidente dell’ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, eletto al posto di Carlo Verna, storico cronista Rai, non approva la normativa sulla presunzione d’innocenza. In un’intervista al “Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio, il rappresentante nazionale dei giornalisti italiani fa una distinzione tra la necessità di salvaguardare il principio d’innocenza delle persone che finiscono sotto indagine o che sono imputate e il dovere e il diritto della stampa di pubblicare notizie di interesse pubblico riguardanti inchieste giudiziarie, senza omettere nulla. «L’esigenza alla quale prova a rispondere questa nuova legge – afferma Bartoli – è assolutamente giusta e la condividiamo tutti. Va certamente salvaguardata la presunzione d’innocenza»

«Il punto è: come la si salvaguarda? È questo il vero strumento, o per salvare la presunzione di innocenza si è disposti a ridurre la possibilità di dare conto di quella che è l’attività della giustizia? Perché, al di là di ogni altra considerazione, una delle preoccupazioni di uno Stato è sicuramente quella di dimostrare ai cittadini che esercita l’azione della giustizia in maniera imparziale, senza guardare in faccia a nessuno. Il solo fatto di non poterlo raccontare, secondo me, rappresenta un grave problema» dichiara Carlo Bartoli.

Secondo Bartoli, la norma sulla presunzione d’innocenza «è spropositata», perché «le notizie rischiano di scomparire dietro questo paravento. Ma io voglio dire una cosa e la voglio dire molto chiaramente: i giornali sicuramente talvolta hanno commesso degli errori, anche gravi. Poi ciascuno paga. Ma non ci si è accorti che sono altri gli ambiti che vedono la presunzione di innocenza massacrata, a cominciare da trasmissioni televisive che non hanno alcun carattere giornalistico. Forse dovrebbero cominciare da lì, non dal limitare la fruizione di informazioni su inchieste, indagini e processi».

«Questa norma va ben oltre, è molto rischiosa per la democrazia e per il senso che i cittadini devono avere della giustizia. Ormai la norma è in vigore. Cosa si può fare per limitare i danni adesso? L’ideale sarebbe la possibilità di ridiscutere, di rivalutare questa norma, ma nel frattempo bisogna chiedere ai magistrati di applicarla con molto buon senso. Vediamo che conseguenze pratiche avrà e poi prenderemo una decisione. Forse l’Ordine dei giornalisti avrebbe dovuto fare qualcosa prima.

A settembre scorso, convocati in Commissione Giustizia dove si stava discutendo lo schema di decreto legislativo, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione nazionale della Stampa non si sono presentati. In questo c’è del vero. Io sono stato eletto presidente da pochi giorni, ma mi prendo la responsabilità anche per quello che non è stato fatto in precedenza. Se è stato fatto poco me ne assumo la responsabilità».

Salvi: «Sì alla presunzione d’innocenza, ma informare è un dovere». Il procuratore generale Giovanni Salvi prende posizione sulla presunzione d'innocenza ricordando che la norma prevede il rispetto delle parti processuali. Il Dubbio il 21 dicembre 2021. «Informare l’opinione pubblica non è manifestazione della libertà di espressione del magistrato ma è un preciso dovere d’ufficio come più volte affermato anche dalle fonti europee». Lo sottolinea la procura generale della Corte di Cassazione, guidata da Giovanni Salvi, in un comunicato diffuso oggi che dà conto di una nota inviata lo scorso 6 dicembre a tutti gli uffici di procura per «accoglierne esperienze e valutazioni, al fine di raggiungere orientamenti condivisi che diano piena attuazione alla presunzione di innocenza e al rispetto delle vittime e dei testimoni». «La nuova disciplina richiede agli uffici del pubblico ministero un approccio uniforme consapevole al diritto di informazione», ricorda la procura generale, evidenziando che «l’informazione deve essere rispettosa della dignità della persona e dunque degli imputati, delle vittime e di tutti coloro che prendono parte al processo; essa deve essere corretta e non basarsi su canali privilegiati tra magistrati e giornalisti».

Al tempo stesso, «l’informazione deve essere tempestiva completa e tale da fornire all’opinione pubblica in maniera aperta e trasparente tutto ciò che è proporzionato alla rilevanza della notizia. Non si può neppure abdicare al dovere di fornire con continuità le informazioni necessarie nelle varie fasi di un procedimento basato sul contraddittorio tra le parti, al fine di evitare – conclude la nota – che questo si trasformi in processo a mezzo stampa o peggio nei salotti televisivi senza che sia possibile una completa conoscenza dei fatti».

Quel processo al Dubbio è un processo al giornalismo libero. Il nostro Damiano Aliprandi è alla sbarra per la sua inchiesta antimafia e qualche giudice protesta perché diamo voce all'avvocatura e al diritto di difesa umiliato. Davide Varì su Il Dubbio il 21 dicembre 2021. C’è un pezzo di magistratura – un pezzo minoritario per la verità – che ha ancora qualche problemino con la libertà di stampa, che urla al bavaglio se viene approvata una legge a tutela della presunzione di innocenza degli indagati, ma non si fa scrupoli a portare alla sbarra giornalisti che fanno il proprio dovere: ovvero il pelo e contropelo al potere, a tutto il potere, anche a quello giudiziario. Noi del Dubbio in queste ore siamo finiti al centro delle attenzioni di chi non tollera critiche o un presunto “eccesso di libertà”. Niente di drammatico per la verità: di certo non consideriamo intimidatorio un comunicato di una sezione dell’Anm che si è mobilitata perché la nostra Valentina Stella ha osato dar voce ad avvocati che denunciano “censure” da parte di alcuni giudici; né ci spaventa il processo che sta subendo il nostro Damiano Aliprandi, il quale, in questi anni, ha provato a far luce su uno degli eventi più drammatici della storia del nostro paese: parliamo delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, dove persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E qui occorre la massima chiarezza, perché se è vero che non siamo intimiditi, è altrettanto vero che la questione è terribilmente seria.

Il processo ad Aliprandi, infatti, non riguarda soltanto lui e il nostro giornale: sul banco degli imputati c’è infatti il giornalismo italiano e in gioco c’è la credibilità del nostro sistema giudiziario. Chi legge il Dubbio conoscerà di certo la storia: Aliprandi – forse il più preparato e scrupoloso giornalista antimafia – è stato querelato da due magistrati che si sono sentiti denigrati da una inchiesta a puntate sulla vicenda del dossier “Mafia e appalti”. Cos’è “Mafia e appalti”? Probabilmente è il buco nero dell’antimafia italiana, una vicenda che potrebbe aver giocato un ruolo determinante nelle morti di Falcone e Borsellino. Riassumiamo in due parole: Giovanni Falcone e il colonnello Mario Mori – sì, proprio lui, il servitore dello Stato trattato come un criminale – indagavano da anni sui legami tra Cosa nostra e un pezzo di economia italiana. Il 23 maggio del ‘92 Falcone viene trucidato a Capaci e, poche settimane dopo cominciavano a redigere la richiesta di archiviazione, tanto che l’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco – e parliamo di colui che venne accusato da un magistrato limpido come Caponnetto di aver emarginato, umiliato e isolato Falcone -, ecco quel Giammanco avrebbe avuto uno scontro in procura con lo stesso Borsellino sulla “gestione” di “Mafia e appalti”. E qui abbiamo la testimonianza di Domenico Gozzo, uno dei magistrati presenti a quella riunione, che parla esplicitamente di “contrasto più che latente”. Qualche giorno dopo lo stesso Borsellino strappa la promessa di poter proseguire l’indagine, ma di lì a poco viene trucidato con la sua scorta a via d’Amelio. Quante coincidenze. Solo molti anni dopo la storia viene ripresa da Damiano Aliprandi, il quale, grazie a un lavoro certosino e allo studio incrociato di migliaia e migliaia di atti giudiziari, ne coglie la straordinaria e sinistra importanza. Insomma, capite bene che questa inchiesta non solo fa emergere un filone dimenticato che potrebbe far luce sulle reali ragioni per le quali Falcone e Borsellino vennero uccisi, ma conferma ancora una volta l’inconsistenza del teorema Trattativa Stato-mafia, una indagine che del resto è già stata demolita dalla recente sentenza con cui sono stati assolti Mori, De Donno e Subranni.

Noi del Dubbio siamo certi che il nostro Damiano Aliprandi verrà assolto – troppo evidente la forza della sua inchiesta – eppure non possiamo non constatare il fragoroso silenzio della stampa italiana. Un silenzio assenso che rischia di assecondare un’azione giudiziaria capace – stavolta sì – di “imbavagliare” un’operazione giornalistica che ha l’ambizione di districare quel groviglio opaco di poteri e interessi che si sono mossi dietro la morte di Falcone e Borsellino. Ma quali sono i motivi di tanta inquietudine nei confronti di un lavoro giornalistico così rigoroso e trasparente? Il problema è dato dal fatto che l’inchiesta di Aliprandi riscrive il racconto ufficiale di quella vicenda e chi si discosta e contesta la Bibbia dell’antimafia diventa nemico, addirittura complice. Ed evidentemente non basta che quel “testo sacro” stia crollando anche nelle aule dei tribunali; né bastano gli appelli alla “continenza” da parte di magistrati più illuminati.

Una prova? I nuovi apostoli dell’antimafia di Stato se ne fottono anche di personalità cristalline come il procuratore De Raho che appena qualche giorno fa ha ricordato come sia dannoso per la credibilità della giustizia continuare ad alimentare “il protagonismo di alcuni magistrati attraverso la partecipazione ad alcuni circoli mediatici che tendono alla costruzione di verità alternative mediante la propalazione di elementi non sottoposti a valutazioni”. Più chiaro di così. Ma è evidente che qui la lotta alla mafia c’entra poco: chi difende quel racconto – e non parliamo solo di magistrati – in realtà difende se stesso, la propria immagine pubblica, la propria posizione di potere. Insomma, siamo di fronte a una vicenda incandescente e non vorremmo che fossimo gli unici a dover ricordare, soprattutto all’ordine dei giornalisti, che in ballo non c’è solo il Dubbio ma l’articolo 21 della nostra Costituzione: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Avete presente?

Il silenzio della stampa. Molestie di Creazzo, i giornali censurano la notizia per ordine del partito delle Procure. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Il Csm – come voi sapete e pochi altri sanno, tra poco vedremo perché – ha riconosciuto il Procuratore di Firenze colpevole di violenza sessuale verso una sua collega. Il Csm ha inflitto al Procuratore di Firenze, per questa (diciamo così) malefatta, una pena che consiste in due mesi di perdita di anzianità. Il relatore nella sezione disciplinare che doveva giudicare e punire era Giuseppe Cascini, Torquemada contro i reati della pubblica amministrazione (tipo l’imperdonabile traffico di influenze). Il Presidente era David Ermini, cioè il capo del Csm. Il Csm ha dichiarato anche che l’aggressione del Procuratore di Firenze nei confronti di una sua collega è da considerare un “fatto privato”. Bene, non so se avete mai frequentato una scuola di giornalismo. Anche se non l’avete frequentata, capite bene che questa è una notizia clamorosa, se vera. Naturalmente aspettiamo la Cassazione prima di dare per certa la colpevolezza del Procuratore di Firenze. Però sappiamo per certo che il Csm ha giudicato “un fatto privato” l’incontro violento tra il Procuratore e la magistrata che avrebbe subito violenza sessuale. E di conseguenza il Csm ha stabilito che non era necessario nessun intervento sulla carriera del Procuratore, né tantomeno la sua rimozione, ma solo – così, proprio per non fare figuracce – la pena minima ipotizzabile. Questa dei due mesi tagliati via da una pensione che sarà ridotta circa del 0,4 per cento. Tutti i grandi giornali hanno considerato questa notizia una notizia da pagina 32, piccola piccola, infondo alla pagina (parlo del Corriere della Sera). Più o meno come si dà la notizia di un modesto furto in un supermercato, o di un ingorgo, o qualcosa del genere. L’esempio del Corriere è stato seguito dagli altri grandi giornali, Repubblica, il Messaggero, La Stampa.

Io però conosco i miei colleghi. Sanno fare il loro lavoro, almeno i più anziani lo sanno fare, lo hanno fatto per tanti anni e bene. A nessuno di loro può venire neppure in mente che quella notizia non fosse una clamorosa notizia da prima pagina. Sia per l’enormità del fatto che coinvolge un Procuratore della repubblica, cioè una delle massime autorità del paese (che, tra l’altro, sta indagando su Renzi e Berlusconi ) sia per l’ignominia di un Csm che definisce “fatto personale” una molestia o una violenza sessuale, cosa che non avrebbe fatto neppure un pretore di campagna degli inizi del secolo scorso. Del resto il silenzio non ha riguardato solo la stampa: la politica ha fatto altrettanto. E allora, tutto questo come si spiega? In un solo modo: con la consapevolezza che oggi il sistema delle Procure, che purtroppo comprende anche il Csm, dispone di un controllo ferreo e inaggirabile sulla politica e sull’informazione. I grandi giornali sono tenuti ad obbedire, e obbediscono, come sotto giuramento. Mai un piccolo gesto di ribellione. Se Procuratore, o Csm comanda, giornalista obbedisce. Naturalmente non c’è nessuna possibilità, in queste condizioni, di parlare di libertà di informazione. La libertà d’informazione, in Italia, esiste su molti piani. Ma esclude la possibilità di critica al potere più grande. Cioè al potere giudiziario. Chi ha voglia di contrastare questa tendenza totalitaria – come noi, per esempio – deve convincersi che dovrà farlo più o meno dalla clandestinità, come facevano i nostri nonni che si opponevano al Minculpop.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il Partito dei Pm e dei giornalisti indignato. Il presidente dei giornalisti Carlo Bartoli si schiera contro la Costituzione: guerra alla presunzione d’innocenza. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Dicembre 2021. Il nuovo presidente dell’Ordine dei Giornalisti si chiama Carlo Bartoli. Viene dalla Toscana, dove ha lavorato nelle redazioni della Nazione e del Tirreno, ha insegnato giornalismo all’Università ed è stato per molti anni presidente regionale dell’Ordine. Personalmente non lo conosco. Avevo riposto molte speranze nel cambio al vertice perché comunque la sua elezione poneva fine al precedente mandato, che non avevo molto apprezzato. Mi ricordo di una presa di posizione del Presidente dell’epoca, circa un anno fa, con una dichiarazione un po’ scombiccherata, a favore dei magistrati che querelano i giornalisti (in quel caso il giornalista ero io). Però la prima uscita pubblica di Carlo Bartoli, francamente, mi ha gettato nello sconforto. Ha rilasciato un’intervista al Fatto quotidiano sulla presunzione di innocenza. Al Fatto? Sì. Il Fatto Quotidiano, per capirci, oltre a essere notoriamente l’organo ufficioso dell’Anm (cioè del partito dei Pm) è il giornale dove scrive – e sul quale esercita molto ampiamente la sua influenza – Piercamillo Davigo. A me, dopo tanti anni, Davigo – ora che è in pensione – è anche diventato simpatico. Tuttavia la sua teoria giuridica è nota: quando una persona finisce a processo, specie se è un politico o un imprenditore, è colpevole. Poi può succedere – e spesso succede – che sia assolto, ma questo vuol dire solo che l’ha fatta franca, non certo che sia innocente. Ho un po’ rozzamente sintetizzato il pensiero di Davigo, ma la sostanza mi pare che sia quella. E il Fatto quotidiano, di solito, accoglie senza sfumare – ma anzi enfatizzando – il pensiero di Davigo. Siamo sicuri che se uno vuole esprimere la sua posizione sulla presunzione di innocenza, come atto di inaugurazione del suo mandato a capo dei giornalisti italiani (è entrato in carica la settimana scorsa) debba rivolgersi proprio al Fatto? Carlo Bartoli, nell’intervista, si scaglia contro la legge sulla presunzione di innocenza appena entrata in vigore, approvata dal Parlamento e chiestaci dall’Europa. Perché l’Europa ci aveva chiesto questa legge? Per permettere all’Italia di allinearsi in qualche modo agli altri paesi europei dove vige lo Stato di diritto e dove la presunzione di innocenza è un dogma. Credo che l’Italia fosse l’unico paese nel quale un Pm poteva sventolare la colpevolezza di un suo indiziato (nemmeno imputato: indiziato), con una conferenza stampa o con una trasmissione in Tv o con un’intervista sui giornali, senza dare neppure all’indiziato la possibilità di difendersi, Era palese a tutti la condizione di inciviltà e di contrasto con le norme europee e con la stessa Costituzione italiana. I precedenti governi, a guida 5 Stelle, non avevano ovviamente avuto la possibilità di intervenire, perché fortemente subordinati al partito dei Pm, il quale non ha mai sopportato la presunzione di innocenza e l’ha sempre considerata un ostacolo (da eliminare) al corretto sviluppo delle indagini e alla punizione preventiva dei presunti colpevoli. Però poi si è insediato il governo Draghi ed è stato impossibile evitare l’approvazione della nuova norma che riporta l’Italia nel rispetto della Costituzione italiana ed evita una pesante sanzione da parte dell’Europa. La norma ha prodotto molti dissensi tra i magistrati e i giornalisti giudiziari (categorie che spesso hanno un confine assai evanescente). Ma anche alcuni consensi molto autorevoli. Perché è bene che si sappia: la magistratura, è vero, è nelle mani di un pugno di Pm giustizialisti che ne condizionano gli assetti, le decisioni e la sistemazione del potere; ma dentro la magistratura esistono moltissime persone assennate e non assetate di manette. Così persino il capo della Procura nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, ha espresso il suo parere favorevole alla legge, ha stigmatizzato gli atteggiamenti sceriffeschi e poco seri dei Pm che amano gli show, e ha chiesto che con un processo in corso nessun magistrato agisca sui media in modo da condizionare in qualche modo la giuria a sfavore degli imputati. Dicono che la cosa sia stata accolta con molto fastidio in diversi palazzi di giustizia. Ma soprattutto nelle redazioni dei giornali. Cioè, non esattamente nelle redazioni: nelle stanze dei cronisti giudiziari, i quali però, ormai, purtroppo, sono i padroni incontrastati di molti quotidiani e di moltissimi servizi giornalistici delle Tv. Forse proprio questo fastidio ha spinto Carlo Bartoli a schierarsi, in modo netto, contro la legge approvata dal Parlamento, contro la Costituzione (articolo 27) e contro l’Europa. Bartoli sostiene che con questa legge, proibendo ai Pm di fare spettacolo o anche semplicemente di avere rapporti confidenziali (ricambiati con articoli amichevoli) coi cronisti giudiziari, si lede il diritto di cronaca. Bartoli dice anche che la pubblicità del processo e dell’azione penale è un cardine dello stato di diritto. E questo è, in parte, vero. Cioè, è vero che la pubblicità del processo è un cardine della stessa Costituzione. Ma la nuova legge non mette in discussione la pubblicità del processo. La pubblicità di tutta l’azione penale invece non è stabilita da nessun principio, e anzi, una parte dell’azione penale è – per un periodo o per sempre – coperta da segreto. Questo segreto, immagino che Bartoli lo sappia bene – spesso è violato dai giornalisti in combutta coi Pm. Spesso è violato addirittura con intenti che non hanno niente a che fare col processo: serve solo a gettare fango. Un esempio recente? Beh, tutte le intercettazioni marginali (e illegali) che servono a ritrarre Matteo Renzi come un poco di buono molto spregiudicato – anche se non si delinea nessun reato – offerte graziosamente ai giornalisti che, graziosamente, le hanno pubblicate. La pubblicità del processo invece – dicevamo – non è in discussione. Purtroppo questa pubblicità non è certo garantita dalla stampa. Volete qualche cifra, ad esempio, sui giornalisti che hanno partecipato alle conferenze stampa che presentavano il processo “Mafia Capitale” fornendo esclusivamente la versione dell’accusa? Due o trecento. Volete le cifre dei giornalisti che hanno poi seguito il processo vero e proprio, dove si confrontavano accusa e difesa? Tre. Sì, avete letto bene: tre, di cui solo una costantemente. Pubblicità del processo? Ma non diciamo bubbole. Dico così, eh, senza accusare nessuno, solo per spiegare qual è lo scrupolo professionale di noi cronisti. Detto questo, voglio capire: noi giornalisti dobbiamo quindi sentirci parte di una squadra, guidata dai vertici dell’Ordine dei giornalisti, che si schiera contro la legge, contro la Costituzione, e vuole il mercato libero della gogna e del pettegolezzo?

Se qualcuno di noi – magari una ventina…- volesse dissociarsi che cosa potrebbe fare?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

L'analisi sulla nuova normativa. La presunzione d’innocenza non è un bavaglio alla stampa ma un diritto. Riccardo Polidoro su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. Il 14 dicembre scorso è entrato in vigore il Decreto Legislativo per il compiuto adeguamento della normativa italiana alle disposizioni della direttiva dell’Unione europea numero 343 del 2016, sul rafforzamento della presunzione d’innocenza. Il termine fissato dal testo europeo era il 1° aprile 2018. Il nostro Paese giunge, pertanto, a recepire la direttiva dell’Ue con un ritardo di oltre tre anni. Invero, nella nostra Costituzione – e quindi dal 1948 – vi è già il principio di “non colpevolezza”, indicato dal secondo comma dell’articolo 27: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». Si rafforza, dunque, un elemento cardine di civiltà giuridica e sociale, che dovrebbe essere di pacifica evidenza. Ma così non è! Non a caso, infatti, in questi giorni si è riacceso il dibattito sulla libertà di stampa, sul diritto di cronaca, sulla necessità d’informare l’opinione pubblica in relazione al secondo comma dell’articolo 21 della Costituzione, che prevede che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Invero, il primo comma del medesimo articolo disciplina la “libertà di pensiero” e recita testualmente: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Il secondo comma non può che essere messo in relazione con il primo, nel senso che ai media non può essere impedito di esprimere opinioni e devono essere liberi da qualsiasi bavaglio che ne condizioni la libertà. È questo un fondamento imprescindibile di civiltà, che non può certamente essere soppresso. Siamo, però, nel campo della libertà di opinioni e non certo in quello della cronaca giudiziaria, che consiste nell’informare l’opinione pubblica di fatti veri e di pubblico interesse. Il nodo da sciogliere è, quindi, se il diritto di cronaca può essere ritenuto forma di manifestazione del pensiero. Lascio al lettore il giudizio, non è sulle pagine di un giornale che la questione può essere approfondita. Vale la pena, invece, verificare quali siano le indicazioni di “rafforzamento” del principio di non colpevolezza, ovvero di presunzione d’innocenza, che la norma appena entrata in vigore stabilisce. Innanzitutto il decreto non coinvolge gli organi d’informazione, ma esclusivamente le autorità pubbliche. Queste hanno il divieto d’indicare come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con provvedimento di condanna definitivo. Vengono poi rivisti i rapporti tra le Procure della Repubblica e gli organi d’informazione, nel senso che il procuratore capo, ovvero un suo delegato, potrà informare esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare e motivata rilevanza pubblica dei fatti, con conferenze stampa. La diffusione delle informazioni sui procedimenti penali è consentita, inoltre, solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o se ricorrono altre specifiche ragioni d’interesse pubblico. In ogni caso le persone coinvolte non possono essere indicate come colpevoli. Ove ciò non avvenga, l’interessato ha diritto di richiedere all’autorità pubblica la rettifica della dichiarazione resa ed eventualmente il risarcimento del danno causato dalla notizia. L’autorità dovrà provvedere, non oltre le 48 ore dalla richiesta, alla rettifica che deve essere resa pubblica con le stesse modalità della dichiarazione. Letta la norma, dunque, non può certo affermarsi, come qualcuno ha fatto, che si è voluto limitare il diritto di cronaca, ovvero mettere il bavaglio alla stampa. I media restano liberi di pubblicare le notizie che ricevono. Il giusto limite è stato messo alla fonte, che ha il dovere di tutelare la persona indagata che, non solo non dovrà far apparire come colpevole, ma dovrebbe ritenere, anche nel corso dell’indagine espletata o da espletare, innocente e da tutelare sempre e in ogni caso, perché spetterà poi ai giudici valutare gli atti del procedimento e giungere a sentenza. Una rivoluzione culturale che sarà difficile da ottenere. Solo pochi giorni fa, su un quotidiano, vi era notizia dell’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di una persona indicata con nome e cognome e subito dopo veniva precisato «…il provvedimento è in corso di notifica». Tra il dire e il fare, nel nostro Paese ci sarà sempre il mare… Riccardo Polidoro

Se le toghe diventano fan della libertà d'informazione. Luca Fazzo il 16 Dicembre 2021 su Il Giornale. E adesso, improvvisamente, i magistrati si scoprono fan della libertà di informazione. E adesso, improvvisamente, i magistrati si scoprono fan della libertà di informazione. Si tratta degli stessi magistrati che - con poche, lodevoli eccezioni - fino a ieri amavano così tanto i diritti della stampa da querelare ad ogni piè sospinto chi osasse anche timidamente criticarli. E che oggi invece in convegni e interviste si preoccupano delle esigenze dell'informazione messe a rischio dal decreto legislativo che l'8 novembre scorso ha cercato di riportare un po' di civiltà nei rapporti tra giustizia e informazione. Un decreto cui l'Italia era obbligata da una direttiva europea, ma che secondo le toghe è andato ben oltre il mandato di Bruxelles. In realtà il decreto dice poche e in fondo banali cose: che le notizie degli arresti e di quant'altro le può dare solo il capo della Procura, e che non può darle in corridoio o chiacchierando con questo o quel cronista, ma con una conferenza stampa o con un comunicato; che può farlo solo se la notizia ha rilievo pubblico; e che dando la notizia si dovrà rispettare il criterio costituzionale della presunzione di innocenza, quella buffa cosa per cui un malcapitato ha diritto di non essere considerato colpevole finché non lo si dimostra: in un processo, e non in un mandato di cattura o in un talk show. Sono misure così ovvie da rendere fondato il timore che cambierà poco: chi ama spifferare lo scoop al reporter contiguo continuerà a farlo, perché in 75 anni di repubblica non un solo magistrato è stato condannato per fuga di notizie; e il tributo alla presunzione di innocenza diventerà un vezzo formale, un preambolo di prammatica alle conferenze stampa; esaurito questo fastidio, per la serie «Bruto è un uomo d'onore», si tornerà a presentare come prove quelle che nessun giudice ha ancora ritenuto tali, e a offrire in pasto all'opinione pubblica semplici indagati. Il decreto appartiene insomma a quella cerchia di norme nobili e inutili su cui in genere nessuno storce il naso. Eppure l'indignazione serpeggia tra i magistrati; specie (e non a caso) tra i pubblici ministeri, che temono l'affievolirsi dei riflettori sul teatro delle manette. In un convegno, uno di loro ha detto che la conferenza stampa in «certi territori» serve a «rappresentare la presenza dello Stato». Un altro ha detto che «ci si dimentica che il pm fa indagini anche a favore dell'indagato». La cosa dolorosa è che nessuno è scoppiato a ridere...

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

«Non è un bavaglio, e i magistrati non sono i tutori della morale». Maddalena (Anm): «Il sistema giudiziario deve parlare all'esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico». Simona Musco su Il Dubbio il 14 dicembre 2021. «Nessun magistrato dovrebbe mai ricoprire il ruolo di moralizzatore, non gli compete assolutamente. Ha un ruolo diverso: ricerca le prove, la verità, accerta i fatti e rende giustizia nell’interesse dei cittadini. Non è compito del magistrato esprimere giudizi morali». A dirlo al Dubbio è Alessandra Maddalena, vicepresidente dell’Anm ed esponente della corrente Unicost, secondo cui «il sistema giudiziario deve parlare all’esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico: la giustizia è credibile anche in relazione all’immagine che di sé dà all’esterno».

Oggi entra in vigore il decreto legislativo che disciplina la diffusione di informazioni sulle indagini giudiziarie. Come interpreta questa novità?

Lo spirito di fondo è assolutamente condivisibile. L’informazione giudiziaria è necessaria, in quanto è uno strumento di controllo democratico del modo in cui viene esercitata la giustizia. E sicuramente è importante anche informare sui successi investigativi, perché serve a rafforzare la fiducia dei cittadini e la loro voglia di collaborare. In questo modo, in certi territori, si combatte l’omertà e non lasciamo soli i magistrati di trincea, che rischiano la vita. Ma l’altro aspetto del discorso è la tutela della dignità dell’indagato e dell’imputato fino a sentenza definitiva.

Il sistema giudiziario deve parlare all’esterno, ma deve anche saper resistere ai richiami del protagonismo mediatico, al sensazionalismo. Che produce l’effetto contrario: abbassare la fiducia nella giurisdizione, perché può creare l’impressione che si vada in cerca di popolarità attraverso l’indagine e che la stessa sia uno strumento per costruire carriere. La giustizia è credibile anche in relazione all’immagine che di sé dà all’esterno.

Cosa bisogna fare per scongiurare abusi e strumentalizzazioni?

È necessario che l’informazione sia resa sempre in maniera chiara, continente, sobria, evitando anche giudizi morali, che talvolta leggiamo anche in atti giudiziari e che poi vengono portati all’esterno. Bisognerebbe anche intervenire sulla formazione, a partire dalla Scuola superiore della magistratura. Il primo dovere del magistrato è rendere un’informazione corretta, perché un’informazione impropria può essere resa ancora più scorretta da un’eventuale alterazione ed enfatizzazione, producendo una visione totalmente distorta della giustizia e creando nel pubblico la certezza di colpevolezza di chi è indagato, con la lesione della presunzione d’innocenza.

Quando nella fase delle indagini si utilizza questo tipo di comunicazione potrebbero rimanerne vittima anche i giudici e si potrebbe dare l’immagine di una giurisdizione arbitraria, perché di fronte ad una aspettativa di condanna, un’assoluzione fa nascere un sentimento di diffidenza. E il problema è talmente serio che anche il Csm, nel 2018, aveva dettato delle linee guida proprio sulla corretta comunicazione istituzionale, segnalando la necessità di una comunicazione essenziale e oggettiva.

Alcuni magistrati hanno interpretato questa direttiva come un bavaglio, sia per le toghe sia per la stampa. Cosa risponde ai suoi colleghi?

Non mi sento di parlare di bavaglio e non immagino che l’intento del legislatore fosse quello di imbavagliare qualcuno, ma di attuare una direttiva che voleva un rafforzamento della tutela della dignità dell’indagato e dell’imputato. Se poi mi chiede se questo strumento possa realizzare questo obiettivo o non possa produrre addirittura effetti pregiudizievoli allora le dico che qualche dubbio lo nutro.

Perché?

La modalità di comunicazione è stata ristretta al comunicato ufficiale, limitando la conferenza stampa a casi particolari. La cosa di per sé è comprensibile e anche giustificata, perché assicura la comunicazione mettendo gli organi di stampa in parità di condizioni ed evitando la precostituzione di canali riservati con organi di informazione. Ma non lo è in questa forma così assoluta. Neanche la direttiva europea prevedeva questo tipo di restrizione e potrebbero porsi dei problemi quando ci sono situazioni di tale urgenza e rilevanza pubblica per cui da una parte potrebbero non esserci i tempi minimi per organizzare una conferenza stampa e dall’altro potrebbe risultare non efficace un comunicato scritto. Sarebbe stato opportuno quantomeno prevedere un’eccezione nel caso di particolari urgenze. Il dubbio è anche che mettendo paletti troppo stretti in qualche modo le notizie continuino a circolare in maniera poco trasparente, aggirando il problema. Quello della comunicazione è un problema innanzitutto culturale, deontologico.

