Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

TERZA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Nullismo.

Il Nulla di fronte al Nulla.

Nullismo: sostantivo maschile. Definizioni da Oxford Languages. Nichilismo, e cioè atteggiamento o indirizzo ispirato a teorie che portano a conclusioni negative, sterili.

Nullismo: nullismo s. m. [der. di nulla]. Definizioni da Treccani – Termine usato talvolta in filosofia come sinon. di nichilismo, in riferimento a teorie che portano a conclusioni negative, sia nel campo teoretico (scetticismo), sia nel campo morale (pessimismo): il n. del Leopardi (Carducci). Raro con il sign. di incapacità, inettitudine (a fare, a concludere, a realizzare).

Nullismo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il termine Nullismo fu coniato dai filosofi cattolici Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti come accezione particolarmente critica sia del termine nichilismo che negava la realtà di un essere trascendente, sia in particolare del sistema filosofico di Hegel basato, secondo questi autori, su un'assoluta astrazione. In seguito il termine fu adoperato anche da Giosuè Carducci e da altri critici in senso polemico verso la poetica di Giacomo Leopardi caratterizzata, a loro giudizio, da un pessimismo rinunciatario. In senso politico la parola è stata usata, tra gli altri, da Antonio Gramsci per indicare sia il «nullismo opportunista e riformista» dei dirigenti socialisti come Turati, sia «la fraseologia pseudorivoluzionaria anarchica» dei socialisti massimalisti e degli stessi anarchici. Nel senso di rifiuto di ogni sistema politico, il termine nullismo più di recente ha preso a indicare una concezione politica-sociale a stretto legame con anarchia e anticonformismo; in un senso molto ristretto la parola nullista può indicare colui che si astiene dalla politica e da ogni forma politico-sociale, che sia importante o meno. Il nullismo mette anche in particolare risalto il "libero arbitrio", inteso come espressione della libertà di pensare e giudicare, ritenuta tipica dei vari nullisti, come atei, anticonformisti e anarchici.

DAGONOTA il 21 luglio 2021. I nullisti. Eccoli, sono loro i protagonisti della nostra modernità. Muoiono da soli, se ne vanno in silenzio, senza troppo clamore e senza nessuno in grado di indagare le loro storie, quelle vere, autentiche e profonde. L’attore, regista e sceneggiatore Libero De Rienzo si è spento a 44 anni qualche giorno fa, tutto solo nella sua casa romana dove hanno trovato eroina. Proprio lui, insieme a tanti altri quarantenni, ma anche cinquanta-sessantenni, faceva parte di quel gruppo dei “nullisti” al centro dei romanzi di Emanuele Trevi  che,  peraltro, era amico di Picchio, come gli intimi chiamavano l’interprete di “Smetto quando voglio”. Nel libro “I cani del nulla” (appena ristampato da Einaudi Stile Libero), il vincitore del premio Strega di quest’anno descrive le vicissitudini dei “nullisti” che si distinguono dai nichilisti.  “Il nichilismo è una tradizione di pensiero, una visione del mondo complessa, un reticolo di idee in movimento”, spiega Trevi.  “Quello che potremmo definire invece il nullismo, consiste in un sentimento molto semplice - lo sgomento della vita di fronte alla sua nullità. Questo sgomento, di per sé, è un binario morto, non produce conseguenze rilevanti né nell’ordine del pensiero né in quello dell’ispirazione artistica, non è né religioso né ateo, non peggiora né migliora l’umore del momento”. Del gruppo degli sgomenti “nullisti” fanno parte Rocco Carbone e Pia Pera, gli scrittori morti prematuramente e protagonisti di “Due vite” (Neri Pozza) con cui Trevi si è assicurato il premio Strega. Ma “nullista” lo è anche lo stesso narratore e tanti altri esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo. Eppure sui belli e dannati del nostro tempo vige una specie di omertà, di pudore fatto di reticenza e di non confessato perbenismo. Oggi siamo più conformisti degli scrittori deli anni Venti del secolo passato. Sandro Veronesi, per esempio, nell’introduzione a “I cani del nulla” si perde in un mirabile esercizio di stile  e descrive il racconto di Trevi come un catalogo delle banalità del quotidiano. Altro che quotidianità! Visitiamo con Trevi il suo armadietto delle medicine: “Autan, Lexotan. Imovane, Triptizol. Laroxil, Betagon. Bimixin. Actifed. Voltaren”, e facciamo un viaggio con lui e sua moglie Martina in mondi irraggiungibili e lontani come questo: “Il nostro isolamento cresce di giorno in giorno. Nondimeno, un certo ritmo di eventi sembra ancora registrabile – la parodia inquieta di un itinerario, di una strada in questo mondo. Una sera un nostro amico ci porta una boccetta di liquido trasparente. Sull’etichetta ci sono un cagnolino e un gattino stilizzati che sorridono, con gratitudine. Mettiamo il liquido a bagnomaria su un piatto, e quando l’acqua evapora rimane una polverina bianca, che sminuzziamo ben bene con la carta di credito, fino a ottenere la consistenza giusta. Fatte delle strisce, la tiriamo. È una specie di analgesico leggero, si chiama Ketamina, in India lo usano per i bambini, qui da noi per gli animali, ma è la stessa roba. Stimola molto in fretta delle specie di visioni simmetriche: se assunto, ovviamente, in tale maniera non ortodossa. Per tutta la notte, sul divano, mia moglie costruisce un grande tempio – cupole, torri altissime, ordini sovrapposti di colonne…”. L’isolamento, osserva lo scrittore è terribile. Lo si supera con notturne allucinazioni. Ma nessuno indaga a fondo sulle vere ragioni di queste morti inaspettate e nessuno parla di Trevi come il grande cantore del Nulla che devasta le ultime generazioni. Il re è nudo e tutti fanno finta di non vederlo.  

Il Nichilismo.

Tutto sbagliato. Tutto da rifare...

Nichilismo: sostantivo maschile. Definizioni da Oxford Languages. Ogni posizione filosofica che concepisca la realtà in genere o alcuni suoi aspetti essenziali, dai valori etici alle credenze religiose, dalla verità all'esistenza, nella loro nullità.

PARTICOLARMENTE. Movimento russo della seconda metà dell'Ottocento, negatore della morale tradizionale e propugnatore della soppressione violenta dell'ordinamento sociale e politico. Nichilismo attivo, nella filosofia di F. Nietzsche (1844-1900), quello che promuove e accelera il processo di distruzione degli ideali tradizionali, per rendere possibile l'affermazione di nuovi valori.

Nichilismo. Vocabolario on line Treccani. Nichilismo (non com. nihilismo) s. m. [dal fr. nihilisme, der. del lat. nihil «niente»]. – In filosofia, termine introdotto, nella forma ted. Nihilismus, negli ultimi decennî del sec. 18° all’interno delle polemiche sul criticismo kantiano e sull’idealismo per indicare l’esito di ogni filosofia che voglia tutto dimostrare, costretta, quindi, a tutto dissolvere in pure e vuote astrazioni; più in generale, denominazione moderna di un atteggiamento ricorrente nel pensiero filosofico, comune a molte dottrine anche antiche, secondo il quale, una volta stabilita l’inesistenza di alcunché di assoluto, non ci sarebbe alcuna realtà sostanziale sottesa ai fenomeni di cui pure si è coscienti, risultando quindi l’intera esistenza priva di senso. In partic., n. russo, ideologia e insieme di comportamenti tipici dei giovani intellettuali piccolo-borghesi nella Russia della seconda metà dell’Ottocento (diffusi soprattutto attraverso i romanzi di I. S. Turgenev e di F. M. Dostoevskij), improntati a un’entusiastica fiducia nella scienza, a un’accettazione del materialismo e del positivismo come strumenti polemici contro ogni forma di cultura tradizionale, spec. morale e religiosa, con esiti, spesso, di individualismo esasperato, di anarchismo, di immoralismo (più dichiarato che vissuto), ma con sbocchi anche politici, di tendenza all’emancipazione sociale collettiva. Con riferimento soprattutto al pensiero e all’opera di F. Nietzsche, il termine designa la presunta inarrestabile decadenza della cultura occidentale greco-cristiana, e insieme la denuncia di questa decadenza e la distruzione teorica e pratica dei valori della tradizione. Per estens., e al di fuori di contesti filosofici, il termine definisce in tono polemico atteggiamenti o comportamenti ritenuti rinunciatarî oppure volti alla distruzione di qualsivoglia istituzione o sistema di valori esistente.

Nichilismo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il termine nichilismo, o nihilismo (dal latino classico nihil, "nulla"), nella lingua tedesca Nihilismus, fu adottato in Germania dalla fine del XVIII secolo nell'ambito della polemica sulle conclusioni della filosofia di Kant; si diffuse in seguito ampiamente con la pubblicazione della lettera di F.H. Jacobi a Fichte del 1799, Jacobi an Fichte (nota come Sendschreiben an Fichte) dove acquistò il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia che pretendesse di possedere un reale contenuto di verità. Si riferisce particolarmente al pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) per indicare l'inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori. Comunemente indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori; indica anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l'esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi secondo una visione che in effetti non è condivisa da tutti i nichilisti: movimenti, ad esempio, come il futurismo e il decostruttivismo, insieme ad altri, sono stati spesso identificati da diversi autori come "nichilistici" in numerosi contesti. Il nichilismo infatti, assume inoltre diverse caratteristiche a seconda del contesto storico in cui si inquadra: per esempio, Jean Baudrillard e altri come il filosofo ateo Michel Onfray, hanno spesso definito il postmodernismo come un'epoca nichilista, e diversi teologi cristiani e figure di autorità religiose (nonostante vi siano stati in passato correnti religiose vicine ad un certo nichilismo come la mistica renana) hanno spesso sostenuto che il postmodernismo e diversi aspetti della modernità, si caratterizzano per il rifiuto del teismo, aspetto questo che porta a identificarli con il nichilismo, che in ambito cattolico è spesso apparentato all'ateismo. Aspetti nichilistici possono riscontrarsi anche nell'accezione moderna e contemporanea di cinismo. Controverso è, invece, se lo scetticismo sia un pensiero nichilista.

Storia del nulla. «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità.» (Bibbia, Libro del Qoelet, 1, 2). Se ci riferiamo al nichilismo soprattutto riguardo alla sua origine etimologica, al punto da sostenere che quella concezione equivale a un pensiero incentrato sul "nulla", dovremmo affermare che se ne possano trovare tracce sin dai primordi e nel seguito della storia della filosofia, a partire dal libro biblico del Qoelet, che dichiara tutto "vano" e non vi è mai "nulla di nuovo" (nihil sub sole novum), pur risolvendosi poi nell'accettazione salvifica finale della religiosità ebraica. Il primo autore filosofico che tratta il problema del nulla appare essere Gorgia (485/483-375) che afferma: «Nulla è; se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile; se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri.» Si dovrebbero quindi includere tra i teorici del nulla: Fredegiso di Tours (VIII sec.), allievo di Alcuino di York, il quale nel suo De substantia nihili et tenebrarum pensa che il nulla esista e che quindi debba avere una sua sostanza; e nel IX secolo anche Giovanni Scoto Eriugena, che inizia il III libro del suo De divisione Naturae con la Quaestio de nihilo tentando un'interpretazione che soddisfi la filosofia greca e la teologia cristiana; così anche il teologo della mistica renana Meister Eckhart (XIII secolo) nel suo assoluto misticismo arriva ad affermare che Dio e il nulla «l'angelo, la mosca e l'anima» sono la stessa cosa. L'ossessione della definizione del nulla prosegue in età Rinascimentale con Charles de Bovelles che nel suo Liber de nihilo (1509) sulla «negazione originaria della materia» tenta di fondare una teologia negativa. Anche Leonardo da Vinci si perde nella concezione del nulla quando riflette che «Infralle cose grandi che infra noi si trovano, l'essere del nulla è grandissimo».

Leibniz nel XVII secolo si avventurerà nella definizione del nulla quando si chiederà:

(FR) «Pourquoi il y a plustôt quelque chose que rien?»

(IT) «Perché esiste qualcosa invece che il nulla?»

(Leibniz)

rispondendo:

(FR) «Car le rien est plus simple et plus facile que quelque chose»

(IT) «Perché il nulla è più semplice e più facile che [concepire] qualche cosa»

(Leibniz)

Storia del nichilismo moderno. Esordio: Jacobi e Schopenhauer. Il nichilismo inteso come una dottrina che sostiene la negazione radicale di un determinato sistema di valori esordisce - dopo la crisi della ragione dell'illuminismo, che a sua volta aveva messo in crisi la fede tradizionale - con la polemica di Jacobi nei confronti di Fichte: nella sua Lettera a Fichte del 1799, egli definì nichilistico il trascendentalismo kantiano, che dissolveva il mondo in apparenza e lo destituiva della sua consistenza. Più tardi Schopenhauer, ne Il mondo come volontà e rappresentazione del 1819, s'inoltrò in un radicale confronto con il nulla semplificando la dottrina kantiana. Egli distinse un mondo di fenomeni concepito come pura apparenza, e un mondo invisibile della volontà che però esiste solo per essere negata attraverso l'ascesi, come noluntas, ossia come volontà che si nega o che anela al nulla.

Il nichilismo russo. Il nichilismo si espresse anche come forma di filosofia politica nel movimento anarchico diffuso in Russia alla fine dell'Ottocento che, fidando ciecamente nella scienza, rifiutava ogni forma tradizionale di cultura e si proponeva di sconvolgere l'ordine sociale e il regime politico allora esistenti per fondarne altri su nuove basi. In Russia, il termine «nihilista» fu adoperato sin dal 1829 dal critico letterario Nikolaj Ivanovič Nadeždin nel suo articolo L'adunata dei nihilisti per indicare semplicemente chi «non sa e non capisce nulla». Un decennio dopo un altro critico Michail Katkov diede invece alla parola, con intenzioni polemiche nei confronti degli autori della rivista Il Contemporaneo, il significato più filosofico di «colui che non crede a nulla»: quando invece «Se si guarda al cosmo, posti di fronte a due atteggiamenti estremi, è più facile diventare mistico che nihilista». Il termine divenne popolare ad opera del drammaturgo e romanziere russo Ivan Sergeevič Turgenev con il romanzo Padri e figli 1862, dove, egualmente con intenti polemici l'autore faceva del personaggio del giovane rivoluzionario Bazarov un "nihilista", un uomo «che non s'inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato», e che concentra in sé quanto di più moralmente negativo Turgenev vedeva in quella intelligencija giovanile che, pur proveniente dalla classe piccolo-borghese, rifiutava le posizioni politiche liberali e costituiva la militanza sovversiva più radicale di tutta la Russia; quella stessa gioventù che anche Fëdor Dostoevskij condannava nel romanzo I demoni tracciando diverse figure di nichilisti, come quelle di Verchovenskij e Stavrogin. «Ogni tanto mi viene in mente che molti di questi stessi giovani delinquenti, che vanno attualmente in putrefazione, finiranno un giorno per diventare degli autentici e solidi počvenniki, e cioè dei veri russi? Quanto agli altri, che finiscano pure di marcire! Finiranno pure per tacere anche loro, colpiti da paralisi. Ma che autentiche carogne!». La scelta di Turgenev era tuttavia infelice, scrisse Saltykov-Ščedrin, perché erano proprio i giovani condannati da Turgenev i più fermamente convinti delle proprie idee: in quel contesto il nihilismo era un «vocabolo privo di senso, capace meno di qualsiasi altro di caratterizzare la giovane generazione, nella quale si poteva discernere ogni genere di "ismi", ma non certo il nihilismo». Un altro redattore del Sovremennik, Maksim Antonovič, recensì Padri e figli, accusando Turgenev di aver falsificato la realtà. Al contrario, il redattore del Russkoe slovo (Русское слово, La parola russa) Dmitrij Pisarev, scrivendo che Turgenev aveva descritto con esattezza la condizione spirituale dell'intelligencija materialista e rivoluzionaria del suo tempo, si dichiarò egli stesso un nichilista. Positiva era la funzione violentemente critica delle condizioni politiche e sociali della Russia svolta dalla gioventù intellettuale, e necessaria era l'emancipazione dell'individuo, la formazione di caratteri «criticamente pensanti».

Nietzsche nel 1882. Con Nietzsche si determina il significato non episodico, ma centrale del nichilismo, come è stato inteso dal pensiero contemporaneo. L'emancipazione da ogni fede metafisica viene espressa da Nietzsche nel detto «Dio è morto». Al culmine della metafisica occidentale, tutta volta a sollevare il velo dell'apparenza, l'impulso alla verità e all'affinamento della coscienza si trasformano nell'amaro riconoscimento dell'assenza di ogni verità, nel tramonto di Dio. Se Dio muore non ci sono più termini di paragone esterni all'esistenza per giudicare di essa. Di fronte a questo crollo valoriale è possibile reagire in due modi profondamente differenti: in modo passivo e in modo attivo. Si subisce il nichilismo passivamente se si abbandonano le cose al loro corso, un po' adeguandosi al crollo dei valori, un po' lamentandosi di questo crollo. Il "nichilismo passivo" si configura quindi come chiusura nei confronti della creatività, in quanto il nichilista passivo semplicemente si aggrappa a qualche lembo di valore ormai decrepito che ancora riesce ad acciuffare nel marasma generale. In Der Wille zur Macht (La volontà di potenza, Ed. Kröner) Nietzsche afferma: «Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l'avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa è qui all'opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere.» Nella fondamentale opera Così parlò Zarathustra (1883-1885), Nietzsche raffigura la civiltà decadente, il nichilismo e l'oltreuomo con alcune metafore. In primis quella del cammello: portatore del peso dei valori e degli idoli che si è creato (la storia umana e la cultura) e che lo appesantiscono nel suo movimento libero e creativo, esso rappresenta una sorta di sapere storico che reprime e indebolisce la potenza e la forza dell'istinto di libertà creativa ch'era invece presente in più larga misura in figure e popolazioni che ci hanno preceduto. In secondo luogo la figura del leone, il nichilismo stesso ma anche il filosofo distruttore poiché anch'egli immerso, pur in maniera attiva, nel processo di decadenza e quindi anch'egli figura del nichilismo, ed infine l'aurora oltre l'umano, troppo umano: l'oltreuomo che, liberatosi dalle catene della storia e alleggeritosi dei fardelli del passato che imprigionavano il gioco creativo delle sue facoltà e dei suoi istinti primordiali, come un "fanciullo" gioca finalmente libero e creatore di sempre più nuove possibilità esistenziali ("nichilismo attivo"), sì che la Terra diventa "luogo di guarigione". Il "bambino-oltreuomo" ha la straordinaria virtù di mettere insieme qualità apparentemente inconciliabili dell'esperienza: impara a essere folle ed è follemente saggio: sceglie liberamente la necessità del divenire e padroneggia la propria libertà di creatore; è virtuoso nelle passioni più sfrenate e pratica la perversione con innocenza.

Heidegger. «Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest'ospite e guardarlo bene in faccia.»

Martin Heidegger negli anni cinquanta. Martin Heidegger volge la sua riflessione al problema della verità dell'Essere, descrivendo la sua ontologia come un possibile superamento, di quella tradizione metafisica che egli riteneva essersi definitivamente compiuta con Nietzsche. Nella sua opera Il nichilismo europeo, che nasce da una rilettura dell'opera filosofica nietzschiana, Heidegger individua nella formula nietzschiana "Dio è morto" la miglior auto-definizione del nichilismo, che Heidegger analizza in maniera critica. Alla riflessione sul tema del nichilismo oltre a questo testo, Heidegger dedicherà altri scritti tra cui: Il superamento della metafisica (1938-1939), dove esprime la tesi secondo la quale la metafisica è l'origine e l'essenza del nichilismo che ne costituisce pertanto il suo tratto fondamentale. L'essenza della metafisica si manifesta infatti, secondo Heidegger, nella soppressione della differenza ontologica, a causa della quale l'essere viene considerato come un ente fra gli altri e dunque dell'essere stesso, letteralmente, "non ne è più ni-ente".

L'essenza del nichilismo (1946-1948). Secondo Karl Löwith (1897-1973), uno dei maggiori allievi di Heidegger, mentre Nietzsche con la dottrina dell'"eterno ritorno" aveva pensato il nichilismo come principio filosofico, Heidegger, invece, pensa il principio filosofico come nichilismo.

Nichilismo e tecnica. Va infine ricordato il profondo nesso tra nichilismo e tecnica (nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare") come viene sviluppato nella riflessione di Heidegger. Il nichilismo è infatti il punto culminante e definitivo della metafisica occidentale che ha segnato «l'oblio del problema del senso dell'essere» che è stato sostituito dalla scienza con l'ente, dalla tecnica rivalutato per la sua utilizzabilità. «...di Heidegger ci era stata trasmessa l'immagine di un filosofo nemico assoluto della tecnica e della tecnologia, grande amante della natura incontaminata e della Foresta Nera, l'idea di un Heidegger boscaiolo e contadino in inappellabile contrapposizione al mondo delle macchine. La tecnica secondo il filosofo tedesco, si diceva, è espressione massima del nichilismo moderno e perciò essa va condannata senza appello, rifiutata e guardata con grande sospetto da chi faccia della cerca dell'Essere il motivo del suo impegno filosofico ed esistenziale.» Nel 1953, Heidegger pone la domanda circa l'essenza della tecnica moderna: l'uomo di oggi esperisce la verità dell'Essere sotto forma di tecnica, ma l'essenza più profonda della tecnica non è nulla di tecnico (M. Heidegger, La questione della tecnica), ma appartiene all'ambito dell'arte. Infatti l'antico concetto greco di τέχνη (téchne) in origine era usato per indicare una prerogativa divina di cui era stato fatto dono agli uomini per sopperire alla loro intrinseca debolezza. Secondo questa concezione il concetto di téchne per esempio diventa centrale nella filosofia socratico-platonica. Da Socrate infatti, si origina la tesi secondo cui la virtù è una scienza e il compito del filosofo è quello di indagare la possibilità di un sapere tecnico, pratico, nel campo della morale e della politica. Anche nei Dialoghi di Platone, e in particolare negli scritti giovanili, le tecniche vengono additate come modello di conoscenza scientifica per eccellenza: «Il sapere in generale, privo di un oggetto proprio, non ha alcun senso per Platone: ogni scienza ed ogni tecnica sono sempre una determinata (τις) scienza o tecnica, cioè vertono su alcuni oggetti specifici e non su altri. Una tecnica che non si sia delimitata il campo in base al proprio oggetto non è una tecnica.» La tecnica circoscrive in modo chiaro e riconoscibile il proprio oggetto, ed è perciò il modello epistemologico a cui si rifà anche il filosofo. Ciò diventa ancora più evidente nella contrapposizione della filosofia alla poesia e alla retorica, le quali invece non sono in grado di definire il loro oggetto. Spostandoci nell'epoca contemporanea, in ottica fine ottocentesca, la tecnica costituisce l'esito necessario della conoscenza, quando questa si sia liberata dalle pastoie della metafisica o della religione. Per questo in Nietzsche, la "morte di Dio" apre l'epoca del nichilismo attivo, dove l'umanità utilizzerà consapevolmente le forze della Terra in direzione del dominio sulle cose. Ma anche questa dichiarata sovversione di tutti i valori tradizionali non è altro che l'aspetto più caratteristico del pensiero nichilista giunto alla «vigilia della notte» del pensiero occidentale, in cui la volontà di potenza dell'uomo diventa fine a se stessa, un "volere il volere" ("Wille zum Willen").

Severino. Scrive Emanuele Severino che la moderna visione del nichilismo è erratamente basata sul concetto di ente che nasce dal nulla, esiste, per poi ritornare nel nulla.

Come osserva Diego Fusaro: «...per Severino tutto è eterno... solo in superficie si crede che le cose vengano dal nulla e che nel nulla alla fine precipitino, perché nel profondo siamo convinti che quel breve segmento di luce che è la vita è esso stesso nulla. È il nichilismo. È l'omicidio primario, l'uccisione dell'essere. Ma è una contraddizione: ciò che è non può non essere, né può essere stato o potrà mai essere nulla. Una contraddizione che è la follia dell'Occidente, e ormai di tutta la terra. Una ferita che necessita di numerosi conforti, dalla religione all'arte, tutti affreschi sul buio, tentativi di nascondere, medicare il nulla che ci fa orrore. Per fortuna ci attende la Non Follia, l'apparire dell'eternità di tutte le cose. Noi siamo eterni e mortali perché l'eterno entra ed esce dall'apparire. La morte è l'assentarsi dell'eterno. Abbiamo tutti nel sangue il nichilismo. (...) Tutto è eterno significa che ogni momento della realtà è, ossia non esce e non ritorna nel nulla, significa che anche alle cose e alle vicende più umili e impalpabili compete il trionfo che si è soliti riservare a Dio.»

Vattimo. Contro nuovi e possibili irrigidimenti metafisici ("non sono più concepibili princìpi immutabili") si esprime il filosofo italiano Gianni Vattimo che critica il "nichilismo negativo", che si ostina a propugnare l'idea di un fondamento (una verità, un valore, un'idea) naturale: «[…] già tentare di modellare leggi, costituzioni, provvedimenti politici ordinari, sull'idea di una progressiva liberazione di norme e regole da ogni preteso limite "naturale" (e cioè ovvio solo per chi detiene il potere) può diventare un progetto politico positivo.» (Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto, 2003, p. 8). Egli affida un compito politico alla tradizione della Sinistra: «una sinistra nichilistica non-metafisica, non potrà più fondare le proprie rivendicazioni sull'uguaglianza, ma dovrà invece porre alla base la dissoluzione della violenza. È chiaro perché: l'uguaglianza è sempre ancora una tesi metafisica che si espone a essere confutata come tale, in quanto pretesa di cogliere una essenza umana data una volta per tutte.Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto, 2003, p. 104».

Altri filosofi e pensatori. Con le parole del filosofo Pier Paolo Ottonello (n. 1941) possiamo affermare: «Il nichilismo come negazione radicale o metafisica, è dunque negazione del senso dell'essere e degli enti in quanto significato e realtà sostanziali e valorativi, che possono essere tali solo in quanto fondati nell'assolutezza dell'essere. Nichilismo è dunque, essenzialmente, l'assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre le strade o dell'indeterminazione dell'essere e degli enti o dell'univocità radicale essere nulla.» In un significato più comune, il nichilismo è una concezione delle cose in base alla quale la realtà sarebbe inesorabilmente destinata a declinare nel nulla, ovvero, dal punto di vista etico, sarebbe indeterminabile o assente una finalità ultima che orienti il corso delle cose e la vita dell'uomo. Dato che questi è limitato e sperimenta ogni giorno questo limite nella morte e nelle sue dolorose anticipazioni, allora egli può essere spinto a considerare - al di là di quanto ne sia cosciente - che il niente sia il vero senso dell'essere. L'affermazione nichilista nega pertanto, in questo senso, vera consistenza alla realtà e di conseguenza esclude che l'uomo possa fare esperienza della verità in quanto tale, considerata come oggettiva e universale.

Per Sergio Givone, se da una parte il "nichilismo metafisico" afferma che il mondo non ha senso (perché la morte è l'orrore che tutto annienta) e termina così in un assurdo, dall'altra il nichilismo dei nostri giorni è più tranquillizzante e consolatorio: predica l'accettazione da parte dell'uomo della propria condizione e l'inutilità delle speranze che sono fuori dalla sua portata.

Invece Wilhelm Weischedel, filosofo tedesco del Novecento, ha elaborato una teologia filosofica nell'età del nichilismo.

Leonardo Vittorio Arena propone la sua "visione/non visione" del nonsense attraverso un nichilismo costruttivo, ispirandosi a concezioni filosofiche dell'Occidente, come quelle di Nietzsche e Wittgenstein, e dell'Oriente, come quelle del Buddhismo Chán/Zen e del taoismo di Zhuāngzǐ, in due sue opere: Nonsense o il senso della vita e Note ai margini del nulla.

Altri pensatori e scrittori che hanno trattato il nichilismo a vario titolo sono Giacomo Leopardi, Emil Cioran, Umberto Galimberti, Sigmund Freud, Michel Onfray, il Marchese de Sade, Jean-Paul Sartre, Philipp Mainländer, Eduard von Hartmann, Albert Camus, Manlio Sgalambro, Morris Lorenzo Ghezzi, Guido Ceronetti, Max Stirner (L'Unico e la sua proprietà), Oswald Spengler, Ernst Jünger, Howard Phillips Lovecraft, Ayn Rand, Louis-Ferdinand Céline e l'"allegorismo vuoto" di Franz Kafka.

Forme di nichilismo. Il nichilismo in sé può essere suddiviso secondo diverse definizioni e la loro ricorrenza è utile a descrivere posizioni filosofiche che sono tra loro indipendenti e sconnesse, seppur talvolta è possibile una correlazione o una consequenzialità tra l'una e l'altra.

Nichilismo metafisico. Il nichilismo metafisico è una teoria filosofica secondo cui "è possibile" che non esistano realtà oggettive nella loro totalità, o più teoricamente, si ritiene che vi sia un mondo ipotetico in cui queste non esistano; o al più che non possano esistere realtà oggettive "concrete"; perciò se ogni parola possibile contiene degli oggetti, ce n'è alla fine almeno una che contiene enti astratti.

Una forma estrema nel nichilismo metafisico è comunemente definita come la credenza per cui non esiste nessun componente di un mondo auto-sufficiente. Un modo per interpretare una simile affermazione può essere: «È impossibile distinguere l'esistenza dalla non-esistenza, poiché questi due concetti non hanno delle caratteristiche oggettive definite, e un fondamento di verità che un'affermazione può possedere, in modo da trovare una differenza tra i due.»[36] Se non esiste qualcosa che può discendere il significato di "esistenza" dalla sua negazione, il concetto di esistenza non ha alcun significato; o in altre parole, non esiste alcun valore intrinseco. Il termine "significato" in questo senso è usato per affermare che come l'esistenza non possiede un alto livello di "realtà", l'esistenza in sé non significa nulla. Si potrebbe dire che questa credenza, unita insieme al nichilismo epistemologico, darebbe come risultato l'idea che nulla può essere definito come reale o vero, poiché questi parametri non esistono.

Nichilismo epistemologico. La forma epistemologica del nichilismo può essere vista come un'estremizzazione dello scetticismo, in cui ogni forma di conoscenza o sapere è negata. Alan Pratt definisce il nichilismo come

(EN) «The belief that all values are baseless and that nothing can be known or communicated.»

(IT) «La convinzione che tutti i valori sono privi di base e che nulla può essere noto o comunicato»

(Internet Encyclopedia of Philosophy)

Nichilismo mereologico. Il nichilismo mereologico (altresì detto nichilismo compositivo) è la posizione secondo cui non esistono enti con identità proprie (non solo nello spazio, ma anche nel tempo), ma enti sprovvisti di identità - detti anche "blocchi da costruzione" - e che il mondo come lo percepiamo e lo sperimentiamo, in cui crediamo vi siano questi enti dotati di identità, è solo un prodotto della fallacia delle percezioni umane.

Nichilismo esistenziale. Il nichilismo esistenziale è la credenza per cui la vita non possiede alcun valore o senso intrinseco. Tale filosofia asserisce che l'uomo è l'attore del suo farsi nel mondo, il responsabile di ogni sua azione ed il costruttore di ogni suo scopo o significato, che non v'è in principio. L'inesistenza del senso della vita è stato un problema largamente trattato dalla scuola filosofica dell'esistenzialismo. È da sottolineare come sia assolutamente indipendente il pensiero dell'ateismo da quello del nichilismo esistenziale (che infatti nega l'esistenza di un senso, non di Dio).

Nichilismo morale. Il nichilismo morale, noto anche come nichilismo etico, è una posizione metaetica che sostiene l'inesistenza della moralità come realtà oggettiva; perciò non vi è azione che sia necessariamente preferibile a un'altra. Per esempio, un nichilista morale potrebbe affermare che l'uccidere una persona, per una qualsiasi ragione, non è inerentemente né giusto né sbagliato. Altri nichilisti potrebbero addirittura dire che non vi è alcuna moralità, e se questa esiste, è un'invenzione umana e quindi una costruzione artificiale, nella quale ciascun senso è relativo a seconda delle diverse possibili conseguenze. Ad esempio, se qualcuno uccide una persona, un nichilista potrebbe sostenere che uccidere non sia per forza sbagliato, indipendentemente dai nostri principi morali: è tale solo perché la moralità è costruita come una dicotomia rudimentale, in cui viene affermato che una cosa negativa ha un peso ben più grave di un qualcosa definito come positivo: come risultato, uccidere qualcuno è sbagliato perché non si lascia la possibilità a questo di vivere, al cui vivere è arbitrariamente conferito un senso positivo. In questo modo, un nichilista morale crede che tutte le dichiarazioni etiche siano false.

Nichilismo politico. Il nichilismo politico è una branca che segue i punti caratteristici della filosofia nichilista, come il rifiuto di istituzioni non-razionalizzate o non-provate, nella fattispecie, le più importanti strutture sociali e politiche, come il governo, la famiglia e le leggi. Il movimento nichilista espose una dottrina simile nel diciannovesimo secolo in Russia. Il nichilismo politico è una corrente di pensiero assai differente dalle forme di nichilismo, ed è spesso considerata più come una forma di utilitarismo. Un'analisi influente sul nichilismo politico ci è stata presentata da Leo Strauss.

Riferimenti culturali.

Televisione. Thomas Hibbs (Baylor University), ha affermato che la sitcom Seinfeld è una manifestazione di nichilismo in ambito televisivo. Il tema principale della sitcom è quello di essere uno "show sul nulla". La maggior parte degli episodi sono soliti concentrarsi su fatti minuziosi o di bassa rilevanza. La visione esistenziale che Seinfeld propone è molto probabilmente assimilabile a una filosofia nichilista, basandosi sull'idea che la vita è senza uno scopo, da cui sorge un senso dell'assurdo che caratterizza con un tono ironico e umoristico lo stesso show.

Il personaggio di Gregory House di Dr. House - Medical Division è cinico e nichilista. Anche alcuni sketch del comico Bill Hicks sono considerabili nichilisti. La prima stagione della celebre serie antologica True Detective è intrisa di filosofia nichilista, oltre che pessimista e antinatalista.

Arte contemporanea. Il termine Dada è stato per la prima volta usato da Tristan Tzara nel 1916. Il movimento, che durò dal 1916 al 1922, sorse durante la prima guerra mondiale, un evento che fu d'influenza culturale per gli artisti del periodo. Il movimento Dada è nato a Zurigo, in Svizzera – inizialmente conosciuto sotto il nome di "Niederdorf" o "Niederdörfli" – al Café Voltaire. I Dadaisti affermano che il Dada non fu un movimento artistico, ma una forma di anti-arte, nella quale spesso si utilizzavano oggetti qualsiasi trovati casualmente, elaborati, decontestualizzati e modificati, per poi essere uniti in un'opera unica. Il concetto di anti-arte è nato per affrontare la sensazione di vuoto che si venne a creare dopo la guerra. Questa tendenza a svalutare l'arte ha portato molti a concepire il Dadaismo come un movimento nichilista. I soliti artisti Dada davano alle proprie creazioni un significato di loro invenzione per interpretarle ed è così difficile classificarle insieme ad altre manifestazioni artistiche contemporanee. Perciò, proprio a causa di questa ambiguità, è stato definito come un modus vivendi nichilista. Tra il Ventesimo e Ventunesimo secolo l'arte visiva manifesta sempre più accentuate istanze nichilistiche. Asseconda, per esempio, la propensione della cultura contemporanea a ridurre il reale al virtuale, al simulacro senza più referente. Nei casi più radicali, appare come «un'ARTE SENZA FINE, senza capo né coda, in cui, letteralmente, non si distingue più niente, se non il furore ritmologico». Jean Baudrillard giudica come massimo rappresentante di questa tendenza Andy Warhol le cui immagini sono «un'esaltazione della potenza del segno che, perso ogni significato naturale, risplende nel vuoto con tutta la sua luce artificiale». In altre sue manifestazioni, l'arte contemporanea tende a esprimere una vera e propria teoria visiva della coincidenza di essere e di non-essere, di vita e di morte, ovvero una sorta di metafisica nichilistica per immagini. L'artista Gino De Dominicis, a partire dagli anni Settanta del Novecento, teorizza che, fino a quando gli uomini non saranno in grado di rendersi immortali, essi non esisteranno veramente, essendo solo verifiche di possibilità di esistenza. Altri, come Maurizio Cattelan e Damien Hirst, esplicitano, con le loro opere, la rassegnazione dell'uomo contemporaneo occidentale di fronte alla intrascendibilità della morte in quanto evento definitivo, con tutto il portato di insensatezza che ne deriva. Per Cattelan è centrale che «noi siamo forse le uniche creature intimamente consapevoli del fatto che dovranno morire, anche quando la morte non è imminente». Per Hirst «Si riduce tutto alla morte. Voglio dire, stiamo morendo. È una carneficina (...). Che stiamo facendo, moriamo? È delizioso, è bellissimo, è favoloso. (...). La forza motrice, la roba in cui viviamo, si decompone. E le cose in decomposizione sono coloratissime, è incredibile, a qualsiasi livello. E stiamo morendo. Non ha senso». Cattelan e Hirst comunicano questo sentimento di impermanenza attraverso diversi espedienti semantico-stilistici. In particolare, con opere che presentano animali mentre esprimono la loro vitalità al massimo grado pur essendo palesemente morti, come quelli conservati in teche ripiene di formaldeide da Damien Hirst - ad esempio The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living del 1991, con il corpo di un vero squalo tigre dalle fauci spalancate come se fosse in procinto di aggredire una preda - oppure come quelli che, nelle installazioni di Maurizio Cattelan, appaiono pieni di vita - il cagnolino scodinzolante che porta il giornale al padrone (Pluto, 1998), il gatto che arcua la schiena in segno di difesa (Felix, 2001) - ma in forma di scheletri, dunque come se, da vivi, fossero già morti.

Letteratura. Il nichilismo contrassegna in modo particolare la letteratura russa: è infatti la tematica principale del capolavoro russo Padri e figli di Ivan Turgenev, analizzato nella sua accezione ateistica, materialistica, positivistica e rivoluzionaria; una tematica che verrà ripresa, approfondita, criticata dalla letteratura russa degli anni Sessanta del XIX secolo in maniera estensiva. Non a caso l'opera scatenò diverse polemiche in Russia, e non solo, che costrinsero Turgenev a dare spiegazioni e, di fatto, a diradare la sua attività letteraria. Anton Čechov ha realizzato un ritratto del nichilismo nel suo romanzo Tre sorelle. La ricorrente locuzione "che cosa importa" o altre varianti simili è spesso pronunciata da molti dei personaggi di fronte a determinati eventi; la significanza di alcuni di questi eventi suggerisce una sottoscrizione al nichilismo come una forma di copiatura psicologica. Il nichilismo cioè viene assunto da alcuni protagonisti più come un atteggiamento d'imitazione esteriore che come una riflessa convinzione. Nella graphic novel dei Watchmen, il personaggio Edward Blake/Il Comico dimostra di essere, e viene presentato, come un nichilista, sia moralmente che politicamente, con la sua disinvoltura nel commettere apertamente un omicidio solo per dimostrare una mancanza di nerbo e midollo negli umani (affermando che il Dr. Manhattan l'avrebbe potuto fermare in ogni momento, ma ha deciso di non farlo) Anche il Dr. Manhattan è dipinto come una personalità nichilista su scala cosmica, affermando che se la Terra fosse distrutta e tutta la vita su di essa sradicata, l'universo non ci farebbe caso. Nella novella La rivolta di Atlante, Ayn Rand condanna assai aggressivamente il nichilismo, partendo proprio dalle posizioni di Nietzsche, ne rovescia gran parte, affermando che alcuni valori (come la libertà e l'individualismo) sono necessari e innegabili. Tuttavia la stessa Rand è stata talvolta accusata appunto di nichilismo.

L'ideologia dello scrittore francese Marchese de Sade è stata spesso definita come un esempio di nichilismo, così come uno scrittore fortemente nichilista è un altro francese, Louis-Ferdinand Céline: il suo Viaggio è considerato uno dei libri più cupi e nichilisti mai scritti.

Musica e teatro. Nel dramma Fédora di Victorien Sardou (1882), trasposto in opera da Umberto Giordano (1898), il nichilismo politico russo è parte integrante nella creazione degli equivoci che porteranno al dramma. Il Conte Loris Ipanoff viene accusato di essere un nichilista e di avere avuto un movente politico per l'omicidio del capitano Vladimir Yariskin, promesso sposo della protagonista, la principessa Fedora Romazoff. Nel terzo atto dell'opera di Šostakovič Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, vi è un nichilista tormentato dalla Polizia Russa. Nell'articolo del 2007, il The Guardian fece presente "...nell'estate del 1977, ...la spavalderia nichilista del punk è stata una delle cose più devastanti in Gran Bretagna." La canzone dei Sex Pistols God Save The Queen, con la sua strofa no future ("nessun futuro"), divenne presto uno slogan per la gioventù disoccupata e disagiata durante gli ultimi anni '70. In particolare, il black metal, il death metal e il grindcore sono tre generi musicali che hanno spesso enfatizzato su tematiche nichilistiche. Il nichilismo è anche una tematica spesso affrontata dal trapper statunitense Ghostemane, in particolare nella canzone Nihil, contenuta nell'album N/O/I/S/E. L'album dei Nine Inch Nails, The Downward Spiral, ruota attorno a svariati concetti a sfondo nichilista, con un Trent Reznor narrante che intona strofe anti-establishment contro la società e la religione (con strofe come God is dead/ And no one cares/ If there is a Hell/ I'll see you there ["Dio è morto, a nessuno importa. Se esiste un inferno, ti vedrò lì"]). Il nichilismo si può anche ritrovare in alcune opere di gangsta rap, sotto forma di un vero e proprio codice, anche se non sempre. Nihilism è anche il nome di una canzone dei Rancid, presente nel loro album Let's Go. Nichilismo è il nome di una traccia del rapper italiano Mezzosangue, presente nell'album Soul of a Supertramp uscito nel 2015.

Cinema. Il personaggio di John Morlar presente nel romanzo del 1973 di Peter Van Greenaway, Il tocco della medusa, così come nella sua rispettiva riproposizione cinematografica, mostra di avere una visione nichilista della vita, allo stesso modo del marine Animal presente nel film di Stanley Kubrick Full Metal Jacket, e di O-Dog nel film del Nella giungla di cemento di Allen & Albert Hughes. Tre degli antagonisti del film del 1998 Il grande Lebowski sono esplicitamente chiamati e descritti i "nichilisti", così come ironici e nichilisti sono diversi personaggi di Woody Allen. Nel film Matrix la personalità di Thomas A. Anderson (Neo) si presenta come un'incarnazione vivente del trattato di Jean Baudrillard, Simulacre et Simulation: lo stesso libro è sotto forma di file nel suo PC, ed egli stesso in esso conserva dei dati informatici da contrabbando nella sezione Sul Nichilismo. Il film di Lars Von Trier Dogville ha una possibile chiave di lettura nichilista.

Videogiochi. «Perché gli esseri umani continuano a costruire? Perché continuano a celebrare la vita nel mio mondo distrutto? Pensate a quanto sono stupide le vostre vite!»

(Kefka Palazzo). Kefka Palazzo, antagonista di Final Fantasy VI e uno dei cattivi più celebri del mondo videoludico, è un crudele, spietato e disumano generale dell'Impero Gestahliano, il cui unico piacere nella vita deriva dal causare morte e distruzione ovunque, in quanto non prova alcun riguardo per l'esistenza altrui. Inizialmente si tratta di pura misantropia, ma dopo aver ottenuto poteri divini e aver devastato l'intero mondo, Kefka dimostra di avere anche una visione nichilista della vita, che lo porta ad amare e apprezzare soltanto la morte e la sofferenza delle sue vittime. Egli disprezza infatti la vita, i sogni e le speranze, e trae gioia e piacere dalla miseria dell'umanità. Altri celebri nichilisti nel panorama dei videogiochi sono Albert Wesker, personaggio della serie Resident Evil, Psycho Mantis, boss del videogioco Metal Gear Solid e Lavos, antagonista principale di Chrono Trigger. Si potrebbe rintracciare, nella saga di Assassin's Creed, una forma di nietzschanesimo nell'ideologia degli Assassini a partire dal motto "Nulla è reale, tutto è lecito". Premettiamo che gli Assassini, un Ordine le cui origini risalgono alla notte dei tempi, sono un'organizzazione segreta diffusa in tutto il mondo e votata a preservare il diritto dell'umanità al libero arbitrio. La loro ideologia è fondata sulla convinzione che solo l'autodeterminazione può condurre al miglioramento della razza umana attraverso la crescita dell'individuo, permettendo così la nascita di nuove idee e innovazioni. Al contrario i Templari, la fazione nemica, intendono sottrarre agli uomini il libero arbitrio. Tornando al motto dell'Ordine, ne possiamo ascoltare la spiegazione più esaustiva nell'episodio Assassin's Creed Revelations, ovvero quando Ezio Auditore visitava la roccaforte di Masyaf assieme a Sofia Sartor: «Nulla è reale, tutto è lecito. [...] Dire che nulla è reale significa comprendere che le fondamenta della società sono fragili, e che dobbiamo essere i pastori della nostra stessa civiltà. Dire che tutto è lecito, invece, significa capire che siamo noi gli architetti delle nostre azioni, e che dobbiamo convivere con le loro conseguenze, sia gloriose, sia tragiche.».

Scienza. Il fisico Lawrence Krauss ha analizzato dal punto di vista della divulgazione scientifica e filosofica, le implicazioni per l'essere umano del concetto di nulla in fisica, nel suo libro L'universo dal nulla, tentando di rispondere alla domanda di Leibniz, concludendo che non esista un vero nulla ma solo il vuoto e che questo non debba tradursi in una mancanza nichilistica di senso dell'attuale vita umana.

·        Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

Le elemosine hanno sfasciato il Mezzogiorno. Carlo Lottieri il 16 Novembre 2021 su Il Giornale. È un dato preoccupante quello segnalato dall'Inps là dove evidenzia che nel corso del 2021 nel Mezzogiorno si è avuto un raddoppio dei certificati di malattia. È un dato preoccupante quello segnalato dall'Inps là dove evidenzia che nel corso del 2021 nel Mezzogiorno si è avuto un raddoppio dei certificati di malattia. Ovviamente, la questione non è sanitaria, ma culturale e obbliga a interrogarsi su cosa s'è fatto in tutti questi decenni per danneggiare in tal modo il tessuto della società meridionale. È chiaro che questo numero abnorme di assenze dal lavoro per ragioni di salute è da ricondurre a un malcostume, le cui cause sono ben note. L'Italia, in generale, e ancor più il suo Mezzogiorno da troppo tempo disprezzano quella cultura del lavoro che comporta dedizione ai propri compiti e alla parola data. Dove le entrate non sono una conseguenza dell'attività, ma provengono da logiche redistributive, quella che s'impone è la logica dei più furbi. Le virtù borghesi s'affermano, come non si stancava di evidenziare Sergio Ricossa, nelle economie basate sul contratto, sull'impresa privata e sulla concorrenza. Se invece regna l'assistenzialismo, anche gli schemi morali che dovrebbero regolare i comportamenti dei singoli finiscono per essere trasformati e, naturalmente, in peggio. In una società nella quale un reddito può giungere tutti i mesi sul nostro conto corrente anche senza far nulla, si finisce per perdere ogni nesso tra la fatica e il premio, tra il lavoro e il salario. Quasi senza accorgersene, si entra in universo in cui ognuno cerca di vivere parassitariamente rispetto al prossimo, adottando ogni genere di imbroglio e malizia. Come spesso si evidenzia (ma mai a sufficienza!), il costo più oneroso del reddito di cittadinanza non è di carattere economico, ma invece sociale e culturale. E in fondo questa è solo l'ultima di una lunga serie di misure politiche che hanno guardato al Sud come a un semplice serbatoio elettorale: un vasto spazio nel quale distribuire favori (spesso di modesta entità) scollegati da quella capacità di fare e intraprendere che, invece, è condizione fondamentale per un vero sviluppo. Anni e anni di elemosine statali non hanno aiutato il Mezzogiorno, ma invece l'hanno corrotto in profondità. Ne discende che oggi il Sud ha bisogno di accantonare tutto questo, perché una nuova cultura della responsabilità può affermarsi soltanto se le nuove generazioni saranno chiamate ad affrontare nel bene e nel male tutti i rischi e tutte le opportunità del mercato. Carlo Lottieri

SPESA STORICA GHIGLIOTTINA SUL FUTURO DELLA SCUOLA E DEI RAGAZZI DEL SUD. Al Sud l’82% dei Comuni ha una spesa storica per l’istruzione inferiore del 30,89% rispetto a quella standard: ricevono cioè dallo Stato meno del necessario per garantire un servizio decente. Il Nord può invece permettersi di spendere più di quello di cui avrebbe bisogno perché ha avuto più risorse per almeno 15 anni. Vincenzo Damiani su Il Quotidiano del Sud il 16 novembre 2021. Al Sud l’82% dei Comuni ha una spesa storica per l’istruzione che è nettamente inferiore rispetto a quella standard: vuol dire che i sindaci ricevono dallo Stato meno soldi di quelli che sarebbero realmente necessari per garantire un servizio degno di questo nome. La situazione è diversa al Centro, dove oltre la metà degli enti, il 52%, registra una spesa storica superiore a quella standard e lo stesso vale per i Comuni del Nord-Est (51%) e, in misura minore, per quelli del Nord-Ovest (45%).

IL RAPPORTO

È quanto emerge da un nuovo report della fondazione Openpolis e Sose: il sistema italiano di federalismo fiscale, attraverso Sose, si occupa di stimare il fabbisogno finanziario di cui necessitano tutti i Comuni delle Regioni a statuto ordinario per offrire i servizi legati all’istruzione. Un calcolo che concorre a determinare la distribuzione delle risorse perequative del fondo di solidarietà comunale. «La maggior parte (3.929, cioè il 61%) dei Comuni italiani delle Regioni a statuto ordinario registra – si legge nel report – per la funzione istruzione una spesa storica inferiore a quella standard. In questo caso parliamo di enti che, o sono particolarmente efficienti nell’offrire ai cittadini i servizi legati all’istruzione, oppure scelgono di destinare più fondi a un’altra funzione rispetto a questa, o ancora hanno scarse risorse e quindi non riescono a spendere a sufficienza per garantire un livello di servizi adeguato». A soffrire maggiormente, poi, sono i Comuni più piccoli, infatti nei centri inclusi nelle fasce 60mila-99mila e oltre 100mila abitanti la spesa storica supera quella standard.

IL GAP SPESA STORICA

«Una condizione, quest’ultima, che può dipendere da una scelta delle amministrazioni di investire più risorse di quelle stimate, per ampliare l’offerta di servizi ai cittadini. Un’ipotesi che trova riscontro, per esempio, nei dati relativi alla superficie degli edifici scolastici comunali e statali. Se per i Comuni con oltre 60mila abitanti parliamo di oltre 13 metri quadri per abitante, per i territori con meno di 500 residenti il dato cala a 4 mq pro capite», scrive Openpolis. Così, mentre Napoli ha una spesa storica per l’istruzione di 78,24 euro e una spesa standard di 86,61 euro, Bologna ha una spesa storica di 189.36 euro e una spesa standard di appena 118.52 euro. E ancora: Bari presenta una spesa storica di 64.13 euro e una spesa standard di 74.8 euro; Firenze ha una spesa storica di 133.96 euro e una standard di 104.54 euro. Al Nord possono permettersi di spendere più di quello di cui realmente avrebbero bisogno, perché hanno potuto usufruire di maggiori risorse per almeno 15 anni. Al Sud, invece, i sindaci devono fare i salti mortali e ricevono meno soldi di quanti ne sarebbero necessari. Sino a quando non verrà superato definitivamente il criterio della spesa storica per la ripartizione dei fondi nazionali, la sperequazione non avrà fine e il Mezzogiorno continuerà ad ottenere meno risorse rispetto al Nord ma anche rispetto alle reali esigenze.

CONTI IN ROSSO

D’altronde, basti pensare che la Regione Puglia, nel 2016, per garantire ai 4 milioni di cittadini i servizi di istruzione, asili nido, polizia locale, pubblica amministrazione, viabilità e rifiuti, ha potuto spendere 2,22 miliardi ma avrebbe avuto bisogno di 2,32 miliardi, circa 100 milioni in più. In sostanza, la Puglia – avendo ottenuto trasferimenti statali inferiori rispetto al reale fabbisogno finanziario – ha dovuto stringere la cinghia, mentre il Piemonte nonostante un fabbisogno reale di 2,74 miliardi ne ha spesi 2,81, cioè 70 milioni in più. Le Regioni del Mezzogiorno, nel 2016, per tutti i servizi elencati hanno sopportato un costo complessivo di 7,90 miliardi (spesa storica), ma avrebbero avuto bisogno, secondo i calcoli di OpenCivitas, di almeno 8,18 miliardi (spesa standard), uno scarto negativo del 3,43%. Le Regioni del Nord, al contrario, hanno investito complessivamente 16,42 miliardi, nonostante il fabbisogno reale fosse di 15,23 miliardi: hanno speso di più avendo ricevuto più soldi da Roma. Se prendiamo in considerazione solamente il capitolo “istruzione”, le Regioni del Sud registrano uno scarto negativo tra spesa storica e spesa standard del 30,89%. Diversamente, il Nord ha potuto investire il 9% in più rispetto al reale fabbisogno.

Il Pnrr si è fermato a Eboli: progetti sbagliati e incertezze allargano il divario tra Nord e Sud. Reti idriche, asili, porti, assunzioni: i primi bandi non consentono al Meridione di recuperare il gap con il resto del Paese. E la soglia del 40 per cento, anche se sarà rispettata, non tiene conto di popolazione, Pil e disoccupati. Antonio Fraschilla su L'Espresso il 25 ottobre 2021. Il divario nord-sud è cresciuto negli anni difficili della pandemia e continua a crescere ogni giorno che passa. Ma questa frattura tra le due aree del Paese rischia di diventare ancora più profonda, per paradosso, dopo la piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Un piano che stanzia oltre 220 miliardi di euro, soldi concessi dall’Europa proprio per ridurre le distanze tra questi due pezzi d’Italia, considerando che nessun altro Stato dell’Ue ha al suo interno livelli così diversi di crescita come il nostro Paese. I primi bandi del Pnrr, e le prime graduatorie con distribuzione delle risorse, premiano però ancora chi alcuni livelli di assistenza e di servizi li ha già. Il dibattito politico nelle ultime settimane si è concentrato solo su due aspetti: la carenza di tecnici ed esperti negli enti pubblici delle regioni meridionali per presentare progetti adeguati ad attrarre le risorse del Piano, e la soglia minima del 40 per cento delle risorse cosiddette «territorializzate» che devono essere destinate alle aree che vanno dalla Campania alla Sicilia. Su entrambi gli aspetti il governo Draghi ha offerto le più ampie rassicurazioni. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta ha avviato la selezione degli esperti da affiancare alle amministrazioni meridionali e la ministra del Mezzogiorno, Mara Carfagna, ha chiesto e ottenuto che in Parlamento passasse un suo emendamento per fissare al 40 per cento la soglia minima delle risorse che devono andare alle regioni più svantaggiate, in totale 82 miliardi di euro. Ma tra le promesse e l’avvio dei primi bandi qualcosa non torna e cresce la protesta degli amministratori meridionali. 

I PRIMI BANDI DEL PIANO

Agli onori della cronaca è arrivato recentemente il caso Sicilia: nessuno dei progetti per migliorare le condotte irrigue per agricoltura e imprese è stato finanziato per errori nella documentazione consegnata a Roma. Ma il vero problema è che degli 1,6 miliardi di euro messi a gara, solo 475 milioni (il 29 per cento del totale) è stato destinato a regioni del Sud. Al centro e al nord sono andati 1,1 miliardi di euro.

In Sicilia quasi il 50 per cento dell’acqua si perde perché le condotte sono vecchie e bucate in più parti, percentuali simili si registrano in Calabria (41 per cento) e Campania (46 per cento), mentre il record negativo di acqua che si disperde va alla Basilicata con il 56 per cento e alla Sardegna con il 55. Al Nord, la dispersione delle reti idriche è inferiore della metà: in Lombardia è del 28 per cento, in Emilia Romagna del 30 per cento, come in Liguria. Conti alla mano, per recuperare il gap e raggiungere livelli simili al Mezzogiorno occorrerebbe ben più del 40 per cento delle risorse: sul bando da 1,6 miliardi, però, Basilicata, Calabria, Sardegna, Campania e Puglia hanno avuto ammessi progetti per 475 milioni, il 29 per cento del totale. La Lombardia ha avuto finanziati progetti per 197 milioni, il Piemonte per 159 milioni, la Campania si è fermata a 168 milioni, Puglia e Sardegna sono arrivate a meno di 3 milioni. Non è andata meglio sugli asili nido e il bando da 700 milioni di euro ha visto decine di Comuni meridionali restare fuori dai finanziamenti. Qui il 58 per cento delle risorse è andato agli enti locali meridionali, con i Comuni della Campania che hanno attratto risorse per 138 milioni, seguiti da quelli della Lombardia che hanno ottenuto 58 milioni e della Sicilia arrivati a quota 56 milioni. Il divario nord-sud però così non si ridurrà, considerando che su 100 bambini in Sicilia solo 12 trovano posto in asili nido pubblici e privati, in Campania e Calabria 10 bambini, in Puglia 18, mentre in Valle d’Aosta i bambini che trovano risposta per servizi di nido sono 44, in Lombardia 31, in Piemonte 30, in Toscana ed Emilia Romagna 40 (dati Openpolis). Discorso analogo accadrà anche per un altro bando finanziato con il Pnrr, quello destinato all’assunzione di assistenti sociali: alcuni criteri premieranno i Comuni che già hanno un buon numero di assistenti sociali e chi non ha questa rete non avrà alcun fondo in più per ridurre i divari. Un’altra ripartizione delle risorse già conclusa è quella sui grandi porti commerciali. Il Pnrr varato dal governo Draghi ha fatto solo una fotografia dello status quo. Secondo i dati del ministero delle Infrastrutture, tra fondi già stanziati e Pnrr per la portualità, nei prossimi cinque anni saranno investiti 3,3 miliardi di euro e, assicurano, il 43 per cento andrà ai porti del Mezzogiorno. Ma già solo questa cifra non rispecchia nemmeno il traffico merci attuale, visto che il 47 per cento transita negli scali portuali da Napoli in giù. Tra fondi per progetti e infrastrutture di certo c’è che solo i porti di Genova e Trieste riceveranno un miliardo di euro, molto di più degli scali di Napoli, Gioia Tauro, Augusta o Palermo. Qualcosa non torna perfino nella distribuzione territoriale degli esperti assunti a tempo determinato per aiutare le amministrazioni pubbliche in difficoltà nel presentare i progetti finanziati con il Piano Ue. Dei mille giovani tecnici chiamati in servizio, per una spesa di 320 milioni di euro, secondo la bozza del Dpcm, chi ne riceverà di più è la Lombardia con 131 assunti, seguono Campania e Lazio con 101 e 87, mentre l’Emilia Romagna ne avrà 64, qualche unità in meno della Puglia. La Calabria ne avrà 40, la Toscana 52 e il Piemonte 62. Ma non si dovevano aiutare gli enti pubblici senza personale? 

L’ALLARME DI SINDACI ED ESPERTI

Il professore dell’Università di Bari Gianfranco Viesti, esperto di società ed economia meridionale, non è molto sorpreso da questo avvio di attuazione del Pnrr e non ha molta speranza in una vera riduzione dei divari grazie a questo fiume di denaro in arrivo da Bruxelles: «Anche prendendo per buona la cifra di 82 miliardi di risorse che andranno davvero al Mezzogiorno, la vera domanda è: quanti di questi soldi rappresentano concretamente nuovi investimenti? Sulle infrastrutture abbiamo assistito a una partita di giro, con opere finanziate da tempo con fondi statali ai quali adesso sono subentrati i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Conti alla mano, studiando le poche cifre certe del documento sul Pnrr consegnato in Parlamento e a Bruxelles, solo 35 miliardi di risorse aggiuntive andranno al Mezzogiorno. Il resto è un grande punto interrogativo. Ma anche dando per certa la soglia del 40 per cento, questa non basta certo ad avvicinare i livelli dei sevizi nelle regioni del sud alla media nazionale. Per gli asili nido, al Mezzogiorno dovrebbero andare il 70 per cento delle risorse, solo così Reggio Calabria potrebbe avvicinarsi a Reggio Emilia: oggi la prima città ha 3 asili nido, la seconda 60. C’è poi il grande tema della burocrazia: è evidente che considerando il poco tempo per realizzare i progetti il sistema burocratico del Sud non può competere. Occorrono misure speciali e immediate per aiutare la macchina degli enti locali». Proprio quello della burocrazia è il tema che preoccupa di più i sindaci. Cinquecento amministratori meridionali si sono riuniti in una grande rete, tra questi il primo cittadino di Acquaviva in Puglia, Davide Carlucci: «Abbiamo creato un'alleanza tra sindaci di tutto il Sud. L'occasione è stata proprio il Pnrr: non vorremmo che fosse l'ennesimo treno perso per eliminare il divario con il resto d'Italia, che invece negli ultimi anni è cresciuto. La soglia del 40 per cento sembra un'enormità, è in realtà un tradimento delle indicazioni che ha dato l'Unione Europea stanziando i fondi in base alla popolazione, al Pil pro capite e al tasso di disoccupazione degli ultimi cinque anni. Se si fossero utilizzati questi parametri anche nella distribuzione delle risorse all'interno della nostra nazione, al Mezzogiorno sarebbe dovuto andare il 68 per cento. La Lombardia, così, otterrà 35 miliardi di euro, quasi la stessa somma della Francia che ha gli stessi indicatori economici ma una popolazione sei volte superiore, mentre la Calabria, terza regione più povera d'Europa, ne avrà solo 9,5. Inoltre sebbene il presidente del Consiglio Draghi abbia a più riprese sottolineato la necessità di rafforzare la pubblica amministrazione, nulla di concreto è stato fatto. Oggi Bassano del Grappa, di 43mila abitanti, può contare su 256 dipendenti a tempo indeterminato, mentre Corato, 48mila abitanti, ha 128 unità, la metà». Carlo Marino, presidente dell’Anci Campania, aggiunge: «Dal governo ci attendiamo tre cose: mettere i Comuni al centro della spesa e dare loro delle procedure semplificate; un piano straordinario di assunzioni che destini ai Comuni meridionali 5 mila giovani progettisti; garantire senza trucchi che il 40 per cento delle risorse resti al Sud. Punti sui quali, a partire dall’ultimo, siamo pronti a dare battaglia». Dall’Unione europea intanto si dicono preoccupati per la distribuzione reale delle risorse del Piano in Italia. Dolors Montserrat, presidente della Commissione per le petizioni, ha dichiarato «ricevibile» una istanza di verifica sulla spesa dei fondi Ue fatta dai sindaci del Sud. Una istanza che chiede un costante monitoraggio all’Ue sull’impiego delle risorse del Piano.  Montserrat nella lettera di risposta ha aggiunto: «Ho chiesto alla Commissione europea di condurre un'indagine preliminare sulla questione». I primi bandi del Pnrr sono già più di un campanello d’allarme.

L’allarme dell’Istituto Tagliacarne e di Unioncamere. Metà della ricchezza italiana in venti province, nessuna è al Sud. Andrea Esposito su Il Riformista il 9 Ottobre 2021. Nelle prime venti province italiane si concentra più della metà della ricchezza prodotta in Italia. E tra quelle non ce n’è una del Sud. Bisogna scorrere fino alla quarantesima posizione della graduatoria – guidata, manco a dirlo, da Milano – per trovarne una leggermente più giù di Roma. Ed è quella di Cagliari, certo non quella di Napoli che è soltanto 83esima, preceduta da Palermo e seguita da Salerno. Segno che il gap tra il Nord e il Sud del Paese aumenta, nonostante il Mezzogiorno abbia per certi versi retto meglio all’urto della pandemia. Ecco la drammatica fotografia scattata dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere attraverso un report dedicato agli effetti del Covid sul valore aggiunto prodotto nelle aree metropolitane italiane. Il primo dato che balza all’occhio è la differente velocità alla quale viaggiano i vari territori italiani. A Roma e a Milano e dintorni, per esempio, si produce il 19,7% della ricchezza dell’intero Paese: un dato addirittura in aumento di due punti percentuali rispetto al 2000. Ma il capoluogo lombardo si conferma leader anche nella classifica provinciale per valore aggiunto pro capite con 47.495 euro e stacca la capitale addirittura di sette posizioni. La provincia più “vicina” a Milano è quella di Bolzano, lontana addirittura di 21 punti percentuali: uno scarto mai così alto dal 2012. Insomma, Milano vola rispetto al resto d’Italia nonostante l’impatto della pandemia sia stato più sensibile nelle province del Nord, dove si concentrano le aree a maggiore vocazione industriale e le imprese con meno di 50 addetti che, soprattutto nei settori della moda e della cultura, sono risultate le più penalizzate dalla crisi. Qui il valore aggiunto è calato del 7,4%, mentre al Sud la flessione è stata del 6,4: danni limitati grazie alla più consistente presenza pubblica nell’economia e alla massiccia presenza di imprese attive nei settori della green e blue economy, per certi versi meno colpiti dal Covid. «La crisi non ha risparmiato nessuna provincia – spiega Andrea Prete, presidente di Unioncamere – ma al Sud gli effetti sono stati più limitati grazie ai provvedimenti messi in campo dal Governo nazionale e dalla tenacia delle imprese». Ma come si sono comportate le province della Campania? Quella di Napoli ha perso il 6,9% di valore aggiunto, cioè meno di quelle di Caserta (-9,2%) e di Avellino (-8,2%), ma nettamente di più rispetto a quella di Benevento (-3,3% grazie alla consistente presenza del settore pubblico nell’economia locale) e di quelle di Milano e di Roma (rispettivamente -5,6 e -6,6%). In Campania come nelle altre province meridionali, dunque, «la crisi ha agito su un’area già provata economicamente e socialmente in termini di reddito pro capite e di incidenza delle situazioni di povertà». Ora, ovviamente, si tratta di rimettere in moto il sistema economico. E, soprattutto, di ridurre quelle diseguaglianze che il Covid ha reso ancora più evidenti. Lo strumento c’è ed è il Piano nazionale di ripresa e resilienza nell’ambito del quale la Campania vede ora finanziati i primi nove progetti. Poca roba, se si considera la consistenza del gap in termini di servizi e infrastrutture che allontana sempre di più i territori dell’Italia meridionale da quelli dell’Italia settentrionale e dal resto d’Europa. Una situazione che associazioni come la Svimez hanno denunciato a più riprese sottolineando la necessità di abbandonare una volta per tutte l’idea del Nord come unica “locomotiva” dell’economia nazionale e di considerare il Sud come “secondo motore” dello sviluppo del Paese. La politica sembra avere recepito il messaggio: ieri il ministro Enrico Giovannini ha precisato che il 56% dei 62 miliardi da investire in infrastrutture e mobilità sostenibile andrà al Mezzogiorno. Stesso discorso per il decreto per la rigenerazione urbana che vale quasi tre miliardi per 159 progetti destinati a migliorare la qualità della vita nelle città meridionali senza consumare suolo. «Ora l’importante è avviare le iniziative del Pnrr – conclude Prete – Non c’è un minuto da perdere». Andrea Esposito

Autonomia differenziata, il cadavere riesumato da un blitz della Lega. Un disegno di legge per attuare il regionalismo differenziato collegato alla legge di bilancio. Il piano B del Carroccio in caso di flop elettorale: tornare al Federalismo padano. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud l'1 ottobre 2021. Accompagnata all’uscita dalla porta principale, l’autonomia differenziata è pronta a rientrare dalla finestra. Con il solito blitz leghista è riapparsa sotto forma di disegno di legge, un collegato alla nota di aggiornamento al Def. Un fantasma pronto a riprendere forma tutte le volte che il fanatismo elettorale lo richiede. Ma questa volta sotto le sembianza del “federalismo spinto” ci potrebbe essere dell’altro. La scappatoia esistenziale di una parte del Carroccio. Le bandiera del popolo padano sono rimaste negli armadi, basterebbe spolverarle e riportarle in piazza per tornare alle origini. Il blitz è stato ispirato dai soliti governatori oltranzisti, il lombardo Attilio Fontana e il veneto Luca Zaia e con la benedizione di Giancarlo Giorgetti. Una rete di protezione in vista del possibile flop alle amministrative. Il dopo Salvini insomma è già cominciato. Se il sogno di una Lega sparsa su tutto il territorio nazionale sfuma, come dicono i sondaggi, si torna all’antico. Salvini, dicono le malelingue, si è esposto nella difesa del suo ex digital-guru Luca Morisi per non lavare i “panni sporchi”. La caduta dal podio è vicina. Ed ecco allora rispuntare il vecchio disegno, i confini segnati dal sacro fiume Po, l’occhio strizzato agli elettori delle regioni del Nord, la resurrezione del bossismo, come raccontato da questo giornale qualche giorno fa.

FEDERALISMO AD OROLOGERIA

La riesumazione dell’autonomia differenziata, dunque, come effetto collaterale. La Lega che si slega. Ed ecco che, depotenziato dalla crisi sanitaria, logorato dal protagonismo dei governatori, il federalismo ad orologeria si materializza nella sua forma più estremista. La versione già bocciata del primo governo Conte. L’interpretazione più talebana dei criteri di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. Un nuovo assetto federale per regolare il rapporto economico-finanziario tra lo Stato e le autonomie territoriali. Che vuol dire superamento del sistema di finanza derivata, maggiore autonomia di entrata e di spesa agli enti decentrati. E al diavolo i princìpi di solidarietà, riequilibrio territoriale e coesione sociale che dovrebbero guidare tutte le scelte del PNNR secondo i dettami Ue. Non c’è da stupirsi se ancora una volta l’attenzione dei governatori e della Lega – ma non solo – riguarda la parte economico-finanziaria dell’autonomia differenziata. La legge n. 42/2009 ha introdotto il principio di territorialità per regolare l modalità di attribuzione alle Regioni del gettito dei tributi regionali e delle compartecipazioni al gettito. Ed è questo che fa gola, la possibilità di tener conto del luogo di consumo, localizzazione dei cespiti, prestazione del lavoro, residenza del percettore. In una parola la fiscalità regionale, ovvero la fiscalizzazione dei trasferimenti statali alle Regioni e alle Province. Attuare il federalismo per i leghisti di ieri e di oggi – detto in soldoni – ha sempre voluto dire questo: incassare i dané e tenerseli in cassaforte considerando propri anche quelli destinati alla perequazione. Da qui la richiesta di rideterminare l’aliquota dell’addizionale regionale Irpef per garantire alle Regioni a statuto ordinario entrate corrispondenti ai trasferimenti statali soppressi. Ciò che prima ti veniva passato per trasferimento dallo Stato si può trattenere a monte. A pensarci bene non è molto diverso dal principio declinato in ambito sanitario con il decreto legislativo n. 68 del 2011. E i risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti; disparità di trattamento, disuguaglianza, assenza di medicina territoriale, ospedali tagliati, trattamenti economici differenziati, migrazione sanitaria, viaggi della speranza etc, etc. Da giorno in cui la Lega ha iniziato a cavalcare quella che doveva essere la tigre dell’autonomia poco o niente s’è fatto. Arranca la determinazione dei fabbisogni standard, indicatori tratti da una banca dati, informazioni che provengono dal territorio per costruire un meccanismo perequativo. Non si riesce a dare forma e contenuto ai Lep, i livelli essenziali delle prestazioni previsti dal Pnrr: per farlo bisognerà aspettare almeno fino al 2026. In compenso, come se nulla fosse, si torna a parlare del luminoso destino che attenderebbe le regioni del Nord pronte ad affrancarsi dal centralismo cristallizzante. Il solito tormentone, la solitaria accelerazione di un partito in crisi di identità. Il ritorno a scoppio ritardato di un modello che lo stesso Salvini aveva riposto nel guardaroba tra gli abiti dismessi. Indumenti logori, lisi, già usati. Le iniziative assunte ormai vari anni fa, in un altro clima politico e sociale, in un’altra Italia, da alcune Regioni, in particolare Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna spacciate per atti di fondazione. Referendum-farsa ai sensi dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione.

COME FINIRÀ?

In passato blitz di questo tipo si sono conclusi con un nulla di fatto. E così dovrebbe essere anche questa volta. Tanto più che una bocciatura netta al disegno leghista è arrivata anche dagli esperti nominati dalla ministra agli Affari regionali, Mariastella Gelmini. Una commissione di docenti, giuristi e tecnici che ha giudicato il passaggio di alcune competenze, come ad esempio l’istruzione, impraticabile. Anche perché l’impianto generale scelto per il riconoscimento dell’autonomia differenziata dovrà essere uguale per tutti. E invece i percorsi per arrivare all’autonomia sono molto diversi fra loro.

RISPOLVERATE LE PRE-INTESE

Nella scorsa legislatura furono firmati tre accordi separati. In realtà pre-intese senza alcun valore giuridico dall’allora segretario Gianclaudio Bressa, esponente del partito democratico. Una strada diversa è stata invece quella scelta dall’ex ministro agli Affari regionali, anche lui dem, Francesco Boccia, un sistema di legge quadro, la definizione di un perimetro entro il quale declinare le varie forme di autonomia. Poi la Pandemia ha smontato tutto, messo a nudo le crepe, smascherato gli egocentrismi, i personalismi gli sprechi e le inefficienze proprio delle regioni e dei governatori che più di altri agitavano il vessillo dell’autonomia.

LO SCONTRO CON FICO

Fin qui il passato e anche il presente, con l’ultima recente riesumazione ad uso interno leghista. Con il sospetto che questa volta intorno al tema del federalismo si possa costruire una sorta di alleanza. L’asse Giorgetti-Gelmini è cosa fatta (e non promette nulla di buono). Vorrebbe saldarsi con un fronte moderato al quale si sta avvicinando sempre di più Luigi Di Maio, il ministro sempre più stressato dai conflitti del M5S, sempre più insofferente all’alleanza con il Pd. Lo scontro con Roberto Fico a Napoli, il sostegno ai “propri” candidati lo tiene molto più occupato delle questioni internazionali, uno scontro che va oltre l’orizzonte stretto delle prossime elezioni amministrative. Il regionalismo differenziato potrebbe essere contropartita per un accordo più ampio che taglierebbe fuori Giuseppe Conte. Il regionalismo differenziato come contropartita. Un negoziato scellerato sulla pelle del Mezzogiorno.

Francesco Malfetano per “il Messaggero” il 22 settembre 2021. Di Italie, si sa, ce ne sono almeno due. E una, quella più a Sud, è costretta ogni giorno a fare i conti con un gap infrastrutturale che riguarda in primis la scuola e i suoi servizi. Un divario che ha raggiunto ormai proporzioni inaccettabili. Un dato su tutti (dal report di Legambiente Ecosistema Scuola): nella Penisola vengono stanziati in media 4,60 euro a studente per finanziare progetti o iniziative extrascolastiche dedicate agli under 14. La statistica però trae in inganno e se al Nord per ogni alunno gli euro sono 9,3, al Centro sono 1,4, a Sud 1 e nelle Isole addirittura 0. Una fotografia che non migliora allargando il campo alla gestione delle strutture scolastiche. Negli ultimi 5 anni infatti sono stati spesi - sempre in media - 5.679 euro per la manutenzione ordinaria di ogni singolo edificio della Penisola. Riprendendo la suddivisione precedente, a fronte di uno stanziamento da parte dello Stato e della Ue di 7.258 euro per ogni istituto, gli edifici scolastici del Nord hanno ricevuto 7.248 euro, mentre le scuole del Centro si sono accontentate di 5.864 euro, quelle del Sud di 4.495 euro e, sulle Isole, di appena 1.879 euro. Eppure a guardare quali di questi edifici necessitino di manutenzione urgente la situazione è opposta: nelle Isole sono oltre il 63 per cento, al Sud oltre il 31 per cento, al Centro il 27,4 per cento e al Nord il 22,9 per cento.

IL PIANO Non è dunque un caso se il Piano nazionale di ripresa e resilienza varato dal governo, destina al Meridione 82 miliardi di euro proprio con l'intenzione di colmare questo gap. Fondi da spendere però con attenzione per evitare che neanche un euro di queste risorse finisca con l'essere impegnato senza questa finalità. Tant'è che alte fonti di governo, senza confermare l'esistenza di tali distorsioni, commentano: «Stiamo lavorando una valutazione dell'avvio del Pnrr e comunque la cabina di regia prevista servirà anche a monitorare e coordinare l'attuazione equilibrata del piano». Qualche criticità ad esempio, si è già presentata con il primo finanziamento da 700 milioni di euro destinato ad asili nido e scuole dell'infanzia. Come denunciato ieri dal Messaggero infatti, tra i criteri del bando (varato dal precedente governo) che premiavano le domande, c'era anche quello del cofinanziamento. Un criterio che assegnava ben 10 punti, contro gli appena 3 destinati a quelle richieste in arrivo da comuni in cui il numero degli asili nido è inferiore alla media nazionale. Inevitabile quindi, che a fronte di un'assegnazione di fondi destinata alle aree più disagiate del Paese, tra i 453 progetti approvati compaiano diversi casi in cui lo svantaggio non è poi così evidente. Dall'asilo nido di Torino a 2 chilometri da piazza Castello fino a quello milanese vicino ai Navigli e alla scuola per l'infanzia in pieno centro a Udine.

GLI ASILI Una stortura che, contestualizzata con i dati dell'associazione Con i bambini e di OpenPolis, appare ancora più evidente. Nella Penisola infatti, a fronte di un Centro-Nord che ha quasi raggiunto l'obiettivo europeo di 33 posti disponibili ogni 100 bambini (sono a 32) e dove comunque in media due comuni su 3 offrono il servizio, c'è un Mezzogiorno in cui i posti disponibili sono invece solo 13,5 ogni 100 bambini, e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (il 47,6 per cento). In particolare la differenza è di 18,5 punti e si sostanzia in un singolo esempio: A Bolzano ci sono quasi 7 posti ogni 10 bambini, a Catania e Crotone quasi 5 su 100. Il dramma è che si potrebbe continuare all'infinito. Le mense scolastiche? Secondo Legambiente che ha analizzato un campione di oltre 6mila edifici scolastici nelle regioni del Nord ce n'è una nel 74 per cento degli istituti. Il servizio invece al Centro e al Sud è disponibile in meno di una scuola su due (rispettivamente nel 46 e nel 41 per cento delle strutture), e nelle Isole in uno su tre (33,5 per cento). Le palestre? Nel settentrione le hanno il 55 per cento delle scuole, al Centro il 38,9 per cento, al Sud il 44,8 per cento e sulle Isole il 35,1 per cento. Infine il risultato peggiore, quello sull'apprendimento. Dati Invalsi alla mano (Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno oltre il 50% degli alunni che raccoglie risultati scarsi in Italiano, il 60% in Matematica) c'è una sola interpretazione possibile: l'intero sistema scolastico funziona meglio al Nord. Ma non ci sono più scuse, è ora di rimediare.

Autonomia differenziata: come scappare con il bottino. Claudio Marincola su Il Quotidiano del Sud il 3 settembre 2021. LA BOCCIATURA è solenne e senza appello. Ed è il motivo per cui Luca Zaia e Attilio Fontana dopo aver letto la relazione redatta dal comitato dei saggi nominati dal ministero hanno chiesto subito di poterne parlare con la ministra agli Affari regionali Mariastella Gelmini. Non era il testo che il presidente del Veneto e della Lombardia si aspettavano. Al contrario era un’analisi lucida e particolareggiata, dal punto di vista giuridico ed economico, delle ragioni per cui parlare di regionalismo differenziato nell’anno di grazia 2021 non ha più molto senso. La Commissione tecnica, presieduta dal professor Beniamino Caravita, formata da 5 costituzionalisti di chiara fama, ha sollevato molti dubbi. A partire dall’interpretazione nel merito dell’articolo 116 della Carta costituzionale e a seguire dell’articolo 117, quello che indica le materie che lo Stato può devolvere “in particolari condizioni” alle Regioni. Stessi rilievi del gruppo di lavoro sulla parte finanziaria, oggetto nel giugno scorso di una serie di audizioni formali alle quali hanno preso parte tra l’altro membri del Consiglio direttivo dell’Ufficio parlamentare di Bilancio. Stiamo parlando di esperti in materia di federalismo fiscale come l’economista Alberto Zanardi e Chiara Gobetti, chiamata qualche giorno fa da Mario Draghi a far parte della cabina di regia che gestirà il Pnrr. Si è partiti da una prima bozza di documento raccogliendo i pareri di esperti di settore. E alla fine si sono tirate le somme. Ma il documento finito sui tavoli regionali non è quello che i due governatori leghisti avrebbero voluto.

ISTRUZIONE PUNTO CRITICO. Il punto più critico è il trasferimento delle funzioni relative all’Istruzione. Il cuore dell’autonomia differenziata, la materia che insieme alla sanità fa più gola agli autonomisti 4.0 e senza la quale qualsiasi forma di regionalismo spinto si svuota. Le valutazioni raccolte su questo punto non riguardano il carattere politico della richiesta. I saggi e gli esperti erano esentati da esprimere valutazione sul carattere identitario cose simile, aspetto centrale almeno quanto le risorse. Era importante però indicare in che modo quantificare l’entità dei trasferimenti e sciogliere le questioni finanziarie collegate al disegno di finanziamento del decentramento che la Commissione. Ed è proprio su questo punto che nel corso delle audizioni gli esperti hanno smontato pezzo a pezzo le pretese dei governatori del Nord. Nella bozza d’intesa scritta nel febbraio del 2019 i nodi nevralgici erano tutti ancora aggrovigliati. Solo disposizioni generali, identiche per tutte le regioni richiedenti. Nella successiva bozza, datata novembre 2020, si faceva un generico riferimento ad una compartecipazione al gettito erariale e alla possibilità di misure transitorie in attesa del solito ormai leggendario aggiornamento dei Lep. Per avere una dimensione finanziaria di tutto quello che si porta dietro la scuola ad esempio il solo trasferimento del personale scolastico in Lombardia, basti dire che la sola Regione Lombardia riceverebbe dallo Stato 4,6 miliardi, 2,3 il Veneto e oltre 2 miliardi l’Emilia Romagna: 26,5 miliardi se tutte le regioni a statuto ordinario dovessero fare la stessa richiesta. Tutte le fonti di finanziamento dovrebbero essere ricollocate a favore delle regioni. Senza entrare nel merito delle funzioni richieste, cambiando il soggetto che fornisce questo servizio pubblico, si modificherebbe l’aspetto organizzativo-regolamentare e tutto questo avrebbe un costo aggiuntivo. Uno spostamento di risorse che avrebbe comportato una profonda revisione dell’assetto normativo. Il finanziamento delle funzioni aggiuntive, separato dalla struttura generale di finanziamento delle regioni a statuto ordinario, non sarebbe stato oltretutto coerente con l’articolo 116 “che fa espresso riferimento all’articolo 119 e dovrebbe realizzarsi con modalità «il più possibile coerenti e integrate con il meccanismo di finanziamento di tutte le altre regioni». Questi punti critici nella relazione dei saggi – relazione che la Gelmini avrebbe voluto restasse “segreta” – vengono puntualmente elencati. Così come le questioni più giuridiche sollevate dalla professoressa Anna Poggi, docente di Diritto pubblico all’Università di Torino e dal professor Giulio Maria Salerno, titolare nella stessa materia all’Ateneo di Macerata.

SENZA LA SCUOLA IL REGIONALISMO SI SVUOTA. Tutto il dibattito sul regionalismo differenziato per quanto riguarda gli aspetti delle risorse finanziaria gira intorno alla scuola. Da qui la delusione di Fontana e Zaia, Anche se in questi anni si è registrato da parte loro un atteggiamento ondivago. Da una parte la rivendicazione, il vessillo da esporre, dall’altra il rischio che comporta la gestione concreta dell’Istruzione. Un complicato periodo di transizione, l’eventuale scelta proposta ai docenti e non docenti di optare per ruoli statali o regionali. Un nuovo sistema di offerta formativa, la ridefinizione delle retribuzioni con eventuali differenziazioni di trattamento.

LA SCUOLA COME LA SANITÀ? NO GRAZIE. Per la geografia della finanza pubblica spostare una piccola funzione organizzativa non è come spostare la fornitura complessiva dell’Istruzione. I costi si moltiplicano. Tanta prudenza da parte dei saggi, con relativa inversione di tendenza, si spiega con gli effetti collaterali della Pandemia. Se si andasse avanti in questa direzione, con la regionalizzazione della scuola bisognerebbe costruire un sistema simile alla sanità sviluppando in modo simmetrico a tutte le regioni e non solo in quelle che ne hanno hanno richiesta. Per la sanità c’è un ammontare di risorse destinate a quella specifica funzione, quota che viene rivista di anno. Per la scuola dovrebbe esserci un meccanismo analogo, un fondo scolastico che alimenterebbe le regioni. Le risorse – fanno osservare gli esperti, tenuti alla massima discrezione – dovrebbero essere attribuite in modo perequativo in tutti i territori a prescindere dal soggetto pubblico che li eroga. E questo contrasta con le richieste vagamente declinate da Veneto e Lombardia. L’ex ministra agli Affari regionali Erika Stefani, la pasionaria leghista dell’autonomia, aveva stilato una bozza d’accordo in cui si fissava un’aliquota sui grandi tributi nazionali fotografando la situazione in base alla spesa storica. Una scommessa al buio fuori da ogni dinamica economica, contro ogni principio perequativo e contro ogni regola di riparto.

IL PARLAMENTO ESAUTORATO. L’altro punto sul quale la Commissione tecnica ha eccepito è l’iter di una eventuale legge-quadro modificata e corretta. I governatori, specie quelli del Nord, chiedono che le bozze di intesa una volta concordate non passino più attraverso una discussione parlamentare che le possa emendare. Governo centrale e governo regionale fissano un testo e quel testo rimane. Più che una richiesta, una pretesa. Vincenzo Presutto, senatore campano del M5S, è vice presidente della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale. Spiega: «Non mi sorprende che la relazione della Commissione tecnica abbia evidenziato serie criticità in merito al trasferimento dell’Istruzione alle Regioni.  Il tema del Regionalismo differenziato – rileva Presutto – ha sollevato da sempre diverse perplessità, basta tenere presente gli accadimenti legati alla pandemia da Covid-19 durante la quale la Sanità gestita dalle Regioni, alcune delle quali si sono in più di un caso poste in conflitto con le indicazioni dello Stato centrale, al punto tale che diverse voci si sono sollevate per mettere in discussione addirittura la stessa riforma del Titolo V della Costituzione con la quale fu avviato il trasferimento di alcune materie concorrenti, quelle cosiddette “simmetriche”, alle Regioni. Tale percorso, avviato nel 2001, ancora oggi è rimasto incompleto». L’Italia è a un bivio: o si applichiamo le logiche del Regionalismo e delle Autonomie nel rispetto della Costituzione, salvaguardando i principi di coesione e solidarietà, o, secondo Presutto, «dovrà essere rivista l’impostazione dell’intero Titolo V». «Il Pnrr ha in sé il presupposto per l’applicazione del Federalismo e delle Autonomie Regionali – osserva il senatore – consente allo Stato di adottare una politica nazionale strategica sui grandi temi, superando quel concetto di “spezzatino” regionale voluto con un Regionalismo differenziato che finora ha solo alimentato la competizione tra le Regioni. Con il PNRR, potendo operare sui grandi obiettivi e le relative missioni, si creano le condizioni per rilanciare l’Italia rendendola un Paese più moderno e competitivo, in grado di adeguarsi alle regole mondiali che stanno cambiando radicalmente e che, nel nostro caso, necessitano di un Paese sempre più unito, coeso e solidale colmando il divario economico, sociale e culturale tra Nord e Sud, come peraltro ci è stato esplicitamente richiesto dall’Unione Europea». «Per questo – conclude il senatore Presutto – appaiono più chiari i motivi per i quali la Commissione tecnica, voluta dal ministero abbia escluso che il diritto allo studio possa essere sottratto al controllo dello Stato, e che sia attribuito invece alle singole Regioni richiedenti, visto l’alto rischio di creare sul tema dell’Istruzione, che è un valore portante della nostra democrazia, disparità tra i cittadini a livello territoriale».

