Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

  

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Mancinismo.

Giacomo Maggi. Facebook il 7 ottobre 2021. La mano di Dio è qualificata anche come “mano destra”. La destra indica la potenza e l'abilità di Dio, la dolcezza e l'elezione, la capacità di uccidere e di guarire: «La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico» (Es 15,6. 12); «Il Signore con la mano destra compie prodigi» (Sal 118,15-16 ).

Valeria Arnaldi per "il Messaggero" il 13 agosto 2021. Il 9,3%, se si adotta il criterio rigoroso del mancinismo. Il 18,1% se si considera anche chi è ambidestro. Il 10,6%, guardando a canoni e stime più recenti. Queste le percentuali dei mancini nel mondo, secondo uno studio condotto su più di 2 milioni di individui da un team internazionale di ricercatori, pubblicato nel 2020 su Psychological Bulletin. All'incirca, uno su dieci. E la media non tiene conto dei fattori culturali, quindi anche dell'educazione all'uso della mano destra. Sì perché, a lungo, pure in Italia, e in alcuni Paesi ancora oggi, il mancinismo veniva corretto, imponendo, sin dai primi anni di scuola, di usare la destra per scrivere, suonare e via dicendo. Il dato potrebbe, perciò, essere sottostimato. Quali che siano cifre e percentuali, i mancini si stanno preparando a fare festa.

LA RICORRENZA Il 13 agosto - giorno scelto per contestare l'interpretazione sinistra del numero - infatti, si celebra la giornata internazionale dei mancini. A istituirla, nel 1992 - il prossimo anno, sarà il trentennale - è stato il Lefthanders International Club, ricollegandosi a una data individuata nel 1973. Obiettivo della ricorrenza, fare educazione, contrastare i pregiudizi, correggere il linguaggio. Dal francese al tedesco, in più lingue, il termine per indicare i mancini ha spesso anche la valenza di goffo, infausto. In Italia, sinistro è parola dal significato tutt' altro che positivo. Si pensi pure al tiro mancino. La visione, nel tempo, è cambiata e il mancinismo, di studio in studio, è stato celebrato come indice di maggiore intelligenza o creatività, anche sulla base dei nomi noti che, in ogni ambito, hanno conquistato la scena, usando, appunto, la sinistra, da Leonardo da Vinci, ambidestro, a Michelangelo, da Jimi Hendrix a Paul McCartney, da Diego Armando Maradona a John McEnroe fino a Valentino Rossi. E Charlie Chaplin, Albert Einstein, Barack Obama, Bill Gates, Bob Dylan, Lady Gaga e molti altri. Secondo uno studio della St. Lawrence University di New York, tra le persone con quoziente intellettivo molto alto ci sarebbero più mancini della media.

LA RICERCA E una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience ha sostenuto la maggiore capacità oratoria di chi utilizza la sinistra. Il National Bureau of Economic Research ha evidenziato come, negli Usa, i mancini abbiano in media un reddito del 15% più alto dei colleghi che non lo sono. A incidere potrebbero essere pure i piccoli ostacoli da affrontare ogni giorno, solleciti a trovare soluzioni creative. La cerniera dei pantaloni è cucita in modo da rendere agevole il suo utilizzo con la destra, non con la sinistra. Le penne con catenella, in banca o uffici pubblici, sono disposte per destri. Pure il bancomat. Problemi non mancano con matite e stilografiche. I quaderni ad anelli sono scomodi. Figuriamoci le sedie con il piano per scrivere. Le forbici ancora di più. Molti attrezzi da lavoro hanno impugnature per destri, così quelli per la cucina. Lo sa bene Chiara Maci, blogger, cuoca, scrittrice e star del food anche in tv - al via, in autunno, la nuova stagione de L'Italia a morsi su Food Network Italia - rigorosamente mancina. «È una caratteristica cui tengo molto, mia nonna Chiara è mancina, anche mia figlia Bianca - racconta - io non ho mai incontrato difficoltà, ma mia sorella, nata solo cinque anni prima di me, è stata corretta a scuola». E ai fornelli? «Il pelapatate non riesco a usarlo, così come gli strumenti dove le lame sono montate per destri e giro sempre taglieri e verdure al contrario. A quattro mani si cucina bene anche se si è un mancino e un destro, basta non stare troppo vicini».

VENDITA ONLINE DEDICATA Il mercato non sta a guardare e lancia prodotti da usare con la sinistra. Nel 1967 a Londra fu inaugurato Anything Left Handed, piccolo negozio per mancini, poi chiuso: oggi esiste solo online ma fa consegne in tutto il mondo. Qui ogni cosa è pensata per chi adopera la sinistra, dagli attrezzi fino ai videocorsi per imparare a giocare a golf, come recita il titolo, dall'altra parte. E basta cercare in Rete per trovare tutorial per diventare mancini. Cambiare mano, secondo alcuni esperti, allenerebbe il cervello.

I mancini non sono più creativi (ma forse dormono peggio): 5 miti a cui non credere. Pubblicato martedì, 13 agosto 2019 Simona Marchetti su Corriere.it. Sebbene appena il 10% della popolazione mondiale usi la mano sinistra, circolano numerose leggende sulle presunte differenze con i destrimani: per la maggior parte si tratta di pura aneddotica. Simona Marchetti 13 agosto 2019 su Corriere.it.

Mito 1: i mancini sono più creativi. Le persone molto creative hanno tante caratteristiche in comune: l'essere mancini non è una di queste. La convinzione contraria è solo un mito di lunga data, probabilmente avallato da uno studio risalente al 1995, che aveva evidenziato un maggior pensiero creativo nella risoluzione dei problemi da parte degli uomini che usano di preferenza la mano sinistra, sebbene nelle donne mancine tale differenza non fosse risultata altrettanto evidente.

Mito 2: i mancini sono leader nati. Anche se ben 6 degli ultimi 12 presidenti Usa erano o sono mancini, ciò non significa che tale caratteristica sia un requisito per ottenere l'incarico, poiché non esiste alcuna prova scientifica che leghi la capacità manuale con la leadership. «Alla base di queste considerazioni fra leadership e manualità c'è l'analisi di alcune carismatiche figure storiche - spiega Elizabeth Ochoa, capo del dipartimento di Psicologia del Mount Sinai-Beth Israel, al Reader's Digest - e la deduzione a cui si è arrivati è che questi personaggi dovevano avere qualcosa in comune fra loro per essere così autorevoli e di successo, come appunto l'essere mancini».

Mito 3: i mancini sono più intelligenti. Tutti possono essere più o meno intelligenti, indipendentemente dalla mano di riferimento. «Uno studio degli anni Settanta ha esaminato oltre 7mila studenti delle elementari e non ha riscontrato alcuna differenza nelle abilità intellettive dei mancini rispetto ai destrimani», conferma Ochoa. Casomai, i mancini possono pensare in maniera diversa: questo perché la maggior parte degli oggetti di uso quotidiano è ideata e realizzata per persone che usano la mano destra, quindi i mancini hanno dovuto imparare a essere più flessibili nel pensiero, trovando il modo migliore per utilizzare questi attrezzi nella vita di tutti i giorni.

Mito 4: i mancini sono introversi. Un altro luogo comune è che i mancini tendano ad essere più introversi dei destrimani, ma a sfatare questo stereotipo ci ha pensato uno studio neozelandese del 2013, che non ha rilevato alcuna differenza fra i due gruppi con diversa manualità in nessuno dei cinque tratti della personalità analizzati.

Mito 5: i mancini usano l'emisfero destro del cervello. Poiché la maggior parte dei destrimani utilizza l'emisfero sinistro del cervello per elaborare il linguaggio, si potrebbe facilmente pensare che i mancini facciano il contrario. In realtà, non è necessariamente così: infatti, sempre nello studio neozelandese di cui si parlava nella precedente scheda, Gina Grimshaw, direttore del Cognitive and Affective Neuroscience Laboratory dell'Università di Wellington, ha scoperto che il 98% dei destrimani e il 70% dei mancini usa l'emisfero sinistro del cervello, confutando così la teoria che i due gruppi abbiano i cervelli “invertiti”.

Mito 6: I mancini hanno più problemi a dormire (forse). Un piccolo studio pubblicato sulla rivista Chest ha monitorato il movimento periodico degli arti inferiori (un fattore che può disturbare gravemente il sonno) di mancini e destrimani durante il riposo, scoprendo così che ne soffre il 94% dei primi rispetto ad appena il 69% dei secondi.

Mito 7: I mancini hanno più probabilità di soffrire di schizofrenia? Stando a uno studio dell'Università di Yale condotto su un piccolo gruppo di soggetti provenienti da una clinica psichiatrica, coloro che presentano disturbi psicotici come la schizofrenia avrebbero il 40% di probabilità in più di essere mancini rispetto invece a chi soffre di disturbi dell'umore quali depressione o disturbo bipolare. L'obiettivo dei ricercatori era quello di analizzare il legame fra manualità e caratteristiche della psicosi (come allucinazioni o visioni), al fine di identificare biomarcatori che consentano di arrivare a una più rapida individuazione della malattia, così che un giorno si possa trovare un trattamento su misura più efficace per il tipo di disturbo mentale diagnosticato.

Giornata mondiale dei mancini: le 13 situazioni da «incubo» per chi usa la sinistra. Pubblicato martedì, 13 agosto 2019 da Simona Marchetti su Corriere.it. Il mondo ragiona con l’emisfero sinistro e usa preferibilmente il lato destro del corpo. O almeno, la maggior parte del mondo. Perché i mancini esistono e non sono neanche pochi. La destra non viene preferita per niente da almeno un decimo della popolazione e di questa fetta, la maggioranza è al 100% mancina. Non importa: ci sono piccoli oggetti che usiamo nella nostra vita quotidiana che dimostrano quanto i destrimano si siano imposti sulle abitudini di chi preferisce la mano sinistra. Niente di tragico, ma per loro comporta delle difficoltà quotidiane con conseguente nervosismo. Sin dal 1973 si festeggia allora la Giornata mondiale dei mancini per «sensibilizzare» su questa lateralizzazione del mondo. La festa cade il 13 agosto ed è inizialmente nata come una ricorrenza più che altro popolare. Ufficiale lo diventa nel 1992, grazie al Left-Handers Club — istituzione nata due anni prima per essere un punto di riferimento della «categoria» — e oggi viene celebrata in tutto il mondo. Il Club produce e vende oggetti pensati e prodotti proprio per essere usati con la sinistra. E dunque per provare ad ovviare alle loro difficoltà nella vita di tutti i giorni. Le più diffuse? Eccole nelle prossime schede. Giornata mondiale dei mancini: le 13 situazioni da «incubo» per chi usa la sinistra. Il 13 agosto si festeggiano i mancini dal 1973 per «sensibilizzare» sulle abitudini quotidiane (e le piccole difficoltà) di una parte di popolazione che proprio con la mano destra non si trova:

Il banco che non piace ai mancini. Si parte sui banchi di scuola. Nessun problema quando questi sono piccole scrivanie a cui avvicinarsi seduti su una sedia. Ma al liceo — e soprattutto all’università — è comune trovare sedie con tavolette ribaltabili. A cui appoggiarsi per prendere appunto. Ecco, la tavoletta scende sempre a destra. Comodo per molti, molto scomodo per alcuni.

Le forbici ergonomiche (ma non per mancini). Quando le forbici sono state costruite apposta per essere più comode da usare, i mancini sbuffano. Perché saranno anche più comode per chi usa la destra — con quell’impugnatura ergonomica — ma non certo per loro.

Le carte da gioco con i numeri solo su due angoli. Un altro problema è con le carte da gioco. Nessun impedimento se queste hanno i numeri e i segni stampati su tutti e quattro gli angoli. Ma nel caso in cui siano scritti solo su due, per un mancino sarà davvero difficile tenerle in mano. E soprattutto capire al volo cosa sta scartando.

Il metro al contrario. Provate a impugnare un metro con la sinistra, voi che usate la destra. Vedere tutti i numeri al contrario non sarà certo piacevole.

La discriminazione delle parole crociate. Anche le parole crociate discriminano velatamente i mancini. Che se seguono l’ordine dei numeri si ritroveranno ben presto con il dorso della mano sinistra ricoperto d’inchiostro.