I rimedi che sono stati introdotti da un lato potrebbero non essere effettivamente risolutivi, perché una volta che una comunicazione errata è stata resa non sarà la rettifica a risolvere il problema e dall’altra parte la stessa rettifica, con la possibilità di ricorrere al giudice con la procedura d’urgenza, probabilmente si traduce in un appesantimento complessivo della macchina giudiziaria, che potrebbe non essere risolutivo davvero. Inoltre la previsione generica di un obbligo di risarcimento del danno potrebbe in qualche modo indurre il magistrato ad ammorbidire sempre la propria posizione per evitare azioni risarcitorie in caso di dichiarazioni extrafunzionali, ma anche nei provvedimenti cautelari: si potrebbe essere indotti ad evitare delle espressioni più decise, anche se funzionali alla motivazioni sulla gravità indiziaria, per non incorrere nella violazione di quella regola non chiarissima introdotta nel decreto e quindi evitare richieste strumentali di correzione di passaggi semplicemente sgraditi all’indagato.

Il procuratore de Raho, in un’intervista, sostiene che i magistrati devono stare fuori dai circoli mediatici. Eppure ci sono magistrati molto esposti mediaticamente.

Condivido le dichiarazioni del procuratore e il giudizio negativo sulla spettacolarizzazione e l’eccessiva presenza dei magistrati nei talk show televisivi, che non credo assolutamente serva a rafforzare la credibilità della giustizia o a recuperare il prestigio dell’ordine giudiziario. Sensazionalismo e protagonismo sono da respingere. E penso alle parole di Livatino, che parlava del magistrato che lavora nelle sue stanze senza preoccuparsi di apparire. Il magistrato deve dare l’immagine di chi è alla ricerca della giustizia, in un senso o nell’altro, né colpevolista né innocentista, ma in maniera oggettiva, nella sostanza e nella comunicazione.

Lo schiaffo della Rai alla presunzione di innocenza. Sigfrido Ranucci sfida Cafiero de Raho: per Report la legge non conta, l’imputato è colpevole. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. Bel colpo della Rai, nel giorno in cui entra in vigore la legge sulla presunzione di innocenza, nelle stesse ore in cui il procuratore nazionale antimafia denuncia come “patologia del giustizialismo” e “sollecitazione a una giustizia sommaria” certa stampa. Proprio nello stesso giorno il servizio pubblico emette una sentenza di condanna nei confronti dell’avvocato Giancarlo Pittelli, oltre a tutto per fatti per cui non è neppure indagato. Bel colpo, da parte di chi ci estorce ogni mese il canone in bolletta, cioè il servizio di cui ogni cittadino è finanziatore. Dobbiamo per forza sostenere economicamente Report e la sua puntata di lunedi sera, così come quella di Presa Diretta del marzo scorso? E la Commissione di vigilanza ha qualcosa da dire?

Giancarlo Pittelli è un cittadino innocente. Non colpevole secondo la Costituzione, per la precisione. Imputato solo del reato che non c’è, il concorso esterno in associazione mafiosa. Arrestato tre volte con una pervicacia torturatrice di stile egiziano. Vittima costante di gogna mediatica, nonostante la Costituzione, nonostante le leggi. Viviamo in un Paese in cui, per costringere la magistratura ad applicare i principi della Carta fondamentale, dobbiamo aspettare le ripetute condanne da parte della Corte Europea e poi anche far approvare dal Parlamento leggi specifiche. In poche parole, per convincere il procuratore di Catanzaro, che ha già dichiarato di infischiarsi della Cedu e delle leggi sulla presunzione di innocenza (e almeno lui non è un ipocrita) a non denunciare in conferenze stampa gli indagati come già colpevoli, dobbiamo metterlo nero su bianco. Se no, né lui né i suoi colleghi lo capiscono. Quindi tutto continuerà come prima, nelle aule di giustizia così come in quelle dei cronisti giudiziari? A giudicare da quel che è successo il primo giorno dell’entrata in vigore della nuova legge, pare proprio di si.

Giancarlo Pittelli entra nella puntata di Report mentre una musica assordante, di quelle dei più trucidi film di Netflix, accompagna la parola “Potere”. Si parla di Monte dei Paschi, di Banca D’Italia, di traffico di diamanti e c’ è sempre il Buono contro i Cattivi, quando improvvisamente si annuncia l’ingresso di “Lui”, il Potere. E ha la faccia dell’avvocato Pittelli. Il viso compare e resta sullo schermo per un bel po’. Non è tanto rilevante la storia che viene narrata, che non pare aver nulla di illegale, e che parla di un progetto di costruzione di un centro turistico su terreni di sua proprietà a Copanello, sulla costa jonica della Calabria, quanto la presentazione del personaggio. Una sorta di scheda biografica che pare un mattinale di questura. Il conduttore Sigfrido Ranucci, che pare sempre accaldato nella fatica della sua lotta di Puro contro gli Impuri, è accompagnato da un altro giornalista di quelli che amano e si indentificano con la toga del pm, Pietro Comito dell’emittente calabrese Lactv.

Ecco come il combinato-disposto giornalistico presenta il cittadino innocente Giancarlo Pittelli: anello di congiunzione tra poteri forti, massoneria, ‘ndrangheta e finanza. Naturalmente pare obbligatorio citare esponenti delle famiglie Piromalli e Mancuso come persone assistite professionalmente dall’avvocato “fin dal 1980”. Il che deve essere un grave reato, secondo la solita vulgata sbirresca dell’ottocento, per cui se l’imputato deve essere identificato con il reato per cui lo si accusa, a maggior ragione tale commistione deve valere per il legale. Mafioso l’assistito, mafioso l’avvocato. Peggio ancora se questi è anche “anello di congiunzione” tra ambienti sospetti quanto la ‘ndrangheta, cioè la massoneria e la finanza. Tutti delinquenti. E chi lo dice che l’avvocato calabrese svolge questo ruolo così importante? Lo dice il procuratore Gratteri, naturalmente. Ah, ma parliamo della stessa persona che nei giorni scorsi ha già detto di considerarsi “legibus solutus” e di conseguenza di non tenere in nessun conto le decisioni del Parlamento? Lo stesso che nella trasmissione di Riccardo Iacona del marzo scorso ha parlato in lungo e in largo, intervistato ben sei volte nel corso della puntata, dell’inchiesta “Rinascita Scott” di cui lui stesso è titolare?

Le premesse ci sono tutte perché la svolta garantistica sulla presunzione d’innocenza fortemente voluta dalla ministra Cartabia sia una strada tutta in salita. Troppo antica, almeno trentennale, è la complicità tra la casta dei pubblici ministeri e quella dei giornalisti fondata sul mercato nero delle notizie coperte da segreto e delle intercettazioni. Tanti cronisti ci campano e ci fanno carriera, anche perché ormai nessun editore o direttore chiede più loro di saper scrivere e parlare in buon italiano per essere assunti e poi emergere nella professione. Si chiede lo scoop, e quello te lo può dare solo il rappresentate del vero potere, il magistrato. La moneta di scambio per il pm che ti rifila le notizie sottobanco, che ti passa le intercettazioni, che ti fa virgolettare le ordinanze (così si sommano i due analfabetismi) è la sua visibilità.

La popolarità che un domani lo può portare anche alla carriera politica. Sarà possibile spezzare questo vincolo “mafioso” con una legge che vieta le conferenze stampa ma, come ogni forma di proibizionismo (anche quello più ricco di buone intenzioni) non può rompere il contrabbando e il mercato nero? Difficile, a vedere quel che è successo il primo giorno. Difficile, ma non impossibile, se è sceso in campo addirittura il procuratore nazionale antimafia. Ora aspettiamo i vertici dell’Ordine e dell’Associazione dei giornalisti. Coraggio, colleghi.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La polvere sotto il tappeto. Certi pm sono come i sicofanti: quanto fango in nome della giustizia. Otello Lupacchini su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. Non posso nascondere di nutrire delle remore a condividere le riflessioni alle quali mi ha indotto la rilettura, a quasi quindici anni dalla sua pubblicazione, dell’interessante saggio di Clarine Doganis, Aux origine de la corruption (edito da Presses Universitaires de France, Paris. 2007). I numeri impietosi delle statistiche, anche le più recenti, certificano il disastro culturale dell’Italia e, oltre tutto, gli italiani hanno un’idea assai distorta della realtà: nessuno si scandalizza più per le troppe esilaranti affermazioni «storico-scientifiche-sanitarie» dei detentori del potere; al contrario, la denuncia dell’ignoranza e dell’incompetenza di chi ci governa è considerata orgoglio da establishment, reazione aristocratica di una classe dirigente moralmente corrotta, che complotta contro «il governo del cambiamento».

Chiunque abbia il consenso della maggioranza degli elettori, o riesca comunque a manipolare l’opinione pubblica è libero, insomma, di dire e di fare qualsiasi cosa gli venga in mente: la verità non è più adaequatio rei et intellectus, ma adaequatio rei et consensus. Il che è la base epistemologica del totalitarismo. In breve, viviamo in tempi in cui il più banale, il più fiacco e risaputo dei disegni è cambiare gli uomini a ceffoni, riformare il mondo a bastonate; in cui del normale endemico pregiudizio si fa una dottrina, sublimando il carbone del mugugno e dell’intolleranza stracciona; in cui il «popolaccio» si eccita ad ascoltare discorsi da osteria elevati ad altezze sataniche, ballando in essi il demone della volgarità, della mezza cultura, del rancore nei confronti di tutti quei fantasmi che, nelle bettole di tutto il mondo, hanno sempre incarnato la diversità e lo spavento culturale, tanto più minacciosi quanto più indecifrabili: «Potessi sbatterei tutti al muro!» biascica il filosofo da birreria, picchiando il pugno sul tavolo, con la bocca impastata e l’occhio a palla; e «Popolo» è la parola magica, l’«Apriti Sesamo» del demagogo, la chiave di volta dei discorsi da osteria.

Da medio intellettuale educato in ottime scuole, abituato, dunque, a piatti metafisici ben più ricchi e raffinati, mi rifiuto di accettare la brutalità eretta a sistema di giudizio, l’odore rancido della banalità fatto supremo criterio del gusto, la mediocrità elevata a «Spirito Assoluto».

Rompo, pertanto, ogni indugio, ponendo un’imprescindibile premessa: il tema affrontato nel libro della Doganis, la corruzione, sollecita senz’altro, la curiosità del lettore, facendo subito pensare a coeve «affaires» sia in Francia sia in altre democrazie occidentali, non ultima l’Italia; inoltrandosi nella lettura, però, ci si accorge che l’oggetto del saggio non ha nulla a che vedere con un «mondo degli affari» inesistente nell’Atene classica, ma è la conseguenza, piuttosto, di una peculiare caratteristica del sistema giudiziario ateniese: il posto accordato in esso alla pratica dell’accusa pubblica volontaria, la «sicofantia». Il che induce a convenire con Leonardo Sciascia, per il quale «Il problema della giustizia è sempre esistito; e chi c’è andato dietro ne ha scoperto le assurdità, le corruzioni, insomma tutto quello che noi sappiamo (…)». L’età dell’oro dell’impegno civile, della partecipazione alla vita pubblica, dei dibattiti costruttivi che consentono a ognuno di prendere la parola, come s’immagina accadesse nell’Atene dell’epoca classica, avverte Carine Doganis, è riferimento familiare a politologi, filosofi, storici o giuristi, all’interno di una tradizione preoccupata di accertare le origini delle moderne democrazie, che guardano quel «modello» da un punto di stazione quasi esclusivamente positivo, spesso trascurando schiavitù, esclusione delle donne e degli stranieri, imperialismo a spese degli altri greci. Non v’è dubbio, tuttavia, che anche a causa delle sue derive, delle sue défaillances e delle sue crisi, la democrazia antica, tanto generosamente idealizzata, possa servire comunque da modello per comprendere meglio l’odierna politica.

A partire dalla metà del V secolo a.C., il ruolo centrale dei tribunali popolari e dell’accusa volontaria nel sistema politico ateniese provocò un vivace dibattito sugli abusi legali, i cui riflessi si colgono con chiarezza sulla scena comica: in primo piano è, per l’appunto, la maschera del Sicofante, campione dell’inganno perpetrato ai danni del demos, avido delatore che coglie ogni occasione, grazie alla sua abilità retorica, per accrescere le proprie ricchezze a scapito della polis. Ed è questo l’indicatore d’analisi adottato dal libro della Doganis: a seconda del modo in cui si ricorreva all’accusa pubblica volontaria, l’istituzione poteva funzionare come un pubblico ministero «cittadino» o, al contrario, trasformarsi in delazione. Poiché essa, di volta in volta, era tanto il risultato del ricorso da parte del cittadino a un’istituzione concepita all’origine come eminentemente democratica, quanto il sintomo della corruzione di questa stessa istituzione, la sicofantia pone la questione dell’affidabilità istituzionale. La delazione, peraltro, mette in evidenza la corruzione dell’ideale di una società affidabile, che era quella della città di Atene all’epoca classica, che si ritroverà nell’ideale di trasparenza tipico delle democrazie contemporanee.

Fonte privilegiata alla quale attingere sono le commedie di Aristofane, che mettono assai bene in evidenza le criticità della democrazia ateniese: l’ignoranza dei governanti, la mancanza di scrupoli morali in alcuni di essi, l’interesse dei giudici per il denaro o la libertà di parola concessa ai meteci e agli schiavi. Se Gli Acarnesi e I Cavalieri aggrediscono rispettivamente la politica estera e la politica interna della democrazia ateniese, ma anche l’assemblea e l’esecutivo, è Le Vespe, invece, a mettere sotto accusa l’altro cardine del sistema, il potere giudiziario. Tutto il teatro di Aristofane è, del resto, attraversato dall’attacco a tale sistema, che non si focalizza tanto sulla sua negatività etico-politica, data per scontata, ma si scarica sulla proliferazione dei processi implicante un’esclusività all’interno delle attività pubbliche degli Ateniesi, qualcosa, insomma, di equivalente nella dimensione collettiva alla mania del singolo, che occupa l’interezza del suo spazio emotivo. Così, se ne Gli Acarnesi (v. 375), Diceopoli mette sotto accusa i vecchi Ateniesi che «Non badano a niente altro che a mordere con il voto»; nel quadro panellenico di Pace, il rimprovero di Ermes agli Ateniesi è «non fate altro che processi» (v. 505); ne Le Nuvole, l’illetterato Strepsiade non riconosce Atene sulla carta geografica, perché, spiega, «non vedo i giudici in seduta» (v. 208); Evelpide, ne Gli Uccelli, motiva con l’ossessione giudiziaria il disgusto ormai irreversibilmente maturato nei confronti di Atene: «le cicale cantano sui rami un mese o due; gli Ateniesi cantano nei tribunali per tutta la vita» (vv. 39-41).

Il testo de Le Vespe indaga con sottigliezza e in profondità la relazione tra politici e giudici, leggendola non nei termini anodini dell’alleanza, ma in quelli di strumentalizzazione: «Vogliono che tu sia povero, e ti dirò il motivo: così ti abitui a riconoscere il padrone, e quando fischia per aizzarti contro un suo nemico, tu gli salti addosso furiosamente» (vv. 703-705). Evidente come ci si trovi nel bel mezzo della polemica politica, il cui presupposto è che la giustizia viene gestita, cioè mistificata, non secondo principi etici, ma secondo l’interesse della parte politica dominante. Nella folgorante intuizione che il fine delle malversazioni private risulta essere non solo il personale profitto, ma l’impoverimento delle masse, si saldano il motivo economico e quello politico: l’indigenza dei giudici è l’esito di uno scaltro calcolo dei demagoghi inteso a convertire la loro frustrazione in rabbia da indirizzare nei processi contro i propri avversari politici. Già ne I Cavalieri, del resto, Demo ringiovanito veniva invitato a prendere posizione contro le malversazioni giudiziarie (vv. 1358-1360).

La persistente polemica di Aristofane verso il sistema giudiziario, come accennato, si saldava e insieme si determinava nella demonizzazione ancora più frequente del Sicofante, che, sebbene teoricamente utile alla causa dello Stato, con il suo eccesso di zelo, se non anche con i suoi abusi legali, incarnava un tipo di comportamento decisamente inviso, se non addirittura nocivo, alla società ateniese: «odiare il sicofante», che nell’immaginario della polis costituiva l’ipostasi delle più diffuse e palesi espressioni distorsive dell’amministrazione della giustizia, era, come ricordava Aristotele, un sentimento condiviso da «tutti» (cfr. Retorica, 1382a.6-7). È forse temerario intravvedere in tutto ciò una certa analogia con il presente?

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Giudici contro pm-star, la nuova battaglia in magistratura. C’è qualcosa di più profondo che agita le toghe, e le cui tracce si possono scovare nello scontro latente tra pm e giudici. I quali hanno da tempo capito che l'indagato non è l'unica vittima del protagonismo mediatico di alcune procure. Davide Varì su Il Dubbio il 14 dicembre 2021. Tira una strana aria in magistratura, un clima da resa dei conti. E non parliamo di guerre di potere, di nuove galassie correntizie in conflitto tra di loro per riempire il vuoto lasciato dal sistema Palamara. Questa è una lettura effimera, frivola, buona per qualche bel titolo a effetto. C’è qualcosa di più profondo e delicato che agita le toghe, e le cui tracce si possono scovare nello scontro latente – sempre meno latente e sempre più esplicito per la verità – tra pm e giudici, tra requirenti e giudicanti, e i cui effetti sono visibili anche in Anm. I giudici hanno infatti capito da tempo che l’indagato – presentato come colpevole ben prima di un semplice rinvio a giudizio – non è l’unica vittima del protagonismo mediatico di alcune procure; l’altro bersaglio è il giudice stesso che, dopo lo show del collega, si ritrova a fare i conti con quella massa di accuse in un’aula di tribunale, a testare la tenuta del materiale probatorio e a decidere se accoglierla o respingerla: se condannare gli imputati o se invece assolvere. Insomma, la smania di visibilità mediatica di alcuni pm non è solo una sbavatura istituzionale e una scorrettezza nei confronti dell’indagato; questo protagonismo mette infatti in moto anche una pressione mediatica che cade tutta sulla testa di chi dovrà giudicare. Lo ha detto in modo ancora più cristallino il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho nel corso del recentissimo convegno organizzato da Unicost, e ripetuto alla Stampa di ieri nella bella intervista di Francesco Grignetti: «L’enfasi con cui certe indagini vengono rappresentate dalla stampa – ha spiegato De Raho – rischia di diffondere nell’opinione pubblica la patologia del giustizialismo, la sollecitazione a una giustizia sommaria». E poi, ancora più esplicito: «Ed è vero che si assiste a volte al protagonismo di alcuni circoli mediatici ai quali non sono estranei gli stessi magistrati, che tendono alla costruzione di verità alternative, mediante la propalazione di elementi non sottoposti a valutazione. Non è consentito al pubblico ministero, in prossimità della sentenza, sostenere una tesi che orienti il dispositivo, o che anche indirettamente lo condizioni, preparando la folla a una decisione che, se diversa da quella ipotizzata, venga interpretata come prodotto di timori del giudice o addirittura di condizionamenti».

Insomma, è difficile spiegare un’assoluzione quando per mesi, spesso anni, i pm hanno occupato con la propria inchiesta giornali, talk show e social. Ma qualcosa si muove e l’impressione è che il vuoto lasciato dal “Sistema” Palamara, tutto puntato sui pm e su una visione colpevolista della giustizia, abbia favorito la scalata di una nuova generazione di giudici abituati a “parlare solo con le sentenze”. Che poi è quello che dovrebbe accadere in un paese normale.

Parla il procuratore nazionale antimafia. Frecciata di Cafiero de Raho a Gratteri: “Il pm non deve sostenere tesi che orientino la sentenza”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 14 Dicembre 2021. “Non è consentito al pubblico ministero, in prossimità della sentenza, sostenere una tesi che orienti il dispositivo, o anche indirettamente lo condizioni, preparando la folla a una decisione che, se diversa da quella ipotizzata, venga interpretata come prodotto di timori del giudice o addirittura di condizionamenti”. Mittente: Federico Cafiero De Raho, su La Stampa del 13 dicembre 2021. Destinatario colui che sul Corriere del 23 gennaio 2021 dichiarò: “Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. ..Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”. Ci sono giudici indagati? “Su questo ovviamente non posso rispondere”. Disse il Procuratore.

È un po’ anche per questo -per il ricordo di quell’intervista di quasi un anno fa- che, quando si pensa per esempio a chi ha mandato nel carcere speciale (alta sicurezza 3, quella dei narcotrafficanti) di Melfi, in Basilicata, l’avvocato Giancarlo Pittelli, più che alla dirigenza del Dap o al tribunale di Vibo Valentia, il pensiero corre a “lui”. A colui da cui tutto partì e che –ma sono voci di palazzo di giustizia- nei confronti dell’imputato più illustre della sua inchiesta “Rinascita Scott” nutre un po’ di malanimo, di scarsa simpatia insomma. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. A lui corre il pensiero, anche perché siamo nei giorni in cui è entrata in vigore quella norma che, dando attuazione a un dispositivo imposto dall’ Europa, mette in riga forze dell’ordine e magistratura, procuratori in particolare, sulla comunicazione. Basta conferenze stampa. E guai a presentare l’indagato come colpevole. E se al dottor Gratteri, nonostante almeno due recenti denunce al Csm da parte delle Camere Penali, nessuno ha ancora osato tirare le orecchie, ecco che oggi si prende la briga di farlo, con tono tutt’altro che allusivo, se pur senza fare nomi, il vertice massimo dell’Antimafia, il procuratore Federico Cafiero De Raho, che andrà in pensione proprio nei giorni in cui i grandi elettori sceglieranno il nuovo Presidente della Repubblica.

Un’intervista tagliente, neppure travestita da un pizzico di bonomia, quella rilasciata a La Stampa. Mentre si sta per gettare la toga, si può fare. E non è necessario fare nomi e cognomi. Anzi, obbligatorio precisare che si sta parlando “in generale”. Tanto, non si corre il rischio di esser trattato come Otello Lupacchini, l’alto magistrato che alla quiescenza fu accompagnato da un Csm cui Gratteri evidentemente è più simpatico, mettiamola così. Ma in quel caso non c’era malizia, c’era un giudizio severo su un certo modo di condurre le inchieste, sull’applicazione delle norme del codice di procedura penale, il “codice dei galantuomini”. La malizia di oggi porta a ricordare che il dottor Gratteri nutre come propria massima ambizione quella di andare a occupare, nel mese di febbraio, il ruolo occupato oggi da Federico Cafiero de Raho, capo assoluto dell’antimafia. È il luogo adatto a un procuratore che mostra di sentire quasi come un’offesa personale qualunque sconfessione alla propria ipotesi accusatoria? Forse si, a guardare il comportamento tenuto fino a ora nei suoi confronti, fin dai tempi di Palamara quando ci fu lo scontro con Lupacchini, dal Csm. Inutile girarci intorno. I suoi metodi al Consiglio piacciono, se ne faccia una ragione, dottor Cafiero. E anche le sue dichiarazioni che gettano ombre di sospetto sui tutti i giudici che hanno modificato le decisioni del combinato-disposto pm-gip. Quando, su oltre 224 misure cautelari dell’inchiesta “Rinascita Scott”, circa 200 erano state modificate dal tribunale della libertà e dalla cassazione. Erano tutte “condizionate” da qualcuno di quei giudici? E che iniziative ha assunto a loro tutela il Csm, cui si rivolsero le Camere Penali? Oltre a tutto l’intervista al Corriere della sera era grave non solo per le insinuazioni nei confronti del colleghi del settore giudicante.

L’attenzione in quel momento era infatti concentrata soprattutto sull’informazione di garanzia al segretario dell’Udc Lorenzo Cesa nel momento in cui il premier Giuseppe Conte stava cercando affannosamente voti di parlamentari “responsabili” per tentare il suo terzo mandato, e la piccola truppa dei senatori Udc faceva gola. Le dimissioni di Cesa dalla segreteria del partito aveva bloccato l’operazione politica e poi aperto le porte al governo Draghi. L’attenzione era quindi tutta concentrata sulla domanda: processi a orologeria politica? Non una domanda secondaria. Non si sa se la battuta infida del procuratore Gratteri sui giudici sia stata un’abile mossa per distogliere l’attenzione dall’aspetto politico della vicenda. Di certo il magistrato era riuscito una volta di più a tenere alta l’attenzione mediatica su di sé e sulle proprie iniziative giudiziarie. Fatto sta che il mondo politico era troppo impegnato e fare e disfare maggioranze e lasciò agli avvocati il compito di indignarsi e di gestire lo scandalo. Era già la seconda volta in cui la Camere penali, la loro giunta e lo stesso presidente Gian Domenico Caiazza, intervenivano a causa delle dichiarazioni straripanti e veramente scandalose del procuratore di Catanzaro.

Il 24 dicembre del 2019, pochi giorni dopo il blitz “Rinascita Scott” con 334 arresti e 416 indagati, quell’inchiesta che avrebbe dovuto rendere il dottor Gratteri più famoso di Giovanni Falcone, e il suo Maxiprocesso più importante di quello di Palermo, il procuratore non è contento. Non è soddisfatto perché, nonostante lui sia riuscito a infilare tra gli arrestati un pugno di politici (il più famoso è proprio Pittelli) e di imprenditori, quella che chiama la “zona grigia”, la cinghia di trasmissione tra la mafia e le istituzioni, le notizie non hanno la rilevanza desiderata. Così lui si mette disperatamente a twittare e a lamentarsi. Non le manda a dire. “La mia maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali…è stata boicottata, un grave errore, bisognerebbe chieder conto ai direttori delle testate più importanti di questo buco”. Ce l’aveva con Repubblica e La Stampa e più tiepidamente con il Corriere. Non aveva mancato però di elogiare i complimenti che gli avevano elargito gli amici del Fatto quotidiano.

Reazioni politiche? Interrogazioni al ministro? Intervento del Csm? Macché, aumentano solo le interviste. È l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria delle Camere penali a intervenire: “Siamo al parossismo del processo mediatico. Non solo si divulgano notizie sulle indagini come se le ipotesi investigative fossero sentenze passate in giudicato, ma si pretende che i giornali ne parlino in prima pagina”, scrivevano gli avvocati. Non dimenticando di elencare i tanti flop che il procuratore aveva già portato a casa. E oggi, ma due anni dopo quell’esibizione sgangherata e la protesta isolata degli avvocati, il procuratore capo dell’antimafia Cafiero de Raho gli risponde che “…si assiste a volte al protagonismo di alcuni circoli mediatici ai quali non sono estranei gli stessi magistrati, che tendono alla costruzione di verità alternative…”. Già, quelle “verità” deformanti che mettono a rischio lo stesso Stato di diritto. Perché “L’enfasi con cui certe indagini vengono rappresentate dalla stampa, rischia di diffondere nell’opinione pubblica la patologia del giustizialismo, la sollecitazione a una giustizia sommaria”, sentenzia Cafiero de Raho. Perfetto, con due anni di ritardo da quel blitz del 19 dicembre 2019 e tutto quello che ne è seguito, compresi i tre arresti dell’avvocato Giancarlo Pittelli.

 Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Cafiero de Raho contro i pm “moralizzatori”: «Applichino la legge». Cafiero de Raho non approva l'imminente riforma del Csm: «L'ideale sarebbe il sorteggio, che esclude la possibilità di interferenze da parte di chiunque». Il Dubbio il 13 dicembre 2021. Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, prossimo alla pensione, dice sì al sorteggio per l’elezione dei nuovi membri del Consiglio Superiore della Magistratura e approva la normativa sulla presunzione d’innocenza. «Sono perfettamente d’accordo con i principi enunciati dalla direttiva europea. Bisogna escludere dalle nostre comunicazioni qualunque indicazione che possa far apparire come colpevoli i soggetti coinvolti in un’indagine. Personalmente, l’ho sempre fatto ad ogni conferenza stampa che ho tenuto. Ho sempre sottolineato che le responsabilità sarebbero state accertate in modo definitivo solo con le sentenze».

Presunzione d’innocenza, magistrati e Csm: parla Cafiero de Raho

«Abbiamo assistito addirittura a suicidi di persone indagate, che si ritenevano del tutto innocenti. D’altra parte, sapere è un diritto del cittadino. È necessario dare diffusione della notizia di ordinanze cautelari. Ed è necessario che tutto questo avvenga in modo da conseguire la finalità prima delle informazioni, cioè dare al cittadino un senso di sicurezza e di protezione, di efficienza del sistema giudiziario. Aggiungo che in terre di mafia, serve anche mandare il messaggio che delinquere non conviene», ha affermato Cafiero de Raho alla “Stampa” di Torino, ritenendo che il magistrato non è depositario della morale collettiva. Un concetto che il procuratore nazionale antimafia ha spiegato così. «Al magistrato spetta solamente di applicare la legge; è questo il suo dovere, non fare il moralista. L’enfasi con cui certe indagini vengono rappresentate dalla stampa, rischia di diffondere nell’opinione pubblica la patologia del giustizialismo, la sollecitazione a una giustizia sommaria. Probabilmente anche la stampa dovrebbe trovare un maggiore temperamento. Ed è vero che si assiste a volte al protagonismo di alcuni circoli mediatici ai quali non sono estranei gli stessi magistrati, che tendono alla costruzione di verità alternative, mediante la propalazione di elementi non sottoposti a valutazione».

Infine, il sorteggio del Csm: «Credo che una riforma sia necessaria e su questo sono tutti d’accordo. Penso però che la modalità più lineare e più obiettiva per comporre il Consiglio sarebbe quella del sorteggio, c he esclude la possibilità di interferenze da parte di chiunque. Mi è chiaro che il quadro porta in altra direzione: si vuole modificare la situazione, ma non nella direzione del sorteggio. Continuo a pensare, però, che il sorteggio corrisponda esattamente alla capacità del magistrato medio. Non mi scandalizzerei, anzi credo che sarebbe la modalità attraverso cui escludere qualunque eccessiva interferenza o condizionamento».

Alfonso Sabella: «Io, pm finito alla gogna, dico: basta Alfonso Sabella: «Io, pm finito alla gogna, dico: basta massacri mediatici». Simona Musco su Il Dubbio il 13 novembre 2021. Intervista ad Alfonso Sabella, il magistrato accusato ingiustamente per il G8: «Ora una riforma per ripulire gli atti d’indagine da quanto serve solo a infangare». «Ho capito sulla mia pelle quanto sia importante la presunzione d’innocenza. Dobbiamo valutare che dall’altra parte ci sono esseri umani che si vedono “sputtanare” gratis, senza alcun riferimento al procedimento penale». A parlare della pubblicazione degli atti del caso Open è Alfonso Sabella, ex magistrato del pool antimafia di Palermo che catturò Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Pietro Aglieri, oggi giudice a Napoli. Che chiarisce: il Fatto quotidiano non ha commesso nessun illecito nel rendere note le strategie di Matteo Renzi per contrastare i propri avversari. Ma «c’è anche il diritto dell’indagato alla sua privacy e se necessario vanno introdotti dei limiti».

Gli atti pubblicati dal Fatto Quotidiano su Renzi sono, da un lato, un documento di enorme interesse per l’opinione pubblica, ma dall’altro rimangono comunque privi di rilievo penale. C’è un cortocircuito tra diritto all’informazione e privacy?

Quando gli atti sono noti all’indagato viene meno qualunque tipo di divieto di pubblicazione, ma è chiaro che ci muoviamo in un terreno minatissimo, in cui, da un lato, c’è l’interesse all’accertamento della verità da parte della procura e, dall’altro, l’interesse all’informazione in ordine a notizie che possono avere un interesse pubblico. Ma c’è anche il diritto dell’indagato alla sua privacy e credo che, in certi casi, vada rispettata. Le faccio un esempio: quando arrestai Pietro Aglieri, numero due di Cosa Nostra, ci riuscii seguendo un prete che andava a dire messa nel suo covo. Feci settimane di intercettazioni delle telefonate di quel convento e quelle telefonate, che non erano rilevanti, le ho mandate al macero. E nessuno le ha mai conosciute, ancorché ci potessero essere delle cose pruriginose che potevano interessare a varie persone. Occorrerebbe verificare se non ci siano spazi per introdurre, in qualche caso, dei divieti di pubblicazione. Penso, ad esempio, alle notizie che riguardano i conti correnti bancari.

Anche questo è avvenuto nel caso che riguarda Renzi. Si sarebbe potuto evitare?