QUANDO I NUMERI PARLANO. VACCINO, SCUOLA, ECONOMIA, INFRASTRUTTURE E AUTONOMIA DIFFERENZIATA. Roberto Napoletano su Il Quotidiano del Sud il 2 settembre 2021. C’è da pedalare, ma la bicicletta è già stata comprata. Anche l’incubo di una notte di mezza estate, che riveliamo in esclusiva, di un’autonomia differenziata che sarebbe costata dieci miliardi in più solo per consentire ai governatori di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto di assumere e pagare loro i docenti e di fare la loro scuola, è caduto sotto i colpi della Costituzione ritrovata e della verità dei fatti e dei numeri. Stiamo uscendo tutti insieme dal mondo dell’irrealtà e questo vale anche per i partiti del rumore che alla fine non dicono mai no. Anche le Regioni sono state messe in riga. Hanno scadenze da rispettare e cose da fare. Chi sa di avere il Paese dietro manda il suo messaggio ai partiti. Fate pure le vostre sceneggiate, ma sappiate che state parlando al vento. Io vi porto cifre e fatti, voi portate aria e polemiche inutili. Certo, dobbiamo vedere che cosa succede nei prossimi due trimestri perché quella sarà la prova vera, ma fino a oggi in economia abbiamo fatto il nostro. Anche le Regioni sono state messe in riga, dicono sì prima e devono fare il loro nei trasporti locali. Hanno scadenze da rispettare e cose da fare. Ancora. Il 91% di vaccinati del personale docente e la grande corsa a vaccinarsi dei ragazzi sono il segno concreto di un Paese che vuole rimettersi in cammino. I 59 mila insegnanti messi in ruolo contro i 19 mila dell’anno precedente sono il frutto dell’azione paziente del ministro Bianchi e di un metodo di lavoro che guarda lontano e si prepara per tempo. Lo stesso metodo che ha consentito di recuperare in estate un milione e seicentomila ore di scuola per la linguistica e la matematica, ma ancora prima per tornare a fare scuola insieme e a parlare insieme. Si è arrivati all’inizio dell’anno scolastico con una grande voglia di tutti di ritornare tra i banchi perché il governo non è andato in vacanza “a passeggiare”. Obbligo dei vaccini? Sì. Terza dose? Sì. Afghanistan e Europa inconcludente? Sì, perché c’è stato qualcuno che è stato concludente? La verità è che l’Europa è assente perché non è organizzata, ma ci stiamo lavorando e tutte le relazioni diplomatiche stanno cambiando. Noi governo Draghi, questo è il senso, stiamo facendo e sappiamo di avere il Paese dietro. Voi alle spalle non avete niente, i centri decisionali lavorano con noi. Potete fare solo un po’ di confusione sui social, ma tutti hanno capito che il governo fa le cose e vogliono confrontarsi e trovare un accordo perché è troppo importante. Stiamo uscendo tutti insieme dal mondo dell’irrealtà e questo vale anche per i partiti del rumore che alla fine non dicono mai no. L’incubo di una notte di mezza estate che riveliamo in esclusiva di un’autonomia differenziata che sarebbe costata dieci miliardi in più solo per consentire ai governatori di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto di assumere e pagare loro i docenti e di fare la loro scuola, è caduto sotto i colpi della Costituzione ritrovata e della verità dei fatti e dei numeri. Sempre quelli. È grave che si pensino architetture simili, ma oggi a differenza del passato c’è un muro di buon senso che le rende irrealizzabili. Perché il Paese è uno e può ripartire solo insieme non con gli egoismi miopi che hanno segnato i venti anni della crescita zero. L’abilità di Draghi è evidente. Lui loda il Parlamento e lavora con il governo. Arriva in conferenza stampa mai da solo e circondato da sempre più ministri. Si vede la squadra e si percepisce la guida. Il messaggio di prima battuta è: noi stiamo lavorando, basta che aprite gli occhi e ve ne accorgerete. Il messaggio di seconda battuta è ai partiti: guardate che la gente se ne è accorta.  Come dire: fate, ma sappiate che ci saranno delle conseguenze. C’è da pedalare, ma la bicicletta e già stata comprata. Hanno capito tutti, insomma, meno che il solito supertalk italiano che continua a parlare di partiti, maggioranze, Quirinale, e delle loro consunte varianti che sono il problema della Lega, il problema del Pd, i Cinque stelle arrabbiati. Francamente sono quasi tutti un po’ patetici perché giorno dopo giorno succederà a loro sempre di più quello che già succede ai partiti. Guadagneranno in modo più fastidioso dei partiti l’irrilevanza. Perché la gente ha capito e la Nuova Ricostruzione è cominciata.  

Posti letto negli ospedali e rifiuti, è sprofondo Sud. I dati relativi ai trasporti (strade, ferrovie, aeroporti e porti) segnalano nel Mezzogiorno una dotazione inferiore alla media italiana. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 2 settembre 2021. La minorità infrastrutturale del Mezzogiorno è un leitmotiv della passione civile che anima questo quotidiano. Un recente studio della Banca d’Italia («I divari infrastrutturali in Italia: una misurazione caso per caso», di Mauro Bucci, Elena Gennari, Giorgio Ivaldi, Giovanna Messina e Luca Moller, nella collana «Questioni di Economia e Finanza») è venuto a confermare, con dovizia di analisi innovative, questa minorità, e più volte è stato presentato su questo giornale (vedi il “Quotidiano del Sud” dell’8, 11, 13, 18 agosto, con le analisi sulle dimensioni dei trasporti, della rete idrica, della rete elettrica, delle reti di telecomunicazioni…). In quest’ultimo articolo guardiamo, traendo ancora una volta da quello studio meritorio, alla ‘foresta’ delle infrastrutture, e non più ai singoli ‘alberi’. La tabella mostra, per una selva di indicatori e per ogni regione della penisola, oltre alle grandi ripartizioni territoriali (Nord, Centro, Sud e Isole), i valori di ogni indicatore rispetto al valore medio dell’Italia intera. Per meglio interpretare la tabella, è bene ricordare che non sempre un valore più basso per il Mezzogiorno indica una minorità. Tipico è il caso dell’indicatore relativo alle reti elettriche: per la rete a bassa tensione un valore più alto indica che sono più numerose le interruzioni nella fornitura di corrente, mentre il contrario vale per la rete a media tensione (che interessa le imprese): in quel caso un valore più basso indica che è minore il numero di utenze conforme agli standard di qualità fissati dall’ARERA (Agenzia di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente). Prima di commentare la tabella è utile ricordare le premesse di questa analisi dei divari infrastrutturali nelle Regioni italiane. Questi sono stati esaminati a partire dai singoli SLL: Sistemi locali del lavoro, una partizione territoriale – in Italia sono più di 600 – basata sul pendolarismo, che a sua volta segnala aree economicamente omogenee al loro interno. E L’esame si è valso dei criteri analitici della ‘Nuova geografia economica’ (NGE): una branca dell’economia, in pratica fondata dal Premio Nobel Paul Krugman, che “si caratterizza per il ricorso a sofisticati modelli analitici basati sulle distanze per spiegare la distribuzione delle attività economiche sul territorio e i processi agglomerativi all’origine dei divari di sviluppo locali”, e quindi considera quale elemento determinante nei processi di espansione economica la centralità di un’area rispetto alle destinazioni economicamente più rilevanti (mercato potenziale). Per fare un esempio non strettamente economico, fra gli indicatori di qualità delle cure ospedaliere (vedi la terzultima colonna della tabella), l’indice di accessibilità (dopo aver normalizzato i posti letto per la popolazione) consente di cogliere in che tempi il singolo individuo di un dato SLL può raggiungere le strutture di cure ospedaliere. E veniamo alla tabella. I dati relativi ai trasporti – strade, ferrovie, aeroporti e porti – segnalano nel Mezzogiorno una dotazione inferiore alla media italiana (e ricordiamo che ogni indicatore ha più di una dimensione – per esempio, come già detto nell’articolo dell’11 agosto, non si considerano solo i chilometri di strade, ma anche i tempi di percorrenza). Il solo indicatore per il quale il Mezzogiorno ha un dato superiore alla media italiana è quello relativo ai passeggeri che transitano per i porti, il che è facilmente spiegabile a causa dei collegamenti con le isole. Seguono le telecomunicazioni, e sono questi i soli indicatori per i quali il Mezzogiorno fa bella figura. Ma anche qui l’apparenza inganna. È vero, l’offerta – cioè la disponibilità della rete – è generosa con il Sud, ma la fruizione dei servizi digitali è molto più elevata al Nord. Come recita la Relazione annuale 2020 dell’Agenzia per le Comunicazioni, “in definitiva, tali evidenze mostrano ancora una volta la necessità di affiancare alle politiche di offerta (grazie alle quali si sono raggiunte importanti coperture della banda larga e ultra-larga nella gran parte delle zone del Paese) interventi dal lato della domanda, ossia che stimolino la diffusione dei servizi presso la popolazione italiana”. Per quanto riguarda le altre grandi reti, di quella elettrica si è appena parlato, mentre per quella idrica non c’è che da reiterare le disfunzioni, a sfavore del Mezzogiorno, già descritte su queste colonne il 18 agosto. La dotazione ospedaliera ha tutto il diritto di essere considerata fra le infrastrutture di base. Come recita il contributo di Banca d’Italia, “La letteratura economica ha ampiamente dimostrato che la tutela della salute contribuisce allo sviluppo economico attraverso il suo effetto positivo sull’accumulazione di capitale umano e sulla produttività del lavoro; la crisi innescata dalla pandemia ha ulteriormente messo in luce quanto siano profonde le interconnessioni fra sanità pubblica ed economia. Nel contesto istituzionale italiano la salute è un bene pubblico universale, essendo le prestazioni sanitarie costituzionalmente garantite a tutti i cittadini”. Ebbene, gli indicatori di posti-letto sono tutti più bassi al Sud, specie per la pneumologia e le malattie infettive, per non particolare dell’indicatore di qualità (di cui sui è dato un esempio più sopra), dove il livello per il Mezzogiorno è poco più della metà di quelli del Centro-Nord. Un residente nel Sud o nelle Isole ha possibilità di accedere a posti letto in strutture ospedaliere inferiori del 40 per cento rispetto a un residente in una regione centrosettentrionale. Infine, un altro aspetto della salute attiene alla gestione dei rifiuti, dove ancora una volta gli indicatori descrivono un livello tragicamente basso per il Meridione: “Anche l’erogazione dei servizi ambientali soffre di una carenza di infrastrutture particolarmente accentuata nel Sud del paese, che presenta condizioni sfavorevoli di accesso agli impianti di trattamento dei rifiuti in modo particolare per quanto riguarda la gestione della componente differenziata organica. La minore disponibilità di impianti incide sui costi pagati dall’utenza e ostacola una riorganizzazione del servizio basata sull’adozione di tariffe puntuali (che inducono le famiglie a produrre meno rifiuti e a differenziare di più, ma richiedono una dotazione di impianti adeguata)”. Lo studio di banca d’Italia ha alzato il velo su un campo di indagine che promette altri approfondimenti. Gli stessi autori prevedono ulteriori linee di sviluppo che si allarghino ad altre infrastrutture sociali (asili nido, residenze per anziani, scuole…), che arricchiscano gli indici di accessibilità con altre informazioni qualitative, e che arrivino – qui si potrebbe ricorrere alla metodologia usata nei rapporti Svimez sull’argomento – a individuare metodi per collassare i diversi indicatori in una misura sintetica di tutte le infrastrutture considerate.

Il teschio della discordia. L'ultima polemica su Lombroso minacce alla studiosa che lo difende. Massimo Novelli, la Repubblica, 28/03/2014. Il brigante Villella torna a far parlare di sé. Nel mirino adesso finisce l'antropologa che smonta il mito che ne aveva fatto un eroe. E, per motivi di ordine pubblico, il paese dove è nato cancella la presentazione del saggio. Questo libro non si deve presentare: almeno non ora, e forse mai. Succede a Motta Santa Lucia, paese calabrese di ottocento anime in provincia di Catanzaro, arroccato sulle montagne che sovrastano la valle del Savuto. Il volume in questione, appena pubblicato dalla casa editrice Salerno, in una collana diretta dallo storico Alessandro Barbero, è Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso. Loha scritto l'antropologa Maria Teresa Milicia. Avrebbe dovuto essere presentato domani proprio a Motta Santa Lucia. L'avvenimento, però, è stato annullato all'ultimo momento. Le ragioni? Si temevano contestazioni da parte di esponenti di quei movimenti neoborbonici e antiunitari che da tempo, mediante un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d'Italia e del Risorgimento, impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro. A fare infuriare ancora di più i neo-legittimisti del Mezzogiorno ci sono, poi, le origini calabresi di Maria Teresa Milicia, stimata docente di antropologia culturale all'Università di Padova. Quale è la sua "colpa"? Quella di avere smontato un mito, del tutto fasullo e strumentale, caro ai neo-borbonici. Nel suo saggio ripercorre con rigore scientifico, e attraverso una ricerca meticolosa, le vicende che hanno portato alcune associazioni nostalgiche del Regno delle Due Sicilie a trasformare Giuseppe Villella, un verosimile ladruncolo di polli e di caciotte, vissuto nell'Ottocento, in una sorta di eroe nazionale, alfiere della lotta del Sud contro il colonialismo del Nord. Da qui le violente contestazioni contro il Museo Cesare Lombroso di Torino; lì, tra gli altri reperti appartenenti al criminologo nato a Verona e morto a Torino (1835-1909), è conservato il cranio di Villella. Proprio esaminando i suoi resti, sul finire dell'Ottocento, il fondatore dell'antropologia criminale partì per elaborare la sua teoria, rivelatasi sbagliata, sul presunto atavismo del delinquente. É nato poi persino un Comitato "No Lombroso", con cui è stata chiesta, anche per vie giudiziarie (la causa sarà discussa in appello a dicembre), la restituzione al comune di Motta Santa Lucia del cranio di Villella, pretesa vittima del razzismo sabaudo e di Lombroso. Nel frattempo è stato incoronato dai borbonici del 2000 a leggendario patriota del Sud. In realtà, come dimostra Maria Teresa Milicia, costui non fu né un brigante e tantomeno un patriota, bensì soltanto un poveraccio. Autore di piccoli furti, morì di malattia nel carcere di Pavia. La studiosa, inoltre, smentisce nel suo lavoro le accuse di razzismo e di antimeridionalismo mosse a Lombroso, riscoprendo certi suoi scritti sulla Calabria in cui denunciava alcuni guasti dell'unificazione nazionale, «troppo più formale che sostanziale», e il peso della criminalità locale. Sicuramente chi contesta il libro non può averlo già letto, dato che non è ancora stato distribuito in tutte le librerie italiane. Saperlo in uscita, in ogni caso, è bastato per far saltare l'appuntamento di Motta Santa Lucia, annunciato da giorni dai manifesti affissi nelle vie del paese. È stato il sindaco, l'avvocato Amedeo Colacino, lo stesso che aveva invitato la Milicia, a parlarle mercoledì sera di una informativa dei carabinieri della zona, che, preoccupati per le proteste ventilate, avevano consigliato di cancellare la presentazione. Ora Colacino precisa: «Diciamo che si è preferito rinviare l'incontro per motivi di opportunità, anche per quanto è stato pubblicato su alcuni siti». Su quello del comitato "No Lombroso" si sprecano insulti, e contumelie assortite, alla Milicia. Aggiunge il sindaco: «Magari presenteremo il libro della dottoressa Milicia in contraddittorio con quello, più neo-meridionalista, che ha scritto Francesco Antonio Cefalì». Quest'ultimo, comunque, risulta essere soprattutto il coordinatore della sezione Michelina De Cesare, che era davvero una brigantessa, del cosiddetto Partito del Sud di Lamezia Terme. Commenta l'autrice di Lombroso e il brigante: «Senoncifosse stato di mezzo Lombroso, il cranio del povero Villella sarebbe stato sepolto in una fossa comune. E nessuno ne avrebbe mai parlato. Invece, intorno alla sua figura, è stata costruita una leggenda identitaria e storica del Mezzogiorno, che purtroppo si è diffusa molto». Basti dire che la segreteria telefonica del centralino del comune di Motta Santa Lucia recita che «è la città del pane, dei portali e del brigante Villella». Nella prefazione al saggio, Maria Teresa Milicia ricorda: «Ho scritto questo libro anche perché sono convinta che il Museo Lombroso non è un museo razzista», e che «i modi, il linguaggio della protesta e il palese tentativo di mistificare la verità storica istigano all'odio gli italiani e danneggiano i calabresi ». Non tutti, in Calabria, la pensano come gli animatori dei gruppi borboneggianti. Il 9 aprile, infatti, il libro verrà discusso all'Università di Cosenza da storici e antropologi come Brunello Mantelli, Silvano Montaldo e Marta Petrusewicz, Vito Teti e Mary Gibson, studiosa del "maledetto" Lombroso. E il 16 sarà il Museo Lombroso di Torino a presentarlo.

Una nuova puntata di “quando si difende l’indifendibile”: Lombroso, il razzista antimeridionale. Da neoborbonici.it.

UN LIBRO DA NON COMPRARE E UNA QUERELA PER "LA REPUBBLICA" (TESTO ALLEGATO). INTERVENTO PUBBLICATO.  Da qualche giorno è uscito un nuovo libro per dimostrare che Lombroso non era antimeridionale, che Giuseppe Villella non era un “patriota” e che non ha senso richiedere la restituzione dei suoi resti. Ovviamente vi consigliamo di non comprare questo libro (“Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso”) e ci aspettiamo a breve una nuova pubblicazione della stessa casa editrice che possa cercare di dimostrare che anche i nazisti, in fondo in fondo, non ce l’avevano così tanto con gli ebrei… Intanto, però, assistiamo al consueto rituale con uno schema abusato e ripetitivo quando ci sono di mezzo  

A. Barbero e la cultura “ufficiale”: si pubblica un libro contro revisionisti&neoborbonici accusandoli pure di “fini immondi” o (in questo caso, come da dichiarazioni dell’autrice in questione), “di mistificare la storia e danneggiare i calabresi”, ci si  lamenta di “attacchi e insulti” o addirittura di ipotetiche e anonime “minacce” sul web (Repubblica 28/3/14) cercando polemiche che dovrebbero servire (ricordate la famosa “mamma, Ciccio mi tocca”?) a pubblicizzare e vendere gli stessi libri dai titoli sempre “ambivalenti” che, analizzati nei dettagli, rivelano l’inconsistenza delle loro tesi. In questo caso già nella scheda introduttiva della casa editrice le parole sono più che chiare: si tratta della calabrese  M. T. Milicia, una antropologa definita “nativa” con terminologia discutibile, utilizzata in maniera quasi (per restare in tema) freudiana in genere riferita ai popoli colonizzati o conquistati… Nelle (consuete) paginate di quotidiani con commenti carichi di entusiasmo il (consueto) repertorio: tutti noi (neoborbonici in testa che avviarono con il sindaco di Motta Santa Lucia, Amedo Colacino, la richiesta di restituzione di quei resti) “piegheremmo la storia a fini politici”: eppure non risulta un solo neoborbonico mai candidato neanche in una municipalità da quando nel 1993 è nato il Movimento; eppure del Comitato No Lombroso che quella battaglia l’ha portata avanti con grande determinazione fanno parte centinaia di studiosi e interi consigli comunali forti anche di una sentenza addirittura di un Tribunale italiano (e non delle Due Sicilie)… Involontariamente comiche (se non si trattasse di fatti tragici) le dichiarazioni della ricercatrice “nativa” (Repubblica 25/3/14) secondo le quali nessuno ricorderebbe Villella se Lombroso non l’avesse studiato: un po’ come attribuire meriti magari ai nazisti per aver costruito i campi di concentramento “altrimenti nessuno conoscerebbe lo sterminio degli ebrei”… E così Lombroso “non si era accanito contro i meridionali”, “non avallava teorie antimeridionali e neanche il museo”… Eppure lo scienziato veneto-piemontese passò diversi mesi in Calabria per studiare le razze locali al seguito dell’esercito schierato contro il “brigantaggio”. Eppure fu lui ad elaborare la ridicola teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione” (la prima portata naturalmente a delinquere). Eppure fu proprio lui a scrivere “È  agli  elementi  africani  ed  orientali  (meno  i  Greci),  che  l'Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”. Eppure per Lombroso il calabrese presentava il carattere della tribù e costituiva un attentato continuo alla sicurezza degli altri. Eppure sempre lui, perito di parte del soldato (calabrese) Salvatore Misdea che aveva ucciso diversi commilitoni nel 1884, ancora sosteneva l’importanza della “barbarie del paese d’origine e della famiglia”. Eppure è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa). Eppure fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della razza maledetta… In questo senso, allora, la studiosa “nativa” autrice di quest’ultimo libro, tra gli estimatori (anche meridionali) del Lombroso, è in buona compagnia e non ci sorprende più di tanto la scelta di pubblicare questo libro con quel curatore e con quelle dichiarazioni rese a mezzo stampa… Eppure quelle “suggestioni lombrosiane” arrivano direttamente fino alle teorie antisemite del nazismo… Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte (v. i tanti e recenti libri che vorrebbero dimostrare che “è tutta colpa del Sud”). Del resto furono i Colajanni, i Salvemini o i Gramsci stessi a denunciare quest’uso che di quelle teorie veniva fatto (v. nota). “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Il fenomeno del revisionismo del revisionismo, in realtà, per quanto irritante, è ben poca cosa in termini sia di contenuti che di diffusione (o vendita di copie) ed è circoscritto al solito giro di intellettuali: in questo caso si tratta del terzo libro pubblicato da A. Barbero (il “negazionista di Fenestrelle”, docente di storia medioevale ma di recente molto attivo sulla storia risorgimentale) in una sua collana per la Salerno Edizioni: un primo libro di due ricercatori locali che avrebbero dovuto chiarire (senza riuscirci) la questione-Fenestrelle, quello di R. De Lorenzo che avrebbe dovuto smantellare (senza riuscirci) i “miti neoborbonici della Borbonia felix” e ora questo dell’antropologa “nativa” per salvare (senza riuscirci) il soldato Lombroso…

Un caso? Tutt'altro e, consapevoli o meno e, soprattutto, meridionali o meno, i "collaboratori" dell'operazione diventano artefici di un attacco significativo a tutto il nuovo e sempre più vasto fronte neo-meridionalista che, in un processo inarrestabile e nonostante i mezzi e le inquietudini evidenti dei suoi “avversari”, sta ricostruendo la memoria storica e restituendo al Sud una dignità per troppo tempo calpestata.

Gennaro De Crescenzo 

NOTA Dicono di Lombroso… 

Napoleone Colajanni (1898) si indignò contro "le stolte teorie dei superuomini e delle super-razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione…  nessuno ha fatto tanto uso e abuso di questa forza misteriosa e l'ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale… La teoria della ‘razza maledetta’ fu un romanzo antropologico che pure influenzò l'opinione pubblica del Nord”. 

“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale” (Antonio Gramsci, 1926). 

“Nel Lombroso si riscontra la sostanziale equiparazione tra brigantaggio meridionale ed una primordiale ferocia animale” (D. Palano, Il potere della moltitudine) 

“Sergi, Rossi e Niceforo, riprendendo e sviluppando le argomentazioni di Cesare Lombroso e della scuola di antropologia criminale fondata da quest'ultimo, ripropongono l'alternativa dei meridionali criminali, barboni, oziosi di questa razza inferiore” (V. Teti, La razza maledetta); 

Per Ettore Ciccotti quel pregiudizio antimeridionale era una sorta di “antisemitismo italiano” (1898). 

Bibliografia minima (a cura di Alessandro Romano) 

Pierluigi Baima Bollone, 1992, Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità, S.E.I., Torino

Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Congresso ed esposizione d’Antropologia criminale, dalla Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Catalogo Lombroso strumenti di tortura, 1874, a cura di G.B. Piani

Rivista di discipline carcerarie del 1897, sezione Varietà, p. 559

Circolare n. 272 del 25 gennaio 1932, diretta ai Direttori degli Stabilimenti di Prevenzione e di Pena del Regno

Roberto Vozzi, Tipografia delle Mantellate, 1943

Roberto Vozzi, Autorità di polizia, autorità giudiziarie, militari, coloniali, musei storici nazionali o regionali, archivi d Stato, 1943

Catalogo di G. Colombo (2000), La scienza infelice, con prefazione di Ferruccio Giacanelli, Bollati Boringhieri

Lombroso, 1894, Bulferetti, 1975

Bulferetti L. 1975. Cesare Lombroso. Unione Tipografico-Editrice Torinese. UTET, Torino.

Ciani I., Campioni G. (1986) La scienza infelice di Cesare Lombroso. In: I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (Giorgio Antonucci Ed.) Coordinamento Editoriale di Alessio

Colajanni N., Per la razza maledetta, Roma, 1898

Colajanni C., Settentrionali e Meridionali, Roma, 1908

Coppola Cooperativa Apache srl - Roma  

Colombo, Giorgio - La scienza infelice : il Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso / Giorgio Colombo ; introduzione di Ferruccio Giacanelli - Torino – 2000

Gramsci A., La questione meridionale, Roma, 1926

Lombroso C. L'uomo delinquente. Torino: Bocca; 1878.

Lombroso C. L'uomo di genio. Torino: Bocca; 1894.

Lombroso C. 1873. Studi clinici ed antropometrici sulla microcefalia ed il cretinismo con applicazione alla medicina legale e all'antropologia. Tipi Fava e Gragnani. Bologna.

Lombroso C. 1872. Sulla statura degli italiani in rapporto all'antropologia ed all'igiene.

Lombroso C. 1880. La pellagra in Italia in rapporto alla pretesa insufficienza alimentare. Torino.

Lombroso C., Ferrero G. 1893. La donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Torino. L. Roux.

Mazzarello P. 1998. Il genio e l'alienista: la visita di Lombroso a Tolstoj. Ed. Bibliopolis. Napoli.

Miraglia B.G., 1847, Cenno di una nuova classificazione e di una nuova statistica delle alienazioni mentali, Aversa.

Palano D., Il potere della moltitudine, milano, 2002

Rondini A. 2001. Cose da pazzi. Cesare Lombroso e la letteratura. Ist. Edit. E Poligr. Internazionali. Pisa.

Vito Teti, “La razza maledetta. Alle origini del pregiudizio antimeridionale”,  Manifestolibri, Roma, 1993 

Alla c. a. del direttore di La Repubblica 

Ai sensi della normativa vigente si richiede di pubblicare la seguente nota in merito a quanto pubblicato su La Repubblica del 28/3/14 p. 31 in un articolo a firma di Massimo Novelli riservandoci la possibilità di agire anche in sede legale per tutelare l’immagine del Movimento Neoborbonico essendo stati fatti nell’articolo indicato espliciti riferimenti ai “movimenti neoborbonici” riconducibili all’unico “movimento neoborbonico” rappresentato dagli scriventi, esistente fin dal 1993, con uso del nome dimostrato da ampia rassegna stampa (oltre 6000 pagine) e con marchio regolarmente registrato (UIBM n. 1486299).

Novelli riferisce ai “movimenti neoborbonici” “minacce” e “proteste” che sarebbero state prospettate in occasione della presentazione di un libro di un’antropologa che “smonterebbe un mito caro ai neoborbonici”: quello del brigante calabrese Villella il cui cranio servì a Cesare Lombroso per dimostrare la sua folle teoria del “delinquente nato” e che da alcuni anni i neoborbonici, il sindaco di Motta di Santa Lucia e il Comitato No Lombroso (che conta l’adesione di migliaia di persone e di un centinaio di amministrazioni comunali italiane, Torino compresa, forte anche di una sentenza di un Tribunale italiano) hanno richiesto per seppellirlo cristianamente nel suo Comune di origine. Nello stesso articolo si afferma che i neoborbonici sarebbero artefici di “un sostanziale stravolgimento e una manipolazione della storia d'Italia e del Risorgimento” e  artefici di un “palese tentativo di mistificare la verità storica, istigando all'odio gli italiani e danneggiando i calabresi”. Le affermazioni risultano false e calunniose nei confronti di un movimento culturale che conta diverse migliaia di adesioni ed ha realizzato, fin dal 1993, ricerche e pubblicazioni che hanno cambiato e condizionato la storiografia anche ufficiale in particolare sulla storia del Regno delle Due Sicilie, dell’unificazione italiana e delle conseguenze che ebbe per il meridione d’Italia. False, calunniose e non riferibili in alcun modo a iscritti o responsabili del Movimento Neoborbonico le affermazioni nelle quali si dichiara che i neoborbonici “impazzano sul web, attaccando e insultando chiunque non la pensi come loro”. Alla luce di quanto pubblicato dal sindaco di Motta Santa Lucia, avv. Amedeo Colacino sul suo profilo facebook in data 28/3/14 risulta falsa anche l’affermazione nella quale si sostiene che la presentazione sarebbe stata annullata “per motivi di ordine pubblico” (evidentemente riferibili alle minacce di cui sopra). Entrando sinteticamente  nel merito della questione storico-culturale, il libro di M. T. Milicia tenta (inutilmente) di dimostrare che le tesi di Lombroso non erano antimeridionali mentre esistono un’ampia documentazione e un’ampia bibliografia (tra gli altri Gramsci, Colajanni, Ciccotti, Salvemini) che dimostrano l’esatto contrario evidenziandone anche l’uso che la politica fece di quelle teorie.  Fu Lombroso ad elaborare la teoria del dualismo razziale con “l’Italia dolicocefala mediterranea e quella brachicefala del settentrione”; a scrivere che era “agli  elementi  africani  ed  orientali  che  l'Italia  deve, fondamentalmente,  la  maggior  frequenza  di  omicidii  in  Calabria,  Sicilia  e  Sardegna, mentre  la  minima  è  dove  predominarono  stirpi  nordiche  (Lombardia)”; è storicamente innegabile che fu Lombroso il primo ad associare le idee di meridionali/briganti/criminali e che mai prima di allora qualcuno aveva diffuso quel tipo di associazione (tuttora attuale e diffusa); fu un suo seguace, il siciliano Niceforo, a teorizzare l’esistenza della “razza maledetta” e in tanti riconducono a lui le stesse teorie del razzismo nazista. Eppure la testa di quel povero calabrese se oggi “è diventato il totem del razzismo antimeridionale”, per un secolo e mezzo e fino ad oggi (con tanto di sala ad esso dedicata nel museo torinese) diventò il simbolo, il totem dell’inferiorità dei meridionali in un contesto politico che subito dopo l’unificazione e durante la guerra del “brigantaggio” (e per certi aspetti fino ad oggi) trovava nell’inferiorità dei meridionali le motivazioni per le feroci repressioni e per la mancata risoluzione delle questioni aperte dopo il 1860 e tuttora irrisolte. “Brigante” o meno che fosse, i resti del povero Villella, allora, e ancora di più se si trattava di un semplice ladro (ma resta il mistero sulle motivazioni per le quali, se fosse stato un semplice ladro, fu deportato a 1151 km dal suo paese…), simbolo troppo carico di significati, ormai, dovrebbero essere restituiti al Comune che li richiede per assicurargli semplicemente una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia. 

Napoli, 28/3/14 Prof.

Gennaro De Crescenzo Presidente Movimento Neoborbonico

Avv. Antonio Boccia Ufficio Legale Movimento Neoborbonico 

INTERVENTO PUBBLICATO SU REPUBBLICA DEL 3/4/14 

Nel suo articolo del 28/3/14 M. Novelli pubblica alcune notizie non vere e calunniose nei confronti dei “movimenti neoborbonici” in riferimento alle presunte “manipolazioni della storia” da essi operate ed alle presunte minacce che avrebbero impedito ad una antropologa di presentare un suo libro in cui si dimostrerebbe che lo scienziato razzista Cesare Lombroso non sarebbe stato anti-meridionale. Il Movimento Neoborbonico da me rappresentato fin dal 1993 ha realizzato ricerche in gran parte archivistiche e pubblicazioni sempre più diffuse e che in questi anni hanno cambiato e condizionato anche la storiografia ufficiale e nessuno dei suoi iscritti/militanti ha mai minacciato alcuno. Tanto più se si considera che parliamo di un libro dedicato a teorie totalmente smentite dalla scienza e che tanti danni, però, procurarono (e procurano) associando, come mai era avvenuto in precedenza, l’idea della “razza meridionale/calabrese” a quella della delinquenza e dell’inferiorità così come confermato da intellettuali come Salvemini, Colajanni o Gramsci e da una politica che utilizzò quelle teorie giustificando i massacri indiscriminati dei cosiddetti “briganti” e la mancata risoluzione di questioni meridionali mai conosciute prima del 1860 e tuttora irrisolte. “Brigante” o meno che fosse (misteriosamente deportato a 1500 km da casa sua), i resti del povero Villella, il simbolo delle folli teorie lombrosiane, dovrebbero essere semplicemente restituiti al Comune che li richiede per assicurargli una degna sepoltura e chiudere una pagina orribile della nostra storia.

Prof. Gennaro De Crescenzo Presidente Movimento Neoborbonico, Napoli

Dagli intellettuali del Sud. Un saggio sull’antimeridionalismo: nasce in Nord Europa nel ’700. Mirella Serri il 23 Ottobre 2012 modificato il 19 Novembre 2019 su lastampa.it. I meridionali sono allegri e di buon cuore ma anche «oziosi, molli e sfibrati dalla corruzione». Sono simpatici e affettuosi, è un altro giudizio sempre sulla gente del Sud, ma pure «cinici, superstiziosi, pronti a rispondere con la protesta di piazza a chi intende disciplinarli». A separare il barone di Montesquieu e Giorgio Bocca, sono loro queste opinioni sul Mezzogiorno, vi sono circa 250 anni. Eppure nemmeno i secoli contano e fanno la differenza quando si tratta di sputar sentenze sul meridione. Già, proprio così. Credevamo di esser lontani anni luce dall’antimeridionalismo (il suo viaggio nell’Inferno del Sud, Bocca lo dedica alla memoria di Falcone e di Borsellino), pensavamo di essere comprensivi e attenti alle diversità? Macché, utilizziamo gli stessi stereotipi di tantissimi lustri fa: è questa la provocazione lanciata dallo storico Antonino De Francesco in un lungo excursus in cui esamina tutte le dolenti note su La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale (Feltrinelli ed., 253 pag, 20 euro). La nascita dei pregiudizi sul Sud si verifica, per il professore, nel secolo dei Lumi, quando numerosi viaggiatori europei esplorarono i nostri siti più incontaminati e selvaggi. E diedero vita a una serie di luoghi comuni sul carattere dei meridionali che si radicarono dopo l’Unità d’Italia e che hanno continuato a crescere e a progredire fino ai nostri giorni. E non basta. A farsi portavoce e imbonitori di questa antropologia negativa sono stati spesso artisti, scrittori, registi, giornalisti, ovvero quell’intellighentia anche del Sud che l’antimeridionalismo l’avrebbe dovuto combattere accanitamente. Uno dei primi a intuire questa responsabilità degli intellettuali fu il siciliano Luigi Capuana. Faceva notare a Verga che loro stessi, i maestri veristi, avevano contribuito alla raffigurazione del siculo sanguinario con coltello e lupara facile. E che sulle loro tracce stava prendendo piede il racconto di un Mezzogiorno di fuoco con lande desolate, sparatorie, sgozzamenti, rapine, potenti privi di scrupoli e plebi ignare di ordine e legalità. Ad avvalorare questa narrazione che investiva la parte inferiore dello Stivale dettero il loro apporto anche molti altri autori, da Matilde Serao, che si accaniva sui concittadini partenopei schiavi dell’attrazione fatale per il gioco del lotto, a Salvatore di Giacomo, che dava gran rilievo all’operato della camorra in Assunta Spina. Non fu esente dall’antimeridionalismo nemmeno il grande Eduardo De Filippo che in Napoli milionaria mise in luce il sottomondo della città, fatto di mercato nero, sotterfugio, irregolarità. Anche il cinema neorealista versò il suo obolo antisudista con film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, testimonial dei cruenti e insondabili rapporti familiari e sociali dei meridionali. Pietro Germi, ne In nome della legge, e Francesco Rosi, ne Le mani sulla città, vollero denunciare i mali del Sud ma paradossalmente finirono per evidenziare i meriti degli uomini d’onore come agenzia interinale o società onorata nel distribuire ai più indigenti lavori e mezzi di sussistenza, illegali ovviamente.

A rendere la Sicilia luogo peculiare del trasformismo politico che contaminerà tutto lo Stivale ci penserà infine il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In generale prevale il ritratto di un Sud antimoderno e clientelare, palla al piede del Nord. Milano, per contrasto, si fregerà dell’etichetta di «capitale morale», condivisa tanto dal meridionalista Salvemini quanto da Camilla Cederna, non proprio simpatizzante del Sud. Quest’ultima, per attaccare il presidente della Repubblica Giovanni Leone, reo di aver fatto lo scaramantico gesto delle corna in pubblico, faceva riferimento alla sua napoletanità, sinonimo di «maleducazione, smania di spaghetti, volgarità». «L’antimeridionalismo con cui ancora oggi la società italiana si confronta non è così diverso da quello del passato», commenta De Francesco. Non c’è dubbio. Benvenuti al Sud, che di questi antichi ma persistenti pregiudizi ha lanciato la parodia, si è posizionato al quinto posto nella classifica dei maggiori incassi in Italia di tutti i tempi.

Autore: Antonino De Francesco Titolo: La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale Edizioni: Feltrinelli Pagine: 253 Prezzo: 20 euro

AGIOGRAFIA E RETORICA RISORGIMENTALE, MENTRE NEL MEZZOGIORNO NASCE LA “SECESSIONE” LETTERARIA.  Michele Eugenio Di Carlo su ilgiornaledimonte.it il 17 settembre 2021.  Edmondo De Amicis con il romanzo Cuore[1], pubblicato nel 1886 e anticipato da una battente campagna promozionale dell’editore milanese Treves, mette in luce un presente positivo e in evoluzione, farcito di buoni sentimenti quali la patria, la famiglia, i doveri, lo spirito di sacrificio. Un’opera che ottiene un successo straordinario, che non solo comporta la pubblicazione in pochi mesi di circa quaranta edizioni, ma viene divulgata attraverso i nuovi e moderni programmi che riguardano la scuola e la pubblica istruzione[2] e che i governi liberali apprezzano anche sotto l’aspetto pedagogico ed educativo. Quella che abilmente De Amicis diffonde nel sentire comune è una percezione alterata di un Risorgimento edulcorato e romantico, risultato di un ampio movimento popolare e non di una minoranza elitaria intellettualmente altolocata. Mentre nel campo della poesia saranno i componimenti lirici del marchigiano Luigi Mercantini[3] ad essere apprezzati e diffusi negli ambienti liberali e governativi della seconda parte dell’Ottocento. Infatti, con La spigolatrice di Sapri [4] e L’ Inno di Garibaldi [5], Mercantini diventerà uno dei più apprezzati poeti proprio grazie alla sua ispirazione di natura patriottica e nazionalista, pur essendo tuttora ritenuto un poeta di secondo piano nell’ambito della letteratura italiana dell’Ottocento. I suoi versi, peraltro, assumeranno una alta valenza educativa e pedagogica, in quanto saranno presenti in tutte le edizioni delle antologie scolastiche fino ai nostri giorni. Non minor successo ebbe l’opera memorialistica dell’epopea garibaldina scritta da Giuseppe Cesare Abba[6]: Da Quarto al Volturno: noterelle d’uno dei Mille [7], pubblicato in edizione definitiva nel 1891, quando al trasformismo politico in atto serviva propagandare un’impresa dei Mille epica e leggendaria, priva di quegli elementi distintivi che avevano caratterizzato la feroce contrapposizione tra i «padri della Patria», perché – scrive Roberto Bigazzi, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Siena, – occorreva costruire il mito fondativo della nazione, annullando le differenze e le asperità tra i protagonisti. In questo senso l’autore ligure ha influenzato sicuramente l’educazione delle nuove generazioni, e «avendo addolcito gli eventi, eliminato i contrasti, ristabilito le distanze sociali e filtrato i sentimenti giovanili, Abba ha raggiunto facilmente la qualifica di best seller tra i memorialisti dell’Unità d’Italia»[8]. Una letteratura minore, quindi, propagandata a servizio della classe dominante liberale e sabauda, mentre come spiega Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia, ci sono quindi circostanze storiche sostanziali motivanti le delusioni di cui ci parla Capecchi, che non solo comportano gli aspetti più significativi della «secessione» letteraria, ma anche l’atteggiamento più contenuto che percorre la letteratura prodotta al Nord, che si manifesta chiaramente «attraverso un ritiro silenzioso e triste alla vita privata da parte di intellettuali che avevano lottato per l’unificazione nazionale o attraverso il culto o attraverso il culto degli anni eroici del Risorgimento (dal 1821 al 1860). Nel Mezzogiorno intanto, che subisce il peso di politiche fiscali, finanziarie e doganali che, colpendo e affondando l’economia, generando drammatiche condizioni sociali, la «secessione»[9] letteraria sarà poderosa ed irreversibile. 

[1] E. DE AMICIS, Cuore, Milano, Treves, 1886. L’autore, attraverso i racconti di Enrico, un bambino di 10 anni che frequenta la 3ª elementare in una scuola di Torino, descrive l’Italia e il mondo della scuola dei primi anni successivi all’Unità d’Italia. Un’Italia divisa da profonde differenze sociali, linguistiche e culturali, dove la scuola rappresenta lo strumento essenziale per raggiungere una reale unione di intenti e di interessi. Il libro è pubblicato nel 1886, proprio quando lo Stato sta per introdurre politiche fiscali che negheranno i buoni intenti illustrati dagli episodi dell’autore ligure, approfondendo quel solco e quel divario che avrà ripercussioni drammatiche per le popolazioni del Sud. Da questo punto di vista, Cuore risulta un’opera retorica e agiografica.

[2] G. CAPECCHI, Unità d’Italia e letteratura: la “secessione” degli scrittori siciliani, «Altritaliani.net», articolo del 14 giugno 2014.

[3] Luigi Mercantini (Ripatransone, 1821 – Palermo, 1872), poeta ed esule marchigiano, direttore del settimanale La donna, divenne definitivamente noto scrivendo i versi de La spigolatrice di Sapri, dedicati alla spedizione fallita di Carlo Pisacane. Con l’annessione delle Marche al Regno d’Italia torna in patria, assumendo la direzione del Corriere delle Marche appena fondato. Nel 1861 pubblica l’Inno di Garibaldi, che l’eroe stesso gli aveva commissionato. Eletto deputato nella prima legislatura del Parlamento italiano preferisce rinunciare per dedicarsi all’insegnamento. Si trasferisce a Palermo nel 1865 per insegnare Letteratura italiana all’Università. Muore nel 1872.

[4] La spigolatrice di Sapri che inizia con i versi, diventati famosi, «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti», pubblicata nel 1858, resta sicuramente uno dei maggiori esempi di poesia patriottica risorgimentale. I suoi versi sono stati riportati in canzoni quali Ciao amore ciao di Luigi Tenco e Frammenti di Franco Battiato; hanno inoltre ispirato il regista Gian Paolo Callegari nel film Eran trecento del 1952. I versi narrano la storia della spedizione di Carlo Pisacane attraverso una spigolatrice di Sapri che, presente allo sbarco, segue gli avvenimenti della sfortunata avventura.

[5] L’ Inno di Garibaldi fu richiesto dallo stesso eroe in un incontro tenutosi a Genova nel 1858. Contiene i famosi versi: «Si scopron le tombe, si levano i morti, i Martiri nostri son tutti risorti» ed è stato l’inno patriottico passato indenne attraverso la storia italiana dall’Unità alla resistenza partigiana.

[6] Giuseppe Cesare Abba (Cairo Montenotte, 1838 – Brescia, 1910), scrittore e patriota, ha partecipato alla spedizione dei Mille e ha combattuto a Bezzecca meritandosi una medaglia. Attraverso diverse rielaborazioni ha pubblicato in via definitiva, nel 1891, Da Quarto al Volturno: noterelle d’uno dei Mille, secondo il Carducci un piccolo capolavoro, che ebbe una larga diffusione e un notevole successo. Fu sindaco di Cairo Montenotte dal 1867, docente di Italiano al Liceo ginnasio di Faenza, docente e preside presso l’Istituto tecnico “Tartaglia” di Brescia. Fu nominato senatore nel 1910, anno della sua scomparsa.

[7] G. C. ABBA, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Bologna, Zanichelli, 1891. È considerato il miglior testo di memorialistica garibaldina. Prima di essere definitivamente pubblicato dalla Zanichelli nel 1891 è stato più volte rielaborato e ampliato. In questo testo l’avventura dei Mille appare immersa in un alone leggendario dalle tinte celebrative e idealizzate.

[8] R. BIGAZZI, Risorgimento e letteratura, in Leggere le camicie rosse di B. Peroni (a cura di), Milano, Edizioni Unicopli, 2011, p. 14.

[9] G. CAPECCHI, Unità d’Italia e letteratura: la “secessione” degli scrittori siciliani, «Altritaliani.net», 14 giugno 2014. Michele Eugenio Di Carlo 17 Settembre 2021

L'ALLEANZA TRA INTELLETTUALI, LATIFONDISTI E ARISTOCRAZIA SABAUDA – IL RUOLO DI DE SANCTIS. Michele Eugenio Di Carlo su ilgiornaledimonte.it il 10 settembre 2021. Sin dai primi anni successivi all’unità i grandi proprietari terrieri del Sud e i grandi intellettuali, anche meridionali, si erano messi al servizio dell’aristocrazia civile e militare che costituiva il nucleo portante della decrepita monarchia sabauda. Un’alleanza tra ceto intellettuale, proprietari terrieri e aristocrazia sabauda che realizza quel “blocco agrario” funzionale al capitalismo e al sistema bancario del Nord che estrae dal Sud risorse e capitali messi a disposizione di una nascente industria nordica finanziata con interventi pubblici e favorita da protezioni doganali, mentre i grandi proprietari latifondistici meridionali possono tranquillamente continuare a godere di privilegi feudali, abusando pesantemente della massa povera di contadini e braccianti meridionali, mai supportati nei processi organizzativi di tutela della propria dignità da un adeguato ceto di medi e piccoli intellettuali e, pertanto, portati alla rivolta violenta e non organizzata e votati all’emigrazione di massa negli ultimi decenni dell’Ottocento, a causa di un sistema fiscale e doganale che non permettendo la messa a frutto dei risparmi mette in crisi persino i piccoli e medi ceti agrari borghesi. Per Francesco De Sanctis la costruzione dell’identità nazionale doveva necessariamente passare attraverso l’istituzione scolastica con metodi e strumenti educativi, tanto che la sua "Storia della letteratura italiana" fu scritta e modellata, secondo il giudizio degli esperti, ad uso dei licei, non certamente per diventare un’opera di riferimento degli studiosi. Tanto che anche Marco Grimaldi, ricercatore di Filologia della letteratura italiana alla “Sapienza”, Università di Roma, autore del saggio "Francesco De Sanctis e la scuola del Risorgimento" , avverte in proposito che «solo in questo modo si spiegano le contraddizioni e si sintetizzano le diverse anime del De Sanctis: il ministro della pubblica istruzione che spende le sue energie per la scuola popolare e l’autore della “Storia”. Una “Storia”, si noti, che ebbe poi nelle scuole scarso successo… » . Nella “Storia” è d’obbligo non sottovalutare mai le pulsioni patriottiche e le inclinazioni educativo-politiche dell’autore, rivolte verso la nuova classe dirigente del giovane stato unitario che si stava consolidando con l’ulteriore occupazione militare di Roma del 1870. Un anno in cui viene pubblicato il primo volume della “Storia”. Peraltro, come afferma fondatamente Grimaldi, non è affatto trascurabile la circostanza che con il R. D. del 10 ottobre 1867 n. 1942, e i relativi programmi Coppino, l’insegnamento della storia letteraria diventava disciplina autonoma, impegnando la nascente editoria scolastica a corrispondere alle indicazioni ministeriali. Per un intellettuale del calibro di De Sanctis non era agevole sottrarsi alle ragioni economiche che la questione comportava. Pertanto, ai moventi ideali che esigevano la stesura di una storia letteraria solo a monografie ultimate venne sostituendosi l’esigenza utilitaristica di scrivere un testo per i licei, sacrificando la scienza all’utile. È lo stesso De Sanctis ad illustrare nei "Ricordi" come era insegnata la storia della letteratura prima della sua opera, quando, tra il 1831 e il 1832, il giovane studente frequentava a Napoli le lezioni della scuola del matematico e fisico viestano Lorenzo Fazzini: "La scuola dell’abate Lorenzo Fazzini era quello che oggi direbbesi un liceo. Vi si insegnava filosofia, fisica e matematica. Il corso durava tre anni, e si poteva fare in due. Quell’era l’età dell’oro del libero insegnamento. Un uomo di qualche dottrina cominciava la sua carriera aprendo una scuola. I seminari erano scuole di latino e di filosofia. Le scuole del governo erano affidate a frati. La forma dell’insegnamento era ancora scolastica […] Le scienze vi erano trascurate, e anche la lingua nazionale… ". Mentre l’istruzione inferiore era gestita dal mondo clericale, l’istruzione superiore veniva quasi sempre svolta in scuole private gestite da laici, in quanto le risorse economiche non permettevano scuole pubbliche in tutti i comuni. Del Settecento borbonico, Grimaldi accoglie la tesi che il Regno di Napoli «era stato all’avanguardia nelle politiche scolastiche» e che l’espulsione dei Gesuiti aveva non poco determinato e favorito un sistema scolastico laico. Nel 1833 De Sanctis passa a frequentare la scuola di Basilio Puoti, dove affronta lo studio della letteratura del Trecento e del Cinquecento in quegli spazi angusti riservati alla letteratura italiana, mentre ancora prevaleva il latino. Diventato docente al Collegio Militare della Nunziatella, De Sanctis insegna la storia dei maggiori trecentisti ottenendo un buon successo. Ci sono quindi circostanze storiche sostanziali motivanti le delusioni di cui ci parla Capecchi, che non solo comportano gli aspetti più significativi della «secessione» letteraria, ma anche l’atteggiamento più contenuto che percorre la letteratura prodotta al Nord, che si manifesta chiaramente «attraverso un ritiro silenzioso e triste alla vita privata da parte di intellettuali che avevano lottato per l’unificazione nazionale o attraverso il culto o attraverso il culto degli anni eroici del Risorgimento (dal 1821 al 1860). Michele Eugenio Di Carlo 10 Settembre 2021

Fake Sud, la verità sui pregiudizi verso il Mezzogiorno. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina. Pietro De Sarlo il 19 Ottobre 2020 su basilicata24.it. Nel suo ultimo libro, Fake Sud, Marco Esposito ci prende per mano e ci porta nel backstage di una inchiesta giornalistica. Il saggio assume ritmi e toni da romanzo giallo con tanto di killer e per vittima le speranze del Paese. E proprio come un giallo appena preso in mano non si riesce a posarlo fino a che non si legge l’ultima pagina.

Modus operandi. Il modus operandi del killer è spietato. Si insinua nelle menti delle persone e le annichilisce portandole a dire stupidaggini prive di senso e sganciate dalla realtà. Non parliamo di persone qualunque ma del gotha del pensatoio nostrano. Ad aiutare l’autore nelle indagini ci sono i numeri, che impietosamente smontano uno dopo l’altro ogni pregiudizio e che con la loro disarmante forza e attitudine alla verità inchiodano ogni menzogna e sono in aggiunta disponibili in copiosa quantità: archivio ISTAT e i CPT (Conti Pubblici Territoriali). Archivi che, insieme ad EUROSTAT, ho saccheggiato anche io infinite volte. Le evidenze sono talmente forti che ci si chiede se il nostro killer, il pregiudizio, non abbia trovato terreno già fertile in persone già predisposte alla disonestà intellettuale e privi di anticorpi.

Un lungo elenco di maître a penser. Cominciamo da Luca Ricolfi, della cui disonestà intellettuale insieme a quella della Fondazione Hume avevo già sospettato. Di lui ricorderete il ponderoso saggio Il sacco del Nord. Sacco ad opera del Sud parassita, ovviamente. La cronaca di una telefonata tra l’autore del libro e il prode Ricolfi è esilarante. Basta una domanda, una sola, dell’autore, basata su fatti e numeri incontestabili per smontare prologo, tesi, postulati e tutti gli ammennicoli del saggio dell’illustre sedicente neo illuminista. La tesi del Nord saccheggiato dal Sud frana in un amen e Ricolfi balbetta tra un “non ricordo cosa ho scritto” e un penoso distinguo tra “finali” e “conclusive”. Poco ci manca che Ricolfi dica che il libro sia stato scritto a sua insaputa. Non tocca sorte migliore a Tito Boeri, che ci ha spesso deliziato con fantasiose analisi economiche e previdenziali. Boeri propone le gabbie salariali al Sud. E che fa il nostro autore? Gli sfila una carta dal traballante castello spiegando all’iconico Tito del “sinistro” pensiero come si leggono i dati ISTAT. L’arrampicata sugli specchi del gagliardo Boeri ricorda le scenette di Willy il Coyote, che inseguendo Beep Beep sbatte su una parete rocciosa e senza appigli per scivolare a terra con le stellette che gli roteano intorno alla testa. E che dire di Salvatore Rossi, uomo con un curriculum stratosferico, che per qualche suo singolare tormento interiore non ritiene di prendere in considerazione né dati certificati né l’impatto di infrastrutture essenziali, come le ferrovie, per elaborare le sue “innovative” tesi sul Sud assistito? L’elenco è ancora lungo. Leggete, stupite e chiedetevi come sia possibile per un Paese sollevarsi quando questa è la qualità della classe intellettuale e dirigente.

E i politici? Le cose non vanno meglio. C’è però una differenza tra i politici settentrionali e quelli meridionali. I primi fanno squadra per aumentare le risorse al Nord. Nelle commissioni e in parlamento quando si decide sull’autonomia differenziata si passano la palla. Giorgetti, Lega (Nord), la passa a Buffagni, MoVimento 5S, questi a Zanoni, PD, e via così. Occupano le posizioni in cui si decide dell’autonomia all’ANCE e in parlamento. I politici meridionali non sanno, non capiscono e non si interessano della trama a danno del Sud che si va tessendo con l’autonomia differenziata e sono assenti ovunque si parli del tema. Zaia imperversa, i governatori del Sud balbettano infastiditi. Marco Esposito scrive un libro verità e mai smentito, Zero al Sud, che scopre gli altarini e i misfatti criminali che si consumano dietro all’autonomia differenziata. Non sono un giornalista né un parlamentare e quindi, a parte quelli di cittadino, non ho altri obblighi sociali eppure la mistificazione sulla autonomia differenziata è talmente evidente, brutale e volgare che mi sento in obbligo, utilizzando anche i dati dei CPT, di urlare al mondo la mia indignazione su tante misere falsità in tre interventi ( uno , due e tre ). Intanto le discussioni in stanze segrete, grazie a Marco Esposito, diventano pubbliche. Lo scippo ai danni del Sud è talmente evidente che Giorgetti in commissione chiede di secretare i numeri e si arriva al punto di violare la costituzione e introdurre coefficienti riduttivi della perequazione completamente inventati. Coefficienti correttivi non calcolati ma gettati lì ad mentula canis con l’unica finalità di spostare risorse dal Sud a Nord. I politici del Sud, di tutti i partititi, hanno altro di più importante da fare: non si capisce cosa.

La democraticità del Covid – 19. Questo orribile virus, che sta bruciando le nostre esistenze, ha però un pregio. Colpisce in egual misura gli imbecilli, Trump, Johnson, Zingaretti, le persone per bene e gli umarell. Non fa sconti a nessuno e si diffonde subito prevalentemente e in modo violento al Nord. Questo perché contagia chi incontra e per primi incontra chi ha più scambi con il resto del pianeta, non certo per una fatwa lanciata da noi terroncelli invidiosi verso il Nord. Inoltre sembra volersi accanire in modo particolare con chi lo sottovaluta: #Milanononsiferma, #Bergamoisrunning e Zingaretti, che lo sfida a suon di mojito.

La sanità lombarda collassa e a Bergamo i camion dell’esercito portano via i cadaveri. Il Paese è sconvolto e al Sud ci si chiede: se la migliore sanità che abbiamo in Italia, a Milano, non tiene botta cosa succederebbe se il virus colpisse con uguale forza il Sud? I genitori e i nonni pregano figli e nipoti di rimanere a Milano e non tornare a casa. Il ragionamento è semplice: “Se ti ammali hai più probabilità di essere curato a Milano che non a casa tua al Sud. In più se ci contagi moriamo anche noi e poi chi tira la cinghia per mantenerti agli studi alla Bocconi o alla Cattolica?” Logico, no? Si chiude quindi quel che si può. Questo è il ragionamento che fanno tutte le persone per bene: al Nord come al Sud e lo fanno nell’interesse generale. A proposito, se volete sapere perché la sanità al Sud non funzioni leggete il libro. Un atteggiamento responsabile e normale dovrebbe spingere a chiedersi cosa non abbia funzionato nel modello della sanità lombarda e emendarlo. Invece al Nord gli opinion leader prendono cappello. Il killer, il pregiudizio, ha azzerato le sinapsi dei giornalisti del Corrierone e del ceto intellettuale e politico milanese. Questa palpabile angoscia che si è vissuta al Sud viene tradotta in un florilegio di scempiaggini, puntualmente ricordato da Marco Esposito, su cui fanno a gara a chi spara la minchiata più grossa Galli Della Loggia, Polito, Bassetti, Imariso, Sala e persino il normalmente pacato De Bortoli, sollevando una polemica inesistente e completamente inventata sul Sud che gode delle disgrazie del Nord.

Il razzismo fa parte del panorama. Il killer maledetto, il pregiudizio, è stato nutrito amorevolmente negli ultimi 160 anni. Nel 1870, numeri alla mano e carta canta, la Campania era la regione più ricca d’Italia. Dal 1860 ad oggi le fake nei confronti del Sud hanno prodotto uno strisciante razzismo a cui ci si è abituati. Fa ormai parte del panorama, né più né meno come un edificio crollato le cui macerie nessuno rimuove e che nessuno ricostruisce. La conseguenza è che sulle principali testate televisive, a volte anche sulla TV pubblica, si agitano dei personaggi di infimo livello che si permettono di arrivare a dire: io non credo ai complessi di inferiorità. Credo che in molti casi i meridionali siano inferiori. Si tratta di Feltri intervistato da un gongolante Giordano. Reazioni? Misere. “De stercore Feltrii” nessuno ne parla e indossa non dico una maglietta rossa ma almeno rosa venata di bianco. Nella trappola del killer cadono, con sfumature diverse, anche Mentana, Merlino e Letta, che neanche si rendono conto del perché le loro uscite siano sbagliate e offensive. In sintesi: “Io razzista? È lui che è nero!” Nel mentre, come ci ricorda il libro, l’insulto più diffuso su twitter è terrone, seguito a ruota da zingaro, e a distanza da negro e muso giallo. Ma, inopinatamente, tra i razzismi da battere individuati dalla commissione parlamentare Jo Cox, e presieduta da Laura Boldrin, quello nei confronti dei meridionali non merita neanche due righe.

Conclusioni. Alessandro Barbero, che firma la prefazione del libro, che conclusioni ne trae? Con una disarmante parsimonia intellettuale si limita a promettere un libro che smonti i primati delle Due Sicilie. È questa la principale e meschina preoccupazione del neo sabaudo Barbero? Ma Barbero lo conosciamo già ! E che dire di Augias, stigmatizzato anche da me , che propone di mettere tutto nel dimenticatoio?

Le mie conclusioni invece sono diverse. Dovrei gioire e essere grato per le verità che smontano tanti pregiudizi. Invece sono angosciato. Perché la montagna da scalare dei pregiudizi è talmente grande che è difficile ipotizzare un percorso di salvezza del Paese. Se il ceto dirigente e intellettuale è così ottuso come si può sperare in una sana progettualità di rinascita? Anche perché alle fake news sul Sud se ne aggiungono altre sull’Europa  e altre ancora sempre sul Sud e su tutto quello che è fuori dal pensiero unico del liberismo imperante. E anche perché l’atteggiamento del ceto intellettuale italiano sull’Unione Europea è troppo simile all’atteggiamento del ceto intellettuale duosiciliano che portò alla Unità d’Italia e alla conseguente questione meridionale. Loro uccisero il Sud, questi stanno uccidendo l’Italia intera. Se non si sgombra il campo dal pregiudizio le ricette saranno sempre le stesse: quelle che non hanno mai funzionato ma che si continuano a proporre. Come la fiscalità di vantaggio o le gabbie salariali, come gli incentivi o l’autonomia differenziata.

Eppure il potenziale di sviluppo del Sud è enorme. Forse è arrivato il momento che Marco Esposito e altri si uniscano per una proposta di sviluppo organica e di visione del Sud e quindi del Paese. Questo perché anche se avremo smascherato tutte le fake sul Sud, sull’Europa e sui benefici effetti del liberismo, e anche se avremo ristabilito tutte le verità sul Risorgimento e sui primati delle Due Sicilie non avremo risolto comunque nulla se questo liberarsi dai pregiudizi e dalle fake non avrà generato un piano di visione e al contempo operativo per una diversa prospettiva del futuro del Paese. Piano magari da proporre in un prossimo libro. Pietro De Sarlo

La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale. Libro di Antonino De Francesco. Per il movimento risorgimentale il Mezzogiorno rappresentò sino al 1848 una terra dal forte potenziale rivoluzionario. Successivamente, la tragedia di Pisacane a Sapri e le modalità stesse del crollo delle Due Sicilie trasformarono quel mito in un incubo: le regioni meridionali parvero, agli occhi della nuova Italia, una terra indistintamente arretrata. Nacque così un'Africa in casa, la pesante palla al piede che frenava il resto del paese nel proprio slancio modernizzatore. Nelle accuse si rifletteva una delusione tutta politica, perché il Sud, anziché un vulcano di patriottismo, si era rivelato una polveriera reazionaria. Si recuperarono le immagini del meridionale opportunista e superstizioso, nullafacente e violento, nonché l'idea di una bassa Italia popolata di lazzaroni e briganti (poi divenuti camorristi e mafiosi), comunque arretrata, nei confronti della quale una pur nobile minoranza nulla aveva mai potuto. Lo stereotipo si diffuse rapidamente, anche tramite opere letterarie, giornalistiche, teatrali e cinematografiche, e servì a legittimare vuoi la proposta di una paternalistica presa in carico di una società incapace di governarsi da sé, vuoi la pretesa di liberarsi del fardello di un mondo reputato improduttivo e parassitario. Il libro ripercorre la storia largamente inesplorata della natura politica di un pregiudizio che ha condizionato centocinquant'anni di vita unitaria e che ancora surriscalda il dibattito in Italia.

Foibe, Aldo Grasso incenerisce Barbero sul “Corriere”: “Mi è caduto un mito”. Gabriele Alberti sabato 11 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. “Mi è caduto un mito”. Il “mito” infranto è il professor  Alessandro Barbero. A leggere le prime parole dell’articolo di Aldo  Grasso, Tommaso Montanari ha avuto uno sturbo. Il critico del Corriere della sera  non perdona allo studioso e volto di Rai Storia la posizione  in materia di foibe e  Giorno del Ricordo con la quale si è adagiato sulle posizioni negazioniste dell’incasato rettore di Siena. “Mi è caduto un mito e la cosa mi dispiace enormemente- scrive l’editorialista- . Mi è caduto un mito, quando, intervistato dal Fatto quotidiano , il prof. Barbero ha avallato le teorie di Tomaso Montanari sulla «falsificazione storica» delle foibe” . Grasso aveva già demolito le tesi negazioniste di Montanari in un articolo feroce. Alla firma del Corriere non è affatto piaciuto che il professor Barbero si sia attestato sulla posizione di Montanari su un capitolo di storia italiana così drammatico. Con toni molto pacati ma irrevocabili concede allo storico (“un divo di Rai Storia”) il dono della simpatia e della capacità del divulgatore. Ma sulla storia non si può scherzare: è il pensiero di Grasso. Subito risponde insultando Montanari, con toni da odiatore seriale. L’invasato rettore – che ha promesso che il suo impegno antifascista aumenterà – ‘scrive e offende. ‘Oggi Aldo #Grasso si scatena contro Alessandro #Barbero , naturalmente sempre per le #Foibe (e per l’odio viscerale e invidioso contro i professori universitari). Penso che il giornale della classe digerente italica non sia mai sceso così in basso come con questo figuro”. Così in un tweet lo storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena  inveisce in maniera scomposta.  A sinistra è vietato dissentire e chi lo fa è un “figuro invidioso”. Che non a caso aveva definito Montanari un “agit prop”. Alla  triste vicenda Aldo Grasso dedica solo altre due righe: Barbero “ha scritto un pezzo in cui ha preso le distanze dalla scivolata, con onestà; lo seguirò sempre ma l’amaro in bocca è rimasto”. Il professore sul Fatto aveva avallato la definizione di Montanari sul giorno del Ricordo  come «tentativo neofascista di falsificare la storia». Intervistato su La Stampa è scomparso il neofascismo ed è apparso lo “Stato”. Giochetti che non sono piaciuti ad Aldo Grasso e non solo a lui.

Intervista ad Alessandro Barbero. “Le foibe furono un orrore, ma ricordare quei morti e non altri è una scelta solo politica. Il Giorno del Ricordo? E’ una tappa di una falsificazione storica”. Foibe, verità e menzogne dietro la canea delle destre. Daniela Ranieri su Il Fatto Quotidiano l'1 settembre 2021. Tomaso Montanari, storico dell’Arte e Rettore eletto dell’Università per Stranieri di Siena, ha scritto su questo giornale che la legge del 2004 che istituisce la Giornata del ricordo delle foibe “a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo” di una falsificazione storica di parte neofascista. Ne sono seguite accuse di negazionismo (anche da giornali “liberali”) e richieste di dimissioni da parte di esponenti politici di destra (FdI, Lega, Iv). Interpelliamo sul tema Alessandro Barbero, storico e docente.

Professore, è d’accordo con Montanari?

Sono d’accordo, ma bisogna capirsi. Montanari non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia di italiani sono stati uccisi lì. Nessuno si sogna di dirlo: la fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Perché l’istituzione della Giornata del ricordo rappresenterebbe una parte di questa falsificazione, se i fatti in sé sono veri?

Ma proprio perché quando di fatti del genere se ne sono verificati, purtroppo, continuamente, da entrambe le parti (ma le atrocità più vaste e più sistematiche, anzi programmatiche, le hanno compiute i nazisti, questo non dimentichiamolo), scegliere una specifica atrocità per dichiarare che quella, e non altre, va ricordata e insegnata ai giovani è una scelta politica, e falsifica la realtà in quanto isola una vicenda dal suo contesto. Intendiamoci, se io dico che la Seconda guerra mondiale è costata la vita a quasi mezzo milione di italiani, fra militari e civili, e che la responsabilità di quelle morti è del regime fascista che ha trascinato il Paese in una guerra criminale, qualcuno potrebbe rispondermi che però le foibe rappresentano l’unico caso in cui un esercito straniero ha invaso quello che allora era il territorio nazionale, determinando un esodo biblico di civili e compiendo stragi indiscriminate; e questo è vero. Ma rimane il fatto che se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, diversamente, ad esempio, dagli alpini mandati a morire in Russia, dai civili delle città bombardate, dalle vittime degli eccidi nazifascisti – che non hanno un giorno specifico dedicato al loro ricordo: il 25 Aprile è un’altra cosa – il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto, era alleata col regime che ha creato le camere a gas, e aveva invaso e occupato la Jugoslavia e compiuto atrocità sul suo territorio: tutto questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia.

Ritiene ci siano fascisti, nostalgici, persone che mal sopportano il 25 Aprile nelle Istituzioni?

Parliamo di sensazioni. Io ho la sensazione che come gran parte d’Italia era stata più o meno convintamente fascista, così in tante famiglie si sia conservato un ricordo non negativo del fascismo, e un pregiudizio istintivo verso quei ribelli rompiscatole e magari perfino comunisti che erano i partigiani. E le famiglie che la pensavano così hanno insegnato queste cose ai loro figli. Per tanto tempo erano idee che rimanevano, appunto, in famiglia, e non trovavano una legittimazione esplicita dall’alto, nella politica o nel giornalismo: oggi invece la trovano, e quindi emergono alla luce del sole.

Appartiene alla normale dialettica politica l’auspicio dell’on. Meloni, lanciato dalle pagine del Giornale, di “fermare” il professor Montanari? Si vuole costituire un precedente in democrazia di intimidazione del mondo accademico?

Non solo non appartiene alla normale dialettica politica, ma è inconcepibile in una Repubblica antifascista. E tuttavia va pur detto che non sono solo le destre ad aver creato un mondo in cui si reclamano le scuse, le dimissioni e i licenziamenti non per qualcosa che si è fatto, ma per qualcosa che si è detto. Il nostro Paese vieta l’apologia di fascismo, sia pure con tante limitazioni e distinguo da rendere il divieto inoperante, e questo divieto ha buonissime ragioni storiche, ma io forse preferirei vivere in un Paese dove chiunque, anche un fascista, può esprimere qualunque opinione senza rischiare per questo di essere cacciato dal posto di lavoro.

La sinistra, proclamando la fine delle ideologie, ha aperto la strada alla minimizzazione, alla riabilitazione e infine alla riaffermazione dell’ideologia fascista?

Il problema è che non sono finite le ideologie, è finita la sinistra. Il sogno che gli operai potessero diventare la parte più avanzata, più consapevole della società, e prendere il potere nelle loro mani, è fallito; il risultato è che nei Paesi occidentali non c’è più nessun partito che si presenti alle elezioni dicendo “noi rappresentiamo gli operai e vogliamo portarli al potere”. Ma la sinistra era quello, nient’altro. Invece la destra, cioè la rappresentanza politica di chi vuole legge e ordine, rispetto dell’autorità e libertà d’azione per i ricchi, e non si sente offeso dalle disuguaglianze sociali ed economiche, è ben viva. E in un mondo dove la destra è molto più vitale della sinistra è inevitabile che la lettura del passato vada di conseguenza, e che si possano diffondere enormità come quella per cui il comunismo sarebbe stato ben peggio del fascismo.

Alessandro Barbero, da «Superquark» a star del web: il Premio Strega, i meme e altri 6 segreti su di lui.  Arianna Ascione su Il Corriere della Sera l'11 agosto 2021. Una raccolta di aneddoti e curiosità poco note sul professore e storico, tra i protagonisti del programma condotto da Piero Angela (in onda mercoledì 11 agosto su Rai1 alle 21.25)

Gli studi. I suoi video su YouTube ottengono migliaia di visualizzazioni, i suoi podcast finiscono spesso nella classifica dei più ascoltati e ogni volta che appare in tv stuoli di fan adoranti non aspettano altro che i suoi racconti: non parliamo dell’ennesimo rapper ma di Alessandro Barbero, lo storico di «Superquark» - programma in onda questa sera su Rai1 alle 21.25 -, che nel giro di qualche anno è diventato una vera e propria star del web (anche se, come vedremo, non è sui social). Nato a Torino il 30 aprile 1959 ha studiato al Liceo classico Cavour e si è poi laureato in Lettere nel 1981 con una tesi in storia medievale presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito ha conseguito il dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha vinto il concorso per un posto di ricercatore in storia medievale all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Dal 1998 è prima professore associato e dal 2002 ordinario di storia medievale al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Ma queste non sono le uniche curiosità (poco note) su di lui...

Quando è approdato a «Superquark». Dicevamo di «Superquark»: ha iniziato a collaborare con il programma condotto da Piero Angela nel 2007. Con il divulgatore scientifico ha pubblicato nel 2012 il libro «Dietro le quinte della Storia».

Non ha i social. Il professor Barbero è completamente assente dai social. Esistono pagine Facebook che portano il suo nome (come «Alessandro Barbero guidaci verso il Socialismo» o «Alessandro Barbero noi ti siamo vassalli») e gruppi («Alessandro Barbero: la Storia», «Le invasioni Barberiche: fan di Alessandro Barbero»), ma tutto è gestito da altre persone.

Ha vinto il Premio Strega. Nel 1996, a 37 anni, ha vinto il Premio Strega con il suo primo romanzo «Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo», pubblicato grazie all’interesse di Aldo Busi. Il volume, ambientato all’epoca delle guerre napoleoniche, è stato tradotto in sette lingue.

Vita privata. Pochissimo si sa della vita privata se non che il professor Barbero è sposato.

La tessera del PCI firmata da Berlinguer. Intervistato da Daria Bignardi a L’Assedio lo storico ha raccontato di essere stato iscritto al Partito Comunista Italiano: «Da qualche parte devo avere la tessera firmata da Enrico Berlinguer. Ne sono felice perché in quel partito c’era la gente migliore che facesse politica in quel momento in Italia. Ora quel partito non c’è più, come non ci sono più partiti come li intendevamo noi da giovani».

Il Festival della Mente di Sarzana. Dal 2007 Barbero partecipa al Festival della Mente di Sarzana con cicli di tre lezioni (da qualche anno sempre sold out, come i migliori concerti rock).

I Longobardi fenomeno virale. La puntata di «Superquark» in cui il professor Barbero ha parlato dei Longobardi è diventata virale grazie ai numerosi video-parodia incentrati sulle parole della lingua italiana che (come spiegato) derivano dalla lingua longobarda come «zuffa», «spranga» e «pizza». 

I neoborbonici querelano Barbero. Ma a processo dovrebbero andarci loro. Giuseppe Ripano il 24/10/2020 su ilcaffetorinese.it. “Il Movimento Neoborbonico ha querelato Alessandro Barbero dopo alcuni recenti articoli sul Mattino e alcune recenti prefazioni (ultima quella del nuovo libro del giornalista Marco Esposito)”. Il post facebook di una nota pagina di revisionismo storico che tra i propri curatori non annovera neanche uno storico di formazione e professione è ben più lungo del breve estratto riportato. Ma il senso è chiaro: il celebre storico Alessandro Barbero viene querelato – di nuovo – dall’autoproclamato movimento neoborbonico. Per capire le ragioni di una ostilità vecchia di un decennio, è utile fare un passo indietro. È il 22 ottobre 2012, i festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unita si sono da poco conclusi, e su La Stampa appare un articolo firmato da un volto ben noto della cultura torinese e nazionale, lo storico Alessandro Barbero. Il pezzo trae le mosse da un documento esposto in una delle tante mostre allestite per la ricorrenza: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al forte di Fenestrelle. Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». Come riportato dallo stesso Barbero, “In una brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver accennato a Masaniello - descritto nei documenti dell’epoca in termini che fanno irresistibilmente pensare a un camorrista - avevo raccontato la vicenda dei soldati di Fenestrelle. La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo «volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»; probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai”. Per quanto all’epoca il vocabolario riportato non fosse d’uso corrente, oltre che essere spaventosamente simile ai ben noti rigurgiti di bile dei soliti frustrati urlatori social, era comune all’interno dei cosiddetti ambienti “neoborbonici”. Ci perdoni, il lettore, la colpa di pedanteria che commettiamo fornendo una definizione scolastica di neoborbonismo. La comprensione dei successivi paragrafi potrebbe altrimenti risultare ostica ai meno navigati della materia. Il termine neoborbonismo, apparso per la prima volta nel 1960, definisce una visione nostalgica enfatizzante il regno borbonico delle Due Sicilie, sopita per decenni dopo l'Unità d'Italia, ridestatasi con la nascita dei movimenti autonomisti in Italia verso gli anni '90 del secolo XX. Prosegue Barbero: “Superato lo shock pensai che l’unica cosa da fare era rispondere individualmente a tutti, ma proprio a tutti, e vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. Molti, com’era da aspettarsi, non si sono più fatti vivi; ma qualcuno ha risposto, magari anche scusandosi per i toni iniziali, e tuttavia insistendo nella certezza che quello sterminio fosse davvero accaduto, e costituisse una macchia incancellabile sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. Del resto, i corrispondenti erano convinti, e me lo dicevano in tono sincero e accorato, che il Sud fino all’Unità d’Italia fosse stato un paese felice, molto più progredito del Nord, addirittura in pieno sviluppo industriale, e che l’unificazione - ma per loro la conquista piemontese - fosse stata una violenza senza nome, imposta dall’esterno a un paese ignaro e ostile. È un fatto che mistificazioni di questo genere hanno presa su moltissime persone in buona fede, esasperate dalle denigrazioni sprezzanti di cui il Sud è stato oggetto; e che la leggenda di una Borbonia felix, ricca, prospera e industrializzata, messa a sacco dalla conquista piemontese, serve anche a ridare orgoglio e identità a tanta gente del Sud. Peccato che attraverso queste leggende consolatorie passi un messaggio di odio e di razzismo, come ho toccato con mano sulla mia pelle quando i messaggi che ricevevo mi davano del piemontese come se fosse un insulto. Ma quella corrispondenza prolungata mi ha anche fatto venire dei dubbi. Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot? Ero in grado di dimostrarlo, quando mi fossi trovato a discutere con quegli interlocutori in buona fede? Perché proprio con loro è indispensabile confrontarsi: con chi crede ai Lager dei Savoia e allo sterminio dei soldati borbonici perché è giustamente orgoglioso d’essere del Sud, e non si è reso conto che chi gli racconta queste favole sinistre lo sta prendendo in giro”. Cosa fa uno storico, a questo punto? Va a visionare i documenti, setacciare le fonti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cerca di capire cosa sia davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. Fa, in buona sostanza, quello che i giornalisti responsabili di questo tentativo di revisionismo storico non hanno fatto: cerca di trarre conclusioni adattando le teorie ai fatti, piuttosto che distorcere (o addirittura inventare) i fatti pur di adattarli alle proprie teorie. Nasce così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro I prigionieri dei Savoia: che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino a quel momento. A quel punto si scatena sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro (da parte nostra, dubitiamo siano in possesso dei requisiti minimi per poterlo fare) e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, il dottor Barbero viene “graziosamente paragonato al dottor Goebbels”. E arriva la querela, indirizzata in questo caso all’autore della recensione per il Corriere della Sera del testo di Barbero e alla stessa testata. La polemica monta, da parte neoborb capeggiata da giornalisti e blogger i cui titoli accademici restano – in larghissima parte dei casi – un mistero: Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Gigi Di Fiore tra i più noti, sostenuti e amplificati da portali social come I Nuovi Vespri e Terroni. Già, Terroni. Titolo del libro best-seller firmato proprio da Pino Aprile un decennio fa, Antico Testamento del neoborbonismo, dal quale è nata l’omonima pagina Facebook e al quale ha fatto seguito Carnefici (2016). Proprio con quest’ultimo il buon Aprile tenta di ampliare il discorso revisionista nato con Terroni, tentando di elevarne la dignità da giornalistica a storiografica. Ma in base a quali meriti Aprile tenta di inserirsi nel dibattito storiografico? Il curriculum parla da sé: perito industriale, dopo il diploma fa gavetta ne La Gazzetta del Mezzogiorno. Entra poi nel circuito accademico rivestendo incarichi in prestigiose facoltà e firmando pubblicazioni destinate a cambiare i canoni di studio della Storia? No, diventa vicedirettore di Oggi e direttore di Gente, firmando rotocalchi in cui appaiono soubrette, conduttrici tv e donne di successo, sempre il meno vestite possibili. Ci sono poi giornalisti come Angelo Del Boca, ex partigiano novarese (autore di una torrenziale produzione dedicata principalmente ai presunti crimini di guerra del Regio Esercito, punteggiata da un notevole numero di errori storici e una selezione faziosa delle fonti, ma anche di testi nei quali viene data per certa l’idea – lo ribadiamo: smentita in toto dalla storiografia – di Fenestrelle antesignano di Auschwitz), e il giornalista Gigi Di Fiore, che ne I vinti del Risorgimento per primo ha inaugurato il falso mito di Fenestrelle lager. Proprio Barbero ha smontato, nel testo sopracitato, tutte le teorie complottiste (e quando scriviamo tutte, intendiamo esattamente ciascuna di esse) partorite da Di Fiore e rapidamente divenute mistificazione. Come? Fondando lo scritto sui documenti d’archivio, sull’esame incrociato di una valanga di fonti (non soltanto custodite presso l’Archivio di Stato di Torino) e sulla ponderazione storiografica delle stesse (non tutte le fonti hanno pari dignità: nessuno studierebbe, ad esempio, la storia romana post augustea basandosi sugli scritti di Svetonio, notoriamente poco attendibili). Altra eminenza del movimento neoborb è Gennaro De Crescenzo, anch’egli giornalista. I testi di De Crescenzo tentano, ben più dei trattati di propaganda di Aprile, di fornire documentazione su cui fondare e reggere le teorie del movimento, pur di presentarle come verità storiografiche all’uditorio più analfabeta dell’abc storiografico. Ma che, in realtà, quando non riportano vere e proprie fake news distorcono i fatti pur di adattarli a un fine propagandistico tutto politico (l’articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno in data 6 giugno 2019 reca un titolo in questo senso emblematico: “La carica dei neoborbonici. «Nostre liste alle Regionali. Ci vorrebbe uno come Zaia»”). Persino ottimi trattati circa la condizione del Regno delle Due Sicilie alla vigilia dell’unità (ne citiamo uno: Borbonia felix. Il regno delle Due Sicilie alla vigilia del crollo di Renata De Lorenzo, direttrice dell’Archivio storico per le province napoletane, membro del corpo docente del Dottorato in Storia della Società europea dell’Università Federico II, del Centro interdipartimentale di Studi di Storia comparata delle società rurali in età contemporanea del medesimo ateneo, del comitato scientifico della Rivista italiana di studi napoleonici e del comitato di redazione di Napoli nobilissima, del consiglio di presidenza dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano e dal 2007 della giunta del Dipartimento di Discipline storiche, socia dell’Accademia pontaniana di Napoli e della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti in Napoli) sono stati oggetti del tentato revisionismo di De Crescenzo (ammesso sia in grado di revisionare alcunché). Come osservato da Marco Vigna, “il grosso delle obiezioni di questo signore è viziato alla base da un errore radicale: De Crescenzo replica a ciò che De Lorenzo non ha scritto”. Il testo di De Crescenzo, edito – ironia della sorte – a Milano, non lo menzioneremo nemmeno: non siamo inclini alla pubblicità gratuita. Ciò che accomuna i due autori, nonché gli adepti di quella che nel tempo si è strutturata come una vera e propria religione antistorica (e passeremo a spiegare il motivo), è una forma di retorica del primato. A sentir loro la felix Borbonia era, prima dell’Unità Nazionale, paradiso perduto in Terra: “terza” potenza mondiale (come da più parti invocato, e non sappiamo in base a quali parametri) e all’avanguardia nei progressi tecnologici, legislativi e culturali (come mai un reame tanto avanguardistico si è fatto sconfiggere da un manipolo di garibaldini, accolti a braccia aperte da una popolazione evidentemente ignara della bontà dei suoi sovrani?). E proprio con il fine di dimostrare la fondatezza di queste tesi vengono invocate vere e proprie bufale storiche. Non le enunceremo: non è questa la sede. Ma la redazione de L’Indygesto ha fornito un compendiato ed efficace contributo al web, del tutto adatto anche a coloro che di storia s’intendono poco o nulla, che invitiamo a consultare. Ma, per coloro che volessero approfondire la materia senza addentrarsi nella più complessa letteratura accademica, il libro di Tanio Romano (messinese: dovrebbe essere superfluo, ma onde evitare accuse di negazionismo poiché del Nord lo specifichiamo) La grande bugia borbonica, edito a Lecce nel 2019, può essere d’aiuto. Come sapientemente ha scritto lo storico Lorenzo Terzi, gli scritti neoborb impiegano, più che il vocabolario della storiografia, toni e figure retoriche caratteristiche del linguaggio propagandistico e pubblicitario: “Tanto Aprile quanto De Crescenzo, infatti, conferiscono alle loro dissertazioni un carattere aggressivo e polemico del tutto immotivato – per giunta, condito da un’ironia alquanto greve – sicuramente incompatibile con un discorso storiografico di natura scientifica. Gli stessi avversari cui di volta in volta indirizzano i loro strali hanno contorni indefiniti: non si capisce se gli autori se la prendano con un generico Nord, con non meglio identificati politici meridionali oppure con altrettanto indistinti accademici. Ciò che importa a entrambi, infatti, non è tanto argomentare, ma suscitare un’intensa eco emotiva in un lettore già predisposto ad ascoltare i contenuti da loro veicolati. Il neoborbonismo quindi – pur richiamandosi ideologicamente, per definizione, all’antico – dimostra tuttavia di saper fare leva con indubbia abilità su dinamiche cognitivo-relazionali in tutto e per tutto contemporanee, caratteristiche dello spazio del web, come quelle che i sociologi della comunicazione hanno definito echo chambers. Nella rete, per come oggi è strutturata, si creano delle sfere ideologiche abbastanza impermeabili, dove rimbalzano idee tra loro simili che si fanno eco reciprocamente: «Il risultato è un progressivo rafforzamento di tali sfere, sempre più estranee al dissenso e sempre più consolidate nelle proprie convinzioni». Non c’è spazio, in questa strana forma di balcanizzazione del pensiero, per le logiche rassicuranti del dibattito pubblico, basate sul confronto, sul dissenso, sul dialogo e, in definitiva, sulla partecipazione. D’altra parte, l’uso di artifici retorici volti a sollecitare l’emozione, e non il ragionamento, di un ipotetico lettore, è presente sin dal titolo della pubblicazione seriale comprendente il saggio di De Crescenzo. «Altre fonti», «altre storie», «altro che “meridionali analfabeti”»: l’iterazione dà più forza all’aggettivo magico «altro». I sottintesi emergono con chiarezza: vi sarebbero, dunque, risorse inedite di conoscenza che, una volta riportate alla luce, permetterebbero di ricostruire una storia, per l’appunto, altra (e, va da sé, vera) veicolo di riscatto e di orgoglio nel presente. Da questa impostazione paralogica emerge un corollario alquanto preoccupante: chi non accetta il discorso neoborbonico e rivendicazionista è, perciò stesso, degno di riprovazione civile e morale. È un ascaro, un venduto e peggio”. Altro tratto che accomuna i due autori citati è l’impiego bizzarro e disinvolto delle fonti indirette, la cui attendibilità storiografica è sempre (non solo nel caso dei neoborb) da verificare. Perché? Perché le fonti indirette altro non sono che citazioni di passi reperibili su altri testi o addirittura nel mare magnum del web. E, nella bibliografia dei saggi di Aprile e De Crescenzo, compaiono quasi esclusivamente fonti indirette, che spesso e volentieri rimandano a loro stessi libri editi precedentemente. Un terzo ma non ultimo trait d’union dei due è il rigetto in chiave propagandistica di quanto sfornato dal mondo accademico. Il motivo va ricercato nel pubblico a cui il movimento neoborb si rivolge: un pubblico di cultura media, non specialistica, in grado di capire le coordinate storico-cronologiche del discorso, ma non di verificarne e, magari, contestarne assunti e conclusioni. Sempre Lorenzo Terzi osserva: “il fatto che l’ambiente definito con grossolana approssimazione accademico non sia disposto a riconoscere la fondatezza della narrazione dei neoborbonici non rappresenta per questi ultimi un problema. Anzi: ciò, semmai, costituisce per i simpatizzanti una riprova del loro essere controcorrente, anticonformisti, fuori dai giri di potere. Tutto questo poi si traduce, presso lo stesso pubblico, in una crescita esponenziale di credibilità: i neoborbonici sono coloro i quali raccontano, attraverso altre fonti, un’altra storia, mistificata, travisata o addirittura celata dalla cultura ufficiale. Qui la strategia neosudista gioca la carta della untold history, tipica di certo revisionismo: «non ci hanno mai detto che», «ci hanno nascosto che», «non sapevamo che»”. Ma torniamo a Barbero. La ragione della querela sta nella prefazione che lo storico torinese ha scritto per Fake Sud, libro di Marco Esposito recentemente edito. Barbero avrebbe la colpa di considerare “scellerate fantasie” le dichiarazioni dei neoborbonici, che avrebbero “reinventato, con informazioni false, la storia del Sud e dell’Italia influenzando la mentalità italiana e accendendo con mezzi immondi passioni violente”. A sentire l’ufficio legale da cui è partita la citazione in giudizio, e al quale De Crescenzo si appoggia, le affermazioni sarebbero calunniose non soltanto verso iscritti e simpatizzanti neoborbonici, ma anche verso i drammi vissuti da migliaia di soldati meridionali nella “fortezza-lager sabauda”. Negli ambienti “barberiani” del web si è paventata la possibilità di una controquerela per lite temeraria da parte del professore. Noi, nell’ambito giuridico, non ci addentriamo: Barbero farà ciò che reputerà più utile. Ma un’ultima considerazione ci permettiamo di fornirla. Altro che Barbero, a processo dovrebbero andarci i neoborbonici: per malafede, circonvenzione d’ignoranti e vilipendio alla Storia. Nonché alle vittime dell'Olocausto, puntualmente asservite alle voluttà di vanagloria di qualche scarto della cultura che conta in cerca di fama. 

