Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

SETTIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Satira.

Sentenza contro corrente: "Satira libera anche contro i disabili". Luigi Guelpa il 31 ottobre 2021 su Il Giornale. Satira e disabilità posso coesistere senza limiti? Qualche tempo fa la campionessa paralimpica Bebe Vio rispose in maniera affermativa. «Per me è normale staccarmi il braccio e darlo agli altri. L'ironia mi aiuta a vivere meglio». Il tema della disabilità in chiave satirica è stato trattato da vignettisti, comici e nel mondo del cinema, basti pensare alla riuscita commedia francese Quasi amici. Sulla linea della tolleranza si è posizionata anche la Corte Suprema canadese che ha assolto un comico che aveva deriso durante un suo spettacolo un giovane cantante affetto da una grave infermità fisica. La sentenza è arrivata dopo una battaglia legale di quasi undici anni che ha occupato spesso le prime pagine dei media canadesi. La vicenda risale al 2010, quando Mike Ward, comico del Quebec, noto per il suo stile irriverente e spesso offensivo, ha preso in giro il giovane cantante Jeremy Gabriel (noto come Petit Jeremy), nato con la sindrome di Treacher Collins, una malattia genetica che crea malformazioni alla struttura ossea del viso e sordità. Ward durante lo spettacolo si era lasciato andare a battute pesanti sul suo aspetto, arrivando persino a dire che lo avrebbe annegato volentieri. La situazione era sgradevole, ma il pubblico ha continuato a ridere. Ward disse nei giorni seguenti: «Non sapevo fino a che punto potevo spingermi con quelle battute. A un certo punto mi sono detto, stai andando troppo oltre, smetteranno di ridere. Ma no, non l'hanno fatto». Com'era prevedibile Gabriel ha citato in giudizio il comico, e il Tribunale per i diritti umani del Quebec si è pronunciato contro Ward per aver superato i limiti della libertà di espressione e aver discriminato sulla base della disabilità. Il comico ha presentato ricorso, ma ha perso anche davanti alla Corte d'Appello che l'ha condannato a risarcire la vittima con 25mila dollari. La corte nella sentenza ha riconosciuto i pericoli della libertà di parola, ma ha insistito sul fatto che la sua «intenzione non è limitare la creatività o censurare le opinioni degli artisti» ma «i comici, come qualsiasi cittadino, sono responsabili delle conseguenze delle loro parole quando superano determinati limiti». Non soddisfatto della sentenza, Ward nel 2019 si è rivolto alla Corte Suprema, sostenendo che si trattava di una questione di libertà di parola e spiegando che «non dovrebbe spettare a un giudice decidere cosa costituisce uno scherzo sul palco». Venerdì, la Corte Suprema si è pronunciata con una sentenza combattuta (5 a 4), ma che ha ribaltato i precedenti verdetti. In poche parole satira e comicità non violano la carta dei diritti umani. La sentenza ha affermato che Gabriel è stato preso di mira non a causa della sua disabilità, ma per la sua fama, e che anche se alcuni dei commenti erano «vergognosi e di pessimo gusto, non hanno incitato il pubblico a trattarlo come subumano». Per cinque giudici, Petit Jeremy può aver provato una sensazione di disagio nel corso dello spettacolo di Ward, ma nulla più. Gli altri quattro invece hanno spiegato che il giovane cantante è stato «esposto a una crudele umiliazione pubblica». Il dibattito resta aperto.

Gianluca Monastra per “il Venerdì di Repubblica” l'1 settembre 2021. L'hanno definito l'ultimo baluardo della satira e a Mario Cardinali, che quell'avamposto di carta e sberleffi lo difende da una vita, scappa una sorta di sorriso quando glielo ricordano: «Se è così, siamo messi proprio male». Cardinali aveva quarantacinque anni il giorno in cui firmò da direttore la prima copia del Vernacoliere, una rivista «antifascista e anticlericale», rivendica con orgoglio, nata da un altro giornale livornese di controinformazione fondato negli anni Sessanta. Era il 1982, un altro mondo e un'altra Italia con un ex partigiano al Quirinale, l'ombra del terrorismo in agguato, la gente in strada a festeggiare il trionfo azzurro al Mundial. E Cardinali già seduto dentro la sua redazione vista mare di Livorno, a provocare ogni tipo di potere con locandine e vignette dissacranti. Da lì non si è mai mosso, destino di tanti livornesi stregati da questa città piena di sole e vento, un po' Marsiglia e un po' L'Avana, così difficile da abbandonare. Dunque, una vita a praticare (e a difendere in tribunale) quello che lui chiama «il nobile esercizio dell'intelligenza».

La satira, appunto: come sta oggi?

«E come deve stare... Negli ultimi tempi è stata depotenziata dal dilagare di battute. Un diluvio, sui social e in tv, senza rendersi conto che dietro la satira ci vuole passione civile, sennò non resta nulla. Ormai sono tutti pronti alle battutine, a cominciare dai politici, contenti di impossessarsi dello strumento dell'avversario. Un trucco vecchio quanto il mondo».

A proposito di politici: c'era una volta un pisano che cercava voti a Siena. Dica la verità, Enrico Letta alle elezioni suppletive del collegio senese che tratta col fiorentino Matteo Renzi: un assist perfetto per il Vernacoliere.

«Non so mica, sa. Cosa vuole che interessi a un disoccupato di un signore che si sposta da un posto all'altro. C'è poco da ridere. Al massimo, Letta può arrivare a Siena e dire: avevamo una banca».

Così disilluso?

«Inevitabile, la politica ha lasciato spazio ai politicanti. La persona è sparita dal centro della discussione e i partiti hanno messo da parte l'ideologia. Ma in questo modo cancelli i sogni e restiamo polli di allevamento, senza nessuna speranza di cambiare».

Con Letta però avete un precedente. Se lo ricorda?

«Quando era presidente del consiglio gli dedicammo una locandina. Letta: Arfano mi tratta da pisano».

E lui?

«La rilanciò su Twitter definendolo un colpo basso».

Eccola qui: l'eterna rivalità tra toscani.

«Be', i pisani son diversi da noi: io ho tanti amici laggiù e a Pisa mi ci sono pure laureato. Però, se non ci fossero, andrebbero inventati Comunque, il livornese è differente non soltanto da loro, ma da tutti i toscani».

In che senso?

«Gli altri toscani sono nati per comandare o essere comandati, padroni o servitori, guelfi o ghibellini. Guardi i politici, a cominciare da Renzi. Hanno il tipico marchio della Toscana medievale, ripicche e inimicizie, frasi come "Enrico stai sereno", visto che stavamo parlando di Letta».

I livornesi invece?

«Tutta un'altra cosa. Siamo un cacciucco di razze, il risultato degli editti di Ferdinando de' Medici. Nel Cinquecento aveva bisogno di popolare la città e offrì libertà a chiunque avesse voluto raggiungerla. Arrivarono delinquenti, gente di coltello. E tanti ebrei dalla Spagna». 

Un popolo con la libertà nel Dna.

«Ci teniamo tanto, sì. Per questo al Vernacoliere non accettiamo pubblicità».

Come si difende l'autonomia di una rivista come la vostra?

«Anni fa, arrivò in redazione un manager della Mondadori. Volevano il nostro marchio per un'agenda tipo Smemoranda. Rifiutai subito e lui mise sul tavolo il libretto di assegni con sopra la sua splendida Montblanc. "Decida la somma", disse. Allora risposi: "Non ci siamo capiti, la mia libertà non è in vendita"». 

Le erano tornate in mente tutte le volte che avevate preso di mira Berlusconi?

«Macché, sarebbe stato uguale se con la penna in mano ci fosse stato Bertinotti».

Una bella rinuncia. Anche perché i tempi oggi sono duri, resi quasi disperati dal Covid. Mesi fa avete lanciato un appello ai lettori per evitare la chiusura. Come è andata a finire?

«Bene, un gran successo. In poche settimane abbiamo superato l'obiettivo dei quattromila abbonamenti e ora siamo a seimila. In tanti ci hanno persino spedito buste con soldi, anche cinquecento euro. Da questa risposta ho capito l'importanza del Vernacoliere, la sua capacità di esistere e resistere. A volte penso che se comprasse la rivista anche solo uno su dieci di quelli che ridono davanti alle nostre locandine, saremmo ricchi».

Oggi quante copie vendete?

«Dieci, dodicimila. Pensare che negli anni Novanta siamo arrivati a sessantamila… Dura andare avanti, sì. Abbiamo provato online, ma funziona poco. Però io insisto, ci mancherebbe. È un'avventura bellissima: abbiamo cresciuto una palestra di talenti, e ancora oggi siamo una agorà senza padroni. Ho ottantaquattro anni e mezzo e ogni giorno mi sveglio pensando che ho tante cose da imparare. Non mi annoio, ecco. Adesso, ad esempio, lavoro al quarto libro di locandine del Vernacoliere e rileggo Minima moralia di Adorno».

Una risposta all'accusa di abuso di termini volgari?

«Negli anni ho ricevuto tanti inviti nelle università e qualcuno ha detto che le nostre locandine sono per i livornesi i sonetti del Belli dei romani. Dietro alle provocazioni e alle parolacce, alla mancanza di rispetto, c'è una lingua di opposizione al Palazzo. E tanta preparazione. Sapesse quanto ho dovuto studiare per poter dire bene tutte queste volgarità».

·        Il Conformismo.

Odio Ostentazione ed Imposizione.

Pensiero unico. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il pensiero unico (dal francese pensée unique) descrive, con accezione negativa, l'assenza di differenziazione nell’ambito delle concezioni e delle idee politiche, economiche e sociali.

Storia. «Che cos'è il pensiero unico? È la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale.»  Il termine fu coniato nel gennaio del 1995 in un editoriale di Le Monde diplomatique da Ignacio Ramonet, direttore responsabile di "Le Monde diplomatique" e membro onorario di Attac. Egli lo intende come «il concetto del primato dell'economia sulla politica, tanto più forte in quanto un marxismo distratto non lo contesterebbe».

Critiche. La critica al pensiero unico intende puntualizzare la crescente riduzione del dibattito politico a temi imposti dall'alto e troppo spesso dati per scontati e non contestabili da parte della cultura dominante. Ad esempio è molto noto l'argomento populistico There Is No Alternative (non c'è alternativa) di Margaret Thatcher ex primo ministro del Regno Unito, spesso riassunto in acronimo come TINA ed ampiamente adottato da altri politici (per esempio Gerhard Schröder, ex primo ministro della Germania, tradusse l'argomentazione in tedesco: "Es gibt keine Alternativen"). Fra gli assiomi del neo liberismo, che la critica al pensiero unico tende a contestare, si possono citare indicativamente:

L'economia di stampo liberista (e la crescita illimitata) come scienza che governa la società. La politica e tutte le altre scelte culturali tendono ad essere assoggettate al potere economico.

Il mercato come parametro principale che determina il successo o l'insuccesso di ogni attività umana in generale.

Servizi, istruzione, sanità, ambiente e welfare affidati in gran parte all'iniziativa privata ed alla legge di mercato.

Pensiero unico come pseudoscienza. Alcuni autori hanno sintetizzato la concezione del pensiero unico in campo economico come di una ideologia vuota, edificata al solo scopo di difendere gli interessi degli ultramilionari.

“Basta fondamentalismi e pensiero unico, la verità non esiste senza il dialogo”. L’inedito di Bergoglio: le certezze assolute sono il rifugio di chi ha paura. La Repubblica il 13 marzo 2014. SALTA all’occhio il fatto che nel corso della storia si siano moltiplicati — e continuino a moltiplicarsi anche oggi — i fondamentalismi. In sostanza si tratta di sistemi di pensiero e di condotta assolutamente imbalsamati, che servono da rifugio. Il fondamentalismo si organizza a partire dalla rigidità di un pensiero unico, all’interno del quale la persona si protegge dalle istanze destabilizzanti (e dalle crisi) in cambio di un certo quietismo esistenziale. Il fondamentalismo non ammette sfumature o ripensamenti, semplicemente perché ha paura e — in concreto — ha paura della verità. Chi si rifugia nel fondamentalismo è una persona che ha paura di mettersi in cammino per cercare la verità. Già «possiede» la verità, già l’ha acquisita e strumentalizzata come mezzo di difesa; perciò vive ogni discussione come un’aggressione personale. La nostra relazione con la verità non è statica, poiché la Somma Verità è infinita e può sempre essere conosciuta maggiormente; è sempre possibile immergersi di più nelle sue profondità. Ai cristiani, l’apostolo Pietro chiede di essere pronti a «rendere ragione» della loro speranza; vuol dire che la verità su cui fondiamo l’esistenza deve aprirsi al dialogo, alle difficoltà che altri ci mostrano o che le circostanze ci pongono. La verità è sempre «ragionevole», anche qualora io non lo sia, e la sfida consiste nel mantenersi aperti al punto di vista dell’altro, senza fare delle nostre convinzioni una totalità immobile. Dialogo non significa relativismo, ma «logos» che si condivide, ragione che si offre nell’amore, per costruire insieme una realtà ogni volta più liberatrice. In questo circolo virtuoso, il dialogo svela la verità e la verità si nutre di dialogo. L’ascolto attento, il silenzio rispettoso, l’empatia sincera, l’autentico metterci a disposizione dello straniero e dell’altro, sono virtù essenziali da coltivare e trasmettere nel mondo di oggi. Dio stesso ci invita al dialogo, ci chiama e ci convoca attraverso la sua Parola, quella Parola che ha abbandonato ogni nido e riparo per farsi uomo. Così appaiono tre dimensioni dialogiche, intimamente connesse: una tra la persona e Dio — quella che i cristiani chiamano preghiera — , una degli esseri umani tra loro, e una terza, di dialogo con noi stessi. Attraverso queste tre dimensioni la verità cresce, si consolida, si dilata nel tempo. […] A questo punto dobbiamo chiederci: che cosa intendiamo per verità? Cercare la verità è diverso dal trovare formule per possederla e manipolarla a proprio piacimento. Il cammino della ricerca impegna la totalità della persona e dell’esistenza. È un cammino che fondamentalmente implica umiltà. Con la piena convinzione che nessuno basta a sé stesso e che è disumanizzante usare gli altri come mezzi per bastare a sé stessi, la ricerca della verità intraprende questo laborioso cammino, spesso artigianale, di un cuore umile che non accetta di saziare la sua sete con acque stagnanti. Il «possesso» della verità di tipo fondamentalista manca di umiltà: pretende di imporsi sugli altri con un gesto che, in sé e per sé, risulta autodifensivo. La ricerca della verità non placa la sete che suscita. La coscienza della «saggia ignoranza» ci fa ricominciare continuamente il cammino. Una «saggia ignoranza» che, con l’esperienza della vita, diventerà «dotta». Possiamo affermare senza timore che la verità non la si ha, non la si possiede: la si incontra. Per poter essere desiderata, deve cessare di essere quella che si può possedere. La verità si apre, si svela a chi — a sua volta — si apre a lei. La parola verità, precisamente nella sua accezione greca di aletheia, indica ciò che si manifesta, ciò che si svela, ciò che si palesa attraverso un’apparizione miracolosa e gratuita. L’accezione ebraica, al contrario, con il termine emet, unisce il senso del vero a quello di certo, saldo, che non mente né inganna. La verità, quindi, ha una duplice connotazione: è la manifestazione dell’essenza delle cose e delle persone, che nell’aprire la loro intimità ci regalano la certezza della loro autenticità, la prova affidabile che ci invita a credere in loro. Tale certezza è umile, poiché semplicemente «lascia essere» l’altro nella sua manifestazione, e non lo sottomette alle nostre esigenze o imposizioni. Questa è la prima giustizia che dobbiamo agli altri e a noi stessi: accettare la verità di quel che siamo, dire la verità di ciò che pensiamo. Inoltre, è un atto d’amore. Non si costruisce niente mettendo a tacere o negando la verità. La nostra dolorosa storia politica ha preteso molte volte di imbavagliarla. Molto spesso l’uso di eufemismi verbali ci ha anestetizzati o addormentati di fronte a lei. È, però, giunto il momento di ricongiungere, di gemellare la verità che deve essere proclamata profeticamente con una giustizia autenticamente ristabilita. La giustizia sorge solo quando si chiamano con il loro nome le circostanze in cui ci siamo ingannati e traditi nel nostro destino storico. E facendo questo, compiamo uno dei principali servizi di responsabilità per le prossime generazioni. La verità non s’incontra mai da sola. Insieme a lei ci sono la bontà e la bellezza. O, per meglio dire, la Verità è buona e bella. «Una verità non del tutto buona nasconde sempre una bontà non vera», diceva un pensatore argentino. Insisto: le tre cose vanno insieme e non è possibile cercare né trovare l’una senza le altre. Una realtà ben diversa dal semplice «possesso della verità» rivendicato dai fondamentalismi: questi ultimi prendono per valide le formule in sé e per sé, svuotate di bontà e bellezza, e cercano di imporsi agli altri con aggressività e violenza, facendo il male e cospirando contro la vita stessa.

Sintesi dell’articolo di “The Economist”, pubblicata da “La Verità” il 6 settembre 2021. «Qualcosa è andato storto con il liberalismo occidentale». Costretto a fronteggiare la sfida lanciata dalla Cina e dalla destra di Donald Trump, «un nuovo stile politico si è diffuso a partire dai dipartimenti universitari d'élite. Mano a mano che i giovani laureati sono stati assunti nei media e in politica, nel mondo dell'economia e dell'educazione, hanno portato con sé un sentimento di "insicurezza" e un'agenda ossessionata da una visione di corto respiro secondo la quale bisogna ottenere giustizia per i gruppi identitari oppressi». Non solo, questa sinistra sempre più «illiberale cerca di imporre una purezza ideologica eliminando dalle piattaforme i loro nemici e cancellando gli alleati che hanno commesso degli errori - ricordando così gli stati confessionali che dominarono l'Europa prima che il liberalismo classico mettesse le radici alla fine del XVIII secolo». Se il liberalismo classico riteneva che il cambiamento sociale dovesse essere «spontaneo e provenire dal basso, la sinistra illiberale ritiene che il vero progresso sia possibile solo quando le gerarchie razziali, sessuali come anche altre vengano smantellate». Per farlo, cercano con il potere conquistato di «imporre» ciò che loro ritengono essere «l'equità». In questo modo, però, non fanno che aumentare disuguaglianze, intolleranza e razzismo nella società. «I liberali classici dovrebbero dissociarsi dai prepotenti e da coloro che vogliono cancellare» tutto. Soprattutto, «i liberali dovrebbero avere il coraggio di dire queste cose». [4 settembre 2021]

La (vera) libertà contro l'omologazione delle masse. Andrea Muratore il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. Ne "La ribellione delle masse" José Ortega y Gasset ha teorizzato i rischi della massificazione dell'uomo nelle moderne società industriali. La sua lezione vale anche ai giorni nostri. Un filosofo e pensatore liberal-conservatore, non privo di tratti elitisti, che seppe però indicare alle classi emergenti dei primi decenni del Novecento la via ideale per l'emancipazione attaccandone conformismi e spinte all'omologazione. Un uomo di un altro secolo che capì in anticipo le pulsioni problematiche che le ideologie totalitarie del Novecento avrebbero creato comprimendo gli individui alla massificazione, azzerandone originalità e diversità, e che il neoliberismo avrebbe portato all'eccesso sostituendo la religione del consumo e l'individualismo ai legami comunitari e alle dialettiche politiche. Un elitista che seppe capire che il modo migliore per portare le tematiche della filosofia e dell'analisi politologica al grande pubblico passava per la costruzione di un invito sistemico al ragionamento, all'analisi critica, al dibattito attraverso uno stile chiaro e semplice. José Ortega y Gasset è stato un pensatore poliedrico, una figura complessa con tratti che possono apparire contraddittori, ma che ritrovano coerenza leggendo l'opera principale della sua ampia produzione: La ribellione delle masse, testo che a novant'anni dalla prima edizione spagnola (datata 1930) non perde di attualità. Ortega y Gasset è il pensatore che sdogana il valore della gerarchia come alternativa ai regimi dei cosiddetti "uomini-massa" che riteneva il rischio principale per la sua epoca, ma anche il filosofo capace di cogliere la continua dinamicità dei corpi sociali. Per Ortega y Gasset "lo Stato è in ogni istante qualcosa che viene da e va verso. Come ogni movimento, ha un terminus a quo e un terminus ad quem", è un corpo in continuo cambiamento le cui evoluzioni devono essere però governate. Il grande fenomeno storico di inizio XX secolo, a suo avviso, avrebbe prodotto un'involuzione sistemica della qualità del governo e al tempo stesso delle relazioni umane. L'uomo-massa, la creta informe plasmata da ideologie totalitarie o con aspirazioni universaliste, era già sotto gli occhi del pensatore spagnolo, per il quale "la massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come "tutto il mondo", chi non pensi come "tutto il mondo" corre il rischio di essere eliminato". E se un tempo "tutto il mondo" poteva essere una coscienza collettiva plurale, fatta di confornto tra poli politici e sociali diversi, ai tempi di Ortega y Gasset si iniziava a concepire il problema dell'omologazione. Il fascismo, lo stalinismo, il nazismo fecero di questo concetto un punto di forza del loro martellante apparato di propaganda. Per questo Ortega y Gasset valorizzava, nella sua epoca, il valore delle gerarchie sociali, specie di quelle più consolidate, contro le pressioni disgregatrici del populismo. Per citare Nial Ferguson, la "torre" doveva prevalere sulla "piazza" non in termini autoritari, ma per permettere un'integrazione graduale nel sistema degli uomini-massa. Lungi dall'essere un rigoroso tradizionalista o un nazionalista, Ortega y Gasset era favorevole all'evoluzione dei paradigmi sociali, ma li interpretava come organi da far evolvere gradualmente. I "trenta gloriosi" del periodo post seconda guerra mondiale videro l'emersione, in Paesi come Italia, Germania, Francia, di una nuova coscienza plurale, democratica, repubblicana in cui culture politiche e sociali diverse (da quella democratico-cattolica a quella comunista, da quella socialdemocratica a quella liberale) seppero dialogare con profitto portando gradualmente gli uomini-massa a diventare protagonisti attivi e coscienti delle dinamiche storiche. Nacquero in quell'epoca i presupposti delle moderne società industriali, il welfare e l'istruzione pubblica, i corpi intermedi capaci di coordinare il rapporto tra individui, società e Stato. A mettere in crisi questi paradigmi sarebbe stata l'ideologia economica neoliberista, sorta dalla crisi del modello fordista-keynesiano nei primi Anni Settanta. Ortega y Gasset allora era già morto, essendo deceduto nel 1955 all'età di 72 anni, ma il paradigma de La ribellione delle masse rimase più vero che mai. Il nuovo uomo-massa divenne l'individuo atomizzato della società dei consumi, apparentemente focalizzato sulla massimizzazione dell'utilità personale nei consumi e nelle scelte personali, separato dal resto della società dal declino dei corpi intermedi in Occidente (partiti, sindacati e così via) ma di fatto massificato dalla spinta all'omologazione nei modi di pensare e consumare imposta dai nuovi paradigmi sociali ed economici. Ritenuti, nella loro versione più radicali, potenziali forme di minaccia anche da chi, come Papa Giovanni Paolo II, non aveva riservato una critica meno feroce di quella del filosofo spagnolo ai danni sulla coscienza collettiva e i valori umani compiuti dai regimi totalitari. Come non rivedere le previsioni di Ortega y Gasset nella "società dello spettacolo" narrata da Guy Debord, nel conformismo liberal-progressista e nel mondo segnato dal declino della politica e dall'ascesa del populismo e della sua dialettica semplificatoria? L'odierno uomo-massa è il cittadino trasformato in consumatore; l'attivista ridotto a influencer; il cittadino cosciente appiattito sul follower del leader politico di turno in cerca di visibilità; l'individuo che si va sradicando da qualunque sentimento di appartenenza (che si parli di nazione, religione, classe) con la stessa forza con cui i regimi di un tempo estremizzavano il radicamento ad essi. Come non trarre dalla sua produzione l'insegnamento che la vera libertà sta nell'originalità e nell'incontro tra esperienze culturali e umane diverse e non nel livellamento? Che la società si nutre sia della presenza di corpi collettivi sia della valorizzazione delle differenze tra le persone, della dialettica tra individui? "Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono da fotocopie": le parole del beato Carlo Acutis appaiono la chiave di lettura ideale per semplificare, in un aforisma, l'ammonimento di Ortega y Gasset alla sua epoca e ai giorni nostri: un appello che invita a usare le forze della ragione umana contro le ideologie, le strategie e le dinamiche che tendono inesorabilmente a depotenziarne il valore, rendendo di fatto l'uomo succube.

"Libertà" per i conformisti. Tutti gli altri devono tacere. Stenio Solinas il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il nuovo diritto di espressione vale per tutti tranne per chi canta fuori dal coro. Dunque non esiste...Contro il politicamente corretto è il sottotitolo di La nuova censura, di Alain de Benoist, appena uscito per Diana edizioni (traduzione di Marco Tarchi e Giuseppe Giaccio, 154 pagine, 15 euro). Senza quel sottotitolo non si comprenderebbe l'aggettivo che connota il pamphlet in questione, in quanto le censure nel corso della storia ci sono sempre state, ma quella attinente alla cosiddetta società postmoderna, ovvero la società degli individui, ha una sua specificità che le rende diversa e che ha nel pensiero unico, appunto, della correttezza politica la sua ragion d'essere. Vediamo di spiegarci meglio. Fino all'altro ieri, che è poi la metà abbondante del secolo scorso, la libertà di pensiero e di espressione restava il caposaldo di ogni Stato liberale che avesse la democrazia come suo assunto. Si tratta, come dire, di un qualcosa di irrinunciabile e di non trattabile, non soggetto cioè a criteri di opportunità, di convenienza, di contingenza. Come sottolinea de Benoist, «la libertà di espressione non avrebbe alcun valore se potessero beneficiarne soltanto coloro che esprimono opinioni che chiunque giudica giuste e ragionevoli». Del resto, proprio perché essa è la condizione primaria della libera informazione delle idee, ovvero dell'esistenza di un dibattito democratico, «la libertà di espressione ha senso unicamente se le opinioni più scioccanti, le più offensive, e persino le più inesatte e le più assurde, se ne vedono garantire anch'esse il beneficio». Comunque la si voglia girare, insomma, nessuna censura è intellettualmente difendibile e ogni censura intollerabile. Ora, quello che è paradossale è che in sistemi democratico-liberali avanzati, la Francia di de Benoist, o l'Italia, per restare in casa nostra, si assista ormai da anni alla presenza sulla scena di una volontà censoria che non potendosi appellare a una libertà di censura, controsenso troppo evidente da portare avanti, si ammanta di una moralità tutta propria. È insomma una censura etica, dalla parte del Bene, laddove i censurati non sono quindi delle vittime, ma dei colpevoli. Perché ciò sia possibile è necessario che venga accettato l'assioma che quello in cui si vive è non solo il sistema migliore, ma anche quello che non prevede ne consente alternative: è dominante proprio perché è unico. L'inevitabilità è l'altro suo assioma e infatti, come scrive de Benoist, «l'urbanizzazione e l'esodo dalle campagne, la generalizzazione del sistema salariale, l'onnipresenza della tecnica, il primato dei valori mercantili, la crescita dell'individualismo, le modalità di costruzione dell'Europa di Maastricht, per citare solo alcuni esempi, sono presentati come fenomeni inevitabili, come processi di cui non avrebbe senso discutere il valore, il significato, l'opportunità o la finalità». Che tutto questo sia stato prima frenato dalle tensioni del XX secolo, la lotta di classe, ideologie politiche in concorrenza e in contrapposizione fra loro, due guerre mondiali, e poi accelerato dal venir meno e/o dal fallimento delle ideologie, dal crollo dei modelli alternativi, dal rarefarsi del pensiero politico, è un dato di fatto. Ma è altrettanto un dato di fatto che «l'intero discorso politico odierno si fonda su presunte costrizioni' inaggirabili che in realtà non sono altro che credenze ideologiche sistematicamente presentate come fatti oggetti che dovrebbero imporsi a tutti». Ne deriva che «per il pensiero unico, mettere in dubbio una delle affermazioni dell'ideologia dominante significa già uscire dal dibattito». Il che ha come corollario «uno straordinario conformismo, che rende realmente insopportabile qualunque idea dissidente, qualsiasi pensiero non in conformità». È questa logica a rendere giusti, moralmente sostenibili comportamenti che nella norma dovrebbero essere inaccettabili: librai che rifiutano di mettere in vendita libri di cui non apprezzano il contenuto, editori esclusi da un salone del libro perché la loro produzione non è conforme alle convinzioni personali degli organizzatori, petizioni per mettere al bando l'editore censurato e non il salone che nei fatti lo censura, petizioni per contestare l'acquisizione di archivi «sospetti» perché non in linea, eccetera. Viene anche da qui l'utilizzo estensivo di termini, in Italia ci andiamo a nozze, quali fascismo e antifascismo, trasformati di fatto in categorie incarnanti il Male e il Bene, in realtà concetti caucciù, teste di turco, capri espiatori. Sorvolando sul fatto che fino a ieri per i comunisti il fascismo era anche il capitalismo, in quanto suo terreno di coltura, assistiamo al teatrino di ex o post comunisti che si ammantano di antifascismo proprio perché hanno aderito al pensiero unico e al sistema esistente, si sono pentiti, «il Pentito è la figura centrale del nostro tempo», chiosa de Benoist, e sono divenuti i cani da guardia di quello che era un tempo l'odiato capitalismo mercantile. Se però si va più in profondità, il discorso sul fascismo e i suoi pericoli, inesistenti ma strumentalmente enfatizzati, rientra in un campo di idee più ampio che vale la pena affrontare. Giorni fa, su Repubblica, in un articolo sui cosiddetti «italiban» di destra e di sinistra, Francesco Merlo si è lanciato in un'intemerata contro «i pacifisti assoluti». Merlo è un bravissimo giornalista, a cui invecchiando è venuta la mania del sopracciò, che altro non è se non la versione colta del marchese del Grillo: è sempre sdegnato e sdegnoso, e sempre con sussiego e insomma, «io so' io» con quel che segue. Nell'indignarsi contro chi non sceglie cita «i pacifisti che nel '39 gridavano nelle strade di Parigi di non voler morire per Danzica e si sa come è andata a finire» Ho paura che Merlo non lo sappia. Si entrò in guerra per difendere la Polonia e a guerra finita la Polonia passò da Hitler a Stalin e con essa tutta l'Europa orientale...È un punto che spiega bene l'utilizzo ossessivo dell'antifascismo, ovvero la coda di paglia che porta con sé. De Benoist cita in proposito un articolo rivelatore di Jean Daniel, mitico direttore del Nouvel Observateur, uscito nel 1993, ma perfettamente attuale: «Il nazismo era il male assoluto. A partire dal momento in cui ci si è messi a dire Hitler=Stalin tutto è cambiato () Soprattutto, questo rimette in discussione una scelta fondamentale. Se i totalitarismi comunista e nazista vengono confusi l'uno con l'altro, perché scegliere, anche durante la guerra, l'Unione Sovietica invece della Germania hitleriana?». Sorvolando sul concetto storico un po' zoppicante di «scelta», è la conclusione che interessa: «Non bisogna cedere un pollice su questo terreno, altrimenti tutti i valori, tutte le nostre fedeltà, tutte le nostre memorie crolleranno». Siamo insomma al puro manicheismo, a una sorta di religione laica di ricambio, «la fede nel Male politico o ideologico assoluto», come nota de Benoist, «la storia trasfigurata in mito e rappresentata in bianco e nero», la storia che diventa morale e perciò incomprensibile. Soprattutto, significa non voler fare bene i conti con l'altro totalitarismo del XX secolo, perché se così si facesse «si sgretolerebbero le basi di legittimazione dell'ordine politico mondiale scaturite dalla vittoria del 1945». Quell'alleanza, insomma, rimane per le democrazie una vera camicia di Nesso e «bisogna che quel sistema resti a distanza dal sistema nazista, così da sottolineare l'unicità' di quest'ultimo». Sbrigativamente, aveva capito tutto Churchill al tempo della guerra fredda: «Abbiamo ucciso il porco sbagliato» era stato il suo icastico commento a ciò che era successo prima. Churchill aveva tanti difetti, ma non era politicamente corretto. E forse è per questo che il politicamente corretto dei nostri tempi, nella sua versione Cancel Culture, ne butta giù le statue che lo raffigurano. Stenio Solinas

Stefano Boldrini per "la Gazzetta dello Sport" il 9 giugno 2021. Chi giocherà in porta? Grealish o Foden? Niente di tutto questo in Inghilterra a quattro giorni dall' esordio europeo contro la Croazia: l'argomento cult è il gesto dei giocatori in ginocchio al calcio d' inizio. "Taking the knee" significa manifestare contro il razzismo. La protesta risale al Settecento, fu adottata da Martin Luther King nel 1965 e tornò d' attualità nel 2016 con il quarter-back Colin Kaepernick. Il movimento Black Lives Matter lo ha adottato nel 2020 dopo l'omicidio di George Floyd nel 2020, ucciso da un poliziotto. La Premier e la nazionale inglese lo hanno riproposto in tutte le partite. I problemi sono iniziati con il ritorno del pubblico negli stadi. Nei test contro Austria e Romania alcuni tifosi hanno disapprovato con i "booo". Il ct Gareth Southgate e i giocatori non hanno ceduto di un millimetro: "Andiamo avanti". La questione è oggetto di dibattito politico. Il premier Boris Johnson ha cercato di smarcarsi: «La nazionale non deve dividere. Mi auguro che tutti sostengano l'Inghilterra. Il mio governo contro il razzismo s' impegna in modo concreto». Nigel Farage, leader del Brexit Party, ha dominato la scena sui social: «Lasciate stare chi fa i booo. Aderire al Black Lives Matter significa sostenere un'organizzazione marxista, contraria all' occidente e al capitalismo, favorevole al comunismo. La politica fuori dallo sport». Lo dice lui: Farage torna in tribuna.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” l'8 giugno 2021. Non si può negare che lo strapotere culturale della sinistra, lungi dall' ammorbidirsi, negli ultimi anni si è addirittura consolidato. Mentre i partiti progressisti perdono voti, la loro influenza sul costume cresce. Dal cinema alla letteratura, dalla musica al giornalismo, domina il conformismo in varie forme, il tutto coperto dal politicamente corretto che violenta perfino il vocabolario e induce la gente ad adeguarsi alle banalità verbali dilaganti. Molti pensano che questo sia un fenomeno dei nostri giorni tribolati, e in effetti esso si è di recente accentuato, tuttavia sono in grado di documentare che il suo inizio risale a parecchi anni orsono. Vi racconto una storia personale non per narcisismo, bensì perché mi pare esemplificativa. Correva il 1989. Ero inviato del Corriere della Sera, quando il presidente della Rizzoli, Giorgio Fattori, mi offrì la direzione dell'Europeo, storico settimanale, in quel periodo giù di tono, un po' in crisi. La proposta mi lusingò, eppure non ero propenso ad accettarla poiché nel giornalone di via Solferino mi trovavo da dio, il mio era il lavoro che avevo sempre sognato di fare: scrivere sui fatti della vita. Alla fine però cedetti alle pressioni dal momento che Fattori mi assicurò: «Se ti stuferai di fare il direttore del periodico, ti prometto, per iscritto, che potrai rientrare al Corriere nel posto che avevi lasciato». Non ebbi il coraggio di rifiutare. Mi presentai in redazione per cominciare la mia attività e il sindacato mi annunciò che i giornalisti erano in sciopero. Il motivo? Non gradivano il mio arrivo, non mi volevano tra i piedi. Ovvio, avevo fama di anticomunista. In realtà, a me le idee politiche altrui interessano meno delle mie, però nella carta stampata dettavano e dettano legge. Chi non è di sinistra, o almeno a sinistra non pende chiaramente, viene osteggiato. Ero convinto che la protesta nei miei confronti sarebbe durata al massimo una settimana, invece proseguì per la bellezza di due mesi, un primato mondiale di ostilità nei confronti di un dirigente. La speranza dei redattori era che mi stancassi di essere oltraggiato e demordessi mandandoli a quel paese. All'agitazione scomposta e triviale aderirono persino due miei amici, Rossetti e Jesurum, con i quali collaboravo ai programmi tv di Enzo Biagi. Non avevano il coraggio di uscire dal gruppo dei resistenti e preferivano fare una figuraccia con me piuttosto che tradire (si fa per dire) i compagni di bandiera. Ridicolo. Si dà il caso che gli scioperanti, secondo le regole, non percepivano lo stipendio, mentre io lo incassavo. Questo dettaglio li costrinse a cedere per non morire di fame. Cosicché prendemmo a lavorare dopo un lungo periodo di astensione che danneggiò le tasche degli astenuti e teoricamente pure le casse del settimanale, fuori dalle edicole per 60 dì. Comunque fui assistito dalla fortuna: l'impero sovietico crollò e affidai il commento a Giulio Andreotti che vergò un capolavoro tale da imporre le mie pagine all'attenzione generale; poi scoppiò la guerra del Golfo che, grazie a Emilio Fede (diede la notizia di notte), cavalcai alla grande con una copertina memorabile. E le vendite dell'Europeo esplosero superando quota 150 mila, un trionfo. Non bastasse, commissionai a Furio Colombo, firma di lusso, un libretto dal titolo: «Perché Israele ha ragione». Un successo strepitoso, il mio periodico azzoppato dagli scioperi, oltrepassò per una volta L'Espresso. Fatto il pieno delle vendite ricevetti l'invito di assumere il comando dell'Indipendente, quotidiano nuovo, fondato da Ricardo Levi da un paio di mesi, e, pur di fuggire dai colleghi rossi, non miti rai indietro. Siglai un bel contratto e la mia prima mossa fu quella di liberarmi di qualche comunista che ammorbava il clima della redazione. Alla prima riunione, i colleghi mi bombardarono di domande a cui risposi vagamente, con qualche battuta. Tony Damascelli mi chiese furbescamente che cosa avrei conservato della gestione precedente. Risposi: la testata, dato che il resto era una specie di lapide mortuaria. In effetti, stravolsi il giornale trasformandolo in un organo aggressivo, anticomunista all'eccesso, filoleghista, avvinghiato alla inchiesta di Di Pietro, Mani pulite. Mitragliai la sinistra appiattita sulla Quercia di Achille Occhetto e, mentre i compagni mi attaccavano senza tregua, portai la diffusione dell'Indipendente ben oltre le 100 mila copie. Intanto l'Europeo, che avevo abbandonato in piena salute, passato sotto la direzione di una signora intelligente ma socialista, si ammosciò con la benedizione di Lamberto Sechi, e spirò quasi subito. Il decesso non mi ha rallegrato, tuttavia suppongo sia servito da lezione a coloro che mi avevano accolto a sputi in faccia perché non facevo parte della loro banda di marxisti. Ecco dimostrato che il conformismo politico non è roba fresca di mercato, bensì è datato. E addirittura uno stupido capisce che oggi quanto ieri è il problema italiano numero uno. Alla prossima puntata vi narrerò ciò che mi successe quando volsi a dirigere il Giornale in sostituzione di Montanelli. Ci sarà da divertirsi.

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 5 giugno 2021. Ci mancano solo Cleopatra, Didone ed Elena di Troia e il quadro è completo. Presto si scoprirà che pure quelle regine avevano tendenze lesbo, che Cleopatra sì, amoreggiava con Giulio Cesare e Antonio ma solo per mascherare la sua omosessualità, che Didone si consolò della fuga di Enea imbastendo una relazione saffica con Calipso e che pure il rapimento di Elena da parte di Paride era una copertura perché lei in realtà si era invaghita di Andromaca. Non ci sarebbe da sorprendersi, visto che ora la storia e la letteratura al femminile vengano riscritte in chiave omosessuale, per gettare nuova luce su regine del passato e figure letterarie e superare gli stereotipi di genere (e poco importa che nulla di vero ci sia in quelle riletture). L' ultimo caso clamoroso riguarda Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII, a cui Channel 5 in Inghilterra ha appena dedicato una serie tv omonima, ribaltandone, per non dire falsificandone, l'immagine: la regina, bianca di carnagione, viene interpretata da un'attrice nera, Jodie Turner -Smith, e si abbandona ad amori lesbo, come testimonia il bacio con Jane Seymour.  Si tratta non solo di un rovesciamento del suo orientamento eterosessuale piuttosto spiccato (la Bolena era nota per le frequentazioni con numerosi uomini), ma anche di un' ardita revisione storica, dato che la donna con cui nella serie la regina si bacia fu colei a causa della quale Enrico VIII la scaricò: Jane Seymour trasformata da rivale in amore in amante...Gli spettatori e la critica in Inghilterra non hanno gradito, tanto che perfino un quotidiano di sinistra come The Independent si è chiesto polemicamente «cosa l' opera aggiunga» alla comprensione di quel periodo storico. Bisognerebbe chiederlo anche alla regista Gemma Bodinetz che ha messo in scena una versione sui generis, è il caso di dire, della tragedia Otello, intitolata Othello, in cui la coppia protagonista, Otello e Desdemona, è composta da due lesbiche. La "Mora" di Venezia gelosa della sua donna, che per ovvie ragioni non potrebbe mai tradirla con Cassio. E che dire della revisione omosessualista di altre figure della casa regale inglese. Il film Mari, regina di Scozia, dedicato a Maria Stuarda, presenta una sovrana gay -friendly disposta ad accettare che suo marito abbia un rapporto omosessuale con il consigliere David Rizzio, nonché teorica dell'ideologia gender. «Con noi», dice la regina a Rizzio che dichiara di sentirsi più femmina che maschio, «puoi sentirti liberamente chiunque tu voglia essere». E pensare che la Stuarda era cattolicissima e custode della morale tradizionale...Il ribaltamento saffico della storia aveva già colpito la cugina e riva ledi Maria Stuarda, la regina Elisabetta I, che nel film Elizabeth: The Golden Age con Cate Blanchett assurgeva a icona bisessuale, coltivando una relazione con la dama di compagnia Bess e poi costruendo un triangolo amoroso che coinvolgeva il pirata Walter Raleigh. Per la cronaca, Elisabetta era nota come la Regina Vergine. Ma non solo l'Inghilterra è colpita dal fenomeno: l' americana Carolyn Gage ha portato a teatro Giovanna d' Arco-La rivolta, in cui la Pulzella d' Orléans, vergine e santa, è presentata come una donna lesbica e pure atea. Siamo all' apice, o meglio al fondo, della cancel culture combinata a revisionismo politicamente corretto e femminismo filo-Lgbt. La storia, cioè, viene cancellata e riscritta sulla base di un principio: le donne possono raggiungere grandi traguardi solo se lesbiche. Quote rosa mischiate a quote arcobaleno. Con tanti saluti alla verità dei fatti.

Alessandro Gnocchi per “il Giornale” il 5 giugno 2021. Il rock è il genere musicale dove regna incontrastato il conformismo. Decenni prima dell'avvento del politicamente corretto, il manuale della perfetta star era già stata compilato e prescriveva nichilismo, rabbia, aggressività, ambiguità sessuale, ascesa (più spesso discesa) verso paradisi artificiali, posizioni politiche di sinistra, più o meno radicale. Gli annali sono ricchi di storie relative a gruppi che provarono a suonare uno spartito diverso, talvolta riuscendoci. Gli U2, bravi cristiani timorati di Dio, furono accolti da un coro di sberleffi ma misero a tacere tutti con una serie di dischi memorabili. Sua Bobbitudine, Re Dylan, premio Nobel per la letteratura, si convertì al cristianesimo, reclutò una band strepitosa per predicare il Bene in tour e fu accolto male, per usare un eufemismo. I Rush provarono a diffondere la parola libertaria di Ayn Rand e passarono il resto della carriera a spiegare di non essere fascisti. Non dobbiamo dunque stupirci delle reazioni indignate che hanno accolto il nuovo disco di Van Morrison, vecchia gloria irlandese dedita al soul e a ogni tipo di musica nera. Latest Record Project in sé non è differente dal solito, Van Morrison fa sempre lo stesso disco, mediamente buono, con frequenti escursioni nell' ottimo e qualche puntata nel sublime (Moondance, Astral Weeks). La formula però non cambia mai, specie nell' ultimo periodo: la gran voce di Van Morrison interpreta un repertorio autografo ma fortemente influenzato dai classici della musica nera. Latest Record Project non fa eccezione. Dunque, dov' è il problema? Perché questo album è tanto brutto e i precedenti (identici) erano tanto belli? È presto detto. Van Morrison ha avuto la cattiva idea di dire come la pensa sul lockdown (una misura sbagliata), sull' informazione catastrofista, sui social media, sulla necessità di riprendere a vivere nonostante il Covid. Risultato: ha fatto il pieno di recensioni ideologiche che non hanno niente a che vedere con la critica musicale. I più onesti hanno insultato Van Morrison senza neppure prendere in considerazione i brani. L' irlandese è stato tacciato di populismo, negazionismo (del Covid), complottismo e, in una gara a chi la spara più grossa, addirittura antisemitismo, lui che ha fatto i suoi dischi più belli con il produttore Lewis Merenstein, ebreo. Nick Cave pubblica tra pochi giorni un album a quattro mani con il collaboratore di lungo corso Warren Ellis. Cave è un avido lettore della Bibbia, la sua più grande influenza, e i suoi dischi recenti hanno un forte afflato spirituale, dovuto anche alla morte del figlio adolescente. Adesso, nel nuovo Carnage, ispirato alla pandemia, mette in fila una serie di eccezionali brani gospel, dove rivisita la musica sacra popolare in chiave elettronica. Le canzoni sono così intense che farebbero piangere una statua. Problemi? Ma certo. Nick Cave è diventato noioso, e giù a rimpiangere gli anni in cui la star australiana correva dritta verso l'autodistruzione o gli anni in cui il dolore era incanalato nelle rassicuranti murder ballads (ballate di morte e omicidio). Niente. Il sacro non può avere a che fare con il rock. D' altronde è stato messo all' angolo nella vita quotidiana, perché l' arte dovrebbe fare eccezione? Chi non ci sta, e va a pregare, sarà un cretino o un ipocrita, così dice il conformista dei nostri giorni. Ultimo caso. I Lynyrd Skynyrd sono la band preferita dei redneck americani. Redneck: collo rosso, scottato dal sole. Si indica con questo termine spregiativo il cittadino del Sud, non tutto il Sud, quello che va da Georgia e Virginia fino al Texas. Nella cultura americana, il redneck è uno zotico conservatore. Redneck sono i sostenitori di Trump, complottisti e armati fino ai denti, nello stereotipo creato dalla stampa. Redneck sono gli eredi dei Confederati che furono sconfitti dai nordisti nella Guerra civile. Oggi a stento viene tollerata la bandiera sudista, considerata un simbolo razzista. Ai tempi d' oro dei Lynyrd Skynyrd, metà anni Settanta, la bandiera sudista sventolava direttamente sul palco. È appena uscito il dvd (con album annesso) Live at Knebworth, registrato nel 1976, poco prima che mezza band morisse in un incidente areo.  I Lynyrd eseguono i classici, in particolare le amatissime Sweet Home Alabama (una risposta alle accuse di razzismo mosse da Neil Young in Alabama) e Free Bird. I Lynyrd sul palco erano una macchina da guerra tarata per reinterpretare, con tre chitarre favolose, in chiave hard rock i classici country e soul del Sud. Gli inglesi convenuti a Knebworth sembrano apprezzare e qualcuno sfodera la bandiera oggi contestata. Non ditelo a nessuno, non si sa mai che Live at Knebworth venga ritirato dal commercio...

Michele Serra per la Repubblica il 30 maggio 2021. Un paio di incontri ravvicinati con persone convinte che il Covid sia una truffa del potere e sorridevano della mia mascherina e della mia recente e sospirata prima vaccinazione - mi hanno fatto capire una cosa che non avevo capito prima. La molla che li agita non è affatto la grullaggine. È il suo contrario. È il culto della (loro) intelligenza, che li solleva di qualche palmo dalla (nostra) mediocrità. Ci considerano pecoroni, creduli sudditi della dittatura sanitaria, schiavi congeniti di qualunque gerarchia. Loro invece non la bevono. Sanno leggere tra le righe, a differenza di noi minchioni che leggiamo solo le righe. Hanno fonti di informazione "indipendenti" che noi nemmeno ci sogniamo. Sono il pensiero acuto che si distacca dal pensiero ottuso. Camminano parecchi metri sopra la linea del nostro encefalogramma piatto. In breve: ci disprezzano, nella migliore delle ipotesi ci compatiscono. Non si ha idea di quanti siano. Certamente una minoranza, ma una minoranza corposa: qualche milione di persone. In una certa misura è necessario ringraziarli. Ci ricordano che l'anticonformismo (in sé, un valore) può diventare una condanna. Quando è ben speso libera la mente, quando è speso male la imprigiona, e riduce a macchiette presuntuose e spesso ridicole (c' è qualcosa di più ridicolo che negare l'esistenza del Covid?). C'è soprattutto una spaventosa mancanza di umiltà, nei negazionisti. Per il terrore di essere "come gli altri" accetterebbero qualunque panzana, purché "controcorrente", purché li faccia sentire scaltri in mezzo a un mare di sciocchi. Parlare con loro fa rivalutare il conformismo.

Alessandra Sarchi per “La Lettura - Corriere della Sera” il 18 maggio 2021. Parlare al telefono con Vivian Gornick è emozionante. Incontrare questa «nonna» della seconda ondata del femminismo americano, come lei stessa si definisce, storicizzando un movimento che negli Stati Uniti ha avuto e ha tuttora una portata sociale enorme, significa misurarsi con l'intelligenza acuta, lo spirito libero, la profonda conoscenza letteraria di una delle più stimate giornaliste culturali, saggiste e scrittrici d'Oltreoceano. Nata nel 1935 nel Bronx, a New York, da una famiglia ebrea all'interno della quale si coltivavano simpatie per il comunismo che l'autrice ebbe modo di sviluppare negli anni del college, Vivian Gornick visse una svolta importante, all'inizio degli anni Settanta, con l'adesione al gruppo «New York Radical Feminists», fondato da Shulamite Firestone. Collaboratrice di svariati periodici e quotidiani - «The Village Voice», «The Atlantic Monthly», «The New Yorker» e «The New York Times» - Gornick ha sempre intrecciato la riflessione sulla letteratura a quella sulla società e sul ruolo delle donne in particolare. Il saggio La fine del romanzo d'amore pubblicato per la prima volta nel 1997, esce ora nella traduzione di Gabriella Tonoli per Bompiani. Da lì prende le mosse la nostra conversazione. Attraverso l'analisi di numerosi autori europei e americani del Novecento, lei ha sostenuto che la passione, l'amore e il matrimonio, dopo essere stati per oltre un secolo e mezzo materia di molti romanzi, non possono essere più al centro della letteratura. Nel frattempo, dal 1997 a oggi, gli editori hanno continuato a pubblicare libri su quei temi.  È sempre convinta della sua tesi? (Ride prima di rispondere).  «Certo, nel frattempo le persone hanno continuato a innamorarsi, e continueranno a farlo, ma l'amore come esperienza che ti cambia la vita, come metafora conoscitiva non può più funzionare per la letteratura. Un tempo, almeno fino alla mia generazione, perdere la verginità, sposarsi, uscire di casa erano tappe di una crescita che bene o male modellavano l'individuo e ne determinavano la sorte. Oggi l'apprendistato di conoscenza che si faceva all'interno di una relazione amorosa è disseminato in decine di altri rapporti, il matrimonio non è il coronamento di una vita per nessuno, controbilanciato com' è dal divorzio, e qualsiasi libro che ponga al centro una storia d'amore in senso romantico è un libro irrilevante o destinato a diventarlo in breve tempo». Ne «La fine del romanzo d'amore» ha indicato alcune autrici - Edith Wharton, Virginia Woolf, Willa Cather, Kate Chopin - che fin dall'inizio del secolo scorso hanno raccontato la crisi del modello dell'amore romantico e messo in discussione il matrimonio come spazio in cui l'individuo, e la donna in particolare, si realizza. Una scrittrice o uno scrittore che sia interessato a esplorare le relazioni umane, cosa e come dovrebbe raccontare oggi? «Le relazioni umane sono e saranno sempre materia letteraria, ma viviamo una realtà molto complessa e frammentata, senza fondamenta. Individuo e comunità sono dispersi. Penso alla scrittrice Rachel Cusk come a una fedele testimone del nostro tempo: racconta rapporti umani. Che siano all'interno di relazioni durature o di incontri fugaci, i suoi personaggi hanno un disperato bisogno di parlare di sé, ma lo fanno con una miriade di dettagli di superficie, non affondano mai, la sorgente del loro disagio o la sua possibile soluzione rimangono opachi o inattingibili. La scrittura di Cusk è analitica, fredda, precisa. Per certi aspetti mi ricorda le scritture esistenzialiste del dopoguerra, ma lì c'era il grande trauma bellico a fare da motore, mentre ora l'alienazione è fra noi senza che se ne possa attribuire la causa a una guerra». A proposito del racconto di Edna O' Brien «Una rosa nel cuore di New York» lei ha detto che ogni forma di intimità, non solo fra amanti, ma anche fra madre e figlia, è feroce ed erotizzata, perché implica lo sforzo continuo di trovare un equilibrio fra attaccamento e distacco.

Nel romanzo contemporaneo ritiene che il rapporto madre-figlia abbia avuto maggiore spazio rispetto al passato?

 «L'intimità, propria di tutti i rapporti importanti, mette a nudo, e la nudità ci fa sentire vulnerabili al pari della dipendenza affettiva. Come individui abbiamo bisogno di preservare il nostro sé, e resistere alla tentazione illusoria della fusione. Questo è estremamente vero per il rapporto madre-figlia. Quando scrissi il memoir Fierce Attachements (tradotto in italiano con il titolo Legami feroci , ndr ) nel 1987, ancora poco era stato raccontato in maniera diretta e personale del rapporto con la madre. Scoprire che attraverso quel rapporto passava molto eros fu per me determinante. Erotico divenne la parola chiave. Lo sbilanciamento di potere, il gioco dei ruoli potevano essere letti non diversamente che in una relazione amorosa. Da allora sono passati quasi quarant' anni (ride) , mi pare che la letteratura sia avanzata in questa direzione».

Riguardo a tre scrittori americani - Raymond Carver, Richard Ford, Andre Dubus - lei fa un'osservazione sottile e stringente: non possono essere tacciati di maschilismo e ciononostante rimpiangono che le cose non siano più come erano un tempo fra uomini e donne. Rimpiangono un mondo in cui le donne si arrendono all'amore come qualcosa di fatale, non lottano per avere gli stessi diritti degli uomini, ma considerano il matrimonio una terra promessa. Potremmo dire che il romanzo d'amore è stato sostituito dal romanzo del conflitto fra i sessi? (Fa un lungo sospiro prima di rispondere)

«Mi piacerebbe poter leggere un romanzo contemporaneo che racconti davvero il luogo difficile e spinoso in cui si consumano oggi i rapporti fra uomo e donna. Il conflitto è sempre un buon punto di partenza per la letteratura, ma quello fra i due sessi è ancora in via di definizione: abbiamo incorporato talmente tanto le convenzioni di una cultura maschilista che un confronto alla pari è ancora di là da venire.

Cosa accade a una coppia oggi? A quali pressioni individuali e sociali è sottoposta? Una scrittrice come Nadine Gordimer, così raffinata nell'addentrarsi nei giochi di ruolo e nelle mille pieghe dei rapporti di subordinazione e potere, avrebbe potuto raccontarlo. Io sono ancora in attesa di un romanzo del genere».

Saggista, scrittrice, critica letteraria fra le più apprezzate nel mondo anglosassone, lei non ha mai avuto timore e remore a esprimere giudizi articolati e prese di distanza anche da scrittori titanici e intoccabili come Philip Roth o Saul Bellow. Ammiro tanta libertà e onestà intellettuale. Ha mai incontrato forme di censura?

 «No. Una delle cose migliori degli Stati Uniti, che per altri versi sono un Paese con molti problemi, è la libertà di espressione che dagli anni Sessanta in poi, cioè in coincidenza con i movimenti della cosiddetta controcultura, è diventata un caposaldo inviolabile. Proprio in nome di questa libertà, io che da femminista ho sempre criticato il sessismo di Philip Roth, mi trovo oggi a difendere la sua biografia scritta da Blake Bailey - chi lo avrebbe mai detto? - e protesto contro il suo ritiro dal mercato da parte dell'editore dopo le accuse di molestie all'autore. È un attentato gravissimo alla libertà intellettuale. Bisogna lottare contro questa nuova mania di censura. Non lasciare che si impadronisca delle pratiche culturali e le inquini, mettendo al bando le opere di autori e autrici con i quali possiamo divergere, ma che meritano conoscenza e rispetto».

#MeToo e Cancel Culture intrattengono dunque una forma di rapporto con effetti negativi sulla cultura?

«Sono una sostenitrice della prima ora del movimento #MeToo, ma non posso negare che in certi casi si sia superato il confine: conosco uomini distrutti da accuse infondate. D'altra parte, bisogna tenere presente che dopo quarant' anni di femminismo - la cosiddetta seconda ondata di femminismo - negli Stati Uniti i risultati sul piano dei diritti e del riconoscimento per le donne erano, e sono ancora inadeguati: troppe disuguaglianze fatte passare come la norma, troppe discriminazioni, troppa violenza. Le donne di oggi sono molto più arrabbiate di quanto fossimo noi, e quando entra in gioco la rabbia senza più freni non sai mai come andrà a finire. Il conflitto è aperto. La Cancel Culture è un'estremizzazione del politically correct, un'altra forma di radicalismo alimentata da rabbia, repressione e mancato riconoscimento. Tutto questo, però, non deve in nessun caso portare alla censura. Qualsiasi scrittore, artista o intellettuale dovrebbe schierarsi contro la censura». È sempre convinta del nesso, più volte sostenuto nei suoi saggi, fra come leggiamo i libri e come viviamo? «Più che mai. Nel modo in cui leggiamo siamo condizionati dal momento che stiamo vivendo, dai problemi che stiamo affrontando, dalle emozioni che ci attraversano. Per questo rileggere a distanza è così importante e per questo lo è altrettanto tenere presente che lo sguardo di chi scrive è sempre collocato, nel tempo, nella storia, nel genere, almeno quanto quello di chi legge. Quando ero al college ero interessata alle teorie marxiste, dieci anni dopo scoprivo la psicoanalisi, poi il femminismo, ogni tappa ha avuto un'influenza nel determinare l'angolazione dalla quale leggevo, non solo i libri, ma la vita».

Giovanni Sallusti per Dagospia. autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, il 18 maggio 2021. Caro Dago, chiunque dica che è solo una (ex) velina, non ha capito nulla della (post)modernità. La postmodernità è quell’aggeggio spaziotemporale bislacco in cui attribuiamo a Michela Murgia il titolo di “scrittrice” (lo stesso utilizzato per Virginia Woolf) e in cui il volto dell’ “intellettuale impegnato” è transitato dalle fattezze di Sartre a quelle di Fedez. Per cui sì, Elisabetta Canalis può ben dire delle cose filosoficamente rilevanti, anzi le ha dette. Più precisamente, le ha postate sul suo profilo Instagram, e con un’accortezza terminologica ormai rara nelle redazioni mainstream, diventate succursali delle scuole di giornalismo, a loro volta succursali del luogocomunismo diffuso. “Vedo con preoccupazione persone completamente fuori di testa che ci impongono via social cosa sia giusto o sbagliato, cosa dobbiamo dire o cosa NON dobbiamo, tutto in nome dell'uguaglianza o dei pari diritti”. Proprio così, Elisabetta, stai smontando la vera e pervicace ideologia contemporanea, il “dirittismo”, ovvero quel tarocco buonista che prende il tema nobilissimo dei diritti individuali inalienabili e lo caricaturizza in quello dei desideri tramutati in leggi del Leviatano (per intenderci, è l’involuzione che porta dalle sacrosante battaglie contro la discriminazione delle persone omosessuali a crociate liberticide come quella del Ddl Zan, che dovrebbe tutelare un sentimento soggettivo e sfuggente come “l’identità di genere”). Ancora, martella la Canalis: “Penso che la direzione che stiamo prendendo è quella del dovere esprimere un pensiero a senso unico, censurando e censurandoci per il terrore di essere bollati come misogini, omofobi o razzisti”. Forse qui pecca solo di ottimismo, nel senso che la direzione è presa da tempo, il pensiero unico è qui e ora, gli studi dei classici greci e latini sono sospesi da molti atenei anglosassoni perché avevano il terribile difetto di avere l’epidermide bianca, il Principe è attenzionato a livello globale perché il bacio a Biancaneve non era consensuale, i termini “padre” e “ madre” sono ufficialmente banditi dal vocabolario del Parlamento Europeo. “L'Europa non deve omologarsi alle follie del politically correct che si vedono sempre più spesso altrove”, hai dannatamente ragione Elisabetta, e lo dici due volte con cognizione di causa, visto che da tempo vivi nel Paese, gli States, dove iniziò tutto con la comparsa del tipo (dis)umano “Radical Chic” radiografato da Tom Wolfe. “Spero che la nostra vecchia Europa, con le sue radici e la sua storia, riesca a salvarsi da questa ondata di follia in arrivo, che divide le persone invece che unirle, fomentando un bullismo collettivo, spacciato per difesa dei diritti delle minoranze, che hanno le loro idee e le loro sfumature ideologiche e che non vogliono essere messe tutte sotto lo stesso cappello”. Accidenti, che precisione e che acutezza, Elisabetta, e che contrasto ad esempio con parlamentari della Repubblica e docenti universitari come Andrea Romano, che vanno nei salotti tivù a sproloquiare che “il Politicamente Corretto non esiste”. No, il Politicamente Corretto esiste, e consiste esattamente nel marchingegno infernale descritto dalla Canalis: la ghettizzazione ipocrita e vagamente razzista delle cosiddette “minoranze” per imporre una nuova dittatura della maggioranza. Perbene, felpata, modaiola perfino, ma feroce con i dissidenti come le vecchie ideologie novecentesche (chiedere ad esempio a Marco Bassani, professore di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Milano sospeso dall’attività per aver condiviso un “meme” satirico su Kamala Harris, la Madonna pellegrina delle truppe politically correct). Oltre che intelligente è anche moderata, Elisabetta, e infatti ricorda “la necessità di sensibilizzare le nuove generazioni al rispetto e all'amore", ma senza dover “negare la libertà di una battuta o cancellare la storia”. Dalle gag di Pio&Amedeo ai busti di Winston Churchill, dall’alto della storia al basso della cronaca, tutto cade sotto la mannaia acefala del Politicamente Corretto. E la Canalis non ci sta: “La differenza la farà chi di noi ragionerà con la propria testa senza farsi intimorire dai “buonisti” e dai “cattivisti” che amano mettere alla gogna chi osa avere un’opinione”. No al conformismo, no al suo miglior alleato, il conformismo dell’anticonformismo, sì alla coscienza individuale pensante. “Scusate, ma a volte è difficile rimanere indifferenti, preferisco avere una conversazione civile, ascoltare ed essere ascoltata piuttosto che seguire  il gregge”. La conversazione, il dialogo, nientemeno, ciò che secondo un certo Pericle caratterizzava la democrazia ateniese, per dire. Contro i nuovi barbari che vogliono riscrivere la storia, mandare al macero la letteratura “bianca”, inquisire il Principe Azzurro. Elisabetta Canalis, caro Dago, viaggia mille metri sopra l’intellò medio italico.

L'Espresso: uomo incinto in copertina, Lega e Fratelli d'Italia insorgono: "Egoismo e follia". Damilano: "Uno strumento di dibattito su temi che riguardano la vita di molte persone". Teresa Serrao su La Repubblica il 15 maggio 2021. Il direttore del settimanale: "Il 17 è la giornata internazionale dell'omofobia, sarebbero sconsigliate reazioni di questo tipo. E' una destra prigioniera dei propri fantasmi". Un uomo con il pancione sulla copertina dell'ultimo numero dell'Espresso in edicola oggi. A due giorni dalla giornata internazionale contro l'omofobia per l'orgoglio della diversità, in nome della libertà di scelta, e durante il cammino accidentato della legge Zan, il caso diventa una scintilla sui social. Infuocati i commenti di leghisti ed esponenti di Fratelli d'Italia. Comincia Matteo Salvini: "Un uomo incinto. Basta con mamma e papà. Futuro e progresso? No. Egoismo e follia". Così su twitter il leader del Carroccio commenta la copertina de L'Espresso sulla "diversità" come "ricchezza". Il direttore de L'Espresso Marco Damilano difende la scelta che è legata proprio alla giornata del 17 maggio, che va oltre il disegno di legge Zan. "Una parte della destra italiana non riesce a liberarsi dei suoi fantasmi e non perde occasione per trasformare tutto in un incubo propagandistico. Questa destra è un'anomalia nel panorama europeo". E aggiunge: "E' stata provocatoria? Certo, una copertina è uno strumento di dibattito su un tema che riguarda la vita di tante persone e non può stupire che L'Espresso, che si occupa da 65 anni di battaglie civili, possa fare una scelta del genere". "Rispettare, non discriminare. Operare secondo uguaglianza significa anche non mortificare le differenze e le specificità. E questa copertina non è rispettosa della specificità femminile. Orgogliosa di essere donna e di poter scegliere se avere in grembo (o meno) un bimbo/a". Dice così su Twitter la deputata Laura Ravetto, responsabile dipartimento Pari Opportunità della Lega. Fa eco agli esponenti leghisti Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d'Italia. "Il principio per il quale essere omofobi significa essere contrari ad una gravidanza transgender rafforza la convinzione che il ddl Zan non possa essere approvato. L'immagine della copertina de L'Espresso in occasione del 17 maggio, giornata contro le omofobie, deve condurre a questa riflessione. L'Espresso, così come chiunque, deve essere libero di poter sostenere che quella situazione rappresentata nella copertina è una diversità che crea ricchezza. Allo stesso tempo chi pensa come noi che sia non una libertà ma un atto di egoismo in violazione dei diritti dei bambini ed una condizione che non deve trovare una sua tutela nella legge deve essere libero di sostenere le proprie tesi senza essere tacciato di omofobia e quindi perseguito penalmente. Questo si chiama pluralismo e va difeso dicendo ancora una volta un secco no allo Zan". E ancora Il primato nazionale, giornale online vicino a CasaPound, titola: "La barzelletta dell'Espresso, un uomo incinto in copertina" e poi va giù con toni a dir poco offensivi. Replica Damilano sul disegno di legge Zan, in nome di cui sono state organizzate le manifestazioni di oggi. "I nemici della legge dicono che ci sono tanti contenuti che non ci sono come l'utero in affitto e l'identità di genere. Voglio vedere cosa diranno non sul ddl Zan, ma sulla giornata del 17 maggio che è una giornata internazionale a tutela delle diversità che sconsiglierebbe reazioni di questo tipo".

I veri illiberali sull'omofobia. Camillo Langone il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. Io non so se è una censura quella operata dalle librerie Feltrinelli ai danni del libro di Alfredo Mantovano sul ddl Zan. Certamente è un segnale, l'ennesimo. Io non so se è una censura quella operata dalle librerie Feltrinelli ai danni del libro di Alfredo Mantovano sul ddl Zan. Certamente è un segnale, l'ennesimo. Se davvero i librai della nota catena non accettano ordinazioni di «Legge omofobia. Perché non va», come ha denunciato l'editore Cantagalli, potrebbe essere soltanto (soltanto si fa per dire) un caso di boicottaggio spontaneo. So per esperienza personale, confortata dalle autorevoli testimonianze di Milosz, Giorello, Calasso, Alvi, che la libertà di espressione non è, forse non è mai stata, il primo pensiero dell'ambiente culturale. È noioso ripeterlo ma tocca: la maggioranza degli operatori del libro, dal direttore editoriale all'ultimo dei commessi, è da gran tempo composta da conformisti di sinistra e dunque, venendo all'oggi e al caso-Mantovano, da inflessibili omosessualisti. «Gli intellettuali sono molto più inclini al totalitarismo rispetto alla gente comune» scrisse Orwell in una lettera del 1944. Molti librai si considerano, per osmosi, degli intellettuali, e basta questo per renderli illiberali: pensano di dover guidare i propri clienti fino al punto di decidere cosa devono leggere e cosa no. Magari senza sapere nulla di Alfredo Mantovano che, detto fra noi, è un magistrato compassatissimo che mi è sempre parso fin troppo moderato. Ma contro di lui parla il suo titolo: «Legge omofobia. Perché non va». E nel mondo della cultura italiana, che è un mondo di censure, autocensure e tabù, il ddl Zan deve andare dritto alla meta senza obiezione alcuna. Se avete stomaco guardate l'ultima copertina dell'Espresso (nel riquadro a lato): è un altro segnale. Se non ne avete abbastanza fatevela descrivere da me: vi campeggia un uomo barbuto e incinto sul cui pancione è scritto «La diversità è ricchezza». Siamo in piena neolingua orwelliana (è noioso anche citare Orwell due volte nello stesso articolo ma non è colpa mia se lo scrittore inglese aveva previsto tutto). Siamo in pieno 1984 perché lo slogan dell'Espresso significa l'esatto contrario di ciò che dice: la diversità è interdetta, bisogna pensarla tutti allo stesso modo e guai a chi dissente. Chi tocca il ddl Zan forse non muore ma di sicuro rischia. Io l'altro giorno ho rifiutato di parlarne a Zona bianca (Rete 4) e credo sia un perfetto caso di autocensura. Sono stato vile? Sono stato saggio: se Cecchi Paone dice tutto ciò che pensa finisce tra gli applausi, se io dico tutto ciò che penso finisco con una denuncia. Il mio pensiero, che fra l'altro non è mio ma della Bibbia e dunque di Dio, già ora è fuorilegge. Ribadire televisivamente che «maschio e femmina li creò» già ora non è salutare. Così come scrivere un libro critico verso il ddl Zan ti esclude dalle grandi case editrici, dai grandi giornali, dal grande giro. La censura o boicottaggio o sabotaggio (vattelapesca) ai danni del libro di Mantovano è solo un segnale, una piccola anticipazione del grande bavaglio che ci aspetta.

Ddl Zan, la libertà con va confusa con la violenza: il pensiero è l’essenza dell’Occidente. Antonio Saccà mercoledì 12 Maggio 2021 su Il Secolod'Italia. L’uomo è un animale giudicante, in ogni nostro atto e pensiero inevitabilmente giudichiamo, addirittura quando non giudichiamo comunque giudichiamo, giudichiamo di non giudicare. Dire:non so che dire, è un dire; dire: non so se è bello o brutto, è una valutazione, comunque. Ma in tal caso può accadere una situazione perniciosa come nessuna, consiste nel mettere sullo stesso piano, non distinguere, equiparare, non disprezzare, non disuguagliare. Evitare insomma il giudizio valutativo. Come detto, non valutare è un modo di valutare, ma è un modo di valutare il più rovinoso concepibile. Se ogni individuo, ogni società sono posti sul medesimo piano l’uomo non è più dotato della caratteristica preziosa che consiste nel giudizio differenziante. Si perviene alla convinzione che ogni giudizio sia pregiudizio. Se affermo che un individuo è bello, tutt’altro un secondo soggetto, formulerei un pregiudizio, esattamente: in nome di quale presunzione (appunto: pregiudizio) mi attribuisco il diritto di stabilire chi è bello e chi non lo è? Lo stesso varrebbe per le civiltà. In nome di quale presunzione (pregiudizio) stabilisco il criterio per il quale una civiltà è superiore ad un’altra? Il concetto di uguaglianza deriva da tale argomentazione. Ossia: non sussisterebbero fondamenta per dichiarare che uno vale più di un altro. Se mai esisterebbero differenze non disuguaglianze. Un imbecille imbelle non è inferiore ad un capace attivo, è diversamente abile. Una società che si ispira all’impossibilità di apprezzare e disprezzare decade come civiltà in quanto non dà valore a chi vale. Ma come stabilire il valore di chi vale e perchè apprezzarlo? Il fondamento sta nel nostro arbitrio. Semplice. Se vi è il diritto di non valutare e stendere ogni soggettività sullo stesso piano (non esiste il bello o il brutto ma l’esistenza neutra, non esistono uomo o donna ma una entità indistinta), insomma: se per taluni non esiste soggettività diseguagliante, per altri, con il medesimo diritto, esiste soggettività diseguagliante tra bello e brutt, uomo e donna e tutto il resto, la realtà è assolutamente diseguagliativa. Il diritto di stabilire l’uguaglianza indifferenziata non ha miglior fondamento dello stabilire la disuguaglianza. Valgono entrambi sullo stesso piano? No!Ciascumo ritiene che il suo giudizio sia giustificato. E’ arbitrario? Certo. E come non essere arbitrari? L’arbitrio è avvinto alla soggettività, finché sei un soggetto sei arbitrario, quando diventi un’entitù indifferenziata sei comunque arbitrario ma anche un niente. E siamo al punto. In un mio libro “L’Assoluto privato” , del 1977 scrivevo che per evitare di diventare un soggetto privo di soggettività preferibile valorizzare il “privato”, ma è ne “Il tramonto dell’alba e l’eclissi dell’io” che determino ampiamente la rovina che incombe: ritenere infondabile ogni giudizio di valore disuguagliante, per cui, ad esempio, preferire una bistecca di vitello ad una frittura di vermetti sciapi significherebbe discriminare; disprezzare un nullafacente perdigiorno e stimare un laborioso  significherebbe oltraggiare; definire bella una donna e non bella anzi brutta un’altra donna sarebbe vilipendere, ma soprattutto questi giudizi sarebbero arbitrari, in nome di quale principio stabilire i criteri di valutazione?Ripeto, ecco il punto. Che è paradossale. Infatti: ed in nome di quali principi stabilire che non esistono criteri di valutazione se poi si attua una valutazione sostenendo che non sussistono principi di valutazione? Al dunque, è arbitrario ogni critero valutativo, sia che affermi impossibile disuguagliare, sia che stabilisca fondato disuguagliare. Il termine “arbitrario” non vale dire “pensa come vuoi”. Significa: sei costretto ad essere mosso dalla tua soggettività, Finchè vi è soggettività vi è arbitrarietà. Se io non sopporto il sapore amaro ed il mio prossimo lo gusta ecco la soggettività arbitraria. Se io giudico bella una donna che al mio prossimo pare orribile, ecco la soggettività arbitraria. Attenzione, però. SIAMO IN UN RELATIVISMO ASSOLUTO. Significa? Che per me il mio giudizio secondo la soggettività arbitraria è la verità, ma ti lascio vivere con la tua arbitrarietà soggettiva perchè non mi impedisci di credere vera la mia arbitrarietà soggettiva. Se io sono ateo, tu cattolico, tu mussulmano, ciascuno crede vero ciò che la sua arbitraria soggettività gli suggerisce e crede falsa la mia convinzione atea, purchè non mi impedisca di viverla. Questa concezione è indispensabile, e rispetta il tratto essenziale di quanto esiste, la diversità disuguagliante. Un solo criterio valutativo è contro natura. Niente esiste che sia uguale, la natura si attua mediante la soggettività arbitraria del mio io, disprezzare ed apprezzare, odiare ed amare, freguentare ed allontanare sono le maniere nelle quali la realtà svolge se stessa. Un individuo obbligato a mangiare ogni cibo, rispettare ogni individuo, non distinguere, non diseguagliare non è un soggetto individualizzabile è un passaggio di eventi. Certo, purchè non si compiano atti epurativi, dico: epurativi, ma si compiano atti selettivi. Se poi una società non intende compiere atti selettivi e una canzonetta vale una sonata di Schubert, per carità, sia, ma io spregio questo egualitarismo, almeno. Tiriamo le somme. Come entità umana soggettiva ed arbitraria mi ritengo in diritto ed in dovere, sento di volere una società umanistica. Intendo per società umanistica la società che vuole elevarsi a civiltà, intendo per civiltà la società che abbonda in straordinari fermenti artistici, culturali, in accrescitivi rapporti umani, che disprezza la mediocrità con la sigaretta appesa al labbro, che disprezza il giudicatore egualitarista che taglia la testa a chi emerge, intendo per civiltà la società che ha riguardo per la forma non solo per la comunicazione, la società che sa ammirare… In nome di che?  In nome della mia soggettività. Perché voi egualitaristi in nome di che parlate? Siete già diventati “oggettivi”? Vi siete universalizzati? Avete perduto la soggettività? Impossbile, come ho detto. Bisogna prendere esempio dalla cultura classica. I greci, un Sofocle, un Aristotele reputavano il loro popolo superiore, ed Atene superiore ancora massimamente; i romani, un Virgilio, un Orazio stimavano la Città suprema mai raggiungibile da ogni esistente sotto il Sole. Erano dei relativisti assolutizzati. Vale a dire: io intendo elevarmi all’estremo, gli altri facciano, io mi ritengo superiore. Questo è il concetto di disuguaglianza: elevarsi ciascuno, popolo o singolo. Che dobbiamo fare: abbassarci per essere uguali al più basso? In nome di che? Per il timore che schiacci e disprezzi? Ma chi si eleva né schiaccia né disprezza. All’opposto, cerca sempre di superarsi, insoddisfatto di sé. Tempi incredibili nei quali chi tenta di valere deve giusticarsi, singoli o popoli che siano. Attualizziamo quanto detto. Ritenere di suscitare odio, violenza, misfatti nel caso si dichiarasse di preferire l’unione uomo donna ad altre unioni; una società ad un’altra società; una religione ad un’altra religione; un cibo ad un altro cibo, significherebbe impedire il pensiero, la scelta, confondere la libertà con la violenza. Se esercito il mio tratto naturale e sociale: giudicare, scegliere, preferire io non danneggio né invito alla soppressione, scelgo e giudico , basta. Se dico che l’Italia è il più artistico Paese terrestre, io non invito a scansare, vilipendere; se dico che Enrico Caruso resta il più sonoro, possente tenore esistito io non invito a non far esibire altri tenori…Insomma, valorizzare ciò che per me vale non significa negare esistenza al restante ma solo preferire, scegliere, amare. O dobbiamo non preferire, non scegliere, non amare, condividere ogni realtà? Ed in nome di quale giudizio se viene impedito il mio giudizio?

Giulia D'Agnolo Vallan per ilmanifesto.it il 12 maggio 2021. Il colpo di grazia è arrivato lunedì pomeriggio, dalla Nbc. Il network che ogni anno trasmette i Golden Globes ha annunciato che, nel 2022, non intende mandare in onda la cerimonia di premiazione organizzata dalla Hollywood Foreign Press Association. Schermo nero, quindi almeno per un’edizione, su quello che il network del pavone ha sempre promosso come «il party dell’anno», una serata di sfarzosa, allegra, autopromozione hollywoodiana che – abbondantemente annaffiata di champagne e spesso condotta da comici con la lingua tagliente – è considerata sia più agile e divertente degli Oscar che un passaggio imprescindibile per arrivarci. Per il 2023 – hanno dichiarato i portavoce della Nbc – se ne riparlerà, posto che l’organizzazione effettui veramente le riforme interne che ha promesso. La dura presa di posizione della rete televisiva è solo l’ultima fase di un’alzata di scudi semi collettiva dell’industria del cinema contro un centro di potere considerato per decenni virtualmente intoccabile – il gruppo di ottantasei giornalisti internazionali che assegna i Globes, e che così facendo ha il potere di influenzare il destino di film, serie tv, e la carriera di chi ne è coinvolto. Iniziata l’anno scorso con la denuncia di una giornalista norvegese – inferocita dopo aver provato più volte invano a diventare membro dell’associazione – e approfondita da un’inchiesta del «Los Angeles Times», la crisi della Hfpa aveva raggiunto livelli già molto alti nei giorni scorsi, quando Netflix, Amazon Studios, Warner Bros and Hbo avevano annunciato che avrebbero smesso di lavorare con l’organizzazione, proiettare i loro film e mettere a disposizione i loro talent, fino a tempo indeterminato. Al cuore dell’esposé del «Los Angeles Times», uscito il 21 febbraio scorso, era una non troppo venata accusa di razzismo, giustificata dal fatto che l’organizzazione non avesse nemmeno un membro di colore. Va notato che la Hfpa è composta di giornalisti di spettacolo stranieri (in alta percentuale europei), che il suo statuto richiede che i membri risiedano a Los Angeles, e che ogni nuovo membro venga sponsorizzato da un membro preesistente dello stesso Paese (il che limita la scelta di possibili nuove entrate aldilà di ogni eventuale pregiudizio razzista). Ma se la «giustizia sociale» è stata il cavallo di Troia, nel fortino dell’Hfpa (importanti produttori Black come Ava Du Vernay e Shonda Rhymes hanno immediatamente chiesto che l’organizzazione venisse adeguatamente integrata), l’articolo sollevava problemi di stampo etico, potenziali irregolarità rispetto alla natura di un «not for profit», scarsa professionalità e conflitti di interesse. Non è la prima volta che i media rivolgono accuse a questo gruppo che negli anni è diventato sempre più potente, sempre più ricco e istituzionale, pur rimanendo «sui generis», come congelato nel tempo e nelle sue pratiche. Ricordo per esempio un lungo reportage di qualche tempo fa sul «New Yorker». Ma è la prima volta che, prendendo spunto dai giornali, è l’industria stessa a ribellarsi e a dire basta, dando voce a rancori e lamentele covati per anni ma finora solo sibilati nei corridoi degli studios e degli uffici stampa; mentre in superficie publicist, agenti, produttori e star si facevano in quindici per assecondare proprio quei comportamenti che criticavano a mezza voce – richieste eccessive di accesso al talent, privilegi dati per scontati, concorrenza sleale con giornalisti non membri. In risposta all’articolo dell’«LA Times» e al coro di critiche che aveva sollevato, la Hfpa aveva annunciato una serie di iniziative di riparazione e di riforme – tra cui la promessa di allagare i suoi ranghi e integrarli al 50% entro i prossimi diciotto mesi; una revisione delle regole di ammissione e l’assunzione di un (nuovo) consulente per la diversità. Per ora – insieme agli studios di sopra, un consorzio di uffici stampa, e organizzazioni attiviste come Glaad e Time’s Up, insieme e un primo gruppetto di star, tra cui Tom Cruise che restituirà i premi vinti – l’industria dice: non basta. La Hfpa è temporaneamente a rischio di essere «cancellata». Interessante notare come – aldilà delle accuse di abuso sessuale e discriminazione razziale che stanno al cuore dell’odierno movimento per la giustizia sociale – la gamma dei comportamenti intollerabili si stia velocemente allargando.

DA “La Repubblica” l'11 maggio 2021. Tom Cruise si unisce al coro di indignazione contro la Hollywood Foreign Press Association. Secondo quanto riporta il sito specializzato di cinema Deadline, Cruise avrebbe restituito oggi all'Hfpa i tre trofei Golden Globe che ha vinto nel corso degli anni. I premi appena inviati alla sede dell'Hfpa sono quello per il miglior attore, che Cruise ha vinto per Jerry Maguire, il premio per il miglior attore che ha vinto per Nato il 4 luglio e il premio per il miglior attore non protagonista che ha vinto per Magnolia. Fonti autorevoli hanno fatto sapere a Deadline che la restituzione dei riconoscimenti "è appena accaduta, poiché il castello di carte dei Golden Globe continua a sgretolarsi". La notizia arriva poco dopo l'annuncia della Nbc di aver annullato la trasmissione della cerimonia del prossimo anno e che altre star, come Scarlett Johansonn o Mark Ruffalo, hanno aderito alla protesta contro la Hollywood Foreign Press Association (Hfpa), accusata di essere criptica, discriminatoria e non avere afroamericani nella giuria. L'organizzazione è sotto accusa anche per la lentezza nel riformare la sua mancanza di inclusività. La Hfpa, nata nel 1943, sceglie i vincitori di quello che è considerato il secondo premio più importante nel mondo del cinema dopo gli Oscar, ma non ha membri rappresentanti delle minoranze etniche tra gli 87 componenti la giuria. La notizia era emersa a febbraio, dopo un'inchiesta del "Los Angeles Times" pubblicata alla vigilia della cerimonia di quest'anno, ma è diventata virale in questi giorni dopo l'intervento ufficiale di Johansson, star pluripremiata di Hollywood, che ha invocato una "profonda riforma". Nel mirino anche la "segretezza" della scelta dei membri. All'attrice si è unito il collega Mark Ruffalo, che è andato oltre, annunciando il boicottaggio di qualsiasi evento organizzato dalla Hfpa fino a quando non verrà attuato un profondo cambiamento. Inoltre, Netflix e Amazon hanno detto che non stringeranno più collaborazioni con l'organizzazione e 100 pr di Hollywood hanno minacciato di fare lo stesso, chiedendo all'organizzazione misure "più significative" sul fronte della membership e delle regole etiche. Il presidente della Hfpa, Ali Sar, è corso ai ripari, assicurando che ci sarà un'immediata riforma, che partirà dall'allargamento del board di più della metà, in modo da integrare la giuria con rappresentanti delle minoranze. Ma le sue promesse non sono bastate a Nbc, l'emittente che per tradizione trasmette la cerimonia di premiazione. "Continuiamo a credere che la Hfpa sia impegnata in una riforma significativa", ha annunciato Nbnc in un comunicato, "a ogni modo un cambiamento di questa dimensione richiede tempo e lavoro. Per questo Nbc non trasmetterà i Golden Globes 2022 e auspichiamo che saremo nella posizione di trasmettere di nuovo lo show nel 2023". L'annuncio dell'emittente pone, dunque, la Hfpa di fronte a un bivio: o andare avanti il prossimo anno senza un'emittente come partner, o muoversi più incisivamente per adottare riforme più radicali. L'associazione ha cercato si dare una prima risposta alle accuse adottando, qualche giorno fa, un piano in base al quale si impegna ad aumentare il numero dei reporter di colore, introducendo al tempo stesso restrizioni sui doni da parte degli studi e sui pagamenti che i membri hanno finora ricevuto per far parte dei suoi comitati. Ma a molti, tra cui i vertici di Amazon e Netflix al pari di tante star, erano sembrati inaccettabili non solo i contenuti ma anche i tempi che la Hfpa si è data per aumentare del 50 per cento la sua membership (attualmente 86 giornalisti, nessuno dei quali nero) nell'arco dei prossimi 18 mesi. A irritare era stato anche il fatto che il 10 per cento dell'organizzazione si era astenuta o non aveva partecipato al voto.

Dagonews l'11 maggio 2021. La Commissione Cultura della Camera dei deputati ha unificato diverse proposte in materia di reclutamento e stato giuridico dei ricercatori e ha adottato un «testo base» in cui spiccano nuove norme che verrebbero introdotte per il reclutamento dei ricercatori, intervenendo sull’articolo 24 della legge Gelmini. Queste nuove norme stabiliscono un percorso di accesso nettamente preferenziale per le donne con figli. Non per i genitori, ma solo per le donne con figli! Dopo anni in cui si parla di congedo di paternità, parità, gender fluid una "reverse discrimination" incredibile. Salvo poi lamentarsi che l’insegnamento è in prevalenza femminile perché sottopagato!