Se non è utile ai fini dell’indagine, per quale ragione renderli noti? Dovrebbero esserlo solo i dati che vengono utilizzati nel provvedimento cautelare, ai fini del rinvio a giudizio o ai fini della prova nel procedimento penale. Ammettiamo che in un conto corrente ci sia un addebito per una notte in albergo con l’amante: perché dovrebbe venire a saperlo la moglie? Mi sono confrontato spesso con dati di questo tipo e ho cercato sempre, per quanto consentitomi dalla legge, di mantenerli riservati. Ma è chiaro che non posso fare una valutazione del genere da solo. Come pm posso cercare di omettere cose di questo tipo, ma quello stesso dato potrebbe essere utile alla difesa. E questa, però, a volte diventa la foglia di fico per utilizzare o pubblicare dati riservati.

Come si potrebbe fare?

Per le intercettazioni telefoniche è prevista, ad esempio, un’udienza stralcio in cui, sostanzialmente, la difesa evidenzia quali sono i file che possono servire e quali, invece, possono essere mandati al macero. Probabilmente, per altri dati sensibili che vengono acquisiti nel corso delle indagini, bisognerebbe pensare a qualcosa di questo tipo.

Secondo lei è fattibile?

Il problema è che tutto questo va fatto avendo un occhio al funzionamento del processo penale, perché introdurre ancora paletti e limiti significa andare a gravare su un’unica figura processuale: il gip. O si capisce che i gip devono essere tanti quanto i pm oppure faremo un buco nell’acqua, perché il sistema non potrà mai reggere. Se vogliamo delle riforme che tutelino realmente il diritto all’informazione, il diritto alla privacy e l’esercizio dell’azione penale, allora dobbiamo cercare di avere una struttura che sia in grado di gestire tutto questo. Perché tutto va fatto, ovviamente, nel contraddittorio delle parti: tornando all’esempio di prima, magari quella ricevuta che attesta un tradimento viola la privacy, ma può essere l’alibi per una persona accusata di omicidio. E per carità, mi rendo conto che non è bello, ma forse bisognerebbe anche introdurre qualche divieto di pubblicazione.

C’è il rischio anche di entrare a gamba tesa nelle strategie politiche di un partito, deprecabili o meno che siano?

Faccio un esempio brutale: quando ero assessore alla legalità, l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino decise di pubblicare le sue spese, i famosi scontrini, senza consultarmi. Ed è una cosa che non gli perdonerò mai, perché se mi avesse consultato glielo avrei impedito.

Per quale ragione?

Per la violazione della privacy del commensale. Per quale ragione Marino doveva far sapere all’ambasciatore del Vietnam che aveva pagato la cena a quello della Cambogia e non a lui? Per quale ragione doveva far sapere ai suoi compagni di partito che aveva offerto un pranzo ad un parlamentare dell’opposizione? Erano elementi di grande riserbo e anche di esercizio libero dell’attività politica.

Nel caso di Renzi è la stessa cosa?

È chiaro che, allo stato attuale delle norme, il Fatto quotidiano ha fatto il suo dovere. Se io fossi stato un giornalista avrei pubblicato quelle notizie. Probabilmente vanno inseriti dei limiti nel sistema, limiti commisurati alla capacità stessa del sistema di reggere. Oppure diventerebbero una farsa, perché il giudice non avrebbe il tempo materiale di valutare quali sono le informazioni che possono essere eliminate. Dobbiamo pensare un sistema penale con un doppio binario serio, con tutte le garanzie del mondo agli illeciti importanti e un grado di giudizio più la Cassazione per gli illeciti bagatellari o tutto ciò che non comporta pene detentive, facendo una depenalizzazione serissima. Anche il rispetto delle garanzie e della privacy passa per una riforma radicale del sistema giustizia, ma non ne siamo in grado. Se oggi introducessero un altro limite o un’altra verifica il risultato sarebbe la paralisi. Ma dobbiamo anche valutare che dall’altra parte ci sono esseri umani che si vedono “sputtanare” gratis, senza riferimenti al procedimento penale.

Cosa ne pensa del recepimento della direttiva sulla presunzione d’innocenza? Molti suoi colleghi l’hanno definita un bavaglio.

Se io non avessi vissuto la mia storia personale, sarei con i miei colleghi a pensare che tutte queste norme, probabilmente, limitano l’esercizio corretto dell’azione penale. Ma avendo capito quanto sia importante la presunzione d’innocenza sulla mia pelle, sono perfettamente d’accordo sull’introduzione di queste norme e che se ne facciano altre. Senza la mia esperienza avrei ipotizzato il mondo ideale di una giustizia che non sbaglia mai e che dà a tutti la possibilità di difendersi. Ma a me, in 20 anni, non è mai stata data. Su di me si è creata una presunzione di colpevolezza fondata sul nulla. E la maggior parte delle persone che mi ha rovinato la vita ha la toga.

Presunzione d’innocenza, c’è una aristocrazia delle toghe al di sopra della Costituzione. Otello Lupacchini su Il Riformista il 9 Novembre 2021. Il Consiglio dei Ministri, il 4 novembre scorso, ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo di recepimento della Direttiva 2016/343/UE sulla presunzione di innocenza, volto, tra l’altro, programmaticamente, a cambiare i rapporti tra indagini preliminari, dove il protagonismo di alcuni pubblici ministeri e/o dirigenti di polizia giudiziaria spesso porta all’intollerabile affievolimento dei diritti dell’indagato, presunto innocente fino a sentenza definitiva, e giudizio. Ed è soprattutto su questo che si sono registrate le maggiori polemiche. Non ritengo valga la pena di schierarsi né con coloro che nel provvedimento legislativo vedono la panacea di tutti i mali che affliggono la giustizia, ma neppure con coloro che paventano che esso non consenta, ma al contrario allontani, il raggiungimento dell’equilibrio fra i due fondamentali principi della dignità delle persone, e, dunque, anche di chi è sottoposto a un’indagine processuale, in cui si rinviene la ratio della stessa presunzione di non colpevolezza, e del diritto all’informazione in entrambe le facce in cui si sostanzia, quello di informare e quello di essere informati. Meglio lasciare, invece, libero sfogo al cupo ottimismo di chi, per parafrasare Francesco Carrara, «un tempo ingenuo» credette che «la politica dei liberi reggimenti non fosse la politica dei despoti», ma a cui «le novelle esperienze (…) hanno pur troppo mostrato che sempre e dovunque quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra per tornarsene al cielo».

Sono, infatti, pienamente consapevole e fermamente convinto che esista un’aristocrazia togata, fatta di personaggi che, per dirla con Augusto Murri, «godono di tutti i privilegi, anche l’immunità dalla logica! (…) Per costoro quel che piace lice. E tanto più meravigliose e sciocche e false sono le cose affermate, tanto più la folla si volge stupita a questi privilegiati! Ed essi allora si sentono ammirati. Come l’oca, uscita appena dai sogni ambiziosi della notte, sbatte sconciamente le ali impotenti e crede di mandare fino al cielo i suoi clamori ridicoli, tali allora son costoro, spettacolo miserevole di vacuità stupida, presuntuosa, tracotante e maligna!». Mi chiedo, dunque, se rispetto a questi signori le norme introdotte in ottemperanza alla direttiva europea potranno mai trovare effettiva applicazione. A sentir loro, no. Una voce, per tutte, si leva infatti dal coro dei dissenzienti, per avvertire: la direttiva «a me non lega niente e non chiude la bocca. Sono una persona che non ha timore di niente e di nessuno, dico sempre quello che penso e se non posso dire la verità è perché non posso dimostrarla. Continueremo a parlare e a spiegare all’opinione pubblica, che ne ha diritto». Si tratta magari di un modo di argomentare piuttosto grossier, che i filosofi Antoine Arnauld e Pierre Nicole avrebbero potuto addurre, nella loro Logique de Port Royal (1662) quale preclaro esempio di come non si dovrebbe ragionare, ma i precedenti non sono rassicuranti e danno purtroppo ragione ai normofobi. «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? | Nullo, però che ‘l pastor che procede, | rugumar può, ma non ha l’unghie fesse», verrebbe da chiedersi con Marco Lombardo (Purg. XVI, 97-99), di fronte al meccanismo di attenzione-disattenzione selettiva, tipico d’ogni «polizia del pensiero», che parrebbe ispirare l’opus dei titolari dell’azione disciplinare, quando condotte in violazioni di legge o di norme deontologiche appartengano a esponenti di quell’aristocrazia togata, la quale si sente, ed è considerata da chi dovrebbe istituzionalmente contenerne la bulimia e gli eccessi, al di sopra della Costituzione e delle leggi. Non è un caso, infatti, che essa sia rimasta sin qui indifferente ai moniti che il Capo dello Stato lancia ciclicamente, per ricordare ai magistrati l’importanza di esercitare le proprie funzioni nel rispetto della Costituzione. E abbia dato continuamente mostra d’ignorare le Linee-guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale, adottate dal Consiglio Superiore della Magistratura, nelle quali si stabilisce che «la comunicazione (…) deve essere obiettiva, sia che provenga da tribunali o corti sia che provenga da uffici di procura»; che «la presentazione del contenuto di un’accusa deve essere imparziale, equilibrata e misurata, non meno della presentazione di una decisione giurisdizionale»; che, dunque, «vanno evitate la discriminazione tra giornalisti o testate, la costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell’informazione, la personalizzazione delle informazioni, l’espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi». Linee-guida, nelle quali, spicca il richiamo, per un verso, al dovere di assicurare il rispetto della presunzione di innocenza, dovendo evitarsi «tanto più quando i fatti sono di particolare complessità o la loro ricostruzione è affidata ad un ragionamento indiziario, ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate»; e, per altro verso, al rispetto di altri princìpi fondamentali, quali «La chiarezza nella distinzione di ruoli», tra magistratura requirente e giudicante; «la centralità del giudicato rispetto agli altri snodi processuali», indagini preliminari, misure cautelari, rinvio a giudizio, requisitorie e arringhe; e, ancora, «il diritto dell’imputato di non apprendere dalla stampa quanto dovrebbe essergli comunicato preventivamente in via formale»; nonché «il dovere del pubblico ministero di rispettare le decisioni giudiziarie, contrastandole non nella comunicazione pubblica bensì nelle sedi processuali proprie e, specificamente, con le impugnazioni». Quel che occorrerebbe veramente per l’effettiva tutela della presunzione d’innocenza è un radicale cambiamento di mentalità, implicante l’abbandono dell’idea che la magistratura, quando è massimo l’allarme, talvolta addirittura enfatizzato ad hoc, nei confronti di una determinata manifestazione criminale, debba svolgere un improprio compito di supplenza, quale il muovere guerra contro il nemico del momento. Solo così si bandirebbero definitivamente subturpicula del tipo: «il nostro compito», inteso come compito delle procure della Repubblica, «è quello di derattizzare, non con il colpo di spillo ma con la scimitarra, che è un’arma diversa dal fioretto, perché solo la scimitarra si capisce; il colpo di spillo non si sente perché ci si è assuefatti, a furia di reiterare i comportamenti di faccendieri, di ingordi che non si saziano di nulla»; situazione che «noi (…) stiamo cambiando e la cambieremo, alla grande, abbiamo la cartucciera piena» avendo «la possibilità e l’onore di dirigere pezzi della migliore polizia giudiziaria italiana»; ovvero del tipo «I centri di potere si sono accorti in ritardo, ma ormai il gioco è fatto: i centri di potere non mi hanno preso sul serio (…) e li ho fregati. Oggi è tardi, oggi la macchina non si ferma più, nessun centro di potere (…) la può fermare. Siamo una macchina da guerra». In mancanza di tale rivoluzione culturale ci si dovrà rassegnare a continuare ad assistere, come se nulla fosse, alle pletoriche conferenze stampa del procuratore capo di turno, circondato da una folta schiera di militari e di funzionari, che tanto ricordano le «società corali» descritte da Piero Calamandrei, i cui membri, in occasione delle autocelebrazioni, si assiepavano ad arculas intorno al gerarca come «lugubri bandisti da funerale», a voler ostentare l’orgia del proprio potere. Con questo articolo Otello Lupacchini, magistrato in pensione da pochi mesi ed ex procuratore generale di Catanzaro, inizia la sua collaborazione con il Riformista.

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Il mostro togato. In Italia l’esercizio del potere è sottoposto alla sorveglianza della magistratura deviata. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta l'8 Novembre 2021. Tutti sanno che negli ultimi decenni il percorso di accreditamento di tanti leader politici è stato intralciato dalle trame di chi preparava dossier su di loro, sul loro staff e sui loro familiari. Ma, con l’eccezione delle lamentazioni personali di chi, come un certo senatore toscano, viene colpito, nessuno dice niente. Forse bisognerebbe smetterla di far finta che non sia così. Sappiamo tutti perfettamente che da qualche parte c’è un pubblico ministero – e forse più d’uno – con un dossier pronto al bisogno su Mario Draghi. Sappiamo tutti perfettamente che altrettanto è in cottura per ciascuno dei nomi che da qui alle prossime settimane e mesi potrebbero essere ritenuti in posizione per giungere a presiedere la Repubblica, o il prossimo governo. Sappiamo tutti perfettamente che l’accesso al potere e l’esercizio del potere in Italia sono sottoposti alla sorveglianza spionistica e ricattatoria della magistratura deviata, una associazione nemmeno tanto segreta che si è costituita in una centrale di contro-potere che intimidisce la vita istituzionale e ne orienta il corso giocando sporco, contaminando con la propria corruzione, con la propria malversazione, con la propria irresponsabilità, ogni angolo libero della vita pubblica. Tutti sappiamo perfettamente che il percorso di accreditamento di leader importanti degli ultimi decenni è stato intralciato dalle trame del mostro togato, e che, con sistema perfettamente mafioso, nessuno vi era risparmiato: i collaboratori, lo staff, i parenti, il coniuge. La magistratura equestre, burattinaia del manipolo milanese, che ingiungeva a chi avesse “scheletri negli armadi” di starsene buono, fu l’esempio nobilitato di un malcostume che di lì in poi sarebbe divenuto l’abito costituzionale del travestimento eversivo di stampo giudiziario, con il magistrato eponimo incaricato di “resistere, resistere, resistere” all’assalto di questo nemico temibilissimo, il sistema della democrazia rappresentativa. Ma che tutto questo sia perfettamente noto a tutti non basta ancora a far cambiare l’andazzo, e al più c’è spazio per le lamentazioni personali di un senatore toscano indispettito per certe manovre inquirenti giusto perché spulciano in casa sua, giusto come l’assedio delle toghe rosse costituiva un pericolo per il Paese nella misura in cui circondava un parco brianzolo. È esattamente come nelle società sottoposte allo strapotere della criminalità: dove tutti sanno tutto; dove nessuno dice niente. Ma in questo caso sono uomini dello Stato a imporre quel giogo.

Verbali Open source. Con la riforma della presunzione di innocenza non è cambiato nulla. Cataldo Intrieri su L'Inkiesta l'8 Novembre 2021. I garantisti della maggioranza sono ingenui e non capiscono che ogni volta che si introduce una misura di civiltà in campo giudiziario ecco che i fan della gogna (e i loro house organ) cercano una contromisura, sfruttando i punti deboli delle norme, come l’articolo 114 del codice di procedura penale. Il caso Renzi ne è la conferma. Neanche il tempo di esprimere la doverosa soddisfazione per lo strombazzato varo del decreto legislativo sulla presunzione di innocenza che la vicenda che coinvolge Matteo Renzi e la fondazione Open ci richiamano alla dura realtà dello sputtanamento perenne dell’imputato a mezzo verbali giudiziari sapientemente distribuiti. Il recente provvedimento del governo Draghi, attuativo di una specifica direttiva europea ormai vecchia di anni, prevede che «è fatto divieto alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili». Ogni comunicazione verso la pubblica opinione è riservata al procuratore capo «solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico» che peraltro egli dovrà indicare e motivare per iscritto. Spiace deludere l’ottimo deputato Enrico Costa, fautore strenuo della legge che pure si spera porrà rimedio alle indecenze delle conferenze stampa messianiche dei vari procuratori che denunciano la “liberazione” di pezzi del Paese dai fenomeni criminali, ma lo stillicidio dei verbali dell’indagine fiorentina sulla fondazione Open dimostra che le contromisure della solita compagnia giustizialista e forcaiola sono ancora in vigore e la renderanno inutile. Sui vari house organ delle procure sono stati ampiamente pubblicati i contenuti dei verbali delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza sotto la direzione della procura di Firenze sui conti della Fondazione Open, ivi compresi conti correnti personali e mail dei vari indagati, tra cui Renzi, sospettati di elusione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Tali atti, va subito precisato, non sono coperti dal segreto perché depositati per i difensori e dunque, secondo una corrente e prevalente interpretazione dell’articolo 114 del codice di procedura penale, come tali pubblicabili. Qualche mese fa, questo giornale è stato facile profeta nell’indicare che senza la modifica di uno degli articoli più ambigui e peggio scritti del codice, proprio il 114, anche l’applicazione della nuova direttiva sarebbe servita a poco. È quello che sta succedendo: forse in futuro avremo commenti agli arresti più sobri e qualche nickname meno evocativo per le inchieste più importanti che secondo il decreto del governo non potranno essere battezzate con «denominazioni lesive della presunzione di innocenza», qualsiasi cosa ciò voglia dire, ma basterà anticipare agli organi fidati il contenuto di indagini non ancora conosciute dagli indagati né sottoposte al vaglio di un giudice per ottenere lo stesso effetto di indebito indirizzo di un processo. Un’autorevole corrente di pensiero sostiene che, poiché lo stesso articolo 114 prescrive che «se si procede al dibattimento, non è consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo per il dibattimento , se non dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, e di quelli del fascicolo del pubblico ministero, se non dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello», il segreto venga meno solo per le parti e sia da mantenere per il pubblico, almeno sino a che le prove non siano mostrate al giudice. È la teoria mutuata dal diritto anglosassone della virgin mind del giudice che dovrebbe arrivare al dibattimento avvolto da un “velo di ignoranza” sul contenuto degli atti. In Inghilterra e negli Stati Uniti è una cosa seria e le violazioni sono punite severamente fino all’invalidazione degli atti di indagine. Invece, in Italia il giudice arriva al processo già reso edotto di cosa vi troverà e quando alla verifica del dibattimento troverà ridimensionato il materiale di accusa che gli è stato presentato come granitico, dovrà affrontare l’opinione pubblica che non capirà decisioni finali che smentiscono le verità diffuse sui media con conseguente pioggia di critiche cui non sempre si ha la forza di sottostare. Basta pensare a cosa diffondono le redazioni televisive di programmi dedicati al gossip giudiziario in chiave colpevolista, ma il fenomeno della pubblicazione di atti, intercettazioni, pedinamenti e foto delle indagini, sapientemente distillati, costituisce la più clamorosa e radicale smentita al principio della presunzione di non colpevolezza sicché la legge appena approvata rischia di essere solo un palliativo di una patologia grave. Resta da chiedersi come mai i garantisti presenti in Parlamento e nella compagine di governo continuino a commettere le solite ingenuità, a disattendere ciò che studiosi e avvocati denunciano da tempo. La risposta è altrettanto nota. Nel Ministero di Giustizia, negli uffici legislativi del governo e delle commissioni sono presenti in misura schiacciante magistrati che rappresentano la loro esclusiva visione culturale, con le ricadute che si vedono nella maggior tutela concessa al ruolo degli inquirenti rispetto a quello della difesa. Lo stesso fenomeno si osserva anche nelle commissioni che il ministro Marta Cartabia ha nominato per realizzare la sua riforma penale: sono cinque, dirette da tre eminenti magistrati ex presidenti della suprema Corte di Cassazione e della Consulta che hanno creato, governato e regolato la giurisprudenza penale degli ultimi venti anni, più due illustri docenti universitari tutti lontani da tempo dalle aule di giustizia, per via degli alti incarichi, della pensione e della condizione di puri studiosi di due dei tre docenti.

Con loro ci sono una cinquantina di giuristi, di cui soltanto sei avvocati: un evidente squilibrio che suscita un qualche legittimo interrogativo sull’adeguata valutazione delle esigenze di garanzia dei cittadini sottoposti a processo. Fino a che questa discriminazione culturale e intellettuale non verrà colmata, sarà difficile pensare a un reale cambiamento. Ovviamente c’è da augurarsi che non sia così, ma c’è un problema di fondo nella cultura giuridica di questo Paese che va corretto prima di tutto dalla politica, altrimenti è inutile lamentarsi, perché ne avremo altri di casi come quello di Renzi o di Luca Morisi.

Archiviati e offesi. La crociata contro la presunzione d’innocenza e l’anima nera del populismo giudiziario. Francesco Cundari su l'Inkiesta il 5 novembre 2021. I video montati ad arte dagli inquirenti a scopo comunicativo e i surreali titoli del Fatto sugli «ex indagati», breve antologia degli orrori che rendono necessario recepire la direttiva europea, rispettare la Costituzione e superare lo stato incivile della giustizia italiana. In Italia, da tempo, si discute accanitamente di un decreto legislativo che recepisce le disposizioni di una direttiva europea sulla presunzione d’innocenza, principio peraltro previsto dalla nostra Costituzione. Il testo voluto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvato dal governo in agosto, impone agli inquirenti di parlare dei procedimenti in corso nelle sedi deputate e senza violare il suddetto principio, vale a dire senza presentare un semplice indagato come colpevole. In pratica, il decreto cerca di limitare la possibilità di pm e forze dell’ordine di fare quello che fino a cinque minuti fa hanno sempre fatto, ma proprio sempre-sempre-sempre, da che sono bambino. E cioè, per l’appunto, presentare il semplice indagato come colpevole. Allestire solenni conferenze stampa in cui diffondersi per ore sulla sua spietata volontà criminale e sulla bassezza delle sue motivazioni. Scandire in ogni modo davanti a microfoni e telecamere che razza di disgraziato, cinico, implacabile, rivoltante, schifoso essere sia questo Mario Rossi. Quello stesso Mario Rossi per il quale, secondo la nostra Costituzione, vige la presunzione d’innocenza. L’iniziativa, come ogni tentativo di mettere un freno agli abusi di pubblici ministeri e giornalisti da qualche decennio a questa parte, è stata prontamente etichettata come «bavaglio». Immancabile, in proposito, l’intervento del Consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha parlato – non scherzo – di «svolta illiberale» e di «bavaglio alla possibilità che all’informazione contribuisca anche l’autorità pubblica». In proposito, Maurizio Crippa sul Foglio di ieri ha ricordato l’incredibile vicenda del video che mostrava il camion di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, girare attorno alla palestra della ragazza. Video mandato in onda da tutti i tg, di cui si è scoperto che era stato montato ad arte dai carabinieri. Luigi Ferrarella, che ha ricostruito la vicenda sul Corriere della sera, ha notato tra l’altro che di recente il tribunale di Milano ha assolto alcuni giornalisti dall’accusa di aver diffamato il capo del Ris parlando di «patacca» e video «taroccato». In particolare, il gip ha osservato che la «diffusione mediatica» di quel video, «il cui scopo era dichiaratamente non probatorio» (non faceva parte degli atti) «ma comunicativo», di fatto lese «il fondamentale principio della presunzione d’innocenza dell’imputato che, anche in base alla direttiva Ue n. 343 del 2016, deve proteggere gli indagati da mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo». Esattamente la direttiva che il decreto vorrebbe attuare. Decreto contro il quale è scattata, puntualmente, la campagna del Fatto quotidiano.

Va detto che quella contro la presunzione di innocenza, più che una battaglia, è la ragione sociale del Fatto. Una crociata combattuta con una passione paragonabile solo a quella con cui da un po’ in qua – cioè da quando a Palazzo Chigi non c’è più Giuseppe Conte – continua a sparare sfilze di titoli allarmisti sui vaccini (l’apertura di ieri, per dire, era un incredibile «63 morti e fuga dalla terza dose», a metà tra fantascienza e poliziottesco anni Settanta).

Ma tutto questo è ancora niente in confronto al modo in cui mercoledì il Fatto ha dato la notizia della nuova giunta capitolina di Roberto Gualtieri. Titolo: «Un indagato e 3 ex inquisiti: Gualtieri sceglie il passato». Nel caso vi fosse sfuggito il neologismo, ve lo ripeto: «Ex inquisiti». Occhiello: «Inchiesta a Roma per abuso d’ufficio sul nuovo city manager. Nella giunta gli archiviati del Mondo di Mezzo». Ripetiamo anche questa, tutti in coro: «Gli archiviati».

Ricapitolando, da un lato, a quanto scrive lo stesso articolo del Fatto, abbiamo un indagato, un manager proveniente dal Poligrafico dello Stato, che deve ancora essere sentito dai pm («qualora venisse accertata la buona fede dei manager del Poligrafico, la Procura potrebbe archiviare»), dall’altro «tre persone sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo, tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016». Avete letto bene.

Altro che presunzione, qui siamo semmai alla rimozione d’innocenza. Nemmeno il fatto che sia la stessa Procura a stabilire che non ci sono ragioni per procedere basta a risparmiare ai nuovi assessori la messa all’indice, bollati con la surreale definizione di «ex inquisiti». Il fatto di essere stati semplicemente indagati, anni prima, come macchia perpetua e incancellabile, indipendentemente dalle conclusioni degli stessi inquirenti. Dalla presunzione d’innocenza alla colpevolezza a prescindere. Semel «sfiorato», semper «sfiorato». 

Neolingua. La malizia giustizialista di chiamare «ex inquisiti» gli archiviati. Guido Stampanoni Bassi su l'Inkiesta il 5 novembre 2021. Nella logica ribaltata del processo mediatico non basta la gogna nei confronti di imputati e indagati. Ora il bersaglio è diventato persino chi viene solo sfiorato dalle indagini. Sarebbe come definire «ex vivo» un morto o un «ex sano» un malato. In un articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano si valorizzano le peculiari qualità di alcuni della nuova giunta comunale di Roma scelta dal neo sindaco Roberto Gualtieri. Si inizia in prima pagina con «Giunta Gualtieri: un indagato e tre ex del caso Buzzi» e si prosegue a pagina 6, dove, al grido di «Romanzo Campidoglio» – a proposito di nomi a effetto – si parla di «prima grana giudiziaria per la squadra del neosindaco della Capitale» e si ricorda come, oltre a un indagato (vade retro Satana!), nella squadra del neosindaco vi sarebbero, udite udite, addirittura ben tre «ex inquisiti». Colpevoli anch’essi (come l’indagato, s’intende) di avere avuto «grane con la giustizia», sono stati «sfiorati dall’inchiesta sul Mondo di mezzo», sebbene – si precisa – siano poi stati «tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016». Colpisce il lessico (preciso e per nulla casuale).  «Grana giudiziaria»: quale? «Sfiorati dall’inchiesta»: e quindi? E poi la ciliegina sulla torta, il colpo di genio che vale da solo l’acquisto del quotidiano: «ex inquisiti» (in grande e in bella mostra). È vero che la fantasia non ha limiti, ma come può venire in mente di definire «ex inquisito» chi, dopo essere stato indagato, sia stato oggetto di un provvedimento di archiviazione? Certo, è tecnicamente definibile come un «ex inquisito», così come è tecnicamente definibile «ex imputato» chi sia stato assolto con sentenza definitiva; così come era un «ex vivo» un morto o un «ex sano» un malato. La prospettiva da cui si guarda alla vicenda tradisce una logica ribaltata degna del celebre libro di Joseph Heller: se sei stato indagato, significa che sotto sotto non sei proprio così innocente e, a quel punto, neanche una archiviazione potrà evitarti il marchio di ex inquisito. Ancora una volta, contano solo le indagini – altrimenti che senso avrebbe riportare negli articoli di stampa il contenuto di intercettazioni telefoniche di procedimenti che, nel frattempo, hanno visto intervenire anche la Cassazione? – e le assoluzioni (ma, a questo punto, anche le archiviazioni) sono buone al massimo per i casellari.  Viene il dubbio che si sia iniziata a prendere sul serio la direttiva sulla presunzione di innocenza – di cui tanto si discute in questi giorni – nella parte in cui vieta di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la sua colpevolezza non sia stata accertata in via definitiva. Forse stiamo iniziando a prenderla finalmente sul serio, appunto. Stiamo iniziando a prendercela anche con gli archiviati. Scusate, con gli ex inquisiti.

Le toghe restano in trincea e adesso gridano al bavaglio. Lodovica Bulian il 7 Novembre 2021 su Il Giornale. Anm contro le nuove norme sulla presunzione di innocenza: irrigidita la comunicazione dei pm. «Distorsioni». «Scelte discutibili». E rischi per la «corretta informazione nella fase delicatissima delle indagini». L'Associazione nazionale magistrati reagisce al decreto legislativo approvato dal governo sulla presunzione di innocenza. Le nuove norme, che recepiscono una direttiva europea del 2016, limitano il rapporto tra magistrati e stampa sui procedimenti penali, d'ora in poi regolato «esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa». Possibili solo con un «atto motivato» del procuratore che le giustifichi. Nessuna informazione, dunque, al di fuori di questo contesto. «Si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la stampa dei procuratori - ha detto ieri il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia in apertura del direttivo - Sono regole che non renderanno un buon servizio, questo è il timore, all'esigenza di una corretta informazione su quanto accade nel processo durante la fase delicatissima delle indagini». Per questo l'Anm «dovrà essere pronta a rilevare le distorsioni applicative che oggi da più parti si prefigurano e non lasciare che siano soltanto i procuratori a tenere alta l'attenzione su questi temi assai sensibili per l'effettività dell'assetto democratico della giustizia penale, di cui un tassello importante è proprio il rapporto con la stampa». Del resto voci fortemente critiche arrivano dalle Procure e anche dall'interno dello stesso Csm, che alla fine ha dato parere favorevole pur sollevando perplessità, con il consigliere ed ex pm antimafia Nino Di Matteo che ha parlato di «svolta illiberale» e «bavaglio» per gli inquirenti. Il rafforzamento del principio della presunzione d'innocenza viene tradotto anche nel divieto per magistrati e polizia giudiziaria «di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l'imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili». L'indagato ha il diritto di chiedere una rettifica antro 48 ore. Le parole vanno pesate però, dice il decreto, anche nelle ordinanze di applicazione di misure cautelari: l'autorità giudiziaria dovrà limitare «i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l'adozione del provvedimento». È qui che si rischiano ancora «distorsioni applicative» secondo l'Anm. Una posizione che innesca lo scontro politico: «È sconcertante e sostanzialmente eversivo l'atteggiamento dell'Anm. Tentare di stroncare il protagonismo di alcune toghe non è apprezzato dall'associazione - attacca Maurizio Gasparri, Forza Italia - Che l'associazione assuma una posizione di aperta sfida è davvero preoccupante. Si rispettino la democrazia e la volontà del Parlamento». Ma l'Anm, che ieri ha deciso all'unanimità di costituirsi parte civile nel processo a carico dell'ex pm Luca Palamara, critica anche la riforma del processo penale, che per superare l'abolizione della prescrizione ha introdotto il principio dell'improcedibilità: le norme, attacca Santalucia, «potrebbero rallentare l'iter dei processi e mettere a dura prova gli uffici giudiziari in maggiore difficoltà organizzativa». Lodovica Bulian 

L'associazione magistrati ricomincia a lamentarsi: "Vogliamo parlare delle indagini". Il Tempo il 06 novembre 2021. Ritornano le lamentele dei magistrati italiani. A parlare è in prima persona il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, che si è rivolto al Comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe: “Tra pochi giorni sarà in vigore il decreto legislativo sulla presunzione di innocenza. Anche qui, entro una cornice di apprezzabile rafforzamento di alcuni presidi di garanzia, sono state compiute scelte discutibili. Santalucia si è poi espresso sui rapporti con i media: “Si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la Stampa dei Procuratori della Repubblica, che potranno servirsi esclusivamente di 'comunicati ufficiali' e, nei casi di particolare rilevanza pubblica, di 'conferenze stampa'. Regole che non renderanno un buon servizio, questo è il timore, all’esigenza di una corretta informazione su quanto accade nel processo durante la fase delicatissima delle indagini". Per Santalucia, quindi, “l’Associazione dovrà essere pronta a rilevare le distorsioni applicative che oggi da più parti si prefigurano e non lasciare che siano soltanto i Procuratori della Repubblica a tenere alta l’attenzione su questi temi assai sensibili per l’effettività dell’assetto democratico della giustizia penale, di cui un tassello importante è proprio il rapporto con la Stampa”. “La riforma del processo penale è già legge, l’orologio dell’improcedibilità è già in azione, ed è tarato nell’applicazione di una parte della disciplina transitoria, per i processi i cui atti siano già pervenuti, al momento di entrata in vigore della legge, presso il giudice dell’impugnazione, sui tempi più brevi, di un anno per il giudizio di cassazione e di due anni per il giudizio di appello a far data dal 19 ottobre scorso, che metteranno a dura prova gli uffici giudiziari in maggiore difficoltà organizzativa” ha proseguito presidente dell'Anm Santalucia in apertura della riunione odierna del comitato direttivo centrale. "Non abbiamo notizie della costituzione del Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull’efficienza della giustizia penale, previsto dalla legge di riforma, e credo si possa tutti convenire nell’auspicarne la rapida costituzione, perché gli uffici giudiziari non possono essere lasciati soli nell’affrontare una riforma, per dire eufemisticamente, complicata", ha concluso.

