Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Achille Bonito Oliva.

Gianluigi Colin per “La Lettura – Corriere della Sera” il 20 giugno 2021. Dalla finestra aperta, il garrito stridulo e insolente dei gabbiani riempie lo studio. Achille Bonito Oliva li guarda volteggiare sopra i tetti della sua casa romana in via Giulia e accenna un sorriso: «Sa perché mi piacciono? Sono spietati». Il grande critico è così: diretto, fulmineo, provocatorio, in qualche modo sempre vero, senza tanti filtri di conformismo e ipocrisia, capace di essere dolce e crudele, ironico e cinico, anzi, talvolta proprio come i suoi gabbiani: spietato. Lo è stato in diverse occasioni, con le sue battute taglienti contro colleghi o artisti, ma oggi è felice e ne ha ragione: è pronto a festeggiare, da protagonista, la mostra A.B.O. THEATRON. L'arte o la vita, che il Museo di Rivoli gli dedica per il suo autorevole e potente ruolo di intellettuale e critico nell'arte contemporanea internazionale. E con due giorni di inaugurazioni (il 24 e 25 giugno) eccoci dunque a questo riconoscimento che corona una prodigiosa avventura: «Da curatore sono diventato curato; sono molto contento, lo ammetto». Certo, Bonito Oliva non sembra avere 81 anni. Con il suo parlare colto, lineare, acuto e sempre preciso, senza sbalzi di tono, gli occhi mobilissimi, la bocca socchiusa in una specie di smorfia in un perenne sorriso beffardo (che evoca il dipinto dell'Ignoto marinaio di Antonello da Messina) e poi quella frangia tagliata dritta sulla fronte: tutto gli conferisce un'aura speciale, qualcosa di mitologico, la stessa che ritroviamo nei busti degli imperatori romani. Pensando a un suo glorioso personaggio di riferimento, la mente va a Totò, imperatore di Capri. Così sembra di vedere l'iscrizione - Achilles Bonito Oliva: princeps Dei es artis criticae . D'altronde lui stesso, da irrefrenabile autore di «ABOrismi», ironizzando su se stesso, ha sempre sostenuto: «Ero un enfant prodige. Ora sono un prodige». E aggiunge: «Non sono un curatore, sono un guaritore». E ora, alla domanda su come vive l'idea di diventare tema di una mostra, anzi, di essere un «pezzo da museo», risponde: «L'effetto è quello di assistere. Di essere partecipe e serenamente rassegnato». Ma la verità è diversa: non ha per niente mollato il colpo e lui stesso ha scelto di essere anche curatore di se stesso, in un gioco di incroci palindromi con Andrea Viliani (che ha il coordinamento e lo sviluppo curatoriale) e Carolyn Christov-Bakargiev, con cui ha diviso l'idea e la struttura della rassegna. Già dalla scelta del titolo e della centralità della parola Théatron - «teatro», ovvero «luogo dello sguardo» - c'è la chiave della mostra, dove conta implicitamente il concetto della percezione condivisa, ma nel binomio indissolubile, arte e vita, che sono la reale verità di Bonito Oliva. Troveremo tre sezioni: la prima propone le opere più significative presenti nelle mostre internazionali; la seconda offre una parte teorica che proviene dall'archivio con libri, documenti, lettere; la terza affronta la dimensione comportamentale, l'attraversamento dei media, la televisione...È proprio in questa combinazione di passioni che si snoda la mostra, secondo capitolo di un progetto del Castello di Rivoli dedicato ai più autorevoli curatori d'arte contemporanea. Nel 2019, fu protagonista Harald Szeemann: «La cosa interessante è che la mostra c'è con me da vivo», sottolinea ABO con sguardo complice. Bonito Oliva accende l'immancabile toscano e comincia a parlare lentamente ma in un flusso ininterrotto, offrendo a ogni frase una forza speciale: parla di sé («Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno, come diceva Tzara»), delle sue mostre, degli amici, anche dei nemici, ma soprattutto ripercorre le tappe della vita e il suo pensiero intorno a «La critica d'arte come arte della critica»: ovvero quel progetto utopico che vorrebbe trasformare il mondo attraverso l'arte. Già, perché se qualcosa caratterizza la figura di ABO è stato che mai s' è sottratto a un «corpo a corpo» con l'arte, suscitando rispetto ma anche ire, conflitti, invidie, irritazioni, polemiche, sconcerto, ironie: come quando, nel 1972, ha creato un'azione artistica provocatoria e surreale con un gigantesco manifesto in cui c'era una sua foto e sotto a caratteri cubitali: «Io sono un coglione». O quando ha voluto posare nudo per «Frigidaire» (lo ha fatto tre volte: nel 1981, 1989, 2011) denunciando la sua visione sul ruolo del critico, nudo come la nuda verità di fronte all'arte: «I miei nudi preoccupavano più gli altri critici che gli artisti. Non ce la facevano ad arrivare a questo. Argan mi disse: "Ormai sei famoso a livello internazionale, a che ti serve spogliarti?" Gli risposi: ho dato corpo alla figura del critico, l'ho sottratto alla lateralità che aveva abitato per anni, dandogli una visibilità, e diciamo anche uno sfacciato edonismo». Poi aggiunge: «Modestamente nudo riesco a portarmi bene». E ride. La natura di ABO è sempre stata caratterizzata da un'assoluta profondità di pensiero e un incontenibile bisogno di cazzeggio, insieme alla naturale capacità di governare i linguaggi dei media, consapevole, da filosofo (s' è anche laureato in Giurisprudenza a 21 anni) del pensiero di Jean Baudrillard sulla comunicazione nella postmodernità, sulla seduzione dei media, sul senso e il nonsense: «Il sistema dell'arte è basato sul principio della divisione del lavoro. L'artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il collezionista tesaurizza, il museo storicizza, i media moltiplicano, il pubblico contempla». ABO fa suo il pensiero di Roberto Longhi: «Critici si nasce, artisti si diventa»; e aggiunge: «Pubblico si muore». Ma qual è la sua visione sullo stato dell'arte oggi? Bonito Oliva guarda silenzioso il cielo e sospira per cercare le giuste parole. I gabbiani sono la colonna sonora di questo incontro: «Credo sia successo, con la nascita di un nuovo collezionismo e di fondazioni private, Prada per esempio, che sia emersa la figura del curatore. Prima c'era soltanto la figura del critico come interprete dell'arte. Oggi il curatore che fa? Solo manutenzione. È un voyeur. E questo cosa comporta? Una disaffezione. Oggi non vedo figure di critici. In termini generazionali gli ultimi critici siamo stati io e Germano Celant. Se vogliamo fare un riferimento agonistico eravamo come Bartali e Coppi. Però sempre con molto rispetto. Tra noi non c'è mai stato scontro, soltanto confronto». Una pausa. ABO si riaccende il sigaro: «La nostra relazione sul piano umano? Rispondo con una parola: sublimata. Ci si trovava spesso ospiti da Maria Gloria Bicocchi, in Toscana. Giocavamo a biliardo. C'era una comunità di critici e artisti, questa frequentazione scioglieva tutti i nodi possibili e non lasciava nulla in sospeso. Il confronto non poteva non esserci, visto che tutti e due avevamo una personalità decisa. Mentre intorno a noi c'era una generazione indecisa a tutto. E quella generazione si è moltiplicata attraverso i curatori. Non voglio fare l'apologia di un decisionismo culturale, ma sicuramente noi ci siamo assunti ruoli responsabili. Sì, ci siamo presi le nostre responsabilità». Viene da chiedersi se questo dipenda dalla singola qualità delle persone o da una questione generazionale: «Io credo che ci sia una ragione con figure come Giulio Carlo Argan, Roberto Longhi, Cesare Brandi, figure storiche che hanno segnato quell'epoca». Poi, come al solito ecco la zampata: «Argan non c'è più, sono rimasti gli arganauti». Achille Bonito Oliva continua: «Avevo un ottimo rapporto con Argan. Credo gli piacesse il mio modo di gestire il movimento della Transavanguardia, gli piacesse il mio protagonismo, il fatto che ho dato al critico un nuovo ruolo. Non ho avuto alcuna sottomissione nei suoi confronti, ero stato immunizzato dall'esperienza del Gruppo 63. Subito c'è stata da parte sua simpatia e stima, perché c'era autonomia: io non provenivo da quella scuola. Questo ha favorito la mia crescita. Non ho avuto un rapporto edipico con Argan. In realtà c'era invece qualcuno che aveva un problema: teorizzo la Transavanguardia, e scatta un'infantile imitazione. Calvesi fa Anacronismo, Filiberto Menna L'astrazione Primaria, Flavio Caroli Il Magico primario... Tutti cercavano, pensando fosse possibile, di ripetere quello che è stata la Transavanguardia, invece... La Transavanguardia è stata un movimento spontaneo. Ho semplicemente seguito un mio impulso e una strategia risultata vincente a livello internazionale. Basti pensare che ho cominciato con Emilio Mazzoli a Modena, e poi con Gian Enzo Sperone». Ha avuto pressioni? «Più che pressioni, aspettative; anche da parte di galleristi che si sentivano esclusi. Con Emilio ci fu un incontro nato con Schifano. Emilio mi colpì subito perché mi ricordava "il professor Unrat" (dell'omonimo romanzo di Heinrich Mann che il film L'angelo azzurro con Marlene Dietrich ha reso leggendario, ndr ). Era ed è una persona appassionata. Ci siamo piaciuti e abbiamo subito lavorato insieme. Ha un occhio per la qualità. Si avverte in lui un riserbo, confermato dall'avere conservato un legame con le sue radici. È un collezionista anche di libri, e questo è un feticismo fecondo: è il frutto di una curiosità onnivora, non sterile. Ha un rapporto sano con la vita, è un uomo di sani principi». Perché ha avuto successo la Transavanguardia? «C'era un'egemonia americana in cui prevaleva Duchamp rispetto a Picasso. In Chia, Paladino, Cucchi, Clemente e De Maria non c'era un'adesione artigianale a un passato patetico, ma un usare la ripresa della pittura fuori dagli schemi della mimesi narrativa, tanto è vero che prevaleva su tutto il principio dell'ironia. Ricordiamoci: come dice Goethe, l'ironia è la passione che si libera nel distacco». Questa mostra invita inevitabilmente a fare dei bilanci. Pentimenti? «No. Quando dovevo dire o scrivere su cose che non mi convincevano l'ho fatto... non ho contrattato nulla. E non ho neanche rimorsi, né nostalgie. Per usare una frase di Agnetti: io amo dimenticare a memoria. Vede, un critico progetta il passato, in quanto interviene come un pompiere quando l'incendio è scoppiato. Ma nello stesso tempo la sua lettura conferisce un tempo lungo all'opera. L'opera resiste nel tempo. È l'artista a essere un errore biologico rispetto all'opera. E questa resistenza è il frutto della stratificazione del tempo. L'arte è un respiro biologico dell'umanità. E questo crea oggettivamente una sintonia tra il respiro creativo e il respiro creatore. Mentre il critico è creativo, l'artista è creatore. Sono ruoli che messi in sintonia possono sviluppare un'apertura e una tentazione dell'arte di essere sempre più libera. In questo senso, sono contro le ideologie nell'arte. Il pericolo può essere un atteggiamento ortopedico. Si può evitare con facilità se il critico è libero da ogni prevenzione». Infine: «Il critico è un libertino: sono un Dongiovanni della conoscenza». Va detto che il nostro «libertino» ha fatto davvero alcune mostre epocali: «Ho sempre teorizzato la forza della scrittura espositiva: un critico scrive non soltanto nelle parole ma anche con la collocazione nello spazio, in una sequenza capace di produrre una riflessione». Lo confermano alcune rassegne, libri e interventi che ne hanno delineato l'indiscusso successo: a cominciare dal volume Made in mater (edizioni Sampietro, 1967), in cui Bonito Oliva esordisce come poeta ed entra nel Gruppo 63. E poi, la mostra Amore mio, 1970 («Un titolo da Sanremo quando intorno c'era solo politica»), Vitalità del negativo, 1970 («Citavo Nietzsche in anni in cui era un nome impronunciabile»), Contemporanea, 1973 («Non avevo salotti dove esporre e da napoletano mi sono arrangiato nel garage di Villa Borghese»); Opere fatte ad arte, 1979 («Qui nasce la Transavanguardia») e poi la Biennale di Venezia del 1993 («Una Biennale interdisciplinare, diffusa, multimediale, transnazionale») ma anche l'esperienza della metropolitana di Napoli («Ho creato un museo obbligatorio»). Ma c'è qualcuno che si salva nelle nuove generazioni? «Certo, non tutti sono catastali e notarili, anaffettivi o portatori di una frigidità dello sguardo. Vuole un nome? Vicente Todolí. Lo stimo. E tutto sommato, anche Massimiliano Gioni: è un giovane che è arrivato all'arte contemporanea, lo dice lui, vedendo la mia Biennale del 1993 e ne ha fatto tesoro». «Mi devo togliere qualche sassolino? Va bene. Credo di non avere interlocutori all'altezza. Intanto perché sono un basso napoletano. Negli anni Settanta, la cosa davvero triste fu questa: figure che mi avevano appoggiato hanno poi avuto un risentimento verso di me: non accettavano il mio successo. Lì ho potuto toccare con mano la pochezza morale anche di una figura come quella del critico. Erano morsi dall'invidia». ABO scuote la testa: «Ho dovuto combattere contro il pregiudizio. Non solo dei critici rimasti nelle retrovie ma anche degli artisti che non accettavano il protagonismo del critico». Su quali artisti punterebbe oggi? «Non c'è più il mito della soffitta, piuttosto del superattico. Oggi non indicherei nuovi nomi, rispetto ad Aperto '93, perché prima c'era un'idea di comunità, prevaleva il noi all'io, oggi gli artisti vanno avanti in fila indiana in maniera individuale e solitaria e non c'è più la possibilità di indicare aree nuove. La colpa è della postmodernità: ha cancellato visioni, ideologie, sogni comuni. C'è un procedere in prima persona singolare. Prima c'era un corpo a corpo con l'arte. Ora tutto si è sbriciolato. Sono crollati i rituali, la mostra, le inaugurazioni, le fiere. Sono spariti gli incontri». Caro ABO, è arrivato il momento di fare qualche gesto apotropaico. Sulla tomba di Duchamp c'è scritto: C'est tojours le autres qui meurent (Sono sempre gli altri che muoiono). Sulla sua cosa vorrebbe fosse scritto? Con aplomb anglosassone il critico non batte ciglio: «Non sono superstizioso. Ma se dovessi fare una dichiarazione postuma direi che sono stato una spina nell'occhio dell'arte e della critica». Silenzio. Poi aggiunge con un sogghigno: «Per adesso».

·        Ada Negri.

Ada Negri, la vergine rossa, la povertà e il riscatto. Giovanna Stanzione su Il Quotidiano del Sud il 13 giugno 2021. “Ada Negri sta a Motta-Visconti. Questo lo si sa perché tutte le sue poesie portano ai piedi, a sinistra, questa indicazione. Ma chi è Ada Negri? […] Perché non esce fuori in piena luce e nessuno l’aiuta a uscir fuori? Io mi dibatto, maledico e piango, Ma passa il mondo e ride o non mi sente. Perché nessuno l’ascolta?” Queste parole, scritte nel dicembre del 1901, sono l’inizio di un articolo per il Corriere della sera della scrittrice e critica letteraria Sofia Bisi Albini. Sono anche, per Ada Negri, l’inizio di tutto, in particolare del successo poetico e letterario che la porterà a essere, ai principi del Novecento, una delle donne più note d’Italia. Il vero inizio di tutto, però, è in una stretta portineria scura, formata da due stanze sole, dove la madre, Vittoria, va a partorire la sua seconda figlia, cui mette nome Ada. La portineria è abitata dalla nonna, Peppina, dapprima domestica personale poi portinaia dei conti Barni. Vedova del marito alcolizzato, Vittoria rifiuta di sposare un altro uomo e decide, per mantenere la figlia, di impiegarsi in una fabbrica tessile dove lavora 13 ore al giorno, per una paga misera, che le permette però di far studiare Ada. La storia di Ada Negri è una storia di donne intrecciate in un minuscolo spazio vitale: donne che si prendono cura l’una dell’altra, si accolgono e si sostengono. L’inizio di Ada è ossessionato dalla povertà e dalla fame, dall’ansia di rivolta e l’anelito di riscatto, covato mentre compie, bambina, il suo compito: quello di aprire le cancellate e abbassare la testa al passaggio della carrozza del padrone. “Tutti, davanti alla poesia di Ada Negri, s’erano sentiti presi e scossi”, scrive Sofia Bisi Albini nell’articolo. Ada è poco più che ventenne, si è trasferita in quel piccolo paese della Bassa e fa da maestra a più di cento bambini provenienti dal suo stesso ceto, quello della plebe triste e dannata, con loro si sente a proprio agio, accolta come a casa: “Io non ho nome. —Io son la rozza figlia Dell’umida stamberga; Plebe triste e dannata è mia famiglia, Ma un’indomita fiamma in me s’alberga.” Sofia Bisi Albini va a cercarla lì dove vive, osserva la sua casa cadente, la stanza nella semioscurità di finestre chiuse con la carta. Vede nei suoi occhi il fuoco e nel suo atteggiamento l’umiliazione di chi sente di non appartenere alla vita che compie e non avere i mezzi per assomigliare a ciò che desidera. Bisi Albini scrive un articolo accorato e patetico, attira l’attenzione su Ada, sulla sua giovane età, la povertà estrema, il suo fervore che la consuma e la gioia dolorosa con cui si lascia divorare. Il resto lo fanno le poesie di Negri. La giovane poetessa di Lodi diviene un caso letterario. Grazie al successo di pubblico delle sue raccolte poetiche e ai miglioramenti della sua carriera e della sua situazione economica, Ada Negri può andare a vivere a Milano. È lì che scopre una città dai fermenti all’altezza di quelli suoi stessi. Scrive poesie di denuncia, di indignazione, sulla classe operaia, sulle condizioni di tessitrici, minatori, battellieri. La chiamano “la poetessa del quarto stato” o “la vergine rossa”. Entra nei circoli socialisti, conosce l’amore tormentato della sua vita, considera Anna Kuliscioff “sua sorella ideale”. È lì che incontra anche un giovane Benito Mussolini, all’epoca ancora socialista. Mussolini ritornerà nella sua vita, quando, anni dopo, la Negri deciderà di aderire senza riserve al regime fascista. Ci si è domandati se lo avesse fatto per convinzione, in segno di rivolta verso il socialismo che a suo parere aveva abbandonato gli ideali dei “poveri cristi”, lasciati alla deriva in un mare di “comizi, probiviri, propaganda, dimostrazioni e scioperi, il diavolo a quattro, un mare di gesti e di chiacchiere”; oppure se vi avesse aderito per convenienza, sempre spinta dal demone del riscatto dalla povertà, in quanto ottenne poi molti premi di Stato che le valsero cospicui vitalizi, come il Giannina Milli, che le assicurava una rendita per dieci anni, cui pure rinuncerà a favore di Sofia Bisi Albini, la donna cui doveva la su fortuna. Nel 1926 Ada Negri fu candidata al premio Nobel, vinto in quell’anno da Grazia Deledda. Non tutti sanno che Ada Negri, nota per la sua poesia, ha scritto, anche testi di prosa bellissimi, di una scrittura dura, cruda, intensa e levigata. Le solitarie, ma anche Sorelle, Finestre alte, Stella Mattutina, raccontano le donne come raramente era stato fatto fino ad allora: in una sorta di volontaria e tenace resistenza fisica e morale a un universo di fatica e abusi, in cui venivano sottopagate, sovrasfruttate, tradite, additate alla pubblica morale. Sono creature uscite dall’esperienza della prima giovinezza di Ada Negri, dall’osservazione silenziosa dei suoi occhi di “scarna adolescente, livida di superbia, impaziente di vivere”: “Vi è contenuta tanta parte di me, – scriverà poi – e posso dire che non una di quelle figure di donna che vi sono scolpite o sfumate mi è indifferente. Vissi con tutte, soffersi, amai, piansi con tutte.” In un posto molto lontano dalle sue adesioni politiche o dall’enfasi del suo stile poetico, queste prose raccontano con rabbia ma anche orgoglio e calore la presa di posizione delle donne che ha conosciuto in gioventù, la responsabilità delle proprie scelte, fortemente volute e sofferte, l’accettazione non passiva delle conseguenze delle costrizioni, a volte il riscatto della tenacia, a volte il cedimento sotto la pressione e della diseguaglianza sociale, e ricordano nei toni l’afflato che, in Libertà, le aveva fatto scrivere questi versi: “io non fui d’altri e non sarò mai tua,/ io sono di me.” Lo sguardo poetico di Ada Negri resta, fino alla sua fine nel 1945, quello della bambina infelice che era stata mentre osservava il mondo ingiusto dalle finestre delle due stanze buie della portineria, con una sensibilità sconfinata e una rabbia bruciante che si trasformava dentro di lei in “lampo di sfida” e poi in “impeto di audace speranza”. Quella stessa bambina che, di fronte allo sfruttamento che deteriorava la salute della madre, malediceva la fabbrica: “La derubano. Quello che dà è scandalosamente più grande di quello che riceve […] Processata, andrebbe, la fabbrica; e condannata. Paga il tuo debito, ladra!”; mentre, di fronte a se stessa, si perdeva in abissi fondi di incoscienza e di disperazione: “Io vedo – nel tempo – una bambina. Scarna, diritta, agile. Ma non posso dire come sia, veramente, il suo volto: perché nell’abitazione della bambina non v’è che un piccolo specchio di chi sa quant’anni, sparso di chiazze nere e verdognole; e la bambina non pensa mai a mettervi gli occhi; e non potrà, più tardi, aver memoria del proprio viso di allora.” Tutta la sua poesia, la sua “voce piena di vento”, non è che lo sforzo inesausto di ricostruzione e memoria di quel viso di allora.

·        Albert Camus.

Marco Cicala per “Il Venerdì – la Repubblica” il 14 novembre 2021. Lui 30, lei 21. Li separavano nove anni di età. Tutto il resto li univa. Nel marzo 1944 s'incontrano per la prima volta a Parigi in casa dello scrittore-etnologo Michel Leiris, dove si recita tra amici (Sartre, de Beauvoir, Lacan, Bataille, Queneau...) Il diavolo per la coda, pièce surrealisteggiante di Pablo Picasso. Il 6 giugno successivo - giorno dello sbarco alleato in Normandia. I due si ritrovano a una soirée tra gente di teatro e finiscono per conoscersi meno platonicamente. Albert è un franco-algerino un po' scapestrato in lotta con la Tbc; ha già all'attivo una mezza dozzina di testi - tra i quali la cosiddetta Trilogia dell'assurdo (il dramma Caligola, il saggio Il mito di Sisifo, il romanzo Lo straniero) - apprezzati, ma noti soltanto a una ristretta cerchia di connoisseur. Anche Maria è una sradicata: spagnola, figlia dell'ex leader e ministro repubblicano Santiago Casares Quiroga, è riparata a Parigi con famiglia mentre in patria i franchisti prendevano il sopravvento nella guerra civile. A dispetto di un avvio difficile - non è stata ammessa all'Accademia d'arte drammatica - diverrà una "divina" del palcoscenico e, seppur in misura minore, del cinema, diretta da Bresson, Carné, Cocteau. In quella primavera fatale, Albert Camus e Maria Casarès sono belli e quasi famosi. Lui aitante malgrado la malattia, impermeabili e sigaretta alla Bogart, il sorriso un filo equino alla Fernandel. Lei esile, ma ardente, stregonesca sotto le ciglia tragiche. Due cuori nella tormenta del secolo. L'infanzia del loro amour fou coincide con gli ultimi mesi dell'occupazione nazista, poi con l'euforia della Liberazione, con l'effimera stagione in cui tra attivismo politico, dancing, bicchierate fino all'alba, ci si illude di poter reinventare il mondo. Ma c'è un intoppo. Camus è sposato e, rimasta bloccata in Algeria dalla guerra, sua moglie Francine si prepara a raggiungerlo a Parigi. Non bastasse i coniugi faranno presto due figli, i gemelli Jean e Catherine. Relegata a comprimaria, l'impetuosa Maria non ci sta: molla Albert e tira dritto. Però da qualche parte sta scritto che le rispettive strade sono destinate a ricongiungersi su un unico viale: il Boulevard Saint-Germain, dove il 6 giugno del '48 - ancora un 6 giugno - Camus e Casarès s'incrociano per caso. Da quel momento non si lasceranno più. Ciascuno con i propri amori, flirt, viaggi, slanci, tormenti, successi, fallimenti, resteranno uniti ma liberi come animali selvaggi. "Mi sento sempre più animale e non del tutto addomesticata" scrive Maria ad Albert. Oppure: "Eccomi finalmente animale puro". O ancora: "Ti amo come un animale". E lui "Anch'io ho voglia di essere felice, in maniera cieca e animalesca... Il corpo ha una sua saggezza e una sua felicità. Quando penso al tuo, mi si secca la bocca... ma lasciamo perdere". Lettere,  biglietti, telegrammi spediti anche più volte al giorno... Sembrano ognuna la sequenza di un melò da cineteca le 865 carte che Camus e Casarès si scambiarono nell'arco di un quindicennio e che ora escono in italiano da Bompiani con il titolo Saremo leggeri. Corrispondenza 1944-1959. In Francia erano state pubblicate quattro anni fa per coraggiosa volontà di Catherine, la figlia dello scrittore, che al telefono da Lourmarin, il villaggio provenzale scelto da suo padre come buen retiro, racconta al Venerdì la storia del carteggio ritrovato. "Le lettere di Maria stavano in una sacca, nell'appartamento parigino di papà. Alla sua morte vennero subito recuperate dall'amico poeta René Char e consegnate a lei, per evitare che ferissero mia madre". In seguito Casarès le avrebbe affidate a Catherine insieme a quelle di Albert. Nel frattempo l'antica fiamma di Camus e sua figlia si erano incontrate. "Nei primi anni 80, dopo la morte di mia madre, Maria Casarès era in tournée a Nizza, dove vivevo all'epoca. Le lasciai un messaggio in teatro chiedendo se le andasse di vedermi. Dubitavo molto che avrebbe accettato. Non amava rievocare la storia con papà. Invece rispose subito dandomi appuntamento nel suo hotel. Mi presentai verso le due del pomeriggio. E parlammo per ore stese sul letto. Divorando tavolette di cioccolato come se ci conoscessimo da sempre. A un certo punto le dissi: 'Devo andare'. 'Ma perché?' chiese lei. 'Perché fa notte'. Maria sorrise: 'È proprio vero che la mela non cade mai lontano dall'albero'. Non so a che cosa alludesse citando quel proverbio. Forse pensava che come papà anch'io diventassi malinconica al calare della sera. Poco importa: da quel giorno ci rivedemmo spesso. Maria era la vita stessa". 

Fair play femminile

E Madame Camus? Figlia della borghesia di Orano, matematica e pianista, Francine Faure aveva sposato Albert nel 1940 a Lione, durante le traversie della guerra, gli andirivieni tra l'Algeria e la Francia, dove lui alternava le modeste collaborazioni con i giornali sorvegliati da Vichy ai ricoveri in sanatorio. La famiglia Faure non vedeva di buon occhio la liaison con Camus l'artistoide, l'intellettuale precario. Guardandolo in foto, la sorella di Francine commentò: "Sembra una scimmia". E la futura moglie: "Beh? Dopotutto la scimmia è l'animale più vicino all'uomo". In tempi di ristrettezze, la cerimonia di nozze fu grama: due testimoni, all'uscita dal municipio un bicchiere di vino al bistrot e un mazzo di violette per la sposa. Camus non divorzierà mai da Francine, ma la sua esuberanza extraconiugale metterà a durissima prova l'equilibrio nervoso della consorte precipitandola nella depressione. E tuttavia, dice Catherine, "in casa non ricordo una sola parola pronunciata da mia madre contro Maria". Come se, a lungo andare, la rivalità amorosa fosse sfumata in un seppur sofferto fair play, in un rispetto cavalleresco tra donne. Nelle lettere, Casarès si preoccupa della famiglia di Albert: "Abbi cura di te: è anche il modo migliore di avere cura di Francine e ci sono troppe persone che hanno bisogno di te perché tu venga a mancarci. In questo disordine inimmaginabile, come stanno i bambini? Che combinano?". Ma se il libertario Camus ritiene il matrimonio un'asfissiante gabbia borghese perché si sposa? - chiedo a Catherine. "Perché lo aveva promesso a mia madre. Per rispetto della parola data". 

Anarchia sessuale

Cresciuto nei bassi di Algeri, il futuro premio Nobel è sessualmente anarchico. Da ragazzo ha coabitato con una coppia di lesbiche comuniste, Jeanne Sicard e Marguerite Dobrenn, in una specie di comune allestita nella Maison Fichu, una povera casa dalla vista magnifica sulle alture della città. "La maison davanti al mondo", la battezzerà lui. Nel ritrovo si va e viene, si provano pièce teatrali, si discute di arte e politica, ci si divide le spese d'affitto, le mansioni domestiche - pulizie, cucina - e si pratica il libero amore. Camus ci porta le sue compagne più o meno occasionali. È reduce da un primo matrimonio disastroso. Nel 1934, ha impalmato avventatamente Simone Hié, una vamp anticonformista fino all'autodistruzione, una che va in giro senza reggiseno né mutandine, porta tacchi alti e cappelli incredibili, fuma da un lungo bocchino come Rita Hayworth, ma è tossicomane. Un giorno Albert intercetta una lettera indirizzata a Simone e scopre che la moglie se la fa col medico che le passa la morfina. Ustionato nell'orgoglio virile, Camus chiede il divorzio. Ha sempre vissuto il sesso come dimensione solare, ma anche come una sorta di sfrenata alienazione. A 17 anni gli hanno diagnosticato una tubercolosi di quelle che non lasciano scampo. Per lui amorazzi e amori diventano così l'impulso resistenziale di chi si aggrappa alla vita. Finché dura. Però il piacere è dispersivo, nuoce alla concentrazione, alla scrittura: "La vita sessuale è stata data all'uomo per distoglierlo dalla sua vera strada. È il suo oppio" annoterà Albert nei taccuini. "La sessualità non porta a niente. Non è immorale, ma improduttiva". Sarà. Ma lui non riesce a imbrigliarla. Anni fa Olivier Todd, tra i maggiori biografi di Camus, mi raccontò un aneddoto: "Un giorno, a Parigi, sedevo con mia moglie in un caffè di Place Saint-Sulpice. A un certo punto compare Albert Camus, che non avevo mai visto prima, e si piazza al bancone fissando mia moglie come se la spogliasse con gli occhi. Mi inalbero: 'Ma per chi si prende 'sto sbruffone?'. E mia moglie: 'Si prende per Albert Camus'". Molto si è divagato e scritto sul machismo mediterraneo, sul dongiovannismo camusiano. Ma il carteggio con Casarès ci svela tutt'altro personaggio, agli antipodi del predatore.  Un uomo che si espone nella propria fragilità: "Si dice, a volte, che uno sceglie questa o quella persona. Io non ti ho scelta. Sei entrata per caso in una vita di cui non andavo fiero, e da quel giorno qualcosa ha cominciato a cambiare... Ho respirato meglio, ho detestato meno cose, ho ammirato liberamente ciò che meritava di esserlo. Prima di te, fuori di te, non aderivo a nulla... Con te ho accettato più cose. Ho imparato a vivere... È così che si cresce davvero e si diventa un uomo. Con te mi sento un uomo. Per questo forse il mio amore è sempre stato pervaso da una gratitudine immensa". E Maria: "Mi sono sorpresa a dire che eri l'uomo più degno di ammirazione e di amore del mondo". 

Mon amour, mon chéri

Certo, avanzando in oltre 1.500 pagine di Mon amour e Mon chéri, si può accusare qualche colpo di sonno, ma perché la corrispondenza è il documento démodé, per non dire ormai quasi archeologico, di una lingua perduta: quella dei carteggi amorosi, dei sentimenti che per lettera esondano oltre ogni convenzione, contegno, codice sociale. La scrittura è elevata, mai sciatta, torrenziale, dirompente di enfasi (elemento dissonante, questo, rispetto allo stile prosciugato del Camus romanziere), ma forse proprio per questo liberatoria. Nell'epoca di WhatsApp fa un effetto spiazzante riscoprire fino a che punto gli esseri umani si lasciassero andare, si denudassero per iscritto. Non essendo costantemente "connessi", ogni separazione, ogni distanza erano vissute come uno strazio lancinante, e ritrovarsi era un evento, sempre atteso con trepidazione folle. Lui ha una visione pagana della vita, lei religiosa, ma quello tra Camus e Casarès è un legame di corpi, menti, anime - ci si perdoni il termine antiquato - saldate dalla reciproca ammirazione. Ammirazione tra uomo e donna ancora prima che tra artisti. Besoin, bisogno, è fra i vocaboli più ricorrenti nel carteggio. 

Lui: "Il bisogno che ho di te altro non è che il bisogno che ho di me stesso. È il bisogno di essere e di non morire senza essere stato". "Ho bisogno di te, come si ha bisogno del sole e della terra, per non perdersi". Lei: "Amore mio bello... Non ho mai sentito questo bisogno insopportabile della presenza di qualcuno, questo bisogno continuo". "Dimmi anche che mi ami, e come mi ami, e che mi amerai fino alla fine. Ne ho bisogno, è come acqua nel deserto". "Se finora nelle mie lettere ti ho spesso parlato di amicizia è perché muoio dal bisogno di fraternità". Camus, che da parte di madre ha ascendenze spagnole, idealizza Casarès, riconosce in lei il mito della Spagna eterna, tragica e fiera. Senza nulla perdere in lirismo, Maria è invece più concreta: in Albert trova un amante, un padre, un fratello. Poco prima di morire nel 1996, lo ricordava così: "Con lui ci si sentiva liberi da molte scorie, aveva il dono di spingerti verso il meglio di te o comunque verso ciò che in te c'è di più vero".

"Niente da rimproverargli"

Come Casarès, anche Camus si divise tra altri amori - dall'attrice Catherine Sellers all'ex modella e illustratrice Mette Ivers - ma sempre curandoli con premura. "Ho incontrato altre donne che furono legate a papà" dice Catherine. "Nel ricordo, nessuna aveva nulla da rimproverargli. A suo modo, lui era stato fedele a tutte". Il 30 dicembre del '59, Camus scrive a Casarès da Lourmarin, dove ha trascorso in famiglia le festività natalizie: "Ecco. L'ultima lettera. Solo per dirti che arrivo martedì in auto... Ti telefono quando arrivo, ma magari potremmo già stabilire di cenare insieme martedì. Diciamo in linea di massima, salvo imprevisti lungo la strada". Il 4 gennaio, mentre sta per raggiungere Maria, Albert si schianta in auto sulla Nazionale 5, in località Villeblevin, a novanta chilometri da Parigi. 

Mirella Serri per “La Stampa” il 24 agosto 2021. È un vero esempio di «gangsterismo», incarna l'orrenda e deliberata istigazione alla bassezza intellettuale e morale e il suo libro, Santo Genet, commediante e martire, è una specie di Mein Kampf. Di chi si tratta? Nientemeno che di Jean-Paul Sartre. Proprio così: la più nota icona dell'intellighenzia antifascista, il celebre pensatore dell'Essere e il Nulla, viene preso di mira. Queste accuse furono formulate dal filosofo e politico Nicola Chiaromonte nella lettera che inviò il 18 settembre 1952 ad Albert Camus.  Il pensatore, nato in provincia di Potenza ed emigrato in America in quanto oppositore di Mussolini, era stato a partire dal 1945 uno dei più grandi estimatori di Sartre. Camus aveva avuto con il padre dell'esistenzialismo un legame che appariva indistruttibile. Da dove allora traeva la sua linfa tanta acrimonia? A raccontarci la storia della profonda intesa tra Chiaromonte e Camus, e quella della loro altrettanto profonda avversione nei confronti del celebre autore della Nausea, è l'epistolario finora inedito in Italia tra Albert Camus e Nicola Chiaromonte, In lotta contro il destino. 1945-1959 (a cura di Samantha Novello, ed. Neri Pozza, pp. 224, 18). Questo scambio di missive - che prende avvio al termine della guerra e si interrompe circa due mesi prima della tragica morte di Camus nel gennaio del 1960 - ci illumina anche sul nostro presente: nel complesso intreccio delle relazioni tra Camus, Chiaromonte e Sartre si riflettono gli orientamenti politico-culturali della nostra modernità sui temi della violenza e delle libertà. In una delle sue appassionate epistole Chiaromonte ricorda che incontrò per la prima volta Camus ad Algeri all'inizio degli anni 40, quando era in procinto di trasferirsi negli States. Ebbe l'immediata percezione di un comune destino: antifascisti e socialisti libertari, Albert e Nicolas - come Camus chiamava affettuosamente Chiaromonte - erano avversi a ogni tipo di coazione e di soprusi nei confronti della volontà degli individui, anche se a scopi rivoluzionari, giustificati invece da Sartre. Entrambi si collocheranno agli antipodi degli schieramenti che si fronteggiavano in epoca di guerra fredda, non condivideranno l'anticomunismo dei sostenitori del capitalismo statunitense e saranno critici feroci del comunismo stalinista. Saranno a fianco dei grandi padri del federalismo europeo, da Ernesto Rossi ad Altiero Spinelli, Hannah Arendt, Raymond Aron, Arthur Koestler, George Orwell e Bertrand Russell. Nel 1936 Chiaromonte in Spagna aveva combattuto nelle file repubblicane contro le armate franchiste. Divenne poi una figura di spicco dei cosiddetti New York Intellectuals: si attivò per far conoscere oltreoceano il pensiero e l'opera di Camus attraverso la rivista Politics, diretta da Dwight Macdonald. Fu Nicolas a organizzare nel 1946 l'approdo trionfale del suo amico negli Stati Uniti: fu accolto alla Columbia University da una folta platea di professori e di ragazzi appena rientrati dal fronte che si commossero sentendolo parlare di The Human Crisis. Il pensatore lucano - fu anche critico teatrale del Mondo di Mario Pannunzio - rientrato in Italia si sentì esule in patria. Pure Camus si sentì estraneo in Francia dove aveva combattuto il nazismo: il futuro premio Nobel pubblicò, nell'autunno del 1951, L'uomo in rivolta, nel quale esprimeva il disagio nei confronti del bolscevismo e del nazionalsocialismo. Sartre lo lesse con grande disappunto: per lui era possibile ottenere giustizia e libertà solo con l'avvento del comunismo. A sua volta Chiaromonte attaccò il filosofo francese in un paio di saggi in cui se la prendeva con l'«assolutismo» delle ideologie e con il trionfo dell'«Ego» nella filosofia sartriana. Albert e Nicolas erano stati turbati dalle notizie che venivano dall'Unione Sovietica e in particolare da quelle riguardanti la violazione dei diritti individuali. Ma Sartre ribatteva che era necessario violarli per costruire una società più giusta ed egualitaria e dalle colonne della rivista Les temps modernes bersagliava il «doppiogiochista» Camus raffigurato con la sigaretta all'angolo della bocca e con il suo scettico sorriso alla Humphrey Bogart. Dopo questo scontro, le tirature dell'Uomo in rivolta triplicarono. La polemica però strinse in una morsa Nicolas e Albert, li rese come due naufraghi aggrappati all'isolotto del loro socialismo liberale, pensatori isolati all'interno della cultura a cui più tenevano, quella di sinistra, di cui Sartre continuava a rimanere l'esponente più autorevole. «Scelgo la libertà», obiettava Camus ai suoi denigratori. «Perché anche se la giustizia non è compiuta, la libertà mantiene un potere di protesta contro l'ingiustizia e mantiene aperta la possibilità di esprimersi». Lo scrittore della Peste, che era cresciuto in Algeria in una modesta famiglia di pieds-noirs, cioè di coloni francesi, si trovò a vivere ancora una volta nell'emarginazione in cui era vissuto da ragazzo. Il narratore morì in un incidente stradale in cui perse la vita anche il suo editore, Michel Gallimard, che era alla guida dell'auto: poco prima del tragico impatto aveva confessato a Nicolas di trovarsi di fronte a uno stallo della sua ispirazione artistica e di essere assai distante dagli intellettuali europei che approvavano il trattamento riservato a Boris Pasternak (a cui i sovietici avevano impedito di ritirare il Nobel). Camus, con i suoi libri, e Chiaromonte, con la rivista Tempo presente fondata con Ignazio Silone (e finanziata dagli americani), tracciavano una strada e lasciavano una fattiva eredità culturale che è continuata a lievitare ed è cresciuta nel tempo. Oggi sono i ventenni e i trentenni a riscoprire i libri di Camus e anche gli scritti di Chiaromonte così attenti alle ragioni degli «ultimi», dei lavoratori sfruttati ed emarginati, insieme al rifiuto della violenza e ai compromessi delle ideologie totalitarie.

·        Alberto Arbasino.

Alessandro Gnocchi per “il Giornale” il 24 settembre 2021. Il romanzo Fratelli d'Italia (edizione definitiva Adelphi, 1993) di Alberto Arbasino è uno dei più citati e forse meno letti. Peccato, è di una bellezza travolgente, e si può senz' altro seguire il consiglio di Michele Masneri: aprire a caso e iniziare a leggere. C'è tutto il nostro Paese ma anche molto di più. C'è un modo di intendere l'arte (e la vita) radicalmente diverso da quello al quale siamo abituati. C'è uno stile inimitabile. Ce lo racconta appunto Michele Masneri in Stile Alberto (Quodlibet, pagg. 155, euro 14,50). Un libro delizioso, in cui Masneri parla di Arbasino anche per dire della propria educazione sentimentale, e in cui Arbasino assume il ruolo di involontario maestro, senza insegnare nulla, che è la cosa migliore. Basta l'esempio. Ecco qualche esempio di stile Arbasino. Fate voi il paragone con molti altri scrittori, che non hanno un'opera vera, neppure un'operina, perché mancano completamente di stile, sulla pagina e non solo. 

SPREZZATURA. Trattare con serietà le cose leggere e con leggerezza le cose serie. Essere pesanti dovrebbe essere un reato. Se lo fosse, metà degli scrittori arruolati dai giornali sarebbe oggi in carcere. Il giusto atteggiamento verso un problema personale: never complain, never explain, mai lamentarsi, mai spiegare. Al punto che quando muore l'amato fratello, Arbasino si alza da tavola senza dire una parola ai commensali e sparisce. Da non dimenticare la frase di Marcel Proust: «La frivolezza è uno stato violento». 

VAFFA. L'importanza di un bel «vaffa» senza rimorsi davanti all'invadenza altrui e soprattutto alla richiesta di prestazioni professionali da elargirsi gratuitamente. Impensabile oggi che c'è la fila per partecipare anche alla sagra della patata dolce, anzi: qualcuno probabilmente sborserebbe pur di esserci. 

MAI VIVERE INSIEME. Garanzia di un amore duraturo: non dormire mai nello stesso letto, meglio ancora, non abitare sotto lo stesso tetto. «Altrimenti uno dei due si trasforma in maggiordomo». Per questo Arbasino condivise la vita con «l'amico Stefano» ma non la casa. Un romanziere da quattro soldi ci farebbe subito un romanzo da tinelli. 

OMOSESSUALITÀ. Negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta, Duemila, Arbasino se ne è fregato dei gusti sessuali propri e altrui: l'erotismo, comunque fosse declinato, era un tema come gli altri, non c'era niente da drammatizzare. Regola generale, legata a una visione insieme arcaica e aristocratica della faccenda: don't ask, don't tell, non chiedere, non raccontare. E ricordarsi di non rinchiudersi in un ghetto a causa di battaglie che, iniziate con le migliori intenzioni, finiscono con mettere un'etichetta limitante su tutto. Un romanziere da quattro soldi farebbe subito un romanzo arcobaleno. 

VESTITI. Oggi si va ai festival in infradito, camicia hawaiana e occhialoni con spessa montatura nera. Arbasino invece andava in giacca (senza spaccature) e cravatta. Meglio evitare i completi, ma se proprio si deve, che sia una tonalità di grigio. La giacca blu con i bottoni dorati. La cravatta regimental o con i disegnini Hermès. Calze da abbinare all'abito e non alla cravatta («errore imperdonabile»). Camicie bianche o azzurro slavato. «La mattina però stanno bene anche quelle a righine azzurre sottili». Calzino corto da fucilazione immediata, sempre lungo, se necessario con ricorso alle ghette. Scarpe inglesi. In Fratelli d'Italia si arriva anche alla scelta degli accessori. Chi avrebbe mai detto che due pagine di buone maniere applicate al guardaroba potessero contenere più suspense di un thriller con detective depresso incorporato? Eppure è così. Arbasino ti tiene sulla corda con un paio di guanti. Questione di stile, più che mai.

ORIGINI. «Cosmopolita ma feudale», bella definizione di Masneri. In una parte (ben nascosta) dell'anima, Arbasino sapeva di essere un «anonimo lombardo», come si firmerà in uno dei suoi libri più belli. «Dimenticare Voghera? Non è umanamente possibile» diceva scherzando all'amico Giovanni Testori. Tuttavia si può pensare alla Bassa pavese anche frequentando i corsi estivi di Stanford e Harvard, luoghi dai quali il giovane Arbasino si portò dietro qualche amico, in particolare Henry Kissinger, al quale servire «una bibita» (gin and tonic) osservando Roma dall'alto. 

RIVALITÀ. Di fronte a un rivale detestato, si può tornare all'infanzia e al vecchio scherzo telefonico. Quando Truman Capote era ospite di qualche amico, Arbasino prendeva accordi per solleticare l'ego di Truman. Driiin. Il padrone di casa, complice di Arbasino, andava a rispondere. «Truman, c'è Marella Agnelli per te» e Truman correva a rispondere. «Hallo Marella». E Arbasino, dall'altra parte del filo, buttava giù la cornetta. Ci si divertiva con poco. 

MAESTRI. «Nipotino» dell'ingegner Carlo Emilio Gadda, in compagnia di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori. La definizione auto-imposta, nota Masneri, significa saltare un'intera generazione della letteratura italiana, quella di Alberto Moravia, per intenderci. Arbasino era chiamato spesso maestro o professore. Lui sogghignava ricordando la risposta di Giorgio De Chirico alla domanda: «Come la dobbiamo chiamare?». De Chirico: «Chiamami Peroni, sarò la tua birra».

SAGGI. Si giudicano a colpo d'occhio dalla bibliografia. Se è fatta male, vuol dire che ci sono poche speranze. Quella «confidenziale» di Masneri è compilata bene. 

NOBILI. Un albero genealogico è bello come una bibliografia. 

POLITICA. Negli anni Ottanta fece una rapida legislatura come indipendente eletto nelle liste del Partito repubblicano. Ricordi micidiali, odio, disgusto. Aveva legato solo con qualche peones e con Nilde Iotti («Una vera preside»). Fu tra i pochi a superare l'esame del presidente dandy, Sandro Pertini, che passava in rassegna, al Quirinale, i papillon degli ospiti per verificare che fossero veri e non pre-annodati. 

·        Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Carmen Llera: «Alberto Moravia ha avuto ragione, mi ha amata più di tutti e io non l’ho mai ingannato». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2021. La scrittrice: «Ho dato un passaggio in motorino a Bob Dylan. Mi sento più figlia che madre, con il mio ragazzo siamo come fratelli». Da quando l’ho cercata per intervistarla, tutte le mattine, fra le sei e le sette, Carmen Llera Moravia mi manda una foto di Roma. Può essere piazza Navona, possono essere i Fori Imperiali. Lei è lì che cammina, perché la città, che definisce amatissima dopo averla detestata all’inizio, solo a quell’ora è vuota e neanche tanto luminosa. Lei non ama la luce. Racconta di avere una tela di Capogrossi in casa, gliel’avevano rubata, la polizia l’ha ritrovata: «Il nipote mi ha detto che non ne ha mai vista una così ben conservata. È perché la stanza è sempre in penombra». Le chiedi il primo ricordo da bambina e risponde «la paura della luna piena, grande e luminosa. Mi nascondevo così bene che papà non mi trovava». Era difficile sospettare l’avversione per la luce quando Carmen irruppe nelle cronache, nell’anno 1981: per tutti, era la spagnola giovanissima, caliente per cliché, che aveva travolto e fatto innamorare Alberto Moravia, quasi il triplo dei suoi anni: 26 lei, 73 lui. «Ma io sono del Nord, della Navarra, non il tipo alla Penélope Cruz», dice adesso, «da noi, anche il mare, il Cantabrico, è freddo. Alberto diceva sempre che non conosco sentimentalismo, che sono dura».

Oggi, si sente più spagnola o italiana?

«Penso in italiano, scrivo in italiano. Sono venuta qui per starci un anno, ero Lettrice all’Università di Palermo, non sono più andata via».

La sua vita, i romanzi che ha scritto, raccontano uno spirito libero. «Libero ma non ribelle. Sono cresciuta in un collegio di suore a Pamplona, come tutte le ragazze per le quali si cercava la migliore educazione, e ci stavo benissimo. Mi sembrava, attraverso lo studio, di coltivare la mia libertà. Non amo le imposizioni e la mancanza di libertà mi terrorizza, ma se mi autoimpongo regole sono un orologio svizzero. Mi sveglio sempre alle cinque e mezzo, esco presto, cammino a lungo. Vado al cinema tutti i pomeriggi alle tre. Non esco mai a cena, vado a letto dopo il tg. Alberto usciva tutte le sere e io restavo a casa. Nessuno riesce a farmi fare una cosa che non mi piace».

Diego Abatantuono: «Le notti con Fo e Jannacci valevano un mese a scuola»

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Primo matrimonio a 18 anni, col suo prof. di Filosofia. Era libertà o ribellione?

«Era una grandissima infatuazione. Mio padre era contrario. Gli promisi che avrei continuato gli studi e non avrei avuto figli prima della laurea. A luglio, ero incinta. Avendo due fratelli molto più grandi, non sapevo niente di bambini e, al momento, mi parve una cosa bella, ma non consiglierei mai di avere figli così presto. Io ho scoperto che non ho senso materno. Sono più figlia che madre. Alla fine, con mio figlio siamo più come due fratelli, abbiamo avuto momenti di complicità quando sentivamo la stessa musica o leggevamo gli stessi libri».

Lo lasciò ai nonni e venne in Italia. Suo marito disse che scappò con un ex gesuita.

«Davvero? A chi l’ha detto?».

Al settimanale «Oggi», nel 1986.

«Ma pensi... Ho avuto due prof. gesuiti, ma non sono scappata con nessuno».

Perché attira sempre leggende scabrose?

«Avviene a mia insaputa».

In «Finalmente ti scrivo» ha raccontato che, la mattina, Moravia s’affacciava nella sua stanza. Diceva: «Volevo vedere se c’eri ancora». E che le scriveva: «Tu fuggi, fuggi...». Davvero rischiava sempre di non trovarla più?

«Era come quando diceva: io morirò e tu sposerai un altro. Invece non ho sposato nessuno e non sposerò nessuno. Non so che effetto gli facesse vedere una donna con 46 anni meno di lui, così inquieta, un po’ errante, che andava veniva, stava tanto in Libano, nel Maghreb, a Gerusalemme. Non era gelosia e non ha senso parlarne ora che è morto da 31 anni. So che ha sempre rispettato la mia natura, io non ho mai voluto possedere nessuno e non voglio essere posseduta».

Nei vostri dieci anni d’amore si è molto favoleggiato di suoi presunti amanti.

«Ho fatto la mia vita senza occuparmi di quello che scrivevano. Io Alberto non l’ho mai ingannato. Anche lui era sempre circondato da donne, bellissime, famose. Amanti, non amanti? Che conta? Io ho sempre vissuto nel presente mai guardato al futuro. Invidiavo Alberto perché aveva una vocazione, la scrittura, io so solo quello che non mi va di fare e che non farò mai».

Che cosa non farà mai?

«Non vivrò con qualcuno perché ho bisogno di solitudine. Ho potuto farlo solo con Alberto. Io se entro in casa e sento che c’è qualcuno posso impazzire. Posso amare una persona, ma per me amare dei corpi è più facile che amare delle persone. Ho avuto molti corpi, ma ho amato pochi uomini. Ho sempre separato sesso e amore: sono due cose che a volte accadono insieme e tante volte no».

Quante volte si sono uniti sesso e amore?

«Forse, tre. Non farò i nomi».

Ho letto che, a metà anni ’80, il suo ufficio in Bompiani era tappezzato di foto di Klaus Kinski con dedica «a Carmen con amore».

«Ma non è vero. Mai avuto sue foto».

E il leader druso Walid Jumblatt?

«Era una cosa diversa da Kinski, francamente. Lo vedevo sempre in Libano, ho conosciuto sua madre, i suoi figli».

Non era lui l’amante druso di Georgette, il suo primo romanzo?

«Questo giochino alla francese dei roman à clé dove tutti cercano di identificare i personaggi non mi è mai piaciuto».

Hanno appiccicato nomi celebri a tutti gli uomini dei suoi libri: ai cinque di «Amori incompiuti»; all’«Ultimo amante», sposato e amante della protagonista per sette anni; a quello del «Diario dell’assenza», sposato pure lui...

«Mi succede anche nella vita. Mi fotografano con un uomo, anche gay, e scrivono “Carmen col suo compagno”. Una volta, sono andata dal compagno del compagno e gli ho detto: è meglio che sia il tuo compagno e non il mio».

Dovette pure scrivere una lettera al «Corriere» per chiedere a tutti di smetterla di associare Dominique Strauss-Kahn all’amante francese descritto nel suo «Gaston».

«L’ho fatto quando fu accusato di stupro. Conoscendolo, non mi sembra uno che ha bisogno di usare la violenza per conquistare una donna».

Dunque non era crudele, sadico, manipolatore come nel romanzo?

«Non mi rileggo: non ricordo “Gaston”».

Fu scritto anche di un flirt con Fiorello tornato single dopo Anna Falchi. «Passava in motorino, si è fermato ed eravamo sui giornali».

In motorino andò anche con Bob Dylan.

«Quello è stato un caso: ero in piscina all’Hotel Aldrovandi, l’ho visto. Mi ha chiesto come andare in piazza del Popolo e ce l’ho portato. Da ragazzina, ascoltavo sempre Blowin’ in the Wind».

La sentenza di Moravia, «nessuno ti amerà come me», è diventata una profezia avverata?

«Ci sto pensando e mi viene da ridere. Secondo me, non sono facile da amare. Ci vuole coraggio per amare una donna libera come me. Ma credo di essere stata più amata di quanto ho amato io. Probabilmente sì, Alberto è la persona che mi ha amato di più. Si è esposto di più».

Ora, ha qualcuno?

«In che senso?».

Nel senso che non ha senso chiederle se è innamorata, ma al massimo se ha qualcuno che la ama e da cui fugge.

«Ho persone con cui ho complicità diverse. Innamorata non lo so. Se per innamorata s’intende fare gesti passionali o perdere la ragione, allora, forse, non lo sono mai stata».

Moravia diceva che lei viveva per il piacere e spesso era in collera perché la vita le negava il piacere che riteneva le spettasse di diritto. Cos’è questa incapacità di felicità?

«Non è incapacità di felicità. La parola felicità non è nel mio vocabolario. Come la parola serenità. Potrei aggiungere anche: normalità. Di Hollande che si definiva “normal”, scrissi: sei presidente, sei normale, sei mediocre. Io ho sempre cercato armonia, non felicità. Infatti, sono per l’eutanasia: non potrei vivere, per esempio, se perdessi l’uso delle gambe o della vista».

Ha preso informazioni sull’eutanasia?

«Mia sorella lavora in un’associazione che se ne occupa, a Madrid, ma io penso che il suicidio si possa fare anche da soli. Chiedo a tutti gli amici medici che succede se metti un po’ di questo o di quello. Ho capito che l’ingrediente chiave è il potassio e, sempre se sei ancora lucido e non devi andare in Svizzera e affidarti a qualcuno, ho capito come si fa, ma preferirei non dirlo».

Ride pure quando parla del suo suicidio.

«Ciò che non potrei mai fare è morire disarmonicamente, tipo buttandomi dalla terrazza».

Che cosa amava di lei Moravia?

«Anche lui era molto razionale. Avevamo tante affinità. Anche lui andava sempre al cinema di pomeriggio. E, da autodidatta per i noti problemi di salute giovanile, amava presentarmi come “mia moglie, la professoressa Carmen Llera”».

Davvero distrusse le lettere che le scriveva?

«Io distruggo tutto. Ho tenuto solo le foto dei nostri viaggi. Mi piace il vuoto, detesto accumulare. E non voglio ritrovarmi che, dopo, hanno usato le lettere chi sa come. Mi scriveva sempre, anche quando eravamo in casa».

Lei come ha iniziato a scrivere?

«È stato Alberto a spingermi, io non l’avrei mai fatto. L’ ultimo libro è del 2011. Preferisco leggere, non scrivere».

Ha scritto spesso libri brevissimi. Anche solo di 43 pagine.

«Sono per la brevità. Sintetica di natura».

Essenziale è anche la casa in cui vive.

«Ho poche cose, ma armoniose. Nessuno può venire a mangiare, perché il tavolo è solo per due e non ho pentole, mangio solo cose crude».

Se ripensa a Moravia, che cosa vede?

«Tutto. Le mani, gli occhi, la fronte. Mi piace vederlo in foto, ma non posso sentire la sua voce registrata. A uno spettacolo di Vittorio Sgarbi su Caravaggio, di colpo, si sente Alberto dire: “Hanno ucciso un poeta”. Parla di Pasolini. Mi sono sentita male. Proprio piangevo. Piangevo». 

Maurizio Caverzan per “La Verità” il 27 settembre 2021. 

Cominciamo?

«Cominciamo. Però vorrei fare una premessa». 

Prego.

«Siccome trattiamo argomenti sui quali le strumentalizzazioni e le mistificazioni si sprecano, voglio dire che parlo da donna occidentale, cresciuta in una famiglia in cui non c'è mai stata alcuna differenza tra uomini e donne. Una famiglia che mi ha inculcato l'idea che lo studio era la strada per l'autonomia. Sono una persona fortunata. Non ho mai sofferto mancanze di libertà o forme di violenza. In collegio dalle suore ho appreso una disciplina positiva. Sono arrivata in Italia a 24 anni con un contratto con l'università di Palermo, imparando presto cosa vuol dire muoversi da sola nel mondo».

L'accento franco-spagnolo, che le deriva dalle origini pirenaiche, spezia di sensualità la voce di Carmen Llera Moravia, scrittrice, autrice, giornalista, vedova di Alberto Moravia, conosciuto a Sabaudia, in occasione di un'intervista su Luis Buñuel. Il loro legame è durato un decennio, dal 1986 fino alla morte di lui, avvenuta nel settembre 1990, sono stati sposati. Nel maggio scorso, Bompiani ha ripubblicato Diario dell'assenza, il libro più intimo di Carmen Llera. Qualche giorno fa, invece, lei ha scritto a Dagospia una lettera di solidarietà a Barbara Palombelli: «Dire che ha giustificato con le sue parole i femminicidi è falso». Per questa intervista non ha posto condizioni, non ha chiesto riletture, non ha fatto le bizze. 

Pur di difendere Barbara Palombelli è uscita dal suo guscio?

«Non sto in un guscio, chi vive a Roma m' incontra di continuo, anche se non faccio vita mondana. Non frequento i social, non vado in televisione, Barbara è un'amica. Non avevo visto Forum, guardo appena un tg al giorno, anzi due, uno italiano e uno internazionale. Ma avevo letto gli articoli di Michela Murgia e Selvaggia Lucarelli Ho scritto, senza dirglielo, perché ho trovato ingiusto che l'abbiano accusata d'indulgenza verso i femminicidi. La sua vita dimostra quanto sia sensibile nei confronti delle persone che subiscono violenze».

Come sono le sue giornate?

«Fin da piccola ho imparato una certa disciplina. Vado a letto alle 21, non esco a cena, se m' invitano ci vediamo a colazione. Mi alzo alle 5 ed esco alle 6 e mezza. Cammino molto, compro i giornali, leggo, mi occupo della Fondazione Moravia, i miei libri sono l'ultimo pensiero. Ogni pomeriggio, vedo un film rigorosamente al cinema».

Ha detto che conduce una vita frugale come i monaci: dobbiamo crederle?

«Diciamo che sono una persona disciplinata. Ho una casa minimalista, con le poche cose che piacciono a me, e tanti spazi liberi perché sono claustrofobica. Forse posso risultare frugale agli occhi degli altri. Detesto i tavolini all'aperto, con persone che mangiano, bevono e urlano a tutte le ore. Roma non ha più un centimetro libero». 

Ha detto che la ricerca dei piaceri della carne la annoia: dobbiamo credere anche a questo?

«Non ho mai cercato i piaceri della carne. Se succede, succede. Disapprovo le dipendenze, sia dalle persone che dagli oggetti. Non bevo, non fumo, non mi sono mai drogata. Sono un po' rigida nei confronti di chi ha delle dipendenze. Le mie sono dai libri, dal cinema e dall'aria aperta. Poi ho molti amici scrittori, registi, persone comuni». 

Che frequenta in salotti diurni.

«M' invitano specialmente a colazione. Con Enrico Mentana e Luca Barbareschi facciamo lunghe chiacchierate...». 

Cinema, letteratura e niente tv?

«Mi annoia. I talk show non li ho mai guardati, non per questo sono fuori dall'informazione». 

Le serie, parenti strette del cinema?

«Non fanno per me perché sono impaziente. Meglio una storia che inizia e finisce in due ore. Amo il rito del cinema, la sala, il grande schermo, le bustine di Haribo, le caramelle gommose. Per questo i bambini vengono volentieri con me. La tv non mi diverte e preferisco dedicarmi a ciò che lo fa». 

Per esempio?

«Viaggiare, anche se da un anno e mezzo non mi muovo. Prima della pandemia vivevo tra Roma e Parigi, ora no. M' impegna molto e anche mi gratifica la fondazione. Domenica saranno 31 anni che è mancato Alberto: non è facile gestire i diritti e le traduzioni delle sue opere». 

Una persona di buon senso come può immaginare che la Palombelli volesse giustificare i femminicidi?

«Sembra che sui social, che conosco poco, alcune persone vivano in attesa di cogliere qualcuno in fallo, per scagliarsi contro di loro. Poi c'è il conformismo di quelli che si mettono sempre dalla parte giusta». 

Se l'argomento è sensibile bisogna usare parole molto controllate?

«Non c'è comportamento esasperante che giustifichi la morte di qualcuno». 

Come giudica il fatto che gli attacchi più feroci siano arrivati da donne?

«Ringraziamo la solidarietà femminile. Personalmente, non divido il mondo in uomini e donne né in categorie sessuali». 

Si trova in splendida solitudine?

«Per me esistono persone più o meno sensibili e più o meno intelligenti. Moravia diceva: "Mia moglie è molto dura, non è sentimentale". Sì, in Italia vedo molto sentimentalismo. Ma non sono dura, uso la ragione per interpretare la vita. Non mi sono mai trovata in un mondo nel quale essere donna è un handicap. Anche in Sicilia, a Palermo, dove ha avuto inizio la mia vita da adulta, ho trovato gentilezza e dolcezza». 

Dopo la riprovazione della Lucarelli e della Murgia è arrivata quella di Lilli Gruber.

«È vero, ci sono i carnefici e le vittime, come dice lei. Ci sono anche le situazioni tragiche delle donne afghane, del Medio oriente, dello Yemen... Ma una donna occidentale ha gli strumenti per difendersi prima di diventare vittima. Nelle coppie, in famiglia. Se sto con una persona che mi tira i capelli, dopo mezz' ora me ne vado. Si può trovare aiuto in sé stessi e anche da fuori».

Servono più donne in politica?

«Ho declinato più volte l'invito a candidarmi al Parlamento europeo. È un problema mio perché non ho predisposizione per i compromessi e in politica sono necessari. Non è questione di destra o sinistra, voglio essere libera di esprimere quello che penso in ogni momento. Per questo non ho mai preso tessere di partito. Anche le quote rosa Quel segretario non ha messo donne in lista Luoghi comuni. Suggerirei di scegliere persone competenti, prescindendo dal genere». 

Appena si affacciano, Maria Elena Boschi e Giorgia Meloni sono maltrattate.

«Vengono massacrate per l'abbigliamento o perché hanno un chilo di troppo».

Come giudica il fatto che non ci sia ancora la parità nelle professioni?

«Forse non sono la persona più adatta per parlare di questi temi perché sono molto fortunata. Però mi risulta che ci siano anche donne, non solo uomini, che esercitano violenze su altre donne, nelle università, nel mondo dello spettacolo». 

Nella narrazione corrente le donne appaiono immacolate?

«In Francia si dice intouchables. Io non uso nemmeno la parola femminicidio. Certo, le donne sono più fragili. Ma la violenza è tutta da condannare, anche quella sugli uomini o sulle vittime della pedofilia, di cui si parla meno». 

Lei che rapporto ha con le donne?

«Molto complice. La bambina del mio portiere viene al cinema con me. Sono felice amica di Lia Levi che presto compirà 90 anni. Non sono competitiva. Con Dacia Maraini mantengo un eccellente rapporto. Lei è una femminista io no, ma per tutto ciò che riguarda Alberto andiamo totalmente d'accordo». 

Come ha vissuto la stagione del metoo?

«Perché, è finita? Continuo a sentire persone che raccontano di esser state violentate 30 o 40 anni fa. Forse sono una delle poche a cui non è capitato. Non dico molestata: c'è differenza. Alcuni anni fa, tra le rovine di Palmira, scappai da un pastore che m' insidiava. Quella sarebbe stata violenza. Non lo è quando qualcuno che m' invita nella sua stanza d'albergo mi apre la porta in accappatoio. Se entri conosci rischi e pericoli. Sbaglierò, ma le rivelazioni 20 o 30 anni dopo mi convincono poco. Nei rapporti tra adulti, con il regista o il produttore, credo ci sia sempre la possibilità di difendersi e negarsi». 

Per il pensiero mainstream anche il principe azzurro che bacia Biancaneve è un molestatore.

«Stupidaggini». 

Come cambierà la letteratura quando si dovrà sostituire il genere maschile e femminile con l'asterisco?

«La prego, è una forma di conformismo che mi preoccupa molto». 

Dovremo cambiare le tastiere per introdurre i caratteri schwa?

«Io non cambio niente». 

Il femminismo

«Che io non ho vissuto». 

Con la festa delle donne e il tempo delle donne si è trasformato in donnismo?

«Forse ho un animo maschile, ma detesto le mimose e non festeggio l'8 marzo».

Che cosa pensa dell'ideologia gender?

«Non ho certezze. Se avessi un figlio fluido non so come reagirei». 

Fosse in Parlamento voterebbe in favore del ddl Zan?

«Forse sì, ma vorrei documentarmi meglio». 

Ultimo libro letto?

«Blu cobalto di Céline Menghi, una psicanalista lacaniana». 

Ultimo film amato?

«Supernova con Stanley Tucci e Colin Firth, due attori giganteschi che affrontano temi importanti come l'Alzheimer e l'eutanasia, una soluzione che, da persona razionale, mi trova favorevole. Anche Qui rido io di Mario Martone mi è piaciuto».

Il suo rifiuto di social e televisione è critica della contemporaneità?

«Non è una critica, ma disinteresse. Intrattengo rapporti con persone che scelgo io e sono molte, anche all'estero. Non posso avere rapporti veri con il mondo intero». 

Che cosa le ha lasciato il collegio di suore dove ha trascorso l'adolescenza?

«Un senso di ordine che mi è servito a vivere da sola. Penso che la famiglia italiana sia troppo protettiva e non sia un bene rimanere a lungo in casa con i genitori. Ho visto La mala educacion di Pedro Almodóvar e so che ci esistono perversioni e pedofilia. A me non è capitato, per questo dico che sono stata fortunata. Uno dei miei ricordi del collegio è che quando ci passava davanti il Tour de France uscivo in strada a tifare Poulidor, il mio eroe».

Che cosa le manca di più di Alberto Moravia?

«La sua intelligenza, il suo non conformismo e la complicità che c'era tra noi». 

Cosa direbbe del politicamente corretto?

«Non parlo per altri». 

C'è qualcosa o qualcuno che le trasmette speranza?

«Sono totalmente fatalista. Il futuro non so cosa sia. Vivo il presente, senza speranza». 

Ma non si sta bene.

«È così. Ho vissuto e vivo intensamente, ma l'umanità generalizzata e la globalizzazione non mi piacciono. Che devo farci?». 

·        Alberto e Piero Angela.

Silvia Fumarola per "Il Venerdì di Repubblica" l'11 marzo 2021. Alberto Angela non trova parcheggio, avvisa che ha qualche minuto di ritardo. Il perfezionista è umano. Arriva trafelato, dolcevita cammello, giacca di tweed. Modi impeccabili, cordiale ma riservatissimo, il ricercatore prestato alla tv, così ama definirsi, festeggia trent'anni di divulgazione. Da piccolo non catturava le lucertole, sognava gli squali. Anni avventurosi (l'Africa, le sparatorie in Etiopia, il sequestro in Niger, l'incontro con un cannibale, un ippopotamo non proprio amichevole), poi la carriera in Rai. Lo dice subito, a scanso di equivoci: "Non lo avrei mai immaginato, il successo non esiste, esiste il lavoro: sono una persona normale". Non se la può cavare così: i fan club si moltiplicano, c'è chi lo elegge sex symbol e chi, in piena crisi di governo, nei meme lo aveva già immortalato salvatore della patria accanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il padre, Piero Angela, che lui chiama Piero, ha fatto la storia della tv. Parlando con Alberto, 58 anni, si capisce che è legatissimo alla madre Margherita, signora riservata dai grandi occhi azzurri. "In questo periodo li vedo poco, per il Covid, ma ci sentiamo sempre". Sta lavorando a Ostia Antica per la nuova edizione di Ulisse-Il piacere della scoperta. E nel secondo libro che fa parte della trilogia su Nerone (uscirà a primavera con HarperCollins), si concentra sul grande incendio, le nove giornate che hanno sconvolto Roma.

Trent'anni da divulgatore, che impressione le fa?

"Non avrei mai immaginato di fare questo mestiere e di arrivare a questo punto. Nella vita ho fatto tante cose. Sognavo di fare l'oceanografo, volevo studiare gli squali".

Perché gli squali?

"Non saprei, è un animale preistorico e ha personalità rispetto agli altri che vivono nell'acqua. Il mio mito era Jacques Cousteau, ero attratto dall'esplorazione. Poi a Napoli vedo un ricercatore giapponese chino su un microscopio ottico che guardava le alghe. Ho capito che fare l'oceanografo non voleva dire solo fare immersioni. Da ragazzino disegnavo uomini preistorici e dinosauri, mi sono laureato in Scienze naturali alla Sapienza e ho indirizzato gli studi alla Paleontologia umana. Gli amici andavano a divertirsi, io partivo volontario nelle spedizioni".

Mai pensato di fare il giornalista?

"Mai. Mi considero un ricercatore prestato alla televisione, ho avuto la fortuna di fare gli scavi con i più grandi archeologi, sono andato in Africa, mi ero iscritto a un'associazione che forniva volontari. In Congo ho volato sui vulcani in eruzione, ho convissuto con le formiche legionarie. Ti trovi in luoghi dove l'orologio non ha senso, devi solo stare attento: tutto punge morde o taglia".

Cosa le hanno insegnato quelle spedizioni?

"Lo spirito di gruppo, la psicologia, come sono importanti i dettagli, le battute per smorzare la tensione. Le persone con cui lavori diventano una famiglia, vedevo più loro che i miei".

Più che Cousteau voleva diventare Indiana Jones?

"Esiste il paleontologo da laboratorio e quello da campo, Indiana Jones ha il suo fascino. Devi saper estrarre, imparare a trovare le cose. Io non vedo mai l'insieme ma i dettagli: se cade qualcosa di minuscolo sotto il tavolo, la trovo".

La svolta?

"La definirei la chiamata del destino. Facendo gli scavi trovo un osso, la tempia di un ominide: tutti a festeggiare. Mi offrono il PhD a Berkeley, come fare un gol. Di fronte a un tramonto, era il 1988, seduto su un bidone, comincio a pensare che il mio futuro non può essere lontano dall'Italia. Poi si scopre che si erano sbagliati a analizzare il reperto: l'osso trovato non era di un ominide, apparteneva a un babbuino gigante. C'era stato il gol, ma poi il Var: anche una cosa brutta ti indica la via".

Vuol dire la via per la tv?

"Grazie al centro studi Ligabue comincio a lavorare, scrivo un programma che si chiamava Albatros, roba da pionieri, prendevo le foto dalle enciclopedie. Tv del Canton Ticino, poi Andrea Melodia l'ha comprato e l'ha messo a Telemontecarlo".

Ha avuto dubbi quando ha iniziato a lavorare con suo padre?

"Ma certo, sai che sei visto malissimo. Anche Piero non era convinto. Al primo grande programma sul corpo umano non mi ha voluto. Poi lo convinse proprio Melodia, che era a Rai 1. Devi dimostrare sul campo di essere bravo, un po' come Maldini. Mi sono detto: "È un problema nella testa degli altri. Hai un cognome e adesso ti fai un nome"".

Il segreto del divulgatore?

"Le parole. Non devi seguire uno spartito ma fare una jam session, utilizzare il movimento: io cammino, non mi fermo mai. E parlo".

La popolarità cambia la vita?

"La televisione non mi ha cambiato, cerco di mantenermi normale. Sono come Ulisse che si mette la cera nelle orecchie. Lavoro, studio, il resto è un mondo di plastica. Ma siamo animali sociali, ci pettiniamo la mattina per essere accolti nel gruppo, le dinamiche di gruppo sono fortissime".

Le sue quali sono?

"Non sono mondano, sento la falsità di certe situazioni. Apparire non mi piace, si basa tutto su cosa diranno gli altri di te. Il mio ideale sarebbe fare questo lavoro e avere l'anonimato quando cammino per strada".

Sono nati i fan club, è stato promosso sex symbol: da ragazzo la corteggiavano?

(ride) "Scherza? No, nessuno diceva che ero bello. Nella comunicazione vale l'insieme, l'aspetto fisico non è fondamentale. Conta la lunghezza d'onda che crei, la parola chiave è empatia".

Va bene, ma i complimenti le faranno piacere.