LA MERITOCRAZIA SCONFITTA DAL «MAINSTREAM». Maurizio Acerbi per "il Giornale" il 27 aprile 2021. L' immagine perfetta per sintetizzare quello che sono diventati gli Oscar, è Glenn Close, all' ottava nomination e rimasta, per l' ennesima volta, a bocca asciutta. Le è stata preferita, come Miglior attrice non protagonista, Yuh-Jung Youn, la nonna del film Minari, che, sorpresa, ha confessato: «Come ho potuto vincere rispetto a Glenn Close?». Inutile farsi queste domande per un premio che è ormai «pappa e ciccia» tra quella che dovrebbe essere la meritocrazia (sempre meno) e il mainstream (sempre più). Ciò che conta è rispettare il mantra della militanza e dell' inclusione. Come su una nave da crociera, dove al self service trovi ogni tipo di pietanza, qui il menu di una serata soporifera (in quanti, stoici, hanno resistito alla diretta?) ha servito le prime volte di una miglior regista asiatica (Chloé Zhao, che lo ha diretto in maniera scolastica) e di una attrice coreana non protagonista (Yuh-Jung Youn), come del vincitore più anziano (lo straordinario 83enne Anthony Hopkins, miglior attore grazie a The Father) o di un polpo (il documentario Il mio amico in fondo al mare che ha clamorosamente sconfitto, ed è una vergogna, il meraviglioso Collective). Insomma, premi dati secondo una logica sconosciuta a chi paga il biglietto ma che da anni indirizza le scelte impopolari dell' Academy. Che la lobby degli attori influenzi pesantemente il circo delle statuette lo si è capito perfettamente anche domenica notte, quando il Miglior film, il super militante e favorito Nomadland, è stato annunciato prima dei premi ai miglior attori, che è un po' come premiare la nazionale campione del mondo prima del miglior giocatore del torneo. Inclusione. Qualcuno aveva previsto, anzi sognato, la vittoria di un quartetto di interpreti senza bianchi, invece è stato pareggio etnico, con il trionfo della McDormand (già tre statuette, che esagerazione, ma su questa nulla da dire) e quella di Hopkins (sacrosanta), che hanno pareggiato gli Oscar a Daniel Kaluuya (Judas and the Black Messiah) e Yuh-Jung Youn. A proposito di Hopkins, il suo successo, inatteso, ha mandato su tutte le furie i militanti afroamericani, che hanno riversato la loro rabbia sui social per aver «sottratto» la vittoria al defunto Chadwick Boseman; e poco importa se Hopkins sia tre spanne sopra. Edizione indie, black and pink, da Manuale Cencelli, senza l' asso pigliatutto, a parte Netflix, sempre più centrale, che si porta a casa sette statuette. L' Italia? Non pervenuta, nonostante Pinocchio fosse, per costumi e trucco, decisamente migliore di Ma Rainey' s Black Bottom. La meritocrazia, questa sconosciuta.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 27 aprile 2021. Gli Oscar sono stati dominati da un film americano, Nomadland, girato da una regista cinese. Pechino li ha boicottati, ma poi ha aperto uno spiraglio, augurandosi che Chloé Zhao possa diventare un ponte fra le due culture. Suona familiare? E nel modo sempre più polarizzato in cui viviamo, il cinema può ambire a una funzione di dialogo geopolitico, oltre a cercare di incassare soldi in tutti i continenti? April Reign aveva iniziato a scuotere questo mondo nel 2015, quando lanciando sui social la protesta #OscarsSoWhite aveva denudato il re. E aveva ragione, non solo perché neri e minoranze vincevano poco, ma anche perché nel 2012 il 94% dei votanti per gli Academy Awards erano maschi bianchi. Le cose sono cambiate, anche se la vittoria del bravissimo Anthony Hopkins per The Father come miglior attore, contro il deceduto e favorito Chadwick Boseman di Ma Rainey' s Black Bottom ha rovinato la serata, già andata malissimo con gli ascolti sotto i 10 milioni di spettatori. In compenso Regina King ha aperto gli Oscar ricordando la sentenza al processo per l' omicidio di George Floyd, e Daniel Kaluuya ha preso la statuetta per Judas and the Black Messiah, primo film prodotto interamente da neri ad ottenere la nomination. Riz Ahmed era il primo musulmano in corsa per Sound of Metal's. Forse alla radice di questa rinnovata attenzione per donne e minoranze c' è uno studio di McKinsey, secondo cui il pregiudizio contro i neri costa a Hollywood 10 miliardi di dollari di incassi all' anno. Però sarebbe ingiusto escludere che il desiderio di equità sia un altro fattore motivante. Infatti nel 2020 il 49% degli invitati a votare per gli Oscar sono stati stranieri, il 45% donne, e il 36% minoranze. Questi numeri ci portano a Nomadland, oltre alla statuetta come miglior attrice non protagonista, andata alla sudcoreana Yuh-Jung Youn per Minari. Il film è nato dal libro di Jessica Bruder, assistente professoressa di Giornalismo alla Columbia University, che nella migliore tradizione della professione ha mollato tutto per mesi, vivendo con persone costrette dalla Grande depressione a diventare nomadi. Niente di più americano. A trasformarlo in film però ci ha pensato Chloé Zhao, nata in Cina, ma emigrata negli Usa quando frequentava le scuole superiori. Il nazionalismo di Pechino in genere si eccita, comprensibilmente, quando i suoi cittadini hanno successo nel mondo. Lo stesso era accaduto all' inizio con Zhao, fino a quando non era emersa un' intervista del 2013 in cui diceva che la sua patria era un luogo dove «ci sono menzogne ovunque». A questo aveva aggiunto un colloquio con un sito australiano, secondo cui aveva dichiarato che «gli Usa ora sono il mio paese, in definitiva». A nulla era servita la successiva correzione, con cui il sito aveva chiarito che in realtà la regista aveva detto «gli Usa non sono il mio paese», cioè «not» invece di «now». Niente, la damnatio memoriae era scattata, e Chloé era diventata una rinnegata traditrice, al punto che Pechino ha ordinato ai media di ignorare gli Oscar. Se uno domenica digitava l' innominabile sul social Weibo, appariva un messaggio secondo cui «in base alle leggi, regole e politiche vigenti, questa pagina non è stata trovata». Zhao però ha toccato lo stesso i cinesi, recitando i versi di una poesia del Tredicesimo secolo mandata a memoria da bambina col padre, che parlava dell' innata bontà degli esseri umani. Forse anche per questo ieri mattina il Global Times, giornale in inglese della nomenklatura, ha pubblicato un editoriale con cui ha criticato Nomadland, gli Usa, e il tentativo di sfruttare Chloé nella sfida geopolitica epocale in corso, ma si è augurato che lei «possa diventare sempre più matura» e aiutare il dialogo. Ciò che continua a sfuggire a Pechino è che dialogare richiede libertà di parola, consentendo le critiche. Ma non è un caso, perché il punto è tutto qui. La Cina vuole demolire il sistema democratico, e quindi non può accettarne le regole basilari.

Quei premi da manuale ai romanzi "corretti". A vincere Booker, Costa, National Book Award e Pulitzer nel 2020 sono stati solo libri "inclusivi". Nel giro di una settimana, in Italia sono stati pubblicati due romanzi che, dal punto di vista del panorama letterario internazionale, sono da considerare importanti: Chinatown interiore di Charles Yu (La nave di Teseo) e Love after love di Ingrid Persaud (e/o). Il primo ha vinto il National Book Award 2020, il secondo il Costa Award come migliore opera prima 2020. Insomma, due dei premi letterari più prestigiosi del mondo anglosassone, insieme al Man Booker Prize e al Pulitzer per la narrativa. Anche le opere che si sono aggiudicate questi ultimi due riconoscimenti nel 2020 sono a disposizione del pubblico italiano: Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart, che ha vinto il Booker, è stato pubblicato da Mondadori in gennaio, mentre I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead era già uscito nel 2019 (sempre per Mondadori). Che cosa accomuna questi romanzi, a parte il fatto di essere stati giudicati i migliori? Beh, tutti corrispondono a un certo canone, ovvero trattano argomenti come l'«inclusività», la «diversità» di genere o di preferenze sessuali, la «diversità» geografica o di colore della pelle o di tradizioni, la discriminazione, l'emarginazione, i diritti calpestati o mai riconosciuti, l'immigrazione, il patriarcato, le minoranze... Se, come dicono appunto gli anglosassoni, tutto ciò rings a bell, cioè ricorda qualcosa, quel qualcosa è un certo conformismo (dilagante) nei giudizi e negli apprezzamenti che, per esempio, domina ormai dalle parti di Hollywood, specialmente quando si tratta di attribuire gli Oscar. Con questo non si vuole dire, ovviamente, che i romanzi vincitori non siano validi dal punto di vista letterario, o che non possano piacere al grande pubblico, e non si vuole neanche dire che gli autori abbiano avuto l'ansia del politicamente corretto e abbiano cercato di rispettare il canone che esso impone; bensì che, da quell'ansia, pare sia stato assalito chi ha assegnato i premi... E che questo possa essere più di un sospetto viene confermato guardando la lista dei finalisti alle varie competizioni: per esempio, in occasione della proclamazione della cinquina del Booker 2020, molte parole (entusiaste) sono state spese sul fatto che fosse l'edizione «più diversa» di sempre, con un solo autore nato sul suolo britannico su cinque, un solo bianco, un solo non esordiente... In realtà quest'ultima, di tutte le «diversità», sarebbe l'unica ad avere un eventuale peso letterario e a poter indicare davvero uno scostamento dal mainstream; peccato che il mainstream sia abbondantemente inseguito in tutte le altre «diversità» sbandierate in precedenza. Per dire, dalla cinquina sono stati esclusi Hilary Mantel, con l'ultimo volume della trilogia sui Tudor, il monumentale Lo specchio e la luce (Fazi), costato dieci anni di lavoro; o Colum McCann, con il bellissimo Apeirogon (Feltrinelli), che ha forse il difetto di non essere filopalestinese, ma nemmeno filoisraeliano, insomma incasellarlo nel «manuale» sarebbe un problema; o Anne Tyler, con il raffinato Un ragazzo sulla soglia (Guanda). E che dire di un romanzo delicato come Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O'Farrell (Guanda), che pure il New York Times ha giudicato fra i dieci migliori dell'anno? Forse troppo inglese, per autrice e argomento (il figlio morto di Shakespeare), un po' come i Tudor della Mantel? Troppo poco politico? «Inclusività», in effetti, non ce n'è. Non che la Storia di Shuggie Bain non sia autentica e commovente: l'autore, Douglas Stuart, racconta la Glasgow in cui è cresciuto, fra la classe lavoratrice arrabbiata con la Thatcher, i sussidi, la madre alcolizzata; il protagonista Shuggie è un ragazzino troppo sensibile ed effeminato per il padre barbaro e puttaniere e per i bulli rozzi e violenti del quartiere, e non basta l'amore che ha per la madre a salvare lui, e lei. Il tema dell'omosessualità, repressa e discriminata, è al centro di Love after love, ambientato a Trinidad, l'isola di Ingrid Persaud: qui i protagonisti sono Betty, vedova di un uomo violento e pericoloso che maltrattava lei e il figlio Solo, e Mr Chetan, il nuovo inquilino, che diventa un secondo padre per Solo e che, si scoprirà, nasconde il fatto di essere gay per motivi drammatici. Per inciso, anche il romanzo vincitore assoluto del Costa Award, The Mermaid of Black Conch, «La sirena di Black Conch» di Monique Roffey, premiato per la «totale originalità» (è la storia di una sirena che si innamora di un uomo) è ambientato ai Caraibi. Se ci si sposta in America, Charles Yu e Colson Whitehead trattano il tema del razzismo: i diritti degli afroamericani negli anni '60 in I ragazzi della Nickel di Whitehead, e la posizione «scomoda» degli asiatici negli Usa in Chinatown interiore, storia ironica e brillante di Willis Wu, attore condannato al ruolo di comparsa nella serie Bianca e Nero. Perché, dice Yu, anche nelle discriminazioni c'è chi è un discriminato di serie B: in questo caso, l'«asiatico non identificato», intrappolato nella prigione (interiore, esteriore, cinematografica...) della sua origine. Ma anche tutte queste categorizzazioni, inclusioni (ed esclusioni conseguenti), analisi di pedigree e selezioni «tematiche» da parte delle giurie letterarie sono una gabbia: certo una gabbia mentale, una etichetta che non obbliga nessuno a leggere un libro, ma che premia soltanto ciò che corrisponde a certe «regole» e giudica, con il misurino, ciò che rispetta il canone (non estetico, bensì «corretto»). E però è una prigione che intrappola proprio all'interno del mondo che dovrebbe essere il trionfo della libertà, la letteratura...

La "confisca del disgusto" tra le imposizioni emozionali del pensiero unico. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 19 aprile 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Sappiamo bene come il pensiero unico, per sua stessa definizione, tenda a imporre alla comunità un unico modo di pensare, pena l’esclusione sociale degli individui non allineati. Tuttavia, questa pericolosa forma di omologazione, da alcuni anni, sta tracimando anche nel campo delle emozioni. Non ci viene più detto solo quello che dobbiamo pensare, ma anche quello che dobbiamo “sentire”. La confisca emozionale più comune è quella del concetto di odio, per cui si passa per “haters”, se non si è d’accordo con i “maestri” i quali, da parte loro,  possono odiare chiunque, liberamente e ferocemente. Ma fra i vari sentimenti sottoposti a sequestro preventivo vi è anche quello del Disgusto. Fateci caso: non si è più liberi di esprimere semplice fastidio o viva ripugnanza per talune cose e comportamenti. Il disgusto fu trattato dal filosofo ebreo convertito al Cattolicesimo Aurel Kolnai il quale, in “Der Ekel” (1929), citava una preghiera del poeta Franz Werfel, “Gesù e la via delle carogne”, dove Cristo domanda al Padre un amore più forte del disgusto, con il quale poter redimere un’umanità che non è più di “un fiume di carogne”. Una pietà soprannaturale, dunque, invocata volontariamente e individualmente per superare un senso che nemmeno Cristo osava mettere in discussione nella sua naturale fondatezza. Il dono divino fu elargito a quei santi che seppero vincere, ad esempio, il comprensibile schifo per le pustole, le sporcizie e le deformità di lebbrosi e derelitti.  Ma, appunto, Kolnai non pensava certo a un’imposizione da parte dei media volta a sdoganare forzatamente le istanze di certe bellicose minoranze, così come avviene oggi. Un esempio? L’insistenza ossessiva e femministoide verso l’ostensione pubblicitaria, sempre più orgogliosa, di tutto quello che riguarda l’igiene intima delle donne, con dettagli che, se una volta venivano appena evocati con eufemismi, oggi sbocciano in tutta la loro realistica verosimiglianza, in tv, ad ora di cena e davanti ai bambini. Se vogliamo ammettere che si tratta pur sempre del “miracolo della vita”, perché non si parla mai dell’igiene sessuale maschile, sottoposta anch’essa a involontarie funzioni spontanee? Se tutti i prodotti del corpo fanno, dunque, parte della natura, quali meritano di essere menzionati, illustrati, esibiti e quali no? Pensiamo al latte: soprattutto nei paesi anglosassoni, una mamma che porta al seno il proprio neonato viene vista con avversione, tanto da costringerla a usare una specie di burqa. Eppure quasi tutti, abbiamo succhiato il latte dal seno di nostra madre: è un atto antico quanto i l’uomo, immortalato persino nell’arte sacra dai più grandi pittori. A proposito di scandalo, cosa diremmo se, ad esempio, qualche brillante pubblicitario proponesse la scena di un uomo di 90 anni che bacia una diciottenne? Chi decide quali legami amorosi possano essere esibiti e quali no? Dopotutto, sarebbero entrambi maggiorenni consenzienti per i quali l’”amore è amore” e quindi dovremmo accettare i diritti alla visibilità anche di una eventuale lobby di gerontofili. Così come un altro paradosso è quello per cui se provate ribrezzo all’idea di nutrirvi di insetti rischiate di passare per barbari insensibili verso le sorti del pianeta, mentre se siete cacciatori e postate sui social il cinghiale che avete abbattuto, in molti proveranno orrore. Eppure, se l’uomo ha imparato a temere gli insetti in quanto parassiti o indice di cibo avariato, la selvaggina è stata da sempre il suo più corroborante alimento. Ecco che la spiegazione sulle origini del “comune senso del disgusto” ci è offerto proprio dalla natura che ne evidenzia la sua ovvia, darwiniana funzione evolutiva: la repulsione per materie sporche, contaminanti, possibile veicolo di infezione, ha sempre avuto lo scopo di proteggere la salute dell’uomo, così come l’avversione istintiva ad alcuni comportamenti disfunzionali alla sopravvivenza della specie. In particolare, la visione del sangue umano, per i maschi, evoca ferite, morte, violenza: una paura utile per fuggire o combattere. Non è un caso che, dal teatro greco fino a tempi recenti, fosse severamente proibita, sul palcoscenico, qualsiasi simulazione realistica del rosso fluido vitale. Ecco perché le donne hanno sempre gestito i loro incruenti sanguinamenti nel privato, garbo di cui dovrebbero essere ringraziate. La storia dell’arte propone da millenni tantissime scene d’amore fra un uomo e una donna giovani e aitanti poiché parte del più sano e naturale processo rigenerativo del gruppo sociale. Tutte le forme di erotismo alternativo, proporzionalmente, non sono state quasi mai rappresentate e quindi, almeno da un punto di vista visivo, siamo ancora disabituati alle “novità”. Nel suo “Il conflitto estetico. Teoria del disgusto” (Lithos 2018)  il ricercatore di Estetica dell’Università di Tor Vergata Marco Tedeschini (già traduttore di Kolnai) ha esplicitato il fatto che “con questo sentimento occorre fare i conti, non è possibile negarlo. Il disgusto è un sentimento forte, ma ha a che fare con la propria identità. Chi pretende che gli altri cambino d’emblée i propri parametri di disgusto  compie una violenza, nega (prevarica?) la sensibilità altrui e, così, in un certo senso, la sua identità”. Condivisibile, tuttavia, ci permettiamo di aggiungere che il senso del disgusto è più trasversale che strettamente identitario: a parte alcune abitudini alimentari che possono differire da paese a paese (ad es. il cibarsi di cani, topi, o insetti), il ribrezzo o il fastidio per la stragrande maggioranza delle cose contaminanti, deformi, pericolose, innaturali o evocatrici di violenza è comune, da sempre, alla gran parte della popolazione umana. E quindi, quale autorità può permettersi di giudicarci se, per qualcosa, proviamo un fastidio caratteristico della nostra specie e antico di due milioni e mezzo di anni? Al massimo ci si potrebbe chiedere la cortesia di concedere un certo grado di tolleranza, ma ogni imposizione che tenda a manipolare il comune senso del disgusto, teoricamente e praticamente, è inaccettabile. 

Gianluca Veneziani per “Libero Quotidiano” il 3 magio 2021. Tra i suoi molteplici talenti, pochi conoscono quello di cantante. Vladimir Luxuria non è transgender solo in senso sessuale, ma anche in termini di eclettismo artistico-intellettuale: attivista Lgbt, personaggio tv ed ex parlamentare, se la cava egregiamente pure con la musica. Tanto da aver sfornato un singolo intitolato King Kong, con testo e musica di Gennaro Cosmo Parlato e Alessandro Graziano, prodotto per la Melody Records da Corrado Ferrante e Michelangelo Tagliente. Un omaggio orecchiabile al celebre gorilla della cinematografia.

Luxuria, perché questa canzone? Per dire che certi scimmioni sono migliori di alcuni esseri umani?

Beh, diciamoci la verità. Un animale non conosce la cattiveria, se uccide lo fa solo per difendersi o nutrirsi, non per odio gratuito o prevaricazione”.

Il testo della canzone invita King Kong a distruggere quelle persone «molto peggio di me che non san santi soprattutto nel privé» e «hanno la faccia come il culo». È un affondo contro certi salotti buoni che buoni non sono?

«Sì, mi riferisco a quelli che fanno i moralisti, i savonarola, puntano il dito verso gli altri, ma al calar delle tenebre si calano le braghe».

La canzone comincia con l'immagine di lei «legata a un palo come Jessica Lange». Dietro c'è anche il sogno erotico proibito di un rapporto con King Kong?

«No, sennò Adinolfi direbbe che il mio è un inno alla zoofilia (ride, ndr). Mi concederei a un amore con King Kong ma in forma umana, non certo come gorilla. Mi attraggono i maschi alfa: è la parte di uomo che ho sempre rifiutato in me e cerco negli altri. Ma quest'uomo virile deve avere anche un animo sensibile, gentile, appunto come King Kong».

La canzone invita anche a «riprenderci la vita e quel che ci spetta». Mi sembra un messaggio perfetto per le riaperture. Draghi è il King Kong che spazzerà via virus e lockdown?

«Draghi evoca piuttosto il drago, un'altra creatura mostruosa che i cavalieri dovevano abbattere per liberare le belle principesse assediate. Lui ha credito, è conosciuto a livello internazionale, ma questo lo si diceva anche di Monti. Spero che non sia come lui solo un eroe del momento. Da lui intanto vorrei una parolina sul ddl Zan contro l'omofobia».

Sul tema si è espressa un'ex parlamentare di sinistra e lesbica come Paola Concia, secondo cui non è corretto includere nel testo le donne in quanto non sono una minoranza, e perciò ha ricevuto attacchi nella comunità Lgbt. Lei che ne pensa?

«La nostra comunità non dichiara il pensiero unico, e non mi spaventa che ci sia chi la pensa diversamente. Vorrei far notare però alla Concia che questa non è una legge sulle minoranze, ma sui reati di odio e riguarda tutti, anche gli eterosessuali e le donne, che sono le maggiori vittime di odio».

Platinette invece in un'intervista a Libero ha detto che «inserire l'identità di genere nei programmi scolastici è una violenza», sostenendo che «i veri discriminati sono gli eterosessuali». È anche lui un gay traditore della causa Lgbt?

«Perciò che riguarda di genere, purtroppo Platinette usa lo stesso linguaggio di coloro che rifiutano questa legge. E ritengono che si voglia andare nelle scuole a deviare i bambini, promuovendo l'omosessualità. Invece non è affatto casi: se uno è etero, etero rimane. Nessuno andrà a dire ai maschietti "vestitevi da donne". Istituire una giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia significa piuttosto educare a un comportamento civile, contrastare il bullismo di tutti i tipi, anche omofobo. Mi dispiace che una persona intelligente come Platinette dica delle cose senza probabilmente neanche aver letto la legge».

La Mussolini intanto ha pubblicato un post mostrando sulle mani la scritta "Ddl Zan”. È una sincera conversione rispetto a quando le urlava contro «Meglio fascista che frocio»?

«La Mussolini già tanti anni fa rilasciò un'intervista sul Corriere della Sera in cui diceva di essere favorevole alle adozioni gay. La vera Alessandra è quella».

Con il ddl Zan non è a rischio la libertà di espressione?

«Sono certa che, anche dopo l'approvazione della legge, si potrà continuare a dire "sono contrario alle nozze gay e all'utero in affitto". Del resto, anche io sono contraria all'utero in affitto quando prevede lo sfruttamento di una donna tramite soldi e non è un atto di libera scelta. Pertanto sono la prima persona a dire che, se ci fosse mai un processo intentato contro qualcuno, ad esempio un giornalista, solo perché ha espresso la sua contrarietà ai matrimoni gay in modo civile, sarei la prima a oppormi».

Come vive la tirannia del politicamente corretto che ci vuole rieducare a parlare?

«Le parole vanno sempre contestualizzate, anche la parola "frocio": ci sono dei contesti in cui non sono politicamente scorrette. Nella comunità Lgbt ad esempio si usa molto questa parola: "Che roba frocia, che musica frocia", diciamo. Così come tra i neri spesso ci si chiama "nigga", negro. Questo principio vale anche quando quelle parole vengono pronunciate dall'esterno senza l'intenzione di offendere. Per questo do ragione a Pio e Amedeo quando rivendicano il diritto di dire "frocio": l'offesa non è nella parola in sé ma nelle intenzioni di chi la pronuncia e nel contesto. Dobbiamo ricordarci di questo principio, sennò diventiamo integralisti».

Ora si vuole vietare anche il blackface in Rai, usato ad esempio a Tale e quale show per interpretare cantanti di colore. Sbagliato?

«Anche qui bisogna contestualizzare. Se uno si dipinge la faccia di nero e fa bububu, è chiaro che ti prende in giro. Se una persona a Tale e quale show, per somigliare al personaggio che deve interpretare, assume la fisionomia di quella persona, dov'è il razzismo? Io ad esempio ho interpretato Ghali e usato un fondotinta più pesante e poi ho assunto le sembianze di Grace Jones: come facevo ad assomigliarle se non mi dipingevo la faccia di nero?».

Le piacciono le desinenze in "a" amate dalla Boldrini: avvocata, assessora, sindaca?

«La lingua italiana è dinamica. Oggi non parliamo lo stesso italiano degli anni '50: se diciamo sindaca e non più solo sindaco, è perché i sindaci non sono più soltanto uomini».

Della Meloni che pensa?

«Non mi piacerebbe come leader al governo, ma devo ammettere che è una donna coerente. E poi, è vero, Fratelli d'Italia è l'unico grande partito italiano guidato da una donna, mentre in partiti come il Pd c'è un problema di rappresentanza: ancora oggi ci sono segretari di partito uomini che decidono chi mettere nelle varie segreterie».

Il suo giudizio sul video di Grillo a difesa del figlio?

«Ho perso stima di Grillo dal 2006. Andai a un suo spettacolo e, avendo saputo la notizia che mi sarei candidata, lui sul palco disse: dove andremo a finire se ora candidano i travestiti? L'avevo già bollato come transfobo, dopo quel video ho avuto conferma che è anche misogino».

A lei non manca la politica? Ci tornerebbe?

«Non escludo niente. Secondo me sono più io che manco alla politica».

Ha definitivamente rinunciato a un cambio di sesso tramite operazione chirurgica?

«Nella vita non c'è mai nulla di definitivo».

Federico Boni per gay.it il 24 aprile 2021. L’ultima volta che hai assaggiato un uccello, quando è stato? “Il 25 marzo dello scorso anno, compleanno di Mina“. Quindi più di un anno che non vedi sventolarli davanti? “No no li vedo e li tocco anche, ma non vado nella profondità del rapporto. Non c’è la conclusione del getto finale“. Ho capito, ma qualche pompinetto sarà scappato da un anno a questa parte? Dopo aver risposto a queste introduttive domande di Giuseppe Cruciani, Platinette, all’anagrafe Mauro Coruzzi, è intervenuta nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara per criticare il DDL Zan. Già in passato Platinette si era detta contraria a leggi contro l’omotransfobia, ma sul DDL attualmente in discussione al parlamento aveva sempre evitato di metterci bocca. Fino a questa diretta in cui Cruciani, con la sua proverbiale delicatezza che da sempre lo contraddistingue, ha così introdotto l’argomento: “Siccome ci stanno rompendo i coglioni su questo DDL come se fosse la salvezza di tutti gli omosessuali che vengono picchiati, io voglio portare avanti una grande battaglia, perché le leggi già ci sono“. Ed è qui che Coruzzi ha affondato il colpo. È una legge che discrimina.  Non siamo come i panda, a rischio estinzione. Finisce per discriminare, come dice la Concia. Se passasse mai che l’utero in affitto è una regola praticabile, è una forma di offesa per le donne. Qui è intervenuto Davide Parenzo, per far notare a Platinette come la gestazione per altri nulla c’entri con il DDL Zan, ma Coruzzi ha insistito: “Non sono contrario al DDL ma mi sembra una limitazione della libertà espressiva“, suscitando ancora una volta l’ira di Parenzo, che ha ribadito come la legge già approvata alla Camera non sia in alcun modo liberticida. “La legge non cambia l’etica“, ha continuato Platinette. “Una legge che dovrebbe introdurre nelle scuole il concetto di diversità di genere, inteso come l’unico praticabile. È una legge pretestuosa e discriminante verso altre categorie di persone. Come nei confronti delle donne“. Il teatrino con Cruciani, contrario al DDL rispetto a Parenzo, è proseguito con domande chiaramente provocatorie. “Se a  te gridano fr*cio di merda in strada, porti questo in tribunale?“, ha domandato il conduttore. “Non ci penso nemmeno, me n’ero accorto già da solo“, ha replicato Coruzzi. “Usare l’espressione “essere gay non è normale ed è contronatura”, è possibile che uno possa andare in tribunale per una cosa del genere?“, ha insistito Cruciani. “Questa sarebbe una perdita di tempo per la magistratura“, ha risposto Platinette, che è poi tornata ad attaccare il DDL. “La discriminazione a favore degli omosessuali penalizza le donne. Le leggi non cambiano i comportamenti. C’è una morale conservativa in questo DDL. L’Italia non è un Paese omofobo, è un Paese pieno di cretini che pestano dei ragazzi che si baciano per strada. Ma c’è già una legge. Ciò che mi spaventa di questo DDL Zan è la limitazione del concetto di libertà espressiva“, ha concluso Coruzzi, al termine di 14 minuti radio sinceramente agghiaccianti.

Maurizio Caverzan per “la Verità” il 10 aprile 2021. Ormai, anche chi è di sinistra rigetta il conformismo di sinistra. I ricettari mielosi delle buone maniere. I decaloghi di linguaggio depurato, di quello che si può dire e quello che no. All'ennesima comparsata televisiva di Michela Murgia, campionessa del ramo, Paolo Landi, advisor di comunicazione a Ovs), autore di saggi in materia come Volevo dirti che è lei che guarda te (Bompiani) e Instagram al tramonto (La nave di Teseo) e raffinato recensore di Doppiozero.com e minimaetmoralia.it, si è messo al computer e ha mandato a Ilsaltodellaquaglia.com una fenomenologia dell'autrice di Sta zitta - e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (Einaudi). Vado a trovarlo nella sua casa sul Sile a Treviso.

Facendo una rapida sintesi, lei si sente meno di sinistra a causa del conformismo di sinistra?

«Per mia formazione non credo che sarò mai di destra perché qualcosa è scattato dentro di me. Ma non so se oggi sono più a destra della Murgia o se la Murgia è più a destra di me. Mi pongo questa domanda perché il conformismo che emerge, per esempio, dal suo ultimo libro, mi sembra non abbia niente a che fare con la sinistra».

Su Ilsaltodellaquaglia.com ha scritto che A proposito, cos' è questo sito?

«È un magazine online di un gruppo di ragazzi siciliani che ha come sottotitolo "l' informazione oltre lo steccato"».

Sono tanti nell'informazione?

«Come nello sci, anche nell' informazione bisogna imparare lo slalom per superare gli ostacoli. Oggi l'informazione è sempre più ricca anche grazie al Web, ma dobbiamo evitare le fake news e anche quell'informazione conformista che non fa crescere».

Dicevo, ha scritto che «il conformismo di sinistra, di cui è eccelsa campionessa Michela Murgia, è una brutta bestia: per noi radical chic è la morte del pensiero». I radical chic sanno essere anche cattivi?

«Detesto la definizione di radical chic, l'ho utilizzata ironicamente per dire che la Murgia non fornisce strumenti di comprensione diversi da quelli che già possediamo. Ma siccome imperversa sui giornali, in tv e in libreria sarebbe auspicabile che da questi pulpiti dicesse qualcosa di nuovo anziché ripetere cose note».

Cito ancora: «Noi di sinistra (o ex di sinistra, chi lo sa se la sinistra ora è quella della Murgia) ci addormentiamo proprio: alla quinta riga di un suo articolo, alla seconda pagina del suo ultimo libro, per non dire quando compare nel salotto della dottoressa Gruber». C'è una sinistra diversa da quella della Murgia?

«Sicuramente c' è, il problema è che non ha voce perché domina il conformismo. Alla fine tutti ci confrontiamo con l'informazione massificata. In pochi leggiamo Il Manifesto o altre testate minori. Chi dice cose stimolanti è marginale, mentre la sinistra conformista deborda».

Perché coincide con il mainstream?

«Perché è una sinistra luogocomunista».

Perché i suoi testimonial si attardano sul linguaggio e le desinenze al femminile?

«La domanda vera è perché pensiamo che sia importante chiamare una donna ministra invece che ministro. Qualcuno ci ha fatto credere che il progresso dipenda da queste correzioni formali. Personalmente, dubito che queste battaglie facciano avanzare la parità di genere. C' è un' ingiustizia più grande e sostanziale che dovrebbe trovare uniti uomini e donne, a prescindere che si chiamino direttore o direttrice d' orchestra».

Adesso la Murgia si sente spaventata dalla divisa del generale Figliuolo.

«Se uno è un generale dell' esercito perché dovrebbe spaventare se indossa la divisa? Potrebbe spaventare se la indossasse senza essere generale. La Murgia si spaventa forse per la divisa di un pompiere? O di un vigile urbano? Se non subisce il fascino delle divise è un problema suo. Ma dicendola in un talk show di prima serata una scemenza del genere diventa il dibattito del giorno dopo».

Altri campioni di conformismo sono Fedez e Chiara Ferragni?

«Viviamo in un momento in cui la politica ha smesso di fare il suo mestiere e qualcun altro prova a riempire questo vuoto. Come sarebbe stato meglio che Beppe Grillo avesse continuato a fare il comico, così converrebbe che Ferragni e Fedez continuassero a far bene il loro. Ho letto che stanno reclutando dei giovani per gestire politicamente i social. Il vero problema è che la politica ha smesso di prendersi a cuore le persone che hanno meno strumenti a disposizione».

I Ferragnez potrebbero rispondere che s'impegnano in questa direzione.

«Infatti, ognuno è libero e loro fanno bene a dire quello che hanno da dire. Io mi chiedo perché la politica ceda ai comici, agli attori e agli influencer il compito di cambiare il mondo. Dovrebbero essere i politici a riappropriarsi di un linguaggio pedagogico, in grado di spiegare la complessità».

Invece?

«I Ferragnez sdottoreggiano e i politici si fanno vedere mentre mangiano la porchetta».

O vanno in tv da Barbara D' Urso.

«Invece di mantenere una spinta ideale, si cercano scorciatoie popolari che portano al populismo».

Che cosa pensa del fatto che per tradurre l' opera di Amanda Gorman bisogna essere una donna di colore attivista dei diritti?

«Il politicamente corretto sposta sempre il problema su questioni formali e secondarie. Discutiamo se le opere di Amanda Gorman possano essere tradotte da un uomo o una donna bianca, ma nessuno dice che le sue poesie sono brutte. Non si può dire perché è una persona non udente e di colore?».

Che, per ragioni di marketing, indossa un cappotto giallo di Prada.

«Il cappotto di Prada non è interessante. Lo è ciò che propone, la qualità dei testi che, grazie alla ribalta che le è concessa, hanno un' audience mondiale. Hanno dato il podio dell' insediamento del presidente degli Stati Uniti a una poetessa mediocre che è diventata un' icona globale. La Murgia imperversa nei nostri media e diventa una maestra del pensiero».

Una questione di sovraesposizione?

«Bisognerebbe che imparassero a osservare un minuto di silenzio. Il mainstream domina, mentre le voci meno conformiste non le senti perché soffocate da chi pensa che la parità di genere arriverà quando non si pronunceranno le frasi che infastidiscono la Murgia».

Svettano nelle classifiche perché l' industria culturale è imperniata su questi modelli?

«La qualità non fa più testo, a tutti i livelli. In politica si cerca la fama, la visibilità. Amanda Gorman sta alla poesia come Grillo alla politica. Ma entrambi sono mediocri e la mediocrità non fa progredire».

Una certa vacuità della sinistra si evidenzia anche nell'evoluzione dei suoi maître à penser?

«Sì, purtroppo. Non voglio nemmeno fare confronti. Io ho avuto la fortuna di leggere Pasolini sul Corriere della sera. Chi legge i giornali di oggi credo sia molto meno fortunato».

Enrico Letta che, in piena emergenza pandemica, si presenta da segretario del Pd parlando di ius soli e voto ai sedicenni è un altro esempio di distanza dalla realtà o fa solo la guerra alla Lega?

«Non voglio entrare nelle dietrologie. Mi preoccupa il fatto che la politica abbia rinunciato a misurarsi con la complessità. I social la costringono a esprimersi per slogan. Così è nata quella che chiamo politica masterchef, fatta di ricette, di formule che non risolvono i problemi, ma danno l' impressione che ci si stia riflettendo».

Letta ha recuperato terreno intestandosi la battaglia per le capogruppo donne in Parlamento?

«I percorsi di Maria Elena Boschi e Teresa Bellanova in Italia viva, di Giorgia Meloni segretaria di FdI, di Anna Maria Bernini o Mara Carfagna in Forza Italia sono lì da vedere. Questo non vuol dire che in politica la parità di genere sia stata raggiunta. Ma che la polemica sulla rappresentanza femminile è strettamente interna al Pd e non un'emergenza generale».

Creando una sorta di bolla i social provocano un distacco dalla vita della gente comune?

«I social hanno introdotto il primato della facilità, del tempo reale, della giocosità. A scapito dell' introspezione e della ricerca. Perciò pensiamo di risolvere questioni di portata enorme come l' emigrazione o la parità di genere con slogan e azioni sommarie come fermare una nave fuori da un porto o intimando a un uomo di non dire a una donna "adesso ti spiego"».

Un anno fa ha scritto un saggio su Instagram nel quale evidenziava il pericolo dell' omologazione. Oggi a che punto siamo?

«Credo persista una certa ignoranza relativa all' aspetto economico dei social. Gran parte dei fruitori non si rende conto che i social sono prodotti commerciali, venduti da corporation. Su Instagram ci coccoliamo con i cuoricini, su Twitter ci sembra di partecipare a battaglie che cambiano il mondo. In realtà, non facciamo che consumare un prodotto commerciale. Da qui nascono una serie di interrogativi molto più pregnanti, per esempio sulla democrazia».

Come giudica le decisioni di oscurare i profili non allineati, da Donald Trump su Twitter alla piattaforma Byoblu su YouTube?

«I social sono prodotti commerciali che hanno diritto di fare quello che vogliono. I temi della politica non andrebbero trattati su piattaforme-prodotto, ma in luoghi istituzionali, ufficiali, in cui il dibattito è regolato. Altrimenti, dobbiamo aspettarci che una policy aziendale intervenga in un senso o nell' altro. L'errore è illudersi. Finché Jack Dorsey, un privato, sarà proprietario di Twitter potrà oscurare il profilo di Trump».

Anche se al contempo non oscura gli account nazisti?

«Fortunatamente hanno scarso seguito. Lo scandalo non è che Twitter oscuri Trump, ma lo strapotere che queste corporation si stanno prendendo senza che nessuno muova un dito. Fanno affari sul 91% del pianeta, perché è questo che fanno, ma pagano le tasse solo in America».

Il futuro è dei social, degli influencer, delle poetesse che vestono Prada come il diavolo?

«Sembra brutto accanirsi su persone di buona volontà come Amanda Gorman o Michela Murgia. Ma se vogliamo progredire credo che il dibattito debba spostarsi dal conformismo che loro incarnano a forme di comprensione del mondo meno stereotipate e più complesse, meno superficiali e più profonde».

GIORGIO GABER Il conformista

Testo

Io sono un uomo nuovo

Talmente nuovo che è da tempo

Che non sono neanche più fascista

Sono sensibile e altruista orientalista

Ed in passato sono stato un po' sessantottista

Da un po' di tempo ambientalista

Qualche anno fa nell'euforia mi son sentito

Come un po' tutti socialista

Io sono un uomo nuovo

Per carità lo dico in senso letterale

Sono progressista

Al tempo stesso liberista antirazzista

E sono molto buono sono animalista

Non sono più assistenzialista

Ultimamente sono un po' controcorrente

Son federalista

Il conformista

È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta

Il conformista

Ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa

È un concentrato di opinioni

Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani

E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire

Forse da buon opportunista

Si adegua senza farci caso

E vive nel suo paradiso

Il conformista

È un uomo a tutto tondo che si muove

Senza consistenza il conformista

S'allena a scivolare dentro il mare della maggioranza

È un animale assai comune

Che vive di parole da conversazione

Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori

Il giorno esplode la sua festa

Che è stare in pace con il mondo

E farsi largo galleggiando il conformista

Il conformista

Io sono un uomo nuovo

E con le donne c'ho un rapporto straordinario

Sono femminista

Son disponibile e ottimista europeista

Non alzo mai la voce sono pacifista

Ero marxista-leninista

E dopo un po' non so perché mi son trovato

Cattocomunista

Il conformista

Non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone il conformista

Areostato evoluto che è gonfiato dall'informazione

È il risultato di una specie

Che vola sempre a bassa quota in superficie

Poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato

Vive e questo già gli basta

E devo dire che oramai

Somiglia molto a tutti noi il conformista

Il conformista

Io sono un uomo nuovo

Talmente nuovo che si vede a prima vista

Sono il nuovo conformista

·        Professione: Odio.

Se la critica va di traverso. Marco Lombardo il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Aprire bocca, in tempi social, può essere pericoloso. Figurarsi se la si usa prima per mangiare e poi per esprimere una legittima critica. Aprire bocca, in tempi social, può essere pericoloso. Figurarsi se la si usa prima per mangiare e poi per esprimere una legittima critica: essendo che siamo tutti Masterchef, guai a chi non apprezza. Per carità: Floriano Pellegrino e Isabella Potì ottimi cuochi (si può ancora dire così?) lo sono, visto che il loro Bros' vanta una stella Michelin. Cuochi particolari: parlano di avanguardia, mischiano digital e fornelli, assemblano culture americane e di provincia per menù tutt'altro che banali. Li chiamano i Ferragnez della cucina, ed anche in questo caso - come dovrebbe - diventa una questione di gusti. Solo che poi capita che al Bros' arrivi una blogger dagli Usa, la quale si vede recapitare piatti arditi (tipo «Limoniamo», una schiuma di limone che esce da un contenitore a forma di bocca) e che alla fine descrive così: «Abbiamo mangiato nel peggior ristorante stellato di sempre». Sottotitolo: «Ma lì, poi, quando si mangia?». Geraldine deRuiter ha espresso un parere, ci mancherebbe. Visto però il titolo (e pezzo) umoristico il giudizio viene rilanciato dal New York Times e piomba sulla tavola di Pellegrino, scatenando la rabbia social di chi non ammette non allineati. Lui, lo chef, replica sdegnato con un «noi siamo artisti!», seguito dalla folla di odiatori professionisti e non che alza la solita marea contro la critica troppo critica. Il punto allora è che qui non è da decidere da che parte stare: probabilmente al Bros' si mangia benissimo. Ma la cosa non importa più, perché ormai vince sempre chi urla. Diciamolo allora: anni fa un critico cinematografico liquidava i film che non gli piacevano con un «non l'ho visto, non mi interessa». Era avanti anche lui. Purtroppo.

Marco Lombardo. Caporedattore del “Giornale”, autore, moderatore, formatore e - soprattutto - dinosauro digitale. Ama lo sport e la tecnologia e si occupa di tecnologia un po' per sport. Raccontato sempre TraMe&Tech.

«Invasori», «terroristi». No, gli occhi di Giorgia Meloni non vedono quel che vedo io. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. La foto che ho scelto questa settimana sono occhi: quelli di Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia. Li ho scelti perché credo che gli occhi di Giorgia Meloni - non so quanto genuinamente o quanto per convenienza politica - vedano il mondo in maniera assai diversa da come lo vedo io. Un recente primissimo piano degli occhi di Giorgia Meloni firmato da Antonio Masiello. Romana, 45 anni il prossimo 15 gennaio, ha fondato Fratelli d’Italia nel 2012 con Ignazio La Russa e Guido Crosetto. Da bambino, il nonno di un mio compagno di scuola sosteneva di essere daltonico: ci indicava dei palazzi e ci chiedeva di che colore li vedessimo. Io credo che gli piacesse la parola «daltonico» ma che non lo fosse davvero, perché era sempre una questione di sfumature: vedeva giallo paglierino invece di giallo intenso, e scambiava il rosso pompeiano per rosso corallo. Io però ho imparato, sin da piccolissimo, che non tutti vediamo le stesse cose. E se questo era vero per i colori pensavo che dovesse valere anche per i fatti. La prova del nove la ebbi quando vedevo - vedevamo, in verità eravamo in tanti - il territorio in cui sono nato e cresciuto devastato dalle organizzazioni criminali, e ce ne accorgevamo solo noi: solo chi ci viveva, nel silenzio dei media nazionali. La foto che ho scelto questa settimana sono occhi: quelli di Giorgia Meloni. Li ho scelti perché credo che gli occhi di Giorgia Meloni - non so quanto genuinamente o quanto per convenienza politica - vedano il mondo in maniera assai diversa da come lo vedo io, e questa visione divergente la porta a raccontare un mondo in cui, non ho timore di dirlo in maniera semplice, esiste una netta divisione tra aggressori e vittime, invasori e invasi, delinquenti e persone perbene, vittime reali e vittime presunte, usurpatori e usurpati.

DEMONIZZA CATEGORIE DI PERSONE CHE NON HANNO RAPPRESENTANZA E NON POSSONO DIFENDERSI

È singolare come, nella comunicazione di Giorgia Meloni, le schiere di «aggressori», «delinquenti», «terroristi», «invasori» siano sempre e solo popolate da stranieri. Che in tutto ciò vi sia del calcolo è lampante. Se iniziassi a raccontare unicamente i crimini - più spesso Meloni accusa senza prove e condanna in assenza di processi - di una singola categoria di persone, chi mi ascolta verrebbe condizionato dai miei racconti e dai miei giudizi; chiunque ha un seguito, piccolo o grande che sia, deve fare i conti col peso delle proprie parole, e questo è un grado di responsabilità che per i politici non è facoltativo, ma obbligatorio. Mai demonizzare una categoria di persone, mai fomentare odio. Potrebbe sembrare scontato, ma sapete bene che non lo è. Sapete bene che la politica è solita attaccare la politica, attaccare la stampa, scrittrici e scrittori, attrici e attori, atleti; ma soprattutto, una certa politica, è solita attaccare categorie di persone che non hanno alcuna rappresentanza, che non possono difendersi.

ACCUSE SENZA PROVE E CONDANNE SENZA PROCESSI. MAI POLITICI SONO TENUTI A PESARE LE PAROLE

E qui il paradosso: in un Paese democratico esistono categorie di persone, soprattutto straniere, demonizzate da politici populisti in tv e sui social senza aver commesso crimini, senza processo né condanna. Gli occhi di Giorgia Meloni vedono «islamisti (che) ci hanno dichiarato guerra», «la #SeaWatch (come) nave pirata» il cui «equipaggio va arrestato e la nave affondata». In genere questi messaggi sono veicolati sui social e seguiti dalla domanda: «Siete d’accordo?». Giorgia Meloni chiede agli utenti dei social media se sono d’accordo ad affondare una imbarcazione che ha appena salvato vite e ad arrestarne l’equipaggio, ovvero persone che hanno tratto in salvo altre persone. Pensate a quanto diversamente da me - spero da noi - quegli occhi vedano il mondo che ci circonda.

E poi ci sono le fake news, dette, diffuse e mai smentite. E così l’attentato di Münster porta Meloni a scrivere sui social: «Lo spettro dell’integralismo islamico si è drammaticamente riaffacciato» anche se l’attentatore era un cittadino tedesco con problemi psichici. E così un certo integralismo alimentare porta Meloni a stigmatizzare la «scuola di Peschiera Borromeo (dove) viene eliminato il maiale per fare posto al cous-cous, alimento tipico nordafricano. Ora sono i figli degli italiani a doversi adeguare alle esigenze alimentari di chi dovrebbe integrarsi? Questa è follia».

Ma gli occhi di Giorgia Meloni, quelli che vedete in questa foto, sono stati più fortunati degli occhi miei. A me Corrado Formigli ha mostrato il video di un salvataggio in mare in cui una donna perdeva tra le onde suo figlio neonato. Gli occhi di Meloni hanno visto una scena differente. Luca Telese mostra a Meloni un video in cui l’imbarcazione della Ong Mediterranea trae in salvo dalle onde migranti naufraghi, tra loro diversi bambini. «Vedendo queste immagini - chiede Telese - sapendo che quei bambini sarebbero sicuramente morti se non fosse arrivato qualcuno a salvarli, almeno anche fuori dalla logica della politica, non pensa che quello sia stato un salvataggio in mare? Sguardo vitreo, Meloni risponde un secco «No!».

Il business di Roberto Saviano è dispensare odio contro Giorgia Meloni: “Guadagna così, falsifica la realtà”. Il Tempo il 3 dicembre 2021. “«Invasori», «terroristi». No, gli occhi di Giorgia Meloni non vedono quel che vedo io”. È questo il titolo dell’articolo di Roberto Saviano pubblicato su 7 del Corriere della Sera incentrato sulla leader di Fratelli d’Italia. “La foto che ho scelto questa settimana sono occhi, quelli di Giorgia Meloni. Li ho scelti perché - dice l’autore di Gomorra in un passo dell’articolo - credo che gli occhi di Giorgia Meloni, non so quanto genuinamente o quanto per convenienza politica, vedano il mondo in maniera assai diversa da come lo vedo io, e questa visione divergente la porta a raccontare un mondo in cui, non ho timore di dirlo in maniera semplice, esiste una netta divisione tra aggressori e vittime, invasori e invasi, delinquenti e persone perbene, vittime reali e vittime presunte, usurpatori e usurpati. singolare come, nella comunicazione di Giorgia Meloni, le schiere di «aggressori», «delinquenti», «terroristi», «invasori» siano sempre e solo popolate da stranieri. Che in tutto ciò vi sia del calcolo è lampante”. La replica della Meloni non si è fatta attendere: “Anche oggi Roberto Saviano dispensa pagine di odio contro di me. È il suo business, bisogna capirlo. Guadagna così, demonizzando gli avversari e falsificando la realtà. Creando dei mostri in modo da poter giocare la parte del cavaliere (pur non avendone lontanamente i requisiti). Gli attacchi (interessati) di questi cinici individui sono la conferma che siamo sulla buona strada. Non ci facciamo intimidire dalle loro campagne d’odio. E anche oggi - la didascalia a completare il post su Facebook - l'odio quotidiano di Saviano è servito”. Ennesimo scontro tra i due:  Saviano durante una puntata di 'Piazzapulita' su La7 a dicembre 2020 sul tema dei migranti si era riferito alla Meloni chiamandola “bastarda" e a novembre il giornalista è stato rinviato a giudizio con l'accusa di diffamazione.

Tu chiamalo, se vuoi, giornalismo...Lo scoop fake del Fatto Quotidiano contro Berlusconi: “100mila euro per votare il Cav al Quirinale”. Piero Sansonetti su Il Riformista l'1 Dicembre 2021. Ieri il Fatto Quotidiano si è presentato ai lettori con uno scoop. Uno scoop davvero clamoroso: Berlusconi sta comprando i parlamentari per farsi eleggere Presidente della Repubblica. Li paga 100 mila euro l’uno. Una bomba. Il titolo è esplicito e occupa quasi tutta la prima pagina: “Per votare B. mi offrono posti e soldi”. E sotto al titolo una grande fotografia del cavaliere. Poi nel sottotitolo viene specificata la cifra del commercio: 100 mila euro, appunto. E si riferisce anche della protesta del parlamentare al quale è stato offerto l’affare: protesta dovuta al fatto che questo parlamentare immagina che il suo voto valga molto di più. Non ci sono condizionali nella prima pagina e ci sono le virgolette. Dunque, pochi dubbi. C’è, evidentemente, qualcuno che ha dichiarato sotto la propria responsabilità di avere ricevuto un’offerta da Berlusconi. E questa è una cosa gravissima, che non era mai successa: un mercato e mazzette di migliaia di euro per scegliere il capo dello Stato. Stavolta la magistratura fa bene a intervenire. Spero che lo farà. Dovrà innanzitutto chiedere al Fatto Quotidiano il nome dell’autore della denuncia. Già, perché se andate a leggere l’articolo che sorregge questo titolo di prima pagina, vi accorgete che questa denuncia viene da una persona che non ha nome. Uno sconosciuto. Non si sa chi sia. Né si sa chi gli avrebbe fatto l’offerta. Un altro sconosciuto. Vi dico di più: non si sa neppure quale sia stata l’offerta. Ci sono solo una sequenza di frasi, tutte fra virgolette, tutte molto scontate (tipo: “beh se perdo il posto di deputato sono nei guai…” e altre banalità simili), nessuna delle quali è attribuita a persone reali, sempre a ombre, e poi ci sono anche alcune dichiarazioni di persone reali, sospettate dal fatto di avere ricevuto offerte da Berlusconi, le quali negano decisamente di averle ricevute. Diciamo che il titolo e tutta la costruzione giornalistica sono completamente falsi. Io ricordo che quando ero un ragazzino alle prime armi, e lavoravo nella cronaca di Roma dell’Unità, fui mandato al Circeo a fare un articolo sulla speculazione edilizia. Presumibilmente di marca democristiana. Tornai con un bell’articolo , ben scritto, pieno di dichiarazioni anonime molto interessanti. Il mio capocronista, che si chiamava Giulio Borrelli ed era un fior di giornalista, invece di pubblicarlo lo mise nel cestino di metallo a rete che stava vicino alla sua scrivania di formica celeste. Ci rimasi male. Chiesi perché. Mi spiegò che non si pubblicano articoli fondati su dichiarazioni e accuse anonime. Il giornalismo – mi spiegò – è una cosa seria. Il giornalismo non è bugia e neppure propaganda. Era il 1975. Allora il giornalismo era così. Quello di sinistra e quello di destra. Il clima era di guerra fredda. La lotta politica era feroce. Ma c’era un etica professionale. Oggi invece c’è Il Fatto Quotidiano.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La campagna d'inverno del Fatto su Berlusconi. Boccassini e Palamara spieghino a Travaglio i processi Ruby. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 2 Dicembre 2021. Ecco il garante dell’ignoranza Marco Travaglio che presenta “il garante della prostituzione”, così descrivendo “la storia di B.” ai complici del Fatto che dovrebbero porgere la propria firma per dire no a Berlusconi al Quirinale. Manca poco, ma uno di questi giorni vedremo Marcolino impegnato nella fatica di mostrare chi la fa più lontano. Tanto è infantile la sua paura che si fa ossessione. Nel titolone che apre la sua campagna d’inverno contro Berlusconi e che si palesa con un enorme NO, avrebbe potuto scrivere di tutto, e colorare di rosso e di giallo o meglio di nero, che politicamente è il suo vero colore preferito. Avrebbe potuto scegliere gli insulti più offensivi, dargli del mafioso, per esempio. Siamo fiduciosi del fatto che nel corso delle prossime puntate apparirà all’orizzonte anche questa carezza da parte di Marcolino. Ma la scelta di un’immagine sessuale, il riferimento a una professione che tra l’altro non costituisce reato, ma al massimo un “peccato” nei cui confronti persino la Chiesa ha un occhio di comprensione, è solo una buccia di banana, dimostrazione di pochezza culturale e di ignoranza. Della storia e dei suoi “scandali”, prima di tutto. Della storia di grandi Presidenti come Francois Mitterand che seppe tener celata a lungo una figlia illegittima e riconosciuta solo all’età di dieci anni. Di un Paese maestro di democrazia come gli Stati Uniti che ancora rimpiange John Fitzgerald Kennedy senza giudicare le sue consuetudini affettive e il suo grande amore adultero con Marilyn Monroe. Per non parlare di Bill Clinton nei cui confronti finì in nulla la procedura di impeachment per l’avventura con Monica Lewinsky. La storia che sarà giudicata dalla storia. Non dai tribunali, non dalla Chiesa. Men che meno dal pettegolezzume giornalistico ignorante. Difficilmente qualche testo scolastico dei nostri pronipoti parlerà di Marco Travaglio, sicuramente tutti gli storici si occuperanno di Silvio Berlusconi, di un grande imprenditore e di uno statista. Vedremo se anche di un presidente della repubblica. Ma, chi proprio vorrà mettere il naso anche nelle scartoffie di tribunale, non potrà che raccontare di lui come vittima di veri plotoni di esecuzione in toga che lo hanno preso di mira ingiustamente per qualche decennio per odio politico. E allora, parliamo pure di prostituzione, caro Travaglio. Visto che anche l’Italia e un presidente del consiglio hanno avuto la loro piccola Monica Lewinsky, la ragazza marocchina Karima El Mahroug . Ti sfidiamo sulla storia, e anche sulla cronaca. Ci aiutano due magistrati, due ex pubblici ministeri, la tua categoria preferita. Ilda Boccassini e Luca Palamara raccontano, ciascuno a modo proprio, come cominciò. E tutti e due disvelano il “grande complotto” di cui Berlusconi fu vittima a partire da quell’estate, mentre era presidente del consiglio. “Nel 2010 il lavoro come coordinatrice della Dda mi impegnava molto – scrive nel suo libro l’ex pm milanese – ne ero soddisfatta e non immaginavo che di lì a poco avrei dovuto rivivere l’incubo di fronteggiare Silvio Berlusconi”. Segue una cronaca, raccontata in modo poco credibile, che introduce sulla scena giudiziaria e politica la giovane Ruby. È la premessa del “complotto”, al quale, almeno inizialmente, la dottoressa Boccassini fu estranea. Tanto che si mostrò sorpresa quando proprio a lei, che si occupava di mafia, fu proposto di indagare il presidente del consiglio per prostituzione minorile. L’obiettivo non era il tipo di reato, ma il tipo di (presunto) autore. Il “merito” di quella scelta va tutto attribuito a colui che era da poco stato promosso al vertice della procura milanese, Edmondo Bruti Liberati, esponente di spicco di Magistratura democratica. Una tradizione politica meneghina proseguita fino all’ultimo procuratore capo, di recente pensionato, Francesco Greco. Tutti appartenenti alla stessa corrente sindacale di sinistra. A questo punto ci facciamo aiutare da un altro ex pm, Luca Palamara, e dal suo libro “Il Sistema”. “Quello delle donne è un buon filone, mediaticamente funziona, e di certo indebolisce la figura del presidente Berlusconi”. Certo, molto abile la scelta di Ilda Boccassini a rappresentare l’accusa contro il presidente del consiglio: perché è donna, perché ha molta visibilità e tutti sanno chi è. Pensate che immagine davanti al mondo la sua chioma rosso fuoco e il dito puntato contro il puttaniere! E si, quello delle donne è proprio un buon filone. Ma anche essere di Magistratura democratica conta molto. Anche Boccassini è di quella parte politica. E la procura di Milano –ce lo ricorda ancora Palamara– “è un fortino ben strutturato. A dirigerlo è Edmondo Bruti Liberati, uno dei magistrati più temuti e potenti d’Italia, vero faro dell’egemonia culturale della sinistra giudiziaria e dei suoi conseguenti riflessi politici”. L’inchiesta contro Berlusconi, quella che finirà poi con la sua totale assoluzione, ma dopo che verrà proiettata in tutto il mondo la sua immagine di puttaniere e quasi di stupratore di minorenni, nasce quindi in quel, “fortino ben strutturato” di Magistratura democratica. Da subito viene applicato il sistema ambrosiano, quello per cui le regole si applicano solo per gli amici. Per i nemici, beh, lasciamo all’immaginazione. Fatto sta che la giovane Ruby, secondo la cronaca di Boccassini (ma non ci crediamo mica tanto) si sarebbe confidata, durante un breve ricovero ospedaliero, nel luglio del 2010 con un’assistente sociale. La quale avrebbe svolto una relazione e l’avrebbe consegnata al pubblico ministero Pietro Forno, responsabile di reati a sfondo sessuale. Questo è il primo inciampo dello stile ambrosiano, perché Ruby non ha mai parlato di reati, ma solo delle cene cui avrebbe partecipato a casa di Berlusconi. I reati sono quindi stati cercati. Non è stato lo stesso Tonino Di Pietro, di recente, a dire che quello era, già dai suoi tempi, lo “stile ambrosiano”? La seconda anomalia ce la racconta la stessa Boccassini e consiste nel trucco usato in procura per trasmettere alla responsabile dei reati di mafia un’inchiesta di prostituzione. Venne usato il sostituto Sangermano, che lavorava con Forno ai reati sessuali ma aveva fatto domanda per passare al pool antimafia. Così il giovane pm fu costretto a trascinare nell’ufficio di Ilda Boccassini il fascicolo su Berlusconi. Il quale nel frattempo era del tutto ignaro di quel che stava succedendo, anche perché (ah la maledizione dello stile ambrosiano!) si indagò per sei mesi su di lui senza ricordarsi di informarlo. Presto la “palla di neve”, come la definirà Palamara nel libro scritto con Sallusti, diventerà inarrestabile. Anche perché il procuratore Bruti Liberati cerca la copertura politica nel sindacato dei magistrati, e “..chiede a Giuseppe Cascini, suo referente nella giunta Anm, la solidarietà dell’intera categoria”. Ma c’è di più, lo stesso Palamara coinvolgerà anche il Quirinale, concludendo: “Così, ancora una volta, procedo come da copione: comunicati di solidarietà ai colleghi milanesi e tutto il resto che ben conosciamo”. Serve altro? Sono passati undici anni. Dopo cinque e tre processi Silvio Berlusconi è stato assolto. Nel frattempo Bruti Liberati e anche Ilda Boccassini sono andati in pensione, è arrivato Francesco Greco e ha terminato la sua carriera pure lui. Ma i “processi Ruby”, e due e tre, sembrano non finire mai. Il leader di Forza Italia continua a portare a casa assoluzioni, una dopo l’altra, ma il “fortino milanese” pare insaziabile. È lì che si abbevera il “garante dell’ignoranza”, che non sa leggere le sentenze e neanche il codice penale. Fattene una ragione, Marcolino, non riuscirai neanche questa volta a farla più lontano.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura. 

La banda dei cronisti giacobini. Le dieci risposte che Marco Travaglio e i suoi ragazzi non sanno dare. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 19 Maggio 2021. La banda dei cronisti giacobini è brava a rivolgere domande retoriche a Berlusconi, ma inciampa e balbetta se si cimenta nelle risposte che il governo italiano dovrà fornire alla Commissione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) sulla regolarità del processo che condannò il leader di Forza Italia a quattro anni per frode fiscale. Il direttore del Fatto Marco Travaglio, troppo impegnato nel difendere l’indifendibile Davigo senza far troppo male agli altri suoi magistrati preferiti Ardita e Di Matteo, passa la palla al vice-giacobino Barbacetto. Se ne sarà già pentito, supponiamo, perché il vice non è proprio capace, poverino. Intanto a tre domande su dieci non risponde, a una dice “si”, alle altre fa commentini sarcastici del tipo “l’eterna strategia di fuga dal processo” oppure “molti anni” o “erano fatti diversi”. Si sarà stancato, povero ragazzo. Cominciamo con il dire che la notizia è che la Cedu ha accolto il ricorso presentato da Silvio Berlusconi dopo che la condanna a quattro anni di reclusione, ma soprattutto a cinque di interdizione dai pubblici uffici, avevano determinato la sua espulsione dal Senato e il suo affidamento ai servizi sociali. È vero che sono passati otto anni da quei giorni e che la decisione di oggi potrebbe anche avere a che fare con la slavina che sta trascinando inesorabilmente verso il basso la magistratura militante in Italia. Ma il fatto rimane e il procedimento è iniziato e pende a Brescia anche la richiesta di rifare daccapo il processo. Anche perché la verità storica merita finalmente di emergere. Come dimenticare la fretta di quei giorni? Tutto è andato di corsa. Chi dice che la giustizia italiana è lenta non conosce le inchieste contro Berlusconi. Guardiamo le date dell’unico processo in cui sono riusciti a condannare l’uomo politico più inquisito del mondo. Il primo grado si conclude con una sentenza di condanna il 26 ottobre 2012, l’appello l’8 maggio 2013 e la cassazione il primo agosto dello stesso anno. Dieci mesi per tre gradi di giudizio. Che hanno cambiato il quadro politico, impallinando la parte liberale e riformatrice del centro-destra con un’interpretazione restrittiva della Legge Severino. Che hanno avuto come protagonisti anche il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, che si era affrettato a dire che la sentenza era immediatamente eseguibile, e il segretario del Pd Matteo Renzi che aveva pronunciato il famoso “game over”. La scelta dei tempi è fondamentale in questa vicenda che ha cambiato il corso della storia. Cominciamo con il ricordare quel grande prestigioso quotidiano che nel mese di luglio 2013, appena due mesi dopo l’appello, cominciò a dissertare di allarme prescrizione per il processo Berlusconi e dell’importanza dell’interdizione del medesimo dai pubblici uffici. Qua e là lasciando intendere, forse suggerendo, che per mettere al riparo il processo lo si sarebbe potuto affidare per tempo alla sezione feriale della cassazione. Quel che poi succederà, guarda caso. Si corre, si corre sempre, quando si tratta dell’uomo politico più inquisito del mondo. Ed è inutile che il giudice Esposito, che poi fu il presidente di quella sezione che pronunciò la condanna definitiva di Berlusconi e che fissò la data di udienza il 30 luglio ritenendo che la prescrizione scattasse il primo agosto, si difenda dicendo che lui non sapeva che nel frattempo la corte d’appello di Milano avesse segnalato altre date di scadenza, cioè successive al 14 settembre. Se la comunicazione di rettifica di quelle scadenze era stata inviata, con due diverse note del 5 e dell’8 luglio, non c’era forse tutto il tempo per restituire le carte alla sezione competente per materia perché giudicasse con una conoscenza specifica di quella tipologia di reati che forse i magistrati della feriale potevano non avere? O forse solo ai politici si può imputare il “non poteva non sapere”? Questo punto è l’oggetto della domanda numero uno che la Cedu ha posto al governo italiano: era regolare l’assegnazione alla sezione feriale della cassazione? Si, risponde il vice-giacobino del Fatto, perché così la pensa il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Il quale avrebbe effettuato puntuali ricerche nell’ambito di uno dei tanti processi aperti dal giudice Esposito contro alcuni giornalisti, quello che accusava di vilipendio Piero Sansonetti. Che è stato archiviato, ma che è diventato occasione per mettere alcuni puntini sulle “i” e soprattutto tentare di mettere una pietra tombale sulle parole di qualcuno che non c’è più, e cioè quello che era stato il relatore nel processo, il giudice Amedeo Franco che, in diversi incontri, da lui stesso sollecitati con l’intermediazione di Cosimo Ferri, con Silvio Berlusconi, aveva ripetutamente detto frasi del tipo “hanno fatto una porcheria, perché che senso ha mandarla alla feriale”? La procura di Roma ha fatto un “bel lavoro”. Tanto che, secondo il Fatto, questa attività investigativa, veramente sproporzionata per un processo di diffamazione a mezzo stampa ( o vilipendio), potrebbe servire da base all’avvocatura dello Stato per rispondere picche alla Cedu. “Bel lavoro” per screditare la testimonianza registrata nel 2016 del giudice Franco (deceduto nel 2019), ma poco utile nella motivazione, perché gli stessi procuratori romani che ci hanno lavorato non sanno spiegare il motivo per cui il giudice Franco ha voluto incontrare il presidente Berlusconi e fargli quelle rivelazioni. Né la ragione per cui, all’interno della camera di consiglio, lo stesso avesse tentato maldestramente di registrare la seduta. Così le indagini della procura di Roma restano solo un piccolo tentativo di dare una mano. Ma la risposta al primo quesito ne porta con sé subito un’altra, sui diritti della difesa. Perché questa, sempre per la fretta, non ha avuto diritto ai trenta giorni previsti per preparare le proprie deduzioni, essendo i giorni stati ridotti a 20. Il che si può fare solo se c’è l’immediato rischio prescrizione. Ma qui il cane si morde la coda, perché abbiamo visto che il rischio non c’era, come correttamente sottolineato dalla corte d’appello di Milano con le sue due note alla cassazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo si domanda anche, e ne chiede conto al governo italiano, se l’imputato Silvio Berlusconi sia stato “giudicato da un tribunale imparziale”, visto che il presidente Esposito, subito dopo la sentenza, ma prima della deposizione delle motivazioni nella cancelleria del tribunale, aveva reso dichiarazioni al giornalista Antonio Manzo del Mattino di Napoli, che aveva titolato “Berlusconi condannato perché sapeva”. Come a dire che, pur non avendo il leader di Forza Italia nessun incarico in Mediaset e non avendo firmato il bilancio e di conseguenza non avendo potuto macchiarsi di quella frode fiscale di cui era accusato, però “non poteva non sapere”. Siamo sempre lì. C’è sempre qualcuno, il giudice magari, che può “non sapere”. Ma gli altri no. Speriamo che il governo, quando risponderà alla Cedu, non ascolti le sirene del Fatto, ma ricordi che in seguito a quelle dichiarazioni e allo scoop del Mattino, il giudice Esposito aveva querelato il cronista e il quotidiano, chiedendo due milioni di euro di risarcimento. Ma aveva clamorosamente perso la causa. Cosa che gli uomini di Travaglio tengono ben nascosta. “Un articolo vero nel titolo e nel contenuto –avevano scritto i giudici napoletani- rispettoso del pensiero e delle considerazioni espresse dal soggetto interessato”. Questi sono fatti. Così come, per venire alla domanda numero dieci, l’ultima cui il vice giacobino di Travaglio non sa rispondere, se non balbettando “sono fatti diversi”, è opportuno ricordare che esiste un principio sacrosanto del diritto che afferma “ne bis in idem”, non sarai giudicato due volte per lo stesso fatto. E Berlusconi era stato già assolto due volte dall’accusa di frode fiscale nel processo Mediatrade e nell’inchiesta sui diritti tv. Proprio come è stato assolto nel processo Mediaset Fedele Confalonieri, quello che aveva firmato il bilancio incriminato. Ma è sempre Berlusconi, come già un tempo Bettino Craxi, quello che non poteva non sapere.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Piazzapulita, Alessandro Sallusti contro "il comunista Napolitano" al Quirinale: perché non lo hanno mai indagato". Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. Basta balle sul Silvio Berlusconi "divisivo" al Quirinale. "Sarà anche divisivo - commenta Alessandro Sallusti in collegamento con Corrado Formigli a Piazzapulita, su La7 - ma per la sinistra sarebbe divisivo qualsiasi presidente del centrodestra". Come dire, spiega il direttore di Libero: a sinistra contano di mantenere ostinatamente la "golden share" sul Colle, la possibilità cioè di decidere in ultima istanza chi far diventare presidente della Repubblica, nonostante i numeri in Parlamento dicano chiaramente che Pd e Movimento 5 Stelle non hanno la matematica dalla loro parte. "La sinistra e i 5 Stelle ritengono divisivo chiunque non sia della loro parte", sottolinea ancora Sallusti. "Era divisivo anche Mattarella, è stato divisivo Scalfaro, è stato divisivo Giorgio Napoliano...".  "Napolitano è stato un comunista che ha votato a favore della invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici". "Non aveva dei precedenti giudiziari...", ribatte Antonio Padellaro, che con il Fatto quotidiano ha lanciato una petizione contro il Cav al Quirinale. E Sallusti, che ha fatto una petizione di segno opposto, "Non rubateci il Quirinale", gli fa notare un semplice dato di fatto: "Perché non era considerato reato stare dalla parte dell'Urss". "Nei prossimi giorni - ha ricordato Sallusti su LiberoTv - potete aderire alla nostra campagna andando sul sito Change.org o passando attraverso il link sul sito di Libero o mandando una mail all’indirizzo nonrubateilquirinale@gmail.com. Credo che valga la pena non farci mettere i piedi in testa dal Fatto Quotidiano".

Fango stile Travaglio. Marco Gervasoni l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. L'archiviazione dell'indagine su Luca Morisi fa di lui l'ultima vittima del sistema che in Italia prende il nome di "macchina del fango". L'archiviazione dell'indagine su Luca Morisi fa di lui l'ultima vittima del sistema che in Italia prende il nome di «macchina del fango» e che consiste nell'«assassinio del carattere» della vittima scelta. Ma negli ultimi mesi vi è solo l'imbarazzo della scelta. Dal presupposto affare della «lobby nera» contro Fratelli d'Italia, alla demonizzazione di Renzi con pubblicazione di estratti conto bancari, fino al Fatto quotidiano di ieri che, secondo il collaudato «metodo Travaglio» riportava accuse anonime contro Berlusconi, ritornato pericoloso, ora che le sue chance di salire al Quirinale si fanno più concrete. Siamo abituati a pensare che in questa operazione la magistratura abbia un ruolo di primo piano ma non è sempre cosi e anzi per far partire la macchina del fango essa neppure è necessaria: quel che è fondamentale è l'informazione. Un giornalismo, della carta stampata ma anche televisivo o web, che sceglie i propri obiettivi secondo criteri e tempistiche tipicamente politici e che li persegue attraverso «inchieste», nella maggior parte dei casi tendenziose e a senso unico. Solo in seconda battuta interviene la magistratura, che però in quel caso si rende spesso responsabile di fuga di notizie, passate misteriosamente ai cronisti che distruggono il carattere dell'indagato condannandolo a indagine appena iniziata. Di fatto, è impressionante vedere come la stampa e le tv tengano il più possibile nascoste le identità degli indagati quando si tratta di figure appartenenti al «partito dei media», mentre invece come sbattano il mostro in prima pagina quando il malcapitato ha la ventura di appartenere a una formazione poco gradita ai media. Il lettore si chiederà, ma quale carta stampata, quali media? Anche quello da cui stiamo scrivendo è un giornale. Ci riferiamo ai cosiddetti media mainstream, quelli appartenenti ai grandi editori o gruppi finanziari. È sempre stato così ma, mentre fino agli anni Settanta il mainstream era tendenzialmente moderato o conservatore, dopo il Sessantotto esso si fa di sinistra. Ne discende che il «partito dei media», non solo in Italia ma ovunque in Europa e negli Stati Uniti, guarda a sinistra e tende quindi da un lato a proteggere i partititi di quello schieramento, dall'altro ad attaccare, utilizzando anche l'arma dello scandalo, quelli ostili alla sinistra. È un sistema, quello della politica che utilizza l'informazione per eliminare l'avversario politico, che ricorda molto la Francia della Quarta repubblica: un sistema marcio e malato che finì rischiando un colpo di Stato militare. Loro avevano però Charles de Gaulle che li salvò. Ma noi? Marco Gervasoni

Travaglio ha paura: insulti e fango contro il Cav. Andrea Indini l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sul Fatto Quotidiano insulti, fango e raccolta firme contro Berlusconi. La macchina di Travaglio si arma per ostacolare la corsa del Quirinale. Ma è il solito giornalismo spazzatura. Ma quanto se la stanno facendo sotto Marco Travaglio e i suoi accoliti del Fango Quotidiano, ops perdonate, del Fatto Quotidiano? Moltissimo a giudicare dalle biliose pagine dedicate a insultare, denigrare, diffamare Silvio Berlusconi. La sola idea che il Cavaliere possa succedere a Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica li manda ai matti. Sarebbe per loro il compimento di un incubo con cui non hanno mai voluto confrontarsi: in cuor loro sapevano che prima o poi sarebbe anche potuto accadere, ma l'hanno sempre rigettato, l'hanno chiuso in un cassetto e hanno buttato la chiave perché, anche solo guardarlo dritto negli occhi, gli fa tremar le gambe, gli si azzera la salivazione, gli fa perdere l'eloquio e sulla punta della lingua non gli restano che le offese. No al garante della prostituzione. Questo il titolo, violento e denigrante, con cui Travaglio ha aperto questa mattina il suo Fango Quotidiano, ops perdonate di nuovo, il suo Fatto Quotidiano. Non il titolo di prima pagina, ma il titolo di uno speciale allegato al giornale mandato in stampa stanotte e buttato in tutte le edicole del Paese. Quattro pagine per chiedere "a tutti i parlamentari di non votarlo (Berlusconi, ndr) alla presidenza della Repubblica. Anzi, di non parlarne proprio. E, se possibile, di non pensarci neppure". Ecco il sogno recondito del finto erede di Indro Montanelli: silenziare il Cavaliere, annientarlo dalle conversazioni pubbliche e private, cancellarlo persino dai pensieri della gente. Gli dobbiamo, però, dare brutte notizie: la gente ci pensa. Eccome se ci pensa. E ci pensano pure i parlamentari che siedono alla Camera e al Senato. Perché nonostante decenni di incursioni giudiziarie, crociate di magistrati in cerca di notorietà, persecuzioni a mezzo stampa, golpe bianchi orditi a Bruxelles con la complicità di un manipolo di politici nostrani e violenze di ogni genere (anche fisiche), l'ex premier (oggi eurodeputato) continua a dare le carte. E che carte! I parlamentari ci pensano a tal punto che l'eventualità di eleggerlo capo dello Stato non è affatto un mistero. Si ragiona sui numeri. Non certo alla prima chiama, ma più avanti, quando basterà il 51% dei voti per nominare il nuovo presidente della Repubblica, tutto è possibile. Berlusconi sarebbe una figura di altissimo profilo, capace di garantire l'equilibrio tra le forze di destra e quelle di centro senza mai penalizzare la sinistra. Una figura super partes. Che incubo dev'essere per Travaglio! Il peggior incubo, probabilmente. Ormai finito a fare il paladino del capo del Partito 5 Stelle, Giuseppi Conte, il direttore del Fango Quotidiano, ops perdonatemi ancora, del Fatto Quotidiano avrebbe sicuramente un crollo di nervi. È per evitare questo tracollo (fisico e psicologico) che in queste ore ha avviato una raccolta firme. Ecco il titolo: "Berlusconi al Quirinale? No, grazie". Va detto che con le petizioni non ci prendono molto. L'ultima, quella per portare Liliana Segre al Colle, è stata una figuraccia colossale. Ma fuor di dubbio che il popolo di Travaglio accorrerà numeroso a sostenere l'ultima crociata del direttore. Si muovono sempre in batteria, loro. Ma per quanto rumorosi non sono la maggioranza del Paese. Per fortuna. E quelle firme cadranno presto nel vuoto. Le quattro pagine del Fatto, in cui si accusa Berlusconi di aver "prostituito ai suoi interessi privati non soltanto le sue escort, alcune minorenni, ma anche e soprattutto i principi costituzionali che aveva giurato di difendere", rimarranno purtroppo nella storia del peggior giornalismo spazzatura. E con esse tutte le diffamanti paginate usate come clavi per colpire il politico di turno che non piace a Travaglio. Oggi è toccato per l'ennesima volta a Berlusconi. Domani a chi toccherà?

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del

No al garante del giornalismo spazzatura. Francesco Boezi e Domenico Ferrara l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sul Fatto di oggi un profluvio di insulti a Berlusconi. È un classico di Travaglio che ha un casellario giudiziale chilometrico. "Io sono il suo core business". Così disse Berlusconi parlando di Marco Travaglio nella puntata - divenuta storica - di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013. E adesso che il nome del Cavaliere ricorre ogni giorno sulle pagine dei giornali come possibile candidato al Quirinale, il copione si ripete. Il direttore del Fatto Quotidiano, da un lato, gongola perché può tornare a fare quello che gli riesce meglio, e cioè diffamare; dall'altro teme seriamente che l'ipotesi possa diventare realtà. Ecco dunque pronta una nuova ragione - editoriale - di vita: una bella (si fa per dire) raccolta firme per dire "No, grazie" a Silvio Berlusconi presidente della Repubblica. Cosa non si fa per far parlare di sé e per vendere qualche copia in più. Come se non bastasse, un po' di pepe alla petizione: "No al garante della prostituzione". È questo il titolo che campeggia sulla prima pagina del giornale. L'incipit dell'articolo poi è ancora più pesante: "Silvio Berlusconi è il garante della prostituzione e della corruzione". Secco. Così, tranchant. A prova di querela per diffamazione. Evidentemente però l'ennesima causa contro di lui non lo spaventa. Oppure, il direttore del Fatto Quotidiano ha dimenticato quante ne ha prese e quanto ha dovuto scucire ai diretti interessati. Allora, nell'auspicio di fargli cosa gradita, gli rammentiamo qui il suo passato, non sia mai che si ravveda. Siccome l'elenco delle cause perse da Travaglio risulta davvero lungo e complesso, conviene mettere le mani avanti su eventuali svarioni. Mancanze ce ne saranno di sicuro. Se non altro perché citeremo soltanto qualche esempio. Il trenino parte nel 2000, con una condanna in sede civile. Il risarcimento previsto è di 79 milioni di lire, mentre la citazione in giudizio è di Cesare Previti. Siamo ai tempi de L'Indipendente. Poi arriviamo al 2004, con un'ulteriore condanna in sede civile ed 85 mila euro di risarcimento più 31 mila euro di spese processuali per via di un errore di omonimia fatto su un libro: La Repubblica delle banane. Uno svarione che è finito anche su L'Espresso. Poi la pena è stata ridimensionata nel 2009 per via di un ricorso. Nel 2005, ancora, arriva un'altra condanna in sede civile: 12mila euro a Fedele Confalonieri più le spese proccessuali. Poi il 2009: 5 mila euro di risarcimento al giudice Filippo Verde. Nel 2010: 16 mila euro all'ormai ex presidente del Senato Renato Schifani. C'è una condanna di un procedimento penale che risulta definitiva: risale al 2010 e riguarda di nuovo Cesare Previti. Ci siamo capiti e forse non serve procedere oltre, con quello che è accaduto nel decennio successivo. La lista che Berlusconi ha sciorinato nella puntata citata - quella della famosa spolverata alla sedia - si è allungata nel tempo. Oggi la battaglia principale è portata avanti da Matteo Renzi. Lo stesso leader d'Italiva Viva ha comunicato la volontà di procedere "colpo su colpo". "Travaglio - ha fatto presente l'ex premier durante una recente e nota puntata di Otto e Mezzo - è un diffamatore seriale. Lui distrugge Il Fatto Quotidiano, che è un'azienda quotata in borsa. Le richieste di risarcimento danni sono, in questo momento, superiori al valore dell'azienda. Io non voglio la fine de Il Fatto Quotidiano - ha insistito l'ex presidente del Consiglio - perché è il vitalizio per me e per la mia famiglia". Renzi ha ricordato pure la sconfitta di Travaglio presso la Cedu. Da "core business" a "vitalizio": cambiano le definizioni ma non certa sostanza. E forse cambiano pure protagonisti e momenti politici, ma il metodo rimane lo stesso: questa sì che è una "garanzia".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017,  seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju".  

Di Matteo entra nella questione Quirinale e prova ad affossare Berlusconi. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Avrebbe potuto tagliar corto con una risposta sobria ma secca, alla domanda sulla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale: “Sono un magistrato e non mi occupo di politica, per me ogni candidato ha il diritto e la dignità per aspirare alla Presidenza della repubblica”. Avrebbe potuto e dovuto dire così, Nino Di Matteo, membro del Csm, intervistato da Lucia Annunziata. Ha preferito invece, come già aveva fatto nella stessa trasmissione due anni fa, entrare diritto in politica come un coltello nel burro, e gli va dato atto di non disperdersi mai in sottili allusioni. La sintesi è: non mi occupo di politica, però. I “però” sono due. Il primo: poiché chi va al Quirinale diventa anche automaticamente capo del Csm (sarebbe interessante verificare se Berlusconi avrebbe il coraggio di Cossiga, che un giorno mandò i carabinieri), occorre che si tratti di una persona equanime ed equidistante, e che non abbia motivi personali di rancore nei confronti della magistratura. Berlusconi, fora di ball, si direbbe in modo poco elegante a Milano. Ma Nino Di Matteo ha anche nel sangue il suo passato di pm “antimafia” e non può, non riesce a prescinderne. E fargli il nome del presidente di Forza Italia è un po’ come agitare il drappo rosso davanti al toro. Sarà perché in quel di Sicilia hanno provato una e due e tre volte a indagarlo prendendo solo legnate sui denti. Sarà anche perché bruciano a questi pm “antimafia” la sconfitta sul falso pentito Scarantino e quella più clamorosa del processo “trattativa” tra lo Stato e la mafia. Fatto sta che la tentazione di mettere i puntini sulle “i” è forte. E, sebbene Di Matteo sia sufficientemente accorto da non citare inchieste in corso, come quella fiorentina sulle stragi, finisce per aggrapparsi, per l’ennesima volta (Lucia Annunziata dovrebbe ricordarlo) a un presunto caso di estorsione di cui Berlusconi sarebbe stato vittima. E’ sufficiente andare a pescare nelle carte dell’unica sentenza che ha condannato Marcello Dell’Utri per il reato che non c’è, e di cui si sta occupando la Cedu, cioè il concorso esterno in associazione mafiosa. O anche, in alternativa, aver letto sul Fatto qualche articolo di Marco Lillo, quelli in cui si vaneggia sui fratelli Graviano (ambedue condannati per le stragi del 1992 e del 1993) e sul ruolo di “garante” che l’ex senatore avrebbe svolto, tra il 1974 e il 1992, tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Il quale sarebbe stato costretto a versare ogni anno un “obolo” alla mafia per proteggere se stesso, la propria famiglia e le aziende. Ora, ha senso che un magistrato –uno che dice di non aver ambizioni politiche e neanche di carriera, pur con qualche contraddizione- assuma la responsabilità di questo attacco frontale a un personaggio politico che la stessa Annunziata ha definito come “candidato forte, grande protagonista” della storia anche imprenditoriale degli ultimi decenni? Il consigliere Di Matteo sa bene di essersi limitato a raccogliere qualche cicaleccio interessato di “pentiti”, cioè di assassini e mafiosi che ogni tanto fanno quel nome solo perché sanno che fa piacere sentirlo ai pm “antimafia”. Il dottor Di Matteo sa altrettanto bene che non esiste nessuna sentenza nei confronti di Berlusconi in tema di mafia, se non per qualche ipotesi in cui lui sarebbe stato una vittima, come nel processo “trattativa”. Perché allora insiste con questa storia dell’estorsione che lui avrebbe subìto ma rispetto alla quale nessun mafioso è mai stato condannato? Certi pm si arrabbiano quando scriviamo che fanno politica. Quindi quando il dottor Di Matteo dice che lui non esprime giudizi ma che “il vizio della memoria andrebbe coltivato” che cosa intende dire? Per esempio di aver dimenticato di precisare il fatto che Silvio Berlusconi, benché lui stesso ci avesse provato più volte, in Sicilia non è neanche indagato? Ma che però –l’insinuazione è nostra- si può indurre il sospetto che se hai pagato la protezione della mafia, un po’ mafioso lo sei anche tu? Il discorso del resto è molto esplicito. Secondo il dottor Di Matteo non esiste la guerra tra magistratura e politica, ma solo “l’offensiva unilaterale” di una parte composta da uomini del potere politico economico finanziario e anche magistrati, contro quelli come lui, i “liberi e coraggiosi”, gli onesti che volevano una giustizia uguale per tutti, quelli che hanno indagato e giudicato con sacrifici e spirito di abnegazione. Mai, questi capitani coraggiosi sarebbero stati influenzati dagli scandali, le beghe, le trattative per fare carriera, tutto quello che è emerso nel “Sistema” svelato da Luca Palamara. Sembra quasi di assistere, nella lunga intervista di domenica pomeriggio, a un pezzetto di Eden, al mondo dei Buoni. Ma siamo così sicuri del fatto che mentre i Buoni erano ancora nella terra di noi mortali peccatori, siano stati del tutto estranei alle normali ambizioni di carriera, anche politica, che vengono negate con tanta sicumera? Ci pare di ricordare per esempio che nel 2018 gli uomini del partito di Grillo avessero offerto proprio al dottor Di Matteo un ruolo di ministro. E non risulta il gran rifiuto. Poi c’è tutta la vicenda del Dap, quella che segnerà anche una rottura (che non osiamo definire politica, se no qualcuno si arrabbia) con il ministro Bonafede, quello che era diventato guardasigilli. Lo stesso che aveva proposto al pm “antimafia” il posto di capo del Dap salvo poi rimangiarsi la parola. Poi non c’era stata anche l’esibizione per 42 minuti a parlare in una trasmissione tv anche di inchieste in corso e di mandanti delle stragi, cosa che gli costò la cacciata dal pool antimafia? E l’elezione al Csm non era stata sponsorizzata da quel Davigo nei cui confronti era poi stata consumata la vendetta con il voto contrario alla sua permanenza in consiglio anche dopo che aveva raggiunto l’età della pensione? Può farsi che tutto ciò non sia politica. Ma come dovremmo qualificarla? La “guerra di Nino”?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Le liste di proscrizione del saltafila Scanzi. Andrea Indini il 20 Novembre 2021 su Il Giornale. Il giornalista del Fatto Quotidiano insegue fantasmi in camicia nera. Ne scova quattro nella nostra redazione. E pubblica la sua lista di proscrizione in un libro. Nel paese reale i neo fascisti sono lo zero virgola. Nella testa di Andrea Scanzi sono quasi tutti stipati nelle redazioni dei giornali di centrodestra. Pure nel nostro. Eh sì che noi, in tutti questi anni, non ce ne eravamo mica accorti. Ora, grazie alle liste di proscrizione del saltafila del Fatto Quotidiano, abbiamo anche i loro nomi e cognomi. Sono ben quattro. Nella sua ultima, sudatissima fatica letteraria, Sfascistoni. Manuale di resistenza a tutte le destre (Paper First), li mette tutti nero su bianco definendoli "fascistelli in erba" e dedicando loro interi capitoli. Ma chi sono questi neo fascisti che manu militari avrebbero occupato la nostra redazione? Visto che, al pari di noialtri, nemmeno voi lettori del Giornale.it li avete mai stanati, ecco super Scanzi correre in nostro aiuto. Si tratta di due firme che collaborano con noi e con InsideOver ormai da qualche anno: Francesco Giubilei e Daniele Dell'Orco. La loro colpa? Aver dato vita nel 2017 a Nazione Futura, "un vero e proprio hub di pulsioni fasciste", scrive il saltafila, "animato da fascistelli in erba travestiti da para-intellettuali". Il capitolo (tre paginette scarne al pari di tutti gli altri pseudo-capitoli che compongono il libercolo) è un copia-incolla delle biografie dei nostri due collaboratori. Non si capisce cosa gli si rinfacci. I due, da anni, animano il dibattito culturale attraverso le pubblicazioni delle loro case editrici: Historica, Giubilei Regnani e Idrovolante. Andate a vedervi i titoli in catalogo e scoprirete che non ci troviamo di fronte a pericolosi fascisti. Anzi. Eppure di loro il coraggiosissimo e indomito Scanzi scrive così: "Se volete capire che aria tira, e tirerà nell'estrema destra colta (sempre ammesso che tale asserzione non sia un ossimoro), leggete questi due. Anche se leggerli non vi risulterà né facile né divertente". I due lo quereleranno a breve. Giustamente. Ma andiamo avanti. La terza con cui Scanzi se la prende è Alessandra Benignetti. Tutto perché lo scorso 21 aprile, sul Giornale.it, la giornalista osa scrivergli contro un articolo in seguito a una discutibilissima comparsata dell'alfiere di Marco Travaglio a Cartabianca (leggi qui). Deve averlo talmente fatto incazzare che eccolo dedicarle un intero capitolo dal titolo Forza (Nuova) Benignetti!. Eh sì, perché la nostra giornalista quando era al liceo aveva militato nell'estrema destra. Parliamo di quindici-vent'anni fa. "Una sorta di Maglie in diesis minore - la descrive così nel libro - direi che ha un futuro assicurato come aedo di terza fila del fasciosalvinismo". Lui, che le file le salta a pie' pari, è nella prima del grillismo più violento. Ultimo nome legato alla nostra testata è quello di Chiara Giannini, colpevole a detta del censore Scanzi di aver pubblicato con la "iper-destrorsa" casa editrice Altaforte "il mitologico Io sono Matteo Salvini (...), un libro appena appena agiografico, scritto con uno stile involontariamente comico-dadaista e - quel che più conta - un meraviglioso volume boomerang: se n'è parlato tanto, ha venduto poco e dopo la sua uscita Salvini non ne ha beccata più mezza". Non sappiamo quanto abbia venduto, né ci interessa saperlo, ma in quanto a stile... beh, dopo aver letto Sfascistoni da cima a fondo, possiamo assicurare che Scanzi ha davvero poco da insegnare. Lasciamo dunque Scanzi ai suoi fantasmi in camicia nera. Il paese reale e la nostra redazione sono un'altra cosa.