Il razzismo, Gramellini, Barbero e altre questioni (meridionali).  Da parlamentoduesicilie.it. Su “La Stampa”, in pochi giorni, una serie di interventi significativi. Gramellini ha definito “borbonico” quel prefetto che rimproverava un sacerdote per un “vizio di forma”. Dopo l’episodio increscioso del giornalista piemontese della Rai che “assecondava” il razzismo contro i napoletani “che puzzano” e in risposta a Saviano che aveva ricordato l’antichità del bidet “borbonico” (sconosciuto in Piemonte), lo stesso Gramellini sottolineava la mancanza di fogne a Napoli con il popolo costretto a vivere “nella melma” a quei tempi. Qualche giorno prima, invece, Alessandro Barbero, autore di un libro in cui si sarebbe ricostruita la verità sul carcere di Fenestrelle e sui soldati napoletani deportati durante l’unificazione, continuava a definire “mistificatori”, “inventori ai limiti dell’impudicizia” e “strumentalizzatori con fini immondi ” coloro che ricordavano quei caduti meridionali o quella che lui definisce la “leggenda della Borbonia felix”.  Come premessa e ricordando anche la storia, bisognerebbe sempre verificare e distinguere chi attacca da chi si difende (i Piemontesi che ieri invasero il Sud e oggi gridano sugli stadi e i meridionali che reagirono e reagiscono per difendersi).  Secondo Barbero non si può “impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese”. Premesso che grazie a studi sempre più documentati e diffusi quelle relative ai primati borbonici sono tutt’altro che leggende (cfr. i dati archivistici a nostra disposizione o gli ultimi studi del CNR, della Banca d’Italia, dell’Istat o della belga S. Collet in merito ai livelli di industrializzazione, del Pil o delle finanze del Sud pre-unitario, pari o superiori a quelli del resto d’Italia); premesso che i Borbone furono tra i primi in Europa a costruire un sistema fognario o un sistema idrico urbano e agricolo e che Napoli fin dal  Quattrocento era “pavimentata” (altro che “melma”) a differenza delle altre città italiane, qualche domanda potrebbe essere utile. Si è proprio sicuri che commemorare i soldati napoletani deportati e caduti (1, 100 o 1000 che siano e Barbero, dati archivistici alla mano, nel suo libro non risolve affatto la questione) sia più pericoloso di quei cori razzisti e impuniti degli juventini o degli stessi cori che spesso ascoltiamo da decenni ai raduni della Lega (vera fucina di “invenzioni” come la “padania”) o di certe scelte che da 150 anni penalizzano il Sud con questioni sempre più drammatiche e irrisolte? Si è proprio sicuri che 150 anni di retorica risorgimentalista che ha cancellato i saccheggi e i massacri subiti dalle popolazioni meridionali (senza l’intervento “chiarificatore” di alcun prof. Barbero di turno) abbiano reso un buon contributo alla costruzione dell’identità italiana? Sconcertanti, del resto,  i passi del suo libro in cui si riportano (senza alcuna “pietas” e con uno stile presumibilmente somigliante a quello di un funzionario sabaudo) numerosi episodi di razzismo contro i nostri soldati reduci da migliaia di chilometri di viaggio tra offese e insulti terribilmente somiglianti a quelli degli stadi di oggi (“sporchi”, “luridi”, “puzzolenti”)… E se il Sud si fosse finalmente e veramente stancato di quei cori, di offese e di umiliazioni che durano da un secolo e mezzo, partono da quei soldati, passano per le curve, arrivano nelle redazioni di tv e giornali e, troppo spesso, fino alle stanze di parlamenti e ministeri? E se fosse naturale e ovvia una reazione di fronte a chi ci definisce “borbonici” con disprezzo o che scrive che eravamo “nella melma”, “puzziamo” e abbiamo dei “fini immondi”? E se i “terroni”, i “neoborbonici” o i “meridionali” stessero davvero ritrovando il loro orgoglio perduto per troppo tempo?

Prof. Gennaro De Crescenzo - Commissione Cultura - "Parlamento delle Due Sicilie"

Aprile: Hanno paura della memoria. L’autore di “Terroni” contro gli storici. Un gruppo di docenti aveva promosso una petizione per fermare l’iniziativa della Regione che vuole istituire la giornata in ricordo delle vittime meridionali dell’Unità. Pino Aprile 26 luglio 2017 su Il Corriere del Mezzogiorno. Altro che Lea Durante, roba da dilettanti, siamo all’uso «proprietario» e politico della storia, teorizzato da Alessandro Barbero, sull’onda degli storici «sabaudisti»: scegliere cosa narrare e farne miti fondanti, per formare patrioti. Quindi è pedagogia, politica; nessuna meraviglia, che la storia «non scelta», la raccontino altri. Il popolo vota (bene, male, come gli pare: è il difetto della democrazia, pur così malmessa); i rappresentanti eletti votano (bene, male, eccetera); sul Giorno della Memoria delle vittime dimenticate (e diffamate: guai ai vinti!) dell’unificazione d’Italia con saccheggi, stupri e genocidio, gli eletti dicono sì, all’unanimità o quasi, in Basilicata, Puglia, una mezza dozzina di Comuni, e la Campania stanzia 1,5 milioni di euro in manifestazioni, studi, approfondimenti. Al che, altri eletti (nessuno li ha votati, forse si ritengono tali) ordinano al presidente della Puglia di ignorare il voto a loro sgradito; non «finanziare alcun momento pubblico» (clandestino, invece sì?) dell’iniziativa voluta dal parlamento regionale; non consentire che di storia si parli nelle scuole (da «non coinvolgere in alcun modo»), se non come deliberato da lorsignori. Scusate, le orecchiette con le cime di rape: l’alice sì o no? Metti che uno si sbagli e parta una petizione... «Diremo agli studenti che il Mezzogiorno è arretrato per colpa dell’unificazione italiana?», scrivono i firmatari della petizione. No, perché, scusate, voi ancora raccontate che il Regno delle Due Sicilie era arretrato e sono arrivati i civilizzatori a dirozzarli, distruggendo le fabbriche o mandandole in rovina dirottando gli appalti al Nord, rubando l’oro delle banche e sterminando centinaia di migliaia di «arretrati», quindi poco male...? Leggete cosa scrive il ministro Giovanni Manna al re, rapporto sul censimento 1861, sul fatto che mancano 458mila persone, per la «guerra», rispetto al totale atteso; leggete, archivio Istat, con tabelle, i padri della demografia unitaria, Pietro Maestri e Cesare Correnti, sul fatto che, appena arrivati i piemontesi, al Sud, la popolazione, che cresceva più che nel resto d’Italia, smette di farlo e diminuisce di 120mila unità in un anno; o Luigi Bodio, capo della statistica, archivio Istat, sui 110mila giovani, quasi tutti terroni, renitenti alla leva, tutti morti, o «clandestinamente» emigrati (peccato che non si trovino...); o dei 105mila terroni, tutti maschi, scomparsi («emigrati» pure loro?). Leggete dei 600mila incarcerati nel ‘61, dei 400mila ancora nel ‘71, riferisce il di Rudinì, in Parlamento, della mortalità nelle carceri che arrivò al 20 per cento; dei deportati, almeno 100mila, di cui 20mila, denunciò il Maddaloni, nel solo 1861. E dopo aver tacciato quali «fantasiose ricostruzioni», «leggende», «fole» le ricostruzioni degli eccidi sabaudi al Sud, ora che non si riesce più a negarli, ci è offerta come «onestà intellettuale» l’ammissione che «gli storici devono fare di più per portare alla luce e spiegare e stigmatizzare i numerosi episodi di violenza a carico delle popolazioni meridionali». E già, in 156 anni è mancato il tempo... Han dovuto dircelo gli storici stranieri, come Denis Mac Smith, che ci furono più mort’ammazzati (per il loro bene, si capisce) per annettere l’ex Regno borbonico che in 11 anni di guerre di indipendenza contro l’Austria. Ed è ancora uno straniero (temibile neoborbonico?), il professor John Anthony Davis («Napoli e Napoleone»), università del Connecticut, fra i maggiori studiosi della nostra storia di quegli anni, a dirci che la favola dell’arretratezza del Regno delle Due Sicilie fu «inventata» da Bendetto Croce, per giustificare le condizioni sempre peggiori in cui precipitò l’ex Regno divenuto «Sud», dopo le amorevoli cure unitarie. Lo dimostrano gli studi dei prof Paolo Malanima e Vittorio Daniele, del Consiglio nazionale delle ricerche, di Stephanie Collet dell’università di Bruxelles, dell’Ufficio studi della Banca d’Italia (Carlo Ciccarell e Stefano Fenoaltea), di Vito Tanzi (Fondo monetario internazionale). Ma bastavano Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, unitarista deluso, quando scoprì che «questi sono più porci dei peggiori porci nostri», Gramsci che parla del Sud «colonia». Inutile l’ottimo ciclo di studi ricordati, su queste pagine, dal professor Saverio Russo (che ne fu un protagonista), sull’inconsistenza della vulgata «miseri e arretrati», o del professor Luigi De Matteo («Noi della meridionale Italia»), dell’Orientale di Napoli; eccetera. Il Regno delle Due Sicilie non era più povero del Nord (più o meno stesso reddito) né arretrato (il doppio degli studenti universitari del resto d’Italia messo insieme; le fabbriche più grandi della Penisola; addetti all’industria più numerosi di oggi). Ma fosse stato economicamente indietro del 15-20 per cento, come arditamente sostenuto di recente (con riaggiustamenti successivi, però...) da un poi fortunato titolare di cattedra in «Tutta colpa del Sud»: quale affare avremmo fatto, se in 156 anni siamo precipitati al 56 per cento del reddito medio del Nord, 3-4 volte peggio? Ci vuole coraggio a spacciare questo per unità (ma non prendono treni lorsignori, non hanno figli in partenza per altrove, mentre Milano forse si fotte l’ennesima mammella, un’Authority europea, dopo l’Expo-mafia, Human Technopole eccetera sempre con soldi pubblici?); a pensare di liquidare tutto come «propaggini estreme di un meridionalismo “piagnone” e rivendicazionista» (e ci trovate pure qualcosa da ridere?) o nominando tutti «neoborbonici» sul campo, «sanfedisti», faccia buia della luminosa medaglia di quei giacobini che presero a cannonate i loro concittadini, per consegnare il Paese a un esercito straniero, che lo spogliò di tutto, massacrando (il solo generale Thiebault) 60mila persone. Discutiamo delle idee, ma pure del prezzo di vite altrui che si è disposti a pagare per imporle a chi non si riesce a convincere. Ma che paura fa il Giorno della Memoria? Saranno convegni, dibattiti, manifestazioni... E cosa impedisce a chiunque, in civile confronto (sempre che non sia proprio questo che inquieta), di esporre dati e opinioni cui si attribuisce maggior fondatezza? Dovreste esser lieti di una possibilità così succulenta di sbugiardare il branco di...? di...? «Neoborbonici»! Evvai (ma che palle!). Invece di virare sulla paura che si alimenti «l’inconsapevole sentimento antiunitario contro il leghismo del Nord». Mentre non fa paura il consapevole (dimostrato e gridato) sentimento antiunitario della Lega Nord contro il Sud. Se no una petizione l’avreste fatta. Mi sbaglio? Lea Durante ha mai promosso petizioni per adeguare la rete ferroviaria (tutto a Nord, nulla a Sud) con o senza alta velocità (o è revanscismo neoborbonico?). O contro l’esclusione, da parte del ministero dell’Istruzione, di poeti e scrittori meridionali, pur se premi Nobel, dai programmi di Letteratura del Novecento per i nostri licei? No? Eppure son 7 anni che si fanno raccolte firme, proteste di istituti scolastici, interrogazioni parlamentari. O contro la normativa che «premia il merito» degli atenei che sorgono nelle regioni più ricche e condanna a morte prossima quelli meridionali?

O contro i criteri in base ai quali la salute di un terrone vale meno di quella di un settentrionale? (A meno che i firmatari, non abbiano taciuto per non parer «piagnoni» e «revanscisti»). La cultura faccia ponti non fossati, professoressa. Il Giorno della Memoria serve a discutere. Chi ne ha paura, teme di non aver da dire o quel che può esser da altri detto. Ma quanne ‘na cose niscune te la vo’ di’, allore la terre se crepe, se apre, e parla.

Il revisionismo e il falso mito di Pino Aprile.  Saverio Paletta il 22 maggio 2019 su indygesto.com. Il business del giornalista pugliese, dalla navigazione a vela alla controstoria. Vi ricordate Oggi e Gente? I due settimanali ora fanno a gara a sparare in prima pagina le immagini di soubrette, conduttrici tv e donne di successo, il meno vestite possibili. Tra gli anni ’70 e ’80 gareggiavano in cose più serie, almeno dal punto di vista storiografico: ritratti e titoli sui membri della famiglia Savoia, allora in esilio, sui superstiti della famiglia Mussolini e sullo scià di Persia. In quei giornali fece la sua brava carriera il giornalista pugliese Pino Aprile, che fu direttore del primo e vicedirettore del secondo. Aprile, di cui – come per tanti giornalisti, che non ne hanno – sono sconosciuti i titoli accademici, proveniva dalla classica gavetta nei giornali locali, come La Gazzetta del Mezzogiorno. Parliamo, ovviamente, dello stesso Pino Aprile che, dal 2010 in avanti, dopo una fortunata parentesi come esperto di navigazione sportiva a vela, si è riscoperto ultrameridionalista (almeno in pubblico, visto che altre tracce precedenti di questa sua passione non ce ne sono), ha buttato alle ortiche la precedente attività di divulgatore storico e si dedica al revisionismo antirisorgimentale. I Savoia restano in cima alle sue preoccupazioni, ma non come personaggi da prima pagina bensì come bestie nere. L’Unità d’Italia, a sentire l’Aprile di oggi, è stata la iattura del Sud. Il Risorgimento fu una guerra di conquista, con tanto di genocidio annesso, almeno tentato e, a sentir lui, in parte riuscito. Con questa ricettina, il Nostro ha scritto uno dei più grandi best seller del decennio: quel Terroni (Piemme, 2010) che, forte di oltre 250mila copie vendute, ha suscitato un dibattito fortissimo, che dal mondo della cultura (e nonostante esso) è tracimato nella politica. Se sette anni fa non ci fosse stato Terroni oggi il Movimento 5Stelle non avrebbe lanciato l’idea di una giornata della memoria dedicata alle vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Senza il successo di Terroni, che ha trasformato il suo autore in una specie di Messia dei movimenti sudisti, le tesi dei neoborbonici giacerebbero in una nicchia più piccola di quella che occupano adesso. E non ci sarebbe, soprattutto, il battage editoriale che, a sette anni dal centocinquantenario dell’Unità, continua a martellare l’opinione pubblica, a dispetto della crisi dell’editoria. Inutile dire che tanta fortuna si basa sul nulla o quasi: le tesi storiografiche di Aprile suggestionano al primo impatto ma si smorzano non appena si inizi una seconda lettura. Non solo per una questione di stile, che non è proprio gradevole (irrita ad esempio la scrittura in prima persona e l’abbondanza di dialettismi, roba che ad altri verrebbe censurata in qualsiasi giornale di provincia), ma soprattutto di contenuti e di onestà intellettuale. Evitiamo di scendere nei dettagli del corposo revisionismo apriliano e soffermiamoci, piuttosto, su un’espressione che ricorre come un mantra in tutti i libri dell’autoproclamato storico di Gioia del Colle: «Certe cose non le sapevamo perché nessuno ce le ha mai raccontate». Non sapevamo, ad esempio, che l’Unità d’Italia fu la guerra di conquista vinta da uno Stato, il Regno di Sardegna, nei confronti di tutti gli altri della Penisola. Non sapevamo che all’Unità seguì un periodo di disordini profondissimi con episodi tragici, stermini e abusi da guerra civile. Non sapevamo che, in effetti, il Sud iniziò ad arretrare con l’Unità (o meglio, restò al palo mentre le altre zone, altrettanto non sviluppate, crebbero). Ma non è vero che non sapessimo tutto questo perché «nessuno ce l’ha mai raccontato». Non lo sapevamo perché semplicemente non abbiamo studiato oppure non ci siamo documentati a dovere. Dopodiché, persino il cinema si è occupato di certe cose. Si pensi all’eccidio di Bronte, rievocato da Aprile col tono di chi rivela novità assolute: a quest’episodio, tragico ma non sconosciuto, il regista Florestano Vancini dedicò nel 1971 Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, una coproduzione italo-jugoslava trasmessa varie volte dalla Rai e perciò vista da milioni di telespettatori. Nel 1999, invece, Pasquale Squitieri (la cui recente scomparsa è passata inosservata ai neoborbonici e agli aficionados di Aprile) girò Li chiamarono briganti, dedicato, appunto, alle gesta del brigante lucano Carmine Crocco. Anche la musica ha fatto la sua parte: nel 1974, ben prima che il milanese Povia si convertisse alle tesi neoborboniche per rilanciare la sua carriera con la stucchevole Al Sud, gli Stormy Six, band di punta dell’underground milanese, dedicarono una canzone al massacro di Pontelandolfo. Se ci concentriamo invece sui libri, che poi sono le uniche fonti utilizzate da Aprile, che tuttavia ben si guarda dal fornire una bibliografia, ci accorgiamo che tutto era stato già scritto, anche con un certo rigore e che nessuno, a partire dal compianto Carlo Alianello e da Franco Molfese, autore di una pregevolissima Storia del brigantaggio dopo l’Unità, è mai stato censurato. Tutt’altro. Tutto ciò che è riportato nei libri del pugliese a partire da Terroni era già stato pubblicato prima. È stato solo grazie al clima d’odio creato dalla crisi economica e politica del Paese e dalla rinascita dei pregiudizi localistici, in particolare quello antimeridionale sfruttato alla grande dalla Lega Nord dell’era Bossi, che certe tesi sono state distorte e trasformate nella clava politica che in tanti, adesso soprattutto i grillini, cercano di brandire per cattivarsi un po’ di consensi. Ma secondo Aprile, che ha rincarato la dose nel suo ultimo Carnefici (Piemme, 2016), non sapevamo altro, e cioè che il Risorgimento è stato quasi un genocidio concertato ad arte. Peccato che il nostro non sia riuscito a provare le cifre da Prima Guerra Mondiale snocciolate per avallare la tesi che il Sud è quel che è perché i settentrionali, a furia di massacri e rapine, l’hanno depauperato. Peccato, inoltre che certe narrazioni siano state smontate nel frattempo. Ad esempio, quella secondo cui Fenestrelle, il forte alpino in cui erano alloggiati i Cacciatori Franchi, cioè il corpo punitivo del Regio Esercito (italiano e non piemontese), fosse nientemeno una sorta di Auschwitz sabauda in cui sarebbero stati macellati a migliaia i soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie. Al riguardo, val la pena di menzionare la polemica a distanza tra Aprile e lo storico torinese Alessandro Barbero, autore di I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Laterza, Roma-Bari 2012). Per parare il colpo dello storico piemontese, Aprile scende piuttosto in basso: definisce in Carnefici il suo contraddittore «un medievista e romanziere prestato alla storia contemporanea» e si arrampica sugli specchi, non riuscendo a controbattere coi documenti. Su questo punto si potrebbe rispondere non senza ironia che un medievista è uno storico e, in quanto tale, applica un metodo affinato sullo studio di documenti difficili come quelli medievali, redatti in latinorum o, peggio, in volgare. Di Aprile si sa, per sua stessa pubblica ammissione, che è un perito industriale. Nulla di male in ciò. Ma si ammetterà che il passaggio da perito industriale a storico attraverso il giornalismo è più tortuoso e dà meno garanzie sulla qualità della ricerca, o no? Al netto delle polemiche, si potrebbe concludere che il potere di firma permette ad alcuni ciò che i titoli non consentono ad altri. Nel caso di Aprile si va oltre e il potere di firma diventa transitivo e generazionale. Infatti, Marianna Aprile, figlia di Pino e piezz’e core come tutti i figli d’arte, è una firma di Oggi e, di tanto in tanto, fa comparsate in Rai. Questo lo sappiamo. E sappiamo altro. Sappiamo che i guai del Sud di oggi non sono il prodotto dei Savoia di ieri, ma di quella classe dirigente corrotta, incapace, impreparata e collusa che, spesso, ricicla il sudismo alla Aprile per dotarsi di una linea culturale. Sappiamo queste cose perché ce le raccontano tanti giornalisti che sfidano il precariato e le querele in redazioni spesso improbabili e fanno i conti in tasca a chi amministra quel po’ di potere rimasto e i suoi dividendi. E sappiamo che il compito di questi giornalisti è difficile perché la censura, anche fisica, è un rischio quotidiano. Diffamare i morti (se il generale Cialdini risuscitasse, quante querele beccherebbe Aprile?) invece è facile. Sappiamo anche questo, per averlo sperimentato di persona. Ma prima o poi le mode passano. Sono passate quelle estetiche, che hanno condannato alla bulimia e all’anoressia qualche migliaio di ragazze, passeranno quelle culturali, che condannano all’odio migliaia di persone. Forse questo non lo sappiamo di sicuro. Ma ci speriamo.  Saverio Paletta

Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. 

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020 su Il Nuovo Sud.it.  

PURTROPPO NON CONSIGLIERÒ AI MIEI AMICI DI COMPRARE “FAKE SUD” DI MARCO ESPOSITO (E BARBERO). UNA SCELTA DOLOROSA MA NECESSARIA (E MOTIVATA). “Non ci interessano strategie, giochini o compromessi: la nostra storia va rispettata. Punto”. I motivi per cui non consiglierò ai miei amici di comprare FAKE SUD di Marco Esposito si legano alla prefazione di Alessandro di Barbero e anche a tanti contenuti del libro stesso. In premessa dobbiamo ringraziare gli autori di libro e prefazione perché concedono molto spazio ai neoborbonici, evidentemente preoccupati o stimolati dal successo delle loro tesi (se qualcosa non ci preoccupa, non ci interessa o la si ritiene inutile, non se ne parla o almeno non se ne parla con questa frequenza o con certi toni). Ognuno è libero di scegliersi i firmatari della sua prefazione (e anche di pubblicizzarli con le fascette sui libri) ma forse è meno libero di consentire offese e insulti anche personali nelle stesse prefazioni. Si tratta, in realtà, delle solite offese rivolte da Barbero ai neoborbonici (non solo nostri simpatizzanti o collaboratori ma migliaia di persone e tutto il mondo che ruota intorno al seguitissimo “neo-meridionalismo”) fin dalla uscita del suo libro che cercava di negare o ridimensionare i drammi vissuti dai soldati delle Due Sicilie a Fenestrelle (e confermati da diverse domande “archivistiche” che posi a Barbero anni fa e alle quali non ha mai risposto e che saranno confermati in pieno da un libro di un coraggioso accademico e in uscita nel prossimo inverno). Non ho mai offeso personalmente Barbero e nell’unico confronto che ho avuto con lui, di fronte alle sue risatine mentre io parlavo di quei poveri soldati morti di freddo e stenti, oltre a tante osservazioni sul piano storico-archivistico, mi limitai ad osservare che forse le distanze tra noi non erano solo storiografiche. Dalla quantità degli insulti che ci ha rivolto in questi anni (mai ricambiato) e anche in questa prefazione, devo pensare che forse quella mia osservazione dovette colpirlo, anche se ricordo la cortesia dei saluti e addirittura l’idea che qualcuno gli aveva proposto (quella di scrivere un libro insieme). Evidentemente, visto che è stata quella l’unica occasione di incontro, avrà ripensato a quella serata, ne avrà rivisto il video e il ricordo non deve essere positivo (al contrario di quanto posso dire io). Detto questo, da anni abbiamo rinunciato a incarichi, a guadagni facili e a seggi elettorali e stiamo perdendo (altro che “mezzi” o fini “immondi”) tempo e denaro nelle nostre vite sottraendolo a noi e alle nostre famiglie e non possiamo consentire a nessuno insulti gratuiti personali o alle migliaia di persone che da anni ci seguono con rispetto e affetto. Non ci interessano le reazioni “infuriate” (esistono degli ottimi rimedi anche naturali) e non ci interessano neanche le strategie politiche o pubblicitarie e, anche se si tratta di famosi docenti onnipresenti in tv, ci tuteleremo e tuteleremo i nostri tanti iscritti e simpatizzanti in ogni modo e con ogni mezzo (legale, democratico e civile). Detto questo, è opportuna un’analisi per illustrare i (tanti) motivi per cui questo libro non ci convince. In premessa devo ammettere una mia mancanza: non ho mai letto una premessa così carica di astio e rancore in un libro che per giunta parla di “pendoli” e di necessità di moderare i termini dei confronti. E se la scelta di Barbero (dopo le tante e innumerevoli offese rivolte ai suoi “oppositori”) poteva essere un’idea pubblicitaria (al netto delle ovvie critiche nel nostro “mondo”, lo stesso contro il quale si rivolge spesso Barbero e che magari poteva acquistare il libro di Esposito), quando l’autore e l’editore hanno letto il testo forse avrebbero potuto avere qualche dubbio… Ve lo riportiamo. “Prefazione di Alessandro Barbero. Si tratta dell’insieme di scellerate fantasie che il movimento neoborbonico ha messo in circolo dalla fine del secolo scorso reinventando da cima a fondo la storia del Mezzogiorno d’Italia e dell’Unità d’Italia […], qui si tratta di influenzare la mentalità collettiva del nostro paese e si accendere passioni violente sulla base di informazioni false […]. Altrove ho scritto di un fine immondo e mi correggo: sono i mezzi che sono immondi” […]. Marco Esposito è stato troppo rispettoso di persone come Pino Aprile o Gennaro De Crescenzo (anche se io per primo, avendoli incontrati entrambi, riconosco che fra i due c’è una bella differenza di statura umana […]; c’è da provare ripugnanza […]; si tratta di primati tragicomici e di buffonate dei neoborbonici”. E se Esposito scrive a Pino Aprile che le sue (presunte) fake danneggiano la parte buona del resto dei suoi libri, potremmo dire lo stesso di Esposito di fronte a queste parole. Ma andiamo avanti con il resto dei contenuti. Solo una nota a cui tengo: Barbero, forse sbagliando parola, parla di “statura umana” e io, con tutto il rispetto e pur nei miei limiti, con il mio 1.78 credo di essere più alto sia di Barbero che di Pino Aprile…

La base del libro è “l’errore del pendolo” e cioè gli eccessi antimeridionali e gli eccessi meridionali anche se per contestare i secondi Esposito contesta le tesi dei neoborbonici. La motivazione in sostanza è “dobbiamo essere infallibili se vogliamo essere credibili”. Bene chiarire, forse, che non esistono ricerche e tesi infallibili. Facciamo qualche esempio. Tra i primi che mi vengono in mente c’è la proposta secessionista di Marco Esposito che (Barbero lo sa?) qualche anno fa il giornalista del Mattino sintetizzò nel libro “Separiamoci”, un progetto forse anche estremistico sul piano del diritto italiano e nel quale mai nessun neoborbonico si era mai avventurato. Qualche anno prima, sempre per fare un esempio, il successo relativo del suo progetto di moneta alternativa come assessore a Napoli (nome non molto felice: il “Napo”) o il suo progetto elettorale con percentuali non superiori allo “zerovirgola”. Nessuno, però, a differenza di quanto Esposito fa nel libro lamentandosi per la mancata autocritica di Pino Aprile o per la mancanza della dichiarazione di qualche correzione (e neanche delle correzioni) magari nell’elenco dei primati, ha mai pensato di chiedere a Esposito autocritiche o “dichiarazioni di omessa dichiarazione di integrazione di un primato”… Nel libro una serie di dati puntuali che conosciamo bene anche per i numerosi articoli e per gli altri libri che Esposito ha scritto sulle sottrazioni di fondi a danno del Sud e anche su diverse bugie che circolano in merito a sprechi e inefficienze da queste parti.

Quello che però più sorprende è il fatto che Esposito metta sullo stesso piano l’eventuale errore del “terzo posto industriale” (neanche del sottoscritto ma di diversi altri autori o semplicemente di tante persone su facebook) e oltre un secolo e mezzo di fake, di cancellazioni, di mistificazioni e umiliazioni contro il Sud. Da un lato, allora, una storia ufficiale che in maniera monopolistica, con tv, giornali, università e case editrici e anche libri di scuola di ogni ordine e grado ci racconta le (vere) fake di Garibaldi&Garibaldini o di un Sud arretrato e inferiore con le conseguenze culturali e anche politiche ed economiche che il libro stesso evidenzia, dall’altro un gruppo di storici volontari e autofinanziati che ha tirato fuori storie cancellate con le conseguenze (positive) che hanno e potranno avere. Ma per Esposito siamo tutti uguali e il pendolo vale per loro e per noi. È grave per lui, allora, che qualcuno abbia tirato fuori la storia del “terzo posto” (secondo i suoi dati forse era sesto o settimo) ma non che qualcun altro non abbia mai parlato delle industrie del Sud pre-unitario. Ci convince poco anche la motivazione di tutto questo (la potremmo pure condividere ma il rischio della retorica e della pre-sunzione è troppo alto): “potremmo tornare ad essere un modello armonico di esistenza”. E allora la sensazione è che “l’errore del pendolo” non sia dei neoborbonici o dei neomeridionalisti ma di… Esposito che non si è accorto che quel pendolo era spostato tutto da una parte da oltre 150 anni.

“Se quei primati vengono esaltati oltremodo l’operazione di riscatto della memoria dei neoborbonici da necessaria diventa perniciosa”: peccato che quei primati siano oltre 150, che quelli “integrati” e aggiornati” nel libro siano solo sette e che per 150 anni di quei primati non si conosceva l’esistenza e non ricordiamo libri di Esposito che ne abbiano mai parlato e neanche libri nei quali abbia difeso il Sud dalle umiliazioni di tutta la storiografia italiana. Notiamo oggi (anzi) un Esposito tutto intento a calcolare i metri cubi della Reggia di Caserta per dimostrare che non è la reggia più grande (ed è costretto a riconoscere che il primato è riportato anche dal sito della Reggia) o con il vocabolario di tedesco per dimostrare che la prima cattedra di economia era in Germania e non a Napoli (eppure bastava dare un occhio alla Treccani) o a confrontare gli elenchi di primati sul sito dei neoborbonici (2005) con il mio libro del 2019. Tante le pagine dedicate ai moti del 1820 e al “primo parlamento a suffragio universale” (omettendo le critiche che i Nitti o i Croce rivolsero contro quei moti carbonari-massonici ed etero-diretti), uno dei pochi primati borbonici anti-borbonici (il Borbone, per accordi internazionali e, resosi conto delle reali intenzioni dei rivoluzionari, bloccò tutto). Esposito insiste anche con una vecchia tesi della storiografia ufficiale a proposito della implosione del Regno ma Esposito non cita altre fonti: fu sempre Croce, come riportato da un recente libro di Gigi Di Fiore, ad evidenziare che si trattò di una caduta “per urto esterno” e libri recenti e documentatissimi dimostrano che si trattò anche in quel caso di una operazione etero-diretta.

Per Esposito, poi, è “vomitevole” (aggettivo non proprio moderato e tendente a quella armonia vagheggiata in altre pagine) la storia divulgata (sul web e sui social!) dei “10 o 15 anni di chiusura delle scuole del Sud dopo il 1860”. A questo proposito cita anche il sottoscritto quando riporto i dati del più alto numero di iscritti all’università. Qui cita il mio (“bel”) libro sui primati ma forse non lo avrà letto tutto perché in quel libro e in altre mie pubblicazioni il dato degli iscritti è solo uno dei tanti elementi portati come “prove” (archivistiche) relative alla falsità dei dati del censimento del 1861 (in testa quelli del Fondo Ministero Istruzione a Napoli e quelle successive degli Annuari). Sono quelle le fonti che dimostrano la chiusura di un numero enorme da un notevole numero (oltre 6000) di scuole presenti nelle Due Sicilie fino alla nefasta applicazione della legge Casati (che Esposito cita senza analizzarne le conseguenze). In questo caso Esposito dimentica anche di completare la lettura del libro di Daniele che pure cita in più passaggi: in particolare non riporta i dati relativi al numero di scuole presenti nelle Due Sicilie (in media con quelle del resto dell’Italia).

Surreale il capitolo relativo alla deportazione dei meridionali in Patagonia progettata dallo stato italiano: nel corso dell’intervista inserita nel libro Barbero in un primo momento nega questa possibilità ritenendola una “leggenda neoborbonica” e di fronte a diversi documenti accetta in parte la tesi ma con un suo strano distinguo che applicò anche ai prigionieri di Fenestrelle: quei progetti “per atterrire le nostre impressionabili popolazioni” non erano pensati per i meridionali ma per tutti gli “italiani” perché dal 17 marzo 1861 eravamo tutti italiani… Per Barbero, allora, le decine di migliaia di meridionali deportati con la legge Pica e ritrovati (nomi e cognomi) negli archivi dell’Italia centrale e settentrionale sono una fake news (peccato che Esposito non l’abbia inserita nel libro)…

Schema simile sempre a quello seguito da Barbero anche quando “Fake Sud” affronta il tema di Fenestrelle usando “la parte per il tutto”: per Esposito Di Fiore “ha scritto prima ‘in tanti morirono in quelle prigioni’ per poi correggersi (già negli Ultimi giorni di Gaeta) dicendo che ‘per loro il ritorno a casa non fu semplice’ e poi riconoscendo che non fu persecuzione scientifica”. In realtà, leggendo bene e conoscendo bene i libri di Di Fiore, non risulta affatto questo “climax” suggerito in maniera quasi subliminale da Esposito: in Nazione Napoletana (successivo agli “Ultimi giorni”), a proposito dei campi di prigionia sabaudi, Di Fiore scrive di “migliaia di militari rinchiusi” e anche “a centinaia non fecero più ritorno”. Stesso schema quando cita il prof. Gangemi e i suoi documentatissimi studi di prossima pubblicazione: si parla solo dell’errore di Barbero sui 1200 soldati (forse erano 1300) e non delle pluriennali ricerche archivistiche con le quali Gangemi dimostra la morte a Fenestrelle e altrove di diverse migliaia di soldati. Proprio su Fenestrelle i passaggi forse più (in negativo) significativi: abbracciando in pieno le tesi barberiane, Esposito sostiene che non era un lager, che non c’era la volontà di sterminare i soldati napoletani ma (giuriamo che la frase è proprio questa) “semmai l’ingenua pretesa di inquadrarli rapidamente nel nuovo esercito nazionale”. Non possiamo non evidenziare l’aggettivo “ingenua” riferito a quella scelta che, pure ammesso che la volontà iniziale non fosse lo sterminio, stride con le condizioni di quei viaggi e di quelle prigioni ritenute infernali per decenni. A parte il fatto, poi, che l’idea della “rieducazione” rievoca spettri impronunciabili, a parte il fatto che avrebbero potuto anche evitare de-portazioni a oltre 1000 km e a oltre 1200 metri di altezza (magari “rieducandoli” nelle loro zone di origine), a parte il fatto che dal numero di ospedalizzati, di morti, di fughe e di rivolte avrebbero potuto dedurre che forse non era il caso di insistere per tanti anni (e ben oltre quel 1862-data semi/fake usata da Barbero per chiudere le sue ricerche con lacune che saranno presto evidenti nel libro di cui sopra), a parte il fatto che Esposito avrebbe potuto chiedere lumi a Barbero in merito ai misteri di quei 40.000 soldati attestati a Fenestrelle non dai neoborbonici ma dai Carabinieri nel loro museo in epoca fascista, Esposito si risponde da solo quando, nella stessa pagina, scrive che “la maggior parte di quei soldati rifiutò [di essere inquadrata nel nuovo esercito] avendo giurato fedeltà a Francesco II”. Qui Esposito, però, non si chiede e non chiede neanche a Barbero quale fosse la sorte di quei soldati visto che non volevano essere rieducati e inquadrati e i sabaudi volevano “solo” rieducarli e inquadrarli. Forse, allora, a Fenestrelle non c’era un cartello con la scritta “campo di sterminio” ma quel forte lo diventò e non fu neanche l’unico caso.

Da notare anche qualche “distrazione” come quando riferisce ai neoborbonici la tesi “con 7 secoli di storia potevamo dirci neogreci, neoangioini o neoaragonesi” ma (senza leggere il testo riportato da circa 20 anni sul sito dei neoborbonici e limitandosi a cercare la notizia dal web) ci ricorda che i secoli, “partendo dai Greci sarebbero 28” (io ho scritto 3 libri sulla storia di Napoli e non ho mai parlato di “7 secoli”).

Nel libro contro le fake anche un’altra mezza fake: quella secondo la quale in Italia nessuno emigrava fino al 1860. Esposito forse non ha letto i testi che attestano emigrazioni consistenti (tra gli altri) di Comaschi, Genovesi e Parmigiani con cronisti che arrivarono a parlare di “fanatismo migratorio” (G. Goyau, M. Porcella, F. Bellazzi, G, Calzolari, tra gli altri).

Non è affatto vero, poi, che Aprile “peraltro non ha fatto alcuna ricerca diretta ma ha riassunto con toni vivaci quanto è stato scritto sul tema dal 1993 in poi” (Aprile non inserisce note ma riporta nei testi le sue tante fonti frutto anche di ricerche complesse) e non è vero che Terroni “riassume gli errori e le inesattezze della storiografia fai-da-te” e che “Pino Aprile cade in fallo” perché sottovaluterebbe il fatto che “anche un solo scivolone rischia di inquinare il resto” (e fa l’esempio –sbagliato- di Fenestrelle che non era un luogo di sterminio) e non è accettabile neanche l’altra tesi su Aprile: da un lato, infatti, Esposito scrive che con il suo Terroni “sempre più meridionali si sono liberati del senso di minorità”, dall’altro, però, in virtù della sua mancata “autocritica”, “chi legge quel libro prende per buone tutte le affermazioni e qualcuno anzi, come in un gioco al rialzo, si attiva in rete e magari aggiunge altro di suo e il rischio è che l’informazione inesatta o esagerata abbia l’effetto della mela marcia e spinga a buttare l’intera cesta”. Ovvio che Aprile non possa rispondere di quello che fanno i suoi lettori (se scrivo che Mertens non ha giocato bene non sarà colpa mia se qualcuno gli buca le ruote del motorino) così come… scagli la prima pietra uno scrittore infallibile.

Surreale la denuncia della fake news relativa alla frase di Bombrini (“I meridionali non dovranno più essere in grado di intraprendere”) perché, premesso che io nei miei libri non l’ho mai usata (amo le fonti da quando mi specializzai in archivistica), se è vero che (finora) non c’è una fonte che la documenti, è altrettanto vero (e lo specifica poche righe dopo) che Bombrini fece una lunga e articolata serie di scelte che potrebbero essere sintetizzate in maniera esemplare in quella frase, come attestano le eccezionali ricerche del grande Nicola Zitara. Dopo oltre un secolo e mezzo di silenzi omertosi e colpevoli (e dannosi) sulle politiche antimeridionali uno slogan e una locandina su facebook possono essere più efficaci di 100 libri soprattutto se sintetizzano una loro intrinseca e profonda verità.

Surreale anche un’altra delle tesi del libro: “non siamo ancora in un tempo pacificato”. Esatto. Ma per il motivo contrario: qui al Sud, nell’opera di ricostruzione di identità e di liberazione dal senso di minorità, siamo ancora all’anno zero e semplificazioni o anche e addirittura esagerazioni (legittime dopo 150 anni di umiliazioni) sono più che mai preziose. E forse abbiamo ancora più bisogno di orgoglio che di “maestrine con le penne rosse” pronte a bacchettare questo o quel passaggio (è un lusso che, forse, ci potremo permettere tra qualche anno). A meno che qualcuno non pensi che questo processo sia già concluso (e non è concluso affatto, come dimostrano le politiche antimeridionali di questi anni e che nel libro sono anche sintetizzate). A meno che qualcuno non pensi che questo processo non serva (e allora, forse, non ama davvero il Sud e non vuole davvero risolvere le questioni meridionali) e non ci meraviglieremmo molto se questo libro (soprattutto per le parti nelle quali in fondo sostiene che “è tutta colpa del Sud”) avrà molti spazi televisivi e giornalistici e venderà le sue brave copie… E magari in questo tipo di discorso rientrano anche certi titoli (quello più adatto, in questo caso, forse, era un più equilibrato e coerente con i contenuti “Fake Sud e Nord”, così come all’epoca “I prigionieri dei Savoia” di Barbero poteva far pensare ad una denuncia delle malefatte sabaude).

In conclusione (evitiamo di ripetere la formula usata da Barbero per iniziare la sua prefazione perché non riusciamo a capirla bene: “Nella conclusione a questo libro Esposito racconta…”), non possiamo non rilevare che Esposito forse per la prima volta parla del passato in un suo libro e ha scelto una strada (secondo il nostro parere personale) non del tutto felice, sia per la scelta della prefazione (e dei toni) che per diverse notizie riportate nel testo. Di fronte a oltre 150 anni di bugie (quelle sì tutte contro il Sud), di fronte a quei “400 gruppi facebook antimeridionali” (quelli sì carichi di un razzismo pericoloso), di fronte all’avanzare di una Lega (sempre) Nord (quella che condiziona non la “mentalità” ma la politica da decenni, quella che porta in giro odio vero e simboli di personaggi storici medioevali inventati sui quali, però, non ci risultano, ad esempio libri, articoli e premesse “infuriate” di Barbero che tra l’altro è anche medioevalista), di fronte all’avanzare di quel “partito unico del Nord” (che non si è mai messo e non si metterà mai a cavillare sui suoi aderenti e a cercare vie politicamente corrette), pur lusingati dallo spazio e dall’importanza attribuitaci in questo libro, ci auguriamo che il prossimo libro di Esposito e Barbero possa evitare di offendere o andare a cavillare tra libri e siti neoborbonici rivolgendo le loro attenzioni altrove (un altrove molto vasto a partire magari da tante storie-fake risorgimentali).

Prof. Gennaro De Crescenzo Napoli 6 ottobre 2020

Sepolti dai pregiudizi contro il Sud. «Bufale blasonate». Sepolti dai pregiudizi contro il Sud. Di e da pietrodesarlo.it il 6 luglio 2021. Nel libro “Perché il Sud è rimasto indietro” l’autore, Emanuele Felice,  fornisce la serie storica del divario Nord – Sud dal 1871 ad oggi. Avvisa subito che i dati del 1861, anno in cui fu annesso il Regno Duosiciliano, non ci sono, e che ricostruirli “… sarebbe un esercizio poco serio e quindi risparmiamocelo”. Però, dopo poche pagine, si lancia proprio nell’”esercizio poco serio” e afferma che nel 1861 fatto 100 il PIL pro capite nazionale quello del Sud era tra il 75% e l’80%. Ci spiega poi che, grazie all’Unità d’Italia, il PIL del Sud crebbe miracolosamente per 10 anni fino al 90% del 1871, anno in cui le serie storiche diventano universalmente accettate.  Però appena queste diventano ufficiali puff … il miracolo finisce e dal 1871 il divario peggiora costantemente. Nel 2001 il Sud è al  69% del PIL medio italiano, e oggi siamo intorno al 65%. In sintesi per Felice quando non c’erano i dati, proprio grazie all’Unità d’Italia, il divario Nord – Sud è diminuito, ma da che ci sono i dati è invece aumentato ma non a causa dell’Unità d’Italia. Perché allora? E qui il nostro si lancia nella solita poltiglia anti meridionalista giustificandola prendendo i numeri e i fatti che gli fanno comodo e ignorando gli altri.

Luca Ricolfi. Qualche anno prima di Felice, Ricolfi aveva pubblicato un libro “Il sacco del Nord”. In questo libro sostenne che il Sud viveva alle spalle del Nord e che in realtà fosse più ricco del Nord stesso. Come? Dando un valore economico al tempo libero. Vengono così stravolti i divari Nord Sud. Ovviamente dimentica, il Ricolfi, che l’abbondanza di un bene lo deprezza e che il tempo libero di un disoccupato ha un valore diverso da quello di un neurochirurgo, ma tant’è. Nella pubblicistica antimeridionale tutto fa brodo.

Barbero e Augias. Passiamo a Barbero, che per contestare i Neo Borbonici su Fenestrelle scrive un corposo libro . I Neo Borbonici pongono la quota a cui si trova il Forte di Fenestrelle a 1800 metri sul livello del mare, Barbero a 1200. Differenza non da poco per stabilire quanti fossero nel 1861 i morti tra i prigionieri mal nutriti e mal vestiti dell’esercito napoletano chiusi nel Forte posto nella gelida Val Clusone. Chi ha ragione? Nessuno dei due. In realtà il Forte è un insieme di strutture poste tra quota 1200 e quota 1800. Però Barbero è rock e non fa propaganda ma storia, i neo borbonici sono lenti e guai a chiamare  Barbero neo sabaudo. Andiamo ad Augias che sulle vicende risorgimentali, quando non gli conviene, propone l’oblio … a senso unico però, visto che a Torino, presso l’università statale, c’è un Museo dedicato al Lombroso. Di la dalle intenzione del Lombroso stesso le sue teorie furono utilizzate per giustificare la feroce repressione ai briganti, relegandoli a sub specie umana. Come Felice, memoria selettiva: ricordiamo quello che conviene.

Perché faccio questa tiritera? Perché la pubblicistica anti meridionale crea un costante pregiudizio nei confronti del Mezzogiorno e quindi tutte le volte che c’è un pregiudizio non si riescono a capire cause e soluzioni dei problemi.

Quando questi pregiudizi sono poi diffusi da Felice, che è il responsabile economico del PD che ha proprio nel Sud il proprio bacino elettorale, da Ricolfi, che si definisce illuminista e fa parte della fondazione che pomposamente si richiama a Hume, oppure da mostri della cultura in pillole come Augias e Barbero diventa quasi impossibile ragionare e capire. Se uno ci prova viene insultato sui social.

Facciamo una prova. Se vi chiedessi perché la sanità campana funziona peggio di quella lombarda cosa rispondereste? Non fate i timidi, suvvia! Bravi, ci siete: i campani sono brutti, sporchi e cattivi. Insomma la risposta antropologica è l’unica che vi viene in testa. A nessuno mai verrebbe in mente di rispondere perché lo Stato spende in Campania per la sanità 1.593,11 euro anno per abitante mentre in Lombardia ne spende 2.532,79.

Sorpresi? Ora vi tolgo il fiato perché lo so già che state pensando che tanto è inutile dare soldi ai campani perché li butterebbero dalla finestra. Ma il monitoraggio della spesa sanitaria italiana mostra che in un solo anno, e tutti gli anni da 10 anni, la sanità campana produce un avanzo di gestione di più di 43 milioni di euro. Quello che la ricca Lombardia ci mette 10 anni a produrre. Ma le sorprese non finiscono qui. Per le politiche sociali, che insieme a quelle per la sanità rappresentano il 50% delle spese regionali, nel 2018 in Lombardia sono stati spesi 6.711,16 euro per abitante. E in Campania? Solo 4.672,77!

Differenze imbarazzanti. Le differenze sono imbarazzanti e moltiplicandole per il numero di abitanti della Campania si vede che questa riceve 17 miliardi di euro l’anno in meno, che per 10 anni fanno 170 miliardi. Se applichiamo questa differenza a tutto il Sud parliamo di 45 miliardi l’anno che in 10 anni fanno 450 miliardi: più del doppio del recovery plan. E fino ad ora non abbiamo parlato del divario infrastrutturale del Sud con il Nord. Se proprio sentite la necessità di arrampicarvi sugli specchi ora direte che la spesa pubblica non produce PIL. Eccome se lo produce! Si possono assumere medici e infermieri scegliendo i migliori, attrarre malati da altre regioni che portano i loro famigliari a occupare alberghi e pensioni per l’assistenza ai parenti. Con i quattrini per la coesione sociale si sviluppa il terzo settore. Andate a vedere in Lombardia quanti ci campano! Siete tramortiti, ammettetelo. Vi vedo affannati a cercare conferme ai vostri pregiudizi nell’evasione fiscale, ma, fidatevi, l’evasione, se in tale ambito mettiamo anche quella legale dei grandi gruppi, FIAT, Ferrero, Mediaset, eccetera, è di gran lunga maggiore al Nord e la povera Basilicata, per esempio, ha un incidenza di imposte pagate sul PIL simile a quella della Lombardia, a dispetto della progressività impositiva.

E la Cassa per il Mezzogiorno? Finalmente vi vedo sorridere, pensate di avermi fregato: e la Cassa per il Mezzogiorno dove la mettiamo?  La Cassa nacque nel 1950 per la viabilità rurale al Sud. Volete dirmi che nello stesso periodo non è stato fatta neanche una strada interpoderale al Nord? A parte le autostrade e il resto, intendo. Oppure che qualche aziendina del Nord, come la Fiat per esempio, non ha munto alle casse pubbliche per decenni tra incentivi e cassa integrazione? Il punto è che ogni spesa al Sud si strombazza come “intervento straordinario”, per fare un centesimo di quello che in silenzio si fa come “intervento ordinario” al Nord. Si guarda solo la parte straordinaria della spesa pubblica e mai si somma regione per regione la spesa corrente e quella per investimenti e si confrontano i totali. Se si facesse questo esercizio si scoprirebbe la vera ragione del divario Nord Sud: la differenza di spesa pubblica sia per le spese correnti sia per gli investimenti!!!

Fake News? Lo so che pensate che io spacci fake news? Ebbene no: qui trovate i dati della spesa pubblica ordinaria per regione e qui  il monitoraggio della spesa sanitaria. Su qualsiasi cartina d’Italia trovate invece la differenza di infrastrutture tra Nord e Sud, dall’Alta Velocità alle autostrade e persino sulla piantina dell’ultimo giro d’Italia che non è arrivato neanche ad Eboli. Ma anche il Giro d’Italia muove PIL e fa pubblicità ai luoghi dove passa.

Ma non ditelo a Felice o a Ricolfi che i dati preferiscono inventarli, invece di prenderli dai conti pubblici territoriali prodotti dalla relativa agenzia. Occorrerebbe prima esaminare i numeri e verificarne la consistenza, poi elaborare una teoria. Molti, come Ricolfi e Felice, preferiscono il contrario: elaborare una teoria e cercare una conferma nei … segni o nelle rune. È così che nascono i terrapiattisti.

Ma veniamo al PNRR. Se questo fosse ripartito in Italia con gli stessi criteri utilizzati dall’Europa per distribuirlo nei vari stati europei al Sud ne competerebbe il 70% almeno. Non ci credete? Qui c’è tutto .

Il fatto è che in Europa la divergenza tra le economie dei vari paesi è considerato un problema che potenzialmente può disgregare l’Europa stessa. Lo stesso presidente del consiglio, Mario Draghi,  nel suo ultimo discorso alla camera ha detto : “Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7” .

I due Draghi. Ovviamente si tratta del Mario Draghi che prima di diventare presidente del consiglio faceva il commesso alla Standa e non di quel Mario Draghi corresponsabile di questi disastri e di cui, per fortuna, non si sente più parlare e che da DG del Ministero del Tesoro scrisse i contratti per la svendita del patrimonio pubblico ai privati e comperò titoli tossici da Goldman Sachs. Che da Governatore della Banca D’Italia autorizzò l’acquisto di Antonveneta da parte di MPS. Che da neo Governatore della BCE scrisse una lettera, insieme a Trichet, con i compiti assegnati al governo Berlusconi, e che fece il Governo Monti e che da governatore della BCE mise, inutilmente visti i risultati, in ginocchio la Grecia. Ma quale è il punto di questa chiacchierata? Il punto è che il PNRR è un elenco di progetti privo di visione e che, purtroppo, darà esiti molto modesti rispetto agli sforzi richiesti.

Sepolti dal pregiudizio. Ma come si fa a maturare la visione di un futuro che recuperi centralità politica, logistica ed economica al Mezzogiorno d’Italia che è il centro del Mediterraneo che è a sua volta il luogo di incontro di tre continenti e dove invece di sviluppo e progresso c’è il desereto? Come si fa in una Italia divisa dai pregiudizi e dalla propaganda della pubblicistica antimeridionale a far comprendere l’importanza del Sud nelle strategie di sviluppo dell’intero Paese? Come si fa a far capire che il potenziale dei porti del Sud, in specie quello di Taranto e di Gioia Tauro, è un multiplo rispetto a quello di Genova e di Trieste? Come si fa a far comprendere tutto questo in una Italia in cui appena si parla del Ponte sullo Stretto ci sono i soliti soloni che affermano che fare il Ponte, e le infrastrutture, al Sud equivale a fare un regalo alla mafia? Come si fa a far capire che poi all’estero non fanno distinzione e che il pregiudizio dal Sud si trasferisce all’intero Paese? Non era un giornale tedesco a dire che dare i soldi all’Italia equivaleva a darli alla mafia? Ecco perché questa pubblicistica stucchevole contro il Mezzogiorno arricchita di analisi fantasiose e false uccide la capacità di rinascita non del Sud, ma dell’intero Paese perché impedisce di capire i problemi e individuare  le soluzioni. Inoltre questi continui pregiudizi sul Sud rendono diviso il Paese diffondendo tossine sempre più difficilmente smaltibili ma quando i seminatori di tossine sono parte fondante di quel ceto che dovrebbe invece combattere i pregiudizi al Paese non resta che soccombere.

Bruno Bossio: «Le carceri sono lo specchio dei pregiudizi sui meridionali». TAPPA ZERO: TORINO. Roberto incontra la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che lo accompagnerà anche nella tappa finale a Motta Santa Lucia. A proposito delle teorie lombrosiane sulla predisposizione a delinquere, Bruno Bossio spiega come abbiano dato origine ai pregiudizi sui meridionali, maggiormente presenti nelle nostre carceri e spesso detenuti ingiustamente. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il tour “Sui pedali della libertà”, appena iniziato, unisce infatti due luoghi significativi: il museo di Cesare Lombroso a Torino e il paese di provenienza in Calabria di Giuseppe Villella. Il cui teschio, per il fondatore dell’antropologia criminale, dimostrava la correlazione tra le fattezze fisiche e la predisposizione a delinquere. «Devo dire – spiega Bruno Bossio – che purtroppo le teorie lombrosiane segnano l’inizio di un pregiudizio che è rimasto, se è vero come ci dicono le percentuali che la maggioranza della popolazione italiana in carcere – spesso detenuta ingiustamente – è meridionale. Soprattutto quando ci sono esigenze cautelari e non condanne».

«Vi racconto quel pregiudizio sulle mie origini calabresi che mi ha distrutto la vita». Il Dubbio il 5 settembre 2021. Roberto incontra l'ex consigliere regionale della Valle d'Aosta, Marco Sorbara, assolto a fine luglio dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo 909 giorni in custodia cautelare. L’incubo giudiziario di Sorbara comincia il 23 gennaio 2019, quando i carabinieri bussano alla sua porta in piena notte per portarlo via assieme ad una decina di persone, tutte coinvolte nell’operazione “Geenna”. A fine luglio è stato assolto dalla Corte d’Appello di Torino perché il fatto non sussiste, dopo una precedente condanna a 10 anni con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E, soprattutto, dopo mesi di calvario, aggravati dal voltafaccia dei suoi colleghi, che subito dopo l’arresto lo hanno massacrato. Momenti terribili, tra carcere e domiciliari, compresi 45 giorni in isolamento, racconta oggi Sorbara: «Nella mia cella erano cinque passi per quattro, li contavo. E mi chiedevo tutti i giorni perché. Ma non ho mai trovato risposta».

«Il pregiudizio verso il Sud c’è ancora: siamo tutti mafiosi…» Il Dubbio l'11 settembre 2021. Dopo 1400 chilometri, il tour di Roberto "Oltre i pregiudizi" si chiude nella città del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" a Torino. L'ultimo pregiudizio che resta da abbattere è quello nei confronti del Sud. Se, come spiega il giornalista Mimmo Gangemi, la «questione meridionale è ridotta a questione criminale». L’ultima tappa del viaggio di Roberto Sensi “Oltre i pregiudizi” è a Motta Santa Lucia, la terra del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” a Torino. L’ultimo pregiudizio che resta insepolto è quello sul meridione, una malattia autoimmune non ancora debellata. «La questione meridionale la si è ridotta a una mera questione criminale», spiega lo scrittore e giornalista Mimmo Gangemi. Parla del presente. Un presente che non sembra essersi allontanato di un passo da Lombroso.

Il pregiudizio contro i meridionali, davvero esiste ancora?

Esiste ma ha assunto forme più nascoste, camuffate da una finzione di civiltà che lo rigetta. Sono episodi sporadici le discriminazioni di un tempo, quando non s’affittavano case ai nostri emigranti e l’essere del Sud diventava una tara, un marchio d’infamia. Il pregiudizio però continua a camminare sottotraccia. Il Sud è additato e percepito come la palla al piede dell’Italia. Gli abitanti saremmo parassiti che si perpetuano lagnosi e vittime, sfaticati, mafiosi o con mentalità mafiosa.

Com’è nato questo odio?

Non siamo mai diventati nazione. A noi è stata tramandata la memoria della forzatura sanguinaria, mai appianata e taciuta dalla storia, in un regno che ci ha conquistato e trattato da sottomessi, da Ascari, con tasse e imposizioni, la leva obbligatoria, le morti innocenti e paesi distrutti pur di eliminare il dissenso, e i briganti, peraltro spesso resistenti all’invasore. E siamo rimasti indietro, o siamo stati lasciati indietro, anche per l’insipienza della classe politica e dirigente che esprimiamo. Nel cammino assieme, c’è stata una disparità di attenzione e di risorse e si è impattato in diversità sociali, culturali, economiche, storiche, caratteriali che hanno pesato e inciso fino a realizzare un’Italia a due diverse velocità, fino a dilatare il distacco e ad alimentare l’odio. Certo è, tuttavia, che le nostre valigie di cartone degli anni ’ 50, legate con lo spago, non differivano da quelle che tutti assieme, gente del Nord e gente del Sud, allestimmo per un’emigrazione alle Americhe che soccorresse il futuro.

Al di là degli stereotipi, esiste un’identità comune che unisce i popoli del Sud?

Il regno dei Borboni è morto e sepolto. Mai è stato un elemento di coesione. Siamo Italia e ci piace essere Italia. L’identità comune c’è perché ci accumuna la storia di oltre un millennio, e ancor prima, la Magna Grecia. Dall’unità d’Italia in poi si è aggiunto l’uguale disagio di essere considerati colonia e un ostacolo alla crescita della nazione. E talvolta i disagi, le democrazie a scartamento ridotto e lo stesso pregiudizio distribuito largo sanno diventare punti di saldatura.

A volte però a trovarsi ad avere pregiudizi verso di sé è lo stesso Sud, che subisce la narrazione dominante.

Il Sud non ha molte voci autorevoli da opporre all’Italia che lo pesa e lo giudica con un metro falsato. La Calabria è quella combinata peggio. Oltrepassa il Pollino una narrazione menzognera ed esagerata nella condanna. I personaggi che hanno ascolto e microfono, e spesso una credibilità mal riposta, sono pochi. Tra loro, c’è pure chi la racconta molto peggio di quanto sia, fa trasparire l’idea che tutto sia mafia, ha creato l’equazione “calabrese uguale ’ ndranghetista”. E l’Italia ha abboccato, senza ragionare che a taluni, anche giornalisti, torna comodo irrobustire il mostro ‘ ndrangheta, che mostro è, perché così irrobustisce le carriere e i meriti, con buona pace dell’innocenza maltrattata e dello Stato di diritto scappato altrove.

Come è accaduto che un partito come la Lega, che ha fondato la propria storia sull’antimeridionalismo, finisse per essere così largamente votato anche qui?

Ingenui creduloni stendono un velo sul razzismo di decenni ed è come infilarsi da sé l’amo in bocca. Una fetta della classe politica, pur di sedere a cassetta, non bada alla parte con la quale si schiera, insegue solo il successo elettorale, bianco o nero non importa. E troppi cittadini dalla memoria corta votano, per utilità e clientelismo, il compare, l’amico, l’amico degli amici.

Cosa si potrebbe fare, nell’immediato, per il Sud?

Un’equità sociale, livellando le disparità che si sono create. Ci sono priorità che mancano e sulle quali ormai non si protesta, perché si è talmente assuefatti al degrado che ciò che altrove appare ordinario al Sud lo si vede straordinario, un di più, una concessione. La sanità è impoverita ad arte, per l’obiettivo di avvantaggiare quella del Nord, magari sovradimensionata, che accoglie anche per prestazioni sanitarie di basso peso. L’agricoltura è stata penalizzata da dover scegliere o di lasciare marcire il frutto o di ricorrere al lavoro nero, altrimenti si va in perdita. L’autostrada A2 è un inganno: mai è stata davvero ultimata, se tra Reggio a Cosenza 52 chilometri, i più pericolosi, sono rimasti quelli di prima, senza corsia di emergenza e con tracciati da brividi. L’alta velocità ferroviaria da Salerno in giù è altina, non alta. La statale 106 è la strada della morte, a doppio senso di circolazione. I treni sono lo scarto del Nord. E i finanziamenti pubblici dipendono dallo storico, da quelli ottenuti nel corso degli anni, e diventa una storpiatura della democrazia che, per esempio, Reggio Calabria non possa avere nulla o quasi per gli asili nido solo perché nulla ha mai avuto, mentre l’altra Reggio, pur con meno abitanti, ha 16 milioni annui. Perciò, lo si metta alla pari, il Sud. Solo dopo potrà essere additato colpevole.

“Si è sempre a Sud di qualcuno”, a volte però stupisce vedere comportamenti razzisti da parte di chi a sua volta ne ha subiti. Perché accade?

È un’anomalia che chi, come i veneti e i friulani, agli inizi del Novecento, popoli più nella fame e più numerosi dei meridionali nell’emigrazione e che hanno subito il razzismo, si siano trovati loro razzisti, disprezzando così il sacrificio lontano degli antenati che hanno consentito di giungere meglio ai giorni nostri. Ma tant’è. Ed è vero che c’è sempre qualcuno più a Sud oggetto di discriminazione. È di fresca memoria quella svizzera sui frontalieri lombardi. Però non ha insegnato nulla.

IL SUD CHE LOTTA ANCHE SENZA GLI IMPIANTI HA CONQUISTATO 6 ORI SU 10 ALLE OLIMPIADI DI TOKYO. Il Corriere del Giorno il 10 Agosto 2021. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi e dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Dieci medaglie d’oro alle Olimpiadi, tre conquistate da atleti pugliesi; una da un calabrese d’adozione, nato in Texas, due medaglie con la vittoria nella 400×100, insieme a un sardo e a due lombardi, uno di origine sarda, l’altro nigeriana; un’altra medaglia d’oro vinta da un siciliano. I nomi dei nostri azzurri saliti sul podio olimpionico sono ormai ben noti a tutti.  La vera sorpresa di questi Giochi è stata la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con la vera sorpresa di questi Giochi è la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con Vito Dell’Aquila, Massimo Stano, Antonella Palmisano e Luigi Samele, rispettivamente delle province di Brindisi, Bari, Taranto e Foggia. La distribuzione delle medaglie italiane – 10 ori, di cui la metà nell’atletica, 10 argenti e ben 20 bronzi, record nel record – è spesso frutto di lavoro di squadra e quindi superiore alle 40 assegnate per disciplina. La mappa che emerge è dominata dagli atleti delle Regioni settentrionali: ben 36, infatti, provengono dal Nord, 18 dal Centro, 17 dal Sud e dalle isole. Ma il nostro Sud ha conquistato 6 medaglie su 10 calcolando solo quelle di oro, oltre a quella, storica, vinta nella boxe dalla campana Irma Testa, medaglia di bronzo che vale nel suo caso più dell’oro con una delle storie più belle, probabilmente non la più bella, di questa Olimpiade. Emblematiche le parole della la pugilatrice azzurra : ” Sono felicissima, tenere in mano questa medaglia è uno dei momenti più belli della mia vita. Penso alla mia scalata, ai sacrifici che ho dovuto fare, da dove sono partita e dove sono oggi. Il mio è stato un percorso di riscatto: ce l’ho fatta, la medaglia olimpica è il sogno di ogni atleta. Tutto quello che ho fatto è servito a qualcosa. A chi la dedico? Alla mia famiglia che ha fatto tanti sacrifici per me, il maestro con cui ho iniziato, Biagio Zurlo, e il maestro di oggi Emanuele Renzini che ha fatto di tutto per farmi arrivare fin qui”.  Atleti ed allenatori che non guadagnano come i calciatori e gli allenatori diventati delle vere star milionarie. Più della metà dell’oro italiano è figlio del Sud; i meridionali su 384 atleti tricolore a Tokyo, sono soltanto 66 mentre dalla Lombardia ne sono partiti 59. Tutto ciò significa che il Sud, pur vantando un terzo della popolazione nazionale, è stato presente con un sesto della delegazione sportiva italiana alle Olimpiadi di Tokyo, ma smentendo i numeri e le politiche ottuse che non garantisce adeguati impianti sportivi nel mezzogiorno d’ Italia conquistato il 60 per cento delle medaglie d’oro . Basti pensare che l’Italia nella marcia, aveva 5 concorrenti, 3 dei quali pugliesi, e 2 dei tre pugliesi hanno conquistato la medaglia d’oro: maschile e femminile per l’Italia. Riassumendo i dati del medagliere azzurro alle Olimpiadi di Tokyo un sesto degli atleti è figlio del sud, conquistando il 60 per cento dell’oro tricolore. Fa riflettere l’attenta osservazione di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione ConIlSud:  nella “equa” distribuzione degli impianti sportivi, delle possibilità offerta ai giovani di fare sport, lo sbilanciamento territoriale delle infrastrutture dell’Italia non si smentisce: a fronte di 41 metri quadrati pro-capite di aree sportive a disposizione dei ragazzi residenti nel Nord-Est, sono soltanto 4 i metri quadrati al Sud . Fra le 10 province italiane con minor numero di palestre, 9 sono meridionali e tutte e 5 le province calabresi sono presenti in quelle 9. Il medagliere degli atleti figli del Sud hanno reso quattro volte più (in oro) alle Olimpiadi, ma lo hanno fatto avendo a disposizione in proporzione aree sportive, palestre e attrezzature, dieci volte in meno rispetto agli atleti del Nord. Lo sport mette in competizione, ma rende gli atleti “fratelli” e le differenze territoriali-strutturali scompaiono sui campi di gara, sulle pista, perché lo sport è uno degli strumenti più efficienti di unione nazionale e condivisione sociale. Il nostro amato Sud ha dato prove incredibili di orgoglio, nonostante lo svantaggio impostogli anche nello sport. L’esempio è rappresentato dalla storia del barlettano Pietro Mennea: l’italiano più veloce di sempre che stupì il mondo, il cui record sui 200 metri, dopo 40 anni ancor’oggi imbattuto in Europa,  era costretto ad allenarsi su tratturi campestri e strade asfaltate, non avendo piste a campi di atletica adatte. Pietro Mennea dal fisico sgraziato ed ossuto rappresentava visivamente l’antitesi strutturale del velocista . Per chi ha buona memoria i suoi avversari erano tutti muscoli e potenza, mentre lui pareva il più debole fisicamente, ma quando partivano la “Freccia del Sud” correva contro tutto e tutti, talvolta persino contro se stesso entrando in crisi a Mosca. Il suo storico avversario russo Valeriy Borzov, lo aiutò e spinse a ritrovare se stesso, dicendogli quello che rendeva grande l’atleta: “Non ho mai visto tanta volontà in un uomo solo“. Assurdo scoprire che quando hanno finalmente pensato di realizzare un campo d’atletica a Barletta, degno di essere chiamato tale, l’ex delegato regionale pugliese del Coni Elio Sannicandro (con un passato di assessore della giunta Emiliano al Comune di Bari) venne beccato con le mani nella marmellata affidando l’appalto di progettazione per circa 800mila euro ad un suo nipote ! Ed ancora più assurdo e vergognoso è ritrovarlo a capo dell’ ASSET, l’agenzia regionale pugliese che vuole organizzare e realizzare le strutture dei Giochi del Mediterraneo che vorrebbero organizzare in Puglia nel 2026. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi trionfalistici e e le solite dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Così come non esiste famiglia, non c’è palestra, più di quella di judo dei Maddaloni che abbia conquistato più medaglie all’Italia.  Questa volta siamo in Campania, che grazie a papà Gianni Maddaloni che la volle a Scampia, nel quartiere simbolo del degrado sociale. Ma il vero combattimento quotidiano di Gianni sono le bollette, i conti da pagare, rifiutando tutte le offerte di trasferire altrove a Napoli la sua palestra, che gli avrebbe consentito di non aver più avuto problemi di soldi. Maddaloni però preferisce restare a Scampia, esentare i frequentatori che non possono pagare le rette mensili, aiutare i disabili. Gianni Maddaloni spiega e racconta sempre a tutti che la forza dei ragazzi delle Vele di Scampia è la rabbia che spesa male, si ribella ad una società che discrimina, esclude, mentre quando viene controllata ed educata da un allenatore capace di avere una visione, si trasforma in medaglie, risultati, crescita personale e sociale do ogni atleta. Lo sport è un campanello d’allarme per il nostro Paese. Tenendo ben presente che pur avendo strutture sportive dieci volte in meno del resto d’ Italia, gli atleti del Sud hanno vinto in proporzione quattro volte di più, è sempre possibile trovare l’imbecille di turno pronto a dire senza vergogna alcuna : “Vuol dire che non ne hanno bisogno”!

Ecco perchè i poveri del Mezzogiorno restano poveri e il Nord si arricchisce. Fabrizio Galimberti su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. LA “NUOVA frontiera” della questione meridionale sono i Lep – e i Fab, e la Sose. A questo punto, per non scoraggiare il lettore, andiamo a districare la matassa di questa “nuova frontiera” partendo dalla zuppa di acronimi.

I Lep sono i “Livelli essenziali di prestazioni”, cioè quegli ammontari di servizi che devono essere disponibili per ogni cittadino: asili nido, spazi verdi, scuole, ospedali, connessioni, strade, raccolta rifiuti… il tutto in relazione all’area e alla popolazione.

I Fab sono i “Fabbisogni standard” che, come spiegheremo meglio in seguito, si potrebbero definire come i "parenti poveri" dei Lep.

La Sose (Soluzioni per il Sistema Economico Spa) è una società per azioni creata dal Ministero dell’economia e delle finanze e dalla Banca d’Italia per l’elaborazione degli ISA -Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (strumento che ha sostituito gli studi di settore) nonché per determinare i fabbisogni standard di cui sopra.

E torniamo ai Lep. Il lignaggio è illustre. Come si legge nel box, la Costituzione prescrive, all’Articolo 117 che lo Stato determini i «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». “L’uomo propone, Dio dispone”, dice un vecchio proverbio. Audacemente sostituendo a Dio il Governo della Repubblica italiana, si potrebbe speranzosamente parafrasare il detto in: “La Costituzione propone, il Governo dispone”. Il problema è che il Governo non dispone: a tre quarti di secolo di distanza dalla prescrizione costituzionale, questi Lep non sono mai stati determinati. Lo scopo dei Lep, ovviamente, era quello di rispondere a un altro pressante invito della Costituzione, che all’Articolo 2 statuisce che la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Ci fu qualche tentativo di rimediare alla colpevole omissione della messa in campo dei Lep. Più di dieci anni fa (Legge 42/2009) il Governo legiferò che i detti Lep dovevano essere introdotti – un altro “propone” – cui però non seguì mai un “dispone”. Ma non c’è il “Fondo perequativo” disposto (vedi Box) all’Articolo 119 della Costituzione? Sì, c’è, ma non perequa veramente. “Il diavolo è nei dettagli”, afferma un altro vecchio detto. E una più che meritoria ricerca della Fondazione Openpolis è andata ad annusare nei dettagli. Rispondendo a una richiesta del Comune di Catanzaro, la ricerca si è chinata sul perché e sul percome dei fondi ricevuti da quel Comune a valere sul Fondo perequativo.

Per spiegare i meccanismi del Fondo perequativo partiamo da due concetti: fabbisogni standard (Fab) e capacità fiscale. I primi sono determinati dalla Sose valendosi di una serie di indicatori che si basano in massima parte sulla spesa sostenuta per una serie di servizi (che dovrebbero mimare i famosi ‘livelli essenziali di prestazioni’). La seconda si riferisce alle entrate proprie dei Comuni. Orbene, i Comuni italiani contribuiscono al Fondo quando la loro capacità fiscale (entrate proprie) è superiore alla spesa per i Fab; e ricevono dal Fondo quando i Fab sono superiori alla spesa. In teoria questo meccanismo dovrebbe portare alla riduzione delle diseguaglianze territoriali: dato che i Comuni con ridotta capacità fiscale sono i più poveri, questi finirebbero per ricevere, riducendo quindi le distanze dai Comuni più ricchi. Ma questo non avviene per una semplice ragione, legata al modo con cui vengono calcolati i Fab: essendo questi calcolati sulla spesa per i servizi, i Comuni del Nord, che offrono più servizi, avranno Fab più alti. Mentre i Comuni che offrono meno servizi spendono meno e di conseguenza si vedono riconosciuti fabbisogni più bassi. Il lettore avvertito riconoscerà in questo modo di procedere la stessa stortura sulla quale questo giornale si è scagliato dal giorno della fondazione: il criterio della spesa storica. I soldi che lo Stato spende nelle diverse Regioni italiane sono erogati sulla base della spesa dell’anno prima, talché chi riceveva di più continua a ricevere di più. Il meccanismo del Fondo perequativo è simile, conclude giustamente la ricerca di Openpolis: “genera un circolo vizioso: anziché abbattere le disparità, penalizza nella ripartizione proprio i territori con meno servizi, allargando in prospettiva il divario tra le aree del Paese”. La soluzione a questo stato di cose non è difficile: si tratta di definire i Fab, innalzandoli, dal rango di parenti poveri dei Lep, a dei veri Lep, con indicatori fisici, quantitativi, anziché di spesa: per esempio, per gli asili-nido, stabilire che devono essere tot per ogni 1000 abitanti in quella fascia di età.

Il Governo Draghi sta facendo dei passi in questa direzione. Sia la ministra Mara Carfagna che la vice-ministra al Mef Laura Castelli spingono per una definizione di Lep efficaci ed efficienti. La conferenza Stato-città, riunitasi il 22 giugno 2021, ha adottato lo schema di decreto per le spese sociali del Presidente del consiglio dei ministri, con una particolare attenzione agli asili-nido. Ma per passare dal “propone” al “dispone” i compiti non sono solo del governo centrale. Le amministrazioni locali, che devono fornire alla Sose le materie prime per il calcolo dei Fab, sono spesso latenti. La ricerca di Openpolis ne ha dato una grafica distribuzione nel caso di Catanzaro. Come si vede dalla tabella, che si riferisce ad alcuni dati Sose 2017 per Catanzaro, succede che le informazioni siano assenti o carenti. Risulta poco verosimile, si chiede giustamente Openpolis, “che in un comune di questo tipo, in un anno non siano state effettuate potature di piante, né riconosciuti permessi per sosta disabili e accesso ZTL, né stipulati contratti da parte del comune”. Nell’ottica einaudiana di "conoscere per deliberare", le amministrazioni comunali devono essere in grado di fornire a Sose dati e informazioni corrette. È “fondamentale che i comuni, specialmente i più grandi, siano dotati di un ufficio statistico che si occupi della raccolta sistematica dei dati relativi ai servizi, alle strutture, alle attività del territorio”, e li collochi in piattaforme accessibili “opendata che permettano a tutti (cittadini, giornalisti, società civile) di accedere ai dati, di scaricarli ed elaborarli in articoli, report, campagne, con finalità informative o di attivismo civico”. La definizione dei Lep, il superamento dell’iniquo criterio della spesa storica, sono la chiave per chiudere finalmente i divari fra Centro-Nord e Mezzogiorno nella cruciale fornitura di servizi pubblici, e per avviare a compimento quell’Unità d’Italia che esiste sulla carta e che vogliamo esista nei fatti. Ma per questo, tutti devono fare la loro parte, in tutti i punti cardinali della Penisola.

L'ingiusta ripartizione delle risorse statali che affossa il futuro dei cittadini meridionali. Massimo Clausi su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. QUALCOSA si muove nei Comuni calabresi. E verrebbe da scrivere: finalmente. I sindaci, a partire da quello di Catanzaro, Sergio Abramo, si sono accorti della grande balla, narrata da anni, del Sud sprecone che rappresenta la palla al piede per il Paese e hanno capito che in realtà, dietro le difficoltà economiche dei municipi, grandi e piccoli, meridionali c’è l’ingiusta ripartizione delle risorse da parte dello Stato. Il Comune di Catanzaro che nel solo 2021, a fronte di un fabbisogno di 11,4 milioni, ne riceve meno di 4 è un dato che grida vendetta.

PRIVAZIONE SCIENTIFICA. Una privazione quasi scientifica, come in splendida solitudine ha dimostrato questo giornale con numeri e dati, che ha prodotto un risultato esplosivo. Se guardiamo alla Calabria troviamo 46 Comuni in dissesto, fra cui capoluoghi di provincia come Cosenza, Reggio Calabria, Vibo, e 35 in pre-dissesto fra cui città importanti come Rende e Lamezia Terme. A questo dobbiamo aggiungere un’evasione fiscale importante dovuta da un lato alla debolezza del tessuto sociale calabrese, dall’altro dalla difficoltà dei Comuni a effettuare la riscossione. Il risultato finale è un mix micidiale, visto che i sindaci devono comunque garantire i servizi minimi essenziali come acqua, rifiuti, trasporti che troppo spesso i cittadini calabresi si vedono negati. Prendiamo ad esempio il bubbone della sanità. La Ragioneria generale dello Stato lo scorso anno ha indicato chiaramente i soldi distribuiti per la sanità per ogni cittadino italiano. La media è 1.920 euro, mentre i calabresi ne percepiscono 1.760: la differenza è quasi 200 euro pro-capite, il che significa, per una regione come la Calabria, 400 milioni di euro. «Ricordo – ha detto il sindaco Abramo ieri in conferenza – che la Calabria è commissariata per uno sforamento del bilancio di 300 milioni, e di questi 200 milioni 140 li pagano i calabresi con l’addizionale Irpef, 60 lo Stato. Se la Calabria riuscisse ad avere quello che ha la Lombardia, la nostra sanità avrebbe 400 milioni in più: con 200, quindi, pareggeremmo il bilancio, gli altri 200 li potremmo investire. Questa differenza non è giusta».

I FONDI EUROPEI. Su questo sfondo si inserisce poi il tema dei fondi europei che troppo spesso, anziché essere aggiuntivi rispetto alle risorse statali, di fatto sono stati troppo a lungo sostitutivi. Anche su questo punto, però, è nato il luogo comune di un Sud incapace di spendere le risorse generosamente concesse dall’Europa. Certo, i numeri assoluti sembrano parlar chiaro, con un monte di risorse che tornano indietro e, a furia di rimodularle, diventano quasi virtuali. Il punto, però, è che molti Comuni sono nell’incapacità di spendere questi stanziamenti per il famoso blocco del turn over che ha reso la burocrazia del Meridione scarsa nell’organico, avanti negli anni, decisamente poco tecnologica. Un esempio paradigmatico, visto che siamo in estate, in Calabria è la depurazione. Nei cassetti della Regione da anni ci sono i quattrini (parliamo di milioni di euro) per l’ammodernamento o il riefficentamento dei depuratori. Il problema è che i sindaci non hanno il personale adatto per la progettazione o per bandire le gare europee e quei soldi rimangono sempre lì, mentre l’Unione europea continua a comminarci sanzioni su sanzioni a causa delle infrazioni legate alla depurazione. Un tema, questo, che torna di grande attualità con il Pnrr, come pure è emerso nel corso dell’incontro di Catanzaro. Anche qui siamo di fronte a una sfida che il Meridione rischia di perdere se non si metteranno in sicurezza i Comuni sotto il profilo finanziario e della dotazione organica. Allora fanno bene i sindaci a tenere alta la guardia e pretendere un’inversione di rotta netta rispetto al passato.

Lo scandalo di una tv pubblica pagata da tutti ma che promuove solamente il Centronord. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 7 agosto 2021. AMADEUS sarà il conduttore del prossimo festival di Sanremo. Mancano “appena” sei mesi all’evento e già la tv pubblica strombazza la notizia, che evidentemente interessa molti italiani. Il festival è un evento ormai conosciuto in tutto il mondo, con ascolti da capogiro e tradizione importante. Bene ha fatto la Rai a farne uno dei programmi di punta della propria programmazione.

LO SQUILIBRIO STORICO. Il servizio pubblico spesso sponsorizza eventi importanti del Paese che vengono così conosciuti e apprezzati, oltre che in Italia, in tutto il mondo. La Scala è al centro della programmazione dell’Opera lirica. Rai 5 vive trasmettendo le opere, sempre con un cast di primissimo piano, che La Scala propone. Così come tutto quello che accade all’Arena di Verona costituisce evento nazionale. E il festival del cinema di Venezia ha sempre grande spazio, come è giusto, nella programmazione televisiva pubblica. La domanda che ci si pone, però, è se un servizio pubblico possa concentrarsi solo sugli eventi di una parte del Paese, anche se questi dovessero essere migliori rispetto a quelli che si svolgono in altre parti. Se una televisione pubblica, pagata con i canoni di tutti gli italiani, peraltro non in proporzione al loro reddito tranne che per poche fasce esentate, si possa consentire di concentrarsi solo su una parte. Se, per esempio, non si possa e non si debba puntare anche sugli eventi, per esempio, del teatro greco di Siracusa, rappresentazioni uniche al mondo, o sulla Sagra del mandorlo in fiore di Agrigento, che si svolge in una Valle fiorita di mandorli che è un must da vedere, o se non si possa spingere eventi che si svolgono a Ravello o a Taormina, piuttosto che a Segesta o a Ercolano, a Pompei, a Napoli. In realtà l’esigenza che il Sud abbia media nazionali che facciano da megafono rispetto non solo agli spettacoli, ma alle istanze, alle problematiche di questi territori diventa sempre più importante.  

DISINFORMAZIONE SISTEMATICA. E invece si assiste alla progressiva chiusura di testate (l’ultima è quella della Gazzetta del Mezzogiorno) che in ogni caso non sono state mai nazionali, ma che hanno rappresentato voci di queste terre. E anche nell’informazione il Sud diventa area colonizzata, nella quale arriva quello che la classe dirigente nazionale, prevalentemente centrosettentrionale, vuole che arrivi. Per cui è necessario che arrivi un nuovo quotidiano, il nostro, per quella Operazione verità che una stampa attenta e non di parte, né parziale, avrebbe potuto svolgere. Nella quale passa soltanto l’informazione canonica che difficilmente dà spazio a visioni eretiche o a punti di vista meno maggioritari. L’informazione, per esempio, sul ponte di Messina è esemplare rispetto al modo in cui le problematiche economiche e sociali del Sud vengono trattate. Disinformazione, ampliamento delle posizioni critiche, fino a stravolgimento della realtà. Mentre al momento opportuno si ha l’invio di giornalisti, che raccolgono informazioni spesso dai tassisti per poi dare un’immagine del Sud molto pittoresca, ma spesso non veritiera. È chiaro che tutto questo non giova al Paese, perché la mancata conoscenza della realtà porta a decisioni del governo nazionale totalmente distanti dalle esigenze reali. Mentre interessi di parte, spesso proprietari di media nazionali, fanno il loro mestiere per difendere interessi consolidati o per accreditare verità parziali. L’informazione recente diffusa nel Paese a proposito della pandemia dà una visione della realtà che conduce al discorso fatto fino adesso.

AL DI SOTTO DI ROMA È TUTTA SERIE B. Quando vi è da intervistare un virologo, un medico, non si capisce perché debba essere sempre di Bologna o Padova, come se i ricercatori e i medici del Mezzogiorno fossero assolutamente di livello inferiore. Questo avviene anche quando si parla di economia, per cui le università meridionali sono sempre sottorappresentate. Si capisce che questo poteva avvenire quando le trasmissioni venivano realizzate con la presenza fisica, e allora era più facile utilizzare professionalità più vicine. Ma adesso che tutto avviene via web non si capisce questa discriminazione. Se non con un preconcetto di fondo, sempre presente, che le professionalità sotto Roma siano di serie B. Peraltro anche i direttori di giornali che vengono chiamati sono sempre di una parte, anche se magari dirigono testate assolutamente con diffusione limitata, come la Nazione, ma che hanno grande spazio, e tutto ciò avviene anche nella televisione pubblica. Sindrome da vittimismo, la mia, o reale fenomeno da denunciare? Certamente è un argomento sul quale riflettere.

BARAGHINI VUOL DIRE CENSURA. Marco Castoro su Il Quotidiano del Sud il 6 agosto 2021. Cari Lettori del Quotidiano del Sud, parenti e amici nonché telespettatori di SkyTg24, vi vorremmo rassicurare: il nostro e vostro quotidiano è vivo, è in edicola, è su internet e sui social. Non fatevi condizionare dalla rassegna stampa notturna di Skytg24 che quando è condotta da Francesca Baraghini ignora il nostro e vostro quotidiano. In rassegna ci sono più di 20 prime pagine diverse ma del Quotidiano del Sud neanche l’ombra. Per fortuna questo tipo di censura avviene soltanto quando c’è la Baraghini. Aspettiamo tutti con ansia il cambio turno.

NON SE NE PUO' PIU' DELL'INFORMAZIONE CHE SFUGGE ALLA SUA FUNZIONE PUBBLICA! Michele Eugenio Di Carlo il 17.03.2020 su Movimento24agosto.it. Siamo profondamente convinti che di fronte alle regole coronavirus siamo tutti uguali al sud, al centro, al nord. Ma l' informazione a livello nazionale tende ancora una volta a farci passare per esseri inferiori, indisciplinati, refrattari a qualsiasi regola. Ieri sera Del Debbio indicava chiaramente Napoli come esempio di non rispetto delle regole e dal servizio nemmeno si evidenziava più di tanto se non per le forzature dell'inviata. Questa mattina dal Corriere della Sera si evince che specie al Sud non si rispettano le regole, infatti vengono citate Bari, Lecce, Secondigliano,Caltanissetta. Poi dalla piccola stampa locale del nord emerge che siamo tutti uguali davanti alle regole. La nostra reazione contro un'informazione a senso unico, e che ripropone il solito cliché di un'Italia divisa, viene fatta passare come immotivata quando non addirittura razzista. E la cosa più grave è che spesso sono i cittadini meridionali, totalmente manipolati da quell'informazione, a dichiarare che quei media che ci disprezzano hanno ragione. L'invito è ad opporsi a quell'informazione con dati statistici e documenti, rivendicando il nostro diritto ad essere considerati cittadini alla pari. Alimentare pregiudizi e luoghi comuni contro il Mezzogiorno d'Italia, in un momento critico come l'attuale, non è degno di un'informazione che dovrebbero sempre rinsaldare quanto ci unisce e non evidenziare falsi e mistificatori miti.

ATTACCO CONCENTRICO AL SUD E AL REDDITO DI CITTADINANZA: INSULTI VELATI E FALSE NOTIZIE DA TG E GIORNALI. Raffaele Vescera il 20.05.2021 su Il Movimento24agosto.it. Il tormentone è partito l’altra sera sui Tg nazionali: “In Campania più assegni di Reddito di cittadinanza che in tutto il Nord. Quattro volte più della Lombardia!" Scioccamente ripreso dal Fatto Quotidiano.it di ieri che rincara la dose: “Reddito di cittadinanza, in aprile 2,8 milioni di percettori. A Napoli più che in Lombardia e Piemonte”. Il tutto senza il minimo accenno alle cause di tale differenza, da parte di un giornale che, pur nelle sue giuste battaglia contro le mille ingiustizie italiane, non perde occasione per diffondere gratuiti pregiudizi contro i meridionali, lombrosianamente considerati men che delinquenti e fannulloni, sulla scia del mantra leghista che, in vero, unisce il cosiddetto Partito unico del Nord nel razzismo antimeridionale. Dipende forse dall’essere piemontese del suo direttore, Gomez? È forse il solo modo che hanno per mondarsi la coscienza? Veniamo a noi. La disoccupazione al Sud è oltre il 18%, tripla rispetto al Nord dove è intorno all’6%, e quella dei giovani meridionali è al 65% anche qui tripla rispetto al Nord, mentre la punta delle disuguaglianze italiane spetta alle donne meridionali con un tasso di disoccupazione che va oltre l’80%. In quanto al reddito pro-capite, quello del Sud a 16,500 Euro è meno della metà del nordico 34.000. Ebbene, con questi dati, noti a tutti, qualunque serio commentatore dedurrebbe che dove vi è maggiore disoccupazione e povertà, per esempio al Sud, vi è maggior ricorso al reddito di cittadinanza. L’articolo del Fatto Quotidiano si spinge oltre, arrivando a sostenere che il Rdc sarebbe punitivo nei confronti del Nord, dove la vita costerebbe di più. Altro falso, considerato che tutti i servizi pubblici, tassi bancari, assicurazioni e altro sono molto più cari al Sud, così come lo è la produzione industriale del Nord, di cui i Sud è fortissimo consumatore, per precisa volontà coloniale italiana, che riserva al Nord il ruolo di produttore con conseguente ricchezza, e al Sud quello di mero consumatore con conseguente povertà ed emigrazione: 100.000 giovani meridionali l’anno lasciano la propria terra per fare vita grama di lavoro al Nord. In verità, oltre il solito mantra antimeridionale, questo attacco è diretto contro lo stesso reddito di cittadinanza che Confindustria e Partito unico del Nord non vedono di buon occhio, in quanto sottrarrebbe i cittadini alla vergogna di un lavoro schiavizzato e sottopagato, i meridionali per la finanza del Nord sono solo cervelli e braccia da lavoro da sfruttare. Non che il reddito di cittadinanza sia la soluzione ai problemi di disoccupazione e povertà del Mezzogiorno, ci vogliono infrastrutture, investimenti e lavoro che lo Stato nega da sempre al Sud, ma vivaddio almeno solleva i meridionali, e anche gli indigenti del Nord, dal vivere nella disperazione e di rovistare nella spazzatura per cibarsi. Come si dice da noi al Sud, il sazio non crede al digiuno. Per una volta andrebbero invertiti i ruoli, come in un certo film americano con Willy Smith, chissà cosa proverebbero i loro ricchissimi figli di papà a vivere disoccupati con 557 Euro al mese con fitto, bollette e spesa per mangiare.

