Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

SESTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Censura.

Censura da Amazon libri. Del Coronavirus vietato scrivere. 

"Salve, abbiamo rivisto le informazioni che ci hai fornito e confermiamo la nostra precedente decisione di chiudere il tuo account e di rimuovere tutti i tuoi libri dalla vendita su Amazon. Tieni presente che, come previsto dai nostri Termini e condizioni, non ti è consentito di aprire nuovi account e non riceverai futuri pagamenti royalty provenienti dagli account aggiuntivi creati. Tieni presente che questa è la nostra decisione definitiva e che non ti forniremo altre informazioni o suggeriremo ulteriori azioni relativamente alla questione. Amazon.de".

Amazon chiude l’account del saggista Antonio Giangrande, colpevole di aver rendicontato sul Coronavirus in 10 parti.

La chiusura dell’account comporta la cancellazione di oltre 200 opere riguardante ogni tema ed ogni territorio d’Italia.

Opere pubblicate in E-book ed in cartaceo.

La pretestuosa motivazione della chiusura dell’account: “Non abbiamo ricevuto nessuna prova del fatto che tu sia il titolare esclusivo dei diritti di copyright per il libro seguente: Il Coglionavirus. Prima parte. Il Virus.”

A loro non è bastato dichiarare di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Amazon.

A loro non è bastato dichiarare che sul mio account Amazon non sono pubblicate opere con Kdp Select con diritto di esclusiva Amazon.

A loro non è bastato dichiarare altresì di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Google, ove si potrebbero trovare le medesime opere pubblicate su Amazon, ma solo in versione e-book.

A loro interessava solo chiudere l’account per non parlare del Coronavirus.

A loro interessava solo chiudere la bocca ad Antonio Giangrande.

Che tutto ciò sia solo farina del loro sacco è difficile credere.

Il fatto è che ci si rivolge ad Amazon nel momento in cui è impossibile trovare un editore che sia disposto a pubblicare le tue opere.

Opere che, comunque, sono apprezzate dai lettori.

Ergo: Amazon, sembra scagliare la pietra, altri nascondono la mano.

Vi ricordo che la pubblicazione di libri da parte di una persona che non detiene i diritti di pubblicazione necessari costituisce una violazione del codice penale e la violazione della politica di Amazon, che la autorizza a sospendere o chiudere gli account che tentano più volte questa operazione.

Vi ricordo che accusare ingiustamente qualcuno di violare i diritti di pubblicazione altrui è ingiurioso e offensivo.

Vi ricordo che sospendere o chiudere ingiustamente un account è lesivo dei diritti commerciali e foriero di risarcimento del danno.

Nel merito:

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Amazon e le opere citate ai sensi di legge contendono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Spero di essere stato esauriente, in caso è un abuso da parte di Amazon.

TRIBUNALE PENALE DI TARANTO UFFICIO DEL GIUDICE DELLE INDAGINI PRELIMINARI DOTT.SSA PAOLA R. INCALZA

Proc. Pen. n. 4401/18 R.G.N.R. 4578/18 R.G.GIP DECRETO PENALE n.663/18

OPPOSIZIONE A DECRETO PENALE DI CONDANNA EX ART. 461 C.P.P.

Il sottoscritto dr Antonio Giangrande, nato a Avetrana il 02/06/1963, C.F.: GNGNTN63H02A514Q, residente in Avetrana (TA), via A. Manzoni n. 51, dichiaratamente domiciliato, ai sensi dell'art. 161 cpp, presso la propria residenza all'indirizzo suindicato, rappresentato e difeso, giusta procura in calce, dall'Avv. Mirko Giangrande del Foro di Taranto (C.F. GNGMRK85A26E882V – P.I. 02834700730), il quale dichiara di voler ricevere le comunicazioni a mezzo fax al numero 099/9708396 e PEC avv. mirkogiangrande@postecert.it, imputato nel procedimento penale n. 4401/18 R.G.N.R., 4578/18 R.G. GIP e destinatario del decreto penale di condanna n. 663/18 emesso dal GIP Paola R. Incalza presso il Tribunale di Taranto

PREMESSO CHE

1. In data 1 febbraio 2021 è stata ricevuta la notifica del decreto penale di condanna n.663/18 emesso, nell’ambito del procedimento penale in epigrafe dalla Dott.sa Paola R. Incalza, GIP presso il Tribunale Penale di Taranto, in data 26 giugno 2018 e depositato in cancelleria il 29 giugno 2018 (All. 1);

2. Con il predetto decreto l’interessato è stato condannato per il delitto di cui agli artt. 81 cpv. c.p., 595, 3° comma, c.p., alla pena di 9.000,00 di multa, pena sospesa;

3. Il dott. Antonio Giangrande veniva condannato “perchè, con più azioni esecutive di un disegno criminoso, offendeva la reputazione di Bravo Stefano mediante la pubblicazione sul sito “Google Libri” – quindi, attraverso il sistema “Internet”- di libri dal contenuto ingiurioso ed altamente lesivi dell’immagine professionale della p.o., indicandola come persona coinvolta nell’ambito dell’inchiesta “MAFIA CAPITALE”, in particolare:

- pubblicava il libro e-book da titolo “GOVERNOPOLI”, INDICANDO LA P.O. come “IL COMMERCIALISTA CHE RICICLAVA I SOLDI DI BUZZI E CARMINATI”, soggetti coinvolti nel predetto procedimento penale e sottoposti a misure cautelari;

- pubblicava il libro e-book dal titolo “APPALTOPOLI: APPALTI TRUCCATI” indicando la p.o. come: “STEFANO BRAVO LO SPALLONE DEL CLAN, IL COMMERCIALISTA CHE PORTAVA I SOLDI OLTRECONFINE, E’ STATO TRA I PROMOTORI DELLA HUMAN FOUNDATION, UNA CREATURA DELL’EX-MINISTRO PD GIOVANNA MELANDRI…”

- pubblicava il libro e-book dal titolo: “MAFIOPOLI SECONDA PARTE: LA MAFIA SIAMO NOI”, indicando la p.o. come: “STEFANO BRAVO CHE RICICLAVA I SOLDI PER BUZZI E CARMINATI”.  In Avetrana, sino al 28 aprile 2015 (competenza territoriale individuata ex art.9, 3°comma, c.p.p.)

PROPONE

Opposizione avverso il decreto penale di condanna n.663/18 emesso dal GIP, Dott.ssa Paola R. Incalza presso il Tribunale Penale di Taranto, nel procedimento penale n. 4401/2018 R.G.N.R. e n. 4578/2018 R.G. GIP, il 26/06/2018 e depositato in data 29/06/2018 e ricevuto in notifica in data 1/02/2021, chiedendo che si proceda con le forme del giudizio Ordinario (e non per giudizio immediato/giudizio abbreviato/applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p.) e che il decreto penale qui opposto venga revocato per i seguenti

MOTIVI

In tema di diffamazione, diritto di cronaca e di critica, i punti di riferimento normativi sono vari.

L'art. 21 della Costituzione dispone che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

L'art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”.

L'art. 10 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali (Libertà di espressione) dispone che “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, cinematografiche o televisive. L’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”. L'art. 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea (Libertà di espressione e d'informazione) recita: “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati”.

L'Art. 51 del Codice Penale (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere) prevede che “L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità”

L'art. 2 legge 69/1963 (“Ordinamento della professione di giornalista”) dispone che «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori.».

L'odierno imputato ha esercitato il diritto di cronaca e di critica. Tale diritto, costituzionalmente garantito dall'art. 21 della Costituzione, incontra solo tre limiti:

- Verità;

- Attinenza– continenza;

- Interesse pubblico. Il diritto di cronaca è esercitabile sia su stampa periodica e non periodica. Quest'ultima consiste in ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè non stampata regolarmente. Ne è un esempio il saggio o un romanzo in forma di libro). Nella fattispecie in oggetto, l'attività del dott. Giangrande è di “cristallizzare la cronaca” e applicando su di essa una “critica storica”.

La Corte di Cassazione, nel tempo, è spesso intervenuta a contemperare i vari e contrapposti diritti in ambito di diritto di cronaca. In due famose sentenze (Cass. Pen. 8959/1984; Cass. Civ. 5259/1984) la Suprema Corte afferma che l'esercizio della libertà di diffondere alla collettività notizie e commenti è legittimo, e quindi può anche prevalere sul diritto alla riservatezza se concorrono le seguenti condizioni:

- Che la notizia pubblicata sia vera ("verità del fatto esposto");

- Che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale ("rispondenza ad un interesse sociale all'informazione", ovvero requisito della pertinenza);

- Che l'informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività ("rispetto della riservatezza ed onorabilità altrui", ovvero "correttezza formale della notizia o della critica").

- Che se tutte queste condizioni vengono rispettate, una notizia può essere pubblicata anche se danneggia la reputazione di una persona.

Nella sent. 18174/14 la Suprema Corte attesta che: "la cronaca ha per fine l'informazione e, perciò, consiste nella mera comunicazione delle notizie, mentre se il giornalista, sia pur nell'intento di dare compiuta rappresentazione, opera una propria ricostruzione di fatti già noti, ancorchè ne sottolinei dettagli, all'evidenza propone un'opinione". In tema di esimenti del diritto di critica e di cronaca, una delle ragioni fondanti della esclusione della antigiuridicità della condotta lesiva della altrui reputazione deve essere ravvisata nell’interesse generale alla conoscenza del fatto nel momento storico e, dunque, nell’attitudine della informazione a contribuire alla formazione della pubblica opinione, in modo che il cittadino possa liberamente orientare le proprie scelte nel campo della formazione sociale, culturale e scientifica (Cass., sez. V penale, sent. 7340/2019).

In tema di diffamazione a mezzo stampa, al fine di attribuire efficacia esimente all'esercizio del diritto di cronaca e di critica, la verità della notizia e la fondatezza dell'opinione vanno valutate con riferimento al momento in cui sono state divulgate, non potendo assumere alcun rilievo gli eventi successivi (Corte d'appello di Bari, sent. 2524/2019).

In materia di diffamazione a mezzo stampa, non sussiste una generica prevalenza del diritto all'onore sul diritto di critica, in quanto ogni critica alla persona può incidere sulla sua reputazione. D'altra parte, negare il diritto di critica, solo perché lesivo della reputazione di taluno, significherebbe negare il diritto di libera manifestazione del pensiero. Il diritto di critica, pertanto, può essere esercitato anche mediante espressioni lesive della reputazione altrui, purché esse siano strumento di manifestazione di un ragionato dissenso e non si risolvano in una gratuita aggressione distruttiva dell'onore. Per contro, si configura un abuso del diritto di critica in caso di palese travalicamento dei limiti della civile convivenza, di utilizzo di espressioni sgradevoli e non pertinenti al tema in discussione, senza che sussista alcuna finalità di pubblico interesse (Trib. Roma, sez. XVIII, sent. 20090/2019).

In tema di diffamazione, l'esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione, ma non vieta l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato (Cass. Pen., sez. V, sent. 17243/2020).

In tema di responsabilità civile per diffamazione, il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione dei fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi; per riconoscere efficacia esimente all'esercizio di tale diritto, occorre tuttavia che il fatto presupposto ed oggetto della critica corrisponda a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive (Trib. Roma, sez. I, sent. 2537/2020).

Riguardo al tema della diffamazione, l'esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuità ed immotivata aggressione dell'altrui reputazione, ma non vieta l'utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico in quanto non hanno adeguati equivalenti (Cass. Pen., sez. V, sent. 15089/2019). La sussistenza dell'esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto; l'esercizio di tale diritto consente l'utilizzo di espressioni forti e anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l'attenzione di chi ascolta (Cass. Civ., sez. III, ordinanza 14370/19).

La nuova normativa concernente il rapporto tra il diritto alla privacy ed il diritto di cronaca è contenuta negli articoli 136 e seguenti del Codice privacy che hanno sostanzialmente recepito quanto già stabilito dal citato art. 25 della Legge 675 del 1996. In base a dette norme chiunque esegue la professione di giornalista indipendentemente dal fatto che sia iscritto all'elenco dei pubblicisti o dei praticanti o che si limiti ad effettuare un trattamento temporaneo finalizzato esclusivamente alla pubblicazione o diffusione occasionale di articoli saggi o altre manifestazioni del pensiero:

- può procedere al trattamento di dati sensibili anche in assenza dell'autorizzazione del Garante rilasciata ai sensi dell'art. 26 del D. Lgs. 196 del 2003;

- può utilizzare dati giudiziari senza adottare le garanzie previste dall'art. 27 del Codice privacy;

- può trasferire i dati all'estero senza dover rispettare le specifiche prescrizioni previste per questa tipologia di dati;

- non è tenuto a richiedere il consenso né per il trattamento di dati comuni né per il trattamento di dati sensibili.

Il dott. Giangrande è un giurista, sociologo storico, youtuber e blogger d'inchiesta ed opera nell'ambito del libero pensiero stabilito dall'art. 21 della Costituzione. La legge 633/1941, all'art. 65, sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo.  

Per la Suprema Corte (Cass. 16236/2010), “con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”.

Il dott. Giangrande, come saggista, al fine di studio o di discussione, per critica storica o per inchiesta, poteva approfondire e comparare un caso ad altri casi già trattati, per elevarli ad anomalia del sistema. Nel caso di specie i soggetti originali non possono impedirne la pubblicazione, né il pubblicato può essere da loro ritirato. Non esiste alcun legame con le parti. La pubblicazione, credibile, attendibile, affidabile ed incontestabile, avviene per amor di Verità.

L'odierno opponente, nella propria attività, aggrega contenuti tematici di ideologia contrapposta con citazione della fonte, al fine del diritto di cronaca e di discussione e di critica dei contenuti citati. La dottrina maggioritaria evidenzia che “per uso di critica” deve intendersi l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione.

La critica storica può scriminare la diffamazione (Cass. Pen., sez. V, sent. 47506/2016). L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”.

La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione (Cass. Pen. sez. V, sent. 47506/2016), dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Le frasi contestate sono tratte da brani riferiti ad articoli di stampa mai rettificati riconducibili a Francesco Merlo su “la Repubblica” del 12/12/2014 (All. 2) e Marco Damilano e Emiliano Fittipaldi su “L’Espresso” del 18/12/204 (All. 3). La parte offesa non ha mai chiesto la rettifica dei brani citati: né, a quanto pare dalla pubblicazione recente, all’autore principale, né al secondario. 

Si deposita: 1. Copia del decreto penale di condanna n. 663/18;

2. Copia dell'articolo Francesco Merlo su Repubblica;

3. Copia dell'articolo di Marco Damilano ed Emiliano Fittipaldi su L'Espresso

Avetrana, lì 08/2/2021

Dott. Antonio Giangrande

Per Autentica Avv. Mirko Giangrande

ON.LE GIUDICE PER LE INDAGINI PRELIMINARI

PRESSO IL TRIBUNALE DI TARANTO

Il sottoscritto Avv._________ , difensore di _______ nato a ______ il ______ e residente in ______ alla via _____

DICHIARA

di proporre opposizione avverso il decreto penale di condanna emesso dal GIP (dott. _______) presso il Tribunale di _________in data _______ e notificato in data _______, con il quale l’imputato è stato condannato alla pena di € 9.000,00  per il reato di cui agli artt. __________.

(Chiede altresì il giudizio immediato, abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta delle parti. Parte eventuale da aggiungersi se si ritiene di definire il giudizio con un rito alternativo).

Si allega: procura speciale (se non già in atti)

Luogo,_________________

Dal Cav ai grillini. Chi dimentica le notizie in fondo al barile. Francesco Maria Del Vigo il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Ci sono notizie che, per certi giornali, non sono notizie. O, per lo meno, non lo sono abbastanza da meritare la loro attenzione. Ci sono notizie che, per certi giornali, non sono notizie. O, per lo meno, non lo sono abbastanza da meritare la loro attenzione. Facciamo qualche esempio pratico. Primo caso da manuale del giornalismo al rovescio. Giovedì Silvio Berlusconi è stato assolto dal tribunale di Siena, nell'ambito del processo Ruby ter, dall'accusa di corruzione in atti giudiziari. Il fatto non sussiste, recita la sentenza. Ma il fatto non sussiste neppure per una certa stampa. Nel senso che lo hanno rimosso. Alla scuola di giornalismo della sinistra engagé, evidentemente, non è una notizia. L'accusa era quanto mai balorda, ma è piuttosto singolare che proprio i quotidiani che più la hanno sostenuta e strombazzata ora la occultino nelle pagine più periferiche. Per Stampa e Repubblica - che per anni hanno dedicato fiumi di inchiostro e un quantitativo di carta corrispondente a qualche ettaro di bosco alle vicende giudiziarie del Cavaliere - la vicenda non merita neppure la prima pagina. Una notiziola, se possibile annegata in mezzo a una pagina o nascosta nel passaggio di un titolo. Se avessero potuto la avrebbero camuffata tra le previsioni meteorologiche. Secondo caso. Mercoledì, qui, sulle colonne del Giornale, abbiamo raccontato ai nostri lettori che l'ex capo dell'intelligence di Hugo Chavez ha rivelato che il regime ha dato soldi al Movimento 5 Stelle fino al 2017. Cioè poco prima che iniziasse la campagna elettorale che poi ha portato alla vittoria dei grillini. Ricapitoliamo: una sanguinaria dittatura comunista avrebbe foraggiato un partito italiano, di fatto influenzando la politica di casa nostra. Vi sembra una notizia? A noi decisamente sì. Eppure, anche in questo caso, gran parte della stampa - salvo rare eccezioni - ha fatto finta di niente. I giornali che ci hanno perseguitato per mesi con i presunti fondi di Mosca alla Lega di Matteo Salvini, davanti al caso Venezuela fanno i pesci in barile. Non vedono, non sentono e - soprattutto - non scrivono. Guai a disturbare i Cinque Stelle, specialmente in questo momento di grande scambio di effusioni con il Partito Democratico di Enrico Letta. Due esempi per un metodo molto diffuso, specialmente a sinistra: il giornalismo à la carte, le notizie si pubblicano solo quando fanno comodo.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

La notizia censurata. Anche la Rai censura la notizia dei fondi venezuelani al Movimento 5 Stelle, serve una svolta. Michele Anzaldi su Il Riformista il 23 Ottobre 2021. Le indiscrezioni pubblicate dalla stampa dicono che i neoamministratori della Rai, scelti dal governo Draghi, starebbero per procedere in queste ore, al più tardi nei prossimi giorni, con le nomine dei nuovi direttori di testata. Indipendentemente dai nomi che verranno proposti, che devono essere scelti in autonomia dal vertice aziendale auspicabilmente nel pieno rispetto della professionalità, della deontologia giornalistica e del curriculum, è sconcertante che non sembri esserci alcuna novità sul piano organizzativo ed editoriale dei telegiornali. Davvero la Rai di Draghi, ovvero del presidente del Consiglio che in questi mesi ha avuto il coraggio di avviare fondamentali riforme per il Paese nell’ambito dell’attuazione del Pnrr, intende su un settore vitale come l’informazione andare avanti con l’assetto del secolo scorso? Davvero l’amministratore delegato Fuortes, invece di porre le basi per eliminare la lottizzazione, intende andare avanti con una nuova carrellata di nominati come chi l’ha preceduto? Può essere questa la nuova Rai “europea” di profilo draghiano? Otto testate giornalistiche con otto direttori e una pletora di ufficiali e sottufficiali, tra vicedirettori, capiredattori, capiservizio, etc., ha ancora un senso ed è compatibile con l’allarme sui conti lanciato in Vigilanza proprio dal nuovo amministratore delegato? Ma è mai possibile che si perpetui un modello organizzativo identico a quello della Prima Repubblica, quando i maggiori servizi pubblici europei hanno invece negli ultimi anni rivoluzionato i propri assetti per rinforzare ad esempio il proprio ruolo sull’informazione digitale e sul web? La Bbc nel Regno Unito, France Television in Francia, Zdf e Ard in Germania, Tve in Spagna hanno un unico centro produttivo ed editoriale delle news per rafforzare la qualità dei contenuti, le All News e l’informazione sul Web, dove la Rai continua a essere fanalino di coda e, quindi, sostanzialmente irrilevante. Eppure dal 1993 ha un modello in casa che ha funzionato egregiamente anche sul piano del pluralismo: la news room unica per il Giornale Radio. Perché lo stesso modello non viene adottato anche per i tg? Negli ultimi anni (prima con l’ex Ad Gubitosi, poi con Verdelli nella sua qualità di direttore editoriale) la Rai aveva elaborato due piani di riforma delle news, perché una profonda ristrutturazione di quel comparto era stata giudicata necessaria e non rinviabile sul piano dell’efficienza, della qualità, di un pluralismo vero e del contenimento dei costi, eliminando duplicazioni di funzioni, ma soprattutto sprechi e clientele. Che fine hanno fatto quei piani? Dopo essere stati insabbiati e chiusi in un cassetto dalla Rai gialloverde di Conte e dell’amministratore delegato Salini, davvero possono essere ignorati anche dall’Ad Fuortes e dal Cda presieduto da Marinella Soldi? Si può lanciare l’allarme sui conti, sull’insostenibilità dell’attuale situazione finanziaria del servizio pubblico, e poi ignorare un piano già pronto come il Piano Newsroom di Gubitosi, approvato anche dalla commissione di Vigilanza allora presieduta dal presidente Fico, che a regime farebbe risparmiare 70 milioni di euro all’anno? L’inefficienza e l’inefficacia dell’attuale assetto informativo Rai è sotto gli occhi di tutti, dalle notizie censurate (vedi i presunti fondi di Chavez a M5s) alla lunga sequela di errori, dalla moltiplicazione dei costi all’assenza delle testate Rai quando c’è da dare per primi una notizia. Leggere in queste ore che il nuovo Ad e il nuovo Cda abbiano deciso di perpetuare un modello bocciato dai più importanti servizi pubblici radiotelevisivi europei desta meraviglia e sconcerto perché smentisce clamorosamente la linea di rigore e di rinnovamento perseguita dal presidente Draghi. Spero che il vertice Rai si fermi in tempo: le nomine non possono essere staccate da un piano di riforma delle news in linea con quanto fatto dalle altre tv in Europa. Michele Anzaldi

Chi era Luigi Amicone. Un anno fa si è impegnato a censurarmi. Ha fatto in modo che nessuno pubblicasse le mie opere. Ha inoltrato l’esposto infondato contro di me ad Amazon, Google Libri e Lulu, costrongendoli a cancellare il mio account di pubblicazione e di fatto censurandomi. L’unico a farlo rispetto a centinaia di migliaia di autori e di citazioni e in riferimento a un suo articolo marginale, doverosamene citato, pubblicato su Il Giornale.it, posto in discussione ed in contraddittorio rispetto ad altri altricoli sullo stesso argomento. Mi ha posto temporaneamente sul lastrico, ledendo, oltretutto, la mia onorabilità e reputazione. Questa la mia risposta:

Dr Luigi Amicone, sono il dr Antonio Giangrande. Il soggetto da lei indicato a Google Libri come colui che viola il copyright di “Qualcun Altro”. Così come si evince dalla traduzione inviatami da Google. “Un sacco di libri pubblicati da Antonio Giangrande, che sono anche leggibile da Google Libri, sembrano violare il copyright di qualcun altro. Se si controlla, si potrebbe scoprire che  sono fatti da articoli e testi di diversi giornalisti. Ha messo nei suoi libri opere mie, pubblicate su giornali o riviste o siti web. Per esempio, l'articolo pubblicato da Il Giornale il 29 maggio 2018 "Il serial Killer Zodiac ... ". Sembra che abbia copiato l'intero articolo e incollato sul "suo" libro. Sembra che abbia pubblicato tutti i suoi libri in questo modo. Puoi chiedergli di cambiare il suo modo di "scrivere"? Grazie”.

Mi vogliono censurare su Google.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

Premessa: Ho scritto centinaia di saggi e centinaia di migliaia di pagine, affrontando temi suddivisi per argomento e per territorio, aggiornati periodicamente. Libri a lettura anche gratuita. Non esprimo opinioni e faccio parlare i fatti e gli atti con l’ausilio di terzi, credibili e competenti, che sono ben lieti di essere riportati e citati nelle mie opere. Opere che continuamente sono utilizzati e citati in articoli di stampa, libri e tesi di laurea in Italia ed all’estero. E di questo ne sono orgoglioso, pur non avendone mai data autorizzazione preventiva. Vuol dire che mi considerano degno di essere riportato e citato e di questo li ringrazio infinitamente. Libri a lettura anche gratuita. Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di manifestare il proprio pensiero, anche con la testimonianza di terzi e a tal fine fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico.

Reclamo: Non si chiede solo di non usare i suoi articoli, ma si pretende di farmi cambiare il mio modo di scrivere. E questa è censura.

Morto Luigi Amicone, tra i fondatori di Cl e del settimanale «Tempi»: una vita tra politica e battaglie civili. Andrea Senesi su Il Corriere della Sera il 19 ottobre 2021. Un infarto nella notte. Pneumotorace e conseguente arresto cardiaco. Soccorso d’urgenza, trasportato all’ospedale San Gerardo di Monza, è morto dopo pochi minuti. Aveva 65 anni. Luigi Amicone, già consigliere comunale di Forza Italia non eletto alle ultime amministrative (605 preferenze), ma prima, decenni prima, tra i fondatori di Cl e poi del settimanale d’area Tempi, di cui era ancora direttore, ma soprattutto attivista di molte battaglie (perse) in Italia. Il referendum sul divorzio e poi l’aborto, il giustizialismo di Mani Pulite, l’eutanasia, i matrimoni gay. Sempre in campo, anche se sempre sconfitto. Un mese fa, da candidato azzurro a Palazzo Marino, annusando la sconfitta del pediatra Luca Bernardo contro Beppe Sala, s’era scagliato contro Matteo Salvini: « Ha confuso Milano con Milano Marittima. La gente è sconcertata, si poteva vincere a mani basse ma si va verso una sconfitta a mani alzate».

Il ricordo su «Tempi»

Un «capotribù». Così, lo salutano gli amici e colleghi di Tempi. La moglie Annalena, una famiglia numerosa, sei figli. Ecco il ricordo sul sito web del settimanale: «Ancora ieri discutevamo con lui di un articolo da scrivere, di un intervento da pubblicare su Tempi, di come commentare l’ultimo sviluppo di cronaca. La notizia della sua morte ci coglie all’improvviso e impreparati, come sempre accade. Che don Giussani, il suo amico e maestro, che aveva per lo spirito libero e gioviale di Amicone una predilezione, ci guidi in questo momento di smarrimento, ricordandoci di confidare sempre in quel Destino al cui cospetto si trova ora il nostro carissimo amico Gigi».

Amicone nasce il 4 ottobre 1956. A 13 anni brucia nella piazza centrale di un paesino abruzzese una bandiera spagnola in segno di protesta per il garrottamento franchista dell’anarchico catalano Puig Antich. «Avevo il libretto rosso di Mao in tasca e quel libretto lo conservo ancora», raccontò al Corriere. A 14 anni a Milano entra all’istituto tecnico Molinari, lo stesso di Sergio Ramelli di cui è coetaneo. Si mette a bazzicare Avanguardia Operaia, «ma sulla mia strada si para nel frattempo don Giorgio Pontiggia, il più viscerale, potente, gigantesco educatore che abbia mai conosciuto. Una figura alla Guevara che mi porta a Cristo invece che alla rivoluzione proletaria». Poi i decenni con Cl, la lezione di vita di don Giussani «che amava raccomandare agli amici “la mia ossessione è stata quella di non vivere inutilmente, vivi pazzo!”». Diceva: «Ecco, a me è successo questo».

Le passioni politiche

Fonda Tempi e diventa uno degli intellettuali più in vista del movimento. Un reazionario purissimo, dicevano tutti di lui. Eppure è lui che trova a Casarsa e fa pubblicare su Il Sabato, altra rivista d’area, alcune poesie inedite di Pierpaolo Pasolini, intellettuale comunista, omosessuale, eretico per definizione. Negli anni Amicone si farà anche putiniano, trumpiano e a un certo punto persino orbaniano, cosa che lo porta in minoranza anche tra gli eredi di don Gius. Ha una nipote che vive in California e fa la surfista. È una superfemminista e da leader del «Me too» locale è diventata a suo modo celebre per aver appena ottenuto una legge che equipara i premi sportivi delle donne a quelli degli uomini.

A Palazzo Marino

In Consiglio comunale con Forza Italia, la politica d’aula non lo appassionava più di tanto. Si scaldava giusto per le «sue» battaglie, l’ultima contro il riconoscimento all’anagrafe del doppio papà per i figli dell’utero in affitto. «Io voglio diventare il prossimo presidente di Cl — ama ripetere — e avere l’ufficio in San Fedele, così da essere vicino sia al prossimo sindaco che alla chiesa della piazza, che è considerata il modello di riferimento per l’architettura sacra dell’arte della Controriforma».

L’ultima campagna elettorale

All’inizio di ottobre aveva scritto un de profundis anticipato per Bernardo, «vittima» della «presunzione dell’uomo solo al comando», ossia Salvini. «La città che poteva vincere a mani basse, sembra proprio che il centrodestra abbia deciso di perderla a mani alzate» scriveva il consigliere di FI. L’attacco al Capitano era stato frontale: «Forse ha confuso Milano con Milano Marittima. E adesso corre con tutti gli alleati verso l’abisso». Accusava la Lega e FdI di essersi dimenticati del candidato nel logo delle liste. «Forza Italia è l’unico partito della coalizione che ha mantenuto l’impegno a inserire il candidato nel proprio simbolo». Era rimasto Amicone, fino alla fine.

Il cordoglio di colleghi e amici

A ricordare Amicone ci sono diversi colleghi, da Gad Lerner a Mario Adinolfi. «Luigi è stato per me un avversario appassionato ma gentile con il quale ci siamo sempre voluti bene. Oggi lo piango insieme ai suoi familiari e alla sua comunità di fede», ha twittato Lerner. Così Adinolfi: «Volle dedicarmi una copertina di Tempi in cui mi descrisse come un “pericolo pubblico”. Discutevamo molto, qualche volta in tv ci capitò pure di litigare. Ma Luigi ci credeva. Dio, se ci credeva. Che dolore».

Poeta, rubacuori e innamorato delle idee. Addio Amicone, combattente della libertà. Luca Doninelli il 20 Ottobre 2021 su Il Giornale. È stato tra i fondatori di Cl e "Tempi". Fatale un infarto, aveva 65 anni. Lo si è detto fin dall'antichità: spesso la vita allontana tra loro le persone, spesso la morte le riavvicina. In un solo giorno due persone importanti per la mia vita se ne sono andate, una a causa di un infarto, l'altra per un incidente in moto. Si chiamavano Luigi Amicone e Raffaele «Lele» Tiscar. Erano due personaggi pubblici, impegnati nel giornalismo e nella politica, e avevano tutti e due sessantacinque anni come me. Quello che ho conosciuto meglio era Luigi Amicone. Eravamo compagni di università, tutti e due ciellini, lui iscritto a Scienze Politiche, io a Filosofia. Lui era un vero leader, e in quegli anni tristi (1975-1980) la sua personalità debordante segnò la vita di tanti compagni, me compreso. Lo chiamavamo Luigino, non perché fosse piccolo ma perché aveva gli occhi, la faccia e i modi di chi, diventando grande, riesce a mantenere la poesia dell'adolescenza. Io gli volevo bene. In un clima dominato dall'ideologia e dalla violenza, Luigi mi insegnò a non avere paura, a mettere in gioco con coraggio e ironia la mia piccola fede e i miei ideali, a non rinchiuderli in discorsi e analisi da circolo culturale, a sfidare il mondo. Luigino era bello, simpatico, sapeva cantare bene e le ragazze si innamoravano di lui. Scriveva belle poesie. Insieme conoscemmo Giovanni Testori, nel 1978, e ne fummo segnati per sempre. Testori ci fece scrivere un libro ciascuno. Fare, fare: questo era il suo modo di farci crescere. Uscito dall'università, Luigi andò a lavorare al settimanale Il Sabato, che è stato fucina di tanti grandi giornalisti, e al quale collaboravo anch'io come critico letterario. Avevamo meno di venticinque anni: e a questo pensiero non posso non pensare alla fortuna che abbiamo avuto, lui, io e tanti altri, ad incontrare sulla nostra strada uomini come Don Giussani e come Testori, che ci hanno insegnato a scommettere su ciò in cui credevamo e a rischiare per questo. Poi le nostre vite hanno preso direzioni diverse, ma credo di avere ereditato da lui alcune cose, che ho sempre conservato, come la testardaggine con cui ho imparato a mantenere intatti, nell'età adulta, i sogni di quando ero ragazzo. Diciamo che Luigi mi ha insegnato a non mettere mai la testa a posto. In seguito, dopo la fine de Il Sabato, Luigi ha fondato il settimanale Tempi, che ha diretto fino alla pensione, dopo di che si è messo in politica. Su tante cose non eravamo d'accordo, specialmente in politica, ed è probabile che anche le nostre idee su Cl non fossero le stesse. Non è sempre facile capire perché, a un certo punto della vita, le opinioni comincino a divergere, perché le parole non dette, i temi non affrontati d'un tratto emergano e scavino una distanza tra due persone. Con Luigi, però, le cose sono andate diversamente rispetto ad altri. Ci siamo allontanati, è vero, ma mai del tutto. Abbiamo continuato a incontrarci, a scriverci. Spesso le divergenze portano alla rottura dei rapporti, fino a cancellare la stima di un tempo. Con Luigino non è andata così. Ci è capitato di pensare male l'uno dell'altro, e non una volta sola, eppure alla fine la stima ha sempre vinto. E il merito è stato soprattutto suo, della sua capacità affettiva. Quello che ci univa è sempre stato più forte di quello che ci divideva: perché a dividerci erano le opinioni, i discorsi, i parti della nostra testa, mentre a unirci è stato un dono immeritato, una specie di marchio a fuoco, quello che fa gridare a Rimbaud «sono prigioniero del mio Battesimo», ma che non è una prigione, è piuttosto una libertà inimmaginabile, sfacciata, che resiste a tutti gli errori e a tutti gli equivoci. Ciao, Luigino caro, a presto. Ti prometto che cercherò di essere un uomo migliore. Luca Doninelli

Chiacchierate su Dio e pastasciutta. A Luigi Amicone, un amico che se ne va. Marina Corradi su Avvenire  il 20 Ottobre 2021. Lutto nel mondo della politica e del giornalismo milanese per la morte improvvisa di Luigi Amicone, colpito da un infarto nella notte tra lunedì e ieri. Amicone, 65 anni e padre di sei figli, era stato consigliere comunale di Forza Italia dal 2016 fino a poche settimane fa quando non era stato rieletto alle ultime amministrative. Esponente di Comunione e Liberazione nel 1994, aveva fondato il settimanale Tempi di cui era ancora direttore. Il funerale giovedì 21 ottobre alle 10,45 nel Duomo di Monza. Nell’ultimo Whatsapp promettevi: «Appena arrivo a Milano vengo da voi a pastasciuttare». E, sotto, una foto del mare della Gallura che amavi tanto, nel sole mite di ottobre ancora più infinito. Non ci credo ancora, che sei morto. La notizia, ieri mattina, è stata un pugno: ma non ho realizzato veramente – il cuore chiede tempo davanti alla morte, alza paratie in difesa, lasciando filtrare la realtà lentamente. Mi dicono però, Luigi, che sei morto davvero. Vinto un cancro, evitato il Covid, a 65 anni ancora quella faccia da ragazzo, sotto ai capelli incontrollabili. Ma ieri notte, d’improvviso, una lacerazione al petto, e il fiato che disperatamente mancava. Te ne sei andato in un’ora. Questo è la nostra vita, un prestito che ci viene chiesto indietro in un istante. Io, attonita. Come su un sentiero in montagna che si fa sempre più erto, e ti volti, quel compagno caro non c’è più. E più schiacciante il silenzio, attorno. Il brutto della vecchiaia è che gli amici disertano (e in un anno Fabio, e Antonio, e ora tu). Ma tu no, tu, non ci posso credere. Eri nato combattente. Da bambino t’avevano messo in una classe differenziale, tante ne combinavi. A sedici anni giravi con il libretto di Mao in tasca, ansioso di trovare una bandiera per cui valesse la pena di battersi. Ti tolse dal giro di Avanguardia Operaia don Giorgio Pontiggia, grande amico di Luigi Giussani. Lui ti adottò come un figlio. La bandiera, negli infiammati e plumbei anni ’70, l’avevi trovata. Una domenica di venticinque anni fa al mare, in Toscana, ho visto sulla soglia della chiesa, a Messa, un tipo in braghe corte, camicia a fiori, gilet militare. «Ce n’è di strani, fra i cristiani», mi sono detta. Tu, sulla soglia ci stavi per fumare, io per esitazione esistenziale. Ma com’è stato bello incontrare uno che parlava come me, si arrabbiava come me, dubitava a volte come me, eppure era appassionatamente cristiano. Quanti giorni con i nostri figli, sei tu e Anna, tre noi. Dalla prima epica traversata da Livorno a Bastia, con un mare d’inferno, le onde sopra la prua del traghetto. Io moribonda e tu che, irresponsabile, dormivi su un divano. E la Gallura? Nella parte più selvatica e sconosciuta, la luce, le cappelle romaniche, quante cose ci hai fatto scoprire. E quante sere insieme a Milano, quando con i ragazzi di "Tempi", il tuo settimanale, chiudevi il numero e, tardi, venivate a cena da noi. Le nostre voci che nella gentilezza del Chianti e nell’affondare della notte si allargavano, allegre. E si discuteva di tutto, ma alla fine quel "tutto" era Dio. Avevamo condiviso molte battaglie, fino a quando non abbiamo preso onde divergenti. Trump, Orbán, la Lega: quanto abbiamo litigato. Ma sapendo che, comunque, noi due non potevamo non restare amici. Per una comune domanda, che non smettevamo di farci. Una sera anni fa, d’estate. Io, in una turbolenza d’anima: «Parliamo sempre di Cristo, ma io Cristo non lo vedo». Fino alle due, a combattere. La mattina ho avuto un’amnesia totale, un’ischemia. Quando hai saputo che stavo bene sei scoppiato in una risata: «Hai visto che, quando proprio insisti, Lui si fa vedere?». Eri uno che mi sapeva fare ridere, e anche per questo ti volevo tanto bene. Scioglievi la mia malinconia nella tua vitalità irruente da ex scolaro terribile. Non dovevi, proprio tu, Luigi, non dovevi disertare. Il mio vecchio cane qui accanto non ti farà più rumorose feste, alla porta, e tu non gli dirai più, affettuoso: «Vecchio bastardo, ma sei ancora qui?». Non butterò più per te la pasta, abbondante, a qualsiasi ora. Non prenderai da solo il whisky dalla credenza, come uno di casa. (Temo che il cuore, ora, cominci a capire). Guardo la foto del mare della Gallura di tre giorni fa. Che mare, e che cielo: più grande, e quanto chiaro. Penso a Paolo ai Corinzi: "Ora vediamo come in uno specchio, confusamente; ma allora vedremo faccia a faccia".

È morto il giornalista Luigi Amicone, fondò la rivista Tempi. Orlando Sacchelli il 19 Ottobre 2021 su Il Giornale. Lutto nel mondo del giornalismo e della politica milanese: Luigi Amicone è morto a 65 anni. Da studente alla Cattolica aderì a Comunione e Liberazione. Insegnò religione e lettere nei licei e poi divenne giornalista. Si è spento nella notte il giornalista Luigi Amicone. Il fondatore del periodico Tempi aveva 65 anni. È stato colto da un infarto. Nato a Milano il 4 ottobre 1956 da genitori abruzzesi, a soli 14 anni si avvicinò al gruppo di Avanguardia Operaia. Studente universitario alla Cattolica si Milano, conobbe don Luigi Giussani e aderì al movimento cattolico Comunione e Liberazione. Laureato in Scienze Politiche e in Lettere Moderne, insegnò religione e poi lettere nei licei e poi divenne giornalista. Per tredici anni lavorò al settimanale Il Sabato, occupandosi di Esteri. Seguì da vicino il sanguinoso conflitto tra cattolici e protestanti a Belfast, e poi a Beirut per coprire un altro scontro, quello tra Libano e Siria. Documentò il crollo dei regimi comunisti dell'Est Europa e poi la guerra tra serbi e croati dopo il disfacimento della Jugoslavia. Nel corso degli anni aveva collaborato anche con Il Foglio e il Giornale. Eletto in Consiglio comunale nel 2016 a Milano, nelle liste di Forza Italia, amava battersi soprattutto per le battaglie ideali in cui credeva fermamente, legate alla difesa della vita e ai valori cristiani. Si era ripresentato alle elezioni di quest'anno ma non era stato rieletto a Palazzo Marino. "Luigi Amicone - ha twittato Gad Lerner - è stato per me un avversario appassionato ma gentile con il quale ci siamo sempre voluti bene. Oggi lo piango insieme ai suoi familiari e alla sua comunità di fede". "È morto nella notte il mio caro amico Luigi Amicone per un infarto - ha scritto sempre su Twitter Mario Adinolfi -. Volle dedicarmi una copertina di Tempi in cui mi descrisse come un ''pericolo pubblico''. Discutevamo molto, qualche volta in tv ci capitò pure di litigare. Ma Luigi ci credeva. Dio, se ci credeva. Che dolore". In una lettera agli elettori (nel 2018 si candidò alle Politiche, senza essere eletto) rivendicò con orgoglio la sua amicizia con "laici come Giuliano Ferrara e Lodovico Festa (ex segretario della federazione Pci di Sesto San Giovanni, la ex 'Stalingrado' d’Italia), con i quali ho vissuto amicizie profonde e battaglie 'ratzingeriane' indimenticabili sui temi della difesa della vita, del referendum sulla legge 40, del contrasto alla cultura del relativismo e della morte. Insomma, ho cercato di restare fedele e presente a un certo incontro con il cristianesimo avvenuto nella mia giovinezza e del quale oggi posso ben dire, “ecco, quell’incontro con Cristo avvenuto per tramite don Luigi Giussani mi ha salvato la vita, in tutti i sensi”.

Orlando Sacchelli. Toscano, ho scritto per La Nazione e altri quotidiani. Dal dicembre 2006 lavoro al sito internet de il Giornale. Ho fondato L'Arno.it, per i toscani e chi ama la Toscana

Don Giussani, il garantismo, le battaglie in Tv. Chi era Luigi Amicone, tra i fondatori di Comunione e liberazione portato via a 65 anni da un infarto. Roberto Formigoni su Il Riformista il 20 Ottobre 2021. Un infarto nella notte. Poi la corsa inutile all’ospedale San Gerardo di Monza. Luigi Amicone si è spento nella notte di lunedì all’età di 65 anni. Tra i fondatori di Comunione e liberazione, e a lungo direttore del settimanale “Tempi”, il giornalista è stato un vero garantista. Qui di seguito il ricordo dell’uomo, del giornalista che Roberto Formigoni ha affidato al Riformista. Di che pasta fosse la personalità di Luigi Amicone se ne sono resi conto anche quelli che non lo conoscevano quando, nel pieno della bufera politico-mediatico-giudiziaria che mi aveva investito, dedicò una copertina di Tempi a Formigoni presidente di Regione Lombardia e alle sue realizzazioni politiche e amministrative. Tanti mi erano rimasti vicini in quei giorni difficili, ma un conto è fare sentire la propria vicinanza a livello personale e privato, altro è impegnare la propria reputazione, mettere in gioco l’opera in cui sei pubblicamente impegnato per sostenere un amico in difficoltà. Per amicizia e per amore della giustizia. Luigi Amicone era un cattolico ciellino che non si faceva problemi a passare da Luigi Giussani, il sacerdote che, ricambiato, tanto lo aveva amato e valorizzato, all’ateo devoto Giuliano Ferrara all’ateo-ateo Marco Pannella non per amore del garantismo (che pure apprezzava), ma per amore della giustizia e della libertà. Ad Amicone si attagliava perfettamente una tipica espressione giussaniana: “ingenua baldanza”. Aveva l’aria dell’eterno ragazzino, facile alla battuta tagliente e alla risata fra amici, ma la serietà del padre di famiglia che trascorre tutta la vita con la stessa donna e con lei mette al mondo sei figli coi quali si batte e combatte fino alla fine (storie raccontate nel suo libro Le avventure di un padre di famiglia); la serietà del giornalista imprenditore che, rimasto disoccupato, si lancia in un’avventura un po’ folle come quella di creare senza soldi un settimanale di ambizioni nazionali, Tempi, perché tutti i ciellini e tutti coloro che in Italia amavano la libertà avessero una voce che parlava a loro e di loro. Tempi incarnava davvero la sua apertura totale e la sua curiosità sconfinata: c’era tutto, dai giudizi politici provocatori e raffinati alle storie commoventi di gente comune. Pur essendo entrambi ciellini, a causa della differenza di età di quasi dieci anni non abbiamo condiviso molte esperienze formative comuni, ma ci siamo sentiti e visti infinite volte quando lui era direttore e io deputato nazionale o presidente di Regione. Mi telefonava o chiedeva di venire a trovarmi. Mi poneva domande, e io rispondevo nel modo più aperto e impegnativo possibile. Allora lui veniva fuori con le sue considerazioni, le sue intuizioni, le sue visioni che sparigliavano le carte. Ed io ero contento di avergli dato appuntamento, cercavo sempre di darglielo perché sapevo che ci avremmo guadagnato entrambi. Non erano mai incontri banali e non erano mai discorsi scontati. La stessa filigrana dei suoi interventi su Tempi o su altri giornali o in tivù: potevi essere d’accordo o in disaccordo con lui, ma sempre ti meravigliavi delle sue argomentazioni, degli spunti che sapeva trovare. Non ho problemi ad ammettere che da lui ho imparato, più di una volta. Non aveva paura di confrontarsi con nessuno, accettava gli inviti nelle trasmissioni-trappola di Michele Santoro e di Gad Lerner e si batteva come un leone, dava e prendeva artigliate senza mai tirarsi indietro. Leggeva e aveva letto in gioventù tantissimo e, come ha scritto Jack Kerouac, «di tutto parlava – e io aggiungo: scriveva- con nervosa intelligenza». Negli ultimi anni, liberato della direzione di Tempi, scriveva quotidianamente note politiche sulla situazione nazionale o su quella di Milano con la consueta passione, ed era una delle prime cose che io leggevo la mattina, perché erano sempre commenti centrati e ficcanti. Per queste, e per tante altre ragioni, non gli si poteva non volere bene. Tanto più quando, lui e il suo successore alla guida di Tempi Emanuele Boffi, si sono prestati a fare da tramite fra me, ristretto nel carcere di Bollate, e i tanti amici che da tutta Italia mi scrivevano e ai quali facevo fatica a rispondere. Sul settimanale si parlava della mia condizione e si sono pubblicate alcune mie lettere, che mi permettevano di raggiungere tutti. Ci mancherà la sua intelligenza vivacissima, la sua capacità di provocare, la sua personale traduzione in realtà dello slogan sessantottino “la fantasia al potere”. Il destino ha voluto che la sua scomparsa coincidesse con quella di un altro grande amico e collaboratore, Raffaele Tiscar, che con me ha condiviso responsabilità nel parlamento italiano e in Regione Lombardia, un manager di grandi capacità e un politico di grande intelligenza. Appena un mese fa è tornato alla casa del Padre un altro grande amico, Pier Alberto Bertazzi, un uomo che ha fatto molto per me fino alla fine e che è la persona all’origine del nome “Comunione e Liberazione”. Con tutte queste coincidenze, non posso non pensare che il Signore ci sta chiedendo qualcosa di grande e di misterioso. Dio non permette nulla che non possa essere un bene per i suoi fedeli. Dio sta chiedendo la nostra conversione, sta chiedendo la mia conversione. Roberto Formigoni

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Io sono un giurista ed un giornalista d’inchiesta. Opero nell’ambito dell’art. 21 della Costituzione che mi permette di esprimere liberamente il mio pensiero. Nell’art. 65 della legge n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

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Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o dipressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa su su articoli di terzi. Vedi  “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news.

Io esercito il mio diritto di cronaca e di critica. Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Io sono il segnalatore di illeciti (whistleblower) più ignorato ed  oltre modo più perseguitato e vittima di ritorsioni del mondo. Ciononostante non mi batto per la mia tutela, in quanto sarebbe inutile dato la coglionaggine o la corruzione imperante, ma lotto affinchè gli altri segnalatori, che imperterriti si battono esclusivamente ed inanemente per la loro bandiera, non siano tacciati di mitomania o pazzia. Dimostro al mondo che le segnalazioni sono tanto fondate, quanto ignorate od impunite, data la diffusa correità o ignoranza o codardia.

Segnalatore di illeciti. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il segnalatore o segnalante di illeciti, anche detto segnalatore o segnalante di reati o irregolarità (termine reso a volte anche con la parola anglosassone e specificatamente dell'inglese americano whistleblower) è un individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente all'interno del governo, di un'organizzazione pubblica o privata o di un'azienda. Le rivelazioni o denunce possono essere di varia natura: violazione di una legge o regolamento, minaccia di un interesse pubblico come in caso di corruzione e frode, gravi e specifiche situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza pubblica. Tali soggetti possono denunciare le condotte illecite o pericoli di cui sono venuti a conoscenza all'interno dell'organizzazione stessa, all'autorità giudiziaria o renderle pubbliche attraverso i media o le associazioni ed enti che si occupano dei problemi in questione. Spesso i segnalatori di illeciti, soprattutto a causa dell'attuale carenza normativa, spinti da elevati valori di moralità e altruismo, si espongono singolarmente a ritorsioni, rivalse, azioni vessatorie, da parte dell'istituzione o azienda destinataria della segnalazione o singoli soggetti ovvero organizzazioni responsabili e oggetto delle accuse, venendo sanzionati disciplinarmente, licenziati o minacciati fisicamente.

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). In inglese viene invece utilizzata la parola whistleblower, che deriva dalla frase to blow the whistle, letteralmente «soffiare il fischietto», riferita all'azione dell'arbitro nel segnalare un fallo o a quella di un poliziotto che tenta di fermare un'azione illegale. Il termine è in uso almeno dal 1958, quando apparve nel Mansfield News-Journal (Ohio). L'origine dell'espressione whistleblowing è tuttavia ad oggi incerta, sebbene alcuni ritengano che la parola si riferisca alla pratica dei poliziotti inglesi di soffiare nel loro fischietto nel momento in cui avessero notato la commissione di un crimine, in modo da allertare altri poliziotti e, in modo più generico, la collettività. Altri ritengono che si richiami al fallo fischiato dall'arbitro durante una partita sportiva. In entrambi i casi, l'obiettivo è quello di fermare un'azione e richiamare l'attenzione. La locuzione «gola profonda» deriva da quella inglese Deep Throat che indicava l'informatore segreto che con le sue rivelazioni alla stampa diede origine allo scandalo Watergate.

Definizione. Il segnalatore di illeciti è quel soggetto che, solitamente nel corso della propria attività lavorativa, scopre e denuncia fatti che causano o possono in potenza causare danno all'ente pubblico o privato in cui lavora o ai soggetti che con questo si relazionano (tra cui ad esempio consumatori, clienti, azionisti). Spesso è solo grazie all'attività di chi denuncia illeciti che risulta possibile prevenire pericoli, come quelli legati alla salute o alle truffe, e informare così i potenziali soggetti a rischio prima che si verifichi il danno effettivo. Un gesto che, se opportunamente tutelato, è in grado di favorire una libera comunicazione all'interno dell’organizzazione in cui il segnalatore di illeciti lavora e conseguentemente una maggiore partecipazione al suo progresso e un'implementazione del sistema di controllo interno. La maggior parte dei segnalatori di illeciti sono "interni" e rivelano l'illecito a un proprio collega o a un superiore all'interno dell'azienda o organizzazione. È interessante esaminare in quali circostanze generalmente un segnalatore di illeciti decide di agire per porre fine a un comportamento illegale. C'è ragione di credere che gli individui sono più portati ad agire se appoggiati da un sistema che garantisce loro una totale riservatezza.

La tutela giuridica nel mondo. La protezione riservata ai segnalatori di illeciti varia da paese a paese e può dipendere dalle modalità e dai canali utilizzati per le segnalazioni.

Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Nell'introdurre un nuovo art. 54-bis al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si è infatti stabilito che, esclusi i casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile italiano, il pubblico dipendente che denuncia all'autorità giudiziaria italiana o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. Inoltre, nell'ambito del procedimento disciplinare, l'identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell'addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Si è tuttavia precisato che, qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato, con conseguente indebolimento della tutela dell'anonimato. L'eventuale adozione di misure discriminatorie deve essere segnalata al Dipartimento della funzione pubblica per i provvedimenti di competenza, dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le discriminazioni stesse sono state poste in essere. Infine, si è stabilito che la denuncia è sottratta all'accesso previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241; tali disposizioni pongono inoltre delicate problematiche con riferimento all'applicazione del codice in materia di protezione dei dati personali. Nel 2014 ulteriori rafforzamenti della posizione del segnalatore di illeciti sono stati discussi con iniziative parlamentari, nella XVII legislatura. In ordine alla possibilità di incentivarne ulteriormente l'emersione con premi, l'ordine del giorno G/1582/83/1 - proposto in commissione referente del Senato - è stato accolto come raccomandazione; invece, è stato dichiarato improponibile l'emendamento che, tra l'altro, puniva con una contravvenzione chi ne rivelasse l'identità. Nel 2016 la Camera dei deputati, nell'approvare la proposta di legge n. 3365-1751-3433-A, «ha scelto, tra l'altro, la tecnica della "novella" del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165» per introdurre una disciplina di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro. Il testo pende al Senato come disegno di legge n. 2208 Il decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90 afferma che - a decorrere dal 4 luglio 2017, data di entrata in vigore del predetto decreto - i soggetti destinatari della disposizioni ivi contenute (tra i quali intermediari finanziari iscritti all'Albo Unico, società di leasing, società di factoring, ma anche dottori commercialisti, notai e avvocati) sono obbligati a dotarsi di un sistema di segnalazione di illeciti, l'istituto di derivazione anglosassone per le segnalazioni interne di violazioni.

Stati Uniti d'America. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Non si è colti, nè ignoranti: si è nozionisti, ossia: superficiali.

Nozionista è chi studia o si informa, o, più spesso, chi insegna o informa gli altri in modo nozionistico.

Nozionista è:

chi non approfondisce e rielabora criticamente la massa di informazioni e notizie cercate o ricevute;

chi si ferma alla semplice lettura di un tweet da 280 caratteri su twitter o da un post su Facebook condiviso da pseudoamici;

chi restringe la sua lettura alla sola copertina di un libro;

chi ascolta le opinioni degli invitati nei talk show radio-televisivi partigiani;

chi si limita a guardare il titolo di una notizia riportata su un sito di un organo di informazione. 

Quel mondo dell'informazione che si arroga il diritto esclusivo ad informare in virtù di un'annotazione in un albo fascista. Informazione ufficiale che si basa su news partigiane in ossequio alla linea editoriale, screditando le altre fonti avverse accusandole di fake news.

Informazione o Cultura di Regime, foraggiata da Politica e Finanza.

Opinion leaders che divulgano fake news ed omettono le notizie. Ossia praticano:  disinformazione, censura ed omertà. 

Nozionista è chi si  abbevera esclusivamente da mass media ed opinion leaders e da questi viene influenzato e plasmato.

Censura da Amazon libri. Del Coronavirus vietato scrivere. 

"Salve, abbiamo rivisto le informazioni che ci hai fornito e confermiamo la nostra precedente decisione di chiudere il tuo account e di rimuovere tutti i tuoi libri dalla vendita su Amazon. Tieni presente che, come previsto dai nostri Termini e condizioni, non ti è consentito di aprire nuovi account e non riceverai futuri pagamenti royalty provenienti dagli account aggiuntivi creati. Tieni presente che questa è la nostra decisione definitiva e che non ti forniremo altre informazioni o suggeriremo ulteriori azioni relativamente alla questione. Amazon.de".

Amazon chiude l’account del saggista Antonio Giangrande, colpevole di aver rendicontato sul Coronavirus in 10 parti.

La chiusura dell’account comporta la cancellazione di oltre 200 opere riguardante ogni tema ed ogni territorio d’Italia.

Opere pubblicate in E-book ed in cartaceo.

La pretestuosa motivazione della chiusura dell’account: “Non abbiamo ricevuto nessuna prova del fatto che tu sia il titolare esclusivo dei diritti di copyright per il libro seguente: Il Coglionavirus. Prima parte. Il Virus.”

A loro non è bastato dichiarare di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Amazon.

A loro non è bastato dichiarare che sul mio account Amazon non sono pubblicate opere con Kdp Select con diritto di esclusiva Amazon.

A loro non è bastato dichiarare altresì di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio account Google, ove si potrebbero trovare le medesime opere pubblicate su Amazon, ma solo in versione e-book.

A loro interessava solo chiudere l’account per non parlare del Coronavirus.

A loro interessava solo chiudere la bocca ad Antonio Giangrande.

Che tutto ciò sia solo farina del loro sacco è difficile credere.

Il fatto è che ci si rivolge ad Amazon nel momento in cui è impossibile trovare un editore che sia disposto a pubblicare le tue opere.

Opere che, comunque, sono apprezzate dai lettori.

Ergo: Amazon, sembra scagliare la pietra, altri nascondono la mano.

Il Diritto di Citazione e la Censura dei giornalisti. Il Commento di Antonio Giangrande.

Sono Antonio Giangrande autore ed editore di centinaia di libri. Su uno di questi “L’Italia dei Misteri” di centinaia di pagine, veniva riportato, con citazione dell’autore e senza manipolazione e commenti, l’articolo del giornalista Francesco Amicone, collaboratore de “Il Giornale” e direttore di Tempi. Articolo di un paio di pagine che parlava del Mostro di Firenze ed inserito in una più ampia discussione in contraddittorio. L’Amicone, pur riconoscendo che non vi era plagio, criticava l’uso del copia incolla dell’opera altrui. Per questo motivo ha chiesto ed ottenuto la sospensione dell’account dello scrittore Antonio Giangrande su Amazon, su Lulu e su Google libri. L’intero account con centinai di libri non interessati alla vicenda. Google ed Amazon, dopo aver verificato la contronotifica hanno ripristinato la pubblicazione dei libri, compreso il libro oggetto di contestazione, del quale era stata l’opera citata e contestata. Lulu, invece,  ha confermato la sospensione.

L’autore ed editore Antonio Giangrande si avvale del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Nei libri di Antonio Giangrande, per il rispetto della pluralità delle fonti in contraddittorio per una corretta discussione, non vi è plagio ma Diritto di Citazione.

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Comunque, nonostante la sua opera sia stata rimossa, Francesco Amicone, mi continua a minacciare: “Domani vaglierò se inviare una email a tutti gli editori proprietari degli articoli che lei ha inserito - non si sa in base a quale nulla osta da parte degli interessati - nei suoi numerosi libri. La invito - per il suo bene - a rimuovere i libri dalla vendita e a chiedere a Google di non indicizzarli, altrimenti è verosimile che gli editori le chiederanno di pagare.”

Non riesco a capire tutto questo astio nei miei confronti. Una vera e propria stolkerizzazione ed estorsione. Capisco che lui non voglia vedere il suo lavoro richiamato su altre opere, nonostante si evidenzi la paternità, e si attivi a danneggiarmi in modo illegittimo. Ma che si impegni assiduamente ad istigare gli altri autori a fare lo stesso, va aldilà degli interessi personali. E’ una vera è propria cattiva persecuzione, che costringerà Google ed Amazon ad impedire che io prosegui la mia attività, e cosa più importante, impedisca centinaia di migliaia di lettori ad attingere in modo gratuito su Google libri, ad un’informazione completa ed alternativa.

E’ una vera è propria cattiva persecuzione e della quale, sicuramente, ne dovrà rendere conto. 

La vicenda merita un approfondimento del tema del Diritto di Citazione.

Il processo a Roberto Saviano per “Gomorra” fa precedente e scuola.

Alcuni giornalisti contestavano a Saviano l’uso di un copia incolla di alcuni articoli di giornale senza citare la fonte.

Da Wikipedia: Nel 2013 Saviano e la casa editrice Mondadori sono stati condannati in appello per plagio. La Corte d'Appello di Napoli ha riconosciuto che alcuni passaggi dell'opera Gomorra (lo 0.6% dell'intero libro) sono risultate un'illecita riproduzione del contenuto di due articoli dei quotidiani locali Cronache di Napoli e Corriere di Caserta, modificando così parzialmente la sentenza di primo grado, in cui il Tribunale aveva rigettato le accuse dei due quotidiani e li aveva anzi condannati al risarcimento dei danni per aver "abusivamente riprodotto" due articoli di Saviano (condanna, questa, confermata in Appello). Lo scrittore e la Mondadori in Appello sono stati condannati in solido al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per 60mila euro più parte delle spese legali. Lo scrittore ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza e la Suprema Corte ha confermato in parte l'impianto della sentenza d'Appello e ha invitato alla riqualificazione del danno al ribasso, stimando 60000 euro una somma eccessiva per articoli di giornale con diffusione limitatissima. La condanna per plagio nei confronti di Saviano e della Mondadori è stata confermata nel 2016 dalla Corte di Appello di Napoli, che ha ridimensionato il danno da risarcire da 60.000 a 6.000 euro per l'illecita riproduzione in Gomorra di due articoli di Cronache di Napoli e per l'omessa citazione della fonte nel caso di un articolo del Corriere di Caserta riportato tra virgolette.

Conclusione: si condanna l’omessa citazione dell’autore e non il copia incolla della sua opera.

Cosa hanno in comune un giurista ed un giornalista d’inchiesta; un sociologo e un segnalatore di illeciti (whistleblower); un ricercatore o un insegnante e un aggregatore di contenuti?

Essi si avvalgono del Diritto di Citazione. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Il Diritto di Citazione è il Diritto di Cronaca di un’indagine complessa documentale e testimoniale senza manipolazione e commenti con di citazione di opere altrui senza lesione della concorrenza con congruo lasso di tempo e pubblicazione su canali alternativi e differenti agli originali.

Il Diritto di Citazione si svolge su Stampa non periodica. Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Il diritto di cronaca su Stampa non periodica diventa diritto di critica storica.

NB. In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione. Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione. Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”. La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

L’art. 21 della Costituzione permette di esprimere liberamente il proprio pensiero. Nell’art. 65 della legge l. n. 633/1941 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”).

A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

La normativa italiana utilizza l'espressione segnalatore o segnalante d'illeciti a partire dalla cosiddetta "legge anti corruzione" (6 novembre 2012 n. 190). Italia. L'art. 1, comma 51 della legge 6 novembre 2012, n. 190 ha disciplinato per la prima volta nella legislazione italiana la figura del whistleblower, con particolare riferimento al "dipendente pubblico che segnala illeciti", al quale viene offerta una parziale forma di tutela. Negli Stati Uniti la prima legge in tema fu il False Claims Act del 1863, che protegge i segnalatori di illeciti da licenziamenti ingiusti, molestie e declassamento professionale, e li incoraggia a denunciare le truffe assicurando loro una percentuale sul denaro recuperato. Del 1912 è il Lloyd–La Follette Act, che garantisce agli impiegati federali il diritto di fornire informazioni al Congresso degli Stati Uniti d'America. Nel 1989 è stato approvato il Whistleblower Protection Act, una legge federale che protegge gli impiegati del governo che denunciano illeciti, proteggendoli da eventuali azioni di ritorsione derivanti dalla divulgazione dell'illecito.

Quando si parla di aggregatore di contenuti non mi riferisco a colui che, per profitto, riproduce tout court integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news”.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta».

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com, o di pressreader.com.

Così come fanno alcuni giornali e giornalisti. Non fanno inchieste o riportano notizie proprie. Ma la loro informazione si basa anche su commento di articoli di terzi. Vedi “Il giornale” o “Libero Quotidiano” o Il Corriere del Giorno o il Sussidiario, o twnews.it/it-news, ecc.

Diritto di citazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il diritto di citazione (o diritto di corta citazione) è una forma di libera utilizzazione di opere dell'ingegno tutelate da diritto d'autore. Infatti, sebbene l'autore detenga i diritti d'autore sulle proprie creazioni, in un certo numero di circostanze non può opporsi alla pubblicazione di estratti, riassunti, citazioni, proprio per non ledere l'altrui diritto di citarla. Il diritto di citazione assume connotazioni diverse a seconda delle legislazioni nazionali.

La Convenzione di Berna. L'articolo 10 della Convenzione di Berna, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: Articolo 10

1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore.

Le singole discipline.

Stati Uniti. Negli Stati Uniti è il titolo 17 dello United States Code che regola la proprietà intellettuale. Il fair use, istituto di più largo campo applicativo, norma generalmente anche ciò che nei paesi continentali europei è chiamato diritto di citazione.

Italia. L'art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.». Con il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003 è stata introdotta l'espressione di comunicazione al pubblico, per cui il diritto è esercitabile su ogni mezzo di comunicazione di massa, incluso il web. Con la nuova formulazione c'è una più netta distinzione tra le ipotesi in cui “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera" viene effettuata per uso di critica o di discussione e quando avviene per finalità didattiche o scientifiche: se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. L'orientamento giurisprudenziale formatosi in Italia sul vecchio testo dell'art. 70 è stato in genere di restringerne la portata. In seguito a successive modifiche legislative, è stata fornita tuttavia una diversa interpretazione della normativa attualmente vigente, in particolare con la risposta ad un'interrogazione parlamentare nella quale il senatore Mauro Bulgarelli chiedeva al Governo di valutare l'opportunità di estendere anche in Italia il concetto del fair use. Il governo ha risposto che non è necessario intervenire legislativamente in quanto già adesso l'articolo 70 della Legge sul diritto d'autore va interpretato alla stregua del fair use statunitense. A parere del Governo il decreto legislativo n. 68 del 9 aprile 2003, ha reso l'articolo 70 della legge sul diritto d'autore sostanzialmente equivalente a quanto previsto dalla sezione 107 del copyright act degli Stati Uniti. Sempre secondo il Governo, sono quindi già applicabili i quattro elementi che caratterizzano il fair use:

finalità e caratteristiche dell'uso (natura non commerciale, finalità educative senza fini di lucro);

natura dell'opera tutelata;

ampiezza ed importanza della parte utilizzata in rapporto all'intera opera tutelata;

effetto anche potenzialmente concorrenziale dell'utilizzazione.

Sempre a parere del governo, la normativa italiana in materia del diritto d'autore risulta già conforme non solo a quella degli altri paesi dell'Europa continentale ma anche a quello dei Paesi nei quali vige il copyright anglosassone.

A rafforzare il diritto di corta citazione è nuovamente intervenuto il legislatore, che all'articolo 70 della legge sul diritto d'autore ha aggiunto il controverso comma 1-bis, secondo il quale «è consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro [...]». La norma, tuttavia, non ha ancora ricevuto attuazione, non essendo stato emanato il previsto decreto ministeriale. Altre restrizioni alla riproduzione libera vigono nella giurisprudenza italiana, come, per esempio, quelle proprie all'assenza di libertà di panorama.

Francia. In Francia la materia è regolata dal Code de la propriété intellectuelle.

Unione europea. L'Unione europea ha emanato la direttiva 2001/29/CE del 22 maggio 2001 che i singoli Paesi hanno applicato alla propria legislazione. Il parlamento europeo nell'approvare la direttiva Ipred2, in tema di armonizzazione delle norme penali in tema di diritto d'autore, ha approvato anche l'emendamento 16, secondo il quale gli Stati membri provvedono a che l'uso equo di un'opera protetta, inclusa la riproduzione in copie o su supporto audio o con qualsiasi altro mezzo, a fini di critica, recensione, informazione, insegnamento (compresa la produzione di copie multiple per l'uso in classe), studio o ricerca, non sia qualificato come reato. Nel vincolare gli stati membri ad escludere la responsabilità penale, l'emendamento si accompagnava alla seguente motivazione: la libertà di stampa deve essere protetta da misure penali. Professionisti quali i giornalisti, gli scienziati e gli insegnanti non sono criminali, così come i giornali, gli istituti di ricerca e le scuole non sono organizzazioni criminali. Questa misura non pregiudica tuttavia la protezione dei diritti, in quanto è possibile il risarcimento per danni civili.

Citazioni di opere letterarie. La regolamentazione giuridica delle opere letterarie ha una lunga tradizione. La citazione deve essere breve, sia in rapporto all'opera da cui è estratta, sia in rapporto al nuovo documento in cui si inserisce. È necessario citare il nome dell'autore, il suo copyright e il nome dell'opera da cui è estratta, per rispettare i diritti morali dell'autore. In caso di citazione di un'opera tradotta occorre menzionare anche il traduttore. Nel caso di citazione da un libro, oltre al titolo, occorre anche menzionare l'editore e la data di pubblicazione. La citazione non deve far concorrenza all'opera originale e deve essere integrata in seno ad un'opera strutturata avendo una finalità. La citazione inoltre deve spingere il lettore a rapportarsi con l'opera originale. Il carattere breve della citazione è lasciato all'interprete (giudice) ed è perciò fonte di discussione. Nell'esperienza francese, quando si sono posti limiti quantitativi, sono stati proposti come criterio i 1.500 caratteri. Le antologie non sono giuridicamente collezioni di citazioni ma delle opere derivate che hanno un loro particolare regime di autorizzazione, regolato in Italia dal secondo comma dell'articolo 70. Le misure della lunghezza dei brani sono fissati dall'art 22 del regolamento e l'equo compenso è fissato secondo le modalità stabilite nell'ultimo comma di detto articolo.

Citare, non copiare! Attenzione ai testi altrui. Scrive il 2 Giugno 2016 Chiara Beretta Mazzotta. Citare è sempre possibile, abbiamo facoltà di discutere i contenuti (libri, articoli, post…) e di utilizzare parte dei testi altrui, ma quando lo facciamo non dobbiamo violare i diritti d’autore. Citare o non citare? Basta farlo nel modo corretto! Si chiama diritto di citazione e permette a ciascuno di noi di utilizzare e divulgare contenuti altrui senza il bisogno di chiedere il permesso all’autore o a chi ne detiene i diritti di commercializzazione. Dobbiamo però rispettare le regole. Ogni testo – articoli, libri e anche i testi dal carattere non specificatamente creativo (ma divulgativo, comunicativo, informativo) come le mail… – beneficia di tutela giuridica. La corrispondenza, per esempio, è sottoposta al divieto di rivelazione, violazione, sottrazione, soppressione previsto dagli articoli 616 e 618 del codice penale. Le opere creative sono tutelate dalla normativa del diritto d’autore e non possono essere copiate o riprodotte (anche in altri formati o su supporti diversi), né è possibile appropriarsi della loro paternità. Possono, però, essere “citate”.

È consentito il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica…L’art. 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 (recante norme sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio) dispone che «il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti d’opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscono concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera». Vale a dire che – a scopo di studio, discussione, documentazione o insegnamento – la legge (art. 70 l. 633/41) consente il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o parti di opere letterarie. Lo scopo deve essere divulgativo (e non di lucro o meglio: il testo citato non deve fare concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera stessa).

Dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione. Per rispettare il diritto di citazione dovete dichiarare la fonte: il nome dell’autore, l’editore, il giornale, il traduttore, la data di pubblicazione.  Quindi, se per esempio state facendo la recensione di un testo, il diritto di citazione vi consente di “copiare” una piccola parte di esso (il diritto francese prevede per esempio 1500 caratteri; in assoluto ricordate che la brevità della citazione vi tutela da eventuali noie) purché diciate chi lo ha scritto, chi lo ha pubblicato, chi lo ha tradotto e quando. Nessun limite di legge sussiste, invece, per la riproduzione di testi di autori morti da oltre settant’anni (questo in Italia e in Europa; in Messico i diritti scadono dopo 100 anni, in Colombia dopo 80 anni e in Guatemala e Samoa dopo 75 anni, in Canada dopo 50; in America si parla di 95 anni dalla data della prima pubblicazione). Se volete citare un articolo, avete il diritto di riassumere il suo contenuto e mettere tra virgolette qualche stralcio purché indichiate il link esatto (non basta il link alla home della testata, per dire). Va da sé che no, non potete copia-incollare un intero pezzo mettendo un semplice collegamento ipertestuale! Questo lo potete fare solo se siete stati autorizzati. Tantomeno potete tradurre un articolo uscito sulla stampa estera o su siti stranieri. Per pubblicare un testo tradotto dovete infatti essere stati autorizzati. Quindi, se incappate in rete in un post di vostro interesse che non vi venga in mente di copiarlo integralmente indicando solo un link. Aggregare le notizie, copiandole totalmente, anche indicando la fonte, non è legale: è necessaria l’autorizzazione del titolare del diritto. E poi, oltre a non rispettare le leggi del diritto d’autore, fate uno sgarbo ai motori di ricerca che penalizzano i contenuti duplicati.

Prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. E se scoprite un plagio in rete? Dal 2014 non c’è più bisogno di ricorrere alla magistratura. Cioè non c’è più bisogno di un processo, né di una denuncia alle autorità (leggi qui). C’è infatti una nuova procedura “accelerata”, introdotta con il recente regolamento Agcom, e potete avviare la pratica direttamente in rete facendo una segnalazione e compilando un modulo (per maggior informazioni su come denunciare una violazione leggi la guida: “Come denunciare all’Acgom un sito per violazione del diritto d’autore”).

Volete scoprire se qualcuno rubacchia i vostri contenuti? Basta utilizzare uno tra i tanti motori di ricerca atti allo scopo. Per esempio Plagium. È sufficiente copiare e incollare il testo e analizzare le corrispondenze in rete. Spesso, ahimè, ne saltano fuori delle belle… Mi raccomando, prestate cura anche ai tweet, agli status e a tutto ciò che condividete in rete. Quando fate una citazione – che si tratti di una grande poetessa o dell’ultimo cantante pop – usate le virgolette e mettete il nome dell’autore e del traduttore. È una questione di rispetto oltre che legale. E se volete essere presi sul serio, fate le cose per bene.

LO SPAURACCHIO DELLA CITAZIONE DI OPERA ALTRUI. Avvocato Marina Lenti Marina Lenti su diritto d'autore. A volte mi capita di rispondere a dei quesiti postati su Linkedin e siccome quello che segue ricorre spesso, colgo l’occasione per trattarlo,in maniera molto elementare (niente legalese! ), anche in questa sede. Si tratta di una delle maggiori preoccupazioni di chi scrive: la citazione. Può trattarsi della citazione di una dichiarazione rilasciata da qualcuno, oppure la citazione di un titolo di un libro o di un film, o similia. Spesso gli autori sono paralizzati perché pensano che ogni volta sia necessaria l’autorizzazione del titolare dei diritti connessi alla dichiarazione o all’opera citata. Ovviamente non è così perché, in tal caso si arriverebbe alla paralisi totale e tutta una serie di generi morirebbe: manualistica, saggistica, biografie… Bisogna ricordare sempre che il diritto d’autore, oltre a proteggere la proprietà intellettuale, deve contemperare anche l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui, a certe condizioni, in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. E’ per questo che si ricorre al concetto di fair use, che nella nostra Legge sul Diritto d’Autore si ritrova al primo comma dell’art. 70: “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera”.

In aggiunta, il concetto è più chiaramente formulato nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, cui l’Italia aderisce, all’art. 10 comma 1: “Sono lecite le citazioni tratte da un’opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo”.

Dunque, non c’è bisogno di autorizzazioni se, per esempio, se in un dialogo, un personaggio riferisce all’altro di aver letto il libro X, o aver visto il film Y, o aver letto l’intervista rilasciata dal personaggio famoso Z. Diverso sarebbe, ovviamente, se ci si appropriasse del personaggio X dell’altrui opera Y per farlo agire nella propria (e se state pensando alle fan fiction, ebbene sì, a stretto rigore le fan fiction sono illegali, solo che alcuni autori, come J.K. Rowling, le tollerano finché restano sul web e sono messe a disposizione gratuitamente; altri, come Anne Rice, le combattono invece in tutti i modi). Lo stesso vale se si riporta la dichiarazione di un’intervista, oppure un brano di un’altrui opera. In questo caso basterà citare in nota la fonte: nome dell’autore, titolo dell’intervista/opera, data, numeri di riferimento (a seconda della pubblicazione), editore, anno. Oltretutto, riportare la fonte dà maggiore autorevolezza alla vostra opera perché dimostra che le citazioni riportate non sono "campate in aria". Ovviamente la citazione deve constare di qualche frase, non di mezza intervista o mezzo libro, altrimenti va da sé l’uso non sarebbe più "fair", cioè "corretto".

Bisogna tuttavia fare attenzione al contenuto di ciò che si cita, per non rischiare di incorrere in altri possibili problemi legali diversi dalle violazioni del diritto d’autore: se, ad esempio, si cita una dichiarazione di terzi che accusa la persona X di essere colpevole di un reato e questa dichiarazione è priva di fondamento (perché, ad esempio, non c’è stata una sentenza di condanna), ovviamente potrà essere ritenuto responsabile della diffamazione alla stregua della fonte usata.

Il concetto di fair use, a differenza che in Italia, è stato oggetto di elaborazione giurisprudenziale molto sofisticata in Paesi come l’America. Magari in un prossimo post esamineremo i quattro parametri di riferimento elaborati dai giudici statunitensi per discernere se, in un dato caso, si verta effettivamente in tema di fair use. Tuttavia, nonostante questa lunga elaborazione, va tenuto presente che si tratta sempre di un terreno molto scivoloso, che ha volte ha dato luogo pronunciamenti contraddittori.

La riproduzione e citazione di articoli giornalistici. Di Alessandro Monteleone.

La normativa.

La materia trova disciplina nei seguenti testi di legge: art. 10, comma 1, Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche (ratificata ed eseguita con la L. 20 giugno 1978, n. 399); artt. 65 e 70, Legge 22 aprile 1941, n. 633 (di seguito anche “Legge sul Diritto d’Autore”).

L’opera giornalistica.

Come noto, l’opera giornalistica che abbia il requisito della creatività è tutelata dall’art. 1 della Legge sul Diritto d’Autore. Il quotidiano (ovvero il periodico) è considerato pacificamente opera “collettiva”, in merito alla quale valgono le seguenti considerazioni. In base al combinato disposto degli artt. 7 e 38, Legge sul Diritto d’Autore l’editore deve essere considerato l’autore dell’opera. L’editore – salvo patto contrario – ha il diritto di utilizzazione economica dell’opera prodotta “in considerazione del fatto che […] è il soggetto che assume su di sé il rischio della pubblicazione e della messa in commercio dell’opera provvedendovi per suo conto ed a sue spese”. L’editore è titolare “dei diritti di cui all’art. 12 l.d.a. (prima pubblicazione dell’opera e sfruttamento economico della stessa). E ciò senza alcun bisogno di accertare […] un diverso modo ovvero una distinta fonte di acquisto del diritto sull’opera componente, rispetto a quello sull’opera collettiva”, inoltre “il diritto dell’editore si estende a tutta l’opera, ma includendone le parti”.

Disciplina normativa in materia di citazione e riproduzione di articoli giornalistici.

Con riferimento alla possibilità di riprodurre articoli giornalistici in altre opere si osserva quanto segue:

La Convenzione di Berna contiene una clausola generale che disciplina la fattispecie della citazione di un’opera già resa accessibile al pubblico. In particolare, in base all’art. 10 della Convenzione di Berna, la libertà di citazione incontra quattro limiti specifici:

1) l’opera deve essere stata resa lecitamente accessibile al pubblico;

2) la citazione deve avere carattere di mero esempio a supporto di una tesi e non deve avere come scopo l’illustrazione dell’opera citata;

3) la citazione non deve presentare dimensioni tali da consentire di supplire all’acquisto dell’opera;

4) la citazione non deve pregiudicare la normale utilizzazione economica dell’opera e arrecare un danno ingiustificato agli interessi legittimi dell’autore. Per essere lecite, altresì, le citazioni devono essere contenute nella misura richiesta dallo scopo che le giustifica e devono essere corredate dalla menzione della fonte e del nome dell’autore.

Art. 10, Convenzione di Berna: “1)Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 2) Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. 3) Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”.

Con riferimento alla normativa nazionale l’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore recita testualmente: “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato […]”.

L’articolo appena citato è considerato in dottrina una norma eccezionale non suscettibile di applicazione analogica con riguardo al carattere degli articoli, pertanto, l’elencazione sopra proposta ha natura tassativa. (R. Valenti, Commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza). Si deve comunque evidenziare che una parte della dottrina (R. Valenti, nota a Trib. Milano, 13 luglio 2000, in Aida, 2001, 772, 471) ritiene che una corretta interpretazione dell’art. 65, Legge sul Diritto d’Autore porti a ritenere lecita solo la riproduzione di articoli di attualità a carattere politico, economico e religioso (con esclusione pertanto degli articoli di cronaca od a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico) che avvenga in altri giornali e riviste, ossia in veicoli di informazione diretti ad un pubblico generalizzato e non a singole categorie di utenti – clienti predefinite.

Ulteriore disciplina è dettata nell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore che fa salva la libera riproduzione degli articoli giornalistici, a prescindere dall’argomento trattato, purché sussista una finalità di critica, discussione od insegnamento. Questa norma dà prevalenza alla libera utilizzazione dell’informazione, proteggendo la forma espressiva e lasciando libera la fruibilità dei concetti. Art. 70 LdA: “1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica odi discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. 1-bis. E' consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell'università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all'uso didattico o scientifico di cui al presente comma 2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell'equo compenso. 3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In dottrina si evidenzia che “per uso di critica” si deve intendere l’utilizzazione oggettivamente finalizzata ad esprimere opinioni protette ex art. 21 e 33 della Costituzione e non, invece, l’utilizzazione funzionale allo svolgimento di attività economiche ex art. 41 Cost. (R. Valenti, cit.). Secondo la dottrina e la giurisprudenza maggioritarie anche questa norma ha carattere eccezionale e si deve interpretare restrittivamente. (Da ultime Cass. 2089/1997 e 11143/1996. L’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede inoltre che “il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico”, perché siano leciti, “non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera [citata]”. Tale requisito postula che l’utilizzazione dell’opera non danneggi in modo sostanziale uno dei mercati riservati in esclusiva all’autore/titolare dei diritti: non deve pertanto influenzare l’ammontare dei profitti di tipo monopolistico realizzabili dall’autore/titolare dei diritti. Secondo VALENTI, in particolare, il carattere commerciale dell’utilizzazione e, soprattutto, l’impatto che l’utilizzazione può avere sul mercato – attuale o potenziale – dell’opera protetta sono elementi determinanti nel verificare se l’utilizzazione possa considerarsi libera o non concreti invece violazione del diritto d’autore. Infine, il terzo comma dell’art. 70, Legge sul Diritto d’Autore richiede che “il riassunto, la citazione o la riproduzione” siano “sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”.

In considerazione di ciò, la mancata menzione degli elementi succitati determina una violazione del diritto di paternità dell’opera dell’autore, risarcibile in quanto abbia determinato un danno patrimoniale al titolare del diritto.