La lotta dei gomiti. Il problema nasce anche dalla convivenza con un destrimano. Per esempio a colazione: seduti fianco a fianco, è inevitabile scatenare una lotta all’ultimo gomito e magari finire per versare i cereali sul tavolo.

I quaderni con gli anelli. I quaderni con gli anelli non piacciono neanche a chi usa la destra, ma almeno il problema di scrivere bene nasce solo nell’ultima parte della riga. O quando si gira pagina. Mentre per i mancini, le difficoltà ci sono subito.

Il diabolico apriscatole. Impossibile per un mancino usare un apriscatole. La manovella è a destra. Serve usare la mano destra. Non ci sono scorciatoie.

Il galateo nemico. In una tavolata è comune usanza posizionare il bicchiere leggermente a destra del piatto. Così da afferrarlo, appunto, con la mano destra. A meno che a fianco a te non sia seduto un mancino distratto che istintivamente te lo ruba.

Suonare la chitarra: difficoltà al quadrato. Alcuni strumenti musicali sono decisamente difficili da suonare per un mancino. Per esempio la chitarra: chi preferisce la sinistra dovrebbe ribaltare tutte le corde, nonché le note scritte sulle tablature.

Il Pos della carta di credito. Anche un’innocente operazione come pagare la spesa può rivelarsi discriminatoria. Chi l’ha detto che devo strisciare la carta di credito con la mano destra? Il Pos, qualunque Pos, che ha lo spazio dedicato posizionato proprio a destra.

La zip dei pantaloni. La zip, di per sé, è neutra. Ma nei pantaloni e nei jeans viene «nascosta» da un pezzo di stoffa che rende molto difficile chiuderla con la sinistra.

I numeri sulla tastiera del Pc. La soluzione per un mancino che vuole usare la tastiera dei numeri di un Pc? Raggiungerla con la mano destra, non ci sono alternative.

·        Le Superstizioni.

Perché sperare nelle nuvole. Tonino Ceravolo su Il Quotidiano del Sud il 19 settembre 2021. Maltrattate da una lunga tradizione culturale che risale alla Grecia antica (si pensi alla velenosa polemica anti-socratica di Aristofane), considerate con sospetto a causa della loro permanente mutevolezza che le rende polimorfiche, inafferrabili e sfuggenti, le nuvole rinviano solitamente a un modo di essere distratto, stralunato, avulso dalla realtà quotidiana. “Avere la testa tra le nuvole” o “cadere dalle nuvole” indicano disdicevoli comportamenti di distacco dalla base mondana della vita e “acchiappanuvole” è un epiteto, vicino all’ingiuria, che contrassegna persone dotate di un temperamento sognante, portate a speculazioni idealistiche o prigioniere di tenaci illusioni. Queste sono le caratteristiche, racconta Swift nei Viaggi di Gulliver, degli abitanti di Laputa, l’isola volante tra le nubi, talmente immersi nelle loro astruse speculazioni «da non essere in grado né di parlare, né di seguire le parole altrui» e, per di più, goffi, inetti, impacciati «nelle comuni azioni di tutti i giorni». C’è di peggio. Le nuvole di polvere sono spesso il segno dei disastri naturali o di quelli prodotti dagli uomini e le nuvole di fumo o di gas rimandano anche alle catastrofi tossiche di Chernobyl, Seveso o Bhopal. E tuttavia, accanto a questa scia di discredito che le nuvole si trascinano dietro, esiste anche una diversa tradizione, documentata pure nell’Antico Testamento, che le pone come luogo di presenza e di rivelazione del divino. Nel libro dell’Esodo, per esempio, Dio si annuncia in una “densa nube” e nella conclusione dell’episodio del Decalogo si vede Mosè che avanza «[…] verso la nube oscura, nella quale era Dio». Successivamente, Mosè sale sul monte, la nube copre il monte per sei giorni e al settimo il Signore lo chiama dalla nube. E ancora, quando Mosè entrava nella tenda del convegno di Jahvè con il popolo, «scendeva la colonna di nube e restava all’ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all’ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all’ingresso della propria tenda». La “nube oscura” è, peraltro, lo spazio in cui la rivelazione si compie ed è possibile cogliere Dio secondo uno dei classici della mistica medievale, non a caso intitolato La nube della non conoscenza. Insomma, le nuvole aprono anche alla speranza per l’uomo di elevarsi al di sopra dei limiti della condizione terrena, che, comunque, di esse ha sempre bisogno, perché sono foriere e portatrici di pioggia, di fertilità per la terra, in altre parole di vita.

Valeria Arnaldi per "il Messaggero" il 19 settembre 2021. Ci sono le superstizioni tradizionali, come il cornetto rosso, meglio di corallo, che porterebbe bene o lo specchio rotto che, invece, assicurerebbe disgrazie, come il passaggio sotto una scala o il sale caduto a tavola. E, poi, quelle più intime, spesso non confessate, personali: l'abito portafortuna, le scarpe del primo appuntamento, la camicia da mettere ad ogni colloquio o magari, l'incontro in cui sperare purché avvenga entro una certa ora. Gli italiani sono superstiziosi. Anzi, lo sono sempre più. I numeri di quanti, nel nostro Paese, si affidano a piccoli - o grandi - riti, gesti, talismani per affrontare con più sicurezza il domani, sono alti. E, in epoca di pandemia, sono cresciuti sensibilmente.

NUMERI Da un sondaggio Swg è emerso che, quest' anno, a ritenere di essere superstizioso è ben il quaranta per cento degli italiani. Il 5% confessa di esserlo sempre, il 35% solo in alcune situazioni. Di fatto, forse, quando serve. E se la percentuale è già alta, il dato diventa ancora più rilevante, quando si confrontano le cifre di questi mesi con quelle degli anni precedenti. A credere nella sfortuna, nel 2015, era il 36% dei connazionali. Nel 2017, il dato è salito al 37%. Il 40% raggiunto nel 2021 conferma un trend, che la pandemia pare aver accelerato. Insomma, come sottolinea lo studio, guardando alla spiritualità nelle sue varie forme, si conferma «una tensione e una ricerca verso modelli di spiegazione della realtà e di gestione della propria esperienza di vita che superano la dimensione della razionalità scientifica». Laddove la quotidianità non fornisce più risposte, o quantomeno non quelle desiderate, le domande si pongono altrove. Prima della pandemia, stando ai dati Codacons, erano già oltre trentamila gli italiani che, ogni giorno, si rivolgevano, per un consulto, a maghi, astrologi e veggenti. «La superstizione - spiega Anna Maria Giannini, docente di psicologia all'ateneo romano Sapienza e psicologa clinica dell'Ordine Psicologi Lazio - ha a che fare con le condizioni di maggiore incertezza e dubbio. La condotta superstiziosa si mette in campo perché è rassicurante. Tante persone, magari, dicono che non sanno se avere con sé un cornetto serva ad attirare la fortuna, ma nel dubbio lo tengono. È un meccanismo non patologico che, bene o male, riguarda tutti. In situazioni di grande tensione e instabilità, scattano ancora di più le condotte di tale tipo». Così, forse, una sorta di effetto Covid. «Nel caso del Covid, abbiamo sperimentato una delle più grandi incertezze della nostra vita. La gente, colta da grande instabilità su un aspetto chiave della persona, la salute, quindi in condizioni di insicurezza, appunto, più facilmente ha fatto ricorso a meccanismi superstiziosi, in quanto rassicuranti e perché costano poco. Se lo si possiede, non costa nulla portare con sé un talismano, che si crede protettivo».

FRAGILI Il fenomeno è trasversale. Molti sono superstiziosi, tutti possono diventarlo. «Non c'è una correlazione con età o genere - continua - ma con la percezione di fragilità, ossia il fatto di sentirsi insicuri. Accade a tutti, ma, in certe età, si è o ci si sente più fragili. A fare la differenza sono principalmente, però, differenze individuali, storie personali, benessere, retaggio culturale. La superstizione, in sé, in quanto rassicurante, fa stare meglio, non è nociva, a patto che non diventi dipendenza. Se troppo rigida, però, può diventare un ostacolo alla flessibilità di pensiero e un problema». Può pure, per paradosso, tradursi in sfortuna. «La superstizione è patologica quando condiziona la vita delle persone - conclude Giannini - ossia quando, se non ho il mio cornetto o altro, mi sento fortemente insicura e determino quasi inconsciamente che le cose vadano male: mi impegno meno o, sentendomi incerta, ho una performance peggiore, faccio errori. Questo rafforza ancora di più la convinzione che il talismano funzioni».

 Dea Verna e Luca Uccello per "Oggi" l'11 giugno 2021. «Da quando sono diventata presidente del Museo Egizio, Fabio Fazio non mi invita più». E’ stata Evelina Christillin, con questo aneddoto rivelato nel programma Tiki Taka, a svelare al pubblico una caratteristica del conduttore di Che tempo che fa ben nota agli addetti ai lavori: la sua salda, fortissima, incrollabile superstizione. Il presentatore e terrorizzato dal viola e dalla presunta aura malevola degli antichi Egizi. Le storie su di lui si sprecano: i giornali ticinesi raccontano di quando i suoi collaboratori fecero cambiare una incauta signora svizzera, che si era presentata alle registrazioni del programma vestita di viola. Stessa indicazione venne data (informalmente) ai giornalisti in sala stampa durante i Festival di Sanremo da lui presentati: «Per favore, non vestitevi di viola». «Fabio ha tutte le sue fisse: entra in scena sempre dallo stesso posto e per primo», ha raccontato Filippa Lagerback. Ma se Fazio e il più irriducibile dei superstiziosi vip, non è l’unico. Perfino una svedese di ferro come la Lagerback ha confessato qualche debolezza: «Sono già vittima delle scaramanzie di mio marito Daniele Bossari che mi costringe a sostare sul ciglio della strada ogni volta che vede un gatto nero», ha raccontato. «Ma anch’io ho un mio rito personale: terrorizzata dagli aerei, prima di metterci piede busso tre volte sulla carlinga». Noi di Oggi abbiamo fatto una piccola inchiesta e abbiamo scoperto che il mondo dello spettacolo e affollato di curiosi riti, scaramanzie e amuleti. Elisa Isoardi, per esempio, ci ha confidato che lei non prende mai decisioni al martedì. Mentre Lorella Boccia, conduttrice di Venus Club su Italia 1, ci rivela che, prima di entrare in scena ha un rito, oltre alla classica chiamata alla mamma: tocca il fondoschiena a tutto lo staff. Daniela Ferolla, conduttrice di Linea Verde Life su Rai 1, ci dice: «Prima di una partenza o di un progetto di lavoro, faccio il bagno nel sale». Il bagno nel sale, in realtà, e un rito ricorrente. E ci spiega perchè l’ex velina Thais Wiggers. «Da brasiliana, sono molto spirituale», spiega. «Credo che quando sei felice, brilli, e tutto va bene, alcune persone possono provare invidia e mandarti il malocchio. Come rimedio, faccio il bagno con il sale grosso, perchè niente cresce sul sale e in più ha un potere energizzante». Tra i più superstiziosi, Giovanni Ciacci che ci racconta: «Porto sempre con me i corni presi a San Gregorio Armeno a Napoli. Evito di passare sotto le scale e se vedo un gatto nero mi fermo e aspetto. Su di me non uso mai il viola». Pietro Genuardi, tra gli attori più amati del Paradiso delle signore, la serie che fa ogni giorno ascolti boom su Rai 1, ci spiega di odiare il numero 13. «Non ho problemi con il numero 17, ma non sopporto il 13», dice. «Questa sindrome ha un nome e si chiama triscaidecafobia (e un disturbo d’ansia provocato dalla paura esagerata del numero 13, ndr)». Sempre dal set del Paradiso delle signore, Vanessa Gravina ci dice: «Non passo mai il sale di mano in mano e non prendo mai l’aereo il 13 o il 17». Sara Croce, la Bonas di Avanti un altro, invece spiega: «Mangio sempre le stesse cose prima dello show. E mi faccio venire a salutare da Leo, uno dei ragazzi della regia». L’attore Roberto Farnesi non si separa mai da tre oggetti che per lui hanno un valore speciale. «Ho una croce al collo che mi aveva regalato mia madre e un anello che era sempre al dito di mio padre», dice. «E poi una piccola ancora che mi ha regalato la mia compagna (Lucya Belcastro, ndr), simboleggia il porto sicuro che ho finalmente trovato. Questi tre oggetti per me sono uno scudo contro le avversità». Flavio Montrucchio, il conduttore di Primo appuntamento Crociera su Real Time e Discovery +, ha un’abitudine portafortuna curiosa: se beve da una bottiglia poi deve toccarsi la punta del naso con la stessa bottiglia. Valerio Staffelli prende sempre il tapiro per il muso e prima di entrare in scena urla: «Rock’nRoll!». Catena Fiorello tiene in borsa tre sassolini presi dalla spiaggia di Letojanni. «Era la spiaggia dove da bambina andavo con la famiglia», ci spiega. «Immagino che in quei sassolini ci siano tracce di quella infantile felicita. Ogni volta che li stringo sento una bella energia». Andrea Zenga ci racconta: «Scendo sempre dalla stessa parte del letto quando mi alzo se no penso che la giornata parta male. Sono fissato con il sale a tavola: devo sempre poggiarlo a tavola prima di passarlo. E non passo mai sotto le scale». La scala e una bestia nera anche per Ilary Blasi. «Ho paura di passarci sotto», ha detto. «Non so perchè, e una cosa che ho ereditato dai miei genitori». Curiosa anche la fobia della showgirl Elena Morali: «Quando passeggio con qualcuno, non mi faccio mai dividere da un palo», racconta. «Temo il 13, ogni volta che c’è di mezzo questo numero succede qualcosa: una volta mi sono rotta la gamba il 13! Evito di viaggiare e di prendere l’aereo». Infine Donatella Rettore e fedelissima a un oggetto di ferro (ma non rivela cos’e). «Al mio primo concerto, trovai sul palco questo oggetto, e mi sono detta: “Mi accompagnerà sempre, ma nessuno deve capire che è il mio portafortuna”. Da allora la mia carriera non si è fermata mai»