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del

La colata d'odio della Gruber. Andrea Indini il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Sabato scorso, alla presentazione del libro, la Gruber prende in giro Giordano per il suo tono di voce e lo attacca: "Non è un mio collega". E i fan del politicamente corretto? Muti. Ma a parti inverse..."Non sono neanche sicura, se faccio un verso, se sai chi è questo Mario Giordano...". Lilli Gruber si rivolge al marito Jacques Charmelot e, ridacchiando, getta una colata d'odio contro il conduttore di Fuori dal Coro. Lo canzona per il suo tono di voce. Fa un verso in falsetto: me-me-me-me. Il coniuge sghignazza a sua volta. "Hai capito chi è?", rincara lei mentre il direttore del Mattino di Padova, Fabrizio Brancoli, presente sul palco a moderare la presentazione del libro La guerra dentro, li lascia fare. Sembra un siparietto studiato a tavolino. Ma no. Tutto nasce da una domanda del pubblico: "Ritengo che il requisito fondamentale per un giornalista sia la credibilità. Voi (Gruber e consorte, ndr) siete entrambi giornalisti: ritenete Mario Giordano un vostro collega?". E lei, dopo l'ignobile presa in giro, giù a sparare a pallettoni con fare da maestrina: "No, per me Mario Giordano non è un collega". E i soloni del politicamente corretto che sono sempre in prima linea a stigmatizzare, a puntualizzare e a bacchettare? Tutti muti. Non una presa di posizione. Nemmeno una timida lamentela si è levata da quelle parti. Li immaginiamo - a casa loro o in ufficio - a ridersela sotto i baffi, a fare "sì" con la testa, a sussurrare contenti "brava, Lilli, bel colpo". Ma pensate cosa sarebbe successo a parti invertite? Sarebbe scoppiato un vero e proprio putiferio. E non solo se il malcapitato avesse osato prendere in giro la Gruber di turno per un difetto fisico. Anche solo con un apprezzamento o una pungolatura di una peculiarità fisica sarebbe letteralmente venuto giù il mondo. Le femministe avrebbero ingrassato di post infuocati la bacheca di Twitter per ore e ore. Il video sarebbe rimbalzato ovunque, da Instagram a Facebook, in un crescendo di isteria generalizzata. I social si sarebbero letteralmente schierati contro il maschio aggressore. Anche la politica avrebbe fatto la sua parte: tutti progressisti (grillini non eslusi) avrebbero fatto a gara per rilasciare dichiarazioni sempre più dure, fino a intasare le agenzie stampa. Qualcuno si sarebbe addirittura spinto a presentare una qualche (assurda) interrogazione parlamentare. E lo stesso circo indiavolato sarebbe stato messo in piedi non solo se ad essere insultata da qualcuno di area centrodestra fosse stata la Gruber, ma qualsiasi personaggio della sinistra nostrana. Maschio o femmina, poco importa. Fosse finito nel mirino uno straniero, si sarebbe urlato al razzismo. Fosse stato un omosessuale, sarebbero stati tirati in ballo la omotransfobia e il ddl Zan. E così via. Ma a finire sotto il tiro incrociato è stato appunto Giordano, e dunque niente. Mario Giordano non se l'è presa. Sa com'è fatta certa intellighenzia rossa e sa che può sempre tutto. Le ha, comunque, risposto per le rime. "Ho una brutta voce. È un mio difetto fisico... che ci vuoi fare?", ha detto parlando col cartonato della Gruber piantato nel bel mezzo dello studio di Fuori dal coro. "Ma che la regina del politicamente corretto attacchi una persona per un suo difetto fisico: dove sei caduta, cara Lilli?". E l'ha informata che, se per essere suoi colleghi bisogna partecipare alle riunioni del Bilderberg e scorrazzare sullo yacht a finaco di De Benedetti, è profondamente orgoglioso di non essere un suo collega. E come dar torto a Giordano?

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leadership nel Pd, e i saggi Isis segreto (2015) e Sangue occidentale (2016), entrambi scritti con Matteo Carnieletto. Nel 2020, poi, è stata la volta de Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), un'inchiesta fatta con Giuseppe De Lorenzo sui segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia. Già autore di un saggio sulle teorie economiche di Keynes e Friedman, nel 2010 sono "sbarcato" sugli scaffali delle librerie con un romanzo inchiesta sulla movida milanese: Unhappy hour (Leone Editore). Nel 2011 ho doppiato l'impresa col romanzo La notte dell'anima (Leone Editore). Cattolico ed entusiasta della vita. Sono sposato e papà di due figlie stupende.

Giovanni Sallusti per Dagospia il 17 novembre 2021. autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore. Caro Dago, non c’è niente da fare, tocca tornare a Orwell, per decrittare gli impazzimenti quotidiani dell’era Politicamente Corretta. “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Eccola lì, l’essenza di ogni autoritarismo, il doppiopesismo logico e morale tra l’oligarchia che impugna il manganello e la plebe che lo assaggia. E questo autoritarismo sghembo, patinato e buonista che ci è toccato in sorte non fa eccezione. Prendete l’ultima prodezza di una vera e propria Erinni del Politicamente Corretto, Dietlinde Gruber detta Lilli, occhiuta setacciatrice di ogni sbavatura stilistica in odore anche vago di machismo, sessismo, sovranismo (qualunque cosa voglia dire), fascismo (ammesso voglia dire ancora qualcosa). Ebbene, la giornalista competente e progressista si è sentita rivolgere la seguente, fondamentale domanda a un recente convegno (in queste occasioni l’intervistatore svolge invariabilmente la funzione dell’intellettuale cortigiano, con particolare attenzione al secondo aspetto, l’intelletto è opzionale): “Ritenete Mario Giordano un vostro collega?”. La Gruber quasi non crede a cotanto assist, a questo rigore a porta vuota davanti allo scalpo di un reprobo così manifesto per l’ideologia dei Buoni, e infatti esordisce con un risolino di compiacimento. Dopodiché si lancia: “Allora, rispondo prima io perché non sono neanche sicura…”, quasi a mettere in dubbio l’esistenza stessa del dissidente, come da consolidata tradizione sinistra. Ma è solo un pretesto per vibrare il vero colpo: “Sì, se faccio un verso sai chi è, questo Giordano”. E, avendo ormai creato il clima per l’esecuzione pubblica, può esibirsi in un forzatamente stridulo “Behbehbehbehbeh…”, che vorrebbe essere la parodia della voce del reprobo (il video è stato mostrato nella puntata di ieri di Fuori dal Coro). Il quale sì, è dotato di un timbro vocale più acuto della media, diciamo pure nettamente più acuto della media (per noi che non ci siamo mai candidati col Pd è una caratteristica descrittiva, non valutativa, quindi ci possiamo permettere di non essere reticenti). Quindi: l’anchorwoman impegnata, e sempre dalla parte giusta, che ha scritto un libro contro “la cultura delle 3 V” dell’odio maschilista (volgarità, violenza, visibilità), sforna un’uscita che sarebbe considerata volgare in qualunque bar di periferia, violenta come solo può esserlo l’irrisione per un (presunto, sempre dalle parti civili e democratiche) difetto fisico in assenza del difettato, e che sfrutta tutta la forza della visibilità dell’autrice, una signora (sì può dire, senza che indichi eccesso testosteronico?) che va in onda ininterrottamente da lustri in prima serata su reti televisive nazionali. Ci sarebbe materiale per dodici puntate di “Otto e mezzo” contro la barbara usanza contemporanea del body shaming, se la protagonista non fosse la conduttrice del medesimo. Per cogliere quanto l’ipocrisia doppiopesista sia l’alfabeto del Politicamente Corretto di rito gruberiano (che poi è una mera importazione di mode d’Oltreoceano, non vorremmo la nostra si montasse la testa), propongo un esperimento mentale: provate a invertire i poli attoriali della scena. Mario Giordano, in esordio di trasmissione, chiamando a sé l’ormai mitologico regista/spalla (“Donato!”), maramaldeggia: “Aspetta, questa Gruber, non sono neanche sicuro… Sì, se faccio una smorfia sai chi è, questa Gruber”. E si mette lì a stringere i labbroni, in una parodia oscena delle labbra della collega, fattualmente, legittimamente e innocentemente più voluminose della media. Chiaro cosa sarebbe accaduto, no? Fucilazione del reprobo a reti unificate, editoriali prestampati in serie sull’orrido maschilismo becero-destrorso che non passa, comunicato di scuse di Mediaset con pellegrinaggio in ginocchio di Piersilvio alla sede di La7. Noi non vogliamo niente di tutto ciò, ovviamente, siam mica sgherri del pensiero unico. Solo, ci permettiamo di dire a Lilli che, se lei chiude il suo libro con l’ambizioso programma di “rieducare il maschio”, a volte basterebbe la sana, antica, reazionaria educazione. E sì, vale anche per la femmina. 

Giorgia Meloni contro Lilli Gruber: "Sbeffeggia Mario Giordano? Una scena infantile, triste, imbarazzante". Libero Quotidiano il 18 novembre 2021. Una vergogna che sta facendo discutere, soprattutto da quando Mario Giordano ne ha parlato nel corso della sua ultima puntata di Fuori dal Coro, il programma in onda su Rete 4. Una vergogna firmata Lilli Gruber, la quale si è permessa di sfottere in pubblico il conduttore a causa della sua voce. E provate soltanto a immaginare se qualcuno, di famoso e in pubblico, si fosse permesso di dileggiarla per esempio per i suoi ritocchini chirurgici... Ma non solo: lady Otto e Mezzo, con tutta la spocchia tipica della sinistra, ci ha tenuto a sottolineare che "Mario Giordano non è un mio collega". Vergogna assoluta, appunto. E ora, contro la Gruber, piove anche l'affondo di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d'Italia rilancia su Twitter le immagini incriminate, il video che mostra la conduttrice sparare a zero contro il "non collega". E la Meloni commenta: "Lilli Gruber, durante un incontro pubblico, sbeffeggia con tanto di verso Mario Giordano. Una scena imbarazzante e triste. E questa sarebbe professionalità? Solidarietà a Giordano, un giornalista fuori dal coro. Sicura che atteggiamenti infantili come questo non lo scoraggeranno", conclude la leader di FdI. Come detto, Giordano nell'ultima puntata di fuori dal coro ha risposto a simile bassezza: "Ebbene sì cara Lilli Gruber, ho una brutta voce. Che ci vogliamo fare? È un mio difetto fisico: ti chiedo scusa, vi chiedo scusa. Ho una brutta voce, ho un difetto fisico! Ma che la regina del politicamente corretto prenda in giro, attacchi una persona sui suoi difetti fisici, beh, a che livello sei caduta cara Lilli". Ko tecnico, ovviamente per Lilli Gruber. Lilli Gruber, durante un incontro pubblico, sbeffeggia con tanto di verso Mario Giordano. Una scena imbarazzante e triste. E questa sarebbe professionalità? Solidarietà a Giordano, un giornalista fuori dal coro. Sicura che atteggiamenti infantili come questo non lo scoraggeranno. 

Vittorio Feltri umilia Lilli Gruber: "Dice che Mario Giordano non è un suo collega? Perché ha ragione". Libero Quotidiano il 18 novembre 2021. Una valanga, una tempesta perfetta su Lilli Gruber. E, ammettiamolo, non poteva andare in modo diverso. Proprio lei, proprio la paladina dei diritti, del bon-ton, la nemica giurata del politicamente scorretto. Già, proprio lei ha sfottuto Mario Giordano per il suo tono di voce, aggiungendo anche di non ritenersi una sua collega. Frasi pronunciate in pubblico nel corso di un evento, frasi vergognose che hanno fatto il giro del web alla velocità della luce, frasi mostrate, riprese e stigmatizzate dallo stesso Mario Giordano nel corso dell'ultima puntata di Fuori dal Coro, dove si è ironicamente scusato per la sua "brutta voce" e dove ha sottolineato come la Gruber "sia caduta davvero in basso". "Che ne sa, la signora?". Rita Dalla Chiesa fa a pezzi Lilli Gruber: il peggio della vergogna contro Mario Giordano

Quanto accaduto ha scatenato durissime reazioni contro la Gruber. Tra le altre, quelle di Giorgia Meloni e Rita Dalla Chiesa, che sfruttando differenti argomentazioni hanno picchiato durissimo contro la conduttrice di Otto e Mezzo. Ma anche Vittorio Feltri, direttore editoriale di Libero, non si è sottratto. Già, anche lui ha preso la mira ed ha aperto il fuoco contro Lilli la Rossa. Il tutto su Twitter, nel conciso spazio concesso da un cinguettio: "La Gruber dice di Giordano che non è un suo collega. Giusto. Infatti lui è molto più bravo di lei", picchia durissimo Vittorio Feltri. Anche Pietro Senaldi, in un videoeditoriale pubblicato su LiberoTv, aveva preso posizione contro la Gruber: "La Gruber è una grandissima giornalista - ha premesso ironico - ha fatto uno scoop straordinario, gli italiani non se n'erano accorti. Ha scoperto che Mario Giordano ha una voce stridula. Non solo: la giornalista ha sentito il bisogno di fargli il verso. Giordano ha aperto la sua trasmissione Fuori dal coro rinfacciandole la caduta di stile. La solitaria sinistra, che ora per criticare gli avversari li attaccano sui difetti fisici. Se Giordano ipotizzato che la Gruber è una tirata chissà che cosa sarebbe successo", concludeva il condirettore di Libero.

Da liberoquotidiano.it il 18 novembre 2021. Anche Matteo Salvini si infuria con Lilli Gruber dopo le sue offese a Mario Giordano. "La Lega promuoverà una segnalazione all'Ordine dei giornalisti per le parole di Lilli Gruber nei confronti di Mario Giordano. L'obiettivo è chiedere una valutazione all'organo regionale in cui è iscritta la conduttrice de La7 per valutare la sussistenza o meno della violazione del codice professionale". La conduttrice di Otto e mezzo infatti ha insultato Giordano per il suo tono di voce, aggiungendo anche di non ritenersi una sua collega. Frasi pronunciate in pubblico nel corso di un evento, frasi vergognose che hanno fatto il giro del web alla velocità della luce, frasi mostrate, riprese e stigmatizzate dallo stesso Mario Giordano nel corso dell'ultima puntata di Fuori dal Coro, dove si è ironicamente scusato per la sua "brutta voce" e dove ha sottolineato come la Gruber "sia caduta davvero in basso". Parole quelle della Gruber che hanno indignato anche la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "Lilli Gruber, durante un incontro pubblico, sbeffeggia con tanto di verso Mario Giordano. Una scena imbarazzante e triste. E questa sarebbe professionalità? Solidarietà a Giordano, un giornalista fuori dal coro. Sicura che atteggiamenti infantili come questo non lo scoraggeranno". Sgomento e sconcerto generale. "La Gruber dice di Giordano che non è un suo collega. Giusto. Infatti lui è molto più bravo di lei", picchia duro Vittorio Feltri. "Quello che ha detto Lilli Gruber contro Mario Giordano, preso vergognosamente in giro per la sua voce, dovrebbe portare a qualche riflessione sul politicamente corretto che vale a senso unico. E non oso pensare se fosse successa la stessa cosa al contrario", commenta Rita Dalla Chiesa.

"La macchina del fango dei populisti". Maria Elena Boschi, le lacrime dopo la gogna: “Massacrati da Salvini e Di Maio, mio padre archiviato”. Redazione su Il Riformista il 21 Novembre 2021. Prima la Bestia di Morisi e Salvini, poi quella di Casalino e Di Maio. E’ una Maria Elena Boschi che si commuove alla fine del suo intervento sul palco della Leopolda, nella giornata conclusiva dell’undicesima edizione dell’evento ideato e lanciato da Matteo Renzi. La capogruppo di Italia Viva alla Camera ripercorre il calvario giudiziario del padre e la gogna mediatica e le numerose fake news a cui è stata sottoposta nel corso degli ultimi anni dalle forze politiche rivali. “Chi vuole andare con Salvini e Meloni o con Conte e Taverna è libero di farlo, noi saremo sempre contro i populisti” ha chiarito. Poi rincara la dose tornando sul crac di Banca Etruria che ha coinvolto il padre (all’epoca vicepresidente per poco meno di un anno), la cui posizione è stata archiviata: “Sono stata massacrata per anni e ci sono delle responsabilità precise: i responsabili politici sono quelli che hanno lucrato su questo, i populisti. Qual era la verità lo sapeva la stampa e lo sanno i signori della politica che hanno ridotto Mps nelle condizioni in cui è, e sono gli stessi di quella sinistra che hanno fatto la guerra dentro e fuori, D’Alema e i suoi amici“. “Noi – chiarisce – i risparmiatori li abbiamo tutelati con la riforma delle banche popolari che era stata scritta 17 anni prima dal direttore generale del Tesoro, Mario Draghi e che era stata scritta dall’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema. Noi l’abbiamo fatta – aggiunge – e la responsabilità per i risparmiatori e chi ci ha rimesso in quella situazione è della politica che non ha fatto le riforme negli anni precedenti, degli organi di controllo, e una parte della stampa che ha taciuto su questi scandali”. Secondo la ex ministra “era molto più facile dare la responsabilità a mio padre che è stato 11 mesi vicepresidente di una banca molto più piccola del territorio che era già in crisi. Ci sono voluti anni, ma mio padre è uscito da quei processi, è fuori da tutto, è stato assolto. Nessuno gli restituirà certi anni. Mio padre è uscito dai processi ma la sua dignità è stata compromessa in modo insuperabile“. “Una macchina del fango” portata avanti da “Casalino e Di Maio”, “fatta volontariamente e coscientemente per screditarmi“, aggiungendo che “hanno cercato di massacrarmi come donna e persona perché non ci riuscivano sul merito, sul mio lavoro parlamentare”. “Ma non ci fanno paura – ha aggiunto- siamo ancora qui e continueremo a batterci per le nostre idee. E’ l’ora di dire basta, Basta! Noi non siamo come ‘la bestia’, noi non siamo bestie“. “Trovo un po’ vigliacco il silenzio di qualche ingrato – ha proseguito la Boschi – però rispetto le loro scelte. Io sono ancora qua. Io la faccia ce la metto ancora, e siano ancora più convinti di stare dalla stessa parte con Matteo Renzi. Qualcuno dice che la Leopolda è un’associazione a delinquere. Io sono orgogliosa della Leopolda perché è un vivaio di idee e proposte per salvare il Paese”. Un lungo applauso ha accompagnato la chiusura del suo intervento.

Gianluca Veneziani per "Libero quotidiano" il 22 novembre 2021. E dai, ma segnati il mio nome, Andrè: Gian-lu-ca Ve-ne-zia-ni. Così la prossima volta posso essere citato nella tua diretta (cazzo di onore!). E magari essere inserito all'interno del tuo catalogo di impresentabili fascisti, nell'imperdibile sequel del tuo capolavoro. Ieri Andrea Scanzi ci ha tenuto a "ringraziare" Libero e Il Giornale che hanno avuto il merito di demolire la sua ultima fatica (risparmiabile) Sfascistoni. Manuale di resistenza a tutte le destre (Paper First). Il sottoscritto in particolare gli aveva dedicato una recensione, notando l'inconsistenza intellettuale oltre che l'accecamento ideologico da cui è affetto questo saggio che non sa di niente. Scanzi deve averla considerata pubblicità gratuita, evidentemente perché il suo Ego è così ingombrante che, anche quando si parla male delle sue "scanzate", lui gode al pensiero che comunque si parli di lui. Tanto da omaggiarci in quanto lo aiuteremmo a vendere di più: «Non c'è nulla», scriveva, «che porti bene come le stroncature di Libero, Giornale e scappati di casa fascistelli vari». Durante la diretta Facebook di ieri rincarava la dose: «Siete dei citrulli, ve lo dico con affetto. Senza voi venderei quelle 3 o 4 copie, o 3000-4000 copie in meno. Poiché Libero e Giornale rosicano, voi lettori compratelo in massa». La tesi dello "scrittore" è che noi criticheremmo il libro perché invidiosi del suo successo: «Io mi immagino Feltri che dice: "Scanzi, quella merda", Senaldi che non ha mai venduto neanche una brioche e quello mechato (il riferimento è a Facci, ndr) che non ha mai venduto neanche 3 copie». E invece no, spiace deludere Scanzi: noi non critichiamo il suo libro perché siamo «rosiconi», ma solo perché Sfascistoni è brutto, veramente brutto. Scritto male, strutturato ancora peggio, privo di un'idea degna di nota e sì, pieno di insulti (anche se lui dice: «Non insulto nessuno»). Ci importa veramente poco delle copie vendute da Scanzi, semmai ci spiace per quei lettori convinti di dover andare in edicola a comprare un'opera epocale e poi delusi quando scoprono che si tratta di una ciofeca.

DENUNCE In merito al Giornale, l'autore prima conferma l'addebito che pure nega, cioè quello di vedere fascisti ovunque e di voler fare liste di proscrizione, sostenendo che «nel Giornale non ci sono 4 fascisti, ce ne sono 400» (evidentemente considera anche i congiunti e affini dei redattori). Poi però, consapevole di averla fatta grossa dando dei «fascistelli in erba» ai due editori Francesco Giubilei e Daniele Dell'Orco, che lo hanno per questo querelato, Scanzi prova a rabbonirli: «Fascistello è un termine affettuoso, è come se a me dicessero comunistello. Ci sono insulti peggiori». Chissà se il giudice sarà altrettanto affettuoso con lui... Quanto al sottoscritto, sono fiero che il mio nome non sia stato pronunciato dalla sua bocca (Scanzi mi definisce «uno di cui non ricordo il nome») e lo ringrazio per aver giudicato il mio pezzo «autolesionista» e la frase finale dell'articolo «una battuta stupida, adolescenziale, anzi da asilo nido». Dette da lui, sono medaglie al merito. 

Chiara Baldi per "la Stampa" il 22 novembre 2021. Un odio «intersezionale» che si rinfocola quando la vittima è un soggetto che rappresenta più categorie già destinatarie di «hate speech», discorso d'odio. Come nel caso della senatrice a vita Liliana Segre, che da mesi riceve insulti per il solo fatto di essere «donna, ebrea e politica: è diventata un bersaglio, una sorta di catalizzatrice dell'odio», spiega Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti, che per il sesto anno consecutivo ha realizzato, grazie alla collaborazione con quattro atenei (Statale di Milano, l'Università di Bari Aldo Moro, La Sapienza di Roma e «IT' STIME» della Cattolica di Milano), la «Mappa dell'Intolleranza». Per dieci mesi, da gennaio a ottobre 2021, sono stati mappati 797.326 tweet, di cui circa il 70 per cento ha un'accezione negativa. Rispetto al 2020 sono tre le novità significative: la prima è che il numero dei cinguettii è in calo, «segno che la pandemia ha spostato le conversazioni dai social "polemici" a quelli che mettono in connessione le persone, come Whatsapp», chiarisce Brena. La seconda è che i tweet si sono «radicalizzati» per cui il rapporto tra messaggi positivi e negativi si è letteralmente ribaltato: oggi c'è un 70 per cento di insulti e solo 30 per cento di tweet «buoni», mentre un anno fa era 60 per centro di positivi contro 40 di negativi. La terza, infine, riguarda il movimento No Vax, che non è stato studiato come fenomeno «a parte», ma è stato rilevato in quanto il linguaggio che usava sfociava a sua volta in molte aree del linguaggio, della semantica e del lessico stesso che i sociologi della «Mappa» hanno approfondito. «Nel caso di Segre, ad esempio, abbiamo registrato un'impennata di odio che è coincisa con i momenti, in particolare a fine luglio, in cui la stessa senatrice a vita si è giustamente esposta contro i No Vax per i paragoni che hanno fatto tra Green Pass e leggi razziali», puntualizza Brena. Altri eventi, come il ventennale dell'attentato alle Torri Gemelle e il ritorno dei Talebani in Afghanistan, hanno invece rinfocolato sentimenti islamofobici. Dalla «Mappa» emerge che la categoria più odiata online è quella delle donne, che raccolgono il 42,7 per cento di tweet, cioè 340.208 in tutto, di cui 240.460 tradotti in insulti. E in particolare le politiche sono le prime a essere colpite: un effetto, in questo caso, dell'azione della galassia No Vax poiché «la politica è al centro, quasi fosse attrice autonoma, di fitte dinamiche conflittuali». In cima alla lista delle più odiate ci sono la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni e la ex ministra Teresa Bellanova. «Ma l'odio verso le donne riguarda soprattutto le professioniste: via Twitter si insultano giornaliste e scienziate, come Ilaria Capua e Antonella Viola. Le prime perché sono esposte mediaticamente e magari impegnate su più fronti, come nel caso dei migranti, e le seconde perché - e questo vale anche per le politiche - mediaticamente molto visibili e percepite come non in grado di trovare soluzioni alla pandemia». L'attacco alle professioniste non è una novità in sé - già nel 2020 era presente nella «Mappa» - ma in questo caso è fortificato dall'effetto smart working: «L'idea che una donna possa stare a casa a lavorare invece che a gestire la famiglia, è intollerabile per molti utenti, vittime ancora oggi di stereotipi. Fino a pochi anni fa per offendere una donna venivano usate espressioni come «puttana», oggi si preferisce «incapace»», dice Brena. Un'altra categoria vittima di odio online sono gli ebrei, la cui quota di insulti è in calo rispetto al 2020 (dal 16 all'7 per cento), ma con una radicalizzazione, anche in questo caso, molto forte. La comunità ebraica ha ricevuto 57.583 tweet (7,22 per cento del totale) ma di questi oltre il 70 per cento è negativo (41.819). Interessante è anche la geolocalizzazione dei messaggi: la maggior parte arriva da Roma (solo qui si sono registrati oltre 2500 tweet di offese a persone di religione ebraica) e dal Lazio, «cioè dalle aree in cui l'estrema destra è più forte». Per quanto riguarda gli altri gruppi sociali, al secondo posto ci sono i musulmani (19,57 per cento), poi i disabili (16,43) che registrano la crescita maggiore. In più, «le parole caratterizzanti la disabilità sono usate per offendere altri». Gli ultimi due posti sono occupati da omosessuali (7,09 per cento) e migranti (5,61), meno attenzionati grazie al Covid.

Cuori e odio su Twitter. Dall’era della suscettibilità all’era dell’autocensura. Linkiesta il 13 novembre 2021. Nel quarto incontro del sabato di Linkiesta Festival, Guia Soncini ha dialogato col disegnatore di Propaganda Live Makkox. Si è discusso di shitstorm su Twitter ed effetti sul dibattito, di “inclusività” fatta con le gogne e di un’autocensura che la dà vinta agli hater. Il tema del quarto incontro della giornata di sabato del Festival de Linkiesta è la suscettibilità: un rimando diretto al libro “L’era della suscettibilità” di Guia Soncini, firma di questo giornale, che tratta, citando la sua sinossi, del fenomeno de «l’indignazione di giornata, passatempo mondiale, monopolizzatrice delle conversazioni e degli umori», e di ciò che causa nel discorso pubblico e nella produzione culturale. Con l’autrice sul palco del Franco Parenti ha dialogato Makkox, al secolo Marco D’Ambrosio, disegnatore di Propaganda Live e del Foglio. Ma che cos’è, questa «suscettibilità»? E perché discuterne è importante, negli anni in cui i social network monopolizzano il dibattito? Secondo Makkox, Soncini «a volte scrive quello che tutti vorremmo dire ma non lo facciamo perché siamo vili, perché temiamo gli shitstorm, e quindi non lo diciamo». Durante il panel si è parlato molto, e con una ricca aneddotica, dei salti mortali a cui costringe la vita su Twitter. Ha detto ancora D’Ambrosio: «C’è questa genia di personaggi che ti vengono a chiedere conto di un cuoricino dicendo: “Hai messo like alla Soncini”. Una cosa che arrivato alla mia età non mi sarei davvero mai potuto aspettare». Secondo Soncini, «la cosa interessante è che molti di questi hanno scritto una cosa poco realistica, riassumibile in: “Io non posso vivere su un pianeta in cui esistono Makkox e Soncini”. Cioè non puoi essere esposto a cose con cui non sei d’accordo?». Insomma, davvero il pensiero laterale, anche espresso provocatoriamente, è diventato il nostro primo problema? Per esemplificare il discorso, si è discusso della polemica recentemente generata da un articolo scritto da Soncini su queste pagine, quello sull’infermiere licenziato a causa di un video spiacevole pubblicato su TikTok. Makkox ha commentato il pezzo, definendolo «bello» e per questo, ha detto con ironia durante il panel, ha sentito «in lontananza gli zoccoli di gnu», ovvero le orde di utenti pronti a reagire con veemenza a quell’atto visto come offensivo. Sui social, infatti, incasellare gli altri sulla base di un like o un blocco è sport nazionale. La cosa interessante, ha spiegato D’Ambrosio, è che Mauro Biani, fumettista di Repubblica ed ex del Manifesto, nome storico della cultura di sinistra, è intervenuto confermando: «Sì, è un bel bello». E mandando in tilt molti frequentatori di Twitter: «Se arriva uno “dell’altra parte” saltano gli schemi, in caso contrario il dialogo è impossibile». Cos’è l’era della suscettibilità, secondo Makkox? Per esempio «è non superare quella patina di sfottò e snobismo che si trova nei pezzi di Soncini, fermandosi alle parole d’ordine o al tono», e costruirci sopra delle guerre per bande. Oltretutto, il drama innescato dall’articolo sull’infermiere è nato in parte da un incredibile malinteso, o da un errore di lettura: «Siccome c’era “cancel culture” nel titolo quelli che hanno commentato si sono inalberati, ignorando che nelle prime due righe l’argomento era liquidato e dicevo apertamente che il tema era un altro», ha detto Soncini. Insomma, il problema sono i social network? Secondo Soncini non necessariamente: «I social “anabolizzano”, ma quelle dinamiche umane basilari esistono in natura», ha detto la scrittrice. Makkox ha replicato che «fuori niente è così», aggiungendo due aneddoti: «Il metaverso l’ho incontrato solo due volte nella vita vera: parlo di avatar, di persone identiche online e offline. Una, una donna, è venuta da me una volta e mi ha detto “su Twitter mi hai bloccato! Dimmi perché”. Era molto alterata. In un altro caso un ferroviere, vestito con la sua uniforme, mi ha raggiunto al bar della stazione per dirmi – incazzatissimo – “la devi smettere di parlare così di Conte!”. Non è successo altre volte». Ah, le fandom politiche: «nella graduatoria della suscettibilità», ha spiegato Soncini, «la più insuperabile è il campanilismo, ma poco sotto ci sono i fan dei politici: quando scrivo di qualunque politico becco più insulti di quanti ne otterrei se scrivessi di One Direction alle sedicenni». La parola è passata a Makkox, che ha notato: «Forse diamo troppa importanza all’hate speech, perché è vero che chi lo pratica può organizzarsi in forme “fisiche” offline: ma bisogna educare, rendere consapevoli di dove ci si trova, del tipo di linguaggio e del tipo di contesto. Molti vanno sui social e li vivono come se fossero tutt’altro». Ci sono formule trite, e una scarsissima carità interpretativa. Ha continuato Makkox: «“Ok boomer” è la frase più diffusa, tutti sono piatti, monodimensionali, ci sono giudizi di persone che non sembrano aver affrontato una vita vera, aver sbagliato, aver conosciuto persone che hanno sbagliato. Quando ho visto quel video dell’infermiere ho pensato a me a vent’anni». Guia Soncini ha aggiunto un sospiro di sollievo: «Io ogni giorno ringrazio che quand’ero giovane non c’erano i social». Il tema, più che la suscettibilità, allora, forse è l’autocensura. «Perché nella nostra chat privata parliamo liberamente? Perché il contesto è chiaro, se conosci i miei valori e io conosco i tuoi posso fare anche battute hitleriane, ipoteticamente», ha detto D’Ambrosio. « Invece sembra quasi che esprimendosi in pubblico si possano o debbano scrivere soltanto cose universali». La sua stessa produzione di disegnatore ne ha risentito, ha detto D’Ambrosio, che prima disegnava anche coppie in intimità, ma ora le ha eliminate, «prima per gli algoritmi e poi per le persone». Secondo Soncini, «il grande tema è che la sinistra ha lasciato alla destra la libertà d’espressione», ma per Makkox si tratta più che altro di un «effetto Doppler», perché in realtà la destra ha tutt’altri interessi, e si approccia a questi temi in una fede opinabile. Sul palco si è poi manifestato un lieve disaccordo sull’uso dei pronomi e del linguaggio cosiddetto inclusivo: per Makkox, che non lo giudica negativamente, «è questione di sentirsi rappresentati dalla lingua», mentre per Soncini andrebbe trattato alla stregua di «una richiesta di attenzione puerile». Secondo quest’ultima, «è la prima epoca in cui abbiamo deciso di dover calibrare tutto sui ventenni, siamo la prima generazione in cui gli adulti devono sapere le canzonette». Le ultime considerazioni di Makkox: «Mi trovo a dover considerare sbagliato ciò che ho vissuto finora». Il che di per sé, ha spiegato, non sarebbe un dramma, ché «porsi delle domande è legittimo e farsi venire i dubbi è legittimo e può portare a imparare». Ma, ha aggiunto, «una cosa diversa è riplasmarsi per evitare i commenti dei soliti 500-1000 hater». Il risultato è che si cambia, o comunque ci si pone dei limiti nuovi, per non scontentare chi spesso non è nemmeno parte in causa, ma si erge a portavoce per poter vendicare una supposta suscettibilità altrui.

Quando i microfoni aperti di Radio Radicale rivelarono l’Italia che odia. Nell’estate 1986 l’emittente offre agli ascoltatori la possibilità di registrare messaggi senza filtro. Risultato: bestemmie, razzismo nord sud, slogan fascisti. Trent’anni prima dell’arrivo dei social. Giandomenico Crapis  su L'Espresso il 24 agosto 2021. Negli Ottanta, quando tutto cambiò, c’è un anno che potrebbe simbolicamente rappresentare il passaggio da un’Italia ad un’altra: il 1986. Ed anche se, come ci spiegherebbero gli storici, il mutamento andrebbe diacronicamente cercato sul tempo lungo, è proprio nel 1986 che alcuni indizi annunciano il tramonto di un’epoca. Siamo ormai lontani dal miracolo economico, da tempo è in crisi la repubblica dei partiti, sfumata è l’onda delle passioni politiche e trionfa l’individualismo narcisista e consumista alimentato dalla pubblicità che dalle tv commerciali si riversa sul Paese. Pure le ultime icone nazionalpopolari sono svanite: a Pertini, il loquace e seduttivo presidente partigiano, è succeduto il silente Cossiga, i campioni dell’82 sono stati eliminati dalla Francia ai mondiali messicani. Ma all’inizio dell’anno Alessandro Natta, segretario del partito meno incline alla spettacolarizzazione politica, era comparso tra lo stupore dei militanti sul divano di “Buonasera Raffaella”, mentre Pippo Baudo, proclamato dal settimanale Sorrisi e Canzoni il personaggio più amato dagli italiani, proprio alla fine del 1986 veniva travolto da una polemica con il presidente della Rai Enrico Manca. Ormai l’Italia è già diventata la televisione, nel senso che vi si specchia e ne è specchiata, un cortocircuito sempre più intenso che taglia fuori le vecchie parrocchie come le vecchie sezioni. Ma se la politica si fa spettacolo tv, la società non sembra assecondare queste trasformazioni: lustrini e paillettes poco si conciliano nella pancia dello stivale con un sentire che si carica di malumori, rabbia, malanimo. Un sommovimento che durerà molti anni prima di provocare il terremoto del biennio ‘92-’94, ma che nell’estate del 1986, appunto, si appalesa con una prima scossa tellurica che solo il sismografo dei media rileva. Perché tra Natta sul divano della Carrà e il baudismo che tramonta è la radio che s’incarica di fornirci un ulteriore indizio della trasformazione in atto. Lo fa con un’emittente, Radio Radicale, che in crisi per l’aumento dei costi denuncia il rischio di chiusura e per spingere il governo ad intervenire vara una singolare forma di protesta: sospende i programmi e al loro posto una trentina di segreterie telefoniche dal 10 luglio accolgono i messaggi di solidarietà degli ascoltatori. Aperti i microfoni, i messaggi, al massimo di un minuto, cominciano ad arrivare. Sono messaggi che esprimono perlopiù vicinanza alla causa, anche se non manca il dileggio. Questo per alcuni giorni, fino a quando i redattori non decidono di rendere pubbliche le telefonate mandandole in onda h24. L’effetto della scelta è dirompente: la questione della sopravvivenza della radio passa in secondo piano, derubricata da una valanga di registrazioni che cresce in maniera esponenziale e in cui gli italiani danno voce agli istinti più indicibili. Sono messaggi che di radicale possiedono solo le incredibili modalità espressive, messaggi d’amore, di tifo sportivo, invettive e insulti di vario genere, inni al fascismo o perfino al nazismo, ingiurie contro negri, ebrei, froci, meridionali terroni, nordisti polentoni. Poi c’è chi canta, chi registra una filastrocca, chi bestemmia, chi finge un orgasmo, chi manda affanculo, chi parla a capocchia, chi invoca i forni crematori, chi protesta per quelle stesse telefonate, chi si fa pubblicità, chi soffre per un amore perduto e chi s’offre per un amore mercenario. Anche se i temi più frequentati alla fine sono quasi sempre quelli: Nord contro Sud, metallari contro paninari, comunisti contro fascisti, tifosi contro tifosi. La bestemmia, in particolare, sembra esercitare sugli anonimi italiani un’irresistibile fascino: urlata al telefono, accompagnata con proclami a Benito o ad Adolfo, scagliata contro i milanesi o i meridionali. In questa sarabanda pecoreccia dove la pernacchia è il gesto più civile ci sono punte di sublime creatività, come quando una signora napoletana, alludendo agli scioperi della fame di Pannella, conia un distico memorabile: "nuie a fame a facimme senza o sciopero, la nostra è na fame radicale". Dunque nelle ultime settimane di luglio e nella prima metà di agosto su Radio Radicale andava in onda una, fino ad allora inedita, apoteosi della parolaccia e delle offese: ma più che di una rivoluzione (la presa di parola degli esclusi: c’era chi la teorizzava) si trattava piuttosto della rivelazione che accanto all’Italia oleografica dei santi, poeti, navigatori c’era un Paese anonimo di razzisti e bestemmiatori del tutto ignoto ai retori della nazione. Pure il mito del latin lover veniva travolto dal fiume delle sodomizzazioni promesse via telefono: «Quelli del Nord vogliono metterlo in culo ai meridionali, i quali minacciano la stessa sorte ai nordisti. Ma non eravamo un popolo di amanti latini?» c’era chi coerentemente si chiedeva in una delle chiamate. Ad un certo punto, dunque, l’esperimento politico sfuggiva completamente di mano ai suoi promotori per diventare microfono aperto sulle viscere di un Paese che si dimostrava più brutto e cattivo di come lo si pensasse. Certo, a giocare a favore c’era un clamoroso effetto diretta, la goliardia risorta dopo il tramonto delle ideologie, l’esibizionismo del selfie ante litteram con i media allora disponibili, c’era il piacere della trasgressione oscena, tanto più libera quanto anonima, il gioco demenziale del ragazzino che registra per la prima volta la sua voce. Il tutto legato dal narcisismo di masse di individui in fuga dalla società, come andava raccontando Cristopher Lasch, e dal filo rosso di un’intolleranza indistinta che andava da chi faceva il verso al Duce: «La parola d’ordine è una, e una soltanto, annate affanculo!», a chi enfaticamente invocava «tutti in galera!». Visto ex post negli anni successivi si parlò di magma ribollente e nascosto emerso all’improvviso tra la sorpresa dei più, espressione della peristalsi di un Paese dove già s’annunciavano le leghe padane e la mutazione individualista assecondata dalle tv berlusconiane, si disse di uno straordinario esperimento socioantropologico e via analizzando; visto con gli occhi dell’oggi, più di trent’anni dopo, fa molta impressione piuttosto l’assonanza con i linguaggi social, l’hate speech, l’odio in rete, la gratuita violenza verbale del web. Colpisce come affiorino proprio in quel frangente i nuclei di quegli universi frammentati che nei decenni successivi avrebbero dato vita alle tribù del calcio, al sessismo machista, alle leghe padane, all’antipolitica dei vaffa, ai fascismi ritornanti, ai gruppi emarginati delle periferie. Ma lo si sarebbe capito dopo. Paolo Vigevano, direttore dell’emittente, affermava che quanto accaduto era un evento unico e senza precedenti, annunciando di avere inviato al sociologo Ferrarotti uno scatolone pieno di materiale registrato per farci sopra una ricerca sociologica. Che in realtà non arrivò mai. In ogni caso tra luglio e agosto del 1986 era andato in onda via radio il più grande esperimento di accesso libero ai media mai verificatosi prima, privo di qualsiasi filtro o censura, capace di calamitare un esercito di cittadini di fronte allo spettacolo del microfono dato alla gente, format degenerato di quello nato nella stagione delle radio libere. La gente, ecco il punto: a fare il suo ingresso sulla scena pubblica, in quella circostanza forse per la prima volta, era proprio un soggetto privo di identità economica, sociale o di classe che presto sarebbe assurto a protagonista della grande trasformazione politico mediatica italiana. Prima che sul video con Santoro, “la gente” si materializzava in modulazione di frequenza, dando vita al primo embrione di quel soggetto trasversale che prendeva il posto di concetti come popolo o classe operaia. La kermesse proseguiva fino a quando, alla metà di agosto, l’intervento dei magistrati, che sequestravano le segreterie telefoniche per vilipendio alle istituzioni, apologia del fascismo e istigazione al genocidio, non vi metteva fine. Un provvedimento che, come scrisse Miriam Mafai, rassicurava solo la nostra coscienza: «Quando scoppia un tombino anche il passante più distratto scopre che sotto la strada scorre una fogna. E puzza. Ma una volta rimesso a posto il tombino perché pensare a cosa c’è sotto?». Così rimesso a posto il tombino avrebbe coperto ancora per moltissimo tempo i cattivi odori che provenivano dal sottosuolo della Penisola. «Ma che Paese è mai questo?» si chiedeva qualche giorno prima della chiusura, avvenuta il 14 agosto, uno dei pionieri italiani della sociologia dei mass media Giovanni Bechelloni: «Questa Italia al microfono esiste davvero? Quanto è consistente? Da che cosa è prodotta? Chi la rappresenta?». Si augurava che qualcuno la esplorasse, questa Italia, «prima che sia troppo tardi: prima che questa faccia nascosta della luna si trasformi in un mostro». Non accadde. Ma dopo un paio di mesi il Parlamento votava una legge che concedeva all’emittente la possibilità di accedere alle stesse provvidenze pubbliche previste per i giornali di partito. Radio Radicale era salva.

Perché Facebook e Twitter non bloccano gli hater? Chi guadagna dall’odio online. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 10 novembre 2021. I social sono diventati un’arma potentissima di diffusione dei peggiori istinti umani, in nome della libertà d’espressione. Proviamo a vederne le dimensioni. L’odio online colpisce con 1 tweet ogni due minuti contro le donne, 1 ogni quattro contro i musulmani, 1 ogni cinque contro i disabili, 1 ogni dieci contro gli ebrei, 1 ogni 11 contro gli omosessuali e 1 ogni 15 minuti contro i migranti. Lo dicono i nuovi dati raccolti tra gennaio e metà ottobre da Vox-Osservatorio sui diritti, che ha monitorato la diffusione dell’hate speech su un campione di quasi 800 mila tweet esaminati in collaborazione con l’Università Statale di Milano, Bari e la Sapienza di Roma fra gennaio e ottobre 2021. Dal report 2021 di Amnesty International, su un campione di 17.400 commenti a post su Facebook e 14.541 su Twitter, emerge che è offensivo, discriminatorio o odioso il 27% dei commenti che riguardano le donne, il 25% la comunità Lgbt, il 42% l’immigrazione, il 47,6% i Rom, il 55% le minoranze religiose, il 7% i disabili. Perché non si riesce ad arginare questa deriva che riporta la civiltà indietro nei secoli. 

Il legame tra odio virtuale e realtà

L’odio online può essere innescato da fatti di cronaca: dopo attentati terroristici in Francia (2015); l’omofobia durante il dibattito sulla legge Cirinnà delle unioni civili (2016); il razzismo in concomitanza agli sbarchi dei migranti (2017-18). Ma possono essere anche i messaggi online ad incitare alla violenza, come i due tweet di Donald Trump dell’8 gennaio 2021, seguiti all’assalto a Capitol Hill: «I 75 milioni di Patrioti americani che hanno votato per me... avranno una voce da gigante nel futuro. Nessuno mancherà loro di rispetto, né saranno trattati ingiustamente in alcun modo, misura o forma». Poco dopo è arrivato il secondo: «Per tutti coloro che me lo hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione del 20 gennaio». Per la prima volta Twitter ha deciso di cancellare l’account @realDonaldTrump. Un altro post tristemente noto dell’ex presidente americano fu quello del 29 maggio 2020 durante le proteste a Minneapolis per l’uccisione del 46enne afroamericano George Floyd durante un fermo della polizia: «Quando iniziano i saccheggi si inizia a sparare». Allora Twitter lo nascose, mentre Facebook ha lasciato lo stesso contenuto sulla piattaforma, con la motivazione: «Non è una questione di moralità, ma di libertà di espressione». 

I 3 post che hanno generato più hate speech

In Italia, secondo il report di Amnesty International, i tre post pubblicati tra il 15 giugno e il 30 settembre 2020, che hanno generato più commenti odiosi sono stati: «Ecco chi ci prendiamo in casa... Nell’hotspot strapieno di #Lampedusa risse e violenze tra clandestini del Nord Africa e del Centro Africa. Ma sarebbe questa l’immigrazione positiva che la sinistra vende ogni giorno?!?!» (Silvia Sardone, europarlamentare della Lega); «Dopo le fiamme, anche la sassaiola contro i Vigili del Fuoco intervenuti per spegnere l’incendio. Continuano i danni e i disagi prodotti dal campo nomadi di via Candoni a Roma, con gli abitanti residenti nelle vicinanze arrivati al limite della pazienza e nell’assenza totale delle istituzioni e dello Stato. La situazione è ormai completamente sfuggita dal controllo dell’amministrazione: cosa si aspetta a sgomberare?» (Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia) e «Succede in una spiaggia belga: immigrati violenti contro bagnini e forze dell’ordine che tentano di ristabilire la tranquillità. Eccolo il modello di integrazione della sinistra, davvero c’è qualcuno che vuole che questo accada in Italia??» (Daniela Santanché, senatrice di Fratelli d’Italia). E in questi mesi di pandemia assistiamo allo scontro violento tra utenti che si definiscono «no mask» e quelli che si chiamano «covidioti». Il botta e risposta di insulti nella grande piazza virtuale è questo: «Figli di puttana disinformatori. Criminali di merda, questo siete», «Scrivete vaccate a spron battuto. Tutti i covidioti lobotomizzati dal farlocco virus». 

Quali contromisure ci sono

Per mettere un freno nel 2016 la Commissione europea fa siglare a Facebook, Microsoft, Twitter, YouTube, Instagram, Google+, Snapchat, Dailymotion e Jeuxvideo.com un codice di condotta non vincolante (Code of conduct on countering illegal hate speech online) nel quale indicano cosa ritengono forme di incitamento all’odio e predisporre le procedure per la segnalazione, l’esame del post e la sua eventuale rimozione nel giro di 24 ore.

Come funziona nella pratica

Prendiamo Facebook: sulla pagina iniziale dichiara che non consente l’incitamento all’odio e vieta attacchi diretti rivolti alle persone per razza, etnia, nazionalità, disabilità, affiliazione religiosa, casta, orientamento sessuale e malattie gravi; discorsi violenti, stereotipi offensivi, incitazioni all’esclusione o alla segregazione. E protegge gli immigrati dagli attacchi più gravi, pur consentendo di commentare e criticare le politiche sull’immigrazione. La rimozione di un post dalla piattaforma funziona così: l’utente clicca sui tre puntini accanto al post e seleziona l’opzione incitamento all’odio e la categoria vittima del post. Fb gli dà tre scelte: bloccare l’utente, nascondere il post dalla bacheca oppure, se vuole eliminare definitivamente il post incriminato dai social, segnalarlo. Decidere poi spetta ai cosiddetti moderatori di contenuti: si stima siano 100 mila sparsi nei vari Paesi del mondo, non specificatamente formati e con contratti a tempo; ciascuno di loro deve valutare in media mille post al giorno, uno ogni 20 secondi (da Gli obsoleti, Jacopo Franchi, ed. Agenzia X). Chi non è d’accordo sulla rimozione di un contenuto può presentare ricorso al Comitato di Controllo oggi composto da 19 soggetti di diverse nazionalità: giuristi, attivisti per i diritti umani, accademici, ex ministri, giornalisti. A selezionarli però non è un’autorità indipendente bensì una commissione interna di Fb. 

Il problema

A dicembre 2020 è stato presentato dalla Commissione europea il Digital service act, una proposta di regolamento per uniformare tra le piattaforme la definizione di contenuti illegali e definire le procedure per rimuoverli. Ma al momento non esistono norme vincolanti volte a fermare l’odio online né a livello europeo, né in Italia dove sono solo depositate tre proposte di legge (due di Laura Boldrini-Leu, una di Valeria Fedeli-Pd). Così sulla rimozione di un contenuto online decide la singola piattaforma, cioè un soggetto privato che delega la funzione di censura a persone costrette a prendere decisioni, in base a standard di autoregolamentazione generici; e tali decisioni vengono prese in pochi secondi, nonostante sia in gioco una libertà costituzionale: la libertà di manifestazione del pensiero (articolo 21 della Costituzione).

Ora il business delle piattaforme è il traffico e i messaggi offensivi ne generano di più rispetto a quelli cordiali: l’algoritmo di Facebook premia i contenuti fortemente polarizzati al negativo

Le piattaforme social non hanno nessuna convenienza, dunque, a rimuovere i messaggi offensivi, discriminatori o di hate speech: sugli oltre 22 milioni di post/tweet di pagine/profili pubblici relativi al mondo della politica, dei sindacati, dell’informazione e del Welfare scaricati da Amnesty International, quelli neutri-positivi hanno ottenuto in media 529 like, 130 condivisioni e 101 commenti, quelli di odio 3.211 like in media, 2.193 condivisioni e 1.042 commenti. 

Risultato

In assenza di un quadro normativo chiaro, anche di fronte alla rimozione da parte di Facebook di contenuti contrari agli standard della community, possono essere presentati ricorsi davanti ai giudici nazionali che portano a decisioni diverse. Esempio: il 9 settembre 2019 Facebook chiude sia profili legati a CasaPound sia profili legati a Forza Nuova perché considerati veicolo di contenuti d’odio. Stiamo parlando di post di questo genere: «Sono in piazza anche io. Non è il momento di dividere, ma di unire. E costruire con ogni mezzo una rivolta popolare, culturale e democratica a questo osceno governo di usurpatori» (Simone Di Stefano, CasaPound), piuttosto che di decine di contenuti pubblicati su profili di Forza Nuova che andavano dalla raffigurazione di uno striscione di Forza Nuova esposto al Colosseo in occasione dell’anniversario della morte di Mussolini con la scritta «Mussolini per mille anni», a post in occasione dell’anniversario della Liberazione in cui i partigiani sono chiamati «traditori che hanno venduto l’Italia agli stranieri», fino a bambini ritratti mentre fanno il saluto romano per promuovere un campo estivo.

Com’è andata a finire? Il ricorso di CasaPound per vedere riattivata la propria pagina è stato accolto con la motivazione che il blocco della pagina era avvenuto in base agli standard Fb, ma non in base alla legge italiana, dal momento che CasaPound opera legittimamente nel panorama politico italiano e la normativa italiana (c.d. legge Mancino n. 205 del 1993) non sanziona la mera manifestazione del pensiero, ma la propaganda, l’istigazione e l’apologia (Trib. Roma, ord. 11 dicembre 2019). Invece, il ricorso di Forza Nuova è stato respinto perché i contenuti sono stati considerati contrari ai principi internazionali ed europei che vietano ogni incitamento all’odio e alla violenza (Trib. Roma, ord. 23 febbraio 2020). 

E poi c’è tutto quello che non approda da nessuna parte, perché non coinvolge direttamente una categoria, un partito o un movimento, ma singoli soggetti che diventano bersaglio di insulti nella piazza virtuale, di solito colpiti da amici o compagni di classe. Qualche volta ne veniamo a conoscenza per i risvolti tragici. È venuto il momento per i governi di costringere i colossi tecnologici a trovare soluzioni efficienti nella moderazione dei contenuti. Hanno fatto più utili di qualunque altra azienda al mondo, creando dipendenza, e sdoganando la parte più subdola dell’essere umano. Oggi le sanzioni che vengono inflitte per non avere rimosso subito contenuti inequivocabilmente d’odio sono irrisorie. Si potrebbe iniziare a sanzionare i grandi trasgressori con somme che impattano sul loro bilancio, visto che ormai sono chiari i danni che stanno facendo.

I social utilizzano la rabbia degli utenti per alimentare il sistema. Eleonora Piergallini su Piccole Note su Il Giornale il 9 novembre 2021. Lo scorso settembre il Wall Street Journal ha pubblicato una serie di documenti, noti con il nome di Facebook Files, che rivelano come Facebook fosse da tempo a conoscenza del pericolo che Instagram rappresenta per gli adolescenti, soprattutto per le ragazze.

A rincarare la dose, alcuni giorni fa, i Facebook Papers, una rivisitazione dei documenti pubblicati dal Wall Street Journal dai quali emergono problematiche ancor più ampie, che peraltro erano note ai dirigenti del social network.

Quando i social usano la rabbia

“Facebook sotto attacco”, così il Washington Post titola una serie di articoli in cui analizza i documenti trapelati grazie a una fonte interna al colosso social, Frances Haugen, ex Facebook product manager, e che sono finiti all’attenzione della U.S. Securities and Exchange Commission, l’ente federale statunitense che ha lo scopo di prevenire truffe finanziarie.

Tra le varie questioni sollevate, i documenti riportano che nel novembre 2018 lo staff del neonato dipartimento di integrità civica di Facebook era entrato in possesso di una ricerca interna dell’azienda che dimostrava come il social network avesse privilegiato la diffusione di notizie, commenti, video e foto che causano reazioni negative tra gli utenti.

“L’indignazione attira l’attenzione”, questa la sintetica conclusione della ricerca finita tra le mani dei membri del dipartimento, uno dei quali ha definito la strategia di facebook un tentativo di “nutrire gli utenti con cibo da fast food”, pur nella consapevolezza delle nefaste conseguenze.

Infatti, secondo i documenti, la società era perfettamente a conoscenza dell’inquietante deriva causata dagli algoritmi e, per di più, avrebbe deciso anche di apportare modifiche con lo scopo di acuire questo fenomeno, favorendo la diffusione di notizie che alimentavano la rabbia degli utenti.

Tutto nasce, si legge in un altro articolo del Washington Post, nel 2017, quando, a seguito di un drastico calo nell’utilizzo del social network, Facebook ha studiato un nuovo modo per coinvolgere i suoi utenti, inserendo cinque “reazioni” (“amore”, “haha”, “wow”, “triste” e “arrabbiato”), che consentivano di interagire con i post in maniera diversa dall’iconico “mi piace”.

I documenti interni rivelano come ci si sia subito resi conto delle potenzialità di queste nuove “reazioni” che, come scrive il  WP, perché “tendono a mantenere gli utenti collegati, e mantenere gli utenti collegati è la chiave del business di Facebook”.

La potenza dell’algoritmo

Contemporaneamente, però, ne sono emerse le criticità. Così il WP: “Dietro le quinte, Facebook ha riprogrammato l’algoritmo che decide cosa le persone vedono nella loro bacheca utilizzando le diverse “reazioni” come metro di giudizio per promuovere contenuti provocatori al fine di mantenere attivi gli utenti”.

Fin da subito, alcuni membri dello staff avevano espresso la loro preoccupazione perché si rischiava di favorire notizie e post dai contenuti spam e tendenzialmente violenti. In particolare, i documenti rivelano che la questione era stata esplicitamente sollevata da uno dei ricercatori di Facebook, al quale è stato risposto che sì, il rischio di favorire post “controversi” effettivamente c’era.

Ma nulla si era fatto per porre argini. Un altro studio interno del 2019 confermava che i post che più scatenavano reazioni di rabbia e tristezza, e dunque che venivano messi in evidenza, erano post con contenuti violenti, falsi e tendenziosi.

Come scrive il WP, “ciò significa che Facebook per tre anni ha sistematicamente privilegiato la diffusione di alcuni dei peggiori contenuti presenti nella sua piattaforma”. Una sorta di rincorsa interna tra la potenza degli algoritmi e i “moderatori” del dipartimento di integrità civica, preposti, a detta dell’azienda, al contenimento di violenza, abusi e fake news.

Infatti, ciò che Frances Haugen ha messo in evidenza durante la sua testimonianza di fronte al Congresso USA dello scorso ottobre è che la vera minaccia rappresentata da Facebook sta proprio nelle modalità di utilizzo e controllo dell’algoritmo che determina il flusso di notizie, un algoritmo in grado di personalizzare i contenuti, di cogliere e manipolare i nostri livelli di attenzione e di influenzare e dirigere le nostre emozioni.

Così sul WP, “All’interno di un social network che conta circa 3 miliardi di utenti, un algoritmo sembra avere più potere sulle persone di un qualsiasi governo o magnate dell’informazione”.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che, come ci ricorda Noah Giansiracusa, professore di matematica della Bentley University ed esperto di data analysis intervistato dal WP, “alla fine, in ogni caso, dietro quei numeri c’è sempre un uomo”.

Infatti, “quando gli ingegneri del colosso americano si sono resi conto dei danni che stava causando l’algoritmo, hanno proposto di apportare delle modifiche. Ma le loro proposte sono state respinte”.

Un’inchiesta su Fb o sui social?

“Facebook ha mentito ai governi di tutto il mondo. I documenti provano che l’azienda ha ripetutamente ingannato le autorità e gli utenti su ciò che le ricerche interne mostravano a riguardo dei danni che i social network causano ai ragazzi e sulla scarsa efficienza dei sistemi di intelligenza artificiale. Finché Facebook continuerà ad operare nell’ombra, non dovrà mai rendere conto a nessuno. Finché la legge non cambierà, Facebook non cambierà”.

Qui, però, si arriva a un altro punto critico della vicenda. Finalmente, e dopo anni, si è arrivati a evidenziare le zone d’ombra di Facebook e forse arriverà una legge per tentare di mettere a posto le cose.

L’unico dubbio su quanto sta avvenendo sorge dal fatto che nel mirino è finito solo Facebook, come se tale social sia una variabile impazzita del sistema, mentre certe dinamiche sono proprie di tutti i social (Twitter, ad esempio).

Infatti, gli odiosi haters e i fastidiosi troll, solo per fare un esempio, che creano dipendenza e generano rabbia nella realtà, sono un fenomeno endemico di tutti i social. Un fenomeno al quale non è mai stata prestata l’attenzione del caso (anzi spesso è trattato con malcelata simpatia), mentre è parte di un circuito perverso che serve ad alimentare il sistema,.

il punto della questione è che esiste uno spazio virtuale (che poi tanto virtuale non è dato che interagisce con il reale) che è esclusivo appannaggio di pochi potenti, che lo gestiscono al di fuori di ogni legge.

Urgono correttivi generalizzati, altrimenti tutto questo si ridurrà a ridimensionare o semplicemente a mettere sotto tutela (magari di parte) solo Facebook, con un’operazione che, più che mettere regole al sistema, verrebbe a chiudere spazi di libertà, che, nonostante le derive suddette, il social mette a disposizione dei suoi utenti.

Non dimentichiamo che, quando Twitter censurò Trump durante le presidenziali Usa, la stessa Merkel, non certo un’attivista QAnon, manifestò perplessità sul potere e l’insindacabilità del social…

Dagonews l'8 novembre 2021. Ero seduto dietro a Ghali. Al nostro gol, è saltato in piedi per esultare e quasi immediatamente ha urlato, rivolto a Salvini (a 5 metri alla sua destra): “buffone, tu che cazzo esulti? Ha segnato un negro. Un negro come me, come tanti e come tanti di quelli che tu fai morire in mare! Vergognati!” (Non è un verbatim, ma il senso e la sostanza quelli sono). Salvini è rimasto muto e seduto, e l’invettiva è durata un minuto circa.  Qualcuno in tribuna ha provato a prendere le difese di Salvini, ma pochi ed in modo contenuto; altri hanno urlato “dai Ghali”. È arrivata quindi la sicurezza dello stadio per provare a ridurre la vicenda (non facile, Ghali era davvero furioso) e quindi è venuto persino Maldini a parlargli per provare a tranquillizzarlo. Quindi, subito all’intervallo si è appalesato un nutrito gruppo di poliziotti e Ghali non è tornato al suo posto.

Da open.online l'8 novembre 2021. In questo filmato girato ieri a San Siro durante il derby di Milan-Inter si vedono gestacci e scintille tra Matteo Salvini e il rapper Ghali dopo il gol del pareggio dei rossoneri. Entrambi si trovano in tribuna d’onore: si tratta di una vera e propria disputa tra i vip. Ma che tra i due non corra buon sangue non è un segreto: in un brano che risale al 2019 il rapper gli dava del fascista. E proprio nel testo c’era un accenno alle frequentazioni da stadio del Capitano: «Alla partita del Milan ero in tribuna con gente / C’era un politico fascista che annusava l’ambiente». Nel pomeriggio la Lega ha mandato una nota alla stampa per raccontare l’accaduto: «Matteo Salvini è stato aggredito verbalmente da Ghali durante il primo tempo di Milan-Inter di ieri sera», scrive l’ufficio stampa del Carroccio. «Il leader della Lega era in tribuna con il figlio, e subito dopo il gol del pareggio gli si è avvicinato il rapper in evidente stato di agitazione. Ghali ha urlato una serie di insulti e di accuse farneticanti a proposito dell’immigrazione, cercando di filmarsi col cellulare, ed è stato subito allontanato, tra lo sconcerto degli altri spettatori. La società rossonera si è scusata con Salvini, che sul momento non aveva riconosciuto Ghali né aveva compreso i motivi della sua alterazione».

Da liberoquotidiano.it il 9 novembre 2021. Selvaggia Lucarelli a sorpresa difende Matteo Salvini. Il motivo è ormai noto: il leader della Lega è stato insultato dal rapper Ghali sugli spalti di San Siro durante il derby Milan-Inter. La firma di Tpi non prendere le parti del numero uno del Carroccio nella disputa, quanto più nel rispetto delle regole. Sì perché Salvini quel giorno, domenica 7 novembre, era l'unico a indossare la mascherina. Così come le norme vogliono. "E comunque - cinguetta la Lucarelli - tra Ghali, Maldini e Salvini l’unico con la mascherina allo stadio (obbligatoria) era Salvini". Una considerazione non da poco, se si considera che arriva da chi ha sempre criticato il leghista. Poi ancora la giornalista ha attaccato tutti coloro che il dispositivo di protezione individuale, nonostante la ressa, non lo indossavano. "Molto belle le coreografie dei tifosi milanisti dedicate al personale ospedaliero - scrive -, ma la cosa migliore che possiate fare per il personale ospedaliero è mettervi le mascherine come obbligatorio allo stadio, belli miei". Da qui la frecciata a Paolo Maldini, dirigente rossonero arrivato a placare Ghali prima dell'intervento dei poliziotti: "Lo ripetono mille volte e la maggior parte se ne fo**e, Maldini compreso a quanto pare". Ma non Salvini e le foto condivise dalla Lucarelli lo dimostrano. 

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 9 novembre 2021. Mi ha scritto un marziano per avere delucidazioni su quanto accaduto l'altra notte nella tribuna vip di San Siro, dove, al gol del Milan, il rapper milanista Ghali ha dato del buffone al politico milanista Salvini. Quest' ultimo stava festeggiando la rete di Tomori, cioè - cito Ghali usando il depuratore linguistico - «uno di quei neri come me che lui lascia annegare in mare». (In realtà era stato un autogol del bianchissimo De Vrij, il che avrà reso ancora più incomprensibile agli occhi di Ghali l'esultanza salviniana).

Salvini ha replicato mandandogli ironici bacioni, ma già un'altra volta aveva confessato di essere un fan del rapper. Ecco le domande del marziano a cui non ho saputo fornire risposta adeguata.

1) Perché un rapper famoso per le sue invettive contro i potenti era seduto in mezzo ai potenti?

2) Perché un leader populista che si fa i selfie coi capi ultrà era spaparanzato in tribuna-vip anche lui, invece che in Curva Sud tra i suoi amici tatuati?

3) Perché un tifoso del Milan, al gol del Milan - in un derby! - per prima cosa, invece di esultare, insulta un tifoso del Milan?

4) A parte il colore della pelle, cos' ha in comune un povero cristo che affoga nel Mediterraneo con due miliardari: un calciatore e un rapper del popolo che fa la pubblicità di McDonald's?

5) Come mai il politico populista è sempre così gentile con il rapper del popolo, che pure gli diede del fascista in una canzone?

6) Non sarà che, sotto sotto, i due tifosi diversi giocano nella stessa squadra? 

Le Iene mettono pace tra Salvini e Ghali dopo le scintille in tribuna a San Siro. Le Iene News l'11 novembre 2021. Dopo le scintille in tribuna a San Siro durante il derby Milan-Inter di domenica scorsa, a portare la pace ci pensa il nostro Stefano Corti grazie a un autografo e a una maglietta della Tunisia portata prima a Ghali e poi a Matteo Salvini: non perdetevi il servizio in onda. Le Iene mettono pace tra Ghali e Matteo Salvini dopo le scintille in tribuna a San Siro durante il derby Milan-Inter. Nella puntata di venerdì 12 novembre, in prima serata su Italia1, potete vedere tutto con il servizio di Stefano Corti. Domenica scorsa durante il derby Milan-Inter c’è stato uno scontro verbale in tribuna d’onore allo stadio San Siro tra il cantante e il leader della Lega. Dopo il gol del Milan, Ghali ha urlato qualcosa rivolto a Salvini. Per farli rappacificare Stefano Corti ha raggiunto il rapper a Milano e gli ha chiesto di firmare una maglietta della nazionale tunisina con i nomi di entrambi. A Salvini, che era in Calabria per ringraziare gli elettori della Lega, ha chiesto di indossarla come gesto distensivo. Risultato: Ghali ha autografato la t-shirt e il leader della Lega ha accettato il regalo.

“Che cosa è successo?”, chiede Stefano Corti al cantante.

“Non è successo niente”, risponde Ghali.

Stefano Corti: “C’è questo video in cui ti sei risentito con Salvini e volevamo capire che cosa è scattato”.

Ghali: “Non è scattato niente”.

S.C.: “Come mai al gol, di solito si esulta, e tu ti sei sentito di dirgli…?. Vogliamo solo capire cos’è successo”.

G.: “Chiunque con un minimo di cervello, al posto mio, trovandosi davanti a un personaggio del genere, l’avrebbe fatto”.

S.C.: “Pareggia il Milan, lui esulta, e tu gli dici perché stai esultando?...”.

G.: “Stavo esultando anche io in realtà, poi mi sono girato e quando l’ho visto mi sono riapparse in mente tante immagini e mi è sembrata una grandissima presa per il c**o. Quello che gli ho detto lui lo sa benissimo, le persone che mi erano di fianco hanno sentito, però di fronte a un personaggio del genere non sono riuscito a starmene zitto, anche se non era il contesto giusto. Dopo aver vissuto certe cose sulla propria pelle, avendo perso delle persone che conosco, nel mare, è una questione molto delicata che non va trattata come la fa lui, in un questo modo veramente disumano. Ti ripeto, è stata una cosa impulsiva e basta”.

S.C.: “Abbiamo preso una maglietta della Tunisia per portargliela e farlo un po' ragionare sul concetto che è venuto fuori da quella discussione. Ti va di firmarla?”.

Ghali accetta. Mentre la sta firmando, Corti gli chiede: “Gli metti anche una dedichina?”. “La mia firma basta e avanza, penso sia un messaggio abbastanza ok”.

Anche con Matteo Salvini, Stefano Corti ricostruisce la vicenda e, dopo aver ascoltato la sua versione, gli dice: “Ti abbiamo portato la maglietta della Tunisia, della nazionale tunisina, firmata da Ghali”.

Matteo Salvini: “Questo è il suo autografo? Ciumbia!”, risponde Salvini.

Stefano Corti: “Noi l’abbiamo presa XL, la proviamo un attimo?”.

M.S.: “A parte il fatto che io sono una L, perché sono sceso a 86 (Kg), XL è offensivo!”.

S.C.: “Proviamola un attimo, lui ha fatto un gesto nei tuoi confronti”.

M.S.: “Io continuo ad andare a San Siro con la maglietta del Milan, senza che Ghali si offenda!”, dice Salvini mentre indossa la t-shirt sopra la sua giacca.  

S.C.: “Il senatore Salvini, in segno distensivo mette la maglia autografata da Ghali”.

M.S.: “Questa la do a mio figlio che ne sarà contento. È un momento così complicato per gli italiani che perder tempo a insultarsi allo stadio… uno, basta, chiede scusa e amici come prima”.

S.C.: “Si, lui era dispiaciuto. In segno di pace definitiva vogliamo dice pace fatta in arabo, ce la sentiamo?”.

M.S.: “E come si dice?”.

S.C.: “Si dice 'Tamma assolh beinana'”.

M.S.: “Non mi stai facendo tirare due bestemmie in arabo, che poi apro un conflitto mondiale?!”.

S.C.: “No, vuol dire 'pace fatta'”.

M.S.: “Tamma assolh beinana, sono andato bene?”, dice Salvini insieme a un “Peace and love!”.

S.C.: “A Ghali cosa vogliamo dire?”.

M.S.: “Forza Milan!”.

Ghali smentisce la pace con Salvini: “Non si può fare con chi fa la guerra ai più deboli”. Il rapper Ghali, protagonista durante il derby di Milano dello scorso 7 novembre di uno screzio sugli spalti con Matteo Salvini, sui social ha smentito di aver “fatto pace” con l’ex ministro dell’Interno. Nextquotidiano il 13 novembre 2021. Dopo lo scontro a distanza in tribuna a San Siro, nato al momento del gol del pareggio del Milan sull’Inter, un inviato de “Le Iene” ha provato a ristabilire la pace tra Ghali e Matteo Salvini. Il rapper aveva inveito nei confronti dell’ex ministro dell’Interno per le sue politiche anti-migranti, rinfacciandogli che a segnare fosse stato proprio un calciatore di colore. L’inviato della trasmissione di Italia 1 ha fatto firmare, a distanza, la stessa maglietta della Tunisia a entrambi i protagonisti dello screzio. Un segno distensivo che però non ha significato “pace fatta”, almeno dal punto di vista del rapper. “Ho firmato quella t-shirt – ha ammesso – solo perché sapevo che sarebbe finita a suo figlio, essendo mio fan, nella speranza che un giorno, crescendo, potrà farsi delle domande e avrà voglia di vivere in un’Italia diversa da quella voluta da suo padre. In fondo anche io ho preso delle scelte diverse da mio papà, so che può succedere”.

Ghali smentisce la pace con Salvini

La pace quindi sarebbe, per Ghali, una “bugia mediatica” di Salvini. Su Instagram ha poi ricordato quanto accaduto a San Siro: “Sono andato allo stadio per tifare la mia squadra del cuore, lo stesso cuore che mi ha portato ad agire d’impulso. Non ho assolutamente fatto pace con Salvini e non mi sono mai pentito delle parole che gli ho detto durante il derby”.  E ancora: “Io sono per la pace, ma pace non si può fare con chi ogni giorno fa guerra ai più deboli portando avanti politiche razziste e di odio, con chi fa soffrire e morire la mia gente. La pace si farà quando ammetterà i propri errori, quando risponderà delle sue azioni, quando racconterà la verità al suo popolo e smetterà di creare disinformazione, usando l’immigrato come capro espiatorio dei problemi dell’Italia”.

Dal canto suo Matteo Salvini ha accettato la maglietta e raccontato la sua versione: “Io ero impegnato a esultare per il gol, se uno viene allo stadio e non si gode la partita e passa il tempo a insultare il prossimo è una persona sfortunata. Da milanista esultavo per Gullit quando lui beveva il latte in polvere. Sono pronto ad incontrarlo e a chiarire di persona, intanto questa maglietta la do a mio figlio che sarà contento”.

“Ora dice che mi offrirebbe un caffè – conclude Ghali – ma allo stadio ha cercato di farmi cacciare dal mio posto invano. La mia non è politica, è pre politica, si parla di umanità. I miei non sono insulti, sono solo l’ennesima segnalazione”.

"Niente pace con Salvini. Suo figlio...": Ghali torna all'attacco. Marco Leardi il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. In un lungo post sui social, il rapper ha negato di essersi riappacificato con il leader leghista dopo la lite a San Siro. "Porta avanti politiche razziste e di odio", ha attaccato. Poi la frase su suo figlio. Ghali non fa pace con Matteo Salvini. Anzi, rincara la dose e torna ad attaccare. E pensare che la lite innescata domenica scorsa a San Siro dal rapper contro il leader della Lega sembrava essersi risolta con una sorta di armistizio sancito da Le Iene. Ma niente da fare: a distanza di giorni, l'artista italo-tunisino ha dissotterrato la metaforica ascia di guerra (forse mai deposta) e si è scagliato nuovamente contro l'inviso esponente politico. Lo ha fatto, con toni altrettanto aspri, in un lungo post pubblicato nelle scorse ore sul proprio profilo Instagram. "Non ho assolutamente fatto pace con Salvini e non mi sono mai pentito delle parole che gli ho detto", ha scritto il rapper sui social a scanso di equivoci, lanciandosi in un vero e proprio sfogo contro il leader leghista e accusando i media di aver distorto la realtà. "Sono andato allo stadio per tifare la mia squadra del cuore, lo stesso cuore che mi ha portato ad agire d’impulso", ha esordito il cantante in riferimento all'episodio consumatosi a San Siro ormai sette giorni fa. Poi ha negato categoricamente di essersi riconciliato con il leader leghista e ha argomentato: "Io sono per la pace, ma pace non si può fare con chi ogni giorno fa guerra ai più deboli portando avanti politiche razziste e di odio, con chi fa soffrire e morire la mia gente". Tra nuove frecciate ideologiche e considerazioni politiche, Ghali ha poi fatto addirittura la morale a Salvini. "La pace si farà quando ammetterà i propri errori, quando risponderà delle sue azioni, quando racconterà la verità al suo popolo e smetterà di creare disinformazione, usando l'immigrato come capro espiatorio dei problemi dell’Italia. Questa storia della pace tra me e Salvini è una bugia mediatica", ha commentato, stroncando così le notizie sulla riappacificazione. Contro il leder leghista, il rapper è tornato ad essere un fiume in piena. Proprio come allo stadio. "È questa la vera violenza, non una verità urlata in faccia", ha infatti proseguito, rivendicando la bontà delle proprie invettive e rispedendo al mittente ogni suo tentativo di dialogo. O, quanto meno, di conversazione civile. "Ora dice che mi offrirebbe un caffè, ma allo stadio ha cercato di farmi cacciare dal mio posto invano. La mia non è politica, è pre politica, si parla di umanità. I miei non sono insulti, sono solo l’ennesima segnalazione urlata e frustrata verso il responsabile di innumerevoli ingiustizie", ha accusato nuovamente l'artista. Infine, Ghali è tornato sull'apparente (e a questo punto rinnegata) pax siglata con Salvini tramite Le Iene. Il programma di Italia1, infatti, aveva fatto pervenire al leghista una maglietta firmata dal rapper. Gesto che ora il cantante disconosce e rilegge in modo diverso. "Ho firmato quella t-shirt solo perché sapevo che sarebbe finita a suo figlio, essendo mio fan, nella speranza che un giorno, crescendo, potrà farsi delle domande e avrà voglia di vivere in un'Italia diversa da quella voluta da suo padre. In fondo anche io ho preso delle scelte diverse da mio papà, so che può succedere", ha chiosato l'artista, chiamando indirettamente in causa pure il figlio dell'ex ministro. Altro che Peace & Love.

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista.

Inchiesta Fanpage, reazioni della politica: “Sottobosco ributtante”, “Fidanza ha molto da spiegare”. Fanpage.it il 30 settembre 2021. Le prime reazioni all’inchiesta di Fanpage.it, trasmessa anche dalla trasmissione di La7 Piazzapulita, su come la lobby nera della destra stia cercando di entrare nella campagna elettorale per le Comunali di Milano. “Sottobosco ributtante”, scrive il leader di Azione Carlo Calenda. “Quadro inquietante, il parlamentare europeo Fidanza dovrà spiegare molte cose”, commenta la deputata del Pd Alessia Morani. Dopo la prima puntata dell'inchiesta di Fanpage.it "Lobby nera", che racconta i legami della destra milanese con neofascisti ed estremisti, sono arrivate le prime reazioni dal mondo della politica. Il leader di Azione Carlo Calenda parla di un "sottobosco ributtante", condividendo un tweet di Corrado Formigli, conduttore della trasmissione Piazzapulita su La7 che ha trasmesso la nostra inchiesta. "L'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia a Milano è clamorosa", ha scritto il giornalista. Che, durante la puntata, aveva anche aperto a repliche da parte di Giorgia Meloni e altri esponenti del partito, che però non sono arrivate. Solo in tarda serata FdI ha pubblicato una nota in si chiede a Fanpage.it e Piazzapulita di ottenere il girato integrale "senza tagli o manomissioni" dell'inchiesta, "in modo da poter valutare compiutamente eventuali responsabilità di esponenti di Fdi anche in relazione ai contatti con persone da tempo estranee a Fdi proprio in ragione delle loro posizioni incompatibili con quelle del nostro movimento". In questa prima puntata dell'inchiesta si vede anche un esponente di spicco di Fratelli d'Italia, Carlo Fidanza, capodelegazione del partito al Parlamento europeo, vicino ad ambienti di questo tipo. Non solo: lo si vede anche spiegare al nostro giornalista infiltrato un modo per finanziare in nero i candidati di FdI alle amministrative, utilizzando delle "lavatrici". Mentre andava in onda la puntata sono arrivate le reazioni di altri parlamentari europei. Alessandra Moretti, eurodeputata del Partito democratico, ha definito la nostra inchiesta "davvero sconcertante". E ancora: "Movimenti neofascisti che condizionano pesantemente i massimi livelli della destra italiana. Dall'altra parte giornalisti come Paolo Berizzi che sono sotto scorta per le minacce nere". Anche la deputata del Pd Alessia Morani ha commentato il contenuto dell'inchiesta, sottolineando che faccia "emergere un quadro inquietante: pare che il partito della Meloni abbia al proprio interno gruppi organizzati di neofascisti e raccolga soldi in nero". Per poi affermare che "il parlamentare europeo Fidanza dovrà spiegare molte cose".

“Lavatrici per il black”, nostalgici di Hitler: Fanpage dietro le quinte della campagna di Fratelli d’Italia a Milano. Nextquotidiano.it l’1 ottobre 2021. Fatti

Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero”. Carlo Fidanza, eurodeputato di Fratelli d’Italia. Chiara Valcepina, candidata al consiglio comunale a Milano. Vengono filmati con una telecamera nascosta da un giornalista di Fanpage infiltrato. E viene fuori che…La prima reazione alla nuova inchiesta di Fanpage “La lobby nera” è arrivata poco dopo essere andata in onda ieri sera a Piazzapulita: Fratelli d’Italia in una nota ufficiale ha chiesto tutto il girato per “valutare compiutamente eventuali responsabilità di esponenti di Fdi anche in relazione ai contatti con persone da tempo estranee a Fdi proprio in ragione delle loro posizioni incompatibili con quelle del nostro movimento”. Il partito guidato da Giorgia Meloni, nonostante aggiunga di non prendere per oro colato i filmati e precisando che giudicherà solo dopo aver ottenuto quelli integrali non rimanda al mittente il contenuto dell’inchiesta se non per i toni polemici in cui afferma che stata mandata in onda “con il palese intento di infangare la nostra onorabilità” a pochi giorni dal voto. Ma cosa c’è di così sconvolgente? Nel filmato il giornalista di Fanpage spiega di essere riuscito ad infiltrarsi dal 2019 in un gruppo di attivisti di estrema destra conquistandosi la conoscenza e la fiducia di Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone nero“, già candidato alla Camera da Fdi nel 2018 e condannato a due anni per apologia del fascismo. L’inviato sotto copertura appare come un uomo d’affari che potrebbe contribuire a sostenere finanziariamente la campagna elettorale di Fratelli d’Italia a Milano. E così Il Barone gli fa conoscere Carlo Fidanza, europarlamentare e capo delegazione di FdI. Con una telecamera nascosta il giornalista filma Fidanza che ignaro di tutto gli propone di finanziare un aperitivo elettorale per la candidata al consiglio comunale Chiara Valcepina. E l’eurodeputato nella sequenza filmata afferma che  “Le modalità sono: o versare nel conto corrente dedicato. Se invece voi avete l’esigenza del contrario e vi è più comodo fare del black, lei si paga il bar e col black poi coprirà altre spese“. Ma come si fa a finanziare in black la campagna? Lo descrive in maniera più chiara Jonghi Lavarini: “due imprenditori se li prendono privatamente perché hanno il giro di nero e fanno i versamenti sul conto della Valcepina”. Il “barone” racconta che per realizzare il processo hanno “una serie di lavatrici” per il finanziamento alla campagna elettorale. Fidanza in un’altra sequenza precisa, spiegando anche di volerne rimanere fuori: “Lui trova quattro o cinque professionisti, queste persone fanno loro il versamento tracciato sul conto elettorale. Fai con lui,  io c’ho una partita in un anno e mezzo, io mi gioco il futuro della mia carriera“. Se per quanto riguarda il sostentamento della campagna elettorale questa è la parte più controversa, nella video inchiesta di Fanpage però emergono altri dettagli che raccontano una narrazione piena di saluti romani, gladiatori, nostalgici del nazismo che evocano la birreria di Monaco davanti a una candidata ebrea, che poi salutano al grido di “Heil Hitler”. E ancora considerazioni sul candidato della destra a Milano, Bernardo. Per Chiara Valcepina somiglia “all’orso Yoghi” mentre un ignoto partecipante commenta: “Come cazzo fai a Milano a eleggere un sindaco siciliano?” Fino allo sfottò a Paolo Berizzi, giornalista sotto scorta per le minacce dei neonazisti. I personaggi immortalati nel video si fanno una foto e invece di dire “cheese” esclamano Berizzi. E se Fratelli d’Italia chiede i filmati integrali Fanpage risponde che non è stato tagliato niente. Ora i protagonisti, loro malgrado, dell’inchiesta dovranno spiegare cosa intendevano.

Da "liberoquotidiano.it" il 4 settembre 2021. Scanzi su Il Fatto Quotidiano: "Calenda, l'uomo che sussurrava ai cigni e dava del tu alla coratella... Si credeva Churchill e in realtà era stoc***o", parlava come Bombolo. Abbandonato il cinema per squisita mancanza di talento... Roosevelt dei Parioli...". La replica di Calenda su Twitter: "Amici del Fatto quotidiano, potete continuare per altri mesi con queste fiumane di insulti adolescenziali (Water, Bombolo etc), che squalificano solo voi, ma non fate altro che confermare la correttezza della mia decisione di lasciarvi nel vostro brodo (primordiale). L'articolo di Scanzi è piuttosto autoesplicativo. Affettuosi auguri per una lesta uscita dall’età prepuberale. Un periodo difficile per tutti. Avete la mia comprensione".

"Una senatrice usa profili falsi per insultare". Ora è bufera sulla Cirinnà. Francesco Boezi su Il Giornale l'8 Settembre 2021. La senatrice Monica Cirinnà al centro di un caso sollevato da Italia Viva. Per la Leonardi, renziana, la parlamentare ha usato un profilo falso "per insultare". Un curioso episodio riguardante la senatrice Monica Cirinnà ed un presunto account fake sta accompagnando il dibattito sul Ddl Zan. La dialettica politica si è rianimata dopo il rinvio della discussione del provvedimento. Nel corso del pomeriggio di oggi, Italia Viva, attraverso Anna Rita Leonardi, ha segnalato un doppio commento ad una pagina, che peraltro appartiene alla stessa esponente renziana: su un di questi due commenti esistono pochi dubbi, perché è firmato proprio dalla senatrice del Pd. Ma l'altro, che è stato scritto da Marco Batelli, oltre ad essere identitco a quello della senatrice, è comparso dopo la cancellazione del primo. Il sospetto, insomma, è che sia la Cirinnà o chi per lei ad averlo scritto. Sulla pagina Facebook della renziana, che ha allegato un post in cui possono essere letti entrambi i commenti, si legge: "CLAMOROSO!!! Ho commentato sulla pagina di Monica Cirinnà, il suo post dove diceva che adesso per lei è giusto rinviare il Ddl Zan". Poi arriva la specificazione: "Lei mi commenta con insulti rivolti a me e ad Alessio De Giorgi. Ma dopo qualche secondo il commento sparisce e viene ripubblicato, uguale, con il profilo (fake) di tale Marco Batelli. Per fortuna ho fatto in tempo a fare lo screen! Una senatrice che usa profili falsi per insultare. Non ho parole. Ora tutti sapete!". Insomma, per la Leonardi la Cirinnà ha usato un profilo falso. Questa è la sintesi del j' accuse, per così dire, proveniente dalla donna che fa parte partito di Matteo Renzi. Al momento, non sembrano essere emerse repliche da parte della parlamentare del Pd. Oggi la Cirinnà era balzata agli onori delle cronache per aver, in buona sostanza, modificato il suo registro sul Ddl Zan. Dopo mesi densi di critiche per i presunti ritardi derivanti dalle proposte di modifiche portate avanti dal centrodestra ed Italia Viva, la senatrice del Pd ha definito saggia la scelta di sorvolare al momento sull'approvazione del provvedimento. Il che ha suscitato - com'è normale che sia - pure un dibattito social. Il tema, come sappiamo, è complesso. Ma Enrico Letta ed il suo partito, nonostante le continue aperture provenienti da più parti, ha preferito evitare qualunque clima consentisse un'approvazione passante da un accordo con altre forze. Tutto ciò ha indirettamente a che fare con quanto accaduto con il caso del presunto account fake sollevato da Anna Rita Leonardi. Intanto tra chi commenta il post della renziana, appare chi non disdegna l'ironia, come un utente che ha scritto: "Non è un profilo fake: è il suo cane". Il riferimento è alla vicenda del "tesoretto" - come lo abbiamo chiamato noi de IlGiornale.it - rintracciato nella cuccia del cane della senatrice. Altre persone, invece, hanno scritto post tramite cui si dicono scandalizzate dai toni utilizzati dalla Cirinnà: "Allucinante", fa presente qualcuno.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le

La vicenda social. “Usa profili falsi per insultare”, l’accusa della renziana Leonardi contro Cirinnà: e pubblica lo screen di due commenti identici. Elena Del Mastro su Il Riformista l'8 Settembre 2021. “Clamoroso! La Cirinnà insulta me e Alessio De Giorgi, ma dopo qualche secondo il commento sparisce e viene ripubblicato, uguale, con il profilo (fake) di tale Marco Batelli. Una senatrice che usa profili falsi per insultare. Non ho parole. Ora tutti sapete! #DdlZan”. Così scrive sui suoi social la blogger Anna Rita Leonardi di Italia Viva pubblicando gli screen shot che dimostrerebbero l’utilizzo di profili fake da parte della senatrice dem nel rispondere a dei commenti sulla sua pagina Fb dove ha postato un’intervista oggi all’Adnkronos sul ddl Zan. Il fattaccio si è consumato nel pomeriggio. Leonardi commentava l’intervista postata da Cirinnà sul suo profilo Facebook. Nell’intervista la senatrice Pd dichiarava giusto la decisione di rinviare a dopo le amministrative il DDl Zan. In pochi minuti si è scatenata una pioggia di commenti. A quel punto Anna Rita Leonardi ha commentato anche lei: “Un successone sto post”, ha scritto. Subito arriva la risposta dal profilo con la spunta blu (quindi certificato) di Monica Cirinnà: “A proposito di premio Bobo come mai non posso commentare sulla tua pagina e Alessio Giorgi mi ha bloccato a velocità della luce solo per aver incollato questo?”. E incolla il link a un articolo dal titolo “Il DDL Zan e i mostri arcobaleno: ecco come Italia Viva ha voltato le spalle alla comunità Lgbt”. E continua: “Siete solo ipocriti. Tanto rumore sui social, inutili nella vita. Tu eri quella che aveva espresso solidarietà alla Cirinnà. A te il premio Bobo lo dovrebbero dare con la tua faccia direttamente. O quella di De Giorgi”. Nemmeno 4 minuti dopo, scompare la risposta targata Cirinnà e compare quella di tale Marco Batelli. Precisamente identico. L’assurda “coincidenza” non è sfuggito a Leonardi che ha subito fatto due screen shot, al primo e al secondo commento uguali, ma dal diverso autore e li ha postati sulla sua pagina Facebook denunciando il fattaccio. E non è sfuggita nemmeno ad alcuni follower della Cirinnà. “Ciao Marco Cirinnà Batelli. Però la prossima volta ricordati di switchare l’account”, scrive un utente. “Figura di m…scrive un altro”. E ancora: “Riconosco lo stile sprezzante della senatrice Cirinnà,la ‘lavandaia’ perché ha caricato una lavatrice…”. Il profilo di tele Marco Batelli ha come foto quella di un cane. E c’è anche chi ironizza riportando a galla il giallo dell’estate del tesoretto ritrovato nella cuccia del cane di Cirinnà: “Non è un profilo fake: è il suo cane”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Quei soldi nella cuccia del cane, il mistery di casa Montino-Cirinnà. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 26 agosto 2021. Gran teatro pubblico sui 24 mila euro in tagli da 500 ritrovati nella tenuta di Capalbio. Se l'Italia non fosse l'Italia - e Capalbio una sua minuscola, suggestiva porzione rinomata a gauche; se 24 mila euro non fossero, in tempo di crisi economica o peggio, più o meno quanti ne guadagna un impiegato lavorando in un anno; se la coppia in politica, in carriera e in produzione di vino bio formata da Esterino Montino e Monica Cirinnà, lui ex sindacalista dei braccianti di Maccarese divenuto sindaco di Fiumicino e lei alfiera dei diritti lgbt; se, se, se...