Conclusioni. La lettura combinata degli artt. 65 e 70, Legge sul Diritto d’Autore porta a ritenere che, per citare o riprodurre lecitamente un articolo giornalistico in un’altra opera, debbano ricorrere i seguenti presupposti:

1) art. 65, LdA (limite contenutistico): nel caso di riproduzione di articoli di attualità che abbiano carattere economico, politico o religioso pubblicati nelle riviste o nei giornali, tale riproduzione può avvenire liberamente purchè non sia stata espressamente riservata e vi sia l’indicazione della fonte da cui sono tratti, della data e del nome dell’autore, se riportato;

2) art. 70, LdA (limite teleologico e dell’utilizzazione economica): la citazione o riproduzione di brani o parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi qualora siano effettuati per uso di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica entro i limiti giustificati da tali fini e purchè non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera citata o riprodotta. In relazione ai singoli articoli, quindi, l’editore potrà far valere l’inapplicabilità dell’art. 65 LdA tutte le volte in cui “il titolare dei diritti di sfruttamento – dell’articolo riprodotto – se ne sia riservata, appunto, la riproduzione o la utilizzazione” apponendovi un’espressa dichiarazione di riserva.

IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA.

Diritto d'autore e interesse generale. Contemperare l’esigenza collettiva di poter usare materiale altrui in modo da creare materiale nuovo, anche sulla base di quello vecchio, che arricchisca ulteriormente la collettività. Opera letteraria - giornalistica, fonte di informazione e di cronaca. Diritti costituzionalmente garantiti, senza limitazione dall'art 21 della Costituzione italiana: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.»

Questa libertà è riconosciuta da tutte le moderne costituzioni.

Ad questa libertà è inoltre dedicato l'articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948: Art. 19: Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

La libertà di espressione è sancita anche dall'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall'Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.

2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

Tesi di Laurea di Rosalba Ranieri. Pubblicato da Studio Torta specializzato in proprietà intellettuale.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI BARI “ALDO MORO” DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN GIURISPRUDENZA. TESI DI LAUREA IN DIRITTO COMMERCIALE. IL DIRITTO D’AUTORE TRA IL DIRITTO DI CRONACA E LA CREAZIONE LETTERARIA: IL CASO “GOMORRA” RELATORE: Ch.issima Prof. Emma Sabatelli LAUREANDA Rosalba Ranieri.

La maggior parte delle persone comuni, non giuristi, quando pensano al diritto d’autore hanno un’idea precisa: basandosi sui fatti di cronaca, ritengono che il diritto d’autore tuteli quel cantante o autore famosi ai quali è stata rubata o copiata l’idea della propria canzone o del proprio libro. Tuttavia questa è una visione alquanto semplicistica.

Sfogliando qualsiasi manuale di diritto industriale o un’enciclopedia giuridica veniamo a sapere che: “il diritto d’autore è quel complesso di norme che tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti le scienze, la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro, la cinematografia, la radiodiffusione e, da ultimo, i programmi per elaboratore e le banche dati, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione, attraverso il riconoscimento all’autore dell’opera di una serie di diritti, sia di carattere morale che patrimoniale”. Dunque, del diritto d’autore non dobbiamo avere una visione riduttiva, come la si aveva in passato, in quanto il diritto d’autore ha un campo d’azione molto più ampio di quanto si possa ad un primo approccio immaginare. Si può ben pensare che in passato, a fronte delle rudimentali scoperte e conoscenze nei diversi settori in cui oggi opera, il diritto d’autore tutelava parzialmente l’autore, poiché solo gli scrittori di opere letterarie potevano esser lesi nel diritto esclusivo di usare economicamente la propria opera con la riproduzione non autorizzata della stessa a mezzo della stampa.

É dunque l’invenzione della stampa che fa sorgere l’esigenza di un diritto d’autore, che nasce prima in Inghilterra con il “Copyright Act”, la legge sul copyright (il diritto alla copia) della regina Anna del 1709; poi negli Stati Uniti, ispirati dalla legge inglese, con la legge federale del 1790 e poi in Francia con le leggi post-rivoluzionarie del 1791-1793, nelle quali si riconoscono per la prima volta i diritti morali dell’autore. Solo successivamente gli altri Stati europei, come l’Italia, adotteranno una legge a tutela del diritto d’autore. Tuttavia, prima di queste leggi, il diritto d’autore inizia a formarsi già nel mondo antico. Infatti nell’Antica Grecia non c’erano specifiche disposizioni legislative, perciò le opere letterarie erano liberamente riproducibili, ma veniva condannata l’appropriazione indebita della paternità. A Roma, invece, si distingueva il diritto di proprietà immateriale dell’autore (corpus mysticum), creatore ed inventore dell’opera, dal diritto di possesso materiale del bene del libraio e dell’editore (corpus mechanicum), essendo questi ultimi che possedevano materialmente i supporti contenenti le opere. Perciò, il diritto romano riconosceva i diritti patrimoniali soltanto ai librai e agli editori, perché una volta che l’opera fosse stata pubblicata (mediante una lettura in pubblico e la diffusione di manoscritti) i diritti venivano traslati sulla cosa materiale, invece agli autori riconosceva altri diritti quali: il diritto di non pubblicare l’opera, il diritto di mantenere l’opera inedita ed altri diritti inerenti la paternità. Con la caduta dell’Impero Romano, la cultura si rifugia presso i monasteri; infatti i monaci amanuensi, avendo a disposizione numerosi volumi, iniziarono a ricopiarne manualmente il contenuto presso vaste sale illuminate: le scriptoria. Poco tempo dopo nacquero le prime Università (a Bologna, Pisa, Parigi…) e di conseguenza la cultura non fu più di esclusivo appannaggio dei religiosi, ma anche dei laici. Molti uomini ricchi del Quattrocento si interessarono alla lettura soprattutto di testi religiosi, giuridici, scientifici, ma anche di romanzi. La diffusione della cultura e l’aumento della domanda di copie di testi letterari portò ad un mercato del libro, che permetteva ottime possibilità di guadagno, allorché fu inventata la tecnica, che avrebbe consentito la riproduzione dell’opera in maniera più rapida, più economica, e meno faticosa su centinaia o migliaia di copie. Nel 1455 nacque la stampa a caratteri mobili ad opera del tedesco Johannes Gutenberg e con essa nasce l’interesse di tutelare i testi e gli autori che li producevano. È con l’avvento della stampa che l’autore è riconosciuto come titolare di privilegi di stampa, che in passato erano concessi solo agli editori. Questo sistema resse fino al XVIII sec., fino alla produzione di leggi più organiche sul diritto d’autore. Dunque, si può affermare che il diritto d’autore in senso moderno nasce con l’invenzione della stampa e dalla necessità di dare tutela alle sole opere letterarie ed artistiche che possono essere prodotte a mezzo della stampa. Successivamente, esso fu esteso anche ad altre tipologie di opere, che possono essere prodotte con mezzi diversi dalla stampa. Il diritto d’autore si sviluppa al progredire della scienza e della tecnologia e questo ha reso ancora più ampio il margine del suo utilizzo; difatti, il diritto d’autore è oggi “un istituto destinato a proteggere opere eterogenee (opere letterarie, artistiche, musicali, banche dati, software e design)”, dunque anche opere digitali e multimediali, create con programmi di computer. Da qui emerge la difficoltà di delineare una nozione di opera dell’ingegno, tutelata dal diritto d’autore.

Inoltre, il diritto d’autore riconosce una pluralità di diritti (Si tratta del diritto esclusivo di riproduzione dell’opera e del diritto esclusivo degli autori di comunicare l’opera al pubblico “qualunque ne sia il modo o la forma” (con la rappresentazione, l’esecuzione e la diffusione a distanza)) e facoltà agli autori e diverse tecniche di protezione tanto da rendere difficile anche definirne unitariamente il contenuto. Tuttavia, è possibile ravvisare dei caratteri e dei requisiti comuni alle opere eterogenee, facendole rientrare nelle norme che tutelano il diritto d’autore, così come è possibile ravvisare degli interessi ben precisi che la legge del diritto d’autore tutela, come: l’interesse collettivo a favorire ed incentivare la produzione di opere dell’ingegno attraverso la libera circolazione delle idee e delle informazioni e l’interesse individuale, propriamente dell’autore, a godere del diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera per conseguire un profitto dall’utilizzazione di essa e a godere dei diritti morali, mediante i quali si tutela la personalità dell’autore.

LE FONTI NORMATIVE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI La capacità dell’opera creativa di suscitare interesse non solo in delimitati ambiti territoriali ha fatto sì che non si potesse prevedere una tutela limitata nello spazio, bensì una tutela universale (L’interesse di conoscere o avere tra le mani un’opera d’ingegno non si limita ai soli cittadini del territorio in cui l’autore abbia inventato la sua creazione), che permettesse la diffusione e l’utilizzo economico dell’opera anche al di là dei confini di uno Stato. Per queste ragioni sono state elaborate Convenzioni internazionali multilaterali in materia di diritto d’autore e dei diritti connessi, le quali hanno portato uno stravolgimento della previgente disciplina (Fino al 1993, anno in cui entrò in vigore il Trattato CE, oggi Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, vigeva il principio di territorialità, in base al quale il nostro ordinamento rinviava alla legge dello Stato nel quale l’opera era utilizzata o era destinata ad essere utilizzata. In tal modo, il diritto italiano accordava protezione soltanto alle opere dei cittadini italiani o alle opere di autori stranieri che fossero state pubblicate o realizzate per la prima volta in territorio italiano. Inoltre, fino al 1993, vigeva il principio di reciprocità, superato dalle Convenzioni internazionali attualmente in vigore, secondo il quale in Italia si sarebbero potute tutelare altre opere di stranieri, solo in quanto lo Stato di appartenenza dello straniero accordasse la stessa protezione concessa ai propri cittadini alle opere dei cittadini italiani), ma hanno garantito ai cittadini di ciascuno Stato contraente la possibilità di godere di una tutela uniforme. La Convenzione più importante in ordine di tempo è la Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, firmata nel 1886 a Berna e modificata nelle successive conferenze diplomatiche, alla quale ha aderito il maggior numero di Stati. Da ricordare è anche: la Convenzione universale sul diritto d’autore, firmata nel 1952 a Ginevra da parte degli Stati che non avevano firmato la Convenzione di Berna, tra questi in primis gli Stati Uniti d’America; la Convenzione internazionale sulla protezione degli artisti interpreti o esecutori, dei produttori di fonogrammi e degli organismi di radiodiffusione, firmata nel 1961 a Roma; I trattati dell’OMPI sul diritto d’autore e sulle interpretazioni, esecuzioni e fonogrammi, firmati nel 1996 a Ginevra, volti ad integrare le lacune delle precedenti Convenzioni. Queste Convenzioni non solo obbligano gli Stati firmatari a rispettare il principio di assimilazione o del trattamento nazionale, secondo il quale gli Stati devono accordare ai cittadini degli Stati contraenti la stessa protezione riconosciuta ai propri cittadini, ma, in aggiunta, prevedono anche una protezione minima specifica e comune per colmare le tutele insufficienti delle leggi nazionali. Nel nostro Stato il diritto d’autore è regolato tanto dalle Convenzioni appena richiamate, alle quali ha aderito l’Italia, quanto dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in tema di non discriminazione, di libera circolazione dei prodotti e dei servizi e di tutela della concorrenza; dalle Direttive comunitarie emanate in materia di diritto d’autore e anche dalla l. 22 aprile 1941, n. 633 (La l. n. 633/1941 è stata novellata ripetutamente dal nostro legislatore per dare attuazione alle direttive comunitarie, in ragione dell’obbligo di adeguamento alla normativa comunitaria, che incombe su tutti gli Stati aderenti all’ UE.) e dagli artt. 2575- 2583 c.c., che hanno recepito la codificazione normativa del Droit d’auteur francese sancita nella legge del 19/24 luglio 1793 (La legge francese sul diritto d’autore del 1793, intitolata “Droit de proprieté des auteurs”, modificata il 3 agosto 2006, è tutt’ora vigente in Francia). Dunque, ci si può domandare per quale ragione una materia così consolidata, come è attualmente la tutela del diritto d’autore, sia oggetto di questa ricerca e, come si è già anticipato, la risposta al quesito risiede nel caso giudiziario “Gomorra”, alquanto recente, che ha suscitato un notevole interesse non solo tra i giuristi ma anche tra i meri lettori del libro. Analizzando il caso concreto è possibile scorgere una serie di questioni e di profili rilevanti sul piano giuridico, che incidono addirittura sull’esito della controversia giudiziaria, mettendo in crisi l’efficacia della tutela, che non sono regolati precisamente dal legislatore e sui quali dottrina e giurisprudenza non hanno raggiunto, ancora oggi, orientamenti pacifici. In altre parole, il caso giudiziario “Gomorra” può essere utilizzato come la cartina tornasole con la quale verificare l’effettiva efficacia degli strumenti posti a tutela del diritto d’autore.

(Il caso concreto applicato al tema trattato della riproduzione di un opera con doverosa citazione dell'autore e dell'editore, al netto nella menzione sul Plagio, ossia mancanza di citazione, nota dell'autore.)

Il Convenuto. Aspetto quantitativo ed incidentale: Dunque, i convenuti respingono le doglianze della parte attrice asserendo in primo luogo che le similitudini tra gli articoli di giornale e il libro sono dovute all’identità delle fonti consultate dai giornalisti e dall’autore (forze dell’ordine e investigatori) e che gli articoli di giornale rappresentano una componente qualitativamente e quantitativamente irrilevante del libro: poche pagine rispetto alle trecentotrenta dell’intero.

La Corte. Creazione di opera letteraria atipica. Accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet, utilizzando fonti di dominio pubblico al di là dello spazio temporale congruo, senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica”.

Tribunale di Napoli – sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale sentenza n. 773, 7 luglio 2010. Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto:

1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro. (L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.)

2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”.

3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941. (L’art. 101 l. n. 633/1941 così recita “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”).

La Corte d'Appello. Distinzione di Articoli di giornale: Cronaca; Opinione; Intervista. La rilevanza dello spazio temporale. Prevalenza dell'interesse pubblico su quello privato.

Corte d'Appello di Napoli - Sezione specializzata in materia d'impresa. Sentenza 4135/2016 del 26 settembre 2016, pubblicata il 21 novembre 2016 RG 4692/2015 repert n. 4652/2016 del 21/11/2016.

Gli articoli di giornali e le riviste rientrano a pieno titolo tra le opere protette dal diritto d’autore, ai sensi dell’art. 3 l. n. 633/1941. Sull’assunto non può sorgere alcun dubbio, non solo a causa della lettera della norma, ma anche perché bisogna distinguere le tipologie di articoli: l’articolo di cronaca, l’articolo d’opinione e l’intervista.

Il primo dà notizie di un avvenimento di attualità in modo obiettivo; perciò il cronista deve riferire l’accaduto, senza inserire alcun commento sulla vicenda.

Il secondo contiene non solo informazioni e riferimenti all'attualità, ma anche l'opinione del giornalista su una determinata questione di costume, di cronaca, culturale, ecc…

L’intervista, infine, è il resoconto di un dialogo tra l’intervistatore e la persona intervistata. Tuttavia, l’articolo di giornale, oltre ad avere carattere informativo, legato ai fatti di cronaca, può avere anche contenuti descrittivi e narrativi. In esso, infatti, il giornalista può inserire una propria visione ideologica, politica, culturale, sulla notizia in questione. A fronte di tale classificazione si esclude che gli articoli di cronaca possano essere plagiati a differenza di quanto avviene per gli articoli di giornale.

Le norme del diritto d’autore in tema di libere utilizzazioni sono del tutto eccezionali e ciò esclude che gli articoli di giornale tutelati possano essere riprodotti, citati o sunteggiati al di fuori dei rigorosi limiti in esse posti, nonché in assenza delle condizioni da esse previste. (...) É pur vero che, trascorso un certo spazio temporale dall’originaria pubblicazione della notizia, il fatto diventa notorio e non vi è alcuna violazione del diritto d’autore, se si utilizzano informazioni diffuse; tuttavia, rilevano le modalità con le quali le informazioni vengono usate. (...) È assolutamente fondato che nessuno ha il monopolio delle informazioni afferenti a fatti noti ed oggettivamente accaduti e che nessuno può subordinare all’obbligo di citazione la riproduzione o comunicazione di un’informazione, ma è pur vero che l’articolo di giornale può non essere solo informativo, come l’articolo di cronaca, quando non si limita ad esporre i fatti così come sono accaduti nella realtà, ma è connotato da una parte descrittiva e narrativa, che rende l’opera creativa e tutelata dal diritto d’autore. (...)

Gli articoli 657 , 708 e 1019 l. n. 633/1941 prevedono dei limiti ai diritti patrimoniali dell’autore, non anche a quelli morali, in quanto consentono la riproduzione, la comunicazione al pubblico, il riassunto, la citazione ecc… di opere per favorire l’informazione pubblica, la libera discussione delle idee, la diffusione della cultura e di studio, che prevalgono sull’interesse personale dell’autore. (L’art. 65 l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato”. 8L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”).

Corte di Cassazione. Prima sezione civile. Sentenza n. 12314/1015. L'originalità e creatività dell'opera creata con l'ausilio di articoli di giornale.

(...)La violazione del diritto d’autore non si ha solo nell’ipotesi di integrale riproduzione dell’opera altrui ma anche nel caso di mera contraffazione e, dunque, nel caso di riproduzione indebita di alcune parti dell’opera, nelle quali si ravvisano “i tratti essenziali che caratterizzano l’opera anteriore”. "Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47". Su questo punto la Cassazione si è più volte pronunciata (Cass., 5 luglio 1990, n. 7077, in Giur. it., 1991, p. 47. 12 Cass., 27 ottobre 2005, n. 20925, in Foro it. 2006, p. 2080; conf. Cass., 5 luglio 1990, n. 9139, in Giust. civ., 1991, p. 152), sostenendo che sia opportuno distinguere la riproduzione abusiva in senso stretto dalla contraffazione e dall’elaborazione creativa perché la prima consiste nella “copia integrale e pedissequa dell’opera altrui”; la seconda nella riproduzione non integrale ma sostanziale dell’opera, in quanto ci sono poche differenze e di mero dettaglio; la terza, invece, consiste in un’opera originale, in quanto si connota per l’apporto creativo del suo autore ed è, pertanto, meritevole di tutela, ex art. 4 l. n. 633/1941. (...)

Conclusioni.

Tuttavia, è certo che gli articoli di giornale e “Gomorra” seguono scopi distinti, infatti, con i primi si informa e si danno informazioni contingenti, invece, con il secondo si segue il fine di approfondire e di indurre il lettore alla riflessione sul fenomeno criminale denominato camorra. La forma e la struttura espositiva dell’opera permettono di riflettere su un altro punto nevralgico della vicenda, che vede, ancora una volta, opinioni contrastanti tra la dottrina e la giurisprudenza: l’articolo di giornale rientra tra le opere protette dal diritto d’autore? Risponde al quesito sia l’art. 3 l. n. 633/1941, che annovera tra le opere tutelate dal diritto d’autore anche gli articoli pubblicati su giornali e sulle riviste, sia la distinzione tra l’articolo di cronaca e l’articolo d’opinione. Come si può leggere nel Cap. III, par. 3.1, l’articolo di cronaca non può essere plagiato, in quanto, per definizione, si limita a narrare i fatti così come sono accaduti, nella loro successione cronologica, senza che vi ricorrano i requisiti che un’opera protetta dal diritto d’autore debba avere per legge. Tali requisiti sono elencanti nel Cap III, par. 3.1. L’articolo di opinione, invece, non è una mera elencazione, bensì, un’esposizione di fatti con terminologie e prospettive proprie del giornalista, correlate, in taluni casi, dalle opinioni di chi scrive. In essi, dunque, il giornalista racconta i fatti in modo creativo, suggerendo un’impronta personale, tali da ricondurli direttamente a se stesso, cosicché è possibile che vi siano articoli scritti da giornalisti diversi, che, seppure raccontano gli stessi fatti, non incorrono nel plagio. Gli articoli di opinione possono, dunque, essere oggetto di plagio. In conclusione, l’articolo di giornale, che ricorre nel caso giudiziario in esame, non è assimilabile ad un articolo di cronaca, così come delineato nel Cap. I, par. 1.3, e, colta questa differenza, non si può negare che l’articolo di giornale sia un’opera protetta dal diritto d’autore. Tuttavia, è bene chiarire che riconoscere come meritevoli di tutela gli articoli di giornale, nei limiti appena chiariti, non significa attribuire l’esclusiva dell’informazione al giornalista e alla testata giornalistica presso la quale costui lavora, in quanto il singolo giornalista non può essere l’unico legittimato a dare informazioni. Se così fosse, si riconoscerebbe il monopolio dell’informazione a favore della testata giornalista, che per prima ha dato la notizia, in contrasto con il principio fondamentale di libertà d’espressione, sancito nell’art. 21 della Costituzione. Sul punto si rinvia al Cap. III, par. 3.2.

Non sempre è sufficiente riconoscere fra le opere protette dal diritto d’autore gli articoli di giornale perché essi possano esser tutelati efficacemente dal diritto d’autore. Infatti, come dimostra il caso esaminato, la prospettiva assunta per l’analisi della controversia può indurre il giudice a mettere in secondo piano gli articoli rispetto il libro. Più precisamente, il giudice avrebbe potuto escludere il plagio, se, durante il confronto delle due opere letterarie, ne avesse enfatizzato il suo carattere originale e creativo, rispetto alla conformazione delle notizie di cronaca contenute nell’opera. Assumere questa prospettiva, in cui il libro diventa il termine di paragone prevalente, significa non dare la giusta rilevanza agli articoli di giornale nel giudizio di plagio. Rileverebbe unicamente che gli articoli di giornale occupino un esiguo numero di pagine del libro e, poiché rappresentano una piccola parte, si escluderebbe, a priori, che un’opera alla stregua di “Gomorra” possa essere un’opera plagiaria. Pertanto, la quantità delle pagine del libro, nelle quali sono riportati gli articoli di giornale, non ritengo sia una ragione valida per escludere il plagio. Assumere, invece, la prospettiva opposta, nella quale gli articoli di giornale diventano il primo termine di paragone, consente di rilevare il plagio, se quest’ultimi sono riprodotti nel libro con la stessa forma e la stessa struttura espositiva dei giornalisti e senza che ne venga citata la fonte. In queste disposizioni normative, la legge speciale sul diritto d’autore ammette la libera pubblicazione o comunicazione al pubblico e la libera citazione delle opere protette dal diritto d’autore, affinché, in tal modo, si permetta la diffusione delle informazioni, del sapere e della cultura. Tuttavia, tale interesse generale non deve ledere i diritti d’autore, ma deve realizzarsi nel rispetto delle norme, sancite dal legislatore. Per impedire che si violassero i diritti d’autore, si è attributo alle norme che sanciscono la libera utilizzazione dell’opera protetta il carattere eccezionale. Ciò significa che esse si applicano secondo le modalità e nei casi espressamente previsti dal legislatore e che non sono suscettibili di applicazione analogica; pertanto, non è possibile applicare queste norme a casi diversi da quelli delineati dal legislatore. Dunque, le utilizzazioni devono avvenire mediante la citazione della fonte, della data e dell’autore - le c.d. menzioni d’uso - con le quali si riconosce che “una certa opera o parte di essa è frutto del lavoro di un 91 altro autore, così da evitare di essere accusati di plagio se si attinge da un testo altrui”. Se consideriamo il caso di specie, le menzioni d’uso mancano nel libro “Gomorra”. Invece, l’art. 65 l. n. 633/1941, che ritengo applicabile al caso “Gomorra”, resta, tuttavia, inosservato nell’esecuzione dell’opera. Pertanto, sarebbe bastato riportare la fonte, perché venisse riconosciuta infondata l’accusa rivolta nei confronti di Saviano. In tal modo, l’autore, non solo sarebbe stato scagionato da ogni accusa di plagio, ma avrebbe arricchito il suo lavoro di ricerca sui fatti raccontati, avrebbe permesso ai lettori di approfondire gli avvenimenti e, allo stesso tempo, il suo libro non sarebbe stato meno interessante. Dunque, la Corte non riconosce i presupposti in virtù dei quali è ammessa dal giudice in primo grado la libera riproduzione delle notizie contenute negli articoli, in quanto esclude che le vicende narrate negli articoli di Libra siano divenute di pubblico dominio e ritiene irrilevante che Saviano abbia riprodotto gli articoli nella sua opera a distanza di tempo. L’opera diventa di pubblico dominio quando decadono i diritti di sfruttamento economico della stessa oppure quando decorre il tempo massimo di tutela stabilito dall’ordinamento, il quale solitamente scade dopo settant’anni dalla morte dell’autore, ma vi sono altri casi in cui il termine è diverso, come ad esempio per le opere collettive, nelle quali vi rientrano i giornali, le riviste, le enciclopedie, i cui diritti di sfruttamento economico dell’opera scadono dopo settant’anni dalla pubblicazione, ma i diritti del singolo autore seguono la regola generale. L’opera di pubblico dominio può liberamente essere pubblicata, riprodotta, tradotta, recitata, comunicata, diffusa, eseguita, ecc…, ma i diritti morali devono essere sempre rispettati.  I primi due gradi di giudizio Il Tribunale di Napoli respinge la domanda della parte attrice, fondando la decisione sulle seguenti ragioni di fatto e di diritto: 1) L’opera “Gomorra” non può essere considerata un “saggio” ma “neppure tutt’altro, un’opera di fantasia” ma essa deve essere ricondotta al genere “romanzo no fiction, dedicato al fenomeno camorristico, contenenti ampi riferimenti alla realtà campana”. In particolare “Gomorra” costituisce “un accostamento di generi diversi: il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Il suo carattere creativo emerge dall’originale 16 combinazione delle vicende criminali del fenomeno camorristico, peraltro non esaminate in maniera organica, né secondo criteri, che avrebbero invece caratterizzato un’opera di genere saggistico. In esso fatti di cronaca vengono mescolati “con le vicende e le sensazioni personali dell’autore”, dal che deriva la nettissima distanza dell’opera “dalla mera cronaca giornalistica degli avvenimenti, da cui pure muove l’autore, e che trova puntuale riscontro nello stesso testo dell’opera”. Delineato, dunque, il genere letterario di appartenenza dell’opera di Saviano, il Tribunale esclude la violazione dell’art. 65 della legge sul diritto d’autore in quanto la norma richiede, perché ci sai plagio, “un ambito di riferimento omogeneo”, che non ricorre nel caso di specie, perché gli articoli di giornale sono stati utilizzati da Saviano mesi dopo la loro pubblicazione sulla testata giornalistica ed impiegati in un ambito e con uno scopo diverso: differentemente dal giornale con il quale si propone di dare informazioni contingenti, il libro di Saviano intende approfondire e riflettere sul fenomeno camorristico, trattato nel suo libro.  2) L’opera “Gomorra” non promuove la critica o la discussione sul contenuto degli articoli e ciò viene confermato dalla “scrittura tesa e volutamente poco attenta ai dettagli” dell’autore. Pertanto, il Tribunale di Napoli esclude la violazione dell’art. 70 l. n. 633/1941, che richiede “la menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore e dell'editore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta”, in quanto il riferimento alla norma risulta “del tutto incongruo”. 3) L’autore ha utilizzato fonti di dominio pubblico senza conseguire alcun “atto contrario agli usi onesti in materia giornalistica” e ciò esclude la violazione dell’art. 101 l. n. 633/1941.

IL DIRITTO D’AUTORE NELL’OPERA GIORNALISTICA. I CARATTERI DELL’OPERA PROTETTA DAL DIRITTO D’AUTORE. Sarebbe utopistico credere che qualsiasi opera possa esser protetta dal diritto d’autore; infatti, lo sono solo le opere che hanno una serie di caratteri di fondo ben fissati da parte del legislatore. Pertanto, in presenza di opere nelle quali si ravvisano determinati requisiti si applica la disciplina concernente il diritto d’autore e le tutele previste al suo autore o ad altri soggetti, diversi da quest’ultimo, lesi nei loro diritti patrimoniali e morali. Si potrebbe pensare erroneamente che la ricorrenza delle medesime caratteristiche includa nella tutela del diritto d’autore solo opere omogenee, ma in realtà si tratta di una nozione così di ampio respiro da consentire ad opere diversificate ed eterogenee di rientrare comunque nella tutela del diritto d’autore. In essa rientrano, infatti, le opere letterarie, artistiche e musicali tradizionali, le banche di dati, il software e il design. Analizzare i caratteri dell’opera protetta dal diritto d’autore, dunque, diventa importante per comprendere in quali casi l’autore gode di determinati diritti e quando può agire a tutela di essi.

L’opera dell’ingegno umano. Il primo carattere che deve ricorrere affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore è quello di “opera dell’ingegno umano”. Si tratta di una nozione legislativa che si ricava dagli artt. 1 e 2 della l. n. 633/1941, nei quali rispettivamente si definiscono e si classificano le opere oggetto del diritto d’autore; esse sono il frutto di una “creazione intellettuale”, che si realizza a fronte dell’attività dell’intelletto umano di ideazione ed esecuzione materiale dell’opera. Dunque il concetto di creazione intellettuale é così ampio ed elastico da consentire addirittura di comprendere opere che appartengono a campi e categorie fenomenologiche diverse, come la letteratura, la musica, le arti figurative, l’architettura, il teatro e la cinematografia, le quali, seppure si avvalgono di mezzi espressivi differenti tra loro, allo stesso tempo presentano come primo carattere di fondo l’essere un’opera derivante dall’attività dell’ingegno umano.

Il carattere rappresentativo: la forma interna e la forma esterna Un requisito che ricorre nelle opere oggetto di tutela del diritto d’autore è il carattere rappresentativo, al quale Paolo Auteri attribuisce un significato: l’opera è destinata a “rappresentare, con qualsiasi mezzo di espressione (parola scritta o orale, disegni e immagini, fisse o in movimento, suoni, ma anche il movimento del corpo e qualsiasi altro segno), fatti, conoscenze, idee, opinioni e sentimenti; e ciò essenzialmente allo scopo di comunicare con gli altri”. In parole più semplici, l’opera deve avere una forma “percepibile” e non rimanere a livello di mero pensiero; ovviamente, se così fosse, la semplice idea astratta, che non è idonea a rappresentare con organicità idee e sentimenti, non potrebbe essere oggetto di tutela. Questo carattere è sancito a livello internazionale nell’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs, il quale protegge la forma espositiva con cui l’opera appare, ad es: l’insieme di parole e frasi (c.d. forma esterna); la struttura espositiva, ad es: l’organizzazione del discorso, la scelta e la sequenza degli argomenti, le prospettive adottate, ecc... (c.d. forma interna), e non il contenuto di conoscenze, informazioni, idee, fatti, teorie in quanto tali e a prescindere dal modo in cui sono scelti, esposti e coordinati. (L’Accordo TRIPs, “The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights” (in italiano, Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale), è un trattato internazionale promosso dall'Organizzazione mondiale del commercio, al fine di fissare i requisiti e le linee guida che le leggi dei paesi aderenti devono rispettare per tutelare la proprietà intellettuale. L’art. 9 n.2 dell’Accordo TRIPs così recita: “La protezione del diritto d’autore copre le espressioni e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici in quanto tali”. 29 La distinzione tra forma esterna, forme interna e contenuto è stata elaborata sin dall’inizio del secolo scorso ad opera di un autorevole giurista tedesco, il Kohler, e viene seguita dalla dottrina e giurisprudenza prevalenti. Essa è stata fortemente criticata da più parti, tanto dalla dottrina, rappresentata da Piola Caselli in Italia e da Ulmer in Germania, che dalla parte minoritaria della giurisprudenza. Si è contestato, in breve, il fondamento teorico della tesi di Kohler e la difficoltà, se non l’impossibilità, di distinguere tali tre elementi a livello pratico. Inoltre, ci sono state pronunce di merito, come ad esempio la sentenza del Tribunale di Milano del 11 marzo 2010, dalle quali emerge che non sempre il contenuto è irrilevante ai fini del riconoscimento del plagio. Infatti, è possibile distinguere le idee diffuse nella cultura comune dalle idee innovative, che non appartengono al pensiero comune e che possono essere ricondotte ad un autore in particolare. Secondo tali pronunce giurisprudenziali, l’utilizzo del primo tipo di idee in un’opera dell’ingegno non produrrebbe plagio purché le idee vengano rielaborate in modo originale, invece l’utilizzo del secondo tipo di idee, anche se espresse in forma diversa, difficilmente escluderebbero il plagio).

Il carattere creativo: originalità e novità. Il carattere creativo è un criterio espressamente richiesto dal legislatore, negli artt. 1 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., affinché l’opera sia protetta dal diritto d’autore. In dottrina tale carattere non è definito in termini omogenei. Su questo punto, la dottrina è divisa: una opinione predilige il criterio della c.d. “creatività oggettiva” 30 , secondo il quale è creativa “l’opera dotata di caratteristiche materiali, oggettive appunto, tali da distinguerla da tutti i lavori ad essa preesistenti” 31 ; l’altra, invece, sostiene il criterio della c.d. “creatività soggettiva”32 , secondo il quale è creativa l’opera che riflette la personalità dell’autore e il suo modo personale di rappresentare ed esprimere fatti, idee e sentimenti, tale da renderla “direttamente riconducibile al suo autore” (c.d. individuabilità rappresentativa). In merito alla creatività soggettiva, la dottrina ha individuato due profili del carattere creativo: l’originalità e la novità. L’originalità consiste nel risultato di un’elaborazione intellettuale che riveli la personalità dell’autore, indipendentemente dalle dimensioni e dalla complessità del contenuto dell’opera, il quale può anche essere modesto e semplice o appartenere al patrimonio comune. Dunque sarebbero originali tutte quelle opere che, seppure appaiano molto simili tra loro, hanno un taglio o una prospettiva che le rende “frutto di una elaborazione autonoma del loro autore”. Invece la novità si ha quando sono nuovi o inediti gli “elementi essenziali e caratterizzanti” dell’opera, senza che la novità sia assoluta o diventi creazione. Infatti nuove non sono solo le opere che si basano su un’idea che non ha precedenti, ma anche quelle che rielaborano elementi di opere preesistenti con forme o mezzi di espressione innovativi, tali da distinguerle dalle opere precedenti (c.d. novità in senso oggettivo). L’orientamento che ha riscontrato il maggior successo nelle pronunce giurisprudenziali è quello della “creatività soggettiva”.

La compiutezza espressiva. Un altro requisito posto dalla legge per la tutela dell’opera dell’ingegno è quello della c.d. “compiutezza espressiva”, definita dalla dottrina come “l’idoneità a soddisfare l’esigenza estetica, emotiva o informativa, del fruitore di un determinato evento creativo”. Così come asserito da Kevin de Sabbata, tale nozione è assolutamente opinabile e non vi è ancora una pronuncia giurisprudenziale o uno studio dottrinale, che sia pervenuta ad attribuirle un significato stabile e chiaro. Motivo per il quale si ravvisa una difficoltà di applicazione del principio, seppure risulterebbe rilevante per la risoluzione di casi giudiziari di plagio parziale.

La pubblicazione dell’opera. Diversamente da quanto si possa pensare, il diritto d’autore non protegge solo le opere già pubblicate e già immesse nel mercato ma anche quelle non pubblicate e non note al pubblico, le c.d. opere inedite. Infatti, la Suprema Corte, riprendendo gli artt. 6 l. n. 633/1941 e 2575 c.c., ha ribadito che il diritto d’autore ha origine nel momento della mera creazione dell’opera, che costituisce un atto giuridico in senso stretto, e non al seguito del conseguimento di formalità, come gli adempimenti di deposito e di registrazione dell’opera . Nel 2012 i giudici di legittimità hanno escluso definitivamente che l’opera debba costituire “una sorgente di utilità” ai fini di tutela, potendo, dunque, essere oggetto di tutela anche prima della pubblicazione.

IL DIRITTO D’AUTORE E IL DIRITTO D’INFORMAZIONE E DI CRONACA. Dato per scontato che il diritto d’autore tuteli, ai sensi dell’art.1 l. n. 644/1941 e dell’art. 2575 c.c., le opere caratterizzate da requisiti di fondo delineati nel paragrafo precedente, possiamo asserire che tali caratteri ricorrono nell’opera giornalistica e che, pertanto, anche gli articoli di giornale sono tutelati dal diritto d’autore. Estendere la disciplina del diritto d’autore all’articolo di giornale comporta, come conseguenza inevitabile, che le norme a tutela dell’autore possano incidere sull’esercizio dell’attività di comunicazione e di informazione sociale, che si promuove con l’opera giornalistica. Il diritto d’autore e il diritto d’informazione e di cronaca possono entrare addirittura in conflitto tra loro, perché, da un lato vi è l’interesse di tutelate i diritti patrimoniali e morali dell’autore con la limitazione della libera divulgazione delle opere protette e, dall’altro lato vi è l’interesse generale alla diffusione di informazioni esatte su fatti rilevanti e di interesse generale. Diventa, dunque, necessario approfondire i profili di rilevo costituzionale sui quali può incidere il diritto d’autore, quali il diritto 61 d’informazione e il diritto di cronaca, per poter comprendere come essi si conciliano tra loro. Il diritto d’informazione è un diritto fondamentale delle persone, che è compreso, assieme al diritto d’opinione e di cronaca, nella libertà di manifestazione del proprio pensiero, sancita a livello nazionale dall’art. 21 della Costituzione e a livello sovranazionale dall’art. 19 della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” e dall’art.10 co. 1, della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” , che consiste “nella libertà di esprimere le proprie idee e di divulgarle ad un numero indeterminato di destinatari”, senza porre limiti in merito ai mezzi di espressione e in merito agli scopi, circostanze, contenuti da esprimere, ecc… Il diritto d’informazione ha una duplice profilo: quello attivo consiste nel diritto di informare e di diffondere notizie; invece, quello passivo consiste nel diritto di essere informati, sempre che l’informazione sia “qualificata e caratterizzata (…) dal pluralismo delle fonti da cui attingere conoscenze e notizie”. In conseguenza del diritto di essere informati è fatto divieto, ai sensi dell’art. 21, co. 2, Cost., di sottoporre la stampa a controlli preventivi. Nel nostro ordinamento è dunque, vietata la possibilità di sottoporre la divulgazione dell’informazione ad autorizzazioni o censure, al fine di evitare manipolazioni della notizia e compromettere il diritto della collettività a ricevere corrette informazioni. Il diritto dei cittadini ad essere informati si esercita mediante il diritto di cronaca, definito dalla giurisprudenza come “il diritto di raccontare, tramite mezzi di comunicazione di massa, accadimenti reali in considerazione dell’interesse che rivestono per la generalità dei consociati”. Dunque, l’informazione viene comunicata e diffusa per mezzo dell’esercizio del diritto di cronaca, il quale incontra una serie di limiti per evitare che l’esercizio di questo diritto possa ledere altri diritti inviolabili. Infatti l’art. 21 co. 3 Cost., sancisce il limite del rispetto del “buon costume”, generalmente inteso come il rispetto del “pudore sessuale”. Si tratta, però, di un concetto sprovvisto di una definizione normativa e, dunque, di un significato stabile, ma a ciò sopperiscono il legislatore e l’interpretazione giurisprudenziale, tenendo conto dell’evoluzione dei costumi. Ad esempio, la legge sulla stampa n. 47 del 1948, ha stabilito che é contrario al “buon costume” la pubblicazione di contenuti impressionanti e raccapriccianti, che provocano turbamento del “comune sentimento della morale o l’ordine familiare”. Tuttavia, tanto la giurisprudenza che il legislatore nelle altre brache del diritto ammettono ulteriori limiti, quando l’esercizio del diritto d’informazione, o più in generale del diritto d’espressione, potrebbe ledere altri diritti della persona costituzionalmente tutelati ed inderogabili, quali, ad esempio il diritto alla privacy o alla riservatezza, al nome, all’immagine, alla dignità della persona e ai diritti dell’autore, riconosciuti dalla legge sul diritto d’autore. A tal proposito, la giurisprudenza, a più riprese, ha individuato una serie di requisiti, che il giornalista deve rispettare per garantire un equo bilanciamento del diritto di cronaca con altri diritti inviolabili, che potenzialmente possono entrarvi in conflitto. Per quanto riguarda il bilanciamento degli interessi dell’autore alla tutela dei suoi diritti patrimoniali e morali con gli interessi della collettività alla diffusione delle informazioni e delle notizie è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza 12 aprile 1973, n. 38, nella quale ha affermato che le norme del diritto d’autore, rapportate all’informazione giornalistica, non contrastano con i principi costituzionali perché non limitano in alcun modo la “libera estrinsecazione e manifestazione del pensiero” e non “assoggettano la stampa ad autorizzazioni o censure”, ma, piuttosto, “tutelano l'utilizzazione economica del diritto d'autore e sono dirette ad assicurare la prova e a determinare l'indisponibilità della cosa, sia per preservarla da distruzione o alterazione, sia per assicurare l'attribuzione dell'opera all'avente diritto, sia per impedire ulteriori danni derivanti da violazione del diritto di autore”. Infatti, il legislatore garantisce il diritto d’informazione e il diritto di cronaca, ammettendo la libera utilizzazione dell’opera protetta purché si seguano i fini esplicitamente delineati nell’art. 70 l. n. 633/1941 – per uso di critica o di discussione, insegnamento o ricerca scientifica – e purché tale utilizzazione non costituisca una forma di concorrenza economicamente rilevante. La ratio della norma si rinviene nelle esigenze di progresso e diffusione della cultura e delle scienze. La questione, però, non è pacifica perché, se da un lato la Corte Costituzionale afferma che la tutela del diritto d’autore non può limitare la libera manifestazione del pensiero, dall’altro, alcuni giudici di merito, di fronte al caso concreto, ritengono che il diritto di cronaca non possa incidere sull’estensione del diritto d’autore, in quanto, a tale proposito, nessun limite è previsto espressamente dalla legge. Di conseguenza, nei fatti la delimitazione reciproca dei due diritti è rimessa al prudente apprezzamento dei giudici di merito.

L’OPERA GIORNALISTICA. Sulla base degli argomenti esposti in precedenza si può, dunque affermare che anche l’opera giornalistica è tutelata dal diritto d’autore, essendo una creazione intellettuale, la quale deriva dall’esercizio del diritto d’informazione e di cronaca. Infatti, l’art. 3 l. n. 633/1941 annovera i giornali e le riviste tra le c.d. opere collettive, che sono “costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hanno carattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento ad un determinato fine letterario, scientifico, didattico, religioso, politico ed artistico”, ma non informativo. In effetti, l’opera giornalistica é il frutto di una molteplicità di apporti creativi di diversi autori, coordinati e selezionati dal direttore della testata giornalistica. Dunque, in tale opera si possono distinguere due distinti livelli creativi: quello dei singoli giornalisti, che contribuiscono a comporre l’opera, e quello del direttore, che provvede a progettare l’opera complessiva, a scegliere e coordinare i contributi, ad organizzare e dirigere l’attività creativa dei collaboratori. Una volta rilevata questa duplice creatività, sorge spontaneo domandarsi come il legislatore tuteli tali opere. Ciò che potrebbe risultare complesso è stato, invece, risolto con estrema facilità dal legislatore, il quale ha riconosciuto come meritevole di tutela non la creatività dei singoli giornalisti, bensì quella del direttore che, mediante l’attività di scelta, di coordinamento e di organizzazione dei contributi, realizza l’opera complessiva: l’opera giornalistica. È sulla base di questa prospettiva che ben si spiegano gli artt. 7 e 38 l. n. 633/1941. L’art. 7 l. n. 633/1941 riconosce come autore delle opere collettive “chi ha diretto e organizzato la creazione dell’opera stessa”. Pertanto, rivestendo il ruolo di autore dell’opera giornalistica, il direttore del giornale può, ex art. 41 l. n. 633/1941, “introdurre nell’articolo da riprodurre quelle modificazioni di forma che sono richieste dalla natura e dai fini del giornali”, le quali, se sono sostanziali, possono essere apportate solo con il consenso dell’autore, sempre che questi sia reperibile; altrimenti, ex art. 9 dal Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico (FNSI – FIEG 1 aprile 2013 – 31 marzo 2016), “l’articolo non dovrà comparire firmato nel caso in cui le modifiche siano apportate senza l’assenso del giornalista”. Normalmente gli articoli che, a giudizio del direttore, rivestono particolare importanza sono pubblicati con la firma dell’autore, invece quelli meno rilevanti possono essere riprodotti anche senza l’indicazione del nome dell’autore. Solo se non compare la firma dell’autore, il direttore della testata giornalistica non solo può modificare ed integrare l’articolo di giornale ma anche sopprimerlo e non pubblicarlo. L’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce il diritto di utilizzazione economica dell’opera all’editore, salvo patto contrario, senza precludere ai singoli collaboratori di utilizzare la propria opera separatamente, purché si rispettino gli accordi intercorsi fra i collaboratori e l’editore, nei quali sono precisati i limiti e le condizioni dell’utilizzazione separata dei contributi dei singoli, a salvaguardia dello sfruttamento dell’opera collettiva. Sostanzialmente l’art. 38 l. n. 633/1941 attribuisce lo sfruttamento economico dell’opera all’editore, nel rispetto dei principi fondamentali, ai sensi degli artt. 12 e ss. l. n. 633/1941, e allo stesso tempo garantisce il diritto ai giornalisti di utilizzare il proprio articolo separatamente dall’opera complessiva, senza pregiudicare il diritto di sfruttamento economico esclusivo dell’editore sull’opera collettiva. Infatti, il legislatore, nell’art. 42 l. n. 633/1941, assicura all’autore dell’articolo di giornale pubblicato in un’opera collettiva il diritto di riprodurlo in estratti separati o raccolti in volume, in altre riviste o giornali, purché “indichi l’opera collettiva dalla quale è tratto e la data di pubblicazione”. Alla regola dell’art. 38 l. n. 633/1941, il legislatore ammette una sola eccezione, fissata nel successivo art. 39, secondo la quale l’autore può riacquistare il diritto di disporre liberamente dell’opera al ricorrere di due condizioni: 1) quando il giornalista è estraneo alla redazione del giornale, non ha un accordo contrattuale con la testata giornalistica, ma ha invitato l’articolo al giornale perché venisse riprodotto in esso; 2) quando il giornalista non ha ricevuto notizia dell’accettazione entro un mese dall’invio o la riproduzione dell’articolo non è avvenuta entro sei mesi dalla notizia dell’accettazione.

LA RIPRODUZIONE E LA CITAZIONE DELL’ARTICOLO DI GIORNALE NELL’OPERA LETTERARIA. Talvolta un libro nasce dall’esigenza di voler raccontare una storia, frutto della fantasia dell’autore, basata su fatti realmente accaduti. Infatti, molto spesso leggiamo libri con riferimenti a persone esistenti o a fatti realmente accaduti. Per scrivere un libro basato su fatti già accaduti e magari notori, lo scrittore deve informarsi servendosi di giornali, riviste e altro materiale, reperibile in qualsiasi modo. Così l’autore può ricostruire gli accadimenti e assumere informazioni dettagliate, utili per il proprio libro. Questa attività di ricerca e informazione risulta di grande importanza, in quanto, solo di seguito ad essa, lo scrittore inizierà a scrivere il suo libro. Però lo scrittore deve estrarre dalle fonti le informazioni utili e rielaborarle in modo creativo. Se, invece, si limita ad un lavoro di “copia e incolla”, corre il rischio di ledere il diritto d’autore. Una volta chiarito che, gli articoli di giornale e l’opera giornalistica nel suo insieme sono tutelati dal diritto d’autore, cosa succede se ad esser riprodotto senza citazione della fonte e dell’autore in un’opera letteraria, come è accaduto nel caso di specie “Gomorra”, sia un articolo di giornale? Per rispondere al quesito è necessario esaminare il contenuto degli artt. 65, 70 e 101 l. n. 633/1941, in materia di eccezioni e limitazioni del diritto d’autore.

Gli articoli di attualità. Nell’art. 65 della legge 53 il legislatore sancisce la libertà di utilizzazione, riproduzione o ripubblicazione e comunicazione al pubblico degli articoli di attualità, che possiamo considerare come sinonimo di cronaca, in altre riviste o giornali, quando ricorrono tre requisiti:

1) che si tratti di articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, o altri materie dello stesso genere. Sul punto la dottrina è divisa, perché, da una parte c’è chi sostiene che sia lecita la riproduzione di articoli di attualità specificamente indicati dal legislatore (a carattere politico, economico e religioso), con l’esclusione degli articoli di cronaca a contenuto culturale, artistico, satirico, storico, geografico o scientifico, mentre dall’altra parte c’è chi farientrare queste ultime fattispecie di articoli tra “gli altri materiali dello stesso carattere”; (L’art. 65 della l. n. 633/1941 così recita “Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichi la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato”). 

2) che siano pubblicati in riviste o in giornali;

3) che la riproduzione o l’utilizzazione non sia espressamente riservata, ovvero quando manchi l’indicazione, anche in forma abbreviata, delle parole “riproduzione riservata” o di altre espressioni dal significato analogo, all’inizio o alla fine dell’articolo, secondo quanto prevede l’art. 7 del regolamento di esecuzione della legge sul diritto d’autore, approvato con il R.D. 18 maggio 1942, n. 1369. È necessario a questo punto fare una puntualizzazione, perché potrebbe intendersi erroneamente il significato dell’espressione “libera utilizzazione”. La libera utilizzazione consiste nella riproduzione o comunicazione al pubblico dell’opera senza il consenso dell’autore, ma nel rispetto di determinati adempimenti, fissati dalla legge, come l’indicazione della fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato. Tali formalità devono essere adempiute anche nell’ipotesi, delineata dall’art. 65 co. 2 l. n. 633/1941, di riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti, utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità per fini informativi e di cronaca, fatta eccezione del caso di impossibilità di conoscere la fonte e il nome dell’autore. (“La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell'autore, se riportato”).  La norma in esame è eccezionale e non suscettibile di applicazione analogica, ragione per la quale la libera utilizzazione non si estende alle rassegne-stampa; infatti, la riproduzione di queste ultime deve sempre essere effettuata con il consenso dei titolari dei diritti.

La libertà di citazione. Prima della legge italiana sul diritto d’autore, la libertà di citazione è stata regolata dall’art. 10 della Convenzione d’Unione di Berna, il quale riporta pressoché il contenuto fissato nell’art. 70 l. n. 633/1941. Il legislatore italiano non ha provveduto, come previsto dalla norma internazionale, a chiarire espressamente che l’opera citata debba esser stata pubblicata e che la citazione debba avere un carattere di mero esempio e supporto di una tesi e non lo scopo di illustrare l’opera citata. (L’art. 10 della Convezione di Berna così recita “Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Restano fermi gli effetti della legislazione dei Paesi dell'Unione e degli accordi particolari tra essi stipulati o stipulandi, per quanto concerne la facoltà d'utilizzare lecitamente opere letterarie o artistiche a titolo illustrativo nell'insegnamento, mediante pubblicazioni, emissioni radiodiffuse o registrazioni sonore o visive, purché una tale utilizzazione sia fatta conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo. Le citazioni e utilizzazioni contemplate negli alinea precedenti dovranno menzionare la fonte e, se vi compare, il nome dell'autore”. 56 La Convenzione d’Unione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche fu firmata nel 1886 a Berna e ratificata ed eseguita in Italia con la legge 20 giugno 1978, n. 399. Sul punto si rinvia al Cap I, par. 1.2.).

Infatti, nell’art. 70 della legge italiana sul diritto d’autore ( L’art. 70 l. n. 633/1941 così recita “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”)  il legislatore italiano si è limitato a sancire il libero riassunto, la citazione o la riproduzione dell’opera e la loro comunicazione al pubblico, purché:

1) vi ricorra una finalità di critica, discussione, insegnamento o ricerca scientifica, così da garantire l’informazione e la diffusione della cultura, in quanto si permette la libera fruibilità dei concetti esposti nell’opera. La dottrina precisa che si ha “uso di critica”, quando l’utilizzazione è finalizzata ad esprimere opinioni protette dagli artt. 21 e 33 Cost.;

2) l’opera critica abbia fini autonomi e distinti da quelli dell’opera citata e non sia succedanea dell’opera o delle sue utilizzazioni derivate;

3) l’utilizzazione non sia di dimensioni tali da supplire all’acquisto dell’opera, pertanto l’utilizzazione non debba essere concorrenziale a quella posta dal titolare dei diritti e idonea a danneggiare gli interessi patrimoniali esclusivi dell’autore o del titolare di diritti; 4) siano rispettate le menzioni d’uso, quali l’indicazione del titolo dell’opera da cui è tratta la citazione o la riproduzione, il nome dell’autore e dell’editore. Dottrina e giurisprudenza concordano che anche questa disposizione normativa sia del tutto eccezionale, cosicché non può essere applicata per analogia, ma deve essere interpretata restrittivamente.

Informazioni e notizie giornalistiche. L’art. 101, infine, tutela le informazioni e le notizie giornalistiche, stabilendo che sono liberamente riproducibili altrove, purché non si ricorra ad “atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e (…) se ne citi la fonte”. In questo primo comma, il legislatore non ha definito gli atti contrari, ma ha fatto rinvio alle regole di correttezza professionale, fissate nel codice deontologico dell’attività giornalistica, lasciando al giudice il compito di decidere, in merito ai casi concreti per i quali è chiamato a giudicare, se quel comportamento è scorretto o meno. (L’art. 101 co. 1 l. n. 633/1941 sancisce che “La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l'impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte”). Tuttavia, il legislatore colma la genericità del primo comma con il secondo, nel quale specifica alcuni comportamenti che, senza alcun dubbio, costituiscono atti di concorrenza sleale: per esempio, la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso a coloro che ne hanno diritto, oppure prima che l’editore autorizzato abbia pubblicato la notizia; il c.d. “parassitismo giornalistico”, che si ha nel caso in cui il giornalista scorretto effettua la riproduzione o la radiodiffusione sistematica di informazioni e notizie, attingendo da altri giornali o fonti, che svolgono un’attività giornalistica a fine di lucro. Tutte queste pratiche scorrette sono sanzionate dalla legge con l’arresto dell’attività di concorrenza, con la rimozione degli effetti dell’illecito, con la condanna al risarcimento dei danni e la pubblicazione della sentenza. (L’art. 101 co. 2 l. n. 633/1941 così recita “Sono considerati atti illeciti: a) la riproduzione o la radiodiffusione, senza autorizzazione, dei bollettini di informazioni distribuiti dalle agenzie giornalistiche o di informazioni, prima che siano trascorse sedici ore dalla diramazione del bollettino stesso e, comunque, prima della loro pubblicazione in un giornale o altro periodico che ne abbia ricevuto la facoltà da parte dell'agenzia. A tal fine, affinché le agenzie abbiano azione contro coloro che li abbiano illecitamente utilizzati, occorre che i bollettini siano muniti dell'esatta indicazione del giorno e dell'ora di diramazione; b) la riproduzione sistematica di informazioni o notizie, pubblicate o radiodiffuse, a fine di lucro, sia da parte di giornali o altri periodici, sia da parte di imprese di radiodiffusione”).

CRONACA, INDAGINE GIORNALISTICA E ANALISI SOCIALE. Quando accade un fatto di rilievo pubblico, un ruolo fondamentale è svolto dal cronista, il quale giunge presso il luogo del fatto per raccontare gli avvenimenti così come accadono, nella loro precisa successione cronologica, realizzando un’attività di testimonianza diretta o indiretta. Distinta dalla mera cronaca è l’inchiesta giornalistica, la quale parte da fatti di cronaca per svolgere un’attività di indagine, c.d. “indagine giornalistica”, con la quale il professionista si informa, chiede chiarimenti e spiegazioni. Questa attività rientra nel c.d. “giornalismo investigativo” o “d’inchiesta”, riconosciuto dalla Cassazione nel 2010 come “la più alta e nobile espressione dell’attività giornalistica”, perché consente di portare alla luce aspetti e circostanze ignote ai più e di svelare retroscena occultati, che al contempo sono di rilevanza sociale. A seguito dell’attività d’indagine, il giornalista svolge poi l’attività di studio del materiale raccolto, di verifica dell’attendibilità di fonti non generalmente attendibili, diverse dalle agenzie di stampa, di confronto delle fonti. Solo al termine della selezione del materiale conseguito, il giornalista inizia a scrivere il suo articolo. (Cass., 9 luglio 2010, n. 16236, in Danno e resp., 2010, 11, p. 1075. In questa sentenza la Corte Suprema precisa che “Con tale tipologia di giornalismo (d’inchiesta), infatti, maggiormente, si realizza il fine di detta attività quale prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, per sollecitare i cittadini ad acquisire conoscenza di tematiche notevoli, per il rilievo pubblico delle stesse”). Dunque, appare evidente che, diversamente dal giornalismo tradizionale, il quale attinge le notizie da fonti ufficiali e istituzionali perché si dia informazione sui fatti, il giornalismo d’inchiesta impiega mesi e mesi per sviluppare e preparare un’indagine giornalistica in quanto approfondisce aspetti e circostanze su fatti socialmente rilevanti, così da indurre il lettore a riflettere e formare la propria opinione, seppure diversa da quella letta sul giornale. L’inchiesta, pertanto, mette in rilievo problemi sociali o vicende politiche attuali e consente di compiere un’analisi sociale. L’inchiesta e la cronaca sono tipologie giornalistiche che si distinguono da “Gomorra”, la quale è a tutti gli effetti un’opera letteraria, che racchiude diversi generi, come “il romanzo, il saggio, la cronaca giornalistica, il pamphlet”. Dunque, accanto alla cronaca giornalistica, che consiste nel narrare fatti realmente accaduti “secondo la successione cronologica, senza alcun tentativo di interpretazione o di critica degli avvenimenti”, vi è il romanzo, un componimento letterario in prosa, di ampio sviluppo, frutto della creazione fantastica dell’intelletto dell’autore; il saggio, un componimento relativamente breve, nel quale l’autore “tratta con garbo estroso e senza sistematicità argomenti vari (di letteratura, di filosofia, di costume, ecc.), rapportandoli strettamente alle proprie esperienze biografiche e intellettuali, ai propri estri umorali, alle proprie idee o al proprio gusto”; e per finire il pamphlet, definito come un “breve scritto di carattere polemico o satirico”.

Io sono un Aggregatore di contenuti di ideologia contrapposta con citazione della fonte. 

Il World Wide Web (WWW o semplicemente "il Web") è un mezzo di comunicazione globale che gli utenti possono leggere e scrivere attraverso computer connessi a Internet, scrive Wikipedia. Il termine è spesso erroneamente usato come sinonimo di Internet stessa, ma il Web è un servizio che opera attraverso Internet. La storia del World Wide Web è dunque molto più breve di quella di Internet: inizia solo nel 1989 con la proposta di un "ampio database intertestuale con link" da parte di Tim Berners-Lee ai propri superiori del CERN; si sviluppa in una rete globale di documenti HTML interconnessi negli anni novanta; si evolve nel cosiddetto Web 2.0 con il nuovo millennio. Si proietta oggi, per iniziativa dello stesso Berners-Lee, verso il Web 3.0 o web semantico.

Sono passati decenni dalla nascita del World Wide Web. Il concetto di accesso e condivisione di contenuti è stato totalmente stravolto. Prima ci si informava per mezzo dei radio-telegiornali di Stato o tramite la stampa di Regime. Oggi, invece, migliaia di siti web di informazione periodica e non, lanciano e diffondono un flusso continuo di news ed editoriali. Se prima, per la carenza di informazioni, si sentiva il bisogno di essere informati, oggi si sente la necessità di cernere le news dalle fakenews, stante un così forte flusso d’informazioni e la facilità con la quale ormai vi si può accedere.

Oggi abbiamo la possibilità potenzialmente infinita di accedere alle informazioni che ci interessano, ma nessuno ha il tempo di verificare la veridicità e la fondatezza di quello che ci viene propinato. Tantomeno abbiamo voglia e tempo di cercare quelle notizie che ci vengono volutamente nascoste ed oscurate. 

Quando parlo di aggregatori di contenuti non mi riferisco a coloro che, per profitto, riproducono integralmente, o quasi, un post o un articolo. Costoro non sono che volgari “produttori” di plagio, pur citando la fonte. E contro questi ci sono una legge apposita (quella sul diritto d’autore, in Italia) e una Convenzione Internazionale (quella di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche). Tali norme vietano esplicitamente le pratiche di questi aggregatori.

Ci sono Aggregatori di contenuti in Italia, che esercitano la loro attività in modo lecita, e comunque, verosimilmente, non contestata dagli autori aggregati e citati.

Vedi Giorgio dell’Arti su “Cinquantamila.it”. LA STORIA RACCONTATA DA GIORGIO DELL'ARTI. “Salve. Sono Giorgio Dell’Arti. Questo sito è riservato agli abbonati della mia newsletter, Anteprima. Anteprima è la spremuta di giornali che realizzo dal lunedì al venerdì la mattina all’alba, leggendo i quotidiani appena arrivati in edicola. La rassegna arriva via email agli utenti che si sono iscritti in promozione oppure in abbonamento qui o sul sito anteprima.news.

Oppure come fa Dagospia o altri siti di informazione online, che si limitano a riportare quegli articoli che per motivi commerciali o di esclusività non sono liberamente fruibili.

Dagospia. Da Wikipedia. Dagospia è una pubblicazione web di rassegna stampa e retroscena su politica, economia, società e costume curata da Roberto D'Agostino, attiva dal 22 maggio 2000. Dagospia si definisce "Risorsa informativa online a contenuto generalista che si occupa di retroscena. È espressione di Roberto D'Agostino". Sebbene da alcuni sia considerato un sito di gossip, nelle parole di D'Agostino: «Dagospia è un bollettino d'informazione, punto e basta». Lo stile di comunicazione è volutamente chiassoso e scandalistico; tuttavia numerosi scoop si sono dimostrati rilevanti esatti. L'impostazione grafica della testata ricorda molto quella del news aggregator americano Drudge Report, col quale condivide anche la vocazione all'informazione indipendente fatta di scoop e indiscrezioni. Questi due elementi hanno contribuito a renderlo un sito molto popolare, specialmente nell'ambito dell'informazione italiana: il sito è passato dalle 12 mila visite quotidiane nel 2000 a una media di 600 mila pagine consultate in un giorno nel 2010. A partire da febbraio 2011 si finanzia con pubblicità e non è necessario abbonamento per consultare gli archivi. Nel giugno 2011 fece scalpore la notizia che Dagospia ricevesse 100 mila euro all'anno per pubblicità all'Eni grazie all'intermediazione del faccendiere Luigi Bisignani, già condannato in via definitiva per la maxi-tangente Enimont e di nuovo sotto inchiesta per il caso P4. Il quotidiano la Repubblica, riportando le dichiarazioni di Bisignani ai pubblici ministeri sulle soffiate a Dagospia, la definì “il giocattolo” di Bisignani. Dagospia ha querelato la Repubblica per diffamazione.

Popgiornalismo. Il caso e la post-notizia. Un libro di Salvatore Patriarca. Con le continue trasformazioni dell’era digitale, diventa sempre più urgente mettere a punto dinamiche comunicative che sappiano muoversi con la stessa velocità con la quale viaggia la trasmissione dei dati e che, soprattutto, riescano a sviluppare capacità connettive in grado di ricomprendere un numero sempre maggiore di dati-fatti-informazioni. Partendo dal fenomeno giornalistico rappresentato da Dagospia – il sito di Roberto D’Agostino che ha saputo cogliere, sin dagli albori, le possibilità offerte dal mezzo digitale – il libro analizza i caratteri di una nuova forma giornalistica, il popgiornalismo. Al centro di questa recente declinazione informativa non c’è più la notizia ma la post-notizia, la necessità cioè di lavorare sulle connessioni e sugli effetti che ogni nuovo fatto, evento o dato determina. Da qui ne conseguono i tre tratti essenziali dell’approccio popgiornalistico: la “leggerezza” pesante dell’informazione, la conoscenza del quotidiano come opera aperta e la libera responsabilità del lettore.

Addirittura il portale web “Newsstandhub.com” riporta tutti gli articoli dei portali di informazione più famosi con citazione della fonte, ma non degli autori. Si presenta come: “Il tuo centro edicola personale dove poter consultare tutte le notizia contemporaneamente”.

Così come il sito web di Ristretti.org o di Antimafiaduemila.com.

Diritto di cronaca, dico, che non ha alcuna limitazione se non quella della verità, attinenza-continenza, interesse pubblico. Diritto di cronaca su Stampa non periodica.

Che cosa significa "Stampa non periodica"?

Ogni forma di pubblicazione una tantum, cioè che non viene stampata regolarmente (è tale, ad esempio, un saggio o un romanzo in forma di libro).

Stampa non periodica, perché la Stampa periodica è di pertinenza esclusiva della lobby dei giornalisti, estensori della pseudo verità, della disinformazione, della discultura e dell’oscurantismo.

Con me la cronaca diventa storia ed allora il mio diritto di cronaca diventa diritto di critica storica.

La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506. L'esercizio del diritto di critica può, a certe condizioni, rendere non punibile dichiarazioni astrattamente diffamatorie, in quanto lesive dell'altrui reputazione.

Resoconto esercitato nel pieno diritto di Critica Storica. La critica storica può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506.

La ricerca dello storico, quindi, comporta la necessità di un’indagine complessa in cui “persone, fatti, avvenimenti, dichiarazioni e rapporti sociali divengono oggetto di un esame articolato che conduce alla definitiva formulazione di tesi e/o di ipotesi che è impossibile documentare oggettivamente ma che, in ogni caso debbono trovare la loro base in fonti certe e di essere plausibili e sostenibili”.

La critica storica, se da una parte può scriminare la diffamazione. Cassazione penale, sez. V, sentenza 10/11/2016 n° 47506, dall'altra ha funzione di discussione: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera".

Certamente le mie opere nulla hanno a che spartire con le opere di autori omologati e conformati, e quindi non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera altrui. Quindi questi sconosciuti condannati all'oblio dell'arroganza e della presunzione se ne facciano una ragione.

Ed anche se fosse che la mia cronaca, diventata storia, fosse effettuata a fini di insegnamento o di ricerca scientifica, l'utilizzo che dovrebbe inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali è pienamente compiuto, essendo io autore ed editore medesimo delle mie opere e la divulgazione è per mero intento di conoscenza e non per fini commerciali, tant’è la lettura può essere gratuita e ove vi fosse un prezzo, tale è destinato per coprirne i costi di diffusione.

Valentina Tatti Tonni soddisfatta su Facebook il 20 gennaio 2018 ". "Ho appena saputo che tre dei miei articoli pubblicati per "Articolo 21" e "Antimafia Duemila" sono stati citati nel libro del sociologo Antonio Giangrande che ringrazio. Gli articoli in questione sono, uno sulla riabilitazione dei cognomi infangati dalle mafie (ripreso giusto oggi da AM2000), uno sulla precarietà nel giornalismo e il terzo, ultimo pubblicato in ordine di tempo, intitolato alla legalità e contro ogni sistema criminale".

Linkedin lunedì 28 gennaio 2019 Giuseppe T. Sciascia ha inviato il seguente messaggio (18:55)

Libro. Ciao! Ho trovato la citazione di un mio pezzo nel tuo libro. Grazie.

Citazione: Scandalo molestie: nuove rivelazioni bomba, scrive Giuseppe T. Sciascia su “Il Giornale" il 15 novembre 2017.

Facebook-messenger 18 dicembre 2018 Floriana Baldino ha inviato il seguente messaggio (09.17)

Buon giorno, mi sono permessa di chiederLe l'amicizia perchè con piacevole stupore ho letto il mio nome sul suo libro.

Citazione: Pronto? Chi è? Il carcere al telefono, scrive il 6 gennaio 2018 Floriana Bulfon su "La Repubblica". Floriana Bulfon - Giornalista de L'Espresso.

Facebook-messenger 3 novembre 2018 Maria Rosaria Mandiello ha inviato il seguente messaggio (12.53)

Salve, non ci conosciamo, ma spulciando in rete per curiosità, mi sono imbattuta nel suo libro-credo si tratti di lei- "abusopolitania: abusi sui più deboli" ed ho scoperto con piacere che lei m ha citata riprendendo un mio articolo sul fenomeno del bullismo del marzo 2017. Volevo ringraziarla, non è da tutti citare la foto e l'autore, per cui davvero grazie e complimenti per il libro. In bocca a lupo per tutto! Maria Rosaria Mandiello.

Citazione: Ragazzi incattiviti: la legge del bullismo, scrive Maria Rosaria Mandiello su "ildenaro.it" il 24 marzo 2017.

NON CI SI PUO’ SOTTRARRE ALLE CRITICHE ONLINE.

Tribunale di Roma (N. R.G. 81824/2018 Roma, 1 febbraio 2019 Presidente dott. Luigi Argan): non ci si può sottrarre alle critiche online, scrive Guido Scorza 28 febbraio 2019 su l'Espresso. In un’epoca nella quale la libertà di parola, specie online, sembra condannata a dover sistematicamente cedere il passo a altri diritti e a contare davvero poco, un raggio di libertà, arriva dal Tribunale di Roma che, nei giorni scorsi, ha rispedito al mittente le domande di un chirurgo plastico che aveva chiesto, in via d’urgenza, ai Giudici di ordinare a Google di sottrarre il proprio studio dalle recensioni del pubblico o, almeno, di cancellare quattro commenti particolarmente negativi ricevuti da pazienti e amici di pazienti. Secondo la prima sezione del Tribunale, infatti, il diritto di critica viene prima dell’interesse del singolo a non veder la propria attività professionale compromessa da qualche recensione negativa e nessuno ha diritto, nel momento in cui esercita un’attività professionale o commerciale, a pretendere di essere sottratto al rischio che terzi, ovviamente dicendo la verità e facendolo in maniera educata, lo critichino. E questo, secondo i Giudici, è quanto accaduto nel caso in questione. Il chirurgo in questione non può né pretendere che Google rinunci a mettere a disposizione degli utenti un servizio che consente, tra l’altro, la raccolta di “recensioni” sulla propria attività né che non consenta agli utenti di pubblicare commenti negativi o che cancelli quelli pubblicati. Ma non basta. Il Tribunale di Roma mette nero su bianco un principio tanto semplice quanto spesso ignorato: non può toccare a Google sorvegliare che i propri utenti non pubblichino recensioni negative perché Google non ha, né può avere, alla stregua della disciplina europea della materia, alcun obbligo generale di sorveglianza sui contenuti pubblicati da terzi. Google – e il Giudice lo scrive con disarmante chiarezza – ha il solo obbligo di rimuovere un contenuto quando la sua pubblicazione sia accertata come illecita da un Giudice e la notizia gli sia comunicata. E a leggere l’Ordinanza con la quale il Giudice ha respinto le domande d’urgenza proposte dal chirurgo vien davvero da pensare che tutti dovremmo iniziare a imparare ad accettare le critiche con spirito costruttivo e come stimolo a far meglio in futuro anziché investire ogni energia nel tentativo – vano, fortunatamente, in questa vicenda – di condannare all’oblio le opinioni di chi, su di noi, si è fatto, a torto o a ragione, ma dicendo la verità, un’idea che semplicemente non ci piace. Che un professionista, in piena società dell’informazione, davanti a un cliente – per di più suo paziente – che pubblica critiche del tipo “lavoro mal fatto, senza impegno e senza amore per la sua professione” o “Pessimo, assolutamente non idoneo a trattamenti di chirurgia estetica”, anziché fare autocritica non trovi niente di meglio da fare che correre davanti a un Giudice a domandare di trattare le parole altrui come carta straccia, da gettare di corsa nel tritacarta, è circostanza preoccupante. Probabilmente la volatilità tecnologica dei bit ci ha persuasi che le opinioni, le parole e le idee del prossimo valgano poco per davvero. Bene, dunque, hanno fatto i Giudici a ricordare che la critica è costituzionalmente garantita e che ci vuol ben altro che il rammarico di un chirurgo per qualche recensione poco lusinghiera – peraltro tra tante altre positive – per pretendere di veder cancellate, a colpi di spugna, le opinioni altrui.

Vincenzo Vita per blitzquotidiano.it l'11 ottobre 2021. Giornali in tv, con che criterio sono scelti?  Vincenzo Vita si interroga in questo articolo pubblicato anche sul Manifesto.

Perché il Manifesto è rigorosamente escluso dalle comparsate in televisione?

Mettiamola in bella copia. Nelle diverse trasmissioni televisive in cui sono invitate testate della carta stampata per discutere e analizzare, c’è un clamoroso limite dialettico. Taluni giornali sono sempre in video, con una reiterazione seriale. Altri no. Spicca per la pervicace emarginazione proprio il Manifesto. E non solo, ovviamente. Tuttavia, lo storico foglio della sinistra rappresenta qualcosa di più di un quotidiano. Essendo protagonista di una storia lunga (quest’anno sono 50) e impegnata sia nella politica italiana sia nell’editoria. Senza nulla togliere ad altre insistite presenze nei talk o negli svariati commentari, risalta a occhio nudo un’ingiustizia davvero ingiustificata fra i giornali.

Ma come mai tutto questo accade? Si tratta solo di una discutibile scelta discriminatoria o c’è una routine che orienta dietro le quinte gli inviti?

Il sospetto è giustificato, vista l’insistente diceria in base alla quale lo scambio delle diverse opinioni è oggetto di filtri orchestrati da apposite agenzie. Magari non è vero, ma le voci sono insistenti e le fonti svariate.

Siamo arrivati al punto – neppure immaginato dagli alfieri della società dello spettacolo- che persino la libera informazione è soggiogata ad uno sgradevole mercato?

Quello che corre tra le reti da mattina a sera ha le sembianze di un cartello oligopolistico, costituito da taluni assi portanti e da un contorno transeunte di copertura.

Con che criterio vengono effettuate, dunque, le ospitate?

Al di là delle ovvie considerazioni inerenti alla correttezza e alla serietà, è bene ricordare che nei periodi elettorali è doveroso un surplus di attenzione. La legge n.28 del 2000 ha il suo valore generale nel rispetto della par condicio, che non è solo un articolato testuale, bensì un criterio interpretativo. Va da sé, insomma, che i privilegi assegnati secondo logiche lontane dal rispetto dell’equità e del pluralismo escono dai confini dell’opportunità e del diritto sostanziale.

Come sono scelti i giornali per i dibattiti in tv? Da tutto ciò emerge un tema soffocato da un dibattito elusivo e superficiale. Vale a dire: come si costruiscono i palinsesti? Decidono coloro che dirigono formalmente canali e trasmissioni o gli agenti che scambiano e impongono gli interlocutori? 

Sono domande imbarazzanti, che neppure verrebbe voglia di fare. Il male è sempre brutto e pornografico. Tuttavia, una sineddoche – la cocciuta esclusione de il manifesto- ci apre la porta su un universo allarmante, che ci racconta la crisi della televisione generalista classica. Dalla liturgia austera ma equilibrata delle vecchie tribune politiche, si è passati alla deregulation. Simile flusso ininterrotto dei soliti volti ha certamente contribuito alla caduta di autorevolezza tanto della politica quanto dell’informazione, trascinate in un territorio dove conta solo l’audience. E al cospetto degli indici di ascolto si immolano spesso valori importanti, preferendo personaggi eccentrici o provocatori di mestiere a momenti riflessivi e utili alla comprensione. La disaffezione verso il voto (di cui l’ultima tornata amministrativa è un esempio di scuola) ha radici pure in una rappresentazione  degenerata. L’intreccio subalterno della televisione con i social, veri e propri attrattori di fake e di insulti, dà il colpo ferale. Stupisce che sull’insieme di tali questioni le istituzioni preposte alla vigilanza tacciano, in un silenzio che ormai sa di complicità. Ogni riforma del sistema ha bisogno di rimettere mano alle relazioni tra l’ambiente crossmediale e attrici o attori del discorso pubblico. Alla vigilia di delicati ballottaggi nelle città, una verifica urgente è indispensabile. Anche le testate vanno inquadrate nella par condicio.

PS: ho scritto più volte negli ultimi tempi sul capitolo doloroso della par condicio. Scripta volant, purtroppo. Non solo le violazioni continuano imperterrite, ma si è levata qualche audace voce sul silenzio elettorale. E non per proporre di rispettare il senso democratico della norma (domenica scorsa è stata ripetutamente aggirata), bensì per ipotizzarne l’abolizione. Non si finisce mai di imparare, dicono i saggi. Al di sotto di ogni sospetto.

Il web e gli intermediari di vigilanza. Piccole Note il 9 ottobre 2021 su Il Giornale. Il futuro della democrazia liberaldemocratica a quanto pare vive di censura: Google e Youtube hanno annunciato che vieteranno pubblicità negazioniste sul cambiamento climatico, o come si legge sul loro comunicato,  “contraddicono il consenso scientifico consolidato sull’esistenza e le cause” di tale mutamento. Una decisione che segue quella di Big Tech di contrastare i contenuti non in linea con il consenso riguardante il Covid-19. Qualcosa di sinistro si sta realizzando nelle asserite democrazie d’Occidente, dove la scure della censura chiude spazi di dialogo su temi che il Potere, quello vero, ritiene sensibili, lasciando piena libertà su tematiche secondarie. Così anche la censura di Fb del filosofo Giorgio Aganbem, il cui intervento, a giudizio dei censori del social, viola la verità rivelata sul green pass, appare esemplare di quanto sta avvenendo nel mondo. Censura ancora più illegittima e odiosa perché si abbatte su un intervento che il filosofo ha fatto in una sede istituzionale, la Commissione affari costituzionale del Senato, un’ingerenza, dunque, nella più alta sede rappresentativa del popolo italiano (da qui un simbolismo più sinistro). L’accademico, la cui biografia non lascia spazio a dubbi riguardo la sua autorevolezza (al di là della condivisione o meno dei suoi giudizi), aveva espresso la propria contrarietà all’introduzione del green pass, che, affermava, è stato introdotto surrettiziamente grazie all’emergenza della vaccinazione (tale misura non si è data in campagna vaccinali del passato). Il green pass, non la vaccinazione,  è dunque il focus della vicenda e l’obiettivo di certo potere, dato che si è introdotto un sistema di controllo della popolazione come mai prima d’ora. “I politologi – afferma – sanno che le nostre società sono passate dal modello di «società di disciplina» al modello «società di controllo». Società fondate sul controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali, che diventano così quantificabili con un algoritmo”. E si domanda: «È possibile che i cittadini di una società che si pretende democratica si trovino in una situazione peggiore dei cittadini dell’Unione Sovietica sotto Stalin?». Al di là se sia giusto o meno imporre certe limitazioni, dibattito nel quale non vogliamo entrare, la censura del filosofo non è altro che uno dei tanti eventi che confermano la stretta che sta avvenendo contro la divergenza dai dettati del Potere. La liberaldemocrazia si sta evolvendo in altro, usando il potere invasivo e capillare di internet, non più spazio di libertà alternativo, com’era ingenuamente rappresentato ai suoi esordi, ma, consegnato al monopolio di pochi a cui è stato dato il ruolo di “intermediari di sorveglianza”, come da definizione di una nota della Harward Law Rewiew. Si tratta di strette per ora limitate, coronavirus e clima appunto, ma è una deriva che, una volta intrapresa con tale assertività, non può che farsi più serrata. L’allarme sociale per tale deriva è circoscritto, pur se rumoroso, e ha pochi spazi di tribuna, dilagando invece sui media la narrazione che discende dal consenso della cosiddetta comunità scientifica, nella quale pure esiste un dissenso, sempre più emarginato e sterilizzato. Si noti, per inciso, come anche Galileo andasse contro il consenso della comunità scientifica di allora, lezione che evidentemente non è stata recepita dalla comunità attuale, che dovrebbe essere la prima a denunciare come errate certa prassi. Proprio l’idea di un asserito “consensus” sembra, invece, alla base questa svolta della liberaldemocrazia occidentale. Proprio il consensus all’autorità distingue l’autoritarismo dal totalitarismo, dato che il primo si impone con la forza, chiede cioè solo l’obbedienza del corpo, il secondo chiede invece l’adesione della mente, cioè l’anima. Quel che si va prospettando è un futuro distopico, anche se per fortuna esistono forze che si stanno opponendo a tutto questo, in una guerra – ché di questo si tratta – che si giocherà tutta nel cuore dell’Impero, con le colonie del tutto ininfluenti, almeno ad oggi. Anche per questo è importante la battaglia che si sta giocando su Fb, che ieri ha registrato un’altra disfunzione macroscopica (segno di un conflitto reale). Ma è da capire se la pressione di cui è fatta oggetto il social da parte del potere politico è volta a ridimensionare il mostro del web per aprire nuovi spazi di libertà nella rete oppure serve solo a restringere l’autonomia e i deliri di onnipotenza del suo creatore Mark Zurckeberg. Colpisce che, mentre Fb è sotto esame, nulla turba la pace dl twitter, che benché meno massivo, ha un peso immane nel mondo, basti pensare al ruolo che ha assunto nelle varie rivoluzioni colorate. Vedremo.

"Nessun divieto. E non solo per il mio "La scuola cattolica"". Pedro Armocida il 10 Ottobre 2021 su Il Giornale. Girare un film su un doloroso fatto di cronaca, il massacro del Circeo, che ha avuto come vittime anche minorenni e vederselo vietare ai minori di 18 anni è una forma di censura?

Girare un film su un doloroso fatto di cronaca, il massacro del Circeo, che ha avuto come vittime anche minorenni e vederselo vietare ai minori di 18 anni è una forma di censura? Lo chiediamo a Stefano Mordini, regista di La scuola cattolica, ora in sala.

Mordini, Lei è l'unico regista italiano, con un film distribuito su tutto il territorio nazionale, ad avere avuto il fatidico V.M.18 negli ultimi quindici anni?

«Trovo assurdo che oggi si vieti ai ragazzi di vedere, attraverso un libero mezzo di espressione, quello che due ragazze come loro, anni fa, hanno subito. È un atto censorio priva una generazione di una presa di coscienza che potrebbe essere utile per difendersi da quella violenza».

Nella prima motivazione i commissari entrano nei contenuti dicendo che «presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice».

«Il film racconta l'esatto contrario e oltretutto ci sono degli errori formali che mi hanno spaventato per la leggerezza in un documento che diventa pubblico».

Mentre nella motivazione d'appello ci si limita a sottolineare come «un minore non abbia gli strumenti per elaborare e contestualizzare la crudezza di alcune scene».

«Su questo almeno mi posso confrontare. Oltretutto se fosse una critica cinematografica sarebbe bella perché parla della forza delle immagini, che ci deve essere, nel racconto di un fatto di cronaca come quello, anche se sono stato sempre molto attento a tenere la violenza finale fuori campo».

Il divieto V.M.18 crea anche un danno economico sia in sala sia in futuro perché La scuola cattolica non può essere trasmesso nelle tv generaliste.

«In effetti è un'avventura economica finanziare storie scomode come questa del Circeo. Questo divieto fa sì che continui la reticenza italiana nel rileggere alcuni passaggi che rendono paradigmatico il comportamento dell'uomo con la donna. Indubbiamente nel mio film ci sono elementi che disturbano, è una ferita aperta che produce reazioni di censura».

Oggi si parla molto di cancel culture. Un'altra forma di censura?

«Se guardiamo al cinema degli anni '70, poco dopo il periodo del massacro del Circeo, in sala c'era La banda del gobbo con Tomas Milian. Lì la violenza sulle donne è esplicita, vengono mostrate a seno nudo, picchiate, con l'uomo/il marito che veniva umiliato. Oggi sarebbe inimmaginabile ma così, anche vedendo cose scomode, capisci il contesto, la cultura di un popolo e un momento storico. Io non cancellerei nulla. Soprattutto perché è il segno di un percorso. Quella rappresentazione ci sta dicendo che la società si è evoluta».

C'è chi propone di mettere dei cartelli a inizio film per contestualizzare

«Farei un po' attenzione, è complesso trovare oggi un codice comune. Con lo streaming e con le piattaforme i nostri confini intellettuali sono soprannazionali. Le culture e le sensibilità sono diverse. E poi bisogna capire che società abbiamo di fronte, i sedicenni di oggi non sono quelli di prima. E se il mio film apre un dibattito anche su questo sono felice. Però sa alla fine che penso?».

