Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

“Tutto il sistema è fatto in modo che l’uomo, senza neppure accorgersene, comincia sin da bambino a entrare in una mentalità che gli impedisce di pensare qualsiasi altra cosa. Finisce che non c’è nemmeno più bisogno della dittatura ormai, perché la dittatura è quella della scuola, della televisione, di quello che ti insegnano. Spegni la televisione e guadagni la libertà.” Tiziano Terzani

Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

Finestra di Overton. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. A sinistra la finestra di Overton che evidenzia come viene accolto un concetto in base al grado di libertà, a destra le nuove idee che possono debuttare come incomprensibili, possono nel tempo diventare ben accette

La finestra di Overton è un concetto introdotto dal sociologo Joseph P. Overton.

Descrizione. Overton descrisse una gamma di situazioni da "più libera" a "meno libera", alle quali sovrapporre la finestra delle "possibilità politiche" (ciò che politicamente può essere preso effettivamente in esame). Per semplicità le varie situazioni possono essere associate, per quanto riguarda l'atteggiamento dell'opinione pubblica, a una serie di aggettivi:

inconcepibile (unthinkable)

estrema (radical)

accettabile (acceptable)

ragionevole (sensible)

diffusa (popular)

legalizzata (policy)

A seconda di come la finestra si sposta o si allarga sullo spettro delle idee, un'idea può diventare più o meno accettabile. Un esempio preso da un fatto storico è quello del proibizionismo degli alcolici. Negli Stati Uniti c'è stato un periodo intorno al 1930 nel quale è stata considerata "ragionevole" l'idea di vietare la vendita di alcolici, e di fatto tale divieto è stato imposto per legge in alcune contee. Ma poi la finestra delle "possibilità politiche" si è spostata, e oggi la stessa idea nello stesso paese viene considerata inconcepibile o quanto meno estrema, e non più politicamente proponibile. La finestra di Overton è un approccio per identificare le idee che definiscono lo spettro di accettabilità di politiche governative. I politici possono agire soltanto all'interno dell'intervallo dell'accettabile. Spostare la finestra implica che i sostenitori di politiche al di fuori della finestra persuadano l'opinione pubblica ad espandere la finestra. Al contrario sostenitori delle politiche attuali, o simili all'interno della finestra, cercano di convincere l'opinione pubblica che politiche al di fuori della finestra dovrebbero essere considerate inaccettabili. Secondo Lehman, che ha coniato il termine: "Il più comune malinteso è che i legislatori stessi si occupano dello spostamento della finestra di Overton.". Sempre secondo Lehman, il concetto è solo la descrizione di come funzionino le idee, non l'appoggio a proposte di politiche estreme. In un'intervista al New York Times, disse: "Spiega soltanto come le idee diventano o passano di moda, nello stesso modo in cui la gravità spiega perché qualcosa cade al suolo. Posso usare la gravità per far cadere un'incudine sulla tua testa, ma questo è sbagliato. Potrei anche usare la gravità per lanciarti un salvagente, e questo sarebbe giusto." Ma data la sua incorporazione nel discorso politico, altri hanno usato il concetto di spostare la finestra per promuovere idee al di fuori di essa, con l'intenzione di rendere accettabili idee non convenzionali.

Carmen Scelsi: Dedicato...a chi non conosce la finestra di Overton. La finestra di Overton. Joseph Overton, sociologo e attivista statunitense: "nei suoi studi cercava di spiegare i meccanismi di persuasione e di manipolazione delle masse, in particolare di come si possa trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata.

Tecniche affinate che gli esperti di pubblicità e marketing ben conoscono e sempre di più vengono applicate su scala globale dai think tank dell’economia e della politica per orientare il modo di pensare e le inclinazioni dell’opinione pubblica.

In fondo è lo schema tipico delle dittature. Ci si chiede infatti, spesso a posteriori, come interi popoli, non solo e non sempre a seguito di pressioni violente, abbiano potuto a un certo punto trovarsi a pensare tutti nello stesso identico modo e a condividere supinamente stili di vita prima nemmeno immaginabili, per ritrovarsi infine rinchiusi in una caverna di prigionia, come nella fiaba del Pifferaio Magico.

Eppure è successo e succede. Anzi nell’era di internet e dell’intelligenza artificiale - che ai tempi di Overton era appena agli albori – si sono spalancati nuovi sconfinati orizzonti, dove paiono materializzarsi scenari degni dei romanzi distopici di Orwell e Benson, dominati da invisibili grandi fratelli e padroni del mondo. Overton studia il percorso e le tappe attraverso le quali, ogni idea, sia pur assurda e balzana, può trovare una sua “finestra” di opportunità. Qualunque idea, se abilmente e progressivamente incanalata nel circuito dei media e dell’opinione pubblica, può entrare a far parte del mainstream, cioè del pensiero diffuso e dominante. Comportamenti ieri inaccettabili, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature."" Siamo partiti con l'inno d'Italia sul balcone...siamo arrivati a quattro ondate, tre o quattro punturine, un antinfluenzale....e un'emergenza infinita con fine di ogni libertà. 

96. L’altezza dei quadri. Alessandro D’Avenia su Il Corriere della Sera il 14 novembre 2021. «Che cosa fare se un ragazzo cerca il buio? Rifiuta i libri in giro per casa o che portano luce, e dà da leggere Fight club al fratello minore, che lo divora? Lo ha attratto un linguaggio volgare, forse la sensazione di una libertà senza regole. Cercherò di ascoltare le sue impressioni, ma non sarà facile. Ho letto l’Appello, me lo ha regalato quello stesso figlio, ma lui non ha intenzione di leggerlo». In tante lettere, come questa di una madre amareggiata, mi viene chiesta la soluzione educativa ideale. Rispondo sempre: non lo so, ma la soluzione ideale siete voi. Il manuale del perfetto educatore fa perder di vista (e di vita) il presente che, nel suo darsi faticoso, è l’unico spazio educativo efficace. Educare non è costringere la vita in una regola o idea, ma aiutare la vita a fiorire: le soluzioni sono celate nelle occasioni. Se l’educatore non vive come fallimento personale e conseguente sterile senso di colpa la sfida lanciata dal bambino/adolescente, potrà trasformarla in occasione di crescita di sé (sono loro a far maturare noi) e dell’altro (di che cosa ha bisogno adesso?): loro mettono alla prova le nostre verità per capire se sono regole vuote o fondamento solido per vivere felici. Dice uno scrittore di cui amo la lucidità: «L’altro giorno ho appeso un quadro e ho chiesto a mio figlio, che ha tre anni, se andava bene. No, mi ha risposto seccato, devi metterlo lì. E indicava un punto molto più vicino a terra. Aveva ragione, era lì che andava messo perché lui potesse vederlo bene. Nel mondo dei bambini tutti i quadri sono appesi troppo in alto». «Ed ecco — continua lo scrittore — che all’educatore ideale si pone il problema: a che altezza è giusto appendere i quadri? C’è chi sceglie il compromesso in nome dell’armonia e attacca i quadri a metà tra il pavimento e l’altezza di prima, così che entrambe le parti vedranno ugualmente male. Oppure c’è l’educatore che smette di avere una vita propria da quando ha dei figli. E appenderà i quadri così bassi che i genitori saranno costretti a mettersi in ginocchio per vederli. E infine c’è il tiranno che, a fini educativi, appende i quadri appena sotto al soffitto, per tutto ciò che ha patito da bambino. Ma quel che più interessa è la reazione del vero educatore. È lecito supporre che lascerà il quadro all’altezza a cui sta meglio e insegnerà al bambino ad usare la sedia in modo adeguato» (Stig Dagerman, Difficoltà dei genitori). Le scelte educative «ideali» sono quelle in cui la crisi diventa ispirazione per il nuovo anziché ripetizione stanca di abitudini e regole, che magari noi per primi non viviamo. Per esempio come può un ragazzo moderare l’uso del cellulare se chi lo educa fa il contrario? Nello stesso scritto Dagerman racconta di una coppia i cui figli piccoli non vogliono dormire e continuano a saltare sul letto. Il padre li minaccia di portarli fuori nel buio per una passeggiata: «Fuori pioveva e c’era buio pesto; finalmente si fece silenzio nella camera dei bambini. Salvi! Sospirarono di sollievo i genitori, finché non scoprirono la causa del silenzio. I bambini si erano precipitati a vestirsi per andare a fare la passeggiata promessa. Non restava che rassegnarsi a uscire alla pioggia e al buio; i bambini erano terribilmente svegli e il tonto padre capì che quella che per lui doveva essere una punizione era stata accolta da loro come una fantastica avventura». I bambini si divertono un mondo ma anche il padre, sorpreso del risultato ottenuto: si trattava di incanalare creativamente e costruttivamente l’energia dei figli, non di reprimerla. «Fu una passeggiata memorabile. Quando erano rientrati, i bambini s’erano addormentati all’istante, mentre lui era rimasto alzato a meditare sull’educazione dei figli». Per educare bisogna meditare sulla «follia» dei ragazzi, cercando nell’occasione, non nella regola, la soluzione che allarga il senso della vita. E così più che correggere i sentimenti dei figli per Fight Club, marito e moglie potrebbero leggere il libro di Palahniuk per cogliere dove incanalare l’energia distruttiva che seduce l’adolescente, il quale distrugge solo quando non riesce a creare. E poi osare, sfidando la libertà sregolata di una narrazione in cui la violenza è protesta contro un sistema che rende schiavi: vivere una giornata senza regole in cui i genitori non fanno la spesa, non cucinano, staccano la luce di cui pagano la bolletta... e se i figli si ribellano, rispondono a parolacce o con il bastone in mano. Trasformare casa in Fight Club è certo rischioso, ma gli effetti potrebbero sorprendere: la realtà educa, regole e parole non bastano mai. I ragazzi sperimenterebbero che l’ipotesi narrativa del romanzo è provocatoria e parziale, e i genitori scoprirebbero che i figli stanno solo cercando dove indirizzare le loro energie. E comunque è bello avere un figlio che regala un libro che la madre amerà: lui la conosce, lei ha un’occasione per conoscere lui, grazie a Fight Club.

PLAGIO E VERITA’. LA CRONACA PUO’ DIVENTARE STORIA?

"La storia insegna, ma non ha scolari" (Antonio Gramsci).

E per questo siamo condannati a riviverla, con tutte le sue atrocità.

Antonio Giangrande: “stavolta io sto con Roberto Saviano”.

Intervento di Antonio Giangrande, scrittore tarantino, autore di decine di saggi d’inchiesta.

Lo scrittore napoletano, autore di “Gomorra” e “Zerozerozero”, è accusato di aver inserito delle frasi altrui nei suoi libri, tratte da fonti non citate. Saviano si difende: “è cronaca…e la cronaca appartiene a tutti”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Come far sì che si parli di questioni delicate e pericolose che gli scribacchini non fanno? Come si fa a far conoscere situazioni locali e temporali su tutto il territorio nazionale e raccontate da autori poco conosciuti?

Quello che succede quotidianamente davanti ai nostri occhi è quello che vedono tutti e non ci sono parole diverse per raccontarlo. I racconti sono coincidenti. Possono cambiare i termini, ma i fattori non cambiano. Gli scribacchini, poi, nel formare i loro pezzi, spesso e volentieri si riportano alle veline dei magistrati e delle forze dell’Ordine.

Ergo: E’ una bestialità parlare di plagio.

E poi, l’informazione di regime dei professionisti abilitati alla conformità non è tutta un copia ed incolla?

Si deve sempre guardare il retro della medaglia. Come per esempio: si dice che i soldi vadano ai migranti e ce la prendiamo con loro. Invece i soldi vanno ai migranti tramite le cooperative di sinistra e della CGIL. Ergo: Ai migranti quasi niente; alla sinistra i soldi dell'emergenza ed i voti dei futuri cittadini italianizzati. Ecco perchè i comunisti sono solidali fino a voler mettere i mussulmani nelle canoniche delle chiese cristiane. Quegli stessi mussulmani che in casa loro i cristiani li trucidano. Poi per l’aiuto agli italiani non c’è problema: se sei di sinistra, hai qualsiasi cosa: case popolari, anche occupate, e sussidi ed occupazioni nelle cooperative. Se sei di destra, invece, vivi in auto da disoccupato, non per colpa della sinistra, ma perché quelli di destra ed i loro politici son tanto coglioni che non sanno neppure tutelare se stessi.

A proposito dell’invasione dei mussulmani senza colpo ferire….diamo proposte e non proteste. Se lo sbarco incontrollato dei clandestini è dovuto alla guerra fratricida nei loro paesi: fermiamo quella guerra con una guerra giusta sostenendo la ragione. Per molto meno si è bombardato l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia, senza aver un interesse generale europeo, se non quello di assecondare le mire americane. E poi, dalla patria in fiamme non si scappa, ma si combatte per la sua liberazione. Gli italiani non sono scappati in Africa dalla occupazione tedesca. O i comunisti hanno combattuto non per liberare l’Italia ma per consegnarla all’URSS? Se il motivo dello sbarco incontrollato dei clandestini è quello economico, evitiamo di farci espropriare il nostro benessere ottenuto con sacrifici. Per la sinistra è un sistema che vale in termini elettorali, ma è ingiusto. Difendiamoci dall'invasione in pace. Apriamo aziende nei luoghi di espatrio dei clandestini. Imprese finanziate da quei fondi destinati a mantenere gli immigrati a poltrire in Italia. In alternativa tratteniamo i più giovani di loro per dargli una preparazione ed una istruzione specialistica, affinchè siano loro stessi ad aprire le aziende.

E comunque, senza parer razzista…In Italia basterebbe far rispettare la legge a tutti, compreso i clandestini, iniziando dalla loro identificazione, e se bisogna mantenere qualcuno, lo si faccia anche con gli italiani indigenti. Per inciso. Non sono di nessun partito. Non voto da venti anni, proprio perché sono stufo dei quaquaraqua in Parlamento e di quei coglioni che li votano.

La sinistra usa la stessa solidarietà adottata con i migranti come nella lotta alla mafia: farsi assegnare i beni confiscati e farli gestire da associazioni o cooperative vicine a loro a alla CGIL o a Libera, che è la setta cosa.

Io ho trovato un sistema affinchè non sia tacciato di mitomania, pazzia o calunnia: faccio parlare chi sul territorio la verità scomoda la fa diventare cronaca ed io quella realtà contemporanea la trasformo in storia affinchè non si dimentichi.

Io generalmente non sto con Saviano: per il suo essere di sinistra con quello che comporta in termini di difetti ed appoggi. La sinistra, per esempio, non dice che mafia ed antimafia, spesso, sono la stessa cosa, sol perché l’antimafia è da loro incarnata. Ma stavolta io sto con Saviano perché la verità appartiene a tutti e noi abbiamo l’obbligo di conoscerla e divulgarla. Saviano ha raccontato una realtà conosciuta, ma taciuta. Verità enfatizzata e strumentalizzata dalla sinistra tanto da renderla nociva. Può aver appreso da scritti altrui? Può darsi. Basta che sia verità. Se qualche autore vuol speculare sulla verità raccontata, allora la sua dignità vale quanto la moneta pretesa. Se poi chi critica ed aizza mesta nel fango, questi vuol distogliere l’attenzione sulla sostanza del contenuto, anteponendo artatamente la forma. Ed i lettori, in questa diatriba, non guardino il dito, ma notino la luna.

Io, da parte mia, le fonti le cito, (eccome se le cito), per dare credibilità alle mie asserzioni e per dare onore a chi, nelle ritorsioni, è disposto con coraggio a perdere nel nome della verità in un mare di viltà. I miei non sono romanzi, ma saggi da conoscere e divulgare. Perché noi dobbiamo essere quello che noi avremmo voluto che diventassimo. E delle critiche: me ne fotto.

Ernesto Galli della Loggia per il Corriere della Sera il 6 novembre 2021. Essere culturalmente e ideologicamente, non politicamente, conservatori in Italia è facile. Anche perché fondamentalmente conservatore, come si sa, è il nostro Paese. Ma è facile esserlo in privato. Non è facile per nulla, invece, avere una voce di tipo conservatore nel dibattito pubblico. Esprimere un punto di vista diverso, magari critico o addirittura contrapposto rispetto alla cultura progressista, ma con la speranza che tale punto di vista non venga bollato all'istante come inconcepibile, retrogrado, privo di qualunque ragionevolezza, magari espressione di una cieca disumanità. Ma al contrario entri, come dicevo sopra, nell'arena pubblica, nel circuito dei media che contano. L'ennesima riprova si è avuta dalle reazioni al voto contrario del Senato sul disegno di legge Zan. «Vergognatevi» ha titolato l'indomani un quotidiano a tutta pagina, rivolgendosi evidentemente agli oppositori della legge ed esprimendo in una sola parola il sentimento largamente prevalente in tutto il sistema dei media più accreditati. Ma vergognarsi di cosa? No di certo del fatto che la bocciatura fosse avvenuta con il voto segreto, immagino, dal momento che, guarda caso, proprio con un eguale voto segreto - deciso allora dal presidente Fico e nell'assenza di qualunque protesta - la legge passò un anno fa alla Camera, un particolare tuttavia pudicamente sottaciuto dal fronte degli odierni scandalizzati. I quali invece si servono oggi dell'uso da parte dei loro avversari del voto segreto per dipingerli come una subdola congrega di congiurati usi a colpire nell'ombra. Inoltre, visto che come i fatti hanno mostrato la maggioranza del Senato era contraria alla legge, mi chiedo: i sostenitori della legge Zan pensano forse che invece sarebbe stato meglio, più conforme alle regole della libera rappresentanza, che il voto palese avesse obbligato gli avversari della legge a votare contro il proprio convincimento? È questo che bisogna intendere per democrazia parlamentare? Di che cosa, allora, avrebbero dovuto vergognarsi gli oppositori della legge? Suppongo di non voler proteggere chi è vittima di disprezzo o di aggressione a causa del proprio orientamento sessuale, e perciò di essere più o meno larvatamente a favore della discriminazione e della violenza contro omosessuali, trans ecc. E sicuramente è questa oggi la convinzione della stragrande maggioranza dell'opinione pubblica progressista. La quale però, mi pare che non abbia avuto modo di riflettere a sufficienza su due punti importanti della legge Zan. Sull'articolo 4 - che nelle materie di sesso stabiliva essere assicurata a chiunque la «libera espressione di convincimenti ed opinioni purché non idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori e violenti» - e sull'articolo 7 che stabiliva una giornata nazionale, da celebrare nelle scuole, contro l'omofobia, la transfobia, ecc. al fine tra l'altro di «contrastare i pregiudizi motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere». Bene. Ma chi decide quale convincimento o opinione è o non è «idoneo» a determinare un «pericolo concreto» di violenza legato all'orientamento sessuale? E chi decide nella medesima materia la differenza tra un giudizio (consentito) e un «pregiudizio» (viceversa sanzionato)? È ammissibile allora, mi chiedo, trattandosi di un bene tra quelli supremi garantiti dalla Costituzione come la libertà di pensiero, una tale vaghezza? Un tale indeterminato ricorso all'opinione di questo o quel tribunale? Personalmente sono sicuro che in grande maggioranza anche l'opinione progressista del Paese una simile domanda non avrebbe mancata di porsela. Ovviamente a una condizione: se essa fosse stata adeguatamente informata circa la legge di cui stiamo parlando. Qui si tocca il punto nevralgico di cui dicevo all'inizio. Il fatto cioè che nel nostro Paese in specie dopo la scomparsa politica dei cattolici e l'avvento di una società massicciamente secolarizzata è diventata estremamente difficile l'espressione pubblica di un punto di vista che non accetti a occhi chiusi il punto di vista della cultura progressista. Riemerge con forza l'antica mancanza di educazione democratica del Paese sicché qualsivoglia opinione dissenziente tende a essere immediatamente classificata come puramente reazionaria e a essere quindi messa al bando. È in questo clima che una voce di orientamento conservatore opposta al dominio del politicamente corretto diviene pressoché impossibile. O per essere più precisi, un tale punto di vista può benissimo essere manifestato ma è quanto mai improbabile che esso venga preso realmente in considerazione dalla discussione pubblica ufficiale e trattato come un normale elemento del dibattito culturale alla pari con quelli di segno contrario. Nell'arena pubblica specie radiotelevisiva capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente stigmatizzato come indegno di vera considerazione. Al massimo trattato soltanto come frutto di una posizione puramente politica, ridotto in sostanza a un'espressione di partito. Esso viene sottoposto cioè a un meccanismo di depotenziamento e soprattutto di declassamento. Viceversa il punto di vista ispirato ai canoni del politicamente corretto progressista viene sempre presentato come un punto di vista che ha sì conseguenze di tipo politico, ma che soprattutto è suffragato dalla più accreditata modernità culturale. Cioè dal bene per antonomasia. Negli studi televisivi che fanno opinione la modernità diviene un feticcio solo da adorare; quanto poi pensa o decide l'Europa assurge a compimento del progresso e delle sue prescrizioni politiche o morali. Tanto è vero che nel dibattito televisivo di prammatica a illustrare queste ultime sarà di regola chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega o di Fdi, al massimo il giornalista di qualche foglio di destra. I temi etici o attinenti i costumi sessuali costituiscono l'ambito elettivo di questa finta discussione alla pari di cui si compiace 24 ore su 24 praticamente l'intero sistema dei media del Paese o perlomeno quelle sue parti che contano. Realizzando così la virtuale esclusione dal dibattito pubblico di un gran numero di cittadini. Ma nelle società attuali essere esclusi dal dibattito pubblico significa di fatto essere esclusi dalla democrazia, dal suo cuore pulsante di ogni giorno, significa non essere riconosciuti, vedersi negata una rappresentanza essenziale, forse più essenziale di quella elettorale. Significa essere dichiarati cittadini di serie B e quindi spinti a rinunciare a partecipare alla vita pubblica o ad abbracciare posizioni di rottura. Significa la trasformazione del regime democratico in un'insopportabile oligarchia di depositari della virtù civica e della presunta verità dei tempi.

Gabriele Barberis per "il Giornale" l'8 novembre 2021. Occuparsi delle bizzarrie buoniste di Laura Boldrini, questo sì che non è normale. Il Covid rallenta ma non sparisce, i No green pass sono sempre più rabbiosi, ma l'ex presidente della Camera tenta un po' pateticamente di riscrivere un'agenda politica che l'ha cancellata come un inquilino molesto sfrattato a fine contratto. Nella sua domenica, tanto social e poco operosa a giudicare dallo sforzo prodotto, si affida a twitter per promuovere il suo nuovo libro, #questononènormale. Di cui la stessa autrice lascia cadere una ghiotta anticipazione: «Donna ridarella, o santa o puttanella... mandiamo in soffitta certi proverbi!». Un'impresa più oziosa che titanica, da accogliere sorridendo scuotendo la testa. Un po' quello che stanno facendo tanti utenti social, sbalorditi dall'intento involontariamente umoristico di mettere al bando tutti i detti popolari che potrebbero turbare la parità di genere. Basta con la «donna al volante pericolo costante» o «le donne e buoi dei paesi tuoi», tanto per dare l'idea di una crociata ridicolmente censoria spacciata come un'azione coraggiosa per spazzare secoli di stereotipi. Preoccupa più che altro l'intento serio di un ex vertice dello Stato di alimentare l'onda del politicamente corretto, uno strumento mellifluo per mettere fuori gioco chiunque usi una parola fuori tempo o citi aforismi che rimandano alla saggezza degli antenati. Oggi invece i nostri nonni, secondo la «femminista dalla nascita» Laura Boldrini, diventano implicitamente una cricca di volgari omofobi che hanno inquinato le menti di figli e nipoti con scemenze machiste. Su twitter il dibattito s' infiamma tra battute da avanspettacolo che rimarcano provocatoriamente gli aforismi popolari poco benevoli verso gli uomini. Per il dirigente di Fratelli d'Italia Guido Crosetto, piemontese arguto, oggi sarebbe un caso di body shaming proclamare «grand e gross ciula e baloss». Questo detto da un gigante di due metri arrivato a pesare anche 130 chili. E poi quei poveri carabinieri, quando l'Arma era esclusivamente maschile, sbeffeggiati e accusati di ogni idiozia solo per strappare una grassa risata alla fine di una barzelletta irriverente. Basta, meglio non dare altre idee ai fanatici del linguaggio ipercorretto, se no si apriranno ogni giorno battaglie di pulizia lessicale. I proverbi sulle donne, soprattutto quelle irripetibili da caserma, saranno colpiti da fatwa dalle conseguenze spaventose. Il prossimo passo sarà chiedere la rimozione, a Milano, di via Gino Bramieri. Un genio dell'umorismo per milioni di italiani, sicuramente un cattivo maestro per donna Laura.

La casta dei 5 Stelle adesso occupa anche le librerie. Paolo Bracalini il 9 Novembre 2021 su Il Giornale. Persino a Toninelli è venuto il dubbio: "In troppi ormai scrivono libri. In Italia basta essere transitati per qualche minuto davanti a una telecamera per sentirsi accreditati a farlo". Persino a Toninelli è venuto il dubbio: «In troppi ormai scrivono libri. In Italia basta essere transitati per qualche minuto davanti a una telecamera per sentirsi accreditati a farlo. Si vive una bulimia di scrittura commerciale senza precedenti. Questo mi scoraggia». Poi però ha superato lo scoramento e ha pubblicato anche lui un libro, convinto che «avrebbe potuto aiutare tante persone, in situazioni di difficoltà simili alla mia, a non mollare». Il trauma di cui parla sarebbe quello di non essere più ministro delle Infrastrutture ma solo senatore a 15mila euro al mese, una difficoltà straziante in cui si riconosceranno milioni di italiani. Ma Toninelli, in veste di politico-scrittore autobiografico, si ritrova in folta compagnia di partito. È l'ultima trasformazione dei Cinque Stelle, da anticasta in piazza a casta nei palazzi e pure in libreria. Hanno talmente apprezzato i privilegi che prima combattevano da diventare non solo sistema, ma anche il partito con più pubblicazioni autocelebrative. Nessun altro, dal Pd a Fdi, conta così tanti esponenti convinti che l'Italia abbia bisogno delle loro memorie. Altrove sono solo i leader (Letta, Renzi, Meloni, Calenda i più recenti) a scrivere libri sulla politica, nel M5s un po' tutti. Tipo Toninelli, appunto, uno a cui difettano molte cose, ma non l'autostima («interrompere il nostro lavoro fu un vero peccato, non solo per me ma anche per il bene del Paese») arriva a scrivere nel suo Non mollare mai, tra i libri più letti a casa Toninelli. Ma come lui molti altri. Anche l'ex sottosegretario M5s Vincenzo Spadafora ha sentito l'irrefrenabile desiderio di raccontarsi Senza riserve (titolo del volume pubblicato da Solferino). Oltre a svelare la sua omosessualità già nota a tutti gli addetti ai lavori (cioè gli unici che sanno chi sia Spadafora), il grillino regala chicche da Baci Perugina e golosi retroscena sulla sua giovinezza ad Afragola come il fatto che da ragazzino tutti gli dicevano «devi fare politica», ma lui non lo prendeva come un insulto, «penso sia stato per il mio impegno nel sociale, iniziato a dodici anni, o perché avevo una buona parlantina e riuscivo ad attirare l'attenzione di parenti, amici o conoscenti quando iniziavo i miei discorsi». Una lettura imperdibile. Come le memorie di Luigi Di Maio alla Farnesina (Un amore chiamato politica), malgrado gli inevitabili strafalcioni come quello sull'ex consigliere di Trump, John Bolton, che diventa Michael Bolton, il cantante americano. Meno grave di chiamare Ping, come se fosse il cognome, il presidente cinese Xi Jinping, cosa che invece Di Maio ha fatto non in un libro ma nella realtà. Attesissima, si fa per dire, anche l'opera prima di Lucia Azzolina, la dimenticabile ex ministra dell'Istruzione, il cui lascito più rilevante nel campo della scuola sono i banchi a rotelle. Per lei hanno scelto un titolo alla De Amicis: La vita insegna. Dalla Sicilia al Ministero, il viaggio di una donna che alla scuola deve tutto (in arrivo settimana prossima da Baldini+Castoldi). Non ci sono ancora anticipazioni ma si sa che la Azzolina racconterà, tra l'altro, anche «la difficoltà di essere donna in politica», che è sempre stata la sua argomentazione difensiva quando le davano della incompetente («Mi attaccano perché sono donna», «No perché sei incapace» le rispose Salvini). Sempre in libreria, nello stesso settore, si possono trovare altri tomi pentastellati. Quello di Rocco Casalino, l'ex portavoce di Conte ora alla comunicazione dei gruppi parlamentari M5s. Anche lui ha sentito l'urgenza di raccontare la sua esperienza a Palazzo Chigi (Il portavoce. La mia storia) con tanto di copertina stile House of cards, per non peccare di modestia. Ormai un veterano delle pubblicazioni è Alessandro Di Battista, giunto al suo quinto libro con Contro! Perché opporsi al governo dell'assembramento. Infatti nella quarta di copertina viene descritto come «reporter, scrittore» e solo come terza specialità «attivista politico». Ancora senza libro il leader Giuseppe Conte, troppo preso dalla gestione del Movimento in piena crisi. Per stasera è convocata l'assemblea congiunta di deputati e senatori M5s a Montecitorio. Molto vago l'ordine del giorno (comunicazioni del Presidente, modalità lavoro legge bilancio e sua regia politica; varie ed eventuali), infatti i dissidenti ironizzano sull'inutilità dell'odg, «speriamo ci sia qualcosa nelle varie ed eventuali». Paolo Bracalini

Cortocircuito a sinistra: gli odiatori sono fan del ddl Zan. Giuseppe De Lorenzo il 6 Novembre 2021 su Il Giornale. Il caso di Ferrara e il rinvio a giudizio di Saviano. Un filo rosso lega due casi apparentemente distanti. Le notizie possono apparire distanti, eppure un filo rosso le unisce. Da una parte la presunta aggressione omofoba, che forse tanto omofoba non era, avvenuta a Ferrara ad Halloween. Dall’altra il rinvio a giudizio di Roberto Saviano, accusato di diffamazione per aver chiamato “bastarda” Giorgia Meloni. Direte: che c’azzeccano? C’entrano eccome. Perché ad unire i punti c’è quel ddl Zan di cui tanto si discute, bandiera mai ammainata da centrosinistra (e dai suoi intellettuali star) nonostante la sconfitta subita in Senato. La cronaca, e cioè l'insieme dei casi Ferrara e Saviano, non fa che mostrare l’incredibile cortocircuito di questi giorni: il paradosso per cui, alla fine, i veri odiatori finiscono con l’essere gli stessi che l’odio vorrebbero combatterlo per mezzo del famoso decreto scritto da Alessandro Zan. Prendete il caso di Ferrara. I fatti sono noti. Alcuni ragazzini Lgbt denunciano l’aggressione omofoba e pubblicano un video in cui si sente un ragazzo inneggiare a Mussolini. Apriti cielo. Arcigay si straccia le vesti. Il Pd tutto attacca la solfa del “se ci fosse stata la legge Zan…”. E pure il sindaco ferrarese leghista corre ai ripari prendendo le distanze da quanto successo. Bene. Nessuno però si prende la briga di verificare con precisione quanto successo. Perché stando all’altra versione dei fatti, valida per ora quanto quella delle “vittime”, il primo a ricorrere agli insulti sarebbe stato un giovane del “gruppetto Lgbt”, il quale avrebbe definito “straniero di merda” un ragazzo dello schieramento opposto. Chi la racconta giusta? Difficile dirlo. E non spetta a noi determinarlo. Però siamo alla famosa storiella del bue che dà del cornuto all’asino: si fa fatica a scendere in piazza “contro l’omofobia e i filofascisti” (come previsto oggi a Ferrara) quando tutta la pantomima sarebbe nata da un insulto xenofobo. “Giovani Lgbt si rivelano razzisti”, sintetizza con malizia un osservatore esterno. Lo stesso dicasi per Roberto Saviano. Come noto, lo scrittore è uno dei grandi sostenitori del ddl Zan. Molto si è speso, ed anche inutilmente, per l’approvazione di una legge contro la “persecuzione” (giuro, ha detto così) verso i gay. Ma se combatti il veleno gettato contro il prossimo considerato “diverso”, come puoi insultare gratuitamente chi ha idee diverse dalle tue? Perché un conto è definire “abominevoli” le posizioni di Giorgia Meloni. Un conto è contestarne, anche con parole crude, l’azione politica. Ma chiamarla “bastarda”, cioè “ibrido fra due razze” o “di nascita illegittima”, è tutt’altra cosa, soprattutto per un paladino della legge contro l’odio omotransfobico. Occorre chiedersi: nella testa di Saviano, perché denigrare Meloni sarebbe accettabile mentre definire "frocio" un omosessuale no? Sono entrambi comportamenti orribili, converrete. Eppure l'autore chiede il ddl Zan contro la transfobia ma non rispetta il codice, già scritto, che vieta di insultare gratuitamente chicchessia. Non vi sembra ipocrita? Un pochino sì. A meno che, ma allora arriveremmo ad un paradosso ancor più incredibile, non ci state dicendo che discriminare i gay è un crimine. Mentre odiare un "fascista", un po’ come ucciderlo, non configura mai reato. 

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vela), un'inchiesta sulle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo. Poi nel 2020 insieme ad Andrea Indini ho dato alle stampe Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni). Sono cattolico e capo scout per passione educativa. Mi emoziono ancora per le partite della Lazio. Amo leggere, collezionare Topolino, giocare a basket e coltivare la terra.

La "cancel culture" all'italiana: gruppi Lgbt contestano Scalfarotto. Roberto Vivaldelli il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Il coordinamento Palermo Pride contro la presenza di Ivan Scalfarotto alla presentazione del libro di Francesco Lepore "Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia". Il Ddl Zan non ti convince al 100%? Non meriti di parlare e partecipare alla presentazione di un libro. Se pensate che la cancel culture in Italia non esiste, chiedete a Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero dell'Interno ed esponente di Italia Viva, invitato a partecipare alla presentazione de "Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia' di Francesco Lepore, organizzata a Palazzo delle Aquile, a Palermo. Gli organizzatori avevano chiesto a Luigi Carollo, uno dei portavoce del Palermo Pride, di portare i saluti alla presentazione ma l'invito è stato rifiutato per la presenza di Scalfarotto: "Riteniamo irricevibile l'invito dell'amico Francesco Lepore a un tavolo in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull'altare delle mediazioni di governo già nel 2013 - ha fatto sapere il direttivo di Coordinamento Palermo Pride, in riferimento alla presenza del sottosegretario al ministero dell'Interno -. Non tollereremo oltre lezioni sulla buona politica e sulla necessità di mediare per ottenere una legge". "Non rinuncio al dibattito per proteste, non cambio idea", la replica di Scalfarotto, citata dall'Agi. "Nessuno si può aspettare che io rinunci a venire a Palermo perchè qualcuno fa una manifestazione contro di me". "Non trovo mai particolarmente elegante quando si individua un nemico singolo, quando si dice che il problema è Ivan Scalfarotto - ha proseguito -.Non credo sia una buona pratica politica perchè si corre il rischio di additare all'odio social un individuo. Se le associazioni vogliono contestarmi sono libere di farlo - ha concluso - ma non pensino che io cambi idea". Rispetto al Ddl Zan, Scalfarotto ha sottolineato che "è stato gestito malissimo. E' stato portato consapevolmente contro un muro, perché a luglio si era avuta una votazione palese nella quale non eravamo andati sotto per un voto. Si sapeva che questa era una votazione rischiosissima e che i numeri del Senato non sono quelli della Camera". Nel frattempo, davanti a Palazzo delle Aquile, a Palermo, è stato allestito un sit-in per protestare dopo la mancata approvazione del disegno di legge. Circa un centinaio di persone hanno protestato esponendo uno striscione con la scritta "Ma quali accordi? Ma quale mediazione? Sui nostri corpi nessuna mediazione". Non basta essere come Scalfarotto, che ha dedicato una vita a supportare le battaglie contro le discriminazioni sessuali. Per gli ultra-progressisti l'esponente di Italia Viva non meritava nemmeno di presenziare e intervenire alla presentazione di un libro alla quale era stato invitato. Un atteggiamento da sinceri democratici. Come se, peraltro, la bocciatura del Ddl Zan non avesse un unico vero responsabile, quel Partito democratico che ha voluto, a tutti i costi, andare al muro contro muro, rimediando una sonora sconfitta - largamente prevedibile - in Parlamento. Ma in questo caso Ivan Scalfarotto ha finito con l'essere il facile capro espiatorio di una sinistra che non tollera posizioni divergenti al suo interno.

Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

 Scontro sui gay, il Palermo Pride: «Non ci sediamo allo stesso tavolo con Scalfarotto». Tensioni dopo l'affossamento del ddl Zan. La replica del sottosegretario di Italia viva: «L'idea che le battaglie di principio delle persone Lgbt debbano sfociare sistematicamente nel nulla mi pare fallimentare». Il Quotidiano del Sud il 4 novembre 2021. L’onda lunga delle polemiche dopo l’affossamento del ddl Zan continua a produrre i suoi effetti. L’ultimo duello a distanza vede protagonisti il Coordinamento Palermo Pride e il sottosegretario all’Interno Ivan Scalfarotto. Ad accendere la miccia la presa di posizione del Coordinamento rispetto alla presentazione del libro ‘Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia’, di Francesco Lepore, organizzata a Palazzo delle Aquile.

C’È SCALFAROTTO? NON VENIAMO

Gli organizzatori avevano chiesto a Luigi Carollo, uno dei portavoce del Coordinamento, di portare i saluti alla presentazione ma l’invito è stato rifiutato per la presenza di Scalfarotto: “Riteniamo irricevibile l’invito dell’amico Francesco Lepore a un tavolo in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull’altare delle mediazioni di governo già nel 2013 – ha fatto sapere il direttivo di Coordinamento Palermo Pride, in riferimento alla presenza del sottosegretario al ministero dell’Interno –. Non tollereremo oltre lezioni sulla buona politica e sulla necessità di mediare per ottenere una legge”. La nota poi prosegue citando lo slogan del Pride andato in scena il 30 ottobre nel capoluogo siciliano: “Ma quali accordi? Ma quale mediazione? Sui nostri corpi nessuna condizione”. Poi l’affondo su Scalfarotto: “Nel 2013 stava già smontando la legge Reale Mancino cedendo alle provocazioni dell’Udc e dell’ala cattodem del Pd. Scalfarotto oggi sostiene che sul ddl Zan era necessario mediare: ma su cosa? Sull’identità di genere e sulla scuola ovviamente. I nostri diritti sono stati svenduti sull’altare delle trattative per costruire una nuova coalizione politica di centrodestra che va da Italia viva fino alla Lega. In pieno accordo con Luigi Carollo, invitato come portavoce del Coordinamento Palermo Pride – continua la nota – non parteciperemo quindi alla presentazione del libro”.

LA REPLICA DEL SOTTOSEGRETARIO

A stretto giro di posta è arrivata la replica di Scalfarotto: “Come uomo politico so bene che le tutte mie decisioni sono oggetto di scrutinio e di possibili contestazioni, naturalmente del tutto legittime. E tuttavia mi pare necessario sgombrare il campo dal sottotesto di questa manifestazione e di numerosi messaggi che ho ricevuto in questi giorni, e cioè che il fatto di essere io stesso omosessuale debba vincolarmi in qualche modo a una unicità di pensiero, o a una fedeltà obbligatoria alla linea politica del mondo associativo – ha affermato –. Vorrei chiarire ora e per sempre che il fatto che io sia gay, insomma, non mi impedisce di pensarla diversamente dal Palermo Pride o da altre associazioni LGBT e di rivendicare con piena convinzione la fondatezza delle mie opinioni”.

E ancora: “L’idea che la battaglia delle persone LGBT in Italia debba risolversi in grandi battaglie di principio che sfociano sistematicamente nel nulla mi pare del tutto fallimentare. Se non si fanno le leggi, la testimonianza potrà forse servire alla carriera di qualcuno ma non produrrà nessun cambiamento reale nella vita della moltitudine dei nostri concittadini omosessuali, bisessuali e trans. Non erano leggi perfette né la legge sul divorzio, né quella sull’aborto, né quella sulle unioni civili, ma non rinuncerei mai a nessuna di quelle leggi in nome di un ‘tutto o niente’ che il più delle volte ti lascia col niente in mano”.

Secondo Scalfarotto “la gestione del cosiddetto disegno di legge Zan è stata frutto di un’imperdonabile incompetenza o di un incredibile cinismo. In una situazione come quella del Senato, completamente diversa quanto ai numeri rispetto a quella della Camera, essere rifuggiti da ogni compromesso – ha aggiunto – ci lascia oggi senza alcuna tutela giuridica contro l’omotransfobia”.

E infine: “Il Palermo Pride è libero di pensarla come vuole ma spero la medesima libertà di opinione sia concessa a me, che da parlamentare rappresento la nazione e non le associazioni rappresentative della minoranza cui appartengo. Piaccia o no al Palermo Pride, io sono parte di questa comunità, senza bisogno di autorizzazioni o di patenti da parte di chicchessia. Parlano per me la mia vita, il mio lavoro, la trasparenza e l’orgoglio con il quale ho sempre vissuto”.

Al fianco di Scalfarotto anche il capogruppo di Italia viva al Senato Davide Faraone: “Ivan sui diritti civili non prende lezioni da nessuno, la sua vita lo testimonia, le sue battaglie lo dimostrano. Noi domani saremo al suo fianco”.

La mostrificazione del dissenso. La scalfarottofobia e altre crociate fesse che ci meritiamo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 5 novembre 2021. Ennesimo giro di lagne di cancellettisti poco lucidi su come funzioni la realtà. Eppure basterebbe vedere Quinto Potere o il Diavolo veste Prada per capire che conta l’economia, non la trasformazione dei propri cancelletti in disegno di legge. Chissà perché non proiettano “Quinto potere” nelle scuole. Me lo chiedo ogni giorno, assistendo allo spettacolo d’arte varia degli inquilini dei social che trasecolano perché il loro cancelletto non è diventato legge, norma, educazione collettiva. Perché i loro buoni sentimenti non regolano il mondo. Perché la loro bellezza interiore non è apprezzata. «Si alza, dentro al suo piccolo schermo a ventuno pollici, e ulula dell’America e della democrazia. Non c’è nessuna America, non c’è nessuna democrazia. Ci sono solo la Ibm, e la Itt, e la At&t, e Dupont, Dow, Union Carbide, e Exxon. Queste sono oggi le nazioni del mondo. Di cosa crede parlino i russi nei loro consigli di Stato: di Karl Marx?». Tra dieci giorni “Quinto potere” compie quarantacinque anni, sono quarantacinque anni che Howard Beale dal televisore esorta gli americani ad affacciarsi alla finestra e a urlare che non ne possono più (pensateci, quando vi fate la bislacca idea che il populismo nell’era dei mezzi di comunicazione di massa l’abbiano inventato Gian Antonio Stella o Beppe Grillo o Donald Trump), e sono quarantacinque anni da quando quello che era diventato un format che moltiplicava gli ascolti si trasformava in un danno, troppe prediche anticapitaliste e gli arabi avevano ritirato gli investimenti e il capo della multinazionale lo convocava e gli faceva una stupenda tirata (Paddy Chayefsky, lo sceneggiatore, era imbattibile sulle tirate).

Sono quarantacinque anni che non serve aver studiato: basta essere andati al cinema, per capire che conta solo l’economia. E invece.

E invece ti aggiri per i social – che forse sono persino specchio della realtà, anche se l’idea mi terrorizza: voglio credere ci siano, nascosti in capanne di Unabomber non cablate, cittadini sani di mente – e gli adulti sembrano cinquenni che frignano perché la mamma non gli vuole abbastanza bene.

Che la mamma sia la Rai, che scrittura per Sanremo il più formidabile intrattenitore italiano (roba che il secondo, chiunque egli sia, sta tre giri di pista più indietro) e lo fa senza filarsi il collegio elettorale di Twitter che ne disapprova il mestiere. Il mestiere di fare tutte le battute che vuole e non scusarsi quando qualcuno immancabilmente s’offende. Con che coraggio la Rai chiama Fiorello, quando il cugino di Paperina72 fa ridere sempre tutti senza mai offendere nessuno alle cene di Natale?

Che la mamma sia Ivan Scalfarotto, colpevole di aver sottolineato la distinzione colpevole di aver sottolineato la distinzione tra stalinismo e appartenenza a una sinistra occidentale: «Vorrei chiarire ora e per sempre che il fatto che io sia gay, insomma, non mi impedisce di pensarla diversamente dal Palermo Pride o da altre associazioni LGBT e di rivendicare con piena convinzione la fondatezza delle mie opinioni». Scalfarotto – riassumo casomai foste persone serie e non buttaste energie a seguire la polemica scema dell’ultimo quarto d’ora – ha osato essere invitato a presentare il libro di Francesco Lepore sul delitto di Giarre.

Libro che evidentemente le associazioni gay che hanno invitato a boicottare l’incontro non hanno letto, così come non hanno letto il sussidiario alle elementari, sennò i fondamentali di come la politica sia l’arte del compromesso non glieli dovrebbe spiegare Scalfarotto.

Che peraltro spiega loro anche che, con una simile intolleranza e mostrificazione del dissenso, danno ragione a chi temeva che la Zan fosse un pericolo per la libertà d’opinione: «Certo, non posso non notare che avranno gioco facile coloro che, sulla base di questa contestazione dell’associazionismo LGBT nei confronti di una persona omosessuale “non allineata”, probabilmente affermeranno che il proposito di quella parte del mondo LGBT italiano non fosse quello di arrivare a una legge che ispirasse il nostro ordinamento a principi di inclusione e di rispetto ma di limitare la libertà di opinione di coloro che la pensano diversamente. Un altro capolavoro politico, non c’è che dire».

Poiché c’ero, all’alba dei social, e ricordo bene quando parlavamo di Scalfarotto come fosse un cretino, devo dirvi che mi fa una certa impressione ritrovarmi qui a constatare la sua lucidità e a vergognarmi d’averlo sottovalutato. C’entreranno gli orbi in terra di ciechi, certo, ma insomma una riflessione su questo tempo che ci costringe a considerare Berlusconi uno statista e ad avere nostalgia di Forlani andrà fatta. Aver avuto vent’anni quando si considerava il punto più basso della storia dell’uomo il fatto che a vincere le elezioni fosse stato un partito con dentro Lucio Colletti può essere fonte d’un certo qual imbarazzo retrospettivo, se campi abbastanza a lungo da veder vincere le elezioni un partito con dentro Alessandro Di Battista.

(Dice Di Battista, l’Howard Beale che questo secolo si può permettere, che parte in tour per vedere se esiste la «richiesta collettiva» di una nuova forza politica che in caso lui fonderebbe, a gentile richiesta. Speriamo sia un tour in cui fa i grandi successi e non i pezzi nuovi, almeno).

Ma torniamo all’elenco delle mamme anaffettive, quelle che fanno piangere l’adulto cinquenne dell’internet. Un ruolo che riesce a toccare persino a me, con tutta la devozione che ho per la mia sterilità.

Pochi giorni fa alcuni adulti hanno frignato perché ho scritto che i maschi si sono appropriati del rosa. Citavo un golfino di Prada con cui Jake Gyllenhaal si è fatto fotografare sulla copertina dell’inserto patinato del Sunday Times. Poiché gli adulti cinquenni non solo non hanno sfogliato il sussidiario da piccoli né Karl Marx da grandi, ma neanche hanno visto il Diavolo veste Prada, pensano che quel golfino rosa parli della loro libertà d’espressione e della loro identificazione di genere; non del fatto che, se riescono a vendere il rosa ai maschi, le multinazionali della moda fattureranno molti più golfini.

Dice Aaron Sorkin, sceneggiatore ed erede della passione di Chayefsky per le invettive, che nessuno, «neanche Orwell, ha visto il futuro con la precisione di “Quinto potere”».

Certo, l’everyman che non capisce la prevalenza dell’economia non è più un conduttore televisivo, e i social e i loro abitanti sono come l’inquisizione spagnola dei Monty Python: nessuno se li aspettava. Ma sono dettagli.

Ieri sfogliavo un New Yorker del 1998. C’era una vignetta in cui un padre indicava al figlio il panorama fuori dalla finestra: «Un giorno tutto questo sarà di Bill Gates». Il fatto che dica Gates e non Zuckerberg la rende datata. Datata, mica inattuale. Mica se nell’invettiva di “Quinto Potere” ci sono multinazionali di cinquant’anni fa allora è meno illuminante. Mica siamo ancora così scemi da pensare che il segno della nostra affermazione personale sia un golfino rosa, o urlare alla finestra. O sì?

"La scuola progressista genera disuguaglianza. Sanzioni ai docenti che attestano il falso". Gabriele Barberis il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. "Ecco il vero danno scolastico". Il saggio del sociologo e della scrittrice Paola Mastrocola. Torna in campo il sociologo Luca Ricolfi, mente lucida e voce critica dell'area liberal-progressista. Con la moglie Paola Mastrocola (scrittrice, premio Campiello 2004 ed ex docente) ha appena scritto il libro «Il danno scolastico» che denuncia le gravi responsabilità della sinistra sullo scadimento dell'istruzione pubblica.

Professor Ricolfi, un saggio sulla scuola progressista come macchina della disuguaglianza. Scusi la provocazione, ma dove sarebbe la novità?

«Forse non è una novità per lei, ma forse non sa che la stragrande maggioranza dei miei colleghi sociologi non ha mai riconosciuto né analizzato l'impatto della qualità dell'istruzione sulla diseguaglianza. In questo libro noi dimostriamo, credo per la prima volta, che più la scuola abbassa il livello, più si allarga il divario fra le chance di promozione sociale dei ceti bassi e quelle dei ceti alti: la scuola senza qualità è un regalo ai ricchi. E la dispersione scolastica, su cui da decenni ci si straccia le vesti, è anche un effetto non voluto dell'abbassamento».

I danni dell'«istruzione democratica» sono il fardello finale del Sessantotto o ci sono responsabilità più recenti da parte di una sinistra ideologica?

«Sì, ci sono responsabilità posteriori al '68, ma ce ne sono anche di anteriori, prima fra tutte la istituzione della scuola media unica (1962), con la progressiva eliminazione del latino e il costante annacquamento dei programmi. Per non parlare dei danni del donmilanismo (Lettera a una professoressa è del 1967), un'ideologia che avrebbe avuto un senso negli anni '50, ma che alla fine dei '60, quando si diffuse, era divenuta del largamente inattuale e profondamente anti-popolare».

E le responsabilità successive al Sessantotto?

«Sono innumerevoli, a tutti i livelli. A partire dalla liberalizzazione degli accessi (1969), passando per la soppressione della figura del maestro unico alle elementari (1990), fino alle grandi riforme della fine degli anni '90 nella scuola e nell'università, con la trasformazione delle scuole in pseudo-aziende e delle università in esamifici: il capolavoro del ministro Berlinguer».

Lei elenca casi concreti di totale ignoranza o scarsa capacità di comprensione da parte di studenti universitari preparati male. Prevede una classe dirigente nazionale fatta da figure incompetenti e inadeguate?

«Più che prevederla, la osservo. L'abbassamento è iniziato quasi 60 anni fa, e quindi ha avuto tutto il tempo di produrre un ricambio completo di classe dirigente. Direi che lo spartiacque è negli anni '70: chi è nato dopo non ha più usufruito di un'istruzione decente, semplicemente perché la maggior parte di coloro che avrebbero potuto impartirgliela era uscito di scena, e la maggior parte dei nuovi docenti avevano un livello di preparazione decisamente meno soddisfacente. Naturalmente non mancano le eccezioni (pessimi docenti di ieri, ottimi docenti di oggi), ma il trend è quello che è: chiaro e inesorabile».

Vogliamo parlare anche di docenti non all'altezza, se non imbarazzanti in certi casi? Anche loro sono passati attraverso le maglie larghe dell'egualitarismo?

«Il problema non è solo l'egualitarismo, o meglio l'egualitarismo malinteso che ha dominato la scena per mezzo secolo. Il punto cruciale, quello che rende i problemi dell'istruzione maledettamente complicati (e probabilmente irrisolvibili), è che la maggior parte delle famiglie e degli studenti hanno oggi altre priorità, e nuove scale di valori: la priorità numero 1 è il consumo, e la sciatteria non è considerata un difetto. Bastano queste due circostanze, che ogni docente trova bell'e fatte davanti a sé, a ostacolare enormemente il lavoro di chi prova a insegnare qualcosa».

Le riforme Moratti e Gelmini, varate durante i governi di centrodestra, hanno tentato di correggere storture ideologiche del passato. Come ne giudica gli effetti ad anni di distanza?

«Direi che, se ci hanno provato, hanno fallito completamente. Ma a mio parere non ci hanno provato granché, probabilmente perché condividevano un punto centrale delle mode degli anni '90: l'idea che la scuola vada pensata come un'azienda, di cui va valutata l'efficienza, e i cui azionisti di maggioranza sono le famiglie. Su questo punto cruciale vedo poche differenze fra destra e sinistra».

Se lei fosse il ministro dell'Istruzione quale provvedimento adotterebbe d'urgenza?

«Come sociologo, penso che dovremmo avere il coraggio di ammettere che ci sono problemi sociali non risolvibili. O meglio, ormai non più risolvibili perché si è lasciato passare troppo tempo. Quindi non ho proposte, tutt'al più provocazioni per far capire qual è il problema.

Una provocazione?

«Beh, un'idea ce l'avrei. Così come si parla di responsabilità civile dei giudici, si dovrebbe introdurre il principio di responsabilità certificativa (si può dire così?) del docente: se attesti che un allievo possiede certe conoscenze e competenze, ma lui ne risulta evidentemente sprovvisto, tu docente ne rispondi, come un perito che è responsabile della perizia che firma. Basterebbe questo a frenare lo scandalo più grave della scuola e dell'università, ossia il rilascio di certificati che attestano il falso».

Doppia domanda come analista politico. Dove sfocerà la tensione politica sul green pass? Se Draghi diventerà presidente della Repubblica, si immagina un'Italia che torna alle urne tra pochi mesi al culmine di un clima di odio?

«Alla fine credo che il governo dovrà concedere qualcosa a chi non vuole né vaccinarsi, né accollarsi, per poter lavorare, 100-150 euro al mese di spesa per i tamponi. Quanto a Draghi presidente della Repubblica, la conseguente andata alle urne a primavera mi pare difficilmente evitabile. Però mi chiedo: siamo sicuri che votare nel 2022 sarebbe un male peggiore che andare alle urne nel 2023? In fondo prima o poi al voto dovremo andare. E sarebbe anche ora, visto che è da 13 anni che non riusciamo più a scegliere i nostri governanti».

Chiudiamo con la giustizia. Le continue invasioni di campo della magistratura condizionano la politica. Anche per lei sarebbe positivo il pieno ritorno dell'immunità costituzionale per i parlamentari per frenare lo strapotere delle procure?

«Anche in questo caso, come in quello della scuola, bisognerebbe prendere atto che una soluzione soddisfacente non esiste, e che siamo costretti a scegliere fra due mali. Nel 1993 il male maggiore era, o sembrava, il vizietto del Parlamento di negare in automatico l'autorizzazione a procedere. Dopo quasi trent'anni, il male maggiore è, o sembra, il protagonismo dei Pm, che ora si accanisce anche nei confronti dei sindaci. Di qui, per noi liberali e garantisti, il paradosso: la magistratura è caduta così in basso che siamo tentati di invocare l'immunità per un ceto politico che sappiamo essere il peggiore di sempre».

Gabriele Barberis Caporedattore Politica, Il Giornale

Paolo Mieli, il nuovo libro. Il passato sul banco degli imputati. Andrea Purgatori su Il Corriere della Sera il 2 ottobre 2021. Esce martedì 5 ottobre «Il tribunale della storia» (edito da Rizzoli). Il saggio riesamina fatti e personaggi mistificati e ribalta l’esito di alcuni eventi, emettendo nuove sentenze (provvisorie). Ci sono nomi che, chissà perché, hanno sempre evocato significati a senso unico. Prendete Waterloo, ormai da più di due secoli sinonimo di sconfitta senza appello. Quella di Napoleone Bonaparte, beninteso. Giacché dal punto di vista di Sir Arthur Wellesley, primo duca di Wellington, la battaglia feroce che la settima coalizione anglo-russo-austriaca da lui guidata combattè il 18 giugno 1815 contro l’esercito dell’imperatore francese si era conclusa con una insperata e spettacolare vittoria (grazie all’intervento decisivo dei prussiani, sia chiaro). Eppure a chi verrebbe in mente ancora oggi di citare il nome di quel piccolo villaggio nelle campagne a sud di Bruxelles per sottolineare un qualche successo? Waterloo rimane lo sprofondo di Napoleone. Dunque Waterloo sta per disfatta, totale e definitiva. Punto.

Esce il 5 ottobre da Rizzoli il saggio «Il tribunale della storia. Processo alle falsificazioni» di Paolo Mieli (pp. 304, euro 18). E invece, no. Perché la Storia prende e restituisce. L’esito di quella battaglia che in una dozzina d’ore provocò cinquantamila morti avrebbe dovuto cancellare per sempre la memoria dell’imperatore francese. Questo credevano gli inglesi, alla cui benevolenza Napoleone si era affidato. Tanto che per raggiungere lo scopo, lo relegarono in un’isola sperduta nell’Oceano a metà strada tra le coste africane e quelle del Sudamerica: Sant’Elena. Napoleone lì sopravvisse sei anni e morì, il 5 maggio del 1821. Forse per l’aggravarsi di un’epatite o secondo alcuni avvelenato. Ma quando nel 1840 le sue ceneri tornarono a Parigi, gli fu tributato un trionfo da eroe. Invece che consegnarlo all’oblio, come a Londra avevano sperato, dall’esilio Napoleone aveva costruito giorno dopo giorno la sua leggenda celebrata da poeti e scrittori. Quella fu la sua «vera, ultima, definitiva vittoria». Altro che Waterloo. Il tribunale della storia, ultimo saggio (Rizzoli) di Paolo Mieli, storico e giornalista, indaga e ribalta l’esito di questa e altre vicende che attraverso i secoli hanno consegnato i protagonisti ad un giudizio spesso frettoloso, comunque privo di tutte le prove di cui appunto un tribunale dovrebbe in onestà tenere conto: «Un riesame, con tanto di imputati, accusa, difesa per mettere in discussione le “verità” tramandate ed emettere sentenze (provvisorie) che ci inducano a rivedere i fatti sotto una luce diversa». Ed è esattamente il percorso seguito da Mieli, con due modalità. Primo, isolando e mettendo sotto la lente uno o più dettagli sfuggiti per superficialità o per faziosità ad una precedente istruttoria su accadimenti e comportamenti che hanno generato giudizi incompleti o distorti. Secondo, concentrando anche intorno ad un unico dettaglio la possibilità di una nuova analisi che «guardando da altri angoli visuali» può portare persino a «riconsiderazioni clamorose». Dunque, ecco che così l’imputato Bonaparte Napoleone potrà lasciare l’aula del tribunale ideale della storia non più da sconfitto per l’eternità. Che l’imputato Castro Fidel, da estremo guardiano del socialismo reale caraibico potrà vedere riscritta la sua vicenda personale e politica alla luce dell’influenza gesuita che lo configura come un monarca d’ispirazione cattolica più che come un comunista ortodosso (pur sempre anticapitalista). Che l’imputata Roosevelt Eleanor, moglie del presidente Franklin Delano Roosevelt, potrà tornare a indossare con orgoglio il suo abito da liberal alla faccia del capo dell’Fbi Edgar Hoover, che oltre a tenerla sotto controllo indebitamente la considerava quasi alla stregua di una pericolosa sovversiva comunista. Che l’imputata Anhalt-Zerbst Sofia Federica Augusta, più conosciuta come Caterina di Russia, da imputata persino di schiavismo potrà al contrario vantare senza timore una fede (magari temporanea) illuminista. E che invece l’imputato Enea, combattente celebrato della guerra di Troia poi in fuga col figlio Ascanio e il padre Anchise sulle spalle, non passerà più come difensore della sua città poiché l’avrebbe venduta agli Achei, vendendo se stesso, per odio nei confronti di Priamo. Insomma, non eroe ma traditore. Virgilio permettendo. Il potere del Tribunale della storia («nell’era dell’informazione diffusa, sempre riunito in seduta permanente», avverte giustamente Mieli), è capace di assolvere anche a distanza di secoli (e per fortuna) presunti colpevoli riconsiderando gli elementi sfuggiti consapevolmente o inconsapevolmente all’accusa, e viceversa è in grado di condannare per gli stessi motivi presunti innocenti. Ma non ha bisogno di centinaia di pagine di motivazioni. Talvolta ne sono sufficienti appena quattro o cinque. Perché basta appunto un solo dettaglio inedito ad offrire quel punto di vista diverso, magari opposto, a scardinare una precedente sentenza. Prendete adesso Vittorio Emanuele III, accusato di avere oscillato al momento della destituzione del Duce. Beh, di complotti per far fuori (politicamente) Benito Mussolini il re sabaudo ne aveva intercettati tanti fin dagli Trenta, fuori e dentro al suo palazzo. Come quello tutto nella testa (nella fantasia) della principessa Maria Josè, che ben cinque anni prima della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 aveva proposto al maresciallo Badoglio di arrestare il Duce, costringere il re ad abdicare, convincere suo marito Umberto a rinunciare al trono, mettere il regno nelle mani del figlio con la sua reggenza e affidare il governo del Paese all’avvocato Carlo Aphel, legale di fiducia della famiglia Agnelli. Badoglio ringraziò per averlo messo a parte dell’idea ma non se ne fece nulla. E fu così che Vittorio Emanuele III, in quel ginepraio di piani per spodestare Mussolini, al momento buono si perdette anche lui. Tentennando. Assolto? No, accusa confermata. Tuttavia è bene sapere che le sentenze della storia, dunque anche quelle di questo Tribunale, sono solo parte di un processo. «La lunga marcia di avvicinamento alla verità è infinita — scrive Mieli — Conosce soste, anche lunghe, ma si tratta appunto solo di soste. Poi il cammino riprende. E non si giungerà mai a una stazione finale, a un capolinea. Conta il viaggio, non la meta». Ne è il paradigma il caso dell’ebreo Yeoshua ben Yosef che visse nel primo secolo sotto Augusto e Tiberio, meglio conosciuto come Gesù. Quanto c’è di vero nella tradizione dei Vangeli che ne raccontano gesti e parole, quante le contraddizioni e le interpretazioni errate? Talvolta, in casi estremi dove la fede diventa schermo impenetrabile rendendo difficile un approccio scientifico, anche il Tribunale della storia fatica, come si dice, ad arrivare a sentenza. Ma non è detto che non ci si possa almeno provare.

Per capire la Guerra civile è molto meglio "l'usato". Alessandro Gnocchi l'8 Settembre 2021 su Il Giornale. I libri meno conformisti sulla nostra Storia non si pubblicano più. Tocca fare modernariato. Per un bibliofilo, ma anche per un lettore qualsiasi, la bancarella di libri usati è croce e delizia. Croce perché c'è bancarella e bancarella: quelle specializzate in rarità impilano tesori che talvolta l'appassionato non si può permettere e lasciano il rimpianto, una struggente nostalgia per il volume così vicino eppure inarrivabile. Delizia, quasi per lo stesso motivo: c'è sempre la speranza che, guardando bene, salti fuori l'inaspettato, il capolavoro misconosciuto in vendita a pochi euro. Inoltre, davanti a una bancarella rifornita, ci si può levare curiosità a lungo coltivate oppure nate lì per lì, davanti a una copertina o a un nome attraente. E si torna a casa con una pila di libri acquistati a poco prezzo. Ah, che bello comprare tutti gli Achille Campanile e Marcello Marchesi ed Ennio Flaiano e Antonio Delfini e Giuseppe Berto e Giovanni Comisso che capitano sottomano. Che bello comprare le vecchie edizioni dei Canti di Giacomo Leopardi, con il commento di Giuseppe e Domenico De Robertis. E poi Papini, Prezzolini, Longanesi... Che bello dare la caccia alle varie edizioni di Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino, una diversa dall'altra, anche nel contenuto. Che miniera di intelligenza può essere una bancarella. C'è un altro aspetto interessante. Sempre più spesso, capita al bibliofilo di imbattersi in libri che oggi nessuno pubblicherebbe, per i motivi più disparati. Chi stamperebbe oggi una edizione anastatica del manoscritto del Canzoniere di Umberto Saba? Chi fonderebbe una casa editrice (Aria d'Italia) per portare sugli scaffali le opere di un solo autore (Curzio Malaparte)? Chi farebbe una plaquette con un pugno di poesie di Pier Paolo Pasolini (Dal diario, Edizioni Salvatore Sciascia, a cura di Leonado Sciascia)? Per non dire dei fuori catalogo: Bagatelle per un massacro, il pamphlet antisemita di Luis-Ferdinand Céline, tanto spregevole nel contenuto quanto prezioso nello stile, si trova unicamente sulle bancarelle. Ci sono casi che lasciano perplessi, perfino sbalorditi. A cinque-dieci euro ti porti a casa un libretto di poche pagine ma sufficienti per fare una riflessione su come è cambiato il nostro Paese. Nel 1975, il direttore di Storia Illustrata Carlo Castellaneta allegò al numero 215 della rivista una piccola antologia, dal titolo La guerra civile in Italia contenente «testi di scrittori che furono testimoni di quelle vicende dalle due parti della barricata»; testi che «vogliono essere di monito alle nuove generazioni a non ricadere negli orrori di una guerra fratricida, ma anche un esempio nei valori della Resistenza» . Il volume raccoglie scritti di Nuto Revelli, Davide Lajolo, Valdo Fusi, Elio Vittorini, Beppe Fenoglio, Piero Caleffi, Ubaldo Bertoli, Carlo Levi, Giose Rimanelli, Mario Gandini. Il volume era targato Mondadori, ed era in una collana di «testimonianze di prima mano». Era una raccolta «editorialmente corretta», che non metteva in discussione i capisaldi ideologici della Resistenza. Però dava la parola anche ai vinti, in particolare dava il giusto rilievo a un romanzo come Tiro al piccione di Giose Rimanelli, che raccontava con efficacia il punto di vista di un repubblichino anzi repubblicano: «È veramente buffo: noi di quaggiù, i repubblicani, diciamo di essere i veri figli d'Italia; quelli che stanno in montagna dicono che l'Italia appartiene a loro. Intanto ci spariamo a vicenda e non sappiamo chi è nel torto e chi nella ragione». Il romanzo, autobiografico, ebbe una vita editoriale travagliata. Fu preso da Einaudi ma l'editore torinese, quando il libro era già in bozze, fermò tutto nonostante questo parere di Cesare Pavese: un «giovane traviato, preso nel gorgo del sangue, senza un'idea, che esce per miracolo, e allora comincia ad ascoltare altre voci». Alla fine fu pubblicato da un editore ancora più grande: Mondadori, nel 1953. Ma rientrò nel catalogo di Einaudi nel 1991, l'anno in cui lo storico Claudio Pavone, da sinistra, recuperava il concetto di «guerra civile». Nello stesso anno Einaudi ripubblicò anche Un banco di nebbia di Giorgio Soavi, un'altra testimonianza dall'altra parte della barricata, anche in questo caso scartata (con qualche dubbio di Italo Calvino) da Einaudi e approdata a Mondadori nel 1955. Altri libri si sono poi aggiunti, in particolare quelli di Carlo Mazzantini (A cercar la bella morte è in edicola allegato con il Giornale). La antologia curata da Carlo Castellaneta ci interroga fin dal titolo: quella «guerra civile» potrebbe incappare in qualche accusa di revisionismo. Il contenuto... Beh, come immaginate verrebbe presa una selezione che mette assieme, sullo stesso piano, Uomini e no di Elio Vittorini (manicheo fin dal titolo, proprio lui, Vittorini, che aveva tessuto l'elogio dello squadrismo nella prima edizione del Garofano rosso) e appunto Tiro al piccione di Rimanelli, che non ha certezze da esibire? La domanda è retorica: una antologia così finirebbe massacrata da qualche antifascista in assenza di fascismo, una specie intellettuale tornata in grande spolvero nell'Italia di oggi. Non è che, per caso, mentre eravamo distratti dalle guerricciole politiche, la cultura italiana ha fatto uno o due passi indietro al punto da apparire meno libera perfino rispetto ad anni di forti divisioni ideologiche dalle conseguenze tragiche? Non sarà, alla fine, un problema di analfabetismo di ritorno, forse anche di andata? Una o due generazioni di chierici sono convinte che i «fasci» (categoria che comprende chiunque abbia idee diverse da loro) devono tacere, e così negano, innanzi tutto a se stessi, la più umile e meno giudicante delle virtù: la conoscenza, che precede le nostre, personali idee per illustrarci la complessità del mondo. Ecco, proprio «complessità» è la parola ipocritamente sventolata dalle menti semplici, e irresponsabili, che vogliono rifarci combattere una guerra civile per fortuna terminata da un pezzo. Alessandro Gnocchi

8 settembre: i morti dimenticati di Arbe, il campo di concentramento fascista in Croazia.  Simone Modugno e Linda Caglioni su La Repubblica il 7 settembre 2021. Sull'isola croata di Arbe, in Dalmazia, c'è ancora traccia di una storia poco nota dell'occupazione della Jugoslavia, che sconfessa il mito del cosiddetto “buon italiano”. A partire dal 1942 i fascisti vi costruirono un campo di concentramento dove furono internate tra le 10 e le 15 mila persone tra croati, sloveni ed ebrei. Molti di loro vi morirono per malattie, infezioni e denutrizione. Dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre del '43, il sito venne smantellato in fretta e furia. La vicenda non ottenne mai particolare visibilità, benché quello di Arbe fu uno dei peggiori tra i campi organizzati dal regime fascista. Foto tratte dalla mostra "A ferro e fuoco. L'occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943"

Gianni Oliva per “La Stampa” l'8 settembre 2021. La memoria antifascista ha rielaborato l'8 settembre nella combinazione di sfascio e di rinascita: c'è un'Italia piegata, che si arrende agli angloamericani e naufraga di fronte al dilagare dell'occupazione tedesca, ma nella deriva della storia nazionale fiorisce l'Italia della scelta, quella che muove i primi passi verso il domani e stimola il Paese con l'esempio dei suoi uomini migliori. Le pagine di Roberto Battaglia (autore nel 1953 di una Storia della resistenza italiana che è stata per decenni manuale di riferimento) sono paradigmatiche: «quando andiamo a rintracciare l'inizio del movimento resistenziale, noi troviamo ripetersi dovunque lo stesso fatto: l'emergere dalle masse popolari di antifascisti, di militari, di giovani già decisi fin dal primo momento a impugnare le armi, a iniziare subito dopo l'armistizio e non domani la guerriglia, ad agire per una decisione spontanea che viene da un profondo istinto di ribellione». Confusione, indifferenza Prima di lui, Piero Calamandrei aveva parlato con intonazione poetica di un 8 settembre segnato dalla scelta corale dei tanti pronti a combattere per una stagione nuova: «era la chiamata di una voce diffusa come l'aria, era come le gemme degli alberi che spuntano lo stesso giorno». Sulla stessa lunghezza d'onda si sono espressi Guido Quazza («l'8 settembre è la data di nascita dell'antifascismo come forza decisiva») o Raimondo Luraghi («nel momento dell'armistizio, in tutte le fabbriche l'entusiasmo e lo spirito di lotta sono altissimi»). Queste ricostruzioni attingono a un elemento di verità, perché ci sono uomini che sin dai primi momenti intuiscono (come Giaime Pintor) che «un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere riscattato solo da una rivoluzione vera», ma si tratta di scelte individuali, numericamente marginali. Il tratto distintivo che avvolge l'Italia dell'armistizio è un altro: il silenzio, il silenzio della morale, della ragione, della volontà. Anche là dove brulica la confusione di soldati che si muovono senz' ordini o di cittadini che arraffano nei depositi abbandonati, la scena è dominata dalla paralisi delle energie e dall'esaurimento psicologico. La letteratura ha compreso e interpretato questo silenzio ben prima della storiografia. Beppe Fenoglio in Primavera di bellezza, descrive il disorientamento di un reparto in servizio nella campagna romana: quando, dopo molte ore, giunge notizia dell'armistizio e dello sbandamento, c'è chi reagisce con rabbia («il comando non ci ha avvisati! Lascia che abbia un figlio e che la patria venga a chiedermelo soldato!»), chi si aggrappa all'ottimismo della volontà («io non ci credo, un esercito non si sbriciola così, andiamo»), sino a che si sentono gli echi di esplosioni e ognuno decide individualmente la fuga. Chi esita, come il protagonista Johnny, si ritrova solo in una camerata deserta: «Johnny risalì in camerata, nessuno dei suoi era rientrato. Ognuno si era già arrangiato da solo». Mario Tobino ne Il clandestino, descrive un 8 settembre antieroico, dove «l'esercito italiano avvilito non si diresse in alcuna direzione, tradì e non tradì, lasciò passare le ore rimanendo smarrito, non aggredì i tedeschi né si schierò con loro». Cesare Pavese in Prima che il gallo canti descrive una Torino quasi indifferente nella sua rassegnazione: «i giornali portavano in grossi titoli la resa, ma la gente aveva l'aria di pensare ai fatti suoi. Sbirciavo negli occhi i passanti: tutti andavano chiusi, scansandosi. Nessuno parlava di pace». Curzio Malaparte, corrosivo e iconoclasta, offre ne La pelle una descrizione di lucido cinismo: «tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più "eroicamente" le armi e le bandiere nel fango. Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così, senz' armi e senza bandiere, ci avviamo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati quella stessa guerra che avevamo già persa con i tedeschi». In questo disincanto amaro, la letteratura propone gli avvenimenti armistiziali con un realismo che è stato a lungo sconosciuto alla storiografia. Lo scrittore si avvicina ai fatti attraverso la propria sensibilità, li racconta come li ha visti, li ha ascoltati, li ha avvertiti sulla propria pelle: sono racconti che si sviluppano tra contraddizioni, sfumature, dubbi, perché il loro destinatario è l'emozione di chi legge e l'emozione non ha bisogno di grandi quadri esplicativi, né di un percorso di lettura predeterminato. Lo storico, invece, ha un approccio razionale, interroga il passato attraverso le domande poste dalle urgenze del presente, si muove in uno spazio stretto, dove le insidie dell'agiografia e della rimozione vanno al di là dell'onestà intellettuale del ricercatore. Semplificazioni e rimozioni Questo è ancor più vero quando il periodo che si affronta è un passato prossimo segnato da fatti traumatici: «storia», in questo caso, significa fondare la memoria e la legittimità di una stagione nuova, operazione che implica semplificazioni e rimozioni. Da qui nasce una «vulgata» dell'8 settembre così lontana dall'amarezza sofferta di Fenoglio o Malaparte e, indirettamente, un'indicazione: la letteratura spesso rappresenta gli avvenimenti meglio (e prima) della ricerca storica.

Quei martiri che hanno scelto di morire per l'Italia. Andrea Muratore il 9 Settembre 2021 su Il Giornale. Il martirio della divisione "Acqui" a Cefalonia fu una pagina tragica dei giorni della disfatta italiana. In cui furono però gettati i semi della rinascita del Paese. Cefalonia è un nome associato a una grande tragedia italiana, a una storia di tenacia e eroismo culminata in una delle pagine più buie del secondo conflitto mondiale: la resistenza dei militari della divisione "Acqui" all'offensiva tedesca avviata dopo la resa dell'Italia agli Alleati, avvenuta l'8 settembre 1943, e il suo successivo martirio. Sì, perché solo di un vero e proprio martirio in nome dell'onore e della dignità dell'Italia si può parlare leggendo, a oltre settant'anni di distanza, la pagina di resistenza dei militari della divisione guidata da Antonio Gandin, catapultati nel turbine della storia dall'incertezza dei comandi italiani, dalla pusallinamità della monarchia dei Savoia, dalla doppia resa dell'Italia in quelle complesse giornate. Un'Italia che capitolò dapprima davanti agli Alleati, con la firma dell'armistizio di Cassibile, e in seguito di fronte ai tedeschi trasformatisi da alleati ad invasori, la cui dignità e il cui buon nome furono difesi da militari rimasti in larga parte senza ordini e senza direttive. Dalla resistenza dei militari a Roma a Porta San Paolo al triste episodio della corazzata Roma, passando per la toccante esperienza delle unità della Regia Aeronautica mandate a combattere a tempo scaduto contro gli ex nemici a Salerno, le forze armate italiane scrissero una serie complessa di pagine di storia. Aventi il suo culmine nelle tre settimane di Cefalonia. Che cosa spinse i militari di una divisione tutt'altro che temprata da battaglie feroci e reduce da due anni e mezzo di occupazione delle isole greche a rifiutare gli ultimatum tedeschi di resa? Che cosa mosse i ragazzi della "Acqui" a scontrarsi contro gli Alpini della 1. Gebirs Division e gli agguerriti "cacciatori" della 104. Jager Division trasformatisi improvvisamente da alleati in aggressori? Che speranza avevano coloro che, dopo la resa di Cefalonia, furono trucidati o inviati nei campi di prigionia nelle autorità in via di disfacimento? Cefalonia ci insegna l'assurdità dell'eroismo, la grandezza dello spirito di corpo, il valore degli ideali patriottici e nazionali. Padre Luigi Ghilardini, che ha raccolto le testimonianze dei militari da lui assistiti durante la battaglia e l'eccidio condotto a sangue freddo dai militari tedeschi, ricorda nelle sue memorie che i soldati della Acqui cadevano invocando la propria madre e l'Italia. Cefalonia insegna la forza dello spirito di corpo dato che, come ricorda Alfio Caruso in Italiani dovete morire, inizialmente "la Acqui non fu per niente compatta nell'urlare il proprio 'no!' al tedesco" e "Gandin e i suoi collaboratori volevano giungere a un accordo" mentre solo gli elementi del 33°artiglieria e del comando di Marina "erano decisissimi a usare le armi contro l'odiato ex alleato". Furono i raid dei bombardieri Stuka a compattare Cefalonia sulla resistenza, a portare 11.700 militari a trasformarsi in guerrieri per tenere fede al giuramento alla patria sacrificando la vita. Splendeva un sole inclemente su Cefalonia il 13 e il 14 settembre, giorni in cui col "referendum" interno i militari della Acqui scelsero di non arrendersi ai tedeschi. E splendeva anche il 24 settembre, giorno in cui gli alpini sudtirolesi della 1° divisione Edelweiss fucilarono alla periferia di Argostoli 129 dei 164 ufficiali arresi dopo i combattimenti. Lungi dall'essere commessa da efferati reparti delle Ss, la strage di Cefalonia, che causò cinquemila delle 9.406 vittime accertate tra i militari della "Acqui", fu compiuta da militari della Wehrmatcht: chiamati a eseguire le leggi di guerra. Al processo di Norimberga il generale Telford Taylor definì il caso di Cefalonia come "una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato" perpetrata contro uomini che "indossavano regolare uniforme. Portavano le proprie armi apertamente e seguivano le regole e le usanze di guerra". Ciò ha influito notevolmente sul ricordo postumo della strage, sulla calata di un imbarazzante velo di silenzio rimasto steso per decenni sulla vicenda per non turbare la narrazione dei nuovi rapporti italo-tedeschi e sul mito che vedeva la Wehrmacht in larga parte esente dai più duri crimini compiuti dai nazisti. Ma a suo modo Cefalonia è stata una pagina scomoda anche per la narrazione resistenziale che ha pervaso la storia repubblicana, perché retrodata inevitabilmente l'inizio dell'opposizione italiana al nazismo e alla Germania e ci ricorda quanti semi del futuro d'Italia furono gettati nei giorni della resa. Giorni in cui mentre a Cefalonia si combatteva 600mila militari italiani, disarmati dalla Wehrmacht, scelsero la prigionia per prestare fede al giuramento verso l'Italia, preferendola alla continuazione della guerra a fianco dei tedeschi. I martiri di Cefalonia e gli internati militari italiani (Imi) salvarono, a prezzo di atroci sofferenze, il nome della nazione, mostrarono come anche nell'ora più buia della storia dell'Italia unita ci fossero uomini pronti a sacrificare la vita in suo nome, lanciarono un messaggio che a decenni di distanza scuote le coscienze. Dobbiamo a Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica che più si è impegnato sulla ricomposizione della memoria storica dei fatti più tragici del Novecento, la pubblica attestazione del fatto che Cefalonia fu l'inizio della rinascita dell'Italia. E non il punto più profondo della disfatta. Ciampi, il 1 marzo 2001, visitando Cefalonia commemorò quei soldati ricordando che "la loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza". "Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l'esistenza. Su queste fondamenta risorse l'Italia", nazione debitrice di coloro che nel settembre 1943 si immolarono in suo nome. 

Andrea Muratore. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e svolge attività di 

Da primaonline.it il 10 luglio 2021. Secondo quanto emerge dal nuovo studio di Kantar, i professionisti della comunicazione e delle relazioni pubbliche stanno sopravvalutando la rapidità del cambiamento e sovrastimando l’importanza dei nuovi canali, dando priorità ai social network e agli influencer rispetto a TV e giornali. La percezione dei professionisti del settore, circa le fonti d’informazione di maggior importanza per il pubblico, non corrisponde però con la realtà dei consumatori europei, che continuano a previlegiare i giornali e la televisione. Per esempio, i professionisti del settore credono che il pubblico si rivolga sempre di più ai social influencer (52%) e utilizzi maggiormente i podcast (43%) per informarsi, ma solo rispettivamente il 7% e il 5% dei consumatori afferma di farlo. Per contestualizzare, i dati TGI di Kantar indicano che solo il 9% dei consumatori del Regno Unito ascoltava podcast in una settimana tipo del 2020. Il nuovo studio, che include le opinioni di 6.000 consumatori e 700 professionisti della comunicazione di tutta l’Europa Occidentale, dimostra che le opinioni dei professionisti sono in realtà influenzate dalle abitudini dei consumatori della Generazione Z (16-24 anni), che considerano i social network come la principale fonte d’informazione. I professionisti del settore, nonostante ritengano prioritari social network e influencer, sono anche preoccupati per la perdita di valore che le loro attività di comunicazione potrebbero subire quando presenti in questi nuovi canali (percepiti talvolta come poco affidabili dal pubblico); il 52% si preoccupa della diminuzione della fiducia nei media e il 36% è preoccupato per il ruolo dell’AI e degli algoritmi nel guidare la distribuzione delle notizie. Per il 41% dei professionisti in Italia, invece, la principale preoccupazione riguarda la scarsa qualità dei dati. I leader della comunicazione hanno condiviso la loro prospettiva in merito ai risultati dello studio: Ashish Babu, Chief Marketing Officer – Europe & UK, Tata Consultancy Services commenta, “Questa analisi è precisa – le nuove fonti di informazione che crescono più rapidamente verranno sempre messe in discussione.” Mathieu Scaravetti, Director of Group Media, Financial & Institutional Communications, Sodexo aggiunge, “Per noi è fondamentale fare affidamento su qualcosa di più del solo istinto e un miglior uso dei dati ci permette di fare proprio questo.” Sophie Ponet, Corporate Affairs Communication Director for Europe, Levi Strauss & Co, afferma, “Uno studio davvero illuminante ricco di verità sul settore della comunicazione. Svela le ragioni che stanno alla base delle mutevoli abitudini del pubblico e delle tendenze di consumo che ci ritroviamo ad affrontare.” “Dal nostro studio emerge che i professionisti della comunicazione stanno sopravvalutando la rapidità del cambiamento e l’adozione dei nuovi media per il consumo delle notizie”, afferma François Nicolon, Senior Director Marketing, Media Division di Kantar. “La complessità dell’attuale panorama mediatico rende lo sviluppo di una strategia di comunicazione sempre più impegnativo, data la necessità di doversi assicurare di scegliere i canali più affidabili e di valore per i propri messaggi”. Per dimostrare il loro valore agli stakeholder e riuscire a raggiungere gran parte del pubblico, i professionisti della comunicazione devono poter accedere facilmente agli insight più rilevanti per conoscere le performance delle campagne e il comportamento dell’audience. “Benché non si possa negare il valore degli influencer nel guidare l’engagement del pubblico verso i brand, sembra che i professionisti li considerino una delle principali fonti di notizie attribuendo loro più importanza di quanto ne abbiano in realtà per i consumatori. Anche tra i consumatori della Generazione Z, gli influencer si classificano come la quinta fonte di notizie più importante, dietro a TV e giornali.” Il report dello studio mostra anche le principali preoccupazioni dei professionisti del settore e l’importanza degli insight nel guidare il processo decisione, oltre a evidenziare il loro ruolo nel dimostrare l’impatto delle strategie di comunicazione sulla marca e sul business.

"Il politically correct è la cosa più sbagliata e Fedez...", nuovo attacco di Corona. Francesca Galici il 25 Agosto 2021 su Il Giornale. Dalle pagine del settimanale Chi, Fabrizio Corona prende di mira Fedez e gli influencer, scagliandosi contro l'ipocrisia dei social. Fabrizio Corona torna a parlare e per farlo ha scelto le pagine del settimanale Chi, al quale ha raccontato la sua estate insieme al figlio Carlos e la ritrovata serenità con Nina Moric. L'ex re dei paparazzi e la madre di suo figlio da circa un mese vivono un momento di armonia familiare per il bene del ragazzo, ormai 18enne. Tra cene in famiglia e partite di basket, Fabrizio Corona non dimentica gli affari e i social network, sui quali è molto attivo. È Instagram il suo canale di comunicazione col mondo ed è anche tramite le sue storie che Corona spesso attacca i personaggi noti, tacciandoli di ipocrisia. Di recente non ha risparmiato attacchi ad Aurora Ramazzotti e a Selvaggia Lucarelli e nell'intervista ha criticato anche Fedez. "Sto solo utilizzando il mio social. Nella mia testa, nel mio progetto, il politically correct è la cosa più sbagliata del mondo, le cose che scrivo hanno un significato preciso. Le scrivo per dimostrare che tanto, ma pure tutto quello che 'vendono' gli influencer non è vero", ha dichiarato Corona al settimanale Chi. L'ex marito di Nina Moric sostiene di non farlo per guadagnare ancora più follower: "Prenda Fedez: non è ironico che tipi così cantino e narrino che vengono dalla strada e poi abbiano la famiglia perfetta, la moglie perfetta, i figli perfetti, la bici, la mamma, la tavola apparecchiata... Ma che cos'è questo sogno borghese?". Fabrizio Corona si tira fuori da questa concezione e cita anche la sua ex storica Belen Rodriguez: "Io, e ci metto dentro anche Belen, un certo genere di rivoluzione l'abbiamo fatta. Me e Belen ci vedevi girare a piedi nudi, noi eravamo veri, mandavamo tutto a quel paese, ci potevi trovare sdraiati sul prato al parchetto. Fedez se lo trovi in un parchetto è perché l'ha costruito dentro una villa". Nell'intervista al settimanale Chi c'è spazio anche per parlare dell'ultimo arresto, che sostiene di aver vissuto come "uno choc". Dopo quell'esperienza, l'ex re dei paparazzi dichiara che ora cerca "di essere migliore, più sereno, più forte". Quindi svela anche parte del suo futuro: "Professionalmente sto cercando di fare e di lavorare bene, questo nonostante io sia ai domiciliari. E per me questa è una grossa soddisfazione".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Daniela Ranieri per “il Fatto Quotidiano” il 24 settembre 2021. In un incontro coi gesuiti slovacchi in occasione del suo ultimo viaggio pastorale, Papa Francesco ha pronunciato un discorso, riportato da Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica, che contiene una frase molto rilevante dal punto di vista etico e antropologico. Questa: "La ideologia del “gender” è pericolosa. Lo è perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna". Il Papa ha ribadito la sua nota contrarietà alla "colonizzazione ideologica" sul genere, ciò che in passato aveva chiamato "l'indottrinamento della teoria gender" (secondo un cortocircuito, per la destra ultracattolica Bergoglio farebbe invece parte di un nuovo ordine mondiale che propugna il gender come progetto anti-umano. Carlo Freccero, in una intervista al Foglio, fa sua questa convinzione). Ha poi aggiunto: "L'astrazione per me è sempre un problema. Questo non ha nulla a che fare con la questione omosessuale. Quando parlo dell'ideologia, parlo dell'idea, dell'astrazione per cui tutto è possibile, non della vita concreta delle persone". Da un punto di vista radicalmente laico e di sinistra, siamo d'accordo col Papa. Sgombriamo subito il campo da equivoci: speriamo che la legge Zan - che ha al suo centro il concetto di identità di genere - passi, perché se non passa sarà una vittoria della destra tradizionalista e del cinico ostracismo del partito di destra Italia viva. Allo stesso tempo, ci permettiamo qualche considerazione. I Gender Studies anglosassoni hanno avuto il merito dagli anni 70 del Novecento in poi di costringere il discorso pubblico a uscire dagli steccati del dualismo biologico per fotografare tutta la realtà vitale degli orientamenti e delle identità, tanto che per alcune "scuole" oggi esistono 31 generi sessuali. Nei campus americani, liberali e paradossalmente inclini alla censura e alla sessuofobia, chi di generi ne riconosce meno di 15 può esser tacciato di razzismo.