I 24 mila euro trovati nella cuccia del cane di Montino e Cirinnà, s'indaga su matrici delle 48 banconote: "Su noi gogna e odio social". La Repubblica il 26 agosto 2021. "Quello che sta succedendo in questi giorni è tanto incredibile quanto disarmante", scrive su Facebook il sindaco di Fiumicino Esterino Montino. La notizia dei 24 mila euro trovati nella cuccia del cane nella tenuta in Toscana di sua proprietà e della moglie, la senatrice dem Monica Cirinnà, è diventata "un giallo" e ha scatenato la reazione social. "Una valanga di ingiurie, insulti, offese, veleno. Una vera gogna mediatica e social", scrive Montino.

Le banconote da 500 euro. Le banconote erano nascoste tra le assi in legno, sono 48, tutte da 500 euro, arrotolate con elastici vecchi, deteriorati. I carabinieri della Compagnia di Grosseto che le hanno sequestrate, stanno cercando di analizzarle e di capirne l'origine insieme alla Banca d'Italia. Il taglio è fuori corso dal 2018 e le matrici, ancora leggibili, potrebbero dare delle risposte, anche se non prima del fine settimana. Le ipotesi al vaglio sono diverse, forse si tratta della refurtiva di un furto, più probabilmente del bottino di un'attività criminale dedita allo spaccio di droga.

Il ritrovamento del figlio di Montino e di un operaio. Durante lavori in un'area della azienda agricola in cui è presente una vecchia cuccia per cani inutilizzata da anni, "a più di 200 metri dalla nostra abitazione, vicino a un capannone per gli attrezzi e a ridosso di una strada comunale, un operaio e mio figlio trovano dei soldi", svcrive il sindaco di Fiumicino. Non era acasa quando il figlio lo avverte ma a Roma "al funerale del nostro avvocato". Appena rientrati la coppia chiama i carabinieri.

L'arrivo del maresciallo. Poco dopo nella tenuta arrivano il maresciallo dei carabinieri di Capalbio e un collega, che acquisiscono e contano i soldi, il figlio di Montino in caserma e firma il verbale.

La furia monta sui social. "La cosa incredibile è quello che succede dopo: una valanga di ingiurie, insulti, offese, veleno. Una vera gogna mediatica e social. Titoli di grandi giornali che parlano di 'giallo dell'estatè e mistero, associando a queste parole il mio nome e quello di mia moglie", continua il sindaco di Fiumicino sostenendo che la notizia riportata dai media abbia innescato la reazione incontrollata della rete.

Sui social anche ironia. L'hashtag #montino nella giornata di ieri per qualche ora è diventato trending topic. Il ritrovamento per lo più ha suscitato lo stesso interesse di una vincita al Superenalotto. E in certi casi, la stessa invidia. Ma ci sono stati anche molti commenti ironici.

"Nessun giallo, siamo persone oneste". "Tutto perché mia moglie ed io facciamo politica da molti anni. Quindi, a quanto pare, deve essere scontato che siamo disonesti. A priori. Senza neanche uno straccio di prova. Anzi, davanti alla prova provata dell'esatto contrario!" E ancora "Vi farei leggere anche solo un decimo delle schifezze che in queste ore stanno circolando sul web: minacce, insulti sessisti e volgari contro Monica, insinuazioni di ogni tipo". Essere "persone normali e oneste è diventato difficile".

Il denaro sarà usato per fini di pubblica utilità. La famiglia Montino ha già detto che quando saranno dissequestrate, confluiranno nel Fondo unico per la giustizia e saranno utilizzate "per fini di pubblica utilità", perché "questo è il comportamento corretto che ogni cittadino onesto deve tenere".

Quei soldi nella cuccia del cane, il mistery di casa Montino-Cirinnà. Se l’Italia non fosse l’Italia – e Capalbio una sua minuscola, suggestiva porzione rinomata a gauche; se 24 mila euro non fossero, in tempo di crisi economica o peggio, più o meno quanti ne guadagna un impiegato lavorando in un anno; se la coppia in politica, in carriera e in produzione di vino bio formata da Esterino Montino e Monica Cirinnà, lui ex sindacalista dei braccianti di Maccarese divenuto sindaco di Fiumicino e lei alfiera dei diritti lgbt; se, se, se…Ecco, anche priva di tutti questi se, la storia dell’enigmatico tesoretto ritrovato casualmente durante certi lavori nella loro tenuta avrebbe destato lo stesso una certa curiosità. Ma siccome qui da noi tutto sempre accade non tanto ai limiti, ma all’insegna dell’inedito, dell’inaudito e dell’incredibile, la circostanza che i quattrini fossero nascosti nella cuccia-casetta del cane di famiglia assegna senz’altro al ritrovamento un tratto impervio e fantasmagorico; e ancora una volta l’ala nera della commedia cala sulla vita pubblica smistando in ragionevole proporzione altisonanti lamenti da parte dei Montino-Cirinnà, che hanno chiamato i carabinieri e si ritengono vittime di “ingiurie, insulti, veleno, una vera e propria gogna mediatica e social”, ma anche una ventata di sospettosa allegria che il comune sentire giustifica ed estende in proporzione alla credibilità della classe politica. Di questa satira che in egual misura promana dall’alto e dal basso e che si riflette nello specchio incandescente dei social come negli ideali corridoi del Palazzo in smart-working, tocca qui segnalare al primo posto, con necessitato arbitrio, la sassata tweet di Calenda: “Quando vuoi veramente bene agli animali”; poi quell’altra di un tipo che, rispetto al luogo del ritrovamento, l’ha messo dadaisticamente in relazione con l’immagine del fantasmatico banchiere Cuccia; e infine una vignetta di Osho che scagiona il cane in quanto – vecchia battuta di Cacciari a De Michelis – “ricco di famiglia”. Poco o nulla purtroppo si è venuto a sapere dell’animale, cui in accentuata antropomorfizzazione toccherebbe la titolarità del denaro che i Montino-Cirinnà intenderebbero comunque destinare a “fini di pubblica utilità”. Ciò detto, la recente vita pubblica italiana, nella sua straniante euforia, ha visto diversi cani guadagnarsi una loro visibilità, dal celebre Dudù berlusconiano, che giocò pure a palletta con Putin, al carlino Puggy che l’onorevole Biancofiore fece radiofonicamente latrare al suono di “Meno male che Silvio c’è”; dal beagle di Santanché, che nel recente suo primo compleanno è stato ammesso a tavola e su Instagram a un pastore tedesco, Gunther si chiamava, che misteriose vicissitudini societarie ed ereditarie avevano portato a divenire azionista della povera Unità in abbandono. Delegata ai diritti degli animali nella giunta Rutelli, durante la calda estate del 2013 l’ignara Cirinnà venne seguita da un pelosissimo terrier all’interno del Senato, fino all’ufficio postale; ma è escluso che il padroncino della cuccia di Capalbio sia lui perché proprio la senatrice, via microchip, lo restituì ai legittimi proprietari. Non si ha notizia, d’altra parte, di segugi specializzati in bigliettoni da 500 arrotolati dentro cunicoli e interstizi. La storia, come da poesia di Montale, “lascia sottopassaggi, cripte, buche/ e nascondigli. C’è chi sopravvive”. Assai più modesta, ma insistente, la cronaca offre in Italia una spiccata varietà di luoghi che, al netto dell’odierno episodio, sarebbero dovuti sfuggire allo sguardo: dallo sciacquone di Mario Chiesa (erano 35 milioni di lire) al pouf di Poggiolini (banconote, titoli e gioielli), dalle fioriere gelliane di Villa Wanda (150 kg di lingotti d’oro) a diversi e più scontati controsoffitti. Si registrarono in passato anche un paio di casi di refurtive depositate nelle mutande di un consigliere circoscrizionale e, per pari opportunità, nel wonderbra di una funzionaria delle Infrastrutture. Molto, forse troppo lascia pensare che il mistero della cuccia del cane di Capalbio resterà tale.

Da leggo.it il 25 agosto 2021. Esterino Montino non ci sta. Dopo il ritrovamento dei 24mila euro nella cuccia per cani, ormai in disuso, nell'azienda agricola di Capalbio del sindaco di Fiumicino e della moglie Monica Cirinnà, la gogna mediatica che si è scatenata nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia lo ha portato allo sfogo sui social. Uno sfogo volto a ricostruire la vicenda e a voler dimostrare la totale innocenza sua e di tutta la sua famiglia. Una denuncia di una «società che nutre sempre più odio e che gode nel vedere le persone alla gogna, che somiglia più ad un combattimento all'ultimo sangue perenne, ad una guerra a chi fa più male all'altro». Queste le parole di Esterino Montino: «Quello che sta succedendo in questi giorni è tanto incredibile quanto disarmante. Partiamo dai fatti. Durante dei lavori in un'area della nostra azienda agricola in cui è presente una vecchia cuccia per cani inutilizzata da anni, a più di 200 metri dalla nostra abitazione, vicino a un capannone per gli attrezzi e a ridosso di una strada comunale, un operaio e mio figlio trovano dei soldi. Li trovano dentro questa vecchia cuccia, appunto. La prima cosa che fa mio figlio è avvisarmi dell’accaduto. Noi eravamo a Roma al funerale del nostro avvocato. Al rientro ci mostra cosa ha trovato e insieme, immediatamente, decidiamo di chiamare i carabinieri. Cioè decidiamo di tenere il comportamento normale che chiunque dovrebbe avere quando trova qualcosa non sua. Voi cosa fareste se trovaste, nella vostra proprietà, un portafogli pieno di soldi non vostro? Sono certo che lo portereste dai carabinieri o dalla polizia. Torniamo ai fatti. Nel giro di mezz'ora, il maresciallo dei carabinieri di Capalbio, accompagnato da un collega, arriva a casa nostra. Raccontiamo l'accaduto, consegniamo i soldi. Il maresciallo li acquisisce e li conta. Poi vanno tutti in caserma, dove mio figlio firma il verbale. Gli inquirenti stanno indagando per scoprire da dove arrivino quei soldi, com'è giusto che sia. Questo è quello che è successo. Ed è agli atti dei carabinieri e ora della procura di Grosseto. La cosa incredibile è quello che succede dopo: una valanga di ingiurie, insulti, offese, veleno. Una vera gogna mediatica e social. Titoli di grandi giornali che parlano di "giallo dell'estate" e mistero, associando a queste parole il mio nome e quello di mia moglie. Titoli i cui articoli hanno spesso toni molto diversi. Come se i direttori delle testate non sapessero benissimo che la maggior parte delle persone si ferma al titolo. Per non parlare degli articoli leggibili solo a pagamento: quante persone pensate che li abbiano letti, rispetto a quante si sono fermate al titolo e vomitano odio, ininterrottamente, da ieri? Viene da pensare che sia voluto, che si voglia alimentare lo scontro, la violenza verbale. O forse sono strategie solo per avere migliaia di condivisioni sui social sottovalutando, colpevolmente!, le conseguenze gravissime che questi metodi hanno. Non so, davvero, cosa sia peggio. Quello che ne segue, anche per mano di pagine e personaggi molto seguiti sui social, è un continuo seminare il dubbio e alimentare il sospetto su persone che si comportano in modo normale. Lo ripeto, normale. Perché questo abbiamo fatto, io e la mia famiglia: invece di metterci in tasca soldi non nostri trovati per caso facendo dei lavori, li abbiamo consegnati alle forze dell'ordine. Ma questo si vede che non è considerato accettabile. Essere persone oneste, non è accettabile. Deve per forza esserci un mistero, un giallo, qualcosa che non si dice, che si nasconde. Tutto perché mia moglie ed io facciamo politica da molti anni. Quindi, a quanto pare, deve essere scontato che siamo disonesti. A priori. Senza neanche uno straccio di prova. Anzi, davanti alla prova provata dell'esatto contrario! Nessuno che abbia neanche preso in considerazione il fatto che, per avere sporto denuncia, potremmo anche subire delle ritorsioni. Né che dare fuoco alle polveri in questo modo così irresponsabile può, a sua volta, scatenare gesti folli di qualcuno che dalle parole decide di passare ai fatti. Le forze dell'ordine, non a caso, in queste ore hanno alzato i livelli di attenzione, preoccupandosi anche di questo, oltre che di risalire all'origine dei soldi. E di questo le ringrazio a nome di tutta la mia famiglia e delle persone che lavorano con noi e che meritano di essere tutelate. A forza di alimentare questo modo di fare comunicazione e di dare le notizie, così morboso, non ci si lamenti, poi, quando l'ondata di fango colpirà altri: è l'unica conseguenza possibile. E’ quello che stiamo insegnando alle persone. Vi farei leggere anche solo un decimo delle schifezze che in queste ore stanno circolando sul web: minacce, insulti sessisti e volgari contro Monica, insinuazioni di ogni tipo. Invece di plaudire a un comportamento onesto, buttiamo nell'arena chi quel comportamento l'ha avuto. Io lo trovo davvero disarmante. Ma qualcuno ci ha pensato a cosa potrebbe provocare questo modo di fare? Proviamoci insieme. Ad esempio, nessuno si stupisca se domani, dopo quello che sta succedendo a me e a mia moglie, qualcuno che trovasse per caso soldi non suoi decidesse di intascarseli, piuttosto che sporgere denuncia e rischiare di passare lui per il delinquente. Cosa che, per altro, traspare da moltissimi commenti che tutti potete leggere. Questo è il modo migliore per favorire l'omertà e comportamenti disonesti: esattamente quello che, a parole e nei titoloni, si dice di condannare. Essere persone normali e oneste è diventato difficile. Per fortuna, sono tanti anche i messaggi di solidarietà che ci stanno arrivando. E voglio ringraziare, di cuore, tutte e tutti coloro che li stanno mandando. La preoccupazione, però, è che stiamo precipitando in un baratro che trasforma questo paese in una società che si nutre di odio, che gode nel vedere le persone alla gogna, che somiglia più ad un combattimento all'ultimo sangue perenne, ad una guerra a chi fa più male all'altro, che non ad una comunità con valori condivisi. E questo è drammatico e dovrebbe farci riflettere tutte e tutti».

Paolo Gianlorenzo per “la Verità” il 25 agosto 2021. Ventiquattromila euro in tagli da 500. I rotoli di banconote, avvolti dentro a sacchetti di plastica, sono stati rivenuti da alcuni operai che stavano facendo dei lavori a ridosso di un capannone utilizzato come rimessa di mezzi agricoli, nella maestosa azienda agricola CapalBio di proprietà della famiglia (fu inaugurata dalla coppia nel 2001) del sindaco Pd di Fiumicino, Esterino Montino, ex assessore e vicegovernatore della Regione, e della moglie, la senatrice Monica Cirinnà, dem pure lei, da sempre impegnata nelle battaglie per i diritti civili. E adesso è aperta la caccia al misterioso donatore che avrebbe lasciato dentro alla cuccia del cane (sic), a insaputa dei coniugi, il cospicuo malloppo. I lavori li aveva commissionati Fabio, figlio dei due politici. La notizia ha destato stupore, come le dichiarazioni rilasciate a caldo da Montino: «I militari», ha spiegato il sindaco di Fiumicino al Messaggero, «hanno sequestrato il denaro e mio figlio ha firmato la denuncia, ma credo che quei soldi siano frutto di un'attività illecita, la refurtiva messa da qualcuno che poi non è venuto a riprenderla». La notizia ci ha incuriositi e per questo siamo andati sul posto. La tenuta, di diverse decine di ettari, è composta in prevalenza da vigneti che ogni anno producono vino biologico che la famiglia Montino commercializza. Non è stato facile arrivarci. Si trova in mezzo a colline di macchia fittissima dove è difficile anche comunicare con i moderni telefoni. Davanti all'ingresso della Cantina abbiamo incontrato due operai; abbiamo parlato con uno di loro che stava lavorando con una pala meccanica, la stessa che con la benna aveva demolito il piccolo manufatto adibito a cuccia per i cani, un'altra passione della pasionaria Cirinnà (anche se, per verità di cronaca, non ne abbiamo visto neanche uno in giro). L'uomo alla guida del mezzo meccanico da scavo ci ha spiegato: «Stavo togliendo un piccolo manufatto per fare spazio ad alcuni attrezzi quando dalle macerie sono usciti quei rotoli di soldi. Non saprei dire altro. Ho avvisato il signor Fabio e lui ha chiamato i carabinieri». Non ci ha saputo o, forse, non ci ha voluto dire niente di più. Era molto nervoso e infastidito dalla nostra presenza sul posto. Ci ha indicato però il posto dove sarebbe avvenuto il misterioso ritrovamento. Era rimasto ben poco. Sia perché tutto è stato ripulito e anche perché il ritrovamento risale ad alcuni giorni fa. Abbiamo guardato intorno e cercato di interpretare le parole di Montino sul presunto «covo» utilizzato dai narcotrafficanti di droga. È vero che da queste parti, nelle macchie, veniva spacciata droga, ma al dettaglio. Di recente sono arrivate ben 16 condanne per quello che fu definito: «Il drive in della droga in Maremma». Parliamo di acquisti fatti con banconote di piccolo taglio e non certo con fogli da 500 euro e in numero così elevato. Il tenente colonnello Matteo Orefice, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri di Grosseto, ci ha spiegato: «Quello che è stato scritto corrisponde ai fatti che non sono certo stati raccontati dai nostri militari. Il comando generale ha disposto la riservatezza e non possiamo rilasciare notizie in aggiunta di quelle già note». Ovviamente di fronte alla stranezza dei fatti ci siamo permessi di insistere. «Sicuramente la vicenda è alquanto particolare», ha ammesso l'ufficiale. «Stiamo facendo delle indagini. Il taglio delle banconote da 500 euro è sicuramente poco comune tra i narcotrafficanti perché fuori conio da quasi tre anni. Sono spendibili ma una volta fatto la moneta viene ritirata e distrutta dalla Banca d'Italia». Uno dei motivi principali per i quali le banconote da 500 euro sono state ritirate in tutta Europa è quello dell'utilizzo illecito del contante. La banconota da 500 euro può essere cambiata in qualsiasi banca o istituto di credito. Queste, però, nel rispetto della normativa antiriciclaggio, potrebbero far avviare una procedura di controllo nei confronti di chi ne ha chiesto il cambio. La ratio di questo procedimento è presto detta: i tagli grandi possono agevolare il trasferimento di grosse somme di denaro e le banconote favoriscono le transazioni non rintracciabili. In questo caso il figlio della senatrice Cirinnà ha fatto bene a segnalare immediatamente l'episodio. Certo, un episodio del genere, avvenuto davanti ad almeno tre testimoni, sarebbe stato difficile da tenere riservato. Non sono tardate le precisazioni della senatrice pro gender, anche in virtù degli incresciosi episodi di cronaca nera che hanno visto come protagonista il fratello Claudio, arrestato nel luglio dello scorso anno in un'operazione contro il clan camorrista Senese e condannato a 4 anni e 8 mesi di carcere dopo il rito abbreviato insieme al figlio Riccardo (un anno e 4 mesi). Le accuse, a vario titolo, erano quelle di usura, estorsione, e intestazione fittizia di beni. I due erano accusati in concorso, di aver prestato e chiesto soldi a una persona che si trovava sottoposta anche alle indebite «attenzioni» del clan di Camorra. «In merito all'importante cifra di denaro rinvenuta casualmente nella nostra azienda e che abbiamo prontamente consegnato ai carabinieri, siamo felici che quel denaro, molto probabilmente frutto di qualche reato compiuto da malviventi, sarà nella disponibilità del Fondo unico per la giustizia e che verrà utilizzato per fini di pubblica utilità. È questo il comportamento corretto che ogni cittadino onesto deve tenere e siamo orgogliosi di quanto fatto». La signora e il marito, dopo aver sentito o letto, commenti poco graditi hanno aggiunto, all'unisono: «Siamo in contatto con la Procura di Grosseto e con il comando provinciale dei carabinieri per avere notizie sull'evoluzione delle indagini, al fine anche di assicurare serenità e sicurezza alla nostra azienda. Abbiamo inoltre dato mandato al nostro avvocato di perseguire chiunque tenti di adombrare la correttezza e limpidezza del nostro operato».

Monica Cirinnà e i soldi nella cuccia del cane, sconcertante risposta: "Eravamo nei guai, la nostra cameriera...". Schiaffo alla miseria. Libero Quotidiano il 26 agosto 2021. Dopo il giallo dei 24mila euro ritrovati nella cuccia del cane, Monica Cirinnà e il marito Esterino Montino non trovano di meglio che difendersi dalle (sterili) polemiche con una surreale intervista al Corriere della Sera. Intervista che, se possibile, li fa apparire ancora più lontani dall'"italiano medio" che già storce il naso, borbotta e ironizza su due big del Pd, principale partito della sinistra (lei senatrice, lui sindaco di Fiumicino), che passano l'estate nella loro villa a Capalbio, capitale dei radical chic romani e non solo. Quanto di più lontano dall'immagine del proletariato, ma ormai così vanno le cose (da anni) al Nazareno. Quei soldi in taglio a 500 euro sarebbero stati dimenticati da un delinquente, che aveva sfruttato la cuccia come "tana" durante una fuga. Le forze dell'ordine stanno indagando, ma intanto ecco le parole dei diretti interessati. "Per i romani sono stato l'uomo che ha realizzato il canile della Muratella, quand'ero assessore della giunta Rutelli - rivendica con orgoglio misto ad amarezza Montino -. E ora mi trovo in questa storia a causa di una cuccia che ho costruito con le mia mani anni fa". Va più al sodo la Cirinnà, da vera casalinga-matrona: "Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro. Volete sapere il motivo? Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: 'Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane'". D'altronde, alzi la mano in Italia chi non ha mai avuto questi problemi.

Selvaggia Lucarelli travolge Monica Cirinnà: "La cameriera strapagata? Poteva farla dormire nella cuccia del cane". Libero Quotidiano il 26 agosto 2021. Anche Selvaggia Lucarelli non può che reagire con una sarcastica alzata di sopracciglio all'autodifesa di Monica Cirinnà. La senatrice del Pd e il marito, Esterino Montino, sono stati coinvolti loro malgrado nel "giallo di Capalbio". Nella cuccia da cane presente sul terreno della loro villa, una tenuta molto estesa, sono stati ritrovati 24mila euro in banconote da 500 euro. Nascoste lì, probabilmente, da un delinquente in fuga che non è poi riuscito a recuperarle. Marito e moglie, imbarazzati e indignati dai veleni, dai sospetti e dalle ironie scoppiate in Rete, si sono difesi sul Corriere della Sera spiegando che la cuccia, costruita da Montino in persona, era in una zona appartata della proprietà, e non ci mettevano piede da tempo. Ma c'è un passaggio che ha colpito la Lucarelli, "illuminante da un punto di vista sociologico, di quelli da "nuovo salariato e capitale" in salsa maremmana". Ed è la frase pronunciata dalla senatrice, affranta, sulla cameriera fuggita a gambe levate: "Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro. Volete sapere il motivo? Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: "Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane"". "Ci mancava solo che lamentasse di dover fare anche il cocchiere e la carbonaia", la sfotte la Lucarelli. "Dà l’idea che la sua concezione di lavoro dipendente sia vagamente superata, sembrano parole della borghesia di altri tempi che immagina il mondo del lavoro fatto di manualità e fatica come una sorta di presepe vivente. Col ciabattino illuminato dallo stoppino acceso della lanterna a olio". E riguardo ai contributi Inps "si avverte lo stupore pure nelle virgole. È stupita di se stessa, della sua magnanimità. Poteva non pagarla e farla dormire nella cuccia col cane, su un giaciglio di banconote che, per carità, lei e il quadrupede avrebbero perfino potuto dare alle fiamme, nel caso a Capalbio l’inverno si fosse fatto rigido. E invece". Finale con fuochi d'artificio: "Il pane e le rose, la cuccia e le banconote.  Quante bizze, questo proletariato".

Dagospia il 26 agosto 2021. Dal profilo Facebook di Selvaggia Lucarelli. Più che tutta la surreale vicenda del cane che dormiva in un caveau, mi ha colpito questo passaggio dell’intervista del Corriere alla Cirinnà. Un passaggio illuminante da un punto di vista sociologico, di quelli da “nuovo salariato e capitale” in salsa maremmana. La Cirinnà ci spiega che era “nei pasticci” perché, causa dimissione della “cameriera” ora, in vacanza, fa LA LAVANDAIA, L’ORTOLANA, LA CUOCA. Curioso definire normali lavori domestici adottando un lessico dal sapore verghiano, trasformando banali mansioni casalinghe in vecchi mestieri, ci mancava solo che lamentasse di dover fare anche il cocchiere e la carbonaia. Dá l’idea che la sua concezione di lavoro dipendente sia vagamente superata, sembrano parole della borghesia di altri tempi che immagina il mondo del lavoro fatto di manualità e fatica come una sorta di presepe vivente. Col ciabattino illuminato dallo stoppino acceso della lanterna a olio. La lavandaia una che carica le lavatrici. Vabbè. Poi c’è quel sottolineare che lei la cameriera la pagava eh, era in regola eh, le pagava i contributi eh. Si avverte lo stupore pure nelle virgole. È stupita di se stessa, della sua magnanimità. Poteva non pagarla e farla dormire nella cuccia col cane, su un giaciglio di banconote che, per carità, lei e il quadrupede avrebbero perfino potuto dare alle fiamme, nel caso a Capalbio l’inverno si fosse fatto rigido. E invece. C’è però un altro passaggio che trovo insuperabile. Quello in cui la Cirinnà  si lamenta che la cameriera (che dunque ha un’infinità di mansioni) si sia licenziata perché si annoiava sola col cane. Intanto fa sorridere che l’ortolana-lavandaia-cuoca diventi “cameriera” a seconda di quello che si racconta. Se è la Cirinnà a dover lavorare, si scomodano Verga e i vecchi mestieri perché lei è COSTRETTA A SVOLGERE MANSIONI FATICOSE IN VACANZA. Se si parla della sua dipendente che li svolge abitualmente è “una cameriera”. STRAPAGATA, sottolinea. E mi piacerebbe molto sapere cosa intende la Cirinnà per strapagata. Insomma. Una cameriera si è licenziata perché forse di spadellare, accudire il giardino, lavare, stirare in una villa in campagna a Capalbio sola come un cane e senza neppure una cuccia caveau non aveva più voglia e la Cirinnà lo trova bizzarro. Trova bizzarro che magari possa lavorare e ambire pure a una vita sociale. Il pane e le rose, la cuccia e le banconote.  Quante bizze, questo proletariato.

Da iltempo.it il 27 agosto 2021. È bufera sulla senatrice del Pd, Monica Cirinnà, per le parole utilizzate in una intervista al Corriere della Sera. L’esponente dem, interpellata sul ritrovamento della busta con dei contanti all’interno della cuccia del cane della sua tenuta a Capalbio, ha spiegato di essere passata per un periodo difficile a causa dell’addio improvviso di una domestica. A scatenare gli utenti dei social sono state le parole utilizzate dalla senatrice: «Ero già nei pasticci di mio nelle ultime settimane, nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l’ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciato da un momento all’altro. Volete sapere il motivo? Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: "Me ne vado perché mi annoio a stare sola col cane». Parole che hanno innescato l’indignazione, ma anche la feroce ironia, di utenti e commentatori. Tanto che la senatrice è tornata sull’intervista facendo mea culpa: «Quando si sbaglia ci si scusa. Mi scuso quindi per le parole errate usate in questo momento difficile per dire che senza l’aiuto prezioso di una nostra collaboratrice ho avuto difficoltà. La nostra azienda si avvale dell’ottimo lavoro di tanti senza i quali tutto si complica».

Romina Marceca per “la Repubblica - Roma” il 27 agosto 2021. «Le banconote parlano e ci diranno qualcosa», spiega un inquirente. Ma alcuni di quei tagli da 500 euro resteranno muti. Perché quasi la metà dei 24 mila euro trovati dentro la cuccia del cane della tenuta Capal-Bio del sindaco di Fiumicino Esterino Montino e della moglie, la senatrice dem Monica Cirinnà, ha la matricola illeggibile o parzialmente danneggiata. E il filo rosso che lega le 48 banconote da 500 euro al giallo dell'estate potrebbe spezzarsi. Il mistero si fa più intricato. Risalire alla provenienza di quel denaro trovato nella cuccia del cane dell'azienda agricola toscana potrebbe essere più complicato e nel caso di alcuni tagli da 500 impossibile. Quella somma è stata nascosta lì tempo fa, questo è ormai certo. L'inchiesta è coordinata dalla procura di Grosseto che ha aperto un fascicolo conoscitivo di atti relativi. L'indagine è affidata ai carabinieri. La coppia dem è stata attaccata sui social, dai nemici politici, da chi ha anche fatto satira sul ritrovamento durante alcuni lavori nella tenuta di Capalbio. E, adesso, il cellulare del sindaco Montino squilla a vuoto. Il suo portavoce riferisce che «c'è un'indagine in corso, il sindaco non parla più». I due esponenti politici si sono affidati a un avvocato per essere tutelati da una valanga di «ingiurie, insulti, offese e veleno», come hanno scritto su Facebook. I carabinieri hanno messo sottochiave quelle banconote e presto le consegneranno alla Banca d'Italia, dove gli esperti studieranno le matricole leggibili. Compito difficile e che richiede tempo. Non è escluso nemmeno che quella somma arrivi dall'estero. E questo potrebbe complicare il lavoro degli investigatori nella ricerca della filiale dell'istituto bancario che le ha messe in circolazione. Di fatto dal 2019 è stata sospesa la stampa del taglio da 500 euro per motivi legati al mondo del riciclaggio. Chi ne entra in possesso può rivolgersi alle banche e scambiarle. Tutte le banconote che vengono consegnate vanno distrutte. Di fatto chi ha nascosto il denaro non è stato molto accorto. Le banconote sono state esposte alle intemperie, non erano protette da alcun involucro. Sono state trovate incastrate tra le assi di legno della cuccia durante alcuni lavori nella tenuta in Toscana. A denunciare il ritrovamento è stato il figlio di Montino. Era in compagnia degli operai che stavano lavorando nell'azienda CapalBio. Nei prossimi giorni sarà sentito dai carabinieri. Ma non è escluso che la procura possa decidere di ascoltare anche il sindaco e la senatrice dem e altri familiari. I Montino hanno ipotizzato che possa trattarsi di una somma provento dello spaccio, lasciata lì da qualcuno che non è tornato a riprenderla. Nel passato della senatrice pro gender c'è l'arresto, nel luglio del 2020, del fratello Claudio in un blitz contro la camorra dei Senese. A Claudio Cirinnà non è stata contestata l'aggravante mafiosa ma il reato di usura, la sorella Monica è estranea ai fatti. Lui è stato condannato con rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi, il figlio a un anno e 4 mesi. Padre e figlio avrebbero prestato e chiesto soldi a una persona che sarebbe stata nel mirino delle attenzioni del clan Senese. Gli inquirenti potrebbero decidere di sentire sindaco, senatrice e anche i loro familiari  

François de Tonquédec e Paolo Gianlorenzo per “La Verità” il 27 agosto 2021. La cuccia per cani con i 24.000 euro incorporati era stata costruita personalmente da Esterino Montino, un uomo tutto di un pezzo, che con le sue imprese fa ombra all'Antonio Di Pietro contadino. Lui, ex bracciante senza auto, più che la passione per la guida ha quella per la politica e pure quella per gli affari. Un fiuto che deve aver affinato  come ci ha suggerito una fonte, trenta-trentacinque anni fa quando venne chiamato a fare il «segretario amministrativo (tesoriere) romano del Pci-Pds». Ci racconta il testimone: «Ovviamente per la sua attività aveva contatti con i segretari amministrativi degli altri partiti. In primis con il senatore Giorgio Moschetti oggi defunto. Si incontravano in un appartamento in via dell'Oca. Cane, oca, sempre la fattoria degli animali». La sua dolce metà, Monica Cirinnà, non è da meno. Chi se la figura come un'annoiata senatrice dem impegnata in mediatiche campagne per i diritti civili e gli animali sbaglia di grosso. La signora non solo ha intrapreso anche la strada di imprenditrice agricola, ma al Corriere della sera ha fatto sapere che nei cinque giorni di ferie, essendosi la cameriera «strapagata» licenziatasi perché si annoiava «a stare sola con il cane», si è ridotta a fare «l'ortolana, la lavandaia, la cuoca». Insomma i mestieri domestici. La donna ci ha tenuto anche a far sapere che la sua colf era stata messa in regola. E sono in regola anche i sette lavoratori agricoli, tutti rigorosamente extracomunitari, assunti nella fazenda. La signora, anche se al momento è costretta a indossare gli scomodi panni della donna di casa, ha il gusto per gli affari e gli investimenti immobiliari. Negli archivi della Camera di commercio compaiono almeno quattro indirizzi di residenza o di domicilio. C'è quello dell'appartamento di Propaganda fide, vicino a piazza Navona, che la coppia avrebbe lasciato da qualche anno, ce n'è uno nella piazza del Tribunale (dove, secondo il portiere, sono rimasti un paio d'anni), ce n'è un altro, sempre di fianco a piazza Navona, e infine c'è il più recente, considerata la loro attuale dimora, a due passi da Campo de' fiori, dove i vicini li vedono arrivare a bordo di una Smart acquistata da lei nel 2019. I due politici-contadini preferiscono non risiedere a Fiumicino, dove lui è nato ed è sindaco, ma nel cuore della Roma delle terrazze e degli aperitivi esclusivi. Salvo poi indossare gli abiti bucolici nelle tenute a ridosso di Capalbio, già piccola Atene dell'intellighenzia capitolina, e del Monte Argentario, ad Orbetello. In piena Maremma i due hanno acquistato, (secondo gli atti notarili) attraverso due società agricole, 74 bio e CapalBio qualcosa come137 ettari di terreno, gran parte sono coltivati a grano duro, altri a mais, a erba medica, e poi c'è la campagna più classica: uliveto, frutteto e vigneto. Qualche anno fa nelle stalle, un giornale aveva contato anche diversi bovini: una quarantina di vacche maremmane, due vitelli, 15 tori e sette manze chianine. Non sappiamo se ci siano ancora. Restano i vasti terreni, larghi quanto 200 campi di calcio sulle colline dei cosiddetti SuperTuscany rossi. Una parte dei questi, 134 ettari a cavallo tra i comuni di Orbetello e Capalbio, è stata rilevata nel 2001 subentrando in un contratto tra un coltivatore locale e l'Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), un ente sotto il controllo del ministero delle Politiche agricole, per 704.255 euro (da pagare in trent' anni), il prezzo residuo di quanto dovuto a Ismea dal vecchio proprietario, che dall'atto risulta non aver ricevuto nessun compenso. I restanti 3 ettari che, insieme a un edificio rurale con al piano terra 6 magazzini, un bagno e il portico, sovrastati da un appartamento con soggiorno, cucina, due camere, bagno e terrazzo per una superficie totale di 215 metri quadri (134 al piano inferiore e 81 a quello superiore) che affacciano su una corte di 1.200, si trovano nel comune di Manciano e sono stati acquistati nel 2007 da un residente del posto per 265.000 euro. Dalla stessa persona e nella medesima località sono stati acquistati direttamente dalla Cirinnà altri 6,56 ettari, al prezzo di 250.000 euro. La signora risulta personalmente intestataria di un «fabbricato per funzioni produttive connesse alle attività agricole», di un terreno seminativo e di uno in «variazione colturale». A Montino, invece, non è intestato nessun immobile. Che invece sono tutti di proprietà delle società agricole e di una Srl. Oltre a quelli di Manciano, molti fabbricati, otto, si trovano a Capalbio. Qui abbiamo una villetta di 8,5 vani, un'altra di 6,5, quattro magazzini, una casa più piccola (3 locali) e un immobile in costruzione. Tra Capalbio e Orbetello la coppia dispone di 4 ettari e mezzo di vigneti, pari a circa 6 campi da calcio e mezzo. Qui coltiva sauvignon e merlot. Lui risulta amministratore unico della Monester (che controlla la tenuta CapalBio) e della 74 bio, nonché titolare di quote della stessa Monester (70 per cento), della Marest (49) e della Grafiche fover Srl (33,59%) che possedeva, senza avere ruoli gestionali, con un fratello e che ha avuto vita breve prima di fallire. C'è un locale a Roma da cinque stelle in tutte le guide turistiche destinate al pubblico lgbt. Si chiama Alibi, ed è un disco-bar nel cuore di Testaccio, proprio di fronte all'ex mattatoio, in via di Monte Testaccio dal civico 40 al civico 44. Ci informava 12 anni fa l'attuale direttore del Tempo Franco Bechis. Ma alla Monester apparteneva l'intero piano terra dell'isolato, che ospitava altri due disco bar e una discoteca. Tutto della Monester. Ancora oggi la società, il cui nome sembra nato dalla crasi di Monica ed Esterino, ha intestati 467 metri quadrati adibiti a negozi con una rendita catastale di 42.617,46 euro. Quel complesso immobiliare fu acquistato nel 2001 per 1,425 miliardi di vecchie lire, chiedendo un mutuo alla Banca di Roma per 1,5 miliardi di lire. Il mutuo è stato improvvisamente estinto nel 2008 per essere riacceso presso un nuovo istituto di credito, la Banca di credito cooperativo di Roma (Bcc) che ha messo a disposizione 1,2 milioni di euro. Montino aveva anche un'altra Srl, la Sagittario 2090, che era proprietaria anche di un ristorante a Maccarese, venduto poi dopo una lunga querelle giudiziaria con il proprietario dei terreni confinanti nel 2008 a 25.000 euro. Ma la vera passione dei Montino sono le attività agricole e per questo hanno dato vita a tre società impegnate nel settore: la Capalbio fattoria società agricola srl, la 74 Bio società agricola arl, le Fattorie biologiche società agricola (quest' ultima risulta inattiva, si trova a Montalto di Castro in provincia di Viterbo e ha come socio al 40 per cento proprio la CapalBio). In queste ore questi imprenditori agricoli, con la storia delle banconote da 500 euro nascoste dentro la cuccia devono essere andati ben ben nel pallone e ieri la Cirinnà dopo aver parlato della sua cameriera nei termini citati all'inizio ha rettificato: «Quando si sbaglia ci si scusa. Mi scuso quindi per le parole errate usate in questo momento difficile per dire che senza l'aiuto prezioso di una nostra collaboratrice ho avuto difficoltà. La nostra azienda si avvale dell'ottimo lavoro di tanti senza i quali tutto si complica». Quindi niente «mami» di Via col vento, ma preziosa collaboratrice. Chissà se anche i cani titolari della cuccia tra qualche giorno diventeranno principi o magari qualcos' altro. Intanto proseguono le indagini sull'origine delle 48 banconote da 500 euro ritrovate tra le macerie del ricovero per i cani. Bastardini che Montino e la Cirinnà avrebbero accolto compassionevolmente. Tra le macerie della cuccia per i piccoli della «cana» (termine dialettale usato dalla senatrice) di un vicino pastore, rifugio che Montino e la Cirinnà avrebbero amorevolmente costruito. Ieri in Procura nessuno ha parlato del caso. Al momento il fascicolo è aperto contro ignoti e non sappiamo se i pm abbiano già iscritto un'ipotesi di reato. Le banconote sequestrate sono in attesa di essere analizzate. Non è da escludere che possano essere state registrate dalla banca che per ultima le aveva avute in custodia. «Abbiamo preso atto della denuncia della famiglia Montino - ci dice uno degli investigatori - ma non possiamo escludere nessuna pista. Banconote di questo taglio così grande è stato usato, in passato, per molteplici usi illegali. Le banconote quando sono state consegnate al maresciallo di Capalbio erano già state estratte dagli involucri di plastica nei quali, il proprietario, aveva cercato di metterli al sicuro». Un'imprudenza che potrebbe aver complicato e non di poco le indagini. 

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 28 agosto 2021. Una sola cosa per ora è certa. Le 48 banconote da 500 euro, per un totale di 24 mila euro, trovate in una vecchia e abbandonata cuccia per cani nella villa di Capalbio del sindaco di Fiumicino Esterino Montino e della moglie, la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, sono state stampate dalle banche centrali dei Paesi dell'Ue prima del 2019. Quell'anno infatti sono state dichiarate fuori corso e tolte dalla circolazione per combattere riciclaggio ed evasione. Ancora ignota, invece, è la loro provenienza. Non appartenevano ai padroni di casa, che dopo il ritrovamento durante alcuni lavori in un'area dell'azienda agricola dove si trovava una vecchia cuccia per cani inutilizzata da anni, hanno avvertito i carabinieri. Di chi era quell'oscuro e misterioso tesoretto? Per fare piena luce la Procura di Grosseto ha aperto un fascicolo e ha interessato anche Bankitalia fornendo i numeri di matricola delle banconote fuori corso. Un modo per capire quale sia la loro provenienza e ricostruire il viaggio del denaro ma capire anche se ci sono dei falsi. Non tutti i tagli da 500 euro hanno però matricole leggibili. Qualcuno ha tentato di cancellarle o alterarle? L'ipotesi più probabile è che si siano deteriorate nel tempo. Dai numeri leggibili sarà possibile capire se il denaro è arrivato dall'estero, anche se il lavoro di indagine non è semplice. Una delle ipotesi investigative è che il «tesoretto» sia in realtà l'incasso di un traffico di droga che qualcuno in passato ha voluto nascondere per non essere sorpreso dalle forze dell'ordine. Quel luogo, che dista 200 metri dalla villa, è vicino alla strada e dunque facilmente accessibile. Ed effettivamente nella zona risultano in passato operazioni antidroga con sequestri e arresti. L'ipotesi è stata avanzata anche da Montino e Cirinnà. Intanto proseguono le polemiche politiche sul caso. Anche ieri il leader della Lega, Matteo Salvini, in un post su Facebook, ha nuovamente ricordato il ritrovamento dei 24 mila euro nella cuccia di Capalbio. Mentre i consiglieri di maggioranza del consiglio comunale di Fiumicino, dove Montino è sindaco, in una nota scrivono di «polverone mediatico» nei confronti di «persone oneste e trasparenti» che hanno compiuto l'azione più giusta «denunciare il ritrovamento di questi soldi alle forze dell'ordine». Contro la raffica di insulti che arrivano via social, la coppia ha nominato un avvocato.

Monica Cirinnà, la stranezza di quelle banconote da 500 euro: “Alterate?”, il caso della cuccia del cane arriva a Bankitalia. Libero Quotidiano il 28 agosto 2021. Continua a tenere banco il giallo di Capalbio, dove Monica Cirinnà ed Esterino Montino hanno denunciato il ritrovamento di 24mila euro nella cuccia per cani abbandonata nella loro villa. Stando a quanto riportato dall’edizione odierna del Corriere della Sera, sono emersi nuovi dettagli sulla misteriosa vicenda: le 48 banconote da 500 euro sono state stampate dalle banche centrali dei Paesi appartenenti all’Unione europea prima del 2019. “Quell’anno infatti sono state dichiarate fuori corso - scrive Marco Gasperetti - e tolte dalla circolazione per combattere riciclaggio ed evasione. Ancora ignota, invece, è la loro provenienza”. Una delle ipotesi è che quei soldi derivino dal traffico di droga: nella zona in cui è avvenuto il ritrovamento - che dista circa 200 metri dalla villa della senatrice del Pd ed è facilmente accessibile dalla strada - risultano in passato delle operazioni antidroga con diversi sequestri e arresti. Quindi il denaro potrebbe essere di qualcuno che non aveva ancora avuto modo di recuperarlo dopo averlo nascosto. La Procura di Grosseto ha aperto un fascicolo e ha coinvolto anche Bankitalia, fornendo i numeri di matricola delle banconote fuori corso: “Un modo - si legge sul Corsera - per capire quale sia la loro provenienza e ricostruire il viaggio del denaro ma capire anche se ci sono dei falsi. Non tutti i tagli da 500 euro hanno però matricole leggibili. Qualcuno ha tentato di cancellarle o alterarle?”.

Michele Serra per “la Repubblica” il 27 agosto 2021. Se trovate nella cuccia del cane, o in altri luoghi di vostra pertinenza, una mazzetta di banconote da cinquecento euro, per carità non ditelo a nessuno. Fate finta di niente e allontanatevi fischiettando. Oppure bruciatele. Usatele per un suggestivo collage. Se vivete vicino al mare, affidatele alle onde. Adoperatele come prezioso, insolito materiale per l'origami. Fatene una cerbottana e sparate piselli al vento. Rifoderateci un vecchio giubbotto da moto, la carta protegge dal freddo, quella filigranata magari è ancora meglio. Aggiungetele alle banconote del vostro Monopoli, saranno uno spiritoso plus per i vostri giochi da tavola, gli amici ne saranno gradevolmente sorpresi. Con una macchinetta fa-buchi e con un po' di pazienza, ricavatene dei festosi coriandoli per il prossimo Carnevale. Provate a farne compost, unendole alle bucce del cocomero. Sperimentate se, fatte in pezzi piccolissimi e aromatizzate con uno sciroppo scaduto, le formiche se le portano via. Insomma non fate come i signori Montino e Cirinnà, che secondo legge e secondo coscienza hanno denunciato il ritrovamento dello sconosciuto bottino alle autorità; ricavandone in cambio sghignazzi, sospetti, prese per i fondelli, insulti assortiti, spiritosaggini innescate da una evidente aggravante geopolitica (si tratta di una coppia di politici e la cuccia del cane, con annessa casa, è a Capalbio). È quella che si chiama esposizione mediatica, abbastanza simile, in parecchi casi, al destino dei pupazzi del tiro a segno nei luna-park, o col fucile a pallini o a pallate di gomma dura sono il bersaglio di un sacco di gente, nell'allegria generale. Ora si legge che i due bersagli di turno si sono rivolti a un avvocato, per vendicare le offese e le illazioni di molti che alla vicenda hanno dedicato qualche secondo del loro tempo e qualche sputacchio del loro repertorio. Ma no, dai, lasciate perdere gli avvocati, volete per caso rovinare il clima spensierato nel quale si consumano questi simpatici riti collettivi?

Monica Cirinnà e i soldi nella cuccia, "come si chiama il cane". Indiscreto: "Ci credo che la colf è scappata". Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 28 agosto 2021. La verità è che non esiste più la servitù d'una volta. In queste ore, dall'intero arco costituzionale, esala una profonda solidarietà, un'umana costernazione nei confronti della senatrice Dem Monica Cirinnà improvvisamente abbandonata dalla propria domestica. Monica è una donna distrutta. Perché la serva serve, diceva Totò. Già turbata e violata nell'intimo per la nota vicenda dei 24mila euro trovati nella cuccia - che aveva costruito lei stessa, a mani nude - del cane, nell'agriturismo di famiglia CapalBioFattoria, Monica è stata intervistata dal collega Tommaso Labate sul Corriere della sera. E, ad un tratto, nella concitazione del racconto, le è partito l'embolo: «Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro». Non nel senso che la cameriera è morta. No. È proprio scomparsa, inghiottita dalla campagna grossetana. «La cameriera mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: "Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane"», inveisce Monica. Una reazione comprensibilissima, la sua. Che chiunque di noi avrebbe avuto, parliamoci chiaro. Suvvia. Se all'improvviso sei costretta a caricare la lavatrice, a fare la spesa e a crocefiggerti ai fornelli; se questa apocalisse si abbatte tra i filari di Sauvignon della tua villa di Capalbio mentre sei impegnata nella terrazza a discettare di diritti civili nel clangore delle erre mosce; e se frotte di operai dabbasso rassettano i capannoni e sfamano a tagli di scottona il tuo cane Orso (sì, il cane si chiama "Orso"); be' se accade tutto questo, è naturale che la colpa sia di quella stronza della cameriera. Mi pare ovvio, no?

FIDUCIA TRADITA. Non c'è nulla di male a fustigare la servitù come nei film di Lina Wertmuller. Tra l'altro Cirinnà evoca assai la figura di Raffaella Pavone Lanzetti/Mariangela Melato, la ricca, charmant signora borghese travolta da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto dell'omonimo film; era la capalbiese che, dallo yacht, dava del villico e vessava il cameriere Gennarino Carunchio/Giancarlo Giannini. Ecco, fate conto che la colf della Cirinnà sia un po' come Gennarino Carunchio. Solo che, oltre a cucinare, lavare, stirare, pulire, cucinare, la domestica della Cirinnà era costretta a convivere, da sola, con un maremmano iperattivo e la compagna di lui in attesa di una cucciolata: tutti cagnoni che ricordano molto i tratti caratteriali della padrona. Poi uno si chiede perché la cameriera s'è data alla fuga. Cirinnà, insomma, si è sentita giustamente tradita. Alla cameriera aveva dato le chiave del suo mondo; le aveva concesso fiducia, pasti e alloggio gratuiti, perfino il regolare versamento dei contributi. Perfino. Ché non è cosa da tutti, attenzione. Mica Monica si comportava come la Laura Boldrini accusata, ai tempi, dalla sua colf di non averle liquidato il tfr (e l'ex presidente della Camera, allora, rispose: «Perché dovrei imbrogliare Lilia? Era sempre stata regolare. Per duemila euro? Ma per favore...». La sbranarono). Monica, no. Monica è una che osserva le leggi dello Stato, dato che ha pure una laurea in legge; sente "il peso enorme della felicità degli altri"; cammina sul filo del rispetto dei diritti mentre produce e smercia olio, vini e marmellate. Nella buona tradizione del Pd capalbiese così deliziosamente radical chic, ella è vissuta col marito Montino ex senatore e sindaco di Fiumicino in case di campagna; o, al massimo, in case da affitti mensili miserrimi, e poco importa se il prezzo stracciato di quegli appartamenti della Madonna nel cuore di Roma rientrasse ambiguamente nelle proprietà di Propaganda Fide.

Tommaso Labate per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2021. Il sottobosco complottista ha trovato il suo giallo dell'estate, che come i gialli migliori si nutre di contrasti. Quarantotto banconote da cinquecento euro arrotolate e nascoste dentro una cuccia, circondata a sua volta da vitigni Merlot e Sauvignon; il gusto fruttato del vino che verrà e la polvere di un capannone da ripulire, l'odore dei soldi e il ferro degli attrezzi da campagna, l'ideale erre moscia della Capalbio ch'è stata il tempio della sinistra ai tempi della superiorità morale, gli aperitivi al tramonto, il mare e la campagna. E, sopra tutto, un'inquietante iconografia canina che tutto tiene insieme, il presente e il passato remoto, come il filo conduttore dei gialli migliori. Dice lui: «Per i romani sono stato l'uomo che ha realizzato il canile della Muratella, quand'ero assessore della giunta Rutelli. E ora mi trovo in questa storia a causa di una cuccia che ho costruito con le mie mani anni fa». Dice lei: «Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro. Volete sapere il motivo? Mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: "Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane"». Lui e lei sono Esterino Montino e Monica Cirinnà, marito e moglie, due calibri pesantissimi del progressismo capitolino comunista prima e post-comunista dopo, sindaco di Fiumicino lui, senatrice del Pd e madre della legge sui diritti alle coppie di fatto lei. Lavorando alla pulizia di un vecchio capannone, mercoledì 18 agosto, alcuni operai hanno trovato, nascosti in una cuccia per cani abbandonata, la bellezza di ventiquattromila euro in banconote da cinquecento. Insieme a uno dei figli dei padroni di casa hanno immediatamente avvertito le forze dell'ordine e poi telefonato alla coppia, che stava rientrando da Roma dove aveva partecipato ai funerali dell'amico avvocato Luca Petrucci. Se all'inizio degli anni Sessanta Adriano Celentano e Claudia Mori erano stati la coppia dei ventiquattromila baci, Montino e Cirinnà - nell'estate 2021 - si guadagnano loro malgrado lo scherzoso appellativo dei proprietari della cuccia da ventiquattromila euro. Scherzoso ma neanche troppo, sottolinea lei, visto che su questa storia c'è pure chi sta uscendo un po' fuori dal seminato delle battute. «Dal mio partito ho ricevuto una sola telefonata di solidarietà, da Goffredo Bettini. Lo scriva», scandisce. «E anche gli assessori della giunta di Fiumicino, va detto, sono intervenuti a difesa di mio marito rispondendo ad assurde richieste di dimissioni...». La cuccia del mistero, intanto. «È molto vicina alla strada asfaltata che passa accanto alla proprietà e molto distante da dove abbiamo la casa, un punto in cui non passiamo quasi mai e che dall'abitazione non si vede nemmeno. Prendiamo il Senato: faccia conto che la casa sta alla buvette e la cuccia al bar di Sant' Eustachio», racconta Cirinnà, evocando l'immagine - per chi non fosse esperto della geografia politica della Capitale - di due luoghi che sono vicini ma vengono percepiti come molto distanti. «Anni fa avevamo un pastore come vicino. Aveva una cagna che ci ritrovavamo spesso fuori dal nostro cancello e che, a un certo punto, fa una cucciolata. Decidiamo di ospitare quei cuccioli fino allo svezzamento ma, visto che i nostri cani erano gelosi, Esterino costruisce questa cuccia che posizioniamo distante ma sempre nella nostra proprietà. Pensi che la cucciolata arrivò l'8 marzio 2013, il giorno in cui mi insediavo al Senato. Poi la cuccia non ci è servita più e mio marito, con una ruspa, l'ha spostata dove sta adesso. Consideri che era lì abbandonata da quasi otto anni...». Lì qualcuno, probabilmente approfittando della vicinanza alla strada principale e dalla distanza dall'abitazione, ha infilato i ventiquattromila euro in contanti su cui adesso le forze dell'ordine stanno indagando. «Certo che l'ho costruita bene, anche all'interno è ben isolata», sorride Montino a proposito dello stato di conservazione delle quarantotto banconote da cinquecento euro arrotolate. Lo stato delle banconote potrebbe non essere un indicatore del periodo in cui sono state nascoste là dentro. Erano nuove o vecchie? «Consunte», risponde Cirinnà, simulando scherzosamente familiarità con gli aggettivi che si trovano nei verbali di sommaria informazione che riempiono gli archivi delle stazioni di polizia e delle caserme dei carabinieri. A far loro ombra, chissà per quanto tempo, vitigni di Merlot e Sauvignon. Più in là, tutto il biologico che uno potrebbe aspettarsi dalla campagna capalbiese e anche di più, «marmellate, pomodori, conserve». E il capannone degli attrezzi, con il ferro vecchio da smaltire, a cui gli operai stavano lavorando prima che lo strano ritrovamento delle banconote facesse sobbalzare la famiglia Montino-Cirinnà e far accorrere in campagna le forze dell'ordine. Qualcuno potrebbe figurarselo come il capannone degli attrezzi di Presunto innocente, il libro di Scott Turow in cui a un certo punto il protagonista - dopo mille disavventure giudiziarie - riesce a ricostruire il dettaglio decisivo di un delitto di sangue di cui era stato ingiustamente accusato. Ma a Capalbio, per fortuna, niente sangue. Il giallo estivo dei complottisti ha il colore di un Sauvignon rigorosamente biologico, l'odore dei soldi e un'inquietante iconografia canina che tutto tiene assieme, presente e passato. Come nei gialli migliori, come nei complotti.

Francesco Specchia per “Libero quotidiano” il 27 agosto 2021. La verità è che non esiste più la servitù d'una volta. In queste ore, dall'intero arco costituzionale, esala una profonda solidarietà, un'umana costernazione nei confronti della senatrice Dem Monica Cirinnà improvvisamente abbandonata dalla propria domestica. Monica è una donna distrutta. Perché la serva serve, diceva Totò. Già turbata e violata nell'intimo per la nota vicenda dei 24mila euro trovati nella cuccia - che aveva costruito lei stessa, a mani nude - del cane, nell'agriturismo di famiglia CapalBioFattoria, Monica è stata intervistata dal collega Tommaso Labate sul Corriere della sera. E, ad un tratto, nella concitazione del racconto, le è partito l'embolo: «Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera, strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro». Non nel senso che la cameriera è morta. No. È proprio scomparsa, inghiottita dalla campagna grossetana. «La cameriera mi ha telefonato un pomeriggio e mi ha detto, di punto in bianco: "Me ne vado perché mi annoio a stare da sola col cane"», inveisce Monica. Una reazione comprensibilissima, la sua. Che chiunque di noi avrebbe avuto, parliamoci chiaro. Suvvia. Se all'improvviso sei costretta a caricare la lavatrice, a fare la spesa e a crocefiggerti ai fornelli; se questa apocalisse si abbatte tra i filari di Sauvignon della tua villa di Capalbio mentre sei impegnata nella terrazza a discettare di diritti civili nel clangore delle erre mosce; e se frotte di operai dabbasso rassettano i capannoni e sfamano a tagli di scottona il tuo cane Orso (sì, il cane si chiama "Orso"); be' se accade tutto questo, è naturale che la colpa sia di quella stronza della cameriera. Mi pare ovvio, no? Non c'è nulla di male a fustigare la servitù come nei film di Lina Wertmuller. Tra l'altro Cirinnà evoca assai la figura di Raffaella Pavone Lanzetti/Mariangela Melato, la ricca, charmant signora borghese travolta da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto dell'omonimo film; era la capalbiese che, dallo yacht, dava del villico e vessava il cameriere Gennarino Carunchio/Giancarlo Giannini. Ecco, fate conto che la colf della Cirinnà sia un po' come Gennarino Carunchio. Solo che, oltre a cucinare, lavare, stirare, pulire, cucinare, la domestica della Cirinnà era costretta a convivere, da sola, con un maremmano iperattivo e la compagna di lui in attesa di una cucciolata: tutti cagnoni che ricordano molto i tratti caratteriali della padrona. Poi uno si chiede perché la cameriera s' è data alla fuga. Cirinnà, insomma, si è sentita giustamente tradita. Alla cameriera aveva dato le chiave del suo mondo; le aveva concesso fiducia, pasti e alloggio gratuiti, perfino il regolare versamento dei contributi. Perfino. Ché non è cosa da tutti, attenzione. Mica Monica si comportava come la Laura Boldrini accusata, ai tempi, dalla sua colf di non averle liquidato il tfr (e l'ex presidente della Camera, allora, rispose: «Perché dovrei imbrogliare Lilia? Era sempre stata regolare. Per duemila euro? Ma per favore...». La sbranarono). Monica, no. Monica è una che osserva le leggi dello Stato, dato che ha pure una laurea in legge; sente "il peso enorme della felicità degli altri"; cammina sul filo del rispetto dei diritti mentre produce e smercia olio, vini e marmellate. Nella buona tradizione del Pd capalbiese così deliziosamente radical chic, ella è vissuta col marito Montino ex senatore e sindaco di Fiumicino in case di campagna; o, al massimo, in case da affitti mensili miserrimi, e poco importa se il prezzo stracciato di quegli appartamenti della Madonna nel cuore di Roma rientrasse ambiguamente nelle proprietà di Propaganda Fide. Non è questo il punto. Chiunque di noi, così profondamente ferito dall'ingenerosità della serva, avrebbe reagito con la stessa stizza di quando la stessa Monica lottava in Parlamento per introdurre la famosa "legge Cirinnà" sulle unioni civili e saliva sui carri festosi del Gay Pride brandendo quel cartello così vezzoso: «Dio, patria e famiglia: che vita de merda». O di quando le comunicarono che il fratello era probabilmente latitante a Dubai, inseguito da un ordine di cattura per traffico di carburanti. Chiunque, stramato da queste avversità, s' incazzerebbe con la serva; e la relegherebbe, come minimo chiusa a chiave, ai piani bassi della magione, come nel film Gosford Park o nei romanzi di Dickens. Infatti io proprio non capisco la reazione bizzarra di Selvaggia Lucarelli, la quale non pensa allo smacco della padrona ma agli incubi della cameriera. Scrive, infatti, Selvaggia delle dichiarazioni di Monica: « Si tratta di un passaggio illuminante da un punto di vista sociologico, di quelli da "nuovo salariato e capitale" in salsa maremmana... Curioso definire normali lavori domestici adottando un lessico dal sapore verghiano, trasformando banali mansioni casalinghe in vecchi mestieri, ci mancava solo che lamentasse di dover fare anche il cocchiere e la carbonaia". E aggiunge, maliziosamente, buttandola sull'antropologia culturale: «Quel sottolineare che lei la cameriera la pagava eh, era in regola eh, le pagava i contributi eh. Si avverte lo stupore pure nelle virgole. È stupita di se stessa, della sua magnanimità. Poteva non pagarla e farla dormire nella cuccia col cane, su un giaciglio di banconote». Che, poi, Selvaggia cara, non è nemmeno una cattiva idea. Non capisco il problema. Un conto è curarsi pazientemente dei quattro gatti, delle due cavalle degli asini amiatini, dei cani Arno, Luna e Orso e di Libera, una piccola Beagle «che ho salvato dalla morte per sperimentazione nel terribile canile Green Hill», ricorda sempre fieramente Monica. Un altro conto è preoccuparsi della confort zone della cameriera. Che, tra l'altro dev' essere sicuramente fascista. Stronza e fascista. Annamo bene. Magari non sembrava ma lo era senz' altro, fascista: Monica, per il fascismo, possiede il fiuto di Togliatti, Cossutta e Tomaso Montanari messi insieme: è in grado di vedere orbaci e simboli littori in persone, luoghi, esseri animati imperscrutabili. Non capisco perché, poi, l'attacco contro la servitù disattenta abbia suscitato ironie tanto facili tanto da far esplodere la plebaglia del web.  Io non l'avrei fatto, ma Monica che è una generosa, in serata si è scusata via Twitter per le parole usate la sera prima: «Quando si sbaglia» ha scritto la senatrice dem «ci si scusa. Mi scuso quindi per le parole errate usate in questo momento difficile per dire che senza l'aiuto prezioso di una nostra collaboratrice ho avuto difficoltà. La nostra azienda si avvale dell'ottimo lavoro di tanti senza i quali tutto si complica». E sta bene, brava Monica. Ora per la nostra esausta paladina dei diritti umani si tratta di trovare una nuova collaboratrice che sia un efficiente incrocio fra il maggiordomo Alfred di Batman, uno zelante funzionario di Greenpeace e un militante dell'Ente protezione animali. Hai detto niente. Ah, la servitù di una volta...

Monica Cirinnà e le sue dichiarazioni che “di sinistra” non hanno niente. Anna Rita Leonardi, Social media manager, su Il Riformista il 26 Agosto 2021. Premessa. Come ho già detto, credo che la senatrice dem Cirinnà non sappia nulla dei 24mila€ ritrovati nella cuccia del suo cane. Detto ciò ritengo che queste sue dichiarazioni siano devastanti, da un punto di vista politico e umano.

Cara Monica, ci sono persone che le ferie non sanno nemmeno cosa siano. Ci sono persone che “la lavandaia, l’ortolana, la cuoca” la fanno 365 giorni l’anno: chi per professione, chi perché svolge il ruolo di casalinga, e quindi senza nemmeno percepire uno stipendio. Certamente, non “importante” come il tuo. Perciò dire che “eri nei guai” perché per 5 giorni hai fatto ciò che milioni di persone fanno per tutta la vita, lo ritengo offensivo e degradante. Anche per te, che sei sempre pronta ad insegnare agli altri cosa è di sinistra e cosa no. Ecco, queste tue dichiarazioni di “sinistra” non hanno nulla. Come non ha nulla di “sinistra” il voler sottolineare che la tua cameriera (per la cronaca, si chiamano collaboratrici domestiche… “cameriera” fa davvero poco “democratico”) lavora con te “messa in regola”. E ci mancherebbe, vorrei dirti! Se davvero ti ritieni una donna di sinistra, quindi attenta soprattutto agli ultimi, una cosa del genere non avresti nemmeno dovuto sottolinearla, perché dovrebbe essere la normalità. Perciò, cara Monica, se è vero (e davvero voglio crederci) che non sai nulla dei 24 mila€ nella tua proprietà, appare evidente da questa intervista che tu ne sappia ancora meno di fatica, sudore e rispetto per i veri problemi che le famiglie affrontano quotidianamente. Dunque, da oggi in poi, almeno su questi argomenti risparmiaci la morale.

Se per i vip di Capalbio la cameriera è "strapagata" e persino messa in regola. Valeria Braghieri il 27 Agosto 2021 su Il Giornale. Lo snobismo della Cirinnà per l'addio della colf "Sto facendo pure la lavandaia e la cuoca..." Fa venire in mente Lavinia Borromeo, moglie di John Elkann, che risponde a Claudio Sabelli Fioretti quando le chiede come mai non abbia amici poveri: «Dipende da che cosa si intende per povertà. Parliamo di persone che debbono lavorare per mantenersi?». E fa venire in mente Laura Boldrini che davanti alle rimostranze della sua domestica in attesa della liquidazione, a distanza di qualche mese dal trattamento di fine rapporto, minimizza ironica: «Perché dovrei imbrogliare Lilia? Era sempre stata regolare. Per duemila euro? Ma per favore, siamo seri...». Lei, Monica Cirinnà, la senatrice del Partito democratico che ha già avuto lo shock del rinvenimento di ventiquattromila euro nella cuccia del cane della sua tenuta di Capalbio, ecco questa stessa donna, adesso ha anche grane con la colf che l'ha piantata in asso perché si è detta annoiata dalle proprie mansioni e dall'insostenibile solitudine avvertita in questi giorni nell'ampio podere. Si duole quindi la politica Dem, con parole affidate al Corriere della Sera, che inaugurano un legame tra ansia e cospirazione: «Ero già nei pasticci di mio, nelle ultime settimane. Nei pochi giorni di ferie, cinque per la precisione, sto facendo la lavandaia, l'ortolana, la cuoca. Tutto questo perché la nostra cameriera (in barba al gergo politically correct inaugurato dalla sua area politica) strapagata e messa in regola con tutti i contributi Inps, ci ha lasciati da un momento all'altro». «Strapagata»... può quantificare signora senatrice, cosa intende lei per «strapagata»? E poi, con «tutti i contributi Inps», perché, forse i bollettini contributivi si possono «spacchettare» come le offerte del Club Med o l'abbonamento a Sky?! Per incontrare il mondo reale, qualcuno deve cadere dalle nuvole. O sarà solo un fatto di lessico infelice? A volte il vocabolario fa cilecca su certe idee, e si mette a vorticare intorno a mulinelli. Benvenuti a Capalbio, estremo lembo della Maremma toscana, dal quale la visuale, evidentemente, ha una sola direzione e una sola prospettiva. Una strana, propensione per il grottesco, sembra aver trovato la sua involontaria collocazione in questa anomala estate in cui i capricci hanno toccato la massima intensità nel pomeriggio dell'altro ieri. Altro che Ritorno a Coccia Di Morto. Altro che i tic stigmatizzati da quel radical illuminato di Antonio Albanese e da quella burina con prospettive di Paola Cortellesi. Altro che signore in caftano come in una nostrana Ibiza per ageé, altro che scacciapensieri appesi alle finestre di ville incongruentemente milionarie. Benvenuti a Capalbio, dove un raffinato effetto collaterale della pineta, del sole, della ricchezza media quasi disturbante e del presidio sinistra-chic, sono le gaffe sociali. Benvenuti a Capalbio, dove villeggia il novanta per cento dell'uno per cento. Che si stupisce di se stesso per i contributi regolari versati alla colf. Valeria Braghieri

DA ilnapolista.it il 26 luglio 2021. È successo di nuovo: dopo l’algerino Nourine, anche il judoka sudanese Abdalrasool ha deciso di non scendere in campo contro Tohar Butbul alle Olimpiadi di Tokyo, perché israeliano. Una scelta che potrebbe avere ulteriori conseguenze: Nourine infatti è stato sospeso dalla propria federazione e potrebbe succedere anche ad Abdalrasoo

DA ansa.it il 23 luglio 2021. Appreso l'esito del sorteggio dei tabelloni del judo, in cui nella categoria dei 73 kg avrebbe quasi sicuramente dovuto affrontare, nel secondo turno, un avversario israeliano, Tohar Butbul, l'algerino Fethi Nourine ha annunciato che si ritira dai Giochi di Tokyo. Lo ha poi confermato il suo tecnico Amar Ben Yekhlef. "Non abbiamo avuto fortuna con il sorteggio - il commento di Yekhlef -. Il nostro judoka Fethi Nourine avrebbe dovuto affrontare un avversario israeliano, e questo è il motivo del suo forfait. Abbiamo preso la decisione giusta".

Dagospia il 26 luglio 2021. "DRAGHI È UN FIGLIO DI PAPÀ, UN CURRICULUM AMBULANTE, CHE NON CAPISCE UN CAZZO NÉ DI GIUSTIZIA, NÉ DI SOCIALE, NÉ DI SANITÀ" - MARCO TRAVAGLIO RIVERSA LA SUA BILE SU SUPERMARIO ALLA FESTA DI "ARTICOLO UNO" (E IL PUBBLICO DE' SINISTRA APPLAUDE): "CI HANNO RACCONTATO CHE È COMPETENTE ANCHE IN MATERIA DI SANITÀ, DI GIUSTIZIA, DI VACCINI. MA NON ESISTE L'ONNISCIENZA O LA SCIENZA INFUSA. E NON HA NEANCHE L'UMILTÀ. PERCHÉ A FURIA DI LEGGERE CHE È COMPETENTE SU TUTTI I RAMI DELLO SCIBILE…"

Intervento di Marco Travaglio alla festa di "Articolo Uno - MDP". Voi capite per quali il motivo per cui sono popolari si dice populisti. Popolare è un pregio, populista è un difetto. E' per quello che l'hanno buttato giù. Poi non è che non hanno fatto degli errori. Secondo me li hanno fatti e nel libro li ho elencati. Ma non li hanno mandati via per i loro errori ma per i loro meriti. E hanno messo al loro posto l'esatta antitesi. Che è un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini. Mentre, mi spiace dirlo, non capisce un cazzo! (applausi della platea di Leu) Né di giustizia, né di sociale, né di sanità. Capisce di finanza ma non esiste l'onniscienza o la scienza infusa. E non ha neanche l'umiltà. Perché a furia di leggere che è competente su tutti i rami dello scibile…

Twitter. Vincenzo Manzo: Stasera alla festa di @articoloUnoMDP, Marco Travaglio ha definito Mario Draghi: “figlio di papà che non capisce un cazzo”. Ecco Mario Draghi il nostro Presidente del Consiglio è rimasto orfano all’età di 14 anni. Lo stato del giornalismo italiano #Travaglio #vergogna 

Federico Capurso per "la Stampa" il 27 luglio 2021. Difficile dire che la carriera di Mario Draghi sia stata favorita dalla sua famiglia. La salita, anzi, inizia quasi subito. La madre è farmacista, il padre lavora in Banca d'Italia, e questo gli evita di vivere un'infanzia segnata dal disastro economico dell'Italia del dopoguerra. Cresce nel quartiere romano dell'Eur, tra i grandi viali alberati e i palazzi bianchi di travertino, simboli del razionalismo fascista, insieme al fratello Marcello e alla sorella Andreina, di poco più giovani di lui. E con loro, viene mandato a studiare già dalle elementari nel vicino istituto dei gesuiti Massimiliano Massimo, dove resterà fino al diploma. Ben presto l'istituto gesuita diventa quasi una seconda casa e quell'ambiente lo aiuterà - per quanto possibile - a fronteggiare la perdita del padre a 15 anni e, quattro anni più tardi, quella della madre. «Il fatto di cui mio padre stesso era preoccupato - ricorda Draghi - era che lui fosse nato nel 1895. Ho avuto il privilegio di confrontarmi con una persona che veniva da una generazione lontana, ma non è durato a lungo». I drammi Due avvenimenti dilanianti, eppure «i giovani sono così - prova a raccontarsi oggi Draghi, schermendosi -, reagiscono d'istinto alle avversità, e a quello che gli succede si oppongono senza bisogno di pensarci. Questa capacità li salva dalla depressione, anche in situazioni difficili». Perdere il padre in una famiglia degli anni Sessanta è una questione anche più seria di quanto non lo sia oggi. La zia aiuterà la madre con i fratelli più piccoli, ma la figura del capofamiglia è ancora un'istituzione legata indissolubilmente alla figura maschile. Sulle sue spalle gravano così responsabilità che stravolgono ogni spensieratezza e l'attuale premier ne offre un esempio, in uno dei rari scorci di quel dramma che la sua riservatezza non ha tenuto oscurato: «Ricordo che a sedici anni, al rientro da una vacanza al mare con un amico, lui poteva fare quello che voleva, io invece trovai a casa ad aspettarmi un cumulo di corrispondenza e di bollette da pagare». Ad aspettarlo una volta tornato dalle vacanze estive, ogni anno, c'è anche il preside dell'istituto Massimo, padre Franco Rozzi. Una figura «di autorità indiscussa», come lo descrive lo stesso Draghi, a cui il futuro presidente della Bce si legherà con forza: «Erano anni in cui si passava molto tempo a scuola. Gli incontri con padre Rozzi erano frequenti, da quelli con contenuti prevalentemente disciplinari - purtroppo frequenti nel mio caso - a quelli in cui voleva essere informato dell'andamento scolastico». Il suo messaggio educativo, riconosce Draghi, «ha inciso in profondità. Diceva che la responsabilità di compiere al meglio il proprio dovere non è solo individuale, ma sociale; non solo terrena, ma spirituale». Gli anni dello studio Ci sono anche i compagni di scuola, come Luca Cordero di Montezemolo che ne tratteggia un profilo da studente modello: «Non era mai spettinato, mai trasandato. Seduti nei banchi dietro il suo, noi cercavamo di trovare almeno un dettaglio fuori posto nei suoi capelli o nei vestiti, ma lui era sempre impeccabile e curatissimo». A Draghi, però, non piace la descrizione da secchione: «Non mi sono mai considerato il migliore. Andavo a scuola perché mi ci mandavano». L'educazione gesuita segna la formazione di Draghi. L'insegnamento inculcato nelle ore di studio e di preghiera, che ancora oggi ricorda, è che «le cose andavano fatte al meglio delle proprie possibilità, che l'onestà era importante e soprattutto che tutti noi in qualche modo eravamo speciali. Non tanto perché andassimo al "Massimo", ma speciali come persone umane». Una volta uscito dall'istituto, si iscrive all'università La Sapienza. E la scelta della facoltà è semplice: «Quando da piccolo tornavo a casa da scuola, la sera, con mio padre parlavamo spesso di argomenti economici. Sapevo già cosa volevo studiare all'università». In quegli anni, l'Italia è scossa dalle sollevazioni studentesche del '68. Draghi porta i capelli più lunghi di quanto non fossero al liceo, «ma non troppo», puntualizza lui tra il serio e il faceto. E comunque, aggiunge, «non avevo genitori a cui ribellarmi». Studia, invece, per laurearsi nel 1970 sotto la guida dell'economista keynesiano Federico Caffè con una tesi intitolata "Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio". Arrivano subito delle offerte di lavoro, ma dal legame con Caffè, che ne coglie le potenzialità, nasce l'opportunità di un dottorato negli Usa, su invito del professor Franco Modigliani, al prestigioso Mit di Boston, dove si trasferisce con la moglie. Il problema è che la borsa di studio copre solo la retta e l'affitto: «Per fortuna però il Mit aiutava gli studenti con incarichi di insegnamento pagati - ricorda Draghi -. Più avanti, dopo la nascita di mia figlia, trovai lavoro in una società informatica a settanta chilometri da Boston». E da lì, solo da lì, la strada inizia a essere in discesa.

Marco Travaglio per il "Fatto quotidiano" il 27 luglio 2021. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. L'altra sera ho accolto l'invito alla festa di Articolo 1 e, intervistato da Chiara Geloni, ho risposto addirittura alle sue domande. E il pubblico ha osato financo applaudire. Apriti cielo. La Lega ha chiesto le dimissioni di Speranza (giuro), il quale ha dovuto precisare che, quando parlo io, non è lui che parla (ri-giuro). Una domanda riguardava una frase di Speranza sull'estrazione sociale dei ministri del Conte-2, quasi tutti figli del popolo, diversamente da quelli che contano nel governo Draghi: tutti figli di papà, cioè del solito establishment, a cominciare dal premier, rampollo di un dirigente di Bankitalia, Bnl e Iri. La consueta combriccola di spostati, falliti e leccapiedi che bivacca sui social ne ha dedotto che ho offeso la memoria dei suoi genitori prematuramente scomparsi, dunque secondo Rep avrei fatto "una gaffe". Per dire com'è messa questa gente. Un'altra domanda riguardava la diceria, molto in voga fra i leccadraghi, sui Migliori discesi dall'empireo per salvarci dal "fallimento della politica". Siccome dissentivo, pensando che fosse ancora lecito, ho ricordato qualche "Migliore": Brunetta, Gelmini, Cingolani, Cartabia. E ho aggiunto che Draghi è un ex banchiere esperto di finanza, ma non ha la scienza infusa e i suoi atti dimostrano che non capisce una mazza di giustizia (solo ora lui e la Cartabia scoprono cosa c'è scritto nella loro "riforma" e quali catastrofi ne seguiranno), di politiche sociali (licenziamenti subito, nuova Cig chissà quando, Fornero consulente) e di sanità. Uno che fa un decreto per obbligare gli psicologi a vaccinarsi, pena il divieto di esercitare, e poi li cazzia perché si vaccinano; uno che sospende Astrazeneca mentre Ema e Aifa dicono che è sicuro e tre giorni dopo revoca la sospensione perché Ema e Aifa ri-dicono che è sicuro; uno che si fa la prima dose con AZ, prescrive il richiamo omologo per gli over 60 e poi, a 73 anni, si fa l'eterologo perché "ho gli anticorpi bassi" (in base a un test che gli scienziati ritengono farlocco); uno che vieta per decreto gli assembramenti e poi, previa trattativa Stato-Bonucci, autorizzai calciatori a violare il suo decreto con un mega-assembramento perché "con quella Coppa possono fare ciò che vogliono"; uno che pensa di convincere i No Vax a vaccinarsi dando loro degli assassini; ecco, uno così non mi pareva un grande esperto di vaccini. Ma l'unanime sdegno per la duplice lesa maestà, manco avessi detto "figlio di Tiziano", mi ha fatto ricredere: Egli è onnisciente e, a dispetto delle biografie, non è nato ai Parioli, ma a Betlemme, in una mangiatoia. 

Giustizialismo mediatico: anche per il Codacons è il vero fascismo di cui si dovrebbe parlare e avere davvero paura. Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 10 Agosto 2021. «Gli squadristi facevano così. Andavano in sette otto, prendevano un avversario solo solo e lo bastonavano con ferocia. I giornalisti del Fatto e di Repubblica hanno fatto la stessa cosa con Renato Farina. Per invidia, credo: Farina è molto migliore di loro». Lo ha scritto Piero Sansonetti in un suo tweet di lancio dell’articolo pubblicato oggi sul Riformista. Il titolo corrisponde alle aspettative di chi scrive: «Farina Linciato, ora i nomi dei giornalisti al servizio dei pm». Ho poco meno di mezzo secolo di esperienza in questioni legate all’informazione giudiziaria. Certamente degenerata negli ultimi tre decenni. E trovo nella richiesta di Sansonetti, uomo di sinistra, la propria vecchia e immutata stima per la sua onestà intellettuale e professionale. Pur non avendo esitato a manifestarne pubblicamente il dissenso, quando ho ritenuto doveroso farlo. Nonostante offra spesso, e liberamente, la mia firma al Riformista. Neppure io, convintamente antifascista come Sansonetti, avendo giurato due volte fedeltà alla Repubblica, assieme all’osservanza della Costituzione e delle leggi repubblicane, temo il fascismo dei vari Casapaound. Temo invece più reali e pericolose forme di autentico fascismo post moderno. Ben descritte da Sansonetti, riferendosi al linciaggio mediatico subito dall’indifeso e isolato Renato Farina. Giornalista che non conosco personalmente. Mentre conosco invece tanti altri giornalisti che, portavoce più o meno occulti delle procure, hanno fatto in tale modo carriere spesso folgoranti. Al pari di tanti magistrati, e anche appartenenti alle forze dell’ordine, delle quali ho io stesso fatto parte, che hanno costruito le loro unicamente sul triangolo incestuoso e cancerogeno per la democrazia e le libertà fondamentali: PM-Polizia Giudiziaria-Media. Sansonetti parla di almeno un migliaio di giornalisti al servizio delle procure. E persino di un centinaio di giornalisti che, secondo lui, hanno collaborato e addirittura ancora collaborano coi servizi segreti. Cosa che, come per i preti, se fossero a libro paga, sarebbe vietata dalla legge. Qualche anima candida mi ha obiettato: se Sansonetti ne conosce i nomi li faccia, oppure taccia per sempre. Gli ho risposto che basterebbe leggere il Riformista per sapere che lo fa da tempo. Mentre di chi continua a credere di essere un giornalista investigativo limitandosi a pontificare sul povero Farina e aspettando che altri scrivano sulle tante altre complicità giornalistiche con procure e servizi, perché lui non lo sa, penso solo due cose. O che é in malafede o che vive col prosciutto sugli occhi. Tertium non datur. E nessuna delle due cose è degna di vero giornalismo. A prescindere dal possesso del tesserino di iscrizione all’ordine e dalla frequenza delle troppe scuole di giornalismo. Mestiere che un tempo, come quello dello sbirro, si imparava soprattutto consumando le suole. Non dietro uno schermo a copiare e incollare, spesso fuori contesto, i verbali e le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche e ambientali delle indagini preliminari. Che in altri paesi civili nessuno si sognerebbe di poter fare. Il vero giornalismo investigativo dovrebbe stare nella capacità di fare le pulci a tutto e tutti. Senza essere il portavoce occulto di niente e nessuno. Almeno quando non lo si è ufficialmente e alla luce del sole. Anche il Codacons, la principale associazione a difesa dei consumatori, è da tempo sceso in campo per una giustizia giusta. Che non può prescindere da un’informazione corretta. E da un giornalismo che sia il vero cane da guardia delle libertà e dei diritti dei cittadini. E non il cane obbediente ai piedi del padrone del momento. Abbiamo voluto chiedere un suo commento in proposito. E ci hanno risposto tramite Claudio Cricenti, responsabile dell’ufficio Legale.

Avvocato Cricenti, i giornalisti, per legge, non possono lavorare per i servizi di sicurezza. Ma non dovrebbero neppure essere i portavoce di fatto delle Procure, come denuncia Sansonetti. Qual’é al riguardo la posizione del Codacons?

Siamo assolutamente d’accordo con Sansonetti. E purtroppo abbiamo dovuto denunciare diversi episodi spiacevoli di connivenza tra giornalisti e potere. I consigli regionali dell’ordine dei giornalisti archiviano tutto. Applicando il principio del “cane non mangia cane”. E approfittando della legge che non consente se non al procuratore generale di appellare le archiviazioni.

Ci può fare un esempio?

Un giornalista Vip del Corriere della Sera da noi denunciato per presunte scorrettezze deontologiche ha subito incassato la sua brava archiviazione. E si é vendicato presentando una querela per diffamazione contro l’associazione. Il Pm, più veloce della luce, ha subito avviato il procedimento contro di noi. Manco fossimo stupratori seriali.

I consumatori lo sono anche di informazioni. Quale ruolo vuole avere ed ha il codacons a difesa dell’informazione e contro le fake news?

Lottiamo per eliminare la giurisdizione domestica disciplinare. Sia di giornalisti che dei magistrati.

Cosa pensa il Codacons dei due pesi e delle due misure denunciate da Sansonetti? É noto che molte carriere di magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e giornalisti siano state create da un perverso triangolo di reciproci scambi di favori. Cosa intende fare il Codacons a tutela del cittadino consumatore di informazione, oltre che di giustizia giusta?

Istituiremo, dopo lo sportello “sos malagiustizia”, lo sportello “sos malainformazione”. Ma serve cambiare la legge che è fatta per le categorie professionali. E non tutela i fruitori dell’informazione: i consumatori.

Pensa che il referendum sulla giustizia giusta, sostenuto dal Codacons, possa avere un impatto positivo anche su un’informazione non disinformante?

Se i magistrati saranno responsabili dei loro errori anche l’informazione, oggi succube per paura delle caste, ne trarrà vantaggio.