No, mi dica.

«Che se esiste tutta questa attenzione e una censura che entra in questo modo a gamba tesa su un film, allora vuol dire che il cinema è ancora un grandissimo mezzo di espressione». Pedro Armocida

Gloria Satta per “il Messaggero” il 6 ottobre 2021. Vietato ai minori di 18 anni La scuola cattolica, il film di Stefano Mordini tratto dall'omonimo romanzo premio Strega di Edoardo Albinati (Rizzoli) sul massacro del Circeo. E scoppia la polemica contro la censura cinematografica che nell'aprile scorso il ministro Dario Franceschini aveva promesso di abolire, quantomeno di riformare. Il film, che ricostruisce l'atroce fatto di cronaca del 1975, vittime Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, uscirà in sala domani distribuito da Warner Bros dopo essere passato fuori concorso alla Mostra di Venezia, ma non potrà essere visto dai minorenni: lo ha deciso l'ufficio di Revisione Cinematografica del MiBac che nella ricostruzione dello stupro e dell'omicidio, commessi dai giovani-bene Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo, ha visto «una sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice». Per i commissari di due sezioni ministeriali congiunte, «i protagonisti della vicenda, pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti». La motivazione fa riferimento a una scena in cui un professore di teologia, interpretato da Fabrizio Gifuni, parla ai suoi allievi liceali del complesso rapporto tra bene e male ricorrendo a un paradosso filosofico: se al mondo c'è il bene, c'è anche il male. «È assurdo, quella sequenza dimostra semmai che è sempre possibile compiere una scelta etica e non deviare», insorge Mordini, 53, «tant' è vero che dopo la lezione due ragazzi rinunciano ad unirsi ai massacratori del Circeo. Questo atto censorio impedisce la presa di coscienza dei giovani sulla violenza contro le donne che ancora oggi è drammaticamente protagonista della cronaca». Si esprime anche Gifuni, 55: «Sono sconcertato, pensavo ad uno scherzo», commenta l'attore, in scena al Regio di Parma con lo spettacolo Letteralmente Verdi che racconta la genesi di Un ballo in maschera, tartassato dalla censura nel 1858. Albinati si definisce «sgomento perché è quanto meno singolare che a ragazzi e ragazze, purtroppo abituati a conoscere ogni genere di violenza, perversione e oscenità, venga proibito di conoscere la ricostruzione di una storia vera». Di «divieto arcaico che desta sorpresa e preoccupazione» parla il presidente dell'Anica Francesco Rutelli e altrettanto sorpresi si dicono i familiari di Donatella e Rosaria che avevano approvato il film. Barbara Salabè, presidente di Warner Bros Italia, si appella infine a Franceschini «perché mantenga la parola data di garantire la libertà di espressione agli artisti tanto più che il film è stato realizzato perché gli adolescenti lo vedessero». Dunque la censura esiste ancora? Come stanno le cose? La riforma Franceschini ha tolto all'anacronistica istituzione la possibilità di bloccare l'uscita dei film o imporre dei tagli: sul modello della Francia e altri Paesi, oggi spetta ai produttori autoregolamentarsi proponendo la visione per tutti o con eventuali limiti di età. La commissione ministeriale deve semplicemente verificare che la classificazione sia corretta. «Noi avevamo chiesto che La scuola cattolica fosse per tutti pronti però ad accettare il divieto ai minori di 14, lo stesso adottato a Venezia», spiega il produttore Roberto Sessa. Venerdì scorso, la commissione alza il divieto ai 18 e conferma la sua scelta lunedì sera dopo l'appello presentato dal produttore che oggi parla di «decisione oscurantista, un danno non solo economico per noi ma per la credibilità della cultura italiana». Ribatte Elda Turco Bulgherini, avvocato e docente universitaria, a capo della seconda commissione che ha imposto il divieto ai minorenni: «Abbiamo giudicato con una maggioranza più che solida al termine di un dibattito coinvolgente. Non siamo critici cinematografici chiamati a giudicare se un film è bello o brutto: a guidarci è stata l'esigenza di tutelare i minori».

Il ministero nega ci sia stata censura: "Niente tagli alla Scuola cattolica". Pedro Armocida il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. Ma nella "nuova" legge sulla revisione cinematografica restano i divieti. A nulla sono valse le accorate difese dello stesso regista Stefano Mordini, del produttore Roberto Sessa, delle interpreti Valentina Cervi e Valeria Golino, e pure dell'autore del romanzo Edoardo Albinati, ascoltate dal vivo, come consente la legge, da ben due commissioni congiunte di revisione cinematografica della Direzione generale cinema e audiovisivo del ministero della Cultura. La mannaia del divieto ai minori di 18 anni per La scuola cattolica, film distribuito da oggi in sala da Warner, che potrà ricorrere solo al Tar, e tratto dall'omonimo romanzo di Albinati in cui viene messo in scena il tristemente noto massacro del Circeo, è calata decisa seppur a maggioranza. E pensare che il film era stato presentato, appena un mese fa, alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia con un divieto ai minori di 14 anni, una proposta fatta dal direttore artistico, Alberto Barbera, e accolta dal presidente della Biennale, Roberto Cicutto, proprio come la legge consente di fare solo ai festival. Ma niente, il divieto ai minori di 18 anni, dato dalla prima commissione, è stato confermato da altre due, seppure con una seconda motivazione meno attaccabile di quella che entrava nei contenuti dell'opera perché ora si è rilevato come un minore non abbia gli strumenti per elaborare la rappresentazione cruda e brutale di quella violenza. Un tipo di motivazione che in genere viene usata per gli horror come L'uomo nel buio - Man In The Dark, un altro film Warner, attualmente bloccato con un divieto ai minori di 18 anni in attesa dell'appello. Ed è curiosa questa recrudescenza dei fatidici V.M.18 - in sala c'è anche Titane - perché, negli ultimi dieci anni, si contano praticamente sulle dita di due mani. Su quanto accaduto si è giustamente acceso un vespaio di polemiche ma, a chi tira in ballo il Ministro Franceschini che, in aprile scorso, aveva annunciato l'abolizione della censura con la nuova legge sulla revisione cinematografica, risponde lo stesso ministero della Cultura, paradossalmente pure finanziatore del film, sottolineando come La scuola cattolica esca in sala, quindi senza censura e senza tagli, ma con uno dei divieti previsti anche dalla nuova normativa a tutela dei minori. Infatti le disposizioni, che entreranno in una fase di sperimentazione a breve, prevedono la responsabilità degli operatori, in genere i distributori, nell'indicare con 4 bollini le opere per tutti, le opere non adatte ai minori di anni 6, le opere vietate ai minori di anni 14 e le opere vietate ai minori di anni 18. Ma anche questa sorta di autoregolamentazione sarà sottoposta a verifica dal ministero con la nuova Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche guidata dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, composta da quarantanove componenti, esattamente come oggi tanto che alcuni sono gli stessi. Aspettiamoci dunque anche in futuro un nuovo, ancora più anacronistico caso La scuola cattolica. Pedro Armocida

Da repubblica.it il 5 ottobre 2021. Il film di Stefano Mordini sul delitto del Circeo, dal romanzo di Edoardo Albinati, è stato vietato ai minori di 18 anni. La scuola cattolica, che arriva nelle sale giovedì, ha avuto l'indicazione dalla Commissione per  la classificazione delle opere cinematografiche incaricata dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura di essere vietato ai minorenni. Questa la motivazione: "Il Film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto". Un'interpretazione che il regista Mordini rigetta totalmente: "Non riesco a trovare delle ragioni valide per questa censura e se mi sforzo di trovarle, mi inquietano. Nella motivazione della commissione censura si lamenta il fatto che le vittime e i carnefici siano equiparati, con particolare riferimento a una lezione di un professore di religione, ma questo è esattamente il contrario di quello che racconta il film, e cioè che, provenendo dalla stessa cultura, è sempre possibile compiere una scelta e non deviare verso il male. Una delle due vittime, all'epoca, era minorenne e il nostro è un film di adolescenti interpretato da adolescenti. Trovo assurdo che oggi si vieti ai ragazzi anche solo di vedere, attraverso un libero mezzo di espressione, quello che due ragazze come loro anni fa hanno subito, questo atto censorio priva una generazione di una possibile presa di coscienza che potrebbe essere loro utile per difendersi da quella violenza spesso protagonista nella nostra cronaca.  E questo perché alcune delle ragioni di quella tragedia sono purtroppo ancora attuali". Il film tratto dal romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati che fu compagno di scuola degli assassini, ricostruisce i drammatici fatti del delitto del Circeo, quando nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira violentarono per 36 ore Rosaria Lopez e Donatella Colasanti portando alla morte la prima e ad un trauma mai più risanabile la seconda, morta poi a 47 anni. "I miei assistiti sono, rispettivamente, sorella di Rosaria Lopez e fratello di Donatella Colasanti, e ne sono anche eredi mortis causa" dichiara l'avvocato Stefano Chiriatti. “Hanno visionato, unitamente al sottoscritto scrivente, il film La Scuola Cattolica. Il loro evidente coinvolgimento, personale e affettivo, nella vicenda narrata, per la parte che li riguarda, ha indotto in Letizia e Roberto il risvegliarsi di traumi e dolori profondi, legati a quanto patito nel 1975 e negli anni successivi. Malgrado l’enorme sacrificio, umano ed emotivo, legato alla rievocazione vivida, visiva e sonora, di quanto accaduto alle rispettive sorelle, hanno, tuttavia, apprezzato la volontà di tramandare, anche in chiave di ammonimento per il futuro, la memoria della loro tragedia, soprattutto alle giovani generazioni. Hanno, pertanto, appreso con grande sorpresa della decisione del Ministero della Cultura di vietare la visione del film ai minori degli anni diciotto". D'altronde il regista lo aveva detto a Venezia: "Noi ci auguriamo che questo film venga visto dai giovani, abbiamo scelto di parlare di una storia anni Settanta partendo da un libro per togliere l'argomento dalla responsabilità dalla cronaca e riportarlo il più possibile alla contemporaneità e a un certo tipo di deriva che forse il cinema può aiutare a osservare". L'attenzione del film si concentra oltre che sulla scuola sulle famiglie di questi ragazzi, al giovane cast composto da Benedetta Porcaroli, Giulio Pranno, Emanuele Maria Di Stefano, Giulio Fochetti, Leonardo Ragazzini, Alessandro Cantalini, Andrea Lintozzi, Guido Quaglione, Federica Torchetti, Luca Vergoni, Francesco Cavallo, Angelica Elli, si affiancano attori di esperienza come Fabrizio Gifuni, Fausto Russo Alesi, Valentina Cervi, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca che interpretano insegnanti e genitori. Lo scorso aprile il Ministro  Dario Franceschini, alla firma del decreto che istituì la nuova Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, commentò: "Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti''.

La censura sale in cattedra e vieta ai minorenni il film sul massacro del Circeo. Stefano Giani il 6 Ottobre 2021 su Il Giornale. Le motivazioni: "Equipara vittime e carnefici". Il regista Mordini: "È vero l'esatto contrario". La censura è morta. Evviva la censura. Dichiarata deceduta - o decaduta - non più tardi di sei mesi fa dal ministro della cultura Dario Franceschini torna in auge a furor di Direzione generale cinema del suddetto dicastero. Altro che sepolta, insomma. È viva, vivissima. E ieri ha battuto un colpo, sollevando un vespaio. La scure è caduta su La scuola cattolica, il film di Stefano Mordini, presentato fuori concorso a Venezia all'ultima Mostra, non senza qualche tirata d'orecchie da parte della critica. E proprio al Lido, non più tardi di un mesetto fa, era stato vietato ai minori di 14 anni. Niente affatto, ha pensato bene la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche. Il film, che tocca il delicatissimo tasto della strage del Circeo, va vietato ai 18. E così sarà, da domani, quando la tragedia di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti risorgerà indimenticata dalle coscienze italiane.

Nel '75 fu un dramma che sconvolse tutti, oggi fa perfino ribrezzo pensare che allora era stato catalogato come «reato contro la morale». E si è dovuto attendere fino al '96 per correggerlo in «crimine contro la persona». Tanto per inquadrare i risvolti sociali di quel delitto infame concepito dalla Roma bene dell'epoca. E forse proprio qui sta il punto, perché la mannaia della Direzione cinema ha alzato il tetto d'età proibita in considerazione del fatto che «la narrazione ha come punto centrale la sostanziale equiparazione di vittima e carnefice. I protagonisti, pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti». In buona sostanza, un'omogeneità incomprensibile visto che il fatto di cronaca ha rivoluzionato anche l'ordinamento giuridico. Nello specifico, una scena ha particolarmente irritato i censori. Nella prima parte un professore, soffermandosi su un dipinto della Flagellazione, fornisce ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un'interpretazione in cui gli stessi, Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Decisamente troppo in anni di femminicidi e #Metoo con rischi e pericoli annessi e connessi. Una valutazione messa in discussione però dal regista che ha puntualizzato quanto sia «esattamente il contrario di quello che racconta il film, e cioè che, provenendo dalla stessa cultura, è sempre possibile compiere una scelta e non deviare verso il male». E spiega di aver fatto un film di adolescenti interpretato da adolescenti come lo era allora una delle vittime. In fin dei conti, La scuola cattolica ha ricevuto anche l'ok di Letizia Lopez e Roberto Colasanti, sorella e fratello delle due ragazze scomparse, che per bocca del loro legale Stefano Chiriatti si sono sorpresi davanti al divieto ai minori di 18, interpretando quelle scene dolorose come un monito futuro per le nuove generazioni. «Non trovo ragioni valide per questa censura e, se mi sforzo di trovarle mi inquietano» ha chiosato il regista Mordini, ripreso dal presidente di Anica, Francesco Rutelli, in quello che sembra un pasticciaccio tutto interno al Pd. «C'è qualcosa che non va, se si pensa di far votare i sedicenni ma gli si impedisce di vedere un film, tratto dal romanzo di Edoardo Albinati che vinse il premio Strega» ha detto l'ex sindaco di Roma sottolineando come «gli annunci di abolizione della censura non hanno trovato riscontro in una procedura - spero per poche settimane - ancora in vigore». Su un aspetto sembra difficile dargli torto. Un divieto a giovanissimi, che hanno libero accesso sul web a contenuti violenti e spesso veramente indegni sia nel versante ludico sia in quello fin troppo spregiudicato del dibattito, sembra anacronistico e fuori dal tempo, ma tant'è l'italico costume. Uno scoglio che fa inciampare perfino lo stupore della Warner, casa produttrice del film. Le motivazioni del divieto, secondo l'azienda, sono inerenti all'impianto tematico e valutazioni artistico-espressive, entrambe al di fuori dell'ambito di competenza che la legge ammette in merito di revisione cinematografica. Il contrario di quanto Franceschini proclamò esultante in aprile: «Abolita la censura e quel sistema di controlli che consentiva allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Come non detto. Stefano Giani 

"Carnefici e vittime equiparati": censurato il film sul delitto del Circeo. Erika Pomella il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. La scuola cattolica è il film che è stato presentato al festival di Venezia e che racconta il terribile delitto del Circeo: in queste ore la pellicola ha subito la censura che lo ha classificato come vietato ai minori di diciotto anni. La scuola cattolica è l'ultimo film di Stefano Mordini, presentato in anteprima mondiale allo scorso festival di Venezia e tratto dall'omonimo romanzo di Edoardo Albinati. La pellicola tratta della violenza perpetrata ai danni di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, in un caso di cronaca nera diventato famoso come il delitto del Circeo. La scuola cattolica vede tra i protagonisti attori come Riccardo Scamarcio e Valeria Golino e racconta il tremendo massacro avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1975 nel comune di San Felice Circeo, sul litorale pontino del Lazio. La storia raccontata da La scuola cattolica è anche la testimonianza di un crimine che ha avuto un forte peso sulla giurisdizione italiana, al punto da aprire le porte a un dibattito legale e politico che si sarebbe concluso solo nel 1996, quando secondo la legge italiana lo stupro e la violenza sessuale smisero di essere un reato contro la moralità e divennero crimini contro la persona. Durante la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia La scuola cattolica era stato classificato come vietato ai minori di quattordici anni. Ora, come riporta il comunicato ufficiale della Warner Bros. La scuola cattolica è stato vietato ai minori di diciotto anni. Una decisione che è stata ampiamente criticata, anche dalla casa di produzione del film: nel comunicato della Warner Bros, infatti, si legge come: "la censura viene operata su un film che racconta una storia vera, una storia di omicidio e di stupro". La Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche incaricata dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura ha giustificato la decisione asserendo: "Il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice. In particolare i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti. Questa lettura che appare dalle immagini, assai violente negli ultimi venti minuti, viene preceduta nella prima parte del film, da una scena in cui un professore, soffermandosi su un dipinto in cui Cristo viene flagellato, fornisce assieme ai ragazzi, tra i quali gli omicidi del Circeo, un’interpretazione in cui gli stessi, Gesù Cristo e i flagellanti vengono sostanzialmente messi sullo stesso piano. Per tutte le ragioni sopracitate la Commissione a maggioranza ritiene che il film non sia adatto ai minori di anni diciotto.” Tuttavia questa spiegazione ha lasciato ancora più interdetti, dal momento che la decisione ruota intorno agli standard artistici ed espressivi dell'opera e, in questo modo, limita la libertà d'espressione degli artisti. Una decisione, inoltre, che va anche contro quanto aveva affermato il ministro Franceschini, quando aveva abolito la censura in ambito cinematografico. Il regista del film, Stefano Mordini, ha commentato così la decisione della Commissione arrivata come il proverbiale fulmine a ciel sereno su La scuola cattolica: "Non riesco a trovare delle ragioni valide per questa censura e se mi sforzo di trovarle, mi inquietano. Nella motivazione della commissione censura si lamenta il fatto che le vittime e i carnefici siano equiparati, con particolare riferimento a una lezione di un professore di religione, ma questo è esattamente il contrario di quello che racconta il film, e cioè che, provenendo dalla stessa cultura, è sempre possibile compiere una scelta e non deviare verso il male. Una delle due vittime, all’epoca, era minorenne e il nostro è un film di adolescenti interpretato da adolescenti. Trovo assurdo che oggi si vieti ai ragazzi anche solo di vedere, attraverso un libero mezzo di espressione, quello che due ragazze come loro anni fa hanno subito, questo atto censorio priva una generazione di una possibile presa di coscienza che potrebbe essere loro utile per difendersi da quella violenza spesso protagonista nella nostra cronaca. E questo perché alcune delle ragioni di quella tragedia sono purtroppo ancora attuali." Sulla decisione è intervenuto anche l'avvocato Stefano Chiriatti, che rappresenta la sorella di Rosaria Lopez e il fratello di Donatella Colasanti, le vittime del massacro raccontato in La scuola cattolica, e ha riportato la reazione dei suoi clienti, che si sono mostrati a favore del film. L'avvocato ha infatti spiegato: "Hanno visionato, unitamente al sottoscritto scrivente, il film La Scuola Cattolica. Il loro evidente coinvolgimento, personale e affettivo, nella vicenda narrata, per la parte che li riguarda, ha indotto in Letizia e Roberto il risvegliarsi di traumi e dolori profondi, legati a quanto patito nel 1975 e negli anni successivi. Malgrado l’enorme sacrificio, umano ed emotivo, legato alla rievocazione vivida, visiva e sonora, di quanto accaduto alle rispettive sorelle, hanno, tuttavia, apprezzato la volontà di tramandare, anche in chiave di ammonimento per il futuro, la memoria della loro tragedia, soprattutto alle giovani generazioni. Hanno, pertanto, appreso con grande sorpresa della decisione del Ministero della Cultura di vietare la visione del film ai minori degli anni diciotto.” La notizia della censura su La scuola cattolica ha colto impreparato anche Francesco Rutelli, presidente dell'Anica che, secondo quanto riportato da Ciak, ha dichiarato: "Purtroppo gli annunci di abolizione della censura non hanno trovato riscontro in una procedura che – spero per poche settimane – è ancora in vigore. Mentre i nostri giovanissimi possono accedere attraverso il web a contenuti violenti e veramente indegni, opere dell’ingegno – in questo caso, un film importante tratto dal libro di Albinati che ha vinto il Premio Strega – vengono assoggettate a pareri occhiuti e fuori dal tempo. Qualcosa non funziona, se si pensa di far votare i sedicenni, ma gli si impedisce di vedere un film di qualità. Un film basato su fatti di cronaca, cui tutti hanno avuto liberamente accesso e che hanno profondamente interpellato la società italiana.”

Erika Pomella.  Nata a Roma, mi sono laureata in Saperi e Tecniche dello Spettacolo Cinematografico a La Sapienza. Dopo la laurea ho seguito un corso di specializzazione di montaggio e da allora scrivo di Cinema e Spettacolo per numerose testate. Ho collaborato con l’Ambasciata Francese in Italia per l’organizzazione della prima edizione del festival del cinema francese a Roma. Parlo fluentemente francese e, quando non lavoro, passo il mio tempo a leggere montagne di romanzi e ad organizzare viaggi

Se la Procura vuole il bavaglio per la cronaca nera in tv. I magistrati di Marsala definiscono "morbosi" e dediti al depistaggio i programmi sul caso della bimba scomparsa. Ma la fuga di notizie viene da loro.. E c'è talk show e talk show... Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 04 ottobre 2021

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

C’è richiesta d’archiviazione e richiesta d’archiviazione. Con l’una si chiude un caso, con l’altra si può apre un mondo. La richiesta d’archiviazione della Procura di Marsala sull’eterno caso Denise Pipitone, per esempio, si affaccia su un mondo di strali e feroci polemiche, in cui la magistratura allaccia una cintura di tritolo alla tv della cronaca nera. Le toghe, a coté dell’archiviazione per Anna Corona e Giuseppe della Chiave, ribadendo un concetto già espresso la scorsa settimana, si producono in una vera e propria requisitoria scritta contro la “morbosità” con cui  i talk show televisivi hanno seguito la vicenda Pipitone, “generando una quantità di testimonianze e piste che poi si sono rivelate infondate”. L’ira funesta dei pubblici ministeri condanna l’essenza stessa dei talk show fatti di delitazzi, costruiti su lacrime e sangue: “L’influenza dei media è a tale punto che essi non si limitano a raccontare gli eventi piuttosto, spesso, in una gara a chi arriva prima tra diverse testate giornalistiche, a provocarli. E tali eventi hanno pure una sgradevole referenza sulle indagini in corso”. Si parla di circo mediatico che genera mostri. Nel rilievo esasperato dato alla sarabanda delle testimonianze di mitomani sta l’accusa principale: una volta c’è l’uomo che racconta di avere visitato anni addietro la casa dove abitava la madre della sorellastra di Denise, Anna Corona e intravede nel muro il rattoppo di un muro, come nel pertugio fosse schiacciato un piccolo cadavere. Un’altra si staglia la donna che invia la mail dove si vanta di avere visto Giuseppe Della Chiave insieme a Denise, a Pescara (quando, contemporaneamente erano a Marsala). Un’altra ancora si fa vivo il turista di passaggio, sicuro di aver riconosciuto Anna Corona nella hall di un albergo con solito spettro della bimba in braccio. E così via, in un crescendo tambureggiante di bufale, depistaggi, testi allucinati che più che Sherlock Holmes evocano Freud. I magistrati, nelle 58 e passa pagine del documento, articolano aguzzi j’accuse nei confronti di specifiche trasmissioni, Chi l’ha visto, Ore 14,  La vita in diretta,. “Sono osservazioni che non riguardano noi, chiedete agli altri talk show”, commenta tranchant Gianluigi Nuzzi, che col suo Quarto grado ha registrato gli scoop di Corona e Della Chiave indagati, non scivola nella polemica e –soprattutto, dicono i suoi- non si fa dettare la scaletta da Piera Maggio. E qui ritorna il concetto che alcuni dirigenti Mediaset fanno notare: dalle note documentali dei magistrati, la figura dell’avvocato Giacomo Frazzitta legale della madre di Denise riverbera nella narrazione come una sorta di burattinaio che danzerebbe sotto la luna delle investigazioni sbagliate e dei sospetti incrociati; e che muoverebbe le fila degli ospiti e dei copioni televisivi sui quali riluce la grande sceneggiatura di questo delitto imperfetto. Tra i più tirati in causa Milo Infante –che con il suo Ore 14 ha fatto riaprire il caso Pipitone- ribatte rigo per rigo, in diretta, alla Procura di Marsala: “Innanzitutto ci sono decine di programmi tv che hanno brillantemente riaperto e perfino risolto grandi casi che le Procure avevano frettolosamente archiviato. Poi, prima di parlare di cattivi giornalisti, parliamo di cattivi investigatori che riaprono inchieste solo per nuovi fatti scoperti dalle tv. E poi: da dove arrivano i documenti, le fughe di notizie e le violazioni del segreto istruttorio? Si dovrebbe indagare meglio sul ruolo ipocrita che certe istituzioni hanno con l’informazione. Ci accusano di fare il nostro mestiere. Ma dov’è il reato…?” . Viene anche fatto notare nota che molti dei suddetti depistaggi provengono da segnalazioni dell’ex pubblico ministero ora giudice del lavoro Maria Angioni, la donna più ossessionata al mondo dal caso Pipitone e non per nulla a processo per falsa testimonianza. Infante, tra l’altro, è l’unico in Rai che si svincola dall’omertà che stringe i conduttori di viale Mazzini (secondo le disposizioni dell’ ad Fuortes ogni dichiarazione deve essere autorizzata e protocollata ai piani alti, come tra i carabinieri, o i burocrati della Corea del nord…). Ma non è l’unico a notare che quasi tutti i programmi additati dai piemme sono targati Rai. Ma il punto è un altro. Può davvero la magistratura, al netto delle –molte, toppe- testimonianze tarocche che rischiano in un ciclo ipnotico d’inquinare l’inchiesta, permettersi di marchiare d’infamia interi programmi spesso costruiti su grandi professionalità? Meglio ancora: nei talk dove sta il confine tra servizio pubblico e cialtroneria? Probabilmente la risposta migliore l’ha data Monica Setta: ci sono talk di cronaca che grufolano su notizie già acquisite e talk che aggiungono ogni volta, senza commentare, nuovi tasselli all’architettura della verità processuale. Come per le archiviazioni, c’è talk e talk…

L'autocensura del David umilia l'arte. Giordano Bruno Guerri il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Se è vero che non è una censura l'esposizione a Dubai di una copia del David di Michelangelo, mostrata solo dalla vita in su, peggio mi sento, perché è un'autocensura. S e è vero che non è una censura l'esposizione a Dubai di una copia del David di Michelangelo, mostrata solo dalla vita in su, peggio mi sento, perché è un'autocensura. «Il David non è visto come sempre accade dal basso verso l'alto, ma accoglie i visitatori guardandoli in faccia», dice Davide Rampello, progettista e curatore del percorso espositivo del Padiglione Italia all'Expo, «di solito nessuno può guardarlo negli occhi». Già, ma di solito tutti possono guardarlo intero, genitali (peraltro modesti), cosce muscolose a grandi piedi compresi. Se davvero si fosse voluto ottenere l'effetto «a me gli occhi», mezzi economici e tecnici non sarebbero mancati, invece di affossare oltre metà della costosa riproduzione negli uffici, invisibile al pubblico. Autocensura, dunque, per non disturbare i pudici padroni di casa. Come avvenne cinque anni fa, quando ai Musei Capitolini qualcuno decise di coprire con pannelli bianchi le statue di corpi nudi durante la visita del presidente iraniano Hassan Rouhani. «Penso che ci sarebbero stati facilmente altri modi per non andare contro alla sensibilità di un ospite straniero così importante senza questa incomprensibile scelta di coprire le statue», dichiarò allora il ministro Dario Franceschini. Ma, a dispetto del buon senso, l'abbiamo fatto di nuovo. Rampello - uomo simpatico, intelligente e di grande fantasia si esibisce in un'arrampicata sugli specchi tanto spettacolare da valere un premio alla creatività italiana: il David sarebbe un testimonial della memoria, «Nel Rinascimento la memoria era la madre di tutte le Muse, Michelangelo sapeva che senza memoria non ci può essere né scienza né arte. Senza memoria l'uomo perde la capacità di raccontare il mondo. Ecco, questa è una copia del David per testimoniare la memoria». Non si capisce perché, in questo sforzo titanico di testimoniare la memoria, David debba rinunciare ai glutei rotondi e al pisello, cui con Michelangelo era certamente affezionato. La memoria, per noi, è il ricordo della nostra civiltà e della nostra cultura, che da più di mezzo millennio hanno quasi liberato l'arte e noi da censure infantili sulle pudenda. Se altre culture non ce l'hanno ancora fatta, rispettiamole: ma dichiarandolo, senza nasconderci dietro la furbizia, tradizionale vizio (e vezzo) nazionale. Giordano Bruno Guerri

Psi: Bobo Craxi, "Rai rinuncia a proiezione Hammamet, censura sovietica e franchista". Notizie.it l'1 ottobre 2021. "Raitre aveva annunciato la proiezione di 'Hammamet'. Il film-romanzo di Amelio. Hanno rinunciato alla proiezione. Paura persino di uno sceneggiato”. Lo scrive su Twitter Bobo Craxi. “Dottor Franco Di Mare -aggiunge il figlio del leader socialista- lei sa che la censura è una prassi da regime sovietico e franchista? Ci rivolgeremo alla commissione di Vigilanza Rai, per capire le ragioni di questa censura”.

La Rai blocca la messa in onda del film "Hammamet". Polemiche dei socialisti. Il Quotidiano del Sud il 2 ottobre 2021. Erano molti i socialisti e gli appassionati di Gianni Amelio e Pierfrancesco Favino che venerdì sera si pregustavano di vedere o rivedere il film “Hammamet” programmato in prima serata su Raitre. Ma senza preavviso, e all’ultimo secondo, la Rai ha deciso di trasmettere il film “Arrivano i prof” con Claudio Bisio. Si sono registrate polemiche sui social, soprattutto da parte di Bobo Craxi, che ha polemizzato con il direttore di RaiTre, scrivendo: “Di Mare, lei sa che la censura è una prassi da regime sovietico o franchista?”. Il senatore Nencini ha preannunciato un intervento in Commissione di vigilanza. La Rai solo oggi pomeriggio ha diramato una nota in cui si legge: “A proposito della messa in onda del film Hammamet, originariamente prevista venerdì scorso, Rai3 informa che nell’ambito di una normale attività di modulazione del palinsesto l’opera di Gianni Amelio verrà trasmessa il 26 novembre”. Bettino Craxi, anche da morto e personaggio cinematografico continua ad essere ingombrante e divisivo.

Vittorio Feltri, la Rai censura il film su Bettino Craxi? "Perché è una scelta ridicola. E paghiamo pure il canone..." Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 04 ottobre 2021. Conosciamo tutti le debolezze e le storture della Rai. Ma stavolta non parliamo dei milioni che sperpera prelevandoli poi dalle tasche degli abbonati, costretti addirittura a pagare il canone sulle bollette della luce. Certe polemiche ormai hanno rotto le scatole più dei programmi inflitti agli italiani da tempo immemorabile. Il problema che vorremmo segnalare stavolta riguarda una certa stupidità che influenza il palinsesto. Raitre ha un direttore, Franco Di Mare, piuttosto bravo a prescindere dalle sue idee politiche, ammesso che abbia una. Costui aveva deciso di mandare in onda in questi giorni un film importante e ben fatto dal titolo Hammamet, girato nel 2020 da Gianni Amelio che narra gli ultimi sei mesi della tribolata vita di Bettino Craxi. Niente di più normale vista la caratura del personaggio che, nel bene e nel male, ha inciso nella storia recente del nostro vituperato Paese. Ebbene il lungometraggio in questione è stato bloccato, sinonimo di censurato, perché potrebbe influenzare le elezioni amministrative in corso. Motivazione ridicola. Craxi è morto oltre 20 anni orsono, il suo partito è stato sepolto purtroppo con lui, eppure per l'emittente statale o quasi la sua figura incombe ancora, negativamente, sulla nostra assurda politica. Siccome ieri e oggi si va alle urne, di Bettino è meglio non parlare, anche perché suo figlio Bobo è candidato al Comune di Roma. Vi sembra normale che il vecchio segretario socialista debba fare paura ai grillini che menano il torrone anche se egli è defunto da un paio di decenni? Siamo alla follia. I nostri connazionali sono condannati a non vedere una pellicola interessante e ben costruita solo perché un dirigente Rai è intimorito da un grande uomo politico ormai sotto terra da un quarto di secolo. E ciò che è ancora più folle è che Bobo venga coinvolto come un ostacolo alla proiezione. Il povero Di Mare però deve ingoiare un rospo ulteriore. Fabio Fazio ieri sera ha ospitato nella sua trasmissione Fedez, colui che alla Rai aveva dichiarato guerra. A noi il cantante non dà alcun fastidio, ma che senso ha invitarlo dopo le recenti battaglie con viale Mazzini che lo aveva censurato? Mistero. 

Rai3 cancella Craxi dal palinsesto "Inopportuno alla vigilia del voto". Stefano Zurlo il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il film non va in onda. Bobo: "Di cosa hanno paura?" Divide ancora. Passano gli anni, ma il nome di Bettino Craxi è sempre una pietra d'inciampo della politica italiana. Imbarazzo, dunque, per un film che sparisce dai palinsesti di Rai3. Hammamet, che è tutto tranne un'agiografia, era atteso sugli schermi venerdì sera, ma è stato sostituito in corsa come un cavallo zoppo. Bobo, rampollo di Bettino, twitta con la sciabola ed evoca la censura. Questioni di opportunità, ribattono in Rai, alludendo proprio alla sua candidatura a Roma come numero uno in una lista apparentata con Roberto Gualtieri. Un incrocio pericoloso per la bilancia della Rai, una scelta insensata per la famiglia del leader socialista. Hammamet racconta la parabola dello scomparso segretario del Psi, ma Gianni Amelio, uno dei grandi nomi del cinema italiano, si concentra sugli anni drammatici dell'esilio. E uno strepitoso Pierfrancesco Favino dà corpo a questi tormenti, solo che i fantasmi sono anche altrove: in Rai fanno due più due, una pellicola in cui c'è Bobo a 48 ore dalle amministrative, e tirano giù la saracinesca. «Avevano paura di dedicargli una via a Milano qualche anno fa - afferma Stefania Craxi, sorella di Bobo - hanno ancora paura di mio padre adesso, anzi di un film su di lui». Bobo è ancora più tranchant: «Qual è il nesso fra la messa in onda di un film che romanza la vicenda storica di un uomo di Stato che hanno già visto più di un milione di italiani e la candidatura di un suo discendente? La Rai3 ha operato un'imbarazzante censura». Franco Di Mare, il direttore delle rete, tace. Ma in Rai rispondono con la categoria dell'opportunità. Il candidato Bobo Craxi sarebbe andato in onda alla vigilia del voto, provocando malumori e mal di pancia vari. Insomma, le ragioni dell'arte e della storia, al cospetto di uno dei big del Dopoguerra, al confronto con la scrivania da ragionieri dei dirigenti di viale Mazzini e di un'azienda che pure in questi anni non si è fatta mancare niente. Punti di vista. Una mentalità che quando incontra le urne è costretta ad applicare la par condicio pure agli artisti più acclamati del grande schermo. E poi, sotto sotto, c'è sempre lui, Bettino che anche da morto, laggiù in Tunisia, attraversa come una faglia la società italiana che è uscita dalla tempesta di Mani pulite, ma fino a un certo punto. Abbiamo girato pagina, ma non del tutto. Lo statista morto da latitante è una contraddizione che il Paese si porta sempre dietro e non c'è modo di ricomporla fino in fondo. Almeno ora. Forse, le prossime generazioni troveranno un punto di equilibrio che oggi non c'è, come è accaduto per altre epoche lacerate da contrapposizioni insanabili. Nessuno aveva notato quel cognome ingombrante ai nastri di partenza. Sfortuna o, forse, disattenzione, al momento di varare i palinsesti. Ora la Rai butta acqua sul fuoco: Hammamet andrà in onda il 26 novembre. Una data, si spera, meno impegnativa. Stefano Zurlo

Scontro sul film sulla storia di Bettino Craxi. La Rai cancella ‘Hammamet’, Bobo Craxi contro il “grillino” Di Mare: “Censura da regime”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 2 Ottobre 2021. Bettino Craxi resta ancora un argomento tabù, almeno per la prima serata di Rai3. La terza rete pubblica e il suo direttore Franco Di Mare, già nella bufera per il ritorno di Mauro Corona a Cartabianca e il ritiro della querela al rapper Fedez, deve affrontare un nuovo caso. La bufera questa volta arriva dall’improvvisa cancellazione del film “Hammamet”, previsto nel prime time di venerdì 1 ottobre su Rai3, ampiamente annunciato nei giorni precedenti con gli spot a tutte le ore, ma sostituito all’ultimo momento dal film “Arrivano i prof”. Il film di Gianni Amelio, che racconta gli ultimi mesi di vita dell’ex presidente del Consiglio socialista in Tunisia, dopo esser stato travolto da Tangentopoli, non è dunque andato in onda.  Una pellicola di qualità e pluripremiata, con Pierfrancesco Favino ad interpretare Craxi che per quel ruolo ha vinto un Nastro d’Argento e il Premio Flaiano. Dunque, perché il ‘no’ improvviso? In una nota diffusa a polemiche ormai già furenti, la Rai ha spiegato che la messa in onda di ‘Hammamet’ è stata spostata “nell’ambito di una normale attività di modulazione del palinsesto” e che sarà trasmessa il 26 novembre prossimo. Ad evocare la “censura” è invece il figlio di Bettino Craxi, Bobo, candidato a Roma a sostegno di Roberto Gualtieri. E non a caso c’è chi evoca la vicinanza con le elezioni del 3-4 ottobre dietro lo stop ad “Hammamet”: una motivazione dubbia, dato che la data del voto è nota da mesi e che la Rai poteva tranquillamente mandare in onda il film dopo le elezioni. Sempre Bobo Craxi non risparmia accuse pesanti a Di Mare, definito su Twitter un “grillino” che “pensa di pensa di essere il Direttore dell’EIAR”, “voce” del fascismo per gran parte del ventennio. Per Bobo Craxi il presunto nesso con le elezioni non regge: “Qual è il nesso fra la messa in onda di un film che romanza una vicenda storica di un uomo di Stato che hanno già visto oltre un milione di italiani e la candidatura  di un suo discendente? Mi sfugge. Rai3 ha operato una imbarazzante censura”, denuncia il candidato socialista a Roma. Craxi che si rivolge quindi direttamente al direttore di rete, Franco Di Mare, denunciando la censura “da regime sovietico e franchista” e annunciando che si rivolgerà “alla commissione di vigilanza Rai per capire le ragioni di questa censura”. A sostenere le istanze di Craxi c’è anche Riccardo Nencini, senatore del Psi e presidente della commissione istruzione e cultura del senato: “Ci sta una bella interrogazione parlamentare oltre al coinvolgimento della Commissione di Vigilanza Rai. Semplice e diretta: perché? Elezioni alle porte? Si sapeva da mesi. A proposito: Fedez da Fazio domenica parlerà di Orietta Berti? Un Craxi candidato? Si sapeva da tempo. Film sovversivo? Ma per piacere. L’Italia rigurgita di saluti fascisti, inneggiano a Hitler, i moralisti della Bestia si scoprono peccatori e la Rai che fa? Censura un bel film”. E a proposito di vigilanza Rai, sul caso ‘Hammamet’ è intervenuto anche il segretario della commissione, Michele Anzaldi. Il deputato di Italia Viva parla della cancellazione del film dalla prima serata di Rai3 come “ennesimo caso di sciatteria da parte della Tv pubblica, in questo caso duplice visto che, a partire dalla scelta del canale su cui trasmetterlo, è anche controproducente economicamente”. Parlando al sito vigilanzatv Anzaldi ricorda che il film di Gianni Amelio “è uscito nelle sale il 9 gennaio 2020, due mesi prima del lockdown e ha incassato nel primo giorno di programmazione 194.890 euro chiudendo al secondo posto del botteghino. Alla fine della prima settimana aveva sfiorato i due milioni e mezzo di euro diventando il miglior incasso di sempre per il regista Gianni Amelio. In totale, malgrado la chiusura dei cinema per il Covid-19, si è classificato al 21º posto dei film più visti nella stagione italiana 2019/2020, superando i 6 milioni e mezzo di incasso, finora. E non solo la Pay Tv lo ha pagato 1.250.000 euro; nel mercato degli home video (che è in crisi) ha incassato 120.000 euro, e 1.200.000 persone, nonostante la pandemia, sono andate nelle sale a vederlo. E invece la Rai generalista lo svende così! Ancor più grave il fatto che la Rai è anche co-produttrice, quindi anziché pensare a rientrare delle spese di produzione, lo ‘svende’ su Rai3 invece di programmarlo su Rai1. La cosa grave è che alla Rai se ne siano accorti solo poche ore prima della messa in onda del film già annunciato da giorni, e con la data delle elezioni nota da molti mesi. Possibile che, con tutti i direttori, vicedirettori, capistruttura, e così via, pagati profumatamente dal canone, nessuno alla Rai abbia saputo controllare?”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Sequestro preventivo di un’inchiesta di Fanpage.it: il problema non sono Durigon e Zafarana, ma la Magistratura. Fabrizio Capecelatro il 24/09/2021 su Notizie.it. La Magistratura sequestra un'inchiesta giornalistica prima che sia stato dimostrato che essa è un falso e quindi un reato. Tutti sono perseguibili di falsa testimonianza se in tribunale raccontano il falso. Tranne, ovviamente, l’imputato. Un principio cardine della nostra legislazione che si basa sull’evidenza che chi ha commesso un reato, o è sospettato di averlo commesso, debba poter perseguire il proprio diritto di difendersi. È compito della Magistratura stabilire o ristabilire la giustizia, attraverso propria attività prima di indagine e poi di giudizio. Lo stesso vale per chi diventa oggetto di un’inchiesta giornalistica, che ne smaschera le presunte (tali sono se da quell’inchiesta giornalista non ne parte una giudiziaria, che poi arriva a sentenza) attività illecite. Così come l’inquisito dalla magistratura ha – di fatto – il diritto di raccontare il falso, anche l’inquisito da un’inchiesta giornalista ha il diritto di provare in tutti i modi, leciti, a difendersi e proteggersi dalle accuse pubbliche che gli sono mosse. Nulla di eccepibile, quindi, nei confronti del Generale Giuseppe Zafarana, dell’ex sottosegretario Claudio Durigon e di chiunque altro avesse sporto querela per il contenuto dell’inchiesta Follow The Money, realizzata dai colleghi di Fanpage.it nel luglio del 2021: rientra nel loro diritto ed è il gioco delle parti. Ed è lo stesso Direttore di Fanpage.it, Francesco Cancellato a dirlo: “Per quell’inchiesta abbiamo già ricevuto diverse diffide e querele, com’è legittimo che sia. Chiunque si ritenga offeso o diffamato dai nostri articoli ha diritto di far valere le sue ragioni in un Tribunale, e ci sono un giudice e tre gradi di giudizio per accertarlo”. Diverso è invece che la Magistratura disponga effettivamente, come ha fatto, il sequestro preventivo di quell’inchiesta. Preventivo rispetto a cosa? Rispetto a una sentenza che stabilisca, eventualmente, che quell’inchiesta è falsa, diffamatoria e architettata: cioè che costituisca essa stessa, e non quello che dimostra, un reato. E non è sufficiente che nell’inchiesta, quella giornalistica, siano coinvolti un ex sottosegretario di Stato, un Generale della Guardia di Finanza e la possibilità che quest’ultimo possa non indagare come dovrebbe su un furto fatto dal partito del primo (la Lega) perché la Magistratura possa decidere di andare contro la legge. Al contrario è ammissibile che i due “inquisiti” cerchino, con i parametri imposti dalla legge, di richiedere quello che la legge stessa non gli permetterebbe di ottenere: l’oscuramento dell’inchiesta prima di aver dimostrato che essa è un reato. Ed è bene ricordare allora un altro principio cardine della nostra legislazione: è chi accusa che deve dimostrare le prove della colpevolezza dell’accusato e non quest’ultimo quelle della sua innocenza. E allora, visto che questo provvedimento è stato disposto in seguito a una querela per diffamazione presentata dal generale Giuseppe Zafarana il 28 luglio, è questo che deve dimostrare l’eventuale colpevolezza dei colleghi di Fanpage.it e non viceversa. La domanda allora sorge spontanea: la Magistratura italiana conosce i principi alla base della nostra legge o si limita a una mera applicazione delle norme?

Francesco Cancellato per fanpage.it il 23 settembre 2021. Oggi è successa una cosa grave, nella redazione di Fanpage.it. Abbiamo ricevuto un decreto del Gip di Roma che dispone il sequestro, mediante oscuramento, dei video che contengono l’inchiesta Follow The Money su Claudio Durigon e i fondi della Lega. Ricordate? In quell’inchiesta avevamo mostrato un video in cui l’onorevole Claudio Durigon diceva a un suo interlocutore che non bisognava preoccuparsi dell’inchiesta della procura di Genova sui 49 milioni di Euro che la Lega avrebbe sottratto allo Stato italiano perché il generale della guardia di finanza “l’abbiamo messo noi”. Per quell’inchiesta abbiamo già ricevuto diverse diffide e querele, com’è legittimo che sia. Chiunque si ritenga offeso o diffamato dai nostri articoli ha diritto di far valere le sue ragioni in un Tribunale, e ci sono un giudice e tre gradi di giudizio per accertarlo. Quel che ci è stato notificato oggi è molto diverso. Quel che ci è stato notificato oggi, il sequestro e l’oscuramento preventivo di un contenuto giornalistico, rimanda a provvedimenti che non dovrebbero essere emessi in un Paese in cui vige la democrazia e la cui Costituzione, perciò, non lo consente. L’articolo 21, dice che non si può: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili”. Dunque il sequestro preventivo di un prodotto giornalistico, anche se pubblicato sulle pagine web di un sito informativo registrato, è consentito solo ove si ipotizzino reati, diversi dalla diffamazione. Non è il nostro caso. Non si può sequestrare e oscurare il contenuto giornalistico per il reato di diffamazione, come confermato da numerose sentenze della Corte di Cassazione. Non si può sequestrare e oscurare in via preventiva, prima che la verità sia accertata. Non si può sequestrare e oscurare perché non vi è più l'esigenza cautelare, in quanto il video e la notizia sono stati ripresi da più giornali, circolano in rete e sono quindi di dominio pubblico. E non si può procedere contro ignoti, come ha fatto il Pm, quando gli autori dei servizi sono noti come lo è il direttore e possono difendersi se indagati, ma non possono se non sono iscritti. Lo ripetiamo: un’inchiesta giornalistica sarà messa offline, quando il provvedimento verrà eseguito, senza alcuna condanna, alcun procedimento o accertamento e senza aver nemmeno sentito gli autori del servizio e il direttore della testata giornalistica, perché posti nell’impossibilità tecnica di farlo. Nei prossimi giorni non vedrete più quei contenuti di fanpage.it, per una decisione di un Tribunale che contestiamo con forza. Quella che stiamo subendo oggi noi di fanpage.it è, a nostro avviso, una grave violazione della libertà di stampa che la Costituzione non consente. E un precedente pericoloso e intimidatorio che ci riguarda tutti.

Come giornalisti. Come lettori. Come cittadini.

Per questo non possiamo stare in silenzio.

Per questo abbiamo bisogno anche di voi. 

Per capire la Guerra civile è molto meglio "l'usato". Alessandro Gnocchi l'8 Settembre 2021 su Il Giornale. I libri meno conformisti sulla nostra Storia non si pubblicano più. Tocca fare modernariato. Per un bibliofilo, ma anche per un lettore qualsiasi, la bancarella di libri usati è croce e delizia. Croce perché c'è bancarella e bancarella: quelle specializzate in rarità impilano tesori che talvolta l'appassionato non si può permettere e lasciano il rimpianto, una struggente nostalgia per il volume così vicino eppure inarrivabile. Delizia, quasi per lo stesso motivo: c'è sempre la speranza che, guardando bene, salti fuori l'inaspettato, il capolavoro misconosciuto in vendita a pochi euro. Inoltre, davanti a una bancarella rifornita, ci si può levare curiosità a lungo coltivate oppure nate lì per lì, davanti a una copertina o a un nome attraente. E si torna a casa con una pila di libri acquistati a poco prezzo. Ah, che bello comprare tutti gli Achille Campanile e Marcello Marchesi ed Ennio Flaiano e Antonio Delfini e Giuseppe Berto e Giovanni Comisso che capitano sottomano. Che bello comprare le vecchie edizioni dei Canti di Giacomo Leopardi, con il commento di Giuseppe e Domenico De Robertis. E poi Papini, Prezzolini, Longanesi... Che bello dare la caccia alle varie edizioni di Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino, una diversa dall'altra, anche nel contenuto. Che miniera di intelligenza può essere una bancarella. C'è un altro aspetto interessante. Sempre più spesso, capita al bibliofilo di imbattersi in libri che oggi nessuno pubblicherebbe, per i motivi più disparati. Chi stamperebbe oggi una edizione anastatica del manoscritto del Canzoniere di Umberto Saba? Chi fonderebbe una casa editrice (Aria d'Italia) per portare sugli scaffali le opere di un solo autore (Curzio Malaparte)? Chi farebbe una plaquette con un pugno di poesie di Pier Paolo Pasolini (Dal diario, Edizioni Salvatore Sciascia, a cura di Leonado Sciascia)? Per non dire dei fuori catalogo: Bagatelle per un massacro, il pamphlet antisemita di Luis-Ferdinand Céline, tanto spregevole nel contenuto quanto prezioso nello stile, si trova unicamente sulle bancarelle. Ci sono casi che lasciano perplessi, perfino sbalorditi. A cinque-dieci euro ti porti a casa un libretto di poche pagine ma sufficienti per fare una riflessione su come è cambiato il nostro Paese. Nel 1975, il direttore di Storia Illustrata Carlo Castellaneta allegò al numero 215 della rivista una piccola antologia, dal titolo La guerra civile in Italia contenente «testi di scrittori che furono testimoni di quelle vicende dalle due parti della barricata»; testi che «vogliono essere di monito alle nuove generazioni a non ricadere negli orrori di una guerra fratricida, ma anche un esempio nei valori della Resistenza» . Il volume raccoglie scritti di Nuto Revelli, Davide Lajolo, Valdo Fusi, Elio Vittorini, Beppe Fenoglio, Piero Caleffi, Ubaldo Bertoli, Carlo Levi, Giose Rimanelli, Mario Gandini. Il volume era targato Mondadori, ed era in una collana di «testimonianze di prima mano». Era una raccolta «editorialmente corretta», che non metteva in discussione i capisaldi ideologici della Resistenza. Però dava la parola anche ai vinti, in particolare dava il giusto rilievo a un romanzo come Tiro al piccione di Giose Rimanelli, che raccontava con efficacia il punto di vista di un repubblichino anzi repubblicano: «È veramente buffo: noi di quaggiù, i repubblicani, diciamo di essere i veri figli d'Italia; quelli che stanno in montagna dicono che l'Italia appartiene a loro. Intanto ci spariamo a vicenda e non sappiamo chi è nel torto e chi nella ragione». Il romanzo, autobiografico, ebbe una vita editoriale travagliata. Fu preso da Einaudi ma l'editore torinese, quando il libro era già in bozze, fermò tutto nonostante questo parere di Cesare Pavese: un «giovane traviato, preso nel gorgo del sangue, senza un'idea, che esce per miracolo, e allora comincia ad ascoltare altre voci». Alla fine fu pubblicato da un editore ancora più grande: Mondadori, nel 1953. Ma rientrò nel catalogo di Einaudi nel 1991, l'anno in cui lo storico Claudio Pavone, da sinistra, recuperava il concetto di «guerra civile». Nello stesso anno Einaudi ripubblicò anche Un banco di nebbia di Giorgio Soavi, un'altra testimonianza dall'altra parte della barricata, anche in questo caso scartata (con qualche dubbio di Italo Calvino) da Einaudi e approdata a Mondadori nel 1955. Altri libri si sono poi aggiunti, in particolare quelli di Carlo Mazzantini (A cercar la bella morte è in edicola allegato con il Giornale). La antologia curata da Carlo Castellaneta ci interroga fin dal titolo: quella «guerra civile» potrebbe incappare in qualche accusa di revisionismo. Il contenuto... Beh, come immaginate verrebbe presa una selezione che mette assieme, sullo stesso piano, Uomini e no di Elio Vittorini (manicheo fin dal titolo, proprio lui, Vittorini, che aveva tessuto l'elogio dello squadrismo nella prima edizione del Garofano rosso) e appunto Tiro al piccione di Rimanelli, che non ha certezze da esibire? La domanda è retorica: una antologia così finirebbe massacrata da qualche antifascista in assenza di fascismo, una specie intellettuale tornata in grande spolvero nell'Italia di oggi. Non è che, per caso, mentre eravamo distratti dalle guerricciole politiche, la cultura italiana ha fatto uno o due passi indietro al punto da apparire meno libera perfino rispetto ad anni di forti divisioni ideologiche dalle conseguenze tragiche? Non sarà, alla fine, un problema di analfabetismo di ritorno, forse anche di andata? Una o due generazioni di chierici sono convinte che i «fasci» (categoria che comprende chiunque abbia idee diverse da loro) devono tacere, e così negano, innanzi tutto a se stessi, la più umile e meno giudicante delle virtù: la conoscenza, che precede le nostre, personali idee per illustrarci la complessità del mondo. Ecco, proprio «complessità» è la parola ipocritamente sventolata dalle menti semplici, e irresponsabili, che vogliono rifarci combattere una guerra civile per fortuna terminata da un pezzo. Alessandro Gnocchi

Loggia Ungheria, Alessandro Sallusti: lo scandalo sbianchettato dai grandi giornali. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 19 settembre 2021. Chissà perché quando atti giudiziari sensibili riguardano gli amici e gli amici degli amici scatta una gigantesca operazione di autocensura. Ieri né il Corriere della Sera, né La Repubblica né La Stampa hanno pubblicato una sola riga sui verbali in cui il faccendiere Amara delinea l'esistenza di una loggia segreta, la Loggia Ungheria, e fa i nomi di magistrati, politici e importanti uomini dello Stato che ne farebbero parte. Premesso che nulla è accertato, per cui potrebbe trattarsi di una millanteria in tutto o in parte, la notizia c'è eccome visto che proprio su quelle carte imboscate per due anni sono stati indagati a vario titolo il capo della procura di Milano Francesco Greco e magistrati di calibro tra i quali Piercamillo Davigo. Strano davvero questo silenzio, per di più da parte di testate che non hanno mai lesinato a fare paginate di documenti giudiziari ben prima che la veridicità del loro contenuto venisse vagliata e confermata dalle autorità giudiziarie. Ricordo, per fare un esempio, la pubblicazione delle centinaia di intercettazioni del caso Ruby che riguardavano il presidente del Consiglio in carica Silvio Berlusconi (poi assolto, ma il fango ormai era girato), ricordo decine di articolesse su una presunta Loggia, la P3, subito spacciata per grande scandalo solo perché coinvolgeva Denis Verdini allora pezzo grosso di Forza Italia (ovviamente poi assolto). Insomma, con i nemici politici dell'informazione si può fare carne di porco, con gli amici potenti, soprattutto se magistrati, le notizie sono tali solo se confermate in terzo grado di giudizio. A me questa storia della Loggia Ungheria puzza assai, ma meglio andare a vederci chiaro che girarsi dall'altra parte. A maggior ragione se chi svicola sono quei giornali che negli ultimi anni sono stati megafoni acritici, e quindi complici, delle peggio schifezze commesse da quel sistema deviato magistrati-giornalisti che in nome della giustizia ha dirottato più e più volte il corso della democrazia. Se certi giornali tacciono è solo perché qualche cosa di vero in questa brutta storia c'è e si sta tentando di non farlo emergere. Ci vorrebbe un Gabibbo, solo che qui non siamo a "Striscia la notizia" ma a "Straccia la notizia", programma non sottotitolato per bensì realizzato da non udenti.

Il tonfo del procuratore in tv. Editto di Gratteri contro il Riformista: “Non leggete i giornali che mi criticano”. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 9 Settembre 2021. Piomba in mezzo alla campagna elettorale della Regione Calabria il primo vero tonfo mediatico del procuratore Gratteri. Forte e imprevisto. E ha come protagonista quel Mario Oliverio che lui voleva arrestare e che da pochi mesi è stato assolto al processo di primo grado “perché il fatto non sussiste”. C’è da arrossire di soddisfazione, a sentire il procuratore di Catanzaro accusare un giornalista di “leggere solo certi giornali”. Che si tratti del Riformista? Noi pensiamo di sì e ci fa piacere, inutile negarlo. Del resto quanti quotidiani non fanno da scendiletto e non esaltano le nobili gesta del procuratore più famoso d’Italia? Non capita spesso che Nicola Gratteri venga sconfitto in tv. In genere gli capita nei processi, e lui tira dritto. Ma alla sua immagine di “Falcone di Calabria” lui tiene di più che non alle scaramucce giuridiche, anche quando, come gli succede spesso, sono pesanti. Quando chiede arresti che non gli vengono concessi o quando la Cassazione gli imputa “pregiudizio accusatorio”. Così due sere fa lui si è decisamente innervosito quando a Di martedì l’inconsapevole Floris gli ha presentato un giornalista che ai suoi occhi avrebbe dovuto servirgli domande di tutto rispetto. Soprattutto perché attualmente si occupa di calcio e affini, essendo il condirettore del Corriere dello sport. Il procuratore di Catanzaro è rilassato e sorridente mentre aspetta la domanda di Alessandro Barbano. Il quale non bacia l’anello e va dritto al punto. «Lei nel 2018 ha indagato Mario Oliverio per corruzione e abuso d’ufficio. Ha chiesto gli arresti, non è riuscito a ottenerli, ottenendo invece il domicilio coatto per nove mesi. Oliverio ha dovuto dimettersi e fare lo sciopero della fame. La Cassazione ha però detto che c’era un pregiudizio accusatorio. Lei ha insistito, chiedendo la condanna a 4 anni e 8 mesi. Oliverio è stato assolto in primo grado perché il fatto non sussiste, ma ha dovuto dimettersi dalla sua carica di presidente della Regione. Lei che cosa prova pensando a Oliverio?». Una bomba. Peggio, uno schiaffo sulla faccia di un magistrato abituato a essere lusingato e idolatrato dalla stampa, e soprattutto dai giornalisti che conducono o che partecipano ai talk. Mai nessuno si era permesso, a parte appunto noi del Riformista e pochi altri. Oltre a tutto nelle parole di Barbano si sente la sua storia di giornalista che non si è occupato solo di sport nella vita. Basti qui citare la direzione del Mattino dal 2012 al 2018. La sintesi perfetta della sua domanda è quasi il punto della storia politica della Calabria e della sinistra calabrese degli ultimi tre anni. E anche di tutto quello che è venuto prima. Mario Oliverio era il presidente della Regione Calabria, eletto nel 2014 con il 61% dei voti, uomo forte del Pd nella sua terra, quando la sua vita incrociò quella di Nicola Gratteri. Il procuratore parte morbido, con un’informazione di garanzia per abuso d’ufficio, che presto diventa anche accusa di corruzione e richiesta di custodia cautelare. Come sempre l’alto magistrato si copre le spalle con un’attenta comunicazione, e cala l’asso con un’intervista a Rai Uno. Dice che «con quasi 17 milioni di euro la Regione ha contribuito a "ingrassare" alcune cosche grazie a lavori non eseguiti o eseguiti in minima parte». Il problema della giustizia nelle regioni del Sud, e in Calabria in particolare da qualche tempo, è che a qualsiasi ipotesi di reato viene sempre affiancata la parola “mafia”, quasi come se tutti i calabresi, anche quelli che al semaforo passano con il rosso, fossero affiliati alla ‘ndrangheta. In ogni caso, come succede spesso nelle inchieste avviate dal procuratore Gratteri, anche in quel caso il primo a distanziarsi da lui fu il gip che non concesse per Oliverio la custodia cautelare in carcere ma nemmeno al domicilio. Stabilì per lui una sorta di soggiorno obbligato al suo paese, dove lui si ritirò e iniziò uno sciopero della fame. E mentre i procuratori distrettuali antimafia infierivano su di lui anche con metodi particolari, addirittura presentandosi in tre ed esibendosi in tre distinte “arringhe” all’udienza delle indagini preliminari, la vera ferocia arrivò fuori dalle aule del palazzo di giustizia. Inutile dire che gli uomini del Pd si comportarono con quello stile che ormai non è più solo staliniano ma anche un po’ grillino, quello che davanti alle questioni di giustizia risale ai tempi del Pci, e poi del Pds e dei Ds, fino a oggi. Mentre Oliverio non era più presidente della Regione ed era al confino “come un mafioso”, gli incoraggiamenti più affettuosi dei suoi compagni di partito furono quelli di chi gli si diceva vicino “sul piano umano” (solo quello umano, non certo quello politico) e si augurava che lui riuscisse a dimostrare la propria innocenza. Beata ignoranza (o cinica ipocrisia)! Non dovrebbe essere il rappresentante dell’accusa a dimostrare la colpevolezza dell’imputato e a portare le eventuali prove? Ancora oggi, a tre anni di distanza, davanti a un giornalista che finalmente ha l’occasione di fissarlo negli occhi mentre gli chiede come si senta, guardandosi allo specchio, davanti a una vittima come Oliverio, Gratteri si smarca. Non molla, lui non sbaglia mai. Prima scarica sul gip, è lui che decide. Sì, gli viene obiettato, ma anche dopo che la Cassazione le ha contestato un certo pregiudizio accusatorio, lei al processo ha chiesto la condanna a quattro anni e otto mesi di carcere. Allora diventa quasi offensivo, accusa il giornalista di essere andato in trasmissione solo per mettersi contro di lui: lei è venuto mirato per attaccare me, lei è stato imbeccato, non mi conosce, gli dice con il suo linguaggio aristocratico. Poi, dopo avergli contestato che “legge solo certi giornali” (e di nuovo ci sentiamo arrossire), ricorda ad Alessandro Barbano che “finora si è occupato solo di sport”. E su questo non facciamo commenti. La storia di Calabria è andata avanti, e si può dire che almeno in parte, la politica ha lasciato che fossero le inchieste del dottor Gratteri a influenzare le urne, in una sorta di intreccio malato fino al dicembre del 2019, quando il procuratore Gratteri sarà incoronato dal suo blitz più famoso (e come gli altri da subito mortificato dai ritocchi dei giudici), quello denominato Rinascita Scott, il cui processo è ancora in corso nell’indifferenza generale. Perché si sa che le mafie vengono sconfitte dai primi ordini di cattura, poi chi se ne importa dei riscontri nel dibattimento. Poi nel gennaio del 2020 Jole Santelli ha vinto perché era brava, ma anche probabilmente perché di retata in retata anche Gratteri ci aveva messo del suo. Non perché volesse far vincere il centrodestra, sia chiaro. Ma perché chi vuole il potere cerca sempre di schiacciare quelli che ce l’hanno prima di lui. Così oggi Mario Oliverio si candida lontano dal suo partito di provenienza, come tutti quelli schiacciati dalla miopia politica, quella che vede oggi la candidata del Pd sostenuta anche dai Cinque stelle. È anche la storia di Bassolino, come lo fu di Penati e di tanti ex sindaci, presidenti di Regione o Provincia così come di parlamentari, trattati come parassiti nella criniera del cavallo di razza. La Calabria, con l’eventuale vittoria di Roberto Occhiuto, capogruppo di Forza Italia alla Camera, dato per vincente nei pronostici, ha decisamente svoltato. E probabilmente è giusto così.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

“Fr** e Ne**”. Pio e Amedeo, il monologo ai Seat Music Award è contro Fedez. E il rapper milanese risponde. Da Caffemagazine.it il 10/9/2021. Bufera pesante dopo l’intervento di Pio e Amedeo ai Seat Music Awards 2021. Sono saliti sul palco dell’Arena di Verona Pio e Amedeo, premiati per il successo ottenuto con “Felicissima sera”. Il duo comico si è presentato per ricevere i premi e, in pochi minuti di tempo, sono riusciti a ironizzare sulla sconfitta di Carlo Conti con il suo “Top ten” (battuto proprio dal loro programma) definita quasi “un’umiliazione, una macchia” nel suo curriculum. E, soprattutto, non è passata inosservata la frecciatina a Fedez. “Grazie alla Rai per non averci censurato!” hanno sottolineato, ridendo, facendo poi riferimento a Fedez e a quanto accaduto sul palco del Primo Maggio. In seguito, nel caos del discorso in diretta, non sono mancati riferimenti a polemiche nate in seguito proprio dal rapper dopo quanto accaduto al Concertone, citando successivi “smalti“ sponsorizzati sui social. Una parentesi breve ma accuratamente mirata con il discorso che si è chiuso con un’invocazione alla libertà: “Noi dedichiamo questo premio… alla libertà di opinione”. E ancora Pio e Amedeo: “Augurandoci che la libertà non passi per la decisione di qualche associazione, per l’oligarchia del gusto, viva la libertà”. Un intervento durato qualche minuto che, però non è passato inosservato al pubblico e anche al diretto interessato -Fedez- chiamato in causa proprio dai due. “Stavo andando a nanna e mi hanno scritto “Pio e Amadeo t hanno dissato“… Figo, una delle cose più fighe viste in Rai, una grande installazione artistica”. E ancora Fedez: “Nella rete in cui non vorrebbero che tu citassi i nomi dei politici perché non è presente il contraddittorio, ti ripulisci la coscienza ingaggiando due rivoluzionari anticonformisti, cercando di sputt@nare l’avversario senza contraddittorio. Bravi tutti. Mi è piaciuto. Bravi Pio e Amedeo. Spero di diventare un giorno un anticonformista, un antisistema come voi. Domani incomincerò uscendo per la strada dando del nero e del frcio a tutti per strappare un sacco di sorrisoni”. Poi conclude il rapper milanese: “Domani alle 10 apro il mio chioschetto di smalti senza il quale non riuscirei a dare da mangiare ai miei figli e mi inventerò qualche polemica per vendere i miei smaltini. Comunque sono un po’ deluso da Pio e Amedeo. Mi avete fatto questo atto rivoluzionario di sdoganare la parola nero e frcio… Ma siete in diretta sulla Rai e una bella bestemmia non me la tiri? I neri e i frci ti rispondono con un sorriso, i cristiani nemmeno, sono obbligati a perdonarti. Un po’ arrugginiti, state perdendo lo smalto, se volete ve ne presto un pochino”.

Francesco Fredella per liberoquotidiano.it il 10 settembre 2021. Pio e Amedeo contro Fedez. E viceversa. Succede di tutto durante i Seat Music Awards. I due comici foggiani arrivano sul palco dell'Arena di Verona e nel loro monologo sparano una cannonata contro il rapper, che lo scorso primo maggio si era reso protagonista di una grande polemica con la Rai per una presunta censura (di cui lui aveva parlato). “La Rai è libera. Ci avevano detto che censuravate e invece no. Dietro c’erano tutti i dirigenti e nessuno si è permesso di chiederci cosa avremmo detto. Se uno va in diretta dice quello che pensa. Anche un altro avrebbe potuto fare così, senza suscitare tante polemiche. Non è che arrivano i bodyguard a prenderti e a cacciarti dal palco, dai, Federico! Fa la polemica, per il traffico sui social e per vendere i prodotti. “E comprati lo smalto che ho fatto io, comprati la mia valigia”. Io farei un applauso alla Rai che non ci ha censurato”, dicono Pio e Amedeo. La replica del rapper non tarda ad arrivare. Sempre a colpi di commenti sui social. Comodamente dalla sua camera da letto il rapper registra un video in cui contrattacca Pio e Amedeo. “Stavo andando a nanna e mi hanno scritto Pio e Amedeo ti hanno dissato. Bello, una delle cose più belle viste in Rai, una grande installazione artistica. Nella rete in cui non vorrebbero che tu citassi i nomi dei politici perché non è presente il contraddittorio, ti ripulisci la coscienza ingaggiando due rivoluzionari anticonformisti, cercando di attaccare l’avversario senza contraddittorio. Bravi tutti. Mi è piaciuto. Bravi Pio e Amedeo. Spero di diventare un giorno un anticonformista, un antisistema come voi", straparla Fedez. "Domani incomincerò uscendo per la strada dando del ne**o e del fr***o a tutti per strappare un sacco di sorrisoni. Domani alle 10 apro il mio chioschetto di smalti senza il quale non riuscirei a dare da mangiare ai miei figli e mi inventerò qualche polemica per vendere i miei smaltini", tuona il rapper. E poi continua: "Comunque sono un po’ deluso da Pio e Amedeo. Mi avete fatto questo atto rivoluzionario di sdoganare la parola ne*ro e fr*cio…Ma siete in diretta sulla Rai e una bella bestemmia non me la tiri? I ne*ri e i fr*ci ti rispondono con un sorriso, i cristiani nemmeno, sono obbligati a perdonarti. Un po’ arrugginiti, state perdendo lo smalto, se volete ve ne presto un pochino”, conclude un nervosissimo Fedez.

Da liberoquotidiano.it il 3 settembre 2021. Ci pensa Vittorio Sgarbi a spezzare l'idillio tra Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. Premiato a Venezia con il Leone d'oro alla carriera mercoledì scorso, l'attore e regista toscano si è commosso e ha emozionato l'intera platea dedicando il prestigioso riconoscimento alla moglie, con cui condivide vita e carriera da 40 anni. Parole dolcissime ma, accusa Sgarbi, copiate di sana pianta senza nemmeno citarne l'autore. "Un pensiero alla mia attrice prediletta, Nicoletta Braschi, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio perché è suo: è tuo, ti appartiene", ha solennemente annunciato dal palco della 78esima Mostra del cinema Benigni. "Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni – ha proseguito l'ormai ex Piccolo diavolo, diventato gloria del grande schermo italiano –. Produzioni, interpretazioni. Ma come si fa a misurare il tempo in film? Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te". Quindi, con la consueta ironia che fin dagli anni 80 lo ha reso uno dei volti (e delle lingue) più celebri del nostro cinema: "Ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo nel lavoro che ho fatto è grazie a te". Gran finale, da San Valentino: "È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista. O meglio, a eterna vista". C'è qualcosa che però stona nella dedica di Benigni alla moglie. L'entrata a gamba tesa è del professor Sgarbi, che su Twitter svela l'arcano: ""Stare con te o stare senza di te è l’unico modo che ho per misurare il tempo", ha detto Benigni alla moglie al Festival di Venezia. Ma se non citi la fonte (Jorge Luis Borges) e fai il "fenomeno", è plagio?". 

Dagotraduzione da Protocol il 2 settembre 2021. Nell'ultimo decennio, i governi di tutto il mondo hanno intenzionalmente spento Internet almeno 850 volte, e il 90% di questi blackout si sono verificati negli ultimi cinque anni. Cosa c'è dietro questa preoccupante tendenza? «Sempre più persone si collegano e ottengono l'accesso a Internet», ha detto Marianne Díaz Hernández, avvocato in Venezuela e membro dell'organizzazione no-profit Access Now. «I governi vedono questo come una minaccia, e iniziano a pensare che Internet sia qualcosa che devono controllare». Queste statistiche sbalorditive provengono da un nuovo rapporto pubblicato mercoledì da Access Now e Jigsaw, una divisione di Alphabet che si concentra sull'affrontare le minacce sociali con la tecnologia. Il rapporto documenta la storia delle chiusure di Internet nell'ultimo decennio, le chiusure dei pedaggi economici sui paesi che le impongono e ciò che i governi e la più ampia comunità imprenditoriale e della società civile possono fare per fermare quella che è diventata rapidamente una diffusa e grave violazione dei diritti umani. Felicia Anthonio guida la campagna #KeepItOn di Access Now, che documenta gli arresti di Internet dal 2016. «Gli arresti di Internet non garantiscono stabilità o risolvono le crisi che si stanno verificando», ha affermato Anthonio. «In realtà stanno mettendo in pericolo la vita delle persone». Il rapporto, pubblicato nel magazine di Jigsaw The Current, parla della recente chiusura di Internet in Egitto durata cinque giorni: anche se non ci sono dati con cui fare confronti «mai prima d'ora un intero paese, in cui più di un quarto della popolazione era connesso a Internet, si era separato dal web aperto» hanno scritto gli autori del rapporto. La chiusura dell'Egitto ha suscitato la condanna di alcuni paesi occidentali, scrivono gli autori, ma da allora il numero dei blackout di Internet è solo aumentato. Queste interruzioni sono spesso programmata durante le elezioni nei paesi di tutto il mondo, e costano miliardi di dollari alle economie di quei paesi. Una stima citata nello studio ha suggerito che il Myanmar, che ha avuto una serie di gravi chiusure, potrebbe aver perso il 2,5% del suo PIL. Si tratta de «la metà del danno perso nella Grande Recessione degli Stati Uniti in meno di un terzo del tempo», scrivono gli autori. Questo per non parlare dell'impatto sulle persone. Alcuni di loro hanno condiviso le loro storie con Access Now. Una donna ugandese ha raccontato la storia di essere andata in città per prelevare contanti da un bancomat senza riuscirci: né la banca né il resto del paese era connesso a Internet. «Tutto era giù e tutti sembravano confusi su ciò che stava accadendo e bloccati come me», ha scritto la donna. Una persona in Etiopia ha descritto l'interruzione avvenuta dopo un attacco del governo al Tigray, raccontando di non aver avuto modo di contattare il padre malato. «Qualcuno è passato di recente da Addis Abeba e mi ha detto che stavano bene, ma non posso esserne sicuro. Non ho ancora sentito la sua voce», ha scritto. Il blackout egiziano del 2011 e altre interruzioni hanno portato all’attenzione il ruolo svolto dai fornitori dei servizi internet in paesi in cui ne esistono pochissimi. «Nei mercati altamente sviluppati come gli Stati Uniti, dove ci sono migliaia di ISP, la vastità fornisce un certo grado di protezione. Ma in molti paesi, come in Egitto nel 2011, il web può subire un tremendo arresto con solo poche telefonate», scrivono gli autori. Access Now chiede agli ISP di quei paesi di resistere alle pressioni del governo per bloccare o limitare l'accesso a Internet e di segnalare le richieste che ricevono. Le aziende globali come Facebook e Google, nel frattempo, hanno un ruolo da svolgere nel tracciare le interruzioni di Internet e determinare se siano intenzionali o no, ha detto Anthonio. La collaborazione contribuisce anche alla presa di coscienza dello stato dei blackout: il loro numero è in aumento anche perché oggi ci sono persone che effettivamente ne tengono traccia e li contano. «na delle cose che abbiamo sviluppato è il rapporto sulla trasparenza di Google, che è uno strumento che in realtà è progettato per aiutare a esporre il tema delle chiusure di Internet monitorando le interruzioni del traffico». Anche i governi stanno prestando attenzione. Numerosi gruppi globali, comprese le Nazioni Unite, hanno condannato la chiusura di Internet come una violazione dei diritti umani fondamentali. Ma Anthonio insiste che è necessaria più pressione: «Più voci abbiamo che parlano la stessa lingua e si oppongono a questo particolare problema, più la questione diventa importante per le varie parti interessate che sono in grado di influenzare o porre fine a quel problema», ha detto.

Pannella vince da morto. La Corte Ue lo risarcisce per il "bavaglio" Rai. Massimo Malpica il 3 Settembre 2021 su Il Giornale. A cinque anni dalla sua scomparsa, Marco Pannella si leva il bavaglio. Il leader radicale ha infatti vinto il ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2013 per conto della lista che portava il suo nome. A cinque anni dalla sua scomparsa, Marco Pannella si leva il bavaglio. Il leader radicale ha infatti vinto il ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2013 per conto della lista che portava il suo nome, insieme all'allora segretario dei Radicali Mario Staderini, lamentando l'esclusione dai programmi politici della Rai tra il primo aprile e il 3 giugno del 2010 e chiedendo la condanna dell'Italia per la mancata trasmissione, dal 2008, delle tribune politiche in tv previste dalla legge in periodo non elettorale. La Cedu, il 31 agosto scorso, gli ha dato ragione. E ha stabilito che la Lista Pannella era stata «fortemente marginalizzata, se non esclusa dal dibattito politico mediatico», riconoscendo a titolo di danno morale una somma pari a 12mila euro che lo Stato dovrà versare entro tre mesi. Una vittoria postuma che farebbe piacere al vecchio leader radicale, che ha visto certificata la violazione del diritto a ricorrere di fronte all'inerzia della Commissione parlamentare di vigilanza Rai. E a quest'organo infatti che la legge in Italia affida la gestione diretta delle tribune politiche, ma la Commissione dal 2008 a oggi «non ha mai adottato l'atto di avvio», sottolineano in una nota i Radicali italiani. Il nostro ordinamento, però, non prevede ricorsi contro gli atti della Commissione. E la Corte ha riconosciuto una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo proprio in quel vuoto normativo. Certificando l'ultimo «bavaglio» a Pannella e condannando l'Italia a risarcirlo, oltre che a far sì che, se la Commissione di vigilanza adotti atti che toccano la libertà di espressione, vi sia la possibilità di impugnarli in giudizio. L'ultima sciabolata del vecchio leader radicale viene accolta con soddisfazione da segretario e tesoriera dei Radicali Italiani, Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, che plaudono a una sentenza con cui la Cedu «segna la strada per un primo rientro nella legalità dell'Italia sul fronte del diritto all'informazione» e mette fine alla «impunità della Commissione di vigilanza Rai, che per troppo tempo ha permesso ai partiti di decidere le regole del servizio pubblico in contrasto con leggi e Costituzione ma senza doverne rispondere nei tribunali». Massimo Malpica

Da “ANSA” il 10 dicembre 2021. L'Alta Corte di Londra ha ribaltato la sentenza di primo grado emessa lo scorso gennaio che negava l'estradizione di Julian Assange dalla Gran Bretagna agli Usa. E' stato così accolto il ricorso del team legale americano che si opponeva al no alla consegna dell'ex primula rossa sulla base di un asserito pericolo di suicidio legato - secondo una perizia - al prevedibile trattamento giudiziario e carcerario. E' quindi previsto che il caso venga rinviato al tribunale di grado inferiore per essere ascoltato nuovamente.

Alessandra Rizzo per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. Julian Assange può essere estradato negli Stati Uniti per affrontare le accuse di spionaggio. La decisione dell'Alta Corte di Londra ribalta la sentenza di primo grado e infligge un duro colpo alla battaglia del fondatore di WikiLeaks per la libertà. «Un giudizio sbagliato e pericoloso», accusa la sua partner, che annuncia un ricorso alla Corte Suprema britannica «il prima possibile». Il verdetto di ieri accoglie il ricorso del team legale americano contro la decisione del gennaio scorso, che aveva negato l'estradizione dalla Gran Bretagna per il rischio di suicidio. Secondo l'Alta Corte, gli Usa hanno offerto assicurazioni sufficienti a proteggere la salute mentale di Assange. In particolare, hanno assicurato che potrà evitare il carcere di massima sicurezza in Colorado e che, se condannato, avrà diritto a scontare la sua pena in Australia. «Non c'è motivo per cui questa corte non debba prendere per buone le assicurazioni date» o «per presumere che gli Stati Uniti non siano in buona fede», si legge nella sentenza. Il caso viene rinviato al tribunale di grado inferiore, che passerà il dossier al ministro degli Interni, cui spetta la decisione nel merito dell'estradizione. La sentenza segna l'ultimo capitolo, per ora, di una saga che dura da oltre dieci anni, cioè da quando WikiLeaks ha pubblicato 70 mila documenti top-secret della difesa Americana sulle operazioni in Afghanistan. Assange, australiano, 50 anni, un passato da hacker con il nome latino di Mendax (bugiardo), nel frattempo è diventato un'icona globale, ma anche un personaggio controverso: a seconda delle opinioni, un campione della libera informazione che costringe i governi a rendere conto delle proprie azioni, o un criminale paranoico e pericoloso che mette a repentaglio la vita di soldati e informatori in zone di guerra. In America, Assange deve rispondere di 18 capi di accusa tra cui la diffusione di documenti segreti e atti di spionaggio, con una possibile condanna fino a 175 anni di carcere. Lui sostiene che i suoi guai giudiziari siano da sempre motivati da un desiderio di vendetta, un mero pretesto per portarlo negli Usa. «Come può essere giusto, come può essere possibile estradare Julian nel Paese che ha tramato per ucciderlo?», ha detto la compagna Stella Moris, circondata dalle telecamere e dai sostenitori di Assange, che si sono radunati fuori dalla corte al grido di «Assange libero» e «Il giornalismo non è un crimine». Assange è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra dal 2019. Prima di allora aveva passato sette anni nell'ambasciata ecuadoriana a Londra, dove si era rifugiato per sfuggire ad un mandato di cattura internazionale seguito ad accuse in Svezia per stupro e abusi sessuali (accuse da lui negate, con gli inquirenti che hanno poi sospeso l'indagine). Per le associazioni per i diritti umani e la libertà di stampa, Washington vuole semplicemente reprimere le voci critiche, e il verdetto mina il fondamentale compito di controllo dei giornalisti. «Crediamo fermamente che Julian Assange sia stato preso di mira per il suo contributo al giornalismo», ha detto Christophe Deloire, segretario generale di Reporters Sans Frontières. «È tempo di porre fine una volta per tutte a questa persecuzione che va avanti da più di un decennio. È tempo di liberare Assange». La giustizia britannica la pensa diversamente. Assange resterà in carcere, in attesa di sapere se sarà effettivamente estradato o se ci saranno invece ulteriori colpi di scena.

Durante l'apparizione all'Alta Corte. Julian Assange, ictus in carcere per il fondatore di WikiLeaks: “Colpa della pressione Usa per l’estradizione”. Gianni Emili su Il Riformista il 12 Dicembre 2021. Julian Assange ha avuto un ictus nella prigione di Belmarsh, ha rivelato la scorsa notte la sua fidanzata Stella Moris. Il padre di WikiLeaks, 50 anni, detenuto in custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza mentre combatte contro l’estradizione negli Stati Uniti, dopo l’evento – riporta il Daily Mail – è rimasto con la palpebra dell’occhio destro cadente, problemi di memoria e segni di danni neurologici.

Assange crede che il mini-ictus sia stato innescato dallo stress dell’azione giudiziaria statunitense in corso contro di lui e da un generale declino della sua salute mentre affronta il suo terzo Natale dietro le sbarre. È successo durante un’apparizione all’Alta Corte tramite collegamento video da Belmarsh in ottobre. Un “attacco ischemico transitorio” – l’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello – può essere un segnale di avvertimento di un ictus completo. Assange quindi si è sottoposto a una risonanza magnetica e ora sta assumendo farmaci per evitare il ripresentarsi dell’ictus.

La sua compagna Stella Moris, 38 anni, avvocato, ha dichiarato: “Julian sta lottando e temo che questo mini-ictus possa essere il precursore di un attacco più grave. Aumenta le nostre paure sulla sua capacità di sopravvivere più a lungo va avanti questa lunga battaglia legale. Deve risolversi urgentemente. Guarda gli animali intrappolati nelle gabbie di uno zoo. Gli accorcia la vita. È quello che sta succedendo a Julian. I casi giudiziari senza fine sono estremamente stressanti mentalmente”. Moris ha aggiunto che è stato tenuto nella sua cella per lunghi periodi ed era “a corto di aria fresca e luce solare, di una dieta adeguata e degli stimoli di cui ha bisogno”.