La teoria è diventata un dogma, a dispetto della sua ispirazione libertaria. In questo quadro rientra l'accento sull'"identità fluida": se è vero che esistono persone che si sentono neutre, o che non vogliono definirsi in un nessun genere, o sono in transizione da un genere a un altro, quando dall'accademia si passa alla politica il passo non è mai fluido, né neutro. L'identità fluida può diventare, sotto la scure legalitaria, nessuna identità. Questo è anti-umano, omogeneizza le differenze e costringe a un relativismo mortifero e a tratti misogino (la scrittrice J.K. Rowling è stata marchiata come omofoba e transfoba per aver detto che le femmine esistono e hanno le mestruazioni). La domanda è: esiste un discrimine tra il tutelare le persone dalle discriminazioni lavorative ricevute a causa della loro identità di genere e il regolare per legge, sulla base di una "teoria", cioè di un insieme di leggi incontestabili (come quelle fisiche), qualcosa che pertiene ai movimenti delicati e ineffabili della vita umana? Non sappiamo se va contro il progetto divino, come dice il Papa, ma certo l'astrazione cristallizza la vita. La legge Zan prevede - oltre al sesso, al genere e all'orientamento sessuale - l'identità di genere, cioè "l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione". Ma, per esempio: se a un posto di lavoro riservato a operaie si candida una persona che si sente donna e che - pur senza aver fatto il passaggio da uomo a donna - vuole che la legge la riconosca come tale, è giusto che abbia il posto avendo dalla sua un curriculum più qualificato e una superiore forza fisica rispetto a una donna? O sarebbe discriminatorio non assumerla? Come ha scritto Franco Berardi "Bifo", studioso e agitatore mentale, mentre rapporti sociali si fanno sempre più feroci la politica pensa a punire una fobia. Creando nuovi diritti civili, che sono a costo zero (basta una multa comminata a chi usa un linguaggio non rispettoso dell'identità di genere), la sinistra tralascia di curare quelli sociali (lavoro, istruzione, sanità, pensioni), a erodere i quali collabora proficuamente da anni con le destre neoliberali. I rapporti sociali sono violenti non perché ci sono in giro gli omo-transfobi, ma perché la politica miserabile ha distrutto la solidarietà sociale e promosso il "merito" e la competitività. Dovrebbe insospettirci che a sponsorizzare la fluidificazione di genere a beneficio della nostra libertà sia il capitalismo, che si è mostrato pronto a riposizionarsi, e con la sua industria anche culturale sforna prodotti fluidi e no-gender adatti a tutte le identità di genere (tutto è possibile, dice il feticismo della merce, tutto è a misura del tuo desiderio), mentre abbiamo bisogno di una legge che ci riconosca il diritto di essere come siamo.

Alessandro Rico per "la Verità" il 24 settembre 2021. Peter Boghossian, filosofo americano, è un epigono della maieutica socratica. Qualche anno fu coinvolto nello scandalo degli «studi sulle lamentele»: insieme ad altri due autori, James A. Lindsay ed Helen Pluckrose, tentò di far pubblicare, sotto pseudonimo, 20 paper di teoria postcoloniale, teoria queer, gender e femminismo. Saggi pieni di fesserie, ma scritti con la serietà di Michela Murgia quando usa lo «schwa». Tra i 7 articoli che superarono le revisioni, c'era quello, divenuto famoso, sul Pene concettuale come costrutto sociale.

 Pochi giorni fa, Boghossian si è dimesso dall'Università di Portland, dove insegnava, in polemica con il clima oppressivo che si respira nell'ateneo - e in moltissime università americane. 

Professore

«Mi chiami "fratello"».

Va bene.

«Sa che mia nonna era di Predappio, il paese di Benito Mussolini?».

Le piace dire cose pericolose Allora lei è un po' italiano.

«Al 50%: ho fatto un test genetico».

Fantastico: felice per la vittoria agli Europei? (Alza le braccia in cenno di esultanza) «Assolutamente. Woooooh!». 

A scanso di equivoci: lei non è un conservatore, no?

«No».

Ed è ateo?

«Sì».

Non è di destra.

«Per niente».

Su Twitter, si è lamentato del fatto che nessun media di sinistra l'abbia voluta intervistare, a proposito delle sue dimissioni dalla Portland State University. Nel frattempo, l'ha contattata qualcuno?

«No. Mi hanno chiamato Glenn Beck e Tucker Carlson, che sono conservatori Ma a me piacerebbe tenere una conversazione su ciò che è successo». 

Immaginiamo.

«Il presidente della Portland State University ha detto che la "giustizia razziale" è la sua "principale priorità". Visto che si tratta di un'università pubblica, finanziata da chi paga le tasse, in un periodo di crisi di bilancio, mi piacerebbe tenere una conversazione, specie con chi è di sinistra, a proposito di questo. Dovrebbe essere quella la priorità di un'istituzione pubblica?». 

Dovrebbe?

«No. È una fottuta follia».

Nella bellissima lettera con cui ha spiegato i motivi delle sue dimissioni, ha scritto che l'università è diventata «una fabbrica di giustizia sociale i cui soli input sono razza, genere e vittimismo e i cui soli prodotti sono lamentele e divisione». Come si è arrivati a questo?

«Non so come funzioni nella mia madrepatria - l'Italia - ma qui negli Usa, tutti quelli che formano i docenti sono dei woke». 

Quelli fissati con razzismo, discriminazioni sessuali

«Ecco. E poi chiunque osi mettere in dubbio certe teorie diventa all'improvviso un razzista. Reo di una "microaggressione"». 

C'entra la politica delle identità, che vede la società come un coacervo di minoranze oppresse, che dovrebbero vendicarsi per le ingiustizie subite?

«Non vogliono solo vendicarsi. Vogliono abbattere il sistema. Ecco perché buttano giù le statue». 

Peggio mi sento.

«Se non ti piacciono certe statue, c'è un processo democratico che puoi intraprendere per farle sostituire. Il resto sono atti di teppismo. E chi li compie è un teppista». 

E la politica delle identità?

«Non è una caratteristica della sinistra tradizionale. È una caratteristica dei woke. Ha parassitato i valori della sinistra tradizionale». 

Cos' è allora la sinistra woke?

«I comunisti volevano livellare i privilegi economici. I woke vogliono livellare tutto».

Basta la democrazia per rimuovere la storia? La sua madrepatria celebra il centenario di Dante. Qualcuno pensa fosse un «islamofobo». Ma se anziché una banda di teppisti, ci fosse una maggioranza politica a decidere di rimuoverlo dai programmi scolastici, sarebbe comunque giusto difenderlo, no?

«È per questo che da noi esiste la Costituzione. Ci devono essere dei valori di fondo. Al loro interno, le persone possono scegliere di vivere come vogliono. In America c'era un programma tv, Judge Judy, in cui la protagonista diceva una cosa profondamente vera». 

Cioè?

«"Non farti giustizia da solo; rivolgiti a un tribunale". Non possiamo avere bande di persone infuriate con la società, che si comportano da teppisti. Se non ti stanno bene le cose, candidati. Donald Trump, a cui il sistema non piaceva, l'ha fatto. E ha pure vinto». 

Le università che lei critica formeranno le future élite del Paese. Cosa aspettarsi da loro?

«Esattamente quello che vediamo già ora. Le persone che sono state addestrate ad attaccare i valori occidentali all'università porteranno tutti quei nonsense - "trigger warning", "migroaggressioni", "spazio di sicurezza" - anche nelle imprese, sul lavoro, nello Stato». 

Invitava in aula i terrapiattisti?

«Anche».

Ha scritto che «grazie a quelle conversazioni confuse e difficili», vedeva gli studenti «mettere in questione le convinzioni rispettando chi le avanzava, rimanere calmi in circostanze complicate e, addirittura, cambiare idea».

«Confermo». 

Significa che dobbiamo ascoltare anche chi ha dubbi sulle misure anti Covid e sui vaccini?

«Dipende dal contesto. Io ho tenuto un corso di "scienza e pseudoscienza". Volevo ospiti che sfidassero la visione tradizionale. Se non consenti critiche, spingi la gente a sposare le teorie del complotto». 

Dice?

«Agli studenti vanno dati gli strumenti per mettere in questione le convinzioni. Non si mandando a quel paese gli altri. Si scavano a fondo le loro idee. Alla fine, ci guadagnano tutti». 

È il metodo socratico.

«Che ormai viene rifiutato, perché i vertici degli atenei si preoccupano solo degli studenti che si lamentano: "Non mi sento al sicuro". Ma perché cacchio studi filosofia se ti senti "insicuro"? All'università non vai per sentirti sicuro, per essere confermato nelle tue convinzioni. Allora, fatti prete. Vai in una madrasa. Vai in Afghanistan!». 

Lei ha subito diversi tentativi di sabotaggio da parte degli studenti. Quale l'ha colpita di più?

«Non mi hanno infastidito particolarmente. Quello che mi ha infastidito è stata l'accusa di picchiare mia moglie e mio figlio». 

È emersa durante un'indagine interna sui suoi corsi. Cosa c'entrava con i suoi metodi d'insegnamento?

«Nulla. Se pensi che qualcuno picchi sua moglie e i suoi figli, chiami la polizia. Non vai al Comitato per la diversità».

 Uno studente che non condivideva i suoi metodi ha potuto trascinarla in quella sorta di processo. Allora, qualsiasi professore può essere intimidito e silenziato, no?

«Proprio così».

Persino i suoi colleghi, alle sue spalle, sconsigliavano ai ragazzi di seguire i suoi corsi. Professori che si comportano possono pretendere di educare i giovani?

«Loro considerano l'università come un luogo d'indottrinamento. Pensano di possedere la verità ed esigono che gli studenti gliela ripetano tale e quale. Perciò facevo il paragone con le religioni: siamo dinanzi a una sorta di religione secolare. Costoro fanno catechismo». 

Appunto.

«E così, chi, come me, pone delle domande, non è solo uno che sbaglia. È una cattiva persona. I cattivi mettono in dubbio l'idea che il razzismo sia ovunque. Se chiedi: "Che prove avete che il razzismo sia ovunque?", hai commesso una "microaggressione". O li stai facendo sentire "non al sicuro"». 

Bisogna dedurne che la democrazia liberale è in pericolo?

«Sì».

Ha paura che qualcuno possa fargliela pagare per le sue idee?

«Certo. Gli Antifa. A casa ho delle armi. Per 53 anni non ne ho avute, adesso la casa ne è fottutamente piena. Sto in mezzo al nulla proprio per questo motivo, ma ho delle armi nel caso in cui qualcuno venga a prendermi a casa». 

Addirittura?

«Certo. Vuol vedere?».

Perché no. (Si allontana, poi torna e mostra una Glock 9 millimetri).

Incredibile.

«Per fortuna ero con il mio istruttore di ju jitsu, ma sono stato minacciato in un bar, quattro-cinque volte per strada, mi hanno tirato una bottiglia, mi hanno pure sputato addosso». 

Stando ai suoi insegnamenti, è stato un errore bannare Trump dai social?

«Domanda difficile. Facebook e Twitter sono società private, possono fare quello che vogliono».

Hanno responsabilità sociali?

«Non saprei risponderle. So che dovrebbero essere coerenti nell'applicare i loro termini di servizio. A me pare che bannino le persone per motivi ideologici».

Il portavoce dei talebani, ad esempio, ha un account.

«Appunto: non sono coerenti».

Dalla vicenda del «pene concettuale», possiamo dedurre che gli studi su argomenti come gender, femminismo, o cambiamento climatico, hanno scarso o nullo valore scientifico?

«Possiamo dedurre che il golden standard della conoscenza non è più tale. Dovremmo poterci fidare del fatto che un articolo, pubblicato su una rivista con revisione paritaria, sia basato sulle prove più solide che gli studiosi tentano di falsificare. Ma non è così. Spesso è basato sulla sola volontà di propagandare una convinzione morale».

All'epoca degli «studi sulle lamentele», l'università la punì per «cattiva condotta nella ricerca».

«Anziché prendersela con me e dirmi che non ero etico, i ricercatori avrebbero dovuto spiegare perché avevano pubblicato dei paper pazzoidi». 

Le università italiane non sono ancora arrivate a certi livelli di conformismo e intolleranza ideologica. La china, però, è quella. Come evitiamo la deriva totale?

«Il difficile è che questa ideologia è un solvente universale: corrompe e distrugge tutto ciò con cui viene a contatto. Dunque, vi direi: non lasciatela penetrare».

E se ormai è penetrata?

«Fate la voce grossa, evitate che metastatizzi. Ma se è già penetrata... È troppo tardi».

Chi era Edward Bernays, il pubblicitario capace di manipolare le masse. Emanuel Pietrobon su Inside Over l'1 luglio 2021. Controllare, traviare e manipolare le masse non è mai stato semplice come oggi, ventunesimo secolo, tempo delle guerre ibride, delle infodemie, della biopolitica, del capitalismo della sorveglianza e del neuromarketing. Un tempo, quello contemporaneo, al quale appartengono fenomeni come le post-verità, la de-democratizzazione delle democrazie liberali e l’inebetimento delle masse tramite un panem et circenses al cubo di huxleyana memoria.

La nostra è un’epoca indecifrabile, dove nulla è come appare, perché tutto è o potrebbe essere una psico-arma – dalla musica all’intrattenimento –, e dove nessuno è chi dice di essere, perché chiunque è o potrebbe essere un adulteratore del pensiero sotto mentite spoglie – come gli influencer. Veri, unici e grandi vincitori di quest’era brulicante di miraggi e ircocervi saranno coloro che, risalendo al Logos nell’oceano delle post-verità, sapranno difendere la propria autonomia di pensiero dalla forza deindividuante e spoliativa della massificazione. E il segreto per vincere questa battaglia, mantenendo un “pensiero sovrano” (sovereign thinking) nell’età del comportamento e della morale del gregge, potrebbe celarsi nel vissuto di Edward Bernays, il padre dell’ingegneria del consenso e della società dei consumi.

Le origini del mito. Edwards Louis Bernays nasce a Vienna il 22 novembre 1891, ma cresce negli Stati Uniti. Allevato in un ambiente educativo altamente stimolante e connotato da metodi didattici innovativi e focalizzati sullo sviluppo del potenziale umano – era nipote di Sigmund Freud, il padre fondatore della psicoanalisi –, avrebbe dimostrato precocemente di aver interiorizzato gli insegnamenti ricevuti tra l’infanzia e l’adolescenza. Dopo aver conseguito una laurea in agricoltura all’università Cornell di Ithaca (New York), più per accontentare i genitori che per soddisfare una passione personale, entra nel mondo del giornalismo come pubblicista. Non è il lavoro dei sogni, ma gli permetterà di farsi conoscere come lo stregone della pubblicità. È il 1913 e il giovane Bernays lavora per il mensile Medical Review of Review. Il pubblicista viennese ha un’intuizione che si rivelerà profittevole al di là di ogni pronostico: recensire positivamente una controversa opera teatrale francese sul tema della sifilide – Les Avariés di Eugène Brieux – nell’aspettativa di alimentare un dibattito in America. Nel dopo-recensione sarebbe accaduto l’impensabile: Hollywood, fiutata l’opportunità della sceneggiatura, avrebbe trasposto l’opera cinematograficamente. Il caso Les Avariés avrebbe consentito a Bernays di trasferirsi dal giornalismo allo spettacolo, ovvero dalle recensioni alle pubbliche relazioni. Assunto dall’imprenditore circense Sergej Djagilev per promuovere il tour americano dei Balletti russi, una compagnia di balletto famosa in Europa ma sconosciuta negli Stati Uniti, Bernays avrebbe elaborato una strategia promozionale (di successo) basata sull’impiego simultaneo di giornali e imprese, con i primi pagati per recensire positivamente gli artisti e le seconde contattate per produrre del merchandising da distribuire al pubblico pagante. Oramai proiettato nella realtà emergente delle pubbliche relazioni – da lui foggiata e plasmata in maniera determinante –, Bernays avrebbe cominciato molto presto a lavorare per le grandi corporazioni e per il governo degli Stati Uniti.

Il grande manipolatore. È il 1917 e l’amministrazione Wilson è alla ricerca di affabulatori della comunicazione da inserire nel neonato Comitato sull’informazione pubblica (Committee on Public Information), un ente istituito allo scopo di convincere l’opinione pubblica americana ad accettare l’intervento degli Stati Uniti nella Grande Guerra, e Bernays, il genio che ha fatto la fortuna dei Balletti russi – la cui prima newyorkese avrebbe registrato il tutto esaurito –, viene contattato per prendervi parte. Le menti del Comitato sull’informazione pubblica – considerabile in tutto e per tutto un para-ministero della propaganda – non avrebbero tradito la fiducia riposta in loro dall’amministrazione Wilson, portando avanti un’opera mirabile in termini di condizionamento dell’opinione pubblica. Perché di Bernays e soci fu l’idea di trasformare Hollywood in un instrumentum regni – innumerevoli i film patriottici e antitedeschi prodotti in soli due anni –, di sfornare la celebre immagine dello Zio Sam associata alla frase “I Want You for US Army“, di creare l’esercito dei four-minute men – dei cittadini reclutati per parlare alle folle dei pro della guerra – e di militarizzare concetti quali democrazia e libertà sia a livello domestico sia a livello internazionale – dipingendo un mondo dicotomicamente diviso in buoni e cattivi e nel quale soltanto gli Stati Uniti avrebbero potuto operare per difendere la libertà propria e altrui. Nel dopoguerra, forte dell’esperienza maturata nel breve periodo trascorso al Comitato sull’informazione pubblica, Bernays fonda una propria azienda di “direzione pubblicitaria” con sede a Broadway. L’obiettivo del genio della comunicazione è semplice: mettere le conoscenze e le competenze acquisite negli anni della pubblicità e della propaganda al servizio delle grandi corporazioni alla ricerca di maggiori introiti attraverso la pubblicità. In suo soccorso sarebbe venuto lo zio, Sigmund Freud, il più grande scrutatore della mente umana del primo Novecento, che lo avrebbe illuminato sulla necessità di manipolare l’inconscio e toccare i tasti dell’irrazionalità emotiva degli esseri umani. In controtendenza rispetto ai colleghi dell’epoca, privi della fortuna di avere un consigliere quale Freud, Bernays avrebbe sviluppato un modus operandi basato sul leveraggio delle emozioni inconsce e mirante all’induzione del bisogno. La pubblicità, sosteneva Bernays, non avrebbe dovuto limitarsi a descrivere le funzionalità di un prodotto (come era d’uso a quei tempi): avrebbe dovuto trasformare l’astante in un consumatore, rendendo quel bene superfluo una necessità inderogabile. Nel 1920, dopo aver cambiato nome alla propria attività – divenuta Ufficio di relazioni pubbliche – e studiato approfonditamente le opere dello zio, si getta nel mercato della pubblicità autopromuovendosi quale primo e unico consulente in relazioni pubbliche d’America. Una curiosa campagna di self-marketing, quella di Bernays, dal cui grembo, tre anni più tardi, sarebbe nato un libro per addetti ai lavori, Crystallizing Public Opinion, e che avrebbe convinto diversi grandi marchi, dalla United Fruit Company all’American Tobacco Company. Bernays, l’uomo che inventò le relazioni pubbliche e il consumismo, aveva realmente una mente fuori dal comune. Nella sua lunga carriera al servizio di pubblico e privati, invero, avrebbe mostrato e dimostrato innumerevoli volte – e senza mai fallire – di avere una soluzione per ogni problema, o meglio una pubblicità persuasiva per ogni prodotto: Consigliò ai clienti della moda di popolarizzare i loro vestiti facendoli indossare (dentro e fuori le scene) ad attori e attrici celebri di Hollywood, che, in tal modo, li avrebbero resi dei beni Veblen – un suggerimento che, rivelatosi fruttuoso, avrebbe poi riciclato per aiutare i venditori di gioielli. Consigliò ai clienti dell’industria automobilistica di creare un’associazione positiva tra autovetture e virilità – una dritta che avrebbe avuto ricadute eccezionali sia in termini di vendite sia in termini di impatto culturale. Trasformò radicalmente l’immagine pubblica del timido presidente Calvin Coolidge, organizzando eventi alla Casa Bianca, aperti alle telecamere e presenziati dalle stelle di Hollywood e della musica, che lo avrebbero aiutato a divenire palatabile presso la stampa. Aiutò l’American Tobacco Company (ATC) a popolarizzare il vizio del fumo tra le donne attraverso un’iniziativa passata alla storia come “Sigarette – Le fiaccole della libertà“. Aiutato da uno psicoanalista freudiano, Abraham Arden Brill, il padre del consumismo elaborò una campagna pubblicitaria veicolante l’idea che le sigarette – un tabù per il pubblico femminile – fossero un simbolo di emancipazione dall’uomo. Un’idea che sarebbe entrata con veemenza nell’immaginario collettivo in occasione della parata pasquale di Broadway nel 1929, quando un gruppo di debuttanti sul libro paga di Bernays, o meglio dell’ATC, si rese protagonista di una pittoresca protesta: fumare Lucky Strike. Le sigarette, a partire da quel giorno, sarebbero divenute il simbolo, oltre che dell’emancipazione sessuale, della libertà. Sua l’idea di politicizzare l’Expo 1939 di New York in chiave antinazista e filoamericana, istruendo gli organizzatori su come creare dei padiglioni che collegassero democrazia, capitalismo e libertà e quei tre concetti agli Stati Uniti. Nel novero delle costruzioni firmate da Bernays ed esposte al pubblico, che furono tante, ebbe particolare impatto un utopistico modello di città del domani – la “Democracittà” (Democracity) – concepito allo scopo precipuo di convincere i visitatori dell’indissolubilità del binomio democrazia-futuro.

Il ruolo nel cambio di regime in Guatemala. Nella lunga rosa dei clienti d’oro di Bernays, il padre dell’ingegneria del consenso, figurava stabilmente la potente United Fruit Company (oggi Chiquita Brands). E l’incubo della UFC negli anni Cinquanta rispondeva ad un nome preciso: Juan Jacobo Arbenz Guzman. Asceta e pensatore proveniente dalle forze armate, nonché seguace di una scuola di pensiero socialisteggiante e puramente autoctona, l’arevalismo, Guzman era stato eletto alla presidenza del Guatemala del 1951 promettendo che avrebbe posto fine al dominio asfissiante della multinazionale delle banane nella vita domestica. Samuel Zemurray, il longevo direttore della compagnia, consapevole del fatto che Arbenz avrebbe potuto significare l’inizio della fine dell’impero delle banane, sia in Guatemala sia altrove, chiese a Bernays – che in passato aveva aiutato la multinazionale ad incrementare le vendite nel mercato a stelle e strisce introducendo attori e attrici negli spot pubblicitari e associando il consumo di banane ad una buona salute – di trovare un modo per convincere l’amministrazione Eisenhower, il Congresso e l’opinione pubblica che Arbenz costituisse una minaccia concreta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Su idea di Bernays, Arbenz iniziò ad essere associato a Josif Stalin, ottenendo il doppio risultato di diffondere panico nell’opinione pubblica americana e di creare un nemico credibile lungo i confini statunitensi. Se la Casa Bianca non fosse intervenuta, Arbenz, un dittatore in divenire, avrebbe tentato di egemonizzare l’America centrale e convertirla al comunismo. Zemurray, inoltre, sempre su suggerimento dell’abile manipolatore delle masse, pagò numerosi giornalisti per scrivere articoli contro Arbenz e curò la preparazione di dispacci anonimi, distorcenti la realtà dei fatti sul Guatemala, poi inviati alle redazioni di New York Times, Time, Washington Post ed Herald Tribune – quest’ultimo invitò i lettori a boicottare il Paese come luogo di vacanze. L’opera più mirabile di Bernays, però, sarebbe stata Report on Guatemala, una relazione di 235 pagine, denunciante i legami (inesistenti) tra Arbenz e Stalin e distribuita ad ogni membro del Congresso americano nel 1953. La lettura di quel rapporto avrebbe scioccato sia i senatori – come il repubblicano Bourke Hickenlooper, che accusò il Guatemala di essere un “Paese sovietico in America centrale” – sia il neoeletto presidente Dwight Eisenhower – che si decise finalmente ad affidare alla CIA il fascicolo Arbenz. Gli sforzi di Bernays avrebbero fruttato molto rapidamente: Arbenz, il temibile nemico dell’impero delle banane di Zemurray, sarebbe stato detronizzato nel giugno 1954 nell’ambito dell’operazione PBSUCCESS. La multinazionale, ad ogni modo, non poté profittare a lungo del cambio di regime: Bernays, che sapeva manipolare le menti, ma non era in grado di anticipare il futuro, non aveva immaginato che la caduta del popolare presidente avrebbe gettato le fondamenta per la caduta della nazione mesoamericana in uno stato di guerra civile perdurato sino agli anni Novanta. L’esperienza guatemalteca avrebbe avuto un impatto notevole sul pensiero di Bernays. Perché, mentre gli Stati Uniti lo avevano portato a credere che (tutte) le masse fossero intrinsecamente e ugualmente stupide, indi manovrabili facilmente e all’infinito, il Guatemala lo avrebbe illuminato relativamente all’importanza da dedicare a quella variabile fondamentale che è il popolo. Perché se è vero che tutti i popoli sono uguali, ma che alcuni sono più uguali di altri, lo è altrettanto che ogni inganno, anche il più astuto, ha una data di scadenza; una verità che Bernays avrebbe compreso dal proprio ufficio e che i guatemaltechi avrebbero compreso sulla propria pelle.

Tic e pregiudizi politici. Il Coronavirus, la funivia del Mottarone e Falcone: quando l’ideologia offusca la verità. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 26 Maggio 2021. Il divo della virologia Anthony Fauci ha detto che secondo lui c’è ancora da indagare per scoprire se la Cina abbia fabbricato il Covid-19, spacciandolo poi come un frutto perverso di madre natura. Lo ha detto, secondo il Wall Street Journal, dopo avere visto un rapporto filtrato – “leaked” – dai servizi segreti in cui si fa questa ipotesi. L’ipotesi sarebbe quella secondo cui la Cina non avrebbe costruito un virus per sterminare i propri clienti che comprano le sue merci, ma che il virus sia sfuggito dal laboratorio di Wuhan, una tesi questa che si riaffaccia periodicamente, e ora in maniera particolarmente autorevole, perché a dire che non tutto è chiaro, è Fauci. Vero o falso, sappiamo che un errore del genere è possibile: il premio Nobile Montaigne che ha decrittato il Dna del virus Hiv dell’Aids, disse all’inizio dell’epidemia di avere letto e riconosciuto interi brani del Dna dell’Aids sulla schiena del Covid-19. Joe Biden, che aveva trattato da pazzo paranoico Donald Trump per la sua mania di accusare la Cina per il virus, adesso ha scoperto che in geopolitica il virus cinese torna utile e ha invitato pubblicamente l’Oms a indagare più a fondo. Cosa che è priva di qualsiasi valore scientifico ma solo politico, visto che l’Oms è un’agenzia dell’Onu e non un ente di ricerca, per di più guidata da un indiano filocinese che ha sempre porto i suoi più deferenti rispetti alle autorità di Pechino da lui già scagionate. Un discorso diverso ma analogo riguarda la tremenda tragedia della funivia causata certamente da errore umano. Qui l’intrusione politica sta nel relegare ai margini delle cronache questa certezza che implica responsabilità probabilmente attraverso l’intensa collezione di dichiarazioni che puntano sulla straordinaria e inspiegabile disgrazia. Mio padre era un ingegnere delle Ferrovie dello Stato che correva sui carrelli ferroviari e mi portava spesso con sé quando collaudava montagne russe, sciovie, seggiovie, funivie e altri complessi meccanismi su cui gli esseri umani salgono rischiando l’osso del collo. Ma affinché non se lo rompano, esistono dei manuali, detti protocolli, in cui tutto è calcolato sicché quando una tragedia accade, si può essere sicuri che dipenda da un errore umano, salvo tre o quattro eccezioni facili da verificare. Ma sappiamo che una sciagura avviene soltanto se un artefatto costruito dall’uomo per funzionare nelle condizioni stabilite dall’uomo, quando si rompe e uccide esseri umani, avviene per colpa umana. Le eccezioni possibili sono casi di terrorismo come quello realmente accaduto quando un aereo, volando illegalmente a bassa quota, tranciò i cavi di una funivia, oppure casi di catastrofi naturali come lo tsunami che provocò la tragedia nucleare in Giappone. Potrebbe anche il virus Covid essere una funivia difettosa creata dell’uomo? Siamo abituati a credere al dotto Fauci come a un oracolo competente e indipendente, ma la questione dell’origine cinese del Covid è oggi una questione politica. Quali sono i collegamenti fra questi due disastri tanto diversi e lontani anche nelle proporzioni (è la prima volta da quando esiste l’epidemia che i media si concentrano su una manciata di morti)? Tutto ciò che è solo umano, è umano. Finora l’essere umano non ha mai prodotto dei virus ma li ha soltanto modificati per farne vaccini. Ma produce macchinari con i suoi stessi errori. Saper riconoscere gli errori e dichiararli tali senza ricorrere alla oscura divinità del complotto e senza prendersi le responsabilità che ne derivano equivale a mentire. Specialmente noi italiani siamo portati a scartare la ricerca della verità per il compiacimento morboso del dolore. La mia memoria mi suggerisce di ricordare quel che notai a Palermo quando andai per la strage di Capaci e vidi che tutto l’apparato informativo e comunicativo era totalmente dirottato sull’aspetto ideologico, quasi mistico di una mafia divina ancorché diabolica, ma non vedevo traccia delle indagini. Di un’inchiesta che rispondesse alla prima domanda: perché fu ucciso Falcone? L’accostamento tra la pandemia, la funivia e l’omicidio Falcone, può solo a prima vista apparire bizzarro, ma già lo diventa meno se ricordiamo che dopo Capaci venne via D’Amelio e tutti sono d’accordo nel dire che in troppi hanno mentito e seguitano a mentire, fino a confondere ogni traccia. Lascio a chi legge l’esercizio logico sull’uso della verità meccanica, di quella geopolitica ed epidemica e quella sull’uso e l’abuso della manipolazione criminale.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

25 aprile sempre più rosso: la sinistra ci impone Bella ciao. Matteo Carnieletto il 6 Giugno 2021 su Il Giornale. La sinistra propone di rendere obbligatoria Bella ciao durante il 25 aprile. Ma si dimentica che questo inno non fu mai cantato durante la Resistenza e che l'Italia la liberarono gli americani. La proposta di legge depositata alla Camera dai deputati di Partito democratico, Italia Viva, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali è semplice: far diventare Bella ciao l'inno istituzionale del 25 aprile, da cantare subito dopo quello di Mameli. Lo riporta l'Adnkronos. In questo modo "si intende riconoscere finalmente l'evidente carattere istituzionale a un inno che è espressione popolare – vissuta e pur sempre in continua evoluzione rispetto ai diversi momenti storici – dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica". E ancora: "Nello specifico, pertanto, con l’articolo 1, comma 1, si prevede il riconoscimento da parte della Repubblica della canzone Bella ciao quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce, inoltre, che la canzone Bella ciao sia eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo". E questo è tutto. Il problema è che i firmatari di questa proposta di legge dimenticano una cosa importante: Bella ciao non fu mai cantata durante la Resistenza. Giorgio Bocca, non certo un pericoloso reazionario, disse: "Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto". Il riferimento è a quando, nel 1964, il Nuovo canzoniere italiano propose l'inno partigiano al Festival dei due mondi, consacrandolo così in maniera definitiva. Certo, c'è chi sostiene, come Alessandro Portelli sul Manifesto, che questa canzone fosse l'inno della Brigata Maiella e che sarebbe stata cantata fin dal 1944. Ma la realtà è un'altra, come ricorda Il Corriere della Sera: "Nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a Bella ciao, tanto meno sella sua eventuale adozione come 'inno'. Anzi, dal diario di Donato Ricchiuti, componente della Brigata Maiella caduto in guerra il 1° aprile 1944, si apprende che fu proprio lui a comporre l’inno della Brigata: Inno della lince". I canti dei partigiani erano altri, come Fischia il vento, per esempio. Oppure Risaia. Ma Bella ciao proprio no. Ricorda infatti l'AdnKronos che questo inno non compare in alcun testo antecedente gli anni Cinquanta: "Nella relazione vengono anche presentati alcune esempi di raccolte di canzoni (come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945 e le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini) o riviste (come Folklore nel 1946) nei quali il testo di Bella ciao non compare mai. La prima apparizione è nel 1953, sulla rivista La Lapa di Alberto Mario Cirese, per poi essere inserita, proprio il 25 aprile del 1957, in una breve raccolta di canti partigiani pubblicati dal quotidiano L'Unità".

Chi ha liberato l'Italia. Presentando questa proposta di legge, Laura Boldrini ha affermato che Bella ciao ci ricorda che "la resistenza non fu di parte, ma un moto di popolo, che coinvolse tutti coloro che non ritenevano più possibile vivere sotto una dittatura: un moto eterogeneo. Fecero parte della resistenza comunisti, socialisti, azionisti, liberali anarchici quindi essendo Bella Ciao un canto della Resistenza ed essendo stata questa un moto di popolo è giusto che diventi un inno istituzionale, espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica". Non fu così. La resistenza non fu affatto un moto di popolo. Non si schierarono milioni di italiani contro poche migliaia di fascisti. Entrambi i fenomeni - sia quello della Resistenza sia quello della Repubblica sociale - mossero poche centinaia di migliaia di persone, come ricorda Chiara Colombini in Anche i partigiani però... (Laterza). Alla prima aderirono poco più di 130mila persone, alla seconda poco più di 160mila. In mezzo oltre 40 milioni di italiani. Non si registrò dunque nessun movimento di popolo né dall'una né dall'altra parte. Ha però ragione la Boldrini quando afferma che la Resistenza fu un fenomeno eterogeneo in cui erano presenti diverse anime. Tra queste, quella certamente prevalente era quella comunista che aveva un obiettivo molto chiaro: sostituire una dittatura con un'altra. Lo aveva capito bene Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, che dopo aver combattuto i tedeschi fu ammazzato dai partigiani rossi: "I commissari garibaldini (la notizia ci giunge da parte non controllata) hanno intenzione di costituire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell'Italia". Se ci fermiamo ai numeri, poi, notiamo che essi sono impietosi. Li ricorda Maurizio Stefanini sul Foglio: "Il 18 settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, di cui un migliaio di 'autonomi': bande di militari nate dallo sfasciarsi del Regio esercito, che si collegheranno poi in gran parte con la Democrazia cristiana o il Partito liberale. Nel novembre del 1943 sono 3.800, di cui 1.900 autonomi. La sinistra diventa maggioritaria nel 1944: al 30 aprile ci sono 12.600 partigiani, di cui 5.800 delle Brigate Garibaldi, organizzate dal Pci; 3.500 autonomi; 2.600 delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; 600 di gruppi più o meno esplicitamente cattolici. Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti: 25.000 garibaldini, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi e cattolici. Bocca vi aggiunge un 2.000 tra socialisti delle Brigate Matteotti e repubblicani delle Brigate Mazzini e Mameli. Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000 e nell’ottobre a 80.000, che però calano a 50.000 in dicembre. Giorgio Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945, cita una stima del comando generale partigiano su 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che 'nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000-300.000 a girare armati e incoccardati'. Anche di questa massa i garibaldini, ammette Bocca, 'sono la metà o poco meno'". Nota giustamente Stefanini che il "dato interessante è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi 4 mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi 2 mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni!". Basterebbero questi numeri a far tornare la Resistenza nella giusta collocazione storica. Ma non è così. Scegliere Bella ciao come inno ufficiale del 25 aprile significa renderlo ancora di più di una parte soltanto, a discapito di tutte le altre. Ma forse è proprio quello che certe forze politiche vogliono. Non a caso, Marco Rizzo, uno dei pochi comunisti ancora degni di questo nome, ha parlato di "antifascismo prêt-à-porter", che ha come fine quello di richiamare le masse (o almeno così si spera) prima delle elezioni. Difficile dargli torto...

Matteo Carnieletto. Entro nella redazione de ilGiornale.it nel dicembre del 2014 e, qualche anno dopo, divento il responsabile del sito de Gli Occhi della Guerra, oggi InsideOver. Da sempre appassionato di politica estera, ho scritto insieme ad Andrea Indini Isis segreto, Sangue...

Niccolò Carratelli per "la Stampa" il 7 giugno 2021. «Bella Ciao» come l'inno di Mameli, almeno il 25 aprile. Nelle cerimonie ufficiali della Festa della Liberazione, subito dopo l'inno nazionale, va intonata la canzone simbolo della Resistenza. Anche se in realtà, nella proposta di legge in cui viene motivata l'iniziativa, si sottolinea il «carattere istituzionale» di "Bella Ciao", il fatto che sia «un'espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica». Nel testo, a prima firma del deputato Pd Gian Mario Fragomeli, ma sottoscritto anche da nomi noti come Fiano, Fassino o Boldrini, si ripercorre la storia della canzone, cercando di dimostrarne la neutralità politica: «Possiamo affermare con certezza - scrivono i proponenti - che "Bella Ciao" non è espressione di una singola parte politica, ma che, al contrario, tutte le forze democratiche possono ugualmente riconoscersi negli ideali universali ai quali si ispira la canzone». Una tesi che non fa breccia a destra, come spiega chiaramente Ignazio La Russa: «"Bella Ciao", non per colpa del testo, ma per colpa della sinistra, non copre il gusto di tutti gli italiani - spiega il senatore di Fratelli d' Italia - non è la canzone dei partigiani, ma solo dei partigiani comunisti. Se proprio si vuole tornare indietro nella storia, c' è la canzone del Piave per ricordare i caduti della guerra». Netto il giudizio negativo di Rachele Mussolini, nipote del Duce, che la definisce una «proposta divisiva, che non toglie o aggiunge nulla a quello che è lo stato attuale delle cose: l'hanno sempre cantata il 25 aprile e ora vogliono avere l'ufficialità di questo inno. Ce ne faremo una ragione». La legge, presentata alla Camera lo scorso 21 aprile, è sostenuta da Pd, Italia Viva e Leu, ma tra i firmatari c' è anche un deputato del Movimento 5 stelle. Da vedere se troverà il consenso necessario in Parlamento, il testo è stato assegnato alla commissione Affari costituzionali di Montecitorio lo scorso venerdì, ma l'esame non è ancora stato avviato.

“Bella Ciao” obbligatorio? La Rai ci propina il documentario sul “mito” dei partigiani buoni…Monica Pucci lunedì 7 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Mentre impazza il dibattito sulla proposta di legge che vorrebbe ‘Bella ciao’ inno del 25 aprile, al canto popolare sarà dedicato per la prima volta un documentario, che dovrebbe andare in onda il prossimo 15 dicembre su Rai1. Benzina sul fuoco nel dibattito sull’inno “partigiano”, del quale la sinistra chiede un riconoscimento istituzionale rendendolo obbligatorio subito dopo l’Inno di Mameli, in occasione di eventi celebrativi, come il 25 aprile. La Rai, intanto, si è portata avanti col lavoro… Lo scorso 31 maggio è stato annunciato che ‘Bella Ciao’ diventerà un documentario coprodotto da Palomar Doc e Rai Documentari e diretto da Giulia Giapponesi con il titolo ‘Bella Ciao – La storia oltre il mito’. Con oltre un miliardo di visualizzazioni online, Bella Ciao è il canto popolare italiano più ascoltato nel mondo negli ultimi anni. Come canzone di lotta e resistenza è stata recuperata nell’ultimo quarto di secolo da decine di realtà di protesta, dalla primavera araba alle proteste #occupy Usa e #occupy Mumbai, dalla lotta alla globalizzazione alla lotta ai cambiamenti climatici, dai funerali dei vignettisti di Charles Hebdo alle rivolte in Sudan e ai movimenti di piazza in Libano, in Cile, in Turchia. Tutto fa brodo, quando c’è da cantare “oh partigiano portami via”, anche nelle fiction di successo, come “La casa di carta” di Netflix. Ma in Italia quel canto resta di parte e divisivo, non certo rappresentativo di tutti, visto che ha segnato le fasi più cruente della guerra civile e accompagnato le azioni vendicative dei partigiani italiani senza scrupoli. 

La tragica storia di Luisa Ferida: innocente, fu fucilata dai partigiani con il bimbo in grembo. Viola Longo venerdì 30 Aprile 2021 su Il Secolo d'Italia. Qualcuno l’ha ricordata in occasione del 25 aprile, per rammentare che anche ombre si affastellano su quella data. In molti sui social la stanno ricordando in queste ore, in cui ricorre l’anniversario del suo assassinio. Luisa Ferida, al secolo Luigia Manfrini Farné, era un’attrice di successo, aveva 31 anni ed era incinta a uno stadio avanzato quando il 30 aprile 1945 venne fucilata a Milano dai partigiani. La sua unica colpa era quella di essere la compagna dell’altrettanto noto attore Osvaldo Valenti, a sua volta giustiziato quel giorno: aveva aderito alla Rsi e si era arruolato nella X Mas «in quanto simbolo di dignità e onore». Tanto bastava.

Una sentenza già scritta. Per Valenti e Ferida, come per molti che fecero la stessa fine, i partigiani, che in questo caso erano quelli della divisione “Pasubio”, al comando di Giuseppe Morozin, che rispondeva al nome di battaglia di “Vero”, celebrarono un processo sommario, con una sentenza di fatto già scritta: morte. Secondo quanto riferito dallo stesso Morozin anni dopo, fu Sandro Pertini in persona a spingere per l’esecuzione. Anche per quella della Ferida.

L’ordine di Pertini: uccideteli. Fra i molti che hanno raccontato la storia tragica di Ferida e Valenti, c’è stato anche Raffaello Uboldi, giornalista di razza e autore, tra l’altro, della prima biografia di Pertini, Il cittadino Sandro Pertini, cui seguì poi il volume Pertini soldato. Ebbene, anche Uboldi, scomparso nel novembre 2018 e che di Pertini fu collaboratore e amico, scrive nel suo 25 aprile. I giorni dell’odio e della libertà, che Pertini «non muoverà un dito per salvare dalla fucilazione Valenti e la Ferida, nemmeno lei, che era colpevole di nulla; anzi, si sarebbe speso a favore dell’esecuzione». “Vero” Morozin nel suo Odissea Partigiana, del 1965, fu molto più netto, raccontando che Pertini lo chiamò tre volte, intimando di uccidere i due attori.

Luisa Ferida, fucilata dai partigiani «senza prove». Il racconto che Uboldi fa della loro condanna a morte è drammatico e, specie per la Ferida, carico di pietà. «La loro sorte è comunque segnata, li vogliono morti, sono considerati un simbolo, al di là delle colpe che vengono loro contestate senza uno straccio di prova. Vogliono morta anche lei, che un qualsiasi altro tribunale manderebbe assolta, per di più è incinta, attende un bambino, non c’è luogo al mondo dove la condanna non verrebbe sospesa. Non nella Milano di questo aprile 1945. E così Luisa muore con lui, uccisa senza appello, senza prove, senza un processo, senza giustizia».

Poi lo Stato ammise: «Uccisa perché amante di Valenti». Undici anni dopo, nell’ottobre del 1956, la madre di Luisa Ferida, Lucia Pasini, ottenne che le autorità italiane scrivessero nero su bianco che la figlia era stata giustiziata senza colpa. La donna chiese e ottenne, infatti, una pensione di guerra, poiché Luisa era la sua unica fonte di sostentamento. Ne scaturì un’istruttoria da parte dei Carabinieri, che si concluse con questo rapporto: «La signora Manfrini Luisa, in arte Luisa Ferida, non consta abbia fatto parte di formazioni militari ausiliarie della Repubblica sociale italiana. Le cause del decesso della Manfrini devono ricercarsi nel fatto che la predetta era amante del noto attore Osvaldo Valenti». Una esecuzione partigiana, come scritto da Uboldi, «senza appello, senza prove, senza un processo, senza giustizia». 

I ragazzi di Salò? Veri rivoluzionari. Un libro ribalta i vecchi tabù storiografici. Redazione martedì 7 Marzo 2017 su Il Secolo d'Italia. Di titoli sulla Rsi se ne contano a bizzeffe. Alcuni sono davvero illuminanti, altri si muovono nella dimensione – sia pure importante – della testimonianza, altri obbediscono a logiche di parte. C’è ora un libro in uscita per la casa editrice Il Mulino anticipato sul Corriere da un’analisi di Paolo Mieli, L’Italia di Salò 1943-45, che tenta di fare i conti oltre ogni pregiudizio con una pagina di storia fino ad oggi rimossa o deformata. Gli autori, Mario Avagliano e Marco Palmieri, ben sottolineano – scrive Paolo Mieli – “i limiti della storiografia che ha teso a negare ogni dignità a coloro i quali militarono dalla "parte sbagliata"“.  Quella scelta fu per molti giovani e giovanissimi non una macchia, non una colpa ma – affermano i due autori del libro – “una sorta di rivolta generazionale contro il vecchio sistema, rappresentato dalla monarchia, dalle forze della borghesia che avevano voltato le spalle a Mussolini e dai quadri dirigenziali del regime”. Il tabù storiografico che considera i combattenti della Rsi “avventurieri” o “idealisti in buona fede” non è utile chiave di lettura per spiegare dopo decenni un fenomeno che attirò tanti giovani, molti dei quali destinati dopo la guerra ad una brillante carriera nel mondo dello spettacolo. Tra questi, oltre alla famosa coppia di attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, Giorgio Albertazzi e Dario Fo, Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Mario Carotenuto, Mario Castellacci, Fede Arnaud Pocek e Raimondo Vianello, che meglio di altri seppe spiegare cosa lo spinse ad andare volontario nella Rsi, e cioè “un impulso di ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre del 1943, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce come fosse una confidenza: ‘Vianello, si salvi chi può!’ “. Un esempio classico dello stile italiano del pavido voltagabbana, una cifra esistenziale che appunto i giovani della Rsi vollero respingere col loro esempio, pur se consapevoli di andare a combattere per una causa destinata a perdere. Mieli sottolinea inoltre che il libro dedica pagine particolarmente interessanti al fascismo clandestino nell’Italia liberata, ai “non cooperanti” – in particolare quelli del campo di Hereford – e ai gruppi spontanei che si organizzano nell’Italia meridionale e in particolare in Sicilia dopo lo sbarco alleato raccogliendo i fedelissimi del fascismo. Un capitolo dove spiccano i nomi di Dino Grammatico, Maria D’Alì, Salvatore Bramante, Angelo Nicosia. La storia della rete di non cooperanti e fascisti in Sicilia è ricca di episodi poco conosciuti e per nulla approfonditi. Nella fase finale della guerra, ad esempio, in Sicilia si sviluppa – annota Paolo Mieli -una protesta “contro la leva a cui aderiscono insieme elementi neofascisti, anarchici, cattolici, separatsiti e comunisti. Ci si batteva, con lo slogan ‘Non si parte’, per bloccare il reclutamento di soldati che dovevano andare a combattere contro la Rsi negli ultimi decisivi mesi del conflitto. Episodio simbolo della rivolta è quello del 4 gennaio 1945, a Ragusa, dove una giovane incinta di cinque mesi, Maria Occhipinti, si sdraia davanti a un camion che si accinge a trasportare nel continente alcuni reclutati. Un consistente gruppo di ragusani si unisce alla protesta. L’esercito spara sulla folla, uccide un ragazzo e il sgarestano Giovanni Criscione”. Il movimento “Non si parte” creò episodi insurrezionali in vari centri della Sicilia (Modica, Vittoria, Comiso, Giarratana) mentre la Occhipinti dopo la guerra sarà eletta deputata con il Pci. 

Arriva il kit del piccolo partigiano per bambini. FdI: “Propaganda da regime coreano”.  Angelica Orlandi venerdì 23 Aprile 2021 su Il Secolo d'Italia. Ci mancava solo il “Kit del piccolo partigiano” per proseguire con l’indottrinamento dei più piccoli nelle scuole. L’idea è infelice oltre che propagandistica. Accade a  Usmate Velate, comune della provincia di Monza e della Brianza.  Scoppia la bufera politica. Da una parte il Comune che ha promosso l’iniziativa in occasione delle celebrazioni del 25 aprile; dall’altra i rappresentanti di  Fratelli d’Italia e Lega che hanno apertamente contestato la scelta di inculcare un’idea divisiva e bellicosa a bambini dai 7 ai 12 anni. Il Comune guidato da Lisa Mandelli, esponente di una lista civica sostenuta dal centrosinistra ha rilanciato l’idea della compagnia teatrale Piccoli Idilli di ideare un “kit del nuovo partigiano”. Nel sacchetto  che si ritira gratuitamente presso la biblioteca, ci sono il testo e lo spartito di Bella Ciao, la bandiera tricolore, una nota descrittiva sul 25 aprile e sulla Resistenza, e un “tesserino dAnteprima(si apre in una nuova scheda)el nuovo partigiano”: sul quale si può incollare la foto del bambino con  l’indicazione del suo “nome di battaglia”. Si può scegliere tra i vari Folgore, Tigre, Noce, Luce, Settembre, Valaperta, Jazz, Colt, Mosca etc. Ci manca solo l’arruolamento e la follia è completa. La retorica di guerra, la mentalità divisiva, proprio perché destinate ai più piccoli, trovano sulle barricate i consiglieri comunali di opposizione. Vanessa Amati  di FdI al Giornale ha dichiarato: “Si tratta di indottrinamento scolastico. La Resistenza viene già insegnata sui libri di scuola. Non c’è alcuna necessità di ricevere in dono un kit per giocare alla guerra contro un nemico che non esiste più”. E ha aggiunto: “Con il kit del nuovo partigiano si entra in una propaganda politica e guerrigliera da regime nordcoreano”. Daniele Ripamonti (Lega) contesta la spettacolarizzazione della guerra: “Non se ne sentiva il bisogno – dice al Giornale.it – Tutti gli anni sia maggioranza che opposizione hanno partecipato insieme alle celebrazioni in Piazza del Comune. In questo modo invece la ricorrenza rischia di essere strumentalizzata, per di più di fronte a bambini di 7 anni. Questi argomenti sono già studiati ampiamente sui libri di scuola. Temiamo che dietro quest’idea si nasconda un intento propagandistico. Mi meraviglia, poi, che nella maggioranza siano presenti anche rappresentanti di quella che fu la vecchia Dc, in silenzio di fronte a un’idea da Giunta di monocolore rosso. La Resistenza non fu solo quella della Brigata Garibaldi. Anzi”. A queste accuse, l’assessore alla Cultura Mario Sacchi, risponde – sempre attraverso Il Giornale.it- che invece sì, “non c’è un nemico armato da combattere, ma c’è da tenera alta l’attenzione contro movimenti che si dichiarano apertamente fascisti”.

Il "kit del partigiano" per bambini fa infuriare Lega e FdI. Daniele Dell'Orco il 23 Aprile 2021 su Il Giornale. L'amministrazione comunale di Usmate Velate (MB) ha promosso l'iniziativa di un'associazione del territorio rivolta ai bambini tra i 7 e i 12 anni di ritirare sacchetti contenenti regali e gadget evocativi della Resistenza e della lotta partigiana. A pochi giorni dalla ricorrenza del 25 aprile, c'è chi ha pensato di rispolverare le reminiscenze belliche di 80 anni fa per avvicinare i bambini ai valori della Resistenza. Succede ad Usmate Velate, comune di circa 10mila abitanti della Monza e Brianza, dove il Comune ha sostenuto e rilanciato l'idea della compagnia teatrale Piccoli Idilli di ideare un "kit del nuovo partigiano" da destinare ai ragazzi dai 7 ai 12 anni. Si tratta di un sacchetto che contiene il testo e lo spartito di Bella Ciao, la bandiera tricolore, una nota descrittiva sul 25 aprile e sulla Resistenza, e un "tesserino del nuovo partigiano" sul quale apporre la foto del bambino e la scelta del suo "nome di battaglia" (si può scegliere tra i vari Folgore, Tigre, Noce, Luce, Settembre, Valaperta, Jazz, Colt, Mosca etc.). I sacchetti, che possono essere ritirati gratuitamente presso la biblioteca, per fortuna non obbligheranno nessun bambino ad armarsi e andare nei boschi, ma serviranno nell'intento del Comune ad arricchire l'iniziativa di più ampio respiro che prevederà delle "staffette" di membri della compagnia teatrale che fuori dalle abitazioni dei "nuovi partigiani", si esibiranno con spettacoli a sorpresa dedicati alla Resistenza. Per il Comune, guidato da Lisa Mandelli, esponente di una lista civica con connotati di sinistra, si tratta di un modo per "avvicinare i più piccoli ai valori della democrazia e della libertà mai così importanti come in questo momento. Ogni famiglia potrà sperimentare, divertirsi e riflettere in piena autonomia, avviando un percorso di costruzione della coscienza civica dei propri figli". Il richiamo alla retorica di guerra, specie poiché destinato ai più piccoli, non è piaciuto però ai consiglieri comunali di opposizione. Vanessa Amati (FdI), dice al Giornale.it: "Si tratta di indottrinamento scolastico. La Resistenza viene già insegnata sui libri di scuola. Non c'è alcuna necessità di ricevere in dono un kit per giocare alla guerra contro un nemico che non esiste più". Daniele Ripamonti (Lega), invece, precisa che la critica non è rivolta alla ricorrenza in sé, bensì alla spettacolarizzazione della guerra: "Non se ne sentiva il bisogno - dice al Giornale.it - Tutti gli anni sia maggioranza che opposizione hanno partecipato insieme alle celebrazioni in Piazza del Comune. In questo modo invece la ricorrenza rischia di essere strumentalizzata, per di più di fronte a bambini di 7 anni. Questi argomenti sono già studiati ampiamente sui libri di scuola. Temiamo che dietro quest'idea si nasconda un intento propagandistico. Mi meraviglia, poi, che nella maggioranza siano presenti anche rappresentanti di quella che fu la vecchia Dc, in silenzio di fronte a un'idea da Giunta di monocolore rosso. La Resistenza non fu solo quella della Brigata Garibaldi. Anzi". A queste accuse, l'assessore alla Cultura Mario Sacchi, risponde attraverso Il Giornale.it: "Ci accusano di propaganda da regime nordcoreano, in realtà questa iniziativa contiene anche dei semi per piantare un fiore e ricordare l'eccidio di Valaperta. Anziché scrivere sui social i membri dell'opposizione avrebbero dovuto ritirare un kit e studiarlo. Non pensiamo che ci sia un nemico armato da combattere, ma c'è da tenera alta l'attenzione contro movimenti che si dichiarano apertamente fascisti. Per noi si tratta di un'iniziativa culturale, ed è volta a veicolare i valori fondanti della democrazia. Se oggi qualcuno trova divisivo il concetto di libertà è bene che studi il regime nazi-fascista".

Il vero volto del 25 aprile. Matteo Carnieletto il 25 Aprile 2021 su Il Giornale. Croce disse (a ragione) che nessuno aveva vinto la guerra. Troppo odio e violenza avevano contraddistinto il nostro Paese. E la scia di sangue sembra non finire mai. "Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta 'tutti', anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l'ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente". Benedetto Croce pronunciò queste parole di fronte all'Assemblea Costituente in occasione della ratifica del trattato di pace, il 24 luglio del 1947. Nessuno vinse il 25 aprile del 1945. L'Italia era libera, certo. Ma a che prezzo? Il Paese era distrutto politicamente ed economicamente. Gli italiani mai così divisi. L'8 di settembre, infatti, aveva spaccato il Paese in due: 160mila persone avevano deciso di aderire alla Repubblica sociale italiana, 130mila alla resistenza. In mezzo, l'immenso mare grigio degli indecisi, di coloro che stavano da una parte o dall'altra senza prendere apertamente posizione. Di quelli che, seguendo la più italica delle virtù, decisero di stare alla finestra a guardare. Fu, quello che andò dall'autunno del 1943 alla primavera del 1945, un anno e mezzo di guerriglia, rastrellamenti e, anche (forse sarebbe meglio dire soprattutto), violenza gratuita. Da una parte e dall'altra. Solo che per lungo tempo si parlò solamente dei crimini di fascisti e nazionalsocialisti. Giusto e scontato, per carità. La storia, come è noto, la scrivono i vincitori a proprio gusto e, soprattutto, consumo. La neonata repubblica aveva bisogno di un mito sul quale poggiare e quel mito doveva essere, per forze di cose, quello della resistenza. Tutte le ére politiche, si pensi ad esempio alla nascita di Roma, necessitano di un tributo di sangue: Romolo deve uccidere Remo. Benito Mussolini, l'ormai ex duce, doveva essere brutalmente ammazzato ed esposto all'odio di piazzale Loreto. Un Paese intero aveva bisogno di vederlo non solo morto, ma sfigurato. Bisognava esorcizzare la paura di esser stati con quell'uomo, di essersi fidati di lui, di averlo seguito non per due mesi ma per ventidue anni. Del resto era stato Winston Churchill a dire: "Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno dopo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure, questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti". Ed è proprio quello che accadde. La resistenza fu un fenomeno di minoranza (vi parteciparono solamente 130mila persone contro i 160mila volontari della Rsi) e solo dopo la fine della guerra divenne un'epopea. Si cercò in tutti i modi di cancellare i crimini compiuti dei partigiani. Per anni non si parlò, tranne in rare occasioni, del triangolo della morte in Emilia o delle foibe sul confine orientale. La resistenza non poteva esser macchiata da alcun crimine. Nonostante ce ne fossero molti, come ogni guerra, per di più asimmetrica, prevede. E questo almeno fino al 2003, quando Giampaolo Pansa scrisse Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile (Sperling & Kupfer). Il libro, va detto, non portava alcuna verità ulteriore dal punto di vista storiografico. Ma era il nome dell'autore, la sua provenienza da sinistra e la sua potenza mediatica a ribaltare il tutto. Nella prefazione, il grande giornalista piemontese scrive: "Se scruto dentro di me, m'accorgo che sono diventato meno manicheo. Prima ero incline a dividere il mondo in amici nemici. E a distinguere con intransigenza il bene dal male. A proposito della guerra civile, il bene era la Resistenza, il male i fascisti. Oggi non sono più sicuro di questa spartizione netta. Parlo della storia delle persone, naturalmente. Non della grande storia, ossia dello scontro fra democrazia e totalitarismo". Ecco, è questo il merito di Pansa. Di aver dimostrato che sotto la grande storia, dove è facile distinguere il bene dal male, esistono le vicende dei singoli, di coloro che, i più svariati motivi, decisero di combattere da una parte o dall'altra. L'immagine più drammatica, forse, ci è data da quattordici fratelli (7 + 7) che furono brutalmente sterminati. Stiamo parlando dei sette fratelli Cervi, fucilati dai fascisti il 28 dicembre del 1943, e i sette fratelli Govoni, seviziati e massacrati a guerra finita dai partigiani della Brigata Paolo. Due famiglie distrutte per mano dell'odio. Furono in pochi a vincere in quei mesi. Uno di questi fu Giovannino Guareschi, che aveva deciso, per restare fedele al giuramento fatto al re, di finire nei campi di concentramento tedeschi: "Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno". Pochi riuscirono a farlo. Ed è per questo che l'Italia non perse solo la guerra. Ma anche se stessa. Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo. Antonio Giangrande25 aprile. Non era guerra di Liberazione (ci hanno pensato gli Alleati) ma una miserabile guerra civile per il Potere. "La vita deve essere aperta al rischio.

Bella ciao, pochi partigiani l'hanno cantata. Antonio Cavallaro su Il Quotidiano del Sud il 25 aprile 2021. Come reagireste se vi dicessi che “Bella Ciao” non è stato il brano più cantato dai nostri partigiani e che deve il suo successo a una vera e propria invenzione della tradizione che si è consolidata solo a guerra conclusa e con una serie di passaggi e stratificazioni successive? A raccontare la genesi e la diffusione del canto della resistenza italiano più noto al mondo è Cesare Bermani in un saggio dal titolo “Bella ciao, una canzone della Brigata Maiella”, contenuto nel volume Brigata Maiella, Resistenza e Bella ciao. Combattere cantando la libertà curato da Nicoletta Mattoscio e appena pubblicato da Rubbettino. Il termine “invenzione” accostato a “tradizione” non deve far saltare sulla sedia quanti hanno a cuore l’eredità culturale, politica e spirituale della Resistenza, né indurli a gridare alla lesa maestà. A scanso di ogni equivoco dichiaro subito che chi scrive è socio onorario ANPI nonché nipote di un fiero partigiano, scomparso due anni fa. Uso “tradizione inventata” nel senso in cui la usa Eric Hobsbawm nel celebre saggio L’invenzione della tradizione ossia come “un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale e simbolica che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato” insomma una sorta di mitopoiesi che dando origine a una storia collettiva e condivisa contribuisce a creare il senso di appartenenza. Ma torniamo a “Bella Ciao”. Stando a quanto scrive Bermani il canto era sconosciuto a molte formazioni partigiane mentre circolava diffusamente nel Modenese e nel Reggiano, a partire dal 1944. D’altronde lo stesso Giorgio Bocca ebbe a dichiarare pubblicamente “Nei venti mesi della guerra partigiana, non ho mai sentito cantare Bella ciao”. Dalle testimonianze raccolte dall’autore nel saggio pare che le versioni di “Bella ciao” che circolavano in Emilia e che venivano cantate dai patrioti della Brigata Maiella fossero in realtà diverse benché accomunate dalla melodia e da alcuni elementi simili che rimandavano tuttavia a un brano ancora più antico che avrebbe fatto da archetipo delle diverse varianti della canzone che sarebbero venute dopo. Il brano in questione era “Fior di tomba”, cantato principalmente nelle risaie padane e pubblicato per la prima volta da Costantino Nigra nel volume del 1888 Canti popolari del Piemonte. Successivamente il canto godette di una certa notorietà tra i soldati che parteciparono al primo conflitto mondiale. Leggendo il testo di “Fiori di tomba” è possibile intravedere gli elementi principali che avrebbero poi fatto da base per il riadattamento in chiave partigiana della canzone. “Stamattina mi sono alzata / un’ora prima che leva il sol / Mi san messa alla finestra / e mi go visto el me primo amar / l’era in braccio d’una ragazza / una ferita mi viene al cor. / Cara mamma serè la porta / che qua no entra mai più nisun / Cara figlia sta alegra e canta / sta alegra e canta sta qua con me / Farem fare una casetta / e ci staremo tutti e tre / Prima mio padre poi la mia madre / e il mio amore in braccio a me / E la gente che passeranno / dimanderanno cos’è quel fior / Quello è il fiore della Rosina / che Ve morta del troppo amor”. Lo stesso Bermani in un volume pubblicato lo scorso anno da Interlinea dal titolo Bella ciao: Storia e fortuna di una canzone racconta come questo canto d’amore già dopo la disfatta di Caporetto avesse conosciuto delle rielaborazioni in chiave protestataria. Ecco un frammento di una delle versioni dell’epoca riportato dallo studioso in cui si può osservare la comparsa dell’elemento “Bella ciao” che diverrà caratteristico del successivo canto della Resistenza: “Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, ciao, ciao o bella ciao, ciao ciao / una mattina, mi son svegliato / e sono andato disertor”. Bermani, nel saggio citato all’inizio di questo articolo, riporta poi il testo della canzone così come conosciuto e cantato dalla Brigata Maiella (ovviamente facciamo tutte le avvertenze del caso sulla mutabilità dei testi trasmessi principalmente per via orale): “Questa mattina mi sono alzato / bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao, / mi sono affacciato alla finestra / e ho visto il primo amor / / Io me ne vado lontano lontano / bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / me ne vado lontano lontano / tra le palle di cannon. // E s’io morissi da patriota / bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / mi seppellisce al camposanto / sotto l’ombra di un bel fior. // Tutte le genti che passeranno / bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / tutte le genti che passeranno / diranno che bel bel fior // È questo il fiore della Maiella / bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / questo è il fiore della Maiella / del patriota che morì”. Il canto, con i movimenti delle truppe partigiane, raggiunse poi il nord Italia negli ultimi mesi di guerra subendo ulteriori mutazioni e adattamenti. La storia di “Bella ciao” però non si esaurisce con la guerra, il testo che noi riconosciamo oggi come autentico e tradizionale è il frutto di elaborazioni successive, di adattamenti, di interpolazioni. Come spesso accade con le tradizioni e come il libro di Hobsbawm che abbiamo citato insegna, quelle che noi riveriamo come tradizioni antiche non sono che il frutto di un lento lavorio e di un successivo uso sociale che termina con una forma di cristallizzazione che, però, appare spesso anch’essa precaria. Come racconta Bermani, il canto comincia ad essere identificato quale canto simbolo della resistenza a guerra conclusa. Nel 1945 a Londra, i rappresentanti delle associazioni antifasciste di oltre 63 Paesi decidono di organizzare ogni due, tre anni un festival mondiale sui temi della pace. “Bella ciao” sarà uno dei canti più eseguiti, tradotto in più lingue, al festival di Praga del 1947, a quello di Budapest del ’49 e quello di Berlino del ’51. L’incredibile successo della canzone è certamente da ascrivere al ritornello facilmente orecchiabile che contiene due delle parole italiane più note al mondo “Bella” e “Ciao” e al battito di mani che ne accompagnava l’esecuzione e che certamente, in quel contesto, assumeva una funzione non solo aggregante ma, possiamo immaginare, quasi catartica. Anche grazie al suo successo internazionale il canto entrò a far parte dei repertori delle varie corali e a comparire nei vari canzonieri. Fu infine il festival di Spoleto a sancirne la definitiva consacrazione grazie allo spettacolo “Bella ciao” del 1964. Furono proprio gli anni Sessanta, spiega Bermani, quelli in cui il canto si diffuse capillarmente. Erano gli anni in cui la Resistenza e la guerra di liberazione cominciarono a essere sempre più identificati come il momento fondativo della Repubblica. La Resistenza veniva finalmente letta come momento che accomunava la Nazione e non solo una parte politica. In questo clima di ritrovata (o quanto meno di ricercata) pacificazione nazionale, “Bella ciao”, contrariamente a “Fischia il vento”, che pure era stata sicuramente la canzone più cantata dai partigiani al Nord (sotto nella versione cantata da Milva), si prestava a quella funzione ecumenica e identitaria di cui la società italiana aveva bisogno.

I comunisti nella Resistenza: combattivi ma inaffidabili. Marco Petrelli il 25 Aprile 2021 su Il Giornale. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore, un estratto de I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana (Mursia 2020). Il ruolo dei comunisti italiani nella Resistenza assume una certa rilevanza sin dall’autunno del 1943. Insieme al Fronte Militare Clandestino i comunisti, nell’ambito della Resistenza che definiremo “civile" (per distinguerla da quello di Montezemolo), iniziano ad organizzarsi e a colpire già nelle settimane successive alla caduta di Roma. Sono tosti, questo nessuno poteva (e può) metterlo in dubbio, istruiti e formati da miliziani che hanno già combattuto una guerra civile, quella spagnola, dalla quale sono usciti sconfitti sul campo, ma non nella intenzione di perorare la causa comunista. In alcune realtà, come in Umbria ed in Abruzzo poi, i prigionieri di guerra jugoslavi evasi da centri detentivi quali Colfiorito e dalla Rocca di Spoleto, si uniscono alle formazioni locali recando con sé il know how di combattenti del disciolto esercito jugoslavo e dell’Esercito Popolare di Liberazione di Josip Broz. Capaci, dunque, ma poco inclini alla collaborazione. Nel 1944, quando le formazioni intensificano l’azione contro gli occupanti tedeschi, emergono le prime difficoltà con le altre anime della Resistenza, in particolare con i badogliani, con i militari e con gli autonomi. Qual è lo scopo della lotta? Colpire indiscriminatamente in nemico, causando però forti perdite fra i civili per rappresaglia o selezionare gli obiettivi? E ancora: come comportarsi con presunte spie e accusati di collaborazionismo? Processo o fucilazione sommaria? Domande alle quali non sempre si dà una risposta chiara, lasciando dietro di sé frizioni che portano alla conflittualità ed al sospetto reciproci. Se per i badogliani e per gli autonomi la sconfitta militare dei tedeschi e dei fascisti repubblicani ha la precedenza, per i comunisti la guerra di liberazione coincide con la guerra rivoluzionaria. Insomma, una replica di ciò che era già accaduto in Spagna quasi un decennio prima, con conseguente frammentazione del fronte repubblicano a vantaggio delle forze franchiste. “I compagni devono ricordare che esiste una sola bandiera, il Tricolore e che l’inno è il Piave non l’Internazionale” ammoniva così, Celso Ghini, i combattenti della Brigata “Gramsci”, operante fra le province di Terni e di Rieti. Niente bandiera rossa, dunque e rammentare che il Piave mormorava era l’inno ufficiale del Regno del Sud, l’entità statale combelligerante degli Alleati alla quale tutte le formazioni partigiane ed il Corpo Italiano di Liberazione dovevano prestare obbedienza e fedeltà. O, in altre parole, di quelle’Italia per la quale combattevano, divisioni a parte. Certo, difficile che ogni gruppo, specie nell’Italia centro-settentrionale, obbedisse agli ordini del Comitato Liberazione Nazionale e del Comando Supremo di Brindisi; tuttavia, seguire le direttive di quei due organi significava essere partigiani. Chiunque operasse al di fuori sarà stato anche combattente, certo non partigiano. È ciò che accade con gli slavi. Malgrado vi siano delegati dell’Esercito Popolare di Liberazione in seno al CLN, nelle realtà locali i partigiani jugoslavi rifiutano di prendere ordini da militari e da politici di un paese che, nel 1941, li aveva invasi insieme alla Germania. Inoltre, le maggiori aggressività e combattività, permettono loro di muoversi con maggiore autonomia, se non di imporsi sugli italiani certamente motivati, ma meno preparati. Nel ’44, a Salerno, Togliatti è chiaro: fino alla fine del conflitto le formazioni garibaldine devono concentrarsi sulla lotta a tedeschi e fascisti, sostenendo lo sforzo del Regno del Sud (riconosciuto, a marzo, anche dall’Urss) e degli Alleati. Come accennato, però, non va sempre così e le divisioni restano. Sempre a marzo, ad esempio, i gappisti romani - operando in modo autonomo - colpiscono i coscritti altoatesini del 6° Regiment-Polizei “Bozen”, causando 30 morti e provocando, così, la terribile rappresaglia che porterà all’orrore senza fine delle Fosse Ardeatine. Un eccidio tedesco, non ci sbagliamo! Ma la cui responsabilità non può - anche in piccola parte - non cadere su chi forse mancò di calcolare bene i rischi di quella sciagurata azione. I comunisti sono combattivi, ma fanno paura specie nel Friuli dove la convergenza con il IX Corpus sloveno porta le brigate autonome ed osovane a prendere le distanze dalle iniziative dei garibaldini e, soprattutto, a rifiutare la sottomissione ai titini. La strage di Porzus (che ancora fa sbuffare di noia le vestali della Resistenza) è in verità un fatto molto grave e non solo per i morti rimasti a terra. E’ la dimostrazione, chiara, che una consistente fetta di partigiani comunisti (non tutti per fortuna!) è più interessato a finalità politiche che non a difendere l’integrità territoriale della Patria. Saranno, d'altronde, gli stessi partigiani autonomi a costituire, nell'immediato dopoguerra, le primissime strutture di intelligence denominate stay-behind. Il generale Raffaele Cadorna (dirigente del CLN e capo del Corpo Volontari della Libertà) autorizza la formazione dell'Organizzazione "O" (Osoppo) sin dal 1946, con lo scopo di monitorare i confini orientali d'Italia. E di tenere sotto controllo l'ambiguo atteggiamento dei comunisti italiani. Forte di circa 4000 fra uomini e donne, erede delle tradizioni e del valore delle Brigate partigiane "Osoppo-Friuli", la "O" resta attiva fino al 1956 quando parte delle sue funzioni è trasferita alla struttura "Gladio", orientata su tutto il territorio nazionale. Ispirata alla Resistenza e con vertici partigiani, "Gladio" verrà sciolta, fra mille polemiche ed accuse infondate, agli inizi degli Anni '90. La Resistenza tradita Consapevole dell'impossibilità di una svolta rivoluzionaria ed ormai istituzionalizzato, nella Repubblica Italiana il Partito Comunista è il principale partito d'opposizione, ma con un peso ed una capacità di mobilitazione impressionanti. Consapevoli dell'importanza della memoria per un Popolo, i comunisti imprimono alla storia del movimento di liberazione un orientamento che li vede principali protagonisti di quella stagione di guerra e di libertà. Dimenticando si fosse trattato di una guerra... civile (termine che sarà accettato dalla storiografia grazie a Claudio Pavone e solo nel 1991), la Resistenza è stata trasformata in una sorta di mito fondante della Repubblica. L'importanza del Movimento partigiano non è mai stata messa in dubbio, ma la sua - poca - incisività sugli esiti della Campagna d'Italia ed il fatto che l'impegno dei partigiani non sia stato preso in considerazione dagli Alleati alla Conferenza di Pace, sono elementi tali da mostrare l'inconsistenza della sua apologia. Insomma, come in Spagna, la guerra sul campo era stata di fatto persa: gli eccessi, l'inaffidabilità e gli interessi, non sempre coincidenti con quelli nazionali, avevano finito per isolare i comunisti nello stesso movimento di liberazione. Per recuperare terreno e consenso, si combatté per decenni un'altra guerra, stavolta culturale, al fine di far passare l'idea che la Resistenza fosse a trazione "rossa". Un esempio? L'ANPI, principale sigla combattentistica, non è l'associazione di tutti i partigiani (malgrado così sia ormai conosciuta) ma di quelli legati all'area... diciamo socialdemocratica. Lo stesso Enrico Mattei, che ne era stato fondatore, se ne era discostato nel 1947 perché non in linea con le posizioni del direttivo. L'atteggiamento ostile e le accuse di revisionismo rivolte agli storici meno schierati hanno rappresentato e rappresentano, poi, ulteriori testimonianze di come quel capitolo, drammatico ed eroico della nostra Storia, siamo ormai considerato non patrimonio collettivo ma di una parte politica.

Vittorio Feltri: ecco perché il 25 Aprile ormai si è ammuffito. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 25 aprile 2021. Il 25 aprile 1945 l'Italia si liberò definitivamente del fascismo ed è normale considerarla una data importante, meritevole di essere ricordata. Ma bisogna vedere come. Da quel giorno sono trascorsi 76 anni e fatalmente la memoria si è offuscata. Tutti i protagonisti - tranne rarissimi sopravvissuti quasi centenari - della resistenza sono morti e non possono più testimoniare. Questo non implica che certe pagine della nostra storia debbano finire nel dimenticatoio, però sarebbe ora di ripulirle dalla muffa che su di esse si è stratificata. Sarebbe opportuno smetterla con la retorica e conferire alla ricorrenza un significato più vicino alla attualità, trasformandola in festa della libertà, della quale abbiamo bisogno anche in questo momento in cui gli italiani vivono praticamente in stato di segregazione, a causa del Covid che non è provocato da leggi di Mussolini bensì della nostra Repubblica democratica, si fa per dire. E invece questo non avviene poiché la sinistra continua a ritenere che i suoi nemici siano i fascisti inesistenti in quanto finiti al cimitero da tempo remoto. Organizzare ancora cortei e comizi per rammentare in piazza le eroiche gesta dei padri della patria è una operazione poco intelligente pure dal punto di vista propagandistico. Non c'è in giro un solo italiano che paventi il ritorno delle camicie nere. Chi parla di minaccia fascista mente sapendo di mentire, si inventa un pericolo che alberga soltanto nella mente malata di qualche comunista residuale il quale, puerilmente, gradisce combattere gli squadristi scomparsi per comodità: sconfiggere i fantasmi è molto facile. Oggi è giusto commemorare e rendere onore a chi si è sacrificato per abbattere un regime dispotico che trascinò per giunta il Paese in una guerra assurda e devastante, purché sia una cerimonia composta e svelenita, non consistente in una serie di frasi fatte dall'acre sapore nostalgico per un periodo di lotte fratricide. Mio padre fu un fascista della prima ora e un fratello di mia madre fu un partigiano, ma, a guerra ormai conclusa e quasi dimenticata, quando si incontravano brindavano insieme alla pace conquistata. Non mi pare un cattivo esempio.

25 aprile, la fine della Guerra civile si ricorda, non si "festeggia". Marco Petrelli su Libero Quotidiano il 25 aprile 2021. Non è difficile leggere: "caduto contro le orde nazifasciste", "caduto combattendo l'oppressione nazifascista" sulle targhe commemorative o ascoltarlo in ricorrenze pubbliche. Nazifascismo: "Denominazione con cui è stata polemicamente indicata l’unione sul piano ideologico e politico del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco [...]" lo descrive l'Enciclopedia Treccani. E il suo carattere "polemico" è palesato dal frequente ricorso in manifestazioni o durante speech che hanno molto di politico e ben poco di accademico. Nazional-socialisti e non nazisti Ma chi erano i nazifascisti? Qualunque storico preferirebbe affidarsi alle definizioni ufficiali: Regno d'Italia e Terzo Reich (guerra 1940-1943); Repubblica Sociale Italiana o Fascismo repubblicano (guerra civile 1943-1945) alleato del Terzo Reich. Sì, perché "nazi" in realtà era allora usato dalla sola propaganda alleata, mentre nei documenti si indicavano i "tedeschi" o i "nazional-socialisti". Il partito di Hitler, d'altronde, era il NSDAP (Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi) i cui membri si chiamavano fra loro "nazional-socialisti", mentre i militari erano inquadrati nella Wehrmacht (Forze Armate) a sua volta divisa in Heer (Forze di terra), Kriegsmarine (Marina da guerra), Luftwaffe (Arma aerea). Altri erano arruolati nei reparti paramilitari SS e Waffen SS. Nazifascismo o, peggio ancora, "orda nazifascista" manca dunque di valore storico. L' "orda" in origine era il nome della suddivisione amministrativa dell'impero mongolo e, solo inseguito, ha  assunto l'accezione negativa di "accozzaglia" e "soldataglia". Nel suddetto caso sarebbe quindi come dire: "provincia o contea nazifascista". Liberazione, ma...  "Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Amara constatazione e, purtroppo, vera quella di uno dei più spietati ministri dell'entourage di Hitler, quel Josef Goebbels che, da capo della propaganda, costruì ed alimentò l'odio razziale verso i "nemici" del Reich. La democrazia avrebbe dovuto insegnarci che il valore di una verità, pur di una verità ingombrante, è sempre da preferirsi alle più facili scorciatoie della menzogna. Il tentativo di analizzare la storia del fascismo e della guerra civile senza strumentalizzazioni e speculazioni ha invece sempre incontrato, in Italia, una certa opposizione politica ed accademica quasi come se l'approccio scientifico alla Storia suggerito da Marc Bloch fosse una eresia... Emblematico, a questo proposito, il caso della Liberazione. Cosa festeggiamo precisamente? Al Trattato di Pace ci siamo seduti dalla parte degli sconfitti né gli Alleati hanno tenuto conto dell'impegno della Resistenza e del Corpo Italiano di Liberazione, imponendoci invece durissime clausole nonché la perdita di territori italiani a vantaggio di Belgrado e di Parigi. Quanto alla guerra civile c'è, anche qui, poco da festeggiare: quel conflitto intestino divise intere famiglie, portando i padri a sparare contro i figli ed i figli a denunciare i genitori e i  fratelli. Se qualcuno si fosse preso la briga di far leggere ai nostri studenti Fenoglio (ex comandante partigiano ed autore di splendidi romanzi sulla Resistenza) i ragazzi avrebbero certamente compreso e condiviso il dolore del giovane Kim, personaggio terrorizzato all'idea di poter sparare al fratello, ufficiale della Guardia Repubblicana. Celebrare la fine di una dittatura e dell'occupazione nemica è dunque doveroso, ma tenendo conto di ciò che davvero rappresentò quella pagina, drammatica, del nostro passato: un bagno di sangue che lacerò il tessuto sociale ed umano di un Paese già distrutto dalle bombe e dalle rappresaglie. Celebrare, quindi, non festeggiare: nel primo caso vuol dire preservare, con razionalità e rispetto, la memoria di chi è caduto per l'indipendenza e per la libertà della Patria; nel secondo alimentare lontani echi di odio e di morte e contribuire a tramandare un'immagine della lotta partigiana che, 7 decenni di cattiva informazione, hanno trasformato da fenomeno umano e storico ad una sorta di epopea della frontiera. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 25 aprile 2021. Caro Dago, certo che il 25 aprile e dunque la sua commemorazione è una data che conta eccome nella storia del mondo e non solo in quella italiana. E’ il giorno che segna la “Liberazione” del suolo italiano dal tallone nazi. Solo che ci si deve intendere sulla valenza semantica di questo termine. Chi esattamente “liberò” l’Italia, un’Italia oltretutto spaccata in due dagli orrori della guerra la più atroce di tutti, quella guerra civile che mette fratelli contro fratelli? Vedo che su alcuni giornali italiani fa da foto di accompagnamento degli articoli sulla “liberazione” di Milano l’immagine di tre ragazze che per strada si avanzano munite ciascuna di un fucile più grande di ognuna di loro. E’ una foto suggestiva, epperò fuorviante. Quelle ragazze, e quei tanti uomini e donne che furono in prima linea nella lunga “resistenza” al nazifascismo, non avrebbero retto cinque minuti il confronto con i carri armati, le mitragliatrici e le truppe scelte del nazismo. Il loro peso militare fu di poco superiore allo zero. Nelle grandi battaglie sul suolo italiano che decisero l’esito della guerra a favore degli Alleati, il contributo della Resistenza fu minimo. La battaglia a conquistare Monte Cassino, la battaglia che aprì la strada che portava a Roma, vide in prima fila i soldati polacchi. Furono loro che misero piede per primi nell’Abbazia e che scoppiarono a piangere per questo. A spezzare la colonna dorsale ai nazi non furono certo gli agguati a uomo dei Gap nelle città italiane del nord e bensì le centinaia e centinaia di bombardamenti che rasero al suolo pezzi di città italiane. Il Gran Consiglio del fascismo, in cui 19 dei 28 membri votarono contro Mussolini era la diretta conseguenza dei 3000 morti romani a causa dei bombardamenti del 19 luglio. L’azione più spettacolare dei Gap romani, l’agguato micidiale di via Rasella che costò una rappresaglia di 335 uomini fucilati a gruppi di cinque nelle cave dette Ardeatine, non indebolì di una virgola la forza delle truppe nazi che difendevano Roma. Non di una virgola. Quella resistenza cadde il 4 giugno 1944 innanzi agli assalti e al coraggio dei tanti “soldati Ryan” che costituivano le forze angloamericane. Lo stesso dicasi dello sfondamento della Linea Gotica che nell’aprile 1945 aprì l’ingresso degli Alleati nella pianura padana e dunque a Milano. C’erano voluti mesi e mesi di attacchi forsennati di eserciti forti di centinaia e centinaia di migliaia di uomini, di bombardamenti mostruosi su militari e civili, altro che le tre ragazze armate di fuciloni della foto di cui ho detto. L’esercito alleato rimase paralizzato per tutto l’inverno. A Marradi, uno dei picchi della Linea Gotica, lo stato maggiore degli Alleati si piazzò nella casa natale di Dino Campana e siccome gelavano dal freddo andarono in soffitta e per riscaldarsi bruciarono un bel po’ di copie della prima edizione del leggendario poema “Canti Orfici” del 1914. Uno che nell’inverno 1944-1945 si era rifugiato in una casa di campagna veneta, il giurista e futuro (grande) scrittore Salvatore Satta in quei mesi non vide alcunché che attenesse alla Resistenza. Vide solo un aereo alleato che per 80 volte cercò di distruggere un ponte senza riuscirci. Quando nell’immediato dopoguerra si mise a scrivere quel “De profundis” che è uno dei libri italiani più belli sul tempo della Seconda guerra mondiale, della Resiistenza e dell’antifascismo di prima linea e di quelle tre ragazze col fucilone, non c’è la menoma traccia. La casa editrice Einaudi, e l’azionista Massimo Mila in prima persona, glielo rifiutarono. Tanto che i libro venne pubblicato nel 1948 da una casa editrice specializzata in edizioni giuridiche e divenne introvabile finché trent’anni dopo non lo riportò alla luce la Adelphi di Roberto Calasso. Questi sono i fatti. Quanto a quelli che commemorano il 25 aprile come se l’avversario di allora fosse ancora presente e minaccioso nelle odierne società europee, a loro va soltanto il mio disprezzo intellettuale. Nel terzo millennio in cui viviamo il termine stesso di “fascismo” non significa nulla di nulla, a meno di non confondere alcune pattuglie di ragazzotti semianalfabeti con la tragedia europea della Prima guerra mondiale con tutti i suoi annessi e connessi. Tragedia da cui promanò il fascismo storico e i suoi protagonisti, Mussolini, Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Mario Sironi, Giovanni Gentile, Giacomo Acerbo, Filippo Tommaso Marinetti e ne sto dimenticando. Vi sembrano tipini che somigliassero agli odierni ragazzotti di Casa Pound che bastano un paio di idranti a cancellarli dalla scena delle città?