Giampiero Mughini per Dagospia l'8 agosto 2021. Caro Dago, abituato come sono da sempre ad accorrere in difesa dei “vinti” ti confesso che mi ha stupito fin dall’inizio questo subbuglio attorno al nome e alla figura di Renato Farina. E tanto più mi spiace che la goccia che ha fatto traboccare il vaso (che lo ha spinto a dimettersi dall’incarico che gli aveva dato Renato Brunetta, di gran lunga uno dei migliori ministri del governo Draghi) sia stata l’intervista che Farina aveva dato al mio amico Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera, un giornalista sulla cui lealtà professionale sono disposto a mettere tutt’e due le mani sul fuoco, ma anche le gambe, il naso e entrambe le orecchie. Farina ha giudicato che quella intervista avesse le movenze di un attacco personale, un attacco che avveniva sul gran quotidiano lombardo dopo quelli che lui aveva subito dalla Repubblica e dal Fatto, dove Marco Travaglio gli aveva dedicato un articolo la cui virulenza io non la metterei neppure in un articolo su Adolf Hitler. A quel punto Farina ha rassegnato le dimissioni da un incarico che gli sarebbe stato pagato 18mila euro lordi l’anno e Brunetta quelle dimissioni le ha accettate. Del resto “Giuseppi” Conte quelle dimissioni le aveva chieste come una delle condizioni del suo appoggio al governo Draghi. Caro Dago, perdonami se parto da lontano. Il fatto è che ho i capelli bianchi. Ai tempi del processo a Gesù Cristo non c’ero, ma a tutto quello che è venuto dopo sì. Della mia fraterna amicizia con Fabrizio Roncone ho detto. Quanto a Farina, lo conosco da almeno quarant’anni. Erano i tempi in cui tra loro orgogliosi militanti cattolici di Comunione e liberazione e noi laici c’era un’avversione frontale. Al punto che loro rifiutavano qualsiasi contatto con un giornalista laico. Erano i tempi in cui il professore Augusto Del Noce, una delle figure intellettuali più limpide degli anni Settanta e da me venerato (il suo libro su Antonio Gramsci è un gioiello), rischiava grosso a fare una conversazione pubblica sul divorzio (cui lui diceva di no) perché immancabilmente dal pubblico qualcuno inveiva contro di lui. (Farina che negli ultimi anni della vita di Del Noce gli faceva da autista mi ha raccontato di essere stato testimone di alcune di quelle scenate.) Sin da subito non mi accodai a quell’atteggiamento e ne assunsi uno di rispetto verso cattolici che avevano tutto il diritto di esserlo orgogliosamente. Tanto che loro mi accordarono la primissima intervista mai fatta da Roberto Formigoni a un giornalista laico. Fu in quel contesto che ho conosciuto Renato Farina, di cui tutto dimostrava che era un intellettuale che aveva ragionato a lungo sulle sue scelte. Punto. Poi è accaduto quel che è accaduto. Che sia stato dimostrato che Farina a un certo punto era per metà giornalista e per metà agente dei servizi segreti, che in un paio di occasioni ha confuso in un unico mazzo le due attività, tutte cose non encomiabili ma che io ritenevo facessero parte del tutto conseguentemente del suo “interventismo” politico-culturale, del suo atteggiamento fondamentalmente “estremista”, da cui il suo linguaggio polemico nei confronti di alcuni “ostaggi” italiani che il nostro governo aveva recuperato dalle mai dei terroristi pagando suon di milioni. Detto questo, per me Farina rimaneva l’orgoglioso intellettuale cattolico che avevo conosciuto più di quarant’anni fa. Ci mandavamo saluti e auguri. Gli dicevo talvolta che mi era particolarmente piaciuto qualche suo articolo su Libero. Nella materia la penso esattamente come il Togliatti del 1947, che firmò un provvedimento di amnistia per reati minori compiuti da fascisti repubblichini. Renato ha già pagato per le sue colpe e non c’è che ne venga perseguitato a vita dai babbei che distinguono tra BUONI (che lo sono per nascita) e CATTIVI (che lo sono per nascita). Punto. Succede poi che stamattina Farina mi mandi via mail la lettera con cui ha rassegnato le dimissioni e che io subito dopo telefoni a Roncone. Al quale ho fatto un’unica osservazione, che da intervistatore aveva fin troppo assunto il cipiglio di chi vuole mantenere le distanze dal suo interlocutore. L’espressione usata da Fabrizio nel corso dell’intervista, che sceglie lui gli interlocutori a cui dare “del tu” e che Renato non è uno di quelli, io non l’avrei usata. Una frase del genere ci sta in un giornale militante (il Foglio, il Manifesto, il Fatto), non sul Corsera. Detto questo Roncone è un bravissimo giornalista e lo stesso Farina mi ha detto che lui ha enormemente apprezzato il libro giallo scritto a quattro mani da Roncone e Aldo Cazzullo, che lui avrebbe firmato riga per riga l’articolo assai elogiativo che di quel libro scrisse Vittorio Feltri su Libero. Mi spiace per Renato, che avrebbe fatto benissimo il suo lavoro. Mi spiace per Brunetta, il cui operato da ministro al momento merita nove. Mi spiace ogni volta che sui giornali corre del sangue. Sarà perché sono un bonaccione, anche se in sessant’anni di attività nessuno se n’è mai accorto.

Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2021. Questo è il tormentato sabato pomeriggio dell'ex agente segreto Betulla (da civile: Renato Farina, di anni 66), che - dopo due giorni di polemiche roventi - si è dimesso da consigliere per la comunicazione istituzionale del ministro Renato Brunetta. Il racconto comincia alle 16,45. Con una telefonata. Betulla era del ramo, certi trucchetti dovrebbe conoscerli. E invece ci casca. Legge sul display del telefonino «Numero Privato», e risponde. «Ah! Mhmm Sei tu. Sono a messa, sto pregando. Ho visto un numero sconosciuto e ho risposto pensando fosse il presidente Draghi. Possiamo sentirci tra un po'?» (voce soffiata, curiale). Betulla è di parola, almeno stavolta. Richiama cinque minuti dopo. Dice di essere appena uscito dal santuario di Santa Maria del Fonte, a Caravaggio, nella pianura bergamasca. Ansima. «Sono ore un po' complicate». Non un po': molto. Il suo curriculum è tornato di attualità. Un personaggione: ciellino, prima al Sabato e poi all'Indipendente e al Giornale, tipologia di giornalista ossequioso, nel 2004 è arruolato da Pio Pompa nei ranghi del Sismi diretto da Niccolò Pollari. Inizia una nuova carriera. Buia. Chicche sparse: riserva un trattamento di scherno per gli ostaggi italiani rapiti in Iraq - Simona Pari e Simona Torretta («le vispe terese»), Giuliana Sgrena («rapita dai suoi amici terroristi»), Enzo Baldoni («un pirlacchione» da «vacanze intelligenti»); poi, nel maggio del 2006, tre anni dopo il sequestro a Milano di un imam dalla vita bizzarra, Abu Omar, Farina - qualificandosi come giornalista - va al palazzo di Giustizia di Milano e incontra i magistrati Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che, sul rapimento organizzato dalla Cia, conoscono già moltissimi dettagli. Fingendo di intervistarli, gli racconta un po' di balle. E, soprattutto, prova a coinvolgere il pm Stefano Dambruoso (sperando così di spostare la competenza dell'indagine a Brescia). Poi esce e, invece di telefonare al suo direttore, chiama Pio Pompa: «È stata durissima, ma ce l'ho fatta». Invece sono loro che l'hanno fatta a lui: la sua visita era attesa, sotto le scrivanie dei giudici, due microspie. Farina, che lavoro fai? Ma lui, niente. Continua e scrive il falso contro Romano Prodi, assicurando che, sul caso Omar, quando era premier fosse d'accordo con gli Usa e i nostri Servizi. Al processo patteggia una condanna a sei mesi per favoreggiamento. Però al Sismi sanno essere riconoscenti: così gli rimediano due biglietti di tribuna per Italia-Ghana, ai mondiali di Germania; lui ringrazia sulla prima pagina di Libero, in codice non troppo cifrato: «Ho usato amici che la sanno lunga. Fatta! Grazie a Pio e a Dio» (intanto, tra dimissioni e reintegri, è tornato a far parte dell'Ordine dei giornalisti). Ora bisogna immaginarselo che cammina sotto il sole a picco. Verso il parcheggio del santuario. Al cellulare. «Sai che io di te mi ricordo un sacco di cose? Per esempio, nel 2014 scrivesti un articolo su Berlusconi e». Sono io che faccio le domande. 

Lei, se vuole, risponde: come nasce la sua collaborazione al ministero della Pubblica amministrazione?

«Mi dai del lei? Siamo colleghi, dovremmo darci del tu».

Decido io a quali colleghi dare del tu.

«Come vuole. Allora: io e Renato collaboriamo da quando ero vicedirettore di Libero e insieme lanciammo una collana di libri che ha venduto milioni di copie...». 

Mi sfugge il nome della collana.

«Eh, ora sfugge pure a me. Sono un po' teso».

Brunetta.

«Mi stima, lo stimo. Intesa intellettuale forte. Siamo stati insieme nel Pdl, io come deputato. Con lui, da tempo, esercito l'arte del ghostwriter, gli scrivo testi e discorsi».

Quale sarà il suo compito al ministero?

«Renato mi chiederà dei pareri: che espressioni usare in pubblico, su cosa insistere...». 

Quanto guadagnerà?

«18 mila euro lordi. All'anno, non al mese».

Lei non teme, con il suo passato, di mettere in difficoltà il presidente Mario Draghi?

«L'ho detto a Renato: se dovessi essere un problema, mi tiro indietro. Certo non m' aspettavo subito tanta cattiveria Chiaro che vogliono indebolirlo, minare il lavoro grandioso che ha fin qui svolto». 

Questa telefonata dura 16 minuti e 15 secondi. Alle 17,44, però, Betulla richiama. Stavolta è risoluto.

«Volevo comunicarti che ho sbagliato a parlare con te: un errore che un consigliere per la comunicazione non può e non deve fare. Mi sono confrontato, poco fa, con Brunetta. Mi dimetto». Fino a sera, poi, un rosario di WhatsApp in cui l'ex agente segreto Betulla chiedeva di poter rileggere i suoi virgolettati (se ci pensate, una bella faccia tosta). 

Renato Farina al Corriere della Sera: "Intervista odiosamente falsa", ecco tutte le frasi inventate sul caso-Brunetta. Libero Quotidiano l'8 agosto 2021. Di seguito, la lettera inviata da Renato Farina a Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, in seguito alla pubblicazione sul Corsera di oggi, domenica 8 agosto, di un'intervista alla firma di Libero smentita però in più punti. La vicenda è quella delle polemiche sorte dopo la nomina a consigliere per la comunicazione di Renato Brunetta di Renato Farina, polemiche dovute alla vergognosa campagna di stampa montata dal Fatto Quotidiano e Repubblica. In seguito al polverone, Farina ha lasciato l'incarico.

Caro Direttore, l’intervista come risulta sulla pagina del Corriere a firma di Fabrizio Roncone è odiosamente fasulla. Sfido l’autore a pubblicare l’integrale audio sul sito del Corriere se mai abbia registrato. Più che un’intervista è un ritratto tipo body shaming della mia persona. Non ho mai detto che ho scritto i discorsi di Renato Brunetta, né che io stavo pregando. Ero banalmente a Messa e ho richiamato per gentilezza. La mia risposta su Draghi era ovviamente una battuta, e ho detto pure qualcosa come: figuriamoci se un nessuno come me è in grado di dare un problema a Draghi. Sant’Anselmo sosteneva che si può tranquillamente scrivere che la Bibbia dice: «Dio non esiste». Basta togliere le tre parole che precedono la negazione: «Lo stolto dice: Dio non esiste». Ho sbagliato a mettermi nelle mani di chi dal primo istante della conversazione mi ha trattato con disprezzo. Le dimissioni nascono dal fatto di cui mi sono reso immediatamente conto chiusa la telefonata: se dopo gli articoli tossici del Fatto e di Repubblica anche il Corriere si affida a chi ridicolizza programmaticamente l’interlocutore, come l’esito documenta, l’unico modo per non essere un bersaglio utile per colpire di rimbalzo il ministro, è togliermi di mezzo. Questo ho fatto con una nota inviata alle agenzie, il resto sono bubbole di fango. Con stima per il suo lavoro. E amarezza per il torto che ho subito io e che ha offeso la buona fede mia e dei suoi lettori.

Renato Farina

LA REPLICA DI RONCONE per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2021.

Confermo tutte le parole e i sospiri ascoltati ieri durante i colloqui avuti con l’ex agente segreto Betulla (Renato Farina). Certo comprendo la sua amarezza per essere finito al centro di un’altra sconcertante vicenda. 

Tra Sallusti e Travaglio botte da orbi: Il direttore di Libero: «Sciacalli del Fatto, fatevi schifo». Redazione sabato 7 Agosto 2021 su Il Giornale. «Guardatevi allo specchio e fatevi schifo». A Roma dicono “quando ce vò ce vò“. E in questo caso ce vò tutta. È infatti successo che al Fatto Quotidiano non abbia digerito la nomina di Renato Farina a consulente del ministro Renato Brunetta. Per il giornale di Travaglio sarebbe a dir poco inopportuna, alla luce di vecchi legami con i nostri Servizi, struttura in cui Farina operava sotto il nome convenzionale di “agente Betulla”. Il neo-consulente, una legislatura in Parlamento con il PdL, è soprattutto una delle firme di punta di Libero, giornale ora diretto da Alessandro Sallusti. È stato proprio quest’ultimo a replicare sull’edizione online del suo quotidiano con le parole prima riferite.

Lite sulla nomina di Farina a consulente di Brunetta. Sallusti e Travaglio incrociano spesso la lama davanti alle telecamere dello studio di Lilly Gruber su La7. Ma quasi mai il duello tra i due raggiunge i toni fatti registrare dalla vicenda insorta sulla nomina di Farina. Nella sua replica Sallusti lamenta infatti la «consueta ferocia» esibita dal Fatto Quotidiano nell’attacco mosso al «nostro prestigioso collaboratore». Ma il direttore di Libero non si accontenta di difendere Farina e il rigo successivo decide di passare al contrattacco.

Sallusti: «Giornalisti dalla doppia morale». «Sappiano questi sciacalli – dice all’indirizzo della redazione di Travaglio – che noi siamo orgogliosi di ospitare la firma di Renato, che in quanto a collaborazioni improprie (l’agente Betulla, ndr) è un dilettante rispetto a tanti colleghi legati a filo doppio non solo con i Servizi ma pure con magistrati e politici». Addirittura col botto la conclusione che Sallusti dedica a quelli che definisce «giornalisti faziosi e dalla doppia morale». Eccola: «Che dire, guardatevi allo specchio e fatevi schifo». Aspettiamoci ora la controreplica al curaro da parte di Travaglio. La Gruber è ancora in vacanza, ma la singolar tenzone tra i due direttori continua.

Vittorio Feltri contro giornalisti e toghe "leccac***". Renato Farina? "Accusato anche per colpe non sue". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano l'11 agosto 2021. Negli ultimi giorni uno dei bersagli preferiti da una categoria cui non mi onoro di appartenere, quella dei giornalisti, è Renato Farina, grande bersaglio perché grande editorialista di Libero, un uomo con il quale lavoro con soddisfazione da anni. Ultimamente egli è stato consulente, come in passato, del ministro Renato Brunetta, forte della sua lunga esperienza di comunicatore. L'incarico che ricopriva garantiva uno stipendio miserrimo: 18 mila euro lordi all'anno, cioè pari al reddito di cittadinanza che viene elargito a qualsiasi bischero il quale, invece di sgobbare, si gratti il ventre. Fin qui tutto normale pur nella anormalità italiana che gratifica i lazzaroni e penalizza chi si dà da fare. Ma numerosi pennaioli, appreso della attività supplementare di Farina, forse rosi dall'invidia o da altri sentimenti oscuri, si sono scatenati contro di lui rinfacciandogli di aver collaborato 15 o 16 anni fa con i servizi segreti a riguardo di una vicenda relativa a Abu Omar, un tizio mai finito in galera nonostante certe sue malefatte. È noto a chiunque che vari cronisti sono confidenti di magistrati da cui ricevono più ordini che notizie, comunque riservate, ma nessuno li ha mai rimproverati, tanto meno l'Ordine professionale degli scribi. Ma Renato non fa parte della consorteria pertanto, a differenza dei colleghi furbacchioni e leccac***o delle toghe, è stato perseguito e perfino condannato. Ingiustizia esemplare. Tra l'altro è stato buttato fuori dall'albo dove in seguito è rientrato ricominciando a scrivere. Ma il fatto che abbia accettato di collaborare con Brunetta ha attizzato i redattori che si sono affrettati a rivangare le vecchie vicende, rincarando la dose di insulti che in precedenza gli era stata rivolta con meschina virulenza. Non si sono limitati a diffamarlo, addirittura gli hanno attribuito cose che non si è neanche sognato di fare. Per esempio certi slogan pubblicati da Libero all'inizio del secolo. Rammentate la storia di Enzo Baldoni, il pubblicitario che andò in ferie in Iraq mentre divampava la guerra? Fui io e non Farina a vergare questo titolo dedicato al temerario: Vacanze intelligenti. In effetti un signore che va a riposarsi in un Paese dove divampano battaglie non si può definire in un modo diverso: un genio. Altro esempio. Due studentesse amiche si recarono pure in Medio Oriente nel medesimo periodo e furono rapite dai musulmani, quindi rilasciate suppongo in seguito al pagamento di un potente riscatto. Anche in quel caso l'autore del titolo "le vispe Terese" fui io. Del quale non mi pento. Perché dovrei? Non vi piacciono, cari ex colleghi, le mie espressioni? Prendetevela con me non con Farina che è innocente. Io di voi me ne frego. Ma il povero Renato non ha fatto nulla di ciò che gli attribuite. È una persona mite oltre che colta, e ha un solo difetto grave: scrive nettamente meglio di voi. Che fastidio vi procura un signore che aiuta per quattro euro Brunetta nel disbrigo di qualche pratica? Non si capisce perché tanto odio verso un uomo gentile che non dà noia a nessuno se non a se stesso. Io conosco il nemico della stampa da 30 anni e posso scommettere più sulla sua onestà piuttosto che sulla mia. Un giorno durante una riunione di redazione, Farina propose un articolo sul mondo cattolico. E io gli risposi: basta con questi argomenti noiosi, dovresti sapere che Dio non esiste, non c'è, capiscila che è una tua ossessione. Lui concluse: Dio c'è, eccome, e tu gli stai sui coglioni. Magari aveva ragione. 

I CASI DURIGON E FARINA. Di Alessandro Banfi il 09/08/2021 su tgnews24.com. Il Fatto quotidiano ha sollevato due “casi” negli ultimi giorni: quello della collaborazione del giornalista Renato Farina al ministro Brunetta e il caso del sottosegretario Durigon, che vorrebbe cambiare il nome ad una piazza di Latina. Farina si è dimesso, Durigon no.

L’articolo di Tommaso Rodano. «Sul caso Durigon, Giuseppe Conte sembra pronto a combattere una delle prime battaglie da leader dei Cinque Stelle. Quella per le sue dimissioni: “Trovo grave e sconcertante – dice l’ex premier al Fatto – il proponimento del sottosegretario al Tesoro di cancellare l’intitolazione del parco di Latina a Falcone e Borsellino, con l’aggravante di volerlo restituire alla memoria del fratello di Mussolini. È aberrante voler cancellare anni di lotta alla mafia e il sacrificio dei nostri uomini migliori, per giunta allo scopo di restaurare il ricordo del regime littorio”. Conte si aspetta che il braccio destro di Matteo Salvini nel Lazio sia allontanato subito dal governo: ” Il Movimento chiede che Durigon si batta pure per questo suo progetto ma dismettendo immediatamente l’incarico di sottosegretario di Stato, che richiede ben altri proponimenti”. Per l’ex premier, le parole di Durigon “mettono a nudo l’ipocrisia di forze politiche che, come la Lega, non hanno alcuna reale intenzione di contrastare il malaffare delle organizzazioni criminali”. A tre giorni dalla proposta “nostalgica” del leghista, nel perdurante silenzio del premier Mario Draghi e dei suoi ministri, la questione Durigon non si sgonfia. Il centrosinistra si muove nella stessa direzione. Anche il Pd considera “grave” il caso Durigon e la posizione del segretario Enrico Letta – come fanno sapere dal Nazareno – coincide integralmente con quella del deputato dem Filippo Sensi: “Le dimissioni del sottosegretario mi paiono un requisito minimo di dignità, opportunità e senso delle cose”, aveva detto venerdì, a caldo. “Non è un semplice scivolone o una caduta di stile. Si è superato un punto. Va posta la questione della sua permanenza nell’esecutivo”, ha confermato Sensi al Fatto. Parole sottoscritte dal collega di partito Emanuele Fiano: “Un uomo che ha nostalgia di Mussolini, e addirittura ne cita il nome ingiuriando la memoria di Falcone e Borsellino, non può servire la Costituzione con disciplina e onore, non dovrebbe restare al governo”. Una linea condivisa a sinistra anche da Articolo 1, come ha dichiarato Arturo Scotto: “Durigon ha giurato sulla Costituzione che è antifascista. Mi aspetto che arrivi qualche parola da Palazzo Chigi”. Per Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, “il braccio destro di Salvini nel Lazio non dovrebbe stare nel governo Draghi da tempo, da ben prima della genialata di intitolare il parco Falcone/Borsellino a Mussolini, non avendo chiarito alcunché dei rapporti opachi con i clan di Latina”».

Alessandro Sallusti nel fondo di oggi per Libero torna sulla vicenda di Renato Farina, collaboratore del giornale. Ieri Farina era stato bullizzato da un articolo del Corriere. «Fabrizio Roncone è un inviato speciale del Corriere della Sera, titolo che stride con il suo mediocre curriculum sia di giornalista che di scrittore (i suoi articoli e i suoi libri non sono mai passati alla storia né del giornalismo né della narrativa). Ma siccome l’inviato speciale soprattutto se del Corriere deve essere uno tosto, ogni volta che imbraccia la penna deve sparare e fare quello che “io sono io e voi non siete un ca…”. Ieri, buon ultimo dopo i suoi compari de Il Fatto e La Repubblica, si è esercitato in una disciplina particolare, il tiro a Renato Farina, nostro collega che ha regolarmente pagato dazio sia con l’Ordine dei giornalisti che con la giustizia ordinaria per aver collaborato in passato con i servizi segreti (italiani, non di una potenza straniera). Farina, secondo questi signori, è l’unico giornalista a cui dovrebbe essere negato in perpetuo il diritto al lavoro – mai contestato per esempio a un altro ex collega, Adriano Sofri, killer del commissario Calabresi – e così ogni volta che lo trova (una misera collaborazione con il ministero di Brunetta) deve essere randellato. A tal proposito ha scritto bene ieri in un tweet Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista: «Gli squadristi facevano così: andavano in sette o otto, prendevano un avversario solo solo e lo bastonavano con ferocia». Bastona oggi, bastona domani, l’altra sera Farina si è dimesso non prima di aver smentito nella forma e nella sostanza l’articolo-intervista scritto su di lui dall’inviato specialissimo Roncone (uno che pretende che i colleghi gli diano del lei, come i nobili decaduti). A chi credere? Mi affido al giudizio di una collega terza, Giulia Innocenzi detta “La Santorina”, anni fa finita anche lei nelle sgrinfie del duro che “qui le domande le faccio io”. Ecco il commento scritto sul suo social: «Dopo averla letta sono costretta a rilevare, come peraltro avevo già avuto modo di verificare in altre circostanze, che si tratta di un poveretto costretto per campare a manipolare le interviste che effettua: in caso contrario, evidentemente, quello che scrive non risulterebbe interessante neanche in una rivista parrocchiale. Quello di Roncone non mi pare giornalismo, ma un modo patetico per tirare avanti inventando quello che non è mai accaduto e che però fa comodo scrivere. Tra l’altro, con una fantasia mediocre». Che dire, lunga vita al collega Renato Farina».

Alessandro Sallusti per “Libero Quotidiano” il 7 agosto 2021. Ieri il Fatto Quotidiano, con la sua consueta ferocia, ha attaccato Renato Farina, nostro prestigioso collaboratore, perché in maniera legittima e trasparente ha avuto una collaborazione professionale (poche migliaia di euro all'anno) con il ministero guidato da Renato Brunetta. Sappiano quegli sciacalli che noi siamo orgogliosi di ospitare la firma di Renato, che in quanto a collaborazioni improprie (una vicenda del passato legata ai Servizi) è un dilettante rispetto a tanti colleghi legati a doppio filo non solo con i Servizi ma pure con magistrati e politici. Che dire, guardatevi allo specchio e fatevi schifo, giornalisti faziosi e dalla doppia morale.

Pietro Colaprico per “la Repubblica” il 7 agosto 2021. Professione reporter: non è la sua. Non di Renato Farina. Avete presente il concetto americano del giornalista come "cane da guardia della democrazia"? Siamo agli antipodi. E non ce ne dovremmo occupare se un altro Renato, il Brunetta ministro forzista del governo in carica, non avesse nominato come consulente proprio lui, il fu "agente Betulla", anche se agente non è stato mai. I suoi ruoli erano l'informatore a libro paga e l'agente provocatore, entrambi svolti con incredibile sprezzo del ridicolo. Lo stesso Vittorio Feltri gli dette del "vigliacco", quando Farina non volle ammettere di essere l'autore di un articolo che poteva costare il carcere a un altro collega del loro giro, Alessandro Sallusti. Ora, senza emettere giudizi a casaccio, vanno segnalate alcune "faccende". La prima riguarda Enzo Baldoni. Come si ricorderà, fu il primo reporter italiano (era un free lance) a morire in zona di guerra afgana per mano degli assassini che sostengono di agire in nome di Allah. Betulla raccontò per filo e per segno la sua morte: s' era divincolato, ribellato e perciò ucciso. Tutto falso. Era una "manipolazione". I nostri servizi segreti erano lì lì per liberarlo e Baldoni, che non sapeva, che non capiva, l'ha pagata cara. Una versione ispirata - ma l'abbiamo saputo tempo dopo - da un altro factotum del potere, Pio Pompa. Un plenipotenziario manutengolo (e quindi perfetto capro espiatorio) del potente Niccolò Pollari, boss dei servizi segreti militari per volere di Berlusconi. E veniamo alla seconda faccenda, esilarante se non fosse tragicomica e perversa. Maggio 2006, tre anni dopo il sequestro a Milano di un iman della stramba vita, chiamato Abu Omar. Farina telefona come giornalista ai magistrati che indagano. Chiede con insistenza un'intervista. Va a palazzo di giustizia e incontra Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, che sul sequestro, organizzato dalla Cia, sanno già moltissimo. Racconta loro alcune panzane, cerca di coinvolgere il pubblico ministero Stefano Dambruoso (mossa per spostare la competenza a Brescia) e quando esce chiama non il suo direttore, ma Pio Pompa: «È stata durissima, ma ce l'ho fatta». "Betulla" si sbagliava: non immaginava di essere già intercettato, che la sua venuta al palazzo di giustizia fosse attesa e che sotto la scrivania dei magistrati ci fossero le microspie. Veniamo alla terza faccenda, simile a molte altre: scrive il falso contro Romano Prodi, assicurando che quando era presidente del consiglio fosse d'accordo con gli alleati americani e i nostri servizi per il rapimento di Abu Omar. Articolo, anche questo, scritto per compiacere Pompa. Al processo, patteggiò una condanna a sei mesi per favoreggiamento. E poi, giocando tra dimissioni e reintegri, è tornato a far parte dell'Ordine dei giornalisti. Ovviamente Farina, a malefatte compiute, era già entrato in Parlamento, eletto in Forza Italia. E la sua giustificazione è sempre stata di aver combattuto per la patria. Per la patria o per chi più volte ha provato, come voleva Pio Pompa, a «disarticolare la magistratura»? Anche contro Ilda Boccassini ha composto numerose infamie, la sua cifra professionale è in effetti l'attacco violentissimo su notizie che gli trovano altri. In Italia ci sono tantissimi giornalisti. Se Brunetta ha scelto uno con una carriera talmente screditata avrà le sue ragioni. Il ministro fa sapere che Farina ha già pagato il conto per il suo passato. La simpatia, o l'amicizia, o essere stati sotto le stesse bandiere forziste non sembrano però sufficienti per far accedere nella zona dell'attuale governo, stretto intorno a Mario Draghi, uno con quel curriculum. Uno che, con protervia, mai ha chiesto scusa a chi ha infangato, ferito, umiliato.

Ora i nomi dei giornalisti al servizio dei pm. Fatto e Repubblica linciano Renato Farina: il giornalista lascia la collaborazione con Brunetta. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Agosto 2021. La decisione presa nei giorni scorsi da alcuni nostri colleghi di linciare Renato Farina, secondo me è vile e sconsiderata. Cosa è successo? Il ministro Brunetta ha chiamato Renato Farina, giornalista di Libero con alle spalle una quarantina di anni di carriera, offrendogli una collaborazione al ministero come consulente per l’informazione. Una specie di ufficio stampa. Tutti i ministri e anche molti sottosegretari e molti parlamentari hanno un proprio ufficio stampa. Un paio di giornali hanno scoperto la cosa (è un’opera giornalistica che richiede grandi qualità investigative scoprire chi si nasconde dietro un ufficio stampa…) e hanno iniziato una campagna feroce contro Farina. Perché? Credo per le seguenti ragioni: Farina è un giornalista piuttosto isolato; Farina è una persona molto mite; Farina è un giornalista di notevoli qualità, e oltretutto possiede una dote piuttosto rara nella nostra categoria (scrive molto bene); infine Farina ha subito alcune condanne in tribunale. Essenzialmente ne ha subite due. Una per aver introdotto in un carcere, durante la sua breve esperienza parlamentare, una persona spacciandola per sua assistente, mentre non lo era, e permettendo in questo modo che un non addetto ai lavori potesse conoscere gli orrori del carcere che invece devono restare segreti. Per questo reato è stato condannato in primo grado a una pena di due anni e otto mesi di carcere. È più o meno la pena che di solito viene affibbiata a uno stupratore con qualche attenuante. L’altra condanna, la più nota, è a seimila e seicento euro di multa per aver favoreggiato due dirigenti dei servizi segreti. Precisamente Pollari e Mancini. Accusati per il sequestro di Abu Omar. Farina non è stato ovviamente condannato per avere partecipato al sequestro, ma per avere favoreggiato i due alti dirigenti dei servizi. I quali sono stati prosciolti da tutte le accuse. Quindi, se la logica funziona ancora, Renato è stato condannato per aver favoreggiato degli innocenti. Per questa ragione Farina è stato anche radiato dall’ordine dei giornalisti, e per diversi anni non ha potuto scrivere sui giornali, cioè non ha potuto svolgere il suo lavoro, né ricevere un regolare stipendio. Io, personalmente, sono entrato due volte clandestinamente in carcere, fingendomi portaborse di alcune parlamentari. Quindi non mi scandalizzo. Non ho mai collaborato, invece, coi servizi segreti. Che sono organi dello Stato e che dipendono dal governo. Sono però assolutamente certo che siano almeno un centinaio i miei colleghi che hanno collaborato e collaborano coi servizi segreti. Molti di loro sono firme assai autorevoli che influenzano la pubblica opinione. E collaborano coi servizi segreti su questioni italiane, non di politica estera come faceva Farina (che, a quanto si sa, aiutò gli 007 a liberare alcuni ostaggi), e quindi su temi molto delicati che possono modificare il corso della politica italiana. Non ho mai pensato di esprimere disprezzo, per loro. È una scelta che non condivido, come non condivido neppure la scelta che fece a suo tempo Renato (che però comprendo e trovo che avesse molte ragioni per essere fatta). Stop. Non capisco perché verso Farina si è scatenato l’inferno e verso gli altri 99 no. Vogliamo poi fare l’elenco dei giornalisti al servizio delle Procure? Credo almeno mille. E questi giornalisti sono tenuti a riferire su grandi casi giudiziari e anche politici, o economici, attenendosi solo alla versione dei loro Pm di riferimento, e in questo modo distorcono in maniera evidentissima e robusta la realtà delle cose, e trasformano l’informazione in disinformazione, spesso ai danni di imputati innocenti. Non è una novità: lo sapete tutti. Nessuno di loro però è stato chiamato a rispondere di questo, moltissimi anzi sono stati premiati.  L’Ordine dei giornalisti non mi pare sia mai intervenuto per stigmatizzare episodi clamorosi di linciaggio mediatico verso gli innocenti, né mai ha preso misure disciplinari in questi casi. Sbaglio? Le uniche eccezioni che conosco sono Farina e Feltri. A me va bene che l’Ordine non abbia mai preso misure disciplinari verso i giornalisti al servizio dei Pm: io sono allergico alle misure disciplinari (un po’ sono allergico anche agli Ordini), ma perché contro Farina sì? Ora assistiamo a questo nuovo episodio di squadrismo giornalistico, guidato dal Fatto quotidiano con Repubblica alla scorta. Realizzato con inaudito disprezzo per le persone che lavorano e vivono del loro lavoro. Hanno invocato il licenziamento di Farina, il quale, peraltro, percepiva un compenso di circa 750 euro al mese coi quali doveva pagarsi anche treni, aerei, vitto e alloggio a Roma (lui vive a Milano). Io, lo confesso, e poi lo sapete, sono un vecchio antifascista. Per storia, per tradizione, per convinzione. Oggi non mi fa paura Casapound: mi fanno paura questi. Questi che vanno a cercare nemici isolati e li bastonano ferocemente e poi se ne vanno soddisfatti e chiedono l’applauso.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Enrico Panozzo su freeskipper.altervista.org il 30 agosto 2021. Metti un certo Claudio Durigon in parlamento e dagli un po’ di potere, e vedi cosa ti combina. Prima si fa pizzicare con la frase vanto “Quello che fa le indagini, il generale della Guardia di finanza, sulla Lega lo abbiamo messo noi” in chiaro riferimento ai 49 milioni fatti sparire da suo partito. Poi probabilmente non contento della sua onnipotenza, ad un comizio elettorale nella sua Latina, si lascia andare ad una proposta a dir poco discutibile. Quella di rimuovere l’intitolazione di un parco della città ai magistrati uccisi dalla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ripristinare la vecchia denominazione, a favore di Arnaldo Mussolini. Chi è il signor Durigon? Intanto possiamo dire, senza dubitare, che è un fedelissimo del leader della lega Matteo Salvini, (viste le dichiarazioni) poi lo si può chiamare anche ”mister quota 100″ visto che è l’ideatore della riforma che ha “smontato” la legge Fornero, ma che però a fine anno chiude. Ma la sua carriera politica inizia come sindacalista di destra nell’UGL diventando il vice segretario nel periodo dal 2014 al 2018. Nel 2018 abbraccia i colori e il pensiero della Lega diventandone un fedelissimo, fino ad entrare sempre nel 2018 nel primo governo Conte (Lega-5stelle) come sottosegretario di stato al ministero del lavoro e delle politiche sociali. Incarico che ha svolto fino alla caduta del governo. (settembre 2019). Vi ritorna nel 2021 nel governo Draghi sempre come sottosegretario di stato, ma al ministero dell’economia, e delle finanze.

La scelta dopo le polemiche sul parco a Mussolini. Durigon si dimette, Salvini cede al "diktat" di Draghi: “Passo di lato, ma non sono fascista”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 26 Agosto 2021. Claudio Durigon e Matteo Salvini hanno dovuto cedere. Il sottosegretario all’Economia leghista ha infatti rassegnato le proprie dimissioni dopo essere finito al centro di una bufera politica per aver proposto, il 4 agosto scorso, di intitolare ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, un parco di Latina già dedicato ai giudici Falcone e Borsellino.

Parole che avevano spinto in particolare PD, Leu e Movimento 5 Stelle a chiedere un passo indietro. Fino ad oggi accanto all’ex Ugl si era sempre schierato Salvini, che però ha dovuto cedere alla fine al pressing del presidente del Consiglio Mario Draghi, che l’ex ministro dell’Interno aveva incontrato nei giorni scorsi in un vertice a due.

LA LETTERA DEL SOTTOSEGRETARIO – Durigon ha annunciato le dimissioni con una lettera diffusa dalla Lega: “Ho deciso di dimettermi dal mio incarico di governo che ho sempre svolto con massimo impegno, orgoglio e serietà”. Una decisione presa “per uscire da una polemica che sta portando a calpestare tutti i valori in cui credo, a svilire e denigrare la mia memoria affettiva, a snaturare il ricordo di ciò che fecero i miei familiari proprio secondo quello spirito di comunità di cui oggi si avverte un rinnovato bisogno”. Quanto alle parole su Mussolini e il parco di Latina, Durigon ammette di aver sbagliato, ma solo a livello comunicativo: “Un processo di comunicazione si valuta non in base alle intenzioni di chi comunica, ma al risultato ottenuto su chi riceve il messaggio: è chiaro che, nella mia proposta toponomastica sul parco comunale di Latina, pur in assoluta buona fede, ho commesso degli errori. Di questo mi dispiaccio e, pronto a pagarne il prezzo, soprattutto mi scuso”. L’ormai ex sottosegretario infatti si rammarica perché gli è stata attribuita “un’identità fascista, nella quale non mi riconosco in alcun modo. Non sono, e non sono mai stato, fascista. E, più in generale, sono e sarò sempre contro ogni dittatura e ogni ideologia totalitaria, di destra o di sinistra: sono cresciuto in una famiglia che aveva come bussola i valori cristiani”. E sempre a proposito della polemica sul parco, Durigon si dice “indignato” per il fatto che “qualcuno, forzando il senso delle mie parole, mi abbia accusato di mancanza di rispetto e di ingratitudine nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino. Che invece, per me (e per moltissimi della mia generazione), sono non solo due figure eroiche, ma anche dei modelli di etica, di civismo, di senso dello Stato”.

LE PAROLE DI SALVINI – L’altro grande sconfitto in questa vicenda è ovviamente Matteo Salvini, il leader del Carroccio abbandonato anche da altri big del partito nella difesa di Durigon, piegato quindi dal diktat di Draghi di ‘costringere’ alle dimissioni il suo fidato sottosegretario.

Salvini che in una nota ringrazia Durigon “non solo come politico ma soprattutto come uomo, amico, persona onesta, concreta, schietta e coraggiosa”. Quindi il contrattacco: “A differenza di altri lascia la poltrona per amore dell’Italia e della Lega, e per non rallentare il lavoro del governo, messo irresponsabilmente in difficoltà per colpa di polemiche quotidiane e strumentali da parte della sinistra. Contiamo che questo gesto di responsabilità e generosità induca a seria riflessione altri politici, al governo e non solo, che non si stanno dimostrando all’altezza del loro ruolo”, con un riferimento evidente al suo successore al Ministero dell’Interno Luciana Lamorgese, nel mirino per la gestione dell’immigrazione e del rave party nel viterbese. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Alessandro Di Matteo per “La Stampa” il 7 agosto 2021. Macché Falcone e Borsellino, il parco di Latina deve tornare ad essere dedicato ad Arnaldo Mussolini, perché così impongono «la storia» e «le radici». L'idea è del sottosegretario all'Economia Claudio Durigon. Leghista cresciuto nell'Ugl - il sindacato di destra -, nonni originari del Veneto e poi trasferiti nell'Agro Pontino, appunto dopo le celeberrime bonifiche di Mussolini, in questo caso Benito, il fratello più famoso. La «storia», dice Durigon, e non è chiaro se parli della sua o di quella di Latina. Di sicuro, l'idea non piace a Maria Falcone, la sorella del giudice ucciso dalla mafia. Durigon, con sprezzo del pericolo, non cede: per carità, Falcone e Borsellino non sono in discussione, ma vengono prima «le radici della città». E allora, se dobbiamo scomodare la «storia», perché non ripristinare il nome originario della città, che Mussolini non battezzò mica "Latina". Si torni a "Littoria", le radici sono importanti.

DAGONOTA l'11 agosto 2021. Cosa aveva nella borsa Giacomo Matteotti quando fu rapito e assassinato dai sicari di Mussolini? I documenti che testimoniavano una maxi tangente pagata dalla Petrol OIL per lo sfruttamento dei giacimenti italiani. Chi aveva trattato per il pagamento? Il fratello di Mussolini, Arnaldo. A Matteotti fu così impedito di denunciare in Parlamento il governo tangentaro e il fratello di Mussolini. Che indubbiamente era a conoscenza di quello che stava accadendo e che sarebbe stato eliminato un suo nemico mortale. Il sottosegretario Durigon vuole cambiare l'intestazione del parco comunale di Latina, oggi dedicato a Falcone e Borsellino, a un tangentaro nonché complice di un assassinio di Stato.

Estratto dell'articolo di Concetto Vecchio per "la Repubblica" l'11 agosto 2021. Il sottosegretario leghista all'Economia, Claudio Durigon, 50 anni, da Latina, adesso dice di non essere un nostalgico, ma il fascistone che è in lui è venuto fuori con la più sconcertante delle proposte: «Meglio intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, che a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», ha comiziato in piazza, con accanto a sé Matteo Salvini. «Incredibile», commentano adesso in tanti persino nel suo giro, scuotendo la testa. Nella Lega, dove i parlamentari del Nord lo vivono come un corpo estraneo, non lo difende nessuno. Eppure Durigon è ancora lì, al suo posto. Com' è possibile? Astuto ed eccessivo, indossa la maschera del pacioccone. Infatti veniva descritto come un cordiale spiccio, uno di quelli che vanno alle trattative politiche senza conoscere bene il merito delle questioni, ma che poi a furia di mediare, guidati da un istinto popolano, portano a casa il risultato. Senza pedigree, era passato dall'essere il vicesegretario dell'Ugl, il sindacato di destra, a sottosegretario al Lavoro nel governo gialloverde e ora sottosegretario al Mef, il vice dell'inflessibile Daniele Franco. (…)  Fu la governatrice del Lazio Renata Polverini a scoprirlo, nel 2010, portandoselo con sé in Regione, indicandolo come capo della segreteria dell'assessore al Lavoro, Mariella Zezza. A Durigon Latina stava stretta, e pure il piccolo sindacato, di cui era il leader provinciale. La Polverini agli amici ha detto di essersene pentita. È alla fine del 2017 che diventa magicamente leghista. Fa una campagna elettorale ventre a terra, la Ugl sposa Salvini e Durigon fa il giro degli imprenditori locali per raccomandarne il genio. Quando nasce il governo Lega-M5S, diventa l'uomo di quota 100, il che gli spalanca le porte dei talk del mattino, dove spiega la riforma ai casalinghi. Con Salvini vanno all'Olimpico a vedere il Milan, di cui entrambi sono tifosi, e nei giorni indimenticabili del Papeete, nell'estate 2019, quando le cubiste intonano l'inno di Mameli, nel privé del Capo c'è anche Durigon. Diplomato in ragioniera, prima di fare il sindacalista è stato operaio alla Pfizer, con l'avvento di Draghi finisce al Tesoro con la delega ai giochi: per settembre ha annunciato gli stati generali del lotto. 

Lo strisciante fascismo di ritorno di Claudio Durigon e dei suoi amici. Marcello Fois su L'Espresso il 24 agosto 2021. Mette Falcone e Borsellino sullo stesso piano di Arnaldo Mussolini, affermare senza elaborare. Un metodo vero e proprio, usato anche da altri e da cui difendersi. La metodologia strisciante del fascismo di ritorno ha fasi assai precise. La prima è quella di provocare sul piano della parità. Di porre cioè sul tavolo argomenti difformi e diversi come fossero equipollenti: mele come fossero pere, carnefici come fossero vittime, princìpi come fossero semplici avvenimenti. Un sistema preciso di disabilitazione degli argomenti in corso, dei dibattiti in atto, attraverso formule scenografiche, non supportate e, spesso, lasciate a consumarsi nella semplice declamazione. Proporre di rinominare uno spazio, a sua volta rinominato, è una dimostrazione chiara di questo sistema di parificazione più provocatorio che sostanziale. Per questo la proposta del sottosegretario leghista del governo Draghi, Claudio Durigon, di riportare ad Arnaldo Mussolini l’intestazione del parco di Latina oggi dedicato ai giudici, vittime della mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è meno innocua di quanto sembri. Il Mussolini a cui fa riferimento Durigon dunque non è Benito, ma Arnaldo, il fratello minore, lo spin-doctor del Duce, che, per chi ha studiato abbastanza, è stato tutt’altro che marginale nella configurazione politica e filosofica del Partito nazionale fascista. Arnaldo Mussolini è stato il principale lessicografo del linguaggio fascista; quello che sapeva moderare i termini, ma specificare e, fare corposi, i concetti. Grazie ad Arnaldo, Benito capì che la stagione dell’anticlericalismo poteva dichiararsi finita e che, anzi, era necessaria una svolta diplomatica che tenesse conto del fatto che i religiosi che simpatizzavano per il fascismo, anche nelle alte sfere, erano assai di più di quelli dissidenti. Da qui i Patti Lateranensi. Arnaldo Mussolini risistema il vocabolario fascista sull’onda di quel domestico buon senso di frasi ad effetto, apparentemente innocue, rivolte a gente senza nessuno strumento per decrittarle. Arnaldo Mussolini sistema la linea de Il Popolo d’Italia diventandone direttore amministrativo proprio quando suo fratello maggiore viene nominato primo ministro. Tutte cose che nemmeno al sottosegretario Claudio Durigon, probabilmente, interessa di conoscere, o conoscere così nello specifico. Vale a dire che applicare un punto di vista non significa necessariamente elaborarlo. Anzi il fascismo corrisponde proprio all’affermare senza elaborare. A Durigon basta che quel parco torni ad essere il parco Mussolini, a lui non importa che si faccia differenza tra Mussolini e Mussolini, perché fra tutte le cose che afferma di non sapere, fra le pieghe dell’ingenuità che quest’omone millanta, sicuramente non esiste quella di evitare che una cosa valga l’altra: le vittime della mafia versus uno fra i più importanti, influenti e ascoltati, teorici del fascismo. Esattamente sullo stesso piano. La pedanteria dell’immacolato Durigon si limita alla specifica che quando lui dice Mussolini non afferma Benito, ma Arnaldo. Come se quest’ultimo, sul piano delle responsabilità storiche, non fosse abbastanza importante. È un discorso, quello sul peso politico, che porta assai lontano e che alberga in tutti coloro che scelgono la pedanteria solo quando gli fa comodo. Badate bene: vale la pena di chiarire che Arnaldo non è Benito, ma non che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono Arnaldo Mussolini. E si passa al secondo sistema della metodologia strisciante del fascismo di ritorno. E sarebbe quello di usare la democrazia contro la democrazia. Quando, per esempio, Giorgia Meloni tratta questioni di genere, o gender, sta parlando di lei. Proprio di se stessa. Della sua figura di donna e madre, e leader politica, del ventunesimo secolo. Non sa, o finge di non sapere, che quando auspica, con furore erinnico, la famiglia «regolare» mima esattamente quei politici, prodotti dal suo sistema, che, sotto il fascismo, tuonavano contro persino l’ipotesi delle donne in politica. Arnaldo Mussolini per primo avrebbe trasecolato per la sua stessa esistenza in quanto donna sui banchi del governo, fuori dal ruolo «normale» di filatrice, custode del focolare e fattrice di maschi per la patria, che il regime le aveva riservato. Sempre un passo dietro al proprio maschio che compiva gesta eroiche, mentre lei allevava la famiglia numerosa e amministrava la casa. Giorgia Meloni è dunque l’incarnazione di un risultato della democrazia. Per ritornare al modello di famiglia «normale» che lei auspica, e di società ordinata che lei agogna, la nostra pasionaria dovrebbe, con coerenza, ritirarsi dall’attività politica, sposarsi, e allevare un tot di figli. Magari far entrare in politica l’attuale compagno, dopo il matrimonio s’intende, come vorrebbe qualche integralista della sua stessa compagine che già oggi non vede di buon occhio essere diretto da una donna. Ma è evidente che il problema della democrazia è che quando c’è si può esercitare il fascismo, mentre quando c’è il fascismo di democrazia non se ne può parlare. Chi approfitta oggi delle regole democratiche lo fa con la coscienza che quelle stesse regole saranno le prime ad essere sacrificate quando arriva il fascismo, come un generale che ordini di interrare il tunnel attraverso il quale è riuscito ad espugnare una rocca. Per questo varrebbe la pena di spingersi a una «modesta e pericolosissima provocazione» e cioè fare un appello ai cittadini italiani, anche quelli progressisti, perché votino in massa la Meloni e la mettano in grado di governare. Che la spostino, cioè, fuori dalla comfort zone dell’opposizione costante, l’opposizione in poltrona, dedicata a una nazione immersa nel pressapochismo. Vediamo per quanto tempo potrà blindare i porti, vietare il diritto di abortire, vietare la libertà di scegliersi un compagno o una compagna, intitolare strade a gerarchi, limitare la violenza domestica, controllare la libertà di stampa, occupare posti chiave, ripristinare una nazione maschia che se ne frega eccetera eccetera. Tuttavia si decida se aderire a questa dadaista provocazione solo dopo aver tenuto conto del pericolo che essa comporta, un pericolo che è il succo del pensiero fascista e cioè di scardinare un sistema approfittando di quello stesso sistema: in democrazia, infatti, si può ancora fare opposizione, nel modello auspicato dalla Meloni o dai tanti Durigon che ci circondano, no.

Non è la prima volta che finisce nella bufera. Chi è Claudio Durigon, il leghista al centro della polemica sul parco da dedicare a Mussolini. Elena Del Mastro su Il Riformista l'11 Agosto 2021. “Meglio intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, che a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Con queste parole Claudio Durigon, sottosegretario leghista all’Economia, ha avviato la polemica che infiamma la politica da giorni. Era il 6 agosto quando durante un comizio a Latina pronunciò la ferale proposta che ha spiazzato e inorridito tanti. Al suo fianco c’era Matteo Salvini. Una vita nel sindacato di destra Ugl e punto di riferimento della Lega nel Lazio, dal suo esordio nella Lega nel 2018 Claudio Durigon ha trasformato Latina, sua città natale, in una delle roccaforti del Carroccio. Ed è proprio da lì che è partita la proposta di ripristinare la vecchia dicitura del parco cittadino intitolandolo al fratello di Benito Mussolini, Arnaldo, togliendolo ai giudici antimafia Falcone e Borsellino. E così è partito il coro di richiesta di dimissioni da M5s a Pd, passando per Leu e anche per Elio Vito di Forza Italia. Durigon è parlamentare dal 2018 anno in cui è stato nominato sottosegretario del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali durante il governo giallo-verde. Si è guadagnato il nome di “Mister Quota 100” dopo l’ideazione della riforma che ha smontato la legge Fornero che ha lui stesso definito “un capolavoro”. Prima di entrare in parlamento Durigon lavorava come operaio alla Pfizer dove è stato sindacalista dell’Ugl, diventando vicesegretario generale dal 2014 al 2018. Nel 2018 si è avvicinato alla Lega di cui è stato responsabile del dipartimento lavoro fino a essere eletto deputato a marzo. Uomo dalla “battuta facile” è già stato al centro di bufere. In un audio dell’inchiesta Follow the money di Fanpage dichiarava di non essere preoccupato dalle indagini sui 49 milioni dei rimborsi elettorali confiscati alla Lega perché “Quello che fa le indagini, il generale della Guardia di finanza, sulla Lega lo abbiamo messo noi”. Poi la vicenda del parco a Latina che ci ha tenuto a spiegare: “La storia di Latina è quella che qualcuno ha voluto anche cancellare, cambiando il nome a quel nostro parco che deve tornare ad essere quel parco Mussolini che è sempre stato”. I suoi nonni erano braccianti arrivati nell’agro pontino ai tempi delle bonifiche fasciste. E dunque a chi gli chiede le dimissioni ha motivato così la sua proposta: “Ma io non pensavo ad Arnaldo Mussolini, io pensavo a mio nonno Raffaele, non un fascista ma vero democristiano e uomo di chiesa, con tre sorelle suore. L’ha fatta lui Latina, anzi Littoria, assieme a tutti gli altri coloni, gli altri pionieri poverissimi che arrivarono dal Veneto nel 1930 a realizzare la bonifica dell’Agro pontino. La memoria di questi pionieri oggi è andata persa e io vorrei recuperarla…”. Dunque per lui non si tratterebbe di apologia al fascismo ma di memoria storica, che va recuperata, anche se di stampo fascista.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Ilario Lombardo per "la Stampa" l'11 agosto 2021. Anche Luigi Di Maio chiede che Claudio Durigon si faccia da parte: «Le sue affermazioni sono molto gravi, ci aspettavamo delle scuse mai arrivate. A questo punto dovrebbe fare un passo di lato». La stessa richiesta era arrivata da Giuseppe Conte, presidente del M5S, ed Enrico Letta, segretario del Pd, ma il fatto che sia il ministro degli Esteri, uno dei più alti in grado nel governo a pretendere le dimissioni del sottosegretario leghista, che ha proposto di intitolare il Parco di Latina al fratello di Mussolini, lascia intuire quanto non si tratti solo di una polemica estiva per mantenere rovente lo scontro politico anche a Ferragosto. Dal Pd e dal M5S si dicono certi che Mario Draghi, al momento giusto, chiederà a Durigon un passo indietro, come ha fatto per il manager Ugo De Carolis, designato all'Anas, e per la delega all'Aerospazio con il sottosegretario Bruno Tabacci, considerata in conflitto di interessi con l'assunzione del figlio a Leonardo. Sta di fatto che la mozione di censura del M5S è pronta. Hanno già detto che voteranno a favore Pd, Leu, gli ex grillini e altri del Gruppo Misto. Anche il deputato di Forza Italia, Elio Vito, ormai battitore libero in casa berlusconiana dopo l'ok convinto alla legge contro l'omofobia, ha detto che voterà contro il sottosegretario all'Economia della Lega. I numeri per farla passare alla Camera dovrebbero esserci. Fino a ieri Matteo Renzi non ha parlato. Ha lasciato che lo facesse, per Italia Viva, Teresa Bellanova. «Irricevibile, quella di Durigon è una bruttissima pagina» ha detto la viceministra renziana senza precisare però se il partito del senatore fiorentino voterà o meno la mozione. Tutti accusano Durigon di apologia del fascismo, per aver proposto di togliere i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a un parco di Latina per intitolarlo nuovamente ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. È la seconda volta che Durigon, sindacalista ciociaro approdato alla Lega di Matteo Salvini, diventa motivo di imbarazzo per i colleghi di governo. La prima fu quando venne intercettato dal sito Fanpage mentre sosteneva di non essere preoccupato dalle indagini sulla Lega e sui 49 milioni di euro spariti, perché, disse, era stato il partito a promuovere il generale della Guardia di Finanza che seguiva l'inchiesta. Questa volta però i simboli antimafia che ha toccato fanno vibrare di indignazione oltre metà Parlamento. La mozione va calendarizzata ma l'ultima parola toccherà comunque a Draghi. Deve essere il premier a rimuoverlo, sapendo che una mozione votata a maggioranza è di fatto una sentenza di cui è difficile non tener conto.

Giacomo Galanti per huffingtonpost.it l'11 agosto 2021. Dal Pd a M5s, passando per Forza Italia e LeU, tutti chiedono le dimissioni di Claudio Durigon, sottosegretario leghista all’Economia. Il motivo? La sua proposta di cambiare il nome di un parco a Latina che commemora i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, reintitolandolo ad Arnaldo Mussolini (fratello del Duce). E se Durigon non si dimetterà di sua iniziativa, le forze politiche già pensano a presentare una mozione di sfiducia in Parlamento. Molto duro il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, che al Fatto Quotidiano ha detto: ”Trovo grave e sconcertante il proponimento del sottosegretario al Tesoro Durigon di cancellare l’intitolazione del parco di Latina a Falcone e Borsellino, con l’aggravante di volerlo restituire alla memoria del fratello di Mussolini. È aberrante voler cancellare anni di lotta alla mafia e il sacrificio dei nostri uomini migliori, per giunta allo scopo di restaurare il ricordo del regime littorio”. Conte ha aggiunto: “Il Movimento chiede che Durigon si batta pure per questo suo progetto ma dismettendo immediatamente l’incarico di sottosegretario di Stato, che richiede ben altri proponimenti”. Per Conte, le parole di Durigon “mettono a nudo l’ipocrisia di forze politiche che, come la Lega, non hanno alcuna reale intenzione di contrastare il malaffare delle organizzazioni criminali”. Sempre con il Fatto, il segretario del Pd Enrico Letta ha chiesto le dimissioni del sottosegretario: “Chi parla di parco Mussolini - ha detto -, semplicemente deve dimettersi”. Per Letta quelle di Durigon “sono parole incompatibili per la sua permanenza nell’esecutivo”. Fonti dem hanno confermato che “l’orientamento” del Pd è quello di votare la mozione di sfiducia del M5s al sottosegretario leghista, una questione che comunque “si vedrà alla ripresa dei lavori parlamentari”. Per il Movimento 5 stelle si è fatto sentire anche il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli che ha chiesto un passo indietro di Durigon. “Credo che sia intollerabile - ha affermato - ciò che ha detto il sottosegretario Durigon e credo che non sia compatibile con la sua permanenza al governo. Io mi auguro non si arrivi alla mozione di sfiducia. Credo sarà necessario appunto un passo indietro di Durigon”. Anche Elio Vito, di Forza Italia, è dello stesso parere e su Twitter ha scritto: “Voterò la mozione di sfiducia a Durigon presentata dal M5S. Perché l’antifascismo è un valore fondante la Repubblica e perché non possiamo pubblicare ogni anno foto di Falcone e Borsellino e poi restare indifferenti. Spero di non essere il solo in FI.”” Pensa alla mozione di sfiducia poi Nicola Fratoianni di Sinistra italiana: “Mentre continua il silenzio del presidente Draghi - ha detto -, silenzio che dura da alcuni mesi, vedo che, con le parole chiare di Letta e Conte, si estende sempre più l’arco di forze che chiede le dimissioni del sottosegretario Durigon dal governo. Ora la mozione di sfiducia è l’unico strumento per ridare un minimo di dignità”. Per Leu è intervenuto il capogruppo alla Camera, Federico Fornaro: “Durigon si dimetta subito - ha spiegato -. Le radici della nostra democrazia repubblicana sono antifasciste. Un sottosegretario non può prendersi un impegno pubblico per cancellare l’intitolazione di un luogo pubblico alla memoria di Falcone e Borsellino e tornare a quella vecchia di Mussolini. Dichiarazioni non smentite che rendono incompatibile la sua presenza al governo con i valori fondanti della nostra Repubblica. Durigon si dimetta subito togliendo tutto il Governo dall’imbarazzo”.

Estratto dell’articolo di Giacomo Salvini per "il Fatto quotidiano" l'11 agosto 2021. "Chi parla di parco Mussolini semplicemente deve dimettersi". Dopo Giuseppe Conte el'Anpi anche il segretario del Pd Enrico Letta usa parole durissime contro il sottosegretario leghista all'Economia Claudio Durigon, fedelissimo di Matteo Salvini, che mercoledì in campagna elettorale a Latina ha proposto di cambiare il nome del parco cittadino da "Falcone e Borsellino" a "Mussolini" (inteso come Arnaldo, il fratello del duce). (…) AL MOMENTO da Palazzo Chigi preferiscono fare orecchie da mercante visto che rimuovere il sottosegretario significherebbe aprire una crisi con la Lega, di cui Durigon è uno dei principali esponenti. E così, se la pressione dei giallorosa non porterà alle dimissioni nell 'immediato, la battaglia diventerà parlamentare. A settembre Pd, M5S e LeU hanno intenzione di coordinarsi per presentare una mozione di sfiducia individuale - la cosiddetta "mozione di censura" per i sottosegretari - per chiedere formalmente al premier Mario Draghi di rimuovere Durigon. E non servirà scriverne una nuova visto che una mozione parlamentare c'è già ed è stata presentata il 6 maggio dai deputati del Movimento 5 Stelle delle commissioni Economia e Affari Costituzionali alla Camera a prima firma Cosimo Adelizzi dopo l'inchiesta di Fanpage in cui il sottosegretario leghista parlava così, intercettato, dell'inchiesta sui 49 milioni della Lega: "Il generale della Guardia di Finanza che indaga, Zafarana, lo abbiamo messo noi". (…) Di fronte alla pressione dei giallorosa per far dimettere il sottosegretario leghista, resta il problema politico nella maggioranza. Perché fonti vicine a Salvini spiegano che per la Lega il caso non esiste e un esponente molto vicino al segretario minaccia apertamente: "Se cade Durigon, noi ce ne andiamo dal governo". D'altronde Salvini non può permettersi di mollare colui che ha messo in piedi il partito in Lazio, portando tessere e voti dal mondo del sindacalismo di destra dell 'Ugl (di cui è stato vicesegretario generale) e diventando il punto di riferimento del Carroccio nel centro-sud. (…)

Durigon e la doppia morale 5s: cosa dimenticano...Francesco Boezi l'11 Agosto 2021 su Il Giornale. Il MoVimento 5 Stelle si affretta nel chiedere le dimissioni di Claudio Durigon dopo le frasi sul parco di Latina. Ma il doppiopesismo è una costante grillina. La bufera scatenatasi sulle frasi del sottosegretario Claudio Durigon può contare sul sostegno grillino: sono tanti gli esponenti del MoVimento 5 Stelle che in queste ore domandano al leghista le dimissioni dal governo. Si parla di una mozione di sfiducia caldeggiata per settembre dal Partito Democratico, dai pentastellati e da Leu. La tempesta si è scatenata dopo la proposta di reintitolazione di un parco di Latina ad Arnaldo Mussolini. Si è allineato anche l'ex premier Giuseppe Conte che, come riportato da Il Fatto Quotidiano, ha chiesto un passo indietro al leghista, stigmatizzando le parole del sottosegretario al Mef: "...aberrante voler cancellare anni di lotta alla mafia e il sacrificio dei nostri uomini migliori, per giunta allo scopo di restaurare il ricordo del regime littori", ha detto, tra i vari punti toccati sulla vicenda, l'ex presidente del Consiglio. Quella zona del capoluogo pontino, ad oggi, è intitolata a due eroi della nostra nazione: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma il doppiopesismo è sempre dietro l'angolo quando si tratta di registrare l'atteggiamento politico del MoVimento 5 Stelle, che pure sulle ideologie del novecento sembra assumere posizioni differenti a seconda del momento vissuto. Un po' come capita con tutto. Basta tornare al recente passato per rintracciare alcune frasi scritte da Roberta Lombardi, oggi assessore alla Transizione ecologica e digitale della Regione Lazio. Le idee della Lombardi sono state immortalate all'epoca nel suo blog. Si trattava di frasi secondo cui "il fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia". Certo, poi il consigliere regionale ha aggiunto che "sono 30 anni che fascismo e comunismo in Italia non esistono più". Ma è una motivazione che i grillini sembrano reputare valida per loro e non per chi fa parte di schieramenti differenti come Durigon. Le posizioni della Lombardi hanno scatenato polemiche, ma la pentastellata è una punta di diamante tra i pochi grillini che sono riusciti a misurarsi con l'amministrazione territoriale. E nessun provvedimento è stato preso ai tempi dal MoVimento 5 Stelle per quelle uscite. C'è poi la storia del "Museo del Fascismo" a Roma che, nonostante la chiave interpretativa antifascista dell'ex grillina Gemma Guerrini, ha comunque scatenato un putiferio tra intellettuali, colleghi di partito e base elettorale, con il sindaco di Roma Virginia Raggi costretta a bloccare tutto per via del pericolo "fraintendimento". La Guerrini ha poi lasciato il MoVimento 5 Stelle per il gruppo misto nel marzo del 2021, proprio in polemica con chi oggi si ricandida per un secondo mandato sullo scranno più alto della capitale. Le dichiarazioni di Bruno Astorre svelano come il Pd non fosse persuaso dalle argomentazioni anti-fasciste dei grillini: "...difficile da credere, ma con la giunta Raggi accade che si possa immaginare di avanzare il progetto della sua maggioranza in Campidoglio per un museo del Fascismo a Roma. Sarebbe uno schiaffo, un insulto...". Il MoVimento - si sa - ha la richiesta di dimissioni facile. Ma solo in alcuni particolari frangenti. Il consigliere comunale di Torino Monica Amore, come ripercorre Repubblica, è balzata agli onori delle cronache per aver postato contro il gruppo Gedi "caricature razziste, tristemente note perché tra la fine dell'800 e fino agli anni Quaranta del '900 venivano usate per raffigurare gli ebrei". Come deduciamo dal profilo Facebook del consigliere, la Amore è ancora un 'esponente del MoVimento 5 Stelle torinese. Puntuale è arrivata la lettera di scuse alla Comunità ebraica, come si legge su La Stampa. Di dimissioni dall'incarico nel consiglio o dal partito però neppure l'ombra. Chissà se la Appendino chiederà all'Amore sostegno in lista per le amministrative di ottobre. Come dimenticare, poi, la "gaffe" sul profilo di Carlo Sibilia, che attualmente ricopre la carica di sottosegretario al ministero dell'Interno? Erano i tempi del Restitution Day e sul profilo di Sibilia veniva postato quanto segue: "Cosa dire di una stampa che oscura il Restitution Day? L'evento più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?". L'intento di Sibilia non era certo quello di esaltare gli atti che hanno portato alla morte due eroi della nostra patria: questo è ovvio. E il grillino, avendo in quel caso i social come scenario, ha anche potuto rimuovere il post e fornire tutte le spiegazioni. Claudio Durigon, invece, la frase sulla intitolazione l'ha detta in un comizio. Quindi il leghista non può "rimuovere" nulla Il sottosegretario del Mef ha già spiegato di non avere alcuna intenzione di cancellare la memoria di Falcone e Borsellino, ma ai grillini questa volta non basta. Perché nella bufera non c'è uno di loro.

"Alto senso dello Stato". Quando i grillini rivalutavano il fascismo. Francesco Boezi il 12 Agosto 2021 su Il Giornale. Il M5s chiede le dimissioni dal governo Draghi del sottosegretario leghista Claudio Durigon, ma l'universo grillino si dimentica di altre circostanze in cui avrebbe potuto chiedere passi indietro o di lato. Il M5s chiede le dimissioni dal governo Draghi del sottosegretario leghista Claudio Durigon, ma l'universo grillino si dimentica di altre circostanze in cui avrebbe potuto chiedere passi indietro o di lato. Il doppiopesismo è sempre dietro l'angolo quando si tratta di Movimento 5 Stelle, che pure sulle ideologie novecentesche assume posizioni diverse a seconda del momento. Ai grillini, a dire il vero, capita un po' con tutto. Nessuno, ad esempio, ha lanciato una petizione scandalizzata quando sono emersi alcuni pensieri sul fascismo di Roberta Lombardi, che ora è assessore alla Transizione ecologica e digitale della Regione Lazio. La Lombardi, all'epoca, aveva immortalato alcune delle sue idee su un blog. Si trattava di frasi secondo cui «il fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Pure il consigliere comunale torinese Monica Amore è sempre lì, nonostante il post antisemita contro il gruppo Gedi. Lo stesso post per cui ha dovuto scrivere una lettera di scuse alla Comunità ebraica. C'è poi la storia del «Museo del Fascismo» di Roma che ha imbarazzato Virginia Raggi. Nonostante la chiave interpretativa antifascista dell'ex grillina Guerrini, la proposta museale ha messo a dura prova la tenuta dell'opinione pubblica. Il sindaco ha deciso di bloccare tutto. Ma la maggioranza che proponeva il Museo era la sua. Come se non bastasse, può essere annoverata una «gaffe» comparsa tempo fa sul profilo di Carlo Sibilia, oggi sottosegretario all'Interno. Erano i tempi del Restitution Day. Sul profilo social del grillino, si poteva leggere: «Cosa dire di una stampa che oscura il Restitution Day? L'evento più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino?». L'intento non era quello di esaltare la mafia o quello di disprezzare Falcone e Borsellino: è ovvio. Ma il grillino, a differenza di Durigon, ha potuto rimuovere e dare spiegazioni. Durigon non aveva intenzione di cancellare la memoria di Falcone e Borsellino, ma ai grillini questa volta non basta. Perché nella bufera non c'è uno di loro. 

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento...

Il caso del sottosegretario leghista. Durigon linciato per aver detto una fesseria: attacco squadrista del Fatto contro il sottosegretario. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 12 Agosto 2021. È un po’ come se stessero gridando “fascisti carogne tornate nelle fogne!”. L’appello, firmato dai tre direttori del Fatto, Padellaro, Gomez e Travaglio, urla con lo stesso tono da squadrista “Fuori Durigon dal governo”. E il quotidiano raccoglie firme per sostenere l’espulsione del sottosegretario. Come se gli spettasse la formazione dei governi. E come se il valore di un ministro o di un sottosegretario non si misurasse con la qualità del suo lavoro. Ma come se si stesse acquattati nell’ombra nell’attesa del passo falso, della cavolata più o meno scappata di bocca, per colpirlo, come nel caso di Durigon. Che la stupidaggine l’ha detta, questo è sicuro. È stato relativamente facile con Renato Farina. In fondo le randellate sono servite “solo” a fargli perdere una consulenza di lavoro. Inoltre l’uomo, oltre a essere un giornalista molto più bravo degli squadristi che gli hanno dato la caccia, è anche un mite (come ha dimostrato nella telefonata con il randellatore numero uno, Fabrizio Roncone), non è presuntuoso e sa farsi da parte. Lo ha fatto, purtroppo. Con Claudio Durigon le randellate troveranno un corpo più duro. Perché il sottosegretario all’economia è un ex sindacalista di lotta, e anche perché, pur se per ora il suo partito e l’intero centrodestra non si sono fatti vivi, l’uomo non è solo. E non ha commesso niente di grave. Una settimana fa, partecipando a un evento pubblico con Salvini, nella sua città, Latina, ha usato toni un po’ da comiziante, di quelli più accattivanti che originali, e magari ha anche pensato, in un ambiente decisamente di destra, di fare qualche dispettuccio a Giorgia Meloni, strizzando l’occhio al suo elettorato. Così, infiocchettando il discorso con “la storia” e “le radici” della città, l’ha buttata lì: perché non restituiamo al parco la sua denominazione originaria, cioè l’intestazione a Arnaldo Mussolini, il fratello mite e moderato del Duce, morto prematuramente a soli 46 anni? Non sarebbe stata niente più che una battuta demagogica quanto inutile, la sua, se lui avesse tenuto in maggior conto la conseguenza che avrebbe avuto il suo gesto, se lui fosse stato davvero in grado di cambiare quell’intestazione. Perché il parco era stato nel frattempo dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E i miti non si toccano, soprattutto quando il loro ricordo suscita i sensi di colpa di quegli ambienti di sinistra che, quando i due magistrati erano in vita, non li avevano di certo sostenuti. Si sa che non c’è niente di più lacerante, di più violento del senso di colpa. Non parliamo di un isterichetto con tendenze fascio-razzistiche come Marco Travaglio, per il quale quel che accomuna Renato Farina e Claudio Durigon probabilmente è solo il loro essere sovrappeso. Gli dà fastidio il solo guardarli, proprio come gli capita con Brunetta a causa della statura. Stiamo parlando di Enrico Letta e del suo modo di interpretare il suo ruolo di segretario del principale partito della sinistra italiana. Se lui avesse a cuore la storia dei due partiti che oggi compongono il Pd, forse sarebbe indignato per l’affronto a Falcone e Borsellino. Invece pare molto impegnato a reggere il moccolo all’ex premier Giuseppe Conte. E se quello indossa l’eskimo e le Clark e riempie il tascapane di sanpietrini, e poi dice che Durigon si deve dimettere, lui si accoda. E se poi il Movimento cinque stelle minaccia di presentare in Parlamento una mozione di sfiducia individuale, lui ancora si accoda, insieme agli altri pezzi della sinistra che sono Leu e Sinistra Unita di Fratoianni. In nome del resuscitato antifascismo militante che ha già fatto tanti danni nel passato. Possiamo dire con una certa sicurezza che in questo caso il problema principale non è proprio rappresentato dalla memoria di Falcone e Borsellino. Intanto perché Conte e i suoi amici grillini non sanno niente della loro storia. A loro basta riempirsi la bocca con la parola “antimafia”. Veramente qualcuno di loro pensa che Giovanni Falcone fosse un Gratteri qualunque? Mettetevi a studiare, ragazzi. Del resto ci ha pensato un giornalista di sinistra di Repubblica, uno di quelli che la sanno lunga, a mettere le cose in chiaro. In un breve articolo Stefano Cappellini l’ha detto in modo esplicito. Durigon deve dimettersi non perché ha offeso la memoria di Falcone e Borsellino (del resto lo stesso sottosegretario aveva chiarito di averne il massimo rispetto), di cui non frega niente a nessuno. Deve andarsene perché è un fascista. Il che mi ricorda, tra tante belle esperienze, anche le cose brutte degli anni settanta, quando a Milano i ragazzi non potevano passare per piazza San Babila se erano vestiti in modo tradizionale. Erano subito considerati “fascisti”, accerchiati e picchiati. Allora, forza, giù botte, “Fuori Durigon dal governo!”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Stefano Rizzi per lospiffero.com il 13 agosto 2021. Il caso Durigon con investe soltanto i rapporti della Lega con gli alleati di governo, ma pone una questione non meno importante all’interno dello stesso partito di Matteo Salvini. Il sottosegretario al Mef che ha arringato la folla di Latina, sua città e suo feudo elettorale strappato alla destra missina storicamente forte nell’Agro Pontino, perorando il ritorno alla denominazione in onore di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, del parco cittadino intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha (ri)aperto la visione e la rivendicazione su una parte importante del dna leghista. Poco c’entra o comunque non può essere ricondotto esclusivamente ad esso, il periodo in cui il partito oggi nelle mani del Capitano fu guidato con spregiudicatezza e abilità ma senza mai derogare al principio dell’antifascismo dal Senatur. Sarebbe fuorviante e riduttivo classificare come nostalgia di quei tempi lo sconcerto e la repulsione provocata in buona parte della Lega, soprattutto al Nord, dalla sortita dell’ex sindacalista dell’Ugl divenuto un capataz in quell’Italia che proprio Umberto Bossi vedeva come zavorra e che si sarebbe poi tramutata in zatterone con timone a destra (forse troppo) offerto da Salvini nel suo processo di nazionalizzazione del partito. C’è di più della linea scolpita nella pietra padana dall’Umberto. C’è la radice del movimento che non fu come volle dire Massimo D’Alema una costola della sinistra, ma neppure qualcosa che richiamasse ceneri di una fiamma mai appartenuta al movimento che da autonomista e addirittura secessionista non ammiccò mai, e sarebbe stato ben strano, a nazionalismi quelli sì nostalgici. Neppure il tanko, il trattore trasformato in carro armato dai serenissimi arrampicatisi sul campanile di San Marco, riportò per un istante alle immagini dell’Istituto Luce o, peggio, ai tentati golpe artatamente sminuiti in commedia stile Vogliamo i colonnelli. Figurarsi in Piemonte dove la prima classe leghista (e pure parte della seconda) quella sì poteva apparire come una costola del Pci. Da Gipo Farassino a scendere, gli ex compagni conquistati dal diplomato alla scuola Radio Elettra di Cassano Magnano rivelatosi un genio della politica, non si sarebbero contati. Con i missini, prima della svolta finiana di Fiuggi, ancora nella catacombe, la Lega dalla sorgente di Pian del Re, mai volse lo sguardo da quelle parti. L’unico a farlo, guadagnandosi il titolo di mosca nera con conseguente messa ai margini, fu Mario Borghezio. “Comandante quando il nostro popolo sente il bisogno di una rivoluzione nazionale, noi dobbiamo metterci alla guida di questa rivoluzione. Questo è il compito anche tuo”, disse l’Obelix torinese al cospetto di Stefano Delle Chiaie fondatore di Avanguardia Nazionale, primula nera del neofascismo italiano. La mosca nera piemontese era stata candidata nel Lazio alle Europee, proprio per quell’essere tale. Certo, poi Salvini avrebbe filato con CasaPound, ma al di sopra delle linea gotica la Lega, salvo rarissime eccezioni, è rimasta lontano da quegli ambienti. Dunque non stupisce, ma sorprende per l’effetto e il peso che avrà sul dibattito interno, l’esternazione (una delle rare) di Massimo Giordano, già assessore regionale, ex sindaco di Novara e tuttora voce importante e ascoltata nella Lega piemontese. “Sarà per il periodo estivo ma sono rimasto stupito dall'assenza di reazioni alla ormai nota uscita di Durigon sul fratello di Mussolini. Sono nella Lega da 28 anni – scrive Giordano – e ci sono entrato perché ho sempre respirato con Bossi, Maroni e Salvini, uno spirito anticomunista e antifascista ossia antitotalitarista. Se Durigon vuole fare delle provocazioni – conclude l’esponente leghista – cosa assolutamente lecita, almeno lasci stare Falcone e Borsellino che per la libertà ci hanno rimesso la vita”. Altre parole incise con lo scalpello. Seguite da una sequela di commenti a favore, ulteriore segno di come la Lega esportata da Salvini oltre Roma Ladrona e con frettolosi quanto interessati proseliti scricchioli laddove è nata con bel altri presupposti, tanti, molti anche contraddittori, ma dei quali non ha mai fatto parte la destra nostalgica o i suoi epigoni maldestramente mascherati. Il Piemonte, dove l’attuale sindaco di Novara Alessandro Canelli prima di diventare una figura di punta della Lega mosse i passi nelle organizzazioni giovanili della sinistra e il cui segretario regionale, nonché capogruppo alla Camera Riccardo Molinari non ha mai mancato la partecipazione al 25 Aprile o alla commemorazione dei partigiani martiri della Benedicta, è lontano, molto lontano dalle squinternate sortite alla Durigon. Che non vanno, tuttavia, ridotte a maldestre esternazioni, celando invece qualcosa di più profondo. Certo anche nella Regione nel cui territorio nasce il dio Po di bossiana memoria, qualche mosca nera sembra talvolta palesarsi anche nell’esecutivo con scelte di collaboratori e altre iniziative non proprio lontane dall’evocazione di fez e orbace. Ma se anche un senatore, come il verbanese Enrico Montani condivide sulla sua pagina il post di Giordano, appare chiaro come in terra allobroga la questione Durigon non sia e non possa essere rubricata a un inciampo cui rimediare di fronte alle richieste di dimissioni del sottosegretario avanzate da vasta parte dell’altrettanta vasta maggioranza di governo. Il tema del posizionamento del partito rispetto a temi come quello sollevato dal caso Durigon e l’attenzione da porre nella rincorsa per annullare il vantaggio di Fratelli d’Italia nei sondaggi emerge con chiarezza ai più alti livelli del partito in Piemonte. E le decisioni di Salvini non potranno che pesare, in un senso o nell’altro.

FASCISTI O ASINI? Carmelo Caruso per “il Foglio” il 17 agosto 2021. Gli stanno chiedendo le dimissioni da sottosegretario ma nessuno gli ha finora domandato: "Ma che diavolo di scuole hai fatto? Ma che libri di storia hai letto? Ma lo sai chi era Arnaldo Mussolini? Conosci quanto fosse corrotto?". Se sul serio Pd e M5s vogliono cacciare dal governo Claudio Durigon non dovrebbero farlo in nome dell'antifascismo ma in nome di Renzo De Felice, in memoria di tutti gli storici e gli accademici che non meritano di vedere i loro testi calpestati e le loro indagini sputacchiate. C'è infatti una destra che continua a raccontare il fascismo come lo raccontava il nonno svitato e una sinistra che la prende sul serio e non la spernacchia per provata asineria. Dice Mirella Serri, docente dell'università La Sapienza, autrice del libro capolavoro "I redenti", che a "una destra ignorante, che ignora, si è spesso contrapposta una sinistra che chiede la cancellazione di statue e monumenti. Un argomento serio come il fascismo è stato ridotto a manganello politico". Ogni quindici giorni appare un deputato di destra, un presidente di regione, un sindaco, che starnazza frasi come "il fascismo ha fatto cose buone". Chi lo dice non è un fascista. E' peggio. E' un furbo, un piccolo malandrino. Ricorda, sempre la professoressa, che prima di Durigon è toccato a Nino Spirlì, il governatore (leghista) della Calabria dire "il fascismo fino alle leggi razziali ". Qual è il guaio? Che vengono indicati come nuovi fascisti e mai inseguiti dai loro vecchi insegnanti di storia. Aggiunge Mirella Serri: "Mi sorprende come nessuno abbia ricordato la vera natura di Arnaldo Mussolini. Era un tangentaro. Aveva preso parte allo scandalo della Sinclair Oil, scandalo denunciato da Giacomo Matteotti. Quando Matteotti venne rapito, il fratello di Mussolini era a conoscenza del rapimento che culminerà nel delitto". Durigon è ancora dell'opinione che sia un fascista buono? E' sicuro che merita il nome del parco comunale di Latina al posto di Falcone e Borsellino? Al Pd sarebbe bastato ricordare che una delle ultime mascherine indossate da Matteo Salvini era "griffata" Borsellino. Chi mente tra i due? Si può insomma chiedere a Mario Draghi di sostituire questo sottosegretario all'economia, ma si dovrebbe continuare a lavorare su questa idea di fascismo al ragù, ricordare "l'uscita di sicurezza" di Ignazio Silone, la complessità di quegli anni. L'ultimo libro della Serri è "Claretta l'hitleriana" (Longanesi) e smonta un'altra fantasia. Dice la storica: "E' quella della donna perdutamente innamorata del suo uomo. Ingenua. Non è così. A cominciare dalla sua famiglia che aveva rapporti con il malaffare e successivamente con i tedeschi. Ciò non significa che andava giustiziata ma solo precisare che il regime fascista è stato un regime pervasivo che ha coinvolto tutti. Non si può trattare con questa faciloneria". Non si risolve chiedendo "l'incriminazione" di Durigon, telefonando e intervistando i partigiani. Anche nel M5s, ricorda sempre Mirella Serri, "si è guardato al fascismo come un regime privo di corruzione. Nient' altro che un falso storico". Le dimissioni dunque? Meglio la "redenzione". Rimandarli tutti a scuola, sui banchi a rotelle della ex ministra Lucia Azzolina. La professoressa dice che è una buona idea. Le vere dimissioni sono il grembiule.

Durigon ha ragione: salvate Arnaldo Mussolini dall'ipocrisia. Vittorio Sgarbi il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. È incredibile la sistematica mistificazione non solo dei giornalisti e dei politici, ma degli storici che, interrogati sulla questione, mentono sul presente e mentono sul passato. È incredibile la sistematica mistificazione non solo dei giornalisti e dei politici, ma degli storici che, interrogati sulla questione, mentono sul presente e mentono sul passato. Non è vero che il sottosegretario Claudio Durigon ha proposto di intitolare il parco di Latina, oggi dedicato a Falcone e Borsellino, ad Arnaldo Mussolini. È il contrario: Durigon ha semplicemente proposto il ripristino della originaria titolazione toponomastica del Parco al giornalista socialista Arnaldo, affermando: «Questa è la storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato». Nessun dubbio che sia opportuno onorare Falcone e Borsellino. Ma altrettanto importante è non strumentalizzarne il nome per attribuirsi i loro meriti e crearsi il nome immotivato di città antimafia. È proprio di molte amministrazioni di sinistra che hanno finto di ignorare che Borsellino era vicino al Msi di Giorgio Almirante, e hanno cercato di farsi scudo della gloria dei due magistrati e del loro sacrificio. Le variazioni toponomastiche sono ispirate alla retorica dei nuovi poteri, e buona norma sarebbe non usare nomi sacri come quelli di Falcone e Borsellino in modo opportunistico e strumentale. Durigon ha semplicemente fatto riferimento a regole e principi elementari di chi ha cosciente rispetto per la toponomastica storica. Quasi sempre i mutamenti non hanno buone ragioni ma oscuri interessi. La nuova titolazione fu voluta dal sindaco di centrosinistra Damiano Colletta il 19 luglio del 2017, con inaugurazione alla presenza dell'allora presidente della Camera Laura Boldrini. Un abuso storico colpevolmente ignorato da storici come Mauro Canali che dimenticano che il Parco Comunale era stato dedicato ad Arnaldo Mussolini. Toccherà ora a Draghi ricordarlo, per rispondere a chi gli chiede le dimissioni di Durigon. In questa surriscaldata polemica estiva, lo storico Canali osserva che «Arnaldo in pubblico era un moralista tutto casa e chiesa ma ha avuto per anni un'amante a cui comprò anche degli appartamenti». Come se fosse l'unico fedifrago nella storia. Ancora, il richiamo di Canali al delitto Matteotti coinvolge Arnaldo, giornalista, in rapporti con gli esecutori del crimine che non sono mai stati dimostrati. Come fondatamente indica Giulia Albanese, Arnaldo «non fu esclusivamente un fedele seguace del fratello, malgrado questa rappresentazione sia a lungo prevalsa, anche perché fortemente suffragata da Arnaldo stesso. Negli scritti e nella corrispondenza emerge in realtà una certa sua autonomia di posizioni, come quando gli fu proposta la presidenza della Provincia di Forlì, un incarico che il fratello gli ingiunse, senza successo né conseguenze, di rifiutare». Dal 1928, Arnaldo conobbe tempi difficili: vittima con la moglie di un incidente d'auto, nel 1930 morì a soli vent'anni il figlio Sandro Italico, a cui è dedicato il volume di ricordi e riflessioni, Il libro di Sandro (Milano 1930). Con la perdita del figlio sembrò svanire anche la voglia di vivere del padre. Morì di infarto nel 1931. Per ricostruire correttamente la storia, dunque, occorre ricordare che Durigon ha solo chiesto di restituire ad Arnaldo ciò che gli era stato tolto per ragioni politiche. Nulla di scandaloso. Sarebbe stato più corretto, anche per la memoria dei due eroi, dedicare loro un altro spazio, senza cancellare la Storia. Onore e non prepotenza. Per quanto riguarda Arnaldo, non si possono attribuire a lui le responsabilità e le colpe del fratello. Sono stati fascisti anche i giornalisti Montanelli e Giorgio Bocca, del quale si conoscono tristi dichiarazioni antisemite. Ma su di loro è caduto il perdono della storia con la conseguente celebrazione. A un amico di Montanelli, Marcello Staglieno, si deve un testo importante e documentato, che assolve il non colpevole: Arnaldo e Benito. Due fratelli. Il tenore degli attacchi a Durigon , gli insulti e le menzogne sono vere e proprie espressioni di squadrismo fascista. E, come Mussolini trovò sostegno nel Popolo d'Italia, i nuovi fascisti hanno il loro manganello nel Fatto (o Infetto?). La storia si ripete. Ma lasciate in pace Arnaldo, vittima di ipocriti. Vittorio Sgarbi

Marco Cremonesi per corriere.it il 27 agosto 2021. L’epilogo annunciato, ora è stato scritto. Con una lunga lettera, il sottosegretario alle Finanze Claudio Durigon ha dato le dimissioni nella tarda serata di ieri. Matteo Salvini lo ringrazia in modo tutt’altro che formale e si augura che «questo gesto di responsabilità e generosità induca a seria riflessione altri politici, al governo e non solo, che non si stanno dimostrando all’altezza del loro ruolo». Probabilmente un riferimento a Luciana Lamorgese. La «moral suasion» esercitata dal premier Mario Draghi sul segretario leghista nell’incontro di lunedì scorso, e da quest’ultimo sullo stesso Durigon ha sortito il risultato chiesto da moltissimi parlamentari dopo che, lo scorso 4 agosto, il sottosegretario ha proposto di reintitolare il parco di Latina dedicato a Falcone e Borsellino al fratello del Duce, Arnaldo Mussolini. Durigon parte con un mea culpa: «Un processo di comunicazione si valuta non in base alle intenzioni di chi comunica, ma al risultato ottenuto su chi riceve il messaggio». E dunque, nella sua proposta «in assoluta buona fede», ha «commesso degli errori». Nell’identità fascista, infatti, l’ex sindacalista non si riconosce «in alcun modo: non sono, e non sono mai stato, fascista. Sono e sarò sempre contro ogni dittatura e ogni ideologia totalitaria, di destra o di sinistra». A Durigon spiace soprattutto che le sue parole, «lette e interpretate frettolosamente e superficialmente, abbiano potuto portare qualcuno a insinuare che per me la lotta alla mafia non sia importante. È infatti vero esattamente il contrario: la legalità, e il contrasto alle organizzazioni criminali, sono per me dei valori assoluti». Di qui, «le scuse alle famiglie Falcone e Borsellino, e a quelle degli agenti di scorta». I due magistrati sono «non solo due figure eroiche, ma anche dei modelli di etica, di civismo, di senso dello Stato». Poi, Durigon si lancia in un omaggio alla bonifica dell’Agro Pontino di cui, dice «sono figlio». Il sottosegretario dimissionario ricorda le sue origini venete e il concorso delle forze di tutto il paese per l’opera immensa di recupero delle allora paludi malariche: «Nella mia mal formulata proposta, io avevo a cuore solo l’idea di ricordare questa storia così intensa e così particolare». L’esponente leghista sostiene che il parco era già intitolato ad Arnaldo Mussolini, anche se ieri il sindaco di Latina Damiano Coletta ha detto che l’area verde «che dal 2017 è dedicata a Falcone e Borsellino, si chiamava “parco comunale” e non “parco Arnaldo Mussolini”». Prosegue Durigon: «Al di là dei miei errori di comunicazione (nella forma), nella sostanza sono stato strumentalmente attaccato per aver proposto di salvare la memoria storica di cui sopra», ad opera di «professionisti della strumentalizzazione che hanno usato le mie parole con l’unico fine di colpire me e il partito che rappresento. Si tratta di un’operazione che, come detto, mi ferisce profondamente e che non posso più tollerare». A sua volta, lui coglie l’occasione per attaccare la ministro dell’Interno Luciana Lamorgese: «Tutta questa polemica sta diventando l’alibi di chi, in malafede, intende coprire altri problemi: mi riferisco in particolare ai limiti del Viminale». L’ex sottosegretario arriva al punto chiave: «Per tutto questo, per uscire da una polemica che sta portando a calpestare tutti i valori in cui credo, ho deciso di dimettermi dal mio incarico di governo». Con un grazie ai «militanti» e a Salvini «per il sostegno, la vicinanza politica, morale e umana che ha avuto nei miei confronti». 