Gli avvocati di Assange sostenevano che nelle prigioni statunitensi sarebbe potuto essere detenuto in condizioni che avrebbero potuto portare a un serio rischio di suicidio. L’Alta Corte ha annullato la precedente sentenza dopo che il governo Usa ha offerto assicurazioni sulla sua potenziale reclusione.

Moris ha detto: “Credo che questa costante partita a scacchi, battaglia dopo battaglia, lo stress estremo, sia ciò che ha causato l’ictus di Julian il 27 ottobre. Si sentiva davvero male, troppo male per seguire l’udienza, ed è stato scusato dal giudice ma non ha potuto lasciare la sala video della prigione. Deve essere stato orribile ascoltare un appello dell’Alta Corte a cui non puoi partecipare, che parla della tua salute mentale e del tuo rischio di suicidio e in cui gli Stati Uniti sostengono che ti stai inventando tutto. Ha dovuto sopportare tutto questo. Era in uno stato davvero terribile. I suoi occhi erano fuori sincronia, la sua palpebra destra non si chiudeva, la sua memoria era sfocata”.

Assange è stato visitato da un medico, che ha riscontrato una risposta ritardata della pupilla quando una luce è stata illuminata in un occhio, un segno di un potenziale danno ai nervi.

La signora Moris e Assange hanno due figli, Gabriel, quattro, e Max, due, e sono fidanzati da cinque anni. Ha detto che si era “più o meno” ripreso, ma teme che l’attacco dimostri che la sua salute sta peggiorando. Ieri è andata a trovarlo per circa un’ora, portando i bambini a vederlo in una sala della prigione condivisa da decine di detenuti e dai loro cari. Ha detto che Assange era angosciato per essere stato tenuto lontano dalla sua famiglia, aggiungendo: “Trova difficile la prospettiva di un terzo Natale in prigione“.

Gli Stati Uniti vogliono che Assange affronti le accuse di cospirazione per ottenere e divulgare informazioni sulla difesa nazionale dopo che Wikileaks ha pubblicato centinaia di migliaia di documenti trapelati relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq. Si è rifugiato presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra nel 2012 perché temeva l’estradizione, rimanendo per sette anni fino a quando non è stato rimosso con la forza e inviato a Belmarsh nel 2019.

Ha tempo fino al 23 dicembre per presentare ricorso contro la sentenza della scorsa settimana e potrebbe dover affrontare molti mesi – potenzialmente anni – in attesa di giudizio nel Regno Unito.

La Moris ha dichiarato: “Rimane un oltraggio che qualcuno che non sta scontando una pena detentiva debba essere tenuto in prigione per anni e anni. Julian non è una minaccia per nessuno ed è un totale disprezzo per la sua libertà individuale e il nostro diritto a una vita familiare. Gli Stati Uniti giocano sporco: è una guerra di logoramento come si vede dal mini-ictus, questo sta avendo un impatto pericoloso su di lui”. Gianni Emili

Assange, l'ictus in cella e l'ossessione degli Usa per un sopravvissuto. Vittorio Macioce il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. La fissazione americana per l'uomo di Wikileaks rivela le contraddizioni del Paese. Julian Assange è l'ossessione che l'America non può accantonare. Non ci saranno vincitori in questa storia, tutti alla fine pagheranno un prezzo. L'uomo che ha scardinato gli archivi segreti statunitensi, minacciando la sicurezza nazionale, è un sopravvissuto. È da più di due anni rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. L'Alta Corte britannica ha ribaltato il giudizio di gennaio, quando si sottolineava il rischio di suicidio in caso di estradizione. Il suo destino è tornato in bilico. Washington pretende giustizia. Stella Moris, la compagna, ha rivelato che Julian ha avuto, dopo la sentenza, un lieve ictus. Il suo grido sta rimbalzando nel mondo: liberatelo subito. L'Australia, patria di Assange, per ora se ne lava le mani e non risponde agli appelli di chi considera il fondatore di Wikileaks un martire.

La realtà è che tutti vorrebbero cancellare quello che è successo. Dimenticare, spazzare via, guardare ad Assange come a un cinquantenne malato e inoffensivo, che ha sfidato il cuore profondo del potere ma ormai si è arreso. È uno sguardo che renderebbe le cose più semplici anche agli Stati Uniti. Non bisogna avere paura della pietas. Perché accanirsi? Perché chiedere il corpo di chi ormai non può farti più male? Assange è il simbolo della trasparenza. È il diritto di sapere quello che viene nascosto. È un eroe della stampa libera. L'America, si dice, non è la Cina e non può avere paura della verità. Non guardate la spia, ma il profeta di un'umanità senza segreti. È un discorso che sta mettendo in difficoltà Washington. Non a caso sono arrivate mezze promesse di non andare giù pesanti con le condanne.

Assange rischia 175 anni di carcere, ma si fa passare l'idea che non saranno più di cinque o sei. Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca, fa sapere che il presidente Biden è un sostenitore della libertà di parola e di stampa. Non ci sarebbe neppure bisogno di specificarlo. È la Costituzione. È il principio sacro e inviolabile del mondo libero. Ricordarlo è un'ammissione di colpa. Allora appare chiaro che Assange per l'America sta diventando una questione irrisolta, perché si mischia con la stagione fragile della civiltà occidentale, dove i limiti tra libertà e sicurezza sono diventati instabili e ci sono domande a cui davvero è difficile rispondere. Fino a che punto può essere aperta una società aperta? Dove finisce la tolleranza? Non è facile trovare una risposta. L'Assange di oggi spinge alla misericordia. È quello di ieri difficile da definire.

Wikileaks nel 2010 pubblica oltre 91mila documenti top secret sulla missione in Afghanistan. È quello che in guerra si chiama spionaggio. È dare al nemico informazioni rilevanti. Questo è il principio su cui Washington non può fare marcia indietro. È una questione di giustizia. La storia di Assange va oltre l'uomo. È un nemico dell'America. Va catturato e giudicato. Se lo si lascia andare si certifica la debolezza di una nazione. La clemenza ci può essere solo dopo, come è successo con Chelsea Manning, la fonte di Assange, l'analista dell'intelligence condannata a 35 anni di prigione e poi graziata da Obama. Il perdono viene dopo. Questa è la promessa degli Stati Uniti e crederci è un atto di fiducia. Di certo c'è che per l'America quest'uomo resta un malfattore e non può sfuggire al giudizio. È per la maggioranza degli statunitensi un principio inderogabile, se salta questo cardine viene giù tutto. Assange è però anche uno specchio. I documenti che ha pubblicato sono il diario di una disfatta annunciata. È il cuore di tenebra della guerra in Afghanistan. È il racconto di come tutto stesse già andando in malora. Le truppe governative afghane erano un «esercito di carta». Le scelte strategiche avrebbero trasformato quel territorio nel solito pantano da cui si esce a pezzi. In quelle carte c'era l'ombra del ritiro firmato proprio da Biden dieci anni dopo. Assange è la voce di un fallimento e comunque vada a finire questa storia, l'America ne uscirà sconfitta. Vittorio Macioce 

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 28 settembre 2021. Rapire Julian Assange, o anche ucciderlo, per punirlo di aver rivelato "Vault 7", cioè gli strumenti usati dalla Cia nelle attività di hackeraggio. Sono i piani considerati nel 2017 da Langley, che si era spinta a valutare l'ipotesi di una sparatoria nelle strade di Londra, pur di impedire la sua fuga in Russia. A rivelarli è un'inchiesta di Yahoo News, condotta da Zach Dorfman, Sean Naylor e Michael Isikoff, giornalista che aveva scoperto il caso Lewinsky. L'operazione non era mai scattata perché illegale. La sua premessa, che il fondatore di WikiLeaks fosse un agente al servizio dell'intelligence di una potenza ostile, resta la questione centrale. Assange aveva attirato l'attenzione nel 2010, quando aveva pubblicato gli oltre 250.000 dispacci diplomatici sottratti dall'ex soldato Chelsea Manning. L'amministrazione Obama era stata colpita, ma aveva deciso di riconoscere a WikiLeaks il diritto alla libera espressione garantito dal Primo Emendamento della Costituzione. La situazione si era complicata nel 2013, quando i collaboratori di Assange avevano aiutato Edward Snowden a fuggire in Russia, dopo che aveva rivelato le tecniche di spionaggio più sofisticate della National Security Agency. Nell'estate del 2016, poi, WikiLeaks aveva pubblicato le mail di Hillary e del Partito democratico, che secondo i servizi americani erano state rubate dall'intelligence militare russa GRU. Assange aveva negato di averle ricevute da Mosca, ma la Nsa aveva intercettato scambi di comunicazioni tra i suoi uomini e Guccifer 2.0, considerato un agente del Cremlino. Trump, impegnato nella campagna presidenziale contro Clinton, aveva approfittato delle mail, esprimendo ammirazione per Julian: «Amo WikiLeaks». L'amministrazione Obama a quel punto si era svegliata, ma troppo tardi per salvare Hillary. Trump era diventato presidente sotto l'ombra di essere manovrato da Mosca, poi all'origine del Russiagate. L'indagine non aveva confermato un rapporto organico col Cremlino, ma neanche aveva sciolto tutti i dubbi. All'interno della nuova amministrazione, però, c'erano membri assai più duri di Donald nei confronti di Putin, a partire dal capo della Cia Pompeo. Proprio lui aveva rotto gli argini, quando il 13 aprile 2017 aveva definito WikiLeaks «un servizio di intelligence ostile non statale, spesso agevolato da attori statali come la Russia». Con quelle parole aveva dichiarato guerra, ponendo le basi legali per azioni dure contro Assange. In quello stesso periodo il suo sito aveva pubblicato "Vault 7", e quindi Pompeo e la vice Gina Haspel avevano deciso di vendicarsi. Avevano chiesto piani per rapirlo dall'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove si era rifugiato dopo le accuse di stupro dalla Svezia, o anche ucciderlo. Nel dicembre del 2017, poi, l'intelligence Usa aveva scoperto che i rivali russi pianificavano di far scappare Julian a Mosca, la notte di Natale. Gli ecuadoregni li avrebbero informati di averlo lasciato in strada, o avrebbero "scordato" la porta dell'ambasciata aperta. La Cia quindi si era preparata a tutto per fermarlo, inclusa una sparatoria nelle strade di Londra, o contro le ruote dell'aereo con cui sarebbe decollato. Nulla di tutto questo era accaduto. Aveva prevalso il segretario alla Giustizia Session, che era contro Julian, ma voleva incriminarlo per chiederne l'arresto e l'estradizione, tuttora in discussione. Trump ha smentito: «È falso. Anzi, io penso che Assange sia stato trattato male». Sulle sue dichiarazioni però pesa il velo dei rapporti irrisolti con Putin, che poi sono anche al centro del giudizio storico sul fondatore di WikiLeaks. I suoi sostenitori lo considerano un eroe della libertà di informazione, ma se è un agente di Mosca tutto cambia.

La compagna di Julian Assange: «Così la Cia voleva ucciderlo, abbiamo le prove». Roberto Saviano Il Corriere della Sera il 16 Ottobre 2021. Intervista a Stella Moris, compagna del fondatore di WikiLeaks. «I legami con la Russia? Inesistenti, tirati fuori per distruggere la sua figura pubblica». L’ultima volta che ho incontrato Julian Assange è stato a Londra nell’ambasciata dove era rinchiuso, nel 2013; l’avevo trovato pieno di energie. Parlammo a lungo, parlammo dell’unica cosa di cui valeva la pena parlare, ossia della luce. Di come accendere la luce sui meccanismi del potere e come da sempre, da prima che Gutenberg inventasse i caratteri mobili della stampa, la luce sia l’unica possibilità che ci è data per controllarlo quel potere. Strapparne i meccanismi dal cono d’ombra, dall’angolo in cui talvolta si rifugia, per spingerlo sotto i riflettori così che tutti possano comprendere. È sempre questo stato il compito dei cercatori di libertà, dei filosofi d’ingaggio, dei dissidenti, dei ribelli, dei cronisti liberi. Raccontare il potere perché diffidano di qualsiasi potere. In quell’occasione, nell’ambasciata dell’Ecuador, c’era una fotografa, Nicol Vizioli, che ci scattava delle foto. Tutto sembrava dovesse svolgersi meccanicamente; la nostra conversazione, le foto di noi due da pubblicare a testimonianza dell’avvenuto incontro, quando Julian mi ferma il braccio, come a dire: aspetta: «Perché siamo così seri e tristi? Basta! Ridiamo». E così nasce questa foto che ci ritrae insieme, con Julian che mi abbraccia e noi due che ridiamo, felici. Io però risposi, perché ridere? Perché dobbiamo sorridere all’obiettivo? «Essere fieri delle scelte che abbiamo fatto», fu la sua risposta. «Sei davvero contento della tua scelta?», gli chiesi. Assange non mi rispose come mi aspettavo, con un imperativo sì. Articolò una risposta più rara: «Bisogna essere felici di avere vite straordinarie». Oggi Assange è in carcere. Parlo di Julian con la sua compagna Stella Moris, che sarà in Italia al Salone del Libro di Torino (sabato 16 ottobre, ore 15, Sala Rossa Padiglione 1) in occasione dell’uscita del libro di Stefania Maurizi, Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks. Insieme a Stella Moris e Stefania Maurizi ci sarà Riccardo Iacona. 

Come sta Julian Assange in questo momento? Dove è rinchiuso?

«È nel carcere più duro del Regno Unito: la prigione di Belmarsh. Quello di Julian è un caso particolarmente pericoloso, perché è la trasformazione in caso giudiziario di un conflitto politico, ma è rinviato a giudizio per avere pubblicato documenti e aver comunicato con fonti giornalistiche. Julian è stato incriminato per aver ricevuto e pubblicato dal suolo europeo documenti segreti del governo americano che il governo degli Stati Uniti non vuole vedere pubblicati. Se riconosciuto colpevole, rischia 175 anni di prigione. I documenti hanno permesso di rivelare, tra le altre cose, l’uccisione di due giornalisti della Reuters e di altri civili innocenti a Baghdad, la detenzione illegale dei detenuti di Guantanamo, le carneficine causate dalle guerre in Afghanistan e in Iraq, e documenti come i cablo della diplomazia americana. Questi documenti hanno un grande valore dal punto di vista politico, storico e legale e contengono, per esempio, prove di crimini di guerra. Gli Stati Uniti hanno ammesso sotto giuramento di non avere prove che una qualsiasi persona sia stata danneggiata da queste pubblicazioni. È la prima volta che gli Stati Uniti cercano di imprigionare un editore per il suo lavoro».

Perché Julian è in prigione oggi?

«Julian è in prigione perché le nazioni [implicate nel suo caso, ndr] hanno tradito i loro valori fondanti. WikiLeaks ha preso quei valori e li ha messi in pratica, testandoli. Nils Melzer, ha detto che il suo caso è, per molti versi, più grande dell’affaire Dreyfus. La persecuzione di Julian è anche la persecuzione di ciò che rappresenta la democrazia nella sua forma più autentica».

Cosa dovrebbe accadere perché possa tornare libero?

«Il Paese che sta cercando di estradarlo [gli Stati Uniti, ndr] ha pianificato di ucciderlo in modo stragiudiziale. La chiave per arrivare alla liberazione di Julian è piuttosto semplice: le leggi che esistono dovrebbero essere rispettate, invece che essere sovvertite. Seconda cosa: il governo americano dovrebbe difendere la libertà di stampa a livello globale, invece che approvare la persecuzione e l’incarcerazione di giornalisti, dissidenti e intellettuali pubblici. Ma non basta liberare Julian. Bisogna incriminare i responsabili delle azioni illegali della Cia contro Julian, contro lo staff di WikiLeaks e lo staff legale, condotte anche sul suolo europeo. Deve essere aperta un’inchiesta per andare a fondo della questione di quanto il tentativo di ammazzare Julian si è spinto lontano: cosa sapevano le autorità inglesi dei piani della Cia e fino a che punto erano disposte ad assecondarli? Quanto sapevano l’Australia e l’Ecuador? Chi altro volevano uccidere?».

Yahoo! News lo scorso settembre ha pubblicato un’articolata inchiesta firmata da Zach Dorfman, Sean D. Naylor e Michael Isikoff in cui rivela che nel 2017 la Cia, sfruttando gli uomini di una società che lavorava per la sicurezza dell’ambasciata dell’Ecuador, voleva rapire o assassinare Assange che, a quel tempo, viveva protetto come rifugiato proprio dentro l’ambasciata. Quali informazioni avete al riguardo?

«Dopo che Julian è stato arrestato nel 2019, alcuni informatori si sono fatti avanti per denunciare come l’azienda di security (la Uc Global), che doveva proteggere l’ambasciata e Julian, aveva ricevuto pagamenti dal principale finanziatore di Trump e di Pompeo, Sheldon Adelson (ormai scomparso) e che questa azienda faceva quello che diceva la Cia, all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador. El Pais ha pubblicato alcuni dettagli della vicenda, basati sulle testimonianze degli informatori. Le testimonianze davanti alla corte hanno rivelato che la Uc Global aveva discusso dei piani per avvelenarlo o rapire Julian nell’ambasciata. E ora, questa grande inchiesta di un team di giornalisti [di Yahoo! News, ndr], che hanno parlato con ex o attuali funzionari dell’intelligence americana, è riuscita a confermare che la Cia stava davvero cercando di lavorare a come ammazzare Julian nell’ambasciata. Hanno confermato che Mike Pompeo, che a quel tempo era il capo della Cia, aveva dato istruzioni alla sua agenzia di preparare “piani” o “opzioni” su come uccidere Julian. Quindi abbiamo conferme da entrambe le sponde dell’Atlantico che questo era stato seriamente pianificato. Essere stati in grado di confermare che la Cia, allora guidata da Mike Pompeo, aveva pianificato di uccidere un giornalista a Londra, è stato un grande scoop».

Mi rivolgo a Stefania Maurizi che è l’unica giornalista italiana a cui Julian Assange ha consegnato i database segreti di WikiLeaks, le chiedo il suo parere sul caso giornalistico e giudiziario di Julian Assange, soprattutto le domando cosa ne pensa delle campagne di delegittimazione che Assange avrebbe subito negli anni, prima tra tutte la percezione che fosse vicino a Putin, insomma un uomo che parlava di democrazia ma che poi si alleava ai suoi peggiori nemici.

«Quello che tu chiami “percezione” è, in realtà, il frutto di una lunga campagna di demonizzazione contro Julian Assange e WikiLeaks. Nel corso dell’ultimo decennio, ce ne sono state molte di queste campagne di delegittimazione: la prima in assoluto è stata quella delle “mani sporche di sangue”. Nel luglio del 2010, quando WikiLeaks iniziò a rivelare i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, il Pentagono accusò immediatamente lui e la sua organizzazione di avere le mani sporche di sangue, perché la loro pubblicazione avrebbe messo a rischio i traduttori e gli informatori afghani, che collaboravano con le truppe americane e della coalizione occidentale. Il Pentagono e la Cia crearono subito delle grandi task force di analisti dell’intelligence per passare al setaccio ogni singolo nome uscito da quei documenti e per cercare di scoprire se qualcuno di loro fosse stato ucciso o ferito o imprigionato a causa dell’uscita di quei nomi. La task force del Pentagono poteva contare su ben 100 esperti di intelligence. Sono passati 11 anni, non si è scoperto un solo esempio di persona uccisa, ferita o imprigionata. Subito dopo, nel 2010, prese il via anche quella contro l’Assange stupratore: 9 anni di supplizio che si sono chiusi in modo sconcertante, con i magistrati svedesi che hanno archiviato una volta per tutte l’indagine senza neppure andare a interrogarlo. Ad oggi, l’accusa di stupro gli rimane incollata addosso, sebbene non sia mai stato non dico condannato, ma neppure rinviato a giudizio».

La delegittimazione ossia l’omicidio civile di una persona, morale e non fisico, è la pratica preferita di democrazie, partiti, aziende, regimi. Ci dici qualcosa di più sull’accusa di stupro? Vogliamo, una volta per tutte chiarire come sono andate le cose?

«Per 9 anni Julian Assange è rimasto al centro di un caso di stupro in Svezia senza che mai le autorità svedesi si decidessero a incriminarlo — ovvero rinviarlo a giudizio per stupro e mandarlo a processo — oppure a scagionarlo una volta per tutte. Questo pantano giudiziario ha avuto un ruolo cruciale nella prolungata e costante demonizzazione di Julian Assange, nel privarlo dell’empatia dell’opinione pubblica mondiale, specie di quella fetta più sensibile alle rivelazioni dei documenti del governo americano sui crimini di guerra e sulle torture, perché, spesso, quella fetta coincide con quella più attenta ai diritti delle donne. Nel 2015, quando ormai Julian Assange aveva perso la libertà da 5 anni e il caso svedese rimaneva in uno stato di paralisi giudiziaria, mi sono resa conto che nessuno, tra le centinaia di giornalisti internazionali e locali che avevano scritto di Assange, aveva mai provato a chiedere i documenti sul caso per ricostruire i fatti in modo rigoroso. A quel punto ho chiesto la documentazione e le corrispondenze diplomatiche sul caso alle autorità di Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Australia. L’ho fatto completamente da sola: nessun giornale o media internazionale o locale era interessato a fare questo lavoro di duro giornalismo investigativo. Sono passati 6 anni da quando ho iniziato questa battaglia: sono ancora in tribunale a Londra, Stoccolma, New York, e in Australia. Sono rappresentata da 7 avvocati su 4 giurisdizioni. Quattro governi da ben 6 anni usano ogni risorsa legale per negare a una giornalista, completamente sola e con pochissime risorse, i documenti di questo caso: vuol dire che contengono cose importanti, come confermano i documenti che ho ottenuto finora e che hanno permesso di rivelare il ruolo delle autorità inglesi nel creare la paralisi giudiziaria-diplomatica che ha intrappolato Julian Assange».

Ma torniamo alla presunta vicinanza a Putin…

«Nel 2012 è partita la campagna contro Julian Assange “utile idiota del Cremlino”. Ricordo come fosse ieri come prese il via. Il fondatore di WikiLeaks aveva prodotto uno show chiamato The World Tomorrow, prodotto da una piccola azienda di documentari inglese. Nello show venivano intervistati personaggi che andavano: dall’attivista egiziano Alaa Abdel Fattah, che purtroppo oggi è detenuto nelle carceri del dittatore egiziano Sisi in condizioni terribili, fino all’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, e al leader di Hezbollah, Nasrallah. La televisione del Cremlino, Russia Today, acquistò la licenza per trasmettere lo show di Julian Assange, come anche l’acquistò il gruppo Espresso. Il Guardian usò parole di fuoco contro Julian Assange, accusandolo di essere l’utile idiota del Cremlino. Inutile spiegare che Russia Today aveva acquistato la licenza. E poco importa che, sulla Russia, WikiLeaks abbia pubblicato documenti come i cablo della diplomazia americana, che non raccontano solo la corruzione della Russia sotto Putin, ma vanno oltre: dipingono il Paese come uno Stato-mafia, in cui la criminalità organizzata è controllata dai servizi segreti russi, e fa quello che lo Stato non può fare in modo presentabile. È chiaro che potenze come Russia e Cina apprezzano e applaudono WikiLeaks, quando questa rivela i segreti dei loro avversari o li imbarazza davanti al mondo intero e si fregano le mani anche quando vedono come «l’Occidente libero» tratta Julian Assange, un giornalista che, dopo aver rivelato crimini di guerre e torture, non ha più conosciuto la libertà. Nessun governo ama veder rivelati i suoi sporchi segreti, e infatti nessuno ha mosso un dito per aiutare Julian Assange».

La stessa domanda pongo alla compagna di Assange. Stella, le chiedo direttamente, in questi anni Assange è sembrato vicino a Putin, poi ai governi populisti. Da un iniziale consenso che le sinistre (compresi i giornali) gli avevano dato ora (salvo eccezioni) sembra non avere più sostegno dalle stesse parti. Dove ha sbagliato secondo te Julian?

«Non ritengo che sia corretto suggerire che WikiLeaks piacesse solo a certi gruppi o a persone con un certo credo politico. Piace a diversi gruppi per ragioni diverse: agli storici e agli accademici, perché apprezzano gli archivi di documenti; agli avvocati e alle vittime, perché fornisce documenti a supporto delle loro cause; ai giornalisti perché rivela informazioni censurate, e così via. È più interessante riflettere su chi non ama WikiLeaks e perché. La risposta è, in parte, contenuta nelle rivelazioni di Yahoo! News. Per farla franca con l’assassinio di qualcuno, devi prima uccidere la sua figura pubblica. L’inchiesta di Yahoo! News rivela un attacco su più fronti messo in atto dalla Cia per “tirar giù” Wikileaks, e una parte importante di questo attacco era la disinformazione. Una delle parti più importanti dell’inchiesta di Yahoo! News è la rivelazione che, nei primi mesi del 2017, la Cia aveva concluso che WikiLeaks non aveva legami con la Russia. Ha dovuto inventarsi una nuova designazione per poter colpire WikiLeaks: la designazione “agenzia di intelligence ostile non statale”, proprio perché aveva concluso che WikiLeaks non aveva legami con nessuno Stato».

Nel 2020 Assange e sua moglie decidono di rendere pubblico non solo il loro legame ma anche l’esistenza di due bambini. Dopo anni di segretezza come mai avete deciso di rendere pubblica la vostra vita privata?

«Il clima all’interno dell’ambasciata era incredibilmente minaccioso, soprattutto verso la fine. A dicembre 2017, una delle guardie della security mi disse che non era più sicuro per il nostro bambino stare nell’ambasciata: gli era stato chiesto di rubare il pannolino del bambino ed era venuto da me perché moralmente disgustato dalle istruzioni che aveva ricevuto. Io temevo per la vita di Julian e anche per la mia, in quegli ultimi mesi. Dopo l’arresto di Julian, io avevo ancora molta paura per la nostra sicurezza, ma fu superata da una preoccupazione ancora più seria, quando è esploso il Covid. Julian era a grave rischio di contrarre il Covid in prigione, e così abbiamo fatto un appello urgente alla corte per chiedere che venisse rilasciato agli arresti domiciliari, e io mi sono appellata al giudice, chiedendo che permettesse a Julian di tornare a casa dai nostri bambini. Avevo chiesto che fosse mantenuto il mio anonimato, ma la corte rigettò la mia richiesta, e così sono stata costretta a diventare un personaggio pubblico».

Immagino sia difficilissimo crescere i vostri due bambini, Gabriel e Max, in queste condizioni. Guardando indietro, rimpiangete di avere messo in piedi una famiglia in condizioni tanto difficili? I vostri due bambini, Gabriel e Max, riescono a vedere il padre? E lei riesce a incontrare Julian?

«Il governo americano ha agito dietro le quinte per tenere Julian in una condizione prolungata in cui era un ostaggio dentro l’ambasciata. C’era una roccia solida al centro dei nostri mondi e quella roccia era il nostro amore reciproco, brillava per quanto era vero, puro e certo in un mare di fango. Non ho rimpianti, perché abbiamo creato una famiglia bellissima. E tutte le persone che si sono unite per aiutare a liberare Julian mi danno la forza e la convinzione che è solo questione di tempo, prima che staremo di nuovo insieme. È stato molto difficile durante il Covid, per tutti noi, ma a partire dall’estate, ci vediamo di nuovo frequentemente (ogni settimana)».

In una vita impossibile, in cui siete stati continuamente spiati e controllati, si può davvero avere anche solo una giornata di vita senza ansia e pressione?

«No, non è possibile. Rimangono sempre con me. È qualcosa che io devo gestire costantemente, ma ci riesco meglio quando sento che quello che sto facendo aiuta concretamente a riportare Julian a casa».

Lei ha seguito dal punto di vista legale il caso svedese delle accuse per stupro: che idea si è fatta di quella vicenda?

«È stato un vergognoso abuso del procedimento giudiziario. Julian non è mai stato rinviato giudizio, e i magistrati svedesi alla fine hanno chiuso il procedimento una volta che era servito allo scopo: attaccare la sua reputazione, negargli la possibilità di difendersi, mantenerlo privato della sua libertà per anni fino a quando gli Stati Uniti hanno desecretato il loro atto di incriminazione. Le Nazioni Unite hanno già stabilito, nel 2015, che il Regno Unito e la Svezia hanno agito in violazione delle leggi internazionali e che Julian era detenuto arbitrariamente nell’ambasciata».

L’Europa non ha fatto la sua parte. Cosa avrebbe potuto fare e cosa potrebbe ancora fare?

«L’Europa non è uno spettatore passivo. L’Europa è parte in causa sia come beneficiaria delle pubblicazioni di Julian sia come giurisdizione che ha l’obbligo di proteggere i diritti civili e politici di tutti gli individui. L’Europa ha beneficiato delle pubblicazioni di WikiLeaks, che hanno rivelato lo spionaggio dei leader europei e anche lo spionaggio economico contro la Banca centrale europea, la penetrazione dei partiti politici da parte della Cia, il sovvertimento dei procedimenti giudiziari in Germania, Spagna, Olanda, Danimarca, Svezia. WikiLeaks ha rivelato anche le intercettazioni del primo ministro italiano e dei suoi consiglieri. La Germania si è fatta sentire in modo forte con politici di varia estrazione che hanno formato un gruppo parlamentare che chiede la liberazione di Julian, così come Inghilterra e Francia. Anche le associazioni europee della stampa si sono schierate a suo favore. Poi ci sono iniziative al Consiglio d’Europa per chiedere la liberazione di Julian. C’è un forte supporto all’interno del Parlamento europeo, ma nell’insieme l’Unione Europea potrebbe fare di meglio, specialmente considerando che è una parte interessata e che il caso contro Julian è un attacco alla libertà di stampa e, più in generale, alla sovranità dell’Europa».

Perché Assange fa ancora paura?

«Alcune persone corrotte e potenti ce l’hanno con lui perché rappresenta ciò che loro temono della stampa. I potenti amano pensare di poter controllare la stampa. Julian ha sempre detto che quello che viene fatto a lui non riguarda davvero la sua persona, ma mira piuttosto a creare dei precedenti che servano a produrre una stampa servile e un’opinione pubblica ignorante e senza potere».

Quanti anni è rimasto rinchiuso in ambasciata? Quanti in prigione?

«Si trova incarcerato nella prigione di Belmarsh da oltre due anni e mezzo e rischia 175 anni di prigione, se estradato. È stato confinato nell’ambasciata da giugno 2012 fino all’11 aprile 2019, ma la gente dimentica che aveva perso la libertà prima: il 7 dicembre 2010, quando era stato arrestato e imprigionato a Wandsworth, la prigione dove era stato rinchiuso Oscar Wilde. Dopo 10 giorni, fu mandato ai domiciliari, sotto strette restrizioni, per un anno e mezzo, prima che si rifugiasse nell’ ambasciata. Nel suo provvedimento del dicembre 2015, il Working Group delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria ha stabilito che la sua detenzione arbitraria ha avuto inizio con il suo arresto il 7 dicembre 2010. La Svezia non l’ha mai rinviato a giudizio per nessun reato».

Cosa potrebbe accadere ad Assange se dovesse venire estradato?

«Se intende cosa vogliono fare gli Stati Uniti a Julian, la risposta è che vogliono seppellirlo vivo per il resto della sua vita, e non permettergli di parlare più o di essere visto in pubblico. La corte britannica ha già sentenziato [in primo grado, ndr] che la sua situazione è così seria e che è stato trattato già così male che se le corti inglesi dovessero ordinare la sua estradizione, questo porterebbe alla sua morte». 

Stella Moris, compagna di Julian Assange e madre dei suoi due figli, sarà in Italia ospite del Salone del Libro di Torino oggi alle ore 15 (Sala Rossa, Padiglione 1). Moris discuterà con Riccardo Iacona e Stefania Maurizi, autrice del libro «Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks» (Chiarelettere). Maurizi è la giornalista che in Italia ha diffuso i documenti di Wikileaks e partecipa come testimone al processo in corso a Londra

Il progetto svelato da Yahoo News. “La Cia voleva rapire e assassinare Assange”, il (presunto) piano contro il fondatore di Wikileaks. Redazione su Il Riformista il 27 Settembre 2021. La Cia voleva rapire ed eventualmente assassinare Julian Assange, il fondatore di Wikileaks. Il piano ‘datato’ 2017 è stato denunciato in una inchiesta pubblicata da Yahoo News e ripresa dai principali media internazionali. L’intenzione della Cia era di rapire Assange, giornalista e attivista australiano, dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove si era rifugiato nel 2012 chiedendo asilo politico in quanto perseguitato. Rapimento che era stato preso in considerazione dopo i report di intelligence che evidenziano il rischio di un tentativo di fuga dall’ambasciata  di Assange, col contributo dei servizi russi. Ad intestarsi la lotta contro Assange era in particolare Mike Pompeo, all’epoca segretario di Stato dell’amministrazione Trump. Ex capo della Cia, Pompeo a causa di Wikileaks aveva sofferto la più grave perdita di dati della sua storia. L’inchiesta di Yahoo News, citando conversazioni con oltre 30 ex funzionari dell’intelligence e della sicurezza degli Stati Uniti, sottolinea che erano stati richiesti “piani” e “opzioni” su come eseguire un’operazione di omicidio. Un pressing diventato più forte dopo la fuga di dati riguardanti gli strumenti di hackeraggio utilizzati dalla CIA, il rilascio di dati da parte di Wikileaks noto come ‘Vault 7‘, e i retroscena sull’inchiesta della mail del Partito Democratico statunitense durante la campagna elettorale del 2016, che avevano favorito la vittoria di Donald Trump. Pur trovandosi ancora rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador, tale circostanza non avrebbe scoraggiato Pompeo e i suoi funzionari. L’idea era quella di rapire Assange nella sede diplomatica ecuadoriana e portarlo negli Stati Uniti attraverso un paese terzo, la cosiddetta ‘rendition’. Un ex funzionario dell’intellige Usa sentito da Yahoo News ha descritto il piano come “irrompere nell’ambasciata, trascinare fuori Assange e portarlo dove volevano”. L’ex presidente Usa ha negato di aver mai preso in considerazione l’idea di uccidere il fondatore di Wikileaks: “È totalmente falso, non è mai successo”. Attualmente Assange è recluso nel carcere di massima sicurezza HM Prison Belmarsh di Londra. Nel gennaio 2021 il tribunale distrettuale britannico aveva negato la richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti a causa delle condizioni mentali del fondatore di Wikileaks: il regime di isolamento al quale sarebbe sottoposto negli Stati Uniti potrebbe portarlo al suicidio visto la sua depressione clinica. CHI E’ ASSANGE – Il nome di Assange, giornalista e attivista australiano, è ovviamente legato alla sua ‘creatura’, quella Wikileaks dove dal 2007 ad oggi sono stati pubblicati dietro la garanzia della massima protezione, milioni di file segreti di governi e apparati militari di mezzo mondo. Sul sito verranno caricati documenti riguardanti casi come la repressione cinese della rivolta tibetana, la repressione dell’opposizione in Turchia, la corruzione nei Paesi arabi e le esecuzioni sommarie della polizia in Kenya. Ma a far detonare il ‘caso Wikileaks’ sono, nel 2010, centinaia di migliaia di documenti sulle operazioni della coalizione internazionale in Afghanistan e in Iraq e in particolare dall’esercito statunitense, autore di violenze indiscriminate anche su civili. Materiale messo a disposizione dall’ex militare statunitense Chelsea Manning, imprigionata e poi scarcerata nel maggio 2017, presentato in una conferenza stampa dallo stesso Assange e poi messo a disposizione di diverse testate internazionali. Alla fine del 2010 la magistratura svedese lancia un mandato di cattura per le denunce di stupro da parte di due donne svedesi. Assange replica di aver avuto solo rapporti consenzienti e si consegna alla polizia britannica. Dopo i domiciliari e la libertà vigilata il programmatore si rifugia presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. È il 2012: Assange teme di essere estradato in Svezia e da lì negli Stati Uniti dove lo attende un processo per spionaggio. Assange resterà rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador fino al 2019, quando il presidente Lenin Moreno revoca la cittadinanza che gli aveva conferito il suo predecessore Rafael Correa. L’Ecuador consente quindi ad agenti della polizia metropolitana di Londra di entrare nell’ambasciata e prelevare Assange contro la sua volontà, senza rispettare il fatto che era in possesso della cittadinanza di quello Stato. Mentre il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti il 23 maggio 2019 aggiunge 17 capi di accusa – per 175 anni di carcere – a quello di pirateria informatica, Assange viene condannato da un tribunale di Londra a 50 settimane per la violazione della libertà vigilata quando Assange si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana. Il processo svedese invece si conclude il 19 novembre 2020: la magistratura scandinava abbandona l’indagine per violenza sessuale per mancanza di prove e il 4 gennaio 2021 la giudice Vanessa Baraitser, della corte penale londinese di Old Bailey, nega l’estradizione in quanto le “condizioni mentali di Julian Assange sono tali che sarebbe inappropriato estradarlo negli Stati Uniti” e potrebbero portarlo al suicidio. Ad oggi è detenuto esclusivamente a scopo preventivo, per garantire la sua presenza durante il processo di estradizione negli Stati Uniti in corso, un procedimento che potrebbe durare diversi anni.

Quel piano della Cia per rapire e assassinare Julian Assange. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 28 settembre 2021. Un clamoroso e spregiudicato piano – mai attuato – maturato ai tempi dall’amministrazione Trump per rapire e magari assassinare il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata su Yahoo News da tre giornalisti investigativi di grande fama, Zach Dorfman, Sean D. Naylor e Michael Isikoff. Nel corso del 2017, prima che – nell’aprile 2019 – il giornalista australiano venisse arrestato e poi incarcerato alla Her Majesty Prison Blemarsh e sulla sua testa pendessero fino a 175 anni di carcere per accuse di spionaggio e pirateria informatica, stava iniziando il suo quinto rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador, a Londra.

Donald Trump era stato eletto da pochi mesi e i funzionari della sua amministrazioni, si legge nell’inchiesta, erano impegnati in una lunga diatriba sulla legittimità e legalità di un’operazione che prevedeva il rapimento del fondatore di WikiLeaks. Alcuni funzionari della Cia e della Casa Bianca presero persino in considerazione l’idea di assassinare Julian Assange, al punto di richiedere una serie di “opzioni” su come farlo fuori. Il dibattito su questo piano segreto si è svolto “ai più alti livelli” dell’amministrazione Trump, spiega un ex funzionario che ha parlato con i tre giornalisti autori dell’inchiesta. Tali conversazioni, ha spiegato la fonte, facevano parte di una campagna senza precedenti della Cia contro WikiLeaks e il suo fondatore. I piani dell’agenzia includevano anche un’ampia attività di spionaggio sui soci di WikiLeaks, inclusa l’idea di seminare discordia tra i membri del gruppo e rubare i loro dispositivi elettronici.

La vendetta della Cia. All’inizio del 2017 WikiLeaks aveva cominciato a pubblicare migliaia di file segreti riguardanti l’agenzia (Vault 7). L’allora direttore della Cia fresco di nomina, Mike Pompeo – poi Segretario di Stato – voleva vendicare l’agenzia rispetto a quella che riteneva una figuraccia epocale e una fuga di notizie intollerabile. Fu proprio Pompeo uno dei promotori di questo piano mai messo in pratica dall’amministrazione Trump. “È tempo di chiamare WikiLeaks per quello che è veramente: un servizio di intelligence ostile non statale, spesso aiutato da attori statali come la Russia”, spiegò Pompeo dinanzi alla platea del Center for Strategic and International Studies di Washington, nel 2017. A quel punto gli 007 americani incaricati dal direttore della Cia stavano monitorando le comunicazioni e i movimenti di numerosi membri del personale di WikiLeaks, inclusa la sorveglianza audio e visiva dello stesso Assange, secondo quanto riferito da alcuni ex funzionari. L’America stava segretamente spiando Assange, in attesa delle sue mosse. Mentre si vociferava di un possibile soccorso russo e di una fuga a Mosca del giornalista australiano, la Cia e la Casa Bianca iniziarono a prepararsi a una serie di possibili scenari che, come in un classico film d’azione Hollywodiano, includevano rocamboleschi inseguimenti in auto e potenziali scontri a fuoco con agenti del Cremlino per le strade di Londra. La convinzione degli americani è che Assange stesse per fuggire dall’ambasciata con l’aiuto di Mosca, a breve. Ed è lì, fuori dall’ambasciata, che lo avrebbero preso e intercettato. “Avevamo tutti i tipi di motivi per credere che stesse pensando di andarsene da lì”, ha spiegato un ex alto funzionario dell’amministrazione Trump. Lo stesso presidente americano fu informato dall’agenzia che un eventuale cattura di Assange avrebbe avuto risvolti politici internazionali potenzialmente anche molto gravi. Il piano, tuttavia, non andò mai in porto. 

Dall’ambasciata dell’Ecuador al carcere. Julian Assange ottenne asilo politico e protezione sotto la presidenza di Rafael Correa. Come già evidenziato da InsideOver, tutto cambiò con l’elezione del suo successore Lenin Moreno, il quale accusò ben presto Assange di aver “ripetutamente violato” i termini dell’asilo nell’ambasciata dell’Ecuador dove era rinchiuso dal 2012. Una settimana dopo le dichiarazioni di Mike Pompeo su WikiLeaks, l’allora procuratore generale Jeff Sessions annunciò che arrestare Julian Assange era una “priorità”. Secondo quanto riferito dal New York Times, il dipartimento di Giustizia stava lavorando a un memorandum che conteneva possibili accuse contro Wikileaks e Assange. Il 20 ottobre 2017, Mike Pompeo paragonava Wikileaks ad al-Qaida e allo Stato Islamico (Isis). L’amministrazione Trump prese poi una posizione sempre più aggressiva nei confronti di Assange e del governo Moreno. Il Sottosegretario agli Affari Politici Thomas A. Shannon Jr. visitò l’Ecuador a febbraio 2018, e fu seguito a marzo dal vice comandante del Comando Sud degli Stati Uniti, il generale Joseph DiSalvo, il cui compito era discutere la cooperazione di sicurezza con il leadership militare ecuadoriana. Il giorno dopo la visita di Di Salvo, il governo di Quito prendeva la sua prima azione importante per ridurre la libertà di Assange presso l’ambasciata di Londra. Secondo l’Ecuador, Assange aveva violato un impegno scritto, sottoscritto nel dicembre 2017, di non “emettere messaggi che implicavano interferenze nei confronti di altri stati”. La conseguenza fu che i funzionari ecuadoriani interruppero il suo accesso a Internet e vietarono ogni visita. La dichiarazione del governo alludeva all’incontro di Assange con due leader del movimento indipendentista catalano. Gli Usa, consci della difficile economica dell’Ecuador, soprattutto dopo la visita nel Paese dei funzionari del Fondo Monetario Internazionale, nell’estate 2018 fecero ulteriori pressioni sul governo di Lenin Moreno, sino a quando no fu ritirato l’asilo politico che lo aveva tutelato per anni. Oggi Assange è detenuto in un carcere di massima sicurezza inglese, per via di una sua possibile – quanto improbabile – fuga, in attesa che Washington prepari l’appello contro la sentenza che lo scorso 4 gennaio ne ha vietato l’estradizione.

 

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'1 settembre 2021. Riccardo Iacona ha sposato in tutto e per tutto la tesi di chi sostiene che Julian Assange, fondatore della piattaforma WikiLeaks, sia un eroe, che il processo contro di lui sia il più grande scandalo giudiziario della storia, paragonabile solo al caso Dreyfus, che il giornalista australiano si sia immolato nel nome della libertà di stampa: «Presadiretta», Rai3, lunedì. Nessuna voce a sollevare qualche dubbio, anzi in qualche momento ho avuto l'impressione della totale identificazione fra Assange e Iacona (qualcosa del genere era già successo con Ale Di Battista). Come fossimo ancora ai tempi dei leak del dipartimento di stato, quelli di Chelsea Manning, quando Assange appariva un paladino della libertà di stampa agli occhi di chi era contrario alla guerra in Iraq e di chi credeva nell'idea della trasparenza assoluta. Non che gli Usa non abbiano combinato guai nelle loro azioni in risposta all'attacco delle Torri Gemelle, ma Iacona ha evitato qualsiasi accenno alla forte simpatia di Assange per i governi autoritari, dalla Russia ai regimi latinoamericani, al ruolo di Wikileaks nella campagna di disinformazione della Russia nei confronti di Hillary Clinton. Va bene ascoltare la giornalista Stefania Maurizi o la moglie di Assange, ma forse Iacona avrebbe potuto fare lo sforzo di leggere qualche pagina del libro di Andrew O' Hagan, «La vita segreta», 2017, per farsi venire qualche dubbio. Assange è descritto come un piccolo despota, incoerente, bugiardo, viziato, paranoico, una sorta di rovescio grottesco delle istituzioni che attacca. Gli Usa hanno emesso una richiesta di estradizione per cospirazione nella violazione di un sistema informatico del governo americano: l'accusa è riferita al 2010, quando Chelsea Manning chiese aiuto ad Assange per violare la password di un computer del dipartimento della Difesa. L'hackeraggio è grande giornalismo?

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'8 settembre 2021. Per aver messo in discussione la puntata di «Presadiretta» (Rai3) dedicata a Julian Assange, ho ricevuto alcuni rilievi da Adriano Sofri e da Peter Gomez. Per loro, diversamente da quello che avevo sostenuto, quello di Assange è buon giornalismo. La mia critica si fondava su due punti essenziali. Il primo: il servizio di Riccardo Iacona era tutto in difesa di Assange, senza una sola voce contraria (il che non mi pare buon giornalismo). Il secondo: a differenza di Iacona, non sono convinto che Assange vada celebrato come un eroe dell'informazione libera e diretta, scevra dai filtri manipolatori dei media tradizionali e dei governi. Alla mia domanda se l'hackeraggio sia grande giornalismo, sia Sofri che Gomez rispondono di sì, a patto che il fine giustifichi i mezzi (alla machiavellica ragion di Stato si sostituisce una nuova, fantomatica ragion di Verità). Ma è giornalismo quello di Assange? Come hanno scritto Eugenio Cau e Paola Peduzzi, «Assange non ha mai fatto giornalismo d'inchiesta. Il metodo Wikileaks consisteva nel riversare masse di documenti segreti o riservati online, senza vaglio e senza contesto. È il contrario del giornalismo, e a causa di questo metodo Edward Snowden, il leaker della Nsa, ha avuto non poche discussioni con Assange. A chi oggi definisce Assange come «giornalista», andrebbe ricordato che lui stesso ha sempre preferito farsi definire come attivista (lo disse a Brian Stelter nel documentario «Page One», per esempio), e in quanto tale Assange ha sempre perseguito un'agenda politica» ( Il Foglio , 13 apr 2019). Con i documenti riservati provenienti dalla Russia, Assange è stato molto più cauto e selettivo, senza mai invocare la libertà di stampa. Ha usato la «trasparenza» a fasi alterne come, per esempio, nella campagna contro Hillary Clinton, non priva di conseguenze. Insomma, mi pareva ci fossero buoni motivi per non santificarlo su una rete del servizio pubblico italiano. Tutto qui.

Adriano Sofri per “il Foglio” l'8 settembre 2021. Ho un supplemento alla Piccola Posta sul programma di Iacona (ed Elena Marzano, Elisabetta Camilleri e Massimiliano Torchia) dedicato ad Assange, dopo aver letto l’autorevole recensione di Aldo Grasso per il Corriere. (…) Ho un’obiezione: l’eventuale parzialità o faziosità o peggio di Assange può essergli addebitata se si sia tradotta nel silenzio o nella reticenza sulle malefatte russe o di altre cattive compagnie, ma non riduce di un millimetro l’interesse dei chilometri di rivelazioni sulle malefatte degli Usa (e di altri numerosi stati e dei loro Servizi), se risultino veridiche. (...) L’hackeraggio che mette a disposizione del pubblico mondiale documenti autentici del modo di azione illegale e sleale degli stati, tanto più di quelli che si vogliono democratici, e dei loro servizi segreti, è una fonte formidabile di giornalismo, come mostra l’uso che ne hanno fatto il New York Times, il Guardian, lo Spiegel, il Monde e il Pais, e tanti altri. Wikileaks ha replicato all’argomento dei rischi cui le rivelazioni esporrebbero informatori e militari sul campo, che non c’è stato un solo caso in cui si siano realizzati. Infine, vorrei richiamare un dettaglio che a Grasso dovrebbe piacere, affascinante come un dilemma di filosofi sofisti: come si considererà l’hackeraggio che permette di svelare la registrazione permanente, segreta e illegale, dei movimenti e delle parole di Assange e dei suoi interlocutori nel ripostiglio dell’ambasciata ecuadoregna, lungo anni (e infine pubblicata dal Pais)? Chi ha spiato chi? Somiglia un po’ al paradosso del mentitore, no? Potremmo forse concordare che, simpatia o antipatia di Assange, c’è un uomo in una galera inglese minacciato di una galera senza scampo americana contro il quale sta la potenza accanita degli Stati Uniti e della loro influenza, fatta pesare platealmente. Non i soli Stati Uniti, ma mezzo mondo contro Julian Assange: sembra una buona ragione per mettere il proprio peso di piume sul suo piatto della bilancia.

Estratto dell'articolo di Peter Gomez per ilfattoquotidiano.it l'8 settembre 2021. (...) Grasso è un critico televisivo. E per noi la critica è sacra. Anche la sua. Se la trasmissione non gli è piaciuta, ha tutto il diritto di scriverlo. Noi non condividiamo, ma registriamo il punto di vista. Facciamo però qui notare che le eventuali, e tutte da dimostrare, pecche umane di un giornalista come Assange non possono essere il metro di valutazione del suo lavoro, a meno che non si voglia dare ragione al filosofo francese Paul Valéry secondo cui “Quando non si può attaccare un ragionamento, si attacca il ragionatore”. Il motivo per cui Fatti Chiari ha deciso di occuparsi della critica di Grasso è però un altro. Il suo articolo, dopo aver ricordato che Assange è accusato negli Usa di “cospirazione nella violazione di un sistema informatico” (i famosi documenti segreti sulla “guerra al terrore”), si conclude con una domanda: “L’hackeraggio è grande giornalismo?”. L’interrogativo merita risposta: sì, è grande giornalismo se, come in questo caso, i documenti smascherano le bugie di chi è al potere. È grande giornalismo se, come in questo caso, i documenti hanno un interesse pubblico perché dimostrano quanto chi era al potere abbia mentito sull’Afghanistan e l’Iraq. Assange è privato della libertà dal 2010 ed è detenuto in un carcere di massima sicurezza dal 2019. Cittadini e giornalisti di tutto il mondo, non necessariamente pacifisti come scrive Grasso, riconoscono che quelli di WikiLeaks sono stati tra i più grandi scoop della storia. E la pensano così pure tanti colleghi americani convinti che anche per Assange valga la celebre sentenza della Corte Suprema, che non sanzionò il New York Times per aver pubblicato nel 1971 i Pentagon Papers, un rapporto segreto sull’inizio della guerra del Vietnam, scatenata, al pari di quella in Iraq, sulla base di una bugia. Una sentenza in cui si legge: “Soltanto una stampa libera e senza limitazioni può svelare efficacemente l’inganno del governo. E di primaria importanza tra le responsabilità di una stampa libera è il dovere di impedire a qualsiasi parte del governo di ingannare le persone”. Fatti Chiari non è una rubrica pacifista. Chi scrive, dopo l’attentato alle Due Torri, era contrario alla guerra in Iraq, ma era favorevole (sbagliandosi) a quella in Afghanistan, perché quel Paese nascondeva Bin Laden. Fatti Chiari però ricorda i Pentagon Papers e pensa che Assange sia un paladino della libertà di stampa. Il fatto che Grasso, come altri, sospetti un ruolo dei russi nella successiva pubblicazione da parte di WikiLeaks delle email di Hillary Clinton, che contribuirono alla vittoria di Donald Trump nelle elezioni del 2016, non sposta di una virgola questo giudizio. Perché quelle email erano autentiche e dimostravano il supporto all’Isis, sotto lo sguardo Usa, da parte di Arabia Saudita e Qatar. Erano una notizia vera che gli elettori avevano il diritto di conoscere. #freeassange

Il programmatore e giornalista australiano. Chi è Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks che gli USA vogliono estradare per spionaggio. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Agosto 2021. Julian Assange è incarcerato alla Her Majesty Prison Blemarsh di massima sicurezza a Londra e sulla sua testa pendono fino a 175 anni di carcere per accuse di spionaggio e pirateria informatica. È un giornalista, programmatore e attivista australiano, cofondatore e caporedattore di WikiLeaks. È diventato un personaggio emblematico e rappresentativo degli anni ’10: per alcuni un impostore, per altri un potenziale Premio Nobel per la Pace per la sua attività di informazione e trasparenza. Questa (a grandissime linee) la storia di un personaggio simbolico e controverso di questi anni – e dal finale ancora aperto – che concentra paradossi e sfide e interrogativi di questa epoca: sulla politica, la Giustizia e il giornalismo.

L’uragano WikiLeaks. Il nome di Assange è indissolubilmente legato a quello di WikiLeaks: sulla piattaforma, dove ha garantito alle fonti la massima protezione informatica, ha pubblicato fino a dieci milioni di “leak” tra informazioni riservate e documenti segreti di governi e apparati militari. I documenti hanno riguardato tra gli altri casi la repressione cinese della rivolta tibetana, la repressione dell’opposizione in Turchia, la corruzione nei Paesi arabi e le esecuzioni sommarie della polizia in Kenya. L’obiettivo principale però sono sempre stati gli Stati Uniti. WikiLeaks viene registrato nel 2006 e nel 2007 pubblica il manuale per le guardie carcerarie di Guantanamo. Al 2010 risale il cablegate: grazie alla fuga di notizie messa in atto dall’ex militare statunitense Chelsea Manning – imprigionata e poi scarcerata nel maggio 2017 – e alla collaborazione con diverse testate internazionali vengono pubblicati centinaia di migliaia di documenti sulle operazioni della coalizione internazionale in Afghanistan e in Iraq – e quindi di violenze indiscriminate anche su civili. Il materiale viene presentato in una conferenza stampa dallo stesso Assange. È a questo punto che il programmatore australiano diventa un personaggio ma anche un esempio e un bersaglio.

L’ambasciata dell’Ecuador. Alla fine del 2010 la magistratura svedese lancia un mandato di cattura per le denunce di stupro da parte di due donne svedesi. Assange replica di aver avuto solo rapporti consenzienti e si consegna alla polizia britannica. Dopo i domiciliari e la libertà vigilata il programmatore si rifugia presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra. È il 2012: Assange teme di essere estradato in Svezia e da lì negli USA. Il quotidiano spagnolo El Pais, su quei giorni, pubblicherà un’inchiesta scoop sullo spionaggio americano, tramite la società di sorveglianza UC Global, ai danni del programmatore. La cittadinanza ecuadoriana gli viene concessa dal Presidente Rafael Correa e revocata dal neo-eletto Lenin Moreno. L’11 aprile 2019 la polizia britannica entra nell’ambasciata e preleva Assange. Stella Morris, legale e compagna di Assange, assicura a Stoccolma che il programmatore è disposto a collaborare a condizione che venga scongiurata l’estradizione negli Stati Uniti. Intanto arriva una condanna di un tribunale di Londra, a 50 settimane, per la violazione della libertà vigilata quando Assange si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana mentre il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti il 23 maggio 2019 aggiunge 17 capi di accusa – per 175 anni di carcere – a quello di pirateria informatica. Il sospetto agitato dagli statunitensi è che il fondatore di WikiLeaks sia un collaboratore della Russia – anche perché nel 2013 consiglia al whistleblower dell’Nsa americana Edward Snowden di rifugiarsi a Mosca.

L’estradizione. Ancora lontana una resa dei conti, tuttavia: il 19 novembre 2020 la magistratura svedese, per mancanza di prove, abbandona l’indagine per violenza sessuale e il 4 gennaio 2021 la giudice Vanessa Baraitser, della corte penale londinese di Old Bailey, nega l’estradizione in quanto le “condizioni mentali di Julian Assange sono tali che sarebbe inappropriato estradarlo negli Stati Uniti” e potrebbero portarlo al suicidio. Baraitser ha citato i diversi rapporti psichiatrici che hanno diagnosticato ad Assange la sindone di Asperger e una “grave depressione” causata dalla reclusione. Durante le udienze che si erano svolte nel mese di ottobre 2020 tra gli effetti personali del fondatore di WikiLeaks era stata trovata e confiscata una “mezza lama di rasoio”. Washington ha annuncia subito ricorso. Il relatore delle Nazioni Unite sulla tortura, Nils Melzer, a novembre 2020, aveva rinnovato l’appello per l’immediata liberazione di Assange e per il trasferimento ai domiciliari evidenziando “tutti i sintomi tipici di un’esposizione prolungata alla tortura psicologica”. “Non è una vittoria della libertà di stampa. Al contrario, il giudice ha detto chiaramente di credere che ci siano motivi per perseguire Assange per la pubblicazione dei documenti”, ha osservato su Twitter l’avvocato e giornalista statunitense Glenn Greenwald, fondatore di The Intercept che ha pubblicato una serie di articoli sul Guardian sui programmi segreti di intelligence a partire dalle rivelazioni di Snowden. “Julian non vede i suoi figli da ottobre – ha detto Stella Morris a Riccardo Iacona, conduttore e autore di Presa Diretta, tramissione di Rai3, per la puntata Julian Assange – Processo al giornalismo – da quando la prigione è stata chiusa per il Covid. Io non dico ai bambini che il loro padre è in prigione. Perché quando gli insegnerò che cos’è una prigione, gli dirò che è un posto dove finiscono i criminali, persone cattive che fanno cose cattive, non gli uomini buoni che hanno fatto cose buone. È in una cella di nove metri quadrati. Ed e lì da due anni e mezzo. Ed ora siamo arrivati al punto che ci sono solo due strade: o Julian riacquista la libertà o muore. E se muore, non è perché si è suicidato, è perché lo hanno ucciso”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 14 settembre 2021. «Per alcuni membri selezionati della nostra comunità, non applichiamo le nostre politiche e i nostri standard. A differenza del resto della nostra comunità, queste persone possono violare i nostri standard senza conseguenze». Facebook ha concesso a 5,8 milioni di utenti vip in tutto il mondo – persone di spicco nella politica, nell’industria, nello sport, nello spettacolo – di violare sistematicamente le regole che la piattaforma si è data (e tanto ha reclamizzato) per limitare l’odio, il revenge porn, le discriminazioni, di genere e religiose. In sostanza, vip e potenti hanno potuto fare, negli anni precedenti al 2019, quello che gli pareva sulla piattaforma – comprese cose che ad altri sarebbero costate immediata censura, o chiusura dell’account nei casi più gravi. Lo dimostrano una serie di documenti interni che sono stati leakati da un whistleblower e pubblicati in parte dal Wall Street Journal. Nei documenti – che abbiamo in parte potuto consultare – si leggono ammissioni inquietanti, all’interno dell’azienda: «Nella realtà non stiamo facendo ciò che diciamo di fare pubblicamente», «è la prassi che Facebook faccia eccezioni per i soggetti potenti», «questo problema è pervasivo e tocca quasi ogni area dell'azienda». C’è anche una lista, chiamata “X-Check”, di persone e account Vip esenti da pratiche di moderazione dei contenuti standard, e dalle linee guida sui termini di servizio. Stando a quando risulta a La Stampa, al di sopra delle regole c’erano anche politici europei e italiani, di cui non conosciamo però l’identità. Più i soggetti erano capaci di influenzare e rappresentare «un rischo di pubbliche relazioni» per l’azienda, più venivano favoriti i loro comportamenti anche scorretti, o pericolosi, o che potevano polarizzare e istigare alla violenza. Si tratta di una delle rivelazioni più importanti sulle pratiche da correggere dentro Facebook, che potrebbero aver riguardato anche processi elettorali e politici in Italia. Tra i vip inseriti totalmente esentati da controlli figurano personaggi politici come l'ex presidente americano Donald Trump e suo figlio Don jr, Candace Owens, la senatrice radical Elizabeth Warren, calciatori come  l’asso brasiliano Neymar, e lo stesso Mark Zuckerberg. A Neymar, per fare solo un esempio, fu concesso di pubblicare revenge porn (foto di lei nuda) sulla donna che lo aveva accusato di stupro. Il post fu lasciato un giorno intero sulla piattaforma, i moderatori dei contenuti furono bloccati e fu impedita la rimozione, e quando alla fine il post fu rimosso, era stato già visto da 56 milioni di persone. Una modalità classica anche per episodi di grave disinformazione politica, o di violenze etniche e razziali. L’infame post di Trump inneggiante alla violenza di alcuni degli agenti di polizia americani («when the looting starts, the shooting starts», «quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare») è stato uno dei casi più gravi. Un manager di Facebook segnalò immediatamente che il post raggiungeva 90 punti su 100 nella classifica di quelli considerati violenti, «cosa che indicava un’alta probabilità che violasse le regole della piattaforma». Ma non fu rimosso. Secondo un audit disposto proprio da Menlo Park nel 2019, il problema era «pervasivo, riguardante quasi ogni area dell’azienda», e tale da «porre numerosi rischi legali, di conformità e di legittimità». L’Oversight Board di Facebook – l’organismo di controllo che riunisce professori, giuristi ed esperti, ma è stato nominato proprio, paradosso, dall’azienda – ha emesso una dichiarazione che appare piuttosto debole: «Abbiamo espresso in più occasioni preoccupazione per la mancanza di trasparenza nei processi di moderazione dei contenuti di Facebook, in particolare in relazione alla gestione incoerente degli account di alto profilo da parte dell'azienda. Il Board ha ripetutamente raccomandato a Facebook di essere molto più trasparente in generale, inclusa la gestione di account di alto profilo, garantendo al contempo che le sue politiche trattino tutti gli utenti in modo equo». Nulla più che l’ennesima, generica raccomandazione. Andy Stone, portavoce di Facebook, risponde che proprio «i documenti di Facebook citati indicano la necessità di cambiamenti che sono in realtà già in corso nella nostra azienda. Abbiamo nuovi team, nuove risorse e una revisione del processo che è un flusso di lavoro esistente in Facebook». Segno che però negli anni bui del populismo trionfante nel mondo, ai politici è stato concesso di fare qualunque cosa – compreso probabilmente l’uso di cordinazione inautentica nel network. In Italia, ne sappiamo qualcosa.

Giovanni Sofia per tag43.it il 30 agosto 2021. Twitter, Facebook e più in generale i social network. Ci stanno provando i talebani a trasferire attraverso il web un messaggio diverso rispetto a quello diffuso dalla narrazione internazionale. Un tentativo tanto insolito, quanto complicato, data la decisione diverse piattaforme di vietare la diffusione di messaggi ai nuovi governatori dell’Afghanistan. Emerge comunque nitida l’inversione di tendenza rispetto al passato, quando l’uso della Rete tra gli studenti di Dio era opzione non contemplata. Un atteggiamento evidente anche nella critica rivolta a Mark Zuckerberg dal portavoce del gruppo Zabihullah Mujahid, durante la prima conferenza pubblica del nuovo governo. In quell’occasione, i talebani non hanno lesinato accuse all’Occidente, colpevole di farsi garante della libertà di parola, ma di smentirla nei fatti. Tali sarebbero valutate le chiusure dei profili, da Facebook e WhatsApp. C’è di più, perché se i talebani non vogliono gli americani nel Paese è pur vero che ne attingono a piene mani la tecnologia. A testimoniarlo, su tutti, gli account Twitter, non verificati, di numerosi esponenti di punta del gruppo. Tra loro, Mujahid e Suhail Shaheen, bacini da oltre 300 mila follower. «Le varie piattaforme di social media e le applicazioni di messaggistica hanno avuto un ruolo cruciale nella strategia mediatica dei talebani», ha affermato alla Cnn Weeda Mehran, docente ed esperto di Afghanistan presso l’Università di Exeter, nel Regno Unito, che si concentra sulla propaganda dei gruppi estremisti. Finora, infatti, gran parte dell’attenzione del gruppo è stata rivolta alla creazione di un’immagine più sana, meno brutale se paragonata al primo governo. «In questo senso Facebook e Twitter diventano e fondamentali, sia in ambito interno che nelle relazioni di politica estera», ribadisce Safiya Ghori-Ahmad, direttore della società di consulenza politica McLarty Associates ed ex consigliere del Dipartimento di Stato per l’Afghanistan. «Un ribaltamento dovuto al gran numero di smartphone oggi presenti nel Paese e alla conseguente proliferazione di app e social». L’attuale “simpatia” dei talebani verso media e tecnologia, come accennato, è in netto contrasto con quanto accadeva a cavallo fra gli Anni 90 e 2000. Allora vigeva il divieto non solo di utilizzare la televisione, ma anche il neonato web. Una decisione drastica, giustificata dalla volontà di contrastare apertamente «cose sbagliate, oscene, immorali e contro l’Islam». Eppure da lì a poco sarebbe cominciata la rivoluzione tech. Secondo Mehran, i talebani cominciarono ad avvicinarsi alla Rete proprio dal 2001, con l’estromissione dal potere. In quegli anni pubblicavano video e condividevano i primi messaggi online. Successivamente, la naturale evoluzione è stata quindi la scoperta di piattaforme come Facebook, Twitter, WhatsApp e Telegram. Una svolta impossibile senza la capillare diffusione di internet, concretizzatasi progressivamente in tutto l’Afghanistan. Nel 2019, il Paese contava quasi 10 milioni di persone in grado di navigare sul web, oltre il doppio (23 milioni) possedeva un cellulare. L’89 per cento degli afghani, poi, poteva già accedere ai servizi di telecomunicazione. Sono gli ultimi dati disponibili del ministero delle Comunicazioni e dell’informatica del Paese che conta, secondo alcune stime, 3 milioni di account Facebook. Numeri importanti che spiegano anche perché piuttosto che vietarli, i talebani stiano cercando delle soluzioni per aggirare la censura da social. Non esattamente un’impresa semplice dato il controllo stringente di Facebook, Instagram e WhatsApp, che proprio di recente ha chiuso oltre a molti account anche una linea di assistenza talebana. D’altronde, afferma la società di Menlo Park: «I talebani sono sanzionati come organizzazione terroristica secondo la legge degli Stati Uniti e li abbiamo banditi dai nostri servizi conformemente alle politiche sulla Dangerous Organization». Lo stesso vale per WhatsApp: «Abbiamo il dovere di omologarci alle norme americane sulle sanzioni, che includono il divieto per account che riconducono talebani». Anche YouTube ha ribadito che continuerà a chiudere gli account gestiti dai talebani. Rimane Twitter che non ha bandito gli account talebani, ma ha come priorità assoluta proteggere la sicurezza degli utenti «per cui rimaniamo vigili». Stagliate simili premesse «appare improbabile che i talebani spingano per una dismissione di internet dall’Afghanistan», ha aggiunto Ghori-Ahmad. In un tira e molla del genere, uno spartiacque decisivo potrebbe essere rappresentato dal riconoscimento del nuovo governo afgano da parte della comunità internazionale: «Se ciò accadesse, sarebbe difficile per Facebook e YouTube giustificare l’esclusione del gruppo militante dalla piattaforma», spiega Mehran. Il vero problema per i talebani, tuttavia, potrebbe non essere ciò che dice il gruppo, ma la libertà che ne deriverebbe per la popolazione. Il dissenso negli ultimi giorni ha viaggiato veloce online, con video delle proteste per le strade di Kabul che hanno raccolto grande solidarietà nel mondo. Non è da escludere che per frenarla i talebani limitino l’accesso a Internet nel Paese. «Guardando al futuro, vorranno certamente usare la tecnologia per i propri scopi di propaganda e pubbliche relazioni», ha affermato Madiha Afzal, membro del programma di politica estera della Brookings Institution. «Ma ora che hanno preso il controllo dell‘Afghanistan, con ogni probabilità vorranno contemporaneamente limitare l’accesso ai social media alla popolazione. Piattaforme come Twitter e WhatsApp dovranno capire come affrontare la propaganda dei talebani, cercando comunque garantire l’utilizzo degli strumenti alla gente comune». Che nell’idea degli studenti di Dio, dovrebbe essere comunque conforme alla legge islamica. Le app, dal canto loro ci stanno provando. Twitter è concentrata sulla rimozione dei contenuti più vecchi e sulla sospensione temporanea degli account, nel caso in cui gli utenti afghani non siano in grado di accedervi. Si tratta di post che potrebbero, infatti, prestare il fianco alle ritorsioni dei talebani. LinkedIn «ha preso alcune misure temporanee, come limitare la visibilità delle connessioni e aiutare i membri nel Paese a nascondere i propri profili». Precauzioni fondamentali, perché sebbene il nuovo governo tenda a proiettare un’immagine di sé più moderata, non ci sono garanzie che l’atteggiamento duri nel tempo.

"Portavoce dei talebani fa propaganda su Twitter. Trump bannato a vita". Francesca Galici il 16 Agosto 2021 su Il Giornale. Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid fa propaganda su Twitter mentre Trump è stato bannato: è polemica per il metro di valutazione. Il caos in Afghanistan avrà conseguenze sull'Occidente già nel medio periodo. Il Paese è piombato in una delle sue notti più nere e le immagini che arrivano da Kabul sono inquietanti. La classe dirigente ha già lasciato il Paese mentre per i civili non ci sono voli commerciali per uscire dall'Afghanistan. Gli unici aerei autorizzati al decollo sono quelli militari e talmente è grande la paura che qualcuno ha addirittura pensato di aggrapparsi alla fusoliera dei velivoli in decollo. Immagini scioccanti che fanno da contraltare alle dichiarazioni social di Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, libero di effettuare la sua propaganda su Twitter. Mentre Zabihullah Mujahid può spiegare via Twitter che "tutti dovrebbero restare a Kabul con piena fiducia" nonostante chiunque sia a conoscenza di cosa significhi l'insediamento dei talebani in Afghanistan, all'ex presidente degli Stati Uniti d'America è stato vietato in modo permanente di crearsi un account social. Una sostanziale differenza di trattamento sulla quale ora in tanti lamentano una discriminazione ingiustificabile. Anche Giorgia Meloni in queste ore ha voluto mettere l'accento su questo aspetto attraverso un post condiviso su Twitter: "Il profilo Twitter del portavoce dei talebani è attivo e funzionante, svolge le sue funzioni di propaganda e agisce da megafono per gli integralisti islamici in Afghanistan. Donald Trump (ex Presidente degli Stati Uniti) invece è stato bannato a vita da Twitter. Pazzesco". Un pensiero condiviso da molti, che accusano i social network di avere "stabilito chi sono i buoni e chi i cattivi". Giorgia Meloni sulla questione afgana ha le idee molto chiare e guarda la situazione in ottica futura con una forte critica all'operato del democratico Biden: "Disastrosa gestione del dossier Afghanistan da parte dell'amministrazione democratica Biden. I talebani riprendono con estrema facilità Kabul e l'intera nazione afgana, entrando anche in possesso di armi e mezzi occidentali. Gli alleati locali dell'Occidente abbandonati al loro destino. Una figuraccia per tutto l'Occidente che fomenterà gli integralisti e che avrà gravi ripercussioni anche per la nostra sicurezza. Peggio di così non era proprio possibile fare. Diamo il ben tornato alla cinica dottrina Obama - Clinton - Biden: 'Se non puoi vincere, crea caos'".

Quindi, tramite Facebook, Giorgia Meloni ha dichiarato: "20 anni di diritti e di conquiste cancellati in un batter d'occhio. Un futuro costruito con enormi sacrifici, che non esiste più. È un fallimento dell'intero occidente causato dalla disastrosa gestione del disimpegno dall'Afghanistan maldestramente completato dall'amministrazione Biden. Il tutto nel quasi totale silenzio dei sedicenti paladini delle libertà".

Paradosso Instagram, vuole colpire i talebani ma censura i reporter sul campo. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 2 settembre 2021. La multinazionale americana Facebook, che controlla anche il social delle immagini, elimina i post dei fotografi in Afghanistan perché ritraggono i combattenti che hanno conquistato il paese. «Ma dove è finita la libertà di stampa?» «Instagram vuole rimuovere il mio account e ha già eliminato altre mie foto solo perché sono immagini di talebani in Afghanistan. Ma io sto facendo il mio lavoro di fotoreporter. La maggior parte delle fotografie era già uscita sui giornali: dov’è la libertà di stampa?». È questa la denuncia della fotogiornalista francese Veronique de Viguerie, che aggiorna il suo profilo Instagram da Kabul. Il social di proprietà di Facebook giovedì mattina ha eliminato alcune sue fotografie che ritraevano i combattenti talebani. Lo stesso ha fatto con Jim Huylebroek, che con le sue immagini per The New York Times sta raccontando al mondo che cosa succede nel paese in mano agli studenti coranici. Stessa disavventura per Alexandre Meneghini, fotoreporter freelance che vive a Cuba e lavora per Associated Press: «Già un paio di mesi fa Instagram ha rimosso le mie foto – spiega all’Espresso - non sono più riuscito a pubblicarle. Altre immagini, invece, come il ritratto di Pepsi, talebano fotografato in Pakistan, sono rimaste sul mio profilo senza causare problemi». Facebook, dopo che lo scorso 15 agosto i talebani sono entrati a Kabul, ha modificato la propria policy in Afghanistan: permette agli utenti di nascondere con un click il proprio account a chi non fa parte della lista degli amici e censura i talebani. «Sono sanzionati come organizzazione terroristica dalla legge degli Stati Uniti e sono banditi dai nostri servizi in quanto pericolose. Questo significa che rimuoviamo gli account gestiti da o per conto dei talebani e vietiamo lodi, supporto e rappresentanza» ha dichiarato alla BBC un portavoce della multinazionale americana che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp. Il gigante dei social ha detto di avere un team di esperti afgani, che conosce le lingue locali e il contesto del paese, dedicato al monitoraggio dei contenuti pubblicati dai combattenti che sono entrati nel palazzo presidenziale di Kabul dopo la fuga dell’ex presidente Ashraf Ghani. La decisione di Facebook ha riaperto il dibattito che aveva già acceso l’opinione pubblica quando erano stati bloccati gli account dell’ex presidente statunitense Donald Trump. Ora, però, ad essere rimossi non sono solo i post a supporto dei talebani, ma anche le fotografie dei reporter che sono ancora sul campo. Per Emanuele Satolli, fotoreporter dell’agenzia Contrasto che ha documentato l’avanzata talebana, si tratta di un bug, un cortocircuito del sistema. «Quanto succede ci invita a riflettere: quelle che dovrebbero essere piattaforme per favorire la libertà di espressione degli individui finiscono per zittire chi fa informazione». Secondo Reporters Without Borders, l’ong internazionale che si batte per la tutela della libertà di stampa, è sempre più difficile per i reporter lavorare in Afghanistan, soprattutto se sono donne. Sono rimaste solo 100 delle 700 giornaliste che erano a Kabul prima dell’arrivo dei talebani e sono ancora meno quelle che continuano a lavorare dalle altre province. Nonostante le rassicurazioni dei nuovi governanti, sta emergendo un panorama da cui mancano i media liberi. Con l’aeroporto Hamid Karzai della capitale ancora chiuso dopo il ritiro delle truppe occidentali, il paese rischia sempre di più di rimanere isolato dal resto del mondo. «Trovo contraddittorio che vengano censurate le fotografie che raffigurano i talebani, sono diffuse da sempre» dichiara Lorenzo Tugnoli, fotoreporter che ha vinto il Premio Pulitzer con le immagini della crisi umanitaria in Yemen e nel 2020 il World Press Photo con il reportage The longest war, proprio sui talebani in Afghanistan per The Washington Post. «Una loro delegazione ha negoziato la pace con gli americani che hanno appena portato a termine il ritiro delle truppe rispettando gli accordi presi. Ormai i talebani sono un soggetto politico che ha ricevuto legittimazione internazionale».  Per Tiziana Faraoni, photoeditor del nostro settimanale, la censura di Instagram è inaccettabile. «Attraverso i profili social i reporter raccontano al mondo, in diretta, come l’Afghanistan stia cambiando da quanto sono tornati i talebani. Impedire la pubblicazione delle fotografie è un limite alla libertà di espressione e anche un modo per non voler vedere la verità».

Francesco Maria Del Vigo per “il Giornale” il 17 agosto 2021. I social network e le follie del politicamente corretto non smettono di produrre paradossi al limite del ridicolo. Neppure nei momenti più drammatici e delicati della storia. Così, mentre i talebani si stavano riprendendo l'Afghanistan, il loro portavoce, Zabihullah Mujahid, poteva cinguettare tranquillamente, alla faccia di Donald Trump che è bannato a vita da Twitter. Ovvio, no? L'ex presidente degli Stati Uniti è censurato per sempre, mentre l'addetto stampa del sedicente Emirato Islamico può dire quello che gli pare e piace, grazie alle reti sociali del suo principale nemico: gli Stati Uniti. La notizia ha fatto rapidamente il giro dei siti - anche grazie al rilancio sul web di Giorgia Meloni e Matteo Salvini -, tuttavia ci deve stupire il giusto. Donald Trump è stato zittito secondo una prassi ben codificata: mandare al confino virtuale chi non va a genio ai proprietari delle grandi autostrade della comunicazione. Che, solitamente, è chi osa varcare il confine del politicamente corretto, chi - come nel caso di The Donald - rompe le uova nel paniere a una certa sinistra radical chic e perbenino. Ma i neo censori sono miopi, non allontanano lo sguardo dall'orticello di casa. Così, mentre tappano la bocca a quello che - nel bene e nel male - è stato un inquilino della Casa Bianca, lasciano la libertà di berciare su Twitter al ben più pericoloso Mujahid. È l'Occidente masochista che taglia il ramo sul quale è seduto. È l'Occidente che tende la mano al proprio nemico.

Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 17 agosto 2021. Gli ultimi messaggi su Twitter di Suhail Shaheen, portavoce dei talebani, sono rassicuranti, sembra davvero che gli studenti islamici vogliano la pace e la prosperità del loro Paese. «Assicuriamo tutti i diplomatici, ambasciate, consolati e operatori di beneficenza, siano essi internazionali o nazionali che non solo non verrà creato alcun problema per loro da parte dell'AIE, ma verrà fornito loro un ambiente sicuro, Inshallah» ha scritto ieri pomeriggio e solo qualche ora prima aveva invece twittato che l'Emirato islamico non autorizzava nessuno a entrare in casa di chicchesia senza permesso e che la proprietà né l'onore di alcuno debba essere danneggiato. Belle parole, ma possiamo davvero fidarci del portavoce di un movimento politico-militare-religioso che teorizza la più totale sottomissione della donna nella società, la cancellazione di ogni traccia di democrazia e giustizia che non sia quella dettata dall'applicazione più stretta della sharia? Che fino a qualche giorno fa, a dispetto delle parole di Shaheen passava casa per casa per regolare i conti con coloro che ritengono collaboratori dei nemici, compreso con un comico reo di averli semplicemente presi in giro, il cui corpo è stato esposto per strada decapitato? Di certo no, questa si chiama propaganda, bassa propaganda. Sarebbe come fidarsi di Goebbels che cercasse con i suoi twitter, se mai la piattaforma fosse esistita all'epoca, di offrire al mondo un'idea idilliaca del nazismo. Eppure Shaheen parla liberamente sulle piattaforme social che gli danno parola, le stesse piattaforme che qualche tempo fa hanno espulso il presidente della prima democrazia al mondo. Giustificando la misura punitiva contro Donald Trump, Twitter chiariva che «nessun account è al di sopra delle regole e nessun account può usare il social per incitare alla violenza». Questione di regole dunque, basta seguirle limitatamente all'uso del social e chiunque lo può usare. Anche i Goebbels e gli Hitler di turno, anche Suhail Shaheen per l'appunto che nel frattempo, mentre migliaia di afghani cercano disperatamente di scappare da Kabul e alcuni di loro perdono tragicamente la vita cadendo dagli aerei ai quali si sono aggrappati, ha rilasciato un'intervista alla Bbc per spiegare la pacifica transizione al potere. Anche il partito comunista cinese che attraverso l'account dell'organo di partito «People's Daily, China», giustifica la repressione degli Uiguri e riscrive la storia del Covid. Anche il dittatore venezuelano Maduro che su Twitter spara balle colossali esaltando i successi della sua politica mentre il suo Paese è alla fame. Anche l'ayatollah Ali Khamenei che promette vendetta contro gli Usa e la distruzione di Israele.