Il libro. “Prigionieri della storia”, il rapporto tra fatti e memoria raccontato da Keith Lowe. Eraldo Affinati su Il Riformista il 14 Marzo 2021. La storia ci tiene in ostaggio. Appena muta il nostro sguardo sul passato, gli eventi trascorsi assumono un’angolatura diversa. Ogni generazione elabora la tradizione raccolta dai padri e, nel momento in cui la interpreta, la modifica. Si tratta di un travaglio doloroso perché quasi sempre bisogna passare sopra le ossa dei morti. Ricucire gli strappi. Asciugare le lacrime. Andare avanti. È vero: il tempo lenisce le ferite, tuttavia potrebbe anche esacerbarle. Mettiamoci l’anima in pace: non finiremo mai di litigare. Quand’ero piccolo non amavo i fumetti. Facevo un’eccezione per Guerra d’eroi, sulla Seconda Guerra Mondiale, che m’intrigava assai. Da adulto credo di aver visitato quasi tutti i campi di battaglia europei. Omaha Beach, Kursk, Berlino… Senza dimenticare Anzio, Nettuno, Cassino e la Linea Gotica. A Dresda ho girato intorno alle cattedrali nere bruciate. A Mosca ho cercato il punto di massima espansione raggiunto nel 1941 dalle avanguardie della Wehrmacht: accanto allo stelo commemorativo c’era un magazzino Ikea. A Volgograd, come oggi si chiama Stalingrado, sono arrivato sino in cima all’enorme statua che svetta sul Mamev Kurgan. Volai apposta in Giappone solo per vedere Hiroshima e Nagasaki. La stessa cosa sarei disposto a fare oggi pur di toccare le statue di bronzo del Douglas MacArthur Landing Memorial sulla spiaggia di Leyte, nella rievocazione del generale americano che guidò sulla battigia i suoi ufficiali alla riconquista delle Filippine. Ecco perché un libro come Prigionieri della storia (Utet, traduzione di Chiara Baffa, pp. 322, 24 euro) di Keith Lowe per me assomiglia a una pietra incandescente. Lo studioso inglese, nato a Londra nel 1970, autore di un testo fondamentale sul bombardamento alleato di Amburgo, non ancora tradotto in italiano, e del Continente selvaggio (Laterza, 2013), sui terribili anni successivi alla guerra, si chiede cosa possano insegnarci, oggi, i mausolei, i templi, i santuari costruiti dopo la fine del secondo conflitto novecentesco. Per rispondere a questa domanda prende in esame cinque diverse tipologie monumentali: quelle nate allo scopo di celebrare gli eroi (Volgograd, Varsavia, Arlington, Leyte, Londra e Bologna); i martiri (Amsterdam, Nanchino, Seul, Jersey City, Budapest, Auschwitz), i mostri (Lubiana, Tokyo, Predappio, Berlino, Grūtas Park, in Lituania), le apocalissi (Oradour-sur-Glane, Berlino, Amburgo, Hiroshima e Nagasaki) e le rinascite (New York, affresco della sala del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Gerusalemme, Coventry, Liberation Route Europe). Ognuno di questi capitoli rappresenta un nodo spinoso che l’autore si guarda bene dal voler sciogliere. Restano negli occhi, fra le tante pietre dello scandalo, la scultura di Wu Weishan all’ingresso del Memoriale del massacro di Nanchino, perpetrato dai giapponesi nel 1937, raffigurante una madre con il cadavere del suo bambino; il drammatico Katyn Memorial nel New Jersey, proprio di fronte a Manhattan, nel ricordo del massacro degli ufficiali polacchi da parte delle truppe sovietiche; le rovine di Oradour, paesino francese distrutto per rappresaglia dai nazisti e mai più ricostruito; il Sacrario dei caduti partigiani in piazza del Nettuno, a Bologna, nato dall’iniziativa spontanea della popolazione locale e presto diventato un simbolo nazionale dell’antifascismo: quest’ultimo mi riguarda direttamente perché fra le duemila fotografie di resistenti, ognuna accompagnata da nome e cognome, compare anche quella di mio nonno materno, Alfredo Cavina, della 36a Brigata Garibaldi, fucilato dai nazisti a Pieve di Quinta il 20 luglio 1944, insieme ad altri nove prigionieri. L’immagine che lo ritrae però è sbagliata, appartiene a un’altra persona. Dico questo per rafforzare il discorso impostato da Keith Lowe sulla potenziale fallibilità di ogni ricostruzione postuma. Come ci hanno illustrato i filosofi: un fatto, fuori dalla sua flagranza, rischia di corrispondere alla visione di chi lo riporta. A ben riflettere, è stato Sant’Agostino per primo a metterci in guardia sull’illusione storicista. Poi Leopardi ha sghignazzato sulle “magnifiche sorti e progressive”. Dovremmo quindi arrenderci al relativismo? No. Le ragioni e i torti non possono essere confuse: devono restare lì, incise nel marmo. Obelischi perenni che pure, dobbiamo metterlo in conto, verranno prima o poi sradicati dalle loro originarie sedi, proprio come è accaduto alle gigantesche statue dei dittatori sovietici che un previdente imprenditore lituano, Viliumas Malinauskas, acquistò dall’ex repubblica baltica, per trasferirle in un parco monumentale a Druskininkai, nel sud del paese, trasformandole in attrazioni, a pagamento, per grandi e piccini. Con effetti paradossali e rigeneranti: «Quando gli uccelli fanno il nido tra le dita di Stalin e Lenin e i bambini si arrampicano sui fucili che un tempo erano puntati contro i membri della Resistenza lituana, i simboli del potere dello stato non appaiono più così spaventosi». Come spiegare ai più piccoli, impegnati a nascondersi dietro ai 2711 blocchi rettangolari di cemento posti al centro di Berlino, che quel memoriale è stato edificato da Peter Eisenman in onore di tutti gli ebrei assassinati d’Europa? «La prima volta che ci portai mia figlia dodicenne», scrive Lowe, «non capì di cosa si trattasse. Il suo primo pensiero fu che fosse una sorta di enorme parco giochi: stava per arrampicarsi su uno dei blocchi e saltellare da uno all’altro, e si mortificò quando le spiegai perché sarebbe stato inappropriato». Più trascorrono gli anni, più la memoria, per essere condivisa, deve passare attraverso un cerchio di fuoco. Gli eroi non durano a lungo. Persino i martiri talvolta hanno qualcosa da nascondere. I mostri purtroppo ci aiutano ad alleggerire il peso della responsabilità. Le apocalissi ci ammoniscono sul prezzo della vittoria. Sotto ogni rinascita palpitano gli scheletri. Tutti abbiamo bisogno di una cornice mitologica per sognare un mondo nuovo.

La cultura siamo noi. Alessandro Bertirotti il 15 marzo 2021 su Il Giornale. È tutta questione di… umanità. La nostra mente è culturale e non può essere diversamente. Quando si parla di mente culturale si intende affermare che la logica della organizzazione della mente è basata sulla struttura della cultura. In altri termini, la mente (che come suo parente più tangibile possiede il cervello, per dirla con Gary Marcus) organizza i suoi contenuti in base alle categorie culturali. Anni di studi e di ricerche sistematiche consentono di asserire che l’Antropologia culturale è in grado di riconoscere e quindi utilizzare, in un modello cognitivistico, almeno 14 coordinate mentali (categorie della mente culturale), mediamente presenti nelle culture occidentali. Utilizzando questo apparato è possibile proporre un modello della organizzazione logica o struttura del patrimonio cognitivo e cioè mentale degli individui, come ha sostenuto Gavino Musio nei suoi scritti. Il termine categoria viene impiegato per indicare i significati ultimi e al più alto livello di astrazione, attribuibile a qualsiasi fenomeno od evento. Le categorie sono quindi regolative della logica della conoscenza. In questo senso esse provengono dalla osservazione dell’universo fisico e umano. Poiché sono categorie del mondo umano, esse sono categorie del modo di essere dell’uomo nel mondo. Questo modo di essere, in tutte le comunità dell’Uomo, si definisce cultura. Gli atteggiamenti, (intendendo per atteggiamento un modo stabilizzato e quindi interiorizzato di rispondere ad un evento-stimolo), risultano rivolti a 14 elementi, o categorie del reale. Ecco perché la cultura è un sistema di atteggiamenti normativi, nel senso che un atteggiamento, in quanto stabilizzato, regola comportamenti stabilizzati. Gli atteggiamenti, come sistemi normativi, costituiscono nel loro insieme ciò che i giuristi definiscono consuetudine. La consuetudine è una delle fonti primarie del Diritto, specie in alcuni ordinamenti giuridici, come quello romano o in quello inglese. Tuttavia non tutte le norme culturali possono tradursi in diritto codificato o positivo, bensì solo quelle riferibili ad atteggiamenti sociali. Nessuna legge può codificare l’invisibile rapporto uomo-territorio, ma può codificare invece il visibile modo di relazione interpersonale. Sulla base di queste considerazioni, penso che potremmo ben interpretare il periodo storico mondiale che stiamo vivendo.

Trasmettere cosa? Alessandro Bertirotti l'8 marzo 2021 su Il Giornale. È tutta questione di… prospettiva. Ho avuto modo di scrivere su quanto sia importante, per una società o gruppo etnico, organizzare al proprio interno un buon livello di integrazione socio-culturale. Uno dei meccanismi utilizzati da tutte le culture finora studiate e conosciute è quello della trasmissione culturale, ossia la tendenza a rimanere simile a se stessi da una generazione all’altra. La questione della trasmissione culturale è direttamente connessa alla possibilità che ogni essere umano possa adottare, durante il processo evolutivo, qualsiasi stile di vita futuro: non esiste in effetti questa possibilità, poiché anche nella trasmissione culturale risiede il germe cognitivo delle nostre scelte future. Ho utilizzato il corsivo per il termine “qualsiasi” perché non è in effetti possibile adottare uno stile di vita che non sia comunque ed in qualche modo accettato dalla cultura di appartenenza. La “formazione” di ogni individuo non è frutto di libere scelte educative, né frutto di un pensiero autonomo dell’educando. Ogni forma di educazione, o pedagogia alternativa, è sempre una “violenza sull’individuo”, ed è connaturata allo stesso concetto di educazione. Boris Porena rende bene questo paradosso epistemologico: “Pedagogia = guida del fanciullo acciocché diventi ciò che siamo noi (ciò che sono i migliori di noi), accetti come sua la nostra società, conosca, esperisca e scelga secondo le nostre modalità di conoscenza, esperienza e scelta, viva in sostanza una vita il più possibile simile alla nostra o a quella che avremmo voluto vivere. Il momento conservativo tende a farsi momento repressivo” (Porena B., 1975, Musica/Società. Inquisizioni musicali, Einaudi Editore, Torino). Quindi la crescita di ogni essere vivente è, sia in senso strettamente biologico sia in quello culturale, eterodiretta e non può essere altrimenti. Si acquisiscono e si sussumono modelli culturali specifici e tipici, perché si ritiene siano adatti alle diverse situazioni culturalmente apprese e, aspetto oltremodo importante, prevedibili. Un discreto grado di cognizione sulla prevedibilità è fondamentale al mantenimento sia dello status quo, che salvaguarda la trasmissione culturale, sia delle azioni legittime e rivolte alla programmazione progettuale dell’intera cultura. Ecco, proprio sulla base di queste significative considerazioni (mi riferisco a quelle di Boris Porena, ovviamente…), penso dovremmo riflettere sui tempi attuali; sulla crisi pandemica, come vera e propria occasione, per valutare attentamente il nostro passato, in vista del futuro dei nostri figli. E questa valutazione necessariamente prevede di considerare ciò che intendiamo per progresso, innovazione e conservazione.

·        Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

ODIO OSTENTAZIONE ED IMPOSIZIONE.

 

Michela Bompani per “Il Venerdì di Repubblica” il 16 novembre 2021. A destra l'ha chiamato un "Ddl Zan mascherato" che punta a introdurre, nuovamente, il concetto di "identità di genere". Così a Palazzo Madama, il 4 novembre, il dl Infrastrutture, Trasporti e Mobilità ha scatenato la bagarre. Tanto che il governo ha dovuto mettere la fiducia, intascando un risultato tondo: 190 sì e 34 no. Le polemiche che ne sono seguite hanno però "nascosto" il varo di un provvedimento importante: quello che vieta i manifesti sessisti, discriminatori e violenti lungo le strade o negli spazi pubblicitari sui mezzi pubblici. Ed è solo l'inizio, perché si sta preparando un testo analogo, per vincolare i contenuti audio-televisivi, intervenendo sulla Legge Gasparri. Si attendeva da tempo una norma che facesse argine ai messaggi promozionali che sfruttano il corpo delle donne. A rimediare ci hanno pensato la presidente della Commissione Trasporti alla Camera, Raffaella Paita, Iv, e quella della Commissione Ambiente alla Camera, Alessia Rotta, Pd, che hanno proposto un emendamento ad hoc. «Troppo spesso le pubblicità utilizzano messaggi che mortificano le donne o sono discriminatori» dice Rotta. «È il momento di dire basta e di promuovere una cultura del rispetto di tutti gli individui». Nella sezione che modifica il Codice della Strada, infatti, si introduce «il divieto di qualsiasi forma di pubblicità, su strade e veicoli, avente contenuto sessista, violento, offensivo o comunque lesivo dei diritti civili, del credo religioso e dell'appartenenza etnica ovvero discriminatorio». Per chi sgarra sono previste la revoca dell'autorizzazione della pubblicità e la rimozione. «Abbiamo introdotto un vincolo normativo a tutta la categoria della cartellonistica fissa e mobile» spiega Paita. «È stata definita anche la responsabilità di chi gestisce gli spazi stradali: la Provincia, il Comune, il concessionario autostradale o Rfi». Da oggi, quindi, i Comuni possono contare su una norma nazionale e non più su singoli provvedimenti autonomi, spesso vanificati da ricorsi vari. Per l'entrata in vigore del divieto di pubblicità sessiste servirà un decreto attuativo del governo. Lo sta preparando, per vararlo entro dicembre, la ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti.

Da “Libero Quotidiano” il 10 novembre 2021. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha istituito la figura dell'inviato speciale del ministero degli Affari esteri per i diritti umani delle persone Lgbtiq+. A svolgere questo ruolo sarà il diplomatico Fabrizio Petri, attuale presidente del Comitato interministeriale per i diritti umani (Cidu), designato oggi dal segretario generale della Farnesina, ambasciatore Ettore Francesco Sequi. Petri sarà chiamato a coordinare l'azione della Farnesina per la tutela e promozione dei diritti delle persone Lgbtiq+, favorendo la più ampia decriminalizzazione dell'omosessualità nel mondo.

Daniele Priori, Segretario nazionale GayLib, per “Libero Quotidiano” il 10 novembre 2021. Gay e missionario. Il M5S che ha in testa Vincenzo Spadafora, già sottosegretario alle Pari Opportunità nel governo pentaleghista e poi ministro dello Sport nell'esecutivo pentapiddino, sposa con spirito critico e una dialettica intensa il «campo progressista» nel quale lui in persona e a mezzo stampa (anzi libro più tv) si lancia e autopromuove con coraggio e entusiasmo come profeta del politicamente corretto, indiscusso e a tutti i costi. Lo fa attraverso le pagine della sua nuovissima fatica letteraria: Senza riserve, appena edito da Solferino. Come cassa di risonanza non casuale sceglie uno dei templi televisivi del politically correct: la messa laica domenicale di Fabio Fazio su Rai 3. Un campo nel quale, sulle orme di altre celebri profetesse - dalla Boldrini alla Boschi - essere, ovvero identificarsi (meglio se in una minoranza), vale decisamente come valore aggiunto, a tal punto da poter mettere tra parentesi anche le capacità o le conoscenze. In fondo fu proprio Spadafora, lasciando l'incarico ministeriale, a dichiarare di aver conosciuto davvero l'ambito e le dinamiche sportive solo facendo il viceministro, tornando poi ripetutamente pure a spiegare il senso di tale affermazione, a suo dire giustificativa di una pretesa terzietà, tesa a favorire di fatto l'autonomia di pensiero del ministro stesso. (Sic!) Oggi, però, il vento dev'essere evidentemente cambiato e, in barba alla terzietà, la missione "omosessualista" la capisce, la racconta e la usa in prima persona come arma di scontro politico, proprio perché lui per primo la vive dal di dentro. Commozione e applausi. In questo caso, dunque, tertium non datur. Perché il brusio alle spalle di un omosessuale velato o anche solo mezzo dichiarato, peggio se pure parlamentare, a un certo punto diventa insopportabile. E poco importa, dunque, se il ddl Zan è stato affossato proprio in quello stesso campo progressista-buonista-politically correct. L'icona da seguire in materia di diritti (più editoriali che civili) è proprio il relatore del testo di legge contro l'omotransfobia, Alessandro Zan, che ha scelto di affiancare, anche lui, alla sua battaglia politica pure una bella tournée di presentazioni in libreria tendenzialmente autobiografiche. Missionari loro. Gay impegnati che, legittimamente, si preparano ormai a una prossima rielezione... ovviamente in quota gay. Zan nel Pd che lo rende suo malgrado martire. Spadafora nel M5S, gruppo che nel 2016, animato dal sacro fuoco del purismo pro adozioni gay, non votò il testo finale della legge Cirinnà sulle unioni civili, portatrici, quelle sì, di diritti civili veri a tante coppie omo-normali, anche non famose. Roba da far rimpiangere il primogenito gay grillino per eccellenza, l'ex gieffino Rocco Casalino che almeno il suo coming out l'ha fatto, ma almeno senza la coperta di Linus dell'impegno politico-frocio-progressista. Di Rocco semmai divennero ben più famose le video-gaffe grossolane sugli afrori tre volte diversi degli omosessuali «poveri e rumeni dal profumo agrodolce». E chissà quanto è casuale, allora, anche il fatto che, a finire nel mirino finto-buonista di Spadafora, c'è proprio la comunicazione del M5S, il cui vate, fino a prova contraria, nell'era pre-Draghi è stato proprio Casalino. La guerra nel M5S si fa cupa e anche gli arcobaleni, a fronte del loro altro ruolo pacifista, diventano armi contundenti. E mentre al povero Giggino Di Maio è toccato difendersi, ospite di Lilli Gruber, dall'accusa di dichiarata eterosessualità, al nuovo leader M5S, Giuseppe Conte, non resterà che chiamare a raccolta le sue fan più indefesse: le famose bimbe di Conte, possibilmente armate di borsette aguzze da utilizzare in difesa della virilità del maschio grillino eterosessuale, non più così di moda da quelle parti.

Mentalità e leggi. I diritti Lgbtq in Italia dal delitto di Giarre a oggi (passando per il ddl Zan). Linkiesta  il 13 novembre 2021. Sul palco de Linkiesta Festival si confrontano Francesco Lepore, autore de “Il delitto di Giarre” (Rizzoli) e il deputato e sottosegretario Ivan Scalfarotto, moderati da Simonetta Sciandivasci. Dal 1980 a oggi, dal delitto di Giarre fino al ddl Zan. Il percorso dei diritti Lgbtq e la lotta per rivendicarli è stato lungo, accidentato e – va detto – imperfetto. Ma qualcosa è avvenuto, anche se ancora molto è da fare. L’importante è capire la prospettiva – e la strategia – migliore da adottare. Ne hanno parlato dal palco di Linkiesta Festival il giornalista Francesco Lepore, autore del libro “Il delitto di Giarre” (Rizzoli) e l’onorevole Ivan Scalfarotto, moderati dalla giornalista Simonetta Sciandivasci. Tutto comincia dall’inizio, cioè dal caso dell’uccisione di Toni e Giorgio. I due ragazzini gay trovati assassinati – è il 1980 – nella provincia di Palermo. È una storia importante perché, per la prima volta, viene trattata dalla stampa «non come un episodio sordido di ambienti loschi, ma come un delitto omofobo». In reazione al caso viene fondato Arcigay a Palermo e comincia la stagione delle battaglie per i diritti degli omosessuali. È un momento fondante, insomma. «Il libro nasce da un articolo che ho scritto su Linkiesta», spiega Lepore. «Per scriverlo ho compulsato i documenti e gli articoli del tempo», ma è anche andato sui luoghi, ha sentito i parenti e le persone coinvolte nella storia. «La versione ufficiale fu quella di un omicidio compiuto da un infraquattordicenne, il cuginetto di uno dei due fidanzatini, che li avrebbe uccisi su loro richiesta perché non riuscivano a sostenere la loro condizione». La realtà è diversa: «Dopo molta fatica, la sorella di Toni mi ha spiegato che i veri assassini erano dei familiari. Ora morti. Per cui si può dire che si era trattato di un delitto d’onore, fatto per lavare l’onta» di una cosa vergognosa. Il fascicolo del processo è andato perduto, e «le indagini erano durate soltanto tre giorni». Insomma, «Lotta Continua aveva scritto che “Toni e Giorgio” erano rimasti senza giustizia. Io spero di aver reso loro giustizia». Il pensiero non può non andare – e viene portato da Simonetta Sciandivasci – al presente e al recente fallimento della ddl Zan. Sul tema c’è Scalfarotto, finito nel mirino delle contestazioni perché Italia Viva viene considerata, a torto o a ragione, tra i responsabili del naufragio della legge. «Una delle cose più interessanti del libro di Lepore – spiega Scalfarotto – è l’affresco di un’Italia e di una Sicilia che, per fortuna, non è più quella attuale. Il Paese in 40 non è più lo stesso. È diventato più corretto, più educato. Io ho un marito e lo posso presentare ai commensali di una cena, senza problemi. Nel 1975 il nuovo diritto di famiglia stabilisce la parità tra i coniugi, avendo rivoluzionato secoli di idee e abitudini». Tutto questo, sottolinea «è il frutto dell’approccio del riformismo. Dei piccoli passi verso l’obiettivo. Ti carichi il peso di un cambiamento, accettando leggi imperfette, in vista di un miglioramento progressivo continuo». Non viene fatta la rivoluzione (servirebbe?) ma viene migliorata la società per tutti. Il principio è quello del compromesso. «Voi rinuncereste a una legge solo perché è imperfetta? Io mai». Sul punto specifico del ddl Zan: «Italia Viva non ha cambiato idea», dice Scalfarotto. Ma non si può ragionare solo sui principi, serve farlo anche sulla strategia. «I numeri alla Camera e al Senato sono diversi. Servono tattiche diverse». La legge era andata avanti in Commissione solo grazie a un voto. Viene portata in aula con una forzatura, le destre chiedono di riportarla in Commissione e la proposta non passa – a voto palese – solo per un voto. «Questo vuol dire che a scrutinio segreto va sotto di 40, è una cosa che sa chiunque sia stato anche solo una settimana in Parlamento». Scegliere di farlo, insomma, è una scelta suicida «che rivela non la volontà di far passare una legge, ma di cercare una battaglia». Un’operazione «cinica, fatta da chi aveva un pelo sullo stomaco che ci si possono fare le trecce», spiega Scalfarotto. «I militanti Lgbt fanno benissimo ad avere l’asticella alta, e mi aiutano per rappresentarli nelle battaglie che faccio da parlamentare». Ma quando serve un compromesso, occorre avere spazio di manovra. Altrimenti non fai il parlamentare ma fai il militante: «Il problema è che chi ha gestito questa legge ha fatto militanza. Monica Cirinnà lo ha detto: “andremo in aula a cercare la bella morte”». Resta il fatto che le leggi sono una cosa, la realtà un’altra, e l’orizzonte della politica un’altra ancora. «È vero che non siamo più nel 1980», concede Lepore, «ma la mentalità stereotipica, violenta contro gli omosessuali (e non solo) c’è ancora. I casi continuano a essere riportati, sono in aumento. Nel caso specifico del delitto di Giarre, le famiglie continuano a parlarne come se i ragazzi non fossero omosessuali. Il parroco del paese, che voleva fare un funerale congiunto – cosa che venne rifiutata perché i familiari non erano d’accordo – è lo stesso che sosteneva che, in fondo, i gay cercano comunque di adescare gli altri. Questa convinzione la si ritrova, anche oggi, in ambienti di destra che pensano di poter “rieducare” i gay, di guarirli. La mentalità c’è ancora». Sul caso Zan «tutti hanno avuto colpe». Ma per Lepore l’accusa più ingiusta e fastidiosa l’accusa che fosse una legge che non estendeva diritti, ma stabilva pene. «A parte l’infelice articolo iniziale definitorio», c’era solo un articolo penale. Tutti gli altri, anche piccoli, erano diritti. Qui si arriva insomma al punto, come lo riprende Sciandivasci: le leggi hanno importanza sul piano culturale? Lei stessa ha ammesso di aver cambiato idea sul tema del femminicidio, definizione che all’inizio le appariva superflua e pretestuosa (perché distinguere l’uccisione di una donna rispetto a quella di un uomo?). Dietro alla legge c’è un pensiero, la volontà di cambiare mentalità. Vale anche per il ddl Zan. «Io penso che sia importante fare coming out. In Parlamento sono raddoppiati i gay dichiarati: da 3 a 5», ricorda con sarcasmo. Che mi risulti io sono l’unico a essere entrato al governo già da gay dichiarato». Ma la lotta per i diritti passa anche per i provvedimenti che aiutino le persone, per i modelli d chi è più o meno svantaggiato (come ha fatto Spadafora), non solo per le leggi. I temi sono tanti: non può non toccare il tema del femminismo (classico vs intersezionale), una divisione che è nata discutendo proprio sul ddl Zan e la possibilità di autodefinire la propria sessualità, né si omette la questione dei transessuali. Si fa il punto dello stato dei diritti in Italia, insomma, e se ne discutono le direzioni. A 40 anni dal delitto di Giarre qualcosa è cambiato, molti passi sono stati fatti, tanti altri servono ancora. La battaglia continua, insomma. E il libro di Lepore (andrà nelle scuole?) è uno dei tanti passaggi di questa storia.

Flavia Amabile per "La Stampa" il 5 novembre 2021. Identità di genere. Sono tre semplici parole ma hanno il potere di creare tempeste. La destra le detesta. Se potessero i cattolici più conservatori e i movimenti per la vita le cancellerebbero da ogni documento ufficiale. Con loro enorme sconcerto sono riapparse in un provvedimento diventato legge. Ieri pomeriggio l'Aula del Senato ha approvato in via definitiva il decreto Infrastrutture e Trasporti nonostante Lega, Fratelli d'Italia e le associazioni per la vita da giorni stessero provando a attirare l'attenzione su un punto del provvedimento, dal loro punto di vista una pericolosa minaccia. È il comma 4 bis dell'articolo 1 introdotto con un emendamento approvato alla Camera, che stabilisce il divieto con affissione sulle strade ma anche su mezzi pubblici o su mezzi privati di pubblicità che abbiano contenuti con «messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell'appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all'orientamento sessuale, all'identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche». Sono lì le tre discusse parole che la destra non tollera, in un emendamento firmato dalle deputate Raffaella Paita di Italia Viva e Alessia Rotta del Pd, approvato dalla Camera senza alcun problema e poi in Senato con un voto di fiducia. Un paradosso se si pensa che una settimana fa Italia Viva e Pd si sono divise in Senato sul ddl Zan e sull'identità di genere contenuta nel provvedimento, come non mancano di far notare da destra. «Come è possibile - chiede Lucio Malan, senatore di Fratelli d'Italia - che in un decreto riguardante gli investimenti e la sicurezza delle infrastrutture, trasporti e circolazione stradale, sia stata inserita una norma ideologica, volta a limitare la libertà di espressione, con il pretesto che l'esercizio di questa libertà non può avvenire sulle strade e sui veicoli? Una cosa assolutamente inaccettabile, introdotta di soppiatto». «Sarà ancora possibile affermare in una pubblicità che i bambini sono maschi è le bambine sono femmine? Che un bambino nasce da una mamma e un papà?», chiede Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia. «L'identità di genere non è entrata con il cavallo di Troia del ddl Zan e ora surrettiziamente il Governo ci riprova inserendola in questa norma sotto la foglia di fico, come al solito, delle discriminazioni» aggiunge Jacopo Coghe, vicepresidente della Onlus. Polemiche a cui Raffella Paita risponde con decisione. «L'emendamento è il frutto di un lungo lavoro trasversale che permette di dare un valore sociale a questi temi», spiega. E accetta solo in parte il riferimento al ddl Zan. «In quel caso l'identità di genere era declinata in varie forme al contrario di quanto accade nel nostro emendamento. Aver proposto e fatto approvare la modifica però è la dimostrazione che la forza politica che esprimo cerca di dare una mano sul tema dei diritti civili e che le battaglie in solitudine frenano il progresso. Bisogna lavorare con una logica di tessitura per aiutare chi subisce discriminazioni».

L'ideologia di pochi sull'omofobia. Karen Rubin il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. La sconfitta sul disegno di legge Zan dovrebbe insegnare alla sinistra non soltanto la necessità di un confronto tra i suoi parlamentari ma soprattutto quello con la realtà culturale degli italiani che vorrebbe rappresentare. La sconfitta sul disegno di legge Zan dovrebbe insegnare alla sinistra non soltanto la necessità di un confronto tra i suoi parlamentari ma soprattutto quello con la realtà culturale degli italiani che vorrebbe rappresentare. Il relatore e i suoi supporter hanno sostenuto si trattasse di una legge a tutela delle persone che subiscono discriminazione omotransfobica, accusando i detrattori di essere contrari alla difesa di omosessuali e transessuali. Pensavano che agli avversari sarebbe sfuggita la portata dei significati contenuti nell'articolo 1 che definisce l'identità di genere come l'identificazione percepita e manifestata di sé, anche se non corrispondente al sesso biologico. La disputa in corso riguarda l'eliminazione o la conservazione di un modello binario, culturalmente diffuso, che prevede l'associazione tra sesso anatomico e identità sessuale. Finanche una parte della stessa sinistra non ha visto civilizzazione ma caos nella spinta alla liquidità sessuale verso cui vorrebbe andare, anche attraverso Zan. Normalizzare la possibilità di vivere in società nei panni del sesso opposto perché ci si percepisce soggettivamente così, senza una diagnosi di disforia di genere e un supporto medico e psicologico crea confusione identitaria e favorisce l'instabilità delle persone, soprattutto degli adolescenti che ancora sono alla ricerca della loro identità. Con il disegno Zan la sinistra ha fatto lo stesso tentativo già provato con la legge sulle unioni civili, che comprendendo la stepchild adoption, poi stralciata, apriva le porte all'utero in affitto, nel nostro paese illegale. Se avessero stralciato l'articolo 1 con molta probabilità la legge Zan sarebbe stata approvata e invece prepotentemente e in contraddizione con i valori ancora prevalenti nella società voleva imporre una visione di un gruppo sparuto di potere, che questo potere si è dimostrato non possedere. La legge deve ispirarsi all'insieme di valori, tradizioni e costumi di una società, ai suoi modelli etici e alle regole di comportamento caratteristiche dei luoghi in cui si legifera. Quando gli italiani hanno voluto le leggi sul divorzio e sull'aborto le hanno ottenute nonostante i veti religiosi ma ora a quanti di loro alletta l'idea di eliminare i simbolici madre e padre per trasformarli in genitori asessuati da chiamare uno e due? Quanti sono ad approvare l'utero in affitto per creare in laboratorio un bambino da vendere al miglior offerente anche se sarà un uomo che lo priverà della madre? Le leggi che riguardano gli archetipi dell'umanità devono tener conto di strati ampi di popolazione e non delle ideologie di pochi usate strumentalmente a scopi elettorali. Karen Rubin

Gli omofobi Rossi. Fausto Carioti per "Libero quotidiano" l'1 novembre 2021. L'odio di Fidel Castro per gli omosessuali è cosa nota. Lui stesso ammise le proprie colpe nel 2010, quando era troppo tardi e mille testimonianze lo avevano già condannato. Tra queste c'è il libro di Felix Luis Viera, Il lavoro vi farà uomini, che racconta la vita nelle Umap, i gulag cubani nei quali, a decine di migliaia, maricones ed effeminati sono passati assieme a dissidenti, seminaristi cattolici e altre «piaghe sociali» non tollerate dal regime. Soprattutto, c'è il racconto che Valerio Riva, lì presente, ha fatto della conversazione che il compagno Fidel ebbe a Cuba nel marzo del 1965 con Giangiacomo Feltrinelli. Una sera, a cena, l'editore gli chiese perché perseguitasse gli omosessuali. Tra i commensali calò il gelo. Castro, racconta Riva, «disse qualcosa come "è un bello sfacciato questo Giangiacomo!", accese un sigaro e prese lentamente a dire che all'origine c'erano stati problemi in certe scuole, che dei genitori avevano protestato, che in fondo bisognava capirli, l'idea di mandare un figlio a scuola e vederselo tornare frocio non garberà a nessuno. Disse che lui non aveva proprio niente personalmente contro gli omosessuali, purché non pretendessero di far proseliti. Se gli tirava il culo, problemi loro... Lo Stato, la Rivoluzione non poteva certo permettere la corruzione di minorenni...». C'è però un'altra vicenda, molto meno conosciuta, che ha per protagonisti Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Dacia Maraini. È emersa solo di recente, grazie a Paragone, raffinata rivista fiorentina di arte e letteratura fondata da Roberto Longhi. È la "vera" storia del viaggio di Moravia a Cuba. O comunque "un'altra" storia, diversa che da quella che si sapeva.

LA VERSIONE UFFICIALE... Sinora, c'è stata solo la versione di Moravia. Ad Alain Elkann che lo intervistava (Vita di Moravia, 1990), la raccontò così: «Fui invitato a Cuba nel 1966 alla Conferenza tricontinentale e ci andai con Dacia Maraini. La conferenza si occupava principalmente, almeno per quanto mi sembrò di capire, di questioni politico-militari. Era cioè una conferenza che lasciava indovinare nelle grandi linee quello che sarebbe stato l'intervento armato di Cuba in tante parti del mondo del futuro». Lui e la Maraini ebbero due incontri con Castro, uno pubblico e uno privato, «brevissimo». Quanto basta perché Moravia s' invaghisse del dittatore, «un ottimo oratore, pieno di calma e ragionevole autorità». «Come con Arafat e con Tito», rivelò a Elkann, «ho avuto simpatia per lui, perché ho sentito in lui l'uomo d'azione. Anzi, in quel momento lui rappresentava l'uomo d'azione per eccellenza, in quanto la rivoluzione culturale capovolgeva la credenza "veteromarxista" che il pensiero deve precedere l'azione. (...) Il fare cambia il mondo. La parola, se non diventa a sua volta fatto, non cambia nulla». Non una parola né un fatto, però, vennero da Moravia sugli aspetti più infami di Castro e della sua dittatura. Eppure, l'autore de Gli indifferenti questi aspetti li conosceva molto bene. Perché pochi giorni prima, a pagarne il prezzo, era stato il suo amico Pasolini. Il «pervertito» Pasolini. È qui che le pagine di Paragone scritte da Francesco Rognoni gettano una luce diversa su Moravia e sul suo resoconto di quei giorni all'Avana. La rivista pubblica un assaggio del carteggio che lo scrittore "irregolare" Nicola Chiaromonte, socialista libertario, ebbe con la scrittrice statunitense Mary McCarthy, alla quale era legato. Chiaromonte era molto amico di Moravia e della Maraini, e in una lettera che inviò alla McCarthy nel febbraio del 1966 le riporta questo aneddoto, stranamente sfuggito a tutti i biografi: «Ti racconto una storia divertente. Quella del viaggio di Moravia a Cuba. A dicembre, Moravia voleva farsi una vacanza con Dacia in Marocco. E dato che, per ragioni sue, sembra non sia capace di viaggiare senza Pasolini, gli ha chiesto di unirsi a loro. Pasolini ha detto che no, lui andava a Cuba. A Moravia l'idea di Cuba non piaceva per niente: voleva solo farsi una vacanza, e andare a Cuba era un gesto politico, dato che non ci si può andare se non in qualità di ospiti del Governo innanzitutto. Quindi ha provato a far ragionare Pasolini. Niente da fare. O Cuba o niente. Moravia, che è un bravo ragazzo, alla fine si è arreso ed è andato all'ambasciata di Cuba a chiedere il visto. Che, naturalmente, gli hanno servito su un piatto d'argento. Così si è preparato al viaggio. Ma da parte di Pasolini, silenzio. Alla fine Moravia l'ha chiamato per chiedergli se era pronto anche lui. Pasolini ha detto "No", gli avevano negato il visto perché notoriamente omosessuale: a Cuba l'omosessualità è un reato penale. Moravia si è arrabbiato doppiamente, è tornato all'ambasciata cubana a protestare, a chieder anche lui il visto per Pasolini ("Dopo tutto, è un grande scrittore, eccetera..."). Niente da fare. Impossibile lasciar entrare a Cuba un notorio pervertito. E così Moravia è andato a Cuba (dove mi si dice che il 15% della popolazione sia omosessuale, a cominciare da Castro) solo con Dacia. Dove è stato accolto benissimo, e oltretutto non ha dovuto spendere un centesimo. Ma Pasolini è rimasto a Roma (o forse è andato in Marocco, non so)». ...

E L'ALTRA Secondo la versione di Chiaromonte, dunque, Moravia non era stato «invitato» dal regime ad assistere alla Conferenza tricontinentale, che si era tenuta all'Avana dal 3 al 16 gennaio del 1966. L'idea di andare sull'isola era stata di Pasolini, e Moravia aveva chiesto il visto con l'intento, meravigliosamente borghese, di farsi una vacanza al sole dei Caraibi assieme alla Maraini. Ma il poeta e regista bolognese era stato umiliato dal governo di Castro, che gli aveva negato l'accesso in quanto «pervertito». E quando Moravia capì che le proteste con l'ambasciata cubana non avrebbero rimosso quel veto vergognoso, anziché denunciare la vicenda (per difendere almeno il suo amico, se non l'intera categoria degli omosessuali), o comunque cambiare meta sdegnato, lui, il più influente degli intellettuali italiani, scelse il silenzio e l'aereo che lo portò all'Avana. Dove, assieme alla sua compagna, fu accolto con tutti gli onori e non dovette «spendere un centesimo», ospite di Castro. E da dove tornò colmo di pensieri buoni per il líder máximo. Del tutto indifferente- è il caso di dirlo- al modo in cui costui aveva trattato il povero Pasolini e calpestava i diritti dei «pervertiti». E un giorno, chissà, magari sapremo pure se le voci sull'omosessualità nascosta del macho Castro, riferite dal serissimo Chiaromonte («Austero cavaliere», lo chiamava la McCarthy), fossero calunnie o verità.

La bocciatura del ddl Zan. Ddl Zan: bene i diritti Lgbt, ma nella legge alcune ombre. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 4 Novembre 2021. Sulla vicenda del ddl Zan esiste una interpretazione del tutto diversa da quella espressa da Bertinotti e da Schillaci sia per ciò che riguarda la ricostruzione dei fatti svoltisi al Senato sia sul merito. Indubbiamente la parte più oltranzista della destra era ed è contraria alla legge nel suo complesso. Invece tutto diverso è il discorso per quello che riguarda un’altra parte della destra, il centro costituito da Forza Italia e anche tutti coloro che in Italia Viva, nel Pd, nel M5s erano e sono del tutto d’accordo sull’aumento della tutela giuridica a gay, lesbiche, trans e invece sono contrari al comma d) sul gender, all’art.4 sul potere dei magistrati, all’art.7. Per fare un esempio in un’altra legislatura, quando si è discusso di unioni civili il sottoscritto si è pronunciato in aula a favore dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, ma se adesso fosse stato in Parlamento si sarebbe pronunciato contro questi tre aspetti della legge. Luca Ricolfi in un articolo sul Messaggero ha fornito un elenco di tutti coloro, persone e associazioni che contestano alcuni aspetti della legge non essendo né omofobi, né fascisti secondo il consueto stalinismo di ritorno messo in campo da un pezzo della sinistra. Stando a Ricolfi si sono pronunciati in questo senso l’Udi, Se non ora quando, Radiem, Arcilesbica, 300 gruppi riuniti sotto la sigla WHRC, la cui rappresentante italiana è Marina Terragni. Come persone Ricolfi ha ricordato Stefano Fassina, Paola Concia, Marco Rizzo, Mario Capanna. Alla luce di ciò che abbiamo ascoltato in televisione aggiungiamo Scalfarotto e il sen. Cerno che non ha partecipato alle votazioni. Veniamo agli aspetti di merito. Sul comma d) dell’art. 1, quello che punta a introdurre la tematica gender nella nostra legislazione, Francesca Izzo, femminista ed ex parlamentare dei Ds, ha spiegato le ragioni del dissenso: «l’autodefinizione del proprio genere, indipendentemente dal sesso, ha l’effetto di mettere in discussione il rapporto che tutto il nostro ordinamento ha con il genere, è la rottura del legame tra sesso e genere e questa cosa fa sì per esempio – come avviene nei paesi anglosassoni dove sul punto si è andati più avanti e si prova a tornare indietro proprio per gli effetti che provoca – che se io dico di essere donna e che invece un transgender non è una donna come me rischio di essere accusata di transfobia. E la neolingua che viene introdotta mi impone di dire che sono una cisgender o persona con la vagina. Non posso chiamarmi donna». Tutto ciò negli Usa e in Inghilterra sta avendo conseguenze disastrose: una scrittrice come la Rowling che ha rivendicato la sua femminilità è stata attaccata duramente e centinaia di professori-esse e giornalisti-e, di operatori e operatrici culturali sono stati perseguitati e licenziati sulla base di questa teoria gender che si sta estrinsecando come una pericolosa operazione autoritaria. Per ciò che riguarda l’art.4 noi non affideremmo mai a giudici come Davigo, Caselli, Di Matteo la facoltà di decidere sulla libertà di opinione riguardante questa tematica. Facciamo due esempi, uno riguarda la tematica sollevata da Francesca Izzo, l’altra riguarda le valutazioni sull’utero in affitto. Ad esempio il sottoscritto è radicalmente contrario sull’utero in affitto, reputa che esso è la forma più abietta e più invasiva di sfruttamento su una donna da parte di uomini ricchi. Con questa legge non c’è nessuna garanzia che se ci si esprime su questa tematica non si va a giudizio per omofobia. Infine anche il tentativo di coinvolgere i bambini in predicazioni a senso unico su una tematica assai delicata suscita perplessità. Questo è il quadro, Enrico Letta sapeva benissimo qual era la situazione all’interno del suo stesso gruppo e a quello dei grillini, a parte Forza Italia e Italia Viva. Poi quando c’è un voto a scrutinio segreto su una tematica così delicata che travolge qualunque disciplina di gruppo o di partito bisogna essere sempre assai cauti. Non a caso subito prima della discussione in Senato Enrico Letta aveva espresso la disponibilità a trattare, che poi il gruppo del Pd si è rimangiato sapendo bene i rischi che correva. Allora nessuno può cambiare le carte in tavola, da nessun punto di vista, né da quello riguardante i lavori del Senato, né sul merito. Chi si permette di affermare che chi dissente da quei tre punti è omofobo e fascista è semplicemente un piccolo stalinista di ritorno. Poi se Enrico Letta ha colto questa occasione per espellere finalmente Italia Viva dall’area del centrosinistra regolando un conto aperto dal 2014 questo ci sembra un gioco molto spericolato su cui per altro verso ha detto cose assai convincenti Michele Prospero quando ha rilevato sul Riformista dell’altro ieri che con il risentimento il Pd non va lontano. Francamente non capiamo come Enrico Letta può pensare di giocare la partita della presidenza della Repubblica scomunicando Forza Italia e Italia Viva. Francamente ci sembra una tattica suicida. Fabrizio Cicchitto

DDL ZAN: MARCUCCI, BENE PRODI, ANCH'IO NON VOLEVO INCIDENTE. (ANSA l'1 novembre 2021) - "Condivido in pieno le parole che ha usato ieri sera Romano Prodi da Fabio Fazio sul ddl Zan. È esattamente la mia posizione, io volevo in tutti i modi la legge e volevo evitare l'incidente". Lo afferma il senatore del Pd, Andrea Marcucci.

LA STRIGLIATA DI PRODI A LETTA: «IL DDL ZAN? SI POTEVA SALVARE: HANNO CERCATO L’INCIDENTE». Giovanni Ruggiero per open.online l'1 novembre 2021. Tra i responsabili dell’affossamento del Ddl Zan secondo Romano Prodi c’è anche il Pd di Enrico Letta. Perché spiega l’ex premier sarebbe stato: «molto facile fare piccole modifiche, anche verbali – ha detto ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa – ma si è voluto strumentalizzare il tutto». Dal fondatore dell’Ulivo a cui lo stesso Letta dice di ispirarsi arriva insomma una ferma bocciatura su come la trattativa sia stata gestita, con il Pd fino all’ultimo irremovibile su ogni tipo di modifica, e infine la famigerata «tagliola» finita con l’affossamento appunto dopo il voto segreto: «Se uno vuole riformare quei piccoli aspetti della legge su cui si discuteva, bisognava andare caso per caso – ha detto Prodi – e si trova l’accordo». Una volontà che lui stesso sospetta non deve esserci mai stata: «Col voto segreto si voleva creare “l’incidente” e l’incidente c’è stato». Soprattutto con i renziani di Italia viva, additati come i principali franchi tiratori del disegno di legge. Alla fine, in quella: «prova di forza ha vinto la destra» ha aggiunto Prodi che ha criticato anche il comportamento di Forza Italia e Silvio Berlusconi: «che su queso tema si è un po’ appiattito». Per quanto, ha ammesso ancora Prodi, il Cav ha preferito tutelare gli equilibri interni nella sua coalizione: «Un comportamento razionale».

Sabrina Cottone per "il Giornale" il 3 magio 2021. «Come mi sono sentito? Stupito e arrabbiato, preso di mira di fronte a milioni di italiani mentre guardavo la tv con mia moglie e i miei figli» ricorda Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita e famiglia, uno dei bersagli di Fedez, reo di essere «ultracattolico e antiabortista» oltre che contrario al ddl Zan. Un' infinità di follower, un milione e mezzo di spettatori del Concertone.

Altri sarebbero stati contenti di essere citati.

«Francamente no, non era un encomio e le modalità mi hanno fatto arrabbiare. Non è la prima volta. Su Instagram mi aveva deriso con una foto con sopracciglia arcobaleno, scatenando gli haters. Fedez non è responsabile del singolo ma i suoi followers hanno scritto che starei bene appeso a testa in giù. Chi si comporta così può sembrare un bullo».

Che cosa si aspetta da Fedez e dalla Rai?

«Di avere la possibilità di rispondere a Fedez e di confrontarmi con lui. Ritengo gravissimo che abbia fatto un discorso politico in diretta, su una tv pubblica, pagata da tutti noi contribuenti, senza contraddittorio. Dopo le blasfemie di Sanremo penso che la Rai ci debba spiegazioni e che la maggioranza degli italiani siano stanchi».

In verità chiedono le dimissioni dei vertici per aver tentato di censurare Fedez. Non vede anche questo rischio?

«Ha travalicato con i toni. La sostanza è che per la Festa del lavoro un rapper milionario che fa le pubblicità per Amazon non ha parlato delle difficilissime condizioni dei lavoratori e del dramma per le famiglie causato dalla pandemia, ma si è messo a promuovere il ddl Zan come uno smalto collezionando dichiarazioni che non c' entrano con la legge. Così si denigra l' avversario e se la pensi diversamente non hai diritto di parola».

Vuol dire che siete una sparuta minoranza? Eppure avete testimonial come la Rowling.

«No, siamo una maggioranza silenziosa, anzi silenziata, perché il mainstream la pensa diversamente. Quando la Rowling si è espressa è stata massacrata. Al ddl Zan si sono detti contrari il mondo femminista con Marina Terragni, i Verdi, Marco Rizzo di Comunisti italiani, liberali come Cruciani, tutte persone non assimilabili a noi. Se c'è un parterre contrario di persone di diversi mondi qualcosa va discusso».

Lei si definisce un ultracattolico come ha detto Fedez?

«Credo di essere un semplice cattolico. Anche il Papa ha parlato più volte del gender come uno «sbaglio della mente umana» e nell' articolo 1 si parla di identità di genere».

Fedez l'ha definita anche antiabortista.

«Con le loro ecografie, Fedez e la moglie hanno seguito passo passo la gravidanza dei loro bambini. Come si fa poi a definirli un grumo di cellule?».

Che cosa vorreste cancellare del ddl Zan?

«Per noi non è emendabile. Il succo è che se mi percepisco donna devo avere tutti i diritti: entrare in un bagno delle donne, gareggiare nello sport con le donne. L'autopercezione dell'identità di genere del sé sostituisce il sesso biologico. E poi spetta ai genitori il diritto di priorità educativa e la Giornata contro l'omofobia fa entrare il gender nelle scuole di ogni ordine e grado».

Ma se tante persone chiedono maggiore tutela legislativa, un motivo ci sarà. Non pensa che le aggressioni siano frequenti?

«Le leggi già esistenti sono sufficienti: giustamente hanno garantito e garantiscono pene molto alte».

Da "il Giornale" il 3 magio 2021. Il ddl Zan (già approvato alla Camera) ha come obiettivo «prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull' orientamento sessuale, sull' identità di genere e sulla disabilità». Introduce il carcere fino a 18 mesi o multa fino a 6.000 euro per chi istiga a commettere o commette tali atti di discriminazione; il carcere da 6 mesi a 4 anni per chi istiga a commettere o commette violenza per gli stessi motivi; la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi partecipa o aiuta organizzazioni aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza. Istituisce centri antiviolenza. Vediamo i principali punti contestati, a partire dal timore che siano a rischio libertà di pensiero, educazione e religione. All' articolo 1, tra le definizioni, il punto d (l'identità di genere), distinguendosi dagli altri tre, andrebbe a coincidere con l'ideologia gender. Nella legge si distinguono quattro concetti: «a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l' attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l' identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall' aver concluso un percorso di transizione». L' articolo 7 istituisce la Giornata nazionale contro l'omofobia e coinvolge tutte le scuole di ogni ordine e grado in iniziative per contrastare pregiudizi e discriminazioni. Il timore è che sia un mezzo per introdurre l' deologia gender nelle scuole.

Che cosa c’entrano i diritti civili con l’identità di genere? Esercitare un diritto è l’espressione libera delle proprie attitudini sessuali in un quadro di tutele contro violenza e discriminazione. Giuliano Cazzola su Il Quotidiano del Sud il 3 novembre 2021. La metempsicosi è “la reincarnazione delle anime, secondo la credenza professata da alcune dottrine religiose’’. Se facessimo una ricerca in proposito troveremmo certamente intere biblioteche che trattano l’argomento. Immagino, però, che se trovassimo scritto in un articolo di legge che nei programmi scolastici si devono dedicare ore di insegnamento a questa dottrina, forse ci porremmo delle domande. Nel libro ‘’Sottomissione’’ Michel Houellebecq ipotizzava un futuro abbastanza prossimo dove, in Francia, un partito mussulmano (le conversioni erano all’ordine del giorno anche per questioni di potere) diventava determinante per formare un’alleanza di governo. Così si cominciava a programmare l’introduzione della poligamia nel novero dei nuovi diritti civili. Poi, visto che la cancel culture si preoccupa solo delle opere dei grandi filosofi greci, ma non dell’attitudine alla pedofilia, per quale ragione vietarne la pratica, se in un Paese nordeuropeo è consentito persino avere rapporti sessuali con animali a condizione che non si provochi loro sofferenze? È chiaro che ci stiamo ponendo interrogativi che possono sembrare paradossali ad un interlocutore del nostro tempo, ma quando sono le leggi ovvero il diritto positivo a riconoscere diritti che hanno perduto ogni rapporto valoriale con il diritto naturale, possiamo aspettarci di tutto. Chi scrive è contrario al ddl Zan e non si sente un oscurantista né un bigotto, tanto meno un fascista. Uno della mia generazione – se riflette onestamente sull’educazione ricevuta – è in grado di comprendere le sofferenze e i torti subiti dalle persone omosessuali (specie se nati maschi). Nessuno lo ricorda. Ma c’erano anche loro nei campi di sterminio con la stella rosa sulla divisa a righe ora abusata dai no vax. Per decenni sono stati costretti a nascondere le loro attitudini sessuali. Nel dialetto della mia città si diceva: “l’è mej un fiol lader che un fiol buson”. Ovvero «è meglio avere un figlio ladro che ‘’busone’’» come venivano definiti i gay. In sostanza, perfino le famiglie si vergognavano di loro. Fin dalla scuola chi fosse – come si diceva allora ‘’effeminato’’ era oggetto di un bullismo violento, persino ammesso dalla comunità in considerazione dell’abnormità della ‘’deviazione’’.  È facile comprendere come si dovesse sentire un ‘’diverso’’ in quel contesto sociale e (sub)culturale. La commedia all’italiana – anche quella di grande qualità – ha prosperato sullo stereotipo dell’omosessuale, con definizioni che variavano a seconda delle realtà territoriali ma che facevano parte del linguaggio consueto. Tutto questo non si riferisce a tempi lontani e neppure recenti, ma è presenta ancora in mezzo a noi, anche se si sono compiuti importanti passi avanti nel costume e nell’ordinamento giuridico. Il ddl Zan si proponeva di contrastare con sanzioni più severe una discriminazione ormai ritenuta inaccettabile? Qualcuno ha sostenuto con argomenti che si sarebbe trattato di un eccesso di tutela rispetto alla legislazione ordinaria e che sarebbe stato un errore prevedere delle fattispecie di protezione per figure troppo specifiche, con il rischio di escluderne altre (tanto che nel disegno di legge si è reso necessario introdurre i disabili che nulla hanno da spartire con le discriminazioni basate sul sesso o come si dice adesso sul genere). Si riteneva tuttavia – come è stato detto – mandare un segnale più forte, attraverso un regime sanzionatorio più robusto? Nessuna forza politica avrebbe potuto chiamarsi fuori (ancor meno che nel caso delle unioni civili). Perché allora, col pretesto di assicurare una maggiore tutela agli omotransessuali il ddl voleva insinuare (articoli 1, 4 e 7) nell’ordinamento giuridico, con il riconoscimento del concetto di ‘’identità di genere’’, una visione ideologica, priva di qualunque riscontro scientifico.  Il sesso – che è l’unico dato reale ed evidente – era relegato ad un tratto di penna dell’anagrafe e considerato un adempimento burocratico che avrebbe imprigionato il corpo alla natura degli organi genitali. Mentre l’espressione del diritto civile avrebbe dovuto consentire di bypassare l’esistenza di differenze (visibili e intuitive) che da miliardi di anni distinguono in tutti gli esseri viventi il maschio dalla femmina. E sono le differenze che permettono la procreazione e la riproduzione sociale. Da questo vincolo non si sfugge, nonostante tutti i surrogati e le diavolerie che una scienza, un po’ disumana e mercificata, ha inventato per sottrarre il concepimento alle leggi della Natura.  Che cosa c’entrano i diritti civili (spesso evocati a sproposito) con l’identità di genere? Esercitare un diritto significa poter dare espressione libera alle proprie attitudini sessuali in un quadro di tutele contro la violenza, la discriminazione, la repressione; significa poter dare – come è stato fatto – a queste unioni un riconoscimento giuridico con i relativi diritti e doveri. L’identità sessuale di un individuo, secondo le teorie a cui il ddl si ispirava, non veniva stabilita dalla natura e dall’incontrovertibile dato biologico ma unicamente dalla soggettiva percezione di ciascuno che sarebbe stato libero di assegnarsi il genere percepito, “orientando” la propria sessualità secondo i propri istinti e le proprie pulsioni. Era il genere, secondo questa dottrina, che stabiliva, in ultima analisi, l’identità sessuale di un individuo. Non si è uomini e donne perché nati con certe identità fisiche, ma lo si è solo se ci si riconosce come tali. Non ci sono maschi e femmine ma ci sono semplicemente esseri umani, liberi di assegnarsi autonomamente il genere che percepiscono al di là dell’incomodo del loro sesso naturale le cui tradizionali specie  diventano così delle categorie mentali superate, inadatte a rappresentare la complessità sociale moderna e che per questo vanno rimosse per “decostruire”, ossia, cancellare la natura, con l’obiettivo di smantellare pezzo per pezzo, un sistema di pensiero considerato obsoleto e persino reazionario, alla stregua dei peggiori disvalori. Così si è arrivati al punto che persino quelle manifestazioni di entusiasmo che ogni opposizione attua da sempre e ovunque quando sconfigge la maggioranza in una votazione importante, viene pubblicamente stigmatizzata alla stregua di una gazzarra oscurantista, perché espletata ai danni di un ‘’diritto civile’’. Ma se l’orientamento sessuale viene difeso dalla legge, non vi è alcun motivo – e nessuno è autorizzato a rivendicare un diritto in tal senso – per consentire alla teoria dell’identità di genere (ovvero «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione») di trovare posto, in modo arbitrario e truffaldino, nell’ordinamento giuridico alla stregua di un valore comune. Determinando così una vistosa contraddizione: quanto viene percepito diventerebbe reale a norma di legge, mentre ciò che è platealmente reale (il sesso) si trasformerebbe in un’opinione, magari un po’ retrò e a rischio di essere ritenuta una prevaricazione di diritti creati in vitro dal legislatore. C’era la possibilità di approvare il ddl con una larghissima maggioranza stralciando gli articoli inquinati da un’ideologia sconosciuta come il covid-19. Ma proprio su questi articoli si è voluto dare battaglia mettendo a rischio tutto il resto; peraltro la definizione identità di genere era inclusa in tutti gli articoli come se fosse un ‘’amen’’ da recitare dopo ogni preghiera (per inciso, negli Usa, per non fare discriminazioni dopo ‘’amen’’ dicono pure “awomen”). Si vede che in fondo erano questi gli articoli giudicati più importanti della nuova metempsicosi. Un tempo la sinistra si preoccupava dell’identità di classe; adesso è passata all’identità di genere. E questo cambiamento di valori viene oggi definito evoluzione, modernità, capacità di interpretare i cambiamenti della società. 

Storia di una legge che ha acceso il dibattito. Che cos’è la legge Zan contro omotransfobia e cosa prevede. Rossella Grasso su Il Riformista il 2 Maggio 2021. La legge Zan è una proposta di norma contro l’omotransfobia e la misoginia. Punta a estendere le norme di tutela attualmente in vigore per le etnie e l’orientamento religioso previste dalla legge Mancino del 1993 anche all’orientamento sessuale. Propone infatti di punire con aggravante chi commette violenza o incita a commettere violenza nei confronti di un’altra persona sulla base dell’orientamento sessuale. La proposta prende il nome del deputato del Pd Alessandro Zan che ha presentato il disegno di legge avviandone così il tortuoso iter legislativo. Il testo si propone di contrastare le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale, identità di genere e disabilità, per porre un freno ai numerosi episodi di violenza che sempre più accendono le cronache. Amplia l’ambito di applicazione dei delitti contro l’eguaglianza previsti dal Codice penale agli articoli 604 bis e 604 ter, aggiungendo al novero delle fattispecie condannate i comportamenti discriminatori contro disabili, omosessuali, transessuali, e qualsiasi altro atto persecutorio motivato dall’orientamento sessuale. È una legge che non solo tutela i diritti della comunità LGBT ma punisce anche il sessismo e la misoginia. Le donne sono infatti le più colpite da episodi di discriminazione, violenza, emarginazione e demansionamento sul lavoro.

Le misure e le pene proposte nella legge Zan. Il testo prevede praticamente un’aggiunta all’articolo 604 bis che punisce le discriminazioni razziali, etniche, nazionali e religiose, aggiungendo le condotte discriminatorie fondate su “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Le misure consistono nella reclusione fino ad 1 anno e 6 mesi o la multa fino a 6.000 euro per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione nei confronti delle categorie indicate. Poi la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi discriminatori. E infine la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chiunque partecipa o presta assistenza ad organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza verso le categorie discriminate. Invece la modifica all’articolo 604 ter prevede una circostanza aggravante – quindi una pena più severa – per i reati commessi con finalità discriminatoria, odio etnico-razziale, religioso o per agevolare organizzazioni, gruppi, movimenti fondati su principi discriminatori. Per questi soggetti la pena è aumentata fino alla metà.

A che punto è la legge Zan. Il disegno di legge è stato approvato alla Camera a novembre. Ma da allora è ferma per l’approvazione in senato. Per questo motivo è partita la mobilitazione di attivisti e personaggi del mondo dello spettacolo che chiedono a gran voce che si riprenda l’iter legislativo per l’approvazione della legge che reputano fondamentale. Ma parte del governo ha ritenuto non prioritaria la discussione sulla legge Zan. A chiedere da tempo la sua discussione Pd, M5s, Leu e Italia Viva mentre tutto il centrodestra si è sempre espresso contrario. Poi finalmente è stato calendarizzato in senato. Ma le polemiche non sono finite: sarà proprio il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari, il relatore del provvedimento. Una mossa, quella di autonominarsi relatore, definita da Zan “l’ennesima forzatura di chi vuole affossare una legge voluta dalla maggioranza del #Senato. Ancora una volta dimostra di gestire la Commissione Giustizia come fosse di sua proprietà. Le istituzioni si rispettano”. Ostellari in quanto presidente della commissione ha la funzione di relatore di ogni disegno di legge. Si tratta di una facoltà che in realtà potrebbe essere delegata ad altri commissari: “Poiché sono stato confermato presidente, grazie al voto della maggioranza dei componenti della commissione, per garantire chi è favorevole al ddl e chi non lo è, tratterrò questa delega”, ha spiegato Ostallari che è lo stesso senatore che pochi giorni fa, in una intervista a Radio 24 al programma ‘La Zanzara’, disse che “dire frocio a un gay non è sempre offensivo, dipende dal contesto”.

La posizione della Cei sulla legge Zan. Dopo la notizia della calendarizzazione sono arrivate le parole della Cei, che attraverso la sua presidenza auspica che “anche la voce dei cattolici italiani possa contribuire alla edificazione di una società più giusta e solidale”. “La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, riunitasi lunedì 26 aprile, coerentemente a quanto già espresso nel comunicato del 10 giugno 2020, nel quadro della visione cristiana della persona umana, ribadisce il sostegno a ogni sforzo teso al riconoscimento dell’originalità di ogni essere umano e del primato della sua coscienza. Tuttavia, una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza, mettendo in questione la realtà della differenza tra uomo e donna”, si legge nella nota della Conferenza Episcopale. “In questi mesi sono affiorati diversi dubbi sul testo del ddl Zan in materia di violenza e discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere, condivisi da persone di diversi orizzonti politici e culturali. È necessario che un testo così importante cresca con il dialogo e non sia uno strumento che fornisca ambiguità interpretative”, spiega ancora la Cei che poi aggiunge: “Auspichiamo che si possa sviluppare nelle sedi proprie un dialogo aperto e non pregiudiziale”.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Virginia Piccolillo per il "Corriere della Sera" il 7 aprile 2021. Lo scontro finale sulla legge contro l'omotransfobia approda nell'ufficio di presidenza della commissione Giustizia del Senato. Pd, Cinque Stelle, Leu e Iv tenteranno di superare il «no» della Lega che con Andrea Ostellari si oppone alla calendarizzazione del disegno di legge Zan. Franco Mirabelli (Pd) è convinto: «Supereremo quel veto». E domani potrebbe essere incardinato. Ma il leghista Claudio Borghi avverte: «Il governo nazionale è nato per il sostegno all'economia e il Recovery plan, non rompete le scatole con cannabis e legge Zan». Lo scontro si accende su alcuni punti in particolare. Il ddl parte dalla legge Mancino, che già punisce reati e discorsi d'odio fondati su nazionalità, etnia e religione, e vi aggiunge una tutela per la galassia Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender cui si aggiungono i queer, che si interrogano sulla propria sessualità, e gli intersessuali). Ma non li cita. E rende punibile la discriminazione fondata «sul genere e sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere». Espressioni più elastiche della definizione biologica di sesso. Cristina Gramolini, di Arcilesbica, lanciò su Sette l'allarme: «Così le donne rischiano di perdere le poche garanzie conquistate come le quote in politica». Invitando il legislatore a sostituire «identità di genere» con «gay, trans e stereotipi di genere». Ma il punto più contestato è l'articolo 4. Il sospetto che promuovere l'unione uomo-donna diventi punibile ha già fatto gridare i vescovi: «Attenti a derive liberticide». Nel timore che si vada oltre Papa Francesco e il suo: «Nessuna persona deve essere discriminata sulla base del proprio orientamento sessuale». E si arrivi all'eccesso dell'inchiesta in Spagna sull'Arcivescovo di Pamplona, «colpevole» di aver dichiarato che in una relazione omosessuale è preclusa la finalità della procreazione. Critiche condivise da Lega e FdI, una parte di Forza Italia e centristi. Il dem Stefano Ceccanti rassicura: «Il lavoro proficuo svolto ha consentito di superare riserve iniziali sulla libertà di espressione. Non sono punite generiche opinioni, discutibili o spiacevoli, ma quelle che determinano il concreto pericolo del compimento di atti violenti». Infine lo scontro sulla campagna di sensibilizzazione da 4 milioni di euro. Come evitare, si chiedono nel centrodestra, che si trasformi in propaganda contro le unioni eterosessuali?

Zan: “La mia legge non è liberticida, tutela la dignità delle persone”. In Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc. Alessandro Zan su Il Dubbio il 3 maggio 2021. Il valore che le madri e i padri costituenti hanno impresso nella Costituzione non è solo quello di atto fondamentale per tutta la struttura normativa su cui si basano le nostre vite, ma anche di manifesto programmatico, che tutte le sensibilità politiche condivisero, per creare una società realmente democratica e plurale, dopo gli anni del totalitarismo e della catastrofe.In particolare, all’articolo 3 la Costituzione affida alla Repubblica, e quindi al legislatore, il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Dunque anche la tutela di tutte le condizioni e i caratteri insiti in ogni essere umano, in quanto tale. Proprio seguendo il percorso indicato dalla Costituzione, la legge Reale-Mancino già contrasta i crimini d’odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Tuttavia negli ultimi anni i maggiori osservatori europei per i diritti umani hanno relegato l’Italia agli ultimi posti delle loro classifiche per inclusione sociale della comunità lgbt+. Hanno disegnato una vera e propria mappa dell’odio, che ci consegna una situazione critica e d’emergenza: i crimini d’odio e le discriminazioni colpiscono in particolare le donne, le persone lgbt+ e le persone con disabilità. Ovvero individui colpiti per il loro sesso, per il loro genere, per il loro orientamento sessuale, per la loro identità di genere o per la loro disabilità. Ed è esattamente utilizzando questi termini che il ddl, di cui sono stato relatore alla Camera, intende emendare la legge Reale-Mancino, estendendo anche a queste categorie (che sono pure condizioni ascritte all’essere umano, come l’etnia o la nazionalità) l’efficacia della norma. Una volta emendati, gli articoli 604 bis e ter del codice penale – che hanno codificato la legge citata poco fa – diverrebbero dunque non solo uno strumento in più di denuncia da parte delle vittime, ma anche un aiuto alle forze dell’ordine per perseguire e prevenire questi crimini. Come è stato più volte sottolineato anche da dirigenti OSCAD (Osservatorio della Polizia di Stato contro le discriminazioni) in Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc, dunque i dati in nostro possesso sono decisamente parziali e arrivano tutti dai casi che finiscono sulla stampa o sui social media, perché denunciati pubblicamente dalle vittime.Dunque, da un punto di vista tecnico-giuridico, la nostra volontà (nostra per indicare l’ampia volontà comune di tutte quelle forze politiche che hanno contribuito alla formulazione e all’approvazione alla Camera del testo) è quella di estendere una legge che esiste da più di 40 anni, con una giurisprudenza – anche costituzionale – consolidata, che ne ha chiarito ogni aspetto potenzialmente critico. Mi riferisco agli attacchi pretestuosi e infondati di chi definiscequesto provvedimento “liberticida”, e che ha creato nell’ultimo anno massicce campagne di fake news. Questa è una proposta di legge che poggia sul bilanciamento tra la libertà di espressione e la tutela della dignità delle persone. Il Presidente della Repubblica stesso, in occasione dell’ultima giornata internazionale contro l’omofobia, ha chiarito che “le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana”. Insomma la libertà di espressione non può mai degenerare in discriminazione o incitamento all’odio. Per essere chiari, un esempio: un prete in Chiesa sarà sempre libero di affermare che l’unica famiglia possibile può essere tra un uomo o una donna. È ovviamente una libera opinione, che non condivido, ma che deve essere tutelata. Ma una persona non può liberamente augurare il rogo alle persone omosessuali o auspicare che si riaprano i forni crematori per le persone trans, come purtroppo spesso accade soprattutto sui social. Uno stato che si definisce civile deve contrastare con tutta la sua forza questi fenomeni. C’è inoltre un ulteriore aspetto che mi preme sottolineare. Più volte nel corso di questi mesi mi è stato chiesto chi ha paura di questo ddl, e perché spesso chi si oppone ricorre a bufale, in totale malafede. Sono convinto che l’approvazione di questo provvedimento sancirebbe il posizionamento dell’Italia nell’Europa dei diritti, della libertà e della democrazia, tra Paesi come Francia, Germania, Belgio, Spagna, rompendo definitivamente ogni ammiccamento a derive sovraniste come quelle di Ungheria e Polonia. Lega e Fratelli d’Italia guardano ancora a quei modelli, che hanno creato profonde fratture all’interno dell’Unione Europea e che tutt’ora conducono campagne d’odio istituzionalizzate contro la comunità lgbt+ e contro i diritti delle donne. Questa non può diventare una battaglia ideologica o di parte, ma una battaglia per un patrimonio comune. In Francia fu la destra di Chirac ad approvare una norma contro l’omotransfobia nel 2004. Infatti non ci può essere alcun europeismo dove esiste esitazione o, peggio, opposizione ai diritti, ed è tempo per il nostro Paese di definire il suo modello di futuro, di definire la sua collocazione in un contesto europeo che proprio su questi temi si sta dividendo tra paesi avanzati e paesi arretrati. Dopo ben cinque tentativi falliti dal 1996, l’Italia non può più permettersi di perdere questa occasione di civiltà e tutelare ogni sua cittadina e suo cittadino semplicemente per chi è.

Da “La Zanzara – Radio24” il 6 maggio 2021. “L’omofobia è come l'antisemitismo, per questo la legge Zan va approvata. La differenza tra civiltà e inciviltà passa attraverso il rispetto di ogni singola minoranza. Oggi a causa delle campagne della destra social Liliana Segre va in giro con la scorta e ci sono dei ragazzi gay che si buttano dalla finestra perché vengono rifiutati dalla famiglia o bullizzati a scuola. Quello che è successo agli ebrei è inenarrabile, ma tutte le minoranze vanno rispettate”. Lo dice a la Zanzara su Radio 24 Alessandro Cecchi Paone. Dire che due gay sono contro natura è incitazione all’odio? “Sì”, risponde Cecchi Paone. E se dici che l’unica famiglia è quella tra uomo e donna?: “Sì, perché crei infelicità negli esseri umani, inciti all’odio. Se tu dici che i froci non possono unirsi in matrimonio per me sei perseguibile”.

Da adnkronos.com l'8 maggio 2021. "Se avessi condotto io il Concertone del Primo Maggio avrei spento le telecamere a Fedez durante il suo discorso. Per querelarlo è troppo tardi, equivarrebbe solo fargli il doppio della pubblicità". La vede così Pippo Baudo che all'Adnkronos spiega: "Fedez ha esagerato. Poteva fare spettacolo, mentre fa ogni cosa per essere protagonista. E ha sbagliato a fare quel discorso in una sede che non era sua. L’errore che ha commesso la Rai - scandisce Baudo - è stato quello di non dire semplicemente che quel palcoscenico era il suo e a lei competeva l’autorizzazione. Chiedere il testo dell’intervento di Fedez è stato senza dubbio corretto. Se tu vieni a casa mia e io ti ricevo nel mio salotto, io voglio sapere cosa ci vieni a fare. E poi gli argomenti che Fedez ha toccato sono complicati e non si può utilizzare il mezzo pubblico in maniera così indiscriminata. Bisogna stare attenti perché si ripercuote sulla società in modo divisivo". E ancora: "Quanto si prefigge il Ddl Zan è già previsto dalla nostra Costituzione nei primi 12 articoli, quelli fondamentali. Lì si legge chiaramente, al primo comma dell’articolo 3, che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, oltre che di condizioni personali e sociali. Il Ddl Zan è un raddoppio" dice Baudo, conversando con l'Adnkronos e soffermandosi sul disegno di legge che sta facendo discutere da tempo politici e personaggi pubblici, vieppiù dopo il discorso di Fedez sul palco del Concertone del Primo Maggio. "Abbiamo fra le più belle carte costituzionali del mondo - rimarca Baudo -. E' inutile aggiungere un’altra legge che confonde le cose. La nostra Costituzione è perfetta ed è garantista al massimo. Il Ddl Zan è la complicazione delle cose semplici. La vita che facciamo e, in particolare, la vita che conduciamo in Italia, ci ha dato tutte le marce che ci servono per vivere tutti insieme con tutte le diversità e le mentalità che si possono avere".

Redazione Blitz il 10 maggio 2021. Dj Ringo, noto conduttore radiofonico, attuale direttore creativo di Virgin Radio, ha commentato su MOW Magazine le polemiche circa il concerto del Primo Maggio e l’intervento sul palco di Fedez: “Non è più musica. Lui si presenta come fenomeno mediatico”.

Ringo e le scuse di Fedez per i testi vecchi. Perché, secondo il disc-jockey, “ha numeri altissimi nei social, la cosa incredibile è che nessuno lo invita come rapper”. Ringo ha infatti sottolineato l’ammenda pubblica di Fedez sui testi contenuti nelle proprie hit musicali: “perché ha chiesto scusa anni dopo aver scritto quei testi? Solo perché è venuto fuori questo casino? Le scuse doveva farle tempo fa, le offese a Tiziano Ferro erano pesanti”.

Ringo: “Dietro Fedez penso ci sia la moglie”. Dj Ringo ha però evidenziato che “quando mesi fa raccolse i soldi e aprì con la moglie il reparto anticovid sono stato il primo a fargli i complimenti, merita davvero rispetto. Io non voglio attaccarlo, sto solo analizzando. Lui fa delle cose giustissime e ha il potere per farlo”. Concludendo con un’analisi strategica circa la facile polemica mediatica: “Io penso che dietro ci sia la moglie, non si offenda, non sto dicendo nulla di male. Lei gli avrà chiesto di cambiare registro, sono sposati, hanno una famiglia. Il Ringo buono, la mia parte angelica, pensa che sia cresciuto e abbia ascoltato i consigli della moglie. Il Ringo perfido dall’anima diabolica pensa che sta sfruttando questi momenti per avere clic. La risposta la sa solo Fedez ma è chiaro che da fuori può sembrare che lui – come altri personaggi – a volte usi queste faccende importanti per cavalcare l’onda. E avere più like e più Nike. Ma questo vale anche per me, è un sistema in cui siamo tutti coinvolti”.

Dj Ringo, Fedez e la politica. Infine circa il sostegno e l’abbraccio da parte della politica: “Per me lui si sta preparando la carriera per entrare in politica. Diventerà un politico, dopo Zingaretti-Letta il prossimo leader sarà Fedez”. E, circa l’eventualità di un futuro voto, Dj Ringo aggiunge: “No, io ho altre idee. Una cosa che non capisco è che in Italia quando dici di non essere di sinistra automaticamente sei un nazista. È terribile”.

Dagoreport by Dago il 10 maggio 2021. Tutti uguali questi ragazzi-prodigio. Partono a razzo, vanno fuori di testa poi finiscono fuori orario, fuori binario, come quella cima di rap di Fedez, nato Federico Lucia, di professione idolo dei teenager, ma ormai così inquieto e pretenzioso che è finito sul materasso del conformismo web, del velleitarismo politicante, dell'estremismo retorico oggi tanto di moda. Sembrava che studiasse per diventare un Battisti da discoteca, è diventato uno di questi sirenetti del "vuoto sincronizzato", tromboneggiante le consuete opinioni generosamente generiche, ingenuamente ideologiche, ovviamente sentenziose che ci aspettiamo, che temiamo. Con quell'aria pentita, il tatuaggio da incazzato, l'occhio infelice, la maglietta stagionata e la braga espansa, che è la divisa di ordinanza dei rivoluzionari del rap, il portaborsetta di Chiara Ferragni si è messo a fare grandi discorsi, travolto da un'inarrestabile voglia di dire la sua, di dividere il mondo in buoni e cattivi, di improvvisarsi intermediario tra i giovani disorientati e una politica che ha perso la bussola. Secondo Francesco Merlo "il pensiero spelacchiato è un vecchio genere di successo in evoluzione (o involuzione). Ma Celentano è un grande cantante, Fedez per ora è un grande marito". Ma forse la formula più esatta per definire l’insostenibile birignao di Fedez è la parabola di Jovanotti. Ricordate? Dopo aver seppellito proditoriamente il funambolico digei degli anni Ottanta, il jovanottismo spensierato di "E' qui la festa?", "Un, due, tre, casino!", "Gimme five", sbandierando che "Il disimpegno è acqua passata" l'ex "profeta del cretinismo integrale" (definizione di Michele Serra) conquista le colonne dei settimanali d'opinione, discettando di Dio, Marx e Berlusconi. Senza troppo sottilizzare, frusta i governanti, canzona i politicanti, denuncia la mafia, spiegando a tutti come dovrebbero andare le cose nel nostro benedettissimo Paese. In "Penso positivo", brano-manifesto della sua opera-compact, l'ex "giovane scemo" concretizza così la sua ansia da singhiozzo: "Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano, passando da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano". Bastava aggiungere una tappa al Mulino Bianco, ed era tombola. Poveri ragazzi. Dai e dai, a forza di tracimare in campi a loro sconosciuti (la palude italiana, la politica internazionale, l'ecologia, l'ecumenismo espanso; ultima uscita: l’omofobia e l’identità di genere), si è trasformato in una macchietta. Essì: Fedez, che pur stonando anche quando dorme, soffre della stessa candida sindrome del Savonarola che ha colpito negli anni passati i vari Dalla, Battiato, De Gregori,  Venditti, Piero Pelù. Non pare che abbiano lasciato luminose tracce nella nostra legislazione. Ecco: il grande "errore" di Fedez, bardato da "opinionista" militante, è proprio un equivoco di forma: credere che sia sufficiente il buon impegno per opporsi ai problemacci della vita. La musica pop è una fabbrica per la normalizzazione dell'insolito; per il portarossetto della Ferragni è invece una gabbietta dorata in cui rinchiudersi a fare il pappagallo della banalità.

Quello che Fedez non vi dice sul ddl Zan. Giuseppe De Lorenzo l'8 Maggio 2021 su Il Giornale. Le attività Lgbt nelle scuole e i veri scopi ideologici: tutte le ombre del ddl Zan. Abbiamo già provato a dare a Federico Lucia, in arte Fedez, una breve lezione di democrazia sul rispetto delle opinioni altrui. Dunque partiamo dal presupposto che il cantante e i suoi paladini abbiano riguardo del nostro dissenso, e che dunque si possa ragionare un po’ sul ddl Zan. In maniera più approfondita di quanto non abbia fatto il n° 2 dei Ferragnez dal palco del primo maggio. Il testo del disegno di legge, già approvato alla Camera, non è né lungo né di complessa lettura. Eppure per la scaltrezza con cui è stato scritto si presta a interpretazioni e storture che giustificano in larga parte le preoccupazioni di cattolici, conservatori, femministe e pure delle lesbiche. Prendete l’articolo 1, che poi è una sorta di glossario dell’ideologia gender. Pensate che al mondo esistano i maschi e le femmine? E che al massimo qualcuno tenta una transizione da una sponda all’altra? Beh, siete dei retrogradi. Perché il ddl Zan sentenzia per legge altre definizioni antropologiche di dubbia natura. Tipo: per “genere” si intende una “manifestazione esteriore conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso” (e che vuol dire?); e addirittura arriva a disciplinare qualcosa di ancor più fumoso, “l’identità di genere”, ovvero “l’identificazione percepita e manifesta di sé in relazione al genere, anche se non corrisponde al sesso”. Oggi mi sveglio maschio, domani femmina, dopodomani chissà. Ora, è legittimo portare avanti le proprie battaglie. Pure quelle più strampalate. Ma non si dica che questo glossario arcobaleno non ha finalità ideologiche. Lasciate perdere la fregnaccia del “serve per difendere gli omosessuali”. Non è così. L’obiettivo sotteso, spiega il politologo Alessandro Campi, è quello di “lasciarsi alle spalle le differenze tra i sessi naturalisticamente definite a favore delle identità sessuali e di genere soggettivamente percepite e autocertificate”. Si tratta insomma un intento politico-culturale, intrapreso mettendo in vetrina quelle belle parole sulla lotta all’omofobia. Va bene, siete liberi di perseguire lo scopo. Ma almeno ditelo chiaramente. Chiaro, Fedez? Anche perché se l'intento fosse solo quello di combattere le violenze, le sinistre fedeziane avrebbero potuto banalmente accettare il testo scritto dai colleghi di maggioranza di Lega e Forza Italia. Senza strani passaggi gender né pilatesche Giornate nazionali per la lotta all’omofobia, la proposta del centrodestra puntava solo a riconoscere l’aggravante dei reati omofobi. Punto e basta. Ma Pd e M5S hanno preferito forzare la mano sul ddl Zan. Lo sa Federico Lucia che il 17 maggio di ogni benedetto anno i suoi figli a scuola saranno sottoposti a “cerimonie e incontri” obbligatori, ovviamente appannaggio delle associazioni Lgbt di varia natura? Direte: cosa c’è di strano? Lo ha spiegato bene Michela Murgia in tv: "Il punto è cominciare a modificare la cultura”. Modificare la cultura, chiaro? Ci è permesso non condividere? Ultimo appunto sulla libertà di espressione. I tifosi del ddl Zan ritengono i timori liberticidi eccessivi, perché l’articolo 4 contiene la cosiddetta clausola sul pluralismo delle idee. Già il fatto che una norma debba prevedere una “clausola di libertà”, teoricamente garantita dalla Costituzione, dimostra la pericolosità di quanto contenuto nel testo. E poi è previsto un limite: si può cioè dire e pensare ciò che si vuole purché le idee non siano “idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Bene. E chi decide quando le opinioni determinano un effettivo pericolo? Spiega Campi: “Ci vuole poco a capire quali margini di discrezionalità, con una magistratura politicizzata in molte sue frange come quella italiana, lascia aperta una simile formulazione”. Ad esempio: come potremo essere liberi di dire che “l’identità di genere” è una frottola astrofisica? E come potremo sostenere che non si può scegliere la mattina davanti allo specchio se sentirsi maschietto o femminuccia, se questo principio viene sancito dalla legge? Potremo ancora affermare che le coppie omosessuali non debbono adottare bambini? O che l’utero in affitto è un mercimonio orrendo e un crimine contro le donne? Potranno i cattolici dirsi contrari al matrimonio gay? È evidente che l’incertezza giuridica del testo produrrà denunce temerarie contro chiunque si opponga all’ortodossia arcobaleno. Lo dimostra quanto detto ieri da Alessandro Cecchi Paone a La Zanzara: ritenere che l’unica famiglia sia quella tra uomo e donna sarebbe incitamento all’odio perché “crea infelicità negli esseri umani", quindi sarebbe "perseguibile". Abbiamo il diritto di dissentire?

Nessun attacco alla libertà d'opinione. Perché il ddl Zan è utile e necessario, basta bufale. Salvatore Curreri su Il Riformista il 15 Maggio 2021. Il disegno di legge “Zan” è inutile, repressivo e ambiguo, come sostengono i suoi detrattori? Oppure è opportuno, come autorevolmente affermato l’altro ieri dal presidente della Corte costituzionale Coraggio (nomen omen)? Per rispondere a questa domanda occorre approfondire il tema sotto un profilo strettamente giuridico. Operazione non facile e magari noiosa per il rischio di cadere in sottigliezze ai più incomprensibili. Eppure analizzare il testo della proposta, concentrarsi sui suoi singoli termini – che nel diritto non sono mai spesi a caso anche in forza del significato che loro deriva da consolidate tradizioni interpretative giurisprudenziali – mi sembra l’unico modo per fare ordine su un disegno di legge certo perfettibile ma che sicuramente non merita le accuse, inesatte e semplificatorie, veicolate in modo facile e strumentale da una certa propaganda politica. Ci provo. 1. Si dice: il ddl Zan è inutile perché le disposizioni per punire comportamenti violenti o discriminatori già esistono. Vero, perché è ovvio che menare un gay è già reato. Ma il ddl Zan non tratta di questo. Tratta di chi istiga a commettere tali reati. Certo, la repressione sessuale non si supera con la repressione penale. Ed è per questo (e solo in questo senso) che il ddl Zan punta a un’attività educativa da svolgere anche nelle scuole per prevenire le discriminazioni. Ma è indubbio che il legislatore deve intervenire di fronte a un fenomeno che, proprio in assenza di specifiche fattispecie di reato, è statisticamente sottostimato (come confermato dall’Osservatorio della Polizia di Stato contro le discriminazioni) e specialmente presente nei social network dove, per malinteso senso di impunità, è più reale e concreto il pericolo che – per così dire – le parole si trasformino in pietre. Mai dimenticare McLuhan: il mezzo è parte integrante del messaggio. 2. Le parole, giustappunto. Per i contrari il ddl Zan è un testo ideologico, lesivo della libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione, perché non definisce, con la determinatezza propria della legge penale, quali siano gli atti discriminatori e, di conseguenza, quali opinioni vanno considerate reato perché idonee a determinare il concreto pericolo di loro compimento. Falso. Innanzi tutto il ddl Zan non introduce una nuova fattispecie di reato. Piuttosto estende i delitti già previsti contro l’eguaglianza, aggiungendo ai già previsti motivi “razziali, etnici, nazionali e religiosi”, quelli per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità. Quindi quanti sostengono che si tratti di una proposta di legge repressiva della libertà di espressione dovrebbero per coerenza estendere la loro accusa d’incostituzionalità all’intera disciplina in materia (la c.d. legge Reale-Mancino oggi trasfusa nell’art. 604-bis) e, dunque, invocare sempre e comunque libertà di parola anche in materia razziale, etnica, nazionale o religiosa. Non lo fanno perché (forse) sanno – come vedremo – di avere contro tutta la giurisprudenza. In secondo luogo ad essere sanzionata per i nuovi motivi che si vorrebbe introdurre (sesso, genere, ecc.) non è la propaganda di idee ma l’istigazione a commettere atti discriminatori. Tra i due concetti c’è, giuridicamente parlando, un abisso. Non deve trattarsi di semplici opinioni ma di parole che, per portata istigativa, rischiano di tradursi o si sono tradotte in concreto in azioni discriminatorie, secondo uno stretto, diretto, conseguenziale nesso di causalità. Insomma verrebbe punito il dicere diretto a tradursi (o già tradottosi) in facere. Insomma, è e rimarrà pienamente legittimo affermare (magari durante un’omelia) l’eterosessualità del matrimonio o criticare le adozioni omosessuali e l’utero in affitto (già vietati), mentre non sarà più possibile aizzare (magari davanti a un noto luogo di ritrovo degli omosessuali) contro di loro l’odio dell’opinione pubblica per i loro comportamenti ritenuti contrari al buon costume. Per fugare ogni dubbio in merito, in prima lettura alla Camera è stato approvato un emendamento cosiddetto salva idee (presentato dal deputato di Azione Enrico Costa) in base al quale «ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Si continua ad obiettare: tale articolo non risolve nulla perché rimane incerto quali siano gli atti discriminatori e, di conseguenze, le opinioni da vietare perché in grado di determinare il concreto pericolo di loro compimento. Alla fine quindi sarebbe sempre il giudice a distinguere tra opinioni riconducibili al pluralismo delle idee e quelle istigatrici all’odio e alla violenza. Ora, premesso che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e che sembra pretendersi dal legislatore un tasso di specificità che contrasta con la connaturata generalità ed astrattezza di ogni disposizione normativa – penale inclusa –, è proprio la consolidatissima giurisprudenza costituzionale e ordinaria sui cosiddetti reati di opinione a dimostrare quanto simili preoccupazioni siano infondate. Anzi, proprio la definizione di pericolo concreto affidata alla valutazione del giudice, entro i marcati confini tracciati da tale giurisprudenza, è di gran lunga più garantista rispetto ad un pericolo astratto predeterminato dal legislatore. Tali reati di opinione, tra l’altro ormai in gran parte abrogati o depenalizzati, non contrastano con la libertà d’espressione nella misura in cui l’autore vuole andare oltre la critica, sempre legittima ancorché radicale, per tradursi in un «comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti» (Corte cost., 65/1970; v. anche 126/1975). È quello che la Corte suprema Usa definisce “pericolo chiaro ed imminente” (“clear and present danger”). Per questo occorre sempre «valutare la concreta ed intrinseca capacità della condotta a determinare altri a compiere un’azione violenta con riferimento al contesto specifico e alle modalità del fatto» (Cass., I pen. 42727/2015). Ad essere puniti per motivi discriminatori non sono stati mai i sentimenti di generica antipatia, insofferenza o rifiuto, tutelati dalla libertà d’espressione ex art. 21 della Costituzione, quanto le opinioni idonee «a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori» (Cass., III pen. 36906/2015) perché esprimono una manifesta volontà d’incitamento all’odio dirette a creare in un vasto pubblico, come nel caso della diffusione ed amplificazione veicolata dai social network, il concreto pericolo del compimento di atti d’odio e di violenza (Cass., VI pen. 33414/2020). I reati d’istigazione a compiere atti discriminatori non si pongono, dunque, in contrasto con la libertà d’espressione perché «l’incitamento ha un contenuto fattivo di istigazione ad una condotta, quanto meno intesa come comportamento generale, e realizza un quid pluris rispetto ad una manifestazione di opinioni, ragionamenti o convincimenti personali» (Cass., V pen. 31655/2001). Il lettore spero mi perdonerà questa sfilza di citazioni giurisprudenziali, ma credo sia l’unico modo, argomentato e convincente, per dimostrare quanto giuridicamente infondati siano, almeno sotto questo profilo, i timori espressi contro il ddl Zan. 3. Infine l’ultima accusa: l’ambiguità perché il ddl Zan introdurrebbe un concetto – l’identità di genere – cioè la percezione che si ha del proprio sesso anche se non corrispondente a quello biologico o anagrafico – sconosciuta al nostro ordinamento. Falso anche in questo caso. In base a una legge del 1982 (!) ciascuno, in nome del proprio diritto alla salute psico-fisica e all’autodeterminazione della propria identità sessuale, può cambiare anagraficamente sesso, senza che oggi occorra più modificare chirurgicamente i propri connotati sessuali (il soma). Ciò a seguito di un iter giudiziale in cui la semplice dichiarazione del soggetto di appartenere psicologicamente ad un sesso diverso (self-id) non deve avere di per sé rilievo esclusivo o prioritario (così Corte cost. n. 180/2017, ma v. anche la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo 10.3.2015, Y.Y. c. Turchia). L’identità di genere è quindi già riconosciuta nel nostro ordinamento e chi ritiene che basti proclamarsi di un sesso diverso per esserlo dimostra ancora una volta non solo la propria ignoranza giuridica ma di avere una visione strumentale e caricaturale di temi e percorsi esistenziali senz’altro meritevoli di maggiore rispetto. Salvatore Curreri

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 14 maggio 2021. Michele Ainis è uno dei più conosciuti e stimati giuristi italiani. Costituzionalista, docente universitario, è molto noto come editorialista di Repubblica e l'Espresso, oltre che come scrittore. Il suo ultimo libro - pubblicato da La Nave di Teseo - è un romanzo intitolato Disordini: un titolo che sembra avere molto a che fare con l'attuale dibattito politico. Ainis non si può certo considerare un pericoloso sovranista, e anche per questo ha suscitato molto dibattito un suo articolo (uscito su Repubblica) che metteva in luce alcuni problemi del ddl Zan. «Penso che il problema sia che noi non riusciamo più pensare per categorie generali e allora ci impicchiamo alle microdefinizioni», spiega il professore. «C' è la preoccupazione di dimenticarsi qualche categoria, e allora si elencano tutte, anche se poi dimenticarsi comunque qualcuno è fatale. Negli anni Settanta, i giuristi tedeschi e inglesi hanno stilato delle linee guida, le checklist, per i testi legislativi. Quando ne si esamina uno, la prima domanda da farsi è: questo testo è davvero utile o una legge così esiste già, magari sommersa da mille altre?».