Pietro Senaldi e il caso Durigon: "Così ora la sinistra proverà mettere fuori gioco anche Salvini". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 agosto 2021. Durigon minga. Il sottosegretario dell'Economia leghista si è dimesso. Per chi ancora non lo sapesse, era finito in croce per aver manifestato l'intenzione di restituire al parco della sua città l'antico nome, quello di Arnaldo, fratello di Mussolini. Non è stata una gran pensata, anche perché nel frattempo il giardino pubblico era stato rinominato e dedicato a Falcone e Borsellino, pm anti-mafia invisi alla sinistra quando erano in trincea e onorati da morti da chi voleva intestarsi un po' della loro gloria. L'antifascismo militante che ha costretto Durigon al passo indietro, accusandolo di nostalgie pericolose, ai tempi riteneva poco democratici anche i due magistrati dietro i quali oggi nasconde la voglia di assestare un calcio a Salvini. Sarebbe illusorio pensare che, ottenuta la testa del leghista, Letta e soci ora si accontenteranno; al contrario, ne trarranno linfa per nuove e più violente offensive perché il loro obiettivo non era difendere la democrazia, ma dare un calcio nel sedere a Salvini. I compagni sono come i talebani, mostrano la faccia ragionevole per ottenere quel che vogliono ma l'incasso non basta mai. Hanno una violenza naturale che li porta a disprezzare l'avversario e ritenere di aver sempre ragione. Sono in preda a un delirio che è pericoloso assecondare. Trasformano le loro debolezze in aggressività e conoscono solo la legge della violenza, della quale sono massimi maestri. Claudio Durigon cade per una frase che avrebbe dovuto risparmiarsi. Non ha calcolato che il fascismo in Italia c'è ancora, e non sta nei parchi. È rosso e non perdona. Chi ha combattuto davvero il fascismo, con le armi in pugno e rischiando la vita, Pertini, Pajetta, Togliatti, ha tollerato per decenni che il parco di Latina restasse intitolato al fratello di Mussolini, senza ritenere che questo minasse la democrazia. Ma gli anti-fascisti da salotto se ne fregano della lezione dei loro maestri e ignorano la parola riconciliazione; tanto meno sanno cosa sia la concordia nazionale, malgrado per interesse, loro e non del Paese, governino con la Lega e Berlusconi.

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 27 agosto 2021. Un intervento sulle foibe che, non è la prima volta, gli è costato una pioggia di critiche. Ormai ci è abituato Tomaso Montanari, storico dell'arte e neo rettore dell'università degli stranieri di Siena. Nei giorni scorsi, sul Fatto Quotidiano, il professore ha pubblicato un articolo sulla «falsificazione delle foibe». «Non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica - ha scritto -. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica». Un intervento che ha scatenato un putiferio. «Il rettore Tomaso Montanari minimizza il dramma delle foibe. - scrive Salvini -. È strano e preoccupante che Letta, sempre col ditino alzato e candidato nella Siena ferita dallo scandalo Pd-Mps, non apra bocca». Mentre Ignazio La Russa (Fdi) definisce vergognosa la presa di posizione del professore. Critiche da Gennaro Migliore (Iv) e da Carlo Calenda. La risposta di Montanari: «Nessuno minimizza o nega le foibe. Contesto l'uso strumentale che la destra neofascista fa delle foibe».

Luca Monticelli per “La Stampa” il 28 agosto 2021.  «Siamo di fronte a una grande campagna di diffamazione che falsifica le cose come al solito, quando si ha a che fare con i fascisti. Nessuna negazione delle foibe, ma una critica molto radicale al Giorno del ricordo per come è stato concepito». Tomaso Montanari, storico dell'arte e nuovo rettore dell'Università per stranieri di Siena, si difende dagli attacchi di molti politici di centrodestra che lo accusano di minimizzare l'eccidio delle comunità italiane al confine orientale, avvenuto tra il '43 e il '45 da parte del movimento di liberazione sloveno e croato e dalle milizie dello stato iugoslavo di Tito: «Sono stato linciato e nessuna istituzione ha difeso l'autonomia dell'università». 

Professore, è vero che nega le foibe?

«È tipico dei neofascisti italiani cambiare le carte in tavola e alterare la verità storica. Sto seriamente pensando di chiedere i danni a tutti coloro che mi definiscono negazionista, sfidandoli a trovare un luogo in cui abbia negato l'esistenza delle foibe». 

Lei critica il Giorno del ricordo, perché?

«La legge che lo istituisce è stata concepita per parificarlo alla memoria della Shoah. La falsificazione è sostenere che le foibe sono uguali all'Olocausto. Questo è il progetto che mi pare stia a cuore ai neofascisti e alle destre italiane. Lo dimostra un ddl che vorrebbe equiparare, anche sul piano penale, la negazione delle foibe con la negazione della Shoah». 

Il presidente Mattarella ha definito le foibe «un orrore» che colpisce le nostre coscienze.

«Naturalmente le foibe furono una tragedia, come lo furono i bombardamenti americani sulle città italiane e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La guerra è fatta di terribili atrocità. La maggioranza degli storici ha dimostrato però come i numeri delle foibe siano incomparabili rispetto a quelli citati dalla destra italiana. Non ci sono milioni di infoibati, probabilmente i morti furono circa cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti». 

Vogliono le sue dimissioni...

«Non pretendo che tutti condividano, ma chiedere le mie dimissioni da rettore a me pare una cosa molto grave, peraltro io entrerò in carica a ottobre. È nel ventennio fascista che la politica rimuoveva i rettori». 

Perché si è occupato delle foibe proprio ora quando la commemorazione è il 10 febbraio?

«Perché il ministro Franceschini ha nominato un sovrintendente all'Archivio di Stato che ha celebrato la figura di Rauti. Perché Durigon si è dimesso senza una censura morale e sociale del premier Draghi. Perché tutto ciò, come la retorica del Giorno del ricordo, si inserisce in un quadro di revisionismo di Stato. Ha ragione Edith Bruck: c'è troppa tolleranza verso i fascisti. Io non mi dimetterò e da rettore coltiverò i valori dell'antifascismo in modo militante: dobbiamo ricominciare a dare ai ragazzi lezioni di antifascismo».

Montanari rincara la dose: "Il giorno del Ricordo? Non come la Shoah". Federico Garau il 28 Agosto 2021 su Il Giornale. Lo storico dell'arte non fa un passo indietro ed anzi affonda ancora, scagliandosi contro i nemici "fascisti", colpevoli di aver osato chiedere le sue dimissioni. Prima ha sputato veleno sulla giornata ricordo delle Foibe, parlando di "falsificazione storica" poi, dopo la reazione del mondo politico, ha tentato invano di correggere il tiro accusando i propri detrattori di aver distorto le sue parole fino addirittura ad inventarsi tutto. Troppo tardi per porre rimedio, ragion per cui il protagonista di questa incresciosa vicenda, vale a dire lo storico dell’arte e rettore dell’università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari, decide di affidare alle pagine de La Stampa un'ulteriore precisazione circa la propria posizione sulla vicenda Foibe. "La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica", aveva infatti dichiarato senza giri di parole Montanari. Termini chiaramente poco equivocabili, che avevano scatenato le reazioni di numerosi politici, tra cui Federico Mollicone, Susanna Ceccardi e Matteo Salvini. "La destra italiana sta equivocando, ci sta marciando, sta inventando tutto. Per fortuna c'è un testo pubblicato. Nessuno nega le foibe, ma è l'uso strumentale, politico che la destra neofascista fa delle foibe che contesto", aveva poi cercato di precisare il rettore dell’università per Stranieri. "La destra sta ingigantendo le foibe da un punto di vista storico, numerico e soprattutto cerca di equipararla alla Shoah, dopo aver ottenuto una Giornata del Ricordo messa in calendario. La falsificazione storica è aver creato quella giornata in contrapposizione alla Giornata della Shoah. Questa è la falsificazione, l'equiparazione dei due tragici eventi", aveva poi aggiunto Montanari. L'ossessione per i fascisti e per la mistificazione della storia ritorna, tuttavia, con altrettanta forza anche nel corso dell'intervista concessa a La Stampa. Nessun passo indietro, anzi: la vittima pare proprio Montanari, sotto attacco dei nemici fascisti che evidentemente solo lui riesce a vedere in ogni dove. "Siamo di fronte a una grande campagna di diffamazione che falsifica le cose come al solito, quando si ha a che fare con i fascisti. Nessuna negazione delle foibe, ma una critica molto radicale al Giorno del ricordo per come è stato concepito", affonda ancora lo storico dell'arte, che riesce addirittura a vedersi come una povera vittima:"Sono stato linciato e nessuna istituzione ha difeso l'autonomia dell'università", lamenta Montanari, che ancora una volta torna a vaneggiare sui suoi acerrimi nemici. "È tipico dei neofascisti italiani cambiare le carte in tavola e alterare la verità storica. Sto seriamente pensando di chiedere i danni a tutti coloro che mi definiscono negazionista, sfidandoli a trovare un luogo in cui abbia negato l'esistenza delle foibe". Da carnefice a vittima il passo è breve, basta giocare la carta fascisti per rovesciare, ovviamente dal suo personalissimo punto di vista, il ruolo ricoperto nella vicenda. Perché critica il giorno del ricordo? Incalza il giornalista."La legge che lo istituisce è stata concepita per parificarlo alla memoria della Shoah", un aspetto che Montanari non può proprio tollerare. "La falsificazione è sostenere che le foibe sono uguali all'Olocausto. Questo è il progetto che mi pare stia a cuore ai neofascisti e alle destre italiane. Lo dimostra un ddl che vorrebbe equiparare, anche sul piano penale, la negazione delle foibe con la negazione della Shoah". Il cronista ricorda al rettore dell’università per Stranieri le parole di Mattarella, che aveva definito le Foibe "un orrore che colpisce le nostre coscienze". "Naturalmente le foibe furono una tragedia", replica Montanari, il quale tuttavia immediatamente ridimensiona il peso dell'evento, collocandolo tra le conseguenze del secondo conflitto mondiale, "come lo furono i bombardamenti americani sulle città italiane e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La guerra è fatta di terribili atrocità". Niente da fare, ciò che è accaduto alla Foibe è stato troppo gonfiato, secondo lo storico dell'arte:"La maggioranza degli storici ha dimostrato però come i numeri delle foibe siano incomparabili rispetto a quelli citati dalla destra italiana. Non ci sono milioni di infoibati, probabilmente i morti furono circa cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti. Non pretendo che tutti condividano", prosegue Montanari, anche se dai toni della polemica ciò non traspare proprio, "ma chiedere le mie dimissioni da rettore a me pare una cosa molto grave, peraltro io entrerò in carica a ottobre. È nel ventennio fascista che la politica rimuoveva i rettori". Nessuna intenzione, quindi, di fare un passo indietro dopo la gravità delle sue affermazioni ed il ruolo accademico ricoperto, anzi. "La retorica del Giorno del ricordo, si inserisce in un quadro di revisionismo di Stato. Ha ragione Edith Bruck: c'è troppa tolleranza verso i fascisti. Io non mi dimetterò e da rettore coltiverò i valori dell'antifascismo in modo militante: dobbiamo ricominciare a dare ai ragazzi lezioni di antifascismo", conclude Montanari.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Foibe, l’affondo di Veneziani: «Sono il capitolo italiano del libro nero del comunismo». Agnese Russo venerdì 3 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. Le foibe sono «una tragedia che ha investito un intero popolo» e «il capitolo italiano del libro nero del comunismo» a livello planetario. Per questo al di là dello squallore della contabilità minimizzatrice, cui si è assistito anche in questi giorni, il riduzionismo su questa pagina di storia appare del tutto «inaccettabile». Marcello Veneziani interviene sulle polemiche intorno al Giorno del Ricordo, ricordando che è in questo «duplice quadro» che si deve inserire «l’orrore delle foibe».

Sulle foibe «l’oltraggio militante di collettivi intellettuali»

In un lungo articolo su La Verità, il giornalista chiarisce che mai avrebbe pensato di dover «tornare a difendere la memoria delle foibe dall’oltraggio militante di collettivi intellettuali, spalleggiati dall’associazione partigiani». Riteneva, infatti, «assodato il giudizio», «sciagurato ridurre la storia agli stermini» e «meschino cercare di usare il passato a scopi politici». Quanto accaduto negli ultimi giorni, invece, l’ha costretto a fare una marcia indietro, pur rimanendo fermo nella sua opinione sulla necessità di superare la tentazione di imbrigliare la storia in quelle griglie.

Il «duplice quadro» in cui inserire l’orrore delle foibe

Per Veneziani a rendere «inaccettabile sul piano storico, il riduzionismo, il dimenticazionismo, il negazionismo sulle foibe» non c’è solo il tentativo di minimizzarne i numeri. La «cosa peggiore» è, invece, che «l’orrore delle foibe si destoricizza e riduce a un’escrescenza patologica e periferica, isolata, che è dunque marginale, poco significativa, episodica», e semmai connessa solo alla «storia delle reazioni al fascismo e al nazismo». In realtà, prosegue Veneziani, «l’orrore delle foibe va inserito in un duplice quadro».

La cornice italiana: la tragedia dell’esodo

Uno è quello della storia nazionale, nella quale «quelle migliaia di vittime del massacro sono la punta più acuta di una tragedia che ha investito un popolo», ovvero l’esodo di centinaia di migliaia di italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Un «trauma terribile che si abbatté su intere famiglie, vecchi, madri, donne, bambini. Per non parlare del genocidio culturale annesso…». Poi c’è il piano più ampio, quello per cui «le foibe sono il capitolo «italiano» del libro nero del comunismo a livello planetario».

Il contesto mondiale: le atrocità dei regimi comunisti

«Il movente ideologico e politico delle foibe – ricorda Veneziani – è lo stesso del comunismo mondiale: la stessa guerra etnica contro gli italiani si deve inserire nella lotta di classe e nella lotta politica per imporre la società comunista». Dunque, «ricordando le foibe noi ricordiamo l’altro orrore del Novecento, oltre il nazismo, un orrore che ha peculiarità uniche nella storia del mondo» ed «è nato prima dell’orrore nazista e sopravvissuto di vari decenni alla sua morte, e ancora resiste pur trasmutato». «Il numero delle vittime del comunismo – aggiunge il giornalista – è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità, ammonta a svariate decine di milioni: dalla Cina alla Russia, dall’Ungheria alla Polonia e tutti i paesi «satellite», da Cuba alla Cambogia. Per non dire del terrorismo italiano ed europeo nel nome dell’ideologia comunista».

Le foibe ricordano «il costo umano del comunismo»

Per questo, sottolinea Veneziani, «ricordare le foibe non è semplicemente ricordare lo sterminio di migliaia di italiani in un numero perfino più ragguardevole degli ebrei italiani morti nei campi di sterminio. Ma significa ricordare il costo umano del comunismo nel mondo attraverso le vittime italiane». «Del resto – prosegue l’articolo intitolato “Il comunismo in Italia si giudica dalle foibe” – i partigiani che compirono quelle stragi rispondevano al comunismo e al loro comandante, Tito, all’epoca organico al comunismo internazionale, sostenuto dai comunisti italiani che ubbidivano a Togliatti e al Partito comunista d’Italia, che aveva sposato la “tattica delle foibe” come allora scrivevano con cinismo mafioso e allusivo».

«Purtroppo questa elementare, evidente verità viene negata o elusa, comunque viene disonestamente aggirata», conclude Veneziani, tornando ad augurarsi che la memoria storia non si riduca «solo agli orrori».

“Foibe orrore del comunismo italiano”. Veneziani: “Negare tragedia è oltraggioso”. Carmine Massimo Balsamo su ilsussidiario.net 03.09.2021. Marcello Veneziani in tackle sui negazionisti delle foibe: “Il numero delle vittime del comunismo è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità”. Sono trascorsi poco meno di ottant’anni dal dramma delle foibe, i massacri perpretati ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA, ma il dibattito resta accesissimo. Le parole del rettore dell’UniSiena per gli Stranieri Tomaso Montanari degli scorsi giorni hanno acceso un vibrante dibattito, ravvivato dalle considerazioni dello storico Alessandro Barbero. Nettissimo, invece, il giudizio di Marcello Veneziani sulle pagine de La Verità “Le foibe sono l’orrore italiano del comunismo”, l’affondo di Veneziani. Il giornalista si è scagliato contro i ‘negazionisti’ dei massacri, citando dati incontrovertibili per stroncare le ipotesi più disparate: altro che 5 mila vittime, il conto attendibile oscilla tra i 12 mila e i 15 mila trucidati. Ma non è tutto, anzi: la cosa peggiore è un’altra…

FOIBE, L’AFFONDO DI VENEZIANI

Nel corso del suo intervento, Veneziani ha spiegato che la cosa peggiore è la destoricizzazione della tragedia delle foibe, rimarcando che queste rappresentano il capitolo “italian” del libro nero del comunismo a livello planetario. “Il movente ideologico e politico delle foibe è lo stesso del comunismo mondiale: la stessa guerra etnica contro gli italiani va inserita nella lotta di classe e nella lotta politica per imporre la società comunista”, ha proseguito il giornalista su La Verità, sottolineando che, a differenza del nazismo, il comunismo è nato prima, è sopravvissuto di vari decenni alla sua morte e ancora resiste pur tramutato. E ancora: “Il comunismo è l’unico regime totalitario che ha dovuto circondarsi del filo spinato e dei muri per impedire che la gente fuggisse dalle proprie patrie infestate. E il numero delle vittime del comunismo è di gran lunga il maggiore nella storia dell’umanità, ammonta a svariate decine di milioni”.

La giornata del non ricordo. Marcello Veneziani, 10 febbraio 2016. Torna, quasi clandestina, la giornata del Ricordo che commemora le foibe e ricorda le migliaia di italiani massacrati dai partigiani comunisti di Tito e non solo. Avverti l’amaro sapore della verità. Che arriva stanca a tarda notte, quando la storia se n’è andata, insieme ai suoi protagonisti e alle sue vittime. Queste superstiti giornate della memoria e del ricordo sono come i lasciti della risacca sulla spiaggia, dopo che l’onda della storia si è ritirata: gusci vuoti e conchiglie disabitate, reliquie estreme che attestano l’oblio più che la presenza viva di quegli eventi. È arrivata un po’ tardi la memoria delle foibe, e solo dopo che fu istituita la giornata della memoria per i campi di sterminio; ma meglio tardi che mai, e meglio la pari dignità delle memorie con tutto il suo odioso peso di contabilità dei morti e paragone macabro delle tragedie, piuttosto che il nulla o la memoria a senso unico. Apprezzando questa civilissima ricorrenza, lasciate che io rammenti, per amor di verità e di storia, qualche buco odioso nella calza dei ricordi. Per cominciare, Ciampi consegnò una medaglia d’oro alla memoria di Norma Cossetto, la ragazza che fu massacrata e infoibata dai partigiani di Tito. La meritoria iniziativa è partita da Franco Servello. A dir la verità, la studentessa ricevette già nel ’49 la laurea honoris causa postuma su proposta del latinista comunista Concetto Marchesi dall’Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricorda tutt’oggi, tra le “vittime del nazifascismo”. Lei che fu barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria. In secondo luogo, a chi ripete che quegli eccidi vanno contestualizzati nel feroce clima della guerra, vorrei ricordare che i comunisti continuarono a infoibare anche a guerra strafinita e a fascismo ormai caduto. Ne cito uno per tutti. Vi parlo di un sacerdote in via di beatificazione, Don Francesco Bonifaci di Pirano, che fu massacrato e infoibato dai comunisti in una sera dell’11 settembre del 1946, vale a dire un anno e mezzo dopo che la guerra era finita e il fascismo era sepolto. Fu prima malmenato, poi colpito da una sassaiola, infine ucciso e gettato in una foiba vicino a Buie; ed è stato impossibile anche anni dopo recuperare i suoi resti e la sua memoria. Gli assassini erano tutti in giro, nostrani, a due passi dal luogo del delitto. E qui, terzo luogo, vorrei sapere che fine hanno fatto i rari processi postumi che furono avviati contro gli infoibatori, da Pskulic in poi. Tutti arenati, dopo che fu tolta al magistrato Pititto l’indagine scottante. Ma non solo. Migliaia di pensioni vengono ancora versate dallo Stato italiano agli infoibatori, grazie al vergognoso trattato di Osimo del 1975. Viceversa le famiglie degli infoibati e dei profughi aspettano ancora giustizia e spesso non hanno ricevuto un soldo da nessuno, slavi o italiani. Esempio atroce i 630 bersaglieri della Rsi. Come ricorda Luciano Garibaldi, si erano arresi con la garanzia della loro incolumità ma furono bestialmente uccisi. E in quanto militi della Rsi, i superstiti e i loro famigliari non ebbero mai alcuna pensione. Gli infoibatori si, gli infoibati no. Una vergogna. E vorrei ricordare la mostra sulle foibe censurata all’università di Roma; ancora oggi è proibito dire che gli infoibatori erano comunisti e che anche il Pci italiano aveva dato una robusta mano. E aveva contribuito attraverso riunioni, volantini e documenti a sostenere l’operazione foibe. Ad esempio, in un documento il Pci sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita “la tattica delle foibe” (ovvero lo sterminio). I rapporti e gli incontri tra Togliatti e i capi dell’operazione sterminio erano continui: da Mosca a Bari. Perché non parlare anche in questo caso di collaborazionismo e poi di negazionismo? Certo, il silenzio sulle foibe non era solo un favore al Pci, rientrava anche nella strategia di apertura a Tito che aveva rotto con l’Unione sovietica. Ma troppi sono i ritardi e le vaghezze che alimentano ancora una becera amnesia. I libri scolastici di testo fanno aperture e non dicono più che le foibe sono fenomeni carsici, buttandola sulla geologia per non parlare di storia; ma siamo ai primi passi, agli incerti balbettii per non farsi sbugiardare. In Rai passò la fiction sulle foibe ed ebbe successo, ma a patto che i fatti fossero avulsi dalla storia e non si parlasse mai di partigiani comunisti, come se fossero tragedie private e drammi famigliari. Al cinema passò i guai Renzo Martinelli, regista di sinistra e figlio di partigiano, quando portò sugli schermi Porzus, sul massacro di partigiani bianchi della brigata Osoppo da parte di partigiani rossi al servizio di Tito. Perse contratti e commesse di spot pubblicitari, fu stroncato o evitato; solo dopo qualche film più gauchiste, come quello sul caso Moro, fu riammesso a tavola. Certo, è sgradevole parlare ancora di queste cose, è sgradevole l’uso politico e strumentale di queste tragedie; bello sarebbe che il revisionismo fosse animato da rigore storico e pietas, non da livore e sfruttamento. Arrivo a dire che diventeremo civili quando potremo fare a meno senza polemiche di queste giornate mnemoniche che sono surrogati di una memoria a buchi. Sarò lieto di veder cancellata la giornata del ricordo quando sarà cancellata la nottata del fazioso oblio. Marcello Veneziani, 10 febbraio 2016 

Fermate la deriva del Rettore che delira sull'antifascismo. Giorgia Meloni il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Da qualche giorno, con un crescendo inquietante di dichiarazioni sempre più intrise di odio politico, ci troviamo costretti a leggere gli sproloqui di Tomaso Montanari futuro rettore dell'Università per Stranieri di Siena. Da qualche giorno, con un crescendo inquietante di dichiarazioni sempre più intrise di odio politico, ci troviamo costretti a leggere gli sproloqui di Tomaso Montanari «intellettuale» vip della sinistra e prossimo rettore dell'Università per Stranieri di Siena che propone la cancellazione del Giorno del Ricordo per i martiri delle Foibe. Ossia il 10 febbraio, data solenne sancita da una legge dello Stato approvata nel 2004. Per lui in spregio al monito del presidente Sergio Mattarella nient'altro che un'operazione di «revisionismo di Stato» frutto della propaganda della destra. Su La Stampa di ieri, il professore del quale non sono note ricerche scientifiche riguardo la materia su cui si avventura si è prodigato in una serie di sciocchezze sulla tragedia che ha coinvolto migliaia e migliaia di italiani trucidati dai partigiani comunisti di Tito: «Non ci furono milioni di infoibati, probabilmente furono cinquemila, tra i quali molti erano fascisti e nazisti, altri erano innocenti». Altri erano innocenti Se è già falso e puro riduzionismo dire che nelle foibe sarebbero morte cinquemila persone, il folle messaggio che passa dalle sue parole è che infoibare migliaia di «fascisti» non sia stato un crimine. È proprio sulla base di questo estremismo che personaggi alla Montanari giustificano e minimizzano da anni la brutale uccisione di Norma Cossetto, ragazzina torturata e stuprata in branco dai «partigiani» e poi gettata viva in una foiba per la grave colpa di non essere stata ostile al fascismo (come gran parte degli italiani di allora). Ecco, mi chiedo, con molta serietà e preoccupazione, se questo odio e questa violenza rappresenteranno la «linea» didattica dell'Università per stranieri di Siena, nella quale parole del futuro rettore ha promesso che insegnerà ai ragazzi «i valori dell'antifascismo in modo militante». Al di là della perplessità sulle materie da insegnare in un Ateneo (paghiamo per questo cara ministra Messa con i soldi pubblici Montanari?), mi piacerebbe sapere se i «valori» di cui parla l'esperto di arte siano quelli che hanno ispirato chi ha colpito a morte, tra i molti, Sergio Ramelli o animato la mano di chi ha arso vivi i fratelli Mattei, e cioè che la violenza contro i «fascisti» non solo è giustificata, ma è da incoraggiare. Nella sua intervista a La Stampa Montanari scrive che «c'è troppa tolleranza verso i fascisti», concetto che aveva già sviluppato, questa volta su il Fatto Quotidiano: «Sembriamo aver dimenticato che per i fascisti e solo per i fascisti non valgono tutte le garanzie costituzionali: per esempio, non valgono la libertà di associazione e di espressione». Insomma per Montanari ai «fascisti» vanno tolti tutti i diritti, anche quello di non essere ammazzati dagli «anti». Già questa sarebbe una follia fuori dall'insieme di valori della civiltà occidentale, secondo la quale il rispetto della persona umana si concede anche al peggiore degli individui, ma c'è di più. Perché l'elenco di questi «fascisti» ai quali togliere ogni diritto e da prendere a fucilate all'occorrenza, lo stila lo stesso Montanari, insieme ai suoi soliti compagni di merende. E, ovviamente, nell'elenco ci sono tutti i partiti di destra, anche quelli rappresentati in Parlamento. Qualche mese fa nel salotto di Lilli Gruber, Montanari teorizzava questa sentenza: «Non vi è dubbio che il partito della Meloni sia il punto di riferimento di quel risveglio del fascismo storico in questo Paese». Se ci fosse qualche poveretto che prendesse seriamente le farneticazioni di Montanari, quindi, oggi si sentirebbe legittimato a compiere qualsiasi atto, anche violento, anche incostituzionale, contro il pericolo fascista rappresentato da Fratelli d'Italia o da qualunque movimento individuato dai vari Montanari d'Italia. Che dire, insomma, davanti a tali assurdità? Non mi interessano le polemiche sterili, ancora di meno mi interessa parlare del millennio passato, di fascismo e comunismo. Provo pena per personaggi come Montanari (e ce ne sono diversi) che, in assenza di talento specifico, si affannano a costruirsi una carriera grazie a un antifascismo grottesco e da operetta. Ma ora si sta davvero superando il limite. In una democrazia evoluta, un professore o peggio un rettore non può diffondere messaggi di odio, discriminazione e violenza come questi. Cosa farà Montanari, vieterà ai professori e agli studenti di destra della sua università di esprimere le proprie opinioni? Così sono nati i Talebani, proprio con la propaganda estremista nelle università. Non è un problema di Fratelli d'Italia, è un problema per l'Italia, e mi auguro che qualcuno abbia la decenza di fermare questa pericolosa deriva. Giorgia Meloni

Le giornate del prof. Lo scivolone di Montanari nel contrapporre le Foibe alla Shoah. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 28 Agosto 2021. Il rettore dell’Università degli stranieri di Siena ha criticato la legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo perché sarebbe in antitesi a quella della Memoria. Nessuna persona intellettualmente onesta può paragonare queste due tragedie umanitarie, sia per le dimensioni sia per le circostanze storiche. O peggio, dare un giudizio di valore. Su Il Giornale viene ripresa una dichiarazione di Tomaso Montanari della quale, a mio avviso, il rettore dell’Università degli stranieri di Siena dovrebbe vergognarsi. Per motivi suoi se la prende con «La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah)» che a suo avviso «rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica», su cui, «la destra italiana sta equivocando, ci sta marciando, sta inventando tutto». Poi il rettore ’’del nostro scontento” avverte di dover chiarire il suo pensiero: «Nessuno nega le foibe, ma è l’uso strumentale, politico che la destra neofascista fa delle foibe che contesto». Per poi aggiungere: «La destra sta ingigantendo le foibe da un punto di vista storico, numerico e soprattutto cerca di equipararla alla Shoah, dopo aver ottenuto una Giornata del Ricordo messa in calendario. La falsificazione storica è aver creato quella giornata in contrapposizione alla Giornata della Shoah. Questa è la falsificazione, l’equiparazione dei due tragici eventi». Nessuna persona intellettualmente onesta può paragonare queste due tragedie umanitarie, sia per le dimensioni che per le circostanze storiche. Nella tragedia delle foibe (e dell’esodo di circa 350mila italiani, scappati da quelle zone come gli afghani di oggi, portandosi appresso solo i vestiti che avevano addosso i loro averi erano stati confiscati) si consumarono vendette e ritorsioni contro i dominatori sconfitti che non erano sempre stati ’’italiani brava gente’’. Io ero un bambino ma ricordo bene che un treno carico di profughi ’’Giuliani’’ non poté sostare nella Stazione di Bologna perché si diceva che fossero fascisti in fuga dal socialismo. Nelle zone (A e B) intorno a Trieste per anni il Partito Comunista italiano sostenne la causa slava, almeno fino a quando Tito non ruppe con Stalin. Per decenni quegli italiani uccisi per la loro nazionalità sono stati ignorati; non mi pare che la memoria di costoro possa essere ritenuta una vittoria della destra. Ma davvero Montanari si sente di negare, nella vicenda delle foibe, una componente di pulizia etnica. È questo il termine macabro usato dal presidente Giorgio Napolitano il 10 febbraio 2007, commemorando gli eccidi dell’immediato dopoguerra: «…già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono “giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento” della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una “pulizia etnica”». La stessa strategia del massacro indiscriminato che abbiamo visto ripetersi tragicamente dopo il crollo della Jugoslavia. Croati contro serbi, serbi contro bosniaci mussulmani, stupri etnici di massa e stragi di uomini, donne e bambini soltanto perché appartenenti a un’altra etnia. Il 9 luglio 1995, la zona protetta dall’ONU di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe dell’esercito serbo di Bosnia che riuscì a entrare definitivamente nella città due giorni dopo. I maschi dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per essere interrogati, in realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. Del resto i croati non si erano fatti mancare nulla nel conflitto contro i serbi.  Le forze di interposizione delle Nazioni Unite a Srebrenica mostrarono tutta la loro impotenza. E si rese necessario l’intervento della Nato. È poi veramente privo di senso l’accostamento che Montanari compie tra le date delle due Memorie come se costituissero l’esito di una rivalsa della destra contro sinistra. La Giornata della Memoria della Shoah si celebra il 27 gennaio perché in quella data nel 1945 l’Armata Rossa liberò Auschwitz, il Campo di sterminio più grande di tutti quelli che il nazismo aveva disseminato per l’Europa (lo stesso di cui ora il governo polacco vuole vietare l’accesso ai cittadini israeliani). Mentre la Giornata del Ricordo delle foibe fu fissata il 10 febbraio per una ragione precisa. In quella data vennero firmati nel 1947 i Trattati di Parigi dove era prevista la cessione di territori italiani alla Jugoslavia. Si trattava di quegli stessi Trattati nei quali, secondo Giorgio Napolitano (che peraltro allora c’era), «prevalse il disegno annessionistico». Mentre la Giornata della Memoria dell’Olocausto venne decisa nel 2005 dall’Assemblea generale dell’ONU (l’Italia aveva già provveduto con una legge del 2000), la legge del 2004 sulla Memoria delle foibe, fu promossa principalmente da esponenti della destra (sia pure con un ruolo attivo di altri gruppi in particolare della Margherita). È questa una buona ragione per giudicare quell’iniziativa una falsificazione storica o un atto di ritorsione contro la Memoria della Shoah? Perché non riconoscere che quella legge del 2004 – ancorché dettata da motivi politici – contribuì a porre riparo a una vile omissione e a rendere giustizia a dei compatrioti vittime di una guerra perduta? 

L’enorme menzogna che ancora infanga le vittime italiane delle foibe. Vittorio Sgarbi su Il Quotidiano del Sud il 29 agosto 2021. L’ANTIFASCISTA Travaglio, grande ammiratore di Indro Montanelli, sul quale  ha recentemente scritto un volume illustrato e apologetico, ha scagliato le tristi truppe del suo giornale contro Arnaldo Mussolini. Chissà perché ha perdonato il fascistissimo Montanelli e ha invece condannato Arnaldo, direttore de “Il popolo d’Italia”, che e non aveva invitato a collaborare Montanelli. Arnaldo morì nel 1931 affranto per la precoce morte del figlio, l’anno precedente. Con la perdita del figlio sembrò svanire – secondo quanto affermarono molti dei suoi amici – anche la voglia di vivere del padre. Alcuni suoi collaboratori raccontarono infatti che qualche giorno prima di morire, dopo aver avuto una piccola crisi cardiaca, Mussolini raccontò di aver sentito la morte vicina e di averla aspettata con gioia. Montanelli invece, su “Civiltà fascista”, ancora nel 1936 scriveva: «Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra de fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà». Parole difficilmente emendabili, e mai pronunciate da Arnaldo, così descritto da un poligrafo insigne, Mauro della Porta Raffo: “Arnaldo chi?”. Scommetto qualsiasi cifra: nessuno degli ignorantissimi politici e dei giornalisti immediatamente in ginocchio aveva finora conoscenza dell’esistenza di Arnaldo Mussolini. Nessuno. Ovviamente, ne ho trattato anni orsono perché Montanelli ne parlò sostenendo che la morte di Arnaldo fu grave per le conseguenze. Era difatti la sola persona che Benito ascoltava e che ne frenava gli impeti. E se qualcuno studiasse? La campagna per la difesa della toponomastica storica che è un principio di civiltà rispetto alla ricerca di consenso strumentalizzando per ragioni politiche i nomi di Falcone e Borsellino, è assolutamente lecita, e non esclude una nuova titolazione, in altra area, una volta ripristinata quella originale. La sostituzione opportunistica di un nome più popolare a uno che i tempi hanno travolto, al di là delle sue dirette responsabilità, come è nel caso di Arnaldo, è proprio di molte amministrazioni di sinistra che hanno finto di ignorare che Borsellino era stato rappresentante del FUAN e vicino al MSI di Giorgio Almirante, e hanno cercato di farsi scudo della gloria dei due magistrati e del loro sacrificio. La finta antimafia di Antonello Montante dovrebbe rappresentare un monito ancor più inquietante, dopo che una magistratura politicizzata e un sindaco depensante hanno umiliato Roma togliendole il nome in favore di “Mafia capitale”, per attribuirsi patenti antimafia senza correre alcun pericolo e senza rischiare, protetti da potenti e inutili scorte, la vita, come hanno rischiato (e perduto) Falcone e Borsellino. In realtà, per chi sa rispettare la storia, le variazioni toponomastiche sono ispirate alla retorica dei nuovi poteri, e buona norma sarebbe non usare nomi sacri come quelli di Falcone e Borsellino per cambiare denominazione a vie, piazze, aeroporti, lungomari, parchi, in modo opportunistico e strumentale. Al culmine della polemica su questa vicenda, ingigantita, si pone l’enorme menzogna che infanga i morti delle Foibe uccisi dai comunisti e il presidente della Repubblica Mattarella che li onora. È la posizione, espressa con la consueta violenza concettuale, di Tomaso Montanari, il quale, contestando il giusto riconoscimento da parte dello Stato dei morti delle foibe, lo attribuisce a una agguerrita campagna culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: “Una campagna il cui obiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato”. L’assurda affermazione è sostenuta con argomenti che ignorano la tragica realtà di quelle morti, e finiscono con l’infangare per una seconda volta le vittime: “non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica”. La penosa mortificazione di un momento importante, nella giusta commemorazione storica, di una tragedia, si appoggia  a una inaccettabile ricostruzione dello storico Angelo D’Orsi, che ha pensato bene di scrivere al presidente Mattarella per rimproverargli “un grave torto alla conoscenza storica nel discorso del 10 febbraio 2020 in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, sono i “martiri delle foibe”, ma ha usato ancora un’espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: pulizia etnica”. Sempre più sorprende che, negando la realtà, si arrivi a insultare il presidente della Repubblica, accusandolo di leggerezza o di supina accettazione di posizioni considerate “neofasciste”. Con aria leggera D’Orsi continua: “Ella, signor Presidente, è caduta nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con avvenimenti al confine orientale tra Italia e Jugoslavia, tra il 1941 e il 1948, grosso modo…La storiografia ci dice tutt’altro: le vittime accertate fino ad oggi furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali”. La falsificazione reale di D’Orsi è spregevole. Solo un innocente ucciso dai comunisti titini ha la dignità che merita il ricordo di un ebreo ucciso dai nazisti. Non si misura l’orrore della storia sulla quantità dei morti. Fu già interrotto per questo uno spettacolo di Simone Cristicchi (certo non neofascista), diffondendo un volantino, quella volta contro Napolitano, che indicava un bollettino dei morti di 798 vittime. La falsificazione è palese. Del resto liquidare il capitolo foibe con la mera contabilità dei corpi effettivamente ritrovati è semplicemente irragionevole (per uno storico, soprattutto). Primo, per le difficoltà oggettive del compito di riesumazione (del resto una delle ragioni dell’infoibamento è appunto l’occultamento dei corpi). Secondo, perché l’espressione “foibe” è chiaramente una sintesi in cui vengono convenzionalmente incluse anche le vittime (di campi di concentramento, di processi sommari e di altre violenze), che pure non finirono nelle cavità carsiche, esattamente come nella letteratura sulla sorte degli ebrei nella Seconda guerra mondiale. Quanto alla “equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah”, definire il ragionamento capzioso è dire poco. Come se, in generale, il massacro grande “mangiasse” il massacro piccolo, secondo una logica per cui Hiroshima potrebbe essere liquidata con una nota a pie’ pagina nei libri di storia. Se andiamo a tentare una contabilità che smentisca il revisionismo comunista di D’Orsi e Montanari potremmo considerare che il cippo sulla foiba di Basovizza, sulla lastra di pietra che chiude per sempre la voragine in cui furono precipitati i martiri di Trieste e della Venezia Giulia, ne riporta incisi i livelli. In origine la profondità risultava di 300 metri. Nel 1918 era di 228: la differenza era costituita da depositi di detriti, di carbone e di munizioni gettate là dentro dopo la guerra mondiale. Nel 1945, all’ultima misurazione, la foiba era profonda 135 metri: la differenza, stavolta, si doveva ai cadaveri degli italiani assassinati precipitandoli, spesso vivi, nell’abisso. Quanti? Forse 2.000, ma un conto esatto non si potrà mai fare. Fu detto, con brutale espressione, che a Basovizza c’erano 500 metri cubi di morti. Quattro per metro cubo. Per amore di verità ho consultato gli archivi del Centro Studi Adriatici per il periodo 1943-45. Secondo i calcoli di Luigi Papo, i numeri sono questi: 994 salme esumate da foibe, pozzi minerari, fosse comuni; 326 vittime accertate ma non recuperate; 5.643 vittime presunte sulla base delle segnalazioni locali o altre fonti; 3.174 vittime nei campi di concentramento e di lavoro jugoslavi, computate sulla base di segnalazioni o altre fonti. Quindi ben 10.137 persone mancanti in seguito a deportazioni, eccidi e infoibamenti per mano jugoslava. A questa cifra andrebbero poi aggiunte le vittime di ben trentasette fra foibe e cave di bauxite per le quali non è stato possibile alcun accertamento pur “essendo nella certezza che ivi furono compiuti altri massacri”. In questo modo la cifra finale sarebbe di 16.500 vittime. Troppo pochi perché un presidente della Repubblica li ricordi con sgomento e dolore parlando di “moto di odio e di furia sanguinaria”, la quale non è finita se è rivendicata da D’Orsi e Montanari che a quei morti non porterebbero neanche un fiore.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 29 agosto 2021. Un rettore agit-prop. Una settimana di lotta dura per Tomaso Montanari, rettore dell'Università per Stranieri di Siena. Prima si dimette dal Consiglio superiore dei Beni culturali per «l'arroganza dimostrata dal ministro Franceschini» nella nomina di Andrea De Pasquale alla guida dell'Archivio centrale dello Stato, reo di aver accolto il Fondo Pino Rauti. Poi una mascalzonata sulle foibe e sui vertici della Repubblica accusati di revisionismo storico: «La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica». Montanari svilisce la grande tragedia, una pagina dolorosa della storia del nostro Paese, basandosi su una meschina contabilità: «Le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari)». Già che c'era, poteva ripetere l'infamia di allora: «Banditi giuliani». Per la cronaca, Montanari si è dimesso dal Consiglio superiore ma resta nel Comitato tecnico scientifico delle Belle Arti, «presidio di tutela dell'interesse generale». Ridicolo: è lui che deve decidere cosa conservare o no, cosa ricordare o no. Un rettore di lotta e di governo: quando non governa (con l'ex ministro grillino Bonisoli), lotta.

Renato Farina per “Libero quotidiano” il 29 agosto 2021. Si chiama Soccorso Rosso. Di rosso non c'è solo l'ideologia ma il sangue degli altri, stavolta quello degli italiani martirizzati a migliaia nelle foibe. Un orrore che negare non si può, stanno attenti a stare in equilibrio da acrobati sul filo delle parole ipocrite, ma come gli piacerebbe fosse stato un delitto perfetto, come la lupara bianca della mafia, cementificati nel suolo carsico, e tutti zitti e mosca. Soccorso Rosso lo si era visto all'opera negli anni '70 per tutelare brigatisti e affini. Be', funziona ancora, ne fanno parte vecchi dinosauri e giovani cloni dei medesimi. Non ha più la prontezza di una volta, questa congrega dal pugno chiuso dev' essersi infiacchita nella pigra estate tipica dei compagni che riposano, ma ecco che ieri i suoi manipoli si sono finalmente stretti intorno al loro ultimo, francamente fiacco, campione, professor Tomaso Montanari. Costui aveva pubblicato un articolo sulle foibe (Il Fatto, 23 agosto). In tale scritto, com' è arcinoto, il sopravvalutato storico dell'arte (dell'infoibamento) rinnegava la Giornata del Ricordo istituita per legge nel 2004 e celebrata da allora ogni 10 febbraio per onorare le migliaia di vittime italiane gettate vive in quei maledetti e abissali cunicoli carsici. Inutilmente il presidente Sergio Mattarella l'ha definita «sciagura nazionale», «orrore che colpisce le nostre coscienze». Macché, per Montanari è stata un cedimento al fascismo, e dunque è degna di abiura. Era la prima uscita solenne da neo eletto rettore dell'Università di Siena per stranieri, individuati come ottimo materiale umano da indottrinare dal suo pulpito. Un chiaro saggio di come intenda piegare l'università degli Studi a spugna da imbevere delle sue bischerate ideologiche. Ovvio gli sia stato chiesto di farsi da parte, e pure con disonore. Figuriamoci. Per cinque, sei giorni Montanari è stato protetto dal silenzio di compagni e affini. Nessun quotidiano di quelli che il "suo" Fatto chiama giornaloni lo ha graffiato neppure con una unghietta. Però voleva di più, il nostro eroe. Dopo tre giorni, il Manifesto, quotidiano comunista, ha suonato l'esile ma rossissima trombetta con Francesco Pallante: ha ragione Montanari, contro di lui «isterismo», bisogna «smascherare le balle dei colonialisti, dei fascisti e dei loro epigoni». Ieri si sono palesate con lingua di plastica alcune guardie rosse. Nicola Fratoianni, capo della Sinistra Italiana, che sarebbe ciò che è rimasto di Rifondazione comunista. In questo caso siamo in pieno revisionismo del revisionismo. Nel 2003, in un memorabile convegno a Venezia, Fausto Bertinotti definì quella delle foibe «tragedia irreparabile e senza giustificazione». Fratoianni, aduso a raccogliere l'osso che gli getta Travaglio, si scaglia invece che contro i boia rossi contro «la destra urlante» che «non ha fatto i conti con il nazifascismo». Gianni Barbacetto, pistolero stanco del Fatto, si lamenta che «il revisionismo» sia diventato festa «di Stato». Non è il revisionismo, ma la realtà delle cose e dei cadaveri tirata fuori mummificata, con il filo di ferro sotto le mandibole calcinate. Ma che cazzo di uomini siete? Tralasciamo Sandro Ruotolo, e luogotenenti dei Vopos. Eccoci al messaggio del presidente dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo, un soccorso che fa urlare di gioia Tomaso Montanari. Accidenti, il signore deve aver sbagliato Montanari. Quello giusto si chiamava Otello, ed era partigiano, denunciò eccidi comunisti in Emilia. L'Anpi ci mise 26 anni a riabilitarlo perché aveva avuto il torto di confessare la verità. Con Tomaso, che invece di inchinarsi davanti a quei disgraziati atrocemente liquidati dai comunisti, vuole disperderne il sangue nel fiume Lete della dimenticanza, si è sveltita in cinque giorni a mandare benedizioni. Dove sta la menzogna in cui nuota Montanari, fingendosi protetto dai libri di storia? Certo che la Shoah è un orrore senza pari, e i numeri dicono sei milioni. Ma qui non c'è da fare una gara a chi è il più cattivo e se un morto è più vittima di un altro morto. Ma di riconoscere che la strage di italiani infoibati non è stata un infortunio, un eccesso di zelo rivoluzionario, in un cammino di gloria partigiana. Essa è stata il fiore naturale e malvagio di una strategia per eliminare ogni ostacolo all'instaurazione di un regime totalitario. Ebbe anche il consenso del Pci, almeno nel 1943: eliminare gli italiani non comunisti per favorire l'annessione alla nascente Jugoslavia dell'Italia orientale. All'unanimità, non la Lega o Fratelli d'Italia, ma la commissione storica italoslovena ha stabilito che la strage «partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani». Soccorso Rosso a Montanari? Soccorso fognario. 

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano”. Foie Gras. "Le foibe e il rettore di lotta e di governo. Il doppio ruolo di Tomaso Montanari" (Aldo Grasso, Corriere della sera, 29.8). Lui invece è di lecca e di governo. (…)

Tomaso Montanari per “il Fatto quotidiano” il 30 agosto 2021. Le parole che, lunedì scorso, ho dedicato al Giorno del Ricordo hanno scatenato la rabbiosa reazione di tutte le destre italiane: da Italia Viva a CasaPound, passando per Lega e Fratelli d'Italia (col rincalzo di Aldo Grasso e dell'agente Betulla). Con una sola voce hanno chiesto, preteso, minacciato (quelli al governo) le mie dimissioni da rettore (lo sarò peraltro solo da ottobre...): l'effetto è stato quello di un "fascismo polifonico" (per usare un'espressione di Gianfranco Contini). Come se, improvvisamente, fossero scomparsi dalla Costituzione gli articoli 21 (libertà di espressione) e 33 (libertà della scienza e autonomia delle università): in un assaggio di quel ritorno al fascismo che potrebbe comportare l'ascesa al governo di questa compagine nera.

SALVINI È ARRIVATO a dire che mi devo fare curare: rinverdendo la tradizione dei dissidenti chiusi in manicomio. La Meloni, in una apologia dei fascisti ormai senza veli, che devo "essere fermato". L'Unghe ria, insomma, non è lontana. Confermando il senso del mio articolo (il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia), giornalisti e politici hanno scritto e ripetuto che avrei "negato le Foibe". Falso, diffamatorio. Avevo scritto tutt' altro: "La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica". Come ha detto benissimo Eric Gobetti (storico, e autore di E allora le Foibe?, Laterza): "Il dibattito parlamentare sulla legge istitutiva fu molto eloquente. Alla fine, la versione neofascista è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano". Questo era il fine: costruire una "festa" nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un'antinarrazione fascista che contrasti e smonti l'epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica. E ora un disegno di legge giacente in Senato vorrebbe rendere un reato il negazionismo delle Foibe, ancora una volta all'in seguimento della Shoah: "At traverso la equiparazione delle due parti, si mira alla rivincita degli sconfitti" (Claudio Pavone). Chi si stupisce che Italia Viva si schieri con Casa Pound dimentica che nell'agosto del 2019 Matteo Renzi visitò le Foibe di Basovizza proprio nel giorno dell'eccidio nazista di Sant 'Anna di Stazzema: scelta singolare, per un toscano. Come dire: 'i morti sono tutti uguali, fondiamo la pace su una memoria condivisa'. Cioè il messaggio del famoso discorso di Luciano Violante: un messaggio che, semplicemente, demolisce le fondamenta della Costituzione e della Repubblica antifasciste. E che costruisce il terreno per pelose unità nazionali capaci di saldare, al governo del Paese, il peggio della politica italiana.

COSÌ IL PATRIMONIO culturale del Paese (che è fatto, sì, anche di feste, ricorrenze, cerimonie, immaginario...) viene violentato, e piegato all'utilità del mercato politico corrente. Era proprio ciò che la destra voleva con l'istituzione del Giorno del Ricordo (primo firmatario Ignazio La Russa). Motivando, in Senato, il suo meritorio voto contrario, l'attuale presidente dell 'Anpi Gianfranco Pagliarulo vide lucidamente che "in apparenza (il Giorno del Ricordo, ndr) attiene ad un generale ripudio della violenza nelle sue forme più efferate, ma nella sostanza annega le responsabilità del Ventennio e della guerra mondiale con una 'equa ', e perciò del tutto inaccettabile, distribuzione delle colpe. Sono le equiparazioni che hanno sempre fatto i fascisti in Italia per giustificare gli orrori del Ventennio". 

NESSUNO NEGA le Foibe (che videro, secondo l'opinione oggi prevalente tra gli storici, la morte di circa 5000 persone - fascisti, collaborazionisti ma anche innocenti - per mano dei partigiani di Tito), come nessuno nega l'atrocità dei bombardamenti alleati, o delle due atomiche sganciate sul Giappone: ma questo non significa che americani e nazisti fossero sullo stesso piano. "Ecco perché questa legge è sbagliata e pericolosa - continuava Pagliarulo - perché parla di memoria ma cancella la memoria". Aveva visto bene Paolo Rumiz, che nel 2009 scrisse: "Senza onestà la memoria resta zoppa, e il Giorno del Ricordo potrà creare tensioni ancora a lungo. A meno che non sia proprio questo che si vuole". Come ho ricordato nel discorso col quale ho chiesto, e ottenuto, i voti della comunità accademica dell'Università per Stranieri di Siena: "Vivia mo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l'università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblic". I nuovi fascisti possono mettersi in pace l'animaccia nera: non mi dimetterò, continuerò a dire la verità.

La sinistra che difende i negazionisti delle foibe. Francesco Curridori il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. È tornato "Soccorso Rosso". Da Il Manifesto all'Anpi, passando per Nicola Fratoianni, sono tanti i compagni scesi in campo in difesa di Tomaso Montanari, il prof toscano che aveva criticato il Giorno del Ricordo. I compagni nostrani si sono uniti, anzi stretti, attorno a Tomaso Montanari, neo eletto rettore dell'Università di Siena per stranieri, che il 23 agosto scorso sul Fatto Quotidiano ha rinnegato la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per onorare le vittime delle foibe. "Soccorso Rosso lo si era visto all'opera negli anni '70 per tutelare brigatisti e affini. Be', funziona ancora, ne fanno parte vecchi dinosauri e giovani cloni dei medesimi. Non ha più la prontezza di una volta, questa congrega dal pugno chiuso dev' essersi infiacchita nella pigra estate tipica dei compagni che riposano, ma - scrive Renato Farina su Libero - ecco che ieri i suoi manipoli si sono finalmente stretti intorno al loro ultimo, francamente fiacco, campione, professor Tomaso Montanari". Nella lista dei difensori del rettore toscano troviamo Il Manifesto che, solo tre giorni dopo la pubblicazione dell'ormai noto articolo, "ha suonato l'esile ma rossissima trombetta con Francesco Pallante" spiegando che bisogna "smascherare le balle dei colonialisti, dei fascisti e dei loro epigoni". Ieri, invece, è stata la volta del capo della Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, il quale, secondo Farina, si è spinto in un'operazione" di pieno revisionismo del revisionismo". Il deputato post-comunista si è scagliato contro "la destra urlante" che "non ha fatto i conti con il nazifascismo" piuttosto che fare autocritica sugli omicidi commessi dai titini. ​Gianni Barbacetto, editorialista del Fatto, ha paragonato "il revisionismo" a una sorta di festa "di Stato". "Non è il revisionismo, ma la realtà delle cose e dei cadaveri tirata fuori mummificata, con il filo di ferro sotto le mandibole calcinate. Ma che cazzo di uomini siete? Tralasciamo Sandro Ruotolo, e luogotenenti dei Vopos", osserva Farina nel suo articolo. Poi c'è Gianfranco Pagliarulo, presidente dell'Anpi, che soccorre il Montanari sbagliato. "Quello giusto si chiamava Otello, ed era partigiano, denunciò eccidi comunisti in Emilia. L'Anpi ci mise 26 anni a riabilitarlo perché aveva avuto il torto di confessare la verità", si legge ancora su Libero. "Certo che la Shoah è un orrore senza pari, e i numeri dicono sei milioni. Ma qui non c'è da fare una gara a chi è il più cattivo e se un morto è più vittima di un altro morto. Ma di riconoscere che la strage di italiani infoibati non è stata un infortunio, un eccesso di zelo rivoluzionario, in un cammino di gloria partigiana", spiega ancora Farina secondo cui quella strage" è stata il fiore naturale e malvagio di una strategia per eliminare ogni ostacolo all'instaurazione di un regime totalitario". Persino "anche il consenso del Pci, almeno nel 1943" perché eliminare gli italiani non comunisti avrebbe favorito l'annessione alla nascente Jugoslavia dell'Italia orientale. In definitiva, sentenzia Farina, il Soccorso Rosso a Montanari è un "soccorso fognario".

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi son

"Giusto uccidere fascisti". Il delirio del deputato. Fabrizio De Feo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. "Ammazzare migliaia di fascisti durante la Seconda Guerra mondiale è stato giusto e doveroso e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo la qualifica per quello che è da sempre". «Ammazzare migliaia di fascisti durante la Seconda Guerra mondiale è stato giusto e doveroso e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo la qualifica per quello che è da sempre. Stiamo parlando d'altra parte di un personaggio che ancora si rifiuta di ammettere la responsabilità dei fascisti nelle stragi che hanno insanguinato l'Italia. Vorrebbe zittire Tomaso Montanari, ma dovrebbe solo imparare a tacere». Il tweet è firmato da Giovanni Paglia, parlamentare nella scorsa legislatura, vicesegretario di Sinistra Italiana, il partito di Nicola Fratoianni. Un'entrata a gamba tesa nel dibattito acceso dal Rettore dell'Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari che è riuscito a conquistare grande visibilità attaccando «la decontestualizzazione delle foibe, la loro amplificazione e la loro falsa e strumentale parificazione alla Shoah» e contestando «la narrazione neofascista impostasi nella costruzione della Giornata del Ricordo e nella scelta della data a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) clamoroso successo di questa falsificazione storica». Paglia si inserisce in questa polemica e rilancia, alimentando il corpo a corpo dialettico, l'azzeramento dell'umanità, la ricerca del consenso e dell'identità attraverso l'odio politico. Sotto il tweet c'è chi applaude, ma anche chi cerca di invitare alla ragionevolezza. «I bambini fascisti erano notoriamente pericolosissimi, senza pietà e privi di scrupoli. Discernimento. Parola che usava spesso San Paolo. Mai troppo tardi per imparare ad usarlo» scrive Guido Crosetto. Altri fanno notare che il post «prima ancora di essere giuridicamente discutibile, è eticamente riprovevole. A maggior ragione perché scritto da un parlamentare della repubblica italiana rappresentante della Nazione». E c'è anche chi come Mario Ballarin membro del direttivo dell'Associazione Nazionale Dalmata, figlia di esuli, parlando con l'Adnkronos, tenta di portare il discorso fuori dalle ideologie, raccontando come fu scelta la data del Giorno del Ricordo. «Per Montanari tutto quello che non coincide con la sua visione è fascismo. Per quanto riguarda la scelta del giorno, non c'è stato alcun desiderio di contrapposizione con il 27 gennaio, il giorno della Memoria. Luciano Violante venne nel quartiere giuliano-dalmata a Roma e discusse con noi su quale data fosse la più opportuna. Alla fine propose e scelse il 10 febbraio perché era il giorno dell'ultimo viaggio della nave Toscana da Pola a Venezia. È una data che accomuna il lungo esodo per l'Italia». Sulle parole di Paglia interviene, invece, Alessandro Cattaneo di Forza Italia. «Pensavamo fossero estinti, invece i comunisti sono ancora tra noi. Ideologia, odio e demonizzazione del nemico politico. Di tutto ciò non c'è proprio bisogno in questo momento storico, ma dell'esatto contrario e il paradosso è che sono gli stessi che predicano il pacifismo globale. Sono senza speranza e senza vergogna, per fortuna anche senza voti». Fabrizio De Feo

Senza vergogna: sulle foibe Montanari non ci risponde e il “Fatto” di Travaglio ci attacca. Lando Chiarini martedì 31 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Triplo servizio, tipo il “barba, capelli e shampoo” tuttora gettonassimo nei saloni per soli uomini. Quando si dice il caso. È bastato che il Secolo d’Italia azzardasse a porre un paio  di domande sulle foibe al diversamente negazionista professor Tomaso Montanari e, puntuale come una scadenza, è scattata la reazione del servizio d’ordine del Fatto Quotidiano. Ai suoi massimi livelli, per giunta. Firme del calibro di Fabrizio De Feo, Marco Lillo e, last but not least, l’ormai dimenticato Daniele Luttazzi, sfigato David Letterman de no’antri col vizietto della satira a senso unico. Mancava solo Selvaggia Lucarelli, ma mai dire mai. Tre pezzi da novanta della premiata scuderia di Marco Travaglio tutti per noi e tutti in una volta. Roba che se ce l’avessero anticipata solo un mese fa manco l’avremmo presa in considerazione. Invece è tutto vero. Persino i conti in tasca al nostro giornale, come se i nostri bilanci non fossero pubblici e consultabili. Certo – vuoi mettere? – non c’è partita con l’emozione della sbirciatina dal buco della serratura. Soprattutto dopo una carriera costruita, verbale per verbale, sugli scoli di Procura. Conti in tasca, dunque. Con annessa verifica dell’impegno di Giorgia Meloni, nostra collega in aspettativa non retribuita, a rinunciare alla pensione da giornalista pur se cumulabile per legge al residuo vitalizio che in futuro le spetterà. Anche qui accontentati.  E ancora Giorgia in un gioco innocente per bambino deficiente, senzadubbiamente ideato e scritto dal già citato DL dei poveri. Insomma, un avvertimento sotto forma di polverone e di chiacchiericcio del tutto avulso dall’attualità, alzato solo per coprire la fuga ignominiosa del compagno Montanari dalle proprie tossiche idiozie. Ma la “spalla” Travaglio glielo doveva: le domande (senza risposta) del Secolo tirano in ballo pure lui. E sì, perché un direttore che avalla il “metodo Montanari” della verità a rate sui morti infoibati (da 800 a 5000 nel giro di una settimana) o è molto distratto o è un “negazionista che si farà”. L’obliquo attacco al nostro giornale serve ad accreditare la storiella del Prof vittima designata del fascismo di ritorno, annunciato appunto dalle «manganellate» del Secolo d’Italia. Ma l’effetto è ridicolo. Più che due alfieri della liberà in lotta contro il tiranno, sembrano i cugini Posalaquaglia (Totò e Peppino) alle prese con il padrone di casa: aggirano le nostre domande parlando d’altro. Pur di non ammettere che a difendere Montanari restano sì e no un paio di gruppettari appena usciti da una foto Polaroid anni ’70 e pochi sedicenti storici, in realtà oscuri panflettisti di nessuna caratura scientifica. Il resto è un coro di critiche, anche a sinistra. Certo, non continuerà per sempre. In fondo è questa la scommessa di Montanari: attendere la fine della piena per poi far planare le chiappe anche (in questo è un collezionista) sulla poltrona di rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Ma il suo, più che un calcolo, è un azzardo. Almeno per quel che ci riguarda. Per noi resta infatti un odiatore ideologico, almeno fino a quando non spiegherà il suo pensiero sulle foibe. Che volete, sono ancora troppo freschi i ricordi dei cattivi maestri e i guasti da loro lasciati in eredità ad un’intera generazione per permetterci un bis. Montanari non conti perciò sul nostro silenzio. Se continua nel suo “mi spezzo, ma non mi spiego“, per lui il triplo servizio – barba, capelli e shampoo – resterà sempre attivo: forza ragazzo, spazzola! 

Foibe, tutti (tranne Fratoianni) contro Montanari. Sansonetti: «La sua posizione è indifendibile». Valerio Falerni lunedì 30 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Su Tomaso Montanari fischia il vento e urla la bufera. A difenderlo dall’accusa di aver negato la tragedia delle foibe resistono ormai solo i gruppettari del tempo che fu. Gente alla Nicola Fratoianni, cioè nostalgica della lunga stagione dell’eskimo in redazione. Non a caso il segretario di Sinistra Italiana punta il dito contro quello che bolla il «linciaggio mediatico di Lega e FdI». L’obiettivo, alquanto scoperto, sarebbe quello di bandire la solita crociata antifascista. Ma gli è andata male. Perché a contestare il delirio negazionista del rettore in pectore dell’Università per Stranieri di Siena sono opinionisti e politici di un fronte molto più ampio di quello del centrodestra. «Anacronistico e divisivo», definisce infatti Montanari il presidente di Italia Viva Ettore Rosato. «A Trieste, quando ho iniziato a fare politica all’inizio degli anni 90 destra e sinistra si scontravano quotidianamente su Foibe e Tito. Accadeva anche nello scontro tra italiani e jugoslavi, raramente capaci di sanare le divisioni del secolo scorso», ricorda l’esponente renziano. «Non si può commentare uno come Montanari», incalza Pietro Sansonetti, una vita a sinistra. «Come si può dire – chiede il direttore del Riformista – che la strage delle Foibe non è rilevante? Purtroppo la sinistra ha un piccolo difetto: è illiberale, ma la libertà è una cosa seria». Chi invece punta diritto alle dimissioni (in realtà, solo ad ottobre si insedierà a Siena) è il presidente del Comitato 10 febbraio, Emanuele Merlino. «Trovo vergognoso che Montanari non si dimetta. Le sue sono tesi pericolose perché sembrano giustificare i massacri nei confronti dei nemici». Ma soprattutto, per essersi inventato un’equiparazione tra foibe e Shoah che esiste solo nella sua mente. E Merlino glielo rinfaccia: «Sono due eventi totalmente diversi: ricordare le vittime dell’Olocausto non vuol dire non poter ricordare le altre». Morale: Montanari è in evidente «malafede». «Per lui tutto quello che non coincide con la sua visione è fascismo», commenta a sua volta Maria Ballarin, figlia di esuli e componente del direttivo dell’Associazione Nazionale Dalmata. «Ma li ha letti i discorsi di Napolitano e Mattarella? Sono fascisti anche loro?».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 31 agosto 2021. Ad alcuni lettori, che hanno scritto per valutare o approfondire la questione delle foibe, viene in soccorso Rai Play. Ci sono molti programmi dedicati alla spinosa questione. Ne consiglio quattro: un Passato e presente condotto da Paolo Mieli con i professori Orietta Moscarda ed Egidio Ivetic; ancora un Passato e presente con il prof. Raoul Pupo; una puntata della Grande Storia ; un documentario di Anna Maria Mori, forse la prima trasmissione che si è occupata seriamente del problema. Il Giorno del ricordo , il giorno in cui istriani, fiumani e dalmati celebrano l'esodo e mantengono in vita la memoria di un crimine orrendo, non è nato in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah). Se alcuni faziosi lo fanno, se ne assumano la responsabilità. E non esiste nessuna equiparazione fra i due eventi: la Shoah indica l'unicità di una tragedia senza paragoni. Le foibe sono un abisso, la voragine dell'inebetimento umano. Non paragonabili al calcolato progetto di genocidio dei nazisti ma pur sempre parte di quell'ideologia di purificazione etnica che imbianca tutti i sepolcri del mondo. Detto questo, la tragedia delle foibe - nelle quali i partigiani comunisti di Tito gettarono, tra il 1943 e il 1945, migliaia di italiani - e il dramma degli esuli istriano-dalmati, costretti ad abbandonare le loro case dopo la cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, seguita alla sconfitta dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, sono una delle pagine più dolorose della storia del nostro Paese. Alla base di questo grandioso sradicamento, lo ripeto, c'è anche un progetto di pulizia etnica. Ci sono poi ragioni storiche del lungo oblio sulle foibe: la sinistra internazionale si è sempre vergognata di parlare di questa pagina poco edificante; Tito, rivendicando autonomia nei confronti di Stalin, era diventato un interlocutore dell'Alleanza atlantica. Dunque, meglio glissare.

"Il nuovo settarismo degli intellettuali fa comodo a un Pd spostato a sinistra". Stefano Zurlo l'1 Settembre 2021 su Il Giornale. Il cofondatore dell'Istituto Bruno Leoni: "Torna la scomunica del nemico come male assoluto, ma sarà un boomerang alle elezioni". I tamburi di guerra dell'antifascismo militante. La Giornata del Ricordo e delle vittime delle foibe declassata a bieca operazione del centrodestra per relativizzare le colpe del Ventennio. Tomaso Montanari, e non solo lui, ripropone vecchi slogan cari alla sinistra. «Si - spiega Alberto Mingardi, cofondatore dell'Istituto Bruno Leoni, saggista e docente universitario - ritorna un vecchio adagio caro alla sinistra: i morti dei fascisti e quelli dei comunisti non sono uguali e le colpe degli uni sono meno gravi, molto meno gravi, di quelle degli altri».

È la delegittimazione dell'avversario?

«Si, è la scomunica del nemico che diventa o torna ad essere, come nel passato, il male assoluto».

Ma perché succede questo?

«Si possono dare diverse spiegazioni complementari. Anzitutto, faccio notare che il Pd, questo Pd, si è spostato a sinistra e prova a darsi un'identità intorno ad alcune battaglie culturali».

Pensa al dl Zan?

«Certo, ma non solo. Mi riferisco a come si fa politica sull'immigrazione o ad alcune sortite sulle tasse che dovrebbero colpire i presunti benestanti».

Anche i ricchi piangano, come si diceva un tempo?

«C'è un deposito di vecchi valori ormai scaduti, ma evidentemente ancora spendibili, di suggestioni, di stereotipi che possono andare bene per marcare questa presenza agguerrita e aggressiva».

Non tutta la dirigenza del partito Democratico è su queste posizioni.

«Si, ma non c'è dubbio che oggi un Tomaso Montanari sia più in linea o più alla moda di un Luciano Violante che tenne quel bellissimo discorso di riconciliazione sui ragazzi di Salo' o di un Michele Salvati. Il settarismo per la verità fra gli intellettuali è sempre andato di moda ma mai come oggi. D'altra parte tutti i partiti sono al traino del premier Draghi, hanno perduto centralità, provano quindi a recuperare terreno e visibilità cavalcando battaglie iperidentitarie, alla Ocasio-Cortez».

C'è dunque un calcolo elettorale?

«La ricerca di identità appaga gli estremisti ma alle urne credo sarà un boomerang. Ci sarebbe bisogno di rassicurare i cosiddetti moderati, non di spaventarli; invece si punta a galvanizzare i militanti. Questa, ahimè, è una tendenza della sinistra tricolore ma anche un processo globale».

Fuori d'Italia?

«Nei campus americani si assiste alla stessa logica muscolare, a sinistra come a destra. Gli intellettuali hanno sempre meno la propensione al dialogo e sempre più all'urlo. E l'opinione pubblica si adegua».

Vanno per la maggiore i toni forti?

«Come dicevo, c'è un processo in atto di radicalizzazione un po' ovunque. Ci stiamo assuefacendo a queste guerre culturali».

Rientriamo in Italia.

«Una parte della sinistra è orfana di riferimenti. Io so benissimo che molte personalità hanno compiuto una seria revisione del proprio credo, ma si tratta di percorsi singolari, è mancata una una riflessione collettiva con documenti scritti di quel travaglio. Alcune trasformazioni sono state solo no-minali: un nuovo nome, un nuovo simbolo e nessuna non dico abiura ma presa di distanza dal comunismo e dalla sua storia».

In questa incertezza è più comodo aprire l'armadio del passato?

«Certo. Guardi nello scaffale e trovi che nelle foibe furono trucidati soprattutto fascisti, come se questo poi fosse, oltre che falso, meno grave. Siamo sempre al doppio binario; la violenza diventa giustificabile in nome di certi ideali, poi ce n'è un'altra che segna con lo stigma chi abbia anche vaghe parentele in quella storia: la Meloni, Salvini ecc.

La Giornata del Ricordo è del 2004, quando a Palazzo Chigi c'era Silvio Berlusconi.

«E però anche qui si afferma una verità storica molto parziale: quella ricorrenza s'inserisce anche nel percorso segnato dal Presidente Ciampi, non certo un uomo di destra, per ricomporre un'identità nazionale. Non fu certo pensata per annacquare gli orrori del Ventennio».

Sul «Giornale» Giorgia Meloni suggerisce di fermare in qualche modo Montanari.

«No, Montanari dev'essere libero di dire tutte le sciocchezze che vuole. Si cresce nel confronto e nel litigio con i docenti, non eliminando le voci dissonanti. Però questo discorso deve valere sempre. Pochi mesi fa, un professore dell'Università di Milano, Marco Bassani, ha subito una sanzione assurda per aver messo sulla propria pagina Facebook una vignetta elettorale americana, ritenuta offensiva verso Kamala Harris. Ora gli stessi che difendono la libertà d'espressione di Montanari ritenevano appropriato il trattamento subito da Bassani. Ecco, l'idea di una libertà accademica a corrente alternata non fa bene alla discussione pubblica». Stefano Zurlo

"La sinistra usa l'antifascismo per eliminare Salvini e Meloni". Stefano Zurlo il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Il giornalista: "È la stessa isteria che ci fu nel '94 contro Berlusconi. Colpiscono con una clava chi prende voti". Sembrava che l'Italia avesse fatto un passo in avanti. E invece: «È come se fossimo tornati indietro di 75 anni, al 1945, alla retorica dell'antifascismo militante e alla guerra civile permanente - spiega Pierluigi Battista, una delle firme più autorevoli del giornalismo tricolore, saggista e ora anche romanziere con La casa di Roma, in uscita dopodomani per La nave di Teseo - Siamo davanti ad uno schema ipersemplificato: il bene contro il male».

Tomaso Montanari fa il negazionista sulle foibe e Gad Lerner corre in suo soccorso, sulle pagine del Fatto Quotidiano, attaccando frontalmente Giorgia Meloni che in una lettera al Giornale aveva denunciato questo uso a fisarmonica della storia.

Battista, ma che succede?

«La retorica dell'antifascismo, cosa ben diversa dall'antifascismo, viene usata come una clava per fermare l'avversario che guadagna consensi e voti».

L'avversario? Chi?

«Oggi si dà del fascista a Salvini o alla Meloni come nel passato, nel 1994, ci fu una mobilitazione generale contro Berlusconi. Direi che c'è la stessa isteria di allora».

Possibile che siamo ancora a questo punto dopo gli studi di Renzo De Felice e le parole sui «ragazzi di Saló» di Luciano Violante?

«In effetti questa visione manichea era progressivamente finita in archivio. La storia del Fascismo era stata riletta senza gli occhiali dell'ideologia e l'altra parte, quella sconfitta nel 1945, era stata infine accettata e reintegrata nel circuito civile. Questo non significa assolvere il Fascismo e cancellare eccessi e orrori, vuol dire semplicemente integrare la storia di questo Paese e ricomporne l'unità. Quel pezzo del Paese era stato espulso dalla vita democratica, poi era gradualmente rientrato. Poi però nel '94 arriva il Cavaliere e una parte della sinistra ripropone questa divisione in bianco e nero: noi siamo il bene - questo è il messaggio - e combattiamo contro Berlusconi che riporta il Fascismo ed è il male».

Una scorciatoia per non affrontare la sfida elettorale?

«Più o meno. Oggi la stessa litania ritorna per fermare Salvini e Meloni. D'altra parte Giani ha vinto in Toscana schiacciando il pedale dell'antifascismo a comando e sono sicuro che sentiremo gli stessi accenti quando Gualtieri ad ottobre si dovrebbe misurare a Roma con i candidati del centrodestra».

I sacri valori come spartiacque?

«Invece di affrontare i problemi, dai rifiuti alle buche, ecco il richiamo alla vecchia bandiera che sventola dal 1945».

Ora e sempre Resistenza, come affermava un vecchio slogan.

«Esatto. Chi non appartiene a questo mondo è delegittimato in partenza».

Ma perché Montanari, prossimo rettore dell'Università per stranieri di Siena, minimizza la tragedia delle foibe?

«Perché ha bisogno del mantello dell'ideologia. E l'ideologia si prende in blocco: se la chiave di lettura è Fascismo- Antifascismo e non la pulizia etnica operata dai Titini, allora le foibe sono solo la conseguenza di una lotta sacrosanta che può aver avuto degli eccessi, ma nulla più, e non un'operazione di annientamento della comunità italiana per annettere quelle terre».

Peccato che questa non sia la storia.

«Esatto ma tutto si giustifica nella lotta al male che oggi torna attuale per sconfiggere i presunti nuovi fascisti».

E Gad Lerner che tuona contro la Meloni?

«Gioca a fare il partigiano: solo che i partigiani stavano sulle montagne e rischiavano la vita fra il '43 e il '45, lui è arrivato dopo, come noi, e tutto diventa grottesco. Come fai a fare il partigiano nel 2021? Io allora potrei fare il mazziniano o il garibaldino. Ma non funziona».

Dovremmo guardare in avanti?

«Sia chiaro: il Fascismo ha commesso crimini orribili».

Nessuno sconto al Ventennio?

«Ci mancherebbe: io sono fieramente antifascista, ma sono un antifascista liberale. Un antitotalitario».

Fra Mussolini e Stalin lei sta con Churchill?

«Sono terzista. Qualcuno obietterà che è una posizione comoda, ma non è vero. Churchill era antifascista ma anche anticomunista, io difendo la libertà di tutti, non mi presto a rinchiudere il passato in una gabbia di convenienze e a utilizzarlo per addomesticare il presente. Invece, si copre tutto con una patina di indignazione a senso unico. È una vecchia storia: nel '94 fu sdoganato il secessionista, barbaro Bossi, perfino lui, perché aveva professato il suo antifascismo rompendo la coalizione di centrodestra e il 25 aprile 2006 fu fischiata vergognosamente Letizia Moratti che accompagnava il padre Paolo, deportato a Dachau e medaglia alla Resistenza ormai su una sedia a rotelle, perché non si sopportava la loro presenza in quel corteo. Nel nome dell'antifascismo militante fu commesso un sopruso. Oggi ritorna quella tentazione». Stefano Zurlo

L'antifascismo utilizzato per screditare. Marco Gervasoni il 25 Agosto 2021 su Il Giornale. È poco conosciuta, ma l'Archivio Centrale dello Stato è una istituzione fondamentale, raccoglie tutta la documentazione prodotta appunto dallo Stato, dai verbali del governo in giù (più molto altro). È poco conosciuta, ma l'Archivio Centrale dello Stato è una istituzione fondamentale, raccoglie tutta la documentazione prodotta appunto dallo Stato, dai verbali del governo in giù (più molto altro): senza, nessun libro di storia potrebbe essere scritto. Ancora meno saranno quelli che conoscono il nome di Andrea De Pasquale, un funzionario, già direttore della Biblioteca Centrale di Roma, e ora nominato dal ministro Franceschini sovrintendente, cioè massima figura apicale, dell'Archivio. Sarebbe una non notizia, se nella calura estiva, e nel mezzo di problemini solo lievemente più importanti, non fosse partita una campagna di delegittimazione del funzionario. A capo dei quali stanno coloro che meglio la sanno fare, i giornali della sinistra: dal «Manifesto» a «Repubblica» e al «Fatto quotidiano», mentre un noto neo rettore molto radical e molto social si è persino dimesso dal Comitato ministeriale per protesta. De Pasquale, dicono «è inadatto per motivi tecnici e morali». Tralasciamo i primi perché secondari e concentriamo su quelli «morali»: in sostanza gli viene imputato di non essere abbastanza antifascista. Si, avete letto bene. Perché passeggiava per le stanze della Biblioteca Nazionale con il braccio destro alzato? No, perché ha osato far acquisire alla Biblioteca il fondo archivistico di Pino Rauti: una personalità di enorme importanza nella storia della destra italiana, e quindi del paese, oltre a possedere un gran rilievo intellettuale. Si possono non condividere molte o tutte delle sue idee, ma dal punto di vista storico il suo archivio è fondamentale. O forse per «Repubblica» e «Il Fatto» bisogna distruggere la memoria di chi non era abbastanza antifascista? Sarebbe talebanismo storico, no? Non solo De Pasquale ha osato acquisire l'archivio Rauti ma avrebbe accompagnato l'iniziativa con parole elogiative: e già, perché di solito si presenta l'acquisizione di un fondo scrivendo che non ha nessun interesse! La vicenda, nella sua evidente pretestuosità, è tuttavia significativa. Perché ci presenta una sinistra allo sbando, totalmente priva di idee, il cui unico motivo di esistenza è far man bassa di posti, soprattutto nelle istituzioni culturali, che ritiene cosa loro. Non sappiamo cosa pensi e chi voti De Pasquale, ma non è considerato dei loro, e questo basta per chiederne la cacciata: in nome, ovviamente, dell'«antifascismo». Ma questa volta, l'assalto finirà in una scornata. Marco Gervasoni 

La toponomastica non indigna se celebra Stalin, Lenin e Mao. Marco Gervasoni il 28 Agosto 2021 su Il Giornale. Durigon è il primo esponente di un governo dimessosi per preteso leso antifascismo - quasi ottant'anni dopo la caduta del Regime. Durigon è il primo esponente di un governo dimessosi per preteso leso antifascismo - quasi ottant'anni dopo la caduta del Regime. Il solo precedente, andando a memoria, è quello dell'ex An Romano Misserville, reo di voler tenere un dipinto raffigurante il Duce. Era sottosegretario di un governo di destra? No, di quello D'Alema del 1999, a cui partecipavano pure i comunisti di Cossutta. Basterebbe questo per far capire che la questione Durigon era grave ma non seria, mentre serie sono le bombe a Kabul e il ritorno dell'Isis, per dire. È anche un raro caso per cui un esponente di governo abbia dovuto dimettersi per le sue idee - eravamo abituati ad abbandoni per via di traffici, anche perché le idee latitavano. Idee, non apologia di fascismo, perché il sottosegretario si era limitato a chiedere che il parco Falcone e Borsellino tornasse alla sua denominazione originaria, Arnaldo Mussolini, nome che aveva conservato per molti decenni anche durante la Repubblica antifascista. Il che dimostra ancora una volta che le battaglie toponomastiche sono politicamente stupide e culturalmente deprimenti, perché trasformano la tragicità della storia in macchiettismo di buoni e cattivi. Ma se dobbiamo giocare ai nomi allora perché a Roma un'arteria enorme è intitolata a Palmiro Togliatti, le cui responsabilità a fianco di Stalin sono note? Perché a Campobello di Licata c'è via Giuseppe Stalin? Perché a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, una via Mao Tse Tung? Perché a Cavriago in provincia di Reggio Emilia c'è un busto di Lenin e le vie dedicate al fondatore del regime totalitario comunista sono una ventina? Ma, appunto, risponderebbe quelli di sinistra, perché erano comunisti. Hanno sterminato milioni di persone ma il loro intento era nobile, mentre il fascismo voleva solo fare del male fin dall'inizio. A questa filosofia della storia da quinta elementare si ispirano non solo i militanti ma anche leader di partito come Enrico Letta e, parrebbe, anche un rettore social, Tomaso Montanari, eletto ma non ancora intronizzato, per il quale il giorno del Ricordo delle foibe è un «falso storico». Hanno fatto bene molti parlamentari a chiederne le dimissioni, che egli ovviamente non darà. Perché se sei protetto dagli apparati mediatici del «regime di sinistra», puoi tutto, se sei contro o semplicemente fuori, ti schiacciano. E questo accade non solo ora, nel «governo di tutti» ma avverrà anche in un esecutivo di centrodestra, se nessuno nulla farà per reagire. Marco Gervasoni

Vittorio Feltri, la stoccata: "No a Mussolini, sì a Stalin? In Italia si fa di ogni erba un fascismo". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 13 agosto 2021. Che sollievo: si è smesso di parlare della legge Zan, momentaneamente archiviata. Così respiriamo un po' nonostante il caldo torrido che per fortuna non soffro grazie anche all'aria condizionata. Non se ne poteva più di omosessuali e trans alla riscossa, i quali non ci hanno mai infastidito, al massimo si sono rivelati divertenti in occasione del gay pride per via del loro abbigliamento carnevalesco. Il tema tornerà a bomba in autunno, ma spero non esploderà evitandoci una coda di polemiche idiote, buone solo ad annoiarci. In compenso, sparito Zan, ha fatto di nuovo capolino sui giornali e sui teleschermi lo ius soli che sta a cuore a Letta e al suo decrepito Pd, sempre pronto a cavalcare ronzini zoppi. Il segretario democratico è fissato: vuole dare a tutti i migranti la cittadinanza. E dagliela, chi se ne frega, così anche loro riceveranno il reddito e conquisteranno il diritto di non lavorare, di cui per altro godono già. Essi in attesa di una occupazione si esercitano spesso con il coltello allo scopo di tagliare la gola ai passanti che li disturbano. Ma la notizia di maggiore attualità e che ha suscitato scalpore negli ultimi giorni è la proposta del leghista simpatico e pure bravo, Durigon, cui è venuta in mente una idea stravagante: cambiare nome al parco pubblico Falcone-Borsellino di Latina, dedicandolo ad Arnaldo Mussolini, fratello minore del Duce, che in vita si segnalò per aver dato impulso alla agricoltura nazionale. Il sottosegretario all'Economia subito dopo aver manifestato l'intenzione di apportare una modifica alla toponomastica della cittadina laziale è stato massacrato dagli avversari politici, che ovviamente lo hanno accusato di essere uno schifoso nostalgico dell'infausto ventennio. La sinistra immediatamente ha chiesto che egli si dimetta dal governo per indegnità. Il poveraccio è stato investito di insulti. Anche in questo caso, come spesso accade nel nostro Paese, di ogni erba è stato fatto un fascismo, quasi che le camicie nere costituiscano ancora un pericolo per la democrazia, quando perfino i cretini sanno che i famigerati manipoli sono scomparsi da oltre 70 anni. Ma la cosa più comica non è il ritorno in auge del congiunto di Benito, quanto il fatto che a Bologna vi sia tuttora via Stalingrado e che nessuno protesti. Va bene che Stalin ha il merito, come diceva Montanelli, di aver sterminato un numero spropositato di comunisti, però non esageriamo nel rendergli onore. In fondo è stato a lungo il più spietato dittatore sovietico, il che non giustifica la sua celebrazione quale eroe degno di imperitura memoria. Però questa è la sinistra di Letta, che sta trasformando il Pd in un partito suo personale cui sarà dato il nome di Letta-Maio. Solo in un Lettamaio si può condannare Mussolini ed esaltare Stalin. 

Il dibattito. Una via intestata a Giorgio Almirante? Certo, è stato uno dei leader della Prima Repubblica. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 13 Agosto 2021. In un dibattito televisivo di ieri sera ho ascoltato una persona solitamente equilibrata come il sindaco di Pesaro Ricci esprimere la sua opposizione totale alla proposta di intitolare una strada di Alessandria a Giorgio Almirante in nome della Resistenza, dell’antifascismo, dell’antinazismo. Non condivido per niente questa posizione. In via generale per rendere l’Italia un Paese minimamente civile dovrebbe valere un principio generale: chiunque è stato eletto nel 1946 alla Assemblea Costituente e dopo in Parlamento dovrebbe avere diritto alla possibilità che una strada sia intitolata a suo nome, ovviamente con una delibera presa dal Comune interessato. L’elezione in Parlamento vuol dire che quella persona ha avuto il consenso di una parte degli elettori e quindi è suscettibile di ogni riconoscimento formale. Per ciò che riguarda Giorgio Almirante, per cortesia, bando alle ipocrisie. Si può non condividere sia la sua storia personale, sia quasi tutte le posizioni che egli ha espresso, ma nessuno può negare che Giorgio Almirante è stato uno dei leader della Prima Repubblica. C’è un bel libro di Antonio Padellaro, che forse Ricci dovrebbe leggere, sugli incontri riservati fra Berlinguer e Almirante per scambiarsi informazioni e concertare interventi contro il terrorismo. È ben noto il ruolo svolto da Almirante all’interno dell’Msi contro Pino Rauti. Ricci non ricorda nemmeno che Almirante si recò al funerale di Berlinguer riconosciuto e rispettato dal popolo di sinistra, accolto da Giancarlo Pajetta. Sempre Giancarlo Pajetta, che sul terreno dell’antifascismo non avrebbe dovuto certo prendere lezioni da Ricci, si recò al funerale di Almirante. Quindi, di che parliamo? Solo settarismo di bassa lega. Fabrizio Cicchitto

Da “il Foglio” l'11 agosto 2021. Al direttore - Si dice che il Vernacoliere si appresti a citare in giudizio il Fatto quotidiano per concorrenza sleale. Michele Magno 

Risposta di Claudio Cerasa. A proposito di Fatto quotidiano, una piccola storia divertente. Da lunedì 9 agosto, come sapete, abbiamo deciso di regalare ogni giorno con il nostro giornale, fino a sabato prossimo, degli estratti del libro sulla vita di Mario Draghi. Un libro scritto a metà 2020 dal nostro collaboratore Marco Cecchini (si chiama “L’enigma Draghi”, è edito da Fazi). Ieri il Fatto Quotidiano ha dedicato la sua splendida rubrica “Slurp” alla nostra piccola iniziativa descrivendola con le stesse parole che Marco Travaglio potrebbe utilizzare per commentare i pregevolissimi articoli scritti da Marco Travaglio su Giuseppe Conte (Slurp!). “Già assurto allo status di venerabile – scrive il Fatto – gli si dedicano biografie mentre è ancora tra di noi… Ai suoi lettori, insieme alla Dragheide, regalerà un rosario”. L’idea del rosario effettivamente non è male, grazie del consiglio, ma c’è un piccolo problema per il caro Travaglio, anzi un doppio problema: il problema numero uno è che il libro del nostro Cecchini è stato ben recensito nel giugno del 2020 (il 15 giugno) proprio dal Fatto, con Giorgio Meletti (un anno dopo, il 20 giugno del 2021, il grande Giorgio Dell’Arti utilizzerà il libro di Cecchini per fare un pezzo sulla vita di Draghi). Il secondo piccolo e spassoso problema è che pochi mesi dopo quella recensione il responsabile libri della casa editrice del Fatto ha chiesto all’editore Fazi i diritti per poterlo allegare al giornale in edicola, all’interno della PaperFIRST diretta da Marco Lillo. In quei giorni li ha chiesti anche il Foglio, per poter pubblicare il libro a puntate. Il Vernacoliere, che sballo. 