"Non devi cadere nella trappola "ora cavalco l'onda". Molta gente è cambiata. Sì, alcune cose mi fanno piacere, oggi i social amplificano tutto. Nella mia vita, però, più passi indietro che avanti. E silenzio. Parla il lavoro con la mia squadra formidabile".

Come si definirebbe?

"Una persona normale. Se sono sulla Terra non posso pensare di stare sulla Luna, sono nato in una famiglia normale. Mi sento bene così".

Normale e speciale. Dei suoi figli parla poco, li protegge?

"Altri decidono di fare le foto con i figli, io no. I miei genitori sono stati un esempio, l'atmosfera che ho respirato a casa... Preferisco una carbonara alla nouvelle cuisine".

Quanto ha contato sua madre? 

"Potrei dire che sono molto più figlio di mamma. Piero mi ha guidato nel mondo del pensiero, lei in quello dell'arte e dell'armonia. Si sono sposati giovanissimi, si sono trovati a vivere a Parigi, anni difficili. Credo che questo li abbia uniti ancora di più".

Ha detto che suo padre è stato il suo Salgari: lei lo è per i suoi figli?

"Per farli addormentare raccontavo loro le cose che avevo visto. I miei tre ragazzi hanno un'apertura mentale che è un po' il marchio di famiglia. Sono dotati di creatività e distacco, vedono le cose in modo riflessivo, hanno anche loro un approccio alla vita esplorativo. Edoardo studia Nanotecnologie all'Imperial College a Londra, da lui imparo. Riccardo è laureato in Biologia, ha già due master, stesso entusiasmo del sapere. Il piccoletto, Alessandro, ha diciassette anni. Anche lui è pieno di curiosità".

Diamo un po' di merito anche a sua moglie Monica?

"Certo, merito diviso in due".

Che padre è?

"Mai stato severo. Un padre non deve dire le cose, deve comportarsi bene. Fine. Ho sempre applicato questa idea nella vita: "Le persone che sono accanto a te, sei tu"".

La più grande lezione ricevuta?

"Quando un sopravvissuto di Hiroshima e Nagasaki, con la benda nera sull'occhio, il viso pieno di cicatrici, mi ha detto: 'Prendersi carico della sofferenza altrui, questa è la pace'. Poteva odiare il mondo, invece no".

È ottimista?

"Quando guardo i ragazzi sì".

Elvira Serra per il "Corriere della Sera" il 18 marzo 2021.

Dov' era la sera del 18 marzo di quarant' anni fa?

«Eh, be', lo ricordo molto bene... Eravamo andati tutti insieme a vedere il programma a casa di uno degli autori, intrecciando le dita perché era una novità per l' epoca. Però andò molto bene: avevamo fatto 9 milioni di spettatori».

Ed era una seconda serata!

«Sì, prima di noi c'era Dallas. La televisione allora era molto diversa, anche le prime serate con i grandi spettacoli di varietà duravano un' ora. La terza serata cominciava alle 22.30».

"Una galassia di persone refrattarie alla scienza. Ma i virologi siano cauti". Marco Leardi il 4 Dicembre 2021 su Il Giornale. La divulgazione scientifica ai tempi del Covid e i no vax. I paradossi della cancel culture. Ma anche i pensieri sull'aldilà. Piero Angela senza filtri e con tanto da insegnare. La razionalità del divulgatore scientifico non l'abbandona mai. Nemmeno quando è a casa propria, lontano dalle telecamere. Piero Angela pronuncia ogni parola selezionandola con cura, con il tono pacato ma vivace di chi ha molte cose da raccontare. E sa perfettamente come farlo. "Bisogna essere molto precisi, soprattutto quando si parla di argomenti delicati", osserva il popolare giornalista, premurandosi del fatto che le sue affermazioni risultino chiare e non vengano fraintese. Dall'alto dei suoi 93 anni, il decano della divulgazione in tv ha uno sguardo attento su tutto ciò che lo circonda, dall'attualità ai temi sociali più dibattuti. Pure sulla sessualità e sui rapporti di coppia ha voce in capitolo, lui che da oltre 60 anni è sposato con la stessa donna, la sua amata Margherita. Ma la nostra conversazione non poteva che iniziare dall'argomento che più sta impegnando la comunità scientifica.

Ormai tutti dicono la loro sul Covid, ma chi fa divulgazione è sempre stato all'altezza del suo compito?

"Diciamo subito che per avere una certezza su qualsiasi scoperta scientifica, bisogna averla verificata con una serie di controlli. Il pubblico deve capire che un conto sono le cose accertate, sulle quali tutti sono d'accordo, ma quando si chiede di prevedere cosa accadrà per un determinato fenomeno nessuno è in grado di dirlo con sicurezza. Per cui si esprimono delle opinioni, che vanno però divise dai fatti. Quello che si sa, lo si può dimostrare in modo preciso, il resto sono soltanto ipotesi"

In tempi non sospetti, lei aveva anche parlato di "virologi oracoli". In che senso?

"Gli scienziati nei dibattiti sono spesso provocati dalle domande dei giornalisti. Ma bisogna far capire, appunto, che ci sono due livelli diversi: quello delle cose che si conoscono e quello delle cose ancora ignote. Molti scienziati giustamente dicono: 'Questo non lo so, però secondo me…'. Dovrebbe essere sempre così. A volte però capita anche che ci siano opinioni legittimamente diverse, che potranno essere validate o meno da quello che si scoprirà in seguito"

Ma in questo caso non si rischia di generare confusione nel pubblico meno attrezzato?

"Sì, capisco. Ma allora bisognerebbe evitare di chiedere agli esperti la loro opinione"

Cosa pensa di chi ancora oggi si dichiara no-vax?

"Quello è un universo fatto di personaggi diversi tra loro. Ci sono alcuni che semplicemente hanno paura del vaccino e non si lasciano convincere dai risultati scientifici. Questo credo sia il nucleo forte dei no-vax e penso che la loro sia una reazione simile a quella di chi ha paura dell'aereo: è un sentimento che prevale sulle dimostrazioni logiche. Poi ci sono anche persone che si riconoscono nei fenomeni paranormali, e nella mia attività in giro per il mondo ne ho conosciute diverse. Il problema è che questi individui si lasciano convincere specialmente sulla rete, dove circolano messaggi di tutti i tipi. Il trucco è che, sempre, questi messaggi vogliono far credere che ci sia qualcosa di nascosto da svelare. 'Non ve l’avevano detto…'. Infine ci sono persone che si infiltrano nelle manifestazioni solo per portare violenza. In Francia si chiamano casseur, guastatori".

A fronte di questo scenario, secondo lei, occorre l'obbligo vaccinale?

"Più che altro mi chiedo: se qualcuno non vuole essere vaccinato perché ha paura, si va con i carabinieri a imporglielo? Come si fa?"

Si paragona spesso la pandemia, con le conseguenti restrizioni, a una guerra. Lei la guerra l’ha vissuta davvero: si riconosce in questo accostamento?

"Quando si era in guerra le condizioni erano molto più dure. Io ho sofferto una fame che avrei persino mangiato i tavoli. Il coprifuoco era continuo, non si poteva uscire, e poi c'erano le bombe. I soldati erano al fronte, non si poteva ballare. Oggi per la pandemia ci sono delle cose limitate, però la situazione è completamente diversa"

Un altro tema attuale e altrettanto discusso è quello dei cambiamenti climatici. Siamo davvero in una fase di emergenza?

"Il discorso è complesso. Quello che emerge da tutte le conferenze sul tema, a cominciare dall'ultima di Glasgow, è che le cose si predicano ma si fanno solo in parte e molto lentamente. Molti si chiedono se ormai non sia già troppo tardi, perché in realtà non c'è una vera mobilitazione per attuare le cose proposte. La Cina stessa, poi, ha detto che continuerà a usare il carbone. Forse, invece di prevenirli, è ormai il caso di far fronte ai cambiamenti, che sarebbero comunque inevitabili"

Nella storia, quante altre volte il pianeta ha assistito a dei cambiamenti climatici?

"Ci sono stati diversi fenomeni naturali, veri e propri traumi dovuti anche ai vulcani o a ragioni astronomiche. La Terra ha attraversato periodi in cui il 90% delle specie viventi era scomparso. Ma l'uomo in quell'epoca non c'era ancora. L’uomo ha conosciuto glaciazioni molto leggere rispetto ad altre precedenti"

Come giudica il fenomeno della "cancel culture" e dei libri messi al bando in nome del politicamente corretto?

"Nella storia siamo stati tutti dominati e dominatori. A questo punto dovremmo tirare giù tutto, anche le statue degli antichi romani, degli imperatori, di Giulio Cesare… (ride, ndr). Queste cose non credo possano avere una grande estensione"

Si domanda mai cosa ci sarà nell'aldilà?

"Io ci sono vicino: ho 93 anni, quanto mi rimane? Ma ho avuto una vita molto gratificante, va bene così. La scienza però non cerca mai di rispondere a cose delle quali non si sa niente. Scienza e religione sono cose diverse, non bisogna mescolarle. Qui siamo nel campo dei pareri, delle convinzioni personali"

Ma quando si estinguerà il pianeta, possiamo immaginare che fine farà l'uomo?

"No, dipenderà troppo dalle circostanze. Per noi il problema è quello di vivere bene adesso, ma nessuno può prevedere con certezza quel tipo di futuro. Ci sono troppe variabili"

Ha dei rimpianti?

"No, in generale non ho mai lasciato cadere le opportunità che erano alla mia portata e raggiungibili con l'impegno. Le ho colte tutte. Ci sono persone che rinunciano per pigrizia o per mancanza di iniziativa. Ma questo no, io non l'ho mai fatto".

A proposito di opportunità: nei mesi scorsi l'ex aviatrice 83enne Wally Funk è andata in orbita per la prima volta. Se ci fosse l'occasione, lo farebbe anche lei?

"Io ho trascorso un anno negli Stati Uniti per seguire il progetto spaziale Apollo. A uno studioso chiesi se un giorno anche le persone comuni sarebbero potute andare nello spazio; alla sua risposta affermativa domandai se potevo iscrivermi. Già all’epoca mi ero messo in lista d’attesa! Ma era una cosa scherzosa, non succederà mai che mi chiamino. Però mi sarebbe piaciuto"

Intanto, su RaiPlay, si è dedicato a spiegare l’amore e il sesso soprattutto ai giovani. Pensa che ne abbiano bisogno?

"Questo programma aveva lo scopo di raccontare cosa la scienza ha scoperto sui vari aspetti dell'amore, psicologici e biologici. Altri aspetti importanti da affrontare erano il rapporto di coppia, perché oggi le coppie si disfano più facilmente, e come cercare il partner. Molte coppie oggi si sono formate su Internet, che è anche uno strumento per incontri usa e getta. Sono argomenti che riguardano in particolare i giovani"

La sessualità per molti è ancora un tabù. Diciamo che lei ha provato a superarlo…

"Le racconto un episodio spiritoso. Quando ho registrato in studio le 10 puntate, la donna delle pulizie che lavorava nello staff alla fine si è avvicinata a me e ha detto: la prossima volta, invece di andare dal ginecologo, vengo da lei. Aveva seguito tutto il programma"

Lei è sposato da 60 anni. Qual è il segreto di un rapporto così longevo?

"Il rispetto reciproco. Se uno inizia a insultare l'altro, finisce tutto. E poi la comprensione. Gli uomini spesso non ascoltano le donne e parlano in prima persona di sé. Le donne invece hanno bisogno di qualcuno che le ascolti. Quindi ascoltare e rispettare: questa è la formula"

Oggi però qualcuno vorrebbe negare che vi siano differenze strutturali tra uomo e donna. Si parla di fluidità di genere…

"La differenza è dovuta al fatto che la donna può fare figli e l'uomo no. Però la superiorità del maschio, che esiste in tutti i mammiferi e è data anche dal dimorfismo, dalla muscolatura più potente, oggi non ha più un valore. Oggi conta il cervello. Le donne in passato erano in una posizione succube, oggi hanno dimostrato di avere risultati migliori anche negli studi e giustamente ambiscono a entrare in carriera. Ma abbiamo anche un problema, che un po' il mio pallino: ormai non si fanno più figli. Questo è molto grave e porterà a una società completamente squilibrata, con conseguenze sociali ed economiche"

Lei di figli ne ha due. Che rapporto ha con Alberto? Di fatto, è già diventato il suo erede anche in tv…

"È stata una cosa casuale. Lui si era laureato in scienze naturali e non pensava di fare questo mestiere. Ma già da piccolo raccontava le sue cose molto bene, in modo efficace, convincente. Mentre lavorava su altro, la tv svizzera lo chiamò per una rubrica che si chiamava Albatros, che poi fu acquistata anche da Telemontecarlo. Solo successivamente iniziò a lavorare in Rai, sebbene io fossi dubbioso perché sapevo che qualcuno avrebbe parlato di nepotismo. Ma in realtà né lui né io siamo assunti in Rai. Siamo dei collaboratori e il nostro contratto viene rinnovato se i programmi vanno bene. Sennò, arrivederci e grazie"

Ogni tanto gli dà ancora dei consigli?

"Lui è molto bravo, credo che ormai non ne abbia bisogno".

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista.

Elvira Serra il 18 marzo 2021 su Il Corriere della Sera. Piero Angela, 92 anni, «nonno», ormai, della divulgazione scientifica in Italia, risponde al telefono con la stessa generosità e gentilezza con cui frequenta le nostre case da quasi 70 anni, prima con il Giornale Radio, poi le corrispondenze da Parigi e Bruxelles, il Tg delle 13.30, i documentari e, nel 1981, la rivoluzione copernicana: 55 minuti di approfondimento scientifico introdotti dall' Aria sulla quarta corda di Bach e un nome che era già una dichiarazione di intento. Quark : la minuscola particella che si trova nel nucleo degli atomi. Con Lorenzo Pinna, Giangi Poli e Marco Visalberghi avrebbe cambiato la televisione per sempre.

Di cosa è più orgoglioso?

«La cosa che mi gratifica di più è avere inciso nella formazione dei ragazzi. Quando ancora giravo per le scuole, in tantissimi mi dicevano: "Sono cresciuto a pane e Quark", "Ho scelto la facoltà scientifica dopo aver letto un suo libro", "Mi sono appassionato alla materia guardando il programma". Con il pubblico si è creato un rapporto speciale».

Seguaci illustri?

«Una volta mi scrisse due righe affettuose un italiano che era a capo di un gruppo di ricerca all' Università di Harvard. "Devo a lei se sono qui"».

Le avevano chiesto di creare il programma o fu una sua idea?

«Lo proposi io e con un po' di scetticismo mi dissero di farlo: temevano che non avrebbe fatto grandi ascolti. Ma io, che da qualche anno facevo documentari, avevo voglia di misurarmi in un progetto di respiro più ampio».

Scenografia essenziale, nessun fronzolo, eppure Quark e i suoi «figli» furono venduti in 40 Paesi.

«Sì, ho ricevuto diverse cassette in cui parlo perfettamente giapponese o arabo! Lì mi aiutò il fatto che avevo registrato le puntate sia in francese che in inglese: alla fine di ogni seguenza, la rifacevo in entrambe le lingue, altrimenti nessuno le avrebbe guardate all' estero».

Imprevisti memorabili?

«Più che imprevisti, difficoltà tecniche: tante. Perché erano cose nuove che ci inventavamo ogni volta».

Mi faccia un esempio.

«Abbiamo fatto sette puntate del Viaggio nel cosmo , dove la scenografia era doppia perché io mi sdoppiavo sempre: da una parte ero in studio e dall' altra ero a bordo di un' astronave immaginaria che si muoveva alla velocità del pensiero e per questo si chiamava Noos , in greco pensiero. Lì il problema era simulare l' assenza di gravità come nelle stazioni spaziali».

E come risolveste?

«Con una serie di trucchi, venuti benissimo! Il segreto era il chroma key , la chiave di colore, grazie a una serie di soprapposizioni. Un altro trucco bellissimo era quando scrivevo con la penna, poi la lasciavo per un attimo, si alzava in aria e la riacchiappavo».

Festeggerà Quark, oggi?

«No, però stiamo già pensando a una nuova serie di Superquark+, che è ancora tutta da registrare: dieci puntate sull' amore, dall' innamoramento alla gelosia al tradimento alla sessualità».

L'amore, visti i tempi che stiamo vivendo, ci salverà? O ci salverà la scienza?

«Diciamo tutte e due. Il nostro problema attuale è quello dell' energia, che fa girare tutto quello che vediamo, ma al tempo stesso avvelena l' atmosfera. L' amore, invece, scende dall' atmosfera e tiene in vita le persone. Mica solo l' innamoramento, anche la solidità dei rapporti».

Da "ilmattino.it" il 18 ottobre 2021. Ospite a Domenica In, Miriam Leone presenta il suo ultimo film e ripercorre le tappe più significative della sua brillante carriera. Tra i racconti, uno in particolare sembra sorprendere i telespettatori, quello del suo innamoramento nei confronti di Piero Angela. Miriam Leone nel salotto di Domenica In rivela il suo amore per il divulgatore scientifico Piero Angela. «Ma è vero che eri innamorata di Piero Angela?», le chiede Mara Venier in studio. «Lo adoravo perchè mi aiutava a conoscere dimezzando il tempo dello studio. A scuola arrivavo sempre più o meno preparata», risponde divertita l'attrice. L'ex Miss Italia racconta a Mara Venier di aver poi incontrato, durante un evento, il divulgatore scientifico e di avergli dichiarato in quell'occasione il suo amore: «Sono andata e gli ho detto di essere innamorata e lui mi ha detto "bene"».

La risposta di Piero Angela: «Sono rimasto molto sorpreso»

Ma a sorprendere Miriam Leone è poi un videomessaggio proiettato in studio inviato dallo stesso Angela: «Sono rimasto molto sorpreso e lusingato dal sapere che sia interessata me» dice Angela, che aggiunge: «Io ho compiuto 66 anni di matrimonio ma so che anche Miriam si è sposata da poco e quindi gli auguro 66 anni di matrimonio felice». L'attrice, a Domenica In per presentare il suo ultimo film "Marilyn ha gli occhi neri" con Stefano Accorsi, ha sposato Paolo Carullo, musicista e imprenditore, lo scorso 18 settembre a Scicli, nel Santuario di Santa Maria La Nova dopo circa due anni di fidanzamento.

·        Alessandro Barbero.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 22 ottobre 2021. Il noto storico e divulgatore francese Michel Platini ebbe a sostenere una volta che persino Einstein, intervistato tutti i giorni, avrebbe finito col dire una cretinata. Il professor Barbero non sarà Einstein, ma resta uno dei miei idoli, non foss'altro perché le sue lezioni sulla zarina di tutte le Russie mi hanno accompagnato in cuffia durante i tentativi fallimentari di perdere peso con la cyclette. Per questo ci sono rimasto male nel leggere sulla Stampa la sua esternazione a proposito di presunte «differenze strutturali tra uomo e donna» che renderebbero quest'ultima «meno aggressiva, spavalda e sicura di sé». Mi sono chiesto: perché un uomo tanto sicuro di sé, dopo l'intemerata sui vaccini, ha sentito il bisogno aggressivo di uscirsene con un'altra spavalderia? Nel suo mondo fitto di differenze strutturali non esisterà qualcuno, uomo o donna che sia, in grado di attenuarne la smania dichiaratoria suggerendogli nell'amato dialetto piemontese: «Prof, pìsa pi curt»? (Traduzione per i non sabaudi: Professore, accorci il raggio della sua minzione). Non pensa, Barbero, che il titolare di una cattedra universitaria farebbe meglio a non frequentare il Bar Sport della battuta a tema libero, dove nell'ultimo anno è andato a infrangersi il prestigio di tanti scienziati, e che da domani una sua studentessa potrebbe giustificare la scena muta all'esame affermando di sentirsi strutturalmente insicura? Forse ci ha pensato, ma è talmente uomo che proprio non riesce a tenere a freno la sua spavalderia.

Luigi Mascheroni per "il Giornale" il 22 ottobre 2021. Dura, durissima la vita dell'intellettuale. Basta un niente e da maître à penser precipiti alla categoria, senza appello, di «cretino». Guarda cosa è successo a Massimo Cacciari, uno che peraltro legge Heidegger in lingua, o a Giorgio Agamben... Hanno dubbi sul Green pass? Anche un Gramellini qualsiasi o una studentessa fuori corso può irriderli. Del resto basta pensare al caso Carlo Freccero. Per trent'anni ci hanno detto che era un genio, un guru, il migliore di tutti, mago assoluto della comunicazione, il filosofo della televisione, uno dal quale si può solo imparare quando parla di giornalismo. Poi è bastato manifestasse una perplessità su come è stata gestita l'informazione sul Covid, ed è diventato un cialtrone, un vecchio rimbambito da invitare nei talk show nella parte dello zio scemo. E ora tocca ad Alessandro Barbero, fino a ieri il più grande comunicatore - sbarra - divulgatore del Paese, il «prof» che tutti gli studenti vorrebbero avere, il nipote intelligente di Piero Angela, un campione della scuola, salvatore dei nostri figli che studiano sui suoi podcast. Poi ha inopinatamente ventilato un leggerissimo dubbio sull'imposizione del Green pass in Università, ed è scivolato dall'Empireo degli intellettuali al Purgatorio: «Vade retro, Barbero!», «Ma cosa sta dicendo!?». «Scandalo!». «Una persona così a modo...». «Da lui non ce lo saremmo mai aspettato». «Si è rimbecillito!». «Peggio: è diventato di destra...». Neanche il tempo di tornare da trionfatore dal Salone del Libro di Torino, seguitissimo e applauditissimo dal pubblico, ed è precipitato all'Inferno. Ieri, sulla Stampa, ha rilasciato un'intervista in cui, provando a spiegare il perché le donne restano più indietro degli uomini nella corsa al potere e nel fare carriera, si domandava se non fosse possibile che, in media, «le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?». «Vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest' ultima più difficile avere successo in certi campi». Oh my God! Non serve leggere tutto l'articolo, è sufficiente un post sui social con la frase incriminata per scatenare l'indignazione digitale e le peggiori accuse di sessismo. Conseguenze: linciaggio mediatico (!), richiesta di pubbliche scuse (!!), ingiunzione alla Rai di sospendere immediatamente ogni collaborazione con il colpevole (!!!). Peccato. Era il migliore, l'intellettuale più amato dall'intellighenzia, un modello di democrazia e progressismo. Poi ha buttato lì due opinioni, ma di quelle fuori dal mainstream, che non piacciono soprattutto a Sinistra - area peraltro dove il fascismo culturale abbonda - ed eccolo lì, il «prof» Barbero. Cacciato nell'angolo dei ripetenti. Che vergogna (e non sappiamo se più per lui o per gli altri).

Mirella Serri per “La Stampa” il 22 ottobre 2021. L'economista Achille Loria sosteneva che le donne non in grado di eccellere nelle arti o professioni - ad esempio non geniali coi pennelli o nell'anamnesi medica - era meglio si dedicassero solo a fare le mogli. Gramsci coniò la riprovevole categoria di «lorianesimo»: vi rientravano gli intellettuali che davano voce alle pulsioni «più irrazionali del Paese». Oggi lo storico Alessandro Barbero merita l'appellativo di nipotino di Loria. Su La Stampa di ieri ha pontificato a proposito di donne «lontane da un'effettiva parità in campo professionale». E si è chiesto se non vi «siano differenze strutturali fra uomo e donna». Con analoghi presupposti il Duce ha schiacciato le donne sotto il tacco dei suoi stivali e ha loro impedito di accedere a molte professioni. Per Lui erano gli «orinatoi» degli uomini. Come Loria, Barbero sposa le «posizioni più irrazionali» e parla alla pancia del Paese. 

Barbero e le donne, perché stupirsi della gaffe? L'ultima uscita di Alessandro Barbero sulle donne che faticano a trovare il giusto spazio nel mondo del lavoro a causa di «differenze strutturali» con gli uomini sembrano uscite da un rotocalco paternalista degli anni 50. Ma la domanda è: perché chiedergli opinioni su temi di cui non ha competenza? Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 21 ottobre 2021. Diciamocelo chiaramente: le parole di Alessandro Barbero sulle donne che faticano a trovare il giusto spazio nel mondo del lavoro a causa di «differenze strutturali» con gli uomini, ovvero per quella «mancanza di aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi» sembrano uscite da un rotocalco paternalista degli anni 50 o da una freddura della Settimana Enigmistica, considerazioni non proprio all’altezza di un uomo colto e spiritoso come il professore torinese. Un divulgatore dal grande talento (e narcisismo) che molto spesso si esprime su temi di attualità come il ad esempio il green pass su cui ha espresso una posizione molto critica. L’intervista rilasciata alla Stampa ha generato la prevedibile cagnara di insulti e ma anche molto stupore tra i fan di Barbero, disorientati e avviliti dalla sua infelice uscita. Poi però uno si chiede perché mai un brillante docente di storia medievale (non il ministro delle pari opportunità), dovrebbe illuminarci sui problemi della società contemporanea, perché chiedergli opinioni su temi di cui non ha gran competenza? È un po’ come domandare a Cristiano Ronaldo pareri sulla crisi in Yemen o a Dacia Maraini una scheda tecnica sul campionato di calcio turco. E poi sorprendersi della risposta. In questo caso il parere di Barbero vale come quello di chiunque altro, dimostrandoci che anche le persone molto intelligenti sanno dire cose molto stupide.

Silvia Francia per "La Stampa" il 21 ottobre 2021. Il potere declinato al femminile. Nella storia i casi sono rari ma, forse anche per questo, eclatanti. Su queste significative «emergenze» - che affiorano da un canone tutto al maschile - si concentra Alessandro Barbero per la nuova serie delle sue lezioni al grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino. «Donne nella storia: il coraggio di rompere le regole» è il titolo delle tre lezioni, centrate su tre figure emblematiche, ciascuna a suo modo detentrice di potere o, comunque, carismatica e influente come madre Teresa di Calcutta, protagonista della seconda tappa di un percorso che si inaugura (oggi alle 18) con Caterina «la grande» di Russia e si chiude con Nilde Iotti.

Caterina, invece, chi era?

«È un caso eccezionale che coniuga ambizione e capacità di affermarsi. Era una principessa prussiana di 15 anni quando partì per la Russia per sposare lo zar e riuscì a detenere il potere per una trentina d'anni, con un governo da autocrate, pur dichiarandosi repubblicana ed essendo amatissima dagli Illuministi». 

Barbero, arrivando a oggi, come mai, secondo lei, le donne faticano tanto non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere pari retribuzione o fare carriera?

«Premesso che io sono uno storico e quindi il mio compito è quello di indagare il passato e non presente o futuro, posso rispondere da cittadino che si interroga sul tema. Di fronte all'enorme cambiamento di costume degli ultimi cinquant'anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione. Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un'effettiva parità in campo professionale.

Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest'ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. 

Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c'è chi dice: "Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore". Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi».

Non pensa che un mondo storicamente dominato dai maschi - con le caratteristiche di cui lei parla - opponga resistenza all'ascesa delle donne e tenda ancora a escluderle dai ruoli di comando, a ostacolarle in modo più o meno esplicito?

«Se così è, allora è solo questione di tempo. Basterà allevare ancora qualche generazione di giovani consapevoli e la situazione cambierà».

A proposito di «cose impopolari», sulla questione Green Pass, lei si è espresso - a sfavore - e si attirato non poche critiche. Ha cambiato idea?

«Le critiche ho evitato di leggerle e di ascoltarle. A volte qualcuno mi riferisce cosa è stato detto, ma direi che non mi turbano. In merito alla questione, resto della mia idea, ovvero che non mi piace l'obbligo di Green Pass per accedere ai mezzi pubblici o, peggio, per poter lavorare e ancor meno mi piace che i datori di lavoro debbano diventare controllori.

Ciò detto, io mi sono vaccinato, sia pure con qualche timore, e il Pass ce l'ho. Trovo che sia molto pericoloso questa idea che esistano due fazioni schierate su fronti opposti, una contro l'altra armata. La realtà è più complessa. Io stesso, su certi temi mi trovo d'accordo con il governo e altre con l'opposizione».

Si parlava di destra e sinistra, come vede l'esito del voto a Torino?

«Mi ha molto stupito, ero straconvinto che avrebbe vinto Damilano. Per quanto mi riguarda, ho sostenuto Angelo d'Orsi perché rappresentava l'autentica candidatura della sinistra. Gli altri sono entrambi dei moderati».

Alessandro Chetta per corriere.it il 6 settembre 2021. Centinaia di docenti universitari contro il Green pass. L’appello è stato divulgato lo scorso venerdì e firmato da non pochi professori, vaccinati e non, per dire «No al Green pass». Tra questi anche lo storico torinese, noto divulgatore televisivo, Alessandro Barbero, che insegna all’Università del Piemonte orientale a Vercelli. 

Al convegno Fiom. Il 4 settembre, in un convegno Fiom-Cgil organizzato a Firenze, Barbero si era espresso così in merito al provvedimento di governo: «Un conto è dire “Signori abbiamo deciso che il vaccino è obbligatorio perché è necessario e di conseguenza adesso introduciamo l’obbligo”, io non avrei niente da dire su questo. Un altro conto è però dire ‘no, non c’è nessun obbligo, per carità...semplicemente non puoi più vivere, non puoi più prendere treni, non puoi più andare all’università. Però - sottolinea con ironia - non c’è l’obbligo nel modo più assoluto...e il green pass serve per questo, non per indurre la gente a vaccinarsi col sotterfugio...’». E poi conclude: “Credo che Dante il girone degli ipocriti avrebbe trovato modo di riempirlo fino a farlo traboccare, scegliendo tra i nostri politici di oggi». 

Le firme online. Nell’arco delle ultime ore si è più che raddoppiato il numero dei sottoscrittori della petizione online raggiungendo quasi la soglia delle 300 adesioni, che proseguono e sono visibili sul sito dei docenti critici sull’obbligo di presentare il certificato verde.

Il ministro. «Bisogna pensare agli altri in questo momento e non a se stessi - commenta il ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, a Radio 24 - Esiste una libertà collettiva che ha prevalenza e il mondo dell’università è quello dove la dialettica è forse al suo massimo. Gli studiosi sono persone, hanno le loro opinioni e convinzioni: io li ascolto assolutamente perché credo serva sempre ascoltare, ma poi bisogna tenere ferma la barra e andare avanti».

I promotori. «L’appello - spiegano i promotori - intende ribadire il ruolo inclusivo dell’università, sottolineare quanto il green pass rappresenti uno strumento discriminatorio, dai complessi contorni applicativi e un pericoloso precedente di penalizzazione per studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. L’auspicio - concludono - è che tanti altri colleghi continuino a sottoscrivere l’appello per garantire il più ampio dibattito nell’accademia e per dire no a ogni tipo di discriminazione». 

Roberta Scorranese per il "Corriere della Sera" l'8 settembre 2021.  

Professore (Alessandro Barbero nda) , facciamo chiarezza?

«A me sembra che l’appello che ho firmato sia chiaro». 

Parliamo dell’appello sottoscritto da centinaia di docenti universitari per dire no al green pass obbligatorio negli atenei. Ma la sua scelta ha acceso polemiche durissime.

«Qualcuno mi presenta come una specie di superstizioso fanatico contrario ai vaccini. Ma nell’appello che ho firmato non si parla affatto dell’utilità dei vaccini, anzi si dice chiaramente che molti dei firmatari sono vaccinati, me compreso. Il problema che mi preoccupa è l’obbligo del green pass per gli studenti che dopo aver pagato fior di tasse universitarie sono esclusi dalle lezioni se non hanno il certificato. Anche se in verità una preoccupazione più generale nel manifesto c’è, posso dirla?».

Prego.

«C’è nel testo un accenno anche al mondo del lavoro in generale: non si tratta di essere indifferenti alla sicurezza di chi lavora, ma ci sono misure umilianti di cui è impossibile vedere l’utilità: penso a quegli operai o poliziotti che non possono mangiare in mensa seduti accanto ai colleghi, con i quali, però, hanno lavorato fianco a fianco fino a un minuto prima». 

Che cosa temono i firmatari?

«La frase più importante dell’appello è la prima: siamo preoccupati perché la disposizione vigente “estende, di fatto, l’obbligo di vaccinazione in forma surrettizia per accedere anche ai diritti fondamentali allo studio e al lavoro, senza che vi sia la piena assunzione di responsabilità da parte del decisore politico”». 

È questo il punto, professore?

«Ma certo. Il governo ritiene di poter togliere alla gente diritti fondamentali, neppure civili o politici, ma umani, come quello di accedere a un ospedale o a una lezione universitaria, e considera la cosa irrilevante, tanto da non far sentire una parola per dire almeno che è preoccupato e dispiaciuto di doverlo fare, e senza prendersi la responsabilità di rendere obbligatorio per legge il vaccino, misura con cui io, sia pure non senza dubbi, alla fine sarei d’accordo».

Carenza di dibattito serio?

«Vivere in un Paese in cui non si può salire su un treno o entrare in un ufficio pubblico o andare all’università se non si possiede un pezzo di carta che però — per carità! — non è assolutamente obbligatorio, è surreale e inquietante. Chi si preoccupa di questa violazione dei diritti magari esagera, e io sarei ben contento di discutere con chi pensa che nella situazione che stiamo vivendo si tratti di preoccupazioni troppo astratte. Invece tutto questo avviene senza un dibattito pubblico equilibrato, e in mezzo alla canea degli insulti da una parte e dall’altra, e questo è addirittura terrificante». 

La sua resta una posizione forte.

«Io sono un professore universitario e i miei datori di lavoro sono i miei studenti. Se io vedo che fra i miei studenti c’è preoccupazione e indignazione per l’obbligo del green pass per entrare all’università, io ho il dovere morale di esprimere la mia posizione. Tanti colleghi hanno una posizione diversa, compreso il rettore della mia Università, e fanno bene a esprimerla pubblicamente: l’Università è appunto il posto in cui si cerca la verità senza pretendere di averla già in tasca, e si affrontano i dubbi, anziché tacitarli».

Quanti insulti ha ricevuto?

«Pochissimi. Lettere di gente che si dice delusa e non capisce, parecchie. E tante di persone che mi ringraziano, e non di barbari superstiziosi, ma di persone di tutti i generi, compresi colleghi specialisti di Medicina e di Giurisprudenza».

Quanto è ampio il fronte delle Università contro il green pass. Sara Dellabella su L'Espresso il 7 settembre 2021. L’appello firmato dal professore Alessandro Barbero e dagli altri studiosi è solo una delle tante forme di protesta. Che si alimentano anche con gruppi di studenti organizzati in Rete, movimenti no vax, complottisti e avvocati che fiutano l’affare. E non solo. Mentre il Green Pass diventa legge dello Stato, monta la protesta degli Studenti no vax contro quella che definiscono una politica discriminatoria che tende ad escludere dalla vita pubblica chi non è in grado di esibire il certificato vaccinale. Gli universitari raccolti in numerosi gruppi Telegram, da settimane sono sul piede di guerra e hanno messo in campo diverse iniziative, finite presto nel dimenticatoio. L'ultima riguarda l'appello contro l'obbligo di Green Pass sottoscritto da 400 studiosi, ricercatori e dal professore Alessandro Barbero, docente e volto della storia raccontata in tv, che definisce il certificato verde un “sotterfugio” per costringere gli studenti alla vaccinazione. Ma uno degli accademici che più si sta spendendo è Paolo Gibilisco, matematico di Tor Vergata, che rifiuta la definizione di no vax, ma assume quella di “dubbioso”. Per comunicare sceglie Twitter, dove è seguito da 10 mila persone. Ma da nord a sud, le iniziative si moltiplicano di ora in ora. Lettere ai Rettori, appelli, diffide legali, manifestazioni in piazza e fuori gli Atenei. Una parte di studenti, seppure minoritaria, rigetta la logica che senza green pass si venga esclusi dalla vita universitaria, fatta di esami, ma anche di laboratori e lezioni in aula. Tra i contestatori ci sono i no vax convinti, ma anche chi ne fa una questione di diritto. «Se non esiste un obbligo vaccinale, non possono esserci limitazioni al mio partecipare alla vita pubblica e nel caso dell'Università. Se pago le tasse perché non ho gli stessi diritti di un vaccinato?» racconta Marco, studente di Giurisprudenza de La Sapienza. Ma nelle chat Telegram, sono molti quelli che credono che il Covid non sia altro che un complotto mondiale. Graziella scrive: «Sento parlare di un piano del transumanesimo da almeno 30 anni, ci vogliono trasformare in robottini e non mi vaccinerò». Le fa eco Kris: «Lo scopo del vaccino è avere il controllo su tutti gli esseri umani, creando una classe privilegiata di potenti e una massa senza diritti, se non elargiti su concessione». Poi nel gruppo “Sapienza contro il green pass” c'è Marco che insieme al fratello Andrea ha depositato presso la questura di Mesagne (Brindisi) una querela nei confronti del Presidente della Repubblica chiedendo alle autorità di verificare l'intervento all'Università di Pavia, in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico. Sotto accusa è finita la dura presa di posizione di Mattarella contro chi: «Invoca la libertà per non vaccinarsi, perché quell'invocazione corrisponde a mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso la vita altrui» e poi riferendosi ai no vax, il Presidente ha condannato le espressioni di violenza e minacce che affiorano in questo periodo contro medici, scienziati e giornalisti, che «sono fenomeni allarmanti e gravi. Vanno contrastati con fermezza e sanzionati con doveroso rigore». I due fratelli pugliesi sono diventati degli esempi e molti si dicono pronti a presentare denunce simili contro il capo dello Stato e il presidente del Consiglio Mario Draghi. Nelle settimane scorse altre querele sono partite all'indirizzo di Roberto Burioni e il presidente dell'Ordine dei Medici, tutti accusati di alimentare un clima d'odio verso i no vax. Con l'obbligo di Green Pass scattato il primo settembre, il prossimo rischia di diventare un autunno caldo per quella fronda resistente al siero vaccinale. Dopo un anno e mezzo di pandemia, che ha tenuto tutti lontani dalle aule, c'è voglia di tornare negli atenei, ma non a qualunque prezzo. È quello che emerge da ogni iniziativa che sta nascendo in giro per l'Italia. A Bergamo, la città che ha pagato il prezzo più caro al Covid, il Rettore ha ricevuto una lunghissima lettera anonima che inizia così: “Non ci qualifichiamo, non ci quantifichiamo. Potremmo essere 10, 100, 1000, 10.000. Ma anche se fossimo solo in due, dovrete fare i conti con la nostra presenza” e che prosegue “Esattamente novant’anni fa, nel 1931, venne imposto a tutti i professori universitari l'obbligo di giurare fedeltà al regime fascista, pena la destituzione dalla cattedra di cui erano titolari. Come ben sappiamo, solo 12 professori su 1.225 rifiutarono. Oggi il personale docente e non docente presente negli istituti universitari italiani ammonta a circa 125.600 persone: quanti di questi si rassegneranno ad accettare l'inaccettabile?”. Questo è uno dei passaggi più contestati della lettera, fulcro di tutte le teorie no vax che vedono dietro alla vaccinazione di massa l'imposizione di un nuovo ordine mondiale. Un complotto per annichilire la popolazione mondiale a una nuova dittatura, quella sanitaria. Ovviamente dalla lettera anonima, la Consulta degli Studenti ha preso immediatamente le distanze. Ma sono molte le iniziative in giro. Il gruppo “Studenti contro il Green Pass – Venezia” ha inviato una diffida a tutti i rettorati delle Università veneziane affinché sia garantito il libero esercizio del diritto allo studio: dalla frequentazione delle lezioni alla possibilità di usufruire della biblioteca. A dare supporto legale a tutti è l'avvocato Alessandro Fusillo, attivissimo nel sostegno alle ragioni del mondo no vax e no green pass. Sul suo sito è possibile scaricare una bozza di diffida ad adempiere (articolo 1454 del codice civile) che poggia sul presupposto legislativo che di fronte ad una regolare iscrizione all'università, vedersi impedito l'accesso, rappresenterebbe una violazione contrattuale e quindi le Università potrebbero essere chiamate a risarcire il danno. Sempre sul sito del legale è possibile partecipare ad azioni collettive dietro versamento di 100 euro sul conto corrente bancario belga del legale. E così via, da nord a sud, gli studenti promettono di non lasciare intentato nulla per vedersi garantito il diritto allo studio e rivendicare la libertà di scelta e autodeterminazione. Certo è che tra ragioni giuridiche e svarioni complottisti, la fronda “no green” si dà appuntamento, come sempre da due mesi a questa parte, sabato pomeriggio nelle piazze italiane contro il sistema, il transumanesimo, la dittatura sanitaria e per rivendicare il diritto di essere liberi contro un virus che ha ucciso più di 4,5 milioni di persone in tutto il mondo, di cui 129 mila solo in Italia.

Da “la Repubblica” l'8 settembre 2021. Caro Merlo, mi ha lasciato molto perplesso la firma del professor Alessandro Barbero all'appello, firmato da altri 400 professori, che definisce discriminatorio e anticostituzionale il Green Pass per studenti e docenti universitari. Lo stimo e, da convinto Sì Vax e Sì Green Pass, mi chiedo cosa lo abbia spinto. Anche perché, bando alle ipocrisie, è chiaro che non siamo più di fronte a una discussione tra pareri diversi. Ma a un confronto tra pareri ragionati, che tengono conto di dati scientifici, e pareri che si basano su paure, sensazioni o peggio strumentalizzazioni. Resta il tarlo di questa firma che non sono in grado di spiegare, se non con le debolezze e le incoerenze della natura umana. Tiziano Peres - Verona 

Risposta di Francesco Merlo

Anche Barbero, dopo Cacciari, Agamben e Vattimo, nobili intellettuali della Vieux Gauche, dà dignità e dunque - malgrado lui, malgrado loro - legittimità a una battaglia che in piazza degenera nella fascisteria della Nouvelle Droite. Non scomoderei Leopardi e la Natura per un'inadeguatezza travestita da impertinenza. E non c'entrano nulla Laocoonte, Spartaco, la Rivoluzione francese, l'illuminismo, Cromwell e Lincoln con una banalissima patente di vaccinazione in piena epidemia. Quando in banca chiedono un documento di identità, nessuno si appella a Rousseau e a Voltaire. Tra le malinconie d'epoca si segnala, in modo forte e serio, la fine della grande illusione italiana del professore di politica, dell'intellettuale addestratore di statisti, dei grandi accademici architetti del pensiero e sacerdoti della libertà.

Lodovico Poletto per "la Stampa" il 17 settembre 2021. La bordata era scontata. Lui, che aveva firmato l'appello dei 600 docenti contro il Green Pass. Che aveva definito «ipocrita» l'idea dell'obbligatorietà. Lui, comunicatore da migliaia di followers sul web, docente di Storia medievale all'università del Piemonte Orientale, Alessandro Barbero, diventato suo malgrado (e per via di quella firma) bandiera di un mondo nel quale non si identifica per nulla, nel giorno in cui il governo rende il certificato verde obbligatorio per tutti i lavoratori, punta dritto sulla sinistra. Rea di aver consegnato - con il provvedimento varato ieri dal Consiglio dei ministri - «il controllo dei dipendenti al datore di lavoro». Lo dice un attimo prima dell'appuntamento elettorale di un altro monumento del mondo accademico non soltanto piemontese, Angelo D'Orsi, storico come Barbero, candidato sindaco a Torino per la colazione a sinistra del Pd e che raggruppa Potere al Popolo, Partito Comunista Italiano e Sinistra in Comune. Prima Barbero puntualizza: «Non voglio più dare interviste sul Green Pass». Ma poi si ferma, parla e risponde a tutte le domande che gli vengono fatte.

Professor Barbero, allora che cosa ne pensa delle decisioni del governo?

«Che non è assolutamente quello che mi sarei aspettato che venisse approvato quest' oggi».

Ma era nell'aria. Perché tanto stupito?

«Perché devo dire che da sinistra l'idea di affidare alle aziende un compito di controllo dei loro lavoratori è una cosa rischiosa. Che va contro tutta una tradizione che la sinistra ha cercato di evitare. E cioè che gli imprenditori avessero troppo potere di controllo su quello che fanno i loro dipendenti. Quindi, personalmente, questa cosa mi preoccupa un po'. E non è certamente quello che avrei voluto».

Avrebbe voluto l'obbligatorietà del vaccino?

«Era un provvedimento più coraggioso. E giusto».

Ma non sono la stessa cosa Green Pass o vaccino obbligatorio?

«Beh, la risposta datevela da soli. Mi sembra chiaro come stanno le cose».

Però, qui, oggi, qualcuno ha detto che sono la stessa cosa: non è d'accordo?

«Non voglio più fare interviste su questo tema: ho detto molto chiaramente quel poco che penso. Sono cose sofferte e piene di dubbi». 

Ancora una domanda: c'è una resa della sinistra?

«Si stanno facendo delle cose che è legittimo che la sinistra consideri con qualche preoccupazione. E sulle quali si dovrebbero chiedere chiarimenti».

Preoccupato?

«Viviamo in un'epoca in cui ci preoccupiamo del fatto che i governi possano esigere una sorta di fedeltà da parte dei cittadini senza assumersi fino in fondo le loro responsabilità» 

Si aspettava una reazione così forte alle cose che ha detto sul green pass?

«Non me lo aspettavo. E questo dimostra quanto poco conosco l'epoca in cui stiamo vivendo».

Però da intellettuale ha sollecitato una riflessione e aperto un dibattito. Non è vero?

«Gli intellettuali sono quelli che provano a metter in fila i pensieri, a dare una collocazione logica agli stessi. Poi, però, capita come con Cacciari, che dice una cosa particolare e apriti cielo».

Professore lei ha detto recentemente che la classe politica di oggi trabocca di ipocriti. Sempre della stessa idea?

«Ogni epoca si ha un po' quel tipo di percezione. Mi colpisce che questa classe politica non si assuma responsabilità».

È sempre di sinistra?

«No ho mai nascosto di esserlo. Anzi, sono molto di sinistra».

Salviamo il soldato Barbero dalle purghe e la pubblica gogna. Dopo la gaffe del professore sulle donne, Michele Anzaldi, onorevole di Italia Viva, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, arriva a chiedere l'interruzione di «tutte le collaborazioni presenti e future con il professor Barbero». Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 22 ottobre 2021. Va bene, definendo le donne strutturalmente «meno spavalde e sicure di sé degli uomini», Alessandro Barbero ha detto una sciocchezza d’altri tempi. A 24 ore di distanza dall’intervista incriminata su La Stampa è probabile che lui stesso si sia accorto della gaffe e pentito di aver pronunciato quelle parole. Le regole della comunicazione sono diverse da quelle della divulgazione e del racconto storico, e Barbero sta imparando a sue spese quanto sia pericoloso uscire dalla propria confort zone. Si rischia, come è effettivamente successo, di perdere il controllo del discorso e di finire in pasto ai branchi di lupi affamati che scorrazzano sul web. Con l’automatismo del cane di Pavlov schiere di ex ammiratori sono ora costretti a riposizionarsi e, con la tipica rabbia degli amanti traditi, stanno ricoprendo di insulti e contumelie il povero professore; alcuni annunciano anche il boicottaggio. «Misogino», «maschilista», «sessista», «una grande delusione», «non seguirò mai più c’è poi un suo corso», «con me ha chiuso». La senatrice Monica Cirrinà, femminista con tutte tranne che con la sua cameriera, mette in guardia: «Sono parole molto pericolose», mentre sul Fatto Quotidiano, sempre sul pezzo, sempre all’avanguardia quando si tratta di spargere guano, viene addirittura accusato di volerci «propinare un medioevo 2.0». In questa sguaiata gogna pubblica c’è poi chi riesce a distinguersi per meschinità e sciacallaggio. Stiamo parlando di Michele Anzaldi, onorevole di Italia Viva, segretario della Commissione di Vigilanza Rai, il quale ha chiesto alla presidente Marinella Soldi di interrompere «tutte le collaborazioni presenti e future con il professor Barbero». Pura follia. E non è detto che il Cda non gli dia ragione.

Alessandro Barbero è un intellettuale. E chi non ne tiene conto è in malafede. Luca Bottura su L'Espresso il 14 settembre 2021. Sui social intellettuali e accademici sono inseguiti dalle bugie infamanti solo perché non si piegano alla vulgata maldestra di chi per sovrammercato è politicamente irrilevante. Il vostro scriba non è un intellettuale. Pigia i tasti in un italiano forse plausibile, talvolta con presunta sagacia, più spesso in modo goffo, ma non ha studiato abbastanza. O forse è questione di hardware, va’ a sapere. In ogni caso, si applica a questioni semplici con argomentazioni semplici. Ad esempio, sul Green Pass, si contenta. Ossia: sarebbe a favore dell’obbligo vaccinale, certo. E sa bene che il codice Qr è un apostrofo verde tra le parole “con la Lega al Governo” e “non si poteva”. Però si occupa, come viene, anche di comunicazione. E sa bene che l’obbligo (sacrosanto, necessario, coperto dalla Costituzione in modo esemplare) avrebbe portato i soliti liberali alle vongole a strillare contro lo Stato di Polizia. Dunque, che il Signore o un suo superiore, tipo il generale Figliuolo, protegga e diffonda il Green Pass. Alessandro Barbero, il professor Alessandro Barbero, la rockstar della divulgazione Alessandro Barbero, è invece un intellettuale. Colto. Profondo. Sfaccettato. Perciò in grado di approcciare il tema da una posizione laterale eppure diretta. Dice, Barbero, che il Green Pass è ipocrita e che avrebbe voluto l’obbligo. Per questo ne contesta la diffusione negli atenei. Mai creduto alla sciocchezza (apocrifa) di Voltaire secondo cui si dovrebbe dare la vita perché un altro esprima la sua opinione, e non la darei neppure per quella di Barbero. Che non condivido. Ma lui gioca un altro campionato. E tarare le sue opinioni su quelle di chiunque, ad esempio il sottoscritto, sarebbe sbagliato. A meno che non si sia in malafede. A meno che non si voglia punire Barbero, l’amato Barbero, l’ecumenico (fin lì) Barbero, perché nei giorni precedenti aveva appoggiato, e non poteva essere altrimenti, la posizione del professor Tomaso Montanari sulle foibe: una corretta contestualizzazione storica - prima c’era stato il protettorato di Lubiana, dove i fascisti avevano usato i civili come piattelli - che non negava il dramma cagionato dai comunisti titini ma mirava a restituirgli una prospettiva storica. Solo che Montanari è un nemico della polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali, e la squadretta di lotta e sottogoverno gliel’ha fatta pagare in tutti i luoghi e in tutti i laghi appiccicandogli l’etichetta del revisionista. Sul tema, il revisionismo vero è quello di chi insiste con la favola degli “italiani brava gente”. Ma, soprattutto, la vicenda era stata sventolata in modo del tutto strumentale, a freddo, per far scontare allo stesso Montanari la sua ostilità a certe nomine pubbliche che non condivideva. A questo siamo: il dissenso annichilito, le vendette mafiose per interposto tweet, intellettuali e accademici inseguiti dalle bugie infamanti solo perché non si piegano alla vulgata maldestra di chi per sovrammercato è politicamente irrilevante. Ma mena. Sarebbe ora che qualcuno se ne accorgesse anche nelle redazioni dei giornali, che corrono dietro al web e alle polemiche create dai troll dei social su mandato degli uffici stampa pagati da noi. Perché intossicare il dibattito in questo modo non è degno di un Paese democratico. E comunque il green pass fatelo. Serve. Dopo essere scese in piazza per manifestare a favore dei diritti civili, le donne afghane hanno lanciato sui social una campagna contro le restrizioni del nuovo regime talebano che impone rigide regole anche sul codice di abbigliamento. L'hashtag è #DoNotTouchMyClothes ("Non toccare i miei vestiti"). Le donne hanno postato foto e video con abiti dai colori vivaci, caratteristici della tradizione afghana, in segno di opposizione al burqa. Un gesto di rivendicazione della propria cultura e della libertà. La campagna è nata da un'idea di Bahar Jalali, ex docente di storia all'Università americana di Kabul, che per prima ha condiviso una foto indossando un tradizionale abito verde. "Questa è la cultura afghana", ha scritto. In tante hanno accolto la proposta e hanno deciso di seguire Jalali nell'iniziativa. In poco tempo, #DoNotTouchMyClothes è diventato virale sul web.

LE BUGIE PARTIGIANE DI BARBERO AL FESTIVAL DELLA MENTE. Paolo Asti (Portavoce Nazionale CulturaIdentità) il 5 Settembre 2021 su culturaidentita.it su Il Giornale. Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea, quasi che nel mondo scientifico non esistessero delle competenze specialistiche tali da rendere impossibile agli storici di occuparsi di tutto lo scibile vissuto dall’uomo. Ormai Barbero è l’appuntamento che il pubblico attende come lo Spritz della sera, buono bianco, con il campari o aperol, a seconda dei gusti, ma sempre con l’orgoglio di avere la tessera del partito comunista con la firma di Berlinguer. Niente di male per carità, perché ognuno ha il diritto di essere orgoglioso per quel che gli pare, ma quello che ci attendiamo da anni è che il Festival della Mente faccia cultura grazie al confronto, invece, qualsiasi sia il tema, la visione è sempre a senso unico. Ho molto apprezzato come il sindaco di Sarzana Cristina Ponzanelli ha gestito nei giorni scorsi il centesimo anniversario dei Fatti del 21 luglio del ’21, partecipando e garantendo, nei vari appuntamenti, la pluralità del dibattito, andando anche per alcuni aspetti contro parte della sua maggioranza. E’ questo lo stile che vorremmo da un’istituzione pubblica e da chi si occupa della direzione artistica di un festival. Invece, nel momento in cui si cerca di compiere un revisionismo o del riduzionismo vergognoso, alla Montanari, ecco che Barbero ci racconta sulla stampa nazionale che: “il Giorno del Ricordo è una tappa di una falsificazione storica”. Consiglio a Barbero e a tutti quelli che lo seguono di riascoltare il discorso del Presidente Mattarella di due anni fa nella giornata dedicata alle vittime di quelle barbarie e in particolare un passo: “Non si trattò come afferma qualche storico revisionista o riduzionista di una ritorsione ai torti subiti dai fascisti perché tra le vittime ci furono uomini, impiegati, operai e prelati quanto più lontani dal fascismo e fino anche militanti comunisti, verso cui si riversò un odio intollerabile etico e sociale…” Uno storico che afferma: “i partigiani titini stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata.” non afferma una convinzione frutto della ricerca e della libertà di pensiero ma un falso con cui un qualsiasi studente verrebbe invitato a tornare un’altra volta a ridare l’esame di storia contemporanea. L’auspicio per la prossima edizione è quello di invitare, se non un contradditorio che capisco non rientri nello stile del Festival , almeno qualche storico che, come scrive Maurizio Crippa vice direttore del Foglio, riferendosi alle risposte all’intervista di Barbero a Il Fatto quotidiano come “ .. ubriacatura ideologica. Un’intervista al barolo, si sarebbe detto un tempo, oggi più banalmente un’intervista al Barbero.”

L’altra storia del Sud. Caro professor Barbero, su Garibaldi e l’unità diciamola tutta…di Michele Eugenio Di Carlo su nuovarivistastorica.it. Pubblicato il 4 marzo 2020 su «Il Sud on line».

Professor Alessandro Barbero, essendo lei uno degli storici medievisti più accreditati, perché non lascia la storia del nostro processo unitario a specialisti già in evidente difficoltà? In un suo famoso intervento divulgato dal canale YouTube dal titolo “La verità su Garibaldi”, lei tentando di riproporre la figura dell’“Eroe dei due mondi” dice molte verità. Ma da quelle stesse verità che lei racconta, omettendone altre che le dirò, il personaggio Garibaldi al vaglio attento dello studioso e dello storico, al di là delle “leggende truffaldine”, non esce affatto fortificato come repubblicano, come patriota, come politico. Lasci allora che un modesto studioso non accademico, non “educato” a frequentare studi televisivi importanti e spesso definito impropriamente “neoborbonico”, spieghi cosa Lei non ha vagliato, forse intenzionalmente, della figura di Garibaldi. Il Giuseppe Garibaldi, ricordato in tutta Italia con statue, intitolazioni di vie e di piazze, godeva di uno stretto legame che lo vincolava alla Gran Bretagna, potenza coloniale che aveva forti interessi politici e commerciali da difendere nel Mediterraneo e che non si era mai fidata di Ferdinando II scatenandogli contro una spietata campagna denigratoria, i cui effetti persistono ancora oggi nei testi di storici assurdamente ancorati ad una storiografia ufficiale liberale sabauda. L’idea di preparare una invasione militare in Sicilia non era stata di Garibaldi. In una lettera del 5 maggio ad Agostino Bertani, pubblicata l’8 maggio 1860 sul “Pungolo”, è lo stesso Garibaldi a renderlo noto. Anche per Camillo Benso Conte di Cavour, non era il momento propizio per sostenere i moti siciliani e impegnarsi nell’organizzazione di una spedizione militare in Sicilia, per le ragioni che lei stesso ha esposto. Infatti, il suo collega Pietro Pastorelli, professore emerito di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Roma “La Sapienza” e presidente della Commissione del Ministero degli Esteri per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani, dopo aver consultato l’ultima edizione completa dei Carteggi di Cavour e i documenti editi dagli archivi inglesi, francesi, e prussiani, non ha lasciato alcun dubbio sul fatto che sia stato il Regno Unito ad incoraggiare e sostenere l’azione militare in Sicilia. Gentile professor Barbero, il ruolo della Gran Bretagna non è un elemento irrilevante nella ricostruzione storica della figura di Garibaldi. Le critiche della Gran Bretagna al trattato franco-sardo del 24 marzo erano note, l’annessione della Savoia e di Nizza alla Francia aveva raggelato i rapporti tra Londra e Parigi e indotto il Governo inglese ad emettere un giudizio di totale inaffidabilità sul Conte di Cavour. Il pericolo che si potessero riaprire le porte d’Oriente alla Russia a cui il Regno delle Due Sicilie era particolarmente legato e che la Francia potesse allargare la sua influenza anche in Italia meridionale, mettevano in discussione l’egemonia economica e commerciale della Gran Bretagna nel Mediterraneo. Già il 5 aprile Cavour, sospettando l’azione inglese nell’insurrezione di Palermo, contattava telegraficamente d’Azeglio, ambasciatore a Londra, affinché indagasse su un’eventualità del genere. Qualche giorno dopo d’Azeglio, sempre in contatto con il Primo Ministro inglese Palmerston, riferiva al Conte che l’atteggiamento di sfiducia nei suoi riguardi non era affatto mutato e che ulteriori altre annessioni italiane favorite dalla Francia non sarebbero state accettate dall’Inghilterra. Pastorelli deduce dai comportamenti la linea seguita dagli inglesi; una linea che si risolse nel sostenere con un accordo segreto l’operazione militare di Garibaldi nel sud Italia senza nemmeno contattare il Primo Ministro sabaudo di cui Palmerston non si fidava. Naturalmente, il sostegno a Garibaldi doveva essere negato anche di fronte all’evidenza per evitare reazioni di Francia, Austria, Russia e Prussia. Il 30 aprile, il ministro degli Esteri inglese Russel trasmetteva all’ambasciatore Hudson le istruzioni sulla linea politica che il Governo torinese avrebbe dovuto seguire per andare incontro agli interessi inglesi. Londra desiderava il non intervento di Torino nelle questioni riguardanti il Regno delle Due Sicilie, perché convinta che un intervento diretto del Piemonte avrebbe comportato l’intervento armato dell’Austria e per reazione quello della Francia a difesa di Torino. Un’eventualità del genere avrebbe comportato l’ulteriore cessione di territori italiani alla Francia (Liguria o Sardegna) e uno squilibrio nella prevalenza inglese del Mediterraneo. Questa la ragione precisa per cui l’Inghilterra si apprestava a sostenere l’impresa azzardata e “piratesca” di Garibaldi. Ed era questo anche il motivo per cui Garibaldi cambiava diplomaticamente atteggiamento nei riguardi di Cavour, dopo la frattura dei loro rapporti seguita alla cessione di Nizza. Finanche lo storico Giuseppe Galasso ha apprezzato il comportamento opportunistico di Garibaldi in quel frangente, scrivendo che aveva «lucidamente inteso le condizioni» che potevano agevolare la sua impresa, mantenendo a ogni costo «il rapporto con Torino, per averne l’appoggio diplomatico e militare». A questo punto professor Barbero, il Garibaldi socialista, repubblicano di cui lei parla già appare come una figura sfumata e dai contorni ambigui. Non solo perché tradisce i suoi ideali, ma perché come scrive il suo compianto collega Galasso è costretto a dimostrare «di non procedere nel Mezzogiorno ad alcuna sovversione dell’ordine sociale, garantendo insieme l’opinione pubblica europea e la borghesia meridionale». Garibaldi, temendo impedimenti e ostacoli, vince la forte inimicizia e scrive a Cavour un messaggio per coinvolgerlo nell’impresa. Convocato il 2 maggio a Bologna, incontra Vittorio Emanuele II e Cavour, illustra i piani dell’impresa, conferma l’appoggio inglese, riceve l’approvazione sotto copertura del Re e del Primo Ministro. Professor Barbero, l’altro suo collega Eugenio Di Rienzo, accademico esperto, direttore della “Nuova Rivista Storica”, noto docente di Storia Moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, riprendendo una lettera di Massimo d’Azeglio all’ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, riporta alla luce che il vero piano affidato da Cavour all’ammiraglio era quello di condurre «una guerra non dichiarata, sotto neutralità apparente, contro Francesco II». Da quanto riportato si evince chiaramente che il Conte sosteneva un’azione illegale, contro il diritto internazionale, temendone le ripercussioni a livello europeo. Quindi, il compito di Persano non era quello dichiarato di avversare il progetto, ma di fornire assistenza a Garibaldi e a tutte le spedizioni successive di uomini e di mezzi, ponendo tutti gli impedimenti possibili alla reazione della flotta borbonica, anche al costo di continuare a corrompere gli ufficiali napoletani favorendone il trasferimento sotto le insegne della Marina dei Savoia. Professor Barbero, come Lei riferisce, i Mille non erano Mille, ma è bene chiarire che Garibaldi è uno strumento in mano alla Gran Bretagna, affiancata da un Regno di Sardegna che agisce in maniera indegna. Professor Barbero, il tanto vituperato legittimista Giacinto de’ Sivo si sbaglia forse quando, parlando di Cavour, afferma che era un «ipocrita istigatore di guerra civile cui fingeva di deplorare, accennava a italianità, quasi non fossero italiani i combattenti pel diritto. Per esso erano italiani e compatrioti i ribelli, i traditori e i codardi che gli vendevano la patria […] »? Prof. Barbero, Garibaldi nelle sue “Memorie” così descrive l’approdo a Marsala dell’11 maggio 1860: «… la presenza di due legni da guerra Inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti de’ legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci; e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera d’Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; ed io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto». Professor Barbero, non la colpisce profondamente constatare che «l’eroe dei due mondi», il rivoluzionario Garibaldi, si riteneva «beniamino» di coloro i quali avevano issato in mezzo mondo la bandiera di quella Gran Bretagna che era ritenuta la più grande potenza coloniale e imperialistica al mondo, che solo da qualche anno aveva abolito lo schiavismo e il traffico di carne umana, che non esitava a passare per le armi i suoi nemici interni e esterni, che manteneva in condizioni di estrema povertà le classi proletarie, che permetteva che milioni di suoi sudditi emigrassero per la fame, che aveva un sistema carcerario tra i peggiori al mondo? Professor Barbero, non desta in Lei nessuna impressione il fatto che chi progettava di unificare l’Italia dal gioco straniero si affidava pienamente alla Gran Bretagna nel tentativo di sopraffare una legittima monarchia perfettamente italiana? Un Garibaldi non poteva andare oltre le semplici dichiarazioni di affezione, amicizia, simpatia e rivelare chiaramente quale fosse stato il ruolo degli inglesi nella spedizione anche se, come spiega ancora il suo collega Di Rienzo, la presenza della flotta inglese non solo nel mare di Sicilia era vista come una minaccia concreta sia dagli ufficiali della Marina napoletana sia da Francesco II e quasi sicuramente la decisione di approdare a Marsala era stata concordata da Garibaldi con i referenti del Governo inglese. E a proposito dei soldi necessari all’impresa bisogna anche qui chiarire meglio il ruolo della Gran Bretagna e della Massoneria. Infatti il 4 marzo 1861, quando l’Italia stava per essere unificata, il deputato John Pope Hennessy riaccendeva la discussione e contestava al Governo inglese di aver interferito nella vittoriosa impresa garibaldina, sostenendola militarmente, finanziariamente e diplomaticamente, mentre ufficialmente caldeggiava ipocritamente la linea del non intervento negli affari italiani. Secondo Pope le due navi della flotta inglese erano presenti nella rada del porto di Marsala col preciso compito di fornire il supporto necessario ad assicurare lo sbarco a Marsala degli uomini in camicia rossa. Pochi erano i dubbi sul coinvolgimento inglese nella conquista militare del Regno delle Due Sicilie; dubbi che si affievolirono del tutto quando lo stesso Pope rese nota la lettera con cui Vittorio Emanuele II aveva ringraziato il Governo inglese. Professor Barbero, come Lei afferma, Garibaldi “socialista” non piaceva a Karl Marx. Marx ed Engels seguirono con attenzione l’azione di Garibaldi, ma solo inizialmente, anche perché sono noti i loro giudizi negativi sull’evoluzione politica italiana. E d’altronde, come poteva piacere a Marx il Garibaldi che supportato da ambienti finanziari e politici inglesi finiva per consegnare il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II e alla casta politico-militare dei Savoia, che trattarono il sud Italia come fosse una colonia, instaurandovi un feroce regime repressivo? Professor Barbero, anche sul fatto che la figura di Garibaldi è stata proposta più volte nella storia dalla sinistra come icona positiva – da ultimi i comunisti svizzeri – ha totalmente ragione, ma non c’è da esserne soddisfatti. Pensi quanto sia stata potente la macchina della propaganda agiografica messa in piedi dai governi liberali dopo il processo unitario, se anche la sinistra non è riuscita a distinguere il Garibaldi “socialista” da quello che consegna la conquista militare a Vittorio Emanuele II. Professor Barbero, non si può, d’altro canto, non registrare l’utilizzo strumentale che ne fece anche il fascismo. Fulvio Orsitto, docente accademico esperto di cinema, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale». Un Risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non poteva sfuggire all’intellettualità fascista come il cinema fosse un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere poteva efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse. Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film “1860”, diretto da Alessandro Blasetti nel 1934. Daniele Fioretti, peraltro, docente alla Miami University, non nutre alcun dubbio sulla circostanza che Blasetti non si era affatto proposto di fornire un quadro storico verosimile del Risorgimento, ma una banale celebrazione agiografica dell’epopea garibaldina con un intento smaccatamente propagandistico. Il pericolo concreto fu allora persino avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin: la storia e le tradizioni erano diventate lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione. Egregio professor Barbero, non Le sembra un ammonimento più che mai attuale. Per finire professor Barbero, – mi riferisco ai suoi giudizi sulle “leggende truffaldine” della sua ultima visita a Napoli – si convinca anche Lei relativamente a quanto ha affermato il suo collega specialista della materia Eugenio Di Rienzo: il lavoro di ricerca degli studiosi revisionisti non accademici del Risorgimento è prezioso. Infatti, tornando a Garibaldi, su una delle questioni centrali della “avventura” in Sicilia, Di Rienzo ha affermato che la longa manus del ministero whig ha «potentemente contribuito (soprattutto ma non soltanto con un supporto economico) al successo della ‘liberazione del Mezzogiorno’», aggiungendo lucidamente «che la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza» un’ipotesi «che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filoborbonica».

Lamberto Duranti - Alessandro Barbero: la Storia. Facebook il 14 giugno 2021.

STORIA E CRITICA STORICA. Si nota, purtroppo, che troppi commenti sono solo insulti o affermazioni senza documentazione, questo va contro ogni logica storica e contro il senso civico. Nel caso di Giuseppe Garibaldi c'è un particolare accanimento, forse perché i grandi personaggi fanno ombra o forse perché Garibaldi ha di fatto unito l'Italia o per qualche altro motivo? Chi insulta dovrebbe invece spiegare le sue ragioni e farlo con documentazioni o semplicemente affermare che è contrario all'unità della penisola italiana o spiegare altre ragioni. Sempre restando su Garibaldi ricordiamo che a Parigi c'è una via importante intitolata "Boulevard Garibaldi", una Piazza Garibaldi con statua e anche una stazione del Metro Garibaldi, perché Garibaldi fu l'unico a vincere una battaglia contro l'Esercito Prussiano, che aveva sbaragliato quello francese. Per concludere chi fa affermazioni senza fonti e/o insulta, andrebbe immediatamente allontanato da qualsiasi gruppo, perché agisce contro lo studio della storia, che si fonda su fatti dimostrati e dimostrabili e che dà il giudizio sulla base della globalità dei fatti, le opinioni personali non sono storia. Termino affermando che le stesse regole valgono per personaggi come Ferdinando II o Francesco II, sì alla critica storica documentata, ma assolutamente no agli insulti, chiunque sia il personaggio in questione.

Michele Eugenio Di Carlo. Facebook il 14 giugno 2021. Carissimi, lasciamo perdere retorica e agiografica. Su Garibaldi ci sono tanti documenti che attestano chi sia stato in realtà e cosa abbia voluto e fatto per davvero. Lasciamo stare i romanzi e le poesie alla Dumas, Abba, Mercantini e andiamo al Carteggio Cavour, ai documenti diplomatici in particolare inglesi, peraltro riportati da storici della Sapienza come Pastorelli e Di Rienzo. Partiamo dall'incontro di Bologna del 2 maggio 1860, quando Garibaldi incontra Cavour con cui aveva rotto i rapporti per la cessione di Nizza. Perché incontra Cavour? Lo fa per non essere ostacolato nella spedizione dei Mille e per confermare a un riluttante Cavour che ha dietro di sé la Gran Bretagna. Non che Cavour non lo sapesse: Palmerton non voleva più avere a che fare con Cavour dopo della cessione di Nizza e della Savoia e temeva che Cavour cedesse ulteriori territori ai francesi con la conquista militare del Sud. In altre parole a muovere Garibaldi, contro la volontà dei Savoia che obtorto collo devono accettare l'interferenza inglese, sono gli interessi della Gran Bretagna nel Mediterraneo. Da quel momento i preparativi da Quarto non vengono ostacolati e l'ordine dato all'ammiraglio sabaudo Persano di fermare Garibaldi è solo finto. Nei fatti, pienamente documentati, Garibaldi sarà sostenuto dagli inglesi e anche dai riluttanti Savoia. È questo, il 2 maggio 1860, il momento in cui Garibaldi rinuncia ai suoi ideali repubblicani e rivoluzionari in favore della monarchia sabauda. E persino la regina Vittoria e il marito, che avevano una pessima considerazione di Garibaldi, né risultano rinfrancati. 

Fake Sud, la verità sui pregiudizi verso il Mezzogiorno. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina. Pietro De Sarlo il 19 Ottobre 2020 su basilicata24.it. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina.

Modus operandi. Il modus operandi del killer è spietato. Si insinua nelle menti delle persone e le annichilisce portandole a dire stupidaggini prive di senso e sganciate dalla realtà. Non parliamo di persone qualunque ma del gotha del pensatoio nostrano. Ad aiutare l’autore nelle indagini ci sono i numeri, che impietosamente smontano uno dopo l’altro ogni pregiudizio e che con la loro disarmante forza e attitudine alla verità inchiodano ogni menzogna e sono in aggiunta disponibili in copiosa quantità: archivio ISTAT e i CPT (Conti Pubblici Territoriali). Archivi che, insieme ad EUROSTAT, ho saccheggiato anche io infinite volte. Le evidenze sono talmente forti che ci si chiede se il nostro killer, il pregiudizio, non abbia trovato terreno già fertile in persone già predisposte alla disonestà intellettuale e privi di anticorpi.

Un lungo elenco di maître a penser. Cominciamo da Luca Ricolfi, della cui disonestà intellettuale insieme a quella della Fondazione Hume avevo già sospettato. Di lui ricorderete il ponderoso saggio Il sacco del Nord. Sacco ad opera del Sud parassita, ovviamente. La cronaca di una telefonata tra l’autore del libro e il prode Ricolfi è esilarante. Basta una domanda, una sola, dell’autore, basata su fatti e numeri incontestabili per smontare prologo, tesi, postulati e tutti gli ammennicoli del saggio dell’illustre sedicente neo illuminista. La tesi del Nord saccheggiato dal Sud frana in un amen e Ricolfi balbetta tra un “non ricordo cosa ho scritto” e un penoso distinguo tra “finali” e “conclusive”. Poco ci manca che Ricolfi dica che il libro sia stato scritto a sua insaputa. Non tocca sorte migliore a Tito Boeri, che ci ha spesso deliziato con fantasiose analisi economiche e previdenziali. Boeri propone le gabbie salariali al Sud. E che fa il nostro autore? Gli sfila una carta dal traballante castello spiegando all’iconico Tito del “sinistro” pensiero come si leggono i dati ISTAT. L’arrampicata sugli specchi del gagliardo Boeri ricorda le scenette di Willy il Coyote, che inseguendo Beep Beep sbatte su una parete rocciosa e senza appigli per scivolare a terra con le stellette che gli roteano intorno alla testa. E che dire di Salvatore Rossi, uomo con un curriculum stratosferico, che per qualche suo singolare tormento interiore non ritiene di prendere in considerazione né dati certificati né l’impatto di infrastrutture essenziali, come le ferrovie, per elaborare le sue “innovative” tesi sul Sud assistito? L’elenco è ancora lungo. Leggete, stupite e chiedetevi come sia possibile per un Paese sollevarsi quando questa è la qualità della classe intellettuale e dirigente.