Il decreto sulla presunzione di innocenza. Poveri Pm, resteranno senza più riflettori. Alberto Cisterna su Il Riformista il 6 Novembre 2021. La presunzione d’innocenza non sarà certo scudata dal decreto legislativo approvato dal Governo, ma è un primo passo. Un passo timido per qualcuno, una sterzata pericolosa per altri. In mezzo non ci può che stare la constatazione atavica che il processo provoca danni che nulla hanno a che vedere con l’accertamento dei fatti e, invece, troppo hanno a che vedere con la reputazione delle persone coinvolte. E non sono gli imputati, si badi bene, i più esposti. In troppe occasioni sono le vittime a finire nel tritacarne, a essere passate al setaccio, a dover rendere conto dei propri comportamenti agli occhi di un’opinione pubblica che morbosamente è alla caccia di particolari, di pruderie, di risvolti. La costruzione mediatica del mostro non è mai unidirezionale e, a volte, è impossibile stabilire a priori lungo quale piano incrinato scivolerà la biglia della benevolenza o quella delle stimmate contro il carnefice o contro la sua preda. Come e perché processo e media si siano incontrati e quando abbiano intrecciato questo insalubre connubio non è questione che possa essere risolta in poche battute. Sul perché sia così difficile spezzare questo legame, però, possono essere dette alcune cose. Le nuove norme non stanno tutte nel codice di procedura penale. Strano, penserà qualcuno. Ma come la presunzione d’innocenza è uno dei principi cardine del diritto e il suo “rafforzamento” non cade nel perimetro del processo? È proprio così. Le norme che hanno alimentato più polemiche non stanno nel codice del rito, ma in un oscuro ai più decreto del 2006 che riguarda l’organizzazione del pubblico ministero. E queste nuove regole disegnano una nuova disciplina dei rapporti del procuratore della Repubblica con la stampa e sono inserite in un grappolo di disposizioni tutte volte, come dire, a contenere gli slanci mediatici degli investigatori. Riassumiamo in poche battute il percorso a ostacoli che il Governo ha immaginato per tutelare la presunzione d’innocenza. Fin dall’inizio niente frasi roboanti per intitolare le indagini; una moda presa in prestito dalle operazioni militari e dalla polizia americana, ma lì il pubblico ministero conta poco o nulla e un giudice è lontano chilometri. La soggezione del pubblico ministero a queste titolazioni guerresche non è casuale e rispecchia una pericolosa tendenza all’assoggettamento dei magistrati dell’accusa ai modelli operativi e lessicali delle forze di polizia. Per carità, nulla di sacrilego, ma se si vuol parlare anche di giurisdizione inquirente è bene recuperare un certo stile e non trattare gli indagati come “nemici”. Quindi, secondo pilastro, negli atti di polizia e in quelli dei giudici niente frasi taglienti e giudizi irrevocabili sul tema della responsabilità. L’indagato parlerà dopo, nel processo, ed è bene non servirlo alla pubblica opinione e ai tribunali come fosse bello e cotto, destinato all’immancabile condanna. Troppi condizionamenti, dentro e fuori le mura dei palazzi di giustizia, trovano origine dal peso mediatico che il pubblico ministero ha impresso all’indagine, per cui diventa – come dire – difficile sganciarsi da questo cliché e arrivare con serenità a una scarcerazione o a una assoluzione. Senza contare il dramma delle vittime e dei loro parenti che, tante volte, ingiustamente suggestionati dalla propaganda mediatica che accompagna le loro vicende processuali, credono che il colpevole stia lì davanti a loro e che qualcuno lo aiuti a scampare la giusta pena. Quindi la comunicazione del risultato delle indagini diventa cruciale e su questo versante il decreto del Governo è prodigo di raccomandazioni e inviti alla cautela, più che di veri e propri strumenti di tutela. Naturalmente ci sarà chi se ne fregherà altamente e, in quel caso, stando alle norme, rischierebbe di brutto sul versante disciplinare, penale e risarcitorio. Difficile che qualcuno si mette contro un peso massimo del genere, ma comunque la via c’è e qualche potente di turno metterà mano alla pistola per far espiare al reprobo le sue colpe e rendergli il conto di averlo maltrattato innanzi alla pubblica opinione. I poveracci mi pare difficile trovino anche solo qualcuno che sia disposto a far causa a polizia giudiziaria, pubblico ministero e giudici, ma tra gli avvocati non mancano i coraggiosi. sia detto per inciso, è il vero vulnus al regime della responsabilità civile dei magistrati cui aspira il referendum leghista; non rifletta sul fatto che si tratta di uno strumento per ricchi dalle spalle forti. A occhio e croce, si potrebbe dire che non si capisce perché si parli di bavaglio all’informazione, di blackout sul lavoro delle procure, del pericolo di ammutolire gli investigatori. A occhio e croce. Perché a leggere con più attenzione il decreto governativo c’è uno snodo che preoccupa oltremodo alcuni settori della pubblica accusa ed è proprio il fatto che le disposizioni più severe non siano state collocate nel codice di rito, ma nella legge che governa le carriere. Si fosse trattato di norme del processo ai più disinvolti sarebbe importato poco o nulla. Con quel che si sente da qualche tempo in tema di violazione delle più elementari norme sorge il dubbio che il processo sia inteso da qualcuno come un circuito in cui – troppe volte – qualunque sbrego sia tollerato, giustificato e, quindi, metabolizzato, salvo incontrare un giudice. Ma se si mette mano all’ordinamento delle carriere la questione cambia, eccome. Nella lotta all’ultimo sangue per un posto direttivo, così ben narrata nella Batracomiomachia del dottor Palamara, è chiaro che incorrere in una violazione delle disposizioni sulle conferenze stampa può costare caro se un avversario la può lanciare sulla bilancia. Il nocciolo della questione sta nel nuovo articolo 5 del decreto del 2006 che sino a oggi prevedeva che il procuratore della Repubblica mantenesse personalmente, o tramite un delegato, i rapporti con gli organi di informazione. Questo giustificava il bivacco dei giornalisti nei corridoi di alcune procure della Repubblica alla ricerca di un contatto, di una chiacchierata, di un caffè propiziatorio. La mano del Governo Draghi ha aggiunto che questi rapporti con l’informazione debbono essere mantenuti «esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa». Già la pandemia aveva assottigliato le fughe di notizie con quei palazzi di giustizia trasformati in bunker sanitari, oggi si è tracciata una linea di demarcazioni quasi invalicabile. Si dice che ogni rapporto con i media potrà essere mantenuto solo attraverso comunicati e, in rari casi, con conferenze stampa. Quindi, per dire, addio interviste, addio chiacchierate e ammiccamenti. Si potrà, per carità, parlare di leggi, di criminalità, di sport, di cucina, ma non delle indagini di cui si è titolari per magnificarle o pubblicizzarle. In queste poche righe si annida un grave problema e c’è chi lo ha capito molto bene. Una grande occasione per i tanti, tanti pubblici ministeri che in silenzio e con serietà conducono le loro indagini senza riflettori e senza svolazzi. Alberto Cisterna

Spataro: «Processi in Tv, troppi magistrati trai i “nuovi mostri”». La lezione dell’ex procuratore Armando Spataro alla Scuola superiore della magistratura, che ha anticipato il recepimento della direttiva sulla presunzione d’innocenza. Simona Musco su Il Dubbio il 6 novembre 2021. «Il magistrato sia protagonista virtuoso di corretta comunicazione e di ogni utile interlocuzione nel dibattito sui temi della giustizia! Ma sia capace di esserlo con misura». A dirlo non è la ministra della Giustizia Marta Cartabia, né il deputato di Azione Enrico Costa, che pure, di certo, non si troverebbero in disaccordo con tale affermazione. L’esortazione è invece contenuta nella lezione tenuta a gennaio scorso dall’ex procuratore di Torino Armando Spataro alla Scuola superiore della magistratura, anticipando così di diversi mesi il recepimento della direttiva europea sulla presunzione d’innocenza. Un vero e proprio vademecum, rappresentato, in primis, dalle circolari della stessa procura di Torino, che sotto Spataro, dal 2014 al 2018, ha fatto della comunicazione sobria ed essenziale, rispettosa dei diritti di tutti, una regola aurea. Nessuna generalizzazione, né scivoloni nel populismo, solo una certezza: le toghe non possono e non devono aspirare al ruolo di moralizzatori della società. E la stampa, se vuole fare un buon lavoro, deve evitare il processo mediatico, i titoloni ad effetto, verificando i fatti e accedendo alle notizie senza tentare di creare, magari violando i doveri deontologici, dei canali privilegiati: solo così renderà un vero servizio alla giustizia. L’invito di Spataro ai colleghi è quello di «evitare i tentativi di “espansione” a mezzo stampa del proprio ruolo fino ad includervi quelli degli storici e dei moralizzatori della società». Un rischio concreto, per quanto i magistrati showman, secondo l’ex procuratore, siano comunque una minoranza. Ma tanto basta a creare quel meccanismo perverso che distorce l’immagine della giustizia.

La febbre da talk show

Il dovere di informare è naturalmente irrinunciabile, evidenzia, «purché esercitato nei limiti della legge, del rispetto della privacy e delle regole deontologiche, ma è anche necessario che i magistrati si guardino bene dal contribuire a rafforzare un’ormai evidente degenerazione informativa, che spesso determina febbre “giustizialista”, alimentata da mostruosi “talk-show” ed attacchi alla politica ingiustificatamente generalizzati». Una vera e propria deriva, denuncia Spataro, di cui i magistrati non sono, ovviamente, gli unici responsabili: anche la polizia giudiziaria, i giornalisti, i politici e gli avvocati possono contribuire alle «strumentalizzazioni», con il risultato di produrre «informazioni sulla giustizia prive di approfondimento e di verifiche, e che sono caratterizzate dalla ricerca di titoli e di forzature delle notizie al solo scopo di impressionare il lettore». Il rapporto tra giustizia ed informazione è infatti tutt’altro che secondario nell’amministrazione della giustizia ed è anzi, secondo Spataro, uno dei pilastri della sua credibilità. E in caso contrario, l’effetto è quello di generare tra i cittadini «errate aspettative e distorte visioni della giustizia, in sostanza disinformazione, così determinando ragioni di sfiducia nei confronti della magistratura e conseguente perdita della sua credibilità». Ecco perché, dunque, la direttiva sulla presunzione d’innocenza non appare peregrina, nonostante i timori di chi vede in essa un tentativo di imbavagliare pm e stampa. La mediatizzazione dei magistrati, infatti, può rappresentare la spia di una propensione «ad accrescere, per quelle vie, la popolarità della propria immagine, anche a costo di non rispettare il dovere di riservatezza proprio dell’attività giudiziaria». E se l’informazione sulla giustizia è «certamente necessaria», occorre precisarne «contenuti e confini, anche nel rispetto dei principi che disciplinano la tutela della privacy».

Giusto processo e processo mediatico: le conferenze stampa

Il giusto processo, afferma l’ex magistrato, non dipende solo da quanto avviene in aula, ma anche da ciò che accade fuori, ovvero «grazie a notizie giuste e vere, conoscibili entro i limiti previsti per le varie fasi processuali e contenenti esclusivamente riferimenti ai fatti che sono oggetto del processo». Ma lo stesso può essere inficiato dalla «tendenza al protagonismo individuale», un problema reale, ammette, «connesso alla convinzione di alcuni pm di potersi proporre al Paese, attraverso la diffusione mediatica di notizie sulle proprie indagini, spesso enfatizzate, come eroi solitari, unici interessati alle verità che i poteri forti intendono occultare». Un atteggiamento da cassare, mentre «sono preferibili quei magistrati che non cercano consenso (specie nelle piazze gremite) e che lavorano con riservatezza e determinazione». Su tutti prevalgono i doveri di «verità e sobrietà informativa, specie quando i fatti sono oggetto di indagine e non ancora di una sentenza, sia pure di primo grado». Ed è obbligo dei procuratori «intervenire per correggere le fake news», che rischiano di compromettere anche la funzione giudiziaria.

Altro capitolo quello delle conferenze stampa, che Spataro, in tutta la sua carriera, ha convocato solo tre volte: «La prima per denunciare pubblicamente, insieme agli avvocati, il grave deficit di personale amministrativo dell’Ufficio; la seconda per illustrare i risultati ostensibili delle indagini sui gravi fatti verificatisi in Torino, in Piazza San Carlo, il 3 giugno 2017 (che avevano scosso l’intera città) e l’ultima per presentare pubblicamente le direttive emesse il 9 luglio 2018 in tema di priorità da accordare alla trattazione dei reati connotati da odio razziale ed al fine di velocizzare le procedure relative ai ricorsi avverso il rigetto delle richieste di protezione internazionale (argomenti, cioè, che richiamavano attualità e diritti fondamentali delle persone)». Da qui la critica alle conferenze-show con tanto di forze di polizia schierate in divisa dietro ai magistrati.

Informazione e giustizia, il principio dell’essenzialità

La critica di Spataro è dura, anche e soprattutto contro l’inaccettabile prassi lanciare proclami, «del tipo “si tratta della più importante indagine antimafia del secolo” o “finalmente abbiamo scoperto la mafia al Nord”, così proponendosi come icone – categoria purtroppo in espansione – per le piazze plaudenti». Ma anche i comunicati stampa, spesso, cedono al sensazionalismo, offrendo alla stampa anche stralci di intercettazioni o spunti critici verso giudici o avvocati, «oppure affermazioni apodittiche quasi che le tesi dei pm esposte nei comunicati rappresentino la verità inconfutabile, definitivamente accertata, insomma un anticipo di sentenza. Niente di più lontano, insomma, dal senso del limite e dall’etica del dubbio cui devono conformarsi le parole di un pubblico ministero prima della decisione del giudice». Limitarsi all’essenziale e ricordare «la provvisorietà delle valutazioni del giudice (non del pm) sulle responsabilità delle persone sottoposte a misura cautelare, evitando citazione di nomi e diffusione di fotografie o comunicazione di dati sensibili almeno ove tali nomi ed immagini non siano noti per altri fatti oggettivi» è invece il metodo giusto.

Ma Spataro invita i colleghi anche a rifuggire da quella tendenza che spinge i magistrati a ritenersi «depositari della morale collettiva». Il loro compito è infatti un altro: «Mettere a nudo la verità con prove inconfutabili». E questo comporta un limite: «Se quelle prove non si raggiungono, il magistrato, pur se convinto del fondamento della ipotesi accusatoria da cui si è mosso, ha esaurito il suo ruolo, deve considerare i limiti della giustizia umana e se è un pubblico ministero deve saper ragionare come un giudice e comunque rimettersi alla decisione finale dei Tribunali e delle Corti rispettandola fino in fondo». Ciononostante, per una minoranza dei magistrati il rilievo mediatico del proprio lavoro è quasi più importante del suo esito: «La pubblicazione della notizia di una indagine sui giornali, specie se con modalità tali da captare l’attenzione del lettore, rischia in tal modo di diventare per molti più importante della futura sentenza». E prova ne è anche l’invasione delle sale da talk-show da parte di magistrati o ex magistrati, definiti da Spataro «i nuovi mostri», un’ulteriore ragione «di perdita di credibilità dell’ordine giudiziario». 

Quella condanna a mezzo stampa tra stereotipi di genere e ipocrisia. La bagarre mediatica dopo la sentenza del Tribunale di Livorno che ha assolto un Carabiniere dall’accusa di violenza sessuale. Il commento di Aurora Matteucci, presidente della Camera penale di Livorno. Aurora Matteucci su Il Dubbio il 6 novembre 2021. Se ne parla da un mese: ha fatto notizia la sentenza del Tribunale di Livorno che ha assolto un Carabiniere dall’accusa di violenza sessuale e corruzione, perché – si legge sul giornale – il sesso orale non può essere violenza. Titoli che rimbalzano sui social, fiumi di inchiostro per dare forma all’indignazione. Il mainstream mediatico ha già deciso: il carabiniere deve essere condannato. Ne nasce una saga a puntate, pubblicata dal quotidiano livornese il Tirreno che domenica scorsa interviene di nuovo sul tema: ad essere oggetto di attenzione, stavolta, i contenuti dell’atto di appello dei difensori della parte civile. Eravamo convinti/e, ma ci dobbiamo essere distratte/i, che la richiesta di pena fosse appannaggio dello Stato, nelle mani della pubblica accusa. E che i difensori delle parti civili potessero al più dolersi del mancato risarcimento dei danni. Ma tant’è: il vittimocentrismo pretende oggi la sua più alta soddisfazione. Privatizzare la giustizia penale e farne un terreno di scontro tra “per bene” e “per male” (T. Pitch). È vero. L’affermazione che il sesso orale non possa essere violento, in sé, merita critica ed è figlia di stereotipi inaccettabili. Ma da qui a dire che per questo il carabiniere è stato assolto, come invece sembra ricavarsi dalla lettura di questa ennesima epopea mediatica, spazio ne corre. Il quotidiano si diffonde in un accorato j’accuse dando in pasto ai lettori la convinzione che questo sia il motivo principale dell’assoluzione e, cosa ancor più deprecabile, che sia una donna ad aver esteso quella motivazione. Di qui, uno scivoloso avvitamento inverso: l’imputata, sui media, diviene proprio la giudice, in quanto donna e, come tale, colpevole di aver deciso di assolvere un uomo accusato di violenza sessuale e concussione. Se ormai è vox populi che non esistono innocenti, ma solo colpevoli che la fanno franca, c’è poco spazio per i nostalgici della presunzione di innocenza. Hai voglia a pubblicare i numeri delle ingiuste detenzioni (uno ogni otto ore finisce in carcere ingiustamente, M. Feltri), i costi delle condanne che lo Stato, quindi noi, dobbiamo pagare per aver sbattuto dentro innocenti (ogni anno 988 errori che alla collettività sono costati, dal 1991 a oggi, 869.754.850 euro). L’assoluzione avrà sempre il sapore di una sconfitta. Ho letto quella sentenza, non ho seguito il processo. Non conosco gli atti di quel dibattimento che darebbero migliore contezza della complessità di quella vicenda umana ricostruita dai Giudici livornesi. Mi guardo bene dal dire se questa è o meno una sentenza giusta. Ma un tentativo di riflessione su binari diversi può essere fatto, dopo quella lettura: e cioè che il ragionamento con il quale i giudici, a torto o a ragione, ritengono di assolvere l’uomo, il cui nome e cognome è ormai dominio pubblico, è certamente più complesso della semplificazione indebita riportata dalla stampa. L’inattendibilità della persona offesa viene ancorata a diversi profili sui quali solo incidentalmente si innesta l’affermazione, non condivisibile, secondo cui il sesso orale non può essere violento: non vi sarebbe prova per il Tribunale che il carabiniere abbia esercitato pressioni sulla donna per ottenere prestazioni sessuali in cambio di un insabbiamento dell’indagine per sfruttamento della prostituzione; vi sarebbero al contrario elementi per ritenere che la donna fosse spinta da sentimento vendicativo nei confronti dell’imputato che, a torto, era stato ritenuto responsabile del sequestro del centro benessere di cui era titolare. Descrizione non convincente dei rapporti sessuali che si assumono violenti, alibi dell’imputato che si trovava altrove in occasione di uno dei racconti di violenza. E molti altri passaggi che di per sé soli, costituiscono l’ossatura portante della motivazione. Sentenza giusta? Sbagliata? Lo stabilirà una Corte d’appello. Di certo il compito di ribaltarla non spetta alla testata di un quotidiano locale che si spreca in ricostruzioni sibilline, con tanto di stralci dell’incidente probatorio sbattuti in calce all’effige evocativa del corpo nudo e stilizzato – un fumetto – di una donna toccata da molte mani (disegnate anche queste). Un inno alla semplificazione estrema, facile, troppo facile della complessità, ridotta alla solita guerra tra vittima e imputato – già reo – destinati a giocare sempre lo stesso ruolo, guai a cambiarne il destino, guai ad assolvere, guai a non sacralizzare l’ovvio: e cioè che una donna che denuncia è sempre e solo vittima e per questo deve essere creduta, a prescindere. Dobbiamo, invece, intavolare discussioni ben più profonde e sensate sugli stereotipi di genere, emblematici di una società tristemente, anacronisticamente, patriarcale. Parliamo di questo nelle sedi della politica, affrontiamo con coraggio, una buona volta, il problema del sessismo nella lingua italiana e nei costumi di questo ipocrita paese. Trattiamo la violenza di genere come un problema strutturale e non con strumenti emergenziali buoni per raccattare consensi. Usciamo dal circuito asfittico della bulimia repressiva, dal vortice del diritto penale simbolico, dalla tendenza inesausta a semplificare la complessità. E restituiamo il processo alle aule dei Tribunali. I dibattimenti, salve rare eccezioni, sono pubblici. Ma le sedie, destinate al pubblico, sono sempre vuote: non ci sono quasi più giornalisti, non ci sono quasi mai lettori. Le sentenze, non a caso, sono pronunciate in nome del popolo italiano. Per carità: le decisioni possono essere criticate, ci mancherebbe altro. Si può persino ritenere che siano scritte “non in nostro nome”. Vanno lette, studiate, analizzate e poi, solo poi, criticate, anche ferocemente, persino additandone le scelte linguistiche. Può farlo una pubblica opinione, purché adeguatamente informata, deve farlo un difensore che ritenga ingiusta una pronuncia e in tal caso ha il dovere (non è un placet) di ricorrere agli strumenti che l’ordinamento assegna: l’atto di appello o il ricorso per Cassazione. Circuito tecnico e ristretto che non ha niente a che vedere con il processo mediatico. Occorre augurarsi che a giudicare questo processo, in grado d’appello, allora siano persone capaci di restare impermeabili alla bagarre mediatica. Aurora Matteucci è presidente della Camera penale di Livorno

Presunzione di innocenza, dagli atti giudiziari alle interviste: più garanzie per chi è sotto inchiesta. Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 4 novembre 2021. Stop alla giustizia show e maggiore tutela per chi è sottoposto a indagine: così, recependo la direttiva europea del 2016, il Consiglio dei ministri presieduto da Mario Draghi ha approvato ieri sera, in esame definitivo, dopo il previsto passaggio parlamentare, il decreto legislativo sul rafforzamento della presunzione di innocenza. Una soluzione di compromesso tra tutte le forze politiche, che continuerà però a suscitare polemiche. Il testo approvato prevede, ad esempio, che il procuratore capo mantenga «i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa». Dunque, almeno in teoria, non potranno più essere fornite informazioni al di fuori di questi contesti. Poi c’è il passaggio che le voci più critiche, a partire dal togato indipendente del Csm, , hanno definito «il bavaglio lessicale» messo a pm e forze dell’ordine. L’articolo 4 del testo modifica il codice di procedura penale inserendo un nuovo articolo 115-bis («Garanzia della presunzione d’innocenza») che impone, infatti, ai magistrati di pesare le parole. Perché, recita il testo, non possono «indicare pubblicamente l’indagato come colpevole», in un atto che non sia una sentenza, ma anche solo in un’intervista, a pena di richieste da parte dell’interessato di «rettifica della dichiarazione resa» entro 48 ore. Ma non solo: sono previste anche conseguenze disciplinari e risarcimento danni in questi casi a carico di chi indaga. Il rischio, allora, già paventato da rappresentanti dell’Anm, è che potranno aprirsi così nuovi fascicoli che di certo non aiuteranno a velocizzare la macchina della giustizia. Super cautela, d’ora in poi, anche nelle ordinanze di applicazione di misure cautelari: «L’autorità giudiziaria» dovrà limitare «i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l’adozione del provvedimento». Lo schema di decreto mercoledì aveva ricevuto il parere positivo del Csm (con l’opposizione dei soli consiglieri Di Matteo e Ardita). Nei confronti del documento il Consiglio superiore della magistratura due giorni fa aveva espresso «apprezzamento» evidenziando però «alcune criticità tecniche». «Ci avviamo a una situazione nella quale fino alla sentenza definitiva i processi in tv li possono fare soltanto gli imputati e i parenti degli imputati — aveva detto il consigliere Di Matteo — mentre nessuna notizia potrà essere data dai procuratori e dalle forze dell’ordine». Il decreto appena approvato prevede «che la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita soltanto quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico». Inoltre «è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza». Come Mafia Capitale o Pizza Connection, per capirci. Sul rispetto del dettato legislativo, infine, sarà chiamato a vigilare il procuratore generale presso la Corte d’Appello, inviando una relazione «almeno annuale» alla Corte di Cassazione, che potrà costituire base per procedimenti disciplinari.

Archiviati e offesi. La crociata contro la presunzione d’innocenza e l’anima nera del populismo giudiziario. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 5 novembre 2021. I video montati ad arte dagli inquirenti a scopo comunicativo e i surreali titoli del Fatto sugli «ex indagati», breve antologia degli orrori che rendono necessario recepire la direttiva europea, rispettare la Costituzione e superare lo stato incivile della giustizia italiana. In Italia, da tempo, si discute accanitamente di un decreto legislativo che recepisce le disposizioni di una direttiva europea sulla presunzione d’innocenza, principio peraltro previsto dalla nostra Costituzione. Il testo voluto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvato dal governo in agosto, impone agli inquirenti di parlare dei procedimenti in corso nelle sedi deputate e senza violare il suddetto principio, vale a dire senza presentare un semplice indagato come colpevole. In pratica, il decreto cerca di limitare la possibilità di pm e forze dell’ordine di fare quello che fino a cinque minuti fa hanno sempre fatto, ma proprio sempre-sempre-sempre, da che sono bambino. E cioè, per l’appunto, presentare il semplice indagato come colpevole. Allestire solenni conferenze stampa in cui diffondersi per ore sulla sua spietata volontà criminale e sulla bassezza delle sue motivazioni. Scandire in ogni modo davanti a microfoni e telecamere che razza di disgraziato, cinico, implacabile, rivoltante, schifoso essere sia questo Mario Rossi. Quello stesso Mario Rossi per il quale, secondo la nostra Costituzione, vige la presunzione d’innocenza. L’iniziativa, come ogni tentativo di mettere un freno agli abusi di pubblici ministeri e giornalisti da qualche decennio a questa parte, è stata prontamente etichettata come «bavaglio». Immancabile, in proposito, l’intervento del Consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha parlato – non scherzo – di «svolta illiberale» e di «bavaglio alla possibilità che all’informazione contribuisca anche l’autorità pubblica». In proposito, Maurizio Crippa sul Foglio di ieri ha ricordato l’incredibile vicenda del video che mostrava il camion di Massimo Bossetti, condannato all’egastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, girare attorno alla palestra della ragazza. Video mandato in onda da tutti i tg, di cui si è scoperto che era stato montato ad arte dai carabinieri. Luigi Ferrarella, che ha ricostruito la vicenda sul Corriere della sera, ha notato tra l’altro che di recente il tribunale di Milano ha assolto alcuni giornalisti dall’accusa di aver diffamato il capo del Ris parlando di «patacca» e video «taroccato». In particolare, il gip ha osservato che la «diffusione mediatica» di quel video, «il cui scopo era dichiaratamente non probatorio» (non faceva parte degli atti) «ma comunicativo», di fatto lese «il fondamentale principio della presunzione d’innocenza dell’imputato che, anche in base alla direttiva Ue n. 343 del 2016, deve proteggere gli indagati da mediatiche sovraesposizioni deliberatamente volte a presentarli all’opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento processuale definitivo». Esattamente la direttiva che il decreto vorrebbe attuare. Decreto contro il quale è scattata, puntualmente, la campagna del Fatto quotidiano. Va detto che quella contro la presunzione di innocenza, più che una battaglia, è la ragione sociale del Fatto. Una crociata combattuta con una passione paragonabile solo a quella con cui da un po’ in qua – cioè da quando a Palazzo Chigi non c’è più Giuseppe Conte – continua a sparare sfilze di titoli allarmisti sui vaccini (l’apertura di ieri, per dire, era un incredibile «63 morti e fuga dalla terza dose», a metà tra fantascienza e poliziottesco anni Settanta). Ma tutto questo è ancora niente in confronto al modo in cui mercoledì il Fatto ha dato la notizia della nuova giunta capitolina di Roberto Gualtieri. Titolo: «Un indagato e 3 ex inquisiti: Gualtieri sceglie il passato». Nel caso vi fosse sfuggito il neologismo, ve lo ripeto: «Ex inquisiti». Occhiello: «Inchiesta a Roma per abuso d’ufficio sul nuovo city manager. Nella giunta gli archiviati del Mondo di Mezzo». Ripetiamo anche questa, tutti in coro: «Gli archiviati». Ricapitolando, da un lato, a quanto scrive lo stesso articolo del Fatto, abbiamo un indagato, un manager proveniente dal Poligrafico dello Stato, che deve ancora essere sentito dai pm («qualora venisse accertata la buona fede dei manager del Poligrafico, la Procura potrebbe archiviare»), dall’altro «tre persone sfiorate dall’inchiesta sul Mondo di Mezzo, tutti archiviati su richiesta della Procura nel 2016». Avete letto bene. Altro che presunzione, qui siamo semmai alla rimozione d’innocenza. Nemmeno il fatto che sia la stessa Procura a stabilire che non ci sono ragioni per procedere basta a risparmiare ai nuovi assessori la messa all’indice, bollati con la surreale definizione di «ex inquisiti». Il fatto di essere stati semplicemente indagati, anni prima, come macchia perpetua e incancellabile, indipendentemente dalle conclusioni degli stessi inquirenti. Dalla presunzione d’innocenza alla colpevolezza a prescindere. Semel «sfiorato», semper «sfiorato».