E di frequente si producono norme su questioni di cui i codici già si occupano.

«Succede talmente spesso che quando si fa una nuova legge si specifica che abroga le norme in contraddizione, anche se non sarebbe necessario. Il fatto che si scriva dimostra che spesso chi fa le leggi non sa se ne esistano altre dello stesso genere, e certifica la proliferazione di norme che abbiamo. Purtroppo non è un problema nuovo, ma negli ultimi tempi si è acuito. Le leggi devono essere generali, se ti metti a fare gli elenchi dimentichi sempre qualcuno».

Quindi, per quanto riguarda il ddl Zan, lei dice che basterebbe la legge Mancino.

«Sinceramente penso che la stessa legge Mancino fosse inutile. Anche la più ampia tutela della libertà di pensiero e di parola è cosa diversa dalle azioni violente, lo insegna Popper. Significa che l' istigazione a delinquere è reato e rimane reato, su questo non ci possono essere dubbi. Il ddl Zan vuole aggiungere alle categorie già contemplate dalla Mancino il sesso e il genere? Torniamo al punto precedente: una buona legge deve essere generale. Oggi esiste un problema con le categorie generali. E questa tendenza ad elencare è segno di un cattivo rapporto tra il legislatore e i giudici».

In che senso?

«Nel senso che si scrive il più possibile nel testo delle leggi per elidere gli spazi di libertà del giudice. In realtà si ottiene sempre l'effetto opposto. Più scrivi, più gli spazi di indeterminatezza e di libertà del giudice aumentano».

Zan e i suoi sostenitori insistono sulla necessità di introdurre aggravanti per alcuni reati. Queste aggravanti secondo lei esistono già?

«Esistono le aggravanti per motivi futili o abietti che aumentano la pena fino a un terzo, e non è poco. Certo, si tratta di una aggravante formulata in termini generali, poi sta al giudice decidere. Ma la possibilità di darle c' è. Esiste poi un ulteriore problema».

Quale?

«Abbiamo in circolo 35.000 fattispecie di reato. Sono tantissime. Ogni volta che si fa una legge si aggiungono 2 o 3 norme penali. Ma un conto sono i delitti naturali: tutti sappiamo che è sbagliato, che so, uccidere la suocera. Un altro conto sono i delitti di pura creazione legislativa, i quali spesso si rivelano trappole».

E perché?

«Perché i cittadini rischiano di commettere reati senza rendersene conto. In generale questa proliferazione del diritto penale rende infido l'ordinamento giuridico e concede al giudice un potere superiore a quello che gli si vorrebbe togliere. Con 35.000 reati, se io volessi prendermela con lei, mi sarebbe più facile dire: andiamo a cercare il reato che posso contestargli al supermercato dei reati».

Se ci sono già leggi per punire i cosiddetti «crimini di odio» ed esistono pure le aggravanti, mi viene da pensare che il vero cuore di questa legge sia altrove. Ad esempio nell' introduzione dell' identità di genere che si può autodeterminare.

«Anche in questo caso abbiamo un riflesso della "cultura dei diritti" in cui viviamo.

Continuiamo ad aggiungere diritti, i quali altro non sono se non desideri che si trasformano in norme giuridiche. E in questo modo spesso si alimentano gli egoismi individuali. Sull' identità di genere mi viene da dire che noi siamo individui fatti di corpi, di carne. Invece qui mi sembra che si alimenti la dematerializzazione ormai imperante. Non possiamo prescindere dal fatto di avere carne e ossa. Infatti le femministe - alcune, non tutte - si sono accorte che l' identità di genere significherebbe cancellazione del corpo femminile (perché questo vuol dire) e dicono che sarebbe un arretramento».

C'è poi la questione della libertà di espressione e dei suoi limiti.

«In questo periodo si ragiona molto sulla libertà di parola e l' hate speech. Gli americani, che hanno il culto della libertà di espressione, hanno anche una grande tolleranza nei confronti degli intolleranti. Quella sì che ha un valore pedagogico».

Sul serio?

«John Stuart Mill diceva che ha maggior impatto la rappresentazione dell' errore rispetto a un bel sermone. Si impara di più dal cattivo esempio. Se sento qualcuno dire che gli omosessuali sono una sciagura, il moto di esecrazione che scaturisce rafforza le convinzioni positive. La circolazione delle idee, anche le più aberranti, rafforza i valori della cittadinanza. Le opinioni si combattono con altre opinioni: vietarne alcune per legge le santifica».

Secondo lei il ddl Zan rischia in qualche modo di «ghettizzare» le persone Lgbt?

«Anche qui dobbiamo tornare al dibattito statunitense. Con Kennedy prima o poi con Johnson si sviluppò la cosiddetta affirmative action, con il sistema delle quote che conosciamo. Ad esempio, se si voleva promuovere l' ingresso dei neri nelle università o in certi luoghi di lavoro, li si favoriva attribuendo punti in più nelle graduatorie. Sappiamo però che questo modo di agire ha prodotto l' effetto opposto a quello che si voleva ottenere. Io in realtà sono anche abbastanza favorevole ad azioni positive, ma non all' azione penale».

Giancarlo Coraggio, presidente della Consulta, ha detto ieri che sui «nuovi diritti» anche la corte Costituzionale deve intervenire se la politica non provvede a garantirli. Ma non si rischia così di scavalcare il Parlamento?

«Il punto è che se lasci una sedia vuota prima o poi qualcuno la occupa. Se la politica non interviene, allora scatta l' azione di supplenza da parte dei giudici costituzionali e pure dei giudici comuni. Ad esempio sulla stepchild adoption esistono varie sentenze. Emblematico in questo senso è il caso che ha riguardato Marco Cappato. È un effetto a catena. In Parlamento c' è un proliferare di commissioni i cui poteri sono quelli dell' autorità giudiziaria. Mentre il legislatore si occupa di azioni giudiziarie, l' autorità giudiziaria si occupa di legiferare».

Curioso cortocircuito. In conclusione, mi pare di capire che secondo lei il ddl Zan non sia necessario.

«Io credo che, in generale, ci sia bisogno di sottrarre, non di aggiungere; di usare la gomma e non la matita. E non vale solo per le leggi».

Verissimo, la confessione dolorosa di Alessandro Zan: "Non avevo neanche cinque euro". Libero Quotidiano il 06 novembre 2021. Ospite di Verissimo Alessandro Zan. Dopo aver incassato in Senato la sconfitta del suo ddl contro l'omotransfobia, l'esponente del Partito democratico ha promesso a Silvia Toffanin che la battaglia continua. "Ho conosciuto la paura quando mi sono reso conto che essere gay non era un’opzione possibile nella società in cui vivevo - ha confidato per poi lasciarsi andare a dichiarazioni ben più personali -. In famiglia non era accettato e i miei compagni di classe facevano battute omofobe. L’unica possibilità che avevo era nascondermi". Zan ha raccontato di aver capito da piccolo di essere omosessuale e questo lo ha reso oggetto di atti discriminatori. La libertà Zan l'ha trovata in Inghilterra. Da quel momento il deputato ha deciso di aprirsi con la madre: "Quando sono tornato ho parlato con mia mamma. Con mio padre, però, è stato una tragedia: si è messo le mani in faccia e ha detto ‘io non capisco più niente’ e da lì non ci siamo più parlati. Allora ho deciso di andarmene di casa. Studiavo e lavoravo, ero arrivato a non avere neanche cinque euro in tasca". Un momento difficilissimo, superato, però, visto che il padre ha poi deciso di accettarlo: "Mi ha detto ‘quando ti sposi con un uomo?’ e lì ho capito che lo aveva accettato. Si è anche impegnato nella mia campagna elettorale". 

Chi è il deputato che vuole imporci la dottrina arcobaleno. Giuseppe De Lorenzo il 7 Maggio 2021 su Il Giornale. Alessandro Zan, omosessuale e attivista Lgbt+, ex Sel ed ex renziano, è il primo firmatario del ddl sull'omofobia. È il deputato del momento, il cognome che tutti usano e pochi comprendono. Alessandro Zan, onorevole Pd, paladino dei diritti Lgbt. Prima che il disegno di legge sull’omofobia di cui è firmatario diventasse terreno di scontro politico, non è che fosse davvero noto al grande pubblico di stirpe non veneta. Sul sito dei deputati Pd, in teoria vetrina ufficiale per gli onorevoli eletti sotto le insegne dem, la sua pagina è praticamente bianca. Inoltre non ha un sito ufficiale e di ritratti lui dedicati ne esistono ben pochi. Chi volesse conoscerlo un po’ deve spulciare su Google per trovare una vecchia pagina del sito del gruppo parlamentare Pd. Nella foto Alessandro è senza barba, quella che ora invece lo identifica insieme al capello tirato all’indietro. Dicono sia un bell’uomo. Tanto che sotto la foto profilo di Facebook, un follower apprezza e scrive: “Comprendo perché è nato il gruppo a sostegno chiamato ‘Le bimbe di Zan’”. Si tratta probabilmente di una boutade (non ce n'è traccia), anche perché sarebbe un controsenso: Alessandro è omosessuale dichiarato, anzi fiero. Nel 2016 un suo intervento alla Camera fece spellare le mani ai colleghi di partito quando raccontò di come i genitori abbiano accettato e sostenuto il suo outing senza problemi. Nato a Padova, classe 1973, la militanza politica inizia sin dalle superiori. Prima si avvicina ai movimenti per la pace, poi sposa la bandiera arcobaleno per le battaglie Lgbt. Organizza manifestazioni per i diritti civili, va in piazza, si fa sentire. Ma soprattutto nei primi anni Duemila s’inventail “Kiss2Pacs”, una sorta di gaia slinguazzata collettiva in piazza, e i cosiddetti “pacs alla padovana”, il primo registro anagrafico per le coppie di fatto aperto ai gay. Negli anni è stato presidente dell’Arcigay Veneto e ancora oggi risulta tra i soci benemeriti del circolo Tralaltro Arcigay di Padova. Inoltre non nasconde di essere tra i fondatori dell’enorme Padova Pride Village, il tempio della cultura e del divertimento Lgbt+, una manifestazione estiva vietata agli omofobi (ma ce l’hanno scritto in faccia?) che dura da giugno a settembre e che - dicono i politici locali - “ha surclassato tutte le altre manifestazioni gay”. Zan non è solo ancora oggi un fervido sostenitore del “più grande evento Lgbt+ d’Italia”, ma risulta essere anche azionista di maggioranza al 52% della Be Proud srl, cioè la società che si occupa di organizzarne i dibattiti. Lui all’Espresso ha assicurato di non aver “alcun ritorno economico” né compensi per il ruolo di amministratore unico di una società “che non fa alcun tipo di utile”. Ma certo essere a capo di un evento da 200mila visitatori all’anno non è roba da poco, anche in termini di ritorno elettorale. Eletto per la prima volta consigliere comunale nel 2004 nelle liste dei Ds, a Padova è stato anche assessore al lavoro, all’ambiente e alla cooperazione internazionale in quota Sel, il partito di quel Nichi Vendola che 1996 provò a far passare una legge simile all'attuale ddl. Di quegli anni, dal 2009 al 2013, Zan ricorda lo sforzo fatto per installare pannelli fotovoltaici in città (ammazza) e per aver incrementato il flusso di racconta differenziata (arrabbiete). La prima volta alla Camera risale al 2013, dove entra subito dopo essersi dimesso dall’assessorato. Eletto nella lista di Sel, uscirà poco dopo dal partito per finire nel gruppo Misto e appoggiare la salita a Palazzo Chigi di Matteo Renzi. I suoi avversari lo definiscono un “renziano che, appena l’ex premier è andato in vacca, ha smesso di essere renziano”. Nel novembre del 2014 confluisce nel Pd, dove ancora oggi risiede senza più travasi partitici. Pochi mesi prima, secondo quanto racconta una fonte padovana, “aveva partecipato alle primarie di coalizione di sinistra per la scelta del sindaco, d’accordo con l’uomo scelto dal Pd, Ivo Rossi, al solo scopo di portare via voti al vero avversario di Rossi, tale Roberto Fiore, esponente dell’area riferibile a coalizione civica”. Questo suo “gesto di lealtà verso il Pd”, sostengono i detrattori, “è stato ovviamente premiato” con l’accoglienza nel partito e “con la successiva ricandidatura in Parlamento”. Solo malelingue?

La collega Alessia Rotta lo definisce un “grande lavoratore”, “attento”, “empatico”, “garbato” e “generoso”. Uno che in Parlamento si è “sempre occupato del tema dei diritti omosessuali” e che ora col ddl Zan “mantiene un cammino coerente”. Parole smielate, e ci saremmo sorpresi del contrario. Anche perché oggi dalle fila piddine Zan muove la sua battaglia politica contro la Lega per approvare il “suo” disegno di legge e tutti i colleghi gli danno corda. E poco importa se sull’argomento la maggioranza è spaccata, quasi a rischio tracollo; poco importa se la Cei e i cattolici chiedano di rivedere il testo, spaventati dal rischio che possa essere il cavallo di Troia del gender e dell’utero in affitto nelle scuole; poco importa se anche giuristi, politologi, femministe e arcilesbiche siano contrari all’introduzione per legge del concetto di “identità di genere”. Lui è “molto determinato” e “convinto delle proprie ragioni”. E infatti l’idea di mettere mano al suo testo non lo entusiasma: “La politica decida, o approvare questo testo oppure presentare migliaia di emendamenti per affossarla”, dice perentoreo. Il compromesso ci sarà? Difficile immaginarlo, viste le ultime dichiarazioni. Nei giorni scorsi, per dire, Zan ha affermato che in Italia “i gay dalla destra sono ancora visti come persone diverse, da curare”, quando esistono esponenti omosessuali (e pure elettori) che militano in Lega e FdI. Non proprio il miglior modo per trovare una mediazione.

Il relatore del disegno di legge si racconta. Alessandro Zan, dall’outing al Ddl: “Mio padre non la prese bene, la militanza nata in Erasmus”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 26 Maggio 2021. Alessandro Zan era un deputato del Partito Democratico pressoché sconosciuto. Almeno prima del Ddl che ha preso il suo nome, perché relatore del disegno di legge alla Camera. Ddl per “la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. È uno dei temi del momento. Si discute e si dibatte e si litiga tutti i giorni sul Ddl. Zan, padovano, già nell’amministrazione comunale della giunta del sindaco Flavio Zanonato, laureato in ingegneria delle telecomunicazioni, in Parlamento dal 2013 prima con Sinistra e Libertà e quindi con il Pd, si è raccontato in una lunga intervista al Corriere del Veneto. “Prima di fare coming out, ero agitato e impaurito, perché ovviamente il giudizio dei genitori è importante per ogni figlio. Appena mi sono dichiarato, mia madre è stata molto tenera e comprensiva, mentre mio padre non l’ha presa bene. Poi però ha fatto un suo percorso personale, perché anche i genitori devono fare un percorso di accettazione dei propri figli, e alla fine è diventato un mio grande sostenitore”, ha raccontato. Si è formato all’Arcigay di Padova, ha organizzato il Gay Pride del 2002 nella sua città. I Democratici di Sinistra (Ds) il primo partito cui è stato iscritto. Nessuna violenza nell’infanzia e nell’adolescenza per il suo orientamento sessuale. Battute, offese, epiteti quelli sì. “Lo scherno verbale contro la comunità Lgbt+ era ed è ancora frequentissimo. Anche se, con le nuove generazioni, questo atteggiamento sta cambiando radicalmente”. A portarlo all’impegno politico l’esperienza dell’Erasmus in Inghilterra. “Quei mesi mi hanno fatto capire che la società italiana era, ed è, ancora fortemente machista e patriarcale, mentre l’esperienza vissuta in Gran Bretagna mi ha fatto capire che un’alternativa è possibile. Una volta tornato, ho iniziato la mia militanza”. Barricate intanto in Parlamento di Pd, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali che accusano la Lega di ostruzionismo. Si sono detti pronti a portare il testo in aula senza relatore. “Questa legge non sta dividendo l’Italia, piuttosto sta portando allo scoperto coloro che vogliono un Paese proiettato verso l’Europa sovranista di Orban e Duda, anziché l’Europa della democrazia e dei diritti”. A Padova, alle prossime comunali, potrebbe candidarsi Andrea Ostellari, l’onorevole della Lega che ha frenato il ddl e che ha presentato ieri 170 audizioni. Il Carroccio vuole modificare il disegno in maniera sostanziale. Non solo la destra, anche parte del movimento femminista è contrario al Ddl. CHE COS’E’ IL DDL – Il Ddl Zan è un disegno di legge per “la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. È stato approvato alla Camera il 4 novembre e ora è all’esame della commissione Giustizia al Senato. Accorpa più progetti di legge e integra la Legge Mancino del 1993 contro le discriminazioni e le violenze per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Non introduce pene nuove ma amplia quelle già esistenti. Gli articoli sono 10. Il primo articolo definisce i termini per descrivere le categorie oggetto del disegno. La novità sta nell’identità di genere, che indica “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. La nozione non modifica la legge sul cambio di genere del 1982 che prevede la modifica del sesso all’anagrafe solo dopo un lungo processo. Il secondo articolo aggiorna l’articolo 604-bis del codice pensale e punisce con reclusione da un anno a sei mesi e multa da seimila euro “chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” e con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi “istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Lo stesso articolo vieta l’organizzazione di movimenti volti alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Il Ddl Zan integra l’articolo con motivi “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”. Il Ddl punisce l’istigazione e non la propaganda. L’istigazione è considerata un “reato di pericolo concreto”. L’articolo 4 riguarda la libertà di espressione ed è definito la “clausola salva-idee”: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. L’articolo 5 si coordina con la legge Mancino. Il 5 applica le norme previste per le “vittime particolarmente vulnerabili”. L’articolo 7 istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. L’articolo 8 del Ddl Zan stabilisce altri compiti all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. L’articolo 9 chiarisce chi può usufruire delle case accoglienza o dei centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere; centri già istituiti dal decreto legge 34 del 2020, poi convertito in legge, finalizzati a proteggere e sostenere le vittime lgbt+ di violenza, anche domestica. E quindi gli adolescenti malmenati perché gay, lesbiche, bisessuali o transgender oppure coloro che per gli stessi motivi vengono allontanati o minacciati dalla famiglia. L’articolo 10 affida all’Istituto nazionale di statistica e all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori di raccogliere dati sulle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, oppure fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Alessandro Zuin per il Corriere del Veneto il 26 maggio 2021. Sarà che ha un cognome di appena tre lettere, così facile da memorizzare e con un suono quasi onomatopeico, fatto sta che, per essere un soldato semplice del Parlamento italiano, di questi tempi lo conoscono davvero in tantissimi: «Ddl Zan» – cioè il disegno di legge contro l’omotransfobia, che mira a rendere punibile ogni forma di discriminazione basata sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità – è diventata una di quelle formule che entrano nel linguaggio comune e, almeno fino a quando l’argomento continuerà a scaldare gli animi, sono destinate a rimanerci per un pezzo. Il rapper Fedez, attaccando frontalmente dal palco del concertone del Primo Maggio la Lega - che osteggia l’approvazione del disegno di legge, come gran parte del centrodestra - e la Rai, accusata di fare censura preventiva sull’argomento, gli hanno dato un’eco potentissima, innescando una colata lavica di reazioni e polemiche. Persino la presidenza della Cei - la Conferenza episcopale italiana - ha sentito il bisogno, pochi giorni fa, di prendere posizione sul «Ddl Zan», esprimendosi con un salomonico «modificare, non affossare». Ma chi è e da dove viene Alessandro Zan, l’esponente padovano del Pd che, in quanto relatore del provvedimento alla Camera (dove è già stato approvato, mentre ora si è impantanato al Senato), ha finito per identificare con il proprio nome la proposta di legge? Nella città del Santo, dove in passato ha fatto parte dell’amministrazione comunale nella giunta del sindaco Flavio Zanonato, lo ricordano soprattutto per avere promosso e ottenuto - era la fine del 2006 - l’istituzione del primo registro anagrafico italiano delle coppie di fatto, aperto anche alle coppie omosessuali. Ancora prima, nel 2002, era stato in prima fila nell’organizzazione del Gay Pride nazionale a Padova. Classe ‘73, una laurea in ingegneria delle telecomunicazioni, dal 2013 siede in Parlamento, prima per Sel e poi per il Pd. I colleghi alla Camera lo descrivono come un gran lavoratore, attento ed empatico verso il prossimo. Da qualche anno, porta fieramente la barba.

Deputato Zan, avrebbe mai immaginato di dare il suo nome a una proposta di legge capace di dividere trasversalmente l’Italia?

«Questo ddl porta il mio cognome perché sono stato nominato relatore alla Camera, ma è una legge di tutti quei colleghi parlamentari che, da un anno e mezzo, si battono e si impegnano per portarla a casa. Questa legge non sta dividendo l’Italia, piuttosto sta portando allo scoperto coloro che vogliono un Paese proiettato verso l’Europa sovranista di Orban e Duda, anziché l’Europa della democrazia e dei diritti».

Partiamo dalla sua esperienza personale: le è mai capitato di essere bullizzato da ragazzo o discriminato per il suo orientamento sessuale?

«Sono stato fortunato: nessuna violenza fisica pesante, come oggi ancora troppo spesso accade. Ma ho spesso ricevuto battute, scherzi omofobi, qualche danno alla bicicletta. Devo anche ammettere che la mia mente li aveva rimossi, poi, in questi ultimi mesi, ascoltando tante storie di discriminazione, ho ripercorso anch’io quegli anni e ho focalizzato quanto mi era accaduto».

Nella Padova della sua adolescenza (anni Ottanta) immaginiamo che certi epiteti rivolti agli omosessuali non fossero così infrequenti: le è capitato di riceverne?

«Sì, certo. Lo scherno verbale contro la comunità Lgbt+ era ed è ancora frequentissimo. Anche se, con le nuove generazioni, questo atteggiamento sta cambiando radicalmente».

C’è stato un momento o un episodio precisi in cui ha capito che avrebbe dovuto combattere per i suoi diritti e la sua identità?

«L’Erasmus in Inghilterra. Quei mesi mi hanno fatto capire che la società italiana era - ed è - ancora fortemente machista e patriarcale, mentre l’esperienza vissuta in Gran Bretagna mi ha fatto capire che un’alternativa è possibile. Una volta tornato, ho iniziato la mia militanza».

La sua scuola politica qual è stata?

«Ho cominciato nell’Arcigay di Padova, dove ho capito quanto sia importante l’associazionismo, esperienza culminata con il Pride nazionale del 2002: Padova fu invasa da decine di migliaia di persone, fu veramente incredibile. Mentre i DS furono il primo partito a cui mi iscrissi, un’esperienza politica a cui devo moltissimo e un’ottima scuola».

L’esperienza del Pride Village padovano quanto è stata importante?

«Ho un grande orgoglio per il Padova Pride Village: dal 2008 a oggi è stata fatta tantissima strada, ormai è un tutt’uno con la città. I padovani aspettano con gioia questo evento ogni estate. Siamo riusciti a coniugare positivamente momenti di approfondimento culturale e politico con il divertimento. Inoltre, ora è il festival lgbt+ più importante d’Italia, un vero baluardo dei diritti».

Come si è rivelato ai suoi genitori e all’ambiente familiare in genere?

«Prima di fare coming out, ero agitato e impaurito, perché ovviamente il giudizio dei genitori è importante per ogni figlio. Appena mi sono dichiarato, mia madre è stata molto tenera e comprensiva, mentre mio padre non la prese bene. Poi però fece un suo percorso personale, perché anche i genitori devono fare un percorso di accettazione dei propri figli, e alla fine diventò un mio grande sostenitore. È mancato quattro anni fa».

È uno sportivo praticante? Esiste una squadra del cuore?

«Sì, amo fare attività fisica, penso sia fondamentale, cerco sempre di ritagliarmi del tempo per lo sport. Tuttavia non seguo nessuno sport in particolare, né tifo per una squadra di calcio».

Ha letto che il leghista Andrea Ostellari, che in Senato sta frenando con grande applicazione il cammino del «ddl Zan», potrebbe essere il candidato sindaco del centrodestra nella sua Padova?

«Chiunque sia il candidato del centrodestra, sono convinto che Sergio Giordani, che sta facendo un ottimo lavoro, sarà riconfermato sindaco di Padova, una città che sta cambiando ed evolvendo, e che deve guardare all’Europa, non certo a ottuse ricette sovraniste».

Quanti omosessuali «nascosti» ci sono nelle forze politiche che osteggiano la sua legge?

«Non ne ho idea. Quello che so è che noi stiamo facendo questa battaglia di civiltà anche per loro, affinché non ci sia più nessuno costretto a nascondersi. Questa legge è per tutta la società, non per una minoranza».

Quando Zan chiese alla Rai di censurare i cattolici in tv. Stefano Zurlo il 6 Maggio 2021 su Il Giornale. Il cantore della libertà con il bavaglio fra le mani. Un post del 2013 pescato dal battagliero periodico Tempi accende i riflettori su Alessandro Zan. Il cantore della libertà con il bavaglio fra le mani. Un post del 2013 pescato dal battagliero periodico Tempi accende i riflettori su Alessandro Zan, il politico del momento, autore del ddl sull'omotransfobia al centro delle polemiche, ancora di più dopo l'esplosione del caso Fedez. Oggi Zan dà lezioni di galateo e buone maniere politically correct, ma all'epoca sparava al bersaglio grosso: «Possibile che in Rai se si parla di gay bisogna ricorrere per forza ad ospiti ultra cattolici e omofobi?». Per la cronaca l'ultrà segnalato da Zan era l'avvocato Giancarlo Cerrelli, non proprio un passante ma il vicepresidente dell'Unione giuristi cattolici italiani: l'avevano invitato in Rai, a Uno Mattina, per discutere del ddl contro l'omofobia presentato da un altro deputato del Pd, Ivan Scalfarotto, antesignano di quello targato Zan. Allora la presenza di Cerrelli, contrario alla proposta Scalfarotto, suscitò un vespaio di polemiche e la componente lbgt dei 5 Stelle si rivolse al neopresidente della Commissione di vigilanza Rai Roberto Fico per spingerlo a fare pressioni sui vertici Rai, così da avere ospiti più «accomodanti». Insomma, la stessa censura denunciata da Fedez, ma otto anni prima e in forma quasi conclamata, non strisciante ma quasi esibita in nome della lotta ad ogni forma di prevaricazione verbale. Solo che a farne le spese erano i tradizionalisti, quelli che nel linguaggio double face di molti politici e opinionisti sono chiamati gli «oscurantisti» solo perché la pensano diversamente. La libertà è sempre un esercizio difficile e le opinioni non possono calpestare l'altrui dignità. Su questo tema Zan ha scritto una lettera al Foglio dai toni rassicuranti, spiegando che la nuova norma non calpesterà la possibilità di avere idee in contrasto con il pensiero alla moda: «Un prete in chiesa potrà sempre dire che l'unica unione è fra un uomo e una donna, come un politico durante un comizio potrà sempre dire che è contrario alla stepchild adoption». Ci mancherebbe. Zan aggiunge che verranno perseguite invece le espressioni offensive, crudeli, insultanti, per esempio contro i gay. Concetti che sfiorano l'ovvio ma che convincono fino a un certo punto perché i ragionamenti controcorrente potrebbero essere incasellati come l'anticamera di posizioni discriminanti e scorrette. Vedremo. Nel 2013 però Zan andava all'attacco di Cerrelli con quel post a forma di spillo: «Chiederò l'intervento della Commissione di vigilanza. È impensabile che il servizio pubblico si faccia megafono di tesi, teorie e personaggi che esprimono opinioni discriminanti e che si scagliano contro la discussione in corso in Parlamento, senza alcun contraddittorio politico». Parole allarmanti che suscitano dubbi e retropensieri listati a lutto sulla capacità di far convivere e rispettare scuole di pensiero differenti. Certo che non c'è solo la censura gridata da Fedez ma ci sono forme sottili di emarginazione delle idee che non piacciono agli artisti di successo, agli intellettuali che stanno sempre dalla parte giusta, ai leader che cavalcano l'indignazione facile e ai collezionisti di like. Insomma, una specie di censura al contrario, talvolta strisciante, qualche volta esplicita. Cerrelli fu invitato ancora da Mara Venier nel salotto di Domenica in ma poi fu congedato senza tanti complimenti. Una coincidenza? Chissà. L'inappuntabile Zan, che oggi ringrazia Fedez e gli porta la sua solidarietà, aggiungeva a proposito del solito Cerrelli: «Per caso quando si parla di questioni legate al cattolicesimo la Rai invita rappresentanti delle comunità gay per esprimere un'opinione?». Una domandina suggestiva che, se si riflette, chiude a doppia mandata la complessità e la ricchezza dell'evento cristiano dentro il ghetto di una speciosissima questione di genere. Peggio di una discriminazione.

Ddl Zan, smontiamo le bufale della destra una per una. Simone Alliva su L'Espresso il 3 maggio 2021. “È una norma che non serve”, “Sono gli eterossessuali quelli da difendere”, “scompariranno la mamma e il Natale”, “ti arrestano se sei contrario all’utero in affitto”. Tutte falsità della propaganda di destra. Ecco cosa prevede davvero la norma contro l’odio omotransfobico, punto per punto. Distratti dal dibattito scatenato dalle parole del rapper Fedez al Concertone del Primo Maggio, la legge Zan rimane per molti un oggetto distorto. La confusione sul suo contenuto è grande e porta spesso fuoristrada. Alcune dichiarazioni arrivate da politici ed esponenti del centrodestra sono pure e semplici bufale: la cancellazione del Natale, l’accesso all’utero in affitto, l’ideologia gender nelle scuole. La maggior parte di queste fake-news sono intenzionali. Lo scopo è quello di intorbidire le acque e avvelenare il dibattito. Ma la verità dei fatti sull’oggetto, cioè sulla luna (la legge Zan) e non il dito (Fedez), è proprio nel disegno di legge approvato alla Camera il 4 novembre 2020 e attualmente fermo in commissione giustizia. È un documento di 12 pagine che riporta dieci articoli.

Cosa c’è dentro la legge Zan? La legge mette sullo stesso piano la discriminazione per orientamento sessuale, identità di genere, genere, sesso, disabilità a quella razziale, etnica e religiosa. Interviene su due punti del codice penale e attraverso un'aggiunta alla già esistente legge Mancino-Reale (del 1992), mira a sanzionare gesti e azioni violenti. Oltre a reprimere i crimini d’odio misogino, omotransfobico e abilista prevede una serie di azioni positive che puntano a prevenirli. Di una legge contro l’omotransfobia nel nostro paese se ne parla esattamente da 25 anni. Analizziamo le più diffuse fake-news:

“Il nostro ordinamento giuridico già punisce le aggressioni omotransfobiche”

Falso. Oggi il Codice penale non colpisce le condotte motivate da omotransfobia ma si può solo sperare - laddove il diritto dovrebbe dare, nei limiti del possibile, certezze - che venga contestata e applicata l’aggravante dei “motivi abietti e futili”. Cosa che non avviene sempre. Inoltre, i reati previsti con formule generali vengono ad assumere un aspetto diverso e peculiare sotto il profilo criminologico quando colpiscono una minoranza, arrivando a qualificarsi come "crimini d'odio". L'articolo 3 della legge Mancino-Reale prevede reati commessi per odio etnico, nazionale, razziale o religioso. La legge Zan estende questi reati anche alle persone Lgbt, alle donne e alle persone con disabilità. Il reato d’odio si rivolge proprio contro quell’individuo e contro la sua differenza allo scopo di annullarla. Dare uno schiaffo a una persona nell’ambito di una lite non è la stessa cosa che picchiare una persona perché ebrea. Proprio per questo non si ritiene sufficiente l’applicazione dell’aggravante dei “motivi abietti e futili”: perché nel caso dei delitti d’odio non vi è solo una motivazione riprovevole ma un diverso e ulteriore bene giuridico tutelato. Colpendo una persona in quanto minoranza, il reo ottiene l’effetto che tutte le persone appartenenti alla minoranza (esempio: neri, Lgbt, ebrei, persone con disabilità) si sentano minacciate e abbiano paura. Entra in discussione il diritto alla tranquillità, alla sicurezza, alla libertà di circolazione di più soggetti. Proprio per questo si giustifica una reazione dello Stato.

“La legge Zan minaccia la libertà di opinione”

Falso. La proposta di legge Zan punisce solo l’istigazione e il compimento di atti discriminatori e violenti. L’articolo 4 della proposta di legge chiarisce che sono fatte salve le opinioni che non siano idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

È vero che la legge Zan estende la legge Mancino-Reale, ma non la estende al reato di "propaganda di idee fondate sull’odio etnico e razziale” (art. 604 bis c.p.). Facciamo un esempio: il giudice potrebbe applicare l’aggravante Zan a un’associazione che pubblicando la foto di un attivista gay invita i suoi seguaci a linciarlo. Non a un cittadino che potrà ancora liberamente dire: “Le persone omosessuali sono malate”, “l'utero in affitto è un abominio”, “il matrimonio omosessuale è sbagliato”. Giuridicamente si rispetta quel confine sottile tra determinatezza e indeterminatezza, quello che caratterizza il reato di diffamazione per intenderci, e riserva dunque ai gruppi anti-Lgbt quella libertà di pensiero presente anche nell’articolo 21 della nostra Costituzione. Determinare un soggetto, metterlo all'indice e invitare alla discriminazione è un reato già ampiamente condannato dal già citato reato di diffamazione. Con la legge Zan, potrebbe diventare "aggravato" in caso di soggetti vulnerabili come le persone Lgbt, le persone con disabilità, le donne.

Questo perché la proposta sui diversi reati, previsti dallo stesso articolo 604 bis, di “istigazione a commettere atti discriminatori o violenti” e sul “compimento” di quei medesimi atti, si estendono al caso di condotte motivate da genere, orientamento sessuale, sesso, disabilità e identità di genere. La condotta istigatoria è quella suscettibile di determinare il “concreto pericolo” del compimento di quegli atti. Dunque, non ogni opinione sarà oggetto della norma penale, ma solo l’opinione istigatoria che – determinando un concreto pericolo di compimento di atti discriminatori o violenti – leda l’identità personale altrui, in relazione al genere, all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

I nostri giudici sono particolarmente chiari sul punto: il diritto di esprimere il proprio pensiero non è assoluto ma può essere limitato per proteggere “i diritti e le libertà altrui”. Insomma, anche nel caso di critica politica - che pur rende ammissibile una maggiore asprezza nei toni e nelle parole - devono essere pienamente rispettati i limiti della “verità” e “dell’interesse sociale” (come riportato negli articoli 9 e 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre del 1950).

Il bilanciamento deve dunque essere effettuato tra la libertà di esprimere il proprio pensiero, da un lato e la necessità di garantire comunque il rispetto della dignità umana e dell’uguaglianza di tutti i cittadini a prescindere dalle caratteristiche personali e sociali. Un giusto equilibrio tra libertà e dignità, tra libertà e persona. In questo senso, spiegano i nostri giudici, le norme in tema di discriminazione razziale costituiscono anche l’applicazione del fondamentale principio di uguaglianza (indicato nell’articolo 3 della Costituzione), sicché è ampiamente giustificato il sacrificio del diritto di libera manifestazione del pensiero.

Insomma, tutti possiamo esprimere la nostra opinione, purché nel limite del rispetto degli altri e in ossequio a un principio che dovrebbe ispirare sempre l’azione politica di chi occupa posti di potere, la guida è nell’articolo 3 della Costituzione che è una garanzia di tutela dall’odio.

“La legge Zan introduce l’ideologia gender nelle scuole”

Falso. La legge Zan prevede la strategia Nazionale attivata dall'UNAR, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del dipartimento per le Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri. Sono già presenti oggi interventi anti-discriminazioni negli ambiti dell’educazione e dell’istruzione, del lavoro, della sicurezza e delle carceri. Spesso vanno sotto il nome di “corsi di educazione al rispetto”. La legge Zan punta sulla cultura, quella che serve veramente per arginare il fenomeno dell'omotransfobia. Un lavoro in sinergia con le associazioni anti-discriminazioni già rodato da anni. Arcigay, ad esempio, a Siena, organizza ‘Orientiamoci alle differenze’, progetto di formazione per operatori di sportello specializzati in tematiche Lgbt. Ma anche ‘Prof Presente’ corso gratuito per gli insegnanti che offre strumenti per prevenire o affrontare il bullismo omotransfobico. Nessuna ideologia gender, solo educazione al rispetto. I corsi sono già riconosciuti dalle alte istituzioni da più di vent’anni. Nel 2011 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì ad Arcigay-Trieste una medaglia di bronzo per il progetto “A Scuola per conoscerci”, realizzato in Friuli-Venezia Giulia. Dopo dieci anni di impegno contro il bullismo la giunta guidata dal leghista Massimiliano Fedriga ha dato lo stop al progetto.

“L’identità di genere introdotta dalla legge Zan cancellerà le donne”

Falso. Basti pensare che tra le caratteristiche personali che possono determinare discorsi e crimini d’odio nella legge Zan è stato aggiunto, accanto al genere, proprio il sesso, per nominare anche tale componente dell’identità personale. Il concetto di identità di genere non è astratto ma già presente nella giurisprudenza, lo si trova nell’ordinamento penitenziario ( articolo 1, legge 354/1975. Articolo 14, ultimo comma). Lo si riscontra nell’articolo 8 (comma 1, lett. d) del decreto legislativo n. 251/2007 in materia di riconoscimento dello status di rifugiato, a proposito della nozione di gruppo sociale perseguitato. Più recentemente possiamo leggere il termine “identità di genere” nella sentenza n 221/2015 della Corte Costituzionale, a proposito della legge n. 164/1982, in materia di rettificazione dell’attribuzione di sesso. E ancora anche nei trattati internazionali (su tutti, la Convenzione di Istanbul) o nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’identità di genere non è dunque un’invenzione della proposta di legge Zan, ma è un concetto ampiamente presente nel nostro ordinamento. Il suo riconoscimento riporta alla “necessità di un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere emersa nel percorso seguito dalla persona interessata; percorso che corrobora e rafforza l’intento così manifestato” (è ancora la Corte costituzionale, sent. n. 180/2017). Il termine viene ripreso dalla proposta di legge Zan per proteggere le persone trans oggetto di comportamenti discriminatori e violenti fondati sull’odio verso la loro condizione personale. La definizione di identità di genere contenuta all’articolo 1 della proposta di legge Zan è coerente con la nozione di identità di genere propria dell’ordinamento vigente: si parla, infatti, di: “identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Spesso a questa obiezione si aggiunge quella che la legge Zan nominando “l’identità di genere” possa consentire alle persone transessuali, transgender e non binarie di scardinare il vigente sistema di rettificazione anagrafica del sesso. Non è così. La proposta Zan riguarda il contrasto della discriminazione e della violenza, contiene disposizioni penali che devono essere formulate nel modo più preciso possibile e, soprattutto, essere adatte a colpire discorsi e crimini d’odio lì dove si manifestano, riconoscendo il motivo specifico per il quale si manifestano. E l’identità di genere è uno di questi motivi, le persone transgender del resto, sono il 70% delle persone aggredite.

La legge Zan assimila le donne a una minoranza da proteggere, quando invece sono la maggioranza

Falso. La proposta di legge Zan non tutela minoranze, ma dimensioni dell’identità personale, compresi il sesso e il genere, rispetto a discriminazioni, violenza e odio.

Sul piano penale, non considera (o aggrava) reati, sulla base di chi ne sia vittima: colpisce il movente d’odio, e dunque le specifiche ragioni di una condotta, dovute alle condizioni personali della vittima.

“La legge Zan discrimina le persone eterosessuali. Serve una legge contro l’eterofobia”

Falso. La proposta Zan è già una legge contro le vittime di eterofobia. Cioè quegli etero aggrediti da persone Lgbt (le cronache sono asciutte di questi crimini d’odio ma l’obiezione viene dal leader leghista Matteo Salvini). La proposta Zan tutela le vittime per “orientamento sessuale” e questa espressione include tutti gli orientamenti, compreso quello eterosessuale.

“La Legge Zan cancellerà la festa della mamma, i presepi, il natale, i canti”

Falso. La legge Zan prevede l'istituzione della giornata mondiale contro l'omotransfobia il 17 Maggio. Si celebra nel mondo dal 2004. Il 17 maggio 1990 è stata una giornata di svolta nella storia della civiltà: l'Organizzazione mondiale della Sanità, cioè l'organismo a cui la comunità internazionale affida il compito di stabilire le conoscenze cardine sulla salute della popolazione planetaria, ha depennato l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali. In Italia, ogni anno, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato rilasciano dichiarazioni a riguardo. La legge Zan prevede che, in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, le scuole organizzino attività di sensibilizzazione per «contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere». Quindi prevenire atti di bullismo e discriminazioni. Non avrà carattere di festività e le iniziative si svolgeranno nel rispetto dell'autonomia scolastica della corresponsabilità educativa con le famiglie.

“La legge Zan introduce l’utero in affitto”

Falso. Questa è una legge sulle aggressioni. Inoltre, in Italia la “gestazione per altri”, definita da altri “utero in affitto”, non è legale.

"No all'identità di genere", "Urgente": il ddl Zan divide tutti. Francesco Curridori il 6 Maggio 2021 su Il Giornale. Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo sentito le opinioni di Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay, e della giornalista Marina Terragni. Il ddl Zan continua a far discutere, anche all'interno del campo della sinistra. A tal proposito, per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo sentito le opinioni di Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay per i diritti LGBT+, Solidale, Ambientalista e Liberale, e della scrittrice e giornalista Marina Terragni.

Cosa pensa del ddl Zan?

Marrazzo: "La legge contro l’omotransfobia, è una legge che affronta temi urgenti e che ha recepito istanze importanti e riprende molti articoli suggeriti anche da me, elaborati sulla base dell'esperienza maturata nei molti anni passati nel mondo dell'associazionismo LGBT, è utile ma deve marciare nella giusta direzione. Infatti, presenta criticità che vanno risolte per non risultare controproducenti, come l'art.4 che consente di definire malati ed inferiori le persone LGBT e l'art.7 che di fatto blocca le attività formative contro l'omotransfobia nelle scuole. Sappiamo bene che la Lega di Salvini è contraria alla legge, ma PD, M5S, IV e LEU hanno la maggioranza in commissione ed al Senato. Quindi, chiediamo che non venga utilizzata la proposta della Lega come alibi per far passare emendamenti peggiorativi, anzi i sostenitori dichiarati migliorino la legge, come da noi indicato rendendola più simile a quella contro il razzismo, eliminando cosi articoli pericolosi".

Terragni: "Penso che il testo vada modificato. Ci sono delle cose che non vanno bene, in particolare la misoginia perché vengono coinvolte le donne che non sono una minoranza e l'identità di genere perché comporta un impatto molto pesante sulle società dove viene riconosciuta".

Perché il termine 'identità di genere' divide?

Marrazzo: "Non direi che è così. L'identità di genere non é un tema su cui ci si può dividere: ogni individuo esprime la propria soggettività identificandosi anche in un genere diverso dal sesso biologico. Secondo me ci sono alcune attiviste che hanno un atteggiamento un pò ingeneroso e con un fondo di pregiudizio nei riguardi delle persone trans. È una piccola barriera che supereranno da sole, tutto qui, non drammatizzerei un fenomeno abbastanza circoscritto".

Terragni: "Divide perché è il portone d'ingresso al cosiddetto post-umanesimo. Non viene chiarito che l'identità di genere è il concetto centrale della legge e che si impedisca ogni forma di discussione pubblica perché riguarda la sessuazione umana, cioè il fatto che nasciamo con due generi diversi. Si lascia, dunque, libero accesso a qualunque genere con semplici atti amministrativi. Mi sembra una questione che vada discussa ampiamente".

Ci possono essere dei rischi per la parità tra uomo e donna, se passa questa legge?

Marrazzo: "Quale parità'? Oggi purtroppo non c'è. La legge è fatta per difendere anche le donne vittime di discriminazione, anzi paradossalmente un uomo potrà usufruire della legge se discriminato o oggetto di violenza di genere! Ma non capita spesso".

Terragni: "Non è in questione la parità. Ci sono dei rischi perché il fatto che ognuno possa decidere liberamente decidere di essere uomo o donna tocca la radice dell'umano e non può essere approvato in fretta e furia e clandestinamente".

Si potrebbe migliorare il ddl Zan? E, se sì, come?

Marrazzo: "Certo, ci possono essere molte migliorie, ma come appena detto, bisognerebbe almeno eliminare l'art.4 perché è superfluo ed ambiguo, con ipocrite circonlocuzioni per inzuccherare la pillola. La libertà di pensiero è garantita dall'art.21 della Costituzione. Ma non è prevista la licenza di offendere. Considerare inferiore un popolo rispetto ad un altro è razzismo, considerare le donne inferiori rispetto agli uomini è maschilismo, ma disprezzare gli LGBT, che è omo-bi-transfobia, secondo l'art.4 si puo', basta non provocare reazioni concrete di odio riconducibili a tali affermazioni. Ossia cosa quasi impossibile da provare, perché se uno dice una frase discriminatoria, poi qualcuno dovrà provare che una persona che lo ha sentito compie contestualmente una discriminazione, come si fa? Si devo pedinare per giorni tutti coloro che lo hanno sentito?. Quindi, a causa di questo articolo, di noi LGBT si può anche dire che siamo malati, come se la definizione di malattia o normalità fosse un'opinione personale e non una condizione definita dalla scienza. La quale ha stabilito tramite L'O.M.S. nel 1990 che l'omosessualità non è una malattia e nel 2018 che anche la transessualità non lo è. Anche l'art. 7 è mal impostato per la parte che riguarda la scuola. Infatti rispetto ad oggi rende più difficili interventi educativi sia organici che estemporanei. Contro il bullismo omotransfobico dilagante ci vorrebbe un'educazione al rispetto verso le differenze, ma ci vengono a dire che con questa scusa vogliamo introdurre la fantomatica ed assurda teoria gender, che semplicemente non esiste, è una truffa culturale. Nelle scuole va solo fatto capire che le persone LGBT non vanno discriminate, ma accolte. Lo dovrebbe fare l’educazione civica. Invece, per l’art. 7 se succede un episodio di discriminazione o di bullismo non si potrà intervenire subito nella scuola, perché servirà un progetto che entri nel piano triennale e sia approvato da tutti i genitori! Mentre oggi basta solo l’approvazione del consiglio di istituto che rappresenta già genitori, studenti e docenti".

Terragni: "Si deve levare ogni riferimento alla misoginia e all'identità di genere e si devono consentire corsi Lgbt che sono già presenti nelle scuole lasciando la libertà ai genitori di decidere se mandare i propri figli a questi corsi oppure no".

Teme che le femministe contrarie al ddl Zan possano fare il gioco degli ultracattolici?

Marrazzo: "Lo stanno già facendo, spero che se ne accorgano. Concludo: nonostante la società civile accetti, comprenda e rispetti il pluralismo culturale, razziale, sociale, ecc, permane in certe persone un retaggio dei pregiudizi tradizionali difficile da estirpare perché spesso inconscio. Non solo sugli LGBT ma anche su donne, migranti e non solo. Quante volte ci sentiamo dire: 'io non sono razzista ma....'. 'Io ho tanti amici gay ma...'. Finché non cambia questa mentalità, un minimo di rispetto dell'altro deve essere imposto per legge e, in mancanza, sanzionato. Come il codice della strada, per poter circolare tutti senza troppi incidenti. O come il "Politically Correct", che è una forma di tutela sociale non violenta".

Terragni: "Noi non facciamo il gioco di nessuno. Noi ascoltiamo la nostra coscienza e conosciamo bene il concetto dell'identità di genere che in altri Paesi, come la Gb, è già stato abolito. La destra farà la sua battaglia, noi faremo la nostra. La differenza è che la destra non vuole la legge tout-court, mentre noi vogliamo la legge ma senza il riferimento all'identità di genere come in Spagna, in Germania e in altri Paesi".

Ddl Zan, la Lega chiama come “esperti” periti agrari, curatori di gay e sacerdoti. Ma anche Platinette, il presidente di Pro Vita e l’infettivologa che vedeva nelle unioni civili la causa dell’Hiv. Ecco chi sono i 170 chiamati dal presidente della Commissione Giustizia Andrea Ostellari a esprimersi sulla legge contro l’omostransfobia. Simone Alliva su L'Espresso il 25 maggio 2021. C’è la negazionista, il curatore, il gay in astinenza. La drag queen leghista, il figlio del leader di Forza Nuova e il perito agrario. È destinata a far discutere la lista dei 170 “esperti” presentata dal Presidente della Commissione Giustizia, Andrea Ostellari, che dovranno pronunciare un parere “tecnico” sul ddl Zan contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo. “Casa Ostellari”, l’ha definita Monica Cirinnà riferendosi al numero altissimo di auditi che rischia di allungare i tempi di una discussione che ha subito freni e contraccolpi. Una mossa che “ha come unica finalità quella di affossare la legge” commenta Franco Mirabelli, senatore del Partito Democratico e capogruppo in Commissione Giustizia. A scorrere la lista però il colpo d’occhio è da baraccone ambulante per via dei nomi che poco hanno a che fare con l’esperienza tecnica-scientifica richiesta per esprimersi su un provvedimento di legge. Da Platinette (alias Mauro Coruzzi) a Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria ("Dirò negro e frocio fino alla fine dei miei giorni, la lobby frocia vuole toglierci le parole”). Tra i nomi spicca quello di Giorgio Ponte, richiesto dal centro-destra in quanto “scrittore”. Ponte è noto alle cronache per una lettera pubblicata dal settimanale Tempi nel 2015, l'uomo si era definito omosessuale e felice di non avere gli stessi diritti di tutti gli altri, affermando che la sua «condizione» avesse «cause psicologiche» e che necessariamente dovesse essere modificata o ignorata attraversare la totale astinenza. Ci sarà spazio anche per ascoltare Chiara Atzori, professione infettivologa, il centro-destra chiede dunque un parere su una legge di contrasto ai crimini d’odio a alla dottoressa che nel 2008 scatenò un mare di polemiche quando, dai microfoni di Radio Maria, sostenne che la “normalizzazione” dell’omosessualità (ovvero unioni civili e matrimoni egualitari) fosse la causa dell’aumento delle infezioni da HIV”. Chiara Atzori ha curato la prefazione del libro “Omosessualità maschile: un nuovo approccio” testo dell’americano Joseph Nicolosi, il padre di tutte le terapie riparative, e collabora con il gruppo Chaire, un gruppo di cristiani che vuole “confutare gli argomenti dei propagandisti dell’ideologia gay” e che dicono di poter rendere eterosessuali i gay. Dall’universo anti-Lgbt del Family Day non manca nessuno: c’è Toni Brandi, presidente di Pro-Vita e Famiglia. C’è Marina Casini per Il Movimento per La Vita. E ancora Jacopo Coghe sempre di Pro-Vita, Rachele Ruiu, di Generazione Famiglia. Immancabile Massimo Gandolfini, audito come neuro-chirurgo ma noto come portavoce del Family Day, nel 2015 offrì la sua soluzione al suicidio di moltissimi giovani gay a causa dell’omofobia: “Spingiamoli all’eterosessualità”. L’omosessualità non è più ritenuta una malattia da 31 anni, in Aula al Senato tuttavia è prevista anche l’audizione di Tonino Cantelmi, psichiatra di area cattolica e vicino alle istanze del Family day e dei movimenti anti-gay italiani. Nel 2013 in un documento pubblicato sul sito dell’onorevole Paola Binetti, in merito al ddl sull’omofobia allora in discussione alla Camera dei Deputati (contro cui prese posizione), in un suo articolo dichiarava: «Nella sua attuale formulazione, questa legge potrebbe impedire un approccio clinico-terapeutico, ledendo la libertà di cura del medico e dello psicologo (fatte salve le prescrizioni già previste nell’ordinamento deontologico delle professioni interessate), e soprattutto del paziente stesso». Cantelmi, in seguito alla pubblicazione dell’articolo ha inviato a L’Espresso una nota in cui precisa: «All’epoca (2013, ndr)  la mia preoccupazione era circa l’impatto che la formulazione di allora avrebbe potuto avere sulla libertà di ricerca clinica. In effetti successivi emendamenti e cambiamenti hanno accolto le mie osservazioni e attualmente, tranne alcune problematiche terminologiche (identità di genere), non ho grandi riserve sull’attuale formulazione del DDL Zan». Riccardo Cascioli, audito in qualità di semplice “giornalista” è in realtà direttore responsabile de “La Nuova Bussola”, sito ultracattolico che miscela complottismi gender e teorie no-vax. Alessandro Fiore, si presenterà in qualità di giurista. In realtà è militante di Pro-vita, figlio del più noto Roberto Fiore, leader di Forza Nuova. In questo girone di cariche omesse c’è anche la co-fondatrice delle “Sentinelle in Piedi”, Raffaella Frullone presentata nella lista come “giornalista esperta”. Gaetano Montante, infine si presenta a nome dell’ “Assemblea di Dio in Italia” sul proprio sito raccoglie video di presunti "ex-gay" prodotti da organizzazioni americane commerciali come la PPfox. Immancabili sono anche i vari link che rimandano ad articoli del Narth (National Association for Research and Therapy of Homosexuality) di Joseph Nicolosi al fine di sostenere che «l’omosessualità è un disturbo dell’identità Sessuale. Un disordine che può essere rimesso in ordine se l’individuo decide di riordinare la propria vita secondo il disegno del Creatore». Massimo Polledri è invece ex deputato leghista. Viene presentato per le sue esperienze in psichiatria e neuropsichiatria con l’onlus “Umanitaria Padana”: “L'omosessualità può essere una condizione di infelicità che può anche essere reversibile” aveva sostenuto ai microfoni di Radio 24 nel 2012. Il 31 marzo 2011 in aula alla collega con disabilità Ilaria Argentin del PD urlò: “Stai zitta handicappata del cazzo”. E il 23 giugno 2011 sussurrò in diretta radiofonica a Pina Picierno, deputata del Pd, “Se ci caliamo le braghe noi, può esserci una bella sorpresa per te”. La lista continua, presente l’area femminista radicale rappresentata da Marina Terragni e Monica Sargetini. Il leghista Alberto Zelger, consigliere comunale leghista di Verona diventato noto per le dichiarazioni riportate dal rapper Fedez, sul palco del primo maggio: “Le unioni civili sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie”. Andrea Williams, capo della Chiesa Cristiana Evangelica d’Inghilterra noto per le sue posizioni conservatrici e omofobe. E c’è spazio anche per un perito agrario: Daniele Zampolini, presidente dell’associazione non proprio nota “Famiglia nel cuore”, che su Facebook conta 235 like.

Non era mai successo prima. Vaticano contro il ddl Zan, una "nota verbale" per fermare la legge: “Viola il Concordato”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Il Vaticano interviene ‘a gamba tesa’ nel già complicato dibattito italiano sul ddl Zan, disegno di legge contro l’omotransfobia che prende il nome dal deputato Dem Alessandro Zan, attualmente fermo in commissione Giustizia del Senato. Monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha chiesto formalmente al governo italiano di modificare il ddl Zan poiché “viola il Concordato”. Una mossa che stupisce, quella del Vaticano: è la prima volta infatti che la Chiesa interviene durante l’iter di approvazione di una legge, esercitando le facoltà previste nei Patti Lateranensi. Come riporta il Corriere della Sera Gallagher, di fatto il ‘ministro degli Esteri’ di Papa Francesco, si è presentato lo scorso 17 giugno presso l’ambasciata italiana in Vaticano consegnando una “nota verbale”, ovvero una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata, nelle mani del primo consigliere. Nel testo si legge che “alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato”. Cosa vuol dire? Il riferimento è quei commi del Concordato tra Santa Sede e Vaticano dl 1984 che assicurano alla Chiesa la “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”, come recita il comma 1, e che garantiscono “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” col comma 2. L’accusa che arriva dal Vaticano è, pur con un linguaggio ‘sobrio’, di quelle pesanti: secondo la nota verbale il ddl Zan attenterebbe alla “libertà di pensiero” della comunità cattolica, oltre alla “libertà di organizzazione”. Per quest’ultimo caso l’esempio sarebbe l’articolo 7 del ddl Zan, che non esclude le scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia. La mossa del Vaticano, pur straordinaria perché mai prima d’ora la Chiesa era intervenuta nell’iter di approvazione di una legge italiana, in parte non sorprende. La Cei, Conferenza episcopale italiana, già due volte è intervenuta ufficialmente per bocciare il disegno di legge, mosse però “politiche” e mai arrivate con l’uso ufficiale della diplomazia. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Giovanni Viafora per corriere.it il 22 giugno 2021. Il Vaticano ha attivato i propri canali diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il «ddl Zan», ovvero il disegno di legge contro l’omotransfobia. Secondo la Segreteria di Stato, la proposta ora all’esame della Commissione Giustizia del Senato (dopo una prima approvazione del testo alla Camera, lo scorso 4 novembre), violerebbe in «alcuni contenuti l’accordo di revisione del Concordato». Si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati — o almeno, senza precedenti pubblici —, destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell’iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso).

La «nota verbale». A muoversi è stato monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. In sostanza, il ministro degli Esteri di papa Francesco. Lo scorso 17 giugno l’alto prelato si è presentato all’ambasciata italiana presso la Santa Sede e ha consegnato nelle mani del primo consigliere una cosiddetta «nota verbale», che, nel lessico della diplomazia, è una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata. Nel documento — pur redatto in modo «sobrio» e «in punta di diritto» — le preoccupazioni della Santa Sede: «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato — recita il testo — riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato».

I commi. Questi commi sono proprio quelli che, nella modificazione dell’accordo tra Italia e Santa Sede del 1984, da un lato assicurano alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (è il comma 1); e, dall’altro garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (il comma 2). E sono i veri nodi della questione.

«Libertà a rischio». Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la sopracitata «libertà di organizzazione» — sotto accusa ci sarebbe, per esempio, l’articolo 7 del disegno di legge, che non esenterebbe le scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia —; ma addirittura attenterebbero, in senso più generale, alla «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. Nella nota si manifesta proprio una preoccupazione delle condotte discriminatorie, con il timore che l’approvazione della legge possa arrivare persino a comportare rischi di natura giudiziaria. «Chiediamo che siano accolte le nostre preoccupazioni», è infatti la conclusione del documento consegnato al governo italiano.

Cosa succede. Il giorno stesso, a quanto risulta al Corriere, la nota sarebbe stata consegnata dai consiglieri dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede al Gabinetto del ministero degli Esteri di Luigi Di Maio e all’Ufficio relazioni con il Parlamento della Farnesina. E ora si attende che venga portata all’attenzione del premier Mario Draghi e del Parlamento. Ma cosa potrebbe succedere adesso? In teoria, stando al Concordato, potremmo essere davanti anche all’ipotesi in cui, di fronte ad un problema di corretta applicazione del Patto, si arrivi all’attivazione della cosiddetta «commissione paritetica» (prevista dall’articolo 14). Ma è presto per trarre conclusioni. L’unica cosa certa è che siamo oltre ad una semplice moral suasion.

Il salto di qualità. Il punto, come detto, riguarda proprio il «livello» su cui la Santa Sede ha deciso, questa volta, di giocare la partita. Le critiche della Chiesa al «ddl Zan» non sono certo nuove. Sul tema la Cei è già intervenuta ufficialmente due volte: la prima nel giugno del 2020 («Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio», dissero all’epoca i vescovi); e la seconda non più tardi di un mese e mezzo fa («Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza», era stata la nota del presidente Gualtiero Bassetti). Per non parlare delle singole prese di posizione («È un attacco teologico ai pilastri della dottrina cattolica», ha affermato di recente, per esempio, il vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta»). Ma si è sempre trattato di pur legittime prese di posizione «esterne», «politiche». Come le tante, dirette e indirette, cioè mediate dai partiti di riferimento, registrate negli anni (nel 2005 il cardinal Ruini arrivò a schierarsi pubblicamente a favore dell’astensionismo nel voto referendario sulla fecondazione assistita). Ma mai si era attivata la diplomazia. Mai lo Stato Vaticano era andato a bussare alla porta dello Stato Italiano chiedendo conto, direttamente, di una legge.

Omofobia: Letta, sosteniamo ddl, pronti a dialogo su nodi. (ANSA il 22 giugno 2021) "Noi sosteniamo la legge Zan e, naturalmente, siamo disponibili al dialogo. Siamo pronti a guardare i nodi giuridici ma sosteniamo l'impianto della legge che è una legge di civiltà". Lo ha detto il segretario del Pd Enrico Letta a "Radio anch'io" su Radio Rai 1 a proposito della notizia riportata dal Corriere della Sera di una iniziativa della Santa Sede contro il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia in quanto violerebbe il Concordato.

Giovanni Viafora per il "Corriere della Sera" il 22 giugno 2021. Il Vaticano ha attivato i propri canali diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il «ddl Zan», ovvero il disegno di legge contro l'omotransfobia. Secondo la Segreteria di Stato, la proposta ora all' esame della Commissione Giustizia del Senato (dopo una prima approvazione del testo alla Camera, lo scorso 4 novembre), violerebbe in «alcuni contenuti l'accordo di revisione del Concordato». Si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati - o almeno, senza precedenti pubblici -, destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell' iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso). A muoversi è stato monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. In sostanza, il ministro degli Esteri di papa Francesco. Lo scorso 17 giugno l'alto prelato si è presentato all' ambasciata italiana presso la Santa Sede e ha consegnato nelle mani del primo consigliere una cosiddetta «nota verbale», che, nel lessico della diplomazia, è una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata. Nel documento - pur redatto in modo «sobrio» e «in punta di diritto» - le preoccupazioni della Santa Sede: «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato - recita il testo - riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall' articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato». Un passaggio delicatissimo. Questi commi sono proprio quelli che, nella modificazione dell'accordo tra Italia e Santa Sede del 1984, da un lato assicurano alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» (è il comma 1); e, dall' altro garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (il comma 2). E sono i veri nodi della questione. Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la sopracitata «libertà di organizzazione» - sotto accusa ci sarebbe, per esempio, l'articolo 7 del disegno di legge, che non esenterebbe le scuole private dall' organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia -; ma addirittura attenterebbero, in senso più generale, alla «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. Nella nota si manifesta proprio una preoccupazione delle condotte discriminatorie, con il timore che l'approvazione della legge possa arrivare persino a comportare rischi di natura giudiziaria. «Chiediamo che siano accolte le nostre preoccupazioni», è infatti la conclusione del documento consegnato al governo italiano. Il giorno stesso, a quanto risulta al Corriere, la nota sarebbe stata consegnata dai consiglieri dell'ambasciata italiana presso la Santa Sede al Gabinetto del ministero degli Esteri di Luigi Di Maio e all' Ufficio relazioni con il Parlamento della Farnesina. E ora si attende che venga portata all' attenzione del premier Mario Draghi e del Parlamento. Ma cosa potrebbe succedere adesso? In teoria, stando al Concordato, potremmo essere davanti anche all' ipotesi in cui, di fronte ad un problema di corretta applicazione del Patto, si arrivi all' attivazione della cosiddetta «commissione paritetica» (prevista dall' articolo 14). Ma è presto per trarre conclusioni. L' unica cosa certa è che siamo oltre ad una semplice moral suasion. Il punto, come detto, riguarda proprio il «livello» su cui la Santa Sede ha deciso, questa volta, di giocare la partita. Le critiche della Chiesa al «ddl Zan» non sono certo nuove. Sul tema la Cei è già intervenuta ufficialmente due volte: la prima nel giugno del 2020 («Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio», dissero all' epoca i vescovi); e la seconda non più tardi di un mese e mezzo fa («Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza», era stata la nota del presidente Gualtiero Bassetti). Per non parlare delle singole prese di posizione («È un attacco teologico ai pilastri della dottrina cattolica», ha affermato di recente, per esempio, il vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta). Ma si è sempre trattato di pur legittime prese di posizione «esterne», «politiche». Come le tante, dirette e indirette, cioè mediate dai partiti di riferimento, registrate negli anni (nel 2005 il cardinal Ruini arrivò a schierarsi pubblicamente a favore dell'astensionismo nel voto referendario sulla fecondazione assistita). Ma mai si era attivata la diplomazia. Mai lo Stato Vaticano era andato a bussare alla porta dello Stato Italiano chiedendo conto, direttamente, di una legge.

Il colpo "segreto" che ha paralizzato i Dem. Francesco Boezi l'11 Luglio 2021 su Il Giornale. Una singola nota verbale del Vaticano ha mandato in confusione democratici e laicisti non solo sul Ddl Zan, ma su tutta la narrazione ultra-progressista. Un colpo ben assestato. Una mossa capace di animare il dibattito, rendendo in salita l'approvazione del Ddl Zan: se l'intenzione del Vaticano era quella di complicare l'iter del disegno di legge più discusso del momento, quel proposito ha avuto un seguito di tutto rispetto. Dalla nota diplomatica in poi, la politica ha avuto un bel da fare. Con una postilla: la Santa Sede ha dichiarato di non essere contraria alla legge. Il Vaticano ha, al massimo, domandato modifiche per tutelare la libertà d'espressione prevista anche nell'ambito del Concordato, che è un trattato internazionale che l'Italia ha il dovere di rispettare. Lo ha ribadito anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente Cei, in un'intervista rilasciata a Repubblica: è stata chiesta una rivisitazione, non uno stralcio. E poi quella nota, stando alle intenzioni delle mura leonine, tutto doveva essere tranne che pubblica. Il Partito Democratico è rimasto comunque spiazzato. Il segretario Enrico Letta ha reagito, erigendo una barriera contro cui il Ddl Zan potrebbe schiantarsi. Al Nazareno sono in difficoltà palese. Che i Sacri Palazzi siano maestri di tattica non è mistero. Che certa politica non spicchi per capacità strategica anche. Il clamore che ha accompagna questa fase è indicativo: lo scombussolamento riguarda le stesse certezze su quel provvedimento. Quelle che i Dem non hanno più. Se il Partito Democratico avesse deciso di mediare, oggi racconteremmo un'altra storia. Ma tant'è. Martedì è la giornata clou: quella in cui dovrebbe chiarirsi il destino di una legge che è divenuta il simbolo dello scontro ideologico contemporaneo. Una discussione politica più elastica avrebbe fatto del Ddl Zan un argomento magari perfettibile, ma comunque realizzabile. Il Pd ha deciso che questa possibilità non c'è. Così, la bioetica e i suoi dintorni sono stati elevati a terreno di scontro. Come accade nel quadro polarizzato degli States, dove quasi non si parla d'altro, con tutto quello che ne consegue sul clima. In questa storia, c'è almeno un fraintendimento: Papa Francesco è sempre stato cristallino in materia. Chi pensava che il pontefice fosse un sostenitore della cosiddetta "teoria gender" legge poco o sbaglia i calcoli. Inoltre, la segretezza di quel documento avrebbe dovuto garantire un volo a bassa quota. Qualcuno (c'è chi parla di "manina") ha optato per la pubblicazione: il resto è cronaca. Il Vaticano non voleva irrompere sulla scena - come pensano gli anticlericali - , bensì sollevare alcune questioni, con strumenti appropriati e in punta di penna. Tanto è bastato a mandare in confusione i teorici del "Papa progressista". Gli stessi che sono stati smentiti dai fatti. E che ora non vogliono sentire ragione. I laicisti - dicevamo - hanno replicato con un coro condito dalle consuete punte di anticlericalismo. Il Vaticano ha posto questioni giuridiche e di compatibilità tra un'eventuale legge dello Stato ed il Concordato. Fedez si è domandato "chi ha concordato il Concordato". Sono due metodi diversi: uno, legittimo, che ha alzato il livello dialettico; l'altro, sempre legittimo, ma semplicistico, che fa del furore ideologico il suo substrato. La Santa Sede non sembra temere l'approvazione di una legge che contrasti e sanzioni l'omotransfobia, anzi. Semmai a preoccupare gli ambienti ecclesiastici è proprio il terriccio culturale entro cui si muovono i promotori del Ddl Zan, con le possibili evoluzioni illiberali a fare da sfondo. Una singola nota diplomatica ha mandato in tilt un intero universo ideologico. Diventa legittimo chiedersi, come qualcuno si aspettava, cosa sarebbe accaduto se Papa Francesco avesse manifestato aperto disappunto, affacciandosi su piazza San Pietro.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista.

La nota, gli incontri e il Papa: ecco cosa è successo in Vaticano. Francesco Boezi il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Il Vaticano reagisce al Ddl Zan. Con l'atto formale emerso ieri, la Santa Sede rivendica libertà. Ecco cosa si muove in queste ore tra le mura leonine. Molti si stupiscono perché non se lo sarebbero mai aspettato. Ma l'atto formale con cui il Vaticano è intervenuto sul Ddl Zan, oltre a essere legittimo, è in linea con quanto scritto e detto in materia bioetica (e non solo su quella) durante questo pontificato. La nota verbale di cui si parla in queste ore è un atto formale. Se la Conferenza episcopale italiana avesse espresso un parere non sarebbe stato lo stesso, e non avrebbe fatto il medesimo rumore. Ecco perché, con buone probabilità, la protagonista di questa vicenda è la Segreteria di Stato. Non solo: visto che l'oggetto della discussione è divenuto il Concordato, è normale che a intervenire sia il dicastero presieduto dal cardinale Pietro Parolin. Diviene un discorso di competenze, cosa che Oltretevere è ancora molto sentita.

La scelta dei tempi. Le tempistiche sono un fattore da non sottovalutare in questa storia. Sarebbe stata una "interferenza", come vanno denunciando adesso certi ambienti progressisti, se l'iter parlamentare fosse appena iniziato. Ma il Ddl Zan è già in discussione, e ad oggi più di qualche esponente politico di spessore ha già rimarcato la necessità di approvarlo così com'è. Poi c'è chi come il segretario del Pd Enrico Letta sembra aver cambiato idea in maniera repentina. Il timing dei sacri palazzi, insomma, sembra tenere conto pure della politica e dei suoi tempi. Perché siamo in una fase avanzata.

Quegli incontri nei Sacri Palazzi. Fonti qualificate hanno riferito a ilGiornale.it di incontri che sarebbero avvenuti nei giorni scorsi, in particolare di meeting tra la segreteria di Stato ed esponenti del mondo conservatore. Insomma, qualcuno dotato di un certo peso politico avrebbe insistito con il "ministero degli Esteri" della Santa Sede con motivazioni tagliate sulle criticità del Ddl in oggetto. Altre fonti sostengono che la segreteria di Stato avesse già deciso di agire attraverso una mossa ufficiale, che si sarebbe declinata nelle asserzioni che vengono accostate a monsignor Paul Richard Gallagher. Se ne dicono tante. Certo è un evento raro. E questo forse perché quasi mai una norma aveva messo in discussione il Concordato nella sua stessa impostazione. Almeno stando ai contenuti della nota che sono rimbalzati ieri di quotidiano in quotidiano. L'alto ecclesiastico originario di Liverpool, del resto, avrebbe posto proprio la questione del rispetto del Concordato, che è un architrave della storia diplomatica italiana e vaticana: "Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall'articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato". Tra le frasi che abbiamo avuto modo di leggere, quella sulla libertà garantita alla Chiesa cattolica; è di sicuro tra le più rilevanti. Roma ne fa pure una battaglia di libertà, quindi.

I protagonisti della vicenda e il ruolo del Papa. I protagonisti di questa vicenda sono almeno tre. Il primo è il cardinale Pietro Parolin, teorico e pratico del multilateralismo diplomatico e figura chiave di questo pontificato. Il secondo è monsignor Paul Richard Gallagher, che sarebbe l'autore della nota e dunque il consacrato preposto, pure per via del suo status di segretario per i Rapporti con gli Stati, ad occuparsi in prima persona della faccenda. Infine, Papa Francesco, che molti associano al progressismo ideologizzato (quindi indirettamente ad un presunto riguardo verso qualunque provvedimento provenga da parte progressista), ma che non può non aver letto i contenuti della nota verbale. Questa storia secondo cui il pontefice argentino non verrebbe messo al corrente di alcune prese di posizione ufficiali provenienti dalle mura leonine (o che non le condividerebbe) è ormai un leitmotiv. In termini di procedure tipiche nelle stanze vaticane, però, è sostanzialmente impossibile che un atto del genere venga inoltrato senza la previa visione ed approvazione del pontefice. Vale pure per le benedizioni alle coppie omosessuali che certi ambienti tedeschi vorrebbero approvare. Jorge Mario Bergoglio, sin da quando si è seduto sul soglio di Pietro, ha identificato la cosiddetta "teoria gender" - quella che per i conservatori sarebbe alla base del Ddl Zan - con qualcosa che andrebbe "contro il progetto di Dio". Ipotizzare che Francesco la pensi in un modo e la segreteria di Stato in un altro, dunque, risulta un po' forzato, per usare un eufemismo. Possibile che la Curia viva una fase di scontro interno? Pensare che all'interno del Vaticano esistano sia ecclesiastici favorevoli al Dll Zan sia elementi contrari è del tutto naturale. La Chiesa cattolica, durante questi ultimi decenni, è stata animata da un pluralismo che coinvolgerà in via indiretta anche certi scossoni legislativi che la politica avrebbe intenzione di dare. Questo però non può significare che la segreteria di Stato agisca senza badare al pensiero e alla pastorale del sovrano pontefice.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, via...

Paul Richard Gallagher, il diplomatico vaticano dietro la missiva contro il ddl Zan. Roberto Vivaldelli il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. L'arcivescovo di Liverpool, nominato da Papa Francesco Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, è il firmatario della nota contro il Ddl Zan che sta facendo discutere la politica italiana. Paul Richard Gallagher, 67 anni, è il responsabile della diplomazia del Vaticano, Segretario per i rapporti con gli Stati nominato da Papa Francesco nel 2014. Com'è emerso nelle ultime ore grazie a uno scoop del Corriere della Sera, con un atto senza precedenti nella storia dei rapporti tra Vaticano e lo stato italiano, l'arcivescono Gallagher ha firmato la nota consegnata il 17 giugno scorso nella quale chiede formalmente al governo italiano di modificare il "ddl Zan", ovvero il disegno di legge contro l’omotransfobia. Secondo la Santa Sede, infatti, "alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato". Posizione che ha scatenato il dibattito politico italiano e le prese di posizione dei vari partiti che compongono la maggioranza. Ma chi è Paul Richard Gallagher? Nato a Liverpool il 23 gennaio 1954, frequenta in gioventù il collegio "San Francesco Saverio" di Woolton.

Dal 2014 Gallagher è responsabile della diplomazia vaticana. Dopo il servizio prestato presso l'arcidiocesi di Liverpool, Gallagher si iscrive alla Pontificia accademia ecclesiastica a Roma, la scuola che forma i diplomatici della Santa Sede. Dal 1º maggio 1984 diventa ufficialmente membro della diplomazia della Santa Sede e ricopre incarichi diplomatici per conto del Vaticano in Tanzania, Uruguay e Filippine. Nel 2000 il grande salto di qualità nella sua carriera, quando viene nominato da Papa Giovanni Paolo II inviato speciale con funzioni di Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa. Dopo un'esperienza in Australia come nunzio apostolico nel 2012, nel 2014 diventa Segretario per i rapporti con gli Stati per volontà dell'attuale Pontefice. Come sottolinea il Corriere della Sera, l'arcivescono inglese è "cordiale, simpatico in privato ma blindato in pubblico, pragmatico, molto inglese". Sulla politica estera della Santa Sede ha però le idee chiarissime. Come ricorda proprio il Corriere della Sera, nel recente passato Gallagher si è schierato contro il ritorno del nazionalismo nel mondo: "I nazionalismi scatenati hanno la tendenza ad escludere e il Papa ci invita a fare attenzione ai pericoli insiti nei sovranismi". La Chiesa, sottolineò, "non ha visioni nazionalistiche, apprezza molto l’amor di patria ma questo deve essere condito da un senso di apertura verso gli altri". In Vaticano, è uno dei principali promotori dell'apertura diplomatica alla Cina. Nel febbraio 2020 incontrò, nella cornice importante a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco 2020, Munich Security Conferente 2020, Wang Yi, ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese. "Nel corso del colloquio" riportava il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede "sono stati evocati i contatti fra le due Parti, sviluppatisi positivamente nel tempo". In particolare, si è evidenziata l’importanza dell’Accordo Provvisorio sulla nomina dei Vescovi, firmato il 22 settembre 2018, rinnovando la volontà di proseguire il dialogo istituzionale a livello bilaterale per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese". Una svolta diplomatica fondamentale, della quale l'arcivescovo inglese è stato assoluto protagonista. Ora la nota dell'arcivescovo resa nota dal Corriere della Sera sta facendo discutere la politica italiana, tutta. E non c'è alcun dubbio che - piaccia o meno - le parole del responsabile della diplomazia vaticana peseranno come un macigno nella discussione del Ddl Zan, come dimostra peraltro l'apertura al dialogo da parte del segretario del Pd, Enrico Letta.

Roberto Vivaldelli. Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali,  è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al...

L'arcivescovo e la polemica sul disegno di legge. Chi è Paul Richard Gallagher, il Segretario di Stato del Vaticano della nota contro il ddl Zan. Vito Califano su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Paul Richard Gallagher è arcivescovo e segretario per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. Sarebbe stato lui a muoversi, secondo lo scoop de Il Corriere della Sera, con un documento consegnato all’ambasciata italiana in Vaticano e quindi al ministro degli Esteri, per sollevare le preoccupazioni della Santa Sede in merito al disegno di legge Zan, in esame al Senato, contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo. Il compito ricoperto da Gallagher è quello di una sorta di ministro degli Esteri della Santa Sede. Parla correntemente l’italiano, il francese e lo spagnolo, oltre che all’inglese naturalmente. Gallagher infatti è nato a Liverpool nel 1954. È cresciuto al collegio San Francesco Saverio di Woolton. È stato ordinato sacerdote nel 1977 e ha conseguito il dottorato in medicina presso la Pontificia accademia ecclesiastica a Roma. È membro diplomatico della Santa Sede dal 1984, presso la quale ha cominciato la sua attività in Tanzania, Uruguay e nelle Filippine. È stato membro della diplomazia della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, nominato da Papa Giovanni Paolo II; quindi nunzio apostolico in Burundi, in Guatemala, in Australia. È stato nominato arcivescovo titolare di Holdelm nel 2004. Dal 2014 è Segretario per i Rapporti con gli Stati, nominato da Papa Francesco. Gallagher si sarebbe presentato lo scorso 17 giugno all’ambasciata italiana presso la Santa Sede e al Primo Consigliere avrebbe consigliato una cosiddetta nota “non verbale”. Lo scoop de Il Corriere della Sera, se confermato, configurerà un gesto emblematico, senza precedenti: la prima volta che viene impugnato la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa del 1984. O almeno pubblicamente impugnato. Per la Santa Sede il ddl potrebbe mettere in discussione l’articolo 2 dell’accordo, e in particolare il comma 1 che assicura alla Chiesa “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”; e il comma 2 che garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Altro punto di discordia: l’articolo 7 del disegno di legge che prevede l’istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia che metterebbe in difficoltà le scuole cattoliche e che gli oppositori del ddl hanno strumentalizzato facendola passare come un’occasione di propaganda per la Comunità Lgbtq+. Contro il disegno di legge si era esposta anche la Cei, la Conferenza Episcopale dei Vescovi Italiani, senza arrivare al livello del dibattito configurato dalla “nota non verbale” qualora fosse confermata. Immediata la reazione dei promotori e sostenitori del ddl: la libertà di espressione non viene messa in discussione dal disegno, hanno spiegato, a differenza di chi si rende protagonista di episodi che possano incitare alle molestie e alla violenza. Il ddl mantiene insomma separate la propaganda dall’istigazione, punendo la seconda a differenza della prima.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Il ddl Zan mette a nudo la definitiva debolezza della Chiesa. Carlo Tecce su L'Espresso il 22 giugno 2021. Il Vaticano che impugna il concordato contro il disegno di legge è un atto contro la storia che umilia la Conferenza episcopale e i presunti cattolici in politica. Come è successo in passato, anche stavolta perderà. Il Vaticano che impugna il concordato con lo Stato per chiedere all’Italia di modificare il disegno di legge contro le discriminazioni di genere, più noto come ddl Zan, compie un atto di inedita e ormai definitiva debolezza. Com’è accaduto nell’ultimo mezzo secolo, appena la Repubblica è diventata matura e la società ha cominciato a rimuovere la cappa di oppressione civile con i referendum su divorzio e aborto, anche stavolta la Chiesa è destinata a perdere. Non con l’Italia: con la storia. Il documento ufficiale che il monsignor Paul Richard Gallagher, il ministro degli Esteri di papa Francesco, ha consegnato all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede per protestare formalmente, come ha ricostruito nei dettagli il Corriere della Sera, è un doppio messaggio che si rivolge all’interno più che all’esterno della Chiesa: sancisce il fallimento politico della Conferenza episcopale italiana, sin dal principio del pontificato di Jorge Mario Bergoglio delegata a esercitare la sua influenza (o ingerenza) sui governi e sui partiti; risolve l’equivoco di un Papa troppo progressista (o secolarizzato) che rischia di provocare uno scisma. Francesco si pone come il capo di una organizzazione religiosa che si apre al dialogo col mondo, il mondo nuovo, ma non deroga ai suoi princìpi, ai suoi dogmi, ai suoi scritti. Già sette anni fa, mentre ancora si scopriva il pontefice argentino che scelse il nome di Francesco e una croce di ferro, era palese l’approccio diverso rispetto a Benedetto XVI o Giovanni Paolo II, lo spirito conciliare, il ricordo di Paolo VI. Però Bergoglio non è il liquidatore di ciò che rappresenta il cattolicesimo: “Il pensiero dominante – disse – propone una falsa compassione. Quello che si ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un gesto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica produrre un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono. Aborto, eutanasia e fecondazione: sono risultati di una falsa compassione, come anche lo è usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre”. Bergoglio intervenne dopo la sentenza della Consulta che autorizzava la fecondazione eterologa. Da allora si stima siano nati circa 10.000 bambini.

Quando l’Italia reclamò maggiori diritti, per esempio con il divorzio, la Chiesa schierò la Democrazia cristiana e il segretario Amintore Fanfani che, nel comizio conclusivo della campagna elettorale, si spese con il celebre anatema: “Vostra moglie andrà con la serva”. Dopo il concordato col governo di Bettino Craxi e il lento crollo della prima Repubblica e di uno schema consolidato, ci fu il lungo regno del cardinale Camillo Ruini alla Cei che professò il trasversalismo: non c’erano più un partit0 di riferimento, ma dei politici di riferimento, sparsi ovunque e capaci di muoversi quando serve. Fu così che il Pdl trasformò il caso di Eluana Englaro e l’eutanasia in una profonda e violenta bandiera del centrodestra che ebbe il suo apice quando l’onorevole Gaetano Quagliariello, fra i banchi di Montecitorio, gridò all’omicidio. Il 14 dicembre del 2017, l’Italia si è data una legge, non esaustiva, ma una legge: il testamento biologico, approvato in Senato dal centrosinistra e dagli odierni alleati dei Cinque Stelle. La Chiesa ha scarsa aderenza nei partiti se si va oltre le dichiarazioni alle agenzie di stampa. La Conferenza episcopale italiana ha tentato anche di promuovere un movimento politico cattolico nel mentre condannava Matteo Salvini baciatore di santini e corone. Divisa dalle correnti e lontana dalla realtà, monsignor Gallagher certifica la confusione di una Chiesa che non insegue fedeli, ma fantasmi. 