E i politici? Le cose non vanno meglio. C’è però una differenza tra i politici settentrionali e quelli meridionali. I primi fanno squadra per aumentare le risorse al Nord. Nelle commissioni e in parlamento quando si decide sull’autonomia differenziata si passano la palla. Giorgetti, Lega (Nord), la passa a Buffagni, MoVimento 5S, questi a Zanoni, PD, e via così. Occupano le posizioni in cui si decide dell’autonomia all’ANCE e in parlamento. I politici meridionali non sanno, non capiscono e non si interessano della trama a danno del Sud che si va tessendo con l’autonomia differenziata e sono assenti ovunque si parli del tema. Zaia imperversa, i governatori del Sud balbettano infastiditi. Marco Esposito scrive un libro verità e mai smentito, Zero al Sud, che scopre gli altarini e i misfatti criminali che si consumano dietro all’autonomia differenziata. Non sono un giornalista né un parlamentare e quindi, a parte quelli di cittadino, non ho altri obblighi sociali eppure la mistificazione sulla autonomia differenziata è talmente evidente, brutale e volgare che mi sento in obbligo, utilizzando anche i dati dei CPT, di urlare al mondo la mia indignazione su tante misere falsità in tre interventi ( uno , due e tre ). Intanto le discussioni in stanze segrete, grazie a Marco Esposito, diventano pubbliche. Lo scippo ai danni del Sud è talmente evidente che Giorgetti in commissione chiede di secretare i numeri e si arriva al punto di violare la costituzione e introdurre coefficienti riduttivi della perequazione completamente inventati. Coefficienti correttivi non calcolati ma gettati lì ad mentula canis con l’unica finalità di spostare risorse dal Sud a Nord. I politici del Sud, di tutti i partititi, hanno altro di più importante da fare: non si capisce cosa.

La democraticità del Covid – 19. Questo orribile virus, che sta bruciando le nostre esistenze, ha però un pregio. Colpisce in egual misura gli imbecilli, Trump, Johnson, Zingaretti, le persone per bene e gli umarell. Non fa sconti a nessuno e si diffonde subito prevalentemente e in modo violento al Nord. Questo perché contagia chi incontra e per primi incontra chi ha più scambi con il resto del pianeta, non certo per una fatwa lanciata da noi terroncelli invidiosi verso il Nord. Inoltre sembra volersi accanire in modo particolare con chi lo sottovaluta: #Milanononsiferma, #Bergamoisrunning e Zingaretti, che lo sfida a suon di mojito.

La sanità lombarda collassa e a Bergamo i camion dell’esercito portano via i cadaveri. Il Paese è sconvolto e al Sud ci si chiede: se la migliore sanità che abbiamo in Italia, a Milano, non tiene botta cosa succederebbe se il virus colpisse con uguale forza il Sud? I genitori e i nonni pregano figli e nipoti di rimanere a Milano e non tornare a casa. Il ragionamento è semplice: “Se ti ammali hai più probabilità di essere curato a Milano che non a casa tua al Sud. In più se ci contagi moriamo anche noi e poi chi tira la cinghia per mantenerti agli studi alla Bocconi o alla Cattolica?” Logico, no? Si chiude quindi quel che si può. Questo è il ragionamento che fanno tutte le persone per bene: al Nord come al Sud e lo fanno nell’interesse generale. A proposito, se volete sapere perché la sanità al Sud non funzioni leggete il libro. Un atteggiamento responsabile e normale dovrebbe spingere a chiedersi cosa non abbia funzionato nel modello della sanità lombarda e emendarlo. Invece al Nord gli opinion leader prendono cappello. Il killer, il pregiudizio, ha azzerato le sinapsi dei giornalisti del Corrierone e del ceto intellettuale e politico milanese. Questa palpabile angoscia che si è vissuta al Sud viene tradotta in un florilegio di scempiaggini, puntualmente ricordato da Marco Esposito, su cui fanno a gara a chi spara la minchiata più grossa Galli Della Loggia, Polito, Bassetti, Imariso, Sala e persino il normalmente pacato De Bortoli, sollevando una polemica inesistente e completamente inventata sul Sud che gode delle disgrazie del Nord.

Il razzismo fa parte del panorama. Il killer maledetto, il pregiudizio, è stato nutrito amorevolmente negli ultimi 160 anni. Nel 1870, numeri alla mano e carta canta, la Campania era la regione più ricca d’Italia. Dal 1860 ad oggi le fake nei confronti del Sud hanno prodotto uno strisciante razzismo a cui ci si è abituati. Fa ormai parte del panorama, né più né meno come un edificio crollato le cui macerie nessuno rimuove e che nessuno ricostruisce. La conseguenza è che sulle principali testate televisive, a volte anche sulla TV pubblica, si agitano dei personaggi di infimo livello che si permettono di arrivare a dire: io non credo ai complessi di inferiorità. Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori. Si tratta di Feltri intervistato da un gongolante Giordano. Reazioni? Misere. “De stercore Feltrii” nessuno ne parla e indossa non dico una maglietta rossa ma almeno rosa venata di bianco. Nella trappola del killer cadono, con sfumature diverse, anche Mentana, Merlino e Letta, che neanche si rendono conto del perché le loro uscite siano sbagliate e offensive. In sintesi: “Io razzista? È lui che è nero!” Nel mentre, come ci ricorda il libro, l’insulto più diffuso su twitter è terrone, seguito a ruota da zingaro, e a distanza da negro e muso giallo. Ma, inopinatamente, tra i razzismi da battere individuati dalla commissione parlamentare Jo Cox, e presieduta da Laura Boldrin, quello nei confronti dei meridionali non merita neanche due righe.

Conclusioni. Alessandro Barbero, che firma la prefazione del libro, che conclusioni ne trae? Con una disarmante parsimonia intellettuale si limita a promettere un libro che smonti i primati delle Due Sicilie. È questa la principale e meschina preoccupazione del neo sabaudo Barbero? Ma Barbero lo conosciamo già ! E che dire di Augias, stigmatizzato anche da me , che propone di mettere tutto nel dimenticatoio?

Le mie conclusioni invece sono diverse. Dovrei gioire e essere grato per le verità che smontano tanti pregiudizi. Invece sono angosciato. Perché la montagna da scalare dei pregiudizi è talmente grande che è difficile ipotizzare un percorso di salvezza del Paese. Se il ceto dirigente e intellettuale è così ottuso come si può sperare in una sana progettualità di rinascita? Anche perché alle fake news sul Sud se ne aggiungono altre sull’Europa  e altre ancora sempre sul Sud e su tutto quello che è fuori dal pensiero unico del liberismo imperante. E anche perché l’atteggiamento del ceto intellettuale italiano sull’Unione Europea è troppo simile all’atteggiamento del ceto intellettuale duosiciliano che portò alla Unità d’Italia e alla conseguente questione meridionale. Loro uccisero il Sud, questi stanno uccidendo l’Italia intera. Se non si sgombra il campo dal pregiudizio le ricette saranno sempre le stesse: quelle che non hanno mai funzionato ma che si continuano a proporre. Come la fiscalità di vantaggio o le gabbie salariali, come gli incentivi o l’autonomia differenziata.

Eppure il potenziale di sviluppo del Sud è enorme. Forse è arrivato il momento che Marco Esposito e altri si uniscano per una proposta di sviluppo organica e di visione del Sud e quindi del Paese. Questo perché anche se avremo smascherato tutte le fake sul Sud, sull’Europa e sui benefici effetti del liberismo, e anche se avremo ristabilito tutte le verità sul Risorgimento e sui primati delle Due Sicilie non avremo risolto comunque nulla se questo liberarsi dai pregiudizi e dalle fake non avrà generato un piano di visione e al contempo operativo per una diversa prospettiva del futuro del Paese. Piano magari da proporre in un prossimo libro. Pietro De Sarlo

La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale. Libro di Antonino De Francesco. Per il movimento risorgimentale il Mezzogiorno rappresentò sino al 1848 una terra dal forte potenziale rivoluzionario. Successivamente, la tragedia di Pisacane a Sapri e le modalità stesse del crollo delle Due Sicilie trasformarono quel mito in un incubo: le regioni meridionali parvero, agli occhi della nuova Italia, una terra indistintamente arretrata. Nacque così un'Africa in casa, la pesante palla al piede che frenava il resto del paese nel proprio slancio modernizzatore. Nelle accuse si rifletteva una delusione tutta politica, perché il Sud, anziché un vulcano di patriottismo, si era rivelato una polveriera reazionaria. Si recuperarono le immagini del meridionale opportunista e superstizioso, nullafacente e violento, nonché l'idea di una bassa Italia popolata di lazzaroni e briganti (poi divenuti camorristi e mafiosi), comunque arretrata, nei confronti della quale una pur nobile minoranza nulla aveva mai potuto. Lo stereotipo si diffuse rapidamente, anche tramite opere letterarie, giornalistiche, teatrali e cinematografiche, e servì a legittimare vuoi la proposta di una paternalistica presa in carico di una società incapace di governarsi da sé, vuoi la pretesa di liberarsi del fardello di un mondo reputato improduttivo e parassitario. Il libro ripercorre la storia largamente inesplorata della natura politica di un pregiudizio che ha condizionato centocinquant'anni di vita unitaria e che ancora surriscalda il dibattito in Italia.

Foibe, Aldo Grasso incenerisce Barbero sul “Corriere”: “Mi è caduto un mito”. Gabriele Alberti sabato 11 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. “Mi è caduto un mito”. Il “mito” infranto è il professor  Alessandro Barbero. A leggere le prime parole dell’articolo di Aldo  Grasso, Tommaso Montanari ha avuto uno sturbo. Il critico del Corriere della sera  non perdona allo studioso e volto di Rai Storia la posizione  in materia di foibe e  Giorno del Ricordo con la quale si è adagiato sulle posizioni negazioniste dell’incasato rettore di Siena. “Mi è caduto un mito e la cosa mi dispiace enormemente- scrive l’editorialista- . Mi è caduto un mito, quando, intervistato dal Fatto quotidiano , il prof. Barbero ha avallato le teorie di Tomaso Montanari sulla «falsificazione storica» delle foibe” . Grasso aveva già demolito le tesi negazioniste di Montanari in un articolo feroce. Alla firma del Corriere non è affatto piaciuto che il professor Barbero si sia attestato sulla posizione di Montanari su un capitolo di storia italiana così drammatico. Con toni molto pacati ma irrevocabili concede allo storico (“un divo di Rai Storia”) il dono della simpatia e della capacità del divulgatore. Ma sulla storia non si può scherzare: è il pensiero di Grasso. Subito risponde insultando Montanari, con toni da odiatore seriale. L’invasato rettore – che ha promesso che il suo impegno antifascista aumenterà – ‘scrive e offende. ‘Oggi Aldo #Grasso si scatena contro Alessandro #Barbero , naturalmente sempre per le #Foibe (e per l’odio viscerale e invidioso contro i professori universitari). Penso che il giornale della classe digerente italica non sia mai sceso così in basso come con questo figuro”. Così in un tweet lo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena  inveisce in maniera scomposta.  A sinistra è vietato dissentire e chi lo fa è un “figuro invidioso”. Che non a caso aveva definito Montanari un “agit prop”. Alla  triste vicenda Aldo Grasso dedica solo altre due righe: Barbero “ha scritto un pezzo in cui ha preso le distanze dalla scivolata, con onestà; lo seguirò sempre ma l’amaro in bocca è rimasto”. Il professore sul Fatto aveva avallato la definizione di Montanari sul giorno del Ricordo  come «tentativo neofascista di falsificare la storia». Intervistato su La Stampa è scomparso il neofascismo ed è apparso lo “Stato”. Giochetti che non sono piaciuti ad Aldo Grasso e non solo a lui.

Intervista ad Alessandro Barbero. “Le foibe furono un orrore, ma ricordare quei morti e non altri è una scelta solo politica. Il Giorno del Ricordo? E’ una tappa di una falsificazione storica”. Foibe, verità e menzogne dietro la canea delle destre. Daniela Ranieri su Il Fatto Quotidiano l'1 settembre 2021. Tomaso Montanari, storico dell’Arte e Rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, ha scritto su questo giornale che la legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo delle foibe “a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo” di una falsificazione storica di parte neofascista. Ne sono seguite accuse di negazionismo (anche da giornali “liberali”) e richieste di dimissioni da parte di esponenti politici di destra (FdI, Lega, Iv). Interpelliamo sul tema Alessandro Barbero, storico e docente.

Professore, è d’accordo con Montanari?

Sono d’accordo, ma bisogna capirsi. Montanari non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sogna di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Perché l’istituzione della Giornata del ricordo rappresenterebbe una parte di questa falsificazione, se i fatti in sé sono veri?

Ma proprio perché quando di fatti del genere se ne sono verificati, purtroppo, continuamente, da entrambe le parti (ma le atrocità più vaste e più sistematiche, anzi programmatiche, le hanno compiute i nazisti, questo non dimentichiamolo), scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto. Intendiamoci, se io dico che la Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e che la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale, qualcuno potrebbe rispondermi che però le foibe rappresentano l’unico caso in cui un esercito straniero ha invaso quello che allora era il territorio nazionale, determinando un esodo biblico di civili e compiendo stragi indiscriminate; e questo è vero. Ma rimane il fatto che se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, diversamente, ad esempio, dagli alpini mandati a morire in Russia, dai civili delle città bombardate, dalle vittime degli eccidi nazifascisti – che non hanno un giorno specifico dedicato al loro ricordo: il 25 Aprile è un’altra cosa – il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto, era alleata col regime che ha creato le camere a gas, e aveva invaso e occupato la Jugoslavia e compiuto atrocità sul suo territorio: tutto questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia.

Ritiene ci siano fascisti, nostalgici, persone che mal sopportano il 25 Aprile nelle Istituzioni?

Parliamo di sensazioni. Io ho la sensazione che come gran parte d’Italia era stata più o meno convintamente fascista, così in tante famiglie si sia conservato un ricordo non negativo del fascismo, e un pregiudizio istintivo verso quei ribelli rompiscatole e magari perfino comunisti che erano i partigiani. E le famiglie che la pensavano così hanno insegnato queste cose ai loro figli. Per tanto tempo erano idee che rimanevano, appunto, in famiglia, e non trovavano una legittimazione esplicita dall’alto, nella politica o nel giornalismo: oggi invece la trovano, e quindi emergono alla luce del sole.

Appartiene alla normale dialettica politica l’auspicio dell’on. Meloni, lanciato dalle pagine del Giornale, di “fermare” il professor Montanari? Si vuole costituire un precedente in democrazia di intimidazione del mondo accademico?

Non solo non appartiene alla normale dialettica politica, ma è inconcepibile in una Repubblica antifascista. E tuttavia va pur detto che non sono solo le destre ad aver creato un mondo in cui si reclamano le scuse, le dimissioni e i licenziamenti non per qualcosa che si è fatto, ma per qualcosa che si è detto. Il nostro Paese vieta l’apologia di fascismo, sia pure con tante limitazioni e distinguo da rendere il divieto inoperante, e questo divieto ha buonissime ragioni storiche, ma io forse preferirei vivere in un Paese dove chiunque, anche un fascista, può esprimere qualunque opinione senza rischiare per questo di essere cacciato dal posto di lavoro.

La sinistra, proclamando la fine delle ideologie, ha aperto la strada alla minimizzazione, alla riabilitazione e infine alla riaffermazione dell’ideologia fascista?

Il problema è che non sono finite le ideologie, è finita la sinistra. Il sogno che gli operai potessero diventare la parte più avanzata, più consapevole della società, e prendere il potere nelle loro mani, è fallito; il risultato è che nei Paesi occidentali non c’è più nessun partito che si presenti alle elezioni dicendo “noi rappresentiamo gli operai e vogliamo portarli al potere”. Ma la sinistra era quello, nient’altro. Invece la destra, cioè la rappresentanza politica di chi vuole legge e ordine, rispetto dell’autorità e libertà d’azione per i ricchi, e non si sente offeso dalle disuguaglianze sociali ed economiche, è ben viva. E in un mondo dove la destra è molto più vitale della sinistra è inevitabile che la lettura del passato vada di conseguenza, e che si possano diffondere enormità come quella per cui il comunismo sarebbe stato ben peggio del fascismo.

Alessandro Barbero, da «Superquark» a star del web: il Premio Strega, i meme e altri 6 segreti su di lui.  Arianna Ascione su Il Corriere della Sera l'11 agosto 2021. Una raccolta di aneddoti e curiosità poco note sul professore e storico, tra i protagonisti del programma condotto da Piero Angela (in onda mercoledì 11 agosto su Rai1 alle 21.25)

Gli studi. I suoi video su YouTube ottengono migliaia di visualizzazioni, i suoi podcast finiscono spesso nella classifica dei più ascoltati e ogni volta che appare in tv stuoli di fan adoranti non aspettano altro che i suoi racconti: non parliamo dell’ennesimo rapper ma di Alessandro Barbero, lo storico di «Superquark» - programma in onda questa sera su Rai1 alle 21.25 -, che nel giro di qualche anno è diventato una vera e propria star del web (anche se, come vedremo, non è sui social). Nato a Torino il 30 aprile 1959 ha studiato al Liceo classico Cavour e si è poi laureato in Lettere nel 1981 con una tesi in storia medievale presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito ha conseguito il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha vinto il concorso per un posto di ricercatore in storia medievale all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Dal 1998 è prima professore associato e dal 2002 ordinario di storia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Ma queste non sono le uniche curiosità (poco note) su di lui...

Quando è approdato a «Superquark». Dicevamo di «Superquark»: ha iniziato a collaborare con il programma condotto da Piero Angela nel 2007. Con il divulgatore scientifico ha pubblicato nel 2012 il libro «Dietro le quinte della Storia».

Non ha i social. Il professor Barbero è completamente assente dai social. Esistono pagine Facebook che portano il suo nome (come «Alessandro Barbero guidaci verso il Socialismo» o «Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli») e gruppi («Alessandro Barbero: la Storia», «Le invasioni Barberiche: fan di Alessandro Barbero»), ma tutto è gestito da altre persone.

Ha vinto il Premio Strega. Nel 1996, a 37 anni, ha vinto il Premio Strega con il suo primo romanzo «Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo», pubblicato grazie all’interesse di Aldo Busi. Il volume, ambientato all’epoca delle guerre napoleoniche, è stato tradotto in sette lingue.

Vita privata. Pochissimo si sa della vita privata se non che il professor Barbero è sposato.

La tessera del PCI firmata da Berlinguer. Intervistato da Daria Bignardi a L’Assedio lo storico ha raccontato di essere stato iscritto al Partito Comunista Italiano: «Da qualche parte devo avere la tessera firmata da Enrico Berlinguer. Ne sono felice perché in quel partito c’era la gente migliore che facesse politica in quel momento in Italia. Ora quel partito non c’è più, come non ci sono più partiti come li intendevamo noi da giovani».

Il Festival della Mente di Sarzana. Dal 2007 Barbero partecipa al Festival della Mente di Sarzana con cicli di tre lezioni (da qualche anno sempre sold out, come i migliori concerti rock).

I Longobardi fenomeno virale. La puntata di «Superquark» in cui il professor Barbero ha parlato dei Longobardi è diventata virale grazie ai numerosi video-parodia incentrati sulle parole della lingua italiana che (come spiegato) derivano dalla lingua longobarda come «zuffa», «spranga» e «pizza». 

I neoborbonici querelano Barbero. Ma a processo dovrebbero andarci loro. Giuseppe Ripano il 24/10/2020 su ilcaffetorinese.it. “Il Movimento Neoborbonico ha querelato Alessandro Barbero dopo alcuni recenti articoli sul Mattino e alcune recenti prefazioni (ultima quella del nuovo libro del giornalista Marco Esposito)”. Il post facebook di una nota pagina di revisionismo storico che tra i propri curatori non annovera neanche uno storico di formazione e professione è ben più lungo del breve estratto riportato. Ma il senso è chiaro: il celebre storico Alessandro Barbero viene querelato – di nuovo – dall’autoproclamato movimento neoborbonico. Per capire le ragioni di una ostilità vecchia di un decennio, è utile fare un passo indietro. È il 22 ottobre 2012, i festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unita si sono da poco conclusi, e su La Stampa appare un articolo firmato da un volto ben noto della cultura torinese e nazionale, lo storico Alessandro Barbero. Il pezzo trae le mosse da un documento esposto in una delle tante mostre allestite per la ricorrenza: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al forte di Fenestrelle. Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». Come riportato dallo stesso Barbero, “In una brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver accennato a Masaniello - descritto nei documenti dell’epoca in termini che fanno irresistibilmente pensare a un camorrista - avevo raccontato la vicenda dei soldati di Fenestrelle. La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo «volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»; probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai”. Per quanto all’epoca il vocabolario riportato non fosse d’uso corrente, oltre che essere spaventosamente simile ai ben noti rigurgiti di bile dei soliti frustrati urlatori social, era comune all’interno dei cosiddetti ambienti “neoborbonici”. Ci perdoni, il lettore, la colpa di pedanteria che commettiamo fornendo una definizione scolastica di neoborbonismo. La comprensione dei successivi paragrafi potrebbe altrimenti risultare ostica ai meno navigati della materia. Il termine neoborbonismo, apparso per la prima volta nel 1960, definisce una visione nostalgica enfatizzante il regno borbonico delle Due Sicilie, sopita per decenni dopo l'Unità d'Italia, ridestatasi con la nascita dei movimenti autonomisti in Italia verso gli anni '90 del secolo XX. Prosegue Barbero: “Superato lo shock pensai che l’unica cosa da fare era rispondere individualmente a tutti, ma proprio a tutti, e vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. Molti, com’era da aspettarsi, non si sono più fatti vivi; ma qualcuno ha risposto, magari anche scusandosi per i toni iniziali, e tuttavia insistendo nella certezza che quello sterminio fosse davvero accaduto, e costituisse una macchia incancellabile sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. Del resto, i corrispondenti erano convinti, e me lo dicevano in tono sincero e accorato, che il Sud fino all’Unità d’Italia fosse stato un paese felice, molto più progredito del Nord, addirittura in pieno sviluppo industriale, e che l’unificazione - ma per loro la conquista piemontese - fosse stata una violenza senza nome, imposta dall’esterno a un paese ignaro e ostile. È un fatto che mistificazioni di questo genere hanno presa su moltissime persone in buona fede, esasperate dalle denigrazioni sprezzanti di cui il Sud è stato oggetto; e che la leggenda di una Borbonia felix, ricca, prospera e industrializzata, messa a sacco dalla conquista piemontese, serve anche a ridare orgoglio e identità a tanta gente del Sud. Peccato che attraverso queste leggende consolatorie passi un messaggio di odio e di razzismo, come ho toccato con mano sulla mia pelle quando i messaggi che ricevevo mi davano del piemontese come se fosse un insulto. Ma quella corrispondenza prolungata mi ha anche fatto venire dei dubbi. Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot? Ero in grado di dimostrarlo, quando mi fossi trovato a discutere con quegli interlocutori in buona fede? Perché proprio con loro è indispensabile confrontarsi: con chi crede ai Lager dei Savoia e allo sterminio dei soldati borbonici perché è giustamente orgoglioso d’essere del Sud, e non si è reso conto che chi gli racconta queste favole sinistre lo sta prendendo in giro”. Cosa fa uno storico, a questo punto? Va a visionare i documenti, setacciare le fonti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cerca di capire cosa sia davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. Fa, in buona sostanza, quello che i giornalisti responsabili di questo tentativo di revisionismo storico non hanno fatto: cerca di trarre conclusioni adattando le teorie ai fatti, piuttosto che distorcere (o addirittura inventare) i fatti pur di adattarli alle proprie teorie. Nasce così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino a quel momento. A quel punto si scatena sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro (da parte nostra, dubitiamo siano in possesso dei requisiti minimi per poterlo fare) e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, il dottor Barbero viene “graziosamente paragonato al dottor Goebbels”. E arriva la querela, indirizzata in questo caso all’autore della recensione per il Corriere della Sera del testo di Barbero e alla stessa testata. La polemica monta, da parte neoborb capeggiata da giornalisti e blogger i cui titoli accademici restano – in larghissima parte dei casi – un mistero: Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Gigi Di Fiore tra i più noti, sostenuti e amplificati da portali social come I Nuovi Vespri e Terroni. Già, Terroni. Titolo del libro best-seller firmato proprio da Pino Aprile un decennio fa, Antico Testamento del neoborbonismo, dal quale è nata l’omonima pagina Facebook e al quale ha fatto seguito Carnefici (2016). Proprio con quest’ultimo il buon Aprile tenta di ampliare il discorso revisionista nato con Terroni, tentando di elevarne la dignità da giornalistica a storiografica. Ma in base a quali meriti Aprile tenta di inserirsi nel dibattito storiografico? Il curriculum parla da sé: perito industriale, dopo il diploma fa gavetta ne La Gazzetta del Mezzogiorno. Entra poi nel circuito accademico rivestendo incarichi in prestigiose facoltà e firmando pubblicazioni destinate a cambiare i canoni di studio della Storia? No, diventa vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, firmando rotocalchi in cui appaiono soubrette, conduttrici tv e donne di successo, sempre il meno vestite possibili. Ci sono poi giornalisti come Angelo Del Boca, ex partigiano novarese (autore di una torrenziale produzione dedicata principalmente ai presunti crimini di guerra del Regio Esercito, punteggiata da un notevole numero di errori storici e una selezione faziosa delle fonti, ma anche di testi nei quali viene data per certa l’idea – lo ribadiamo: smentita in toto dalla storiografia – di Fenestrelle antesignano di Auschwitz), e il giornalista Gigi Di Fiore, che ne I vinti del Risorgimento per primo ha inaugurato il falso mito di Fenestrelle lager. Proprio Barbero ha smontato, nel testo sopracitato, tutte le teorie complottiste (e quando scriviamo tutte, intendiamo esattamente ciascuna di esse) partorite da Di Fiore e rapidamente divenute mistificazione. Come? Fondando lo scritto sui documenti d’archivio, sull’esame incrociato di una valanga di fonti (non soltanto custodite presso l’Archivio di Stato di Torino) e sulla ponderazione storiografica delle stesse (non tutte le fonti hanno pari dignità: nessuno studierebbe, ad esempio, la storia romana post augustea basandosi sugli scritti di Svetonio, notoriamente poco attendibili). Altra eminenza del movimento neoborb è Gennaro De Crescenzo, anch’egli giornalista. I testi di De Crescenzo tentano, ben più dei trattati di propaganda di Aprile, di fornire documentazione su cui fondare e reggere le teorie del movimento, pur di presentarle come verità storiografiche all’uditorio più analfabeta dell’abc storiografico. Ma che, in realtà, quando non riportano vere e proprie fake news distorcono i fatti pur di adattarli a un fine propagandistico tutto politico (l’articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno in data 6 giugno 2019 reca un titolo in questo senso emblematico: “La carica dei neoborbonici. «Nostre liste alle Regionali. Ci vorrebbe uno come Zaia»”). Persino ottimi trattati circa la condizione del Regno delle Due Sicilie alla vigilia dell’unità (ne citiamo uno: Borbonia felix. Il regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo di Renata De Lorenzo, direttrice dell’Archivio storico per le province napoletane, membro del corpo docente del Dottorato in Storia della Società europea dell’Università Federico II, del Centro interdipartimentale di Studi di Storia comparata delle società rurali in età contemporanea del medesimo ateneo, del comitato scientifico della Rivista italiana di studi napoleonici e del comitato di redazione di Napoli nobilissima, del consiglio di presidenza dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano e dal 2007 della giunta del Dipartimento di Discipline storiche, socia dell’Accademia pontaniana di Napoli e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in Napoli) sono stati oggetti del tentato revisionismo di De Crescenzo (ammesso sia in grado di revisionare alcunché). Come osservato da Marco Vigna, “il grosso delle obiezioni di questo signore è viziato alla base da un errore radicale: De Crescenzo replica a ciò che De Lorenzo non ha scritto”. Il testo di De Crescenzo, edito – ironia della sorte – a Milano, non lo menzioneremo nemmeno: non siamo inclini alla pubblicità gratuita. Ciò che accomuna i due autori, nonché gli adepti di quella che nel tempo si è strutturata come una vera e propria religione antistorica (e passeremo a spiegare il motivo), è una forma di retorica del primato. A sentir loro la felix Borbonia era, prima dell’Unità Nazionale, paradiso perduto in Terra: “terza” potenza mondiale (come da più parti invocato, e non sappiamo in base a quali parametri) e all’avanguardia nei progressi tecnologici, legislativi e culturali (come mai un reame tanto avanguardistico si è fatto sconfiggere da un manipolo di garibaldini, accolti a braccia aperte da una popolazione evidentemente ignara della bontà dei suoi sovrani?). E proprio con il fine di dimostrare la fondatezza di queste tesi vengono invocate vere e proprie bufale storiche. Non le enunceremo: non è questa la sede. Ma la redazione de L’Indygesto ha fornito un compendiato ed efficace contributo al web, del tutto adatto anche a coloro che di storia s’intendono poco o nulla, che invitiamo a consultare. Ma, per coloro che volessero approfondire la materia senza addentrarsi nella più complessa letteratura accademica, il libro di Tanio Romano (messinese: dovrebbe essere superfluo, ma onde evitare accuse di negazionismo poiché del Nord lo specifichiamo) La grande bugia borbonica, edito a Lecce nel 2019, può essere d’aiuto. Come sapientemente ha scritto lo storico Lorenzo Terzi, gli scritti neoborb impiegano, più che il vocabolario della storiografia, toni e figure retoriche caratteristiche del linguaggio propagandistico e pubblicitario: “Tanto Aprile quanto De Crescenzo, infatti, conferiscono alle loro dissertazioni un carattere aggressivo e polemico del tutto immotivato – per giunta, condito da un’ironia alquanto greve – sicuramente incompatibile con un discorso storiografico di natura scientifica. Gli stessi avversari cui di volta in volta indirizzano i loro strali hanno contorni indefiniti: non si capisce se gli autori se la prendano con un generico Nord, con non meglio identificati politici meridionali oppure con altrettanto indistinti accademici. Ciò che importa a entrambi, infatti, non è tanto argomentare, ma suscitare un’intensa eco emotiva in un lettore già predisposto ad ascoltare i contenuti da loro veicolati. Il neoborbonismo quindi – pur richiamandosi ideologicamente, per definizione, all’antico – dimostra tuttavia di saper fare leva con indubbia abilità su dinamiche cognitivo-relazionali in tutto e per tutto contemporanee, caratteristiche dello spazio del web, come quelle che i sociologi della comunicazione hanno definito echo chambers. Nella rete, per come oggi è strutturata, si creano delle sfere ideologiche abbastanza impermeabili, dove rimbalzano idee tra loro simili che si fanno eco reciprocamente: «Il risultato è un progressivo rafforzamento di tali sfere, sempre più estranee al dissenso e sempre più consolidate nelle proprie convinzioni». Non c’è spazio, in questa strana forma di balcanizzazione del pensiero, per le logiche rassicuranti del dibattito pubblico, basate sul confronto, sul dissenso, sul dialogo e, in definitiva, sulla partecipazione. D’altra parte, l’uso di artifici retorici volti a sollecitare l’emozione, e non il ragionamento, di un ipotetico lettore, è presente sin dal titolo della pubblicazione seriale comprendente il saggio di De Crescenzo. «Altre fonti», «altre storie», «altro che “meridionali analfabeti”»: l’iterazione dà più forza all’aggettivo magico «altro». I sottintesi emergono con chiarezza: vi sarebbero, dunque, risorse inedite di conoscenza che, una volta riportate alla luce, permetterebbero di ricostruire una storia, per l’appunto, altra (e, va da sé, vera) veicolo di riscatto e di orgoglio nel presente. Da questa impostazione paralogica emerge un corollario alquanto preoccupante: chi non accetta il discorso neoborbonico e rivendicazionista è, perciò stesso, degno di riprovazione civile e morale. È un ascaro, un venduto e peggio”. Altro tratto che accomuna i due autori citati è l’impiego bizzarro e disinvolto delle fonti indirette, la cui attendibilità storiografica è sempre (non solo nel caso dei neoborb) da verificare. Perché? Perché le fonti indirette altro non sono che citazioni di passi reperibili su altri testi o addirittura nel mare magnum del web. E, nella bibliografia dei saggi di Aprile e De Crescenzo, compaiono quasi esclusivamente fonti indirette, che spesso e volentieri rimandano a loro stessi libri editi precedentemente. Un terzo ma non ultimo trait d’union dei due è il rigetto in chiave propagandistica di quanto sfornato dal mondo accademico. Il motivo va ricercato nel pubblico a cui il movimento neoborb si rivolge: un pubblico di cultura media, non specialistica, in grado di capire le coordinate storico-cronologiche del discorso, ma non di verificarne e, magari, contestarne assunti e conclusioni. Sempre Lorenzo Terzi osserva: “il fatto che l’ambiente definito con grossolana approssimazione accademico non sia disposto a riconoscere la fondatezza della narrazione dei neoborbonici non rappresenta per questi ultimi un problema. Anzi: ciò, semmai, costituisce per i simpatizzanti una riprova del loro essere controcorrente, anticonformisti, fuori dai giri di potere. Tutto questo poi si traduce, presso lo stesso pubblico, in una crescita esponenziale di credibilità: i neoborbonici sono coloro i quali raccontano, attraverso altre fonti, un’altra storia, mistificata, travisata o addirittura celata dalla cultura ufficiale. Qui la strategia neosudista gioca la carta della untold history, tipica di certo revisionismo: «non ci hanno mai detto che», «ci hanno nascosto che», «non sapevamo che»”. Ma torniamo a Barbero. La ragione della querela sta nella prefazione che lo storico torinese ha scritto per Fake Sud, libro di Marco Esposito recentemente edito. Barbero avrebbe la colpa di considerare “scellerate fantasie” le dichiarazioni dei neoborbonici, che avrebbero “reinventato, con informazioni false, la storia del Sud e dell’Italia influenzando la mentalità italiana e accendendo con mezzi immondi passioni violente”. A sentire l’ufficio legale da cui è partita la citazione in giudizio, e al quale De Crescenzo si appoggia, le affermazioni sarebbero calunniose non soltanto verso iscritti e simpatizzanti neoborbonici, ma anche verso i drammi vissuti da migliaia di soldati meridionali nella “fortezza-lager sabauda”. Negli ambienti “barberiani” del web si è paventata la possibilità di una controquerela per lite temeraria da parte del professore. Noi, nell’ambito giuridico, non ci addentriamo: Barbero farà ciò che reputerà più utile. Ma un’ultima considerazione ci permettiamo di fornirla. Altro che Barbero, a processo dovrebbero andarci i neoborbonici: per malafede, circonvenzione d’ignoranti e vilipendio alla Storia. Nonché alle vittime dell'Olocausto, puntualmente asservite alle voluttà di vanagloria di qualche scarto della cultura che conta in cerca di fama. 

Il razzismo, Gramellini, Barbero e altre questioni (meridionali).  Da parlamentoduesicilie.it. Su “La Stampa”, in pochi giorni, una serie di interventi significativi. Gramellini ha definito “borbonico” quel prefetto che rimproverava un sacerdote per un “vizio di forma”. Dopo l’episodio increscioso del giornalista piemontese della Rai che “assecondava” il razzismo contro i napoletani “che puzzano” e in risposta a Saviano che aveva ricordato l’antichità del bidet “borbonico” (sconosciuto in Piemonte), lo stesso Gramellini sottolineava la mancanza di fogne a Napoli con il popolo costretto a vivere “nella melma” a quei tempi. Qualche giorno prima, invece, Alessandro Barbero, autore di un libro in cui si sarebbe ricostruita la verità sul carcere di Fenestrelle e sui soldati napoletani deportati durante l’unificazione, continuava a definire “mistificatori”, “inventori ai limiti dell’impudicizia” e “strumentalizzatori con fini immondi ” coloro che ricordavano quei caduti meridionali o quella che lui definisce la “leggenda della Borbonia felix”.  Come premessa e ricordando anche la storia, bisognerebbe sempre verificare e distinguere chi attacca da chi si difende (i Piemontesi che ieri invasero il Sud e oggi gridano sugli stadi e i meridionali che reagirono e reagiscono per difendersi).  Secondo Barbero non si può “impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese”. Premesso che grazie a studi sempre più documentati e diffusi quelle relative ai primati borbonici sono tutt’altro che leggende (cfr. i dati archivistici a nostra disposizione o gli ultimi studi del CNR, della Banca d’Italia, dell’Istat o della belga S. Collet in merito ai livelli di industrializzazione, del Pil o delle finanze del Sud pre-unitario, pari o superiori a quelli del resto d’Italia); premesso che i Borbone furono tra i primi in Europa a costruire un sistema fognario o un sistema idrico urbano e agricolo e che Napoli fin dal  Quattrocento era “pavimentata” (altro che “melma”) a differenza delle altre città italiane, qualche domanda potrebbe essere utile. Si è proprio sicuri che commemorare i soldati napoletani deportati e caduti (1, 100 o 1000 che siano e Barbero, dati archivistici alla mano, nel suo libro non risolve affatto la questione) sia più pericoloso di quei cori razzisti e impuniti degli juventini o degli stessi cori che spesso ascoltiamo da decenni ai raduni della Lega (vera fucina di “invenzioni” come la “padania”) o di certe scelte che da 150 anni penalizzano il Sud con questioni sempre più drammatiche e irrisolte? Si è proprio sicuri che 150 anni di retorica risorgimentalista che ha cancellato i saccheggi e i massacri subiti dalle popolazioni meridionali (senza l’intervento “chiarificatore” di alcun prof. Barbero di turno) abbiano reso un buon contributo alla costruzione dell’identità italiana? Sconcertanti, del resto,  i passi del suo libro in cui si riportano (senza alcuna “pietas” e con uno stile presumibilmente somigliante a quello di un funzionario sabaudo) numerosi episodi di razzismo contro i nostri soldati reduci da migliaia di chilometri di viaggio tra offese e insulti terribilmente somiglianti a quelli degli stadi di oggi (“sporchi”, “luridi”, “puzzolenti”)… E se il Sud si fosse finalmente e veramente stancato di quei cori, di offese e di umiliazioni che durano da un secolo e mezzo, partono da quei soldati, passano per le curve, arrivano nelle redazioni di tv e giornali e, troppo spesso, fino alle stanze di parlamenti e ministeri? E se fosse naturale e ovvia una reazione di fronte a chi ci definisce “borbonici” con disprezzo o che scrive che eravamo “nella melma”, “puzziamo” e abbiamo dei “fini immondi”? E se i “terroni”, i “neoborbonici” o i “meridionali” stessero davvero ritrovando il loro orgoglio perduto per troppo tempo?

Prof. Gennaro De Crescenzo - Commissione Cultura - "Parlamento delle Due Sicilie"

Aprile: Hanno paura della memoria. L’autore di “Terroni” contro gli storici. Un gruppo di docenti aveva promosso una petizione per fermare l’iniziativa della Regione che vuole istituire la giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità. Pino Aprile 26 luglio 2017 su Il Corriere del Mezzogiorno. Altro che Lea Durante, roba da dilettanti, siamo all’uso «proprietario» e politico della storia, teorizzato da Alessandro Barbero, sull’onda degli storici «sabaudisti»: scegliere cosa narrare e farne miti fondanti, per formare patrioti. Quindi è pedagogia, politica; nessuna meraviglia, che la storia «non scelta», la raccontino altri. Il popolo vota (bene, male, come gli pare: è il difetto della democrazia, pur così malmessa); i rappresentanti eletti votano (bene, male, eccetera); sul Giorno della Memoria delle vittime dimenticate (e diffamate: guai ai vinti!) dell’unificazione d’Italia con saccheggi, stupri e genocidio, gli eletti dicono sì, all’unanimità o quasi, in Basilicata, Puglia, una mezza dozzina di Comuni, e la Campania stanzia 1,5 milioni di euro in manifestazioni, studi, approfondimenti. Al che, altri eletti (nessuno li ha votati, forse si ritengono tali) ordinano al presidente della Puglia di ignorare il voto a loro sgradito; non «finanziare alcun momento pubblico» (clandestino, invece sì?) dell’iniziativa voluta dal parlamento regionale; non consentire che di storia si parli nelle scuole (da «non coinvolgere in alcun modo»), se non come deliberato da lorsignori. Scusate, le orecchiette con le cime di rape: l’alice sì o no? Metti che uno si sbagli e parta una petizione... «Diremo agli studenti che il Mezzogiorno è arretrato per colpa dell’unificazione italiana?», scrivono i firmatari della petizione. No, perché, scusate, voi ancora raccontate che il Regno delle Due Sicilie era arretrato e sono arrivati i civilizzatori a dirozzarli, distruggendo le fabbriche o mandandole in rovina dirottando gli appalti al Nord, rubando l’oro delle banche e sterminando centinaia di migliaia di «arretrati», quindi poco male...? Leggete cosa scrive il ministro Giovanni Manna al re, rapporto sul censimento 1861, sul fatto che mancano 458mila persone, per la «guerra», rispetto al totale atteso; leggete, archivio Istat, con tabelle, i padri della demografia unitaria, Pietro Maestri e Cesare Correnti, sul fatto che, appena arrivati i piemontesi, al Sud, la popolazione, che cresceva più che nel resto d’Italia, smette di farlo e diminuisce di 120mila unità in un anno; o Luigi Bodio, capo della statistica, archivio Istat, sui 110mila giovani, quasi tutti terroni, renitenti alla leva, tutti morti, o «clandestinamente» emigrati (peccato che non si trovino...); o dei 105mila terroni, tutti maschi, scomparsi («emigrati» pure loro?). Leggete dei 600mila incarcerati nel ‘61, dei 400mila ancora nel ‘71, riferisce il di Rudinì, in Parlamento, della mortalità nelle carceri che arrivò al 20 per cento; dei deportati, almeno 100mila, di cui 20mila, denunciò il Maddaloni, nel solo 1861. E dopo aver tacciato quali «fantasiose ricostruzioni», «leggende», «fole» le ricostruzioni degli eccidi sabaudi al Sud, ora che non si riesce più a negarli, ci è offerta come «onestà intellettuale» l’ammissione che «gli storici devono fare di più per portare alla luce e spiegare e stigmatizzare i numerosi episodi di violenza a carico delle popolazioni meridionali». E già, in 156 anni è mancato il tempo... Han dovuto dircelo gli storici stranieri, come Denis Mac Smith, che ci furono più mort’ammazzati (per il loro bene, si capisce) per annettere l’ex Regno borbonico che in 11 anni di guerre di indipendenza contro l’Austria. Ed è ancora uno straniero (temibile neoborbonico?), il professor John Anthony Davis («Napoli e Napoleone»), università del Connecticut, fra i maggiori studiosi della nostra storia di quegli anni, a dirci che la favola dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie fu «inventata» da Bendetto Croce, per giustificare le condizioni sempre peggiori in cui precipitò l’ex Regno divenuto «Sud», dopo le amorevoli cure unitarie. Lo dimostrano gli studi dei prof Paolo Malanima e Vittorio Daniele, del Consiglio nazionale delle ricerche, di Stephanie Collet dell’università di Bruxelles, dell’Ufficio studi della Banca d’Italia (Carlo Ciccarell e Stefano Fenoaltea), di Vito Tanzi (Fondo monetario internazionale). Ma bastavano Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, unitarista deluso, quando scoprì che «questi sono più porci dei peggiori porci nostri», Gramsci che parla del Sud «colonia». Inutile l’ottimo ciclo di studi ricordati, su queste pagine, dal professor Saverio Russo (che ne fu un protagonista), sull’inconsistenza della vulgata «miseri e arretrati», o del professor Luigi De Matteo («Noi della meridionale Italia»), dell’Orientale di Napoli; eccetera. Il Regno delle Due Sicilie non era più povero del Nord (più o meno stesso reddito) né arretrato (il doppio degli studenti universitari del resto d’Italia messo insieme; le fabbriche più grandi della Penisola; addetti all’industria più numerosi di oggi). Ma fosse stato economicamente indietro del 15-20 per cento, come arditamente sostenuto di recente (con riaggiustamenti successivi, però...) da un poi fortunato titolare di cattedra in «Tutta colpa del Sud»: quale affare avremmo fatto, se in 156 anni siamo precipitati al 56 per cento del reddito medio del Nord, 3-4 volte peggio? Ci vuole coraggio a spacciare questo per unità (ma non prendono treni lorsignori, non hanno figli in partenza per altrove, mentre Milano forse si fotte l’ennesima mammella, un’Authority europea, dopo l’Expo-mafia, Human Technopole eccetera sempre con soldi pubblici?); a pensare di liquidare tutto come «propaggini estreme di un meridionalismo “piagnone” e rivendicazionista» (e ci trovate pure qualcosa da ridere?) o nominando tutti «neoborbonici» sul campo, «sanfedisti», faccia buia della luminosa medaglia di quei giacobini che presero a cannonate i loro concittadini, per consegnare il Paese a un esercito straniero, che lo spogliò di tutto, massacrando (il solo generale Thiebault) 60mila persone. Discutiamo delle idee, ma pure del prezzo di vite altrui che si è disposti a pagare per imporle a chi non si riesce a convincere. Ma che paura fa il Giorno della Memoria? Saranno convegni, dibattiti, manifestazioni... E cosa impedisce a chiunque, in civile confronto (sempre che non sia proprio questo che inquieta), di esporre dati e opinioni cui si attribuisce maggior fondatezza? Dovreste esser lieti di una possibilità così succulenta di sbugiardare il branco di...? di...? «Neoborbonici»! Evvai (ma che palle!). Invece di virare sulla paura che si alimenti «l’inconsapevole sentimento antiunitario contro il leghismo del Nord». Mentre non fa paura il consapevole (dimostrato e gridato) sentimento antiunitario della Lega Nord contro il Sud. Se no una petizione l’avreste fatta. Mi sbaglio? Lea Durante ha mai promosso petizioni per adeguare la rete ferroviaria (tutto a Nord, nulla a Sud) con o senza alta velocità (o è revanscismo neoborbonico?). O contro l’esclusione, da parte del ministero dell’Istruzione, di poeti e scrittori meridionali, pur se premi Nobel, dai programmi di Letteratura del Novecento per i nostri licei? No? Eppure son 7 anni che si fanno raccolte firme, proteste di istituti scolastici, interrogazioni parlamentari. O contro la normativa che «premia il merito» degli atenei che sorgono nelle regioni più ricche e condanna a morte prossima quelli meridionali?

O contro i criteri in base ai quali la salute di un terrone vale meno di quella di un settentrionale? (A meno che i firmatari, non abbiano taciuto per non parer «piagnoni» e «revanscisti»). La cultura faccia ponti non fossati, professoressa. Il Giorno della Memoria serve a discutere. Chi ne ha paura, teme di non aver da dire o quel che può esser da altri detto. Ma quanne ‘na cose niscune te la vo’ di’, allore la terre se crepe, se apre, e parla.

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020 su Il Nuovo Sud.it.  

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). UNA SCELTA DOLOROSA MA NECESSARIA (E MOTIVATA). “Non ci interessano strategie, giochini o compromessi: la nostra storia va rispettata. Punto”. I motivi per cui non consiglierò ai miei amici di comprare FAKE SUD di Marco Esposito si legano alla prefazione di Alessandro di Barbero e anche a tanti contenuti del libro stesso. In premessa dobbiamo ringraziare gli autori di libro e prefazione perché concedono molto spazio ai neoborbonici, evidentemente preoccupati o stimolati dal successo delle loro tesi (se qualcosa non ci preoccupa, non ci interessa o la si ritiene inutile, non se ne parla o almeno non se ne parla con questa frequenza o con certi toni). Ognuno è libero di scegliersi i firmatari della sua prefazione (e anche di pubblicizzarli con le fascette sui libri) ma forse è meno libero di consentire offese e insulti anche personali nelle stesse prefazioni. Si tratta, in realtà, delle solite offese rivolte da Barbero ai neoborbonici (non solo nostri simpatizzanti o collaboratori ma migliaia di persone e tutto il mondo che ruota intorno al seguitissimo “neo-meridionalismo”) fin dalla uscita del suo libro che cercava di negare o ridimensionare i drammi vissuti dai soldati delle Due Sicilie a Fenestrelle (e confermati da diverse domande “archivistiche” che posi a Barbero anni fa e alle quali non ha mai risposto e che saranno confermati in pieno da un libro di un coraggioso accademico e in uscita nel prossimo inverno). Non ho mai offeso personalmente Barbero e nell’unico confronto che ho avuto con lui, di fronte alle sue risatine mentre io parlavo di quei poveri soldati morti di freddo e stenti, oltre a tante osservazioni sul piano storico-archivistico, mi limitai ad osservare che forse le distanze tra noi non erano solo storiografiche. Dalla quantità degli insulti che ci ha rivolto in questi anni (mai ricambiato) e anche in questa prefazione, devo pensare che forse quella mia osservazione dovette colpirlo, anche se ricordo la cortesia dei saluti e addirittura l’idea che qualcuno gli aveva proposto (quella di scrivere un libro insieme). Evidentemente, visto che è stata quella l’unica occasione di incontro, avrà ripensato a quella serata, ne avrà rivisto il video e il ricordo non deve essere positivo (al contrario di quanto posso dire io). Detto questo, da anni abbiamo rinunciato a incarichi, a guadagni facili e a seggi elettorali e stiamo perdendo (altro che “mezzi” o fini “immondi”) tempo e denaro nelle nostre vite sottraendolo a noi e alle nostre famiglie e non possiamo consentire a nessuno insulti gratuiti personali o alle migliaia di persone che da anni ci seguono con rispetto e affetto. Non ci interessano le reazioni “infuriate” (esistono degli ottimi rimedi anche naturali) e non ci interessano neanche le strategie politiche o pubblicitarie e, anche se si tratta di famosi docenti onnipresenti in tv, ci tuteleremo e tuteleremo i nostri tanti iscritti e simpatizzanti in ogni modo e con ogni mezzo (legale, democratico e civile). Detto questo, è opportuna un’analisi per illustrare i (tanti) motivi per cui questo libro non ci convince. In premessa devo ammettere una mia mancanza: non ho mai letto una premessa così carica di astio e rancore in un libro che per giunta parla di “pendoli” e di necessità di moderare i termini dei confronti. E se la scelta di Barbero (dopo le tante e innumerevoli offese rivolte ai suoi “oppositori”) poteva essere un’idea pubblicitaria (al netto delle ovvie critiche nel nostro “mondo”, lo stesso contro il quale si rivolge spesso Barbero e che magari poteva acquistare il libro di Esposito), quando l’autore e l’editore hanno letto il testo forse avrebbero potuto avere qualche dubbio… Ve lo riportiamo. “Prefazione di Alessandro Barbero. Si tratta dell’insieme di scellerate fantasie che il movimento neoborbonico ha messo in circolo dalla fine del secolo scorso reinventando da cima a fondo la storia del Mezzogiorno d’Italia e dell’Unità d’Italia […], qui si tratta di influenzare la mentalità collettiva del nostro paese e si accendere passioni violente sulla base di informazioni false […]. Altrove ho scritto di un fine immondo e mi correggo: sono i mezzi che sono immondi” […]. Marco Esposito è stato troppo rispettoso di persone come Pino Aprile o Gennaro De Crescenzo (anche se io per primo, avendoli incontrati entrambi, riconosco che fra i due c’è una bella differenza di statura umana […]; c’è da provare ripugnanza […]; si tratta di primati tragicomici e di buffonate dei neoborbonici”. E se Esposito scrive a Pino Aprile che le sue (presunte) fake danneggiano la parte buona del resto dei suoi libri, potremmo dire lo stesso di Esposito di fronte a queste parole. Ma andiamo avanti con il resto dei contenuti. Solo una nota a cui tengo: Barbero, forse sbagliando parola, parla di “statura umana” e io, con tutto il rispetto e pur nei miei limiti, con il mio 1.78 credo di essere più alto sia di Barbero che di Pino Aprile…

La base del libro è “l’errore del pendolo” e cioè gli eccessi antimeridionali e gli eccessi meridionali anche se per contestare i secondi Esposito contesta le tesi dei neoborbonici. La motivazione in sostanza è “dobbiamo essere infallibili se vogliamo essere credibili”. Bene chiarire, forse, che non esistono ricerche e tesi infallibili. Facciamo qualche esempio. Tra i primi che mi vengono in mente c’è la proposta secessionista di Marco Esposito che (Barbero lo sa?) qualche anno fa il giornalista del Mattino sintetizzò nel libro “Separiamoci”, un progetto forse anche estremistico sul piano del diritto italiano e nel quale mai nessun neoborbonico si era mai avventurato. Qualche anno prima, sempre per fare un esempio, il successo relativo del suo progetto di moneta alternativa come assessore a Napoli (nome non molto felice: il “Napo”) o il suo progetto elettorale con percentuali non superiori allo “zerovirgola”. Nessuno, però, a differenza di quanto Esposito fa nel libro lamentandosi per la mancata autocritica di Pino Aprile o per la mancanza della dichiarazione di qualche correzione (e neanche delle correzioni) magari nell’elenco dei primati, ha mai pensato di chiedere a Esposito autocritiche o “dichiarazioni di omessa dichiarazione di integrazione di un primato”… Nel libro una serie di dati puntuali che conosciamo bene anche per i numerosi articoli e per gli altri libri che Esposito ha scritto sulle sottrazioni di fondi a danno del Sud e anche su diverse bugie che circolano in merito a sprechi e inefficienze da queste parti.

Quello che però più sorprende è il fatto che Esposito metta sullo stesso piano l’eventuale errore del “terzo posto industriale” (neanche del sottoscritto ma di diversi altri autori o semplicemente di tante persone su facebook) e oltre un secolo e mezzo di fake, di cancellazioni, di mistificazioni e umiliazioni contro il Sud. Da un lato, allora, una storia ufficiale che in maniera monopolistica, con tv, giornali, università e case editrici e anche libri di scuola di ogni ordine e grado ci racconta le (vere) fake di Garibaldi&Garibaldini o di un Sud arretrato e inferiore con le conseguenze culturali e anche politiche ed economiche che il libro stesso evidenzia, dall’altro un gruppo di storici volontari e autofinanziati che ha tirato fuori storie cancellate con le conseguenze (positive) che hanno e potranno avere. Ma per Esposito siamo tutti uguali e il pendolo vale per loro e per noi. È grave per lui, allora, che qualcuno abbia tirato fuori la storia del “terzo posto” (secondo i suoi dati forse era sesto o settimo) ma non che qualcun altro non abbia mai parlato delle industrie del Sud pre-unitario. Ci convince poco anche la motivazione di tutto questo (la potremmo pure condividere ma il rischio della retorica e della pre-sunzione è troppo alto): “potremmo tornare ad essere un modello armonico di esistenza”. E allora la sensazione è che “l’errore del pendolo” non sia dei neoborbonici o dei neomeridionalisti ma di… Esposito che non si è accorto che quel pendolo era spostato tutto da una parte da oltre 150 anni.

“Se quei primati vengono esaltati oltremodo l’operazione di riscatto della memoria dei neoborbonici da necessaria diventa perniciosa”: peccato che quei primati siano oltre 150, che quelli “integrati” e aggiornati” nel libro siano solo sette e che per 150 anni di quei primati non si conosceva l’esistenza e non ricordiamo libri di Esposito che ne abbiano mai parlato e neanche libri nei quali abbia difeso il Sud dalle umiliazioni di tutta la storiografia italiana. Notiamo oggi (anzi) un Esposito tutto intento a calcolare i metri cubi della Reggia di Caserta per dimostrare che non è la reggia più grande (ed è costretto a riconoscere che il primato è riportato anche dal sito della Reggia) o con il vocabolario di tedesco per dimostrare che la prima cattedra di economia era in Germania e non a Napoli (eppure bastava dare un occhio alla Treccani) o a confrontare gli elenchi di primati sul sito dei neoborbonici (2005) con il mio libro del 2019. Tante le pagine dedicate ai moti del 1820 e al “primo parlamento a suffragio universale” (omettendo le critiche che i Nitti o i Croce rivolsero contro quei moti carbonari-massonici ed etero-diretti), uno dei pochi primati borbonici anti-borbonici (il Borbone, per accordi internazionali e, resosi conto delle reali intenzioni dei rivoluzionari, bloccò tutto). Esposito insiste anche con una vecchia tesi della storiografia ufficiale a proposito della implosione del Regno ma Esposito non cita altre fonti: fu sempre Croce, come riportato da un recente libro di Gigi Di Fiore, ad evidenziare che si trattò di una caduta “per urto esterno” e libri recenti e documentatissimi dimostrano che si trattò anche in quel caso di una operazione etero-diretta.

Per Esposito, poi, è “vomitevole” (aggettivo non proprio moderato e tendente a quella armonia vagheggiata in altre pagine) la storia divulgata (sul web e sui social!) dei “10 o 15 anni di chiusura delle scuole del Sud dopo il 1860”. A questo proposito cita anche il sottoscritto quando riporto i dati del più alto numero di iscritti all’università. Qui cita il mio (“bel”) libro sui primati ma forse non lo avrà letto tutto perché in quel libro e in altre mie pubblicazioni il dato degli iscritti è solo uno dei tanti elementi portati come “prove” (archivistiche) relative alla falsità dei dati del censimento del 1861 (in testa quelli del Fondo Ministero Istruzione a Napoli e quelle successive degli Annuari). Sono quelle le fonti che dimostrano la chiusura di un numero enorme da un notevole numero (oltre 6000) di scuole presenti nelle Due Sicilie fino alla nefasta applicazione della legge Casati (che Esposito cita senza analizzarne le conseguenze). In questo caso Esposito dimentica anche di completare la lettura del libro di Daniele che pure cita in più passaggi: in particolare non riporta i dati relativi al numero di scuole presenti nelle Due Sicilie (in media con quelle del resto dell’Italia).

Surreale il capitolo relativo alla deportazione dei meridionali in Patagonia progettata dallo stato italiano: nel corso dell’intervista inserita nel libro Barbero in un primo momento nega questa possibilità ritenendola una “leggenda neoborbonica” e di fronte a diversi documenti accetta in parte la tesi ma con un suo strano distinguo che applicò anche ai prigionieri di Fenestrelle: quei progetti “per atterrire le nostre impressionabili popolazioni” non erano pensati per i meridionali ma per tutti gli “italiani” perché dal 17 marzo 1861 eravamo tutti italiani… Per Barbero, allora, le decine di migliaia di meridionali deportati con la legge Pica e ritrovati (nomi e cognomi) negli archivi dell’Italia centrale e settentrionale sono una fake news (peccato che Esposito non l’abbia inserita nel libro)…

Schema simile sempre a quello seguito da Barbero anche quando “Fake Sud” affronta il tema di Fenestrelle usando “la parte per il tutto”: per Esposito Di Fiore “ha scritto prima ‘in tanti morirono in quelle prigioni’ per poi correggersi (già negli Ultimi giorni di Gaeta) dicendo che ‘per loro il ritorno a casa non fu semplice’ e poi riconoscendo che non fu persecuzione scientifica”. In realtà, leggendo bene e conoscendo bene i libri di Di Fiore, non risulta affatto questo “climax” suggerito in maniera quasi subliminale da Esposito: in Nazione Napoletana (successivo agli “Ultimi giorni”), a proposito dei campi di prigionia sabaudi, Di Fiore scrive di “migliaia di militari rinchiusi” e anche “a centinaia non fecero più ritorno”. Stesso schema quando cita il prof. Gangemi e i suoi documentatissimi studi di prossima pubblicazione: si parla solo dell’errore di Barbero sui 1200 soldati (forse erano 1300) e non delle pluriennali ricerche archivistiche con le quali Gangemi dimostra la morte a Fenestrelle e altrove di diverse migliaia di soldati. Proprio su Fenestrelle i passaggi forse più (in negativo) significativi: abbracciando in pieno le tesi barberiane, Esposito sostiene che non era un lager, che non c’era la volontà di sterminare i soldati napoletani ma (giuriamo che la frase è proprio questa) “semmai l’ingenua pretesa di inquadrarli rapidamente nel nuovo esercito nazionale”. Non possiamo non evidenziare l’aggettivo “ingenua” riferito a quella scelta che, pure ammesso che la volontà iniziale non fosse lo sterminio, stride con le condizioni di quei viaggi e di quelle prigioni ritenute infernali per decenni. A parte il fatto, poi, che l’idea della “rieducazione” rievoca spettri impronunciabili, a parte il fatto che avrebbero potuto anche evitare de-portazioni a oltre 1000 km e a oltre 1200 metri di altezza (magari “rieducandoli” nelle loro zone di origine), a parte il fatto che dal numero di ospedalizzati, di morti, di fughe e di rivolte avrebbero potuto dedurre che forse non era il caso di insistere per tanti anni (e ben oltre quel 1862-data semi/fake usata da Barbero per chiudere le sue ricerche con lacune che saranno presto evidenti nel libro di cui sopra), a parte il fatto che Esposito avrebbe potuto chiedere lumi a Barbero in merito ai misteri di quei 40.000 soldati attestati a Fenestrelle non dai neoborbonici ma dai Carabinieri nel loro museo in epoca fascista, Esposito si risponde da solo quando, nella stessa pagina, scrive che “la maggior parte di quei soldati rifiutò [di essere inquadrata nel nuovo esercito] avendo giurato fedeltà a Francesco II”. Qui Esposito, però, non si chiede e non chiede neanche a Barbero quale fosse la sorte di quei soldati visto che non volevano essere rieducati e inquadrati e i sabaudi volevano “solo” rieducarli e inquadrarli. Forse, allora, a Fenestrelle non c’era un cartello con la scritta “campo di sterminio” ma quel forte lo diventò e non fu neanche l’unico caso.

Da notare anche qualche “distrazione” come quando riferisce ai neoborbonici la tesi “con 7 secoli di storia potevamo dirci neogreci, neoangioini o neoaragonesi” ma (senza leggere il testo riportato da circa 20 anni sul sito dei neoborbonici e limitandosi a cercare la notizia dal web) ci ricorda che i secoli, “partendo dai Greci sarebbero 28” (io ho scritto 3 libri sulla storia di Napoli e non ho mai parlato di “7 secoli”).

Nel libro contro le fake anche un’altra mezza fake: quella secondo la quale in Italia nessuno emigrava fino al 1860. Esposito forse non ha letto i testi che attestano emigrazioni consistenti (tra gli altri) di Comaschi, Genovesi e Parmigiani con cronisti che arrivarono a parlare di “fanatismo migratorio” (G. Goyau, M. Porcella, F. Bellazzi, G, Calzolari, tra gli altri).

Non è affatto vero, poi, che Aprile “peraltro non ha fatto alcuna ricerca diretta ma ha riassunto con toni vivaci quanto è stato scritto sul tema dal 1993 in poi” (Aprile non inserisce note ma riporta nei testi le sue tante fonti frutto anche di ricerche complesse) e non è vero che Terroni “riassume gli errori e le inesattezze della storiografia fai-da-te” e che “Pino Aprile cade in fallo” perché sottovaluterebbe il fatto che “anche un solo scivolone rischia di inquinare il resto” (e fa l’esempio –sbagliato- di Fenestrelle che non era un luogo di sterminio) e non è accettabile neanche l’altra tesi su Aprile: da un lato, infatti, Esposito scrive che con il suo Terroni “sempre più meridionali si sono liberati del senso di minorità”, dall’altro, però, in virtù della sua mancata “autocritica”, “chi legge quel libro prende per buone tutte le affermazioni e qualcuno anzi, come in un gioco al rialzo, si attiva in rete e magari aggiunge altro di suo e il rischio è che l’informazione inesatta o esagerata abbia l’effetto della mela marcia e spinga a buttare l’intera cesta”. Ovvio che Aprile non possa rispondere di quello che fanno i suoi lettori (se scrivo che Mertens non ha giocato bene non sarà colpa mia se qualcuno gli buca le ruote del motorino) così come… scagli la prima pietra uno scrittore infallibile.

Surreale la denuncia della fake news relativa alla frase di Bombrini (“I meridionali non dovranno più essere in grado di intraprendere”) perché, premesso che io nei miei libri non l’ho mai usata (amo le fonti da quando mi specializzai in archivistica), se è vero che (finora) non c’è una fonte che la documenti, è altrettanto vero (e lo specifica poche righe dopo) che Bombrini fece una lunga e articolata serie di scelte che potrebbero essere sintetizzate in maniera esemplare in quella frase, come attestano le eccezionali ricerche del grande Nicola Zitara. Dopo oltre un secolo e mezzo di silenzi omertosi e colpevoli (e dannosi) sulle politiche antimeridionali uno slogan e una locandina su facebook possono essere più efficaci di 100 libri soprattutto se sintetizzano una loro intrinseca e profonda verità.

Surreale anche un’altra delle tesi del libro: “non siamo ancora in un tempo pacificato”. Esatto. Ma per il motivo contrario: qui al Sud, nell’opera di ricostruzione di identità e di liberazione dal senso di minorità, siamo ancora all’anno zero e semplificazioni o anche e addirittura esagerazioni (legittime dopo 150 anni di umiliazioni) sono più che mai preziose. E forse abbiamo ancora più bisogno di orgoglio che di “maestrine con le penne rosse” pronte a bacchettare questo o quel passaggio (è un lusso che, forse, ci potremo permettere tra qualche anno). A meno che qualcuno non pensi che questo processo sia già concluso (e non è concluso affatto, come dimostrano le politiche antimeridionali di questi anni e che nel libro sono anche sintetizzate). A meno che qualcuno non pensi che questo processo non serva (e allora, forse, non ama davvero il Sud e non vuole davvero risolvere le questioni meridionali) e non ci meraviglieremmo molto se questo libro (soprattutto per le parti nelle quali in fondo sostiene che “è tutta colpa del Sud”) avrà molti spazi televisivi e giornalistici e venderà le sue brave copie… E magari in questo tipo di discorso rientrano anche certi titoli (quello più adatto, in questo caso, forse, era un più equilibrato e coerente con i contenuti “Fake Sud e Nord”, così come all’epoca “I prigionieri dei Savoia” di Barbero poteva far pensare ad una denuncia delle malefatte sabaude).

In conclusione (evitiamo di ripetere la formula usata da Barbero per iniziare la sua prefazione perché non riusciamo a capirla bene: “Nella conclusione a questo libro Esposito racconta…”), non possiamo non rilevare che Esposito forse per la prima volta parla del passato in un suo libro e ha scelto una strada (secondo il nostro parere personale) non del tutto felice, sia per la scelta della prefazione (e dei toni) che per diverse notizie riportate nel testo. Di fronte a oltre 150 anni di bugie (quelle sì tutte contro il Sud), di fronte a quei “400 gruppi facebook antimeridionali” (quelli sì carichi di un razzismo pericoloso), di fronte all’avanzare di una Lega (sempre) Nord (quella che condiziona non la “mentalità” ma la politica da decenni, quella che porta in giro odio vero e simboli di personaggi storici medioevali inventati sui quali, però, non ci risultano, ad esempio libri, articoli e premesse “infuriate” di Barbero che tra l’altro è anche medioevalista), di fronte all’avanzare di quel “partito unico del Nord” (che non si è mai messo e non si metterà mai a cavillare sui suoi aderenti e a cercare vie politicamente corrette), pur lusingati dallo spazio e dall’importanza attribuitaci in questo libro, ci auguriamo che il prossimo libro di Esposito e Barbero possa evitare di offendere o andare a cavillare tra libri e siti neoborbonici rivolgendo le loro attenzioni altrove (un altrove molto vasto a partire magari da tante storie-fake risorgimentali).

Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020

·        Andrea Camilleri.

LO SCRITTORE SICILIANO. Camilleri, le figlie: «Foto e scritti inediti nella cantina di casa». Andreina e Mariolina raccontano a Rai News 24: «C’è anche il suo primo tentativo di racconto: confluirà tutto nel «Fondo Camilleri» che aprirà al pubblico in primavera».  Redazione online su il Corriere della Sera il 5 Dicembre 2021. Garage e cantina restituiscono le carte intatte di Andrea Camilleri. Faldoni originali, foto di scena, privato. Una scoperta per le figlie del «papà» del commissario Montalbano, l’amatissimo scrittore siciliano scomparso due anni fa: «Abbiamo ritrovato un uomo affascinante e intelligente» dicono in esclusiva a RaiNews24. «Papà ci aveva chiesto di recuperare il suo materiale, ma la cosa che ci ha dato grande gioia è stato trovare tanti documenti, tanti scritti e di riuscire a raccontarglielo perché lui era ancora in vita quando abbiamo cominciato a trovare veramente un tesoro», dicono Andreina e Mariolina. Un tesoro in cui rientrano anche tanti inediti: «Un giorno gli abbiamo detto Papà abbiamo trovato Sweet Giorgia Brown - raccontano le figlie di Camilleri - e lui ci disse mamma mia avete trovato il mio primo tentativo di racconto, quindi lui era felice e questa cosa per noi è una gioia immensa ma anche una responsabilità grande».

Il Fondo Camilleri aprirà in primavera

Andreina e Mariolina raccontano che tutto il tesoro ritrovato confluirà nel «Fondo Camilleri» in costruzione, disegnato dall’architetto Simone di Benedetto, ma già riconosciuto dalle istituzioni di interesse storico. Aprirà al pubblico in primavera per studiosi, appassionati e per le scuole. In anteprima e in esclusiva a RaiNews24 sono stati mostrati i taccuini di un Andrea Camilleri adolescente, rilegati da lui stesso, sugli stati d’animo e le agende con gli impegni - leggeva un libro ogni due giorni - e ancora le prime poesie definite «assai buone» da Elio Vittorini e tra le tante cose il documento originale di una vera richiesta per la concessione di una linea telefonica che diventerà la storia di un romanzo di documenti. A RaiNew24 sono stati raccontati anche aneddoti che rivelano un po’ dell’animo di Camilleri, come la storia di «Giudizio a mezzanotte», commedia che ha sempre raccontato di aver lanciato giù dal finestrino mentre rientrava a casa da un viaggio a Firenze per un premio: le figlie però hanno trovato in cantina cinque copie del romanzo, smentendo di fatto il racconto del papà.

I racconti giovanili

Quattro racconti giovanili di Andrea Camilleri sono stati invece ritrovati non molto tempo fa nell’archivio de «L’Ora». Si tratta du storie di mare e di ritorni, che Camilleri scrisse a 24 anni e che con sua stessa sorpresa, qualche tempo dopo averli spediti in redazione, lesse sulla terza pagina del quotidiano palermitano. Era il 1949. Pubblicati una volta e poi mai più. Fino a finire tra i suoi testi considerati sparsi, perduti. Per poi tornare alla luce, dopo più di mezzo secolo e venire ripubblicati la scorsa estate sulla pagina Facebook «L’Ora. Edizione straordinaria».

Le figlie di Camilleri scoprono “inediti” del padre Andrea. Redazione tfnews.it il Dicembre 6, 2021. E venne il giorno in cui, Andreina e Mariolina Camilleri,  le figlie del “papà”  del Commissario  Montalbano, il protagonista degli episodi di una delle fiction più amate e seguite dai telespettatori, fanno una straordinaria, inattesa e preziosa scoperta. ”Abbiamo ritrovato un uomo affascinante e intelligente” – dicono in esclusiva a RaiNews24 – Papà ci aveva chiesto di recuperare il suo materiale, ma la cosa che ci ha dato grande gioia è stato trovare tanti documenti, tanti scritti e di riuscire a raccontarglielo perché lui era ancora in vita quando abbiamo cominciato a trovare veramente un tesoro“, rivelano Andreina e Mariolina. Un tesoro in cui rientrano anche tanti inediti: “Un giorno gli abbiamo detto ‘papà abbiamo trovato Sweet Giorgia Brown’ – raccontano le figlie di Camilleri – e lui ci disse ‘mamma mia, avete trovato il mio primo tentativo di racconto…quindi lui era felice e questa cosa per noi è una gioia immensa, ma anche una responsabilità grande”. Andreina e Mariolina raccontano che tutto il tesoro ritrovato confluirà nel “Fondo Camilleri” in costruzione, disegnato dall’architetto Simone di Benedetto, ma già riconosciuto dalle istituzioni di interesse storico. Aprirà al pubblico in primavera per studiosi, appassionati e per le scuole. In anteprima e in esclusiva a RaiNews24 sono stati mostrati i taccuini di un Andrea adolescente, alla fine degli anni ‘930, rilegati da lui stesso sugli stati d’animo e le agende con gli impegni: leggeva un libro ogni due giorni e ancora le prime poesie definite “assai buone” da Elio Vittorini e anche il documento originale di una vera richiesta per la concessione di una linea telefonica che diventerà la storia di un romanzo di documenti.

A RaiNew24 sono stati raccontati anche aneddoti che rivelano un po’ dell’animo di Camilleri, come la storia di “Giudizio a mezzanotte“, commedia che Andrea Camilleri ha sempre raccontato di aver lanciato giù dal finestrino mentre rientrava a casa da un viaggio a Firenze per un premio, ma le figlie hanno trovato in cantina cinque copie del romanzo, smentendo di fatto il racconto del papà.

·        Andy Warhol.

"L'uomo è una macchina sessuale": così spararono a Andy Warhol. Angela Leucci il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Valerie Solanas sparò a Andy Warhol il 3 giugno 1968: il movente, lungi dall'essere ideologico, è apparso da sempre di tipo personale. L’ultimo piano del Museo di Capodimonte a Napoli si apre con un’immortale opera della pop art dedicata a un simbolo italiano e partenopeo: il Vesuvio. L’ha realizzata Andy Warhol, padre appunto della pop art e genio creativo della Factory in cui confluirono in maniera assidua oppure occasionale personaggi come Nico (Christa Paffgen) e i Velvet Underground, i Rolling Stones, Bob Dylan, Allen Ginsberg, Salvador Dalì e Amanda Lear, Truman Capote. Warhol dipinse il Vesuvius (anzi un Vesuvius, dato che ne esistono diverse versioni) conservato a Capodimonte nel 1985, ma potrebbe non averlo realizzato. Non lo avrebbe fatto se nel 1968 fosse morto a causa di un attentato alla sua vita organizzato dalla femminista Valerie Solanas. Attentato che fallì, sebbene l’artista rimase sempre scioccato dall’avvenimento e alcuni ex giovani della Factory avrebbero sempre pensato a Solanas con risentimento.

Chi era Valerie Solanas. Valerie Solanas è stata una scrittrice e una femminista vissuta tra il 1936 e il 1988. La sua storia precedente al 1966 è un po’ fumosa, perché il grosso che si sa su di lei si ha a partire dai suoi primi scritti. Sopravvissuta a numerosi abusi sessuali da parte del padre, andò via di casa adolescente e visse attraverso gli Stati Uniti con mezzi di fortuna, fino a che nel 1966 giunse a New York, nel cuore del Greenwich Village.