Ora la presunzione d’innocenza è un obbligo per i pm. Con le nuove norme, vietato alle Procure presentare indagati e imputati già come colpevoli. Conferenze stampa consentite solo in casi particolari. Errico Novi su Il Dubbio il 4 novembre 2021. È una piccola rivoluzione. E forse neanche tanto piccola. Il decreto legislativo sulla presunzione d’innocenza prova a correggere il vizio fatale della giustizia italiana: la sostituzione del processo mediatico all’accertamento penale. Il Consiglio dei ministri ne ha deliberato ieri l’approvazione definitiva: testo integrato (e trasmesso al Capo dello Stato per la firma) con le correzioni chieste dal Parlamento, ma non in base a quelle suggerite giusto due giorni fa dal Csm. Rispettata dunque la scadenza prevista dalla delega, fissata all’8 novembre. Dopo l’ok del Colle, sarà legge il «divieto di indicare pubblicamente come colpevole l’indagato o l’imputato» fino a che non arrivi una sentenza definitiva. Vale per tutte le «autorità pubbliche», ma visto che i parlamentari godono dell’insindacabilità sulle opinioni, riguarda essenzialmente i magistrati. Ci sono molti meriti da distribuire. Certamente alla ministra della Giustizia Marta Cartabia che ieri ha sostenuto l’importanza del provvedimento, e scongiurato qualche “ritocco al ribasso”. E poi al sottosegretario Francesco Paolo Sisto, che ha favorito una non facile mediazione sul parere delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, e al deputato di Azione Enrico Costa, che già un anno fa aveva sollecitato il recepimento della direttiva europea, la 343 del 2016, a cui il testo approvato ieri assicura il “compiuto adeguamento”. L’Italia ha impiegato la bellezza di cinque anni per conformarsi alle misure, dettate sia dal Parlamento di Strasburgo che dal Consiglio Ue. Inerzia che di qui a poco avrebbe potuto innescare una procedura d’infrazione, come la guardasigilli ha più volte ricordato. Va detto che la presunzione d’innocenza è tutelata, oltre che in modo solenne dall’articolo 27 della Costituzione, anche da una sottovalutatissima norma già scolpita nel Codice disciplinare dei magistrati. I quali possono rispondere per «pubbliche dichiarazioni o interviste che riguardino i soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione, quando sono dirette a ledere indebitamente diritti altrui». Un’incredibilmente disattesa anticipazione (inserita, tanto per essere precisi, nel decreto legislativo 109 del 2006) del nuovo testo. Non è un caso che la vecchia norma fosse stata richiamata nel parere delle Camere, come motivo che avrebbe reso necessaria, innanzitutto secondo il relatore Costa, una stretta anche più severa. Ed è vero pure che si potrebbe temere una nuova disapplicazione, se non fosse che nei rapporti fra magistratura e altri poteri gli equilibri sono cambiati parecchio, nel frattempo. E poi comunque il decreto appena approvato a Palazzo Chigi definisce meglio il rispetto della presunzione d’innocenza, anche grazie a un diritto di rettifica introdotto, in favore dell’indagato, nei casi in cui il magistrato violi i nuovi limiti; servirà un ricorso ex articolo 700. Quando gli abusi sono in atti formali di un giudice, è possibile chiederne una «correzione», su cui decide lo stesso ufficio in sole 48 ore, con possibilità di opporsi prevista per le parti in causa, dunque anche per il magistrato ritenuto responsabile. Procedura accessibile anche per gli atti di un pm, pur soggetti a limiti meno stringenti. Ma lo stesso magistrato dell’accusa è tenuto comunque a riferirsi in modo “limitato” alla colpevolezza, giusto quanto basta per «soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l’adozione del provvedimento». Il cuore delle nuove norme però riguarda i rapporti con l’informazione. Che continuano a poter essere gestiti, nelle Procure, dai capi o da pm delegati, ma d’ora in poi solo attraverso comunicati ufficiali. Si possono convocare conferenze stampa solo «nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti» e, come chiesto dal Parlamento nel parere, con atto motivato da ragioni «specifiche». Aggettivo che costringe i procuratori a spiegare in modo non troppo generico l’esigenza di convocare i giornalisti. Le Camere hanno chiesto, e ottenuto, di vedere introdotto il termine «specifiche» anche rispetto alle «ragioni» stesse per le quali si sceglie di informare la stampa, a cui i magistrati potranno rivolgersi appunto solo quando ricorrono ben definite motivazioni «di interesse pubblico» o quando tale “pubblicità” è «strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini». Limiti fotocopia anche per i casi in cui il procuratore affida alla polizia giudiziaria la comunicazione con i media, sempre con la necessità di un atto motivato per le conferenze stampa. In ogni caso, toghe e agenti devono sempre preoccuparsi di chiarire «lo stato del procedimento» e di non equivocare sulla colpevolezza, e sulla necessità di accertarla nel processo. Fino al dettaglio normativo che impone la cesura forse più netta rispetto al passato: il divieto di assegnare alle indagini «denominazioni lesive della presunzione di innocenza». I suggestivi nomignoli con cui, senza bisogno d’altro, già si presentava l’indagato come inesorabilmente reprobo. È una griglia fitta. Destinata a cambiare l’approccio anche culturale dei magistrati, al di là delle sanzioni che potranno essere davvero applicate. Fino all’ultimo ieri si è discusso sull’opportunità di mantenere nel testo il passaggio, sollecitato sempre dal parere parlamentare, che elimina il nesso fra il ricorso alla facoltà di non rispondere e il mancato riconoscimento del ristoro per ingiusta detenzione. Di sicuro, solo fino a pochi mesi fa, un argine così puntuale alla mediaticità dei pm sarebbe stato impensabile. Il fatto stesso che diventi legge apre un orizzonte diverso per la giustizia italiana.

Diritti civili. La presunzione di innocenza e l’odiosa pratica del processo mediatico. Guido Stampanoni Bassi su L'Inkiesta.it il 29 Ottobre 2021. Una direttiva europea impone alle nostre procure di rispettare un principio sacrosanto: le autorità pubbliche non devono riferirsi all’indagato (o all’imputato) come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata definitivamente provata. Non è un bavaglio alla cronaca giudiziaria ma uno dei pochi modi per evitare la gogna dei pm in cerca di visibilità. Una direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio del 2016 – avente a oggetto il rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione d’innocenza nonché il diritto a presenziare al processo – ha invitato gli Stati membri ad adottare una serie di misure volte a riconoscere, in capo a chi sia accusato di un reato, la «presunzione d’innocenza fino a quando non ne sia stata legalmente provata la colpevolezza». Tra queste misure, un’attenzione particolare è riconosciuta ai «riferimenti in pubblico alla colpevolezza», stabilendo che gli Stati membri garantiscano che, nelle dichiarazioni pubbliche rese dalle autorità pubbliche, non ci si riferisca all’indagato (o all’imputato) come colpevole fino a quando la sua colpevolezza non sia stata definitivamente provata. Sembra una considerazione banale, quasi ovvia, ma così non è. Per adeguare il nostro ordinamento alla direttiva, il Governo, nell’agosto di quest’anno, ha presentato uno schema di decreto legislativo che è appena passato al vaglio delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, non senza polemiche e discussioni. Diverse le novità che deriverebbero dall’entrata in vigore del provvedimento, a partire dal divieto, per le autorità pubbliche, di presentare all’opinione pubblica come colpevole una persona sottoposta a indagini o a processo sino a quando – come richiesto dalla direttiva – la sua colpevolezza non sia stata accertata in maniera definitiva. Si prevede, poi, d’intervenire sul piano dei rapporti tra Procura e organi d’informazione stabilendo che la diffusione d’informazioni sui procedimenti penali sia consentita solo se strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o in presenza di ragioni d’interesse pubblico e che il Procuratore (o un suo delegato) possa interagire con la stampa solo attraverso comunicati ufficiali o conferenze stampa. Soprattutto sotto quest’ultimo versante – ossia, quello relativo ai rapporti tra autorità inquirente e organi d’informazione – si sono registrate le maggiori polemiche. Da un lato, la Associazione Nazionale Magistrati che ha parlato di «ingessatura eccessiva» potenzialmente lesiva del diritto a una corretta informazione; dall’altro, gli avvocati penalisti che, in sede di audizione, pur considerandolo il provvedimento un «passo avanti» hanno evidenziato perplessità sulla reale efficacia delle misure. Da un lato, alcuni giornali che hanno parlato d’inaccettabile bavaglio («vogliono delinquere e vietarci di scriverlo», «addio notizie», ecc…); dall’altro quelli che vedono nel recepimento della direttiva uno strumento in grado di contrastare processi show e gogna mediatica («giustizia show, varata la norma anti-Gratteri»). Il 20 ottobre le Commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno dato il via libera allo schema di decreto legislativo, esprimendo parere favorevole (sebbene non sia vincolante) subordinato ad alcune condizioni. Vediamo quali.

Anzitutto, si prevede che la decisione d’indire una conferenza stampa – ipotesi già subordinata al fatto che si tratti di fatti di «particolare rilevanza pubblica» – dovrà essere assunta dal Procuratore della Repubblica «con atto motivato in ordine alle specifiche esigenze di ragioni di pubblico interesse che lo giustificano». In secondo luogo – ed è questo un argomento più tecnico – si prevede che la condotta di chi, in sede d’interrogatorio, abbia scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere «non possa costituire, ai fini del riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione, elemento causale della custodia cautelare subita».

Prevedibili alcune delle obiezioni.

Chi stabilisce quali siano i casi di «particolare rilevanza pubblica»? Chi stabilisce quali siano le «ragioni di pubblico interesse» tali da giustificare l’organizzazione di una conferenza stampa? 

La Procura, ossia la stessa autorità che sta portando avanti le indagini, con una innegabile commistione tra controllore e controllato.

In ogni caso, in attesa di vedere come procederà il Governo, il compromesso raggiunto in Commissione Giustizia – perché di questo si tratta – rappresenta senz’altro un passo avanti verso l’adeguamento del nostro ordinamento a un pieno riconoscimento della presunzione d’innocenza.

Imponendo delle restrizioni – peraltro non difficilmente superabili dalla Procura, alla quale si richiederà solo di motivare il perché si è reputata necessaria una conferenza stampa ad hoc – non si va a ledere alcun diritto (e certamente non quello di chi si trova sotto procedimento, il quale semmai ne uscirà maggiormente tutelato). Così come non potrà essere considerata lesiva di un qualche diritto la necessità di adottare maggior cautela (tanto da parte delle autorità pubbliche quanto dagli organi di stampa) nel non presentare pubblicamente come colpevole un soggetto solo perché indagato o imputato.

Non si tratta, dunque, di voler impedire ai giornalisti di raccontare fatti di cronaca giudiziaria, bensì di evitare o quantomeno contenere gli effetti (forse indesiderati, ma comunque ampiamente prevedibili) del processo mediatico.

Processo mediatico che annovera tra le proprie vittime non solo gli indagati o gli imputati (che vedono lesa la loro presunzione d’innocenza nel momento in cui vengono presentati come colpevoli all’opinione pubblica), ma anche gli stessi giudici, i quali – come ha efficacemente ricordato Vittorio Manes – al momento della loro decisione «dovranno decidere da che parte stanno: se dalla parte della pubblica opinione oppure dalla parte di un imputato che ormai si presume colpevole».

Si tratta, peraltro, di un intervento in linea con il pensiero della ministra della Giustizia Marta Cartabia, la quale ha sottolineato la necessità che «l’avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per un’effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale».

È la soluzione di tutti i problemi? Certamente no.

Rimangono (e rimarranno) ancora aperte una serie di ulteriori rilevanti questioni su cui il provvedimento non interviene, ma che meritano tuttavia attenzione.

Penso, ad esempio, al tema delle cosiddette fughe di notizie dalle procure – argomento su cui pende la proposta di legge presentata dall’Onorevole Catello Vitiello (nella quale si affrontano anche tanti altri temi) – che, a oggi, nonostante la presa di posizione e gli impegni concreti di autorevoli magistrati, rimane irrisolto.

Stop al tritacarne mediatico. Basta giustizia show, troppe carriere sono state distrutte da indagini e titoloni. Catello Vitiello su Il Riformista il 28 Ottobre 2021. Un servizio al telegiornale, un titolo in prima pagina, una conferenza stampa e la vita cambia. Forse per sempre, forse finisce. Sarebbe semplice, quasi banale, snocciolare nomi e cognomi di tutti coloro che hanno subito una gogna mediatica per poi risultare innocenti. Ricordo bene, per ragioni territoriali, il caso di Stefano Graziano, accusato di voto di scambio e di essere fiancheggiatore dei Casalesi e poi prosciolto. Ne abbiamo letto in qualche trafiletto. Voglio, invece, affermare un principio che si spinge un po’ più oltre. Basta gogna mediatica anche per coloro che poi risulteranno essere colpevoli del reato imputatogli. Il recepimento della direttiva 343/2016, infatti, ci riporta a principi già tutti contenuti nella nostra Costituzione che, però, col passare del tempo e l’evolversi dei nuovi mezzi di informazione, sono stati svuotati di significato. Direi elusi, diventati lettera morta. Ed ecco allora il processo mediatico, la notizia sparata in prima pagina, le veline che dalle scrivanie dei pm passano alle scrivanie dei giornalisti, le conferenze stampa delle Procure che narrano di un imputato già colpevole. La vita che cambia. Forse per sempre, forse finisce. Perché, come bene ha detto Luciano Violante nei giorni scorsi, il problema della presunzione d’innocenza è legato a doppio filo a quello di un’informazione spesso lesiva della dignità umana e della privacy. Consapevole del fatto che non abbiamo bisogno di generalizzazioni, sento di rivolgere un interrogativo (molto probabilmente retorico) a chi ci legge: quante carriere sono state costruite sull’onda della rilevanza mediatica? Quante narrazioni di vicende che involgevano amministratori pubblici hanno caratterizzato il dibattito politico degli ultimi anni? Quanto è stata stimolata l’emotività rispetto a fatti che andavano letti solo con la chiave della logica e del diritto? Quante intercettazioni abbiamo letto o ascoltato indebitamente, quanto materiale probatorio sottoposto a segreto investigativo abbiamo visionato? Ve lo dico io: tante volte. Ricorderete i video dei pestaggi di Santa Maria Capua Vetere o, ancora più di recente, le intercettazioni nell’ambito delle indagini sul “sistema De Luca”, in onda a Non è l’Arena di Massimo Giletti. I verbali dell’interrogatorio reso dall’imprenditore Fiorenzo Zoccola, da ieri ai domiciliari, sono di dominio pubblico e girano in tutte le redazioni, coinvolgendo anche persone non indagate. Il giudizio politico può anche restare sospeso, ma perché la giustizia deve diventare uno show? E la cronaca giudiziaria si è trasformata da cane da guardia della democrazia a cane da compagnia (o “da salotto”, come direbbe un cronista di lungo corso). E allora, finalmente, proviamo a ritornare allo Stato di diritto. L’imputato avrà diritto a essere rappresentato come innocente fino a quando non interverrà una sentenza definitiva di condanna; niente utilizzo in pubblico di strumenti di coercizione se non strettamente necessari; nessuna conferenza stampa se non per specifiche (non più solo rilevanti, come pure qualcuno aveva proposto) ragioni di pubblico interesse. Ritorniamo alla civiltà giuridica e alla civiltà di cronaca. Perché una vita non può e non deve finire per una notizia in prima pagina. Può essere, questo, sufficiente? Può, da sola, la direttiva europea rendere questo Paese più civile? Credo proprio di no: non si può risolvere l’intero problema affrontandone solo una parte. Bisognerebbe avere il coraggio di mettere mano a una nuova disciplina, ampia, strutturata, che riequilibri il rapporto tra vicende giudiziarie e media. Giace, incardinata in Commissione Giustizia, una proposta di legge a mia prima firma sul tema, condivisa da esponenti di tutti i partiti rappresentati in Parlamento: senza pretese, può rappresentare un punto di partenza per una discussione che involge aspetti non contemplati dal decreto attuativo della direttiva 343. Solo quando avremo stabilito un punto di equilibrio, infatti, potremmo dire di vivere in un Paese che tutela tutte le libertà in gioco. Catello Vitiello

Da Mafia Capitale a Geenna, così lavorano i titolisti delle procure. I nomi delle indagini non solo evocano i reati ipotizzati ma, a volte, hanno più successo e più effetti dell'intera inchiesta. Ora potrebbero sparire per sempre. Simona Musco su Il Dubbio il 25 ottobre 2021. Super evocativi. In alcuni casi «sentenze anticipate», dice chi, come Marco Scarpati, è uscito pulito da un’inchiesta che ancora lo perseguita, con tanto di minacce di morte online e sguardi storti dei passanti. Sono i nomi delle indagini, spesso frutto di fantasia, giochi di parole che evocano i reati ipotizzati ma che, a volte, hanno più successo e più effetti più dell’intera inchiesta. E ora, con il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza, potrebbero sparire per sempre. Per Enrico Costa, deputato di Azione e viceministro della Giustizia durante il governo Renzi, l’ansia di trovare un nome in grado di rimanere impresso nella memoria, capace di riassumere in sé le accuse e anche i giudizi su chi capita nelle maglie della giustizia, si tratterebbe di una vera e propria forma di “marketing giudiziario”. «Il nome dell’inchiesta, sapientemente impastato con la conferenza stampa, con i trailer, con le intercettazioni, con i titoli di giornali, con il frullatore della rete, non lascia scampo. E sopravvive agli eventi processuali – ha scritto recentemente in un intervento sul Foglio -. Le sentenze? Buone per il casellario, non certo per ribaltare fiumi di inchiostro. Un marketing non solo tollerato, non solo a opera di pochi, ma sistematico».

Mani Pulite

Di esempi ce ne sono a centinaia. Il più famoso di tutti è, senz’altro, “Mani Pulite”, inchiesta che cambiò le sorti politiche dell’Italia e che contribuì a creare quell’immagine della toga moralizzatrice e giustiziera alla quale molti giovani laureati in giurisprudenza si ispirarono pensando ad un futuro in magistratura. Quell’inchiesta deve il suo nome ad una risposta data dal deputato del Pci, Giorgio Amendola, in un’intervista rilasciata al Mondo nel 1975: «Ci hanno detto che le nostre mani sono pulite perché non le abbiamo mai messe in pasta». E come se non bastasse il nome scritto sul fascicolo in mano al famoso pool milanese, anche la stampa ci mise del suo, coniando un nuovo termine con il quale identificare l’inchiesta: Tangentopoli. Ma il ruolo dei media non si limitò a questioni di etichetta: quell’indagine si trasformò in un vero e proprio evento mediatico e la stampa contribuì ad affossare i partiti della Prima Repubblica. Le notizie sulle indagini riguardanti politici e manager arrivavano nelle redazioni a ritmo incessante. In quel periodo verificare le notizie, oltre a non essere mai stato definito esplicitamente come un obbligo dei giornalisti, era particolarmente difficile proprio per i ritmi serrati. Fu un’epoca di grandi eccessi, ammessi dalla stessa categoria giornalistica, e di grandi dibattiti nelle redazioni sull’opportunità di pubblicare o meno, in un regime di concorrenza spietata, notizie non accuratamente verificate. Il caso esplose quando il deputato socialista Sergio Moroni e il manager dell’Eni Gabriele Cagliari si suicidarono. In una lettera indirizzata al presidente della Repubblica e scritta poco prima del suicidio, Moroni etichettò come un’ingiustizia il fatto che «una vicenda tanto importante e delicata si consumi quotidianamente sulla base di cronache giornalistiche e televisive, a cui è consentito di distruggere immagine e dignità personale di uomini solo riportando dichiarazioni e affermazioni di altri. Mi rendo conto che esiste un diritto d’informazione, ma esistono anche i diritti delle persone e delle loro famiglie».

Mafia Capitale

A Roma l’inchiesta col nome più evocativo è forse quella relativa al “Mondo di Mezzo”, al quale veniva contestata una mafiosità alla fine smentita dai tribunali. La sentenza di Cassazione, nel 2019, ha infatti certificato l’esistenza di un grande sistema corruttivo ma nulla a che vedere con la pesantezza delle accuse mosse dalla Procura, cioè quell’associazione di stampo mafioso che, con violenza, si è occupata di usura, riciclaggio, corruzione mettendo le mani su attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici. Una «mafia costruita» secondo Alessandro Diddi, legale di Salvatore Buzzi, uno dei principali imputati assieme all’ex Nar Massimo Carminati, cui si deve il nome dell’inchiesta: «È la teoria del mondo di mezzo, compà – si sente dire durante un’intercettazione -. Ci stanno, come si dice, i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo». Ma per i giudici, la teoria investigativa che ha di fatto cambiato le sorti della politica capitolina, spianando la strada all’ascesa del M5S al grido “onestà”, non ha trovato riscontri.«I risultati probatori hanno portato a negare l’esistenza di una associazione per delinquere di stampo mafioso: non sono stati infatti evidenziati né l’utilizzo del metodo mafioso, né l’esistenza del conseguente assoggettamento omertoso ed è stato escluso che l’associazione possedesse una propria e autonoma “fama” criminale mafiosa», si legge nelle motivazioni della sentenza.

Geenna

A svelare l’esistenza della ‘ndrangheta in Val d’Aosta è l’inchiesta “Geenna”. Un nome di una potenza incredibile, se si pensa che tale termine significa letteralmente inferno. Si tratta della valletta scavata dal torrente Hinnom sul lato meridionale del monte Sion, maledetta dal re Giosia per essere divenuta sede del culto di Moloch, che imponeva la pratica di sacrificare i bambini dopo averli sgozzati. La valle divenne quindi una discarica e “cimitero” per le carogne delle bestie e i cadaveri insepolti dei delinquenti, che venivano bruciati. Insomma: in quella valle, laddove la ‘ndrangheta aveva preso piede, tutto era da considerare maledetto, stando al nome dell’inchiesta. Ma lì in mezzo, tra gli arrestati e i processati, c’è anche gente come Marco Sorbara, ex consigliere regionale, assolto a luglio scorso dall’accusa di essere un concorrente esterno alle cosche. Per lui «il fatto non sussiste», ma prima che ciò venisse provato ha dovuto trascorrere 909 giorni in custodia cautelare. Insomma, un inferno il suo, quello per davvero. Una sofferenza tale da pensare anche al suicidio: «Dopo due settimane ho preparato una treccia col lenzuolo, ho visto che reggeva e mi sono detto: durante la notte mi appendo – ha raccontato al Dubbio -. Perché non aveva più senso la mia vita». Per un innocente, ha sottolineato, «anche un’ora in più in carcere è devastante. Ho sentito fisicamente quella violenza e ancora oggi sento il bisogno di farmi la doccia per togliermi quella sensazione di dosso».

Angeli e demoni

L’indagine sugli affidi in Emilia Romagna ha rappresentato un altro buco nero per la politica e l’informazione italiane. Una vicenda iniziata nel 2018 – a giorni il gup si pronuncerà sulla richiesta di rinvio a giudizio – che ha fatto irruzione sulla campagna elettorale per le regionali in Emilia provocando un vero e proprio dispiegamento di forze contro il Pd, reo, in quell’occasione, di avere tra i propri tesserati un sindaco indagato, anche se per fatti non legati agli affidi dei minori. Era il sindaco di Bibbiano, paese che all’improvviso si ritrovò sconvolto e sulla bocca di tutti, complice anche la stampa, che ribattezzò l’indagine dandole il nome del piccolo centro emiliano. M5S e Lega, ai tempi insieme al governo, piombarono lì, scatenando una vera e propria tempesta mediatica contro il Partito democratico e dando il là ad una campagna discriminatoria contro gli assistenti sociali, da quel momento in poi minacciati, inseguiti e screditati. Tra gli indagati anche Scarpati, tra i più famosi al mondo nel campo del diritto minorile, docente universitario, consulente per diversi governi e autore di libri sul tema, finito nell’inchiesta con l’accusa di abuso d’ufficio, per l’assegnazione dell’incarico di consulente legale dell’Unione della Val d’Enza e per singoli incarichi per la difesa di minori. Fu la stessa procura a chiedere e ottenere la sua uscita di scena dall’inchiesta più mediatizzata degli ultimi anni, ma nonostante ciò gli effetti della macchina dell’odio continuano. «Qualche giorno fa, davanti al tribunale, un uomo, passandomi vicino, ha sputato per terra insultandomi – raccontò al Dubbio a gennaio dello scorso anno -. E tutto questo è spaventoso». Fu lui a chiarire quanto il nome di quell’inchiesta incidesse sulla percezione della vicenda nell’opinione pubblica: «Quel nome è una follia – spiegò ancora -. Chi chiama un’inchiesta con quel nome sta già emettendo una sentenza. Io sono figlio di un poliziotto, orgoglioso di esserlo. E mio padre mia ha sempre detto una cosa: ricordati che quando arresti una persona gli hai tolto la libertà, il bene supremo. E non devi togliergli altro, come la dignità, perché quell’uomo è un tuo prigioniero. Mio padre è stato prigioniero per anni durante la guerra e ricordava perfettamente cosa volesse dire. Ora non ti tengono più prigioniero, cercano di toglierti la libertà. Io faccio l’avvocato e l’idea che qualcuno pensi a togliere la dignità ad una persona sottoposta ad indagini è inaccettabile».

Spes contra spem

Il nome “Spes contra spem”, dato ad un’indagine condotta dalla Dda di Reggio Calabria, non è soltanto evocativo. La locuzione latina di San Paolo, che significa “la speranza contro la speranza”, è «la storia di Caino sul quale il Signore pose un segno perché nessuno lo toccasse che, nella stessa vita, divenne finanche costruttore di città», spiegò in una nota l’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Che accusò l’antimafia dello Stretto di aver usurpato le parole di San Paolo, violentandole. L’inchiesta racconta di come il boss Pasquale Zagari di Taurianova, tornato in libertà dopo trent’anni di reclusione, avrebbe tentato di riprendere il controllo del territorio. Ma per l’associazione, l’utilizzo di quel termine rappresenta quasi uno smacco all’attività di chi si impegna a garantire il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Nell’ordinanza di custodia cautelare, infatti, veniva evidenziato come Zagari, dopo esser ritornato in libertà, «aveva avviato un apparente percorso di riabilitazione sociale, partecipando a dibattiti, convegni e incontri, come testimone di redenzione, pentendosi del suo passato criminale, e contro l’ergastolo ostativo, in ultimo a Taurianova, nel settembre 2020». Ovvero quando Nessuno tocchi Caino si trovava in Calabria per la presentazione del libro “Il viaggio della speranza”: il racconto del Congresso di Opera che ha celebrato la sentenza Viola contro Italia della Corte Edu. «“Spes contra spem” è l’archetipo antropologico della nostra civiltà – scriveva l’associazione in una nota -. Ridurlo a un’operazione repressiva è un sacrilegio nel senso etimologico: si porta via qualcosa di sacro, per credenti e non, di inviolabile. Si chiudono porte e finestre, nel nome della diffidenza e della paura. Non è ironia, che per Calvino è sempre “annuncio di un’armonia possibile”. È maltolto che, presto o tardi, va sempre restituito». 

Creiamo un terzo organo. Contro la gogna mediatica ci vuole il garante di indagati e processati. Giorgio Varano su Il Riformista il 3 Ottobre 2021. Sul rispetto effettivo del principio della presunzione di innocenza i vari dibattiti, sui rimedi legislativi per dare concreta attuazione alla direttiva europea, sembrano partire tutti da alcuni presupposti errati. La tutela del diritto alla presunzione di innocenza delle persone sottoposte a indagini o processo non può essere attuata solo attraverso il controllo del giudice sulla grammatica degli atti, o attraverso sanzioni per la pubblicazione di atti o del loro contenuto. Questa tutela, perché sia piena, deve accompagnarsi anche al diritto a non subire un processo mediatico, cioè la traslitterazione populista del processo penale nell’alfabeto giustizialista. Occorre, perché ci sia una tutela effettiva, la creazione di un luogo e di un momento di riflessione esterni alla magistratura, all’avvocatura, alla politica e ai media, e che tutto questo sia gestito da un soggetto terzo e indipendente. Prevedere, inoltre, la legittimazione esclusiva della parte debole – indagato o persona processata – nel richiedere tutela, non risolverà in alcun modo il problema all’interno delle indagini e del processo. Appare evidente, infatti, che la posizione di debolezza psicologica di queste persone non stimolerà l’attivazione dei blandi rimedi previsti. Sembra che si parta da due errati presupposti: che il processo penale sia solo “un affare” tecnico e delle sole parti, e non anche un rito che rappresenta una riflessione della società su sé stessa, e che la presunzione di innocenza sia un principio da tutelare solo all’interno del limitato spazio delle indagini e del processo. La giustizia, per essere tale, deve mantenersi alla giusta distanza dai conflitti e dalle passioni. A maggior ragione, dunque, tali distanze devono essere richieste a chi deve controllare il rispetto delle norme che non attengono solo al processo penale propriamente inteso ma al vivere civile, in materie che richiedono inoltre competenze specifiche non solo di diritto ma anche, tra le altre, di giornalismo, sociologia, scienze cognitive e comunicazione. Non a caso la direttiva europea lascia ampia libertà ai singoli stati membri nell’individuare i soggetti controllori del rispetto dei principi stabiliti in tema di presunzione di innocenza. Le persone sottoposte ad indagini e processo rappresentano una minoranza debole, perché non solo sono “attenzionate” dallo Stato con tutta la forza invincibile che lo contraddistingue ma anche da vasti settori dei media, della politica e della società, e sono vittime spesso di processi di piazza e anche di un linguaggio dell’odio proveniente non solo da una parte dell’opinione pubblica, ma persino da una parte della politica e da alcune istituzioni del nostro Paese (ministri, presidenti di commissioni, etc.). La magistratura e l’avvocatura non dovrebbero occuparsi della tutela di tali diritti al di fuori del processo. Perché hanno interessi confliggenti, non ne hanno le competenze e sono già parti all’interno dello spazio previsto per il loro agire: le indagini e i processi. Tale “tutela esterna” andrebbe inoltre evitata anche per non incidere negativamente sul processo. Questa competenza andrebbe affidata ad una autorità garante esterna, indipendente, collegiale, composta da esperti in tante materie. Una autorità nominata dal Presidente della Repubblica e non dal Ministro della Giustizia, perché sia quanto più possibile indipendente e non collegata, e non collegabile un domani, alla stessa. L’istituzione di un Garante, per i diritti delle persone sottoposte ad indagini e processo, potrebbe rappresentare la creazione di un organo “terzo” capace di tutelare i diritti di chi viene sottoposto ad un processo mediatico. Al Garante dovrebbe essere riconosciuta anche la possibilità di adire in via diretta – come alla parte interessata – l’Autorità garante per le comunicazioni, le cui competenze andrebbero ampliate. Il processo mediatico è un virus che non colpisce solo il diretto interessato ma tutta la società, nella quale si diffonde – attraverso tutti i vari tipi di media – a ritmi incontrollabili e con effetti a lungo termine non rilevabili nell’immediato. La competenza ad intervenire, dunque, non può essere relegata al solo spazio di indagine o processuale. L’attività di denuncia, di tutela ma anche di studio e di raccolta dei dati del Garante rappresenterebbe un momento di riflessione importante, e potrebbe essere concretamente utile ad arginare gli effetti del processo mediatico e quindi ad attuare una più vasta ed effettiva tutela del principio della presunzione di innocenza. Giorgio Varano

Ai cronisti il file di Word della sentenza: processo mediatico 4.0. Giallo a La Spezia sul "documento di lavoro" (che doveva restare nei pc della Corte d'Assise) della condanna di Marzia Corini per la morte del fratello.  Errico Novi su Il Dubbio il 30 settembre 2021. Vabbe’, una certa concomitanza fra uffici giudiziari e redazioni giornalistiche è ormai acclarata. Ma nonostante la cronaca ne offra continui esempi, ci sono sempre nuove assonanze da scoprire. C’è un caso recente, relativo a un processo di grande clamore: quello che ha visto condannata l’anestesista Marzia Corini per l’omicidio, così qualificato dalla sentenza, del fratello Marco Valerio, morto esattamente 6 anni fa, il 25 settembre del 2015. Storia che aveva tutti i numeri per attrarre l’attenzione dei giornali. Una persona, il compianto avvocato Corini, notissimo, oltre che facoltoso: era stato difensore fra gli altri di Gianluigi Buffon e grande amico di Zucchero. Un destino tragico, quello del professionista, spentosi a soli 50 anni per un tumore. Un’eredità consistente. Una sorella anestesista, Marzia appunto, che gli ha praticato una sedazione profonda quando il povero avvocato Corini era già alle cure palliative, consumato dal cancro. La morte che per l’accusa, e la Corte d’assise di La Spezia, sarebbe conseguenza non della gravissima malattia ma dei farmaci somministrati dalla sorella. Una tragedia, ma non priva dunque di aspetti in grado di catturare l’attenzione, anche un po’ morbosa, dei media e del grande pubblico. Fin qui nulla di diverso da tanta letteratura mediatico-giudiziaria. C’è però un dettaglio: la sentenza, appena depositata, è finita quasi in tempo reale, lo scorso 10 agosto, in file di Microsoft Word alle redazioni dei giornali, senza che alla cancelleria risultassero richieste di copia depositate da altri se non dai difensori degli imputati. Curioso. Una novità, appunto, considerato che non risulta alcun soggetto esterno all’Ufficio giudiziario che fosse in possesso della sentenza nel suo formato digitale consueto, il Pdf, e che potesse quanto meno consentire ai media di convertirlo nella più fruibile versione Word. A poche ore dal deposito delle motivazioni, avvenuto il 9 agosto, il file nell’insolito — per una sentenza — formato “di lavoro”, era a disposizione della Nazione e del Secolo XIX, dalle cui redazioni è stata inoltrata ad altri quotidiani. Eppure atti del genere non sono certo disponibili in quella modalità. E costano: 250 euro. Vanno richiesti in cancelleria: in quella del Tribunale di La Spezia, ad agosto, non si sono presentati altri se non gli avvocati di Marzia Corini e dell’altra donna condannata, Giuliana Feliciani. Insomma, non si sa come sia stato possibile che in così poche ore, il tempo di acquisirlo e riversarlo negli articoli dei giornali locali liguri, toscani e lombardi, il documento digitale sia arrivato in quell’insolito formato ai certamente abili cronisti.