La fatwa del presidente Antimafia. Il Riformista rompe i coglioni, attacco di Travaglio e Morra: “Nessuno vi legge”, ma i dati dicono altro…Piero Sansonetti su Il Riformista il 24 Agosto 2021. Mi segnalano che Nicola Morra, senatore e presidente della Commissione antimafia, ha lanciato su twitter delle dichiarazioni contro questo giornale. Propone di chiuderci perché secondo lui siamo inutili. Di solito i presidenti delle varie commissioni Antimafia che si sono succeduti in questi circa 60 anni nel Parlamento italiano non hanno mai chiesto la chiusura dei giornali fastidiosi. Non lo hanno mai fatto finora (ai tempi del fascismo la commissione antimafia non esisteva…). L’antimafia ha avuto presidenti buoni e meno buoni, colti e meno colti, intelligenti e un po’ meno, democristiani, comunisti e socialisti, però non gli era mai capitato di avere un Presidente come questo Nicola Morra. Per capirci, Morra è quello che ha combinato un casino del diavolo in una Asl calabrese, facendo irruzione insieme alla sua scorta armata, perché in quella Asl non si decidevano a vaccinare non si sa bene quale persona a cui lui teneva (corrente Scanzi…). È quello che se la prese con Jole Santelli, perché era morta, e quindi aveva compiuto una grave scorrettezza, sei mesi prima, presentandosi alle elezioni regionali. È quello che se l’è presa anche col presidente Mattarella, perché si fece uccidere il fratello dalla mafia. È quello che, messo al corrente da Davigo dello scandalo sulla Loggia segreta denominata “Ungheria” (la potentissima Loggia denunciata al Pm Storari dall’avvocato Amara) si tenne per sé la notizia (come del resto fece anche Davigo) spiegandoci finalmente con l’agire concreto cos’è la famosa trasparenza. Beh, Morra – mi dicono – si sarebbe scandalizzato leggendo un articolo pubblicato giorni fa sul giornaletto di Travaglio (dico giornaletto senza nessuna intenzione sprezzante, ma semplicemente per distinguere bene il Fatto dai “giornaloni”, come li chiama sempre sdegnosamente lo stesso Travaglio) nel quale si spiegava che il Riformista vende solo poche centinaia di copie, e dunque ha pochi lettori, quindi un bilancio in rosso, e di conseguenza il suo editore, Romeo, per far pareggiare i conti deve investire dei soldi nell’informazione, e questo vuol dire che è un mascalzone. Morra ne ha tratto le conseguenze: meglio chiuderlo. Spesso il Fatto pubblica articoli (specialmente di Marco Lillo, che da quando qualche Pm amico è stato messo sotto controllo è rimasto a corto di scoop) contro Romeo. In genere lo fa a sostegno delle tesi dei Pm (“in genere” è un eufemismo). Lo fece con molto ardore qualche anno fa, poi quando Romeo fu prosciolto e minacciò querele, il Fatto si precipitò a offrirgli due pagine di giornale per un’intervista rispettosissima, quasi omaggiante, raccolta e scritta molto disciplinatamente dal suo stesso direttore, cioè Marco Travaglio (rispettosa e omaggiante quasi quanto le interviste che di solito Marco fa a Piercamillo Davigo…). Ora però gli argomenti contro Romeo si stanno assottigliando, anzi sono scomparsi del tutto. Il povero Lillo, recentemente, aveva concordato una intervista graffiante con Romeo, ma poi disse che non gli erano piaciute le risposte, troppo convincenti, e non la pubblicò. Allora è spuntato il nuovo capo d’accusa. Romeo investe i suoi soldi sull’editoria? Beh – dicono al Fatto – chiaramente è una mascalzonata. Se pubblicando un giornale non porta a casa profitti vuol dire che c’è qualcosa sotto, e lui è un farabutto. Avete presente gli anni di lotta dei giornalisti e dei sindacati per chiedere agli editori di non guardare solo al portafoglio, perché un giornale non è una saponetta e se lo fai devi farlo per dare informazione, idee, cultura, non per lucro? Beh, tutto cancellato. I giornali deve farli il mercato, pensano i nostri compagni del Fatto. Chi investe soldi suoi per l’informazione, deve essere spazzato via. Specialmente se il giornale che pubblica è su posizioni liberali, socialiste, garantiste, cioè “quanto di peggio prodotto dalla vecchia politica democratica e corrotta”: roba che la crociata giustizialista deve spazzare via al più presto. Il Fatto Quotidiano, insieme ai 5 Stelle, da tempo si era dato questo obiettivo: cancellare ogni idea garantista dal dibattito pubblico. Negli anni dieci di questo secolo aveva avuto dei successi straordinari. Poi, proprio alla fine del decennio, è spuntato questo rompicoglioni di Riformista, che ha messo in difficoltà il partito dei Pm, che ha tirato frustate contro i 5 Stelle (pensate solo all’affare Philip Morris) , che ha iniziato a denunciare giorno dopo giorno la malagiustizia, e poi magistratopoli, e il Palamaragate, iniziando a tirarsi appresso via via qualche settore della stampa e della Tv. Questa cosa è sembrata imperdonabile agli occhi dei nostri amici. I quali concepiscono il pluralismo come qualcosa di legittimo, certo, purché dentro un recinto disegnato dall’ovale delle manette. E allora scatta l’attacco al Riformista. Su cosa? Su qualche notizia falsa? Impossibile, non ne abbiamo data neppure una in quasi due anni di vita. Su qualche imbroglio? Non ce ne sono. Sul finanziamento pubblico? Niente, non prendiamo una sola lira dallo Stato e neppure lo Stato garantisce prestiti cospicui a nostro favore, come fa con il Fatto quotidiano. Dunque? L’accusa è atroce: “Vendete poco in edicola”. Voi avete mai visto un giornale che prende di mira un concorrente perché vende poco? E perché ha scelto di distribuire l’edizione cartacea solo in tre città? Vi dico solo una cosa: il Mondo di Pannunzio, forse il più importante punto di riferimento, ancora oggi, per il giornalismo italiano serio, vendeva nemmeno 2000 copie. In quegli anni i grandi settimanali popolari vendevano un milione o un milione e mezzo di copie. Pannunzio non si è mai sentito in concorrenza con loro, si sentiva, giustamente, su un altro livello. Pannunzio ha scritto la storia del giornalismo, i settimanali popolari da un milione di copie no. Dopodiché va anche detto che i conti di Travaglio (l’articolo, al solito, lo ha firmato Marco Lillo) sono tutti sbagliati. Il Riformista è letto tutti i giorni da circa 150 mila persone (contatti unici), non da 150. Diciamo che l’errore è appena appena di tre zeri (naturalmente queste cifre sono certificate). L’edizione largamente più letta è quella sul Web. Il sito del Riformista è tra i 30 più forti d’Italia ed è in corso una crescita che non ha eguali. Il piano economico ed editoriale prevede il pareggio di bilancio al termine del quarto anno. L’ipotesi che i 5 Stelle prendano il potere, e trasformino l’Italia in quello che il nostro ministro degli Esteri definiva il Venezuela di Pinochet, è ormai molto remota. E quindi, restando aperta l’ipotesi che nel nostro paese resista la democrazia, le possibilità che Morra la spunti e chiuda il nostro giornale sono zero. P.S. Il Riformista è probabilmente il maggior successo editoriale degli ultimi anni. Però si occupa solo di informazione, non ha tra i suoi obiettivi quello di introdursi nei gangli del potere. Su questo terreno il Fatto Quotidiano è molto superiore. È riuscito, a conclusione di una campagna giornalistica mirata, a sistemare un membro del suo consiglio di amministrazione alla Presidenza dell’Eni e nei giorni scorsi ha candidato un’altra sua esponente a sindaco di Milano. Gliene diamo volentieri atto. Piero Sansonetti

Caro Marco Travaglio, con i nostri numeri potremmo eleggere il leader del Movimento 5 Stelle. Piero Sansonetti su Il Riformista il 27 Agosto 2021. Marco ha una specie di ossessione per il Riformista. Dico Marco Travaglio, il mio amico Travaglio. Non c’è giorno che non ci tiri una frecciata. Ora si è messo in testa che vendiamo poco e abbiamo pochi lettori. Ci ha lanciato contro il povero Marco Lillo, che da qualche mese non ha più veline e non sa che scrivere. Lillo, diligente, ha fatto il suo lavoro, ma ha sbagliato un po’ di conti. Senza l’aiuto di un Pm Lillo fa dei gran pasticci. Noi francamente avremmo ignorato questa ragazzata, anche perché Marco lo conosciamo da tanti anni, conosciamo le sue fissazioni e proprio per questo gli vogliamo bene. Però è successo che prendendo spunto dalla “Lillata”, il presidente dell’Antimafia ha chiesto che il Riformista sia chiuso. E allora siamo stati costretti a far polemica, vista la clamorosità dell’aggressione (aggressione alla libertà di stampa). Allora Marco è tornato alla carica, spiegandoci ben bene che 150 mila lettori certificati sono pochi, perché lui ne ha molti di più.

Ok. Però 150 mila lettori sono più del doppio di 60 mila, giusto? E sessantamila sono le persone che hanno schiacciato un pulsantino per votare l’avvocato Conte come capo del partito di maggioranza relativa. E il Fatto ha definito plebiscitario quel risultato. Ma se quello è un plebiscito, il nostro cos’è? È un plebiscito quasi triplo.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

«Perché lo Stato vuole censurare il libro di Palamara sulle toghe?». L’interrogazione di 14 europarlamentari italiani: «La libertà di stampa e di espressione sono contrastate da un organo statale, a rischio i diritti di tutti». Simona Musco su Il Dubbio il 14 agosto 2021. «Un attacco alla libertà di espressione». E, di conseguenza, allo Stato di diritto. Rappresenterebbe questo, secondo 14 europarlamentari italiani, la richiesta di risarcimento di un milione di euro avanzata dall’Avvocatura dello Stato a carico di Luca Palamara, ex presidente dell’Anm. Una richiesta formalizzata nel corso dell’udienza preliminare conclusasi nelle scorse settimane con il rinvio a giudizio dell’ex pm romano, durante la quale l’Avvocato dello Stato ha sottolineato il «danno per le Istituzioni» legato al libro scritto dall’ex magistrato e dal giornalista Alessandro Sallusti, dal titolo “Il Sistema”, «presentato anche sulle spiagge». Un libro che, di fatto, racconta una realtà ancora incontestata, spiegando il meccanismo delle correnti e la gestione delle nomine nelle procure più importanti d’Italia, un vero e proprio scandalo che l’indagine su Palamara aveva soltanto lasciato intravedere. La richiesta dell’Avvocatura era arrivata un anno dopo la pubblicazione di quel libro, ormai campione di vendite e conosciuto a menadito dagli addetti ai lavori. Una sorta di “manuale” che lo Stato non ha però gradito, puntando sulla censura per far recuperare credibilità alla magistratura. La scelta non è però piaciuta agli europarlamentari Sabrina Pignedoli (Ni), Antonio Tajani (Ppe), Salvatore De Meo (Ppe), Chiara Gemma (Ni), Carlo Fidanza (Ecr), Nicola Procaccini (Ecr), Raffaele Fitto (Ecr), Giuliano Pisapia (S& D), Dino Giarrusso (Ni), Alessandro Panza (Id), Raffaele Stancanelli (Ecr), Nicola Danti (Renew), Sergio Berlato (Ecr) e Massimiliano Salini (Ppe), che hanno presentato un’interrogazione bipartisan alla Commissione con richiesta di risposta scritta, partendo dalla risoluzione del Parlamento europeo del 25 novembre 2020 sul rafforzamento della libertà dei media. I parlamentari hanno dunque evidenziato come «questo Parlamento ha condannato “l’uso delle azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica al fine di mettere a tacere o intimidire i giornalisti e i mezzi di informazione e di creare un clima di paura in merito alle notizie riguardanti determinati temi”», sottolineando anche come «i problemi della magistratura italiana sono molto sentiti dall’opinione pubblica e che per la prima volta l’Avvocatura dello Stato agisce contro la pubblicazione di un libro». Da qui la richiesta di chiarire se la Commissione «non ritiene che l’azione dell’Avvocatura dello Stato si possa configurare come una azione temeraria “utilizzata per spaventare i giornalisti affinché interrompano le indagini sulla corruzione e su altre questioni di interesse pubblico”, come afferma la risoluzione del Parlamento» e se «la libertà di stampa e di espressione in Italia siano contrastate da un organo dello Stato, che dovrebbe tutelare questi diritti, configurandosi come un rischio per lo Stato di diritto». «È inaccettabile creare un clima di paura intorno a notizie che riguardano certi temi – ha commentato Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia e vicepresidente del Partito Popolare -. Ci auguriamo che l’Avvocatura dello Stato ripensi alle sue azioni contro la pubblicazione di un libro che rivela informazioni sulla magistratura e quindi sulla giustizia. Temi molto cari a tutti i cittadini. La storia e i valori di Forza Italia ci impongono di sostenere a pieno questa battaglia in favore della verità». La notizia era stata accolta con non poco stupore dai due autori. Per Sallusti si tratterebbe di «un tentativo di estorsione dello Stato nei miei confronti e di Palamara», mentre l’ex consigliere del Csm si è detto «turbato dalla richiesta di censura del libro da parte dei rappresentanti dell’Avvocatura dello stato: vogliono forse silenziarmi?». Contro la richiesta dell’Avvocatura – che ha anche invocato il sequestro del libro – si è ribellato anche il Codacons. «Si tratta di un gravissimo attentato alla libertà di espressione e di una azione del tutto paradossale – aveva evidenziato in una nota -. Il libro riporta infatti gli scandali del sistema giudiziario italiano che lo Stato non ha saputo impedire, e porta i cittadini a conoscere cosa accade nel settore della giustizia attraverso un lavoro di ricostruzione dei fatti. Se è vero che lo Stato chiede soldi a due scrittori liberi di esprimersi, gli stessi Sallusti e Palamara devono ora agire contro lo Stato in via riconvenzionale chiedendo 10 milioni di euro di danni per non aver saputo prevenire ed impedire la guerra tra bande nella magistratura italiana – proseguiva l’associazione -. In tal senso il Codacons offre il proprio staff legale per sostenere i due autori del libro contestato e difenderli in questo vergognoso giudizio».

Ecco perchè i poveri del Mezzogiorno restano poveri e il Nord si arricchisce. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. LA “NUOVA frontiera” della questione meridionale sono i Lep – e i Fab, e la Sose. A questo punto, per non scoraggiare il lettore, andiamo a districare la matassa di questa “nuova frontiera” partendo dalla zuppa di acronimi.

I Lep sono i “Livelli essenziali di prestazioni”, cioè quegli ammontari di servizi che devono essere disponibili per ogni cittadino: asili nido, spazi verdi, scuole, ospedali, connessioni, strade, raccolta rifiuti… il tutto in relazione all’area e alla popolazione.

I Fab sono i “Fabbisogni standard” che, come spiegheremo meglio in seguito, si potrebbero definire come i "parenti poveri" dei Lep.

La Sose (Soluzioni per il Sistema Economico Spa) è una società per azioni creata dal Ministero dell’economia e delle finanze e dalla Banca d’Italia per l’elaborazione degli ISA -Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (strumento che ha sostituito gli studi di settore) nonché per determinare i fabbisogni standard di cui sopra.

E torniamo ai Lep. Il lignaggio è illustre. Come si legge nel box, la Costituzione prescrive, all’Articolo 117 che lo Stato determini i «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». “L’uomo propone, Dio dispone”, dice un vecchio proverbio. Audacemente sostituendo a Dio il Governo della Repubblica italiana, si potrebbe speranzosamente parafrasare il detto in: “La Costituzione propone, il Governo dispone”. Il problema è che il Governo non dispone: a tre quarti di secolo di distanza dalla prescrizione costituzionale, questi Lep non sono mai stati determinati. Lo scopo dei Lep, ovviamente, era quello di rispondere a un altro pressante invito della Costituzione, che all’Articolo 2 statuisce che la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Ci fu qualche tentativo di rimediare alla colpevole omissione della messa in campo dei Lep. Più di dieci anni fa (Legge 42/2009) il Governo legiferò che i detti Lep dovevano essere introdotti – un altro “propone” – cui però non seguì mai un “dispone”. Ma non c’è il “Fondo perequativo” disposto (vedi Box) all’Articolo 119 della Costituzione? Sì, c’è, ma non perequa veramente. “Il diavolo è nei dettagli”, afferma un altro vecchio detto. E una più che meritoria ricerca della Fondazione Openpolis è andata ad annusare nei dettagli. Rispondendo a una richiesta del Comune di Catanzaro, la ricerca si è chinata sul perché e sul percome dei fondi ricevuti da quel Comune a valere sul Fondo perequativo.

Per spiegare i meccanismi del Fondo perequativo partiamo da due concetti: fabbisogni standard (Fab) e capacità fiscale. I primi sono determinati dalla Sose valendosi di una serie di indicatori che si basano in massima parte sulla spesa sostenuta per una serie di servizi (che dovrebbero mimare i famosi ‘livelli essenziali di prestazioni’). La seconda si riferisce alle entrate proprie dei Comuni. Orbene, i Comuni italiani contribuiscono al Fondo quando la loro capacità fiscale (entrate proprie) è superiore alla spesa per i Fab; e ricevono dal Fondo quando i Fab sono superiori alla spesa. In teoria questo meccanismo dovrebbe portare alla riduzione delle diseguaglianze territoriali: dato che i Comuni con ridotta capacità fiscale sono i più poveri, questi finirebbero per ricevere, riducendo quindi le distanze dai Comuni più ricchi. Ma questo non avviene per una semplice ragione, legata al modo con cui vengono calcolati i Fab: essendo questi calcolati sulla spesa per i servizi, i Comuni del Nord, che offrono più servizi, avranno Fab più alti. Mentre i Comuni che offrono meno servizi spendono meno e di conseguenza si vedono riconosciuti fabbisogni più bassi. Il lettore avvertito riconoscerà in questo modo di procedere la stessa stortura sulla quale questo giornale si è scagliato dal giorno della fondazione: il criterio della spesa storica. I soldi che lo Stato spende nelle diverse Regioni italiane sono erogati sulla base della spesa dell’anno prima, talché chi riceveva di più continua a ricevere di più. Il meccanismo del Fondo perequativo è simile, conclude giustamente la ricerca di Openpolis: “genera un circolo vizioso: anziché abbattere le disparità, penalizza nella ripartizione proprio i territori con meno servizi, allargando in prospettiva il divario tra le aree del Paese”. La soluzione a questo stato di cose non è difficile: si tratta di definire i Fab, innalzandoli, dal rango di parenti poveri dei Lep, a dei veri Lep, con indicatori fisici, quantitativi, anziché di spesa: per esempio, per gli asili-nido, stabilire che devono essere tot per ogni 1000 abitanti in quella fascia di età.

Il Governo Draghi sta facendo dei passi in questa direzione. Sia la ministra Mara Carfagna che la vice-ministra al Mef Laura Castelli spingono per una definizione di Lep efficaci ed efficienti. La conferenza Stato-città, riunitasi il 22 giugno 2021, ha adottato lo schema di decreto per le spese sociali del Presidente del consiglio dei ministri, con una particolare attenzione agli asili-nido. Ma per passare dal “propone” al “dispone” i compiti non sono solo del governo centrale. Le amministrazioni locali, che devono fornire alla Sose le materie prime per il calcolo dei Fab, sono spesso latenti. La ricerca di Openpolis ne ha dato una grafica distribuzione nel caso di Catanzaro. Come si vede dalla tabella, che si riferisce ad alcuni dati Sose 2017 per Catanzaro, succede che le informazioni siano assenti o carenti. Risulta poco verosimile, si chiede giustamente Openpolis, “che in un comune di questo tipo, in un anno non siano state effettuate potature di piante, né riconosciuti permessi per sosta disabili e accesso ZTL, né stipulati contratti da parte del comune”. Nell’ottica einaudiana di "conoscere per deliberare", le amministrazioni comunali devono essere in grado di fornire a Sose dati e informazioni corrette. È “fondamentale che i comuni, specialmente i più grandi, siano dotati di un ufficio statistico che si occupi della raccolta sistematica dei dati relativi ai servizi, alle strutture, alle attività del territorio”, e li collochi in piattaforme accessibili “opendata che permettano a tutti (cittadini, giornalisti, società civile) di accedere ai dati, di scaricarli ed elaborarli in articoli, report, campagne, con finalità informative o di attivismo civico”. La definizione dei Lep, il superamento dell’iniquo criterio della spesa storica, sono la chiave per chiudere finalmente i divari fra Centro-Nord e Mezzogiorno nella cruciale fornitura di servizi pubblici, e per avviare a compimento quell’Unità d’Italia che esiste sulla carta e che vogliamo esista nei fatti. Ma per questo, tutti devono fare la loro parte, in tutti i punti cardinali della Penisola.

L'ingiusta ripartizione delle risorse statali che affossa il futuro dei cittadini meridionali. Massimo Clausi su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. QUALCOSA si muove nei Comuni calabresi. E verrebbe da scrivere: finalmente. I sindaci, a partire da quello di Catanzaro, Sergio Abramo, si sono accorti della grande balla, narrata da anni, del Sud sprecone che rappresenta la palla al piede per il Paese e hanno capito che in realtà, dietro le difficoltà economiche dei municipi, grandi e piccoli, meridionali c’è l’ingiusta ripartizione delle risorse da parte dello Stato. Il Comune di Catanzaro che nel solo 2021, a fronte di un fabbisogno di 11,4 milioni, ne riceve meno di 4 è un dato che grida vendetta.

PRIVAZIONE SCIENTIFICA. Una privazione quasi scientifica, come in splendida solitudine ha dimostrato questo giornale con numeri e dati, che ha prodotto un risultato esplosivo. Se guardiamo alla Calabria troviamo 46 Comuni in dissesto, fra cui capoluoghi di provincia come Cosenza, Reggio Calabria, Vibo, e 35 in pre-dissesto fra cui città importanti come Rende e Lamezia Terme. A questo dobbiamo aggiungere un’evasione fiscale importante dovuta da un lato alla debolezza del tessuto sociale calabrese, dall’altro dalla difficoltà dei Comuni a effettuare la riscossione. Il risultato finale è un mix micidiale, visto che i sindaci devono comunque garantire i servizi minimi essenziali come acqua, rifiuti, trasporti che troppo spesso i cittadini calabresi si vedono negati. Prendiamo ad esempio il bubbone della sanità. La Ragioneria generale dello Stato lo scorso anno ha indicato chiaramente i soldi distribuiti per la sanità per ogni cittadino italiano. La media è 1.920 euro, mentre i calabresi ne percepiscono 1.760: la differenza è quasi 200 euro pro-capite, il che significa, per una regione come la Calabria, 400 milioni di euro. «Ricordo – ha detto il sindaco Abramo ieri in conferenza – che la Calabria è commissariata per uno sforamento del bilancio di 300 milioni, e di questi 200 milioni 140 li pagano i calabresi con l’addizionale Irpef, 60 lo Stato. Se la Calabria riuscisse ad avere quello che ha la Lombardia, la nostra sanità avrebbe 400 milioni in più: con 200, quindi, pareggeremmo il bilancio, gli altri 200 li potremmo investire. Questa differenza non è giusta».

I FONDI EUROPEI. Su questo sfondo si inserisce poi il tema dei fondi europei che troppo spesso, anziché essere aggiuntivi rispetto alle risorse statali, di fatto sono stati troppo a lungo sostitutivi. Anche su questo punto, però, è nato il luogo comune di un Sud incapace di spendere le risorse generosamente concesse dall’Europa. Certo, i numeri assoluti sembrano parlar chiaro, con un monte di risorse che tornano indietro e, a furia di rimodularle, diventano quasi virtuali. Il punto, però, è che molti Comuni sono nell’incapacità di spendere questi stanziamenti per il famoso blocco del turn over che ha reso la burocrazia del Meridione scarsa nell’organico, avanti negli anni, decisamente poco tecnologica. Un esempio paradigmatico, visto che siamo in estate, in Calabria è la depurazione. Nei cassetti della Regione da anni ci sono i quattrini (parliamo di milioni di euro) per l’ammodernamento o il riefficentamento dei depuratori. Il problema è che i sindaci non hanno il personale adatto per la progettazione o per bandire le gare europee e quei soldi rimangono sempre lì, mentre l’Unione europea continua a comminarci sanzioni su sanzioni a causa delle infrazioni legate alla depurazione. Un tema, questo, che torna di grande attualità con il Pnrr, come pure è emerso nel corso dell’incontro di Catanzaro. Anche qui siamo di fronte a una sfida che il Meridione rischia di perdere se non si metteranno in sicurezza i Comuni sotto il profilo finanziario e della dotazione organica. Allora fanno bene i sindaci a tenere alta la guardia e pretendere un’inversione di rotta netta rispetto al passato.

Lo scandalo di una tv pubblica pagata da tutti ma che promuove solamente il Centronord. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. AMADEUS sarà il conduttore del prossimo festival di Sanremo. Mancano “appena” sei mesi all’evento e già la tv pubblica strombazza la notizia, che evidentemente interessa molti italiani. Il festival è un evento ormai conosciuto in tutto il mondo, con ascolti da capogiro e tradizione importante. Bene ha fatto la Rai a farne uno dei programmi di punta della propria programmazione.

LO SQUILIBRIO STORICO. Il servizio pubblico spesso sponsorizza eventi importanti del Paese che vengono così conosciuti e apprezzati, oltre che in Italia, in tutto il mondo. La Scala è al centro della programmazione dell’Opera lirica. Rai 5 vive trasmettendo le opere, sempre con un cast di primissimo piano, che La Scala propone. Così come tutto quello che accade all’Arena di Verona costituisce evento nazionale. E il festival del cinema di Venezia ha sempre grande spazio, come è giusto, nella programmazione televisiva pubblica. La domanda che ci si pone, però, è se un servizio pubblico possa concentrarsi solo sugli eventi di una parte del Paese, anche se questi dovessero essere migliori rispetto a quelli che si svolgono in altre parti. Se una televisione pubblica, pagata con i canoni di tutti gli italiani, peraltro non in proporzione al loro reddito tranne che per poche fasce esentate, si possa consentire di concentrarsi solo su una parte. Se, per esempio, non si possa e non si debba puntare anche sugli eventi, per esempio, del teatro greco di Siracusa, rappresentazioni uniche al mondo, o sulla Sagra del mandorlo in fiore di Agrigento, che si svolge in una Valle fiorita di mandorli che è un must da vedere, o se non si possa spingere eventi che si svolgono a Ravello o a Taormina, piuttosto che a Segesta o a Ercolano, a Pompei, a Napoli. In realtà l’esigenza che il Sud abbia media nazionali che facciano da megafono rispetto non solo agli spettacoli, ma alle istanze, alle problematiche di questi territori diventa sempre più importante.  

DISINFORMAZIONE SISTEMATICA. E invece si assiste alla progressiva chiusura di testate (l’ultima è quella della Gazzetta del Mezzogiorno) che in ogni caso non sono state mai nazionali, ma che hanno rappresentato voci di queste terre. E anche nell’informazione il Sud diventa area colonizzata, nella quale arriva quello che la classe dirigente nazionale, prevalentemente centrosettentrionale, vuole che arrivi. Per cui è necessario che arrivi un nuovo quotidiano, il nostro, per quella Operazione verità che una stampa attenta e non di parte, né parziale, avrebbe potuto svolgere. Nella quale passa soltanto l’informazione canonica che difficilmente dà spazio a visioni eretiche o a punti di vista meno maggioritari. L’informazione, per esempio, sul ponte di Messina è esemplare rispetto al modo in cui le problematiche economiche e sociali del Sud vengono trattate. Disinformazione, ampliamento delle posizioni critiche, fino a stravolgimento della realtà. Mentre al momento opportuno si ha l’invio di giornalisti, che raccolgono informazioni spesso dai tassisti per poi dare un’immagine del Sud molto pittoresca, ma spesso non veritiera. È chiaro che tutto questo non giova al Paese, perché la mancata conoscenza della realtà porta a decisioni del governo nazionale totalmente distanti dalle esigenze reali. Mentre interessi di parte, spesso proprietari di media nazionali, fanno il loro mestiere per difendere interessi consolidati o per accreditare verità parziali. L’informazione recente diffusa nel Paese a proposito della pandemia dà una visione della realtà che conduce al discorso fatto fino adesso.

AL DI SOTTO DI ROMA È TUTTA SERIE B. Quando vi è da intervistare un virologo, un medico, non si capisce perché debba essere sempre di Bologna o Padova, come se i ricercatori e i medici del Mezzogiorno fossero assolutamente di livello inferiore. Questo avviene anche quando si parla di economia, per cui le università meridionali sono sempre sottorappresentate. Si capisce che questo poteva avvenire quando le trasmissioni venivano realizzate con la presenza fisica, e allora era più facile utilizzare professionalità più vicine. Ma adesso che tutto avviene via web non si capisce questa discriminazione. Se non con un preconcetto di fondo, sempre presente, che le professionalità sotto Roma siano di serie B. Peraltro anche i direttori di giornali che vengono chiamati sono sempre di una parte, anche se magari dirigono testate assolutamente con diffusione limitata, come la Nazione, ma che hanno grande spazio, e tutto ciò avviene anche nella televisione pubblica. Sindrome da vittimismo, la mia, o reale fenomeno da denunciare? Certamente è un argomento sul quale riflettere.

BARAGHINI VUOL DIRE CENSURA. Marco Castoro su Il Quotidiano del Sud il 6 agosto 2021. Cari Lettori del Quotidiano del Sud, parenti e amici nonché telespettatori di SkyTg24, vi vorremmo rassicurare: il nostro e vostro quotidiano è vivo, è in edicola, è su internet e sui social. Non fatevi condizionare dalla rassegna stampa notturna di Skytg24 che quando è condotta da Francesca Baraghini ignora il nostro e vostro quotidiano. In rassegna ci sono più di 20 prime pagine diverse ma del Quotidiano del Sud neanche l’ombra. Per fortuna questo tipo di censura avviene soltanto quando c’è la Baraghini. Aspettiamo tutti con ansia il cambio turno.

NON SE NE PUO' PIU' DELL'INFORMAZIONE CHE SFUGGE ALLA SUA FUNZIONE PUBBLICA! Michele Eugenio Di Carlo il 17.03.2020 su Movimento24agosto.it. Siamo profondamente convinti che di fronte alle regole coronavirus siamo tutti uguali al sud, al centro, al nord. Ma l' informazione a livello nazionale tende ancora una volta a farci passare per esseri inferiori, indisciplinati, refrattari a qualsiasi regola. Ieri sera Del Debbio indicava chiaramente Napoli come esempio di non rispetto delle regole e dal servizio nemmeno si evidenziava più di tanto se non per le forzature dell'inviata. Questa mattina dal Corriere della Sera si evince che specie al Sud non si rispettano le regole, infatti vengono citate Bari, Lecce, Secondigliano,Caltanissetta. Poi dalla piccola stampa locale del nord emerge che siamo tutti uguali davanti alle regole. La nostra reazione contro un'informazione a senso unico, e che ripropone il solito cliché di un'Italia divisa, viene fatta passare come immotivata quando non addirittura razzista. E la cosa più grave è che spesso sono i cittadini meridionali, totalmente manipolati da quell'informazione, a dichiarare che quei media che ci disprezzano hanno ragione. L'invito è ad opporsi a quell'informazione con dati statistici e documenti, rivendicando il nostro diritto ad essere considerati cittadini alla pari. Alimentare pregiudizi e luoghi comuni contro il Mezzogiorno d'Italia, in un momento critico come l'attuale, non è degno di un'informazione che dovrebbero sempre rinsaldare quanto ci unisce e non evidenziare falsi e mistificatori miti.

Dagospia il 7 agosto 2021. Riceviamo e pubblichiamo: “L’arte resa muta dall’autorità” scriveva Shakespeare nel sonetto 66. Parole che oggi, nell’era di internet e della democrazia digitale, potrebbero sembrare distanti anni luce dall’era del Bardo. Eppure un subdolo, sinistro e agguerrito atto di censura è avvenuto proprio su Wikipedia, la “madre” della libera informazione, enciclopedia democratica, sulla quale, invece, gravano ombre Orwelliane. Insomma Wikipedia non è più quella di una volta, signora mia! Lo scorso giugno infatti, una schiera di amministratori Inglesi, ha cancellato e censurato una pagina dedicata alla connessione tra Shakespeare e l’umanista, traduttore e lessicografo Anglo-Italiano John Florio. La questione della paternità delle opere di Shakespeare va avanti da diversi secoli. Queste teorie sono approfondite in una pagina Wikipedia: Shakespeare Authorship Question, che il giorno 20 Giugno 2021 ha avuto un nuovo candidato: il grande umanista Anglo-Italiano John Florio, contemporaneo di Shakespeare, creativo linguista, inventore di proverbi e composti, attivo nel teatro e straordinario traduttore. Ci si è sempre domandati: come faceva il Bardo a conoscere così bene la lingua Italiana, i luoghi Italiani citati nelle sue opere e gli autori Italiani dai quali ha preso in prestito le trame (lette in Italiano) per le sue opere? Gli studiosi dicevano che John Florio fungeva da amico, tutore, traduttore e costante aiuto di Shakespeare. Ma questo può bastare per spiegare le tante, troppe connessioni che vi sono tra i due autori? Perché i due scrivevano anche allo stesso modo, creavano le stesse parole, gli stessi proverbi e composti Inglesi. Ma la pagina Wikipedia di John Florio ha avuto brevissima vita: dopo averlo definito “The Monster”, amministratori e redattori Inglesi in poche ore hanno completamente cancellato tutti i paragrafi che spiegavano le tantissime similitudini e connessioni tra Shakespeare e John Florio, parola dopo parola, fino a lanciare la richiesta di eliminazione totale della pagina. I motivi? “Informazioni poco rilevanti”, “Fonti vecchie”: queste sono state le banalissime e imbarazzanti scuse utilizzate per cancellare, indisturbati, oltre ventimila parole e dodici paragrafi, terrorizzati che le informazioni potessero essere lette pubblicamente dal mondo intero e girare indisturbate sull’enciclopedia “democratica”. Ma non è finita qui, perché la pagina originale è stata successivamente sostituita da un’altra che contiene informazioni non solo poco veritiere, ma che mirano soprattutto a distorcere e a minimizzare l’enorme importanza di Florio nelle opere del Bardo. Un esempio è la oramai famosa infondata bufala che gira su vari siti internet, e che rimane invece indisturbata (chissà perché), su Wikipedia: la “Crollalanza”, basata su tesi false, inesistenti, che ha cancellato così, in pochi minuti, centinaia di fonti a testi accademici e pubblicazioni dei più noti studiosi Shakespeariani. E qui si evince tutta l’ipocrisia degli amministratori Inglesi, che spalleggiati dai sostenitori degli altri candidati, hanno trattato John Florio diversamente dagli altri “puro sangue” Inglesi: mentre nelle altre pagine dei candidati è stato permesso di inserire studi comparativi sulle similarità stilistiche di altri autori con lo stile di Shakespeare, per la pagina di John Florio non è stato concesso di inserire i numerosi proverbi coniati da Florio nelle sue opere e poi utilizzati successivamente nelle opere di William Shakespeare. Perché questa censura a senso unico, con il chiaro intento di inserire nella pagina Wikipedia solo una grande bufala basata su notizie infondate, e riducendo la pagina di John Florio ad un articolo clickbait di seconda mano per meri sfuggenti e non informati appassionati di teorie cospirazioniste? In un sito che si prefigge di diffondere l’informazione libera e, soprattutto, che deve necessariamente contenere fonti solide e tesi valide? Wikipedia ha completamente offuscato e coperto tutti i dettagli che riguardano la vera relazione tra i due autori. Da questa censura e l’impossibilità di avere alcun dibattito o replica dagli amministratori Inglesi, si evince l’enorme potenziale di Wikipedia e l’inquietante pericolo derivante da un uso distorto del sito, nel quale sono coinvolti agenti che indirizzano l’informazione a proprio piacimento e a discapito della libera informazione. La grande similitudine in termini di stile, parole, proverbi che c’è tra John Florio e Shakespeare è impressionante, ma i lettori di Wikipedia questo non lo sanno, e non possono saperlo. Eppure hanno il diritto di poter leggere queste informazioni liberamente e di giudicare da sé chi è il candidato più attendibile alle opere Shakespeariane, non avere delle informazioni distorte, censurate da amministratori che non vogliono far trapelare la verità. Perché John Florio deve essere reso muto dall’autorità? La risposta forse c’è: sono e l’enorme mole di informazioni e similitudini tra i due autori che lo porterebbe ad essere considerato un candidato più pericoloso rispetto ad altri, e le sue origini straniere danneggerebbero il simbolo universale dell’identità Inglese. Con questa censura, Wikipedia e la questione della paternità delle opere Shakespeariane è stata definitivamente smascherata: vanno bene tutti, purché non ci sia “The Monster.” La grande istituzione culturale globale non è più attendibile!

DAGOREPORT il 20 ottobre 2021. Shakespeare visse tra il 1564 e il 1616, quando l’Inghilterra era in piena lotta tra Protestantesimo e Cattolicesimo. Nel 1587 Maria Stuarda venne decapitata e dal 1603, dopo la morte di Elisabetta I, Giacomo I di Inghilterra espanse il proprio regno, nel senso che inglobò all’Inghilterra anche la Scozia! In questo periodo l’Inghilterra restò estranea alle contese internazionali e solo nel 1607, Shakespeare ormai moribondo, una comunità inglese si insediò a Jamestown, nel Nord America. Il successore, Carlo I, ebbe ben altri problemi con il Parlamento e con Oliver Cromwell. Come faccia Shakespeare ad essere colonialista, dunque, lo sanno solo gli americani e il “Corriere della Sera”. Nell’America settentrionale le guerre contro gli Indiani precedettero quelle con le colonie. Dopo la fondazione di Nuova Amsterdam, furono però gli olandesi che istigarono gli Irochesi contro i Moicani. Gli Uroni furono trucidati dagli Irochesi con l’auto delle truppe inglesi, è vero: ma siamo nel XVII secolo. Di colonialismo in America si può parlare da dopo il Trattato di Parigi del 1763. Ma nelle università americane questo non lo sanno perché l’ideologia impone che si studino ormai solo i Post colonial studies. Fu durante il governo conservatore di Benjamin Disraeli (1874- 1880) che l’Inghilterra iniziò l’espansione in Africa, occupando l’Egitto nel 1882.  Poi l’Inghilterra prese territori lungo la valle del Niger costituendo nel 1888 il protettorato sul territorio Bechuanaland, l’odierno Botswana ed estendendo il proprio domino sulla regione della Rhodesia, ora Zimbabwe e Zambia: e qui basterebbe leggere “Orientalismo” dell’ideologico padre delle tesi post-colonialiste, l’arabo-americano Edward Said. L’Australia non fu colonizzata fino al 1770, quando fu raggiunta dal capitano  J. Cook e sottomessa alla corona britannica: e qui bisognerebbe leggere “La riva fatale” dello scomparso critico d’arte Robert Huges. Quanto al commercio delle spezie in India, fu solo la vittoria dell’Inghilterra sulla Francia nel 1757 ad assicurare il controllo del Bengala e del Deccan alla compagnia delle Indie Orientali. Ma Shakespeare riposava da un secolo e mezzo. Nel 1876 il governo britannico, avallando la proposta di Disraeli, proclamò la regina Vittoria imperatrice dell’India, tre secoli dopo la morte di Shakespeare.

"Razzista e colonialista": pure Shakespeare attaccato dalla cancel culture. Roberto Vivaldelli il 20 ottobre 2021 su Il Giornale. Da alcuni anni a questa parte persino William Shakespeare è finito nel tritacarne della cancel culture, frutto avvelenato dell'ideologia del politicamente corretto. Come accade con ogni fondamentalismo, si pretende di giudicare il celebre drammaturgo morto nel 1616 con gli standard morali di oggi, o meglio, con i canoni stabiliti dalla religione laica della correttezza politica. E così, mancando completamente il senso della storia, Shakespeare viene irrimediabilmente etichettato come "razzista", "sessista" e "colonialista" e le sue meraviglisoe opere boicottate, rivisitate, decontestualizzate. Nelle ultime settimane, il celebre Globe Theatre di Londra - il teatro londinese ricostruito nel 1997 dove recitò la compagnia di William Shakespeare - ha organizzato una serie di "seminari antirazzisti" per sviscerare e riflettere sulle opere del Bardo. Nel mirino c'è soprattutto La Tempesta, opera che appartiene all'ultima fase della produzione del drammaturgo inglese, bollata già da tempo nel mondo anglosassone come "razzista" e "colonialista".

La cancel culture contro Shakespeare

Come spiega il Telegraph, l'opera teatrale del XVII secolo, racconta una storia di magia e romanticismo, ma è radicata in un "sistema colonialista", secondo gli accademici coinvolti nel programma antirazzista di Shakespeare ospitato dal Globe Theatre a Londra, ora chiamato Shakespeare's Globe. La storia è nota: Prospero, il duca di Milano in esilio, si rifugia con la figlia Miranda su un'isola incantata dopo il naufragio della sua barca. Soggioga immediatamente Calibano, l'unico abitante umano. Prospero lo bolla come "schiavo bugiardo", vicenda che secondo gli studiosi antirazzisti ha "implicazioni coloniali violente". Lucy Cuthbertson, uno dei direttori del teatro, racconta in un'intervista il motivo per il quale ha voluto organizzare questi corsi antirazzisti sul poeta. "Non vogliamo mettere tutto Shakespeare su un piedistallo. È importante consentire ai giovani di discutere su ciò che è razzista e ciò che non lo è. Abbiamo anche messo su un nuovo corso, Shakespeare and Women, in cui guardiamo le donne nelle opere teatrali attraverso una lente femminista. Chiediamo agli insegnanti di esaminare quei personaggi e considerare la loro rappresentazione" racconta. Ma vedere il mondo secondo gli standard dell'antirazzismo radical chic può essere questo così, decisamente problematico.

I pericoli del politicamente corretto

Nulla di male nell'esaminare le opere e riflettere, perché è ciò che bisognerebbe fare con ogni grande artista: ma il punto che Cuthbertson ignora, è che decontestualizzando in maniera così superficiale l'opera del Bardo si rischia seriamente di rendere il tutto talmente "problematico" da non far sopravvivere l'autore alle accuse fuori tempo massimo che questi sedicenti "studiosi antirazzisti" muovono nei confronti del drammaturgo. Così, come altri autori, Shakespeare potrebbe risultare talmente indigesto ai nuovi crociati del politicamente corretto e all'ideologia dominante da stimolare petizioni e quant'altro per eliminare lo studio delle sue opere dai programmi scolastici. Perché se dobbiamo decontestualizzare tutto e giudicare poeti, filosofi, e quant'altro con gli occhiali della contemporaneità e secondo i dogmi della correttezza politica, allora rischiamo di non rimanere più con nulla. E la vita senza Shakespeare è davvero molto povera.

Matteo Persivale per il "Corriere della Sera" il 20 ottobre 2021. George Orwell, in 1984 , prevede che entro il 2050 ma forse anche prima, «tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta: Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron trasformati in qualcosa di opposto a ciò che erano prima. Il pensiero non esisterà più... Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare». È un avvertimento terrificante, e per fortuna nei Paesi democratici la grande letteratura non è apertamente a rischio censura, ma di sicuro i grandi autori del canone occidentale vivono anni complicati: ultimamente tocca a Shakespeare, uno dei «dead white men», «uomini bianchi morti» tacciati da parte dell'accademia di una serie di crimini tra i quali razzismo, colonialismo, sessismo. Sono isolati (per ora) quelli che sostengono che Shakespeare, obsoleto, possa essere rimosso dai programmi di studio, ma il punto è che perfino il Globe Theatre londinese - sorge sulle ceneri di quello originale shakespeariano, gioiello architettonico a pochi passi dalla magnifica Tate Modern - organizza ora «seminari antirazzisti» per «decolonizzare» il corpus delle opere del Bardo. Quelli del Globe, almeno, sono seminari, ma di sicuro ci sono opere apertamente bollate ormai, nel mondo anglosassone, come «problematiche» - La tempesta per la riduzione in schiavitù di Calibano, La bisbetica domata per misoginia, nel Sogno di una notte di mezza estate sono stati rintracciati stereotipi perniciosi, e così via. In questo clima non sereno possono anche traballare cattedre prestigiose: visto che la Storia ha un crudele senso dello humour, è appena finito sospeso dall'insegnamento - dalla cattedra di composizione musicale intitolata a Leonard Bernstein dall'ottima Università del Michigan - Bright Sheng, compositore cinese nato nel '55 al quale da bambino la rivoluzione culturale sequestrò immediatamente il pianoforte. La colpa di Sheng: sicuramente l'imprudenza, se per introdurre l'Otello verdiano agli studenti ha avuto la (obiettivamente pessima) idea di mostrare agli studenti proprio l'Otello shakespeariano del 1965 con Laurence Olivier. Il sommo attore inglese fece la scelta - peraltro già foriera di polemiche sui giornali a quei tempi, non solo nel 2021 - di interpretare Otello con parrucca riccia, impressionante tintura nero pece sul viso, labbra ritoccate di rosso per farle più carnose. Documento d'epoca: adesso Otello si recita senza parrucca e senza make-up o tutt' al più con un filo di fondotinta. Immediata la rivolta degli studenti, inevitabile la lettera di scuse del compositore e la sospensione dall'insegnamento. Come interpretare Otello è un tema vivo, nel mondo del teatro: se l'attore non è nero, il pesante trucco che si usava una volta è stato archiviato - difficile che non evochi, nel pubblico di colore specialmente in America, l'eredità dolorosa del «blackface», gli spettacoli di musicisti bianchi truccati da neri con lucido da scarpe in faccia, grotteschi labbroni bianchi, accento caricaturale. Shakespeare, nella sua grandezza, va oltre il colore della pelle e il genere: attualmente nel West End trionfa un Amleto donna e nera, la bravissima Cush Jumbo (in Italia abbiamo visto Elisabetta Pozzi nei panni del principe di Danimarca). Prudenza richiederebbe, nel caso del Michigan, visto il clima attuale, almeno di avvertire prima gli studenti che si sta per vedere il documento di un tempo diverso dal nostro - cosa ovvia per i più maturi, ma nel 2021 dove molti concepiscono l'arte come uno specchio, repetita iuvant (la Disney mette spesso un'avvertenza prima dei suoi cartoni più datati). Otello , peraltro, da secoli è un campo di battaglia filosofico: gli americani che lo mettevano in scena in età schiavista risolvevano l'impasse considerando il nobile Moro un bianco, non un nero. Paul Robeson, che lo interpretò nel 1943, riteneva invece la tragedia un atto d'accusa verso il razzismo dei bianchi. Difficile «cancellare» Shakespeare, tradotto in più di cento lingue, rappresentato in tutto il mondo, due miliardi di copie vendute ( Il mercante di Venezia , obiettivamente antisemita, ha comunque resistito per meriti artistici), ma ci vuole attenzione. Nelle sue memorie Nelson Mandela - lettore appassionato di Shakespeare e dei classici greci - racconta la storia di una riunione clandestina negli anni 50: sentendo citare Cesare e Bruto, qualcuno chiede perplesso: «Chi sono? Sono morti?». Sì, conclude Mandela, ma la realtà del tradimento è quanto mai viva. Come Shakespeare.

Chi sono i sensitivity readers, i lettori che censurano i libri per difendere le minoranze. Daniele Dell'Orco su Inside Over il 30 luglio 2021. Nello sconvolgente e ancorché attuale romanzo di fantascienza Fahrenheit 451, Ray Bradbury, avvicinandosi all’epilogo, utilizza il personaggio del Capitano Beatty per ripercorrere le vicende che hanno portato alla messa al bando dei libri, identificando nelle ragioni profonde alla base dell’oppressione del presente con l’instaurazione di una sorta di “dittatura delle minoranze” capace di ammutolire progressivamente artisti, intellettuali e singoli cittadini, all’insegna dell’omologazione delle parole e delle opinioni. “Devi ricordarti – dice Beatty – che la nostra civiltà è così vasta che non possiamo permettere alle nostre minoranze di essere in uno stato di turbamento e agitazione”. Ma il passaggio talmente reale dall’essere sconvolgente è quello immediatamente successivo. Dice Beatty: “La gente di colore non ama Little Black Sambo? Diamolo alle fiamme. Qualcuno ha scritto un libro sul tabacco e il cancro ai polmoni? I fabbricanti e i fumatori di sigarette piangono? Alle fiamme il libro! […] I funerali sono dolorosi e pagani? Annulliamo anche i riti funebri”. A dispetto di quanto possa sembrare ad una prima lettura, Bradbury non sta cercando di mettere in guardia contro la tirannia governativa e la censura, o sul tentativo dei poteri forti di controllare ciò che le persone possono o non possono leggere. No, in realtà Fahrenheit 451 parla di ciò che succede quando i singoli cercano di censurare se stessi, diventando eccessivamente protettivi nei confronti dei sentimenti di tutti gli altri. Che lo volesse o no, quella di Bradbury si è rivelata una profezia: 70 anni dopo la pubblicazione del suo visionario libro, sono nati i “sensitivity readers”. Molto in voga già da un paio d’anni negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone in generale, questi editor freelance vengono in sostanza ingaggiati dagli editori per cancellare dai libri in fase di pubblicazione qualsiasi cosa potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno. Senza che abbiano alcuna competenza in particolare se non l’appartenenza a una singola minoranza (etnica, religiosa o di orientamento sessuale) i “sensitivity readers” leggono libri che presentano argomenti, dialoghi, conversazioni o ambientazioni che sono al di fuori dell’esperienza vissuta dall’autore. Ad esempio, se la protagonista di un romanzo scritto da un maschio, bianco, etero è una donna, magari afroamericana, magari omosessuale, l’editore sceglie il “sensivity reader” che rispecchia più fedelmente possibile la minoranza a cui appartiene la protagonista, per correggere lo stile di scrittura attraverso il prisma di ciò che sostiene essere la propria esperienza di vita, per guidare l’autore (e quindi anche il lettore) verso una rappresentazione più autentica. Il dilemma di dover applicare questa sorta di fact-checking anche ai libri, è iniziato a derivare da lunghi dibattiti andati in scena negli Stati Uniti riguardo le categorie Young Adult. Tutti quei libri, in sostanza, rivolti agli adolescenti con protagonisti gli adolescenti e basati sui problemi “comuni” degli adolescenti. Ma è proprio questo il punto: cos’è “comune”? In un momento in cui, per dire, si fatica ad attribuire ai giovani persino una precisa identità sessuale, com’è possibile ritrarre un teenager senza il rischio di offenderne altri? Così, per evitare spiacevoli sorprese, come dover cestinare dei lavori in fase di pubblicazione o addirittura dover rispondere in tribunale di qualsiasi tipo di accusa, gli editori (ma anche gli stessi autori) hanno iniziato ad affidarsi ai “sensitivity readers” per soddisfare da una parte la sempre maggiore richiesta di rappresentare personaggi che appartengono a minoranze, e dall’altra evitare di cadere nei cliché prodotti dall’immaginario considerato “troppo antico” degli autori bianchi (che secondo una stima del New York Times rappresentano oltre l’80% degli autori delle major statunitensi). La questione alla base sembra uscita da un dramma bradburyano. I “sensitivity readers” sono la fanteria della cultura politicamente corretta. Creature di una società che le considera “svantaggiate” e che vuole redimersi affidando loro la possibilità di “censurare” tutto ciò che potrebbe urtare non tanto la sensibilità della loro minoranza, ma essenzialmente quella della loro persona. Perché un “sensivity reader” è prima di tutto un singolo, con il suo storico, il suo background, i suoi traumi e le sue inclinazioni, non certo ascrivibili a quelle di una intera minoranza, e per di più è a sua volta figlio di un paradosso “di classe”: viene pagato 1 cent a parola per leggere e correggere un lavoro, permettendo ai redattori delle grandi case editrici (quasi sempre bianchi) di concentrarsi su altri tipi di lavoro. Insomma, il politicamente corretto nel settore culturale, per ripulirsi la coscienza, sta creando dei “rider” della lettura, sottopagati e scarsamente tutelati, affidando loro l’arduo compito di parlare a nome di intere minoranze (se non è questo uno stereotipo poco ci manca) e di giudicare cosa potrebbe o non potrebbe essere considerato gradevole da leggere. Inutile dire che secondo questo meccanismo puramente relativo, se un libro con un protagonista di colore, diciamo La capanna dello Zio Tom scritto da un’autrice bianca, Harriet Elizabeth Beecher Stowe, fosse dovuto passare sotto l’occhio vigile di ogni “sensitivity readers” d’origine afroamericana presente negli Stati Uniti, sarebbe rimasto vittima di un mastodontico gioco del telefono in base al quale ogni sensibilità di ogni lettore avrebbe dovuto e potuto interferire con la caratterizzazione di tutti i personaggi di colore ritratti nel testo. Come lo Zio Tom appunto. È questo il futuro a cui è destinata la letteratura: l’autocensura oltranzista.

Luigi Ippolito per corriere.it il 17 giugno 2021. Acque agitate nel mondo della televisione britannica. Lo scorso weekend ha debuttato GB News, un nuovo canale di notizie di destra che ha l’obiettivo dichiarato di sfidare il politicamente corretto imperante e il monopolio della Bbc: ma, sotto la pressione degli attivisti online, molte grandi aziende, da Vodafone a Ikea a Nivea, hanno già ritirato la pubblicità, in quello che appare come un vero e proprio boicottaggio. La polemica infuria. È intervenuto il ministro della Cultura, Oliver Dowden, secondo il quale «uno dei pilastri delle nostre libertà sono i nostri media robusti, liberi e diversificati: e GB News è un’aggiunta benvenuta a quella diversità. I marchi possono fare pubblicità dove vogliono, ma sarebbe preoccupante se soccombessero ai gruppi di pressione». E il Times in un editoriale di stamattina ha bollato come «sinistro e stupido» il boicottaggio pubblicitario. Il lancio di GbNews è avvenuto tra grandi fanfare: e al debutto ha attirato più spettatori di Bbc News (parliamo del canale di notizie dell’emittente pubblica, non dei canali generalisti). L’arrivo della nuova tv è stato letto come il segno di una «americanizzazione» dei media britannici, ossia come una tendenza a dividersi su linee politiche partigiane, tanto che il nuovo canale è stato paragonato a Fox News, la tv di destra Usa che ha agito come il megafono di Trump. GB News vuole essere un’alternativa a una Bbc «troppo metropolitana e privilegiata»: la tv pubblica infatti viene spesso accusata di essere dominata da una intellighenzia liberal lontana dal Paese reale, di essere stata ostile alla Brexit e di perseguire un’agenda troppo politicamente corretta. E per questo negli ultimi tempi la Bbc si è trovata sotto attacco da parte del governo di Boris Johnson, che la percepisce come ostile. Ora la sfida arriva anche dall’etere. GB News è guidata da transfughi della Bbc, che non trovavano modo di esprimere le loro idee conservatrici sulla tv pubblica: ma intanto la nuova rete si è già attirata centinaia di reclami presso l’Organismo di Vigilanza, dopo che uno dei conduttori si è lanciato in un lungo monologo anti-lockdown. Quindi è partita la campagna online di «Stop Funding Hate» (Basta finanziare l’odio), un gruppo di attivisti di sinistra che ha convinto i grandi inserzionisti a tenersi alla larga da GB News. «Questo è il peggior tipo di cancel culture (cultura della cancellazione) — ha reagito il presidente conservatore della Commissione Media e Cultura del Parlamento, Julian Knight —. GB News sta portando una prospettiva di cui c’è molto bisogno nel nostro panorama dei media. I marchi che stanno ritirando la pubblicità sono francamente codardi e devono capire che la Gran Bretagna è un Paese conservatore e rimarrà così per il prevedibile futuro». Questo scontro è l’ultimo capitolo delle cosiddette «guerre culturali» che stanno squassando la Gran Bretagna: una battaglia che si combatte sui temi del razzismo, dell’eredità del passato coloniale e sulle identità di genere e che vede in campo una sinistra fatta di giovani attivisti online cui si contrappone un governo conservatore ben felice di ingaggiare il confronto. Johnson e i suoi sfruttano, quando non aizzano, la polemica perché sanno bene che la maggioranza dell’opinione pubblica trova aliene le istanze più estreme del politicamente corretto, mentre i laburisti sono in difficoltà a contenere le frange più militanti. Ora l’arrivo di GBNews getta un altro tizzone nel braciere.

Gb News, la tv di destra mollata dagli sponsor (perché fa troppi ascolti). Tony Damascelli il 18 Giugno 2021 su Il Giornale. Il nuovo canale, presto pure radio, batte Sky. La rivolta dei marchi politicamente corretti. Forse ha ragione lady Meghan, c'è del marcio in Inghilterra, una sottile forma di razzismo ma stavolta non c'entra il colore della pelle e nemmeno le voci volgari dei cortigiani di Buckingham o altre dimore nobiliari. Stavolta c'è di mezzo la libertà di pensiero, politico innanzitutto. È nata una nuova emittente televisiva, tra poco anche radiofonica, la testata riassume il programma: GB News. Il 13 giugno scorso, alle otto di sera, Andrew Neil, imprenditore giornalista scozzese presidente del network, ha dato inizio all'avventura: «Siamo orgogliosi di essere britannici, l'indizio è nella nostra insegna». Gran Bretagna, dunque, con tutti gli annessi che i cittadini e/o sudditi dell'isola si portano appresso. Ma i centoventi giornalisti, raccolti soprattutto dal gruppo Murdoch e da Bbc, assunti in mesi due per lanciare l'emittente, devono fare i conti con il boicottaggio allestito dai gentiluomini di Stop Funding Hate (tradotto sarebbe Smettila di finanziare l'odio), un raffinato social di sinistra che ha chiesto a varie aziende di interrompere la pubblicità sul nuovo canale perché questo è indirizzato su obiettivi contrari al comune sentire, sul famoso politically correct, anzi punta a dividere il Paese, a contestare il governo. In breve la colpa di GB News è di essere fuori registro, di non rispettare i nuovi comandamenti, di non stare bene a chi la pensa in modo diverso, riassunto: quelli di Stop Funding Hate professano l'undicesimo comandamento: evitate il loro odio, scegliete il nostro che è molto più elegante, democratico e intelligente. E così molte ditte, da Vodafone a Ikea, da Nivea a Pinterest, da Kapparsberg Brewery a Specsavers, impaurite da un ritorno di immagine negativo, si sono ritirate annunciando la cancellazione dei contratti, non tutti sottoscritti, ma alcuni raggiunti con accordo verbale. I capi di GB News si sono svegliati con la scrivania piena di denunce per la trasmissione Tonight Live, condotta da Dan Wootton che ha attaccato il governo per le politiche sul Covid-19. Per la cronaca, l'emittente ha subito battuto, in ascolti, Bbc e Sky e questo ha fatto sbandare i benpensanti (di che cosa non si sa). Per fortuna il ministro della cultura, Oliver Dowden, ha reagito contro il tentativo di censura: «Uno dei pilastri delle nostre libertà sono i nostri media robusti, liberi e diversificati: e GB News è un'aggiunta benvenuta a quella diversità. I marchi possono fare pubblicità dove vogliono, ma sarebbe preoccupante se soccombessero ai gruppi di pressione». A proposito di marchi, Ikea si è giustificata sostenendo che i propri valori umanistici non sono in linea con quelli dell'emittente e il Times ha ricordato all'azienda svedese la multa di 860mila sterline ricevuta dalla succursale francese accusata di spionaggio del personale. Rispetto alle iene nostrane, sull'isola di Elisabetta II siamo alle formiche che si incazzano. Informo distratti e superficiali che Stop Funding Hate ha buoni compagni, nel senso vero, perché si allinea a Cctv, la televisione di stato cinese, che ha invitato al boicottaggio il popolo comunista degli articoli di H&M «non comprate», sconsigli per gli acquisti. Per ossimoro trattasi di democrazia dittatoriale, secondo usi e costumi di chi parla di libertà ma non rispetta quella degli altri. I geni di SFH non hanno capito che la loro agitazione è stata la migliore pubblicità per GB News. In onda. Tony Damascelli

Mauro Del Corno per ilfattoquotidiano.it l'8 giugno 2021. Per Emma Marcegaglia è stato chiesto il rinvio a giudizio per una presunta evasione fiscale Iva da 800mila euro. Ma non si dice. La notizia è comparsa sabato scorso su La Gazzetta di Mantova, poi è calato il silenzio, o quasi. Le fatture si riferirebbero a lavori di pulizia e depurazione eseguiti sull’isola di Albarella (dove il gruppo dell’imprenditrice possiede un complesso immobiliare) da stessa Alba Tech nel 2007, una società che – secondo le accuse – mancherebbe di attrezzature, capitali e beni strumentali. L’accusa della Procura si basa su un’indagine della Guardia di Finanza che ha riguardato le dichiarazioni dei redditi dell’imprenditrice dal 2015 al 2018. Non è ovviamente una condanna e la difesa dell’imprenditrice si dice certa di poter dimostrare che tutto è in regola. Sta di fatto che secondo i magistrati qualcosa da chiarire c’è. Marcegaglia era e rimane una delle donne più potenti di Italia. E’ stata prima alla guida dei giovani imprenditori di Confindustria e poi, dal 2008 al 2012, alla presidenza della Confindustria vera. E’ ancora molto influente negli equilibri della galassia confindustriale e protagonista di alleanze e fazioni che hanno portato alla nomina dei suoi successori, Giorgio Squinzi, Vincenzo Boccia, Carlo Bonomi. E’ stata presidente dell’Eni, società controllata al 30% dalla Stato, dal al 2014 al 2020. Oggi è a capo del G20 Business Summit ed è vicepresidente dell’impero industriale di famiglia, focalizzato sulla siderurgia e con un giro d’affari di 5,5 miliardi di euro l’anno. La notizia del rinvio una qualche rilevanza dunque ce l’ha. Ma in più di una redazione diventa subito una patata non bollente ma incandescente. Il più in difficoltà è giocoforza il Sole 24 Ore, dove la questione è “politicamente” delicatissima. Non solo perché il quotidiano appartiene a Confindustria ma anche perché, Emma Marcegaglia potrebbe presto sostituire Edoardo Garrone alla presidenza del gruppo editoriale degli industriali. E così la notizia rimane nel cassetto. Non ce n’è traccia sul numero in edicola domenica e neppure sul sito dove pure il flusso delle news è costante. L’ultima notizia su IlSole24Ore.com relativa a Marcegaglia risale al 2 giugno 2021 ed è la ripresa di un’intervista in cui l’imprenditrice siderurgica afferma che l’acciaio diventerà 100% green (soprattutto grazie ai soldi stanziati dallo Stato con il Recovery plan, ndr) L’attuale presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha affermato nei mesi scorsi: “L’agenzia delle entrate stima la maggiore evasione su Iva e Irpef, non su Ires e Irap delle imprese e indica i settori e le parti d’Italia su cui intervenire” e ancora “Se il governo deciderà di imboccare seriamente la strada della lotta all’evasione ci avrà dalla sua parte”. Appunto. Ancora più incomprensibile il fatto che la notizia sparisca completamente anche dalle pagine cartacee e dal sito de la Repubblica, quotidiano controllato dalla famiglia Agnelli. Anche sul sito di Repubblica l’ultima notizia attinente ad Emma Marcegaglia riguarda la conversione verde della produzione di acciaio. Diversa la scelta dell’altro quotidiano della dinastia torinese: La Stampa pubblica infatti la notizia del rinvio a giudizio nelle pagine economiche dell’ edizione di domenica e sul sito Lastampa.it. Nel mezzo sta il Corriere della Sera di Urbano Cairo. Neppure una goccia di inchiostro sull’edizione di domenica ma la notizia è presente sul sito del quotidiano.

Dagotraduzione dal The Guardian il 7 giugno 2021. Negli anni 60 il cofondatore di Simon & Schuster, Max Schuster, si trovò di fronte a un dilemma. Albert Speer, architetto personale e ministro degli armamenti di Hitler, aveva scritto un libro di memorie che forniva nuove intuizioni sul funzionamento della leadership nazista. Schuster sapeva che sarebbe stato un enorme successo. «C’è solo un problema, ed è questo: non voglio vedere il mio nome e quello di Albert Speer sullo stesso libro». Nell’industria liberale dell’editoria, la tensione che esiste tra profitto e moralità non è nuova, che si tratti di Schuster che rifiuta Speer (il libro è stato poi pubblicato da Macmillan) o del governo inglese che introduce una legge per impedire ai criminali di arricchirsi scrivendo libri sui loro crimini. Ma il dibattito su cosa pubblicare e cosa no ha raggiunto il culmine. Gli addetti ai lavori dell’editoria che si sentono a disagio con certi titoli parlano sempre più spesso e a voce più alta, scrivendo lettere aperte o pubblicando le loro critiche sui social media. Ad aprile negli Stati Uniti più di 200 dipendenti di S&S hanno chiesto al loro datore di lavoro di rescindere un contratto a sette cifre con l’ex vicepresidente Mike Pence. Gli autori ritirano i loro titoli quando il loro editore ingaggia colleghi con cui non sono d’accordo. Quando S&S ha deciso di pubblicare il provocatorio Milo Yiannopoulos, Roxane Gay ha rinunciato al suo contratto. Lo stesso ha fatto Ronan Farrow con Hachette, colpevole di aver annunciato un libro di memorie del padre Woody Allen. Pankaj Mishra ha recentemente chiesto al suo editore, Penguin Random House India, di riconsiderare la ristampa di un libro del primo ministro Narendra Modi durante la crisi di Covid del paese. A volte la pressione funziona: S&S ha lasciato stare Yiannopoulos, Hachette ha annullato il libro di Allen dopo uno sciopero del personale. A volte non funziona: Il presidente di S&S Jonathan Karp ha detto al personale che protestava contro Pence che tutti loro andavano «a lavorare ogni giorno per pubblicare, non per cancellare, che è la decisione più estrema che un editore possa prendere». Gli editori di oggi sono in bilico su una corda tesa. Quale strada seguire? Quella che trova il consenso del proprio staff o quella che interessa al proprio pubblico? Fino a che punto deve spingersi un autore prima che le sue opinioni siano ritenute non pubblicabili? E quando le opinioni personali di un'autrice, dice JK Rowling, vengono condannate e lo staff si oppone al lavoro sul suo prossimo libro per bambini? Dove tracciare una linea? È un "momento spartiacque", ha detto l'agente letterario Clare Alexander a una commissione della Camera dei Lord che indagava sulla libertà di parola online il mese scorso, evidenziando il divario che ha visto tra "management più vecchio" e "più giovani rifiutati". L'amministratore delegato di Hachette, David Shelley, ha aggiunto che al nuovo personale doveva essere detto che "potrebbe aver bisogno di lavorare su libri con cui non sono d'accordo ... Penso che forse in passato, non avendo visto arrivare questo, forse non siamo stati abbastanza chiari con persone su che tipo di organizzazione siamo, che cos'è". «Tutti sono molto cauti su questo argomento e inclini a parlare con una cura incredibile», afferma un responsabile delle pubbliche relazioni. «Di questi tempi è fin troppo facile guadagnarsi l'etichetta incrollabile di 'bigotto'. Inoltre, troppe aree di discussione sembrano essere diventate off limits, il contrario di quello che dovrebbe succedere in un'industria che diffonde idee». Da una parte, se un libro ha mercato, dovrebbe essere pubblicato, indipendentemente dal fatto che sia in linea con le opinioni del personale. Nel 2017, il libro di Sam Jordison “Enemies of the People” - su Brexit e Trump, e a favore di nessuno dei due - è stato pubblicato da HarperCollins, nonostante un certo numero di dipendenti (incluso il proprietario, Rupert Murdoch) non fosse d'accordo con il suo punto di vista. «Anche se non c'era grande entusiasmo per il libro all'interno dell'azienda, tutti hanno comunque stretto i denti e l'hanno pubblicato. Cosa sarebbe successo se fosse passata l’idea che il personale potesse pilotare i libri che li mettono a disagio?» dice Jordison. «Anch'io sarei stato messo a tacere. Se gli editori hanno paura di pubblicare cose che le persone potrebbero trovare discutibili, siamo in un guaio serio». Parlando all'udienza della Camera dei Lord, Shelley ha spiegato che Hachette prende le sue decisioni in base alla fattibilità commerciale e alla legalità: «abbiamo rifiutato libri, abbiamo deciso di non pubblicarli, perché in un certo senso, riteniamo che contravvengano la legge , perché diffamatori o per incitazioni all'odio». A dicembre Hachette si è appellata proprio a questa sua filosofia quando ha annullato un contratto con Julie Burchill, autrice di “Welcome to the Woke Trials”, accusando la scrittrice di aver «oltrepassato il limite» per via di alcuni tweet islamofobici da lei inviati al giornalista Ash Sarkar. Burchill ha poi dovuto risarcire Sarkar per diffamazione. Un amministratore delegato dei Big Five, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto di aver visto «una strana contraddizione» nel suo posto di lavoro in cui tutti erano positivi sulla diversità, ma dove alcuni vogliono anche «scegliere e scegliere il tipo di diversità che vogliamo». «Se vogliamo essere un editore e un datore di lavoro per tutti, la nostra pubblicazione deve riflettere questo. E diventa una necessaria inevitabilità pubblicare libri e autori con punti di vista su cui il nostro staff non è d’accordo. Questa tensione non è del tutto nuova, ma per qualche ragione, sembra che ora stia traboccando. È complicato, ma anche, credo, piuttosto stimolante». Presso l'editore politico Biteback, il direttore editoriale Olivia Beattie trova frustrante che il dibattito sia «così spesso inquadrato come editori più giovani ipersensibili, piuttosto che riconoscere che ciò che gli editori senior scelgono di pubblicare ha un impatto sui termini del dibattito pubblico». «Qualsiasi redattore junior semidecente impara molto rapidamente come separare le proprie posizioni ideologiche personali dal materiale che sta modificando, perché questa è una parte cruciale del lavoro», dice Olivia Beattie, direttore editoriale dell’editore politico Biteback. «Credo che l'industria editoriale sia più di sinistra rispetto al pubblico degli acquirenti di libri, rendendo inevitabile che il personale lavori su libri con cui non è d'accordo». «Ma le persone non stanno conflitti su semplici differenze di opinione politica, come si potrebbe supporre ascoltando il dibattito», dice. «Nessuno si rifiuta di lavorare su un libro perché non si adatta alla propria fede politica: la questione riguarda l’incitamento al pregiudizio contro minoranze già emarginate e oppresse. È un'area di dibattito assolutamente valida. Inoltre, non è sempre così chiaro: alcune persone saranno assordate da un fischio di cane che altri non possono sentire». «Mi sembra che l’editoria debba stare nell'intersezione tra le forze del mercato e le forze culturali», afferma un editore junior. «Stiamo facendo libri, stiamo facendo un prodotto culturale. Ma le nostre decisioni su ciò che pubblichiamo sono legate alla nostra percezione di ciò che vuole il mercato. Il personale più anziano, quello con più potere, sta prendendo decisioni consapevoli su come bilanciare queste due cose. Il più delle volte, sembra che diano la priorità al denaro rispetto all'integrità editoriale». Il personale junior, nel frattempo, oberato di lavoro e sottopagato, è «costretto a fare la maggior parte del lavoro sui titoli con cui ha seri problemi, con pochissima scelta e pochissimo supporto», afferma. «Gli editori hanno il privilegio di lavorare principalmente sui libri che hanno scelto – se stanno facendo il loro lavoro correttamente, dovrebbero sentirsi sicuri della loro acquisizione. I vicedirettori e gli assistenti editoriali non hanno spesso questo privilegio», afferma. «C'è differenza tra lavorare su un libro che pensi sia un po' spazzatura e lavorare su un libro che trovi ripugnante, che ti fa arrabbiare o che ti sconvolge sinceramente. Questa inquadratura de "i giovani dovrebbero lavorare sui libri che odiano" mi sembra così stupida e riduttiva. Dobbiamo solo aspettare che tutte le persone che prendono decisioni editoriali dubbie senza integrità vadano in pensione?». Un altro dipendente junior si è detto «leggermente perplesso dal fatto che la libertà di parola sia così spesso equiparata al diritto a un contratto editoriale», aggiungendo: «Coloro che occupano posizioni di rilievo stanno dimenticando che c'è sicuramente un obbligo di diligenza nei confronti del loro personale: questo deve essere considerato quando si chiede loro di lavorare su libri di autori con visioni che potrebbero potenzialmente contrastare direttamente la loro identità ed esistenza». La verità è che gli editori hanno sempre camminato sul filo del rasoio. «Gli editori, pur sapendo che la controversia fa vendere, hanno sempre esercitato il diritto di rifiutare i libri problematici», afferma Rupert Heath di Dean Street Press, indicando «innumerevoli casi di editori che si sono rifiutati di pubblicare un libro, da Schuster con Sheer, a HarperCollins che annullava il contratto di Patten per il libro anti-Cina nel 1998, in un momento in cui Murdoch stava cercando un accordo in Cina. «La grande differenza che vediamo ora è nel personale editoriale, in molti casi personale relativamente giovane, che cerca di dettare la politica aziendale, usando la propria influenza per bloccare la pubblicazione di libri già commissionati dalle proprie aziende – questo è qualcosa, per quanto come so, senza precedenti a lungo termine nella storia dell'editoria». Il libro di memorie di Pence, secondo Heath, «sarà un importante banco di prova: se verrà ritirato, potrebbe aprire le porte a un'azione simile. E sulla scia di BLM, #MeToo e di altri recenti movimenti sociali, i dirigenti dell'editoria potrebbero ritenere sempre più opportuno che si conformino ai desideri del loro staff». Il caporedattore di Schuster, Korda, ha ricordato uno sconvolgimento simile negli anni '60. «Finora gli editori di libri si erano considerati una sorta di obbligo autoimposto di pubblicare entrambi i lati della maggior parte dei problemi in modo più o meno imparziale, piuttosto che prendere il sopravvento morale», scrive in Another Life. Ma un «dibattito sempre più acceso e di parte» ha visto «la dirigenza accartocciata contro gli editori e viceversa».

Dagospia il 20 maggio 2021. Comunicato Stampa. Apprendiamo e segnaliamo un episodio che riguarda il nuovo libro-inchiesta di Fabrizio Gatti, L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare, da qualche settimana in libreria e nella classifica dei libri più venduti. A quanto ci risulta, a seguito di un’intervista rilasciata da Gatti al podcast di interviste di Daniele Rielli visibile su Youtube, dopo vari infruttuosi tentativi è risultato impossibile da parte del proprietario del podcast poter procedere alla “sponsorizzazione pubblicitaria” del video in questione. Google ha giustificato questo diniego con un messaggio agli autori del podcast: “La informiamo che, a seguito del ricorso eseguito dal nostro staff, il dipartimento conferma la disapprovazione del video della campagna “pdr Gatti” per eventi sensibili collegato a Covid-19 (può trovare l'informativa della policy)”. L’informativa stabilisce che “gli inserzionisti devono rispettare le norme Google Ads quando pubblicano contenuti riguardanti il coronavirus (Covid-19), in particolare quelle relative agli eventi sensibili. Tali norme vietano qualsiasi contenuto che mostri intenti speculativi o manchi di ragionevole sensibilità nei confronti di questa crisi sanitaria globale”. Una motivazione generica, ma lo staff di Google non aggiunge altro. Sarebbe dunque impossibile poter fare pubblicità su siti, blog, podcast e negli spazi di proprietà di Google, per le idee contenute ed espresse dall’autore nel suo libro. A questo proposito, Elisabetta Sgarbi, direttore generale e editoriale della casa editrice, dichiara: “Fabrizio Gatti, scrittore e giornalista investigativo e inviato del settimanale L’Espresso, ha documentato le responsabilità del regime cinese, dei governi alleati e dell’Oms nella ritardata risposta alla pandemia di Covid-19 che, come spiega il sottotitolo del libro, Cina, governi e Oms avrebbero dovuto evitare. Mi auguro che Google - proprio per la sua posizione di primo piano - possa contribuire a favorire la riflessione e la discussione sulla catastrofe sanitaria e umana che ha colpito il mondo. C’è una grande differenza tra l’offesa gratuita e il diritto di critica, soprattutto quando questa critica, come dimostra Fabrizio Gatti con il suo libro-inchiesta L’infinito errore, è ampiamente documentata”. Questo invece il commento di Fabrizio Gatti: “Esprimo la mia piena solidarietà ai colleghi che sono stati o saranno danneggiati economicamente, soltanto per aver dato spazio a L’infinito errore e alla mia ricerca. Mi auguro che Google riveda al più presto la sua posizione. Già dobbiamo sopportare il regime cinese e le conseguenze del suo mancato contenimento del nuovo coronavirus. Ritenere offensiva la mia documentata indagine su quello che è accaduto e ostacolarne in qualche modo una sua più ampia diffusione, come ha deciso Google, è l’ennesimo sintomo di una deriva molto preoccupante. Una volta superata con i vaccini l’infezione, come scrivo nel mio libro, dovremo difendere le nostre democrazie dal totalitarismo e dal monopolio digitale”. Il presentatore del podcast, Daniele Rielli, dice: "Trovo molto preoccupante che si censuri il giornalismo d'inchiesta equiparandolo di fatto ai contenuti "offensivi". Questa vicenda ci fa riflettere sull'influenza che la dittatura cinese esercita anche nel dibattito pubblico italiano". L’infinito errore rivela la storia segreta della pandemia. Grazie a testimonianze e informazioni inedite – tra cui l’analisi di oltre diecimila documenti e l’accesso alle banche dati che registrano l’identità genetica dei virus – il libro-inchiesta di Gatti ripercorre l’intero viaggio compiuto dal coronavirus: dalle grotte infestate di pipistrelli ai laboratori civili e militari cinesi dove i nuovi agenti patogeni sono stati studiati in collaborazione con i centri di ricerca americani, australiani e francesi, fino alle nostre città, ai nostri ospedali, alle nostre case. Uscito in libreria il 15 aprile, da un mese L’infinito errore è ai vertici delle classifiche.

 Luca Ricolfi sul caso di Saman Abbas: "Se ne parla poco? La sinistra ha sempre un occhio di riguardo per l'islam. Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. Non sembra sollecitare troppo interesse la triste storia di Saman Abbas, la ragazza sparita a Novellara, a una ventina di chilometri da Reggio Emilia. Il silenzio della sinistra e delle associazioni che si occupano dei diritti delle donne si fa sempre più assordante, ma qual è il motivo di questo silenzio? C'è "una ragione buona e una cattiva" suppone il sociologo Luca Ricolfi, intervistato da Il Giorno. "La ragione buona è che, al momento, non si sa come siano andate effettivamente le cose, e neppure se la ragazza pachistana sia viva o morta. La ragione cattiva è che la sinistra ha un occhio di riguardo per l'Islam, e teme che i lati più imbarazzanti di quella cultura, e in particolare il suo modo di trattare la donna, compromettano il progetto politico di diventare i rappresentanti elettorali di quel mondo, grazie all'allargamento del diritto di voto agli immigrati". "Temo che anche se vi fosse la certezza che Saman è stata uccisa dai familiari, un velo pietoso verrebbe steso sulla vicenda, meno interessante di quella di qualche aspirante attrice molestata da registi o produttori". Il sociologo spiega poi il ruolo del "politicamente corretto" all'interno della questione: "È paradossale, ma il politicamente corretto - nato per combattere le discriminazioni - sta diventando, oggi, uno dei meccanismi attraverso cui passano nuove e meno visibili forme di discriminazione". "Concedendo una protezione speciale a una serie di presunte minoranze (l'Islam è solo una di esse)" spiega l'accademico "si finisce per attenuare le garanzie e indebolire le tutele nei confronti di quanti hanno la sola colpa di non far parte di alcuna categoria protetta". "Non solo" sottolinea Ricolfi "ma si viene a instaurare una sorta di presunzione di innocenza, o di responsabilità attenuata, per chiunque commetta reati ma abbia il vantaggio di far parte di una categoria protetta. Con tanti saluti al principio per cui dovremmo essere giudicati per quel che facciamo, non per quello che siamo". L'integrazione dovrebbe contemplare l'obbligo di rispettare i diritti umani. "Altrimenti non è integrazione, ma mera concessione (agli stranieri) di spazi di impunità cui nessuna comunità nazionale può aspirare (salvo forse alcune sette religiose semi-clandestine). Bisogna ammettere però, che da oltre mezzo secolo (più o meno dall'era delle decolonizzazioni), questo è un nodo irrisolto della cultura occidentale, e di quella europea in particolare" sostiene Ricolfi. "Se da bravo antropologo, aperto e non eurocentrico, dici che ogni cultura va giudicata con i suoi metri e non con quelli di un'altra, se continui a proclamare che 'loro' non sono primitivi ma solo diversi da noi, e che ogni usanza, rito o costume ha la sua dignità e la sua ragion d'essere, esercizio in cui la civiltà occidentale si è prodigata per decenni e decenni, se fai tutto questo, beh, allora è un po' difficilino pretendere che loro rispettino i diritti umani, che in fondo non sono verità rivelate, ma un costrutto contingente e "storicamente determinato" (così avrebbe detto Marx) della nostra civiltà occidentale" spiega il sociologo. E per quanto riguarda alcune tradizioni islamiche, come l'infibulazione delle ragazze e l'obbligo di sposare giovani scelti dalle famiglie? "Il problema è che noi non abbiamo il coraggio di dirgli la verità, ovvero quel che davvero la maggior parte di noi pensa: e cioè che, per noi, certi loro costumi sono barbari. E che se vogliono vivere con noi possono mangiare quel che vogliono, pregare il Dio che gli pare, vestirsi come gli aggrada, ma non può esserci alcun comportamento che sia proibito a un italiano e permesso a loro" conclude Luca Ricolfi. 

"La sinistra tace sull'Islam...". Ora nel Pd è tutti contro tutti. Alessandro Imperiali il 2 Giugno 2021 su Il Giornale. Finalmente il silenzio della sinistra sulla scomparsa di Saman Abbas si interrompe. Parla Marwa Mahmoud, consigliere Pd a Reggio Emilia, e conferma la teoria del sociologo Luca Ricolfi. La sinistra resta colpevolmente in silenzio di fronte alla scomparsa di Saman Abbas. Un'interrogazione in commissione esteri al ministro Luigi Di Maio riguardo "quali urgenti iniziative politiche intende assumere" e nulla più. O quasi. L'unica ad uscire pubblicamente sulla questione e squarciare il silenzio nelle fila dem è Marwa Mahmoud, donna musulmana, nata ad Alessandria d'Egitto e trasferitasi da molto piccola prima a Modena e poi a Reggio Emilia. Dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana, è stata eletta come consigliere comunale tra le fila del Partito Democratico a Reggio Emilia, la provincia dove, tra l'altro, da più di un mese è ricercata Saman, la giovane pachistana. È proprio Marwa a parlare di quest'ultima questione, su La Nazione. Quando le viene chiesto il perché la sinistra tacesse sui diritti negati alle donne islamiche, risponde: "Da parte nostra c'è timore a intervenire su questi temi. Negli ultimi vent'anni c'è stata sottovalutazione. Parliamone. Mettiamoci la faccia. Io, da musulmana e da consigliera Pd, per prima". Sostanzialmente conferma la teoria del sociologo Luca Ricolfi il quale sostiene: "La sinistra teme che i lati più imbarazzanti di quella cultura, e in particolare il suo modo di trattare la donna, compromettano il progetto politico di diventare i rappresentanti elettorali di quel mondo, grazie all'allargamento del diritto di voto agli immigrati". Così facendo, sempre secondo Ricolfi, in nome del politicamente corretto "si viene a instaurare una sorta di presunzione di innocenza, o di responsabilità attenuata, per chiunque commetta reati ma abbia il vantaggio di far parte di una categoria "protetta"". Un "occhio di riguardo" sulla questione che imbarazza e non poco proprio Marwa: "Sono temi delicati e complessi se non si hanno basi antropologiche solide. C'è paura di essere strumentalizzati e additati come razzisti. Si è tergiversato troppo preferendo agire con paternalismo, assistenzialismo e accoglienza. Che, sia chiaro, va bene. Ma non basta. Tutto il resto è diventato tabù, come la mutilazione ai genitali femminili per esempio". Marwa è molto critica anche sui matrimoni forzati che fanno parte di "un mondo sommerso che va scardinato". L'unico modo per poterlo fare è appellarsi "ai diritti umani". Dal suo punto di vista: "In Italia il tema non è mai stato trattato in modo sistemico, ma solo a livello politico ideologico come nel caso di Hina Saleem. Non è sufficiente aver inserito il reato nel codice penale". E aggiunge: "Occorre una risposta integrata che passa dall'educazione ai servizi territoriali, alle forze dell'ordine. Non si risolve tutto allontanando la vittima in una comunità protetta. E il caso Saman insegna: è tornata a casa. I figli cercano sempre di recuperare i rapporti con la famiglia". È necessario, dunque, "andare nelle comunità e nei luoghi di culto, spiegando che nessuno può essere costretto a sposarsi e che non deve essere visto come un disonore ricevere un "no"". L'unica soluzione possibile, quindi, secondo lei, è "muoversi entro la cornice dei diritti umani e della Costituzione".

Alessandro Imperiali. Nato il 27 gennaio 2001, romano di nascita e di sangue. Studio Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza e ho preso la maturità classica al Liceo Massimiliano Massimo. Sono vicepresidente dell'Associazione Ex Alunni Istituto Massimo e responsabile di ciò che riguarda il terzo settore. Collaboro con ilGiornale.it da gennaio 2021 e con Rivista Contrasti. Ho tre credo nella vita: Dio, l’Italia e la… 

Censura Rai, sei casi di cui non si parla. Altro che il rapper. Rec News il 7 Maggio 2021.  Quando si affronteranno anche i problemi che affliggono l’informazione di una tv pubblica completamente appiattita sulle posizioni del governo? La Rai – che conta su un elevato numero di professionisti e di corrispondenti regionali – tra il 2020 e il 2021 ha censurato:

1. Le notizie sulle cure contro il covid, tra farmaci generici e farmaci specifici;

2. Gli studi sui falsi positivi, che da soli sono in grado di riscrivere le proporzioni della cosiddetta pandemia;

3. Il numero di malati oncologici e di soggetti affetti da patologie (realmente) gravi che sono deceduti perché tenuti fuori dagli ospedali;

4. I protocolli letali inventati dal ministero della Salute;

5. Lo scandalo sulle autopsie;

6. Le denunce sporte presso il Tribunale dell’Aja contro i governi che hanno adottato e stanno adottando provvedimenti incostituzionali, e molto altro. Non sarebbe più opportuno parlare di censura per le notizie e le questioni realmente gravi, che riguardano tutti, anziché stracciarsi le vesti per un cantante? Quando si parlerà anche dei problemi che affiggono l’informazione di una tv pubblica completamente appiattita sulle posizioni del governo?