·        Geni e imperfetti.

Federico Taddia per “La Stampa” l'11 aprile 2021. «Dove c'è perfezione, non c'è storia» scriveva nei suoi taccuini Charles Darwin, per esplicitare quanto l'evoluzione si nutrisse delle differenze, delle divergenze, delle sfumature spesso ritenute inutili. E allora perché non andare a cercare storie di imperfezioni, o meglio, di «non perfetti» che hanno fatto la storia? La rivincita dei diversi: ecco la molla che ha fatto scattare l'intuizione al giornalista e scrittore Vladimiro Polchi, autore di Nessuno è imperfetto, una efficace e coinvolgente raccolta di 30 profili di personaggi famosi, da Agatha Christie a Emiliano Zapata, che delle proprie debolezze hanno fatto un punto di forza.

Albert Einstein? E' insofferente alla disciplina, comincia a parlare tardi, inizia a scrivere che ha già 9 anni. Insomma, è lento. E proprio questo, come lui spiega, probabilmente è all'origine della sua capacità di interpretare la fisica dell'universo: «Quando mi domando come mai sia stato proprio io a elaborare la teoria della relatività, la risposta sembra essere legata a questa particolare circostanza: un normale adulto non si preoccupa dei problemi dello spazio-tempo, tutte le considerazioni possibili in merito a questa questione sono già state fatte nella prima infanzia. Io, al contrario, mi sono sviluppato così lentamente che ho cominciato a interrogarmi sullo spazio e sul tempo solo dopo essere cresciuto e di conseguenza ho studiato il problema più a fondo di quanto un normale bambino avrebbe fatto». Semplice, no?

E che dire allora di Antonio Gramsci, affetto da una deformante tubercolosi ossea fin da piccolo, tanto che i compagni di classe lo schernivano con il soprannome di «Gobeddu», il gobbetto? Studio metodico, arguzia e testardaggine diventarono però ben presto le sue difese vitali.

Lo strano catalogo di imperfetti conosciuti continua con Lionel Messi, la pulce: piedi meravigliosi in un corpo che a 11 anni ancora non superava i 130 cm. Gli fu diagnostica una carenza dell'ormone della crescita: una sentenza feroce, ma non abbastanza da impedirgli di diventare uno dei calciatori più famosi del pianeta.

E ancora: gli attacchi di panico di Emma Stone, le sofferenze di Frida Khalo inflitte dalla poliomielite prima e da un grave incidente poi, le lesioni al lato sinistro del volto causate dai medici durante il parto a Sylvester Stallone, oltre al rachitismo e alle balbuzie.

La vera perfezione non esiste, ed è una cosa che andrebbe detta, spiegata, testimoniata: è il cuore del messaggio di Polchi, il punto in cui più insiste nel disegnare questo suo antidoto alla fragilità, alla timidezza, al timore di non essere all’altezza. I personaggi narrati è come se fossero degli Avangers al contrario, supereroi con quotidiane insicurezze al posto dei superpoteri, che con le loro biografie dispensano pillole curative, capaci di immunizzare da prese in giro, offese e senso di inferiorità. «A sette anni ho pensato di essere stupido: ma non ero stupido, ero come un pesce su un albero» - confessa per esempio Mika, popstar internazionale di origine libanese, riferendosi di quella stessa dislessia non riconosciuta o scoperta in tarda età, che aveva fatto sentire inadeguate, poco intelligenti e fuori posto sui banchi di scuola una sgrammaticata Agatha Christie e una impacciata star del cinema come Jennifer Aniston. «Sono tutt'ora dislessico» - continua Mika -. «Non riesco neppure a leggere l'ora sull'orologio e per scrivere uso la tastiera del computer, con la penna per me è impossibile. Quando un compagno di scuola tentò di fare il bullo, gli sventolai sotto il naso il test e gli dissi che ero stupido legalmente, mentre lui non aveva scuse per la sua stupidità. Con la forza della musica, sono riuscito a sviluppare una versione diversa dell'intelligenza: l'idea della normalità è un'illusione totale, la normalità non esiste».

«Essere normali è noioso: preferisco essere speciale», fa da eco la nazionale di pallavolo Paola Egonu nel ricordare, dall'alto del suo metro e 89, come non si sia mai fatta schiacciare dagli insulti ricevuti per il colore della sua pelle.

Così come il registra Steven Spielberg, nel ripensare alla propria carriera, va con la memoria a quando aveva timore di andare a scuola, anche a causa dell'intolleranza e le discriminazioni subite per essere figlio di genitori ebrei. E aver trovato sollievo e protezione nel suo nascondiglio preferito: dietro a una telecamera.

Attivare altre competenze, vedere le cose in maniera inusuale, sviluppare sensibilità laterali, trasformare in risorse le proprie atipicità: con consapevolezza e imparando a farsi rimbalzare i pregiudizi altri. Ecco il riscatto degli imperfetti, in un mondo dove i perfetti - in fondo - piacciono solo a loro stessi.

·        Riso Amaro.

Perché ridere fa bene e come «curarsi» col sorriso. Alessandra Sessa su Vanityfair.it il 2/5/2021. Dagli effetti su cervello, cuore e polmoni alla cura antidepressiva. Il sorriso è protagonista di vere e proprie terapie e pratiche antistress che entrano in reparti ospedalieri e sessioni dedicate. Lo sosteneva già Ippocrate, il padre della medicina antica. E lo trasformò in terapia di fama mondiale Patch Adams, il medico americano portato sullo schermo da Robin Wiliams: ridere aiuta a guarire! Non un semplice momento di evasione, dunque, ma una vera e propria terapia. E a riconoscerne gli effetti, nel 2017 arriva anche in Italia la legge che stabilisce «la possibilità di utilizzare, attraverso l’opera di personale medico, non medico e di volontari appositamente formati, il sorriso e il pensiero positivo a favore di chi soffre un disagio fisico, psichico o sociale». Oggi, nella Giornata mondiale della risata, vogliamo capire perché ridere faccia bene e quali siano i modi per trarne giovamento.

TUTTI I BENEFICI DELLA RISATA. Sono moltissimi e coinvolgono sia corpo che mente. Per quanto riguarda la salute corporea, una risata migliora la circolazione del sangue, contribuisce a rafforzare il sistema immunitario e tiene il cervello in allenamento. In pratica ridere aumenta la pressione sanguigna aiutando a prevenire le malattie cardiovascolari e a restare giovani. Inoltre, diversi studi mostrano come il riso aumenti gli scambi polmonari abbassando il livello dei grassi nel sangue, riducendo il colesterolo. E sulla mente? Ridere rilascia endorfine, gli ormoni della felicità, e questo ha un influsso benefico sulla gestione di ansia, stress, e sul livello di autostima. Lo hanno dimostrato diversi studi, fra cui quello della Mayo Foundation for Medical Education and Research, che ha registrato il drastico calo degli ormoni dello stress nei soggetti monitorati durante le risate. Così come la ricerca del Loma Linda University, pubblicata anche su Nature, che ha mostrato come nei partecipanti allo studio fosse stato rilevato un aumento del 27% di beta-endorfine in seguito alla vista di un video comico. Praticamente una sana risata equivale a un antidepressivo, ma senza controindicazioni. Per non parlare del rapporto interpersonale che, grazie al sorriso, migliora e distende l’ambiente. Soprattutto in ambito lavorativo, dove il buonumore salda il rapporto tra colleghi, favorendo il lavoro di gruppo e la capacità di problem solving. Ma non solo, il buonumore dissipa le ombre in un baleno e aumenta anche la leadership. Ad esempio, i ricercatori della St. Edwards University di Austin, in Texas, hanno scoperto che l’81% dei 2500 impiegati intervistati dichiarava di essere più produttivo in un luogo di lavoro disteso e pervaso dal buonumore. Del resto, come dargli torto?

QUANDO LA RISATA È CURATIVA. «Una risata può avere lo stesso effetto di un antidolorifico: entrambi agiscono sul sistema nervoso anestetizzandolo e convincendo il paziente che il dolore non ci sia» ama ripetere Patch Adams, il padre della clownterapia. Ma quando e come nasce la terapia del sorriso? Fra i primi a occuparsene vi fu il professore della Standford University William Fry, che negli anni Settanta approfondì i processi fisiologici del riso misurando gli effetti sul battito cardiaco e sulla circolazione arteriosa. Lo scienziato arrivò addirittura a quantificare la dose giornaliera per stare meglio. Cento risate al giorno per avere lo stesso effetto tonificante di dieci minuti di vogatore. Mentre i suoi colleghi dell’American College of Cardiology hanno individuato la quota ottimale in dieci, quindici minuti al giorno per la salute psicofisica. In questo contesto s’inserisce la clownterapia di Patch Adams che fonda un metodo terapeutico basato sull’umorismo e il divertimento come supporti alla guarigione fisica e psichica del paziente. Una vera e propria cura collaterale che entra, tra giochi e scherzi da clown, in diversi reparti: da quelli pediatrici a quelli geriatrici. La sua storia, diventata famosissima grazie al film americano, si diffonde in tutto il mondo. Anche in Italia ci sono oggi migliaia di clown-dottori, infermieri e volontari. Gli effetti? Distogliendo l’attenzione dal dolore si generano emozioni positive, si de-medicalizza l’ospedale e si distendono muscoli e sensazioni.

LO YOGA DELLA RISATA. Ma la gelotologia (dal greco gelos=riso e logos=scienza) trova applicazioni anche fuori dalle strutture mediche e assistenziali. Grazie alla pratica dello Yoga della Risata, infatti, la terapia diventa esercizio e tecnica che chiunque può seguire a casa con soddisfazione. Lo si deve al dottore indiano Madan Kataria, che negli anni Novanta sperimenta i benefici della risata su se stesso, dopo esser rimasto bloccato a letto per una malattia. È proprio grazie a lui che si festeggia la Giornata mondiale della risata, ogni prima domenica di maggio. Su cosa si basa questo genere di yoga? La pratica combina esercizi respiratori dello yoga con il riso indotto. Niente barzellette o scherzi da clown! In questa disciplina la risata è volutamente forzata, fragorosa e diaframmatica, ma gli effetti su corpo e cervello sono gli stessi di una spontanea. Diventa dunque un esercizio che aumenta l’ossigeno e l’energia protraendo la risata per diversi minuti, se non ore. E se è vero che la risata è contagiosa, la pratica trae forza proprio dal gruppo. Non a caso sono nati in tutto il mondo, Italia compresa, dei veri e propri club della risata (domenica è prevista una maratona della risata, per info vai qui). Ci si dà appuntamento fisicamente e, soprattutto in questo periodo, anche on line. Quando? Al mattino. Così la giornata inizia dell’umore giusto!