Lo Scum Manifesto. “In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l'automazione globale e distruggere il sesso maschile”. È l’incipit di quella che è forse l’opera più celebre di Valerie Solanas, lo “Scum Manifesto”. Si tratta di un pamphlet femminista, espresso attraverso ironia e iperboli che in realtà è spesso stato frainteso dagli intellettuali a lei contemporanei. È difficile dire se l’inversione dei generi di cui parla Solanas e la violenza contro l’uomo faccia parte integrante del femminismo della seconda ondata oppure sia solo un divertissement letterario per suscitare una reazione forte nel lettore. “Scum Manifesto” contiene per esempio degli elementi lungimiranti di critica sociale, ma fu appiattito sulla violenza che scaturì da un episodio della vita di Solanas. In altre parole, quando Solanas sparò a Warhol, Solanas divenne solo quella che sparò a Warhol, quella che voleva eliminare il genere maschile. D’altra parte gli aforismi di Solanas, presi in sé per sé, non raccontavano favole con coniglietti e farfalline allegri in mezzo ai prati: “Definire un uomo come un animale è fargli un complimento - scriveva in Scum - L’uomo è una macchina, un vibratore ambulante”.

L’attentato a Warhol. La domanda che ci si deve porre nell’attentato di Solanas a Warhol è: qual era il movente della femminista? Secondo la vulgata principale, non ci fu niente di davvero ideologico in ciò che accadde - e che riporta lo “Scum Manifesto” in un’ottica meramente letteraria. D’altra parte qual era il seguito effettivo di Solanas, che trascorse la sua vita in solitudine o in carcere dopo quell’avvenimento? L’avvenimento in questione risale al 3 giugno 1968. Solanas giunse al quarto piano della Factory, così almeno racconta una canzone di Lou Reed, e sparò all’artista e al compagno dell’epoca, Mario Amaya. Warhol, ferito gravemente, lottò tra la vita e la morte, ma riuscì a sopravvivere anche grazie agli sforzi medici, anche se l’evento lo scosse profondamente. Tanto più che successivamente Solanas fu autrice di ulteriori episodi di stalking ai suoi danni. Solanas, all’atto dell’arresto dopo l'attentato, affermò che Warhol avesse “troppo controllo” su di lei. Il rapporto tra Solanas e Warhol era nato l’anno prima nel 1967: i due si erano incontrati e a prima vista, provando stima reciproca, pensarono di poter collaborare tra loro. Solanas diede all’artista un suo testo teatrale, che però poi Warhol affermò di aver perduto, ingaggiando, a titolo di risarcimento, la femminista a sua volta per un ruolo in una propria opera teatrale. Solanas è stata celebre per ben più di un quarto d’ora, utilizzando un’espressione cara a Warhol, eppure la sua figura è ancora inafferrabile. “La funzione della femmina è quella di stabilire rapporti, godere, amare ed essere se stessa, e questo la rende insostituibile. La funzione del maschio è produrre sperma, e oggi abbiamo banche di sperma”, scriveva Solanas sempre all’interno di “Scum Manifesto”. Ma, senza l’attentato a Warhol, la sua sarebbe rimasta una provocazione su carta, tramandata ai posteri come accade per qualunque altro libro del passato.

Nell’immaginario collettivo e pop. Dopo la morte di Warhol nel 1987, Lou Reed e John Cale, le due anime dei Velvet Underground che si erano sciolti da anni, tornarono a collaborare su un concept album dedicato a quello che per loro fu in un certo senso un maestro, una guida. Il risultato fu “Songs for Drella”, all’interno del quale c’è il brano “I Believe” che ripercorre appunto l’attentato di Solanas. “Credo ci sia qualcosa di sbagliato se lei è viva ora”, scriveva Reed di Solanas, che morì nel 1988, un anno dopo Warhol. Nel 1996, Mary Harron girò un biopic sull’argomento, “Ho sparato a Andy Warhol”, con Lily Taylor e Jared Harris nel ruolo di protagonisti. Non proprio un biopic ma molto interessante è l’esperimento di Ryan Murphy con un episodio di “American Horror Story: Cult”. Qui Solanas è interpretata da Lena Dunham, mentre Warhol è l’attore feticcio di Murphy Evan Peters. Solanas viene ritratta accanto al suo manipolo di femministe, più due uomini omosessuali, uno dei quali la tradisce pagandone il prezzo: la teoria fantasiosa ventilata nell’episodio della serie è che in realtà Solanas con le sue accolite fosse il killer Zodiac. E che Solanas fosse stata tradita fino alla fine dalla cultura patriarcale: i delitti di Zodiac, ancora insoluti, sono infatti attribuiti a un uomo.

Angela Leucci. Giornalista, ex bibliotecaria, filologa romanza, esperta di brachigrafia medievale e di cinema.

Giuseppe Videtti per “il Venerdì di Repubblica” il 9 aprile 2021. Colto, egoista, motivato, instancabile, determinato, frivolo, pettegolo, egocentrico, manipolatore. Spietato? Naturalmente. Non c'è cultura più spietata di quella che Andy Warhol (1928-1987) ha messo in moto. La nuova Arte. "Una volta che "entri" nel pop, non puoi più guardare un cartellone pubblicitario nello stesso modo di prima. Una volta che cominciavi a pensare pop, non potevi più guardare l'America nello stesso modo di prima. Ne eravamo sicuri, stavamo contemplando il futuro. Vedevamo gente che ci camminava dentro senza saperlo perché i loro pensieri erano ancora nel passato. Il mistero era scomparso, ma la meraviglia era appena cominciata". Così scrive Warhol con Pat Hackett in POPISM (pubblicato per la prima volta nel 1980 e oggi riedito da Feltrinelli), il più interessante dei suoi tre libri (gli altri: The Philosophy of Andy Warhol e The Andy Warhol Diaries), perché è quello che meglio fa intuire la sua (vera?) natura; intelligenza acuta a caccia frenetica di uomini e cose per foraggiare le sue idee. Il quarto d'ora di celebrità era lo specchietto per le allodole, la strizzatina d'occhio a quelli che intuiva avessero i numeri per ridefinire - come sensali, mai come protagonisti - il concetto di arte, che dopo di lui sarebbe diventato "altro". Warhol se ne sbatteva di quel quarto d'ora, puntava all'eternità. Nessuno riesce in un'impresa del genere senza guardare dritto davanti a sé, usando il meglio di quel che gli si para intorno, noncurante delle reazioni, delle fragilità, delle conseguenze. Marketing, comunicazione, linguaggio, vita sociale, musiche, film, progetti grafici, impaginazione, fotografia, lettering, arredamento; le discoteche, i ristoranti, le boutique, le vetrine e persino le confezioni degli alimenti hanno ancora la sua firma (anche senza copyright). S'intuisce che l'aveva giurata anche al potentissimo gallerista Leo Castelli che, all'alba dei Sessanta, gli aveva preferito Roy Lichtenstein. In realtà la sua rabbia nessuno l'ha mai documentata; la vendetta la serviva a base di indifferenza, che fa ancora più male (come si sentiva Valerie Solanas quando in quel cruciale 1968 gli sparò, senza ferirlo a morte, nell'atrio della Factory?). La pop art era troppo giovane e ai galleristi non era ancora chiaro il concetto "you know your culture from your trash", la tua cultura si vede dai rifiuti, per dirla col Peter Gabriel di Steam. Dice bene Alessandro Carrera nella prefazione: "Da POPISM i lettori non verranno a sapere la 'verità' ma leggeranno come Warhol l'ha voluta raccontare, come ha voluto giustificarsi e anche, tra le righe, come ha voluto tacerla. Mai fidarsi di Andy Warhol. Criticatelo finché volete, ma non c'era altro modo di sopravvivere al tritacarne dei meravigliosi, crudeli anni Sessanta. O mentivi, o morivi". Non è Warhol a sublimare la grande bugia e santificare la grande illusione, a costo di martirizzare il popolo della Factory (cantanti, musicisti, registi, scrittori, socialites, fotografi, giornalisti: Interview è un mensile tuttora in edicola, ancora molto bello), fulminati e schiavizzati dalla sua personalità? "Non mi imbarazzava chiedere: 'Che cosa dovrei dipingere?'. Perché il pop viene dal mondo esterno, e dove sta la differenza nel chiedere idee a qualcuno invece che cercarle in una rivista? C'era gente che ostentava disprezzo se gli chiedevi una dritta; non volevano sapere niente di come lavoravi, volevano che tu mantenessi la tua mystique cosicché ti potessero adorare senza essere imbarazzati dai dettagli" scrive. Detto così sembra altruista e democratico. Ma alla Factory non regnava la fratellanza della Beat Generation. Andy era a caccia di talenti e idee, ne aveva bisogno come un tossico della dose; nessuno l'ha mai visto al capezzale dei suoi divi malati, distrutti dalla droga, schizoidi, spiantati o dissociati. Che fosse la sua musa Edie Sedgwick o Lou Reed e Nico dei Velvet Underground, schiavi dell'eroina. Pietas e Pop hanno in comune solo le P. Nel 1961 già si fregava le mani sbirciando nei fenomeni di massa - all'epoca era la febbre del twist: "Andavamo alla Peppermint Lounge sulla 45th Street. Come titolava Variety, nuova "mossa" nella café society - gli adulti adesso vanno pazzi per il nuovo beat dei giovani". Ne aveva macinate di risorse umane quando vent'anni più tardi entrava da trionfatore allo Studio 54, più riverito e accreditato di Truman Capote. Il pop è un'arte che non ha segreti. Tutto in piazza. Se la riderebbe oggi di certe degenerazioni, social e reality. Lui che ha scritto un voluminoso diario in cui invece di raccontarsi ci mette al corrente della sua economia domestica - ricevute di taxi comprese. Più enigmatico del testo della canzone che David Bowie gli ha dedicato nell'album Hunky Dory. Alla sua mystique ci teneva, eccome!

·        Antonio Canova.

Estratto della relazione di Pierluigi Panza pubblicata da Dagospia l'11 novembre 2021. Nel 2022 si celebra l’anniversario del più grande scultore italiano dell’Ottocento, Antonio Canova, colui che nel 1815 riportò in Italia le opere d’arte sottratte da Napoleone. La Biblioteca di Bassano del Grappa conserva la più grande raccolta al mondo di documenti manoscritti di Antonio Canova, composta dal suo epistolario (6.658 lettere), dai quaderni di appunti e da altri scritti. Nella relazione di presentazione alla digitalizzazione presentata ai Musei civici di Bassano del Grappa da Pierluigi Panza, un capitolo è stato dedicato anche al rapporto tra il grande scultore e le donne. Ecco questa parte della relazione. “Omo senza lettere” si definiva Canova che, in realtà, ha scritto molto. Dalle lettere si definiva anche omo senza donne. Ma è proprio vero? L’argomento emerge soprattutto da lettere che si conservano presso altri archivi. “Moglie spero di non prenderla più, o almeno se lo dovessi fare la prenderei avanzata, per poter vivere sempre quieto ed attendere alla mia arte, che tanto a me che esige tutto l'uomo senza perdere un momento” scrive in una lettera a Giuseppe Falier il 20 dicembre 1794. Una donna in età avanzata (anziana), per non disturbarlo. E ancora: “Mi sembra impossibile che Lei si mantenghi ancora nella credenza ch'io sia amogliato, non lo sono, non faccio l’amore con ragazze nubili, e nemeno con maritate, anzi mi avanzo a dirgli che pocchi celibi viverano lontani dalle done come fo io”, scrive sempre al Falier il 2 marzo 1782, quando ha 25 anni! Ma è proprio così? No, ha avuto storie con donne. Una è la delusione amorosa di fine Settecento con Domenica Volpato, figlia dell’artista suo amico, una donna “che è una bellezza”, scrive. La quale, però, si dichiarò innamorata dell'incisore collega napoletano Raffaello Morgen. Poi c’è una tale Lauretta, lasciata prima della partenza a Roma nel 1779. Vi furono poi Delphine de Custine, nobildonna francese con la quale lo scultore intrattenne un carteggio densissimo, oggi diremmo una chat a sfondo sessuale e Juliette Récamier, considerata dal Canova bella “comme une statue grecque que la France rendait au Musée Vaticain”, ma la Récamier, alal fine, concesse la propria mano a Benjamin Constant. Su questo tema, l’archivio digitalizzato di Bassano del Grappa presenta anche tre lettere di Bianca Milesi a Canova (BCB, Epistolario Canova, VI.665.3929, 14/6/ 1816). Il salotto della Milesi era popolato da carbonari. Dalla Milesi Canova riceveva informazioni su Minette d’Armendariz, la sua donna più ricordata, alla quale era stato sentimentalmente legato nel 1812. Nella primavera del 1812, trovandosi a Firenze, Canova conobbe Minette Alavoine de Bergue, giovane di origine franco-tedesca: ci fu subito una tale corrispondenza di sentimenti che il barone spagnolo generale Armendariz si dichiarò disposto allo scioglimento della promessa matrimoniale. Ma Canova, al solito, tergiversò troppo e abbandonò i progetti matrimoniali. Lei si sposò e seguì il marito in Spagna. Canova, tuttavia, continuò a chiedere notizie di lei alla Milesi, che faceva da “tramite”, un po’ come quelli che oggi seguono sui social networks le storie delle loro ex.

Pierluigi Panza per il “Corriere della Sera” il 17 Dicembre 2021. Antonio Canova non era peccaminoso. In una lettera all'amico Giuseppe Falier del 2 marzo 1782 (quando aveva 25 anni!) scrive: «Mi sembra impossibile che Lei si mantenghi ancora nella credenza ch' io sia amogliato; non lo sono, non faccio l'amore con ragazze nubili, e nemeno con maritate, anzi mi avanzo a dirgli che pocchi celibi viverano lontani dalle done come fo io». Una tesi ribadita allo stesso dodici anni dopo (20 dicembre 1794): «Moglie spero di non prenderla più, o almeno se lo dovessi fare la prenderei avanzata, per poter vivere sempre quieto ed attendere alla mia arte, che tanto a me che esige tutto l'uomo senza perdere un momento». Dunque, il «peccato» al quale fa riferimento la mostra Canova tra innocenza e peccato al Mart di Rovereto (presieduto da Vittorio Sgarbi) da oggi fino al 18 aprile non sta nell'artista, ma negli occhi di chi guarda le sue opere, mentre la bellezza, potremmo affermare, è scolpita nel marmo. Non che Canova mai amò donna (ci sono Domenica Volpato, Delphine de Custine, Juliette Récamier), ma maggiormente amò plasmare creta e gesso con armonia, equilibrio e grazia e dunque in lui vive l'innocenza mentre il peccato va cercato nei posteri, che trasfigurarono quei nudi e quelle carni spogliandole della mediazione estetica che la sua mano aveva impresso. Ciò avvenne in maniera radicale nelle declinazioni dei linguaggi contemporanei, in particolare con lo strumento della fotografia. Osservando Canova (questo poteva essere anche il titolo della mostra) gli atei dietro l'obiettivo spogliarono le statue del religioso artista di Possagno, al massimo ispirate a un paganesimo antico depurato da orge e baccanali. Alcune delle quattordici opere di Canova esposte sotto la grande cupola del museo progettato da Mario Botta sono dei notevoli gessi, come l'Endimione dormiente (1819), Amore e Psiche stanti (1800), la Danzatrice con mani sui fianchi (1810), la Venere Italica (1811) e la Maddalena penitente (1796) tutti provenienti dalla Gypsotheca di Possagno (presieduta da Vittorio Sgarbi). Più alcuni busti in marmo e tempere su carta. Ma il senso dell'esposizione non sta in queste ma nel dopo, ovvero nella ricerca di quali scultori e fotografi del Novecento hanno creato opere che si possono connettere - non direi ispirare - alla vasta produzione di Canova. Qui si spazia molto, dall'esplicitamente correlato all'accostamento di fantasia per similitudine o amicizia come nel campo vasto delle tassonomie secentesche. Il Tondo CanOvAuroborus di Luigi Ontani del 2017, per esempio, è un diretto omaggio allo scultore; l'Herma di Man Ray del 1971 può essere una evoluzione; gli Ecce homo di Ducrot del 2014 sono una connessione da costruire; le terrecotte di Ettore Greco sono esplicite riproduzioni di personaggi veneti scolpiti da Canova mentre delle copie postmoderne con inserti sono quelle di Fabio Viale, Fabio Novembre, Aurelio Amendola. La Venus Vertical Erosion di Massimiliano Pelletti sembra uscita dal galeone sommerso di Damien Hirst. Inoltrarsi nelle foto di nudo per vederci il «peccato» originato da Canova, come se in lui ci fosse un celato peccato originale, è facile come puro regarder ma più fragile dal punto di vista storico-critico. Qui la mostra si fa narrazione per episodi e dichiarati tradimenti. Le stampe di Luigi Spina sono dei Canova di scorcio che cercano «l'imperfezione» mentre quelle di Paolo Marton dei Canova neoallestiti. Se ci addentriamo nell'erotica d'autore troviamo Caino di Wilhelm von Gloeden, le stampe alla gelatina di Robert Mapplethorpe, quelle a getto d'inchiostro di Helmut Newton, il pre-porno anni Sessanta di Miroslav Tichy - che non credo abbia «riscritto il codice del corpo» - sino ai nudi di Roberto Bolle fotografato da Douglas Kirkland. Di certo, dopo Marinetti Canova è fatto prigioniero e alla sua ricerca del divino si è opposta una ricerca del terreno, dell'immaginario erotico. E così, travestiti, malformati, prostitute, mutilati, reietti, nani e storpi diventano il repertorio da film dell'orrore di Joel Peter Witkin, che ha vertice nel suo Portrait as a Vanite , un caravaggesco anticanova. Con le sue The Graces , tre transessuali mascherati con in mano il cranio di una scimmia, il viaggio intorno a Canova ci ha ormai portati nell'emisfero opposto a Possagno, dove ad attenderci ci sono il ceco Jan Saudek e Ilona Staller con l'amerikano Jeff Koons sul set di Made in Heaven . Il principe perpetuo dell'Accademia di San Luca non entrerebbe mai nella loro stanza da motel, ma l'Arte è sempre un «diventare arte» grazie a nuovi discorsi e quindi un Canova impertinente, vivo e scatenato forse c'è anche qui. Ciò significa che il «nuovo Fidia» fu un grande represso? Freud non c'era ancora e, quindi, ringraziamolo per i capolavori riportati in Italia nel 1815 e lasciamolo stare. Intanto, grazie alla vittoria di 784 mila euro dal bando del ministero della Cultura, alle soglie del duecentesimo anniversario della morte di Canova il Comune di Possagno, in collaborazione con il Museo Canova, si è aggiudicato le risorse per realizzare il progetto di «Restauro e digitalizzazione del complesso architettonico canoviano» sull'Ala Ottocentesca, fatta edificare dal fratellastro dello scultore, il bassanese Giovanni Battista Sartori, per ospitare le opere canoviane appositamente trasportate da Roma, sede di lavoro dell'artista.

·        Antonio De Curtis detto Totò.

Pasquale Chessa per “il Messaggero” il 12 aprile 2021. Che il principe di Costantinopoli Antonio de Curtis di Bisanzio, nato col solo cognome della madre 28 anni prima, avesse comprato la sua paternità dal nobile spiantato Giuseppe De Curtis più che come una diceria, «soffocata ma diffusa», funziona come un lampo al magnesio che illumina di verità la vicenda esistenziale di Totò. Sia stato un grande attore o invece una macchietta, un genio dell'interpretazione o invece una maschera inconsapevole, nella sua biografia Paolo Isotta lo eleva agli altari con un icastico San Totò.

SOPRANNATURALE. Succede, quando la cronaca attinge al sovrannaturale per sfidare la storia: nella canzone che lo consacrò grande e sublime, addirittura Lucio Dalla osa ricorrere a un paragone al limite della blasfemia: «... mi chiamo Gesubambino». Oltre alla fede sincera mescolata alla immaginazione visionaria, l'attrazione per il sacro, spingeva Dalla a cercare la verità delle sue origini nella santità: faceva credere, e forse nell'inconscio lo credeva, che il vero padre non fosse il signor Dalla andato a nozze con la madre a pochi giorni dalla sua nascita, quasi per aggiustare un qualche guaio indicibile, ma fosse nientemeno che Padre Pio. In subordine, però, si accontentava della paternità del sindaco di San Giovanni Rotondo, amico della famiglia di «mamma Jole», dopo che tutta la sua parentela si era trasferita nelle Puglie. Devotissima a padre Pio, lei lo voleva frate. Ma per i primi anni Lucio, che già a tre faceva il fenomeno con la fisarmonica, riuscì a diventare solo un discreto clarinettista jazz. Pieno di istinto, però poco dotato per lo studio della musica, con le mani troppo corte per suonare il piano, ci voleva un miracolo per farlo diventare una star. Facendo leva su quell'evento soprannaturale due cronisti di rango, Assante e Castaldo, consapevoli del posto che le canzonette occupano nella storia del presente, hanno ricostruito la biografia di Dalla individuando nella «bolognesità» un tratto peculiare del carattere italiano. Se sia stato padre Pio non si sa! Fatto sta che un giorno del 1963, l'anno di Sapore di sale quel jazzista un po' nano, troppo peloso, con una voce che non si poteva sentire, attirò l'attenzione di Gino Paoli che decise di farne una star a sua immagine e somiglianza. Non fu un miracolo semplice.

LA CENSURA. Ci volle appunto Gesubambino, nonostante quel titolo fosse stato censurato per partecipare al Sanremo del 1971. Con la sua data di nascita nel nuovo titolo, 4 marzo 1943, Dalla fa la magia: diventa un cantautore, come De Gregori o Battisti, De André o Tenco, sul filo di suggestioni che rimandano a Dylan...Così la bolognesità di Dalla, molto più della napoletanità di Totò, riesce ad aggiungere una tessera cruciale alla storia del carattere italiano. Alla prosa barocca e dionisiaca di Paolo Isotta non riesce la trasfigurazione della comicitità di Totò ridotta a una funzione consolatoria: «... aiuta la gente prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile». Gli sfugge il miracolo di Pier Paolo Pasolini con Uccellacci e uccellini e ancora meglio nel piccolo capolavoro, Che cosa sono le nuvole, con Jago marionetta interpretato da un metafisico Totò. Il quale si troverà pure sulla lunghezza d'onda dei grandi classici della commedia greca e romana, da Aristofane a Plauto, sarà pure riuscito a trasmutare la Commedia dell'arte nella Rivista napoletana, ma non è mai riuscito a incidere nella storia del suo tempo al pari di Charlie Chaplin, dei tre Marx e Buster Keaton e nemmeno di Dario Fo.

Dal "Fatto quotidiano" il 7 marzo 2021. Quello di Paolo Isotta – il grande e “irregolare” critico musicale prima del “Giornale” e del “Corriere della Sera” e poi collaboratore del “Fatto Quotidiano” scomparso lo scorso 12 febbraio – per Totò è stato un innamoramento. E questo suo ultimo “San Totò” – in libreria per Marsilio da oggi – ne è la dimostrazione. Qui ne anticipiamo un brano. Il 15 aprile 1967, verso le tre del pomeriggio, scendevo a via Roma dal Corso Vittorio Emanuele attraversando i vicoli dei "Quartieri". Avevo sedici anni. Dai "bassi" uscivano donne in lacrime. Singhiozzavano. "È mmuorto Totò!". E s' abbracciavano per condoglianza, come quando un congiunto entra nel regno donde non si torna. Di quel pianto l' aria vibrava, come d' una nota musicale. In pochi minuti Napoli ne fu pervasa. Si estendeva dal Vesuvio a Posillipo ai Campi Flegrei. Appresi così che il mio idolo non c' era più. Come l' avevano saputo, quelle donne? Nei "bassi", sul comò, accanto al San Giuseppe o alla Madonna sotto la campana di vetro, c' era la radiolina a transistors dalla quale gli uomini, la domenica, seguivano la partita di calcio. Avvenne forse così. Di bocca in bocca si trasmisero il lutto. Era scomparso più che un congiunto. Era morto un Santo. Federico Fellini, restato col rimpianto di non aver mai girato un film con lui (ma la prima colpa era sua), l' aveva ribattezzato "San Totò" per la felicità da lui donata a tutti con la risata che imperiosamente suscitava. E anche quelli che si recano a venerarlo alla tomba di Santa Maria del Pianto a Napoli lo chiamano Santo Totò, gli rivolgono preghiere, gli chiedono grazie. Un' altra particolare testimonianza di devozione viene da un sommo artista, il direttore d' orchestra Giuseppe (Pippo) Patanè: il quale, una volta, in anni non sospetti, mi disse: "I più grandi italiani del Novecento sono stati Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello e Totò" Due giorni dopo, il carro contenente la bara giunse da Roma prima delle cinque. I funerali si svolsero al Carmine. Dall' uscita dell' autostrada, per diversi chilometri, due ali di folla lo salutavano, gl' inviavano baci e fiori. Un tempo la basilica confinava colla spiaggia, l' acqua la lambiva. Posseggo un olio di Silvestr Scedrin, morto a Sorrento nel 1830, che la ritrae così. La facciata dà sulla piazza del Mercato. Lì, il 29 ottobre 1268, Corradino di Svevia e Federico d' Austria vennero decapitati per ordine di Carlo d' Angiò. Attendevano l' esecuzione giuocando a scacchi. Quindi, oltre ch' esser intrepidi, avranno avuto la capacità di ridere. Colla sapienza dei morti, oggi sanno la natura anche tragica, oltre che sommamente comica, dell' arte di Totò; e hanno provato piacere che venisse loro unito per esequie. Dico natura tragica: ma non quando i registi gl' impongono parti apparentemente tragiche. La natura tragica è della maschera. L' orazione funebre pronunciata da Nino Taranto all' interno della basilica del Carmine può ascoltarsi "in rete". Lapidaria, commovente. Il grande Nino, del quale riuscii anche a esser amico, era in compagnia di Dolores Palumbo: una straordinaria attrice di prosa che Totò faceva lavorare soprattutto nella Rivista ed è poi immortalata in un ingrato, difficillimo ruolo di Miseria e nobiltà, oltre a esser stata fra le migliori scarpettiste del Novecento: vedere 'O scarfalietto per averne un' idea. Con un compagno di scuola, Fabrizio Perrone Capano, mi ci recai. In chiesa c' erano tremila persone, in piazza centoventimila. Fu il primo spontaneo convegno di massa del dopoguerra. Prima, c' erano le "adunate oceaniche". Esequie siffatte avevano ottenuto solo, avanti la Guerra, Enrico Caruso e Eduardo Scarpetta: quanto a partecipazione in percentuale, non forse quanto a numero di presenti. Dopo il 1945, i comizi del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana. Ma quel giorno il popolo convenne da sé. La folla, che ondeggiava, si serrava e ci serrava, ci spaventò. Ci sentivamo soffocare e travolgere. Ebbi l' idea di entrare in uno dei moderni palazzi prospicienti il sagrato. Il portone era aperto. Bussai a un secondo piano e chiesi ospitalità. La padrona ci accolse con un sorriso della cortesia napoletana di un tempo. Il balcone era gremito: ci offrirono anche la sedia e il caffè. Dall'alto la folla pareva il mare quando soffia il libeccio. A un certo momento la cassa esce, portata a spalla, sormontata dalla sua bombetta, che Franca aveva già posta sul feretro per la camera ardente, ai Parioli. La infilano nel carro. Riescono a chiudere lo sportello: con molta fatica, ché tutti volevano baciare o toccare 'o tabuto, il feretro. Il carro è assalito. Prende la fuga. La folla lo insegue. Il finale di Totò a colori si ripetette da sé. Colla sua ultima recita Totò volle anche ribadire una verità estetica affermata, tra l' altro, da due eccelsi poeti, pur essi napoletani, Tasso e Marino: che la Natura imita l' Arte. Non possiamo che chiudere queste parole con una sentenza delle Metamorfosi ( III , 158-9) di Ovidio, origine di quelle barocche: la natura col suo ingegno aveva simulato l' arte. Ch' è una delle insegne del Barocco, stile al quale Totò, come Bernini, appartiene, e stile che incarna. Un Barocco funebre e inquietante, surrealista e marionettistico, come sovente è, col suo ossessivo culto della Morte e della Vita fra le quali non sempre distingui i confini.

 Stenio Solinas per “il Giornale” il 14 marzo 2021. È un' allegria malinconica quella che accompagna la lettura di San Totò (Marsilio, pagg. 302, euro 19), l' ultimo libro di Paolo Isotta, rivisto e corretto per il «si stampi» un mese prima della sua improvvisa scomparsa, il 12 febbraio scorso, a settant' anni da poco compiuti. Parlo per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, ché per il comune lettore il piacere sarà totale, pieno com'è il testo di annotazioni spiritose, aneddoti e sottolineature ironiche, divagazioni simpaticamente erudite fatte con l'uso di mondo di chi si muoveva fra arte, musica, cinema e letteratura come se fosse a casa sua. E forse fa parte dei segni del destino che Isotta se ne sia andato sottobraccio a Totò, perché, come sottolineava il primo, «la grande arte è sempre tragica», e come sottolineava il secondo «non c'è niente che provochi singulti di ilarità, assai maltrattenuti di fourire quanto un funerale, che è lo spettacolo della morte». Erano entrambi consapevoli che «la vita non si sceglie, si accetta», ovvero che «la felicità è un fatto di dimenticanza» e ciascuno a suo modo nel corso della loro esistenza le hanno stoicamente fatto fronte. Nel titolo c' è la chiave di lettura di un libro tanto singolare, nell' essere cucito addosso al suo autore, quanto universale nel rifarsi a un principe della risata. «Io son un uomo all' antica - scrive Isotta -, e credo solo nei Santi: e nemmeno in tutti... Per me Totò è un Santo: per l' altezza della sua arte, per la gioia da lui per decenni donata a milioni di persone: gente del popolo, piccola borghesia, poi persino alta, ma anche autentici reietti. Per essere riuscito, con la risata che suscitava, a far per un attimo dimenticare a tutti, non solo ai reietti, le loro tragedie... La comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile. Che altro fanno i Santi?». Deriva da qui l' altro elemento religioso, di una religiosità arcaica e pagana, della comicità di Totò che è, al suo massimo, di natura eversiva, nel suo contestare non solo la società borghese e le sue convenzioni, ma, come spiega Isotta, lo stesso «principio d' identità personale, che la realtà sia percepibile, forse anche che la realtà esista». È quello di Totò un portato che attraversa i secoli, dai Saturnali ai lazzi dei jongleurs sul sagrato delle chiese medievali alla Festa di Piedigrotta, «erede cattolicizzata di settembrini riti dionisiaci e priapei» e che altro non è se non l' incanalamento e lo sfogo di un' energia eversiva la cui repressione sarebbe non solo impossibile, ma altresì dannosa. Ne deriva che «l' arcaicissima essenza rivoluzionaria di Totò si trasforma in una forza di coesione sociale: e solo proveniendovi sillogisticamente possiamo comprendere una verità non piacevole da ammettere. Anche perché l' avrebbe compresa un senatore del primo secolo avanti l' era volgare, non un cretino odierno». E infatti, «Totò è stato uno degli artisti più perseguitati dalla Censura: ma dopo, non prima, del Regime». Il libro si divide in due parti: della seconda diremo dopo, ma la prima, «Tentiamo un ritratto», qui ci interessa perché oltre a essere «una flânerie in quell' universo che si chiama Totò», è anche una flânerie nell' universo Isotta. Si prenda la puntuale analisi intorno al costume tipico di Totò, un tight surreale e comicamente deformato, con la bombetta al posto del cilindro, le stringhe delle scarpe annodate a mo' di papillon, buono semmai per il «dinner jacket, vulgo detto smoking», al posto della classica cravatta lunga argentata, nera solo se la indossi un maggiordomo. Ecco come Isotta ci flaneggia intorno: «I parvenus (o pezziente sagliute) definiscono così, convinti di essere nel giusto, il loro semplice cameriere, sovente shrilankese... Il dinner jacket non è un abito da cerimonia (i cretini e i parvenus lo mettono alla prima della Scala), ma, come dice il nome stesso, un abito sottotono, che andrebbe indossato per le cene in famiglia senza pretese E non dico che camicie questi parvenus indossano al Sant'Ambrogio!». Di fronte alla prevedibile critica che si sta parlando di etichette di un secolo fa, quando c'era ancora il frack, quando il tight non era fuori moda, Isotta non demorde: «Non nego. Il punto è che i coglioni che mettono lo smoking a Sant' Ambrogio credono di stare in alta etichetta. In così alta etichetta che se si mettessero la giacca a quadrillets, le scarpe bianche e la paglietta non farebbero differenza». Isotta, «nei protratti e non rimpianti Sant'Ambrogio» di quando era il critico musicale del Corsera, «indossava sempre un fumo di Londra o un abito blu scuro». Ahimè, niente frack: «Sarei stato preso per un orchestrale; e sarei stato solo e quindi ridicolo».

Notazione finale: «Tutte queste cose me le ha spiegate in sogno il principe de Curtis». Si prenda poi l' analisi intorno a Peppino de Filippo, deuteragonista più che spalla di Totò, ovvero «il miracolo di un adattamento reciproco che nasce dall' intelligenza, dalla pratica, dal genio». Peppino creava alla pari con Totò, non gli porgeva le battute. «Quando in Totò, Peppino e la... malafemmina Peppino cancella col fazzoletto i suoi errori di scrittura e poi, sudando copiosamente, si asciuga collo stesso fazzoletto e si copre la faccia d' inchiostro, ci si può solo inchinare reverenti come di fronte al Padre e allo Spirito Santo». Peppino, dunque, non Eduardo, «un Pirandello dei miserrimi. Mi pare che nel 1981 un retore che ricopriva la più alta carica dello Stato nominasse De Filippo Senatore a vita. E infatti Pertini è stato il più retore (Scalfaro il più surrettizio; Cossiga andava rinchiuso tra pareti piumate) fra i nostri Presidenti. Pertini, a sentire la parola arte avrebbe messo mano al suo moschetto di partigiano. Eduardo De Filippo lo conosceva in quanto comunista: e per lui era ragione sufficientissima». Infine, la lingua isottiana, che non sfigura rispetto alla fantasia verbale e neologistica di Totò: «la teterrima via Santa Maria Antesaecula», «l'ineunda autostrada», «sorge un'osservazione», «ogni regola soffre eccezione», «siccome documentato», «similla», «accorsato», «allocato», «il gag», sempre al maschile, i «films» sempre con la esse finale, come d'altronde gli sketches...La seconda parte del libro, la più lunga, 200 pagine, è una minuziosa schedatura di tutte le pellicole, dal 1937 al 1966, che ebbero Totò come protagonista o ne videro la partecipazione. A leggerla, si capisce quanto Isotta abbia preso gusto nello scriverla, visto che gli riservava lunghe ore notturne dove, soffrendo d'insonnia, poteva se non altro dimenticarla ridendoci intorno e, si capisce da come alcuni testi comici di Totò siano stati riportati per intero, ridendoci sopra a crepapelle, come del resto è capitato al sottoscritto, per quanto li avesse visti, rivisti, stravisti al cinema o in televisione. Perché poi, come egli spiega benissimo, e come a lungo non capirono i critici, molti dei quali continuano ancora a non capirlo, Totò non è tanto un attore, ovvero un interprete, bravo e financo bravissimo, ma è una maschera a sé, con tutta la poliedricità e il genio che le sta dietro, e noi nei films è proprio questa che andiamo cercando, pellicola dopo pellicola, indipendentemente dai soggetti, dalle trame, dalle situazioni. Una maschera, ennesimo paradosso, che è poi la sua stessa faccia... Come osserva Isotta, «il patetismo dà sempre fastidio, ma quando si tratta di Totò è un vero errore di grammatica». Sotto questo profilo, l'adorazione isottiana per Che fine ha fatto Totò Baby?, di converso alla scarsa considerazione per Uccellacci e uccellini, rientra in quella comicità metafisica che fa tutt'uno con il teatro della crudeltà, dove il concetto di maschera eccede la misura stessa del bene e del male, è tanto radicale quanto assoluta. In una scena, nemmeno fra le più sadiche, Totò rompe a martellate la gamba rimasta sana di Pietro De Vico perché il risarcimento prevede la rottura di entrambi gli arti inferiori; in un'altra strozza una ragazza con una calza, parodiando d' Annunzio: «La calza è bella! La calza è buona! Tutta di calza ti voglio vestire!». A Totò e alla sua filmografia, Isotta si accosta con la stessa attenzione filologica riservata alle partiture musicali. Si prenda i due fratelli Caponi di Totò, Peppino e la... malafemmina. In realtà, ma pochi se ne sono accorti, i due all' anagrafe fanno Capone, «ma per via delle continue violenze da loro fatte all'ortografia, alla grammatica, alla sintassi, essendo loro due pronunciano il cognome al plurale, Caponi». «Che siamo noi», appunto. Continueremmo all' infinito, ma non si può. San Totò è il bellissimo libro sul principe della risata scritto dal principe della critica musicale, e non solo. E, come avrebbe chiosato il primo, «ho detto tutto».

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 18 marzo 2021. È tornato Paolino Isotta, il mio amico Isotta, ce l'ho sulla scrivania, bello corpulento come sempre, com' era in carne e com' è ancora in carta, me lo guardo e averlo qui mi rassicura e mi intimidisce: per giorni ho avuto pudore ad aprirne le pagine, e ne avevo ragioni, perché è un Paolino non musicologo e non polemico, è un Paolino dolce e filiale, figlio di Napoli amata come nessuno ama più la sua città, figlio di Totò. Il libro che mi ha restituito il mio amico è infatti San Totò ( Marsilio, 302 pagine, 19 euro). Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò (1898-1967). A destra, la copertina del libro di Isotta In gioventù mi ero dedicato al pianoforte classico e per questo a volte mi sono sentito titolato ad avvicinarmi alla sapienza di Isotta, venendo respinto non per sua volontà, ma perché le sue conoscenze erano così tentacolari e connettive che, più che maneggiare le sue evoluzioni intellettuali, sovente mi sono trovato a correre loro dietro. Questo libro, invece, mi è vicino perché a Paolino somiglia: è quello bagnato nel sugo partenopeo dell'aneddoto e della scaramanzia, nella parte sotto la cintura della religione, dove si venerano più volentieri i santi che Dio; questo sentimento passa attraverso il suo più nobile interprete, Antonio de Curtis. Totò ha rappresentato per Isotta il terzo volto delle sue passioni vernacolari che con la finezza dei poeti rigirava in aristocratiche: le prime due erano l'utero metropolitano di Napoli (che ha messo dappertutto nei suoi scritti) e San Gennaro, il quale tanto quanto Paolino stesso, è l'incarnazione catto-pagana di una città che per i suoi pensatori è puro spirito, lasciando il santo nella teca a sanguinare (ma poco e non sempre). Ho raccontato e ricordo di nuovo, perché è il profilo più acconcio che ne potrei fare, una scorribanda su uno scooter cui Isotta mi costrinse negli anni Ottanta, un giorno in cui ero stato mandato a Napoli per un articolo: Isotta venne a prendermi in stazione con la Vespa, mi obbligò a togliere l'orologio e partì come un matto. A un incrocio si mise a litigare con un altro scooterista insultandolo in un dialetto acrobatico e forbito, dandogli del voi, fino a che, del tutto spazientito, passò al tu e lo ricoprì di contumelie di argomento sessuale. Tanto quanto Isotta, che si trovò spesso a peregrinare nei sottoscala dei giornali nonostante o forse proprio a causa delle sue altezze letterarie e il suo divincolarsi dalle 'ndrine dei pensatori certificati, anche Totò fino alla morte fu oggetto di discriminazione da parte dell'intellighenzia che storceva il naso guardando le sue gag. Ma l'intellighenzia di solito non capisce niente delle cose non conformi alle convinzioni degli "intellighenti", e per non subire scivoloni di autostima le cestina. Questo libro, quindi, mentre parla di Totò, parla anche di Isotta, ma in fondo tutti i libri di Paolino hanno una vena nascosta di autobiografia. Il libro per i due terzi conclusivi è la compilazione critica di tutte le trame dei 97 film girati dal Sommo (Isotta dixit) dal 1937 al 1967, ma la prima parte è una sontuosa analisi dell'eredità che l'attore ha lasciato al mondo, compendiando in sé la tradizione occidentale della risata che ci è giunta da Artistofane e da Plauto sulle due sponde del Mediterraneo, passando per il dramma liturgico medievale di cui Totò e Peppino De Filippo sono stati selvaggi cantori gregoriani, maestri dell'improvvisazione, devoti e sulfurei dall'anima "mercuriale, fallica, acrobatica, ingovernabile". Sono le radici della comicità ritualizzata già nella preistoria analizzata da Lucrezio (lo scopo è l'irrisione che neutralizza il potere e anche la stessa realtà), sfiorata da Virgilio; e anche della facezia, e quindi a capofitto su Boccaccio e Molière. Totò, che porta in sé anche la tradizione teatrale dell'avanspettacolo vissuto prima del cinema, non ha i limiti del "personaggio": è universale, metafisico, è una "maschera". Isotta è tumultuoso anche quando, innalzando Peppino, la spalla perfetta, alle altezze che merita, ridimensiona il più celebrato fratello Eduardo: lo descrive come conservatore, «piccolo borghese cantore dei buoni sentimenti e della coesione sociale», mentre Totò è «antiborghese, anarchico e dadaista». Due Napoli che esistono e convivono contrapposte. Non è un caso che sia stato apprezzato e capito da Ennio Flaiano e da Mario Soldati, e non da Alberto Moravia e da Elsa Morante. La risata mossa da Totò, dice Isotta, è surreale, contesta «che la realtà sia percepibile, forse addirittura che la realtà esista», è una risata omerica e shakespeariana per grandezza, molieriana e pirandelliana quanto a sottigliezza. I napoletani che ancora oggi vanno in pellegrinaggio sulla tomba di Totò lo chiamano santo, e Fellini anche lo chiamava così, rimpiangendo di non aver mai girato, per sua colpa, un film con lui. Che altro fanno i santi, spiega Isotta, se non quello che ripeteva Totò, di essere lieto di aver fatto il comico perché la comicità aiuta la gente a prendere vita come viene e gliela rende più accettabile? L'attore deve essere «come il medico, deve andare dove lo chiamano, dove c'è bisogno di lui». Ma l'uomo de Curtis oltre il palcoscenico aveva una consapevolezza dolente della condizione umana, che nascondeva: «La vita non si sceglie, si accetta». «La felicità per me non esiste. Ci possono solo essere momenti in cui si dimenticano le cose brutte. La felicità è un fatto di dimenticanza». «Sopporto le disgrazie facendomi guidare dal raziocinio () arrabbiarsi non serve. Sarebbe come inveire perché piove o perché c'è il sole o perché si muore. La morte esiste come la pioggia e bisogna accettarla». Leggete dunque questo libro e convertitevi, soprattutto se non conoscevate Isotta e se non vi piaceva Totò. Rimedierete a queste due bestemmie "bianche" e vi farete due amici di Là, che è prudente: il primo per deliziosa conversazione e ottime letture, il secondo, soprattutto se vi toccherà l'inferno, per imparare subito ad allargare le braccia, fare spallucce e prenderla com' è.

·        Antonio Dikele Distefano.

Lo scrittore 28enne. Chi è Antonio Dikele Distefano, lo scrittore dietro la serie “Zero” di Netflix. Antonio Lamorte su Il Riformista il 21 Aprile 2021. Antonio Dikele Distefano è uno scrittore e ideatore della serie Zero, in streaming su Netflix a partire da oggi. Un prodotto che debutterà in 190 Paesi. Lui dice sia un’avventura. Anche una storia d’amore: tra un ragazzo nero di periferia e una ragazza bianca del centro. Protagonisti italiani di seconda o terza generazione. Zero è un ragazzo con il potere dell’invisibilità, interpretato da Giuseppe Dave Seke. Dikele Distefano, 28 anni, è scrittore e sceneggiatore. È nato in Italia da genitori Angolani. Ha scritto cinque romanzi, due trasmissioni musicali, una rivista online, Esse, collaborazioni con la televisione per la rete Effe, e la serie Netflix Zero, per l’appunto. Dikele è il cognome della madre, Distefano quello del padre. Sua madre e suo padre sono fuggiti dalla guerra civile in Angola negli anni Ottanta. Sono passati dalla Repubblica Democratica del Congo e quindi sono arrivati prima in Svizzera e infine in Italia. Il 28enne è nato a Busto Arsizio e cresciuto a Ravenna. Poi a Cerignola e a Prato. I genitori avevano un afrikan market, un negozio di generi alimentari, Stella d’Africa. Anni duri: la famiglia è stata più volte sfrattata. A scuola Antonio Dikele Distefano andava male. Si è diplomato a malapena. A 18 anni leggeva e scriveva però. A farlo innamorare della scrittura e della lettura una ragazza. Ha cominciato a scrivere per lei dei lunghi post sui social network. Il suo romanzo d’esordio, Fuori piove dentro pure, passo a prenderti? Ha venduto in un anno centomila copie. Mondadori ne ha comprati i diritti. Poi sono arrivati Prima o poi ci abbracceremo, Chi sta male non lo dice. A 21 anni ha preso e si è trasferito a Milano. Appassionato di rap, “mi ha salvato la vita” dice. Zero è l’adattamento del suo romanzo Non ho mai avuto la mia età. Gli attori principali sono Dave Seke, Dylan Magon, Virginia Diop, Daniela Scattolin, Madior Fall, Livio Kone, Haroun Fall. Tutti di origine africana. “Voglio che i miei nipoti e i ragazzi della loro età possano ispirarsi a una figura che somigli a loro, senza doverla cercare in un altro paese o in un altro continente come ho dovuto fare io”, ha detto al settimanale Sette. “Il mio più grande desiderio è che un protagonista nero italiano verrà presto considerato normale. Per riuscirci bisogna far saltare gli stereotipi. La mia è una generazione sommersa, definita sempre in modo sbagliato: con difficoltà a parlare l’italiano, a integrarsi. Ma si tratta di ragazzi che conoscono tre lingue. Una classe di figli di immigrati non è una classe di stranieri, come si dice, ma di italiani. Occorre cominciare a raccontare la realtà per come è: complessa. Zero non è una storia di criminalità, ma un’avventura”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        Anthony Burgess.

Davide Brullo per “il Giornale” il 27 maggio 2021. Anthony Burgess (1917-93) dormiva «alla malese», su una stuoia, sul pavimento, «si alzava prestissimo e scriveva velocemente... mai un pentimento, correzioni rarissime, a penna». I capelli erano un tributo al caos, la posa cinica; conosceva l' arte della fuga. Vedovo, nel 1968 aveva sposato l' amante, Liana Macellari, italiana, che gli faceva da agente. Era già l' autore di Arancia meccanica e quell' anno scelse di mollare l' Inghilterra, che stritolava i suoi sudditi con una tassazione stratosferica. Si trasferì a Malta. Le sue audacie non furono gradite. Nel 1971 passò a Roma, mentre il governo maltese gli sequestrava casa e libri. Nel 1975 passò a Montecarlo. Lì, nel 1978, lo incontra Renato Besana, che da Burgess ottiene due cose: un contratto per pubblicare i suoi libri con Editoriale Nuova (impresa che andrebbe ricordata e magnificata: di Burgess stamparono L' uomo di Nazareth, 1984&1985, Malesia! e il profilo su Hemingway) e la promessa di un incontro con Indro Montanelli. «Montanelli e Burgess si scrutarono e piacquero: per indole e per la profonda, inguaribile malinconia che entrambi recavano in sé». Burgess diventò una firma d' eccellenza del Giornale: Il diavolo nella bottiglia (che inaugura la collana «Gli Aurei» per De Piante Editore, pagg. 38, euro 20) ne è una testimonianza «alcolica». Partendo da una mera recensione, Burgess s' invola a declamare il genio dell' ubriachezza, del bere «come piede di porco per forzare la facoltà creatrice» (in particolare, come spiega Luigi Mascheroni in calce al libro, redigendo un repertorio di scrittori dionisiaci, Burgess preferiva l' Hangman' s Blood, «un cocktail ideato negli anni Sessanta... gin, whisky, rum, porto e brandy»). La collaborazione col Giornale durò dal 1978 al 1981: Burgess, l' ho detto, eccelleva nella fuga. Il grande scrittore preferì i soldi del Corriere della sera; con corrosiva eleganza Montanelli ghignò: «Ti auguro, caro Anthony, tutta la fortuna che non meriti». Noi ci auguriamo, piuttosto, che questa piccola scheggia libraria abbia il merito di far rieditare Burgess come conviene. Sintetizzato in Arancia meccanica il romanzo più venduto, non il più bello , Burgess, poligrafo selvaggio, ha scritto autentici, lividi capolavori (Gli strumenti delle tenebre, Il seme inquieto, Abba Abba), ora introvabili; diversi libri sono ancora inediti in Italia (Byrne, ad esempio, l' ultimo). In Inghilterra l' opera del sommo antipatico è gestita dalla International Anthony Burgess Foundation; l' anno scorso Carcanet ha raccolto in un tomo di oltre cinquecento pagine i Collected Poems di Burgess, che fu romanziere, poeta, critico, scrittore per il cinema, compositore (ha messo in musica, tra l' altro, le poesie di Thomas S. Eliot e l' Ulisse di Joyce, il suo maestro). Semplicemente, Burgess è inafferrabile, non può stare nei placidi piani culturali dell' editoria nostrana. Nel 1989, invitato a Venezia dal Parlamento Europeo, se ne uscì così: «la lingua comune all' Europa non può essere l' inglese, né tanto meno l' esperanto: bisogna lavorare per un ritorno al latino». La presero per una battuta. Era serissimo. E se ne andò.

·        Antonio Pennacchi.

Gianmarco Aimi per rollingstone.it l'8 giugno 2021.  “Ex praecordiis ecfero versum” lo traduce in “dalle budella tiro fuori i versi”. Parafrasando il poeta Lucilio, anche Antonio Pennacchi più che la ragione o il cuore – che comunque non mancano – nei suoi libri riversa soprattutto quella condanna che sente di dover scontare nel raccontare. Non si diverte, anzi, ne soffre. Più soffre e più ne scrive. È una fortuna per noi, che abbiamo il privilegio di leggerlo. E anche di incontrarlo, visto che nonostante sia uscito con un nuovo e bellissimo romanzo, La strada del mare (Mondadori), ha scelto di non esporsi. Non certo in tv, perché «mi rifiuto di andare in quei teatrini, mi hanno rotto i coglioni» e quindi è sempre più appartato nella sua Latina, città di cui è il cantore attraverso le gesta dei Terruzzi, che in larga parte è la storia della sua famiglia, che l’hanno fondata strappandola alla palude malarica dopo l’emigrazione degli anni ‘30. Per questo ci confida, a margine dell’intervista, «in fin dei conti sono il più grande scrittore veneto vivente. Invece al Campiello se ne scordano sempre». Pennacchi, 71 anni, già vincitore del Premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini, a pochi giorni dall’annuncio della cinquina del prestigioso premio letterario confessa: «Io ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto» e così il suo voto andrà a Donatella Di Pietrantonio. Ma con lo scrittore è stata anche l’occasione per ripercorrere tutta la sua vita. Partendo dall’ultima fatica letteraria «che è un romanzo storico, più che di formazione» alla perdita del senso del dovere «illudendoci, sbagliando, di perdere anche il dolore», ma è certo che da questa crisi ne usciremo come sempre: «Già Cicerone ad Attico scriveva che “non sono più i tempi di una volta”». Dopo 35 anni di fabbrica ancora sogna che lo richiamino a lavorare: «Ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie» e rivede in parte la classe operaia nei rider e nei facchini della logistica: «Ma devono unirsi, perché ci sarebbe da incazzarsi sul serio». Passata la pandemia vuole re-iscriversi alla quarta ginnasio «per studiare il greco e la storia dell’arte», intanto combatte con l’ennesimo acciacco dopo la pubblicazione di un libro: «Appena consegnato ho cominciato ad avere cali di pressione, vertigini e poi mi è esplosa una ragade anale che mi fa patire le pene dell’inferno». D’altronde, la sua scrittura viene dalle budella, quindi «non esce dalla bocca, ma da sotto…». Nonostante tutto, politicamente continua a considerare la sua casa il PD: «Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero?», ma il vero problema, semmai, per lui parte dalla base, cioè dalla Costituzione: «Sarà la più bella del mondo, ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo». E se musicalmente è fermo al ’79 («sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84») e continua a sperare nel Nobel («candidatemi voi di Rolling Stone») su una cosa non intende arretrare di un millimetro, e cioè smettere di fumare: «Pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo!».  

Pennacchi, innanzitutto com’è il suo umore? 

Non me lo chiedere, guarda, già quando sono nato ero di “umore rovescio”. Immagina se posso mai essere di buonumore adesso. Anche perché sono dolorante. 

Sugli acciacchi che le vengono dopo ogni sua pubblicazione ci torneremo. Intanto le lancio una provocazione: come va il “romanzo di formazione” La strada del mare?

Chi lo dice che è un romanzo di formazione?

I critici.

Io sono uno dei pochi marxisti ancora in circolazione, per cui sull’estetica sono crociano. Quindi contrario alla critica dei generi. Non esistono i generi letterari, esistono i libri belli o i libri brutti.  

E quindi come dobbiamo considerare il suo nuovo romanzo?

Se proprio lo vogliamo inserire per “utilità pratica” in una classificazione mi sembra riduttivo definirlo “romanzo di formazione”. Fa parte del ciclo dei Teruzzi, per cui è un romanzo storico. Contiene diversi temi. Una componente del romanzo di formazione, visto che parla di ragazzi che nascono e crescono, ma soprattutto di formazione di una città, di una comunità che trae le sue origini nel 1904 a Copparo, in Emilia, raccontate in Canale Mussolini, poi l’esodo nell’Agro Pontino e la trasformazione di un territorio da parte di un crogiolo di razze che prima non esisteva. 

È l’origine della sua famiglia? 

La storia dei Teruzzi è la storia di Latina e dell’Agro Pontino, che fino al 1930 era un deserto paludoso malarico con continui flussi migratori, prima dei veneti, dei ferraresi e dei friulani e poi di tutti gli altri, che si mischiano e diventano un popolo che costruisce la città e poi si lancia nella crescita verso l’espansione del boom economico. 

Cosa ha rappresentato quel periodo? 

La ricostruzione dopo la guerra e l’esplosione del miracolo economico ha significato un passaggio di civiltà in fatto di condizioni di vita materiali, sociali e culturali. Prima eravamo poveri, ma poveri poveri… Si stava attenti a quello che si mangiava. Poi siamo diventati ricchi. Tutto questo nasce in quegli anni e io lo racconto. Poi scusa, se vogliamo giocare con i generi si può spaziare. 

In che modo?

Allora si può ritrovare pure un romanzo di avventura, con echi dickensiani e i rimandi ai bambini poveri e alle loro sofferenze, ma per me rimane sostanzialmente un romanzo storico. Poi fate come vi pare, l’importante è che vi piaccia. 

È anche una storia di grande dedizione per il lavoro, in particolare nella narrazione della costruzione della strada che finalmente unirà la città al mare. 

Era la dedizione di tutto il popolo italiano per uscire dalla guerra, dai suoi disastri e dalla povertà e arrivare al benessere. Mio fratello Otello a Latina partecipò alla costruzione della strada del mare, ma parallelamente mio zio Torello in Belgio lavorava nelle miniere e gli altri parenti nelle fabbriche di Torino della Fiat. È tutto legato.  

Senza dimenticare i dolori familiari, che lei descrive però in secondo piano rispetto al senso del dovere. 

Ecco, c’è anche il romanzo familiare. Le grandi famiglie di una volta che ti davano sicurezze e protezioni in certi casi, ma in altri ti opprimevano pure. C’è sia il dramma di crescere che la gioia dell’esistenza. 

Si è perso oggi quel senso del dovere?

Ipse dixisti… lo hai detto tu. Sì, forse quello si è perso illudendosi che insieme a quello si può perdere il senso del dolore. Invece no, non è che non si soffre più. Non è che l’infanzia di oggi sia più felice, perché i bambini soffrono sempre. La crescita è sofferenza, perché legata all’esistenza stessa. Siamo gettati in un mondo di dolore, fin da quando usciamo dal ventre materno. La vita è dolore, per tutti.  

Non le sembra una visione troppo pessimistica?

No, perché la vita di ognuno di noi è costellata più dai dolori che dalle gioie. Per cui, l’unica cosa che può salvarci è il senso del dovere. Non abbandonarci al dolore ma lottando per cercare di uscirne, io per esempio sublimandolo nella letteratura. Per fare questo provo a giocare anche con l’ironia, senza prendermi troppo sul serio e soprattutto considerando che il destino tragico dell’esistenza non riguarda solo noi stessi, ma è destino comune dell’essere umano. Quindi l’unica cosa che possiamo fare è riconoscerci completamente negli altri. Non c’è scampo fuori dall’empatia.  

C’è chi oggi prospetta dopo la pandemia una grande crisi, mentre altri si aspettano un nuovo boom economico. Lei che futuro vede davanti a noi?

L’uomo è sempre lo stesso, siamo sempre gli stessi. Passiamo queste fasi cicliche, dove a un certo punto ci sembra di essere preda della crisi. Ma lo dice la parola stessa in greco, nella crisi sono insiti anche gli elementi per uscirne. Se va a leggere le lettere le epistole che Cicerone inviò ad Attico, già allora si lamentavano “che non sono più i tempi di una volta”, “che le rape non hanno più lo stesso sapore” e che “non ci sono più le stesse stagioni”.  

E quindi su cosa dovremmo concentrare i nostri sforzi? 

Dopo la Seconda guerra mondiale e i totalitarismi, abbiamo sviluppato l’individuo e i suoi diritti mettendoli al primo posto, ma ci siamo dimenticati i diritti delle collettività, delle masse, dei popoli. E non ci sono solo i diritti degli individui, ma anche i doveri di riconoscersi negli altri, di lavorare insieme, di darsi fiducia e darsi da fare. Usciremo anche da questa crisi, come ne siamo usciti dalle altre. Però con tutto il dramma che ha portato il coronavirus, sia per le condizioni materiali che culturali e sociali, non possiamo dire di essere nelle stesse condizioni di 40-50 anni fa. Non c’è paragone. 

Qui la trovo più ottimista. 

Poi bisogna capire che il dover morire fa parte della vita. Oggi forse si è persa questa consapevolezza. Se uno muore a 90 anni i parenti fanno causa alla sanità perché è colpa loro. Ma prima o poi devi morì, c’è poco da fare, inutile che fai tante storie…  

Ha sempre detto che lei non scrive per piacere, ma è una condanna. Quando finirà?

Finirà quando me ne andrò. O quando con la testa e non sarò più in grado di lavorare. Anche se mi sono stufato, avrei tanta voglia di smettere… Non è un piacere scrivere, ma dolore. Il piacere viene dopo aver assolto il mio dovere. Anzi, a metà, perché come diceva mia madre quando facevo le cose fatte per bene: «Bravo, ma hai fatto metà del tuo dovere».  

E quindi dopo ogni romanzo un acciacco. Questa volta cosa le è successo? 

Non me ne parlare! Ho finito il libro consegnando le ultime bozze e il giorno dopo ho cominciato a sentirmi male. Cali di pressione, vertigini e soprattutto l’insorgere di una ragade anale che poi è esplosa e ora sono mesi che sto patendo le pene dell’inferno. Non sono a rischio di vita, certo, però finora non mi sono potuto operare a causa del Covid. Io cito sempre Lucilio: «Dalle viscere tiro fuori i miei versi». Dalle budella, quindi non escono dalla bocca, ma escono da sotto… 

Sogna ancora che la chiamino a lavorare in fabbrica?

Oh mamma mia! Non hai idea… In continuazione … sogno mio padre e i miei compagni di fabbrica. Anche perché io non sono quello che si può definire un intellò, cioè uno di quegli intellettuali che stanno nei giri romani. Io sono fuori da tutto, sono a Latina. Sono un narratore, ma prima di tutto un operaio che si è fatto scrittore. La mia pensione di 1500 euro l’ho maturata con 35 anni di contributi in fabbrica, compresi 20 anni di esposizione all’amianto. Io resto quello.  

Eppure, da dieci anni è uno degli scrittori più famosi e venduti in Italia. 

Eh però io rimpiango la fabbrica, ne ho nostalgia. Sogno i miei compagni, soprattutto quelli che non ci sono più. Mi ricordo Palude, al quale avevo dedicato un libro omonimo. La sera prima di andarsene, perché era malato, a un certo punto mi disse: «La fabbrica ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie».  

Quando si trovò in cassa integrazione si iscrisse all’università. Quanti crede che oggi farebbero una scelta simile?

Dovrebbero farla tutti! Anzi, appena passa questa emergenza ho l’intenzione di andare dalla preside del liceo classico di Latina a chiederle di istituire dei corsi serali perché vorrei re-iscrivermi alla quarta Ginnasio. Io frequentai l’istituto per geometri, ho studiato il latino però mi mancano il greco e la storia dell’arte. Vorrei tornare a studiare. Ahò, c’ho 71 anni, però anche Beniamino Placido in pensione si mise a imparare l’aramaico.  

Per caso rivede la sua classe operaia di allora nei rider che portano nelle case il cibo e nei facchini della logistica di oggi? 

Il lavoro in fabbrica era diverso. Questi, poverini, lavorano ognuno per conto proprio. Per noi invece il lavoro era strettamente legato dall’uno all’altro. Però sì, qualche elemento comune lo vedo, così come in chi ha quei contratti interinali. Ci trovo un arretramento della classe operaia e del movimento dei lavoratori in generale. Prima o poi sarà necessario che loro si organizzino e che il sindacato riscopra le sue vere funzioni. Ma negli impianti fissi il lavoro resterò fondamentale. 

A cosa si riferisce?

Quelli sono servizi non produzione di ricchezza, che si fa trasformando la materia. L’industria manifatturiera deve restare e resterà fondamentale nel nostro Paese. Le fabbriche sembrano più pulite, ma manca la consapevolezza che tu sei solo un pezzo di tutto il sistema e che il tuo lavoro deve essere collegato a quello che viene prima e che viene dopo. Si è persa questa socialità. Poi, porca puttana quando li vedo girare con quelle biciclette… ci sarebbe da incazzarsi sul serio! 

In questa sua forza di indignarsi nonostante tutto e di rimanere fuori dai “salotti buoni” mi ricorda uno scrittore come Giovannino Guareschi. Si ritrova nel papà di Peppone e don Camillo? 

Ho una grande stima di Guareschi come costruttore di storie. Ma è nel cinema che mi sembra abbia dato il meglio di sé. Alle sceneggiature partecipava anche lui. Nei libri invece è più frammentario, non ci trovo un’opera corale. Mentre nelle pellicole che vuoi dire, a distanza di 60 anni ancora lo danno in tv e fa sempre il pieno. Il motivo è che sono di valore. Le nostre storie individuali sono diverse, perché lui era un intellettuale, non aveva fatto l’operaio ed era sostanzialmente un uomo della destra liberale. Però, effettivamente, trovo simile a me quell’ansia di unità popolare, di empatia, la facilità di mettersi nei panni degli altri, anche quelli di che consideri diverso da te, dei tuoi “nemici”. Come me metteva al primo posto quello che unisce rispetto a quello che divide. E poi abbiamo in comune la capacità di perdonare.

Visto che ha la capacità di perdonare, ha perdonato chi non l’ha chiamata al Premio Strega quest’anno? 

Se fosse per me ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto.  

Non mi dirà anche lei che il Premio Strega è combinato? 

Lei chiede a uno che ha vinto lo Strega di parlare male dello Strega. Non sarebbe delicato. Tenga presente che la mia vittoria nel 2010 con Canale Mussolini dovrebbe smentire quelle accuse. Quando partecipai la Mondadori mi avvisò: «Non lo vinciamo perché l’abbiamo già vinto da tre anni consecutivi» e invece ho sovvertito il pronostico. E c’erano libri di valore, di Matteo Nucci, di Alessandro Pavolini, di Silvia Avallone.  

“La strada del mare” non meritava di essere almeno fra i 12 candidati?

I premi sono così… La storia della letteratura e la costruzione del canone non possono fare a meno dei premi letterari. Era già così nell’antica Grecia. Scrivevano, poi andavano a teatro e c’era la competizione con il pubblico che applaudiva e se non lo faceva erano fuori. Ma già allora c’era qualcuno che si organizzava le claque. C’è l’opera letteraria e poi c’è l’industria culturale che ci gira intorno. Pensi che quando Benvenuto Cellini scrisse “Vita” lo sottopose a quelli che allora erano gli intellettuali del tempo e gli dissero: «Lascia perdere che è una schifezza». Solo duecento anni dopo è stato riscoperto da Giuseppe Baretti. Quel libro è un grande capolavoro, ma nell’industria culturale a volte funziona così.  

Dei candidati 2021 chi apprezza? 

Trovo bellissimi i libri di Donatella Di Pietrantonio, compreso quello candidato Borgo sud che avrà il mio voto. Non la conosco di persona, ma è bravissima. E ho molta stima di Emanuele Trevi. 

Politicamente vota ancora a sinistra? 

Oddio, gli ultimi anni sono stati tosti nel PD. Voterò a sinistra, certo. Vedremo quale sarà l’offerta. 

La sua casa è ancora nel PD?

Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero? Certo che quella è la mia casa, sarebbe bene se lo ricordassero pure loro. L’ultima volta ho votato Liberi e Uguali, ma insomma la casa è quella. Vengo dal movimento dei lavoratori, non me lo posso scordare.  

Tanti della classe operaia oggi votano Lega o Fratelli d’Italia.

Questo è un problema che si dovrebbe porre il PD. Perché non si sentono più rappresentati? Non è sufficiente dare la colpa alla gente e dire che non capisce un cazzo. Forse sono loro che si sono staccati dal popolo, anche con il tradimento degli intellettuali e dei ceti dirigenti.  

Lei ha mai avuto la tentazione di votare Lega o Fratelli d’Italia?

No, no, no, questa tentazione non c’è. Resto amico di tante persone che conosco e a cui ho voluto bene, ho stima personale di alcuni e anche di Giorgia Meloni ma io voto “classe operaia”. Il massimo che posso fare a Latina, se alle prossime amministrative mi candidano qualcuno che non mi piace, è non andare a votare. Mai voterò per quegli altri. Ma vuoi sapere la verità?

Mi dica.

Il problema vero è che la crisi dopo questa pandemia si è innestata su una crisi che già c’era del sistema politico e rappresentativo in Italia. L’ha esasperata. È il modo di stare insieme in questa democrazia che andrebbe riformato. La Costituzione che abbiamo sarà la più bella del mondo ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo. Finché ha retto la Guerra fredda e c’erano i grandi partiti di massa aveva un senso, poi non ha retto più. Non è vero che siamo nella terza Repubblica, siamo ancora nella prima.  

Cosa l’ha più indignata durante questa pandemia? 

Quello che mi fa incazzare sono tutti quei talk show in tv, con i virologi e i politici che fanno un gran chiacchiericcio, chi racconta una cosa e chi un’altra. Non li sopporto più. Infatti, sono più di due anni che mi rifiuto di andare in quei teatrini. Mi hanno rotto i coglioni! E poi sul fumo…  

Sul proibizionismo delle sigarette? Effettivamente, da quando abbiamo iniziato l’intervista ne ha fumata una dopo l’altra.

Questa cosa mi fa incazzare come una bestia, come a Milano che proibiscono di fumare anche per strada. Quando è intervenuto il mio amico Antonio Scurati volevo farlo anch’io, poi mi sono trattenuto. A morì bisogna morì prima o poi o no? Non è che chi non fuma non muore, sbaglio? Quindi non state a rompe li coglioni! Quando moriranno quelli che non fumano, vorrei essere lì a dirgli: hai visto? Che cazzo hai campato a fare? Manco hai fumato! Però non mi ha chiesto una cosa che mi aspettavo…

Cosa?

Che io sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84.  

Dal 1979 non se ne è ancora fatto una ragione? 

No, era la mia band preferita. Resto legato a quella musica lì degli anni ’60 e mi arrabbio quando cambiano gli arrangiamenti. Non solo, devo ancora riprendermi dal dolore per la separazione tra Gianni Morandi e Laura Efrikian. Sono un nostalgico, come nel calcio. Un romanista che più di Totti porta nel cuore Falcão. Al Nobel ci pensa ancora?

Sì, ma non mi vogliono più allo Strega figuriamoci al Nobel. Candidatemi voi di Rolling Stone!  

L’ho trovata particolarmente moderato in questa chiacchierata.

È che ho 71 anni, le energie vengono a mancare. Fino a dieci anni fa mettevo le sedie in piazza a fare i miei comizi volanti con il megafono, a chiedere questo o quello, però non mi ascolta nessuno manco a Latina. Alla fine, uno si stufa. E allora sai cosa vi dico? Fate un po’ come ve pare… io scrivo i libri. Ma le cose che mi fanno incazzare sono tantissime, non ne ha un’idea.  

Come le piacerebbe morire? 

A volte penso nel sonno. E soprattutto senza lasciare conti in sospeso. Andarmene sereno. Possibilmente senza soffrire troppo. Non mi mette paura la morte. Parte del mio dovere l’ho fatta. Mi considero nella fase finale della mia vita e se la parte migliore di me se ne è andata, anche la peggiore è alle spalle. Perché non sono sempre stato una persona perbene, da ragazzo non ero un bravo ragazzo, non sono stato un bravo figlio e neanche un bravo padre. Ora sono un bravo nonno. E ho reso testimonianza e onore ai miei morti, così mi sono riconciliato con mio padre e mia madre. 

E si accende un’altra sigaretta. A smettere di fumare non ci pensa?

Eh vabbè, pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo!

·        Arnoldo Mosca Mondadori.

Stefano Lorenzetto per il “Corriere della sera” il 22 novembre 2021. È venuto al mondo nello stesso anno, il 1971, in cui il suo celebre bisnonno se ne andò, nove giorni a separare nascita e morte. Si chiama Arnoldo Mondadori, come l’editore scomparso mezzo secolo fa, solo che fra nome e cognome reca scritto anche Mosca. Perché lui, a differenza dell’Incantabiss di Poggio Rusco figlio di un calzolaio analfabeta, ha avuto per padre un noto giornalista, Paolo Mosca, che diresse un’infinità di riviste, da Playboy alla Domenica del Corriere, da Novella 2000 a Eva Express, condusse programmi tv, pubblicò libri, scrisse commedie, portò in teatro da regista Il petto e la coscia di Indro Montanelli e Hai mai provato nell’acqua calda? con Walter Chiari. Arnoldo Mosca Mondadori, filosofo, scrittore e poeta, aveva la strada spalancata nell’editoria, magari con Il Saggiatore, la casa fondata dal nonno materno Alberto Mondadori, o nel giornalismo, sotto l’ala del nonno paterno Giovanni Mosca, la firma del Corriere della Sera che aveva diretto il Bertoldo e fondato il Candido con Giovannino Guareschi. Invece ha rinunciato a tutto per dedicarsi alla Casa dello spirito e delle arti. E a un progetto sbalorditivo, «Il senso del Pane»: dal 2016 produce ostie per la messa e le regala a 500 fra diocesi, parrocchie e monasteri. Finora ne ha già distribuite oltre 4 milioni. Non particole qualsiasi: «A confezionarle artigianalmente, a una a una, sono assassini pentiti talvolta condannati all’ergastolo, nei quali io ed Ennio Doris, il patron di Mediolanum che mi sostiene in quest’avventura, vediamo il volto di Cristo». I primi li ha reclutati nel carcere di Opera. Oggi vi sono laboratori in 16 Paesi, l’ultimo sta per aprire nella prigione di Itaúna, in Brasile. Mosca Mondadori vive per l’Eucaristia. Dall’età di 9 anni, va a messa e si comunica tutti i giorni. Spesso la moglie Caterina Roggero, docente di cultura araba alla Statale di Milano, e i tre figli di 14, 12 e 9 anni si sentono dire da lui: «Scusate, devo andare a parlare con Gesù».

Credo che l’unico contatto religioso di suo bisnonno fosse il baccalà dei frati del Barana, che il fattorino delle Officine grafiche di Verona gli portava il venerdì.

«Però mia madre Nicoletta ricorda che i suoi nonni Arnoldo e Andreina aiutavano l’orfanotrofio di Meina, vicino alla villa sul lago Maggiore dove ospitavano Thomas Mann ed Ernest Hemingway».

E Giovanni Mosca era credente?

«Sì, molto. La madre Norma era morta dandolo alla luce. Prima di uscire di casa, il nonno mandava con la mano un bacio all’immagine della Madonna, cui era molto devoto. Aveva una grazia e una signorilità innate. Andavo spesso a pranzo da lui. Mi leggeva Ricordi di scuola, il suo libro più bello. Viveva al numero 5 di via Galilei, a Milano, dove abitavano anche Dino Buzzati e Gaetano Afeltra. Agli esordi come fumettista, Federico Fellini andava lì a consegnargli i propri disegni». 

Ha mai rimproverato a suo padre Paolo la stagione di «Playboy»?

«No. Parlavamo solo del senso della vita. Lo portai da Giovanni Paolo II. Riscoprì la dimensione spirituale. Scrisse Lettera al Papa, in cui dava del tu a Wojtyla. È la dichiarazione d’amore di un figlio».

Si esibì persino al Cantagiro.

«La sua era un’inquietudine creativa». 

Dello zio Maurizio Mosca che mi dice?

«L’onestà fatta persona. In tv aveva un’audience da star, ma si accontentava dell’equivalente in lire di 2.500 euro». 

La descrivono come un mistico.

«Gesù è la persona che conosco meglio e che mi conosce meglio di ogni altra. L’ho messo al primo posto. Se questo è misticismo, allora sono mistico».

Ma passa per santo o per picchiatello?

«Qualcuno mi prende per matto, specie a causa delle ostie fatte in galera. Ma io guardo ai frutti: danno lavoro a 70 reclusi e sfamano 200 loro familiari». 

A 9 anni che cosa le è accaduto?

«Frequentavo la scuola cattolica Vittoria Colonna. Per la seconda comunione ci portarono sul prato dell’abbazia di Viboldone. Suor Ignazia Angelini, che sta ancora lì, lo rammenta. Appena ricevuta l’ostia, avvertii una ferita nel cuore, come se una freccia lo avesse trapassato, e una gioia di cui non capivo l’0rigine. La coscienza mi diceva: questo alimento viene dal Cielo, è il pane del futuro. Tutti i giorni provo ancora una tale beatitudine...».

Della prima comunione cosa ricorda?