Mentana difende la libertà d’espressione: “Deve valere per tutti”. E la sinistra va fuori di testa. Guido Liberati sabato 22 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. «In questo paese c’è la libertà di parola».  Esordisce così Enrico Mentana, nel post su Facebook che ha mandato fuori di testa parecchi esponenti, anche di spicco della sinistra. Il direttore de La7, ha scritto un concetto di una banalità imbarazzante. Eppure, ha toccato nervi sensibili delle vestali del politicamente corretto. «Non esiste – prosegue il post di Mentana – che si metta alla gogna chi ha un parere diverso, e allo stesso modo è inconcepibile che si sottoponga alla gogna mediatica, o peggio si proponga l’ostracismo per chi fa satira sui temi sensibili. Sei anni fa eravamo tutti Charlie: ma non esiste che si difenda chi fa satira sui simboli religiosi e si attacchi chi la fa sulle scelte di genere. La libertà è una sola, permette di prendere in giro i leghisti e gli ebrei, i gay e i magistrati, i machisti e i navigator, i giornalisti e le femministe, e così via, nessuno escluso. E non perché “Se no fai il gioco della destra” come mi è toccato leggere, ma perché la libertà è precisamente questa, piaccia o no. Si legge nell’articolo 21 della costituzione, che ribaltò le proibizioni del fascismo (da non dimenticare mai): “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Sante parole».

Johnatan Bazzi contro Enrico Mentana. Su Facebook, tra i primi ad attaccare Mentana è intervenuto lo scrittore Johnatan Bazzi, già redattore di Gay.it “Direttore, io credo lei abbia gli strumenti, la posizione e l’esperienza per fare meglio di così”. Il riferimento non detto di Mentana era ovviamente anche a Pio e Amedeo per le sue battute sugli omosessuali. E quindi il mondo che caldeggia il Ddl Zan ora non può condividere una ovvietà prevista dalla Costituzione.

E anche il deputato Fiano fa la sua lezioncina. Anche il deputato dem Emanuele Fiano spara la sua cannonata contro il giornalista. “Condivido che Mentana dica che la satira debba essere libera ma non è vero che è permessa qualsiasi manifestazione di idee in questo paese, non è permessa l’apologia di terrorismo per esempio, non è permessa un’idea discriminatoria, non è permessa un’idea fascista che presupponga la riorganizzazione del Partito fascista, non è permessa un’idea calunniosa o diffamatoria nei confronti di qualcuno. Perché dobbiamo raccontare che non ci sono limiti alla libertà di espressione nel nostro ordinamento se ci sono?”. Libertà di satira, il precedente di Michela Giraud. Il riferimento di Mentana era ovviamente anche a Michela Giraud, la comica assurta a notorietà nazionale con Lol, costretta a togliere una battuta politicamente scorretta dal suo profilo social. E qualcuno osserva sulla pagina Fb di Mentana.  “La Giraud non l’ha censurata proprio nessuno. Ha fatto una battuta e le sono piovute addosso critiche, legittime anche quelle. Ha poi ritenuto di eliminare la battuta. Punto”. E alle tante vestali del “cancel culture”, replica un utente sulla pagina Instagram del Direttore, in un post che sintetizza al meglio la questione. “Non la capiscono. difendono la libertà di espressione fino a quando concordano”.

Mentana contro il politicamente corretto: "I gay si possono prendere in giro". Francesca Galici il 22 Maggio 2021 su Il Giornale. Enrico Mentana si schiera contro le limitazioni alla libertà di parola e ricorda i capisaldi della nostra democrazia, tra i quali l'articolo 21 della Costituzione. In Italia si può prendere in giro la religione cattolica in ogni modo, si può ironizzare sul Cristo in croce ma non sui gay e sulla comunità Lgbt. In quest'ultimo caso si viene tacciati di omofobia, si viene insultati e si invoca il bavaglio. Una pratica ormai comune e basta vedere quel che è accaduto all'attrice comica Michela Giraud per capire la direzione che sta prendendo la democrazia del nostro Paese. Una deriva contro la quale si è espresso anche Enrico Mentana, che in un post su Facebook, ovviamente criticatissimo da chi esalta esclusivamente il pensiero unico, ha difeso la libertà di parola in ogni sua forma. Un pensiero appoggiato anche da Matteo Salvini tramite il suo profilo Twitter. "In questo Paese c'è la libertà di parola. Non esiste che si metta alla gogna chi ha un parere diverso, e allo stesso modo è inconcepibile che si sottoponga alla gogna mediatica, o peggio si proponga l'ostracismo per chi fa satira sui temi sensibili", ha scritto Enrico Mentana. Il caso di Michela Giraud, solo l'ultimo di una lunga serie, è emblematico. Con una battuta, l'attrice ha commentato il coming out di Demi Lovato, che sui social ha dichiarato di non riconoscersi in un genere binario, chiedendo pertanto che a lei ci si rivolgesse con il pronome "they/them" e non più con "she/her". La traduzione italiana di "they" è "loro" ma il politicamente corretto in lingua inglese ne ha assunto l'utilizzo anche come singolare neutro. Tuttavia, guai a scherzare su questa singolare richiesta, come ha fatto Michela Giraud: "Demi Lovato vuole che le sia dato del 'loro' come il Mago Otelma". Immediata la raffica di insulti e improperi contro l'attrice, costretta a cancellare il tweet e quasi a scusarsi per aver fatto il suo lavoro, ossia ironia. È proprio contro questo integralismo che vuole limitare la libertà di parola che Enrico Mentana ha sbottato sul suo profilo Facebook: "Sei anni fa eravamo tutti Charlie: ma non esiste che si difenda chi fa satira sui simboli religiosi e si attacchi chi la fa sulle scelte di genere. La libertà è una sola, permette di prendere in giro i leghisti e gli ebrei, i gay e i magistrati, i machisti e i navigator, i giornalisti e le femministe, e così via, nessuno escluso". Matteo Salvini si è complimentato con il direttore del Tg La7 dal suo profilo Twitter: "Condivido le parole di Enrico Mentana, che naturalmente viene già messo in croce per l’opinione espressa. Sempre e comunque dalla parte della Libertà!". Enrico Mentana, quindi, ha ricordato a tutti l'articolo 21 della Costituzione: "La libertà è precisamente questa, piaccia o no. Si legge nell'articolo 21 della costituzione, che ribaltò le proibizioni del fascismo (da non dimenticare mai): 'Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione'. Sante parole". Eppure nei commenti lasciati sotto il suo post il concetto non sembra essere stato recepito e così ecco che "non si deve fare ironia sulle minoranze ma solo sui poteri forti". È questo il futuro che ci aspetta?

Se l'ossessione del gender fa riscrivere le battute ai comici. Alessandro Gnocchi il 22 Maggio 2021 su Il Giornale. Prepariamoci a vivere in un mondo dove sarà molto difficile strappare una risata senza incorrere nella censura, nella riprovazione e prima o poi nella condanna per legge. Prepariamoci a vivere in un mondo dove sarà molto difficile strappare una risata senza incorrere nella censura, nella riprovazione e prima o poi nella condanna per legge. La cultura del riconoscimento delle minoranze, giusta in partenza, ha avuto un approdo tragico. Le lotte di emancipazione hanno generato i cerotti sulla bocca e la cancellazione della Storia. I libertari sono ormai guardiani dell'ortodossia politicamente corretta ridotta a un manuale su cosa si può dire e come imporre il silenzio a chi dissente. Non passa giorno senza reazioni isteriche davanti a parole comuni e innocue. Ieri, la gogna è toccato alla comica Michela Giraud, nota soprattutto per la trasmissione LOL. Giraud ha scritto un tweet sulla bizzarra richiesta della cantante Demi Lovato: «Sono di genere non binario. Rivolgetevi a me col pronome loro». D'accordo. Loro (Demi Lovato) sostengono di contenere moltitudini di orientamento sessuale fluido e di non identificarsi in una identità strettamente maschile o femminile. La prima reazione, lo ammettiamo, è un gigantesco ma chi se ne frega, loro (Demi Lovato) si identifichino come preferiscono e sotto le coperte loro (Demi Lovato) facciano quello che vogliono, a chi importa? A nessuno, semmai sarebbe lecito obiettare sul tentativo di piegare perfino la grammatica (e dunque la logica) all'ideologia. Torniamo ai fatti. Michela Giraud azzarda la battuta, in fondo è il suo mestiere: «Demi Lovato vuole le sia dato del loro come Otelma». Niente di che, fa a stento ridere il riferimento al mago, star della televisione grazie allo sberleffo della Gialappa's Band. Avete presente? Era quel signore che si vestiva da divinità egiziana, leggeva il futuro e parlava di se stesso alla terza persona plurale. Chi potrebbe offendersi per una simile sciocchezza? Si sorride e si passa oltre. Invece il tweet è accolto da un mare di critiche, al punto che la comica ha deciso di eliminarlo, aggiungendo la frase più intelligente di tutta la vicenda: «Mai mi sarebbe passato per la mente di doverlo fare». In effetti, a nessuno sarebbe passato per la mente di assistere alla fine dell'ironia, per giunta bonaria, come quella in questione. Siamo passati da «vietato vietare» a «vietato non vietare».

Da "ilfattoquotidiano.it" il 20 aprile 2021. Scoppia il “caso” Gaetano Pedullà a Dritto e Rovescio. Il direttore de La Notizia è stato negli scorsi mesi un ospite fisso della trasmissione di Rete 4 condotta da Paolo Del Debbio ma, da qualche settimana, non si è più visto. Il motivo? Secondo quanto lo stesso Pedullà ha scritto sui social, ci sarebbe stata una “censura” nei suoi confronti dopo l’ultima lite con Maurizio Belpietro, degenerata e conclusasi con il gesto dell’ombrello da lui fatto in direzione di quest’ultimo. Gaetano Pedullà manca infatti a Dritto e Rovescio proprio dalla puntata del 1 aprile, in cui fu protagonista di un focoso botta e risposta con Belpietro: un’escalation che, evidentemente, non è stata apprezzata da Mediaset. “Quando parli del mio giornale sciacquati la bocca, dici bugie“, aveva urlato quella sera Pedullà e, di fronte alle proteste del collega (“Non accetto che questo signore alzi la voce e non mi faccia finire”) si era alzato esplodendo in un gesto di rabbia: “Vuoi che me ne vada? Vuoi che me ne vada? Tiè, te ne vai tu“. E aveva quindi fatto il gesto dell'”ombrello” di fronte al padrone di casa Paolo Del Debbio che, dopo aver alzato la voce per zittirlo, aveva assistito impotente alla scena. “Mi hanno epurato – è tuonato ora Pedullà sui social rispondendo ad un suo follower -. In quella trasmissione Paragone può mandarmi liberamente a fanc***, Cruciani come altri ospiti prendermi in giro, Belpietro diffamare addirittura il mio giornale, ma se io rispondo per le rime dopo essere stato attaccato sul piano personale e con argomenti che non c’entrano niente con la discussione, cacciano me. D’altra parte per silenziare noi pochi giornalisti non allineati ogni scusa è buona. Pazienza, tanto so che tante persone ragionano con la propria testa e non con quella di chi fa o decide nelle televisioni”, ha concluso.

Così è crollato il potere rosso. Augusto Minzolini il 4 Maggio 2021 su Il Giornale. Una volta Antonio Gramsci le definiva le "casematte del Potere", dalla giustizia all'informazione, cioè gli strumenti per raggiungere e conservare il governo di un Paese. Una volta Antonio Gramsci le definiva le «casematte del Potere», dalla giustizia all'informazione, cioè gli strumenti per raggiungere e conservare il governo di un Paese. Uno schema che da noi ha funzionato per decenni e decenni. Per cui colpisce quanto repentinamente con la crisi della sinistra, quegli «apparati della società» (per usare il verbo gramsciano) stiano venendo giù. L'ultima settimana è stata esiziale per quei mondi. Prima sui verbali dell'avvocato Amara è scoppiato il pianeta giustizialista, quello in cui, in una sorta di Entente cordiale, convivevano gli eredi delle toghe rosse e i seguaci del rito propugnato dall'ex mostro sacro (l'iconografia a sinistra è sempre strumentale al risultato), Piercamillo Davigo. Poi il terremoto ha raggiunto Raitre, cioè il tempio dell'informazione di sinistra: Enrico Letta e Giuseppe Conte hanno scomunicato i vertici dell'azienda di viale Mazzini, messi alla berlina da Fedez, che dal palco della diretta del concerto del Primo maggio ha denunciato un tentativo di censura dei dirigenti del servizio pubblico sul suo intervento contro la Lega e in favore del ddl Zan contro l'omotransfobia (parola oscura e complicata); rimuovendo in un battibaleno il dato, quantomai ovvio e acclarato, che nelle caselle della nomenklatura di quel pezzo di Rai quei nomi li avevano scritti loro. A cominciare dalla principale imputata, quell'Ilaria Capitani, ex portavoce di Veltroni, che guidata dal pilota automatico incorporato dei dipendenti dell'azienda che entra in funzione quando si passa da un governo all'altro (in questo caso dal governo giallorosso al Draghi di unità nazionale), aveva pensato innanzitutto al suo futuro e si era preoccupata, fin troppo, della possibile reazione di Matteo Salvini alle parole di Fedez. Infine, ieri c'è stato un corpo a corpo tra Matteo Renzi, ex segretario del Pd, e una delle trasmissioni cult di Raitre, Report, che riportando la foto di un incontro tra l'ex premier e un dirigente dei servizi segreti, Marco Mancini, ha alimentato la tesi che la fine del governo Conte sia stata figlia di un complotto. Sono volati piatti e scodelle: un renziano doc, come Luciano Nobili, in un'interrogazione al ministro dell'Economia, ha chiesto lumi su presunte email tra i responsabili della trasmissione e l'ex portavoce di Conte, Rocco Casalino, e su una possibile fattura di 45mila euro ad una società lussemburghese in favore di un testimone, il tutto «per confezionare servizi per danneggiare l'immagine di Renzi»; tutti gli interessati hanno smentito, da Casalino al responsabile di Report, Ranucci. Quest'ultimo ha dichiarato su facebook che la trasmissione «non fa mai servizi contro» e lamentato che «la libertà di espressione non è una maglietta che sfili quando ti fa comodo». Ma, lasciando da parte email e fatture, a proposito di «magliette» e «servizi contro» ieri, nella stessa puntata di Report, si è ipotizzato un complotto di Renzi contro Conte e un altro di Berlusconi contro il giudice che lo ha condannato in Cassazione. Dello scandalo in Csm, invece, nada de nada: «la libertà di espressione da quelle parti è sinonimo di fissazioni». E a proposito di «magliette» il primo a parlare di complotto internazionale contro Conte, fu il consigliere dell'ex segretario del Pd Zingaretti, seguito solo da una piccola frotta di orfani dell'ex premier guidati dal Fatto di Travaglio: insomma, «una cagata pazzesca» per usare una battuta dell'indimenticabile Fantozzi a proposito della Corazzata Potëmkin (esempio, visti i protagonisti, sul piano culturale alquanto calzante). Corbellerie per coprire una realtà molto più semplice: il Conte due è caduto perché era un «assembramento» di incapaci. Ma torniamo al punto: il crollo delle «casematte del Potere». «È una cosa enorme quella che sta avvenendo», confida Matteo Renzi, che da quando ha fatto cadere l'esecutivo giallorosso è diventato uno dei bersagli preferiti di quei mondi. «Una cosa enorme» da preoccupare addirittura il Quirinale. «Con tutto il rispetto per il personaggio - twitta Pierluigi Castagnetti, ex segretario del Ppi e ospite fisso sul Colle - ma a voi pare che in questo momento difficilissimo l'intero sistema politico debba ruotare attorno alla telefonata di Fedez?». Eh sì, perché quello che colpisce di più è che la mitraglia non è rivolta solo verso il nemico esterno, ma si sentono spari anche all'interno delle casematte della sinistra. Il motivo è semplice: per restare al governo il Pd ha messo insieme anime che non dovrebbero stare insieme; anzi, ha dato addirittura il respiro di un'alleanza strategica al rapporto con i grillini e i loro mondi. Una vera scommessa. Solo che non puoi mettere insieme magistrati come Salvi o Spataro con un khomeinista come Davigo. I primi, che militano nelle «casematte» da un sacco di tempo hanno una sensibilità politica, se vedono il nome di Conte su un verbale ci riflettono su, il giustizialista per antonomasia, invece, no, va avanti come un carroarmato. Stesso discorso vale per Raitre: da quelle parti sono abituati alla «lottizzazione», conoscono a menadito la filosofia dell'azienda, sanno quanto possono osare specie nei cambi di stagione; «un supporter dei 5stelle» come Fedez (la definizione è dell'onorevole grillino Battelli), invece, no. Come fa un funambolo del pensiero, uno che fino a dieci anni fa componeva brani che massacravano Tiziano Ferro per la sua omosessualità e ora dice l'esatto opposto, a restare nei limiti. Non può e non vuole, perché il suo investimento è tutt'altro. Addirittura la fidanzata di Franco Di Mare, un direttore di Raitre centauro - metà 5stelle, metà Pd - esprime per intero il concetto che è nella mente del compagno: «Fedez è una nullità, un Cetto Laqualunque, sostenuto da qualche paraculo occulto». In queste condizioni, con questi guai, volente o nolente, la sinistra deve cambiare politica. E la fa a suo modo: così dopo aver lottizzato fino a ieri con le correnti dei magistrati le stanze del Palazzo di via del Maresciallo e il grattacielo pigmeo di viale Mazzini, Violante per il Csm e il tandem Letta per la Rai, non trovano di meglio che gridare oggi a gran voce «fuori i politici». Proposito giusto, lodevole, non c'è dubbio. Solo che almeno a corredo dovrebbero parlare di riformare il Csm, di bloccare «le porte girevoli» tra magistratura e politica, e, ancora, di privatizzare la Rai. Così, quei discorsi sembrano più dettati dalla contingenza, che non animati dalle intenzioni. «Al netto dell'ipocrisia - sgama l'azzurra Gabriella Giammanco - la Rai è sempre stata condizionata dalla politica. Come la Sanità. Fedez non ha detto nulla di nuovo. Si parla di riforma ma non si farà mai». O, magari, questa volta sì, ci puntano davvero, ma sempre per una logica politica. «Ma perché - si chiede Enrico Costa, la mefistofelica ombra di Carlo Calenda - anche se questi casini sono stati provocati solo da interni, siano toghe o dirigenti Rai, Violante e Letta se la prendono con i politici e vogliono cacciarli dal Csm e dalla Rai? Forse hanno capito che alle prossime elezioni saranno spianati e ora vogliono riforme che gli consentano di mantenere un'influenza in quegli strumenti di Potere anche dall'opposizione. Magari, per tenere insieme le due cose, manderanno Fedez alla Procura di Milano. Scherzo». La verità è che finito il governo Conte, esaurito il collante del Potere, le prime scosse del terremoto in corso stanno mettendo a dura prova quei mondi. E, magari, la corsa per il Colle, dove per la prima volta il Pd non sarà il king maker, farà il resto. «Qui non regge niente - ammette sconsolato il capogruppo di Leu Federico Fornaro -, a novembre ci sarà il redde rationem. Anche perché se Draghi va al Quirinale poi si va diritti alle elezioni che la stragrande maggioranza dei parlamentari non vuole. Dite che potrebbe sostituirlo la Cartabia a Palazzo Chigi se lui va sul Colle? È più facile che succeda il contrario».

C'era una volta la stampa indipendente...Fedez si prende la scena, giornali e Tv si scatenano dimenticando la loggia Ungheria. Piero Sansonetti su Il Riformista il 4 Maggio 2021. Domenica pomeriggio si sono finalmente aperte le gabbie dove era rinchiusa la rabbia della sinistra – insieme a quella dei qualunquisti dei 5 stelle – ed è tornata la bella polemica politica di una volta. Mi ricordo che in passato ci furono battaglie epiche sulla riforma della Costituzione, sui salari degli operai, sui diritti a una riduzione dell’orario di lavoro, sul divorzio e l’aborto, sulla guerra, sul modo nel quale combattere la lotta armata e l’attacco mafioso. Su questi temi destra e sinistra spesso si divisero in modo anche molto aspro. Ieri, dopo lungo silenzio, la sinistra finalmente è tornata a dar battaglia. Su Fedez, stavolta. Sì: su Fedez. Fedez è un cantante, ma anche un influencer (per la verità non so benissimo cosa voglia dire questa parola, ma su Wikipedia si trovano diverse spiegazioni) e da qualche settimana, credo, un combattente per i diritti civili. Uomo puro, giovane, non avvezzo alle mediazioni. Le mediazioni, voi lo sapete bene, sono quelle cose orribili che in genere travolgono e immiseriscono la politica. Il compromesso storico, l’articolo 7 della Costituzione, il governo Draghi… Fedez ha deciso di battersi per i diritti degli omosessuali, e io penso che sia una causa nobilissima. Da secoli gli omosessuali sono discriminati e offesi. Fedez lotta con passione, anche sfruttando, giustamente, la posizione di forza che gli viene dall’essere un personaggio famoso nel mondo dello spettacolo e dei social media: mena fendenti e non si risparmia. Il primo maggio, per dare più forza al suo impegno a favore della legge Zan (la legge che disciplina i reati di offesa agli omosessuali, modifica la legge Mancino contro i reati di opinione fascista o razzista, e la amplia, e rifonda l’idea di identità di genere), ha scatenato una protesta furiosa contro la Rai. La protesta, si è scoperto poi, era infondata, perché Fedez sosteneva che la Rai aveva tentato di censurarlo, e per dimostrare questa accusa ha messo in rete un video della sua telefonata con una dirigente Rai che però era tagliato, mentre dal video integrale si capisce che la malcapitata dirigente Rai tutto aveva fatto meno che censurare). Però la polemica è rimasta in piedi. Un po’ perché comunque sul tema della difesa dei diritti degli omosessuali il mondo politico e l’opinione pubblica si dividono. C’è una maggioranza che difende questi diritti ma c’è anche una minoranza omofobica, in modo palese o occulto. E quindi la rivolta di Fedez contro la presunta omofobia della Rai ha sobillato gli animi politici e ha permesso, dopo tanti anni, anche alla sinistra di gettarsi nell’arena e picchiare duro. Letta è sceso in campo e si è fatto spalleggiare anche da Conte. Conte si è scagliato contro la lottizzazione della Rai (che oggi è in mano a leghisti e grillini) che lui stesso aveva realizzato in modo sistematico negli anni scorsi. (Probabilmente Conte non sempre viene informato delle cose che fa, e alle volte, giustamente, queste cose, quando viene a saperle, lo indignano…). La polemica, come succede in questi casi, è stata largamente guidata dai giornali, nei loro siti e nell’edizione cartacea. Soprattutto dai grandi giornali. In particolare dal Corriere della Sera, da Repubblica e dalla Stampa. Questi tre incrociatori dell’informazione italiana, tutti e tre, ieri, dedicavano titoli di scatola, in apertura di prima pagina, a Fedez. “Ciclone Fedez sulla Rai”, titolava Repubblica con una grafica modificata rispetto al solito per dare più rilievo all’avvenimento clamoroso. Anche il Corriere ha modificato la sua grafica e ha titolato: “Il caso Fedez agita i partiti. Rai sotto accusa”. La Stampa a seguire: “Fedez: questa Rai è vergognosa”. Tutti gli altri argomenti sono passati in secondo piano. Tutti? Sì, soprattutto uno: Magistratopoli. Vi abbiamo parlato di questo scandalo sull’ultimo numero del Riformista. Credo che lo conosciate. In sintesi, è successo che un magistrato milanese, interrogando un avvocato che negli ultimi tempi è spesso stato considerato molto attendibile dai Pm – tanto da avere lui, con le sue accuse, scatenato il processo a Palamara – ha messo a verbale notizie molto scottanti e clamorose. Che riguardavano l’avvocato Conte e soprattutto una presunta Loggia segreta, situata a Roma a piazza Ungheria, che – pare – teneva in pugno il governo della magistratura italiana. Nomine, equilibri, designazione di procuratori, vice, aggiunti, presidenti dei tribunali e tutto il resto. Loggia segreta e illegale, ovviamente. E se le accuse di questo avvocato, che si chiama Piero Amara, fossero veritiere, ci sarebbe da tirar giù in quattro e quattr’otto tutto l’establishment e il gruppo di potere della magistratura, e da cancellare lo stesso Csm, incapace di fare il suo lavoro. Il problema è che questo magistrato che aveva raccolto le rivelazioni del pentito Amara aveva provato ad andare avanti nell’inchiesta, ma era stato bloccato dal suo superiore. E allora era corso a Roma e – illegalmente – aveva consegnato tutto a Piercamillo Davigo, membro del Csm, che – illegalmente – aveva ricevuto il malloppo e l’aveva – illegalmente – tenuto segreto per molti mesi. O forse – peggio ancora – ne aveva parlato, più o meno sommariamente – al vicepresidente del Csm, Ermini, e addirittura al presidente della Repubblica. Se fosse vero, sarebbe uno scandalo di proporzioni mai viste. Se invece non fosse vero che il presidente della Repubblica sia stato informato, resta sempre forse lo scandalo più clamoroso del dopoguerra, perché rende evidente che gran parte della struttura dirigente della magistratura italiana, nella sostanza, è illegale e priva di qualunque credibilità. E che anche le inchieste e le sentenze, di conseguenza, sono in gran parte illegali e – di fatto – corrotte. Ma lo scandalo non finisce qui. In ottobre Davigo lascia il Csm per ragioni di età e miracolosamente il malloppo insabbiato ricompare nelle redazioni di due giornali: Repubblica e il Fatto. Cioè i due giornali che, insieme al Corriere, sono sempre stati alla testa del partito delle procure. Chi li ha dati ai giornalisti? La segretaria di Davigo. Cosa fanno i giornalisti, abituati a pubblicare qualunque intercettazione o documento segreto o velina gli venga passato da una Procura? Stavolta insabbiano tutto. Pensano: non è il caso di mettere in cattiva luce i magistrati. Mica son politici! Mica son Renzi o Berlusconi! E così oggi succede che i nomi dei partecipanti a questa misteriosa Loggia, se esiste, li conoscono alcuni magistrati, pochi, alcuni giornalisti e basta. E li usano a loro piacimento. Voi, a questo punto, vi stupite se i grandi giornali non hanno nessuna voglia di occuparsi di magistratopoli, dentro la quale sono infognati anche loro fino al collo? Già, neanche voi vi stupite. Però stavolta – diciamolo – è grossa grossa: come si fa a tacere? Fedez. Ecco che, in modo del tutto involontario, Fedez corre in soccorso. E apriti cielo. Per oggi lasciamo stare lo scandalo, dicono i grandi giornali, perché Fedez picchia alla porta. Al Fatto Quotidiano, però, sta storia di Fedez non piace. Anche perché al suo direttore piace la canzone italiana, ma solo Renato Zero, credo, che spesso imita quando gioca a fare il karaoke e lo ha fatto anche sulla Rai, stonando solo un po’. Il rap di Fedez invece non lo entusiasma affatto. E allora trova un altro scoop che gli permette di sfuggire alla questione magistratopoli. Indovinate? Sì, lui: Renzi. Lo scoop glielo offre su un piatto d’argento il programma Rai Report. Travaglio lo sbatte in prima pagina, come gli capita non di rado, stavolta perché Renzi è stato beccato a chiacchierare in un autogrill con un certo dottor Mancini che è uno 007. È proibito parlare con Mancini? No, però… ma chi è Mancini? È l’uomo che Conte – l’unico premier amato da Travaglio – voleva alla guida dei servizi segreti. Poi non se ne fece niente perché cadde il governo. È molto grave incontrare il candidato alla guida dei servizi segreti? Pare di sì. Parola di un direttore che una volta, a sua insaputa, se ne andò in vacanza con un poliziotto che poi fu condannato per favoreggiamento di un imprenditore a sua volta condannato per mafia…. Ciliegina sulla torta di questa inaudita commedia è il documento della corrente della magistratura guidata da Davigo, cioè dall’uomo che è al centro dello scandalo. Il comunicato giunge a paragonare Davigo a Falcone. Dico sul serio, eh. Uno come può commentare un delirio così? Infermieraaaa!!!!

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Marine Le Pen fa paura e scatta la censura: nessun editore vuole pubblicare il suo libro. Adriana De Conto martedì 25 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. La censura in Francia si abbatte su Marine Le Pen, la favorita – un anno dalle elezioni presidenziali francesi – in tutti i sondaggi. Nessun editore vuole pubblicare il suo libro-manifesto. Un ostracismo rivelato dall’Express, all’interno della rubrica Les indiscrets. «Le Pen senza editori», è il titolo del settimanale parigino, che riporta il malessere della candidata leader di leader del Rassemblement national (Rn) alle presidenziali del 2022 per le barricate che il mondo dell’editoria ha innalzato contro di lei.

Gli editori fanno muro contro la Le Pen. Porte in faccia alla Pen. «C’è un terrorismo intellettuale nelle nostre società. L’editore che pubblica Marine Le Pen è fottuto», ha dichiarato all’Express l’eurodeputato e consigliere speciale della leader sovranista Philippe Olivier. Il quotidiano Libero ha riportato la notizia e lo sfogo di Olivier. Che illustra la situazione di una censura ideologica spaventosa. “Nessuna casa editrice di prima fascia, ma nemmeno quelle di seconda e di terza, vogliono accostare il loro nome al cognome Le Pen- leggiamo su Libero – considerato “radioattivo” e nefasto per l’immagine della maison. Non è la prima volta che la Le Pen si trova a combattere contro le chiusure nei suoi confronti. Anche nel 2016 all’epoca delle presidenziali che portarono al successo Macron, l’allora presidente Front national voleva sulla pratica del potere. «È troppo rischioso per la marca, potrebbe far fuggire alcuni autori. C’è soprattutto il timore di un flop in libreria. La sua immagine è ancora troppo sulfurea», commentò in forma anonima a Rtl un importante editore.

Marine Le Pen vola nei sondaggi e scatta l’ostracismo. Marine Le Pen fa paura. Vola nei sondaggi. L’ultima rilevazione, curata dall’istituto Harris Interactive, la accredita tra il 27% e il 29% al primo turno, davanti all’inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron, contro cui andrebbe a giocarsela al ballottaggio. La sua popolarità è in ascesa: gli elettori delusi dei Républicains, il partito della destra gollista che fu di Nicolas Sarkozy, guardano a lei e al suo programma, convinti dalla sua opera di “dédiabolisation”, ossia di ammorbidimento delle posizioni più estreme. E quindi a lei è proibito quel che in realtà è nelal tradizione di tutti gli sfidanti presidenti in pectore: pubblicare una sorta di libro-manifesto con cui mettere nero su bianco idee e programma politico.

Tutti i candidati all’Eliseo hanno potuto pubblicare. Lo fece Sarkozy nel 2006 con Témoignage, Hollande nel 2012 con “Changer de destin”, e Macron nel 2016 con Révolution. Ebbene solo con Marine Le Pen questa tradizione si dovrebbe interrpmpere, perché nessun editore è disposto a vpublbicare il suo libro. Il che è una sorpresa per lei. La sua immagine sembrava “sdoganata” e più “rassicurante” dopo avere delineato un programma più soft. Invece, ad oggi, il suo  Pour que vive la France non riverdrà la luce.  L’editore, le Éditions Grancher, una piccola casa editrice fondata nel 1952, nel 2006 aveva già pubblicato À contre-flots, autobiografia di Marine Le Pen. Ma- ricostruisce Libero- le cose sono cambiate. Nel settembre 2013, Grancher è entrato nella società editoriale Piktos e da allora sono stati “gentilmente” restituiti alla leader di Rn i diritti di pubblicazione. I nuovi proprietari non hanno la minima intenzione di avventurarsi nella pubblicazione del volume. Con toni netti: “mai più” un libro della Le Pen, per non “insozzare” nuovamente la reputazione di Grancher.

“Pubblicare la Le Pen è come pubblicare un serial killer”. Inaccettabile. Anche in Francia i “democratici” sono messi male a libertà e a censura. Il mondo intellettuale si trincera dietro l’ostracismo quando perde contatto con il Paese profondo. Alle forze governative non va giù l’accreditarsi della le Pen e il conseguente allontanamento dalla politica di Macron, che ha molto deluso. La gauche e gli editori di riferimento le tentano tutte per oscurarla. Qualche tempo fa il responsabile della saggistica di una casa editrice parigina se ne uscì così, leggiamo sempre sul quotidiano di Sallusti: «Pubblicare Marine Le Pen è come pubblicare un serial killer o un assassino di bambini: lo scandalo è assicurato a prescindere dai contenuti del libro. Dunque, non lo pubblichiamo». Sono passati anni ma il clima peggiora. Bruttissimo segnale. Se e quando troverà un editore coraggioso, le auguriamo quel che sta avvenendo con il libro di Giorgia Meloni: 5 edizioni, 100mila copie in poche settimane.

La libreria che boicotta la Meloni? Finanziata dalla Regione di Zingaretti. Alessandra Benignetti l'11 Maggio 2021 su Il Giornale. La libreria indipendente di Alessandra Laterza risulta tra quelle beneficiarie del contributo economico della Regione Lazio per i "progetti di promozione e diffusione della lettura". Peccato che le iniziative siano tutte orientate a sinistra...Qualcuno la difende, altri gridano alla censura. Quello della libraia di Tor Bella Monaca che ha annunciato che in nome della "resistenza" non venderà il libro autobiografico di Giorgia Meloni è diventato un vero e proprio caso politico. Tanto che ieri ai microfoni di Radio Uno, persino il segretario del Pd, Enrico Letta, per gettare acqua sul fuoco delle polemiche, si è precipitato ad annunciare che acquisterà il volume. "Voglio e mi interessa leggerlo, sono sincero", ha detto il leader Dem, dando una lezione di tolleranza. "No pasaran", resta invece il motto di Alessandra Laterza, che ha deciso di mettere l’autobiografia della Meloni nell’Index librorum. "Io questo libro non lo vendo", ha scritto chiaro e tondo sul suo profilo Facebook la proprietaria di Booklet Le Torri, piccola libreria di quartiere che ha aperto i battenti nel 2018 in questo fazzoletto di periferia romana. "So scelte, - rivendica - mejo pane e cipolla, che alimentare questo tipo di editoria…alla lotta e al lavoro, il mio è indipendente". "Aprire una libreria a Tor Bella Monaca non risponde all'esigenza di vendere solo libri ma anche di raccontare una forma di resistenza civile", ha spiegato Laterza all’Adnkronos. Nel negozio di Laterza, però, la politica, è stata protagonista in più di un’occasione. Qui ha ospitato i Dem Walter Veltroni e Roberto Morassut, e tra una decina di giorni accoglierà Alessandro Zan, primo firmatario del discusso ddl contro l’omotransfobia, per la presentazione del libro della scrittrice e attivista per i diritti Lgbt, Cristiana Alicata. Dibattiti perlopiù a senso unico, con buona pace dell'indipendenza. Del resto, è la stessa piccola imprenditrice romana a non farne mistero. "Sono più vicina alla sinistra e e la propaganda della destra su certi temi non mi interessa", ha detto alla stessa agenzia di stampa. Peccato che nel 2020 la sua attività, che come altre librerie indipendenti romane ha risentito della crisi prodotta dalla pandemia, sia stata beneficiaria di un contributo a fondo perduto erogato dalla Regione Lazio. Si tratta, in particolare, di un bando di Lazio Crea, società in house creata dalla giunta Zingaretti, finanziato con 500mila euro dalla Regione, che un anno fa ha sovvenzionato fino ad un massimo di 5mila euro i "progetti di promozione e diffusione della lettura per grandi e piccoli". Tra questi, secondo le carte visionate dal Giornale.it, anche quelli dichiaratamente schierati a sinistra di Alessandra Laterza, che nel 2016 è stata pure candidata del Pd nel VI Municipio. Nel febbraio del 2020 ad arrivare in soccorso della libraia, che già prima del Covid lamentava di essere a rischio chiusura, secondo quanto riportava l’agenzia Dire, erano scese in campo anche la presidente Dem del I municipio di Roma, Sabrina Alfonsi, e l’allora vice ministro dell’Istruzione in quota Pd, Anna Ascani, che aveva "visitato la libreria". La libreria "presidio culturale" – viene da aggiungere, della sinistra – è poi risultata beneficiaria del contributo in denaro - pubblico - messo a disposizione dalla regione per le librerie indipendenti.

Non solo. La libreria di Alessandra Laterza ha collaborato con Lazio Crea anche per l’organizzazione della rassegna cinematografica "R-Estate a Torbella", andata in scena dal 13 al 26 luglio dello scorso anno nella periferia romana. "La sedicente partigiana del terzo millennio si scopre essere una storica militante del Pd che guarda caso ha preso fondi da una società della giunta Zingaretti", è il commento di Chiara Colosimo, consigliere regionale di Fratelli d’Italia. "Onestamente dopo lo scandalo Concorsopoli non ci stupiamo più di niente, ma almeno abbiano la compiacenza di lasciare in pace Giorgia Meloni anche se ci rendiamo conto che la sua coerenza e il suo successo danno molto fastidio". "Boicottare il suo libro e spacciarlo come gesto di resistenza è quindi solo una ridicola pantomima. – accusa Colosimo - La verità è infatti che la libraia si rifiuta di vendere il libro della Meloni e anche altri, solo perché l'incasso, probabilmente, l'ha già fatto grazie ai fondi regionali messi gentilmente a disposizione dai suoi compagni di partito".

Dritto e rovescio Michela Murgia contro Paolo Del Debbio: "Meloni censurata? Assolutamente no". Libero Quotidiano il 21 maggio 2021. "Io sono Giorgia", il libro della leader di Fratelli d'Italia, sta avendo un grande successo nelle vendite; tuttavia tra alcuni librai e intellettuali - soprattutto di sinistra - c'è chi ha iniziato una campagna contro l'autobiografia di Giorgia Meloni e chi addirittura rivendica il diritto di non esporla in vetrina e metterla in vendita. Il libro starebbe suscitando diversi malumori nonostante non si tratti affatto di un manifesto politico. La scrittrice Michela Murgia si è schierata con chi decide di non dare spazio a "Io sono Giorgia". Raggiunta al telefono dall'inviato di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio su Rete 4, la scrittrice sarda ha spiegato: "In Italia escono 170 libri al giorno. Nessun libraio vende tutti quei 170 libri, li compra e li espone. Ciascuno sceglie quello che corrisponde alla sua clientela. Se io sono un panettiere che ha solamente clienti celiaci è inutile che io venda pane con glutine". Un paragone improprio, come le ha fatto notare il conduttore. Che poi ha sottolineato come una libreria debba essere considerata sempre un simbolo di libertà del pensiero. La Murgia però ha controbattuto: "No, la biblioteca è il simbolo dello scambio di idee e della cultura. Infatti il libro di Giorgia Meloni è in tutte le biblioteche". Quando Del Debbio ha fatto notare alla scrittrice che la scelta di alcuni librai di non esporre il libro della Meloni potrebbe essere vista come una censura, la Murgia al telefono non ha voluto sentire ragioni: "Assolutamente no. Un libraio può anche decidere di fare scelte politiche. È legittimo o non è legittimo in democrazia fare delle scelte sulla merce che si vuole esporre?".

Murgia attacca la Meloni: "Come vendere pane col glutine..." Francesca Galici il 21 Maggio 2021 su Il Giornale. Michela Murgia si appella alla democrazia per difendere la libraia che non vende il libro di Giorgia Meloni, un concetto a senso unico. Il libro di Giorgia Meloni sta suscitando qualche malumore di troppo a sinistra. Il motivo? In apparenza nessuno giustificato, dato che si tratta di un'autobiografia e non di un manifesto politico. Ma, se anche fosse, l'Italia è uscita da un pezzo dalla censura editoriale, pertanto non ci sarebbero comunque ragioni per boicottare un libro. Eppure, gli intellò di sinistra e alcuni librai particolarmente sensibili hanno iniziato una campagna contro Io sono Giorgia, che sta riscuotendo un grande successo di vendita. La trasmissione Dritto e Rovescio condotta da Paolo Del Debbio e in onda il giovedì in prima serata su Rete4 ha raggiunto telefonicamente Michela Murgia, che ha avvallato le idee di chi ne ostacola la vendita. "In Italia escono 170 libri al giorno. Nessun libraio vende tutti quei 170 libri, li compra e li espone. Ciascuno sceglie quello che corrisponde alla sua clientela. Se io sono un panettiere che ha solamente clienti celiaci è inutile che io venda pane con glutine", ha affermato Michela Murgia. Alla giusta obiezione del giornalista, che ha replicato l'inconsistenza del paragone tra una panetteria e una libreria, che è un simbolo di libertà di pensiero e di scambio di cultura la scrittrice ha ribattuto: "No, la biblioteca è il simbolo dello scambio di idee e della cultura. Infatti il libro di Giorgia Meloni è in tutte le biblioteche". Il giornalista al telefono con Michela Murgia, quindi, ha incalzato la scrittrice sarda sull'idea che la non vendita del libro del leader di Fratelli d'Italia possa essere visto come una censura alla cultura di una corrente di pensiero non allineata. Ma la Murgia non ci sta: "Assolutamente no. Un libraio può anche decidere di fare scelte politiche. È legittimo o non è legittimo in democrazia fare delle scelte sulla merce che si vuole esporre?". Sarebbe tuttavia interessante capire come avrebbe reagito Michela Murgia, così come chiunque altro schierato a sinistra, se a essere messo al bando in alcune librerie fosse stato un suo libro o un altro di un personaggio a lei affine. E non è difficile capirlo. Infine, al giornalista che fa notare il passato da candidata nel Partito democratico della prima libraia che ha orgogliosamente dichiarato di non vendere il libro di Giorgia Meloni, Michela Murgia ha risposto: "C'è una legge che vieta a una libraia che è schierata politicamente di non vendere dei libri di cui si sente antagonista? Ci mancherebbe pure che la libraia dovesse, per garantire la sua democraticità, esporre libri contrari alle sue idee".

Alessandro Sallusti: "Non tocca alla Meloni, ma a Veltroni e compagni", chi si deve scusare per il proprio passato. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 23 maggio 2021. «Io sono Giorgia», l'autobiografia edita da Rizzoli di Giorgia Meloni, è appena uscita e già è in testa alle classifiche di vendita. Tanto per cambiare, il successo di pubblico non coincide con quello di critica. Sui giornali si parla del libro per stroncarlo a prescindere: c'è la spocchia del critico letterario che scambia una biografia per un romanzo, cosa che non è, e c'è chi l'ha spulciato a caccia di anomalie nel racconto, manco fossimo in tribunale. E poi c'è chi - come ha fatto anche ieri Gad Lerner sul Fatto Quotidiano - contesta alla Meloni «amnesie e buchi neri» rispetto al fascismo. Premesso che non sono l'avvocato difensore di Giorgia Meloni, mi chiedo come in una sua autobiografia avrebbe potuto trovare spazio il fascismo, essendo la signora nata nel 1977, anno in cui Gad Lerner di anni ne aveva 23 e già faceva politica nel quotidiano Lotta Continua, l'organo della sinistra extraparlamentare il cui vertice fu condannato per l'omicidio del commissario Calabresi. Intendo dire che ci risiamo con il solito vizio della sinistra radical chic, quello di non voler fare i conti con il proprio passato ma pretendere che lo facciano gli avversari, anche quando questi sono totalmente estranei ai fatti che gli vengono rinfacciati. Se un politico, solo perché di destra, può essere tranquillamente inchiodato al fascismo, che dire dei politici che hanno militato nel partito che incarnava l'ideologia che ha provocato la più grande tragedia del Novecento, cioè quella comunista? Gad Lerner è stato convintamente comunista e non mi risulta, per esempio, che abbia mai rinfacciato a Napolitano di essere non erede ma entusiasta sostenitore di alcuni dei crimini del regime sovietico. Gad Lerner e i suoi emuli, all'uscita di uno dei tanti libri di Veltroni o di D'Alema, non hanno mai scritto: sì, però non dici che sei stato comunista, cioè parente contemporaneo di chi ha prodotto i gulag, la privazione di libertà fondamentali e tanta povertà. No, si sono tutti genuflessi per tessere elogi, peraltro immeritati, alle capacità narrative dei compagni. Caro Gad, fattene una ragione. Giorgia Meloni non ha nulla a che fare con il fascismo, e se qualche nostalgico le si accoda in scia non è colpa sua. Se uno come Napolitano ha potuto indisturbato rimuovere il proprio passato e salire al Colle, significa che ognuno ha le sue amnesie. E quelle della sinistra sono grandi come una casa.

Vittorio Sabadin per “Specchio – La Stampa” il 23 maggio 2021. Benjamin Disraeli fu primo ministro della Gran Bretagna per due volte nella seconda metà dell'800, ed è ricordato anche per avere conseguito il più grande travaso di voti da sinistra a destra della storia del Regno Unito. Disraeli era convinto che dentro a ogni operaio e a ogni proletario ci fosse un conservatore: il compito di un politico tory era di tirarlo fuori, come faceva Michelangelo con le statue prigioniere dei blocchi di marmo. Un sondaggio commissionato dal Mail on Sunday sembra dargli ragione: gli elettori laburisti (e a maggior ragione anche gli altri) sono convinti che il partito appoggi senza riserve molte delle iniziative del politicamente corretto: abbattere le statue dei grandi uomini, come Churchill, che so no stati razzisti; scendere in piazza anche con manifestazioni violente in difesa dell'ambiente; permettere ai maschi di cambiare sesso e di accedere ai servizi delle donne; bloccare la pubertà dei bambini in attesa che decidano quale sesso avere; ribattezzare l'allattamento al seno "allattamento al petto"; ridurre le pene ai criminali. Il partito di Keir Stanner non appoggia tutte queste campagne, ad esempio è contro l'abbattimento delle statue. Ma gli elettori hanno un'altra impressione, e in maggioranza si dissociano da queste questioni, che considerano importate dall'America e contrarie al senso comune. Il Mail o n Sunday è un giornale di destra, ma ha toccato un tasto dolente per la sinistra: i laburisti hanno perso il contatto con i lavoratori e vincono ormai solo a Londra, tra i radical-chic di Islington. I loro simpatizzanti storici non condividono invece più l'adesione quasi automatica a ogni iniziativa che abbia l'apparenza di essere risarcito-ria e progressista. Boris Johnson lo ha capito e, come Disraeli, punta a tirare fuori il conservatore che si nasconde in ogni proletario. Sa che cosa dicono gli operai nei pub quando si parla di cambiamento di sesso e di condanne ai criminali, ella già annunciato di voler fermare la furia iconoclasta che dilaga nelle università, con gli studenti che vogliono abbattere le statue dei fondatori e sostituire lo studio della musica di Mozart e Beethoven con il reggae. Il premier britannico sogna di ottenere un secondo mandato, ma per averlo non può fidarsi del suo partito, nel quale ha troppi nemici. Come fanno con successo i populisti in ogni paese, cerca voti dovunque interpretando il senso comune del-la gente, quello che i laburisti e molti partiti di sinistra sembrano aver dimenticato.

Franco Stefanoni per corriere.it il 21 maggio 2021. Diventa un caso il libro di Giorgia Meloni, Io sono Giorgia, che il 25 maggio doveva essere presentato all’Istituto economico statale Antonio Maria Jaci di Messina. La leader di Fratelli d’Italia avrebbe dovuto partecipare con un collegamento online, così come la parlamentare Ella Bucalo, responsabile scuola di FdI, ma alcuni genitori non hanno gradito la «obbligatorietà» della partecipazione all’evento e, dopo aver sollevato la questione, Fratelli d’Italia ha smentito che Meloni avesse concordato una sua presenza in collegamento web.

L’accusa dei genitori. Secondo una prima ricostruzione, i ragazzi erano stati avvertiti tramite una circolare in cui si invitava «l’intera comunità scolastica» a partecipare. Gli assenti non avrebbero avuto i crediti formativi previsti. Nella circolare era scritto: «I docenti vigileranno sugli alunni in presenza, provvederanno a mantenere il collegamento all’incontro per tutta la sua durata; avranno cura di rilevare le presenze degli alunni, valide come Pcto», cioè i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento «di riferirle successivamente ai tutor di competenza». Dinah Caminiti, madre affidataria di un ragazzo egiziano di 17 anni, via social aveva parlato di «campagna elettorale travestita da presentazione di un libro. È gravissimo. Mio figlio, 17 anni, egiziano, musulmano, arrivato sulla costa siciliana con il barcone, in affido da 6 anni ad una famiglia non tradizionale (io e il mio compagno non siamo sposati), ha l’obbligo da parte della scuola superiore cittadina, che frequenta con ottimi risultati, di partecipare alla presentazione del libro della signora Meloni, pena assenza da giustificare. All’incontro non è previsto un dibattito libero con gli alunni, ma già organizzato. La signora Meloni chiede la libertà di educazione e a casa mia sfonda una porta aperta. Abbiamo insegnato ai nostri figli, l’importanza e il rispetto delle persone e delle parole. Penso anche ai tanti studenti della comunità Lgbt. Io non rimango a guardare. Che si attivi immediatamente la scuola ad organizzare un contraddittorio e/ o ad invitare altrettanti scrittori di appartenenza politica opposta a quella dell’onorevole Meloni. Conto sul vostro appoggio».

La replica di FdI. Ma poi sono arrivate le precisazioni. Ella Bucalo, sentita da Adnkronos, ha infatti raccontato: «È una vicenda assurda, non ne so nulla. Sono stata contattata dalla scuola, ma non avevo alcun accordo definitivo per partecipare alla lezione online. Con me c’era stata solo la proposta di pensare a un incontro, nulla di definito, tra l’altro, la vicepreside che ho contattato questa mattina mi ha assicurato che si tratta di una iniziativa extra-curriculare, senza obbligo di frequenza e senza crediti». Secondo Bucalo «mi avevano detto che si trattava di incontri con gli autori di libri che fanno normalmente, di un’attività di routine, io della circolare che parla della mia presenza e di quella della Meloni non ne so nulla». Anche Meloni, via ufficio stampa, ha smentito la partecipazione all’evento. Aggiungendo: «Si precisa, inoltre, che il presidente Meloni non ha mai neanche ricevuto un invito a questa iniziativa e non avrebbe in ogni caso accettato, ritenendo da sempre che la presenza degli esponenti politici nelle scuole non possa essere in alcun modo imposta agli studenti».

Sinistra italiana: «Presenteremo un’interrogazione parlamentare». Nel frattempo, la vicenda ha sollevato immediate polemiche. «Fanno bene gli studenti e le famiglie a protestare. Si sospenda l’iniziativa», ha detto il segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, «il ministro Bianchi attivi a questo punto l’Ufficio scolastico regionale della Sicilia, faccia chiarezza fino in fondo e siano presi i provvedimenti necessari nei confronti della dirigente scolastica, che non può permettere che una scuola diventi sede di un comizio di FdI e soprattutto che gli venga data dignità formativa. Sulla vicenda sarà presentata un’interrogazione parlamentare».

L'Anpi: «Fatto grave e sconcertante». Anche Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) ha reagito: «Non può sfuggire la gravità e la sconcertante singolarità del fatto: è inammissibile che la leader nazionale di un partito, nonché parlamentare in carica, sia protagonista di un incontro con studenti e insegnanti; ciò produrrebbe un precedente didattico che va bloccato. Non esiste e non deve esistere alcun nesso tra la funzione formativa pubblica e l’esposizione di ragioni politiche e partitiche, ancorché dietro la copertura della presentazione di un’autobiografia, peraltro tutta politica. L’Anpi fa un appello forte alle autorità competenti affinché l’iniziativa venga immediatamente sospesa».

Censura, alla Feltrinelli non c’è spazio per il libro di Mantovano sul ddl Zan: la denuncia dell’editore. Eleonora Guerra venerdì 14 Maggio 2021 su Il Secolo d'Italia. Uscito da due mesi, richiesto dai clienti e, ciononostante, non reperibile nelle librerie Feltrinelli. È la sorte subita dal libro Legge omofobia perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo, a cura di Alfredo Mantovano, secondo quanto denunciato dalla casa editrice Cantagalli. Che, parlando di «grave disservizio», ha rimarcato come il caso del libro contro il ddl Zan sembri «assumere i connotati di una vera e propria censura o “ostruzionismo commerciale”».

La denuncia della casa editrice Cantagalli. «Siamo purtroppo costretti a comunicare un grave disservizio a danno del volume stampato per i nostri tipi», si legge in una nota della Cantagalli. «Con amarezza, infatti – vi si legge – anche per un dovere di tutela dell’opera in questione e degli autori, dobbiamo costatare che, nonostante il libro sia stato distribuito in libreria dal 18 marzo 2021, dopo ripetute segnalazioni di clienti che desideravano acquistare il saggio presso la catena di librerie Feltrinelli, il volume a tutt’oggi non è presente in tale catena (è presente invece e disponibile su Librerie Feltrinelli on-line). E che i clienti interessati al libro non hanno la possibilità ancora oggi di acquistarlo, neppure ordinandolo, presso tale catena».

La richiesta di chiarimento e le scuse della Feltrinelli. L’editrice Cantagalli ha fatto sapere anche di aver chiesto conto alla Feltrinelli di queste segnalazioni e di aver ricevuto delle scuse. «Su nostra sollecitazione – è spiegato nel comunicato – il nostro distributore, Messaggerie Libri spa, oggi ha chiesto chiarimenti ufficiali alla direzione della suddetta catena, ricevendo in risposta una mail dove, tra le varie cose, si chiede scusa, dichiarando il proprio dispiacere per l’accaduto e promettendo di ordinare il libro».

Cantagalli: «Librerie libere, ma rifiutare ordini è altro». Cantagalli, quindi, ha chiarito la propria convinzione del fatto che «la libreria o la catena di librerie ha tutta la libertà di scegliere se ordinare, esporre e vendere un libro, compiendo valutazioni di carattere commerciale o valutandone il contenuto. Quindi, essa può rifiutare di accogliere un libro nei propri scaffali, se non ritiene di poterlo vendere o se ritiene che il libro non abbia contenuti interessanti o adeguati». «Tuttavia – ha però puntualizzato la casa editrice – la libreria o la catena di librerie non ha diritto di rifiutare un ordine di una persona che è interessata al libro e intenda ivi acquistarlo. Tanto meno la libreria può addurre scuse al cliente che vuole acquistare il libro affermando che Cantagalli non è distribuita da Messaggerie Libri spa o che il libro è fuori catalogo ed è reperibile solo nelle bancarelle dei libri usati».

Il ddl Zan miete la prima vittima: le librerie Feltrinelli "censurano" il volume di Alfredo Mantovano. Libero Quotidiano il 14 maggio 2021. Non è ancora stato nemmeno approvato e già, quello che per ora è ancora soltanto un disegno di legge, sta iniziando a mietere le prime vittime. In una nota diffusa dalla casa editrice Edizione Cantagalli, vengono infatti sottolineati gli ostacoli incontrati con le librerie Feltrinelli nella vendita di un volume curato dal Centro Studi Rosario Livatino, in libro che commenta articolo per articolo il ddl Zan. L'obiettivo della legge è quindi già stato raggiunto prima ancora che questa sia entrate in vigore: censurare ogni tipo di pensiero e riflessione che pone semplici perplessità nei confronti di una ideologia che vuole essere imposta. "Siamo purtroppo costretti a comunicare un grave disservizio a danno di un volume stampato per i nostri tipi e intitolato Legge omofobia perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo, a cura di Alfredo Mantovano" si legge nella nota (qui l'intervista del vicedirettore di Libero, Fausto Carioti, all'autore del saggio). "Nonostante il libro sia stato distribuito in libreria dal 18 marzo 2021, dopo ripetute segnalazioni di clienti che desideravano acquistare il saggio presso la catena di librerie Feltrinelli, il volume tutt'oggi non è presente in tale catena (è presente invece e disponibile su Librerie Feltrinelli on line) e che i clienti interessati al libro non hanno la possibilità ancora oggi di acquistarlo, neppure ordinandolo, presso tale catena". La Catena Librerie Feltrinelli ha quindi mandato una email di scuse alla Cantagalli, per aver improvvisamente rimosso il libro dai propri scaffali e dal catalogo online. "Accogliendo con piacere le scuse della Catena Librerie Feltrinelli" prosegue la nota "Ci preme tuttavia rimarcare il fatto che il comportamento sopra descritto sembra assumere i connotati di una vera e propria censura o “ostruzionismo commerciale”, che certamente non si confà ad un paese democratico come il nostro che all’art 21 della Costituzione riconosce la libertà di pensiero tramite la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".  

"Non lo vendono, è censura": il libro anti ddl Zan sparisce dagli scaffali. Luca Sablone il 14 Maggio 2021 su Il Giornale. La denuncia della casa editrice Cantagalli: "Una libreria non ha il diritto di rifiutare un ordine di una persona che è interessata al libro, è ostruzionismo commerciale". La casa editrice Cantagalli ha comunicato un grave disservizio ai danni del volume intitolato "Legge omofobia perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo" a cura di Alfredo Mantovano. L'ex sottosegretario al ministero dell'Interno, che ha destrutturato punto per punto le ragioni della legge contro l'omotransfobia, ritiene che il dibattito sia puramente ideologico e che il fine riguarderebbe non soltanto gli aspetti giuridici ma anche un complesso disegno culturale. Nel testo curato dall'attuale vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino vengono elencati infatti diversi problemi che potrebbero riguardare la sfera delle opinioni personali e i presunti rischi che correrrebbe la libertà d'insegnamento.

"La legge Zan non va". La casa editrice Cantagalli attraverso una nota ha fatto sapere che, nonostante il libro sia stato distribuito in libreria dal 18 marzo 2021, "dopo ripetute segnalazioni di clienti che desideravano acquistare il saggio presso la catena di librerie Feltrinelli, il volume a tutt'oggi non è presente in tale catena (è presente invece e disponibile su Librerie Feltrinelli on-line) e che i clienti interessati al libro non hanno la possibilità ancora oggi di acquistarlo, neppure ordinandolo, presso tale catena". Dall'ufficio stampa di Cantagalli fanno sapere che il loro distributore, Messaggerie Libri spa, ha chiesto chiarimenti ufficiali alla direzione della catena in questione. Via mail è poi arrivata una risposta in cui, tra le altre cose, "si chiede scusa dichiarando il proprio dispiacere per l'accaduto e promettendo di ordinare il libro".

"Ostruzionismo commerciale". Cantagalli da una parte sottolinea che comunque la libreria o la catena di librerie ha tutta la libertà di scegliere se ordinare, esporre e vendere un libro dopo aver compiuto valutazioni di carattere commerciale o aver valutato il contenuto: "Quindi essa può rifiutare di accogliere un libro nei propri scaffali se non ritiene di poterlo vendere o se ritiene che il libro non abbia contenuti interessanti o adeguati". Ma dall'altra sottolinea che la libreria o la catena di librerie "non ha diritto di rifiutare un ordine di una persona che è interessata al libro e intenda ivi acquistarlo". Accogliendo le scuse arrivate dalla Catena Librerie Feltrinelli, la casa editrice Cantagalli ha rimarcato l'attenzione sul comportamento adottato nei confronti del volume sul ddl Zan: "Sembra assumere i connotati di una vera e propria censura o 'ostruzionismo commerciale', che certamente non si confà ad un paese democratico". Senza dimenticare infatti che l'articolo 21 della nostra Costituzione riconosce la libertà di pensiero tramite la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La nota conclude: "Tuttavia siamo convinti che i tempi in cui i libri venivano bruciati nella pubblica piazza siano ormai lontani ricordi di un passato che ci auguriamo vivamente non ritorni mai più".

"È stato promesso che avrebbero ovviato al tutto, ma al momento non ho avuto riscontri. Le richieste dei clienti non sono state assecondate: chi va da Feltrinelli a ordinare il libro non lo trova e gli viene detto che verrà eventualmente consegnato dopo 15-20 giorni", ha dichiarato a ilGiornale.it​ il direttore della casa editrice Cantagalli.

Il silenzio della stampa. In Italia ci sono quasi sei milioni di poveri, ma per nessuno sono un’emergenza.

Piero Sansonetti su Il Riformista il 18 Giugno 2021. Li avete letti i dati sulla povertà diffusi dall’Istat? Ieri, su questo giornale, ne ha parlato ampiamente monsignor Paglia. Ricordando gli insegnamenti di Primo Mazzolari, un prete del novecento che teorizzava la Chiesa dei poveri già ai tempi di Pio XII, camminando controvento e precorrendo Roncalli e Bergoglio. Le cifre sono da paura: il numero dei poveri è aumentato per la prima volta dal 2005, ed è aumentato in misura spaventosa: un milione di poveri in più. In un solo anno. Nel 2019 erano quattro milioni e seicentomila, ora sono cinque milioni e seicentomila. Quasi un decimo dell’intera popolazione italiana. Mi ha colpito il fatto che la notizia non sia stata considerata da prima pagina da molti dei grandi giornali. Il Corriere, Il Fatto, la Stampa, il Messaggero. Tra quelli che Travaglio chiama sempre i “giornaloni” (compreso il suo). l’unico che le ha dato risalto è stato il Giornale. Che è un quotidiano di destra poco avvezzo a occuparsi di argomenti classicamente di sinistra. Probabilmente lo ha fatto per la semplice ragione che il giornale è pieno di giornalisti, a partire dal nuovo direttore, e che quindi quando vedono una notizia tendono a pubblicarla. Magari a valorizzarla. Poi ognuno può interpretarla come vuole, ma questa è un’altra questione. Ora, lasciando stare il disinteresse di gran parte del nostro sistema informativo per le notizie (basta ripensare a come ha del tutto ignorato “magistratopoli”, forse lo scandalo politico più clamoroso del dopoguerra), parliamo un attimo della politica. So bene che ha tante emergenze delle quali occuparsi. Non le sottovaluto. Negli ultimi anni, col passaggio al governo dei verdi, dei gialli e anche dei rosa, abbiamo scoperto che c’era un’emergenza spaventosa: il traffico di influenze. E poi un’altra emergenza: il respingimento in mare dei naufraghi. E poi un’altra ancora: il diritto da assicurare ai cittadini di sparare ai ladri e ucciderli senza commettere reato. Poi c’è l’urgenza di impedire ai carcerati di uscire dal carcere se sono malati, magari a pochi mesi dall’estinzione della pena. L’urgenza di arginare l’offensiva stragista mafiosa, anche se i dati ci dicono che gli omicidi di mafia sono circa 10 volte meno delle ’uccisioni di donne da parte dei partner, e infine c’è l’urgenza delle urgenze: quella di processare Berlusconi. Benissimo. E un milione di poveri in più? E comunque un numero di poveri che supera la misura dell’intera popolazione di Roma, Milano e Torino mese insieme, ed è superiore anche all’intera popolazione della Croazia? Pare che questa non sia un’emergenza. Ci dicono gli esperti che l’aumento della povertà è solo una conseguenza della pandemia e della crisi economica prodotta dalla pandemia. Già: ci ero arrivato da solo. In gran parte è frutto del lavoro nero che è sparito in tantissime aziende ed esercizi commerciali, senza lasciare tracce visibili, né casse integrazione, né assegni di disoccupazione: solo fantasmi. Ma fantasmi precipitati sotto la linea della povertà, cioè della dignità umana. È o non è questo, prima di tutti gli altri problemi, il problema essenziale del dopo-pandemia? Nel Recovery Plan ce ne siamo occupati? I partiti politici hanno presente questa circostanza della storia? Intendono occuparsene, preparare delle contromisure? Oppure ci limiteremo a star tranquilli, a dar retta a Di Maio che pensa di avere risolto il problema con una legge sul reddito di cittadinanza che è la più scombiccherata di tutte le leggi scombiccherate di riforma dello Stato sociale? Lyndon Johnson, che magari molti di voi non ricordano più, ma che è stato un importante presidente americano, nel 1964 preparò un piano sociale, molto serio, per sradicare la povertà. Voleva davvero abolirla. La cosa non gli riuscì perché si impantanò nella demenziale guerra del Vietnam. Però il piano era una cosa molto seria. Prevedeva un reddito universale, che è una cosa molto più saggia e concreta, meno propagandistica e illusoria del reddito di cittadinanza. Perché non si basa sul clientelismo ma sui diritti universali. Costa? Certo, non lo puoi fare con la flat tax. Ma dal 1964 sono passati quasi sessant’anni, la guerra del Vietnam è finita da 50: vogliamo rimetterci mano a quel progetto?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il terremoto della magistratura. Loggia Ungheria, i media complici restano tutti zitti sperando di farla franca…Angela Azzaro su Il Riformista l'8 Maggio 2021. Corrado Formigli, durante la puntata di giovedì di Piazza Pulita, incalza Luca Palamara sul Sistema ma quando si parla del ruolo dell’informazione fa finta di nulla. I giornalisti, secondo lui, devono per forza di cose pubblicare le carte che arrivano dalle procure, la fuga di notizie riguarda esclusivamente i pm. A parte che questa volta ci devono spiegare bene perché il Fatto quotidiano e Repubblica hanno deciso di non dare notizia delle carte spedite dal Csm, il problema ancora maggiore è capire come – dopo anni e anni di circo mediatico giudiziario – nessuno sia capace di fare un minimo di autocritica. Non si tratta di una questione moralistica, ma democratica. Se anche l’informazione non si mette in discussione, il terremoto che sta scuotendo la magistratura italiana non serve proprio a nulla. Zero. Eppure il Sistema dell’informazione non viene toccato. Osserva le liti tra magistrati con estremo gusto e legge il bestseller di Palamara come se parlasse di qualcosa che non lo riguarda. Ma se la questione giustizia è diventata un’emergenza di questo Paese è perché giornali e tv sono stati complici. Certo, per Formigli c’è in gioco la libertà d’espressione, un valore indiscutibile. Ma che cosa c’entra la libertà d’espressione quando le carte passate dalle procure alle redazioni violando il segreto istruttorio contengono i nomi di indagati che neanche sanno di esserlo? E cosa c’entra con la libertà d’espressione il fatto che questi nomi vengano sbattuti in prima pagina a caratteri cubitali? E cosa c’entra con il fatto che quelle persone e spesso i loro cari vengano marchiati con il fuoco della colpa, ancora prima del rinvio a giudizio o comunque della condanna definitiva? La risposta è facile, la soluzione lontana. Perché il Sistema dell’informazione continua a far finta di nulla. Ieri ha goduto della caduta di Palamara, come oggi gode della caduta del suo (ex) mito Davigo. Continua nella stessa direzione di marcia pensando di farla franca, di potere continuare come se niente fosse. Ma la sfiducia dei cittadini nei confronti della giustizia dovrebbe far venire qualche dubbio, far capire che prendere per buone le notizie che arrivano dalle procure senza fare verifiche, senza ricordarsi il valore della presunzione di innocenza ha minato anche la credibilità dei giornali. L’intreccio tra questi due mondi è sempre più visibile. Prendiamo un altro caso che in questi giorni sta occupando le pagine dei giornali: il presunto scoop di Report contro Renzi, beccato nell’autogrill di Fiano Romano da una fantomatica signora, la cui versione traballa ogni ora di più. Un servizio montato ad arte per incutere dubbi, ma senza nessun dato che possa avvalorare alcunché, men che mai che dietro la caduta del governo Conte ci sia l’ennesimo complotto. Quale credibilità può avere un’informazione che si fa lotta politica e che pensa di screditare l’avversario usando questi metodi? Se l’obiettivo è gettare fango, ogni mezzo è lecito. Come quello usato da Report quando realizza lunghe interviste e le taglia stravolgendole completamente. È un metodo collaudato. Si fa credere all’intervistato che la sua versione possa essere usata in maniera da non distorcerne il pensiero, poi si prendono alcune frasi qua e là e si montano a piacimento. Lo scorso lunedì è stato fatto sia con Renzi che con il direttore di questo giornale. Si chiama spazzatura, non certo giornalismo. Ma anche in questo caso nessuno dice niente. O meglio qualcuno prova a dirlo. Ha fatto bene Davide Faraone di Italia Viva a ricordare al direttore di Raitre Franco Di Mare che qualora viale Mazzini querelasse Fedez per avere tagliato (e secondo loro stravolto) la telefonata in cui gli si facevano pressioni per non usare il testo a favore della legge Zan sul palco del Primo Maggio, allora dovrebbe allo stesso tempo procedere contro la trasmissione di Report che ha fatto anche di peggio con altri intervistati. Se il valore è la libertà di espressione, esiste anche quella dei cittadini, non solo dei giornalisti di fare come accidenti pare a loro. Tagliare le frasi, montarle liberamente è un metodo violento, autoritario, che niente ha a che fare con la democrazia e che fa il paio con chi in questi anni ha alimentato l’onda populista e complottista. La campana suona per la magistratura, ma anche per noi.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

È scoppiata la guerriglia. La magistratura ha perso tutto (anche l’onore), ma non il suo potere sulla stampa. Piero Sansonetti su Il Riformista il 27 Luglio 2021. Proviamo a fare un riassunto delle ultime giornate, così, per semplicità di ragionamento.

1) Il dottor Davigo – raggiunto da un avviso di garanzia per aver inguattato il verbale con le dichiarazioni dell’avvocato Pietro Amara, che rivelava l’esistenza di una potentissima Loggia Ungheria – si difende vuotando il sacco e chiamando a correi, nell’ordine: Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione (cioè in pratica numero 1 della magistratura); David Ermini, vicepresidente del Csm; i Cinquestelle Fulvio Gigliotti e Nicola Morra, rispettivamente capo dei 5 Stelle in Csm e presidente dell’antimafia; Giuseppe Cascini, capo di fatto di Magistratura democratica; e infine il Procuratore di Milano Greco, il suo aggiunto e vari altri magistrati e politici di peso. Un terremoto.

2) Giovanni Salvi, chiamato in causa da Davigo, replica chiedendo che sia rimosso dal suo incarico (e forse inibito a fare mai più iil Pm), il sostituto milanese Paolo Storari, e cioè l’uomo che ha scoperto la Loggia Ungheria ma non ha potuto indagare perché bloccato dal procuratore. Salvi dice: puniamo lui, non chi l’ha bloccato.

3) Una commissione del Csm – con il voto determinante proprio di Gigliotti, insieme a due consiglieri “casciniani” di stretta osservanza, e a Sebastiano Ardita (che è uno dei magistrati accusati da Amara di far parte della Loggia Ungheria) – vota una mozione di censura della riforma Cartabia, e chiede che il plenum del Csm approvi questa censura. La censura, per ora, viene bloccata da un intervento secco del Presidente della Repubblica.

5) La Procura di Milano scende in campo compattissima contro Roma, contro il Csm, contro Salvi e – di passaggio – anche contro il procuratore Greco, e sottoscrive un documento molto aspro a difesa del Pm Storari. Violando, probabilmente, qualche regola, e rivendicando la propria autonomia da tutto e il proprio potere, ma sbattendo sul tavolo l’evidente ingiustizia verso Storari e la chiarissima volontà di insabbiamento da parte di Roma, del Csm, e del procuratore generale della Cassazione. Il documento è firmato non solo dalla stragrande maggioranza dei sostituti e degli aggiunti, ma anche da un gran numero di Gip e di giudici. Una rivolta in piena regola. Senza precedenti nella storia della repubblica.

Ce n’è abbastanza? Gli stati maggiori della magistratura sono travolti da un terremoto, in gran parte autoprodotto, e ora stanno vivendo uno stato di guerriglia permanente, con scambio di fendenti e accuse davvero sanguinose. I cittadini guardano, e alcuni di loro si chiedono: ma è questa gente qui che poi dovrà giudicare i nostri eventuali misfatti?

Cerchiamo di dare un filo a tutti questi avvenimenti. Il filo è abbastanza semplice: un sostituto procuratore di Milano, Paolo Storari, interrogando il famoso avvocato Amara (che parecchi altri magistrati avevano già interrogato ma forse senza andare molto a fondo) scopre che probabilmente esiste una loggia segreta, chiamata Loggia Ungheria – più o meno massonica – la quale raduna magistrati, avvocati, dirigenti delle forze dell’ordine, giornalisti e politici, e che in vari modi è in grado di dirigere o comunque di condizionare il funzionamento della magistratura. Sia nella fase delle nomine, e dunque dell’organizzarsi del potere, sia nel momento degli avvisi di garanzia ai politici e delle sentenze, o almeno delle sentenze importanti. Questa rivelazione è una bomba atomica. Il Pm Storari viene invitato dai suoi superiori a lasciar perdere. Lui si rivolge a Piercamillo Davigo, il savonarola della magistratura del ventunesimo secolo, e denuncia il fatto. Davigo, a quanto sembra, ne parla un po’ con tutti, ma nessuno ne vuole sapere. Alla fine è una talpa, forse la segretaria di Davigo, che manda il plico ad alcuni giornali (tra i quali Il Fatto). Ma anche i giornali ignorano. L’omertà raggiunge livelli inauditi e dà la sensazione netta di una Spectre protetta da lamiere invalicabili.

Alla fine le carte finiscono in mano al magistrato Nino Di Matteo, e a Di Matteo tutto puoi dire (e noi glielo diciamo spesso) meno che accusarlo di essere un dipendente del potere. E infatti lui grida che il re è nudo, come fece il bambino della favola, e rende noto il dossier Storari.

Voi dite: a quel punto il gioco si spezza? Macché! I magistrati continuano a fare come pare a loro, le gerarchie restano quelle, nessuno si dimette, ai giornali viene imposto di mettere la sordina a questa Loggia Ungheria, tutto finisce nel silenzio tanto da dare a Giovanni Salvi la sensazione di potere, senza provocare contraccolpi, chiedere la rimozione del magistrato colpevole di avere parlato di questa Loggia.

E invece scoppia la rivolta. E parte da Milano, che è una Procura che non ha mai sopportato il potere romano. E così si arriva a questo documento dei 54 magistrati milanesi, che poi diventano cento e in serata 150, cioè della stragrande maggioranza dei magistrati, che sparano a palle incatenate. Obiettivo, un po’ dichiarato e un pop’ sottinteso, il Csm e la Procura generale.

E ora? Il partito dei Pm stavolta è del tutto impreparato. Si sentiva ancora forte, aveva lanciato l’offensiva contro il governo. Ora però sbanda. Potrà ignorare la sberla ricevuta da Milano?

E la politica potrà continuare a far finta di nulla? Quello che più colpisce in questo marasma è proprio la politica. Guarda, magari sorride, tace. Può pensare che tutto quello che sta succedendo non la riguardi?

Il paese si trova in mano a una magistratura del tutto delegittimata nei suoi vertici. Si sta allargando l’area di quelli che ora capiscono che quel gruppo degenerato di potere che si è impossessato della giustizia italiana, ha gettato nel fango ogni idea di giustizia, che i processi non sono affidabili, che le riforme ballano sotto il ricatto di gruppi sovversivi di magistrati e giornalisti. La politica tace? Subisce il ricatto dei ragazzi di Conte e Travaglio? Si nasconde dietro l’idea che la giustizia è cosa che riguarda solo la magistratura? Oppure nelle prossime ore assisteremo finalmente all’emergere di qualche barlume di coraggio? Si sono mossi persino i magistrati milanesi, diobuono, possiamo sperare in un sobbalzo di coscienza di qualche politico?

P.S. Quale può essere il sobbalzo? Semplicissimo: chiedere che si sciolga il Csm. Come si può pensare di lasciare la Giustizia italiana nelle mani di un Csm che ormai ha perso ogni credibilità e anche ogni dignità. Composto in parte non piccolissima da elementi chiamati in causa nel caso Palamara e nel caso Storari, eletti grazie alle pressioni delle lobby, delle correnti, dei gruppetti di potere, in un gioco diabolico di pressioni e di ricatti? E forse alla mercé di questa famosa Loggia Ungheria, che se esiste è una pericolosissima associazione a delinquere.

Ogni minuto che il Csm resta al suo posto è una nuova offesa all’idea stessa di giustizia.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019. 

Giustizia da commedia. Così giornali e magistratura stanno affossando l’inchiesta sulla loggia Ungheria. Piero Sansonetti su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Diciamo la verità: se non fosse stato per Nino Di Matteo che ha rotto il gioco, tutta questa vicenda delle logge segrete, dei pasticci dentro la magistratura, dei veleni, degli imbrogli, e parallelamente le storie strane dell’ex premier Conte, tutto queste cose qui non le avremmo mai sapute. I migliori campioni della Magistratura Intransigente, e i grandi giornalisti, e i grandi giornali di inchiesta, avevano seppellito tutto sotto la sabbia. Shhh, avevano sibilato. Shhh: omertà. Non è così? Figuratevi se a me, che di Di Matteo ho sempre parlato, scritto e pensato tutto il male possibile, non costa molto questa ammissione: però è il vero. Non cancello neanche una frazione delle critiche che da anni rivolgo a Di Matteo, e tuttavia bisogna riconoscergli che ha dimostrato di essere una persona onesta e che rispetta la legge e che non guarda in faccia a nessuno. È strano? Non dovrebbe essere strano. Nel senso che magari una persona normale dai magistrati si aspetta sempre un comportamento come quello di Di Matteo. Ma chi invece conosce un po’ di cose della magistratura, e ha visto come si comporta di solito il partito dei Pm, sa che non è così, lo sa già da prima di aver letto il libro di Palamara. Di Matteo è un’eccezione, e forse nessuno si aspettava che potessero finire nelle sue mani i verbali degli interrogatori segreti dell’avvocato Amara e che quindi tutta questa storia loschissima potesse diventare cosa pubblica. È andata così. Con rabbia, penso, da parte di molti. Innanzitutto di Davigo (ex pm, ex capo dell’Anm, ex magistrato di Cassazione, ex membro del Csm, attualmente editorialista del Fatto Quotidiano) che pare sia furioso; ma poi anche da parte del procuratore di Milano Greco e di vari altri magistrati dei quali al momento non conosciamo i nomi, e di un bel numero di giornalisti del Fatto Quotidiano e della Repubblica che hanno fatto parte del gruppetto che ha tenute segrete le accuse di Amara, dopo aver pubblicato, negli anni, chilometri di documenti segreti e illegali e sputtanato la vita pubblica e privata di centinaia di persone. Ora però restano alcune domande che sono molto inquietanti. La prima è questa. Come mai ieri Piercamillo Davigo è stato ascoltato dal procuratore di Roma come teste e non come persona iscritta nel registro degli indagati? Seconda domanda: cosa si sono detti Prestipino e Davigo? Terza domanda: perché si è avviata un’indagine ipotizzando il reato di associazione segreta e non associazione a delinquere? Provo a rispondere, seguendo la logica formale. La prima domanda può avere solo una risposta: Davigo non è ancora indagato perché Davigo non è una persona normale: è un esponente, seppure in pensione, della Grande Casta. E quindi ha diritto a grandi privilegi. Chiunque altro, nella sua condizione, sarebbe stato inquisito per almeno tre reati: favoreggiamento, per aver “favoreggiato” il Pm milanese che gli diede i verbali. Falso per occultamento, per aver occultato i verbali. Omessa denuncia, per non aver denunciato il reato del quale era a conoscenza. Mi sono tenuto stretto stretto, perché sono un garantista. Certo che se qualcosa di appena somigliante a quello che ha fatto Davigo l’avesse fatto un esponente della politica, magari senza immunità parlamentare, finiva dritto dritto in gattabuia. Alla seconda domanda si può rispondere con un po’ di fantasia. Prestipino, procuratore di Roma la cui nomina è stata dichiarata illegittima dal Tar, avrà innanzitutto ringraziato il dottor Davigo visto che il suo voto a favore in Csm (che contraddisse tutte le dichiarazioni contro Prestipino dei mesi precedenti e costituì una svolta improvvisa e mai spiegata del davighismo) fu quello che permise la nomina di Prestipino sebbene i suoi titoli fossero decisamente inferiori a quelli degli altri concorrenti all’incarico. Chissà se dopo averlo ringraziato gli avrà poi rivolto domande imbarazzanti. Tutto è possibile, naturalmente, però, siamo sinceri: se davvero l’indagine su Davigo la dovesse svolgere la Procura di Roma la credibilità dell’inchiesta sarebbe parecchio sotto lo zero. Per fortuna sembra che, per ragioni formali, l’inchiesta si sposterà a Brescia. La terza domanda è la più drammatica. Noi naturalmente non sappiamo se questa Loggia di piazza Ungheria esistesse, o esista, oppure se sia una invenzione. Tantomeno conosciamo i nomi dei partecipanti, se c’erano dei partecipanti. Però sappiamo una cosa: se questa Loggia esisteva ed era quello che l’avvocato Amara sostiene, il reato da ipotizzare non è quello di associazione segreta -come hanno stabilito i magistrati che indagano- ma è quello di associazione a delinquere finalizzata a corruzione di atti giudiziari, corruzione, traffico di influenze, turbativa d’asta. Perché invece si è scelto il reato di associazione segreta? Provo a indovinare. Il reato di associazione segreta prevede una pena massima di tre anni. E quindi esclude la possibilità di indagare con le intercettazioni. E anche, ora, con l’esame dei tabulati telefonici. Siccome chiunque conosca un po’ i fatti della magistratura sa che da molti anni le indagini si fondano esclusivamente sulle intercettazioni telefoniche e sui pentiti, e siccome la parola dei pentiti può essere usata a completa discrezionalità del Pm, che la giudica credibile o non credibile senza dover renderne conto a nessuno, e siccome non sarà difficile giudicare non credibili le accuse di Amara, in questo modo l’indagine sulla Loggia è già affossata. Cioè, non ci sarà. Finirà sotto la sabbia, come volevano Greco e Davigo. Se invece si indagasse per associazione a delinquere si potrebbero usare i tabulati, si potrebbe intercettare e tutto sarebbe più pericoloso. Ipotesi subito scartata. Pagherà solo il povero Storari, che certo di sciocchezze ne ha fatte parecchie, però, è chiaro, era mosso dalla volontà di scoprire la verità. Oggi, ai vertici della magistratura, chi vuole scoprire la verità non è visto di buon occhio. Va stroncato. Così come è stato stroncato il Pm Fava, che aveva commesso la somma sciocchezza di entrare in conflitto con Ielo e Pignatone.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Gli scandali all’interno della magistratura. Errori giudiziari e logge sono intollerabili, ma ancor di più lo è il silenzio delle toghe. Eduardo Savarese su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Nel libro dell’Antico Testamento intitolato Siracide, il capitolo 4 contiene alcuni versetti illuminanti per una riflessione su giustizia e magistratura: «Non arrossire di confessare i tuoi peccati, non opporti alla corrente di un fiume (26). Non sottometterti a un uomo stolto, e non essere parziale a favore di un potente (27). Lotta sino alla morte per la verità e il Signore Dio combatterà per te (28)». La magistratura si trova effettivamente dentro la corrente di un fiume, che è il fiume della Storia, la quale impietosamente, com’è suo costume, va portando alla luce il profondo inquinamento politico che attanaglia i gangli costituzionali dell’ordine giudiziario. Inquinamento che si è avvalso delle correnti dell’associazionismo giudiziario, ma che pare andare ben oltre le manifestazioni patologiche di esso. La magistratura può riacquistare credibilità solo a partire dalla confessione franca e coraggiosa dei suoi “peccati”. Non deve arrossire nel cessare di tacere. Ma se continua a tacere, non può non arrossire. L’espressione istituzionale e associativa della magistratura oggi tende invece a trincerarsi dietro diverse sfumature di ciò che resta in sostanza un silenzio per me insopportabile. Ho già scritto su queste pagine che il libro, opinabile quanto si voglia, a firma di Luca Palamara e Alessandro Sallusti costituisce uno spartiacque rispetto alla comunicazione pubblica dell’immagine dell’organismo giudiziario in Italia, e che su quel libro doveva aprirsi un confronto totalmente aperto con la società civile. Il confronto, invece, non si è aperto neppure dentro la magistratura, e oggi andiamo apprendendo scenari angoscianti sulle modalità di raccolta delle intercettazioni poste a base dell’espulsione di Palamara dall’ordine giudiziario. E non si tratta evidentemente di far dettare l’agenda della vita della magistratura da un espulso: questa è una obiezione tanto debole quanto arrogante. Ora che si è aperta la nuova slavina della loggia Ungheria, assistiamo a nuove forme di sostanziale silenzio (al netto dell’avvio delle doverose attività di indagine penale). A mio avviso appartiene a questo atteggiamento di incapacità di raccontarsi, e dire alla società civile la verità, anche il rifiuto sdegnosamente dogmatico della sola idea (quindi a prescindere dalle sue possibili, e molteplici, concretizzazioni) di una Commissione parlamentare d’inchiesta. Noi abbiamo bisogno di ricostruire la storia recente della magistratura italiana secondo canoni di rigore che, se non devono soggiacere alle strumentalizzazioni politiche, neppure possono chinare il capo alle formule note dell’associazionismo, inidonee a un discorso di verità. Ma il libro del Siracide prosegue, facendo divieto di sottomettersi a un uomo stolto e di essere parziale col potente. La magistratura deve sollevare la testa – una testa che, oggi come non mai, dovrebbe coincidere col corpo sano di essa, nella riappropriazione della parola capace di contestare, comunicare e anche pretendere – e smetterla di affidare la propria rappresentanza a formule vetuste che hanno compiuto, nel bene e purtroppo più di recente nel male, la loro missione. Deve chiedere la modifica strutturale dell’ordinamento giudiziario in modo che non si favorisca nessun potente di turno, fuori e dentro l’ordine giudiziario. E deve anche vigilare a che, in questo processo di confessione senza rossori e di progetto di un nuovo ordinamento giudiziario, non si assoggetti alla “stoltezza” di nuovi poteri esterni. La magistratura, insomma, deve affrontare la presenza inquinante del Potere al suo interno e trovare i modi, forse non di debellarlo, ché sarebbe illusorio, ma di arginarlo. Il tema del sorteggio dei componenti del Csm attiene evidentemente a questo profilo. Ma sono la gerarchizzazione e la riduzione burocratica del ruolo del magistrato che vanno del pari combattute e contro le quali va ridisegnato l’ordinamento giudiziario. L’ultimo versetto del Siracide invita a lottare fino alla morte per la verità. E tantissimi magistrati, nella storia di questo Paese, hanno inverato questo precetto e hanno inteso la loro vita nella magistratura come servizio. Questo attiene alle virtù morali degli individui e della società, e forse oggi queste virtù sono ridotte o smarrite. Ma dare la vita non significa solo morire per la verità. Significa improntare le azioni e i pensieri a un modus vivendi il più possibile trasparente e funzionale a esercitare in modo imparziale la funzione giudiziaria. Nel dibattito mosso dall’indignazione per le logge e le spartizioni di potere, non vedo all’orizzonte un discorso di verità sullo stato della giustizia. È vero che, come Il Riformista evidenzia, molti sono gli errori giudiziari, molte le ingiuste detenzioni, sempre troppo lunghe le durate dei processi civili e penali, e che a fronte di ciò le valutazioni di professionalità dei magistrati, quasi tutte sempre positive, sembrano un’offesa all’intelligenza. Tuttavia, il nodo drammatico dell’eccesso di domanda di giustizia, e la totale assenza di analisi sulle ragioni di questa domanda, continuerà a consentirci di eludere i problemi strutturali, a illuderci che la produttività sia tutto, a rassicurarci che un ritocco meritocratico aiuti il sistema. Si tratta di falsificazioni perfettamente compiute. Soltanto una magistratura che sappia confessare i propri peccati senza arrossire, che non si assoggetti allo stolto e non insegua il potente, potrà dettare l’agenda delle vere riforme necessarie. Quelle che il 99% dei magistrati attende, con frustrazione e disillusione crescenti che tanto la politica, quanto le proprie rappresentanze potranno realizzare quelle riforme. Di certo, due passi concreti e immediati potrebbero essere intrapresi: delineare un meccanismo di voto per il Csm in tempi rapidissimi quanto più vicino possibile al meccanismo del sorteggio e sciogliere quanto prima l’attuale Csm. Eduardo Savarese

Operaio ArcelorMittal licenziato a Taranto dopo post Facebook sulla fiction con Sabrina Ferilli. La Repubblica l'8 aprile 2021. Dopo la sanzione disciplinare è arrivato il provvedimento a carico di uno dei due dipendenti ex Ilva sospesi: avevano condiviso uno screenshot in cui invitavano a guardare la mini serie perché raccontava un dramma simile a quello di Taranto, con una bambina in coma per l'inquinamento causato da una fabbrica. "Così come aveva preannunciato, ArcelorMittal ha licenziato per quella che ritiene essere una "giusta causa", uno dei due dipendenti che pochi giorni fa ha condiviso sul social lo screenshot con invito a vedere la fiction "Svegliati Amore Mio". Non è altro che un gravissimo attacco alla democrazia ed in particolare alla libertà di espressione e opinione". Lo afferma il coordinatore provinciale dell'Usb, Francesco Rizzo, riferendosi al provvedimento notificato oggi dall'azienda a un lavoratore dopo una contestazione disciplinare e una sospensione per cinque giorni. ArcelorMittal ha precisato nei giorni scorsi di aver ritenuto denigratorio e altamente lesivo della propria immagine il contenuto del post e non il semplice invito alla visione della fiction (che evidenzia, attraverso la storia di una donna che lotta per la figlia che si è ammalata di leucemia, i rischi derivanti dalle emissioni di un'acciaieria chiamata Ghisal). ArcelorMittal ha precisato nei giorni scorsi di aver ritenuto denigratorio e altamente lesivo della propria immagine il contenuto del post e non il semplice invito alla visione della fiction (che evidenzia, attraverso la storia di una donna che lotta per la figlia che si è ammalata di leucemia, i rischi derivanti dalle emissioni di un'acciaieria chiamata Ghisal). "Questo - osserva Rizzo - è l'ennesimo schiaffo, come se non bastasse quanto fatto in precedenza. Stigmatizziamo tutto questo e preannunciamo una durissima mobilitazione. Forme e tempi verranno comunicati nelle prossime ore".