Azzurra Barbuto per “Libero quotidiano” l'1 maggio 2021. «Vietato piangere». Seguiva il feretro impugnando un cartello contenente questo ordine un giovane uomo, che faceva parte di un drappello di altri uomini, i quali tutti camminavano composti come soldatini, con i tratti del viso calcificati in una espressione che non poteva dirsi triste ma neppure felice, ma soltanto concentrata. Mi ha colpito questa immagine. Me l'ha descritta Vittorio Feltri, quando qualche giorno fa parlavamo della maniera che ognuno di noi ha sviluppato, in base alla propria educazione, di manifestare le emozioni, brutte o belle che siano. Egli era un bimbetto quando, nel cuore di Bergamo, vide scorrere questa scia funebre, e gli restò impresso nella memoria quel divieto: sì, qui abbiamo un morto, ma che nessuno si sogni di piagnucolare, sia chiaro. Chi lo sa se si trattava di una precisa indicazione dettata dal defunto quando ancora era in vita? O forse era un desiderio dei suoi congiunti, allergici a quei lamenti insopportabili che, se fatti in solitudine scaricano, alleviano il dolore, ma, se fatti in gruppo, lo accentuano, appesantendolo. Di sicuro è una questione, appunto, di educazione. Un tempo estrinsecare le sensazioni era quasi un atto indecente, un mettersi a nudo, quindi un mostrarsi senza difese, scoperti, fragili. Oggi non lo è più. Chi non nasconde ciò che prova adesso non è più considerato debole e indecoroso, bensì semplicemente umano. E il senso di umanità piace, ne abbiamo bisogno, ci rassicura, ci fa sentire uniti, ci avvicina, ci migliora. Accorgersi della sofferenza altrui, confrontarci con essa, comprenderla sono operazioni che favoriscono l'empatia, ci rendono più sensibili e ci inducono a capire meglio noi stessi. Il confronto con quello che sentono gli altri è talmente giovevole che è stata inventata la cosiddetta "giustizia riparativa", ossia quel meccanismo che porta il reo e la vittima ad incontrarsi, affinché il primo si renda conto del patimento che ha arrecato alla seconda e questa ultima possa superare i sentimenti negativi e pure il trauma che derivano dal danno subito, rimarginando la ferita e spalancando il cuore al perdono. Un progresso per entrambi. Personalmente non mi preoccupano coloro che esprimono le proprie emozioni, piuttosto mi fido poco di coloro che non le esprimono mai, che le soffocano nello stomaco, dove ribollono per poi detonare. Ogni emozione inespressa, quindi soffocata e rigettata, secondo diversi studiosi, può trasformarsi in un acciacco, in un male, in un sintomo fisico, in una patologia. Tanto vale allora tirare fuori tutto. E pure piangere, se è il caso. Non è vietato né alle donne né agli uomini, né ai bambini né agli adulti. Non può essere mica proibito ciò che è assolutamente naturale. Assistiamo negli ultimi mesi, anzi già dallo scorso anno, come hanno confermato i dati Istat, ad un aumento delle violenze in famiglia, omicidi inclusi. Il 2020 è stato l'anno in cui gli omicidi hanno toccato in Italia i numeri minimi storici, eppure sono cresciuti quelli avvenuti all' interno del nucleo familiare, ossia tra consanguinei. In particolare, troppo spesso la cronaca ci sta raccontando di figli che ammazzano i genitori, figli che covavano sentimenti di rabbia e di odio, uniti ad una cieca brama di annientare, ossia cancellare, coloro che li hanno dati alla luce. Questi sentimenti non insorgono all' improvviso nell' animo di un individuo, bensì vengono alimentati e coltivati per lustri. Com' è che nessuno si accorge della loro esistenza? Come si può passare dalla calma piatta, dalla normalità quasi monotona, al fatto di sangue? Se le emozioni fossero state estrinsecate di volta in volta e non fossero state lasciate esplodere in modo tanto devastante, anzi atomico, questi delitti sarebbero avvenuti? Allora che l' educazione alle emozioni faccia ingresso nelle case, pure perché ne abbiamo esigenza più che mai, stressati come siamo da una pandemia che ha sconvolto le nostre esistenze portando a galla le nostre vulnerabilità, che non si dica mai più al pargoletto "non piangere", che non gli si dia mai più uno schiaffo perché lo fa, gesto che ho visto compiere a padri e madri, che non si esiti a dichiarare "ti voglio bene" e che alla stessa maniera non si esiti a rivelare "mi sento arrabbiato", o trascurato, o solo, o disperato, illustrando i motivi. Le emozioni sono nostre amiche, sia quelle positive che quelle non positive, si trasformano in nostre nemiche solamente allorché noi le rinchiudiamo nel ripostiglio. Concediamoci dunque di essere emotivi.

Il saggio di Zipparri. “Il riso e il sacro”, la storia degli italiani tra il comico e il tragico. Filippo La Porta su Il Riformista il 23 Aprile 2021. «Agli italiani piace ridere e fare ridere», scriveva Flaiano, che della materia si intendeva. Il comico è radicato nel nostro modo di essere al mondo. E aggiunge: «Due italiani si incontrano al Polo Nord: già fa ridere». Perciò da noi al posto del tragico si installa la commedia, e il nostro carattere viene più da Boccaccio, da quell’universo carnevalesco dove tutti imbrogliano tutti, anche ridendoci sopra (come nei western di Sergio Leone) che dalla severità morale di Dante. Nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani Leopardi osserva che «gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione intima di disprezzo e freddezza che non fa niun’altra nazione». Il denso saggio dello psicanalista Salvatore Zipparri Il riso e il sacro (FrancoAngeli, pp. 102, euro 19) affronta dunque una questione centrale per noi italiani, e per come si è formato il nostro carattere nazionale nei secoli. Il libro ripercorre varie teorie sul riso (da Rabelais a Bachtin da Ferenczi a Eco, da Baudelaire a Eagleton, singolarmente trascurando il saggio importante di Pirandello del 1908), alla sua irriducibile ambiguità, ma resta fedelmente ancorato alla teoria freudiana, che insiste sulla natura malevola, aggressiva del riso, ben diversa dall’ilarità di san Francesco (perciò il riso era condannato dai Padri della Chiesa). Si ride per scaricare una tensione e quasi sempre a spese di qualcuno. Il riso come derisione, scherno, dileggio, che dunque ha bisogno di una vittima sacrificale. Qui il riso si ricongiunge al sacro (insieme abietto e sublime) poiché Girard ci ha spiegato come Cristo, Agnello di Dio venuto a togliere il peccato, si offre come vittima palesemente innocente per disinnescare il meccanismo del capro espiatorio. I soldati romani che sbeffeggiano Cristo ne hanno anche paura: sentono di essere entrati a contatto con una dimensione oscura, perturbante, numinosa dell’essere (il sacro). L’immagine più blasfema che abbia mai visto in un film è quando in Nazarin di Bunuel il sacerdote in una allucinazione vede nel quadretto appeso alla parete Gesù che improvvisamente ride a squarciagola: sta ridendo di lui, di tutti noi! Il libro è ricco di spunti critici. Prendiamo la questione del riso e dei freni inibitori. È giusto ridere di una barzelletta sugli ebrei o sui disabili? Ben scelta, in proposito, la barzelletta “nera” del pedofilo assassino che porta la bambina nel bosco tenebroso. Lei “Ho paura”, lui: “Figurati io, che dopo dovrò tornarmene da solo”. Proviamo a commentarla: non direi che si ride (ammesso che si rida) per una complicità con il pedofilo. Piuttosto: si ride del fatto che anche un killer perverso ha paura del buio! Più che mettermi dalla parte del carnefice la barzelletta mi distrae per un momento dalla vittima, e forse un poco disinnesca il meccanismo della ferocia. Diverso il caso della barzelletta (popolare quando andavo a scuola) del bambino con disabilità che dopo aver ottenuto l’agognato gelato, lo contempla per un po’ e poi se lo spiaccica sulla fronte. Qui, obiettivamente, non mi viene da ridere, e la trovo ripugnante. Non per autocensura o per un sussulto moralistico. Ma perché nella scenetta non vi è alcun “conflitto” tra essere e apparire. In questo caso ci soccorre proprio Pirandello con il suo “avvertimento del contrario”: diventa ridicolo uno che vuole apparire diverso, anzi il contrario, di ciò è (la vecchia signora con i capelli ritinti, il ministro che sbaglia i congiuntivi, il parvenu della cultura che si dà arie di raffinatezza…). Inoltre: il riso rovescia l’ordine e dissacra – “una risata vi seppellirà” (slogan del Movimento del 1977) – ma se la risata volesse rovesciare un ordine giusto e dissacrare non il potere ma, poniamo, la carità verso i sofferenti? Il comico non si può regolamentare. Lucifero ride dal basso, Satana dall’alto. Il contatto ravvicinato con il comico produce conoscenza e ci rivela la illusorietà della nostra presunta superiorità. Ma siamo certi che generi anche pietas, come sostiene Zippari? Apprezzo la originalità della tesi, ma ipotizzare che la derisione bullistica nasconda un sentimento di empatia mi pare troppo. Va bene: il bullo si accanisce sulla sua vittima in modo ossessivo perché – forse – percepisce il destino tragico della condizione umana stessa (l’irruzione del sacro), e alla fine potrà riconoscere che siamo tutti egualmente fragili e in balia degli eventi (tutti con la paura del buio!). Ma per arrivare a una conclusione del genere, per nulla scontata, occorre un lungo percorso interiore, fatto di doloroso esame di coscienza e allenamento al senso critico su di sé ( attitudini scarsamente presenti nella nostra “società”, secondo quel saggio di Leopardi). Se agli italiani piace soprattutto ridere ciò potrebbe fare di loro il popolo più saggio del pianeta, e invece si traduce perlopiù in una grottesca coazione ad essere “simpatici” ad oltranza, inesauribili barzellettieri, inclini a nascondere la depressione (dissento radicalmente da Zipparri su un punto solo: quando dedica uno spazio eccessivo al Nome della rosa, romanzo sopravvalutato, esempio di letteratura intesa come videogioco culturale, che appunto nasconde la depressione!). Ma affinché ciò accada si dovrebbe cogliere il nesso arcaico tra comico e tragico (di cui parlò Socrate nel Simposio), e ritrovare attraverso il riso, anche inizialmente maligno, la via maestra al sacro. Perché il sacro? Cognizione della relatività e imperscrutabilità di ogni cosa, stupore di fronte a un mondo insensato, incongruente, però vitale: l’atto meravigliosamente gratuito della Creazione riflesso poi nella gioia dell’esistenza. La “buona novella” non può essere triste. E se non ci fa ridere quantomeno dovrebbe farci sorridere. Filippo La Porta

·        La Rivoluzione Sessuale.