SputtaNapoli sport nazionale, Milano invasa da tifosi ma giornale scrive “Coprifuoco violato a Napoli”. Da Andrea Favicchio il 3 maggio 2021 su vesuviolive.it. Non chiamatelo vittimismo, questa è una vera e propria avversione nei confronti di Napoli, il solito SputtaNapoli. Sì perché ieri e sui giornali di questa mattina per l’ennesima volta si è vista la disparità di giudizio dei media italiani. Come se la festa per la Coppa Italia vinta dal Napoli fosse più contagiosa di quella scudetto (i numeri smentiscono chiaramente). Ieri l’Inter ha vinto lo scudetto e migliaia e migliaia di persone si sono riversate in città in festa. Direte voi, lo avrebbero fatto tutti è inutile giudicare. Infatti qui non si giudica il comportamento dei tifosi neroazzurri, perché qualunque tifoseria avrebbe fatto lo stesso, quanto più quello dei media nazionali.

Milano, festa scudetto dell’Inter: ma solo a Napoli siamo sciagurati. Spicca su tutti infatti il titolo de “Il Fatto Quotidiano” sull’argomento: “Folla di tifosi invade Milano. A Napoli coprifuoco violato”. Vi chiederete voi, cosa c’entrano le due cose insieme? La risposta è assolutamente nulla. L’Italia è il Paese dove si nasconde la polvere sotto al tappeto credendo di aver risolto tutti i problemi. L’Italia è il Paese dove per discolparsi di qualcosa si butta il fumo negli occhi della gente o la si fa guardare da un’altra parte. Un tentativo davvero goffo e ridicolo quello del quotidiano diretto da Marco Travaglio di distogliere l’attenzione su qualcosa che l’attenzione l’ha capitalizzata al 100%. Solo tra la gente comune però. Loro infatti sono gli unici ad essere sdegnati non solo dal comportamento dei tifosi ma anche dalla classe politica che avrebbe dovuto prevedere la situazione. Una festa che rischia di essere amara per tutti i milanesi e per la Lombardia intera. Staremo a vedere tra un paio di settimane come sarà la curva dei contagi – sperando ovviamente di essere smentiti in pieno.

L’ATAVICA AVVERSIONE A NAPOLI E L'OCCHIO BENEVOLO PER MILANO. DUE PAESI E DUE MISURE? E' RAZZISMO. Facebook. Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 3 maggio 2021. Pietro Fucile. Quando nel giugno scorso 5.000 tifosi festeggiarono per le strade di una città a zero contagi la vittoria della Coppa Italia, vennero definiti su tutti i giornali “Sciagurati!” con tanto di punto esclamativo per colmo d’indignazione. La situazione era per tutti “disgustosa”, gli amministratori, tanto De Luca quanto De Magistris “colpevoli” e per i napoletani si rispolverarono le analisi sociologiche (sempre le stesse da 160 anni in qua) che ancora parlano di “atavica avversione alle regole”. Oggi l’Inter vince lo scudetto, i tifosi festeggiano (sei volte più che a Napoli) assembrandosi in 30.000 nelle piazze di una città ancora in piena pandemia. Ma a fare il titolo è ancora Napoli per le violazioni delle norme anti-contagio, le stesse violazioni che si sono registrate nel weekend in tutte le città italiane. Occorrerebbe forse un’analisi sociologica relativa “all’atavica avversione a Napoli” del giornalismo italiano.

L’APARTHEID DELL’INFORMAZIONE GHETTIZZA IL SUD: SERVE UN’INDAGINE. Dai media una visione distorta del Mezzogiorno: almeno il servizio pubblico costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 5 maggio 2021. Al di là dei giudizi ovvi e contrapposti sull’intervento di Fedez al concertone del primo maggio esce fuori in modo dirompente come l’informazione della Rai sia sottoposta a un indirizzamento utilizzato, e che rispetta in ogni caso la lottizzazione esistente tra i partiti, che non si è mai riusciti a eliminare. Per cui diventa inopportuno e politically uncorrect un attacco a esponenti della Lega che si sono lasciati andare a frasi irripetibili, che magari risalgono ai tempi in cui il motto della Lega era anche “forza Vesuvio” o “forza Etna”.   Ma la domanda che ci si deve porre e che viene spontanea a chi si occupa, come il nostro Quotidiano del Sud, di un’informazione vista dal Mediterraneo e non dalle Alpi, è se l’informazione in generale, in particolare quella Rai, sia corretta. La Rai, infatti, è un servizio pubblico, pagato da tutti gli italiani, indipendentemente dal loro reddito, per cui viene anche finanziata dal 34% della popolazione meridionale, e quindi è opportuno sapere se l’informazione è neutrale ed equa rispetto ai territori.  Perché la sensazione netta è che ci sia una forma di apartheid. E che da Napoli in giù (ma un trattamento simile lo hanno il milione e cinquecentomila marchigiani e i 900mila umbri), vi sia una discriminazione inaccettabile.

I MANTRA DEI LUOGHI COMUNI. E tale atteggiamento non riguarda solo l’informazione pubblica. Infatti anche quella privata, in particolare La 7 e Mediaset, come l’informazione cartacea dei grandi giornali, cosiddetti nazionali, danno la sensazione che tutto quello che riguarda il Sud sia trattato con sufficienza, arroganza e grande protervia. Il tema è che qualunque giornalista che ne parla si sente autorizzato a trattare tale area per luoghi comuni, per mantra accreditati quanto falsi, per accuse non suffragate dai fatti. Intanto il Sud viene rappresentato prevalentemente come mafia, camorra e ’ndrangheta, sia dall’informazione che nelle fiction. E spesso ci si dimentica che la maggior parte delle vittime, che si sono immolate per combattere tali fenomeni, sono meridionali. Da Piersanti Mattarella a Falcone, da Chinnici a Levatino, il giudice ragazzino, a Don Pino Puglisi, ma l’elenco potrebbe continuare con i tanti campani o calabresi o pugliesi che hanno sacrificato la vita per la lotta alla criminalità. Anche quando lo Stato centrale, in un rapporto colluso con la periferia politica, spesso contigua alla criminalità, evitava interventi troppo radicali, lasciando i civil servant pubblici, ma anche i tanti eroi per caso, soli a combattere il mostro. E intanto ci si stupisce di trovare al Sud delle eccellenze universitarie e viene proposto da ricercatori titolati, come Tito Boeri per esempio, di concentrare tutte le risorse, come in parte già avvenuto, sui centri di ricerca migliori, per definizione settentrionali, spessissimo lombardi. Se poi si tratta di chiedere in televisione una opinione non si va mai al di sotto di Roma. Virologi, economisti, politologi devono avere un pedigree di nascita nordica, al massimo devono ormai essersi trasferiti da anni nel cuore pulsante del Paese, nella sedicente locomotiva, che alla fine ha trascinato il Paese in un binario morto. Si poteva capire che ciò avvenisse nei periodi in cui i talk show si facevano in presenza, ma oggi che è tutto via web non si giustifica assolutamente tale discriminazione, considerato peraltro che, per esempio, le università meridionali hanno delle tradizioni e dei ricercatori, in alcuni campi, che sono eccellenze riconosciute universalmente.

COMMISSIONE DI CONTROLLO. Anche quando si parla di economia l’approccio viene impostato sul ridicolo, per cui Stefano   Feltri o Giuseppe Sala si consentono di parlare del ponte sullo stretto definendolo un’infrastruttura ridicola. E se si parla di sviluppo del Mezzogiorno e di soldi a esso destinati si dice che è stato un pozzo senza fondo pur, invece, se la realtà è che il pro capite destinato al Sud è stato, nei settori della scuola, della mobilità e della sanità di gran lunga inferiore che nel Nord del Paese. Ragion per cui per un bambino nascere a Reggio Calabria piuttosto che a Reggio Emilia diventa una disgrazia che si porterà dietro per tutta la vita, come nascere in madre patria o in colonia. L’informazione è fondamentale, come è noto, non solo nell’agone politico ma anche in quello economico, rispetto ai territori. Quindi se il mantra è che il Sud spreca risorse, argomento che a forza di essere sostenuto convince anche i rappresentanti meridionali, in genere poco informati o solo dai cosiddetti giornali nazionali, è più facile che, quando si legifererà per distribuirne, il Sud farà la parte del parente povero, cornuto e mazziato. Per questo motivo è assolutamente necessario che la problematica dell’informazione venga affrontata adeguatamente e, perlomeno per quanto riguarda quella del servizio pubblico, si costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese, come avviene per la Commissione di vigilanza in relazione alla presenza delle forze di maggioranza e di opposizione. La Rai è un patrimonio nazionale e tutti sappiamo benissimo quale ruolo svolga, tanto per fare un esempio, per il festival di Sanremo o per la Scala di Milano o per il festival del Cinema di Venezia e come influenzi anche i comportamenti di consumo e i movimenti turistici. Riuscire a capire che tutti i territori hanno diritti analoghi nel nostro Paese è sicuramente  rivoluzionario e il fatto che eventi come  le rappresentazioni classiche di Siracusa o il Festival della Taranta,  che  si svolge  nel mese di agosto in forma itinerante in varie piazze del Salento, iniziando da Corigliano d’Otranto e culminando nel concertone di Melpignano, che vede la partecipazione di musicisti di fama nazionale e internazionale, devono essere ugualmente promossi, non deve costituire una battaglia. Così si scoprirà che i concerti di Ravello non hanno nulla da invidiare agli spettacoli dell’arena di Verona.

GLI INTERESSI PREVALENTI. Ovviamente tutto ciò non avviene per caso, perché l’informazione in Italia non è pura attività editoriale, ma espressione di forze imprenditoriali che hanno centri d’interesse prevalentemente in una parte del Paese.  E su quella essa si concentra, pesando le parole quando si tratta di tutelare gli interessi di una parte e invece si va a ruota libera quando si parla della parte meno forte e spesso meno attenta a non far passare una informazione negativa e dannosa anche per i flussi turistici. Questo obiettivo, di una informazione corretta che in un Paese normale non sarebbe nemmeno tale, ma che dovrebbe essere il normale approccio dell’informazione a tutti i territori, da noi diventa una conquista, perché purtroppo in tutti i campi il Mezzogiorno, per partire dalla quota zero, deve fare un grande sforzo. D’altra parte i numeri dell’organizzazione con sede a Parigi sulla libertà di stampa non ci danno scampo. Secondo la tabella di Rsf, nel Vecchio continente siamo quelli messi peggio. Ci scalza anche Cipro e peggio di noi c’è solo la Grecia. È tutto dire.

INFORMAZIONE, UN ARTICOLO SU CINQUE PARLA MALE DEL SUD. SUGC E FNSI: NECESSARIA UNA RIFLESSIONE. Redazione de Il Sud On Line il 23 maggio 2021. La stampa contribuisce ad alimentare una sorta di “archivio del pregiudizio” nei confronti di alcune zone dell’Italia? È l’oggetto di una ricerca che nasce all’interno di un progetto nato da un’idea del SUGC (Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania), in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II, l’Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell’Università della Svizzera italiana (USI) di Lugano e l’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) dello stesso ateneo. ll progetto di ricerca “L’informazione (s)corretta: giornalismo e narrazione del Sud tra stereotipi e pregiudizi” intende analizzare lo sviluppo e la persistenza di stereotipi nella stampa italiana sulla rappresentazione del divario territoriale tra il Nord e Sud del paese. L’obiettivo è comprendere, se e in che modo, la stampa contribuisca ad alimentare un repertorio di immagini e metafore che rappresentano una sorta di ‘archivio del pregiudizio’ nei confronti di alcune zone di un Paese. Il SUGC e il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II hanno stipulato un accordo per la realizzazione delle attività di ricerca che si propongono di analizzare la copertura giornalistica del Mezzogiorno nel contesto della pandemia da COVID-19, al fine di identificare i temi più dibattuti e la possibile presenza di pregiudizi e atteggiamenti discriminatori presenti all’interno della copertura di un campione di testate giornalistiche nazionali e regionali. Negli ultimi mesi, l’attenzione mediatica in Italia, come in tutto il mondo, si è concentrata in modo pressoché esclusivo sulla pandemia da Covid-19 e le sue conseguenze. Il nuovo Coronavirus e il periodo di lockdown sono stati occasione di forte rilevanza comparativa sui territori italiani rispetto a diverse dimensioni come la paura e le proiezioni sulle condotte dei territori del Mezzogiorno di fronte alla prova pandemica. Comprese le scelte politiche, il modo di alimentare il dibattito locale e nazionale degli amministratori locali (con le Regioni in particolare. Su questi ed altri aspetti, la stampa locale e nazionale ha prodotto un altissimo numero di articoli e contenuti, la cui analisi può fungere da strumento di interpretazione delle possibili discriminazioni – nuove o preesistenti – tra territori. La ricerca cerca di comprendere le rappresentazioni e le narrazioni giornalistiche dominanti del Paese, e il loro legame con la produzione di eventuali stereotipi e discriminazioni Nord-Sud. Si è scelto di indagare la questione focalizzandosi sul periodo relativo al lockdown e sul dibattito innescato dall’impatto del Covid-19 sul paese. La ricerca si basa su un’analisi di contenuto di un campione di articoli giornalistici provenienti dalle principali testate nazionali italiane generaliste, economiche e sportive oltre che da due quotidiani a circolazione locale. Gli articoli sono stati raccolti tramite il database Factiva utilizzando come parola chiave di ricerca: “Covid-19 AND Meridione OR Mezzogiorno”. Il campione selezionato è stato uniformato tramite apposite scelte. L’analisi testuale degli articoli è riferita al periodo di analisi che va dal 1 febbraio 2020 al 31/08/2020 (non comprende la seconda ondata della pandemia)  E’ di 278 unità  il totale di articoli nel campione (dopo selezione e verifica). L’attività di ricerca è ancora in corso e adesso entra in una nuova fase che prevede l’analisi qualitativa da realizzarsi sulle interviste somministrate a testimoni privilegiati, prevalentemente giornalisti. Il progetto di ricerca viene realizzato con la partecipazione della Camera di Commercio di Napoli attraverso Si Impresa Azienda Speciale Unica, Innovaway, Protom, DAC (Distretto Aerospaziale della Campania), Materias, P4M, STRESS (Distretto Tecnologico per le Costruzioni Sostenibili), TECNO, TDS e in collaborazione con la Federazione Nazionale della Stampa 

“Durante la pandemia c’è stata una maggiore polarizzazione del contrasto tra territori, che ha evidenziato come la coesione e la solidarietà tra Nord e Sud non siano valori scontati nel nostro Paese- ha detto Claudio Silvestri. Segretario del Sindacato dei Giornalisti della Campania, SUGC –  Abbiamo pensato a una ricerca per evitare che prevalessero le suggestioni nel nostro ragionamento. Da qui dobbiamo partire per pensare a una corretta informazione sul Meridione, fuori da stereotipi e cliché negativi che caratterizzano anche la narrazione in testate non marcatamente orientate politicamente. A quesoi appuntamento ne seguiranno altri, a Roma e a Milano. È necessario che si apra una riflessione seria sul tema, così come abbiamo fatto con il manifesto di Venezia per il mondo femminile, e con la carta di Assisi per il linguaggio dell’odio e la comunicazione sui social network”. Per Stefano Bory, direttore di Funes, atelier dipartimentale di ricerca sulla narrazione e l’immaginarioDipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II -” La ricerca sta offrendo, già a partire da questi primi risultati intermedi, delle considerazioni di rilievo sul modo di fare informazione durante la pandemia. Dal nostro studio, oltre ad una lampante ri-esplosione della questione meridionale e del conflitto Nord-Sud, stanno emergendo retoriche discorsive e scelte lessicali che spesso celano nuove forme di vittimizzazione dell’attore sociale del Nord e diversi atteggiamenti rivendicativi sulle competenze e sul potenziale ruolo di sviluppo da parte del Mezzogiorno. Si tratta di rappresentazioni che devono far riflette sia sulla professione giornalistica in un contesto emergenziale, sia sulle latenti impronte culturali che nutrono a volte inconsapevolmente l’agency discorsiva e narrativa sul rapporto tra i due territori del nostro paese.” “Quanto incide sullo sviluppo delle imprese, del tessuto economico di alcune aree, una narrazione non oggettiva da parte dei media?  – Si è chiesto il presidente della Camera di Commercio, Ciro Fiola, aprendo i lavori della conferenza stampa dedicata alla presentazione della ricerca – “Ce lo siamo chiesti spesso, specialmente al Sud, ha aggiunto Fiola, nella nostra Napoli, sempre più scenario per il racconto di delitti e guerre di camorra, palcoscenico di fiction che ne tratteggiano il lato peggiore. Ben vengano azioni di ricerca rigorosa come questa messa in campo dal SUGC in collaborazione con l’Università Federico II”. “Durante il primo lockdown i consiglieri il SUGC hanno raccolto numerose segnalazioni su articoli, servizi e programmi TV che hanno raccontato il Mezzogiorno proponendo i pregiudizi e gli stereotipi di sempre, ha detto Maria Cava, consigliera del SUGC. “Anziché affidarci ad un comunicato stampa abbiamo voluto analizzare il fenomeno in modo più strutturato, misurandolo. Di qui l’idea della ricerca sociale frutto di una decisione di lavoro di squadra di tutto il Sindacato dei giornalisti della Campania. Ci aspettiamo di poter contribuire ad una maggiore responsabilità, consapevolezza, cura e attenzione nella nostra professione”. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di Sociologia della Federico II è composto da Stefano Bory, Luca Bifulco e Rosaria Lumino. C’è anche Philip Di Salvo, dell’Istituto di media e giornalismo (IMeG), Università della Svizzera italiana (USI).

Quell’equazione distorta “Sud uguale mafia e camorra” che nello Stato patrigno non muore mai. Anche nel programma di Augias su Rai3 un'immagine di Napoli distorta dai pregiudizi. Il tema dell’abbandono dello Stato non viene mai fuori e le colpe del degrado sono sempre addossate al Sud. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 20 aprile 2021. Un popolo dove ci si sbrana, dove la convivenza non è civile. Un paradiso abitato da diavoli. Città di lazzaroni e pulcinelli, semibarbara e africana. Così scrive Leopardi al padre parlando di Napoli. E così il programma “Città segrete” di Rai Tre riporta, ammiccando allo spettatore che forse questo vuol sentirsi dire. Corrado Augias ripercorre gli speciali sulle città meridionali con un pregiudizio imperante, che prevede che bisogna far prevalere le immagini di città degradate, in mano alla camorra, in cui il riferimento a Raffaele Cutolo e al sequestro Cirillo è d’obbligo.

IL MANTRA DEMAGOGICO. Un Paese che purtroppo non riesce a valorizzare il suo territorio, per cui se parli di Napoli o Palermo il riferimento alla camorra o alla mafia deve essere obbligatorio. Ma tant’è, l’approccio di una certa cultura demagogica e sinistrorsa che semplifica tutto in un approccio distorcente di una realtà complessa. Dove le cause dell’abbandono di uno Stato patrigno non vengono mai fuori e le responsabilità del degrado sono sempre ed esclusivamente dell’incapacità di una realtà lombrosionamente inferiore. «Non c’è nessuno, qui, che non sia un vinto, umano e storico, un messo a terra per sempre. Tutti quanti, andalusi, cretesi, turchi, arabi, occitani, armeni, siciliani, greci vixerunt, anche se di fuori sgambettano, la loro anima giace strangolata nel sottosuolo della storia, lo spettacolo, la scena, le parole sono sfoghi di vento, non c’è nulla dietro, popoli finiti… Sono i Mediterranei, morti come il loro mare, una specie mentalmente estinta, anche se in spermatozoi vivace ancora, ma non riproducono che sfinimento». Così il torinese Guido Ceronetti nel suo viaggio in Italia, ed è questo il mantra della parte “colta” del Paese.  Una maggior capacità di approfondimento, forse, avrebbe fatto capire meglio le ragioni per cui Maradona diventa un simbolo di riscatto. Ogni napoletano si riconosce in questo ragazzo nato a Buenos Aires. Voglio diventare l’idolo dei ragazzi di Napoli. Per cui finisce la storia d’amore tra Maradona e l’Italia ma non tra Maradona e Napoli. Perché la città lo sente come suo difensore rispetto a tutti i torti subiti da una colonizzazione che continua. E così la Rai che si permette di parlare in libertà, dando una immagine che certo non incoraggia i visitatori potenziali a confermare un viaggio, in una delle città più belle d’Italia che però nella classifica dei visitatori viene al 16° posto tra le città italiane con 3.200 presenze contro i 10 milioni di Firenze, così come Palermo viene al 38° posto, precedute entrambe da Riccione e Lazise.

GLI STEREOTIPI FASULLI. Per cui la gente oggi pensa di evitare un viaggio in una realtà descritta come un far west incontrollato. “Addà passá a nuttata” direbbe Edoardo De Filippo pensando a quel popolo stretto e accalcato in questi vicoli vocianti protagonista di una quotidiana messinscena con il viso segnato dalla malinconia! Perché la Napoli che non ha diritto di cittadinanza è quella dei ragazzi costretti a emigrare perché è morta anche la speranza di trovare un posto di lavoro nella Regione. Sono illuminanti le battute tratte dal film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”: «Ah lei è napoletano! Emigrante?». Eh sì, perché il meridionale scansafatiche, pizzaiolo, mandolinaro, poltronaro e con il reddito di cittadinanza oggi deve essere solo emigrante. Purtroppo anche la Rai, come tutti i media nazionali, non riesce a discostarsi da un approccio coloniale rispetto al Mezzogiorno e a una visione stereotipata che, piuttosto che valorizzare le bellezze di quella che è stata una delle capitali europee, insieme a Parigi e Londra, quando la Milano da bere era una piccola realtà di una zona nebbiosa, ne amplifica i tanti vizi che certamente esistono. Ma è un approccio che riguarda tutto il Sud, per cui se la sanità in Calabria non è all’altezza è colpa della ’ndrangheta e quindi dei calabresi, anche se la sanità in quella Regione è commissariata dallo Stato da oltre 10 anni. E il mantra che bisogna far correre Milano anche se Napoli affonda viene ripetuto da una classe dirigente settentrionale che non riesce a capire che la mediterraneità dello stivale è una virtù che va valorizzata più che un vizio che va represso.

LA MISTIFICAZIONE. E anche il miracolo di San Gennaro diventa in questa logica per Corrado Augias un evento da popoli sottosviluppati che credono a miracoli fasulli e viene affiancato ad un esperimento dell’ateo principe di Sansevero. Per cui ancora dai visitatori che, malgrado la vulgata di un Mezzogiorno da evitare, riportata ovviamente sui media internazionali, riescono ad arrivare a visitarlo, si sentono esclamazioni di meraviglia, perché le attese erano di dover uscire dall’albergo con il giubbotto antiproiettile. Anche l’accostamento con la cultura della morte delle anime pezzentelle dà una immagine lugubre di una città nella quale la luce e il colore sono invece i tratti predominanti. Nulla della grande tradizione della canzone napoletana, conosciuta in tutto il mondo, nulla di quel «’o sole mio» più noto dell’inno di Mameli. Nulla della grande tradizione giuridica, nulla degli ultimi 160 anni di unità che l’hanno degradata a periferia di un Paese proprio per questo ormai in declino. Purtroppo Augias di fronte a un impegno importante come raccontare Napoli o anche Palermo, si è fermato a tanti luoghi comuni. Il cambio di passo che serve ai nostri media per interpretare realtà in profondo cambiamento, come quelle del Sud, con una gioventù vivace che rappresenta il vivaio artistico nella musica come nel teatro nel cinema e nelle arti non si riesce ad avere. Più facile rifugiarsi nella storia da raccontare della camorra che, certamente, è ancora un dramma ma che è frutto di accordo scellerato tra classi dominanti locali e potere centrale che non ha impiegato tutta la sua forza per combatterla e annientarla, rimane il logo caratterizzante.

I pregiudizi territoriali ed economici.

Mio nonno contadino ed analfabeta diceva: “Son ricchi. Hanno rubato. Io lavoro tutto il giorno e non divento ricco”. Ergo i ricchi sono ladri. La verità è che non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali.

Mia zia emigrata al nord diceva: qua non è come "da voi", è meglio qua, tutta un'altra cosa. La verità è questa: è emigrata perchè non aveva nè arte, nè parte, nè degni natali. Per rivalsa è diventata rinnegata. La verità dei rinnegati è che, appunto per invidia, rinnegano le loro origini. Non sanno che sono condannati al limbo: saranno sempre terroni per i corona polentoni e corona polentoni per i terroni.

I Settentrionali puri conosciuti al Nord hanno sempre dei pregiudizi sui Meridionali: siamo tutti pregiudicati (da pregiudizio). Ergo: pregiudicati uguale a delinquente ed essendo del Sud siamo tutti delinquenti mafiosi. La verità è che sono ignoranti, resi tali dai media prezzolati dalla Finanza del Nord, e sono in malafede perchè vogliono le risorse finanziare pubbliche tutte per loro e lo sfruttamento delle risorse umane meridionali per i loro fini. E' l'invidia di non avere il mare, il sole e di non essere gente del sud solidale e con la luce nel cuore.

Quindi se per i comunisti e per i settentrionali siamo mafiosi, noi meridionali non abbiamo diritto a gestire le nostre risorse se non dimostriamo di non essere mafiosi.

In Italia l’onere della prova è ribaltata: i ricchi ed i meridionali devono dimostrare di essere onesti, mentre gli accusatori non devono dimostrare di essere bugiardi e razzisti.

Il Sud «condannato» a non cambiare dai suoi stessi scrittori. Esce un importante saggio dello studioso lucano Giuseppe Lupo: da Verga a Saviano una linea immobilista Vittorini e Nigro fra le eccezioni. Oscar Iarussi il  21 Aprile 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che cosa c’entra Boccaccio con la questione meridionale? C’entra, eccome, sostiene il nuovo libro dell’italianista Giuseppe Lupo, lucano di nascita, romanziere di successo e docente alla Università Cattolica di Milano e Brescia. La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli esce domani per i tipi di Rubbettino (pp. 279, euro 18,00). La letteratura meridionale e la nostra stessa visione del Sud, esordisce Lupo, sarebbero diversi se avesse prevalso «l’aria napoletana più che toscana, con giardini di arance e odore di mare» delle novelle del Decameron (Pasolini ambientò il suo film da Boccaccio sotto il Vesuvio), un’aria lieve che ritorna nel tono fiabesco del secentesco Lo cunto de li cunti del campano Giambattista Basile. Quel «narrare angioino» della Napoli di mercanti e artigiani, cioè estroso miracoloso fantastico, nel corso dei secoli è stato invece surclassato dalla «mentalità conservativa dei dominatori spagnoli (meglio sarebbe dire la presunzione aragonese di gestire un potere politico in termini suppletivi)». Tale primato avrebbe sottratto il Sud alle traiettorie della Ragione, tanto più dopo la traumatica sconfitta della Repubblica Napoletana del 1799, bloccandolo nella dimensione della «anti-storia» o della «non storia» di cui è ancora prigioniero. Del resto, la rivolta contro il tempo storico e «il mito dell’eterno ritorno», secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, sono le caratteristiche delle società arcaiche. Il Mezzogiorno entra nel canone della modernità a fine ‘800 - scrive Lupo - sotto il segno di Giovanni Verga con I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo: «Se da Manzoni la Storia veniva osservata come luogo del riscatto per gli individui, per Verga non c’è speranza di redenzione, non esiste prova che essa, la Storia, produca migliorie e modifichi le sorti degli uomini». Ecco la matrice o la quintessenza siciliana che presto si impone sul Meridione peninsulare e da cui deriva una tradizione pessimista fino alla paralisi, se non apocalittica. È la cornice nella quale Lupo iscrive - certo, con le varianti stilistiche e politiche dei singoli autori - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo), Federico De Roberto (I Vicerè), Luigi Pirandello (I vecchi e i giovani), ma anche il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, Ernesto De Martino, Rocco Scotellaro, Corrado Alvaro, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, e via via fino a noi, L’inferno di Giorgio Bocca, I traditori di Giancarlo De Cataldo e Gomorra di Roberto Saviano. «Se fosse prevalsa la linea tracciata da Boccaccio e Basile, avremmo avuto una letteratura meridionale modulata sulla leggerezza dei sogni e sulle oscillazioni dell’immaginazione. Ma ha prevalso l’atteggiamento aragonese che negli esiti letterari ha provocato uno sguardo da archivista, ha ratificato l’assenza della borghesia e dunque il fallimento di qualsiasi spinta al progresso». Eccezioni o alternative? Lupo ne individua ben poche: l’anelito alla modernità politecnica di Elio Vittorini, siciliano a Milano, e del suo allievo Raffaele Crovi; l’approccio interdisciplinare di Leonardo Sinisgalli, lucano al Nord che si sottrae alle «viscere di una fascinazione leviana»; la vocazione riformista e federativa di Adriano Olivetti, piemontese impegnato nel dopoguerra tra Pozzuoli e Matera, che echeggia in un pamphlet di Riccardo Musatti (La via del Sud, 1955, riedito nel 2020 da Donzelli con un’introduzione di Carlo Borgomeo). Fra tutte, nell’analisi dell’autore, spicca l’anomalia virtuosa di Raffaele Nigro, fin da I fuochi del Basento (1987): «A più di quarant’anni di distanza dal Cristo leviano, Nigro capovolge i termini del narrare meridionale con un romanzo di pronunciate ascendenze manzoniane, dove coniuga documentazione d’archivio e creatività... Per aver riscritto il patto tra epica e questione meridionale, I fuochi del Basento restituisce dignità letteraria a un argomento piuttosto marginale come il brigantaggio, contribuendo alla sua rivitalizzazione». E proprio con Nigro e con altri studiosi come l’antropologo Vito Teti, da tempo Lupo è impegnato in una prospettiva «appenninica» della questione meridionale (le aree interne, la dorsale dall’Emilia alla Calabria), che rivendica più attenzione all’«osso» montuoso rispetto alla «polpa» delle pianure e delle coste, di fatto ribaltando il celebre paradigma postbellico dell’economista Manlio Rossi-Doria. Un’Italia solo apparentemente «minore», quella degli Appennini, tornata «di moda» in era Covid, che, scrive Lupo, andrebbe valorizzata dotandola di servizi (logistica, istruzione, sanità, banda larga) e non retrocessa a «nuova arcadia» per le fughe dalle città dei ricchi settentrionali in cerca di borghi abbandonati. L’Appennino assunto quale cardine ideale, equidistante tra Est e Ovest, tra Europa e Mediterraneo - leggiamo - anche rispetto al «pianeta meridiano» di Franco Cassano, il sociologo che ha rilanciato la necessità di un pensiero radicale del Sud. L’esegesi dei testi letterari da parte di Lupo è rigorosa e la sua ipotesi è suggestiva, feconda: questo libro farà discutere. A noi pare - come dire? - forse troppo «severo» verso Levi, che, verissimo, ricalca le allegorie dantesche nella esplorazione dell’inferno contadino dove fu esiliato dal fascismo, ma la cui modernità letteraria (e politica) è testimoniata per esempio da L’orologio e dalla stessa mistura fra reportage, saggio e romanzo del Cristo. Simile osservazione avanzeremmo rispetto a Scotellaro e ad altri autori meridionali che l’editore Vito Laterza negli anni ’50 fece confluire nei «Libri del Tempo»: Danilo Dolci, Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Giovannino Russo. Le loro sono indagini vivide lungo il confine di stagioni e sfide nuove. Nondimeno, La Storia senza redenzione di Giuseppe Lupo è un saggio originale e importante sulla «vera grande frontiera che deve valicare la letteratura d’impianto meridionalista: quella dei rapporti tra realtà e rappresentazione, cioè tra documento e mimesi». Oltre la descrizione o la denuncia del «mondo così com’è», narrare sognare concepire un altro Sud è possibile.

·        La Cancel Culture.

Difesa contro manipolatori e iconoclasti. La difesa della storia di Massimo Salvadori, per non cadere nella cancel culture. Corrado Ocone su Il Riformista il 28 Novembre 2021. Ogni tanto compaiono appelli di docenti e studiosi tesi a salvaguardare lo studio e il ruolo della storia nei programmi scolastici ed universitari. Sarebbe un errore equiparare questi appelli ad altri simili che pure ci sono in difesa di altre discipline o materie di studio, ridurli ad una semplice rivendicazione corporativa. Nello studio e nella difesa della storia è in gioco qualcosa di più sostanziale, direttamente legato alla nostra civiltà. Il merito di farcelo capire, con appropriate argomentazioni e con uno stile semplice e immediato, è un prezioso volume che esce nelle “saggine” Donzelli, a firma di uno dei maggiori e più seri studiosi di storia del nostro paese, emerito dell’Università di Torino: Massimo L. Salvadori: In difesa della storia. Contro manipolatori e iconoclasti (pagine VIII-170, euro 18). Il libro, in verità, non è solo questo, ma una compiuta introduzione alla storiografia (in italiano il termina storia, ricorda opportunamente l’autore, indica sia la historia rerum gestarum, cioè appunto la storiografia, sia le res gestae, cioè l’insieme degli eventi “storici”). La prima domanda che Salvadori si pone è cosa debba intendersi per “senso della storia”. Nel rispondere, egli fa riferimento a due diversi concetti esprimibili con questa espressione: il primo concerne appunto il ruolo che in una società, o anche da parte di un individuo, si assegna alla storia; il secondo, alla direzione di marcia (progressiva o meno) che essa assume considerata nel suo insieme. Forse c’è però anche un terzo concetto, che pur non espresso è poi al fondo di queste pagine, ed è propriamente il “senso storico”, la consapevolezza che si ha della concatenazione e interdipendenza degli eventi passati, presenti e futuri. Ed è in questo preciso senso che assume un significato sia il discorso che Salvadori fa sul giudizio “positivo” o “negativo”, “ottimistico” o “pessimistico”, da dare del nostro passato; sia quello, ad esso connesso, della natura del genere umano, se l’uomo è cioè “buono” o “cattivo” per “natura”. Salvadori porta esempi e fa riferimento ad autori fautori dell’una o dell’altra posizione, concludendo, da parte sua, per un disincantato realismo o non dogmatico illuminismo che comunque lo porta a individuare in una possibile perfettibilità del genere umano un senso, seppur non garantito, del percorso storico. Lungo una linea che, anche politicamente, lo avvicina, come esplicitamente argomenta, al gradualismo dei riformisti e al compromesso socialdemocratico. Probabilmente, il discorso andrebbe posto anche su basi filosofiche, e quindi più radicali, arrivando ad ammettere non solo e non tanto la coappartenenza di bene o male nella natura e nella storia umane, ma anche il loro emergere da una comune radice vitale. Il che rende per principio impossibile e forse nemmeno auspicabile l’eliminazione del “negativo” dalla faccia della terra. Fatto sta che, anche limitandosi a un sano empirismo, è possibile, come Salvadori dimostra, demolire, in nome dell’autonomia della scienza storica, quella indebita intromissione della politica in essa che avviene sia attraverso la manipolazione ad uso del potere dei fatti accaduti (una propensione che è ovviamente soprattutto dei regimi dittatoriali e totalitari di ogni tempo); sia quella iconoclastia che oggi si esprime nella cancel culture, cioè nella tendenza a trasporre i nostri giudizi morali del presente sul passato: mettendoci in condizione nemmeno più di capirlo, e quindi di evitarne nella misura del possibile il riproporsi nei suoi aspetti più oscuri. Nel nome di una “riparazione morale” degli errori ed orrori commessi nel passato, i nuovi “crociati”, come li chiama, del “politicamente corretto restaurano l’indice dei libri proibiti, censurano le biblioteche, rimuovono quadri dalle pareti, abbattano statue. «Ciò facendo, sembrano non rendersi conto – scrive Salvadori- di riprendere gli atteggiamenti e le pratiche degli oscurantisti che li hanno preceduti dal medioevo in avanti, fino ad arrivare ai regimi totalitari e ai fondamentalisti islamici». Come a dire che gli estremi nelle vicende umane spesso si toccano. Il che è un altro insegnamento che la storia ci consegna e che oggi viene spesso dimenticato. A destra e a manca. Corrado Ocone

Il libro di Ricolfi e Mastrocola. Il manifesto del libero pensiero, chi sono i veri nemici del politically correct. Filippo La Porta su Il Riformista il 28 Novembre 2021. Siamo davvero convinti che il nemico principale – come una volta si diceva – sia la (pur dolciastra) retorica buonista e il (pur intimidatorio) politically correct? La mia stima, e simpatia, per Paola Mastrocola e Luca Ricolfi (la prima scrisse un coraggioso, onesto articolo che si sforzava di capire le ragioni della paura “popolare” dei migranti) non mi impedisce di formulare alcune considerazioni critiche sul loro Manifesto del libero pensiero. Dico subito che l’intenzione del libretto è meritoria e che la denuncia di un clima opprimente di censura, e autocensura, che riguarda la lingua, la parola “imbavagliata” e “sorvegliata”, mi appare necessaria. Ma l’assimilazione di tale clima alla “gigantesca astronave aliena “ che in Independence day oscurava il cielo e copriva intere città americane non mi persuade. È probabile che negli anni ‘70 si puntava a cambiare le parole perché non si voleva né poteva cambiare le cose, con esiti anche discutibili: la parola “negro”, usata comunemente da Pavese e Calvino, venne messa al bando. Da allora si cominciò a rinominare intere categorie: dunque a chiamare gli handicappati diversamente abili, le donne di servizio collaboratrici domestiche (che poi facevano e fanno tutto loro, altro che collaborare!), i becchini operatori cimiteriali, gli spazzini operatori ecologici, i ciechi non vedenti… In quegli anni Natalia Ginzburg volle condannare l’ipocrisia di questo uso del linguaggio, il disprezzo che implica verso il parlare della gente comune, che non appartiene all’élite che governa il discorso pubblico. Tanto che, secondo i due autori, nel XXI il politicamente corretto è diventato l’ideologia dell’establishment, con la inevitabile equazione sinistra=establishment. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: tutti ultrapermalosi e inclini a pensarsi nel paradigma della vittima (bisognosi di tutela), fino a prescrizioni linguistiche involontariamente comiche (applicate a oggetti inanimati: non si deve più dire “jack maschile” o “jack femminile”) e fino alla “cultura della cancellazione” che potrebbe cancellare perfino Dante, non conforme agli attuali standard morali .Inoltre: chi decide quali sono le parole “giuste”? Passo ora al mio dissenso. Il pericolo che corre la nostra società non mi pare la promozione incessante del bene, benché questa sia divenuta una retorica che copre spesso interessi corporativi. Come ci sono una Costituzione formale e una materiale, così c’è il buonismo formale, esibito magari strumentalmente dall’establishment (anzi da una parte sola dell’establishment), e il “cattivismo” materiale che continua a dominare il senso comune, l’immaginario collettivo e la chiacchiera da bar. Non occorre particolare immaginazione sociologica per vederlo. Basterebbe ricordare i modi di dire e i tic linguistici – specchio veridico della mentalità – degli ultimi due decenni: “E’ un problema tuo”, “Non me ne può fregare di meno”, “Sti cazzi”, “Vaffa”, etc. Vi sembrano modi buonisti? Basta poi fare zapping sui nostri talk, pomeridiani e serali: l’impressione è che in questo Paese nessuno si vergogna più di niente. Sono state sdoganate le battute più oscene, aggressive, oltraggiose. Almeno l’ipocrisia conteneva – come sappiamo dai classici – un omaggio del vizio alla virtù. Oggi invece esistono solo omaggi del vizio al vizio stesso! Un Paese intero amputato del super-io. Una popolazione finalmente “liberata”, incapace di qualsiasi controllo critico sulle proprie pulsioni. Da cosa è formato oggi il senso comune? Elenco un po’ alla rinfusa. Guai agli “sfigati” (parola-tormentone di questi anni), ai perdenti, a chi non riesce a “stare sul pezzo”. Ammirazione per i furbi, per i potenti, per chi ce l’ha fatta, anche con mezzi illeciti (siamo il paese di Machiavelli), tanto siamo tutti corrotti e il più pulito c’ha la rogna. L’idea che i ricchi hanno più talento, più voglia di lavorare mentre i poveri sono colpevoli della loro condizione (tutt’al contrario che nel Medioevo: per Dante non solo l’arricchimento personale è del tutto casuale ma i ricchi sono in genere i più malvagi). Di qui il disprezzo per chi guadagna poco (i genitori benestanti di un liceo romano consolavano i loro figli bocciati dicendo loro che tanto gli insegnanti “so’ dei morti de fame, con quegli stipendi”). La convinzione che è più saggio farsi i fatti propri (il celebre “I care” sarebbe stato inviso a don Abbondio). La complicità cercata quasi sempre sulla volgarità. La esibizione sfrontata dei consumi esclusivi. Una certa perversa equazione tra cattiveria e intelligenza ( a pensar male degli altri ci si coglie, no? e invece il punto è che non ci si coglie quasi mai!). Insomma, a me pare che nessuna dittatura delle parole imbavagliate, nessuna “furia del politicamente corretto” riesca a incidere su questo fondo granitico della mentalità collettiva, su questo sottosuolo condiviso di idee ricevute e umori irriflessi (non lo chiamo “eterno fascismo” degli italiani solo perché potrebbe evocare un tratto ideologico e invece è più antropologico). Non si tratta tanto di una parte dei nostri concittadini, ma di qualcosa che riguarda ciascuno di noi, almeno in parte. Infine: Mastrocola e Ricolfi – che, anche loro!, si sentono “vittime” di qualcosa (appunto il “clima opprimente, etc.”)- ritengono non censurabile l’espressione “afflitto da una disabilità”. Ora, non intendo negare che una disabilità può affliggere chi ne è portatore. Ma appunto: “può” affliggere, così come “può” stimolare altre abilità, altre capacità, etc. Questa espressione mi ricorda un modo di dire – questo sì veramente odioso – adoperato universalmente negli anni ‘60. Quando si vedeva passare un tale su una sedia a rotelle si diceva: “Quell’infelice…”. Una espressione che suona come condanna senz’appello e che rivela una prevaricazione, una singolare prepotenza morale (dando inoltre per implicito che chi la pronuncia si sente chissà perché al riparo dall’infelicità). Il politically correct, con i suoi eccessi e benché contenga dei rischi per la libertà d’espressione, è comunque la degenerazione o il fraintendimento di un principio giusto (di rispetto per l’altro, per la sua diversità e difformità). Mentre dire “quell’infelice” quando passa un disabile non è la degenerazione di nulla ma solo pura barbarie. Filippo La Porta

Gli incancellabili. Bari Weiss, Kathleen Stock e altri critici della cancel culture hanno fondato la loro università. L'Inkiesta il 9 novembre 2021. Si chiama The University of Austin e vuole accogliere «le streghe che si rifiutano di bruciare al rogo», ha scritto la stessa Weiss su Twitter. Darà lavoro a professori “cancellati” come la filosofa Kathleen Stock, il geofisico Dorian Abbot e il filosofo Peter Boghossian. Il mondo accademico americano ha un nuovo protagonista: la newsletter sulla piattaforma Substack di Bari Weiss, la ex giornalista del New York Times licenziata per aver espresso opinioni difformi dalla linea editoriale della testata in nome della libertà di espressione, ha annunciato la fondazione della University of Austin, un nuovo ateneo che descrive se stesso come «dedicato all’impavida ricerca della verità». L’annuncio è stato dato da un post scritto da Pano Kanelos, ex presidente del St. John’s College di Annapolis, in Maryland, che assumerà la carica di rettore del nuovo ateneo. «C’è un abisso tra le promesse e la realtà dell’istruzione superiore», ha scritto Kanelos. «Il motto di Yale è “Lux et Veritas”, luce e verità. Harvard proclama: “Verità”. AI giovani uomini e alle giovani donne di Stanford viene detto ”Die Luft der Freiheit weht“, soffia il vento della libertà. Sono parole elevate. Ma in questi atenei di vertice, e in tantissimi altri, possiamo davvero dire che la ricerca della verità – un tempo l’obiettivo principale di un’università – rimane la più alta delle virtù? Crediamo onestamente che i mezzi cruciali per raggiungere tale scopo – la libertà di indagine e un discorso civile – prevalgano, quando l’illiberalismo è diventato una caratteristica pervasiva della vita del campus?».

Dopo aver passato in rassegna alcuni dati a suffragio di questa prospettiva – tra gli altri, quattro su cinque dottorandi americani sono disposti a discriminare gli studiosi di destra, secondo un rapporto del Center for the Study of Partisanship and Ideology, e quasi il 70% degli studenti è favorevole a segnalare un professore che dice qualcosa che gli studenti trovano offensivo, per un sondaggio del Challey Institute for Global Innovation  – il neo rettore spiega: «Pensavamo che una simile censura fosse possibile solo sotto regimi oppressivi in ​​terre lontane. Ma abbiamo scoperto che la paura può diventare endemica anche in una società libera».

Da qui, l’idea di reagire con la fondazione di una nuova università. Anche perché, dice Kanelos, è inutile sperare nelle strutture esistenti: «Abbiamo smesso di aspettare che le università tradizionali si raddrizzino da sole».

Della University of Austin fanno già parte lo storico Niall Ferguson, la già citata Bari Weiss, la biologa evoluzionista Heather Heying, il professore di scienze sociali Arthur Brooks, la filosofa Kathleen Stock, il giornalista ex columnist del New York Magazine Andrew Sullivan, il geofisico Dorian Abbot e il filosofo Peter Boghossian. Molti di questi personaggi – come Stock, Abbot e Boghossian – sono freschi protagonisti di allontanamenti obbligati dai loro posti di insegnamento superiore, per aver in vario grado manifestato opinioni critiche sgradite a diversi loro studenti (Stock sull’identità di genere, Abbot sulla affirmative action).

Ferguson ha commentato l’iniziativa con un op-ed pubblicato da Bloomberg: «Avendo insegnato in diversi atenei, tra cui Cambridge, Oxford, New York University e Harvard, sono giunto a dubitare che le università esistenti possano essere rapidamente curate dalle loro attuali patologie», ha scritto lo storico. Puntualizzando, però, che «non c’è bisogno di immaginare una mitica età dell’oro. Le università originarie erano istituzioni religiose, impegnate nell’ortodossia e ostili all’eresia come i seminari woke di oggi».

Per quale motivo il clima corrente è un problema? Secondo Ferguson, «gran parte delle principali scoperte scientifiche del secolo scorso sono state realizzate da uomini e donne i cui lavori accademici hanno dato loro sicurezza economica e una comunità solidale in cui svolgere il loro lavoro al meglio. Le democrazie avrebbero resistito alle guerre mondiali e alla guerra fredda senza il contributo delle loro università?».

Nella lettera fondativa della University of Austin, si legge che il gruppo dietro l’iniziativa è variegato, sia come provenienze che come posizionamento politico: «I nostri background ed esperienze sono diversi; le nostre opinioni politiche differiscono. Ciò che ci unisce è un comune sgomento per lo stato dell’accademia moderna e il riconoscere che non possiamo più aspettare la cavalleria. E quindi dobbiamo essere noi stessi la cavalleria».

Cosa si imparerà a Austin? Sempre secondo Kanelos: «Il nostro curriculum sarà il primo progettato in collaborazione non solo con grandi insegnanti, ma anche con i grandi attori della società: fondatori di imprese coraggiose, dissidenti che si sono opposti all’autoritarismo, pionieri della tecnologia e leader nell’ingegneria e nelle scienze naturali. I nostri studenti saranno esposti alla saggezza più profonda della civiltà e impareranno ad avvicinarsi alle opere non come a tradizioni morte ma come a fiere competizioni di eterna importanza che aiutano gli esseri umani a distinguere tra ciò che è vero e falso, buono e cattivo, bello e brutto. Gli studenti arriveranno a vedere questa prospettiva di indagine libera e aperta come un’attività che impegna tutta una vita e richiede una ricerca coraggiosa, e a volte fastidiosa, di verità durature».

La "cancel culture" all'italiana: gruppi Lgbt contestano Scalfarotto. Roberto Vivaldelli il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Il coordinamento Palermo Pride contro la presenza di Ivan Scalfarotto alla presentazione del libro di Francesco Lepore "Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia". Il Ddl Zan non ti convince al 100%? Non meriti di parlare e partecipare alla presentazione di un libro. Se pensate che la cancel culture in Italia non esiste, chiedete a Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero dell'Interno ed esponente di Italia Viva, invitato a partecipare alla presentazione de "Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia' di Francesco Lepore, organizzata a Palazzo delle Aquile, a Palermo. Gli organizzatori avevano chiesto a Luigi Carollo, uno dei portavoce del Palermo Pride, di portare i saluti alla presentazione ma l'invito è stato rifiutato per la presenza di Scalfarotto: "Riteniamo irricevibile l'invito dell'amico Francesco Lepore a un tavolo in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull'altare delle mediazioni di governo già nel 2013 - ha fatto sapere il direttivo di Coordinamento Palermo Pride, in riferimento alla presenza del sottosegretario al ministero dell'Interno -. Non tollereremo oltre lezioni sulla buona politica e sulla necessità di mediare per ottenere una legge". "Non rinuncio al dibattito per proteste, non cambio idea", la replica di Scalfarotto, citata dall'Agi. "Nessuno si può aspettare che io rinunci a venire a Palermo perchè qualcuno fa una manifestazione contro di me". "Non trovo mai particolarmente elegante quando si individua un nemico singolo, quando si dice che il problema è Ivan Scalfarotto - ha proseguito -.Non credo sia una buona pratica politica perchè si corre il rischio di additare all'odio social un individuo. Se le associazioni vogliono contestarmi sono libere di farlo - ha concluso - ma non pensino che io cambi idea". Rispetto al Ddl Zan, Scalfarotto ha sottolineato che "è stato gestito malissimo. E' stato portato consapevolmente contro un muro, perché a luglio si era avuta una votazione palese nella quale non eravamo andati sotto per un voto. Si sapeva che questa era una votazione rischiosissima e che i numeri del Senato non sono quelli della Camera". Nel frattempo, davanti a Palazzo delle Aquile, a Palermo, è stato allestito un sit-in per protestare dopo la mancata approvazione del disegno di legge. Circa un centinaio di persone hanno protestato esponendo uno striscione con la scritta "Ma quali accordi? Ma quale mediazione? Sui nostri corpi nessuna mediazione". Non basta essere come Scalfarotto, che ha dedicato una vita a supportare le battaglie contro le discriminazioni sessuali. Per gli ultra-progressisti l'esponente di Italia Viva non meritava nemmeno di presenziare e intervenire alla presentazione di un libro alla quale era stato invitato. Un atteggiamento da sinceri democratici. Come se, peraltro, la bocciatura del Ddl Zan non avesse un unico vero responsabile, quel Partito democratico che ha voluto, a tutti i costi, andare al muro contro muro, rimediando una sonora sconfitta - largamente prevedibile - in Parlamento. Ma in questo caso Ivan Scalfarotto ha finito con l'essere il facile capro espiatorio di una sinistra che non tollera posizioni divergenti al suo interno.

Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

 Scontro sui gay, il Palermo Pride: «Non ci sediamo allo stesso tavolo con Scalfarotto». Tensioni dopo l'affossamento del ddl Zan. La replica del sottosegretario di Italia viva: «L'idea che le battaglie di principio delle persone Lgbt debbano sfociare sistematicamente nel nulla mi pare fallimentare». Il Quotidiano del Sud il 4 novembre 2021. L’onda lunga delle polemiche dopo l’affossamento del ddl Zan continua a produrre i suoi effetti. L’ultimo duello a distanza vede protagonisti il Coordinamento Palermo Pride e il sottosegretario all’Interno Ivan Scalfarotto. Ad accendere la miccia la presa di posizione del Coordinamento rispetto alla presentazione del libro ‘Il delitto di Giarre. 1980: un caso insoluto e le battaglie del movimento LGBT+ in Italia’, di Francesco Lepore, organizzata a Palazzo delle Aquile.

C’È SCALFAROTTO? NON VENIAMO

Gli organizzatori avevano chiesto a Luigi Carollo, uno dei portavoce del Coordinamento, di portare i saluti alla presentazione ma l’invito è stato rifiutato per la presenza di Scalfarotto: “Riteniamo irricevibile l’invito dell’amico Francesco Lepore a un tavolo in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull’altare delle mediazioni di governo già nel 2013 – ha fatto sapere il direttivo di Coordinamento Palermo Pride, in riferimento alla presenza del sottosegretario al ministero dell’Interno –. Non tollereremo oltre lezioni sulla buona politica e sulla necessità di mediare per ottenere una legge”. La nota poi prosegue citando lo slogan del Pride andato in scena il 30 ottobre nel capoluogo siciliano: “Ma quali accordi? Ma quale mediazione? Sui nostri corpi nessuna condizione”. Poi l’affondo su Scalfarotto: “Nel 2013 stava già smontando la legge Reale Mancino cedendo alle provocazioni dell’Udc e dell’ala cattodem del Pd. Scalfarotto oggi sostiene che sul ddl Zan era necessario mediare: ma su cosa? Sull’identità di genere e sulla scuola ovviamente. I nostri diritti sono stati svenduti sull’altare delle trattative per costruire una nuova coalizione politica di centrodestra che va da Italia viva fino alla Lega. In pieno accordo con Luigi Carollo, invitato come portavoce del Coordinamento Palermo Pride – continua la nota – non parteciperemo quindi alla presentazione del libro”.

LA REPLICA DEL SOTTOSEGRETARIO

A stretto giro di posta è arrivata la replica di Scalfarotto: “Come uomo politico so bene che le tutte mie decisioni sono oggetto di scrutinio e di possibili contestazioni, naturalmente del tutto legittime. E tuttavia mi pare necessario sgombrare il campo dal sottotesto di questa manifestazione e di numerosi messaggi che ho ricevuto in questi giorni, e cioè che il fatto di essere io stesso omosessuale debba vincolarmi in qualche modo a una unicità di pensiero, o a una fedeltà obbligatoria alla linea politica del mondo associativo – ha affermato –. Vorrei chiarire ora e per sempre che il fatto che io sia gay, insomma, non mi impedisce di pensarla diversamente dal Palermo Pride o da altre associazioni LGBT e di rivendicare con piena convinzione la fondatezza delle mie opinioni”.

E ancora: “L’idea che la battaglia delle persone LGBT in Italia debba risolversi in grandi battaglie di principio che sfociano sistematicamente nel nulla mi pare del tutto fallimentare. Se non si fanno le leggi, la testimonianza potrà forse servire alla carriera di qualcuno ma non produrrà nessun cambiamento reale nella vita della moltitudine dei nostri concittadini omosessuali, bisessuali e trans. Non erano leggi perfette né la legge sul divorzio, né quella sull’aborto, né quella sulle unioni civili, ma non rinuncerei mai a nessuna di quelle leggi in nome di un ‘tutto o niente’ che il più delle volte ti lascia col niente in mano”.

Secondo Scalfarotto “la gestione del cosiddetto disegno di legge Zan è stata frutto di un’imperdonabile incompetenza o di un incredibile cinismo. In una situazione come quella del Senato, completamente diversa quanto ai numeri rispetto a quella della Camera, essere rifuggiti da ogni compromesso – ha aggiunto – ci lascia oggi senza alcuna tutela giuridica contro l’omotransfobia”.

E infine: “Il Palermo Pride è libero di pensarla come vuole ma spero la medesima libertà di opinione sia concessa a me, che da parlamentare rappresento la nazione e non le associazioni rappresentative della minoranza cui appartengo. Piaccia o no al Palermo Pride, io sono parte di questa comunità, senza bisogno di autorizzazioni o di patenti da parte di chicchessia. Parlano per me la mia vita, il mio lavoro, la trasparenza e l’orgoglio con il quale ho sempre vissuto”.

Al fianco di Scalfarotto anche il capogruppo di Italia viva al Senato Davide Faraone: “Ivan sui diritti civili non prende lezioni da nessuno, la sua vita lo testimonia, le sue battaglie lo dimostrano. Noi domani saremo al suo fianco”.

La mostrificazione del dissenso. La scalfarottofobia e altre crociate fesse che ci meritiamo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 5 novembre 2021. Ennesimo giro di lagne di cancellettisti poco lucidi su come funzioni la realtà. Eppure basterebbe vedere Quinto Potere o il Diavolo veste Prada per capire che conta l’economia, non la trasformazione dei propri cancelletti in disegno di legge. Chissà perché non proiettano “Quinto potere” nelle scuole. Me lo chiedo ogni giorno, assistendo allo spettacolo d’arte varia degli inquilini dei social che trasecolano perché il loro cancelletto non è diventato legge, norma, educazione collettiva. Perché i loro buoni sentimenti non regolano il mondo. Perché la loro bellezza interiore non è apprezzata. «Si alza, dentro al suo piccolo schermo a ventuno pollici, e ulula dell’America e della democrazia. Non c’è nessuna America, non c’è nessuna democrazia. Ci sono solo la Ibm, e la Itt, e la At&t, e Dupont, Dow, Union Carbide, e Exxon. Queste sono oggi le nazioni del mondo. Di cosa crede parlino i russi nei loro consigli di Stato: di Karl Marx?». Tra dieci giorni “Quinto potere” compie quarantacinque anni, sono quarantacinque anni che Howard Beale dal televisore esorta gli americani ad affacciarsi alla finestra e a urlare che non ne possono più (pensateci, quando vi fate la bislacca idea che il populismo nell’era dei mezzi di comunicazione di massa l’abbiano inventato Gian Antonio Stella o Beppe Grillo o Donald Trump), e sono quarantacinque anni da quando quello che era diventato un format che moltiplicava gli ascolti si trasformava in un danno, troppe prediche anticapitaliste e gli arabi avevano ritirato gli investimenti e il capo della multinazionale lo convocava e gli faceva una stupenda tirata (Paddy Chayefsky, lo sceneggiatore, era imbattibile sulle tirate).

Sono quarantacinque anni che non serve aver studiato: basta essere andati al cinema, per capire che conta solo l’economia. E invece.

E invece ti aggiri per i social – che forse sono persino specchio della realtà, anche se l’idea mi terrorizza: voglio credere ci siano, nascosti in capanne di Unabomber non cablate, cittadini sani di mente – e gli adulti sembrano cinquenni che frignano perché la mamma non gli vuole abbastanza bene.

Che la mamma sia la Rai, che scrittura per Sanremo il più formidabile intrattenitore italiano (roba che il secondo, chiunque egli sia, sta tre giri di pista più indietro) e lo fa senza filarsi il collegio elettorale di Twitter che ne disapprova il mestiere. Il mestiere di fare tutte le battute che vuole e non scusarsi quando qualcuno immancabilmente s’offende. Con che coraggio la Rai chiama Fiorello, quando il cugino di Paperina72 fa ridere sempre tutti senza mai offendere nessuno alle cene di Natale?

Che la mamma sia Ivan Scalfarotto, colpevole di aver sottolineato la distinzione colpevole di aver sottolineato la distinzione tra stalinismo e appartenenza a una sinistra occidentale: «Vorrei chiarire ora e per sempre che il fatto che io sia gay, insomma, non mi impedisce di pensarla diversamente dal Palermo Pride o da altre associazioni LGBT e di rivendicare con piena convinzione la fondatezza delle mie opinioni». Scalfarotto – riassumo casomai foste persone serie e non buttaste energie a seguire la polemica scema dell’ultimo quarto d’ora – ha osato essere invitato a presentare il libro di Francesco Lepore sul delitto di Giarre.

Libro che evidentemente le associazioni gay che hanno invitato a boicottare l’incontro non hanno letto, così come non hanno letto il sussidiario alle elementari, sennò i fondamentali di come la politica sia l’arte del compromesso non glieli dovrebbe spiegare Scalfarotto.

Che peraltro spiega loro anche che, con una simile intolleranza e mostrificazione del dissenso, danno ragione a chi temeva che la Zan fosse un pericolo per la libertà d’opinione: «Certo, non posso non notare che avranno gioco facile coloro che, sulla base di questa contestazione dell’associazionismo LGBT nei confronti di una persona omosessuale “non allineata”, probabilmente affermeranno che il proposito di quella parte del mondo LGBT italiano non fosse quello di arrivare a una legge che ispirasse il nostro ordinamento a principi di inclusione e di rispetto ma di limitare la libertà di opinione di coloro che la pensano diversamente. Un altro capolavoro politico, non c’è che dire».

Poiché c’ero, all’alba dei social, e ricordo bene quando parlavamo di Scalfarotto come fosse un cretino, devo dirvi che mi fa una certa impressione ritrovarmi qui a constatare la sua lucidità e a vergognarmi d’averlo sottovalutato. C’entreranno gli orbi in terra di ciechi, certo, ma insomma una riflessione su questo tempo che ci costringe a considerare Berlusconi uno statista e ad avere nostalgia di Forlani andrà fatta. Aver avuto vent’anni quando si considerava il punto più basso della storia dell’uomo il fatto che a vincere le elezioni fosse stato un partito con dentro Lucio Colletti può essere fonte d’un certo qual imbarazzo retrospettivo, se campi abbastanza a lungo da veder vincere le elezioni un partito con dentro Alessandro Di Battista.

(Dice Di Battista, l’Howard Beale che questo secolo si può permettere, che parte in tour per vedere se esiste la «richiesta collettiva» di una nuova forza politica che in caso lui fonderebbe, a gentile richiesta. Speriamo sia un tour in cui fa i grandi successi e non i pezzi nuovi, almeno).

Ma torniamo all’elenco delle mamme anaffettive, quelle che fanno piangere l’adulto cinquenne dell’internet. Un ruolo che riesce a toccare persino a me, con tutta la devozione che ho per la mia sterilità.

Pochi giorni fa alcuni adulti hanno frignato perché ho scritto che i maschi si sono appropriati del rosa. Citavo un golfino di Prada con cui Jake Gyllenhaal si è fatto fotografare sulla copertina dell’inserto patinato del Sunday Times. Poiché gli adulti cinquenni non solo non hanno sfogliato il sussidiario da piccoli né Karl Marx da grandi, ma neanche hanno visto il Diavolo veste Prada, pensano che quel golfino rosa parli della loro libertà d’espressione e della loro identificazione di genere; non del fatto che, se riescono a vendere il rosa ai maschi, le multinazionali della moda fattureranno molti più golfini.

Dice Aaron Sorkin, sceneggiatore ed erede della passione di Chayefsky per le invettive, che nessuno, «neanche Orwell, ha visto il futuro con la precisione di “Quinto potere”».

Certo, l’everyman che non capisce la prevalenza dell’economia non è più un conduttore televisivo, e i social e i loro abitanti sono come l’inquisizione spagnola dei Monty Python: nessuno se li aspettava. Ma sono dettagli.

Ieri sfogliavo un New Yorker del 1998. C’era una vignetta in cui un padre indicava al figlio il panorama fuori dalla finestra: «Un giorno tutto questo sarà di Bill Gates». Il fatto che dica Gates e non Zuckerberg la rende datata. Datata, mica inattuale. Mica se nell’invettiva di “Quinto Potere” ci sono multinazionali di cinquant’anni fa allora è meno illuminante. Mica siamo ancora così scemi da pensare che il segno della nostra affermazione personale sia un golfino rosa, o urlare alla finestra. O sì?

Il dibattito pubblico americano sulla cancel culture. Davide Piacenza su L'Inkiesta il 5 novembre 2021. Il giornalista-attivista Michael Hobbes ha smentito la narrazione mediatica delle vittime dei Nuovi Puritani del saggio di Anne Applebaum, ma nella smentita ha mentito. Così non se ne esce. Da qualche tempo mi sono convinto che il complesso (ma più spesso: insostenibile) dibattito sulla cancel culture versi in uno stato degradante per colpa – o meglio: per dolo – di chi lo alimenta e indirizza. Da una parte ci sono i media per così dire tradizionali, per cui al primo vestito cambiato a Jessica Rabbit ci troviamo, scava scava, in presenza di segni di un preoccupante effetto domino che ci porterà a cancellare Manzoni e i classici; nell’angolo opposto altri media, influencer, memer, pagine Facebook e giornalisti-attivisti (il confine è sempre più labile), la cui priorità è diventata certificare che non sta succedendo niente, a prescindere dall’evidenza. Per una somma di contraddizioni in termini ed eterogenesi dei fini, al secondo fronte si è progressivamente unita anche una categoria del giornalismo diventata – talvolta con merito – imprescindibile negli ultimi anni: il debunking. Col debunking (o, per usare un sinonimo, fact-checking), vuole l’adagio, si possono mettere in fila i fatti di un dato fenomeno, disinnescandone coperture parziali, viziate o direttamente falsarie. Ma allora, com’è possibile che un giornalismo che “guarda ai fatti” sia diventato un giornalismo che li riplasma, per farli rientrare in una tesi precostituita? Un caso emblematico è quello di Michael Hobbes, giornalista americano che qualche giorno fa ha condiviso un viralissimo debunking del celebre saggio scritto sul tema da Anne Applebaum sull’Atlantic, che aveva ricostruito le vicende personali di diversi personaggi vittima di una nuova forma di gogna violenta, quella ispirata – sebbene molto lascamente – all’inclusività. Hobbes dice fin dal sottotitolo del suo intervento che si tratta di «scare stories», cioè di storie costruite ad arte per spaventare il pubblico, e nell’incipit le paragona a quando, negli anni Novanta, i media convinsero gli statunitensi dell’esistenza di un’ondata di liti temerarie che intasavano la macchina della giustizia nazionale. Lo stesso, secondo Hobbes, sta succedendo oggi col cosiddetto «moral panic journalism» di cui la stessa Applebaum – insieme all numero dell’Economist dedicato alla «minaccia della sinistra illiberale» – può essere elevata ad esempio da decostruire e criticare. Ma è davvero così? Da chi, come Hobbes, punta il dito sullo «stesso ragionamento motivato, le stesse prove inesistenti e gli stessi indifendibili standard editoriali che disinformarono il pubblico sulle liti temerarie», ci si aspetterebbe quantomeno una corretta verifica delle vicende su cui promette di gettare una luce “terza”, non-motivata e capace di riportare il discorso alla sua naturale dimensione. Se l’Atlantic e l’Economist stanno plagiando i loro lettori per vendere qualche copia in più, per dire che il re è nudo non ci resta che raccontare la verità, giusto? Mirabile a dirsi, ma no: sbagliato. Nel suo Substack, Hobbes parla di «conseguenze professionali di routine» patite dalle persone intervistate da Applebaum, e per farlo e perorare la sua causa di pompiere falsa in tutto o in parte ogni singolo caso che passa in rassegna. Nella paziente e precisa risposta che gli ha dato l’autrice Cathy Young tutto diventa più chiaro, e – purtroppo per le migliaia di persone che hanno condiviso il suo intervento entusiasticamente – la malafede traspare in modo limpido e indiscutibile. Per entrare nello specifico delle menzogne del giornalista-debunker: non è vero che il compositore Daniel Elder, senza lavoro dopo un post su Instagram in cui criticava rispettosamente il rogo del municipio della sua città durante una manifestazione di Black Lives Matter, è stato semplicemente «ritirato dalle esibizioni» (la sua etichetta l’ha lasciato a piedi, semmai); non è vero che Alexandra Duncan, autrice di un libro di genere young adult che conteneva un capitolo scritto dal punto di vista di una ragazza nera, e per questo vittima di shitstorm d’accusa di cultural appropriation a profusione che l’hanno portata ad annullarne l’uscita, ha soltanto «ricevuto critiche per il concept di un manoscritto inedito e ha deciso di non pubblicarlo», come in una cordiale seduta di autocoscienza collettiva; non è vero che il dottorando Colin Wright, che non è riuscito a trovare lavoro dopo aver pubblicato alcuni saggi critici dell’identità di genere, abbia mai scritto che «le persone trans non esistono», come dice Hobbes; e non è vero neanche che la docente della New School Laurie Sheck, citando per esteso un brano dello scrittore afroamericano James Baldwin in cui appariva la “n-word” a una classe di scrittura creativa nel 2019, se l’è cavata con un rapido buffetto da parte dell’ateneo dopo essere stata segnalata da due studenti: è lei stessa ad aver spiegato di aver dovuto scrivere alla Foundation for Individual Rights in Education per uscire dall’impasse col suo datore di lavoro, durato mesi. E si potrebbe continuare, ma rimandiamo alla contro-disamina di Young. Il punto è che, ancora una volta, su questi temi i debunker devono essere debunkati a loro volta, perché anche quando si vendono come “terzi” e desiderosi di ripianare narrazioni mediatiche (che spesso sono oggettivamente fuori scala, va detto), in realtà stanno mettendo in circolo ulteriori balle, che si sommano alle tonnellate già riversate nel discorso pubblico. In Italia, ad esempio, la cosiddetta cancel culture – un’espressione che, per inciso, Anne Applebaum nel suo saggio cita soltanto per parlare di come la destra l’abbia resa un feticcio per «difendersi da critiche, anche legittime» – è stata accostata in interventi “di fact-checking” simili a semplici forme di «boicottaggio promosse online con cui ci si dissocia da aziende o celebrità che hanno manifestato comportamenti controversi od oltraggiosi». Una cosa che evidentemente non è, e una definizione parziale e fuorviante che non può che ostacolare la comprensione e, quindi, il dibattito su questi temi. La cancel culture non è affatto il maggior problema del 2021, siamo d’accordo: ma dato che non lo è, qual è il senso di arrabattarsi in difese d’ufficio contraddittorie, intenzionali confusioni di piani e menzogne dure e pure? Lo stesso Hobbes avrebbe potuto limitarsi a sostenere quel che pure sostiene nel suo j’accuse apparentemente terzista, benché confinato al finale del sermone: al potere negli Stati Uniti ci sono ancora personaggi che fanno un vario grado di comunella coi razzisti, e talvolta si indignano e vanno in guerra perché qualche professore di scuola media vuole dire due parole alle sue classi sulla schiavitù nella storia americana. Perché il fact-checker lo ha fatto solo tangenzialmente? Beh, perché non gli serviva a realizzare il suo vero intento: che i fascisti rimangano il pericolo peggiore lo dice, e senza mezzi termini, anche la stessa Applebaum, cioè la destinataria della sua aspra critica. L’oggettivo, neutrale e post-politico fact-checker si è trovato così in una posizione scomoda: come si fa a dare alla moderata anti-cancel culture della utile idiota dei reazionari, se è lei stessa a scrivere che il problema sono i reazionari? Hobbes nel suo testo la risolve col più penoso degli stratagemmi: accusa la storica di puntualizzarlo solo «dopo otto paragrafi», e in ogni caso di farlo in un articolo che parla di «Nuovi puritani», come se fosse un titolo incendiario. Potrebbe sembrare un caso qualunque, ma il pezzo di Hobbes negli ultimi giorni ha avuto migliaia di migliaia di condivisioni ed encomi negli Stati Uniti, anche da parte delle élite che dominano nell’estabishment dei media, della cultura e dell’università. Questa dinamica rende manifesto un dato di fatto a lungo ignorato: in un dibattito così ideologico e privo di sfumature, da una parte e dall’altra, sarà difficile trovare un “pacificatore” disposto a prendersi il peso di sbrogliare la matassa senza sposare totalmente la prospettiva di una singola fazione in lotta, perché significherebbe scontentare entrambe, addentrandosi in un campo minato in cui nessuno ha ragione in maniera univoca e definitiva. Non ci sono solo conservatori zittiti e cancellati a ogni piè sospinto, nelle guerre culturali americane, ma nemmeno soltanto attivisti vittime di isterie mediatiche. La realtà, anche se può non piacerci, è complessa. Al formato di articolo-del-debunker-che-ci-spiega-che-è-tutta-una-invenzione (o, nel caso inverso, che La-Fine-È-Vicina), di questi tempi, bisogna sempre fare una tara attenta e meticolosa. Non è oro tutto quel che luccica, anche se a prima vista sembra un metallo fatto apposta per una condivisione da nemesi dell’avversario. E si è visto: l’articolo “chiarificatore” dell’onesto Hobbes soltanto su Twitter ha cinquemila mi piace; quello che lo smentisce, di Cathy Young, qualche decina. Sipario.

«Il nostro dibattito sulla cancel culture? È troppo semplicistico e manicheo». Samuele Damilano L’Espresso il 23 settembre 2021. In Europa affrontiamo l’argomento in termini binari, decontestualizzati dalla traiettoria statunitense. Ma ci sono precise ragioni storiche che spesso sottovalutiamo e da cui nascono poi gli eccessi. Parla Mario Del Pero, professore di Science Po, che fa il punto sulla polemica sulla sinistra illiberale aperta dall’Economist. «Il dibattito in Europa e in Italia è troppo semplicistico, funzionale agli interessi di singoli. Non riesce a tenere conto delle tante variabili necessarie ad avere una lucida analisi». Mario Del Pero, professore di storia internazionale e statunitense a Science Po, prova a fare chiarezza sulla confusione che regna attorno ai temi della “sinistra illiberale” e della cancel culture. «Sono tre i capisaldi da tenere a mente: il riconoscimento degli eccessi da parte della cultura woke (ovvero l’allerta alle ingiustizie e discriminazioni razziali e sociali, ndr), le motivazioni storiche che ne sono alla base, e la contro-reazione che ne scaturisce».

Da qualche giorno si è aperto un dibattito sulla “sinistra illiberale”, dopo la copertina dedicatagli dall’Economist. Da professore di storia statunitense a Parigi, come si pone sull’argomento?

Innanzitutto, la discussione, in Italia come in Francia, viene portata avanti in maniera molto schematizzata, in termini binari e decontestualizzati dalla traiettoria storica statunitense. Ci sono evidenti eccessi woke, ne abbiamo molteplici esempi, anche caricaturali.

Che ripercussioni hanno questi eccessi sull’insegnamento?

Io insegno in un’università internazionale, che in alcuni campus ha più della metà degli studenti nordamericani, dunque vedo molto bene come tutto ciò incide sulla maniera di porci in aula. Mi è capitato per esempio di accostare l’aggettivo “sexy” alla tesi di dottorato di Condoleeza Rice, in quanto l’argomento della sua tesi di dottorato, scienza politica militare in senso stretto del termine, non era accattivante. Un gruppo di tre studentesse mandò allora una mail di protesta in cui sostenevano non fosse giusto accostare questo aggettivo alla prima donna afroamericana Segretaria di stato. Trovai l’episodio bizzarro perché gli statunitensi sanno perfettamente quali accezioni può avere il termine.

Come trovare dunque il compromesso?

Essere sensibilizzati e fare i conti con un linguaggio che noi diamo per scontato, e che invece porta con sé un carico di implicazioni, va bene. Il problema è che molto spesso si va oltre. Io insegno in piccoli seminari o lezioni con 400 studenti. Dopo due ore la battuta serve a far risposare tutti. Ma la battuta è per forza caricatura, e nel clima di oggi sembra che tutte siano scorrette. Il risultato è che non si scherza più in aula. Dall’altro lato, però, bisogna sempre considerare che l’azione estrema che spesso sfocia in radicalismo per i temi legati alla razza e al genere non è nata nel vuoto perché un po’ di studenti sono andati fuori di testa. Ma perché nella storia europea e, in particolare, statunitense, tali discriminazioni di razza e di genere hanno segnato e marchiato ab origine quella stessa storia.

Con il rischio di ignorare o sorvolare su tali discriminazioni

Esatto. Noi tutti ricordiamo Disney che censura i film, ma non prestiamo alcuna attenzione a quello che fanno tanti Stati nel controllare i libri di testo nelle scuole superiori. Basta vedere le risoluzioni del governo del Texas: si insegna nel 2021 come se fosse il 1920. Quando Disney mette mano a Dumbo e in Italia si levano voci sdegnate, non si nota che la scena in questione rappresenta quattro corvacci con l’accento afroamericano sovraccaricato che prendono il giro l’elefante. Uno di questi si chiama Jim crow, che dà nome al sistema segregazionista tra fine ‘800 e ‘900. È come se ci fosse un cartone ‘40 che mostra stereotipi antisemiti, come un ebreo col naso adunco, speculatore.

Tutto ciò con un’informazione non sempre abile, e volenterosa, di cogliere queste sfumature

Mi è capitato tempo fa di vedere sul Tg2 un servizio sulla Howard University, in cui una giornalista diceva una marea di sciocchezze: il messaggio era che “l’Università dei neri ha bandito gli studi classici perché considerano Socrate e Cicerone dei suprematisti bianchi. La dimostrazione è che il dipartimento di studi classici stava chiudendo”. La verità è che La Howard University propone oggi degli studi, come gli african american studies, che attirano di più gli studenti rispetto alle materie classiche. Nel contesto di una crisi generale delle discipline umanistiche, il dipartimento è stato chiuso e i corsi sono stati spalmati, non c’entra niente il suprematismo bianco.

In Francia poi si discute molto dell’ingresso di queste idee: porre l’accento sulla discriminazione razziale e, ancor più, religiosa, aprirebbe un vaso ricolmo di critiche, presa di coscienza e protesta contro la disuguaglianza. Con un secondo rischio: che queste esagerazioni vengano cavalcate dall’estremo opposto. Éric Zemmour, che paventa “la grande sostituzione della razza bianca”, ne è l’esempio più eclatante

Parigi è una città segregata, che ha provato negli ultimi 20/30 anni a superare un sistema molto marcato, derivato dalle ondate migratorie nel dopoguerra. Anche la mia università ha attivato da vent’anni a questa parte una procedura di ammissione privilegiata per persone che provengono da zone svantaggiate, una sorta di discriminazione positiva.

Ma anche questo ovviamente ha generato tensioni, perché va contro l’idea di meritocrazia come unico criterio, tipica della Repubblica francese. La Francia in ogni caso deve fare i conti con il passato, perché ancora oggi la discriminazione razziale è un tabu. Anche per evitare che le conseguenze negative di queste discriminazioni, dal terrorismo alla mancanza di sicurezza, vengano sfruttate dai Zemmour di turno. Il primo risvolto positivo per questi personaggi è la possibilità di non fare i conti con elementi reali e problemi che poi generano queste reazioni, sfruttate tendenziosamente per poter affermare di “dar voce a chi è oppresso”. 

Le ultime da Babele. La cancel culture e altre cose che non esistono, tranne quando esistono. Davide Piacenza il 21 settembre su 2021 l'Inkiesta. In un dibattito culturale reso dialogo fra sordi da piattaforme in cerca di engagement, da una parte il politicamente corretto è diventato il babau, dall’altra ci si affretta a scrollare le spalle a suon di “la cancel culture non esiste”. E la discussione seria, mai così importante, è diventata una chimera. In quell’eterna indolente domenica pomeriggio che è Twitter c’è posto per tutto: “Would you like to fight for civil rights or tweet a racial slur?”, ci chiedeva Bo Burnham in una delle sue brillanti canzoncine rimasteci in testa dopo aver visto il suo speciale su Netflix. Ma quando non si lotta per i diritti civili, tra un trending topic e l’altro, da qualche tempo sui social network ci si accapiglia sul più insondabile dei misteri, dando involontariamente vita a una diatriba gnoseologica permanente sull’imprendibile pietra filosofale di questi anni intellettualmente perduti: la cancel culture. Che l’espressione provochi contemporaneamente irritazione cutanea, nausea ed epistassi a molti – me compreso – non è un caso: anche rimanendo nei confini immaginari dell’internet italiano, nell’ultimo anno è diventata la parola d’ordine di scontri più e meno fratricidi che hanno portato seri professionisti, tuttologi improvvisati, stimati accademici, pensosi titolari di dottorati, prolifici giornalisti e generici ossessionati a berciarsi contro per ore ogni giorno, scomunicandosi a vicenda e accusandosi con crescente veemenza in gogne a spirale ricche di fallacie e screenshot. Da una parte c’è chi si fa portavoce delle minoranze e denuncia in ogni incarnazione del sistema socio-politico corrente – e anche in parecchi tweet innocui, a onor del vero – una pistola fumante del “privilegio” dell’onnipresente, stereotipico “maschio bianco cis-etero” ai danni degli oppressi, mutuando il glossario della critical theory statunitense e intervenendo con l’urgenza collettiva che ne consegue; nell’angolo opposto, chi tende a vario grado alla concettualizzazione di un’improbabile “dittatura” del politicamente corretto, che – ad ascoltare la destra salvinian-meloniana, sua principale propugnatrice alle nostre latitudini – si concretizzerebbe nella rimozione sistematica e intrinsecamente iconoclasta di tutto ciò che è senso comune, tradizione e valore condiviso. Poco sorprendentemente, un dibattito partito con queste premesse si è rivelato non essere un dibattito: avventurandosi nel discorso con una posizione approfondita che non si riduce all’assolutismo incallito di nessuno dei due poli in lotta, il solito proverbiale e sventurato alieno di passaggio sulla Terra si troverà accusato di sostenere la caccia alle streghe di invasati da una parte, e di interpretare il poco encomiabile ruolo dell’utile idiota dei reazionari dall’altra. Trovatosi tra i due fuochi di thread incrociati, oscuri non sequitur e accostamenti polemici a estremismi contrapposti, probabilmente l’alieno riguadagnerà in fretta la scaletta della sua navicella e tornerà felice a forme di vita più intelligenti. In mancanza di quest’opzione, però, rimaniamo in questa galassia: anzitutto va detto che non si nota traccia di alcuna «dittatura del politicamente corretto» che possa turbare il nostro sonno, specialmente in Italia, dove il discorso pubblico rimane anzi dominato dall’implicita regola per cui tutto è dicibile e quasi tutto fattibile. Il pol.corr. di per sé, peraltro, non è affatto una iattura, ma solo un necessario cambio di paradigma linguistico-culturale che tiene conto di nuove sensibilità in società, come quelle occidentali, che negli ultimi decenni hanno visto cambiare radicalmente la loro composizione demografica e parte dei loro valori condivisi. Sgombrato il campo dal babau della correctness rimane lei, la kryptonite e l’ambrosia: sua maestà la cancel culture. Il termine, usato in modo impreciso come sinonimo di politicamente corretto, si riferisce in realtà a tutt’altro. Dovendo riassumerne il significato, si potrebbe tentare con: la tendenza a chiedere che una rappresentazione di idee o atteggiamenti contrari alla morale corrente – che siano stati espressi il giorno precedente o dieci anni prima non fa granché differenza – non venga soltanto criticata e portata ad avviare nuove e più inclusive discussioni, com’era la migliore prassi in precedenza, ma anche punita con la decadenza immediata da ogni ruolo e piattaforma (anche privati o professionali) del responsabile, sull’onda di shitstorm organizzati ad hoc su Twitter e altrove. Se il politicamente corretto in Italia è ancora un miraggio, la cancel culture ha invece già i suoi adepti, perché nella vita culturale delle nicchie online i confini sono labili, e gli strumenti direttamente gli stessi. I casi di cancel culture – anch’essa, ovviamente, un fenomeno che poco ha a che fare con le caratterizzazioni grottesco-emergenziali che ne fa la destra – abbondano, e spesso arrivano da sinistra (anche se dire che «arrivano da sinistra» non significa che tutti gli attivisti più impegnati a sinistra agiscano in questo senso, né che la destra ne sia esente), per il semplice ma rilevante fatto che i messaggi di inclusione trovano terreno fertile nel pubblico dei social network e negli interessi economici delle aziende, e difendere un principio buono e giusto con metodi giacobini risulta genericamente meno sanzionabile. Esempi concreti di questo oggetto misterioso, brandito e sbertucciato? Eccone un po’: a maggio del 2020 il sondaggista politico David Shor ha perso il lavoro per aver twittato dati che rivelavano che alcuni episodi di vandalismo a Minneapolis seguiti all’uccisione di George Floyd avevano rinvigorito il consenso dell’allora presidente Trump (e molti a sinistra hanno pensato che se lo fosse meritato); nel 2018 l’allora direttore della New York Review of Books, Ian Buruma, ha visto terminare bruscamente la sua carriera di accademico e scrittore per aver pubblicato sulla sua rivista il saggio di un autore precedentemente scagionato in tribunale da accuse di violenza sessuale; nell’estate dell’anno scorso il compositore Daniel Elder ha postato sul suo account Instagram un messaggio in cui si lamentava del rogo dello storico municipio di Nashville, la sua città, durante una manifestazione di Black Lives Matter: la sua etichetta ha smesso di pubblicarlo, e i cori preferiscono non cantare la sua musica temendo danni d’immagine. A marzo la giornalista afroamericana Alexi McCammond, che di lì a poco sarebbe diventata la nuova direttrice di Teen Vogue, è stata costretta a farsi da parte per una serie di tweet xenofobi risalenti a dieci anni prima, quando non era ancora maggiorenne (poco dopo Christina Davitt, una delle giornaliste della testata più attive nel rimprovero pubblico collettivo contro McCammond, è finita nell’occhio del ciclone a sua volta per alcuni tweet del 2009 in cui usava la famigerata n-word); ad aprile l’American Humanist Association ha ritirato, dopo 25 anni, il premio di Humanist of the Year conferito nel 1996 al divulgatore e biologo britannico Richard Dawkins, colpevole di aver postato un tweet mal interpretabile sulle persone transgender. Esempi come i precedenti sono diventati parte integrante delle cronache quotidiane d’oltreoceano, oltre che le linee lungo cui si combattono le culture wars di cui ci arriva un’eco attutita ma discussa: a giugno del 2020 la Tulane University di New Orleans ha cancellato un incontro con l’autore di un acclamato libro antirazzista, Life of a Klansman di Edward Ball – in cui Ball ricostruisce la storia del suprematismo bianco a partire da un bisnonno unitosi al Ku Klux Klan – perché diversi studenti, associazioni e altri corpi universitari hanno visto nell’invito una scelta «dannosa e offensiva»; tra il 2018 e il 2019 l’Università del Wisconsin si è piegata a una petizione che chiedeva di rimuovere dai suoi campus il nome dell’attore degli anni Trenta Fredric March (“È nata una stella”), dato che più di cent’anni prima era stato parte per pochi mesi di un gruppo studentesco omonimo (ma precedente) del Ku Klux Klan, che tuttavia non aveva niente da spartire con l’organizzazione suprematista bianca (March, ha spiegato sul New York Times il linguista afroamericano John McWorther, era peraltro un acceso nemico delle disparità razziali, e nella sua vita si è trovato spesso al fianco di Martin Luther King). A marzo il columnist del Times Charles M. Blow ha visto nelle goffe e ridicolizzate avances del personaggio dei cartoni animati Pepe la puzzola un simbolo della «rape culture» di cui faremmo bene a disfarci; il biografo di Philip Roth, Blake Bailey, ha assistito alla messa al macero della sua opera per accuse di molestie risalenti a trent’anni prima; ad agosto del 2020 Greg Patton, un professore di cinese della University of Southern California, è stato sospeso per aver pronunciato un intercalare della lingua cinese che, per sua sfortuna, ha un’assonanza con la n-word; a maggio la giornalista di Associated Press Emily Wilder è stata licenziata da Associated Press dopo essere finita nel tritacarne di una gogna online innescata da un’associazione studentesca di destra di Stanford per le sue simpatie pro-Palestina. Eccetera, eccetera, eccetera. Davanti a questa babelica cornucopia di casi suona difficile ripetere, come fanno molti per partito preso a sinistra, che “la cancel culture non esiste”. Eppure succede ogni giorno: “la cancel culture non esiste” è diventato una specie di passepartout di integrità ideologica, un sinonimo di progressismo senza macchia, in alcuni ambienti qualcosa di non lontano da un lasciapassare di riconoscimento. Quando mi capita di discutere con persone – spesso in buona fede e con idee progressiste, beninteso – di casi di cancellazioni evidenti, o di gogne con effetti annientanti sulla vita delle persone (la storica Anne Applebaum, nel suo recente magistrale saggio sull’Atlantic, ha raccolto le testimonianze delle vittime dirette e collaterali di cancel culture, che comprendono anche storie di suicidi) di solito mi trovo davanti a tre reazioni distinguibili: la prima dice, in essenza, che le vittime non sono poi così vittime, e in ogni caso se la caveranno trovando nuovi pubblici più adatti a loro; d’altronde se sono state prese di mira dai militanti per la giustizia sociale saranno a vario titolo privilegiate, no? (Non proprio: lo dimostra la lista sopra); la seconda sostiene che per il greater good dell’equità sociale, qualche effetto collaterale può essere tollerato: d’altronde quanto a lungo i neri, i transgender e le persone non binarie, tra gli altri, sono stati marginalizzati? (Al di là dell’inaccettabilità di un argomento che predica un livellamento verso il basso fatto di vendette postume e indiscriminate, non è chiaro come non far lavorare un compositore o rimuovere Pepe la puzzola dalla tv per bambini cambierà qualcosa nella quotidianità delle minoranze); la terza obietta che sì, il fenomeno alla base è evidente a tutti – d’altronde le gogne sono sempre esistite, giusto? – ma “cancel culture” è un’espressione inventata dalla destra, e usarla fa evidentemente il gioco della destra (detto che il termine è entrato nel linguaggio corrente e non esistono, al momento, sinonimi utilizzabili: stiamo forse affermando che un fenomeno si può indagare, studiare ed eventualmente criticare solo se non potrebbe essere strumentalizzato da Salvini? Smetteremmo mai di dirci a favore dell’accoglienza indiscriminata dei profughi perché altrimenti, signora mia, “si fa un favore a Salvini”?). Alla radice di quello che chiamiamo cancel culture, a ben vedere, ci sono gli strumenti sui quali viene messa in atto: i social network. Abbiamo delegato il dibattito pubblico e culturale a luoghi pensati per elidere le sfumature, scavare trincee, plagiare, massimizzare le divisioni e renderci irosi e manichei; piattaforme private in cui l’hate speech viene diffuso tutt’altro che «in maniera del tutto irrilevante», come talvolta sostenuto in scioltezza da editorialisti nostrani forse poco aggiornati, ma i cui stessi piani di business si fondano sul carburante altamente inquinante dell’engagement a ogni costo. Il Wall Street Journal ha recentemente ottenuto un documento interno di Facebook che prova che uno dei più fondamentali aggiornamenti dell’algoritmo di Menlo Park, nel 2018, ha avuto «effetti collaterali malsani» sulle conversazioni online, contribuendo a un’ulteriore polarizzazione e a un drastico impoverimento del dibattito. La fenomenologia dello shitstorm è ancora quella individuata dal saggio del 2015 che ha aperto le porte della discussione sulle gogne a mezzo internet, “I giustizieri della rete” (Codice) di Jon Ronson, ma il suo campo d’applicazione è sempre più strutturato e pervasivo. Per verificare la qualità dell’aria basta fare come i migliori reporter: recarsi sul posto. Una qualunque mezz’ora su Twitter e Facebook rivelerà utenti sempre più asserragliati in enclosures di gruppi ormai in tutto e per tutto indistinguibili da ordini sacerdotali, dove a comandare sono intelligenza collettiva e un marcato spirito di corpo, e in cui una singola polemica col passare dei giorni può generare dozzine, centinaia di messaggi variamente accaniti, retoricamente violenti, ossessivi, con toni esacerbati e molto spesso del tutto fuori scala rispetto ai loro bersagli. Astrusi sub-tweet sul nemico di turno chiamano a raccolta visualizzazioni e follower con un fischio; banalizzazioni, imprecisioni e bugie dure e pure, l’apostrofo rosa dei 280 caratteri, creano sapienti esche di ingaggio a cui è impossibile non abboccare. Insultereste mai in dodicimila un tizio che ha fatto una battuta ottusa al supermercato? Desiderereste mai che perdesse il lavoro a causa di quella battuta? Leggo spesso che quanto sta avvenendo è intrinsecamente legittimo, in quanto espressione pratica di un fenomeno di per sé positivo come il politicamente corretto, che sta solo sanando – in modo perfettibile, certo – un problema di rappresentazione “sistemico”, colmando il gap tra “privilegiati” e “oppressi”; rendendo, insomma, il mondo un posto migliore. Ma un mondo in cui il nemico è sempre alle porte (e si nasconde in ogni minimo possibile marker che per alcuni evoca anche lontanamente un’eterodossia morale: da una vignetta ironica sulla schwa di un fumettista a una battuta sui pronomi inclusivi di una comica), dove il dialogo è non solo impossibile, ma sovente orgogliosamente rifiutato, e nel quale gli strumenti di comunicazione favoriscono by design la delazione e la molestia reciproca è tutt’altro che migliore. Postulare una scelta univoca e “politica” tra sostenere le battaglie delle minoranze e denunciare un clima culturale di censura, gogne e abusi è una scorrettezza argomentativa da assemblea liceale, una falsa opposizione. Fare le veci di gruppi sottorappresentati per poi sostituirsi regolarmente ad essi nei tribunali online, sminuendo de facto la loro capacità di raccontarsi, autodefinirsi e generare dissenso diretto (il rogo che è costato la carriera al compositore Daniel Elder era stato appiccato da un ragazzo bianco come lui) è almeno un controsenso. Proclamarsi in favore della sensibilità e del rispetto altrui e non tenere conto di trascurabili dettagli come il contesto, le intenzioni e gli effetti sulle vite personali delle vittime di shitstorm suona quantomeno contraddittorio. Per dirsi veramente corretto, il mondo in fase di rinnovamento dovrà anche tornare a occuparsi di antichi errori, a partire dai sani principi diventati mero sfoggio di virtù.