Il Vaticano contro il ddl Zan. Letta apre al dialogo, ma il Pd blinda la legge. Dem sulle barricate per difendere la norma voluta dal deputato Alessandro Zan contro l'omotransfobia. Quello del Vaticano, che fa ricorso a facoltà previste dai Patti Lateranensi, è di un atto senza precedenti. Simona Musco su Il Dubbio il 22 giugno 2021. Il Vaticano interviene a gamba tesa nel dibattito politico italiano, chiedendo di «rimodulare» il ddl Zan «in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente». Un intervento invocato attraverso una nota verbale informale, consegnata da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato Vaticana, all’Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede il 17 giugno 2021, in quanto il testo violerebbe, in alcuni punti, «l’accordo di revisione del Concordato», come riportato ieri dal Corriere della Sera. Una richiesta che, dunque, ha riacceso il dibattito politico, con il Pd sulle barricate a difendere la norma voluta dal deputato Alessandro Zan per punire violenza e discriminazione contro la comunità Lgbti+ e la Lega che spinge affinché si ridiscuta il testo, a lungo osteggiato in Aula. E in mezzo c’è anche il giallo della “correzione” fatta dalla base del Pd alle parole del segretario Enrico Letta, che si era detto disponibile al confronto. Si tratta di un atto senza precedenti, compiuto dal Vaticano facendo ricorso a facoltà previste dai Patti Lateranensi. «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato — si legge nella nota — riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». Tali commi prevedono che l’Italia assicuri alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica». Inoltre, garantisce ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni «la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». La norma, secondo il Vaticano, metterebbero in discussione la «libertà di organizzazione», attentando, più in generale, alla «libertà di pensiero» della comunità dei cattolici. Sotto accusa, in particolare, l’articolo 7 del disegno di legge, «che non esenterebbe le scuole private dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la trasnfobia e attenterebbe alla libertà di pensiero della comunità dei cattolici». In un primo intervento a Radio Anch’Io, il segretario del Pd, Enrico Letta, si è detto aperto «al confronto in Parlamento», dicendosi disponibile a guardare «con il massimo spirito di apertura ai nodi giuridici, pur mantenendo un favore sull’impianto perché la norma è di civiltà per il nostro Paese». Parole alle quali hanno subito replicato il presidente della Commissione Giustizia al Senato Andrea Ostellari e il leader del suo partito, Matteo Salvini. «La mia proposta è sempre valida – ha evidenziato Ostellari -. Riuniamo i presidenti dei gruppi del Senato e i capigruppo in commissione e sediamoci a un tavolo. Le audizioni si possono ridurre. Inauguriamo, finalmente, una fase di confronto, leale e costruttivo». Per il segretario della Lega, l’intervento del Vaticano è di «buon senso»: «Del Ddl Zan – ha sottolineato Salvini – abbiamo sempre contestato il fatto che fosse un bavaglio nei confronti della libertà di opinione, quindi se c’è la volontà di ragionare insieme su un testo che non cancelli la libertà di opinione, ma che tuteli da aggressioni e discriminazioni, noi siamo assolutamente d’accordo». Ma respinge ogni accusa l’autore del ddl, il dem Zan. «Alla Camera sono sempre state ascoltate con grande attenzione tutte le preoccupazioni e, come anche confermato dal Servizio studi Senato, il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, così come quella religiosa. E rispetta l’autonomia di tutte le scuole. L’iter non si è ancora concluso. Vanno ascoltate tutte le preoccupazioni e fugati tutti i dubbi, ma non ci può essere alcuna ingerenza estera nelle prerogative di un parlamento sovrano», ha affermato. Attorno a lui si è stretto subito il Pd, che ha manifestato il proprio sostegno convinto al ddl. «Naturalmente vogliamo leggere con attenzione le carte sui nodi giuridici, che al momento sono solo in un articolo di giornale», affermano fonti del Nazareno, specificando la posizione del segretario Letta. Precisazione che non è passata inosservata tra i leghisti: «Letta parla, e subito dopo fonti del Nazareno correggono le sue parole sulla legge Zan. Già una volta il Pd aveva sfiduciato clamorosamente Letta, quando era a Palazzo Chigi, e recentemente buona parte del partito l’ha smentito sulla tassa di successione come fatto anche dal presidente Draghi. Ora il Partito democratico si prepara a cacciare Letta dalla segreteria?». Contro la presa di posizione del Vaticano si è schierato, invece, il Partito Radicale: «Pur essendo convinti che la repressione sessuale si superi con la liberazione sessuale e non con la repressione penale o con una imposizione culturale di Stato, le ragioni della Santa Sede per chiedere il rispetto del Concordato sono pretestuose – si legge in una nota -. La Santa Sede è preoccupata di dover parlare nelle proprie scuole della Giornata nazionale contro l’omofobia. Ma questo problema non esiste a meno che le scuole private godano di finanziamenti pubblici (da poco raddoppiati!). È difficile rinunciare ai denari pubblici in nome dei propri convincimenti ma è la stessa Chiesa cattolica che insegna che non si può servire Dio e Mammona. E non si capisce perché, se la Santa Sede brandisce il Concordato, come suo diritto, non lo abbia mai fatto lo Stato, come sarebbe stato suo dovere, nei confronti della Santa sede per le politiche dello Ior o per quelle sulla pedofilia», si conclude la nota.

Zan, la bomba di Fico: "Nessuna ingerenza". Francesca Galici il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Alle preoccupazioni sulla contrazione delle libertà di pensiero derivanti dal ddl Zan del Vaticano ha risposto Roberto Fico, ospite di Agorà. La nota verbale della Santa sede allo Stato italiano in cui si manifesta preoccupazione per la limitazione della libertà di pensiero nel caso in cui il ddl Zan venisse approvato nella sua attuale stesura sta facendo molto discutere a tutti i livelli. Dopo le dichiarazioni a favore di social da parte di Fedez e di Elodie, eletti maître à penser del pensiero unico (ma solo su certi temi) si è fatta sentire la voce istituzionale, quella di Roberto Fico. Il presidente della Camera dei deputati è intervenuto nel programma Agorà su Rai3 per difendere il ddl Zan, chiedendo al Vaticano un passo indietro nelle questioni dello Stato italiano. "Come rispondere alla richiesta del Vaticano di modificare il ddl Zan? È molto semplice, il Parlamento è assolutamente sovrano, i parlamentari decidono in modo indipendente quello che vogliono o non vogliono votare", ha dichiarato Roberto Fico. Il presidente della Camera, quindi, ha proseguito: "Il ddl Zan è già passato alla Camera ed è stato votato, frutto di discussione e dibattito nelle commissioni e in Aula, adesso è al Senato e quindi fa la procedura parlamentare normale. Noi come Parlamento non accettiamo ingerenze, il Parlamento è sovrano e tale rimane sempre". Lo Stato Vaticano ha chiesto maggiore attenzione all'Italia sulla base dell'articolo 7 della Costituzione italiana, che dice: "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi". Il Concordato tra Stato e Chiesa è considerato alla stregua di un trattato internazionale, che regola i rapporti tra i due Stati. Ma a differenza dei normali trattati internazionali, essendo i Patti inseriti nella Costituzione, questi non possono essere modificati unilateralmente senza modificare la Costituzione, ma solo in caso di accordo bilaterale. Infatti, come si specifica nel terzo comma dell'articolo 7 della Costituzione, "le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale". Lo Stato Vaticano si è limitato a ricordare all'Italia l'esistenza del Concordato e, in base a quello, è stato chiesto di verificarne l'accordanza con il ddl Zan. Ma prima di Roberto Fico, è stato Alessandro Zan, primo firmatario della legge che porta il suo nome, parlare di ingerenze dal suo profilo Twitter: "Vanno ascoltate tutte le preoccupazioni e fugati tutti i dubbi, ma non ci può essere alcuna ingerenza estera nelle prerogative di un parlamento sovrano".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Da lastampa.it il 23 giugno 2021. Draghi ha iniziato a rispondere alle richieste dei senatori. Tra le tante domande, la risposta più attesa è quella annunciata ieri sul caso del concordato tra Italia e Vaticano: «Mi preme ricordare che il nostro è uno stato laico, non è confessionale, quindi il parlamento ha tutto il diritto di discutere e legiferare. Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa». Specificando come «la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso. La laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Poi ribadisce brevemente la posizione del governo italiano sulla situazione dell’Ungheria e la legge contro l’omosessualità: «Ieri l'Italia ha sottoscritto con 16 Paesi europei in cui si esprime preoccupazione per gli articoli di legge in Ungheria in base a cui si discrimina l'orientamento sessuale». E ha esaurito la risposta alle polemiche tornando sul Ddl Zan: «Senza entrare nel merito della discussione parlamentare, che il governo sta seguendo, questo è il momento del Parlamento, non è il momento del governo».

Ddl Zan, il giurista del Concordato: «Nessuna violazione». Ma Draghi non la pensa così. Chiara Pizzimenti su Vanityfair.it il 24/6/2021. «Il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Il Parlamento è libero di discutere e legiferare e il nostro ordinamento è in grado di dare tutte le garanzie verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa». Mario Draghi alla fine è intervenuto sulla questione Ddl Zan-Vaticano ribadendo la laicità dello stato italiano. Una risposta che probabilmente nemmeno serviva per Francesco Margiotta Broglio, giurista fra i più importanti in Italia, a capo della commissione paritetica sul Concordato fra lo Stato italiani e la Santa Sede dal 1984 al 2014. Secondo Margiotta «non c’è alcuna violazione». La nota consegnata da monsignor Gallagher all’ambasciatore Sebastiani dice il Ddl Zan violerebbe l’articolo 2 del Concordato quello in cui si dice che la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa. «Nel Ddl Zan», spiega il professore a Repubblica, «non c’è ingerenza negli affari della Chiesa. Uno dei punti del contendere, da parte dei vescovi, è l’articolo 7 del disegno di legge in cui si prevede l’istituzione della Giornata nazionale contro omofobia e transfobia, con le scuole invitate ad organizzare incontri, attività sul tema. Se è evidente che non si possono obbligare le scuole private “confessionali” a festeggiare questa giornata, è altrettanto evidente che la Chiesa non può certo chiedere allo Stato di non fare leggi che essa, la Chiesa, ritiene contrarie alla propria dottrina cattolica». Al professore pare che il Vaticano ripeta la via e l’esperienza dei referendum su divorzio e aborto, superando i confini degli accordi, non il contrario, e mostrando con questo agire debolezza. «La Chiesa fece fuoco e fiamme prima contro il divorzio e poi contro l’aborto, minacciando la rottura dei patti. Non è successo ed entrambe sono poi diventate leggi dello Stato. Così sarà per il disegno di legge Zan che oltretutto, vorrei ricordare, vieta anche ogni discriminazione fondata su motivi razziali o religiosi».

Fedez e Cappato guidano la crociata contro Papa Francesco e le ingerenze del Vaticano sul Ddl Zan. Piero de Cindio su Il Riformista il 22 Giugno 2021. Papa Francesco è stato esautorato dalla base della Chiesa e scoppia la polemica social sul Ddl Zan. A margine della richiesta formale al Governo Italiano attraverso il Segretario per i rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher. Di “rivedere il decreto a contro l’omotransfobia e le disabilità” perché in conflitto con il concordato. L’atto consegnato il 17 giugno ed emerso all’attenzione della cronaca dopo meno di una settimana, ha fatto esplodere migliaia di commenti sulla rete che hanno inveito contro la scelta dello Stato Vaticano di esporsi contro una riforma in itinere nel Parlamento Italiano. Il dibattito derivato dalla discussione di questa notizia ha in poche ore generato su Twitter la bellezza di 12.269 tweets, 209.876 mi piace, 30.960 condivisioni, 10.693 commenti e 5.245 citazioni. “Un dato impressionante che ha rappresentato un colpo molto duro all’immagine della chiesa – dichiara al Riformista Livio Varriale, autore della ricerca – non ci sono commenti positivi nei confronti del Vaticano e questo fa in modo che si oscuri la narrazione delle motivazioni poste in essere dallo Sato comandato da Papa Francesco”. HASHTAGS – Le parole chiave per individuare tali discussioni sui social sono state, oltre a Vaticano, ddlzan e concordato “la maggior parte delle persone non sapeva manco che esistesse il concordato come strumento giuridico di relazione tra Stato e Chiesa Vaticana – spiega Varriale – bene però che questa polemica abbia insegnato qualcosa di nuovo alla massa. Oltre all’hashtag LGBT e Chiesa, rimbalza all’occhio quello di Emanuela Orlandi e questo dimostra che il livello di aggressività e di strumentalizzazione nei confronti del clero abbia avuto anche toni accesi che fanno riferimento ad una delle peggiori pagine della storia Vaticana”. 

LIKES – Ad avere la meglio in termini di like e condivisione, il marito di Chiara Ferragni, Fedez, che ha incalzato quanto lasciato dopo le polemiche del primo maggio dove fece un endorsement pubblicamente contro coloro che ostacolavano il percorso di approvazione del Decreto. Marco Cappato, attivista per l’eutanasia in Italia, quest’ultima osteggiata proprio dal Vaticano, ha raccolto consensi posizionandosi al secondo posto. Al terzo c’è invece Vladimir Luxuria, rappresentante del mondo LGBT in Italia, insieme all’avvocato attivista per i diritti della categoria Cathy la Torre ed allo stesso Alessandro Zan. 

MENZIONI – “Dalle menzioni è possibile capire quali sono stati i personaggi inghiottiti dalla polemica indipendentemente dalla parte assunta” Spiega Varriale “Il Corriere ha fornito la notizia di riferimento, seguito dalla Repubblica e Fatto Quotidiano mentre Fedez per la seconda volta coglie un’occasione ghiotta per rappresentare i suoi interessi anticlericali più volte predicati. Boldrini e Papa Francesco sono le figure politiche più coinvolte, seguiti dal duo del Pd Letta e Zan. Per quanto riguarda la Lega, il trio Salvini, Borghi e Pillon si conferma il bersaglio preferito dalla massa su questioni afferenti le tematiche LGBT, mentre chiude la classifica dei top 20 il pro vita Mario Adinolfi che ha avuto posizioni sempre molto nette contro Ddl Zan”. 

Piero de Cindio. Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format

"Fedez ha detto fesserie. Il Vaticano paga le tasse, ecco le cifre". Fabio Marchese Ragona il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Il presidente dell'Apsa smentisce il rapper: "È disinformato, nel 2020 oltre 5 milioni di Imu". Nella polemica sul Concordato tra Italia e Santa Sede, con il Vaticano che ha chiesto al Governo la rimodulazione del testo Zan, si è inserito anche il rapper Fedez che da tempo sostiene pubblicamente il ddl. Il re del tormentone estivo, ha lanciato dal suo profilo Instagram, che conta 12,6 milioni di followers, accuse al Vaticano sul tema degli immobili. «Amici», ha chiesto con ironia il cantante ai suoi seguaci, «voi avevate concordato qualcosa? Non avevamo concordato, amici del Vaticano, che ci davate delle tasse arretrate sugli immobili e che l'Unione Europea ha stimato in cinque miliardini o forse di più? In realtà non si sa, perché avete perso il conto degli immobili, ne avete troppi». Affermazioni che non vanno giù a monsignor Nunzio Galantino, presidente dell'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica che gestisce gli immobili della Santa Sede.

Monsignor Galantino che cosa risponde a Fedez?

«L'unica risposta che si può dare a una persona disinformata sono le carte, i fatti. Non so se lo faccia per ignoranza o per malafede. Non ci sono alternative. A fronte di affermazioni che lui non può documentare, io posso invece documentare che il Dicastero che presiedo paga».

Avete pagato?

«Nel 2020 l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha pagato 5,95 milioni di euro per l'Imu e 2,88 milioni di euro per l'Ires. A queste vanno aggiunte le imposte pagate da Governatorato, Propaganda Fide, Vicariato di Roma, Conferenza Episcopale italiana e singoli enti religiosi. Nel 2019 abbiamo pagato oltre 9 milioni e 300 mila euro. Ed è tutto documentato! Poi se si vuole andare in processione con Fedez, si vada pure. Il problema è che qualcuno, pur sapendo queste cose, continua a dire che la Chiesa non paga...»

Fedez parla di miliardi di euro di arretrati...

«Chi dice che il Vaticano ha evaso 5 miliardi di Imu allo Stato non offre nessun dato che permetta di verificare questa affermazione. Da chi denuncia la rilevante somma che il Vaticano avrebbe evaso bisognerebbe farsi dire: in base a quale legge, su quali immobili e in riferimento a quale periodo è stato quantificato il debito del Vaticano? Bisogna ribadire che sugli immobili dati in affitto quelli che rendono davvero da sempre le imposte vengono pagate senza sconti o riduzioni. In passato, le polemiche furono alimentate perché l'Ici prevedeva l'esenzione per gli immobili degli enti senza scopo di lucro, integralmente utilizzati per finalità socialmente rilevanti (come scuole, mense per i poveri o centri culturali). È da sapere che l'esenzione non riguarda solo la Chiesa, ma tutte le Confessioni religiose, i partiti, i sindacati ecc. Ho persino chiesto a coloro che fossero a conoscenza di evasione da parte di enti ecclesiastici, di denunciarli subito alle competenti autorità, assicurando il mio appoggio».

Perché secondo lei Fedez ha fatto queste affermazioni?

«Bisognerebbe chiedere a lui, è difficile dare spiegazioni, io non lo conosco nemmeno, non so chi sia, lui può fare quello che vuole, ma chi lo ascolta deve sapere che almeno su questo argomento ha detto cose che, nella migliore delle ipotesi, non conosce. Perché a fronte delle mie parole ci sono dei fatti e ho le prove per smentirlo. La gente decida se vale più un documento o la parola di Fedez...»

La questione degli immobili vaticani è terreno fertile per chi vuol fare polemica...

«A metà luglio pubblicheremo il bilancio dove ci sarà elencato il numero degli immobili, in Italia, all'estero, ecc. e così saranno serviti anche questi benpensanti».

Forse il problema è che in passato la Chiesa non rendeva tutto pubblico?

«La responsabilità è anche nostra che talvolta, all'epoca, non abbiamo fatto buona o sufficiente comunicazione...».

Adesso con Papa Francesco le cose son cambiate?

«Dobbiamo riconoscerlo, oggi posso dire tu hai detto una fesseria e parli di cose che non conosci. O lo fai in malafede o perché lo ignori. Io ti aiuto a superare la tua ignoranza, se lo accetti o non lo accetti sono problemi tuoi. Grazie a Dio, il tempo del silenzio è finito!». Fabio Marchese Ragona

Ddl Zan, la vergogna di Fedez: se non la pensi come lui ti insulta, sfregio e insulti alla Chiesa. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Per il ddl Zan, finché c'è Fedez c'è speranza. C'è sempre un innegabile tempismo nel rapper Federico Lucia, quando si tratta di cavalcare l'onda arcobaleno. Prendete il suo ultimo j' accuse su Twitter. È bastato che il Vaticano, attraverso il cardinale Paul Gallagher ministro degli Esteri del Papa, levasse gli scudi diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il disegno di legge contro l'omotransfobia in quanto violatore dei Patti Lateranensi, che subito Fedez il templare delle minoranze chiassose, insorgesse. E che, armato di tweet e telecamera, muovesse contro i preti a testa bassa: «Il Vaticano che ha un debito stimato di 5 miliardi di euro su tasse immobiliari mai pagate dal 2005 ad oggi per le strutture a fini commerciali dice all'Italia 'guarda che con il Ddl Zan stai violando il concordato». Aggiungendo, inoltre: «E comunque, siamo uno Stato laico. Un'altra cosa, voi potete mettere becco sulle leggi italiane però perchè quando in Italia viene sgamato un pretino pedofilino, il pretino non viene processato dalla giustizia italiana?». A far da eco a Fedez contro il Concordato si alzano voci dal web e quelle di Paola Turci ed Elodie («Ringrazio i miei per non avermi battezzata») in una furiosa giostra anticattolica. Ora, l'intervento della diplomazia vaticana che -rivela il Corriere della sera- esprime "preoccupazione" per una legge dello Stato italiano e che va oltre la semplice moral suasion, è tanta roba. E, nella visione di uno stato laico, c'è poco da confutare nella reazione di Fedez. La Chiesa ha i suoi problemi con immobili e pedofili. Ma il problema è che con quel documento squisitamente giuridico del Vaticano depositato all'ambasciata italiana, il Fedez-pensiero c'entra come i cavoli a merenda. È parlare due lingue diverse, è come chiedere un giudizio sul Recovery e sentirsi rispondere sui gol di Insigne. Tra i commenti che plaudono al rapper ne estraggo due controcorrente: «Attenzione a parlare del Concordato, perché è citato nella nostra Costituzione all'art 7 (Patti lateranensi). Ti supporto in tante battaglie, compreso il ddl Zan, ma parlare del Concordato vuol dire parlare della Costituzione. Occhio a non fare il passo più lungo della gamba». E ancora: «Non condivido la posizione del Vaticano, questo accostamento non ha molto senso. Che la Chiesa cattolica sia portavoce di una grande fetta della popolazione italiana è un dato di fatto, la democrazia è anche questo». Sono due giudizi emblematici. È esattamente questo il senso: il rispetto dell'opinione altrui e il tracciato della democrazia da cui Fedez tende a deviare pericolosamente. Tra l'altro, se proprio non si sente minoranza e vuol fare il figo con la forza dei suoi 12 milioni e rotti di followers, la lotta con 1,32 miliardi dei seguaci della Chiesa cattolica sarebbe impari. In realtà la faccenda è tecnica. Per la Santa Sede l'art.7 del ddl Zan non esenterebbe le scuole private dall'organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia e transfobia, violando la "libertà di organizzazione" al comma 1 e 3 dell'art.2-; e attenterebbe alla «libertà di pensiero» dei cattolici. Il che, in punta di diritto, è impeccabile. Suggerisce Gennaro Acquaviva revisore con Craxi del Concordato dell'84: la Chiesa non ha torto, se la libertà e l'autonomia della scuola cattolica vengono messe a rischio nel momento in cui la stessa scuola «viene obbligata a fare qualcosa che va contro la propria coscienza e i propri principi». Qui, la disputa è tra Stati sovrani. Credo che Fedez ne sappia quanto io della discografia di Guè Pequeno o di Fabri Fibra.

Dagoreport il 23 giugno 2021. "La Chiesa non è contro il Ddl Zan e non lo contesta né sul piano teologico né nel merito. Si chiede solo la rimodulazione di due punti caratterizzati da una criticità tecnica affinché siano più facilmente interpretabili". Don Filippo Di Giacomo, giornalista e canonista, interviene sulla ridda di polemiche scatenate dalla pubblicazione della "nota verbale" con cui il Vaticano segnalava al governo le sue perplessità sul Ddl Zan. "Il primo equivoco della vicenda - precisa Di Giacomo - è legato alla natura del documento in questione. Si tratta di una "nota verbale", ovvero il modo usuale con cui le diplomazie si parlano, si confrontano e scambiano osservazioni. Enfatizzarlo come una 'lettera ufficiale' è pura idiozia, anche perché siamo in una fase interlocutoria del dialogo tra due parti, lo Stato italiano e la Chiesa, i cui rapporti sono regolati dall'articolo 7 della Costituzione. Il confronto verte sulla difesa di quegli spazi di libertà religiosa che riguardano non solo i cattolici ma anche ebrei, musulmani e i seguaci di altre confessioni". Gli attacchi di Fedez alla Santa Sede? Il cantante ha berciato: "Il Vaticano non paga le tasse immobiliari e dice che l'Italia sta violando il Concordato". Notizia mezza tarocca visto che, nel 2020, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha pagato 5,95 milioni di euro di IMU, 2,88 milioni per l'Ires senza contare le imposte pagate da Governatorato, Propaganda fide, Vicariato di Roma, Conferenza Episcopale italiana e singoli enti religiosi… "Evidentemente il cantante si considera uno specchio di virtù - ironizza Di Giacomo - In Italia è diffusa un'idea di laicità che fa ridere: della serie, se parla un prete bisogna metterlo a tacere. E' una "laicità" in chiave anti-cattolica. Uno stato laico non interviene, non si intromette e non ha pregiudizi. Negli ultimi mesi, invece, una quindicina di funzioni religiose sono state interrotte mentre si stava pregando per i malati o per le persone bisognose. Alcuni parroci sono stati denunciati solo perché nel bollettino parrocchiale ricordavano, sui temi della sessualità, quel che c'è scritto nel catechismo…". "Si parte sempre dal preconcetto - prosegue Di Giacomo - che ogni volta che parla un prete, stia esprimendo un "no". Mentre sul caso del Ddl Zan si sta solo manifestando, nel rispetto dell'articolo 21 della Costituzione, una perplessità su due articoli (tra cui quello legato alle sanzioni) non chiari e, dunque, non idonei a garantire la piena libertà di coscienza. D'altronde quel che la Chiesa chiede, cioè una rimodulazione di due passaggi del testo per una più facile interpretazione e una più serena osservazione della legge, è stato espresso anche dagli esperti, tra cui ex presidenti della Corte costituzionale, sentiti dalla Commissione parlamentare". Di Giacomo piccona anche l'apparente monolite di consenso intorno al controverso disegno di legge: "Dieci giorni fa c'è stato un convegno, organizzato da un'associazione Lgbt, dal titolo "Per salvare il Ddl Zan, cambiamo il Ddl Zan". Siamo sicuri che il mondo Lgbt, nella sua totalità, aderisca senza riserve alla proposta?". Resta una questione "politica", tutta interna al Vaticano, sulla diffusione della "nota verbale": chi l'ha data alla stampa? Di Giacomo non ha dubbi: "E' uno sgarbo al Papa. La diplomazia non è un oggetto rococò da mettere in salotto e si muove a un livello in cui la discrezione è sovrana. Come diceva l'arcivescovo Marcinkus 'il Vaticano è un paese abitato da 500 lavandaie'. Quel che va precisato è che chiunque abbia deciso di dare il documento ai giornalisti non è certo estraneo alla gestione Bergoglio. Nella Santa Sede vige uno spoil system totale: da quando è stato eletto, otto anni fa, il Papa ha nominato molte persone, ne ha sostituite altre. E oggi chi ricopre un incarico di responsabilità Oltretevere, è stato scelto da lui…"

Ddl Zan, il paradosso di una legge che va contro la Costituzione: pena aumentata se l'aggressore fosse di colore? Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 01 giugno 2021. «L'odio si combatte con i fatti», dice l'onorevole Alessandro Zan, che è il relatore del disegno di legge che porta il suo nome e inventa aggravanti nel caso di atti violenti e di discriminazione «fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità». E quali sarebbero i fatti con cui si combatte l'odio è presto detto: galera, galera e galera, perché è questo il presidio progressista a tutela delle vittime di quei comportamenti odiosi, la galera e ancora la galera. Non conta che la Costituzione indichi il sesso tra le condizioni che la legge non può considerare per attribuire o revocare diritti, e non conta che un atto violento contro un omosessuale, un transessuale, un sessualmente orientato di qui o di là, o l'istigazione a commetterlo, siano oggi perfettamente punibili: niente da fare, ci vuole questa legge perché la cronaca riporta casi di aggressione ai danni di quelle categorie (brutta parola: ma sono i sostenitori di questa ignominia legislativa a dividere la società in corporazioni sessiste). E così la coppia gay picchiata a Palermo, la lesbica presa a testate a Catanzaro o le bottigliate all'omosessuale pugliese diventano riprove che è indifferibile creare un diritto speciale perché altrimenti quei delitti rimangono impuniti: una bugia bella e buona, confezionata mentre il legislatore ordinario si incarica di spiegare che non intende intervenire sulla libertà di manifestazione del pensiero e sulle «condotte legittime», stabilendo lui, il legislatore ordinario, le ragioni di compatibilità del proprio lavoro con la Costituzione. Per capirsi: domani un'altra maggioranza chiude un giornale scomodo e spiega che però non è mica intervenuta sulla libertà di stampa. Ma facciamo un esempio più scottante. Si ipotizzi che qualcuno denunci un alto tasso di criminalità tra quelli con la pelle scura, e sulla base di questo rilievo proponga un aggravamento di pena per il responsabile del delitto che appartenga a quella categoria: e immaginiamo che nel mettere in legge questa trovata spieghi che la norma non vuole interferire col precetto costituzionale. Bene: cosa fa se non applicare in altra direzione lo stesso criterio del ddl Zan? Alcuni (pochissimi) hanno tentato di spiegare queste cose ai tanti (pochi soltanto ignoranti, moltissimi in malafede) per i quali l'approvazione di questa legge costituisce l'avvenimento capitale del nostro progresso civile, ma non ci sono santi: chi rema contro sotto sotto si compiace della violenza omofoba. Ed è bestemmia l'idea che la contestazione di questo ddl sia sorretta da ragioni altrettanto degne rispetto a quelle agitate da chi ne sostiene l'indispensabilità: ragioni sistematiche e liberali, le prime, che esigono un po' di studio e qualche consuetudine con la prassi democratica, roba antipatica presso i cultori del modello Greta-Fedez-Zan.

Dalla Boldrini a Luxuria, in campo il fronte anti Vaticano. Luca Sablone il 22 Giugno 2021 su Il Giornale. La sinistra sulle barricate contro la Santa Sede dopo le critiche al ddl Zan: "Inaccettabile intromissione della Chiesa, ora acceleriamo ancora di più e aboliamo il Concordato". Non potevano ovviamente mancare infiniti comunicati stampa da parte di esponenti della sinistra, fortemente indignati per la presa di posizione del Vaticano sul ddl Zan. Al governo italiano è stato chiesto di accogliere le preoccupazioni avanzate soprattutto perché si ritiene che siano minacciate la libertà di organizzazione e di pensiero della comunità dei cattolici. A guidare il fronte rosso contro la mossa della Santa Sede è Laura Boldrini, secondo cui l'approvazione del ddl Zan resta assolutamente prioritario: "È una legge di civiltà. Punisce i crimini d'odio per omolesbobitransfobia, misoginia, abilismo e promuove il rispetto. Non c'è rischio per la libertà di pensiero poiché esclude la propaganda di idee". La deputata del Partito democratico si è detta sì disponibile ad ascoltare il Vaticano, ma ha tenuto a ribadire che la decisione finale spetterà al Parlamento: "Ascoltiamo anche il Vaticano, ma il Parlamento è sovrano".

Il Pd non molla. In mattinata Enrico Letta ha provato a blindare di nuovo il testo del ddl Zan: "Noi siamo sempre stati favorevoli a norme molto forti contro l'omotransfobia. Rimaniamo favorevoli a queste norme e al ddl Zan". Ma alla posizione del Vaticano è seguita una sostanziale sottolineatura non indifferente: il segretario del Pd ha aperto a possibili modifiche. "Siamo pronti a guardare i nodi giuridici pur mantenendo un favore sull'impianto perché la norma è di civiltà per il nostro Paese. Il nostro è sempre stato un atteggiamento di apertura", ha dichiarato. Fonti del Partito democratico però tengono comunque a far passare un messaggio piuttosto chiaro: "Il Pd sostiene convintamente il ddl Zan. Naturalmente vogliamo leggere con attenzione le carte sui nodi giuridici, che al momento sono solo in un articolo di giornale". Non molla neanche il senatore dem Andrea Marcucci, che non vuole perdere ulteriore tempo e chiede arrivare rapidamente a una decisione finale: "È sempre tempo di libera Chiesa in libero Stato, non di guerre di religione. Il ddl Zan vada al più presto in Aula, il Parlamento decida autonomamente".

Il fronte rosso anti-Vaticano. Non solo dal Pd. Le dure risposte al Vaticano arrivano in generale dall'area di centrosinistra. Ad esempio per Chiara Appendino, sindaco di Torino, questa è addirittura l'occasione per imprimere una forte accelerata: "Una posizione senza precedenti, il Parlamento è stato votato dal popolo, legittimato giustamente a legiferare e il mio auspicio è che, alla luce di quello che è accaduto con questa lettera, si vada avanti ancora di più rapidamente con tutte le forze politiche che hanno deciso di sostenerlo". Polemiche le parole di Vladimir Luxuria, secondo cui la Santa Sede - intervenendo come legislatore e suggerendo quali sono i punti da modificare - ha compiuto un "enorme passo indietro". Ritiene che sia "una grande bufala" pensare che una scuola privata cattolica debba sentirsi obbligata a parlare di omofobia il 17 maggio, che potrebbe diventare la Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia. Dunque Luxuria invita a proseguire la battaglia per arrivare all'ok definitivo al ddl Zan: "Questo è un banco di prova sul rispetto di un principio costituzionale. Abbiamo fatto grandi battaglie come quella sull'aborto e sul divorzio. Teniamo duro anche su questa". "Uno Stato laico non può subire simili ingerenze e intromissioni", lamenta a gran voce Riccardo Magi. Il deputato di +Europa si è espresso duramente su Facebook dopo la tesi del Vaticano per cui il ddl Zan violerebbe - in alcuni contenuti - l'accordo di revisione del Concordato: "Una cosa mai successa prima, un fatto di una gravità inaudita nel rapporto mai davvero limpido tra l'Italia e il Vaticano. "Ama il prossimo tuo", ma solo se rispetta le loro norme. Noi lo diciamo da decenni e ora lo ribadiamo: aboliamo il Concordato!".

Luca Sablone. Classe 2000, nato a Chieti. Fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. Estrema passione per il calcio, prima giocato e poi raccontato: sono passato dai guantoni da portiere alla tastiera del computer. Diplomato in informatica "per caso", aspirante giornalista per natura. Provo a raccontare tutto nei minimi dettagli, possibilmente prima degli altri. Cerco di essere un attento osservatore in d...

Da "corriere.it" il 22 giugno 2021. «Oggi un ringraziamento speciale va ai miei genitori che non mi hanno battezzata. Grazie». Elodie, con una story su Instagram, prende una posizione chiara in relazione alla vicenda del ddl Zan, dopo le notizie secondo cui il Vaticano ha chiesto di modificare il provvedimento. La cantante, già in passato, aveva manifestato in maniera eloquente le proprie opinioni sul tema. Sui social, davanti al no della Chiesa alle unioni omosessuali, aveva affermato: «Per fortuna la gente continuerà ad amarsi pur non avendo la "benedizione" del Vaticano».

"Grazie ai miei non sono battezzata". Ma Elodie scorda un particolare. Francesca Galici il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Non tutti i sostenitori del ddl Zan si sentono rappresentati da Elodie, che rivendica di non essere stata battezzata con la croce tatuata sul braccio. Da ieri il discorso sul ddl Zan è tornato prepotentemente alla ribalta per la nota con la quale il Vaticano ha chiesto allo Stato italiano maggiore attenzione perché, così com'è scritto, violerebbe il Concordato. La Santa sede ha manifestato seria preoccupazione per la libertà di pensiero dei cattolici ed è divampata la polemica da parte dei sostenitori del disegno di legge a firma di Alessandro Zan, che hanno chiesto meno ingerenza della Chiesa nel processo decisionale dello Stato italiano. Tra loro anche Fedez ed Elodie, i due cantanti sempre pronti a schierarsi dalla parte delle battaglie più social che hanno già ampia eco mediatica e non di quelle che, per esempio, avrebbero bisogno di maggiore visibilità. Il populismo permea i discorsi dei due cantanti, probabilmente all'oscuro dell'articolo 7 della Costituzione, nel quale si specifica che, tra Stato e Chiesa, i "rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi". E, proprio in virtù del Concordato, il Vaticano ha chiesto all'Italia di verificare che il ddl Zan non vada a ledere la libertà e l'autonomia delle scuole cattoliche. Che Elodie si presenti in video con una storia nella quale, con orgoglio, dice "oggi un ringraziamento speciale va ai miei genitori che non mi hanno battezzata", è avulso dal senso del discorso. E lo è al pari di Fedez che chiede alla Chiesa di pagare "5 miliardi di tasse immobiliari". Il battesimo è un percorso personale che non dovrebbe essere utilizzato a fini propagandistici. Le parole di Elodie, che sembra porsi in posizione moralmente superiore rispetto a chi, invece, ha ricevuto il battesimo, hanno indignato molti. E c'è chi ha fatto notare alla cantante la supponenza delle sue parole: "Elodie non è stata battezza, il che la pone al di sopra di ogni battezzato. Cara Elodie, facciamo che se tu sia battezzata o meno ce ne frega poco e niente ma facciamo anche che come vuoi che gli altri rispettino il tuo pensiero tu debba rispettare quello degli altri". Un presupposto che spesso manca in chi sostiene il ddl Zan, soprattutto sui social. Ma è un altro l'elemento che maggiormente stride con il "ringrazio che non mi hanno battezzata". Sul braccio sinistro di Elodie spicca una grande croce, simbolo di cristianità. Appare quanto meno contraddittoria la sua presenza sul corpo di chi rivendica con onore di non aver ricevuto il sacramento del battesimo. E infatti non manca chi glielo fa notare. Uno dei tanti che ha sottolineato questa ipocrisia, dopo aver riportato le sue parole ha aggiunto: "E ha una croce tatuata sul braccio. Dal club degli illuminati de sinistra è tutto, a voi studio". Ma c'è di più, perché anche tra chi spinge affinché venga approvato il ddl Zan c'è chi critica il modo di porsi dei due cantanti: "Si può essere favorevoli al ddl Zan e, allo stesso tempo, non sentirsi rappresentati da Fedez ed Elodie? Rendiamo più maturo il dibattito, please!". Una richiesta più che legittima da parte di chi si è stancato delle strumentalizzazioni social e vuol portare il discorso a un livello più alto, che prescinde dalla smania del consenso.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Tagadà, Antonio Padellaro e il pesantissimo sospetto su Papa Francesco: "Cosa succede lì dentro?". Vaticano e ddl Zan, una bomba. Libero Quotidiano il 22 giugno 2021. Antonio Padellaro ha commentato la notizia della richiesta del Vaticano di modificare il DdlZan, richiesta inviata con una missiva al governo. Un caso enorme, rivelato dal Corriere della Sera: "Interferenza pesante, che pensa Papa Francesco, cosa succede lì dentro?", si chiede il direttore del Fatto Quotidiano, ospite di Tagadà in onda su La7 condotto da Tiziana Panella. Il Vaticano infatti ha chiesto al governo italiano di modificare il ddl Zan, il disegno di legge contro l'omotransfobia ora in commissione Giustizia del Senato, perché "violerebbe in alcuni contenuti l'accordo di revisione del Concordato". Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la "libertà di organizzazione", ma in senso più generale, alla "libertà di pensiero" della comunità dei cattolici. L'intervento della Santa Sede sul governo italiano ha l'obiettivo "non di bloccare" il ddl Zan ma di "rimodularlo in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente", spiegano fonti vaticane.  Questo però ha dato molto fastidio a Padellaro che ci vede una grossa ingerenza del Vaticano nella politica italiana. Il giornalista chiede così il parere del Papa. Nel frattempo al Vaticano ha subito risposto l'autore del disegno di legge: "Il ddl Zan è stato approvato da un ramo del Parlamento a larga maggioranza, e l'iter non si è ancora concluso. Vanno ascoltate tutte le preoccupazioni e fugati tutti i dubbi, ma non ci può essere alcuna ingerenza estera nelle prerogative di un parlamento sovrano". Così Alessandro Zan del Pd su twitter. 

«Così la Santa sede mette in discussione la laicità dello Stato». Il Vaticano contro il ddl Zan, parla la senatrice dem Monica Cirinnà: «Siamo di fronte a una presa di posizione molto netta in una materia che è affidata al Parlamento». Simona Musco su Il Dubbio il 23 giugno 2021. Nessun pericolo per la libertà di opinione – «che è resta distinta da una inesistente “libertà” di istigare alla discriminazione o alla violenza» – e nessun pericolo per l’autonomia scolastica. A dirlo è la senatrice del Partito democratico Monica Cirinnà, tra le più agguerrite sostenitrici della legge presa di mira dal Vaticano. Legge alla quale, a nome dell’intero partito, ribadisce oggi il più incondizionato appoggio. «Sicuramente ci sono dei profili molto delicati di tenuta del principio di laicità dello Stato – dice al Dubbio -. Mi auguro non si arrivi ad una crisi diplomatica».

Come giudica l’intervento del Vaticano sul ddl Zan?

Mi fa riflettere molto, come cittadina e come rappresentante delle istituzioni repubblicane, che la Santa sede senta la necessità di pronunciarsi in modo così duro su una legge che ha il solo obiettivo di proteggere le persone da discriminazione e violenza.

L’autonomia legislativa e la laicità dello Stato sono messe in discussione?

Siamo di fronte a una presa di posizione molto netta in una materia che, al momento, è affidata al Parlamento, avvenuta in forme inedite e con un’intensità senza precedenti nella storia della Repubblica. Come tale deve essere valutata, alla luce del principio costituzionale di laicità e della lettera dell’articolo 7 della Costituzione. Sarà necessario riflettere su quanto accaduto, anche al di là degli stretti profili di merito legati al ddl Zan.

Come risponde alle obiezioni sollevate da Monsignor Gallagher?

La nota vaticana riprende obiezioni largamente diffuse nel dibattito sul ddl Zan. Posso solo rispondere ribadendo che a queste obiezioni è stato dato ascolto e risposta già alla Camera, in sede di discussione e approvazione del testo. Non ci sono pericoli per la libertà di opinione – che è resta distinta da una inesistente “libertà” di istigare alla discriminazione o alla violenza – e non ci sono pericoli per l’autonomia scolastica.

Secondo l’arcigay si tratta di un “attentato alla Costituzione” e di un tentativo di aprire una crisi diplomatica. Secondo lei è davvero così?

Sicuramente ci sono dei profili molto delicati di tenuta del principio di laicità dello Stato. Non so se si arriverà a una crisi diplomatica e sicuramente non me lo auguro. Quel che è certo è che la politica deve essere in grado di dare una risposta equilibrata ma netta, rivendicando il proprio ruolo nel quadro dei principi sanciti dalla Costituzione.

Per coloro che da sempre si sono opposti a questa norma una delle note dolenti è quella che riguarda la scuola. Ci sono margini di trattativa su questioni come questa?

L’articolo 7 del ddl – quello che istituisce la Giornata contro l’omolesbobitransfobia prevedendo anche che possano svolgersi iniziative nelle scuole – è stato modificato alla Camera proprio per ribadire il pieno rispetto del principio di autonomia scolastica. Non ci sono pericoli di sorta. Concentriamoci sull’importanza di prevenire discriminazioni e violenza a partire dalla formazione e dalla cultura, piuttosto che agitare fantasmi inesistenti.

Come influirà questa vicenda sui lavori parlamentari?

La posizione del Partito democratico non muta. È necessario porre fine all’ostruzionismo di queste settimane, portando al più presto il ddl in Aula. È l’ostruzionismo a impedire il confronto democratico sui contenuti, non altro.

Alessio Poeta per “Chi” il 22 giugno 2021. Alessandra Mussolini, negli anni, ha capito che la coerenza appartiene solo a chi non ha idee. Ha abbandonato la politica, ha trovato il suo equilibrio, si è interrogata spesso sul senso della vita e per questo ha scelto di supportare il Ddl Zan. «Non la chiamerei conversione, né redenzione. Sarebbe riduttivo. Io non faccio altro che analizzare le situazioni, senza barriere e senza essere condizionata, in alcun modo, dalle etichette. Eppure, ciononostante, viviamo una realtà così particolare dove la tolleranza non vale per tutti, ma solo per alcuni».

Domanda. La foto pubblicata sui suoi social con scritto Ddl Zan, sul palmo della mano sinistra, ha scatenato il putiferio e fatto il giro del mondo.

Risposta. «Ho aderito a una campagna per una battaglia che considero più che giusta. Niente di straordinario, tra l’altro, visto che è sempre stato il leitmotiv della mia esistenza. Oggi più che mai bisogna combattere tutti assieme le tante discriminazioni che, purtroppo, esistono ancora». 

D. C’è chi sostiene che questa sia una legge che limiti, in qualche modo, la libertà d’espressione.

R. «Sono dell’idea che, in questo caso specifico, la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri».

D. A sposare certe lotte, non ha paura di deludere i suoi sostenitori?

R. «La verità? No! Chi ha apprezzato e condiviso il mio spirito libero e liberale, nonché le tante battaglie fatte, sono sicura che continuerà a farlo. E poi, io, parlo per me in quanto cittadina. Non rappresento, né voglio condizionare nessuno».

D. L’Italia e gli italiani sono pronti?

R. «Occorre iniziare oggi per le generazioni future. Ogni rivoluzione culturale necessita di tempi molto lunghi e su questo dissento da chi vorrebbe cambiare sempre tutto e subito. Se si pensa che ancora oggi la donna viene accompagnata all’altare, dal padre, e viene consegnata al futuro marito...».

D. Fa strano sentirla parlare così visto che, nel 2006 ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta, urlò a Vladimir Luxuria: «Meglio fascista che fr***o».

R. «Usai quell’espressione in risposta a una violenta provocazione sul mio cognome. Non volevo offendere, ma porre fine a una spiacevole discussione».

D. Ha mai chiesto scusa?

R. «Le basti pensare che io e Vladimir, oramai, siamo amiche. Ci troviamo spesso come ospiti nelle stesse trasmissioni televisive e non rinunciamo mai a due risate assieme». 

D. Sarebbe favorevole alle adozioni per le coppie dello stesso sesso?

R. «I bambini abbandonati negli istituti sono la peggiore sconfitta di ogni società. L’amore deve prevalere su tutto».

D. I detrattori delle battaglie arcobaleno usano la Gpa (gestazione per altri, volgarmente chiamata utero in affitto) per seminare dubbi.

R. «Non le nascondo che anche io, su questo argomento spinoso e delicato, nutro molte perplessità. Figuriamoci quando si parla di sfruttamento della donna dietro questa pratica». 

D. Se uno dei suoi tre figli, un domani le rivelasse la propria omosessualità?

R. «Per me conta, oggi più che mai, solo ed esclusivamente la loro felicità». 

D. E si è mai chiesta del perché molte famiglie siano così reticenti nell’accettare la sessualità dei propri figli?

R. «Perché, nonostante tutto, la nostra società non è così aperta come sembra, tanto che talvolta l’omosessualità di un figlio diventa un’onta per tutta la famiglia. Quando poi la sessualità non è nient’altro che la più intima condizione di ogni individuo sulla quale nessuno dovrebbe discutere. Invece oggi mi sembra ci sia una vera e propria ossessione».

D. Quando Platinette dichiara che “inserire l’identità di genere nei programmi scolastici è una violenza”, che cosa pensa?

R. «Mi torna in mente il mio disagio quando da bambina sulla pagella c’era scritto: “Firma del padre o di chi ne fa le veci”. I miei genitori erano divorziati e firmava sempre mia madre e questo non ha idea di quanto mi facesse soffrire». 

D. È più importante l’educazione in casa o nelle scuole?

R. «Senza alcun dubbio quella dei genitori».

D. Questo è il mese dell’orgoglio gay. Ritiene sia ancora utile marciare, tra carri e colori, sulle note di I will survive?

R. «Trovo che musica e colori siano la migliore cura dopo un periodo buio e triste come quello dal quale stiamo faticosamente tentando di uscire. Mi auguro che questo spirito si riversi in ogni manifestazione, politica e non».

D. Se venisse invitata come madrina?

R. «Madrina? Semmai padrina!». 

D. Il politicamente corretto e quest’attenzione maniacale alle desinenze affinché finiscano con la “a”, porterà a qualcosa?

R. «Trovo inutile e anche un po’ ridicolo cambiare al femminile un termine maschile. Non sarà mai questo a eliminare le disparità esistenti. E non è certo per questo che un sindaco, un notaio, un avvocato donna si sentono meno rappresentative della categoria». 

D. Ha mai ricevuto avance da parte di una donna?

R. «No, sempre e solo “disavance”». (Ride).

D. Sono stati più gli uomini o le donne, negli anni, a entrare in competizione con lei?

R. «In modo anche piuttosto preponderante gli uomini e, talvolta, usando anche mezzi abbastanza sleali, ma le dirò: meglio guardare avanti». 

D. E se le chiedessi di guardare al futuro?

R. «Mi fermerei al presente. La pandemia mi ha insegnato a vivere giorno per giorno».

D. E io che pensavo rispondesse, dopo questa intervista, “un ritorno in politica con il Pd”.

R. «Allora, come temevo, la strada che porta all’accettazione dell’altrui pensiero è ancora lunga. Molto lunga». (Sorride). 

D. Quando si guarda allo specchio, oggi, chi vede?

R. «Una donna soddisfatta di ciò che ha realizzato e che, con fatica, cerca di mantenere un atteggiamento di ottimismo nonostante quello che stiamo vivendo da oltre un anno».

D. Si piace?

R. «A fasi alterne». 

D. E se tornasse indietro poserebbe ancora per Playboy?

R. «Certo, a patto che venisse fatto un servizio anche per... Playgirl!».

«Ma io, giurista cattolico, dico: quello del Vaticano non è un atto di guerra». Scontro sul ddl Zan, parla l'ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli: «Siamo all'interno di un rapporto tra due soggetti di diritto internazionale che hanno stipulato un accordo». Valentina Stella su Il Dubbio il 23 giugno 2021. Il professor Cesare Mirabelli, giurista, ex presidente della Corte Costituzionale, è stato Segretario della Commissione per l’attuazione dell’Accordo di revisione del Concordato e per le intese con le altre confessioni religiose. In merito alla nota della Santa Sede inviata al nostro Governo per lanciare un allarme sul Ddl Zan che potrebbe determinare una violazione del Concordato del 1984, Mirabelli dice: «Gli articoli 4 e 7 lasciano troppo margine interpretativo. La Chiesa non può rischiare sanzioni penali se decide di non benedire unioni omosessuali o se una associazione cattolica è formata da persone di un unico sesso».

Presidente in base a quale principio la Santa Sede ha inviato una richiesta formale al nostro Governo di modifica del Ddl Zan?

Non la qualificherei come una richiesta formale di modifica del Ddl Zan. Siamo all’interno di un rapporto tra due soggetti di diritto internazionale che hanno stipulato un accordo e uno dei due segnala all’altro che esiste il rischio che quell’accordo sia violato. Non si tratta di un atto di protesta o di contestazione ma di un gesto di cooperazione. Le pongo una domanda: è intrusivo segnalare il rischio che un patto sia violato? Oppure bisogna aspettare che sia violato per poi contestarlo e aprire un contenzioso? Le note verbali rappresentano uno strumento usuale di comunicazione, di segnalazione di problemi, di formalizzazione di osservazioni o richieste di chiarimenti. Non è una dichiarazione di guerra, ma un tentativo di prevenire un contenzioso. Una reazione diplomatica dopo la presunta violazione sarebbe stata certamente più grave e avrebbe irrigidito di più i rapporti tra i due Stati.

In che cosa potrebbe consistere un contenzioso?

Tutto quello che riguarda la violazione di un accordo di tipo internazionale. Può darsi che lo Stato italiano ritenga che l’accordo non sia violato e allora nascerebbe un conflitto che dovrebbe pervenire ad una composizione amichevole della controversia.

Secondo la Santa Sede il Ddl Zan violerebbe l’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato del 1984. Può spiegare in che termini?

L’articolo 2 sostanzialmente riafferma sul piano bilaterale delle garanzie di libertà che la Costituzione già riconosce: quella religiosa nella forma dell’esercizio del magistero ecclesiastico, dell’insegnamento, della libertà della Chiesa di avere una sua visione antropologica e di manifestarla. E poi anche la garanzia per i cattolici, ma non solo evidentemente per loro, di piena libertà di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

E allora quali sarebbero gli elementi critici?

Soprattutto gli articoli 4 e 7 del Ddl Zan dovrebbero fornire delle garanzie per la libertà di pensiero e religiosa ma in realtà lasciano un ampio margine interpretativo sulle eventuali conseguenze penali. Si può sanzionare una opinione manifestata, una convinzione, una scelta di idee se non è diretta intenzionalmente a determinare atti di violenza? Oppure non si può manifestare una idea che sia difforme da un sentire diverso? Il disegno di legge cerca di garantire la libertà delle scelte e il pluralismo delle idee ma lo fa in una maniera ritenuta non adeguata e non appropriata che mette a rischio penale determinate espressioni, indipendentemente dalla volontà della parte di scatenerà della violenza. Si tratta di un rischio per i cattolici ma anche per tutti gli altri cittadini. È discriminazione, ad esempio, non consentire da parte della Chiesa la benedizione di unioni omosessuali? Questo rientra nella libertà della Chiesa che va garantita. Non ci può essere il rischio di denuncia penale per queste situazioni. Trattandosi di reati occorre davvero la massima chiarezza. L’altro punto sul quale mi pare la nota della Santa Sede faccia delle osservazioni concerne la libertà della scuola culturalmente orientata. Le scuole cattoliche non sarebbero esentate dall’organizzazione della futura Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia. Inoltre, nella scuola pubblica va rispettato l’indirizzo educativo dei genitori. La scuola deve essere un luogo di educazione alla tolleranza e di rispetto della dignità di ogni persona. In generale il rapporto temporale e di contesto tra una posizione culturale e religiosa espressa e l’eventuale successivo atto violento o discriminatorio è assolutamente vago. Addirittura le associazioni cattoliche potrebbero essere perseguite per i ruoli differenti al loro interno tra uomini e donne: immagini che ci sia una associazione che per statuto è formata solo da donne o solo da uomini. È una discriminazione non tollerabile? Può costituire un elemento che sprona alla violenza? Voglio ricordare una cosa.

Prego…

Tempo addietro un giornale ha pubblicato l’opinione di una giurista la quale si riservava di denunciare una università, non appena il Ddl Zan fosse stato approvato, perché un libro di bioetica usato nel corso degli studi aveva posizioni antropologiche rispetto agli omosessuali non conformi alla linea che la legge segue. Fin quando rimangono opinioni o insegnamento vanno contrastati con opinioni ed insegnamenti, non con sanzioni penali. Perciò va garantita la libertà di espressione. Ma mi preme sottolineare un’altra cosa.

Mi dica.

Questo non toglie nulla all’esigenza di assicurare il pieno rispetto delle persone quale che sia la loro condizione o la loro scelta di vita. Non è in gioco la dignità della persona, che deve essere garantita in modo assoluto.

Assodato che la nota della Santa Sede sia legittima, Lei ritiene che sia anche opportuna? Molti l’hanno letta come una ingerenza del Vaticano nei nostri affari.

Non la riterrei una ingerenza se si tratta di una enunciazione rispetto ad un accordo che vincola le parti. Il Parlamento potrà – e a mio giudizio dovrebbe – tenere in considerazione le osservazioni della Santa Sede per valutare il merito delle questioni. Tra l’altro si tratta di temi dibattuti anche nell’ambito dello Stato.

Ci sono dei precedenti come questa nota, non divenuti pubblici?

Non possiamo saperlo ma comunque si tratta di strumento diffuso quello delle note verbali in cui si condensa in un piccolo scritto quello che direi al mio interlocutore.

Ci sono spazi per un’ulteriore revisione del concordato dopo quella del 1984 che, come nel 1946, raccolse il favore sia della maggioranza che dell’opposizione?

Mi pare che il concordato del 1984 abbia funzionato e che ci sia stato un clima di cooperazione come quello attuale che permane tra lo Stato e la Chiesa. Il principio alla base è quello della collaborazione nella distinzione delle competenze.

Concordato Vaticano Italia del 1984, cos’è e perché, secondo la Chiesa, il Dl Zan lo viola. Giampiero Casoni il 22/06/2021 su Notizie.it.  Concordato Vaticano-Italia, perché secondo la chiesa il Dl Zan lo viola: la nota consegnata da monsignor Gallagher allo Stato italiano solleva un vespaio. Concordato Vaticano-Italia, ricordare cos’è e perché secondo la chiesa il ddl Zan lo violerebbe è improvvisamente diventato faccenda cruciale. Lo è nella misura in cui in questi giorni il Vaticano ha formalmente chiesto al governo italiano di modificare il disegno di legge contro l’omotransfobia approvato dalla Camera il 4 novembre del 2020. Ma innanzitutto: perché il Vaticano ha il diritto, non la facoltà, si badi, ma il diritto, di chiedere allo Stato italiano di modificare una sua legge? La risposta sta proprio nella natura del Concordato che si intende violato con il Dl Zan, almeno secondo la dichiarazione ufficiale consegnata dal segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, monsignor Gallagher, all’ambasciata italiana e arrivata fresca e venefica sul tavolo del ministro Di Maio.

Concordato Vaticano-Italia, il Dl Zan viola un “contratto” che risale al 1929. I Patti Lateranensi che si sostanziarono nel Concordato risalgono al 1929, quando il Regno d’Italia decise di porre fine alla “Questione romana” postasi anni prima con il culmine del Risorgimento. Con la presa di Roma resa iconica dall’episodio della Breccia di Porta Pia l’Italia pose fine al potere temporale dei papi, che per mezzo del loro rappresentante di allora, Pio IX, reagirono malissimo e vietarono ai cattolici di partecipare alla politica italiana. L’allora capo del governo Mussolini però aveva (ancora) bisogno di legittimare il fascismo in punto di diritto e consenso, soprattutto per accedere al serbatoio delle associazioni cattoliche giovanili e farne un “balillificio”. Perciò promosse e stipulò i Patti del Concordato con cui Chiesa e Regno d’Italia mettevano a contratto i reciproci rapporti.

Concordato Vaticano-Italia, il Dl Zan e la revisione del 1984. Il Concordato venne poi sottoposto a conferma e revisione nel 1984, quando Bettino Craxi e il cardinale Casaroli rinnovarono l’impegno e ne modellarono l’impalcatura alle mutate circostanze storiche. Insomma, il sunto spiccio è che ci sono cose in cui per legge e non per velleità “invasive” la Chiesa può mettere il naso nelle faccende dello Stato. E perché questa facoltà è stata esercitata a proposito del Dl Zan? Qui la faccenda si fa complicata e in aiuto arriva una “rinfrescata” su cosa disciplina il disegno di legge contro l’omotransfobia. Il Ddl voluto dal dem Alessandro Zan prevede la reclusione fino a 18 mesi o una multa fino a seimila euro nei confronti di chi commette o istiga ad atti di discriminazione. Inoltre prevede anche il carcere da 6 mesi a 4 anni nei confronti di chi istiga o commette violenza: poi, e qui lo snodo giuridico cruciale, prevede l’esercizio dell’azione penale per chi partecipa a organizzazioni che incitano a discriminazione o violenza. Il testo annovera dieci articoli con l’estensione dei cosiddetti reati d’odio per discriminazione razziale, etnica o religiosa a chi compia discriminazioni verso omosessuali, donne, disabili.

Concordato Vaticano-Italia, il Dl Zan viola il “diritto di discriminare”. In buona sostanza e per metterla giù bruta il Vaticano ritiene che il Dl Zan “discrimini il suo diritto a discriminare”, e siccome quel diritto è sancito da una legge precedente e prevalente (Il Concordato) quella successiva (Il Dl Zan) scardinerebbe spirito e legiferato del ‘29 e la conferma dell’84. Ma in quali punti si sostanzierebbe questo peloso paradosso giuridico? Nell’articolo 2 ed ai commi 1 e 3 della versione revisionata del Concordato del 1984. Leggiamo: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”.

Concordato Vaticano-Italia, quali commi viola il Dl Zan. Poi il comma 3 che garantisce “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Ora, dato per assunto che per sua impalcatura etica (discutibile) e per Diritto di Stato Sovrano (inattaccabile) il Vaticano fa un punto di orgoglio ed azione normativa manifestare il pensiero, per singole o associate istanze, secondo criteri che non sono proprio aderenti ed afferenti con la condanna dell’omotransfobia, una legge che vieta la manifestazione di quei sentimenti in realtà vieta al Vaticano di esercitare un diritto sancito da una legge, quella scaturita dall’accordo di Villa Madama, quando Stato e Chiesa “rinnovarono i voti” della pace fatta nel 1929.

Concordato Vaticano-Italia, il Dl Zan, le scuole e la Giornata Nazionale contro l’Omotransfobia. E sulla scorta di questo principio il Vaticano critica anche un altro effetto del Dl Zan: quello per cui le scuole private non sono esentate dal partecipare alla istituita Giornata Nazionale contro l’Omotransfobia. Le scuole cattoliche sono private e il Vaticano non vuole che i suoi spot didattici celebrino una cosa che proprio in forza della sua mistica didattica ritiene che non sia affatto faccenda da festeggiare.

Perché è impossibile abolire il Concordato. Andrea Muratore su Inside Over il 23 giugno 2021. Il Vaticano è entrato in gamba tesa nel dibattito pubblico italiano pronunciandosi ufficialmente sul Ddl Zan-Scalfarotto, il discusso e controverso disegno di legge sull’omotransfobia che violerebbe l’accordo di revisione del Concordato siglato nel 1984 dalle autorità d’Oltretevere e dal governo italiano di Bettino Craxi. Secondo la Santa Sede, infatti, il Ddl sull’omotransfobia andrebbe rivisto (non eliminato, come erroneamente riportato) laddove violerebbe la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1-3 dell’accordo di revisione del Concordato  che assicurano alla Chiesa Cattolica in Italia “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”  e garanzie “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. “Chi ha concordato il Concordato?” è stato il commento del principale alfiere del Ddl Zan nel dibattito pubblico italiano, Fedez, che assieme a diversi esponenti della sinistra progressista ha alzato le barricate contro il Vaticano in una giornata, quella del 22 giugno, che dopo le esclusive rivelate dal Corriere della Sera è stata caratterizzata da un forte tam-tam mediatico e social attorno all’ipotesi radicale di abolizione del Concordato. La nostra società odierna vive chiaramente in una fase contraddistinta dalla fine del mito dei competenti, e questo è palesemente sotto gli occhi di tutti, ma il mondo dei social, degli influencer e dell’immediatezza ha prodotto un fenomeno decisamente inverso, una diffusione generalizzata e spesso dannosa di opinioni semplicistiche, raffazzonate e fuorvianti, molto spesso promosse proprio da coloro che hanno i seguiti più vasti di follower e contatti. Riccardo Magi, deputato di +Europa, è stato il primo esponente delle istituzioni a portare nel dibattito il tema dell’abolizione del Concordato in ritorsione alla mossa senza precedenti della Santa Sede. Una posizione che, come vedremo, è semplicemente inattuabile. In primo luogo perché il Concordato fondato sui Patti Lateranensi del 1929 e sugli Accordi di Villa Madama del 1984, sottoscritto da Italia e Santa Sede, ha un surplus di profondità giuridica e politica, stabilendo di fatto la costituzione della Città del Vaticano come Stato sovrano ed indipendente e trovandosi ad essere un ibrido tra un trattato internazionale e un accordo tra un’istituzione politica e una confessione religiosa come molti stipulati in precedenza dai Papi sin dai tempi di Napoleone. In secondo luogo, perché la Costituzione italiana, all’Articolo 7 (dunque nel pieno dei principi fondamentali dello Stato), tutela con forma speciale l’intesa siglata dal nostro Paese con la Chiesa cattolica e le sue istituzioni. Il fatto che l’Articolo affermi che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” segnala per che motivo la nota vaticana si sia concentrata sulle questioni di merito del Ddl Zan e non sia stata strutturata come un’entrata in gamba tesa rischiosa. Nel 1948 la Costituzione entrò in vigore anche grazie alla mediazione che la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista riuscirono a trovare sull’inserimento del Concordato nella suprema carta, accettato con lungimiranza da Palmiro Togliatti. In sostanza, nota Il Sussidiario, “la Costituzione italiana ha tutelato la realtà considerata parte integrante del sistema di valori civili, morali, politici e religiosi – ovvero la Chiesa: se questo dovesse cambiare in futuro, non è dato saperlo ad ora e di certo non dovrebbe essere il punto di discussione all’interno di un disegno di legge in tema di diritti civili-libertà di opinione”. Infine, vi è una questione d’ordine politico di cui tenere conto. Il Vaticano non ha fatto, in fin dei conti, che esplicitare in termini chiari e precisi quanto già sottolineato dalla Conferenza episcopale italiana, che nelle scorse settimane non aveva chiuso unilateralmente al Ddl Zan ma chiesto solo, semplicemente, che i punti più controversi venissero chiariti e sanati. La nota con l’appello al Concordato è sicuramente dura, ma in sostanza dà applicazione a quanto aveva espresso nelle scorse settimane il cardinale Bassetti, presidente della Cei, che rispetto al ddl Zan contro l’omofobia aveva dichiarato che ci fosse ancora tempo per un “dialogo aperto” per arrivare a una soluzione priva di “ambiguità e di forzature legislative”. E la reazione aperturista di Enrico Letta, segretario di quel Partito Democratico che è il primo propugnatore della nuova legge, alla nota vaticana fa capire che proprio questo è l’obiettivo politico dell’Oltretevere. Il punto, dunque, è sulla lettera del Concordato, sui suoi articoli espliciti, e non sulla ratio di fondo che ne ha giustificato la promozione e la stipulazione. Ogni dibattito da social sugli inviti al governo italiano a recedere unilateralmente da un accordo che regola i rapporti con la principale confessione religiosa del Paese e determina l’indipendenza di uno Stato sovrano per le questioni del Ddl Zan è semplicemente malposto o fuorviante. Sarà la mediazione politica a dover sanare ogni effettivo punto di attrito.

Il sospetto di Bizzarri che asfalta la sinistra: "Ddl Zan scritto male?". Francesca Galici il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Luca Bizzarri si espone domandando se, forse, il ddl Zan non avesse problemi di stesura e contro di lui si è scatenato il fuoco amico. Se anche a sinistra iniziano a esserci dubbi sul ddl Zan, forse un problema effettivamente esiste. E Luca Bizzarri ci ha provato a farlo notare su Twitter con una lucidità invidiabile, la stessa con la quale si è poi dovuto difendere dai kompagni per aver azzardato una critica al disegno di legge di Alessandro Zan, che da ieri è tornato al centro dell'attenzione per l'appunto fatto dal Vaticano sulla possibilità che nella sua attuale stesura violi il Concordato. "Però, dopo mesi, dopo che viene attaccata da destra (evabè, ci sta) da una parte di sinistra, dalle femministe, e ora pure dai preti… Non è che questa legge Zan è, semplicemente, scritta male? Perché a volte i pasticci e gli slogan fanno più danni degli omofobi, temo", ha scritto l'attore sollevando un legittimo dubbio. La legittimità del dubbio e il diritto di critica, però, non fanno parte del mondo radical chic, al quale comunque Bizzarri appartiene. Infatti sono bastati pochi minuti all'attore per ricevere centinaia di commenti, molti dei quali infarciti di populismo spiccio e di poca conoscenza dell'argomento. Diversi anche i personaggi noti che hanno contraddetto Luca Bizzarri, che ha semplicemente espresso un suo libero pensiero in merito al ddl Zan sul quale, forse, i kompagni vorrebbero non ci fosse critica in nome di un concetto democratico molto particolare. A Luca Bizzarri, per esempio, ha risposto Luca Viotti, ex europarlamentare del Partito democratico: "No, caro Luca. Sul #ddlzan decine di giuristi hanno scritto opinioni favorevoli e contrarie. Puoi leggerli, farti un’idea e sostenerla pubblicamente. Fare una domanda su twitter sai bene che non risolverà il tuo dubbio ma, ripeto, creerà polemiche e avvelenerà i pozzi". Quindi Twitter va bene solo per fare propaganda pro ddl Zan per i dem, non per sollevare dubbi? E infatti Luca Bizzarri ha replicato: "Scusa ma sei tu che dici che decine di giuristi hanno scritto opinioni favorevoli E CONTRARIE. Visto che le ho lette, mi chiedo se non sia migliorabile. O quei giuristi con idee contrarie sono tutti dei pericolosi omofobi? Ma perché ogni volta che mi dai torto poi mi dai ragione?". Messo con le spalle al muro, Viotti ha risposto: "Se hai letto quelle opinioni ti sarai già fatto un’idea: la legge va bene o non va bene. Dì liberamente quel che pensi e se pensi che sia 'migliorabile' aiuta il dibattito dicendoci cosa va modificato, quali parti". E Luca Bizzarri ci ha provato a dire la sua sul modo di migliorare il ddl Zan: "Per esempio vorrei sapere se nella legge viene trattato il caso in cui qualcuno possa dirti: 'Puoi partecipare al dibattito ma solo nei modi e nei termini che dico io'". Ma dopo questa domanda, di Viotti, si sono perse le tracce. Luca Bizzarri ha avuto modo di scontrarsi anche con un giornalista che, per aver espresso un dubbio sul ddl Zan, ha accusato l'attore di sostenere le fake news. E la reazione di Bizzarri non si è fatta attendere: "Ma cosa sostengo? Ma quali fake news? Lo ripeto, la reazione pavloviana di quelli come te che se uno non urla immediatamente 'bravo, giusto!' ma si pone semplicemente delle domande sulla soluzione (sul problema siamo tutti d’accordo, spero) sarebbe esilarante, non fosse tragica".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Ma l'ingerenza è un autogol. Marco Zucchetti il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Per anni, chi in Italia ha difeso la sacrosanta libertà di parola e pensiero delle gerarchie ecclesiastiche sui temi etici della politica italiana, ha usato un argomento semplice: la Chiesa fa la Chiesa. Per anni, chi in Italia ha difeso la sacrosanta libertà di parola e pensiero delle gerarchie ecclesiastiche sui temi etici della politica italiana, ha usato un argomento semplice: la Chiesa fa la Chiesa. Ovvero tutela legittimamente il suo magistero, la sua dottrina, anche i suoi interessi. Ma se appelli, prediche e moral suasion sono un diritto, l'atto formale con cui il Vaticano chiede al governo italiano «non di bloccare, ma di rimodulare» il disegno legge Zan è qualcos'altro. Non una discussione fra due istituzioni (e Nazioni, giova ricordarlo), ma una battaglia di carte bollate su una norma, peraltro non ancora promulgata. È il segno che la Chiesa, oltre a fare la Chiesa, torna a sentire l'impulso - covato dai tempi di San Pietro e messo in soffitta dalla breccia di Porta Pia e dal Non expedit - di fare anche lo Stato. Su questo Giornale lo abbiamo scritto molte volte: il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia è divisivo, pasticciato e presenta più di un nodo sulla salvaguardia della libertà di pensiero e sulla propaganda fra i minori a scuola. Posto che queste criticità sono state espresse da un ventaglio molto eterogeneo di categorie, dai comunisti ai vescovi, dalle femministe ai conservatori, davvero serviva al dibattito questa specie di anatema? L'intervento della Santa Sede sposta il centro del discorso. Perché ora non si discetta più di una legge buona o cattiva, ma di chi deve decidere se lo è. E la sensazione è che anche quei liberali che osteggiano il provvedimento siano infastiditi da un'ingerenza così pesante. Gli italiani meritano di essere rappresentati da una classe politica che si prenda la responsabilità di decidere se il ddl Zan fa schifo, è ottimo o è da modificare, senza essere imbeccata o commissariata da un'autorità esterna. Invece lo spettacolo dei partiti in queste ore è penoso. La sinistra degli ultrà arcobaleno che ha fatto muro in Parlamento ora si affretta a dire che è giusto dialogare. I sovranisti che tuonavano contro il «ce lo chiede l'Europa», ora esultano se le richieste arrivano da Oltretevere. Pochi che ricordino un semplice punto: compito degli eletti, a cui spetta il potere legislativo da Costituzione, è ascoltare tutti (dunque anche una Chiesa cristiana cattolica su cui si fonda la cultura nazionale) e poi legiferare in autonomia, salvo assumersi le responsabilità davanti agli elettori delle proprie scempiaggini. E sull'eventuale incompatibilità con i trattati internazionali è la Consulta a doversi esprimere. Fine della querelle dallo stantio sapore Risorgimentale. Invece questa scomposta entrata a gamba tesa senza precedenti polarizza le posizioni, rinfocola le solite accuse da bar alla Chiesa che non paga le tasse e difende i pedofili e riesce nel miracolo di trasformare un provvedimento discutibile nella bandiera dell'indiscutibile primato dello Stato laico. Così che - invece di salvaguardare «la libertà garantita ai cattolici dall'articolo 2 del Concordato» - il Parlamento finirà per approvare la legge per ripicca, e per dimostrare un'orgogliosa autonomia (presunta). Con il risultato che la legge passerà e limiterà la libertà di tutti, non solo dei cattolici. In punta di diritto starà ai giuristi decidere se la protesta è fondata. Ma politicamente è un autogol goffo, ostile e anche un po' fastidioso. Viene da dire che per fortuna chi amministra il Vaticano non viene eletto a suffragio universale: difficilmente verrebbe rieletto. Marco Zucchetti

La nota, gli incontri e il Papa: ecco cosa è successo in Vaticano. Francesco Boezi il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Il Vaticano reagisce al Ddl Zan. Con l'atto formale emerso ieri, la Santa Sede rivendica libertà. Ecco cosa si muove in queste ore tra le mura leonine. Molti si stupiscono perché non se lo sarebbero mai aspettato. Ma l'atto formale con cui il Vaticano è intervenuto sul Ddl Zan, oltre a essere legittimo, è in linea con quanto scritto e detto in materia bioetica (e non solo su quella) durante questo pontificato. La nota verbale di cui si parla in queste ore è un atto formale. Se la Conferenza episcopale italiana avesse espresso un parere non sarebbe stato lo stesso, e non avrebbe fatto il medesimo rumore. Ecco perché, con buone probabilità, la protagonista di questa vicenda è la Segreteria di Stato. Non solo: visto che l'oggetto della discussione è divenuto il Concordato, è normale che a intervenire sia il dicastero presieduto dal cardinale Pietro Parolin. Diviene un discorso di competenze, cosa che Oltretevere è ancora molto sentita.

La scelta dei tempi. Le tempistiche sono un fattore da non sottovalutare in questa storia. Sarebbe stata una "interferenza", come vanno denunciando adesso certi ambienti progressisti, se l'iter parlamentare fosse appena iniziato. Ma il Ddl Zan è già in discussione, e ad oggi più di qualche esponente politico di spessore ha già rimarcato la necessità di approvarlo così com'è. Poi c'è chi come il segretario del Pd Enrico Letta sembra aver cambiato idea in maniera repentina. Il timing dei sacri palazzi, insomma, sembra tenere conto pure della politica e dei suoi tempi. Perché siamo in una fase avanzata.

Quegli incontri nei Sacri Palazzi. Fonti qualificate hanno riferito a ilGiornale.it di incontri che sarebbero avvenuti nei giorni scorsi, in particolare di meeting tra la segreteria di Stato ed esponenti del mondo conservatore. Insomma, qualcuno dotato di un certo peso politico avrebbe insistito con il "ministero degli Esteri" della Santa Sede con motivazioni tagliate sulle criticità del Ddl in oggetto. Altre fonti sostengono che la segreteria di Stato avesse già deciso di agire attraverso una mossa ufficiale, che si sarebbe declinata nelle asserzioni che vengono accostate a monsignor Paul Richard Gallagher. Se ne dicono tante. Certo è un evento raro. E questo forse perché quasi mai una norma aveva messo in discussione il Concordato nella sua stessa impostazione. Almeno stando ai contenuti della nota che sono rimbalzati ieri di quotidiano in quotidiano. L'alto ecclesiastico originario di Liverpool, del resto, avrebbe posto proprio la questione del rispetto del Concordato, che è un architrave della storia diplomatica italiana e vaticana:"Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall'articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato". Tra le frasi che abbiamo avuto modo di leggere, quella sulla libertà garantita alla Chiesa cattolica; è di sicuro tra le più rilevanti. Roma ne fa pure una battaglia di libertà, quindi.

I protagonisti della vicenda e il ruolo del Papa. I protagonisti di questa vicenda sono almeno tre. Il primo è il cardinale Pietro Parolin, teorico e pratico del multilateralismo diplomatico e figura chiave di questo pontificato. Il secondo è monsignor Paul Richard Gallagher, che sarebbe l'autore della nota e dunque il consacrato preposto, pure per via del suo status di segretario per i Rapporti con gli Stati, ad occuparsi in prima persona della faccenda. Infine, Papa Francesco, che molti associano al progressismo ideologizzato (quindi indirettamente ad un presunto riguardo verso qualunque provvedimento provenga da parte progressista), ma che non può non aver letto i contenuti della nota verbale. Questa storia secondo cui il pontefice argentino non verrebbe messo al corrente di alcune prese di posizione ufficiali provenienti dalle mura leonine ( o che non le condividerebbe) è ormai un leitmotiv. In termini di procedure tipiche nelle stanze vaticane, però, è sostanzialmente impossibile che un atto del genere venga inoltrato senza la previa visione ed approvazione del pontefice. Vale pure per le benedizioni alle coppie omosessuali che certi ambienti tedeschi vorrebbero approvare. Jorge Mario Bergoglio, sin da quando si è seduto sul soglio di Pietro, ha identificato la cosiddetta "teoria gender" - quella che per i conservatori sarebbe alla base del Ddl Zan - con qualcosa che andrebbe "contro il progetto di Dio". Ipotizzare che Francesco la pensi in un modo e la segreteria di Stato in un altro, dunque, risulta un po' forzato, per usare un eufemismo. Possibile che la Curia viva una fase di scontro interno? Pensare che all'interno del Vaticano esistano sia ecclesiastici favorevoli al Dll Zan sia elementi contrari è del tutto naturale. La Chiesa cattolica, durante questi ultimi decenni, è stata animata da un pluralismo che coinvolgerà in via indiretta anche certi scossoni legislativi che la politica avrebbe intenzione di dare. Questo però non può significare che la segreteria di Stato agisca senza badare al pensiero e alla pastorale del sovrano pontefice.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario

Il risveglio della Chiesa. Felice Manti il 23 Giugno 2021 su Il Giornale. Eppur si muove. La Chiesa tuona contro le storture del ddl Zan che vincola la libertà di pensiero. Di tutti, non solo dei cattolici. Eppur si muove. La Chiesa tuona contro le storture del ddl Zan che vincola la libertà di pensiero. Di tutti, non solo dei cattolici. Lo fa a sorpresa, senza troppe liturgie, con un atto inusuale che i detrattori del Papa ammantano di fragilità per svilirne la potenza, ovattarne il fragore. E invece è un sussulto d'orgoglio che fa tremare chi pensava di poter addomesticare un pensiero che sopravvive immutato da migliaia di anni. E che risveglia un senso di appartenenza un po' sfiorito sotto i colpi della secolarizzazione, ammonendo tutti che la liquidazione dei cattolici è ancora di là da venire. È come negli anni Settanta, osserva qualcuno, quando la Chiesa ha scommesso contro l'aborto e il divorzio. Ha perso una battaglia, certo. Ma non la sua identità. Con questa nuova scommessa il Vaticano rivendica il suo bottino, la supremazia dei suoi valori non negoziabili, striglia una classe politica imbelle, le ricorda che non si possono mescolare diritti e desideri e superare indenni la traversata del Tevere. Certo, passata la paura per la scossa che ha terremotato il Parlamento, l'armata Brancaleone del ddl Zan ha schierato i suoi cavalli e i suoi alfieri a difesa della laicità dello Stato. Ex sacerdoti sposati con uomini, cantanti convintamente mai battezzati, laici di professione, tutti insieme appassionatamente a sperticarsi di esegesi biblica, a interpretare la parola di Dio al Vaticano e alla Cei, ad ammonire i cattolici, a vagheggiare di una Chiesa profondamente divisa. Come se uno juventino volesse spiegare il tremendismo granata al Grande Torino, e fa già ridere così. Anziché entrare nel merito del ddl Zan e della sua deriva ideologica si ritira fuori il solito distillato anticlericale, «pénsino ai preti pedofili», «e allora l'Imu», «aboliamo il Concordato». Chi lodava il Bergoglio pro immigrazione ora ne reclama l'interferenza, smascherando la sua sulfurea ipocrisia. Puoi parlare finché reciti a memoria il pensiero unico. Ma non praevalebunt, non prevarranno. Non questa volta. La ferita al Paese aperta negli anni Settanta brucia ancora. Per spezzare «in nome del popolo sovrano» un legame deciso a tavolino, senza sentimenti e pieno di violenza, abbiamo svuotato i legami familiari, abusandone fino a codificarli in mediocri contratti. Per togliere al padre padrone qualsiasi diritto sul corpo della donna abbiamo spento la luce a milioni di creature la cui unica colpa è non avere parola, figurarsi diritto di voto. Oggi la risposta è una famiglia frammentata, l'utero che si voleva proteggere si svende al mercato della genetica. Il nuovo, comodo alibi si chiama «omotransfobia», lo spauracchio è la violenza contro gli omosessuali. Fenomeno spregevole, già ampiamente normato e lontano dall'essere un'emergenza, a meno di una difficile alchimia statistica. Lo dice un costituzionalista «laico» come Michele Ainis: «Il ddl Zan è superfluo perché le fattispecie che enumera sono tutte già nel nostro codice penale». Imporre una giornata sulle teorie gender alle scuole elementari, cattoliche o meno, è un abominio. Si vuole manipolare la chimica, la biologia e financo l'italiano per rivendicare una presunta molteplicità di identità di genere, rendere eguali nelle officine dell'ipocrisia le diversità, imbrigliare l'intimità e renderla mutevole in base a una «percezione», indipendentemente da un «percorso di transizione sessuale». Una fictio juris, che inventa una realtà che non esiste. Come sempre la Chiesa, che mette al centro la persona, non i suoi desideri, rivendica una verità cristallina. Eppure, in questi tempi è un atto rivoluzionario, il peso di una croce che solo la Chiesa può sollevare senza il timore di soccombere. Felice Manti

DAGONEWS il 23 giugno 2021. Come riportato nel suo articolo di oggi sul “Corriere della Sera” da Massimo Franco, la diffusione della nota verbale del Vaticano sul DDL Zan è uno sgambetto che colpisce il Papa, ma principalmente indirizzato al Cardinal Bassetti, segretario della Conferenza Episcopale Italiana. A far circolare il documento è stato “il partito di Ruini”, che ha voluto mandare un segnale contro la timidezza e l’immobilismo delle gerarchie ecclesiastiche sul disegno di legge. Tra le mura leonine si vocifera di un messaggio fatto recapitare da Bergoglio direttamente a “Mariopio” Draghi: “Pace con l’Italia”. Un segnale di via libera al DDL Zan che passerà con piccoli ma sostanziali aggiustamenti.

Massimo Franco per il "Corriere della Sera" il 23 giugno 2021. «Se non fossimo intervenuti, rischiavamo un pronunciamento della Cei simile a quella su Joe Biden dei vescovi americani contrari a dare la comunione ai politici che sostengono il diritto all' aborto». La lettura che nel cuore del potere vaticano si dà dello strappo della Santa Sede sulla legge Zan in materia di omofobia rimanda agli equilibri precari nel mondo cattolico; al rapporto complicato tra il papato di Francesco e l'episcopato italiano; e all' insoddisfazione nei confronti del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, e della stampa di area cattolica, accusati sottovoce di eccessiva timidezza. Le rimostranze contro governo e Parlamento dove è in discussione una legge contestata e divisiva vanno filtrate con lenti che non riguardano soltanto le relazioni con Palazzo Chigi, il M5S e una parte consistente della sinistra. La nota di protesta della quale ha dato notizia il Corriere, con l'accusa di violare alcune norme del Concordato, è in primo luogo un modo per ricompattare un'unità in bilico. E riflette la preoccupazione della Chiesa italiana di ritrovarsi con una legislazione che farebbe finire «nel tritacarne delle accuse di discriminazione e omofobia» qualunque sacerdote. D' altronde, erano mesi che cresceva la pressione di alcuni settori dell'episcopato su Bassetti. Si voleva una presa di posizione netta, dura: anche a costo di essere accusati di un'ingerenza di altri tempi. Ma si è aspettato a causa dell'epidemia del coronavirus, e dell'esigenza di non esasperare una contrapposizione sgradita al Papa e scivolosa per le implicazioni politiche. «La Cei aveva parlato due volte, ma con toni troppo accomodanti», si spiega. «Un segnale di debolezza». Esponenti come l'ex presidente della Cei, Camillo Ruini, hanno dato voce a chi voleva un atteggiamento di netta contrarietà. Ai vescovi che lo hanno interpellato, Ruini ha detto che occorreva «battersi nella certezza di avere ragione». Secondo il cardinale, «sarebbe una follia se con la legge Zan si pretendesse di chiuderci la bocca, di non farci insegnare il catechismo. È una legge che non può essere applicata così com' è». La svolta vaticana si è avuta dopo che il 17 giugno scorso l'ambasciatore d' Italia presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, ha ricevuto la nota dalle mani del «ministro degli esteri», l'inglese monsignor Richard Gallagher. Alla fine ha prevalso l'esigenza di battere un colpo, per quanto clamoroso e senza escludere l'eventualità di un irrigidimento delle forze politiche. Nell' iniziativa vaticana si avverte un calcolo: quello di dividere partiti e schieramenti meno granitici nel sostegno alla legge di quanto appaia ufficialmente. La legge Zan è considerata figlia di una fase di governo cementata lungo l'«asse radicaleggiante», viene definito così, tra l'allora premier grillino Giuseppe Conte e l'allora segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Sotto voce, esponenti dei Cinque Stelle e del Pd ammettono che qualche ragione il Vaticano può accamparla. È noto, ad esempio, che in questi mesi si sono consolidati i rapporti tra monsignor Gallagher e il ministro degli Esteri grillino, Luigi Di Maio. Ma si tratta di posizioni che appaiono minoritarie. Anche perché non mancano nemmeno vescovi perplessi dall' iniziativa presa da Gallagher per conto della segreteria di Stato e avallata da Francesco. Il timore è che ridia fiato a chi invoca una disdetta del Concordato; a chi chiede alla Chiesa di pagare gli arretrati sui suoi immobili; e punta il dito contro la pedofilia dei sacerdoti. A caldo qualcuno ha tentato perfino di accreditare la nota della Santa Sede come «uno sgambetto a Bassetti e un dispetto al Papa»: tesi grottesca e insultante nei confronti del pontefice. La realtà è che l’asse giallorosso M5S-Pd ha avuto a lungo sponde potenti nelle gerarchie cattoliche. La confusione delle reazioni che l'iniziativa sta provocando testimonia quanto la mossa arrivata da Oltretevere spiazzi posizioni date per scontate. Al vertice del Pd, che un Ruini defilato definisce in privato «una pagliuzza», il segretario Enrico Letta ha parlato subito della possibilità di ridiscutere alcuni aspetti giuridici del disegno di legge, pur difendendone l'impianto. Il problema è che voci anonime filtrate dal partito hanno ribadito una linea di chiusura totale. Il Vaticano ora fa sapere che l'obiettivo è «rimodulare, non bloccare la legge Zan». Il leader della Lega, Matteo Salvini, schierato con la Cei col resto del centrodestra, con toni moderati ha chiesto di vedere Letta per trovare una mediazione. Ma non sarà facile, con un sistema politico e un mondo cattolico divisi e sfibrati. Forse è un caso ma è in uscita un libro di intellettuali cattolici, tra cui Giuseppe De Rita, Andrea Riccardi e Romano Prodi, ma anche la regista Liliana Cavani, sul declino della Chiesa italiana. Titolo: «Il gregge smarrito».