Tomaso Montanari per “il Venerdì di Repubblica” il 10 giugno 2021. Nonostante i moniti dei trattatisti e l'impegno dei censori non è mai stato possibile tracciare un confine netto tra pornografia e arte erotica: se non altro perché il dominio maschile sulla società richiedeva alle immagini prodotte dagli artisti anche le funzioni oggi assolte da ciò che chiamiamo pornografia. La questione è ancora più larga, come ha ricordato lo storico dell'arte David Freedberg in un libro molto influente (Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni ed emozioni del pubblico, 1989): «Diciamo pure che nel mondo occidentale l'osservazione ha sempre avuto luogo attraverso gli occhi maschili, perché ha sempre avuto luogo attraverso gli occhi di uomini che desiderano possedere, o possiedono, delle donne». Freedberg cita un ricordo infantile dello scrittore Maksim Gorkij, aspramente rimproverato per aver posato su un'icona della Madonna non un casto bacio di venerazione, ma un appassionato bacio sulle labbra. Le accuse a Caravaggio e a Bernini di aver ritratto prostitute nelle loro Madonne e nelle loro sante vanno calate in questa preoccupazione di lunga durata. E d'altra parte Giorgio Vasari racconta che quando un ingenuo fiorentino chiese al pittore Toto del Nunziata (1468-1525) di dipingergli una Madonna che non «movesse a lascivia», quegli gliene portò una... con la barba. Uno dei maggiori scandali della nostra storia artistica legati ad immagini erotiche travolse Marc'Antonio Raimondi, il grande incisore allievo di Raffaello. Nel 1524 e poi nel 1527, questi aveva stampato i Modi disegnati da Giulio Romano: sedici immagini molto esplicite degli amori tra dei ed eroi. Clemente VII fece gettare in carcere per alcuni mesi Raimondi, e la censura papale fu abilissima nel trovare e distruggere quasi tutti gli esemplari dei Modi. Naturalmente si trattava di opere pensate per una fruizione strettamente privata. La stessa per cui nacque il quadro oggi più celebre in questo eterno filone figurativo, L'origine del mondo di Gustave Courbet, dipinto nel 1866 come un ossessivo, singolarissimo ex voto dell'ex ambasciatore ottomano a San Pietroburgo, l'egiziano Khalil-Bey, appassionato erotomane afflitto dalla sifilide: che lo teneva appeso in bagno, normalmente coperto da una tenda verde, come una reliquia o un feticcio. Dopo essere appartenuto al grande psichiatra e psicoanalista Jacques Lacan, solo nel 1988 si è trovato il coraggio di appenderlo in un museo pubblico. E ancora oggi, ogni volta che viene pubblicato sui social o sui giornali, viene travolto da centinaia di commenti indignati. Il potere delle immagini, evidentemente, non conosce tramonto.

LA RECENSIONE. COSÌ È NATA LA RIVOLUZIONE SESSUALE. Domenico Bonvegna su ilsudonline.it il 27 marzo 2021. «Nessuno finora ha scritto una storia della rivoluzione sessuale». Lo scrive Lucetta Scaraffia nel suo «Storia della liberazione sessuale. Il corpo delle donne tra eros e pudore», Marsilio Editori (2019). «Il motivo si può ben capire: si tratta di scrivere la storia di una forma di pensiero che ha causato una trasformazione radicale nei comportamenti, ma che è stata fatta passare come inevitabile. Quasi fosse un momento obbligato del progresso, dell’affermazione della libertà individuale, un’altra tappa sulla strada che porta alla felicità». In questo studio Scaraffia individua il passaggio epocale tra il declino del pudore e il trionfo del corpo che diventa protagonista nella società. E’ il tema che occupa i primi capitoli (Liberi dal pudore). Si parte dall’immagine dei figli dei fiori di Woodstock, il grande festival del 1969, ormai è diventato il simbolo decisivo del cambiamento sia nel percepire il corpo, che nel comportamento sessuale. Un avvenimento che richiama al mito dell’innocenza ritrovata, del paradiso perduto. «I partecipanti alla manifestazione volevano credere – e soprattutto far credere – di avere ricostituito il mondo puro e libero da violenza e aggressività quale doveva essere stato l’eden, dove la felicità sarebbe stata garantita a tutti grazie alla libertà da ogni proibizione sessuale». La novità di Woodstock non è tanto la nudità, ma il fatto che i rapporti sessuali avvenissero sotto gli occhi di tutti: sostanzialmente assenza di pudore e liberazione di quelle regole che avevano costituito il cuore del pudore dei secoli passati, almeno per quanto riguarda la cultura occidentale di matrice cristiana. Infatti, la rivoluzione sessuale, fin dagli inizi, è una pretesa di affrancamento dal senso del pudore, «ritenuto un condizionamento negativo della cultura borghese che blocca la spontaneità degli istinti, e quindi impedisce la felicità individuale, creando nella psiche degli esseri umani nevrosi e aggressività». Pertanto per i fautori della rivoluzione sessuale, «il tradizionale senso del pudore incentrato sulla sessualità – inculcato nei bambini fin dall’infanzia – viene considerato un mezzo subdolo per garantire la repressione sessuale». La fine del pudore, ha soprattutto interessato lo svelamento progressivo del corpo femminile. Ma il risultato per la Scaraffia è stato contraddittorio: «da un lato, le donne si sono liberate dalle costrizioni e pregiudizi, dall’altro, il corpo femminile svestito è diventato il più frequente oggetto di marketing pubblicitario». Come del resto appare con la rivoluzione sessuale, soprattutto le donne sembrano perdere da una parte quello che conquistano dall’altra. Tutto questo cambiamento, che cosa ha comportato? Ogni ostacolo alle immagini ritenute offensive al senso del pudore è considerato non solo sbagliato, ma inutile. Lo vediamo nel cinema, in televisione, in internet, che ormai trasmette a chiunque, qualsiasi tipo di pornografia. Siamo giunti al punto che «la mancanza di pudore, equiparata a coraggiosa e moderna apertura a una vita libera, fa sì che oggi addirittura ci siano persone che diffondono immagini pornografiche di se stesse, salvo poi pentirsene, soprattutto se giovani donne». A questo proposito la Scaraffia commentando le dichiarazioni di Saviano, favorevole alla normalizzazione di certa trasgressione, può scrivere che oggi ormai il concetto di pudore, il suo significato è stato completamente impoverito. «Secoli di riflessioni teologiche e antropologiche nonché filosofiche sul concetto di pudore sono infatti stati dimenticati a favore di un’interpretazione, che si vorrebbe ‘liberatoria’ da un concetto che ha radici antichissime e così profonde da definire la stessa natura umana». A questo punto la scrittrice torinese si avvia a trattare come è stato considerato il pudore nella storia dell’umanità, a partire dalla nudità di Adamo ed Eva. Passando da come veniva visto il pudore nell’antichità, nell’antica Grecia, fino alla Bibbia ebraica. Per arrivare al Novecento e qui la Scaraffia dedica un capitolo al pudore femminile nella tradizione islamica. La questione del velo, che rappresenta il pudore per eccellenza, «protegge quello delle donne, impedendo al tempo stesso agli uomini di trasgredire il loro, mostrando l’eccitazione sessuale». Scaraffia fa riferimento anche al mondo cattolico come le donne fino a un certo periodo erano velate, coprivano i capelli. Comunque a dare un’espressione negativa del pudore, almeno in Occidente ci ha pensato la psicanalisi, disciplina portante dei profeti della rivoluzione sessuale. Tuttavia come la morale anche il pudore si oppongono alla soddisfazione sessuale, entrambi creano nevrosi e perversioni, secondo i guru della rivoluzione sessuale. «Disgusto, morale, pudore costituiscono una triade che impedisce il piacere: l’energia sessuale, costretta, può quindi dare origine a nevrosi, perversioni[…]». Forse la parte più interessante dello studio, è la seconda (Una guerra alla libertà). Qui si affronta la Rivoluzione Sessuale con tutti i suoi aspetti aggiuntivi, l’eugenetica, la psicanalisi, il “falso antropologico” che promuove il libero amore. Sono gli aspetti pseudoscientifici che l’autrice confuta. La rivoluzione sessuale si incontra presto con quella femminista, entrambi condividono il problema del «controllo delle nascite: solo la possibilità di controllare la fertilità, infatti, può permettere sia la liberazione sessuale che l’emancipazione delle donne». L’alleanza tra i due movimenti risale alla fine del XIX secolo, nell’ambiente scientifico che sostiene l’eugenetica. Infatti la contraccezione viene accettata nella prospettiva di avere un mondo migliore, di persone sane. Ancora non si ha il coraggio di giustificarla come un desiderio individuale, di fatto egoistico. Il controllo delle nascite, nel secondo dopoguerra, prende un nome più scientifico e più positivo: pianificazione familiare. Sostanzialmente, la motivazione più gettonata per convincere le masse ad adottarla è ancora di tipo utopico: «l’idea che i bambini desiderati e voluti diventeranno esseri umani migliori, più sani e più intelligenti, ma anche più equilibrati e più felici di quelli nati per ‘caso’». La svolta per i sostenitori del controllo delle nascite si è avuto con la pillola, scoperta dal dottor Pincus, che apre nuove e inedite prospettive per le teorie della liberazione sessuale. Scaraffia, fa nomi e cognomi di chi ha finanziato le ricerche e poi la diffusione della pillola. E’ tutto un mondo americano impregnato di teorie utopiche intorno al controllo delle nascite. Margaret Sanger, Havelock Ellis, George Drysdale, e poi tante associazioni destinate a diffondere la contraccezione, e poi l’aborto, fino alla Planned Parenthood Federation of America. Le fondazioni Rockefeller e Ford. Tutti questi pseudo scienziati, sono legati alla prospettiva eugenistica. Scaraffia non nasconde che questi signori sono legati all’eugenismo della Germania nazista. Con la pillola, le donne separano la sessualità dall’amore, dalla famiglia. Adesso sono sole a scegliere se concepire un figlio. La rivoluzione sessuale «non solo era destinata a separare definitivamente la sessualità dalla procreazione, ma anche dal matrimonio e dall’amore, per legittimarla come semplice ricerca di piacere individuale». In questo modo la sessualità perde la sua dimensione sociale e pubblica, per divenire un’attività privata e insindacabile, da questo momento ognuno rivendica il diritto di fare le scelte che preferisce. La rivoluzione sessuale e la contraccezione a partire dagli anni sessanta sono le questioni per eccellenza, che si scontrano subito con la Chiesa, che risponde con l’enciclica Humanae vitae, di san Paolo VI. Tuttavia questo mondo della rivoluzione sessuale ha partorito anche la sessualità LGBT, che «a guarda bene sono solo i gay a realizzare, senza supporti biotecnologici, l’obiettivo desiderato». Infatti nel sesso senza riproduzione si colloca la sessualità omosessuale. A fronte di questo paradiso di libertà sessuale, arriva il serpente dell’Aids che rovina tutto. E chi ricorda che per vincere il contagio di questa malattia si può fare soltanto con la fedeltà di coppia o con l’astinenza. Chi lo dice o lo scrive viene tacciato di conservatorismo o di bigottismo. L’essere umano non è fatto per la promiscuità. La Scaraffia affronta anche la squallida questione del sesso con i minori, che fa parte della rivoluzione sessuale, delle “conquiste” del sessantotto. Ricordate lo slogan “vietato vietare”, si pensava che la rivoluzione sessuale dovesse abolire ogni concetto di perversione, fino ad arrivare alla liberazione della pedofilia. Altro tema legato alla rivoluzione sessuale, è quello dell’esplosione della pornografia. Attenzione la Scaraffia ricorda che i guru della rivoluzione sessuale avevano garantito che la liberalizzazione dei comportamenti erotici avrebbe comportato la fine della pornografia, considerata solo un effetto della repressione. Nessuno aveva previsto il suo trionfale aumento. Interessante il capitolo (Alle origini della rivoluzione), forse quello per cui vale la pena leggere il pamphlet della storica, giornalista e professoressa torinese. E’ importante perchè Scaraffia sostiene e documenta come la rivoluzione sessuale è nata negli ambienti dei rigidi scienziati ottocenteschi dell’eugenismo. Questi «pensavano di poter migliorare l’umanità impedendo la nascita degli esseri umani deboli e malati, e favorendo invece quella dei sani, belli e intelligenti». In pratica significava proibire alle persone sospettate di trasmettere malattie o condizioni fisiche considerate inadeguate al miglioramento della razza. In molti paesi si sterilizzarono uomini e soprattutto donne, considerate portatori di malattie. Il primo scienziato ad affrontare la questione fu un medico caro agli eugenisti, lo psichiatra austro-ungherese, Richard von Krafft-Ebing. Le sue teorie hanno avuto successo, si trattava di classificare le deviazioni sessuali, alla quale veniva data una spiegazione medica, totalmente opposta alla morale cattolica. Altro professore citato è Havelock Ellis, questi propone la vita sessuale degli animali come modello. Concludo l’argomento con una tesi significativa di Scaraffia: «E’ interessante scoprire quanto sia stata proprio la scienza eugenetica a diffondere principi che poi saranno fatti propri dalla rivoluzione sessuale, contribuendo a renderli opinione diffusa […] Questa contiguità fra trasformazione del comportamento sessuale e teorie eugenetiche è confermata dall’inquietante simultaneità fra l’introduzione della prassi eugenetica e la legalizzazione dell’aborto e della contraccezione in quasi tutti i paesi in cui l’eugenetica è stata applicata. Quella che oggi appare e viene raccontata come una vittoria della libertà individuale, un allargamento dei diritti e della democrazia, deve una parte importante delle sue origini a una falsa scienza, oggi caduta completamente in discredito perchè apparentata al nazismo». Collegata alla rivoluzione sessuale c’è la psicanalisi di Sigmund Freud, che si sviluppa accanto all’eugenetica con lo schema: perversione-ereditarietà-degenerazione. Freud porta alla nuova utopia, quella della necessità del piacere per tutti. Scaraffia affronta anche il tema della “naturalità” nel comportamento sessuale delle cosiddette società primitive. Si fa l’esempio del paese di Otaiti e poi dei villaggi nella Melanesia nord-occidentale e poi di Samoa. Gli antropologi erano convinti che in queste popolazioni c’era una totale assenza di inibizioni sessuali. Soltanto poi si scoprì che si trattava di favole, non c’era libertà sessuale. Nella migliore delle ipotesi si trattava di malintesi. Innanzitutto la Scaraffia sentenzia che la rivoluzione sessuale è stata soprattutto una rivoluzione di carta: è la nuova utopia, attivata nel secondo dopoguerra da un gruppo di libri, in prevalenza di matrice anglosassone. Gli ideologi, i padri nobili, di questa rivoluzione furono principalmente Wilhelm Reich (1857-1957) e Herbert Marcuse (1898-1979). Sono quelli che hanno fornito la finalità politica e la speranza di miglioramento nella vita individuale. Per Scaraffia, rileggendoli, questi libri, si nota una certa infondatezza, superficialità utopistica, colpevole cecità della natura umana. Tuttavia negli anni sessanta, questi libri sono stati il vangelo della rivolta. La Scaraffia si sofferma su entrambi delineando gli aspetti principali dei due leader della rivoluzione sessuale. Reich creatore del termine rivoluzione sessuale, da cui è nato il testo più conosciuto della sua opera. L’altro testo di notevole successo è stato La psicologia di massa del fascismo. Ha criticato in modo particolare la famiglia che rende l’individuo spaventato e timoroso davanti all’autorità. «Il fascismo sfrutta ed esalta la struttura familiare autoritaria, repressiva e antisessuale, proprio perchè questa offre il terreno ideale per il suo sviluppo». Per uscire dalla deriva fascista per Reich bisogna sostituire la famiglia patriarcale autoritaria con quella sperimentata dalla rivoluzione russa. Ma il pensiero più seguito e più letto dal movimento studentesco del ’68 è quello di Marcuse, attraverso i suoi due libri principali, Eros e civilta e L’uomo a una dimensione. Nel capitolo (Il piacere sotto inchiesta) la Scaraffia affronta le teorie dell’ematologo Alfred Kinsey, un profeta-scienziato che con le sue ricerche ha avuto un grande impatto sociale. Le sue opere furono tradotte in tutto il mondo e divenne la bandiera di coloro che chiedevano una liberalizzazione della morale sessuale. I suoi studi forniscono le basi per una nuova morale sessuale, molto permissiva. Uno dei suoi allievi più fedeli Hugh Hefner ne coglie l’importanza e fonda un periodico di grande successo, “Playboy”. Nel capitolo (Il sesso immaginato) si affronta l’era del sesso, mentre «le scienze umane contribuivano in modo decisivo a cambiare la mentalità nei confronti del comportamento sessuale presso i ceti intellettuali e quindi presso le élite occidentali, la rivoluzione sessuale raggiungeva i ceti popolari attraverso una serie di scandali al cui centro vi erano appunto romanzi, ma anche film e canzoni». Un ruolo fondamentale nella trasformazione della mentalità lo hanno svolto il primo Lp dei Beatles e un libro scritto da H. D: Lawrence, L’amante di Lady Chatterley. Ma non solo la Scaraffia ricorda l’uscita alla fine degli anni ’70 del disco-scandalo per l’epoca di “je t’aime…moi non plus”. Il film di Bernardo Bertolucci,“L’ultimo tango a Parigi”. Un ulteriore altro scandalo è procurato da un libro edito da una piccola casa editrice legata al movimento studentesco, di“Porci con le ali”. Comunque la Scaraffia documenta una serie di opere letterarie che praticamente si sono impadronite dei temi erotici. Il volume si avvia alla conclusione tentando di fare un bilancio con lo sguardo critico di quelle scelte e nelle scelte successive del percorso della rivoluzione sessuale o della liberazione delle donne. E’ una critica serrata da femminista, appartenente al mondo cattolico. Sostanzialmente per la Scaraffia sono state le donne a pagare il prezzo più alto per una liberazione che si è mossa in una direzione opposta a quella dei loro desideri più profondi. Quanto tempo c’è voluto perché le donne capissero. “Si è raggiunta la felicità prospettata per le donne e gli uomini del nostro tempo?” Alla domanda non possiamo dare una risposta totalmente affermativa. «Piuttosto è vivo il sospetto che anche questa promessa utopica abbia fallito […] confermata dalla costante crescita della depressione che, secondo l’Oms, entro il 2030 potrebbe diventare la malattia cronica più diffusa nel mondo». DOMENICO BONVEGNA