Esposto dei legali al Csm: «Quel file era editabile»

Non si sa, e vorrebbe saperlo però la difesa della dottoressa Corini. La 57enne anestesista è stata a lungo in servizio all’ospedale Cisanello di Pisa, da molti anni è volontaria per Medici senza frontiere e Croce rossa internazionale, si è sempre professata innocente e già prepara ricorso in appello contro la pesante condanna: 15 anni di carcere. Così l’avvocata Anna Francini, professionista dello studio del professor Tullio Padaovani, difensori di Marzia Corini, ha rivolto al Csm quella stessa domanda: com’è possibile che la stampa sia entrata in possesso di un “file di lavoro” che avrebbe dovuto essere nella sola disponibilità del collegio giudicante? Soprattutto, non è anomalo che un documento così delicato circoli in un formato per definizione modificabile? Sono interrogativi che la professionista del Foro di Pisa rivolge all’organo di autogoverno dei magistrati in un esposto. Inviato, lo scorso 21 settembre, anche ai due titolari dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe: la guardasigilli Marta Cartabia e il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi.L’avvocata Francini segnala come l’11 agosto scorso — cioè il giorno dopo quello in cui i legali avevano chiesto alla cancelleria del Tribunale spezzino copia della sentenza, ritirata in cartaceo il giorno stesso dalla difesa Feliciani e solo il 31 agosto dalla difesa Corini — sia la Nazione che il Secolo XIX «hanno dato la notizia del deposito della sentenza riportando ampi stralci della stessa, con citazioni fedeli e puntuali, con tanto di virgolettato, e hanno riportato alcuni passaggi della motivazione».

«Violate le norme sui rapporti coi media»

Leggi alla mano si tratta di un’anomalia. Perché, come ricorda la legale di Corini, i rapporti fra Uffici giudiziari e stampa sono regolati da norme ben precise, e «nei fatti come sopra esposti non sembra di poter rilevare il rispetto» di quelle regole. Si tratta di un «fatto estremamente grave», si legge nell’esposto, considerato che i cronisti sono venuti in possesso «dell’indice della sentenza e della sua parte motiva in forma word, quindi liberamente editabili».

È alquanto singolare, per Francini, che «i due files, in quella forma, siano pervenuti nella disponibilità di una pluralità di soggetti diversi dai componenti del Collegio della Corte d’Assise, tant’è che una copia degli stessi (senza intestazione né timbro di deposito né sottoscrizione) è stata inoltrata a un collega di una testata del Nord Italia», come l’avvocata documenta con una mail, riportata nell’esposto. Uno dei passaggi più delicati, nella segnalazione inviata a piazza Indipendenza, riguarda il fatto che il file (sarebbe meglio dire il doppio file) in formato Word sia giunto «quanto meno» ai giornali. Un atto delicatissimo come una pronuncia di primo grado nella sua “forma digitale grezza” su un caso di omicidio, insomma, avrebbe ballato in modo imprecisato e perciò preoccupante, segnala la penalista. In Word, quel documento, poteva essere solo nei pc della Corte d’assise. È finito in giro come se niente fosse, nella forma in cui non sarebbe mai dovuto arrivare all’esterno dell’Ufficio. Una liberalizzazione degli atti giudiziari. Che a qualcuno potrà suonare come segno di progresso. Ma che in realtà è l’ennesima, disarmante anomalia della giustizia penale italiana.

ABRACARTABIA.  Marco Travaglio Fatto Quotidiano il  29 Settembre 2021. In attesa del prossimo film di Woody Allen, chi vuol farsi qualche sana risata può vedersi le audizioni alla Camera sul dlgs Cartabia per “rafforzare la presunzione di innocenza”. Cioè per abolire la cronaca giudiziaria. Ormai, fra depenalizzazioni, prescrizioni, improcedibilità, cambi di giurisprudenza à la carte, minacce ai giudici e altre porcherie, il rischio che un potente sia condannato è inferiore a quello che Italia Viva superi il 3%. Infatti ciò che spaventa lorsignori non è più di finire in galera, ma sui giornali: cioè che si sappia quel che fanno. Quindi i pm e le forze dell’ordine potranno parlare delle loro inchieste “solo quando è strettamente necessario per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico”. Cioè: meglio per loro se si stanno zitti, così i media non scrivono più nulla e la gente non sa più una mazza. Ogni tanto – abracadabra! – sparirà qualcuno da casa, parenti e amici penseranno al peggio e chiameranno Chi l’ha visto?, i giornali segnaleranno il curioso fenomeno dei desaparecidos come nell’Argentina anni 70: anni dopo si scoprirà che era stato arrestato, ma non era strettamente necessario dirlo. Nel caso in cui un pm o un agente temerario si ostinino a informare di un’indagine, dovranno astenersi "dall’indicare pubblicamente come colpevole” l’indagato o l’imputato. Uno spasso: per legge il pm che chiede al GIP di arrestare tizio deve indicare i “gravi indizi di colpevolezza” a suo carico: ora dovrà aggiungere che sembra colpevole, ma è sicuramente innocente. Anche se l’ha colto in flagrante o filmato o intercettato mentre accoltellava la moglie, o spacciava droga, o frugava negli slip di un bambino. E persino se ha confessato. Formula consigliata: “È innocente, arrestiamolo”. Severamente vietato poi “assegnare ai procedimenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza”. Retata di narcotrafficanti, mafiosi, terroristi, scafisti, papponi, pedofili, tangentisti? Operazione “Giglio di Campo” o “Tutta Brava Gente”. Anche fra i reati da contestare, evitare quelli che fanno pensar male: non più “associazione per delinquere”, ma “sodalizio conviviale”. La stampa dovrà cospargere le pagine di vaselina, evitando termini colpevolisti quali “criminalità organizzata” (tutt’al più disorganizzata, ecco). Ma questo già avviene su larga scala, infatti ieri l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi han dato buca alla Camera. Se già i media chiamano statisti i pregiudicati, esuli i latitanti e perseguitati i colpevoli prescritti, il dlgs Cartabia è pleonastico. Anche grazie ai giudici che si portano avanti col lavoro e cancellano brutture come la trattativa Stato-mafia, condannando solo i mafiosi. Che trattavano sì, ma da soli. Infatti ora si chiama “trattativa mafia-mafia”.

Travaglio. L'altra bestia. Marco Travaglio Fatto Quotidiano il  30 settembre 2021Morta prematuramente la Bestia salviniana in un festino con coca e romeni nella cascina di Morisi, consoliamoci con l’altra formidabile macchina spara merda, attiva da cinque anni a edicole e reti unificate contro una sola persona: Virginia Raggi. Il celebre titolo di Libero “Patata bollente”, stigmatizzato con raccapriccio dall’intero tartufismo nazionale, è solo l’apice di un’ignobile campagna iniziata il giorno dell’elezione di una sindaca “rea” di essere donna, grillina e per giunta onesta. Le ridicole accuse penali, tutte cadute in tribunale e in appello, non bastavano: bisognava dimostrare che era pure corrotta (Corriere, Repubblica e Messaggero, per una storiella di nomine e polizze, evocarono Tangentopoli e il Giornale annunciò il suo arresto) e mignotta (Repe l’assessore Berdini su La Stampale inventarono una liaison col dirigente Romeo). Qualunque cosa accadesse a Roma (ma anche fuori) era colpa sua. Lei però restò in piedi, allora si cominciò a dire che aveva i giorni contati, prossima al ritiro per un posto da sottosegretario, scaricata da Grillo, Conte&C. Infatti. Così si disse che non la rivotava nessuno: poi arrivarono i sondaggi e si capì che se la poteva giocare. Panico. Così si ricominciò a inventare. Il disastro dell’Atac (ereditata in fallimento e risanata), gl’impianti per i rifiuti (competenza regionale), i cinghiali (idem), la “discarica fuorilegge” ad Albano (legittima per il Tar), lo stadio della Roma (da quando c’è lei, farlo è il male assoluto, ma anche non farlo), la grande occasione persa delle Olimpiadi (cioè del default della capitale indebitata per 15 miliardi da quelli bravi di prima), i “no a tutto”(ha candidato Roma a Expo2030 e Draghi ha appena firmato), la strage di pesci nel Tevere (li ammazza lei uno per uno), la città inondata dalle bombe d’acqua (a Roma sono colpa sua, a Milano della pioggia), le piste ciclabili “elettorali”(bandi di due anni fa), il museo della Shoah “elettorale”(progetto del ‘97, lavori iniziati con Veltroni nel 2005), i fuochi d’artificio pagati dal Municipio di Ostia per la sua cena elettorale (si fanno ogni anno e dal ristorante manco si vedono), la cena “fuorilegge perché senza Green Pass”(in una terrazza all’aperto dove la legge lo esclude), il mancato vaccino perché “No Vax ” o “Ni Vax”(è guarita dal Covid e ha gli anticorpi ancora alti). Ignazio Marino ricorda che la Raggi si è scusata mentre il Pd ricandida i suoi pugnalatori? Rep risponde per Gualtieri che lei candida il cameriere che testimoniò sulle cene a sbafo: come se andare in tribunale per fare il proprio dovere fosse uguale ad andare dal notaio per cacciare Marino. E ora tutti in coro: viva i buoni, abbasso la Bestia! Anzi, morta una Bestia ne resta un’altra. Marco Travaglio FQ 30 settembre 2021

“Il processo mediatico è un diritto intangibile!”, Travaglio si gioca il tutto per tutto. Clamoroso editoriale firmato dal direttore del Fatto. Il quale dichiara che i politici “non temono più di finire in galera ma sui giornali”, e che dunque la sputtanopoli quotidiana può anche prescindere dall’accertamento processuale. È un proclama estremo, una rivendicazione di chi si sente prossimo alla sconfitta. Ma che non per questo va sottovalutato. Errico Novi su Il Dubbio il 29 settembre 2021. Marco Travaglio firma sul Fatto quotidiano un editoriale che sembra una rivendicazione. Proclama il diritto, a suo giudizio intangibile, al processo mediatico. Attacca le norme sulla presunzione d’innocenza. Con contorno di dileggio per la ministra Cartabia. Come ha scritto Daniele Zaccaria sul Dubbio di oggi, un quotidiano-manifesto dell’intransigenza come il Fatto si trova in questi giorni a reagire contro la botta della sentenza di Palermo. Tutto bene, nel senso che, a parti invertite, un giornale garantista farebbe lo stesso. Ma nell’altolà di Travaglio al decreto sulla giustizia mediatica c’è qualcosa che va oltre la polemica: c’è il segno di una sconfitta che incombe. Di un vento che è cambiato forse irreparabilmente. Dichiarare “ciò che spaventa lorsignori non è più di finire in galera, ma sui giornali: cioè che si sappia quel che fanno” ha del clamoroso, e può spiegarsi solo con la logica del tutto per tutto. È la difesa di un mondo e di un modo di intendere l’informazione giudiziaria forse al tramonto. Una certificazione di sconfitta.Non possiamo essere certi che andrà così. Ma come nelle partite decisive, meglio mettere al sicuro il risultato che cantare vittoria in anticipo.

Ma sì, adottiamo il lodo Travaglio: addio processi, basta la gogna. Per il direttore del Fatto Quotidiano il diritto al processo mediatico è sacro, altro che presunzione d'innocenza. Scrive l'avvocato Giuseppe Belcastro.  Giuseppe Belcastro, avvocato, co-responsabile Osservatorio Informazione giudiziaria Ucpi, su Il Dubbio il 29 settembre 2021. Tra frizzi e lazzi, nello spassoso editoriale di ieri, il Direttore Travaglio declina molti esilaranti esempi di ciò che accadrebbe se il decreto Cartabia – che recepisce la direttiva europea sulla presunzione di innocenza – fosse approvato così com’è (degli “inasprimenti” richiesti dall’Unione Camere penali italiane non parliamone neppure). Non avendo una penna così acuminata, né una verve satirica bastevole a contrastare tanto simpatico umorismo, direi che la partita è persa a tavolino. Per abbandono. Una riflessione però, forse mi riesce. Tutto questo divertentissimo arringare si regge sull’idea che rafforzare la presunzione di innocenza equivalga ad abolire la cronaca giudiziaria. Certo, se la cronaca giudiziaria è l’acritico amplificatore della narrazione di una parte (l’accusa), in un momento in cui nessuno ha ancora accertato un bel niente (le indagini) e senza il minimo rispetto di chi, alla fine, può anche essere assolto (l’indagato) e proprio per questo resta fino a sentenza presunto innocente, beh, allora ha perfettamente ragione Travaglio. E anzi, visto che le cose stanno così, anche il problema dei tempi della giustizia è finalmente risolto: a che serve il processo? A nient’altro che a dileggiare quei Giudici che, con sfrontata tracotanza, osassero affermare infine che le narrazioni di cui si diceva sono storielle; il che, per inciso, accade anche troppo spesso. Non resta allora che ringraziare per la brillante idea capace, in un sol colpo, di raggiunge gli obbiettivi primari che affaticano da anni studiosi e politici, i quali saranno pure preparati, ma mancano di spirito. Era semplice in fondo, solo che sbagliavamo la formula. Altro che Abracadabra. Sim Sala Bim e il processo è sparito! (Qualcuno, intanto, dica a Michael Giffoni di non aversene a male: da queste parti le cose vanno così).

“Non capisci nulla”, “Devi saper perdere”. Furiosa lite Travaglio-Sallusti.  Redazione di Libero Quotidiano il 25 Settembre 2021. Ieri ci eravamo chiesti: chissà se basterà ripetere per tre volte la parola “assoluzione” per riportare a più miti consigli gli irriducibili manettari di questo Paese. La risposta, non che ne attendessimo una differente, ce l’ha fornita ovviamente il Re della categoria: Marco Travaglio. Il direttore del Fatto Quotidiano, sconvolto dall’assoluzione di Dell’Utri&co., non si capacita di come i giudici della corte d’Assise di Palermo possano aver cancellato 25 anni di teoremi sulle stragi di mafia del 1992-93. E così s’ostina a ripetere una cantilena: quella del “la trattativa c’è stata, ma per le toghe trattare coi delinquenti non è reato”. Tradotto: comunque vada, ho ragione io. Ieri sera Travaglio ha ripetuto la scenetta anche di fronte alle telecamere di La7. I giudici hanno assolto gli ex ufficiali dei Carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni perché “il fatto non costituisce reato”? Poco importa. Le toghe hanno smontato le accuse contro l’ex senatore Marcello Dell’Utri perché “non ha commesso il fatto”? Chi se ne importa. In fondo la “stampa delle procure” sulla Trattativa ha costruito un filone mediatico, così come il partito delle manette, il Movimento Cinque Stelle, ha cavalcato festante le condanne in primo grado nel 2018. Dunque ammettere la sconfitta per loro deve essere davvero doloroso. Se non impossibile. Ospite nel salotto di Lilli Gruber, Travaglio ha fatto trapelare tutto il nervosismo accumulato con la batosta. E ne è nato un duro scontro col direttore di Libero, Alessandro Sallusti. “Vedi che non riesci a capire – ha attaccato Travaglio mostrando i fogli del dispositivo – sono due pagine, ci vuole tanto sforzo? Te le mando se non ce le hai”. Immediata la replica di Sallusti: “Io capisco che noi giornalisti siamo dei tuttologi, ma non possiamo insegnare ai migliori investigativi del Paese” come fare il loro mestiere. A quel punto il direttore del Fatto non ci ha visto più. Ed è partito con le offese: “Tu sei un nientologo, non capisci nulla di quello che c’è scritto. Il fatto non costituisce reato vuol dire che il fatto c’è, ma non è illecito. Vuol dire che hanno trattato a nome tuo e a nome mio con la mafia senza dircelo. Mentre lo Stato faceva finta di combattere la mafia. E la mafia si è convinta che trattando con lo Stato le conveniva fare altre stragi. E ha fatto fuori Falcone, Borsellino, gli uomini della scorta e le stragi del ’93”. Perfetti i due affondi di Sallusti. Primo: il “fatto non costituisce reato” vuol dire che “non costituisce reato, punto”. Quindi il processo non andava nemmeno celebrato, con tanti saluti ai vari pm che sulla Trattativa hanno costruito carriere. E secondo: caro Travaglio, a un certo punto, “bisogna pure saper perdere”.

Stato mafia, Renato Farina: Travaglio e i manettari rosicano, la trattativa non c'era e loro minimizzano. Libero Quotidiano il 25 settembre 2021. Si è illuminata la scena di un delitto. Ma il delitto non è quello che la Procura pretendeva di aver delineato. Il delitto è stato il processo. Per i danni che ha causato a persone innocenti, per la diffamazione insistita di persone e istituzioni, e soprattutto perché, sotto la maschera di procedure formalmente legali, si è consumato un tentativo di rovesciare l'ordine costituito. Diciamolo: un putsch togato. La Corte d'Assise d'Appello di Palermo ha infine placcato, con mossa decisa e chiara come il sole, questo pasticciaccio infame a pochi metri dalla meta. Deo gratias. Davanti a questa sentenza si sono manifestati diversi livelli di scontento. Individuarli è molto istruttivo. Prima però, anche se note a tutti, è il caso di ricordare, con una certa personale soddisfazione, le decisioni della Corte sicula. L'accusa, esponendo immediatamente le sue tesi con intonazioni definitive, ha conficcato un cuneo d'acciaio nel cuore dello Stato, identificandolo come complice di Cosa nostra. Con l'aria di fare un processo locale, con procedure buone per un furto di banane, ha impegnato polizia giudiziaria e forze investigative enormi. Un normale processo? Mezzi abnormi. Intercettazioni arrivate fin nelle stanze del Quirinale, con morti di crepacuore. In realtà abbiamo assistito per la durata di dieci anni, da quando cioè i locali pm formalizzarono le loro tesi, a una sorta di scommessa sulla pelle della democrazia. Ingroia, quindi Di Mat- g teo e poi tanti altri hanno so. stenuto che i carabinieri al servizio di vertici istituzionali hanno venduto l'Italia alla mafia, aiutandola a far stragi. Non uso il condizionale perché questo modo verbale non è mai stato usato, neppure nella formulazione delle ipotesi peggiori. Torquemada era un moderato e un cultore del dubbio, rispetto a costoro.

UNA STORIA SEMPLICE - I giudici hanno ribaltato l'assunto colpevolista, un kappaò senza resurrezione. Hanno stabilito che la trattativa c'è stata, ma non è stata affatto un reato. Forse, aspettiamo le motivazioni, doverosa. Ci piace qui citare un giurista con i fiocchi e i controfiocchi, Giovanni Fiandaca, che lo scrisse ben otto anni fa su Il Foglio, e cercò invano di strappare i predestinati alla dannazione, e perciò subito vilipesi, dalle mani ungulate di pm e loro appendici mediatiche. Fiandaca fu sommerso dal silenzio dei grandi (?) giornali e dalle contumelie dei mozzaorecchi e delle loro tricoteuses. Scrisse il giurista: «Gli intermediari non mafiosi della trattativa Stato-mafia agivano sorretti dalla prevalente intenzione di contribuire a bloccare futuri omicidi e stragi: un obiettivo, dunque, in sé lecito, addirittura istituzionalmente doveroso». Do-ve-ro-so. Si erano posti l'«obiettivo salvifico di porre argine alle violenze mafiose - e non già di supportare Cosa nostra nei suoi attacchi contro lo Stato». È così semplice, una storia semplice, intitolò Leonardo Sciascia un suo racconto. Ma certo. Gli ufficiali del Ros Mori, Subranni e De Donno dinanzi a chi spargeva morte si erano mossi per salvare gli ostaggi, cioè gli italiani. Invece i mafiosi Bagarella, Cinà, Brusca hanno trattato, loro sì, per attentare allo Stato. C'è una differenza o no tra i terroristi che tengono la pistola alla tempia di innocenti e chi cerca di mettere al sicuro la gente, prende tempo, appronta una scappatoia? Basta la buona fede, non c'è bisogno del quoziente intellettuale di Cartesio. Il processo era in sé stesso dunque, assai prima della sentenza, una trappola dettata dal pregiudizio politico e culturale contro chi lottava contro la mafia senza essere della parrocchia togata. In questo modo si è aperta la strada giudiziaria alla delegittimazione dello Stato, alla sua parificazione morale a Cosa Nostra. Non c'è bisogno di avere le lampadine in testa come Archimede Pitagorico o Eta Beta per arrivarci. A questo punto per i sostenitori sperticati o coperti di questo colpo al cuore dello Stato si è posto il problema di salvare i soldatini Ingroia, Di Matteo ed epigoni. Sono state due le tecniche praticate per dribblare l'ostacolo di una sentenza che ghigliottina il Robespierre che la stava manovrando.

DUE TECNICHE - 1) C'è quella volgarotta di quanti la buttano sul ridere al loro funerale. Rovesciano la vacca e si sganasciano perché ha le tette. È il caso del Fatto Quotidiano, che nei giorni scorsi aveva lanciato con tono limaccioso un altolà alla Corte perché si guardasse bene dal dare torto alla procura. Davanti alla mala parata, Travaglio cambia tono e sceglie quello della barzelletta sfigata da seminarista in gita per provare a scansarsi. E sostiene a tutta pagina e maiuscolotto: «IMPAR CONDICIO. Trattare con la mafia si può, con lo Stato no». Capita la battuta? Grande satira, non è vero? Per Marco Travaglio lo Stato e la mafia sono la stessa cosa. Chi cercava di negoziare per liberare dei bambini in mano ai banditi è uguale ai killer. E se promette un salvacondotto, è complice. Ma va' là, l'insuccesso ti ha dato alla testolina. Non spiace qui notare che i natali del processo sulle trattative coincidono, ma guarda un po', con quelli del Fatto: dieci anni buttati via, affinità elettive. 2). C'è un altro modo per edulcorare il colpo, ovattarne l'enormità, impedire che abbia strascichi fuori di Palermo e della piccola vicenda di uomini assolti. Minimizzare. Il campione di questa dottrina dell'incipriare il bernoccolo, zuccherare il fiele è con ampio distacco Carlo Bonini su Repubblica. Inizia con il dire che qui non si è attraversato nessun Rubicone. Nessuna partita decisiva. Nessun contraccolpo a Roma. In fondo la sentenza non chiarisce un tubo, dice. I titoli sembrano il risultato di un corso accelerato di depistaggio, odi opacità omertosa, come usa scrivere lui quando è in forma: «La verità impossibile nella stagione delle ombre». Ancora: «La sentenza e la zona grigia». Nel testo abbondano aggettivi come «labirintico», crescendo irresistibili di avverbi come «psicologicamente e compiutamente», manca lapalissianamente. Insomma: siamo al porto delle nebbie. Il Corriere della Sera? Giovanni Bianconi una cosina la dice. E cioè che il processo, al di là della sentenza, è stato «un errore». Forse citava il capo della polizia di Napoleone, Joseph Fouché che a proposito dell'esecuzione senza prove del duca di Enghien disse: «È peggio di un crimine, è un errore». Sia quel che sia, non si può cercare di impiccare impunemente la brava gente e lo Stato con lei.

Presunzione d’innocenza: finalmente uno scudo per l’accusato dato per colpevole prima della sentenza. Il decreto che attua la direttiva Ue rafforza il principio dell’articolo 27 anche rispetto all’esuberanza dei pm. Che dovranno rettificare le frasi troppo sbrigative sugli indagati. Alessandro Parrotta (direttore ISPEG) su Il Dubbio il 20 settembre 2021. “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, è quanto sancisce l’articolo 27 comma 2 della Costituzione, un principio purtroppo molte volte disatteso dal caos creato dalla costante mediatizzazione dei procedimenti penali. Le conseguenze, come ovvio, sono disastrose per chi è sottoposto alla gogna mediatica: dall’erosione della sfera personale, al danno reputazionale, fino a ledere la dignità personale. Condannato dall’opinione pubblica ancor prima che intervenga la sentenza passata in giudicato: è questo l’esito che travolge indagati/ imputati. E non sono pochi. Già su queste pagine lo scrivente evidenziava come persone ritenute poi innocenti si ritrovino con una magra consolazione, per lo più un trafiletto sull’assoluzione che, come noto, non fa scalpore. Spesso, infatti, nemmeno la sentenza di assoluzione piena ha il potere di ripulire la reputazione frantumata, atto lo scemare dell’interesse per il grande pubblico di casi che vengono consumati, discussi ed interpretati integralmente in una fase processuale embrionale e priva di contraddittorio: quella delle indagini. Il problema è noto tanto agli operatori del settore, quanto agli osservatori operanti nelle sedi Ue, i quali hanno emesso la direttiva 363 del 9 marzo 2016, che intende rafforzare il principio sulla presunzione d’innocenza ex articolo 27 Cost. A distanza di 5 anni le Commissioni parlamentari si sono finalmente viste assegnare il testo del Decreto legislativo in esame, volto per l’appunto ad adeguare la normativa nazionale alle disposizioni della succitata direttiva Ue e relativo al “rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione d’innocenza”, segnando un notevole cambio di passo rispetto al passato esecutivo, noto, in ambito Giustizia, soprattutto per iniziative assai discusse come il blocco della prescrizione. Ad ogni modo, sarà necessario apprezzare tutte le suesposte intenzioni all’atto pratico, valutando come il Legislatore abbia intenzione di tradurle sul piano positivo. Di primaria rilevanza è l’articolo 2 del testo in esame il quale dispone il divieto per l’Autorità pubblica di additare come “colpevole” la persona sottoposta ad indagini o imputata fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza di condanna o decreto penale di condanna irrevocabili. Il testo è una valida traduzione dell’articolo 27. L’intenzione del Legislatore è qui palese: tradurre sul piano del diritto positivo una norma costituzionale di principio, che, come noto, non gode dello stesso ascolto. Paradossale, sicuramente, ma così è. Ad ogni modo, come noto, ogni disposizione necessita di essere accompagnata da norme sanzionatorie, affinché il diritto sostanziale possa trovare reale e concreta applicazione. A tal fine il comma 2 del medesimo articolo introduce una sanzione dalla funzione che chi scrive definisce ibrida: preventiva, punitiva e riparatoria. Mantenuto fermo, infatti, l’obbligo del risarcimento del danno, nonché le sanzioni disciplinari ed eventualmente penali – le quali richiederanno il classico iter di accertamento in ordine alle responsabilità del magistrato nella divulgazione di informazioni lesive per l’indagato, ovvero imputato – il Legislatore ha inteso creare un procedimento ad hoc che conferisce all’interessato la possibilità di chiedere al magistrato inquirente una rettifica delle dichiarazioni rese. In pratica: il pubblico ministero, obbligato a rispondere entro e 48 ore dalla ricezione della richiesta, può accogliere così come rigettare l’istanza, dandone avviso all’interessato. In caso di rigetto, infine, è data facoltà all’interessato di impugnare il provvedimento adendo il Tribunale ai sensi dell’articolo 700 c.p.c., articolo disciplinante la tutela cautelare d’urgenza. Come esposto il Legislatore non va ad introdurre vere e proprie sanzioni, le quali potranno essere comminate secondo i classici metodi già offerti dall’ordinamento nostrano, ma si spinge oltre, creando un rimedio ad hoc, rapido e immediato in considerazione della natura del bene leso e l’urgenza della riparazione. Il focus, insomma, si sposta dal piano della forza preventiva della sanzione, al piano della riparazione, concedendo al magistrato di rimediare tempestivamente ad errori talvolta fatali per la reputazione di un soggetto, con tutto ciò che ne consegue. Lo stigma del procedimento penale, come noto infatti, è la prima pena che i coinvolti nella macchina giudiziaria sono chiamati a scontare in via anticipata, indipendentemente che questi siano innocenti o colpevoli, stigma che risulta esponenzialmente amplificato nel caso di dichiarazioni pubbliche dal tenore colpevolizzante. Si sa: un procedimento penale pesa, non solo economicamente, ma in termini di anni di vita per chi -a qualsivoglia titolo- si trova ad affrontarlo. L’esigenza di celerità in casi simili non può attendere i tempi della Giustizia e del tutto vana risulta una successiva sentenza di assoluzione, anche se piena, emessa a distanza di anni. Non a caso, come si anticipava, l’articolo in esame tratta il bene giuridico della presunzione di innocenza come un bene da tutelare in via d’urgenza, consentendo di impugnare il rigetto della pubblica accusa alle rettifiche, ai sensi dell’articolo 700 c.p.c…Come rilevato da uno dei principali fautori del decreto, il collega e onorevole Francesco Paolo Sisto, Sottosegretario alla Giustizia, in un’illuminante intervista offerta sempre su queste pagine, la norma, a carattere prevalentemente riparatorio, gode tuttavia anche di forza preventiva derivante dalla circostanza che un Tribunale, se adito ex art. 700 c.p.c., possa obbligare il Procuratore a rettificare a proprie dichiarazioni, contrariamente alle intenzioni dello stesso. Secondo Sisto – e sul punto chi scrive è concorde – la “posizione d’imbarazzo” a cui verrebbe sottoposto il magistrato rappresenterebbe elemento tale da conferire alla norma il giusto carattere punitivo e conseguentemente preventivo. A ciò si aggiunga che le eventuali rettifiche andranno rese con gli stessi mezzi utilizzati all’atto della violazione della presunzione d’innocenza. Relativamente all’impugnazione del rigetto ai sensi dell’articolo 700 c.p.c. è apprezzabile l’intento del Legislatore di ricondurre la violazione della presunzione d’innocenza alla tutela d’urgenza. Sul punto va tuttavia detto che la tutela potrà ritenersi realmente efficacie sulla base del Foro presso cui si fa richiesta ex art. 700 c.p.c., in considerazione delle differenti velocità con la quale viaggiano le Corti sparse sul suolo peninsulare. Pertanto, se i tempi dettati dal Tribunale interessato dovessero risultare eccessivi, si andrebbe a vanificare la reale innovazione del Decreto legislativo in esame, la riparazione tempestiva del danno tramite rettifica. Beninteso, lo schema di D.L. rappresenta in ogni caso un notevole passo avanti rispetto all’attuale situazione normativa, e avrà indubbiamente il pregio di diffondere il sostrato culturale giuridico da cui proviene, quello garantista e coerente col dettato costituzionale, il quale potrà vedersi eventualmente migliorato in futuro qualora la sua reiterata applicazione dovesse portate alla luce dei difetti procedurali. Volendo essere pragmatici, oggettivi e il più lucidi possibili nell’analisi, non si possono non evidenziare quelle che sono le potenziali criticità di un Decreto legislativo necessario che, si auspica, entri in vigore il più celermente possibile, così da adeguare l’Italia a quanto Ue e Carta costituzionale impongono.