L’erba voglio e la società dell’obbligo. Marcello Veneziani, La Verità (17 settembre 2021). Indovina indovinello, cosa mancava all’appello e alla filiera dopo i diritti omo-trans, l’utero in affitto, le applicazioni gender, l’aborto, l’eutanasia, lo ius soli? Ma la droga, perbacco. Mancava un grano al rosario progressista della sinistra, e in particolare al Pd che è un partito radicale a scoppio ritardato; e puntualmente è arrivato a colpi di firme sulla cannabis. Riciccia per l’ennesima volta la battaglia per la sua legalizzazione, ora in forma di referendum. Una proposta proteiforme e reiterata che si modifica di volta in volta secondo le circostanze e le opportunità del momento, ponendo l’accento ora su uno ora su un altro aspetto. Stavolta l’ariete per sfondare la linea è la coltivazione di canapa o marijuana a scopo terapeutico. Chi è così disumano da opporsi al caso limite di un malato che usa la droga e se la fa crescere in giardino per lenire le sue sofferenze e curare i suoi mali? Poi sotto la pancia delle greggi, come fece Ulisse con Polifemo, passa di tutto: non solo leggi per malati e sofferenti e ben oltre le rigorose prescrizioni e certificazioni mediche sull’uso terapeutico di alcune sostanze o erbe. Curioso questo paese che non consente i minimi margini di libertà e di dissenso nelle cure e nei vaccini per il covid, anzi perseguita e vitupera chi non si allinea e poi permette che ciascuno sia imprenditore farmaceutico di se stesso e si fabbrichi e si coltivi la sua terapia lenitiva direttamente a casa sua… L’autoritarismo vaccinale si trasforma in autarchia terapeutica se di mezzo c’è la cannabis. È il green pass al contrario: il pass per consumare green, cioè erbe “proibite”. Ma non è di questa ennesima battaglia, a cui ci siamo già più volte dedicati in passato, che vorrei parlarvi; bensì di quella filiera, di quel presepe di leggi, referendum e diritti civili di cui fa parte e che compone un mosaico dai tratti ben precisi. Ogni volta ci fanno vedere solo un singolo caso di un singolo problema portato all’estremo e noi dobbiamo pronunciarci come se fosse un fatto a sé, o un caso umano, indipendente dal contesto. E invece bisogna osservarli tutti insieme, perché solo così si compone la strategia e l’ideologia e prende corpo il disegno che ne costituisce il motivo ispiratore, l’ordito e il filo conduttore. È solo cogliendo l’insieme che si vede più chiaramente dove vanno a parare questi singoli tasselli o scalini, verso quale tipo di società, di vita, di visione del mondo ci stanno portando. Qual è il filo che le accomuna, la linea e la strategia che le unisce? Per dirla in modo allegorico e favoloso, è l’Erba Voglio. Avete presente la favola dell’erba voglio del principino viziato che vuole continuamente cose nuove e si gonfia di desideri sempre più grandi? Ecco, l’erba voglio è la nuova ideologia permissiva, soggettiva e trasgressiva su cui è fondato tutto l’edificio di leggi, di proposte, di riforme. Il filo comune di queste leggi è che l’unico vero punto fermo della vita, l’architrave del diritto e della legge è la volontà soggettiva: tu puoi cambiar sesso, cambiare connotati, mutare stato, territorio e cittadinanza, liberarti della creatura che ti porti in corpo o viceversa affittare un utero per fartene recapitare una nuova, puoi decidere quando staccare la spina e morire, decidere se usare sostanze stupefacenti e simili. Tu solo sei arbitro, padrone e titolare della tua vita e del tuo mondo; questa è la libertà, che supera i limiti imposti dalla realtà, dalla società, dalla natura, dalla tradizione. E non importa se ogni tua scelta avrà poi una ricaduta sugli altri e sulla società, su chi ti è intorno, su chi dovrà nascere o morire, sulla tua famiglia, sul tuo partner, sulla tua comunità, sulla tua nazione. Il tuo diritto di autodeterminazione è assoluto e non negoziabile, e viene prima di ogni cosa. Ora, il lato paradossale di questa società è che lascia coltivare, in casa, l’Erba Voglio ma poi dà corpo a un regime della sorveglianza e del controllo ideologico, fatto di censure, restrizioni e divieti. Liberi di farsi e di disfarsi come volete, non liberi però di disubbidire al Moloch del Potere e ai suoi Comandamenti pubblici, ideologici, sanitari, storici e sociali. Anarchia privata e dispotismo pubblico, soggettivismo e totalitarismo, Erba Voglio e Pensieri scorretti proibiti, Erba voglio e divieto di libera circolazione. Ma le due cose non sono separate, estranee l’una all’altra e solo casualmente e contraddittoriamente intrecciate. La libertà nella sfera dell’io fa da contrappeso, lenitivo e sedativo della coazione a ripetere e ad allinearsi al regime della sorveglianza. Ci possiamo sfogare nel privato di quel che non possiamo mettere in discussione nella sfera pubblica. Porci comodi nella tua vita singola in cambio di riduzione a pecore da gregge nella vita global. Puoi sfasciare casa, famiglia, nascituri, te stesso e i tuoi legami ma guai se attenti all’ordine prestabilito e alle sue prescrizioni tassative. Liberi ma coatti. La droga libera è oppio dei popoli e cocaina degli individui, narcotizza i primi ed eccita i secondi; aliena entrambi nell’illusione di renderli più liberi, li rende schiavi mentre illude di renderli autonomi. Benvenuti nella società dell’erba voglio e dell’obbligo di massa. MV, La Verità (17 settembre 2021)

Cari sì pass, ricordatevi “Philadelphia”.  Redazione di Nicolaporro.it il 19 Settembre 2021. Sono diventati ciò che odiavano. La pandemia ha completamente ribaltato la loro prospettiva sul mondo frutto di anni di lotte e conquiste sociali e politiche. Ci riferiamo ovviamente a tutti coloro che fino al 2019 si riempivano la bocca di parole quali uguaglianza, diritti, inclusione sociale, lotta a qualsiasi tipo di discriminazione. Ecco, di fronte al virus tutto questo si è disciolto come neve al sole. Oggi il fine giustifica qualsiasi mezzo, financo l’annullamento del diritto al lavoro sancito all’articolo 1 della loro amatissima carta costituzionale. Sono passati dall’altra parte della barricata, insomma, da vittime a carnefici. Già, ora sono loro i cattivi della storia. E a questo proposito, ci torna in mente uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema degli anni ’90. “Philadelphia”, il capolavoro di Jonathan Demme con Tom Hanks (premio Oscar miglior attore protagonista) e Denzel Washington nei panni dei protagonisti.

La trama. Ricorderete tutti la trama, Andrew Beckett (Tom Hanks) è un brillante avvocato di un prestigioso studio legale di Philadelphia. E’ omosessuale e si ammala di AIDS nascondendo la malattia ai suoi datori di lavoro. Se non che i boss lo scoprono e lo licenziano per “giusta causa”. Toccherà poi a Joseph Miller (Denzel Washington) difendere il collega dimostrando che la reale motivazione alla base del suo allontanamento era in realtà l’orientamento sessuale di Andy e la paura della diffusione del contagio di HIV da parte dei colleghi. Già, la paura. Il pregiudizio. Il film si basa tutto su questo e su come Miller riesca pian piano a superare gli stereotipi della società in cui è cresciuto, diventando amico di Andy e vincendo la super causa milionaria. Una storia che ha commosso tutti, senza distinzione di credo politico, tanto da fare entrare Philadelphia nel gotha del cinema, anche e soprattutto in virtù degli insegnamenti e dei principi che veicolava.

Parallelismi con il presente. Come non trovare dei punti di contatto con quello che sta accedendo nel tempo del Covid. Oggi come allora si lotta contro un virus. Solo che nei primi anni ’90, periodo in cui è ambientato il film, l’HIV mieteva molte più vittime e le conoscenze mediche del fenomeno erano scarse, soprattutto per quanto riguardava la trasmissibilità. Quindi il timore di ammalarsi, poteva essere, per certi versi, anche giustificato. Eppure Andy ha vinto la causa. Fu pregiudizio, discriminazione. E qual è l’essenza della discriminazione? Ce lo spiegano Beckett e Miller: “il formulare opinioni sugli altri non basate sui loro meriti individuali ma piuttosto sulla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche”. Ebbene, questo è esattamente ciò che sta avvenendo oggi nei confronti delle persone non vaccinate che da metà ottobre non potranno più recarsi al lavoro senza avere il lasciapassare. Discriminazione. Si obietterà che, al contrario del protagonista del film, questi individui abbiano la possibilità di scelta. Vero, ma attenzione: chi l’ha detto che una persona non vaccinata sia automaticamente malata? Un individuo non è sano fino a prova contraria? E anche se non lo fosse, siamo così certi che sarebbe colpa sua? Era forse colpa di Andy se era omosessuale e se ha contratto la malattia? Sospensioni, multe, blocchi di stipendio. Ma fino a dove saranno disposti a spingersi? Checché se ne dica, nessuna carta costituzionale al mondo, nessuna legislazione giuslavoristica, nessuna norma etico-morale può concepire una tale prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Eppure sta succedendo. Devono essersi proprio dimenticati tutto. Hanno versato lacrime per Andy che se ne è andato in pace, sereno, dopo aver ristabilito il suo onore. Hanno fatto il tifo per l’avvocato buono che era saputo andare oltre i suoi limiti e ha lottato in difesa dei più deboli. Oggi, invece, sono diventati esattamente come i colleghi e i datori di lavoro del legale sieropositivo. Vigliacchi, impauriti, cattivi. Pronti a tutto pur di difendere la loro salute e la loro confort zone morale. Chissà che riguardare Philadelphia oggi non possa avere un effetto catartico su queste persone. Dio solo sa quanto ci sia bisogno di redenzione.

Cosa minaccia la nostra civiltà. Andrea Muratore il 28 Settembre 2021 su Il Giornale. "La crisi della civiltà" di Johan Huizinga segnala quali fossero le minacce alla civiltà europea nell'era dei totalitarismi secondo gli occhi del filosofo. "Noi viviamo in un mondo ossessionato. E lo sappiamo": si apre così il saggio "La crisi della civiltà" di Johan Huizinga, il grande filosofo e pensatore olandese che diede alle stampe per la prima volta il libro nel 1935, nel pieno del decennio che avrebbe condotto l'Europa a completare il suo "suicidio" iniziato nel 1914 con lo scoppio della seconda guerra mondiale. "La crisi della civiltà" ha nell'originale olandese (In de schaduwen van morgen) e nel suo corrispettivo inglese (In the Shadows of Tomorrow) un titolo forse ancora più evocativo, letteralmente "Nelle ombre del domani". Huizinga, teorico profondo del pensiero libero, avversario di ogni dittatura e critico dell'ideologia dell'uomo-massa che già altri autori, come José Ortega y Gasset, avevano aspramente contestato presagiva che l'Europa si stesse avviando a lunghi passi verso l'abisso. Come Ortega y Gasset e come Oswald Spengler, Huizinga si concentra sulla nascita dei totalitarismi e sull'oggettivizzazione dell'uomo di fronte alla tecnica, alle ideologie massificatrici, all'appiattimento del libero pensiero per teorizzare una forma di resistenza che, al contrario dei suoi coevi, percepisce però innanzitutto come personale ed individuale. Huizinga non può fare a meno di confrontare la crisi presente con quelle dei secoli passati e sottolineare come a venire meno, a suo avviso, sia stato l'estro creativo e culturale degli europei che ha funto da antidoto, a lungo, contro ogni vocazione autoritaria e ogni massificazione. La sua è una figura di intellettuale impegnato che è nel mondo, ma non del mondo, impastata di concretezza e realismo pur nella consapevolezza critica della deriva dell'epoca a lui contemporanea. Più di Ortega y Gasset, Huizinga vede possibilità di ripresa da uno scenario sfavorevole fonte di proliferazioni sistemiche per ideologie totalitarie e antiumane. Ne "La crisi della civiltà" l'autore parla di una "purificazione" degli spiriti da realizzarsi però lungo una linea di riproposizione del liberalismo così come si era affermato nell'Ottocento, diradando le ombre che a suo avviso impedivano al sole della civiltà di risplendere ancora sul Vecchio Continente. La percepita fragilità delle democrazie, i tradimenti del modello economico iper-capitalista franato durante la Grande Depressione, l'ascesa dei populismi autoritari, la svalutazione della critica culturale, lo svuotamento dell’idea di progresso di fronte all'utilizzo dei ritrovati della tecnica per strumentalizzare le masse erano tutte, a suo avviso, sintomatologie di un declino che solo prendendo consapevolezza della necessità di un ritorno degli individui all'etica e a un atteggiamento responsabile verso la società e i propri simili. "La crisi della civiltà" ha rappresentato all'epoca della sua uscita un grido d'allarme lanciato da uno studioso di fama internazionale per ricordare il valore irrinunciabile della libertà e della dignità umane, minacciate mano a mano che nella culla della civiltà venivano meno i suoi capisaldi: "verità e umanità, ragione e diritto". A suo modo, però, è un manifesto ottimista nel quadro della letteratura dell'età coeva all'opera, spesso intrisa di pessimistiche riflessioni sul decadimento della cultura e della civiltà occidentali. Huizinga ha fiducia nella capacità dell'uomo di equilibrare pensiero e azione in maniera armonica, scommette sulla crisi di rigetto dell'irreggimentamento delle società a lui coeve, presuppone la coscienza critica come fattore di equilibrio sociale. In quest'ottica, da preoccupato umanista che segnala fenomeni sociali e culturali che erano sotto gli occhi di tutti e senza i quali non si sarebbe spiegato il totalitarismo politico, Huizinga compie un'operazione paragonabile a quella compiuta spiegando ne L'Autunno del Medioevo la nascita della modernità: analizzare una civiltà come corpo organico e sistema, cogliendone i fattori di crisi e di rottura ma anche i semi di progresso che da essi possono nascere. E il messaggio è chiaro: per Huizinga le società progrediscono laddove si ha rispetto per la dignità irripetibile di ogni essere umano e fiducia nella capacità culturale e valoriale di ciascun individuo. Mentre è proprio la negazione di questi presupposti a generare le ombre che schiacciano il loro presente e ne pregiudicano il futuro. Una lezione tanto chiara quanto profonda che vale per qualsiasi epoca della storia umana e parla, in particolare, al nostro presente.

Andrea Muratore. Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia ed Int

Roberto D’Agostino per VanityFair il 27 settembre 2021. Molte sono le rivoluzioni che cambiano il mondo ma sono poche quelle che cambiano gli uomini e lo fanno radicalmente. Si chiamano allora rivoluzioni mentali perché capaci di generare una nuova idea di umanità. Con la rivoluzione digitale, i nostri gesti già sono cambiati a una velocità sconcertante, non sono più uguali lo spazio e il tempo, il passato e il futuro, la verità e la menzogna, l’individuo e la politica. Oggi basta un tweet per fare a pezzi secoli di cultura. Viaggiamo a fari spenti e nessuno può dire come finirà la tirannia senza freni del “politicamente corretto” (sanificare il linguaggio non porta a soluzioni reali) o l’esasperazione del “Me-too” con le sue forme di “psicopolizia” o il fanatismo della “cancel culture”, che abbatte statue, inseguendo un'impossibile “bonifica” del passato; atteggiamenti che solo dieci anni fa ci sarebbero sembrati sbagliati. Tutto quello che sta accadendo ha sicuramente origine dalla mutazione genetica della sinistra liberal, avverte una bombastica inchiesta del settimanale "The Economist", con il risultato che ‘’la sinistra rischia di diventare illiberale’’. La bibbia del liberalismo per chiarire dove sta il problema cita le parole di Milton Friedman, economista reaganiano incoronato dal premio Nobel: “La società che mette l'eguaglianza prima della libertà finirà per non avere né l'una né l'altra”. Donald Trump e i suoi emuli populisti, che hanno fatto di aggressività, intolleranza e scorrettezza una bandiera, sono stati solo la risposta all’”illiberalismo democratico”. E non è un caso che dopo otto anni di Casa Bianca di Barack Obama, sia arrivato alla presidenza un pagliaccio come Donald Trump. Uno dei motivi per cui il ceto medio e la working class votò un miliardario truffaldino con un gatto morto in testa anziché la democratica politicamente corretta Hillary Clinton, fu il gran fastidio verso una sinistra che invece di occuparsi del lavoro e delle condizioni di vita di un ceto medio impiegatizio fatto a pezzi dalla dura crisi economica del 2008, si trastullava con il politicamente corretto, l'abitudine alla gogna pubblica per le opinioni diverse e l'attenzione sempre più ossessiva su come trattare questioni razziali, di gender, di religione. Per fare un esempio, nel movimento trans è considerato offensivo sentir parlare di "sesso biologico", perché per loro il genere è una scelta, distinta dalla biologia. E all'interno di Black Lives Matter c'è chi va oltre la denuncia delle violenze, chiedendo spazi di autonomia politica dove la partecipazione è determinata dal colore della pelle. Insomma: non ogni presa di posizione di gruppi progressisti o presunti tali è compatibile con i principi della democrazia. Non tutti gli attivisti hanno ragione e comunque bisogna sempre sapersi confrontare. Il risultato è che la politica e la cultura del mondo occidentale, oggi, sono divise fra due opposte versioni di illiberalismo, una di destra e uno di sinistra. 

Il giacobinismo liberal malattia infantile della nuova sinistra. Carlo Galli su La Repubblica il 17 settembre 2021. La copertina dell'Economist che ha lanciato il dibattito sulla sinistra illiberale. Ecco perché non bisogna sottovalutare la cancel culture, campanello di allarme di un disagio: prosegue il dibattito nato dalla copertina dell’Economist. Nell'ottobre del 1793 la Francia repubblicana abbatte e decapita le statue dei re che ornavano la cattedrale di Notre-Dame. Oggi la definiremmo cancel culture; allora fu la prosecuzione simbolica delle decapitazioni, avvenute nel gennaio dello stesso anno, del re e della regina, di Luigi XVI e di Maria Antonietta. In effetti, non c'è nulla di più illiberale che una rivoluzione, di più intollerante che la pretesa di ricominciare da capo la vita politica e civile, di meno dialogante che ergersi a giudici del passato, per punirne e vendicarne le colpe, le violenze e le ingiustizie.

Enrico Franceschini per "la Repubblica" il 15 settembre 2021. Un fantasma si aggira per l'Occidente: lo spettro della «sinistra illiberale». A lanciare l'allarme è l'Economist, bibbia del liberalismo anglosassone e anche di quello mondiale, in quanto da almeno vent' anni settimanale non più soltanto britannico bensì globale. In un servizio apparso in copertina, il giornale che per i suoi conflitti d'interesse definì Silvio Berlusconi «indegno di governare» avverte che il liberalismo occidentale si trova ad affrontare una doppia minaccia: all'estero le superpotenze autocratiche quali Cina e Russia, che lo deridono come fonte di egoismo, decadenza e instabilità; in patria il populismo di destra e di sinistra, che lo contesta come presunto simbolo di elitismo. Le critiche di Xi e Putin sono un ipocrita riflesso del rifiuto a creare una società veramente libera e democratica in casa propria. L'offensiva della destra populista in America e in Europa rimane la più pericolosa per la democrazia liberale, ma dopo avere raggiunto l'apice durante la presidenza di Donald Trump si sta screditando di fronte alla crisi del Covid con il suo ostinato rifiuto dell'evidenza scientifica. «L'attacco da sinistra è più difficile da comprendere», ammonisce tuttavia l'autorevole pubblicazione londinese, in parte perché, particolarmente negli Stati Uniti, il termine "liberal" ha finito per includere una "sinistra illiberale". La terminologia inglese può suscitare confusione nel lettore italiano, perché "liberal" negli Usa è l'equivalente di "progressista", spesso utilizzato addirittura come un insulto dalla destra trumpiana, dunque differente dal nostro "liberale", che ha un significato decisamente più conservatore. A confondere ulteriormente le idee ha provveduto il termine "neo-liberal", traducibile come neo-liberale o neo-liberista, l'etichetta delle politiche di destra introdotte da Ronald Reagan e Margaret Thatcher negli anni Ottanta del secolo scorso. Infine c'è da considerare il liberalsocialismo, che in Italia ha ispirato i fratelli Rosselli e Gobetti, il Partito d'Azione e alcune delle menti migliori del dopoguerra, dal Mondo di Pannunzio al partito radicale. Per chiarire ogni equivoco, quello che intende l'Economist (posseduto al 43% da Exor, che controlla anche Repubblica) con «sinistra illiberale» è l'atteggiamento dogmatico, intollerante, scettico nei confronti del mercato, votato alla purezza ideologica, incapace di riconoscere che anche la controparte può avere in determinate circostanze qualche ragione. È un cocktail di opinioni da cui sbocciano fenomeni come la cancel culture, dove la legittima esigenza di condannare gli errori e gli orrori del passato rischia di riscrivere la storia dal punto di vista del presente, e gli eccessi del politicamente corretto. Nel suo editoriale il settimanale non fa nomi specifici, ma traspare il riferimento alla svolta impressa da Jeremy Corbyn al partito laburista nel Regno Unito o alla rigidità talvolta manifestata dall'ala del partito democratico americano che fa riferimento alla deputata Alexandria Ocasio- Cortez (andata al Met Ball, il gran ballo annuale di beneficenza a New York, con un vestito con la scritta "tax the rich", tassare i ricchi, sebbene in questo non ci sia nulla di illiberale). «La società che mette l'eguaglianza prima della libertà finirà per non avere né l'una né l'altra» è il motto citato dall'Economist per chiarire dove sta il problema: parole di Milton Friedman, economista premio Nobel e padre del laissez- faire ovvero dell'antistatalismo, non proprio un riferimento della sinistra. Ma il dibattito sulla sinistra "illiberale" esiste da tempo: sull'altra sponda dell'oceano la denunciava già cinque anni fa il mensile Atlantic, ammonendo che il partito democratico, non opponendosi a chi vuole togliere diritto di parola agli avversari, cederà il controllo ai suoi elementi più estremi. Richard Dawkins, biologo evoluzionista di Oxford e autore di bestseller in difesa dell'ateismo, la chiama «sinistra regressiva», accusandola per esempio di astenersi dal criticare anche le peggiori aberrazioni dell'Islam in nome del rispetto per la cultura di quella religione («e allora io rispondo, al diavolo la cultura», dice il professore). La definizione è entrata perfino nel linguaggio di una star di Hollywood come l'attore premio Oscar Matthew McConaughey, secondo il quale «la sinistra illiberale ha completamente abbandonato il tradizionale pensiero liberale, diventando condiscendente o arrogante verso il 50 per cento della popolazione che non ne condivide il progetto». Qualcuno annovera nella sinistra illiberale anche la malaugurata dichiarazione che contribuì a fare perdere le elezioni del 2016 a Hillary Clinton, quando durante la campagna presidenziale la candidata democratica alla Casa Bianca definì dispregiativamente i sostenitori di Trump come appartenenti a un «basket of deplorables», un cestino dei deplorevoli, insomma tutti gentaglia, che a quel punto non avrebbero certo cambiato casacca votando per lei. Nella discussione, beninteso, c'è chi dice che a denunciare la presunta sinistra "illiberale" sono i difensori dello status quo e dei propri interessi: insomma la destra, cui farebbe gioco dipingere la sinistra come estremista e poco democratica. L'Economist riconosce che pure i "liberal" (nell'accezione conservatrice o progressista) sbagliano: dopo il collasso del comunismo in Unione Sovietica e in Europa orientale hanno creduto che la storia fosse finita, come sentenziò il celebre saggio del sociologo Francis Fukuyama; dopo la crisi finanziaria del 2008 non hanno trattato la classe operaia con la dignità che meritava; e troppo spesso usano la meritocrazia come un alibi per mantenere i propri privilegi. La conclusione della cover-story è che oggi troppi liberal di destra sono inclini a scegliere uno spudorato matrimonio di convenienza con i populisti e troppi liberal di sinistra minimizzano la presenza di un'ala intollerante nelle proprie file. Se invece di unire le forze si dividono, è il monito finale, le due correnti del pensiero liberale lasceranno prosperare gli estremisti.

Dal corriere.it il 12 settembre 2021. La riscrittura della storia investe anche Winston Churchill: e scatena una polemica in Gran Bretagna che vede scendere in campo Boris Johnson, i discendenti dello statista e una schiera di eminenti storici. Succede che l’ente di beneficenza intitolato al più celebre primo ministro britannico abbia deciso di cambiare nome, preoccupato dell’accostamento di Churchill a vedute razziste oggi ritenute inaccettabili. Il «Winston Churchill Memorial Trust», ossia il Fondo alla Memoria di Winston Churchill, si è ribattezzato semplicemente «The Churchill Fellowship», l’Associazione Churchill, oltre ad aver rimosso dal proprio sito web la foto del grande statista, la sua biografia e una lista delle sue realizzazioni. È un ennesimo episodio di quella revisione del passato che nel mondo anglosassone ha assunto le dimensioni di una furia iconoclasta. Churchill era già finito nel mirino, con la sua statua di fronte a Westminster sfigurata con la scritta «era un razzista» e perfino con il college di Cambridge a lui intitolato che si era imbarcato in un riesame critico della sua relazione con le questioni della razza e dell’imperialismo. Ma la mossa della Fondazione è stata un invito a nozze per il primo ministro Boris Johnson, che non perde occasione per entrare a gamba tesa nelle «guerre culturali» in difesa dei valori tradizionali. Il portavoce del premier - che tra le svariate altre cose è pure autore di una biografia di Churchill, che considera il suo massimo ispiratore - ha definito lo statista un «eroe» che «ha aiutato a salvare questo Paese e l’intera Europa da una tirannia fascista e razzista guidando la disfatta del nazismo». Dunque la decisione della Fondazione è «assurda e sbagliata» e «dovrebbero ripensarci». Il paradosso, però, è che proprio i discendenti di Churchill hanno difeso le scelte della Fondazione. Il nipote dello statista, Sir Nicholas Soames, che è stato per decenni un deputato conservatore, ha bollato lapidariamente come «stronzate» le preoccupazioni relative al cambio di nome e ha ribadito il sostegno «totale e senza riserve» della famiglia Churchill all’operato del Fondo. Anche suo fratello Jeremy, che è il presidente dell’ente, è a favore della decisione. Tuttavia va notato che a seguito della polemica, a mo’ di rettifica, sul sito web dell’associazione è ricomparsa la foto di Churchill, accompagnata da una dichiarazione che recita: «Siamo orgogliosi del suo contributo a salvare il mondo dal nazismo. Ma c’è anche una controversia riguardo le sue vedute sulla razza: riconosciamo le molte questioni e le complessità da tutte le parti coinvolte». La disputa non ha mancato di mobilitare gli storici. «Non giova affatto - ha detto Vernon Bogdanor, professore al King’s College di Londra - usare slogan moderni per attaccare qualcuno che ha vissuto in un’epoca diversa. È assurdo, per esempio, criticare Guglielmo il Conquistatore perché non era femminista». E lo storico di Cambridge David Abulafia ha osservato riguardo a Churchill che «ovviamente aveva vedute sulla razza che erano proprie del suo tempo, ma noi non dovremmo esumare dal passato persone che non sono in grado di spiegare i loro atteggiamenti». Proprio Abulafia, assieme a un altro celebre storico di Cambridge, Robert Tombs, ha appena lanciato un manifesto per «reclamare la storia» rispetto ai tentativi di riscriverla. Perché non è certo finita qui. 

L’orologio più buio. L’impossibilità di uscire dalla cultura del linciaggio (o anche solo di discuterne). Francesco Cundari il 4 settembre 2021 su L'Inkiesta. Anche su che cosa porta al polso, la sinistra si divide in due tribù costantemente impegnate nel tentativo di menarsi a vicenda, chiocciolandosi e ritwittandosi tra piccole orde di consanguinei ululanti. Avrei voluto cominciare qui un lungo e noioso discorso sugli effetti di lungo periodo dell’ondata populista culminata nella Brexit e nell’ascesa di Donald Trump nel 2016, sulla loro persistenza e pervasività, a dispetto dell’impressione contraria suscitata nel mondo dalla netta vittoria di Joe Biden, e in Italia dall’insperato arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Avrei voluto partire dal ritiro americano dall’Afghanistan e dal modo in cui Biden lo ha attuato e difeso, due cose su cui l’influenza del predecessore mi è parsa assai significativa e allarmante. Avrei voluto infine collegare tutto questo alla questione della «sinistra illiberale» sollevata nell’ultimo numero dell’Economist. Mi riferisco all’editoriale in cui il settimanale invita i liberali di destra e di sinistra a resistere all’egemonia populista, senza illudersi di poter carezzare impunemente la tigre nel verso del pelo: gli uni accodandosi al nazionalismo xenofobo e autoritario, gli altri al fanatismo della politica identitaria, della cancel culture e del radicalismo di sinistra in generale. L’articolo che stavo immaginando sarebbe stato lungo e noioso anzitutto per il gran numero di sottili distinzioni che avrei dovuto fare. Per esempio, sull’ultimo punto, avrei invitato a non confondere la contestazione anche radicale di quelle che l’Economist definisce come le posizioni del «liberalismo classico» in materia di economia con analoghi attacchi ai fondamenti dello stato di diritto e della libertà individuale: cose che non hanno lo stesso peso e non andrebbero messe sullo stesso piatto della bilancia. Direi anzi che l’ambiente più favorevole alla crescita di un dibattito pubblico democratico e pluralista è esattamente quello in cui la stragrande maggioranza condivide i principi fondamentali che garantiscono la libertà di ognuno e si divide su tutto il resto. Di questo intendevo scrivere, e già cominciavo a organizzare mentalmente la lunga serie di premesse di metodo e di merito necessarie ad arrivare sano e salvo in fondo al ragionamento, quando ho acceso il computer e aperto Twitter, dove era in corso uno di quei tipici spettacoli che da qualche anno prendono regolarmente il posto del dibattito politico, cioè una specie di guerra etnica combattuta in un asilo. Stesso miscuglio di ostilità preconcetta e odio primitivo, uniti però all’assoluta idiozia del pretesto, del contesto e del sottotesto, nel caso specifico il costoso orologio esibito in foto da un giovane candidato a un consiglio municipale nella lista di Azione (dunque, con tutto il rispetto per i consigli municipali e per il partito di Carlo Calenda, non proprio un uomo destinato a esercitare una straordinaria influenza sull’indirizzo politico del Paese, perlomeno nel prossimo futuro). Dall’orologio costoso si passava quindi all’incredibile uscita di Matteo Renzi sul reddito di cittadinanza e i giovani che «devono soffrire», e in qualche caso, non ricordo più per quali vie, persino alle foibe (a conferma del fatto che la politica italiana si ripete sempre due volte, la prima in forma di sketch di Avanzi). Per una volta, non vorrei prendere le parti degli aggrediti né quelle degli aggressori, ma nemmeno ostentare un’impossibile equidistanza. La diffusa cultura del linciaggio che ci circonda ha sempre qualcosa di orrendo in sé, anche quando il suo esito sia il più infantile e ridicolo, e forse relativamente innocuo. Ora però mi interessa di più sottolineare come sui social network la cosiddetta sinistra, quella che dovrebbe combattere il populismo, sia divisa grosso modo in due tribù, costantemente impegnate nel tentativo di linciarsi a vicenda, con argomenti, toni e modi squisitamente populisti, chiocciolandosi e ritwittandosi tra piccole orde di consanguinei ululanti, nel momento stesso in cui ciascuna delle due bande accusa l’altra di rappresentare la quinta colonna dei populisti (salviniani gli uni, grillini gli altri) e di adottarne anche i deplorevoli metodi, a cominciare da gogna e linciaggi social. Forse è per questo che in Italia, tutto sommato, la cancel culture non ha (ancora?) particolarmente attecchito, e nemmeno il politicamente corretto: perché in America, come sembra suggerire anche l’Economist, trumpismo e cancel culture sono due diverse forme di intolleranza che si rafforzano a vicenda, opposte e complementari come le due metà di una stessa mela. Mentre qui in Italia, dove gli epigoni e anche i precursori di Trump affollano l’intero spettro politico, giornalistico e intellettuale, abbiamo solo infinite repliche della stessa metà della mela, e nessuna traccia dell’altra mezza. Basta accendere la tv o sfogliare un giornale per verificare come tutto sia infatti perfettamente dicibile, pressoché ovunque, anche quello che nei paesi civili è giustamente considerato istigazione all’odio e al razzismo. Non così in Italia, dove sulla derisione di handicap, difetti fisici e qualsiasi altro dettaglio legato a sesso, età, etnia, zeppola o altezza dell’avversario sono fiorite carriere e sono nati interi gruppi editoriali, perché non c’è nulla che ci piaccia tanto come darci di gomito mentre sghignazziamo del comune bersaglio. Capite dunque perché, dopo aver passato soltanto pochi minuti esposto a questo genere di spettacolo, ho avvertito tutta l’inanità dello sforzo che mi accingevo a compiere per argomentare la mia tesi, e mi sono rassegnato a non scrivere l’articolo.

 Compagni che cancellano. La sinistra illiberale non è meno pericolosa della destra autoritaria. Christian Rocca il 3 settembre 2021 su L'Inkiesta. Uno straordinario numero dell’Economist mette in guardia il mondo occidentale dalla minaccia costituita dalla politica identitaria, altrettanto grave quanto quella dei Salvini, dei Trump e dei Putin. Siamo cresciuti con l’idea che l’arco della storia tende necessariamente verso il progresso e con la consapevolezza che il progresso è una conquista quotidiana ma inesorabile che si ottiene attraverso un dibattito pubblico informato e una coerente azione riformista. Nonostante i mirabolanti successi sociali, economici e culturali in oltre mezzo secolo e in ogni continente della Terra, negli ultimi tempi questa idea e questa consapevolezza sono state messe in crisi dal populismo di destra e dai regimi autoritari, da Donald Trump e dalla Cina di Xi Jinping e dalla Russia di Vladimir Putin, per mille ragioni che la nuova copertina dell’Economist affronta con la tradizionale capacità di analizzare i fenomeni globali in corso. Il settimanale inglese, però, aggiunge un elemento non banale all’attacco al sistema liberale, ovvero che il pericolo per il mondo come lo conosciamo non arriva soltanto da lì, dalla destra populista e autoritaria. Fin dal titolo della cover di questa settimana, l’Economist riconosce «la minaccia della sinistra illiberale», un tema ricorrente sulle colonne de Linkiesta, in particolare negli articoli di Francesco Cundari e di Guia Soncini. C’è, intanto, la questione del bipopulismo. L’Economist spiega che i due populismi, quello di destra e quello di sinistra, «si nutrono patologicamente a vicenda» in una campagna di odio nei confronti degli avversari che favorisce soltanto le ali estreme. Ne sono complici, scrive il settimanale inglese, i liberali classici che per interessi indecenti si consegnano ai nazional sovranisti (in Italia siamo pieni di retequattristi e di tiggidueisti, di liberali per Salvini, per Putin, per Trump). Ma ne sono altrettanto responsabili i liberal progressisti che si illudono che gli intolleranti di sinistra siano soltanto una minoranza, e pure facile da addomesticare: «Non preoccupatevi, dicono, l’intolleranza fa parte del meccanismo del cambiamento: concentrandoci sulle ingiustizie sociali, si sposteranno al centro» (qui pare che l’Economist si rivolga direttamente al Pd e alla surreale idea di alleanza strategica con i Cinquestelle). Poi c’è la delicata questione della identity politics, la politica della suscettibilità identitaria, nata nelle università americane e diffusasi nella società occidentale a mano a mano che gli studenti addestrati a questa nuova religione contemporanea si sono laureati e hanno cominciato a lavorare nei media, in politica, nell’istruzione e nel business «portando con sé il terrore di non sentirsi a proprio agio, una propensione ossessiva e limitata ad ottenere giustizia per i gruppi identitari oppressi e i metodi per costringere tutti quanti alla purezza ideologica, censurando i nemici e cancellando gli alleati che hanno trasgredito, con echi di quello stato confessionale che ha dominato l’Europa prima che prendesse piede il liberalismo alla fine del diciottesimo secolo». Nonostante i liberali e la sinistra illiberale abbiano in comune molte cose, a cominciare dalla ricerca costante del cambiamento fino all’opportunità universale di farcela a prescindere dal genere o dalla razza, scrive l’Economist, «in occidente sta succedendo qualcosa di straordinario: una nuova generazione di progressisti sta ripristinando metodi che sinistramente ricordano quelli di uno stato confessionale, con versioni moderne dei giuramenti di fedeltà e delle leggi sulla blasfemia». Mentre c’è ancora chi rifiuta di riconoscere che cosa sta succedendo, grazie alla copertina dell’Economist forse qualcun altro capirà che è arrivato davvero il momento per i liberali di destra di smetterla di giocare col fuoco nazional populista e per i progressisti di sinistra di cominciare a domare l’incendio appiccato dai compagni illiberali. 

Ben alzato, Economist. Confessioni di anticancellettista della prima ora, ora che l’élite le dà ragione.  Guia Soncini il 4 settembre 2021 su L'Inkiesta. Da oltre un anno, nonostante i dubbi della redazione, Soncini avverte quasi quotidianamente dei rischi di un mondo progressista che si comporta come la peggior destra. E adesso chi la tiene più, la mitomane. Ben alzato, Economist. C’è una nuova ortodossia nelle università, scrivi nella storia di copertina del tuo nuovo numero. Andrew Sullivan l’ha scritto sul New York Magazine nel febbraio del 2018, We all live on campus now. Persino un’italiana c’era arrivata prima di te: nella classifica dei libri del Corriere, nella primavera di quest’anno, trovi un libro sul disastro dell’istruzione suscettibile, d’una certa Guaia Soncini. Trovi anche alcune decine di suoi articoli sul tema già nel 2020, su Linkiesta, firmati non si sa perché con una vocale in meno. Ci fa piacere che anche tu abbia capito che la sinistra prescrittiva è un problema più della destra cafona. Ci ho messo un po’ a convincere di questo concetto anche i ragazzi qui a Linkiesta, ma il direttore si è arreso, persino Cundari pur mugugnando ammette che no, non è normale dover dire che due più due può fare cinque durante le lezioni di matematica altrimenti gli allievi della tal etnia che fin lì hanno preso brutti voti in addizioni si frustrano, e insomma, caro Economist, mancavi solo tu. Vieni, ti verso da bere. Ricopio qualche tua riga, quelle in cui dici che il liberalismo non è un pranzo di gala, e che spesso va contro ogni istinto di noialtri umani di tendenza suscettibile. «Richiede che tu difenda il diritto di parola del tuo avversario, anche quando sai che dirà cose sbagliate. Devi mettere in discussione le tue più profonde convinzioni. Non devi tutelare le imprese dai venti della distruzione creatrice. Le persone care devono far carriera solo per i loro meriti, anche quando il tuo istinto sarebbe di favorirle. E devi accettare la vittoria elettorale dei tuoi nemici, anche quando sai che porteranno alla rovina il paese». Quest’ultima a quegli altri sembrerà parli di Trump, ma noialtri sappiamo che parla degli ultimi trent’anni di politica italiana. Primo flashback, 2020. Linkiesta pubblica alcuni articoli – a memoria direi di Cundari e Rodotà – che mettono in dubbio l’esistenza della cancel culture. L’idea è quella che ho sentito esprimere tante volte: ma c’è Trump, c’è Salvini, ti pare che il problema possa essere la censura di sinistra. Sto scrivendo “L’era della suscettibilità”, ed è in quel momento, in una conversazione a proposito di uno di quegli articoli, che metto a fuoco quella che diventerà una delle chiavi della mia interpretazione di questi tempi: non è una contrapposizione tra destra e sinistra. Il punto è trovare uno spazio non beghino a sinistra. La questione è tra chi si dice di sinistra bruciando i libri di Harry Potter perché JK Rowling ha osato dire che il sesso biologico esiste, e chi sa che non sei di sinistra se non pensi che la Rowling possa dire il cazzo che le pare. E questo non perché abbia ragione (ce l’ha), ma perché la libertà di parola non serve a tutelare chi ci è affine o chi dice cose impeccabili: quelli si difendono da soli. Il direttore della testata che state leggendo mi dice che secondo lui è una distinzione troppo sottile, è impossibile farla passare. Ma io sono cocciuta, e la scriverò tale e quale in quel libro che ci è arrivato prima dell’Economist: chi ha l’indubbia fortuna di parlare con me sa che utilizzo il metodo del maiale, e non butto via nessuna conversazione. Secondo flashback, giugno 2021. Sono a Fano, a un festival letterario di quelli ai quali gli autori vanno per parlare dei loro libri e mangiare a scrocco. M’intervista Flavia Fratello, giornalista di La7 molto interessata a questi temi. A un certo punto, sul palco, dice: Maria Laura Rodotà sostiene che in Italia la cancel culture non esiste perché Calderoli può dare dell’orango alla Kyenge. Niente, questo su destra e sinistra è il dibattito della marmotta. Ma a destra possono fare quello che vogliono, sospiro. Trump può dire che prende le donne per la passera e vincere comunque le elezioni. Le regole valgono a sinistra. È a sinistra che passi da scrittrice da Pulitzer a reproba se, in un dialogo dell’Ottocento che parla d’una cameriera, usi la parola «negra» (sì, ho visto lo sdegno su Facebook perché Jennifer Egan aveva osato non usare in una conversazione ambientata duecento anni fa termini quali «bipoc», black and indigenous people of color, che si orecchiavano spesso nelle piantagioni). Non lo si ripete mai abbastanza, se a settembre 2021 anche all’Economist sembra una novità. D’altra parte Sullivan lo ripete da anni, che i suoi amici gli dicono che l’illiberalismo insegnato nelle università è roba da universitari. Poi passa. Oppure no, come nota ora l’Economist; e come sei mesi fa, intervistandomi per il suo podcast, mi suggerì Daniele Rielli: gli studenti cui è stato insegnato che, se Shakespeare li turba, Shakespeare non dev’essere insegnato, poi diventano giornalisti, scrittori, editori. Diventano quei giovani fanatici dei quali i vecchi del New York Times sono terrorizzati, come ha raccontato Bari Weiss andandosene da quel giornale. Diventano quei giovani fanatici per i quali il quieto vivere è sacro e chi è sospetto d’avere comportamenti perturbanti va rimosso dal nostro orizzonte: quelli che minacciano di licenziarsi se la casa editrice pubblica l’autobiografia di Woody Allen. Insieme al fatto che è una questione interna alla sinistra, la cosa più difficile da far capire è che la presunta sinistra non è sinistra illiberale: è destra. È gente che sogna Il racconto dell’ancella. Certo, se glielo chiedi ti diranno che l’incarnazione del Racconto dell’ancella è il Texas che vieta l’aborto, ma non è esatto: è molto più atwoodiano il mondo prescrittivo che sognano loro, in cui posso stabilire cosa tu possa dire e cosa pensare, e punirti se non ottemperi. Sospetto sia colpa nostra. Di noi quarantacinquantenni che, oltre a essere i meno autorevoli della storia e quindi un disastro come genitori, siamo anche determinati a scusarci di non si sa bene quali fortune. Tempo fa una quarantenne che lavora coi ventenni mi ha detto che per loro le questioni identitarie sono molto importanti perché hanno solo quelle: noi avevamo un futuro professionale ed economico, loro sanno che è tutto finito e che, invece di puntare sull’avere una carriera, gli conviene intrattenersi con l’identità di genere. A 23 anni facevo l’autrice d’un programma televisivo con tre trentenni. Era per tutti e quattro la prima volta: avevamo fin lì fatto altro, e la maggior parte di noi sarebbe tornata a far altro. Venticinque anni dopo, uno di loro è tornato a fare il supplente, uno è tornato a tentare senza successo la fortuna nell’editoria, io sono io; il quarto, che fino a quel programma faceva il rappresentante d’elettrodomestici, è diventato il più pagato sceneggiatore di commedie d’Italia.

Uno su quattro ce la fa. Mi sembra una media alla portata dei ventenni di questo secolo. Quelli che questa storia la racconterebbero per dire che ecco, lo vedi, ci avete rubato il futuro, i sogni, la possibilità di far carriera in tv. È colpa nostra, che quando frignano non li prendiamo a coppini, che quando ci parlano delle loro istanze non gli diciamo che sono tutte stronzate (com’è stato detto a tutti i ventenni nella storia del mondo), che ci apriamo un Tik Tok per sentirli più vicini. I giovani hanno solo il dovere d’invecchiare, diceva quello. Aggiungerei che la sinistra ha il dovere di non comportarsi da destra. Guia Soncini

Antonio Riello per Dagospia il 2 settembre 2021. La gipsoteca della Faculty of Classics dell'Università di Cambridge raccoglie più di seicento copie in gesso di sculture greche e romane (solo circa quattrocento di esse sono effettivamente visibili al pubblico). La elegante Korè di Peplos e l'imponente Kouros di Sounion sono tra i pezzi forti della collezione. La sua importanza sta nel permettere agli studiosi di fare ricerche senza rovinare gli originali e ovviamente senza dover girare per mezzo mondo. C'è qualcosa di abbastanza simile anche al Victoria & Albert Museum di Londra. Concettualmente un calco in gesso è una semplice riproduzione, ma quelli che hanno molti decenni sulle spalle diventano a loro volta dei "reperti quasi-antichi", acquistano insomma una intrinseca preziosità. Fino a poche settimane fa questo posto era noto solo agli addetti ai lavori. La pregevole raccolta infatti deliziava, più che il grande pubblico, un manipolo di specialisti e studenti della classicità. Almeno finchè i media britannici hanno iniziato a parlarne perchè è successo qualcosa che ha lasciato sbalordita la gente comune (il paludato e spocchioso mondo accademico è in effetti già avvezzo da tempo a questo tipo di "incidenti"). Un gruppo di studenti e una piccola parte del personale dell'Università di Cambridge ha contestato con forza l'esposizione al pubblico di queste copie, chiedendone a gran voce la chiusura o almeno un radicale "riassetto ideologico". Il Consiglio di Facoltà ha deciso di tenere aperto ma di far accompagnare subito i tanti reperti presenti da adeguate informazioni che li possano giustificare e "de-ideologizzare". In pratica ampie didascalie negano che questo sia un display di propaganda ad uso della supposta supremazia europocentrica. Si va anche oltre: si spiega diligentemente come il colore bianco dei reperti sia un mero fatto tecnico (ma guarda un po': il gesso è naturalmente bianco di suo....) e non ideologico. O peggio, subdolamente celebrativo. Chi ne ha chiesta la chiusura appartiene al variegato movimento noto nel Regno Unito come "WOKE". Gli Woke People pensano ad una profonda trasformazione della Cultura Occidentale: partendo dai corsi universitari vogliono una nuovo tipo di Cultura decisamente più inclusiva e multietnica. Ma soprattutto vogliono ri-scriverla scartando radicalmente tutti gli aspetti ritenuti disdicevoli (ovvero purgarla di quelli più biecamente bianchi, capitalisti, maschilisti, e quindi in qualche modo "occidentali"). Si parla spesso in questi casi di "Cancel Culture". Il paradosso è che, per proteggere le cosiddette "Culture discriminate", si finisce effettivamente per discriminarne delle altre. Il loro bersaglio preferito è comunque proprio il mondo classico. Lo studio dell'Odissea e dell'Iliade a livello universitario è stato messo in secondo piano e talvolta apertamente abolito da alcuni atenei americani e britannici (non ancora a Cambridge, almeno per il momento). Questo perchè i versi di Omero sono definiti come "non sufficientemente inclusivi" e sembra che portino via tempo allo studio di epopee africane e/o asiatiche. Almeno il valoroso Ettore fosse stato di origini africane....Inoltre, evidentemente, non c'è in essi abbastanza spazio per  ruoli femminili significativi. Anche la scultura classica, sotto questa prospettiva, diventa una epifania del potere occidentale più detestabile. L'inizio di una estetica razzista e colonialista nonchè di un sistema artistico culturalmente vessatorio e predatorio. Forse è tollerabile il fatto che all'origine le statue classiche fossero allegramente e chiassosamente colorate. Ma è sicuramente diventato inaccettabile il loro attuale minaccioso biancore marmorio (o, come in questo caso, gessoso). L'archeologia tradizionale è vista come uno strumento di oppressione da quelli che sono diventati i Talibani del politically correct. Su The Times Melanie McDonagh scrive senza mezzi termini di "idiozia". Altri giornalisti sono magari più sfumati nella terminologia ma concordano tanto sulla ridicola richiesta degli studenti coinvolti quanto sulla obbediente e docile reazione dell'Istituzione Universitaria. Si è parlato anche di "vandalismo culturale" da parte dei più conservatori. The Guardian, piuttosto vicino al movimento Woke, invece prudentemente sorvola e abbozza. 

Due rapide considerazioni. 

Una pratica: se per qualsiasi ragione passate per Cambridge affrettatevi a vedere questa raccolta. Potrebbe chiudere definitivamente presto.

L'altra un po' nostalgica: come sono lontani i tempi in cui nella provincia italiana il medico, il professore o l'avvocato di turno si vantavano affermando con orgoglio: "noi che abbiamo fatto il Liceo Classico!" (e spesso non era neanche vero....). Fra un po' anche chi lo ha fatto per davvero dovrà nasconderlo, giurando di avere fatto solo sani studi "multiculturali improntati ad una rigorosa diversità". E, ad una eventuale domanda trabocchetto di controllo sul grande Aristotele di Stagira, dovrà rispondere di aver solo sentito parlare - e vagamente - di un traghettatore con quel nome, un certo Aristotele Onassis.

L’università che resiste e non cancella la storia del generale Lee. Matteo Muzio su Inside Over il 12 agosto 2021. Un’icona che da regionale diventò nazionale. Il simbolo del perfetto gentiluomo-guerriero americano. Un soldato che si distinse nell’onore, nella vittoria, nella sconfitta e nella vita privata. Tutto questo era Robert Lee. O almeno così diceva la narrazione prevalente, fino a qualche anno fa. Già, perché Lee è stato ritenuto per molto tempo uno dei più grandi eroi militari americani pur avendo ottenuto le sue grandi vittorie con un’uniforme nemica del governo statunitense. Negli ultimi anni però la sua figura è stata il principale bersaglio delle proteste di Black Lives Matter, anche grazie all’adozione di una sua statua da parte di un altro movimento giovanile nato su web, l’alt-right dei meme ironici che prendeva in giro la sinistra usando sottili sfottò antisemiti, in occasione della parata a Charlottesville tenuta nel 2017, finita con un morto tra i manifestanti di sinistra. Al netto degli abbattimenti violenti, pochi, la maggior parte delle statue di Lee è stata rimossa mediante l’approvazione di ordinanze regolari, come nel caso della statua di Richmond, ex capitale confederata. Negli ultimi mesi però Lee ha resistito alla cancellazione in un luogo simbolo per la costruzione del suo Mito: la Washington & Lee University. Dopo una discussione durata 11 mesi, il consiglio di amministrazione dell’ateneo di Lexington, in Virginia, ha deciso di mantenere il nome del suo presidente più famoso dopo il fondatore George Washington. Ma ci arriviamo tra poco. Concentriamoci sul generale Lee.

La storia dopo la guerra. Se le sue gesta durante la guerra sono molto note, le vittorie ma soprattutto le sconfitte, in special modo la battaglia di Gettysburg, quello che accadde nel dopoguerra lo è meno. A differenza di molti suo ex compagni d’arme, come il suo braccio destro Jubal Early o l’ex presidente della Confederazione Jefferson Davis, che nel dopoguerra si erano concentrati nel costruire un mito revanscista combattendo attivamente l’integrazione razziale degli ex schiavi e il partito repubblicano visto sempre come “nordista”, Lee ha sin dal primo momento parlato di riconciliazione. Il professor Gaines Foster, storico e autore del libro Ghosts of Confederac, ha raccontato a InsideOver che “Lee ha sempre puntato sul voler chiudere in fretta il capitolo della guerra civile in favore di un ritorno il più rapido possibile all’unità prebellica”. Ma quale tipo di unità? Foster aggiunge: “Ovviamente solo quella tra bianchi. Per tutta la vita ha sempre creduto all’inferiorità razziale dei neri”. Durante un’audizione al Congresso nel 1866 infatti dichiarò che secondo lui sarebbe stato meglio se la Virginia si fosse potuta sbarazzare di tutta la sua popolazione afroamericana. A differenza di alcuni suoi ex colleghi, come James Longstreet, che Lee chiamava “il mio vecchio cavallo da guerra” e il leggendario comandante della guerriglia John Singleton Mosby, chiamato “il fantasma grigio” per l’efficienza con cui colpiva i reparti unionisti dietro le linee nemiche, non sposò però mai la causa egualitaria del partito repubblicano. Riteneva fosse necessario mantenere la vecchia struttura di potere e fu sempre molto blando nel punire i suoi studenti accusati di violenza razziale. Eccettuato un caso, nel quale salvò un afroamericano, Caesar Griffin che era stato accusato di aver sparato a Francis Brockenbrough, figlio diciassettenne del rettore dell’università John Brockenbrough, ex giudice federale. Due fratelli maggiori della vittima organizzarono una spedizione punitiva per andarlo a catturare insieme ad altri studenti dell’università. La folla sembrava stesse per linciare Griffin quando apparve Lee dicendo: “Lasciate che la legge faccia il suo corso”. Salvandogli la vita. Ciò però non deve far pensare che Lee usasse la mano dura contro tutti gli episodi di violenza razziale, anzi. Il college non godette di buona stampa in quegli anni. I “ragazzi di Lee” spesso disturbavano le riunioni tanto che emanò una diffida rivolta agli studenti che sconsigliava di partecipare a riunioni di ex schiavi. Quando però venne interpellato per esprimere una parola chiara contro la violenza in generale, scelse di tacere. Quando anche il fondatore (pentito) del Ku Klux Klan, l’ex generale di cavalleria Nathaniel Bedford Forrest, disse che voleva aiutare il governo federale contro quei “codardi” che usavano violenza sui nostri “amici di colore”.

In altre circostanze poi Lee si mostrò ben capace di usare la mano dura contro i suoi studenti, come quando chiesero di anticipare le vacanze natalizie. Chi si fosse allontanato anzitempo, Lee specificò, sarebbe stato passibile di espulsione. Ma che tipo di educatore fu quindi Robert Lee?

Verso il culto del generale. Secondo il giudizio dello storico Emory Thomas, professore emerito all’università della Georgia, e autore di una sua biografia, Lee fu un educatore pragmatico, che rimosse un farraginoso codice d’onore e di segnalazioni sostituendolo con il più semplice “comportatevi come gentlemen”. Abbiamo visto che non fu sempre così, ma ottenne un indubbio risultato e nel comunicato stampa di giugno l’università che porta il suo nome glielo riconosce: “Ha trasformato l’istituzione dopo la guerra civile”. Soprattutto per la sua capacità di raccolta fondi.

Dopo la sua morte però, l’università non sfruttò la sua immagine di educatore efficace. Sfruttò quella di generale confederato. Venne costruita una cappella con cripta dove al centro si trova tuttora un sarcofago di Lee in uniforme confederata, circondato dalle bandiere con la croce di Sant’Andrea dell’Armata della Virginia del Nord che Lee guidò in battaglia. L’università divenne il centro del suo culto. Abbiamo chiesto al professor Gaines Foster come mai la sua immagine si sia diffusa poi in tutto il Paese: “Con la riconciliazione tra bianchi Lee venne reso la versione sudista di Lincoln: un combattente nobile, un gentiluomo cristiano che aveva dato tutto sia pur per una causa sbagliata”. Già, la causa, la Lost Cause, quella narrazione revisionista che ridimensionava la difesa della schiavitù dei confederati, mettendo in luce il loro valore nel combattere un nemico superiore nel numero. La causa quindi quale sarebbe stata? La difesa dei “diritti degli stati”. E pazienza se Lee e altri leader confederati durante la guerra avessero sempre difeso la “peculiare istituzione”, mettendo in un articolo della Costituzione la sua inamovibilità. Ma questa è un’altra storia.

Concentriamoci su Lee. La sua icona ha subito varie trasformazioni. Prima l’icona sudista, il santo laico della Virginia. Il generale di brigata e storico militare Ty Seidule, autore del libro Robert Lee and me ha scritto: “Per me era sopra Gesù”. Nessuno avrebbe mai osato contestare questa espressione, soprattutto dopo che proprio in questa cappella Charles Francis Adams, discendente degli Adams del Massachusetts, tenne un discorso in occasione del centesimo compleanno di Lee, il 19 gennaio 1907. Lui, discendente di una famiglia di abolizionisti, elogiò lo spirito di Lee, convenendo con gli astanti che i neri non erano pronti per il voto. Era il segnale che ormai Lee aveva valicato i confini del Sud per diventare un simbolo dell’America tutta. A rafforzare questo mito, la biografia pubblicata da un giornalista virginiano, Douglas Southall Freeman, in quattro volumi dal 1933 al 1935, vincitrice del Pulitzer. Estremamente dettagliata, la biografia consolidava l’immagine di Lee come nuovo Washington, fondatore autentico della nuova nazione riunificata sotto la bandiera della riconciliazione per ritrovare un posto nel mondo, messaggio che risuonava particolarmente positivo in quegli anni.

Il revisionismo degli anni 70. Infine, due messaggi da parte di due presidenti repubblicani come Theodore Roosevelt nel 1907 e Dwight Eisenhower nel 1960, mandavano Lee nell’Empireo degli eroi americani. Finché, tutto questo cadde con la lotta per i diritti civili degli afroamericani. La parte più oscura del generale, lontana da quell’uomo di marmo decantato negli anni precedenti, emerse negli anni del revisionismo storico anni ’70. Non solo. Anche i suoi demeriti come comandante militare vennero alla luce: a differenza del comandante unionista Ulysses Grant, a Lee mancava la visione strategica globale necessaria per vincere il conflitto, concentrandosi più che altro sullo scenario virginiano. Infine, il post-revisionismo del già citato Emory Thomas e di Allen Guelzo, storico del Gettysburg College, autore di una biografia in uscita a settembre: la loro visione è più complessa e sfaccettata. Per farla breve: Lee era un geniale stratega militare e una persona dalle alte qualità morali. Ma anche una persona che aveva giurato di servire gli Stati Uniti e li ha traditi nel momento del bisogno per una ragione assai spicciola: difendere i propri schiavi, sui quali aveva investito molto. Non bisogna farsi ingannare dalle lettere nelle quali esprimeva disgusto per la schiavitù. Semplicemente, non gli piaceva gestirli in prima persona. Nei suoi scritti non c’è traccia di una sola parola a favore dell’abolizione. Per il professor Foster quindi “Il compromesso della Washington & Lee University è ampiamente accettabile. Il problema è quando il nome di Lee è su una base militare americana. Per spiegarla brevemente, è come ci fosse una base dedicata a Lord Cornwallis, comandante delle forze britanniche durante la guerra per l’indipendenza o una statua dell’ammiraglio Yamamoto, che progettò l’attacco di Pearl Harbour”. Non si pensi che la scelta di mantenere il nome di Lee sia stata unanimente condivisa. Il professore di diritto Brandon Hasbrouck ha scritto sul magazine progressista Slate che “la supremazia dei bianchi è stata assolta”. A dimostrazione che la situazione è molto più complessa. L’ateneo di Lexington, invece, si è imbarcato in una difficile operazione: scindere il Lee comandante confederato dal Lee presidente del college. Non un’operazione facile. Ma in tempi di cancellazioni frettolose, non è poco.

Il film "razzista" che raccontò le contraddizioni d'America. Alberto Bellotto l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. Nel 1956 uscì nelle sale Sentieri Selvaggi, uno dei capolavori di John Ford. La pellicola venne accusata di razzismo contro i nativi americani e fu uno dei primi casi di cancel culture. Ma una lettura non ideologica mostra una storia molto diversa. In tempi di purezza ideologica ci si sta lentamente abituando a prendere posizione in modo radicale. Ad avere opinioni nette, a sposare facilmente un politicamente corretto da manuale. In tutto questo si perdono le sfumature. Si prende ogni prodotto dell’uomo, un film, un libro, una canzone e lo si passa sotto i raggi x del pensiero e si stabilisce via via se è sessista, omofobo, razzista. In America da qualche anno si dibatte intorno al complesso tema della cancel culture, pensiamo solo alla battaglia contro le statue. Si creano liste di autori e cineasti da evitare perché razzisti o poco attenti alle minoranze e si finisce facilmente all’indice delle opere proibite. Non stupisce quindi che oggi certi film siano automaticamente etichettati come razzisti. Facile leggere qualcosa prodotto 50-60 anni fa con gli occhi moderni. Eppure c’è almeno un caso, in cui si applicò la cancel culture prima ancora che esistesse. Stiamo parlando della campagna contro uno dei film più famosi mai prodotti da Hollywood: Sentieri selvaggi. Diretto da John Ford, e uscito nelle sale nel 1956, è stato il pilastro del cinema western nel periodo d’oro culminato nei primi anni ’60. Ma questo non l’ha protetto da polemiche critiche. Nel 2012 mentre era in tour a promuovere Django Unchained, Quentin Tarantino riservò a Ford parole di fuoco definendolo razzista, odioso e colpevole di portare avanti “l’idea di un’umanità anglosassone contro il resto dell’umanità”. “Gli indiani dei suoi film - aggiungeva - sono presentati senza volto, uccisi come zombie”.

Una trama complessa. Ma di cosa parla esattamente il film. La trama è complessa, e strutturata e ricca di colpi di scena. La storia, ambientata in Texas, ruota intorno a Ethan Edwards, interpretato da John Wayne, veterano sudista della Guerra di secessione e alla sua ricerca tra le valli del Texas. I soggetti al centro di questa "ricerca" sono in realtà due bimbe, nipoti di Ethan, rapite da un gruppo di indiani Comanche. Il film, uno dei primi all’epoca, sperimenta anche la dilatazione del tempo e infatti la ricerca delle due bambine dura anni e nel corso di queste ricerche si scopre come il veterano sia in realtà un razzista mosso da un profondo odio nei confronti dei nativi americani, manifestato con un linguaggio e una violenza notevole, fino all’epilogo forte e inaspettato. Ma un protagonista razzista basta a etichettare la pellicola come razzista? Forse sì a giudicare da quanto avvenne dopo l’uscita in sala. La Argosy Pictures, casa di produzione fondata tra gli altri da Ford, fu costretta a chiudere sommersa dalle critiche per la rappresentazione degli indiani. Già all’epoca il film fu divisivo, e Ford fu costretto a mettersi sulla difensiva e la scelta di mettere in scena un personaggio forte come Ethan lo perseguitò a tal punto che sarebbe tornato a dirigere un western, il suo marchio di fabbrica, solo tre anni dopo con Soldati a cavallo. Ma tutto quest’odio per quel film era giustificato? In realtà se si evita la purezza ideologica e si analizzano la vita di Ford e il contesto della sua realizzazione tutto assume una luce diversa.

Un altro film. Sentieri selvaggi in realtà è una pesante critica alla società contemporanea, condotta con l’occhio sensibile e attento di Ford. All’inizio, mentre prendiamo confidenza coi personaggi, si tende a osservare Ethan Edwards e a pensare che sia lui il protagonista, ma poi scopriamo che per Ford il personaggio di Wayne è più simile all’America e meno a un ideale eroico. Ethan è prima di tutto uno sconfitto (soggetto caro a Ford fin dai tempi di Ombre rosse), un disadattato che dedica diversi anni della sua vita a una ricerca che tutti abbandonano ma che rappresenta il segno di un uomo incapace di tornare a vivere nel mondo civile. La violenza e il razzismo messo in scena da Ethan non è altro che quello presente, vivo e vegeto nella società americana di metà '800. Poco a poco che i minuti scorrono ci si rende conto che non c’è niente di eroico nella ricerca del cowboy, che il vagare a caccia di indiani non è qualcosa di cui andare fieri. Il cineasta porta così sul banco degli imputati la storia eroica dell’America bianca: un atto rivoluzionario per l’epoca anche perché l’America del West fu profondamente razzista e anti indiana. Gli atteggiamenti eccessivi del personaggio, come promettere una pallottola per la nipote ormai diventata “un avanzo dei Comanche” sono un pugno allo stomaco per lo spettatore e la prova che a processo c’è il “destino manifesto” dell’America. Paradossalmente, nota un’analisti sul sito The Take, il vero cattivo del film è proprio Ethan e non i cattivi indiani stereotipati come dice Tarantino. Persino i pellirossa, che Ford utilizza per dare dinamicità al film come scusa per le scene di battaglia, sono più tridimensionali di quanto vogliano far credere i critici. Il capo degli indiani responsabili del rapimento, Scar (capo scout nel doppiaggio italiano) ad un certo punto racconta il suo odio verso l’uomo bianco colpevole di avergli massacrato la famiglia. Perché dare spessore a un cattivo capo indiano se l’intento era di fare un film razzista. E ancora, durante una delle tante scene di battaglia tra soldati americani e indiani il regista indugia in un particolare, una scena in cui si vede un nativo portare in salvo due bambini. Anche qui se l’intento era fare un film razzista perché non tagliare l’inquadratura in fase di montaggio.

Le verità dietro al film. Ci sono altri due particolari che aiutano a decodificare il film e che dimostrano come le letture ideologiche, allora come oggi, siano limitate e spesso fuori fuoco. La sceneggiatura della pellicola è in realtà un adattamento di un romanzo di Alan Le May, a sua volta ispirato a una storia vera, quella della bimba di nove anni Cynthia Ann Parker che nel 1836 venne rapita da un gruppo di Comanche, educata come nativa e poi data in sposa a un capo indiano. Per anni la famiglia di Cynthia ha tentato invano di ritrovarla, fino a che, nel 1860 nella battaglia di Pease River, un gruppo di Ranger del Texas la individuò tra alcuni rifugiati e dopo una serie di controlli incrociati la riportò alla famiglia. Una storia che poi avrebbe anche ispirato un altro western, Balla coi lupi. Alan Le May nel suo libro romanza la storia di Cynthia e aggiunge anche altri personaggi oltre all’Ethan poi impersonato da John Wayne, in particolare il personaggio di Martin Pawley, figlio adottivo del fratello di Ethan e fratellastro delle due bimbe rapite dagli indiani. Secondo molti Martin è il vero protagonista della storia perché è attraverso i suoi occhi che lo spettatore osserva gli avvenimenti: prima il tragico rapimento delle sorelle, poi la ricerca disperata e infruttuosa e poi il comportamento eccessivo e violento di Ethan che lo porta ad avere posizioni più morbide e moderate. E proprio Martin è la vera chiave per scagionare Ford. Nel romanzo Martin è un semplice figlio adottivo bianco, ma nel film viene presentato come un meticcio, figlio di un genitore bianco e di uno indiano. Anche qui: perché decidere di modificare un personaggio in questo modo se l’obiettivo era fare un film razzista? Per tutto il film Martin rappresenta quell’America “buona” che cerca di far convivere il suo essere figlia di un nuovo mondo e non una semplice proiezione anglosassone. Si mostra eroico nel voler sacrificare interi anni della sua vita a cercare le sorelle, ma allo stesso tempo biasima gli scatti di Ethan contro i nativi, per i quali mostra invece curiosità. Ford è consapevole di tutto questo, proprio perché il suo scopo era quello di usare uno dei generi più in voga all’epoca per parlare dei temi che gli erano cari, e come abbiamo visto nessuno i questi era il razzismo.

Dai Western alla guerra e ritorno: la storia di Ford. Gran parte dei western di Ford hanno rappresentato film moderni con personaggi moderni. È negli anni 30 e nella diligenza di Ombre Rosse che nasce l’America secondo il regista. È da un manipolo di disadattati, dall’alcolizzato alla prostituta, che nascono gli Stati Uniti. Allo stesso modo in Sentieri selvaggi Ford esplora la storia sociale degli Usa e non manca di criticare la guerra. Non a caso il suo “protagonista negativo” Ethan sia un reduce di guerra, uno sconfitto del Sud che non si riesce a reintegrare nella società e anzi mostra i segni di uno stress da guerra. E il fatto di mostrarlo come un reduce della Confederazione, senza gli slanci da lost cause tipici di Via col Vento, ne è la riprova. E Ford sa benissimo da dove pescare, dalla sua esperienza di cine operatore durante la Seconda guerra mondiale. Il regista durante la guerra lascia Hollywood e parte per il fronte filmando prima un documentario sulla battaglia delle Midway e poi sbarcando con gli americani sulle spiagge della Normandia. Esperienze traumatiche per lui, anche nel fisico dato che fu lì che perse il suo occhio sinistro. Difficile quindi non pensare che i suoi film ne avrebbero risentito. Il veterano violento e la furia della battaglia vennero tutti mescolati per creare un film stratificato come Sentieri selvaggi. Un opera che persino oggi, letta con le lenti del politicamente corretto, sarebbe da mettere all’indice ma che in realtà racconta meglio di molti saggi scritti nei campus ultra liberal cos’è stata la conquista del West, la sopraffazione di un popolo libero e l’inganno del “destino manifesto” che da sempre orienta le scelte di Washington.

Alberto Bellotto. Nato in Veneto nel 1987. Laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona sono giornalista professionista dal 2017. Dal 2015 collaboro col ilGiornale.it e dal 2021 svolgo il ruolo di editor per InsideOver. In passato ha scritto anche per Lettera43, Wired, Linkiesta, Corriere della Sera e Pagina99.Mi occupo di Visual journalism con una particolare passione per le mappe e il mapsplaining.

MEMORIA SCOMPARSA. LA VIOLENZA DELLA CANCEL CULTURE. Testo: Stefano Magni su Inside Over il 25 luglio 2021. “La cancel culture non esiste”, ci dicono i “fact checkers indipendenti” e i vari puntualizzatori della stampa statunitense e italiana. Sarà… però in Giappone, alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo hanno dovuto rassegnare le dimissioni Kentaro Kobayashi, direttore della cerimonia di apertura e Keigo Oyamada, in arte “Cornelius”, musicista pop di fama internazionale, che aveva composto le musiche della cerimonia inaugurale e di chiusura dei Giochi. Non erano coinvolti in alcun sospetto di reato. Il direttore della cerimonia, di professione comico, in uno spettacolo teatrale di 23 anni fa, ripreso dalla televisione, aveva recitato una battuta in cui si parlava di Olocausto. Non stava deridendo le vittime, ma stava semmai prendendo in giro l’assurdità dei giochi proposti dagli educatori, che intrattenevano i bambini anche con divertimenti grotteschi (“e ora giochiamo all’Olocausto”). Nel 1998 Kobayashi non sapeva di aver pestato una mina, o meglio una bomba ad orologeria che sarebbe scoppiata 23 anni dopo e gli avrebbe distrutto la carriera. Oyamada, invece, nel 1995 aveva rilasciato un’intervista in cui confessava (senza dimostrare troppo pentimento) di essere stato un bullo con i suoi compagni di classe, quando era ragazzino. Anche lui, 26 anni fa, non sapeva di essersi condannato alla gogna. Questi sono due classici esempi di “cancel culture”, l’abitudine, nata negli Stati Uniti ed in via di diffusione in tutto il mondo, di “cancellare” una personalità sulla base di sue dichiarazioni o comportamenti ritenuti disdicevoli, anche se risalenti a un passato remoto. Ma la cancel culture non riguarda solo le persone vive e in attività, ma anche i libri, le opere di ingegno e i monumenti. Tutto ciò che non supera il test del politicamente corretto deve essere rimosso, cancellato. La cancel culture è antica e moderna al tempo stesso. Antica, perché ricalca le pratiche dell’ostracismo in auge sin dalla Grecia classica. Ma è moderna nel metodo, perché sfrutta tutti gli strumenti messi a disposizione da Internet. Il web ha una memoria incancellabile, dunque rende possibile incastrare una persona sulla base di episodi, dichiarazioni o situazioni di tanti anni fa. Il web, inoltre, grazie ai social network, cancella la distinzione fra pubblico e privato: una frase pronunciata fra amici, o scritta sulla propria pagina Facebook diventa una dichiarazione pubblica. Il web, infine, mette in contatto tutto il mondo, quindi uno scandalo locale diventa globale. Un tipico esempio di come funzioni la cancel culture, per stroncare la carriera di un personaggio pubblico, è il licenziamento, da parte della Disney di Gina Carano (che gli spettatori hanno conosciuto in The Mandalorian). Ha iniziato a subire pressioni dal pubblico perché, durante le manifestazioni di Black Lives Matter, non dimostrava abbastanza impegno anti-razzista: troppo pochi post, troppo pochi tweet. Poi ha iniziato a far trapelare le sue simpatie per Trump ed è subito diventata un bersaglio mobile. Il colpo di grazia se lo è inflitto all’indomani delle elezioni, quando, postando una foto del pogrom di Lviv (1941) ha paragonato la sistematica emarginazione dei conservatori nella società americana all’inizio dell’emarginazione degli ebrei dalle società tedesca e dell’Europa orientale, dove poi sarebbero stati apertamente perseguitati e poi sterminati. Il parallelo storico le è costato un licenziamento in tronco, preceduto dal solito linciaggio a mezzo social. Donald McNeil, giornalista scientifico del New York Times, specializzato in argomenti medici e dunque molto attivo durante la pandemia di Covid-19, è stato indotto a lasciare il New York Times il febbraio scorso. Testimoni avevano riferito che, durante un viaggio in Perù in compagnia di adolescenti, aveva usato la parola N (cioè nero con la g fra la e e la r) per indicare gli afroamericani. Il quotidiano The Daily Beast ha rivelato lo scandalo e la sua carriera è divenuta insostenibile. Nello stesso prestigioso quotidiano, erano scoppiati in precedenza due casi ancor più gravi. Il direttore della sezione commenti, James Bennet, aveva dovuto rassegnare le dimissioni per aver ospitato nelle sue pagine il commento del senatore repubblicano Tom Cotton, il quale proponeva di impiegare la Guardia Nazionale per ripristinare l’ordine dopo le prime violente proteste di Black Lives Matter. Il New York Times era solito pubblicare un controcanto, fra le opinioni. Ma ora non se lo può permettere, evidentemente. Bari Weiss, editorialista, aveva rassegnato le sue dimissioni descrivendo il clima infame che si era creato nella redazione, dove subiva insulti e accuse di razzismo e di essere (in quanto ebrea) troppo sionista. Senza che i superiori intervenissero a difenderla, per altro. Bari Weiss, nel suo lungo articolo di addio al quotidiano newyorkese, additava soprattutto la cultura dei social network quale causa di questa degenerazione: la smania di seguire sempre, in tempo reale, il consenso dei lettori espresso sui social. Che è la caratteristica tipica della cancel culture. Ma si può rischiare di perdere la carriera anche in modo indiretto. Come è nel caso di Chris Harrison, conduttore per 17 anni del programma televisivo The Bachelor del network televisivo ABC, poi indotto l’8 giugno scorso a dimettersi. Non aveva detto o fatto nulla di politicamente scorretto, ma aveva preso le difese di una concorrente del suo programma, Rachael Kirkconnell, che la scorsa primavera era diventata oggetto di una violenta campagna di odio online. La colpa della ragazza in questione era quella di aver pubblicato sulle sue pagine dei social le foto in cui indossava il berretto MAGA (Make America Great Again, della campagna elettorale di Donald Trump) e soprattutto quelle in cui, in una festa della sua confraternita universitaria era vestita con la moda del “vecchio Sud”. Stile Rossella O’Hara. Ciò che impressiona di queste vere e proprie epurazioni è la natura apparentemente bagatellare delle colpe che vengono contestate. Una foto, un costume, una frase, una battuta: basta pochissimo per essere cacciati dal proprio posto di lavoro o costretti alle dimissioni. Ciò non stupisce solo se si comprende la causa della cancel culture: l’idea che la propria storia e la propria cultura siano “infette”. Le infezioni sono quelle identificate dalla cultura neo-marxista, dunque: razzismo, paternalismo, sessismo, colonialismo. Tutto ciò che ripropone e non condanna gli stereotipi tipici di queste “malattie” dell’anima, deve essere rimosso. La cancel culture, infatti, non riguarda solo le persone in attività, ma anche le opere del passato. Via col Vento è stato accusato di razzismo e nel giugno 2020, nel pieno delle contestazioni di Black Lives Matter, rimosso dalla piattaforma Hbo Max. Su Netflix lo possiamo vedere ancora, ma con l’avvertimento che contiene stereotipi razziali (e l’invito di andare ad informarsi sui siti di Black Lives Matter: un movimento politico). I classici della Disney, tutti da Biancaneve agli Aristogatti, passando per Dumbo, sono sotto accusa per stereotipi razziali, anche impercettibili per un pubblico non ideologizzato. Devono essere preceduti da avvertimenti per il pubblico, quando non vengono eliminati dai cataloghi. La vicenda che fa più discutere, negli ultimi mesi, riguarda i libri per bambini di Theodor Geisel, in arte Dr. Seuss, citato da Barack Obama come buon esempio di letteratura carica di valori positivi, ma ora condannato per stereotipi razziali. Sei dei suoi libri, fra cui Mulberry Street non verranno più venduti dalla sua casa editrice. Fin qui per le opere contemporanee, ma siccome le malattie della cultura occidentale hanno radici profonde, ecco che partono anche iniziative, più o meno gravi, per rimuovere anche i classici. La proposta non è mai passata, ma professori di Oxford hanno suggerito di “decolonizzare” i programmi di studio della musica classica eliminando lo studio di Mozart e Beethoven fra gli altri. I programmi sono accusati di essere troppo centrati su “Musica europea bianca composta in epoca schiavista”. Oxford ha smentito di aver preso seriamente in considerazione questa proposta di riforma del programma, ma non che la proposta sia stata fatta e sia partita da docenti. Questo è il caso più eclatante, ma nel frattempo nell’università di Princeton, una delle più importanti degli Stati Uniti, lo studio del latino e del greco non sarà più richiesto a causa degli “eventi razziali della scorsa estate”, stando al comunicato della stessa accademia. Da qui all’eliminazione dello studio anche dei padri greci della filosofia (tutti nati e cresciuti in ambienti schiavisti) è molto più breve di quanto sembri. Su altri aspetti della cultura e della storia recente, ci sono state molte meno remore, come suggeriscono le decine e decine di statue abbattute soprattutto negli ultimi quattro anni. La cancel culture non esiste? Se anche non esistesse, comunque comporta licenziamenti, rimozioni di statue e rivoluzioni nei programmi scolastici. E non si può parlare di singoli fatti isolati, perché sono ricollegabili sempre alle stesse cause e tutti ripropongono gli stessi metodi. Di sicuro non esiste, né potrebbe esistere, una pianificazione centrale. Non ci sono gerarchi di un regime che, a mo’ di commissari sovietici, ordinano censure dei testi, epurazioni e l’abbattimento di monumenti. È però ormai diffusa una mentalità trasversale, ormai internazionale, secondo la quale viviamo in un “anno zero”, come in tutte le rivoluzioni.

Ed è nell’ottica di questo anno zero in cui dobbiamo rileggere, giudicare ed eventualmente condannare e rimuovere ciò che è stato prima. Testo: Stefano Magni

Paolo Di Stefano per "il Corriere della Sera" il 13 luglio 2021. Rivela Vincenzo Trione, nella «Lettura», che la Biblioteca Nazionale di Roma ha acquistato gli arredi e i libri dell'appartamento romano di Italo Calvino in Campo Marzio 5, per ricostruire «con perizia filologica» gli ambienti di lavoro e di vita dello scrittore. Iniziativa lodevole. Ora, in attesa del centenario della nascita, che ricorrerà nel 2023, ci si augura che la Mondadori (il suo editore postumo) si assuma l'impegno di pubblicare quello che la grande studiosa Maria Corti, amica di Italo, definì il più bel carteggio d'amore del Novecento italiano. Sono le trecento lettere tra Calvino e l'attrice-scrittrice Elsa de' Giorgi, conservate nel Fondo manoscritti di Pavia (fondato dalla stessa Corti) e rimaste lì per il divieto (imposto dalla vedova Esther Judith Singer detta Chichita) di stamparle fino al 2010, ovvero passati i 25 anni dalla morte di Calvino. Siamo nel 2021 e non è accaduto nulla, se non qualche uscita corsara qua e là in internet e non solo. Nel 2004 il Corriere rese nota quella storia d'amore, risalente agli anni 1955-58, citando ampi stralci delle lettere: ne nacque un grottesco scandalo, con accuse di voyeurismo lanciate dai custodi dell'integrità morale dell'amico (Scalfari, Asor Rosa, Citati). Chichita è morta tre anni fa lasciando erede la figlia Giovanna e il centenario sarebbe l'occasione migliore per far uscire dagli archivi quel magnifico epistolario, testimonianza di una relazione amorosa e intellettuale (a Elsa Calvino dedicò la raccolta delle Fiabe italiane) liquidata sdegnosamente come uno dei ripetuti casi in cui Italo cadde nelle trame di «False Contesse che lo istruivano, gli insegnavano le buone maniere...» (sic dixit Citati). Si colmerebbe così il vuoto dei Meridiani (che semplicemente cancellano la presenza della de' Giorgi) a vantaggio di una visione più completa dello scrittore (non più solo quello da antologia scolastica), dal punto di vista umano ma anche stilistico. Rimediando a un clamoroso caso di italica cancel culture. Mentre -per dirne solo alcuni alla rinfusa - conosciamo i carteggi amorosi di Cechov, di Kafka, di Scott Fitzgerald, di Majakovskij e Lili Brik, di Campana e Sibilla Aleramo, di Pavese, di Brancati e Anna Proclemer, di Colette, di Pessoa, di Pasternak, di Hemingway, di Rilke, di Quasimodo, di Nabokov, di Montale, di Joyce, di Virginia Woolf, di Neruda. Voyeurismo?