·        L'Apocalisse.

Se l'Apocalisse diventa lo specchio (oscuro) dell'inquieto presente. Geminello Alvi, analizzando il testo biblico, svela perché il libro di Giovanni parla a noi. Camillo Langone, Mercoledì 03/02/2021 su Il Giornale.  Adesso ci vorrebbe un commento del commento. Il commento all'Apocalisse scritto da Geminello Alvi (Necessità degli apocalittici, Marsilio) nonostante sia molto più lungo è poco meno denso del testo commentato. E non è particolarmente esplicativo, anzi lo è pochissimo, l'autore non fa né finge di fare divulgazione e mette subito in guardia il lettore definendo l'oggetto delle sue ricerche un «labirinto», un «libro senza esito», un testo «scritto per farci perdere nei suoi enigmi snervanti», insomma «di complicatissima lettura». Di complicatissima attribuzione, per giunta. Io pensavo e speravo che l'Apocalisse di Giovanni fosse per l'appunto di Giovanni ossia di San Giovanni Evangelista... Ingenuo che non sono altro, e poco aggiornato: molti studiosi, sulla base delle forti differenze stilistiche, pensano ora che il quarto vangelo e l'Apocalisse siano di due autori diversi, sebbene omonimi. Ma non voglio perdermi nella filologia, convinto che il papiro autografo con tanto di data, località e firma non lo troveranno mai (ammesso esista ancora in qualche grotta, sotto qualche sabbia), e se lo troveranno non sarà leggibile, e se sarà leggibile non offrirà risposta alla domanda: Giovanni chi? Meglio lanciarsi, da bieco giornalista, a caccia di riferimenti all'attualità. In questo «diario enciclopedico di quanto appreso durante tanti anni leggendo e rileggendo il libro dell'Apocalisse» non sono tantissimi ma in compenso, sparsi fra le 460 pagine, sono terribili. C'è il rogo di Notre Dame, «cielo squarciato», «rito scoperchiato», ovviamente «sintomo apocalittico». C'è internet, «bestialità omologante che riplasma in automatismo dispotico ogni umanità». C'è lo statalismo che ha trasformato lo Stato in «recita grottesca per la quale tutti ormai si industriano per vivere alle spese di tutti». Non poteva non esserci Papa Francesco a cui Alvi riserva definizioni talmente dure che, pur sospettando la validità delle medesime, e pur non nutrendo simpatia alcuna per l'uomo Bergoglio, sono tentato di omettere. Ma verrei meno al mio compito di servire il lettore. E allora tenetevi forte: «Papa facente funzione, di umore instabile e volentieri fuori fuso orario: il suo viso somiglia alla statua che Arnolfo di Cambio fece a Bonifacio VIII. Come lui profitta della rinuncia di un altro papa; e ha voluto il suo Giubileo, atona cantata senza solennità e fede». Tenetevi fortissimo: «Devoto a Giuda». E infine, se possibile, inchiodatevi alla sedia: «Il viso del papa arrabbiato, cupo, è lo stesso di Giuda prima di impiccarsi, che guarda per terra e al cielo non crede: barcolla, biascica sociologie, dalle quali non trae sollievo, tantomeno sa darne. Un volto disgustato certifica conclusi duemila anni di papato». Il bello è che simili affermazioni non provengono da un ateo, da un anticristiano, ma da un esegeta che scruta il più visionario dei libri biblici dal punto di vista della fede: «Senza la rivelazione di Cristo io direi sconsigliabile al lettore meditare le profezie apocalittiche». Alvi è un cristiano capace di turbarsi leggendo Teilhard de Chardin (fra gli apocalittici necessari del titolo) che negli anni Trenta si turbò a sua volta ascoltando queste parole di un vecchio missionario: «La storia stabilisce che nessuna religione si è potuta mantenere nel Mondo per più di due millenni. Passato questo tempo muoiono tutte. Ora per il Cristianesimo saranno presto due millenni». E mi turbo anch'io, buon ultimo, a leggere tale citazione che mi ricorda un pensiero di Sossio Giametta, il grande nicciologo: Nietzsche come fondatore-anticipatore di una nuova religione materialista destinata a soppiantare il cristianesimo allo scadere dei duemila anni fatali. Sembra che ci siamo e infatti Alvi, per una volta semplificando la sua prosa ipnotica, scrive: «L'Apocalisse è ora». Poteva mancare il virus famigerato in un libro come questo? Non poteva. L'ultimo capitolo ha il titolo più inquietante, «Provvisorio epilogo durante la prima epidemia», e qui i versetti sembrano intrecciarsi ai dpcm: «I governi sono evoluti a esplicito tramite provvidente della prima bestia dell'Apocalisse, per rinchiudere gli abitanti della terra in esistere di popolazione biologica, disciplinata...». Si sta parlando della Bestia con sette teste che gli esegeti del passato identificavano nell'impero romano mentre nelle pagine di Alvi ha le sembianze dell'attuale potere covidista, dell'arbitrio statale che esaltato dalle nuove tecnologie diviene dispotismo bio-informatico. Chiaramente è un libro per pochi, Necessità degli apocalittici, per noi felici pochi e dico felici, aggettivo all'apparenza del tutto incongruo, non per citare Shakespeare ma proprio per interpretare Alvi che è al contempo, miracolosamente, apocalittico e sereno: «Una calma mite e immensa, imperturbabile, emana fino a invadere ogni veridico lettore di Giovanni». Siccome «la beatitudine è la morte in Cristo e la fine del mondo».