Presunzione d’innocenza, le regole le decidono i magistrati. E l’avvocatura? Le istituzioni forensi sono lasciate fuori dal dibattito a Montecitorio sul testo che recepisce la direttiva europea. Tra i convocati c'è anche il procuratore Nicola Gratteri. Valentina Stella su Il Dubbio il 22 settembre 2021. Archiviate senza troppi intoppi le riforme del processo civile e penale, sarà poi la volta dell’infuocata discussione per la riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. Ma prima ancora, le commissioni Giustizia dei due rami del Parlamento dovranno fornire al Governo i loro pareri non vincolanti per l’elaborazione dei decreti attuativi dell’atto che recepisce la direttiva europea per il “Rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali”. A tal proposito, mentre a Palazzo Madama ancora nulla si muove, alla Camera esiste già l’elenco dei prossimi auditi. Indovinate chi non mancherà? Il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, Nicola Gratteri, indicato dall’onorevole e avvocato Andrea Colletti, transitato dal Movimento Cinque Stelle al gruppo più ortodosso de L’Alternativa c’è. Era stato già audito per la riforma del processo penale: a causa dei suoi allarmi sui processi di mafia, il Governo ha apportato delle modifiche all’istituto dell’improcedibilità che per diversi giuristi pongono profili di incostituzionalità. Quello che ci pare singolare è che venga ascoltata propria una figura tra le più in vista mediaticamente della magistratura requirente. Gratteri è quello che ha esordito così alla conferenza stampa dell’operazione Rinascita Scott: «Silenziate tutti i telefonini – disse ai giornalisti – Sarete voi i testimoni e i divulgatori di una giornata storica non solo per la Calabria. Non è una frase fatta, ma è il mio modesto pensiero di un uomo di 61 anni che ha dedicato più di 30 anni del suo lavoro a questa terra. Questa indagine è nata il 16 maggio del 2016, il giorno in cui mi sono insediato perché per me era importante avere una idea, una strategia, un progetto, un disegno, un sogno, una rivoluzione: smontare la Calabria come un trenino Lego e poi rimontarla. Abbiamo arrestato 334 persone, guardate come siamo bravi». E da lì poi la descrizione delle azioni delittuose: tutti colpevoli già, ovviamente. Gratteri è sempre quello che al Corsera fece allusioni circa pericolose complicità tra malavita e giudici, quando quest’ultimi non avallano le sue richieste. «È un magistrato individualista che non fa bene al sistema giustizia», ci dicono spesso i suoi colleghi off the record. Chissà se Luigi Ferrajoli al Congresso di Magistratura Democratica si riferiva a lui quando ha detto: «C’è poi un aspetto ancor più grave che di solito ha accompagnato le cadute di garanzie: il protagonismo di molti magistrati, soprattutto pubblici ministeri e il conseguente populismo giudiziario, cioè la ricerca della notorietà per effetto dell’azione o del giudizio penale, che per di più ha alimentato l’anti-politica che da anni sta avvelenando la nostra vita politica. Con un’aggravante rispetto al populismo politico. Quanto meno il populismo politico punta al rafforzamento, sia pure demagogico, del consenso, cioè della fonte di legittimazione che è propria dei poteri politici. Ben più grave è il populismo giudiziario, che contraddice radicalmente le fonti di legittimazione della giurisdizione». E allora perché dovrebbe essere audito, se la direttiva sulla presunzione di innocenza serve proprio a limitare esternazioni pubbliche come le sue e quelle di altri suoi colleghi? Ci farà piacere ascoltarlo, se accetterà l’invito in Commissione. Anche perché talvolta dice cose giuste: come quella sui magistrati fuori ruolo che dovrebbero essere richiamati ai loro posti per smaltire gli arretrati. Ma il vero problema di queste audizioni è che manca una rappresentanza istituzionale dell’avvocatura. Abbiamo riscontrato questo problema anche nelle Commissioni istituite presso il ministero di via Arenula per la riforma delle diverse direttrici della giustizia: alcuni avvocati c’erano, ma in qualità di professori universitari, tuttavia è mancata una rappresentanza dell’avvocatura tout court. Adesso, il presidente della Commissione Giustizia della Camera, il grillino Mario Perantoni, ha invitato l’Anm e l’Ordine nazionale dei giornalisti per discutere di presunzione di innocenza. Perché lo stesso invito non è stato rivolto al Cnf e/o all’Unione Camere Penali italiane? Gli unici avvocati presenti saranno il professor avvocato Oliviero Mazza, richiesto dall’onorevole di Azione Enrico Costa, il professor avvocato Vittorio Manes, indicato da FI, il civilista Mario Tocci, per la Lega. Poi sempre dalla magistratura: Nello Rossi, voluto dal pentastellato Ferraresi, e Alfredo Mantovano, su input di FdI. Il Pd ha fatto richiesta di sentire un rappresentante della Federazione nazionale della stampa, invece Italia Viva il costituzionalista Alfonso Celotto. «Sarà stata una omissione freudiana quella del presidente Perantoni che sceglie di audire i due principali attori del processo mediatico e dimentica l’avvocatura, che effettivamente in quella fase non tocca palla. Noi ascolteremo le osservazioni di tutti, ma sono convinto che non possiamo perdere questa occasione per rendere davvero coerente il nostro ordinamento con la presunzione di innocenza», ci dice l’onorevole Costa. Non sarà una partita facile, e il risultato non è scontato se questi sono i presupposti metodologici: Repubblica due giorni fa lo descriveva come “dibattito che ancora una volta divide le toghe dalla politica”. Noi abbiamo un’altra impressione: come sempre toghe e politica a braccetto contro i principi professati dall’avvocatura.

Operazioni show, Costa: ora stop alla informazione a senso unico. Sul sito delle forze dell'ordine ci sono 2240 comunicati su indagini, denunce, arresti, perquisizioni, sequestri in tutta Italia. Nulla sull’esito di quei processi. Valentina Stella su Il Dubbio il 21 settembre 2021. «Il sito dell’ufficio stampa di una forza dell’ordine esibisce, al fine di “informare il cittadino-contribuente”, 2240 comunicati su indagini, denunce, arresti, perquisizioni, sequestri in tutta Italia. Non sarebbe male informare il cittadino anche sull’esito di quei processi». Arriva da twitter l’affondo dell’onorevole Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, nei confronti della Guardia di Finanza. Lui non ne fa cenno esplicitamente ma non ci è voluto molto a scoprire a chi si riferisse. Si tratta di una criticità che abbiamo sollevato spesso, anche su segnalazione delle Camere penali territoriali, per le quali “la giustizia non è una serie tv” in riferimento ai video degli arresti: primo piano sulla caserma, poi sirene spiegate in strada, arrivo sul posto con dispiegamento di forze e infine riprese degli arrestati. Lo show è servito: ma la presunzione di innocenza? «Qui si pongono due problemi – ci dice l’onorevole Costa -: il primo è che non sappiamo come vanno a finire queste operazioni, che costituiscono una parte dell’indagine. Le persone arrestate sono state poi condannate, ad esempio? Se assolte o prosciolte, è stato aggiornato il comunicato o cancellata la vecchia notizia, in rispetto del diritto all’oblio?». Sono tutte questioni inerenti il dibattito sul recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza. «Il secondo problema: i trailer e i nomi evocativi delle operazioni investigative che siamo abituati a vedere in televisione e leggere sui giornali – prosegue Costa – devono essere ripensati nell’ottica della direttiva. Comunicazioni di questo genere sono molto sbilanciate dal punto di vista dell’accusa. Posto che il lavoro delle forze di polizia è indiscutibile, ragioniamo però insieme se debba continuare ad esserci una forma di comunicazione così impattante». Abbiamo chiesto un commento all’ufficio stampa della Guardia di Finanza, ma non ha fornito una risposta perché non c’è un esplicito riferimento a loro nel post social. Per quanto riguarda l’esito delle operazioni, le Fiamme Gialle non sanno come vanno a finire perché non vengono avvisate dai Tribunali e dalle Procure. Una proposta da fare potrebbe essere allora quella di creare una prassi di aggiornamento.

Cartabia frena i magistrati showmen. La Giustizia non è una fiction: verso l’addio alle inchieste dai nomi spettacolari. Antonio Lamorte su Il Riformista l'8 Settembre 2021. È da oggi all’esame delle Camere un nuovo regolamento depositato in Parlamento dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia. La Guardasigilli vuole dettare regole più stringenti ai magistrati sulle inchieste: niente più nomi a effetto, da fiction, spettacolo invece che Giustizia. È anche l’Europa a chiedere ai 27 Paesi membri di rafforzare il principio della presunzione d’innocenza verso i propri cittadini. Potrebbe quindi essere la fine di un’epoca, per magistrati e giornalisti, d’oro. Un’era durata almeno tre decenni e che potrebbe essere scandita dai nomi a effetto delle inchieste. Che cosa prevede il Regolamento? Poche ma semplici regole. Per esempio le conferenze stampa dei procuratori, da limitarsi a casi di “particolare rilevanza pubblica dei fatti”, durante le quali il magistrato non dovrà presentare l’indagato come colpevole; si dovrà spiegare il punto al quale è arrivata la verità giudiziaria; l’indagato potrà chiedere di modificare un atto tramite il suo avvocato se si sentirà leso perché presentato come colpevole. E questo solo per cominciare. All’articolo 3 del Regolamento si legge infatti: “È fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza”. La Stampa, che riporta la notizia, ricostruisce una breve cronologia a partire dalla celeberrima Pizza Connection degli Anni Ottanta – con l’Fbi, il procuratore Luis Freeh e il procuratore federale Rudolph Giuliani dagli Stati Uniti e la polizia giudiziaria di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in Italia a colpire la Mafia tra i due continenti. La paternità di quel titolo fu tutta americana. Per Falcone e Borsellino il fascicolo era ancora “Abbate Giovanni+ 706”, al massimo “Maxiprocesso”. Quel nome suonò come il rumore di una bottiglia appena stappata. Da dettagli, particolari, virgolettati di protagonisti o estrapolati dalle intercettazioni, o dalla semplice fantasia delle forze di polizia. Sono arrivati negli anni “Mani Pulite”, “Why not”, “Aemilia”, “Geenna”, “Poseidone”, “Vallettopoli”, “Vipgate”, “Crimine-Infinito”, “Savoiagate”, “Mafia Capitale”. Quest’ultimo caso anche spendibile nel marketing, a prescindere dalla stessa inchiesta: la Cassazione, per esempio, dopo anni di fiction sui giornali e sugli schermi, ha sancito che il “Mondo di Mezzo” al centro di quelle indagini non era un’associazione di stampo mafioso. E Amen. “Questa spettacolarizzazione della giustizia – l’osservazione citata del deputato Enrico Costa, Azione, relatore alla Camera – produce danni immensi a chi finisce nell’ingranaggio. Quando infatti a un’inchiesta viene dato un titolo accattivante, e spesso la conferenza stampa è accompagnata da spezzoni di video con pedinamenti e intercettazioni che sembrano un trailer perfetto, la pubblicità è garantita. I media e i social moltiplicheranno quel titolo e quel trailer all’infinito. Come il lancio di un film. Tutto è ben studiato. Pare che da qualche parte ci sia perfino un ufficio che esamina la proposta di marchio e verifica che non ci siano sovrapposizioni con altre inchieste precedenti. Peccato però che di questo film si diano solo i titoli di testa, e mai quelli di coda che arriveranno con le sentenze. E intanto, se si finisce indagati, associati a un marchio di tale successo, anche se poi uno è assolto, il danno è irrimediabile”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Francesco Grignetti per “La Stampa” l'8 settembre 2021. Un'epoca sta per finire. Quella delle inchieste penali con i nomi ad effetto. Basta spettacolarizzazione: la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha depositato qualche settimana fa in Parlamento un nuovo Regolamento, da oggi all'esame delle Camere, che vuole dettare regole più stringenti ai magistrati. È un qualcosa che l'Europa impone a tutti i Ventisette Paesi membri, di rafforzare in ogni aspetto la presunzione d'innocenza dei propri cittadini. Ma se nell'ordinamento italiano la presunzione di innocenza è ben presente, non può dirsi lo stesso per gli aspetti mediatici. E qui interviene il Regolamento. Con alcune nuove semplici regole: nelle conferenze stampa dei procuratori, da limitarsi ai casi di «particolare rilevanza pubblica dei fatti», il magistrato non dovrà mai presentare la figura di un indagato o arrestato come di un «colpevole», e anzi dovrà chiarire in che fase del procedimento ci si trova. Se si è soltanto alle prime battute, si dovrà spiegare chiaramente che una verità giudiziaria ancora non c'è e che si dovrà aspettare l'esito finale. Se poi un indagato o imputato si sentisse leso da qualche atto giudiziario (salvo gli atti del pubblico ministero) che precede una sentenza, perché presentato come colpevole, potrà chiedere di modificarlo tramite il suo avvocato. Ma la rivoluzione culturale targata Cartabia viene all'articolo 3 del Regolamento: «È fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza». Fine di una moda che ha fatto la gioia dei titolisti di giornali. Capostipite dei nomi ad effetto fu senza dubbio l'inchiesta «Pizza Connection», negli Anni Ottanta. Di là c'erano l'Fbi, il procuratore Luis Freeh e il procuratore federale Rudolph Giuliani. Di qua, il drappello della polizia giudiziaria di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Assieme, i quattro magistrati smantellarono buona parte della mafia dell'epoca. E furono gli americani a inventarsi quel titolo così evocativo. Per Falcone e Borsellino, invece, era ancora il fascicolo «Abbate Giovanni+706».  Al massimo, i giornalisti lo chiamavano «Maxi-processo». La lezione americana però piacque molto e negli anni seguenti, sempre più spesso si diede un marchio ai procedimenti. In genere sono le forze di polizia che trovano il titolo, partendo da un dettaglio o una intercettazione. E c'è da dire che chi ha inventato alcuni di questi nomignoli è un genio del marketing. L'esempio più celebre è forse «Mafia Capitale», sintesi folgorante tra il basso e l'alto, tra la peggiore forma di criminalità e la più illustre delle istituzioni. Ma onore al merito per chi inventò il titolo «Aemilia» sull'infiltrazione della 'ndrangheta calabrese in Emilia-Romagna, reminiscenze di cultura classica sulla colonizzazione romana in val padana. Oppure per chi ha battezzato «Geenna» un'indagine sulla mafia in Valle d'Aosta, dimostrando una profonda cultura biblica per associare una valle maledetta vicino Gerusalemme con la Valle incontaminata degli stambecchi. «Questa spettacolarizzazione della giustizia - dice il deputato Enrico Costa, Azione, relatore alla Camera - produce danni immensi a chi finisce nell'ingranaggio. Quando infatti a un'inchiesta viene dato un titolo accattivante, e spesso la conferenza stampa è accompagnata da spezzoni di video con pedinamenti e intercettazioni che sembrano un trailer perfetto, la pubblicità è garantita. I media e i social moltiplicheranno quel titolo e quel trailer all'infinito. Come il lancio di un film. Tutto è ben studiato. Pare che da qualche parte ci sia perfino un ufficio che esamina la proposta di marchio e verifica che non ci siano sovrapposizioni con altre inchieste precedenti. Peccato però che di questo film si diano solo i titoli di testa, e mai quelli di coda che arriveranno con le sentenze. E intanto, se si finisce indagati, associati a un marchio di tale successo, anche se poi uno è assolto, il danno è irrimediabile». 

La norma sulla presunzione di innocenza. Repubblica rimpiange la gogna, che grana la norma sulla presunzione d’innocenza. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 4 Settembre 2021. «Perché, se prima faceva figo arrestare mafiosi e tangentisti, adesso fa figo dire che tutti, anche costoro, sono sempre presunti innocenti?». Bel quesito, quello posto dalla giornalista di Repubblica Liana Milella (che, nonostante il linguaggio, non è una dodicenne) a Nello Rossi, storico leader di Magistratura democratica e direttore della rivista online Questione giustizia. Pare che, dunque, finalmente “faccia figo” applicare l’articolo 27 della Costituzione sulla presunzione di non colpevolezza, più che sbattere il mostro in prima pagina. Come mai? Forse perché è arrivata una ministra che si chiama Marta Cartabia e che, il 5 agosto scorso, ha fatto approvare dal governo uno schema di decreto legislativo che attua, con cinque anni di ritardo, una direttiva dell’Unione Europea vincolante per tutti gli Stati membri, “sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza”. Ora il testo è nelle mani dei deputati e senatori delle commissioni giustizia, che dovranno dare al governo pareri non vincolanti in tempi piuttosto stretti, visto che la versione definitiva del decreto dovrà essere approvata entro l’8 novembre. E che l’Europa sta aspettando che l’Italia dia una vera svolta anche sull’esibizionismo di alcuni procuratori e sul vincolo finora più stretto di un matrimonio tra di loro e certi cronisti giudiziari. Possibile però che un po’ di agitazione ci sia anche in Parlamento, magari negli ambienti dell’ex ministro or ora convolato a nozze con grande sfarzo (150 invitati e 70 uomini di scorta) e a cui facciamo i nostri auguri. Ma intanto Milella ha già buttato il sasso nello stagno, battendo sui tempi persino l’occhiuto Travaglio, che se c’è da dare la mazzata finale al nemico che sta a terra è sempre pronto. Figuriamoci se poi il suo bersaglio è una che ha finora mostrato di avere in mano la scala reale come Cartabia. «Sta per esplodere la grana sulla presunzione di innocenza», comunica la cronista di Repubblica all’imbarazzato Nello Rossi, cercando di fargli dire che questo provvedimento è scandaloso perché non si potranno neanche mettere più i cittadini innocenti alla gogna e neanche continuare a passare le veline a cronisti giudiziari come Milella che sulle fotocopie (e poi sulle chiavette) hanno costruito la loro carriera. Uno è persino diventato direttore di un quotidiano! Intanto va detto che alla giornalista di Repubblica non viene neanche in mente di temere un “bavaglio” alla stampa quando vengono arrestate persone accusate di omicidio, rapina, stupro o addirittura strage. Chi se ne frega di assassini e stupratori. Al cronista giudiziario passacarte del pm –lo posso dire per ventennale frequentazione di palazzi di giustizia- interessano solo “mafiosi e tangentisti”, laddove per mafiosi non si intendono tanto i capi di Cosa Nostra quanto piuttosto il consigliere comunale indagato per concorso esterno. Su questa distorsione mentale e politica, prima che professionale, sono campati fino a tempi recenti un certo giornalismo italiano e alcune trasmissioni televisive sempre pronte a celebrare il processo mediatico e a emettere la propria sentenza di condanna. Potremmo citarne una recentissima della Rai contro l’avvocato Giancarlo Pittelli e in onore di sua maestà reale il procuratore Gratteri. Va detto che il magistrato Nello Rossi, artigliato con una certa virulenza dalla cronista, si difende come può, ricordando che, sebbene non sia stata (almeno questa volta) avviata dall’Unione Europea una vera procedura di infrazione della direttiva nei confronti dell’Italia, nella relazione con cui la Commissione europea un anno fa dava conto della situazione dei diversi Paesi, rispetto a noi ha fatto scattare “un campanello d’allarme”. Che evidentemente non ha turbato i sonni dell’allora guardasigilli Bonafede, e neanche dell’ex presidente del consiglio Conte. I quali forse preferivano continuare ad assistere a un andazzo che considerava più “figo” che giornali e tv campassero di gogne di innocenti e che i pm costruissero carriere politiche passando le carte segrete al cronista amico . La parola “innocente” scandalizza la povera Milella, disperata perché Rossi non le dà corda. Lui arriva a parlare, preoccupato, di come viene presentato l’indagato sottoposto a custodia cautelare. «Il governo si è chiesto –ipotizza- se la presunzione di innocenza non sia vulnerata e contraddetta, prima di una sentenza definitiva, da dichiarazioni colpevoliste delle autorità pubbliche o dalle stesse motivazioni dei provvedimenti giudiziari adottati nel corso dei procedimenti, ad esempio per l’adozione delle misure cautelari». Crolla un mondo, se anche un magistrato usa queste parole. Addio a orgasmi nelle conferenze stampa di Gratteri. Addio con rimpianto alle storiche incursioni di cronisti nell’ufficio dove Tonino Di Pietro in ciabatte sgranocchiava moncherie, addio veline sulla (molto presunta) vita sessuale di Massimo Bossetti. Tralasciando un intero mondo di veline, da Craxi a Berlusconi. Ma che già mostravano un sistema al tramonto nei tentativi scandalistici contro Matteo Salvini e la Lega. Non molta fortuna hanno avuto finora infatti la vicenda dei 49 milioni o le intercettazioni in terra russa, piuttosto che le forniture di camici in Regione Lombardia. Con il decreto dovrebbe cambiare tutto. Si dovrebbe ristabilire il rapporto gerarchico tra il procuratore capo e i sostituti (ma anche le forze di polizia). Le uniche “veline” consentite dovranno essere i comunicati ufficiali, e le conferenze stampa dovranno essere limitate a casi “di particolare rilevanza pubblica”. Bye bye Gratteri! Come farai a raccontare di aver fatto un blitz di presunti mafiosi? E come potrai dire che c’erano presunti legami con il politico di zona? L’intervista della cronista al magistrato “amico” sembra quasi una causa di separazione di carriere, se non di divorzio. «Lo ammetta –incalza ancora la giornalista di Repubblica, sempre più disperata, che non vuol mollare la sua preda- sta per scattare un potente bavaglio per la cronaca giudiziaria». Ovvio, il giornalista può presentare all’opinione pubblica l’indagato o l’arrestato o l’imputato solo come colpevole. Un po’ come fa il Fatto quotidiano quando sostiene che sia “impresentabile” chiunque (a meno che non sia Virginia Raggi o qualche altro amichetto loro) abbia subìto un’inchiesta giudiziaria, anche se ne fosse uscito prosciolto. È un po’ un’ossessione, questa del bavaglio alla stampa. Nel corso dei decenni di vita parlamentare nessuno è mai riuscito a emanare, e soprattutto a fare osservare, qualche norma sulla responsabilità di magistrati, forze dell’ordine e giornalisti, sul rispetto della dignità delle persone e sulla fuga di notizie, neanche se bufale. I cronisti dicono sempre “se ho una notizia, ho il dovere di darla”, e i pubblici ministeri, che dovrebbero essere i custodi della riservatezza della notizia coperta da segreto, non vengono mai indagati dai loro colleghi quando lo scoop prende la strada dell’edicola. Quindi, se Nello Rossi pensa di essersela cavata, con questa intervista, non ha fatto i conti con la domanda delle cento pistole, che in realtà non è una domanda, ma uno sberleffo della storia. Ma lei non era una toga rossa, chiede Milella, cioè uno dei quelli che stanno dalla parte degli onesti e non dei delinquenti? Un colpo basso. Ma ancora più inquietante e significativa è la risposta, che cancella in un sol colpo tutta la saggezza delle risposte precedenti: «Le cosiddette toghe rosse sono oggi le più interessate e le più impegnate al pieno rispetto delle garanzie processuali, ma a molti fa comodo non prenderne atto». Due domande gliele poniamo noi, allora, dottor Rossi. Che cosa vuol dire il fatto che la sinistra giudiziaria è attenta ai principi costituzionali solo “oggi”? E chi sarebbero coloro cui fa comodo non prenderne atto? Dobbiamo rileggere la storia tramite i racconti del dottor Palamara?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

"Io assolto, ma distrutto dal Sistema". Lodovica Bulian il 17 Febbraio 2021 su Il Giornale. Laudati accusato di favorire il Cav: "Contro di me scatenato l'inferno". «Nessuna sorpresa, solo il riacutizzarsi di un dolore mai sopito». Le rivelazioni di Luca Palamara ne «Il Sistema» di Alessandro Sallusti sono una ferita che si riapre per Antonio Laudati, oggi sostituto procuratore alla direzione nazionale Antimafia, ma dieci anni fa un'altra «vittima» del sistema raccontato dall'ex magistrato. Nel 2009 Laudati era stato appena nominato procuratore a Bari quando scoppiò il caso D'Addario con l'inchiesta sulle escort a carico dell'imprenditore barese Gianpaolo Tarantini. «Ero il più giovane d'Italia e un magistrato nel pieno della carriera», ricorda. Ignaro allora che dopo quella nomina avrebbe dovuto affrontare un calvario di processi in tribunale e procedimenti disciplinari al Csm lungo dieci anni, sempre assolto da ogni accusa. Quando si insedia a Bari, Laudati trova «clamore mediatico e una fortissima tensione politica perché l'inchiesta riguardava indirettamente l'allora premier Berlusconi (non indagato a Bari, ndr)». Tutte le indagini «erano sistematicamente riportate sui media». Laudati tenta di fermare le fughe di notizie, di distinguere tra intercettazioni rilevanti e non: «Decido disporre che fossero custodite presso la mia segreteria e che si utilizzassero solo le quelle pertinenti al fatto reato. Da quel momento non vi furono più fughe di notizie. Pensavo di aver fatto rispettare il codice di procedura penale. Non era così». Contro di lui partono gli esposti al Csm. Anche quello dell'allora collega sostituto procuratore di Bari, Giuseppe Scelsi. Laudati viene accusato di rallentare l'inchiesta e finisce sotto procedimento disciplinare. L'accusa è anche quella di aver tutelato così l'immagine istituzionale dell'allora premier Silvio Berlusconi. Per lo stesso motivo finisce imputato a Lecce, per abuso d'ufficio e favoreggiamento personale. Sempre assolto. E oggi può sfogarsi su «Quarta Repubblica» a Rete4. È Palamara a rivelare come quel tentativo di fermare le fughe di notizie gli costò il sospetto «di connivenza con Berlusconi. Allora non era possibile difenderlo», ricorda l'ex magistrato. «Avrebbe significato fare passare Berlusconi come vittima di magistrati scellerati». Infatti, «da quel momento contro di me si è scatenato l'inferno - rammenta il procuratore - Non era possibile ammettere che le accuse nei miei confronti erano infondate perché ciò avrebbe significato ammettere che il diverso comportamento tenuto da altre Procure e da altri magistrati nei confronti di Berlusconi costituiva una forzatura. In quel momento storico, in cui la magistratura era governata dalle correnti di sinistra unitamente a Palamara, mi è piombata addosso la accusa più grave e più infamante per un magistrato: quella di aver aiutato Berlusconi. Ovviamente era del tutto infondata, avevo solo applicato la legge, ma fu tutto inutile sono stato estromesso da tutto. D'altra parte colpirne uno per educarne cento». Si è ritrovato così da inquirente a imputato, sia in sede disciplinare al Csm che penale nell'inchiesta aperta a Lecce: «Un'esperienza terribile. Ci ho messo dieci anni per essere assolto da tutto. Ho sempre pensato: se questo è successo a me che sono un Procuratore figuriamoci cosa può succedere al cittadino qualunque». Lodovica Bulian

Quel “marketing giudiziario” che Costa vuole combattere…Da Costa arriva una forte critica al "marketing giudiziario" che coinvolge sia le procure sia i giornalisti. «La vera sentenza non interessa a nessuno». Il Dubbio il 19 agosto 2021. Il deputato di Azione, Enrico Costa, lo chiama “marketing giudiziario”, ovvero la prassi ormai consolidata dalle varie procure italiane, specie quelle che si occupano di indagini antimafia, di applicare alle inchieste un nome convenzionale. L’ex viceministro della Giustizia, in un intervento affidato al “Foglio”, parla dal “marketing giudiziario” per affrontare il caso di Marco Sorbara, di cui si è occupato ampiamente il Dubbio.

Sorbara e il “marketing giudiziario”. «Geenna è il nome di un’inchiesta li che scosse la Valle d’Aosta nel 2019. Come osservava la Stampa, “L’operazione “Geenna” prende il nome dalla Bibbia e significa luogo di eterna dannazione: deriva da una valle alle porte di Gerusalemme che fu segnata di anatema dal re Giosia per essere divenuta sede del culto di Moloch, che imponeva la pratica di bruciare in olocausto i bimbi dopo averli sgozzati, diventando scarico dei rifiuti della città e luogo dove gettare le carogne delle bestie e i cadaveri insepolti dei delinquenti”. Appare evidente il parallelismo studiato con la morfologia della regione oggetto delle indagini. Marco Sorbara è il nome di un ex consigliere regionale della Valle d’Aosta, arrestato nell’inchiesta “Geenna”, che ha trascorso oltre 900 giorni in custodia cautelare prima di essere assolto in Appello perché il fatto non sussiste. Non credo che per Sorbara sarà semplice scrollarsi di dosso quell’abbinamento».

Il ruolo della stampa. L’affondo di Enrico Costa si sposta poi sulla stampa che amplifica il cosiddetto “marketing giudiziario”. «Chiunque si trovi sulla traiettoria del marketing giudiziario, perché di questo si tratta, è bollato per sempre. Perché il nome dell’inchiesta, sapientemente impastato con la conferenza stampa, con i trailer, con le intercettazioni, con i titoli di giornali, con il frullatore della rete, non lascia scampo. E sopravvive agli eventi processuali. Le sentenze? Buone per il casellario, non certo per ribaltare fiumi di inchiostro. Un marketing non solo tollerato, non solo a opera di pochi, ma sistematico. Molte inchieste vengono rappresentate come fossero dei film. C’è un titolo, un trailer, una conferenza stampa nella quale si proiettano gli arresti, le perquisizioni, i pedinamenti, le intercettazioni anche vocali». «Infine, c’è il botteghino di questo capolavoro che è la rete. Eppure si tratta un film in cui parla solo la campana dell’accusa, la difesa non viene citata nemmeno nei titoli di coda. Ma va sottolineato anche che buona parte dei pm lavora silenziosamente, e soffre la spettacolarizzazione che fanno pochi, ma rumorosi colleghi (che poi magari si buttano in politica)».

I nomi più famosi delle inchieste giudiziarie. Ed ecco che passa in rassegna i nomi di alcune operazioni venute alla luce dell’opinione pubblica negli ultimi anni. «Le cronache ci danno un riscontro quotidiano della fantasia a senso unico nel battezzare i fascicoli. Dall’operazione Waterloo a quella Petrolmafie, piuttosto che Evasione continua, Metastasi, Farmabusiness, Crimine, Pelli Sporche, Appaltopoli, Università Bandita, Sotto Scacco, Conte Ugolino, Sistemi criminali, Ecoboss, Falsa politica sono inchieste che finiscono con condanne, ma talvolta anche assoluzioni o proscioglimenti prima del processo. E uno stato di diritto deve pensare a chi, innocente, finisce in questo ingranaggio. Il marketing giudiziario è quanto di più pericoloso, incivile, illiberale, arbitrario».