La cancel culture? Non esiste Intanto però, sparisci! Luigi Mascheroni il 6 Giugno 2021 su il Giornale. Per qualcuno è una dittatura immaginaria, inventata dalle destre. Sarà. Ma la cronaca dice altro...Vi ricordate quando a gennaio un deputato democratico eletto alla Camera dei Rappresentanti per lo Stato del Missouri recitò un inno durante l'apertura dei lavori del Parlamento degli Stati Uniti aggiungendo al tradizionale «amen» una sua versione femminile: «and a-woman»? Il mondo si mise a ridere, i critici del politicamente corretto insorsero, e invece era solo un gioco di parole che aveva lo scopo di rispettare la neutralità di genere: insomma, è stato tutto un fraintendimento. E a maggio, quando una blogger di San Francisco prese di mira su Twitter la favola di Biancaneve per via del bacio ricevuto «non consensualmente» dal Principe azzurro? I giornali ci si fiondarono, i commenti ondeggiarono fra lo sberleffo e l'indignazione, ma poi si scopre che no, non è proprio così, era solo una provocazione, una mezza fake news, una favola anche quella, che gli ignoranti populisti sovranisti sessisti salvinisti bianchi omofobi neocolonialisti e potenziali stupratori, si sono bevuti come vera. E le richieste alla BBC di boicottare il film Grease? Ma dài, siete pazzi a prendere cinque tweet indignati come rappresentativi dell'intero sentimento del popolo inglese... E la famosa censura antirazzista di Via col vento? Ma non era una censura, solo un disclaimer a inizio film! E le statue abbattute e imbrattate? Eccessi di fanatici («Anche se, certo, alcune di quelle figure storiche... insomma...»). E Kevin Spacey, accusato di molestie sessuali, letteralmente cancellato, grazie alle tecnologie digitali, da un film già girato, senza processo? «...». E i classici della letteratura, della filosofia e della musica occidentale, messi ai margini dei programmi d'esame nei college americani perché discriminanti rispetto a culture «altre» e minoranze varie? «Casi isolati, e poi non è proprio così». «Anzi: semmai è agli studi postcoloniali e ai gender studies che non si dà abbastanza spazio!»). Quindi, come ha provato a dirci Zerocalcare in un suo fumetto più confuso che divertente, più ideologico che originale, quella del politicamente corretto è una «dittatura immaginaria». La rivista Internazionale ci ha fatto anche una copertina quindici giorni fa. E L'Espresso continua a ripetercelo ogni settimana. E i siti di informazione indipendenti - loro sì che lo sono - lo spiegano per filo e per segno: chi denuncia ogni giorno casi immaginari di politicamente corretto e cancel culture è solo qualcuno terrorizzato dai cambiamenti che stanno investendo il mondo. Insomma, la cancel culture non esiste. Quelli tirati fuori dai giornali americani e poi gonfiati dai tabloid e poi strumentalizzati dai «giornalacci di destra», e poi commentati dai Mentana e dai Gramellini, sono solo episodi travisati o insignificanti. «E non è vero che Non si può più dire niente, basta con 'sta lagna!». Il politicamente corretto è solo nella testa di chi vuole continuare a offendere, ghettizzare, umiliare, ironizzare chiunque non sia maschio, bianco, etero, occidentale, benestante. Eccolo, il problema. Ora è tutto più chiaro. «Cancel culture e politically correctness sono tutta una montatura!». In Italia, poi... «Quelli che sui social chiedono licenziamenti e cancellazioni sono irrilevanti: pochi e non contano nulla... dài: di cosa ci preoccupiamo?». «Anzi: più diamo importanza alla cancel culture più aiutiamo l'Alt-right, i suprematisti bianchi, il maschio predatore, le squadracce reazionarie, e soprattutto il partito dei salviani e dei meloniani!!». E quindi? Mah, forse la cosa migliore a questo punto è cancellare chi vuole parlare di cancel culture. Eliminare i tweet che segnalano le eliminazioni. Deridere chi denuncia il politicamente corretto. Far tacere chi sostiene che non si può più dire niente. «Anzi: siete voi che non mi fate mettere schwa e asterischi dappertutto!» *** tiè. Insomma, rilassiamoci. A parte quei fanatici del Foglio, del Giornale e di qualche sito dissidente, la cultura della cancellazione - soprattutto in Italia - non esiste. Come la mafia. Sì, ma il museo di Lombroso che vogliono chiudere? («È razzismo scientifico!»). E la statua di D'Annunzio imbrattata a Trieste? («Era fascista!»). E i due comici massacrati dal web per una gag in cui fanno il verso ai cinesi? («Razzisti!»). Meglio ripeterlo. La cancel culture NON esiste. «E infatti non è stato ancora ucciso nessuno». Intanto la serie tv Friends, che ci ha fatto crescere sorridendo negli anni Novanta, oggi è criticata perché - a ripensarci - i protagonisti sono troppo bianchi e troppo poco gay. La statua gigante di Marilyn Monroe nella posa iconica con la gonna alzata di Quando la moglie è in vacanza, posizionata di fronte al museo di Palm Springs in California, è a rischio rimozione perché «sessista e diseducativa». E la Disney ha compiuto il suo capolavoro di rilettura dei classici hollywoodiani trasformando la nuova Crudelia in un personaggio positivo, che piace a tutti, animalisti compresi. L'importante è che le destre, poi, non strumentalizzino il tutto.

Luigi Mascheroni. Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri 

Cancel culture, il nuovo maoismo che del passato farà tabula rasa. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 6 febbraio 2021. Statue abbattute, libri e film censurati, pubblica gogna. Come un legittimo movimento di liberazione si può trasformare nel suo paradossale contrario. Quando nella primavera del ’66 Mao Zedong lanciò la sua Rivoluzione culturale per riprendere in mano le redini del partito comunista e dello Stato cinese disponeva di un’arma formidabile: centinaia di milioni di giovani. Erano i ragazzi delle grandi città utilizzati dal “grande timoniere” per combattere “l’imborghesimento” dei gruppi dirigenti e ripristinare il marxismo- leninismo come guida ideologica della Repubblica popolare. Lo fecero con un entusiasmo, un’energia e una ferocia senza pari. Un miraggio di emancipazione che nascondeva un potente dispositivo ( e desiderio) di vendetta nei confronti degli avversari e, in generale, del vecchio mondo che poi non era altro che la civiltà cinese nel suo insieme. Ogni riferimento antecedente alla rivoluzione del ’ 49 doveva essere cancellato dalla faccia della Cina. Gli stessi osservatori dell’Unione sovietica rimasero scioccati dal dispotico controllo sociale esercitato sulla popolazione e dal sistema di gogna riservato ai “borghesi degenerati”. Nessuna polizia segreta o grigie spie della Stasi, ma il processo popolare permanente e la pretesa della pubblica abiura nelle famigerate “sessioni di lotta”, incontri dove i presunti nemici del partito subivano le peggiori umiliazioni. Una pratica che ricorda il contemporaneo online shaming che avviene sulle piattaforme dei social network quando la gogna digitale si sostituisce come un randello alla legittima critica. Un’umiliazione inferta paradossalmente da chi afferma di voler combattere contro “l’odio” in rete e non accorge di impiegare gli stessi, beceri metodi. La Storia difficilmente si ripete, ma quando accade tende a farlo sotto forma di farsa, come ironizzava Marx nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, e proprio in tal senso è difficile non scorgere inquietanti analogie tra l’impeto iconoclasta delle Guardie rosse cinesi e gli odierni movimenti progressisti con la loro intransigente cancel culture che dello scomodo passato vuole fare “tabula rasa” parafrasando un noto passaggio de L’internazionale. Le statue dei colonizzatori, dei mercanti di schiavi, dei vecchi politici razzisti, i monumenti nazionalisti, gli obelischi e gli altari alla memoria sono da mesi il bersaglio di manifestazioni e cortei in un crescendo che non sembra risparmiare nessuno, neanche una gloria come Winston Churchill, sfregiato dai un gruppo di attivisti londinesi che sfilavano in solidarietà di George Floyd, l’afroamericano strangolato la scorsa estate dalla polizia. In Francia La Ligue de défense noire africaine nel nome dell’antirazzismo e dell’anticolonialismo ha chiesto di eliminare dalla toponomasticai nomi di Clodoveo, Carlo Magno e Giovanna d’Arco. Come una macchia d’olio la furia della cancel culture non si limita ai busti e alle sculture ma invade tutto il campo culturale: libri, canzoni, film, pièce teatrali e programmi accademici definiti xenofobi, sessisti o semplicemente obsoleti. «Anticaglie!», gridavano i giovani maoisti mentre mandavano al macero milioni libri, ribattezzando i nomi delle strade e bruciando persino i registri genealogici dei cittadini che da quel momento erano costretti ad assumere una nuova identità conforme ai precetti dello Stato comunista. Particolarmente pensoso il destino riservato alle opere dell’ingegno, all’arte: come in Cina dove dopo la Rivoluzione culturale era impossibile imbattersi in un saggio o romanzo che facesse riferimento al passato o a un pensiero diverso da quello ufficiale, oggi a venire messi in discussione sono capolavori della letteratura come Huckleberry Finn ( considerato razzista) sparito dalle biblioteche americane il capolavoro della letteratura medievale britannica I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, cancellati dai programmi dell’Università di Leichester per far spazio a dei corsi sulla “razza e la sessualità“ ( sic). Un’altra analogia riguarda l’uso ideologico della gioventù, una categoria strumentalizzata da tutti regimi del mondo. Nella Cina maoista i giovani istruiti dal Libretto rosso erano chiamati ad abbattere il vecchio ordine sociale e a purgare i suoi rappresentanti e “cattivi maestri” ( tra il ’ 66 e il 67 vennero imprigionati, torturati e uccisi almeno 200mila tra insegnanti e intellettuali) nell’ossessione che le vecchie generazioni corrotte e arraffone gli avessero rubato la vita e il futuro. Con le dovute differenze sembra di ascoltare un comizio di Greta Thumberg che nella sua autobiografia tuona contro l’odiata generazione dei “boomer” che oggi diventa responsabile e capro espiatorio di tutti i mali: «Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia!». A completare il quadro mancano solo i campi di rieducazione, in cinese Laogai, dove le Guardie rosse scaraventarono almeno quattro milioni di persone a spaccare pietre e a studiare le citazioni di Mao. Nessuno ha ancora proposto di raddrizzare la schiena e lo spirito ai reprobi, almeno in modo serio, Nel 2019, in piena campagna metoo# la cantante francese Angèle che in un videoclip aveva messo in scena un tribunale in cui gli uomini vengono giudicati per il loro maschilismo e spediti in una fantomatica anti- sexism academy per imparare a rispettare le donne.

Parlamento Europeo 18.9.2019

PROPOSTA DI RISOLUZIONE COMUNE

presentata a norma dell'articolo 132, paragrafi 2 e 4, del regolamento 

in sostituzione delle proposte di risoluzione seguenti:

B9-0097/2019 (PPE)

B9-098/2019 (ECR)

B9-0099/2019 (S&D)

B9-0100/2019 (Renew)

sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa (2019/2819(RSP))

Michael Gahler, Andrius Kubilius, Rasa Juknevičienė, Željana Zovko, David McAllister, Antonio Tajani, Sandra Kalniete, Traian Băsescu, Radosław Sikorski, Andrzej Halicki, Andrey Kovatchev, Ewa Kopacz, Lukas Mandl, Alexander Alexandrov Yordanov, Andrea Bocskor, Inese Vaidere, Elżbieta Katarzyna Łukacijewska, Vladimír Bilčík, Ivan Štefanec, Liudas Mažylis, Loránt Vincze, Arba Kokalari

a nome del gruppo PPE

Kati Piri, Isabel Santos, Sven Mikser, Marina Kaljurand

a nome del gruppo S&D

Michal Šimečka, Frédérique Ries, Ramona Strugariu, Katalin Cseh, Ondřej Kovařík, Vlad-Marius Botoş, Izaskun Bilbao Barandica, Jan-Christoph Oetjen, Sheila Ritchie, Olivier Chastel, Petras Auštrevičius

a nome del gruppo Renew

Ryszard Antoni Legutko, Anna Fotyga, Tomasz Piotr Poręba, Dace Melbārde, Witold Jan Waszczykowski, Ryszard Czarnecki, Jadwiga Wiśniewska, Bogdan Rzońca, Anna Zalewska, Jacek Saryusz-Wolski, Grzegorz Tobiszowski, Joanna Kopcińska, Elżbieta Rafalska, Joachim Stanisław Brudziński, Beata Szydło, Beata Mazurek, Andżelika Anna Możdżanowska, Beata Kempa, Patryk Jaki, Charlie Weimers

a nome del gruppo ECR

EMENDAMENTI 001-001

Risoluzione del Parlamento europeo sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa

(2019/2819(RSP))

Il Parlamento europeo,

– visti i principi universali dei diritti umani e i principi fondamentali dell'Unione europea in quanto comunità basata su valori comuni,

– vista la dichiarazione rilasciata dal primo Vicepresidente Timmermans e dalla Commissaria Jourová il 22 agosto 2019, alla vigilia della Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari,

– vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite adottata il 10 dicembre 1948,

– vista la sua risoluzione del 12 maggio 2005 sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l'8 maggio 1945[1],

– vista la risoluzione 1481 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti,

– vista la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale[2],

– vista la Dichiarazione di Praga sulla coscienza europea e il comunismo, adottata il 3 giugno 2008,

– vista la sua dichiarazione sulla proclamazione del 23 agosto come Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo, approvata il 23 settembre 2008[3],

– vista la sua risoluzione del 2 aprile 2009 su coscienza europea e totalitarismo[4],

– vista la relazione della Commissione del 22 dicembre 2010 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa (COM(2010)0783),

– viste le conclusioni del Consiglio del 9-10 giugno 2011 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa,

– vista la Dichiarazione di Varsavia del 23 agosto 2011 sulla Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari,

– vista la dichiarazione congiunta del 23 agosto 2018 dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell'Unione europea per commemorare le vittime del comunismo,

– vista la sua storica risoluzione sulla situazione in Estonia, Lettonia e Lituania, approvata il 13 gennaio 1983 in risposta al cosiddetto "appello baltico", presentato da 45 cittadini di detti paesi,

– viste le risoluzioni e le dichiarazioni sui crimini dei regimi totalitari comunisti, adottate da vari parlamenti nazionali,

– visto l'articolo 132, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A. considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire;

B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

C. considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

D. considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

E. considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature;

F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;

G. considerando che, fin dall'inizio, l'integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista, che ha portato all'Olocausto, e all'espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell'Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni e ostilità in Europa attraverso la cooperazione e l'integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia sul continente; che per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell'occupazione sovietica e delle dittature comuniste l'allargamento dell'UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono;

H. considerando che occorre mantenere vivo il ricordo del tragico passato dell'Europa, onde onorare le vittime, condannare i colpevoli e gettare le basi per una riconciliazione fondata sulla verità e la memoria;

I. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

J. considerando che trent'anni fa, il 23 agosto 1989, ricorreva il cinquantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop e le vittime dei regimi totalitari sono state commemorate nella Via Baltica, una manifestazione senza precedenti cui hanno partecipato due milioni di lituani, lettoni ed estoni, che si sono presi per mano per formare una catena umana da Vilnius a Tallin, passando attraverso Riga;

K. considerando che, nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell'URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell'agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l'interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l'Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale;

L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

M. considerando che gruppi e partiti politici apertamente radicali, razzisti e xenofobi fomentano l'odio e la violenza all'interno della società, per esempio attraverso la diffusione dell'incitamento all'odio online, che spesso porta a un aumento della violenza, della xenofobia e dell'intolleranza;

1. ricorda che, come sancito dall'articolo 2 TUE, l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; rammenta che questi valori sono comuni a tutti gli Stati membri;

2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza;

3. ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari;

4. esprime il suo profondo rispetto per ciascuna delle vittime di questi regimi totalitari e invita tutte le istituzioni e gli attori dell'UE a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l'umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più; sottolinea l'importanza di mantenere vivo il ricordo del passato, in quanto non può esserci riconciliazione senza memoria, e ribadisce la sua posizione unanime contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia;

5. invita tutti gli Stati membri dell'UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;

6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione;

7. condanna il revisionismo storico e la glorificazione dei collaboratori nazisti in alcuni Stati membri dell'UE; è profondamente preoccupato per la crescente accettazione di ideologie radicali e per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza nell'Unione europea ed è turbato dalle notizie di collusione di leader politici, partiti politici e forze dell'ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni Stati membri; invita gli Stati membri a condannare con la massima fermezza tali accadimenti, in quanto compromettono i valori di pace, libertà e democrazia dell'UE;

8. invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE;

9. invita gli Stati membri a condannare e contrastare ogni forma di negazione dell'Olocausto, compresa la banalizzazione e la minimizzazione dei crimini commessi dai nazisti e dai loro collaboratori, e a prevenire la banalizzazione nei discorsi politici e mediatici;

10. chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni;

11. chiede inoltre che il 25 maggio (anniversario dell'esecuzione del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz) sia proclamato "Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo", in segno di rispetto e quale tributo a tutti coloro che, combattendo la tirannia, hanno reso testimonianza del loro eroismo e di vero amore nei confronti dell'umanità, dando così alle future generazioni una chiara indicazione dell'atteggiamento giusto da assumere di fronte alla minaccia dell'asservimento totalitario;

12. invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027;

13. dichiara che l'integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l'Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all'interno che all'esterno del suo territorio;

14. sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE;

15. sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;

16. è profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi;

17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti;

18. osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari;

19. condanna il fatto che forze politiche estremiste e xenofobe in Europa ricorrano con sempre maggior frequenza alla distorsione dei fatti storici e utilizzino simbologie e retoriche che richiamano aspetti della propaganda totalitaria, tra cui il razzismo, l'antisemitismo e l'odio nei confronti delle minoranze sessuali e di altro tipo;

20. esorta gli Stati membri ad assicurare la loro conformità alle disposizioni della decisione quadro del Consiglio e a contrastare le organizzazioni che incitano all'odio e alla violenza negli spazi pubblici e online;

21. sottolinea che il tragico passato dell'Europa dovrebbe continuare a fungere da ispirazione morale e politica per far fronte alle sfide del mondo odierno, come la lotta per un mondo più equo e la creazione di società aperte e tolleranti e di comunità che accolgano le minoranze etniche, religiose e sessuali, facendo in modo che tutti possano riconoscersi nei valori europei;

22. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, alla Duma russa e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale.

"Comunismo come nazismo": cosa dice il testo del Parlamento Ue che divide politici e storici.

Durante l'ultima plenaria di Strasburgo, gli eurodeputati hanno dato l'ok a una risoluzione in cui si equiparano i due regimi. Il plauso dei Paesi dell'Est, tra cui quelli di Visegrad. Ma tra le fila della sinistra è polemica. Cosa c'è scritto. Dario Prestigiacomo il 23 settembre 2019 su europa.today.it. "Ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale". Parte da questa valutazione storica la risoluzione del Parlamento europeo che sta dividendo il mondo della politica e gli storici. Si tratta di un documento politico, senza dirette conseguenze, almeno per il momento, sul piano legislativo. Ma per alcuni potrebbe aprire la strada a norme che condannano in tutta l'Unione europea l'apologia del fascismo e del nazismo, come già avviene, ma anche l'uso dei simboli del comunismo. Che in molti Paesi Ue e nella stessa Eurocamera, compaiono su bandiere e loghi di partito. Ecco perché il testo ha sollevato accese polemiche, anche in Italia. Per molti, la decisione di aprire la nuova legislatura del Parlamento Ue con una dichiarazione del genere è in linea con il tentativo dell'establishment europeo, in particolare dell'asse che regge la neo presidente della Commissione Ursula von der Leyen, di ricucire lo strappo con i Paesi dell'Est, in particolare con gli Stati di Visegrad (Polonia e Ungheria su tutti), dove i decenni di appartenenza all'Urss hanno lasciato un forte sentimento anticomunista. 

Il plauso di Visegrad. Dall'altra parte, in tanti a sinistra hanno ricordato come il comunismo, nei Paesi occidentali come l'Italia, sia stato parte integrante della costruzione della democrazia in quegli Stati dopo la Seconda guerra mondiale. Oltre che parte integrante della costruzione della stessa Unione europea. Da qui, le accese proteste di partiti come LeU, ma anche di esponenti del Pd. Che non hanno gradito il 'tradimento' di alcuni eurodeputati dem e socialisti che a Strasburgo hanno votato a favore di questa risoluzione. A preoccupare questo fronte sono in particolare due passaggi del testo: il Parlamento europeo, si legge, "esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti". E più avanti, sempre l'Eurocamera "osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari". In sostanza, Strasburgo punta il dito su simboli come la "falce e il martello", ma anche su tutta quella toponomastica associata a "eroi" del comunismo, come l'italiano Palmiro Togliatti.

La protesta dei partigiani italiani. Ma non è solo una questione di simboli. I partigiani italiani sono tutte le furie: l'Anpi ha espresso "profonda preoccupazione" perché "in un'unica riprovazione si accomunano oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori, per di più ignorando lo spaventoso tributo di sangue pagato dai popoli dell'Unione Sovietica (più di 22 milioni di morti) e persino il simbolico evento della liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata rossa - lamenta l'Associazione dei partigiani - Davanti al crescente pericolo di nazifascismi, razzismi, nazionalismi, si sceglie una strada di lacerante divisione invece che di responsabile e rigorosa unità".

Falso storico? Tra gli storici, poi, c'è chi bolla come un falso storico il fatto che la risoluzione attribuisca al patto Molotov-Ribbentrop la causa scatenante del conflitto. Nella risoluzione, si legge che in seguito a questo patto e al successivo "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, "la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia".

La questione con la Russia di oggi. Per molti si tratta di una ricostruzione forzata. E la Russia ha più volte protestato in passato su questa forzatura. Come ha ricordato poco tempo il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, la Russia avrebbe firmato il patto Molotov-Ribbentrop solo perché, al tempo, furono diversi i Paesi che tentarono di tenere a bada Hitler con patti e trattati. "Ingenuamente calcolando che la guerra non li avrebbe sfiorati, le potenze occidentali hanno giocato una doppia partita - ha ricordato - E hanno cercato di incanalare l'aggressività di Hitler verso Est. In quelle condizioni, l'Urss ha dovuto salvaguardare da sola la propria sicurezza nazionale". Del resto, dietro la risoluzione del Parlamento è chiaro a tutti come vi sia l'ombra delle recenti tensioni tra Mosca e Bruxelles. Nel testo, dopo aver sostenuto che "la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista", si afferma "che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico". E si invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato". Per essere ancora più chiari in merito, il Parlamento dichiara di essere "profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi". 

Il comandante Pilecki. La risoluzione sembra a un certo punto dimenticare la parola "comunismo". Lo fa quando "chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani". Subito dopo, la richiesta di proclamare la "Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo" il 25 maggio, ossia la data dell'esecuzione del "comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz". Pilecki era un comandante polacco che combattè contro il nazifascimo. Dopo la fine del confltto, fu tra coloro che cercarono di opporsi alla sovietizzazione della Polonia. Catturato dai comunisti, fu giustiziato dopo un processo sommario nel '48. E il suo nome fu bandito per decenni. La riabilitazione avvenne solo dopo il crollo del Muro di Berlino. La sua vicenda, al di là dell'uso che ne fa la risoluzione, dimostra la complessità della Storia: eroe di Auschwitz, Pilecki morì per mano di quella stessa Armata Rossa che aveva liberato i prigionieri sopravvissuti al campo di sterminio. 

Rileggere la storia. Comunismo e fascismo, due facce della stessa medaglia totalitaria. Ma il Pci fu un’eccezione. Alberto De Bernardi l'11 Dicembre 2019 su L'Inkiesta. Secondo lo storico Alberto De Bernardi, bisogna condannarli allo stesso modo, perché costituiscono i due lati della tara che ha insanguinato l’Europa per gran parte del XX secolo. Ma il Partito Comunista Italiano è stato, con tutti i suoi limiti, un caso particolare nella storia del comunismo. La pubblicazione della risoluzione della UE “Sull’importanza della memoria per l’avvenire dell’ Europa” ha aperto in Italia un dibattito molto acceso che a distanza di diverse settimane non si è ancora spento, facendo dell’Italia un caso unico in Europa.

Leggere le fonti. Come molti storici, anche io ritengo sempre scivoloso ogni tentativo delle istituzioni politiche di definire una interpretazione condivisa del passato su cui costruire la memoria pubblica, perché si presta a omissioni e a superficialità, che gli storici hanno in più occasioni messo in evidenza: la memoria di eventi traumatici è difficilmente ricomponibile, quando vittime e carnefici sono ancora presenti e attivi nella sfera pubblica e soprattutto quando rimanda alla lunga guerra tra comunismo, fascismo e democrazia che ha insanguinato il secolo appena terminato; la storia, invece, può essere condivisa perché costruita su un approccio scientifico, anche se la stessa ricerca storica non è sempre esente da torsioni ideologiche e da punti di vista segnati da appartenenze politiche. La memoria infatti mira all’dentità, la storia alla verità. In ogni caso l’elemento saliente e sorprendente della discussione apertasi del nostro paese è che fin dalle prime battute essa ha perso di vista il documento sia dal punto di vista dei suoi contenuti, che delle sue finalità, per concentrarsi su due questioni, che con quel documento hanno ben poco a che fare, ma che invece attengono alla irrisolta e ingombrante “questione comunista” nella cultura politica della sinistra italiana, nonostante siano passati trent’anni dalla caduta del muro di Berlino e dello scioglimento del partito comunista italiano.

Il patto Ribbentrop-Molotov e le proposte della Risoluzione. La prima questione su cui si sono appuntate le critiche di storici e intellettuali, ma soprattutto dell’associazionismo antifascista con in testa l’Anpi, riguarda l’affermazione per altro poco fondata, che nel documento si attribuisca al patto Ribbentrop-Molotov lo scoppio della Seconda mondiale.

Sul punto infatti il parlamento invita a fare 4 considerazioni:

1- considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l’Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l’Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

2- considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal “trattato di amicizia e di frontiera” nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l’Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

3- considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall’Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

4- considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature.

Il Parlamento europeo dunque non si cimenta in una discussione sulle cause della Seconda guerra mondiale, ma invita alla luce di queste considerazioni assai fondate, a condannare le conseguenze di quel patto che ha costretto i paesi dell’Europa dell’Est, a subire per cinquant’anni una dittatura spietata, condannandoli a perdere la libertà, che invece costituisce il fondamento delle democrazie dell’Europa occidentale; invita inoltre a fare un bilancio storico e morale di questo periodo, aprendo inchieste giudiziarie nei confronti di eventuali aguzzini, analoghe a quelle che hanno riguardato i crimini del nazismo e del fascismo. L’antifascismo costituì lo strumento ideologico attraverso il quale l’Urss cerco di legittimare la politica di potenza nell’Europa orientale e baltica.

Il “patto scellerato” e l’Urss. Certamente, come ha messo in luce la ricerca storica, quel patto fu anche la conseguenza della volontà delle nazioni democratiche europee di non coinvolgere l’Urss nella lotta contro la minaccia nazista, convinte come erano che il comunismo fosse un nemico peggiore del fascismo. Questa concezione fu alla base dell’appeasement con il fascismo perseguita dalle democrazie europee per cercare di circoscrivere l’espansionismo di Hitler e Mussolini e evitare un nuovo conflitto mondiale: come ricordò Churchill si trattò di una valutazione sbagliata per cui Francia e Gran Bretagna oltre a non riuscire a evitare la guerra, persero anche “l’onore”. Ma le ragioni del “patto scellerato” stanno solo in parte in quell’errore. Infatti l’accordo tra Mosca e Berlino aveva ben più solide implicazioni strategiche, che andavano ben oltre lo sforzo sovietico di impedire l’attacco militare nazista all’Urss, e che riguardavano i progetti «imperiali» di Stalin, volti da un lato a fare dell’Urss una grande potenza mondiale. In quest’ottica l’ espansione dei propri confini nazionali in direzione dell’Europa orientale, come misero in luce la spartizione della Polonia e la guerra contro la Finlandia, costituiva una chiave di volta fondamentale. Quindi il suggerimento del parlamento europeo di ritornare a riflettere su quel patto è di grande rilievo perché obbliga a riconsiderare il ruolo dell’Urss nella seconda guerra mondiale, all’interno del quale l’imperialismo costituisce una linea guida che rimane anche dopo Stalingrado e l’alleanza “antifascista” con gli Stati Uniti e i suoi alleati: se siamo europei dobbiamo prendere atto della necessità irrinviabile di leggere la storia del continente nella sua interezza: non solo da Roma o Parigi, ma anche da Varsavia o da Vilnius. Da quelle capitali l’esaltazione dell’Urss come patria dell’antifascismo e della lotta al nazismo appare del tutto priva di senso, perché l’antifascismo costituì lo strumento ideologico attraverso il quale l’Urss cerco di legittimare la politica di potenza nell’Europa orientale e baltica. Ma questo dato di fatto mina anche la narrazione dominante nell’Europa occidentale sul ruolo dell’Urss nella lotta contro il fascismo, perché essa non era condotta in nome di una tavola di valori democratici, condivisa seppur ambiguamente anche dai partiti comunisti impegnati nelle resistenze dell’Europa occidentale, ma con lo scopo prioritario di affermare il progetto imperiale dell’Urss.

Lo Stalinismo e l’antifascismo. Al di la dei miti posteriori, non vanno dimenticare le conseguenze che il “patto” ebbe sull’antifascismo di allora. L’Urss, infatti, non era semplicemente uno stato tra altri stati; era la «patria del socialismo», cioè lo stato guida di un movimento rivoluzionario internazionale. Ogni suo atto, dunque, doveva necessariamente trovare posto all’interno di un tragitto strategico definito, come se costituisse la tessera di un mosaico che il partito era in grado di comporre perfettamente perché ne conosceva il disegno finale. Il patto con il nazismo, con il nemico principale del movimento operaio mondiale, andava dunque inserito in un dispositivo politico e ideologico capace di trasformare questa scelta, espressione della più cinica «ragion di stato», in una lungimirante operazione che doveva aprire una nuova fase dello scontro tra borghesia e classe operaia a livello mondiale. Per realizzare questo obbiettivo e mobilitare intorno ad esso il movimento comunista europeo fu rilanciata la vecchia discriminante capitalismo/anticapitalismo, in sostituzione di quella tra fascismo e antifascismo scelta nell’VIII congresso dell’Internazionale comunista. Questo cambio di orizzonte politico ebbe come conseguenza la crisi irreversibile dell’antifascismo stesso, come si era venuto configurando dal 1934, basato sull’unità d’azione tra comunisti, socialisti e forze democratiche. Quando Molotov dalla tribuna del Soviet supremo sostenne, a giustificazione del trattato testé sottoscritto, che «era insensato e addirittura criminale spacciare questa guerra come una lotta per la distruzione dell’hitlerismo sotto la falsa bandiera di una battaglia per la democrazia», decretò la morte dell’antifascismo. L’antifascismo venne dunque sacrificato per la politica di potenza dell’Urss, altro che “patria dell’antifascismo”: il dramma dei comunisti nell’Europa occidentale, stretti tra la fedeltà a Mosca e l’impegno nella lotta antifascista, insieme ai partiti democratici e socialisti, ne è la più chiara conferma. Quindi a chi professa una presunta lesa maestà dell’antifascismo nel mancato riconoscimento del ruolo dell’Urss nella lotta contro in nazismo, non solo non ha letto il testo della risoluzione, che non tratta dell’argomento, ma dimostra una conoscenza del passato parziale e ideologicamente orientata. Proprio l’esito della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est dimostra l’estraneità del comunismo ai valori dell’antifascismo e la strumentalità con cui l’Urss aderì alla “guerra antifascista” dopo Stalingrado e soprattutto utilizzò, come accennato in precedenza. l’antifascismo come elemento fondante della sua ideologia totalitaria. Questa duplicità di destini dell’antifascismo nelle due Europe divise dalla cortina di ferro – a Occidente fondamento ideale della rinascita democratica; a Oriente componente retorica dell’ideologia di stato delle repubbliche popolari – è la questione di fondo che il documento del parlamento europeo vuole proporre alla discussione dell’intera comunità e su cui gli intellettuali dovrebbero dare il loro contributo, invece che sventolare fruste bandiere. Tra il mai più dell’Europa occidentale e quello dell’Europa orientale vi è una differenza sostanziale: il primo riguarda il fascismo, il secondo il comunismo; una divergenza insopprimibile che si può superare solo riconoscendola, senza evocare il complotto anticomunista e antifascista dei paesi di Visegrad.

Equiparare fascismo e comunismo? Ma se nel dibattito italiano si è frainteso il senso della risoluzione per quel che riguarda il patto Ribbentropp-Molotov, il travisamento è ancor più grave a proposito della presunta equiparazione tra fascismo e nazismo che costituisce, nonostante non vi sia traccia nel documento, la chiave di lettura critica più diffusa tra gli intellettuali italiani di sinistra. Il 13 novembre l’Anpi e la Cgil di Modena hanno organizzato una conferenza di Luciano Canfora, l’ultimo studioso dichiaratamente comunista vivente in Italia, per rispondere all’interrogativo: “Nazifascismo e comunismo sono uguali? L’Europa alla prova di revisionismo storico”. Basta leggere il documento per capire che il parlamento europeo ha invitato a fare un’altra operazione culturale, ben lontana da una insulsa equiparazione: condannare allo stesso modo il fascismo e il comunismo, non perché siano uguali, ma perché costituiscono i due lati della stessa medaglia totalitaria, che ha insanguinato l’Europa per gran parte del XX secolo. Il nodo della questione riguarda dunque l’appartenenza o meno del comunismo al campo del totalitarismo, cioè a un insieme di regimi che, differenziati dal punto di vista delle finalità ideali che contrassegnano le loro ideologie, hanno messo in pratica forme di governo basate sulla negazione radicale della democrazia e del pluralismo, in nome di uno statalismo assoluto e di una integrazione inestricabile tra stato e partito, che ha tolto ogni autonomia ai cittadini, trasformati in sudditi di una macchina di controllo sociale senza scampo il cui esito estremo è stato il gulag e il lager. Il totalitarismo è la negazione dell’uomo; non è una ideologia, ma un crimine, estendendo anche al comunismo il giudizio che Sandro Pertini espresse a proposito del fascismo. Se di questa macchina totalitaria l’Europa occidentale ha conosciuto il volto fascista, quella orientale a conosciuto quello comunista, o entrambi. E dunque la risoluzione del parlamento comunitario “ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità, e rammenta l’orrendo crimine dell’Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l’umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari”. Come ha ricordato recentemente lo storico Antonio Brusa (“Novecento.org”, 2019) a proposito del nunca mas con cui la Commissione nazionale sui crimini della Giunta militare argentina ha intitolato il suo rapporto finale, tra il mai più dell’Europa occidentale e quello dell’Europa orientale vi è una differenza sostanziale: il primo riguarda il fascismo, il secondo il comunismo; una divergenza insopprimibile che si può superare solo riconoscendola, senza evocare il complotto anticomunista e antifascista dei paesi di Visegrad. Un riconoscimento che però implica di andare più a fondo di una semplice constatazione di un dato di fatto, mettendo a fuoco sia gli esiti della mancata condanna del comunismo nelle culture politiche della sinistra europea, sia i rigurgiti nazionalisti che riemergono nei paesi dell’Est, come conseguenza della mancata condanna del fascismo che pure aveva costituito una presenza significativa in quegli stati tra le due guerre. Quindi il documento, mentre condanna “il revisionismo storico e la glorificazione dei collaborazionisti dei nazisti che hanno corso in certi paesi dell’Unione”, invoca la necessità che si diffonda nell’Europa una memoria potremmo dire “antitotalitaria” che condanni entrambi i regimi che hanno negato i valori fondanti su sui è stata edificata la nuova Europa comunitaria. Su di essa deve poggiare “ una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani”. Siamo in presenza di un uso del termine revisionismo ben diverso da quello evocato dall’iniziativa modenese, che rimanda a stantie polemiche antidefeliciane, e alla difesa di una vulgata ideologica che non ha ormai nessun effettivo fondamento storico: la storia dell’Urss e dei regimi comunisti non appartiene al lungo processo della liberazione dell’uomo dalle ingiustizie sociali e dall’oppressione, ma al suo esatto contrario, nonostante la loro ideologia fosse fondata sull’emancipazione del lavoro e sulla creazione di un ideale società egualitaria. Che il comunismo abbia significato per milioni di uomini una speranza di riscatto e abbia guidato movimenti di liberazione in tutto il mondo, non può tradursi nel negare che tutte le volte che quella speranza si è consolidata in sistemi politici concreti abbia prodotto regimi totalitari.

Il comunismo e la cultura storica italiana. Perché dunque in Italia si è verificato questo travisamento, che non posso pensare sia dipeso dal fatto che gli storici non abbiano letto il testo che hanno commentato, fidandosi della lettura ideologica “filocomunista” dell’Anpi? Le ragioni sono sostanzialmente due.

La prima riguarda l’incapacità degli storici di estrazione marxista, che provengono da una più o meno lunga militanza nel Pci e/o nei movimenti di sinistra, di leggere il comunismo non per quello che aveva rappresentato nella loro giovinezza, ma per quello che effettivamente fu, quando fu messo alla prova effettiva della storia. Che il comunismo abbia significato per milioni di uomini una speranza di riscatto e abbia guidato movimenti di liberazione in tutto il mondo, non può tradursi nel negare che tutte le volte che quella speranza si è consolidata in sistemi politici concreti, da Mosca a Cuba, da Pechino a Belgrado abbia prodotto regimi totalitari, che hanno raggiunto punte di violenza e di distruzione degli esseri umani del tutto simili a quelle dei fascismi: il socialismo reale con quelle speranze non ebbe nulla a che fare, né si tratto di “eccessi” e di deviazioni da un piano ideale positivo. Il leninismo infatti già nella sua costruzione originaria professava l’idea di una “dittatura” non già del proletariato, bensì del partito unico, della Ceca, antagonistica allo stato di diritto e alla democrazia. Per accogliere questo piano di discussione e riflessione noi abbiamo a disposizione la categoria del totalitarismo, che consente di mettere in evidenza i punti di contatto, le omogeneità, oltre le differenze, che rendono possibile in sede scientifica la comparazione – che non è omologazione, equiparazione ed altre amenità – dei due regimi. Ma purtroppo la lezione della Arendt sul totalitarismo, pur vecchia di settant’anni, non è passata interamente nella storiografia e men che meno nel discorso pubblico e nel dibattito culturale, che spesso maneggiano questa concettualizzazione delle scienze sociali statunitensi con sospetto, come se fosse un vecchio arnese della guerra fredda e un “arma impropria” contro il comunismo. Invece che una chiave di lettura in grado di aprire prospettive di indagine originali e pregnanti. Queste prese di posizione segnalano dunque il peso di retaggi ideologici ancora pesantemente presenti nelle griglie concettuali con cui molta intellighenzia di sinistra guarda al passato, a tal punto da impedirle di interpretare un testo per quello che effettivamente dice o di coglierne lo straordinario significato in rapporto alla creazione di una cultura democratica europea.

Il Pci fu un’eccezione? La seconda ragione riguarda il comunismo italiano, la cui partecipazione alla resistenza e alla costruzione della democrazia italiana, non solo lo avrebbe messo al riparo dall’appartenere al campo del totalitarismo sovietico, ma lo avrebbe trasformato del tutto inopinatamente nel punto di vista da cui leggere tutta la storia del comunismo. Anche questa chiave di lettura non è pienamente condivisibile e presenta molte contraddizioni. Il Pci infatti è appartenuto all’orbita bolscevica e staliniana fino alla morte di Togliatti e la partecipazione alla stesura della costituzione non sana il fatto che, per lo meno fino alla segreteria di Berlinguer, nel suo orizzonte strategico, tra i suoi “fini”, vi fosse la “democrazia popolare”, cioè proprio il sistema di quei regimi dittatoriali dell’Europa dell’Est. Per fortuna l’appartenenza al mondo occidentale e i vincoli della guerra fredda hanno impedito al Pci di realizzare ciò che prometteva ai suoi militanti e di diventare un effettivo costruttore della democrazia italiana: ma questa circostanza è una conseguenza storica che dipese dal contesto e dalla lungimiranza dei suoi dirigenti, ma non affondava le sue radici nella cultura politica di quel partito; e che tra l’altro contribuì a definire la sua ”ambiguità” storica, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia italiana. Il Pci, dunque, è stato, con tutti i suoi limiti, un’eccezione nella storia del comunismo mondiale, non l’osservatorio da cui leggerne la storia, che resta invece interamente riassunta nell’esperienza del “socialismo reale”. È con questa vicenda con cui qui la memoria dell’Europa deve fare i conti, con la stessa serietà e con la stessa fermezza messe in campo nei confronti del fascismo, non con i problemi identitari di intellettuali excomunisti, che sovrappongono la loro autobiografia di intellettuali militanti alle lezioni, spesso durissime, della storia. Purtroppo è del tutto evidente che tra alcuni storici italiani e in alcune associazioni antifasciste non ci sia la stessa fermezza, anzi si annidi una concezione benevola del comunismo, che colloca lo stalinismo tra gli eccessi e gli errori di una storia fulgida di lotte per la libertà e la pace, e soprattutto al di fuori della storia tragica del totalitarismo. Mi viene da dire che per fortuna che c’è il parlamento europea che vigila sulla memoria del continente, meglio di come non facciano gli intellettuali italiani.

Articolo pubblicato sul Quaderno 1 – 2019 di PER

Giordano Bruno Guerri per “il Giornale” il 20 maggio 2021. Molti Comuni, in questi ultimi mesi, si sono accorti all' improvviso di avere concesso la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, quasi sempre più di novant' anni fa, e adesso se ne pentono. La prima domanda che viene in mente è: perché non ci hanno pensato nel 1945 quando tutta l' Italia, specialmente al nord, festeggiava la fine della guerra e la Liberazione dal fascismo? Novanta anni - novantasette nel caso  del Comune di Asti, che ne ha discusso in questi giorni - sono tanti per avere un simile ripensamento. Possiamo supporre che nel 1945 si vergognassero, di avere concesso quel privilegio, oppure semplicemente che se ne fossero dimenticati, nell' euforia della libertà e dei festeggiamenti. Sì, ma dopo? Avrebbero potuto ripensarci durante il passaggio libertario postsessantottino, o a metà degli anni Settanta, quando Renzo De Felice ricordò e dimostrò agli italiani che eravamo stati quasi tutti entusiasticamente fascisti. Oppure negli anni di piombo, quando c' era da combattere il terrorismo rosso e quello nero, sarebbe stato un bel memento. Infine, perché non prendere una simile decisione in tempi più recenti, quando con i primi governi di Berlusconi in tanti avanzavano timori di una svolta fascista che non c' è stata? No, tutte quelle occasioni sono passate invano, e ci si sveglia soltanto adesso non per la risoluzione del Parlamento europeo che nel 2019 si espresse - pure lui in enorme ritardo - contro i regimi totalitari del presente e del passato. Ci si sveglia soltanto adesso perché si sta imponendo l' incultura della «cancel culture», che sarebbe meglio chiamare «cancellacultura», così apparirebbe meglio l' orrore del suo significato. Comunque la si chiami, la cancellacultura è figlia sciagurata di quella sciagura che è il «politicamente corretto», un tentativo di abolire il pensiero prima ancora che nasca. Certo, è brutto chiamare le persone con appellativi sgradevoli - nano, negro - come è brutto sentir dire da un bambino merda e cazzo (se vi appaiono asterischi al posto di lettere, non li ho messi io). I bambini devono imparare che le parolacce non si dicono, e quando le dicono li si corregge. Ma un adulto deve poter scegliere di prendersi la responsabilità delle parole che usa, e come e quando, senza essere bollato a priori di infamia. La cancellacultura, peggio ancora, è bollare di infamia a posteriori passaggi e fenomeni della storia, sparando a caso sulla vittima di turno, in genere la più debole. Cristoforo Colombo praticava lo schiavismo? Allora si abbattano le sue statue, senza tenere conto che all' epoca lo schiavismo era normale e accettato, che lui viaggiava per conto di una cristianissima regina schiavista e portava nelle nuove terre una croce a nome di un cristianissimo Papa schiavista. Che si abbattano dunque anche le statue e le grandi opere fatte realizzare da quei Papi, e si abbatta pure il Colosseo, dove avvenivano cose politicamente scorrettissime. Il fatto è che la storia non può essere cancellata, per il semplice motivo che è immutabile, quale che sia il nostro giudizio di oggi. E giudicare la storia con i nostri parametri attuali significa perdere a priori la possibilità di capirla, quindi di non ripeterne gli errori. Un autogol. Ritirare la cittadinanza a Mussolini non offende lui, offende i nonni dei cittadini di Asti che quella cittadinanza gli assegnarono, fieri di averlo come concittadino, almeno sulla carta. Sarebbe tanto più semplice e sensato che i consigli comunali si radunassero e deliberassero a maggioranza di non essere d' accordo con i loro avi. Ci si renda conto, soprattutto, che alla cancellacultura non c' è limite, se non quelli dell' ignoranza e della dimenticanza: cosa ci fa, se no, quella via dedicata al generale Bava Beccaris vicino a piazza del Duomo, a Milano? Fu lui, a fine Ottocento, a ordinare di sparare con i cannoni contro il popolo che protestava per l' aumento del prezzo del pane: 400 morti, pare, la cifra vera venne tenuta nascosta. Nascono anche, frutto della cancellacultura, le comiche alla Peppone e don Camillo: se tu cancelli quello, io cancello quell' altro, via le strade dedicate a Stalin e già che ci siamo anche quelle dedicate a Togliatti. Così, il consiglio comunale di Asti forse non revocherà la cittadinanza a Mussolini, perché il Pd locale non ha voluto che la mozione condannasse tutte «le persone organiche ai regimi dittatoriali» dal fascismo al comunismo. Hanno finito per dare la cittadinanza onoraria al Milite Ignoto, figura retorica nobile ma - appunto - retorica. Oggi tutti sono d' accordo, ma quando un giorno si arriverà davvero alla conclusione che le guerre sono un orrore del passato da non ripetere mai, qualcuno proporrà di revocare la cittadinanza anche a Milite Ignoto, nel consiglio comunale di Asti del maggio 4838.

"Cancel culture? Dannosa e ridicola". Massimiliano Parente il 13 Maggio 2021 su Il Giornale. Lo scrittore Giuseppe Culicchia contro i nuovi censori: "Sono come il Ministero della Verità di Orwell". Mai banale, autore di romanzi importanti, capace di spaziare dall'immaginario pop alla satira all'intimismo non sdolcinato, e molto più trasgressivo degli autorini reputati tali ma che poi fanno la fila per prendersi uno Strega baciando il santino di Berlinguer. Sto parlando di Giuseppe Culicchia e sono al telefono con Giuseppe Culicchia, per fare quattro chiacchiere, e a lui rivolgo qualche domanda sul politicamente corretto e dintorni. La biografia ufficiale di Philip Roth ritirata perché il suo autore è accusato di molestie, un grande scienziato liberal come Richard Dawkins accusato di transfobia, l'autobiografia di Woody Allen bloccata dal suo iniziale editore. Elisabetta Sgarbi ha detto che cancel e culture sono due parole che non possono stare insieme. Mi viene in mente il tuo E finsero felici e contenti. Questa finzione sta diventando pericolosa o credi che diventerà così ridicola da distruggersi da sola?

«La cosiddetta cancel culture è ridicola e pericolosa. Ridicola perché non ha alcun senso mettere all'indice certi libri o film adducendo come motivazione la condotta sessuale o le idee in materia di diritti degli autori, o pretendere di emendare o vietare i classici perché non conformi allo Zeitgeist: accusare Le avventure di Huckleberry Finn o Cuore di tenebra di razzismo perché vi compare la parola negro o per come vi vengono descritte le popolazioni africane è addirittura surreale; Mark Twain si batté per l'abolizione della schiavitù, Conrad scrisse l'atto d'accusa più feroce contro il colonialismo. Pericolosa perché cancellare dal nostro passato le cose che non ci piacciono, anziché studiarle e formarsi un pensiero critico, significa semplicemente impedirsi di comprendere non solo la letteratura o il cinema, ma anche la Storia nella sua complessità».

Parliamo di femminismo. Appena obietti qualcosa a una donna sei misogino. Ma loro, per esempio la Murgia o la Valerio o tante altre, possono tranquillamente dire che tutti i maschi sono come figli di mafiosi. Mi sembra che al contrario ci sia un problema di misandria. Oltre al fatto che a queste paladine del femminismo se togli il femminismo non resta niente. Non sono certo esempi di eccellenza.

«Se penso al femminismo penso a un saggio che lessi e mi illuminò da ragazzo, Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, o al romanzo Cassandra di Christa Wolf, o a figure come Angela Davis e Leni Riefenstahl. Io sono nato maschio, bianco, eterosessuale, e sono diventato padre: francamente, l'unica cosa per cui mi sento in colpa in quanto individuo è l'aver messo al mondo dei figli in questo mondo così com'è. Ma sono due bambini in gamba, ho fiducia in loro e nel fatto che tra le altre cose sapranno rispettare le donne. Perché il rispetto è fondamentale, e non solo in teoria ma anche in pratica dovrebbe essere reciproco».

Di questo passo arriveranno a bandire tutte le opere d'arte e non solo. Il politicamente corretto vuole cambiare i dizionari cancellando le parole. La parola con la N, la parola con la F, sembra di vivere in una crociata di parole crociate.

«Cancellare le parole è, non a caso, il compito di Syme, il funzionario del Ministero della Verità che in 1984 di Orwell è incaricato di redigere il dizionario della Neolingua. Ma l'uso distorto delle parole parte da lontano e non riguarda solo le minoranze: si pensi al mondo del lavoro, in cui i licenziamenti sono diventati esuberi, o agli eufemismi usati al tempo del giornalismo di guerra embedded, in cui le vittime civili si sono trasformate in danni collaterali. Per tornane all'ambito della comicità, chiedere a un comico di seguire il manuale del politicamente corretto significa non solo spuntarne le armi ma impedirgli di fare il suo mestiere. E come sempre, in Italia esistono due pesi e due misure: oggi per esempio si condanna fermamente il body-shaming nel momento in cui è rivolto a una figura pubblica di sinistra, ma per vent'anni il bersaglio è stata una di destra e nessuno ha fatto un plissé».

Tu sei anche il traduttore di Bret Easton Ellis, anche lui si è scagliato contro il politicamente corretto. Mi sembra che negli Stati Uniti la situazione sia peggiore che da noi.

«Il fatto che il politicamente corretto e la cancel culture siano nati negli Usa non è casuale: sono il Paese dell'individualismo e del narcisismo più esasperati, e basterebbe rileggere o magari leggere La cultura del piagnisteo di Robert Hughes per farsi un'idea delle radici di un fenomeno nato nei campus di quelle università dove ridicolmente e pericolosamente viene eliminata dai corsi di studio perfino l'Iliade, perché sessista, maschilista, violenta e patriarcale. Da noi del resto c'è chi vorrebbe fare lo stesso con la Divina Commedia, con buona pace dell'anno dantesco».

Come è noto io sono mezzo frocio, almeno di me stesso lo posso dire?

«Direi di sì, io ho amici che si definiscono tranquillamente zoccole. Il fatto è, e le recenti polemiche nate dal caso Rai/Fedez ne sono una dimostrazione lampante, che il discorso sui diritti delle minoranze ha totalmente oscurato quello sui diritti dei lavoratori. Che il 1º Maggio si parli di omotransfobia anziché del dramma di un Paese che ha visto non solo la perdita di 900mila posti di lavoro ma anche l'azzeramento di ogni possibile progetto di futuro per intere generazioni che all'indomani dell'introduzione delle leggi sul precariato possono sperare al più in uno stage da 600 euro al mese, per tacere di chi si riduce a lavorare gratis pur di aggiungere una qualche esperienza al suo curriculum, è emblematico. Ma del resto le politiche liberiste sono state abbracciate proprio dal maggior partito di quella che un tempo era la sinistra, quindi perché stupirsi? Diritti civili, migranti, antifascismo danno l'impressione di essere altrettante foglie di fico per chi di fatto ha introdotto il precariato in Italia con il famoso pacchetto Treu, nel 1997, quando al governo c'era Romano Prodi. E poi ci si lagna della fuga dei cervelli, o ci si scandalizza perché i corrieri di Amazon non possono neppure andare in bagno».

Il pianeta Terra ha quattro miliardi e mezzo di anni, la vita sulla Terra c'è da quattro miliardi di anni ma siamo preoccupati di quello che stiamo facendo al pianeta negli ultimi cinquant'anni e come vivranno gli esseri umani tra cento anni. Ti appassiona il futuro dell'umanità?

«Ti confesso che c'è in me una grande curiosità: il mondo è un magazzino di storie, e vorrei sapere come continueranno. Morire sarà come dimenticare su un treno l'unica copia esistente di un libro che si è iniziato con il viaggio, con pagine molto belle e altre decisamente dolorose, e altre ancora inutili, ma nel complesso molto interessante. Da questo punto di vista, sarà un vero peccato».

Enrico Mentana: "La cancel culture come i roghi del nazismo". E subito viene travolto dagli insulti. Libero Quotidiano il 07 maggio 2021. Forte polemica per un post che Enrico Mentana ha pubblicato sui suoi social. L’argomento è quello divisivo della cancel culture, al centro del dibattito pubblico dopo i recenti e controversi episodi di vera o presunta censura dovuta a un eccesso di politicamente corretto. “Bisogna avere il coraggio di dirlo: per molti aspetti la cancel culture ricorda i roghi dei libri del nazismo”, scrive il direttore del Tg di La7 a corredo di una foto in bianco e nero che ritrae alcuni libri dati alle fiamme dalle truppe di Hitler. Neanche a dirlo, il post di Mentana scatena polemiche e reazioni contrastanti e diventa in poche ore trending topic su Twitter. Alcuni, infatti, hanno giudicato sia la foto che le sue parole come estreme, troppo forti. Di lì una serie di critiche senza fine, da chi gli dà del “boomer” a chi lo definisce addirittura un “webete”. A giudicare dai commenti negativi ricevuti, sembra proprio che la controffensiva del giornalista anti cancel culture non sia stata per niente apprezzata. Tutt’altro. Un utente, per esempio, su Twitter ha scritto: “Qualcuno ricordi a Mentana che in Germania dopo il 1945 i simboli nazisti sono stati cancellati dal paese. Persino i francobolli dell'epoca non potevano essere esposti dai negozi di filatelia. Ora arriva lui e mette sullo stesso piano Hitler e la cancel culture. Surreale, no?”. 

Le barricate della Comune, 150 anni dopo. Marco Cicala su La Repubblica il 30 aprile 2021. Una barricata dell’esercito popolare a Parigi nel 1871. Il governo rivoluzionario della Comune resisté dal 18 marzo al 28 maggio di 150 anni fa. Erano operai, artigiani, impiegati, insegnanti, le donne e gli uomini che a Parigi nel 1871 si ribellarono e vennero sconfitti sulle barricate. Un mito collettivo che non si è ancora spento. Dicesi  - recitano i glossari - "di vino o distillato invecchiato in barriques", ossia in botti di rovere a media capacità. È sintomatico che nel XXI secolo l'aggettivo "barricato" appartenga ormai quasi esclusivamente al linguaggio di enologi con più o meno puzza sotto il naso. Smaltita l'epoca delle rivoluzioni come una sbronza assassina, da sobri ci siamo forse dimenticati che il termine "barricata" deve il suo etimo proprio a quegli antichi barilotti, le barriques.

Oblio e memoria nell’era della Cancel culture. di Marco Follini su L'Espresso il 21 aprile 2021. Non è da oggi che il velo dell’oblio si stende come una coltre sui difetti politici (e non solo) di tutti noi. Esso viene ormai codificato come un diritto e consigliato come una forma di saggezza. Esiste una sentenza europea che garantisce l’oblio e una letteratura che lo celebra (David Rieff, “Elogio dell’oblio”). Nel suo derby infinito con la memoria, l’oblio sta segnando molti punti a suo vantaggio. Troppi, forse. Se dopo la seconda guerra mondiale e i suoi orrori l’impegno corale dei nostri padri consisteva nel ricordare, nel non rimuovere, nel fare i conti fino in fondo con quelle sofferenze e ingiustizie inaudite, ora invece il sentimento comune che attraversa il nostro animo pubblico sembra essere quello di scrollarci di dosso tutto quello che potrebbe evocare rancori, vendette, ostinazioni. Con le migliori intenzioni, s’intende. Ma anche con qualche insidia da cui si vorrebbe mettere in guardia. Nel mondo, la “cancel culture” che va per la maggiore inchioda i grandi del passato a responsabilità fin troppo onerose. E da Mozart a Churchill non c’è nessuno di quei grandi che sfugga alla ghigliottina della nostra memoria fuori dal tempo. Così cancelliamo i loro meriti e il loro stesso contesto, destinandoli a un oblio corrucciato e inutilmente severo. Nel piccolo giardino di casa nostra, le svolte si producono una dopo l’altra con il sottile e perfido intendimento di evitare che si ricordino con troppa cura le parole e i gesti di ieri o ieri l’altro avvalorando epifanie politiche piuttosto strumentali e di corto respiro. Così si cancella la storia nella sua complessità che invece andrebbe indagata. E si avvolge la politica nella trama delle sue convenienze di oggi contando che l’indomani se ne possa magari intessere un’altra di tutt’altro segno. Il fatto è che tra la memoria e l’oblio è possibile solo un pareggio. Un compromesso, per dirla con le parole della politica. Perdonare è da re, dimenticare è da sciocchi, recita la saggezza popolare. Noi invece dimentichiamo troppo facilmente e così non riusciamo mai a perdonare neppure i nostri meriti.

Povero Dante. Angelo Gaccione su Il Quotidiano del Sud il 5 aprile 2021. La mia lingua ha segnato il mio destino. Ho preso coscienza molto presto del fatto che la lingua è la vera patria di un uomo, la patria più autentica. Sono stato in bilico per anni, soprattutto quando mi gravava sul collo l’obbligo del servizio militare, se restare in Italia o andarmene altrove. Come il personaggio del racconto “Liliana”, anch’io ero terrorizzato: “(…) In fondo volevo restare per scrivere, e temevo che se fossi partito avrei perso definitivamente l’uso della mia lingua e non avrei più potuto fare lo scrittore. Avevo avuto una conversazione con lo scrittore dissidente sovietico M*, in quegli anni, e avevo appreso che alcuni fuorusciti che avevano abbandonato la Russia per riparare in Occidente, si erano isteriliti come scrittori e come poeti. Fuori dalla patria, avevano perso il fertile humus linguistico che li alimentava e dentro cui erano immersi. Me ne spaventai, temevo di diventare arido anch’io, di perdere la lingua, di divenire intrapiantabile come certe piante che muoiono su altri terreni”. Se lo stile fa lo scrittore, non c’è dubbio che la lingua è il pozzo immenso in cui attinge. Lo sapevo da Dante che avevo letto e riletto fino a bucarmi gli occhi, e lo sapevo dall’amore per le lingue madri dialettali dal cui impasto trae forza quella che per me resta l’idioma più ricco, più prezioso, più fantasioso del mondo. E se in un passaggio di un racconto sulla gerarchia delle lingue carico di ironia, quella spagnola poteva pretendere di parlare al cuore di Diòs (di Dio), la lingua italiana restava pur sempre quella in grado di parlare al cuore degli uomini. E proprio perché degli uomini concreti, terreni, e delle loro vicende umane, voleva occuparsi la mia penna, non potevo che usare la nostra di lingua: quella che Dante aveva forgiato col suo duro e caparbio lavoro. Mi vanto di averne sempre avuto rispetto e nulla ho concesso alle mode e al suo depauperamento. Semmai ho operato una sorta di resistenza e di recupero; di recupero di lemmi cancellati o destinati all’oblio; di toponimi di luoghi e di cose che esistono perché la lingua li rinomina, li conserva, li tiene vivi. C’è la parola perché c’è la cosa, ma è altrettanto vero che se muore la parola muore pure la cosa. Che ne sanno i milanesi di oggi del Bottonuto? Dove possono topograficamente collocarlo non conoscendo più l’uso della parola? E i miei giovani concittadini acresi che ne sanno della Malabocca e del suo significato, avendo perduto la lingua madre dialettale? Mentre da un lato si ricordano in pompa magna i settecento anni dalla morte del padre della lingua italiana Dante Alighieri, dall’altro la nostra colta e bellissima lingua viene vituperata, invasa com’è da anglicismi di ogni tipo, banali e spesso fuorvianti, che la immiseriscono. I francesi sono giustamente molto più orgogliosi di noi a questo riguardo, e mai accetterebbero che sulla insegna di un calzolaio fosse scritto shoemaker.

Cancel culture in salsa francese: Luigi 14 e non Luigi XIV. Emanuele Mastrangelo il 19 Marzo 2021 su culturaidentita.it. Pressoché tutti i romanzi distopici contengono un passaggio in cui una vestigia del vecchio mondo viene mostrata distrutta: in «1984» Orwell disegna un futuro in cui la calligrafia è scomparsa, e il protagonista si trova impacciato ad aver a che fare con un vecchio quaderno di carta color crema e una penna vera, non una ruvida «matita a inchiostro». In «Fahrenheit 451» Ray Bradbury depreca la scomparsa dei bottoni per far posto alle chiusure-lampo, togliendo così all’uomo quei pochi istanti di riflessiva intimità durante la vestizione. In «1984&1985» Anthony Burgess si lamenta per la distruzione – reale – del vecchio sistema monetario inglese, avvenuta il 15 febbraio 1971 (Decimal Day), che ha sostituito un meccanismo che per un vecchio britannico aveva un’eleganza tutta sua (anche logica, con buona pace di noi sostenitori del sistema decimale). Tutti questi episodi solo collegati da una medesima sottotraccia: il Mondo Nuovo, la temuta distopia, in tutti i casi si è realizzato separando gli individui dalle vestigia del loro passato. Vestigia magari macchinose, come il quadrante a 12 ore dell’orologio (sempre in «1984», sostituito da un quadrante a 24 ore e una sola lancetta) ma che davano il senso di una continuità con le proprie radici. E non che questo sia solo fantascienza: Mao e Pol Pot ci hanno provato nella realtà, con risultati che ancora grondano sangue. L’analogia con quanto sta avvenendo in Francia in questi giorni salta dunque subito agli occhi: il museo Carnavalet di Parigi ha deciso di tradurre in cifre «arabe» i numerali dinastici dei sovrani francesi, come da tradizione indicati in numeri romani. Avremo così un «Luigi 14» che sostituisce il classico Luigi XIV perché i visitatori «hanno difficoltà a leggere i numeri romani». La motivazione è tanto per cambiare apparentemente nobile, il classico «i bambini! Nessuno che pensa ai bambini!»: «Notiamo tutti – ha dichiarato al «Le Figaro» la responsabile del servizio per il pubblico del Carnavalet, Noemie Giard – che i visitatori leggono poco i testi nelle sale, soprattutto se sono troppo lunghi. Hanno tendenza a fare zapping anche al museo. Quante volte abbiamo visto degli adulti leggere i testi dedicati ai bambini?». Insomma, per la Giard, è più semplice abolire una traccia del passato piuttosto che insegnarla. Massimo Gramellini sul «Corriere della Sera» mette a nudo la bontà pelosa di queste teorie: «prima non si insegnano le cose, e poi le si eliminano per non far sentire a disagio chi non le sa». Così la cancel culture si fa strada anche in Francia, dove se è più difficile colpire le statue, grazie all’usbergo che fornisce la caparbia grandeur nazionale, è sempre possibile ideare strategie d’aggiramento. La cancel culture, d’altronde, si muove come l’acqua e segue le vie di minor resistenza: in Francia sono decenni che assistiamo alla mattanza delle chiese neogotiche e neoromaniche: uno scempio urbanistico che si giova del diffuso anticlericalismo e laicismo francese. Ora è il turno dei numeri romani, perché tutto sommato una sottotraccia anti-romana in Francia c’è sempre stata e i difensori della cultura classica sono sempre più una pattuglia ristretta, vilipesa, trattata da «secchioni» e «matusa» inutili nell’epoca della globalizzazione anglicizzante. Là si può colpire con facilità. E infatti si colpisce. Come da copione, queste operazioni funzionano attraverso il meccanismo della «finestra di Overton». Era già stato il prestigioso Louvre ad abolire la numerazione romana per i secoli. Identiche le motivazioni. Ma come una diga a cui viene fatto un forellino, di lì a poco la perdita da un piccolo schizzo diventa una cataratta. E alla fine ci si ritrova con un Vajont. Spiega in una interessante serie di lezioni online il latinista Guido Milanese, ordinario di Lingua e Letteratura latina alla Cattolica di Milano, che il Concilio Vaticano II formalmente non ha abolito la lingua di Cicerone dalla liturgia. Tuttavia nel ginepraio delle sue conclusioni, i nemici della tradizione si sono lasciate aperte una serie di porte sul retro che hanno de facto portato alla distruzione del patrimonio classico della Chiesa di Roma. Il forellino nella diga della tradizione cattolica si è trasformato in un’apocalittica devastazione i cui frutti si colgono oggi, con le chiese vuote e le messe deserte del pontificato bergogliano. Il meccanismo è il medesimo: quando si cede qualcosa alle forze della cancel culture, al Nulla di Michael Ende, si stanno aprendo le porte al nemico come i Troiani col cavallo di legno. La lezione è dunque severissima: con chiunque propugni qualsiasi forma di cancel culture non si tratta e davanti alle sue istanze non si cede un millimetro. L’alternativa è un’apocalisse culturale alla Pol Pot ma con un miglior ufficio stampa.

·        L’Utopismo.

Beatles, i 50 anni di "Imagine" e lo scambio di tweet tra John Lennon e George Harrison. Ernesto Assante su La Repubblica l'11 settembre 2021. Quasi tutte le star scomparse hanno account attivi, gestiti da eredi e famiglie. Ma stavolta il tono è colloquiale, diretto, come se i due ex-Beatles parlassero davvero, twittando pensieri, ricordi, come se tutto stesse avvenendo davvero in diretta. I Beatles morti ci parlano su Twitter. John Lennon, scomparso nel 1980, e George Harrison, morto nel 2001, sono ancora tra noi e comunicano con i fan tramite i loro account su Twitter. Non è una novità, apparentemente, entrambi gli account sono nati ovviamente dopo la scomparsa di entrambi e sono sempre stati attivi in questi anni, ma se fino a oggi sono serviti essenzialmente per scopi promozionali o d'archivio, giovedì scorso, il giorno del cinquantesimo anniversario della pubblicazione di Imagine.

Imagine, il compitino in bello stile di John con tanto zucchero e bla bla. Il brano del grande compositore dei Beatles rivisto a distanza di 50 anni. Pietrangelo Buttafuoco su Il Quotidiano del Sud il 10 ottobre 2021. Niente più che un compitino redatto in bello stile, come un vestitino da indossare nei giorni di festa con tutti i bottoncini abbottonati. Ecco cos’è Imagine. Il brano più famoso composto da John Lennon nel 1971, all’interno dell’omonimo 33 giri, da solista, dopo aver lasciato i Beatles, quindi ormai mezzo secolo fa, è – per la musica, nell’innesto d’immaginario nichilista – una specie di Nutella, anzi, come la Fanta che non è buona, ma è tanta. Tanta di lagna e di bla-bla, il caso di dire (se non fosse che proprio Greta Thunberg l’incarna – questa canzone – come il fiat lux, la creazione). Era il tempo della guerra del Vietnam, della controversa presidenza Nixon e delle contestazioni giovanili che infiammavano – “arcobalenandola” – l’America. Lennon lo compose nella sua residenza inglese utilizzando un pianoforte Steinway. Lui stesso ammise che per arrivare al grande pubblico, era stato necessario cospargere di zucchero il messaggio del testo, in altre dichiarazioni sostituiva lo zucchero con il cioccolato. A rileggerlo oggi, appunto, un compitino. Si auspica la pace nel mondo, ossia il proclama di ogni concorso per anime belle, e per raggiungere questo ambizioso obiettivo Lennon si immagina un globo senza cielo, ovvero, un mammozzo perso nel cosmo orbo di qualunque trascendenza. Niente Paradiso o Inferno, “dopo”. La beatitudine – ma nella descrizione che ne fa il testo è un limbo – è giusto a portata di mano: basta non farsi più la guerra. Ne sa più di Eraclito, Lennon. Ma anche più di quanto possa saperne un Karl Marx: urge – manco a dirlo – abolire la proprietà privata, quindi gli Stati sovrani e le confessioni religiose poi, quando si sentono depositarie di un’unica verità e convinte che sia giusto imporre gli altri questa certezza con qualunque mezzo, sono da abrogare. E su questo, magari, si potrebbe riflettere. Ma è un problema millenario che inizia giusto al tempo delle Crociate promosse dai pontefici contro gli infedeli musulmani. A proposito di Marx Lennon disse che questo testo gli si appaiava naturalmente con “Manifesto del partito comunista” di Marx e Engels, anche se lui non si sentiva un comunista, semmai un socialista gentile. All’inglese, appunto: gentile e bello nello stile, e coi bottoncini ben corrispondenti alle asole. Come i dischi in vinile 45 giri, i capelli lunghi e gli occhiali tondi sul naso, le parole di Lennon – ma anche il giro armonico – nell’epoca odierna risultano datate. Tra sovranisti e europeisti, con la crisi di leadership in cui sembra dibattersi Biden alle prese con questioni epocali – la fuga dall’Afghanistan, piuttosto che l’incalzare del Covid – col balzo in avanti del capitalismo cinese, con la Grande Madre Russia di Putin e i temi ambientali che promettono o minacciano la transizione ecologica, la sovrapposizione di Imagine è solo un fuori sincrono neppure situazionista ma perfetto per ogni situazione. Il brano, infatti, è nel tempo diventato un culto da anime belle. Trasversale inno alla pace, interpretato dai più grandi della musica pop, da Madonna a Lady Gaga, il pezzo è facilmente orecchiabile e comprensibile, buono per ogni abbinata. Lennon, qualche tempo dopo averlo composto, indicò in Yoko Ono la sua fonte di ispirazione, in particolare alcune poesie della propria moglie, e sarebbe stato più giusto indicare come autori la coppia Lennon-Ono. La recensione della rivista “Rolling Stones”, all’uscita dell’album, fu piuttosto freddina: “Ci sono avvisaglie che i messaggi di Lennon non siano solo noiosi ma anche irrilevanti”. Nel tempo, in obbedienza allo Spirito del Tempo, hanno cambiato opinione. Inseriscono la canzone tra le migliori di tutti i tempi. La parte più interessante del testo oltre al tratto utopistico che ha  sempre riguardato la riflessione politico-filosofica, da Thomas More, a  Campanella, per non parlare di Platone a cui si deve la creazione del  termine  “u-topos”, letteralmente un luogo che non c’è, al Rousseau  del  “Contratto sociale” dove l’uguaglianza tra gli esseri umani può  diventare un totalitarismo della maggioranza e nei suoi esiti pratici ha  influenzato il meccanismo del Terrore attuato da Robespierre durante  la Rivoluzione francese, come sistematica eliminazione di qualunque  avversario, la parte più interessante – si diceva – la strofa più  pregnante è quella in cui Lennon canta che per “fare” devi prima  “immaginare”.    Poco prima di essere ucciso, nel 1980, dichiarò: “Prima bisogna pensare a volare, poi si vola. Concepire l’idea è la prima mossa”.  In fondo rimane il vero talento di qualunque artista, al di là del risultato: acchiappare un aquilone, immaginare un’altra cosa – il bagliore di una falena, lo stapparsi di una Fanta – e lasciare tutto appeso. Nello scorrere del tempo, in attesa che diventi Spirito.

Imagine, 50 anni di utopia. Patrizio Ruviglioni su L'Espresso l'8 settembre 2021. Pubblicato il 9 settembre 1971, fu subito simbolo di pacifismo: preghiera laica di un mondo senza armi. In realtà per John Lennon quel brano era un inno di battaglia. E un invito, attualissimo, a ripensare la società. “Imagine” di John Lennon non è mai stato il canto generalista, lastricato di "buone intenzioni", a cui siamo abituati ad associarlo, nonostante le centinaia di cover, tributi, riferimenti popolari e da prima serata. Non è mai stato un “We are the world” in anticipo sul sentimentalismo degli anni Ottanta, ma una canzone con all'origine la rabbia, la protesta. Nessuna guerra da combattere, nessuna patria da difendere e per cui morire, nessuna sorta di proprietà; nessun confine, nessuna religione. E per questo, dopo cinquant'anni, è ancora qui. Certo, il resto dell'immaginario che gli è cresciuto intorno, il giro di Do maggiore, suonato col pianoforte, che la tiene in piedi e la rende così elementare, serena e accogliente, l'appello all'ascoltatore a essere parte di quel "sogno" collettivo che è il fulcro del testo, il videoclip in cui cammina fianco a fianco a Yōko Ono nella loro villa con gli interni in bianco, aprendo le finestre alla "luce", persino il fatto che l'ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter una volta abbia ammesso che in vari paesi del mondo sia considerato alla stregua di un inno nazionale, ha contribuito e contribuisce a quel racconto, con le punte arrotondate e un po' ambiguo, ovattato negli aspetti più di lotta. Give peace a chance, quindi, sì; però non solo. Perché il pacifismo di cui è diventata da subito un simbolo, e che tutto sommato avvolge tanto la produzione e il pensiero del Lennon solista e maturo quanto il contesto da post-sessantotto in cui nasce il brano, sono solo la faccia più evidente. Dice lo stesso autore: più che prossimi a un grande appello per la pace, il sentimento dietro al testo è in realtà sempre stato affine al Manifesto del partito comunista (per quanto lui non si ritenesse un socialista ma un artista astratto da ogni sorta di dibattito in merito). Di nuovo però: nessuna guerra da combattere, nessuna patria da difendere e per cui morire, nessuna sorta di proprietà; nessun confine, nessuna (soprattutto) religione. Ono – sua anima gemella e allora anche collaboratrice, tant'è che ha pure co-prodotto la canzone insieme col marito e Phill Spector – ne ha parlato come di un pezzo secondo cui, in sintesi, «siamo tutti un solo mondo, un solo paese, un solo popolo»; ma nei piani originali resta un'idea apertamente da battaglia, schierata, a favore di un ripensamento radicale verso laicità, anti-consumismo, anti-nazionalismo. Altro che buoni sentimenti da discount. Non bastasse, il messaggio in questione arriva nei negozi l'11 ottobre del 1971, cinquant'anni fa appunto, quando le barriere e le distinzioni che si propone di cancellare sono il minimo comune denominatore con cui ragiona la geopolitica globale, di qua e di là del Muro, fuori e dentro i Vietnam. E, per di più, arriva anche e soprattutto sul mercato occidentale. Che succede, allora? Succede che “Imagine” viene «accettata perché coperta di zucchero», cioè di tutti quegli elementi popolari, mediatici, rassicuranti che tutt'ora ce la fanno ricordare più morbida e meno ideologica, a tratti persino sovversiva, di quanto fosse in realtà. Parola di Lennon, che pare l'abbia composta seduto al piano, nella sua camera in Inghilterra, giusto nel giro di una giornata. Il giro di Do, il sogno collettivo, il ritornello facile da cantare. Quasi una ninna-nanna. E pure Spector, infatti, racconterà che già durante la lavorazione fossero tutti consapevoli di registrare «una dichiarazione politica forte, ma anche molto commerciale». È il grande inganno del pop che si fa più forte di tutto, il lavoro della retorica che va a smussare gli spigoli. E Lennon, di spigoli, ne aveva parecchi. Nel look, nel timbro di voce, persino nella dialettica e nell'umorismo british, era stato sempre il più ruvido dei Beatles. Nel 1971, appena trentenne, stava già nella sua seconda vita. Archiviati nella burrasca i Fab Four e i rapporti con McCartney e soci, aveva tagliato quella barba e quei "capelloni" che l'avevano traghettato fuori dalla band e dentro i Bed-in di protesta non violenta con l'allora neo-moglie Ono, cioè due settimane del loro viaggio di nozze trascorse interamente nel letto di un albergo di Amsterdam e dopo a Montréal, in opposizione alla guerra nel Vietnam. In camera entravano giornalisti, fotografi, telecamere, attenzioni varie. Si aspettavano una coppia di sposini intenti a fare sesso davanti a tutti, trovavano pigiami e discorsi contro le armi. La sensibilità comune stava cambiando, e loro ne erano artefici e testimoni. Era il 1969 e lui diventava un uomo, fra la fama, l'ossessione dei media, la sperimentazione musicale sconsiderata, l'aspetto fisico che cambia, la crescita spirituale, una nuova e radicale consapevolezza ideologica, le droghe. Addio aura da teen idol, addio caschetto; aveva già contribuito a ripensare il pop dall'interno, e a quel punto voleva parlare a tutti sfruttando i riflettori che aveva puntati addosso. Ci riuscirà – dopo un primo disco solista di discreto rodaggio, John Lennon / Plastic Ono Band del 1970 – con “Imagine”. Perché se nell'album precedente svettava quella “Working class hero” diventata inno per la sinistra dell'epoca, ovunque, e poi superata di slancio dalla sovversiva “Power to the people” (marzo 1971), qui l'afflato è direttamente astratto, universale, calmo, persino pedagogico. «Stavolta ho capito che serve aggiungere del miele», per mandare giù lo sciroppo amaro. Un compromesso, prima che un tranello. E così questa che lui definisce «preghiera laica», comunque messianica, umanistica e collettiva, ispirata tra l'altro da poesie della moglie, apre una finestra sul futuro e con la leggerezza del pop rende legittima l'utopia. Un mondo senza nazioni, armi, guerre e religioni? È possibile, persino semplice, se ci mettiamo tutti in marcia; è possibile, se se una voce serena come la sua, su una ballata per pianoforte e archi, ammette di essere un dreamer a pensarlo, uno spudorato sognatore che sta solo condividendo le sue speranze, eppure già in cammino in attesa che qualcuno si unisca a lui. È tutto lì, sembra dire, a portata di mano. Tradotto: anche un ripensamento così profondo della società, da protesta politica, se cantato nel modo "giusto", semplificato, può affascinare chi lo ascolta, trascendere – nel tempo, nei riferimenti – l'epoca di cui è in parte figlio, diventare il più grande successo commerciale della carriera di Lennon. Sulla scia di questa strategia, due mesi dopo avrebbe pubblicato anche “Happy Xmas (War is over)”, canto di Natale che ritorna nelle radio e nelle feste ogni dicembre e che dietro l'espediente del brano-strenna (campanelli, cori, atmosfere simil-liturgiche) veicola ancora lo stesso messaggio pacifista e radicale, ma sempre da intendersi sul generico, sognante. In sintesi: se lo vuoi davvero, la guerra può scomparire dalla faccia della Terra; e buone Feste. E no che non è così semplice, e no che nel frattempo non è andata così; però intanto si continua a cantarla insieme a “Imagine”, che proprio per la sua astrattezza di fondo – oltre che a causa del deserto di impegno, fra le popstar di oggi – riesce a ripetere il suo gioco anche oggi. Quanti fra chi la celebra adesso sarebbero davvero favorevoli a dei cambiamenti sociali del genere? E quanti, davvero consapevoli e aperti alla matrice ideologica dietro del pezzo? Non importa ormai. E mentre dopo cinquant'anni ritorna nei filmati d'epoca restaurati per l'anniversario, nelle versioni rimasterizzate e recuperate di rito, cinquant'anni in cui non se ne è mai andata e con un mosaico è finita anche al centro dei diecimila metri quadrati del "giardino della pace" in memoria di Lennon al Central Park di New York, e intorno non è cambiato nulla, fra rigurgiti culturali ed edonismi, crisi e nuovi conflitti, altri confini, del pezzo e della sua funzione pedagogica restano per tutti il sogno e non la rabbia, l'utopia e non la rivoluzione. Il rifugio, e la speranza. Una canzone pop.

Il fascino degli utopisti. Esperimenti per una società perfetta. Anna Neima su L'Inkiesta il 9 Ottobre 2021. Il libro di Anna Neima (pubblicato da Bollati Boringhieri) raccoglie storie di gruppi di persone che hanno cercato di costruire comunità nuove regolate da principi diversi. Sono tutti tentativi falliti, ma costituiscono una fonte di idee e di esperienze valide per tutti. Le utopie sono una sorta di sogno sociale. Inventare un mondo «perfetto» – in un romanzo, un manifesto o una comunità vivente – significa mettere a nudo quanto vi è di sbagliato in quello reale. Gli utopisti rifiutano di accontentarsi dei miglioramenti sociali ottenibili con i soliti metodi: la disobbedienza civile, le politiche elettorali, la rivoluzione violenta. Nel corso della storia hanno scelto un approccio ogni volta diverso per articolare la propria visione di società trasformata. I contadini affamati nell’Europa medievale sognavano il paese di Cuccagna, dove le strade erano fatte di pasta dolce, nei fiumi scorrevano miele e vino e le oche arrosto volavano direttamente in bocca ai passanti. Sir Thomas More, di fronte al feroce fanatismo religioso dell’Inghilterra del XVI secolo, si figurò un’isola-nazione dove uomini e donne potessero scegliere la propria fede senza timori, e coniò per essa il termine «utopia». Queste due visioni palesemente diverse erano entrambe modi di immaginare un mondo in cui gli errori dell’epoca venivano corretti: dove non vi erano più carestie o dove l’intolleranza religiosa era impossibile. Entrambe offrono, a uno sguardo odierno, uno spaccato delle ansie e delle speranze dei loro ideatori. More costruì la parola «utopia» su un gioco di parole tra due espressioni greche quasi identiche: ou-topos, «non luogo», ed eu-topos, ossia «buon luogo». Secondo questo uomo di legge nonché politico di epoca rinascimentale, le utopie erano, per definizione, irrealizzabili; fu proprio tale convinzione a indurlo a scrivere il suo libro, una tagliente satira delle manchevolezze della società del tempo. Ma il termine che inventò gli sopravvisse. Più tardi, gli idealisti interpretarono il concetto di utopia non come un’indicazione di impossibilità, ma come una sfida. Si chiesero se le utopie dovessero davvero essere dei «non luoghi». Non poteva esservi un’altra possibilità? Perché non fondare davvero un «buon luogo»? I riformatori sociali cominciarono così a definire i loro insediamenti – nei quali gruppi di idealisti tentavano di concretizzare le proprie aspirazioni sociali in comunità reali – «utopie». Gli esperimenti di utopismo pratico tendono a presentarsi a ondate, solitamente in corrispondenza di periodi segnati da sconvolgimenti culturali e sociali. Il desiderio di staccarsi dalla società e di ricominciare è un modo per porre nuove fondamenta, per mettere alla prova idee poco ortodosse trasformandole in azioni. Una di queste ondate – anche se non certo la prima – si manifestò nel XVI secolo all’interno della Riforma protestante. Pur avendo rifiutato il dogma cattolico, i pensatori protestanti di tutta Europa avevano comunque bisogno di trovare nuove modalità sociali che si adattassero alle loro credenze. Abbandonati la pompa delle cattedrali, i paramenti in seta e l’incenso e le statue dorate dei santi, volevano vivere seguendo la Bibbia alla lettera, praticando un culto non performativo. Oltre a dare origine alle principali sette protestanti, come il luteranesimo, il calvinismo e l’anglicanesimo, la loro ricerca generò anche una serie di movimenti religiosi minori e più radicali, comprese le comunità utopiche cristiane degli hutteriti e dei mennoniti, che vivevano in «colonie» isolate e autosufficienti, rifiutando le comuni norme sociali e dedicandosi alla preghiera. Il XIX secolo vide emergere un’altra ondata di esperimenti, con la fondazione di centinaia di utopie secolari e religiose negli Stati Uniti. A ispirarle furono l’ottimismo e la libertà sociale seguiti alla conquista dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. Fra le altre vi erano la comunità trascendentalista di Brook Farm, che ambiva a raggiungere il perfetto equilibrio tra svago, lavoro manuale e attività intellettuale, e le «falangi» costituite dai seguaci del visionario francese Charles Fourier, il quale sperava di inaugurare un nuovo millennio di amore e fratellanza in America. Più di recente, negli anni sessanta e settanta del Novecento, si assistette a una nuova ondata di utopie durante il boom economico che fece seguito alla seconda guerra mondiale. Dalla Kommune 1 di Berlino alla cooperativa Kaliflower di San Francisco, moltissimi giovani diedero vita a comunità che si emancipavano dal conservatorismo sociale dei genitori dandosi all’amore libero, alle politiche di sinistra, alla mescalina e al misticismo. Tuttavia, in pochi momenti della Storia il mondo è stato disseminato di utopie praticate come nei vent’anni intercorsi tra le due guerre mondiali. Buona parte della narrazione dell’epoca è dominata dagli esperimenti sociali su scala nazionale del fascismo e del comunismo, che modificarono drasticamente il paesaggio del mondo moderno. Tali esperimenti si fondavano sulla coercizione: la sorveglianza militare, le purghe, la collettivizzazione e l’oppressione. Eppure, perfino mentre le immagini di Mussolini, Hitler, Lenin e Stalin, circondati da oceani di braccia alzate o pugni serrati, venivano trasmesse dai notiziari di tutto il mondo, e le fabbriche, dal Giappone alla Germania, cominciavano a produrre in serie proiettili ed elmetti d’acciaio, iniziarono a spuntare decine di piccole comunità cooperative votate a un’esistenza utopica. Gli strumenti impiegati da queste comunità per raggiungere i propri obiettivi erano la proprietà condivisa dei beni, modalità decisionali democratiche e un sistema d’istruzione progressista. I loro tentativi di riforma sociale erano sperimentali, idiosincratici e spesso bizzarri: tre ore al giorno di meditazione al buio in una sala di preghiera; serate di danza «psicologicamente rigenerativa»; gruppi di intellettuali dalle mani morbide piegati sulle vanghe ed ex braccianti che imparavano a suonare il violino. Ciononostante, tali luoghi non erano soltanto rifugi per eccentrici in cerca di evasione da un ordine sociale insoddisfacente che non potevano cambiare. Gli idealisti che vi gravitavano intorno si impegnavano a immaginare nuove strutture sociali e a capire che aspetto avrebbe avuto un «buon luogo» nella realtà, cercando di vivere in modo da ispirare una trasformazione anche negli altri. La loro era una visione globale: desideravano migliorare la condizione dell’umanità intera, non soltanto dei propri compagni all’interno della comunità. Pubblicavano libri e riviste, tenevano conferenze pubbliche e attraversavano oceani per piantare i semi del cambiamento. «Il fuoco di un solo fiammifero / è in grado di accendere ogni cosa infiammabile al mondo», scriveva Mushanokōji Saneatsu dal suo villaggio in Giappone. La generazione di idealisti che fondò le comunità utopiche del primo dopoguerra condivideva diverse caratteristiche, malgrado le provenienze geografiche differenti. Un impressionante numero di riformatori aveva subìto gravi perdite personali durante il conflitto e la pandemia. L’inglese Leonard Elmhirst aveva perso due fratelli durante la prima guerra mondiale, a Gallipoli e nella Somme. A Eberhard Arnold, un tedesco, era morto un fratello sul fronte orientale. E l’americana Dorothy Straight era rimasta sola con tre bambini dopo che il marito era deceduto nella pandemia di influenza. Il dolore alimentò la loro determinazione a costruire un mondo migliore in memoria di chi non c’era più. Pur avendo idee diverse su come dovesse essere il «buon luogo», gli utopisti erano in gran parte d’accordo su ciò che rifiutavano, ossia il fatto che le persone all’interno del mercato economico venissero generalmente considerate come a sé stanti e in competizione reciproca. Molti idealisti leggevano e ammiravano gli stessi pensatori radicali del XIX secolo, in particolare William Morris e Lev Tolstoj. Sognavano l’uguaglianza sociale, l’autodeterminazione dell’individuo e una vita autosufficiente basata sul lavoro della terra; così si ritirarono in remote aree rurali per fondare comunità corrispondenti alle proprie aspirazioni. Tuttavia, le utopie praticate in quel primo dopoguerra riflettevano le strutture di potere dell’epoca: erano guidate soprattutto da individui appartenenti alla classe media o alta e tendevano a replicare modalità patriarcali. Per realizzare un’utopia serviva un capitale, che di solito era ereditato o donato ai fondatori da ricchi benefattori che ne sostenevano gli ideali. Era molto più semplice costruire una comunità che rifiutava il sistema capitalistico se qualcun altro vi aveva già a che fare e poteva provvedere ai fondi necessari. I leader di questi gruppi erano per la maggior parte uomini e di rado si rivelavano particolarmente visionari riguardo ai ruoli delle donne. Spesso le idealiste degli inizi del XX secolo si battevano per estendere il suffragio femminile e i propri diritti sociali a livello nazionale, dunque era probabile che, in genere, fossero troppo impegnate a organizzare proteste e a manifestare, passando poi le notti in cella, per potersi staccare dalla società e dare vita a un’utopia. Agli uomini, già sicuri della propria posizione sociale, la decisione di discostarsi dalle convenzioni per creare una comunità offriva invece una gradita possibilità di sperimentare modi diversi di vivere. E benché vi fossero donne in posizioni influenti all’interno delle utopie gestite dagli uomini, poche godevano dei privilegi necessari per fondarne una propria. Vi furono naturalmente eccezioni: per esempio la Panacea Society, una comunità alloggiata in una piccola serie di villette vittoriane nella cittadina di mercato di Bedford e guidata da Mabel Barltrop, la quale era convinta di essere stata mandata da Dio per correggere lo squilibrio di genere nel cosmo e guidare i popoli verso una vita immortale sulla Terra. Altre donne riversarono nei romanzi le proprie idee riguardo a mondi alternativi buoni o anche cattivi: per esempio la società pacifista di sole donne descritta in Herland da Charlotte Perkins Gilman, o la distopia eugenetica evocata da Rose Macaulay in What Not. Le utopie praticate negli anni Venti e Trenta rientravano per lo più in due ampie categorie. La prima tentava di incoraggiare l’autorealizzazione totale della persona mediante l’unione di testa, cuore e mani. Tre delle comunità che racconteremo qui rappresentano esempi di questo filone: Santiniketan-Sriniketan, un centro vivace e cosmopolita che utilizzava l’istruzione per promuovere un’esistenza piena e appagante fra le capanne dai tetti di paglia del Bengala orientale; Dartington Hall, una tenuta nella campagna inglese generosamente rifornita e finanziata dall’ereditiera americana Dorothy Straight, i cui membri univano l’allevamento dei polli alle recite all’aperto e la ricerca spirituale a un’autogestione condivisa; e Atarashiki-Mura, un piccolo collettivo di intellettuali giapponesi squattrinati che coltivavano riso e perseguivano l’autorealizzazione impegnandosi in attività artistiche. Pur essendo luoghi molto diversi, intendevano tutti offrire ai loro membri un’esistenza più completa, che potesse soddisfarli sul piano creativo, intellettuale, sociale e spirituale, oltre che economico. Quegli utopisti non erano interessati a modificare soltanto una particolare area del comportamento umano. Volevano farsi carico dell’individuo per intero e migliorarlo. Credevano che il modo di vivere dei loro contemporanei dovesse essere completamente rivisto. Il secondo tipo di comunità era guidato dalla spiritualità. Molti idealisti temevano che questa dimensione fondamentale della vita umana corresse il rischio di perdersi fra le ambizioni materiali del capitalismo industriale, le scienze empiriche e l’attacco sferrato dagli orrori della guerra e della pandemia a qualsiasi forma di religione e di fede. La loro versione di vita buona prevedeva una rigida adesione a sistemi spirituali che andavano dall’ortodossia cristiana ai nuovi sincretismi tipici dell’epoca. Altre tre comunità di quelle che vedremo riflettono questa forma di utopismo: l’Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo, una comune bohémienne imperniata su un sistema di «shock» psicologici nelle foreste fuori Parigi; il Bruderhof, una colonia cristiana austera e quasi monastica nella Germania centrale; e il Trabuco College, un gruppo di uomini e di donne che seguivano la «terza morale», un regime di castità, dieta vegetariana e meditazione silenziosa fra i cactus e gli arbusti della California. Le storie di queste utopie non raccontano della copiosa abbondanza, del libero dibattito intellettuale e dei vasi da notte dorati che si trovano in More o nel paese di Cuccagna. Vi compaiono anzi conti in banca vuoti e raccolte di fondi infruttuose; malaria, fame e notti insonni in capanne infestate di zanzare; raccolti di riso mancati, zoccoli umidi e rancorosi battibecchi sui turni per nutrire i maiali. Non sono storie di «successo» o «fallimento». Alla fine, le utopie «falliscono» sempre, almeno nel senso che il «luogo perfetto» non è ancora stato creato sulla Terra, è improbabile che vi compaia a breve e, in ogni caso, è un concetto intrinsecamente soggettivo. Il fascino di ripercorrere le utopie praticate non sta nel fatto che rappresentano soluzioni perfette alla domanda su come vivere, ma nei metodi creativi con i quali rispondevano ai problemi del loro specifico momento storico. Con l’evolversi delle società, si evolvono anche i problemi e, di conseguenza, cambia la visione del «buon luogo», mentre la visione precedente viene messa da parte. Benché le comunità presentate qui fossero spesso di piccole dimensioni, irriducibilmente eccentriche e ignorate anche dai contemporanei, ciò non significa che siano da dimenticare. Incoraggiavano infatti le persone a mettere in discussione lo status quo e a credere che i singoli potessero operare un cambiamento facendo della propria vita un esempio a cui guardare. Le utopie praticate introdussero inoltre una serie di concetti che sarebbero poi stati adottati dalla società intera o che, per lo meno, l’avrebbero influenzata: dall’istruzione incentrata sui bisogni del bambino e l’accesso universale alle arti, fino all’agricoltura a bassa tecnologia, passando per le toilette compostanti e le sessioni quotidiane di meditazione o mindfulness a cui dedicare qualche ora. Sarebbero arrivate a influenzare anche le politiche governative, a ispirare e istruire una nuova generazione di uomini di Stato, studiosi e artisti, fino a rappresentare un modello per la controcultura degli anni sessanta e settanta. Offrirono insomma un’abbondante riserva di insegnamenti a chi aspirava a migliorare la società, e continuano tuttora a farlo. Le comunità instaurate dopo la prima guerra mondiale sono esempi di quella che Aldous Huxley definì «la più difficile e la più importante di tutte le arti: l’arte di vivere insieme in armonia, a beneficio di tutti gli interessati». La loro storia è la storia di un potenziale umano mai realizzato, dei cammini che avremmo potuto intraprendere e che potremmo ancora intraprendere. È la storia di come il mondo possa essere plasmato, anche se soltanto in maniera limitata, da un gruppetto di tipi bizzarri e non proprio ben lavati che tentano di costruirsi insieme una vita nelle campagne; una storia di assurdità, possibilità e speranza. da “Gli utopisti. Sei esperimenti per una società perfetta”, di Anna Neeima, traduzione di Bianca Bertola, Bollati Boringhieri editore, pagine 352, euro 26

·        Il Populismo.