Fiorenza Sarzanini e Francesco Verderami per "il Corriere della Sera" il 23 giugno 2021. La segreteria di Stato vaticana «auspica che la parte italiana possa tenere in debita considerazione le argomentazioni e trovare così una diversa modulazione del testo continuando a garantire il rispetto dei Patti lateranensi». Eccolo il passaggio chiave della nota verbale consegnata dal cardinale Paul Richard Gallagher il 17 giugno e subito tramessa dall' ambasciatore italiano presso la Santa Sede Pietro Sebastiani al ministero degli Esteri, a Palazzo Chigi e al Quirinale. Ecco la frase che impegna il governo - la «parte italiana» - a trattare. La comunicazione è giunta per via diplomatica, ma non c' è dubbio che il premier fosse già stato informalmente messo a parte dalla Sante Sede del disagio per la possibile approvazione della legge, se è vero - come sottolinea un ministro - che «le note verbali sono elementi abituali, sempre frutto di precedenti incontri». Numerose fonti di governo lo confermano, spiegando come sia «impensabile che il Vaticano abbia formalizzato una posizione così netta senza alcuna avvisaglia precedente. Il tema viene valutato con grande attenzione». E già oggi in Parlamento Mario Draghi dirà che «dovranno essere valutati gli aspetti segnalati da uno Stato con cui abbiamo rapporti diplomatici». Un modo per rispondere alle sollecitazioni vaticane in attesa di trovare - grazie anche al lavoro degli esperti - una soluzione che non appare facile. Il disegno di legge Zan è infatti già stato approvato dalla Camera e l'esecutivo dovrà scegliere la strada per inserirsi nel percorso parlamentare senza «interferire». Secondo la Santa Sede «alcuni contenuti della proposta legislativa avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa e ai suoi fedeli». La norma contestata riguarda la mancata esenzione delle scuole cattoliche dalle attività previste nella Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia. In particolare si stigmatizza «il riferimento alla criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso». Nella nota verbale c' è un passaggio in cui si sottolinea che «ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Proprio sulla base di questa considerazione si sollecita la revisione del ddl Zan. Da qui si dovrà adesso ripartire per sbrogliare la matassa di una legge che aveva già evidenziato profonde divisioni tra i partiti della maggioranza. Una moral suasion da portare avanti con estrema cautela, ma anche con la determinazione di non mettere in discussione gli accordi tra l'Italia e lo Stato Vaticano. La reazione del premier Draghi nel corso della conferenza stampa convocata dopo l'incontro con la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, a chi gli chiedeva che cosa farà il governo, dimostra quanto spinosa sia la questione. «È una domanda importante», ha sottolineato evidenziando la necessità di «rispondere in maniera strutturata». E così confermando l'esigenza di garantire i rapporti con la Santa Sede, di salvaguardare l'indipendenza del Parlamento ma anche di accompagnare l'approvazione di norme che proteggano le libertà. Per questo viene letto come un segnale importante la scelta del ministro per gli Affari europei Vincenzo Amendola di firmare - insieme ad altri 13 Stati membri dell'Unione - una «richiesta di chiarimenti» avanzata nei riguardi dell'Ungheria su alcune leggi approvate in quel Paese che «producono discriminazioni in base all' orientamento sessuale». E finora «non sono arrivati chiarimenti soddisfacenti». Intervenendo oggi in Parlamento, Draghi fornirà chiarimenti lasciando probabilmente intendere che la soluzione non è comunque imminente. Servirà una riflessione approfondita, e il tempo verrà usato per far decantare il clamore. Magari consentendo ai gruppi della larga maggioranza di lavorare a un compromesso su un testo che è diventato terreno di scontro politico. E che peraltro non avrebbe i numeri per essere definitivamente approvato. Si vedrà se la mossa del Vaticano spingerà i partiti verso un accordo. 

l "non possumus" sui diritti scatena la rissa tra partiti. Cosa sono i Patti Lateranensi e cosa c’entrano con il Ddl Zan. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 23 Giugno 2021. È un fatto senza precedenti (almeno quelli noti) la richiesta del Vaticano al governo italiano di modificare il ddl Zan, il disegno di legge contro l’omofobia. Dalla Segreteria di stato – secondo quanto ha rivelato ieri il Corriere della Sera – è partita una nota a firma del segretario vaticano per i Rapporti con gli stati, mons. Paul Richard Gallagher. Nel documento, prontamente inoltrato al governo dall’Ambasciatore italiano presso la Santa Sede – che l’ha ricevuto il 17 giugno – si sottolinea che alcuni passaggi del decreto legge Zan violerebbero “l’accordo di revisione del Concordato” del 1984. Secondo quanto è trapelato la Nota rileva che «alcuni contenuti della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato». Di che si tratta esattamente? Il comma 1 dice: “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”. Il comma 3 stabilisce invece che «è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Il costituzionalista Cesare Mirabelli ha spiegato quali siano le questioni problematiche in una lunga conversazione con VaticanNews, la testata informativa italiana del Dicastero per la Comunicazione. «Non si tratta di contestare o di contrastare la protezione particolare che vuole essere assicurata a determinate categorie di persone», ha spiegato Mirabelli. Gli aspetti rischiosi hanno a che fare con la tutela «della libera espressione di convinzioni che possono essere legate a valutazioni antropologiche su alcuni aspetti. È particolarmente rischioso se la previsione di norme penali possano limitare la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero. Sotto questo aspetto la nota verbale della Santa Sede è una comunicazione che viene fatta, una segnalazione di attenzione per il rischio di ferire alcuni aspetti di libertà che l’accordo di revisione del Concordato assicura. Non si chiedono quindi privilegi». In maniera ancora più specifica il costituzionalista ha notato: «Si deve evitare che ci sia un rischio di sanzionare penalmente espressioni o comportamenti che sono riconducibili a convincimenti, ma che non sono né di aggressione, né di violenza, né di incitazione all’odio, anche se possono altri su queste opinioni fondare le loro condotte». Inoltre un “punto critico” riguarda la libertà della scuola e la libertà educativa dei genitori. «Se varata (la legge Zan, ndr), questo tipo di garanzie, che la legge vuole introdurre, diventa una presenza non allineata con l’impostazione educativa dei genitori o l’orientamento, ad esempio, di istituzioni che possono essere cattoliche, ma anche di altro orientamento culturale, che hanno una diversa identità». Tra le questioni sollevate c’è il fatto che le scuole cattoliche non sarebbero esentate dall’organizzazione della futura Giornata nazionale contro l’omofobia, ma si evidenziano anche timori più generali per la “libertà di pensiero” dei cattolici e anche delle possibili conseguenze giudiziarie nell’espressione delle proprie idee. Sollecitata in proposito, la Sala stampa vaticana ha confermato all’agenzia Ansa l’intervento sul ddl Zan, spiegando che ha l’obiettivo “non di bloccare” il ddl Zan ma di «rimodularlo in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente». Tra i capi-dicastero della Santa Sede, è toccata una domanda, nella conferenza stampa di ieri su tutt’altro tema, al cardinale Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Il porporato ha spiegato genericamente che «certamente c’è la preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi». Sul piano politico, dopo le anticipazioni del Corriere della Sera, sono fioccate le dichiarazioni dei partiti. Il deputato Pd Alessandro Zan non ha dubbi: «Il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, così come quella religiosa. E rispetta l’autonomia di tutte le scuole». Il segretario del Pd Enrico Letta, su Twitter, ha scritto: «Attendiamo quindi di vedere i contenuti della Nota della Santa Sede lì preannunciata. Ma abbiamo fortemente voluto il ddl Zan, norma di civiltà contro reati di odio e omotransfobia e confermiamo il nostro impegno a farla approvare». «Sul ddl Zan io sono pronto a incontrare Letta, anche domani, per garantire diritti e punire discriminazioni e violenze, senza cedere a ideologie o censure, e senza invadere il campo di famiglie e scuole», ha sottolineato il leader della Lega, Matteo Salvini, sempre su Twitter. Il senatore leghista Andrea Ostellari ha precisato che dopo aver sentito la presidente del Senato «ho fatto richiesta formale di acquisire il testo della rilevante nota che lo Stato Vaticano ha inviato alla Farnesina. Ai fini del lavoro che sta compiendo la commissione Giustizia del Senato, è fondamentale conoscere e valutare i rilievi sollevati dalla Santa Sede». Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, dal canto suo rileva che «l’attivazione della diplomazia Vaticana con l’utilizzo del Concordato per cercare di bloccare l’iter della legge Zan al Senato è un qualcosa senza precedenti nelle relazioni tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede, il tentativo esplicito e brutale è quello di sottrarre al Parlamento il dibattito sulla Legge e trasformare la questione in una crisi diplomatica, mettendola nella mani del Governo Draghi per far si che tutto venga congelato». Per Antonio Tajani di FI «non siamo una caserma e ci sarà qualcuno che può pensarla in maniera diversa». Per la ministra della Famiglia Elena Bonetti «c’è un dibattito in Parlamento e Italia Viva porta avanti un’idea di ricomposizione della politica. Per dotare il Paese di una legge che condanni l’omotransfobia va usato il metodo del dialogo tra i partiti, non del dibattito ideologico». Barricadero Nicola Fratojanni, segretario nazionale di Sinistra Italiana: «Occorre che governo e Parlamento reagiscano in modo deciso. E voglio dire al Vaticano che, se vede minacciato il Concordato, allora quel Concordato lo possiamo anche ridiscutere».

La Conferenza episcopale italiana è intervenuta due volte, il 10 giugno 2020 ed il 28 aprile 2021, per ribadire che non serve una nuova legge rispetto alle norme attualmente esistenti che puniscono l’omofobia. Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Bassetti, il 17 maggio, sempre al Corriere della Sera, diceva che «se si ritiene utile una legge specifica contro l’omofobia, va bene», ma occorre “la chiarezza”: perché «così com’è ora è un testo che si presta a essere interpretato in varie maniere e può sfociare in altre tematiche che nulla hanno a che vedere con l’omofobia, gli insulti o le violenze». Ma l’ultima parola spetterà a Mario Draghi. «Domani io sono in Parlamento e risponderò in maniera ben più struttura di quanto possa fare oggi», ha detto il premier a margine della conferenza stampa con Ursula von der Leyen.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Vittorio Feltri e la follia del ddl Zan: "Vietato dire onora il padre e la madre", i Dieci Comandamenti da stracciare. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. “Occhio. Se passa la legge Zan bisogna correggere i dieci comandamenti: non si potrà dire onora il padre e la madre, ma onora il genitore uno e il genitore due. Divertente”. Così Vittorio Feltri in un commento su Twitter ha scatenato la sua proverbiale ironia, centrando però un punto importante. Sul ddl Zan la discussione si è infiammata nuovamente dopo che il Vaticano ha chiesto formalmente di modificare alcuni passaggi che violerebbero il Concordato. Ovviamente si è scatenata una feroce polemica politica, anche se Pd e M5s si sono poi tirati indietro alla Camera, non ponendo la questione a Mario Draghi, che pure aveva fatto sapere di aver preparato una risposta articolata. Si confida che al Senato qualcuno si faccia avanti, anche perché gli italiani pretendono giustamente risposte. Nel frattempo Feltri nel suo editoriale odierno ha espresso il suo punto di vista: “Il Vaticano c’è. È uno Stato che con l’Italia ha firmato un concordato che fissa le regole di buon vicinato. E queste regole vanno rispettate in forma bilaterale”. “Pertanto - ha aggiunto - è da fessi prendersela col monsignor Gallagher, ministro degli Esteri del Papa, soltanto perché dichiara apertis verbis che la legge Zan, di cui si discute da tempo, non è conforme ai patti sottoscritti tra la chiesa e il nostro nevrotico paese. Attaccare i preti, come sta avvenendo, poiché la pensano diversamente dai progressisti è una operazione scorretta sotto ogni punto di vista”. 

Ddl Zan, Vittorio Feltri denuncia la vergogna della sinistra: i compagni che vogliono imbavagliare la Chiesa. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Il Vaticano c'è. È uno Stato che con l'Italia ha firmato un concordato che fissa le regole di buon vicinato. E queste regole vanno rispettate in forma bilaterale. Pertanto è da fessi prendersela col monsignor Gallagher, ministro degli Esteri del Papa, soltanto perché dichiara apertis verbis che la legge Zan, di cui si discute da tempo, non è conforme ai patti sottoscritti tra la Chiesa e il nostro nevrotico Paese. Attaccare i preti, come sta avvenendo, poiché la pensano diversamente dai progressisti è una operazione scorretta sotto ogni punto di vista.  La libertà di opinione è sacra e inviolabile, ed è garantita tra l'altro dalla nostra Costituzione. Quindi le gerarchie ecclesiastiche non possono essere zittite perché esprimono le loro idee circa l'omofobia. Esse, secondo le norme vigenti, sono autorizzate a intervenire sulle questioni etiche senza subire ritorsioni di alcun genere. È assurdo impedire a vescovi e cardinali di osteggiare una leggediscutibile. Personalmente non sono credente e neppure omofobo. Delle abitudini sessuali dei miei simili non mi importa un accidente. Dirò di più, non ho mai conosciuto una persona che detesti gli omosessuali e li combatta come nemici dell'umanità. Non capisco il motivo per cui si debba varare una regola per puni rechi non abbia in simpatia gli omosex, i quali se vengono aggrediti da qualcuno ovvio siano tutelati dal codice penale, come qualsiasi connazionale. Ma è assurdo che menare un invertito sia più grave, e meriti sanzioni più pesanti, che non menare altri cittadini. Gli uomini e le donne sono tutti uguali e meritano lo stesso rispetto. Creare distinzioni tra chi ama i maschi ole femmine è fuori da ogni logica, ciascuno faccia ciò che desidera, non c'è bisogno di creare una graduatoria per stabilire se sia peggio dare un cazzotto a un omosessuale che a un etero. In certe nazioni islamiche si arriva al punto di impiccare quelli che il popolo definisce froci, il che ci ripugna. Ciononostante non si può neppure considerare, come ci accingiamo a fare noi, che gli omofili costituiscano una razza eletta degna di maggior rispetto. Tra l'altro alcuni giorni fa la scrittrice Murgia ha manife stato il suo disgusto nei confronti di Figliuolo, quello dei vaccini, in quanto indossa la divisa militare. E nessuno l'ha rimproverata. Ergo. Gli alpini se ti stanno sulle scatole è una cosa normale, se non apprezzi i trans devi essere condannato. Siamo alla follia. Adesso tocca al Vaticano essere messo sotto accusa perché critica, usando argomenti che non è importante condividere, la legge Zan. Ormai la censura è scatenata e colpisce chiunque non si adegui al conformismo più bieco. Non si tiene neanche conto che gli italiani e gli europei sono tutti pervasi dalla cultura cristiana, la quale abbiamo assimilato in famiglia e a scuola. Come diceva Benedetto Croce: non possiamo non dirci cristiani. 

Ddl Zan, la clamorosa frase "rubata" a Papa Francesco: "Ora me li chiedono tutti", terrorizzato da Sergio Mattarella. Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Un caso deflagrato con lo scoop del Corriere della Sera. Si parla della lettera inviata dal Vaticano alla Farnesina, ossia al governo, in cui viene avanzata la richiesta di fermarsi sul ddl Zan, il contestatissimo disegno di legge sulla omotransfobia contro il quale, ora, piove il veto anche della Santa Sede. Una missiva, quella del Vaticano, che sarebbe dovuta rimanere segreta: risale infatti a giorni fa. Eppure è diventata di dominio pubblico. E, forse, alla Santa Sede era proprio l'obiettivo che volevano raggiungere. Il dibattito, ovviamente, si è infiammato: che ne sarà del disegno di legge tanto voluto dal Pd e tanto osteggiato dal centrodestra, Silvio Berlusconi compreso? E nel frattempo fioccano indiscrezioni, retroscena, illazioni. Papa Francesco sapeva? Il Pontefice condivide? Probabilmente sì, dato che la missiva è vergata dal ministro degli Esteri vaticano, fedelissimo di Bergoglio. E ancora, si legge di spaccature profondissime alla Santa Sede dopo quanto accaduto. Un contesto esplosivo, insomma, nel quale entra a gamba tesa l'irresistibile Osho, ovviamente sulla prima pagina de Il Tempo, il quotidiano capitolino diretto da Franco Bechis, nell'edizione di oggi, mercoledì 23 maggio. In prima pagina, ecco il titolo: "Il Vaticano non fa Zan Zan. No alla legge sull'omofobia". E in calce l'ironia di Osho. Una foto di Papa Francesco, alle sue spalle Sergio Mattarella, e quella frase "rubata" al Pontefice: "Mò questi me chiedono tutti l'arretrati Ici... guarda eh". Insomma, Osho, a modo suo, svela il vero e inconfessabile timore del Papa.

Vaticano contro il ddl Zan, Antonio Socci: Papa Francesco divorzia dalla sinistra, "le vere ragioni dello strappo". Antonio Socci su Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Il fatto che la Santa Sede sia stata costretta a fare un passo diplomatico formale per segnalare al Governo italiano che il disegno di legge Zan, attualmente sotto esame parlamentare, violerebbe il Concordato fra Stato italiano e Chiesa Cattolica sul tema della libertà (attenzione: non si sta parlando di un "privilegio" della Chiesa, ma delle libertà di tutti gli italiani) è un evento eccezionale, che è accaduto raramente e che dovrebbe far suonare un campanello d'allarme. Infatti in questa occasione la Chiesa non entra nel merito di questa o quell'opinione su omosessualità, genere o famiglia, temi su cui ci sono molte idee diverse (di sicuro sotto l'attuale pontificato non sono mai state intraprese particolari "battaglie culturali" in proposito). Ma la Santa Sede ha preso questa iniziativa eccezionale proprio in difesa delle tante sensibilità diverse, cioè in difesa del diritto di libertà che, in Italia, dovrebbe accomunare tutti in base al dettato costituzionale che è recepito nella revisione del Concordato del 1984 fra Stato italiano e Chiesa Cattolica. È curioso che quella Sinistra che applaude il papa ogni volta che interviene su temi politici riguardanti altri stati, non di diretta competenza della Santa Sede, come l'emigrazione, si irriti se la stessa Santa Sede interviene su temi che attengono al Concordato che ha sottoscritto con lo Stato italiano. In particolare la nota diplomatica vaticana richiama l'attenzione del Governo sull'articolo 2, commi 1 e 3, del Concordato. Il comma 1 recita: "La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica". E il comma 3: "È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". La Santa Sede ha voluto porre formalmente all'attenzione del Governo il problema della libertà religiosa, della libertà educativa e della libertà d'opinione a proposito del Ddl Zan - scrive il vaticanista Giuseppe Rusconi - in particolare per gli articoli 1 (identità di genere), 4 (libertà d'opinione), 7 (istituzione della Giornata nazionale sui temi Lgbt) e 8 (la "strategia della Corte Costituzionale, ieri ha ricordato alcuni problemi posti da questa legge che preoccupano la Santa Sede: «Addirittura le associazioni cattoliche potrebbero essere perseguite per i ruoli differenti al loro interno tra uomini e donne. Ancora: un'università cattolica potrebbe essere denunciata penalmente per l'adozione di testi di bioetica, come già c'è chi preannuncia di fare, non ap pena il Ddl Zan sarà approvato». Carlo Giovanardi, già ministro per la famiglia, esulta per l'iniziativa vaticana: «Da mesi stiamo spiegando come quel testo, già approvato dalla Camera, non riguarda affatto violenze o discriminazioni, ma si prefigge l'obiettivo di colpire penalmente chi vuole essere libero di esprimere una opinione e di indottrinare i bambini sin dalle elementari alla ideologia Lgbt». Ma oltre ai politici cattolici e a giuristi come Alfredo Mantovano, autore del libro "Legge omofobia perché non va" (Can tagalli), anche un costituzionalista come Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta ed ex ministro di Grazia e Giustizia, si è espresso per la modifica del Ddl Zan. Perfino un giurista laico come Michele Ainis, editorialista di Re pubblica e L'Espresso, ha sotto lineato le grosse criticità dique sta legge. Probabilmente in Vaticano hanno sperato fino all'ultimo di evitare il passo diplomatico. In questi mesi hanno sperato che il Pd (in particolare il suo segretario, Letta) accettasse il dialogo per concordare con tutti una legge contro l'intolleranza, senza ledere diritti di libertà. Era intervenuta anche la Cei, chiedendo di evitare «derive liberticide» e più recentemente è arrivata a dire che non era necessario cancellare tutta la legge, ma solo correggerla. Ma le Sinistre (Pd, M5S, Leu) - ricorda Giovanardi - «hanno innalzato un muro, opponendosi con arroganza e sicumera ad ogni tipo di confronto, non soltanto con la opposizione parlamentare e la società civile, ma anche con le femministe, che attraverso l'imposizione del gender vedono messe a rischio storiche battaglie per la emancipazione delle donne». Enrico Letta, di fronte alle critiche di alcuni dirigenti Pd, aveva indicato di approvare il Ddl Zan «così com' è». Perché? Si ritiene che - con il crollo del governo giallorosso - il Pd lettiano, smarrito e confuso per l'arrivo del governo Draghi, abbia cercato una qualche vittoria politica per dare un segno di vitalità. Forse fiutando la strumentalizzazione, Italia viva si era dissociata, aprendo alle modifiche del testo della legge. È chiaro perciò che ora l'iniziativa vaticana sia sentita da Letta come una pesante bocciatura per sé. Ma è anche un segnale forte per certi settori "rivoluzionari" del mondo cattolico. Il Pontefice, soprattutto nelle ultime settimane, sembra voler smentire chi finora ha auspicato (o temuto) che volesse ribaltare la Chiesa. Pare che siano in corso - in queste ore - sottili "pressioni" perché il Papa sconfessi la sua Segreteria di Stato. Ma - come dice il professor Mirabelli - «non si può immaginare che un passo di questo genere sia avvenuto senza l'assenso esplicito di Papa Francesco». Tutto può essere, ma una smentita delegittimerebbe lo stesso Pontefice e demolirebbe la Segreteria distato, cioè il governo della Chiesa. A chi ha parlato della nota vaticana come «un dispetto della Curia contro il Papa», ha replicato il sito Il Sismografo (molto vicino alla Segreteria di Stato vaticana e di idee bergogliane) scrivendo: «Una certa stampa che dice di rispettare i cattolici dovrebbe per primo rispettare il Papa e non usarlo per i suoi giochi di potere». Far credere che certe iniziative «accadano alle spalle del Pontefice, non è accettabile» ha aggiunto, «questa narrazione danneggia enormemente il prestigio e la credibilità di Papa Francesco poiché lo fa percepire come un pastore poco lineare, non trasparente, manipolatore del vero e del falso». Invece, per capire il suo pontificato, c'è chi ricorda il magistero di questi anni di Francesco sulla libertà dei popoli, per esempio gli interventi in cui ha messo in guardia dalle «colonizzazioni culturali». Come questa sua omelia: «Si toglie la libertà, si decostruisce la storia, la memoria del popolo e si impone un sistema educativo ai giovani».

Vaticano contro ddl Zan, Pietro Senaldi: "Il Pd? Convinto che Papa Francesco debba comportarsi come loro". Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Il condirettore di Libero Pietro Senaldi sul Ddl Zan e la reazione del Pd: "Il Pd si è perso il Papa, perché al Ddl Zan il Vaticano si è opposto: in base a questa legge noi del Vaticano potremmo essere accusati di essere omofobi e razzisti. Ovviamente, i progressisti, convinti che il Papa tifasse per loro si sono indignati. Direi che siamo al cortocircuito: la sinistra quando qualcuno sostiene qualcosa che gli fa comodo diventa un idolo, sennò diventa un poveretto. Questa è la stessa sinistra che si inginocchia di fronte a Binden, all'Europa, a Macron, quella pronta a cedere la sovranità all'Europa su tutto. I nodi stanno arrivando al pettine: si vuole imporre il proprio pensiero per legge vietando agli altri di esporre le proprie idee. Siamo alle soglie di una dittatura politico-mediatica".

Otto e Mezzo, delirio-Michela Murgia sul ddl Zan: "Se uno viene pestato?". Per lei chi dice "no" vuole nascondere le violenze. Libero Quotidiano il 24 giugno 2021. Nel salottino di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, nella puntata in onda su La7 mercoledì 23 giugno, tiene banco il ddl Zan. Il tutto al termine della giornata in cui in Parlamento, dopo l'intervento del Vaticano contro il disegno di legge, Mario Draghi ha ribadito la laicità dello Stato aggiungendo però che toccherà alle aule decidere sul testo in questione. Insomma, da parte del premier non sembra esserci la volontà di tirare dritto su un provvedimento troppo divisivo per la sua maggioranza. Ed ecco che in studio dalla Gruber campeggia Michela Murgia, la scrittrice rossa e fierissima sostenitrice del ddl Zan, la quale argomenta: "Il termine è nella natura della legge, che istituisce quella omofobica e transfobica, oltre che quella verso i disabili e le donne, come una discriminazione. Quello che non si vuole che venga scritto nero su bianco è che queste categorie subiscono una discriminazione", la spara. "Se uno viene picchiato per strada, si dice che viene picchiato da un balordo e non perché omosessuale o in quanto donna. Nel momento in cui si nega il fenomeno, non si vuole una legge che il fenomeno lo certifica. Quando dicono che vogliono modificare il testo, significa che vuole fermare il testo", sentenzia la Murgia. Insomma, secondo lei l'obiettivo di chi è contrario al ddl Zan è imboscare violenze e discriminazioni. Non, semmai, tutelare la libertà d'espressione che in alcune circostanze sembra essere seriamente minacciata. La Murgia, per inciso, si è distinta nelle ultime ore anche per un intervento su La Stampa, in cui ha messo nero su bianco come, a suo giudizio, la contrarietà del Vaticano al ddl Zan sarebbe dovuta alla paura di "dover insegnare il rispetto delle persone nelle scuole paritarie". Frasi che danno la cifra del personaggio in questione...

Ddl Zan, Michela Murgia contro il Vaticano: "La paura di rispettare le persone" (e quella balla sui licenziamenti). Libero Quotidiano il 23 giugno 2021. Parla di una "entrata a gamba tesa" che non si vedeva "dai tempi non rimpianti della presidenza Cei del cardinal Ruini" del Vaticano sul ddl Zan Michela Murgia. Che in un articolo su La Stampa scrive. Addirittura l'attacco viene, sottolinea la scrittrice dalla "segreteria di stato vaticana, l'equivalente del ministero degli esteri, con una nota a firma del segretario per i rapporti con gli stati". Insomma, prosegue la Murgia. "la percezione è che il ddl zan sia solo l'ennesima arma della guerra che va consumandosi nelle stanze vaticane, dove c'è da mesi la corsa a chi più mette in imbarazzo papa Francesco allo scopo di delegittimarne l'autorevolezza esterna, visto che quella interna è compromessa da tempo". Quindi la scrittrice sinistra lancia una frecciata a Matteo Salvini e Giorgia Meloni: "La parte più retriva dello scenario politico, quella che si fa i selfie con Orban, è già pronta a sfruttare questa lotta intestina, ma il timore fondato è che tutta la politica italiana, sempre intimorita dallo spauracchio curiale, possa essere incline a dar retta alla richiesta di rivedere un disegno di legge che è già frutto di mille compromessi". Ma, attacca la Murgia, "la principale preoccupazione vaticana è che, se la legge viene approvata, le scuole cattoliche non saranno esentate dal dover insegnare il rispetto per le persone, quale che sia la loro condizione e il loro orientamento. Ma perché mai dovrebbe essere diversamente? Perché per una parte del sistema scolastico finanziato dallo stato dovrebbero valere leggi diverse da quelle che valgono per tutti gli altri? Se le scuole cattoliche rivendicano la qualifica di paritarie, sarebbe ora che lo fossero in tutto, non solo quando si tratta di ricevere i fondi pubblici". E conclude durissima: "Purtroppo, anche senza aspettare il ddl Zan, la realtà è che le scuole cosiddette paritarie la discriminazione la praticano già. Se divorzia o va a convivere, chi vi insegna corre già il rischio di poter essere licenziato, nonostante sia anche con le sue tasse che viene garantita l'esistenza degli istituti cattolici all'interno del sistema educativo pubblico". Anche se non è esattamente così. 

Da ansa.it il 24 giugno 2021. Il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Ostellari, ha convocato per mercoledì un tavolo di confronto della maggioranza sul ddl Zan contro la omotransfobia. un passo verso la trattativa dopo la tensione con il Vaticano. “Lo Stato italiano è laico, non confessionale. Concordo pienamente con il presidente del Consiglio Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano”, ha detto anche il Segretario di Stato vaticano Parolin, aggiungendo che la Santa Sede non vuole bloccare la legge ma esprime una preoccupazione su possibili interpretazioni. Il card. Parolin spiega la genesi dell'iniziativa della Santa Sede: "Avevo approvato la Nota Verbale trasmessa all'ambasciatore italiano e certamente avevo pensato che potevano esserci reazioni. Si trattava, però, di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato". Il Segretario di Stato vaticano rileva poi che "l'intervento è stato preventivo proprio per fare presenti i problemi prima che sia troppo tardi. Il disegno di legge è stato già approvato, peraltro, da un ramo del Parlamento. Un intervento solo successivo, una volta cioè che la legge fosse stata adottata, sarebbe stato tardivo. Alla Santa Sede si sarebbe potuto imputare un colpevole silenzio, soprattutto quando la materia riguarda aspetti che sono oggetto di un accordo". Infine spiega perché sia intervenuto il Vaticano e non la Cei: ""La Conferenza episcopale italiana - dice Parolin a Vatican News - ha fatto tutto il possibile per far presenti le obiezioni al disegno di legge. Ci sono state due dichiarazioni in proposito e il quotidiano dei cattolici italiani, Avvenire, ha seguito con molta attenzione il dibattito. Anche la Cei, con la quale c'è piena continuità di vedute e di azione, non ha chiesto di bloccare la legge, ma ha suggerito delle modifiche. Le preoccupazioni della Santa Sede sul ddl Zan sono legate al fatto che "il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo. L'esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com'è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare".  Le preoccupazioni della Santa Sede sul ddl Zan sono legate al fatto che "il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo. L'esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com'è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare".

Ddl Zan, il cardinale Pietro Parolin: "Mario Draghi ha ragione, lo Stato è laico". Libero quotidiano il 24 giugno 2021. Ora, dice la sua il cardinal Pietro Parolin. Si parla ovviamente del ddl Zan, della lettera del Vaticano e di quanto detto alla vigilia in aula alla Camera da Mario Draghi. "Non è stato in alcun modo chiesto di bloccare il ddl Zan. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è", ha rimarcato il porporato. Uno schiaffo alla sinistra, insomma, che ha puntato il dito affermando che la sovranità del Parlamento fosse in pericolo. Quella sovranità che, spiega Parolin, nessuno ha voluto mettere in discussione. Il sottosegretario di Stato in Vaticano, interpellato da Vatican News, aggiunge di condividere le parole di Draghi al Senato: "Lo Stato italiano è laico, non è uno Stato confessionale, come ha ribadito il presidente del Consiglio. Concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali", puntualizza. Tutto chiaro: il Vaticano chiede semplicemente di modificare il ddl Zan poiché violerebbe il Concordato. Parolin, successivamente, si spende nello spiegare le principali preoccupazioni della Chiesa, che sono legate al fatto che "il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo - rimarca Parolin -. L'esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com'è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare", conclude il sottosegretario di Stato.

Chi è Pietro Parolin, lo stratega di papa Francesco. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 25 giugno 2021. Dietro ogni grande statista aleggia l’ombra di abili diplomatici e strateghi lungimiranti, novelli cardinali Richelieu che alla luce dei riflettori del palcoscenico internazionale preferiscono l’anonimato e il buio garantiti dal dietro le quinte, il luogo in cui si decide il film e in cui vengono scritti i copioni degli attori. Nel caso della Chiesa cattolica, unica nell’essere una potenza di cielo, nell’avere un’agenda innatamente votata all’universalità, nel possedere un esercito armato di croci e nell’operare su un orizzonte temporale orientato alla Fine dei tempi, colui che sta suggerendo all’orecchio dell’attuale sovrano di Roma, Francesco, risponde al nome di Pietro Parolin.

Una vita dedicata alla Chiesa. Pietro Parolin nasce il 17 gennaio 1955 nel micro-comune vicentino di Schiavon. Di umili origini – la madre insegnava alle scuole elementari, il padre era ferramenta –, Parolin sperimenta il dolore del lutto a soli dieci anni, perdendo il padre in un incidente stradale. Quattro anni più tardi, nel 1969, all’età di soli quattordici anni, il giovane Parolin riceve la “chiamata” ed entra nel seminario vescovile di Vicenza: sarà l’inizio di una lunga ed ascendentale carriera all’interno della Chiesa cattolica. Dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1980, cioè undici anni dopo l’entrata in seminario, Parolin trascorre i primi tre anni da chierico presso la diocesi di Vicenza. In lui, però, i superiori vedono qualcosa; perciò lo inviano a Roma. Una volta qui, nella capitale d’Italia e nel cuore della Cristianità occidentale, Parolin si iscrive alla Pontificia università gregoriana e viene ammesso alla Pontificia accademia ecclesiastica – è il 1983 –, ovvero la storica scuola di formazione della diplomazia vaticana. Nel 1986, dopo aver conseguito una laurea in diritto canonico presso la Gregoriana, parte alla volta della Nigeria per servire nella nunziatura apostolica ivi operante. Rimarrà a Lagos tre anni, cioè fino al 1989, per poi essere trasferito in Messico. E sarà precisamente qui, a Città del Messico, che il promettente Parolin riuscirà a far sì che il suo nome venga conosciuto a San Pietro, negoziando con il governo messicano il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica e l’apertura di relazioni diplomatiche ufficiali con la Santa Sede – due fascicoli congelati da sessant’anni, ovvero dalla sanguinosa guerra cristera degli anni Venti e Trenta. Raggiunto l’accordo con Città del Messico, Parolin viene richiamato a Roma: per lui c’è un posto all’interno della Segreteria di Stato, l’equivalente vaticano di un ministero degli Esteri, che, naturalmente accettato, ricoprirà fino al 2000.

La scalata ai vertici della piramide pietrina. La guerra fredda è finita e la Chiesa cattolica può e deve trarne vantaggio per espandersi in nuovi territori, evangelizzando laddove, fino ai primi anni Novanta, era stato tanto impossibile quanto impensabile – come la Cina –; questa era l’idea che accomunava Giovanni Paolo II, il futuro Benedetto XVI e anche gli strateghi Tarcisio Bertone e Parolin. Quest’ultimo, mostrando una predilezione per l’Oriente, dopo essere stato investito dal papa polacco del ruolo di sottosegretario agli Esteri della Segreteria di Stato – è il 2002 –, comincia a viaggiare in Asia, gettando le basi per la svolta cinese del Vaticano. Nel 2009 viene nominato nunzio apostolico in Venezuela dall’allora Benedetto XVI. L’obiettivo del pontefice è chiaro: delegare all’abile Parolin la gestione dello spinoso fascicolo Hugo Chavez, con il quale la Chiesa venezuelana è ai ferri corti sin dagli albori del bolivarismo per una serie di ragioni, in primis per le accuse di interferenza negli affari interni del Paese. I rapporti, pur continuando ad essere tesi, con il tempo miglioreranno progressivamente: un altro successo per il Parolin, che, non a caso, lo stesso anno della nomina a nunzio apostolico, verrà consacrato arcivescovo.

Al servizio di papa Francesco. Profondo conoscitore dell’America Latina – Parolin parla fluentemente spagnolo –, nella quale ha aiutato la Chiesa a prosperare dal Messico al Venezuela, ma anche abile negoziatore, nonché lungimirante stratega – a lui si deve la posa della prima pietra nei rapporti con Pechino, visitata per la prima volta nel 2005 –, l’arcivescovo viene eletto segretario di Stato da papa Francesco nel 2013. Fatto cardinale l’anno successivo alla nomina a segretario di Stato, Parolin si mette subitaneamente a lavoro per dare concretezza a quelli che sono i sogni propri e del nuovo vescovo di Roma: la costruzione di una “Chiesa in uscita” – uscita definitiva dall’Occidente ed ingresso più marcato nelle “periferie del mondo” –, la formulazione di un corso d’azione equilibrato nell’ambito nella cosiddetta “terza guerra mondiale a pezzi” e la trasformazione del Vaticano in una forza catalizzatrice della transizione multipolare. A Parolin si devono, tra le altre cose, il raggiungimento della dichiarazione di L’Avana del 2016 con la Chiesa ortodossa e l’accordo sulla nomina dei vescovi cinesi; due avvenimenti storici che hanno condotto il Vaticano ad avvicinarsi rispettivamente alla Russia e alla Cina, ossia i due principali rivali dell’Occidente nel contesto della nuova guerra fredda, inimicandosi gli Stati Uniti e, a latere, l’intera internazionale sovranista. E a lui si deve anche, ad esempio, l’accordo di pace tra il governo colombiano e le Farc del 2016 – mediato dal Vaticano. Descritto da alcuni vaticanisti come un vincitore della “guerra civile vaticana” che ha dilaniato San Pietro negli anni della transizione dall’era Ratzinger all’era Bergoglio, Parolin, oggi, può essere ritenuto a tutti gli effetti il secondo uomo più potente della Chiesa cattolica e l’artefice del grande ritorno del Vaticano nell’arena internazionale. E, nello stesso modo in cui Agostino Casaroli è ricordato dai contemporanei per aver aiutato Giovanni Paolo II ad abbattere l’impero sovietico, Parolin, forse, potrebbe essere celebrato dai posteri come colui che ha facilitato la transizione multipolare e che, soprattutto, ha saputo traghettare la Chiesa dall’anziano, poststorico e postcristiano Occidente alle giovani e vibranti periferie del mondo, riconfermandone la natura unica di catéchon impegnato a lavorare per il bene e per la pace in un mondo afflitto dal male e dalle guerre.

Massimo Franco per il "Corriere della Sera" il 25 giugno 2021. «Mario Draghi non poteva che dire quanto ha detto in Parlamento. Sa che il Vaticano vuole una mediazione, e credo sia la stessa intenzione del governo...». Il messaggio che arriva dai vertici della Santa Sede è di chi ritiene di avere compiuto una mossa obbligata, e di avere ricevuto una risposta. E adesso si prepara a una trattativa lunga e difficile, avendo di fronte non Palazzo Chigi ma un Parlamento percorso da fremiti ideologici che al momento sembrano non dare spazio al dialogo; e soprattutto mostrano uno schieramento che va dal M5S al Pd, aggrappato in apparenza alla bandiera della legge Zan sull' omofobia così com' è, quasi fosse una sorta di confine invalicabile tra progresso e reazione. L' ostacolo più serio sono «le due tifoserie che si combattono a colpi di ideologia», impedendo qualunque passo avanti. Il primo effetto è che si incrina la collaborazione stretta, perfino la subalternità della Chiesa cattolica allo Stato italiano nei mesi della pandemia. E la paura è che questo faccia riemergere un fronte ostile al Concordato. Il paradosso politico è che a difendere il Vaticano sono Lega, Fratelli d' Italia e Forza Italia: partiti considerati non in sintonia con l'attuale pontificato su temi dirimenti come l'immigrazione, il sovranismo, e il modo di intendere l'identità e i valori cristiani. L' imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche è palpabile. Da leader come Matteo Salvini «ci divide un alfabeto culturale diverso», spiega un alto prelato. Il problema è che il lessico della Santa Sede fatica a fare breccia nell' intero arco politico. Colpisce la mancanza di partiti considerati sponde affidabili. «Al massimo ci sono individui in grado di dare voce alle nostre ragioni», si spiega. «Ma sono troppi e insieme troppo deboli». Trasuda l'irritazione nei riguardi del vertice del Pd, oscillante tra aperture e chiusure: viene ritenuto condizionato dalla componente ex comunista e vittima di una «deriva radicale». Quanto al grillismo, l'atteggiamento è stato sempre di profonda diffidenza: sebbene sia emersa a intermittenza la tentazione di utilizzare esponenti che ricoprono ruoli istituzionali. Ma la questione è drammatizzata dalle divisioni che attraversano lo stesso mondo cattolico. Intorno alla nota ufficiale consegnata il 17 giugno all' ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, fioriscono le voci più curiose: indiscrezioni che segnalano confusione e tensioni nelle gerarchie ecclesiastiche. Ma il fatto che sia stata la Santa Sede a compiere il passo ribadisce un principio: è il Vaticano come Stato a chiedere il rispetto del Concordato con l'Italia. I vescovi hanno un ruolo diverso: anche se la pressione è arrivata da lì. Il modo in cui ieri il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» di Francesco, ha rivendicato con Vatican News l'iniziativa, conferma la divisione dei compiti con una Cei accusata di eccessiva timidezza. L' idea di un Papa defilato, quasi neutrale, è goffa e strumentale; e riceve smentite a tutto tondo. «Il principio è che di tutto quello che si fa si informano sempre i superiori», ha detto Parolin. E a ribadire al Messaggero la sintonia sull' iniziativa tra Francesco e il segretario di Stato è anche Giovanbattista Re, decano del Collegio cardinalizio. L' obiettivo primario è disarmare chi parla di ingerenza: si vedrà con quale esito. Parolin afferma di concordare «pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali». Aggiunge che si trattava di «un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica». Sono toni difensivi che tradiscono un disagio. Cercano di giustificare una mossa che, sebbene definita un «mezzo proprio», rimarca l'assenza di dialogo tra le due sponde del Tevere e la preoccupazione per il testo del deputato del Pd, Alessandro Zan, in discussione in Parlamento. Difensivo è anche il modo in cui Parolin assicura di non voler chiedere «in alcun modo di bloccare la legge»; e di essere «contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale». Il tema, semmai, è come la legge può essere interpretata, con il rischio di «spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è». Traduzione: il Vaticano teme che la magistratura possa usare la legge contro i sacerdoti, e «rendere punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna». Per questo si chiede che venga cambiata in alcuni punti «prima che sia troppo tardi» e si imputi alla Santa Sede «un colpevole silenzio». Da chi? Evidentemente, dall'interno dello stesso mondo cattolico. La parolina magica è «modulazione». Ma trasferirla in un testo che radicalizza e agita il Parlamento non sarà facile: a meno che alla fine il governo o qualcun altro, con gradualità e cautela, abbandoni la sua «terzietà» e offra un consiglio per uscire da una situazione al momento senza sbocchi.

Legge Zan, il paradosso del Vaticano: in campo contro i pasdaran clericali. Paolo Pombeni su Il Quotidiano del Sud il 24 Giugno 2021. E’ DIFFICILE gestire qualsiasi cosa in un paese in cui ormai si parla a ruota libera anche a livelli molto alti. La vicenda delle reazioni alla nota verbale vaticana su quanto prevederebbe il ddl Zan se diventasse legge (il che per il momento ancora non è) porta a considerazioni poco consolanti. Iniziamo dall’aspetto più banale: la canea sulla presunta violazione della sovranità del parlamento perché il Vaticano ha reso noto, nei termini più soft possibili fra quelli ovviamente che restano agli atti (questo non avviene con telefonate, incontri informali, ecc.), che a suo giudizio alcune limitate norme ledevano diritti che il Concordato aveva riconosciuto alla Chiesa. Banalmente tutti dovrebbero sapere, anche al vertice della Camera, che un trattato internazionale è di suo uno strumento che nei limiti previsti limita la sovranità di entrambe le parti. Tanto per capirci, ricordiamo un episodio emblematico. Quando nel febbraio 1998 un aereo dei marines Usa volando troppo basso rispetto alle normative tranciò i cavi della funivia del Cermis in Trentino provocando la morte di 20 persone, in base ad un trattato internazionale quei militari non poterono essere sottoposti alla giustizia italiana, perché c’era una riserva di giurisdizione per quella americana (che, sia detto per inciso, vergognosamente non punì poi gli avventati militari). Il fatto era gravissimo, ma purtroppo un trattato legava le mani e non ci fu nulla da fare. Il Concordato del 1984 sottoscritto fra l’Italia e la Santa Sede è un trattato internazionale ed è stato approvato dal parlamento italiano, dunque è un atto che promana anche dalla sovranità italiana. Se il Vaticano chiede il rispetto di quel testo si muove nel suo buon diritto e l’Italia farebbe una pessima figura a livello internazionale se ritenesse che i patti che sottoscrive sono carta straccia se così viene deciso da una quota di opinione pubblica eccitata. Ovviamente si può discutere del merito dei rilievi della Santa Sede, dimostrando che non sono fondati, perché non ci sarebbe nessuna violazione degli accordi. Questo è un punto molto delicato e meriterebbe considerazioni diverse dal far rivivere scontri fra clericali e anti clericali, scontri del tutto fuori luogo oltre che fuori tempo. Si viene così ad affrontare il secondo punto della questione, che è ancora una volta la resa a trasformare in legge pulsioni demagogiche con scarsa attenzione alla porta generale delle norme. Nel caso specifico non si tratta dell’approvazione di una legge che sanzioni in modo adeguato quelli che sono crimini d’odio e di intolleranza verso persone con orientamenti sessuali che in passato sono stati ingiustamente e infondatamente ritenuti aberranti. Fin qui sono tutti d’accordo, inclusa la Santa Sede. Si tratta invece del fatto che si è esagerato nel perseguimento dell’obiettivo, non solo proponendo di definire per legge un aspetto delicato e privato delle relazioni sessuali fino ad arrivare a codificare delle teorie sul “genere” la cui determinazione non è compito dello stato laico (giustamente si respinge che lo facciano gli stati che sono organizzati su base religiosa), ma arrivando ad imporre che la novità sia insegnata nelle scuole con apposite giornate dedicate. Con molta ironia ci verrebbe da dire che se si dovessero dedicare specifiche giornate a discutere di tutte quelle che i diversi gruppi definiscono storture, alla scuola non resterebbe tempo per insegnare altro (e già abbiamo deficit di apprendimento nei ragazzi). Più seriamente sappiamo bene in cosa si tramuterebbero le giornate scolastiche contro l’omotransfobia: occasioni perché docenti più militanti si mettessero a far concioni ideologiche sul tema aumentando la confusione già esistente, mentre per la maggior parte diventerebbe occasione per uno svolgimento burocratico e annoiato di quanto prescritto coi ragazzi ben felici di un giorno senza interrogazioni, compiti e obblighi di studio. E’ triste pensare che per portare un po’ di ragionevolezza in questa impennata di radicalismo alla moda sia dovuta intervenire la Santa Sede. Come è stato già messo in evidenza da più parti, l’ha fatto per evitare che risorgesse uno spazio per il clericalismo arrabbiato a cui strizzano l’occhio i partiti di destra che si sono riscoperti cristiani. Con ciò ha reso un servizio ad un paese che impegnato com’è su temi assai rilevanti per il nostro futuro non ha proprio bisogno di queste crociate all’amatriciana a cui si è pronti da destra e da sinistra. C’è da sperare che i partiti prendano al volo l’occasione e senza farsi condizionare dai nuovi pasdaran del radicalismo da social trovino modo di fare una buona legge che giustamente colpisca in maniera efficace i crimini e le discriminazioni ispirati da preclusioni verso gli orientamenti sessuali delle persone (che sono e devono rimanere nella sfera privata intangibile dallo stato). Si può farlo senza cadere nell’imposizione di una sorta di religione-ideologia di stato, contribuendo invece a far progredire la cultura diffusa del paese sulla via del rispetto per le persone e per le loro legittime scelte di vita. Sarebbe stato meglio che a queste conclusioni la politica italiana fosse giunta da sola senza bisogno di esservi costretta da un intervento esterno. Purtroppo in questi tempi dominati dalla simpatia per leggi che “spazzano” di qui e di lì, di su e di giù, la buona cultura giuridico-istituzionale sta diventando un optional non molto richiesto.

DAGONEWS il 25 giugno 2021. Quante cose si scoprono spippolando sui social. Può capitare, ad esempio, di imbattersi nell'account twitter di Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista "La Civiltà Cattolica". Il gesuita giornalista, penna anche del "Fatto", posta un tweet in cui annuncia: "Saluti da Anagni. A Fiuggi con i ministri Carfagna, Brunetta, Patuanelli, Garavaglia, il Presidente Zingaretti, il Segretario Generale della Farnesina Sequi, il sindaco di Firenze Nardella e altri a raccontare l’Italia che verrà". Ah, beato lui che ha tempo da perdere a disegnare scenari nei convegni! In ogni caso, a corredo dell'annuncio, c'è il faccione di Spadaro e sullo sfondo il campanile della cattedrale di Santa Maria ad Anagni. Una torre di 30 metri che si erge in tutta la sua svettante potenza. Pochi minuti dopo, su un altro social (Instagram) e su un altro account, quello di Francesco Sechi, appare una foto praticamente identica. L'ex autore di "Mattino 5" viene fotografato ad Anagni, con lo sfondo della cattedrale, stesso cielo grigio. Nulla di male, ovviamente. Soprattutto perché Francesco Sechi, ex segretario di Marcello Dell'Utri, è l'assistente di Padre Spadaro. Insieme hanno anche pubblicato su "La Civiltà Cattolica" una lunga intervista a Mogol. Sechi ha un profilo facebook molto seguito (427 mila follower) che inonda di meme, opinioni pret-à-porter e scemenze raccattate in rete. A volte tuona contro la proroga dello stato d'emergenza ("E' un colpo di stato"), si schiera con il poliziotto che alla stazione Termini ha sparato al migrante svalvolato armato di coltello, snocciola tutti i suoi dubbi sulle vaccinazioni e fa battute sugli elettori del M5s. In un'intervista di novembre 2016 concessa alla rivista "Slide", Sechi viene definito "professionista della comunicazione", "spin doctor per personaggi illustri" (ma di chi?). Sostiene di aver "affiancato 'grandi''" e di avere nel curriculum "oltre agli studi all'Università anche la laurea nell'università della strada". Il 40enne sardo spargeva umiltà a fiotti: "Ho appreso tanto quanto da un pastore del mio paese quanto da un ministro, tanto da un muratore quanto da un presidente del Consiglio" (ma quali ministri e presidenti ha frequentato?). Confessa che "la mamma è il suo primo amore" e altre banalità un tanto al chilo che è possibile leggere  qui su issuu.com. Sul suo account instagram, Sechi posta la foto con papa Francesco, la benedizione da lui ricevuta, un selfie con San Pietro sullo sfondo ma anche immagini più "intime". Una mentre fa la doccia (chissà chi c'era a fotografarlo…), un'altra mentre si allena con deltoide in bella vista, un'altra ancora con camicia aperta e petto in mostra. C'è persino una foto cui imbraccia un bel kalashnikov, a evocare forse l'ispirazione della sua carità cristiana: porgi l'altra guancia e poi spara. Padre Spadaro, da sempre molto sensibile alle tematiche Lgbt (tanto da intervenire a favore dell'approvazione del Ddl Zan: "Occorre appoggiare norme che hanno senso difensivo di persone vulnerabili e non abbiano senso offensivo di legittime idee"), sbertucciato da "la Verità" che maliziosamente lo ha definito esponente della "Chiesa arcobaleno", ha avuto modo di fare una ricognizione dei social del suo amico e collaboratore? Ha tastato con mano e verificato il misterioso quanto roboante curriculum di Sechi? Ah, saperlo…

Lorenzo Bertocchi per "la Verità" il 25 giugno 2021. C'era una volta l'uso politico della religione secondo padre Antonio Spadaro. Il direttore de La Civiltà Cattolica, solo una settimana fa, dalle colonne del New York Times, richiamava alla pia devozione i vescovi statunitensi, rei di «usare l'accesso all' eucaristia come arma politica». Del Vangelo secondo Spadaro però 168 vescovi americani non hanno saputo che farsene, probabilmente ritenendolo apocrifo, visto che hanno deciso a larga maggioranza che il documento sulla coerenza eucaristica s' ha da redigere, anche per quei politici cattolici (vedi il presidente Joe Biden) che si dicono tali e poi sostengono politiche contrarie all' insegnamento della Chiesa. È una questione di libertà religiosa. Ancora ieri, nel giorno della grande sberla sul ddl Zan, il gesuita americaneggiava su Twitter: «"Quando il cristianesimo è ridotto a costume, a norme morali, a rituali sociali, allora perde la sua vitalità e il suo interesse esistenziale per gli uomini e le donne del nostro tempo" (monsignor Christophe Pierre, Nunzio apostolico negli Usa)». Sulla legge anti omofobia, la dottrina Spadaro ha fatto un po' il controcanto ai vescovi italiani che, almeno nel comunicato del 10 giugno 2020, scrivevano di non riscontrare alcun vuoto normativo. «Occorre appoggiare norme», cinguettava, invece, uno Spadaro un po' criptico, «che hanno senso difensivo di persone vulnerabili e non abbiano senso offensivo di legittime idee». Probabilmente l'intento del consigliere del Papa era sempre quello di evitare l'uso politico della religione e aprire il mondo cattolico all' inclusione, un po' come il quotidiano dei vescovi, Avvenire. Nel giugno 2020, infatti, la penna d' elezione per questioni Lgbt, Luciano Moia, intervistava lo stesso Alessandro Zan, esattamente il giorno dopo che era stata pubblicata la già citata nota Cei. Ovviamente l'intervista appare oggi un po' in ginocchio, visto che faceva risaltare le parole del relatore sul fatto che «non sarà una legge bavaglio, né una legge liberticida». Talmente poco liberticida che, infatti, il 17 giugno la Segreteria di Stato vaticana ha fatto pervenire al governo italiano una «nota verbale» in cui si chiede di fare attenzione al testo del ddl Zan in quanto c' è il rischio di veder ridotta la «libertà garantita alla Chiesa cattolica dall' articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato». Qui, di uso politico della religione, a ben vedere, c' è pochissimo, perché la Santa Sede gioca in «punta di diritto», che, potrà anche non piacere, ma è una posizione laica. Certo, il direttore del quotidiano dei vescovi, Marco Tarquinio, lo scorso 15 aprile, rispondendo proprio a una lettera di Alessandro Zan, sottolineava che il testo ha subito «un'evoluzione indubbia anche se non sufficientemente chiara e ancora insidiosa», in ossequio al diktat che il testo va fatto, sebbene «rimodulato». Ma l'inclusione del quotidiano dei vescovi non dava troppo spazio a quel manipolo di prelati coraggiosi che, invece, sul ddl Zan le parole chiare le hanno dette. Innanzitutto il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, monsignor Antonio Suetta, che in una lettera del giugno 2020 scriveva che «non si può accettare che una legge, perseguendo un obiettivo "ideologico", metta a rischio la possibilità di annunciare con libertà la verità dell'uomo, sia pur con l'obiettivo di prevenire forme di discriminazione contro le quali, come già ricordato, è sufficiente applicare le disposizioni già in vigore». E ieri lo stesso Suetta ha ribadito che quello del Vaticano, con riferimento al Concordato, è un «atto opportuno fatto da chi ha competenza per farlo». Ma tanti altri si sono seduti sulla comoda posizione di dare un colpo alla botte e uno al cerchio, nel nome dell'inclusione e del rispetto della dignità di tutti. Un po' per convinzione, un po' per pavidità. Bisogna però riflettere che l'atto posto dallo Stato del Vaticano nei confronti dello Stato italiano è un fatto storico e in un certo senso unico che cambia le carte in tavola. Il livello su cui si è spostato il contendere è ben altro di quello dei comunicati o delle lettere pastorali, delle articolesse o dei cinguettii, qui la preoccupazione della Santa Sede è formale e riguarda una materia delicatissima e fondamentale come la libertà religiosa, declinata in questo caso nella libertà di predicazione e di educazione. Tutti coloro che fino a ieri martellavano sui ponti da gettare, e sui cui spesso trascinavano anche oltre la sua volontà il Papa, dovranno fare i conti con questa laicissima presa di posizione a cui Francesco ha dato il suo placet. Ricordiamo che tra le cose che urtano la libertà di predicazione e educazione ci sono anche passaggi del Catechismo o delle Scritture o atti del Magistero che forse qualcuno all' interno della Chiesa mal digerisce, ma su cui lo Stato del Vaticano ha chiesto conto al governo italiano affinché venga rispettata la libertà religiosa. La pastorale, per quanto inclusiva e dialogante con tutti, vede tracciarsi davanti una sottile linea rossa invalicabile. Da ieri, quelli che avendo da eccepire sulle derive liberticide del ddl Zan venivano trattati da cripto-omofobi, impresentabili, hanno un paio di alleati in più per sostenere le loro idee. Per quanto la linea del «troncare e sopire» ora venga messa in atto dalle regie mediatico-curiali, con ampio utilizzo del «non affossare», ma «rimodulare», il ddl Zan, se non è morto, è gravemente ferito.

«L’attacco del Vaticano al ddl Zan sembra un dispetto della Curia contro il Papa. Di cui non si sentiva il bisogno». Lo sconcerto di padre Alberto Maggi. «Ma guardando alla storia non è una novità: la Chiesa da sempre si è opposta al progresso». Simone Alliva su L'Espresso il 22 giugno 2021. “Un dispetto al Papa”. Sconcertato Padre Alberto Maggi, sacerdote e biblista, frate dell'Ordine dei Servi di Maria che a Montefano ha fondato il Centro studi biblici " Vannucci" commenta la nota della Segreteria di Stato del Vaticano secondo cui il ddl Zan violerebbe "l'accordo di revisione del Concordato". Padre Maggi che già quarant’anni fa dava la comunione agli omosessuali cattolici ben conoscendo le loro sofferenze per l’esclusione della Chiesa si dice attonito: «Sembra tutto così surreale. Non so se è stata un’iniziativa dall’alto oppure se è stata una mossa. Certo è sorprendente ma non se ne sentiva il bisogno».

Ha detto “una mossa”. Forse per colpire la presunta apertura di Papa Francesco alle questioni Lgbt?

«Mi sembra chiaro che Papa Francesco abbia i bastoni tra le ruote e questi non vengono dagli esterni ma dall’interno della Chiesa. Quelli che non tollerano questa sua apertura. Ma è sempre stato così. Le Curie sono sempre state la palla al piede dei Papi. Non apertamente, il tentativo però è stato quello di rallentare o affossare. Tanto i Papi passano ma la Curia resiste a sé stessa. Può darsi che sia un dispetto al Papa. Può darsi. Ma guardando alla storia non è una novità: la Chiesa da sempre si è opposta al progresso. Eppure alla fine ci deve arrivare. Pensi che c’è stato un Papa contrario anche all’uso della bicicletta e scomunicava i preti che la usavano. Papa Giuseppe Sarto. Ma si rende conto? La bicicletta era una novità scandalosa».

Lei crede che sui diritti civili i fedeli siano più avanti di questa Chiesa?

«Non lo penso io. Il Cardinale Carlo Maria Martini disse che la Chiesa era indietro di duecento anni. Ma Martini era stato generoso. La Chiesa è molto più indietro. Come preti abbiamo una garanzia: lo Spirito del signore che ci apre gli occhi di fronte ai nuovi bisogni della società. La società non è statica ma cambia. Il rischio è quando di fronte a nuove situazioni, come questa, restiamo impauriti o incapaci e quindi diamo vecchie risposte. Sa, quando diamo vecchie risposte la gente non ci ascolta e fa bene, va avanti. La garanzia della Chiesa è essere capaci di dare nuove risposte e vedere il bene dell’uomo come valore assoluto». 

Ascoltandola direi che lei è favorevole al ddl Zan. Nella Chiesa siete in pochi a dirlo apertamente.

«Il cardinal Bassetti aveva parlato di miglioramenti. L’apertura c’è. Ma certo nessuna legge è perfetta. Ci saranno sempre dei punti che vanno migliorati. Ma appunto il Cardinal Bassetti non l’ha bocciata. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Poi però la Chiesa si muove un passo avanti e due indietro ma la società va sempre avanti. Questa di oggi e molte altre sono pietre di inciampo della Chiesa. Pensi che oggi, parlando della legislazione ecclesiastica, se lei divorzia non può accedere alla comunione. Se ammazza sua moglie basta confessarsi. Possibile che sia più grave il peccato del divorzio che quello dell’omicidio? Oggi per la Chiesa è così. Distruggere un amore, che pensiero inaccettabile. Il buon senso della gente ha lo stesso valore dello Spirito Santo. La chiesa deve imparare ad ascoltare». 

Lei disse: si benedicono le case, gli animali, gli oggetti, ma due persone che si vogliono bene no.

«Sì è incredibile. Il peccato è il male che fai agli altri. Cosa c’è di male nelle persone che si vogliono bene? È una novità? No, nei secoli passati queste persone erano semplicemente nascoste. Oggi parlano di degenerazione dei tempi ma non è vero. Sono sempre esistite solo che prima venivano lasciate ai margini, si nascondevano nell’oscurità mentre oggi, per fortuna, vivono alla luce del sole. Per vedere il male in due persone che si vogliono bene quanta perversione bisogna avere in testa?»

Il ddl Zan riguarda anche il futuro. Gli studenti, i giovani lgbt. Lei è diventato un punto di riferimento per moltissimi giovani cattolici lgbt.

«Io non sono esperto di morale. La mia piccolissima competenza sono i vangeli. I gruppi omosessuali hanno sentito nel mio messaggio un tono diverso e mi hanno coinvolto. Una volta partecipai a programma televisivo (Uno Mattina, ndr ) per parlare di omosessualità e Vangelo. Sa, da quella volta non mi hanno chiamato più. Comunque, tre giorni dopo ho ricevuto la lettera di un ragazzo di Lugano. Quella mattina questo ragazzo di 30 anni aveva tentato il suicidio, dopo una notte passata a piangere. Decise di arrampicarsi sul tetto, per non farsi sentire accese il televisore a tutto volume. Era sintonizzato su Rai1. Mi scrisse: “ascoltai le sue parole scoppiai in un pianto. Padre Maggi qualsiasi cosa accada sappia che lei ha salvato una vita, la mia” Pensi a quanta gente ha sofferto, si tolgono la vita, la mortificano perché? Per quale motivo?» 

Salvare vite e difendere i più deboli dovrebbe essere la missione cardine della Chiesa

«La buona notizia è per tutti. Il peccato nei Vangeli è il male che si fa agli altri. Gesù ci ha avvertito: attenti, perché voi ponete dei pesi sulle spalle delle persone e non le risollevate neanche con un dito. Oggi per gli omosessuali l’unica soluzione è vivere casti. Io sono frate da 50 anni e ho scelto questo celibato e so quanto sia difficile. Ma non posso imporlo agli altri, non posso dire devi essere celibe, non devi avere una famiglia così facendo metto dei pesi sulle spalle di queste persone. Comunque andiamo avanti sereni. Queste uscite sono cose che non andrebbero neanche considerate, l’umanità va avanti. Ecco perché il Papa dice spesso: pregate per me. Preghiamo per il Papa e sosteniamolo».

Piergiorgio Odifreddi per “La Stampa” il 24 giugno 2021. Rispondendo all'intervento del Vaticano sulla legge Zan, il presidente del Consiglio ha dichiarato che «lo stato Italiano è laico e il Parlamento è libero», e i parroci di strada hanno accusato una manina di aver agito all'insaputa del papa. In realtà, il Vaticano ha semplicemente sollevato un dubbio di incostituzionalità, com' è nel suo pieno diritto, confermato implicitamente da Draghi. L'articolo 7 della Costituzione stabilisce infatti che i rapporti fra Stato e Chiesa siano regolati dal Concordato ereditato dal fascismo. Non bisogna dunque prendersela con il Vaticano che rivendica l'attuazione di quei patti, ma con coloro che dapprima li hanno voluti, da Mussolini a Togliatti, e in seguito li hanno mantenuti. Cioè, con tutti i nostri leader politici, nessuno dei quali ha mai chiesto una revisione costituzionale o una denuncia unilaterale di quell'anacronismo: meno che mai gli ex democristiani come Renzi e Letta, o gli ex allievi dei preti come Conte e Draghi. Quanto al papa, solo gli ingenui e i disinformati possono non sapere che il suo "progressismo" è una leggenda mediatica, e che quand'era in Argentina intervenne ben più pesantemente di ora contro i matrimoni civili, con toni definiti allora "medievali e inquisitori". Il Vaticano si preoccupa che la legge Zan possa obbligare le scuole a insegnare l'identità di genere, e paradossalmente non ha tutti i torti: quest' ultima, infatti, viene definita nell'Articolo 1 della legge come "l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso". La legge decreterebbe in tal modo una cesura tra la percezione psicologica di un individuo e la sua realtà fisiologica: la prima dev' essere naturalmente tutelata e difesa, perché ciascuno ha diritto di avere le opinioni e i sentimenti che desidera, ma la seconda non può semplicemente essere negata o rimossa, perché anche i fatti hanno i loro diritti. Per fare un altro esempio, di cui si può forse parlare più serenamente, tutti conoscono il detto di Thomas Mann nei Buddenbrook: "si ha l'età che si sente di avere". Ora, nessuno si sogna di negare a un ottantenne il diritto di sentirsi un ventenne, o viceversa, ma questo non significa che allora dobbiamo tutti dire, o addirittura insegnare nelle scuole, che non esistono l'età biologica o il tempo, e che non possiamo misurarli. Eppure, è proprio questo che i post-moderni predicano da decenni, all'insegna del motto di Nietzsche: "non ci sono fatti, solo interpretazioni". E non è un caso che gli scienziati si secchino, perché sanno che invece i fatti ci sono eccome, e che le interpretazioni non vanno affatto tutte bene, se li negano o li rimuovono. E' singolare che a cercare di introdurre l'ircocervo dell'identità di genere nella legislazione italiana sia un decreto che porta la firma di un ingegnere come Zan, invece che di un filosofo del pensiero debole come Vattimo. Ma è proprio l'accoppiamento della sacrosanta difesa del diritto alle scelte sessuali e affettive, da un lato, con la condannabile introduzione dell'identità di genere, dall'altro, che rischia di affossare l'uno e l'altra. Ora, sono più importanti i fatti, e in particolare la necessità di tutelare le scelte di vita individuali, e di difenderle dalle vessazioni e dalle violenze, o le interpretazioni, e cioè le ideologie sociologiche post-moderne? Non sarebbe meglio riconoscere che anche da sinistra si sono sollevate perplessità di vario "genere" su queste ideologie, che rischiano di far buttare nel lavandino il bambino insieme all'acqua sporca? A proposito di sinistra, ammesso che la parola abbia ancora un significato qui e oggi, non sarebbe meglio migliorare la legge anche dal punto di vista dei diritti sessuali e affettivi? Ad esempio, si parla sempre di "coppie", dimenticando questa volta il detto di Alexandre Dumas figlio: "le catene del matrimonio sono così pesanti che a volte bisogna essere in tre per portarle". La vera liberazione non è il riconoscimento delle coppie di fatto, ma dei triangoli e degli altri poligoni. Ecco, parlare di legalizzazione della poligamia sarebbe sicuramente un argomento interessante e di sinistra, e forse quello sì che potrebbe finalmente far saltare il banco con il Vaticano!

L'intervento del Vaticano per fermare i diritti. Preti in cella per il ddl Zan, una tesi che sfiora il ridicolo. Salvatore Curreri su Il Riformista il 28 Giugno 2021. Quando uno Stato può dirsi laico? Certo, quando non c’è una religione di Stato. Ma non basta, e le reazioni di segno opposto alla nota verbale della Santa Sede sul ddl Zan lo dimostra. C’è chi, soprattutto tra i non credenti, la considera un’inaccettabile ingerenza perché considera la laicità innanzi tutto come separazione istituzionale tra Stato e Chiese. E chi, all’opposto, soprattutto tra i credenti, l’ha apprezzata perché considera la laicità soprattutto come libertà d’esercizio del magistero pastorale. In realtà, benché la laicità presupponga e richieda ovunque la distinzione tra dimensione temporale e dimensione spirituale, il modo in cui si realizza varia storicamente nel tempo e nello spazio. Così abbiamo Stati laici che s’ingeriscono negli affari della Chiesa nazionale (giurisdizionalismo) fino al punto che il Sovrano ne è a capo (Gran Bretagna); Stati che considerano la religione il collante sociale che fonda la loro identità (God Bless America…); Stati che considerano la laicità in senso negativo (per sottrazione) come assoluta neutralità delle istituzioni pubbliche nei confronti del fenomeno religioso, visto come fattore di potenziale divisione sociale (Francia, dove ad esempio per questo motivo è vietata l’ostensione di simboli religiosi). Stati, infine – come il nostro – che intendono la laicità in senso inclusivo (per addizione) perché considerano la religione non solo come un’esperienza spirituale privata, ma anche un fattore di rilievo sociale al quale lo Stato deve guardare con favore perché espressione della personalità di ciascuno (Corte cost., sentenza n. 334/1996). Per questo, l’art. 19 della nostra Costituzione precisa che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa” non solo “in qualsiasi forma, individuale o associata” ma anche “di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. E per questo lo Stato regola la dimensione pubblica del fenomeno religioso, stipulando accordi bilaterali con la Chiesa cattolica (Concordato) e con le confessioni acattoliche (intese) per soddisfare loro esigenze specifiche, concedere loro particolari vantaggi o imporre particolari limiti, dare rilievo giuridico a loro atti (come nel caso del matrimonio), disciplinare infine materie di comune interesse. Bene dunque ha fatto il presidente del Consiglio Draghi in Parlamento a non limitarsi a ribadire l’ovvia laicità del nostro Stato, aggiungendo piuttosto che essa non equivale a “indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni” ma si traduce nella “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale” (Corte costituzionale, sentenza n. 203/1989). Questo spiega perché, nel nostro Paese, è sancito, ad esempio, il diritto d’obiezione di coscienza per motivi religiosi; il diritto all’assistenza religiosa nei luoghi pubblici (i ricoverati negli ospedali, i detenuti nelle carceri, i militari nelle caserme, gli studenti che vogliono frequentare l’ora di religione); il diritto di non lavorare per onorare determinate festività religiose; i finanziamenti pubblici per costruire edifici destinati al culto. Alla luce di una concezione inclusiva, in cui Stato e Chiesa cattolica sono chiamati nei loro rapporti “alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese” (art. 1 Concordato), la suddetta nota verbale esprime legittimamente le preoccupazioni della Santa Sede sulla possibilità che il ddl Zan incida negativamente sulla libertà della Chiesa cattolica di svolgere la sua missione pastorale e di quella dei fedeli di esercitare i loro diritti politici (riunione, associazione, espressione). Libertà garantite dal Concordato (v. rispettivamente artt. 2.1 e 2.3) e per questo che potevano essere oggetto d’intervento solo da parte della Santa Sede e non della Conferenza Episcopale Italiana, alla quale l’art. 14.2 del Concordato lascia solo la regolazione tramite intese di “ulteriori materie”. Ma, ancor prima, libertà garantite dalla Costituzione(artt. 17-21) per cui, sotto questo profilo, il richiamo al Concordato non aggiunge nulla agli argomenti a sostegno della pretesa natura liberticida del ddl Zan (dovendosi ovviamente escludere che la Chiesa si sia mossa per esservi esentata, rivendicando la propria libertà a essere omofoba…). Ciò chiarito, continuo a ritenere infondate le preoccupazioni espresse sul ddl Zan. Così come contro il referendum sul Trattato costituzionale dell’Ue i francesi nel 2004 furono terrorizzati dall’arrivo degli idraulici polacchi che gli avrebbero tolto il posto di lavoro, ora l’argomento principe della propaganda contro il ddl Zan è quella del povero prete che verrebbe arrestato dai gendarmi (con i pennacchi, con i pennacchi…) al termine della sua omelia a favore del matrimonio solo tra uomo e donna, oppure contro le adozioni delle coppie omosessuali o la maternità surrogata. Argomento d’indubbia presa ma giuridicamente infondato. Come ho già cercato di argomentare su queste colonne (v. il mio intervento dello scorso 15 maggio) a essere colpito è soltanto il pensiero che istiga a compiere atti discriminatori e violenti. Si continua a obiettare: come si fa a stabilirlo? Non si lascerebbe così troppa discrezionalità al magistrato di turno, magari anticlericale? E a nulla varrebbe scrivere nella proposta di legge (art. 4) che «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», perché, secondo tali critici, tale articolo finirebbe per ammettere la fondatezza del pericolo segnalato (strano argomento, invero: quando non c’era tale precisazione, la si richiedeva; ora che è scritta, la si ritiene un’auto-accusa: insomma, come fai sbagli…). Tutte queste obiezioni hanno un difetto: considerano il ddl Zan come se introducesse per la prima volta i reati contro l’eguaglianza quando invece essi già esistono. Il ddl Zan, infatti, si limita ad estendere i delitti già previsti contro l’eguaglianza, aggiungendo alle discriminazioni per motivi “razziali, etnici, nazionali o religiosi” quelle fondate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità. Quanti sostengono, quindi, che si tratti di una proposta di legge repressiva della libertà d’espressione e lesiva dei principi di tassatività e determinatezza della fattispecie penale, a causa della fumosità dei concetti di “istigazione” e “atto discriminatorio” dovrebbero per coerenza estendere la loro accusa d’incostituzionalità all’intera legge Reale-Mancino (oggi trasfusa nell’art. 604-bis c.p.) e, dunque, temere per la loro libertà di parola anche in materia razziale, etnica, nazionale o religiosa. Se non l’hanno mai fatto prima e non lo fanno è perché sanno che hanno contro tutta la giurisprudenza che, pronunciandosi sulle fattispecie oggi previste, ha chiarito da tempo che l’istigazione a compiere atti discriminatori è punita perché «realizza un quid pluris rispetto ad una manifestazione di opinioni, ragionamenti o convincimenti personali». Difatti, «l’incitamento ha un contenuto fattivo di istigazione ad una condotta, quanto meno intesa come comportamento generale» (Cass., V pen. 31655/2001). Ad essere punito per tali motivi non è, dunque, la propalazione di un sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto, o le mere manifestazioni di ostile disprezzo nei confronti di una persona, tutti rientranti sotto la tutela della libertà d’espressione ex art. 21 Cost., bensì le opinioni che, per il contesto in cui vengono espresse, sono per stretta consequenzialità idonee «a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori» (Cass., III pen. 36906/2015) nei confronti di un soggetto non per quel che fa ma per quel che è da parte di chi la considera deviante dall’unico modello ritenuto ammissibile (Cass., VI pen. 33414/2020). L’istigazione esprime quindi una manifesta volontà diretta a creare in un vasto pubblico, come nel caso della diffusione ed amplificazione veicolata dai social network, il concreto pericolo del compimento di atti d’odio e di violenza fisica e morale. L’ha ricordato di recente anche la Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Beizaras e Levickas c. Lituania condannata per non aver previsto sanzioni penali nei confronti di utenti di Facebook che avevano postato auguri di morte a due omosessuali fotografati mentre si baciavano. Forse quando si lamenta la violazione della libertà d’espressione i critici del ddl Zan farebbero bene a guardare altrove. All’Ungheria? Esatto. Salvatore Curreri

Ddl Zan, Augusta Montaruli a Omnibus: "Finiremo tutti alla sbarra", il più pericoloso degli errori nel testo della legge. Libero quotidiano il 24 giugno 2021. Si parla del ddl Zan e della reazione del Vaticano da Gaia Tortora a Omnibus nella puntata di oggi 24 giugno e Augusta Montaruli, di Fratelli d'Italia, spiega perché il suo partito è contrario. "Non ci piace perché non è scritto bene", dice in collegamento: "Un provvedimento scritto male su temi fondamentali come la libertà di vivere la propria sessualità e la libertà di espressione debba invitare tutti a fare una riflessione aggiuntiva", attacca la Montaruli. "Affrontiamo il tema ma scriviamolo bene". Ma oltre a un problema di forma, c'è un problema di sostanza. Secondo la Montaruli, infatti, "nel merito ci sono aspetti che sono un'ombra. Non si discute il diritto sacrosanto di vivere la propria libertà sessuale. Ma dove finisce questa libertà? Nella libertà di espressione come il ddl Zan?", si chiede la meloniana. Che sottolinea un altro aspetto fondamentale: "Non si specifica quali siano gli 'atti discriminatori'. Cosa si intende per 'atti discriminatori'? Tutto verrà rimesso nelle mani della magistratura".  E ancora, "tutto è soggetto all'interpretazione". Quindi c'è il tema per esempio dell'utero in affitto e quello delle adozioni per le coppie omosessuali. La Montaruli si riferisce al fatto che con "atti discriminatori" potrebbe poi per esempio rientrare l'adozione per le coppie gay, la registrazione di coppie monogenitoriali eccetera e soprattutto si pone con essa un'altra questione: "Un sindaco può diventare imputato se per esempio si rifiuta di iscrivere una coppia monogenitoriale". Insomma, il rischio che tutto finisca in mano ai magistrati e alla loro libera interpretazione c'è tutto.

Ddl Zan, Concordato e le polemiche. Anche il Vaticano teme i Pm, la legge crea arbitrio. Alberto Cisterna su Il Riformista il 28 Giugno 2021. Per carità, siamo tutti d’accordo. Chi volete che in questo Paese, vocazionalmente conformista, si accodi a Orban o a suoi consimili a proposito dell’omofobia? Salvo qualche aspirante alla lapidazione mediatica, o qualche grullo che non manca mai, è impossibile o quasi che si trovi qualcuno sano di mente che ritenga siano ammissibili atti di discriminazione o peggio ancora di violenza «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», come recita il titolo del disegno di legge Zan. Il tema, però, non è se una legge sia opportuna per prevenire e contrastare simili comportamenti, ma quale legge si debba approvare senza che, per tutelare anche la più minuta diversità sessuale e identitaria, sia messa in pericolo la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà religiosa, la libertà di insegnamento di tanti. Si è ricordato nelle polemiche recenti che la Repubblica è uno Stato laico. Ce lo dicono autorevoli e recenti asseverazioni che certo ci tranquillizzano, ma questo non vuol dire che si possa sostituire alla confessionalità di un credo o di una fede, una inflessibile religione della tolleranza assoluta che, a ben guardare, non rinviene spazio e legittimazione in alcuna norma della Costituzione. Benché una generica e bonaria tolleranza sia largamente predicata e invocata come la nuova religione del Terzo millennio, in verità i Costituenti la tennero fuori dalle porte della Carta. Non la menzionarono affatto nei suoi articoli, preoccupati com’erano dal possibile incedere di un relativismo che poteva minare l’etica repubblicana la quale, invece, si fonda su valori non negoziabili né suscettibili di mediazioni al ribasso. Relativismo e tolleranza non sono sinonimi, né si equivalgono poiché la comprensione e anche la difesa delle altrui convinzioni non può comportarne l’equivalenza con le proprie le quali, in una coscienza rettamente orientata, prevalgono sulle altre per il solo fatto di essere profondamente accettate e vissute da ciascun individuo. Dopo il 1750 la Francia fu inondata da scritti sulla tolleranza, tra i quali il famoso Trattato sulla tolleranza di Voltaire che riassumeva, si badi bene, la tolleranza nella regola aurea del «non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fatto a sé stessi». Roba scontata si potrebbe dire, ma che con il relativismo ha poco a che vedere. È scontato, è vero, ma a patto che, nel momento in cui si mette mano alla pistola del codice penale, si sia sufficientemente chiari su cosa si intenda sanzionare e su quali condotte si intenda punire. Ed è su questo crinale che la Chiesa italiana sembra aver inteso reagire. Invero a muoversi è stata la Segreteria di Stato, ossia il ministero degli Esteri del Vaticano, uno Stato estero che ha in piedi un Concordato con la Repubblica, ossia un patto che pone vincoli precisi al Parlamento il quale – invece che baloccarsi nella retorica dell’assoluta sovranità legislativa (che non esiste in Costituzione) – dovrebbe ricordare che ha il preciso dovere di far fronte agli obblighi internazionali assunti verso la Santa Sede. È noioso e didascalico, ma piuttosto che accodarsi al coro di quanti strepitano senza aprire un codice, è bene intendersi almeno su alcuni degli obblighi che la Repubblica ha assunto con il Vaticano in favore della Chiesa italiana e dei cattolici, intesi come singoli. Tra questi spiccano «la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale» (articolo 2, comma 1) e poi «è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». In altre parole, i cattolici presenti nel Paese – siano essi o meno cittadini italiani – usufruiscono formalmente di una tutela rafforzata della propria libertà di manifestazione del pensiero e finanche della propria libertà educativa (articolo 9) che ha fondamento insieme nella Costituzione e nel Concordato. Da questo punto di vista si deve comprendere che il Vaticano non può arretrare neanche di un millimetro su questo crinale e che il Soglio di Pietro opera non a proprio vantaggio, quale Stato straniero, ma in favore della comunità dei cattolici residenti in Italia, della Chiesa che la Repubblica riconosce, nel suo ordine, come indipendente e sovrana (articolo 1). Roba da sbadiglio è chiaro. Mentre hanno causato una mezza insurrezione alcune autorevoli dichiarazioni che al rispetto di questi patti si sono richiamati. Monsignor Nunzio Galantino, uomo di primo piano delle gerarchie ecclesiastiche italiane, ha detto: «Non è mia competenza, ma penso che si debba stare attenti a non usare formulazioni che nelle mani, e nelle teste, di malintenzionati diventino strumenti di intolleranza». Poi, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede: «La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è». Qualcuno ha pensato che il cardinale, convenendo sul dato della laicità dello Stato, abbia inteso fare una sorta di marcia indietro, laddove è chiaro che proprio quella laicità impedisce derive verso una sorta di religione neutra della tolleranza che con quella posizione è palesemente incompatibile. Ma non è questo il punto. Entrambi hanno manifestato la preoccupazione che si rimetta ai tribunali il compito di stabilire cosa sia discriminatorio e cosa non lo sia. Una magistratura cui la Santa Chiesa, e non da sola di questi tempi, guarda con circospezione e con un certo sospetto almeno a partire dalla guerra dei crocifissi nelle aule scolastiche che venne vissuta come il segnale di un’intolleranza laicista verso ogni fede religiosa. Al di là dei tecnicismi che possono riguardare le singole norme penali, manca nella legge Zan una nozione chiara di atti discriminatori e, ad esempio, non è evidente se il rifiuto di una scuola confessionale di iscrivere i figli di coppie omogenitoriali possa o meno essere sanzionato penalmente o civilmente. Non è in discussione se sia un comportamento giusto o ingiusto, condivisibile o deplorevole, quel che conta è se possa portare o meno a un processo. E basta leggere l’articolo 4 per capire che un po’ di cautela non guasterebbe affatto: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti». A parte il fatto che, per fortuna, quella libertà è «fatta salva» dalla Costituzione e non dalla legge Zan, è davvero singolare che «condotte legittime» sono tollerate alla condizione però che non determinino «il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti». È chiaro che si è fuori da ogni tipicità e che così si affidi ai tribunali un compito immane e preoccupante, ossia quello di stabilire ex post e sulla base di opinioni in gran parte opinabili cosa sia consentito o cosa vietato. Battaglia dura e oltre Tevere hanno il patema di chi sa bene che la fede affonda la propria storia in un processo ingiusto celebrato in una piazza di esagitati. Alberto Cisterna

Ddl Zan, Giulia Bongiorno: "Paradossale, chi vuole difendere l'uguaglianza pone limiti alle nostre libertà". Libero Quotidiano il 28 giugno 2021. "Sta facendo un ottimo lavoro, non ha bisogno di consigli". Un elogio quello indirizzato a Marta Cartabia arrivato direttamente da Giulia Bongiorno. L'avvocato, nonché senatrice della Lega, non ha potuto fare a meno di spendere belle parole per il ministro della Giustizia: "Trovare una sintesi è complicato, perché sul tema giustizia si agitano sensibilità molto diverse: per esempio, c'è chi pensa che il garantismo sia un esercizio di vuota retorica, dimenticando che è un principio inserito nella nostra Costituzione". Soddisfazione da parte del Carroccio sulla riforma del processo penale: "Sono molto soddisfatta della proposta del Ministro di superare il testo Bonafede sulla prescrizione, che è stato oggetto di un duro confronto tra la Lega e i Cinque Stelle quando eravamo al governo". Non mancano comunque piccole divergenze su appello e Cassazione. Per la Bongiorno si tratta di una fase particolarmente delicata, dove la magistratura è in crisi, "frutto delle distorsioni di un correntismo esasperato". Da qui l'appello rivolto dalle colonne de La Stampa affinché "non possiamo limitare i controlli sulle sentenze". Una richiesta non per forza legata alla sfiducia nei giudici, ma "essere innocenti - spiega la leghista a chi si presenta da lei - potrebbe non bastare per essere assolti. Sui piatti della bilancia, simbolo della giustizia, temo che a volte potrebbero non esserci solo le prove. È grave, ma è così". L'esempio è dietro l'angolo e conferma quanto denunciato dall'ex membro del Consiglio superiore della magistratura, Luca Palamara: "Se ci si imbatte in un giudice ambizioso e il pm di quel processo appartiene a una corrente che potrebbe incidere su una promozione, è lecito avere dei dubbi sulla sua imparzialità? Le impugnazioni sono forme di controllo degli errori dei giudici precedenti e a questa garanzia non si può rinunciare". È proprio questo l'obiettivo dei referendum proposti in tandem con i Radicali: l'indipendenza della magistratura. Non meno schiette le posizioni sul disegno di legge Zan. La proposta tutta piddina contro l'omotransfobia ha trovato un forte avversario, oltre che nel centrodestra, anche nel Vaticano. Eppure non c'è da stupirsi, visti i pericoli giuridici che si verrebbero a creare. Quali? Presto detto: "Si usano definizioni normative che paiono contrastare con la difesa del pluralismo. Si deve tener conto della libertà di religione, di insegnamento e di espressione. È paradossale che una legge volta a tutelare l'uguaglianza si presenti come un limite alla libertà altrui. Nessuno vuole affossare il ddl Zan, ma servono alcune correzioni per raggiungere una condivisione tra tutte le forze politiche su un tema delicato".

Alessandro Sallusti, magistrati e verginelli della politica mi fanno più paura del Vaticano. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 25 giugno 2021. Tutti a dire che "il parlamento è sovrano" e che di conseguenza la nota di protesta sulla legge Zan in discussione al Senato inviata dallo stato Vaticano al governo italiano è irricevibile in quanto costituisce una indebita interferenza. Non so, a me risulta che i rapporti tra Stati, soprattutto se tra due Stati intercorrono trattati vincolanti, siano regolati anche da pressioni più o meno debite, altrimenti dovremmo abolire la diplomazia sia nelle sue forme sotterranee che esplicite. E mi sembra altrettanto chiaro che comunque nessuno, tantomeno il Vaticano, abbia mai pensato che il nostro parlamento non sia sovrano. Esattamente come facciamo noi a parti opposte: il fatto che l'Egitto sia uno stato sovrano non ci impedisce di protestare con Il Cairo per l'arresto dello studente Patrick Zaky, il giovane attivista egiziano che studiava all'università di Bologna. Ma soprattutto mi piacerebbe che altrettanta fermezza nei confronti dell'autonomia del parlamento venisse esibita anche in campi diversi dalla legge Zan, per esempio per quanto riguarda la riforma della giustizia. I minacciosi comunicati dell'Associazione nazionale magistrati, le esternazioni altrettanto dure di singoli magistrati verso qualsiasi tentativo della politica di riordinare il sistema giudiziario costituiscono o no una "indebita ingerenza" di un potere nei confronti dell'autonomia di deputati e senatori? Su questo il presidente della Camera Fico e la sinistra tutta non hanno nulla da obiettare? Quelli che fanno i verginelli sono una delle categorie peggiori della politica, mi preoccupano più loro del Vaticano. Solitamente accade che le "pressioni" sono accolte se provengono da ambienti amici tipo appunto i magistrati, denunciate e respinte con sdegno se intralciano i propri piani. La laicità dello Stato va ribadita contro ogni fede invasiva, compresa quella dei giustizialisti che in quanto a violazione dei diritti e dogmatismo cieco sono assai più pericolosi di cardinali e vescovi. 