·        Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Maria Giuseppina Muzzarelli per “La Stampa” il 23 agosto 2021. Nel Medioevo le feste ritmavano regolarmente la vita dei singoli e delle collettività. Oltre un quarto dei giorni era festivo: domeniche, Natale, Epifania, Candelora, Annunciazione, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, ricorrenze patronali o predicazioni. Anche quando arrivava un predicatore in città e teneva i suoi sermoni per giorni e giorni (e ogni predica durava parecchie ore) si sospendevano le usuali attività, dunque era vacanza, non si lavorava, si era liberi dalle usuali occupazioni. Noi oggi associamo l'idea di vacanza al piacere, al divertimento, al godimento fisico: ecco, non era propriamente così nel periodo medievale, anzi fino almeno all'XI secolo la festa era sì sospensione del lavoro ma anche dell'attività sessuale. Dai Libri penitenziali, testi a uso dei sacerdoti che suggerivano la penitenza appropriata per ogni peccato, utilizzati fino al pieno Medioevo, si ricava una sorta di ossessione nei riguardi dell'attività sessuale regolarmente vietata nei giorni di festa. Preclusa nelle tre Quaresime (quaranta giorni prima di Pasqua, di Natale e di Pentecoste) ma anche negli anniversari delle nascite dei santi apostoli, nelle feste principali, in quelle pubbliche e in diverse altre occasioni specificate, ne derivava che restavano in media appena una cinquantina di giorni all'anno per la manifestazione lecita dello slancio sessuale. Dunque festa ha significato per un periodo non breve vacanza dal lavoro ma anche privazione del piacere, almeno in teoria. Balli e mascheramenti La festa implicava seguire le funzioni religiose e principalmente andare in chiesa. Si distingueva dal «giorno da lavorare» per l'abbigliamento ma non solo. Si caratterizzava anche per attività ludiche, non di rado trasgressive, che soprattutto a carnevale davano luogo a travestimenti e a eccessi di vario genere. Festa era ballare, cantare e darsi un'identità posticcia e mangiare in abbondanza. Fra i cibi da festa c'era la carne. Per la festa d'Ognissanti in Toscana vigeva una particolare abitudine alimentare: consumare un pranzo a base di oca. Meno terragno e più gentile l'uso per Pentecoste, detta Pasqua Rosada, di adornare le chiese di fiori o di far piovere durante la messa petali di rose. Usi che contraddistinguevano il tempo festivo. Quanto ai mascheramenti, talvolta facilitavano offese e violenze. Che la festa sfociasse in atti aggressivi è abbastanza noto. I feroci putti fiorentini che amavano organizzare sassaiole e altre violenze sono passati alla storia così come il tentativo di Girolamo Savonarola di partire da loro per una profonda riforma dei costumi. Le feste liberavano non solo dal lavoro ma anche dal controllo e davano luogo ad attacchi alla gerarchia e all'onore in particolare delle donne. Sul finire del Medioevo, dopo la cacciata da Firenze di Piero de' Medici la milizia savonaroliana mise mano a una vasta operazione di cristianizzazione della principale festa pagana, il Carnevale. Nel 1497, anno di affermazione di un gonfaloniere savonaroliano e dunque della concreta possibilità di realizzare il programma politico e morale del frate domenicano, Savonarola intese capovolgere il trasgressivo e lascivo carnevale in un grande falò delle vanità convertendo i denari raccolti per vani festeggiamenti in una questua realizzata dai fanciulli, volta a finanziare il Monte di Pietà. A ben vedere e a modo suo anche il falò delle vanità organizzato da Savonarola rappresentava una peculiarissima festa, oltre alla liberazione dal peccato realizzata incenerendo libri giudicati lascivi, abiti, dadi e altri analoghi oggetti in luogo delle anime dei loro possessori. Un grande rito collettivo liberatorio suggestivo e partecipato. Savonarola godeva di vasto seguito, ma togliere al popolo le feste era rischioso e non fu l'unico rischio che corse il frate. Ne uscì perdente. All'indomani del martedì grasso del 1497 si intensificarono le attività antifratesche e ben presto si affermò una nuova signoria contraria a Savonarola con il tumulto dell'Ascensione. Seguì il divieto di predicare per il frate il cui corpo venne bruciato il 23 maggio 1498 sulla stessa piazza dove era divampato l'anno prima il falò delle vanità. Per molti fu una festa: macabra, terribile ma partecipata. Inferno sull'Arno Anche in occasione delle feste del calendimaggio (l'antica festa del primo maggio) si registrava la caduta delle regole e l'abbandono alla vitalità incontrollata. Il giorno di calendimaggio del 1304 un gruppo di fiorentini organizzò una rappresentazione dell'inferno sul fiume Arno. Ne parlano le cronache. Su barche di varia foggia e misura vennero sistemati apparati scenici per riprodurre i luoghi e i supplizi dell'inferno con fantocci, graticole per arrostire i reprobi, caldaie piene di acqua bollente per bollirli, spiedi e altro ancora. L'effetto sul pubblico di questo spettacolo sconvolgente fu enorme, e duraturo il ricordo in considerazione anche del finale tragico con il crollo del ponte alla Carraia. Molti morirono per vedere la festa e così andarono di persona a verificare come erano le pene dell'inferno, commenta sarcastico il cronachista Marchionne di Coppo Stefani. Una nuova razionalità Il tempo libero dal lavoro doveva servire a «prendersi consolazione» il che non per tutti significava mangiare a crepapelle o lanciarsi in attività aggressive bensì, all'opposto, darsi alla preghiera e alla penitenza. Poteva anche essere tempo dedicato allo studio e alla riflessione. Alla fine del Medioevo in taluni ambienti intellettuali si venne affermando un nuovo concetto di svago sulla base di suggestioni del pensiero umanista. Contestualmente si è dilatata una riflessione sul valore economico del tempo fondata su una nuova razionalità applicata agli affari e in particolare ai titoli di restituzione maggiorata del denaro prestato. Nel valutare l'esigibilità di un interesse assunse sempre più rilievo il trascorrere del tempo e la considerazione degli eventi che in quel tempo potevano prospettarsi, positivi o negativi che fossero. È l'epoca degli orologi nelle piazze e dello sviluppo del pensiero del francescano spirituale Pietro di Giovanni Olivi secondo il quale «il tempo è realtà specifica per ogni singolo oggetto e rispetto a ciascuna cosa appartiene per proprietà o per diritto a questo o a quello». Il tempo diventa manifestamente un bene economicamente valutabile, qualcosa da non perdere, da investire per ricavarne il massimo profitto: siamo alle origini di molte forme del nostro attuale pensiero, ivi compreso il tormento del doverci divertire per forza in vacanza perché se no è tempo sprecato, un investimento sbagliato. Ottimo modo per rovinarci le vacanze!

·        Il Carnevale.

DOMANDE E RISPOSTE A GOOGLE. Perché si festeggia il Carnevale? Significato e origini della festa. Celebrata con travestimenti, scherzi e dolci tipici, ha origini antichissime. L’Italia vanta la presenza di alcuni dei Carnevali più belli e famosi del mondo. Una curiosità? I coriandoli vennero inventati nel 1875 dall’ingegnere Enrico Mangili di Crescenzago. Silvia Morosi su Il Corriere della Sera il 10/2/2021. Da Venezia a Rio De Janeiro, tra maschere, travestimenti, dolci e scherzi. Il termine Carnevale deriva dalla locuzione latina «carnem levare» — «privarsi della carne» –, con un riferimento al banchetto finale che secondo la tradizione si teneva l’ultimo giorno prima di entrare nel periodo di Quaresima. La data — infatti — è strettamente legata a quella della Pasqua: al termine dei festeggiamenti del Carnevale arriva il Mercoledì delle Ceneri che segna l’inizio della Quaresima, periodo caratterizzato da maggiore sobrietà (anche spirituale, per i credenti). Una piccola differenza è rappresentata dal Carnevale ambrosiano, la cui durata – finisce infatti con il «sabato grasso», quattro giorni dopo rispetto al tradizionale «martedì» («il martedì grasso» è il giorno che precede la Quaresima e la tradizione vuole che nella giornata si consumino i dolci fatti in casa, in vista del periodo di digiuno che seguirà) – sembra risalire a un pellegrinaggio del vescovo Ambrogio che aveva annunciato il suo ritorno «in tempo per celebrare con i milanesi le ceneri». La popolazione decise quindi di posticipare il rito alla domenica successiva per aspettare il suo rientro. Nel 2021 — ad esempio — Pasqua sarà il 4 aprile: il giovedì grasso cade l’11 febbraio, mentre il martedì grasso è il 16 febbraio. Da mercoledì 17 febbraio (mercoledì delle Ceneri) inizierà la Quaresima. Il Carnevale italiano si distingue per le sue maschere regionali e tradizionali, ognuna con le proprie caratteristiche: da Arlecchino a Pulcinella. E ogni regione ha anche i propri dolci tipici e tradizionali, come le chiacchiere, conosciute anche come frappe o bugie. L’Italia vanta la presenza di alcuni dei Carnevali più belli e famosi del mondo: Venezia, Viareggio, Putignano, Ivrea e altri. Una curiosità? Uno dei simboli del Carnevale sono, assieme alle stelle filanti, i coriandoli di carta che nacquero nel 1875 da un’idea dell’ingegnere Enrico Mangili di Crescenzago (Milano). L’ingegnere li realizzò a partire dalle carte traforate usate per l’allevamento dei bachi da seta. Un’invenzione contesa con un altro ingegnere di Trieste, Ettore Fenderlche, che nel 1876 ritagliò dei triangolini di carta. 27 febbraio 2020 (modifica il 10 febbraio 2021 | 10:45)

·        Il Pesce d’Aprile.

Caterina Maniaci per "Libero Quotidiano" l'1 aprile 2021. Primo aprile 1938. La guerra è ancora lontana, ma i tempi sono inquieti. Quella mattina gli americani sintonizzati su radio Cbs, prima distrattamente poi sempre più attoniti, scoprono che un'astronave aliena è sbarcata sulla Terra: il radiocronista segue passo dopo passo l'evento e lo descrive in presa diretta. Si diffonde il panico, i centralini della polizia e dei giornali sono presi d'assalto. Molti si riversano sulle strade, muniti di maschere antigas; molti corrono in chiesa, altri ancora si rintanano nelle cantine e negli scantinati. Se avessero pensato di considerare di più il nome del radiocronista, Orson Welles, e avessero controllato sul calendario la data, forse avrebbero cominciato a nutrire qualche dubbio e si sarebbero risparmiati lo spavento. Uno degli scherzi più riusciti della storia e quindi giustamente diventati storia. Uno dei pesce d'aprile diventati un vero classico. La tradizione è universale e ha una storia antichissima, che si perde nella notte dei tempi e la cui origine non è certa. Tutti uniti, quindi, nel segno della presa in giro, della beffa, della notizia falsa costruita ad arte. Quest' anno la tradizione appare sbiadita, decisamente sotto tono. I tempi scanditi dalla pandemia lo impongono, c'è poca voglia di ridere. In Germania il ministero della Sanità tedesca ha addirittura invitato la cittadinanza a evitare di mandare "pesci d'aprile" sul tema coronavirus per non diffondere fake news pericolose su un tema così delicato per la salute di tutti. «Storie inventate e scherzi d'aprile sul tema coronavirus possono portare insicurezza ed essere usati per diffondere informazioni false», ha scritto il ministero sul suo account Twitter. Dove finisce la notizia falsa e pericolosa, dove comincia lo scherzo e viceversa? Questi giorni così difficili obbligano a diffidare di tutto, anche dello sberleffo, della risata; tendono a confondere le idee. Come sembrano lontani i tempi di Orson Welles e della sua genialità beffarda. Lontani i tempi del 1957 quando la Bbc manda in onda un reportage sulla grandiosa e abbondantissima raccolta degli spaghetti coltivati nella campagna svizzera, spiegando che lì gli spaghetti crescevano direttamente dal terreno. Molti spettatori telefonano per sapere come fare per ordinarli. Nel 1961 il quotidiano La Notte di Milano annuncia un'ordinanza del Comune che impone le luci segnaletiche e di posizione per i cavalli circolanti per le strade della città. Non sono stati pochi i milanesi che hanno portato il loro animale dall'elettrauto per dotarlo di fari. Il gusto di prendere in giro gli ignari cittadini non diminuisce con il tempo, anzi. A Firenze, nel 1967 un volantino dell'URFA (Ufficio recuperi felini abbandonati, ente del tutto inventato) annuncia che i gatti sono banditi dalla città. Una penosa e doppia brutta figura per alcuni fiorentini, fermati dalla polizia perché, credendo allo scherzo, cercano di buttare i loro animali nell'Arno, invece di ribellarsi allo sciagurato provvedimento. Ai media italiani spesso e volentieri è piaciuto fabbricare notizie false da pesce d'aprile "ambientate" nello spazio. Il quotidiano La Stampa del primo aprile 2001 lancia la seguente notizie: secondo il Jet Propellent Laboratory di Pasadena su Marte sarebbero esistite forme complesse di vita biologica, giganteschi vermi che hanno lasciato le loro tracce sul terreno del pianeta. Nel 2004 il Tg2 annuncia la scoperta di petrolio su Marte. Con tanto di immagini e attribuzione della notizia nientemeno che alla Nasa.