Le ali del populismo. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 2 novembre 2021. Non trovate deprecabile che molti notabili siano arrivati a Glasgow per il summit sull’ambiente a bordo di aerei privati inquinanti? Certo, se Biden fosse salito su un volo di linea, sedendosi vicino al finestrino accanto al ragionier Bianchi, i passeggeri si sarebbero lamentati dei ritardi nel decollo dovuti alle misure di sicurezza. E se avesse preso il treno (senza neanche la carrozza-letto, tanto si addormenta ovunque, come si è visto), gli osservatori avrebbero malignato sull’allungamento dei tempi già biblici di un summit convocato per evitare il nuovo diluvio universale. E non oso immaginare che cosa sarebbe successo se un membro del suo staff fosse stato oggetto di un’aggressione durante il viaggio: accuse di dilettantismo e proliferare di complottismo. Non sfugge il valore emblematico di certi gesti, come andare al lavoro in autobus invece che in Ferrari e mangiare all’autogrill anziché in un «tre stelle» Michelin, ma il potente che li compie dà sempre la sensazione di agire per narcisismo, essendo veramente minimo l’impatto positivo del privilegio a cui rinuncia, a fronte dei problemi provocati dalla scelta di ergersi a finto monaco in favore di telecamera. Promemoria per Greta: chi ha danneggiato di più l’ambiente nelle ultime 48 ore? Biden che prende l’Air Force One per andare a tentar di ridurre le emissioni malefiche o Xi Jinping che rimane a casa sua, ma non firma il taglio del metano e aumenta di colpo la produzione del carbone

La sinistra scorda i veri antifascisti. Marco Gervasoni il 3 Novembre 2021 su Il Giornale. «Intimo-vos a renders-vos incondicionalmente». Così il comandante della Força Expedicioniera Brasileira all'esercito della Repubblica sociale e a quello tedesco, il 26 aprile 1945 a Fornovo, a sud di Parma. Fu l'ultima battaglia della Seconda Guerra mondiale da noi, e i brasiliani, alleati di americani e inglesi, con 25mila uomini e 400 caduti, diedero un piccolo ma importante contributo alla Liberazione. Poco più a Sud, in provincia di Pistoia, combatterono anche a fianco delle truppe della Resistenza. L'Italia, e in particolare la sinistra, ne furono riconoscenti: tra Pistoia, Pisa, Bologna e Parma, tutte zone rosse, spesseggiano i cimiteri militari e i monumenti ai brasiliani sacrificatisi per noi. Ci saremmo quindi aspettati, da parte dell'Anpi, del Pd, di Sinistra Italiana, di Rifondazione comunista (pare esista ancora), dei centri sociali, un'accoglienza particolare al presidente del Brasile, Bolsonaro, venuto a commemorare i caduti della libertà (quelli veri, non quelli, peraltro mai caduti, contro un fascismo immaginario). Invece è stata inscenata un'indecorosa gazzarra, un fuggi fuggi delle autorità locali, con uno sgarbo diplomatico non da poco, con il vescovo di Pistoia arringante contro il presidente di una delle nazioni più cattoliche del mondo, e poi la manovalanza dell'antifascismo cosiddetto militante a contestare Bolsonaro, e già che c'erano pure Salvini, venuto ad accoglierlo. Questa pietosa vicenda ci conferma quello che sapevamo: primo, che la sinistra ormai è solo volontà di distruzione del nemico, i cosiddetti valori essendo sono solo un pretesto. Secondo, che se un atto viene compiuto da un nemico della sinistra, esso perde qualsiasi valore. In tal caso il nemico è Bolsonaro, presidente regolarmente eletto di una grande democrazia, che in visita ufficiale andava accolto come tale, non come è stato fatto dalla Regione toscana e dal sottosegretario piddino Bini. Perché odiano Bolsonaro? Non si sa. Perché ha estradato Cesare Battisti? Forse, ma sicuramente perché è «fascista», e perciò è venuto a commemorare gli antifascisti brasiliani. Si capisce che ormai non basta più neppure Flaiano per descriverli, ma ci vuole Ionesco e il teatro dell'assurdo ma forse anche il Paolo Villaggio di Fantozzi. E poi: si chiede alla destra di commemorare la Resistenza. Quando lo fa, è presa a insulti e sassate, perché la Resistenza è «cosa loro». E allora, quest'idea distorta e proprietaria di «Resistenza», la destra la lasci pure alla cosiddetta sinistra. Marco Gervasoni

(ANSA il 30 ottobre 2021) - "Rinunciare al compromesso possibile per sognare la legge impossibile è stata una scelta sbagliata, figlia dell'incapacità politica del Pd e dei 5S". Intervenendo sul fallimento al Senato del ddl Zan, il leader di Iv Matteo Renzi scrive alla Repubblica, accusando i dem di aver "preferito scrivere post indignati sui social anziché scrivere leggi". L'ex premier osserva che è vero che ci sono stati franchi tiratori, e Iv ha contestato la decisione di concedere il voto segreto sul non passaggio agli articoli. "Ma al di là di tutto - aggiunge -, resta il fatto che la legge è fallita per colpa di chi ha fatto male i conti e ha giocato una battaglia di consenso sulla pelle di ragazze e ragazzi". E "additare il Parlamento come il luogo dei cattivi e la piazza come il luogo dei buoni: anche questo è populismo". "Il triste epilogo del disegno di legge Zan divide per l'ennesima volta il campo dei progressisti in due. Da un lato i riformisti, che vogliono le leggi anche accettando i compromessi - spiega il leader di Iv -. Dall'altro i populisti, che piantano bandierine e inseguono gli influencer, senza preoccuparsi del risultato finale. I primi fanno politica, gli altri fanno propaganda. I fatti sono semplici. Il Ddl Zan era a un passo dal traguardo. Sui media, ma anche in Aula nel dibattito del 13 luglio 2021, avevamo chiesto di evitare lo scontro ideologico trovando un accordo sugli articoli legati alla libertà d'opinione e all'identità generale, come richiesto da molte forze sociali e dalle femministe di sinistra". "Non è un caso che l'unica legge a favore della comunità omosessuale mai approvata in Italia sia stata quella delle unioni civili, figlia del compromesso e della scelta di mettere la fiducia fatta dall'allora governo. Fino ad allora e dopo di allora la sinistra preferiva e anche oggi preferisce riempire le piazze, fare i cortei, cullarsi nella convinzione etica di rappresentare i buoni, il popolo, contro i cattivi, il Parlamento. Additare il Parlamento come il luogo dei cattivi e la piazza come il luogo dei buoni: anche questo è populismo". Secondo Renzi, in Italia il centrosinistra "dovrà scegliere se inseguire le parole d'ordine populiste, come la vicenda Zan sembra suggerire o tornare al riformismo".

Roberto D’Agostino per Vanityfair.it il 23 ottobre 2021. La politica non vuole amplessi clandestini. Il sesso sciolto è un handicap. Vale sempre il vecchio motto: meglio comandare che fottere. L'orgasmo è sostituito dal potere. In Italia il primato della virtù (o dell’ipocrisia) fu una delle ragioni dei 4O anni di potere della classe politica democristiana, che, a parte autorevoli eccezioni, è stata prevalentemente casta. I pettegolezzi erano competenza dei servizi segreti che poi li trasformavano in ricatti (vedi la carriera stroncata di Fiorentino Sullo, gigante della DC irpina e nazionale, ma omosessuale). Con Craxi, la svolta del socialismo notte, la trombata decisionista, l'harem del garofano alla De Michelis: si passò da "L'orgia del potere" al "Potere con l'orgia". Eppure mai fu scritto un rigo. Per anni, solo peccati di omissione a mezzo stampa. Anche se Moana Pozzi dà i voti alle perfomance di Craxi, silenzio. Poi, quando Bettino era più morto che vivo, ecco apparire Anja Pieroni sulle copertine dei settimanali mezza nuda. E giù piccanti allusioni alla relazione con il Cinghialone. Infine, Sandra Milo introduce in Italia il genere letterario delle confessioni d'alcova a sfondo politico, la politica delle mutande, sia pure alla memoria. I tempi cambiano: dal sesso proporzionale (il politico gode e tace) al sesso maggioritario (il politico gode e racconta). Alla faccia del bacchettonismo democristiano, alle spalle della "glande-stinità" socialista, irrompe la volontà di esternare - politicamente - una scelta di campo erotica. Così, nel 1991 lo spirito infedele di Bossi pensò bene di proporre come slogan politico lo stato di erezione. "La Lega ce l'ha duro", durissimo, chilometrico; armato di "manico" è lui, Bossi, Membro Kid. Da una parte. Dall’altra, la signorina Rosy Bindi ammetteva la sua verginità, fatto privatissimo che diventa un pubblico messaggio di virtù. Lo spirito del tempo cambia, di nuovo. Oggi, quello che è certo è che le marachelle sessuali sono sempre di più diventate il lato debole dell'uomo di potere, l’arma politica preferita per far fuori il nemico. Bill Clinton, appena accennò alla riforma della sanità americana (che penalizzava le potentissime società assicurative), tirarono fuori dal cassetto i suoi rapporti “orali” con Monica Lewinski, e la riforma morì. Le “cene eleganti” con Bunga Bunga di olgettine hanno bruciato il berlusconismo senza limitismo. Oggi è tutto un parlare della doppia morale di Luca Morisi, la ‘’Bestia’’ social che ha decretato il successo della Lega di Salvini. Con la sua frangetta da chierichetto, s’avanza uno di quei leghisti che, secondo il libro del senatore Zan, sono “machi” omofobi a Roma ma baciano uomini a Mykonos. Fa scalpore le due facce della “Bestia”: quella pubblica (insulti e calunnie sessisti sui social, gogne e demonizzazioni in Rete per immigrati e spacciatori, campagne di ineguagliabile violenza: "Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno") e quella privata (festini nel cascinale veneto con immigrati rumeni da scopare con cocaina e Ghb, la “droga dello stupro”). Da notare infine la differenza: quando a delinquere è un poveraccio è solo un “tossico”, quando sbuca Luca Morisi, insaziabile killer da tastiera, gli orchi si fanno pecore: si scrive di “fragilità esistenziali” e lo spaccio diventa ‘’cessione’’. Amorale della doppia morale: a volte basta un'erezione (sbagliata) per distruggere un partito.

Mattia Feltri per "La Stampa" il 12 ottobre 2021. «Dovreste baciarci per le strade, è grazie a questi ragazzi disadattati se non è arrivato il fascismo». Roba del genere Beppe Grillo l'ha ripetuta spesso - questa è del 2016 - e per una volta ci aveva visto giusto. Il pessimo dei cinque stelle è di aver eccitato il malcontento e di averlo innalzato con campagne surreali a quote virulente; il buono è di averlo sottratto alla furia delle piazze per inscatolarlo dentro un unico coso, il Movimento, capace di contenere e disarmare ogni rabbia, ogni frustrazione, ogni psicosi. Poi però i ragazzi disadattati, cioè gli eletti, sono andati a sbattere contro la realtà. Carlo Sibilia, per esempio, il sottosegretario all'Interno, quello convinto che l'uomo non è mai sbarcato sulla Luna: quattro anni fa diede della matta a Beatrice Lorenzin poiché imponeva le vaccinazioni ai bambini, oggi dà del matto a chi ammicca ai no vax. Bravo Sibilia: un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'umanità. Ma ora che i ragazzi disadattati hanno messo un po' di sale in zucca, e qui e là cominciano a parlare come altri esseri senzienti. Adesso si avvera la profezia di Grillo, gli arrabbiati lo mollano e in mancanza di meglio un tantino di fascismo a cui mettersi alla coda lo hanno trovato. Dunque a sinistra si può esultare per le vittorie nelle città, e trascurare che sono arrivate per l'astensione delle periferie, e si può pure sciogliere Forza Nuova, a questo punto cosa buona e giusta. Ma sarà soltanto illusione: il rapporto fra le classi dirigenti e un pezzo di popolo sì è guastato da molto tempo, e non lo si aggiusterà riducendo tutto a fascismo. 

Autobiografia della nazione. Fascisti, imbecilli e il medesimo disegno populista di Meloni, Salvini e Grillo. Christian Rocca su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. La battaglia contro la violenza politica è urgente e necessaria. Va bene fermare i responsabili, ma non si possono trascurare le evidenti pulsioni antidemocratiche dentro le istituzioni. Resta un mistero perché i leader delle tre forze parlamentari meno repubblicane non se ne rendano conto. Sono complici o solo incapaci? I fascisti e gli imbecilli ci sono, ci sono sempre stati, adorano farsi notare, anche se raramente sono stati così visibili e rumorosi come nell’era dell’ingegnerizzazione algoritmica della stupidità di massa. I fascisti e gli imbecilli si fanno sentire sia in remoto sia in presenza, all’assalto della Cgil, nei cortei no mask, no vax, no greenpass e contro la casta, ma anche in televisione e in tre delle quattro forze politiche maggiori del paese. In termini di adesione ai principi fascisti e dell’imbecillità, non c’è alcuna differenza tra le piazze grilline e quelle dei forconi, tra i seguaci del generale Pappalardo e i neo, ex, post camerati della Meloni, tra i baluba di Pontida e i patrioti del Barone nero, tra i vaffanculo di Casaleggio e i gilet gialli di Di Maio, tra i seguaci di Orbán e quelli di Vox, tra i mozzorecchi di Bonafede e i giustizialisti quotidiani, tra i talk show complici dell’incenerimento del dibattito pubblico e gli intellettuali e i politici illusi di poter romanizzare i barbari. Si tratta del medesimo disegno populista a insaputa degli stessi protagonisti, alimentato dagli agenti internazionali del caos, facilitato dal declino americano e semplificato da una classe dirigente politica mediocre e senza scrupoli.

Negli anni Ottanta, Marco Pannella ha aperto i microfoni di Radio Radicale a chiunque avesse voglia di dire qualcosa e il risultato è stato Radio Parolaccia, una versione impresentabile dello Speaker’s corner di Hyde Park. Alla radio non sentimmo soltanto dei logorroici fuori di testa parlare di qualsiasi cosa, ma anche i portatori patologici di rabbia e risentimento, di spinte autoritarie e di nostalgie del Ventennio. Con la rivoluzione giudiziaria del 1993 e con l’idea che il sospetto fosse l’anticamera della verità, quella rabbia e quel risentimento sono diventati opinione corrente e siamo entrati nella fase embrionale dell’attuale stagione populista e antipolitica. In questi ultimi dieci anni di populismo ne abbiamo viste di ogni tipo, come neanche in un film dell’orrore, con personaggi improbabili assurti a statisti e con neo, ex e post fascisti risuscitati ma non come ai tempi in cui Berlusconi li aveva «sdoganati» dopo averli ripuliti facendogli rinnegare il fascismo, abbandonare i simboli nostalgici e omaggiare la cultura e la tradizione politica e religiosa ebraica. Adesso non c’è più bisogno di trucco e parrucco, la destra ha perso quella sottilissima patina liberale e conservatrice, libertaria in alcuni casi, ed è tornata nazionalista, reazionaria e autoritaria. La fiamma tricolore ha ripreso a scaldare i cuori e le spranghe dei militanti, lo sputtanamento è diventata la regola principale della politica e altre dottrine manganellatrici digitali si sono aggiunte a metodi più oliati e tradizionali. Giusto chiedere adesso lo scioglimento di Forza Nuova e di Casa Pound per il  tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, anche se non c’era bisogno di aspettare l’inizio di ottobre del 2021 per accorgersene. Ma non si possono considerare diversi o legittimi quei partiti presenti in Parlamento che invocano Mussolini, che si radunano con i saluti romani, che ammiccano alla marcia su Roma, che millantano di essere pronti ad aprire il Parlamento come una scatoletta del tonno, che diffondono fake news dei Savi di Trump e di Putin, che schierano la navi militari per impedire di salvare i naufraghi in mare, che si fanno dettare gli interessi nazionali da regimi autoritari non alleati, che invocano soluzioni liberticide, che pensano di lucrare politicamente sull’emergenza sanitaria, che parteggiano per il disfacimento delle istituzioni europee, che professano il superamento della democrazia rappresentativa. La battaglia contro i vecchi e i nuovi fascismi è urgente e necessaria. È una battaglia globale e non solo italiana, la vittoria di Joe Biden è stata una condizione necessaria ma non sufficiente e non basta scrivere «antifa» nella bio di Twitter per depotenziare le spinte fasciste.

Sciogliere tutte le organizzazioni antidemocratiche di vecchio e nuovo conio è auspicabile ma non è possibile, va bene cominciare con quelle più violente, ma sarebbe sufficiente intanto non legittimare chi democratico non è ed evitare che i gruppi neo fascisti si possano infiltrare nelle proteste contro i green pass per manipolare i fessi e amplificare le proprie adunate. Resta un grande mistero perché Giorgia Meloni continui ad ammiccare ai nostalgici del Duce e a omaggiare i nemici strategici dell’Italia e dell’Europa, così come perché i grillini non prendano le distanze dai no Vax e dagli antisemiti che hanno portato in Parlamento e perché Matteo Salvini non colga l’occasione di Draghi al governo per trasformare il centrodestra in una coalizione europea, presentabile, votabile. 

Una spiegazione è che si trovino a loro agio a riscrivere in eterno l’autobiografia fascista della nazione, un’altra è che siano semplicemente delle schiappe.  

 Dagospia il 12 ottobre 2021. Da radioradio.it. L’autunno caldo sembra essere arrivato, ma a una certa corrente politico-mediatica non fa di certo piacere. Cittadini, lavoratori, persone di ogni fascia sociale scendono in piazza contro imposizioni e restrizioni del Governo Draghi, Green Pass in primis. Le proteste che vanno avanti da questa estate fanno sempre più rumore, anche se il grido di rabbia del popolo resta inascoltato a causa di un ristretto gruppo di estremisti infiltrati tra i manifestanti. Quello di sabato scorso partito da Piazza del Popolo a Roma è stato solo l’ultimo atto di una rivolta di migliaia di persone diventata presto una rappresaglia di altra natura. Il risultato, ancora una volta, è stato riaccendere l’allarme eterno di un ritorno del fascismo. Tra chi ritiene sbagliato ridurre a ciò la portata delle recenti sommosse c’è anche il giornalista Massimo Fini, che ne ha parlato ai microfoni di Francesco Vergovich a Un Giorno Speciale. Queste le sue parole. 

 “Questa è una democrazia malata”

“Ogni idea in democrazia ha diritto di esistere a meno che non si faccia valere con la violenza. Sarebbe riduttivo pensare che non ci sia un malcontento e una diffidenza nei confronti della democrazia. Lo dice il 48% di astensione. Non posso pensare che siano tutti degli eversivi. I partiti dovrebbero ragionare sul dato dell’astensione e sulla diffidenza di molti sul sistema democratico-partitocratico. Questo sistema è malato, una partitocrazia. Si sbaglierebbe se si dicesse che è solo un fenomeno fascista, ma è qualcosa di più diffuso. Molti cittadini non si sentono più rappresentanti. Sono contrario allo scioglimento di Forza Nuova, ogni idea deve poter esistere purché non si faccia valere con la violenza. Quelli che hanno assaltato la CGIL o la Polizia devono andare in prigione. La stampa racconta malissimo. Il dato più impressionante era l’astensione, hanno perso tutti“. 

“È stato creato un clima di terrore”

“Per quanto riguarda l’epidemia hanno fatto un terrorismo costante e continuo. Se ogni giorni ti parlano dell’epidemia e dei morti, hai una reazione di rigetto. È stato creato un clima di terrore. La stampa ha assecondato il peggiore allarmismo. Sull’Afghanistan hanno detto solo balle per esempio. C’è una miopia della classe politica e della stampa che spesso è a servizio della prima invece di svolgere una funzione di critica. L’uso sistematico del termine fascismo è controproducente. Se tu ogni giorno ne parli ha un effetto contrapposto, sono strumentalizzazioni“.

“Il cittadino si irrita di fronte a ciò che è subdolo”

“Puoi fare una legge per l’obbligo del vaccino, ma non puoi non proibire formalmente la scelta opposta e poi renderlo obbligatorio, questo irrita moltissimo. Dovevano avere il coraggio di dire che il vaccino era obbligatorio per legge. Il cittadino si irrita di fronte a ciò che è subdolo, a ciò che è fatto in modo subdolo. Il farlo in forma obliqua lo rende iniquo“.

Pappalardo non è più generale: tolti i gradi al leader dei «Gilet arancioni». Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 27 settembre 2021. Per il ministero della Difesa il capofila del movimento (oggi tra le principali voci no vax) avrebbe portato discredito alle forze dell’ordine. La sua replica: «È un abuso, chiederò due milioni di euro per i danni». Il ministero della Difesa ha revocato con provvedimento amministrativo il grado di generale dei carabinieri ad Antonio Pappalardo. «Leader» dei gilet arancioni, già deputato nelle fila dei Socialdemocratici tra il 1992 e il 1994, per qualche tempo sottosegretario alle finanze del governo Ciampi, oggi è diventato una tra le voci più seguite del mondo no-vax. E proprio a queste ragioni sarebbe legato il provvedimento della Difesa, secondo cui avrebbe violato i doveri discendenti dal giuramento e portato discredito sulle forze dell’ordine durante la fase pandemica. Pappalardo ha iniziato ad assumere un ruolo «politico» ai tempi delle proteste dei cosiddetti forconi, parte dei quali l’ha seguito dopo le manifestazioni in strada. Le sue lotte e le sue «performance»si sono trascinate da anni, sono state filmate e divenute virali sul web, con i suoi simbolici provvedimento di «arresto» comminati agli esponenti politici di ogni forza e schieramento accusati di far parte dei «governi non eletti dal popolo». Numerose le sue partecipazioni a programmi radiofonici e talora televisivi, sui social vanta migliaia di follower. La reazione di Pappalardo non si è fatta attendere. «Un abuso»: così il leader dei Gilet arancioni ha commentato all’Adnkronos il provvedimento, annunciando battaglia: «Mi hanno notificato comportamenti che riguardano la mia attività politica, io sono presidente di un movimento politico e ho parlato davanti a tutti nel corso di manifestazioni pubbliche». «Da anni mi perseguitano», ha sottolineato l’alto ufficiale, annunciando di essersi già rivolto ai suoi legali: «Presenterò una denuncia e chiederò in nome e per conto del movimento due milioni di euro di danni». Pappalardo afferma che il provvedimento gli è stato notificato dopo che «sabato abbiamo fatto una manifestazione a Milano e poi ho consegnato a un vicequestore un verbale di arresto nei confronti di Mattarella, Draghi, governanti e parlamentari per usurpazione del potere politico, visto che Mattarella è stato eletto da parlamentari non convalidati». «Stiamo ricevendo - sostiene Pappalardo - centinaia di dichiarazioni di persone che ci dicono che si sono vaccinate anche se non volevano, costrette perché non potevano perdere il posto di lavoro». «Mi hanno notificato l’atto di rimozione commettendo un abuso», continua Pappalardo spiegando che gli sono stati tolti i gradi nonostante «il Tar del Lazio avesse già annullato, su mio ricorso, la sanzione della sospensione disciplinare dalle funzioni del grado».

Antonio Pappalardo, addio gradi? Clamoroso, come campa oggi l'ex generale: l'indiscrezione di Dagospia. Libero Quotidiano il 28 settembre 2021. Addio gradi per l’ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo. Le sue condotte, l'ultima quella contro l'espediente coronavirus, hanno costretto il ministero della Difesa a provvedere. Sanzionate dunque le sue condotte reputate incompatibili con gli obblighi e il prestigio dei Carabinieri e delle forze armate. Da anni Pappalardo ha tentato la via politica, l'ultimo obiettivo farsi eleggere governatore dell’Umbria. Un'iniziativa che si è rivelata un vero e proprio buco nell'acqua visto che ha raccolto poco più di 500 voti. Qualche risultato l'ha ottenuto - come ricorda Dagospia - nel 1992, quando viene eletto deputato nelle liste del partito socialdemocratico nel collegio di Roma e, nel 1993, sottosegretario alle Finanze. L'esperienza non dura molto perché è costretto alle dimissioni dopo una condanna per diffamazione ai danni del comandante generale dei carabinieri Antonio Viesti. Ma è nel 2016 che Pappalardo guida il "Movimento dei forconi" e successivamente fonda i "gilet arancioni" con la speranza di imitare i "gilet gialli" francesi. Tra le sue battaglie quella contro il "regime comunista" di cui l’Italia sarebbe preda e quella a favore di "stampare moneta", ma anche quella in sostegno dei no-vax. D'altronde per l'ex militare il Covid altro non sarebbe che un modo per "tenere il popolo agli arresti domiciliari". E a chi non ci crede, Pappalardo porta sempre un esempio: "Un mio amico di Bergamo ha avuto i sintomi ed è guarito facendo yoga, perché l’uomo è fatto di fisico ma anche di mente". A questo punto a Pappalardo non resta che tentare un ricorso contro il provvedimento. Gli esiti però sono tutt'altro che certi.

Il generale Antonio Pappalardo non è più generale. Samuele Damilano su L'Espresso il 27 settembre 2021. La trovata di depositare un verbale d’arresto nei confronti degli «usurpatori» Draghi e Mattarella gli è costata la sospensione del grado. Ma, sostiene in ogni caso, «il popolo sovrano sconfiggerà la dittatura». L’ennesima offesa alle istituzioni dello Stato è costata cara ad Antonio Pappalardo: per lui è infatti scattata la rimozione del grado di generale. «Mario Draghi, Sergio Mattarella, parlamentari e ministri: siete estorsori, usurpatori, vi veniamo ad arrestare», sbraita in una diretta sul suo profilo Facebook in cui chiede ai suoi amici di non chiamarlo più con il suo ex grado in quanto “gli usurpatori” sono dotati di microspie e registratori in grado di captare ogni minima deviazione alla loro linea dittatoriale. Dopo la sospensione della vicequestore Schirilò alla manifestazione contro il Green pass, «il marchio della discriminazione», Pappalardo ha notificato un verbale d’arresto al comando provinciale dei carabinieri di Milano, nei confronti di Mattarella, Draghi, ministri e parlamentari. «Perché sono abusivi e alcuni di loro estorsori. Abbiamo ricevuto lamentele da una cinquantina di persone, costrette a vaccinarsi pur di non perdere il lavoro. Questa a casa mia si chiama estorsione aggravata», sostiene nel video. Il ministero della Difesa però non è rimasto impassibile, e lo ha rimosso dal suo grado. Dopo che già tre anni fa la Direzione generale per il personale militare dello stesso ministero - prima che il Tar, come ci tiene a ricordare lo stesso Pappalardo, annullasse l’atto - aveva provato a sospenderlo dalle sue funzioni. E nel 2019 era stato rinviato a giudizio con l’accusa di vilipendio nei confronti di Mattarella. Pappalardo ha già annunciato un tour tra Procura di Roma e Parlamento europeo, dove proverà a far valere le sue rimostranze. E il 20 ottobre, conclude perentorio, «li andiamo ad arrestare». Dagonews il 27 settembre 2021. Il generale Pappalardo ha perso i gradi! Al leader dei "gilet arancioni" e' stato notificato un provvedimento del ministero della Difesa ("perdita del grado per rimozione") che lo priva dei gradi da generale per motivi disciplinari. Sono state sanzionate le sue condotte da capopopolo, ritenute incompatibili con gli obblighi e il prestigio dei Carabinieri e delle forze armate. Pappalardo potrà fare ricorso contro il provvedimento. Ma chissà se, nel frattempo, userà il gilet arancione per reinventarsi parcheggiatore... 

Claudio Del Frate per corriere.it del 30 maggio 2020. L’uomo che ha portato in piazza i «gilet arancioni» disobbedendo a tutte le regole di distanziamento sociale, viene dalla prima Repubblica: sostiene che il coronavirus è un grande inganno che si può curare con lo yoga, vuole tornare alla lira ed è a processo per vilipendio al capo dello Stato. L’ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo, palermitano classe 1946, da anni cerca di ritagliarsi visibilità sul proscenio della politica italiana grazie a sortite di varia natura e riscontri elettorali non all’altezza dei suoi roboanti proclami: l’ultimo, un tentativo di farsi eleggere governatore dell’Umbria, con il quale ha raccolto poco più di 500 voti.

Sottosegretario con il Psdi

Ufficiale di carriera all’interno dell’Arma, Pappalardo transita dalle stellette alla grisaglia del politico nel 1992, quando viene eletto deputato nelle liste del partito socialdemocratico nel collegio di Roma. Nel crepuscolo della Prima Repubblica riesce ad arrivare a ricoprire anche la carica di sottosegretario alle finanze nel governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (maggio 1993). Quello risulterà anche lo zenith della sua parabola politica anche perché è costretto alle dimissioni dopo una condanna per diffamazione ai danni del comandante generale dei carabinieri Antonio Viesti. Da lì in avanti l'ex generale passa in rapida successione per il Patto di Mariotto Segni, Alleanza Nazionale, il Movimento per le Autonomie dell’allora governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, per poi tornare al Psdi. Lesto a posizionarsi e ad assecondare ogni vento di protesta ma senza mai centrare l’obiettivo di un’elezione.

Alla testa dei forconi

A partire dal 2016 Antonio Pappalardo si mette alla testa del cosiddetto «Movimento dei forconi» (o «Movimento di liberazione dell’Italia») facendosi notare per le sue intemperanze. Pretende di andare al Quirinale a notificare a Mattarella un ordine di arresto «in nome del popolo italiano» ritenendo abusiva la sua azione di presidente (e rimedia un rinvio a giudizio per vilipendio al Capo dello Stato). Fonda poi i «gilet arancioni» variante cromatica con la quale spera di imitare i «gilet gialli» francesi. di Nei suoi incendiari discorsi in piazza o sui social si scaglia contro il «regime comunista» di cui l’Italia sarebbe preda, proclama di voler «stampare moneta», contro i partiti e a favore del «popolo italiano», si schiera con i no vax. Ultima sua battaglia è quella contro il coronavirus, o meglio quella che l’ex militare ritiene un espediente che serve solo «a tenere il popolo agli arresti domiciliari». La dimostrazione? «Un mio amico di Bergamo ha avuto i sintomi ed è guarito facendo yoga, perché l’uomo è fatto di fisico ma anche di mente».

I nostalgici con falce e martello. Francesco Maria Del Vigo il 3 Ottobre 2021 su Il Giornale. All'armi son comunisti. E sono tanti. Più di quello che ci si potrebbe immaginare. Basta dare un'occhiata alle liste dei candidati dei principali comuni al voto. All'armi son comunisti. E sono tanti. Più di quello che ci si potrebbe immaginare. Basta dare un'occhiata alle liste dei candidati dei principali comuni al voto: è tutto un fiorire di falci e martelli sulle schede elettorali. Nonostante negli ultimi giorni sotto i riflettori della stampa sia finita la presunta galassia nera, c'è un'intera costellazione rossa che, sotto molteplici insegne, corre per avere un posto in consiglio comunale. Tutto assolutamente legittimo e legale, ma nel 2021 a cento anni dalla fondazione del Pci (quello originale, non uno degli attuali tarocchi) e a più di centocinquant'anni dal primo volume del Capitale tutto questo proliferare di compagni è quantomeno naïve. A Milano i partiti che esibiscono la falce e il martello nel loro simbolo sono addirittura tre. E mica corrono insieme, bensì uno contro l'altro armati. D'altronde si sa, ogni qualvolta s'incalza un nipotino di Marx sui crimini commessi da quell'ideologia in Unione Sovietica o in Cina, lui risponde serafico: «No, ma quello è un altro comunismo». È la moltiplicazione delle falci e dei martelli, il marxismo à la carte, la diaspora dei compagni. Perché il comunismo cattivo è sempre quello altrui e, quando si chiede loro di indicarci quello buono, incredibilmente, non riescono mai a trovare un valido esempio in tutto l'orbe terracqueo. Stalin, Mao e Fidel sono sempre compagni che sbagliano. Quelli che non sbagliano, al momento, sono irreperibili. Torniamo a Milano e alle sue liste: il Partito Comunista, il Pci e il Partito Comunista dei lavoratori. Solo Torino riesce a offrire una scelta più ampia ai suoi cittadini: ai tre simboli presenti nel capoluogo lombardo si aggiunge anche Sinistra Comune. A dire il vero c'è anche Potere al popolo, che non ha la falce e il martello nel simbolo, ma abbiamo buone ragioni di pensare che non sia un covo di moderati e liberali. Gli elettori di Roma e Bologna sono decisamente più sfortunati: compaiono solo due partiti comunisti su ogni scheda elettorale. Insomma, nonostante l'allerta sempre altissima per il ritorno delle formazioni di estrema destra, quelle di estrema sinistra sembrano godere di ottima salute ed essere iperattive nella vita democratica dello Stivale. Il proliferare di tutti questi simboli oramai viene derubricato come folklore politico. E va bene così, non ci sono, per fortuna, armate rosse alle porte delle nostre città e il marxismo è stato già ampiamente sconfitto dalla storia, prima ancora che nelle urne. Però vale la pena ricordare la storica risoluzione europea del 19 settembre del 2019, quella che equipara il nazismo al comunismo perché, dietro quel simbolo che oggi è poco più che una carnevalata, c'è una ideologia criminale e, dietro quell'ideologia, qualche milione di morti.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

«Populismo classista». La maleducazione della sardina con infondata autostima e la dittatura del caruccismo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 9 Ottobre 2021. È un ottimo momento per approfittarsene, se sei una donna. Come ha fatto una giovane biondina a Piazzapulita che borbottava costantemente impedendo a un maschio di rispondere a una domanda che lei stessa gli aveva fatto. Pronostico per lei un ruolo da ministro entro cinque anni. È un ottimo momento per approfittartene, se sei una donna. Ci pensavo giovedì sera, mentre una biondina con infondata autostima (e quindi sardina, movimento politico d’elezione dei biondini con inspiegabile autostima) borbottava costantemente impedendo a un maschio di rispondere a una domanda che lei stessa gli aveva fatto. Il conduttore provava a dirle di lasciar replicare l’altro ospite, ma non poteva sbottare «ahò, e basta un po’» come avrebbe plausibilmente fatto con un uomo altrettanto maleducato: a una donna «stai zitta» non lo puoi dire, sennò diventi protagonista d’un bestseller sul (tuo) maschilismo. In C’eravamo tanto amati, un film del 1974, Giovanna Ralli interpretava l’ereditiera cessa di cui s’innamorava Vittorio Gassman. Era un’ignorante che tentava di sembrare colta, che diceva di non poter mangiare «idrocarburi» intendendo «carboidrati», che trovava «molto tosto» il romanzo suggeritole da Gassman (I tre moschettieri), che si compiaceva del suo ruolo di spettatrice di Antonioni e lettrice forte («Si vede che non hai letto il Siddharta»). Oggi quel personaggio lì non potrebbe che essere interpretato da una belloccia, perché non esistono più figlie di ricchi coi dentoni e gli occhiali dalle lenti spesse, perché al cinema e nei talk show vige la dittatura del caruccismo. E infatti la biondina è assai caruccia, e neanche ti viene da infierire quando dice all’interlocutore che il suo è un «populismo classista», e perché non un’acqua asciutta, ragazza mia. («Populismo» ha superato «radical chic» nella classifica delle parole che vorrebbero dire tutt’altro e vengono ormai usate come un generico segno di disprezzo dell’interlocutore). La biondina è belloccia, dice cose a caso, e probabilmente non mangia idrocarburi. Pronostico per lei un ruolo da ministro entro cinque anni. È un ottimo momento per approfittarsene, con la scusa delle donne. La scuola cattolica, film sul delitto del Circeo tratto dal romanzo di Edoardo Albinati, esce al cinema vietato ai minori di 18 anni. Ha senso vietare ai minori un luogo – il cinema – dove è probabile entrino quanto in una balera e in una cabina telefonica? A quei minori che hanno YouPorn sul cellulare e possono vedere ben di peggio senza pagare il biglietto? Probabilmente no, ma sottolineare l’insensatezza del «vietato ai minori» nel 2021 sarebbe una scelta meno furba di quella fatta dai distributori. Che hanno comprato pagine pubblicitarie sui quotidiani e, sulla locandina del film, hanno stampato a caratteri cubitali «CENSURATO IL FILM CHE DENUNCIA LA VIOLENZA SULLE DONNE». È un ottimo momento per il ricatto dialettico: se metti il divieto ai diciotto, sei a favore della violenza sulle donne. (Ho il sospetto che, a parte gli stupratori, siamo un po’ tutti contrari alla violenza sulle donne; ho altresì il sospetto che gli stupratori non verranno rieducati da un film, non più di quanto i guidatori spericolati siano stati rieducati dal Sorpasso e i rapinatori da Die Hard). Ma hanno ragione loro, «Non vogliamo abolire il criterio per cui uno stupro dev’essere vietato ai minori: vogliamo una deroga per lo stupro inserito in uno storytelling educativo» è una richiesta senz’altro sensata. È un ottimo momento per approfittarsene, se sei una buona che prospera grazie ai cattivi. Sulla copertina dell’edizione italiana di Vogue c’è Chiara Ferragni, intervistata (per così dire) da Michela Murgia. La direttrice di Vogue l’altro giorno ha giustamente approfittato del non funzionamento per mezza giornata di Instagram per dire che nell’intervista la bionda e la mora avrebbero affrontato anche quel tema: dove sarebbe Chiara Ferragni senza Instagram. In realtà nell’intervista – nella quale come sempre Chiara Ferragni non dice assolutamente niente: non è mai il momento giusto perché i giornali italiani la smettano d’avere ipertrofica fiducia nel formato-intervista e chiedano agli scrittori di farsi venire loro un’idea e di ritrarre un personaggio il cui mestiere non sono le parole, invece di chiedergli di inefficacemente raccontarsi – la domanda è cosa farebbe la Ferragni se Zuckerberg le togliesse l’account come l’ha tolto a Trump; e la risposta è che non succederà mai, perché lei è una dei buoni, mica usa la piattaforma come la usava quel cattivone di Trump. In contemporanea Time ha una copertina in cui al faccione di Zuckerberg si sovrappone la finestra che ci chiede conferma quando stiamo per cancellare un’app: siamo sicuri di voler eliminare Facebook? Se Zuckerberg fosse una donna, chissà se potremmo indicarlo con tanta disinvoltura come simbolo di tutti i mali, o se finirebbe come giovedì sera in tv, con la sardina che dice che le critiche alla Raggi sono sessiste perché la criticano come persona (e la personalizzazione della politica e quindi del discorso attorno a essa è una cosa che mai mai mai avviene coi maschi, da Berlusconi a Trump, da Renzi a Sarkozy). E se Zuckerberg l’avesse fatto apposta? Se il blackout dell’altro giorno fosse stato non un imprevisto ma un monito? Guardate come sarebbero le vostre giornate senza poter mandare vocali ai vostri flirt, senza poter guardare in diretta le giornate della Ferragni, senza poter condividere i più imbarazzanti momenti dei talk politici. Se non fosse stato un malfunzionamento ma il modo in cui Mark ci annaoxeggia che, senza di lui, la vita sa di fumo e di malinconia, e per distrarci finisce che ci tocca persino andare al cinema? Non m’ero mai accorta, prima del blackout, che Mark fosse l’innominato protagonista di quella canzone, quello che sa che «sarebbe inutile parlare ancora dei problemi miei», e infatti i social di Mark sanno che vogliamo solo fotografare pizze, «così mi chiedi se ho mangiato o no». Non m’ero mai accorta che il Festivalbar dell’83 avesse previsto i social, e i problemi nostri di donne e di fotografatrici di tramonti sul Tevere («senza di te cosa si fa nei pomeriggi troppo blu»). Scusaci, Mark. Pensavamo che i problemi fossero il maschilismo, il populismo, il sovranismo. E invece il problema è che, senza di te, libertà è il nome d’una bugia.

L’erba voglio e la società dell’obbligo. Marcello Veneziani, La Verità (17 settembre 2021). Indovina indovinello, cosa mancava all’appello e alla filiera dopo i diritti omo-trans, l’utero in affitto, le applicazioni gender, l’aborto, l’eutanasia, lo ius soli? Ma la droga, perbacco. Mancava un grano al rosario progressista della sinistra, e in particolare al Pd che è un partito radicale a scoppio ritardato; e puntualmente è arrivato a colpi di firme sulla cannabis. Riciccia per l’ennesima volta la battaglia per la sua legalizzazione, ora in forma di referendum. Una proposta proteiforme e reiterata che si modifica di volta in volta secondo le circostanze e le opportunità del momento, ponendo l’accento ora su uno ora su un altro aspetto. Stavolta l’ariete per sfondare la linea è la coltivazione di canapa o marijuana a scopo terapeutico. Chi è così disumano da opporsi al caso limite di un malato che usa la droga e se la fa crescere in giardino per lenire le sue sofferenze e curare i suoi mali? Poi sotto la pancia delle greggi, come fece Ulisse con Polifemo, passa di tutto: non solo leggi per malati e sofferenti e ben oltre le rigorose prescrizioni e certificazioni mediche sull’uso terapeutico di alcune sostanze o erbe. Curioso questo paese che non consente i minimi margini di libertà e di dissenso nelle cure e nei vaccini per il covid, anzi perseguita e vitupera chi non si allinea e poi permette che ciascuno sia imprenditore farmaceutico di se stesso e si fabbrichi e si coltivi la sua terapia lenitiva direttamente a casa sua… L’autoritarismo vaccinale si trasforma in autarchia terapeutica se di mezzo c’è la cannabis. È il green pass al contrario: il pass per consumare green, cioè erbe “proibite”. Ma non è di questa ennesima battaglia, a cui ci siamo già più volte dedicati in passato, che vorrei parlarvi; bensì di quella filiera, di quel presepe di leggi, referendum e diritti civili di cui fa parte e che compone un mosaico dai tratti ben precisi. Ogni volta ci fanno vedere solo un singolo caso di un singolo problema portato all’estremo e noi dobbiamo pronunciarci come se fosse un fatto a sé, o un caso umano, indipendente dal contesto. E invece bisogna osservarli tutti insieme, perché solo così si compone la strategia e l’ideologia e prende corpo il disegno che ne costituisce il motivo ispiratore, l’ordito e il filo conduttore. È solo cogliendo l’insieme che si vede più chiaramente dove vanno a parare questi singoli tasselli o scalini, verso quale tipo di società, di vita, di visione del mondo ci stanno portando. Qual è il filo che le accomuna, la linea e la strategia che le unisce? Per dirla in modo allegorico e favoloso, è l’Erba Voglio. Avete presente la favola dell’erba voglio del principino viziato che vuole continuamente cose nuove e si gonfia di desideri sempre più grandi? Ecco, l’erba voglio è la nuova ideologia permissiva, soggettiva e trasgressiva su cui è fondato tutto l’edificio di leggi, di proposte, di riforme. Il filo comune di queste leggi è che l’unico vero punto fermo della vita, l’architrave del diritto e della legge è la volontà soggettiva: tu puoi cambiar sesso, cambiare connotati, mutare stato, territorio e cittadinanza, liberarti della creatura che ti porti in corpo o viceversa affittare un utero per fartene recapitare una nuova, puoi decidere quando staccare la spina e morire, decidere se usare sostanze stupefacenti e simili. Tu solo sei arbitro, padrone e titolare della tua vita e del tuo mondo; questa è la libertà, che supera i limiti imposti dalla realtà, dalla società, dalla natura, dalla tradizione. E non importa se ogni tua scelta avrà poi una ricaduta sugli altri e sulla società, su chi ti è intorno, su chi dovrà nascere o morire, sulla tua famiglia, sul tuo partner, sulla tua comunità, sulla tua nazione. Il tuo diritto di autodeterminazione è assoluto e non negoziabile, e viene prima di ogni cosa. Ora, il lato paradossale di questa società è che lascia coltivare, in casa, l’Erba Voglio ma poi dà corpo a un regime della sorveglianza e del controllo ideologico, fatto di censure, restrizioni e divieti. Liberi di farsi e di disfarsi come volete, non liberi però di disubbidire al Moloch del Potere e ai suoi Comandamenti pubblici, ideologici, sanitari, storici e sociali. Anarchia privata e dispotismo pubblico, soggettivismo e totalitarismo, Erba Voglio e Pensieri scorretti proibiti, Erba voglio e divieto di libera circolazione. Ma le due cose non sono separate, estranee l’una all’altra e solo casualmente e contraddittoriamente intrecciate. La libertà nella sfera dell’io fa da contrappeso, lenitivo e sedativo della coazione a ripetere e ad allinearsi al regime della sorveglianza. Ci possiamo sfogare nel privato di quel che non possiamo mettere in discussione nella sfera pubblica. Porci comodi nella tua vita singola in cambio di riduzione a pecore da gregge nella vita global. Puoi sfasciare casa, famiglia, nascituri, te stesso e i tuoi legami ma guai se attenti all’ordine prestabilito e alle sue prescrizioni tassative. Liberi ma coatti. La droga libera è oppio dei popoli e cocaina degli individui, narcotizza i primi ed eccita i secondi; aliena entrambi nell’illusione di renderli più liberi, li rende schiavi mentre illude di renderli autonomi. Benvenuti nella società dell’erba voglio e dell’obbligo di massa. MV, La Verità (17 settembre 2021)

Cari sì pass, ricordatevi “Philadelphia”.  Redazione di Nicolaporro.it il 19 Settembre 2021. Sono diventati ciò che odiavano. La pandemia ha completamente ribaltato la loro prospettiva sul mondo frutto di anni di lotte e conquiste sociali e politiche. Ci riferiamo ovviamente a tutti coloro che fino al 2019 si riempivano la bocca di parole quali uguaglianza, diritti, inclusione sociale, lotta a qualsiasi tipo di discriminazione. Ecco, di fronte al virus tutto questo si è disciolto come neve al sole. Oggi il fine giustifica qualsiasi mezzo, financo l’annullamento del diritto al lavoro sancito all’articolo 1 della loro amatissima carta costituzionale. Sono passati dall’altra parte della barricata, insomma, da vittime a carnefici. Già, ora sono loro i cattivi della storia. E a questo proposito, ci torna in mente uno di quei film che hanno fatto la storia del cinema degli anni ’90. “Philadelphia”, il capolavoro di Jonathan Demme con Tom Hanks (premio Oscar miglior attore protagonista) e Denzel Washington nei panni dei protagonisti.

La trama. Ricorderete tutti la trama, Andrew Beckett (Tom Hanks) è un brillante avvocato di un prestigioso studio legale di Philadelphia. E’ omosessuale e si ammala di AIDS nascondendo la malattia ai suoi datori di lavoro. Se non che i boss lo scoprono e lo licenziano per “giusta causa”. Toccherà poi a Joseph Miller (Denzel Washington) difendere il collega dimostrando che la reale motivazione alla base del suo allontanamento era in realtà l’orientamento sessuale di Andy e la paura della diffusione del contagio di HIV da parte dei colleghi. Già, la paura. Il pregiudizio. Il film si basa tutto su questo e su come Miller riesca pian piano a superare gli stereotipi della società in cui è cresciuto, diventando amico di Andy e vincendo la super causa milionaria. Una storia che ha commosso tutti, senza distinzione di credo politico, tanto da fare entrare Philadelphia nel gotha del cinema, anche e soprattutto in virtù degli insegnamenti e dei principi che veicolava.

Parallelismi con il presente. Come non trovare dei punti di contatto con quello che sta accedendo nel tempo del Covid. Oggi come allora si lotta contro un virus. Solo che nei primi anni ’90, periodo in cui è ambientato il film, l’HIV mieteva molte più vittime e le conoscenze mediche del fenomeno erano scarse, soprattutto per quanto riguardava la trasmissibilità. Quindi il timore di ammalarsi, poteva essere, per certi versi, anche giustificato. Eppure Andy ha vinto la causa. Fu pregiudizio, discriminazione. E qual è l’essenza della discriminazione? Ce lo spiegano Beckett e Miller: “il formulare opinioni sugli altri non basate sui loro meriti individuali ma piuttosto sulla loro appartenenza ad un gruppo con presunte caratteristiche”. Ebbene, questo è esattamente ciò che sta avvenendo oggi nei confronti delle persone non vaccinate che da metà ottobre non potranno più recarsi al lavoro senza avere il lasciapassare. Discriminazione. Si obietterà che, al contrario del protagonista del film, questi individui abbiano la possibilità di scelta. Vero, ma attenzione: chi l’ha detto che una persona non vaccinata sia automaticamente malata? Un individuo non è sano fino a prova contraria? E anche se non lo fosse, siamo così certi che sarebbe colpa sua? Era forse colpa di Andy se era omosessuale e se ha contratto la malattia? Sospensioni, multe, blocchi di stipendio. Ma fino a dove saranno disposti a spingersi? Checché se ne dica, nessuna carta costituzionale al mondo, nessuna legislazione giuslavoristica, nessuna norma etico-morale può concepire una tale prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Eppure sta succedendo. Devono essersi proprio dimenticati tutto. Hanno versato lacrime per Andy che se ne è andato in pace, sereno, dopo aver ristabilito il suo onore. Hanno fatto il tifo per l’avvocato buono che era saputo andare oltre i suoi limiti e ha lottato in difesa dei più deboli. Oggi, invece, sono diventati esattamente come i colleghi e i datori di lavoro del legale sieropositivo. Vigliacchi, impauriti, cattivi. Pronti a tutto pur di difendere la loro salute e la loro confort zone morale. Chissà che riguardare Philadelphia oggi non possa avere un effetto catartico su queste persone. Dio solo sa quanto ci sia bisogno di redenzione.

Il giacobinismo liberal malattia infantile della nuova sinistra. Carlo Galli su La Repubblica il 17 settembre 2021. La copertina dell'Economist che ha lanciato il dibattito sulla sinistra illiberale. Ecco perché non bisogna sottovalutare la cancel culture, campanello di allarme di un disagio: prosegue il dibattito nato dalla copertina dell’Economist. Nell'ottobre del 1793 la Francia repubblicana abbatte e decapita le statue dei re che ornavano la cattedrale di Notre-Dame. Oggi la definiremmo cancel culture; allora fu la prosecuzione simbolica delle decapitazioni, avvenute nel gennaio dello stesso anno, del re e della regina, di Luigi XVI e di Maria Antonietta. In effetti, non c'è nulla di più illiberale che una rivoluzione, di più intollerante che la pretesa di ricominciare da capo la vita politica e civile, di meno dialogante che ergersi a giudici del passato, per punirne e vendicarne le colpe, le violenze e le ingiustizie.

Enrico Franceschini per "la Repubblica" il 15 settembre 2021. Un fantasma si aggira per l'Occidente: lo spettro della «sinistra illiberale». A lanciare l'allarme è l'Economist, bibbia del liberalismo anglosassone e anche di quello mondiale, in quanto da almeno vent' anni settimanale non più soltanto britannico bensì globale. In un servizio apparso in copertina, il giornale che per i suoi conflitti d'interesse definì Silvio Berlusconi «indegno di governare» avverte che il liberalismo occidentale si trova ad affrontare una doppia minaccia: all'estero le superpotenze autocratiche quali Cina e Russia, che lo deridono come fonte di egoismo, decadenza e instabilità; in patria il populismo di destra e di sinistra, che lo contesta come presunto simbolo di elitismo. Le critiche di Xi e Putin sono un ipocrita riflesso del rifiuto a creare una società veramente libera e democratica in casa propria. L'offensiva della destra populista in America e in Europa rimane la più pericolosa per la democrazia liberale, ma dopo avere raggiunto l'apice durante la presidenza di Donald Trump si sta screditando di fronte alla crisi del Covid con il suo ostinato rifiuto dell'evidenza scientifica. «L'attacco da sinistra è più difficile da comprendere», ammonisce tuttavia l'autorevole pubblicazione londinese, in parte perché, particolarmente negli Stati Uniti, il termine "liberal" ha finito per includere una "sinistra illiberale". La terminologia inglese può suscitare confusione nel lettore italiano, perché "liberal" negli Usa è l'equivalente di "progressista", spesso utilizzato addirittura come un insulto dalla destra trumpiana, dunque differente dal nostro "liberale", che ha un significato decisamente più conservatore. A confondere ulteriormente le idee ha provveduto il termine "neo-liberal", traducibile come neo-liberale o neo-liberista, l'etichetta delle politiche di destra introdotte da Ronald Reagan e Margaret Thatcher negli anni Ottanta del secolo scorso. Infine c'è da considerare il liberalsocialismo, che in Italia ha ispirato i fratelli Rosselli e Gobetti, il Partito d'Azione e alcune delle menti migliori del dopoguerra, dal Mondo di Pannunzio al partito radicale. Per chiarire ogni equivoco, quello che intende l'Economist (posseduto al 43% da Exor, che controlla anche Repubblica) con «sinistra illiberale» è l'atteggiamento dogmatico, intollerante, scettico nei confronti del mercato, votato alla purezza ideologica, incapace di riconoscere che anche la controparte può avere in determinate circostanze qualche ragione. È un cocktail di opinioni da cui sbocciano fenomeni come la cancel culture, dove la legittima esigenza di condannare gli errori e gli orrori del passato rischia di riscrivere la storia dal punto di vista del presente, e gli eccessi del politicamente corretto. Nel suo editoriale il settimanale non fa nomi specifici, ma traspare il riferimento alla svolta impressa da Jeremy Corbyn al partito laburista nel Regno Unito o alla rigidità talvolta manifestata dall'ala del partito democratico americano che fa riferimento alla deputata Alexandria Ocasio- Cortez (andata al Met Ball, il gran ballo annuale di beneficenza a New York, con un vestito con la scritta "tax the rich", tassare i ricchi, sebbene in questo non ci sia nulla di illiberale). «La società che mette l'eguaglianza prima della libertà finirà per non avere né l'una né l'altra» è il motto citato dall'Economist per chiarire dove sta il problema: parole di Milton Friedman, economista premio Nobel e padre del laissez- faire ovvero dell'antistatalismo, non proprio un riferimento della sinistra. Ma il dibattito sulla sinistra "illiberale" esiste da tempo: sull'altra sponda dell'oceano la denunciava già cinque anni fa il mensile Atlantic, ammonendo che il partito democratico, non opponendosi a chi vuole togliere diritto di parola agli avversari, cederà il controllo ai suoi elementi più estremi. Richard Dawkins, biologo evoluzionista di Oxford e autore di bestseller in difesa dell'ateismo, la chiama «sinistra regressiva», accusandola per esempio di astenersi dal criticare anche le peggiori aberrazioni dell'Islam in nome del rispetto per la cultura di quella religione («e allora io rispondo, al diavolo la cultura», dice il professore). La definizione è entrata perfino nel linguaggio di una star di Hollywood come l'attore premio Oscar Matthew McConaughey, secondo il quale «la sinistra illiberale ha completamente abbandonato il tradizionale pensiero liberale, diventando condiscendente o arrogante verso il 50 per cento della popolazione che non ne condivide il progetto». Qualcuno annovera nella sinistra illiberale anche la malaugurata dichiarazione che contribuì a fare perdere le elezioni del 2016 a Hillary Clinton, quando durante la campagna presidenziale la candidata democratica alla Casa Bianca definì dispregiativamente i sostenitori di Trump come appartenenti a un «basket of deplorables», un cestino dei deplorevoli, insomma tutti gentaglia, che a quel punto non avrebbero certo cambiato casacca votando per lei. Nella discussione, beninteso, c'è chi dice che a denunciare la presunta sinistra "illiberale" sono i difensori dello status quo e dei propri interessi: insomma la destra, cui farebbe gioco dipingere la sinistra come estremista e poco democratica. L'Economist riconosce che pure i "liberal" (nell'accezione conservatrice o progressista) sbagliano: dopo il collasso del comunismo in Unione Sovietica e in Europa orientale hanno creduto che la storia fosse finita, come sentenziò il celebre saggio del sociologo Francis Fukuyama; dopo la crisi finanziaria del 2008 non hanno trattato la classe operaia con la dignità che meritava; e troppo spesso usano la meritocrazia come un alibi per mantenere i propri privilegi. La conclusione della cover-story è che oggi troppi liberal di destra sono inclini a scegliere uno spudorato matrimonio di convenienza con i populisti e troppi liberal di sinistra minimizzano la presenza di un'ala intollerante nelle proprie file. Se invece di unire le forze si dividono, è il monito finale, le due correnti del pensiero liberale lasceranno prosperare gli estremisti.

Dura lex, sed Rolex. Stefano Bartezzaghi su La Repubblica il 4 settembre 2021. È l'epoca della rappresentazione e come ci si fotografa o ci si fa fotografare è un fatto bello e buono. E allora quell'orologio un tema lo diventa. Un eventuale candidato latinista (ve ne sono?) potrebbe commentare: Dura lex, sed Rolex. Che poi sembra non sia neppure un Rolex ma un orologio comunque costosissimo e di marca, quello che Roman Pastore, giovane candidato a un consiglio municipale romano, sfoggia in diverse fotografie. È nella lista per Carlo Calenda e proprio il leader è stato raggiunto al proposito da polemici tweet di Barbara Collevecchio, psicanalista molto presente sui social nonché junghiana, quindi avvezza agli archetipi.

 L’orologio più buio. L’impossibilità di uscire dalla cultura del linciaggio (o anche solo di discuterne). Francesco Cundari il 4 settembre 2021 su L'Inkiesta. Anche su che cosa porta al polso, la sinistra si divide in due tribù costantemente impegnate nel tentativo di menarsi a vicenda, chiocciolandosi e ritwittandosi tra piccole orde di consanguinei ululanti. Avrei voluto cominciare qui un lungo e noioso discorso sugli effetti di lungo periodo dell’ondata populista culminata nella Brexit e nell’ascesa di Donald Trump nel 2016, sulla loro persistenza e pervasività, a dispetto dell’impressione contraria suscitata nel mondo dalla netta vittoria di Joe Biden, e in Italia dall’insperato arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Avrei voluto partire dal ritiro americano dall’Afghanistan e dal modo in cui Biden lo ha attuato e difeso, due cose su cui l’influenza del predecessore mi è parsa assai significativa e allarmante. Avrei voluto infine collegare tutto questo alla questione della «sinistra illiberale» sollevata nell’ultimo numero dell’Economist. Mi riferisco all’editoriale in cui il settimanale invita i liberali di destra e di sinistra a resistere all’egemonia populista, senza illudersi di poter carezzare impunemente la tigre nel verso del pelo: gli uni accodandosi al nazionalismo xenofobo e autoritario, gli altri al fanatismo della politica identitaria, della cancel culture e del radicalismo di sinistra in generale. L’articolo che stavo immaginando sarebbe stato lungo e noioso anzitutto per il gran numero di sottili distinzioni che avrei dovuto fare. Per esempio, sull’ultimo punto, avrei invitato a non confondere la contestazione anche radicale di quelle che l’Economist definisce come le posizioni del «liberalismo classico» in materia di economia con analoghi attacchi ai fondamenti dello stato di diritto e della libertà individuale: cose che non hanno lo stesso peso e non andrebbero messe sullo stesso piatto della bilancia. Direi anzi che l’ambiente più favorevole alla crescita di un dibattito pubblico democratico e pluralista è esattamente quello in cui la stragrande maggioranza condivide i principi fondamentali che garantiscono la libertà di ognuno e si divide su tutto il resto. Di questo intendevo scrivere, e già cominciavo a organizzare mentalmente la lunga serie di premesse di metodo e di merito necessarie ad arrivare sano e salvo in fondo al ragionamento, quando ho acceso il computer e aperto Twitter, dove era in corso uno di quei tipici spettacoli che da qualche anno prendono regolarmente il posto del dibattito politico, cioè una specie di guerra etnica combattuta in un asilo. Stesso miscuglio di ostilità preconcetta e odio primitivo, uniti però all’assoluta idiozia del pretesto, del contesto e del sottotesto, nel caso specifico il costoso orologio esibito in foto da un giovane candidato a un consiglio municipale nella lista di Azione (dunque, con tutto il rispetto per i consigli municipali e per il partito di Carlo Calenda, non proprio un uomo destinato a esercitare una straordinaria influenza sull’indirizzo politico del Paese, perlomeno nel prossimo futuro). Dall’orologio costoso si passava quindi all’incredibile uscita di Matteo Renzi sul reddito di cittadinanza e i giovani che «devono soffrire», e in qualche caso, non ricordo più per quali vie, persino alle foibe (a conferma del fatto che la politica italiana si ripete sempre due volte, la prima in forma di sketch di Avanzi). Per una volta, non vorrei prendere le parti degli aggrediti né quelle degli aggressori, ma nemmeno ostentare un’impossibile equidistanza. La diffusa cultura del linciaggio che ci circonda ha sempre qualcosa di orrendo in sé, anche quando il suo esito sia il più infantile e ridicolo, e forse relativamente innocuo. Ora però mi interessa di più sottolineare come sui social network la cosiddetta sinistra, quella che dovrebbe combattere il populismo, sia divisa grosso modo in due tribù, costantemente impegnate nel tentativo di linciarsi a vicenda, con argomenti, toni e modi squisitamente populisti, chiocciolandosi e ritwittandosi tra piccole orde di consanguinei ululanti, nel momento stesso in cui ciascuna delle due bande accusa l’altra di rappresentare la quinta colonna dei populisti (salviniani gli uni, grillini gli altri) e di adottarne anche i deplorevoli metodi, a cominciare da gogna e linciaggi social. Forse è per questo che in Italia, tutto sommato, la cancel culture non ha (ancora?) particolarmente attecchito, e nemmeno il politicamente corretto: perché in America, come sembra suggerire anche l’Economist, trumpismo e cancel culture sono due diverse forme di intolleranza che si rafforzano a vicenda, opposte e complementari come le due metà di una stessa mela. Mentre qui in Italia, dove gli epigoni e anche i precursori di Trump affollano l’intero spettro politico, giornalistico e intellettuale, abbiamo solo infinite repliche della stessa metà della mela, e nessuna traccia dell’altra mezza. Basta accendere la tv o sfogliare un giornale per verificare come tutto sia infatti perfettamente dicibile, pressoché ovunque, anche quello che nei paesi civili è giustamente considerato istigazione all’odio e al razzismo. Non così in Italia, dove sulla derisione di handicap, difetti fisici e qualsiasi altro dettaglio legato a sesso, età, etnia, zeppola o altezza dell’avversario sono fiorite carriere e sono nati interi gruppi editoriali, perché non c’è nulla che ci piaccia tanto come darci di gomito mentre sghignazziamo del comune bersaglio. Capite dunque perché, dopo aver passato soltanto pochi minuti esposto a questo genere di spettacolo, ho avvertito tutta l’inanità dello sforzo che mi accingevo a compiere per argomentare la mia tesi, e mi sono rassegnato a non scrivere l’articolo.

Fulvio Abbate per Dagospia il 5 settembre 2021. Lo dico subito, prendendo in prestito una leggendaria battuta riferita, un tempo, a una leggendaria caramella di un bianco polare dissetante: qui c’è soltanto l’orologio con Roman Pastore intorno. In tutto ciò, la cosa più desolante nella vicenda del giovane Pastore (e del suo ormai leggendario orologio), ventunenne candidato con la lista di Carlo Calenda al Consiglio comunale di Roma, finita per lui in modo un po’ penoso, per aver esibito appunto al polso un Audemars Piquet, riguarda l’incapacità interpretativa di molti.  La stampa di destra, per bocca dell'amico Alessandro Sallusti, per l’occasione ha fatto l’elogio del lusso, che peraltro, personalmente, condivido in pieno, in modo assoluto, e ci mancherebbe altro. Essendo tutti noi, come spiega alla perfezione il filosofo esistenzialista Albert Camus, impossibilitati alla felicità, coscienti d’essere condannati a morte fin dalla nascita, niente è più rassicurante, se non doveroso, del concedersi ogni piacere, cominciando dalle gioie del collezionismo, poco importa se di capolavori di Picasso o fosse anche di un prestigioso anello tempestato di gemme preziose, così da poterlo indossare perfino nel proprio pisello. E non sembri questa una caduta di stile, semmai un magnificat del principio del piacere. Purtroppo, nel nostro paese segnato da un ampio analfabetismo talvolta addirittura funzionale e dalle tare catto-comuniste, la semiologia non ha mai sfondato, nessuno che davvero abbia acceso una luce votiva sotto il volto di Roland Barthes, gigante della spiegazione delle cose accompagnate fin dentro i loro significati, significanti e referenti.  La questione che investe Roman Pastore va affrontata, appunto, sul piano semiologico: e qui spero che Carlo Calenda, da noi già definito amichevolmente “spermatozoo d’oro di una certa Roma”, essendo egli persona ironica di mondo, comprenda bene il senso delle cose, al punto da trasferire queste nostre serene considerazioni al ragazzo, al suo campioncino di lista. In breve, il problema di Roman Pastore è spiegabile in modo semplice: come ho scritto ieri su tweet, il ragazzino nel suo scatto elettorale assai orgoglioso del proprio orologio (che, beninteso, non è un Rolex, come alcuni imprecisi hanno sostenuto per accreditare il luogo comune ordinario, appunto, dei “comunisti col Rolex”) semmai un Audemars Piquet, feticcio del lusso smart non da meno, cose da remake in politica di “Riccanza”. Purtroppo per Pastore, a una attenta osservazione si comprende che non è il diretto interessato a indossare il prestigioso orologio, semmai è l’orologio a indossare, tragicamente, il candidato, surclassando ogni altra possibile immagine politica. In quanto ostentato come must, come benefit, di più, dal Pastore ritenuto valore aggiunto, kriptonite dell'identificazione che porterebbe voti e plauso. In realtà, brilla invece qualcosa di mostruosamente caricaturale nella sua ostentazione, e lo stesso credo possa valere per altri “segni” che il giovane altrettanto porta addosso, tracce sovrastrutturali che il semiologo, se davvero fosse ancora tra noi, potrebbe spiegare assai meglio di me. Nell’ordine: la montatura degli occhiali “performanti”, la polo blu bordata di bianco, tutte cose che sembrano dire: guardatemi, lavoro per essere classe dirigente, per, come direbbe uno studente della LUISS o della Bocconi, “per creare la mia leadership” (sic). Osservando il tutto ancora meglio c’è però da rilevare qualcosa di visibilmente “cartonato” nel ventunenne Roman, la sconfitta di ogni possibile casual a favore invece di un abbigliamento che nella narrazione dell’ammezzato subculturale politico nazionale rimanda alle vetrine di “Davide Cenci”, negozio in Campo Marzio, Roma, dove si rifornisce il generone politico e non solo. Ora, Carlo Calenda, pervenuto alla coscienza dell’informalità da torneo di tennis a Orbetello, come nella canzone-manifesto di Flavio Giurato, invece di difenderlo d’ufficio, ascoltando le nostre parole dovrebbe semmai dissuaderlo da questo genere di outfit (orrenda parola) per l’appunto da cartonato dirigenziale di piazzale delle Muse. Come non accorgersi che dietro l’apparente eleganza del ventunenne arde qualcosa di spettralmente banale, degna del più grigio conformismo dello status, con cui invece Roman Pastore suppone di presentarsi al meglio ai suoi potenziali elettori. Wittgenstein sosteneva, in opposizione a coloro che ritenevano il grigio un non-colore che si trattasse piuttosto di un colore “solido”. Bene, quanto alla solidità politico culturale del ragazzo Pastore, cercando qualcosa, una traccia umana che vada oltre l’orologio, per usare nuovamente una battuta riferita, un tempo, alla leggendaria caramella dissetante: qui c’è soltanto l’orologio con Roman intorno. Chissà se questa la capiranno coloro che l’hanno difeso contro la gente “di sinistra” che sul tema ha fatto, altrettanto tragicamente, un discorso al limite del pauperismo, chiamando in causa perfino il reddito di cittadinanza grillino contrapposto alla voglia di lusso. Viva la ricchezza, ma anche un’idea di stile che trascenda la lunga linea antracite del generone in questo caso fedele a se stesso già dal primo semestre della post-adolescenza. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 6 settembre 2021. Caro Dago, non figurando in nessuno dei social possibili e immaginabili di volti e personaggi raffigurati in un messaggio elettronico ne ricevo soltanto da whatsapp. Salvo rarissime eccezioni non li guardo mai, un colpo del pollice e li cancello. Figurati se mai e poi mai mi sarei accorto che un qual certo ragazzo ventunenne che vorrebbe fare vita pubblica avesse al polso un orologio di un qualche valore. Leggo che lo aveva, e se ne è scatenata una furia sul web, furia di cui io so soltanto perché leggo le tue pagine. Sì lo aveva, e allora? Giudico (in silenzio) una persona che ho davanti da cento cose, non certo dall’orologio che ha al polso. E senza dire la cosa più importante di tutte, e che è la ragion d’essere della letterina che ti sto inviando. E cioè che ciascuno porta l’orologio, la giacca, la cravatta, il mantello, la montatura degli occhiali che vuole, e che nessuno ha il diritto di rompergli i coglioni. Io adoro il mio swatch in plastica che costa sì e no 90 euro, e non lo darei in cambio per nessuno di quegli orologi sontuosi di cui leggo che costano parecchie migliaia di euro a cadauno. In compenso, e alla faccia di chi non mi vuole bene ho speso una caterva di soldi nella mia vita a comperare le prime edizioni dei libri di Eugenio Montale, che sono tanti e che ho tutti. E allora? Ognuno i suoi soldi li spende come vuole e in quel che vuole. Finito lì. Non deve rendere conto a nessuno o meglio sì, all’Agenzia del Fisco. Quello sì. Io nella terza di copertina dei miei libri metto solo che abito e lavoro a Roma, e nessunissima grande impresa di cui sia stato eventualmente autore. Un’altra cosa però la metterei, e tanto per chiarire chi sono e quel che faccio. L’importo netto del mio reddito annuo e il relativo carico fiscale che ci ho pagato sopra. Tanto per chiarire. Tanto perché lo sappiano eventualmente i miei nemici ma anche i miei amici, tipo Fulvio Abbate. La differenza tra i soldi guadagnati e i soldi dati al fisco è mio diritto essermela sparata come e quando volevo, eventuali mignotte niente affatto escluse. Non che io voglia fare attività pubblica. Ci mancherebbe anche questo. Solo me ne sto nel mio cantuccio, con accanto le prime edizioni dei libri di Montale. E che nessuno ci provi a rompermi i coglioni ove domani mi venisse in mente di mettermi chissà quale orologio al polso. O magari in punta al naso. Così, per farlo un po’ “strano”.

Compagni che cancellano. La sinistra illiberale non è meno pericolosa della destra autoritaria. Christian Rocca il 3 settembre 2021 su L'Inkiesta. Uno straordinario numero dell’Economist mette in guardia il mondo occidentale dalla minaccia costituita dalla politica identitaria, altrettanto grave quanto quella dei Salvini, dei Trump e dei Putin. Siamo cresciuti con l’idea che l’arco della storia tende necessariamente verso il progresso e con la consapevolezza che il progresso è una conquista quotidiana ma inesorabile che si ottiene attraverso un dibattito pubblico informato e una coerente azione riformista. Nonostante i mirabolanti successi sociali, economici e culturali in oltre mezzo secolo e in ogni continente della Terra, negli ultimi tempi questa idea e questa consapevolezza sono state messe in crisi dal populismo di destra e dai regimi autoritari, da Donald Trump e dalla Cina di Xi Jinping e dalla Russia di Vladimir Putin, per mille ragioni che la nuova copertina dell’Economist affronta con la tradizionale capacità di analizzare i fenomeni globali in corso. Il settimanale inglese, però, aggiunge un elemento non banale all’attacco al sistema liberale, ovvero che il pericolo per il mondo come lo conosciamo non arriva soltanto da lì, dalla destra populista e autoritaria. Fin dal titolo della cover di questa settimana, l’Economist rifonosce «la minaccia della sinistra illiberale», un tema ricorrente sulle colonne de Linkiesta, in particolare negli articoli di Francesco Cundari e di Guia Soncini. C’è, intanto, la questione del bipopulismo. L’Economist spiega che i due populismi, quello di destra e quello di sinistra, «si nutrono patologicamente a vicenda» in una campagna di odio nei confronti degli avversari che favorisce soltanto le ali estreme. Ne sono complici, scrive il settimanale inglese, i liberali classici che per interessi indecenti si consegnano ai nazional sovranisti (in Italia siamo pieni di retequattristi e di tiggidueisti, di liberali per Salvini, per Putin, per Trump). Ma ne sono altrettanto responsabili i liberal progressisti che si illudono che gli intolleranti di sinistra siano soltanto una minoranza, e pure facile da addomesticare: «Non preoccupatevi, dicono, l’intolleranza fa parte del meccanismo del cambiamento: concentrandoci sulle ingiustizie sociali, si sposteranno al centro» (qui pare che l’Economist si rivolga direttamente al Pd e alla surreale idea di alleanza strategica con i Cinquestelle). Poi c’è la delicata questione della identity politics, la politica della suscettibilità identitaria, nata nelle università americane e diffusasi nella società occidentale a mano a mano che gli studenti addestrati a questa nuova religione contemporanea si sono laureati e hanno cominciato a lavorare nei media, in politica, nell’istruzione e nel business «portando con sé il terrore di non sentirsi a proprio agio, una propensione ossessiva e limitata ad ottenere giustizia per i gruppi identitari oppressi e i metodi per costringere tutti quanti alla purezza ideologica, censurando i nemici e cancellando gli alleati che hanno trasgredito, con echi di quello stato confessionale che ha dominato l’Europa prima che prendesse piede il liberalismo alla fine del diciottesimo secolo». Nonostante i liberali e la sinistra illiberale abbiano in comune molte cose, a cominciare dalla ricerca costante del cambiamento fino all’opportunità universale di farcela a prescindere dal genere o dalla razza, scrive l’Economist, «in occidente sta succedendo qualcosa di straordinario: una nuova generazione di progressisti sta ripristinando metodi che sinistramente ricordano quelli di uno stato confessionale, con versioni moderne dei giuramenti di fedeltà e delle leggi sulla blasfemia». Mentre c’è ancora chi rifiuta di riconoscere che cosa sta succedendo, grazie alla copertina dell’Economist forse qualcun altro capirà che è arrivato davvero il momento per i liberali di destra di smetterla di giocare col fuoco nazional populista e per i progressisti di sinistra di cominciare a domare l’incendio appiccato dai compagni illiberali.

Ben alzato, Economist. Confessioni di anticancellettista della prima ora, ora che l’élite le dà ragione.  Guia Soncini il 4 settembre 2021 su L'Inkiesta. Da oltre un anno, nonostante i dubbi della redazione, Soncini avverte quasi quotidianamente dei rischi di un mondo progressista che si comporta come la peggior destra. E adesso chi la tiene più, la mitomane. Ben alzato, Economist. C’è una nuova ortodossia nelle università, scrivi nella storia di copertina del tuo nuovo numero. Andrew Sullivan l’ha scritto sul New York Magazine nel febbraio del 2018, We all live on campus now. Persino un’italiana c’era arrivata prima di te: nella classifica dei libri del Corriere, nella primavera di quest’anno, trovi un libro sul disastro dell’istruzione suscettibile, d’una certa Guaia Soncini. Trovi anche alcune decine di suoi articoli sul tema già nel 2020, su Linkiesta, firmati non si sa perché con una vocale in meno. Ci fa piacere che anche tu abbia capito che la sinistra prescrittiva è un problema più della destra cafona. Ci ho messo un po’ a convincere di questo concetto anche i ragazzi qui a Linkiesta, ma il direttore si è arreso, persino Cundari pur mugugnando ammette che no, non è normale dover dire che due più due può fare cinque durante le lezioni di matematica altrimenti gli allievi della tal etnia che fin lì hanno preso brutti voti in addizioni si frustrano, e insomma, caro Economist, mancavi solo tu. Vieni, ti verso da bere. Ricopio qualche tua riga, quelle in cui dici che il liberalismo non è un pranzo di gala, e che spesso va contro ogni istinto di noialtri umani di tendenza suscettibile. «Richiede che tu difenda il diritto di parola del tuo avversario, anche quando sai che dirà cose sbagliate. Devi mettere in discussione le tue più profonde convinzioni. Non devi tutelare le imprese dai venti della distruzione creatrice. Le persone care devono far carriera solo per i loro meriti, anche quando il tuo istinto sarebbe di favorirle. E devi accettare la vittoria elettorale dei tuoi nemici, anche quando sai che porteranno alla rovina il paese». Quest’ultima a quegli altri sembrerà parli di Trump, ma noialtri sappiamo che parla degli ultimi trent’anni di politica italiana. Primo flashback, 2020. Linkiesta pubblica alcuni articoli – a memoria direi di Cundari e Rodotà – che mettono in dubbio l’esistenza della cancel culture. L’idea è quella che ho sentito esprimere tante volte: ma c’è Trump, c’è Salvini, ti pare che il problema possa essere la censura di sinistra. Sto scrivendo “L’era della suscettibilità”, ed è in quel momento, in una conversazione a proposito di uno di quegli articoli, che metto a fuoco quella che diventerà una delle chiavi della mia interpretazione di questi tempi: non è una contrapposizione tra destra e sinistra. Il punto è trovare uno spazio non beghino a sinistra. La questione è tra chi si dice di sinistra bruciando i libri di Harry Potter perché JK Rowling ha osato dire che il sesso biologico esiste, e chi sa che non sei di sinistra se non pensi che la Rowling possa dire il cazzo che le pare. E questo non perché abbia ragione (ce l’ha), ma perché la libertà di parola non serve a tutelare chi ci è affine o chi dice cose impeccabili: quelli si difendono da soli. Il direttore della testata che state leggendo mi dice che secondo lui è una distinzione troppo sottile, è impossibile farla passare. Ma io sono cocciuta, e la scriverò tale e quale in quel libro che ci è arrivato prima dell’Economist: chi ha l’indubbia fortuna di parlare con me sa che utilizzo il metodo del maiale, e non butto via nessuna conversazione. Secondo flashback, giugno 2021. Sono a Fano, a un festival letterario di quelli ai quali gli autori vanno per parlare dei loro libri e mangiare a scrocco. M’intervista Flavia Fratello, giornalista di La7 molto interessata a questi temi. A un certo punto, sul palco, dice: Maria Laura Rodotà sostiene che in Italia la cancel culture non esiste perché Calderoli può dare dell’orango alla Kyenge. Niente, questo su destra e sinistra è il dibattito della marmotta. Ma a destra possono fare quello che vogliono, sospiro. Trump può dire che prende le donne per la passera e vincere comunque le elezioni. Le regole valgono a sinistra. È a sinistra che passi da scrittrice da Pulitzer a reproba se, in un dialogo dell’Ottocento che parla d’una cameriera, usi la parola «negra» (sì, ho visto lo sdegno su Facebook perché Jennifer Egan aveva osato non usare in una conversazione ambientata duecento anni fa termini quali «bipoc», black and indigenous people of color, che si orecchiavano spesso nelle piantagioni). Non lo si ripete mai abbastanza, se a settembre 2021 anche all’Economist sembra una novità. D’altra parte Sullivan lo ripete da anni, che i suoi amici gli dicono che l’illiberalismo insegnato nelle università è roba da universitari. Poi passa. Oppure no, come nota ora l’Economist; e come sei mesi fa, intervistandomi per il suo podcast, mi suggerì Daniele Rielli: gli studenti cui è stato insegnato che, se Shakespeare li turba, Shakespeare non dev’essere insegnato, poi diventano giornalisti, scrittori, editori. Diventano quei giovani fanatici dei quali i vecchi del New York Times sono terrorizzati, come ha raccontato Bari Weiss andandosene da quel giornale. Diventano quei giovani fanatici per i quali il quieto vivere è sacro e chi è sospetto d’avere comportamenti perturbanti va rimosso dal nostro orizzonte: quelli che minacciano di licenziarsi se la casa editrice pubblica l’autobiografia di Woody Allen. Insieme al fatto che è una questione interna alla sinistra, la cosa più difficile da far capire è che la presunta sinistra non è sinistra illiberale: è destra. È gente che sogna Il racconto dell’ancella. Certo, se glielo chiedi ti diranno che l’incarnazione del Racconto dell’ancella è il Texas che vieta l’aborto, ma non è esatto: è molto più atwoodiano il mondo prescrittivo che sognano loro, in cui posso stabilire cosa tu possa dire e cosa pensare, e punirti se non ottemperi. Sospetto sia colpa nostra. Di noi quarantacinquantenni che, oltre a essere i meno autorevoli della storia e quindi un disastro come genitori, siamo anche determinati a scusarci di non si sa bene quali fortune. Tempo fa una quarantenne che lavora coi ventenni mi ha detto che per loro le questioni identitarie sono molto importanti perché hanno solo quelle: noi avevamo un futuro professionale ed economico, loro sanno che è tutto finito e che, invece di puntare sull’avere una carriera, gli conviene intrattenersi con l’identità di genere. A 23 anni facevo l’autrice d’un programma televisivo con tre trentenni. Era per tutti e quattro la prima volta: avevamo fin lì fatto altro, e la maggior parte di noi sarebbe tornata a far altro. Venticinque anni dopo, uno di loro è tornato a fare il supplente, uno è tornato a tentare senza successo la fortuna nell’editoria, io sono io; il quarto, che fino a quel programma faceva il rappresentante d’elettrodomestici, è diventato il più pagato sceneggiatore di commedie d’Italia.

Uno su quattro ce la fa. Mi sembra una media alla portata dei ventenni di questo secolo. Quelli che questa storia la racconterebbero per dire che ecco, lo vedi, ci avete rubato il futuro, i sogni, la possibilità di far carriera in tv. È colpa nostra, che quando frignano non li prendiamo a coppini, che quando ci parlano delle loro istanze non gli diciamo che sono tutte stronzate (com’è stato detto a tutti i ventenni nella storia del mondo), che ci apriamo un Tik Tok per sentirli più vicini. I giovani hanno solo il dovere d’invecchiare, diceva quello. Aggiungerei che la sinistra ha il dovere di non comportarsi da destra. Guia Soncini

Hanno tutti ragione. Rolex e sinistra, piccola storia ignobile da Marx a Verdone. Stefano Cappellini su La Repubblica il 3 settembre 2021. Questo è il numero del 3 settembre della newsletter "Hanno tutti ragione", firmata da Stefano Cappellini. Qualche anno fa mi colpì la dichiarazione di un dirigente della sinistra, Cesare Salvi, il quale disse in una intervista che aveva i soldi sufficienti a comprarsi una Ferrari ma che non la acquistava per ragioni di opportunità. Avrei voluto chiamarlo, appena finito di leggere, per dirgli: "Vai, Cesare, comprala!". L'idea che un militante di sinistra si sentisse rassicurato dal fatto che i soldi di Salvi fossero parcheggiati in banca anziché in garage mi suonava, allora come oggi, una grossa sciocchezza.