«Nulla. Alla prima confessione svenni per l’emozione. Finii in infermeria». 

Che peccati poteva accusare a 9 anni?

«Non lo so. Non proferii parola». 

Da piccolo faceva il chierichetto?

«No, anzi scappavo dal catechismo: a Milano 3 saltai giù dal balcone del primo piano durante la lezione. Non ne potevo più, mi annoiavo. Ero attratto solo dal tabernacolo. Tutto ciò che suonava canonico, obbligatorio, mi dava fastidio». 

Perché non è diventato sacerdote?

«Lo faccio da laico. Non mi sarebbe dispiaciuto essere un prete di strada, come don Tonino Bello e don Oreste Benzi». 

Don Benzi mi disse: «Per stare in piedi, bisogna mettersi in ginocchio».

«Stupendo! Amavo don Oreste perché era goloso come me. Mi fece conoscere una trattoria di Rimini dove servono una crema paradisiaca. Anche papa Wojtyla era goloso, sa? E pure san Francesco: prima di morire, chiese a una dama di Perugia dei biscotti alla mandorla, li assaggiò e spirò. A Gerusalemme alloggiò all’Austrian hospice solo per la Sachertorte».

Quand’è che lei si mette in ginocchio?

«Mi alzo alle 6 e prego santa Teresina di Lisieux. Recito la sua novena delle rose: 24 Gloria Patri, quanti furono gli anni della sua vita. Alle 8.30 vado a messa a Santa Maria delle Grazie al Naviglio o a San Gottardo o a Sant’Alessandro». 

Prega tanto durante il giorno?

«La preghiera è come il respiro». 

E prega ad alta voce prima dei pasti?

«Sì. Al ristorante lo faccio mentalmente. Non voglio imbarazzare nessuno».

«Il senso del Pane» com’è nato?

«Davanti al Santissimo. Gli ho chiesto: come posso testimoniarti? La risposta è stata immediata: va’ a Opera, produci ostie con chi si è macchiato di crimini e falle consacrare al Papa. Giacinto Siciliano, oggi direttore del carcere di San Vittore, ha capito e mi ha aiutato». 

Quali materie prime adoperate?

«Farina di grano doppio zero, acqua filtrata, amido di frumento».

Fa concorrenza alle carmelitane.

«No, alle ostie “made in China”». 

Non mi dica.

«Altroché. Invece i nostri detenuti sono in regola, sono assunti da una cooperativa sociale. Fra loro abbiamo anche non battezzati e musulmani. Questo pane è per tutti. Quando Gesù lo moltiplicò sul mare di Galilea non si mise a distinguere fra ebrei e non ebrei». 

Lei crede davvero che l’ostia consacrata si trasformi nel corpo di Cristo o pensa che sia solo una simbologia?

«Non ci credo perché mi è stato insegnato. Ho la certezza che sia così».

Un tempo per comunicarsi era vietato mangiare e bere dalla mezzanotte.

«Sono contrario. Gesù e gli apostoli nell’Ultima Cena desinarono e subito dopo il Maestro istituì l’Eucaristia». 

Lei si definisce «di passaggio su questa terra». Lo scopo del viaggio qual è?

«Mettere a frutto i talenti ricevuti». 

Per suo padre il viaggio fu un calvario.

«Un ictus lo colpì nel 2008. Non poté più né parlare né scrivere. Gli sono rimasto accanto per sei anni, sino all’ultimo respiro. E lì ho scoperto che la morte è una nascita. L’anima ci sopravvive». 

È stato vicino anche ad Alda Merini.

«Per lei dovevo tenermi pronto a qualsiasi ora. Telefonava in piena notte: “Scrivi!”. E mi dettava i versi, perché non sarebbe stata in grado di riconoscere i propri appunti. Era devotissima a Rita da Cascia, andavamo a messa insieme nella chiesa della Barona intitolata alla santa. Pregando nella basilica di Assisi, mi venne un’ispirazione: proporle un’opera sul Poverello. Buttò giù di getto Francesco, che poi fu musicata da Lucio Dalla».

Un giorno la poetessa fermò per strada Enrico Cuccia, stendendo la mano. «Ho fame», gli disse. «Buon segno», rispose il banchiere, e tirò dritto. L’Eucaristia nutre l’anima però non sfama.

«Precipitò nell’indigenza al ritorno da Taranto, dopo che era finito il matrimonio con Michele Pierri. Barattava i pasti in trattoria con i librini che gli stampava Alberto Casiraghy di Pulcinoelefante».

Lei ha presieduto il Conservatorio di Milano. Che cosa cercava nella musica?

«È l’arte più vicina al Cielo. Una definizione di Alda che ha sempre trovato d’accordo il mio amico Ennio Morricone. Formai un’orchestra con 24 ragazzi rom che suonavano violini e fisarmoniche. Chiesi a Franco Battiato e Roberto Cacciapaglia di tenerli a battesimo. E affidai i pc degli uffici a Luigi Celeste, detenuto a Bollate per omicidio. È diventato uno dei migliori informatici d’Italia». 

Perché commissionò «La Porta» di Lampedusa a Mimmo Paladino?

«Nel 2005 andai sull’isola e mi riconobbi negli occhi dei migranti».

Molti ritengono che sia in corso un’invasione e lei invece spalanca l’uscio.

«L’Europa rischia di atrofizzarsi. Ha bisogno degli stranieri». 

Dev’esserci un limite agli sbarchi?

«Siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre. Chi lascia i fratelli fuori di casa?». 

Gesù si trattenne: ne resuscitò tre e ne guarì 23, secondo l’evangelista Luca.

«Ma continua a salvarli da 2.000 anni». 

Se fosse nato in una remota foresta del Borneo, non farebbe la comunione.

«Il bisogno di Dio è inscritto nel nostro genoma. Ci ha creati a sua immagine. Troverei lo stesso il contatto con il mistero. Lo Spirito Santo è dovunque». 

Fosse prete, chi non assolverebbe?

«I tirchi e coloro che non si pentono». 

Come s’immagina l’aldilà?

«Non ho bisogno di prefigurarmelo. Con l’Eucaristia lo vedo nell’aldiquà». 

·        Attilio Bertolucci.

Chi era Attilio Bertolucci: storia del poeta italiano. Scopriamo la storia di Attilio Bertolucci, un intellettuale e grande poeta italiano padre dei registi Bernardo e Giuseppe. Scritto da Alessandra Coman su Donnemagazine.it il 14/06/2021. Con un modo di raccontare la vita che vede la compresenza di semplicità e complessità, Attilio Bertolucci ha emozionato attraverso poesie intense che fanno di lui un grande nome della letteratura italiana del XX secolo.

Chi era Attilio Bertolucci. Attilio Bertolucci (San Prospero Parmense, 18 novembre 1911 – Roma, 14 giugno 2000) è stato un poeta italiano. Cresce vicino Parma in una famiglia borghese e frequenta la scuola elementare con grande piacere, iniziando a scrivere poesie fin da bambino. Crescendo si appassiona alla musica, specialmente quella classica di Verdi, che approfondisce durante gli anni al convitto nazionale Maria Luigia. Qui conosce anche personaggi illustri come Cesare Zavattini e Pietro Bianchi con cui rimane in rapporti anche successivamente. Si iscrive poi a Giurisprudenza presso l’Università di Parma per poi capire che di essere più portato per le materie letterarie. Si traferisce quindi a Bologna e si iscrive alla Facoltà di Lettere dove conosce Giorgio Bassani durante i corsi. 

Attilio Bertolucci e l’inizio della carriera. Conclusa l’università viene assunto come insegnante di italiano e arte nello stesso convitto che lo ha visto crescere e nel frattempo si dedica alla produzione poetica. Nel 1929 pubblica “Sirio” e diversi anni dopo “Fuochi in novembre” che vengono sostenuti dai numerosi letterati conosciuti in quegli anni a Parma. L’attività letteraria ha modo di proseguire solo conclusa la seconda guerra mondiale. Inizia a lavorare per la Gazzetta di Parma trattando tematiche legate al mondo dell’arte e del cinema. Nel 1951 si trasferisce a Roma e qui si dedica alla pubblicazione di liriche come “La capanna indiana” e inizia a lavorare nel mondo della televisione. Realizza sceneggiati per la Rai, nel frattempo collabora con riviste diverse e continua a lavorare come insegnante. In questi anni romani stringe anche rapporti importanti con Pier Paolo Pasolini e Carlo Emilio Gadda. Per via di alcuni problemi di salute è costretto a passare alcuni momenti a Parma dove ha modo di recuperare le forze. Nel frattempo pubblica nel 1971 la raccolta “Viaggi d’inverno” e numerosi anni dopo esce il suo poema “La camera da letto”. L’ultima opera che realizza è “La lucertola di Casarola” nel 1997 prima di morire a Roma nel 2000 circondato dalla sua famiglia. 

Poetica di Attilio Bertolucci. La poetica di Bertolucci si può inserire in quella che viene definita linea antinovecentesca e che include grandi penne come Saba, Caproni o Giudici e riprende da un lato lo stile crepuscolare di Pascoli e dall’altro l’ermetica di Ungaretti. Tra i temi che tratta all’interno delle sue poesie non mancano il richiamo alla città natale e il paessaggio di campagna che lo ha visto crescere. I luoghi d’infanzia vengono descritti sia secondo una linea realista che attraverso una dimensione simbolica. Le metriche variano molto alternandosi tra liriche lunghe o bravi, con versi liberi o intrecciati. Tende inoltre ad utilizzare molto gli ossimori e rivolgersi direttamente al lettore attraverso un linguaggio che crea empatia. L’autore ha inoltre la grande capacità di riuscire a cogliere la bellezza di delle piccole cose e di raccontarle con grande semplicità. Ne è esempio il seguente verso:

“Assenza,

più acuta presenza.

Vago pensier di te

vaghi ricordi

turbano l’ora calma

e il dolce sole.

Dolente il petto

ti porta,

come una pietra

leggera.”

Scritto da Alessandra Coman

·        Aurelio Picca.

Barbara Tomasino per “Libero Quotidiano” il 16 giugno 2021. Nelle ultime settimane il grande escluso dai "prestigiosi" premi letterari è stato Aurelio Picca, nonostante il suo ultimo romanzo, Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (ed. Bompiani, pp. 256, euro 17) sia stato considerato da critica e lettori un libro potente, intenso, profondamente esistenzialista. Eppure Picca, autore con svariati successi alle spalle, resta indigesto allo Strega e simili, con quel suo profilo iconoclasta che non si piega alle mode del momento e che rifugge ogni forma di conformismo. Ama definirsi un uomo libero, ma si sa che spesso in Italia la libertà si paga.

Picca, niente Strega, Campiello o Comisso, eppure il suo è un libro unanimemente riconosciuto come importante....

«Io non sapevo manco di essere stato chiamato al Campiello, né agogno al Premio Strega, non intendo certo fare la parte della vittima. Diciamo che l'avrei sicuramente vinto ai tempi di Elsa Morante e Raffaele La Capria. Oggi noto un cinismo che è espressione del mondo. La letteratura è un gioco di carriera. Nessuno ha un mestiere, credono tutti che fare lo scrittore sia il mestiere e così si innesca una competizione senza esclusione di colpi per guadagnare quel poco che c' è sul piatto». 

Cosa sono i premi quindi oggi?

«La cacca delle rondini dell'arte e specchio del mondo come è messo». 

Vuole dire che prima era diverso?

«Forse un tempo i premi erano espressione di una società letteraria, non che non ci fossero i magheggi, ma erano tradimenti "alti". Ora siamo allo scarto, ad una condizione palese di combine...

Ad esempio: chi seleziona i giurati dei premi? E perché ci sono quelle persone e non altre?

Ogni anno c' è questa ridda dove i carrieristi si intrufolano, sono come macchine truccate che dovrebbero gareggiare nella categoria dilettanti, ma stanno in Formula Uno». 

Questa gara "truccata" coinvolge tutto il mondo letterario?

«Premi, istituzioni, editori, autori, per libri che hanno vita sempre più breve votati all' inseguimento di un orrendo politicamente corretto, che ti porta a mettere forzatamente tutti gli ingredienti del momento: un omosessuale, un migrante, e così via. In questo sono d' accordo con Walter Siti (autore del pamphlet Contro l'impegno, ed. Rizzoli, n.d.a.). Ho scritto un libro ambientato negli anni '70, non potevo rivolgermi ad un personaggio chiamandolo "gay", sarei sembrato ridicolo, all' epoca si diceva froci. Un migrante nel mio libro lo metto se è funzionale al racconto, non ce lo ficco a forza per stare al passo con le mode». 

Insomma, non è allineato con i tempi...

«Non mi ritrovo in un'ideologia conformistica post ideologica, post perché è come tutta la melma del tardissimo sventurato impero. Uno scrittore come me quando scrive lo fa per necessità, è un'urgenza. Sono un uomo antico: non dico per chi voto, non dico con chi vado a letto, e per la mia cultura dico sono un eterosessuale, non dico che sono "fluido" come si usa oggi. I miei libri parlano della vita e della morte, questi sono i poli con i quali si destreggia l'arte».

Sente un appiattimento nella narrativa italiana?

«Noto soprattutto con gli esordienti un lavoro di editing pazzesco, molti testi si somigliano e anche all' interno di uno stesso libro a volte ci si trova davanti a due stili completamente differenti. I miei libri, sin dagli esordi, erano complicatissimi da toccare perché ho sempre avuto un mio stile riconoscibile... Hanno provato a sostituire puzza con cattivo odore, ma non funziona. Una volta scrivere un libro significava inventare il mondo. Moravia diceva: i politici lavorano per il relativo, gli artisti lavorano per l'assoluto». 

È sparita l'arte che tende all' assoluto?

«Viviamo nell' attualismo, nell' usa e getta per vendere due copie in più lo scrittore deve scrivere una roba che è già nella te stadi tutti, invece dovrebbe consegnare un linguaggio, una cultura, provocare dei sentimenti. È testa, cuore, ventre. L' arte non cambia il mondo, ma deve "incidere". Oggi si parla so lodi "ripartenza", una retorica stucchevole, il mondo era già a pezzi prima della pandemia, altro che ricostruire, bisogna rialfabetizzarlo il mondo». 

I suoi libri scontano un giudizio sulla persona?

«Sono andato diverse volte in finale al Viareggio, senza vincerlo, nel 2012 ero in gara con Un addio e qualcuno dalla giuria si alzò e disse che ero un fascista. Mi sono stancato di questo giochetto di etichette destra/sinistra, io vengo da una famiglia mazziniana rivoluzionaria, cresciuto da un patrigno togliattiano, sono un conservatore rivoluzionario. Rimando al mittente l'etichetta di destra che mi viene affibbiata da un finto mondo progressista...ecco cosa intendo per disonestà intellettuale».

Perché si arrabbia se le dico che è un outisder?

«Perché è un termine abusato, io sono un pilota da Formula Uno. La Capria una volta scrisse "Picca è uno scrittore estremo, il più estremo di tutti, solo lui è così". Forse questa mia singolarità, che dovrebbe essere un valore aggiunto, viene vista come eccessiva. Anche la mia persona può apparire eccessiva, anche se io sono estremamente semplice e al contempo, come tutti i contadini, estremamente sofisticato». 

Non è mai stato intrigato dai salotti buoni della letteratura?

«Sono un vero scrittore, e nessun vero scrittore cavalca le ondine conformistiche. Ho sensibilità aristocratiche in un mondo dove imperversa una piccola borghesia orrenda che vuole fare arte, quando dovrebbe trovarsi un mestiere. Non mi interessano i circoletti dove quello conosce quell' altro che sta al tal premio, non ce la faccio per cultura, antropologia, orgoglio e destino». 

Emanuele Trevi è nella cinquina dello Strega e a proposito della sua esclusione dice: "È un errore grossolano, brutale e ingiustificabile". Che ne pensa?

«È stato onesto intellettualmente, cosa molto rara oggi in Italia».

DAGOREPORT il 10 giugno 2021. Dopo lo Strega e il Campiello per un’altra volta Aurelio Picca, con “Il più grande criminale di Roma è stato mio amico” è il “primo degli esclusi” da un premio letterario. Questa volta è accaduto al Premio Comisso, l’importante riconoscimento che ogni anno viene dato a Treviso in ricordo dell’autore trevigiano, che fu anche protagonista dell’impresa fiumana. “Io l’ho sostenuto dall’inizio alla fine e con me Giancarlo Marinelli”, dice il presidente della giuria Pierluigi Panza, scrittore e critico d’arte al “Corriere della Sera” raggiunto al telefono. “Come ho dichiarato anche ai colleghi di giuria, due libri, quello di Picca e Italiana di Giuseppe Catozzella erano, secondo me, quelli che meglio riassumevano una pluralità di parametri: qualità nella scrittura, costruzione di una storia, mitopoiesi e, insieme, legami con la cronaca e forti sentimenti umani … Ma per la narrativa erano in concorso 140 opere: una testa un voto. La votazione era in diretta streaming come avete visto”. Invece i vincitori sono altri… “Anche i libri di Trevi, Belpoliti e Anedda hanno grande qualità letteraria, anche poetica e pure altri in concorso come quello di Calandrone. Se poi volete la mia valutazione, per me sono testi di autori che riflettono solo su se stessi, sui loro luoghi e amici, quasi dei Festschrift postumi. Sono egoriflessi, pensieri senza costruzioni di storie che rispondono a una propria urgenza sentimentale e testimoniale che gli altri sarebbero chiamati a condividere. La narrativa esiste, ovviamente, anche senza mitopoiesi, ibrida, al confine con la saggistica, il memoir, la periegesi e altro. Io stesso la frequento in prima persona e anche Picca e Catozzella. Ma un conto è tutto ciò, altro sono riflessioni, in parte già scritte, che segnano appartenenze o autoappartenenze. Su questo io sono più perplesso. Se sono Proust scrivo di me stesso a Balbec con la nonna, ma se non sono Proust, poi, che succede?”. I vincitori fanno parte dei soliti circolini… “Quello in altri premi. Al Comisso si vota al di fuori del benché minimo condizionamento che non sia l’idea narrativa del singolo giurato. Direi che alcuni libri fanno parte di un certo modo di intendere la letteratura nel quale, talvolta, prevale il senso di appartenenza all’ambiente letterario sul testo, un gusto per l’allusione colta, per quel modo di dire noi sì che ce ne intendiamo, siamo parte di un canone poetico”. Non è che il problema di Picca sia che vive isolato, a Velletri, e potrebbe essere di destra? “Non voglio crederlo”.

Francesco Melchionda per lintellettualedissidente.it il 13 maggio 2021. Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: chi dice che Aurelio Picca è l’Henry Miller dei Castelli Romani dice e racconta una palese sciocchezza! Chi lo dice fa un torto ad entrambi. Paragonare, equiparare, a cosa serve, in fondo? Ad alimentare un misero battage mediatico. Picca è Picca. Piaccia o meno. Me ne sono reso conto in una lunga giornata trascorsa con questo anomalo esemplare della letteratura italiana. Refrattario al caos capitolino, Aurelio mi dice che è pronto a questo match, ma a patto di raggiungerlo a casa sua, a qualche chilometro da Velletri. E così, dopo più di un’ora di viaggio e schivato, a fatica, l’orda barbarica che saliva, famelica, ai Castelli, arrivo nel suo eremo. Ad aprirmi la porta, una ragazza minuta, delicata, raffinata, una sorta d’allieva, la bambolina rock, come poi mi dirà Aurelio. Il Nostro, nel frattempo, era in qualche stanza labirintica a prepararsi. Più che una casa, mi è sembrata una masseria tipica della Valle d’Itria, immersa e nascosta tra centinaia di ulivi. La sua voce, forte, era addolcita solo dal cinguetto degli uccelli. “Arsenale di Roma distrutta” mi aveva colpito e aperto gli occhi su una città che, da levantino, conoscevo poco. E, quindi, mi ero ripromesso di stanarlo e provare a indagarlo, scrutarlo, per tirar fuori qualcosa di nuovo, di non detto, lontano dai soliti cliché dei giornali. I primi minuti, dopo i saluti di rito e convenevoli, sono stati, per certi versi, i più importanti, perché – almeno così mi è parso – Aurelio, prima di lasciarsi andare, voleva capire chi fossi, e se poteva, con me, giocare a carte scoperte, senza finzioni, bugie e scorrettezze. Da amante del mondo antico, d’altronde, guai a provare a fregarlo e pugnalarlo! Questo felino scuro, sfuggente, impertinente, allergico ai clan letterari e alla mondanità salottiera, e in continua dissidenza con sé stesso e con il mondo, non poteva che fare al caso nostro. Solleticato a dovere, Aurelio Picca è stato – ma su questo v’erano pochi dubbi – torrenziale, irrefrenabile, divertente e, quando sorrideva, fanciullesco. Sì, perché come tutti i selvaggi e ragazzacci di strada, incuranti del pericolo e della morte, anche Picca è rimasto, per certi versi, un bambino, timido e sfrontato, taciturno e rumoroso, monacale e voluttuoso. Un uomo fragile, un moschettiere senza durlindana, forte, malinconico, a tratti nostalgico, salvato dalla lingua, e dalla parola, sicuro di sé, sentimentale, e alla perenne ricerca di lealtà e onestà intellettuale, in primis, forse, con sé stesso.

Aurelio, dopo un lungo inseguimento, sono riuscito a braccarti: come hai passato questi mesi?

Tra vita e visioni di città moribonde, tachicardie, ma non ho comprato neanche un paio di pantaloni. Aspetto che la vitalità risalga su.

Premesso questo, voglio cominciare questa nostra Confessione partendo dagli anni della tua fanciullezza. Che bambino eri? Se non ricordo male, timido…

Sì, quando ero piccolo, ero timido, innocente e sensuale, ma anche ribelle e senza confini. Le persone che dicono che tutti i bambini sono innocenti, dicono una grande sciocchezza. E’ una favola che ci raccontano, ma che io non “bevo”. La timidezza l’ho avuta fino ai 40 anni e più. Forse anche adesso. Ero socievole ma non sociale. Mi capitava di non riuscire ad entrare nei bar, nei luoghi affollati e, in discoteca, rimanevo a guardare le persone senza spiccicare una parola. Le fissavo e basta. E però, ricordo, in una estate del 1980, andavo con due scudieri (amici) per il litorale laziale con la maschera di Zorro. Tutti si attaccavano alle pareti pensando che si trattasse di una rapina.

Non eri cattivo, quindi…

No, tutt’altro. A volte, da bambino, mi è capitato di essere preso a bastonate. Oppure dopo aver sottratto il legname di mio nonno per fare le spade, tutti se la costruivano e per me la spada che mi giuravano sarebbe stata bellissima, la vedevo col “binicolo”. Andava a finire che il giorno del mio compleanno, la mamma mi supplicava: “Dài, invitali per il cioccolato i tuoi amici… Dài, tu sei buono…” E io li perdonavo.

I tuoi genitori cosa facevano? Eravate poveri?

No, non eravamo poveri. Mio padre era un commerciante di grandi visioni. Mia madre era in perfetta sintonia con lui. Mio nonno era il nipote di un proprietario terriero medio che però aveva dilapidato la sua fortuna. Mio padre, morto giovanissimo, a soli ventotto anni, aveva già provveduto alla mia eredità. Dopo la sua morte molte cose si sono trasformate. Ho avuto altre due infanzie. Anzi, tre. Sono salito sulla giostra della vita.

Cosa è successo e cosa hai combinato? Raccontami un po’, Aurelio…

Mia madre si è risposata strappandomi dal mazziniano selvaggio di mio nonno Aurelio. Mi sono trovato davanti un patrigno togliattiano. Voleva imbrigliarmi nella disciplina. Ma era dura.

Essendo timido, come ti difendevi dalla spietatezza della strada?

Mi ci buttavo, non mi difendevo. Mi allenavo al combattimento. Un innocente che deve provare a diventare cattivo senza riuscirci. Ma c’erano anche le dolcezze delle gambe delle ballerine che spiavo dalla porta della scuola di danza… E comunque, alla fine, ero un signorino che provava  a conquistare le persone con l’ interiorità.

Cosa vuoi dire con interiorità? Fammi un esempio concreto!

Regalavo, donavo, mi consegnavo nudo. Ero pronto a trasformare i sogni in realtà. Soprattutto il contrario.

Ti piaceva stare sui libri di scuola?

No, per niente. Solo alla scuola elementare ho studiato tanto e bene. La maestra era un incanto. Io col fiocco come l’elica dell’aereoplanino che amavo tanto.

A che età avvenne il tuo sbarco a Roma?

Sono nato a Velletri, e cresciuto quasi da esule volontario. Roma l’ho vista in una luce d’alba. Avevo meno di due anni. Poi sul Gianicolo a guardare lo spettacolo dei burattini mentre mia madre curava il mio fratellastro nell’ospedale del Bambino Gesù.

Che impressione ti fece Roma?

Inizialmente, quello che mi colpì maggiormente fu la sua luminosità appunto. Tutto era immerso nella luce. Crescendo e frequentandola ho avuto la possibilità di conoscere e apprezzare figure che oggi non ci sono quasi più: i facchini, i “cavallari”, il popolo, quello vero. La plebe. Oggi, quando raggiungo la Capitale dai Castelli, mi sembra un’altra Roma, nosocomiale, finta, un corpo convalescente…

Ti piacciono i romani?

I romani sono i romani. Nel Dna hanno la ferocia dei fondatori. Sanno pugnalarti alle spalle. Roma è la città più complicata del mondo. Sa essere feroce sorridendo. Quelli di oggi sono minimo di prima generazione. Ecco perché hanno meno sangue veloce.

Perché quelli di ieri com’erano: santi?

No, per niente. No. Erano spietati, cinici e scialacquatori; eppure avevano una loro moralità, un loro codice d’onore.

Hai detto e scritto di aver fatto mille lavori, per campare; quali sono stati i più significativi?

Ho fatto il barista, il piastrellista, il cassiere; ho fatto il macellaio. Con mia madre, ho imparato a conoscere i gioielli e a venderli. Posso dire di essere un “gemmologo” senza diploma. Intorno ai 22-23, poi, mi sono buttato nell’immobiliare: compravo case da ristrutturare, in decadenza, e poi le rivendevo. Sono sempre stato in lotta tra la contemplazione e l’azione.

Cosa vuoi dire?

E’ un conflitto tra il guardare solo la realtà e buttartici per desiderio direi carnale.

Hai mai rubato in vita tua? Sincero…

Ho rubato la benzina dalle altre auto per metterla nel serbatoio di quelle che guidavo senza patente. Ma non ho rubato mai neppure cento lire.

Cosa ti hanno insegnato tutti questi lavori?

Ho avuto la possibilità di vedere il mondo antico, la vera umanità del mondo antico. Certi esseri antropologici che richiamavano un mondo ancora più antico. Sergio Citti mi diceva sempre che Roma ha smesso di essere Roma sul finire degli anni Cinquanta.

Sei un nostalgico, quindi…?

No, sono un uomo dilaniato dai rimpianti. Credo che un uomo senza rimpianti non abbia vissuto nulla.

Se non erro, la figura di tuo nonno Aurelio, è stata centrale nella tua esistenza: perché?

Mio nonno era potente, morale e, nello stesso tempo, contro il mondo. Bigamo per tutta la vita: viveva con mia nonna e, al contempo, con la serva. Era un uomo di grandissima ferocia, che mi ha insegnato a onorare il nome che ti impongono. Con lui ho sentito l’importanza di stare al mondo. E, per concludere, aveva la visione di ricostruire il patriarcato.

A te piace il patriarcato?

Io sono un Patriarca solo. Senza patriarcato.

A che età avvenne la tua prima masturbazione? Ti piacque?

Non me lo ricordo. Forse alle scuole medie. Da premettere che, negli anni della mia prima adolescenza, avvertivo anche una sorta di disagio per via della circoncisione. Poi il mio glande nudo è diventato un pianeta. Sono stato un bambino sensualissimo. Quello che mi ricordo con certezza e nitidezza è il primo contatto sessuale con una bambina, a 4 anni circa: il toccarsi, lo sfiorarsi, anche molto intimo… Le poggiavo il pisellino sulla patatina.

Per quale motivo, sei stato, parafrasando Pasolini, "ragazzo di vita"? Ti sei mai prostituito?

Prostituito? Ho un immenso pudore per il mio corpo. Mai. Invece, avendo avuto un’adolescenza poco borghese, molto selvatica, ho potuto conoscere, e apprezzare, le asperità, i pericoli, l’adrenalina, i rischi, della strada. Sono stato un ragazzo di strada, non di vita, nella accezione pasoliniana. Ma siccome sulla strada si conosce la vita… Peraltro a casa la vita non mancava. C’era una autostrada che portava a essa. A 20 anni, e lo dico senza arroganza, avevo visto e fatto tutto. Una postilla su Pasolini: non ho mai amato i suoi romanzi. Li ho trovati sempre manieristici. Invece ho amato il Pasolini regista e, spesso, il poeta.

Come mai, nonostante la fama, il denaro, hai deciso di vivere a Velletri? Recentemente hai definito i Castelli Romani un posto di merda…

Non l’ho mai detto. Velletri, come disse anche Amelia Rosselli, è una città drammatica. Vivo qui perché ho un territorio enorme come Los Angeles dove perdermi. Una selva di città e cittadelle che si aprono come quinte teatrali. La grande città è una grande prigione. Poi considera che io faccio poca vita mondana. Sono un monaco e pellegrino. Comunque, sì, detesto che i Castelli siano diventati una cartolina turistica da fine settimana.

Tu sei più drammatico o tragico?

Dalla terra al cielo. Verticale. Il dramma sfocia nella tragedia. In questo sono un pagano.

Quando non scrivi i tuoi libri, come passi le giornate? Cosa combini, Aurelio?

Sto a letto tutto il giorno. Immobile. Penso. In questo periodo, ad esempio, sono in fissa con gli assoli di Massimo Riva, il grande chitarrista di Vasco Rossi morto di overdose.

Ami i chitarristi?

Keith Richards lo adoro, anche se suona meravigliosamente male. Detesto, ad esempio, Eric Clapton perché è un purista del blues, e io il blues lo detesto.

Da qualche anno, per puro caso, ho scoperto il variegato mondo di Capocotta. Com’era, negli Settanta-Ottanta. Ci vai ancora?

Più che Capocotta, adoro Ostia. E penso che il lungomare di Ostia sia uno dei più belli d’Italia, se non il più bello.

Addirittura?

Sì, assolutamente! Ma tornando alla tua iniziale domanda, posso dire che io, avendo avuto la possibilità di conoscere il mondo antico di Roma, come ti ho già detto, non mi sono mai lasciato incantare dal folclore che si vede e respira a Capocotta, e non solo. E’ un macchiettismo esistenziale che non mi appartiene. Io sono ancora legato e innamorato del cinismo “belliano”.

Da dove nasce il tuo amore per il bel vestire? Hai bisogno di un’armatura estetica per piacere e incantare?

Nasce dallo stile di mio padre e mia madre. E’ qualcosa di genetico, che si eredita. Meglio: si nasce eleganti. Sin da bambino ho conosciuto e frequentato i sarti. Amo le stoffe. Adoro le asole fatte a mano. Se tocco un abito ti dico quanta lana o seta o cotone ha. Ma anche un acero da un frassino so riconoscere. Sono andato a scuola anche dai falegnami.

Come vivi la tua sessualità? In maniera fluida?

Sono un eterosessuale. E detesto la pornografia. Distrugge la fantasia. Preferisco avere nelle narici l’odore delle stalle. Sono un fan del toro. Il toro animale, non il toro squadra di calcio.

E i trans, ti hanno mai attratto?

So che esistono.

Hai mai pugnalato un amico per un tornaconto o, peggio ancora, per vigliaccheria?

Mai. Per me, l’amicizia, anche più dell’amore, è sacra.  Mi è amico solo chi ha onestà intellettuale e qualche talento. E, infatti, ho pochissimi amici, e tanti conoscenti.

Cosa non ti piace del tuo modo di essere?

Sono un uomo che non sa dire di no! Quando viene fuori la mia parte “a sangue caldo”, spesso ho difficoltà a dire di no. Ho il rimpianto di aver detto pochi no, e questo mi ha fatto perdere tempo. E non so ferire le donne.

“Il sacro è solo la morte” Da dove nasce il tuo essere così poco parsimonioso? Perché questo rapporto così labile con il denaro?

Non ho un rapporto labile, come dici tu: so fare i conti con il denaro. Ma, amando le cose belle, non mi sono mai fatto mancare nulla, e ho speso più di quello che ho guadagnato.

Sei schiavo della bellezza?

No, anzi. Sono molto contraddittorio: posso essere molto parsimonioso, ascetico, monacale e, al contempo, avere momenti o periodi in cui spendo chessò, trentamila euro… Credo più nel lusso che nella ricchezza.

Vale a dire?

La ricchezza è come la felicità: un’onda media. Il lusso come la gioia: onda altissima.

Sei più perverso o lussurioso?

Né perverso, né lussurioso. Piuttosto, sono spudorato come i bambini e i contadini.

All’inizio di questa intervista, mi hai detto di essere stato un bellissimo bambino. Pensi ancora di essere bello?

Con il tempo torno bambino.

Nel sesso, sei più fallocentrico o contemplativo?

Tutto il corpo è sessuato. Essere fallocentrico è roba da onanisti. Ma non di rado ho avuto momenti di assoluta castità.

Vivi la vita come se dovessi morire prima d’invecchiare?

No, ma ho il rammarico di aver perso troppo tempo nello scrivere. Come ti ho detto prima, a 20 anni potevo già morire perché avevo visto e fatto tutto: conosciuto l’amore, la miseria, il lusso, il mondo antico, i topi in casa… Gli altri anni sono stati di costruzione e di sfida al mondo. Mi sono considerato sempre, e nei confronti di chiunque, una sorta di ghepardo imprendibile.

Anche nei confronti delle donne?

Le donne mi hanno avuto. Anche da ghepardo.

Ti sei mai sentito incastrato in qualche gabbia mentale o fisica?

Nel massimo della mia forma sono andato in depressione.

C’è qualcosa, Aurelio, che ti fa paura?

La malattia, e la degenerazione del corpo.

Sei mai stato schiavo delle droghe?

No. Però, intorno ai 17 anni ho sperimentato il nepalese, l’afghano, il pachistano, montati con Lsd e mescalina. Ma, siccome tutto ciò mi procurò attacchi di panico e collassi neurovegetativi, smisi ben presto. Posso dirti, oggi, di essere assolutamente contrario alle droghe. La droga ce l’abbiamo nel cervello. Chi non ce l’ha, peggio per lui!

Cos’è, per te, la vergogna? La provi spesso?

No, non credo di avere questo problema, se di problema si tratti.

Perché, nei tuoi libri, compare così tanto la ferocia, la violenza, la criminalità? Da dove deriva questa fascinazione del male?

Perché sono elementi assoluti della vita; sono veri e, paradossalmente, hanno una loro innocenza. Il perverso no, la ferocia, sì.

Nel tuo precedente romanzo – “Arsenale di Roma distrutta” – hai dedicato il tuo libro ai vecchi pederasti: perché?

Perché in qualche modo erano dei mecenati della bellezza; questi froci erano una sorta di Luchino Visconti depotenziati. Uomini di charme, quasi asessuati. Ma c’era, inoltre, una spinta anche provocatoria nella dedica.

Provocatoria nei confronti di chi?

Dell’infame politicamente corretto…

Hai detto: io i romanzi li soffro, li pago con tutto il corpo. Cosa vuoi dire? Spiegati meglio… Lotti per scrivere?

No, non lotto per scrivere. Scrivo i libri sempre per una necessità, che magari vieni da molto lontano e che poi, all’improvviso, si concretizza. La parte più facile, paradossalmente, è proprio la scrittura. Però prima me li scrivo sul corpo.

Cosa rappresenta, per te, la scrittura? Ti serve a qualcosa?

Adesso, no, ormai, ma quando ho iniziato è stato il modo per stare al mondo, e avere la possibilità di costruire il mio nome.

Che rapporto hai con gli editori?

Non l’ho conflittuale; cerco, più che posso, di non farmi fregare e  cercare di fare  le cose che voglio io. Fare l’editing, ad esempio, ai miei libri è impossibile.

Li hai mai mandati affanculo?

No, ma con gli editor Rizzoli, una decina di anni fa, per una vicenda legata sempre allo Strega, ho avuto confronti duri ma leali.

Ti pesa non aver vinto il premio Strega?

Non lo vincerò mai.

Chi è stato quello che ti ha scoperto? Il tuo mentore?

Io!

Che rapporto hai con la critica? Servono, ai fini della vendita, i critici letterari? E chi stimi?

Hanno scritto di me tutti i grandi critici dell’ultimo secolo e i nuovi. I padri però cercavano un diverso successo; ora, i figli, hanno in molti un romanzo nel cassetto.

Manganelli diceva che ci sono scrittori in grado di farti cambiare umore. Per te vale a stessa cosa? Ce n’è qualcuno che ribalta il tuo stato d’animo?

“Mia Madre” di Bataille è stato il libro che, sì, mi faceva cambiare umore, stato d’animo. Ma è un libro letto a 18 anni. E poi, ovviamente, la poesia, tutta.

Qual è stato il libro più brutto che hai scritto?

Non ho mai scritto libri brutti, i miei sono solo capolavori.

Come mai Roma è centrale nella scrittura dei tuoi libri?

Non sempre, sai… A parte gli ultimi due, tutti gli altri li ho ambientati nel resto d’Italia o, addirittura, in Francia o a Urbino. O dentro il corpo dell’Italia.

Quali sono stati i sette-otto libri che stai partorendo?

Ne ho 10 in testa.

Quali sono stati gli autori fondamentali della tua vita?

Drieu La Rochelle, Maupassant, Klossowski, Léautaud, e Verga. E, in ordine sparso, la prima Ortese, La Capria di “Ferito a morte” e il “Padrone” di Goffredo Parise. E tutta la poesia italiana. L’Ortis è il romanzo che io ho riscritto ne “I mulatti”.

Qual è stato il momento in cui ti sei detto: ce l’ho fatta, cazzo!

Non c’è stato un momento in particolare. Non ho mai inteso scrivere come una professione. Ho scritto per vivere di più e di meno.

Aurelio, concludiamo, che comincio ad avere fame… Hai capito qualcosa della vita e di te stesso?

No. Ma ho vinto. Sono diventato lo scrittore che volevo essere. Mi è costata molta vita.

·        Banksy.

Da exibart.com il 12 novembre 2021. A Bristol, un addetto alle pulizie ha cancellato per sbaglio un’opera di Banksy: si tratta dello stencil di uno dei suoi iconici topi, con tanto di firma in rosso, che spiccava sulla parete di un centro comunitario abbandonato, già ricoperta da graffiti di ogni tipo. È tutto vero, anche se è un episodio di una serie tv e l’addetto si chiama Cristopher Walken. L’anonimo artista di strada – del quale si sa solo che è originario proprio di Bristol – ha realizzato l’opera e la firma per The Outlaws, serie comic crime della BBC in sei parti, creata e diretta da Stephen Merchant. La serie segue le storie di sette sconosciuti provenienti da diversi ceti sociali, costretti a svolgere insieme dei lavori di pubblica utilità a Bristol, per scontare le proprie sentenze. La loro sorte cambia improvvisamente, quando scoprono una borsa piena di soldi, ignari del fatto che alcune persone non proprio raccomandabili la stanno cercando. Piccolo spoiler: Christopher Walken interpreta Frank, il personaggio che, per completare il suo servizio, nell’ultimo episodio della stagione, ha il compito di ricoprire tutti i graffiti selvaggiamente lasciati sulle pareti di una struttura fatiscente. Dopo aver trovato l’opera di Banksy, Frank chiede al suo agente di sorveglianza se deve ricoprirla. La sorvegliante risponde distrattamente, non vedendo l’opera, che tutti i graffiti devono essere ricoperti. E così Frank esegue l’ordine, proprio come gli è stato detto, dando un colpo di rullo a una fortuna insperata. Al di là della fiction, per avere un’idea del valore di un Banksy, Game Changer, il lavoro esposto all’ospedale di Southampton in pieno lockdown, è stato venduto all’asta da Christie’s Londra, nel marzo 2021, per 23,2 milioni di sterline. «Possiamo confermare che l’opera d’arte alla fine di The Outlaws era un Banksy originale e che Christopher Walken ha dipinto su quell’opera d’arte durante le riprese di questa scena, distruggendola», ha dichiarato un portavoce di The Outlaw al Sun. Ormai raramente le opere di Banksy vengono cancellate, più spesso capita che vengano ricoperte da plexiglass per proteggerle oppure, nei casi peggiori, asportate dai muri per finire in qualche collezione privata o in giro per le centinaia di mostre in giro per il mondo, rigorosamente non autorizzate dallo street artist. Ma in questo caso la cancellazione è stata consensuale: è stato infatti spiegato che la distruzione dell’opera d’arte è stata concordata con lo street artist, che si dice sia un grande fan di Walken: «Le sue uniche condizioni erano che ci avessero davvero dipinto sopra e che sarebbe stato il suo eroe Christopher a tenere il rullo». Inoltre, Banksy è molto legato alla sua città natale e ha ammirato il lavoro di Merchant nel mostrarla come ambientazione della sua serie.

·        Barbara Alberti.

Anticipazione da “La Confessione - Nove” il 28 ottobre 2021. Nuova intervista senza filtri sul Nove a “LA CONFESSIONE” di Peter Gomez: venerdì 29 ottobre alle 22:45, come sempre dopo il live di Fratelli di Crozza, il direttore de ilfattoquotidiano.it incontra la scrittrice e giornalista Barbara Alberti. La Alberti racconta la sua relazione con Vittorio Sgarbi, con il quale ha viaggiato per quattro anni per portare a termine "Il promesso sposo" nel 1994, un ritratto dedicato proprio al critico d'arte e presentato sotto le spoglie di un'autobiografia “mancata”. "Io a volte l’ho criticato, perché non capivo, perché criticavo certe posizioni politiche - ha spiegato l'autrice di 'Vangelo secondo Maria' - E poi ho capito che lui è al di là del giudizio. Lui è un'opera d'arte". "Lei ha avuto una relazione, anche lunga, con Sgarbi?", ha chiesto il conduttore. "Non era il mio fidanzato, era l'oggetto della mia biografia e io ero la sua biografia. Ho viaggiato con lui per tre, quattro anni", ha ribattuto la scrittrice. "Ma che anni sono stati? Voi avevate anche rapporti d'amore, di sesso?", ha insistito Gomez. "Mai avuti… adesso scusi, queste cose si raccontano a letto, non si raccontano a tavola!", ha risposto divertita l'ex concorrente del quarto Gf Vip. "Sì, si raccontano a La Confessione", ha detto ancora il giornalista. "Io non ero l'amante di Sgarbi, ero la biografa di Sgarbi", ha proseguito l'autrice della celebre rubrica Parliamo d'amore su Amica.  "Però spesso appare come un gran maleducato", ha puntualizzato il conduttore. Tuttavia, per la Alberti: "Non si sa mai chi sia lui. Può essere squisito e può essere… Lui è un vero anarchico con se stesso. Secondo me, non sa neanche lui chi sia davvero, è un divenire". "Ma le chiedo: è realmente intelligente? Perché, per esempio, sul Covid sta dicendo grandi sciocchezze", ha detto ancora il direttore di Fq Millennium. "Mah, tutti gli intelligenti possono dire delle stupidaggini", ha concluso ironicamente la scrittrice umbra.  

Giulia Cazzaniga per "la Verità" il 12 luglio 2021. Scrittrice di romanzi e sceneggiature, poi anche volto noto della tv, raggiungiamo Barbara Alberti in Salento - «il buen retiro di mio marito», il produttore cinematografico Amedeo Pagani - mentre, classe 1943, attende l'arrivo dei figli perché la portino al mare, dalla campagna, «perché noi non guidiamo». Il suo romanzo più recente è Mio Signore (Marsilio). La storia di Maria, la sguattera del bar, che un giorno si accorge che il suo vicino di casa è Dio. Lo ravvisa nel garzone della lavanderia. Da questa storia di spiritualità e misticismo iniziamo a dialogare, con una delle ultime «pellerossa senza più terra» in un mondo che procede per «formalismi e poca sostanza», «in cerca di consensi».

Nella sua biografia si dice grata alla pessima educazione cattolica ricevuta, cui deve l'ispirazione fin dal primo romanzo. Sull' argomento religioso è tornata spesso.

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«L' arte è trasfigurazione, consente di essere salvati dal morbo di oggi, che è il materialismo. Se sei venuto al mondo solo per vivere, mangiare, morire beh, va a finire che ti spari». 

Lei ha fede?

«Sono atea, ma l'idea di un altro mondo oltre la bieca realtà è straordinaria. Di arte abbiamo più che mai bisogno, dopo che il Covid ci ha ridotto a corpi che hanno paura di toccarsi l'un l'altro, ci ha portato a una terribile moria dello spirito dell'uomo».

I dialoghi di Mio Signore sono in dialetto, una scelta alla quale lei ricorre più volte.

«I dialetti sono la vera lingua italiana: la Sardegna, ad esempio, ha cinque lingue straordinarie. A Napoli, ci sono dieci sinonimi per ogni parola. Pensi alla vastità mentale che consentono a un bambino che nasce lì. L' italiano è una lingua inventata, convenzionale, ed è una lingua che va violentata, sforzata, riportata alla sua potenza e libertà». 

Lo si fa abbastanza?

«In libreria sì: mi stupisce che in questa epoca che vede una tendenza terrificante sul linguaggio stia nascendo tanta letteratura di valore».

Ma?

«Ma le nuove forme di comunicazione a distanza hanno sfaldato il rapporto personale. Sconvolgente, poi, la ricerca totale del consenso. Un giovane che si forma, nei tempi, ha sempre desiderato essere originale, contro il mondo, non tanto per principio quanto per affermare la propria personalità, o per sfida. Come Majakovskij in Schiaffo al gusto del pubblico. Oggi invece è "l'era della suscettibilità", come ha scritto con lucidità e umorismo Guia Soncini: ci si sente vittime come di uno status». 

Oggi ci sono i follower.

«Da brividi. Proiettano tutti sul palcoscenico fin da piccoli: si aspira alla notorietà. E tutti utilizzano sempre le stesse parole. I giornalisti ne sono l'esempio. È in atto una specie di congiura per uccidere l'immaginazione, e la personalità. Quando invece al mondo ti ci mettono, ma solo tu scegli come essere, anche attraverso il modo di comunicare». 

Che c' entra il linguaggio?

«Il linguaggio consente di interpretare il mondo e se stessi, il riscatto dalla condizione umana: permette di capire la propria visione del mondo, e di vivere secondo quella. Oggi c' è una dittatura che per la prima volta non è imposta con le armi, ma appunto con il linguaggio, ed è accettata con entusiasmo. Se sono disperato e penso di suicidarmi, si dirà di me che sono un depresso, cancellando le emozioni umane. Che mi sia morta la moglie, o che mi sia stata rubata la macchina, si tenderà a dare una definizione sempre uguale». 

Un milione di italiani soffrono di disturbi psichiatrici dopo il Covid, riportano le cronache.

«Siamo oppressi, più che depressi. Ognuno dalla sua condizione, ognuno dai suoi problemi. È spaventevole azzerare la pluralità dei disagi umani, ingabbiandoli».

Bisogna stare attenti a parlare, e a scrivere, oggi? Come siamo arrivati a sostituire le desinenze maschili e femminili con un asterisco?

«Un vento di convenzionalità e infelicità percorre l'Italia e l'Occidente. Mi spaventa: quando sono venuta al mondo esistevano tante personalità. Anche modeste, intendiamoci: non occorre essere per forza Garcia Lorca, ma potrei descriverle i miei parenti tutti diversi l'uno dall' altro. Il conformismo c' è sempre stato, ma oggi sta diventando uno strumento di tortura».

Le hanno chiesto delle polemiche per il doppiaggio italiano del film Una donna promettente: la voce di un'attrice trans è stata affidata prima a un attore uomo e poi, con le scuse, a una donna. Lei in quell' intervista ha parlato di un «rincoglionimento totale del mondo».

«Perché è ridicolo, certo: l'unica misura dell'arte è l'arte. Recitare è trasfigurare, sempre. Se i grandi scrittori o pittori fossero stati attenti a non offendere nessuno, biblioteche e musei sarebbero vuoti. Così, anche nel cinema, esiste solo l'interpretazione e la bravura. E invece oggi a Hollywood funziona che se serve un bravo violoncellista per un film si sceglie quello afroamericano, o una donna, invece del talento. Una discriminazione della discriminazione, che mi sgomenta».

È in corso il Festival di Cannes. Il direttore artistico Thierry Frémaux ha detto che la Croisette non privilegerà le donne, ma che «tra due film di pari valore sceglieremo quello diretto da una donna».

«Non mi piace nemmeno questo, e per fortuna non mi è mai successo. Voglio essere scelta sempre e solo perché sono brava, mai favorita. Da scrittrice, non so nemmeno di che sesso sono: l'artista indossa altre vite, altre esperienze, altrimenti fa solo il diario della sua vita. Il mondo dello spettacolo sta tradendo un senso di colpa incolmabile». 

Sta cioè cercando di porre rimedio a discriminazioni del passato?

«Invece che un senso di colpa occorrerebbe un senso civile: ognuno è diverso. Risarcire gli artisti attraverso una stupida identificazione con il genere è il massimo dell'offesa». 

I festival del cinema di Berlino o San Sebastián hanno introdotto premi gender-neutral.

«Questa non la sapevo. Non so, c' è un calderone folle. Follia è anche per me esaltare "lo Strega delle donne", come fecero nel 2018: prima non ci premiavate perché siamo donne, ora perché lo siamo? A me interessano solo i libri. Il gioco di Carlo D' Amicis era l'evento grande di quell' edizione 2018, è stato oscurato da questa sottolineatura sulle donne. Parere personalissimo, naturalmente, ma è un libro di quelli che se ne scrivono ogni cento anni».

Allo scrittore Gabriel Matzneff in Francia non hanno voluto pubblicare l'ultimo libro dopo le accuse di pedofilia della sua ex amante. L' Italia lo ha fatto.

«A rigor di logica si dovrebbero eliminare allora Dostoevskij, Maupassant, Nabokov. Per non parlare di D' Annunzio. Tolstoj, soprattutto: si legga La sonata a Kreutzer, è un manuale per la necessaria soppressione della femmina, un inno a uccidere le donne perché rovinano il mondo». 

Alle donne qualcosa è dovuto?

«Dateci la possibilità di far figli, mettetevi in saccoccia gli omaggi formali e pure la politica dei bonus: ci occorre una vera possibilità economica per mettere su famiglia, quando la verità è che sottobanco ti licenziano se sei incinta». 

C' è una via d' uscita dal formalismo e dall' appiattimento del linguaggio?

«Bravi insegnanti e una vera educazione alla bellezza. Penso ad esempio ai migranti: prima di dirmi che non bisogna dire "negro", che capisco sia un termine che può sconcertare per la storia che ha, si inizi a dire che non bisogna dare del tu a filippini, africani e slavi come fan tutti nei negozi. Ma non so se ho fiducia nella scuola: è diventata come un'azienda. L' aver introdotto crediti e debiti è imperdonabile, perché in un luogo dove si formano esseri umani non bisogna parlare come se si fosse in banca».

La politica ha responsabilità?

«Certo: il disinteresse. Le pare si interessi della "polis"? Quando mio marito e io eravamo giovani c'era una sinistra illuminata, il senso di una conquista di una giustizia sociale. Un' idea elementare, molto bella. La sinistra ha fatto tanto, ma adesso - mi spiace - c' è solo lo spettacolo. Qualcuno in buona fede resiste. Dopotutto la politica è sempre stata una cosa violenta, perché è l'uomo al potere». 

Speranza ne ha sul futuro?

«I giovanissimi, sotto i 12 anni, mi lasciano spesso a bocca aperta. Ho visto uno di loro dire al padre di non pubblicare un video su Instagram perché avrebbe profanato un momento privato. Ho conosciuto un ragazzino che a 9 anni sta scrivendo un libro su una strage perfetta dopo che gli hanno spiegato di Hitler. Dopotutto c' è chi vive ancora nel vecchio mondo, nonostante le tendenze terribili di cui abbiamo dialogato finora».

Quindi tutto andrà bene?

«Nonostante io creda che il genere umano scomparirà per stupidità - siamo seduti sulla fine del pianeta e non modifichiamo di una virgola le nostre abitudini - sì, credo che buoni segnali si possano ancora scorgere. Ma io che sono tra gli ultimi pellerossa senza terra, penso non ci sia mai stato nella storia un salto così forte tra una generazione e l'altra. Osservo da un'altra dimensione, ormai». 

Parla della tecnologia?

«Meravigliosa, ma ha tolto il tempo dell'attesa, che è un privilegio. Ricordo l'immaginazione che scaturiva nei giorni in cui si attendeva la risposta di una lettera all' amato che viaggiava sul treno per corrispondenza. Mi lasciano anche ben sperare le decine di scrittori straordinari che si fanno strada. L' elenco è lungo, c' è in giro un sacco di gente libera. Per trovare una compagnia nella vita devi capire come sei tu, non puoi stare con uno sconosciuto. Se vuoi solo piacere ad altri sarai un ologramma, un fantasma, uno che non capirà né la vita né la morte. Purtroppo oggi c' è una gran voglia di perdersi».

Barbara Alberti, la nostra Virginia Woolf contro censura e idiozia. La scrittrice: "Saremo travolti dalla stupidità. Finirà che un bravo violoncellista non potrà suonare perché non è gay o nano..." Francesco Specchia Libero Quotidiano il 30 giugno 2021.

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

«Rinunciare alla libertà d’espressione è la peggiore delle epidemie». Uno chignon grigio d’un’eleganza sussurrata, il fisico gracile, le farfalle al posto delle dita, da un lato; e le saette nello sguardo e il pensiero tonante alla Virginia Woolf, dall’altro. È impressionante osservare il dentro e il fuori di Barbara Alberti intervistata dall’indomita Francesca Fagnani al feroce Belve programma di Raidue, mentre discute di sesso, di «amori inesplicabili» , di incantamenti del cuore e della mente, o di «diritti di qualcuno che non si possono difendere senza ledere i diritti di qualcun altro». Barbara Alberti ci delizia. È la voce ribelle della nostra coscienza oggi assediata dal politicamente corretto. Da templare dei diritti civili, la signora rappresenta l’ultimo baluardo contro il femminismo oltranzista e l’ipocritissima cancel culture. Ossia quella cultura della cancellazione tanto di moda che spinge, per esempio, ad abbattere la statua di Colombo; a vietare i libri di Mark Twain dove appare la parola “negro”; a far ridoppiare un film –Una donna promettente- perché la voce italiana era maschile e quella originale americana apparteneva a una trans. Sia a Belve dove ridimensiona i suoi passati amori saffici («le donne mi annoiano, perché sono gelose»), sia alla rivista mowmag.com, Barbara ci fa fare la ola. «Il mondo è vittima di un rincoglionimento totale, di stampo reazionario. Noi vecchi non pensavamo certo di lasciare un mondo ideale, ma morire travolti dalla stupidità è veramente spiacevole» afferma lei, stabilendo che un attore maschio bravo può tranquillamente interpretare una donna, perché la «recitazione dissolve l’identità» che, per inciso, è la stessa cosa che diceva Euripide. Barbara è una mitragliatrice gentile. Sulla stramberia supergender di Michela Murgia che usa lo “schwa” il segno illeggibile ad indicare il plurale neutro caro alle comunità transgender commenta: «Come può una persona con un tale istinto poetico incartarsi in questo barocchismo moderno? Se censuri Céline, e lo traduci in un linguaggio politicamente corretto, non solo diventa illeggibile, ma sciocco. È bello e vitale che ci siano gli uomini, le donne, i trans. Ma senza manuali di bon ton ipocrita». Sulla messa al bando delle parole, aggiunge: «Io voglio essere libera di dire tutte le parole che voglio, persino di bestemmiare. Ora dobbiamo rifare tutta la letteratura mondiale? Se non diciamo più “zoppo” la persona non è più zoppa, e sarà trattata con maggior rispetto? Riguardo alle minoranze etniche e sessuali, occorre educare i figli, all’intelligenza della diversità. Se i genitori ce l’hanno. Per la nostra cattiva coscienza razzista abbiamo trasformato in ingiuria la parola “negro”, che è diventato insulto, mentre “bianco” non lo è». Già. Barbara ha ragione. E, riguardo alle masse “suscettibili sui social”, afferma che «è spiacevole: tutto si fa per un like»; ed ecco che io, punto nell’orgoglio, corro da mio figlio a strappargli il tablet e oscurargli Youtube. Barbara si produce in puntuti commenti che in qualunque altro momento storico sarebbero finanche banali. Se le impongono l’idea forzosa della “quota rosa”, s’inalbera: «Annunci trionfali, “ci vuole una donna presidente della Repubblica!”, sono imbarazzanti. Una donna non vale l’altra e il fatto di essere donna non è una condizione sufficiente».  Se le dicono che urge «depurare il linguaggio», lei immagina un mondo mellifuemente totalitario, «che degrada la moralità a slogan e censura le parole, sostituendole con altre che sono a volte più offensive. Credono di creare un’uguaglianza teorica, verbale. Poi le domandano dell’autocensura di Victoria’s Secret verso le sue modelle. E lei osa l’inosabile: «Cosa verrà fuori ancora nell’arte? Che magari un bravo violoncellista non potrà suonare in un’orchestra perché non è gay o non è nano?». Domanda feroce. Se la facessimo noi, saremmo tacciati di hitlerismo, banditi da ogni consesso; ma intonata da Barbara Alberti, diventa un dito puntato verso l’ipocrisia. Chapeau...

Matteo Cassol per mowmag.com il 28 giugno 2021. “Il mondo è vittima di un rincoglionimento totale, di stampo reazionario. Noi vecchi non pensavamo certo di lasciare un mondo ideale, ma morire (facciamo le corna perché vorrei stare ancora un po’ qua) travolti dalla stupidità è veramente spiacevole. Non si riesce a difendere i diritti di qualcuno senza ledere i diritti di qualcun altro”: lo dice Barbara Alberti, scrittrice e sceneggiatrice, commentando per MOW la notizia del rifacimento coatto del doppiaggio di “Una donna promettente”, con tanto di scuse, dopo che era venuto fuori che a Roberto Pedicini (che dà la voce tra agli altri a Kevin Spacey e Javier Bardem) era stata fatta “erroneamente” doppiare un’attrice trans. Forse il primo caso italiano dopo quelli internazionali, soprattutto quelli dei Simpson, da parte della cui produzione è stato annunciato tra le altre cose che i bianchi potranno prestare la propria voce solo a personaggi bianchi (cioè, a ben guardare, a nessuno, visto che i Simpson al massimo sono gialli). 

Un discorso analogo vale per gli attori e per le polemiche riguardanti quali ruoli si “possano” interpretare o meno (gay, disabili, eccetera). Non le pare?

“Certo. È assurdo. Se io sono un attore bravo o bravissimo – si chiede Alberti – perché non potrei interpretare un ruolo piuttosto che un altro? La recitazione è trasfigurazione, dissolve l’identità, ogni rappresentazione di te che hai nel mondo. Altro che regolette fintoprogressiste. È la morte dell’arte”.

Anche perché il lavoro dell’attore e del doppiatore per definizione è quello di interpretare qualcun altro. O no?

“Recitare è inventare. Dunque è censura pura, idiozia al potere”. 

E sulle quote minime riservate alle minoranze per poter partecipare agli Oscar?

“Questa cosa distruggerà il cinema. Mio marito (Amedeo Pagani, ndr) è produttore di registi come Theo Angelopous, Marco Bechis, ha fatto film bellissimi, ha portato in Italia Wong-Kar Wai, Kitano. Ed è disperato. Come tutti quelli che vogliono fare il vero cinema, quello sentito, quello bello. È la negazione della libertà creativa. Un mondo morbidamente, mellifluamente totalitario di base, che cerca di salvarsi con la forma, degrada la moralità a slogan e censura le parole, sostituendole con altre che sono a volte più offensive dei nomignoli infami di una volta. Credono di creare un’uguaglianza teorica, verbale. Pensano che cambiando le parole si possa cambiare tutto. Perché non iniziare i giovani alla bellezza (in ogni senso), che quella sì educa a non essere dei bestioni razzisti. Cosa verrà fuori ancora nell’arte? Che magari un bravo violoncellista non potrà suonare in un’orchestra perché non è gay o non è nano? Puro nonsense. Penso che in futuro, se gli uomini si riprenderanno, di questa epoca si riderà molto. Forse ne nascerà una grande fioritura artistica satirica”.

Anche in quel settore, però, la situazione non è buona. Già molti comici sono stati vittima dell’“affetto” delle masse di suscettibili sui social.

“Un altro sintomo di dittatura. In ogni epoca, l’arte si è sempre fatta contro. Poemi, libri, film: le grandi opere sono sempre apparse scuotendo i lettori, spesso andando contro il gusto corrente. Adesso un algoritmo mi dovrebbe avvertire di qual è il gusto del pubblico, per indicarmi come dovrei scrivere, conformandomi a quello? Adesso l’unico padrone è il consenso. Comincia fin da piccoli questa alienazione: voler piacere a tutti, perenne nevrosi, incurabile. Bambini di 12 anni si chiedono fra loro «tu quanti like hai?» Generazioni che crescono per piacere agli altri, per conformarsi al conforme, perdendo sé stessi”.

Cosa pensa di chi, come Michela Murgia, ha iniziato a utilizzare lo schwa, il segno pressoché illeggibile che starebbe a indicare un presunto plurale neutro?

“Mi meraviglia. Michela Murgia è una persona semplicemente geniale, con una dialettica formidabile, e una scrittura che resta. E poeta. Giorni fa mi sono ricordata una frase bellissima: «Questo luogo dove la lingua più parlata è ancora il silenzio». L’ho attribuita a T.S. Eliot, invece era di Michela Murgia. Come può una persona con un tale istinto poetico incartarsi in questo formalismo, in questo barocchismo moderno? Se censuri Céline, e lo traduci in un linguaggio politicamente corretto, non solo diventa illeggibile, ma sciocco. È bello e vitale che ci siano gli uomini, le donne, i trans. Ma senza manuali di bon ton ipocrita. Io voglio essere libera di dire tutte le parole che voglio, persino di bestemmiare. Ora dobbiamo rifare tutta la letteratura mondiale? Se non diciamo più “zoppo” la persona non è più zoppa, e sarà trattata con maggior rispetto? Riguardo alle minoranze etniche e sessuali, occorre educare i figli, da subito, all’intelligenza della diversità. Se i genitori ce l’hanno. Per la nostra cattiva coscienza razzista abbiamo trasformato in ingiuria la parola «negro», che è diventato insulto, mentre «bianco» non lo è. Poi però, quando Willy Monteiro Duarte, pacifico gentile ragazzo, viene assassinato dal gruppo per il colore della pelle, nessuno osa pronunciare la parola “linciaggio”. E si crede di rimediare cambiando le parole? La censura non ha mai portato bene. E nelle grandi manifestazioni di piazza, le stesse parole adoperate come insulto sono poi state usate rivendicazione. Usare parole diverse per identificare le stesse persone, che siano neri, gay, trans o portatori di handicap, non fa automaticamente crescere il rispetto nei loro confronti, mentre fa sicuramente aumentare l’ipocrisia. È grottesco pensare di riformare una società attraverso un formalismo forzoso. Bisognerebbe educare i bambini e i ragazzi a rispettare tutti. Cominciando da sé. A coltivare la libertà. E se proprio si vuole fare qualcosa sul piano della lingua, si insegni a dare del lei agli extracomunitari. Appena hanno a che fare con un nero o un filippino tutti gli danno del tu. È una roba da Alabama”.

Come vede la condizione attuale della donna?

“Penso che sia un disastro, perché tutto questo formalismo non fa che nuocere alla donna. Ci fanno solo omaggi pubblici che mi disgustano. Annunci trionfali, «ci vuole una donna presidente della Repubblica!», sono imbarazzanti. Una donna non vale l’altra e il fatto di essere donna non è una condizione sufficiente: e se poi mi ritrovo la Meloni? Sono convinta che le donne siano migliori nel lavoro. Abbiamo un’energia repressa nei secoli, esplosiva, siamo nuove. Sono fissata con l’idea che la donna abbia una grande fortuna naturale, non dovendo sostenere la prova dell’erezione: per questo siamo meno narcisiste. Le donne hanno la scienza del concreto, che è anche quella del sogno. Ma non è che se una donna arriva ad un’alta carica pubblica ci basti. Si inizino a fare delle cose concrete: intanto continuiamo a essere pagate meno, i maschi continuano ad ammazzarci e ormai non fa più notizia, è una strage accettata, non ci aiutano a fare figli (oggi una donna che lavora e fa un figlio sfiora l’eroismo). La situazione è atroce e sentire che le uniche proposte riguardano la forma mi fa pena, penso che non faccia bene alle donne. Non servono bandierine, ma cose reali”.

Ha sentito del cambiamento di rotta di Victoria’s Secret, che ha abolito le modelle “angeli”?

“È la deriva della body positivity: non è «vogliamo essere liberi di essere come siamo, non vogliamo più essere discriminate!», no, a loro volta impongono un modello. E se a me piace pesare cinquanta chili? Mi ricordo quando hanno attaccato Diletta Leotta perché si era vestita da Barbie: ma come, tu ti puoi vestire da balena e io non posso vestirmi da Barbie? O da elfo? È un’altra forma di perverso razzismo sotterraneo che sta mettendo radici. Io penso che siamo perduti, ma mi piace sperare che duri poco e che vincano i poeti”.

Di recente Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice femminista nigeriana, ha preso posizione sulle traversie subite e sulle pesanti accuse ricevute anche e soprattutto per aver detto che “le donne trans sono donne trans” (sottinteso: non sono donne e basta). Cosa pensa di vicende come questa?

“Mi paiono questioni da sesso degli angeli. Mi perdo su queste sottigliezze. Mi pare però che il tutto rientri in un grande classico contemporaneo, quello della coltivazione di uno status di vittima in servizio permanente. Una cosa che non porta da nessuna parte. Da un lato sono questioni molto soggettive riguardo alle quali ognuno dovrebbe poter essere libero di esprimersi, dall’altro tutto ciò mi sembra molto, troppo barocco. Rimando al magnifico libro di Guia Soncini, “L’era della suscettibilità”, dove spiega magnificamente questa involuzione surreale e masochista, di un mondo dove tutti si ritengono offesi”. 

Che opinione ha sul ddl Zan?

“Non conosco a fondo i dettagli della proposta, ma ho fatto una ricerca sulle aggressioni omofobe e i delitti contro le persone omosessuali. Impressionante. Pur non sapendo bene com'è articolata la legge, credo sia indispensabile prendere provvedimenti contro una delinquenza di genere così estesa e violenta. Non ci vuole nessuna indulgenza. Chi tocca un gay, una lesbica, un trans deve sapere che non la passerà liscia. Le leggi servono a questo. Già le pene contro chi ammazza le donne sono quasi sempre inadeguate alla gravità del crimine. Quando si uccide o si fa violenza per categorie (come anche nel caso delle donne) ci vuole un deterrente forte”.

Da approfondire però ci sarebbe il tema della libertà di espressione e dell’uguaglianza di fronte alla legge. Un po’ quelle che, ce lo può confermare lei che l’ha vissuto, erano le rivendicazioni del Sessantotto. Come si è passati a quelle di oggi, che assomigliano molto a censura e settarismo?

“Siamo ormai dei dinosauri, noi, di un tempo in cui si aveva ancora il concetto di libertà. Oggi rinneghiamo il libero arbitrio. E nessun dittatore ce lo sta imponendo. Siamo noi i dittatori di noi stessi. Orwell è stato un grande ottimista: in 1984, delineando una dittatura con i mezzi antichi, imposta dall’alto col terrore, non immaginava che noi ci saremmo offerti alle catene. In 1984 ci sono i fili spinati, le torture. Adesso non ce n’è bisogno. Ci consegniamo spontaneamente. Non riusciamo a sostenere la nostra libertà. Siamo al culmine di questo rifiuto, che c’è sempre stato, ma la velocità della comunicazione contagia tutto. Quella è la peggiore delle epidemie. E – conclude Alberti – ci siamo dentro”.

Da "Un giorno da pecora" il 29 aprile 2021. “Trovo assolutamente ridicola la distinzione di sesso quando ci si innamora. Nella mia vita, se una persona ti fa innamorare ti pare che gli vai a chiedere il documento?” La pensa così Barbara Alberti, giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, che oggi si è raccontata a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. “Dico - ha proseguito la scrittrice - che se ti capita l'occasione straordinaria di innamorarmi te ne fotti di tutto, ti senti onnipotente”. E a lei è successo con entrambi i sessi? “A me è capitato sia con uomini che con donne e non ho mai fatto distinzione. Non ho mai pensato: oddio, sarò forse lesbica? Queste cose non le voglio nemmeno sentire, queste distinzioni sono ridicole”.

Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” il 25 aprile 2021. Barbara Alberti, 78 anni, autrice di oltre trenta romanzi e di altrettante sceneggiature, ha appena fatto il vaccino e non sta nella pelle. Dice: «Sto come un fiore, è stato meraviglioso».

Che c'era di così meraviglioso?

«Quando sono uscita, ho fatto a piedi un'ora, con un'energia in corpo da pazza: il vaccino è stato un esorcismo. Una cosa che, prima, ti senti un miserabile, non sai che fine farai, e poi fai il vaccino, ti hanno battezzata, sei grata. Sei fra i salvati, anche se è un'illusione, ma chi se ne frega: io vivo di illusioni».

Prima del vaccino, la sua era paura di morire o paura della malattia?

«Era? È. La morte fa paura a tutti. Nessuno vuole morire, neanche i suicidi. Io mi devo solo rallegrare perché ci sono ancora. Mi viene pure da ridere perché sono clandestina, una che statisticamente non ci dovrebbe stare. Sono nell'età in cui vorresti vivere in eterno, ma sai bene che non ti conviene».

Ha confessato d'aver avuto, in gioventù, pensieri suicidi.

«Per me, la vecchiaia è stato un male della gioventù: fra i 20 e i 30 anni ne ero sconvolta. A 24 anni, un amico mi fa: come sei invecchiata. Da quel momento, ho progettato il suicidio a 28 anni, poi l'ho spostato a 38. Poi, ho scritto un libro apotropaico che si chiamava Delirio e che è la storia di due ragazzi in collegio dove, a metà, si scopre che hanno 80 anni. È stato il mio esorcismo contro la vecchiaia: dopo, non ne ho avuto più paura, ero come risanata».

Come avrebbe voluto suicidarsi?

«Mi trastullavo con l'idea di avere una via d'uscita, ma non l'ho mai pensato seriamente. Mi resta la convinzione che l'eutanasia sia una cosa civilissima. Vorrei morire nel sonno, ma se le cose si mettessero male credo che userei l'ultima lucidità per eliminare il male peggiore. Ma perché parlarne? La bella notizia della mia vecchiaia è che ci sono arrivata con un dono: ridere. Ridere della condizione umana e soprattutto di me. Se intuisci dentro di te il ridicolo, se vedi che sei irreparabile, sorridi, ti vuoi perfino bene e il tempo prende un senso mistico, magico. Questa tenerezza è stata una conquista, una cosa vista da piccola nei nonni anarchici».

Ha avuto, però, anche nonni borghesi. Nella sua biografia, si dice grata alla pessima educazione cattolica che ha ricevuto. Perché?

«Perché è un grande argomento letterario. E perché, quando percepisci la prigionia, se hai coraggio, fai in modo di diventare una persona libera e tutte le proibizioni, i castighi, diventano la geografia di quello che vorrai fare».

Quali erano le sue proibizioni?

«Il corpo era peccato, tutto era peccato. Una volta giocavo a travestirmi con mio fratello. Lui aveva tre anni, io sei, ci troviamo nudi, arriva mia nonna e fa una scenata di una violenza assurda. Eppure, era una personcina mite, diceva sempre il rosario, ma ha visto il peccato».

Sulla sua infanzia e i suoi avi ha scritto «Memorie malvage», lei che bimba è stata? «Un'educazione così restrittiva è un privilegio: diventi ribelle ed è una grande soddisfazione. In quelle condizioni, ti viene ansia di libertà e desideri vivere lietamente. Devi guadagnarti ogni cosa ed è un grande divertimento perché la vita diventa un'avventura».

Come ha trasmesso questo senso di libertà ai suoi due figli?

«Essendo. E sono stata una madre clown, li ho sempre fatti molto ridere, gli ho raccontato storie, e non mi sono mai trattenuta dal fare nulla mi piacesse. Poi, gli ho voluto bene, che a me pare sia tutto. Però, chi sa gli sbagli che ho fatto...Ogni tanto me ne rinfacciano qualcuno. Una volta ho scritto: figliare è errare. Adesso la ricerca della perfezione nel rapporto con i figli ha un sacerdote laico che è lo psicologo: senza, non sappiamo fare più niente. Quello, invece, era un tempo in cui si poteva coltivare il libero arbitrio, l'unica ricchezza che hai finché non sei rimbambito con l'Alzheimer».

Che tipo di giovane ribelle è stata?

«La ribellione è quando capisci cosa vuoi essere e vorresti che ti lasciassero diventare quello che vuoi in pace. Ci trovavo gusto a ribellarmi... Tornavi a casa tardi e ti pigliavano a schiaffi: eri un ribelle, era uno che veniva punito. Eravamo piccoli sbruffoni. Il '68 era fatto tutto di piccoli sbruffoni, in senso tenero».

Quando ha iniziato a scrivere?

«Subito. Appena mi hanno insegnato, a cinque anni, ho detto: è fatta, c'è una strada».

Ha scritto di peccatori come se fossero santi e di santi come se fossero peccatori. Che idea di mondo ha voluto raccontare?

«Ma che ne so. Tutto viene per grazia. Una cosa che m' interessa è l'epigrafe del mio Vangelo secondo Maria , c'è scritto: fuori dell'eresia non c'è santità. Già seguire il proprio cammino liberamente è un'eresia. Ho scritto di questo e poi libri e biografie umoristiche. Ridere è il riscatto della mia miseria umana».

Perché si attribuisce miseria umana?

«Perché so che morirò stupida, ho sviluppato il cinque per cento di ciò che mi è stato dato, perché sono un'edonista assoluta, sono una spensierata e mi piace la vita di casa. Pulire e riordinare, a me, pare una creazione».