L'Ungheria sfida la Ue. Referendum sulla legge che discrimina i gay. Gaia Cesare il 22 Luglio 2021 su Il Giornale. Il premier Orbán: "Dite No ai cinque quesiti". L'opposizione: "Boicottiamolo come nel 2016". Come fece nel 2016, per rigettare le quote di ripartizione dei migranti decise dall'Unione europea, Viktor Orbán alza l'asticella dello scontro con Bruxelles e chiama a raccolta il popolo d'Ungheria. Stavolta c'è di mezzo lo scontro con la Ue sulla legge per la «tutela dei minori» che regola le informazioni sulla comunità Lgbtqia (lesbiche, gay, bisex, trans, intersessuali, queer, asessuali). Armato del suo ultranazionalismo, marchio di fabbrica dell'esecutivo di Budapest, Orbán annuncia il referendum: «Quando la pressione contro la nostra patria è così forte, solo la volontà comune del popolo può difendere l'Ungheria». Entrata in vigore l'8 luglio, la norma rende illegale mostrare o promuovere, a scuola e nei media, contenuti che rappresentino «deviazioni dall'identità corrispondente al proprio sesso assegnato alla nascita» se i destinatari sono minori, mettendo di fatto sullo stesso piano omosessualità e pedofilia. Il provvedimento, considerato discriminatorio dalle Ue, è stato definito «una vergogna» dalla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen tanto che Bruxelles ha aperto una procedura d'infrazione contro l'Ungheria, ha rinviato l'approvazione del Recovery Fund (7,2 miliardi) destinato a Budapest e medita l'introduzione di sanzioni dopo che l'Europarlamento ha votato una risoluzione che esorta l'Unione ad avviare un'azione legale contro il Paese, già condannato per «evidente rischio di violazione grave dei valori» europei. Governata dalla maggioranza assoluta di Fidesz, il partito nazionalista e ultraconservatore sospeso dal Ppe nel 2019 e poi uscito per sua scelta a marzo di quest'anno, l'Ungheria sovranista spaventa l'Europa ma non intende arretrare. E allora referendum sarà. Composto da cinque quesiti. Uno: «Sostieni che i minori dovrebbero frequentare le lezioni scolastiche sul tema degli orientamenti sessuali senza il consenso dei genitori?». Due: «Sostieni la promozione di trattamenti per il cambiamento di genere tra i minori?» Tre: «Sostieni che la chirurgia di riassegnazione del sesso debba essere disponibile per i minori?». Quattro: «Sostieni che i contenuti dei media che influenzano lo sviluppo sessuale dovrebbero essere presentati ai minori senza restrizioni?». Quinto e ultimo: «Sostieni che i contenuti multimediali che descrivono il cambiamento di genere debbano essere mostrati ai minori?». L'invito del premier è a votare sempre «No». «È un'iniziativa per distogliere l'attenzione dai guai del governo ungherese», attacca l'opposizione citando lo scandalo Pegasus: migliaia di politici, oppositori e giornalisti spiati anche dall'Ungheria, sulla quale la Ue ha avviato anche un'indagine per spionaggio. L'invito della minoranza è a boicottare il referendum, che vuole «mettere gli ungheresi gli uni contro gli altri» e usa i minori per «vili fini di propaganda». Nel 2016 finì male per Orbán: il referendum non raggiunse il quorum (votò il 43,2%) ma il primo ministro si convinse di aver dato comunque un segnale politico forte. Il 98% degli ungheresi che si recò alle urne disse «No», non vogliamo che la Ue «imponga a ogni paese membro quote di ripartizioni di migranti, senza consultare governo e Parlamento nazionali e sovrani magiari». Il portavoce del partito Coalizione democratica (DK), Barkóczi Balázs, è convinto che anche stavolta finirà come allora, con il referendum nullo. «Come conseguenza della sua disperazione, Orbán fa la solita cosa, inventa un'ennesima guerra con la Ue». Gaia Cesare

Si stringe il cerchio dei Paesi Ue contro Orban sulla legge anti-Lgbt. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 24 giugno 2021. È massima la pressione politico-mediatica contro il governo ungherese, promotore di una legge che vieta la propaganda Lgbt rivolta ai minori nelle scuole e sui media. Da una parte, come abbiamo già osservato sulle colonne di questa testata, ci sono gli europei e il calcio, sfruttato come arma politica dagli avversari del governo magiaro per fomentare e sensibilizzare l’opinione pubblica: dall’altra si muovono le cancellerie europee e l’Unione europea stessa, mentre i leader dell’Ue si trovano a Bruxelles per il consiglio europeo. “Questa legge ungherese è una vergogna. Ho incaricato i commissari responsabili di inviare una lettera per esprimere le nostre preoccupazioni legali prima che il disegno di legge entri in vigore. Discrimina chiaramente le persone in base al loro orientamento sessuale. Va contro i valori fondamentali dell’Unione europea: dignità umana, uguaglianza e rispetto dei diritti umani. Non scenderemo a compromessi su questi principi”, ha affermato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, durante la presentazione del Pnrr belga, in una presa di posizione piuttosto inusuale e inconsueta per il vertice della Commissione, che di prassi non dovrebbe intervenire nel dibattito interno dei Paesi membri dell’Ue. Nella giornata di ieri, come riporta l’agenzia LaPresse, il presidente ungherese, Janos Ader, ha firmato la tanto discussa legge anti-Lgbt. Secondo Ader, la legge non contiene alcuna disposizione che determini come deve vivere una persona maggiorenne e non lede il diritto al rispetto della vita privata, determinato dalla Costituzione. Come spiega l’Huffpost, la normativa, presentata la scorsa settimana da Fidesz, mira principalmente a combattere la pedofilia, ma include anche emendamenti che vietano altre forme di rappresentazione di orientamento sessuale oltre all’eterosessualità, nei programmi di educazione sessuale nelle scuole, nei film e nelle pubblicità rivolte agli under 18. Di fatto, Con la nuova legge sarà possibile vietare o censurare libri per ragazzi che parlano apertamente di omosessualità e non sarà permessa la diffusione di campagne pubblicitarie pro-Lgbt rivolte ai minori. I Paesi Ue la vedono come una forma di discriminazione, a differenza di Budapest. Secondo la Cancelliera tedesca Angela Merkel, la legge approvata dal Parlamento ungherese che mira a impedire la “promozione” dell’omosessualità e della comunità Lgbt è “sbagliata”. “La legge ungherese è una vergogna. Userò tutti i poteri che abbiamo per bloccarla e garantire i diritti dei cittadini. Brava Von der Leyen. Questa è l’Unione Europea che vogliamo” ha osservato su Twitter il segretario del Pd, Enrico Letta. “L’Italia – ha sottolineato il presidente del Consiglio, Mario Draghi – ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all’orientamento sessuale”. I Paesi firmatari (al momento) sono: Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Lettonia, Italia, Grecia, Austria e Cipro. Nella dichiarazione, gli stati Ue esprimono “profonda preoccupazione per l’adozione da parte del Parlamento ungherese di emendamenti che discriminano le persone Lgbtiq e violano il diritto alla libertà di espressione con il pretesto di proteggere i bambini”. Contro la legge del governo magiaro si è mosso anche David Sassoli che, come riporta Italpress, ha scritto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, chiedendo alla Commissione di adempiere agli obblighi previsti dai trattati dell’Ue per garantire il rispetto dello stato di diritto in tutti gli Stati membri. “Come indicato dalla nostra risoluzione del 10 giugno 2021, ho scritto alla Presidente della Commissione, a nome del Parlamento europeo e sulla base dell’articolo 265 del TFUE, per invitare la Commissione ad adempiere ai suoi obblighi di custode dei trattati e a garantire la piena e immediata applicazione del regolamento relativo alla condizionalità sul rispetto dello Stato di diritto”, ha ricordato Sassoli in apertura della sessione plenaria del Parlamento europeo a Bruxelles. Contro il governo ungherese si è espresso anche il Partito popolare europeo, attraverso le parole di capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber: “L’Europa è sinonimo di libertà e tolleranza. Costituiscono la base del nostro stile di vita e del nostro successo. Per proteggerlo non c’è posto per leggi che vanno contro le libertà fondamentali delle persone. Supportiamo pienamente la presidente von der Leyen per sostenere fermamente questi valori e le nostre leggi ovunque in Europa”. Mentre i capi di Stato e di governo dell’Unione europea si riuniscono oggi da Bruxelles per un Consiglio europeo che avrà come temi centrali i flussi migratori, la ripresa economica e le relazioni esterne, con particolare attenzione ai rapporti con la Turchia e la Russia, Budapest replica alle dichiarazioni di Ursula von der Leyen, definendole senza mezzi termini “una vergogna”. Affermazioni vergognose perché basate su “accuse false”. La legge oggetto del contendere “protegge i diritti dei bambini, garantisce i diritti dei genitori e non si applica ai diritti di orientamento sessuale di coloro che hanno più di 18 anni”, ragione per la quale non è discriminatoria, sottolinea in una nota il governo magiaro. Per l’opinionista statunitense Rod Dreher, prestigiosa firma della rivista the American Conservative, von der Leyen avrebbe spudoratamente mentito nella sua offensiva contro Budapest. La presidente della Commissione Ue, nota Dreher, “derubrica la legge come contraria a un’Unione europea dove sei libero di essere chi vuoi essere e dove sei libero di amare chi vuoi. Ma la legge ungherese non vieta l’omosessualità o l’essere transgender”. Al contrario, vieta la propaganda Lgbt rivolta ai minori. “Von Der Leyen afferma che difendere la Blue’s Clues Pride Parade e Drag Queen Story Hour è una questione di “diritti umani fondamentali” – ma non il diritto dei genitori a proteggere i propri figli da queste parate. Che il presidente della Commissione europea scelga di inquadrare il conflitto in questo modo la dice lunga su come la burocrazia europea consideri la famiglia tradizionale”. Da Bruxelles, il premier magiaro Viktor Orban è intervenuto per difendere la legge da poco approvata dal parlamento di Budapest. Sotto il comunismo in Ungheria l’omosessualità era punita per legge, e “io sono un combattente per la libertà, ho difeso i diritti degli omosessuali” ha spiegato, come riportato dall’agenzia Adnkronos. Le leggi approvate dal Parlamento ungherese “non riguardano l’omosessualità”, bensì “la difesa dei diritti dei bambini e dei genitori”. Rispondendo alle domande sulle norme riguardanti i contenuti per i minori dei pochi cronisti ammessi ai doorstep del Consiglio Europeo a Bruxelles., Orban ha poi aggiunto che “è sempre meglio prima leggere e poi parlare – continua Orban -. Le leggi riguardano il modo in cui i genitori vogliono educare i figli”. La legge ungherese sui contenuti destinati ai minorenni “non è nell’agenda” del Consiglio Europeo, osserva, ma “sono a disposizione di chiunque” voglia chiarimenti. In ogni caso, precisa, “la legge è fatta e funziona”. 

L’ultimatum dei Paesi membri contro l’Ungheria. Diritti gay, Draghi stoppa Orban: “Ritiri la legge”. Claudia Fusani su Il Riformista il 26 Giugno 2021. A Bruxelles una ventina di paesi dell’Unione hanno dato l’ultimatum a Viktor Orban perché ritiri quella legge che vieta di parlare di genere, identità sessuale e omosessualità nelle scuole fino a 18 anni di età. In Italia si apre il Tavolo per trovare una sintesi parlamentare sul ddl Zan, contro l’omotransfobia, con Salvini nei panni del “mediatore”, Alessandro Zan, il deputato Pd che della legge è l’ideatore, che lo avverte: «giù le mani dalla mia legge, volete solo svuotarla» e il segretario dem Letta che chiarisce: «La legge non si tocca». Fino a mercoledì primo luglio, giorno di convocazione del Tavolo con i capigruppo al Senato, si andrà avanti così. Lavorando a una mediazione che a oggi non sembra possibile. Poi ci sarà la conta in aula. Come se non bastasse Giorgia Meloni, presidente del gruppo conservatore Ecr, in missione a Bruxelles scatta selfie con Orban e si schiera col presidente ungherese: «Chi critica quella legge non l’ha letta». Facendo come minimo andare di traverso la giornata a Salvini che con Orban è in trattativa per farci un gruppo parlamentare europeo e in Italia a questo punto non può più “perdere” la battaglia sul ddl Zan. Per non parlare della Uefa che in pieno campionato europeo ha avviato un’indagine sulla partita Ungheria-Germania dove tifosi ungheresi avrebbero fatto cori e alzato il dito medio contro la Germania, “paladina dell’omosessualità”. Il premier Draghi pensava, sperava, di essersela cavata con “l’Italia è uno stato laico e il Parlamento sovrano” per tornare così a occuparsi di quello che preferisce, Pnrr, riforme, ripresa economica e dossier immigrazione. Nella conferenza stampa di fine Consiglio europeo neppure nomina il caso diritti lgbt, lo strappo dell’Ungheria e la lettera del Vaticano che martedì scorso ha scatenato il dibattito anche in Italia. Nel comunicato finale dell’EuCo la questione non è neppure citata perché non era all’ordine del giorno. Ma è sempre così, i dossier scomodi tenuti fuori dalla porta hanno la prerogativa di saper rientrare sempre dalla finestra. E nonostante pandemia («il virus non è sconfitto, la varianti sono aggressive ed è necessario accelerare sulle vaccinazioni»), Russia (il vertice con Putin resta congelato) e immigrazione («il dossier è tornato in agenda dopo tre anni, i ricollocamenti non erano l’obiettivo del vertice che invece si è concentrato sugli interventi europei nei paesi africani di partenza e transito»), tutte notizie di cui Draghi rivendica gli aspetti “utili e positivi, è il dossier diritti quello che tiene banco nella due giorni al Palazzo Europa, sede del Consiglio Europeo. E nelle dichiarazioni post Consiglio. Con Orban si sfiora la rottura. Macron, Merkel, Rutte, Kurz, lo stessa von der Leyen, il presidente Sassoli e Michel, tutti i principali leader europei usano toni ultimativi. «La questione dei valori è fondamentale per l’Europa», dice Macron. «C’è un aumento dell’illiberalismo nelle società che si sono battute contro il comunismo e che oggi sono attirate da modelli politici che sono contrari ai nostri valori» ha aggiunto denunciando “due blocchi europei”, quello dei paesi dell’Ovest e dei paesi dell’Est. Macron non vuole usare l’articolo 50 (recesso unilaterale di un paese dall’Unione, ndr) però invoca “procedure efficaci per isolare queste derive”. Che sono simili a quelle dei paesi di Visegrad contrari agli accordi sui flussi migratori. Il premier austriaco Kurz dice che “tocca alla Commissione Ue agire”. Draghi ha ricordato che l’articolo 2 del Trattato Ue – quello relativo ai diritti umani – è legato alla storia di oppressione dei diritti umani vissuta in Europa. «Il Trattato, sottoscritto anche dall’Ungheria, è lo stesso che nomina la Commissione guardiana del trattato stesso» ha detto rivolto a Orban. Spetta quindi alla Commissione «stabilire se l’Ungheria viola o no il Trattato». Angela Merkel, al suo ultimo consiglio Ue con pieni poteri (in ottobre si vota in Germania), non ricorda di «aver mai avuto in tanti anni una discussione di questa profondità e certamente non armoniosa. Con l’Ungheria restano problemi molto seri che vanno affrontati». Ursula von der Leyen congela al momento la faccenda denunciando «grande preoccupazione per una legge, quella ungherese, che viola i principi fondamentali dell’Unione». Tra Rutte e Orban si è arrivati quasi “alle mani” sui social. «Vattene», ha detto l’olandese… «Porta più rispetto agli ungheresi», ha replicato l’ungherese. Quello sui diritti è un incendio che va bloccato in fretta. Potrebbe diventare alibi per atti di odio e intolleranza come si sono visti negli stadi di Euro2020 con una Uefa impreparata a gestire questi fenomeni che pure sono frequenti negli stadi ormai da anni. In Italia è cominciata la conta su chi al Senato il prossimo 6 luglio potrebbe votare la calendarizzazione della legge così com’è a partire dal 13 luglio. Le posizioni non si avvicinano. Il Pd con Italia viva, 5 Stelle (chi, come e quanti ad oggi nessuno lo può dire), Leu sembrano granitici: la Nota diplomatica della Santa Sede ha accelerato l’iter del ddl Zan che la Lega tiene impantanato in commissione Giustizia da novembre scorso con l’alibi di 170 audizioni, l’equivalente di una tonnellata di cemento. Tutto il centrodestra chiede invece di correggere il testo Zan con le indicazioni arrivate dalla Santa Sede. «Importante è punire i violenti, la strada l’ha indicata la Santa Sede, ma togliamo dal tavolo il gender nelle scuole e i reati d’opinione. Ho scritto a Letta ma avrà molto da fare e non mi risponde». S’è fatto sentire anche Berlusconi che, a ridosso del semestre bianco, annusa aria di pretesto per disturbare il manovratore, cioè Draghi. «Abbiamo un governo di emergenza – ha detto il Cavaliere – che deve andare avanti per il tempo necessario per uscire dalla crisi sanitaria ed economica e realizzare grandi riforme come quella del fisco, della burocrazia e della giustizia. Non certo per occuparsi di argomenti divisivi come il ddl Zan». Il cui torto principale, par di capire, è di introdurre (articolo 1) i concerti di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Concetti “non nella nostra disponibilità” ha scritto la Santa Sede.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Ultimatum europeo a Orban: "Cambi la legge o passiamo ai fatti". Lorenzo Vita il 7 Luglio 2021 su Il Giornale. La legge approvata in Ungheria infiamma il dibattito. L'Ue chiede che Orban modifichi la normativa che limita i materiali Lgbt. E qualcuno mette in dubbio l'approvazione del piano per il Recovery Fund. Si infiamma lo scontro tra Unione europea e Ungheria sui diritti Lgbt e nel mirino c'è ovviamente Viktor Orban. La legge approvata da Budapest, che limita la visione di materiale Lgbt ai minori, è considerata contraria ai valori dell'Ue, e Bruxelles chiede che sia modificata prima di passare direttamente alla procedura di infrazione. La sfida si è allargata anche alla Polonia, altro Paese del Gruppo Visegrad che da tempo è al centro del dibattito per la sua legislazione sui diritti Lgbtq. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è scesa in campo con affermazioni che fanno intendere tutta la contrarierà dell'Unione europea alle ultime mosse di Orban. "Questa legge non serve alla protezione dei bambini, viene utilizzata la protezione dei bambini come pretesto per discriminare l'orientamento delle persone, questa legge è vergognosa", ha detto von der Leyen in sessione plenaria. Il capo della Commissione ha poi ribadito che la norma approvata in Ungheria "contraddice profondamente i valori fondamentali dell'Ue" minacciando di usare tutti gli strumenti a disposizione per "difendere questi valori". Il rischio è che in questo meccanismo di controllo e di procedure di infrazione rientri anche il piano per il Recovery Fund proposto dall'Ungheria. L'ipotesi era stata paventata dal capogruppo di Renew Europe, Dacian Ciolos, che aveva soprattutto posto l'accento sulla mancanza di trasparenza da parte di Orban. Per adesso l'ipotesi non sembra trovare conferme né in sede Ue né in sede magiara. I vertici dell'Unione hanno parlato di procedure di infrazioni, ma non hanno ancora menzionato in modo definitivo la possibilità di intaccare il piano sull'utilizzo dei fondi europei. "La Commissione Ue sta proseguendo la sua valutazione approfondita del piano ungherese di risanamento e resilienza rispetto agli undici criteri stabiliti nel regolamento Rrf", ha spiegato un portavoce dell'organo europeo. "Gli undici criteri richiedono in particolare una valutazione del fatto che le misure affrontino le sfide individuate nelle raccomandazioni specifiche per paese o un sottoinsieme significativo di esse e se i piani forniscono un adeguato meccanismo di controllo e verifica. Poiché la valutazione approfondita è in corso, non forniremo alcuna valutazione preliminare". Un discorso simile l'ha fatto Paolo Gentiloni, che ai giornalisti ha chiarito come i l'approvazione del piano di resilienza ungherese si basi sugli undici criteri definiti dall'Europa. Gentiloni ha confermato l'ipotesi di "strumenti paralleli" per convincere l'Ungheria a modificare la legge, ma sulla questione del piano lascia le porte aperte. Da Budapest, invece, ha parlato la ministra della giustizia ungherese, Judit Varga, che in un tweet ha smentito la voce rilanciate dall'agenzia tedesca Dpa e ha confermato che Bruxelles non ha respinto in alcun modo il piano ungherese. Segno che anche nel governo guidato da Orban si vogliano distinguere i due piani di azione.

Lorenzo Vita. Nato a Roma il 2 febbraio 1991, mi sono laureato in giurisprudenza nel 2016 con una tesi in diritto internazionale. Dopo la laurea, ho conseguito un master in geopolitica e ho seguito corsi sul terrorismo internazionale. Lavoro per ilGiornale.it dal 2017 e seguo in particolare Gli Occhi della Guerra. Da settembre 2018 mi sono trasferito a Milano e lavoro nella redazione del sito. Mi occupo prevalentemente di Esteri, con un occhio.. 

Ursula Von der Leyen minaccia Orban: "Legge vergognosa, cambiatela o passiamo ai fatti". L'Europa sanziona l'Ungheria?

 Libero Quotidiano il 07 luglio 2021. "Se l'Ungheria non aggiusterà il tiro la Commissione Ue userà i poteri ad essa conferiti in qualità di garante dei trattati. Noi ricorriamo a questi poteri a prescindere dallo Stato membro".  Così Ursula von der Leyen la Commissione non solo si appresta ad aprire una procedura d'infrazione per la legge anti-Lgbt che Budapest non vuole cambiare, ma sarebbe anche pronta a bloccare il suo Recovery plan. La legge anti Lgbt adottata in Ungheria, ha precisato la von der Leyen nel suo intervento alla plenaria sulle conclusioni dell'ultimo Consiglio europeo, "è vergognosa". La legge ungherese, ha affermato ancora, "dice che pubblicazioni con rappresentazioni di giovani Lgbt non possono essere più mostrate ai minori: praticamente l'omosessualità e la transessualità vengono poste allo stesso livello della pornografia. Questa legge non serve alla protezione dei bambini, viene utilizzata la protezione dei bambini come pretesto per discriminare l'orientamento delle persone, questa legge è vergognosa", spiega la von der Leyen. La legge, ha proseguito von der Leyen, "contraddice profondamente i valori fondamentali dell'Ue. Userò tutti gli strumenti che sono a disposizione della Commissione per difendere questi valori. Non lasceremo che una parte della società sia stigmatizzata. Dall'inizio del mio mandato abbiamo aperto circa 40 procedure di infrazione legate al rispetto dello stato di diritto e se necessario apriremo altre procedure", ha proseguito, spiegando che "non possiamo rimanere a guardare quando ci sono regioni che si dichiarano liberate da persone Lgbt. Non lasceremo che una parte della nostra società sia stigmatizzata, quando difendiamo parti delle nostre società noi difendiamo la libertà di tutta la nostra società", ha concluso la von der Leyen. 

Omofobia, Ue senza vergogna: affida il “processo” a Orban a un condannato per revenge porn. Sveva Ferri giovedì 8 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. È atteso per oggi il voto del Parlamento europeo sulla risoluzione contro l’Ungheria, per costringerla a modificare la legge a tutela dei bambini che dispone, tra l’altro, di non coinvolgerli nella propaganda Lgbt. Una legge “omofoba” secondo gli apparati di potere Ue, che in questa battaglia contro il governo Orban sono rappresentati da un uomo, il laburista maltese Cyrus Engerer, condannato in passato per revenge porn nei confronti dell’ex fidanzato.

Il «ricatto» Ue a Orban: a rischio i fondi del Recovery. Engerer è, infatti, l’estensore della risoluzione che chiede alla Commissione di intervenire contro Orban e che è parte di un più ampio «processo», ormai in atto da tempo, nei confronti di uno «Stato membro colpevole di non omologarsi al pensiero unico di Bruxelles», come ha commentato il copresidente del gruppo Ecr-FdI, Raffaele Fitto, al termine del «dibattito surreale» di ieri sul tema. La presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, del resto, sempre ieri ha già fatto sapere che «userà tutti i suoi poteri in qualità di guardiano dei Trattati». In ballo ci sono anche i 7,2 miliardi di euro del Recovery. «Utilizzare le nuove regole sulla condizionalità di bilancio come strumento per fare pressione sui governi non allineati con Bruxelles è un ricatto inaccettabile», ha commentato il capodelegazione di FdI a Bruxelles, Carlo Fidanza.

La risposta ungherese all’offensiva di Bruxelles. Dunque, tutta la faccenda prende i connotati di un vero e proprio «ricatto», che per altro rappresenta un precedente gravissimo rispetto alle ingerenze che l’Ue è pronta a esercitare sugli Stati membri e sui suoi governi legittimamente in carica. «Bruxelles non può rimuovere per nessun motivo politico ciò per cui gli ungheresi hanno lavorato», ha avvertito il ministro della Giustizia ungherese Judit Varga, ribadendo la posizione di un esecutivo che è pronto a ribattere colpo su colpo. Sempre Varga ha chiarito che Budapest promuoverà una campagna di informazione presso governi e istituzioni Ue per smontare le fake news contro una legge «mal interpretata». Intanto, ha lanciato la bomba: «Quanto è credibile il relatore dell’Europarlamento che contesta la legge sulla protezione dell’infanzia dopo essere stato condannato per un crimine sessuale?», sono state le sue parole, riportate da La Verità.

Il grande accusatore di Orban condannato per revenge porn. I fatti cui si riferisce Varga sono pubblici e se ne trova ampia conferma sul Times of Malta dell’epoca. Vi si legge che Engerer nel 2014 ricevette una condanna a due anni di carcere per aver «distribuito foto pornografiche del suo ex fidanzato nel tentativo di screditarlo». Un caso da manuale di «revenge porn», come lo definisce senza mezzi termini anche il Times of Malta: Engerer e l’ex fidanzato si lasciano; l’attuale europarlamentare spedisce foto intime al datore di lavoro dell’ex; l’ex sporge denuncia e parte un processo che, alla fine, porta alla condanna del laburista, che però ha ottenuto la sospensione della pena e, in virtù delle leggi maltesi, ha potuto comunque candidarsi, conquistando poi il seggio all’Europarlamento.

E poi parlano di odio…Con questo pregresso, dunque, Engerer si presenta come capofila del fronte parlamentare anti Orban, che ha l’appoggio incondizionato della Commissione. «L’Ue non è posto per la politica dell’odio», tuona oggi Engerer, aggiungendo che «il fatto che Orbán abbia introdotto una legge omofoba in stile russo nel quadro legislativo dell’Ue deve essere condannato e punito». Ancora La Verità ricorda come del caso di revenge porn in capo a Engerer si occupò anche la giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa in un attentato nel 2017.

Dalle sue cronache emergono ulteriori dettagli sul comportamento dell’attuale eurodeputato. Engerer, ricostruì Galizia, entrò in casa dell’ex senza permesso e rubò le foto dal suo computer, usandole poi «per ferirlo agli occhi del suo datore di lavoro e dei colleghi, sperando che perdesse il lavoro o almeno il loro rispetto». «Se non riuscite a capire che si tratta di un crimine grave, allora – concludeva la giornalista – dovreste mettere in discussione i vostri valori». 

Ddl Zan, la Garante dell’Infanzia della Regione Umbria: “Legittima rapporti con animali e cose”. Giampiero Casoni il 07/07/2021 su Notizie.it. Ddl Zan, la Garante dell’Infanzia: “Legittima rapporti anche con animali o cose. Ogni desiderio sarà considerato un bisogno e il bisogno un diritto”.  Ddl Zan e iperboli interpretative, iperboli come quella della Garante dell’Infanzia della Regione Umbria per cui le legge concepita così com’è legittimerebbe “rapporti anche con animali o cose” e incentiverebbe incesti, poligamie e gang banghismo con i mobili di casa. Insomma, fra le tante decorose ragioni in punto di dialettica democratica per esprimere perplessità su alcune parti del Ddl Zan Maria Rita Castellani, garante dei diritti dell’Infanzia per la Regione Umbria, è andata ad elaborarne una che ha il pregio dell’iperbole da sodomia biblica, che è però pregio solo in letteratura fetish.  In buona sostanza e con piena coscienza del suo ruolo istituzionale che le fa divieto di buttarla troppa massa critica la signora ha detto perché a suo parere bisogna dire di no alla legge che sanziona l’omotransfobia. E la risposta è certa, granitica e senza tema di equivoco perché le cose equivoche le fanno solo quelli là: perché approvarla legittimerebbe il sesso con i bambini o con gli animali. Dove sta il nodo cruciale a parare della Garante? Nella definizione ondivaga e soggettiva del concetto di identità di genere.  Insomma, l’equazione è, o sarebbe “se io attribuisco in punto di libertà individuale al genere una natura diversa da ciò che natura ed anagrafe in quel momento significano in esteriorità allora potrò avere rapporti con chiunque perché non esiste più legame fra ciò che si è davvero e ciò che si appare”. Con chiunque e qualunque cosa a questo punto, perché a seguire il ragionamento della dottoressa Castellani, amica dell’ortodosso Simone Pillon, un comodino non è detto che sia tale e potrebbe coltivare sogni identitari precisi e divergenti dalla sua natura di coso su cui poggiare gli occhiali la sera. Fuor di celia e di iperbole (ma ha cominciato lei) le affermazioni della Garante umbra per l’Infanzia hanno sollevato un vespaio grosso come quel Palazzo Madama che il 13 luglio si appresta a diventare ring per Pd e Lega, divisi sul tema come Totò e Peppino a Berlino e  con Matteo Renzi a fare da Check Point Charlie. È stata depositata anche una formale richiesta da parte di associazioni e partiti di opposizione che chiedono la testa della Castellani. Ecco in polpa le sue affermazioni sul tema: “Il concetto d’identità cambia, non è più quello antropologico che conosciamo da sempre e che distingue persona da persona a ragione di evidenze biologiche, ma diventerà qualcosa che io, cittadino, posso decidere arbitrariamente secondo la percezione del momento”. E ancora: “Di conseguenza ogni desiderio sarà considerato un bisogno e il bisogno un diritto. Si potrà scegliere l’orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l’incesto non saranno più un tabù”. Messa al sicuro la nonna dalle scalmane del pappagallo di casa e del ferro da stiro resta il dato storico per cui le affermazioni della garante sono finite dritte in una lettera indirizzata alla governatrice Donatella Tesei. Lo scopo? Manco a dirlo, sempre la testa della Castellani che con tre frasi tre è riuscita a superare in appeal di periglio pure Billy The Kid. La richiesta porta in calce la firma di associazioni Lgbt, partiti, sindacati, studenti, medici, psicologi e marmitte catalitiche in crisi di identità. Ecco cosa dice in stralcio lo scritto: “Castellani ha realizzato un’acrobazia pericolosa in bilico fra propri convincimenti personali e pregiudizi inqualificabili, dimostrando un’ignoranza colpevole per chi ricopre il suo ruolo, acrobazia che rappresenta una realtà fantascientifica, inesistente nel mondo delle cose concrete e non scritta nel Ddl Zan”. Nessun problema per le chiocciole della mail list: loro sono ermafrodite.

Assedio a Orban per una legge che non parla di omofobia ma di pedofilia. Meloni: quanti l’hanno letta? Adele Sirocchi sabato 26 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Viktor Orban, l’Europa è in pressing contro il premier ungherese per la legge che vieta la propaganda gender ai minori. Orban non cede di un millimetro ma intanto la retorica anti-Ungheria si fa sempre più asfissiante e va dalle tirate d’orecchio di Ursula von der Leyen al documento dei 17 paesi in difesa dei diritti sconfinando nei campi di calcio tinti di arcobaleno.

La legge parla di minori e non dell’omosessualità. Orban intanto replica attaccando: «L’omosessualità non c’entra con questa legge. Si parla dei minori e dei loro genitori, tutto qui». Con lui si è schierato l’omologo sloveno Janez Jansa. E Judit Varga, ministro ungherese della Giustizia, si infuria: «L’orientamento sessuale e l’identità di genere rientrano pienamente nelle tutele della Costituzione ungherese». E sostiene che nel suo Paese «tutti sono liberi di esprimere la loro identità sessuale come ritengono». In pratica si attacca una legge di cui nessuno vuole conoscere il contenuto. Un appunto che anche Giorgia Meloni fa proprio. Ieri ha dichiarato in proposito: “Io la legge l’ho letta e le cose sono distanti da come vengono raccontate. La legge è scritta con toni che non mi piacciono. Ma è una legge che vieta la propaganda gender nelle scuole da parte di organizzazioni che non appartengono al sistema di istruzione ungherese”.

Cosa contiene la legge ungherese. Oggi solo Libero e la Verità si preoccupano di informare i lettori su cosa contiene la contestata legge ungherese, il cui titolo è «Sull’adozione di misure più severe contro i pedofili e sulla modifica di alcune leggi per la protezione dei bambini». Il primo titolo – scrive la Verità – prevede un emendamento alla legge sulla protezione dei bambini e l’amministrazione della tutela. Il nuovo articolo recita: «Per garantire la realizzazione degli obiettivi stabiliti nella presente legge e l’attuazione dei diritti dei minori, è vietato rendere accessibile alle persone che non hanno raggiunto l’età di 18 anni un contenuto pornografico o che rappresenta la sessualità in modo gratuito o che diffonde o ritrae la divergenza dall’identità corrispondente al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso o l’omosessualità».

Le norme e i divieti della legge di Orban. Il terzo titolo – scrive ancora La Verità – riguarda la modificazione della legge sulla pubblicità. La nuova norma recita: «È vietato rendere accessibile alle persone che non hanno raggiunto l’età di 18 anni la pubblicità che ritrae la sessualità in modo gratuito o che diffonda o ritragga la divergenza dall’autoidentità corrispondente al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso o l’omosessualità». Vi è poi il titolo 5, che prevede una stretta sui programmi classificati come «non adatti a un pubblico di età inferiore ai 18 anni», cioè quelli in cui elemento centrale è «la violenza, la diffusione o la rappresentazione della divergenza dall’identità personale corrispondente al sesso alla nascita, del cambiamento di sesso o dell’omosessualità o la rappresentazione diretta, semplicistica o gratuita della sessualità». In pratica, la legge censura i contenuti che ritiene impropri e legati a tutta la sfera della sessualità e non solo a quella dell’orientamento sessuale Lgbt. Si può discutere se sia opportuno “proteggere” i minori in questo modo ma non è certo corretto presentarla come una normativa anti-gay.

La leader di Fdi dice la sua. Roma Pride 2021, Meloni: “Cristo lgbt è irrispettoso”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 26 Giugno 2021. Il corteo Roma Pride 2021 è arrivato a piazza della Repubblica e la manifestazione si è conclusa. Ad aprirsi invece ora sono le polemiche, e a farlo è la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni: “Leggo che il corteo del Roma Pride è aperto da un ragazzo travestito da ‘Cristo Lgbt’, con stimmate colorate e bandiera arcobaleno. Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c’è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi? E aggiungo: come si concilia la lotta alle discriminazioni, alla violenza e all’odio con i cori di insulti e minacce contro chi non è d’accordo con il ddl Zan? Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno. Io la penso così. Qualcun altro evidentemente no”, conclude così il suo pensiero affidato alla pagina Facebook. Il corteo del Roma Pride 2021 ha raggiunto piazza della Repubblica. Sono partiti in migliaia, dall’Esquilino senza i tradizionali carri. I sostenitori Lgbti+ hanno sfilato in modo pacifico e senza scontri di sorta, sventolando bandiere arcobaleno e cartelli in favore del ddl Zan. Si sono sentiti cori di Bella Ciao e le canzoni di Raffaella Carrà. L’organizzazione del Pride è stata a cura del circolo di cultura omosessuale Mario Mieli che ha curato anche lo striscione di apertura del corteo che recitava: “Orgoglio e Ostentazione”. Alle sue spalle, in riferimento alle ultime dichiarazioni del Vaticano in merito al ddl Zan: “Per la laicità dello Stato aboliamo il concordato”. Riccardo Annibali

L'ira della Meloni: "Guardate questo cristo Lgbt..." Federico Garau il 26 Giugno 2021 su Il Giornale. Al corteo arcobaleno di Roma compare anche il "Cristo Lgbt". Meloni: "Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno". Mentre si continua a discutere in merito al Ddl Zan, sale la tensione per le strade italiane, dove proprio oggi hanno sfilato cortei a favore dei diritti Lgbt. Almeno sei le città dello stivale coivolte, da Milano a Roma, fino ad arrivare ad Ancona, L'Aquila, Faenza e Martina Franca, in provincia di Taranto. Nel corso delle sfilate, anche manifestazioni di insofferenza: al gay pride di Bologna, nella giornata di apertura, impronte rosa sono state volutamente impresse sui volti di alcuni famosi politici appartenenti alla destra, come Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn e Donald Trump. Ma le provocazioni del popolo arcobaleno non sono finite, come mostrato dalla leader di Fratelli d'Italia sulla propria pagina Facebook.

Il "Cristo Lgbt". A guidare il corteo del Roma Pride di oggi, infatti, c'era un ragazzo travestito da "Cristo Lgbt". Un'immagine difficile da accettare per chi ha a cuore certi simboli religiosi. "Leggo che il corteo del Roma Pride è aperto da un ragazzo travestito da 'Cristo Lgbt', con stimmate colorate e bandiera arcobaleno", ha dichiarato Giorgia Meloni, postando la foto della sfilata. "Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?", si è domandata la presidente di FdI. E ancora: "Aggiungo: come si concilia la lotta alle discriminazioni, alla violenza e all'odio con i cori di insulti e minacce contro chi non è d'accordo con il ddl Zan? Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno. Io la penso così. Qualcun altro evidentemente no". Con il loro atteggiamento intransigente nei confronti di chi non la pensa come loro, i sostenitori del Ddl Zan stanno mostrando proprio quel comportamento discriminatorio che tanto condannano.

"La Chiesa mi vuole morto". Fra i manifestanti, del resto, c'è anche chi non ha rispetto per le istituzioni religiose, e arriva addirittura a condannarle. "La Chiesa perseguita le persone Lgbt da 2000 anni. Di fronte a un ddl che può provare ad arginare i fenomeni di odio dovrebbe almeno rispettare l'autonomia del Parlamento italiano invece di appellarsi a un concordato vecchio di 90 anni", ha apertamente dichiarato all'AdnKronos un manifestante del corteo di Roma, che sfilava con un cartello recante la scritta 'Sono gay e la Chiesa cattolica mi vuole morto'. In realtà le intenzioni della Chiesa con la sua richiesta di rimodulazione del decreto di legge erano ben altre, come dichiarato dal Segretario di Stato Pietro Parolin, ma evidentemente il messaggio non è passato.

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger).

Il gay pride blasfemo fa esplodere le polemiche. Federico Garau il 27 Giugno 2021 su Il Giornale. Non è piaciuta la provocazione del mondo Lgbt, in tanti ad insorgere sui social. Dopo le parole della Meloni, arriva la condanna di Salvini: "Una schifezza, un’offesa e una sgradevole mancanza di rispetto". È scoppiata un'autentica bufera in seguito ai cortei arcobaleno che ieri hanno sfilato per le strade dello Stivale al fine di riaffermare i diritti del popolo Lgbt e sostenere con forza il Ddl Zan: da Milano a Roma, fino ad arrivare a Martina Franca (Taranto), tante le immagini delle sfilate, dove non sono mancate provocazioni nei confronti della Chiesa, rea di aver chiesto una rimodulazione del disegno di legge. Fra queste, a fare scalpore è stata di sicuro quella del "Cristo gay" impersonato da un giovane agghindato ad arte, con tanto di stimmate colorate. Una foto che ha fatto il giro dei social, scatenando l'ovvia reazione dei religiosi. La prima a far sentire la propria voce è stata la leader di Fratelli d'Italia, che postando sui propri account social l'immagine del "Cristo gay" ha commentato: "Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi? Aggiungo: come si concilia la lotta alle discriminazioni, alla violenza e all'odio con i cori di insulti e minacce contro chi non è d'accordo con il ddl Zan? Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno. Io la penso così. Qualcun altro evidentemente no". Parole che hanno poi provocato la reazione dell'ex deputato grillino passato al gruppo misto Giorgio Trizzino: "Che Giorgia Meloni si erga a difensore della Cristianità rivendicando che al Roma Pride non possa mostrarsi un ragazzo travestito da Gesù Cristo, mi fa molto pensare. Mi chiedo come mai la patriottica Giorgia si ricordi di essere cattolica e praticante solo in queste circostanze, mentre mostra gravissimi vuoti di fede quando urla che bisogna respingere al mittente quei poveri migranti che cercano un po' di vita approdando sulle nostre coste". A replicare alla frecciata del deputato Trizzino è stato il rappresentante di FdI Andrea Delmastro. "Si atteggia ad ayatollah della cristianità e lancia una laica scomunica a Giorgia Meloni, rea di aver stigmatizzato il disgustoso Cristo Lgbt", ha commentato Delmastro, riferendosi all'ex pentastellato. "Meloni ha, con equilibrio e pacatezza, difeso il sentimento di cristianità, offeso e vilipeso dalla manifestazione Lgbt chiedendosi perché l'affermazione di presunti diritti debba passare per la denigrazione di Cristo". In realtà sono in molti a non aver affatto gradito le provocazioni del popolo arcobaleno, che avrebbe potuto tranquillamente manifestare ed esprimere le proprie idee senza attaccare quei simboli ritenuti preziosi non soltanto dai cristiani praticanti, ma anche da coloro che nutrono un forte rispetto nei confronti delle tradizioni religiose del Paese. Durante le manifestazioni di ieri si è visto di tutto, non solo il "Cristo gay", ma anche un papa Francesco mascherato e striscioni ed insulti rivolti contro il Vaticano ("Per la laicità dello Stato aboliamo il Concordato", o "Vaticano vaff...", solo per citarne alcuni). "Nel 2021 è chiaro a tutti quanto la comunicazione conti. E che nessuno si permetta di fare lo splendido con la figura di Maometto perché lì si tratta di “rispetto”, o paura. Allora mi chiedo il senso di sputare in faccia ai cristiani. Accorcia le distanze?", ha sbottato la senatrice di FdI Daniela Santanchè. Ad unirsi agli indignati, anche il giornalista e scrittore del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi: "Ieri il Gay Pride di Roma è stato aperto da uno striscione antivaticano con un tizio che irrideva la figura di Gesù, nudo con corona di spine, stimmate e drappo arcobaleno", ha commentato. "Ho invidiato i musulmani che riescono a far rispettare Maometto, inculcando in quei 4 cialtroni la paura". Parole pesantissime che hanno naturalmente scatenato un autentico putiferio sui social network. A far discutere anche il pride di Milano, dove non sono mancati gli slogan contro la Chiesa. A postare le immagini del corteo, dove è apparsa una "seconda versione" del Cristo gay, è stato un indignato Matteo Salvini. "Ieri in piazza a Milano..." ha scritto il leader della Lega. "Secondo me raffigurare Gesù Cristo con minigonna e tacchi a spillo non è una simpatica provocazione, è una schifezza, un’offesa e una sgradevole mancanza di rispetto".

Federico Garau. Sardo, profondamente innamorato della mia terra. Mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali e da sempre ho una passione per l'archeologia. I miei altri grandi interessi sono la fotografia ed ogni genere di sport, in particolar modo il tennis (sono accanito tifoso di King Roger). Dal 2018 collaboro con IlGiornale.it, dove mi occupo soprattutto di cronaca.

Felice Manti per "il Giornale"  il 28 giugno 2021. Orgoglio e pregiudizio. No, Jane Austen non c'entra, anche se nella comunità Lgbt lei è un'icona perché si favoleggia fosse lesbica. Balle. L'orgoglio è quello andato in scena ieri ai Gay Pride, da Milano a Roma, il pregiudizio è il solito: siccome «la Chiesa perseguita i gay da 2mila anni» (altra balla) allora perché non trasformare anche Gesù in un'icona gender, mettergli dei tacchi a spillo, imbrattare la sua croce con un simbolo fallico e guadagnarsi una foto sui giornali? Un attivista l'ha fatto, e il risultato l'ha ottenuto. «Secondo me raffigurare Gesù Cristo con minigonna e tacchi a spillo non è una simpatica provocazione, è una schifezza, un'offesa e una sgradevole mancanza di rispetto», twitta Matteo Salvini. «Che bisogno c'è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?», aveva detto già l'altro giorno la leader Fdi Giorgia Meloni. Se oggi qualcuno volesse sostenere che questo attivista gay ha insultato una religione nel cui nome, nel 2020, sono morte 4.761 persone, potrebbe farlo senza timore di smentita. D'altronde, i dati parlano chiaro: l'anno scorso 340 milioni di persone sono state perseguitate perché credono che un ragazzo di 33 anni morto in croce fosse il figlio di Dio. Ma con il ddl Zan sarà ancora possibile difendere il proprio credo da una bestemmia arcobaleno? Sarà ancora possibile dire che un bambino ha diritto a una mamma e a un papà senza finire davanti a un giudice? Secondo il Vaticano e molti esperti, no. La Chiesa è un facile bersaglio, soprattutto se rivendica la propria libertà di culto prevista nel Concordato. Ma, come dice padre Laurent Cabantous, «la libertas ecclesiae è il cuore di ogni altra libertà, e la Chiesa nel proteggere i suoi diritti difende la libertà di tutti». Nessuno nel centrodestra vuole giustificare i reati di omotransfobia, tanto che Lega, Fdi e Forza Italia hanno presentato una proposta di legge, molto più ragionevole e meno ideologica, per venire incontro alle istanze della comunità Lgbt. Eppure il tema resta lo stesso: il ddl Zan serve perché copre un vuoto normativo o è solo un cavallo di Troia per imbavagliare i cattolici? La Pd Monica Cirinnà ha gettato la maschera: «Va approvato così com'è - ha detto a margine del Gay Pride di Roma - se dovesse essere modificato meglio non avere nessuna legge». Segno che il problema non è combattere veramente l'omotransfobia, ma approfittare di un clima favorevole per mettere fuori gioco chi si ostina ad opporsi al pensiero unico che predica amore vero ma razzola di utero in affitto, fluidità di genere e ideologia gender nelle scuole. «Se non ci sarà una legge perché la parte oltranzista del Parlamento non si siederà con la volontà di approvare una norma buona e condivisa, ai cittadini sarà chiaro chi stava realmente dalla parte dei diritti e delle libertà e chi, invece, faceva solo finta», dice Licia Ronzulli di Forza Italia. Intanto ieri un ragazzo, Orlando Merenda, si è gettato sotto un treno a 18 anni, i pm indagano per bullismo e omofobia, altro segno che una nuova legge non serve. Il ragazzo sui social aveva scritto «il problema delle menti chiuse è che hanno la bocca aperta», qualcuno ha replicato «morte ai gay». Non è puntando il dito contro il nemico, che sia un prete o un militante Lgbt, che si risolve il problema dell'omofobia. Non è spaccando il Paese mettendo all'indice cattolici e moderati che si insegna la tolleranza per chi percepisce il proprio corpo come qualcosa di estraneo. È anche per questo che Papa Francesco lunedì scorso ha scritto (a mano e in spagnolo) al padre gesuita James Martin, considerato un difensore dei diritti Lgbt, dicendo che «il cuore di Dio è aperto a tutti, si avvicina con amore ad ognuno dei suoi figli». Perché il rispetto prevede altrettanto rispetto, l'odio semina odio, e nessuna legge potrà impedirlo. Qualcuno, duemila anni fa, è morto per amore di tutti. Anche di Orlando.

Pride, così la piazza ha scatenato d'odio: parlano d'amore ma vogliono annientare chi non la pensa come loro. Renato Farina su Libero Quotidiano il 28 giugno 2021. Gay pride, sabato scorso. Si può discuterne senza essere appesi per i piedi? Provando a disobbedire all'obbligo dell'inginocchiatoio dinanzi a questa colonna marciante del pensiero unico? Ci provo. Il corteo di Roma per la difesa dei diritti omosessuali è stato un lungo ululato di odio, che resta tale anche se fluisce circondato dai dolci colori dell'arcobaleno. Lo scopo della marcia è la divisione dell'umanità in due razze. Da una parte quella superiore, che esige l'approvazione sic et simpliciter del disegno di legge Zan. L'altra, tipicamente sub -umana, che chiede se ne discuta, si provi almeno a prendere sul serio le ragioni chi ne intravede un uso intimidatorio verso i dissenzienti. L'allegro serpentone è stato preceduto da un tale che rappresentava Gesù Cristo, reso idoneo a partecipare al carnevale Lgbtqi+. Che cos'è se non cosciente cristianofobia? Maledizioni non solo contro chi osi citare la Bibbia sulla condanna della sodomia, ma anche contro chi vorrebbe che il ddl Zan lasciasse la libertà di dar ragione al catechismo senza la prospettiva di finire in tribunale. In questo quadro il vaffa al Vaticano è quanto di più mite si sia scandito. Queste cose si possono dire anche oggi? Anche dinanzi all'orrore di un ragazzino suicida a Torino travolto- dicono gli amici - dai bulli omofobi, che possano sprofondare?

Il consenso dei media. Si è soliti udire una critica da parte degli omosessuali più seri ai vari gay pride che suona così: è una pagliacciata, non mi ritrovo in una manifestazione di cattivo gusto così esibito. D'accordo. Ma non è questo il punto. Chiunque abbia un minimo di coscienza di sé, senza bisogno di essere omo o bio transessuale, sa che la cifra sessuale della vita intima e sociale di ciascuno è comunque un dramma, perché i rapporti con l'altro/a di qualsiasi genere e tipo sono attraversati da questo essere maschio o femmina. Ma guai a ridurre la questione a scontro tra etero e i diversi (o, detta altrimenti, tra Lgbt e i diversi), come se fosse una lotta di classe, al termine della quale saremo tutti felici come predicava il comunismo. Balle. Nei Paesi come la Svezia dove la questione è risolta pienamente, e i diritti a qualsiasi amore e al loro riconoscimento sociale sono pienamente sanciti, la tragedia incombe comunque (si veda su Netflix il film Dancing Queen). La volontà di potere e di mercificazione del prossimo (concupiscenza come la definisce san Tommaso o sfruttamento -alienazione, vedi Marx, Nietzsche e Freud) è un demone a cui ciascuno è chiamato a mettere le catene per far prevalere l'amore come dono di sé. Dunque mettersi le piume o indossare la tiara colorandola di arcobaleno e andare in piazza sui carriaggi come al carnevale butta la questione un po' troppo sul ridicolo. Del resto esiste il diritto umano ad essere farseschi. Il problema è che ogni anno di più questi spettacoli pubblici di orgoglio Lgbt, mano a mano che cresce intorno ad essi il consenso, e il Tg1 ne parla con la stessa devozione della messa di Natale, acquisiscono la tracotanza dell'intolleranza e dell'odio. Ma qualcuno ha letto davvero i cartelli, ascoltato i canti, osservato i travestimenti che ufficialmente sarebbero satirici? Altro che partito dell'amore, queste sono pure sceneggiate di odio in maschera, con la complicità condiscendente dei media. È vero. L'odio è un sentimento, e cometa le non è un reato. Eppure il primo esercizio di libertà è di chiamare le cose con il loro nome. Accettando il parere di chi dà un altro nome, ma nel rispetto dell'interlocutore. Tutto questo è impossibile. Chi contraddice il tema del "si può amare chi si vuole come si vuole" (un famoso maître à penser ha aggiunto "anche i cani") è perciò stesso infilato tra gli omofobi, e perciò, prima ancora che messo nelle mani dei magistrati, sottoposto a scorticatura dell'anima. Altro che "chi sono io per giudicare?". Sei impalato al volo.

Diritti fasulli. Ecco, in questo senso il clima da gay pride che sta trionfando oggi (e che l'intervento della Santa Sede ha cercato di riportare sui binari della pacata razionalità) è pericoloso. Non perché da quei cortei rischino di partire pattuglie di omo-black-bloc, solo un cretino potrebbe pensarlo. Il fatto è che esistono i manganellatori del pensiero e delle coscienze. E i gay pride si basano su un dogma che è impossibile mettere in discussione senza essere scomunicati dai sacerdoti dell'amore libero e sbattuti fuori dal recinto della civiltà. Un po' come il movimento Black Lives Matter. Tutti in ginocchio. Chi non si inginocchia appartiene al mondo delle bestie, com' è sfuggito con un mirabile lapsus a Chiellini, passa per un nazista, vuole l'Auschwitz per i neri e in questo caso per le persone di orientamento omosessuale, con le varianti che mano a mano si aggiungono con una letterina ed oramai con il + per sottolineare che sono infinite quanto i pareri di ciascuno. Ecco, chiederei che in quelle categorie di diversi da rispettare, comprendendoli misericordiosamente in quel +, ci siano anche coloro che ieri il gay pride ha schernito, assoldando all'uopo anche un finto Gesù Cristo. P.S. Per intenderci, so per certo citando Pier Paolo Pasolini a proposito della Dc e delle stragi -, so, sono sicuro, ma non ho le prove, che le poche migliaia che si esercitano al gay pride sono le arcobaleniche avanguardie di poteri assai meno vezzosamente piumati, il cui scopo da decenni è di sciogliere ciò che resta delle radici giudaico cristiane nell'acido dei diritti fasulli. Qualcosa però resiste nella memoria nebbiosa dei popoli.

Alessandro Sallusti contro il ddl Zan: i fascisti di oggi cantano Bella Ciao. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 27 giugno 2021. Tranquilli, dicono a sinistra che la legge Zan non limiterà le libertà di pensiero e opinione. È la stessa sinistra che in queste ore, con un appello firmato da 150 pseudo illustri economisti d'area, chiede la rimozione di due autorevoli consulenti del governo, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro non perché giudicati incapaci, non perché pregiudicati e neppure perché raccomandati, ma in quanto pensatori liberisti. Parità di genere quindi per i trans, ma non parità di pensiero per i liberali: un economista che crede nel libero mercato non ha diritto di parola e di rappresentanza, tanto meno di accesso alle stanze del potere. Ieri il fascismo, oggi il liberismo, presto se passa il decreto Zan così come è - il cattolicesimo. Mai l'offensiva per eliminare il pensiero non di sinistra è stata così violenta e diffusa. La parola d'ordine è "omologarsi" e non mi stupirei se il Pd iniziasse a emanare liste di proscrizione di professori, giornalisti e pensatori da cacciare da università, mezzi di comunicazione e uffici pubblici. Il precedente c'è: 1938, quando in concomitanza con la sciagurata firma delle leggi razziali furono espulsi dagli atenei italiani 96 docenti, ben il 7%, oltre a circa 200 altri ricercatori e liberi insegnanti per il solo fatto che erano ebrei. Oggi i fascisti non portano la camicia nera, cantano Bella Ciao e hanno in tasca la tessera del Pd o di uno dei tanti partitini d'area. Professori che pensano di poter imporre alle scuole cattoliche cosa insegnare, agli economisti cosa pensare, a noi come scrivere (alcune parole sono già state messe al bando e usarle comporta andare in seri guai professionali). E chi non si adegua? Ora cacciato, punito, deriso, messo all'indice, un domani - perché no? - un bel campo di rieducazione come pena alternativa al carcere. Chiedere la testa di due economisti in quanto liberisti è un fatto gravissimo. Che a farlo siano 150 professori e non un gruppo di invasati sui social spazzatura rende la cosa assai pericolosa. E dà la misura di che cosa sia e in che mani sia finita l'università italiana (sulla immoralità della sinistra non abbiamo mai nutrito dubbi).

Lo sfregio al Gay Pride: calpestati i volti dei leader di destra. Francesca Bernasconi il 26 Giugno 2021 su Il Giornale. A Bologna inizia la settimana transfemminista. Per la performance di apertura, le impronte rosa imbrattano volti noti. In testa una mitra rosa, il tradizionale copricapo del vescovo, e in mano cartelloni e bandane dello stesso colore. Lasciano impronte (anche queste rosa) sui volti di personaggi noti, come Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Simone Pillon, Mario Adinolfi, Viktor Orbàn, Donald Trump e Papa Francesco. La chiamano "performance", ma è l'ennesima manifestazione violenta del popolo arcobaleno. È andata in scena in piazza Nettuno a Bologna per lanciare la settimana transfemminista e transnazionale che, da oggi fino al 3 luglio coinvolgerà diverse realtà del territorio bolognese. La trovata non distende certo gli animi in un momento dove la politica si sta già profondamente dividendo sul ddl Zan.

Il popolo arcobaleno all'attacco. "Da oggi fino al 3 luglio invaderemo lo spazio pubblico con i nostri corpi - spiegano le femministe al microfono e nei post pubblicati sui social -la nostra rabbia e la nostra gioia contro i continui attacchi misogini e omolesbobitransfobici". Gli attacchi di cui parlano i fautori della manifestazione hanno assunto una dimensione transnazionale: "L'uscita dalla convenzione di Istanbul voluta da Erdogan ha come base la stessa retorica degli attacchi alla legge Zan in Italia", spiegano nel post, citando anche la posizione del Vaticano in merito al Ddl Zan. "Questi attacchi familisti e ultraconservatori di fatto legittimano la violenza che subiamo quotidianamente e sono la reazione eterocispatriarcale alla nostra rivendicazione di autodeterminazione". I collettivi, le associazioni Lgbtqia+ di Bologna e il nodo locale di Non Una Di Menosi scagliano contro i sostenitori della famiglia nucleare e intendono rispondere agli"Stati Generali della Natalità, dove il primo ministro sfila davanti al Papa additando le donne di rifiutarsi di accogliere il dono della maternità per questioni individualistiche" con gli "Stati GENDERali", che si terranno per tutta la prossima settimana. Due i principali appuntamenti lanciati dalle associazioni. Giovedì prossimo, "data ufficiale di uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul" alle 18 sfilerà in piazza dellUnità un corteo transfemminista e transnazionale, che si unirà a quello lanciato "dai movimenti delle donne e persone Lgbt*qia+ in Turchia e della rete EAST (Essential Autonomous Struggles Transnational), in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare le conseguenze delle sindemia sui nostri corpi". Il secondo appuntamento si terrà invece il 3 luglio, giorno della Rivolta Pride, l'appuntamento annuale del movimento Lgbtqia+, che quest'anno "assume connotati molto più radicali". Infatti, spiegano le diverse realtà, "quest'anno il Pride sarà Rivolta Pride. Prendiamo parola per rivendicare molto più di Zan, perché una misura repressiva non ci basta. Non abbassiamo la testa e non rimaniamo in silenzio".

Lo sfregio alla manifestazione. I volti degli avversari calpestati. Sulle loro foto spuntano impronte rosa, che mirano a coprire e cancellare le facce di uomini e donne, politici di tutto il mondo e non solo, stampate su fogli di carta con cui è stata tappezzato qualche metro della piazza. È lo sfregio messo in atto dai manifestanti che a Bologna hanno lanciato la settimana transfemminista e transnazionale. Lo hanno fatto ballando a suon di musica, come mostra il video postato da Non una di meno, sulle foto di chi non la pensa al loro stesso modo. "L’Ansa ci informa che il Gay Pride unitario di Bologna, che prende il nome di Rivolta Pride, sarà 'molto più radicale'- ha commentato Mario Adinolfi, tra i protagonisti (suo malgrado) della distesa di stampe di volti noti, comparse in piazza a Bologna-e prevede una performance in cui esponenti Lgbt indossando una mitra vescovile e armati di vernice rossastra calpestano i volti tra gli altri del sottoscritto e di Papa Francesco. È un onore. E vedasi il mio post antecedente a questo". Tra gli altri, sono stati calpestati i volti di Matteo Salvini, Donald Trump e persino Papa Francesco: "Chiunque dissenta, per qualsiasi ragione, deve sparire nel sangue rappresentato dalla vernice rossastra", commenta Adinolfi. E si chiede: "Ma se avessimo mai organizzato noi una performance in cui calpestavamo i volti di Luxuria e Cecchi Paone, più cancellandoli con vernice rossastra, che ci avrebbero fatto?".

Francesca Bernasconi. Nata nel 1991 a Varese, vivo tra il Varesotto e Rozzano. Mi sono laureata in lettere moderne e in scienze della comunicazione. Arrivata al Giornale.it nel 2018, mi occupo soprattutto di cronaca, ma mi interesso di un po' di tutto: da politica e esteri, a tecnologia e scienza. Scrivo ascoltando Vasco Rossi.

Malika, polemica sulla raccolta fondi: "Mi sono comprata una bella macchina". Andrea Vivaldi su La Repubblica il 30 giugno 2021. Il caso sollevato dopo una intervista firmata dalla giornalista Selvaggia Lucarelli. La giovane era stata cacciata di casa dalla sua famiglia quando aveva rivelato di amare una donna: dalla Toscana ora vive a Milano. "Ho 22 anni e volevo togliermi uno sfizio, mi sono comprata una bella macchina, potevo comprarmi un'utilitaria e non l'ho fatto". A innescare il caso attorno a Malika Chalhy, la ragazza di Castelfiorentino (Firenze) cacciata di casa dai genitori perché lesbica, una intervista rilasciata a Selvaggia Lucarelli per TPI (The Post Internazionale). La giovane che adesso vive a Milano con la compagna ha rivelato, in un modo un po' confuso, di aver utilizzato una parte dei soldi ricevuti dalle raccolte fondi per acquistare un'auto nuova. "Ho preso la casa in affitto a Milano, abbiamo dato un anno di affitto più duemila euro di caparra. Poi ho pagato dentista, avvocato, ho comprato dei vestiti. Non avevo niente, era rimasto tutto a casa dei miei - riferisce la giovane nell'intervista - Adesso ho avuto delle spese per la macchina". Una vettura che le sarebbe costata intorno ai "17mila euro", aggiunge durante la telefonata Roberta, agente e sua portavoce. Per Malika erano state lanciate due raccolte fondi tramite la piattaforma gofundme, ricevendo da tutta Italia circa 150 mila euro. La 22enne avrebbe venduto la vecchia auto per poi sostituirla con la Mercedes nuova. La notizia ha sollevato subito numerose reazioni polemiche sui social. Emergono anche un paio di foto da Instagram, in cui Malika è stata fotografata alla guida dell'auto e taggata da Gaia Zorzi, sorella di Tommaso Zorzi, il vincitore del Grande Fratello VIP 2020. "Perché quando giorni fa ti è stato chiesto privatamente da altre persone di chi fosse la Mercedes che guidavi, hai detto che era dei genitori della tua fidanzata?", incalza Lucarelli. E Malika ammette: "Sì ho detto una bugia. Mi scuso. Mi è stato chiesto che ero sotto pressione". La ragazza attraversa, spiega chi le sta intorno, una fase di fragilità. Nell'intervista viene chiesto alla 22enne a chi avesse deciso di destinare le donazioni, visto che in passato più volte aveva annunciato di elargire quei soldi in beneficenza. La ragazza in un primo momento risponde di non aver ancora deciso. Poi l'agente Roberta prova a spiegare la motivazione: "La ragione è che insieme alla Boldrini avevamo deciso di fondare un'associazione per le vittime di discriminazioni. Abbiamo cercato - dice la portavoce - di coinvolgerla ma lei non sta bene e la cosa si è allungata un po'. Siamo in una fase in cui non sappiamo ancora bene, mettiamo dei paletti. Malika però non sta bruciando i soldi". Pubblicata l'intervista, è arriva però la precisazione della deputata: "Tengo a precisare che mai è stata discussa con me o con alcun collaboratore o alcuna collaboratrice del mio staff l'ipotesi di costituire una associazione per le vittime di discriminazione tanto meno di una raccolta fondi - spiega Laura Boldrini, smentendo quanto dichiarato dall'agente di Malika -. Si tratta perciò di una vera e propria fake news. Il mio nome quindi viene tirato in ballo in maniera totalmente impropria".

Da "corriere.it" l'1 luglio 2021. Una storia di Instagram della sorella di Tommaso Zorzi, vincitore del Grande Fratello VIP 2020, ha colto Malika Chalhy, la ragazza di Castelfiorentino cacciata da casa dalla propria famiglia perché lesbica, alla guida di una Mercedes. Questa storia postata sui social ha generato alcune perplessità: si può vedere Malika alla guida di una Mercedes appena uscita dal concessionario. Fin qui nulla di male se non fosse che per permettere alla ragazza di farsi una nuova vita lontano da una famiglia che non la voleva più, erano state lanciate due raccolte fondi che avevano racimolato complessivamente 140 mila euro. Soldi che le erano serviti per trovare una casa a Milano, dove ha deciso di trasferirsi, e, a quanto pare, di comprarsi un’automobile. Una macchina costata, in offerta, 17 mila euro, come ha confessato la stessa Malika in un’intervista a Tpi.it. «Ho 22 anni e volevo togliermi uno sfizio, mi sono comprata una bella macchina, potevo comprarmi un’utilitaria e non l’ho fatto», così Malika ha risposto a Selvaggia Lucarelli per TPI (The Post Internazionale). «Ho preso la casa in affitto a Milano, abbiamo dato un anno di affitto più duemila euro di caparra. Poi ho pagato dentista, avvocato, ho comprato dei vestiti. Non avevo niente, era rimasto tutto a casa dei miei - racconta ancora la giovane nell’intervista - Adesso ho avuto delle spese per la macchina». «Perché quando giorni fa ti è stato chiesto privatamente da altre persone di chi fosse la Mercedes che guidavi, hai detto che era dei genitori della tua fidanzata?», chiede Lucarelli. E Malika: «Sì ho detto una bugia. Mi scuso. Mi è stato chiesto quando ero sotto pressione». «Ha venduto la sua macchina vecchia, è andata in una concessionaria, le serviva una macchina per essere una persona libera e si è comprata una macchina nuova», afferma Roberta, agente e portavoce della ragazza di Castelfiorentino incalzata dalle domande. A questo punto l’acquisto della Mercedes ha spinto molte persone a chiedersi se le donazioni siano state destinate alla risoluzione dei problemi finanziari dovuti a un violento cambio di vita, o se servano solo per togliersi degli sfizi. Nell’intervista la Lucarelli chiede alle 22enne a chi avesse deciso di destinare le donazioni, visto che più volte aveva annunciato di dare quei soldi in beneficenza e lei risponde di non aver ancora deciso ma che ci sono stati contatti anche con Laura Boldrini. Che ha poi smentito completamente la notizia.

Malika, non solo la Mercedes ma anche un cane da 2500 euro. Altro schiaffo ai buonisti. Redazione giovedì 1 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Non solo la Mercedes, ma anche un bulldog francese. Costo: 2500 euro. Si amplia il caso di Malika Chalhy, la giovane di Castelfiorentino cacciata da casa dalla propria famiglia perché lesbica. Dopo che la sua disavventura è venuta alla luce è partita una raccolta fondi per aiutarla, che ha raggiunto la cifra considerevole di 150mila euro. La scoperta dell’uso che la giovane ha fatto dei soldi ricevuti in segno di solidarietà in quanto vittima di omofobia ha suscitato non poche perplessità dando il via sui social a una sequela di critiche, soprattutto dopo che la ragazza in un’intervista con Selvaggia Lucarelli su The Post Internazionale ha ammesso con un certo imbarazzo di avere usato quei soldi per un bene di lusso come la Mercedes. E ciò dopo avere promesso che li avrebbe dati in beneficenza. E l’acquisto della Mercedes non è stato l’unico “sfizio” per Malika. E’ sempre Selvaggia Lucarelli a pubblicare la notizia che la ragazza ha comprato anche un cane. Lucarelli rintraccia l’allevatore, Simone, che le ha venduto il bulldog francese: “Malika? Non l’avevo riconosciuta quando è venuta in allevamento, ma poi ho capito. Ha comprato il cane più caro”. “Le chiedo – scrive Lucarelli – come mai abbia comprato un cane da 2.500 euro. “Perché mi piaceva la razza, devo giustificarmi perché spendo i miei soldi come voglio?”. Le rispondo che se le persone donano perché lei si ricostruisca una vita, perché paghi avvocati o supporto psicologico o perché faccia beneficenza, forse qualche spiegazione la deve”. E la conversazione che Selvaggia Lucarelli riporta va avanti così: ““Il cane è un bene di prima necessità, ok?”, insiste. “Potevi prenderti un trovatello”. “Avrei potuto ma sono cavoli miei. Il cane è un supporto psicologico”. “Il bulldog da 2500 euro?”. “Sono amante di questa razza, e ho preso un bulldog. La Mercedes e il bulldog sono beni necessari”. “Ma quando rispondi così pensi che non ti arriverà altra merda addosso?”, le dico sinceramente incredula. “Mi arriverà, chi se ne frega. Ciaooo!”. E mi attacca il telefono in faccia. Per la cronaca, mi aveva telefonato lei”. Malika, eroina delle schiere progressiste, aveva partecipato a Milano alla manifestazione in favore della celere approvazione del ddl Zan. E nelle molte interviste rilasciate aveva anche annunciato che si sarebbe data da fare per aiutare le vittime di violenza e bullismo.

Malika Chalhy “assolta” da GoFundMe, la direttrice: “La Mercedes e il cane? Spese legittime”. Alessandro Artuso il 02/07/2021 su Notizie.it. La direttrice di GoFundMe in Europa è intervenuto in merito alla donazione di Malika Chalhy: le sue parole. Continuano le polmiche sulla raccolta fondi destinata a Malika Chalhy, la ragazza di Castelfiorentino tolta di casa dai genitori perché lesbica. Gli organizzatori hanno avviato la raccolta con lo scopo di permettere alla giovane di rifarsi una vita. Sulla questione ha parlato ai microfoni di Fanpage.it Elisa Liberatori Finocchiaro in qualità di direttrice di GoFundMe in Europa. Su GoFundMe sono partite due diverse campagne per aiutare la giovane della provincia di Firenze. La polemica è nata nel momento in cui la giovane ha parlato di aver utilizzato parte dei fondi per acquistare una nuova auto, precisamente una Mercedes, insiema ad un cane di quasi 3mila euro.  “Nel caso della campagna di raccolta fondi che sta facendo tanto rumore, quella per Malika, i due organizzatori delle raccolte – commenta la direttrice Liberatori Finocchiaro – che hanno impostato i fondi a suo beneficio, hanno chiarito che i fondi sarebbero serviti a permettere alla ragazza di rifarsi una vita. La direttrice ha parlato anche di una clausola indicata come una sorta di garanzia per chi dona su GoFundMe. “Chi ha donato lo ha fatto consapevole del fatto che quel denaro sarebbe servito a Malika a comprare quello di cui ritenesse avere bisogno. Inoltre l’obiettivo era impostato a 10mila euro ma nonostante questo le persone hanno continuato a donare.

 donatori su GoFundMe sono protetti dalla cosiddetta garanzia GoFundMe. Se le finalità della campagna non vengono rispettate tutti i donatori avranno la possibilità di chiedere e ottenere il rimborso”. Malika Chalky è salita alle cronache nel mese di aprile del 2021, quando era stata cacciata dalla casa con cui abitava con i genitori perché lesbica. In suo favore venne istituita una raccolta fondi. Adesso si scopre che i soldi donati sono stati usati da Malika per comprarsi una Mercedes e per un costoso cane di circa 3mila euro. GoFundMe ha comunque assicurato che ogni tipo di illegittimità viene scoperta nel momento in cui le verifiche con il beneficiario dichiarato non vanno a buon fine. In questo caso, infatti, la campagna viene annullata e gli eventuali donatori rimborsati. 

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 2 luglio 2021. Più che le istituzioni, gli italiani preferiscono finanziare le storie. E Malika era la storia perfetta: una ragazza cacciata di casa dalla mattina alla sera perché aveva detto ai genitori di essere lesbica. In un batter di ciglia umide, furono raccolti centoquarantamila euro. Nella testa di chi glieli metteva a disposizione, dovevano servire a Malika per costruirsi un futuro, ma adesso si scopre che li ha usati per godersi il presente: ha comprato una Mercedes e un cane di razza. Così l'onda di commozione le si è rovesciata contro, tramutata in indignazione. I finanziatori hanno peccato d'ingenuità. Che cosa immaginavano che facesse, una ragazza di vent'anni appena arrivata a Milano, di tutti quei soldi che le piovevano addosso di colpo e senza fatica? Pensavano che li avrebbe accantonati per pagarsi gli studi e sottoscrivere fondi-pensione, e che nel frattempo si sarebbe accontentata di viaggiare in utilitaria e di portare al parco un trovatello del canile, come forse avrebbe fatto un adulto giudizioso? Gli eroi sono tali finché restano confinati nella dimensione aerea del racconto, ma appena toccano terra, dietro il mito spunta inesorabilmente l'essere umano con i suoi limiti, i suoi vezzi e i suoi vizi. Se era esagerato esaltare l'eroina, lo è adesso colpevolizzare la ragazza per non essere stata all'altezza dell'immagine artefatta che (con il suo aiuto) molti le avevano cucito addosso per pagarsi l'iscrizione al partito dei buoni.

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” il 2 luglio 2021. Questo è ancora il Paese in cui due genitori, quando scoprono che la figlia di vent'anni è lesbica, la cacciano di casa. Questo è anche il Paese in cui, per quella giovane rimasta senza un soldo e senza nemmeno un cambio di biancheria, scatta una gara di solidarietà che raccoglie ben 140 mila euro. Fin qui, per ciascuna coscienza è facile sentire da che parte stare. Le cose si complicano quando la ragazza, Malika, di Castelfiorentino, usa parte dei soldi per comprarsi una Mercedes, sebbene Classe A, la più economica, sebbene d'occasione, a 17mila euro. Adesso, sui social, c'è chi le augura di andarci a sbattere contro un albero, con quell'auto. Lei dice al Corriere: «La gogna me la prendo tutta, ma chi mi ci mette non è migliore di me. A 22 anni nessuno ha fatto uno sbaglio?». Chiedi qual è lo sbaglio e lei: «Ho fatto una scelta affrettata. Magari dovevo trovarmi prima un lavoro». L'ha capito tardivamente e dopo un'uscita infelice: a Selvaggia Lucarelli che la intervistava su Tpi, aveva detto «mi sono tolta uno sfizio». Ora, Malika ritratta: «Sono stata travisata». Travisata come? Ha detto «sfizio» o no? Lei: «Io penso che le persone mi hanno donato dei soldi per la mia serenità». Insomma, la linea è quella dei pochi supporter che, sui social, dicono che la donazione non era fatta con la condizionale. Ma l'Italia che per Malika aveva messo mano al portafogli, si è sentita tradita perché lei aveva promesso di usare le donazioni per rifarsi una vita e fare beneficenza. La Mercedes non era contemplata. Peggio di tutto è stata la bugia: in principio, Malika aveva giurato che l'auto era dei genitori della fidanzata. Poi, si è scusata per la bugia: «Ero sotto pressione». La pressione era, in effetti, comprensibile. La storia di Malika, operaia in fabbrica ma in cassa integrazione, inizia a gennaio, quando scrive ai suoi confessando di amare una ragazza. La madre le invia trenta messaggi vocali di insulti. «Mi fai schifo, schifo, schifo!», le urla. E anche «spero ti venga un tumore, se ti vedo, t'ammazzo». Madre e padre le fanno trovare la serratura di casa cambiata. Lei, per cercare di recuperare le sue cose, va dai carabinieri. È così che la Procura di Firenze apre un'inchiesta per violenza privata. Arrivano, quindi, su Gofundme, le donazioni. Malika si trasferisce a Milano, va in tv da Bianca Berlinguer e da Maurizio Costanzo. Si fa amici vip. Il video alla guida della Mercedes compare sull'Instagram di Gaia, sorella di tale Tommaso Zorzi, uno diventato famoso facendo sciabolate di champagne in un docureality sui figli di papà intitolato #Riccanza. Questo è il Paese in cui per accedere al mondo dei vip o sei molto ricco e molto esibizionista o basta una sciagura qualsiasi, e in cui per rimanerci non puoi guidare una 500 usata. Non puoi avere per cane neanche un trovatello: l'ultima è che Malika ha comprato un French Bulldog da 2.500 euro. «Era un bene di prima necessità», ha detto sempre a Tpi. «Sono stata travisata», giura ora. Di nuovo. «Ho detto che il cane era un supporto psicologico. E poi: se i soldi mi sono stati donati, perché non vi va bene niente di quello che faccio?». Insomma, nella vita dell'operaia, ora, tutto è nuovo e anche le «pressioni» non sono più quelle di una volta. Non stupisce, si fa per dire, scoprire che, nel frattempo, si è procurata un agente e persino una portavoce. Poi, la portavoce, per mettere una pezza alla storia della Mercedes, combina un pasticcio peggiore: annuncia contatti con l'onorevole Laura Boldrini per la lotta contro le discriminazioni; ma Boldrini smentisce. Intanto, al Corriere, l'agente rivela di aver abbandonato l'incarico già prima del patatrac. Non vuole essere citato, ma è amareggiato: racconta d'aver aiutato Malika pro bono, che lei gli aveva fatto credere di volersi impegnare nel sociale. La Mercedes l'aveva insospettito, ma lei gli aveva giurato che non era sua. Sembrava una brutta, bella, storia di violenza, discriminazione e riscatto. Lei ancora la rivendica: «Sono una ragazza che ha perso i punti di riferimento e che qualcuno voleva mandare al Grande Fratello, ma ha detto no. Io voglio lottare per delle buone cause e, in Panda o in Mercedes, lo farò». Il tempo dirà se invece era il solito abbaglio da luccichio dei social, successo facile, riccanza.

Malika Chalhy, "cosa fece nel giugno 2019": sbugiardata pure dal fratello. Per lei ora si mette davvero male. Libero Quotidiano il 03 luglio 2021. Continua a tenere banco il caso di Malika Chalhy, che tra Mercedes, cane di lusso e telefonate con Selvaggia Lucarelli si è praticamente sbugiardata da sola. Cacciata di casa perché lesbica, la ragazza avrebbe marciato su questo aspetto ottenendo 140mila euro tramite una raccolta fondi organizzata per permetterle di “rifarsi una vita” e di pagare le spese di avvocati e psicologo. Invece Malika ha finora speso i soldi per soddisfare il proprio benessere: ha sbagliato dal punto di vista etico e morale, ma la colpa è di chi l’ha assecondata. Mentre la bufera social imperversa su di lei, il fratello Samir ha parlato a La Nazione e ha spiegato che non parla con la sorella da mesi. Però ci ha tenuto a condannare gli insulti e le offese che stanno piovendo su sua sorella: “Sono assolutamente sbagliati. Le persone dovrebbero stare zitte e invece giudicano senza sapere come stanno le cose. Questa vicenda doveva rimanere in famiglia fin dall’inizio. Non è stato giusto giudicare prima e non lo è nemmeno adesso”. Però parlando della Mercedes e del french bulldog, Samir ha ammesso che “tutto questo non mi stupisce, ho sempre pensato che Malika avesse usato gli audio di mia mamma per avere notorietà. Quegli audio con insulti erano e restano sbagliati - ha precisato - ma lei avrebbe potuto evitare di andare a vivere a Milano, la città più cara d’Italia per gli affitti. Ha sempre sognato la bella vita e i soldi, non a caso nel giugno 2019 fece dei provini per entrare a Uomini e Donne”. 

Malika Chalhy, "truffa aggravata". Chi la porta in tribunale: i soldi della beneficenza per Mercedes e cagnolino, la rovinano. Libero Quotidiano il 03 luglio 2021. Si mette male per Malika Chalhy, la ragazza cacciata di casa perché lesbica e aiutata attraverso due raccolte fondi, i cui soldi sono stati utilizzati per acquistare un'auto di lusso e un cane. A denunciare l'accaduto era stata per prima Selvaggia Lucarelli. Ora però si muove anche il Codacons, che annuncia di aver fatto un esposto alla magistratura "per la possibile fattispecie di truffa aggravata". Secondo l'associazione "la vicenda di Malika dimostra ancora una volta come nel settore regni l'anarchia: chiunque può chiedere soldi ai cittadini attraverso piattaforme come Gofundme, ma poi non c'è alcun controllo sulla reale destinazione dei soldi raccolti, e le stesse società che ospitano le campagne di solidarietà declinano qualsiasi responsabilità per eventuali usi non conformi dei fondi donati dai cittadini. Pertanto - si legge ancora - sul caso di Malika Chalhy abbiamo deciso di presentare un esposto alle Procure della Repubblica di Milano e Firenze, affinché avviino una indagine sulla vicenda alla luce della possibile fattispecie di truffa aggravata, accertando i fatti e le relative responsabilità anche nei confronti dei gestori delle piattaforme che ospitano le raccolte fondi, per omissione di controllo e concorso in eventuali reati che saranno ravvisati". A nulla sembrano essere serviti i tentativi di difesa della ragazza. Proprio nella giornata del 2 luglio, dopo la bufera sollevata, la giovane ha reso pubblici su Instagram i bonifici fatti a varie associazioni. Non solo, perché ha spiegato che l'auto fa parte "della ricostruzione della mia vita", mentre per lei il cane (un bulldog francese pagato 2.500 euro) altro non era che "un bene di prima utilità". Rimangono però ancora molti dubbi, uno dei quali sulla manager che ha affiancato la ragazza dopo il servizio de Le Iene e le varie apparizioni, da Maurizio Costanzo a Bianca Berlinguer.

DA adnkronos.com il 2 luglio 2021. "La Malika che cercate non sono io". Malika Ayane su Twitter deve mostrare la propria carta d'identità virtuale alle persone che hanno preso d'assalto i suoi profili e la sua mail. La cantante è stata scambiata per Malika Chalhy: la giovane toscana è al centro di grosse polemiche per aver lanciato una raccolta fondi dopo aver detto di essere stata cacciata di casa in quanto omosessuale, ed aver invece speso i soldi ricevuti per acquistare una Mercedes e altri beni non di prima necessità. "Cari #fulminidiguerra che mi intasate la mail e i social con insulti o espressioni di solidarietà, ho una notizia per voi: la Malika che cercate non sono io. Incredibile che nel 2021 ci siano più donne con lo stesso nome, eh? Che poi, se volete mandare messaggi d’amore siete i benvenuti -se d’odio un po’ meno ma avrete le vostre ragioni- purché siano per me stessa medesima. #sipuofare", scrive Malika Ayane.

Lo schianto dei buonisti beffati dall'idolo arcobaleno. Andrea Indini il 2 Luglio 2021 su Il Giornale. La sinistra cavalca la cronaca per imporci le sue crociate. Ma le polemiche sulla giovane cacciata di casa perché lesbica mettono ancora una volta in ombra la narrazione buonista. Lo scorso aprile, in pieno fermento pro ddl Zan, i buonisti crearono l'ennesimo simulacro per piegare l'opinione pubblica alla causa Lgbtqi+: Malika Chalhy. La 22enne di Castelfiorentino, cacciata dalla famiglia (musulmana più o meno praticante) dopo il coming out, divenne in breve tempo un altro simbolo della lotta all'omofobia. Le accuse mosse contro i genitori (rilanciate in tv dalle Iene) monopolizzarono il dibattito per qualche giorno nonostante il fratello Samir si sgolasse a dire che l'intero teatrino fosse stato messo in piedi "solo per soldi". Allora nessuno gli dava retta. In molti si fiondarono a sottoscrivere la donazione su Gofundme per "aiutarla a ricostruirsi una vita". Ora, però, sono tutti infuriati perché Malika ha usato parte dei 140mila euro raccolti per affittare un appartamento a Milano (e fin qui nessun problema) e togliersi qualche "sfizio" (come si è giustificata lei), ovvero una Mercedes nuova di zecca (una fiammante classe A), un bulldog da 2.500 euro e un po' di vestiti. E qui, di problemi, ce n'è più di uno. Oggi i buonisti sono tutti inorriditi. Si sentono presi in giro: hanno abboccato alla campagna di liberazione e sono finiti per schiantarsi contro i capricci di una 22enne a cui "piacciono i motori". A farli sbarellare è stato, tra le tante cose, anche il teatrino sui soldi da dare in beneficenza scoperchiato nei giorni scorsi da Selvaggia Lucarelli su Tpi. Prima ha detto che le sarebbe piaciuto fondare "un’associazione con la Boldrini, solo che la cosa va per le lunghe, lei non è stata bene". Peccato che non appena l'ex presidente della Camera è venuta a saperlo si è fiondata a smentire tutto: "Si tratta di una vera e propria fake news". Messa con le spalle al muro, Malika ha prima tirato in ballo la Fondazione Nadia Toffa, poi denunciato imprecisate "persone" che volevano costringerla "a donare al gruppo ospedaliero San Donato". Il commento di Matteo Salvini è stato lapidario: "Vergogna ne abbiamo?". La risposta alla domanda del leader del leghista oggi appare scontata. E probabilmente se la sta ponendo anche la sinistra che nelle scorse settimane ha innalzato Malika a nuovo idolo della battaglia arcobaleno. A metà maggio, in occasione della Giornata internazionale contro le discriminazioni di genere, c'era anche lei in piazza a Firenze accanto alle sigle che pretendevano (e pretendono tuttora) che "il ddl Zan venga immediatamente calendarizzato e approvato in Senato". "Amare una persona dello stesso sesso non è una malattia", diceva. Qualche giorno prima aveva presenziato pure alla manifestazione organizzata dai Sentinelli a Milano dove, tra i tanti, era accorso pure il piddino Alessandro Zan. "La famiglia tradizionale non ha colori, non ha orientamento sessuale - ha detto parlando dal palco - quindi approvate questo disegno di legge perché io come tante altre persone sono stata vittima di violenza verbale". Ad ogni uscita pubblica seguiva immancabilmente una copertura mediatica che fa invidia alle migliori influencer. Tanto che, come svelato alla Lucarelli, la 22enne è corsa a farsi affiancare da una ragazza che le fa da portavoce e da un agente che tratta i rimborsi quando va in tv. Una vera e propria star, insomma. Oggi la stella di Malika è in fase di spegnimento. Non è il primo idolo della sinistra a fare questa fine. Nelle settimane scorse (prima ancora che Enrico Letta imponesse agli Azzurri di inginocchiarsi a inizio partita) abbiamo assistito allo stesso schianto della fondatrice di Black Lives Matter, Patrisse Cullors, quando si è venuto a sapere che si era comprata una villa da 1,4 milioni di dollari in un quartiere di Los Angeles composto per l'88% da bianchi. I buonisti dovrebbero smetterla di cercare simulacri da sbattere sui giornali per far valere le proprie ragioni. Tranvate in questo senso le hanno prese sia quando hanno tentato di spacciare Seid Visin come vittima del razzismo italiano per promuovere lo ius soli sia quando hanno cavalcato il suicidio di Orlando Merenda per accelerare il via libera al ddl Zan. Già un paio di "incidenti" del genere avrebbero dovuto farli riflettere. Ma a quanto pare i buonisti non imparano mai la lezione.