Lorenzo D'Albergo per repubblica.it il 3 settembre 2021. Se la campagna elettorale è social, lo sono anche le polemiche. L’ultima, innescata su Twitter da un cinguettio della psicologa Barbara Collevecchio, ha per protagonista un giovanissimo candidato al consiglio comunale per Carlo Calenda. Roman Pastore, 21enne e social media manager degli under 30 che sostengono l’ex premier Matteo Renzi, è finito sotto i riflettori per le foto in cui al polso porta un orologio da decine di migliaia di euro. Comunisti col Rolex, verrebbe da canticchiare con Fedez e J-Ax navigando tra i tweet. I detrattori attaccano il ragazzo. Chi lo difende cita la collezione di cronografi di Fidel Castro, che ne portava spesso due per volta, e Che Guevara. Tornando al caso di Pastore - che per l’esattezza indossa un Audemars Piguet - vale la pena rintracciare la genesi del botta e risposta. Come detto, la prima a digitare è Barbara Collevecchio. Analista di scuola junghiana, sta per ultimare un saggio sul narcisismo in politica. Così si spiega il tweet d’esordio. La psicologa posta una foto di Pastore con amico e orologio: “Bisognerebbe educare i giovani ai valori genuini, non ad indossare Rolex e vestirsi da giovani vecchi wannabe renziani”. L’ultimo riferimento è alla camicia bianca indossata da Pastore. C’è anche un secondo intervento firmato Collevecchio: “Sempre sul ragazzetto e il “caso” Rolex. Poverino, candidato a 21 anni da Calenda, partecipa alla scuola di Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza Reddito di cittadinanza e una notevole collezione di patacconi. Tutti regalati dal nonno?”. Apriti cielo. Ecco la risposta di Carlo Calenda: “Barbara, questo tweet è aberrante. Te la stai prendendo con un ragazzo di 21 anni per un orologio. Anche Salvini con Gad Lerner, che almeno aveva età e visibilità per rispondere, è arrivato a tanto. Fossi in te prenderei 12 ore di tempo per vergognarmi e poi mi scuserei”. Anche il leader di Azione, in corsa per il Campidoglio, si riserva un secondo post: “Si giudicano le persone per la qualità di quello che dicono o fanno, non sulla base di che orologio portano”. Nel frattempo il tema inizia a interessare sempre più utenti. I cinguettii sfiorano quota 10 mila. Non poteva mancare quello di Pastore. Reduce dalla scuola politica di Matteo Renzi a Ponte di Legno, prova a chiudere la polemica bloccando Collevecchio e rispondendo così: “Oddio! Sono stato scoperto! Mi hanno sfamato l’Audemars Piguet (non Rolex) che, mi pare, non è (ancora) un reato indossare. Ma la polemica politica riusciamo a farla sui temi o l’unica opzione è quella sempre di fare o di ricevere attacchi personali?”. La risposta al popolo dei social.

Roman Pastore, il candidato 21 enne di Calenda insultato dalla psicologa rossa per l'orologio di lusso: cortocircuito a sinistra. Libero Quotidiano il 03 settembre 2021. Lui è un giovanissimo candidato a consigliere municipale per Carlo Calenda. Si chiama Roman Pastore, ha 21 anni ed è social media manager degli under 30 che sostengono l’ex premier Matteo Renzi. Insomma, lui è un attivista di Italia Viva. Lei è una psicologa, collaboratrice dell'Huffingtonpost. Si chiama Barbara Collevecchio e si definisce "libertaria, anti autoritaria e antidogmatica", oltre che "#antifa". La "libertaria" e antifascista psicologa ha innescato una vera e propria shit-storm contro Pastore "colpevole" di indossare un orologio di valore, appartenuto, a quanto pare, al nonno defunto. Non un Rolex, ma un Audemars Piguet, da qualche decina di migliaia di euro. La Collevecchio, che emette più tweet che respiri, in uno dei tanti cinguetti ha postato una foto di Pastore con amico e orologio: “Bisognerebbe educare i giovani ai valori genuini, non a indossare Rolex e vestirsi da giovani vecchi wannabe renziani”, scrive. E poi ancora: "Sempre sul ragazzetto e il caso Rolex. Poverino, candidato a 21 anni da Calenda, partecipa alla scuola di Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza Reddito di cittadinanza e una notevole collezione di patacconi. Tutti regalati dal nonno?”. Se ne leggono di ogni sul profilo della Collevecchio. "Povertà diseducativa e colpa, patacconi al polso e Jaguar educative. A 20 anni! Gli altri devono soffrire e sgobbare per mantenere i privilegi di pochi. Questi sono i liberal liberisti italiani, Il mondo dei Renzi e Calenda". Il concetto è sempre lo stesso, la psicologa lo ribadisce: "Si critica i genitori che insegnano ai figli che conta quanto ostenti la tua ricchezza, che vali in base ai soldi che hai. Si critica la vacuità di chi si mette in posa con orologi che una famiglia normale non si potrebbe permettere mai e Jaguar. Un mondo sballato senza valori". E ritwitta critiche e insulti. Carlo Calenda sbotta: “Barbara questo tweet è aberrante. Te la stai prendendo con un ragazzo di 21 anni per un orologio. Neanche Salvini con Gad Lerner, che almeno aveva età e visibilità per rispondere, è arrivato a tanto. Fossi in te prenderei 12 ore di tempo per vergognarmi e poi mi scuserei". Il ragazzino sotto accusa invece risponde e si difende da solo: "Oddio! Sono stato scoperto! Mi hanno sfamato l’Audemars Piguet (non Rolex) che, mi pare, non è (ancora) un reato indossare. Ma la polemica politica riusciamo a farla sui temi o l’unica opzione è quella sempre di fare o di ricevere attacchi personali?”. E il suo sembra l'unico tweet intelligente. 

Ecco "l'orologio di cittadinanza". A sinistra il lusso diventa peccato. Francesco Maria Del Vigo il 4 Settembre 2021 su Il Giornale. Nell'era del politicamente corretto imperante, qualcuno potrebbe anche chiamarlo watch shaming. L'insulto e la discriminazione in base all'orologio. Nell'era del politicamente corretto imperante, qualcuno potrebbe anche chiamarlo watch shaming. L'insulto e la discriminazione in base all'orologio. Ma noi ce ne guardiamo bene. I fatti: Roman Pastore è un ventunenne candidato alle comunali capitoline con Carlo Calenda. Il giovane è finito al centro delle polemiche per una serie di foto in cui sfoggia un costoso orologio. «Ha un Rolex al polso», ha tuonato indignata la stessa sinistra che per anni ha difeso a spada tratta le barche a vela di Massimo D'Alema, gli arsenali di cashmere quadruplo filo e i tre Warhol di Bertinotti (che però rappresentano il faccione di Mao e quindi vanno bene e sono proletari comunque). Tra l'altro l'orologio di Pastore, per amor di precisione, era un Audemars Piguet e quindi pure più caro di un medio Rolex (vi tranquillizziamo: ne ha uno anche di quelli). Ma l'importante è attaccare Calenda e il suo giovane candidato. Che poi Calenda non ha esattamente il physique du rôle di un borgataro, non è mica Che Guevara. Il quale per altro sfoggiava un bellissimo Rolex gmt e il suo compagno Fidel, si narra, ne portasse addirittura due contemporaneamente. Ma c'era un motivo squisitamente politico e sociale, era una necessità: su uno aveva l'ora di Cuba e sull'altro quella di Mosca. Dictature online. Dal Che a Fedez l'immarcescibile mito del comunista col Rolex. Che poi lo avranno anche i fascisti, i liberali, i socialisti e persino i sovranisti. Ma almeno loro non rompono le scatole a chi lo ha. I vezzi radical chic, evidentemente, possono permetterseli solo i compagni duri e puri. Se hai il Capitale sopra il comodino puoi girare in Porsche con i polsi foderati da costosi segnatempo. Se sei anche solo di centrosinistra e magari sei affetto da una lieve forma di liberalismo vieni subito lapidato. Così il povero Roman Pastore, non essendo affatto povero, è finito nel mirino di quella sinistra che si nutre di invidia e odio sociale. E via con insulti di ogni genere a partire dal classico «figlio di papà», qualità che tecnicamente possediamo tutti, ma che in questo caso è pure una gaffe, dato che il padre di Pastore è morto, lasciandogli appunto quegli orologi in eredità. Una tempesta di improperi di ogni genere su un ragazzino che ha commesso l'errore di mostrare un orologio di valore. Perché per un certo Pd e una buona fetta dei Cinque Stelle il lusso è una colpa, il successo un reato e i soldi - quelli degli altri, non i loro - sono una vergogna. Il paradosso è che quelli che hanno messo alla gogna Pastore, sono gli stessi che ogni giorno fingono di battersi contro ogni tipo di discriminazione e per la difesa dei diritti di chiunque. E poi sono sempre in prima fila a insultare e discriminare: troppo impegnati a vedere cosa si porta al polso per interessarsi a cosa uno ha nella testa. Ma comunque: hasta el Rolex siempre! E pure l'Audemars Piguet.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

La polemica del giorno. Chi è Roman Pastore, il candidato a Roma con Calenda attaccato per il “Rolex”. Vito Califano su Il Riformista il 3 Settembre 2021. La polemica politica del giorno si è scatenata sui social network, niente di strano. A scatenarla le foto di Roman Pastore, candidato con Calenda a un Municipio di Roma, con un vistoso orologio al polso. L’hashtag #Rolex è arrivato in cima ai trendig topic di twitter, anche se quell’orologio di lusso era un Audemars Piguet. Pastore si trovava alla scuola politica di Matteo Renzi, leader di Italia Viva ed ex premier, a Ponte di Legno. Roman Pastore ha 21 anni, è candidato a un Municipio di Roma con Azione di Carlo Calenda ed è social media manager degli under 30 che sostengono Renzi. È stato definito “figlio di papà” per quelle foto. Una critica a una sinistra che non è sinistra a un evento che si schiera apertamente contro il reddito di cittadinanza E lui ha replicato a tutta la polemica sui social: “Oddio! Sono stato scoperto! Mi hanno ‘sgamato’ l’Audemars Piguet (non Rolex) che, mi pare, non è (ancora) un reato indossare. Ma la polemica politica riusciamo a farla sui temi o l’unica opzione è quella sempre di fare o di ricevere attacchi personali? Forse è chieder troppo …”. A scatenare il tutto erano stati alcuni commenti indignati definiti subito di sinistra radical chic. “Bisognerebbe educare i giovani ai valori genuini, non a indossare Rolex e vestirsi da giovani vecchi wannabe renziani”, quello che ha innescato tutto, a firma Barbara Collevecchio, psicologa. “Il problema è che il ragazzo con il #Rolex avrà una vita piena di occasioni meritate o meno mentre quello con il #RedditoDiCittadinanza dovrà faticare parecchio anche per le cose essenziali. Ma questo il ragazzo con il rolex non può comprenderlo”. Oppure: “Sempre sul ragazzetto e il ‘caso’ #Rolex. Poverino, candidato a 21 anni da Calenda, partecipa a scuola di #Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza #RedditoDiCittadinanza, e una notevole collezione di patacconi. Tutti regalati dal nonno?”. E ancora: “Se un candidato fa di tutto per evidenziarlo vuol dire che più che la sostanza, si vuole mettere in mostra l’involucro. Roma merita contenuto non l’incarto. Può tranquillamente saltare un giro e tornare a studiare per capire i bisogni di Roma”. Pastore ha anche spiegato il significato di quell’orologio in un altro tweet: “Figlio di papà? Orgogliosamente figlio di mio padre, che purtroppo non c’è più da diversi anni. Mi ha lasciato un orologio ma mi ha insegnato a non giudicare nessuno dalle apparenze, senza sapere nulla di lui e della sua vita. Il suo odio è spaventoso, spero se ne renda conto”. A difenderlo anche il leader di Azione, candidato a Roma ed ex ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda cha definito il “linciaggio” del tutto “inaccettabile. Esattamente come lo era quando Salvini definiva Lerner il comunista con il Rolex e noi, giustamente, lo difendevamo, si giudicano le persone per la qualità di quello che dicono o fanno, non sulla base di che orologio portano”. Oddio! Sono stato scoperto! Mi hanno “sgamato” l’Audemars Piguet (non Rolex) che, mi pare, non è (ancora) un reato indossare. Ma la polemica politica riusciamo a farla sui temi o l’unica opzione è quella sempre di fare o di ricevere attacchi personali? Forse è chieder troppo… 

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 4 settembre 2021. Un politico di vent' anni che si veste da fighetto e indossa un pataccone con le lancette che costerà come trenta redditi di cittadinanza non è il prototipo del mio «congressman» ideale. Ma è un problema mio e di chi, come me, è cresciuto a Torino, dove il lusso ostentato è stato sempre considerato un po' cafone. Però da qui a insultare e minacciare sui social Roman Pastore, candidato da Calenda a uno dei consigli municipali di Roma, ce ne passa. E non solo perché a Roma un pastore fa decisamente comodo, con tutti gli animali allo stato brado che pascolano in giro. Intanto il rolex, che non è neanche un Rolex, sarebbe il lascito ereditario del papà defunto: un mezzo colpo basso per noi sentimentali. Inoltre, risulta abbastanza ipocrita chiedere ai politici di guadagnare poco e poi indignarsi se alla vita pubblica si accostano ormai soltanto i ricchi di famiglia. E comunque, meglio uno che entra in politica con il rolex di uno che vi entra senza e se lo mette dopo, inducendo gli elettori a credere che gli sia stato regalato in cambio di un favore. L'unico appunto che proprio non si può fare al ragazzo crono-munito è di essere il classico «comunista col rolex» che predica l'uguaglianza delle opportunità e incarna il suo contrario. Presentandosi con Carlo Calenda, e provenendo dal vivaio del futuro capo del centrodestra Matteo Renzi, Roman Pastore è semmai un perfetto esempio di rolex senza comunista.

VITTORIO FELTRI per “Libero Quotidiano” il 4 settembre 2021. A volte non si sa se ridere o bestemmiare. Il caso in esame è talmente assurdo da meritare un sberleffo e nulla più. Apprendiamo che a Roma è esplosa una polemica insensata poiché Calenda, già ministro, di tiepida sinistra, presentando la sua lista in regola per l'elezione del prossimo sindaco, ha sottolineato di avervi inserito un giovanotto poco più che ventenne. Fin qui tutto tranquillo. Sennonché gli avversari dell'ex uomo di governo, vedendo la fotografia del giovin candidato sono inorriditi. Perché? Udite udite. Il ragazzo in questione nella immagine sfoggia un elegante orologio di marca, un Audemars Piguet, che è subito stato interpretato dai progressisti da strapazzo come un simbolo di ricchezza inaccettabile per la gente di sinistra. L'episodio è grottesco. Il problema è che quelli del Pd non si rendono conto di non dichiararsi più stalinisti come erano un tempo non lontanissimo, ma di essere approdati in terra democratica, pertanto dovrebbero giudicare l'idoneità di una persona a partecipare a elezioni non in base a un cronometro, di legittima provenienza, bensì in relazione alle sue idee. Niente. Nei cervellini degli ex inquilini di Botteghe Oscure questo concetto elementare non entra neanche con le martellate. Sono ancora qui a guardare all'oggettistica di cui un uomo dispone, ne sa qualcosa Massimo D'Alema che alcuni anni orsono fu vituperato in quanto calzava scarpe inglesi, più care di quelle di Vigevano. Gli ex padrini del proletariato non demordono, con la testa sono sempre in sciopero, non capiscono di rendersi patetici allorquando si attaccano a un orologio per delegittimare qualcuno che non sia un loro compare. Ai quali vorrei far notare che la Capitale è piena di gravi problemi, che vanno dai gabbiani da guerra ai cinghiali a spasso sui marciapiedi, ai trasporti che non trasportano, al pattume che sovrasta la città. Mi pare evidente che una campagna elettorale decente dovrebbe affrontare le emergenze urbane, non il dramma di un orologio regolarmente acquistato da un giovanotto di buona famiglia in un negozio, mica da un ricettatore magari rom. Poi la sinistra si stupisce perché perde voti, cominci a non perdere la dignità e il buonsenso.

Giuseppe Alberto Falci per il “Corriere della Sera” il 4 settembre 2021. È diventato l’oggetto della contesa. La destra lo ha difeso: «Evviva la ricchezza!». Una parte del mondo di sinistra lo ha attaccato: «Figlio di papà!». Tutta colpa di un Rolex. Anzi, no. Di un Audemars Piguet, preciserà il diretto interessato, vale a dire Roman Pastore, 21enne capitolino, studente universitario della Sapienza, candidato al consiglio municipale con la lista civica di Carlo Calenda. Pastore è finito sotto i riflettori per avere pubblicato un selfie due giorni fa, direttamente dalla festa di Italia viva a Ponte di Legno, nel quale indossava il lussuoso orologio svizzero. In un amen l’autoscatto fa il giro dei social. Piovono gli insulti. Il popolo del web si divide. Finisce così: guelfi contro ghibellini. Destra contro sinistra. Sinistra contro sinistra. Barbara Collevecchio, psicologa ad orientamento junghiano, pubblica un post in cui c’è la foto di Pastore con l’orologio di marca. A corredo il commento: «Bisognerebbe educare i giovani ai valori genuini, non ad indossare Rolex e vestirsi da giovani vecchi wannabe renzini». E ancora, sempre Collevecchio insiste: «Poverino, partecipa a una scuola di Renzi che predica che i poveri devono soffrire senza reddito di cittadinanza, e una notevole collezione di patacconi. Tutti regalati dal nonno?». Prova a spegnare il fuoco Calenda: «Prendono di mira Roman e il padre mancato da due anni e mezzo. È piuttosto colpito. Chiudetela qui. Avete già usato olio di ricino e manganello. Può bastare». Dopo aver ricevuto la solidarietà di Virginia Raggi, il giovane renzian-calendiano risponde al Corriere. Dice di essere «ancora ferito per questo linciaggio. Sono stato oggetto di bodyshaming».

Rifarebbe quella foto?

«E perché no? Non penso sia importante che orologio metta. E non è nemmeno un reato che sia di marca. Oltretutto quello di cui tanto si parla non è un Rolex ma un Audemars Piguet donatomi da mio padre, che non c’è più da due anni. Non vorrei accostarmi a Mario Draghi, anche il premier è stato definito “figlio di papà”, nonostante lo abbia perso da piccolo». 

Eppure, in un’altra foto porta un Rolex modello Submariner. Quanti ne possiede?

«Non penso sia una cosa fondamentale. Penso sia importante soffermarsi sulla qualità e sul linguaggio della persona che si ha di fronte. Sono uno studente universitario di Scienze politiche e relazioni internazionali che sta partecipando a una scuola di formazione con altri 400 ragazzi». 

A proposito, è renziano o calendiano?

«Basta con le etichette. Io sono iscritto a Iv e concorro come candidato al consiglio municipale nella civica di Calenda. Preoccupiamoci se una persona approfondisce. Dice sempre Renzi: open mind. Che significa allargare la foto e non soffermarsi sul click. Adesso devo staccare».

Ecco il populismo spiegato bene. Roberto Chiarini il 4 Settembre 2021 su Il Giornale. Effetto e causa della crisi della democrazia, può comunque aiutarla a correggersi. Non c'è dubbio che il populismo rappresenti una sfida per la democrazia, e per di più una sfida in duplice senso. Costituisce una minaccia alla democrazia rappresentativa, l'unica che abbiamo conosciuto in Occidente in questi due ultimi secoli. Al contempo, le offre anche un'opportunità, aiutandola a prendere coscienza di quelle insufficienze e contraddizioni in cui è impaniata ormai da alcuni decenni. In tal senso, la democrazia viene sollecitata a riformarsi, se non proprio a rifondarsi. Assodato che il populismo è un esito e insieme un fattore della crisi della democrazia, resta da capire se questa crisi sia accidentale o strutturale, se abbia profonde radici nella sua storia, o se questa ultima versione presenti tratti di originalità. Va detto innanzitutto che il populismo non ha un carattere di occasionalità o di casualità. È anzi una presenza strutturale della democrazia. Il suo (questo è il pensiero di fondo) è un rifiuto pregiudiziale dell'istituto della delega, il mandato rilasciato agli eletti che espropria l'elettore e sequestra la volontà popolare per ben due volte. Primo, perché consegna a un ceto di politici professionisti il potere sovrano. Secondo, perché finisce coll'affidare ai partiti un potere di intermediazione ulteriormente distorsivo. «L'elezione - ha detto bene Raffaele Simone - è un lasciapassare incondizionato per la più ampia discrezionalità di comportamenti da parte degli eletti». Il populismo va considerato insomma parte integrante della democrazia. È come un fiume carsico che resta per lo più sommerso, ma che emerge talora in modo tumultuoso. Esercita quindi stabilmente un condizionamento della vita politica: o indirettamente come minaccia o direttamente come protesta, quando non dà vita a un vero e proprio partito. Una componente populista si annida inoltre in molte culture politiche, a vario titolo diffidenti verso la democrazia delegata, come lo sono state quella socialista e quella cattolica. Per emergere, il populismo ha bisogno di una crisi di sistema, ossia di una situazione nella quale la democrazia accusi forti difficoltà a soddisfare le istanze emergenti dalla società. Venendo ai tempi nostri, si può affermare che il populismo abbia trovato una congiuntura particolarmente favorevole. I fattori che lo propiziano sono molti. Sono i processi d'integrazione globale che erodono la base del benessere e quindi anche del consenso delle democrazie occidentali. E poi, la perdita di sovranità degli Stati nazionali a favore di istituzioni pubbliche e corporations private che calpestano la sovranità popolare con una cosiddetta «politica dell'ABC» (Agencies, Boards, Commissions). Inoltre, il senso di abbandono che prova il cittadino di fronte ad una politica impotente. Potremmo aggiungere: il «tradimento delle élite», ossia la loro incapacità - o addirittura indisponibilità - a fungere da classe dirigente, proiettate come sono a integrarsi nel mercato mondiale. Infine - last but not least - l'affermazione di una società individualistica, soggettivistica, narcisistica, relativistica. È un processo innestato dalla crisi delle ideologie e dei partiti. La loro scomparsa ha fatto emergere con forza - ha acutamente fatto notare Guido Mazzoni - «il lato inappartenente e narcisistico che è implicito nella rivendicazione dell'autonomia» individuale, divenuta ormai l'aspirazione dominante. Questa ha portato alla contestazione indistintamente di ogni autorità: culturale, sociale, politica, in nome della rivendicazione dei diritti soggettivi individuali. Il rifiuto di ogni identificazione ha prodotto la «fine di quei legami collettivi di cui i partiti moderni erano l'effetto e in parte la causa». È diventato difficile, se non impossibile, per il cittadino del XXI secolo credere in valori collettivi, ancor più costruire identità collettive. C'è poi una specificità dell'Italia. Il nostro Paese ha fornito da sempre al populismo un habitat particolarmente favorevole. Esso partecipa di quel sentimento insieme di lontananza ed estraneità alla politica, la cosiddetta anti-politica, assai diffuso e tenace nella nostra vita pubblica. Questo sentimento si è nel tempo consolidato in una specifica cultura civica nazionale che ha incorporato come suo tratto saliente il disprezzo/rigetto della politica. A consolidarlo ha pesato la lunga dominazione straniera, quello che Machiavelli ha chiamato «il barbaro dominio». Il sequestro della sfera dei «pubblici affari» ha lasciato agli italiani solo la cura dei «negozi privati». Tale deficit di legittimità della politica non è stato riassorbito nemmeno al momento della costruzione dello Stato e della nazione. Lo State Building e la Nation Building, due processi storici che altrove hanno contribuito in modo determinante a promuovere un processo di inclusione allargata e a forgiare un saldo sentimento di appartenenza, da noi non hanno funzionato a dovere. Non solo, non hanno sradicato il sentimento di estraneità alla politica. Non lo hanno nemmeno attenuato. Hanno contribuito viceversa a rafforzarlo ed estenderlo. Un ruolo non irrilevante nell'alimentare una suggestione genericamente populista è stato inoltre esercitato dalle culture politiche socialista e cattolica, a lungo scettiche o apertamente contrarie allo Stato unitario e alla democrazia parlamentare. Ne è seguita una lacerazione del tessuto connettivo che lega la comunità nazionale oltre, e al di sopra, delle articolazioni proprie della lotta politica. Da ultimo, la nostra democrazia ha sofferto della scomparsa dei partiti cosiddetti d'integrazione di massa. Questi hanno occupato ininterrottamente, dalla caduta del fascismo fino al loro tracollo con Tangentopoli, il ruolo non solo di attori protagonisti della vita pubblica, ma addirittura di titolari di una legittimità predominante rispetto a quella riconosciuta allo Stato. La crisi di questi partiti ha quindi equivalso alla crisi tout court della democrazia, ritrovatasi spoglia al contempo di un supporto vitale e di una credibilità in forma più grave che in altre nazioni occidentali. La riemersione del populismo nella vita democratica ha trovato un clima favorevole e non sembra ci siano prospettiva che torni a inabissarsi. Roberto Chiarini

La lunga marcia del populismo americano. Luca Gallesi su Inside Over il 21 luglio 2021. Come già accennato in un precedente articolo dedicato a John Adams, il “fenomeno Trump” non è l’exploit improvviso di un bizzarro outsider, ma si inserisce, in modo sicuramente eccentrico, nel vasto e profondo sentimento populista che scorre nella storia americana sin dagli albori. Tale schieramento primeggiò grazie a figure eccezionali come il secondo e il terzo presidente Usa, rispettivamente John Adams e Thomas Jefferson, che furono gli antesignani di quello che, cento anni dopo, sarebbe diventato il populismo propriamente detto, incarnato nei partiti e movimenti esplicitamente populisti, come la Granges, il Greenback Movement e, ovviamente, il vero e proprio People’s Party, che sfiorò la vittoria alle presidenziali del 1896 con il candidato democratico-populista William Jennings Bryan. Può essere azzardato definire il termine “populismo americano” in un’accezione tanto larga da comprendere personaggi apparentemente lontani tra loro come gli stessi Jefferson e Adams e i loro epigoni, ma è sicuramente vicina alla realtà la definizione di “risposta dei ceti meno favoriti e spesso non rappresentati” che manifestarono politicamente il loro dissenso, spesso radicale. La prima forma di contrapposizione populista fu quella tra città e campagna, soprattutto nel momento in cui la realtà urbana, divenuta motore industriale e cuore finanziario del Nuovo mondo, crea, inevitabilmente, una tale concentrazione di ricchezza da impoverire e soprattutto sfruttare, il vasto mondo agricolo, rimasto ancorato a una visione pre-capitalista ricca di lavoro e molto produttiva, ma povera di mezzi e quindi necessariamente indebitata. Si ripropose, quindi, in termini a volte molto accesi, la contrapposizione tra le “due città”, tra i ricchi e i poveri, ovvero i produttori, piccoli proprietari, o fittavoli che dovevano ipotecare il proprio raccolto per continuare a lavorare, contrapposti ai “parassiti” delle città che controllavano la voluta scarsità di denaro per continuare a dominare l’economia nazionale. Questo, molto semplificato, è il quadro in cui, nella seconda metà dell’Ottocento i problemi lasciati aperti dalla Guerra civile si sommavano alla concentrazione delle ricchezze in mano a pochi e ristretti gruppi di potere. A partire dagli anni Settanta, e in particolare dopo il panico seguito alla crisi del 1873, dilagarono quindi a Sud e a Ovest i movimenti di protesta agraria contro la politica del governo che favoriva l’industrializzazione, costringendo i contadini a un indebitamento cronico nei confronti del capitale dell’Est, abbandonando a loro stesse le classi sociali più deboli. È in questo contesto che emerge il populismo vero e proprio, che diventò – questa forse la somiglianza maggiore col populismo del XXI secolo – un movimento di massa, indifferente, anzi contrario, alle strutture istituzionali esistenti, che dà voce a un vasto settore della popolazione fino ad allora inascoltato e senza potere. Nel 1892, a St Louis, nacque, così, il terzo partito, che, in contrasto con gli altri due partiti storici, si proponeva di ridare il governo al popolo, togliendolo alle élite democratiche e repubblicane che ormai si curavano esclusivamente dei propri personali interessi. La base restava agraria, ma in prospettiva avrebbe rappresentato tutti i lavoratori sfruttati da chi, invece di lavorare, si arricchiva manipolando la ricchezza da loro prodotta. Il People’s Party si diede subito una piattaforma programmatica molto ambiziosa, che alcuni chiamarono la Seconda Dichiarazione d’Indipendenza Americana, un appello alla cooperazione di tutte le forze sane della nazione americana: “Noi ci troviamo nel mezzo di una nazione portata sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne, le Assemblee legislative, il Congresso, e sfiora ogni toga della Corte. La popolazione è demoralizzata, la stampa prezzolata e imbavagliata, l’opinione pubblica costretta al silenzio, gli affari prostrati, le nostre case sommerse da ipoteche, il lavoro impoverito, la terra concentrata nelle mani dei capitalisti”. Ora, se togliamo queste parole dal loro contesto, e le trasportiamo nell’America attuale, sostituendo il termine “capitalisti” con il neologismo GAFAM, non sarebbe difficile immaginarle pronunciate dall’ex presidente Donald Trump, così come non sarebbe del tutto improprio sovrapporre ai ceti agrari dell’Ottocento che trovarono rappresentanza nel People’s Party i numerosi lavoratori, spesso bianchi ma non necessariamente WASP, che videro una possibilità di riscatto nel presidente outsider, che, ironia della sorte, era pure lui un miliardario, per quanto eccentrico. Tornando al 1892, a St Louis, dunque, comincia la marcia verso il potere del “Partito del Popolo”, che il potere, quattro anni dopo, arriverà davvero a sfiorarlo, grazie all’azione di un personaggio straordinario, quel William Jennings Bryan di cui abbiamo già parlato, e che sarà il protagonista del prossimo articolo.

Insulti, dogmi, risse: il dibattito italiano tra tifoserie rivali che uccide la logica. Alessandro Sterpa su Il Riformista l'1 Settembre 2021. Assistiamo in maniera crescente all’impiego dell’insulto nella comunicazione sociale e in quella politica, fino ad arrivare ad una preoccupante diffusività della minaccia verbale e fisica che sta caratterizzando in particolare il tema dei vaccini e delle limitazioni in epoca Covid-19. Evidente che l’emotività ha preso il sopravvento si dice, ma sarebbe davvero riduttivo fermarsi a questo tipo di analisi. L’emotività c’è sempre stata a caratterizzare le relazioni umane, il punto è che oggi essa ha una pretesa assoluta nella “dialettica delle verità”. Un termine che evoca una contraddizione in re ipsa: non ci può essere dialettica tra due cose incompatibili e ritenute entrambe vere, una deve soccombere per legittimare l’altra. Il diritto costituzionale è nato per garantire il pluralismo nelle “società senza verità” (se non forse quelle tecniche) e si trova a dover fronteggiare crescenti spinte ad affermare verità ad horas. Non si media (nel senso che non si raggiungono compromessi) perché con la verità non hanno senso le mediazioni, ma si pretende che i media trasmettano la verità del momento altrimenti andrebbero addirittura puniti. Quando le emozioni prendono il dominio i compromessi della logica sono declassati a semplici e dolorose offese. L’“emotivamente vero” è spesso non solo privo della logica razionale che lo colloca nel mondo dei contrasti rendendolo compatibile con il convivere: c’è di più. Esso è anche “emotivamente parziale” perché seleziona tra diverse emozioni quella che in quel momento più sanziona in modo netto la veridicità di una posizione e la cristallizza. Dovremmo riscoprire l’importanza del “velo” davanti ad ogni “vero” perché così ci ricorderemmo che vero non è. Quel velo è il dubbio, l’altro, la prospettiva diversa. Mediare tra le emozioni è ancora più difficile che mediare i concetti con la logica razionale. Immaginiamo di dover tenere un referendum o di esaminare una legge sulla produzione energetica nucleare dopo un disastro in un impianto che ha prodotto molti danni. Esito facile: negheremmo l’attività delle centrali nucleari. Dopo 30 anni, costretti a produrre in altro modo l’energia elettrica, scopriamo che con altre tecniche abbiamo innalzato i livelli di inquinamento atmosferico con importanti esternalità negative sull’ambiente. A quel punto convertiremmo le centrali in nucleare perché l’incidenza dei potenziali incidenti è statisticamente minima rispetto alla certezza dell’inquinamento prodotto dalle altre modalità o perché vedremo foto di volatili uccisi dallo smog piuttosto che petrolio in mare che copre le spiagge? Emotività chiama emotività in un circolo vizioso di legittimazione delle emozioni. Dietro ad ogni emozione c’è un assoluto percepito come “giusto” su di un piano di parametri soggettivi in un brodo di buone intenzioni. Il punto è che dovremmo spezzare questo circolo che autoalimenta la “prossima emozione” ossia la “prossima verità” con un impegno che non deve estirpare le emozioni ma collocarle nel contesto logico, renderle gestibili. Serve una comunicazione che ritrovi le parole, che sono i numeri della logica, mezzo insostituibile. Più parole insomma (e qui si aprirebbe una lunga discussione sulle immagini…). E tra le parole serve rilegittimare a pieno titolo in particolare le congiunzioni avversative arricchendo la comunicazione di anzi, eppure, ma, però, tuttavia, bensì e quelle eccettuative (tranne che, eccetto che, salvo che, se non che, a meno che). Nel mondo globale dove tutto è connesso e complicato tendiamo a semplificare scatenando e sfruttando le emozioni. Il diritto è l’arte della mediazione formale delle idee e degli interessi e si adegua nella forma per raggiungere la sostanza del risultato che è suo compito perseguire. La giurisprudenza in questo aggiunge un complesso e articolato lavoro di bilanciamento, connessione e raccordo che tiene insieme le regole, i principi e i valori con un abbondante impiego di congiunzioni “anti verità” e adotta decisioni. Fino ai casi di cronaca nei quali si manifesta innanzi ai tribunali per invocare la “sentenza giusta”, l’appagamento dell’emozione in certi casi magari di vendetta punitiva. Pensate a certi miti del “normativismo emozionale”: “abolizione della povertà”, “pene esemplari”, “certezza della pena” oppure “guerra a…” con la categoria che emoziona in quel momento piuttosto che alla riforma di turno che “salva” la categoria odiata o amata di turno (“salva ladri”, “salva corrotti”…). In questo possiamo ben dire che c’è un ruolo dei media non sempre attento a non cavalcare le emozioni e che opera semplificando. Perché comunicare le emozioni pretende un certo grado di semplificazione. Proprio quando servirebbe una educazione alle emozioni, assistiamo al loro sfruttamento, anche da parte della stampa che adesso ne è purtroppo ingiustamente vittima. Quante volte nel titolo del quotidiano troviamo espressioni eccessive ed esemplificatrici? Quante volte nella descrizione della notizia troviamo aggettivi e avverbi che suscitano interesse al clic emozionando, incuriosendo chi cerca una emozione? Un tema antico, certo, ma oggi sarebbe utile che la rivoluzione delle parole che già interessa il diritto (pregi e difetti della questione) sia esportata nella comunicazione tradizionale e nuova dei media. Senza questa attenzione il circo(lo) delle emozioni rischia di essere una giostra dalla quale si scende tutti molto stremati, politici, giuristi e giornalisti. Volevamo uscirne emozionati e ne usciremo emaciati? Alessandro Sterpa

Gli errori che creano le fazioni. Claudio Brachino il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. Io vax, tu no vax. Alla fine anche su un tema cruciale per la vita, delle persone e della società, siamo finiti al solito come i Guelfi e i Ghibellini. Divisi, in lotta, culturale e materiale, una pericolosa guerra civile del vaccino la cui posta in gioco è il futuro. Ma chi sono i no vax? Se togliamo le frange estreme, chi soffia sul fuoco, i rancorosi e i pazzi, dietro alle proteste e alle minacce, c'è un sottostrato sociale che va indagato. Ci sono milioni di italiani che non ne vogliono sapere di vaccinarsi. Sono una minoranza rispetto al 70% di over 12 che l'ha fatto, ma ci sono. Riprendiamo le immagini retoriche dell'arrivo della prima dose, la luce in fondo al tunnel e mettiamole accanto a quelle di questo fine agosto. Sono passati appena otto mesi. Cosa non ha funzionato nella narrazione? La scienza in primis, che non ha saputo trasmettere all'opinione pubblica la potenza delle proprie scoperte. Il tempo breve anziché un successo è diventato un fattore di diffidenza, troppi annunci contraddittori e una frettolosa spiegazione sui cosiddetti effetti collaterali. La statistica non basta a tranquillizzare. Poi anche in campo medico abbondano gli eretici. Il mio barista mostra il cellulare aperto su un canale con specialisti che raccontano di danni pazzeschi. Serve i clienti e fa propaganda contro. Secondo tema, la comunicazione. In questi giorni dito puntato contro i cattivi maestri. Ce ne sono certo in tv, sui giornali, in libreria dominano i saggi negazionisti. Ma il vero problema è la non mediazione del web, la sua forza disinformativa globale. Non solo fake, ma news profilate con gli algoritmi sulle angosce di ognuno. Basta rivedere il documentario The social dilemma o avere in casa un adolescente non conformista. Vai nel suo mondo e trovi l'orrore. Più clicchi e più vieni profilato. I dubbi diventano in fretta convinzioni ferree e poi rabbia. Ultima, ma non ultima, la politica. Non si può giocare sul consenso. Le posizioni devono essere chiare e responsabili. Né serve estendere il green pass come moral suasion. Alla fine, molto presto, sarà obbligata la politica a discutere sull'obbligo vaccinale, con buona pace dei teorici della libertà rimasti in silenzio con i lockdown e i coprifuoco. Claudio Brachino 

I sociologi e l'Italia divisa: "La frattura può peggiorare". Lodovica Bulian il 2 Settembre 2021 su Il Giornale. Disuguaglianza, incongruenze e incertezze alla base della spaccatura: "La terza dose accentuerà la tensione". Le annunciate manifestazioni di ieri sono state un flop, ma la frattura nel Paese sull'asse green pass, vaccini e diritti «esiste», «non va sottovalutata». E rischia, secondo le analisi di diversi sociologi, di «accentuarsi nei prossimi mesi con il dibattuto sulla terza dose». «Si tratta di una frattura non politica, ma di sensibilità, di irritabilità e di fastidio verso certe misure, che divide le popolazioni. Dietro non c'è un partito e non si formerà un movimento dei no green pass. Questa fase risponde piuttosto a una richiesta di allentamento della pressione del controllo sociale da parte della popolazione - spiega Francesco Alberoni - E la platea è eterogenea. Per quanto riguarda i no vax, dietro c'è invece una base culturale ben precisa di diffidenza rispetto alla medicina. Ma quando parliamo di green pass parliamo di una costrizione personale - non poter salire un treno, entrare in un locale - che può dare fastidio. Credo che le divisioni si acuiranno quando si discuterà di terza dose. Ci vuole molta prudenza da parte di tutti, soprattutto da parte della politica». Il popolo dei no pass «non va delegittimato», avverte Luca Ricolfi. Perché non ci sono solo i no vax «duri e puri, e quelli neanche li considero perché sono una parte minima». Ci sono anche persone favorevoli ai vaccini ma che hanno dubbi sull'obbligo del certificato. «Io stesso mi sono vaccinato e non sono contro il pass, ma non mi piace per niente. Bisogna accettare che esistano opinioni diverse e non bollarle come ignoranti. Il green pass si basa su dati di fondo sulla situazione epidemiologica non chiari, e che costringono la gente - pensiamo alle madri di bambini di 12 anni - a prendere decisioni senza avere certezze, senza la tranquillità sugli effetti a medio e lungo termine del vaccino. Quindi al di là dei no vax - dice Ricolfi - che hanno una posizione ideologica e che sono una percentuale ridottissima, ci sono persone che hanno un'esitazione. Medici e insegnanti sono forse persone ignoranti? Anche i dubbi sul pass sono legittimi, non condivido la posizione paternalistica e sprezzante di chi lo considera uno strumento di regolazione. Non parlerei nemmeno di discriminazione, ma un problema di limitazione alle libertà e di un prolungamento indefinito dello stato di emergenza c'è». Come se ne uscirà? «Se la campagna vaccinale avrà successo, allora sarà più difficile opporsi agli strumenti che la accompagnano. Ma il dibatto si sposterà sulla terza dose». Secondo Franco Ferrarotti quella che si è vista nelle piazze in questi mesi, prima contro i lockdown e poi contro il pass è una «spaccatura autentica». Che però ha le sue radici in una società stravolta dalla pandemia: «Si sono aggravate le disparità le ingiustizie sociali preesistenti - spiega - Una grande quantità di persone si è trovata senza mezzi di sussistenza. Il malessere si manifesta anche gridando «no vax» o «no pass», ma i vaccini c'entrano ben poco. Sono - e parlo delle frange violente delle piazze - dei pretesti. Il problema è che non dovrebbero essere i politici ma le acquisizioni nel campo scientifico a indicare la via. Purtroppo con questo virus anche l'analisi scientifica ha dei limiti. La politica però ha una sua responsabilità con la confusione che ha ingenerato tra affermazioni e propaganda». Più che una spaccatura, quella che vede invece Paolo Crepet è una «fratturina». «Si può manifestare la propria contrarietà - chiarisce - ma non impedire a qualcuno di prendere un treno. Uno può arrabbiarsi per il green pass ma non può pretendere di entrare scuola non essendo vaccinato. Sull'obbligo del certificato non ci trovo niente di scandaloso, però va detto che ci sono delle incongruenze che alimentano lo scetticismo. Un esempio? I treni pieni all'80% e i teatri al 50%. L'allargamento di questa frattura dipende molto da quanto terreno verrà ancora lasciato all'incertezza, all'interpretazione delle regole». Lodovica Bulian

Dieci anni fa la lettera della Bce. La gogna contro la Fornero segnò l’inizio del populismo italiano. Giampaolo Galli su Il Riformista il 13 Agosto 2021. Ai primi di agosto del 2011, il giorno prima della lettera della Bce, i sindacati (tutti: da Cgil, Cisl, Uil fino all’Ugl) e le organizzazioni datoriali (tutte, da Confindustria e Abi fino a Confcommercio e Confapi) ottennero dal governo di essere convocati a Palazzo Chigi sulla base di un breve documento comune che metteva al centro la gravità del momento e l’urgenza di risanare i conti pubblici. Ce lo siamo dimenticati tutti quel documento proprio perché il giorno dopo è arrivata la lettera della Bce, ma esso è molto significativo, perché dice cose molto simili a quelle contenute nella lettera della Bce, dalla scarsa credibilità degli impegni del governo in materia di pareggio di bilancio fino alle liberalizzazioni e alla modernizzazione del welfare e delle relazioni sindacali. Alla luce di quel documento, tanto ampiamente condiviso, diventa davvero difficile dire che la Bce ci ha imposto dall’alto la ricetta liberista. Quella ricetta era considerata necessaria quasi da tutti nelle condizioni di allora. Negli anni successivi quella stagione della nostra storia sarebbe stata oggetto di una straordinaria campagna di criminalizzazione che ha coinvolto persone per bene, oltre che molto competenti, come Mario Monti ed Elsa Fornero e lo stesso Presidente Napolitano. Ristabilire la verità sugli eventi di quei mesi è utile per contribuire a mettere fine all’orgia populista che ne seguì e che fu alimentata da una inaudita e inaccettabile campagna di disinformazione fatta in particolare da alcuni dei ministri del governo che era in carica nel 2011. Si è parlato di colpo di mano della Bce, di dittatura dei mercati, di complotti (tedesco secondo alcuni, francese secondo altri) e persino di colpo di Stato. Il documento delle parti sociali si apre con la constatazione che le turbolenze che si stavano manifestando sui mercati finanziari erano in parte connesse a «fragilità intrinseche di un’Unione Europea che è ancora carente sotto il profilo politico e degli assetti istituzionali», ma subito dopo dice che «il momento è grave», che spetta solo a noi italiani risolvere i nostri problemi e che «la politica di bilancio resta il cuore dei nostri problemi». E ciò perché «senza alcun dubbio i mercati non hanno fiducia nell’impegno dell’Italia a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014. Evidentemente occorre fare di più». Nel documento non si arriva a proporre ciò che chiese poi la Bce, l’anticipo dell’obiettivo del pareggio al 2013, ma si chiede di porre «il pareggio di bilancio – proprio così! – come obbligo costituzionale». Si osserva altresì che la manovra di luglio altro non aveva fatto che ridurre il deficit dell’ultima parte del 2011, scaricando però «maggiori oneri sul 2012». La conclusione è che «non si può prescindere da interventi strutturali per aumentare la produttività del pubblico impiego e per modernizzare il sistema di welfare». Non si citano esplicitamente le pensioni, ma il riferimento è del tutto evidente dal momento che questa frase sta in un breve paragrafo che ha per titolo proprio il pareggio di bilancio. Nella storia fatta con il (poco) senno di poi, il peso della riforma cadde tutto sulle spalle di Elsa Fornero, ma tutti sapevano che quella riforma andava fatta, anzi che era la chiave di volta per ripristinare la credibilità della firma sovrana dell’Italia. La gogna cui è stata sottoposta Elsa Fornero negli anni successivi da gran parte della politica è degna delle peggiori cacce alle streghe della Salem raccontata da Arthur Miller e segna un momento buio della nostra storia recente. Come nella lettera della Bce, nel documento delle parti sociali si proponevano una serie di misure per rilanciare la crescita e fra queste al primo posto vi erano- fatto assai significativo – “liberalizzazioni e privatizzazioni”. Alla riunione che si tenne a Palazzo Chigi il 4 agosto, con tutto il governo schierato, fra la parti sociali vi fu un accordo per far parlare una sola persona a nome di tutti. Lo scopo era quello di sottolineare la assoluta drammaticità del momento, il fatto che era in gioco la salvezza della nazione. Ad una sola persona toccò di dire al governo che la stanca ripetizione dei programmi dei singoli ministri, quale ci era stata propinata, era del tutto inadeguata rispetto alla gravità del momento. Qualche mese prima, all’inizio di maggio, si erano tenute la Assise di Confindustria, un evento cui parteciparono migliaia di imprenditori. Già allora, anche per effetto dei litigi fra ministri di primo piano, la credibilità del governo era pressoché azzerata. Nel timore che gli imprenditori potessero riservare una accoglienza molto dura al governo, si decise di non invitare nessun politico, cosa che a memoria non era mai accaduta prima. Altro che colpo di Stato e complotti! I complotti erano quelli che si facevano l’un l’altro i ministri di quello stesso governo. Giampaolo Galli

Il Partito unico e i dubbi. Alla ricerca della destra perduta: Salvini, Meloni e Berlusconi in cerca d’identità. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 13 Luglio 2021. La domanda sembra semplice e invece è quasi insensata: chi e che cosa è di destra oggi? La questione è quasi identica quando ti chiedi che cosa sia di sinistra, e scopri che questo orientamento – o sentimento, o disposizione naturale – non sa più se mettere le tende sulle questioni sociali o su quelle dei diritti civili. La destra è molto più complicata e così ho tentato socraticamente di usare me stesso – nessun narcisismo semmai masochismo – come cavia. Perché una tale dissennata avventura? Per provare a immaginare in che cosa potrebbe consistere la realizzazione della proposta di Berlusconi, di un raggruppamento di destra alla maniera del partito repubblicano americano. Quel partito creato da Lincoln mi è sempre sembrato come il cappello delle meduse spiaggiate: dentro l’involucro abita un intero ecosistema. Il Grand Old Party di Abraham Lincoln non è mai stato un vero partito, è un capello di medusa dove convivono idee diverse ma che possono stare insieme. e poi si trasformano in comitati elettorali quando arriva l’ora del voto. La mia storia è comune: vengo da una sinistra che considerava l’Unione Sovietica, prima e dopo Stalin, come una fonte di orrore. Lo so, questo è il momento in cui tutti devono insorgere gridando come ossessi “come ti permetti, mascalzone, non sai che i sovietici hanno sacrificato venti milioni di vite umane per vincere i nazisti?” Devo rassicurarli: lo so benissimo, ma so anche che ciò accadde per colpa di Stalin che scelse di iniziare la seconda guerra mondiale dalla stessa parte di Hitler invadendo con lui la stessa Polonia nello stesso settembre del 1939, ma ancor più per colpa dei comunisti di tutto il mondo, che nel biennio di quella losca alleanza esaltavano i successi hitleriani contro le corrotte democrazie borghesi e tifavano apertamente per il Terzo Reich a cominciare da Stalin che faceva pubblicare sulla Pravda i suoi sfrenati telegrammi di congratulazioni ad Hitler per le sue sfolgoranti vittorie dalla caduta di Varsavia, all’invasione di Olanda e Belgio fino a quando andò con le mani in tasca al Trocadero per guardare con soddisfatto rancore la svastica sventolare dalla Tour Eiffel. E non dimentichiamo neppure che Stalin si rifiutò di credere al voltafaccia di Hitler per due lunghe settimane dopo l’inizio dell’invasione nazista impartendo l’ordine di non contrattaccare i tedeschi perché ci dev’essere per forza un equivoco. Il punto è che soltanto dal momento in cui Hitler capovolse i fronti, anche i comunisti capovolsero la lista dei loro nemici e si degnarono di tornare all’alleanza con noi (storicamente parlando) “social-fascisti”, nel senso che i socialisti erano insorti contro la turpitudine del connubio armato fra nazional-socialisti e comunisti durante i primi due anni di guerra. Non sto parlando di faccende militari, ma di carne viva e sanguinante, dal momento che da allora si sono creati dei falsi fronti fra destra e sinistra che ancora producono effetti limacciosi e fuorvianti. Andiamo sul pratico e torniamo all’oggi: perché Giorgia Meloni è una borgatara del fascismo sociale e ha militato con i suoi camerati praticando quel genere di politica che con grande imbarazzo di tutti, era di sinistra e non reazionaria? Oggi Giorgia si muove verso una linea conservatrice ma il suo appeal politico è quello e non ha nulla in comune con la destra classica. E quale sarebbe la destra classica? Proviamo a narrala come una fiaba. C’era una volta un regno, anzi una umanità nell’Europa che era stata toccata dalla Rivoluzione Francese e poi dalle ingegnerie militar-sociali di Napoleone, in cui era facilissimo farsi il tampone e stabilire se tu fossi, per i parametri allora in uso, di destra o di sinistra. A destra se ne stava grassa e odiosa come nei disegni di George Grosz, la bieca e ricca borghesia capitalista con i grandi latifondisti, E a sinistra, emaciati ed esangui, più morti che vivi, gli sfruttati e i bambini schiavi dell’accumulazione primaria raccontata da Dickens con lo spietato cuore dei Racconti di Natale. Si poteva dire che scremando le due parti politiche dalle loro ali più aggressive quel che restava era un grande partito conservatore che raggruppava gli abbienti che possedevano ma anche producevano la ricchezza; e poi un altro partito che si poteva definire progressista che si batteva per salari e livello di vita degli sfruttati. Tutto era facile e si poteva anche dire con Disraeli che chi non è progressista a vent’anni è senza cuore e chi non è conservatore a quaranta è senza cervello. Quel che era successo dopo la Rivoluzione francese aveva però assunto tinte fosche e inaspettate perché per la prima volta nella storia erano saltati fuori i nazionalismi e le etnie, le appartenenze e le bandiere, l’urlo di tutti gli indipendentisti pronti a morire per una trascrizione fonetica, lo sdegno del romanticismo specialmente degli abitanti della penisola italiana che parlavano lingue e dialetti di origine romanza fra loro incomprensibili ma che facevano sfracelli con bombe e coltelli per l’anarchia o la nazione, la guerra al papa e lo schianto redentore della dinamite accompagnato dall’impegno sulle barricate per compensare piombo con piombo. Quelle mille lingue slave e romanze e tedesche provocarono un casino quando furono scoperchiati gli imperi centrali polverizzati dalla Grande guerra, cui si aggiunse anche quello Ottomano col medio oriente in fiamme. Non era più soltanto lotta di classe e di ricchi contro poveri e sfruttati contro sfruttatori, ma anche di un sacco di altre cose che provocarono dalla fine della grande guerra fino all’inizio della seconda, un’ondata di rivoluzioni egualitarie seguite da repressioni spietate, eserciti fantasma, ricorsi generosi al genocidio e all’annichilimento reciproco che già avevano scandalizzato mezzo secolo prima Carlo Marx che aveva ribattezzato Giuseppe Mazzini col nomignolo sprezzante di Teopompo, un vate del narcisismo sanguinario che nulla aveva a che vedere con la giustizia sociale. Io sono figlio della prima metà dello scorso secolo e quando venne l’adolescenza surfavo quell’onda che correva fra socialismo e rivoluzione, ma con la mano alla pistola che non avevamo, quando entravano in scena gli adorati compagni sovietici. Quando cadde anche l’Impero sovietico, l’Italia perse i suoi loschi privilegi di “terra di mezzo” fra Occidente e Oriente che le aveva permesso di far pagare dazio ad amici e nemici con quel genere di furbizie e doppi-pesi per cui eravamo guardati con legittimo sospetto dagli uni e dagli altri. Mi trovai per un caso professionalmente fortunato ad accompagnare un altro visionario eccitato, il presidente Francesco Cossiga che la sapeva lunga e aveva capito tutto in tempo. Risparmio al gentile e già ben informato lettore la storia di Mani Pulite, del giustizialismo e dagli altri derivati, a loro volta figli tardivi della politica berlingueriana che per divincolarsi dagli ultimi spasimi della Rivoluzione d’Ottobre, aveva fatto ricorso all’ideologia di una superiorità etica dei comunisti, santi subito. Quanto agli altri, meglio che andassero sotto processo. Semplifico e ne sono ben consapevole ma fu allora che furono mischiate ancora una volta tutti i tarocchi usati per dividere la destra dalla sinistra secondo i canoni e i cannoni dei tempi della guerra. L’Italia è un Paese conservatore come ripeteva Togliatti, anche se un po’ cinico e un po’ ridanciano, ma comunque efficiente e solido. Di quel conservatorismo era già campione l’imprenditore multimediale Silvio Berlusconi battendo in popolarità l’aristocratico avvocato Agnelli. Quando cadde l’impero sovietico, i socialisti pensarono ingenuamente che fosse arrivata l’ora della rivincita e invece era arrivata l’ora della pentola. L’antico odio fra socialisti e comunisti che si era ricomposto e rilacerato tante volta nel corso di un secolo tornò con tutta la violenza e avvenne questo rimescolamento per cui tutti ( o quasi) noi socialisti e gli altri naufraghi dell’Italia che adesso chiamiamo liberale, trovammo non solo utile ma sacrosanto salire sulla zattera che il borghese Berlusconi aveva costruito con un colpo di scena storico e che fece saltare la previsione di una vittoria l’ex Pci, ribattezzato PDS. Fu così che ci ritrovammo ancora una volta ad essere “social-fascisti” come ai vecchi tempi. Nell’alleanza creata da Berlusconi erano stati imbarcati i neoromantici identitari di Bossi e i neofascisti di Gianfranco Fini, ai suoi tempi pupillo di Giorgio Almirante, passato all’antifascismo militante. Il seguito è noto: con l’alleanza passata alla storia come “il Predellino”, di fatto Berlusconi assorbì il partito di Fini che a sua volta fu cancellato dalla politica attiva dopo la vicenda della “casa di Montecarlo”. Ma intanto la destra era diventata un’altra destra: sparito il partito neofascista erede del Msi che si rifaceva alla repubblica di Salò. Anche la ventata federalista e romantica della Lega di Umberto Bossi era stata affossata da scandali e rovine, mentre il successore Salvini passava al nazionalismo capace di raccogliere il consenso della paura dell’immigrazione incontrollata. È stato così che, fra evoluzioni, contorsioni e un drastico dimagrimento di Forza Italia dovuto dall’assenza forzata di Berlusconi, nasce l’idea – proprio di Berlusconi – di una alleanza fra diversi nella quale dovrebbero mantenere ciascuno la propria identità senza finire fagocitati e digeriti dal più forte. Di qui si torna al punto di partenza prima di iniziare il secondo giro della nostra ricognizione: di quale destra stiamo parlando, su che cosa dovrebbe o potrebbe riunirsi e – più che altro – su che cosa competere con la sinistra.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

I tre tenori del centrodestra cantano sempre la stessa solfa. Marco Follini su L'Espresso il 6 luglio 2021. Nell’eterna reiterazione di messaggi e slogan, il Paese premia la politica scarna. Ma l’elettorato è felice, per adesso. Assertivo, compiaciuto, pietrificato. Il centrodestra è un monumento, eretto a se stesso e ai suoi numeri elettorali. Come ogni monumento che si rispetti è imponente e retorico, scultoreo e immobile. Edificata sulla collina dei suoi consensi popolari, che non sembra destinata a smottare, la ex Casa delle libertà procede per certezze e ripetizioni mai troppo faticose. Le manca in compenso ogni capacità, ma anche ogni volontà, di aggiornare la propria agenda, il proprio lessico, i propri argomenti. Mentre la sinistra si dimena, si contorce, si reinventa ogni giorno, anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, la destra si fa forte della propria attitudine a ripetersi. Cambiano le circostanze, questo sì. Si affermano nuovi leader (prima Salvini, poi Meloni), declina l’antico patriarca, si fanno largo qua e là figure meno segnate dal tempo. I suoi partiti vanno e vengono tra governo e opposizione, e a quel bivio le divisioni sembrano dar luogo a controversie, svolte e trasformazioni di non poco conto (vedi, da ultimo, la nascita del governo Draghi). Ma poi, quasi inesorabilmente, la destra ritrova la strada che le è più consueta e che le appare più comoda: quella della eterna reiterazione e della estrema semplificazione di sé e del suo messaggio. Le sfumature non le appartengono, i dubbi sembrano annoiarla. Per dire. La questione del suo assetto (un partito o tre, la federazione, il coordinamento) viene affrontata ormai quasi ogni giorno e utilizzata a mo’ di predellino, a giro, da ognuno dei suoi leader. Ma è piuttosto chiaro che non se ne farà nulla per un bel po’ di tempo. Mentre risulta oscuro cosa significhino tutte queste amenità. E cioè se dietro un assetto o l’altro si nasconda una o l’altra idea del paese e magari perfino un’idea nuova, non si sa mai. Ora, nessuno si può scandalizzare che sia in corso una disputa sulla leadership. Ma quella disputa dovrebbe almeno alludere a qualche progetto, qualche trasformazione, una minima evoluzione di sé. E invece appare solo come l’esempio della muscolarità dei suoi condottieri. L’intendenza, al solito, è chiamata a seguire, possibilmente applaudendo. Nelle seconde e terze file non spira un alito di brezza. Non sembra esserci nessuna disputa, né l’ambizione di introdurre argomenti e sensibilità che non siano quelli più canonici e sperimentati. Come se la dialettica politica fosse del tutto inappropriata. La sfida al primato dei rispettivi leader appare più che mai disdicevole, e anche l’evocazione di punti di vista almeno un po’ eterodossi suona come un fuor d’opera. Sarà pure un valore, la disciplina. Ma certi suoi eccessi finiscono per svalutare innanzitutto se stessi e la propria parte. Perfino quando la si pratica con le più nobili intenzioni. Certo alcune parole d’ordine restano lì, come per offrire un punto fermo. Più sicurezza, meno tasse. Eppure vengono recitate stancamente, ribadite come un mantra, senza che mai da quelle parti si levi una voce che segnali altre priorità, o magari anche solo altri modi per realizzare quelle più canoniche. L’eresia non è contemplata, sembra sempre l’anticamera dello scisma. Il sentimento d’ordine costringe all’obbedienza, mentre solo i tre condottieri possono dare libero sfogo a una certa propensione al litigio. Salvo negare il giorno dopo i loro singoli, reciproci pensieri del giorno prima. Nel silenzio deferente di tutti gli altri. Insomma, da quelle parti nessuno può essere irrispettoso del quartier generale. Tantomeno fantasticare di bombardarlo. Si dirà che la sinistra (non parliamo del centro) vive di troppe sfumature e ha fatto dei capelli spaccati in quattro, e magari in quarantaquattro, la sua dubbia virtù. Ma quel tanto, tanto, di disordine che si respira da quella parte non giustifica il troppo ordine che regna dalla parte opposta. Dove l’ortodossia celebra il suo trionfo ma la fantasia sembra troppo spesso lasciata fuori dalla porta. Ora, sia chiaro, il vento spira a destra, e questo va riconosciuto senza troppi giri di parole. Così è in Europa, a quanto pare. E così è da noi, dove la sinistra non è mai stata maggioritaria e dove le tendenze più conservatrici che la Prima Repubblica aveva tenuto a bada ora sembrano invece dispiegarsi in tutta la loro possenza. Dunque, i tre tenori di quell’orchestra possono intonare gli inni della loro tradizione e godersi gli applausi (e magari i voti) del pubblico che tifa per loro. Ma forse proprio per questo dovrebbero anche aprirsi a nuovi argomenti, ospitare dibattiti inediti, mettersi in questione quel che tanto che basta a incuriosire e suscitare sorpresa tra gli increduli. E invece sembrano avvolti tutti quanti nella confortevole coperta di Linus della loro ortodossia, senza che nessuno metta mai in discussione i loro assiomi e le loro gerarchie. Al momento, tutto questo non fa perdere voti, a quanto pare. Tutt’altro. Anzi, sembra quasi accordarsi con lo spirito di un Paese che è stanco della troppa politica e ne vorrebbe a questo punto dosi meno massicce da inoculare quotidianamente. In fondo, lo stesso apprezzamento per Draghi, sembra sottintendere il bisogno collettivo di ridurre la politica alla sua essenzialità, al suo buon funzionamento, senza i troppi arzigogoli che fanno la felicità degli addetti ai lavori. Dunque, che la destra non sia troppo problematica, che non faccia autocoscienza, che non vada in cerca di inedite fantasie, che ricalchi con studiata monotonia i propri argomenti, tutto questo ha un suo perché. E magari propizia perfino un vantaggio per chi aderisce a questo codice. Resta il fatto, però, che in un Paese come il nostro a lungo andare una politica così scarna, così ovvia, quasi rattrappita nella sua essenzialità, appare destinata a una fortuna piuttosto effimera. E che da una forza, o un insieme di forze, che si propone come l’Italia prossima ventura sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più che non la celebrazione di se stessa. La destra, per sua natura, è depositaria di un’idea di sicurezza. Dunque, è piuttosto ovvio che essa celebri e reiteri questa parola d’ordine adattandola ai suoi leader e ai suoi programmi. Ed è perfino ovvio che all’occorrenza se ne faccia un merito al cospetto di una certa confusione che magari regna altrove. Ma è altrettanto vero che un paese maledettamente complicato e felicemente pluralista come è l’Italia sopporta a fatica questa reductio ad unum di cui la destra sembra fare la propria bandiera. E per quanto i numeri avvalorino gli schemi di cui sopra, resta il fatto che numeri e schemi sono per loro natura un po’ ballerini. Per il momento resta da segnalare quell’alto tasso di ripetitività, e quasi di monotonia, nei messaggi che risuonano da quella parte. Come se il loro modello fosse più la granitica certezza ideologica che animava la sinistra di una volta piuttosto che la flessibilità a volte fin troppo disinvolta che spiega e magari illustra il quasi cinquantennio di predominio democristiano. Ma, si sa, è il nemico apparentemente più lontano quello che ti guida nel labirinto che ancora non conosci.

Il documento sovranista firmato da Matteo Salvini e Giorgia Meloni spiega bene cosa è questa destra. di Sofia Ventura su L'Espresso il 13 luglio 2021. Nel testo sottoscritto insieme ad altri leader europei come Orban si parla tanto di nazioni e poco di cittadini. E di diritti neanche l’ombra. Chi parla di loro come di moderati farebbe bene a leggerlo. Matteo Salvini e Giorgia Meloni di nuovo insieme. Insieme come firmatari di un documento sottoscritto all’inizio di luglio da una quindicina di leader di partiti dell’estrema destra europea, dall’ungherese Fidesz allo spagnolo Vox, dal polacco Pis al francese Rassemblement National. Due paginette dedicate al futuro dell’Europa, un futuro ben diverso da quello sul quale si sta ragionando attraverso il processo partecipativo avviato dalle istituzioni europee con la Conferenza sul futuro dell’Europa. Sul documento sono confluite formazioni appartenenti a due gruppi del Parlamento europeo, Identità e Democrazia, del quale fanno parte la Lega di Salvini e il Rassemblement di Le Pen, e Conservatori e Riformisti Europei, presieduto da Giorgia Meloni. Nei commenti a questo appello ci si è soprattutto soffermati sui potenziali risvolti politici, ad esempio con riguardo alla futura collocazione di questi partiti nel Parlamento europeo, o con riferimento alle contraddizioni interne, come quelle relative alle “amicizie internazionali”. I contenuti del documento sono stati descritti e perlopiù evidenziati per la loro natura ostile all’attuale Unione e il loro carattere sovranista. Ma, in realtà, ciò che li rende particolarmente interessanti è la reinterpretazione, fumosa, omissiva, ambigua, della Storia che propongono. «La turbolenta Storia dell’Europa», si legge nel documento, «in particolare nell’ultimo secolo, ha prodotto molte sventure. Nazioni che difendevano la loro sovranità e la loro integrità territoriale da aggressioni hanno sofferto al di là di ogni immaginazione. Dopo la Seconda Guerra mondiale, alcuni paesi europei hanno dovuto combattere per decenni il dominio del totalitarismo sovietico prima di riottenere la loro indipendenza». Non si dice altro su quella fase storica. Si lasciano indistinti gli accadimenti del Secondo conflitto mondiale. Forse li si mescola con quelli della Grande Guerra, in un calderone dove i vari nazionalismi possano attingere per costruire i propri miti. Si pensi alla manipolazione della Storia a fini propagandistici che sta operando da diversi anni Viktor Orbàn, centrata sulle perdite territoriali dell’Ungheria in seguito al trattato di Trianon (1920). Al tempo stesso, e soprattutto, mentre si fa esplicito riferimento al totalitarismo sovietico, nemmeno si nominano il nazional-socialismo tedesco, il fascismo italiano e i loro tanti alleati e collaboratori. Com’è possibile ometterli allorquando si evoca la «turbolenta Storia» dell’ultimo secolo? Se lo si fa vi deve essere una ragione. Forse non si vogliono irritare segmenti di un potenziale elettorato. O comunque si preferisce sfumare quel “passaggio” della Storia europea per non doversi confrontare con esso nello stesso momento in cui si pone al centro delle propagande sovraniste l’esaltazione della nazione. Quante “tradizioni nazionali” uscirebbero malconce da un tale confronto! Ricordare il totalitarismo sovietico, ma dimenticare tutto il resto. Questo sconcertante approccio fa venire alla mente le osservazioni sviluppate nel suo ultimo libro da Anne Applebaum, liberale e conservatrice, premio Pulitzer per l’opera “Gulag”, sulla fine del comunismo. Su come quest’ultima evidenziò che non per tutti l’anti-comunismo era stato un sentimento vissuto, una battaglia condotta, in nome della libertà, un atto anti-totalitario, riprendendo il titolo del saggio di André Glucksmann. D’altro canto, in quelle due paginette, che tanto dicono dei loro estensori, non si parla mai di libertà. Se non in due passaggi, dove si richiama la libertà delle “nazioni”. Le “nazioni” sono al cuore dell’Europa, non i diritti e le libertà individuali. D’altro canto, nelle tragedie del XX secolo sono le nazioni ad essere indicate come le vittime, non le vite sconvolte e strappate di milioni di donne e uomini. Le nazioni come corpi organici. Non cercatelo l’individuo, non lo troverete. Tanto meno i suoi diritti. I diritti sono quelli della nazione, richiamata in due cartelle quattordici volte; due volte sono ricordati i cittadini: quelli che rispettano le tradizioni europee e sono rappresentati dai partiti che le difendono e i membri delle nazioni europee che stanno perdendo fiducia nelle istituzioni dell’Unione. La Conferenza sul futuro dell’Europa prima citata richiama i valori «sanciti dall’articolo 2 del trattato sull’Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze». In ultima istanza è l’uomo, con la sua libera ricerca della felicità, il valore ultimo da tutelare e affermare. Tradizione, Cultura, Nazione, sono invece i valori ultimi per queste nuove (ma anche vecchie) destre europee, e poco importa che i loro leader ci credano davvero: agiscono come se ci credessero e della interpretazione di quei concetti reificati fanno strumento di consenso e di potere. E manipolano la Storia, con omissioni, confusioni, banalizzazioni. Per poter liberamente proporre come nuovo un discorso pubblico tragicamente già noto e celarne la enorme, potenziale, pericolosità, oltreché la sua più completa illiberalità. Denunciano la volontà di creare un Super-Stato europeo implicitamente evocando come spauracchio il modello sovietico per potere esaltare l’incapsulamento dei cittadini in nazioni autonome: che una delle grandi conquiste della cultura europea sia l’idea dei diritti universali che trascende appartenenze e particolarità lo ignorano (o preferiscono ignorarlo). L’adesione di Salvini e Meloni a questa destra costituisce un’ipoteca sul futuro del nostro Paese. E non si tratta di un’adesione superficiale o occasionale. Certamente non lo è nel caso di Giorgia Meloni, il cui libro da poco pubblicato può essere visto come lo svolgimento della traccia sviluppata nel documento anche da lei firmato, mentre la sua propaganda è sempre coerente con quello svolgimento. Più difficile fornire una valutazione nel caso di Salvini. Tuttavia, il fatto che pur sostenendo il governo Draghi non abbia esitato a unirsi ai fautori dell’“altra” Europa, ci dice che l’opzione estremista, per motivi contingenti - la competizione con Meloni - ma anche strutturali - quello dell’estremismo è l’unico gioco che sa davvero giocare - resta per il capo della Lega un’opzione sempre possibile. Anche Salvini, d’altronde, come Meloni, del passato fascista si rifiuta di parlare, mostrando così, come la leader di Fratelli d’Italia, l’estraneità all’europeismo dei padri fondatori che nell’antifascismo aveva un proprio pilastro. Meloni e Salvini questo sono. Sottoscrivendo l’appello della destra sovranista europea lo hanno confermato, sarebbe auspicabile che su di loro si smettesse perlomeno di farsi illusioni. Su di loro e su di una destra che vorrebbe riscrivere la storia europea dell’ultimo secolo per costruire un futuro che da democratici e liberali preferiremmo relegato alle fiction distopiche.

Mario Ajello per "il Messaggero" il 9 luglio 2021. Devono ritenerlo in modo, soprattutto il Pd e i 5 stelle, di togliere terreno ai Ferragnez, di entrare in sintonia con i giovani, di farsi millennial tra i millennials per aumentare i propri consensi. E così - al netto del fatto che il calcolo potrebbe essere sbagliato, visto che i ragazzi della politica per lo più se ne infischiano e non scendono in piazza per chiedere di parteciparvi di più - ecco il Senato che approva definitivamente e quasi all' unanimità l'allargamento del diritto di voto ai 18enni per Palazzo Madama. Non più gli over 25 ma anche gli under potranno scegliere i senatori. Ne sentivano il bisogno? Non parrebbe. E comunque: dal prossimo appunto per le Politiche (nel 2023 presumibilmente) 4 milioni di ragazzi si aggiungeranno nella platea elettorale. Per la promulgazione di questa legge costituzionale - votata ieri con 178 sì, 15 no e 30 astenuti - dovranno passare tre mesi, durante i quali potrà essere richiesto il referendum confermativo: il 9 giugno scorso infatti la Camera ha approvato il ddl senza raggiungere il quorum dei due terzi. Intanto siamo agli entusiasmi, e quello di Enrico Letta è incontenibile: «Fino ai ieri un giovane tra i 18 e i 25 anni aveva un potere dimezzato rispetto agli altri elettori più anziani. Votava solo alla Camera. Da adesso voterà anche per il senato. Un piccolo ma concreto passo per dare più forza alla voce dei giovani». 

RUBABANDIERA Sì, i ggiovani. Toglierli ai Ferragnez e recuperarli ai partiti sembra impresa disperata. E non è certo il contentino del voto dei 18 per il Senato - e anche il voto in generale ai 16enni su cui sempre il Pd insiste assai, parlando addirittura di «rivoluzione generazionale» per questa eventuale riforma non chiesta dai giovani ma dai giovanilisti - quello che appare molto adatto per recuperare un minimo di attenzione da parte dei ragazzi e delle ragazze che a milioni (di follower) si riversano sui Ferragnez e su altri interessi che non sono il Nazareno o altre botteghe partitiche. Sui quali i clic e i like dei millennials non si riversano e continueranno a non riversarsi. Il paradosso è che questo tipo di iniziative legislative per i ggiovani, nel disinteresse dei destinatari, coincide con una fase in cui esistono altri problemi di grande impellenza per le sorti della nazione. Esempio. L' Unione Europea dà all' Italia una pagella da incubo sulla giustizia - processi lentissimi, scarsa indipendenza dei giudici, risorse umane insufficienti negli uffici e nei tribunali e dunque Bruxelles dice: o fate le riforme o non vi diamo i soldi del Pnrr - ma il Palazzo è tutto contento per il regalo non richiesto donato ai propri ragazzi quando si potrebbe fare molto altro e molto di più, ossia grandi riforme strutturali, invece di un pannicello caldo come il voto senatoriale ai 18enni e poi magari ai 16enni. E verrebbe da allargare il discorso alla legge Zan. Naturalmente importante: ma è davvero una priorità, mentre la Ue ci chiede riforme di sistema - non solo la giustizia ma anche il fisco, la burocrazia, le infrastrutture - e vincola alla loro realizzazione l'assegnazione dei soldi del Recovery Plan?

I NODI VERI E' curioso che, tra le tante riforme necessarie alla Costituzione, quella meno sentita e di cui meno si è parlato - cioè appunto questa del voto ai 18enni per il Senato - è l'unica che viene fatta. Nell' indifferenza dei più. A riprova che i partiti, mentre Draghi governa e cerca di garantire all' Europa che le riforme di sostanza le faremo, per lo più si cimentano su temi che - si veda anche l'insistenza dem sullo ius culturae - non sembrano in questo momento appassionare le masse.

Evviva il voto ai ragazzi, insomma, ma evviva soprattutto tante altre cose, ossia - se ci saranno - i grandi interventi per l'economia, per la crescita, per il lavoro.

Giuseppe Salvaggiulo per "la Stampa" il 9 luglio 2021. «Quando si aprono nuovi bacini elettorali, c' è sempre una certa attenzione da parte dei partiti. Sono situazioni che possono creare cambiamenti», dice Edoardo Novelli, professore di comunicazione politica all' università RomaTre. 

Quali precedenti ci sono nella storia italiana?

«Il voto alle donne nel 1946 fu una novità consistente: era il 50 per cento della popolazione, meno politicizzato e alfabetizzato, di orientamento prevalentemente cattolico. Ma non si crearono particolari cambiamenti, a differenza di quanto accadde negli Anni 70». 

In che senso?

«L' altra grande novità fu nel 1976, con l'abbassamento a 18 anni dell'età per votare per la Camera. Era una situazione particolare: significava l'immissione di una grande quantità di persone, tutti i figli del boom economico». 

Quali erano le differenze?

«In questo caso la politicizzazione era molto forte, due anni prima il referendum sul divorzio aveva mostrato l'esistenza di una società radicalmente cambiata, nel 1975 c' era stata la grande avanzata del Pci alle elezioni amministrative con il supporto dei movimenti extraparlamentari». 

Uno spostamento a sinistra ci fu?

«La Dc era molto preoccupata dopo queste sconfitte e lo temeva. In effetti le elezioni segnarono un ulteriore avanzamento del Pci, pur senza sorpasso». 

E poi non è successo più nulla, come mai?

«Nel 2005 si era tentata un'operazione di allargamento con l'introduzione delle primarie dell'Unione per selezionare il leader della coalizione. Votarono sedicenni e immigrati residenti e fu un successo». 

Adesso qual è la situazione?

«In assenza di grandi cambiamenti, ci sono due forbici: la disaffezione al voto, con percentuali calanti di affluenza soprattutto tra i giovani, e di conseguenza il tentativo di ampliare il bacino elettorale. Il punto è che i giovani sono proprio i più disaffezionati». 

Che effetti potrebbe avere la riforma?

«Il numero di giovani interessati è relativamente contenuto. E poi la riduzione del numero dei parlamentari annacqua la potenzialità "destabilizzante" di questi voti. E poi mentre nel 1970 l'orientamento era verso sinistra, ora il quadro è più equilibrato, ci sono posizioni più conservatrici». 

Come reagiranno i giovani?

«La fame di partecipazione non è così diffusa. L' idea di poter partecipare potrà avere, se non altro all' inizio, un qualche effetto. Ma non prevedo code ai seggi». 

Perchè?

«Una legge elettorale con liste bloccate disincentiva la partecipazione. E poi la vera questione riguarda l'offerta politica per i giovani e il linguaggio della comunicazione con riferimento a una generazione che comunica in modi completamente nuovi. Un quadro politico confuso difficilmente suscita partecipazione. Insomma: i giovani come e per cosa dovrebbero andare a votare?». 

 "Versione luxury...", "Influencer..". La bufera su Fedez. Francesco Curridori il 10 Luglio 2021 su Il Giornale. Fedez e sua moglie Chiara Ferragni dettano l'agenda della politica, soprattutto sul Ddl Zan. A tal proposito ecco le opinioni dei deputati Augusta Montaruli (FdI) e di Fausto Raciti (Pd) per la rubrica Il bianco e il nero. L'attivismo di Fedez e di sua moglie Chiara Ferragni a favore del Ddl Zan continua a dividere la politica. Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo interpellato la deputata di FdI, Augusta Montaruli e il piddino Fausto Raciti. Cosa pensa dell'impegno mediatico di Fedez a favore del ddl Zan?

Montaruli: “Che appunto è mediatico e l’impegno non può essere consegnato ai like. Dopodiché il lusso non fa lo stile e la notorietà non fa la verità. Il tentativo di utilizzare la popolarità del personaggio Fedez così come di altri per fare pressione sull’approvazione del ddl zan avviene perché se gli stessi si calassero nella piazza reale subirebbero un irresistibile contraddittorio”.

Raciti: “Non ci vedo nulla di male né nulla di strano, da sempre le personalità della musica, della cultura, dello sport, del cinema, dicono la loro. Che Fedez faccia una diretta Instagram su un argomento popolare è del tutto in linea col suo modo di comunicare. È un influencer, no?”.

Secondo lei, Fedez punta a entrare in politica? Potrebbe avere successo?

Montaruli: “Non so a cosa punti Fedez sicuramente interpreta il suo personaggio da influencer. Non credo quanto un like possa trasformarsi in un vero consenso. Spero ancora che la politica sia un’altra cosa”.

Raciti: “Mi sembra uno abbastanza contento della vita che fa e dei soldi che guadagna col suo lavoro. Lavoro che sa fare molto bene dato che mi sta facendo un'intervista su di lui. Purtroppo molti politici sembrano degli influencer o gli piacerebbe sembrarlo, da un lato. Dall'altro il partito di maggioranza relativa è stato fondato e guidato da un comico”.

I politici fanno veramente tutti schifo, come dice la Ferragni oppure una frase del genere stavolta indigna meno perché è rivolta a Renzi che vuol modificare il ddl Zan?

Montaruli: “I politici non fanno tutti schifo e dirlo è grave sempre ancora di più se a prescindere dalle posizioni lo dice una persona che ha l’ambizione di comunicatore a tanti italiani soprattutto giovani. Minare la fiducia nei confronti dei politici e del dibattito politico è fare un danno alle nuove generazioni. Stiamo assistendo ad un grillismo versione luxury”.

Raciti: “Lo chiede a uno che si è iscritto a un partito a 15 anni e oggi fa il parlamentare, non sarò mai d'accordo con una cosa così qualunquista. Detto questo il nostro parlamento è pieno di gente che ci è entrata dicendo esattamente la stessa cosa. La Ferragni non è stata molto originale”.

Stefano Feltri, direttore del Domani, ha proposto di regolamentare Per legge l'influenza degli influencer. Lei sarebbe d'accordo?

Montaruli: “La differenza tra noi e Fedez è che noi rispettiamo la libertà di pensiero per questo non credo che ci possano essere provvedimenti che la limitano. Per ottenere par condicio versione social sarebbe già tanto arrivare ad impedire censure che attualmente avvengono da parte dei gestori ma sempre e solo a senso unico contro un’unica parte politica o persone che interpretano idee non compiacenti ai colossi della comunicazione”.

Raciti: “Non ho capito cosa dovremmo regolamentare. Mi sembra come quando si diceva che Berlusconi vinceva le elezioni per le televisioni di cui era proprietario. Poi ti accorgi, e le difficoltà di Forza Italia oggi lo dimostrano, che la situazione era un po' più complessa. Invece di fare leggi sugli influencer bisogna farle sui partiti, che oggi sono formazioni di latta. E finanziarli anche, perché è lì che si dovrebbe formare una classe dirigente”.

Fedez ha detto che avrebbe messo a disposizione una piattaforma online per discutere di politica. Non è un film già visto e mal riuscito?

Montaruli: “Assolutamente sì , non sarebbe una novità. La democrazia non può essere mai appannaggio di un click ed anche chi si è illuso in passato di ciò ha avuto e sta avendo in questo periodo la conferma del fatto che tali piattaforme hanno ridotto lo spazio di confronto”.

Raciti: “Non saprei che dirle. Mi sembra che quel tipo di cose le abbiano già fatte con successo altri, oggi in crisi. Non so se c'è ancora lo spazio per quel tipo di cose. Ma quindi non mi voleva parlare del ddl Zan? “ 

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia

Chiara Ferragni e Fedez, se sul ddl Zan superano Letta a sinistra. Riecco la coppia dei miracoli contro il compromesso sull'omotransfobia (ma ci sarà un motivo se le femministe sono contro la legge, no?) Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 09 luglio 2021.

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Rieccoli all’attacco. Riecco i Ferragnez in versione arcobaleno, nella consueta posa da templari del Ddl Zan, mentre la legge contro la omostransfobia s’arrampica su sentieri legislativi tortuosi, ostacolata dal centrodestra, dal Vaticano e dal Renzi Matteo che butta un occhio al proprio elettorato cattolico e l’altro al suo nuovo palcoscenico. Dunque, avviene questo. Di prima mattina l’influencer da 20 milioni di followers Chiara Ferragni pubblica, a raffica, tre stories su Instagram immerse nella denuncia sociale e nel dileggio del Palazzo. Nella prima storia, in particolare, svetta una foto di Matteo Renzi con sopra la scritta “L’Italia è il paese più transfobico d’Europa” (cosa, peraltro non vera); e il commento: “Che schifo che fate politici”. Che suona un po’ come “quelli che la politica è una roba sporca” della canzone di Enzo Iannacci sul qualunquismo. E spiegazione dello “schifo” non è esattamente un articolato di legge: «La triste verità è che nonostante una legge che tuteli donne, disabili e persone appartenenti alla categoria lgbtq+ serva nel nostro paese e sia attiva nel resto dell’Europa da decenni, in Italia non verrà mai approvata perché la nostra classe politica preferisce guardare sempre il proprio interesse personale. La tutela contro l’odio verso queste categorie dovrebbe essere un obiettivo di tutta la popolazione e di tutti i partiti politici e il fatto che il ddl Zan non verrà probabilmente mai approvato è una grande sconfitta per tutti noi. Una sconfitta per ognuno di noi». Renzi che nei social ci zampetta assai, viene tramortito dall’impeto di Ferragni, e replica su Facebook: “Fa bene Chiara Ferragni a dire quello che pensa. Solo che da lei mi aspettavo qualcosa in più di una frasina banale e qualunquista”. E continua il segretario di Italia Viva: “Da una persona che stimo mi aspetterei un confronto nel merito. Perché sapete chi fa davvero schifo in politica? Fa schifo chi non studia, chi non approfondisce, chi non ascolta le ragioni degli altri, chi pensa di avere sempre ragione”. Non che Renzi abbia tutti i torti. Anche perché pur il senatore ribadendo e articolando tutti i punti su cui Iv chiederà la modifica del ddl Zan –ossia gli articoli 1,4 e 7 su definizione di genere, libertà d’espressione e autonomia delle scuole cattoliche- non riesce ad ottenere dalla Ferragni che una silente indifferenza. Renzi si dice anche “pronto a un dibattito pubblico con la dottoressa Ferragni, dove vuole e come vuole. Sono sempre pronto a confrontarmi con chi ha il coraggio di difendere le proprie idee in un contraddittorio. Se ha questo coraggio, naturalmente”. Ma pare che Chiara, impegnata nella pubblicità di un prodotto per capelli di cui è testimonial non abbia questo coraggio. O forse, banalmente, non ha tempo. L’indifferenza è l’ultimo terrore, scriveva Tommaso Landolfi (e Renzi, all’indifferenza, è molto sensibile). Ma ecco, ad un tratto, intervenire Fedez, nelle veci della moglie, stavolta via Twitter. “Stai sereno Matteo, oggi c’è la partita. C’è tempo per spiegare quanto sei bravo a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendogli che è pioggia”, dice il rapper. Ce ne fosse uno che usasse lo stesso social. Reazioni politiche? Pochissime, la materia è incandescente. C’è giusto l’ipercattolico Mario Adinolfi: «Con il mio nuovo look fresco e estivo mi rendo conto di non poter competere con lo stile di Chiara Ferragni e del marito Fedez. Allo stesso modo, consiglio ai suddetti d’adottare messaggi dubitativi quando s’occupano di politica, evitando il qualunquismo e accettando il confronto». E neppure Adinolfi ha torto. Anzi, in questa ennesima querelle, dal loro punto di vista, avrebbero tutti ragione. Ha ragione Chiara Ferragni nel dire che non c’è interesse della classe politica ad attuare una “legge di civiltà”; pure se non ha interesse nemmeno la sinistra ad andare al voto in aula senza modifiche, a testa bassa, senza avere i numeri, col voto segreto (anche perché se passa così è un trionfo ma se non passa la colpa sarà comunque di Renzi e di Salvini). E ha ragione Renzi quando richiama l’arte del compromesso in politica e dice che è meglio una legge lievemente modificata che nessuna legge (d’altronde le Unioni civili sono nate stralciando la stepchild adotion, e pure il Concordato e lo Statuto dei lavoratori sono stati il frutto di accordi). La differenza tra la coppia shakespeariana dei social e i politici che “fanno schifo” sta nel fatto che per i primi non puoi pensarla diversamente da loro che subito ti scaraventano addosso la forza d’urto dei propri followers. Ma, in realtà, cari Fedez e Ferragni, servirebbe far transitare le idee. Per esempio: vi siete chiesti se passasse l’interpretazione dell’art.1 della Legge Zan che fine farebbero le quote rosa? Ci sarà un motivo se molte femministe sono incazzatissime contro lo Zan? Dite che Renzi in Senato ripudia il testo che aveva firmato alla Camera? Certo, ma non era intervenuta la Santa Sede col suo elettorato. Magari la politica farà schifo, ma se la si prendesse sul serio ho idea che varrebbe della marca di una lacca o di legioni di followers… 

Fedez e Chiara Ferragni, figuraccia colossale sul ddl Zan: per chi scambiano Ivan Scalfarotto. Libero Quotidiano il 10 luglio 2021. Figuraccia colossale per Fedez e la consorte Chiara Ferragni, ormai divenuti paladini della sinistra pro-ddl Zan. Peccato però che sulla legge contro l'omotransfobia la coppia di influencer sappia ben poco. È bastata la diretta Facebook tra il rapper, Pippo Civati ex deputato dem della Brianza, Marco Cappato ed Alessandro Zan, il promotore della legge, a dimostrarlo. "Nell'imbarazzo - spiega Il Tempo -si ritrova, l'onorevole Zan, a dover spiegare al Lucia (cognome di Fedez), quelli che sono i meccanismi parlamentari difendendo pure Matteo Renzi". Il quotidiano romano parla di continui "strafalcioni". Uno a caso? Il marito della Ferragni scambia Ivan Scalfarotto, deputato renziano, per un giornalista. Non solo perché poi il rapper si lascia andare a difese ridicole: "Mia moglie è una imprenditrice e dice ciò che pensa come cittadina italiana. Renzi è invece pagato dagli italiani". E ancora: "Che Renzi voglia confrontarsi con mia moglie, è qualcosa di imbarazzante". E in effetti, visto il livello...La nota più divertente della diretta è però il siparietto che vede coinvolta proprio la Ferragni che a un certo punto manda un messaggio in diretta, ricordando a tutti quanti, l'importanza del dibattito in corso: "Ciao Fede amore mio, che fai? Mi saluti in diretta?". Chiarissimo. 

Francesco Olivo per "la Stampa" il 9 luglio 2021. Più degli emendamenti poterono i post. Una storia, un tweet, un video di pochi secondi può cambiare il codice penale e magari anche il risultato elettorale. Per Elodie i politici «sono indegni». Per Chiara Ferragni «fanno schifo». Alessandra Amoroso mostra la mano con lo slogan e l'hashtag disegnato, Fedez attacca Renzi. Milioni di visualizzazioni, tantissimi like. Segue dibattito, ma dura il tempo di una «storia» su Instagram. Emozioni molte, e impegno, forse effimero ma molto diffuso. Al centro dello scontro c' è il ddl Zan, il disegno di legge contro l'omo-transfobia, che è finito quasi da subito dallo stenografico del parlamento alla popolarità, ormai non più virtuale, dei social. Con gli influencer, grandi e piccini, che dominano la scena e i politici costretti ad adeguarsi, quasi mai ribellandosi. Dietro ci sono rischi e opportunità: un dibattito semplificato e superficiale, che però per la prima volta non esclude la cosiddetta generazione Z, che volutamente evita la politica dei partiti (spesso ricambiata) e diffida dei media tradizionali. I numeri dell'Osservatorio di Buzzoole, una società che si occupa del cosiddetto «