«La vera sentenza non interessa a nessuno». Per concludere, arriva anche una critica ai giornalisti che si occupano di giudiziaria. «Con quale spirito critico molti giornalisti seguono le indagini e assorbono le informazioni trasmesse dagli inquirenti? L’interesse immediato non è quello di approfondire, ma di pubblicare al più presto. Nome dell’inchiesta prima di tutto. E a seguire l’impostazione accusatoria, visto che in quella fase la difesa ancora non è pervenuta. Sarebbe questa la massima espressione del diritto di cronaca dovere di informare? Recepire e basta? Scordarsi che dopo le inchieste ci sono i processi? Spegnere il rubinetto delle notizie quando finalmente si apre il dibattimento? La vera sentenza per molti giornalisti è la conferenza stampa della Procura, perché la sentenza vera, quella pronunciata dopo il processo, non interessa più a nessuno». Tranne per il Dubbio…

Come limitare gli show delle Procure. Contro la gogna mediatica servono uffici stampa delle Procure. Paolo Itri su Il Riformista l'11 Agosto 2021. Giunge notizia che proprio in questi giorni il Parlamento italiano ha recepito la direttiva dell’Unione europea numero 343 del 2016. Con tale direttiva, che punta a rafforzare la presunzione di innocenza, il Parlamento europeo ha stabilito che tale presunzione sarebbe violata se, con dichiarazioni rilasciate da autorità pubbliche come le Procure, l’indagato venisse presentato alla pubblica opinione come colpevole prima della sentenza definitiva. Secondo il legislatore europeo, pertanto, le tradizionali conferenze stampa e i comunicati delle Procure, emessi per lo più in occasione dell’esecuzione di ordinanze cautelari, non dovrebbero mai rispecchiare l’idea che una persona sia colpevole, almeno fino a quando non intervenga una sentenza del giudice, fatta comunque salva la tutela della libertà di stampa e dei media. L’obbligo, nel fornire informazioni ai media, di non presentare gli indagati come colpevoli, non impedirà tuttavia alle Procure di divulgare informazioni sui procedimenti penali, qualora ciò sia strettamente necessario per motivi connessi all’indagine penale, come nel caso in cui venga diffuso materiale video e si inviti il pubblico a collaborare nell’individuazione del presunto autore del reato. Fin qui le novità introdotte dalla direttiva europea che, se da un lato produrrà sicuramente l’effetto di contenere il numero delle conferenze stampa delle Procure, dall’altro non inciderà per ovvi motivi né sull’attitudine specifica dei capi delle Procure stesse a gestire i rapporti con gli organi pubblici di informazione né, più in generale, sulla qualità dell’informazione nel nostro Paese. Mi spiego meglio. Il problema del cortocircuito mediatico-giudiziario nasce nel nostro Paese all’epoca di Tangentopoli, cioè quando l’emersione di un profondo ed endemico sistema di corruzione politica determinò una profonda trasformazione anche dei rapporti tra Procure e organi di informazione. L’eccezionalità del momento finì per legittimare, anche nell’opinione comune, una sorta di stato di eccezione in forza del quale tutto divenne lecito, dalle reiterate violazioni del segreto istruttorio alla instaurazione di rapporti privilegiati tra magistrati e giornalisti. Le confessioni a raffica e l’uso distorto del carcere preventivo completarono l’opera, facendo passare in secondo ordine la presunzione di innocenza, quasi si trattasse di una inutile formalità burocratica da abolire il prima possibile: tale era il ritmo con cui dalle indagini emergevano fatti sempre più nuovi e sempre più gravi. Vivevamo in un’epoca in cui chiunque venisse raggiunto da un’informazione di garanzia era per definizione colpevole e non aveva alcun senso parlare di giusto processo o della sua ragionevole durata. A trent’anni di distanza, è oggi possibile – anzi, direi doveroso – cercare di recuperare un rapporto più corretto ed equilibrato tra giustizia e media, nel rispetto dei principi di continenza, interesse pubblico all’informazione e rispetto dei diritti della persona. Non sono altrettanto convinto, però, che la strada indicata dall’Ue sia la migliore, considerate le specificità del nostro Paese. Principalmente, non mi convince l’idea di un bavaglio alle Procure alle quali, per una più corretta informazione – se non si vuole peraltro correre il rischio di creare dei pericolosissimi canali informativi occulti – dovrebbe invece essere consentito fornire in maniera chiara e trasparente ogni notizia utile a comprendere i passaggi delle vicende di maggiore interesse per l’opinione pubblica, seppure ovviamente nel più totale rispetto della verità processuale, della presunzione di non colpevolezza e dei diritti di tutte le persone coinvolte (e quindi, inutile dirlo, anche di quelle già raggiunte da sentenze di condanna). Soprattutto, non vorrei che il divieto di divulgare informazioni sui procedimenti penali in corso, salvo che sia strettamente necessario per motivi connessi all’indagine, si trasformasse automaticamente in un bavaglio alla libera stampa, tenuto soprattutto conto dei tempi biblici che quasi sempre nel nostro Paese intercorrono tra indagine e sentenza del giudice. Un modo più equilibrato di risolvere il problema potrebbe essere quello di istituire, almeno presso le Procure più grandi, dei veri e propri uffici stampa, simili a quelli già esistenti presso le Questure, in maniera da instaurare un rapporto più formale e trasparente tra organi di informazione e procuratori della Repubblica, ognuno quindi per la propria parte responsabile rispettivamente della gestione dell’informazione – in conformità alle leggi e al codice – e delle modalità di diffusione della notizia – in conformità del codice deontologico dei giornalisti. Perché i magistrati potranno anche essere a volte degli ottimi giuristi, ma troppo spesso appaiono come dei pessimi comunicatori. Paolo Itri

Giustizialismo mediatico: anche per il Codacons è il vero fascismo di cui si dovrebbe parlare e avere davvero paura. Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 10 Agosto 2021. «Gli squadristi facevano così. Andavano in sette otto, prendevano un avversario solo solo e lo bastonavano con ferocia. I giornalisti del Fatto e di Repubblica hanno fatto la stessa cosa con Renato Farina. Per invidia, credo: Farina è molto migliore di loro». Lo ha scritto Piero Sansonetti in un suo tweet di lancio dell’articolo pubblicato oggi sul Riformista. Il titolo corrisponde alle aspettative di chi scrive: «Farina Linciato, ora i nomi dei giornalisti al servizio dei pm». Ho poco meno di mezzo secolo di esperienza in questioni legate all’informazione giudiziaria. Certamente degenerata negli ultimi tre decenni. E trovo nella richiesta di Sansonetti, uomo di sinistra, la propria vecchia e immutata stima per la sua onestà intellettuale e professionale. Pur non avendo esitato a manifestarne pubblicamente il dissenso, quando ho ritenuto doveroso farlo. Nonostante offra spesso, e liberamente, la mia firma al Riformista. Neppure io, convintamente antifascista come Sansonetti, avendo giurato due volte fedeltà alla Repubblica, assieme all’osservanza della Costituzione e delle leggi repubblicane, temo il fascismo dei vari Casapaound. Temo invece più reali e pericolose forme di autentico fascismo post moderno. Ben descritte da Sansonetti, riferendosi al linciaggio mediatico subito dall’indifeso e isolato Renato Farina. Giornalista che non conosco personalmente. Mentre conosco invece tanti altri giornalisti che, portavoce più o meno occulti delle procure, hanno fatto in tale modo carriere spesso folgoranti. Al pari di tanti magistrati, e anche appartenenti alle forze dell’ordine, delle quali ho io stesso fatto parte, che hanno costruito le loro unicamente sul triangolo incestuoso e cancerogeno per la democrazia e le libertà fondamentali: PM-Polizia Giudiziaria-Media. Sansonetti parla di almeno un migliaio di giornalisti al servizio delle procure. E persino di un centinaio di giornalisti che, secondo lui, hanno collaborato e addirittura ancora collaborano coi servizi segreti. Cosa che, come per i preti, se fossero a libro paga, sarebbe vietata dalla legge. Qualche anima candida mi ha obiettato: se Sansonetti ne conosce i nomi li faccia, oppure taccia per sempre. Gli ho risposto che basterebbe leggere il Riformista per sapere che lo fa da tempo. Mentre di chi continua a credere di essere un giornalista investigativo limitandosi a pontificare sul povero Farina e aspettando che altri scrivano sulle tante altre complicità giornalistiche con procure e servizi, perché lui non lo sa, penso solo due cose. O che é in malafede o che vive col prosciutto sugli occhi. Tertium non datur. E nessuna delle due cose è degna di vero giornalismo. A prescindere dal possesso del tesserino di iscrizione all’ordine e dalla frequenza delle troppe scuole di giornalismo. Mestiere che un tempo, come quello dello sbirro, si imparava soprattutto consumando le suole. Non dietro uno schermo a copiare e incollare, spesso fuori contesto, i verbali e le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali delle indagini preliminari. Che in altri paesi civili nessuno si sognerebbe di poter fare. Il vero giornalismo investigativo dovrebbe stare nella capacità di fare le pulci a tutto e tutti. Senza essere il portavoce occulto di niente e nessuno. Almeno quando non lo si è ufficialmente e alla luce del sole. Anche il Codacons, la principale associazione a difesa dei consumatori, è da tempo sceso in campo per una giustizia giusta. Che non può prescindere da un’informazione corretta. E da un giornalismo che sia il vero cane da guardia delle libertà e dei diritti dei cittadini. E non il cane obbediente ai piedi del padrone del momento. Abbiamo voluto chiedere un suo commento in proposito. E ci hanno risposto tramite Claudio Cricenti, responsabile dell’ufficio Legale.

Avvocato Cricenti, i giornalisti, per legge, non possono lavorare per i servizi di sicurezza. Ma non dovrebbero neppure essere i portavoce di fatto delle Procure, come denuncia Sansonetti. Qual’é al riguardo la posizione del Codacons?

Siamo assolutamente d’accordo con Sansonetti. E purtroppo abbiamo dovuto denunciare diversi episodi spiacevoli di connivenza tra giornalisti e potere. I consigli regionali dell’ordine dei giornalisti archiviano tutto. Applicando il principio del “cane non mangia cane”. E approfittando della legge che non consente se non al procuratore generale di appellare le archiviazioni.

Ci può fare un esempio?

Un giornalista Vip del Corriere della Sera da noi denunciato per presunte scorrettezze deontologiche ha subito incassato la sua brava archiviazione. E si é vendicato presentando una querela per diffamazione contro l’associazione. Il Pm, più veloce della luce, ha subito avviato il procedimento contro di noi. Manco fossimo stupratori seriali.

I consumatori lo sono anche di informazioni. Quale ruolo vuole avere ed ha il codacons a difesa dell’informazione e contro le fake news?

Lottiamo per eliminare la giurisdizione domestica disciplinare. Sia di giornalisti che dei magistrati.

Cosa pensa il Codacons dei due pesi e delle due misure denunciate da Sansonetti? É noto che molte carriere di magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e giornalisti siano state create da un perverso triangolo di reciproci scambi di favori. Cosa intende fare il Codacons a tutela del cittadino consumatore di informazione, oltre che di giustizia giusta?

Istituiremo, dopo lo sportello “sos malagiustizia”, lo sportello “sos malainformazione”. Ma serve cambiare la legge che è fatta per le categorie professionali. E non tutela i fruitori dell’informazione: i consumatori.

Pensa che il referendum sulla giustizia giusta, sostenuto dal Codacons, possa avere un impatto positivo anche su un’informazione non disinformante?

Se i magistrati saranno responsabili dei loro errori anche l’informazione, oggi succube per paura delle caste, ne trarrà vantaggio.

Giampiero Mughini per Dagospia l'8 agosto 2021. Caro Dago, abituato come sono da sempre ad accorrere in difesa dei “vinti” ti confesso che mi ha stupito fin dall’inizio questo subbuglio attorno al nome e alla figura di Renato Farina. E tanto più mi spiace che la goccia che ha fatto traboccare il vaso (che lo ha spinto a dimettersi dall’incarico che gli aveva dato Renato Brunetta, di gran lunga uno dei migliori ministri del governo Draghi) sia stata l’intervista che Farina aveva dato al mio amico Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera, un giornalista sulla cui lealtà professionale sono disposto a mettere tutt’e due le mani sul fuoco, ma anche le gambe, il naso e entrambe le orecchie. Farina ha giudicato che quella intervista avesse le movenze di un attacco personale, un attacco che avveniva sul gran quotidiano lombardo dopo quelli che lui aveva subito dalla Repubblica e dal Fatto, dove Marco Travaglio gli aveva dedicato un articolo la cui virulenza io non la metterei neppure in un articolo su Adolf Hitler. A quel punto Farina ha rassegnato le dimissioni da un incarico che gli sarebbe stato pagato 18mila euro lordi l’anno e Brunetta quelle dimissioni le ha accettate. Del resto “Giuseppi” Conte quelle dimissioni le aveva chieste come una delle condizioni del suo appoggio al governo Draghi. Caro Dago, perdonami se parto da lontano. Il fatto è che ho i capelli bianchi. Ai tempi del processo a Gesù Cristo non c’ero, ma a tutto quello che è venuto dopo sì. Della mia fraterna amicizia con Fabrizio Roncone ho detto. Quanto a Farina, lo conosco da almeno quarant’anni. Erano i tempi in cui tra loro orgogliosi militanti cattolici di Comunione e liberazione e noi laici c’era un’avversione frontale. Al punto che loro rifiutavano qualsiasi contatto con un giornalista laico. Erano i tempi in cui il professore Augusto Del Noce, una delle figure intellettuali più limpide degli anni Settanta e da me venerato (il suo libro su Antonio Gramsci è un gioiello), rischiava grosso a fare una conversazione pubblica sul divorzio (cui lui diceva di no) perché immancabilmente dal pubblico qualcuno inveiva contro di lui. (Farina che negli ultimi anni della vita di Del Noce gli faceva da autista mi ha raccontato di essere stato testimone di alcune di quelle scenate.) Sin da subito non mi accodai a quell’atteggiamento e ne assunsi uno di rispetto verso cattolici che avevano tutto il diritto di esserlo orgogliosamente. Tanto che loro mi accordarono la primissima intervista mai fatta da Roberto Formigoni a un giornalista laico. Fu in quel contesto che ho conosciuto Renato Farina, di cui tutto dimostrava che era un intellettuale che aveva ragionato a lungo sulle sue scelte. Punto. Poi è accaduto quel che è accaduto. Che sia stato dimostrato che Farina a un certo punto era per metà giornalista e per metà agente dei servizi segreti, che in un paio di occasioni ha confuso in un unico mazzo le due attività, tutte cose non encomiabili ma che io ritenevo facessero parte del tutto conseguentemente del suo “interventismo” politico-culturale, del suo atteggiamento fondamentalmente “estremista”, da cui il suo linguaggio polemico nei confronti di alcuni “ostaggi” italiani che il nostro governo aveva recuperato dalle mai dei terroristi pagando suon di milioni. Detto questo, per me Farina rimaneva l’orgoglioso intellettuale cattolico che avevo conosciuto più di quarant’anni fa. Ci mandavamo saluti e auguri. Gli dicevo talvolta che mi era particolarmente piaciuto qualche suo articolo su Libero. Nella materia la penso esattamente come il Togliatti del 1947, che firmò un provvedimento di amnistia per reati minori compiuti da fascisti repubblichini. Renato ha già pagato per le sue colpe e non c’è che ne venga perseguitato a vita dai babbei che distinguono tra BUONI (che lo sono per nascita) e CATTIVI (che lo sono per nascita). Punto. Succede poi che stamattina Farina mi mandi via mail la lettera con cui ha rassegnato le dimissioni e che io subito dopo telefoni a Roncone. Al quale ho fatto un’unica osservazione, che da intervistatore aveva fin troppo assunto il cipiglio di chi vuole mantenere le distanze dal suo interlocutore. L’espressione usata da Fabrizio nel corso dell’intervista, che sceglie lui gli interlocutori a cui dare “del tu” e che Renato non è uno di quelli, io non l’avrei usata. Una frase del genere ci sta in un giornale militante (il Foglio, il Manifesto, il Fatto), non sul Corsera. Detto questo Roncone è un bravissimo giornalista e lo stesso Farina mi ha detto che lui ha enormemente apprezzato il libro giallo scritto a quattro mani da Roncone e Aldo Cazzullo, che lui avrebbe firmato riga per riga l’articolo assai elogiativo che di quel libro scrisse Vittorio Feltri su Libero. Mi spiace per Renato, che avrebbe fatto benissimo il suo lavoro. Mi spiace per Brunetta, il cui operato da ministro al momento merita nove. Mi spiace ogni volta che sui giornali corre del sangue. Sarà perché sono un bonaccione, anche se in sessant’anni di attività nessuno se n’è mai accorto.

Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2021. Questo è il tormentato sabato pomeriggio dell'ex agente segreto Betulla (da civile: Renato Farina, di anni 66), che - dopo due giorni di polemiche roventi - si è dimesso da consigliere per la comunicazione istituzionale del ministro Renato Brunetta. Il racconto comincia alle 16,45. Con una telefonata. Betulla era del ramo, certi trucchetti dovrebbe conoscerli. E invece ci casca. Legge sul display del telefonino «Numero Privato», e risponde. «Ah! Mhmm Sei tu. Sono a messa, sto pregando. Ho visto un numero sconosciuto e ho risposto pensando fosse il presidente Draghi. Possiamo sentirci tra un po'?» (voce soffiata, curiale). Betulla è di parola, almeno stavolta. Richiama cinque minuti dopo. Dice di essere appena uscito dal santuario di Santa Maria del Fonte, a Caravaggio, nella pianura bergamasca. Ansima. «Sono ore un po' complicate». Non un po': molto. Il suo curriculum è tornato di attualità. Un personaggione: ciellino, prima al Sabato e poi all'Indipendente e al Giornale, tipologia di giornalista ossequioso, nel 2004 è arruolato da Pio Pompa nei ranghi del Sismi diretto da Niccolò Pollari. Inizia una nuova carriera. Buia. Chicche sparse: riserva un trattamento di scherno per gli ostaggi italiani rapiti in Iraq - Simona Pari e Simona Torretta («le vispe terese»), Giuliana Sgrena («rapita dai suoi amici terroristi»), Enzo Baldoni («un pirlacchione» da «vacanze intelligenti»); poi, nel maggio del 2006, tre anni dopo il sequestro a Milano di un imam dalla vita bizzarra, Abu Omar, Farina - qualificandosi come giornalista - va al palazzo di Giustizia di Milano e incontra i magistrati Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che, sul rapimento organizzato dalla Cia, conoscono già moltissimi dettagli. Fingendo di intervistarli, gli racconta un po' di balle. E, soprattutto, prova a coinvolgere il pm Stefano Dambruoso (sperando così di spostare la competenza dell'indagine a Brescia). Poi esce e, invece di telefonare al suo direttore, chiama Pio Pompa: «È stata durissima, ma ce l'ho fatta». Invece sono loro che l'hanno fatta a lui: la sua visita era attesa, sotto le scrivanie dei giudici, due microspie. Farina, che lavoro fai? Ma lui, niente. Continua e scrive il falso contro Romano Prodi, assicurando che, sul caso Omar, quando era premier fosse d'accordo con gli Usa e i nostri Servizi. Al processo patteggia una condanna a sei mesi per favoreggiamento. Però al Sismi sanno essere riconoscenti: così gli rimediano due biglietti di tribuna per Italia-Ghana, ai mondiali di Germania; lui ringrazia sulla prima pagina di Libero, in codice non troppo cifrato: «Ho usato amici che la sanno lunga. Fatta! Grazie a Pio e a Dio» (intanto, tra dimissioni e reintegri, è tornato a far parte dell'Ordine dei giornalisti). Ora bisogna immaginarselo che cammina sotto il sole a picco. Verso il parcheggio del santuario. Al cellulare. «Sai che io di te mi ricordo un sacco di cose? Per esempio, nel 2014 scrivesti un articolo su Berlusconi e». Sono io che faccio le domande. 

Lei, se vuole, risponde: come nasce la sua collaborazione al ministero della Pubblica amministrazione?

«Mi dai del lei? Siamo colleghi, dovremmo darci del tu».

Decido io a quali colleghi dare del tu.

«Come vuole. Allora: io e Renato collaboriamo da quando ero vicedirettore di Libero e insieme lanciammo una collana di libri che ha venduto milioni di copie...». 

Mi sfugge il nome della collana.

«Eh, ora sfugge pure a me. Sono un po' teso».

Brunetta.

«Mi stima, lo stimo. Intesa intellettuale forte. Siamo stati insieme nel Pdl, io come deputato. Con lui, da tempo, esercito l'arte del ghostwriter, gli scrivo testi e discorsi».

Quale sarà il suo compito al ministero?

«Renato mi chiederà dei pareri: che espressioni usare in pubblico, su cosa insistere...». 

Quanto guadagnerà?

«18 mila euro lordi. All'anno, non al mese».

Lei non teme, con il suo passato, di mettere in difficoltà il presidente Mario Draghi?

«L'ho detto a Renato: se dovessi essere un problema, mi tiro indietro. Certo non m' aspettavo subito tanta cattiveria Chiaro che vogliono indebolirlo, minare il lavoro grandioso che ha fin qui svolto». 

Questa telefonata dura 16 minuti e 15 secondi. Alle 17,44, però, Betulla richiama. Stavolta è risoluto.

«Volevo comunicarti che ho sbagliato a parlare con te: un errore che un consigliere per la comunicazione non può e non deve fare. Mi sono confrontato, poco fa, con Brunetta. Mi dimetto». Fino a sera, poi, un rosario di WhatsApp in cui l'ex agente segreto Betulla chiedeva di poter rileggere i suoi virgolettati (se ci pensate, una bella faccia tosta). 

Renato Farina al Corriere della Sera: "Intervista odiosamente falsa", ecco tutte le frasi inventate sul caso-Brunetta. Libero Quotidiano l'8 agosto 2021. Di seguito, la lettera inviata da Renato Farina a Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, in seguito alla pubblicazione sul Corsera di oggi, domenica 8 agosto, di un'intervista alla firma di Libero smentita però in più punti. La vicenda è quella delle polemiche sorte dopo la nomina a consigliere per la comunicazione di Renato Brunetta di Renato Farina, polemiche dovute alla vergognosa campagna di stampa montata dal Fatto Quotidiano e Repubblica. In seguito al polverone, Farina ha lasciato l'incarico.

Caro Direttore, l’intervista come risulta sulla pagina del Corriere a firma di Fabrizio Roncone è odiosamente fasulla. Sfido l’autore a pubblicare l’integrale audio sul sito del Corriere se mai abbia registrato. Più che un’intervista è un ritratto tipo body shaming della mia persona. Non ho mai detto che ho scritto i discorsi di Renato Brunetta, né che io stavo pregando. Ero banalmente a Messa e ho richiamato per gentilezza. La mia risposta su Draghi era ovviamente una battuta, e ho detto pure qualcosa come: figuriamoci se un nessuno come me è in grado di dare un problema a Draghi. Sant’Anselmo sosteneva che si può tranquillamente scrivere che la Bibbia dice: «Dio non esiste». Basta togliere le tre parole che precedono la negazione: «Lo stolto dice: Dio non esiste». Ho sbagliato a mettermi nelle mani di chi dal primo istante della conversazione mi ha trattato con disprezzo. Le dimissioni nascono dal fatto di cui mi sono reso immediatamente conto chiusa la telefonata: se dopo gli articoli tossici del Fatto e di Repubblica anche il Corriere si affida a chi ridicolizza programmaticamente l’interlocutore, come l’esito documenta, l’unico modo per non essere un bersaglio utile per colpire di rimbalzo il ministro, è togliermi di mezzo. Questo ho fatto con una nota inviata alle agenzie, il resto sono bubbole di fango. Con stima per il suo lavoro. E amarezza per il torto che ho subito io e che ha offeso la buona fede mia e dei suoi lettori.

Renato Farina

LA REPLICA DI RONCONE per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2021.

Confermo tutte le parole e i sospiri ascoltati ieri durante i colloqui avuti con l’ex agente segreto Betulla (Renato Farina). Certo comprendo la sua amarezza per essere finito al centro di un’altra sconcertante vicenda. 

Tra Sallusti e Travaglio botte da orbi: Il direttore di Libero: «Sciacalli del Fatto, fatevi schifo». Redazione sabato 7 Agosto 2021 su Il Giornale. «Guardatevi allo specchio e fatevi schifo». A Roma dicono “quando ce vò ce vò“. E in questo caso ce vò tutta. È infatti successo che al Fatto Quotidiano non abbia digerito la nomina di Renato Farina a consulente del ministro Renato Brunetta. Per il giornale di Travaglio sarebbe a dir poco inopportuna, alla luce di vecchi legami con i nostri Servizi, struttura in cui Farina operava sotto il nome convenzionale di “agente Betulla”. Il neo-consulente, una legislatura in Parlamento con il PdL, è soprattutto una delle firme di punta di Libero, giornale ora diretto da Alessandro Sallusti. È stato proprio quest’ultimo a replicare sull’edizione online del suo quotidiano con le parole prima riferite.

Lite sulla nomina di Farina a consulente di Brunetta. Sallusti e Travaglio incrociano spesso la lama davanti alle telecamere dello studio di Lilly Gruber su La7. Ma quasi mai il duello tra i due raggiunge i toni fatti registrare dalla vicenda insorta sulla nomina di Farina. Nella sua replica Sallusti lamenta infatti la «consueta ferocia» esibita dal Fatto Quotidiano nell’attacco mosso al «nostro prestigioso collaboratore». Ma il direttore di Libero non si accontenta di difendere Farina e il rigo successivo decide di passare al contrattacco.

Sallusti: «Giornalisti dalla doppia morale». «Sappiano questi sciacalli – dice all’indirizzo della redazione di Travaglio – che noi siamo orgogliosi di ospitare la firma di Renato, che in quanto a collaborazioni improprie (l’agente Betulla, ndr) è un dilettante rispetto a tanti colleghi legati a filo doppio non solo con i Servizi ma pure con magistrati e politici». Addirittura col botto la conclusione che Sallusti dedica a quelli che definisce «giornalisti faziosi e dalla doppia morale». Eccola: «Che dire, guardatevi allo specchio e fatevi schifo». Aspettiamoci ora la controreplica al curaro da parte di Travaglio. La Gruber è ancora in vacanza, ma la singolar tenzone tra i due direttori continua.

Alessandro Sallusti per “Libero Quotidiano” il 7 agosto 2021. Ieri il Fatto Quotidiano, con la sua consueta ferocia, ha attaccato Renato Farina, nostro prestigioso collaboratore, perché in maniera legittima e trasparente ha avuto una collaborazione professionale (poche migliaia di euro all'anno) con il ministero guidato da Renato Brunetta. Sappiano quegli sciacalli che noi siamo orgogliosi di ospitare la firma di Renato, che in quanto a collaborazioni improprie (una vicenda del passato legata ai Servizi) è un dilettante rispetto a tanti colleghi legati a doppio filo non solo con i Servizi ma pure con magistrati e politici. Che dire, guardatevi allo specchio e fatevi schifo, giornalisti faziosi e dalla doppia morale.

Pietro Colaprico per “la Repubblica” il 7 agosto 2021. Professione reporter: non è la sua. Non di Renato Farina. Avete presente il concetto americano del giornalista come "cane da guardia della democrazia"? Siamo agli antipodi. E non ce ne dovremmo occupare se un altro Renato, il Brunetta ministro forzista del governo in carica, non avesse nominato come consulente proprio lui, il fu "agente Betulla", anche se agente non è stato mai. I suoi ruoli erano l'informatore a libro paga e l'agente provocatore, entrambi svolti con incredibile sprezzo del ridicolo. Lo stesso Vittorio Feltri gli dette del "vigliacco", quando Farina non volle ammettere di essere l'autore di un articolo che poteva costare il carcere a un altro collega del loro giro, Alessandro Sallusti. Ora, senza emettere giudizi a casaccio, vanno segnalate alcune "faccende". La prima riguarda Enzo Baldoni. Come si ricorderà, fu il primo reporter italiano (era un free lance) a morire in zona di guerra afgana per mano degli assassini che sostengono di agire in nome di Allah. Betulla raccontò per filo e per segno la sua morte: s' era divincolato, ribellato e perciò ucciso. Tutto falso. Era una "manipolazione". I nostri servizi segreti erano lì lì per liberarlo e Baldoni, che non sapeva, che non capiva, l'ha pagata cara. Una versione ispirata - ma l'abbiamo saputo tempo dopo - da un altro factotum del potere, Pio Pompa. Un plenipotenziario manutengolo (e quindi perfetto capro espiatorio) del potente Niccolò Pollari, boss dei servizi segreti militari per volere di Berlusconi. E veniamo alla seconda faccenda, esilarante se non fosse tragicomica e perversa. Maggio 2006, tre anni dopo il sequestro a Milano di un iman della stramba vita, chiamato Abu Omar. Farina telefona come giornalista ai magistrati che indagano. Chiede con insistenza un'intervista. Va a palazzo di giustizia e incontra Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, che sul sequestro, organizzato dalla Cia, sanno già moltissimo. Racconta loro alcune panzane, cerca di coinvolgere il pubblico ministero Stefano Dambruoso (mossa per spostare la competenza a Brescia) e quando esce chiama non il suo direttore, ma Pio Pompa: «È stata durissima, ma ce l'ho fatta». "Betulla" si sbagliava: non immaginava di essere già intercettato, che la sua venuta al palazzo di giustizia fosse attesa e che sotto la scrivania dei magistrati ci fossero le microspie. Veniamo alla terza faccenda, simile a molte altre: scrive il falso contro Romano Prodi, assicurando che quando era presidente del consiglio fosse d'accordo con gli alleati americani e i nostri servizi per il rapimento di Abu Omar. Articolo, anche questo, scritto per compiacere Pompa. Al processo, patteggiò una condanna a sei mesi per favoreggiamento. E poi, giocando tra dimissioni e reintegri, è tornato a far parte dell'Ordine dei giornalisti. Ovviamente Farina, a malefatte compiute, era già entrato in Parlamento, eletto in Forza Italia. E la sua giustificazione è sempre stata di aver combattuto per la patria. Per la patria o per chi più volte ha provato, come voleva Pio Pompa, a «disarticolare la magistratura»? Anche contro Ilda Boccassini ha composto numerose infamie, la sua cifra professionale è in effetti l'attacco violentissimo su notizie che gli trovano altri. In Italia ci sono tantissimi giornalisti. Se Brunetta ha scelto uno con una carriera talmente screditata avrà le sue ragioni. Il ministro fa sapere che Farina ha già pagato il conto per il suo passato. La simpatia, o l'amicizia, o essere stati sotto le stesse bandiere forziste non sembrano però sufficienti per far accedere nella zona dell'attuale governo, stretto intorno a Mario Draghi, uno con quel curriculum. Uno che, con protervia, mai ha chiesto scusa a chi ha infangato, ferito, umiliato.

Ora i nomi dei giornalisti al servizio dei pm. Fatto e Repubblica linciano Renato Farina: il giornalista lascia la collaborazione con Brunetta. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Agosto 2021. La decisione presa nei giorni scorsi da alcuni nostri colleghi di linciare Renato Farina, secondo me è vile e sconsiderata. Cosa è successo? Il ministro Brunetta ha chiamato Renato Farina, giornalista di Libero con alle spalle una quarantina di anni di carriera, offrendogli una collaborazione al ministero come consulente per l’informazione. Una specie di ufficio stampa. Tutti i ministri e anche molti sottosegretari e molti parlamentari hanno un proprio ufficio stampa. Un paio di giornali hanno scoperto la cosa (è un’opera giornalistica che richiede grandi qualità investigative scoprire chi si nasconde dietro un ufficio stampa…) e hanno iniziato una campagna feroce contro Farina. Perché? Credo per le seguenti ragioni: Farina è un giornalista piuttosto isolato; Farina è una persona molto mite; Farina è un giornalista di notevoli qualità, e oltretutto possiede una dote piuttosto rara nella nostra categoria (scrive molto bene); infine Farina ha subito alcune condanne in tribunale. Essenzialmente ne ha subite due. Una per aver introdotto in un carcere, durante la sua breve esperienza parlamentare, una persona spacciandola per sua assistente, mentre non lo era, e permettendo in questo modo che un non addetto ai lavori potesse conoscere gli orrori del carcere che invece devono restare segreti. Per questo reato è stato condannato in primo grado a una pena di due anni e otto mesi di carcere. È più o meno la pena che di solito viene affibbiata a uno stupratore con qualche attenuante. L’altra condanna, la più nota, è a seimila e seicento euro di multa per aver favoreggiato due dirigenti dei servizi segreti. Precisamente Pollari e Mancini. Accusati per il sequestro di Abu Omar. Farina non è stato ovviamente condannato per avere partecipato al sequestro, ma per avere favoreggiato i due alti dirigenti dei servizi. I quali sono stati prosciolti da tutte le accuse. Quindi, se la logica funziona ancora, Renato è stato condannato per aver favoreggiato degli innocenti. Per questa ragione Farina è stato anche radiato dall’ordine dei giornalisti, e per diversi anni non ha potuto scrivere sui giornali, cioè non ha potuto svolgere il suo lavoro, né ricevere un regolare stipendio. Io, personalmente, sono entrato due volte clandestinamente i