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leadership nel Pd, e i saggi Isis segreto (2015) e Sangue occidentale (2016), entrambi scritti con Matteo Carnieletto. Nel 2020, poi, è stata la volta de Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), un'inchiesta fatta con Giuseppe De Lorenzo sui segreti della pandemia che ha sconvo…

Malika Chalhy dimostra che non basta essere vittima per diventare portabandiera di una battaglia. Flavia Piccinni l'01/07/2021 su Notizie.it. L'acquisto di una Mercedes e di un cane trasformano la vittima di omofobia in una delusione per chi l'ha trasformata nella portabandiera di una battaglia. Comprare una Mercedes (da 17mila euro). Comprare un cane (da quasi 2500 euro). Prendere una casa in affitto a Milano. Spendere i soldi ricevuti attraverso una raccolta fondi – dove si spiegava che sarebbero stati donati anche in beneficienza – non solo per ricostruirsi, ma per compiacersi. Permettersi dei lussi attraverso delle donazioni, esponendosi alle critiche, ma anche svilendo una battaglia (quella contro l’omofobia), deludendo chi ha partecipato alla raccolta fondi (esercitata attraverso due piattaforme online, e arrivata alla cifra affatto trascurabile di 150mila euro) e in qualche modo sprofondare da vittima in carnefice (di se stessi). Potrebbe essere questa la sintesi della parabola di Malika Chalhy, 22 anni, fiorentina. Prima vittima degli atteggiamenti omofobi dei genitori, dunque cacciata di casa dopo aver dichiarato il suo amore per un’altra ragazza, infine eletta a transitoria eroina contro l’omofobia. La recente primavera, la giovane si è infatti imposta all’attenzione dei media per la sua struggente storia, divenendo rapidamente simbolo dello sgomento italiano di fronte all’ennesimo esempio di violenza omofoba. Intervistata in molte trasmissioni, protagonista di numerosi show televisivi, ha raccontato il suo difficile vissuto, ha prestato la voce per cause simili e altrettanto dolorose, si è accompagnata ad agenti dello show business che evidentemente hanno provato a metterla a sistema come si fa con una starlette. Poteva essere una storia a lieto fine – la giovane sfortunata che riesce a ricostruirsi e a rimettersi in piedi – invece è diventata una storia sulla pochezza dei nostri tempi. A distanza di tre mesi dal primo interesse mediatico, la storia di Malika Chalhy ha infatti gloriosamente dimostrato due assunti elementari. Il primo è che entrare nel ciclone mediatico è un terremoto che in pochi sanno superare indenni. Il secondo, forse più elementare, è che vivere un’esperienza straordinaria – essere vittima di una storia infelice, o di quella storia essere carnefice – non ti trasforma necessariamente in un portabandiera. Per essere dei portabandiera, non è sufficiente aver sofferto. Per essere degli attivisti serve anche – soprattutto? – studiare, prepararsi, tenere un rigore reale. Anche quando la telecamera si spegne. Anche quando il tuo manager ti fa sembrare che non sia così. E ti salta in mente che forse, dopo aver tanto sofferto, puoi anche toglierti uno sfizio. Una macchina. Una casa nuova. Un cane che costa quasi il doppio del tuo vecchio stipendio. Dovremmo saperlo, però ci sorprendiamo ogni volta. Eppure quotidianamente ormai assistiamo alla nascita di mostri. Personaggi che vengono sbalzati dalle loro vite – più o meno semplici – alla ribalta nazionale, increduli per quello che stia accadendo loro (e, naturalmente, del tutto inadeguati a comprendere le conseguenze delle loro azioni). Negli anni la cronaca nera, esattamente come il gossip, hanno partorito diversi esempi di questo straordinario fenomeno di “ista-celebrity”, ovvero persone qualsiasi travolte da una popolarità repentina. Abbiamo assistito – forse all’inizio cinicamente divertiti, dunque spaesati, infine piuttosto disturbati – all’apoteosi di personaggi inadeguati che, assediati dai giornalisti, venivano invitati a parlare in diretta nazionale con la stessa frequenza con cui prima siedevano per chiacchierare al bar, erano scelti come testimoni di cause, dotati di manager televisivi in grado di gestirne l’immagine. Il fine era unico: trasformarli in piccoli eroi del quotidiano. La verità è che viviamo tempi di eroi ed eroine necessarie e fulminee, chiamate alla ribalta per ruoli molto più ingombranti e impegnativi di quelli che potrebbero sopportare. Nella lunga lista di eroine all’arrembaggio – dopo l’apoteosi di Asia Argento, da paladina del #metoo a presunta violentatrice – la storia di Malika Chalhy è solo l’ennesimo esempio, purtroppo, di una cultura vampirizzatrice e molesta. L’intervista di Selvaggia Lucarelli su TPI è la fotografia di un malessere più grande di quello che possiamo immaginare. Malika Chalhy traballa su molte verità – spiega di aver mentito sui proprietari dell’auto, definisce bene di prima necessità un cane di razza -, dunque corre ai ripari facendo dei bonifici per delle associazioni benefiche e postandone su Instagram le foto (dove le cifre sono nascoste), rilascia un’intervista a Fanpage in cui spiega: “in tutto io ho speso 55mila euro dei 140mila della raccolta fondi, e 14mila li ho dati in beneficenza (Fanpage ha visionato alcune ricevute di bonifico datate oggi, ndr)”. Quarantunomila euro in una manciata di mesi non è male, ed è naturale venire sommersi da critiche perché quei soldi avevano uno scopo ben lontano da togliersi degli “sfizi”. In ogni caso, la giovane cade in diverse contraddizioni, forse è consigliata male, alla fine decide – come sempre più accade in questo tempo in cui la comunicazione avviene su più livelli – di confidarsi su Instagram, dove la seguono quasi 100mila persone. Utilizza un linguaggio sempre più frequente sui social network, si rivolge al “suo pubblico” definendolo la sua “famiglia” che in quanto tale “merita tutta la trasparenza del mondo”, dice “vi voglio bene” e sottolinea come “da oggi voglio mostrarvi la persona che sono senza filtri mediatici, e quindi vi invito a chiedermi qualsiasi cosa”. Speriamo solo che questa storiaccia non incida sulla buona fede dei donatori, e resti per quello che è: l’immagine dolente di una ragazza giustamente immatura – considerata l’età -, e l’eccessiva necessità dei nostri tempi di cercare portabandiera in chicchessia. Almeno per quindici minuti di popolarità.

Filippo Facci per “Libero quotidiano” il 30 giugno 2021. Da ogni fatto di cronaca, ogni volta, dobbiamo aspettare che si diradino le nebbie preventive dell'omofobia, del razzismo e della discriminazione: salvo scoprire che, una volta dissolte queste nebbie, la cronaca e il fatto nudo perdono interesse da parte del gregge massmediatico: non sono più rilevanti, manca il link con lo spirito del tempo, insomma chi se ne frega. Se non c' è discriminazione, in altre parole, la realtà viene discriminata. L' ultimo caso è quello del suicidio di un ragazzino omosessuale, che subito, di riflesso, è diventato un suicidio in quanto omosessuale, perché discriminato. Da chi? Boh, «qualcuno», «forse». Cioè: dei singoli suicidi non bisognerebbe neppure scrivere, non si contano le ricerche che dimostrano come le notizie dei suicidi, più di altre, possano essere fonte di emulazione; troppe persone hanno tratto linfa dal gesto altrui - di una celebrità come di uno sconosciuto - per compiere il proprio. È la ragione per cui sui giornali si tende a non parlarne (i suicidi sono migliaia ogni anno, e nelle grandi città la media è quasi due al giorno). Ma ecco che diventa eccezione il caso del povero Orlando Merenda, un diciottenne che domenica 20 giugno, a Torino, si è ammazzato gettandosi sotto un treno. Che cosa sappiamo, di certo? Che frequentava una scuola professionale (Engim) al pari di un bar in corso Vittorio Emanuele II, Cristalife. Che era un ragazzo tranquillo ma a tratti ansioso, come potremmo dire quasi di chiunque. Che, a domanda su come stesse, ha risposto «oggi sono un po' così». In questi casi, l' elenco degli aggettivi spesi dai testimoni si somigliano tutti: Orlando «riservato», «persona seria», «puntale e preciso», «un ragazzo splendido», «perfettamente a suo agio nell' ambiente scolastico», «i suoi compagni sono profondamente turbati», poi il corredo della solidarietà, e all' ingresso della scuola palloncini bianchi a forma di cuore legati stretti con un fiocco nero ai selfie scattati durante l' anno scolastico», e «fiori e striscioni che invadono il parapetto del cavalca -ferrovia dal quale si è gettato». Perché ne parliamo? Perché ne scriviamo? Perché Orlando Merenda ha fatto eccezione alla regola? Non c' è risposta: se non nel linguaggio giornalistico più ambiguo, il rapporto con il padre «conflittuale, con un genitore severo, poco incline a certi argomenti», l'omosessualità come «malessere interiore che non è più riuscito a dominare», al di là di quelle «menti chiuse che hanno la bocca aperta», come scriveva su Instagram. Apprendiamo che «Orlando non si sentiva completamente accettato», che «qualcuno gli rinfacciava la sua omosessualità», «altri potrebbero essersi approfittati delle sue fragilità quando ancora era minorenne», «aveva paura di qualcuno». Qualcuno. Potrebbero. «La polizia», si legge sul Corriere, «sta scandagliando la vita del ragazzo». Poveretto. «In un primo momento gli accertamenti si sono concentrati su omofobia e bullismo, ora si lavora su altre piste». Quindi ne esistono altre. Si parlicchia di un ricatto sessuale, addirittura di un fascicolo aperto per «istigazione al suicidio»: sta di fatto che le ragioni per cui il suicidio è sfuggito al citato e giustificato riserbo sono già cadute, forse non sono mai esistite, forse sono state solo il riflesso condizionato di una stampa idiota: come se la mente di un suicida non resti l'insondabile e l'imprendibile, come se fosse solo materiale all' ingrosso per alimentare le fobie della propria epoca. Povero ragazzo, povero amico e compagno, circondato da quella cricca impietosa chiamata genere umano. All'inizio del mese c'era stato il suicidio di un ragazzino nero, Seid Visin, a Nocera inferiore: e, pure, era subito diventato un suicidio in quanto nero, perché discriminato. L' orgoglioso distinguo di suo padre («Il razzismo non c' entra: basta speculare sul dolore di nostro figlio») spesso era stato impaginato a margine degli stessi articoli in cui il razzismo veniva appunto fatto entrare a forza, dove appunto si speculava sulla morte di un ragazzo. Perché non puoi fermare la macchina. Tutto si sfrutta. Tutto si tiene. 

Ddl Zan, “quelli di Bibbiano” rispuntano a Sassuolo: ora di gender in un liceo. L’ira di FdI. Redazione giovedì 1 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Dopo quelli di Bibbiano, questi di Sassuolo. Gira e rigira, la rossa Emilia si conferma laboratorio di ingegneria sociale. Ieri a Bibbiano attraverso una rete di assistenti sociali e psichiatri specializzati nel sottrarre bambini alle famiglie di origine per affidarle a coppie amiche, meglio ancora se omosessuali. Oggi a Sassuolo, schiudendo le porte del liceo Formiggini all’ideologia gender infiocchettata sotto forma del controverso ddl Zan. Peccato per loro che se ne sia accorto Marco Lisei, capogruppo di FdI in Consiglio regionale. Reca la sua firma, oltre a quella di Michele Barcaiuolo, l’interrogazione rivolta alla giunta Bonaccini, sebbene la competenza primaria sia in realtà del ministero. I firmatari, infatti, si sono limitati a chiedere al governo regionale «se non si ritenga sbagliato l’indottrinamento a scuola su un tema d’attualità come il ddl Zan». Tanto più, hanno sottolineato, che la “spiegazione” sull’argomento non ha registrato la presenza «di una controparte». In pratica, il solito confronto per solisti così caro alla sinistra soprattutto quando ha torto marcio nel merito del provvedimento. Eppure, e Lisei lo ha ricordato, esiste una norma della legge sulla cosiddetta “Buona scuola” che fissa il perimetro entro il quale è possibile per un istituto scolastico affrontare temi quali la «pari opportunità, la prevenzione della violenza di genere e le discriminazioni». C’è anche una nota del Miur del 2015 che vieta espressamente la promozione di «pensieri o azioni ispirati a ideologie di qualsivoglia natura». Altra cosa, infatti, è illustrare avendo cura di tener conto di tutte le voci. A Sassuolo è invece accaduto che un singolo docente organizzasse l’ora di indottrinamento su un argomento – il gender – espressamente escluso dal novero delle materie su cui confrontarsi. E, per giunta, senza neppure avvertire le famiglie. «In Gran Bretagna, a settembre – ha ricordato Lisei -, il dipartimento per l’Educazione ha bandito dalle scuole statali ogni tipo di insegnamento sull’identità di genere (vero punto fermo del ddl Zan, ndr) poiché pericolosa per i minori». In Italia invece le spalanchiamo le porte prima ancora che diventi obbligo di legge.

Francesco Grignetti per "la Stampa" il 6 luglio 2021. Due soltanto sono i punti fermi. Primo, oggi il presidente della commissione Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, presenterà una sua riscrittura del ddl Zan sulla base degli emendamenti di Italia viva, Forza Italia e Lega; proporrà di ripartire da lì, per verificare se questa nuova versione (sostanzialmente ha cassato il riferimento all' identità di genere, tanto contestata; cancellata ogni ipotesi di reato d' opinione; e smussato l' obbligo per le scuole, statali o parificate, di organizzare iniziative contro la cultura dell' odio omofobo e transfobo) può avere una più larga maggioranza. In teoria potrebbe votarlo pure Giorgia Meloni. Da parte del Pd, M5S e Leu però gli verrà risposto che il testo non si tocca e che secondo loro bisogna andare avanti con il ddl Zan come approvato già alla Camera. Secondo punto, concatenato al primo: subito dopo la questione Ostellari, la maggioranza sarà chiamata a votare in Aula il calendario delle prossime sedute, e i partiti di cui sopra insisteranno che il 13 luglio si deve iniziare l'esame del ddl Zan; questo calendario sarà votato anche da Iv, non dalla Lega, e di conseguenza martedì prossimo al Senato si parte. Tutto il resto è puro caos. Matteo Renzi e i renziani insistono che nel muro contro muro sarà impossibile approvare alcunché. Per questo motivo si sono fatti protagonisti di una mediazione. Ma i toni si sono infiammati. E a sinistra si grida al tradimento. Peggio, alla collusione con Salvini. «Sulla vicenda Zan - replica Renzi - sta accadendo la stessa cosa di sei mesi fa sul Conte-Draghi: i social ci massacrano senza sapere di che cosa stanno parlando. Chi va ControCorrente (citando il suo libro in uscita, ndr) fa politica e ottiene risultati. A distanza di mesi, ci stanno dando ragione su Draghi. Ma anche su molto altro». E comunque il clima si è fatto pesante. «Sto ricevendo - dice ancora Renzi - insulti, minacce, auguri di morte. Questo in nome della tolleranza. La tolleranza degli intolleranti, per recuperare un concetto di Pasolini. Io ho firmato la legge sulle Unioni Civili, mettendo la fiducia dopo che gli altri avevano solo fatto convegni e progetti a vuoto. Non prendo lezioni da chi usa i diritti come bandierine, senza ottenere risultati: io i diritti li allargo, davvero. Ma servono le riforme, non i tweet». Gli «altri» a cui accenna, sono forse Enrico Letta e i dirigenti attuali del Pd? Il rapporto tra i due è tornato ai minimi. Dice Letta, ospite di Concita De Gregorio e David Parenzo su La 7: «Si dice che queste battaglie identitarie non portano consenso? Ma se facessi le cose perché voglio lo 0,2% nei sondaggi del pomeriggio, farei uno sbaglio. Gli italiani daranno un giudizio alla fine, quando si voterà, sulla serietà. Per esempio, sul fare dell'Italia un Paese completamente europeo quanto al rispetto e tolleranza, che punisce severamente i reati d' odio. Ripeto: il giudizio si vedrà alla fine, e la coerenza sarà molto importante». Matteo Salvini a questo punto fiuta ormai il successo: «Spero che non si ostinino a andare fino in fondo. Se la legge viene affossata, il signor Letta se ne prende la responsabilità». E insiste: «Quello che non va nel ddl Zan - dice il leghista, intervistato a Radio Radio - è la parte ideologica. Che è contestata non solo da Salvini, ma dal Santo Padre, da associazioni di femministe, di gay e lesbiche, da costituzionalisti. Un' ideologia che prevede reati di opinione e carcere per chi ha una certa idea di famiglia, che non pretendo sia quella giusta, ma che deve avere la libertà di confrontarsi con altri». Ripete invece Letta: «Salvini non vuole questa legge; l' ha sempre detto. Il suo alleato principale in Europa è Orban, e lo stanno sanzionando per i passi indietro su questo tema. Ma la Lega è stata coerente. Non capisco la posizione di Italia viva: alla Camera hanno fatto un lavoro importantissimo, e poi improvvisamente hanno cambiato posizione. Nel momento in cui Renzi si sfila e si copre dietro il problema del voto segreto, io dico: il Pd non chiederà mai il voto segreto».

Ddl Zan, Pietro Senaldi contro Enrico Letta: "Robe che neanche Orban, perché è lui il vero nemico degli omosessuali". Libero Quotidiano il 05 luglio 2021. Secondo Pietro Senaldi, condirettore di Libero, il vero nemico degli omosessuali è Enrico Letta. Nel suo video editoriale di oggi spiega che "il Partito democratico ha questo progetto di legge contro l'omotransfobia, ma la maggior parte degli italiani e del parlamento ritiene che, più che difendere gli omosessuali, la legge Zan limiti la libertà d'espressione. E così da destra e da sinistra sono piovuti emendamenti o progetti di legge alternativi per modificarli. Sono tutti disponibili a fare una legge che dia una stretta a chi insulta o usa violenza contro i gay, ma la maggioranza del parlamento non vuole la legge Zan". "La posizione di Enrico Letta e del Pd", prosegue Senaldi, "è: o legge Zan o non se ne fa nulla". "Siamo ancora in democrazia e il parlamento si preoccupa di fare leggi che tutelino le minoranze", tuona il direttore, "ma le leggi della democrazia impongono che ci sia una maggioranza parlamentare per fare queste leggi. Letta se ne frega, pensa che con il suo 18% può disporre e fare leggi etiche, cosa che non fa neanche Orban. Alla fine", conclude Senaldi, "dopo tanto strepitare in favore degli omosessuali, il vero ostacolo a una legge che limiti le violenze contro di loro e punisca severamente chi le fa è il Pd di Enrico Letta".

La controversa interpretazione del concetto di identità di genere nel ddl Zan. Giuliano Cazzola il 6 luglio 2021 su L'Inkiesta. Il testo contro l’omotransfobia presentato dal deputato del Partito democratico rende a norma di legge ciò che viene percepito, ovvero l’orientamento sessuale, mentre ciò che è platealmente reale, il sesso della persona, si trasformerebbe in un’opinione soggetta a prevaricazioni e definizioni fuorvianti. Non vedo sostanziali differenze tra il gender e il terrapiattismo. Anzi; poiché ambedue i casi si basano sulla percezione mi sembra più comprensibile ritenere che Terra sia piatta (l’umanità lo ha creduto per secoli), piuttosto che non riconoscere le differenze (visibili e intuitive) che da miliardi di anni distinguono in tutti gli esseri viventi il maschio dalla femmina. E sono le differenze che consentono di procreare. Da questo vincolo non si sfugge, nonostante tutti i surrogati e le diavolerie che una scienza, un po’ disumana e mercificata, ha incentrato per sottrarre il concepimento alla Natura. È lontano il tempo in cui, agli studiosi di diritto costituzionale comparato, veniva spiegato che il Parlamento del Regno Unito poteva legiferare in tutti i campi, ma non gli era consentito di trasformare l’uomo in donna e viceversa. Tuttavia, come dicevano i versi di una vecchia canzone: «Cambian con la moda gli usi e le tradizion». In quell’Europa in cui si aggirava, nel XIX secolo, il fantasma del comunismo, oggi siamo chiamati a fare i conti con una nuova visione della biologia e dell’evoluzione, assolutamente priva di basi scientifiche. Almeno Darwin aveva concepito le sue teorie, non conformi al libro della Genesi, osservando i fenomeni naturali delle Isole Galapagos; mentre William King aveva individuato il lungo processo evolutivo che in milioni di anni risaliva dall’Uomo di Neanderthal all’Homo sapiens (non abbiamo approfondito la questione del cosiddetto anello mancante), basando le sue teorie su dati reali come la forma degli oggetti e i disegni sulle pareti delle caverne. Ma su che cosa si basa, invece, il concetto di gender? I suoi sostenitori – va loro riconosciuto – rifiutano i concetti di dottrina e di teoria; inoltre chi volesse documentarsi deve sapere che nel corso degli anni, si sono sviluppati diversi approcci, elaborazioni e studi sul genere, ognuno dei quali ha approfondito un aspetto dell’intera questione: è quindi plausibile che non esista in realtà un pensiero organico sul gender (come dicono al di là della Manica) che possa assurgere a teoria o a dottrina. Certo, come quel personaggio di Molière che all’improvviso si accorge «di aver fatto sempre della prosa», alcuni possono formulare dottrine e teorie a loro insaputa. Ma è nostra intenzione evitare una guerra di parole. Poiché da noi – la Patria del diritto – è in discussione al Senato, dopo una prima lettura della Camera, un disegno di legge noto col nome di Alessandro Zan del Partito democratico, suo primo firmatario (in realtà si tratta di un testo che ne ha unificati altri) attingiamo da lì le definizioni che potrebbero esserci imposte con il potere della legge. Non è necessario impegnarsi nell’interpretazione dei 10 articoli che compongono il ddl, anche perché sono tante le spiegazioni dei sostenitori come se parlassero a nome dei giudici che saranno chiamati a sanzionare le violazioni. Basta citare l’articolo 1 dal titolo indicativo di “Definizioni” che ci autorizza a usare questo termine anche per il gender.

1. Ai fini della presente legge: a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

Sulla base di queste coordinate, il ddl Zan è presentato come un deterrente all’omotransfobia (è un obiettivo sicuramente encomiabile) e come un ampliamento dei diritti civili. Premesso – ma non è questo il caso – che per un certo «dirittismo» (copyright di Alessandro Barbero) ricorda spesso un verso di Dante (libito fé licito in sua legge), è sicuramente un diritto civile esprimere il proprio orientamento sessuale anche attraverso il riconoscimento di rapporti giuridici più solidi di quelli attualmente previsti, pur continuando ad appartenere al sesso biologico denunciato all’anagrafe (a meno che non si segua la procedura molto più complessa della trasmigrazione sessuale) che non toglie o aggiunge nulla al diritto di provare, in piena libertà, «attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi». Che omosessuale è una persona, creata uomo, che per andare a letto con un’altra dello stesso sesso deve percepirsi come donna? Se l’orientamento sessuale viene difeso dalla legge, per quale motivo la teoria dell’identità di genere (ovvero «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione») deve trovare posto, in modo arbitrario e truffaldino, nell’ordinamento giuridico alla stregua di un valore comune? Determinando così una vistosa contraddizione: quanto viene percepito diventerebbe reale a norma di legge, mentre ciò che è platealmente reale (il sesso) si trasformerebbe in un’opinione, magari un po’ retrò e a rischio di essere ritenuta una prevaricazione.

Alessandro Rico per "la Verità" il 5 luglio 2021. Storica, professoressa di storia contemporanea all' Università La Sapienza di Roma, Lucetta Scaraffia è membro del Comitato nazionale di bioetica. Da anni scuote l'establishment accademico e culturale per le sue posizioni tanto acute, quanto refrattarie ai dogmi del pensiero unico. Femminista, ma anche cattolica, risoluta oppositrice di certe derive dell'ideologia arcobaleno. Qualche giorno fa, ha suscitato vivo interesse un suo editoriale sul Quotidiano Nazionale, in cui difendeva il diritto della Chiesa d'intervenire sulla delicata e divisiva questione del ddl Zan.

Professoressa, erano anni che non si sentivano più lamentele sull'«ingerenza» del Vaticano negli affari politici italiani. Crede che la nota verbale sulla legge contro l'omotransfobia fosse legittima?

«Sì, perché era una nota di tipo giuridico e diplomatico. E aveva a che fare solo ed esclusivamente con il rapporto tra due Stati. Qualcuno, invece, l'ha erroneamente scambiata per una nota di tipo morale». 

È un problema il fatto che si stia cercando di conferire sanzione normativa a una concezione filosofica e antropologica - l'identità di genere?

«Sì, secondo me è un problema. Soprattutto se poi vengono puniti quelli che non condividono quest' ideologia. Perché, semmai, è proprio la libertà di pensiero ed espressione a costituire la base di tutti i diritti». 

Esiste, quindi, il pericolo che, in virtù del ddl Zan, si sottopongano le opinioni a una sorta di scrutinio giudiziario?

«A mio avviso, sì. Questo pericolo esiste». 

In una recente intervista, lo stesso Alessandro Zan, nel tentativo di sottrarre la legge a questa obiezione, ha praticamente dettato al sacerdote ciò che può dire e non può dire durante un'omelia.

«Non ricordo questo episodio in particolare, ma è una cosa che non mi meraviglia».

No?

«Nell' articolo 4 del ddl Zan, c' è una clausola che ribadisce la punibilità delle opinioni che integrerebbero il "concreto pericolo" che si compiano discriminazioni o violenze». 

Quindi?

«Decidere cos' è che incita alla violenza e cosa no rimane una prerogativa del magistrato. E questo è molto pericoloso». 

Sembra che, nonostante le forti resistenze del Pd di Enrico Letta, si stia aprendo uno spiraglio di mediazione politica. Italia viva, ad esempio, propone di convergere su un testo che elimini i riferimenti all' identità di genere, cassi l'articolo 4 e, quanto alla giornata sull'omotransfobia, che andrebbe celebrata nelle scuole, ribadisca l'autonomia degli istituti. 

Crede sia un compromesso accettabile?

«Mi sembra di sì, perché si eliminerebbero i rischi più gravi. Dopodiché, io ho proprio una posizione diversa». 

Cioè?

«Ho un'idea antica: penso che ai bambini si debba insegnare il rispetto dell'altro in generale: di ogni persona, di ogni essere umano». 

E invece, cosa si cerca di fare?

«Qualcuno è convinto che si debba insegnare il rispetto per categorie: i disabili, gli omosessuali... Alcune categorie sono protette e vanno rispettate. E gli altri? La trovo un'idea profondamente sbagliata».

I critici vanno oltre: sostengono che sia in atto un tentativo di manipolare i bambini e di conculcare la libertà educativa delle famiglie. Sono ansie giustificate?

«Guardi, tutto sommato credo che nella realtà quotidiana queste cose non succedano così di frequente. Quelle sono posizioni ideologiche che, per fortuna, hanno poco a che fare con la realtà delle scuole». 

Esiste l'ideologia gender? Chi ne propugna i principi, al contempo, lo nega.

«Esistono tante forme di questa ideologia. E alcune sono anche forme positive di attenzione all'appartenenza a un genere sessuale».

Ad esempio?

«Io sono una storica. Una volta si faceva storia senza distinguere gli uomini dalle donne.

Adesso, oltre che studiare gli avvenimenti di cui erano protagonisti gli uomini, ci si deve interrogare anche su quale fosse la condizione femminile in quel dato periodo. Mi sembra buono e giusto». 

La «diversità» è diventata una specie di dogma. A ben vedere, però, promuovere l'annullamento delle differenze sessuali significa scivolare proprio dalla «diversità» alla «fluidità». Non sono due concetti antitetici?

«Sì, sono due cose diverse. Ma anche in questo caso, ho la sensazione che siano elaborazioni teoriche che nella realtà della vita non hanno alcuna presa. Sono posizioni ideologiche a cui nessuno presta veramente attenzione».

Nel suo editoriale sul Qn difendeva - cito - «una verità che è sotto gli occhi di tutti», ovvero, «che i desideri trovano un limite nella realtà». Intende dire che siamo esposti a una specie di dittatura del desiderio?

«Senz'altro: ne sono convinta». 

E da cosa scaturisce?

«È una forma tipica del nostro tempo. I desideri sono sollecitati continuamente per via del consumismo. E questa continua sollecitazione ci convince che abbiamo diritto a tutto». 

È da questo paradigma filosofico che originano anche pratiche come l' utero in affitto?

«Sì. Tra l' altro, io sono una delle più impegnate contestatrici dell' utero in affitto. E ci ho scritto un libro contro, La fine della madre».

Riflettiamoci su un secondo. I gay pride invocano il libero accesso a tutte le tecnologie riproduttive. In Francia è stata appena approvata una legge che consente la fecondazione eterologa a coppie lesbiche e donne single. 

In Spagna, la ley trans ha ridotto mamma e papà a persona «incinta» e individuo «non gravido». Non le pare sia in atto una rimozione della figura del padre?

«Al contrario: a me sembra che si tratti piuttosto di una cancellazione della figura della madre».

Perché?

«Quello della madre diventa una specie di lavoro pagato, con uno spezzettamento tra la donna che vende gli ovuli, quella che vende l'utero e quella che paga per avere il bambino. È soprattutto una distruzione della figura della mamma». 

Ma chi è che spinge per quello che, a questo punto, è un vero e proprio sconvolgimento della natura umana? E perché?

«La logica sottesa è sempre quella: la pretesa di avere tutto ciò che si desidera, anche quando non si è donne. È la volontà di appropriarsi della specificità delle donne: il loro potere generativo. E poi c' è un altro aspetto».

Quale?

«Mi sembra che l'obiettivo finale sia quello di distruggere le identità sessuali». 

In che modo?

«Siccome l'identità femminile si fonda sulla maternità, se uno fa a pezzi la maternità, distrugge anche la femminilità». 

Si può trovare un punto di equilibrio tra l'ascolto del disagio di chi non si identifica con il proprio genere sessuale biologico e la necessità di difendere, in ogni caso, un'elementare verità antropologica, cioè che esistono uomini e donne?

«Si può trovare benissimo. Basterebbe lasciare ogni persona libera di scegliere il comportamento sessuale che preferisce, senza che questo debba avere a che vedere con la sua identità sessuale. Al netto di quei casi patologici di confusione dell'identità sessuale, che sono rarissimi».

Un'altra questione dibattuta è la transessualità infantile. Siamo su una china pericolosa?

«Come sa, faccio parte del Comitato nazionale di bioetica e abbiamo scritto un documento proprio su questo tema: le cure ormonali sui ragazzi giovani che percepiscono un'incertezza quanto alla loro identità sessuale». 

Chiedete prudenza nei loro confronti?

«Di più: fino alla maggiore età siamo contrari a queste terapie. Ma io stessa, nella mia esperienza personale, ho notato che c'è una preoccupante tendenza a intervenire molto precocemente con cure ormonali che possono danneggiare gravemente il loro sviluppo e la loro personalità».

Ci sono commentatrici femministe secondo le quali il mondo Lgbt è misogino. È vero?

«Credo di sì». 

Perché?

«Be', in fondo, quella intorno alla maternità è una lotta per il potere, che è sempre costata molto alle donne - è costata l'oppressione. Chi non ha la capacità di generare la vita, cerca di toglierla anche a chi ce l'ha». 

Le persone Lgbt hanno sicuramente patito discriminazioni. Oggi, però, si stanno trasformando in soggetti prevaricatori, peraltro con l'appoggio del cosiddetto woke capitalism, del potere politico e dei media?

«Questo è successo sempre nella storia. Non mi stupisce per niente».

Le due cose, però, sono in contraddizione: se è perseguitata, una minoranza non può avere dalla sua il capitale, il potere politico e il mainstream mediatico.

«Il fatto è che questi gruppi non accettano che la mentalità delle persone abbia bisogno di tempi lunghi per cambiare. La gente non cambia a comando. Se costoro usano quelle leve per forzare i cambiamenti, è perché non riescono a tollerare che per ottenerli serva del tempo». 

“Il dogma gender non si discute”. Gli esperti rossi in audizione in Parlamento fanno muro. Carlo Marini giovedì 8 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Arrivano tristi conferme dall’audizione (in videoconferenza alla Commissione Infanzia della Camera) sulle pratiche della transizione di genere dei soggetti minori di età. Il dogma gender regna anche tra gli addetti ai lavori. Ne scrive oggi il quotidiano La Verità, citando la seduta della commissione parlamentare per l’Infanzia presieduta dal leghista Simone Pillon, convocata per far luce su quelle linee guida che avevano suscitato clamore sia per l’impostazione – favorevole al «cambio di sesso» dei minori con disforia di genere -, sia per le prese di distanza da parte della Regione e dell’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma. Il quotidiano riporta a mo’ di esempio, l’intervento del dottor Luca Chianura. Il responsabile di Psicologia clinica presso il SAIFIP (Servizio di adeguamento tra identità fisica ed identità psichica) del San Camillo Forlanini di Roma. «Mi trovo un po’ a disagio, non capisco qual è il senso di questa audizione», ha detto il dottor Chianura. Mistero fitto anche sul rapporto, avviato dal 2005, tra il Saifip e il Tavistock, l’ospedale britannico che ha seguito centinaia di «cambi di sesso» di minori. Tutto questo prima di finire al centro di uno scandalo giudiziario. Sono diverse le denunce di ex medici e di ex pazienti, che hanno denunciato d’essere stati prematuramente avviati all’iter di riassegnazione sessuale. Lo stesso Chianura da una parte ha preso le distanze dalla struttura britannica («noi abbiamo un protocollo diverso»), ma dall’altra al Tavistock ha riservato parole d’encomio: «È ancora oggi il punto di riferimento per tutti i servizi dell’età evolutiva del mondo». Si è alzato un muro di gomma anche quando i commissari hanno chiesti ragguagli sulla collaborazione del Saifip con lo psichiatra Domenico Di Ceglie, che del Gids è stato direttore e che risulta vicino al gruppo autore delle linee guida laziali. Linee che vorrebbero imporre il ddl Zan di fatto. «Di Ceglie è uno dei massimi esperti della sua disciplina», ha minimizzato la psicoterapeuta Maddalena Mosconi, responsabile “Area Minori” del SAIFIP presso l’A.O. San Camillo Forlanini di Roma. Un buco nell’acqua anche quando i membri della Commissione Infanzia hanno citato il caso di Keira Bell, trans pentita, che ha citato i medici inglesi per danni. “Un caso isolato”, hanno tagliato corto gli esperti. Guai a mettere in discussione il dogma gender.

Maria Teresa Martinengo per "la Stampa" l'8 luglio 2021. Il primo caso è arrivato nel 2005, il secondo nel 2007, un altro due anni dopo. Poi sempre di più, fino a contarne 37 nel triennio 2019 - 2021 e 162 in totale. È la crescita esponenziale delle famiglie con bambini, bambine, ragazzi o ragazze con disforia di genere che si sono rivolte ai servizi torinesi dedicati, quelli che possono aiutarle nell' accompagnare i loro figli e figlie a comprendersi e a seguire il percorso che in una minoranza di casi, nella maggiore età, può portare al cambiamento di sesso. Chi vive questa condizione non percepisce la sua identità di genere come corrispondente all' assegnazione avvenuta alla nascita. Le prime famiglie si sono rivolte al Cidigem, il Centro Interdipartimentale Disturbi Identità di Genere dell'ospedale Molinette, mentre dal 2009 è entrato in funzione l'ambulatorio Varianza di Genere dell'ospedale infantile Regina Margherita, entrambi appartenenti alla Città della Salute e della Scienza di Torino, i cui medici e psicologi collaborano e si confrontano. Di questi tempi molto si discute di «identità di genere», ma rispetto ai minori la questione emerge soprattutto attraverso vicende drammatiche. L'ultima, poche settimane fa, dolorosissima, è stata quella di Orlando Merenda, diciottenne torinese, morto suicida sotto un treno. «La domanda di aiuto da parte delle famiglie oggi è diventata molto più frequente che in passato, e i centri, con le forze che hanno, sono sommersi», racconta Damiana Massara, psicologa, coordinatrice del Gruppo di lavoro minorenni del Cidigem (che accoglie dai 16 anni) e coordinatrice della Commissione Minorenni dell'Osservatorio Nazionale sull' Identità di genere a cui fanno riferimento quasi tutti i centri italiani dove è possibile effettuare l'intervento chirurgico. «L' osservazione dei 162 casi dice qualcosa: 100 sono minori "assegnate femmine alla nascita", 62 sono "assegnati maschi". Un tempo si diceva maschi o femmine "biologici". Quando abbiamo cominciato - prosegue Massara - era il contrario, arrivavano più maschi. Le famiglie erano spaventate, si preoccupavano per loro, la condizione delle femmine aveva meno risonanza. Nel tempo è cresciuta la sensibilità e oggi arrivano le femmine». In questo momento sono 16 le famiglie che attendono un primo colloquio al Regina Margherita. Per la dottoressa Massara non ci sono cause «sociali» per questo aumento. «I casi sono tanti perché il servizio è conosciuto dai pediatri, dagli psicologi, dalle stesse famiglie. Noi ne parliamo in tutti i corsi che teniamo. Il problema è sempre esistito - osserva la psicologa - ma ora viene affrontato e chiamato col suo nome. Cambiamento significa riconoscimento della dignità, del rispetto. Tanti bambini e ragazzi che non si sentono "nella norma" si isolano, non vanno più a scuola, hanno paura di essere evitati, temono il bullismo. Il punto è riconoscere il loro travaglio, assicurare loro lo spazio nella società, nella scuola». La neuropsichiatra infantile Chiara Baietto, che coordina l'ambulatorio del Regina Margherita, parla di «un percorso decisamente lungo, che per qualche bambino può incominciare a 2-5 cinque anni, ma l'età media è 14-15 anni, ed è differente da caso a caso. Le famiglie ci presentano il problema di un figlio che non si sente di appartenere al sesso assegnato e chiedono una consulenza. Sono famiglie attente, non liquidano la cosa proibendo comportamenti, ma cercano di capire». Con i più piccoli lavoriamo per eliminare le paure in loro e nella famiglia, facciamo prevenzione delle psicopatologie. Naturalmente, più i bambini e i ragazzi crescono in un ambiente sereno, meno cadono in ansia, depressione, meno mettono in atto tentativi di suicidio o forme di autolesionismo, molto comuni in questi casi». La dottoressa Baietto spiega che «spesso il bambino o la bambina, il ragazzo o la ragazza si sentono "strani". Per questo il percorso per comprendere è molto lungo, capita che i ragazzi non sappiamo inquadrare il loro problema e vadano per tentativi, vedono magari una persona transgender su internet e dicono "forse sono così". Arrivando poi alla pubertà, solo un terzo conferma la disforia di genere». Ancora: «La pubertà è il momento spartiacque. Se dopo l'inizio l'adolescente si vive male si può intervenire con i farmaci bloccanti, per dare ancora tempo al ragazzo o alla ragazza per considerare cosa è meglio per lui o lei. Dai 16 anni si può avviare la terapia con ormoni che inducono il sesso desiderato. La transizione non è certamente una scelta facile. Tutto il percorso è molto complesso, comunque si risolva. Per questo in tutta Italia i servizi dovrebbero essere più strutturati e numerosi».

Da "liberoquotidiano.it" il 10 luglio 2021. Tutta la follia gender riassunta dalla storia di Keira Bell, trans inglese che ha cambiato sesso a soli 23 anni. Nata femmina, è diventata maschio e oggi, a 23 anni, ha fatto causa alla clinica Tavistock and Portman NHS Trust di Manchester, dove è stata operata perché a suo dire i medici non le avrebbero spiegato nel dettaglio tutte le implicazioni e le ripercussioni di una scelta così radicale, maturata da adolescente. Keira ha raccontato al sua storia al seguitissimo show mattutino Good morning Britain del canale Itv: "Non si possono prendere decisioni simili a 16 anni, così in fretta. I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati e non immediatamente assecondati. Io ne ho pagato le conseguenze, con gravi danni fisici. Ma così non va bene, servono cambiamenti seri". "Era il percorso sbagliato", ammette ora la ragazza diventata ragazzo. "Ero molto depressa da ragazzina, non mi sentivo a mio agio nel mio corpo da donna e così ho sviluppato presto una disforia di genere", riconosce la 23enne, che accusa poi le autorità sanitarie: "Non c’è stato un vero esame psichiatrico nei miei confronti, è stato tutto così rapido e basato sul mio passato. Non c’è mai stata una vera discussione: i miei sentimenti dovevano essere scandagliati e non semplicemente accettati per quello che erano. Perché quando inizi il percorso, poi è molto complicato tornare indietro". Con buona pace di chi crede che la vita si possa decidere già quando si è ancora bambini, come fosse semplicemente una scuola da cambiare nel caso non andasse come sperato.

Si fa presto a dire Zan, la clinica inglese dei gender riconosce: “Certi cambi di sesso affrettati”. Luisa Perri mercoledì 7 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Sul palmo della mano al posto del Ddl Zan dovrebbero scrivere Keira Bell. E’ il nome della trans pentita, che a 16 anni fu indotta a cambiare sesso. E che ora ha fatto causa alla clinica britannica Tavistock, considerata la Mecca dei minorenni gender. 

Il caso di Keira Bell, trans “pentita”. Keira, nata biologicamente di sesso femminile, da bambina si è sentita uomo. Così, ad appena 16 anni, ha deciso di cambiare sesso. La clinica a cui si è rivolta, la Tavistock and Portman NHS Trust, ha approvato abbastanza velocemente la sua decisione di intraprendere il suo percorso transgender. Ora, però, Keira, che nel frattempo di anni ne ha 23, si è pentita della scelta fatta, accusando le autorità mediche di aver “acconsentito troppo presto al desiderio di cambio di identità e di genere”. “Ero troppo giovane per decidere, non dovevano assecondarmi. Non si possono prendere decisioni simili a 16 anni, e così in fretta. I ragazzi a quell’età devono essere ascoltati, e non immediatamente assecondati”, ha dichiarato Keira a Good Morning Britain su Itv.

Le dichiarazioni allarmanti dalla clinica di Londra. Per il trattamento dei casi della cosiddetta disforia di genere la clinica di Londra è un punto di riferimento in Europa. In questo centro bambini e ragazzi, in un’età compresa fra i 24 mesi e i 17 anni, vengono sottoposti a terapie per cambiare sesso. Dal 2014 al 2019, sono stati 2.500 tra bambini e adolescenti e il fenomeno è in aumento. Uno psicologo che ha lavorato presso la stessa clinica Tavistock, ha confidato al Times dei suoi timori che la clinica stesse eseguendo una “terapia di conversione per bambini gay”. Il dottor Matt Bristow ha affermato di temere che la clinica Tavistock e Portman NHS stesse ignorando la possibilità che i ragazzi e le ragazze che hanno affermato di voler cambiare sesso possano essere semplicemente gay. L’affermazione di Bristow è emersa nelle dichiarazioni dei testimoni per Sonia Appleby, una psicoterapeuta responsabile della salvaguardia dei bambini presso la clinica per l’identità di genere, che sta facendo causa alla fiducia. La scorsa settimana ha detto a un tribunale del lavoro di essere stata “denigrata” per aver sollevato preoccupazioni sulla sicurezza dei bambini sottoposti a trattamento, che includeva la clinica che segnalava bambini di appena 12 anni per farmaci che bloccavano la pubertà. Come riferisce Panorama, un’indagine interna, voluta dal dottor Dinesh Sinha, a capo del Tavistock and Portman Nhs Trust ha raccolto “decine di testimonianze di medici e infermieri, tutti dubbiosi sull’effettiva moralità dei trattamenti ormonali per bambini e bambine affetti da presunta disforia di genere. Bambini magari depressi, anoressici o autistici o semplicemente incerti, incoraggiati a una transizione senza ritorno. Il tutto in nome di una tendenza, di una propaganda. Anzi, forse di una moda”. E mentre in Gran Bretagna si riconoscono gli errori qui, con le lezioni di transomofobia imposte con la legge Zan, si vorrebbe fare lo stesso. 

La Ferragni parla del Ddl Zan, ma sa di che cosa parla? Il caso di Keira non è l’unico, in merito ai danni fisici procurati dagli ormoni bloccanti.  Come riporta il sito Provita e famiglia, l’endocrinologo Michael Laidlaw, ha pubblicato sui Social i dati sulla fascia d’età dei giovani transgender, ai quali erano stati somministrati i farmaci, in età compresa tra i di 12 e i 15 anni. Lo studio in questione, come spiega Laidlaw, avrebbe confermato una “massiccia diminuzione della densità ossea di questi pazienti rispetto ai loro coetanei”, tramite un grafico che ne mostrava la diminuzione graduale nel tempo, soprattutto sulla spina dorsale. Quello che la Ferragni di turno non dice è che si fa presto a scrivere “Ddl Zan” sul palmo della mano. Tornare indietro, per molti bambini e ragazzi, sarebbe troppo tardi. 

Fratoianni e Fassina compagni contro. Ma sul Ddl Zan ha torto il primo e ragione il secondo. Francesca De Ambra mercoledì 7 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Nicola Fratoianni non riesce a farsene una ragione. Ha letto dei seri dubbi di Stefano Fassina circa la costituzionalità del ddl Zan e l’ha presa quasi come un fatto personale. Leggere, per conferma, quel che ha scritto sull’Huffington Post. Più che un ragionata disamina, la sua è una raffica di anatemi all’indirizzo di chiunque osi dissentire dal testo sull’omotransfobia all’esame del Senato. Passi per la destra, che «ha sempre paura di ogni libertà», e transeat pure per Renzi, da cui «viene il solito opportunismo di purezza», ma non per Fassina. Qui il tono di Fratoianni, da ironico e leggero si fa accorato e ferito. Bolla come «confuse e infondate» le sue parole per poi inerpicarsi lungo un sentiero irto di spigolature giuridiche che il leader di Sinistra Italiana avrebbe fatto meglio a scansare che ad affrontare. E sì, perché lui è uno di quelli per i quali la legge è un’insieme di concetti moralistici incollati da più o meno belle parole. E quella magica, per lui come per tanti compagni della sua parrocchietta, è “diritti“. E perciò non si capacita del come del perché a Fassina sia saltato in mente di definire l’identità di genere, così come formulata nell’articolo del ddl Zan, cioè accostata all’orientamento sessuale, «un veicolo per un progetto ideologico». Orrore. «È piuttosto il contrario», sentenzia Fratoianni con l’aria di chi la sa lunga. Per lui, infatti, chi vuole rimuovere l’identità di genere lasciando nel testo il sesso, il genere e l’orientamento sessuale «sta tentando di affermare il valore generale e universale di un punto di vista da cui in tanti non si riconoscono sentendosi quindi esclusi e discriminati».

Il nodo dell’identità di genere. E siamo al punto. Già, perché la lettera d) dell’articolo 1 definisce l’identità di genere come «la manifestazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere». E questo anche quando non corrisponde al sesso e «indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Tutto chiaro per Fratoianni. «Quali sarebbero – chiede, infatti – gli effetti negativi della sanzione contro la discriminazione fondata sull’identità di genere? Nessuno, non se ne ravvisa nessuno». Peccato che dimentichi che il ddl Zan è norma penale e come tale deve possedere quei requisiti della determinatezza e della tassatività, impossibili da rinvenire nella succitata lettera d). Il sesso degli angeli, insomma, non è materia del codice. Il compagno Fassina se n’è accorto in tempo. Il compagno Fratoianni non l’ha ancora capito.

"Testo giusto nei fini, non nel metodo. I giudici hanno troppa discrezionalità". Sabrina Cottone l8 Luglio 2021 su Il Giornale. Il professore: "I reati devono essere sempre definiti: qui non lo sono. Così si rischia che per un'omelia si venga accusati di omofobia". L'arrivo del ddl Zan nell'aula del Senato il 13 luglio, voluto dall'asse Pd M5S Leu per un voto al buio che spacca maggioranza e opinione pubblica, è accompagnato dalla rinascita di «Insieme», partito solitario, più pensatoio che numeri e sondaggi. Punto di riferimento intellettuale, garante dal principio, è il professor Stefano Zamagni. L'ex premier Giuseppe Conte ha tentato un avvicinamento che non è finito bene. Al congresso romano dello scorso fine settimana hanno mostrato interesse il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin e il laico Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio. «Condivisibile nei fini, sbagliato nel metodo» sintetizza Zamagni parlando del ddl Zan.

Che cosa trova condivisibile di questa legge che spacca il Parlamento?

«Nessuno mette in discussione la necessità di combattere i fenomeni di dileggio discriminazione violenza verso le persone che hanno orientamento sessuale diverso, completando la famosa legge Mancino sui crimini d'odio che aveva lasciato da parte il sesso. Il fine è sacrosanto ma il metodo, cioè la via seguita, è sbagliato».

Che cosa la preoccupa maggiormente?

«Io da cittadino devo sapere se l'atto che vado a compiere è reato oppure no. Un gruppo di costituzionalisti, credenti ma anche no, hanno detto che il testo non regge proprio perché in una legge penale i reati devono essere definiti e invece il livello di discrezionalità dei giudici rimane molto alto».

In molti ne fanno una questione di libertà. L'identità di genere, la possibilità di scegliersi il sesso, non va in questa direzione?

«Questioni di bioetica non possono diventare biogiuridiche senza la mediazione culturale necessaria. Quando si parla di identità di genere non si può far dipendere il genere da una questione individualistica legata al singolo perché chi vive in società sa che ci sono regole che vanno rispettate. Non posso dire: faccio quel che voglio in questa come in altre questioni perché distruggo la coesione sociale. C'è una grande differenza tra libertà e libertarismo».

Perché è a rischio la libertà di espressione?

«Il confine non è tracciato. O la legge determina dove finisce la libertà di espressione e dove inizia il reato o è evidente che succederanno cose simili a ciò che è già accaduto in Spagna, in Canada e nei Paesi dove esistono leggi simili. L'arcivescovo di Valencia, per un'omelia in cui difendeva il matrimonio tra uomo e donna, è stato accusato di omofobia. Se anche poi a processo vieni assolto, resta grave, perché intanto devi prendere un avvocato, incorrere in spese ingenti. Se un rettore di seminario invita un seminarista omosessuale a lasciare il seminario, il seminarista potrebbe denunciarlo».

Molte obiezioni riguardano la libertà d'educazione. Concorda?

«Nelle scuole non può essere lo Stato che decide sull'educazione dei figli minorenni perché per Costituzione tocca alla famiglia. Lo Stato ha la responsabilità dell'istruzione, non dell'educazione. Dalla confusione tra questi due livelli nascono molti equivoci».

Come si spiega la radicalità del segretario del Pd, Enrico Letta, che arriva da un partito popolare?

«Noto che all'interno delle migliori intenzioni iniziali, in corso d'opera il testo è stato strumentalizzato da una parte o dall'altra. Comunque vadano le cose e si concluda la vicenda in Parlamento, non finirà bene. Lascerà strascichi in un caso o nell'altro».

Che cosa pensa del dibattito sulla giustizia? È così malmessa?

«Lo vede anche un cieco che non funziona. Io sfido a trovare un italiano che non sia d'accordo. Ma anche queste tematiche sono merci di contrattazione in cui si perdono di vista principi e valori. Nel dopoguerra non era così. E la scuola? Non possiamo isolare una questione dall'altra perché altrimenti scattano i divieti incrociati. Non è sufficiente riformare la giustizia, dobbiamo trasformarla».

In che senso una riforma non è sufficiente? E i referendum?

«La riforma cambia la forma e lascia immutata la sostanza. È una pezza, come il mastice quando buchi la ruota della bici. La trasformazione è la giustizia che ha come fine il bene comune, non solo punitiva. I referendum non li ho ancora approfonditi: non si può esprimersi su tutto».

"Vi dico perché il Pd fa muro sul ddl Zan". Francesco Curridori il 7 Luglio 2021 su Il Giornale. Alessio De Giorgi, ex direttore di Gay.it, ci spiega perché ieri il Pd ha sprecato un'occasione: "Peccato, potevamo far passare il ddl Zan con i voti della Lega nonostante guardi a Orban". "Personalmente voterei il ddl Zan così com'è, ma nel lavoro, negli affetti e anche in politica l'arte della mediazione è fondamentale". Alessio De Giorgi, a lungo direttore di Gay.it ed esponente di Italia Viva, ci spiega perché ieri il Pd ha sprecato un'occasione importante.

Perché era così necessario arrivare a una mediazione?

"Se è vero che la Camera ha approvato quel testo sulla base di una mediazione proposta sempre da Italia Viva, ma è altrettanto vero che la maggioranza è diversa da quella del Senato dove i numeri sono più risicati. Non prendere atto dei rischi che corre questa legge col voto segreto è da folli perché ci sono dubbi nel Pd, tra i Cinquestelle e non solo. La presidente del gruppo delle Autonomie, Julia Unterberger, ha detto che è irragionevole non trovare una mediazione. Poi, faccio notare che Giuseppe Conte, su tutta questa vicenda, non ha detto una parola e, quindi, non ho idea di cosa possano fare i deputati contiani per mettere in difficoltà Draghi. C'è il rischio di arrivare a una 30ina di defezioni e lo schiaffo dato alle posizioni più ragionevoli nel centrodestra a me sembra un corpo a corpo inutile di cui potevamo fare a meno".

La frase 'incrociamo le dita' di Alessandro Zan può danneggiare l'iter del suo Ddl?

"Trovo che sia una follia dire “incrociamo le dita”, una frase che può dire un uomo della strada, un massimalista che vuol fare scoppiare le contraddizioni nell'avversario. Non può dirla un uomo come Zan che ha una storia importante dentro il movimento gay. Capisco e condivido il punto di vista del Pd, ma non capisco e non condivido il punto di vista del movimento Lgbt che dovrebbe essere come un sindacato. E, se un sindacato vede che l'avversario va verso le sue posizioni non deve tirargli uno schiaffo in faccia. Ieri, a parte una battuta stonata di Ostellari in Aula, dalla Ronzulli e dallo stesso Ostellari ho sentito parole di grande apertura. Un sindacato non si permetterebbe mai di non apprezzare una parte politica non vicina che condivide una sua posizione".

Ma è vero che la mediazione proposta da Italia Viva non protegge i trans?

"È una fake-news colossale perché una legge deve comunque essere interpretata da un giudice e, se vogliamo parlare di casi concreti, voglio proprio vedere un giudice che, per esempio, non valuta come transfobia la violenza subita, per fare un esempio, da chi non ha neppure iniziato un percorso di transizione ma occasionalmente indossa abiti non del proprio sesso".

Le critiche al ddl Zan non provengono solo dal centrodestra. Cosa turba non solo il Vaticano, ma anche le femministe e una parte del mondo Lgbt?

"La discussione è uguale a quella che ci fu sulle unioni civili. Si vuol far fare alla legge qualcosa in più rispetto agli obiettivi della legge. L'approccio è eccessivamente ideologico. Nel momento in cui inserisci una norma come l'identità di genere, inserisci una norma che definisce un punto di vista diverso rispetto alla legge sulla transizione sessuale. Legge aggiornata dalla Corte Costituzione la quale ha riconosciuto che l'operazione per passare da un sesso all'altro è molto invasiva e, dunque, si può cambiare sesso anche senza farla. Dal mio punto di vista, transfobia è un termine assolutamente appropriato".

Ma perché il Pd non tiene conto dei rilievi provenienti dal mondo femminista?

"Il Pd non tiene conto delle posizioni delle femministe per ragioni di posizionamento politico perché, in un governo di unità nazionale col centrodestra, ha bisogno di caratterizzarsi e di rinsaldare l'alleanza col M5S. Facendo così, però, passa sopra come uno schiacciasassi a quelle persone che la legge vorrebbe tutelare e le mette a rischio di non avere una legge che le protegga. Poi, il Pd non si rende conto che i Cinquestelle sono allo sbando. La settimana scorsa, in Commissione il M5S ha annunciato il voto favorevole al provvedimento, ma tre quarti di loro ha votato contro. Io ho vissuto le battaglie dei Dico e dei Pacs e so perfettamente che sono stati usati questi temi per caratterizzarsi politicamente a sinistra e poi, però, si è rimasti con un pugno di mosche in mano".

Crede che la forzatura del Pd possa essere un modo per affossare la legge?

"Mi auguro non ci sia un accordo sotto banco per non far passare la legge, facendo muro contro muro. Sarebbe un calcolo cinico veramente grave perché ci sono episodi di omofobia e transfobia e abbiamo delle persone da tutelare ed è importante il messaggio culturale che può dare questa legge. Mi auguro che dentro il Pd si facciano sentire le voci più ragionevoli. Ma ci rendiamo conto quanto sarebbe importante se l'Italia si dotasse di una legge contro l'omofobia anche con i voti di quel pezzo di centrodestra che guarda a Orban? Dopo aver portato Salvini su posizioni europeiste, questa sarebbe una vittoria di tutti da festeggiare". 

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in Editoria e Giornalismo alla Lumsa di Roma.

Gianluca Veneziani per "Libero Quotidiano" il 7 luglio 2021. Tommaso Cerno è parlamentare nel gruppo del Pd e omosessuale, ma contrario all' ostinazione dei dem nell' approvare il ddl Zan così com' è. Condivide piuttosto la linea di Renzi e Salvini, favorevole a togliere dal testo le parti più divisive, relative a identità di genere, reati di opinione e giornata contro l' omotransfobia. 

Cerno, perché questa sua posizione?

«La legge Zan ha due pilastri. Il primo è la parte migliore della legge: e cioè la condanna delle violenze contro gli omosessuali, intese non più come violenze private ma come atti contro i rappresentanti di una minoranza. Questa parte supera i limiti della legge Mancino, che di fatto istigava a delinquere contro i gay, tutelando tutte le minoranze tranne gli omosessuali. La seconda parte, che riguarda i reati di opinione e l'identità di genere, invece non mi soddisfa perché è scritta male e fa troppo poco per conseguire gli obiettivi che si propone. E allora io la lascerei in sospeso. La sinistra dovrebbe rendersi conto che, se la destra per la prima volta nella storia è disposta a votare una legge che punisce i reati di odio contro i gay, si tratta di un passo enorme. E perciò mi terrei stretto quel primo passo. E poi, oltre al testo della legge, pesa il contesto: la sinistra ha deciso di fare un governo con la Lega? Bene, allora deve tenerne in considerazione le posizioni».

Se la legge arriva in Aula con il voto a scrutinio segreto e non modificata, c' è il rischio che non passi?

«Sì, e per questo non si dovrebbe arrivare a quel punto. Se legge non passasse, romperebbe la maggioranza e metterebbe Draghi nelle condizioni di dimettersi. Perciò dico al Pd: sarebbe folle creare una crisi di governo per una parte di legge scritta male. Idem ricordino che non è un testo intoccabile: Zan non è Mosè e non ha ricevuto le tavole della legge dal dio dei gay». 

Renzi è stato minacciato di morte sui social per questa sua posizione. Anche lei ha ricevuto attacchi dalla comunità Lgbt?

«Sì e, in nome della libertà intellettuale, accetto queste critiche, purché non siano violente. Se invece sono intolleranti, mi batterò contro la loro intolleranza. In generale, i membri della comunità Lgbt hanno tutto il diritto di esprimere il loro pensiero fino a quando non diventa eterofobico. A me comunque interessano molto di più le minoranze silenziose, quei gay che sono discriminati sul posto di lavoro o picchiati dai genitori, e non hanno voce per difendersi». 

Il ddl Zan, da battaglia etica, si è trasformato in una battaglia politica con cui i partiti stanno saggiando la loro forza?

«È possibile. Renzi, che aveva fatto passare le unioni civili un po' perché ci credeva e un po' perché gli interessava, ora farà passare la parte migliore della legge un po' perché ci crede e un po' perché gli interessa. Lui, come Salvini, è un animale politico e sa come muoversi. Anzi, è più segretario del Pd da quando non lo è più di quanto non lo sia stato nel periodo in cui lo era». 

Secondo lei, è sotto attacco perché rischia di essere decisivo nella partita per il Colle?

«Lui è sotto attacco a prescindere: fa di tutto per esserlo a causa delle sue opere e omissioni. Ma è difficile dire se l'asse Salvini-Renzi sul ddl Zan sia il banco di prova per una futura convergenza tra centrodestra e Iv nell' elezione del capo dello Stato. Può essere anche che la votazione finale sia la prova generale per un governo che segni la fine del bipolarismo. Se la legge modificata viene votata da Salvini, Renzi e Letta, si può immaginare un governo con loro dentro, che lasci agli estremi le destre e le sinistre. E potrebbero essere quelle stesse forze a eleggere il nuovo capo dello Stato».

"Hanno rimosso un video dove mi dicevo critico sul ddl Zan". Francesco Boezi il 13 Luglio 2021 su Il Giornale. Il viceministro Alessandro Morelli, esponente della Lega, segnala la rimozione di un video in cui venivano esposte le problematiche del ddl Zan. Il viceministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Alessandro Morelli, esponente della Lega contrario, almeno per come il provvedimento è strutturato sino a questo momento, al disegno di legge Zan, ha reso noto di essere stato "censurato" da Facebook in relazione proprio al Ddl che si è discusso al Senato in queste ore. Quella in corso è una fase fervente, perché il Partito Democratico, che non è disposto al dialogo sul ddl Zan, potrebbe presto schiantarsi contro la realtà dei numeri. Le previsioni parlavano di un "Vietnam" parlamentare. E oggi il Senato ha iniziato a lavorare sul testo, senza prendere una decisione definitiva. La sensazione è che la trattativa sia destinata a durare nel tempo. L'unica novità riguarda il respingimento delle pregiudiziali. La Lega sembra convinta della necessità di modifiche al ddl Zan. Ma nonostante le aperture in merito, il Pd tira dritto. Morelli, dal canto suo, ha illustrato i motivi della sua contrarietà in un video, che può ancora essere visto dagli utenti su YouTube. Durante il filmato, l'esponente leghista elenca gli articoli di legge a suo dire problematici, partendo dal primo, che è poi uno di quelli accusati di voler introdurre nel nostro sistema giuridico la cosiddetta "teoria gender". Il viceministro, che è espressione del partito guidato da Matteo Salvini, prende poi in considerazione l'articolo 2, ponendo il tema della libertà d'espressione e quello della discrezionalità, che sono altre due argomentazioni utilizzate dai critici del ddl Zan per mettere in evidenza la natura problematica del provvedimento. L'articolo 4, ancora, sarebbe contraddittorio. E così via, sino a toccare punto per punto tutte le perplessità che il viceministro ha in materia. Una particolare attenzione viene riservata da Morelli alla Giornata dedicata alla comunità Lgbt. Insomma Morelli punta il mirino sia in relazione ai contenuti giuridici sia rispetto al sottofondo ideologico su cui il ddl Zan potrebbe contare. Al netto delle preoccupazioni relative alla poca chiarezza dei confini di alcune fattispecie introdotte, la Lega ha manifestato, Morelli compreso, preoccupazione per come il ddl Zan potrebbe essere in qualche modo sfruttato per diffondere l'"ideologia gender" all'interno degli istituti scolastici italiani. In conclusione del filmato, il leghista, dopo aver spiegato tutti i suoi perché, ribadisce la sua posizione. Ma qualcosa non va come previsto con il filmato: il politico della Lega, attraverso una nota stampa, ha reso noto che il video è stato rimosso dal social network. Il viceministro, nella sua premessa, cita il caso di Donald Trump a mo' di esempio, sottolineando come la policy dei social possa "minare" la "libertà d'espressione". Poi l'accusa: "La settimana scorsa pubblico un video in cui spiego i contenuti della legge. Ne evidenzio i punti critici, mettendo in fila le ormai arcinote perplessità sulle questioni relative a identità di genere, reato di opinione e priorità educativa dei genitori. Passa poco tempo e il video viene cancellato dalla piattaforma che, sinora, ha evaso le mie reiterate richieste di spiegazioni". Facebook non avrebbe dunque fornito i perché della sua scelta al viceministro Morelli, che ne fa anche una questione complessiva: " Una società privata che svolge un servizio di pubblica utilità si riserva il potere di limitare la libertà di espressione. Siamo arrivati così al paradosso che i sacerdoti del pensiero unico, nel nome della tolleranza, riducano a brandelli la libertà di parola. Chi non la pensa come loro non ha diritto di cittadinanza sulla pubblica piazza e viene esiliato dai social", chiosa il parlamentare, che ha voluto mettere al corrente della "rimozion" subita attraverso un altro video pubblicato su Facebook.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso".

«Il ddl Zan è più grave del codice fascista». E il Senato diventa la curva anti-gender. Simone Alliva su L'Espresso il 15 luglio 2021. Gli interventi durante la discussione generale trasformano la legge contro l’omotransfobia in un’apertura all’utero in affitto, che limita le libertà a diffonde le ideologie fluid. E “ghender”.

Parla Giacomo Caliendo, senatore di Forza Italia: "Questa legge è più grave del codice Rocco, il codice del fascismo". È la prima battuta della giornata. Ce ne sarà un festival a Palazzo Madama, tutto dedicato al ddl Zan. Il bestiario politico offerto dal Senato parte da qui. Due giorni di discussione generale. Una giostra di accuse, insulti, complotti. C’è tutto: la fantomatica teoria del gender (che diventa fluid-gender o ghender a seconda del senatore), l’utero in affitto, la lentissima caduta dell’impero.

Perosino, anche lui senatore di Forza Italia, ha il fiato corto e la mascherina sotto il naso: "Conosco tanti gay che vivono la loro condizione con dignità. Questa legge è l'anticamera dell'utero in affitto. La diffusione della teoria gender e le trasformazioni dei bambini che sono contronatura". Fa una pausa e poi conclude: "Il ddl Zan è la costruzione di un concetto nichilista della società ha gli stessi sintomi della caduta dell'impero romano". Applausi e fischi. Il web segue questo spettacolo ogni minuto sorprendente in cui succede proprio quello che non ha logica: il capogruppo al Senato di Italia Viva, Davide Faraone accusa la senatrice del PD Monica Cirinnà di averlo messo alla gogna: “Mi ha ripreso mentre applaudivo Matteo Salvini. Chiedo provvedimenti”. Ignazio La Russa, oggi in Fratelli d’Italia, esprime solidarietà a Faraone e confessa che anche lui è stato discriminato “dai Cirinnà dell’epoca” per le sue idee politiche.

Tutti applaudono, tutti urlano. Il senatore Pillon, leghista e noto alle cronache per aver annunciato una “caccia alla stregoneria nelle scuole”, parla per 20 minuti. Forse per questo si confonde: "Con il ddl Zan si potrà dire che due uomini sono famiglia, due donne sono famiglia". Ma lo sono già. Per lo stato dal 2016, legge sulle unioni civili.

Dopo di lui interviene Tiziana Drago, ex cinquestelle, oggi in Fratelli d’Italia. Nel 2019 si presentò a sorpresa al Congresso delle Famiglie di Verona. Oggi fa parte dell’intergruppo parlamentare che raccoglie i sostenitori pro-vita e anti-lgbt: “Vita, Famiglia e Libertà”. Fa lunghe pause. Ogni tanto si inceppa e poi ricomincia sorreggendo un foglio scritto a mano: "Assistiamo a un'ingerenza governativa sul ddl Zan” la stoccata è diretta all’ex collega di partito, Barbara Floridia che sul proprio profilo Facebook ha sostenuto il ddl Zan per i corsi contro il bullismo omotransfobico: “La sottosegretaria all'istruzione ha pubblicato un post a favore dell'art.7. Non solo le istituzioni. Le produzioni cinematografiche e anche i cartoni animati hanno cercato a informare sul ddl Zan a senso unico".

Sonia Fregolent, senatrice Lega, fa riferimento all’istituzione della giornata contro l'omotransfobia prevista dalla legge Zan e già riconosciuta dall'UE e dall'ONU dal 2004, per ricordare il 17 maggio del 1990, giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l'omosessualità dalle malattie mentali: "Perché non istituire una giornata contro l'eterofobia o l'orgoglio eterosessuale?".

La vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato e responsabile del movimento azzurro per i rapporti con gli alleati, Licia Ronzulli, fa sempre riferimento alla Giornata contro l’omotransfobia: “con l’articolo 7 si vorrebbe introdurre la teoria del fluid gender nelle scuole, una cosa che ci trova assolutamente contrari”. Da gender a fluid gender. Mentre Giampiero Maffoni senatore di Fratelli d’Italia vede nella legge: “Una discriminazione al contrario. Presentare il ddl Zan come una proposta per aggiungere altre discriminanti alla Mancino è fuorviante. Siamo sicuri che allungare l'elenco non costituisca un discrimine nei confronti delle altre: i senzatetto?"

L’intervento più infervorato è del senatore Vescovi anche lui Fratelli d’Italia: “Qual è il vostro intento? distruggere i valori?”. Non riesce a tenere la mascherina, interviene con una veemenza e un afflato che fanno temere i commessi: “Fermiamoci. Una bambina di sette anni è venuta a dirmi: si possono sposare due uomini o due donne. Ma dove lo hanno imparato. Lasciamoli giocare".

Calma è invece Nadia Pizzoli, leghista, l’incipit è semplice: "I bimbi hanno diritto a un padre e a una madre. Quando sono grandi vogliono sapere perché la madre li ha abbandonati e soffriranno moltissimo per tutta la vita. Non potete pretendere questo con l'utero in affitto. Fateli nascere normalmente". E continua: "Non siamo nell'ex unione sovietica dove i bambini venivano tolti dalle famiglie ed educati dal partito. I vostri desideri non vanno confusi con i diritti. Sono capricci ideologici e quindi mi opporrò con ogni mezzo a questa legge. Penso che ai bambini non vada assolutamente trasmessa l'ideologia gender. Ma cosa volete insegnare ai bambini se non c'è nessuna evidenza scientifica. E come affermassi che piovono patate e non acqua". Applauso. Uno. Quello della collega di banco. 

Segue sul finale la senatrice leghista Raffaella Fiormaria Marina, di professione psicologa: "La scuola che non vorrà celebrare la giornata contro l'omofobia potrà farlo o sarà destinata a pagare questa libertà?” chiede “Chi osa obiettare finisce sotto processo. Della cosiddetta ideologia gender o ghender si è capito che anziché promuovere libertà di scelta, solleva dubbi sulla libera espressione. Chiunque potrà essere vittima di un procedimento penale, intercettazione o addirittura misure cautelari". Chiude per oggi Stefano Lucidi, senatore umbro alla seconda legislatura ex M5s oggi con la Lega: "Non abbiamo bisogno di modelli europei, di modelli trans europei ma ricordarci le nostre tradizioni e la nostra cultura". La discussione generale sulla legge contro l’omotransfobia riprenderà martedì 20, giorno in cui scade il termine di presentazione degli emendamenti al ddl. Attesi gli interventi del leghista Andrea Ostellari, del capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo e del leader Matteo Salvini. Lo spettacolo continua.

Capanna contro il ddl Zan: legge da buttare, crea solo nuovi reati e non la voterei. Redazione venerdì 16 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Mario Capanna non voterebbe il ddl Zan. L’ex leader del Movimento studentesco sessantottino ha spiegato perché a margine della presentazione al Senato del libro di cui è co-autore "Parlamento mondiale – Perché l’umanità sopravviva" scritto per Santelli editore.  “Non lo voterei perché è sbagliato – ha detto – continuare a produrre provvedimenti di legge che creano nuovi reati. Noi dobbiamo creare nuovi diritti, non nuovi reati”. Alla domanda se sia opportuno un dialogo perché il testo superi il vaglio dell’aula, Capanna replica reciso: “No, detto papale papale: il ddl Zan va buttato via. Non serve. Per punire certi reati le norme esistono già”. La stessa posizione dunque di molti esponenti di destra, accusati per questo di essere omofobi e contro i diritti delle minoranze. Anche verso Capanna arriveranno accuse di questo tipo? E’ improbabile, a dimostrazione della strumentalità di un dibattito che mira solo a colpire chi non ai adegua al “pensiero unico” dell’ideologia gender. Capanna non è stato tenero, nelle sue dichiarazioni, nei confronti della sinistra. “Se la sinistra non torna a fare il suo lavoro – ha detto – è ovvio che lo spazio viene invaso dalla destra e da vari populismi”. “Lo stato della sinistra – ha aggiunto- è chiaramente sofferente: perché ha largamente introiettato il punto di vista dominatore e non fa più il suo mestiere. Quando ha fatto il suo mestiere, ed era all’opposizione, mi riferisco al Pci, con le lotte di massa si conquistarono cose fondamentali di cui ancora oggi godiamo i frutti: Statuto dei lavoratori, divorzio, assistenza sanitaria nazionale, il nuovo diritto di famiglia”. “Era opposizione -sottolinea- ma aveva rapporto diretto e linfa vitale con larghi settori popolari. Oggi niente, la sinistra galleggia in questa iper-coalizione in cui non svolge più il suo mestiere. Se non svolta, la storia la costringerà a chiudere bottega”. Quanto al Pd da lungo tempo – chiosa Capanna – non ha più nulla di sinistra. “E’ un semplice partito riformista che non ha la levatura e il prestigio della Spd o del Labour. E’ in difficoltà, non solo perché lo dicono i sondaggi ma perché è in difficoltà nella stessa azione di governo”.

Fabio Amendolara per "la Verità" il 14 luglio 2021. L'ultimo flop della legge Mancino, codificata nell'articolo 604 bis del codice penale, è targato Verona. Lì il Tribunale, ieri, ha assolto 19 imputati che rischiavano 32 anni di reclusione, rei di aver protestato contro una coop dell'accoglienza che a Roncolevà di Trevenzuolo voleva trasformare una villetta residenziale in un centro per rifugiati. I fatti risalgono al 2017, quando due comitati di cittadini per mesi portarono avanti la loro battaglia con slogan e striscioni. «Fu un assedio», secondo l'accusa, rappresentata in aula dal procuratore Angela Barbaglio, con finalità di «odio razziale». Una contestazione pesantissima che, però, è crollata miseramente durante il processo, con le difese che hanno fatto en plein. All'inizio gli imputati erano 22. Poi si è scoperto che uno era minorenne e, quindi, gli atti sono stati mandati alla Procura minorile. Un secondo imputato è stato prosciolto perché vittima di uno scambio di persona. Ma per gli altri 19, tra gli attivisti di «Roncolevà alza la testa» e «Verona ai veronesi», la Procura chiedeva con forza una condanna. Si è ritrovato imputato perfino un pensionato settantaduenne che con gli altri cittadini aveva manifestato il suo «no» contro le attività della coop Versoprobo. Il Tribunale ha quindi stracciato i capi d'imputazione pieni di insulti, che non hanno trovato riscontro, agli ospiti del centro d'accoglienza: da «scimmie» a «sporchi negri». E alla rappresentante della cooperativa: «Schiavista, sfruttatrice». La pena più alta era stata chiesta per Nicola Bertozzo di «Verona ai veronesi», 2 anni di reclusione, mentre per gli altri 18 la Procura aveva chiesto una condanna a 1 anno e 8 mesi. Bertozzo, considerato l'uomo che «dirigeva il movimento costituito per finalità di odio razziale», era accusato anche di aver pubblicato sulla sua pagina Facebook quella che la Procura riteneva un'istigazione, ovvero aveva invitato «a difendere Roncolevà dal business dell'accoglienza... la popolazione si è raccolta per contrastare il nuovo affare che specula sulla pelle dei migranti». Non solo, l'accusa è piena di ricostruzioni di «aggressioni», «provocazioni ai richiedenti asilo e aglio operatori della cooperativa», «danneggiamenti», «lanci di luce laser» e strombazzate «di clacson». E addirittura si era ipotizzato che l'imprenditore che doveva costruire la recinzione attorno all'immobile fosse stato minacciato con queste parole: «Sappiamo chi sei, se accetti di fare il lavoro ti bruciamo il furgone». L'indagine è partita da una segnalazione via email molto generica, mandata alle autorità da una operatrice della coop. Si è poi nutrita di alcune annotazioni di servizio dei carabinieri che effettuavano servizio sul posto. Ma le accuse sono state smontate durante le udienze dai difensori. L'assoluzione è stata una botta pure per l'Osservatorio migranti, che con la stessa coop si era costituito parte civile. Il gruppo consiliare della Lega a Verona esprime «solidarietà ai veronesi ingiustamente attaccati». «La paura», scrivono i consiglieri leghisti, «era che quella ventina di richiedenti asilo finisse a bighellonare e vagabondare turbando la tranquillità del piccolo centro, che conta 700 anime». «Una grande vittoria processuale con indagini alquanto lacunose, che hanno coinvolto persone, anche di una certa età, totalmente incensurate e innocenti», ha commentato l'avvocato Andrea Bacciga, difensore di alcuni imputati, che ha aggiunto: «Quella protesta non aveva alcun fondamento discriminatorio. Era nata per ribadire il fermo no al business dell'accoglienza». Una sonora sconfitta di un tentativo maldestro di applicare una legge ideologica.

 Ddl Zan, Alessandro Sallusti e le conseguenze pericolose: "Gender nostro che sei nei cieli..." Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 16 luglio 2021. Se la legge Zan passasse come chiedono i promotori si aprirebbe un enorme problema di libertà di opinione dagli esiti imprevedibili perché affidati, in buona sostanza, al giudizio dei magistrati che in quanto uomini hanno idee diverse tra loro e spesso un equilibrio instabile. Prendiamo il caso dell'insegnamento cattolico. Non solo le sacre scritture al punto "Dio li creò maschio e femmina" ma anche buona parte del catechismo finirebbe fuori legge perché discriminante e tendenzialmente omofobo là dove si legge che "l'omosessualità è una condizione disordinata contraria alla legge naturale" e che le persone in tale stato "devono essere chiamate alla castità". Fino a oggi gli insegnamenti in campo etico e sessuale della Chiesa sono semplicemente un pensiero della Chiesa che nessuno è tenuto a leggere e tantomeno a seguire. Insegnarli, crederci e applicarli è una scelta libera e privata. Con il decreto Zan invece un magistrato - su denuncia di qualcuno o per sua iniziativa- potrebbe, anzi dovrebbe, intervenire a tutela della parità di genere. Una sorta di Medioevo all'incontrario nel quale finiscono al rogo non i miscredenti ma i credenti. Già me lo vedo: avvisi di garanzia a parroci ed educatori, sequestri di vangeli e testi sacri sospensione delle prime comunioni che prevedono per l'appunto lo studio del catechismo. Vogliamo arrivare a tutto questo? Che i cattolici facciano i cattolici e i laici i laici in piena libertà. E a chi sostiene che ciò non potrà mai accadere ricordiamo le follie avallate dalle istituzioni tipo togliere i presepi dalle scuole e dai luoghi pubblici per non offendere i credenti di altre religioni. Io già me la vedo l'interpellanza parlamentare che chiede al ministro dell'Interno come sia possibile che si reciti il Padre Nostro e chieda di sostituire le prime parole con: "Gender nostro che sei nei cieli" perché non esiste più la differenza tra padre e madre (in molte anagrafi è già così, i famosi genitori uno e due). Questo è un giornale laico che difenderà la laicità dello Stato fino alla morte. Ma ci batteremo anche per la libertà di religione ed educativa delle comunità cattoliche. Non sarà uno Zan a cancellare la storia della nostra civiltà.

Il discorso in Senato. Chi è Barbara Masini, la senatrice di Forza Italia a favore del ddl Zan che ha fatto coming out. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Luglio 2021. Barbara Masini si è commossa in Senato, parlando in difesa del ddl Zan, il disegno di legge contro l’omotransfobia. La senatrice di Forza Italia ha fatto coming out a inizio luglio. Masini ha votato con la maggioranza (Forza Italia, contraria al ddl, ha lasciato libertà di coscienza ai suoi parlamentari). “A voi tutti auguro di poter guardare negli occhi i vostri cari. Quelli di oggi e quelli di domani, e anche quelli che un domani saranno diversi dai vostri desideri. E poter dire loro, io nel mio piccolo ti ho protetto dalla paura”, ha detto Masini ringraziando il suo partito “per il rispetto che mi ha sempre dimostrato”. La senatrice ha 47 anni. Laureata in scienza politiche all’Università degli Studi di Siena. È stata eletta consigliere comunale a Pistoia con Forza Italia, risultando la donna più votata della coalizione di centro-destra sostegno del sindaco Alessandro Tomasi. È stata eletta al Senato alle politiche del 2018. Fa parte della commissione Politiche dell’Unione Europea. Masini si è raccontata in un’intervista a Il Corriere della Sera. Ha raccontato della sua infanzia, quando “per noi lesbiche nate negli anni Settanta c’era soltanto Lady Oscar” e quando per imitare le amiche aveva dei fidanzatini e aveva anche pensato di costruirsi una famiglia. Questo prima di innamorarsi di una donna e di staccarsi da tutto andando a vivere in Belgio. Quindi il ritorno. “Mia madre è una donna eccezionale, anche bellissima. Però devo dire pure mio padre lo è, non lo nomino mai. Loro due, medici, hanno una mentalità apertissima, hanno sempre votato per i radicali. A mia madre poi non ho dovuto nemmeno dirlo – ha raccontato – Una volta mi ha guardato e mi ha detto: ‘Barbara ma quell’amica che ti è venuta a salutare all’areoporto…’. Era la mia fidanzata dell’epoca”. La stessa madre, come ha raccontato l’onorevole in aula, aveva paura per la figlia, che non potesse “vivere felice”. Paura che oggi Masini percepisce “più di qualche anno fa. C’è stata una recrudescenza”.

La sua idea sul ddl: “L’articolo 1 lo cancellerei, sono solo definizioni che esistono già nella giurisprudenza e non deve essere certo Zan a spiegarcele. È l’articolo 2 che dà le tutele. Poi toglierei il 4, non stravolge la legge. E sul 7 metterei dei limiti: nessuna educazione ai bambini delle elementari. Però siamo chiari: se la legge rimane così com’è io la voto tutta la vita“.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

ALESSANDRA ARACHI per il Corriere della Sera il 17 luglio 2021.

Senatrice Barbara Masini, giovedì mattina nell'aula del Senato si è emozionata parecchio...

«Le emozioni sono un atto di coraggio». 

Nel suo intervento ha parlato di sua madre, della sua omosessualità: si può dire che di coraggio ne abbia avuto abbastanza?

«Sì, ma mi sono emozionata di più nel ringraziare il mio gruppo, Forza Italia, che sulla parte personale». 

Una decina di giorni fa, sempre in aula, aveva già fatto il suo coming out.

«L'ho fatto perché ho pensato di poter aiutare il dibattito sul ddl Zan. Nella mia vita ho sempre vissuto la mia omosessualità alla luce del sole, ma senza farne troppa pubblicità». 

Adesso la sua sessualità è nota a tutti...

«Servirà ad aiutare qualcuno. Sono contenta di poter essere un modello. Ai miei tempi di modelli non ce n'erano. Per noi lesbiche nate negli anni Settanta c'era soltanto Lady Oscar».

Il cartone animato?

«Sì, una grande donna disegnata che mi è stata molto utile da piccola».

Già da piccola ha capito di essere omosessuale?

«No, non bene. Avevo dei fidanzatini, ce l'avevano tutte e io imitavo. Poi ho avuto un fidanzato vero, dai 18 ai 25 anni, avevo anche pensato di mettere su famiglia». 

Poi?

«C'era qualcosa che non mi tornava. Poi mi sono innamorata di una donna».

Che ha fatto?

«Sono scappata da tutti, anche da me stessa, e sono andata a vivere in Belgio per un anno».

E il suo fidanzato?

«Non gli ho detto la verità quando sono scappata. Dopo ho deciso di tornare e di affrontare tutto con tutti».

Come è andata?

«Mia madre è una donna eccezionale, anche bellissima. Però devo dire pure mio padre lo è, non lo nomino mai. Loro due, medici, hanno una mentalità apertissima, hanno sempre votato per i radicali. A mia madre poi non ho dovuto nemmeno dirlo».

Se ne è accorta lei?

«Sì, le mamme sanno. Una volta mi ha guardato e mi ha detto: "Barbara ma quell'amica che ti è venuta a salutare all'aeroporto...". Era la mia fidanzata dell'epoca». 

E adesso?

«Adesso ho 47 anni e convivo con Pamela da dodici».

In aula ha detto che sua madre quando ha saputo ha avuto paura.

«Per me, che non potessi vivere felice».

Lei ha paura?

«Adesso più di qualche anno fa. C'è stata una recrudescenza».

I suoi colleghi di partito?

«Mi rispettano tutti. Con Annamaria Bernini c'è anche un legame di affetto, come con altri. Giovedì ho avuto pure messaggi affettuosi dai leghisti». 

Che sul ddl Zan si sono messi di traverso.

«È vero, ma sul ddl Zan adesso è Letta che sbaglia. Noi siamo parlamentari, dobbiamo mediare, non stiamo giocando la finale degli Europei. Per avere una legge si può accettare anche di togliere qualche bandierina». 

Lei quale bandierina toglierebbe?

«L'articolo 1 lo cancellerei, sono solo definizioni che esistono già nella giurisprudenza e non deve essere certo Zan a spiegarcele. È l'articolo 2 che dà le tutele. Poi toglierei il 4, non stravolge la legge. E sul 7 metterei dei limiti: nessuna educazione ai bambini delle elementari. Però siamo chiari: se la legge rimane così com' è io la voto tutta la vita». 

Oltre alla Lega c'è anche il suo partito che è molto contrario alla legge Zan.

«Lo so, al Senato sono stata l'unica a votare a favore, ma sono sicura che col voto segreto sarebbero molti di più. E poi alla Camera sono stati in cinque a votare a favore, tra questi Elio Vito, un grande». 

Ha mai pensato di unirsi civilmente?

 «Non ci tengo particolarmente. Però sono felice che ci sia una legge così in Italia». 

A proposito del suo unico fidanzato, siete rimasti in buoni rapporti?

«Altroché. È il commercialista di mia madre e della mia compagna. Non penso di dover aggiungere altro». 

"Io, femminista, vi spiego perché la legge è sbagliata". Sabrina Cottone il 14 Luglio 2021 su Il Giornale. L'ex deputata dei Ds: "È un capovolgimento della realtà, mi sorprendo che la sinistra la appoggi". «Che cosa sta succedendo in Senato?». Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo specializzata in cultura politica delle donne, deputata ds tra il 1996 e il 2001, impegnata da sempre nei movimenti femministi, spera ardentemente che la legge Zan sia modificata. «È un capovolgimento della realtà. Per questo insieme ad altre donne continuo a battermi senza lasciarmi intimidire. Sono sorpresa da come la sinistra sposi queste posizioni senza dibattito».

I sondaggi dicono che le persone sono in maggioranza favorevoli alla legge Zan. Lei pensa che la contrapposizione in Senato rispecchi una divisione viva nel Paese?

«Per fortuna si è aperta un po' più di discussione nell'ultimo mese e mezzo, anche se molto limitata, ma la gente non ha ancora chiaro quali siano i contenuti del testo. Fondamentalmente c'è quest'idea che la legge Zan cerchi di tutelare al meglio le persone omosessuali e trans e per questo si dichiara favorevole. Ma non c'è solo quello».

La legge Zan non combatte le discriminazioni?

«Insieme a questo obiettivo è presente in maniera surrettizia la volontà di far passare in una legge di rilievo penale una posizione sulla sessualità umana molto discutibile. È giusto che se ne discuta nelle sedi accademiche, nell'opinione pubblica, ma non che la questione entri in sedi penali».

Si riferisce all'identità di genere? L'espressione è già stata usata in sentenze della Consulta.

«È stata utilizzata in un altro senso, non in quello che è specificato all'articolo uno della legge Zan, ovvero il concetto di sesso percepito. In tutto il nostro ordinamento, quando si parla di identità di genere riferita alle persone transessuali, ha sempre un ancoraggio al sesso. Utilizzando la polisemia si dice: è già nell'ordinamento ma non è così».

Come donna e come femminista, che cosa teme di più?

«Molte femministe sono contrarie perché questa concezione espressa dal termine identità di genere mette in discussione radicalmente il binarismo, cioè che il genere umano è diviso in donne e uomini. La legge sottende che la divisione in due sessi è una costruzione ideologica, culturale, che organizza la famiglia in un certo modo, mentre invece esiste una pluralità di espressioni sessuali. Così, la legge Zan mette in discussione l'esistenza delle donne. Nega che possa esserci una differenza tra una donna biologicamente tale e una donna transgender. Diventerebbe un atto di discriminazione affermare che una donna di sesso femminile è differente da un transessuale o da un uomo che si percepisce donna».

Questo è confusivo e dannoso per i bambini?

«Ovviamente le conseguenze possono essere anche molto spiacevoli sui bambini, perché si introduce un'altra idea di umanità e lo si fa di nascosto, in due articoli che cambiano una legge penale. C'è l'idea che per combattere la discriminazione nei confronti di omosessuali e transessuali bisogna dire che siamo tutti uguali. Io penso che la discriminazione si superi mantenendo le differenze e non discriminando, accettando che esistano omosessuali, transessuali e queer senza discriminarli, ma mantenendo che esistano donne e uomini».

C'è un capovolgimento della realtà in questa legge?

«Certo, perché salta il dato biologico, che non sono solo cromosomi ma l'intera corporeità umana, l'esistenza fisico- relazionale. In questa visione il corpo non esiste più. Io mi vesto da donna, ho atteggiamenti da donna e sono una donna. Ormai sembra che biologico sia una parola offensiva».

Vede in questa legge il rischio della maternità surrogata?

«Non è un rischio, è una conseguenza. Se io mi sento una donna e voglio avere un figlio che faccio? Viene rivendicato il ricorso alla maternità surrogata perché una volta che io sono una donna non mi si può discriminare».

Ha timori anche per la libertà di espressione?

«Se si toglie l'identità di genere cadono moltissimi rischi. Siamo tutti d'accordo sul non colpire omosessuali e transessuali. Ma con questa legge, nel minimo, se io dico che sono una donna e che l'umanità è divisa in uomini e donne, rischio come già accade in altri Paesi di essere censurata. Sono molto preoccupata». Sabrina Cottone

Ddl Zan, la sinistra perde pezzi. Le femministe di “Se non ora quando”: «Così com’è non serve». Redazione mercoledì 30 Giugno 2021 su Il Secolo d'Italia. Il Pd non cede: il ddl Zan deve andare in aula così com’è. L’appuntamento è già fissato per il 13 luglio. A sostenerlo, il senatore Franco Mirabelli. «La Lega perde tempo», dice. A muovere i dem, tuttavia, è più la forza della disperazione che un’ordinata disamina del campo di battaglia. Enrico Letta, infatti, non mette in conto né la nota verbale della Santa Sede né, più prosaicamente, la dissoluzione in atto nel M5S che rischia di provocare un “rompete le righe” dagli esiti imprevedibili, ricacciandogli in gola la sua legittima voglia di rivincita. Per lui, infatti, il ddl Zan è solo una bandierina da sventolare in segno di avvenuta riscossa. Ne è in qualche modo ossessionato, come