Nei suoi libri, c'è la madonna che abortisce e ci sono anche undicenni che fanno sesso. Che gusto le dà rompere sempre i tabù?

«La mia madonna abortisce e non in nome del femminismo, ma del libero arbitrio. Per il resto anche, ho scritto cose impopolari, lo so. Non lo faccio apposta, mi arrivano».

Come arriva l'ispirazione?

«Se lo sapessi, sarei ispirata sempre. Invece no, aspetto questo riscatto ogni tanto. Sono scriteriata, non ho tenuta cara la mia vita, l'ho dispersa, la prova è la mia mancanza di memoria. Poi, però, vengono i libri e lì sono più intelligente, ho un senso delle cose, però devo aspettare: l'ispirazione, quando arriva arriva. E quando viene, ormai, il libro c'è e sarà scritto».

Ora sta scrivendo?

«Scrivo sempre, come un maniaco, ma ora non qualcosa a cui affezionarmi. Sono così incredula di esserci ancora che, ormai, scrivere o fare un minestrone mi dà uguale piacere: sono perfette, bellissime, cose della vita».

Partecipare al «Grande Fratello» è stata una delle bellissime cose della vita?

«Non può immaginare la pace e la bellezza di un posto dove nessuno ti raggiungerà, i problemi sono alle spalle, ti pagano per giocare, per non fare niente, solo per essere. E puoi stare in mezzo a un'umanità varia e a me il prossimo piace: le persone sono storie».

Convive ancora con il suo ex marito, lo sceneggiatore e produttore Amedeo Pagani?

«Certamente. Siamo come due gentiluomini che dividono una casa. A un certo punto, ci siamo separati ma non abbiamo mai visto un avvocato: abbiamo fatto le cose all'onesta, era padrone di venire quando gli girava. Le pare di dover dire ai figli: puoi vedere papà giovedì? E poi, è tornato, come un parente».

Che amore è stato il vostro?

«Un amore che ha preso tante forme, con molti momenti di assenza, con altri amori. Lui veniva da una famiglia alto borghese, io piccolo borghese. A casa sua, si sarebbero ammazzati pur di non farci sposare, ma mentre io ero un'insicura che vuole ribellarsi clamorosamente, lui dichiarava la sua volontà e la seguiva, sereno, determinato».

Sul perché vi siete lasciati ci sono due versioni: che lui se ne andò innamorato di un'altra e che lei lo lasciò perché si era innamorata di un omosessuale.

«Ma che ne so, boh, mica sono Belèn».

Entrambe le cose le ha raccontate lei, ricordando anche un periodo lesbico.

«Mi sarà scappato: ho un senso sacro dell'intimità».

Con Vittorio Sgarbi, sul quale ha scritto «Il promesso sposo», ha avuto una storia?

«Se intende di letto, no. Ma seguirlo per tre anni è stata una delle esperienze più deliziose della mia vita. Mi ha regalato di nuovo la prima infanzia: vita, poesia, inafferrabilità».

Per decenni, ha tenuto una posta del cuore, come sono messi gli italiani con l'amore?

«Fanno di tutto per essere infelici, per ostacolarsi e non seguire se stessi. Tre quarti del dolore amoroso è colpevole».

Lei, per amore, ha sofferto?

«Come si ama, già si soffre. Appena lo sguardo dell'amato ti sembra un po' spento, ti senti morire. Quando ami, dipendi da quello sguardo, però, in te, tutto vive».

Ha scritto tante sceneggiature, come «Il maestro e Margherita» di Alexander Petrovic, «Il portiere di notte» di Liliana Cavani, ma anche «Monella» di Tinto Brass. Spesso l'hanno chiamata a scrivere di sesso.

«Però Monella è la storia meno erotica che ho scritto, Brass è un esteta del sesso ma è il contrario del desiderio, ha una visione gioiosa, ma per noi il sesso si fonda sulla morbosità».

Ferzan Ozpetek l'ha voluta nella «Dea della Fortuna». Com' è stato recitare?

«Credo che lui ancora se ne penta: come attrice, sono una cagna». Nel 1998 ha scritto «La donna è un animale», 80 ritratti di donne viventi, molti al veleno. La cattiveria non la spaventa? «Ma io non sono stata cattiva. Anzi, sono stata buona: ti faccio il ritratto, ti fisso nella pagina, ti faccio un favore Non mi pento».

Al Grande Fratello, ha confessato di essere ricorsa alla chirurgia estetica, ma non ha detto per cosa. Può dire almeno perché?

«Mi sentivo disgraziata e ho capito il valore terapeutico di correggere il corpo. La faccia non la toccherei, ma ho rifatto il seno dopo l'allattamento».

Rimpianti ne ha?

«Tanti. Uno soprattutto: potrei capire il mondo mille volte meglio, se mi fossi coltivata, invece, ho danzato».

Nicola Mirenzi per huffingtonpost.it il 12 aprile 2021. Appena mi apre la porta di casa le ricordo che, per coincidenza, oggi è anche il giorno del suo compleanno: “Guardi che non c’è proprio niente da festeggiare. Le sembra il caso di brindare al fatto che non manca più molto alla mia morte?”. Non ho neanche il tempo di maledirmi per l’imprudenza che mi ha già trascinato giù in strada: “Mi accompagni a comprare una colomba”. Mentre andiamo a prenderla, Barbara Alberti sguinzaglia il suo cane bianco, un Golden Retriver di quaranta chili, nel Parco Nemorense, a Roma. “Hai già fatto il vaccino?” chiede a una signora che incontriamo. “Sì” risponde la signora. “Io, invece, devo restare viva altri dieci giorni: mi hanno prenotato il 20 aprile”. Ne è dispiaciuta. Però, appena la signora se ne va, trova subito un motivo d’allegria: “È una consolazione incontrare chi deve vaccinarsi prima di te. Ti fa provare ancora il brivido di essere più giovane di qualcun altro”. Barbara Alberti dice sì all’appuntamento solo dopo avermi fatto giurare che prima di arrivare andrò in farmacia a fare il tampone. Eppure, quando mi vede, anziché il certificato di negatività che ho in mano, mi chiede di abbassare la mascherina: “Voglio vedere in faccia con chi sto parlando”. Dice che, da ragazza, era convinta sarebbe arrivata all’età che ha oggi, settantotto anni, ben più stoica: “Invece, mi sono scoperta attaccata alla vita come un sorcio al legno”. Fin qui ha scritto trentasei libri, ventisette sceneggiature, ha tenuto rubriche sui giornali, condotto programmi alla radio, è un ospite adorato dalle trasmissioni televisive, e ha una storia che non riesce a mandare giù. “C’è stata una strage di vecchi. Non dico che sia stata una strage intenzionale. Che han fatto fuori i vecchi apposta, studiando un piano diabolico, sul modello nazista: questo no. Però è innegabile che grazie alla pandemia hanno trovato il modo di liberarsi di un bel po’ di anziani che, dal punto di vista di chi stila il bilancio pubblico, costituiscono da tempo una voce impegnativa della sezione ‘spese’. Di chi è la colpa? Di nessuno. O meglio: della disorganizzazione; e di uno stato che dalla parte della disorganizzazione pian piano si è messo. In questo senso, credo si possa parlare di una strage di stato, anche se non è stata una strage programmata, voluta”. Ci sono frasi di Barbara Alberti che sono diventate aforismi nazionali (“l’amore è per i coraggiosi. Tutto il resto è coppia”), manie di cui parla a ogni incontro (“pulire, mettere ordine in una stanza, è l’unico miracolo che si è sicuri di riuscire a realizzare ogni volta che lo si vuole”) e spettacolari anticipazioni dei costumi contemporanei (“donne, uomini: i generi sessuali sono degli schemi culturali, quello che ha contato per me è stata la persona che mi son trovata davanti, per questo credo che la fluidità sessuale sia una liberazione reale”). Si ha l’impressione che il suo privato sia senza segreti finché non si oltrepassa la soglia di casa sua e lei mette le cose in chiaro: “Non la autorizzo a scrivere neanche una parola sulla mia casa”.

Perché?

Perché gli sconosciuti non hanno diritto alla mia intimità. Casa mia la difendo.

Ci è sempre riuscita?

Una volta sono entrati i ladri e mi son sentita violata. Poi, a mente fredda, ho constatato che non avevano preso niente, e allora mi sono offesa.

Come offesa?

Se non prendi niente, significa che la casa ti ha fatto così schifo che non vedevi l’ora di andartene. E, se permette, questo è offensivo.

Ha risolto con un antifurto?

No. Tengo sempre dei soldi per i ladri in casa. Metta che s’incazzano perché non trovano niente e mi danno una botta in testa. Meglio avere a portata di mano un po’ di banconote. Una volta sono stata via per un po’ di tempo e ho lasciato sul tavolo seicento euro e un biglietto scritto a mano: ’Cari ladri, non troverete niente più di questo. Per favore, accontentatevi”.

Lei si è mai accontentata?

Direi che ho vissuto felicemente. Ho cercato di essere libera, per quanto difficile sia. Da giovane sono stata anche intransigente. Una scassacazzi micidiale, se ci penso. Insorgo ancora per la stupidità, la malagrazia, la sciatteria, perché in fondo sono una moralista. Però ho sempre riso. Oggi molto più di prima. L’umorismo riscatta dalla morte, dall’assurdità dell’esistenza. È una rivelazione.

Perché una parola così religiosa?

Perché ne ha parlato anche Papa Francesco. Ha detto che "l’umorismo è l’attitudine umana più vicina alla grazia di Dio".

E lei ci crede?

Io non credo. Il Papa sì. Ma su questo siamo perfettamente allineati.

Cioran, invece, diceva che “non c’è Dio che sopravviva al sorriso dello spirito”?

Ha ragione anche lui.

Ma come? È il contrario di quel che ha detto lei.

Non è vero. Io non sto parlando di ridere di Dio. Quello sì che lo diminuisce. Io parlo di ridere con Dio. L’ha insegnato San Francesco, andando oltre il Nuovo Testamento. Cristo non ride mai nei Vangeli. Le sembra verosimile? Francesco ha insegnato, invece, che la risata è un modo per ridimensionare le pretese dell’uomo, per dare a se stesso il giusto posto nel mondo, per non affogare nel proprio narcisismo.

Dove le ha imparate queste cose?

Da adulta ho scritto di San Francesco e anche di Santa Caterina, ma da bambina ho avuto un’educazione cattolica. Studiavo ad Assisi con le suore. Oggi so che il cattolicesimo mi ha dato il materiale più prezioso che c’è per una scrittrice: la mitologia. I demoni, i santi, la grazia, il peccato, la salvezza, la perdizione: come farei senza?

E prima?

Diciamo che, a lungo, ho sperimentato l’aspetto contundente della religione. Spesso le suore – e anche mia nonna – impugnavano il crocifisso per darmelo addosso. È una lunga tradizione, che risale alle Crociate.

Al cinema com’è arrivata?

Eravamo ragazzi, io e mio marito Amedeo. Leggevamo incantati I fiori blu di Raymond Queneau, tradotto in italiano da Italo Calvino, e fantasticavamo di fare un film. Avevamo scritto una sceneggiatura e, un giorno, spudoratamente, decidemmo di chiamare la sede di Gallimard, a Parigi, di cui Queneau era direttore.

E che successe?

Ci passarono Queneau e lui ci disse: ‘Vi aspetto a Parigi’. Era proprio un altro tempo, si respirava l’aria della rinascita del mondo. Ci ricevette nel suo studio, piccolo, senza altezzosità. Lesse la sceneggiatura e ci autorizzò a fare il film. Chiamò Calvino, che allora viveva a Parigi, e gli parlò di noi. Ci incoraggiò anche Calvino. E allora partimmo.

Da dove?

Si interessarono alla sceneggiatura sia Federico Fellini, sia Mario Monicelli, tanto che a un certo punto tirarono in ballo Marlon Brando. Eravamo in estasi.

E poi?

Non si fece niente, naturalmente. C’era troppa gente di mezzo e non si misero d’accordo. Noi però entrammo nel mondo del grande cinema italiano e cominciammo a lavorare.

Con chi?

Con Arrigo Colombo, che aveva prodotto "Per un pugno di dollari": ci pagava per insegnarci il mestiere. Lavoravamo con lui alle sceneggiature, la maggior parte delle quali andavano a finire nel cestino, ma nel frattempo imparavamo come si faceva. Lo stesso facevamo con Italo Zingarelli.

Due master pagati.

La verità è che la vita costava poco. Affittare una casa a Roma, andarsene in giro a cena, non era proibitivo come è oggi per un giovane. Ogni sera alle sette andavano all’Anac, l’Associazione nazionale autori cinematografici. C’erano tutti. Parlavi di un progetto con uno, un altro ti offriva un lavoro. Il cinema esisteva. C’era un pubblico. Ti pagavano. E tu non eri ricattabile.

Oggi non esiste più?

Ci sono degli ottimi registi in Italia, ma il pubblico si è ridotto, le regole sono cambiate. Con Amedeo, abbiamo scritto di recente una sceneggiatura. Sa cosa ci hanno risposto?

No.

Che secondo l’algoritmo mancano degli schemi che il pubblico ha mostrato ripetutamente di gradire.

E allora?

Ma lei s’immagina "Otto e mezzo", "Ultimo tango a Parigi", "Blow Up" sottoposti al giudizio dell’algoritmo. Secondo lei li avrebbero mai fatti?

Chi lo sa.

Siamo passati dall’epoca del possibile dissenso, quando si facevano i film che le certezze dello spettatore le potevano scuotere, all’epoca del consenso obbligatorio, in cui i film devono assecondare per forza i gusti dello spettatore.

Concretamente che significa?

Che si parte dicendo "a quale pubblico si rivolge?".

È per forza un male?

Ma io te meno se mi chiedi a quale pubblico mi rivolgo.

Lei non scrive per qualcuno che la legga?

Io scrivo per uscire da me stessa, scappare più lontano possibile dal mio io, la fonte di ogni infelicità. Ho capito abbastanza presto di possedere un talento per la scrittura. Questo non significa che non l’ho dovuto coltivare. Ho buttato sette otto libri prima di pubblicare il primo.

Natalia Aspesi ha scritto che lei è “una geniale scrittrice ingiustamente trascurata”.

Natalia è sempre stata generosa con me. Ma non mi sento così. Mi sarebbe sicuramente piaciuto scrivere dei bestseller ma non ci ho mai contato.

E avere più apprezzamenti della critica?

Di quelli non so che farmene. Se qualcuno mi deve giudicare pretendo sia Francesco De Sanctis. Non accetto niente di meno.

Ma De Sanctis è morto da più di cent’anni.

Peggio per i critici che sono ancora vivi. Vorrà dire che devo dirmelo da sola che sono una grande autrice.

Crede che il suo personaggio pubblico abbia danneggiato la scrittrice?

È vero che da quando ho cominciato ad andare in televisione i miei libri sono stati sempre meno venduti e considerati. Ho trovato qualche giorno fa le recensioni che uscirono per “Delirio”. Furono tantissime. I miei libri facevano chiasso.

Ma perché ha continuato ad andarci, in tv, allora?

Non certo per parlare dei libri. Mi vergogno ogni volta che devo farlo. È un lavoro. A volte, pagato molto bene.

Che uso fa dei soldi?

Un uso dissennato.

Mi spiega perché detesta la coppia?

Perché la coppia non è la forma che assume l’unione di due persone che si amano, la coppia è l’istituto che sancisce la nascita del legame tra due persone che hanno iniziato a mentire l’uno all’altra.

L’amore che cos’è, invece?

Ma non si può spiegare cos’è. Ogni definizione non può che mancare l’oggetto. Anche se i ciarlatani della classificazione, quelli che vogliono rinchiudere le esperienze umane dentro le loro salde categorie della normalità, non fanno altro che tentare di fissarlo in delle norme.

Cosa ha contro le classificazioni?

Le odio. Perché riducono la vastità dell’animo umano a un concetto astratto, schemi che rimpiccioliscono l’avventura della vita a un souvenir confortevole. Gli spaventati d’ogni genere li riconosci così: dal numero di definizioni che danno. Più ne hanno a disposizione, più significa che sono lontani dalla vita.

Mi faccia un esempio.

La depressione. Ti muore un figlio, sei depressa. Perdi il lavoro, sei depressa. L’uomo che ami ti tradisce, sei depressa. Invece no, non sei depressa.

E cosa sei?

Sei semplicemente cornuta.

Lei lo è stata?

Certo. E ho imparato che le corna fanno male solo la prima volta. Poi non ci fai più caso.

Mi racconti la sua prima volta?

Oddio, la confessione: che impudicizia.

Su.

E va bene. Mi è successo con un cane.

Mi prende per il culo?

No. È stato tremendo. Si chiamava la Bionda, ho ancora le sue ceneri di là nell’armadio. Di sotto abitava una ragazza, Margherita. Una notte, mi accorgo che la Bionda non c’era più e la vado a cercare. Scendo e mi accorgo che la porta della stanza di Margherita è chiusa, e che la Bionda non c’è. Capisco tutto.

Che capisce?

Al mattino vado da Margherita e le dico: “Guardi che la Bionda è mia moglie. Non la sua”. E lei mi rispose: “Guardi che è stata lei a venire da me, che vuole?”. Aveva ragione. La sera stessa, chiuse la porta della stanza e quando di notte tornai a cercarla trovai la Bionda che miagolava alla sua porta, straziata.

Ma veramente l’ha ferita?

Ma certo. Perché da un uomo o una donna te lo aspetti. Puoi capire che l’essere umano è complesso, fragile, instabile. Un cane no. A meno che non si consideri l’ipotesi, come faccio ormai io, che i cani si siano così antropomorfizzati che ormai tradiscono esattamente come noi donne e uomini.

È vero che si definisce "mistica senza Dio"?

Sì. Sento una forte tensione verso la trascendenza. Anche se non credo che esista nulla sopra di noi. O, comunque, io non ho bisogno di postulare l’esistenza di un creatore divino per sentirla. Credo che una delle ragioni dell’infelicità dell’uomo della nostra epoca risieda nella perdita di questa dimensione spirituale.

Dove la vede questa perdita?

La pandemia, ce ne fosse stato ancora bisogno, l’ha svelata ancora più chiaramente. Noi siamo stati ridotti a corpi. Non facciamo che parlare giorno e notte dei corpi contagiati, dei corpi che muoiono, dei corpi che guariscono.

E di cosa dovremmo parlare?

Ho trovato poetico Sgarbi il giorno in cui ha arringato i commercianti davanti al Parlamento. Da tempo, le parole di Sgarbi per me non hanno più nessun significato politico, né pratico: sono solo la forma con cui si esprime la sua arte. Dire alle persone respirate, ascoltate il suono del vento che vi attraversa, significa invitare a distaccarsi da sé, è un invito alla trasfigurazione.

Ma lei non era quella che aveva paura del Covid?

Ne ho una paura fottuta.

E allora?

Lei pensa che diventare vecchi significhi perdere la fame di vita? Non è così. La tragedia della vecchiaia è che la fame rimane la stessa di quando si è ragazzi: è il corpo, questa maledetta macchina di carne e di sangue, che non regge più.

E la intristisce?

No. Al contrario. Più si avvicina il giorno fatale e più avverto un’incrollabile voglia di scavare tra me e il giorno della mia morte la diga di un’altra risata, e un’altra ancora, e ancora un’altra, con la speranza che la lugubre signora venga a prendermi quando sarò seriamente impegnata a non prendermi in considerazione.

Francesco Melchionda per lintellettualedissidente.it il 15 febbraio 2021. Seguivo Barbara Alberti da anni. Nel panorama letterario italiano, quest’umbra anomala e per niente provinciale, si è sempre distinta per essere una scrittrice raffinata, mai banale. Gelosa di Majakovskij e il Vangelo secondo Maria, tanto per dire, si divorano per intensità. Sono parole vergate con il fuoco. È una delle poche, vere bohémien rimaste in circolazione; e, nonostante, i successi, gli agi, il denaro, divorato come la sua esistenza, la popolarità, cresciuta a dismisura grazie anche alla televisione, la sua vita, nonostante tutto, non è mai cambiata. Anzi. La sua storia, personale e professionale, è un libro aperto. Nella nostra lunga chiacchierata, avvenuta in un parco dalle parti del quartiere Trieste, in una giornata calda, primaverile, questa farfalla della parola, guardandomi dritta negli occhi, non si è persa in barocchismi, ghirigori, infingimenti, né, tantomeno, in perifrasi diplomatiche, stucchevoli e noiose. La sua dialettica, veloce, secca, tagliente arriva dritto al cuore. Non è, di certo, un personaggio pirandelliano. Barbara è proprio come la si legge o la si vede sul piccolo schermo. Non si sdoppia, al massimo si ritrae dinanzi alla volgarità o alla piccolezza dell’umanità televisiva. Alla maniera di Claudio Rinaldi, storico e grande direttore di settimanali oggi in coma – vedasi, per esempio, Panorama e l’Espresso – l’approccio albertiano alla vita è leggero e solenne allo stesso tempo. Alleggerisce, con la sua risata contagiosa, temi scottanti, delicati, pesanti; e, senza scomporsi, rende impegnativo e importante un capriccio, un divertissement. Ascoltarla, registrare i suoi mutevoli umori, tenerla inchiodata su una panca è stato un bellissimo esercizio intellettuale. Se uno vuole provare a riflettere, mettersi in discussione, provare a cambiare registro, è ora che la ascolti. Questa donna minuta ed elegante, sobria e raffinata. C’è da imparare, anche quando magari non si è d’accordo.

Barbara Alberti, cominciamo dalle tue origini: nasci in Umbria, ma appena puoi scappi dalla provincia, giusto?

«Non sono scappata. Assisi per me era il paradiso. Ma avevo 15 anni, i miei genitori si sono trasferiti, e li ho dovuti seguire. A Roma rimasi  sconvolta dalla freddezza della grande città. Quando ero al liceo, incontravi dei ragazzi a una festa, li rivedevi al mattino nei corridoi della scuola, e neanche ti salutavano. Al cinismo romano non mi sono mai abituata».

In quegli anni, che Roma era?

«Una Roma molto meno popolosa di oggi; mi sembrava un grande paesone, o una metropoli dell’Ottocento. Roma mi sconcertava. Stavo diventando donna, e i commenti sboccati della strada, per me erano una violenza. I complimenti sarebbero stati graditissimi ma non quelle aggressioni verbali, offensive. Andando a scuola facevo lunghi giri per evitare certi bar dove mi lanciavano frasi umilianti».

Che rapporto avevi con la tua famiglia, cattolica, se non erro?

«Non erri. Un rapporto di contrasto, di rivolta. Noi ragazzi di allora ci potevamo permettere il lusso della ribellione. Che battaglie! Che soddisfazione, fare il contrario dei nostri genitori!»

Ti sei sentita subito libera, libera di essere te stessa?

«Ma che vuol dire? Ancora oggi, con un piede nella fossa, come posso dire di essere veramente me stessa!? Chi è veramente consapevole di sé? Poi sogni, e sei un altro. Io scrivo, e sono un’altra persona. Scrivo cose di cui non saprei parlare. Ci penso pochissimo. Lascio che le parole vengano, la scrittura è una rivelazione.  Tu ti conosci? Io mi conosco un po’, ma di vista. Oggi è tutta una certezza, tutto logico, tutto risolvibile…ma esiste il mistero».

Dopo gli studi in Filosofia alla Sapienza, come campavi?

«No ho mai “campato”. Ho vissuto. Mi ero iscritta a Filosofia per equivoco. La scelsi per omaggio e devozione alla mia insegnante di Filosofia, che era una maestra di libertà. Le sue lezioni e il suo modo d’essere ci hanno insegnato la dignità nella libertà. Una volta venne il preside, un ometto autoritario e arrogante. Entrò in aula spalancando la porta, senza bussare. La professoressa gli disse: Preside, lei è entrato senza bussare. E lui : ho facoltà di farlo. Lei, calmissima: va bene, queste sono le disposizioni. Ma io sto facendo lezione, ed è un momento sacro. La prego di uscire e di bussare. Lei era Nora Giacobini, donna indimenticabile. Per diventare un po’ lei, mi ero iscritta alla facoltà di Filosofia. Seguìi un percorso tutto letterario, con una tesi sul concetto della libertà in Jean Paul Sartre».

La tua carriera ha preso mille forme: giornalista, scrittrice, sceneggiatrice, conduttrice, opinionista. Non si è fatta mancare nulla, a quanto pare. Ti senti una donna con talento o, come sovente accade a chi fa carriera, miracolata?

«Credo di avere talento per la scrittura e la radio, mezzo bellissimo che stimola l’immaginazione e il fiabesco. Il resto è avvenuto per caso. Ho scritto sui giornali ma non ho la professionalità del giornalista, mestiere difficilissimo. Quando vado in televisione ho sempre paura, perché lì vieni giudicato per il fisico, e anch’io mi giudico per quello, e se mi vedo sul monitor perdo sicurezza. Non condivido il mio aspetto, se avessi potuto disegnarmi da sola mi sarei fatta come la Valentina di Crepax.  Alla radio invece sei una voce, sei immateriale, e non c’è ostacolo fra te e chi ascolta, si è veri come in sogno».

Scrivevi per ispirazione o perché i morsi della fame, in una città spietata come Roma, si facevano sentire?

«I morsi della fame non li ho mai sentiti perché mi manteneva la mia famiglia. Vorrei poter vantare un’infanzia dickensiana, ma non è così. Ci ho messo anni per imparare a scrivere; se mi vado a rileggere quello che scrivevo a 16-17 anni mi faccio pena. Però, sapevo che quella era la mia strada. E a un certo punto la scrittura è “venuta”. E’ un dono, non dipende da te».

E la pagina bianca di cui tutti parlano?

«Fanno male a parlarne. E’ fatuo. E impudìco. Questa retorica della pagina bianca non la sopporto. Disprezzo gli scrittori che parlano del dramma della pagina bianca. In nessuna arte la si fa così lunga come nella scrittura. Mai sentito un pittore lamentarsi della tela bianca o un musicista col dramma del pentagramma vuoto. Ma va’ ! Se non ho l’ispirazione faccio una passeggiata, leggo, ascolto Tartini, spazzolo il cane…E aspetto».

Goethe diceva: la parola muore sotto la penna. Ti è mai capitato?

«Credo di più a Emily Dickinson: “Dicono che una parola muore/ quando la si pronunzia/ Io dico che annunzia/ la sua nascita allora” (trad. Ginevra Bompiani)».

Ti piacerebbe essere un best-seller?

«Certo che mi piacerebbe, così non vado più in televisione! Nel senso che, risolvendo la questione economica con i libri venduti, e non devo più farmi vedere in tv, specie ora che sono tanto vecchia».

Hai fatto e fai molta televisione; cosa ti spinge ad accettare inviti, programmi? Denaro, vanità, narcisismo, conferme del tuo spessore?

«È un lavoro che mi viene offerto, anche seducente, e lo accetto volentieri. Ti puoi esprimere, è una grande occasione pubblica, ma mi fa sempre un po’ spavento, perché te l’ho detto, il mio corpo mi imbarazza. Nella vita mi sta bene, ma sapere che ti vedono…E poi, se dici una stupidaggine in tv se accorgono tutti, è per sempre! Quello che mi piace è l’ambiente. Mi sento come Pinocchio tra i suoi fratelli burattini, da Mangiafoco. C’è l’atmosfera del teatro. Conduttori, autori, truccatori, tecnici, parrucchieri, c’è un entusiasmo nel fare spettacolo che di rado ho visto in altri mestieri, e finché non mi trovo davanti alla telecamera mi sento a casa. Credo che se i dirigenti della RAI fossero entusiasti e coscienziosi come le loro maestranze, farebbero una televisione meravigliosa».  

Negli anni hai scritto per tanti giornali. Qual è la stata l’esperienza giornalistica di cui va meno fiera?

«Nessuna. Ho sempre scritto con trasporto. Anche quando –  tanti anni fa – accettai di recensire i film porno per Playmen. Li proiettavano in cinemini pieni di fumo e di uomini-ombra, un inferno. Tutti maschi. Con queste facce infelici, sguardi sfuggenti, colpevoli, e scontentissimi della mia presenza, come un’invasione di campo in un rito esclusivamente maschile. Io, con taccuino e penna, prendevo appunti su film bruttissimi, così grossolani e ripetitivi da ammazzare qualsiasi forma di  erotismo. La morte del desiderio. Uscivo nauseata, raggelata, danneggiata, temevo di diventare un’invalida del sesso. Ci sono andata due volte, poi ho smesso, e me li sono inventati tutti. Recensivo film immaginari, introvabili - i film che avrei voluto vedere io. Tutti in bianco e nero, con un solo atto sessuale, il resto era allusione, atmosfera, attesa, erotismo e penombra».

Per oltre trentacinque anni, hai curato una sorta di posta del cuore. Cosa hai imparato dai lettori e, soprattutto, da quelli che ti scrivevano?

«Non “una sorta di posta del cuore”, proprio la posta del cuore, nel senso più tradizionale. Che avventura! Parlarsi fra sconosciute- con la busta, il francobollo… Quello che ho capito, attraverso migliaia e migliaia di lettere, è che in amore, la gente farebbe qualsiasi follia pur di essere infelice. Le persone, quando ti scrivono, non vogliono un consiglio, non credono che tu possa risolver loro la vita con una risposta, no, vogliono solo che tu stia loro vicino, che tu condivida e abbracci il loro dolore.  Come quando ti confidi con un amico. Vuoi solo calore».

Vale anche per te? Sei mai stata infelice in amore?

«In amore sei felice e infelice sempre, basta uno sguardo per farti temere la catastrofe, l’amore è costante timore della perdita. Non si soffre per amore. Si soffre dell’amore. Come dice la volpe al Piccolo Principe, “Si soffre, sai, quando ci si fa addomesticare”».

Quanto ha contato, nella tua carriera, la bellezza?

«Credo nulla! Non ero neanche così bella. Naso lungo, capelli arruffati…»  

Quali sono stati gli incontri determinanti nella tua vita?

«Mio padre. Mi ha insegnato che esiste il “maschio-madre”, quello che profondamente si compiace della tua esistenza, gioisce della tua vita, delle tue felicità, sente i tuoi dolori. Mio padre era così. E poi l’ho trovato in mio marito, Amedeo Pagani».

Cosa ti ha insegnato Amedeo?

«Tutto. Mi ha ispirata e guidata nella scrittura dei miei primi sette romanzi; mi ha insegnato a scrivere le sceneggiature, che sono un’ottima scuola di invenzione. E mi ha insegnato ad amare senza confini, senza risparmio. E il riso! Senza il riso, che è una forma di santità, non potrei vivere. Alla lettera. Morirei di paura, e di noia. Il riso è sempre una piccola trascendenza».

E oltre a tuo marito, quali sono stati altri incontri determinanti?

«Devo farti l’elenco di una vita, in un tempo di così grande fioritura in letteratura e nel cinema? Age, Scarpelli, Sonego, Scola, Antonioni, Fellini, Visconti, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Calvino, Leonardo Sciascia, Vittorio Sereni, Vittorio Sgarbi, Luce D’Eramo, Raymond Queneau, Dario Bellezza, Elemire Zolla, Maria Antonietta Macciocchi, Ida Dominijanni, Natalia Aspesi, Vittorio Corona, basta, ho incontrato molte persone piene di ingegno e di coraggio fuor di misura».

Anni fa, lessi che hai un rapporto pessimo con la memoria, sostenendo che non ricordare aiuti a vivere meglio. La pensi ancora allo stesso modo?

«No, per niente. Mi pare una stupidaggine consolatoria. Non vorrei avere una memoria analitica, ricordare tutto- che peso! Ma vorrei ricordare l’infanzia dei miei figli. Non avere memoria è una colpa. Un peccato, in senso cattolico. Vuol dire che vivi distrattamente, che sei frivolo, che sei solo un edonista. Chi non ricorda non possiede la sua vita. Una volta mio marito, dopo uno dei miei “non ricordo” ha detto: Con te è come non aver vissuto».

Qual è stata la tua vera emancipazione? L’indipendenza economica o la comprensione della tua bisessualità?

«Nessuna delle due. L’indipendenza economica l’ho sempre avuta. Negli anni della mia giovinezza era così facile avere un lavoro, cambiarlo, siamo stati gli ultimi giovani col diritto di essere giovani, non ti chiedevano di chinare la testa. La scoperta di poter amare anche una donna è stata una gran gioia. L’eterosessualità come monoteismo è un’invenzione culturale. L’amore sfugge a ogni volontà. Quando ti innamori, mica ti metti a chiedere i documenti. Ti attira quella persona, e basta».

Eri sposata all’epoca, quando accadde?

«No».

Una volta hai detto che, in una relazione stabile e duratura, le donne sono più noiose degli uomini. Perché?

«Se l’ho detto, era una sciocchezza. Le donne hanno, come dice l’antropologo Lévy Strauss, la scienza del concreto, che è anche scienza del sogno. I maschi hanno sempre paura. La disgrazia del maschio è che deve sempre dimostrare di essere maschio. Cioè, dominatore. Poveretti. Lo dico con sincera compassione. Io sono molto gentile coi maschi, in ragione della loro disgrazia, l’erezione. Un meccanismo infido e disobbediente, che diventa la clessidra della loro vitalità, e li ossessiona. Meno male che sono nata senza, e mi è stata risparmiata questa prova umiliante. Orgogliosa come sono, ne avrei sofferto molto. Le donne hanno amore di vita e di verità. Vivono più profondamente. E più a lungo. E sono così spiritose! La peggiore calunnia sulle donne è che non hanno il senso dell’umorismo. Se non ce lo avessimo avuto ci saremmo estinte, con quello che abbiamo passato nei secoli».

Tu ce l’hai, questa sorta di amore?

«Sì. È un dono. Come la scrittura».

Qual è stato il vero motore della tua vita. L’amore o il sesso? Spesso, o quasi sempre, non complementari…

«La vera spinta della mia vita è stata la vita stessa. Io mi sveglio la mattina e mi rallegro infinitamente di essere ancora viva. L’amore, per fortuna, c’è sempre stato, e il sesso è solo un incantevole dettaglio. Se ci si ama, per forza lo è. Se la persona è quella con cui vuoi stare in quel momento, qualsiasi atto si compia, non può essere che bellissimo e perfetto».

Sei stata mai schiava del sesso o della sessualità che il partner del momento sprigionava?

«Né l’uno né l’altro».

Hai dissipato più denaro o amori?

«Denaro. Non ho la capacità di conservarlo, ed è una colpa. Un segno di superficialità e immoralità. Gli amori invece non sono dissipabili. Anche se durano due giorni, sono tutti eterni».

In un libro, intitolato Gelosa di Majakovskij, hai raccontato il tema della gelosia. Come nacque quel libro?

«Nacque perché mi innamorai di Majakovskij, il grande illuso. Il tema, più che la gelosia, riguardava in realtà il mondo in cui è vissuto il poeta russo; un mondo fatto di utopie, dove i grandi delle avanguardie raggiunsero la massima felicità artistica. Prima che arrivasse Stalin, vi fu un tempo di libertà e sperimentazione inebriante. Davanti a molti di loro, Pasternak mi sembra uno scrittore per signorine.Penso a Bulgakov, Platonov, Erhenburg, Pilnijak, Esenin, Cvetaeva, Berberova, Achmatova…e Majakovskij. L’intensità della loro esperienza noi ce la sogniamo».

Hai mai sofferto di gelosia? Se sì, quando?

«Beh, sì, molto. L’amore è gelosia. Appena ti innamori, diventi geloso.  Però, se mi tranquillizzano, mi passa subito. Il geloso vuole solo essere rassicurato. Il geloso maniacale, compulsivo, invece, vuole le corna. Guai se non gliele mettono. In lui il poliziotto supera l’amante, e l’amore diventa un giallo in cui sono tutti colpevoli da indagare».

Hai mai rubato un uomo a qualche tua amica?

«Rubato? Un uomo non è un ombrello, e né un furto avrà avuto sicuramente avuto una parte attiva. No, non credo. Me lo ricorderei. Ma chissà che non abbia civettato…»

Vittorio Sgarbi, se non sbaglio, è stato un tuo grande, folle amore. Cosa, e come, ti conquistò? Tu dicesti, testualmente, lui per me è stato il grande risarcimento della solitudine letteraria e artistica nella quale vivevo… Cosa volevi dire?

«Folle amore? Ma che dice? Così lo diminuisce. È stato un rapporto marziano, un viaggio nello spazio. Lo vidi, all’inizio degli anni 90, grazie ad una registrazione (non avevo all’epoca il televisore), al Costanzo Show. Pensavo fosse un dandy sprezzante, arrogante. Invece era un esile professore di Ferrara, timido, gentilissimo. Volevo fargli un’intervista. Mi disse: allora per qualche giorno deve vedere come vivo altrimenti non capirà niente! Mi ha portato in macchina a casa sua, dove ho conosciuto un immenso personaggio letterario, sua madre, la Rina, l’unica che gli stava a pari come memoria e velocità di pensiero, e ho continuato ad andare in giro con lui in quella che lui hemingweianamente chiamava la sua festa mobile. In viaggio con Sgarbi, ho passato tre anni di pura infanzia. Andavo a casa solo per cambiare le scarpe. In famiglia mi capivano, sono molto bambini anche loro. Sgarbi mi ha fatto capire che abitavo in Italia. Questo nomade geniale mi ha mostrato tutte le sue bellezze. Oggi si abusa della parola geniale. Sgarbi, con la sua memoria prodigiosa, è tecnicamente un genio».

Cosa non ti piaceva di Sgarbi?

«Nulla, allora. E col tempo ho capito che lui è un’opera d’arte. Ho smesso di dare una valenza politica a ciò che dice, i suoi interventi sono la rappresentazione della dissidenza permanente, seria o burlesca, da tutto, anche da sé stesso. In televisione è sempre in guerra. Nella vita è impeccabile, e spiritoso come un angelo».

Quanti amori clandestini ha coltivato nella tua vita?

«Per me l’amore deve essere sempre segreto. È un mistero, e va rispettato. Proprio per questo Il matrimonio, all’inizio, è stato uno shock. Ci eravamo sposati per far contenti i nostri genitori. Il primo mese, io e lui ci siamo guardati con sospetto perché temevamo di vederci d’un tratto trasformati in marito e moglie, non più amanti e compagni d’avventura. Ma non accadde».

Che madre sei stata con i tuoi due figli?

«Una madre clown. Li ho soprattutto fatti ridere. Per noi essere padre e madre è stato un grande gioco. Non so se sarei diventata magari una madre impicciona e molesta, ma i figli mi hanno educata alla discrezione, mi hanno insegnato presto a rispettare la loro intimità».

Li hai messi al mondo con consapevolezza o per caso?

«Per caso. Con stupore. Con un senso del miracolo. La mia grande fortuna è di non essere mai stata costretta ad abortire. L’aborto è il più paradossale dei suicidi, la madre uccide sé. Nessuna donna vorrebbe mai abortire, ma deve essere libera di poterlo fare. Nessuno può mettersi fra una donna e il figlio che ha concepito. Il diritto di aborto non è sindacabile. Già il prezzo che paghiamo è altissimo. Conosco donne che dopo anni e anni soffrono ancora terribilmente per aver dovuto rinunciare a un figlio. Non si guarisce dall’aborto. E la favola che le donne lo facciano con leggerezza è una calunnia inaccettabile. Solo Papa Francesco ha parlato della tragedia delle donne, a proposito dell’aborto».

Della tua scrittura, sovente si viene catturati per la crudezza e lucidità. In non poche tue opere viene fuori il tema della bassezza umana, di cui nessun essere umano è immune. Quali sono stati, ripensandoci, le peggiori bassezze della sua vita. Se te le ricordi?

«Ci saranno state delle piccole viltà che ho commesso, è inevitabile. Ma da piccola ho letto i romanzi cavallereschi, e non ne sono uscita più. Io mi voglio piacere. Voglio essere in pace, faccio di tutto per meritare il mio rispetto. Ho avuto la buona sorte di vivere in un’epoca più facile di questa.  Non sono mai stato nella condizione di dover fare una bassezza. Diciamo che l’egoismo mi costringe a permettermi il lusso della moralità. Ci provo».

Cosa intendi per essere morale?

«Riconoscere la verità. Tener conto dell’altro. Se fai del male, ripararlo, subito! Devo andare leggera. Pesi non ne voglio».

Tra tutti i libri scritti, qual è quello che, in realtà, non ti ha soddisfatta?

«Nessuno. Se non mi soddisfa, lo butto. Tutto quello che ho scritto mi ha reso felice. Con i tormenti che la felicità comporta. I miei libri sono pieni di dolore ma si ride tanto. Sono le mie altre esistenze, divento un altro o un’altra, e mi libero di me. Che sollievo».

I libri sono stati quelli che, forse, non ti hanno mai abbandonata. A quale sei legato in modo particolare? Hai un ricordo vivido di qualche pagina?

«Sicuramente Delirio. Narra la storia di un uomo, assolutamente ignobile, egoista, che pensa solo al sesso, tragicomico. comicissimo. Per due anni mi sono immedesimato nel maschio, e lì ho capito la tragedia dell’erezione. Dopo aver scritto questo libro, sono diventata molto più clemente con gli uomini, in considerazione della loro disgrazia».

Tu fai ancora sesso?

«Non parlo di sesso fuori dal letto. È osceno. È atroce tutto questo parlare di sesso che si fa oggi. Lo svilisce, lo profana».

Ti ha mai incuriosito lo scambismo?

«Non si è mai presentata l’occasione, ma non ho pregiudizi sul sesso. Certo se avessi letto da giovane Il gioco di Carlo D’amicis, un capolavoro assoluto sull’argomento, forse avrei voluto provare. Ma già è difficile in due…la moltiplicazione giova?»

Cosa pensi dei premi letterari? Li brami?

«Se me li danno sono contenta. Penso che tutto può aiutare l’artista. Nei grandi premi letterari, però, spesso non vincono gli autori, ma gli editori».

Qual è la donna più inutile e vanitosa che ha incontrato o frequentato? Ci faccia un nome…

«Credo mia madre. Inutile no, ma vanitosissima. Attraverso di lei, già a quattro anni capìi come fosse umiliante vantarsi. Quando mi portava a passeggio, e la sentivo vantarsi con tutti di tutto, avrei voluto sprofondare. Oggi, se ci ripenso, mi fa tenerezza».

In una intervista del 2000, rilasciata a Sabelli Fioretti, a proposito di Ida Magli, hai detto: “Perché crede di essere il Papa? Perché ha un “Io” oceanico? Perché dietro le sue asserzioni non c’è mai un’idea, un pensiero, una visione?” Cosa ti spinse a dare un giudizio così tranchant, quasi senza appello?

«Sono stata ingiusta, e mi dispiace. Non mi riconosco in questa dichiarazione ingenerosa ed estremista. Non è vero ciò che ho detto, Ida Magli ha lasciato invece una interessante eredità, un esempio di studio e di libero pensiero».

Il cinema è stato un suo grande amore spirituale, o mero salvagente dagli stenti?

«Scrivere sceneggiature per il cinema è stata una grande scuola, e poi si veniva pagati bene, ovvero si era liberi».

Quale regista, negli anni, hai ammirato di più?

«Pochi se lo ricordano, ma penso ad Italo Zingarelli, produttore regista e sceneggiature, che ci fu maestro, con una generosità rara. Ho di quell’epoca un ricordo angelicato».

Qual è stato, invece, lo sceneggiatore a cui ti sei ispirata di più?

«In Italia, i nostri sceneggiatori preferiti erano Age e Scarpelli, Sonego, Giorgio Arlorio, Flaiano…»

Casa tua è piena di libri. Ci sono autori che segnaleresti al pubblico?

«Michele Mari, Antonio Pennacchi, Carlo D’Amicis, Chiara Barzini, Isabella Santacroce, Massimilano Parente, Stefano Massini, Jonathan Bazzi, Viola di Grado, Ermanno Cavazzoni, Ginevra Bompiani, Chiara Valerio, Michela Murgia, Federica De Paolis, ma la lista sarebbe lunga, oggi c’è una letteratura in Italia di una bellezza stupefacente».

A cosa stai lavorando adesso?

«Proprio come il sesso; se te lo dico, svanisce».

La vita di un artista è, quasi sempre, sdoppiata da quella reale. Barbara, quante vite hai?

«Visibile, una. Sono vissuta da bohémienne, da giovane e da vecchia».

A bruciapelo, e facendo un po’ i conti con te stessa: sei stata più crudele o stronza nella tua vita?

«Nessuna delle due. Sono stata spensierata. Non ho la grandezza della crudeltà».

Che ruolo ha avuto la musica? Quali artisti ascoltavi?

«Eravamo molto canonici: quelli che ascoltavano tutti. Joan Baez, Bob Dylan, Beatles, Rolling Stones, i canti della guerra civile spagnola, gli chansonniers francesi, Brassens, Gainsbourg, Serge Reggiani, Yves Montand, Edith Piaf, i Gufi, Jannacci…»

Quante depressioni ha vissuto? E perché?

«Ho avuto drammi, dolori, ma la depressione mai; la depressione è un termine inventato oggi per azzerare tutte le passioni umane, riunirle sotto un solo termine e curarle con la chimica.  I protagonisti della tragedia greca non sono depressi, vivono le loro sventure, e ogni dolore ha un suo nome. La parola depressione medicalizza e anestetizza il dramma umano, nega la varietà e l’introspezione».

Qual è il dramma peggiore che hai sopportato?

«La paura della morte. La rabbia della morte. Con la quale vivi da quando ti hanno detto che esiste».

Emil Cioran sosteneva che l’idea del suicidio “era un toccasana perché il solo pensare di mettere fine alla propria vita dava sollievo nei momenti di grande buio”. Hai mai pensato al suicidio?

«Il pensiero del suicidio mi sta appollaiato sulla spalla, come il pappagallo al bucaniere. Mi fa compagnia. Mi allunga la vita. Mi rassicura».

Hai paura di morire senza affetti?

«Perché, tu no?»

·        Bill Traylor.

Dagotraduzione dal The Guardian il 17 aprile 2021. Bill Traylor aveva avuto una vita piena già prima di trasformarsi in un artista. Nato schiavo in una piantagione di cotone dell'Alabama nel 185, trascorse tutta la vita da agricoltore senza spostarsi mai. Verso la fine degli anni '80, solo e poverissimo, si piazzò a un incrocio del quartiere nero segregato di Montgomery, la capitale dello Stato, e qui cominciò a disegnare e a dipingere. Dipingeva su quel che trovava - pezzi di cartone, scatole di caramelle, manifesti pubblicitari -, alternando i suoi ricordi della piantagione al paesaggio urbano che mutava intorno a lui. Tra il 1939 e il 1942 produsse più di mille opere d'arte minimaliste, un patrimonio prezioso e unico, il solo esistente frutto di una persona ridotta in schiavitù fin dalla nascita. "Bill Traylor: Chasing Ghosts" celebra la storia e il talento di Bill Traylor, «il più grande artista di cui non hai mai sentito parlare» come dice la critica d'arte Roberta Smith nel film. Per realizzare il film ci sono voluti quasi dieci anni, e una delle sfide principali è stata la ricerca. «I registri non sono molto ben tenuti, soprattutto quando si parla di persone povere, nere e indigenti», ha detto Wolf. «Abbiamo davvero dovuto scavare in profondità». Non avendo mai imparato a leggere o scrivere, Traylor ha ideato il suo linguaggio visivo, scavando non solo nei suoi ricordi personali, ma attingendo anche ai modi folkloristici della cultura afroamericana dell'epoca: canto e narrazione, sopravvivenza e guarigione. «Ha scritto l'intera storia orale nella lingua a sua disposizione, che era la lingua delle immagini», dice nel film il curatore di arte popolare dello Smithsonian Leslie Umberger. Gran parte del suo lavoro è obliquo, forse perché doveva esserlo: era molto rischioso per gli afroamericani del Sud esprimere un punto di vista. Parte della prima generazione di neri che diventarono cittadini americani è cresciuto nella contea sanguinosa di Lowndes, famigerata per la violenza inflitta dai bianchi contro i neri. Ma utilizzando il simbolismo, l'allegoria e l'astrazione, Traylor poteva affrontare argomenti altrimenti impossibili, dall'alfabetizzazione al linciaggio. Lo stesso Traylor è una figura enigmatica - esistono poche fotografie di lui e nella sua biografia rimangono molte lacune - ma il film si sforza di raccontare pienamente l'uomo. Sposato tre volte e padre di circa 15 figli, Traylor era, nelle parole di Wolf, al tempo stesso «vigoroso, osceno, resiliente e pieno di risorse, con la capacità di inserire grandi idee in piccoli spazi». Chasing Ghosts colloca anche la vita e il lavoro di Traylor nel contesto della storia in quel momento e in quel luogo. «Montgomery è un posto che ha tanta storia, bella e brutta», dice Wolf, che ha trascorso 7 anni andando avanti e indietro tra il Sud e la sua casa a New York City per il film. «Il Sud è molto più complicato di quanto sembri. Ero questo nordico ebreo bianco, ma ho trovato molte cose in comune con tante persone interessanti». Il film mostra fotografie d'archivio, filmati, interviste ad artisti contemporanei, curatori, accademici e discendenti di Traylor. I temi della vita e del lavoro sono enfatizzati da momenti di danza, poesia e prosa, e la musica d'epoca accompagna le opere dell'artista. Il ballerino di tip tap Jason Samuels Smith, incaricato di tradurre l'arte di Traylor in danza. «Gli ho mostrato il lavoro di Traylor, e lui ha inventato le pose partendo dai disegni. Poi, in una notte molto calda e in un palco molto caldo, ha semplicemente ballato con il culo» Anche se Traylor è stato scoperto solo 30 anni dopo la sua morte, ora è considerato uno dei più grandi artisti autodidatti d'America. Nel 2018 si è svolta su Bill Traylor una grande mostra allo Smithsonian, la prima retrospettiva dedicata a un artista nato in schiavitù. L'anno scorso un'opera di Traylor, regalo di Steven Spielberg ad Alice Walker, è stata venduta all'asta per una cifra record. Ma l'ambiguità nel lavoro di Traylor persiste: il gatto dalla faccia bianca che appare nelle sue scene più violente è un testimone o un fantasma? Il cappello da stufa in cima a molte delle figure è un riferimento ad Abraham Lincoln, come suggerisce Pollard? E forse il mistero più grande è: perché prodigiosa produzione è esplosa nei suoi ultimi anni di vita. Wolf ammette di essere perplesso: «In un breve periodo di tempo riversa sui disegni i suoi ricordi, le sue radici ancestrali e la storia che sta vivendo. È una specie di fenomeno. È qualcosa che non abbiamo decifrato, ma questa è la magia per lui, ciò a cui si è aggrappato, tutti quei periodi di tempo».

·        Boris Pasternak.

Boris Pasternak, chi era lo scrittore russo autore de "Il dottor Zivago". Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Febbraio 2021. Boris Pasternak fu scrittore, poeta e romanziere tra i più influenti del Novecento. Tra i più rilevanti sia per la letteratura russa che per quella mondiale. Vinse il Premio Nobel, che però fu costretto a rifiutare. La sua fama è legata soprattutto al romanzo Il dottor Zivago, che venne pubblicato in Italia da Feltrinelli e in Unione Sovietica soltanto trent’anni dopo. Google gli ha dedicato il suo doodle in occasione del suo compleanno. Boris Leonidovič Pasternak nacque il 10 febbraio 1890 a Mosca. Entrò nella vita intellettuale russa con il cubofuturismo, e quindi l’avanguardia letteraria, anche se non fu mai parte dell’ala estrema di quell’avanguardia. Pasternak non dimenticò mai la tradizione della grande poesia e del grande romanzo russo. Il dottor Zivago, come riconosciuto dalla critica mondiale si inserisce nella scia dei grandi classici del romanzo russo, come ha scritto il Premio Nobel italiano Eugenio Montale, “per l’ampiezza del quadro e per la primordialità delle passioni nella tradizione tolstoiana”. Zivago fu scritto nella dacia di Peredelkino, presso Mosca, dove Pasternak si ritirò nel 1930 e dove morì il 30 maggio 1960. Attorno a lui, in Unione Sovietica, il gelo dell’ambiente letterario e la diffidenza della propaganda. Il 10 dicembre del 1958, a Stoccolma, erano presenti tutti i vincitori del Nobel tranne lo scrittore russo. “Loro maestà reali, signore e signori, il premio Nobel per la Letteratura quest’anno è stato assegnato allo scrittore sovietico Boris Pasternak, per il suo contributo significativo sia alla poesia contemporanea che alla grande tradizione della narrativa russa. Come sapete, il premiato ha comunicato che non desidera ricevere il premio. Questo rifiuto non comporta naturalmente nessuna modifica per quanto riguarda la validità della sua assegnazione. All’Accademia rimane soltanto da annotare con rammarico che l’assegnazione del premio non potrà avere luogo”, disse l’allora segretario dell’Accademia svedese Anders Osterling. Alla segreteria del Premio, lo scrittore aveva scritto un telegramma, sette parole: “Immensamente grato, commosso orgoglioso, meravigliato, confuso. Pasternak”. Da subito fu attaccato dalla stampa russa. Venne definito “traditore”. Pasternak scrisse infatti un secondo messaggio all’Accademia, prima della premiazione, giustificandosi per il rifiuto: “Per il significato che a questo premio è stato dato dalla società alla quale appartengo”. Non volle mai lasciare il suo Paese. Era figlio di un pittore impressionista e di una pianista. Entrambi amici di quello che da molti è considerato il più grande scrittore russo di tutti i tempi, Lev Tolstoj. Boris studiò composizione al conservatorio e filosofia. Le sue prime raccolte di poesie furono quasi completamente ignorate. Scrisse un solo romanzo, Il dottor Zivago, tra il 1946 e il 1956. Un romanzo che attraversa la Russia dalla Prima Guerra Mondiale alla Rivoluzione del 1917 sullo sfondo di un grande amore. La pubblicazione fu bloccata in patria. L’Italia il primo Paese a pubblicarlo, da Giangiacomo Feltrinelli, nonostante le pressioni dall’Urss per bloccarlo. Dall’opera venne tratto un celebre film con Omar Sharif, Julie Christie e Geraldine Chaplin.

·        Carmelo Bene.

Alla sorgente della selvaggia sconfinatezza di Carmelo Bene. Le poesie giovanili ci fanno ascoltare l’origine della inconfondibile voce di un genio del teatro. I versi ritrovati presentati da un grande ammiratore. Filippo Timi su L'Espresso il 3 marzo 2021. Come in un big bang primordiale, Carmelo Bene ad ogni parola creava un infinito. Le sue liriche giovanili, reperti di un’architettura sentimentale, ci fanno ascoltare l’origine dirompente della sua voce, forse l’unica che ha saputo incarnare la poesia. Siamo davanti a una sconfinatezza selvaggia, una foresta di costellazioni, nebulose e vie lattee, un universo in continua espansione. L’esistenza, l’amore, la vita, la morte, il disincanto, hanno qui un’omerica grazia di sguardo nel prendere coscienza di sé come «bersaglio appariscente», in cui «le passioni del fango / han fatto centro in una volta sola», divenendo consapevolezza nella sconfitta di essere nato uomo. Ma alla sconfitta il poeta contrappone una «febbre di vita» nell’affermare l’imperativo: «noi vivremo!» Comincia il viaggio, l’interrogarsi sul mondo, il perdersi ad «ammirare incantato / l’avvenire / stellato di sogni», per ricadere di nuovo col pensiero all’umano fango. Bassorilievi di una Grecia intima, età dell’oro di un giovane Apollo che scorge come un futuro ineluttabile la nascita di una divina tragica commedia. Assistiamo alla creazione e all’abbandono di quel mondo apollineo e sentiamo avvicinarsi l’eco dionisiaca in cui presto il poeta si immergerà. «Come chi torni / a luogo che non ha mai / lasciato, eccomi a te: / no! Non aprir le braccia!» È il sogno quel luogo, nel suo necessario abbandono. Il giovane uomo guarda il cielo e si confronta con esso, domandandosi come «cogliere senza sosta / i frutti del presente / per preparare ciò ch’è da venire». Diventare egli stesso opera d’arte. In una primavera senza ritorno, l’intimo sposa il sublime nello slancio dell’acerbo e il mondo resta nudo. Questi versi di Carmelo Bene sono perle custodite «in uno scrigno / di cui la chiave fu smarrita, / abbandonato in un mare / senza fondo». Quel mare è l’anima del poeta che canta per noi: «Nulla è rimasto. / E dissi: un dì accadrà». Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo l’introduzione di Filippo Timi a "Ho sognato di vivere!" di Carmelo  Bene (Bompiani) 

Teatro, quadri, poesie inedite: così Carmelo Bene sopravvive al tempo. Archivio e oggetti del grande attore e regista scomparso 19 anni fa saranno presto riuniti in un polo museale a Lecce. Un testo aspetta di andare in scena, un gruppo di sue tele in mostra, e la vita potrebbe diventare un film. Mentre si scoprono i versi giovanili. Francesca De Sanctis su L'Espresso il 3 marzo 2021. Sopravvivere al tempo, oltre la morte. Miracoli della letteratura e dell’arte. Ecco perché quando riemergono tasselli importanti della vita di un talento è come se uno scrigno magico si aprisse agli sguardi del mondo per condividere parole, storie, emozioni. Lo “scrigno” di Carmelo Bene - attore, regista, scrittore, poeta, o forse semplicemente genio, eretico e intuitivo - è ricco e prezioso, composto da poesie, testi teatrali, libri, arredi, costumi, nastri, fotografie, oggetti personali. Dopo anni di battaglie legali e ostacoli burocratici gran parte di quel materiale è pronto per essere esposto e riunito un’unica sede, il Convitto Palmieri di Lecce, dove entro l’estate sarà aperto al pubblico il Polo bibliomuseale Carmelo Bene. La data dell’inaugurazione verrà annunciata il prossimo 16 marzo, nel giorno del 19esimo anniversario della sua scomparsa. A comunicarla saranno la figlia Salomè Bene, con Raffaella Baracchi (seconda moglie di Carmelo e madre di Salomè), Regione Puglia, Provincia di Lecce, Soprintendenza archivistica della Puglia e Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, che al momento costituiscono il Comitato scientifico nato dalle ceneri della Fondazione L’Immemoriale e che si occuperà di promuovere e valorizzare il patrimonio culturale e artistico del grande mattatore. Ma non tutta la documentazione confluirà nel Polo bibliomuseale. Certi ritrovamenti percorrono strade alternative. Le poesie, ad esempio, sono pubblicate nel volume “Ho sognato di vivere!”, dal 3 marzo in libreria per Bompiani, che raccoglie le poesie giovanili finora inedite di Carmelo Bene. Una antologia di versi composti fra il 1950 e il 1958 prevalentemente a Santa Cesarea Terme, lì dove i profumi e i colori sono così intensi da lasciarti stordito. Per anni sono rimasti custoditi fra le carte di famiglia. Carmelo, infatti, li donò a sua madre Amelia, come racconta nella sua nota Stefano De Mattia, figlio di Maria Luisa, sorella di Carmelo. E dopo essere passati di mano in mano fra i familiari più stretti, quei versi sono stati conservati dal nipote per oltre dieci anni, ma con un unico scopo e desiderio: divulgarli. Eccoli, dunque. Ed è emozionante scorgere fra quelle righe temi nei quali Bene si sarebbe imbattuto nella sua carriera (l’amore e il disincanto, la vita e la morte…) o quell’inclinazione verso il beffardo che lo ha sempre caratterizzato, e la sua perenne ricerca dell’ironia. Poesie che sono «una foresta di costellazioni, nebulose e vie lattee, un universo in continua espansione», come scrive Filippo Timi nella prefazione al libro (che anticipiamo a pagina 79). Versi pieni di di vita, di giochi di parole e perfino di punti esclamativi. «Riunire e pubblicare queste poesie era un progetto che io e mio cugino avevamo a cuore», racconta Salomè, che oggi ha 28 anni e svolge la professione di avvocato fra Roma e Torino: «Ci sono pezzi di vita che riaffiorano in contesti e momenti diversi. La nascita del Museo, per esempio, rappresenta un traguardo importante di cui sono molto fiera, perché sono anni che mi ci dedico, seguendo da avvocato tutti gli aspetti legali. Ma credo sia opportuno dare uno spazio adeguato ad ogni cosa». Questo significa che alcuni oggetti o documenti saranno oggetto di progetti autonomi: «Esiste un testo teatrale inedito che vorremmo pubblicare e che non verrà inserito nel percorso espositivo, come i suoi quadri, 6-7 tele, che speriamo di valorizzare in futuro allestendo una mostra», aggiunge. Intanto c’è il Polo bibliomuseale, un progetto culturale di ampio respiro, aperto alla città di Lecce, agli studiosi e a chi vorrà conoscere l’opera di Carmelo Bene. «Il patrimonio è costituito da circa 6mila volumi (romanzi, testi teatrali, enciclopedie, libri di poesie, prime edizioni, volumi con annotazioni a penna), che saranno a disposizione del pubblico, e poi da una ventina di costumi (tutti gli abiti di “Pinocchio”, più i campioni di altri spettacoli, da “Caligol” a “Salomè”, da “Lo Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” ad “Amleto”), oggetti e arredi personali (compreso il suo studio), un archivio contenente nastri, copioni, fotografie, materiale audio e video, recensioni», ricorda Salomè. «Ho sofferto molto per due angeli di scena in resina che avevamo in casa e che sono stati anche oggetto di restauro. So che sono in ottime mani, ma non è stato semplice separarsene. Come non lo è stato separarsi dal beauty case con i trucchi personali, un beauty case antico, con l’incisione delle iniziali C.B.. Sono stata molto indecisa, alla fine mi è sembrato giusto condividerlo. A casa è rimasto un secondo beauty case, meno particolare, ma di eguale valore affettivo». Un patrimonio preziosissimo, finora conservato in sedi diverse, dal monastero delle suore benedettine al Castello Carlo V di Lecce, dalla Casa del Teatro di Villa Pamphili a Roma alle abitazioni private di Otranto e Roma. «Non è stato facile gestire tutto questo patrimonio nel corso degli anni, ma ora che abbiamo raggiunto l’obiettivo spero che il Convitto Palmieri diventi un punto di riferimento anche per eventi, seminari, iniziative che erano già state previste per il 2020, ma che sono state rinviate per via della pandemia, compresi eventi musicali. Anche per questo speriamo di avere tra i soci del Comitato il direttore d’orchestra Marcello Panni». E altri ancora, magari intellettuali o scrittori, come si augura Massimo Bray, assessore alla Cultura della Regione Puglia: «Carmelo Bene era molto stimato anche da Pasolini, Bodini, Flaiano, Garboli, credo sia naturale aprire il Comitato ad altre personalità, anche per poter approfondire, per esempio, la soggettività nel linguaggio. Stiamo anche immaginando di realizzare un film su Carmelo Bene con Apulia Film Commission. Ne stiamo discutendo con Andrea Occhipinti (Lucky Red) e Franco Maresco». D’altronde proprio Maresco e Ciprì sono stati designati da Carmelo stesso suoi eredi per eccellenza in campo cinematografico, settore a cui il maestro salentino si dedicò per alcuni anni (basti ricordare il film d’esordio tratto dal suo omonimo romanzo, “Nostra Signora dei Turchi”, che gli valse il Leone d’argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1968). Cosa ricorda di suo padre, invece, ce lo racconta Salomè: «La sua straordinarietà, la sua intelligenza, il suo essere diverso da tutti gli altri. Era fuori dall’ordinario, come padre e come artista. E mi ha insegnato tanto, se sono come sono - una persona attenta e sensibile - lo devo a lui. Il nostro non era un classico rapporto padre-figlia, ma non avrei voluto un genitore diverso da lui. Ricordo molto bene il giorno in cui è scomparso, io avevo 10 anni. Mi sono mancate tante cose da allora. Ma non dimenticherò mai la sua voce, le sue telefonate. Aveva molte mie fotografie in casa. E sono certa che oggi sarebbe felice di sapere che sono riuscita a portare avanti quello che era un suo progetto». Sui suoi percorsi artistici la bibliografia beniana è ricca di titoli, sostenuti da Carmelo stesso, che fu anche un divulgatore della sua poetica. Fra le pubblicazioni più recenti ricordiamo “Un femminile per Bene” di Vincenza Di Vita (Mimesis 2019) e “Il Sommo Bene”, a cura di Rino Maenza (Kurumuny 2019). Fra quelli da recuperare “Sono apparso alla Madonna”, l’autobiografia di Carmelo Bene ristampata da Bompiani nel 2014, e “Opere con l’autografia di un ritratto”, edito da Bompiani nel 1995 (uscito in ebook nel 2014). Ma com’era nella vita privata Carmelo Bene? I suoi ultimi anni di vita ce li racconta in un bellissimo libro Luisa Viglietti - costumista e sua compagna di vita dal 1994 al 2002 -, che riannoda i fili della memoria per rievocare aneddoti, spettacoli, progetti, amicizie, donne e anche un’eredità pesante fatta di tanti conflitti e qualche errore, ma soprattutto per restituire al pubblico quelle giornate condivise con lui, fra gioie e dolori, in poche parole una grande e unica storia d’amore? “Cominciò che era finita” (pp. 224, euro 16, Edizioni dell’Asino, con prefazione di Goffredo Fofi) ci racconta di un Carmelo diverso, ma pur sempre unico, così lontano dal personaggio che si era creato. A Luisa, e a tutti noi, resta la sua risata, come testimoniano quei versi giovanili che danno il titolo alla raccolta poetica: «Ho sognato di vivere: /era bello! / Seguì un risveglio brusco: / Pensai alla morte / e mi misi a ridere!».

Quando Carmelo Bene apparve a Stalin in Russia. Nella biografia di Luisa Viglietti c'è la quotidianità dell'attore. Autentico rivoluzionario dello spettacolo. Luca Ricci Venerdì 19/02/2021 su Il Giornale. Tra gli antiaccademici, gli irregolari, gli scavezzacolli, i matti del nostro Novecento artistico - da Antonio Ligabue a Dino Campana, passando per Alda Merini -, ce n'è stato uno più antiaccademico, più irregolare, più scavezzacollo, più matto di tutti, che ha sbaragliato l'agguerrita concorrenza. Carmelo Bene anche se era convinto di non esistere moriva esattamente diciannove anni fa. E pare di sentirlo ghignare da lassù (magari mentre appare alla Madonna), al cospetto delle numerose pubblicazioni che nel corso degli anni hanno tentato, più o meno felicemente, di ricordarlo. Si sfila dal coro ufficiale dei peana il volume Cominciò che era finita (edizioni dell'asino, pagg. 224, euro 16) di Luisa Viglietti, costumista teatrale e ultima compagna di Carmelo Bene, racconto capace di restituirci il quotidiano del grande artista e mai in senso agiografico. Scopriamo un Carmelo Bene non solo pieno di idiosincrasie - famosa la sua avversione per la luce diurna, da cui gli spessi tendaggi alle finestre di seta di moiré - ma anche afflitto da svariate coglionerie - la fissa sulla Fanta alternata a vini pregiati, perché il medico gli aveva detto di assumere la vitamina C. Originario del Salento, terra magica e cattolicissima, da bambino è uno strepitoso chierichetto. Arriva a servire anche quattro o cinque messe al giorno, forse scoprendo proprio all'altare la sua vocazione per il sacro. Dalla religione passa al teatro, in fondo soltanto un altro tipo di chiesa. Alla fine degli anni Cinquanta sbarca a Roma con spirito caravaggesco, frequentando l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico. Ma in quei primi anni turbolenti del suo apprendistato contano più le bevute e le risse che non le lezioni di canto, ballo e dizione. Una notte in gattabuia è più istruttiva di una dispensa di drammaturgia: per l'arresto è sufficiente atteggiarsi a mendicante, smettere di radersi per qualche tempo. Prime infatuazioni teatrali: il Caligola di Camus e la poesia di Majakovskij. Ma non tollera che a dirigerlo siano altri, perciò si adopera per diventare regista di se stesso mettendo in piedi il malfamato Teatro Laboratorio in un locale di Trastevere. Mette in scena spettacoli osceni per minare le certezze dei nuovi borghesi nati col boom economico. Sputi e urina diventano gli elementi imprescindibili delle sue performance, ma per fortuna si ferma un attimo prima di venire retrocesso a macchietta. Tra i primi estimatori - quelli convinti che dietro la voglia di scandalizzare a ogni costo si nasconda un vero artista - ci sono anche Flaiano, Arbasino, Moravia. Carmelo Bene comincia a gettare le basi teoriche del suo lavoro attraverso la Salomè di Oscar Wilde e l'Amleto di William Shakespeare, insieme a Lydia Mancinelli, Sergio Citti, Leo de Berardinis e molti altri. L'intento è quello di decostruire il teatro inteso come spettacolo e rappresentazione di Stato, inanellare atti e non azioni sceniche, insomma porgere al pubblico una trascendenza sotto forma di liturgia atea. Nel 1967 si lascia dirigere da Pier Paolo Pasolini nel film tratto da Edipo Re e si apre a un'irripetibile stagione cinematografica, oltre e contro il cinema pattumiera di tutte le arti. I suoi lungometraggi, non meno radicali dell'esperienza teatrale, incarnano alla perfezione l'aria del tempo, restituiscono le smanie sperimentali di un'arte che non accetta nessun compromesso con il pubblico: non sono fruibili, ma sono decisivi. Un po' come era avvenuto con James Joyce per il linguaggio (l'Ulisse è un'altra delle sue ossessioni), Carmelo Bene fa esplodere le immagini trasformandole in pura visione. Sul finire degli anni Settanta torna a teatro e si trasforma in C.B. la Macchina Attoriale. Con l'aiuto dell'amplificazione può sottrarre la sua voce alla dittatura della recitazione tradizionale, dell'odiato birignao da grande mattatore. Si parla addosso, si parla dentro, si tramuta in semplice phoné, suono comprensibile a tutti perché non significa nulla. In questo modo nel 1981 può sussurrare Dante a oltre centomila persone, issato sulla cima della Torre degli Asinelli di Bologna. Nel frattempo diventa anche uno strepitoso personaggio televisivo, uno dei pochi che fin dalle prime ospitate non si lascia cambiare dal più diabolico degli elettrodomestici di massa. Passa indifferentemente dagli studi di Aldo Biscardi a quelli di Maurizio Costanzo. Per alcuni il suo pensiero è solo un revival dei grandi pessimisti (Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi, Emil Cioran) e un calco degli strutturalisti e decostruzionisti francesi (Ferdinand de Saussure, Jacques Derrida, Gilles Deleuze). Col passare del tempo le contraddizioni si accentuano: il massacratore di commediografi e scrittori che ridusse sempre il testo a un pretesto fa inserire l'insieme delle sue opere nei classici Bompiani; l'attore delinquenziale che imbrattava le pellicce delle signore in prima fila comincia a tingersi i capelli. Ma poi trova sempre il riscatto nell'integralismo metafisica del nulla. A Mosca, in piena Perestroika, Luisa Viglietti ci racconta di quando interrompe una discussione a lui dedicata al teatro Majakovskij, irrompe in scena, comincia a dire con veemenza: «Bisogna dire agli spettatori che non c'è niente da capire! Che non possono capire. Uno solo avrebbe potuto capire quello che faccio, e l'avrei voluto qui, in sala, di fronte a me. Purtroppo non c'è. È Stalin! Perché lui faceva con voi, popolo russo, la stessa cosa che io sto facendo, ovvero condurvi dove meritate di andare: al nulla, al vuoto!». A quel punto gli interpreti russi tacquero e vennero spenti i microfoni. Se oggi fosse ancora vivo, probabilmente parlerebbe male dei social network bollandoli come strumenti che mettono in comunicazione larve d'uomini, zombie ridotti a battere tutto il santo giorno su uno smartphone per credersi ancora vivi. E magari farebbe un pensierino sull'eventualità di partecipare al Grande Fratello Vip. D'altronde anche nel suo teatro prima dell'inizio e dopo la fine si apriva e si chiudeva un mesto sipario consolatorio.

·        Charles Baudelaire.