LE FARNETICAZIONI DI MARCO TRAVAGLIO CONTRO IL PREMIER MARIO DRAGHI. Il Corriere del Giorno il 27 Luglio 2021. Matteo Renzi si sofferma soprattutto sulla definizione di “figlio di papà”: “Le parole offensive e deliranti di Marco Travaglio su Draghi, orfano di padre all’età di 15 anni, dimostrano come il direttore del Fatto Quotidiano sia semplicemente un uomo vergognoso”, spiega l’ex premier su Facebook. L’oggetto della polemica è stato un passaggio in cui Travaglio dal palco della festa di Articolo Uno a Bologna difende il precedente Governo e Giuseppe Conte. Parte dalla premessa che anche loro hanno commesso degli errori. E che lui li ha sempre elencati. Poi dice: “Non li hanno mandati via per i loro errori. Li hanno mandati via per i loro meriti. E hanno messo al loro posto l’esatta antitesi. Un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo ci hanno raccontato che quindi è competente anche in materia di giustizia, sanità, vaccini. Ma, mentre, mi dispiace dirlo non capisce un cazzo di giustizia, sanità o sociale. Capisce di finanza”. La definizione “Un figlio di papà” usata da Marco Travaglio per definire Mario Draghi ha scatenato un fuoco di polemiche che finisce per dividere la maggioranza. Il senatore Pd Andrea Marcucci sottolinea il passaggio in cui Travaglio definisce Draghi “un curriculum ambulante”: “Draghi non deve certo vergognarsi del suo curriculum, della sua competenza e della sua storia familiare.  A vergognarsi deve essere il solito Travaglio, che ha usato parole indegne”. Draghi, come scrive Aldo Cazzullo, infatti “a 15 anni ha perso il padre, Carlo, uomo di incarichi pubblici: in Bankitalia, liquidatore con Donato Menichella della Banca di Sconto, in Bnl nel dopoguerra. Poco dopo è mancata anche la madre. Draghi ha dovuto fare il capofamiglia, prendersi cura dei fratelli minori: Andreina, la storica dell’arte che nel 1999 ha scoperto a Roma un ciclo di affreschi medievali nel complesso dei Santi Quattro Coronati; e Marcello, oggi piccolo imprenditore”. Matteo Renzi si sofferma soprattutto sulla definizione di “figlio di papà”: “Le parole offensive e deliranti di Marco Travaglio su Draghi, orfano di padre all’età di 15 anni, dimostrano come il direttore del Fatto Quotidiano sia semplicemente un uomo vergognoso”, spiega l’ex premier su Facebook. Il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, invita il ministro Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, a prendere le distanze da Travaglio. “Le scuse di Travaglio non arriveranno mai, ma una cosa è leggere le volgarità sul suo giornale, che è già dura prova di resistenza umana, altra cosa è ascoltare queste parole dal palco di un partito che sta al governo proprio con Draghi e ciò – sottolinea Faraone – è francamente inaccettabile. Per non dire disgustoso. Forse le scuse dovrebbero arrivare proprio da chi siede accanto al presidente del Consiglio”. Un appello che Speranza raccoglie poco dopo: “L’uscita di Marco Travaglio sul presidente del Consiglio Mario Draghi è infelice e non rappresenta certo il punto di vista di Articolo Uno che sostiene convintamente la sua azione di governo”. Alcuni esponenti di Articolo Uno, però, sui social, hanno puntualizzato che negli spazi di dibattito è lecito esprimere il proprio pensiero. “Travaglio ha presentato un libro con il suo punto di vista, non diciamo a nessuno cosa dire e non dire”, ha ricordato Arturo Scotto. Per la Lega la precisazione del ministro non basta. “La presa di distanze di Speranza dai pesantissimi insulti rivolti da Travaglio a Draghi è quasi peggio degli insulti stessi. Domandiamo a Speranza che senso abbia stare al governo se i suoi applaudono convinti agli insulti del direttore del Fatto. Si dimetta”, ha commentato il vice segretario della Lega Lorenzo Fontana. La Lega attacca per bocca dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo: “È vergognoso che la platea di un partito di governo applauda apertamente un giornalista che insulta beceramente e volgarmente Mario Draghi. Travaglio si vergogni per le sue parole e lo stesso Speranza dovrebbe quantomeno riflettere sul suo ruolo. A questo punto infatti Articolo Uno decida se sostenere il governo oppure no”. Travaglio in serata è stato contattato dall’ agenzia ADN KRONOS per commentare le critiche e le aspre polemiche sollevate sui social, dopo l’epiteto di “figlio di papà” affibbiato al premier Mario Draghi? “Non me ne frega niente” è stata la squallida risposta di Marco Travaglio, direttore del ‘Fatto Quotidiano‘, che poi chiosa: “Come diceva Arthur Bloch, non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza…“ E non, caro Travaglio in questo caso la gente sa riconoscere il perfetto idiota, che non è sicuramente il premier Draghi, ma bensì un “montato” che lavora e mangia grazie ai soldi ricevuti in prestito con la garanzia fidejussioria del Governo Italiano.

Dagospia il 27 luglio 2021. Riceviamo e pubblichiamo: Travaglio ha sbagliato due volte, la prima a definire Draghi figlio di papà la seconda, come ha spiegato Chiara Geloni che lo intervistava, “nel volerlo confrontare con l’estrazione di Conte”. Ecco, Conte è passato in quattro anni – e con quasi le stesse pubblicazioni – da cultore della materia a professore ordinario, secondo i peggiori schemi non meritocratici dell’università italiana: se la scelta è tra figli di papà e figliocci di baroni non si sa di che morte morire! Quanto ai giornalisti indignati, che di parentele se ne intendono, vale il detto latino: Aut tace aut loquere meliora silentio: vero Francesco Merlo (che lavoro fa suo nipote?), vero Chiara Geloni (che lavoro faceva suo padre? L’operatore ecologico?) Lettera firmata

Da “la Repubblica” il 27 luglio 2021. Caro Merlo, «Mario Draghi è un figlio di papà che non capisce un cazzo di sanità, di sociale, di vaccini». Marco Travaglio, che partì dal vaffa di Grillo, ogni giorno supera un limite. Giorgio Villano - Milano

Il turpiloquio e l'insulto, che di Marco Travaglio sono il codice abituale di caricatura e di sbraco, sono segni di debolezza e non di forza, scorciatoie del pensiero per mancanza di argomenti, una prosa torva che, ha ragione caro Villano, ha perso anche la misura della dismisura lessicale degli esordi, quella del vaffa. È però pensiero comico-confusionale quel «figlio di papà» a un uomo di 73 anni che ha perso il padre quando ne aveva 15 e la mamma quando ne aveva 16, e tuttavia ha fatto la carriera che tutti sappiamo, non al Circolo Canottieri. Figli di papà sono i giovinastri che vivono di rendita e di cognome. I primi che mi vengono in mente sono Davide Casaleggio e Ciro Grillo. E potrei continuare. 

Travaglio non si scusa: nuovi insulti a Draghi. Luca Sablone il 27 Luglio 2021 su Il Giornale. Il direttore del Fatto rincara la dose: "Non capisce una mazza né di giustizia né di sanità, ma lui è onnisciente". E fa pure il simpatico: "È nato a Betlemme in una mangiatoia". Evidentemente Marco Travaglio non è sazio e ci tiene a punzecchiare costantemente il lavoro svolto da Mario Draghi e da molti ministri della squadra di governo. Le critiche e i dissensi sono ovviamente leciti e legittimi, ci mancherebbe. Ma nelle scorse ore il direttore de Il Fatto Quotidiano si è spinto oltre e ha definito il presidente del Consiglio "un figlio di papà", ignorando forse che è rimasto orfano sia di padre sia di madre in giovanissima età. Le considerazioni si sono fatte poi pesanti, accusando il capo dell'esecutivo di non capire "un c... né di giustizia, né di sociale, né di sanità". E adesso il giornalista ha voluto rincarare la dose, non facendo mezzo passo indietro e utilizzando anzi toni ironici per tentare di uscire fuori dalla bufera che ieri si è creata.

Travaglio rincara la dose. Così Travaglio ha intitolato il suo pezzo di oggi "Il piccolo fiammiferaio", commentando le reazioni politiche scaturite in queste ore. "Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa", è stato l'esordio del suo articolo. Il direttore del Fatto ha ricostruito il tutto: ha accettato l'invito a intervenire alla festa di Articolo uno, ha risposto alle domande di Chiara Geloni e ha ricevuto applausi dalla platea presente dopo le parole al veleno verso Draghi. Oggi ha rivendicato quanto detto in precedenza: i ministri di questo governo sono "tutti figli di papà, cioè del solito establishment, a cominciare dal premier, rampollo di un dirigente di Bankitalia, Bnl e Iri". E ha additato la "consueta combriccola di spostati, falliti e leccapiedi che bivacca sui social" di aver travisato il senso del suo discorso e di averlo interpretato come un insulto alla memoria dei suoi genitori prematuramente scomparsi.

"Adesso si dimetta". Scoppia la bufera su Speranza. Il giornalista ha voluto nuovamente ribadire che il presidente del Consiglio "è un ex banchiere esperto di finanza", ma che "non capisce una mazza di giustizia, di giustizia sociale e di sanità". Travaglio ha portato a sostegno della sua tesi esempi come il compromesso sulla riforma della giustizia, lo sblocco dei licenziamenti e il ritorno della Fornero. Poi ha fatto il simpatico e ha scritto che l'unanime sdegno per la duplice lesa maestà lo ha fatto ricredere: "Egli è onnisciente e, a dispetto delle biografie, non è nato ai Parioli, ma a Betlemme, in una mangiatoia".

"Non è esperto di vaccini". Travaglio ritiene che Draghi non sia un "grande esperto di vaccini". È probabile che il giornalista senta la mancanza dell'era targata Giuseppe Conte e Domenico Arcuri, ma ora deve farsene una ragione: a Palazzo Chigi c'è Mario Draghi e a gestire la campagna di vaccinazione c'è il Generale Francesco Paolo Figliuolo. Sono diverse le accuse mosse nei confronti del premier: il decreto per obbligare gli psicologi a vaccinarsi "e poi li cazzia perché si vaccinano"; il divieto di assembramento "e poi, previa trattativa Stato-Bonucci, autorizza i calciatori a violare il suo decreto con un mega-assembramento"; il tentativo di convincere gli italiani a vaccinarsi "dando loro degli assassini".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in diversi ambiti con quanta più obiettività possibile, dalla politica allo sport. Ma sempre con il Milan che scorre nelle vene. Incessante predilezione per la cronaca in tutte le sue sfaccettature: armato sempre di pazienza, fonti, cellulare, caricabatterie e… PC.

Da liberoquotidiano.it il 27 luglio 2021. Tweet muto di Guido Crosetto. In effetti non servono parole. Il "fratello d'Italia" ha pubblicato una foto di Gad Lerner della rivista Oggi in cui è in vacanza con Carlo De Benedetti e rispettive consorti. Più sotto c'è il cinguettio di Gad Lerner in difesa di Marco Travaglio che domenica sera 25 luglio, durante la festa di Articolo Uno a Bologna ha insultato il premier Mario Draghi, un "figlio di papà" che, testuale, "non capisce un c***o". E chissenefrega se è orfano dall'età di 15 anni e se ha il curriculum che ha. Tant'è. Gad Lerner ha scritto un post che recita così: "Che Mario Draghi abbia un profilo tecnocratico-padronale è all'evidenza di tutti. E risalta nello zelo degli adulatori di ogni risma che si fingono indignati con Marco Travaglio. Li ringrazio perché oggi mi fanno sentire ancor più contento di scrivere sul Fatto quotidiano". No comment, verrebbe da dire. Ma il popolo social commenta eccome. "La sinistra da scarpe amatoriale fatte a mano da pseudo operai sottopagati ahhh con Rolex al polso su camicia... La sinistra da Unità in tasca la domenica, dove è?", scrive uno. "Avere un profilo tecnocrate padronale é uno dei pochi modi per governare con una classe politica impreparata, inetta, scialacquatrice di denaro pubblico, ignorante, che pensa solo nel breve periodo e al collegio elettorale", aggiunge un altro. "Comunisti col rolex", si legge ancora. Insomma, Travaglio sbaglia e Gad Lerner lo difende. "Un figlio di papà, un curriculum ambulante, uno che visto che ha fatto bene il banchiere europeo sarebbe competente anche in materia di sanità, di giustizia, di vaccini eccetera. Invece mi dispiace dirlo che non capisce un c***o, né di giustizia né di sociale né di sanità. Capisce di finanza ma non ha la scienza infusa. E non ha neanche l'umiltà", aveva attaccato il direttore del Fatto. Secondo il quale era meglio, manco a dirlo, Giuseppe Conte. Per Lerner, ovviamente, ha ragione.

Intellettuali e politici inghiottiti dal travaglismo. Travaglio e Scanzi sono diventati gli oracoli di una sinistra sciagurata. Michele Prospero su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Più che i liquami di Travaglio, che piovono senza fermarsi mai e tornano sempre in faccia al mittente, conta il luogo in cui le parole contro Draghi che “non capisce un cazzo perché è figlio di papà (Draghi è rimasto orfano da ragazzino, ndr)” sono state pronunciate. Che “Articolo uno” trasformi la sua festa bolognese in una passerella di Travaglio, Scanzi è un piccolo evento che dimostra come un’area politica un tempo rilevante sia ormai perduta alla prospettiva di una sinistra autonoma. Quel materiale grigiastro che il Fatto riversa contro Mattarella, Cartabia, Draghi è da tutti annusato come maleodorante e però che il movimento di D’Alema e Bersani decida di affidare il posto d’onore proprio al foglio della rivolta anti-sistema è un accadimento politico. Questa volta la massiccia campagna dei giornali più vicini ai (contro)poteri politico-giudiziari dovrebbe sortire come effetto non già l’alterazione degli equilibri politico-elettorali (come è accaduto in passato quando proprio Bersani fu indotto anche dalle “inchieste” del Fatto alla non-vittoria) ma l’aggregazione subalterna del Pd e dei vari cespugli nello schieramento a traino di Conte. La tenaglia che stringe il Pd è troppo forte perché sia spezzata da un partito così fragile nella cultura politica. E poi proprio quei settori prima interni al Pd e ora a lato di esso, che in nome dell’autonomia della politica si mostravano in passato refrattari a forme di giustizialismo antipolitico, ora si ritrovano in prima fila nel guidare la confluenza strategica della fu sinistra sotto la leadership di Conte. Del resto i toni del dibattito politico sono accesi sino all’inverosimile. Uno studioso del mondo classico come Luciano Canfora non ha remore critico-filologiche ad accostare Draghi al dispotismo di Stalin e alla sua “concentrazione di potere assoluto, monarchico”. A suo dire, questo insopportabile autocrate contemporaneo oggi arbitrariamente al governo in Italia, “potrebbe pensare di sistemare la Cartabia al Quirinale e tenersi palazzo Chigi. O fare l’inverso”. Il potere si configura come una cosa, un pacco postale da piazzare, un oggetto da spostare, un bene da dare in affidamento. Uno scolaro di Rodotà, il giurista Ugo Mattei, si sente a casa propria sotto le bandiere di Forza Nuova perché bisogna insorgere contro “le verità di sistema” e quindi contro il governo Draghi che è “la quintessenza di una visione autoritaria e ricattatoria del potere tecnocratico”. Questo accade nella élite intellettuale della sinistra. E nel popolo? Sembra che le invettive di Travaglio contro “Draghi figlio di papà” siano state accolte, tra qualche timido mugugno, con una ovazione delle persone presenti. Aristotele scriveva che l’essenza della retorica si racchiude sempre nella questione del destinatario. E il pubblico che reagisce con gesti di grande approvazione alle metafore di Travaglio rivela come sia degradato lo stato della cultura politica di massa. Se si aggiungono anche le incredibili proteste di Landini sull’obbligo di vaccino, e quindi contro la tutela pubblica della salute operaia in fabbrica, si ha la percezione di uno sviamento preoccupante della sinistra politica e sociale. Se attorno alla tregua tecnica, che ridisegna le condizioni della ripartenza del meccanismo capitalistico da trent’anni inceppato, il sistema dei partiti è lasciato al suo stato di fluidità non ci sono concrete speranze: rispetto alle flebili istanze di una ragione impotente, il populismo coltiva passioni e anche regressioni più forti. E facendo leva su pulsioni elementari esso è capace di riacquistare baldanza dopo l’illusione di un accantonamento momentaneo della fuga nella irrazionalità. Alla ricerca di un Conte perduto, e con la volontà di potenza raccolta nel tavolino attrezzato davanti a Palazzo Chigi nel giorno dell’abbandono, i partiti di centro-sinistra non tengono in considerazione la sola verità che Grillo ha sinora pronunciato e cioè che l’avvocato è un assoluto nulla. Il Pd e i suoi satelliti sono rassegnati a prendere una vacanza sudamericana (sussidi nella decrescita, ozio creativo nella de-industrializzazione, giustizialismo) e non sono in grado di costruire un supporto politico indispensabile a Draghi che procede con risolutezza ma senza una organica forza coalizionale. Il segretario venuto da Parigi non ha la capacità, e neppure l’intenzione, di fare da regista alla definizione di un nuovo centro-sinistra che assuma proprio l’opera di Draghi come fondativa. Vaga senza un progetto dietro un Conte disarcionato e da tempo mostra preoccupanti segni di irrilevanza. Tutto diventa palpabile quando con il tempo affiora l’inconsistenza di tutte le sue proposte che si dileguano perdendosi nel chiacchiericcio di un tweet. ll Pd e i suoi cespugli, inghiottiti dalla (anti) politica-rancore di Conte, sono destinati alla celere marginalizzazione. Non hanno la forza e il pensiero per riprogettare le funzioni dei soggetti della politica dopo la discontinuità qualitativa che Draghi ha immesso nella vicenda politica, sociale e istituzionale. Questo è un vuoto che per la prima volta si presenta in forme così eclatanti. Fa tristezza la notizia di una sinistra sia pure minore che pende dall’oracolo di Travaglio. Michele Prospero 

La polemica. Marco, che Travaglio: il figlio di papà divide a metà la rete. Piero de Cindio su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Marco Travaglio ne combina una nuova accusando il Premier Draghi di essere un figlio di papà. Peccato però che la rete ha impiegato poco nello scoprire che l’ex presidente della BCE sia orfano dalla tenera età adolescenziale. Tanti i commenti indignati verso il direttore del Fatto, a cui però sono giunti in soccorso il conduttore Luca Telese ed il Professore Tommaso Montanari che hanno provato a giustificare la dichiarazione che ha destato molto scalpore. A fare da contorno a tutto il resto è certamente il fatto che le parole offensive di Travaglio nei riguardi del Premier e della sua famiglia benestante sono arrivate dal palco della festa di Articolo 1 dove un imbarazzato ministro Speranza ha dovuto prendere le distanze dall’invitato scomodo. Nel giro di poche ore, il data journalist Livio Varriale ha analizzato 18.409 tweets che hanno imperversato sul social del cinguettio ed il risultato dell’indignazione non sarebbe così scontato.

Top Tweets

“La dichiarazione di Travaglio è stata forte ed ha contribuito nel far parlare una festa anonima ed irrilevante giornalisticamente parlando come quella di Articolo 1” Esordisce l’autore della ricerca “Renzi ha avuto la sua occasione per andare addosso al suo nemico storico e sorprende anche la posizione di Lapo Elkann. Bene i giornalisti Ederoclide e Capone che hanno evidenziato il fatto che fosse rimasto orfano da quando era 14 enne”. 

Sentiment draghi

Dei Tweets analizzati tramite il sentiment, c’è però un dato che preoccupa e non poco e precisamente quello che il pubblico è nettamente indeciso se appoggiare uno o l’altro. “Le ragioni di Travaglio indignano, ma Draghi non riscuote la giusta considerazione dalla massa interessata alle questioni politiche. Sui 9.313 tweets analizzati contenenti la parola Draghi e figliodipapa, solo il 54,87 per cento è positivo, contro il 45 per cento di commenti che danno ragione a Travaglio. 

Travaglio Montanari Telese

Bisogna riconoscere a Travaglio che fuori dalle bolle di moderati, liberisti e amanti del politicamente corretto, c’è uno zoccolo duro che non apprezza Draghi e ne chiede le dimissioni. “certo è che il campione è ristretto al popolo dei social, ma analizzando bene la composizione, c’è una congiunzione di elettori della lega, Fratelli d’Italia e ovviamente nostalgici del Movimento Cinque Stelle che fu”. Sui 6.906 tweets che coinvolgono il tris degli “alternativi” Travaglio, Telese e Montanari, la massa social si è spaccata mostrando una leggera positività per le posizioni contro il premier. 

Articolo Uno

Nel mentre il pubblico si scontra sulle dichiarazioni di Travaglio, chi ne esce peggio di tutti, su un campione limitato di tweets che marginalmente hanno interessato, è Articolo 1. Travaglio è un ospite di successo per animare una festa, ma non il festeggiato. 

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

La gaffe alla festa di Articolo Uno. Travaglio si scaglia contro Draghi ma resta solo: Conte tace e "a mezzo Casalino" smentisce il Fatto. Claudia Fusani su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Gli ci vorrebbe un convento senza connessione wifi, “chiuderli” lì dentro tre giorni e chiarire con ciascuno, uno per uno dei 270 parlamentari 5 Stelle, cosa vogliono fare da grandi. E poi tirare la riga e scrivere il risultato, favorevoli o contrari. Avanti con Draghi o basta con Draghi. Gli ci vorrebbero tre giorni così a Giuseppe Conte per vedere di capirci qualcosa nel suo Movimento. Gli ci vorrebbe, anche, di chiarire bene i suoi rapporti con Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano: solo il giornale di riferimento o il direttore di quel giornale ne è anche la vera cabina di regia? Perché in entrambi i casi Conte deve chiarire il suo pensiero rispetto a quanto è uscito di bocca al direttore de Il Fatto domenica sera alla Festa di Articolo Uno: «Draghi è un figlio di papà che non capisce un cazzo». Che detto di un banchiere rimasto orfano di entrambi i genitori a vent’anni e che, cresciuto con gli zii, ha scalato prima Banca d’Italia e poi la Bce, è non solo informazione tecnicamente sbagliata (dunque grave che sia detta in pubblico) ma eticamente volgare, violenta, cattiva. Di sicuro Giuseppe Conte ha smentito il titolo de Il Fatto di domenica mattina: “O si cambia (la riforma della giustizia, ndr) o leviamo la fiducia”. Era ancora notte fonda quando Rocco Casalino ha scritto una nota per smentire tutto visto che «Conte non ha mai parlato». Ma certe smentite valgono più di altrettante conferme. È la settimana della verità (e quante ne abbiano contate in questi lunghissimi tre anni). Per il Movimento, soprattutto. La cartina di tornasole è la riforma del processo penale. Martedì 20 luglio sono piovuti sul tavolo mille e seicento emendamenti. Giovedì 22 Draghi ha chiesto al governo, ottenendola, la fiducia preventiva. L’arrivo del decreto è slittato dal 23 al 30 luglio. Tutti ad aspettare che i 5 Stelle trovino la giusta mediazione grazie alle doti maieutiche dell’avvocato di Volturana Appula Giuseppe Conte. Che deve produrre il non facile risultato entro questa settimana. Una delegazione sta trattando direttamente con la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ne fanno parte la sottosegretaria Anna Macina, vicina a Di Maio e da annoverare tra le “trattativiste”, e la capogruppo in Commissione Giulia Sarti, pasdaran della linea Bonafede, l’ex ministro che non ne vuole sapere di retrocedere di un millimetro rispetto alla sua riforma che non ha abbreviato di un solo giorno i processi (l’Europa ci chiede di ridurre i tempi del 25% rispetto a quelli attuali) e ha introdotto il “fine processo mai”, cioè la prescrizione bloccata. Conte a partire da domattina ha deciso di incontrare per tre giorni tutti i parlamentari divisi per tematiche (e commissioni) per provare a scogliere i tanti nodi che si sono creati in questi sette mesi di sostanziale anarchia all’interno del Movimento. Il non-detto che invece emergere di continuo è «uscire dalla maggioranza pur di difendere una pietra miliare del Movimento: la prescrizione Bonafede». Parcheggiato nel frattempo Grillo, si può dire che il Movimento segua una linea di frattura precisa. C’è la linea Travaglio per cui o tutto resta così com’è perché la riforma Cartabia «è una schiforma che manda al macero 150 mila processo tra cui anche quelli per mafia» oppure tanto vale uscire dal governo di uno che «non capisce un cazzo». Attenzione però: uscire dal governo non vuole dire chiudere la legislatura (punto su cui Travaglio si troverebbe solo) ma solo uscire e mandare avanti il governo Draghi che tanto i numeri li ha comunque. Sarebbe la pacchia suprema per Travaglio & soci: poter sparare ogni giorno a palle incatenate contro la maggioranza Pd-Forza Italia-Lega e responsabili vari. C’è poi la linea Di Maio e governisti dove il mantra è “mediare”. Anche ieri pomeriggio il ministro degli Esteri, che ha già avuto un ruolo chiave nel superamento della crisi Conte-Grillo, ha ribadito la strada da seguire. «Confido molto in Giuseppe Conte che ha la mia totale fiducia e dobbiamo lavorare tutti insieme per rafforzare la sua leadership. Sono certo che troverà una soluzione all’altezza delle nostre aspirazioni: evitare che i reati di mafia restino impuniti e restare uniti perché diversamente siamo più deboli». Quello del titolare della Farnesina è un appello contro le divisioni interne e le bandierine ideologiche. È evidente che la ministra Cartabia non vuole sacche di impunità meno che mai in quel territorio largo, fatto anche di microreati, dove ingrassano le mafie. Ed è altrettanto evidente che è propaganda attribuire alla riforma Cartabia simili conseguenze. Una settimana chiave. Ogni giorno la situazione si può sbloccare o saltare del tutto. Quella di ieri è sembrata ma non è una giornata persa. La Commissione Giustizia, che deve valutare gli emendamenti e dare un ordine ai lavori prima dell’aula, non ha nei fatti lavorato. Tutto rinviato a oggi. Anche la provocazione di Forza Italia che di fronte ai 1600 emendamenti ha chiesto di «allargare il perimetro di intervento della riforma alla ridefinizione del reato di abuso d’ufficio». Contro il quale, tra l’altro, sono scesi in piazza decine e decine di sindaci. La Trattativa, quella vera, però va avanti al ministero della Giustizia. La partita è in mano a Conte. E a Travaglio. Da cui l’ex premier non ha preso le distanze, mentre ha fatto infuriare Italia viva, spingendo a intervenire in modo forse un po’ troppo blando il ministro della Salute Roberto Speranza – alla cui festa di partito è accaduto il fattaccio – che ha bollato come “uscita infelice” quella del giornalista. Non lo ha fatto per niente il Movimento 5 Stelle: non una parola a tutela della sostanza e dell’immagine del Presidente del Consiglio. Meno che mai lo ha fatto Conte. E certi silenzi valgono più di mille di dichiarazioni su presunte mediazioni.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano tocca il fondo: Marta Cartabia come una babbea senza cervello, sfregio e insulto gratuito. Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Mamma mia che periodaccio per Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che continua a prendere metaforici ceffoni da Giuseppe Conte, il suo cocco e pupillo, che nel giro di pochi giorni lo ha smentito ben due volte. La prima, quando ha negato i virgolettati riportati dal Fatto sulla possibile apertura di una crisi di governo firmata M5s. La seconda, soltanto ieri, martedì 3 agosto, quando ha ammesso in un'intervista a La Stampa che i grillini, sulla riforma della giustizia, si sono fatti trovare "impreparati". Ossia sono stati sconfitti. Eppure Travaglio, sul Fatto in versione Agenzia Stefani, ci raccontava il trionfo del presunto avvocato del popolo su Mario Draghi e Marta Cartabia (ritratti entrambi con occhio nero). Pensate un po'... E insomma, un periodaccio brutto brutto. Mettiamoci anche la crisi senza fine del M5s, frantumato in aula e a picco nei sondaggi. Mettiamoci le possibili e imminenti espulsioni dal partito dei dissidenti, di quelli che si sono "ribellati" al presunto trionfo di Conte sulla giustizia. Già, una caporetto. E ci si chiede: cosa rimane, al povero Travaglio? Presto detto: gli insulti, quelli storicamente non sono proprio mai mancati. E così via, altro giro altro regalo, che figurina peschiamo dal mazzo per poi iniziare con le bastonate? Gira, gira, gira... oggi tocca a Marta Cartabia, la madre della "schiforma", così come la chiama Marco Manetta in un gioco di parole buono per le scuole elementari. È infatti il Guardasigilli, suo malgrado, la protagonista della vignetta-bastonata-su-commissione firmata da Mannelli sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di oggi. "Dura lex", il titolo. Svolgimento: una Cartabia con sguardo spiritato che guarda verso il cielo. E una mano le batte sulla fronte: "Bonk, bonk", risponde il vuoto pneumatico che per Travaglio, ma soltanto per lui, c'è nel cervello della Cartabia. Quando si dice raschiare il fondo del barile...

Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” il 23 luglio 2021. Nicolai Lilin molla romanzescamente il colpo: la sua rinuncia alla candidatura nella lista Europa Verde pro Sala stava diventando un racconto arruffato e surreale di Gogol. Il fatto che l'autore di Educazione siberiana, considerato quasi un SS a piede libero da parte della sinistra, si sfili dalle elezioni comunali di Milano è una notizia che trasuda - alla Jean-Paul Sartre - militanza e cultura (più militanza che cultura). E, soprattutto, oscura le schermaglie elettorali tra il Giuseppe Sala e il Luca Bernardo. Probabilmente Linin non era così agguerrito dai tempi della guerra di Cecenia. Apre pensieri e parentesi che intrecciano suggestioni, roba che fa molto letteratura russa.

Caro Linin, le hanno gridato (Il Fatto Quotidiano e la sinistra radicale in blocco) al «nazista ecologico» per le sue dichiarate simpatie con i «fascisti di Lealtà e Azione e Casa Pound».  Si sente molto Gestapo, in questo momento?

«Mi hanno chiamato "Nazi-verde". Non mi metto neanche a discutere sull'ignoranza di questi miserabili che mi buttano fango addosso. Io non mai sbandierato vessilli nazisti né fatto il saluto romano. Io sono culturalmente di sinistra, sono nato e cresciuto in Unione Sovietica; dove condivisione, onestà, senso della famiglia e della natura sono radicati. Mio nonno era un anarchico incattivito; ma la sinistra italiana con me non c'entra, è per lo più dedita al conformismo»

Intende dire che non ci sono più i comunisti di una volta?

«L'unico comunista in giro, che ci crede, è Marco Rizzo. C'era Giulietto Chiesa che era un amico, ma è morto».

Però, scusi, lei a Casa Pound a presentare i libri c'è andato. Non che ci sia nulla di male...

«Ma appunto, nulla di male. Io sono uno scrittore, vado dove mi invitano a parlare, nel rispetto delle idee. Sono stato anche nei centri sociali tra gli anarchici, all'Arcigay e ho passato giorni nelle carceri di massima sicurezza con pedofili e mafiosi; ma questo non significa che io sia anarchico, gay, pedofilo o mafioso. Lo scrittore è come il medico: va dove lo chiamano, facendo crescere le opinioni e i dibattiti. E a Casa Pound con me sono stati correttissimi, anche nella critica reciproca» 

Non ci era andato con la scorta?

«Quello perché ero obbiettivo sensibile. Poi ho ottenuto di farmela togliere. Preferisco girare con la mia pistola».

Comunque pare ce l'abbiano con lei. Perché, poi? S'è fatto un'autoanalisi?

«Mi attaccano perché non rifiuto il dialogo. Ma io ho fatto la guerra (in Cecenia appunto, ndr), ho una coscienza libera e le spalle larghe. E lì, in guerra, ho imparato che i più stronzi sono proprio i militanti ideologici».

Non era lei che lamentava di non aver più fatto televisione (buoni programmi, tra l'altro: Mankind, Le regole del gioco a Mediaset e Discovery) per interventi istituzionali di una certa sinistra?

«Certo, confermo. Di tv non faccio più a causa di vari attacchi del Pd e di esponenti di sinistra come Laura Boldrini. Che, da presidente della Camera, sulla guerra del Donbass e in chiave antirussa, invitò Andrij Parubij, fondatore di organizzazioni neonaziste e tra i responsabili del massacro di più di 100 sindacalisti alcuni dei quali arsi vivi».

 Non ne parlarono molto...

«Già. Fu un genocidio invisibile. Boldrini lo invitò in pubblico e si disse con lui "in perfetta sintonia". Mi si sono rivoltate le budella. Il mio video sugli omicidi dei sindacalisti a Odessa ottenne 19 milioni di visualizzazioni prima di essere rimosso. Poi rimossero me». 

Lei ritiene che l'ecologia non debba essere appannaggio di un un'unica parte politica?

«Ma è ovvio. L'ecologia, i temi ambientali, una certa idea di pianeta da salvare non può essere esclusiva della sinistra, dovrebbe stare nella cultura di tutti. Di mondo ne abbiamo uno solo, e quello dobbiamo lasciare ai nostri figli, anzi come diceva qualcuno lo abbiamo preso in prestito da loro. Io, per esempio, ne ho due di figli e sono la mia vita».

Torniamo alla sua candidatura milanese. Com'è nata? Il sindaco Sala le ha detto qualcosa sul suo ritiro?

«No, ho fatto tutto io su Instagram. Ho detto che mi ritiro, lo faccio con grande stima e rispetto per le persone che fanno parte di questo movimento. Mi rendo conto di essere troppo anticonformista per essere collocato in aree politiche precise. Un forte abbraccio e grazie a tutti voi per il vostro sostegno e fiducia". Punto. Penso che sia sufficientemente esaustivo. D'altronde io non ho tempo da perdere».

Eppure mi che pare Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi, si fosse detto orgoglioso. La aveva definita "un autore di caratura internazionale in grado di rafforzare il nostro lavoro". Sembrava entusiasta...

«Guardi, tutti erano entusiasti. Io avevo sempre rifiutato candidature sia a destra che a sinistra, della politica non mi frega nulla. Però poi ho accolto l'invito di Europa Verde, ho molto a cuore il tema green. Sui miei social mi occupo da sempre di ambiente; per esempio, lei sa che in Siberia sono stati cancellati a causa di incendi che oscurano il cielo 4 milioni di ettari di foresta boreale? Comunque ora mi sfilo, per non metterli in imbarazzo, sono una persona perbene, troppo anticonformista».

Direi che lei ha posizioni molto realistiche e/o anarchiche, forse ha preso dal nonno. In modo tranchant: lei sta dalla parte di Putin?

«È una semplificazione. In Russia il popolo ha valori antichi; poi, certo, c'è la nomenklatura ossessionata dal potere, aumentano in modo impressionante gli oligarchi, Putin costringe il paese nella strategia dello stallo usata da Breznev negli anni 70 e ha causato il crollo. Spero non accada oggi». 

La sua cute è una carta geografica di tatuaggi. Lei ha detto "disegno sulla pelle la saggezza dei nostri anziani". Cosa disegnerebbe oggi?

«I miei tatuaggi sono basati su un unico tema: la lotta contro il sistema corrotto; è per questo che disegno madonne armate e Gesù col kalashnikov. Per attizzare una cultura della contestazione intelligente contro un sistema che privilegia la soubrette contro l'operaio che perde il lavoro...».

Le parole discriminatorie del Fatto. Povero Travaglio, come si è ridotto: piccolo in tutto, anche nei gingilli. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 18 Luglio 2021. “Vispateresa”, “Cheerleader di Formigoni”, “Guardagingilli”. Ci vorrebbe una legge Zan per difendere i diritti della ministra Marta Cartabia e punire le parole discriminatorie e violente che emanano ogni giorno dalle pagine del Fatto Quotidiano. Non c’è bisogno di essere femministe più o meno “storiche” (ma aspettiamo qualche parola al riguardo) per sapere che il linguaggio scelto per la polemica politica ha un peso diverso per le donne e per gli uomini. E, per stare nel tema della proposta di legge Zan, anche nei confronti di altro tipo di soggettività. E non è indispensabile essere psicologi, o aver frequentato qualche seduta di analisi, per gettare un po’ di luce sul tipo di maschio che nella violenza contro le donne sembra quasi un concorrente, più che un semplice misogino. Razzista nei riferimenti alla Vispa Teresa e alla Cheerleader. La prima definizione serve a dire che la ministra Cartabia è senza testa. Una stupidina, un po’ oca giuliva, alle prese con cose più grandi di lei, come per esempio una riforma della giustizia. Il che, per un ammiratore di intellettuali come Bonafede e Toninelli è confortante, perché anche una ragazzina a caccia di farfalle darà sempre risultati migliori. Il riferimento alle Cheerleader puzza ancor più di razzismo, anche se avrebbe la pretesa di essere un attacco politico. Finalizzato a dimostrare come l’amicizia di Marta Cartabia nei confronti di Roberto Formigoni, la renda quasi infetta, colpita dal virus di quei reati contro la Pubblica Amministrazione che la sub-cultura dei Travaglio e Barbacetto considera di pari (o forse superiore) gravità rispetto alla strage, l’omicidio, la rapina a mano armata, lo stupro. E sul piano sociale più pericolosi della mafia e del terrorismo. Cartabia, secondo Il Fatto, sarebbe colpevole non tanto di esser stata una giovane militante di Comunione e liberazione, quanto di aver sfiorato il “virus Formigoni”. Che credibilità potrebbero quindi avere le sue riforme? Ma sotto l’attacco politico, un po’ banalotto in verità, si nasconde ancora il razzismo, la misoginia violenta, cioè la voglia di ridurre la donna a corpo, a pezzo di carne. Tu non sei degna di essere ministra perché sei una Vispa Teresa superficiale e stupidina, ma sei anche una ragazza-pompon, una che va sculettando davanti al potere, davanti all’eroe politico (invece che sportivo) maschio, quello che gioca la partita mentre voi ragazze gli preparate la scena. Che dire poi della parte più volgare? La Guardasigilli trasformata in “guardagingilli”? Questa è veramente imbarazzante per chi l’ha scritta. Non esiste innocenza del linguaggio. Quando il commissario Montalbano dice “mi hai rotto i cabbasisi”, è evidente a chiunque che non sta parlando dei cabbasisi, “piccoli tuberi commestibili dal sapore dolciastro”. L’ allusione è lampante, pur se non volgare, perché la lingua di Camilleri è misteriosa e bellissima. C’è da vergognarsi invece, scendendo al livello di Travaglio, a dover spiegare quali sono i “gingilli” che la ministra dovrebbe custodire. Il Guardasigilli è quel ministro che mette il sigillo dello Stato sulle leggi. Il “guardagingilli” che cosa dovrebbe maneggiare e custodire? Ninnoli, ciondoli, oggettini di poco peso e poca importanza? O altro? Povero Travaglio, come sei ridotto. Piccolo in tutto, anche nei gingilli.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Fabio Amendolara per "la Verità" il 14 luglio 2021. L'ultimo flop della legge Mancino, codificata nell'articolo 604 bis del codice penale, è targato Verona. Lì il Tribunale, ieri, ha assolto 19 imputati che rischiavano 32 anni di reclusione, rei di aver protestato contro una coop dell'accoglienza che a Roncolevà di Trevenzuolo voleva trasformare una villetta residenziale in un centro per rifugiati. I fatti risalgono al 2017, quando due comitati di cittadini per mesi portarono avanti la loro battaglia con slogan e striscioni. «Fu un assedio», secondo l'accusa, rappresentata in aula dal procuratore Angela Barbaglio, con finalità di «odio razziale». Una contestazione pesantissima che, però, è crollata miseramente durante il processo, con le difese che hanno fatto en plein. All'inizio gli imputati erano 22. Poi si è scoperto che uno era minorenne e, quindi, gli atti sono stati mandati alla Procura minorile. Un secondo imputato è stato prosciolto perché vittima di uno scambio di persona. Ma per gli altri 19, tra gli attivisti di «Roncolevà alza la testa» e «Verona ai veronesi», la Procura chiedeva con forza una condanna. Si è ritrovato imputato perfino un pensionato settantaduenne che con gli altri cittadini aveva manifestato il suo «no» contro le attività della coop Versoprobo. Il Tribunale ha quindi stracciato i capi d'imputazione pieni di insulti, che non hanno trovato riscontro, agli ospiti del centro d'accoglienza: da «scimmie» a «sporchi negri». E alla rappresentante della cooperativa: «Schiavista, sfruttatrice». La pena più alta era stata chiesta per Nicola Bertozzo di «Verona ai veronesi», 2 anni di reclusione, mentre per gli altri 18 la Procura aveva chiesto una condanna a 1 anno e 8 mesi. Bertozzo, considerato l'uomo che «dirigeva il movimento costituito per finalità di odio razziale», era accusato anche di aver pubblicato sulla sua pagina Facebook quella che la Procura riteneva un'istigazione, ovvero aveva invitato «a difendere Roncolevà dal business dell'accoglienza... la popolazione si è raccolta per contrastare il nuovo affare che specula sulla pelle dei migranti». Non solo, l'accusa è piena di ricostruzioni di «aggressioni», «provocazioni ai richiedenti asilo e aglio operatori della cooperativa», «danneggiamenti», «lanci di luce laser» e strombazzate «di clacson». E addirittura si era ipotizzato che l'imprenditore che doveva costruire la recinzione attorno all'immobile fosse stato minacciato con queste parole: «Sappiamo chi sei, se accetti di fare il lavoro ti bruciamo il furgone». L'indagine è partita da una segnalazione via email molto generica, mandata alle autorità da una operatrice della coop. Si è poi nutrita di alcune annotazioni di servizio dei carabinieri che effettuavano servizio sul posto. Ma le accuse sono state smontate durante le udienze dai difensori. L'assoluzione è stata una botta pure per l'Osservatorio migranti, che con la stessa coop si era costituito parte civile. Il gruppo consiliare della Lega a Verona esprime «solidarietà ai veronesi ingiustamente attaccati». «La paura», scrivono i consiglieri leghisti, «era che quella ventina di richiedenti asilo finisse a bighellonare e vagabondare turbando la tranquillità del piccolo centro, che conta 700 anime». «Una grande vittoria processuale con indagini alquanto lacunose, che hanno coinvolto persone, anche di una certa età, totalmente incensurate e innocenti», ha commentato l'avvocato Andrea Bacciga, difensore di alcuni imputati, che ha aggiunto: «Quella protesta non aveva alcun fondamento discriminatorio. Era nata per ribadire il fermo no al business dell'accoglienza». Una sonora sconfitta di un tentativo maldestro di applicare una legge ideologica.

La scusa dei 99 Posse di provocazione artistica non convince il giudice: condannati per le minacce a Salvini. Guido Liberati lunedì 12 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Condannati per diffamazione: Luca Persico detto ‘O Zulù e Marco Messina – entrambi del gruppo musicale dei 99 Posse – dovranno pagare 8mila euro più un risarcimento e le spese legali per alcune frasi contro Matteo Salvini pronunciate nel 2015, alla vigilia di un comizio del leader della Lega a Napoli, in cui gli rivolsero frasi offensive e minacciose per impedirgli di arrivare in città. La decisione è del Tribunale di Napoli. Tra 90 giorni ci saranno le motivazioni. Lo rende noto la Lega. “Siamo soddisfatti, lo scudo dell’arte invocato dai 99Posse non protegge e non legittima ogni messaggio e in particolare quelli di odio alla persona”, ha detto Claudia Eccher, avvocato di Salvini. Alla base della causa per diffamazione, un video diffuso dai 99 Posse nel 2015 alla vigilia di una manifestazione di Salvini a Roma. Nell’udienza del 15 marzo scorso Salvini è stato ascoltato come persona offesa e ha ricostruito il “clima non bello” che circondava la manifestazione di piazza del Popolo a Roma, una delle prime della “nuova” Lega nazionale guidata da Salvini. “Ancora nel mirino dei 99 Posse, ne sono onorato. Anche se continuo a preferire De Andrè, Vasco, Bennato e i Pink Floyd”, aveva commentato su Twitter il leader del Carroccio. Nel 2015 Marco Messina in un video si appellò al leader della Lega apostrofandolo con una tipica offesa napoletana. “È da un po’ che ho imparato che cosa voglia dire in napoletano l’offesa ‘Si na lota’ – ha detto Salvini ai giornalisti all’esterno del Palazzo di Giustizia di Napoli – Il giudice mi ha ripreso, dicendomi che non si possono ripetere le parolacce in aula”. «Se uno sbaglia e chiede scusa per me la partita è finita». In udienza il leader della Lega aveva ribadito la sua volontà di chiudere in questo modo il processo che lo ha condotto a Napoli, come parte offesa per diffamazione. Il senatore Salvini aveva risposto alle domande di parte civile, del pm Damiani e dello stesso presidente Palumbo. Ricordando il clima del febbraio del 2015, quello in cui una contromanifestazione dei centri sociali al presidio della lega in piazza del Popolo fu scandita da slogan incendiari. «Se mi offendono non ci faccio caso più di tanto, ma se sento inviti a prendermi a calci, ovunque io mi trovi, sento di dover difendere la mia incolumità e quella dei miei sostenitori».

Pietro Senaldi a gamba tesa: "Fate una legge per Renzi. Altro che gay, è lui l'unica minoranza che si può insultare". Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 07 luglio 2021. Bisognerebbe fare una legge che punisca il reato di Renzi -fobia. In questo clima di tutela assoluta delle minoranze, i seguaci dell'uomo di Rignano e i parlamentari di Italia Viva sono la sola minoranza che chiunque può insultare, e perfino minacciare di morte, senza incorrere in sanzioni o reprimende. Eppure, oggi in Italia i renziani sono molto meno degli immigrati, degli omosessuali o dei disabili che vuole tutelare la legge Zan, almeno a guardare i trattamenti Inps che vengono erogati. L'insulto a Renzi è di moda, lo si fa per sentirsi democratici. E se il tapino si difende, si passa direttamente alla lapidazione. Quanto successo ieri con Chiara Ferragni e Fedez è solo l'ultimo capitolo. La premessa è che il Matteo di sinistra, come quello di destra, non condivide la legge Zan e la vuol cambiare. L'influencer milionaria lo ha perciò insultato in rete, postando la sua foto sopra la scritta «i politici fanno schifo». L'ex potente ha risposto «parliamone» e per questo è stato investito dagli improperi del marito della signora, un Fedez in versione John Wayne. «Matteo stai sereno, guarda la Nazionale e smettila di pisciare in testa agli italiani» è stato il civile messaggio del rapper che ama la libertà d'espressione al punto da coltivare il vizietto di registrare a tradimento chi parla con lui al telefono. Il macho dalla parte degli omo ha alzato la voce per perorare la causa della sua donna come un bullo di periferia, malgrado la Ferragni sia in grado di difendersi da sé. Al momento Renzi non gli ha fatto rispondere dalla moglie Agnese, impartendo alla bella e al tatuato una lezione di stile. Non c'è da stupirsi. Per aver successo sui social basta vedere cosa dice la massa e ripeterlo con parole meglio confezionate. Se poi c'è un bersaglio facile, come è Renzi, gli si spara contro con la maggior violenza possibile e il gioco è fatto, si passa per maitre a penser sagaci, spietati e illuminati. Ci provano anche i politici, solo che non sono del mestiere e per questo gli va sempre male quando si scontrano contro i guru della rete. Il Pd lo ha capito meglio di tutti e ormai si serve di cantanti, calciatori e influencer per fare politica. Si limita a fornire loro l'obiettivo e questi sparano. Matteo Renzi è la preda preferita dalla sinistra, ancora più di Salvini e della Meloni. Ma perché tanto odio? Certo, Letta non gli ha perdonato di avergli fatto le scarpe con un messaggino canzonatorio, il famigerato «Enrico stai sereno». La sinistra poi mal sopporta che l'ex premier abbia cercato di usare il Pd come un tram e ora si faccia gli affari suoi. Ma quello che i dem non possono tollerare è che l'ex capo levi loro per la prima volta il pallino nella scelta del presidente dello Repubblica. Letta e i suoi sono terzi o quarti nei sondaggi, dopo le scissioni hanno una forza parlamentare del 14% scarso, ma ritengono di avere il diritto divino di decidere chi deve andare al Colle. Solo che, se Renzi si mette di traverso, con i grillini squagliati come sono, la sinistra non ha i numeri. La modifica della legge Zan suona alle orecchie dei dem come un campanello d'allarme, una prova generale di una nuova maggioranza, che oggi può cambiare la legge anti-omofobia e domani scegliere il sostituto di Mattarella. Per esempio Draghi, un nome che Letta dovrebbe trangugiare senza poter fare storie. Nel caso, chi sostituirà SuperMario a Palazzo Chigi, un tecnico indicato direttamente dal nuovo capo dello Stato, potrebbe essere poi lo stesso uomo che guiderà l'Italia del governo di centrodestra che scaturirà dalle elezioni del 2023. Una figura di garanzia, all'estero e in patria, inattaccabile dai soloni della sinistra. 

Alessandro Sallusti e i casi Paolo Rossi e Paola Ferrari: insultare la destra è un buon affare, "ecco il vero allarme democratico". Alessandro Sallusti Libero Quotidiano il 06 luglio 2021. Non è vero che in questo Paese tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge indipendentemente da razza, religione e fede politica. Per esempio si vorrebbe che i diritti dei cattolici a difendere la famiglia tradizionale valessero - vedi la legge Zan - un po' meno e fossero meno tutelati rispetto a chi si orienta, legittimamente, verso le famiglie arcobaleno. Così come la fede politica non lascia indifferenti i solerti magistrati chiamati a dirimere controversie. Prendiamo due casi.  Se titoli, come ha fatto questo giornale, "Patata bollente" una vicenda giudiziaria che riguarda la sindaca grillina di Roma Virginia Raggi si muovono l'Ordine dei giornalisti e le procure. Ma se un personaggio pubblico (il procuratore dei calciatori Carmine Raiola) convoca una conferenza stampa per insultare, offendere volgarmente e denigrare una brava giornalista sportiva, Paola Ferrari, nota anche per le sue simpatie politiche di destra ecco che - è notizia di ieri - una giudice assolve il maleducato perché siamo in presenza di "un generale fenomeno di impoverimento del linguaggio e del costume". Ma la destrofobia non riguarda soltanto i dibattiti politici e le coincidenze giudiziarie. È sorretta da un poderoso apparato culturale che si indigna con tanto di grancassa mediatica per l'innocente "patata" della Raggi e si gira dall'altra parte se un noto signore manda letteralmente a fancu... la signora Ferrari e la sua famiglia per una libera opinione espressa su un calciatore. Lo ammette oggi anche Paolo Rossi (non il calciatore, l'attore) che candidamente confessa: negli anni del berlusconismo imperante ci siamo scagliati violentemente contro il Cavaliere perché ce lo chiedevano e per farlo ci pagavano profumatamente. È la prima volta che uno degli "intellettuali" organici alla sinistra in prima linea nella guerra civile mediatica dei primi anni Duemila ammette che infangare le destre era più che altro un buon affare economico. E sai quanti - giornalisti, conduttori, scrittori e artisti vari - come lui sono diventati ricchi imbrogliando l'opinione pubblica. E molti continuano a farlo: la destrofobia più che un pensiero è un bancomat di soldi e carriere. 

Paola Ferrari insultata da Mino Raiola: "Porca putt***, ma vattene affan***". Ma se la donna è di destra non c'è reato. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 07 luglio 2021. Ahi ahi ahi. Se sei donna e sei di destra, ti possono offendere senza pagarne le conseguenze. Se ti chiami Paola Ferrari, sei una giornalista sportiva, sei stata candidata in passato con La Destra e non sei aggregata alla cricca tv radical-chic, non godrai della tutela della magistratura, anche se ti becchi un Vaffa e insulti vari da parte di uomo potente. Sarai tu, anzi, a dover pagare le spese processuali, come risulta dalla sentenza del tribunale civile di Roma che discolpa il procuratore sportivo Mino Raiola dall'accusa di diffamazione ai danni della giornalista. La Ferrari, il 16 giugno 2017, aveva commentato su Twitter le trattative con cui il portiere del Milan Gianluigi Donnarumma, tramite Raiola, stava temporeggiando nel rinnovare il contratto pur di ottenere un compenso più alto. «Donnarumma non dovrebbe indossare la maglia della Nazionale per un anno», aveva tuonato la Ferrari. «Codice Etico? Quale peggior esempio di chi tradisce per i soldi?». E poi: «Chi indossa la maglia della Nazionale deve essere un esempio per i giovani e lui non lo è più». Due giorni dopo Raiola, in conferenza stampa, aveva replicato così alla Ferrari: «Ho sentito una giornalista importante della Rai dire che Gigi dovrebbe essere tolto dalla Nazionale per un codigo (sic!) etico, perché si è venduto per soldi, una signora che ha sposato una persona che gestisce uno dei fondi... hedge fund più grandi del mondo». Il riferimento di Raiola era al marito della Ferrari, Marco De Benedetti, imprenditore e corresponsabile del fondo di investimenti Carlyle. Un uomo che, per Raiola, «si sveglia la mattina e pensa ai soldi, va a letto e pensa ai soldi».

IL «CODICE ETICO»

Altra colpa della Ferrari, secondo l'agente, sarebbe stata quella di non essersi indignata per il lancio di banconote false da parte dei tifosi all'indirizzo del portiere («Che tristezza i dollari lanciati. Ma era prevedibile», aveva detto la Ferrari). Ebbene, secondo Raiola, «è inutile che noi discutiamo di terrorismo e poi non prendiamo distanza di certe cose che ci capitano sotto casa». Da qui l'attacco finale: «Perciò io mi incazzo con quella Paola. Porca puttana, come cazzo ti permetti di dire codigo etico. Tu? Codigo Etico? Ma vattene a fare in culo tu e tutto Carlyle». Per queste frasi la Ferrari aveva portato Raiola in tribunale, ritenendole «chiaramente diffamatorie» in quanto egli «aveva affermato che la giornalista si sarebbe venduta e sposata per soldi, che bisognerebbe prendere le distanze dalle sue parole analogamente a come si prendono le distanze dal terrorismo e che se ne dovrebbe andare a quel paese»; e ravvisando «un danno grave» alla propria reputazione, per il quale chiedeva un risarcimento di 5 milioni di euro da destinare alla Fondazione Stefano Borgonovo per la ricerca sulla Sla.

Il tribunale, nella persona della giudice Valeria Chirico, ha «rigettato» la domanda risarcitoria della Ferrari, non reputando «le dichiarazioni in questione una condotta diffamatoria». È interessante leggerne le motivazioni. La giudice ricomprende le affermazioni di Raiola nel diritto di critica che «può essere esercitato utilizzando espressioni anche lesive della reputazione altrui, purché siano collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato (...) e non si risolvano in un'aggressione gratuita». Quanto al parallelo tra Donnarumma «venduto per soldi» e la giornalista coniugata con un ricco imprenditore, non si tratterebbe di un accostamento offensivo, ma un modo legittimo di evidenziare che il marito della giornalista e Raiola perseguono il «medesimo obiettivo», e cioè la «massimizzazione dei profitti». Quanto al paragone con il terrorismo, «tale frase non accomuna» la Ferrari «ai terroristi ma appare semplicemente volta a (...) criticare il suo commento». Ma dove il tribunale si sbizzarrisce è nell'approvazione degli insulti. Per la giudice, «"ma vattene a fare in culo" non costituisce condotta idonea a ledere la reputazione», ma rientra tra quelle «espressioni che, pur volgari, nel contesto di un generale fenomeno di impoverimento del linguaggio edel costume, sono diventate di uso comune», assumendo altri significati: «"vaffanculo" viene impiegata nel senso di "non infastidirmi", "lasciami in pace"» cosicché il Vaffa di Raiola sarebbe servito solo «a porre fine alla querelle, sia pur con maleducata insofferenza». Verrebbe da commentare: ma andate affanculo. Detto con maleducata insofferenza, ovviamente.

Da tpi.it l'1 luglio 2021. Il filosofo e accademico Paolo Becchi conclude oggi la sua collaborazione con Libero Quotidiano. “Termina oggi la mia collaborazione con @Libero_official. Ringrazio @vfeltri per aver sempre pubblicato i miei articoli, anche quando non era d’accordo. „The rest is silence“”, scrive il professore su Twitter. Una notizia che non piace al fondatore di Libero. Vittorio Feltri twitta: “Il prof Becchi, uno dei pochi intellettuali che non fa escursioni sugli specchi, non è più un prezioso collaboratore di Libero. Non gli è stato rinnovato il contratto. Guai ai bravi”. Una dichiarazione, quella di Feltri, che sembra più una bacchettata al nuovo direttore Alessandro Sallusti.

Il nuovo corso del giornale nel mirino. Feltri contro Sallusti per i giornalisti licenziati da Libero: “Gli sto sul gozzo, cacciati i più bravi”. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Luglio 2021. Tira una bruttissima aria all’interno della redazione di Libero, il giornale che dallo scorso 14 maggio vede come direttore responsabile Alessandro Sallusti, affiancato dal condirettore Pietro Senaldi. A cannoneggiare contro la gestione di Sallusti è Vittorio Feltri, che di Libero è il fondatore. In una carrellata di cinque tweet, pubblicati a distanza di poche ore nel pomeriggio odierno, Feltri demolisce le recenti scelte editoriali prese dal suo "erede" Sallusti, in particolare la scelta di non rinnovare alcuni contratti a note firme del giornale edito dalla famiglia Angelucci. Feltri inizia con l’addio alla collaborazione del professore Paolo Becchi, considerato “ideologo” del Movimento 5 Stelle ma che negli anni è stato anche una firma del giornale di area opposta a quella pentastellata. Feltri lo definisce “uno dei pochi intellettuali che non fa escursioni sugli specchi, non è più un prezioso collaboratore di Libero. Non gli è stato rinnovato il contratto. Guai ai bravi”.

Il prof Becchi, uno dei pochi intellettuali che non fa escursioni sugli specchi, non è più un prezioso collaboratore di Libero. Non gli è stato rinnovato il contratto. Guai ai bravi. — Vittorio Feltri (@vfeltri) July 1, 2021

Ma Feltri alcune ore dopo si scatena e parte con una raffica di tweet al veleno in difesa di altri giornalisti che non troveranno più spazio nelle colonne del quotidiano diretto da Sallusti. Si parte da Costanza Cavalli, “brillante e colta cronista di Libero, è stata licenziata. Ovvio. I giornalisti bravi vanno cacciati, quelli scadenti hanno il posto fisso. Questa è la regola nuova”.

Anche Costanza Cavalli, brillante e colta cronista di Libero è stata licenziata. Ovvio. I giornalisti bravi vanno cacciati, quelli scadenti hanno il posto fisso. Questa è la regola nuova. — Vittorio Feltri (@vfeltri) July 1, 2021

Quindi il passaggio ad una firma molto nota ai lettori di Libero, Azzurra Barbuto: “Presto licenzieranno anche Azzurra Barbuto perché ricca di talento.  Questo è il nuovo corso inaugurato a Libero”. Ipotesi confermata dalla stessa Barbuto, che sempre su Twitter esce allo scoperto e rivela il suo addio al giornale, in predicato di passare ai ‘rivali’ de La Verità di Maurizio Belpietro: “Grazie a tutti per la solidarietà. Non so cosa accadrà in futuro, mi basta però sapere che finché ho una testa sulle spalle non devo temere nulla. Neppure la disoccupazione. Mi spaventa di più la perdita della dignità rispetto alla perdita dell’impiego”, scrive Barbuto.

Presto licenzieranno anche Azzurra Barbuto perché ricca di talento. Questo è il nuovo corso inaugurato a Libero. — Vittorio Feltri (@vfeltri) July 1, 2021

Feltri passa poi ad ‘esaminare’ il suo stesso caso, spiegando che anche lui a Libero è considerato “un peso morto”. Quanto a Sallusti, “che ho assunto tre volte”, ricorda Feltri, “sto sul gozzo”. “La gratitudine è il sentimento della vigilia. Mi aspetto il benservito con calma olimpica”, conclude quindi il fondatore di Libero.

Anche io a Libero sono considerato un peso morto, a Sallusti, che ho assunto tre volte sto sul gozzo. La gratitudine è il sentimento della vigilia. Mi aspetto il benservito con calma olimpica. — Vittorio Feltri (@vfeltri) July 1, 2021

Ultima stoccata è dedicata quindi al condirettore Pietro Senaldi, in passato direttore responsabile proprio sotto la sua gestione. Senaldi viene tirato in ballo per un refuso: “Libero di oggi, pagina 16, titolo su Cosby liberato: l’attore ha scontato due anni. La penna (non la pena) annullata. Complimenti a Senaldi”. 

Libero di oggi, pagina 16, titolo su Cosby liberato: l’attore ha scontato due anni. La penna (non la pena) annullata. Complimenti a Senaldi. — Vittorio Feltri (@vfeltri) July 1, 2021

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Le lezioni di odio dei cattivi maestri. Bavaglio a chi non è allineato. Redazione il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. Lettere così non mancavano mai. «Caro direttore, a uno dei miei figli che frequenta la V elementare Giacomo Leopardi, la maestra ha chiesto di portare in classe un giornale per leggere insieme gli articoli che gli alunni avrebbero scelto. Mio figlio ha portato il Giornale, la maestra si è rifiutata di leggerlo dicendo che è fascista». Firmato: Sergio Colalti, Roma. In quinta elementare. La solita solfa, la solita etichetta, per mettere a tacere il pensiero diverso, i metodi squadristi di sempre per mettere bavagli, censurare, mettere all'indice. La cosa allora, era il 1978, non finì lì. Due interrogazioni parlamentari, una della Dc e una del Psdi, denunciarono la censura. Ma con i cattivi maestri, ovviamente, ricapitò. Decine di casi di intolleranza nei confronti di giovani lettori del Giornale o semplicemente di non allineati. A Trieste, nel 2003, uno studente denuncia di essere stato punito con un brutto voto per essere entrato in classe con il Giornale, per la stessa ragione uno studente del Berchet di Milano, Francesco Fratus, è coperto di insulti, stessa sorte di un universitario della facoltà di Scienze delle Comunicazioni di un ateneo del centro Italia. Nel 2000 Alessandra De Nicola, laureanda in lettere moderne all'Università di Chieti, padre imprenditore, madre appassionata di musica, decide di discutere la tesi di laurea sulle pagine della Cultura del Giornale. Il presidente della Commissione d'esame «sembrava fuori di sè dalla rabbia» è la testimonianza del docente di linguistica italiana correlatore della tesi, che decide, visto il tenore delle offese, di querelarlo per diffamazione. «La tesi di Alessandra è eccellente» ribadisce il professore, ma il voto, per chi la deve giudicare, deve restare comunque basso. Così impara...

Pansa si indignò: "Spazziamo via quella sinistra isterica e violenta che aggredisce il Giornale". Giampaolo Pansa il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. Anche lui fu vittima di assalti per i suoi libri sulla Resistenza. Sui nostri lettori scriveva: "Negli anni '70 comprare il quotidiano di Montanelli era pericoloso. Picchiavano e sparavano. I fanatici ci sono ancora". A sinistra troppa gente sta diventando isterica? Comincio a pensarlo dopo una serie di indizi che, insieme, fanno una prova. Mercoledì 1° luglio Il Giornale ha pubblicato due lettere inviate al direttore, Mario Giordano. Erano firmate o siglate, venivano entrambe da Milano e raccontavano le disavventure di due lettori del suo quotidiano. Vediamo la prima. Il venerdì 26 giugno un signore sale sull'Eurostar Roma-Milano, si siede al posto assegnato e comincia a leggere Il Giornale. Passano pochi minuti e viene insolentito da un altro passeggero. Costui ringhia: «Odio quelli che leggono Il Giornale!». Dopo qualche altro minuto, l'odiatore esclama: «Non posso sopportare la vista dei fascisti!». E si alza, cambiando posto nella carrozza. Nessuno reagisce. Nessuno sembra aver sentito nulla. La seconda è del 23 giugno. Milano, filobus della linea 90-91 nel tratto fra piazzale Lodi e piazza Tripoli, ore 13. Un passeggero è seduto e ha in mano Il Giornale. Ma anche per lui la lettura si rivela un'impresa. Una donna sui trent' anni gli dice: «Lei mi fa venire il voltastomaco. È privo di senso critico». Poi aggiunge, urlando: «Lei ragiona come il suo capo, il Berlusconi». Il lettore del Giornale le replica che ciascuno sceglie il quotidiano che crede. Ma la donna non si quieta. Le dà manforte un giovanotto sui trent' anni. Poi la coppia scende dal filobus gridando: «Sei un servo di Berlusconi. E fai davvero schifo!». La risposta di Giordano è intelligente e pacata. Si limita a dire che a nessuno dei suoi lettori verrebbe in mente di insultare chi legge Repubblica. Poi rivela che gli stanno arrivando molte lettere dello stesso tenore. Infine conclude con una verità: «Il centrodestra è maggioranza nel Paese. Purtroppo però è una minoranza culturale». Risposta tranquilla e, dunque, buona. Confesso che al suo posto sarei stato ben più duro. Il lettore aggredito sul filobus ricorda che negli anni Settanta, a Milano, acquistare Il Giornale, allora diretto da Indro Montanelli, poteva essere pericoloso: «Si rischiavano le bastonate. Di solito si comprava anche un altro quotidiano che serviva a nascondere il primo». Succedeva davvero così. In quel tempo lavoravo al Corriere della Sera. L'aria di Milano era orrenda. La sinistra menava e qualche volta sparava. Indro era ritenuto un fascista, come i suoi lettori. E infatti venne gambizzato dalle Brigate rosse. Grazie a Dio non siamo tornati a quei tempi. Ma proprio ieri ho letto una mail inviata al Riformista e diretta a me. Una signora emiliana racconta quanto segue. Stava alla stazione ferroviaria di Latina e, in attesa del treno, leggeva un mio vecchio libro, La grande bugia. Un tizio l'ha assalita a male parole. E la stessa aggressione ha poi subito, sempre per quel libro, su un Eurostar che la portava a Milano. C'è un detto che ho citato più volte: il diavolo si nasconde nei dettagli. Dunque è bene fare attenzione ai piccoli fatti perché spesso diventano i sintomi di un guaio più grande. Eccone uno che mi riguarda. Un libraio emiliano mi ha detto: «Mi piacerebbe invitarla a presentare il suo ultimo libro. Ma non posso farlo perché perderei molti dei miei clienti di sinistra». Gli ho risposto: «Non si preoccupi. Se un libro non è inutile, si vende da solo...». In fondo sono fastidi ancora da poco. Anche per questo mi sembra giusto mantenere il sangue freddo. Tuttavia la calma non può impedirci di osservare l'orizzonte con qualche timore. Dentro le tante sinistre ci sono nuclei di fanatici pronti a menare le mani. Lo stesso succede a destra, anche su questo non ho dubbi. Vogliamo offrire ai violenti dei due blocchi l'occasione per farsi la guerra? Siamo un Paese sull'orlo di un abisso. È una voragine dove s' intrecciano crisi ogni giorno più dure: economica, sociale, politica, istituzionale, civile. Meglio fermarsi in tempo. Prima che l'intolleranza divampi e ci bruci tutti. 

Giampaolo Pansa su Il Giornale - 4 luglio 2009.

Dai colpi sparati a Montanelli alle statuette in faccia al Cavaliere. Redazione il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. Indro Montanelli, nel letto d'ospedale dove lo avevano costretto le pallottole delle Brigate rosse, non aveva dubbi: «Voglio ringraziare i lettori che so hanno subito voluto testimoniare il loro affetto, la loro solidarietà. È per questo che mi sparano: perché sanno che io interpreto qualcosa. Le revolverate non erano rivolte a me, erano rivolte a loro. lo ero soltanto il bersaglio. La revolverata era rivolta alla gente che non si arrende». Colpirne uno per educarne cento, colpire lui per colpire tutti: «Ma questa testimonianza quattro pallottole di rivoltella le valeva tutte» disse con orgoglio. Non era una novità. Due anni prima la sede del Giornale era stata assaltata da una banda extraparlamentare di sinistra armata di pistole e di spranghe: distrussero le vetrate della portineria e di altri locali prima di essere respinti dai tipografi. Più di quarant'anni dopo non hanno risparmiato nemmeno la statua di Indro, sfregiata a colpi di vernice da centri sociali, collettivi comunisti, femministe per rimuovere, da dove è stato gambizzato dal terrorismo, il simbolo del libero pensiero. Le pallottole arrivano anche via lettera: al Giornale sono state 40. Con minacce ben precise. Ma non ci sono solo le pallottole, ma anche le statuette di ferro come quella scagliata in faccia a Silvio Berlusconi nel dicembre 2009 in piazza del Duomo a Milano da Massimo Tartaglia e che diventò un'icona «radical kitsch» sui social dove si sprecarono commenti soddisfatti da parte di quelli che Paolo Granzotto definiva «i sinceri democratici». C'è chi scrive «Ho comprato due copie del Duomo, le regalo ai miei genitori e a mio zio che sono all'opposizione». Tartaglia fu dichiarato incapace di intendere e di volere. Ma gli odiatori che lo applaudirono no.

Le mobilitazioni hanno successo? A pezzi i gazebo della raccolta firme. Redazione il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. Non solo colpi di pistola alle spalle, sprangate e bavagli. Ma anche aggressioni all'esercizio dei diritti e delle libertà per un popolo, come quello dei lettori del Giornale, che le battaglie civili le ha combattute in prima persona, dalla raccolta firme per i referendum Segni del 1991, a quella per l'impeachment del presidente Scalfaro del 1996 che raduna migliaia di persone in piazza del Duomo «senza il Giornale non saremmo qui in tanti» disse Marco Pannella che l'aveva lanciata, ai gazebo in piazza per firmare contro il canone Rai del 2009. Le intimidazioni non si fanno attendere: a Bologna il banchetto del Giornale e dei radicali che nel 2002 raccoglie le firme sulle disdette sindacali viene assalito da un gruppo di Antagonisti, uno dei quali con il viso nascosto da un passamontagna bianco. Rovesciano il tavolo, spaccano tutto, rubano persino una bandiera americana. Solo l'arrivo di numerose persone sul posto scoraggia i teppisti e li costringe a ritirarsi. Lo squadrismo di sinistra fa irruzione persino alla presentazione del libro di Mario Giordano, allora direttore del Giornale, «5 in condotta», ospite il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, alla Libreria Mondadori, piena di lettori del Giornale. Il ministro è costretto ad abbandonare la sala e la presentazione viene cancellata. Gli autonomi si fanno vedere a Milano durante una trasmissione tv con Paolo Guzzanti e Mario Cervi scatenando una rissa e poi fuggendo. I Collettivi universitari invece si presentano alla facoltà di Trento per impedire a Fausto Biloslavo, inviato di guerra del Giornale, di intervenire ad un convegno. Solo alcuni episodi di una campagna di odio che dura da quasi mezzo secolo. Ma che non ci ha mai intimiditi.

Neanche la Cancel culture ci imporrà il silenzio. Marco Zucchetti il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. Dalla finestra della redazione si vede la camionetta dell'esercito parcheggiata in via Negri. Compare ogni tanto, una presenza discreta e rassicurante. Come la nebbia a Milano d'inverno, ci ricorda la nostra storia, le nostre radici: quelle di un Giornale fondato per combattere il conformismo del compromesso storico e diventato grande di battaglia in battaglia, a costo di minacce e attentati, campagne d'odio e bugie. Ogni quotidiano nasce per portare avanti i suoi ideali, ma non tutti riescono a stringere con i propri lettori un patto che li porta a battersi fianco a fianco, come commilitoni in prima linea. Arthur Miller diceva che «un buon giornale è una nazione che parla a se stessa». Il popolo del Giornale, la nostra nazione: la borghesia moderata, conservatrice, liberale, orgogliosamente occidentale, che all'invadenza dello statalismo preferisce il coraggio e il merito degli individui. Provare a farsi voce di un popolo è una responsabilità enorme, ma anche un catalizzatore di coraggio. Per questo in oltre quarant'anni possono esserci mancate tante cose, ma mai le battaglie. In cui i giornalisti hanno sempre messo se stessi, idee, anima e corpo. Il corpo di Indro Montanelli gambizzato dalle Br, quello di Fausto Biloslavo arrestato dai sovietici in Afghanistan. Dal terrorismo rosso alla violenza no global, dal fondamentalismo islamico all'assistenzialismo, dalla burocrazia all'immigrazione clandestina, dalla giustizia politicizzata allo strapotere dei sindacati, dal comunismo alla bufala della decrescita felice: ci siamo fatti infiniti nemici perché abbiamo sempre avuto una bandiera fissa, quella della libertà. Che è libertà di impresa e di pensiero, libertà dalle ipocrisie e dalle ideologie. E la libertà è come la giovinezza: è certo che prima o poi qualcuno cercherà di portartela via. Oggi l'ultimo nemico che la minaccia non usa la P38 e non si fa esplodere. È sottile, invasivo, ti tappa la bocca e sostiene di farlo per il bene comune. È la deriva del politically correct, la nuova ossessione globale che ha scatenato la più vasta caccia alle streghe della storia, che con la cosiddetta «cancel culture» sta riscrivendo il passato per anestetizzare il futuro. Fra tutti gli avversari che abbiamo affrontato, è il più difficile. Perché non ha volto, perché si insinua nelle coscienze e ci instilla sensi di colpa per il solo fatto di essere chi siamo. Sicché, per paura di poter anche involontariamente offendere qualcuno, le voci dissenzienti tacciono, il pensiero si atrofizza e le posizioni scomode rimangono vuote. Non c'è problema, una di quelle la occupa volentieri Il Giornale. E continuerà a farlo perché alle spalle ha quel Paese che vuole ragionare con la sua testa. Quando nel 1974 ha mandato in stampa il primo numero, la chiamavano «maggioranza silenziosa». Oggi «silenziosa» ditelo a qualcun altro.

Gianluca Nicoletti per “La Stampa” il 20 giugno 2021. George Roger Waters classe 1943, cofondatore e storico ex bassista dei Pink Floyd, ha ostentato come medaglia alla carriera un suo sonoro vaffanculo a Mark Zuckerberg, da cui lo dividono quarant' anni di storia. È stato chiaramente uno sfizio che pochi altri artisti si potrebbero permettere. Qualcuno per conto dell'inventore di Facebook aveva chiesto i diritti del brano "Another Brick in the Wall 2" per farne la colonna sonora di una clip pubblicitaria, da pubblicare su Instagram. È probabile che qualunque fosse la cifra in ballo, "una vagonata di soldi" a detta di Waters, il solo osare proporlo è stato visto come una contaminazione sacrilega. Soprattutto perché proveniva da un dipendente di colui che l'artista ha definito come "uno degli idioti più potenti del mondo". Il contesto in cui è stata comunicato il gran rifiuto era probabilmente l'occasione ideale per dare la maggior forza di un significato "politico" all' epico sfanculaggio; un raduno al People' s Forum di New York, dove si manifestava a favore di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks che è detenuto a Londra. Per un cinico osservatore privo di cultura musicale, come il sottoscritto, in più incline all' iconoclastia verso i miti generazionali, tutto questo potrebbe essere inteso come il borbottio iroso dell'umarell (seppur illustre) per il mondo che è cambiato vorticosamente, rispetto quello che lui ha attraversato nella fase più gloriosa della sua vita. Si sa che la responsabilità di ogni degenerazione moderna è sempre dei giovani, così il bamboccione nerd da cui nasce il social network potrebbe essere il bersaglio giusto di tale acrimonia senile. È sicuro invece che tale pubblica vanteria sia lo spartiacque tra due epoche dell'immaginario, il grande vecchietto per cui è passato, attraverso la metafora dell'abbattimento di un muro, forse uno dei maggiori successi della storia della musica delle ultime propaggini del 900, "benedice" con il suo disprezzo quel giovincello, che ha trasformato alle radici ogni precedente percezione delle barriere sociali, territoriali, culturali e persino anagrafiche. Colpevole di aver messo tutta l'umanità in contatto, sempre senza muri ma in una grande ammucchiata di cui solo lui decide le regole.

Silvio Berlusconi, il "Fatto Quotidiano" si oppone alla sua corsa al Colle: "Un'indecenza e i giornaloni zitti". Libero Quotidiano il 18 giugno 2021. Quando non ce l'ha con il generale Figliuolo, il quotidiano di Marco Travaglio se la prende con l'arcinemico per eccellenza: Silvio Berlusconi. A lui viene dedicato un articolo che già dalle prime righe ha il sapore dell'invettiva. Non a caso viene citato Massimo Fini che - a detta del Fatto Quotidiano - "avrebbe ragione". Berlusconi al Colle per lui è "un'indecenza". E lo è anche per il quotidiano che se la prende con i suoi simili. Il motivo? "Sono capaci d'ingoiare e giustificare qualsiasi cosa torni utile al loro 'campo di appartenenza'". E ancora, nella colata di odio si legge: "Quintali di carta e chilometri di paroloni sull'"interesse generale" e "il bene del Paese", poi tutti proni ad accettare (anche) Silvio Berlusconi presidente della Repubblica". Il Fatto non se la prende solo con "i giornali di famiglia", ma anche con "Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa". Per il quotidiano quello di "Berlusconi condannato in via definitiva a quattro anni poi ridotti è un fatto gravissimo". In Italia - è il ragionamento - "dopo la ridicola 'rieducazione' ai servizi sociali, gli evasori fiscali finiscono al Quirinale". Da qui il solito appello: "Bisogna fermare questa sconcezza! E ricordare a tutti-"gridarlo dai tetti" - che oltre alle condanne, B. "ha usufruito di nove prescrizioni e in tre casi la Cassazione ha accertato che i reati li aveva commessi". Ma non finisce qui per il Fatto adesso ce l'ha anche con il carattere di Berlusconi, del quale riporta "l'arroganza. la sete di potere, il disprezzo delle regole, il rifiuto della giustizia". Insomma, chi più ne ha più ne metta. La conclusione non è da meno: "Ha compiuto molti misfatti: ora è pronto per il Quirinale. Non hanno nulla da dire Molinari, Fontana, Giannini? Tacciono. "Le menzogne più crudeli sono spesso dette in silenzio"".

Dal "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. Mascherina in viso e zaino in spalla, Rocco Casalino attraversa Ponte Umberto I a Roma in monopattino. L'ex portavoce del premier Conte si occupa di coaching tv e analisi delle tecniche di comunicazione per gli eletti M5S e contribuisce alla comunicazione del neo leader del Movimento.

Da corrierediviterbo.corr.it il 17 giugno 2021. Vittorio Sgarbi attacca Rocco Casalino che è tornato ad occuparsi della comunicazione dei gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle dopo l'esperienza a Palazzo Chigi come portavoce dell'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il parlamentare e sindaco di Sutri fa notare, con un post su Facebook, che, da quando Casalino è tornato a guidare la comunicazione grillina sono riprese quelle che Sgarbi definisce tempeste di me**a contro chi osa criticare i 5 Stelle. "Da quando Casalino è tornato ad occuparsi di Comunicazione (si fa per dire…)  sono ricominciate le cosiddette tempeste di me**a contro chi critica i 5 Stelle. Funziona così (lo hanno già raccontato in due diversi libri due giornalisti, Jacopo Iacoboni e Nicola Biondo, quest’ultimo, tra l’altro, portando la sue esperienza diretta lavorando proprio con i 5 stelle): tu fai una critica alla Raggi, a Toninelli, o a un altro scappato di casa grillino e subito parte il passaparola a decine di gruppi, sottogruppi, pagine di propaganda, tutti riconducibili alla struttura dei 5 stelle, tutti animati, in gran parte, da decerebrati che non debbono pensare ma solo ubbidire copiando e rilanciando quello che viene loro ordinato: "Tutti sulla pagina di Sgarbi (o di un altro avversario) a insultarlo".", scrive Sgarbi. Sgarbi definisce quella che viene descritta come la strategia comunicativa grillina sui social un "pestaggio informatico".  "Inutile dire che molti account non corrispondono a persone reali, ma sono completamente falsi, cioè funzionali ad attuare queste campagne di “smerd***nto” E così, in effetti, accade, da un po’ di settimane, in coincidenza con il ritorno di Casalino alla Camera.  Quello di oggi, dunque, è un ritorno alle origini. Ancora un dettaglio: i cittadini italiani pagano 150 mila euro di stipendio a Casalino per le sue tempeste dii me**a".

Matteo Salvini, minacce di morte alla figlia: "Le faccio schizzare fuori il cervello". Ma la denuncia cade nel vuoto. Libero Quotidiano il 12 giugno 2021. Matteo Salvini non è nuovo a minacce e insulti pesanti sui social, dove è molto esposto ormai da anni. Il segretario della Lega riesce ormai a non dare più peso agli hater che infestano i suoi profili, da Twitter a Instagram passando per Facebook. C’è però un caso piuttosto particolare che gli ha fatto storcere il naso, al punto da renderlo pubblico ai suoi sostenitori. Si tratta di minacce, destinate sia a lui che alla figlia, da parte di un utente che su Instagram si fa chiamare Soldato ariano anti salvinista. “Guardate com’è bella la mia principessina - aveva scritto l’anonimo lo scorso ottobre - altro che la figlia infame di Salvini (che non può che essere infame quasi quanto lui), spero che un giorno sua figlia crepi”. Non contento, l’uomo aveva poi aggiunto frasi ancora più gravi in un successivo commento: “Salvini a tua figlia le faccio schizzare fuori il cervello, fatti i ca*** tuoi, l’ultimo avvertimento… ti sgozzo vivo se ti esprimi in campi in cui non sei esperto e non parlarmi di cultura che qualche secolo fa eravate come animali”. Salvini aveva denunciato questo utente anonimo, ma senza ottenere assolutamente nulla: “Il profilo di questo anonimo ‘signore’ è ancora attivo, dopo mesi dalla denuncia di queste minacce deliranti e vomitevoli, a una bimba di 8 anni, e la ‘giustizia’ italiana non ha ancora fatto e ottenuto nulla. Ma non ha ancora fatto e ottenuto nulla. Tanti di voi sono stati sospesi per un post o un aggettivo non gradito… Viva la democrazia e la libertà. Sempre”. 

Elisabetta Casellati, lettere anonime e minacce: "Voglio ucciderla". Allarme al Senato, il gesto della presidente. Libero Quotidiano il 29 maggio 2021. Elisabetta Casellati ha presentato denuncia per una “escalation di odio” iniziata nell’ultimo mese con una serie di “lettere anonime” e culminata ieri in “pesanti minacce di morte” diffuse sui social network. Lo rende noto l’ufficio stampa della presidente del Senato, che negli ultimi tempi è divenuta sempre più un bersaglio: il treno dei messaggi ricevuti è davvero molto pesante. “Ammazziamo la Casellati” e ancora “voglio uccidere la Casellati”: frasi violentissime e inaccettabili che vengono rivolte continuamente alla seconda carica dello Stato. Dinanzi a questo clima d’odio, la presidente di Palazzo Madama non ha potuto far altro che sporgere denuncia. Immediato si è alzato il coro della solidarietà da parte di tutte le forze politiche, a partire dalla Lega con una nota firmata dai capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo: “Massima solidarietà, purtroppo sempre più spesso assistiamo a episodi di minacce e odio sui social che vanno subito stigmatizzati e bloccati. Questo clima di intolleranza deve finire”. Su Twitter Matteo Salvini si è limitato ad aggiungere “la mia vicinanza alla presidente Casellati per le odiose intimidazioni e le ignobili minacce di morte ricevute”. Anche da sinistra si è fatta sentire Debora Serracchiani, capogruppo del Pd alla Camera: “Piena solidarietà delle deputate e dei deputati del Pd per le gravi minacce ricevute. Basta clima d’odio. Si faccia presto luce sugli autori di atti così allarmanti”. Invece Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia, è sicuro che Elisabetta Casellati “non si farà intimorire dalle minacce di morte che continua a ricevere”. 

Carlo Sibilia, il tweet contro Elisabetta Casellati sparisce: la figuraccia del grillino e il sospetto sulla "manina" al ministero. Libero Quotidiano il 29 maggio 2021. Le minacce di morte a Maria Elisabetta Casellati hanno sollevato un’ondata di sdegno generale. E molti politici - a partire dal leader della Lega Matteo Salvini - non hanno esitato un attimo a esprimerle la loro solidarietà. La presidente del Senato ha presentato denuncia per “lettere anonime” e “pesanti minacce di morte” diffuse sui social network. Frasi del tipo “Ammazziamo la Casellati” e “voglio uccidere la Casellati” hanno spinto la seconda carica dello Stato a chiedere aiuto. Uno degli ultimi episodi per cui è stata presa di mira riguarda la notizia rilanciata qualche giorno fa da La Repubblica, secondo cui la presidente di Palazzo Madama avrebbe usato “l’aereo blu” 124 volte in 11 mesi. Uno scoop che in ogni caso non giustifica tutto l’odio che le è stato riversato addosso. A commentare la notizia il 27 maggio scorso era stato anche il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. Il grillino aveva condiviso un tweet scrivendo: “Sono i cittadini a pagare quei voli e attendono una risposta”. Il post di Sibilia ha raccolto molti consensi e diverse decine di “mi piace” e “retweet”. Peccato però che adesso quel tweet non ci sia più. Il sottosegretario pentastellato l’ha rimosso. Che sia stato costretto da qualcuno all’interno del suo dicastero? Non è dato sapere. Certo, si stenta a credere che i commenti sotto a quel messaggio fossero tutti pacifici e cordiali verso la Casellati.  

Il sottosegretario 5s ha alimentato l'odio contro la Casellati. Francesco Curridori il 30 Maggio 2021 su Il Giornale. Polemica su tweet (rimosso) di Sibilia. L'ira di Iv: "Vergognoso l'uso di toni aggressivi". «Il primo tweet che ha scatenato la campagna d'odio degli ultimi giorni è partito da Carlo Sibilia», ci fanno sapere le nostre fonti parlamentari. «Sono i cittadini a pagare quei voli e attendono una risposta», aveva scritto il sottosegretario all'Interno pentastellato il 27 maggio scorso. Ora di quel tweet non c'è più traccia. «È evidente che il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, in persona è intervenuta per farlo rimuovere perché è sconveniente che dal Viminale partano attacchi contro la seconda carica dello Stato», aggiungono le nostre fonti. Le conseguenze di quell'attacco, che ilGiornale.it pubblica in esclusiva, sono ancora sotto gli occhi di tutti. «Ammazziamo la Casellati» oppure «Voglio uccidere la Casellati» sono solo due esempi dei messaggi più minacciosi di cui è stata vittima la presidente del Senato. Un fatto altamente increscioso, come evidenzia anche Giuseppe Luigi Cucca, vicepresidente del gruppo di Italia viva in Senato, che commenta: «Certi episodi non vanno sottovalutati ma approfonditi. Occorre anche guardare a chi ha in questi mesi soffiato sul fuoco, nei fatti aizzando certe reazioni». Il senatore renziano sottolinea: «Nei giorni in cui Luigi Di Maio recitava un mea culpa in merito alla campagna d'odio e di gogna mediatica portata avanti negli anni dal M5s, il sottosegretario all'Interno Sibilia pubblicava sui social un contenuto dai toni aggressivi contro la presidente Casellati». Cucca giudica «vergognoso che un rappresentante del governo si scagli in questo modo contro la seconda carica dello Stato». «Non è anch'essa gogna?», si chiede Cucca, che conclude: «La democrazia vive anche di forma. Se il M5s vuole cambiare passo inizi a farlo stigmatizzando certi modi di fare comunicazione politica». Il sottosegretario grillino Sibilia, dal canto suo, proprio ieri, ha invitato a «condannare e perseguire con ogni mezzo disponibile» le minacce e le intimidazioni la Casellati è stata vittima. «Esprimo intanto solidarietà alla persona ed alla seconda carica dello Stato, nel frattempo voglio assicurare tutto l'impegno nel perseguire gli autori di tali espressioni di odio», ha aggiunto Sibilia. Il sottosegretario ha, infine, concluso ricordando che «il ministero dell'Interno sta concentrando le sue energie proprio in questa direzione e per questo ringrazio la ministra Lamorgese. Un contributo fattivo alla eradicazione del malcostume di spargere odio in Rete deve essere offerto dal punto di vista culturale. Bisogna diffondere ogni buona pratica che ci aiuti a debellare la piaga dell'hate speech». La vicepresidente M5s del Senato Paola Taverna, invece, ha twittato: «Inaccettabili le minacce di morte alla presidente del Senato #Casellati. Il dibattito politico non deve e non può mai sfociare nella violenza. A lei va tutta la mia solidarietà». Un tweet che non è passato inosservato al comico e conduttore televisivo Luca Bizzarri che ha risposto alla Taverna con un piccolo sondaggio: «Merde, mafiosi, dovete morire. Lo ha detto: Gandhi o Martin Luther King». Ovviamente, chi non ha la memoria corta può facilmente cogliere l'ironia del commento.

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia..

Da la Stampa il 30 maggio 2021. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine in relazione alla denuncia presentata dal presidente del Senato, Elisabetta Casellati, per una serie di minacce ricevute nei giorni scorsi tramite lettere anonime e culminate con messaggi di morte pubblicati su social network. Polemico però Alessandro Di Battista: «Leggo di ingiurie arrivate alla Casellati. Mi dispiace. Ma questo non cancella il suo dovere di fornire immediate spiegazioni alla pubblica opinione, ovvero ai suoi datori di lavoro, sul bulimico utilizzo di voli di Stato da parte della Presidente del Senato».