Michelangelo Borrillo per corriere.it il 10 aprile 2021. Riccardo Cristello, 45 anni, di Taranto, è il dipendente di ArcelorMittal licenziato dopo aver condiviso un post con commenti sulla fiction «Svegliati amore mio», con protagonista principale Sabrina Ferilli. Un post che invitava a vedere la fiction, secondo Riccardo, ma con «affermazioni di carattere lesivo e minaccioso» secondo ArcelorMittal. «Non dico di essere un impiegato modello — spiega Riccardo — ma ho sempre dato di tutto e di più. Anzi ero considerato un aziendalista non essendo iscritto al sindacato. Oggi mi trovo fuori dall’azienda con una famiglia, una moglie, due figli e un mutuo da pagare, così, solo perché qualcuno ha immaginato che io abbia potuto solo pensare che quella fiction fosse riferita ai miei datori di lavoro. Nel mio post non ci vedevo nulla di male, ogni giorno condividiamo un sacco di post magari manco leggendoli, come una catena di Sant’Antonio. Ora mi sento un macigno addosso, è una situazione che non auguro a nessuno di vivere per non aver fatto nulla».

"Io, licenziato da ArcelorMittal per un post sulla fiction con Ferilli condiviso mentre ero sul divano". Gino Martina su La Repubblica il 9 aprile 2021. Riccardo Cristello è il tecnico di controllo costi licenziato dall'acciaieria ex Ilva: è stato prima sospeso e poi licenziato per aver invitato a guardare la serie richiamando l'attenzione sul dramma di Taranto: "Sono stato trattato come un numero, colpirne uno per educarne cento. E pensare che si tratta di una cosa scritta sul mio profilo privato e condiviso con mia moglie, che possono leggere solo i nostri 400 amici". Riccardo Cristello lo ripete più volte. "Non ho scritto nulla di offensivo nei confronti di ArcelorMittal, non ho fatto alcun commento, non ho mai citato l'azienda, eppure dopo 20 anni vengo trattato come un semplice numero: non me lo merito". Impiegato, con due figli a carico, dopo il post condiviso sulla propria bacheca Facebook col quale il 24 marzo invitava a vedere la fiction Mediaset 'Svegliati amore mio', il lavoratore dell'ex acciaieria Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal, è stato licenziato per giusta causa. A differenza dell'altro lavoratore che aveva ricevuto il provvedimento disciplinare di sospensione per aver condiviso un altro post sulla mini serie, non tornerà a varcare i cancelli della fabbrica. Per l'azienda quei messaggi avevano contenuti denigratori e offensivi, nonché minacciosi nei confronti della dirigenza. Anche per difenderlo il sindacato Usb ha proclamato uno sciopero e un sit-in permanente davanti ai cancelli della fabbrica il 14 aprile. 

Qual è l'amarezza maggiore in questo momento? 

"Quella di essere stato trattato così, senza neanche una telefonata, dopo aver dato tanto a quello stabilimento, oltre venti anni della mia vita. Sono stato sempre a disposizione dell'azienda, ho fatto sempre ciò che mi è stato chiesto. Anzi, di più. Da quando ero operaio del magazzino agli ultimi mesi come tecnico di controllo costi dell'acciaieria, dopo esser stato chiamato anche ad aiutare l'amministrazione con le fatture, ho sempre dato tanto. Con la gestione della famiglia Riva sarei stato sicuramente convocato in direzione e mi avrebbero rinfacciato tutto ciò che reputavano avessi sbagliato, ma dubito che mi avrebbero licenziato". 

Ci racconti di quel post condiviso. Non era scritto da lei. 

"Eravamo in casa io e mia moglie e ci è arrivato questo messaggio, come a centinaia di tarantini e lavoratori di Mittal. Quel profilo è chiuso, non è pubblico, ed è condiviso con mia moglie. Anzi, i dati sono i suoi, io lo uso raramente ed è in contatto con meno di 400 persone. Solo i miei amici possono vedere quello che pubblico. Abbiamo fatto un copia e incolla di questa lettera che chiedeva di vedere la fiction perché parlava del siderurgico, dei danni che ha provocato e delle soluzioni a questi danni. Il messaggio dava addosso a chi prima gestiva lo stabilimento in quel modo, non a Mittal. Lo abbiamo fatto così, di sera, seduti sul divano, senza pensare che potesse offendere l'immagine dell'azienda e provocare ciò che è successo. Non ci sono nomi, non c'è niente, è contro la siderurgia in generale, mi avrebbero dovuto denunciare tutti a questo punto". 

Ci sono parole come 'assassini' e il riferimento della fiction alla vertenza di Taranto: come si è giustificato con la dirigenza? 

"Ho cercato di spiegare che non era mia intenzione ledere l'immagine dell'azienda, non immaginavo affatto potesse generare questi problemi. Il post era generico e voleva solo sensibilizzare le persone, per il dramma della nostra città, per far vedere cosa accadeva anni fa prima che si iniziassero ad adottare i primi interventi Aia per abbattere le emissioni inquinanti. Ognuno di noi piange un parente per questa situazione, non a caso c'è un processo in corso, Ambiente Svenduto. Noi a Taranto lo sappiamo cosa è accaduto. L'inquinamento c'è comunque, un impianto siderurgico può inquinare meno, però è come una macchina, se l'accendi inquina. Ma non ho accusato di questo Mittal e non era mia intenzione farlo, non c'era nessun nome del resto". 

Cosa l'ha delusa di più? 

"Come sono stato trattato, dopo anni di rapporti umani vissuti nella fabbrica, mi hanno chiamato la domenica delle Palme dicendomi che c'era un problema di numero e che dovevo rimanere in cassa integrazione per una settimana. In verità mi stavano sospendendo per poi licenziarmi, senza nessun avvertimento, nessuna telefonata, se non la raccomandata col provvedimento". 

Qual è la sua speranza adesso? 

"La speranza è che si risolva al meglio per tutti, non solo per me, perché a condividere quel post sono stati in tanti nella città di Taranto e quindi molti colleghi dello stabilimento. Anche se ho l'impressione di essere il capro espiatorio. Lo spirito sembra sia quello di punirne uno per educarne cento. Non possiamo più parlare, non possiamo più commentare, dobbiamo stare zitti e basta. Anche se, lo ripeto, non ho commentato, il post non l'ho scritto io, non ho fatto nulla e sono stato trattato in questo modo. Figuriamoci se davvero avessi fatto qualcosa, sarei stato messo alla gogna".

Chiara Campo per “il Giornale” l'11 aprile 2021. Vietato criticare l'amministrazione sui social o sui forum, la sorveglianza scatterà pure sui commenti pubblicati fuori dall'orario di lavoro sui profili Facebook personali. Il centrodestra ha definito il nuovo Codice di comportamento per i dipendenti del Comune di Milano «degno del soviet supremo». Beppe Sala sta incassando accese proteste da lavoratori e sindacalisti, l'Rsu si è già rivolta a un avvocato per un giudizio legale. Il regolamento nel mirino è stato approvato lo scorso febbraio ma non è ancora entrato in vigore perché per legge va sottoposto prima a consultazione. E la giunta doveva sentirsi particolarmente tranquilla visto che giorni fa lo ha pubblicato on line aprendo la partecipazione «non solo ai dipendenti ma a tutta comunità milanese». Sotto processo l'articolo 16 che regola i «rapporti con mezzi di informazione e l'utilizzo dei social network». Qualche passaggio? Il dipendente «si astiene dal diffondere con qualunque mezzo, compreso il web o i social network, i blog o i forum, commenti o informazioni compresi foto, video, audio che possano ledere l'immagine del Comune e dei suoi rappresentanti o suscitare riprovazione, polemiche, strumentalizzazioni». Il lavoratore «si impegna a mantenere un comportamento ineccepibile anche nella partecipazione a discussioni su chat o forum on line, mantenendo cautela nell'esprimere opinioni, valutazioni, critiche su fatti o argomenti che interessano l'opinione pubblica o che possano coinvolgere la propria attività all'interno del Comune» e il codice andrà rispettato «anche al di fuori dell'orario di lavoro». Il consigliere comunale di Forza Italia Alessandro De Chirico sintetizza il punto: «Sala vuol mettere il bavaglio ai dipendenti. Forse hanno dato fastidio le tante denunce pubbliche per i disservizi legati al Covid sia in merito alla salute dei lavoratori che ai servizi erogati ai cittadini», vedi gli assembramenti davanti alle (poche) sedi anagrafiche lasciate aperte. Insomma, «guai a dissentire, il regolamento blocca il diritto di critica, spero che i sindacati si facciano sentire con uno sciopero». Un delegato sindacale Rsu - almeno per ora - non si fa problemi a bollare il nuovo codice di comportamento come «un attacco alla libera espressione, alla comunicazione sindacale e al diritto di informazione libera». Se il Comune non farà dietrofront il sindacato passerà alle vie legali. Un conto sono ingiurie o insulti, ma «il diritto di opinione espresso fuori dall'orario di lavoro non può essere punito con il licenziamento e tanto meno può essere spiato il profilo social di un dipendente per controllarne il contenuto». Il confine tra ciò che è lecito o punito con provvedimenti disciplinari o licenziamento rischia di assottigliarsi parecchio, i sindacalisti abituati a mantenere rapporti con la stampa sono preoccupati. Avverte il codice che «il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e politici non consente al dipendente di rilasciare dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell'amministrazione».

Covid, europarlamentare Lega lascia Facebook: "Troppe censure". Nel mirino di Facebook sono finiti due post dell'europarlamentare Francesca Donato dedicati al Covid. L’esponente leghista porterà il caso a Bruxelles. Gabriele Laganà - Sab, 10/04/2021 - su Il Giornale. Negli ultimi tempi diversi social, al fine di combattere violenze e discriminazioni di ogni genere, hanno intensificato i controlli sui contenuti pubblicati dagli utenti sulle proprie piattaforme. Si ricorderà, in particolare, lo scontro tra Facebook e l'ex presidente Usa, Donald Trump, con l’azienda di Palo Alto che è arrivata a mettere in atto la clamorosa sospensione dell'account del tycoon. Questa vicenda, come del resto molte altre accadute nei mesi scorsi, ha suscitato un dibattito tra chi vede in queste azioni una sorta di censura e altri che, invece, appoggiano le decisioni delle varie piattaforme. A volte capita che sui social si leggano cose orribili. Vero. Ma ci si domanda se sia gisuto che un social oscuri delle opinioni personali. In Italia l’ultimo caso in ordine cronologico finito al centro dell’attenzione mediatica riguarda il quotidiano online sovranista il Primato Nazionale che si era vista chiudere momentaneamente la propria pagina Facebook senza alcun preavviso né motivazione. Ma questo non è l’unico esempio. Perché nel mirino della "sorveglianza" di Facebook è finita anche l'europarlamentare della Lega Francesca Donato. Quest’ultima, però, utilizzando lo stesso social non solo ha denunciato quanto le è accaduto ma ha anche annunciato di essere pronta ad una "battaglia" contro la piattaforma in nome della libertà. "Vista la situazione, ho deciso di interrompere l'uso di questo canale per la mia comunicazione e di denunciare il problema al Parlamento Europeo", è l’inizio del post molto duro della Donato contro il social network di Mark Zuckerberg che nei giorni scorsi ha minacciato di sospensione il deputato europeo del Carroccio e limitato la distribuzione dei post della sua pagina. "I contenuti che ho pubblicato - spiega ancora l’esponente leghista - secondo i controllori del network, hanno 'violato ripetutamente gli standard della community', cioè dato elementi di riflessione di disturbo per la propaganda pervasiva in cui ci hanno immersi". Nel mirino di Facebook sono finiti due post dell'europarlamentare leghista dedicati al Covid con interventi del biologo molecolare Enrico Galmozzi e del medico e ricercatore siciliano Bruno Cacopardo. La Donato spiega che un eurodeputato eletto dai cittadini non può subire "censure ideologiche arbitrarie da nessun privato, soprattutto per ragioni squisitamente politiche, e una piattaforma social non può improvvisamente e inopinatamente cambiare le proprie politiche in maniera di penalizzare così fortemente la libera informazione, specie dopo che molti soggetti hanno investito per anni in quello strumento". L’europarlamentare così ha deciso di salutare i sui oltre cinquantamila "seguaci" su Facebook a favore del suo blog, e degli altri canali social. Ma la vicenda non terminerà con l’abbandono del social. Perché la stessa Donato ha già annunciato battaglia a Bruxelles: "Intendo rivendicare il mio diritto alla libertà di espressione e di pensiero, con ogni mezzo democratico e trasparente".

Se Google cancella un'inchiesta giornalistica. Alessandro Longo su La Repubblica il 7 aprile 2021. Oscurato un canale di una testata giornalistica registrata, YOU-ng, e deindicizzata l’inchiesta giornalistica. Google parla di errore, dopo la segnalazione di Repubblica. Ma è solo l’ultimo tassello in un crescendo di episodi che riguardano anche Twitter e Facebook. Google ha cancellato un canale di una testata giornalistica registrata, YOU-ng, e de-indicizzato un'inchiesta giornalistica, che quindi ora è molto più difficile raggiungere. L'ha denunciato il direttore responsabile, Germano Milite, e il motivo risulta una segnalazione fatta a Google dal protagonista di quella stessa inchiesta, Matteo Pittaluga. Google ha ripristinato ieri sera il canale dopo la segnalazione fatta da Repubblica, parlando di "errore". Stamattina, per un'altra segnalazione analoga (da un socio di Pittaluga), Google ha però cancellato di nuovo il canale, anche se ha rimesso l'inchiesta sul motore di ricerca. Probabilmente Google rimedierà anche a questo errore, dato che tutto è avvenuto con le stesse modalità. Anche a gennaio il gigante di Mountain View ha ammesso un errore simile, per la sospensione dell'app del Manifesto sul Google Store. Nel caso di Young, Pittaluga ha presentato a Google richiesta di rimozione per violazione di copyright, a quanto risulta agli atti. YOU-ng ha fatto numerose inchieste su profili come quello di Pittaluga, che vendono corsi e consulenze per fare soldi (con facilità, dicono) con il digitale. Milite ha indagato su questo business che definisce sospetto e ingannevole per i potenziali clienti. "Con il pretesto infondato di violazione del copyright, Pittaluga ha ottenuto la censura della nostra inchiesta", dice. Google conferma a Repubblica: "Rivediamo periodicamente tutte le contro notifiche per violazione di copyright per identificare segnali di possibili abusi. Il canale di YOU-ng era stato chiuso nel corso di questo processo. Dopo un'ulteriore revisione, abbiamo rilevato che si è trattato di un errore e abbiamo prontamente ripristinato il canale. Ci scusiamo per l'inconveniente". Nel caso del Manifesto, a gennaio, Google aveva tolto l'app perché non si fidava che il Manifesto fosse un giornale (lo è da mezzo secolo) e in attesa di informazioni dal giornale che erano però presenti, come previsto dalla legge italiana (ad esempio su editore, collaboratori). In quegli stessi giorni, Twitter aveva sospeso l'account di Libero per 14 ore, per "attività sospetta", senza dare a tutt'oggi spiegazioni (a quanto fanno sapere da Libero). È recente invece un'interrogazione parlamentare del senatore Gianluigi Paragone (Gruppo Misto, ex M5S) contro quella che definisce censura del canale Youtube di Byoblu (testata giornalistica di contro informazione). 

Motivazione: "YouTube non tollera contenuti che diffondano disinformazione in ambito medico, in contraddizione con le informazioni fornite sul COVID-19 dalle autorità sanitarie locali o dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)". Paragone ha fatto anche un ricorso all'Agcom (del 25 febbraio). Il tema è caldo anche negli Usa; soprattutto dopo che a ottobre 2020, Twitter aveva bloccato la diffusione di un'inchiesta del giornale filo-conservatore New York Post sul figlio di Joe Biden (attuale presidente Usa), prima di fare dietrofront. Secondo molti giuristi, la questione è ampia e tocca i diritti fondamentali. "Non c'è bilanciamento di poteri se è un solo soggetto, per giunta privato, a stabilire gli equilibri tra libertà di espressione e altri diritti", come affermato dall'avvocato Guido Scorza (al Garante della Privacy).  Un maggiore bilanciamento è necessario, secondo il Congresso Usa, che sta valutando da mesi nuove proposte normative; e lo è per la Commissione europea, che per casi come questo ha proposto il Digital Services Act. "Se il pacchetto del Digital Services Act diventerà legge, potremo sporgere reclamo più facilmente contro le decisioni delle piattaforme; sapere perché la piattaforma le ha prese e opporvisi", spiega Rocco Panetta, avvocato esperto di Privacy. Un'attività ora molto complicata e spesso costosa per gli utenti. Un'altra misura pensata per ridare agli utenti un maggiore controllo sugli algoritmi (e sui signori degli stessi). "Oggi i diritti fondamentali dei cittadini europei non sono adeguatamente tutelati online. Le piattaforme possono ad esempio decidere di cancellare i contenuti degli utenti, senza informare l'utente o fornire una possibilità di ricorso. Ciò ha forti implicazioni per la libertà di parola degli utenti", ha scritto la Commissione nel presentare l'Act.

Abolita la censura cinematografica: istituita commissione di 49 esperti. Valentina Mericio su Notizie.it il 05/04/2021. Con il nuovo decreto del Ministro della cultura Dario Franceschini, è stata abolita definitivamente la censura cinematografica. Niente più censure e tagli al cinema. A deciderlo il Ministro della Cultura Dario Franceschini che con un decreto ha messo fine ad un’epoca. Sono ben lontani i tempi in cui la Chiesa Cattolica metteva all’indice i libri proibiti, pratica durata fino al secondo dopoguerra. A sostituire la censura cinematografica un’apposita commissione che sarà composta da 49 esperti che si occuperanno della classificazione delle opere cinematografiche. “La Commissione verifica la corretta classificazione, proposta dagli operatori nel settore cinematografico”, ha spiegato ad ANSA Nicola Borrelli a capo della Direzione generale cinema e audiovisivo. La commissione sarà presieduta dal Presidente emerito del consiglio di Stato Alessandro Pajno.

Cinema, abolita la censura cinematografica. Lo ha fatto sapere il Ministro della Cultura Dario Franeschini. La censura cinematografica è stata abolita, una mossa importante che supererebbe “Definitivamente quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti”. Si chiude quindi un’era: basta tagli e censure prima dell’uscita al cinema. Al fine di superare questo sistema è stata istituita una commissione presieduta da Alessandro Pajno e 49 esperti che avranno il compito di verificare che gli operatori classifichino correttamente le opere cinematografiche. “Si mette in essere una sorta di autoregolamentazione, saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l’opera cinematografica, alla commissione il compito di validare la congruità” – precisato Nicola Borrelli all’ANSA.

Valentina Mericio. Classe 1989, laureata in Lingue per il turismo e il commercio internazionale, gestisce il blog musicale "432 hertz" e collabora con diversi magazine.

Fine della censura al cinema. Ma c'è un'altra commissione. Non sarà più possibile negare la proiezione di un film. Franceschini: "Rispetto della libertà". Ecco i "tagli" storici. Pedro Armocida - Mar, 06/04/2021 - su Il Giornale. «Abolita la censura cinematografica, definitivamente superato quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Queste le parole del Ministro della cultura, Dario Franceschini, che lavora anche a Pasquetta. D'altro canto la notizia è importante perché attesa dal 2016 quando la sua importante Legge Cinema annunciava proprio queste misure. Ma cosa cambia in sostanza? Nulla e tutto, e viceversa. Da oggi la classificazione dei film è responsabilità degli operatori che daranno uno di questi 4 bollini (è prevista una sintesi grafica): opere per tutti; opere non adatte ai minori di anni 6; opere vietate ai minori di anni 14; opere vietate ai minori di anni 18. A parte l'indicazione per i 6 anni, il resto è uguale a prima. Ma la novità è che ora un dodicenne accompagnato da un genitore potrà vedere un film vietato ai 14 e un sedicenne uno vietato ai 18. Messa così è finalmente una legge di stampo liberale che lascia la libertà, appunto, ai distributori di dare le indicazioni al pubblico e responsabilizza i genitori chiamati a esercitare l'educazione anche di fronte a un film. Però, c'è sempre un però. Lo Stato non si fida, o forse i distributori temevano guai giudiziari, e dunque ecco spuntare la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche guidata dal Presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno. Quindi gattopardescamente, esattamente come accade oggi, vengono nominati quarantanove componenti che verificheranno le decisioni prese dai distributori. Ma, rispetto al passato, avranno un'arma in meno: non è più possibile negare il nulla osta per la proiezione in pubblico di un film. Esistono due preziosi archivi in rete che raccontano i casi più eclatanti del ricatto che consentiva alle commissioni di chiedere i famigerati tagli ai film: cinecensura.com e italiataglia.it (il primo, ideato da Pier Luigi Raffaelli e Tatti Sanguineti, è in continuo aggiornamento grazie al prezioso lavoro della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia che ha un nuovo conservatore, Alberto Anile, e una nuova presidente Marta Donzelli). Il film simbolo è Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci che nel 1972, dopo essersi opposto, accetta, su consiglio del produttore Alberto Grimaldi, un taglio di pellicola di metri 3,80 («Riduzione del primo amplesso consumato dai due protagonisti all'improvviso in piedi»), uno di metri 6 («Riduzione della durata della scena in cui il protagonista violenta a posteriori la ragazza») e infine la modifica della frase «Mettimi le dita nel culo» sostituita da «Non farmelo ripetere». Il film riceve il nulla osta con un divieto ai minori di 18 anni. Poi ci furono i sequestri e i penosi strascichi giudiziari con autore, produttore e attori condannati nonostante l'appoggio di intellettuali, anche di Montanelli in una famosa prima pagina sul Corriere della Sera. Vabbè, direte voi, è Ultimo tango, c'è il burro, eccetera. Ma, senza andare molto lontano, già nel 1950 il candido Luci del varietà, firmato a quattro mani da Lattuada con l'esordiente Fellini, ebbe il massimo divieto vigente all'epoca, ai minori di 16 anni. Nel 1955 addirittura Totò e Carolina ottenne ben 32 tagli tra cui quello di Bandiera rossa cantata da un gruppo di comizianti, che obbligò il regista Monicelli «a rifare la musica e inserire un'altra canzone qualunque ignota». Le forbici della censura si sono mosse sempre veloci, attente a limitare il sesso e la violenza ma anche a proteggere la politica e la religione. Ne sa qualcosa Pier Paolo Pasolini i cui guai iniziano già con Accattone, il suo film d'esordio. Nel 1961 ottiene il nulla osta ma divieto ai minori di 18 anni, «limite di età ancora non previsto dalla nuova Legge sulla Revisione Cinematografica». Sempre in quell'annus horribilis, Luciano Emmer si vede tagliare un'intera sequenza del suo La ragazza in vetrina che gli fece passare «la voglia di continuare a fare cinema» visto che per trent'anni non ha più girato un film. Più fantasiosa la censura nel 1969 su Brucia ragazzo brucia di Fernando Di Leo che, in una sequenza erotica comunque tagliata di 212 metri di pellicola, vede l'apposizione di una incredibile ragnatela che fece restare di sale il regista: «Una cosa mai vista nella storia del cinema e nella storia della censura». A passo spedito si arriva al 1998 e a Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco, penultimo film della storia del cinema italiano a cui non è stato dato il nulla osta alla proiezione in pubblico. L'ultimo in assoluto, nel 2011, è stato l'horror Morituris di Raffaele Picchio che però non ha avuto la fortuna di essere vietato «solo» ai minori di 18 anni come è successo in appello a Ciprì e Maresco. Ma in fatto di tagli il record forse ce l'ha The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese, vietato ai minori di 14 anni, che, nel 2014, viene derubricato a «per tutti» per andare in prima serata in tv. La commissione di revisione cinematografica indica ben 51 «alleggerimenti» che fanno scomparire 18 minuti di pellicola, tra cui i 62 secondi del «dialogo in ufficio sul lancio del nano». Addio dunque alla censura, pure politicamente corretta. Non ci mancherai.

Gl. S. per "il Messaggero" il 6 aprile 2021. «Meglio tardi che mai». Così Marco Bellocchio commenta l' abolizione della censura cinematografica dopo 61 anni di divieti, tagli, imposizioni. Il maestro, 81 anni, è attualmente nella fase di pre-produzione del film La confessione sul rapimento del bambino ebreo Edgardo Mortara strappato alla famiglia e convertito al cristianesimo, un progetto che era caro anche a Steven Spielberg. Ma non dimentica i tempi in cui la censura era lo spauracchio di registi e produttori: sotto le forche caudine dei guardiani del comune senso del pudore ci è passato anche lui.

Fu la sua opera prima I pugni in tasca a finire nel mirino della censura?

«Non proprio. Nel 1965 quel mio film fu vietato ai minori di 18 anni. E una volta in sala fu denunciato da una spettatrice per oltraggio alla famiglia, ma la magistratura archiviò tutto. Con la censura avrei avuto a che fare negli anni successivi».

Quando, e per quali film?

«Nel 1980 per Salto nel vuoto e nel 1986 per Diavolo in corpo. Quando presentai il primo film alla commissione, venni chiamato e, in cambio del nulla osta per tutti, mi chiesero di togliere la scena in cui il giudice interpretato da Michel Piccoli invita una prostituta in casa e la fa spogliare. D' accordo con il produttore Silvio Clementelli, accettammo il taglio per avere più spettatori possibili. Ripristineremo quella sequenza nella copia restaurata».

E che destino ebbe Diavolo in corpo?

«Nel film c' è una scena in cui la protagonista Maruschka Detmers pratica una fellatio al giovane attore Federico Pitzalis. Per non essere costretti a tagliarla, escogitammo un trucco: nella copia destinata alla censura la oscurammo. La commissione vide solo un rettangolo nero, il film passò ma nelle sale la sequenza venne ripristinata».

E nessuno vi accusò di aver imbrogliato?

«Ma no, questa è l' Italia... alla fine si aggiusta tutto».

C'erano altri espedienti per aggirare la censura negli anni in cui le forbici impazzavano?

«Un film passato in commissione, una volta arrivato in sala rischiava comunque il sequestro: bastava la denuncia di un cittadino. E a decidere era il magistrato della città in cui c' era stata la prima uscita. Si sceglieva così di debuttare dove c' erano giudici di larghe vedute».

Che effetto le fa sapere che la censura è stata abolita?

«Sono contento, ma andava deciso 30 anni fa. Adesso si è soppressa un' istituzione già morta nei fatti, è stato ufficializzato il cambiamento del costume. Aver abolito la censura non è stato un atto particolarmente coraggioso: lo sarebbe di più approvare lo ius soli e la liberalizzazione della cannabis».

Mario Fabbroni per leggo.it il 6 aprile 2021.

Renzo Arbore, l’abolizione della censura è una soddisfazione?

«Capita a fagiolo. Proprio in questi giorni stiamo portando a nuova vita il Pap’occhio, scritto da me e Luciano De Crescenzo».

Cosa accadde 40 anni fa?

«Per il Pap’occhio subimmo un processo, fu censurato il copione e ritirato dalle sale. Eppure era stato il primo film prodotto da Rai Cinema. Di certo non offendemmo la Chiesa, lo capì anche il giudice».

Era una satira sul Vaticano...

«Forse scherzammo con i santi. E con il catechismo. Ma nessuna ingiuria né simboli religiosi messi indecorosamente alla berlina».

Nonostante tutto, fu un successo.

«Biglietto d’oro, risultò tra i primi 5 incassi dell’epoca. Ma il danno fu fatto lo stesso, potevamo essere anche primi al botteghino».

Ora rivedremo il film integrale?

«Si, spero di editarlo di nuovo con una diversa casa di produzione. Vorrei fosse un simbolo anti censura. Merita di essere visto da tutti».

Fulvia Caprara per "la Stampa" il 6 aprile 2021. Nessuno potrà più mandare al rogo un film come Ultimo tango a Parigi. Nessuno potrà più decidere che quella certa opera arrivi in sala solo se tagliata o modificata. Nessuno potrà più bloccare la distribuzione di una pellicola, giudicata, come accadde a Totò che visse due volte, «degradante per la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell' umanità». La lunga storia della censura made in Italy, punteggiata da sviste madornali e picchi grotteschi, è finita ieri, nel momento in cui il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha firmato il decreto che istituisce la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione Generale Cinema con l' obiettivo di cancellare per sempre «quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Capitanata dal Presidente emerito del Consiglio di Stato Alessandro Pajno e composta da 49 persone, la Commissione, in carica per 3 anni, rappresenta l' ultimo passo verso l' abolizione totale della censura: «In pratica - spiega Nicola Borrelli alla guida della Direzione generale Cinema - si mette in atto una sorta di autoregolamentazione, saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l' opera e alla Commissione andrà il compito di validare la congruità delle scelte». L' annuncio riecheggia nel silenzio dei cinema chiusi, quando la necessità di tutelare i minori dalla visione di contenuti non adatti è ormai problema impellente nel campo dei social, mentre per lo streaming vale il metodo del «parental control», con la responsabilità affidata ai genitori. Nel novembre 2016 la legge 220, promossa dal Ministro Franceschini, stabiliva che il governo mettesse a punto decreti legislativi che riformassero «le procedure attualmente previste dall' ordinamento in materia di tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche e audiovisive». All' unico organismo dotato della possibilità di stabilire il destino di un film, si sostituiva la responsabilità dei produttori, chiamati a individuare le porzioni di pubblico destinate alle varie pellicole. L' istituzione di quattro fasce d' età (opere per tutti, non adatte ai minori di anni 6, vietate ai minori di anni 14, salvo la presenza, a 12 anni compiuti, di un genitore, e vietate ai minori di 18, con deroga per i sedicenni accompagnati da un genitore) avrebbe facilitato il compito, ma restava aperta la questione dell' opinabilità dei pareri. Il decreto di ieri, a quattro anni e mezzo dall' avvio della riforma, scioglie questo nodo dando il via al lavoro di persone selezionate in base alle specifiche competenze. Si va dai professori di diritto, avvocati o magistrati assegnati ai tribunali dei minori, agli esperti pedagogico-educativi, dai sociologi della comunicazione ai rappresentanti delle associazioni dei genitori, dai professori di psicologia, psichiatria o pedagogia, ai membri di associazioni per la protezione degli animali e, naturalmente, a critici, studiosi, autori. Nell' arco di 20 giorni la Commissione esaminerà il giudizio dei produttori e il film potrà avere il via libera. Per rendere ancora più esplicite le classificazioni, i materiali pubblicitari saranno contrassegnati da icone che indicheranno la presenza di contenuti sensibili per la tutela dei minori, violenza, sesso, uso di armi, turpiloquio. Nella mostra virtuale permanente Cinecensura, promossa dal Mibact per i 100 anni di « tagli», il critico e studioso Tatti Sanguineti, massimo esperto del settore, ripercorre i casi eclatanti, individuando i tabù più radicati. Oltre alle vittime illustri della mannaia censoria, come Totò e Carolina di Monicelli, Rocco e i suoi fratelli di Visconti e tantissime altre, Sanguineti cita i simboli chiave di tutto ciò che, a suo tempo, scatenò furie moralizzatrici. Le gambe delle donne, i preti blasfemi, i denigratori della politica asservita alla logica dei panni sporchi da lavare in casa. Un' altra Italia che, oggi, in tempi di «haters» e «revenge porn», fa quasi tenerezza.

Marco Giusti per Dagospia il 6 aprile 2021. Grazie Franceschini! Ma grazie de che!? Che ce ne facciamo ora di un cinema senza censura quando la vera sofferenza del cinema è da anni l'autocensura. Un'autocensura imposta dalle committenze, Rai e Mediaset, e ora soprattutto dalle piattaforme. Siamo tutti coscienti, così, che oggi non si potrebbero più ne' ideare né girare gran parte dei film che abbiamo amato e che ancora oggi vediamo in tv o in dvd. In copie tagliate o restaurate, poco importa, perché anche i tagli, le omissioni fanno parte della storia di un film e di un paese. Tagli e censure che uniscono la grande stagione di Pasolini, di Bertolucci, di Ferreri, ma anche quella più di o de-genere dei film della Fenech e di Gloria Guida, i decameroni, i pornonazi, per non spingerci a Tinto Brass e molto più in là ai porno. Chi girerebbe oggi un pornonazi? E per quale committenza? O una commediaccia scorreggiona omofoba e maschilista? O Ultimo tango a Parigi o Salò Sade? Perché la costante che unisce molto cinema alto e bassissimo degli anni 60 e 70 è la trasgressione. Ve la ricordate la trasgressione? Una cosa che non esiste più né al cinema né in TV ai tempi dei lundini e dei comici moderni. E la trasgressione si fa quando ci sono degli ostacoli, delle asticelle da abbattere e superare. Per Pasolini nel Decameron l'asticella, il tabù era il primo piano di un cazzo in erezione. Ovvio che lo fece apposta e aveva un significato politico. Anche per Bertolucci la scena della sodomizzazione col burro di Maria Schneider aveva un senso politico, perché contemporaneamente Marlon Brando parlava della sua educazione cattolica. Vallo a spiegare oggi a chi vede, anche giustamente, in quella scena l'orrore della violenza maschile sulla donna. Perché, certo, il ragionamento filava, ma il sedere era quella della Schneider, e Bertolucci non solo se lo poteva risparmiare, ma poteva non essere così realistico. Ma nessuno oggi si azzarderebbe più a costruire una scena del genere, e magari è un bene, per ragionare sulla violenza della famiglia cattolica. E questo è un male. Ma questi erano in fondo incidenti di percorso di un viaggio compatto del nostro cinema migliore verso una liberazione, nata dalla trasgressione,  dal conformismo e dalla cultura borghese cattolica. E oggi proprio il conformismo e la cultura borghese cattolica alla Avati sembrano, ahimè, il meglio che il nostro cinema franceschinizzato possa darci. No. Meglio censura e libertà di sfidarla anche con i pornonazi, allora. Pasolini si accorse in un celebre convegno di Bologna che le sue trasgressioni sul sesso avevano aperto il cinema italiano a una massa di film per guardoni e pipparoli. Verissimo. Ma anche quei film per guardoni e pipparoli, che giocavano al gatto e al topo coi censori, hanno un po' contribuito a liberarci da conformismo e cultura cattolica, che erano le piaghe di un cinema fatto da borghesi per un pubblico borghese. Oggi le piaghe di chi cerca di esprimersi col cinema sono l'autocensura già a livello di sceneggiatura legata alla committenza, cioè alle piattaforme. E l'autocensura legata al politicamente corretto rispetto praticamente a tutto. Che libertà abbiamo allora?

 Tra i titoli presi di mira “L’Ultimo tango a Parigi”. Storia dei film tagliati o proibiti, addio alla legge Andreotti sulla censura. David Romoli su Il Riformista il 7 Aprile 2021. L’ultimo caso è recente, più di quanto non ci immaginerebbe: Morituris, di Raffaele Picchio, sarebbe dovuto approdare nelle sale cinematografiche il 19 novembre 2012. Non ci arrivò mai. La Commissione di revisione cinematografica, istituita con la legge del 1962, considerò la pellicola «un saggio di perversità e sadismo gratuiti» e ne vietò la diffusione. Da ieri, grazie al decreto del ministro Franceschini, non potrebbe più succedere. Negli ultimi decenni non era in effetti capitato quasi mai che fosse proibita la diffusione di un film nei cinema o in tv. Ma l’eventualità era possibile, come il caso del film di Picchio dimostra, e la decisione di Franceschini mantiene un certo valore simbolico, anche se interviene su una realtà già spenta, lontana anni luce dall’antico splendore della censura italiana in materia di cinema. La sforbiciata, più o meno drastica, è antica quanto il cinematografo o quasi. A introdurla ufficialmente fu un Regio decreto del 1920, il fascismo ereditò e rimpinguò. La Repubblica garantì nella Carta, all’art. 21, il diritto alla libertà d’espressione ma considerò le buie sale cinematografiche territorio franco. Non solo lasciò in vigore le regole precedenti ma le rimpinguò con l’aggiunta, invocata dalla Chiesa, del divieto di «manifestazioni contrarie al buoncostume». Gli interventi con le forbici, nella storia repubblicana, si contano a centinaia, forse a migliaia, non tanto con il divieto assoluto di uscita nelle sale e/o sul piccolo schermo quanto con i “tagli parziali”, tesi ad emendare le pellicole dai passaggi più scabrosi. Come il passaggio di una copia dell’Unità dalle mani empie di un sindaco comunista a quelle santificate di un sacerdote, per tacere dei i costumi succinti, in La spiaggia di Lattuada nel 1954. O come il leggendario Totò e Carolina di Monicelli, che da solo è un’esaustiva enciclopedia delle maniacali idiosincrasie dell’epoca. I censori, e prima di loro il presidente del consiglio Mario Scelba, saltarono sula sedia quando videro un camion pieno di operai che cantavano Bandiera rossa (rimpiazzata con un patriottico Di qua e di là dal Piave), ma anche quando dovettero subìre i continui riferimenti alla immorale condizione della protagonista, una ragazza madre, gli offensivi riferimenti satirici alle forze dell’ordine, interpretando Totò appunto un agente di polizia, persino un’allusione al suicidio. I tagli furono da altissima macelleria: 31 scene, 200 metri di pellicola. Andò peggio a Le avventure di Giacomo Casanova, veneziano, di Steno. Preso di mira con foga degna di Bernardo Gui dal sottosegretario con delega allo Spettacolo e futuro presidente della Repubblica Scalfaro, il vero “grande inquisitore” italiano, fu ritirato dalle sale nel 1954 e “rilasciato” solo dopo essere stato mondato di ben 500 metri di pellicola e con l’aggiunta di sei sequenze edificanti. Il ritiro totale di un film dalle sale è scattato solo in una quindicina di occasioni e il primo a essere colpito tanto duramente non fu un regista italiano sospetto di mire sovversive o di impudiche allusioni ma il Maestro Alfred Hitchcock, nel 1949, per Nodo alla gola. Quell’omicidio per gioco commesso da due studenti affetti da malinteso superomismo, oltretutto facilmente identificabili come omosessuali, sembrò un esempio pericoloso ai sorveglianti italiani. Negarono il nulla osta, salvo concederlo 7 anni dopo ma a patto che il doppiaggio stravolgesse il senso stesso del film, rendendolo oltre tutto quasi incomprensibile. Di quelle 15 pellicole maledette quasi tutte sono poi arrivate o tornate in un modo o nell’altro sugli schermi o sui teleschermi, anche la più maledetta di tutte, quell’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci nonostante la Cassazione, dopo 3 anni di tira e molla giudiziari, avesse ordinato la distruzione totale dei negativi. Qualche copia, inclusa quella in possesso del regista condannato a 4 mesi di detenzione e 5 anni di sospensione dai diritti politici, sopravvisse al rogo. Quando, 11 anni dopo, il capolavoro di Bertolucci fu riabilitato poté così ricomparire in forma integrale. Il Tango di Marlon e Maria Schneider non era la prima pellicola condannata a bruciare in infernale fiammata. Nel 1963 la stessa sorte era stata decretata per il documentario di Giuliano Montaldo, Elio Petri e Giulio Questi, con lo pseudonimo collettivo “Elio Montesti”, Nudi per vivere. Non lo ha visto quasi nessuno ma una copia è stata ritrovata fortunosamente negli archivi della Cineteca nazionale. Persino il massacratissimo Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, del 1980, alla fine è uscito in versione integrale dvd dopo essere stato fatto a pezzi prima che fosse concesso il nulla osta dopo un tempestivo ritiro. Va detto che il film un po’ estremo lo è davvero: censurato in 50 Paesi detiene il record mondiale in materia. Nulla o quasi da fare, invece, per un kolossal che di scabroso o efferato non ha niente, Il leone del deserto, la produzione più ambiziosa e costosa mai realizzata in Libia. Solo che lì la parte dei cattivi la facevano gli italiani invasori e l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti fu irremovibile: «Danneggia l’onore dell’esercito italiano». Mai proiettato, è stato trasmesso una sola volta, da Sky, in occasione della visita di Gheddafi a Roma. Nella storia della censura repubblicana Andreotti occupa una postazione centralissima. Fu lui, giovane sottosegretario con delega allo Spettacolo, a ideare la formula che avrebbe permesso di prevenire invece che reprimere. La sua legge, che di fatto introduceva una sorta di censura preventiva, non fu affatto solo esecrabile. Pensata per sostenere il cinema italiano schiacciato da Hollywood garantiva massicci e preziosi, anzi indispensabili sostegni pubblici. Però solo alle sceneggiature approvate dalla Commissione ministeriale. A quelle bocciate veniva inoltre negata la licenza di esportazione. Gli interventi sui copioni furono numerosissimi. Le aree critiche erano sei: buon costume, moralità, ordine pubblico, violenza, rapporti internazionali e il più importante di tutti, quello sul quale la vigilanza era più maniacale, la «reputazione nazionale». Andreotti, padre della legge, andò giù pesante ma non troppo. Il successore, Scalfaro, ci mise ben altra foga. L’estate della censura iniziò a declinare con la legge del 1962 che di fatto abolì la censura preventiva, concentrò gli strali sul “buon costume” e delegò la magistratura a intervenire non più in fase di produzione ma con lo strumento del sequestro della pellicola. Anche in questo caso qualche inquisitore si distinse, più occhiuto e baldanzoso dei colleghi. La palma se la conquistò il procuratore di Roma Carmelo Spagnuolo, che peraltro si era già messo in sinistra luce sin dal 1960, con la vera e propria crociata contro Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Fatti salvi gli ultimi fuochi, come il sequestro di Morituris, l’epopea drammatica e grottesca della censura italiana era già finita da un pezzo, conclusa come in un pirotecnico fuoco d’artificio finale dall’assurdo ritiro dalla circolazione per una ventina d’anni di W la foca, dovuto solo alle allusioni indotte dal titolo. Dario Franceschini si è limitato a calare la censura cinematografica nella fossa, sovrastata dalla lapide dove campeggerà la frase storica pronunciata dal Divo Giulio all’atto di giustificare i suoi tagli e i suoi divieti: «I panni sporchi si lavano in famiglia».

Maurizio Porro per corriere.it il 7 aprile 2021. La notizia che il ministro Franceschini ha abolito la censura cinematografica ribadisce un decreto già nella legge sul cinema del 2016 ed annuncia una commissione per la classificazione delle opere: si tratta non solo di cinema, ma di teatro, arte e letteratura. In realtà non cambia nulla. Luigi di Majo, un avvocato che ha difeso il miglior cinema italiano negli anni 60 e 70, cui si deve la salvezza di Ultimo tango a Parigi di Bertolucci e Salò di Pasolini, dice: «La censura non è finita, perché il massacro di un certo cinema italiano non è stato opera della censura ministeriale ma della magistratura repressiva che operava sequestri nazionali partendo dal luogo dove il film era uscito in prima. Tutto ciò rimane valido ed è ovviamente a discrezione completa del magistrato e di un comune senso del pudore che, com’è noto, è soggettivo e mutevole. Su questo elemento vincemmo la causa di Ultimo tango nell’87 dopo 12 anni in cui il film fu mandato al rogo e Bertolucci privato dei diritti civili». Ci furono casi clamorosi, molti partiti proprio da Milano, in cui furono colpiti i migliori registi italiani, da Visconti a Pasolini, da Bertolucci (Novecento atto I) ad Antonioni, da Petri alla Cavani, poi Rosi, Ferreri, Monicelli, sfiorando anche il Casanova di Fellini, assolto senza processo. Trombi e Spagnuolo erano a Milano i due magistrati di cui si aveva più timore, tanto che i produttori facevano uscire i film giudicati in odor di «scandalo» nelle città dove potevano contare su magistrature più aperte, come Bolzano. A Milano si prendevano di mira capolavori come Rocco e i suoi fratelli, la cui prima fu alla Mostra di Venezia (proprio il magistrato e non un censore propose a Lombardo e a Visconti i tagli nella scena finale), si sequestrava L’avventura per una sequenza che oggi è ridicolo solo pensare scabrosa, La giornata balorda di Bolognini e si mettevano a tacere anche spettacoli scomodi come L’Arialda di Testori e la Santa Rita di Paolo Poli a teatro. Pasolini non ha avuto un film passato indenne, compreso il Decameron che ebbe guai al Sud. «Il tema — dice Di Majo — è la persistenza dell’articolo 528-29 del codice penale sugli spettacoli osceni, ribadito che bisogna sempre tutelare i minori, perché un’opera giudicata oscena può essere vista dagli adulti ma proibita ai minori. Senza censura ufficiale, c’è il rischio oggi che la magistratura intervenga pure maggiormente, che l’organo giudiziario superi l’amministrativo». Speriamo che sia un capitolo chiuso. Afferma Di Majo: «L’anomalia è che erano i magistrati a proporre i tagli sostituendosi così alla censura e si trattava spesso anche di giovani democratici, ma era un periodo in cui i magistrati si sentivano tutori del costume nazionale, tanto che Salò fu denunciato, processato e assolto due volte». Tra i 274 titoli della storia del cinema italiano bersagliati (sempre scelti non a caso), «Rocco», il capolavoro di Visconti, è stato assai chiacchierato. «Una cosa che non si sa è che il nome della famiglia che viene dal Sud era Pafundi ma fu cambiato all’ultimo in Parondi per la protesta un magistrato che si chiamava davvero Rocco Pafundi».

Maurizio Belpietro per “La Verità” il 5 aprile 2021. Vi ricordate di Francesco Maria De Vito Piscicelli? Se il nome non vi dice nulla vi rinfresco la memoria. Il signore in questione è un imprenditore che nel febbraio di 11 anni fa venne arrestato per gli appalti della ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo. Non fu però per le accuse di corruzione che il suo nome finì sui giornali, ma per la pubblicazione della trascrizione di una conversazione tra lui e il cognato. Al telefono, mentre gli italiani seguivano con dolore le operazioni di soccorso nelle zone stravolte dal sisma, i due se la ridevano. Il congiunto di Piscicelli raccomandava di partire subito in quarta, cioè di darsi da fare con gli appalti: «Perché non c'è un terremoto al giorno». Nel senso che una «fortuna» del genere non capita spesso. E l'altro rispondeva: «Io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto». In pratica, la tragedia aveva messo allegria a Piscicelli. Il cinismo dei due imprenditori felici per una calamità in cui perirono oltre 300 persone suscitò un'indignazione collettiva e non ci fu giornale che non avesse messo in prima pagina la notizia dei due avvoltoi che si felicitano fra loro per la catastrofe. Vi chiedete perché tirare fuori ora questa vecchia storia? Perché ho la sensazione che l'indignazione proceda a singhiozzo: se c'è di mezzo uno sconosciuto come Piscicelli, ci si può sdegnare per il disprezzo della vita umana, se invece si parla di qualcun altro, magari della famiglia Benetton, si procede con cautela, moderando le parole. Anzi: cancellandole. Già avevamo notato l'atteggiamento prudente della grande stampa due anni e mezzo or sono, quando venne giù il ponte Morandi. Per far spuntare in prima pagina il nome degli imprenditori di Ponzano c'erano voluti giorni: tranne La Verità e forse un altro quotidiano, raccontando la strage in cui morirono 43 persone i giornaloni riuscirono a non citare i padroni di Autostrade, quasi che la società fosse una specie di public company, cioè di azienda con tanti piccoli azionisti. In realtà, come tutti sanno, il socio di riferimento era uno solo, ossia la holding dell'impero dei maglioni che per anni, grazie alla riduzione degli investimenti in manutenzione, aveva incassato dividendi miliardari. Ma se alla fine, dopo un disastro in cui 556 persone persero la casa, con molta timidezza il nome dei Benetton fu fatto, adesso si procede con cura, cercando di non mettere troppo in imbarazzo i signori di Ponzano, evitando cioè di disturbare la vendita di Autostrade a Cassa depositi e prestiti, operazione che, guarda caso, si sta concludendo proprio ora. Vi chiedete che cosa ci sia di nuovo da aggiungere a una vicenda che già è stata scandagliata anche da una raffica di indagini? Beh, di nuovo c'è quel che abbiamo raccontato l'altro giorno e di certo è una novità. Il settimanale Panorama, scartabellando fra le carte dell'inchiesta della Procura di Genova, ha pubblicato le conversazioni tra i vertici del gruppo, ovvero tra l'amministratore della holding di famiglia e gli amministratori di Atlantia. È il 31 dicembre del 2019 e Gianni Mion parla con Carlo Bertazzo e Fabio Cerchiai, rispettivamente amministratore delegato e presidente della società che controlla Autostrade. Poche ore prima, sull'autostrada dei trafori che porta a Genova, dal soffitto di una galleria, è crollato un enorme blocco di cemento e solo per un soffio non ci sono stati morti. Dopo il disastro del ponte Morandi, ci si aspetterebbe che i tre dimostrino preoccupazione per la sicurezza degli automobilisti. Invece, a quanto pare, i manager del gruppo sono preoccupati solo delle loro vacanze. Riporto direttamente il brano di Panorama, che molti lettori già conoscono perché La Verità lo ha scritto due giorni fa. «Cerchiai è pensieroso: "per andare giù devo fare tutte le gallerie". Risate. Bertazzo fa riferimento a un censimento del Mit sui tunnel non a norma: "Mi son preso paura quando m' ha detto 200 gallerie su 270 in Italia". Irrompe Mion: "Devi andare in aereo, devi andare in aereo". Cerchiai sta al gioco: "Vado in aereo, difatti, sì". Altra ilarità. Chiude Mion: "Eh sì, però, se vai in galleria puoi fare tu il monitoraggio". Nuove risate». Tutto ciò, ribadisco, dopo il crollo del ponte Morandi con 43 vittime. E dopo la strage del bus caduto dal viadotto dell'autostrada Napoli-Canosa in cui, anche per scarsa manutenzione, morirono 40 persone e otto rimasero ferite. Certo, il cinismo di Piscicelli era insopportabile: un insulto ai morti del terremoto. Ma anche quello dei manager di casa Benetton è un insulto alle vittime della mancata manutenzione. E tuttavia, l'indignazione della grande stampa per quelle risate non c'è stata. I tre scherzano perché un pezzo di galleria è caduto e dicono di non voler viaggiare in autostrada per paura, ma sono gli stessi che sulle autostrade incassano fior di pedaggi, mandando altri sotto le gallerie. Non so voi, ma a me è parsa subito una notizia da prima pagina. Ai giornaloni no, tanto che hanno evitato di pubblicarla. Zitti zitti, perché una delle famiglie più ricche d'Italia non può certo essere trattata come un Piscicelli qualunque. E poi, come la mettiamo con la bella pubblicità multirazziale e multimilionaria fatta dai Benetton?

Ashley Gold per axios.com l'11 marzo 2021. YouTube ha rimosso più di 30.000 video che contenevano affermazioni fuorvianti o false sui vaccini anti Covid-19 negli ultimi sei mesi, come ha rivelato la portavoce della società Elena Hernandez. Del resto diversi sondaggi mostrano che circa il 30% degli americani è esitante o sospettoso nei confronti dei vaccini e molti di questi dubbi sono stati alimentati da falsità online e teorie del complotto. Tutto ciò mentre la campagna vaccinale negli Stati Uniti procede spedita. Le piattaforme, tra cui Facebook e Twitter, hanno quindi deciso di impegnarsi di più per ridurre la diffusione e la portata di questi contenuti, ma si tratta di una sfida continua. A ottobre del 2020 YouTube ha iniziato a includere il capitolo della "disinformazione sulla vaccinazione" nella sua politica contro le fake news sul Covid-19. Da febbraio 2020 l'azienda ha già rimosso più di 800.000 video con informazioni errate sul coronavirus in generale, non soltanto sulle iniezioni. I filmati "incriminati" vengono prima contrassegnati dai sistemi di intelligenza artificiale o da controllori umani, poi ricevono un altro livello di revisione. I video che violano la politica sui vaccini, secondo le regole di YouTube, sono quelli che contraddicono il parere degli esperti, quello delle autorità sanitarie o dell'Organizzazione mondiale della sanità. Gli account che infrangono le regole sono soggetti a un sistema di "avvertimento", che può comportare anche l'esclusione permanente dei profili.

Giuseppe D'Amato per "Il Messaggero" l'11 marzo 2021. La risposta russa alla fine è arrivata. L'Autorità per le comunicazioni federale (Roskomnadzor) ha disposto ieri il «rallentamento» di Twitter. È la prima volta che viene attuata una misura del genere. Secondo Mosca la compagnia americana non ha rimosso circa 3 mila post, vietati in Russia, riguardanti suicidi, droga e pornografia. A nulla, è stato spiegato, erano valse finora precedenti minacce e multe. La vicenda giudiziaria si trascina dal 2017. «Non abbiamo il desiderio di bloccare qualcuno - ha spiegato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov -, ma è ragionevole prendere misure per forzare queste compagnie a tenere conto delle nostre leggi». Roskomnadzor ha ora dato tempo a Twitter per adempiere alle proprie richieste, altrimenti seguiranno relativi provvedimenti. Mosca mostra così i muscoli, utilizzando nuove tecnologie nel quadro del progetto Internet sovrano, chiamato da altri Internet russo, approvato in Parlamento nel 2019. Qualcuno è anche arrivato ad ipotizzare la volontà politica di staccare il ramo russo dal web internazionale. La Russia starebbe iniziando lo stesso percorso seguito dalla Cina, che impedisce l'accesso a numerosi siti occidentali. In precedenza, tra il 2018 ed il 2020, Mosca aveva tentato invano di bloccare sul territorio nazionale il sistema di messaggistica Telegram, andando incontro a figuracce inattese e provocando disservizi in serie. Adesso viene utilizzata un'altra strategia, con l'uso dei DPI (installati presso i provider) e non più degli account IP. Ma anche ieri, come nel caso di Telegram, l'intero sistema ne ha risentito del rallentamento. Numerosi siti ufficiali, anche governativi - tra cui quello del Cremlino, della Duma e di vari ministeri - hanno avuto problemi tecnici, rimediati solo nella tarda giornata. Quanto successo (ossia gli effetti collaterali), ha commentato Stanislav Selezniov, capo di una Ong, «dimostra l'impreparazione tecnica da parte di chi ha attuato tale provvedimento». Stando ad Andrej Soldatov, esperto di sicurezza cibernetica, quanto accaduto è soltanto una prova, un messaggio di fare attenzione da parte delle autorità recapitato ai social media. Secondo gli specialisti del settore oltre a Twitter in futuro altre piattaforme occidentali verranno presto soggette ad analoghe misure. «Questo è solo l'inizio - prevede Michail Klimariov, direttore della Società di protezione di Internet - Facebook e Google saranno i prossimi. Stanno mandando un segnale forte». A breve in aprile sono in agenda presso un tribunale moscovita nuove udienze contro Twitter, Facebook, Google, TikTok e Telegram per non aver rimosso messaggi collegati con le manifestazioni di protesta contro l'arresto del blogger e politico, Aleksej Navalnyj, ora detenuto in carcere, manifestazioni registratesi in tutto il Paese a cavallo tra gennaio e febbraio. I social media sono utilizzati tantissimo dalle opposizioni anti-Cremlino e hanno ormai un'efficacia e influenza paragonabili a quelle delle televisioni, completamente controllate dal potere. Il caso Navalnyj, una sfida considerata serissima, va inquadrato anche in questo scenario di scontro mediatico. Le giovani generazioni, fino ai quarantenni compresi, si informano solo su queste piattaforme, contro le quali il potere fino ad oggi si è mostrato inerme, subendone del tutto il peso. I social media sono poi considerati nelle stanze del potere moscovita un mezzo utilizzato dall'Occidente per interferire in questioni interne. Quest'anno a settembre sono programmate le elezioni parlamentari. Ecco un'altra ragione della stretta. Al Forum economico di Davos il presidente russo Vladimir Putin ha accusato i giganti del web di «controllare la società», di «competere contro gli Stati» e di «restringere il diritto di esprimere liberamente i propri punti di vista». In gennaio la Russia aveva anche criticato Twitter per aver annullato l'account dell'ex presidente Usa Donald Trump e qualche giorno fa Facebook per aver censurato articoli della stampa pro-Cremlino. Mosca afferma di avere proprie opinioni e di avere il diritto di sostenerle. L'Occidente, invece, controbatte e le definisce «mistificazioni, falsificazioni e propaganda».

La predica e la risposta del giornalista. Saviano scivola sulla lezione di giornalismo: “USA poco raccontati”, la replica di Francesco Costa. Vito Califano su Il Riformista il 24 Marzo 2021. Roberto Saviano spara nel mucchio: se non capiamo gli Stati Uniti è perché non sono raccontati, e quindi del giornalismo, a suo modo di vedere non in grado o non attento a narrare la realtà degli Stati Uniti. Che non sono New York, Los Angeles, le luci di Las Vegas, ma anche tanta altra provincia decentralizzata e retrograda. E grazie: come se gli USA fossero una cosa o l’altra. A ispirare il post dello scrittore esploso con il best seller Gomorra la strage di ieri a Boulder, appena fuori Denver, dove un 21enne ha ucciso 10 persone, tra cui un poliziotto; e quella di Atlanta il 16 marzo: 8 morti. Se non capiamo, non comprendiamo, non cogliamo certe realtà è perché “l’America è poco raccontata”, ha scritto in un post condiviso su Instagram. Dimenticando centinaia di film, romanzi, racconti, graphic novel, e perfino articoli, sissignore: giornalismo, che lo racconta quotidianamente. Perfino in Italia. A replicare al caustico e cinico e senza via d’uscita commento di Saviano è arrivato Francesco Costa. Giornalista, esperto degli Stati Uniti e di cose americane, vicedirettore del giornale online de Il Post. Costa, tra l’altro ha scritto due libri, per Mondadori; Questa è l’America sugli Stati Uniti di oggi e di ieri – quelli dell’ex Presidente Donald Trump – e Una storia americana. Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire su quelli di oggi e di domani – protagonisti il presidente Joe Biden e Kamala Harris – e ha tradotto per NR Edizioni Papà, fammi una promessa. Un anno di speranza, sofferenza e determinazione, autobiografia di Joe Biden; è infine autore di una newsletter e podcast Da Costa a Costa, sempre sugli Stati Uniti. Costa insomma è ormai un punto di riferimento per chi si informa su quello che succede negli Stati Uniti. In un lungo post pubblicato sul suo profilo su Instagram, Costa ha risposto a Saviano, riportando i numeri sulla società, sugli aeroporti, sull’America Interna e quella delle grandi metropoli sulle coste, sulle stragi e sul traffico di armi. Un invito, insomma, educato, senza dissing o trash-talking, a riprendere la realtà nella sua complessità. “Nel nostro Paese di editorialisti ottuagenari e opinionisti tuttologi in servizio permanente, non sono tanti gli intellettuali della nostra generazione che abbiano la tua influenza, la tua posizione e la tua autorevolezza. Per favore, non perdere il gusto per la complessità delle cose. Ci servi in forma”. Touché.

Incredibile in Francia, censurato il nome di Samuel Paty. Colpa del filoislamismo di sinistra. Annalisa Terranova sabato 20 Marzo 2021 su Il Secolo d'Italia. Samuel Paty, il professore decapitato da un fanatico per avere mostrato delle vignette su Maometto, non avrà il ricordo che merita in Patria. Incredibile ma vero nella Francia sempre più preda di deliri filoislamici e politicamente corretti. Gli studenti del primo anno della prestigiosa scuola di studi politici Sciences Po, a Strasburgo, avevano indicato quello di Paty come nome da promuovere  per i prossimi quattro anni. Ebbene la direzione dell’Istituto ha stabilito di scartare i nomi maschili in omaggio alla parità di genere. La cosa ha scatenato un dibattito acceso con gli studenti che hanno accusato la sinistra di calpestare la memoria di un martire della libertà. Il saggista palestinese Waleed Al Husseini, su Twitter, ha denunciato “l’islamogauchismo all’università”. Scontato ricordare, a questo punto, le allarmanti profezie del romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq. L’istituto Sciences Po, tra l’altro, è lo stesso dove due docenti hanno ricevuto la scorta della polizia per le minacce ricevute in quanto “fascisti” e “islamofobi”. La ministra francese dell’Istruzione superiore, Frédérique Vidal, ha chiesto al Cnrs (Centro nazionale della ricerca scientifica) un’indagine sullo stato delle università e ha lanciato l’accusa: «L’Islam-sinistra affligge la società e le università». Una frase che ha scatenato la sinistra, la quale pretendeva le dimissioni della Vidal. Ma lei è andata giù pesante: “Quello che osserviamo nelle università – ha dichiarato in un’intervista – è che c’è gente che può utilizzare i propri titoli e il proprio nome, ma sono una minoranza, per diffondere idee radicali o idee militanti”. Samuel Paty ha ricevuto analogo trattamento, cioè l’oblio, nella città di Ollioules (Var). Il sindaco – riferisce Giulio Meotti nella sua newsletter –  voleva rinominare una scuola media in omaggio a Samuel Paty. “Si era prima premurato di condurre prima un’indagine fra docenti, studenti e genitori: il 100 per cento degli insegnanti ha votato contro la proposta, come il 90 per cento dei genitori e il 69 per cento degli studenti. Il sindaco ha commentato: “È la pusillanimità che regna oggi ed è preoccupante”. Un atteggiamento che regna anche nei talk show, Ne è prova quanto accaduto allo scrittore e giornalista Eric Zemmour, autore di un saggio, Il suicidio francese, diventato un best seller e un caso letterario. Nel libro Zemmour  attaccava la disintegrazione della memoria collettiva della Francia. Ebbene parlando dell’attacco davanti alla ex redazione di Charlie Hebdo, compiuto da un ragazzino pakistano, Eric Zemmour su  CNews a proposito dei rifugiati minorenni diceva che si tratta di soggetti violenti, che non vanno accolti e che vanno rispediti a casa loro. Ebbene, il Consiglio Superiore dell’Audiovisivo ha multato la tv – 200mila euro – che aveva ospitato Zemmour  per “incitamento all’odio”. Un fatto senza precedenti. Nel frattempo il processo di islamizzazione della società va avanti. Soprattutto nei Municipi ad alto tasso di popolazione immigrata. Ancora Giulio Meotti, attentissimo a quanto accade in Francia, riferisce di un’offerta di lavoro pubblicata sulla pagina Facebook dei “Musulmani di Perpignan e dintorni” per l’apertura di un supermercato halal. Vi si specificava che nessuna donna era accettata. I dipendenti devono essere musulmani e maschi. Il sindaco di Perpignan ha chiesto al primo ministro Jean Castex e al ministro dell’Interno Gerald Darmanin di intervenire. Un episodio che fa venire in mente quanto denunciò due anni fa il poeta algerino Kamel Bencheikh, che vive a Parigi. La figlia non aveva potuto salire su un autobus perché aveva la minigonna. Il fatto avvenne nel XIX arrondissement parigino: “Intono alle 23 mia figlia Elise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris, vicino al parco delle Buttes Chaumont. Quando è arrivato l’autista si è fermato, le ha guardate ed è ripartito senza aprire le porte”. Poco dopo il bus si è dovuto fermare per un semaforo rosso. Le due ragazze lo hanno allora raggiunto chiedendo spiegazioni all’autista il quale prima di ripartire ha risposto così alla figlia di Bencheikh: ‘Pensa a vestirti come si deve’. L’uomo, secondo quanto raccontato dalla ragazza, aveva l’aspetto maghrebino. La vicenda, scrisse all’epoca il corrispondente da Parigi del Corriere, Stefano Montefiori, è considerata “l’ennesimo caso di intimidazione nei confronti delle donne da parte dei musulmani radicali che abitano nella parte nordorientale di Parigi e in periferia, in particolare nel dipartimento 93 della Seine-Saint Denis”. Che la radicalizzazione islamica nei servizi pubblici fosse un problema lo aveva del resto certificato anche un rapporto che aveva sconvolto, sempre due anni fa, i francesi. Il rapporto concludeva che non era affatto aggiornato il file sulla prevenzione della radicalizzazione nei servizi “sensibili”, compreso quello sanitario.

 (Adnkronos il 19 marzo 2021) "La transizione MiTe impone un diverso approccio, etico e riguardoso della persona e della sua immagine anche negli spazi televisivi dedicati alla politica ed ai suoi approfondimenti. Il cittadino ha diritto di essere informato sui contenuti. Non è più tollerabile che il dibattito sui temi che interessano ai cittadini venga svilito da una sorta di competizione al ribasso dove vince chi urla più forte. Non è più accettabile che le immagini dei servizi e degli ospiti in studio vengano svilite con inquadrature spezzettate e artatamente indirizzate. Non è più ammissibile che l'ospite in trasmissioni televisive (rappresentante politico, esperto, opinionista, ecc) venga continuamente interrotto quando da altri ospiti, quando dal conduttore, quando dalla pubblicità, che determina il livello del programma fomentando la litigiosità ed immolando il rispetto della persona sull'altare dell'audience". Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog. "Questo modo di fare televisione -aggiunge- non serve a informare, ma a propinare le posizioni degli editori o dei conduttori di turno e queste non interessano ai cittadini. Questa non è informazione, ma intrattenimento di bassa lega che sfocia in propaganda da quattro soldi. D'ora in poi, per rispetto dell'informazione e dei cittadini che seguono da casa, chiediamo che i nostri portavoce, ospiti in trasmissioni televisive, siano messi in condizione di poter esprimere i propri concetti senza interruzioni di sorta per il tempo che il conduttore vorrà loro concedere, e con uguali regole per il diritto di replica, che dovrà sempre essere accordato". "Chiediamo, inoltre, che i nostri portavoce siano inquadrati in modalità singola, senza stacchi sugli altri ospiti presenti o sulle calzature indossate, affinché l'attenzione possa giustamente focalizzarsi sui concetti da loro espressi. Poche regole, di buon senso oltre che di buona educazione, che se osservate -conclude- consentiranno ai portavoce del M5S di presenziare a trasmissioni televisive con la giusta considerazione e il dovuto rispetto nei confronti dei telespettatori".

“Chi canta la mafia commette reato”. L’ultima idea dei grillini. Al bando canzoni che strizzano l'occhio alla criminalità organizzata. Il De Andrè di "Don Raffaè" avrebbe rischiato l'ergastolo. Il Dubbio il 20 marzo 2021. «La mafia vive di messaggi e certi messaggi vanno fermati. Qualsiasi sia il canale di cui si servono». Stefania Ascari, deputata M5s e componente della commissione Antimafia, è prima firmataria di una proposta di legge che prevede di introdurre nel nostro ordinamento l’aggravante dell’istigazione o dell’apologia del delitto di associazione di tipo mafioso. «È intollerabile che certi boss o certi stili di vita vengano lodati o addirittura proposti a modello», spiega Ascari, ricordando casi eclatanti come le esequie di Vittorio Casamonica o le processioni religiose con soste davanti alla casa del padrino di turno: «Una deriva inaccettabile, che negli ultimi tempi ha trovato nuova linfa nei social network e in alcune canzoni». Chissà che fine farebbe il povero Fabrizio De Andrè che con la sua (splendida) don Raffaè, visto che osò addirittura cantare le “gesta” del boss della camorra Cutolo.  Probabilmente sarebbe finito all’ergastolo. L’ultimo caso in ordine di tempo, spiega la deputata pentastellata, è quello del video rap di solidarietà ai fratelli Travali di Latina, uno dei quali ritenuto numero due del clan Di Silvio: nella clip, rimasta per diverse ore su YouTube, si vedevano giovani con il volto coperto da passamontagna e si inneggiava con parole e gesti alla violenza e ai “soldi facili”. Dell’argomento si era già discusso qualche tempo fa, quando in Calabria era esploso il caso dell’artista Teresa Merante, messa alla gogna e bollata come “cantante della malavita” per le sue strofe dedicate ai detenuti. «Di esempi come questo – stigmatizza Ascari – cominciano ad essercene tanti, troppi, è ora di intervenire». L’istigazione a delinquere nel nostro codice è prevista dall’articolo 414 del codice penale: «C’è una aggravante se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo ma noi (gli altri firmatari sono i deputati De Carlo, Mariani, Martinciglio, Romaniello, Spadoni, Termini e Villani) crediamo che sia il caso di prevedere un’aggravante specifica, proprio per chi istiga alla mafia: è il caso di tenere separati i due piani, soprattutto per il valore simbolico che tutto questo può assumere». L’articolo 1 (la proposta di legge si articola su due) stabilisce che la pena è aumentata fino a due terzi «se il fatto è commesso durante o mediante spettacoli, manifestazioni o trasmissioni pubbliche o aperte al pubblico ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici». E che «non possono essere invocate, a esimente, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume». «Non ha senso parlare di censura – obietta però Ascari – La libertà d’espressione è sacra e nessuno si sogna di metterla in discussione: ma dire, come ha fatto qualcuno, che era giusto far saltare in aria Falcone e Borsellino con la libertà d’espressione non c’entra davvero niente. È solo una forma di istigazione. E come tale va punita. Anche tenuto conto del fatto che messaggi come quelli veicolati, ad esempio, dal rap o dalla canzone neomelodica entrano non solo nelle periferie ma anche nelle carceri. Dove, non lo dimentichiamo, sono tanti i giovani al 41 bis». L’articolo 2 prevede invece che quando il reato viene commesso «mediante l’utilizzo di social network ovvero mediante emittenti radio o televisive o per mezzo della stampa, il soggetto responsabile della divulgazione del contenuto non conforme al divieto di apologia previsto dal medesimo comma è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 10.000 euro e con l’obbligo di rettifica». «L’obiettivo – conclude la parlamentare M5s – è quello di responsabilizzare tutti gli operatori della comunicazione, nessuno escluso. Perché ancora oggi il fenomeno mafioso non viene preso con la dovuta serietà nemmeno a livello di istituzioni e di enti locali. Almeno in certe aree, più che di infiltrazioni, parlerei di radicamento. E il contrasto parte anche dal linguaggio».

LA CANCELLAZIONE DI UN PROFILO FACEBOOK VA RISARCITA. Daniela Guastamacchia su Il Corriere del Giorno il 18 Marzo 2021. Riconosciuto il grave danno alla vita di relazione e alla espressione del pensiero. Sanzionata FACEBOOK per la rimozione senza giustificazioni di un account personale e pagine commerciali, accusata per la propria difesa svolta che “non soltanto è stata del tutto priva di fondamento, con manifesta funzione dilatoria, ma è anche venuta meno a elementari regole di correttezza processuale”. Il Tribunale di Bologna con ordinanza del 10 marzo ha stabilito che “Facebook non è solo una occasione ludica, di intrattenimento, ma anche un luogo, seppure virtuale, di proiezione della propria identità, di intessitura di rapporti personali, di espressione e comunicazione del proprio pensiero” e quindi la rimozione del proprio profilo senza alcuna legittima motivazione da parte della società deve essere risarcita. Facebook Ireland Limited , la società europea del colosso americano è stata condannata a risarcire i danni subiti dall’ avvocato Vincenzo de Gaetano, il quale era titolare di una pagina che aveva il proprio nome e cognome, al quale erano collegate 2 pagine di collezionismo e storia militare, una chiamata “Collezionismo, militaria e legge”, l’altra “Libri e riviste storia militare” con moltissimi contatti in tutto il mondo, al quale poco più di un anno fa all’improvviso erano state rimosse le sue pagine dal social network senza alcuna giustificazione. L’ avvocato de Gaetano è stato assistito dagli avvocati Claudia Pedicini, Valeria Damiani e Giulia Panizza. Facebook ha sostenuto in Tribunale di avere distrutto tutta la documentazione relativa al contratto, e quindi di non essere più nelle condizioni di poter verificare i motivi della rimozione e quindi neanche di ripristinare l’account, giustificandosi per l’eliminazione definitiva delle varie pagine, addebitandole in realtà alla negligenza del professionista che aveva aspettato 7 mesi per iniziare il procedimento. Ma su questo punto il giudice parla di giustificazione “palesemente insincera” considerato che il gestore già nella e-mail del 3 gennaio 2020, cioè il giorno dopo il suo recesso unilaterale, scriveva all’utente de Gaetano che “l’account era stato disattivato in modo permanente a causa della violazione degli ‘Standard della Community di Facebook’ e che, purtroppo, non sarebbero stati in grado di riattivarlo in ogni caso“. I legali di Facebook hanno sostenuto inoltre che la causa doveva essere radicata in un tribunale dell’Irlanda e non a Bologna, ma il giudice ha fatto valere la legislazione a difesa del consumatore e ha proceduto al vaglio della vicenda. Nell’udienza gli avvocati di Facebook hanno ribadito nel merito, come si legge dal provvedimento, “l’indeterminatezza della domanda arrivata dal ricorrente”, attaccandosi alla mancanza degli indirizzi Url (l’identità di ogni pagina o profilo) delle pagine , ma, gli stessi contestualmente hanno indicato l’esistenza di un precedente  account collegabile all’indirizzo email di Vincenzo de Gaetano che in virtù del lungo tempo trascorso era stato definitivamente cancellato e i dati a esso associati non sarebbero potuti più essere ripristinati. Un teorema difensiva quella di Facebook che è stata rigettata dalla 2a sezione civile del Tribunale di Bologna, poichè la cancellazione non era dovuta da alcuna esigenza oggettiva, trattandosi di dati immateriali, facilmente conservabili, almeno per un certo periodo. L’ordinanza del Tribunale, sottolinea invece la distruzione documentale, è la prova testimoniale di una condotta contrattuale scorretta, perché non permette di ricostruire l’andamento del rapporto, adottando “un comportamento negoziale palesemente contrario ai doveri di buona fede e correttezza”. “La difesa svolta non soltanto è stata del tutto priva di fondamento, con manifesta funzione dilatoria, ma è anche venuta meno a elementari regole di correttezza processuale” in quanto “la rimozione di contenuti e la sospensione o cancellazione di account è prevista soltanto per le giuste cause indicate nel regolamento contrattuale, con obbligazione per il gestore di informare l’utente delle ragioni della rimozione”. L’ordinanza del Tribunale di Bologna evidenzia sulla rilevanza del danno, che l’esclusione dal social network, con la distruzione della rete di relazioni frutto di un lavoro di costruzione durato, in questo caso, 10 anni “è suscettibile dunque di cagionare un danno grave, anche irreparabile, alla vita di relazione, alla possibilità di continuare a manifestare il proprio pensiero utilizzando la rete di contatti sociali costruita sulla piattaforma e, in ultima analisi, persino alla stessa identità personale dell’utente, la quale come noto viene oggi costruita e rinforzata anche sulle reti sociali“. Un danno che non si può certo rimediare creando un nuovo profilo personale e nuove pagine, visto che resta evidente la perdita della rete di relazioni, “la quale viene costruita dagli utenti del social network con una attività di lungo periodo e non semplice” il cui risarcimento è stato quantificato dal Tribunale di Bologna in 10.000 euro per il profilo e in 2.000 euro per ciascuna delle 2 pagine cancellate.

Maneskin, Instagram censura la foto scattata alla finale di Sanremo. La popolare piattaforma di immagini ha cancellato una foto scattata dal gruppo nei camerini poco prima della vittoria del Festival per "atti sessuali espliciti". Novella Toloni - Lun, 08/03/2021 - su Il Giornale.  L'irriverenza dei Maneskin è piaciuta al pubblico del festival di Sanremo, ma non a Instagram. La popolare piattaforma dedicata alle foto, infatti, ha censurato uno scatto condiviso dalla band sui social network durante la serata finale della kermesse. Un episodio che aveva già visto protagonista la band lo scorso novembre e che si è ripetuto per colpa dell'outfit scelto dai quattro ragazzi e dal gesto del leader Damiano immortalato nella foto. I Maneskin hanno vinto la 71esima edizione del festival di Sanremo e hanno dominato i social network, conquistando lo scettro virtuale di band più citata e commentata della finalissima della kermesse. Uno scatto audace li ha però fatti finire nel mirino della censura di Instagram. Intorno alla mezzanotte di sabato sera, quando la gara era ancora nel vivo, il gruppo ha pubblicato su Instagram e Twitter una foto di gruppo dai camerini per chiedere ai fan di sostenerli al televoto. Nello scatto i Maneskin indossano i loro abiti di scena color carne con i quali si sono esibiti sul palco del teatro Ariston nel corso della finale. Abiti che, a colpo d'occhio, fanno sembrare i componenti della band seminudi. In realtà la mannaia della censura di Instagram si è abbattuta sui Maneskin non tanto per gli abiti quanto per il gesto compiuto dal leader della band, Damiano, che si tocca le parti intime in tono provocatorio. Un'immagine che per gli amministratori della popolare piattaforma fotografica non corrisponde agli standard regolamentari e che violava le linee guida del famoso social "in materia di nudi e atti sessuali". La segnalazione ha così provocato l'immediata rimozione della foto da Instagram, ma non da Twitter che evidentemente porta avanti una differente politica in materia di contenuti vietati. Era già successo lo scorso novembre quando i Maneskin hanno pubblicato il loro singolo "Vent’anni", accompagnato dalla provocante campagna ideata da Oliviero Toscani. Anche in quell'occasione Instagram aveva riscontrato violazioni nelle linee guida in tema di nudo e atti sessuali - visto che nello scatto la band appariva completamente nuda - e aveva provveduto a cancellare il post incriminato. Ma i Maneskin si erano difesi motivando la loro scelta: "Quello che volevamo rappresentare tramite questo scatto era proprio questo concetto di un amore universale puro e privo di qualsiasi pregiudizio".