200 anni dalla nascita del poeta. Charles Baudelaire, il poeta maledetto che ha immortalato la bellezza del male. Lucrezia Ercoli su Il Riformista il 27 Giugno 2021. Duecento anni fa nasceva Charles Baudelaire. Un genetliaco che condivide con un altro grande scrittore della modernità e padre della letteratura francese, Gustave Flaubert, anche lui nato nel 1821. Un destino comune che si ripeterà nel 1857: Baudelaire pubblica la raccolta di poesie Les Fleurs du mal e nello stesso anno Flaubert dà alle stampe il suo capolavoro Madame Bovary. Due opere inattuali che rompono violentemente con la tradizione e che descrivono con potenza inaudita l’avvento della modernità. E per questo subiscono lo stesso destino: i libri sono condannati per immoralità e i loro autori sono trascinati in tribunale, accusati di oscenità. Flaubert viene assolto; Baudelaire, invece, condannato al pagamento di una multa salata oltre che all’epurazione di sei poesie dalla raccolta. Ma a duecento anni di distanza non si è spento il fuoco di quei versi. La fiamma di Baudelaire illumina la vita moderna, il suo sentire malinconico e contraddittorio è speculare al nostro. Da allora, non c’è generazione che non sia sprofondata in quel turbamento inquieto. «La mia giovinezza – nei versi della poesia Il nemico – fu soltanto una tenebrosa bufera traversata qua e là da brillanti soli». «In fondo all’ignoto per trovare il nuovo»! Baudelaire è sceso nell’inferno delle strade della metropoli, ha raccontato i miti e i riti del nuovo spazio urbano, ha immortalato l’ultimo malinconico bagliore di un mondo che stava tramontando, alle soglie della nascita della società di massa. Spleen. Lo spaesamento del poeta è quello di chi si sente esiliato a casa propria, è l’umore nero e bilioso di chi si sente straniero in patria. Il malessere – causato da quel persistente senso di caducità e di morte che accompagna l’avventura del moderno – è l’unico capace di «estrarre la bellezza dal Male». Ne Il pittore della vita moderna – saggio del 1863 dedicato all’artista Constantin Guys de Sainte-Hélène – definisce la categoria a cui appartiene il suo stesso spirito: “l’uomo di mondo” in grado di interpretare l’esperienza della solitudine nella folla, di perdere la propria identità nella massa, ma anche capace di distaccarsi aristocraticamente dagli altri. Un’esigenza che sentiamo come autenticamente nostra: la spinta a fonderci e conformarci con le convenzioni della massa e, parimenti, l’esigenza di riaffermare la nostra unicità e originalità. «Pensare per lui vuol dire: alzare le vele!» ha meravigliosamente sintetizzato Walter Benjamin. Con lui, rivendichiamo il nostro diritto a contraddirci, in una ricerca continua di “corrispondenze” tra ciò che è simile e ciò che è diverso, in una fusione impossibile e desiderata con l’altro da sé. Con lui torniamo in quello stato di perenne ebrezza con cui il bambino guarda il mondo per la prima volta. Baudelaire, nostro contemporaneo. Finalmente hanno voce tutti gli aspetti della “vita moderna”, anche quelli apparentemente frivoli e superficiali; dall’arte sacra alle incisioni di moda, dagli abiti alle carrozze, dal trucco all’accessorio, dalla toilette alla parure, ogni dettaglio del quotidiano ha dignità estetica. «Osservatore, flâneur, filosofo, chiamatelo come vi pare», basta che capisca il mondo e sia capace di estrarre l’alto dal basso, la serietà dalla frivolezza, il poetico dallo storico, l’eterno dal transitorio. Ogni modernità, anche quella più artificiosa e artefatta, può essere degna di diventare antichità. «Tu mi hai dato Fango; / io ne ho fatto oro». «L’uso della cipria – scrive nel capitolo Elogio del trucco – contro cui alcuni filosofi candidi hanno stupidamente scagliato i loro anatemi ha come unico scopo il risultato di far scomparire dalla carnagione tutte le macchie che la natura vi ha oltraggiosamente disseminato». La nuova bellezza del moderno è quella che meglio corrisponde alla complessità del nostro mondo. La bellezza non è un assoluto, ma un “paradiso artificiale”: il bello non è più un canone aristocratico, ma assomiglia allo sfavillio transitorio della festa. Les Paradis artificiels, appunto, il titolo della raccolta di saggi pubblicata nel 1860 in cui Baudelaire riflette sugli effetti del vino, dell’oppio e dell’hashish sulla creatività dell’artista e sulla vita della metropoli. Riprende Le confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas de Quincey e racconta le esperienze paradisiache e demoniache causate del consumo di sostanze “moltiplicatrici dell’individualità”. Ma descrive le reazioni degli altri più che le sue: ironia della sorte, Baudelaire è un amante del vino, ma con moderazione; ha provato l’oppio e l’hashish, senza mai sfociare nell’abuso e nella dipendenza. Lo dimostrano tutte le testimonianze degli amici che giurano di non averlo mai visto ubriaco o alterato. Ma al di là della descrizione degli effetti del consumo e dell’abuso di queste sostanze, è nel saggio introduttivo – dal titolo Il gusto dell’infinito – che il poeta ci regala una verità che va ben oltre una riflessione letteraria sulle droghe. «La vera realtà è soltanto nei sogni». La ricerca di una felicità artificiale è parte integrante del nostro vivere, il desiderio di raggiungere una dimensione che ci innalzi al di sopra di noi stessi guida tutti gli sforzi umani. La ricerca di quello “stato paradisiaco”, di quell’autentica “grazia”, di una “specie di eccitazione angelica” che, per qualche ora, ci consente di sfuggire al nostro “abitacolo di fango” innalzandoci verso l’infinito. I “paradisi artificiali” sono l’Altrove, un altro mondo immaginato che amplifica e supera quello reale. La ricerca ossessiva di una via di scampo che faccia dimenticare la propria condizione, una gioia temporanea e un’effimera consolazione che seduce la nostra natura mortale. Nella dipendenza dalle droghe, però, è in gioco un problema “morale”: diventare ebbri è un peccato di cui Baudelaire si sente colpevole, ma che non si esime dal condannare. Un peccato di “angelismo”: un desiderio demoniaco di diventare come Dio, la tentazione luciferina di negare la condizione umana e, in ultima ratio, di negare la morte. Ma il ritorno nell’infernale temporalità terrestre è solo rimandato: «Orrore! Il Tempo ha ripreso la sua brutale dittatura». «Chi avrà fatto ricorso a un veleno per pensare ben presto non potrà più pensare senza veleno. Immaginate la sorte spaventosa di un uomo la cui immaginazione paralizzata non sa più funzionare senza l’aiuto dell’hashish o dell’oppio?» chiosa alla fine del Poema dell’hashish. Svaniti gli effetti di quella protesi dell’immaginazione che aiuta a dimenticare il tempo, svanisce anche il “paradiso d’occasione”. La ricerca di quel surrogato dell’Eden è inevitabilmente destinata a lasciare il posto a conseguenze indesiderate: l’uomo «ha voluto fare l’angelo, è diventato una bestia». Ma non è solo con la “farmacia” che l’uomo può accedere all’agognato “paradiso artificiale”, alla sospensione temporanea dello Spleen verso l’atteso Idéal. Baudelaire lo dimostra non solo attraverso la sua opera di poeta, ma anche nella sua attività di critico d’arte, con i suoi testi dedicati a Poe, a Delacroix, a Hugo, a Wagner: l’arte, la poesia e la musica sono vie d’accesso privilegiate a quell’Altrove che unisce l’eterno e il transeunte. Nel Richard Wagner, lo straordinario saggio che il poeta francese ha dedicato al compositore tedesco, Baudelaire scrive: «Sembra talvolta, ascoltando questa musica ardente e difficile, di veder tracciati al fondo delle tenebre, lacerati dall’allucinazione, i vertiginosi miraggi dell’oppio». Non è un caso che gli autori della colonna sonora degli ultimi decenni – da Jim Morrison a Ian Curtis, dai The Cure ai The Smiths, fino ai nostri Franco Battiato e Baustelle – abbiano trovato nel sentire individuale di quel flâneur di metà Ottocento l’afflato sempiterno dell’uomo e dell’artista contemporaneo desideroso di aprire «le porte della percezione». Proprio la musica, secondo il poeta, ha la capacità di liberare l’immaginazione, ha il potere eccitante di farci raggiungere territori inaccessibili alla coscienza. Ecco il paradiso artificiale che Baudelaire ci ha insegnato a riconoscere: la melodia e la parola sono i mezzi mistici privilegiati che “invitano al viaggio” in mondi meravigliosi e sconosciuti. «Là, tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme et volupté». Lucrezia Ercoli

·        Dan Brown.

Anna Lombardi per "la Repubblica" il 31 luglio 2021. Il segreto meglio custodito di Dan Brown, che il signore dei bestseller potrebbe non svelarci mai. Sì, ben prima di raccontare l'amore tra Gesù e Maddalena ne "Il Codice da Vinci", affibbiare un figlio al Papa con l'inseminazione artificiale in "Angeli e Demoni", indagare i legami fra massoneria e potere ne "Il simbolo perduto" e perfino anticipare i rischi della pandemia con "Inferno", l'ex professore d'inglese (ed ex cantante pop) nel 1995 scrisse un libro di consigli sentimentali dedicato a donne sole.  Un tometto di 96 pagine firmato con lo pseudonimo Danielle Brown, intitolato "187 Men to Avoid: A Survival Guide for the Romantically Frustrated Women": cioè 187 uomini da evitare, guida alla sopravvivenza per donne romanticamente frustrate. Dove con ironia venivano descritti gli uomini da evitare: "amanti del decoupage", ad esempio. O "collezionisti di pietre". E pure "chi scambia il metodo Lamaze per una gara automobilistica francese". Almeno così si dice. Perché nonostante il libricino sia ancora in vendita online, parte del catalogo di Amazon e di numerosi altri librai della rete, è impossibile acquistarlo. Lo sa bene Chloe Gordon, regista 32enne californiana, fan dello scrittore al punto di averne letto tutti i romanzi. Incuriosita dalla voce di Wikipedia dove si cita l'opera, già un anno fa aveva provato a procurarsene una copia: ricevendo invece da Amazon il libro di fantascienza, "Heretics of Dune" di Frank Herbert. Convinta si trattasse di un errore, ha riprovato a comprarlo. Ricevendo, con suo gran stupore, ancora un altro libro sbagliato: "Elizabeth Takes Off", sulle diete di Elizabeth Taylor. Ha dunque provato con altri rivenditori e pure coi collezionisti di Ebay: arrivano sempre libri diversi, sì, ma con qualcosa in comune: l'epoca di pubblicazione, la casa editrice - G.P. Putnam' s Son - e un uguale codice a barre. Alla disperata ricerca Gordon ha dunque dedicato una serie di video postati online dove apre le scatole in diretta, già conscia della delusione imminente. La faccenda ha intrigato i fan: alcuni già a ipotizzare che a far sparire il libro «imbarazzante» è stato lo stesso Dan Brown, altri a sostenere che non è mai esistito. Il clamore ha infine spunto il New York Times a investigare. E se gli agenti dello scrittore non commentano, tracce di 187 Men non mancano. In un'intervista del 2000 citata in "Dan Brown: The Unauthorized Biography" di Lisa Rogak, sembra ammetterlo lo stesso autore: «Scrissi uno sciocco testo satirico prima di Crypto, il cui titolo non rivelerò. Per fortuna, è fuori stampa». Mentre Elonka Dunin, criptografa e attiva editor della voce Wikipedia a lui dedicata, dice di averlo inserito dopo averne visto citato il titolo nel catalogo della Biblioteca del Congresso (con 158 milioni di libri, una delle più grandi al mondo). A offrire una spiegazione ci prova Shirzad Zarei, direttore di ZBK Books, rivenditore di libri online: la colpa sarebbe, guarda un po', di un codice. Quello a barre, sbagliato, e incollato uguale su vari volumi. Forse un prototipo lasciato per errore, come già accaduto nei primi tempi in cui si usava il sistema. La soluzione sotto gli occhi di tutti, proprio come nel Codice da Vinci, però non convince i fan. Cosa c'è davvero in quel libro? Il segreto del signore dei misteri che potremmo non scoprire mai. 

·        Dario Arfelli.

La riscoperta. Chi era Dario Arfelli, lo scrittore brillante che cadde nell’oblio. Eraldo Affinati su Il Riformista il 2 Aprile 2021. Fra i grandi romanzi italiani del secondo Novecento dobbiamo inserire I superflui di Dante Arfelli, appena ristampato da un piccolo, meritevole e coraggioso editore (Rfb, prefazione di Gabriele Sabatini, pp. 313, 178 euro), dopo una troppo lunga, deplorevole assenza dalle nostre librerie. È la storia di Luca, giovane provinciale di scarse pretese, dallo sguardo tristemente lungimirante che, negli anni grigi e tuttavia carichi di energia ed entusiasmo del secondo dopoguerra, arriva alla Stazione Termini di Roma con un paio di raccomandazioni in tasca, alla ricerca di un lavoro qualsiasi e s’incaglia in una squallida relazione con Lidia, prostituta costretta ad arrangiarsi come può nella pensioncina dove abita ed esercita, ospite di una memorabile vecchia spilorcia. I due ragazzi, entrambi falliti in partenza, s’attraggono e si respingono, lei col patetico sogno di emigrare in Argentina, lui, che pure trova un impiego, mai davvero soddisfatto e sempre inquieto. Numerosi sono i personaggi coinvolti, dal terrorista all’arrivista, dal notabile all’ecclesiastico, dall’aristocratica benefattrice al misero borghesuccio, ma la visione resta monoculare: nello sfalsamento narrativo fra individualismo e coralità si nasconde il valore segreto dell’opera, il cui lirismo sembra rinserrato e trattenuto, specie nelle descrizioni urbane della capitale stracciona appena uscita dalla guerra che crescono come una vegetazione selvaggia intorno ai dialoghi pieni di ritmo. Potente è l’evocazione di una vecchia Italia in bianco e nero coi tram che vanno e vengono, le luci della sera frantumate sulle pareti dei palazzi spogli, le stanze sordide dove si brucia l’amore mercenario, quasi fosse una carta copiativa di quello vero, le vetrine dei negozi che accecano i passanti in un barbaglio artificiale. Alla fine Luca si chiede: «Che cosa sono al mondo a fare? Quando ero più ragazzo ci pensavo delle ore intere, fino a farmi male la testa. Diventando grande ci penso sempre di meno perché ci sono tante altre cose». Lidia, colpita nel profondo, lo prende sul serio: «E ancora non lo sai che cosa sei venuto a fare?». Lui risponde: «No. C’è chi dice che ognuno di noi ha da fare una parte: come uno in un paese fa il fornaio, un altro fa il falegname, e ci vogliono tutti i mestieri, così dicono che ci vogliono anche i poveri e gli stupidi». Ma lei non ci crede. E lo dimostrerà lasciando di stucco il lettore. Insomma coi Superflui, a metà strada fra l’eroe americano e quello russo, siamo oltre il capolinea degli inetti di Italo Svevo, degli indifferenti di Alberto Moravia. In una zona plumbea, desolata, nel disincanto più assoluto. Dove non ci si fanno illusioni: né politiche, né esistenziali, né religiose. La risata diventa sardonica. Si tira avanti la carretta e basta. L’autore di questo capolavoro, nato cent’anni fa, il 5 marzo 1921, a Bertinoro, in Romagna, e scomparso nel 1995 in una casa di riposo di Ravenna, è stato protagonista di una singolare vicenda umana e letteraria. Nel 1949 esordì proprio con quest’opera, pubblicata da Rizzoli, ottenendo un grande riscontro di pubblico e, seppure con qualche distinguo, anche di critica: la vittoria al Premio Venezia (antesignano del Campiello), ma soprattutto le numerose traduzioni all’estero, ne sancirono il successo. Quasi un milione di copie vendute negli Stati Uniti presso Scribner’s (che aveva in cartello Hemingway), dicono tutto. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Anche perché non si trattò soltanto di un exploit commerciale. I lettori più accorti avevano segnalato nel romanzo una maturità sconcertante, la presenza di un sacro fuoco stilistico. Sembrava nato un grande scrittore. Dante Arfelli, a quel tempo ventottenne, che aveva frequentato il medesimo liceo riminese di Federico Fellini, in una classe di un solo anno precedente, ed era stato amico di Marino Moretti a Cesenatico, sembrava accingersi a prendere posto accanto a Vasco Pratolini, Giorgio Bassani, Cesare Pavese, Mario Soldati. Invece così non fu perché dopo il secondo romanzo, La quinta generazione (Rizzoli, 1951), di notevole valore sebbene inferiore al primo, calò il silenzio, rotto soltanto, molti anni più in là, dalla pubblicazione di pochi racconti, già usciti su alcuni quotidiani, raccolti in Quando c’era la pineta (1975, Edizioni del Girasole). Arfelli, afflitto da una nevrosi fobica e dal morbo di Parkinson, si ritirò nella solitudine profonda della provincia romagnola, cadde in miseria e per sopravvivere fu costretto a ricorrere alla legge Bacchelli. Seguirono, prima e dopo la sua morte, a cura della figlia Fiorangela, alcuni abbozzi, appunti e diari: Ahimé, povero me (1993); I cento volti della fortuna. Cronache dalla Casa di cura «San Francesco» (1996); La luce che non illumina e altri inediti dal carteggio e dalle liriche (2008). Anche soltanto scorrere queste pagine disperse, ricordi e pensieri estemporanei, composte in clinica, fa impressione perché, pur nella dimensione senile, è facile ritrovare, qua e là, certe scintille espressive di grande suggestione. Basti citare uno degli ultimi abbozzi del 1992, Visita del prefetto, in cui lo scrittore, un po’ allo sbando, eppure ancora capace di brillare, rammenta l’omaggio ricevuto, nel cronicario in cui viveva, dall’autorità pubblica, negli anni in cui Marsilio stava riproponendo i suoi risultati maggiori e quindi l’attenzione mediatica pareva sul punto di riaccendersi: «Mi ha regalato una medaglia semicircolare su cui è raffigurata una donna con in testa una specie di cappello a tuba, che suona la tromba, i piedi sopra un quarto di luna, con quattro nuvole. La medaglia è appesa a una catenella, forse d’argento, con un piccolo cartoncino in cui è scritto ‘Made in China’». Questo era tutto ciò che restava della gloria trascorsa. Una prosa d’ironia corrosiva degna di Franz Kafka. Ecco perché, dopo aver riletto I superflui, bisogna far festa.

·        Dario Fo.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 22 febbraio 2021. È più importante essere cacciati o andarsene di propria volontà? Sabato scorso, in un'intervista rilasciata al Corriere , Jacopo Fo ha ricordato il famoso episodio di censura che coinvolse i suoi genitori Franca Rame e Dario Fo: «Nel 1962, furono cacciati da "Canzonissima", perché denunciavano l'esistenza della mafia in Sicilia. Il ministro Giovanni Malagodi, che era nella vigilanza Rai, li definì due guitti che insultavano l'onore del popolo siciliano sostenendo l'esistenza di un'organizzazione criminale chiamata mafia». A volte la memoria fa brutti scherzi. Fo e Rame decisero di abbandonare la conduzione di «Canzonissima»: tecnicamente non furono allontanati, furono loro a ritirare il copione scritto con Chiosso e Molinari, e Fo mandò un telegramma alla Rai (dg era Ettore Bernabei), mettendosi a disposizione: «Ditemi ciò che devo fare». Per la cronaca, la puntata di «Canzonissima» del 29 novembre andò in onda con le sole canzoni registrate. Così per le puntate successive, salvo la finale del 6 gennaio condotta da Corrado. Lo sketch censurato non riguardava la mafia ma la sicurezza sul lavoro nei cantieri edili. Il trambusto che ne seguì fu tale che il premier Fanfani sostituì il ministro delle Comunicazioni Guido Corbellini con Carlo Russo. Perché queste precisazioni? Molti anni fa, rievocando l'episodio sul Corriere , scrissi anch' io «furono cacciati» e pochi giorni dopo ricevetti una lettera irata che minacciava querela. A scriverla era Franca Rame che ribadiva una cosa per lei fondamentale: non erano stati allontanati, ma avevano lasciato la Rai di loro spontanea volontà («il gran rifiuto», secondo la stampa dell'epoca). Impiegai giorni a spiegare al suo avvocato che sulla Storia della tv italiana avevo correttamente scritto che se n'erano andati e sul Corriere avevo fatto una sorta di sintesi. Con la promessa che non avrei più scritto «furono cacciati», la querela non ebbe seguito.

EMILIA COSTANTINI per il Corriere della Sera il 22 febbraio 2021. «Quella volta mia madre tornò a casa, dopo essere stata stuprata e malmenata, ricoperta di sangue, tagli di lamette, bruciature di sigarette ovunque. Mio padre restò fermo, dritto in piedi, senza dire una parola, apparentemente impassibile: ho sclerato e mi è venuto l'impulso di sferrargli un pugno. Poi ho capito che aveva ragione lui. Il suo atteggiamento era di chi dice: ok, è successo, lo sapevamo che poteva succedere, siamo comunisti, andiamo avanti stringendo i denti e basta».

Jacopo Fo, figlio di Dario Fo e Franca Rame: una storia di famiglia che parte da lontano, fra teatro e impegno civile.

«Dopo aver visto mia madre ridotta in quello stato, non ero più lo stesso. Il mio solo scopo era vendicarmi e ho rischiato di finire in un percorso sbagliato. Mi salvarono la serietà, la fermezza dei miei genitori e negli anni ho avuto solo una consolazione: pensare che quei bastardi vigliacchi vivessero a lungo una vita di m...».

Parafrasando il titolo di un suo libro: cosa vuol dire essere figlio di Fo e Rame?

«Da un lato ho avuto grandi vantaggi, perché erano due persone espansive, che esprimevano sentimenti forti, vivaci, mai formali. Dall'altro lato, mi hanno insegnato che il lavoro deve essere centrale nella vita: se hai da dimostrare qualcosa, lo devi fare attraverso il tuo lavoro e se ti comporti onestamente, qualcosa di buono ti torna indietro. Da parte loro, mai punizioni, ordini, disciplina, mi hanno trasmesso passione e non senso di sacrificio. Non esiste fatica se ami la tua professione: li ho visti recitare con la febbre a 39 anche 12-13 ore di seguito».

Franca era una bellissima donna, lo è stata fino agli ultimi suoi giorni. Dario non proprio un bell'uomo. Com' è nata la scintilla tra loro?

«Non bello, ma simpatico, sapeva far ridere... Erano stati scritturati per una rivista dalle sorelle Nava. Dario era rimasto subito folgorato dall'avvenenza di Franca, però faceva finta di non guardarla e non osava corteggiarla, anche perché lei aveva già uno stuolo di ammiratori anche molto facoltosi, potenti. Lei, con la coda dell'occhio, si era accorta dell'attenzione nascosta da parte di quel buffo collega, di cui però aveva già intravisto la genialità e prese una decisione: una sera, dietro le quinte, durante una pausa dello spettacolo, lo sbatte al muro e lo bacia. Siamo nel 1952 e, per una donna, comportarsi in quel modo, prendere una tale iniziativa era a dir poco azzardato, inaudito».

Franca figlia di attori girovaghi. Dario figlio di un capostazione e anche attore amatoriale. Un percorso segnato il loro?

«Quando Franca era ragazza, quelle che facevano le attrici erano considerate delle puttane, peggio ancora quelle che, come lei, appartenevano a piccole compagnie che andavano in giro per i paesi: li chiamavano zingari. Ma la sua è stata un'esperienza incredibile: la mattina andava a scuola, la sera recitava. Dario, sin da bambino, un folle scatenato, ne combinava di tutti i colori».

Ce lo racconti.

«Aveva 5 anni e, col fratello Fulvio di 3, si improvvisano paracadutisti, buttandosi giù dal balcone di casa aggrappati a un ombrello. Un'altra volta decidono di attraversare il Lago Maggiore, vicino a dove abitavano, a bordo di un catino dei panni di alluminio: ovviamente affondarono e per fortuna li salvò un pescatore. Poi si erano messi in testa di fare gli indiani: legano la sorella Bianca su un cumulo di fascine e danno fuoco... salvata dai vicini. Per non parlare di quando Dario, alla sua cresima, fece arrabbiare il vescovo».

Perché?

«Prima della cerimonia, lo interrogò chiedendogli chi era il papà di Gesù. Dario rispose: San Giuseppe... potete immaginare la reazione del prelato. Tuttavia, mia nonna, che ovviamente riempiva di botte questi figli scapestrati, poi se ne vantava con le amiche, convinta che fossero geniali. Sin da ragazza, prima di diventare madre, era sicura che uno dei suoi futuri pargoli sarebbe diventato famoso».

Aveva previsto il Premio Nobel?

«In un certo senso sì. Glielo aveva predetto un mago, leggendole la mano: per questo ha allevato i figli come predestinati, con un'educazione libertaria. Qualunque pazzia commettessero, per lei era la prova che non erano normali e li ha sempre incoraggiati. Certo, li menava col battipanni, perché faceva parte del contratto, ma mai una vera e propria censura».

Le censure, per la coppia Fo-Rame, vennero in seguito.

«Nel 1962, furono cacciati da Canzonissima, perché denunciavano l'esistenza della mafia in Sicilia. Il ministro Giovanni Malagodi, che era nella vigilanza Rai, li definì due guitti che insultavano l'onore del popolo siciliano sostenendo l'esistenza di un'organizzazione criminale chiamata mafia. Poi subirono molte altre aggressioni: dalla cassetta di escrementi scaraventata sul palcoscenico durante uno spettacolo, al ritrovare l'auto distrutta dai vandali. Nonché gravi minacce che riguardavano anche la mia incolumità. Gli fu recapitata una bara bianca e una lettera dove, con sangue umano, c'era scritto: vostro figlio è condannato a morte. Avevo 7 anni».

Intanto, però, loro avevano creato un modo completamente nuovo di fare teatro.

« Mistero buffo nasce dall'ammirazione che Dario nutriva per le storie degli affabulatori e dalla Commedia dell'arte. Lui ha riscoperto la tradizione del giullare, arricchita dall'esperienza di Franca che, avendo debuttato in fasce, era dotata di un orecchio teatrale pazzesco, capiva quello che funzionava e, se necessario, tagliava i testi di Dario».

Però lei, erede di tale esperienza, ha imboccato strade diverse.

«Sin da piccolo, quando venivano i fotografi, mi nascondevo, non volevo essere fotografato con loro. Poi, a 19 anni, intendevano coinvolgermi in una loro messinscena, rifiutai: mi proponevano il ruolo del figlio. Figuriamoci... lo ero già nella vita, a farlo anche in palcoscenico c'era da andare fuori di testa! Comunque, qualcosa in teatro l'ho fatto anche io».

Le davano consigli?

«Franca mi disse categorica: non fare mai il gigione. Dario, aggiunse: ricordati che in sala c'è gente che è uscita di casa per venire a vederti... Ho sempre cercato di differenziarmi da loro».

 Due figure troppo ingombranti?

«Sotto il profilo artistico sicuramente, ma non solo. Quando erano considerati due sovversivi pericolosi ne ho pagato lo scotto. Però ho avuto anche tante fortune, mi hanno trasmesso valori morali fondamentali».

Per differenziarsi, ha iniziato da vignettista.

 «E cambiai pure nome, mi firmavo con lo pseudonimo Giovanni Karen, per dimostrare di valere qualcosa senza che si sapesse che ero figlio di... Ho perfino fatto performance truccato da clown, in modo che nessuno potesse riconoscermi. Poi ho iniziato a scrivere su Tango, il supplemento satirico dell'Unità, dedicando alcuni articoli al piacere sessuale femminile e fece scalpore: venni pubblicamente processato a un festival dell'Unità e dovetti difendermi davanti a un pubblico di comunisti... erano indignati perché, sul loro giornale, avevo parlato di "passera" e fui cacciato».

Nel 1981, un cambiamento radicale: fonda sulle colline umbre, vicino a Gubbio, la Libera Università di Alcatraz. Un rifugio di creatività e di molto altro: formazione teatrale, ecologismo, yoga, artigianato...

«È nata da una delusione amorosa. Mi ero trasferito in campagna, da quelle parti, con una fanciulla di cui ero follemente innamorato. Lei però fuggì con un altro e io mi ritrovai da solo, sconsolato: ho trascorso otto mesi in una depressione profonda, a piangere notte e giorno, rifugiato in una casa diroccata. I miei genitori, preoccupati, vennero a cercarmi. Pian piano uscii dal tunnel e decisi che, proprio in quei luoghi, dovevo ricominciare da capo una nuova vita. Sono arrivato in questo posto per starci una settimana, ci vivo da 40 anni».

Perché scegliere il nome Alcatraz?

«Deriva dal nostro motto: la vita è una prigione, cerca un carcere da cui si possa fuggire, Alcatraz. All'inizio era una sorta di campeggio, poi una specie di comune con cucina rigorosamente vegetariana, che però è durata poco. Una volta, durante un pranzo tutto a base di verdure, si presenta Dario con una ventina di polli cucinati a dovere e li allinea sul tavolo: ci siamo gettati tutti sui polli...».

La pandemia ad Alcatraz come si vive?

«Da privilegiati. Siamo molto attenti, ma è difficile incontrare qualcuno che ti trasmetta il Covid, ti puoi incrociare giusto con cervi, volpi, istrici, cinghiali, scoiattoli. Comunque, durante la quarantena, abbiamo continuato a lavorare: è diventata un'università virtuale con seminari di teatro, scrittura creativa, public speaking e corsi di Zen occidentale».

Si sente un mistico?

«Rifiuto il misticismo, o roba affine che si definisce tale. Ho riprodotto certi finti miracoli, dimostrando dove sta il trucco e smascherando i truffatori. La mia è controinformazione, per aiutare le persone a capire che non esistono i superpoteri».

Nel 2106, nell'orazione funebre per suo padre, che morì tre anni dopo sua madre, ha detto: sono sicuro che ora sono lì insieme e si fanno delle grandi risate. Crede nell'aldilà?

«Chi ha fede ha le idee chiare, io no. È un mistero e non so spiegarmi come possa essere il dopo... Ma è difficile estirpare la vita, forse qualcosa di vitale poi resta».

·        Dino Campana.

Dagospia l'11 giugno 2021. Per gentile concessione dell'editore Tallone pubblichiamo stralci della prefazione di Davide Rondoni al volume "Canti Orfici" di Dino Campana. (Edizione composta a mano in 170 esemplari numerati in vendita su talloneeditoreshop.com). Il testo contiene tre lettere inedite del poeta indirizzate a Sibilla Aleramo e a Eleonora Tallone. 

DEVO PARTIRE

«Sono disposto a tutto.

Sono sciolto

da ogni impegno.

Un bacio a Sibilla.

Devo partire

per un lungo viaggio» 

NON VIVO SENZA TE

«Perdonami, perdona Sibillina

adorata, io non posso vivere

senza di te. Non voglio che

vederti… Sibilla. La mia

verità è questa: io sono libero

da ogni impegno, con onore» 

Davide Rondoni per “Libero quotidiano” l'11 giugno 2021. Dino Campana è un punto di febbre nella poesia italiana. Quarant' anni fa, un volume splendido come questo, veniva introdotto da Mario Luzi. Ancora folgora quella sua riflessione sul poeta che lo aveva avvinto, al pari di Rebora e di Betocchi, e che vedeva come suo riferimento più che i canonici e pur grandi Montale, Ungaretti, Saba. «E perché mai, Mario, gli chiesi un giorno a via Bellariva a Firenze, guardavi a questo strano poeta?» C'era qualcosa di urgente, mi raccontò, di primario. Qualcosa, ora lo so, di "fedele alla vita". Cosa aveva addosso questo ragazzo nato sui greppi tra Romagna e Toscana, zona bella e impervia, su vie secolari di comunicazioni? Troppo s' è scritto intorno al profilo psichico del poeta, ai suoi guai con la giustizia e la salute. La morte nel 1932 dopo lungo internamento in un manicomio a Castel De' Pulci ha dato pace alla sua anima ma non al suo fantasma, braccato da segugi di varia risma ed eleganza. Ma come vale per ogni vita segnata da sofferenze di questo genere, anche per quella di Dino Campana occorre rispettare cose che rimangono misteriose. E pensare di comprendere un poeta soffermandoci sulla sua biografia è errore tanto banale quanto ripetuto nelle scuole. Nessun poeta autentico scrive per esibizione della propria vicissitudine. Semmai perché quella materia biografica, che al poeta stesso pare misteriosa e "ingestibile" (non occorre avere disturbi psichici evidenti per essere ognuno, a proprio modo, indecifrabile) venga illuminata, elevata ma non in senso moralistico o esemplare, bensì posta al livello in cui la parola possa captarne il segnale e condividerlo, essendo lei, la parola, il nostro radar per conoscere un poco il mondo, gli altri e noi stessi, il mistero che ci agita. Cercò dunque questa captazione anche lui, inseguendo così, forse come tutti noi, una specie di riconoscimento. O quasi a strappare, anche fosse solo così, un brano del silenzio che avvolge e minaccia di insensatezza la nostra sperduta esistenza. Campana ragazzo romagnolo febbrile vive di questa tensione, ravvisabile in certi petti sudati anche ora in discoteca o lungo viali male illuminati sul mare, o in certe ombre sulla fronte nei bar in paesini arrampicati su quei greppi. Come se ci inseguisse qualcosa di primario, sì, ma non da intendersi riduttivamente come selvatico. È urgenza assoluta.(...) IN FUGA Un ragazzo sempre in fuga: da Marradi, dallo studio regolare, dalla università, dai gendarmi, dall' Italia bellica rinnegatrice dell' asse culturale con la Germania, e in fuga dalla norma, dalla solitudine, dalla oscurità... In un secolo, il Novecento, che come mai nella storia ha visto artisti e poeti preoccupati di motivare la esistenza della loro arte (secolo di manifesti, di poetiche) la voce di Campana arriva così attaccata al farsi e disfarsi della esistenza da parere quasi miracolosa. E pericolosa. Tra la realtà e la poesia non c' è di mezzo il tavolo dello scrittore. Questa sorta di "presa diretta" tra voce poetica e disfarsi e gloria dell'esistente fu potente e libera, al pari di poche altre. (...) Di quale sperdimento abitò Campana possiamo avere regesti medici e racconti, ma il nucleo ci è precluso, al pari di quello di Rebora. Di entrambi abbiamo il lampo, il diario poetico. Campana cercò in mezzo a disavventure note agli esperti di cose letterarie (un manoscritto disperso, epistolari, incontri, persino presunte frequentazioni con ambienti segreti) il riconoscimento di un'opera che non è certo quella di un poeta istintivo. Vi sono molte delle sonorità e delle movenze della grande poesia ottocentesca italiana e straniera nello stile di questo giovane inquieto. Ma Campana è la dimostrazione che anche attraverso l'assunzione di uno stile già presente nella letteratura, la forza di una vocazione sa farsi largo e mantenere inalterata la propria verve prodigiosa. Il fuoco brucia i reperti stanchi e riaccende materiali stilistici che il tempo impoverisce. Come se appunto la materia assunta dalla tradizione dovesse in lui avere i limiti mangiati dal fuoco, oltre che raggiungere una temperatura interna quasi insopportabile. (...) 

LUCI E OMBRE Campana appartiene a quella schiera piccola di uomini, anticipatori di una grande massa che siamo noi e i nostri figli, che eredita dall' Ottocento ubriaco della sua modernità la necessità di una lucidità quasi mostruosa, volta a sfregiarne il presunto volto perfetto, a vederne il lato oscuro, negato in nome di convenzioni e borghesia. La piccola schiera a cui appartengono molti grandi scrittori, da Rebora a Pirandello, passando per Rimbaud e Conrad, solo per fare alcuni nomi, a cui aggiungere i nomi dei premonitori Baudelaire Leopardi e Dostoevskij, fissa nel cuore trionfante della cosiddetta modernità il fiore oscuro della letteratura che indaga l'umano - irredimibile dalla società, dal progresso, dal buoncostume. Uomini e opere spesso votati a un sacro fallimento. Orfeo è il cantore che fallisce nella sua impresa, viaggiando nella Notte. Ma con la sua voce lascia un chiarore che interroga, inquieta. . (...) L' ampio spettro della migliore cultura italiana, facendo i conti con i fantasmi di una modernità e di suoi postumi che lasciano l'uomo più solo, segnato da una impostura di libertà, ha amato e reso onore al ragazzo geniale e agitato. Un' altra ragione della lettura continua di Campana sta nella compresenza tra barbarico e alto (...) La cultura italiana autentica è sempre segnata da tale compresenza e contrasto. Campana ne è il ragazzo vivace, lo sfortunato campione. Poeta anch' egli nomade, come lo era stato Rimbaud, come sarà il coevo Ungaretti (anticipatori del nomadismo odierno ma opposti alla sua vacuità) ha versi che nascono dall' andare. Tale poesia -cammino si oppone a qualsiasi tentazione della letteratura d' essere decorazione del mondo. Il poeta inquieto dell'alta Romagna offre la sua strana fiaccola perché chi ne incontra le parole possa vedere il proprio cammino come festa di rivelazioni, divisioni. E riconoscere la vita, anche nei suoi dirupi di ombre, come contemplazione.

·        Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Speciale Dante. Con Piero Dorfles e Franco Cardini su raiscuola.rai.it. Guelfi o ghibellini? Ossia: papa o imperatore? Potere religioso o potere civile? Questo il dilemma in cui si dibatteva il sistema feudale nel basso medioevo e che riguardava tanto i Comuni che i singoli cittadini. Un dilemma che nella Firenze dantesca, tuttavia, dato il sopravvento dell’influenza papale su quella imperiale, era tutto spostato in casa guelfa nella lotta fra bianchi e neri, e cioè fra sostenitori di un’alleanza più libera o più stretta con la chiesa. In quest’ambito si muoveva Dante, che ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana e che papa Bonifacio VIII trasformò infine in un fuorilegge conferendo ai neri il potere assoluto a Firenze. 

Piero Dorfles (giornalista e critico letterario) e Franco Cardini (storico) tracciano un quadro dell’epoca illustrando gli ideali religiosi e politici che emergono dalle opere e dalla vita di Dante. La Firenze a cavallo fra il Duecento e il Trecento era uno dei comuni più importanti e moderni d’Italia, una città di 100 mila abitanti in pieno boom demografico, economico e artistico, che vedeva la gestione del potere in mano non più all’aristocrazia ma alla borghesia. Un comune all’avanguardia in ogni settore, dotato di una costituzione che subordinava la possibilità di far parte della vita politica all’appartenenza a una delle gilde, ossia delle associazioni di arti e mestieri. Per questo Dante s’iscrisse alla corporazione dei medici e degli speziali – pur non appartenendo a nessuna delle due categorie – diventando uno dei guelfi bianchi più importanti e infine uno dei cinque priori che governavano la città. Legato a un ideale francescano di chiesa umile e povera e assertore della necessità di una pacifica convivenza e collaborazione fra il potere imperiale e quello spirituale (posizione che metteva in discussione il potere temporale della chiesa), all’apice della sua carriera politica Dante entrò tuttavia in attrito con la politica vaticana. Dopo l’epurazione dei bianchi operata a Firenze su incarico di Bonifacio VIII da Carlo D’Angiò, il poeta fu esiliato con accuse gravissime e condannato al rogo trascorrendo lontano dalla sua città natale l’ultima parentesi della sua esistenza, alla quale va tuttavia ascritta la creazione del suo capolavoro: la Divina Commedia. La grande riflessione dantesca ci dice che l'intellettuale può essere più importante del politico, anche se spesso ne subisce l'esilio.

Dante e la politica. Riflessioni tra passato e presente. Università degli studi di Torino 8 aprile. Da Giovanni Fighera il 27 Marzo 2021. Oltre che coinvolto nella vita militare, Dante partecipò anche all’attività politica, dopo che, mandato in esilio Giano della Bella, furono ammorbiditi gli Ordinamenti di Giustizia da lui emanati secondo i quali i nobili non potevano partecipare all’amministrazione della città. Anche gli esponenti della piccola nobiltà poterono così accedere alle cariche di Firenze, purché s’iscrivessero ad una corporazione. Dante scelse quella dei medici e degli speziali. Dante fu Priore di giustizia nel bimestre 15 giugno-15 agosto del 1300, l’anno in cui è ambientata la Commedia, l’anno del primo Giubileo indetto dal Papa Bonifacio VIII. Fu proprio sotto il suo priorato di giustizia che vennero mandati in esilio a Sarzana alcuni guelfi bianchi insieme a Guido Cavalcanti, coinvolti in azioni violente ai danni dei guelfi neri. L’amico Guido sarebbe morto nell’agosto del 1300, in seguito alla malaria contratta. Dante non poté collocarlo tra gli epicurei perché il viaggio è ambientato nel marzo o aprile di quell’anno. Pose in quel cerchio il padre Cavalcante de’ Cavalcanti. Secondo quanto scrive il Boccaccio nel Trattatello, Dante fungeva da capo-delegazione nell’ambasceria che avrebbe dovuto trattare con Bonifacio VIII perché desistesse dall’intromissione nella politica interna di Firenze. Mentre Dante era lontano, ancora a Roma secondo la testimonianza di Dino Compagni, avvenne un colpo di Stato ad opera dei guelfi neri, supportati da Carlo di Valois. Molti guelfi bianchi allora al potere, accusati di baratteria e di peculato, furono condannati a pagare una multa e a restituire il maltolto entro tre giorni. In caso contrario, i loro beni sarebbero stati confiscati e distrutti. Se, invece, avessero pagato, sarebbero comunque rimasti per due anni in esilio fuori dalla Toscana, interdetti per sempre da qualsiasi pubblico ufficio. Secondo una provvisione del 9 giugno del 1302 venivano coinvolti nell’esilio anche i figli maschi maggiori di quattordici anni e le mogli degli esiliati. Nonostante la prevista distruzione dei beni, in caso di mancato pagamento, nessuno dei condannati si presentò a pagare. Per Dante iniziò l’esilio che compare numerose volte all’interno della Commedia in forma di profezia rivelatagli dalle anime. Ne parleremo la prossima puntata. Non sappiamo quando e se la moglie riuscì a raggiungere Dante. Secondo la testimonianza di Boccaccio, Gemma non fu costretta a seguire il marito in esilio. I figli rividero, invece, il padre. 

PIETRO SENALDI per Libero Quotidiano il 18 ottobre 2021. «L'uomo non è cattivo; è egoista, ma può essere indotto albe ne se questo lo fa sentire migliore». Per questo Il posto degli uomini, seconda fatica letteraria di Aldo Cazzullo dedicata alla Commedia dantesca, è il Purgatorio, dove le anime dei morti scontano i loro peccati ma le sofferenze sono lenite dalla speranza e dall'attesa del Paradiso, luogo del bene assoluto. 

Uscito da meno di un mese, il libro arriva l'anno dopo A riveder le stelle, 250mila copie vendute, il romanzo nel quale l'inviato del Corriere della Sera racconta l'Inferno e, come prevedibile, è già un successo. «Perché Dante è il padre dell'Italia» spiega Cazzullo, «è l'unico nostro letterato conosciuto in ogni parte del mondo, il creatore della nostra lingua, il primo a definirci il "Bel Paese" e l'inventore di espressioni come "siamo a buon punto", "avere un piede nella fossa", "visione estatica" e di parole meravigliose come "antelucano" o di penitenza come "dieta"». «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello». Nel Purgatorio, VI canto, c'è una condanna inappellabile. Cosa penserebbe oggi Dante dell'Italia?

«Senza dubbio che in oltre settecento anni non è cambiato nulla. L'invettiva di Dante si scagliava contro un Paese diviso, feroce con gli sconfitti, dove solo i mediocri fanno politica, i capi cambiano di continuo senza che nulla cambi e una legge fatta a ottobre viene ritoccata a novembre. E non aveva ancora visto l'uno vale uno, i parlamentari nominati, la parabola di Renzi, i dpcm di Conte». 

Si arrabbierebbe?

«Certo perché era un passionale e un fervido innamorato dell'Italia; anche se era alquanto ironico e aveva una dote che oggi a molti uomini pubblici manca, quella del perdono».

Alla faccia del perdono, infliggeva pene piuttosto pesanti...

«In effetti Dante era molto severo nelle condanne. Quando incontra Filippo Argenti, che lo schiaffeggiò in piazza a Firenze, lo umilia senza pietà: "Con piangere e con tutto, spirito maledetto, ti rimani; ch' i ti conosco ancor sie lordo tutto...". 

Però riconosceva il valore del perdono edel pentimento: il destino di un uomo si gioca nel suo cuore. Dopo la battaglia di Montaperti, una sorta di Caporetto per Firenze, il senese Provenzano Salvani ordina di risparmiare i prigionieri tranne i nati nella città di Dante. E ciononostante lui non lo mette all'Inferno ma in Purgatorio, perché ebbe la forza di chiedere l'elemosina in piazza per riscattare un suo compagno d'armi, salvando così la sua anima».

L'Italia di Dante era spietata...

«Italiani brava gente è uno slogan che non ha riscontro nella realtà. Noi pensiamo di essere uomini di cuore, un po' melodrammatici, come nella sceneggiata napoletana, ma invece siamo un popolo tragico e feroce: non abbiamo un rapporto maturo con il potere, perché non crediamo nella politica e nello Stato. Il Palazzo di Giustizia diventa il Palazzaccio, il poliziotto lo sbirro...».

 Perché, il nostro Stato è credibile?

«Pare che si industri a confermare i pregiudizi che gli italiani nutrono nei suoi confronti. Pensa a Craxi: quando Scalfari lo paragonò a Ghino di Tacco, il bandito che chiedeva il pizzo a chiunque passasse da Radicofani, sulla Cassia, la via diretta per la Capitale prima che Fanfani facesse deviare l'autostrada del Sole costringendola a passare per Arezzo, il leader socialista anziché indignarsi iniziò a firmare i propri editoriali sull'Avanti con il nome del fuorilegge toscano». 

Ghino di Tacco è in Purgatorio, Craxi gli italiani l'hanno spedito all'inferno...

«È il destino di molti nostri leader: Mussolini appeso a testa in giù, Moro nel bagagliaio della Renault, Andreotti a processo per mafia, Mattei fatto esplodere in volo. Noi i leader li sappiamo blandire o abbattere, mai sostenere o criticare».

È quel che cercano, i signorsì...

«È il loro punto debole, ma noi li abbiamo abituati male: gli italiani al comando non vogliono una guida, un Virgilio, ma un padrone; da qui la girandola di innamoramenti e disillusioni». 

Che cosa cerca Dante invece?

«Lo dice: "Libertà va cercando ch' è sì cara. Per lui la libertà è il più grande dono che Dio ha fatto agli uomini. Però aveva una concezione diversa della libertà rispetto alla nostra: per lui libertà è far quel che si deve non quel che si vuole». 

Ma così non vale...

«In questo risiede la profonda, la più grande se non l'unica, differenza tra la società di Dante e la nostra: a quei tempi avevamo la certezza dell'aldilà, la paura della pena eterna, la speranza della salvezza. Questo possiamo invidiare al poeta e anche agli antenati: i miei nonni erano certi dell'esistenza di Inferno, Purgatorio e Paradiso come del fatto che il sole sorge e tramonta». 

Qual è il peccato che Dante non sopporta?

«Sprecare la propria vita. Dante non tollera gli ignavi, relegati all'Inferno, e gli accidiosi, in Purgatorio, quelli che stanno nella zona grigia senza schierarsi: sono condannati a correre a perdifiato urlandosi l'uno con l'altro di non perdere tempo». 

Quanto accaduto a Morisi, lo spin doctor di Salvini nei guai per un festino omo di droga e sesso è un contrappasso dantesco?

«Il male che hai fatto ricade su di te; questo è il contrappasso. Ma la punizione è diritto di Dio e non degli uomini per Dante, capace di pietà grande verso le anime punite: davanti a Paolo e Francesca sviene». 

"La gloria di colui che tutto move...". Dante amerebbe Draghi?

«Ma quel versetto apre il Paradiso, il libro tratta del Purgatorio». 

Solo i santi non passano per il Purgatorio: Dante metterebbe Draghi subito in Paradiso?

«Draghi ha già troppi laudatori e anche soltanto per questo Dante non s' accoderebbe agli elogi. Nel momento in cui accetti di far politica, metti in conto qualche secolo di Purgatorio. Dante manda in Purgatorio tutti i principi e i re d'Europa». 

 Anche Draghi, che ora ha il massimo consenso, è destinato a stancare in fretta?

«Ma lui non sta cercando di affermare la propria personalità». Dante ce l'aveva coi tedeschi... «"Oh Alberto tedesco ch' abbandoni costei... giusto giudicio da le stelle caggia sovra 'l tuo sangue...". L'invettiva contro l'imperatore che lasciava al suo destino l'Italia in preda a lotte intestine anziché "Inforcar li suoi arcioni" e occuparsene. Non ce l'aveva con i tedeschi, era per l'impero, una sorta di unità europea, ma era pure un geloso difensore delle libertà comunali e aveva una chiara idea dei valori italiani». 

Una sorta di leghista ante-litteram o di patriota meloniano?

«Le categorie politiche di allora sono troppo diverse da quelle di oggi. Se dovessi avvicinare la visione dantesca a quella di un politico moderno, evocherei Ciampi, che diceva di sentirsi livornese, toscano, italiano ed europeo».

Ma è un'utopia: perché non anche appartenente all'universo?

«Fino a un certo punto: Dante ha saputo rendere universali Firenze e l'Italia, per questo è ancora attuale e alcuni suoi personaggi sono ancora tremendamente vivi: pensa a Pia de' Tolomei, che resta in scena sei versi ma ha costretto perfino Marguerite Yourcenar a scrivere di lei». 

Dante era consapevole della propria grandezza letteraria?

«Si colloca tra i superbi, costretti a procedere sotto il peso di enormi macigni che li schiacciano. 

Aveva il desiderio di onori e gloria, che sentiva di meritare, e al contempo la consapevolezza della loro vacuità». In cosa lo abbiamo tradito?

«Non abbiamo fatto tesoro del suo insegnamento e siamo rimasti opportunisti, cattivi e divisi, scostanti ma costanti nella voglia di non cambiare. Sono difetti della natura umana, ma in Italia il bello è più bello e il brutto è più brutto». 

Se siamo rimasti così dopo settecento anni significa che è una questione di dna non di storia...

«Forse perché siamo un Paese misterioso e lungo». 

Come sono gli italiani oggi?

«Come Dante sulla montagna del Purgatorio: puri e disposti a salire alle stelle. La pandemia, con i suoi gravi errori, è stata la prova della vita e l'abbiamo superata». Cosa può fermarci? «Il narcisismo e un po' di sfiducia. I nostri padri, che hanno ricostruito l'Italia, credevano di più nel lavoro. Per Dante il narcisismo è l'amore inutile. Noi guardiamo solo il nostro ombelico: postiamo sui social quel che mangiamo e, quando constatiamo che agli altri non interessa nulla, ci sentiamo umiliati e insultiamo tutti, trasformando il nostro malessere in odio da social».

Modello no vax?

«Non vanno sopravvalutati, sono una minoranza. Dei no vax non mi piace l'aspetto individualista, non concepiscono che si possa fare qualcosa anche nell'interesse degli altri, non solo proprio e dei famigliari».

La divina arguzia. Il mito di Dante è stato costruito grazie agli aneddoti. Dario Ronzoni su L'Inkiesta il 27 Settembre 2021. Il poeta fiorentino ha cominciato subito, grazie alla sua celebrità, a diventare il protagonista di storielle, facezie e leggende. Un libro le raccoglie e dimostra come proprio da lì sia cominciata la sua monumentalizzazione. Non è vera gloria se non si finisce in mezzo ai pettegolezzi. Nel caso di Dante Alighieri, diventato famoso già in vita grazie alla “Commedia“, le dicerie si trasformano subito in aneddoti. Alcuni veri, alcuni falsi, alcuni a metà. Tutti però hanno contribuito a creare il suo mito, che si è propagato nei secoli fino a oggi. Luca Carlo Rossi li ha raccolti in “L’uovo di Dante” (Carocci, 2021), un’approfondita indagine su facezie, storielle, episodi di varia natura in cui appare la figura del poeta, più o meno distante dalla realtà storica. Si scopre allora che Dante non sapeva comportarsi negli ambienti di corte (almeno secondo Petrarca). Era altero, superbo e amava stare in disparte a riflettere. Aveva però una memoria prodigiosa, tanto da ricordarsi la domanda banale di un passante («Qual è il miglior boccone?», «L’uovo», risponde) anche quando viene continuata a distanza di anni («Con che?», «Col sale»). Era in grado di concentrarsi in modo profondissimo, tanto da non accorgersi per ore di una festa con dame e cavalieri lì accanto. Alle provocazioni, rispondeva sempre a tono. Non solo: era anche un mago, un necromante. Aveva un contatto diretto con il mondo dei morti, anzi: ci andava e veniva, almeno secondo l’opinione di alcune popolane veronesi. Soprattutto, aveva la barba. Quest’ultimo dettaglio è singolare: l’iconografia dantesca, che nei secoli è rimasta pressoché inalterata («a partire dalla più antica attestazione riconosciuta nell’affresco giottesco del Palazzo del Bargello di Firenze. Si sono anche realizzate simulazioni fisionomiche a partire dal teschio presente nella tomba di Ravenna») ha perlopiù rimosso questo particolare, che pure è presente nella descrizione fatta dal Boccaccio nel suo “Trattatello” e, cosa ancora più significativa, nelle indicazioni che lo stesso Dante dà nella “Divina Commedia”, quando incontra Beatrice alla fine del Purgatorio. Quello che ne scaturisce, in ogni caso, è un personaggio che, in nome della sua autorevolezza, viene manipolato di episodio in episodio per finalità differenti. A volte gli aneddoti sono riflessi e fioriture della sua opera, come la storia del suo svenimento di fronte a Beatrice o il colloquio con il falsario Capocchio, che aveva dipinto un ritratto della Passione sulle unghie per cancellarla all’arrivo di Dante (entrambi gli episodi sono raccolti da Benevenuto da Imola). A volte servono ad approfondire alcuni aspetti della personalità, come la leggenda del Dante mago, capace di entrare in contatto con gli spiriti e praticare stregonerie. In realtà si tratta di un aspetto documentato e, nonostante sia lontano dalla sensibilità attuale, ben presente nella formazione culturale del tempo. Se è vero che Dante era stato contattato per effettuare una sorta di rito voodoo, restava il fatto che la necromanzia fosse al limite dell’eresia e praticarla poteva rivelarsi pericoloso. Non è mancato, tra gli studiosi, chi abbia ipotizzato che la scomparsa degli autografi danteschi fosse da attribuire al timore di possedere le carte di uno stregone. A volte ancora servono a farlo scendere dal piedistallo, ad esempio – come fa Boccaccio – ricordando la passione, molto carnale, che Dante aveva per le donne. Benvenuto da Imola, addirittura, insinua che negli anni bolognesi (come del resto facevano i suoi studenti) il poeta avesse frequentato prostitute. Per lui era una pulsione irresistibile, soprattutto «per la voluttuosa terra fiorentina, talvolta ingannando donne». Questo tratto, se oggi stride con l’immagine monumentalizzata del poeta, era sopravvissuto per qualche secolo nella tradizione, tanto che in una raccolta del XVI secolo ricompare. Stavolta è ambientato a Ravenna, cioè nei suoi ultimi anni di vita, dove Dante continua a frequentare prostitute. Nella storiella, che si risolve in un bon mot, una di queste racconta come era andato l’incontro: «Signor mio, secondo me è un uomo scarso e fiacco: anche se dotato di una buona bestia, non ha cavalcato più di un miglio». Gli aneddoti danteschi sono tutto questo. Ognuno di loro impasta stereotipi a qualche lontana verità, spesso più che altro desunta dall’opera poetica. Il personaggio, ridotto a poco più di una maschera, si muove a suon di battute e facezie, obbedendo al dispositivo narrativo e staccandosi da qualsiasi contesto storico reale. Cercare allora il vero Dante (qualora qualcuno volesse farlo, qualora esistesse davvero) lungo la scia di questi echi che si sono avvicendati nel corso dei secoli sarebbe un’impresa vana. Il bello è trovarne, invece, tantissimi. Ognuno diverso, ognuno che risponde a esigenze nuove e distanti, ognuno da indagare. In un panorama più ricco dell’oleografia retorica dei centenari e delle celebrazioni.

La vera storia delle donne della Divina Commedia. Il Post il 23 settembre 2021. Perlopiù se ne sa quello che Dante scelse di raccontarne, ma una ricercatrice italiana sta separando i fatti dalla narrazione. Molti dei personaggi che compaiono nella Divina Commedia – persone reali che Dante aveva incontrato durante la sua vita o di cui aveva sentito parlare – vengono ricordati esclusivamente per ciò che il poeta fiorentino scelse di raccontarne: la loro storia, però, supera la Commedia, spesso se ne discosta, ha un valore dal punto di vista storico che va oltre la ricezione letteraria, e in molti casi merita pertanto di essere conosciuta e contestualizzata. Separare il personaggio della narrazione dalla realtà storica e raccontare autonomamente alcune delle figure citate da Dante è l’obiettivo di un progetto avviato in collaborazione con Wiki Education da Laura Ingallinella, dantista ed esperta di questioni di genere nella letteratura medievale, con le sue studentesse del Wellesley College, vicino a Boston. Grazie al loro lavoro – che è ancora in corso – nella versione inglese di Wikipedia le voci di alcuni personaggi danteschi sono state riviste e aggiornate. «La nostra ricerca», spiega Ingallinella al Post, «oltre ad avere un valore storico in sé si è trasformata anche in un’opportunità per confermare o smentire le opinioni personali di Dante». Per Ingallinella è stato particolarmente importante iniziare questo progetto dai personaggi femminili della Commedia, «e da quelli che, in senso più ampio, appartengono alla comunità LGBT+: abbiamo innanzitutto assunto una prospettiva di genere». Tra i 600 personaggi che compaiono nella Divina Commedia, le donne sono quelle di cui nella documentazione storica si trovano meno tracce: ci sono testamenti, atti di vendita in cui queste donne compaiono, e che di solito raccontano, però, solo un evento della loro vita. «La Divina Commedia è spesso l’unica fonte accessibile di informazioni su alcune figure, dove cioè queste donne vengono nominate come soggetti. Allo stesso tempo, il modo in cui Dante rappresenta le loro storie non è naturalmente esente da interpretazione, e diverse studiose hanno già dimostrato come lui amasse trasformare le donne in metafore». Sono figure femminili, però, che erano al centro di una rete di contatti politici, regionali o ecclesiastici che rendono storicamente rilevante capire, al di là della Commedia, quale sia stata la loro rilevanza. Ingallinella fa qualche esempio. Il migliore, dal punto di vista dei risultati raggiunti, è secondo lei quello di Gualdrada Berti, citata nel XVI canto dell’Inferno: «La voce di Wikipedia dava come storicamente avvenuta una storia che in realtà è un mito fiorentino riportato dal Boccaccio. La storia di lei che rifiutava un bacio dell’imperatore veniva presentata come un fatto biografico. È una storia bellissima, ma è una storia». Gualdrada aveva già una sua voce su Wikipedia, spiega Ingallinella: «Abbiamo quindi fatto un lavoro metodologico, separando il dato puramente storico – cioè quello che sappiamo di lei e quanto fosse stata importante nella vita fiorentina del Duecento – dalla sua ricezione letteraria», cioè da come Dante la raccontò nella Commedia e insieme a lui Boccaccio e altri autori del medioevo fiorentino. La figura che emerge da Dante e da questi autori infatti è influenzata dal loro stesso desiderio «di creare miti di donne virtuose fiorentine. Gualdrada come simbolo di virtù è insomma una creazione a posteriori, una storia propagandistica per celebrare la città di Firenze». Ci sono poi voci, spiega ancora Ingallinella, «per cui è stato necessario lavorare da zero», come quello di Alagia Fieschi, nipote di un papa, nominata nel XIX canto del Purgatorio come l’unica virtuosa della famiglia, capace di pregare per la salvezza della persona che la nomina. «Su questo personaggio erano scarse, anche in italiano, le notizie sul suo valore storico e sul significato che la sua esperienza ha avuto per Dante, tanto che la fece rientrare nella Commedia. In questo caso, il nostro lavoro è stato quello di recuperare ricerche già fatte, in una sorta di archeologia delle fonti: abbiamo così capovolto la prospettiva. Alagia è diventata il soggetto principale della sua storia con uno specifico paragrafo su Wikipedia, accanto a quello che racconta la sua presenza nell’opera dantesca». Sapia Salvani incontra Dante e Virgilio nel XIII canto del Purgatorio: Sapia era zia di Provenzano Salvani, a capo della fazione ghibellina di Siena. Nella Commedia si racconta che durante la battaglia di Colle, tra Siena e la guelfa Firenze (nella quale morì il nipote Provenzano Salvani), Sapia pregò Dio di far sconfiggere la sua stessa città, cosa che poi avvenne e di cui lei si rallegrò. La rappresentazione di Sapia nella Divina Commedia è ricca di implicazioni politiche, molte delle quali si riducono al fatto che Dante incolpava della violenza del suo tempo coloro che si rivoltavano contro la loro stessa comunità. Ma la vera Sapia, spiega Ingallinella, «era ben più interessante di quanto Dante volesse far credere. Fonti documentarie rivelano che era una filantropa: con il marito fondò l’ospizio di S. Maria per i Pellegrini, lungo la Via Francigena, via di pellegrinaggio verso Roma, e cinque anni dopo aver assistito alla caduta di Siena donò tutti i suoi beni all’ospizio». C’è poi Beatrice d’Este, una nobildonna che Dante critica per essersi risposata dopo la morte del suo primo marito e che compare indirettamente nel Purgatorio nelle parole del marito insoddisfatto, Nino Visconti: «Per raccontare la storia di Beatrice, la mia studentessa ha recuperato un articolo della studiosa Deborah W. Parker, che ha contestualizzato il trattamento che le riserva Dante. Parker spiega come Beatrice D’Este sia stata probabilmente costretta al suo secondo matrimonio e come sulla sua tomba fece scolpire gli stemmi di famiglia di entrambi i suoi due mariti, una coraggiosa di dichiarazione di lealtà e, forse, di indipendenza». Nel lavoro di Ingallinella e delle sue studentesse sono stati considerati anche alcuni personaggi LGBT+ della Commedia, come Guido Guerra, e collocati da Dante all’Inferno tra i sodomiti: «Se per le donne non disponiamo di molte fonti storiche, in questi altri casi la situazione è stata molto diversa. Si trattava di personaggi di spicco della storia militare fiorentina e le voci su di loro sono dunque più estese». Il lavoro è stato però lo stesso: separare il dato storico, come gli eventi politici a cui avevano preso parte o le battaglie, dal trattamento dantesco. Il progetto di Ingallinella non è ancora concluso. Spiega che c’è ancora molto lavoro da fare e che il prossimo passo sarà quello di far scegliere i personaggi alle sue studentesse, in base ai loro interessi di ricerca: «Verosimilmente» anticipa «continueremo col migliorare le voci sui personaggi non cristiani della Commedia». Il risultato quasi paradossale del suo lavoro è che ora, e in molti casi, la voce in lingua inglese è più corretta e aggiornata rispetto a quella in italiano: «L’invito, dato che Wikipedia è uno spazio aperto, è che queste voci riviste e migliorate vengano tradotte e messe a disposizione dei lettori italiani». Citando la teorica femminista Sara Ahmed, Ingallinella dice che «un mattone alla volta – una pagina, una revisione o un nuovo riferimento alla volta – i wikipediani possono ampliare la nostra comprensione del passato, collocando le storie delle donne in un mondo che per lungo tempo le ha relegate ai margini».

L’allarme del poeta. La lezione di Dante: un’economia al servizio delle comunità. Giuseppe De Lucia Lumeno su Il Riformista il 5 Ottobre 2021. Perché non possiamo fare a meno di Dante? È una domanda che ci si pone, forse inaspettatamente, anche tra chi si occupa per professione di soldi, tassi, interessi, prestiti, ricavi ecc. Le banche popolari che da sempre investono risorse ed energie nella salvaguardia e nella valorizzazione dell’enorme patrimonio di cultura, civiltà e bellezza del nostro Paese a partire dai territori nei quali operano e in collaborazione con le rispettive comunità locali, non hanno mancato l’appuntamento del 700° anniversario della morte di Dante organizzando diverse iniziative ed eventi che si sono tenuti e si terranno nei prossimi mesi. Un esempio che vuole ricordarli tutti è quello della Banca Popolare di Sondrio che ha deciso di ricordare il 150° anniversario della propria fondazione con un importante evento dal titolo “DantedìValtellina – Nel 700° anno dalla morte di Dante” straordinariamente riuscito per qualità degli interventi di esperti, docenti e attori e per numero dei partecipanti. L’iniziativa, che si è tenuta la scorsa settimana, ha coinvolto, nella prima parte, gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori sull’attualità del messaggio della Divina Commedia e sull’importanza della cultura nella vita delle persone. La seconda parte, incentrata sull’ultimo canto del Paradiso, è stata pensata per l’intera cittadinanza ed ha esaminato la figura di Dante e la sua opera da un punto di vista letterario, linguistico, filosofico, storico e, più generalmente, artistico. Quello della Popolare di Sondrio non è stato un evento isolato nel mondo bancario. L’Anno di Dante ha, infatti, visto anche l’autorevole intervento del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco che, lo scorso 11 settembre al Festival Dante 2021 di Ravenna, ha tenuto un dotto e appassionato intervento dal titolo “Note sull’economia di Dante e su vicende dei nostri tempi”. Allo stesso incontro di Ravenna è intervenuto anche il Presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, con un esplicito monito al mondo dell’economia perché tutti seguano l’ideale etico del «Catone dantesco per la rigida rettitudine per l’adempimento dei doveri per stare lontani … dall’ignavia, dagli avari e dai prodighi, dagli scialacquatori e dagli usurai, dai barattieri, dagli ipocriti, dai ladri, dai seminatori di discordia, dai traditori della Patria e dei benefattori». Cosa lega, dunque, l’attività e la cultura bancaria a Dante Alighieri? Il giudizio del più illustre cittadino di Firenze sui “mercanti-banchieri” è certamente duro e risente del rapporto che egli ebbe con il potere politico, economico e finanziario del suo tempo che non fu certo semplice e lineare e che lo portò all’esilio «…sì come sa di sale/lo pane altrui, e com’è duro calle/lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale…». Ciò che più è attuale e utile del messaggio di Dante e del suo rapporto con l’economia, per una lettura critica dei nostri tempi, è la sua forte e, per certi versi drammatica, preoccupazione, per il disfacimento morale, politico e sociale del suo tempo originato dalla cupidigia delle persone, causa, questa, di avarizia, avidità, corruzione, ruberie, falsificazioni, usura. Il disfacimento di cui Dante è testimone, prima ancora che severo censore, accompagna, negli anni in cui egli è vissuto, una crescita economica e dei commerci straordinaria con l’esplosione delle interazioni tra attività commerciali e dei meccanismi di mediazione finanziaria e una crescita del commercio internazionale senza precedenti. Il Duecento, considerato da molti economisti il secolo della nascita della globalizzazione, vede avverarsi una vera e propria rivoluzione della finanza occidentale con la nascita e lo sviluppo delle corporazioni delle arti e dei mestieri, nonché l’introduzione di nuove e sempre più innovative tecnologie. Uno sviluppo e una crescita così vorticosi che generano arricchimenti tanto rapidi e facili da preoccupare Dante: «La gente nuova e i sùbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata, /Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni…». E ancora, paragonando la Firenze del passato a quella a lui contemporanea: «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. / Non avea catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona. / Non faceva, nascendo, ancor paura / la figlia al padre, ché ‘l tempo e la dote / non fuggien quinci e quindi la misura». Insomma la finanza, fine a sé stessa, l’arricchimento per l’arricchimento, ieri come oggi, non possono che creare situazioni di degenerazione morale prima ancora che politica ed economica. Al Duecento seguirà il Trecento, secolo di crisi profondissime, di pandemie (sic!), fallimenti fino alla bancarotta del Comune di Firenze del 1345. Ogni paragone con il presente non è casuale. Agli anni ‘80-‘90 del secolo scorso, gli anni della grande espansione della globalizzazione economica e finanziaria e della crescita smisurata del benessere, sono seguiti, dal 2007 ad oggi, gli anni della più grande crisi economico-finanziaria del mondo occidentale e della prima grande pandemia globale. Le parole del Governatore Visco sono a tal proposto illuminanti: «La forza innovativa dell’analisi di Dante sta nel rilevare la natura globale dell’instabilità e la necessità quindi di un mutamento istituzionale adatto a farvi fronte». Esiste allora un insegnamento per chi “fa banca” che si può trarre da Dante e dalla sua opera? Al di là dell’alto profilo culturale e letterario del più grande poeta italiano come può una banca di territorio produrre, attraverso Dante, cultura e metterla a servizio della propria collettività? Come può mostrarsi nella condizione opposta a quella di chi trae la sua ragione di vita da un uso del denaro fine a sé stesso? Forse, per una banca popolare, come quella di Sondrio o come le tante che operano ogni giorno con dedizione e in un rapporto di profonda connessione e di cooperazione con le proprie comunità, la risposta a queste domande è più semplice di quello che può sembrare. Una finanza al servizio dell’economia reale, come è sempre nella storia, non soltanto continua a essere utile e necessaria per la realizzazione del bene comune, ma resta, ancora oggi, un valido antidoto ai facili e rapidi arricchimenti che, ostacolando una effettiva circolazione e distribuzione della ricchezza, rappresentano un rischio per i redditi, l’occupazione e la stabilità dell’intero sistema economico. La separazione tra sviluppo della finanza ed economia reale, oltre al disfacimento morale, politico e sociale, è causa di squilibrio di quell’”ordine naturale” tanto caro a Dante e così necessario per lo sviluppo e il benessere delle nostre comunità, della società contemporanea. Il sostegno alla crescita e alla salvaguardia dell’immenso patrimonio culturale del nostro Paese, unico al mondo per quantità, qualità e concentrazione, proseguirà, per le banche popolari, su altri versanti anche quando l’anno dedicato a Dante sarà concluso confermando così una tradizione consolidata e testimoniata, ad esempio nel 2020, dai circa 23 milioni di euro destinati da queste banche all’ambito artistico e culturale e per le manifestazioni locali (il 23 per cento del totale degli interventi a beneficio delle comunità e dei territori). Non in pane solo vivet homo è la risposta di Gesù all’invito del diavolo di trasformare in pane le pietre del deserto, per saziare la fame dopo 40 giorni e 40 notti di digiuno. Come ci ricorda l’evangelista Matteo l’uomo non vive di solo nutrimento materiale: ha bisogno anche di quello spirituale. Giuseppe De Lucia Lumeno

Quell’ingiustizia subita che mosse persino Dante alla pietà per i dannati. Parola di Marta Cartabia. A 700 anni dalla morte del poeta, la Guardasigilli rilegge la Divina Commedia. «Come spesso accade è un’esperienza dolorosa che ci fa riflettere sulla pena». Francesca Spasiano su Il Dubbio il 20 settembre 2021. «La giustizia che emerge dall’opera di Dante può essere severa e lo è in molte delle pene che sono inflitte ai dannati dell’Inferno, quasi crudele. Ma non è mai frutto di una fredda, aritmetica, rigida applicazione di regole predeterminate. Le eccezioni e gli incontri imprevedibili lungo il cammino dicono di una giustizia che non coincide con un giudizio irremovibile». Se ognuno avesse la lente di Marta Cartabia per rileggere la tradizione, allora ci apparirebbe meno sbiadito quel sentimento di «pietade» che fa della Divina Commedia l’opera più spietata, e al contempo umana, della nostra letteratura. Nell’anno dell’anniversario, dopo settecento lunghissimi anni dalla sua morte, del “Cantore di rettitudine” si è detto quasi ogni cosa. M a forse vale ancora la pena rimestare in quei versi di straordinaria crudezza per ricordarci che persino Dante, principe della morale, aveva pietà dei dannati. «Tanti autori – spiega Cartabia – hanno sottolineato che la Divina Commedia è in fondo una grande costruzione normativa. Ma c’è un’osservazione di Justin Steinberg che vorrei qui riportare: egli sottolinea che uno degli scopi di questa grandiosa composizione è la possibilità di esplorare i casi limite, le eccezioni alle ferree regole da lui immaginate». Ed ecco la prova: “I pagani sono salvati – scrive Steinberg – i dannati compatiti, i giuramenti infranti, le condanne ridefinite”. «Come spesso accade nella vita di ciascuno, è soprattutto attraverso l’esperienza della ingiustizia, o di quella che è percepita come tale, che ogni persona si accosta al grande universo della giustizia e al grande bisogno di risposte di giustizia». È ancora Cartabia a parlare, a rammentarci – ripercorrendo la vita di Dante – come «la giustizia lo abbia lambito attraverso un’esperienza dolorosissima»: la condanna all’esilio. «Dante stesso contempla l’ipotesi che la sua condanna sia rivista – ricorda la guardasigilli – . La revisione non arriverà, ma nella Commedia la giustizia è mossa e muove. Quante suggestioni per noi, nel nostro tempo, in una giustizia capace di muovere. La giustizia in Dante non è mai fissità perché la sua origine, il suo termine ultimo è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”». Un motivo biografico vincola il poeta al bivio eterno tra colpa e innocenza, tra condanna ed espiazione. Così come il gusto per i classici sembra indurre la ministra della Giustizia a inquadrare il suo mandato nella cornice del dubbio. La prima volta che la suggestione di Dante si affaccia nelle sue parole è il 9 dicembre 2020,quando la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa le conferisce il dottorato honoris causa in Legge. Per l’occasione, Cartabia tiene una lectio magistralis dal titolo “Per l’alto mare aperto. L’Università al tempo della grande incertezza”. «Ma misi me per l’alto mare aperto»: siamo nel XXVI Canto dell’Inferno, in compagnia di Ulisse. La futura ministra si serve di quell’immagine per ricordare agli studenti in balia della pandemia che «ci stiamo dirigendo verso una terra incognita, un mondo ancora sconosciuto, sì, ma da esplorare». La seconda volta che le sentiamo nominare Dante è in occasione delle celebrazioni per il settimo centenario dalla morte che si sono tenute l’8 settembre al palazzetto degli Anguillara “Casa di Dante”. Questa volta Cartabia legge con gli occhiali da guardasigilli per ricordare il «nesso ricorrente nell’opera di Dante tra Giustizia, Sapienza e Amore, per altro ritratte insieme all’ingresso della “città dolente”».

LA GIUSTIZIA “SOFFERTA” DA DANTE

La città dolente di Dante Alighieri è Firenze. Ma non è lì che muore da esule nel 1321. La malaria se lo porta via a Ravenna il 14 settembre di quell’anno, all’età di 56 anni. Quando inizia la sua Comedia, lo sappiamo, è nel mezzo del cammino della sua vita. Gli attribuiamo 35 anni, ché la prospettiva di vita secondo la Bibbia è di 70.Perseguitato, costretto all’esilio, il poeta realizza l’omaggio a Beatrice, la promessa annunciata negli ultimi versi della Vita Nuova: «Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna».Il poeta della generazione dei poeti d’amore, il maestro delle rime volgari, vuole dire di Beatrice ciò che non fu mai detto di alcuna. Ma all’origine della Divina Commedia c’è anche un altro fattore: il trauma politico, la condanna a processo. L’ingiustizia, diremmo, e il desiderio di dimostrare la propria innocenza. Nella Firenze del 1300, sconquassata dalla rivalità tra la famiglia dei Cerchi e dei Donati, si stabilisce la potenza dei secondi, i Guelfi neri. Comincia una politica di sistematica persecuzione degli esponenti di parte bianca, ostili al Papa, che si risolve nella loro uccisione o nell’espulsione da Firenze. Dante allora si trova a Roma – trattenuto, si dice, da papa Bonifacio VIII – e da lì non farà più ritorno nella sua terra natìa: la storia lo colloca dalla parte dei Cerchi.Lo insegue, errante, l’accusa di «baratteria», usura, concussione, malversazione. Il Dante politico è travolto dalla gogna. Ché fondata o del tutto arbitraria che fosse l’accusa, si trattò certamente di un processo politico: «Se in contumacia vengono rivolte a Dante accuse di malversazione, è perché si pensa che ce ne sia materia, perché si ritiene di poterle vendere come plausibili all’opinione pubblica fiorentina», spiega lo storico Alessandro Barbero. E così, al cospetto del giudizio divino, Dante non risparmia nemmeno se stesso e sceglie di condannare i barattieri nella bolgia infernale del Ventunesimo Canto, lì dove eternamente ribolle un magma di pece nera. Ma ecco il punto: tanto è severa la sua sentenza, quanto è umana la sua comprensione per i dannati.