"Meloni presidente? Ecco cosa penso". Federico Garau l'1 Giugno 2021 su Il Giornale. L'ex ministro Boschi si dice certo che il consenso nei confronti di Fratelli d'Italia diminuirà notevolmente a fine legislatura. Una solidarietà femminile tanto sbandierata ma in realtà ben poco concreta, quella espressa da Maria Elena Boschi durante l'intervista concessa a Myrta Merlino nel corso della puntata di martedì 1 giugno de "L'aria che tira". Tra i vari argomenti toccati dall'ex ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento anche quello relativo a Giorgia Meloni, leader dell'unico partito che nel panorama politico italiano si è sfilato dalla maggioranza che supporta l'ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Compagine peraltro, quella di Fratelli d'Italia, che vola nei sondaggi, dato che ad essa viene riconosciuto al momento il sorpasso sul Partito democratico ed un sensibile avvicinamento alle percentuali attribuite nelle intenzioni di voto alla stessa Lega di Matteo Salvini, sempre in testa ma con un vantaggio che si assottiglia in modo inesorabile giorno dopo giorno. L'invidia in casa Boschi, sulla cresta dell'onda fino a che il suo mentore Matteo Renzi teneva le redini del Paese, è discretamente forte, o quantomeno è ciò che si evince dalle parole espresse nei confronti della collega e dal tono delle risposte fornite alla conduttrice del programma. "Se Giorgia diventasse la prima donna presidente del Consiglio non sarei contenta perché siamo avversarie politiche", ha dovuto candidamente ammettere il deputato di Italia Viva, partito che, al contrario di Fratelli d'Italia, è in caduta libera nei sondaggi e ben al di sotto della soglia di sbarramento, nonostante la fatale spallata inferta da Renzi a Giuseppi. "Preferisco che non ci sia un premier sovranista, che guida un partito che ci avrebbe negato i fondi del Recovery Fund", ha proseguito la Boschi. "Non chiedo sconti e non faccio sconti come donna, credo che sia giusto che uomini e donne competano sulla stessa linea". Ma come valuta l'ex ministro gli enormi passi in avanti fatti dalla Meloni nei sondaggi più recenti? Nessun peso alle intenzioni di voto, replica il deputato renziano, che in effetti magari ricorda quanto i sondaggi sul referendum tanto voluto da lei e da "stai sereno" Renzi fossero ben distanti dal risultato finale. "Il consenso per Meloni si sgonfierà", profetizza, "guardo sempre con molta prudenza i sondaggi, rappresentano solo un quarto degli italiani. I sondaggi sono da prendere con le pinze", ribadisce ancora una volta Maria Elena Boschi, "ma questa forte crescita di Fratelli d’Italia deriva dal fatto che sono l’unico partito di opposizione". Insomma, secondo l'ex ministro è solo una situazione temporanea, perfino nelle intenzioni di voto degli italiani. In effetti il voto, sempre che venga concesso al popolo italiano di fare ritorno alle urne, pare ancora lontano: "Questo consenso si sgonfierà da qui al 2023", chiosa in conclusione.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it.

Il Vernacoliere prende di mira la Meloni. Critiche da destra e sinistra. Orlando Sacchelli suL'Arno/Il Giornale l'1 giugno 2021. Il Vernacoliere, si sa, prende di mira tutti. Stavolta è toccato a Giorgia Meloni. “Invasione di ‘azzi di mare! Sono neri, grossi e crandestini!” Il giornale satirico livornese dedica la prima pagina all’invasione dei migranti denunciata da Fratelli d’Italia, con gli ormai famosi sbarchi via mare. Sin troppo chiara l’allusione sessuale, con la Meloni che esorterebbe le “sorelle d’Italia” ad agguantarli sul bagnasciuga. Sulla copertina (e sulla locandina) sono piovute diverse critiche, come si legge sul Tirreno non solo dal centrodestra. Andrea Romiti, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, punta il dito contro “la sinistra del politicamente corretto, le paladine femministe, i censori del disegno di legge Zan, tacciono se le offese ‘sessiste’ sono invece rivolte alle donne che votano un partito di destra”. Libera Camici, assessore dem di Livorno alle Pari opportunità, osserva che “il sessismo è trasversale, non c’entra niente essere di destra o di sinistra. In questo caso si confermano luoghi comuni e una cultura maschilista che vede le donne come oggetti o macchiette sessuali”. Il direttore del Vernacoliere, Mario Cardinali, respinge le accuse al mittente e replica in questo modo: “Questa è satira, una satira che veicola un’opinione critica e non battute fini a se stesse. Locandina e vignetta accompagnano un articolo in cui, prendendo spunto grottesco dai cazzi di mare (in italiano oloturie), ci si riferisce satiricamente al comportamento di Fratelli d’Italia e Meloni che invocano il blocco navale contro i migranti, ossia di fatto chiedono di mettere a rischio la loro vita, in nome della Patria e della nostra tradizione cristiana, ora minacciate dall’invasione delle oloturie. L’uso di riferimenti sessuali fa parte del vernacolo livornese, dei nostri proverbi, è così che ridiamo noi”. E all’accusa di sessismo risponde così: “A parte che il sessismo non è un reato, mi sembra che in tutto questo politicamente corretto ci sia una grande ipocrisia di sistema, mentre nessuno si indigna davvero per le posizioni della Meloni che non rispettano la vita umana. La mia satira è anche impegno sociale”.

Comunque la si pensi il Vernacoliere ha fatto centro, riuscendo, ancora una volta, a far parlare di sé. Un altro politico preso di mira, Matteo Salvini, l’ha presa talmente bene da scrivere, su Facebook, questa frase, pubblicata a commento della penultima locandina del giornale: “Adoro il Vernacoliere! Viva l’ironia e l’autoironia, la satira e la libertà contro ogni censura”. Orlando Sacchelli

Perché non basta essere Giorgia Meloni. Michela Murgia su L'Espresso il 7 giugno 2021. Le idee politiche autoritarie, omofobe e xenofobe, le radici neofasciste, le simpatie per Orban non sono mitigate dal genere di chi le pratica. «Dovresti essere contenta di Giorgia Meloni, dopotutto è l’unica donna leader di partito in Italia». Appare improvviso così, in mille frasi simili a questa, il grande equivoco del femminile scambiato per femminismo. Una donna a capo di un partito che affonda le sue radici nella tradizione fascista non solo non dovrebbe compiacere nessuno che abbia a cuore l’emancipazione femminile, ma impone anzi di far scattare una serie di allarmi ulteriori rispetto a quelli che già trillano per questioni di tutela dei valori democratici. Cosa succede nella testa di chi è convinta che una donna sia sempre un valore aggiunto a prescindere dal contesto e dalle modalità con cui agisce? Perché Giorgia Meloni dovrebbe allertarci meno di quanto possa fare un Matteo Salvini di medesima area ideologica? La risposta è nella struttura del pensiero patriarcale, che attribuisce pregiudizialmente al maschile e al femminile inclinazioni differenti. È facile per tutti guardare a un maschio a capo di un partito di estrema destra come si guarderebbe all’uomo nero per definizione. La forza dei suoi toni è percepita da chiunque come minacciosa e chi lo sostiene l’accetta solo nella misura in cui serve a intestarsi le rabbie comuni e a rivolgerle al nemico, all’altro-da-noi. Simbolicamente il rapporto con l’uomo autoritario somiglia a quello con un cane che dal giardino ringhia all’estraneo attraverso il cancello, ma prima di farci giocare i bambini di casa ci penseresti due volte. Così anche chi vota un uomo di estrema destra in fondo sa che la ferocia che oggi è rivolta all’esterno potrebbe trovare in qualunque momento un bersaglio domestico contro cui scagliarsi. Salvini questo meccanismo di intercambiabilità lo già ha mostrato: i toni rivolti oggi ai migranti sono gli stessi rivolti ieri ai meridionali, a comprova che per lui tra il dentro e il fuori non c’è alcuna differenza. La donna al comando di un partito di matrice storica fascista, come già accadde con Marine Le Pen in Francia, sembra misteriosamente stemperare questo effetto allarmante. L’insistenza sui suoi marcatori di genere, soprattutto quello della maternità, conferma in chi ascolta il pregiudizio positivo di avere a che fare con una forma di autoritarismo sostenibile, privo degli estremismi del maschile. Quando Meloni grida: «sono una donna, sono una madre», sta dicendo «Non abbiate paura della mia ferocia, è la stessa di un’orsa che reagisce quando le toccano i cuccioli». È d’obbligo dunque chiedersi chi siano i cuccioli di Giorgia Meloni. Il Guardian non ha dubbi sulle parentele: il partito di Fratelli d’Italia affonda le sue radici nel fascismo e confina, nei modi e nelle intenzioni, col partito polacco Diritto e Giustizia, che sposa un cristianesimo xenofobo (e dunque molto poco evangelico) e ha tra i suoi obiettivi la contrarietà all’aborto e al matrimonio gay. Giorgia Meloni non ha mai nascosto queste intenzioni, né le sue imbarazzanti simpatie per Orban, Bannon e altri conservatori xeno-omofobi, eppure gli ultimi sondaggi danno il suo partito al 20%, cifra che Salvini non ha visto neanche nel momento di massima espansione della sua Lega personale. Se quel consenso fosse confermato dalle urne, un governo Meloni sarebbe espressione democratica? Sì, se la democraticità di un leader si misurasse dal consenso che raccoglie, ma questo non è vero: anche i peggiori dittatori del ’900 sono arrivati al potere passando per le urne. La democrazia si misura dalla qualità della vita di chi esprime dissenso e chi si è opposto alle posizioni di Giorgia Meloni in questi mesi ha potuto misurare sulla sua esperienza come la leader di Fratelli d’Italia tratti chi pronuncia parole di critica alle sue. Lo sa bene Roberto Saviano, che commentando le posizioni sue e di Salvini sull’affondare le navi umanitarie ha esclamato “bastardi” e si è visto querelare. In una democrazia quel “bastardi” è il j’accuse che è diritto non solo di ogni intellettuale, ma di ogni anima offesa dall’ingiustizia, soprattutto se quell’ingiustizia pretende di diventare istituzione. Giorgia Meloni non vuole sentirlo ed è da questo, non dal 20%, che va giudicata.

 "Salvini e Meloni bastardi". E ora Saviano rischia il processo. Francesca Galici il 16 Luglio 2021 su Il Giornale. Ospite di Piazzapulita, Roberto Saviano inveì contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini: come riferisce Il Tempo, la leader di FdI lo avrebbe querelato. A dicembre dello scorso anno, Roberto Saviano è stato ospite a Pizzapulita e il tema erano gli arrivi irregolari e i naufragi nel Mediterraneo. In quell'occasione non si risparmiò in giudizi contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini. "Vedendo queste immagini vi sarà tornato alla mente tutto il ciarpame dei taxi del mare, delle crociere, tutte quelle parole spese su questa disperazione. Viene solo da dire bastardi, come avete potuto. Meloni, Salvini: bastardi", disse in quell'occasione lo scrittore tanto amato dalla sinistra. Come riporta Il Tempo, Giorgia Meloni ha deciso di querelare Roberto Saviano e ora il pm avrebbe chiuso le indagini. La reazione della leader di Fratelli d'Italia e di Matteo Salvini fu pressoché immediata. "Sono stufa di assistere a questo disgustoso sciacallaggio da parte di Saviano. Per voi è normale che a questo odiatore seriale sia consentito diffamare (senza contraddittorio) chi non è in studio?", scrisse su Twitter Giorgia Meloni. Una reazione simile la ebbe Matteo Salvini: "Salvini bastardo? Povero, triste ometto. Con tutto l'odio che ha in testa avrà anche sonni agitati". Era inevitabile che parole di quel peso avessero una conseguenza e, infatti, Giorgia Meloni avrebbe fatto seguito alle sue parole depositando una querela contro Roberto Saviano. Il Tempo riferisce che la procura di Roma avrebbe chiuso le indagini. Il pm Pietro Polidori avrebbe contestato a Roberto Saviano il reato di diffamazione aggravata. Lo scrittore campano sarebbe quindi a rischio processo. In quell'occasione, Roberto Saviano criticò l'atteggiamento di Giorgia Meloni e Matteo Salvini nei confronti del flusso immigratorio irregolare verso il nostro Paese, anche nel periodo in cui in Italia i porti erano chiusi per l'emergenza coronavirus. Lo scrittore, che da sempre spinge affinché l'Italia si faccia carico senza colpo ferire di tutti quelli che si mettono in mare per raggiungere le nostre coste, ha sempre avuto un atteggiamento aggressivo nei confronti di chi ragiona in una direzione diversa. "È legittimo avere un’opinione politica ma non sull’emergenza", disse Roberto Saviano in quell'occasione, come se fosse necessario avere il suo agio per esprimere un'opinione politicamente contraria alla sua. I toni di Saviano contro Giorgia Meloni e contro Matteo Salvini a Piazzapulita sono andati ben oltre il consentito. Ed è sintomatico dell'attuale situazione del Paese il fatto che a utilizzare un termine come "bastardi", che ha una connotazione ben precisa, sia stata una persona che si professa paladina dell'antirazzismo.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Meloni, c'è posto". Lo sfregio anarchico nel silenzio della sinistra. Francesca Galici il 3 Luglio 2021 su Il Giornale. Nuovi manifesti sono comparsi a Torino che raffigurano Giorgia Meloni e Maurizio Marrone a testa in giù con un richiamo a piazzale Loreto. L'anacronismo della sinistra è sempre più evidente. La loro politica è ferma a diversi decenni fa e non sono ancora riusciti a fare quel passo avanti che eviterebbe quel clima d'odio per il quale loro accusano la destra. La sinistra di oggi fa politica "contro le destre", con slogan che sembrano pescare direttamente dagli anni Cinquanta o Sessanta. Ma certe frange estremiste sono addirittura ancora più indietro, come dimostrano i manifesti affissi a Torino contro Giorgia Meloni e Maurizio Marrone. L'antifascismo militante ancora non si è accorto che sono passati quasi 80 anni e il fascismo in Italia non esiste più e così, ancora una volta, la leader di Fratelli d'Italia è stata raffigurata appesa a testa in giù. Non è certo la prima volta che si vedono certe immagini. Basta fare un giro sui social per trovarne quotidianamente di simili, spesso condivise da giovanissimi che sono stati indottrinati da una certa sinistra e per i quali fare politica significhi insultare e minacciare chi la pensa diversamente. Stavolta a denunciare quanto accaduto a Torino è stata le stessa Giorgia Meloni, che con un post sui suoi profili social ha condiviso l'immagine affissa su alcune partiti del capoluogo piemontese. "La scorsa notte, in Barriera di Milano a Torino, sono apparsi questi manifesti raffiguranti me e l’assessore regionale di Fratelli d’Italia Maurizio Marrone. Siamo appesi a testa in giù, forse "grazie" ad un gruppo di anarchici che non sapeva come altro passare le proprie giornate.", ha scritto il leader di Fratelli d'Italia. Giorgia Meloni, quindi, ha proseguito: "Gesti come questi non sono una novità, così come minacce e aggressioni ai danni dei nostri esponenti. Certe frange estremiste, infatti, continuano a promuovere illegalità e violenza come mezzo di espressione politica, nel totale silenzio delle istituzioni". Il leader dell'opposizione di governo, quindi, conclude: "Arriverà tempestiva la condanna di tali infamie da parte della sinistra? Attendiamo fiduciosi". Nel manifesto, al di sotto dei due esponenti di FdI la scritta: "Marrone e Giorgia Meloni c'è ancora tanto posto a piazzale Loreto". Al momento non un esponente politico di centrosinistra ha espresso solidarietà a Giorgia Meloni. Il sindaco di Torino, Chiara Appendino, si è premurata di esultare per la qualificazione dei tennisti Sonego e Berrettini agli ottavi del torneo di Wimbledon ma non ha lasciato scritto due parole per quanto accaduto nella sua città nei confronti di Giorgia Meloni. Così come lei, per ora tutto tace da sinistra, dove di solito sono sempre pronti a indignarsi, anche quando sarebbe prematuro farlo.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Dritto e rovescio e Meloni a testa in giù, Donzelli di FdI contro il comunista Granato: "Goliardia? No, è un crimine". Libero Quotidiano il 04 giugno 2021. "Questa destra di oggi ha perso un po' di autoironia". Secondo Giuliano Granato, esponente di Potere al popolo, i libri di Giorgia Meloni messi "a testa in giù" sono una semplice goliardata e sbaglia chi, in Fratelli d'Italia, grida allo scandalo. A Dritto e rovescio su Rete 4 Paolo Del Debbio affronta il tema della provocazione contro la leader di FdI, la cui autobiografia Io sono Giorgia è il libro più letto del momento nonostante la campagna di boicottaggio che da sinistra sta spopolando sui social e pure nelle librerie più importanti, come la Feltrinelli, con interi scaffali "manomessi". "Non penso sia la Feltrinelli, ma credo sia il gesto di uno scemo che è passato", spiega Giovanni Donzelli, deputato meloniano. "Ma qualcuno li rigiri, quei libri", incalza Del Debbio. Parola al "comunista" Granato, che parte in quarta: "Per anni questa destra ci ha parlato di goliardia di fronte a gente in divisa nazista. Il professore? L'attore Jim Carrey aveva disegnato Benito Mussolini e Claretta Petacci a gesta in giù... Quello che è inaccettabile è la favoletta che continuate a ripetere, Meloni vittima, Fratelli d'Italia vittima. Ha stufato: censura? Ma qualche censura, il libro della Meloni è il più venduto, la Meloni è in tutte le tv, ma di cosa parlate?". Donzelli qui perde la pazienza: "La censura è l'arroganza di quelli come te, se mettono te a testa in giù dici che è goliardia o ti arrabbi? Non è goliardia, è augurare la morte, incitare la violenza, è un crimine!". La bagarre in studio è difficile da domare, Granato parla su Donzelli e attacca nuovamente: "Capisco che lei è abituato alla prevaricazione, io non mi faccio bullizzare dalla destra e non sto zitto". 

Francesco Borgonovo per "La Verità" l'1 giugno 2021. Di Simon Levis Sullam, professore associato di Storia contemporanea all'Università Ca' Foscari di Venezia, si è molto parlato negli ultimi giorni, e non certo per i suoi meriti accademici. Il docente universitario ha pubblicato su Facebook una foto scattata all'interno di una libreria Feltrinelli in cui si vedeva il libro di Giorgia Meloni «a testa in giù», un evidente richiamo al linciaggio di Piazzale Loreto. Sullam ha accompagnato la foto con alcuni commenti ironici, almeno fino a quando il suo post non è stato notato dai giornali e dagli esponenti di Fratelli d'Italia. A quel punto ha provveduto a rimuoverlo, forse anche su consiglio del suo ateneo. Il professore, tuttavia, ha accuratamente evitato di scusarsi. Anzi, ha pensato bene di presentarsi come una vittima, definendosi «aggredito». Certo: fa ironia sulla Meloni appesa a testa in giù, ma l'aggredito è lui…La storia però non finisce qui. Abbiamo scoperto, infatti, che nel 2020 il professor Sullam fu scelto per fare parte di una commissione di storici che abbiamo definito «anti odio». A lanciare l'idea fu l'allora ministro Lucia Azzolina, che ne parlò in occasione della Giornata della memoria, spiegando che gli esperti da lei riuniti, guidati dal professor Andrea Giardina, avrebbero avuto il compito di fare «proposte per dare importanza alla storia come bene comune, come risposta al riaffacciarsi dell'odio, del negazionismo e dell'indifferenza». In realtà, la Azzolina si limitò all'annuncio, perché la commissione - benché i componenti fossero già stati scelti - non fu mai istituzionalizzata. Non a caso l'ex ministro ora fa sapere di non aver «mai conferito alcun incarico da consulente» né aver «formalizzato alcun decreto istitutivo della commissione ministeriale». A rendere operativo il gruppo anti odio, in effetti, ci ha pensato il nuovo ministro Patrizio Bianchi. Il 4 maggio scorso ha fatto sapere che avrebbe fatto partire i lavori della commissione. Ci siamo chiesti, allora, se il professor Sullam ne facesse ancora parte: ci sembra grottesco che chi si diverte a richiamare piazzale Loreto faccia parte di una commissione contro le discriminazioni. Ed ecco la novità: abbiamo scoperto che sì, in effetti Sullam è ancora tra i membri. Con decreto del primo aprile 2021, il ministro Bianchi ha istituito la «Commissione ministeriale per la conoscenza e lo studio della storia nella scuola». Compito di tale commissione è quello di «supportare la formazione dei docenti e dei metodi di insegnamento relativi alla storia nel sistema scolastico, con particolare riferimento alla diversità di genere, di cultura e di appartenenza». I membri del gruppo non riceveranno compenso (solo rimborsi spese), resteranno in carica per tre anni e dovranno «elaborare specifici rapporti almeno con cadenza semestrale sull'attività svolta e sui risultati conseguiti, da consegnare al ministro dell'Istruzione». Ed eccoli qui i componenti: Andrea Giardina (ordinario di storia romana, vice-direttore della Scuola normale superiore, con funzioni di presidente); Elena Angeleri (docente di storia e filosofia ad Alba, membro del premio Cherasco); Silvia Calandrelli (direttore di Rai Cultura); Patrizia Gabrielli (professoressa ordinaria di storia contemporanea presso l'università degli studi di Siena, direttrice della rivista Storia e problemi contemporanei); Leila El Houssi (professoressa presso l'università degli studi di Padova); Alberto Melloni (Unesco chair for religious pluralism and peace); Lavinia Pinzarrone (professore a contratto di didattica della storia presso l'università degli studi di Palermo); Maria Grazia Riva (presidente della Conferenza universitaria nazionale di scienze della formazione); Andrea Zannini (direttore del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell'università degli studi di Udine) e ovviamente il nostro Simon Levis Sullam. Sicuramente la Azzolina prima e Bianchi poi avranno fatto le loro valutazioni prima di indicare questi studiosi. Però, dopo un rapido esame, ci viene il sospetto che la commissione abbia, come dire, un orientamento ideologico ben preciso, e non solo per via della presenza di Sullam. Andrea Zannini, ad esempio, ha collaborato con l'Anpi, firmando l'introduzione a un volume sul razzismo che sembra molto allineato alla opinione dominante: «Come purtroppo dimostra la cronaca di ogni giorno, se la razza è morta, il razzismo sta invece benissimo», scrive il professore tra le altre cose. Questi discorsi li abbiamo sentiti spesso, e sappiamo come si concludono di solito: con le accuse di razzismo (pretestuose) rivolte alla destra. Ancora più impegnata è la professoressa El Houssi. Nel maggio del 2020 firmò sull'Espresso un accorato articolo riguardo la sanatoria dei migranti (la fallimentare idea di Teresa Bellanova). Il sommario del pezzo diceva così: «Il dibattito sulla regolarizzazione per l'agricoltura ha fatto riemergere una cultura coloniale, strumentale e mercantile nel rapporto tra l'Italia e gli africani. E una feroce resistenza al cambiamento culturale». Si trattava, in realtà, di un articolo scritto a quattro mani. Due le metteva la El Houssi, le altre due erano della scrittrice Igiaba Scego. La quale, guarda un po', è pure tra coloro che hanno commentato il post su Facebook di Simon Levis Sullam, spiegando che il libro della Meloni non andrebbe messo a testa in giù, ma semplicemente silenziato. La El Houssi è pure tra i firmatari di una lettera inviata in questi giorni alla redazione di Rai News da un gruppo di studiosi che lamentano il poco spazio dato alle voci pro Palestina nel racconto della crisi nella striscia di Gaza. Ma torniamo alla commissione sulla storia. In generale, sembra che l'orientamento dei componenti tenda a sinistra. Alberto Melloni, ad esempio, è il noto editorialista che paragonò il cardinal Ruini e Matteo Salvini a «Von Papen e Hitler». Gli altri sono forse meno noti, ma dando un'occhiata ad alcune loro pubblicazioni viene da pensare che non disdegnino le idee cosiddette «democratiche». Ci chiediamo dunque: è normale che siano sempre e solo studiosi di questo tipo a occuparsi di «formazione dei docenti» e a dare un indirizzo ai «metodi di insegnamento»? La domanda si fa ancora più pressante alla luce dal caso Sullam. Il professore, in queste ore, sta incassando il sostegno di prestigiosi colleghi. Tra questi ci sono Benedetta Tobagi, Raffaele Simone e soprattutto c'è Carlo Greppi. Quest'ultimo scrive: «Vedersi scatenare addosso la macchina del fango non è mai piacevole, ma quando a farlo è un infame - etimologicamente: indegno di fama - è una medaglia al valore». Greppi è noto per aver collaborato con Rai Storia e per occuparsi di una collana di pamphlet «storici» per l'editore Laterza (quello che non vorrebbe ripubblicare i libri di Marco Gervasoni, per intendersi). La stessa collana in cui è stato pubblicato il libro di Eric Gobetti che sminuisce le foibe. Ecco, questo è l'ambiente culturale italiano, quello in cui vengono pescati i componenti (o almeno alcuni di loro) della commissione che deve dare indicazioni sull'insegnamento della Storia nelle scuole. Forse al ministro Bianchi sembra normale. A noi di sicuro no.

Liberateci dai professori d'odio. Giuseppe De Lorenzo l'1 Giugno 2021 su Il Giornale. Da "scrofa" a "bioriosa", si moltiplicano gli insulti contro Giorgia Meloni. A qualcuno dà fastidio il successo di FdI? Se tre indizi fanno una prova, forse siamo di fronte a un piccolo, significante problema. Quello del rapporto tra la “cultura”, o meglio tra gli “intellettuali”, e la destra di ispirazione meloniana. Finché FdI era relegata a bandierina dello schieramento parlamentare, ferma al 5% dei voti, il partito era considerato una sorta di riserva indiana degli irriducibili “fasci”. Un gruppo da sopportare, ma senza preoccuparsi troppo. Ora che invece Fratelli d’Italia sta conquistando ampi spazi nell’ambito politico italiano, qualcosa è cambiato. Meloni è più presente in tv. I sondaggi la danno davanti al Pd del redivivo Enrico Letta. E da mesi si moltiplicano gli insulti che professori, intellettuali e radical chic le rivolgono in barba al credo anti-sessista delle sinistre tutte. In principio fu Giovanni Gozzini, storico e docente all’Università di Siena, che durante una trasmissione radiofonica fiorentina definì la leader di FdI con una serie di epiteti animaleschi non proprio da gentleman. Era il 19 febbraio scorso. Gozzini insultò “l’ortolana” Meloni colpevole di portare avanti un “nazionalismo retorico, demenziale, ignorante”. La “pesciaiola”, che “non ha mai letto un libro in vita sua”, per il professorone non avrebbe dovuto rivolgersi “da pari a pari” con gente come Draghi. Insomma una “rana dalla bocca larga”, o meglio “una vacca”, “una scrofa” di cui Gozzini voleva “stigmatizzare il livello di ignoranza e presunzione”. Vero è che al prof l’Università ha poi sospeso lo stipendio per tre mesi e il diretto interessato s’è cosparso il capo di cenere. Ma cronaca insegna che il suo non era, e forse non sarà, un caso isolato. Tra gli odiatori si erano iscritte pure le sardine, che pure nacquero con l’intento di portare avanti “la non violenza verbale e fisica”. A fine del 2019 un gruppo Fb collaterale alle sarde di Santori comparvero profluvi di insulti tipo “demente”, “pazza da manocomio”, “bestia”, “gollum”, “merd**”, “sgorbia”, “spregevole” e “feccia”. La raccolta di ingiurie della Meloni è degna ormai di un collezionista d’arte. Il resto è storia di questi giorni. Sorvoliamo sulla scelta della libraia di non vendere l’autobiografia: la libreria è la sua e ne fa ciò che vuole. Diverso il discorso per il professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Simon Levis Salman, che ha condiviso sui social la fotografia del libro “Io sono Giorgia” messo a testa in giù sugli scaffali Feltrinelli. E lo stesso dicasi per il collega dell’Università di Teramo, Guido Saraceni, che nel mettere a confronto il volume meloniano col suo romanzo se l’è presa con la “solita boriosa arroganza da urlatrice di piazza” della leader di FdI. Qui, sia chiaro, il sessismo c’entra davvero poco. Meloni non è nel mirino dei professori d’odio perché donna. Ma perché di destra. Il fatto che l’erede del Movimento sociale italiano sfiori il 20% deve far attorcigliare le budella a qualcuno. Poi per carità: farla fuori dal vasino può capitare a tutti, il discorso vale anche quando a farsi scappare il dito sulla tastiera sono prof dell'area culturale di centrodestra. Ma ad apparire quantomeno strano è che non tutti quelli che offendono Meloni poi riescono ad ammettere l’errore. Gozzini chiese scusa. E gli va dato atto. Salman invece ha tentato un’incredibile autodifesa, cercando di far passare quel post con Meloni a testa in giù - stile piazzale Loreto - come “erroneamente interpretato e fatto oggetto di strumentalizzazione politica”. I sodali lettarati si sono schierati con lui, non sia mai biasimare un compagno che sbaglia: qualcuno ha parlato di “macchina del fango”, altri di “me…da neofascista che avanza”. Anche Saraceni - rispondendo a questo Giornale - invece di scusarsi ha preferito rincarare la dose, rilanciando l'accusa di “sguaiata aggressività” alla leader Fdi. Va bene. Così sia. Però poi non lamentatevi se qualcuno arriva a dire che forse è il caso di stare alla larga da queste Università. Perché logica dice: è meglio rimanere un po’ più ignoranti che venire indottrinati da odiatori di professore.

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi.

Il libro della Meloni a “testa in giù”. Ancora fango e odio da un docente, stavolta di Venezia. Fortunata Cerri venerdì 28 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. Ancora un altro becero attacco contro Giorgia Meloni e ancora una volta l’odio arriva da una cattedra universitaria. Dopo i “compagni” prof di Siena, stavolta i veneziani, guidati da un cervello sopraffino. Simon Levis Sullam, professore di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha condiviso su Facebook la foto di una libreria dove il libro di Giorgia Meloni è posizionato “a testa in giù” con il relativo commento “Nelle librerie Feltrinelli può capitare”. Un post che utente commenta: «Cavolo… a testa in giù è proprio brutto». E il docente risponde: «Pazienza è temporaneo — solo un po’ di mal di testa!». Ci sarebbe da piangere, invece che da ridere, ma il clima, tra quei signori, è da caserma… Giorgia Meloni aspetta qualche ora, poi replica con un post su Fb. «Ma vi sembra normale che un docente universitario scherzi sui miei libri ribaltati per simulare il fatto che io venga appesa? Ecco a voi l’esempio di una delle tante “menti” che insegnano ai giovani il rispetto, la tolleranza, la libertà di pensiero e il confronto civile. Menomale che i cattivi seminatori di odio siamo noi di destra…». Da Fratelli d’Italia è un coro unanime di indignazione. Amarezza e delusione: questi i sentimenti del senatore e coordinatore veneto FdI Luca De Carlo nel vedere sui social la foto del libro Io sono Giorgia esposto a testa in giù e condivisa da Simon Levis Sullam. «Personalmente, ho pure sostenuto un esame universitario con L’apostolo a brandelli del professor Levi Sullam. Per questo reputo quanto accaduto una pessima caduta di stile da parte di un professore che predica la tolleranza, ma che quando vede un libro che evidentemente non risponde alla sua ideologia, e che è in vetta alle classifiche di vendita in Italia mentre non siamo molti a leggere e studiare le sue pubblicazioni, rosica e non trova di meglio da fare che condividere un’immagine dove la foto di copertina della nostra presidente Meloni viene “appesa” a testa in giù. Sono questi i tolleranti, quelli che vorrebbero insegnarci come vivere, come parlare, cosa è corretto e cosa no?». «Ancora una volta un docente universitario offende e insulta Giorgia Meloni. Come possa essere un ricercatore universitario questo personaggio è davvero un mistero. Ed è preoccupante che questi soggetti che offendono e minacciano siano a contatto con gli studenti ai quali dovrebbero insegnare correttezza e rispetto. Presenterò un’interrogazione al ministro dell’Università Messa affinché si accerti che vengano presi seri provvedimenti nei confronti del ricercatore Sullam». Lo dichiara il deputato di Fratelli d’Italia, Paola Frassinetti, vicepresidente della commissione Cultura della Camera e responsabile del dipartimento Istruzione di FdI. «Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, twitta, compiaciuto, il libro di Giorgia Meloni posto a testa all’ingiù. La violenta volgarità del docente rappresenta mirabilmente gli hate speech su cui la sinistra imperversa. Nulla da dire questo giro? Da parte nostra soverchia commiserazione per chi combatte con la retorica anacronistica dell’antifascismo livoroso e militante una donna nata nel 1977. Lasciamo al docente la copertina di Linus dell’antifascismo militante volentieri perché senza di essa rimarrebbe nudo come un verme». Dichiara Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia. Interviene anche Guido Crosetto con un tweet. «Il Dott. Simon Levis Sullam è Professore Associato di Storia Contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È uno dei tanti che formano le menti dei giovani al rispetto, alla tolleranza, alla libertà di pensiero, al confronto civile. Come Montanari». Duro Francesco Lollobrigida, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. «Un altro illuminato docente universitario, tal Simon Levis Sullam, si è divertito a promuovere il libro di Giorgia Meloni pubblicando sul suo profilo Facebook una foto con le copertine a testa in giù sugli scaffali della Feltrinelli. Sono questi i professori che dovrebbero formare i ragazzi, insegnando loro il rispetto, la tolleranza e la libertà di pensiero?». Federico Mollicone, capogruppo di FdI in commissione Cultura, dal canto suo, osserva: «Un ricercatore di storia contemporanea della Ca’ Foscari posta una foto del libro di Giorgia Meloni a testa in giù. Una violenza inaccettabile verso un leader politico. Apprendiamo dal suo CV che ha anche insegnato Storia contemporanea agli alunni: chiediamo immediati provvedimenti al ministro Messa. Presenteremo un question time». Interviene anche Daniela Santanchè. «Il dottor Simon Levis Sullam, professore associato di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha pensato fosse un’idea “simpatica” mettere a testa in giù i libri di Giorgia Meloni in una libreria Feltrinelli. Poi ha postato tutto sui social. D’altro canto si fa così con le grandi imprese. È l’ennesimo episodio in cui un professore, ovvero chi è preposto alla formazione dei giovani e che dovrebbe insegnare loro il confronto civile e le nozioni utili a sviluppare un pensiero libero, si sente in diritto di ledere l’immagine di Giorgia Meloni. Di offendere l’unico leader donna in Italia, come fosse lecito…». E poi ancora: «Io trovo però inaccettabile e un problema serissimo il fatto che persone, le quali per manifesta e involontaria ammissione hanno davvero poco da insegnare in termini di confronto civile, siedano nelle aule universitarie. Auspico la solidarietà delle tante femministe attive a corrente alternata, della politica in generale e prese di distanza dai vertici dell’Università». Qualche mese fa aveva fatto scalpore la vicenda del professor Giovanni Gozzini. Il docente è stato sanzionato per le parole rivolte al leader di Fratelli d’Italia con la sospensione da docente di Storia Contemporanea dall’ufficio e dallo stipendio per tre mesi. La decisione era stata presa dal Consiglio di amministrazione dell’Università di Siena che aveva accolto il parere espresso dal Collegio di disciplina sulla sanzione proposta dal rettore Francesco Frati per quanto detto nel corso di una trasmissione dell’emittente fiorentina Controradio a metà febbraio.

Meloni a testa in giù? I professori radical chic a fianco del docente hater. Chiara Giannini il 30 Maggio 2021 su Il Giornale. Decine di post a sostegno del ricercatore veneto. E lui si difende: "Strumentalizzato". Giorgia Meloni finisce con il suo libro a testa in giù, ma per il professor Simon Levis Sullam, autore del post finito nella bufera, si tratterebbe di una strumentalizzazione. «Come professore associato di storia contemporanea all'Università Ca' Foscari Venezia - dichiara - , studioso di fascismo, antisemitismo, retoriche politiche e Shoah, dichiaro che il mio post stato erroneamente interpretato e fatto oggetto di strumentalizzazione politica». Subito la levata di scudi da parte di letterati della sinistra, corsi in soccorso del rampollo della Venezia bene, appartenente a una facoltosa famiglia ebraica. Tra tutti spicca Carlo Greppi, famoso studioso, autore di libri sulla Shoah e sulla Resistenza anche per Feltrinelli il quale, postando l'immagine di un pugno chiuso, chiaro simbolo della sinistra comunista, scrive: «Vedersi scatenare addosso la macchina del fango non è mai piacevole, ma quando a farlo è un infame - etimologicamente: indegno di fama - è una medaglia al valore». Oreste Veronesi, amico di Sullam, sul cui profilo Facebook spiccano bandiere di Potere al popolo, rigira la frittata: «La destra fa questo: quando la libertà di espressione non le piace usa ogni mezzo per far in modo che chi si è espresso taccia. La mia solidarietà totale a Simon Levis Sullam, che è peraltro uno storico di spessore e il fascismo lo conosce (e riconosce) molto bene». Dennis Linder, professore a contratto presso la Clinica Universitaria Dermatologica di Padova, non si stupisce che «la signora Lippiello (la rettrice dell'Università Ca' Foscari) prenda le difese della Meloni. Dopo tutto - prosegue - supporta la collaborazione di Ca' Foscari con l'Istituto Confucio, emanazione di un regime assassino e liberticida. Mi raccomando, cerchiamo di restare opportunisti, saltiamo sul carro della me...da neofascista che avanza». E poi posta anche lui il libro della Meloni a testa in giù. Piero Capelli, che si definisce ebraista e consulente editoriale e lavora anche lui alla Ca' Foscari rincara la dose: «Forse, se la foto in questione l'avessi postata per esempio io, che non sono ebreo, l'attacco non sarebbe magari neppure stato mosso». Il giornalista Fabio Bozzato difende l'amico: «Se qualcuno osa anche solo vagamente dire che sono fascisti (non necessariamente di destra, eh) allora si è odiatori». L'Università dalla sua sta valutando eventuali misure da prendere nei confronti di Sullam. Con ogni probabilità si saprà domani. Ma c'è chi bacchetta il professore. Guido Guastalla, già vicepresidente della Comunità ebraica di Livorno usa parole durissime: «In Italia mettere a testa in giù un'immagine evoca quanto avvenuto a piazzale Loreto. Tutte le persone che abbiano un minimo di buonsenso e normale etica, benché di diversa idea politica, ritengono che Mussolini doveva essere catturato, processato e condannato e non che si dovesse compiere uno scempio dei cadaveri che è umanamente inaccettabile. Non si capisce - conclude - come un professore universitario si debba comportare in modo superficiale e irresponsabile coinvolgendo col suo comportamento anche gli altri appartenenti alla comunità ebraica, contravvenendo al principio della responsabilità di ciascun ebreo nei confronti degli altri e della comunità nel suo insieme».

Chiara Giannini. Livornese, ma nata a Pisa e di adozione romana, classe 1974. Sono convinta che il giornalismo sia una malattia da cui non si può guarire, ma che si aggrava con il passare del tempo. Ho iniziato a scrivere a cinque anni e ho solcato la soglia della prima redazione ben prima della laurea. Inviata di guerra per passione, convinta che i fatti si possano descrivere solo guardandoli dritti negli occhi. Ho raccontato l’Afghanistan in tutte le sue sfumature e nel 2014 ho rischiato di perdere la vita in un attentato sulla Ring Road, tra Herat e Shindand. Alla fine ci sono tornata 13 volte, perché quando fai parte di una storia non ne esci più. Ho fatto reportage sulle missioni in Iraq, Libano, Kosovo, il confine libico-tunisino ai tempi della Primavera araba e della morte di Gheddafi e sull’addestramento degli astronauti a Star City (Russia).

Il prof e la foto choc della Meloni: a testa in giù. Francesco Giubilei il 28 Maggio 2021 su Il Giornale. Un docente dell'università Ca' Foscari di Venezia ha condiviso sui social una foto che ritrae il libro della leader di FdI capovolto: esplode la polemica. Nell’Italia contemporanea in cui ogni anno numerosi politici (in prevalenza di sinistra) scrivono libri, al leader di un partito di destra sembra non essere concesso pubblicare un libro senza che avvengano boicottaggi, insulti e minacce. È il caso della biografia di Giorgia Meloni che, dopo il rifiuto di una libraia romana di venderlo nella propria libreria, è protagonista di un nuovo episodio che testimonia l’intolleranza di una certa intellighenzia nei confronti del mondo della destra. Simon Levis Sullam, Professore Associato di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha pubblicato sul suo profilo Facebook una fotografia in una Libreria Feltrinelli con la copertina dei libri di Giorgia Meloni al contrario e con il volto della leader di FdI a testa in giù. Il post, corredato dall’emblematica didascalia “Nelle librerie Feltrinelli può capitare” è un evidente richiamo al fascismo e a Piazzale Loreto. Come è possibile che in una libreria si trovino i libri con il volto della Meloni al contrario? Osservando la fotografia pubblicata da Levis Sullman, si può osservare come non si tratti di una singola copia ma di un’intera fila di libri, per giunta nella sezione classifica, possibile che i librai non se ne siano accorti? E ancora: è possibile che sia stato proprio il personale della libreria a esporli in quel modo? Se così fosse sarebbe molto grave. Ma è allo stesso modo grave il post pubblicato da Levis Sullam che non è un semplice hater che affolla il web ma un professore universitario che, come scrive Guido Crosetto, dovrebbe formare “le menti dei giovani al rispetto, alla tolleranza, alla libertà di pensiero, al confronto civile”. Immediata la condanna anche da parte del Senatore veneto Luca De Carlo: “Levis Sullam insegna all’università. Questo il suo post. Sdegno? Imbarazzo? Per la sinistra liberal e tollerante è tutto ok? Niente da dire? Oppure come dice il professore in commento ‘solo un po’ di mal di testa’?!”. Lecito domandarsi se l’Università Ca Foscari prenderà provvedimenti per quanto scritto dal suo professore come avvenuto pochi giorni fa da parte dell’Università di Milano che ha addirittura sospeso il professor Marco Bassani per un suo post giudicato un contenuto d’odio. Oppure, per l’ennesima volta, scopriremo che, se i contenuti d’odio sono rivolti nei confronti di un politico o di una persona di destra, sono concessi secondo il principio dei due pesi e due misure che nel mondo culturale e accademico italiano è ormai diventato una consuetudine. E sul caso è intervenuta anche la stessa Giorgia Meloni: "Ma vi sembra normale che un docente universitario scherzi sui miei libri ribaltati per simulare il fatto che io venga appesa? Ecco a voi l'esempio di una delle tante "menti" che insegnano ai giovani il rispetto, la tolleranza, la libertà di pensiero e il confronto civile. Menomale che i cattivi seminatori di odio siamo noi di destra".

L'incredibile difesa del prof anti-Meloni: "A testa in giù? Aggredito...". Gabriele Laganà il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. Il professore Simon Levis Sullam ha affermato di essere stato "capziosamente aggredito". Pronta la replica della Meloni che chiede al docente se la violenza sia un messaggio "adeguato da insegnare ai suoi alunni". Prima la battuta irrisoria contro un esponente politico di destra con evidente richiamo alla memoria di giorni drammatici per l’Italia e poi, con il polverone ben alzato, la parziale marcia indietro adducendo problemi di interpretazione del pensiero espresso arrivando anche a cercare di farsi passare per vititma. È il "capolavoro" compiuto da Simon Levis Sullam, professore associato di Storia contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che sul suo profilo Facebook ha pubblicato una fotografia in una libreria Feltrinelli con la copertina dei libri di Giorgia Meloni al contrario. Una sorta di moderna e simbolica Piazzale Loreto dove al posto di corpi privi di vita vilipesi in pubblica piazza ci sono immagini del "nemico" di oggi, sempre più in alto nel gradimento degli italiani, irriso in un locale commerciale. Ma ciò non rende il messaggio meno crudo. Il post, per di più, era corredato dall’emblematica didascalia "Nelle librerie Feltrinelli può capitare". No, in realtà non dovrebbe capitare. Chi ha posizionato i libri in quel modo? Osservando la fotografia pubblicata da Sullman, si può osservare come non si tratti di una singola copia ma di un’intera fila di libri esposti nella sezione classifica. La rettrice dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Tiziana Lippiello, informata dei fatti ha subito preso le distanze dalla pessima performance del professore. "Fermo restando il valore irrinunciabile della libertà di espressione che ha rango costituzionale nel nostro Paese ed è ribadita nello statuto dell'Università mi dispiace per quanto accaduto. Una volta appreso dello sgradevole incidente, provocato da un'iniziativa del tutto individuale dalla quale Ca' Foscari prende le distanze, ho immediatamente chiesto chiarimenti al docente che ha rimosso il post". Sullam, forse temendo provvedimenti, ha provato a giustificarsi. Ovviamente dando colpa a chi ha mal interpretato le sue parole. "Come studioso di fascismo, antisemitismo, retoriche politiche, Shoah dichiaro che il mio post nei social riguardante l’esposizione in una libreria dell’autobiografia dell’on. Giorgia Meloni è stato erroneamente interpretato e fatto oggetto di strumentalizzazione politica… si è capziosamente aggredito attraverso i social media uno studioso e più in generale il sistema accademico e della ricerca". In pratica il professore Sullam non solo non si è scusato ma prova anche a farsi passare per vittima. Per di più tirando in ballo anche istituzioni che in questa vicenda non c’entrano nulla. La Meloni, però, non ci sta. E mentre da sinistra c’è quasi un totale assordante silenzio sulla vicenda e lei stessa che fa sentire la sua voce indignata dalle proprie pagine social. "Il professore universitario che ha mostrato divertito la mia immagine a testa in giù, invece di scusarsi ha dichiarato che è stato "erroneamente interpretato" e "fatto oggetto di strumentalizzazione politica". Ci illumini, professore: cosa intendeva?”, ha scritto la leader di FdI che poi ha chiesto a Sullam: "È d’accordo con quel gesto? La violenza le sembra un messaggio adeguato da insegnare ai suoi alunni?". Il professore per il momento non ha replicato. Ma la storia non finirà qui. Perché Paola Frassinetti, vicepresidente della commissione Cultura della Camera , ha annunciato che presenterà un'interrogazione al ministro dell'Università Maria Cristina Messa "affinché vengano presi provvedimenti nei confronti del ricercatore Sullam".

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale azzurra. Senza musica non potrei vivere. In tv non perdo i programmi che parlano di misteri e i film horror, specialmente del genere zombie. Perdono molte cose. Solo una no: il tradimento...

Gianluca Veneziani per Libero Quotidiano il 29 maggio 2021. Che schifo, però. Non fa schifo anche a voi che dei libri "sgraditi" al circolo ufficiale della cultura, cioè quello di sinistra - non potendo essere bruciati, nascosti o censurati - vengano rovesciati ed esposti al pubblico ludibrio? E non vi fa schifo che nel tempio sacro della lettura e della promozione pacifica delle idee, cioè una libreria, qualcuno cerchi di evocare le immagini di una delle pagine più cruente del Novecento, ossia lo scempio di piazzale Loreto? E non vi fa ancor più schifo che a sollazzarsi di quelle immagini sia un docente universitario, uno che, oltre a dover difendere i libri, dovrebbe avere anche una responsabilità morale nei confronti degli studenti e degli utenti che lo seguono sui social? Il libro di Giorgia Meloni «Io sono Giorgia» è stato esposto al contrario in un paio di librerie Feltrinelli (a Firenze e a Bari) dove però è in testa alla classifica di vendita. La foto è stata postata su Twitter da Simon Levis Sullivan, un docente dell'Università di Venezia Ca' Foscari (ma l'Ateneo si è subito dissociata dall'episodio). Il volume, edito da Rizzoli (pagine 336, euro 18), sugli scaffali dall'undici maggio, è già arrivato alla quinta ristampa. E allora è grave in sé, e non solo per i suoi risvolti politici, il fatto che ha riguardato Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d'Italia autrice del libro, da poco pubblicato e già di grande successo, «Io sono Giorgia» (Rizzoli). Due giorni fa un insegnante, Simon Levis Sullam, prof associato di Storia contemporanea all'Università Ca' Foscari di Venezia (che ha preso le distanze dall'episodio) ha postato su Facebook e Twitter una foto dei libri della Meloni rovesciati, con l'immagine di Giorgia a testa in giù, all'interno della libreria Feltrinelli di Firenze. Non pago, il prof (che ha successivamente rimosso il post) si è anche "divertito" a commentare «Nelle librerie Feltrinelli può capitare, via!»; e, a chi gli faceva notare che «a testa in giù è proprio brutto», replicava: «Pazienza, è temporaneo, solo un po' di mal di testa». MALI CRONICI In questa vicenda sgradevole si riassumono alcuni dei mali cronici della sinistra. Il primo è il cortocircuito evidenziato dalla stessa Meloni, ossia il fatto che i presunti paladini della democrazia siano spesso i soggetti più intolleranti: «Ecco a voi l'esempio di una delle tante "menti" che insegnano ai giovani il rispetto, la tolleranza, la libertà di pensiero e il confronto civile. Menomale che i cattivi seminatori di odio siamo noi di destra...», annotava la leader di Fdi. Il secondo aspetto è il disprezzo, o meglio il razzismo, di una certa intellighenzia rossa nei confronti di esponenti politici di destra, a maggior ragione se si permettono di pubblicare libri. Non riuscendo a concepire un confronto basato sulle idee e ad accettare che pure a destra si faccia cultura, preferiscono offendere o addirittura vedere morto l'avversario. «Questi sono gli pseudo-intellettuali», rilevava giustamente ieri Raffaele Speranzon, capogruppo di Fdi nel consiglio regionale del Veneto, «che vorrebbero insegnarci come parlare, ma che non sono in grado di affrontare l'avversario politico sul piano dialettico, preferendo evocare l'orrida barbarie dei corpi appesi a testa in giù». È una prassi odiosa che abbiamo già visto all'opera, del resto, tre mesi fa quando un altro prof, Giovanni Gozzini, docente di Storia Contemporanea all'Università di Siena, aveva insultato la Meloni definendola «vacca, scrofa». Naturalmente nell'atteggiamento sprezzante del prof. Sullam c'è un altro vezzo degli intellò di sinistra, ossia la reductio ad hitlerum, o meglio ad mussolinum: la Meloni è di destra? È leader di un partito erede di An, a sua volta erede del Msi, a sua volta guidato da un uomo che aveva fatto parte della Repubblica Sociale di Salò? Be', allora la Meloni è una fascista, anche se è nata nel 1977, e addirittura si merita la stessa sorte di Mussolini. Che finezza intellettuale e che commovente umanità

MASOCHISMO Di certo, questa storia mette in luce un altro tratto tipico della sinistra: il masochismo. Più odiano e insultano la Meloni, più le fanno pubblicità e più il suo libro vola nelle classifiche di vendita. Come sanno bene anche alla Feltrinelli. A riguardo Massimiliano Tarantino, il direttore della comunicazione del gruppo, nelle cui librerie si è verificato un altro caso di libri rovesciati (cioè, nella sede di Bari), ci fa sapere: «Gli episodi sono atti dimostrativi di alcuni avventori, azioni di cattivo gusto che vanno contro il principio di base delle librerie Feltrinelli, che è rendere accessibili la cultura e la conoscenza. I nostri librai, non appena se ne sono accorti, hanno provveduto a esporre il libro correttamente. Da parte nostra, continueremo a mettere in vendita, a promuovere e a contribuire al successo di Io sono Giorgia». Intanto la migliore risposta è andare nelle librerie a comprare il testo. Sarebbe un atto dimostrativo anche quello, per rovesciare l'egemonia culturale (?) della sinistra. E rendere onore a una donna che, ben lungi dallo stare a testa in giù, ama avanzare a testa alta.

"Boriosa urlatrice di piazza". Un altro prof insulta la Meloni. Giuseppe De Lorenzo il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. Il professor Guido Saraceni attacca la leader di FdI. Poi prova a rimediare: "Era un post ironico". Ma è l'ennesimo caso di odio rosso. Non c’è solo la libraia che decide di non vendere il libro di Giorgia Meloni. Non ci tocca fare i conti soltanto con il professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il quale pubblica la fotografia di uno scaffale Feltrinelli col tomo meloniano rivolto a testa in giù, stile Mussolini a Piazzale Loreto. Tra le perle che la "cultura" è riuscita a produrre sulla fatica letteraria della leader FdI va annoverata anche l’uscita del prof. Guido Saraceni, seguitissimo docente universitario da 232mila follower, incomprensibile vena ironica e elevatissima autostima. Un paio di giorni fa il nostro ha pubblicato lo scatto di due volumi uno fianco all’altro. A sinistra, posizione che non gli si addice, l’autobiografia “Io sono Giorgia”; a destra l’ultimo romanzo del suddetto Saraceni. “In questo momento io e Meloni siamo insieme in libreria (!) con i nostri rispettivi libri”, ha scritto. Le due copertine si somigliano, in effetti. Due donne in posa simile, anche se per Saraceni la “Meloni imita maldestramente la bellissima modella che rende ipnotica la copertina del mio romanzo” (hai capito la modestia). Al professore però non va giù che la leader FdI “con la solita boriosa arroganza da urlatrice di piazza” in libreria “occupa intere vetrine”, mentre il suo romanzo “si trova educatamente rispettosamente e democraticamente sugli scaffali” (anvedi che strano). Il post aveva uno scopo, ne decuciamo: quello di pubblicizzare le proprie fatiche contrapponendole alla vendutissima autobiografia della Meloni. E infatti per “mettere un freno a questa storia” e finirla di “subire in silenzio le loro aggressività”, il prof invitava a comprare il suo libro e a pretendere “dal vostro negoziante di fiducia che venga esposto in vetrina”. Un modo per “aiutare i lettori civili e democratici” ad avere “un’alternativa valida”. Saraceni, oltre che scrittore, è anche professore associato di filosofia giuridica all’Università di Teramo. Sui social è diventato famoso, una sorta di web star. Negli anni ha litigato con Selvaggia Lucarelli (non ci vuole molto), ha definito Giulia De Lellis “analfabeta” e commenta un po’ tutti i temi caldi del momento. Legittimo. Il post da 4mila interazioni e passa sul libro della Meloni, però, ha ricevuto non poche critiche per il “livello di poraccitudine” che esprimeva. Qualcuno pare lo abbia accusato pure di (inesistente) sessismo. Brutta storia quando i fan diventano hater. Tant’è che nel pomeriggio il prof ha ritenuto necessario fare una postilla, affermando che il post era ironico e invitando i dispenser di “cattiveria e acidità” ad andare altrove (domanda: definire analfabeta una influencer rientra nella categogria di ‘cattiveria e acidità?’). Ora, magari pure noi difettiamo in acume, ma dove fosse l’ironia del post ci è sinceramente sfuggito. Ci spieghi: cosa vede di spassoso nel dire che Meloni ha la “solita boriosa arroganza da urlatrice di piazza”?

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vela), un'inchiesta sulle navi umanitarie che operano nel Medit

Da liberoquotidiano.it il 26 maggio 2021. Oggi Marco Travaglio cambia eccezionalmente bersaglio: gli insulti non sono né per Matteo Salvini, né per Silvio Berlusconi, né per Matteo Renzi, i tre bersagli prediletti di direttor-manetta (forse sarebbe meglio definirle le tre ossessioni). No, oggi il suo Fatto Quotidiano indulge all'insulto nei confronti di Giorgia Meloni, la leader di quei Fratelli d'Italia in netta ascesa nei sondaggi e dunque, forse proprio per questo, meritevoli di "bastonate travagliesche". Il tutto, va da sé, sulla prima pagina del quotidiano di oggi, mercoledì 26 maggio. Travaglio per l'occasione arma la sapiente matita di Mannelli, vignettista del Fatto Quotidiano, il quale ci propone una versione della Meloni piuttosto mostruosa, asimetrica e strabica, con mani incrociate e posate sul mento e sguardo pensieroso. Alla suddetta Meloni viene attribuito il virgolettato: "Aò so' Giorgia!". E fin qui, per carità, nulla di male. In calce, però, ecco la macchinosa spiegazione del disegnino: "Il profondo e articolato progetto politico a cui nessuno s'azzarda a rispondere: 'e 'sti ca***?". Dunque, il profondo progetto politico della Meloni, per la banda-Travaglio, sarebbe riassumibile nel coattissimo "aò so' Giorgia". E il problema è che nessuno si rivolga alla leader FdI derubricandola - lei e il suo programma - con un acuto "e 'sti ca***?". Siamo allo sfregio gratuito, marchio di fabbrica del Fatto targato Travaglio. Per i feticisti del gazzettino post-grillino e super-contiano, segnaliamo che il direttore, Travaglio appunto, ancora non ha digerito la cacciata di Giuseppe Conte da Palazzo Chigi, per quanto ora sembri preistoria. Infatti dedica il suo fondo proprio - e ancora! - a lui, ricordando per esempio che i soldi del Recovery Fund li ha ottenuti "lui stesso", ossia Conte, sottolinea inoltre come li avesse meritoriamente portati a casa il 21 luglio. Dunque ci spiega che il presunto avvocato del popolo è stato cacciato perché non obbediva a "Confindustria e gli altri padroni del vapore". Testuali parole, ossessionato da Conte e da un fantomatico complotto dei "poteri forti", in puro stile grillino. Bene, qualcuno ricordi a Travaglio che il governo Conte non tornerà. Può anche scrivere di altro, la penna per certo non gli manca.

Il “Fatto” di Travaglio delirante: vignetta disgustosa contro Giorgia Meloni. Adriana De Conto mercoledì 26 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. Volgare, offensiva, ignobile la vignetta sulla prima pagine del Fatto contro Giorgia Meloni. La premiata ditta Travaglio – Mennelli confeziona il peggio del peggio: una leader di FdI disegnata, al solito, con fattezze alterate, che esclama: “Aò so’ Giorgia!“. E non è solo la caricatura del titolo del suo libro che sta andando per la maggiore (e questo pure secca parecchio a Travaglio & co). No, è il virgolettato della vignetta che è più vergognoso di tutto: “Il profondo e articolato progetto politico a cui nessuno s’azzarda a rispondere: ‘e ‘sti ca***? A parte la volgarità con le parolacce in prima pagina, è lesivo oltreché sciocco sminuire e sbeffeggiare l’articolato progetto politico di Giorgia Meloni per appiattirlo su quell’”Io sono Giorgia” detto alla romana. “Rode” parecchio a Travaglio che, ora che Salvini non è in grande forma nei sondaggi, sia FdI a convincere sempre più elettori e osservatori politici. Uno smacco per chi verga da anni editoriali dopo editoriali scrivendo quanto era bravo lui. Ossia Giuseppe Conte. A nulla valgono i suoi editoriali, visto che il sentire popolare va nella direzione di Giorgia Meloni. Travaglio ha voluto imitare i colleghi dell‘Espresso, anch’essi in preda all’idea “geniale” di inserire vignette della Meloini “fascista”, che non fanno ridere nessuno, nel numero attualmente nelle edicole. Lo stesso trust di cervelli del Fatto. Mennelli sul quotidiano di Travaglio denigra anzitutto la solita “romanità” della leader di FdI. Poi insiste grossolanamente sui tratti alterati del viso e infine riduce a “0” il programma della Meloni. L’unica che invece abbia fornito a Draghi anche in sede di consultazioni soluzioni su tutti i punti critici: soluzioni alternative ai partiti delle tasse e delle patrimoniali che allignano nella sinistra di governo. Per questo la leader di FdI è apprezzata. Lo sbotto di rabbia di Travaglio e Mennelli è un “fallo di frustrazione”. Derubricare il  progetto politico della Meloni ad “aò so’ Giorgia”, non rientra nenache in una critica politica. Più in basso di così…Ecco la vignetta.

Paolo Guzzanti per “Il Giornale” il 16 maggio 2021. Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata da Silvio Berlusconi che rispondeva ad un mio messaggio di auguri. Un evento del tutto raro per me che sentivo per la prima volta dopo lungo tempo la voce di un uomo fisicamente sofferente per i postumi del Covid che gli provocano mi diceva - un acutissimo dolore agli arti e una stremata stanchezza. La telefonata era personale e mi permetto di scriverne solo per esprimere il mio ribrezzo nei confronti di quella categoria di neonazisti gli ariani del bene - che hanno dedicato la loro infelice esistenza all'odio ad personam specialmente quando quella persona è malata e sofferente. Anzi, godono ad esercitare la loro perversione contro l'ultimo primo ministro eletto dagli italiani, trattando la sua sofferenza e malattia come pretesti di un furbo scolaro che cerca scuse per non presentarsi alla milionesima udienza. Occorrono disciplina e continuità nel coltivare l'odio. Quando un esaltato colpì Berlusconi con una madonnina di ferro e quello, sanguinante, gli parlò con toni composti, gli antiberlusconiani che apprezzarono quella reazione furono linciati per aver interrotto la flebo dell'odio. Non scrivo certo per Berlusconi, ma per i miei compatrioti più giovani che non hanno la più pallida idea della terribile storia di un Paese cresciuto nella cultura del disprezzo e della menzogna che per decenni costituirono la catena alimentare delle maledette ideologie, specialmente quella comunista che persino da morta diffonde tossine e piccoli mostri.

"Non vado in onda dopo la Meloni". L'attacco shock. Novella Toloni il 16 Maggio 2021 su Il Giornale. Agli insulti e alle offese della modella transgeder di origini brasiliane, la Toffanin ha replicato con una lezione di stile: "Le parole censura e discriminazione non ci appartengono". "Le parole censura e discriminazione non ci appartengono. Non appartengono a Mediaset, non appartengono a Verissimo e certamente non appartengono a me". Con queste parole Silvia Toffanin ha spento sul nascere la polemica che Lea T, modella transgender di origini brasiliane, ha scatenato nelle scorse ore contro Verissimo. Lea T, figlia del calciatore brasiliano Toninho Cerezo, aveva registrato un'intervista per il popolare programma di Canale Cinque a febbraio e la messa in onda era prevista nelle prossime settimane. A quanto pare, però, la modella transgender non ha gradito che prima del suo contenuto sia andata in onda l'intervista a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, oggi nelle librerie con il suo libro autobiografico. E sui suoi canali social Lea T si è scagliata contro Verissimo e la Meloni con un messaggio offensivo e accusatorio: "Ho già dedicato troppo tempo al vostro programma. Preferisco continuare il mio percorso senza di voi, sperando con tutto il cuore che la puntata non esca mai, poiché il mio pensiero socio-politico è distante anni luce dal vostro Silenziare certi gruppi è la prima mossa per continuare seduti in quel vostro trono sporco di sangue! Questo CIStema è miserabile come la vostra storia!". La risposta di Verissimo non si è fatta attendere e Silvia Toffanin ha replicato a tono alla modella transgeder in apertura di puntata. Un messaggio chiaro e netto, espresso dalla conduttrice con la solita eleganza che la contraddistingue: "Lea T ci accusa di censura con delle offese e dei commenti sui social molto pesanti e ci chiede di non mandare in onda l'intervista perché abbiamo dato spazio ad una persona che la pensa in modo diverso da lei. Allora chi è che discrimina? Le parole censura e discriminazione non ci appartengono". La Toffanin si è vista costretta a chiarire le dinamiche interne della messa in onda delle interviste dettate, spesso, da esigenze di attualità più che dalle tempistiche. E poi è tornata a parlare di Verissimo e dei tanti personaggi passati sulle sue poltrone senza distinzione di genere: "Noi a Verissimo abbiamo dato voce a tutti: uomini, donne, omosessuali e transessuali. Lo abbiamo fatto con grande rispetto, attenzione e sensibilità, dando voce a tutti i pensieri da Vladimir Luxuria a Tiziano Ferro e Gabriel Garko. Con loro abbiamo raccontato le loro storie e ci siamo molto emozionati. Discriminazione non è far sentire tutte le idee ma l’esatto contrario".

Il vergognoso gesto su D'Annunzio: imbrattata la statua. Daniele Dell'Orco il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. La scultura dedicata al Vate posta in Piazza della Borsa è stata ricoperta di vernice gialla. Il vicesindaco: "Prenderemo i responsabili". Cancel culture all'italiana, atto secondo. Dopo l'atto di vandalismo dello scorso giugno, quando a Milano venne presa di mira la statua di Indro Montanelli, imbrattata con della vernice viola, stavolta è toccato a quella di Gabriele D'Annunzio. L'installazione dedicata al Vate e posta in Piazza della Borsa a Trieste è stata ricoperta di pittura, stavolta gialla, alle prime luci del mattino. Grazie all'intervento tempestivo della polizia locale la statua è stata ripulita dopo pochi minuti, ma la gravità del gesto resta la stessa. La rappresentazione di un D'Annunzio in versione lettore voluta dal Comune della città giuliana in occasione del centenario dell'Impresa di Fiume ha già vissuto una breve ma tormentata vita. Giò dopo l'inaugurazione, il sindaco Roberto Dipiazza dovette affrontare addirittura un caso diplomatico, viste le proteste non solo della comunità slovena, ma pure del sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, che definì il poeta "un precursore dell’ideologia fascista", e dalla Croazia arrivarono delle rimostranze ufficiali anche all'ambasciatore italiano Adriano Chiodi Cianfarani, visto il pericolo di rovinare dei "rapporti di buon vicinato". Poco dopo, la statua finì nel mirino di ignoti che ruppero una bottiglia di vetro sul monumento, lasciandolo ricoperto di cocci.

Stavolta, però, il vicesindaco Paolo Polidori è sicuro di riuscire a perseguire i responsabili: “Vergognosamente imbrattata di vernice la statua di D’Annunzio in piazza della Borsa – ha scritto in un post sui social - Ma grazie alle telecamere prenderemo questi farabutti. Già intervenuta la squadra mobile della Polizia Locale ha attivato la ditta per la pulizia”. E in effetti poco dopo è stato diffuso il filmato che ritrae un uomo incappucciato che versa un secchio di vernice sul monumento, e subito dopo una donna che si allontana con lui. Per forma e sostanza dell'atto di vandalismo, si tratta di un riverbero della "cancel culture" di stampo aglosassone, la prassi cioè di decapitale, imbrattare, cancellare dai libri di storia profili di politici, intellettuali, filosofi tacciati di razzismo, misoginia, omofobia, fascismo etc. Fortunatamente per ora l'Italia è stata toccata in modo marginale dal fenomeno. Ma esistono e continueranno ad esistere dei presidi che ciclicamente sono destinati a finire nel mirino di qualche esaltato. A D'Annunzio, comunque, il pensiero di risultare ancora controverso a oltre 80 anni dalla morte non dispiacerà di certo.

Estratto dell’articolo di Fabio Amendolara per "La Verità" il 12 maggio 2021. Il pm della controversa espulsione dall' Italia della cittadina kazaka Alma Shalabayeva, Eugenio Albamonte, segretario di Area, la corrente delle toghe di sinistra a cui appartengono anche Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, che sul suo profilo Facebook, come aveva scoperto la scrittrice Francesca Totolo, collaboratrice del Primato nazionale, che si è ritrovata tra i perquisiti, pubblicava bandiere partigiane, ha messo nel mirino i sovranisti. Dopo essersi concentrato su Casa Pound per l'occupazione dello stabile di via Napoleone III a Roma (inchiesta partita proprio dopo una denuncia dell'Anpi), ha fatto perquisire undici persone, tra Roma, Latina, Padova, Bologna, Trento, Perugia, Torino e Verbania, per i reati di offesa all' onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere. (…)

Edoardo Izzo per "la Stampa" il 12 maggio 2021. C' è anche Marco Gervasoni - 53enne romano, professore ordinario di Storia Contemporanea all' università del Molise - tra le 11 persone indagate nell' inchiesta dei carabinieri del Ros, coordinata dalla procura di Roma, per i reati di offesa all' onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere. I messaggi che riportano gravi offese e minacce contro il Capo dello Stato sono stati pubblicati su Twitter: «Bastardo», «Devi morire» si leggeva su alcuni dei post incriminati. Non è la prima volta che il capo dello Stato viene minacciato di morte, al punto da augurargli la fine del fratello Piersanti, ucciso dalla mafia nel 1980. Nel corso degli accertamenti, culminati nelle perquisizioni condotte ieri in otto citta, da Roma a Padova, da Bologna a Torino, è emerso un collegamento tra Gervasoni e militanti di ispirazione suprematista e antisemita tramite la piattaforma russa VKontakte, social simile a Facebook. Il docente è molto attivo anche su Twitter, e proprio per un commento sulla nota piattaforma web, nei mesi scorsi, era finito al centro delle cronache. Aveva scritto Gervasoni: «Ma che è, n' omo?», in riferimento alla copertina de L' Espresso dedicata al vicepresidente della Regione Emilia Romagna, Elly Schlein, espressione che gli era costata un rinvio alla Commissione etica da parte del Senato accademico dell'ateneo del Molise. Il professore si era difeso sostenendo che il suo era un «esperimento sociale». «Si possono fare commenti sul fisico della Meloni, di Salvini, Trump e Berlusconi - aveva ribattuto - Mentre non è consentito farlo su esponenti di sinistra». Ma già nel luglio 2019 Gervasoni era stato travolto dalle critiche per aver twittato la frase: «Ha ragione Giorgia Meloni, la Sea-Watch va affondata. Quindi Sea-Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso», presa di posizione che gli era costata il mancato rinnovo del contratto con l'università Luiss come docente di Storia comparata dei sistemi politici. Oltre a Gervasoni, tra gli indagati, figura anche l'influencer e giornalista, Francesca Totolo. La 44enne - collaboratrice di "Primato Nazionale" , rivista vicina a CasaPound - era balzata agli onori delle cronache per un tweet sulle unghie laccate di Josefa, superstite del naufragio al largo della Libia nel luglio 2018. Insieme ai due noti personaggi ci sono, tra gli altri, un pensionato, un ottico, l'impiegato di un ospedale di Roma e uno studente. I post e i contenuti multimediali offensivi nei confronti di Mattarella risalgono al periodo tra aprile 2020 e febbraio 2021 e prendono di mira le scelte fatte dall' Italia per contrastare la diffusione del Covid-19. Il Reparto indagini telematiche del Ros - coordinato dal procuratore di Roma, Michele Prestipino e dai pm Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito - ha ricostruito la rete relazionale e le abitudini social delle persone coinvolte, di età compresa tra i 44 e i 65 anni. È stata rilevata la diffusione nel web di plurime condotte offensive nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, appaiono frutto di una elaborata strategia di aggressione alle più alte Istituzioni del Paese. Secondo quanto apprende La Stampa, non vi sarebbe però una regia comune dietro agli attacchi via web: «Nessuna associazione a delinquere». Anche se alcuni indagati, spiegano, «sono riconducibili a una precisa area di influenza, legata all' estrema destra e ai gruppi suprematisti».

Le ispezioni in tutta Italia. Chi è Marco Gervasoni, il professore perquisito per le accuse di insulti a Mattarella. Vito Califano su Il Riformista il 12 Maggio 2021. C’è anche Marco Gervasoni tra i destinatari delle perquisizioni che hanno interessato 11 persone in tutta Italia. Il motivo dei controlli? Insulti, minacce e incitamenti all’odio nei confronti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo la Procura di Roma. Tra questi anche giornalisti, un fioraio, un dentista, e quindi Gervasoni, professore romano di 53 anni. Il caso sta diventando politico.

CHI E’ – Gervasoni è professore di Storia Contemporanea nel Dipartimento di Scienze Umane Sociali dell’Università del Molise. È saggista, è stato direttore scientifico della Fondazione Craxi. Le sue pubblicazioni lo hanno reso una sorta di neo ideologo del sovranismo e un critico acceso dell’establishment e della sinistra “radical chic”. Gervasoni si è laureato in Lettere all’Università di Milano e ha fatto il dottorato in Storia politica-Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, a Parigi. È un commentatore del quotidiano Il Giornale. Ha richiamato più volte l’attenzione in passato per via delle sue uscite sui social. Definì Ilaria Cucchi “la Segre dei poveri”. È finito nel report dell’Osservatorio Antisemitismo dopo l’appoggio della stessa senatrice Liliana Segre a sostegno del Governo Conte. In quel caso scrisse una serie di post: “ebrea di professione, stro**a, vecchia rinco*****ita, sionista pensa ai palestinesi, senatrice senza meriti che lucra sull’Olocausto, vecchia ignorante e in malafede, personaggio squallido”. Fece molto discutere il suo commento a una copertina del settimanale L’Espresso, del settembre scorso, con un primo piano di Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia Romagna. “Ma che è, n’omo?”, scrisse Gervasoni. L’Università prese le distanze dal professore e Gervasoni si giustificò: “Si possono fare commenti sul fisico della Meloni, di Salvini, Trump e Berlusconi. Mentre non è consentito farlo su esponenti di sinistra. Lo abbiamo visto molte volte. Ho pensato quindi di fare questo piccolo esperimento dopo aver visto l’interessante copertina de L’Espresso, che giocava sull’immagine mascolina di Schlein, la quale è stata più volte definita gender fluid”.

POLITICA – Ha anche apprezzato in passato la posizione di Fratelli d’Italia sul blocco navale nel Mediterraneo per impedire l’arrivo dei migranti e la scelta di fare opposizione al governo Draghi. “Ha ragione Giorgia Meloni, la Sea-Watch va affondata. Quindi Sea-Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”, scrisse in un tweet nel 2019. E si giocò la collaborazione con l’Università Luiss. Gervasoni sostiene la tesi dell’“invasione”, per quello che riguarda i migranti. Ha criticato le scelte della Lega di appoggiare il governo Draghi. E sul presente del centrodestra ha osservato: “Ottima cosa. Se la Lega diventerà una forza liberale con Fratelli d’Italia patriottico conservatore, il nuovo centrodestra potrebbe nascere”, ha scritto in uno dei suoi ultimi post su Facebook.

IL CASO – I Carabinieri del Ros, nelle indagini condotte dal pm Eugenio Albamonte, hanno sequestrato nella sua abitazione pc e telefoni. Secondo diversi giornali il professore sarebbe anche attivo sulla piattaforma social russa VKontakte, simile a Facebook, che dà spazio a gruppi e militanti di stampo suprematista e anche antisemita. A difesa di Gervasoni si è schierato il direttore editoriale del quotidiano Libero Vittorio Feltri. A chiedere chiarezza sulle ispezioni anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia: “Mi auguro ci siano ragioni solidissime per la retata nei confronti di 11 persone accusate di una ‘rete sovranista’ su internet e forse di ‘vilipendio al Presidente della Repubblica’. Altrimenti ci troveremmo davanti a un episodio che ricorda i peggiori regimi autoritari”. “Marco Gervasoni perquisito per le minacce a Sergio Mattarella? Conosco Gervasoni ed è una cosa che mi pare assolutamente assurda e ridicola. Ma non c’è da stupirsi, è la procura di Roma che non ha niente di meglio da fare”, ha detto il direttore de Il Riformista Piero Sansonetti all’Adnkronos. “Del resto la Procura di Roma è quello che è, non è una novità. Non riescono a fare altro che perseguire i reati d’opinione: o le intercettazioni, o i reati d’opinione – ha osservato – Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una "campagna d’odio contro Mattarella" è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Sergio Mattarella, vietato criticarlo: la storia del professore Marco Gervasoni, colpevole di essere di destra.  Azzurra Barbuto su Libero Quotidiano il 12 maggio 2021. Cosamai hanno trovato, o cosa si aspettavano avrebbero trovato, i carabinieri del Ros, quando ieri mattina, sumandato della autorità giudiziaria, sono entrati a casa del professore Marco Gervasoni, ordinario di storia contemporanea presso l'Università del Molise, allo scopo di perquisirla? Cosa mai potrà esserci di così compromettente nell'abitazione di un docente universitario? Di quali orridi crimini questi si sarà macchiato? Marco Gervasoni risulta indagato, insieme ad altre dieci persone, tra cui un pensionato, un ottico, due giornalisti di testate online, un cantautore, un impiegato amministrativo di un ospedale romano e uno studente, per i reati di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di istigazione a delinquere tramite messaggi e post pubblicati sui social network tra l'aprile 2020 e il febbraio 2021. L'accademico, il quale non è tipo che le manda a dire e adopera spesso un lessico colorito, sarebbe presunto reo di qualche cinguettio su Twitter non proprio delicato nei confronti del capo dello Stato e questo è sufficiente per infliggerli queste bastonate, ovvero mettergli a soqquadro la dimora e interrogarlo e indagarlo e magari pure processarlo e - perché no - condannarlo, già che ci siamo. Ma l'aspetto più grottesco della vicenda risiede in un particolare diffuso ieri e sottolineato con enfasi dagli organi di informazione: pare che tre degli individui sotto inchiesta, tra cui il cattedratico colpevole di essere di destra e non di sinistra, come prescrivono le consuetudinarie regole del buon costume e suggerisce la convenienza, «gravitino in ambienti di estrema destra e a vocazione sovranista». Insomma, Gervasoni, che si dichiara sia conservatore sia sovranista e che mai si è dichiarato di estrema destra, finisce nel tritacarne poiché ideologicamente sposa i principi del sovranismo, valori che dovremmo ritenere "sovversivi". Dunque, la convinzione che la sovranità nazionale debba essere difesa e non annullata in virtù di una globalizzazione che, per di più, ha svelato limiti e storture proprio nell'ultimo anno sarebbe pericolosa, proprio come Gervasoni sarebbe un criminale, il quale utilizza la parolaccia "patria", o i termini osceni "confini nazionali", "sovranità", elementi costitutivi questi di quello Stato che ora il professore - per un ridicolo paradosso - è accusato di oltraggiare. Gli insulti nei confronti di Mattarella, infatti, stando a quanto specificano i carabinieri del Ros, «appaiono frutto di una elaborata strategia di aggressione alle più importanti istituzioni del Paese». Una sorta di attacco allo Stato, neppure se Gervasoni, il quale opera alla luce del sole ed esprime le sue opinioni pubblicamente, senza farne mistero, fosse un boss di Cosa Nostra, in quanto iscritto - udite, udite! - ad un social network russo che vorrebbe essere una alternativa a Facebook, o un terrorista che confeziona bombe artigianali tra le mura domestiche per poi farsi saltare in aria in un mercatino di Natale spargendo sangue (ah no, delinquenti di questo genere, come il tunisino Anis Amri, li abbiamo pure accolti a braccia aperte in Italia). Ci dispiace, e allo stesso tempo ci preoccupa, e non poco, che un libero cittadino, stimato docente e acuto editorialista, autore di brillanti pubblicazioni, venga perseguito (e perseguitato) poiché ha delle opinioni politiche e, in maniera legittima, le estrinseca. Egli digitava su Twitter il 26 maggio del 2020, alle ore 13:20: «Forse Mattarella non si ricorda di essere presidente del Csm. Può capitare a una certa età di dimenticarsi le cose, è normale». Il 31 luglio del 2020, ore 13:14, sempre su Twitter: «Mattarella non è il mio presidente (per l'ennesima volta)». Il 10 ottobre del 2020 Gervasoni affermava che Sergio Mattarella è il presidente che «tifa per il lockdown», commentando le dichiarazioni rilasciate dal presidente della Repubblica in occasione dell'incontro con la pari ruolo greca. In particolare, Gervasoni si riferiva al passaggio in cui Mattarella invitava i cittadini ad un atteggiamento più responsabile «se si vuole tenere aperta l'Italia». Per il docente queste parole sottintendevano una sorta di colpevolezza del popolo, la quale semmai, a suo giudizio, andava attribuita soltanto all'esecutivo, incapace di gestire la pestilenza in maniera efficace. Il 4 dicembre del 2020, alle ore 5:14, sempre a commento di alcune asserzioni di Mattarella relative alle "restrizioni necessarie" e ai timori del presidente per "la salute del governo", Gervasoni osservava su Twitter: «Mattarella teme per la salute del governo, possiamo fermarci qui. Il mio giudizio su uno dei peggiori presidenti della Repubblica già lo conoscete». Circa 45 minuti dopo: «Il vero capo del regime sanitocratico è Mattarella, ma ancora qualcuno dell'opposizione si appella a lui. Ci sono o ci fanno?». Il 15 gennaio del 2021, alle ore 9:04, sul sito del giornalista Nicola Porro, veniva pubblicato un pezzo di Gervasoni dal titolo "È Mattarella la vera stampella di Conte". Scriveva lo storico: «È il presidente della Repubblica il vero garante del governo Conte [] Mai si era visto un presidente della Repubblica che, come racconta Massimiliano Scafi sul Giornale, fornisce indicazioni precise e meticolose a Conte su come resistere all'assalto di Renzi [] Si comporta alla stregua di un capo della maggioranza ancorché apparire un garante». E ancora: «Poco male, anzi bene: siamo presidenzialisti dai nostri diciotto anni. Solo non ci pare corretto che il presidenzialismo de facto sia applicato da figure elette non dai cittadini ma dai partiti. E ci piace ancora meno perché il presidenzialismo caché mette al riparo il capo dello Stato da critiche al suo operato: e infatti non c’è forza politica, dicasi una,che osi muovere un rilievo critico al Quirinale. Neanche ai tempi della monarchia era così». Già, neanche ai tempi della monarchia…Gervasoni non ha mai istigato gli utenti o i lettori a compiere del male al capo dello Stato, mai li ha esortati all’omicidio, mai si è augurato la morte di Mattarella, mai il suo linguaggio, quantunque icastico e tagliente, è tracimato nella violenza. Appare evidente che – altro che ingiurie e aggressioni – siamo nell’ambito dell’esercizio della sacrosanta libertà di espressione, libertà negata al professore. Forse perché non è di sinistra, ossia non si genuflette davanti al pensiero unico e al politicamente corretto? Il dubbio è più che lecito dal momento che ultimamente a subire pure sui social network la inaccettabile censura sono – guarda caso – soggetti che non si adeguano alla ideologia di sinistra. E, a proposito di censura, è questo il vocabolo più calzante per spiegare quello che sta patendo Gervasoni. Non è il docente ad attaccare lo Stato, bensì è lo Stato ad attaccare il libero pensiero dei cittadini che è costituzionalmente protetto. E tutto ciò si verifica proprio ora, dopo un anno di sistematiche violazioni delle libertà fondamentali, garantite dalla Costituzione, ad opera di governi che hanno dimostrato scarso rispetto della nostra Carta. Raccogliamo adesso i marci frutti. Ce ne sarà per tutti. 

Da adnkronos.com il 13 maggio 2021. "L'unico reato per cui sono indagato è vilipendio al presidente della Repubblica a mezzo social su twitter. La cosa curiosa è che il mio profilo è pubblico, e tutti possono andare a vedere cosa ho scritto, quindi non so perché ci sia stato bisogno di cercare altre prove scaricando tutti i miei materiali e portando via due pc". Così all'Adnkronos il professore universitario Marco Gervasoni, docente dell'ateneo del Molise finito tra i perquisiti nell’indagine per minacce a offese al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che conta undici indagati. "I Carabinieri del Ros sono stati molto corretti, gentili e attenti - sottolinea Gervasoni - ma è stata certo una sorpresa trovarmi gli uomini del reparto speciale, quelli che normalmente si occupano di Totò Riina e dei jihadisti, alla porta di casa... io sono un professore universitario e la mia è stata solo legittima critica politica". Certo, ammette il docente, "sul mio profilo i post contro il presidente della Repubblica ci sono, perché io l'ho criticato diverse volte, però sono tweet di critica politica, assolutamente non minacce. E se diventa vilipendio la critica politica allora vuol dire che siamo in regimi di altro tipo.... Fa effetto". Peraltro, aggiunge, "avevo 21mila follower e l'account mi è stato sequestrato, in questo modo la mia libertà di espressione è stata fortemente limitata". In ogni caso, aggiunge, "io sono tranquillo: non troveranno nei miei dispositivi nessun contatto con ambienti eversivi e i tweet sono pubblici, quindi non vedo che elementi di novità possano emergere dalle indagini, se non a mio discarico". "Da storico che lettura do di questa vicenda? Il primo dato di contesto è quello che ci troviamo di fronte a una grave crisi interna alla magistratura - sottolinea Gervasoni - una sorta di guerra civile. Un altro dato di contesto è che non è la prima volta che qualcuno viene indagato per vilipendio, è successo anche recentemente, ma si sta alzando il tiro colpendo figure più note e collocate in una certa area politica. Tra l'altro, io non è che sono di estrema destra, sono vicino a Fdi, non ho nulla a che vedere con l'estremismo... Quindi, secondo la mia lettura, da un lato c'è il tentativo di deviare su altri problemi e dall'altro quello di zittire, impaurire, perché, com'è successo a me, può accadere ad altri, e quindi prima di scrivere qualcosa contro il Capo dello Stato la prossima volta ci si penserà due volte... Anche perché si tratta di un reato che comporta in teoria fino a 5 anni di carcere...".Una questione a parte è quella dei media. "Alcuni giornali hanno sbattuto il mostro in prima pagina - dice il docente - scrivendo anche cose false: che sarei indagato per istigazione alla violenza o associazione per delinquere, che sarei antisemita perfino, quando uno degli ultimi post che avevo fatto era pro Israele". Poi c'è la questione politica: "Sui social possono istigare alla violenza contro Meloni, contro Salvini e non succede niente... è vero che non sono il capo dello Stato ma nessun magistrato se ne occupa, e invece si occupano della critica politica al presidente della Repubblica, come quella avanzata dal sottoscritto e dalla giornalista Francesca Totolo, ad esempio". Gervasoni intravede una deriva liberticida "in Italia e in tutti i paesi occidentali" e "su vari versanti", che adesso, aggiunge, "sta interessando anche media e social, che fino a poco tempo fa erano uno strumento di libertà individuale e adesso sono censurati sia dai propri 'editori' sia dalla magistratura".

"Non sono estremista. Trattato da mostro per un banale tweet". Fabrizio Boschi il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Il docente indagato per offese a Mattarella: "L'ho solo accusato di regime sanitocratico". Rischiare un processo per 280 caratteri. È coinvolto in un'inchiesta per vilipendio al presidente della Repubblica, accostato ad ambienti di estrema destra e non sa ancora darsene una ragione. Marco Gervasoni, storico e saggista, collaboratore del Giornale, docente di Storia contemporanea all'università del Molise, è sorpreso per ciò che gli sta accadendo: finire sotto accusa per un banale tweet.

Professore, l'avevamo cercata.

«Non potevo rispondere al telefono, avevo i Ros in casa. Sono stati qui dalle 7 alle 21».

Cosa volevano?

«Hanno fatto una copia del mio cellulare e dell'Ipad e sequestrato due pc e una sim card. Ma sono stati molto gentili e professionali, alla fine abbiamo fatto anche amicizia».

Ci è rimasto male?

«Sono rimasto sorpreso. Non ho mai ricevuto avvisi di garanzia, mai avuto i carabinieri in casa».

Conosce gli altri indagati?

«Solo Francesca Totolo, che scrive sul Pensiero nazionale, una rivista vicina a Casa Pound. Gli altri non so chi siano».

Come si spiega questa vicenda?

«Non ne ho idea, non so quale o quali siano i tweet incriminati anche perché non abbiamo potuto ancora accedere agli atti. Non mi ricordo di aver mai offeso il presidente della Repubblica. Mi sono fatto fare gli screenshot dell'ultimo anno e mezzo da un amico perché il mio account Twitter è stato sequestrato e non ho ravvisato ingiurie».

Lei è molto attivo su Twitter?

«Ho circa 21mila follower, lo uso per fare una mini rassegna stampa la mattina e per commentare i fatti del giorno. Per me è uno strumento anche professionale visto che scrivo per dei giornali, uno strumento di informazione e di comunicazione».

Che idea si è fatto dell'inchiesta?

«Eh, che si può finire indagati anche solo per un tweet. Stiamo parlando di un tema dove il discrimine tra ciò che è reato e ciò che non lo è molto sottile. Un tweet può essere anche una burla o una provocazione ma ciò può dar adito ad interpretazioni errate. Io comunque mi sento tranquillo e in buona fede».

Del resto, vedo che su Twitter tocca un po' tutti.

«Ma certo, mica sono ossessionato da Mattarella».

E sul presidente cosa ha scritto allora?

«Per esempio, scrissi che Mattarella è il vero capo del regime sanitocratico, un termine che ho utilizzato e spiegato anche in vari pezzi sul Giornale».

I suoi tweet però producono una serie di commenti d'odio.

«Su Twitter non si possono cancellare i commenti. Si può bloccare una persona ma i commenti restano. Ognuno si assume la responsabilità di ciò che scrive. O si pensa forse che i tweet siano istigazione a delinquere? Nei regimi autoritari esiste il reato di istigazione alla violenza. Ma un conto se avessi scritto andate ed assalite il Quirinale, un altro se scrivo che Mattarella doveva sciogliere le Camere e non l'ha fatto».

E sugli accostamenti ai gruppi estremisti cosa risponde?