La decisione. Twitter blocca Forza Nuova e Roberto Fiore, neofascisti sospesi per “violazione delle regole”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 6 Marzo 2021. Stop all’account di Forza Nuova su Twitter. Il social network ha infatti sospeso il partito neofascista guidato dal segretario Roberto Fiore, bloccando anche il profilo dello stesso Fiore e del vicesegretario nazionale Giuseppe Provenzale. La ragione, secondo quanto anticipato da Paolo Berizzi di Repubblica, sarebbe dovuta a una generica “violazione delle regole”. Da ieri sera dunque i circa 19mila followers della pagina nazionale del partito, i 19mila di Fiore e i poco meno di 2mila di Provenzale non possono più visualizzare i tweet. Non è la prima volta che i social prendono di mira la galassia dell’estrema destra italiana: nel settembre 2019 Facebook e Instagram oscurarono Forza Nuova e CasaPound, movimento ‘gemello’ nell’ideologia neofascista. In quell’occasione CasaPound fece ricorso contro la scelta delle piattaforme social, parlando di “attacco discriminatorio da parte dei colossi del web” nato perché le "tartarughe nere" facevano opposizione “in piazza contro il governo”. CasaPound in quell’occasione vinse il ricorso: i giudici ordinarono infatti a Facebook di riattivare la pagina social, condannando Mark Zuckerberg non solo al pagamento delle spese legali, circa 15mila euro, ma anche ad un risarcimento di 800 euro per ogni giorno di mancata riattivazione della pagina. Lo scorso dicembre Forza Nuova si era ufficialmente sciolta per confluire all’interno di un nuovo movimento, Italia Libera, un contenitore politico che racchiude al suo interno estrema destra, gilet arancioni e movimenti no mask. “Forza nuova è il movimento della rivoluzione – dichiarava Fiore – Oggi lascia spazio alla più grande e variegata Italia Libera perché capisce che da sola non può vincere l’ostacolo della dittatura sanitaria: è necessario allearsi con tutte forze per la difesa delle libertà concrete”.

Estratto dell'articolo di Claudio Messora per byoblu.com il 24 febbraio 2021. […] Dopo due settimane di sospensione assolutamente illegittime, da parte di Youtube, oggi all’improvviso anche a Byoblu è stata revocata la possibilità di fare pubblicità, e le migliaia di abbonati maturati nel tempo sono stati tutti sospesi unilateralmente. Cosa ci può essere di più illiberale, di più dispotico e di più tirannico di un potere privato, invisibile, che toglie i soldi ai cittadini per bene, rei di non pensarla come il sovrano? Una volta, quando una forma di democrazia ancora esisteva, ti facevano fuori. Nell’era del controllo globale, nell’era della democrazia esibita ma ormai svuotata dall’interno, ti portano via il raccolto e ti lasciano morire di fame. Da quanto Byoblu esiste, ho sviluppato quasi duecento milioni di visualizzazioni video solo su Youtube. Byoblu è una forza della natura. La forza del diritto di farsi le domande giuste. La forza del dovere di non accettare qualsiasi cosa a scatola chiusa. La forza dei cittadini, che tutti insieme spostano le montagne. In guerra si bruciano i depositi di grano, per affamare il nemico. Le multinazionali ti affamano allo stesso modo: togliendoti da mangiare. Byoblu è cresciuta tanto nell’ultimo anno. Per questo fa paura. E da Youtube raccoglievamo legittimamente oltre 20 mila euro al mese. Un quarto di quello che ci serve per continuare a trasmettere ogni mese. […] Ci abbiamo messo un anno a mettere insieme 14 mila abbonati ai piani di sostegno mensili. In un giorno sono stati dimezzati. Quale è la nostra colpa? […] Youtube, dice che diffondiamo contenuti incentrati su argomenti controversi e dannosi per gli spettatori. Il mondo che vogliono loro è un mondo dove i contenuti sono invece tutti schiacciati su posizioni non controverse, cioè un mondo nel quale sono tutti d’accordo sulla versione unica autorizzata (da chi?). Pensare è dannoso. E infatti, leggendo le politiche da loro stessi indicate, non si capisce che cosa avremmo violato. Non si capisce perché non lo possono scrivere. Non lo possono scrivere perché i nostri contenuti sono dannosi solo per loro. […] Byoblu ha oltre mezzo milione di iscritti su Youtube e altre centinaia di migiliaia che ogni giorno lo guardano sui social, sulle App che abbiamo creato […] Ecco perché siamo dannosi, perché a fronte di 4 mila ore di visualizzazione pubbliche richieste da Youtube per essere “monetizzabili”, noi ne sviluppiamo periodicamente quasi 11 milioni. Siamo dannosi perché siamo troppo bravi per loro. E si sa, che la libertà te la danno ma solo se non sei capace ad usarla. […]

Fabio Dragoni per "La Verità" l'1 aprile 2021. Essere un editore oppure un social media? Non è «un dubbio esistenziale di troppo» grazie al quale, se associato soprattutto a «un congiuntivo usato correttamente, venivi subito bollato come finocchio». Questo almeno accadeva nella ruggente Livorno degli anni Settanta e Ottanta splendidamente raccontata dal regista Paolo Virzì nel film Ovosodo. Non è neppure una questione di lana caprina. Il tema è dirimente. Se sei un editore fai informazione attraverso un prodotto. Che sia carta, televisione o Web poco importa. Scegli i contenuti e li valorizzi. Diranno i tuoi fedeli lettori che qualcosa per te spendono. Oppure li manipoli e li strumentalizzi. Diranno coloro che non ti leggono e se dipendesse da loro non esisteresti neppure. Poco importa. Hai una tua linea editoriale. Può piacere o meno. Un direttore che dirige la baracca. Una macchina operativa che produce i contenuti. E di tutto questo ne rispondi. Prima di tutto ai tuoi lettori, che se numerosi o pochi, decreteranno il tuo successo, oppure il fallimento. Ma anche, eventualmente, di fronte a un giudice. Chi dirige un giornale sa che la busta verde di notifica degli atti giudiziari è una compagna di viaggio irrinunciabile. Qualcuno che si risentirà di ciò che scrivi lo troverai sempre. Avere dei buoni avvocati e conoscere soprattutto il mestiere sono anticorpi indispensabili contro il morbo delle querele facili. Se invece sei un social network, niente di tutto questo. Hai una piattaforma di cui tutti si servono. Chi più e chi meno responsabilmente. Se Tizio si sente offeso o diffamato o calunniato da ciò che di lui ha scritto Caio è proprio quest'ultimo che dovrà essere trascinato in tribunale. Non il social network che come tale è un semplice vettore. «Ambasciator non porta pena», recita il proverbio. Questo almeno in teoria. Perché poi succede che i social media si fanno prendere la mano. Cresce il fatturato. Crescono gli utenti e cresce il loro potere. Cambiano i termini e le condizioni di uso. Quelle che uno clicca e non legge mai ogni volta che scarica un software dal Web. E qualche social network (tipo Facebook, Twitter e fra poco vedremo Youtube) si mette a giocare all'editore. Comincia a selezionare i contenuti. A cancellare i post. Ad avvisare gli utenti con messaggi di avvertimento. Poi arrivano le sospensioni. Chi vi scrive o la brava Silvana De Mari non sono che due esempi. Infine, arriva la chiusura definitiva ed «irreversibile tipo l'euro». Ne ha fatto le spese prima di tutti il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che oltre ad aver per tempo investito e vinto la guerra dei vaccini, aveva ben compreso lo strapotere dei social media. Ancora in carica a maggio 2020, aveva firmato l'ordine esecutivo per promuovere l'iter di legge con cui delegare le competenti autorità di modificare la sezione 230 del Communications decency act. È una legge del 1996 che prevede la non responsabilità del social network rispetto ai contenuti pubblicati da terze parti. Il social non è cioè considerato editore. La proposta di Trump si basava invece sulla loro equiparazione alla figura di editore, con tutte le responsabilità connesse. Ivi inclusa la possibilità di essere trascinati in tribunale. Il decreto fu firmato dopo lo scontro con Twitter che aveva segnalato due post del presidente come «potenzialmente fuorvianti». Da settembre a gennaio prima di chiudere definitivamente l'account, Twitter segnalerà almeno un centinaio dei cinguettii di Trump con questa etichetta. Se ne ha fatto le spese Trump ancora in carica, figuriamoci il bravo Claudio Messora, che si è visto brutalmente chiudere - dopo varie ammonizioni e sospensioni - il suo canale Youtube. «Che si tratti di austerity, di "ce lo chiede l'Europa" o di Covid, emerge sempre lo stesso pattern», mi dice al telefono Claudio. «Una élite minoritaria dispone di ingenti mezzi. Uniforma il dibattito pubblico. Lo allinea al pensiero unico». Una dittatura orwelliana che però stavolta potrebbe infrangersi contro una resistenza gagliarda. «I cittadini sanno benissimo come tutelare il loro diritto di espressione e conoscono bene l'importanza del pluralismo delle fonti di informazione; il pilastro della democrazia». Messora diventa tonico. «Lo dimostra la reazione perentoria alla chiusura da parte di Youtube, del canale Byoblu; testata giornalistica regolarmente registrata in tribunale con una linea editoriale più vicina ai cittadini, come voi della Verità. Vogliamo che Byoblu acquisti un canale del digitale terrestre. Servivano 150.000 euro: in sole 24 ore abbiamo raccolto già ben oltre 160.000 euro e tante altre donazioni stanno continuando ad arrivare». E sul finale prima di lasciarci quasi raggiante: «Nasce oggi l'editoria condivisa, finanziata dai cittadini che scelgono liberamente chi sostenere». La questione intanto approda al senato con due interventi rispettivamente di Gianluigi Paragone (Italexit) e di Alberto Bagnai (Lega Salvini premier). Quest'ultimo lancia una proposta concreta esortando il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, a incardinare un dibattito parlamentare cui dovrà seguire il progetto di un disegno di legge che si ponga un obiettivo minimo: impedire che i canali di testate regolarmente registrate in tribunale - come appunto Byoblu - possano essere chiusi dalle stesse piattaforme a seguito di una valanga di segnalazioni organizzate ad arte dalle «squadracce di odiatori digitali», che si servono di questa strategia per intasare un accondiscendente e complice algoritmo di censura. Le leggi, più corte sono, più sono efficaci. Aspettiamo e speriamo nella fioritura.

"Ecco perché siamo stati rimossi da YouTube..." Claudio Messora è il fondatore di ByoBlu, un canale che YouTube ha deciso di rimuovere dalla sua piattaforma: "Questa è una persecuzione". Claudio Rinaldi - Gio, 01/04/2021 - su Il Giornale. “Ci hanno chiuso perché non ci pieghiamo all’informazione mainstream. La pandemia ha messo in secondo piano tutti i diritti, compreso quello costituzionalmente garantito alla libertà di manifestazione del pensiero”. Claudio Messora è il fondatore di ByoBlu, un canale da 525 mila iscritti che YouTube ha deciso di rimuovere dalla sua piattaforma perché - come si legge dalla mail inviata a Messora - “sono state rilevate violazioni gravi o ripetute delle Norme della community”. ByoBlu è sul web da 14 anni, conta migliaia di video che hanno ottenuto nel tempo più di 200 milioni di visualizzazioni, ma è anche una testata giornalistica, registrata al Tribunale di Milano. Nell’ultimo anno ha dato voce a tutte le posizioni sul Covid, anche quelle contrarie ai lockdown e ai vaccini. E questo sembra essere stata la causa della rimozione da YouTube.

Messora, ci spieghi cosa è successo…

“Da dicembre ad oggi abbiamo ricevuto prima un avviso e poi tre avvertimenti, l’ultimo ha portato alla definitiva chiusura del canale”.

Ma cosa avreste fatto di sbagliato per YouTube?

“Disinformazione in ambito medico, semplicemente perché abbiamo raccontato manifestazioni di piazza e dato spazio anche a chi ha un pensiero diverso sulla pandemia”.

Ci faccia degli esempi... cosa vi hanno contestato?

“Il primo avviso era su una manifestazione di piazza contro il lockdown avvenuta a Cesena il 18 dicembre. Avevamo caricato sul canale un video, ma non era ancora online. Stavamo valutando se e come pubblicarlo, tanto è vero che il titolo era ‘Non pubblicare’. Nessuna poteva vederlo”.

Quindi YouTube è intervenuto ancora prima della pubblicazione?

“Esatto, in questo caso sì. Mentre a gennaio hanno rimosso un’edizione del nostro tg perché c’era un servizio nel quale raccontavamo una tesi contraria ai vaccini di un editorialista di punta del British Medical Journal”.

Ma non è finita qui?

“No. Poi hanno rimosso un’intervista realizzata cinque mesi prima a un Senior Scientist dell’Università di Siena, solo perché parlava della Vitamina C. Poi hanno rimosso un altro video di una manifestazione di piazza a Milano. E anche questa volta non c’era ancora stata la pubblicazione…”.

Qual è la stata la sanzione in questi casi?

“La sospensione prima di una e poi di due settimane”.

E alla definitiva rimozione come si è arrivati?

“Alla fine non trovando di meglio a cui attaccarsi, hanno rimosso un video del settembre del 2020, realizzato nel corso di un’altra manifestazione di piazza, in cui parlava l’attivista panafricano Mohamed Konare”.

Di che video si tratta?

“Un video con delle posizioni contrarie alla pandemia, ma il titolo non lasciava presagire neanche il contenuto. Ciò significa che sono andati apposta a cercarlo. Era lì da sette mesi, a chi poteva dare fastidio? Avevano semplicemente bisogno di un pretesto per tapparci la bocca. Questa sa come si chiama?”.

Come?

“Persecuzione, tra l’altro verso una testata regolarmente registrata in tribunale, che fa diritto di cronaca, rea di non seguire la linea editoriale dettata da altri».

YouTube però ha delle regole da seguire…

“YouTube dovrebbe essere un fornitore di servizi. Non dovrebbe mettere becco sui contenuti. Così facendo si sta comportando invece come un editore qualunque, ma in un regime di monopolio. È un problema democratico enorme”.

Perché?

“Perché non rispetta la nostra Costituzione, la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di cronaca… è una multinazionale straniera che decide arbitrariamente di distorcere il dibattito pubblico. In Germania alcuni tribunali hanno dato ragione ai censurati. Perché di censura si tratta”.

E voi farete ricorso?

“Certo. Abbiamo già fatto ricorso sia all’Agcom che al Tribunale di Milano. Ma è la politica che deve intervenire con regole chiare, garantendo la pluralità dell’informazione”.

Siamo però in una pandemia. È giusto pubblicare alcune notizie, per esempio contro i vaccini?

“L’informazione non deve essere pedagogica. Non può decidere a priori cosa è giusto e cosa è sbagliato. Non è una valutazione che spetta ai giornalisti e i cittadini non devono essere trattati come dei bambini da educare. Le notizie vanno verificate, certo. Ma poi pubblicate…tutte, anche quelle che non fanno comodo al pensiero dominante soprattutto in questo momento”.

La salute non viene prima di tutto?

“Non si può usare la salute come scusa per derogare a tutti gli altri diritti. Il lockdown, per esempio, è una scelta politica. Alcuni Stati non l’hanno adottato eppure hanno avuto meno morti di noi. Non si possono terrorizzare i cittadini per poi tappargli la bocca”.

Oltre al ricorso, cosa farete?

“Stiamo raccogliendo dei soldi per aprire un canale sul digitale terrestre nazionale. Siamo già presenti in 5 regioni, ma vogliamo raggiungere tutta Italia. In 24 ore abbiamo raccolto oltre 140 mila euro. Questo significa che la gente ha voglia di un’informazione libera e indipendente”.

Non ha paura di avere problemi anche sulla televisione?

“No, perché quello è un mondo regolamentato dove viene tutelato il pluralismo dell’informazione. Spero che lo stesso avvenga presto anche sul web”.

Bari, giornali gratis su Telegram: sequestrati 10 siti pirata. Procura: «Danno da 250 milioni». Le indagini della Guardia di Finanza hanno portato a individuare anche 329 canali/gruppi tramite i quali è stata operata la diffusione illecita di giornali, riviste ed e-book in violazione della normativa sul diritto di autore. La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Febbraio 2021. La Guardia di Finanza di Bari ha eseguito il sequestro preventivo di urgenza, emesso dalla Procura, di 10 siti web pirata, che sono stati oscurati, tramite i quali sarebbero stati diffusi giornali, riviste e ebook, permettendo a chiunque di scaricare illecitamente e gratuitamente le relative copie digitali, attraverso link di collegamento a risorse web gestite su server esteri. L'operazione, chiamata '#cheguaio!', è lo sviluppo dell’inchiesta avviata nell’aprile del 2020 dopo la denuncia della Fieg sulla diffusione dei file pirata sulla piattaforma Telegram, che fino ad oggi ha portato alla chiusura di 329 canali e gruppi di utenti. Nel corso delle indagini sono stati identificati i responsabili della distribuzione illecita di migliaia di copie digitali di quotidiani, 9 dei quali indagati per violazione della legge sul diritto d’autore, mentre gli amministratori dei siti internet restano al momento ignoti. Nell’agosto scorso alcuni degli indagati sono stati destinatari di perquisizioni domiciliari in Puglia, Campania, Marche e Lazio. «Ci chiuderanno tutto» per cui «l'unica cosa che posso fare è svelarvi dove scarico i giornali e ognuno per la propria strada prima che finiamo tutti in merda» è uno dei messaggi intercettati dagli investigatori durante gli accertamenti, dopo l’oscuramento dei primi canali Telegram. Dalla analisi dei dispositivi informatici sequestrati è emerso che i responsabili della gestione dei siti, non identificati, non percepiscono dagli utenti alcun corrispettivo per l’accesso ai relativi contenuti, traendo, invece, profitto dalla pubblicità inserita nelle relative pagine sotto forma di banner e pop-up. Si ipotizza, a carico degli amministratori dei siti al momento ignoti, i reati di violazione della normativa sul diritto di autore, riciclaggio, ricettazione, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico e furto. Il «danno e la gravità del reato" relativa alla illecita diffusione in rete di quotidiani e riviste, secondo uno studio della Fieg che un anno fa ha chiesto l'intervento dell’Agcom, «si quantificherebbero in circa 670 mila euro al giorno, corrispondenti a circa 250 milioni di euro all’anno». Lo dice la Procura di Bari nel provvedimento di sequestro d’urgenza di dieci siti web, tramite i quali venivano diffuse copie pirata di giornali, riviste e ebook. «Non vi è dubbio - si legge nel decreto - che un fenomeno delle dimensioni di centinaia di milioni di euro di danno, presenta poi una gravità particolare perché incide sulla tutela costituzionale della libertà di pensiero, base di ogni democrazia». "Il mercato della pirateria editoriale - evidenziano gli inquirenti - rappresenta un business illecito molto fiorente, in grado di coinvolgere una vastissima platea di utenti che lo alimentano, spesso inconsapevoli delle conseguenze, anche di natura penale, cui si espongono e degli ingenti danni economici che tale pratica arreca sia ai titolari dei diritti di autore, sia all’economia nazionale».

La scure della censura, tra pirateria e legittima divulgazione. Anna Cortelazzo il 22 giugno 2020 su ilbolive.unipd.it. La notizia ha fatto il giro del web: in Italia è stato oscurato Progetto Gutenberg, un sito che era una sorta di biblioteca digitale in cui venivano raccolti tutti quei libri che non erano protetti dal diritto d'autore, perché non lo erano mai stati o perché questo diritto era decaduto. Ora il sito è sotto sequestro preventivo, tra lo sdegno degli utenti e l'apprezzamento di AIE (Associazione Italiana Editori). Le motivazioni dell'oscuramento non sono ancora chiarissime, tanto che su twitter il CEO stesso esprime perplessità. Secondo TheSubmarine, il PG è finito nel fuoco incrociato tra la Guardia di Finanza e i gruppi Telegram che condividevano illegalmente interi quotidiani. In questi gruppi venivano menzionati siti dove trovare prodotti editoriali gratuiti, la maggior parte illegali, e molti facevano quindi riferimento a PG, che però non sarebbe dovuto entrare nel calderone, visto che non diffondeva ebook protetti da copyright. La motivazione ufficiale del sequestro non è stata chiarita nel decreto cui si fa riferimento, ma oltre all'ipotesi di un errore grossolano (lo linkano su Telegram -> ci sono libri -> il materiale è illegale) esiste anche la possibilità che sia stata pubblicata qualche opera in pubblico dominio in USA (dove ha sede PG), ma non ancora in Italia (secondo la ricostruzione di Maurizio Codogno, sarebbero i libri di Sibilla Aleramo e Massimo Bontempelli). La stessa cosa è già successa in Germania, perché le regole americane per i libri pubblicati prima del 1978 sono diverse da quelle europee. In questo caso, però, si concretizzerebbe un'ipotesi che l'Osservatorio sulla censura dell’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) aveva già paventato: la rigida osservanza delle norme sul copyright rischia di andare a ledere le libertà del singolo (in questo caso quella di accedere a contenuti di valore culturale perfettamente legali). In aggiunta, c'è da dire che, se il problema erano alcuni testi specifici, tecnicamente era possibile oscurare solo quella parte del sito. Sicuramente è mancata la volontà di dialogo tra le autorità e i volontari di PG (ricordiamo infatti che parliamo di un'organizzazione no profit), e questo può sicuramente giustificare l'ira degli utenti, tanto più visto che la finalità del progetto è quella di "incoraggiare la creazione e distribuzione degli ebook, aiutare ad abbattere la gabbia dell'ignoranza e dell'analfabetismo, distribuendo quanti più ebook a quante più persone possibile". La questione, comunque, è molto più ampia: esiste, in questo e in altri casi, un conflitto tra diritto d'autore e libertà di accesso alla conoscenza? Nel caso di PG è evidente quanto il primo abbia avuto il sopravvento sul secondo, ma parliamo anche dei siti che diffondevano illegalmente quotidiani, e il cui sequestro è naturalmente giustificato. Claudio Riva, sociologo dei media e presidente della triennale in scienze sociologiche a Padova, non è ottimista sull'efficacia dell'oscuramento: "La centralità dei giornali è stata resa visibile dall’affaireTelegram. Il paradosso è che, con l’avvento del digitale, da un lato si assiste alla diminuzione (crollo?) delle vendite e alla chiusura delle edicole e a un tempo di lettura dei quotidiani eroso dalle continue richieste di attenzione che vengono dagli altri contenuti digitali di intrattenimento. Dall’altro, il flusso di informazioni cui possiamo accedere tramite smartphone è enorme e l’attenzione alla qualità delle informazioni è crescente. La risposta ai gruppi Telegram, attualmente, è di tipo repressivo e i canali vengono da qualche tempo bloccati, ma è lecito chiedersi se esista un'alternativa." E di un'alternativa ci sarebbe davvero bisogno, visto che per un gruppo che viene chiuso dalle autorità ne aprono altri due: " A me piacerebbe - continua Riva - che si pensasse a una sorta di Netflix dei quotidiani, una piattaforma che permetta agli utenti di accedere a un’ampia offerta di giornali e riviste attraverso il pagamento di un canone fisso mensile con una formula stile all you can read. Il pubblico sarebbe più ampio di quello ora coinvolto dagli abbonati alle edizioni digitali di ciascun quotidiano o rivista. Ovviamente bisognerebbe analizzare attentamente la questione economica, per evitare che i giornali compensino la mancanza di introiti dovuti alla percentuale da lasciare alla piattaforma con l'ulteriore abbassamento del compenso dei giornalisti, spesso già sotto i limiti della decenza, in particolare per le figure più giovani e precarie. Al centro, vi sarebbe evidentemente una diversa gestione dei finanziamenti pubblici ai media e degli spazi pubblicitari, con gli inserzionisti che si andrebbero a legare meno ai singoli prodotti/testate e, invece, di più al valore complessivo dell’offerta giornalistica e del brand della piattaforma. Ricordiamo però che il modello attuale vede fatturato e pubblicità delle testate tradizionali da anni in drastico calo". In un'ottica del genere, diventa ancora più importante mantenere la qualità dell'informazione: "Dove per qualità - continua Riva - dovremmo intendere non solo la quantità e varietà di newsmedia disponibili, ma anche l’efficienza del servizio, in modo che i contenuti siano messi a disposizione di una user experience che sia anch’essa di qualità. Come hanno dimostrato le piattaforme per film e serie tv, sono proprio le possibilità di guadagno alternative offerte dalla distribuzione online e dalle sinergie con le piattaforme ad aver innalzato la qualità complessiva dell’offerta televisiva, poiché permettono di correre maggiori rischi con la sperimentazione narrativa e stilistica. C’è la sensazione che vi sia bisogno di un nuovo modello di distribuzione dell’informazione e, come accaduto per la musica, i film e le serie tv, le piattaforme potrebbero essere un’opzione". 

Condividi bufale sui vaccini? E Twitter ti cancella. Twitter introduce regole più rigide per evitare la diffusione di bufale sui vaccini anti-Covid: gli account coinvolti nella distribuzione di fake news verranno cancellati. Marco Rizza - Mar, 02/03/2021 - su Il Giornale. Twitter usa il pugno duro contro la disinformazione sui temi legati all’emergenza Covid-19, in particolar modo sulla questione vaccini. La società ha infatti annunciato la decisione di cancellare gli account che condividono bufale. Dopo le richieste di rimozione dei tweet più fuorvianti partite lo scorso dicembre, il social network fondato da Jack Dorsey rafforza ulteriormente la sua policy interna sulla moderazione dei contenuti inerenti alla pandemia. D’ora in poi sotto la lente d’ingrandimento finiranno anche i post che si riferiscono alle campagne di immunizzazione che, in queste settimane, stanno entrando nel vivo in molti Paesi. Lo ha annunciato la stessa società sul suo blog ufficiale. L’obiettivo è frenare fake news, teorie cospirative e messaggi allarmistici che potrebbero diffondere sfiducia verso i sistemi sanitari e, tra le varie cose, spingere le persone a rifiutare il vaccino. Per dare il proprio contributo in questa direzione, Twitter lancerà lo "strike system", un meccanismo graduale di sospensioni provvisorie degli account che pubblicano o condividono notizie non attendibili e che non coincidono con le informazioni diffuse dalle autorità pubbliche. Ma se l’utente si rivela recidivo, lo stop può diventare definitivo. A questo provvedimento più drastico si arriva in cinque step: al primo strike, la piattaforma si limita solo a registrare la violazione; al secondo e al terzo, l’account viene bloccato per 12 ore; in occasione della quarta segnalazione, il blocco viene esteso a sette giorni per poi diventare permanente in caso di quinta violazione. In parallelo, saranno applicate sui tweet che riportano informazioni fuorvianti anche delle etichette identificative. A decidere quali contenuti dovranno essere bollati come inaffidabili, o comunque non verificati, saranno inizialmente dei moderatori in carne e ossa del social network. Mano a mano che il sistema entrerà a regime, saranno affiancati da strumenti basati su machine learning e sistemi di automatici di elaborazione del linguaggio. Questo monitoraggio partirà dai post in inglese per poi essere esteso al resto dei cinguettii. “Grazie al nostro strike system, speriamo di educare le persone sul perché determinati contenuti violano le nostre regole, in modo che abbiano l’opportunità di valutare il loro comportamento e riflettere sul loro impatto nel dibattito pubblico”, spiega Twitter sul proprio blog. “Le persone saranno avvisate direttamente quando un tweet etichettato o su cui pende una richiesta di rimozione rientra tra quelli che violano le nuove misure a livello di account”.

«Siamo pagati una manciata di euro e passiamo la vita a ripulire Facebook dall’orrore». Non basta un algoritmo per giudicare se i contenuti segnalati dagli utenti meritano davvero di essere eliminati. A farlo è un esercito di moderatori sparsi per il pianeta. Un lavoro essenziale, segreto e stressante, tra fake news, revenge porn e video raccapriccianti. Maurizio Di Fazio su L'Espresso l'1 marzo 2021. «Senza il nostro lavoro, Facebook sarebbe inutilizzabile. Il suo impero collasserebbe. I vostri algoritmi non sono in grado di distinguere tra giornalismo e disinformazione, violenza e satira. Solo noi possiamo»: queste parole si leggono in una lettera inviata l’anno scorso a Mark Zuckerberg e firmata da oltre duecento persone. Persone che lavorano per il colosso di Menlo Park, ma anche per le altre principali piattaforme digitali di massa: da Instagram a Twitter, da TikTok a YouTube. Sono i moderatori dei contenuti dei social media, i guardiani clandestini degli avanposti della rete contemporanea: una professione poco conosciuta, ma nevralgica. «Credo che l’aspetto più difficile sia la condizione di totale invisibilità in cui sono costretti a operare: per motivi di sicurezza, ma anche per minimizzare l’importanza del lavoro umano», spiega all’Espresso Jacopo Franchi, autore del libro “Obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti” (AgenziaX). «Oggi è impossibile stabilire con certezza se una decisione di moderazione dipenda dall’intervento di un uomo o di una macchina. I moderatori sono le vittime sacrificali di un mondo che rincorre l’illusione della completa automazione editoriale». Perché serve ancora come l’ossigeno qualcuno, in carne e ossa, che si prenda la briga di nascondere la spazzatura sotto il tappeto agli occhi dei miliardi di iscritti (e inserzionisti) connessi in quel preciso istante. Un attimo prima che infesti i nostri monitor e smartphone, o che faccia comunque troppi danni in giro. E anche certe sfumature di senso la tecnologia non riesce a coglierle e chissà se le capirà mai. I moderatori digitali sono uomini e donne senza competenze o specializzazioni specifiche, e di qualsiasi etnia ed estrazione: una manodopera assolutamente intercambiabile. Per essere assunti, basta essere subito disponibili e “loggabili”, avere una connessione stabile e pelo sullo stomaco. Il loro compito consiste, infatti, nel filtrare ed eventualmente cancellare l’oggetto dei milioni di quotidiane segnalazioni anonime che arrivano (a volte per fini opachi) dagli stessi utenti. Incentrate su post e stories, foto e video ributtanti. Immagini e clip pedopornografiche, messaggi d’odio e razzismo, account fake, bufale, revenge porn, cyberbullismo, torture, stupri, omicidi e suicidi, guerre locali e stragi in diretta. Fiumi di fango che sfuggono alla diga fallibile degli algoritmi, e che possono finire per rendere virale, inconsapevolmente, l’indicibile. Gli errori di selezione della macchina li risolvono gli uomini: dal di fuori tutto deve però sembrare una proiezione uniforme e indistinta dell’intelligenza artificiale. Un lavoro essenziale e misconosciuto per un trattamento barbaro. «Ero pagato dieci centesimi a contenuto. Per questa cifra ho dovuto catalogare il video di un ragazzo a cui era stato dato fuoco, pubblicato dall’Isis», scrive Tarleton Gillespie nel suo “Custodians Of The Internet”. I “custodians” lavorano a ritmi forsennati, cestinando fino a 1500 contenuti pro-capite a turno. Uno alla volta, seguendo le linee guida fornite dalle aziende, i mutevoli  CommunityStandards (soprannominati, tra gli addetti ai lavori, la Bibbia). Se non conoscono la lingua interessata si affidano a un traduttore online. L’importante è correre: una manciata di secondi per stabilire cosa deve essere tolto di mezzo dai nostri newsfeed e timeline. Non c’è spazio per riflettere: un clic, elimina e avanti col prossimo. Un’ex moderatrice, Valera Zaicev, tra le maggiori attiviste della battaglia per i diritti di questa categoria che è ancora alle primissime fasi, ha raccontato che Facebook conta persino i loro minuti di pausa in bagno. Lavorano giorno e notte, i moderatori digitali. «Il nostro team di revisione è strutturato in modo tale da fornire una copertura 24/7 in tutto il pianeta», ha dichiarato a The Atlantic Monika Bickert, responsabile globale delle policy di Facebook. Nessuno sa niente del loro mandato, obbligati come sono al silenzio da marziali accordi di riservatezza. Pure la loro qualifica ufficiale è camaleontica: community manager, contractor, legal removals associate... «Quello del moderatore di contenuti è un esempio, forse il più estremo, delle nuove forme di lavoro precario generato ed eterodiretto dagli algoritmi», aggiunge Franchi. «Nessuno può dirci con precisione quanti siano: si parla di 100-150 mila moderatori, ma non è stato mai chiarito quanti di questi siano assunti a tempo pieno dalle aziende, quanti siano ingaggiati con contratti interinali da agenzie che lavorano in subappalto e quanti invece retribuiti a cottimo sulle piattaforme di “gig working”, per “taggare” i contenuti segnalati dagli utenti e indirizzarli così verso le code di revisione dei moderatori “professionisti”». Restando a Facebook, si oscilla così dai moderatori più tutelati e con un contratto stabile negli Usa (15 dollari circa all’ora di salario) ai 1600 occupati dall’appaltatore Genpact negli uffici della città indiana di Hyderabad, che avrebbero una paga di 6 dollari al giorno stando a quanto rivelato, tra gli altri, dalla Reuters. Un esercito neo-industriale di riserva che si collega alla bisogna grazie a compagnie di outsourcing come TaskUs, persone in smart-work permanente da qualche angolo imprecisato del globo, per un pugno di spiccioli a chiamata. Il loro capo più autoritario e immediato, in ogni caso, è sempre l’algoritmo. Un’entità matematico-metafisica che non dorme, non si arresta mai. Una forza bruta ma asettica, tirannica e prevedibile, fronteggiata dall’immensa fatica del corpo e della mente. «È un algoritmo a selezionarli su LinkedIn o Indeed attraverso offerte di lavoro volutamente generiche», ci dice ancora Iacopo Franchi, «è un algoritmo a organizzare i contenuti dei social che possono essere segnalati dagli utenti, è un algoritmo a pianificare le code di revisione ed è spesso un algoritmo a determinare il loro punteggio sulla base degli “errori” commessi e a decidere della loro eventuale disconnessione, cioè il licenziamento». Già: se sbagliano in più del 5 per cento dei casi, se esorbitano da quei “livelli di accuratezza” monitorati a campione, può scattare per loro il cartellino rosso, l’espulsione. Per chi riesce a rimanere al proprio posto, è essenziale rigenerarsi nel tempo libero. Staccare completamente, cercare di recuperare un po’ di serenità dopo avere introiettato tante nefandezze. «Ci sono migliaia di moderatori nell’Unione Europea e tutti stanno lavorando in condizioni critiche per la loro salute mentale», ha asserito Cori Crider, direttore di Foxglove, un gruppo di pressione che li assiste nelle cause legali. Sta di fatto che nel 2020 Facebook ha pagato 50 milioni di dollari a migliaia di moderatori che avevano sviluppato problemi psicologici a causa del loro lavoro. È uno dei new jobs più logoranti. Pochi resistono più di qualche mese, prima di essere defenestrati per performance deludenti o andarsene con le proprie gambe per una sopravvenuta incapacità di osservare il male sotterraneo del mondo senza poter fare nulla oltre che occultarlo dalla superficie visibile dei social. Gli strascichi sono pesanti. Il contraccolpo a lungo andare è micidiale, insopportabile. L’accumulo di visioni cruente traccia un solco profondo. Quale altra persona si sarà mai immersa così a fondo negli abissi della natura umana? «L’esposizione a contenuti complessi e potenzialmente traumatici, oltre che al sovraccarico informativo, è certamente un aspetto rilevante della loro esperienza professionale quotidiana, ma non bisogna dimenticare anche l’alta ripetitività delle mansioni», spiega all’Espresso Massimiliano Barattucci, psicologo del lavoro e docente di psicologia delle organizzazioni. «A differenza di un altro lavoro del futuro come quello dei rider, più che ai rischi e ai pericoli per l’incolumità fisica, i content moderator sono esposti a tutte le fonti di techno-stress delle professioni digitali. E questo ci consente di comprendere il loro elevato tasso di turnover e di burnout, e la loro generale insoddisfazione lavorativa». L’alienazione, l’assuefazione emotiva al raccapriccio sono dietro l’angolo. «Può nascere un progressivo cinismo, una forma di abitudine che consente di mantenere il distacco dagli eventi scioccanti attinenti al loro lavoro», conclude Barattucci. «D’altro canto possono esserci ripercussioni e disturbi come l’insonnia, gli incubi notturni, i pensieri o i ricordi intrusivi, le reazioni di ansia e diversi casi riconosciuti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD)». Nella roccaforte Facebook di Phoenix, in Arizona, un giorno, ha raccontato un’ex moderatrice di contenuti al sito a stelle e strisce di informazione The Verge, l’attenzione di tutti è stata catturata da un uomo che minacciava di lanciarsi dal tetto di un edificio vicino. Alla fine hanno scoperto che era un loro collega: si era allontanato durante una delle due sole pause giornaliere concesse. Voleva mettersi così offline dall’orrore.

Mario Draghi, "da chi ha copiato il discorso in aula". Scoop censurato, una bomba su Repubblica. Libero Quotidiano il 21 febbraio 2021. Il discorso di Mario Draghi in aula per la fiducia? "Copiato". Caso imbarazzante a Palazzo Chigi e nella redazione di Repubblica. Il giornalista economico Carlo Clericetti, autore di un blog per il sito del quotidiano diretto da Maurizio Molinari, ha notato come la parte sul fisco e il taglio delle tasse del discorso programmatico del neo-premier alle Camere sia stato di fatto quasi un copia-incolla di un articolo di Francesco Giavazzi, stimatissimo professore della Bocconi e firma del Corriere della Sera, pubblicato sullo stesso quotidiano lo scorso 30 giugno e intitolato "I passaggi necessari sul fisco". Caso abbastanza spinoso dal punto di vista mediatico, che assume altre sfumature perché, come suggerisce il Fatto quotidiano, Repubblica pare aver ignorato il piccolo scoop del proprio giornalista. Forse perché il clima nei "giornaloni", oggi, prevede solo peana ed elogi per il SuperMario dei miracoli. Qualche esempio del discorso copiato? "Questa osservazione ha due conseguenze. Innanzitutto non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta", scriveva Giavazzi. "Non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all'altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta", dice Draghi. "La seconda lezione è che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, persone che conoscono bene che cosa può accadere se si cambia un'imposta". "Inoltre, le esperienze di altri Paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un'imposta", dice Draghi. E così via, con molti altri passaggi praticamente sovrapponibili non solo nel concetto, ma pure nelle parole. Nulla di grave, forse, ma di significativo sì. Sarebbe bastato a Draghi citare le fonti d'ispirazione (rispettabilissime e autorevoli, peraltro). E a Repubblica avere il coraggio di dire che il Re non è nudo, ma in mutande sì. Ma di questi tempi sarebbe reato di lesa maestà.

Vergognoso attacco alla Meloni, Fazzolari: «Per “Il Domani” Giorgia è come Hitler». L’articolo delirante. Guglielmo Federici mercoledì 4 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia.  “Noi di destra siamo abituati alle farneticazioni e alle menzogne targate mainstream. Ma questa volta il quotidiano ‘Il Domani’, con la recensione fatta da tal Emanuele Felice del libro ‘Io sono Giorgia‘, ha superato ogni limite di decenza”. Il senatore di Fratelli d’Italia Giovan Battista Fazzolari non tollera oltre e in questa lunga dichiarazione stigmatizza i deliri messi nero su bianco sul quotidiano. “Il giornale di De Benedetti scrive a proposito di Giorgia Meloni che: ‘Leader estremisti di questa foggia in passato hanno arrecato danni irreparabili alla nostra Italia, all’Europa e all’umanità. Per come è messo il mondo oggi, possono fare altrettanto danno. Non vanno sottovalutati'”. Siamo alla follia pura. L’articolo si intitola “L’estremismo mascherato di Giorgia Meloni”. “La Meloni come Hitler e Mussolini, insomma”, sottolinea Fazzolari l’analisi delirante che “Il Domani” ha veicolato ai suoi lettori. “Un pericolo che deve essere fermato- prosegue Fazzolari- . E magari qualche esaltato potrebbe prendere sul serio le idiozie scritte da questi spregiudicati seminatori di odio; e decidere di fare la propria parte per il bene dell’umanità; mettendo a tacere la Meloni e gli esponenti di Fratelli d’Italia. Magari con capi d’accusa costruiti a tavolino o con menzogne scritte sui giornali; o negando i diritti dell’opposizione, o magari sparando agli esponenti di FdI”. Le parole hanno un peso devastante e chi le ha scritte non può non averne coscienza. “Perché se c’è da fermare il nuovo Hitler tutto è lecito. Solidarietà a Giorgia Meloni per questo ennesimo attacco vigliacco. La crescita di Fratelli d’Italia fa sempre più paura ai difensori dello status quo e fa perdere loro lucidità e decoro”. Fazzolari ha sintetizzato come meglio non si potrebbe il succo di questo articolo vergognoso. Citiamo fior da fiore altre “perle” dall’articolo del Domani: “La patria che ha in mente la Meloni è un patriottismo acritico e cieco che sarebbe più corretto definire sciovinismo: quello che ci ha condotto dritti dritti alle peggiori tragedie del 900“. L’estensore dell’articolo vuole dare lezioni alla Meloni, scrivendo che “non ha imparato nulla dalla storia”. Scrive tali assurdità riferendosi alle pagine dedicate dalla presidente di FdI alla Grande Guerra. “Per Giorgia Meloni la Prima Guerra Mondiale ha reso possibile ‘l’ingresso della Nazione tra le più grandi potenze del mondo”. Il Domani” si stupisce per un giudizio geopolitico che nulla ha a che vedere con i dolori per le immani tragedie che ogni guerra reca con sé. Eppure “tal Emanuele Felice” si scandalizza, dipingendo la Meloni per una potenziale guerrafondaia. Per cui l’articolo prosegue: “Il nostro interesse nazionale si difende stando in Europa. La Meloni sembra credere il contrario”. Peggio: “Chi ama davvero la Patria dovrebbe guardarsi dalle idee della Meloni”. E fa uno spericolato quanto assurdo sillogismo: “Il sovranismo della Meloni non fa gli interessi dell’Italia, ma li danneggia. Proprio come avvenuto durante il fascismo”. Ancora fiele: “Tra parentesi, la Meloni evita di parlare del fascismo e quando lo fa è alquanto equivoca”, sostiene l’articolista, che inizia un excursus storico arrivando all’Impero ottomano, a Carlo Martello e quant’altro per farle un’interrogazione di storia. Il che è abbastanza patetico. Poi, passando ai programmi su immigrazione, gender e diritti arriva a scrivere che le posizioni della Meloni “arrecano sofferenza” alle persone.

L’attacco, iniziato per recensire “Io sono Giorgia”, si conclude così: “Non bisogna farsi ingannare dal suo citazionismio eclettico e dalla sua vicenda di donna determinata e madre sensibile”. Perché per il quotidiano di De Benedetti “Giorgia Meloni è la leader più estremista che abbia mai guidato un partito a due cifre in italia…E il suo libro così ben costruito cerca di rendere accettabili le idee della destra radicale e una visione culturale che sono figlie dirette del fascismo”. Ha ragione Fazzolari. La misura è stracolma. Il 20 per cento di FdI, primo partito, ha fatto perdere il senno, l’equilibrio, l’onestà intellettuale.

"Io come Hitler?". L'attacco choc contro la Meloni. Francesco Boezi il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Fratelli d'Italia reagisce ad un articolo pubblicato da Il Domani in cui si dà dell'estremista a Giorgia Meloni. Fdi sul leader: "Non deve dimostrare nulla". Botta e risposta relativo ad un articolo pubblicato questa mattina da Il Domani. Per Fratelli d'Italia, che ha replicato a quanto letto sul giornale diretto da Stefano Feltri, si è trattato di un "attacco strumentale" rivolto a Giorgia Meloni, così come dichiarato dall'onorevole Wanda Ferro secondo quanto ripercorso dall'Adnkronos. La Ferro ha quindi preso immediate difese del leader partitico della destra italiana. Ma non è l'unica voce ad aver affrontato il "caso". Nel pezzo della fonte sopracitata, dopo una disamina complessa ed articolata, il vertice politico di Fdi viene etichettato come "la leader più estremista che abbia mai guidato un partito a due cifre in Italia, da quando esiste la Repubblica". Le "due cifre" si riferiscono alle statistiche elettorali assegnate dai sondaggi ormai da mesi. L' "estremismo", invece, viene correlato pure alle istanze. L'approfondimento de Il Domani arriva a questa conclusione - quella sull'estremismo - , dopo aver elencato tutta una serie di posizioni prese o non prese dalla Meloni all'interno della sua autobiografia, quindi della sua storia politica. Non solo: il quotidiano, al termine del ragionamento presentato, cita una canzone del cantautore Francesco De Gregori (uno dei cantautori che la Meloni tiene presente nel suo testo, che è denso di riferimenti culturali ed artistici) che riguarda le "fascinazioni neofasciste", associandola a rischi che l'Italia ben conosce per averne già scontato le conseguenze. Insomma, quello de Il Domani appare anche come un avvertimento teso ad evitare "danni irreparabili: alla nostra Italia, all'Europa e all'umanità intera". Ma Fratelli d'Italia non ci sta e rivendica con forza la propria assoluta legittimità politica. La stessa Giorgia Meloni è intervenuta sul suo profilo Facebook: "Capito, sì? - ha premesso, dopo aver citato un passaggio dell'articolo de Il Domani - . Io e Fratelli d'Italia - ha aggiunto - saremmo un rischio per l'umanità, come Hitler. Ma quanto fa paura la nostra crescita a certo mainstream se pur di attaccarci sono costretti a scrivere simili idiozie?". Tra i primi esponenti a respingere l'attacco, come premesso, c'è Wanda Ferro:"Agitando ancora una volta il solito spettro del passato - ha specificato la Ferro, che è parlamentare dal 2018 - , da sinistra si prova a smontare l'avversario politico e l'unica opposizione in Parlamento. Giorgia Meloni - ha aggiunto l'onorevole di Fdi - non deve dimostrare nulla a chi fa della menzogna il suo pane quotidiano". La "ghettizzazione" per mezzo di argomentazioni in cui Fratelli d'Italia non si riconosce, in sintesi, viene respinta senza tentennamenti dagli esponenti che hanno contribuito, con la fondazione della formazione politica nata nel 2012, a rimettere in piedi la destra italiana, dopo le giravolte di Gianfranco Fini e il successivo ridimensionamento politico-elettorale. Anche il senatore Giovanbattista Fazzolari ha voluto commentare i contenuti dell'articolo, dichiarando, come ripercorso dall'Adnkronos, che "Noi di destra siamo abituati alle farneticazioni e alle menzogne targate mainstream, ma questa volta il quotidiano 'Il Domanì, con la recensione fatta da tal Emanuele Felice del libro 'Io sono Giorgià, ha superato ogni limite di decenza". Fazzolari ha anche voluto esprimere la sua solidarietà alla Meloni. Il partito si compatta attorno al suo leader. L'onorevole Augusta Montaruli, interpellata nel merito della polemica da IlGiornale.it, pensa che quello de Il Domani sia stato "un attacco gratuito" messo in atto da "persone che non sanno come giustificare il fatto che questo libro è piaciuto persino a loro". Sarebbe un atteggiamento tipico di chi "cova un senso di superiorità con arroganza", con il fine di "rievocare lo spauracchio del fascismo non avendo argomentazioni valide". Tuttavia, gli stessi numeri fatti registrare dalle vendite del libro sarebbero in grado di certificare come gli italiani siano "stanchi di queste accuse patetiche", ha chiosato il deputato torinese. Ma ulteriori prese di posizione in difesa della Meloni sono arrivate pure da chi di Fdi non è. Gianfranco Rotondi, parlamentare di Forza Italia, ha detto la sua in merito:"Dispiace - ha esordito l'ex ministro - che 'il Domanì definisca Giorgia Meloni 'estremistà, provando a spingere fuori dell'arco democratico quella che è la sola opposizione parlamentare a un governo di unità nazionale". Per Rotondi si tratta "fuoco preventivo, ma grave e sbagliato". La storia della Meloni, questo il senso delle dichiarazioni di Rotondi, risiede pienamente all'interno della democrazia.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuor 

Il vergognoso silenzio dei "giornaloni" sull'attacco alla Meloni. I grandi giornali, sempre pronti a denunciare le frasi sessiste, si girano dall'altra parte quando ad essere offesa è Giorgia Meloni. Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto - Gio, 18/02/2021 - su Il Giornale. Se sei donna non puoi (giustamente) essere offesa. Se sei donna e di sinistra non si può nemmeno fare satira su di te. Ma se sei donna e pure di destra allora puoi beccarti della "zoccola" senza che nessuno dica niente. Ma andiamo con ordine. L'altro giorno, su Internet, è spuntato un vecchio commento Facebook di Eric Gobetti - autore di un libro che minimizza la tragedia delle foibe - in cui dava della poco di buono a Giorgia Meloni. ilGiornale, prima con un articolo sul sito e poi con uno sulla carta, è stato tra i pochi a parlarne. Nessuno degli altri quotidiani - dal Corriere a Repubblica, passando per La Stampa - ne ha parlato. Nemmeno una breve o una fotonotizia per denunciare le offese sessiste rivolte a uno dei più importanti leader politici in Italia. Perché? Forse perché le redazioni erano impegnate a seguire l'insediamento del governo Draghi. O forse perché quelle stesse redazioni, nei giorni precedenti la commemorazione dei martiri delle foibe, erano impegnate a diffondere il verbo di Gobetti. Del resto, la stessa Meloni ha commentato così la "performance" dello storico: "Questo sarebbe l'imparziale storico che la sinistra tanto osanna e che porta in giro per l'Italia per spiegare - e sminuire - il dramma delle foibe? Un fine intellettuale assolutamente non di parte, non c'è che dire". Un autore per nulla di parte, come testimoniano le sue foto con il pugno chiuso e la bandiera titina, e che nel suo ultimo libro scrive: "Le uccisioni commesse sul confine orientale nell'autunno del 1943 e nella primavera del 1945 non possono essere in alcun modo considerate un tentivo di genocidio e le vittime non sono individuate in quanto appartententi ad uno specifico popolo". Peccato che questa tesi sia stata smentita dalle parole del presidente della Repubblica (ed ex comunista) Giorgio Napolitano: "Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una 'pulizia etnica'". Si dirà: ma un presidente della Repubblica non è uno storico. Vero. Allora uno storico dovrebbe far parlare i protagonisti e i documenti. Come Giovanni Battista Padoan, nome di battaglia "Vanni", partigiano della divisione Garibaldi-Natisone, il quale ammette che le foibe "furono un sistema di pulizia politica perpetrata dai partigiani di Tito contro chiunque, compresi convinti democratici e antifascisti, si opponesse all'annessione alla futura Jugoslavia". Ma questo Gobetti non lo dice. Minimizza godendo dell'ampio spazio dei giornali bene e, soprattutto, dei loro silenzi. Perché a sinistra si può far tutto. Perfino insultare.

Piero Sansonetti per ilriformista.it il 22 marzo 2021. Dopo magistratopoli ora scoppia giornalistopoli. Ma se i giornali sono stati molto silenziosi sullo scandalo Csm (e restano per abitudine silenziosissimi su qualsiasi scandalo che riguardi i magistrati), ora diventano veramente muti su giornalistopoli. Muti al 100 per cento. È un ordine di scuderia. Non ci sarebbe niente di male. Le intercettazioni che toccano i più importanti giornalisti dei più importanti giornali italiani, messe a disposizione degli stessi giornali dalla Procura di Perugia che indaga sul caso Palamara, sono pure e semplici intercettazioni e non dimostrano che esista alcun reato da parte dei giornalisti. Sono intercettazioni infami, come sempre lo sono le intercettazioni. Dunque, a rigor di logica, perché bisognerebbe pubblicarle? Per una sola, piccolissima, ragione. Perché i giornalisti che stavolta sono stati intercettati sono esattamente gli stessi che di solito pubblicano paginate intere di intercettazioni, generalmente ai politici o ai loro amici o familiari, sebbene queste intercettazioni non contengano nessuna notizia di reato. Spesso, anzi, pubblicano intercettazioni che sono ancora segrete, e che qualche Pm ha deciso di far filtrare per mettere in difficoltà gli indiziati, o per ottenere qualche aiuto nell’inchiesta o, più semplicemente, per iniziare a punire non essendo sicuri di poter poi ottenere la condanna, visto che le prove latitano. Le intercettazioni, e la loro pubblicazione, hanno un effetto fondamentale e incontrollato e immediato: sputtanano. Comunque, chiunque. Nella pubblicazione generalmente non c’è mai un’opera di mediazione o di ragionamento. Mai un elemento a difesa o una proposta di attenuanti. C’è un solo ragionamento, evidentemente, che viene fatto nelle redazioni dei giornali: quali conviene pubblicare, quali è meglio censurare. Se il giornalismo italiano non fosse quasi interamente sottomesso alla logica delle Procure e delle intercettazioni, non ci sarebbe nessun motivo per stupirsi del fatto che restino segrete le intercettazioni che riguardano le principali firme di giudiziaria (e non solo di giudiziaria) del Corriere della Sera e di Repubblica e della Stampa e di svariati altri giornali. Sono tutte intercettazioni che son state prese con i trojan sul cellulare dell’ex procuratore aggiunto di Roma Luca Palamara. Esattamente uguali a quelle che furono ampiamente pubblicate perché riguardavano uomini politici. Luca Lotti, considerato all’epoca vicino a Renzi, è stato praticamente vivisezionato. Sebbene la legge proibisse le intercettazioni dei suoi discorsi privati: è vietato intercettare i parlamentari, e Lotti è un parlamentare. È vietato anche perché è previsto dal buonsenso, e dalla Costituzione, che un dirigente politico debba avere una parte della sua attività che resti riservata. Può essere una attività di diplomazia, di compromessi, di trattative, di accordi. Senza queste cose la politica non esiste. La politica non è solo retorica. È anche governo. E il governo non si fa gridando slogan e basta. E invece sui politici nessuna indulgenza, anzi, nessun rispetto della legalità. L’ordine di servizio, in questo caso è: sputtaniamoli. Anche se non hanno fatto niente di male.  Tutto cambia se invece le vittime del trojan diventano i magistrati e i giornalisti. Cioè la casta. Sarà forse giunto il momento di dirlo: la casta, la vera casta, è quella; la corporazione potentissima che raduna la parte più aggressiva e politicizzata della magistratura e del giornalismo. Diciamo, più semplicemente, il partito dei Pm. Il cui leader massimo, non a caso, non è un Pm ma un giornalista. È Marco Travaglio. Noi abbiamo dato solo uno sguardo a queste intercettazioni. Cosa ci dicono? Che i giornalisti più importanti dei grandi giornali parlavano con Palamara e partecipavano alle operazioni politiche in corso per determinare i nuovi equilibri nella magistratura. C’è una giornalista che dice a Palamara che se l’avesse saputo prima (non ha importanza cosa) l’articolo lo avrebbe scritto lei e in un altro modo. Viene avanzata, da parte di Palamara, l’ipotesi che un altro importante giornalista sia legato ai servizi segreti. Che certo non è un delitto, però dal punto di vista dell’etica giornalistica, se fosse vero, sarebbe una gran brutta cosa. Perché, per dire, magari preferirei essere informato da persone che non hanno da rispondere ai servizi segreti, non vi pare? Poi c’è addirittura un lungo colloquio tra Palamara e il vicepresidente del Csm dell’epoca nel quale si discute di come sia possibile influenzare Repubblica, se è meglio farlo attraverso pressioni sulla cronista di giudiziaria o sul caporedattore, e il vicepresidente del Csm si offre per parlare con Repubblica ad alto livello, e si discute della necessità di una “azione di orientamento” e si dice quale linea deve passare all’interno di quel giornale. Non ho fatto nomi. Non mi interessano i nomi. Quello che è bene che si sappia è la sostanza: oggi il giornalismo politico, in Italia, è del tutto subalterno al giornalismo giudiziario. Questo grazie alle grandi campagne moralizzatrici condotte dai giornali negli anni scorsi. Cioè le campagne che hanno demolito la reputazione della politica e messo in discussione persino la necessità della democrazia, dipinta come un sistema sostanzialmente corrotto. Queste campagne sono state guidate dalla magistratura (e dalla sua rappresentanza parlamentare, cioè i 5 Stelle), e forse dai servizi segreti. In questo modo è stato distrutto il giornalismo politico ed è stato reso un sottoprodotto del giornalismo giudiziario. Il giornalismo giudiziario – non tutto, certo, ma quasi tutto – è assolutamente eterodiretto. E, per definizione, privo di indipendenza. E dunque non è più giornalismo. La gigantesca opera di reticenza di questi giorni dimostra che le cose stanno esattamente così. Che il giornalismo in Italia non esiste più. Che giornalistopoli esiste, è forte, e non ha nemici. Dunque non sarà stroncata. E magistratopoli regge e non si sgretola proprio perché è sostenuta da giornalistopoli. Se poi vi aspettate che qualche giornale o qualche Tv vi racconti queste cose, siete proprio ingenui. L’informazione, quasi tutta, ormai è agli ordini del Fatto.

E la politica sbianca. Il Palamaragate è stato seppellito: le Procure tacciono, i giornali censurano. Piero Sansonetti su Il Riformista il 6 Marzo 2021. Silenzio, signori. L’ordine di scuderia è quello lì: silenzio assoluto, si fa finta che non sia successo niente. “Non rispondete alle provocazioni, compagni”: mi ricordo che una volta si diceva così. La scuderia di cui parliamo è quella della premiata ditta Pm&giornali. Che più che una scuderia è un robusto partito politico e qui da noi in Italia fa il bello e il cattivo tempo. Dispone di armi di offesa molto affilate e di armi di difesa efficientissime. Le armi di difesa consistono nel seppellire qualunque magagna. C’è qualcuno che dice che sia un sistema sostanzialmente molto simile alla vecchia “omertà”. Un po’ più di un mese fa l’ex Pm Luca Palamara (che per anni è stato il capo del partito dei Pm) ha pubblicato un libro nel quale ha raccontato decine di episodi dai quali si deduce che i vertici della magistratura italiana non sono liberi ma vengono scelti e costruiti sulla base di puri e semplici giochi di potere, sono scelti dalle correnti al di fuori di ogni criterio di indipendenza, e si è scoperto che questi giochi di potere producono clamorose deviazioni nella giurisdizione, condizionano indagini, sentenze, uso del carcere. Uno scandalo che non ha precedenti, direi dai tempi del delitto Matteotti. È quella l’ultima volta che il potere ha dichiarato formalmente la sua intoccabilità: “ Se il fascismo è una associazione a delinquere – disse Mussolini – io ne sono il capo”. Nei giorni scorsi questo giornale ha denunciato altri due episodi clamorosi delle vicende di magistratopoli. Uno è stato raccontato anche in Tv, e riguarda il più importante giornalista giudiziario italiano (Bianconi, del Corriere della Sera) che – senza neppure scriverlo sul giornale – avvisò riservatamente Luca Palamara che a Perugia era in corso una inchiesta giudiziaria su di lui. Palamara non ne sapeva niente. Fuga di notizie. Reato. Colpevoli presunti i Pm di Perugia dell’epoca. Indagini? A noi non risulta. Risalto sui giornali? Zero. Proprio zero virgola zero. Il secondo episodio l’abbiamo denunciato due giorni fa con un articolo di Paolo Comi. Ci era stato detto che per un errore (o forse per una maliziosa intenzionalità) il trojan di Palamara si era spento proprio la sera del suo incontro a cena con Giuseppe Pignatone, nel quale si parlò della nomina del nuovo procuratore di Roma e di altre scelte di potere. Era una cosa molto grave. Ma abbiamo scoperto una cosa più grave ancora: non è vero che si era spento. Il trojan ha funzionato. Il file con l’intercettazione esiste, però è sparito. Chi l’ha fatto sparire? Dove è finito? Perché ci hanno mentito e su ordine di chi? Queste denunce sono cadute nel nulla. Sono fatti clamorosi ma i giornali non ne hanno neanche parlato. Perché? Ordini superiori? Del partito dei Pm, evidentemente, al quale i giornali aderiscono. Le cose, nel campo dell’informazione giudiziaria, da noi funzionano più o meno come a Cuba. Forse però la censura è anche più efficiente, da quando è morto Castro. L’unico che non è scappato via di fronte alla notizie, lo dico con stupore, è stato Massimo Giletti. E le procure? Le Procure tacciono. E i politici? Si sono nascosti sotto i tavolini dei loro banchi alla Camera, credo. Non se ne trova nessuno che abbia voglia di occuparsi del Palamaragate. Scotta. Per quel che ne so l’unica parlamentare che si è esposta e ha denunciato lo scandalo del trojan sparito è una parlamentare europea che si chiama Sabrina Pignedoli. Di che partito è? Dei 5 Stelle. E qui il mio stupore ha superato lo stupore per Giletti. È proprio così, spesso in politica succede quello che mai prevederesti. Grazie, onorevole Pignedoli, ci fai sentire un po’ meno soli. Noi comunque non ci adeguiamo all’ordine del silenzio. Continueremo a bussare alla porta delle Procure e a quella dell’opinione pubblica: C’è nessuno? Chissà, prima o poi magari qualcuno ci risponderà…

Parla l’ex pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. “Palamara è un ciclone, ma stampa e politica fanno finta di nulla”, parla Luigi Bobbio. Viviana Lanza su Il Riformista il 12 Febbraio 2021. «La questione non può restare isolata nella sua dirompente evidenza, anche se la stragrande maggioranza degli organi di informazione sembra aver steso un sudario su questa storia. Questa questione non può essere lasciata a qualcosa di estraneo e di esterno al tema generale di un’indifferibile e ormai urgentissima riforma non solo della magistratura, ma del sistema giustizia in generale». Luigi Bobbio è magistrato, ex senatore ed ex sindaco. Dopo la lunga esperienza come pm nel pool della Direzione distrettuale antimafia di Napoli è entrato in politica. «Dalla parte “sbagliata” – sottolinea tra virgolette -, cioè con la destra». Una scelta di campo per la quale ritiene di essere stato vittima «non dico di una volontà di colpirmi, ma della pesante suggestione negativa che la mia appartenenza politica poteva aver ispirato su alcuni magistrati», afferma ricordando i processi per corruzione e abuso d’ufficio dai quali è stato assolto con formula piena in Appello. «Non mi posso sottrarre a questa suggestione, a questa preoccupazione», aggiunge ripensando alla sua storia. E la preoccupazione di possibili finalità politiche sottese a una qualsivoglia indagine, un processo o sentenza torna a farsi strada adesso alla luce delle rivelazioni sul sistema di strapotere denunciato da Luca Palamara e descritto nel libro Il Sistema che l’ex esponente della magistratura ha scritto con il giornalista Alessandro Sallusti. «È un sospetto legittimo, un aspetto ulteriore della questione e certo non secondario», ribadisce Bobbio intervenendo al dibattito sollevato dal Riformista sul silenzio calato attorno ai retroscena  rivelati da Palamara. Gran parte della stampa tace, la politica non interviene. «Mi sarei aspettato che tutti i vertici degli uffici giudiziari nominati da questo Csm e da quello precedente rassegnassero le dimissioni per consentire di sgomberare il campo da qualsivoglia dubbio o sospetto circa la legittimità delle loro nomine, invece non è accaduto. Solo qualcuno ha fatto ricorso e sarà interessante sapere come sono andati a finire questi ricorsi», dice Bobbio. Palamara ha scoperchiato il vaso di Pandora facendo rivelazioni su nomine e retroscena che hanno riguardato le Procure di tutta Italia – Roma, Milano e Napoli comprese – e spingendo la magistratura in una crisi di credibilità dinanzi all’opinione pubblica. «Ora ci vuole una commissione d’inchiesta, sono stato tra i primi a dirlo – spiega Bobbio – Una commissione modellata sul tipo di quella bicamerale Antimafia, quindi con poteri inquirenti pieni, totali, assoluti, che possa acquisire gli atti, le intercettazioni e tutto il materiale che non è stato valutato. Ma chissà se c’è intenzione di valutarlo», aggiunge riflettendo sull’urgenza di una riforma. «Va attuato pienamente l’articolo 107 della Costituzione – osserva il giudice – Bisogna arrivare non solo alla separazione delle carriere ma andare oltre, fare in modo che dell’ordine giudiziario facciano parte solo i giudici mentre il pm deve diventare un organo amministrativo». Confinare la pubblica accusa in un ambito non più giurisdizionale comporterebbe una responsabilità automatica dei pm. Inoltre, secondo Bobbio, sono maturi i tempi anche per ragionare su una responsabilità diretta dei magistrati e su sanzioni per limitare il potere di interpretazione delle norme. «Ci vorrebbero un Parlamento e un Governo non legati alla difesa dell’establishment giudiziario, che non ne siano vittime o sudditi – ragiona Bobbio – E bisogna spezzare i legami con l’informazione che vive di Procure e con le Procure. Quella della normalizzazione del sistema giustizia è la madre di tutte le battaglie: nessun governo, anche con una maggioranza che ha ottenuto il cento per cento dei voti, potrà fare leggi senza che prima o poi una di queste passi per l’imbuto giudiziario rischiando di essere cancellata se non gradita a un certo tipo di magistratura». E sulla questione morale delle toghe? «Il magistrato deve uscire da questa dimensione corale e collettiva, deve tornare a essere solo con il fascicolo e applicare la legge al fatto concreto. Basta con questa visione organicistica della magistratura. Per difendere ruolo e potere si finisce per perdere considerazione e credibilità».

I giornali vengono scritti in Procura...Italia senza libertà di stampa: Corriere, Repubblica e Messaggero censurano caduta Prestipino. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Febbraio 2021. Se in Venezuela succede che una qualche autorità giudiziaria destituisce il Procuratore di Caracas, potete stare sicuri che il giorno dopo la notizia esce in prima pagina su tutti i giornali. Anche in Turchia è così. Perché? Perché in Venezuela e in Turchia esistono dei regimi illiberali, che tuttavia accettano un minimo di libertà di stampa. E se in un paese esiste almeno un piccolo spiraglio di libertà di stampa, nessun giornale rinuncia a dare in prima pagina una notizia clamorosa come la destituzione di uno degli uomini più importanti del paese. Perché, allora, in Italia, non succede così? Ieri la notizia del giorno era senza ombra di dubbio la destituzione di Michele Prestipino, capo della Procura di Roma, decisa dal Tar. La destituzione di Prestipino – giusta o ingiusta che sia – avrà delle conseguenze clamorose, e ancora difficilmente calcolabili, sugli assetti di potere nella magistratura italiana. E dunque sulla sua azione. Quasi tutti i giornali in passato hanno scritto questa semplice verità: il capo della Procura di Roma è una persona molto più importante e più potente di un ministro potente e importante. Voi immaginate cosa succederebbe se qualche autorità giudiziaria stabilisse la decadenza – per esempio – del ministro dell’Interno, o degli esteri, o della salute. Potete pensare che qualche giornale si risparmierebbe un titolo a tutta pagina, in prima? Non potete pensarlo. Volete sapere come i principali giornali italiani, ieri, hanno offerto ai loro lettori la notizia della destituzione di Michele Prestipino? Repubblica: non ha dato la notizia. Il Messaggero edizione nazionale: non ha dato la notizia, l’ha relegata in cronaca di Roma, con un articoletto. Il Corriere della Sera: un articoletto di poche righe a pagina 21, non in testa alla pagina, ma in fondo in fondo. Capisco che voi non ci crediate. Che pensiate che sia una mia trovata polemica. No, amici, è una cosa tristissima quella che sto scrivendo, ma è la pura e semplicissima verità. Come è possibile? Provo a spiegarlo: la libertà di stampa in Italia non esiste. Non c’è neppure quel piccolo spiraglio di libertà ammesso in regimi come quello venezuelano o quello turco. Per trovare paesi dove è possibile nascondere una notizia così grande, credo, bisogna spostarsi in Corea del Nord. Naturalmente la limitazione, anzi la soppressione della libertà di stampa, non riguarda tutto il campo dell’informazione. Per esempio – a differenza della Turchia e del Venezuela – l’Italia dispone della piena libertà di informazione sulla politica. Di una libertà quasi piena e comunque accettabile sull’economia, sullo sport, sulla cronaca nera. È sulla giudiziaria che la libertà è zero. Zero. Almeno nei grandi giornali e in gran parte delle testate televisive. Una notizia che riguardi la magistratura può essere pubblicata solo con il consenso della magistratura e secondo la versione della magistratura. La destituzione di Prestipino è una notizia molto complicata, che rischia di infastidire in ogni caso alcune correnti della magistratura. Quindi sparisce. Quando le notizie riguardano la magistratura, i giornali non si scrivono più in redazione: si scrivono in Procura. C’è da indignarsi? Forse. Comunque c’è da avere molta paura.

La polemica. Cantone contro il Riformista, criticato dai colleghi: “Non si mette il bavaglio alla stampa”. Ciriaco M. Viggiano su Il Riformista il 19 Gennaio 2021. C’è chi parla della libertà di stampa come «valore da difendere sempre e comunque» e chi stigmatizza iniziative che restituiscono «l’immagine di una magistratura intoccabile». Certo è che l’ultima mossa di Perugia Raffaele Cantone ha suscitato più di qualche perplessità tra le toghe napoletane. I fatti sono noti. L’ex presidente dell’Anac e attuale procuratore di Perugia ha chiesto al Csm di aprire una pratica a tutela dei magistrati della sua città. Una pratica a tutela dei pm dal nostro giornale che, nelle scorse settimane, ha denunciato alcuni aspetti della vicenda di Luca Palamara, al centro delle “trattative” tra le diverse correnti della magistratura per le nomine negli uffici giudiziari: il fatto che le chat estratte dal suo telefono a giugno 2019 siano state trasmesse al Csm con 11 mesi di ritardo e che il trojan inoculato nel suo cellulare sia stato disattivato in concomitanza della cena con l’ex procuratore romano Giuseppe Pignatone. Tanto è bastato perché Cantone, capo della Procura che indaga su Palamara, attivasse la procedura finalizzata a ottenere una manifestazione di solidarietà pubblica dall’organo di autogoverno della magistratura. L’iniziativa, però, non è condivisa da tutti i giudici. Perplesso è Raffaele Marino, già procuratore di Torre Annunziata e oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d’appello di Napoli: «Le pratiche a tutela si sono diffuse all’epoca di Craxi prima e Berlusconi poi, quando si avvertì l’esigenza di tutelare i titolari di inchieste scottanti dagli attacchi della politica. Oggi, davanti ai presunti attacchi della stampa e in un momento in cui il prestigio della magistratura vive una fase di appannamento dovuta a pratiche non commendevoli, invocare l’apertura di una pratica a tutela rischia di essere inopportuno o addirittura controproducente perché afferma l’idea di una magistratura intoccabile». Insomma, l’idea che tutti i cittadini possano essere criticati eccezion fatta per i magistrati va respinta. Di qui il discorso si sposta sulla libertà di stampa che, a giudicare dall’iniziativa assunta da Cantone, qualcuno vorrebbe limitare. «È un valore che va riaffermato e difeso – prosegue Marino – D’altro canto, delle chat di Palamara si è saputo poco attraverso gli atti del procedimento disciplinare e della vicenda penale. Il resto non si conosce se non attraverso il servizio reso dalla stampa. E, in questa fase, è bene che tutti, cittadini comuni e magistrati, conoscano certe dinamiche che caratterizzano il potere giudiziario». Il parere di Marino è ancora più significativo se si pensa che il sostituto procuratore generale di Napoli è tra i circa 50 magistrati che hanno chiesto a Palamara di rendere noto il contenuto di messaggi sui quali vige ancora il massimo riserbo. Segno che, in alcuni settori della magistratura, l’esigenza di trasparenza è avvertita con particolare forza. Sulla vicenda interviene anche Tullio Morello, magistrato in forza alla sezione penale del Tribunale di Napoli che per anni ha ricoperto il ruolo di giudice per le indagini preliminari: «Libertà di stampa ed esigenza di riservatezza delle indagini sono valori che non di rado confliggono, ma tra i quali bisogna trovare un equilibrio all’interno di quel percorso spesso tortuoso e complesso come le indagini». Ciò significa che il lavoro dei giornalisti non può e non deve ostacolare quello dei magistrati e viceversa. «La libertà di stampa è un valore importante – conclude Morello – Certo, non deve in alcun modo pregiudicare le indagini, ma ciò non esclude che un giornalista possa e debba svolgere il proprio lavoro in modo efficace ed esaustivo, magari cercando il classico scoop, o rivolgere critiche a pm e giudici».

Cosa è successo a Perugia nell’estate del 2019? Cantone vuole censurare il Riformista: “La libertà di stampa ha un limite”.

Piero Sansonetti su Il Riformista il 14 Gennaio 2021. Il Procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, ha chiesto al Csm di aprire una “pratica a tutela” dei magistrati della sua città. Perché e contro di chi? Contro il Riformista che nei giorni scorsi ha riferito, sul celebre Palamaragate, notizie che non piacciono a Cantone. E cioè ha raccontato come le chat estratte dal telefono di Luca Palamara ai primi di giugno del 2019 furono mandate al Csm con 11 mesi di ritardo. Solo dopo che il Csm, senza conoscere le chat e i nomi dei magistrati implicati, aveva deciso un bel giro di nuove nomine nelle Procure e nei tribunali. E poi il Riformista ha anche spiegato come e perché fu silenziato il trojan di Palamara in occasione della cena che lui ebbe con l’ex procuratore di Roma Pignatone e con altri alti magistrati, cena il cui piatto forte, molto probabilmente, fu la nomina del nuovo procuratore di Roma. (Il trojan è quel marchingegno che permette di trasformare un cellulare in un telefono spia che trasmette tutto ciò che avviene attorno a lui). E infine il Riformista ha chiesto conto anche degli Sms che stavano nel telefono di Palamara (e anche quelli furono estratti dal Gico della Guardia di Finanza) e che pare non siano stati inseriti nel fascicolo a carico di Palamara. Cantone sostiene invece che gli Sms furono tutti consegnati e inseriti, però non ci ha detto (ne lo ha detto a Palamara) dove siano. Siccome noi abbiamo scritto queste notizie, e siccome non risulta che su questi fatti sia stata aperta nessuna inchiesta giudiziaria, Cantone ha chiesto al Csm questa famosa pratica a tutela. Cosa sia una pratica a tutela non si sa bene. Potrebbe essere una semplice dichiarazione di “intoccabilità” che vada ad arricchire il curriculum dei magistrati ritenuti responsabili delle mancanze investigative che noi abbiamo segnalato, oppure forse di qualche iniziativa più forte che possa ottenere il risultato di silenziare i giornali indisciplinati, cioè il Riformista. Naturalmente si tratta di un attacco violento e diretto alla libertà di stampa, e dunque anche alla Costituzione, che non credo abbia molti precedenti. E io immagino che l’Ordine dei Giornalisti vorrà intervenire a difesa del principio costituzionale e a difesa del diritto ad informare nostro o di altri giornali ai quali venisse voglia di ficcare il naso sul Palamaragate (senza scottarsi). Se passasse l’idea che in Italia è persino formalmente proibito ai giornali di criticare la magistratura, e addirittura è vietato dare notizie relative al lavoro dei Pm, diventerebbe molto difficile parlare del nostro paese come di un grande paese a democrazia liberale. Capisco l’obiezione: in realtà è già così. Si contano sulla punta di una mano i giornali che si sono occupati del “palamaragate”, dal momento in cui si è capito che era uno scandalo che coinvolge centinaia, o forse anche migliaia di magistrati, e che getta un’ombra di fango molto larga sull’istituzione magistratura. Ma questa non è un’obiezione seria. Il fatto che in Italia quasi tutti i giornali abbiano accettato una sudditanza e giurato obbedienza alle Procure (non alla magistratura: alle Procure) non ci autorizza ad accettare che il divieto di critica alle Procure diventi un divieto formale sancito dalla giurisprudenza. In Italia, nell’ultimo secolo e mezzo, almeno, solo il fascismo ha imposto la censura ai giornali, cioè quella che viene chiesta oggi nei nostri confronti. Nei giorni scorsi vi ho elencato i nomi dei magistrati o ex magistrati, che mi hanno querelato, o hanno querelato il mio editore, perché innervositi dalle critiche ricevute. Tutti nomi altisonanti: l’ultimo è stato Gian Carlo Caselli (col quale, oltretutto, avevo avuto in passato un rapporto quasi di amicizia) prima di lui Di Matteo, Scarpinato, Lo Forte, Gratteri, Davigo, Esposito (2: padre e figlio) e qualcun altro che ora non mi viene in mente (e mi scuso per l’eventuale omissione). Adesso si aggiunge Cantone. Dei nomi di grido mi mancano – a occhio – solo Ingroia, Greco, Prestipino e Melillo. Credo che l’iniziativa di Cantone vada interpretata nello stesso modo nel quale ho interpretato le querele: un sistema per intimidire il giornalista, metterlo in guardia, spingerlo a mollare la presa. Il problema per me è complicato: personalmente sono molto favorevole all’idea di lasciarmi intimidire e mollare la presa. Sempre. Io tendo a privilegiare il primum vivere a valori francamente molto vaghi ed effimeri, e inutili forse, come il coraggio. Il coraggio a me pare estetica. Il problema è che essendo il Riformista l’unico quotidiano cartaceo (radio radicale è una radio) che si occupa costantemente e criticamente delle vicende della magistratura, e che non concede mai nessuno sconto al partito dei Pm ( e alla loro rappresentanza parlamentare, che in questa fase è il dominus del governo) non possiamo permetterci il lusso di lasciarci intimidire. Se sparissimo anche noi, cosa resterebbe della libertà di stampa? Per finire vorrei fare due domande a Cantone e ai suoi colleghi. Noi abbiamo denunciato dei fatti gravi. Compreso il silenziamento intenzionale del trojan di Luca Palamara (un atto evidente di intralcio alle indagini). Quantomeno su questo fatto e sul ritardo nella consegna degli whatsapp di Palamara non abbiamo ricevuto nessuna smentita. Qualcuno, nelle Procure, ha aperto un’inchiesta, magari piccola piccola, magari ben strutturata allo scopo di farsi archiviare al più presto, ma almeno una inchiestuccia? A me non risulta. E invece risulta che nel corpo della magistratura ci sono molti malumori. Migliaia di magistrati, che lavorano sodo e correttamente, sono un po’ indignati per il modo nel quale il Palamaragate viene messo sotto il tappeto. Qualche giorno fa una cinquantina di magistrati hanno scritto a Palamara per chiedergli di renderli noti lui gli Sms, visto che la magistratura non li rende noti. E’ abbastanza grave, no? Gli stessi magistrati non si fidano più della magistratura e cercano le verità per vie private. Gli piace questa cosa a Raffaele Cantone? Seconda domanda, questa rivolta alla procura di Firenze, che è quella designata a indagare sulla procura di Perugia. Capisco che il vostro organico, al momento, è impegnato nella caccia a Renzi e che è una caccia difficilissima perché non si trova uno straccio di indizio per nessun reato. E oltretutto Renzi rema contro. Però almeno un sostituto – magari il più giovane – non potrebbe essere distaccato, anche solo per una settimana, per cercare di capire che è successo a Perugia nell’estate del 2019?

Il nuovo tipo di giornalismo. Il Fatto censura intervista di Marco Lillo ad Alfredo Romeo sul caso Consip. Redazione su Il Riformista il 23 Dicembre 2020. Il direttore del Riformista Piero Sansonetti in un video pubblicato sui suoi canali social racconta la storia dell’intervista di Marco Lillo ad Alfredo Romeo censurata. “Vi devo raccontare una storia fantastica di giornalismo moderno. La storia di un’intervista. Solitamente il giornalista fa le domande, l’intervistato risponde. Al Fatto Quotidiano hanno inventato una nuova forma di interviste. Il giornalista fa le domande e l’intervistato deve rispondere come vuole l’intervistatore“. “Marco Lillo – prosegue Sansonetti – un investigatore ed è vice direttore del Fatto Quotidiano ha chiesto una intervista a Romeo sul caso Consip. Romeo ha accettato qualsiasi domanda e chiesto solo di farla per iscritto. Marco Lillo dopo un po’ di tempo gli ha inviato diecimila battute di domande, quasi da Pm, non da giornalista. Romeo ha risposto a tutte le domande e ha compilato diecimila battute anche lui. A quel punto Lillo ha detto che era troppo lunga… Fa così una sintesi di settemila battute cambiando domande e risposte. A quel punto Romeo ha detto che è un atto di censura. Lillo quindi ha chiesto a Romeo di rispondere alle nuove domande e di non superare in totale (con le domande), le 10mila battute totali“. “Nell’intervista c’è un po’ tutto – sottolinea Sansonetti –, dall’accanimento dei Pm alla lotta tra le procure di Roma e Napoli e il fatto che ci va sempre in mezzo Romeo. Romeo racconta tutto, racconta le cose, critica i Pm, il gip Sturzo che l’ha arrestato e tenuto sei mesi in prigione. Lillo legge l’intervista e poi dice: “Io non la posso pubblicare”. Ma come non la può pubblicare? E Lillo dice che le risposte possono essere offensive e ingiuriose nei confronti dei magistrati…“. “Lillo quindi alla fine ha deciso di non pubblicare l’intervista a Romeo. Questo apre una riflessione: sul tipo di giornalismo che si sta affermando in Italia. E’ attività dei Pm e delle procure che ha la sua espressione cartacea in alcuni giornali che escono nelle edicole, ma ci dice molte cose sulla vicenda Consip… una brutta storia. L’intervista a Romeo – conclude Sansonetti – è il primo caso di giornalista che si censura da solo“.

Il “livello superiore”: incontri giornalisti-giudici, raccomandazioni per i figli e le inchieste politiche. Palamara racconta. Da zonedombratv.it il 27 gennaio 2021. L’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati e ex membro del Csm, Luca Palamara, torna a raccontare quel mondo giudiziario di cui ha fatto parte fino a poco tempo fa. Il “livello superiore”. Fino a quando non è stato radiato dall’ordine giudiziario per la prima volta nella storia della magistratura. Palamara torna sulla vicenda e racconta ad Alessandro Sallusti, nel libro “Il Sistema – Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana” cosa sia il ‘Sistema’ che ha pesantemente influenzato la politica italiana.

“Quando ho toccato il cielo, il Sistema ha deciso che dovevo andare all’inferno”. Una carriera brillante avviata con la presidenza dell’Associazione nazionale magistrati a trentanove anni. Palamara a quarantacinque viene eletto nel Consiglio superiore della magistratura e, alla guida della corrente di centro, Unità per la Costituzione, contribuisce a determinare le decisioni dell’organo di autogoverno dei giudici. A fine maggio 2019, accusato di rapporti indebiti con imprenditori e politici e di aver lavorato illecitamente per orientare incarichi e nomine, diventa l’emblema del malcostume giudiziario. “La sinistra orienta i giudici e la stampa non è libera”: parola di Luca Palamara. “Tutti quelli – colleghi magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni molti dei quali tuttora al loro posto – che hanno partecipato con me a tessere questa tela erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo”, sostiene Palamara. Il “Sistema” di cui si parla nel libro “è il potere della magistratura, che non può essere scalfito: tutti coloro che ci hanno provato vengono abbattuti a colpi di sentenze, o magari attraverso un abile cecchino che, alla vigilia di una nomina, fa uscire notizie o intercettazioni sulla vita privata o i legami pericolosi di un magistrato. È quello che succede anche a Palamara: nel momento del suo massimo trionfo (l’elezione dei suoi candidati alle due più alte cariche della Corte di Cassazione), comincia la sua caduta”. “Io non voglio portarmi segr