«SÌ CHE DI PIETADE/ IO VENNI MEN COSÌ COM’IO MORISSE…»

Il poeta aveva profuso tutto il suo genio per classificare il peccato. L’estasi non si può spiegare a parole, ci dice alla fine del Paradiso. Mentre il dolore si può provare anche attraverso la pelle degli altri. Di quei condannati che Dante non esita neanche un istante a consegnare all’eterno, all’infinita espiazione della pena. D’altronde non si può separare, neanche forzando la mano, il poeta dal tempo che visse. Dante è figlio del Medioevo. È disgustato dall’amministrazione terrena della giustizia. Non applica sconti, lo abbiamo detto, quando infligge la pena. Simbolo della sua imparzialità è il destino riservato a Guido Cavalcanti, dei suoi amici il più caro. Per non parlare del venerato maestro, Brunetto Latini, collocato all’Inferno tra i «sodomiti». Eppure a tutti i dannati Dante riserva rispetto. Ha riguardo per gli oppositori politici, gli epicurei, e tutti coloro che la sua morale non può tollerare: lo studio matto e disperato, direbbe Leopardi, lo aveva nutrito di filosofia naturale. Se Brunetto Latini gli aveva insegnato l’arte di fare politica, di farsi largo tra i decisori e i nobili di spirito e portafoglio, all’indomani della morte di Beatrice Dante trova ristoro nei «filosofanti». Tra tutti Aristotele, Tommaso D’Aquino, Boezio. Coloro che, in un estremo sforzo di sintesi, correlano lo studio della natura al modo di stare al mondo: la morale, appunto.Ma anche quando veste i panni di giudice rigoroso, Dante è sopraffatto dalla compassione. Di fronte al contrappasso che eternamente separa Paolo e Francesca, il suo corpo non regge: «Mentre che l’uno spirto questo disse/ l’altro piangea; sì che di pietade/ io venni men così com’io morisse/ E caddi come corpo morto cade». Siamo nel Canto V, secondo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i lussuriosi. Più avanti, nel Ventesimo Canto, Dante incontra i maghi e gli indovini. Ognuno di loro ha il collo e il viso girati dalla parte dei “reni”, condannati a guardare all’indietro così come in vita «vollero veder troppo avante». Una tale visione del corpo umano, sfregiato e deturpato, lo turba profondamente: non riesce a tenere «gli occhi asciutti», confessa al lettore, si abbandona a un pianto di compassione. Così Virgilio – sua guida, faro della ragione – lo riprende severamente e gli dà dello sciocco: «Chi è più scellerato che colui che al giudicio divin passion comporta?».Si tratta della stessa “passione” che ritroviamo nel Canto XXVI dell’Inferno, il Canto di Ulisse.« Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio/ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi/ e più lo ‘ngegno affreno ch’i non soglio/ perché non corra che virtù non guidi/ sì che, se stella bona o miglior cosa/ m’ha dato ‘l ben, ch’io stessi non m’invidi ».Fin dall’inizio del passo, leggiamo nelle parole di Dante una straordinaria partecipazione al dolore di Ulisse. Un ardente desiderio spinge il poeta ad ascoltare la sua confessione, così come il re di Itaca aveva voluto ascoltare il canto delle sirene. Un motivo biografico li lega al punto da poter definire Ulisse il “doppio di Dante”: entrambi esuli, l’uno rifiuta di riconoscere le proprie colpe condannando la propria famiglia alla miseria, l’altro rinuncia ai propri affetti per sete di conoscenza. Ma se il Dante personaggio avverte ed esalta il pericolo estremo che comporta la vicenda narrata da Omero, il Dante teologo, che giudica e condanna Ulisse all’Inferno, doveva pur concordare con l’imperativo morale del conoscere e sperimentare: «Che fatti non foste… ».

LA “RIVOLUZIONE” DEL PARADISO

«Nell’Inferno più che essere punita la persona è punito l’atto, è punita la violazione in sé», scrive l’ex magistrato Gherardo Colombo in un saggio a proposito della giustizia nella Divina Commedia.Dante attribuisce alla pena una funzione preventiva. «Secondo l’idea dell’epoca, che è tradotta esattamente nell’opera di Dante – spiega Colombo – la pena è efficace quando è proporzionata alla gravità della colpa, nel senso che quanto maggiore è la colpa, tanto maggiore deve essere la pena». Siamo in piena giustizia retributiva, il contrappasso. È la legge dell’occhio per occhio «che influenza ancora tanta parte della nostra cultura e che sicuramente influenzava la cultura dell’epoca di Dante», sottolinea l’ex magistrato. Ma Dante distingue il “giusto naturale”, il diritto naturale, dal “giusto legale”, la legge. Conosce il dilemma che definisce il diritto: l’insieme di regole del viver civile coincide sempre col “giusto”? Dove nasce il diritto? La giustizia viene da Dio, risponde il poeta, e si rivolge ai regnanti: “Diligite iustitiam”, amate la giustizia, “ Qui iudicatis terram”, voi che regnate in terra (Canto XVIII, Paradiso). La pena funziona da deterrente verso comportamenti criminali futuri, ma la prevenzione non riguarda i dannati, inchiodati all’eternità, riguarda tutti: la pena agisce come monito universale. «Per gli uomini del mondo che “mal vive” è necessario, secondo il poeta, rinnovare se stessi e ciascun altro individuo», aggiunge Colombo. Bisognava ammonire e cancellare l’errore, più che il trasgressore. «Io… li errori della gente abominava e dispregiava, ma non per infamia o vituperio delli erranti, ma delli errori, li quali biasimando credea fare dispiacere… », leggiamo nel Convivio. E così più avanti nella Divina Commedia: nel modello retributivo di Dante si apre una prospettiva di riconciliazione. «Il Purgatorio rappresenta uno spiraglio – chiosa l’ex magistrato –. Nell’Inferno, infatti, la pena è vendetta. Nel Purgatorio la pena è espiazione. La pena è in qualche misura caritatevole, perché serve ad espiare i peccati e a reintegrare la dignità che conduce in Paradiso». Ché se l’Inferno è il suo capolavoro di immaginazione, la vera rivoluzione di Dante è il Purgatorio: lì dove si semina il dubbio che la retribuzione possa non essere «l’unica via per sanzionare un comportamento deviante».

Dante Alighieri. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri e anche noto con il solo nome Dante, della famiglia Alighieri (Firenze, maggio 1265 – Ravenna, 14 settembre 1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano. Il nome "Dante", secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante; nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante "Alighieri" si affermò solo con l'avvento di Boccaccio. È considerato il padre della lingua italiana; la sua fama è dovuta alla paternità della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in lingua italiana e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale. Espressione della cultura medievale, filtrata attraverso la lirica del Dolce stil novo, la Commedia è anche veicolo allegorico della salvezza umana, che si concreta nel toccare i drammi dei dannati, le pene purgatoriali e le glorie celesti, permettendo a Dante di offrire al lettore uno spaccato di morale ed etica. Importante linguista, teorico politico e filosofo, Dante spaziò all'interno dello scibile umano, segnando profondamente la letteratura italiana dei secoli successivi e la stessa cultura occidentale, tanto da essere soprannominato il "Sommo Poeta" o, per antonomasia, il "Poeta". Dante, le cui spoglie si trovano presso la tomba a Ravenna costruita nel 1780 da Camillo Morigia, è diventato uno dei simboli dell'Italia nel mondo, grazie al nome del principale ente della diffusione della lingua italiana, la Società Dante Alighieri, mentre gli studi critici e filologici sono mantenuti vivi dalla Società dantesca.

La data di nascita di Dante non è conosciuta con esattezza, anche se solitamente viene indicata attorno al 1265. Tale datazione è ricavata sulla base di alcune allusioni autobiografiche riportate nella Vita Nova e nella cantica dell'Inferno, che comincia con il celeberrimo verso Nel mezzo del cammin di nostra vita. Poiché la metà della vita dell'uomo è, per Dante, il trentacinquesimo anno di vita e poiché il viaggio immaginario avviene nel 1300, si risalirebbe di conseguenza al 1265. Oltre alle elucubrazioni dei critici, viene in supporto di tale ipotesi un contemporaneo di Dante, lo storico fiorentino Giovanni Villani il quale, nella sua Nova Cronica, riporta che «questo Dante morì in esilio del comune di Firenze in età di circa 56 anni»: una prova che confermerebbe tale idea. Alcuni versi del Paradiso ci dicono inoltre che egli nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno.

Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, di Sabato santo. Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino. Pregna di rimandi classici è la leggenda narrata da Giovanni Boccaccio ne Il Trattatello in laude di Dante riguardo alla nascita del poeta: secondo Boccaccio, la madre di Dante, poco prima di darlo alla luce, ebbe una visione e sognò di trovarsi sotto un alloro altissimo, in mezzo a un vasto prato con una sorgente zampillante insieme al piccolo Dante appena partorito e di vedere il bimbo tendere la piccola mano verso le fronde, mangiare le bacche e trasformarsi in un magnifico pavone. Dante apparteneva agli Alighieri, una famiglia di secondaria importanza all'interno dell'élite sociale fiorentina che, negli ultimi due secoli, aveva raggiunto una certa agiatezza economica. Benché Dante affermi che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani, il parente più lontano di cui egli fa nome è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei, fiorentino vissuto intorno al 1100 e cavaliere nella seconda crociata al seguito dell'imperatore Corrado III. Come sottolinea Arnaldo D'Addario sull'Enciclopedia dantesca, la famiglia degli Alighieri (che prese tale nominativo dalla famiglia della moglie di Cacciaguida) passò da uno status nobiliare meritocratico a uno borghese agiato, ma meno prestigioso sul piano sociale. Il nonno paterno di Dante, Bellincione, era infatti un popolano e un popolano sposò la sorella di Dante. Il figlio di Bellincione (e padre di Dante), Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la professione di compsor (cambiavalute), con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Grazie alla scoperta di due pergamene conservate nell’Archivio Diocesano di Lucca, però, si viene a sapere che il padre di Dante avrebbe fatto anche l'usuraio (dando adito alla tenzone tra l'Alighieri e l'amico Forese Donati, traendo degli arricchimenti tramite la sua posizione di procuratore giudiziale presso il tribunale di Firenze. Era inoltre un guelfo, ma senza ambizioni politiche: per questo i ghibellini non lo esiliarono dopo la battaglia di Montaperti, come fecero con altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso. La madre di Dante si chiamava Bella degli Abati, figlia di Durante Scolaro e appartenente a un'importante famiglia ghibellina locale. Il figlio Dante non la citerà mai tra i suoi scritti, col risultato che di lei possediamo pochissime notizie biografiche. Bella morì quando Dante aveva cinque o sei anni e Alighiero presto si risposò, forse tra il 1275 e il 1278, con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Da questo matrimonio nacquero Francesco e Tana Alighieri (Gaetana) e forse anche – ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati – un'altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi. Si ritiene che a lei alluda Dante in Vita nuova (Vita nova) XXIII, 11-12, chiamandola «donna giovane e gentile [...] di propinquissima sanguinitade congiunta».

La formazione intellettuale I primi studi e Brunetto Latini. Della formazione di Dante non si conosce molto. Con ogni probabilità seguì l'iter educativo proprio dell'epoca, che si basava sulla formazione presso un grammatico (conosciuto anche con il nome di doctor puerorum, probabilmente) con il quale apprendere prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell'educazione medioevale: aritmetica,geometria, musica, astronomia da un lato (quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall'altro (trivio). Come si può dedurre da Convivio II, 12, 2-4, l'importanza del latino quale veicolo del sapere era fondamentale per la formazione dello studente, in quanto la ratio studiorum si basava essenzialmente sulla lettura di Cicerone e di Virgilio da un lato e del latino medievale dall'altro (Arrigo da Settimello, in particolare). L'educazione ufficiale era poi accompagnata dai contatti "informali" con gli stimoli culturali provenienti ora da altolocati ambienti cittadini, ora dal contatto diretto con viaggiatori e mercanti stranieri che importavano, in Toscana, le novità filosofiche e letterarie dei rispettivi Paesi d'origine. Dante ebbe la fortuna di incontrare, negli anni ottanta, il politico ed erudito fiorentino Ser Brunetto Latini, reduce da un lungo soggiorno in Francia sia come ambasciatore della Repubblica, sia come esiliato politico. L'effettiva influenza di Ser Brunetto sul giovane Dante è stata oggetto di studio da parte di Francesco Mazzoni prima, e di Giorgio Inglese poi. Entrambi i filologi, nei loro studi, cercarono di inquadrare l'eredità dell'autore del Tresor sulla formazione intellettuale del giovane concittadino. Dante, da parte sua, ricordò commosso la figura del Latini nella Commedia, rimarcandone l'umanità e l'affetto ricevuto:

«[...] e or m'accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna [...]»

(Inferno, Canto XV, vv. 82-85)

Da questi versi, Dante espresse chiaramente l'apprezzamento di una letteratura intesa nel suo senso "civico", nell'accezione di utilità civica. La comunità in cui vive il poeta, infatti, ne serberà il ricordo anche dopo la morte di quest'ultimo. Umberto Bosco e Giovanni Reggio, inoltre, rimarcano l'analogia tra il messaggio dantesco e quello manifestato da Brunetto nel Tresor, come si evince dalla volgarizzazione toscana dell'opera realizzata da Bono Giamboni.

Lo studio della filosofia. «E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella [la Donna Gentile] si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero.»

(Convivio, 12 7)

Dante, all'indomani della morte dell'amata Beatrice (in un periodo oscillante tra il 1291 e il 1294/1295), cominciò a raffinare la propria cultura filosofica frequentando le scuole organizzate dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce; se gli ultimi erano ereditari del pensiero di Bonaventura da Bagnoregio, i primi erano ereditari della lezione aristotelico-tomista di Tommaso d'Aquino, permettendo a Dante di approfondire (forse grazie all'ascolto diretto del celebre studioso Fra' Remigio de' Girolami) il Filosofo per eccellenza della cultura medievale. Inoltre, la lettura dei commenti di intellettuali che si opponevano all'interpretazione tomista (quali l'arabo Averroè), permise a Dante di adottare una sensibilità «polifonica dell'aristotelismo».

I presunti legami con Bologna e Parigi. Giorgio Vasari, Sei poeti toscani (da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio, Petrarca, Cino da Pistoia e Guittone d'Arezzo), pittura a olio, 1544, conservata presso il Minneapolis Institute of Art, Minneapolis. Considerato uno dei maggiori lirici volgari del XIII secolo, Cavalcanti fu la guida e il primo interlocutore poetico di Dante, quest'ultimo poco più giovane di lui.

Alcuni critici ritengono che Dante abbia soggiornato a Bologna. Anche Giulio Ferroni ritiene certa la presenza di Dante nella città felsinea: «Un memoriale bolognese del notaio Enrichetto delle Querce attesta (in una forma linguistica locale) il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data». Entrambi ritengono che Dante abbia studiato presso l'Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito. Invece è molto probabile che Dante soggiornasse a Bologna tra l'estate del 1286 e quella del 1287, dove conobbe Bartolomeo da Bologna, alla cui interpretazione teologica dell'Empireo Dante in parte aderisce. Riguardo al soggiorno parigino, ci sono invece parecchi dubbi: in un passo del Paradiso, (Che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri), Dante alluderebbe alla Rue du Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona. Questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi tra il 1309 e il 1310.

La lirica volgare. Dante e l'incontro con Cavalcanti. Dante ebbe inoltre modo di partecipare alla vivace cultura letteraria ruotante intorno alla lirica volgare. Negli anni sessanta del XIII secolo, in Toscana giunsero i primi influssi della "Scuola siciliana", movimento poetico sorto intorno alla corte di Federico II di Svevia e che rielaborò le tematiche amorose della lirica provenzale. I letterati toscani, subendo gli influssi delle liriche di Giacomo da Lentini e di Guido delle Colonne, svilupparono una lirica orientata sia verso l'amor cortese, ma anche verso la politica e l'impegno civile. Guittone d'Arezzo e Bonaggiunta Orbicciani, vale a dire i principali esponenti della cosiddetta scuola siculo-toscana, ebbero un seguace nella figura del fiorentino Chiaro Davanzati, il quale importò il nuovo codice poetico all'interno delle mura della sua città. Fu proprio a Firenze, però, che alcuni giovani poeti (capeggiati dal nobile Guido Cavalcanti) espressero il loro dissenso nei confronti della complessità stilistica e linguistica dei siculo-toscani, propugnando al contrario una lirica più dolce e soave: il dolce stil novo. Dante si trovò nel pieno di questo dibattito letterario: nelle sue prime opere è evidente il legame (seppur tenue) sia con la poesia toscana di Guittone e di Bonagiunta, sia con quella più schiettamente occitana. Presto, però, il giovane si legò ai dettami della poetica stilnovista, cambiamento favorito dall'amicizia che lo legava al più anziano Cavalcanti.

Il matrimonio con Gemma Donati. Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni nel 1285. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell'epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti a un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva – i Donati – era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, vale a dire i guelfi neri. Il matrimonio tra i due non dovette essere molto felice, secondo la tradizione raccolta dal Boccaccio e fatta propria poi nell'Ottocento da Vittorio Imbriani. Dante non scrisse infatti un solo verso alla moglie, mentre di costei non ci sono pervenute notizie sull'effettiva presenza al fianco del marito durante l'esilio. Comunque sia, l'unione generò due figli e una figlia: Jacopo, Pietro, Antonia e un possibile quarto, Giovanni. Dei tre certi, Pietro fu giudice a Verona e l'unico che continuò la stirpe degli Alighieri, in quanto Jacopo scelse di seguire la carriera ecclesiastica, mentre Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice, sembra nel convento delle Olivetane a Ravenna.

Impegni politici e militari. Giovanni Villani, Corso Donati fa liberare dei prigionieri, in Cronaca, XIV secolo. Corso Donati, esponente di punta dei Neri, fu acerrimo nemico di Dante, il quale lancerà contro di lui violenti attacchi nei suoi scritti. Poco dopo il matrimonio, Dante cominciò a partecipare come cavaliere ad alcune campagne militari che Firenze stava conducendo contro i suoi nemici esterni, tra cui Arezzo (battaglia di Campaldino dell'11 giugno 1289) e Pisa (presa di Caprona, 16 agosto 1289). Successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d'Angiò (figlio di Carlo II d'Angiò) che nel frattempo si trovava a Firenze. L'attività politica prese Dante a partire dai primi anni 1290, in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica. Nel 1293 entrarono in vigore gli Ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, che escludevano l'antica nobiltà dalla politica e permettevano al ceto borghese di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte. Dante, in quanto nobile, fu escluso dalla politica cittadina fino al 6 luglio del 1295, quando furono promulgati i Temperamenti, leggi che ridiedero diritto ai nobili di rivestire ruoli istituzionali, purché si immatricolassero alle Arti. Dante, pertanto, si iscrisse all'Arte dei Medici e Speziali. L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296; fu nel gruppo dei "Savi", che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l'elezione dei priori, i massimi rappresentanti di ciascuna Arte che avrebbero occupato, per un bimestre, il ruolo istituzionale più importante della Repubblica; dal maggio al dicembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano. Nel frattempo, all'interno del partito guelfo fiorentino si produsse una frattura gravissima tra il gruppo capeggiato dai Donati, fautori di una politica conservatrice e aristocratica (guelfi neri), e quello invece fautore di una politica moderatamente popolare (guelfi bianchi), capeggiato dalla famiglia Cerchi. La scissione, dovuta anche a motivi di carattere politico ed economico (i Donati, esponenti dell'antica nobiltà, erano stati surclassati in potenza dai Cerchi, considerati dai primi dei parvenu), generò una guerra intestina cui Dante non si sottrasse schierandosi, moderatamente, dalla parte dei guelfi bianchi.

Lo scontro con Bonifacio VIII (1300). Nell'anno 1300, Dante fu eletto uno dei sette priori per il bimestre 15 giugno-15 agosto. Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico papa Bonifacio VIII, dal poeta intravisto come supremo emblema della decadenza morale della Chiesa. Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta, inviato dal pontefice in qualità di paciere (ma in realtà spedito per ridimensionare la potenza dei guelfi bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui neri), Dante riuscì ad ostacolare il suo operato. Sempre durante il suo priorato, Dante approvò il grave provvedimento con cui furono esiliati, nel tentativo di riportare la pace all'interno dello Stato, otto esponenti dei guelfi neri e sette di quelli bianchi, compreso Guido Cavalcanti che di lì a poco morirà in Sarzana. Questo provvedimento ebbe serie ripercussioni sugli sviluppi degli eventi futuri: non solo si rivelò una disposizione inutile (i guelfi neri temporeggiarono prima di partire per l'Umbria, il posto destinato al loro confino), ma fece rischiare un colpo di Stato da parte dei guelfi neri stessi, grazie al segreto supporto del cardinale d'Acquasparta. Inoltre, il provvedimento attirò sui suoi fautori (incluso Dante stesso) sia l'odio della parte nera che la diffidenza degli "amici" bianchi: i primi, ovviamente, per la ferita inferta; i secondi, per il colpo dato al loro partito da parte di un suo stesso membro. Nel frattempo, le relazioni tra Bonifacio e il governo dei bianchi peggiorarono ulteriormente a partire dal mese di settembre, allorché i nuovi priori (succeduti al collegio di cui fece parte Dante) revocarono immediatamente il bando per i bianchi, mostrando la loro partigianeria e dando così al legato papale cardinale d'Acquasparta modo di scagliare l'anatema su Firenze. Con l'invio di Carlo di Valois a Firenze, mandato dal papa come nuovo paciere (ma di fatto conquistatore) al posto del cardinale d'Acquasparta, la Repubblica spedì a Roma, nel tentativo di distogliere il papa dalle sue mire egemoniche, un'ambasceria di cui faceva parte essenziale anche Dante, accompagnato da Maso Minerbetti e da Corazza da Signa.

L'inizio dell'esilio (1301-1304). Tommaso da Modena, Benedetto XI, affresco, anni '50 del XIV secolo, Sala del Capitolo, Seminario di Treviso. Il beato papa Boccasini, trevigiano, nel suo breve pontificato cercò di riportare la pace all'interno di Firenze, inviando il cardinale Niccolò da Prato come paciere. È l'unico pontefice su cui Dante non proferì alcuna condanna, ma neanche verso il quale manifestò pieno apprezzamento, tanto da non comparire nella Commedia. Dante si trovava quindi a Roma, sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino, prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301 i conquistatori imposero come podestà Cante Gabrielli da Gubbio, il quale apparteneva alla fazione dei guelfi neri della sua città natia e quindi diede inizio a una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al papa, fatto che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'espulsione da Firenze. Con due condanne successive, quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302, che colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi, il poeta fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Da quel momento, Dante non rivide più la sua patria. «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”» (Libro del chiodo - Archivio di Stato di Firenze - 10 marzo 1302)

I tentativi di rientro e la battaglia di Lastra (1304). Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell'esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì (presso il quale Dante si era rifugiato), un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L'impresa fu però sfortunata: il podestà di Firenze, Fulcieri da Calboli (un altro forlivese, nemico degli Ordelaffi), riuscì ad avere la meglio nella battaglia di Castel Pulciano. Fallita anche l'azione diplomatica, nell'estate del 1304, del cardinale Niccolò da Prato, legato pontificio di papa Benedetto XI (sul quale Dante aveva riposto molte speranze), il 20 luglio dello stesso anno i bianchi, riuniti alla Lastra, una località a pochi chilometri da Firenze, decisero di intraprendere un nuovo attacco militare contro i neri. Dante, ritenendo corretto aspettare un momento politicamente più favorevole, si schierò contro l'ennesima lotta armata, trovandosi in minoranza al punto che i più intransigenti formularono su di lui dei sospetti di tradimento; pertanto decise di non partecipare alla battaglia e di prendere le distanze dal gruppo. Come preventivato dallo stesso, la battaglia di Lastra fu un vero e proprio fallimento con la morte di quattrocento uomini fra ghibellini e bianchi. Il messaggio profetico ci arriva da Cacciaguida:

«Di sua bestialitate il suo processo

farà la prova; sì ch'a te fia bello

averti fatta parte per te stesso.»

(Paradiso XVII, vv. 67-69)

La prima fase dell'esilio (1304-1310)

Tra Forlì e la Lunigiana dei Malaspina. Dante fu, dopo la battaglia della Lastra, ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli stessi Ordelaffi. Il soggiorno forlivese non durò a lungo, in quanto l'esule si spostò prima a Bologna (1305), poi a Padova nel 1306 e infine nella Marca Trevigiana presso Gherardo III da Camino. Da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina (quello di Giovagallo, visto che più membri della famiglia portavano questo nome), col quale il poeta entrò forse in contatto grazie all'amico comune, il poeta Cino da Pistoia. In Lunigiana (regione in cui giunse nella primavera del 1306), Dante ebbe l'occasione di negoziare la missione diplomatica per un'ipotesi di pace tra i Malaspina e il vescovo-conte di Luni, Antonio Nuvolone da Camilla (1297 – 1307). In qualità di procuratore plenipotenziario dei Malaspina, Dante riuscì a far firmare da ambo le parti la pace di Castelnuovo del 6 ottobre del 1306, successo che gli fece guadagnare la stima e la gratitudine dei suoi protettori. L'ospitalità malaspiniana è celebrata nel Canto VIII del Purgatorio, dove al termine del componimento Dante formula alla figura di Corrado Malaspina il Giovane l'elogio del casato:

«[...] e io vi giuro.../... che vostra gente onrata.../ sola và dritta e 'l mal cammin dispregia.»

(Pg VIII, vv. 127-132)

Nel 1307, dopo aver lasciato la Lunigiana, Dante si trasferì nel Casentino, dove fu ospite dei conti Guidi, conti di Battifolle e signori di Poppi, presso i quali iniziò a stendere la cantica dell'Inferno.

La discesa di Arrigo VII (1310-1313).

Il Ghibellin fuggiasco. Il soggiorno nel casentino durò pochissimo tempo: tra il 1308 e il 1310 si può infatti ipotizzare che il poeta risiedesse prima a Lucca e poi a Parigi, anche se non è possibile valutare con certezza il soggiorno transalpino come già precedentemente esposto. Dante, molto più probabilmente, si trovava a Forlì nel 1310, dove ebbe la notizia, nel mese di ottobre, della discesa in Italia del nuovo imperatore Arrigo VII. Dante guardò a quella spedizione con grande speranza, in quanto vi intravedeva non soltanto la fine dell'anarchia politica italiana, ma anche la concreta possibilità di rientrare finalmente a Firenze. Infatti l'imperatore fu salutato dai ghibellini italiani e dai fuoriusciti politici guelfi, connubio che spinse il poeta ad avvicinarsi alla fazione imperiale italiana capeggiata dagli Scaligeri di Verona. Dante, che tra il 1308 e il 1311 stava scrivendo il De Monarchia, manifestò le sue aperte simpatie imperiali, scagliando una violenta lettera contro i fiorentini il 31 marzo del 1311 e giungendo, sulla base di quanto affermato nell'epistola indirizzata ad Arrigo VII, a incontrare l'imperatore stesso in un colloquio privato. Non sorprende, pertanto, che Ugo Foscolo giungerà a definire Dante come un ghibellino:

«E tu prima, Firenze, udivi il carme

Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco.»

(Ugo Foscolo, Dei sepolcri, vv. 173-174)

Il sogno dantesco di una Renovatio Imperii si infrangerà il 24 agosto del 1313, quando l'imperatore venne a mancare, improvvisamente, a Buonconvento. Se già la morte violenta di Corso Donati, avvenuta il 6 ottobre del 1308 per mano di Rossellino Della Tosa (l'esponente più intransigente dei guelfi neri, aveva fatto crollare le speranze di Dante, la morte dell'imperatore diede un colpo mortale ai tentativi del poeta di rientrare definitivamente a Firenze.

Gli ultimi anni. Cangrande della Scala, in un ritratto immaginario del XVII secolo. Abilissimo politico e grande condottiero, Cangrande fu mecenate della cultura e dei letterati in particolare, stringendo amicizia con Dante.

Il soggiorno veronese (1313-1318). All'indomani della morte improvvisa dell'imperatore, Dante accolse l'invito di Cangrande della Scala a risiedere presso la sua corte di Verona. Dante aveva già avuto modo, in passato, di risiedere nella città veneta, in quegli anni nel pieno della sua potenza. Petrocchi, come delineato prima nel suo saggio Itinerari danteschi e poi nella Vita di Dante ricorda come Dante fosse già stato ospite, per pochi mesi tra il 1303 e il 1304, presso Bartolomeo della Scala, fratello maggiore di Cangrande. Quando poi Bartolomeo morì, nel marzo del 1304, Dante fu costretto a lasciare Verona in quanto il suo successore, Alboino, non era in buoni rapporti col poeta. Alla morte di Alboino, nel 1312, divenne suo successore il fratello Cangrande, tra i capi dei ghibellini italiani e protettore (oltreché amico) di Dante. Fu in virtù di questo legame che Cangrande chiamò a sé l'esule fiorentino e i suoi figli, dando loro sicurezza e protezione dai vari nemici che si erano fatti negli anni. L'amicizia e la stima tra i due uomini fu tale che Dante esaltò, nella cantica del Paradiso – composta per la maggior parte durante il soggiorno veronese –, il suo generoso patrono in un panegirico per bocca dell'avo Cacciaguida:

«Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che 'n su la scala porta il santo uccello;

ch'in te avrà sì benigno riguardo,

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che tra l'altri è più tardo

[...]

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che' suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici;»

(Paradiso XVII, vv. 70-75, 85-90)

Nel 2018 è stata scoperta da Paolo Pellegrini, docente dell'Università di Verona, una nuova lettera, scritta probabilmente proprio da Dante nel mese di agosto del 1312 e spedita da Cangrande al nuovo imperatore Enrico VII; essa modificherebbe sostanzialmente la data del soggiorno veronese del poeta, anticipando il suo arrivo al 1312, ed escluderebbe le ipotesi che volevano Dante a Pisa o in Lunigiana tra il 1312 ed il 1316.

Il soggiorno ravennate (1318-1321). Dante, per motivi ancora sconosciuti, si allontanò da Verona per approdare, nel 1318, a Ravenna, presso la corte di Guido Novello da Polenta. I critici hanno cercato di comprendere le cause dell'allontanamento di Dante dalla città scaligera, visti gli ottimi rapporti che intercorrevano tra Dante e Cangrande. Augusto Torre ipotizzò una missione politica a Ravenna, affidatagli dallo stesso suo protettore; altri pongono le cause in una crisi momentanea tra Dante e Cangrande, oppure nell'attrattiva di far parte di una corte di letterati tra i quali il signore stesso (cioè Guido Novello), che si professava tale. Tuttavia, i rapporti con Verona non cessarono del tutto, come testimoniato dalla presenza di Dante nella città veneta il 20 gennaio 1320, per discutere la Quaestio de aqua et terra, l'ultima sua opera latina. Gli ultimi tre anni di vita trascorsero relativamente tranquilli nella città romagnola, durante i quali Dante creò un cenacolo letterario frequentato dai figli Pietro e Jacopo e da alcuni giovani letterati locali, tra i quali Pieraccio Tedaldi e Giovanni Quirini. Per conto del signore di Ravenna svolse occasionali ambascerie politiche, come quella che lo condusse a Venezia. All'epoca, la città lagunare era in attrito con Guido Novello a causa di attacchi continui alle sue navi da parte delle galee ravennati e il doge, infuriato, si alleò con Forlì per muovere guerra a Guido Novello; questi, ben sapendo di non disporre dei mezzi necessari per fronteggiare tale invasione, chiese a Dante di intercedere per lui davanti al Senato veneziano. Gli studiosi si sono domandati perché Guido Novello avesse pensato proprio all'ultracinquantenne poeta come suo rappresentante: alcuni ritengono che sia stato scelto Dante per quella missione in quanto amico degli Ordelaffi, signori di Forlì, e quindi in grado di trovare più facilmente una via per comporre le divergenze in campo.

La morte e i funerali. L'ambasceria di Dante sortì un buon effetto per la sicurezza di Ravenna, ma fu fatale al poeta che, di ritorno dalla città lagunare, contrasse la malaria mentre passava dalle paludose Valli di Comacchio. Le febbri portarono velocemente il poeta cinquantaseienne alla morte, che avvenne a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. I funerali, in pompa magna, furono officiati nella chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) a Ravenna, alla presenza delle massime autorità cittadine e dei figli. La morte improvvisa di Dante suscitò ampio rammarico nel mondo letterario, come dimostrato da Cino da Pistoia nella sua canzone Su per la costa, Amor, de l'alto monte.

Le spoglie mortali. Le "tombe" di Dante. La tomba di Dante a Ravenna, realizzata da Camillo Morigia. Dante trovò inizialmente sepoltura in un'urna di marmo posta nella chiesa ove si tennero i funerali. Quando la città di Ravenna passò poi sotto il controllo della Serenissima, il podestà Bernardo Bembo (padre del ben più celebre Pietro) ordinò all'architetto Pietro Lombardi, nel 1483, di realizzare un grande monumento che ornasse la tomba del poeta. Ritornata la città, al principio del XVI secolo, agli Stati della Chiesa, i legati pontifici trascurarono le sorti della tomba di Dante, la quale cadde presto in rovina. Nel corso dei due secoli successivi furono compiuti solo due tentativi per porre rimedio alle disastrose condizioni in cui il sepolcro versava: il primo fu nel 1692, quando il cardinale legato per le Romagne Domenico Maria Corsi e il prolegato Giovanni Salviati, entrambi di nobili famiglie fiorentine, provvidero a restaurarla. Nonostante fossero passati pochi decenni, il monumento funebre fu rovinato a causa del sollevamento del terreno sottostante la chiesa, cosa che spinse il cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga a incaricare l'architetto Camillo Morigia, nel 1780, di progettare il tempietto neoclassico tuttora visibile.

Le travagliate vicende dei resti. I resti mortali di Dante furono oggetto di diatribe tra i ravennati e i fiorentini già dopo qualche decennio la sua morte, quando l'autore della Commedia fu "riscoperto" dai suoi concittadini grazie alla propaganda operata da Boccaccio. Se i fiorentini rivendicavano le spoglie in quanto concittadini dello scomparso (già nel 1429 il Comune richiese ai Da Polenta la restituzione dei resti), i ravennati volevano che rimanessero nel luogo dove il poeta morì, ritenendo che i fiorentini non si meritassero i resti di un uomo che avevano dispregiato in vita. Per sottrarre i resti del poeta a un possibile trafugamento da parte di Firenze (rischio divenuto concreto sotto i papi medicei Leone X e Clemente VII), i frati francescani tolsero le ossa dal sepolcro realizzato da Pietro Lombardi, nascondendole in un luogo segreto e rendendo poi, di fatto, il monumento del Morigia un cenotafio. Quando nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione degli ordini religiosi, i frati, che di generazione in generazione si erano tramandati il luogo ove si trovavano i resti, decisero di nasconderle in una porta murata dell'attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte. Le spoglie rimasero in quel luogo fino al 1865, allorché un muratore, intento a restaurare il convento in occasione del VI centenario della nascita del poeta, scoprì casualmente sotto una porta murata una piccola cassetta di legno, recante delle iscrizioni in latino a firma di un certo frate Antonio Santi (1677), le quali riportavano che nella scatola erano contenute le ossa di Dante. Effettivamente, all'interno della cassetta fu ritrovato uno scheletro pressoché integro; si provvide allora a riaprire l'urna nel tempietto del Morigia, che fu trovata vuota, fatte salve tre falangi, che risultarono combaciare con i resti rinvenuti sotto la porta murata, certificandone l'effettiva autenticità. La salma fu ricomposta, esposta per qualche mese in un'urna di cristallo e quindi ritumulata all'interno del tempietto del Morigia, in una cassa di noce protetta da un cofano di piombo. Nel sepolcro di Dante, sotto un piccolo altare si trova l'epigrafe in versi latini dettati da Bernardo da Canaccio per volere di Guido Novello, ma incisi soltanto nel 1357:

(LA)

«Iura Monarchiae, Superos Flegetonta, lacusque Lustrando cecini, voluerunt fata quousque. Sed quia pars cessit melioribus hospita castris Auctoremque suum petiit feliciter astris, Hic clauditur Dantes, patriis exterris ab oris, Quem genuit parvi Florentia mater amoris.»

(IT)

«I diritti della monarchia, gli dei superni e la palude del Flegetonte visitando cantai finché volle il destino. Poiché però l'anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sta racchiuso Dante, esule dalla patria terra, che generò Firenze, madre di poco amore.»

(Epigrafe). Il più antico ritratto documentato di Dante Alighieri conosciuto, Palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai, Firenze. Databile intorno al 1336-1337, l'affresco è di scuola giottesca ed è il ritratto iconografico del poeta più vicino a quello ricostruito nel 2007.

Il vero volto di Dante. Come si può ben vedere dai vari dipinti a lui dedicati, il volto del poeta era assai spigoloso, con la faccia torva e col celeberrimo naso aquilino, come figura nel dipinto di Botticelli posto nella sezione introduttiva. Fu Giovanni Boccaccio, nel suo Trattatello in laude di Dante, a fornire questa descrizione fisica:

«Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura [...] Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso.»

(Trattatello in laude di Dante, XX)

Gli studi compiuti dagli antropologi, però, smentirono gran parte della letteratura artistica dantesca nel corso dei secoli. Nel 1921, in occasione del seicentenario della morte di Dante, l'antropologo dell'Università di Bologna Fabio Frassetto fu autorizzato dalle autorità a studiare il cranio del poeta, risultato mancante della mandibola. Nonostante i mezzi dell'epoca e un risultato di indagine non pienamente soddisfacente, Frassetto può già dedurre che il volto "psicologico" tramandatoci nel corso dei secoli non corrisponde a quello "fisico". Difatti nel 2007, grazie a una squadra guidata da Giorgio Gruppioni, antropologo sempre dell'Università di Bologna, si riuscì a realizzare un volto i cui tratti somatici corrisponderebbero al 95% a quello reale. Partendo dal cranio ricostruito da Frassetto, il volto reale di Dante è risultato (grazie al contributo del biologo dell'Università di Pisa Francesco Mallegni e dello scultore Gabriele Mallegni) sicuramente non bello, ma privo di quel naso aquilino così accentuato dagli artisti di età rinascimentale e molto più vicino a quello, risalente pochi anni dopo la morte del poeta, di scuola giottesca.

Il pensiero.  Il ruolo del volgare e l'ottica "civile" della letteratura. Il ruolo della lingua volgare, definita da Dante nel De Vulgari come Hec est nostra vera prima locutio («il nostro primo vero linguaggio», nella traduzione italiana), fu fondamentale per lo sviluppo del suo programma letterario. Con Dante, infatti, il volgare assunse lo stato di lingua colta e letteraria, grazie alla ferrea volontà, da parte del poeta fiorentino, di trovare un veicolo linguistico comune tra gli italiani, perlomeno tra i governanti. Egli, nei primi passi del De Vulgari, esporrà chiaramente la sua predilezione per la lingua colloquiale e materna rispetto a quella latina, finta e artificiale:

(LA)

«Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia naturalis est nobis, cum illa potius artificialis existat.»

(IT)

«La più nobile di queste due lingue è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce (pur nelle diversità di pronuncia e di vocabolario che la dividono), sia perché ci è naturale, mentre l’altra è piuttosto artificiale.»

(De Vulgari Eloquentia I, 1,4)

Proposito della produzione letteraria volgare dantesca è infatti quella di essere fruibile da parte del pubblico dei lettori, cercando di abbattere il muro tra i ceti colti (abituati a interagire fra di loro in latino) e quelli più popolari, affinché anche questi ultimi potessero apprendere contenuti filosofici e morali fino ad allora relegati nell'ambiente accademico. Si ha quindi una visione della letteratura intesa come strumento al servizio della società, come verrà esposto programmaticamente nel Convivio:

«E io adunque... a' piedi di coloro che seggiono [nella mensa dei dotti] ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch'io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi.»

(Convivio, I, 10)

Alla scelta di Dante di utilizzare la lingua volgare per scrivere alcune delle sue opere possono avere influito notevolmente le opere di Andrea da Grosseto, letterato del Duecento che utilizzava la lingua volgare da lui parlata, il dialetto grossetano dell'epoca, per la traduzione di opere prosaiche in latino, come i trattati di Albertano da Brescia.

La poetica

Il «plurilinguismo» dantesco. Con questa felice espressione, il critico letterario Gianfranco Contini ha individuato la straordinaria versatilità di Dante, all'interno delle Rime, nel saper usare più registri linguistici con disinvoltura e grazia armonica. Come già esposto prima, Dante manifesta un'aperta curiosità per la struttura "genetica" della lingua materna degli italiani, concentrandosi sulle espressioni dell'eloquio quotidiano, sui motti e battute più o meno raffinate. Questa tendenza a inquadrare la ricchezza testuale della lingua materna spinge il letterato fiorentino a realizzare un affresco variopinto finora mai creato nella lirica volgare italiana, come esposto lucidamente da Giulio Ferroni:

«Rispetto alla produzione poetica del volgare italiano della seconda metà del secolo XIII, la Commedia amplia notevolmente gli orizzonti sintattici e lessicali: la varietà stilistica... crea una variazione di registri, attingendo sia alla lingua bassa sia a quella nobile. Dante trae spunti dalla letteratura latina... o da quella in volgare, ma nello stesso tempo ha uno spiccato interesse per il linguaggio parlato, colloquiale, anche nelle forme più vivaci, aggressive e popolaresche.»

(Ferroni, p. 28)

Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, dettaglio raffigurante Dante, 1509-1510 ca, Stanza della Segnatura, Palazzo Pontificio, Vaticano. Raffaello inserisce Dante tra teologi e dottori della Chiesa, in quanto il poeta fiorentino era ritenuto filosofo e teologo di chiara fama per le opere da lui lasciate in materia religiosa.

Come rimarca Guglielmo Barucci: «Non siamo dunque di fronte [nelle Rime] a una progressiva evoluzione dello stile di Dante, ma alla compresenza – anche nello stesso periodo – di forme e stili diversi». La capacità con cui Dante passa, all'interno delle Rime, dalle tematiche amorose a quelle politiche, da quelle morali a quelle burlesche, troverà il supremo raffinamento all'interno della Commedia, riuscendo a calibrare la tripartizione stilistica denominata Rota Vergilii, secondo la quale a un determinato argomento deve corrispondere un determinato registro stilistico. Nella Commedia, in cui le tre cantiche corrispondono ai tre stili "umile", "mezzano" e "sublime", la rigida tripartizione teorica scema davanti alle esigenze narrative dello scrittore, per cui all'interno dell'Inferno (che dovrebbe corrispondere allo stile più basso), troviamo passi e luoghi di altissima levatura stilistica e drammatica, quali l'incontro con Francesca da Rimini e Ulisse. Il plurilinguismo, secondo un'analisi più strettamente lessicale, risente anch'esso dei numerosi idiomi di cui era infarcita la lingua letteraria dell'epoca: vi si trovano infatti latinismi, gallicismi e, ovviamente, volgare fiorentino.

Lo Stilnovismo dantesco: tra biografismo e spiritualizzazione

Dante ebbe un ruolo fondamentale nel far approdare la lirica volgare a nuove conquiste, non soltanto dal punto di vista tecnico-linguistico, ma anche da quello prettamente contenutistico. La spiritualizzazione della figura dell'amata Beatrice e l'impianto vagamente storico in cui la vicenda amorosa è inserita, determinarono la nascita di tratti del tutto particolari all'interno dello stilnovismo. La presenza della figura idealizzata della donna amata (la cosiddetta donna angelo) è un topos ricorrente in Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia, ma in Dante assume una dimensione più storicizzata di quella degli altri rimatori. La produzione dantesca, per la sua profondità filosofica può essere confrontata soltanto con quella del maestro Cavalcanti, rispetto alla quale la divergenza consiste nella differente concezione dell'amore. Se Beatrice è l'angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra e che gli dona la beatitudine celeste, la donna amata da Cavalcanti è invece foriera di sofferenza, dolore che allontanerà progressivamente l'uomo da quella catarsi divina teorizzata dall'Alighieri. Altro traguardo raggiunto da Dante è l'aver saputo far emergere l'introspezione psicologica e l'autobiografismo: praticamente ignoti al Medioevo, queste due dimensioni guardano già al Petrarca e, più lontano ancora, alla letteratura umanistica. Dante così è il primo, tra i letterati italiani, a "scomporsi" tra il sé inteso come personaggio e l'altro io inteso come narratore delle proprie vicende. Così Contini, riprendendo il filo tracciato dallo studioso statunitense [[Charles Singleton]], parla dell'operazione poetica e narrativa dantesca:

«Va citato a titolo d'onor l'italianista americano Charles Singleton, che in un suo saggio penetrante... ha notato come nell'io di Dante... convergano l'uomo in generale, soggetto del vivere e dell'agire, e l'individuo storico, titolare di un'esperienza determinata hic et nunc, in un certo spazio e in un certo tempo; Io trascendentale (con la maiuscola), diremmo oggi, e io (con la minuscola) esistenziale.»

(Gianfranco Contini, Un'idea di Dante, pp. 34-35)

Beatrice e la «donna angelo». «L'amore per la bella fanciulla involta di drappo sanguigno, ch'egli chiama Beatrice, ha tutt'i caratteri di un primo amore giovanile, nella sua purezza e verginità, più nell'immaginazione che nel cuore. Beatrice è più simile a sogno, a fantasma, a ideale celeste che a realtà distinta e che procura effetti proprii. Uno sguardo, un saluto è tutta la storia di questo amore. Beatrice morì angiolo, prima che fosse donna, e l'amore non ebbe tempo di divenire una passione, come si direbbe oggi, rimase un sogno ed un sospiro.» (Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 59.)

Così De Sanctis, padre della storiografia letteraria italiana, scrisse sulla donna amata dal poeta, Beatrice. Benché si cerchi tutt'oggi di comprendere in che cosa consistesse realmente, per Dante, l'amore nei confronti di Beatrice Portinari (presunta identificazione storica della Beatrice della Vita Nova), si può solo concludere con certezza l'importanza che tale amore ebbe per la cultura letteraria italiana. È nel nome di questo amore che Dante ha dato la sua impronta al Dolce stil novo, aprendo la sua "seconda fase poetica" (in cui manifesta la sua piena originalità rispetto ai modelli passati e conducendo i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell'amore in un modo mai così enfatizzato prima. L'amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione del suo manifesto poetico, nuova concezione dell'amor cortese sublimato dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi) e, pertanto, privata degli elementi sensuali e carnali tipici della lirica provenzale. Tale formulazione poetica, culminata con la poesia della lode, approderà, dopo la morte della Beatrice "terrena", alla ricerca filosofica prima (la Donna pietosa) e a quella teologica poi (l'apparizione in sogno di Beatrice che spinge Dante a ritornare a lei dopo il traviamento filosofico, critica che si farà più dura in Purgatorio, XXX). Tale allegorizzazione dell'amata, intesa come veicolo di salvezza, segna definitivamente il distacco dalla tematica amorosa e spinge Dante verso la vera sapienza, cioè luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso. Beatrice si conferma, pertanto, in quel ruolo salvifico tipico degli angeli, che reca non solo all'amato, ma a tutti gli uomini quella beatitudine di cui si accennava prim.

Mantenendo una funzione allegorica, Dante frappone un valore numerologico alla figura di Beatrice. È infatti all'età di nove anni che la incontra per la prima volta, poi nell'ora nona avviene un successivo incontro. Di lei dirà pure: «non soffre di stare in un altro numero se non nel nove». Dante fa morire Beatrice il 9 giugno (pur essendo in realtà l'8) scrivendo su di essa: «lo perfetto numero era compiuto».

Dalle rime «amorose» a quelle «petrose». Dopo la fine dell'esperienza amorosa, Dante si concentrò sempre più su una poesia caratterizzata dalla riflessione filosofico-politica, che assumerà tratti duri e sofferenti nelle rime della seconda metà degli anni novanta, chiamate anche rime «petrose», in quanto incentrate sulla figura di una certa «donna petra», completamente antitetica alle "donne che avete intelletto d'Amore". Infatti, come riportano Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, la poesia dantesca perse quella dolcezza e leggiadria propria della lirica della Vita nova, per assumere connotati aspri e difficili:

«... l'esperienza delle rime petrose, che si riallacciano all'esperienza del trobar clus [poetare difficile] di Arnaut Daniel, costituisce un fondamentale esercizio di stile aspro (di contro a quello dolce dello stilnovismo).»

(Guglielmino-Grosser, p. 151)

Le fonti e i modelli letterari.

Dante e il mondo classico.  Gustave Doré, Lucifero, 1861-1868. L'incisione dell'artista francese riprende la descrizione fatta dal poeta in If XXXIV, la quale a sua volta era tratta da un affresco presente nel Battistero di San Giovanni. Dante ebbe un profondo amore nei confronti dell'antichità classica e della sua cultura: ne sono prova la devozione per Virgilio, l'altissimo rispetto per Cesare e per le numerose fonti greche e latine da lui usate per la costruzione del mondo immaginario della Commedia (e di cui la citazione de «li spiriti magni» in If IV sono un riferimento esplicito degli autori su cui si poggiava la cultura dantesca). Nella Commedia, il poeta glorifica l'élite morale e intellettuale del mondo antico nel Limbo, luogo piacevole e ameno alle porte dell'Inferno dove i giusti morti senza battesimo vivono, senza però non provare dolore per la mancata beatitudine. Al contrario di quanto faranno Petrarca e Boccaccio, Dante si dimostrò un uomo ancora legato appieno alla visione medievale che l'uomo aveva della civiltà greca e latina, poiché inquadrava quest'ultima all'interno della storia della salvezza propugnata dal cristianesimo, certezza basata sulla dottrina medievale dell'esegesi detta dei quattro sensi (letterale, simbolico, allegorico e anagogico) con cui si cercava di individuare il messaggio cristiano negli autori antichi. Virgilio è visto da Dante non nella sua dimensione storica e culturale di intellettuale latino dell'età augustea, quanto in quella profetico-soteriologica: fu lui, infatti, a predire la nascita di Gesù Cristo nella IV Egloga delle Bucoliche e così fu glorificato dai cristiani medievali. Oltre a questa dimensione mitica della figura di Virgilio, Dante guardò a lui come supremo modello letterario e morale, come evidenziato nel proemio del Poema:

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami 'l lungo studio e l' grande amore

che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,

tu se' solo colui da cu' io tolsi

lo bello stilo che m'ha fatto onore.»

(Inferno, If I, 82-87)

L'iconografia medievale

Dante fu influenzato moltissimo dal mondo che lo circondava, traendo spunto sia dalla dimensione artistica in senso stretto (busti, bassorilievi e affreschi presenti nelle chiese), sia da quanto poteva vedere nella sua vita quotidiana. Barbara Reynolds riporta di come

«Dante [fosse] aduso a casi di tortura, morte di stenti, omicidio, tradimento, adulterio, sodomia e bestialità. Immagini del male si trovavano illustrate ovunque. La cupola del [battistero di San Giovanni Battista], ad esempio, era decorata a mosaici...ove si trovavano raffigurati l'inferno, il purgatorio, il paradiso, il giudizio universale e, di particolare rilevanza nella Commedia, una grottesca immagine di Satana [...] I diavoli e i tormenti dell'Inferno non sono invenzioni della personale fantasia dantesca. Tali terrificanti moniti...erano recitati in rima dai cantastorie ambulanti, costituivano temi di prediche e di allestimenti scenici.»

(Reynolds, pp. 27-28)

Gli episodi di Malacoda, Barbariccia e della masnada comparsi in If XXI, XXII e XXIII, dunque, non sono ascrivibili soltanto all'immaginario personale del poeta, ma sono ricavati, nella loro potente e degradante caricatura iconografica, da quanto il poeta poteva scorgere nelle chiese e/o nelle vie di Firenze attraverso spettacoli allegorici. Oltre alle fonti iconografiche, c'erano però anche dei testi che presentavano il demonio con tratti disumani e bestiali: in primo luogo, la visione di Tundale dell'XI secolo, in cui è descritto il demonio che divora le anime dei dannati, ma anche le cronache di Giacomino da Verona e di Bonvesin de la Riva. Gli stessi paesaggi della Commedia ricalcano la descrizione delle città medievali: la presenza di fortificazioni (il castello del Limbo, le mura della città di Dite), i ponti presenti sulle Malebolge, gli accenni, nel canto XV, alle imponenti dighe di Bruges e di Padova e le stesse pene infernali sono una trasposizione visiva della "cultura" medievale in senso lato.

Dante tra cristianesimo e Islam

Dante contempla l'Empireo

Influenza fondamentale fu anche quella esercitata dalla produzione letteraria appartenente al cristianesimo e, in un certo grado, anche alla religione islamica. La Bibbia è sicuramente il libro cui Dante attinge maggiormente: echi ne troviamo, oltre ai tantissimi della Commedia, anche nella Vita nova (per esempio, l'episodio della morte di Beatrice ricalca quello di Cristo sul Calvario) e nel De vulgari eloquentia (l'episodio della torre di Babele quale origine delle lingue, presente nel I libro). Oltre alla produzione strettamente sacra, Dante attinse anche alla produzione religiosa medievale, prendendo spunto, per esempio, dalla Visio sancti Pauli del V secolo, opera narrante l'ascesa dell'apostolo delle genti al terzo cielo del Paradiso. Oltre alle fonti letterarie cristiane, Dante sarebbe giunto in possesso, sulla base di quanto ha scritto la filologa Maria Corti, del Libro della Scala, opera escatologica araba tradotta in castigliano, francese antico e latino per conto del re Alfonso X.

Un esempio concreto lo troviamo nel concetto islamico di spirito della vita (rūh al hayāh) che è considerato come "aria" che esce dalla cavità del cuore. Dante a tal proposito scrive: «...spirito della vita, lo quale dimora nella secretissima camera de lo cuore».

Lo storico spagnolo Asín Palacios ha espresso tutte le posizioni di Dante in merito alle sue conoscenze islamiche nel testo L’escatologia islamica nella Divina Commedia.

Il ruolo della filosofia nella produzione dantesca. Come si è detto già nella parte biografica Dante, dopo la morte di Beatrice, si immerse nello studio della filosofia. Dal Convivio sappiamo che Dante aveva letto il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone e che poi cominciò a prender parte alle dispute filosofiche che i due principali ordini religiosi (Francescani e Domenicani) pubblicamente o indirettamente tennero in Firenze, gli uni spiegando la dottrina dei mistici e di San Bonaventura, gli altri presentando le teorie di San Tommaso d'Aquino. Il critico Bruno Nardi evidenzia i tratti salienti del pensiero filosofico dantesco che, pur avendo una base nel tomismo, presenta anche altri aspetti tra cui un evidente influsso del neoplatonismo (ad esempio dallo Pseudo-Dionigi l'Areopagita nelle gerarchie angeliche del Paradiso). Nonostante gli influssi di scuola platonica, Dante subì maggiormente l'influsso di Aristotele, che nella seconda metà del XIII secolo conobbe l'apogeo nell'Europa medievale.

Aristotele nella produzione poetica. La produzione poetica dantesca risentì di due opere aristoteliche in particolare: la Fisica e l'Etica Nicomachea. La descrizione del mondo naturale da parte del filosofo di Stagira, accanto alla tradizione medica risalente a Galeno, fu la fonte principale cui Dante e Cavalcanti attinsero per l'elaborazione della cosiddetta «dottrina degli spiriti». Attraverso i commenti redatti da Averroè e da Alberto Magno, Dante affermò che il funzionamento del corpo umano fosse dovuto alla presenza di vari spiriti in determinati organi, dai quali nascevano poi sentimenti corrispondenti allo stimolo proveniente dall'esterno. Alla presenza di Beatrice, tali spiriti entravano in subbuglio, suscitando in Dante violente reazioni emotive e assumendo, come nel caso sotto riportato, anche una volontà propria, resa efficace attraverso la figura retorica della prosopopea:

«Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: "Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi". In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: "Apparuit iam beatitudo vestra". In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: "Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!".» (Vita Nova, II, 3-6) 

Sandro Botticelli, La mappa dell'Inferno, tra il 1480 e il 1490, Biblioteca Apostolica Vaticana. La divisione dell'Inferno e degli altri due regni dell'Oltretomba sono debitori dell'etica aristotelica. Ancor più significativa fu l'influenza di Aristotele all'interno della Commedia, dove si fece sentire la presenza dell'"Etica Nicomachea", oltreché della Fisica. Da quest'ultima, Dante accolse la struttura cosmologica del Creato (impianto profondamente debitore anche dell'astronomo egiziano Tolomeo), adattandola poi alla fede cristiana; dall'"Etica", invece, prese spunto per l'ordinata e razionale organizzazione del suo mondo ultraterreno, suddividendolo in varie sottounità (gironi nell'Inferno, cornici nel Purgatorio e cieli nel Paradiso) dove porre determinate categorie di anime in base alle colpe/virtù commesse in vita.

Aristotele nella produzione socio-politica. Nell'ambito politico, Dante crede con Aristotele e san Tommaso d'Aquino che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale, basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine interno. Nardi aggiunge poi che «pur riconoscendo che lo schema generale della sua metafisica è quello della scolastica cristiana, è certo che egli vi ha inserito taluni particolari caratteristici, come la produzione mediata del mondo inferiore e quella intorno all'origine dell'anima umana risultante del concorso dell'atto creatore coll'opera della natura».

L'esoterismo dantesco. Diversi autori hanno trattato gli aspetti esoterici delle opere di Dante forse determinati dall'ormai accertata adesione alla setta dei Fedeli d'Amore. Lo schema e i contenuti stessi della Divina Commedia farebbero emergere chiari riferimenti. Sotto questo aspetto sono di notevole importanza il lavoro di Guenon, L'esoterismo di Dante e il testo di Luigi Valli, Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore.

L'eresia dantesca. A partire dal XIX secolo diversi autori hanno sostenuto la tesi che Dante potesse essere stato un cristiano eretico. Tra questi Ugo Foscolo, Gabriele Rossetti e Eugène Aroux. Più recentemente Maria Soresina ha avanzato l'ipotesi che fosse il catarismo l'eresia dantesca.

Opere.

Il Fiore e Detto d'Amore. Due opere poetiche in volgare di argomento, lessico e stile affini e collocate in un periodo cronologico che va dal 1283 al 1287, sono state attribuite con una certa sicurezza a Dante dalla critica novecentesca, soprattutto a partire dal lavoro del filologo dantesco Gianfranco Contini.

Le Rime. Le Rime sono una raccolta messa insieme e ordinata da moderni editori, che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalle prove giovanili a quelle dell'età matura (le prime sono datate intorno al 1284) divise tra Rime giovanili e Rime dell'esilio per distinguere due gruppi di liriche assai distanti per il tono e gli argomenti affrontati. Le Rime giovanili comprendono componimenti che riflettono le varie tendenze della lirica cortese del tempo, quella guittoniana, quella guinizelliana e quella cavalcantiana, passando da tematiche amorose a giocose tenzoni dallo sfondo velatamente erotico-giocoso con Forese Donati e con Dante da Maiano.

Vita Nova. La Vita Nova può essere considerata il "romanzo" autobiografico di Dante, in cui si celebra l'amore per Beatrice, presentata con tutte le caratteristiche proprie dello stilnovismo dantesco. Racconto della vita spirituale e della evoluzione poetica del Poeta, resa come exemplum, la Vita nova è un prosimetro (brano caratterizzato dall'alternanza tra prosa e versi) e risulta strutturata in quarantadue (o trentuno) capitoli in prosa collegati in una storia omogenea, che spiega una serie di testi poetici composti in tempi differenti, tra cui hanno particolare rilevanza la canzone-manifesto Donne ch'avete intelletto d'amore e il celebre sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare. Secondo buona parte degli studiosi, per la forma del prosimetro, Dante si sarebbe ispirato alle razos provenzali (ovvero le "ragioni") che servivano a spiegare le ragioni da cui scaturivano le liriche; e alla De consolatione philosophiae di Severino Boezio. L'opera è consacrata all'amore per Beatrice e fu composta probabilmente tra il 1292 e il 1293. La composizione delle rime si può far risalire, secondo la cronologia che Dante fornisce, tra il 1283 come risulta dal sonetto A ciascun alma presa e dopo il giugno del 1291, anniversario della morte di Beatrice. Per stabilire con una certa sicurezza la data della composizione del libro nel suo insieme organico, ultimamente la critica è propensa ad avvalersi del 1300, data non superabile, che corrisponde alla morte del destinatario Guido Cavalcanti: "Questo mio primo amico a cui io ciò scrivo" (Vita nova, XXX, 3). Quest'opera ha avuto una particolare fortuna negli Stati Uniti, dove fu tradotta dal filosofo e letterato Ralph Waldo Emerson.

Convivio. Il Convivio (scritta tra il 1303 e il 1308) dal latino convivium, ovvero "banchetto" (di sapienza), è la prima delle opere di Dante scritta subito dopo il forzato allontanamento di Firenze ed è il grande manifesto del fine "civile" che la letteratura deve avere nel consorzio umano. L'opera consiste in un commento a varie canzoni dottrinali poste all'incipit, una vera e propria enciclopedia dei saperi più importanti per coloro che vogliano dedicarsi all'attività pubblica e civile senza aver compiuto gli studi regolari. È pertanto scritta in volgare per essere appunto capita da chi non ha avuto la possibilità in precedenza di studiare il latino. L'incipit del Convivio fa capire chiaramente che l'autore è un grande conoscitore e seguace di Aristotele; questi, infatti, viene citato con il termine "Lo Filosofo". L'incipit in questo caso spiega a chi è rivolta quest'opera e a chi non è rivolta: soltanto coloro che non hanno potuto conoscere la scienza dovrebbero accedervi. Questi sono stati impediti da due tipi di ragioni:

interne: malformazioni fisiche, vizi e malizia;

esterne: cura familiare, civile e difetto di luogo di nascita.

Dante ritiene beati i pochi che possono partecipare alla mensa della scienza, dove si mangia il "pane degli angeli", e miseri coloro che si accontentano di mangiare il cibo delle pecore. Dante non siede alla mensa, ma è fuggito da coloro che mangiano il pastume e ha raccolto quello che cade dalla mensa degli eletti per crearne un altro banchetto. L'autore allestirà un banchetto e servirà una vivanda (i componimenti in versi) accompagnata dal pane (la prosa) necessario per assimilarne l'essenza. Saranno invitati a sedersi solo coloro che erano stati impediti da cura familiare e civile, mentre i pigri sarebbero stati ai loro piedi per raccogliere le briciole.

De vulgari eloquentia. Contemporaneo al Convivio, il De vulgari eloquentia è un trattato in latino scritto da Dante tra il 1303 e il 1304. Composto da un primo libro intero e da 14 capitoli del secondo libro, era inizialmente destinato a comprendere quattro libri. Pur affrontando il tema della lingua volgare, fu scritto in latino perché gli interlocutori a cui Dante si rivolse appartenevano all'élite culturale del tempo, che forte della tradizione della letteratura classica riteneva il latino senz'altro superiore a qualsiasi volgare, ma anche per conferire alla lingua volgare una maggior dignità: il latino era infatti usato soltanto per scrivere di legge, religione e trattati internazionali, cioè argomenti della massima importanza. Dante si lanciò in un'appassionata difesa del volgare, dicendo che meritava di diventare una lingua illustre in grado di competere se non uguagliare la lingua di Virgilio, sostenendo però che per diventare una lingua in grado di trattare argomenti importanti il volgare doveva essere:

illustre (in quanto luminoso e quindi capace di dare lustro a chi ne fa uso nello scritto);

cardinale (tale che intorno a esso ruotassero come una porta intorno al cardine, i volgari regionali);

aulico (reso nobile dal suo uso dotto, tale da esser parlato nella reggia);

curiale (come linguaggio delle corti italiane, e da essere adoperato negli atti politici di un sovrano).

Con tali termini intendeva l'assoluta dignità del volgare anche come lingua letteraria, non più come lingua esclusivamente popolare. Dopo avere ammesso la grande dignità del siciliano illustre, la prima lingua letteraria assunta a dignità nazionale, passa in rassegna tutti gli altri volgari italiani trovando nell'uno alcune, nell'altro altre delle qualità che sommate dovrebbero costituire la lingua italiana. Dante vede nell'italiano la panthera redolens dei bestiari medievali, animale che attrae la sua preda (qui lo scrittore) con il suo irresistibile profumo, che Dante sente in tutti i volgari regionali, e in particolare nel siciliano, senza però riuscire mai a vederla materializzarsi: manca in effetti ancora una lingua italiana utilizzabile in tutti i suoi registri, da tutti gli strati della popolazione della penisola italica. Per farla riapparire era dunque necessario attingere alle opere dei letterati italiani finora apparsi, cercando così di delineare un canone linguistico e letterario comune.

De Monarchia. L'opera venne composta in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo tra il 1310 e il 1313. Si compone di tre libri ed è la summa del pensiero politico dantesco. Nel primo Dante afferma la necessità di un impero universale e autonomo, e riconosce questo impero come unica forma di governo capace di garantire unità e pace. Nel secondo riconosce la legittimità del diritto dell'impero da parte dei Romani. Nel terzo libro Dante dimostra che l'autorità del monarca è una volontà divina, e quindi dipende da Dio: non è soggetta all'autorità del pontefice; al contempo, però, l'imperatore deve mostrare rispetto nei confronti del pontefice, Vicario di Dio in Terra. La posizione dantesca è per più aspetti originale, poiché si oppone decisivamente alla tradizione politica narrata dalla donazione di Costantino: il De Monarchia è in contrasto tanto con i sostenitori della concezione ierocratica, quanto con i sostenitori dell'autonomia politica e religiosa dei sovrani nazionali rispetto all'imperatore e al papa.

Commedia. La Comedìa — titolo originale dell'opera: successivamente Giovanni Boccaccio attribuì l'aggettivo "Divina" al poema dantesco — è il capolavoro del poeta fiorentino ed è considerata la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale nonché una delle più grandi opere della letteratura universale. Viene definita "comedia" in quanto scritta in stile "comico", ovvero non aulico. Un'altra interpretazione si fonda sul fatto che il poema inizia da situazioni piene di dolore e paura e finisce con la pace e la sublimità della visione di Dio. Dante iniziò a lavorare all'opera intorno al 1300 (anno giubilare, tanto che egli data al 7 aprile di quell'anno il suo viaggio nella selva oscura) e la continuò nel resto della vita, pubblicando le cantiche man mano che le completava. Si hanno notizie di copie manoscritte dell'Inferno intorno al 1313, mentre il Purgatorio fu pubblicato nei due anni successivi. Il Paradiso, iniziato forse nel 1316, fu pubblicato man mano che si completavano i canti negli ultimi anni di vita del poeta. Il poema è diviso in tre libri o cantiche, ciascuno formato da 33 canti (tranne l'Inferno che ne presenta 34, poiché il primo funge da proemio all'intero poema) e a cui corrispondono i tre stili della Rota Vergilii; ogni canto si compone di terzine di endecasillabi (la terzina dantesca).

Incipit della Divina Commedia, edizione del 1472. La Commedia tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla pedante poesia didattica medievale, ma intrisa di una spiritualità cristiana nuova che si mescola alla passione politica e agli interessi letterari del poeta. Si narra di un viaggio immaginario nei tre regni dell'aldilà, nei quali si proiettano il bene e il male del mondo terreno, compiuto dal poeta stesso, quale "simbolo" dell'umanità, sotto la guida della ragione e della fede. Il percorso tortuoso e arduo di Dante, il cui linguaggio diventa sempre più complesso quanto più egli sale verso il Paradiso, rappresenta, sotto metafora, anche il difficile processo di maturazione linguistica del volgare illustre, che si emancipa dai confini angusti municipali per far assurgere il volgare fiorentino al di sopra delle altre varianti del volgare italiano, arricchendolo nel contempo con il loro contatto. Dante è accompagnato sia nell'Inferno che nel Purgatorio dal suo maestro Virgilio; in Paradiso da Beatrice e, infine, da san Bernardo.

Le Epistole e l'Epistola XIII a Cangrande della Scala. Ruolo rilevante hanno le 13 Epistole scritte da Dante durante gli anni dell'esilio. Tra le principali epistole, incentrate principalmente su questioni politiche (relative alla discesa di Arrigo VII) e religiose (lettera indirizzata ai cardinali italiani riuniti, nel 1314, per eleggere il successore di Clemente V). L'Epistola XIII a Cangrande della Scala, risalente agli anni tra il 1316 e 1320, è l'ultima e la più rilevante delle epistole attualmente conservate (benché si dubiti in parte della sua autenticità). Essa contiene la dedica del Paradiso al signore di Verona, nonché importanti indicazioni per la lettura della Commedia: il soggetto (la condizione delle anime dopo la morte), la pluralità dei sensi, il titolo (che deriva dal fatto che inizia in modo aspro e triste e si conclude con il lieto fine), la finalità dell'opera che non è solo speculativa, ma pratica poiché mira a rimuovere i viventi dallo stato di miseria per portarli alla felicità.

Egloghe. Le Egloghe sono due componimenti di carattere bucolico scritti in lingua latina tra il 1319 e il 1321 a Ravenna, facenti parte di una corrispondenza con Giovanni del Virgilio, intellettuale bolognese, i cui due componimenti finiscono sotto il titolo di Egloga I e Egloga III, mentre quelli danteschi sono l'Egloga II e Egloga IV. La corrispondenza/tenzone fra i due nacque quando il del Virgilio rimproverò Dante di voler conquistare la corona poetica scrivendo in volgare e non in latino, critica che suscitò la reazione di Dante e la composizione delle Egloghe, visto che Giovanni del Virgilio aveva inviato a Dante tale componimento latino e che, secondo la dottrina medievale della responsio, l'interlocutore doveva rispondere con il genere usato per primo.

La Quaestio de aqua et terra. Il sistema dell'Universo secondo l'egiziano Tolomeo, teoria fatta propria da Dante stesso. La trattazione filosofica continuò fino alla fine della vita del poeta. Il 20 gennaio 1320, Dante si recò nuovamente a Verona per discutere, nella chiesa di Sant'Elena, la struttura del cosmo secondo i cardini aristotelico-tolemaici che, in quel periodo, erano già oggetto di studio privilegiato per la composizione del Paradiso. Dante, qui, sostiene come la Terra si trovasse al centro dell'universo, circondata dal mondo sublunare (composto da terra, acqua, aria e fuoco) e di come l'acqua si trovi al di sopra della sfera terrestre. Da qui, la trattazione filosofica caratterizzata dalla disputatio con gli avversari.

La fortuna in Italia e nel mondo.

In Italia

Dante ebbe una risonanza e una fama pressoché immediata in Italia. Già a partire dalla seconda metà del XIV secolo, il Boccaccio iniziò una vera e propria diffusione del culto dantesco, culminata prima nella composizione del Trattatello in laude di Dante e poi nelle Esposizioni sopra la commedia. L'eredità del Boccaccio fu raccolta, durante la fase del primo umanesimo, dal cancelliere della Repubblica Fiorentina Leonardo Bruni, che compose la Vita di Dante Alighieri (1436) e che contribuì al perdurare del mito dantesco nelle generazioni dei letterati (Agnolo Poliziano, Lorenzo de' Medici e Luigi Pulci) e degli artisti (Sandro Botticelli) fiorentini della seconda metà del Quattrocento. La parabola dantesca cominciò tuttavia a scemare a partire dal 1525, allorché il cardinale Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua, stabilì la superiorità del Petrarca in campo poetico e del Boccaccio per la prosa. Tale canone escluderà il Dante della Commedia in quanto difficile imitatore, determinandone un declino (nonostante le appassionate difese di Michelangelo prima e di Giambattista Vico poi) che perdurerà per tutto il Seicento e il Settecento, a causa anche della messa all'Indice del De Monarchia. Solamente con l'età romantica e risorgimentale Dante riacquisì un ruolo di primo piano in quanto simbolo dell'italianità e della solitudine propria dell'eroe romantico. L'alto valore letterario della Commedia, consacrato da De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana e riconfermato poi da Carducci, Pascoli e Benedetto Croce, troverà nel XX secolo appassionati studiosi e cultori in Gianfranco Contini, Umberto Bosco, Natalino Sapegno, Giorgio Petrocchi, Maria Corti e, negli ultimi anni, in Marco Santagata.

Sempre nel Novecento e nel Duemila, vari pontefici hanno dedicato pensieri di stima per l'Alighieri: Benedetto XV, Paolo VI, Giovanni Paolo II l'hanno ricordato per il suo altissimo valore artistico morale; Benedetto XVI per la finezza teologica; papa Francesco per il valore soteriologico della Commedia.

Nel mondo

Tra il Quattrocento e il XXI secolo, Dante conobbe fasi alterne nei restanti Paesi del mondo, influenzati da fattori storici e culturali a seconda delle regioni geografiche di appartenenza:

Inghilterra: Geoffrey Chaucer, oltre al modello del Decameron, si ispirò anche alla Commedia, traendo spunto dalle tragedie dell'Inferno quali quella del Conte Ugolino. Ignorato pressoché nei secoli XV e XVI secolo, il poeta fiorentino trovò un grandissimo estimatore in John Milton, che prese spunto dall'immaginario dantesco per la creazione dell'universo del suo Paradise Lost. Con il Romanticismo, Dante fu ammirato da letterati (William Blake, William Wordsworth, Samuel Taylor Coleridge, George Gordon Byron e Alfred Tennyson) e pittori (Dante Gabriel Rossetti e i preraffaelliti, oltre che da William Bell Scott), che lo considerarono un vero e proprio maestro di poesia e di arte. Nel XX secolo, Edward Morgan Forster si ispirò alla selva oscura per l'Omnibus celeste e Thomas Stearns Eliot (poeta di origine statunitense naturalizzato inglese), grandissimo estimatore della Divina Commedia, ne sottolinea il profondo ascendente sulla gran parte delle sue opere e in particolare su The Waste Land (La Terra Desolata, 1922), uno dei suoi saggi dedicati a Dante ora raccolti nel volume Scritti su Dante.