L'ORIGINE. L'origine del pesce d'aprile non è storicamente determinata. L'ipotesi più accreditata attribuisce l'inizio di questo "culto" della burla in Francia. L'attuale calendario che noi tutti conosciamo, il calendario Gregoriano, venne adottato per la prima volta nel 1582. Prima di allora i festeggiamenti per il Capodanno duravano una settimana circa. Le celebrazioni iniziavano il 25 marzo (vecchia data dell'equinozio di primavera) per concludersi il primo aprile. E quindi secondo i sostenitori di questa ipotesi la burla del primo di aprile sarebbe stata una reazione contro coloro che non si erano ancora abituati al nuovo calendario, continuando a festeggiare in questa data una festività ormai "spostata". C'è invece chi guarda ancora più indietro, ai tempi dei romani. E così entrano in scena niente di meno che Cleopatra e Marco Antonio. Secondo la leggenda, il condottiero romano mandato in Egitto a domare la sovrana maliarda in realtà che non smette di amoreggiare con lei e in queste schermaglie amorose capita che venga sfidato proprio da lei in una gara di pesca. Per non fare brutta figura, l'aitante Marco chiede ad un suo servo di attaccare al suo amo delle prede. Scoperto il trucco, Cleopatra a sua volta ordina di far mettere all'amo un gigantesco pesce finto rivestito di pelle di coccodrillo. Da qui la conseguente figuraccia del grand'uomo romano e la simbologia del pesce d'aprile.

Da "blitzquotidiano.it" l'1 aprile 2021. Il primo di aprile è la giornata del pesce d’aprile, ovvero la giornata degli scherzi: ma perché il primo aprile si fanno gli scherzi e soprattutto perché proprio l’1 aprile? Il pesce d’aprile indica una tradizione, seguita in diversi paesi del mondo, che consiste nella realizzazione di scherzi da mettere in atto. Gli scherzi possono essere di varia natura, anche molto sofisticati e hanno sostanzialmente lo scopo bonario di burlarsi delle vittime. La tradizione ha caratteristiche simili a quelle di alcune festività quali l’Hilaria dell’antica Roma, celebrata il 25 marzo, e l’Holi induista, entrambe ricorrenze legate all’equinozio di primavera.

Pesce d’aprile, come nasce la giornata degli scherzi. Le origini del pesce d’aprile non sono note, anche se sono state proposte diverse teorie. Una delle più remote riguarderebbe il beato Bertrando di San Genesio, patriarca di Aquileia dal 1334 al 1350. Bertrando di San Genesio avrebbe liberato miracolosamente un papa soffocato in gola da una spina di pesce. Per gratitudine il pontefice avrebbe decretato che ad Aquileia, il primo aprile, non si mangiasse pesce. Un’altra teoria tra le più accreditate colloca la nascita del pesce d’aprile nella tradizione nella Francia del XVI secolo. In origine, prima dell’adozione del Calendario Gregoriano nel 1582, in Europa era usanza celebrare il Capodanno tra il 25 marzo e il primo aprile. Occasione in cui venivano scambiati pacchi dono. La riforma di papa Gregorio XIII spostò la festività indietro al primo gennaio, motivo per cui sembra sia nata la tradizione di consegnare dei pacchi regalo vuoti in corrispondenza del primo di aprile. Questo volendo scherzosamente simboleggiare la festività ormai obsoleta. Il nome che venne dato alla strana usanza fu poisson d’Avril, per l’appunto “pesce d’aprile”.

Il pesce d’aprile e la storia dei pescatori. Un’altra ipotesi sulla nascita del pesce d’aprile vede protagoniste le prime pesche primaverili del passato. Spesso accadeva che i pescatori, non trovando pesci sui fondali nei primi giorni di aprile, tornassero in porto a mani vuote. Per questo motivo erano oggetto di ilarità e scherno da parte dei compaesani. Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato come origine del pesce d’aprile l’età classica e, in particolare, hanno intravisto alcune possibili comunanze con l’usanza attuale sia nel mito di Proserpina (che dopo essere stata rapita da Plutone viene cercata invano dalla madre, ingannata da una ninfa), sia nella festa pagana dei Veneralia (dedicata a Venere Verticordia e alla Fortuna Virile) che si teneva il primo aprile.

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 2 aprile 2021. Evviva la Lupa, Romolo, Remo e Roma e pure la «foto di gruppo» del bronzo ai Musei Capitolini: ma c'è qualcuno al mondo che crede davvero che i gemelli abbiano succhiato dalle mammelle d'una femmina di lupo? Sono magnifiche, le leggende: guai a toccarle. Purché non vengano prese troppo sul serio. Com' è successo coi famosi 1600 anni dalla fondazione di Venezia. E così, per dissetare gli assetati di prove certificate, alcuni studiosi si sono inventati dei falsi «autentici». Pesce d'aprile. Sia chiaro: nessuno mette in discussione, proprio come nel caso della nascita di Roma fissata al 21 aprile dell'anno 753 a.C., la scelta di una comunità di festeggiare quello che per tradizione ritiene essere il proprio compleanno. E già vari storici del medioevo, negli ultimi mesi, avevano sorriso della ricorrenza della data del 25 marzo 421 (presa per buona dal famoso cronista veneziano Marin Sanudo a fine '400 con la spiegazione che il 25 marzo era stato scelto anche da Dio per far nascere Adamo) dicendo che per carità, è una bufala «ma male non fa». Tant' è che a nessuno è passato per la testa di far le pulci a Sergio Mattarella per le sue parole di celebrazione della festa. Viva Venezia, viva il compleanno. L'insistenza sulla sacralità della data, il fastidio per la crudezza storica degli accademici e l'invocazione a tirar fuori nuove «prove» che dimostrassero la verità «documentale» della data stabilita otto secoli fa, però, hanno spinto infine alcuni studiosi a immaginare: perché non dargliele, queste prove? Detto fatto, si sono inventati, a fin di bene, la scoperta nei polverosi e oscuri archivi di due documenti inesistenti «costruiti» apposta per accontentare chi proprio non si rassegna alla supremazia della storia sul mito. Certo, si trattava di una beffa. Ma non diceva forse già mezzo millennio fa Baldassarre Castiglione nel Cortegiano che anche la beffa può esser consentita e utile se non è offensiva ma sobria? «E parmi che la burla non sia altro che un inganno amichevole di cose che non offendano, o almeno poco e sì come nelle facezie il dir contra l'aspettazione, così nella burla il far contro l'aspettazione induce il riso. E queste tanto più piacciono e sono laudate quanto più hanno dello ingenioso e modesto». Ed ecco che nell'ultima settimana, un giorno dopo l'altro, vengono via via postati sulle pagine dell'Archivio di Stato di Venezia e della Biblioteca Nazionale Marciana, due delle istituzioni culturali più prestigiose della Serenissima e non solo, brevi video di vari studiosi, dal docente di paleografia Attilio Bartoli Langeli del Pontificio ateneo Antonianum all'ordinario di Filologia romanza all'Università di Losanna Lorenzo Tomasin, dall'archivista Alessandra Schiavon ai direttori dell'Archivio e della Marciana Gianni Penzo Doria e Stefano Campagnolo. Video «serissimi» che annunciano la scoperta «tra decine di chilometri di scaffalature che conservano migliaia di incunaboli, cinquecentine, pergamene, disegni, mappe, registri e filze all'interno dei quali è racchiusa la storia della Città» di due documenti spettacolari e ignoti. Certo, «per scongiurare clamori inopportuni», l'annuncio ribadisce «che non si conservano in città documenti del V secolo, ma che i primi frammenti di storia sono attestati dal IX» tuttavia «la scoperta è affascinante. Si tratta della trascrizione di un accordo pattizio che Milano, già due volte sottomessa e distrutta dalle truppe imperiali, propone a Venezia con l'intento di fermare Federico I d'Hohenstaufen, re di Germania e d'Italia, e imperatore dei Romani, più noto come il Barbarossa: corre l'anno 1176». «Ma c'è di più: la trascrizione fedele degli accordi riporta anche una poesia in lingua provenzale di un autore poco noto, Aloysius o Alovisyus (sono due le ricorrenze grafiche nel patto, in forma diversa) de Bhrukny, probabilmente un uomo d'arme, che fa riferimento espressamente all'anno 421». È in «lingua incerta, con molte influenze limitanee all'Occitania». Dice: «Kel bindù malahuratz / del kaiser barbaros / buschar noirimen ala batalha cogitat / da vu cha g' avei fondà Vineghia / nel quatrozent vinti...». Visto? «Fondà Vineghia / nel quatrozent vinti»! Urrah! Quanto alla seconda scoperta, «un garbuglio magico, che si dipana attraverso i secoli per aprirsi finalmente in tutta la sua maestosa grandezza alla Venezia contemporanea», trattasi di «una cronachetta minore del secolo XIV, opera peraltro di autore ben noto e studiato, il medico clugiense Jacopo Dondi Dall'Orologio». Anche da lì, nuove conferme. Al punto che «l'Archivio di Stato e la Biblioteca Nazionale Marciana sono, quindi, lieti di porre in luce e di rendere disponibili agli studiosi questi due tasselli interrelati: da un lato certamente minori e indiretti, ma dall'altro testimonianza incontrovertibile della fondazione di Venezia al 25 marzo 421, come già nota alle genti dell'allora Lombardia (in pratica, tutta la Pianura Padana) e come inequivocabilmente percepita mille anni fa». Il 1° aprile, ieri, ecco la lieta novella: «Domani, venerdì 2 aprile 2021 alle ore 10.30 sul canale YouTube dell'Archivio e della Marciana ci sarà un'anticipazione della mostra per i 1.600 anni e saranno messe a disposizione queste fonti ora riportate alla luce, ma che assestano un colpo micidiale a chi - ignaro e disattento - non ha finora dato credito alle ipotesi formulate sulle origini così antiche della Città». In un video, una mano leggera e sapiente indica un punto sulla pergamena: «...e questa è la firma del Doge». In saccoccia, però, gli studiosi hanno già pronto il documento firmato da Stefano Campagnolo, Gianni Penzo Doria, Alessandra Schiavon, da diffondere solo stamattina, 2 aprile. Titolo: «Abbiamo scherzato: era un pesce d'aprile. Non per burla, ma per un'etica della ricerca storica». Poche parole, nette: «La fondazione di Venezia datata al 25 marzo 421 è storicamente una bufala, anzi una fake news. Il presente e il futuro di una città si reggono sulla propria capacità di costruire forti risorse identitarie, non certo retrocedendo la nascita a un passato che non c'è. Per chi è chiamato a custodire, tutelare e valorizzare questo passato l'obiettivo più importante, al di là di miti, di leggende e di eroi, è un faro da seguire sempre: si chiama "Etica della ricerca"». Insomma, male non fa far festa per una tradizione. Tanto più in momenti come questi, quando vorremmo davvero trovarci tutti insieme ad abbracciarci allegri intorno al Leone di San Marco. Allo stesso tempo, però, occorre «dare voce e visibilità alle fonti primarie, avere cura degli archivi e delle biblioteche, che non sono polverosi depositi della memoria, ma scrigni di tesori...». Stando alla larga da una storia costruita sui miti.

·        L’Uovo di Pasqua.

Marino Niola per il Venerdì- la Repubblica il 4 aprile 2021. Ricordati di “sanificare” le feste. È il nuovo comandamento della Pasqua al tempo del Covid. Che ci chiude in casa per il secondo anno consecutivo e trasferisce online quell’esplosione gioiosa e giocosa della festa di primavera. Dalle funzioni religiose della Settimana Santa in diretta streaming, alle riunioni familiari in remoto. Fa eccezione l’uovo, che sopravvive anche alla digitalizzazione della ricorrenza. E balza fuori dallo schermo come un pop up dell’immaginario, che ha dalla sua la forza dei millenni. Basta digitare uovo pasquale e si viene sommersi da milioni di offerte. Ce n’è per tutti i gusti, tasche ed esigenze. Industriale, esclusivo, low cost, di latteria. C’è quello halal per gli islamici, quello equo per sostenere le economie emergenti. E il solidale, il cui ricavato va in beneficenza, come quello influencer marcato Chiara Ferragni. Mentre per gli uomini di poca fedez basta che sia artigianale, superfondente e supercostoso. C’è perfino quello dimezzato per i più frugali. E poi un’infinità di GIF che assicurano un po’ di animazione nei messaggi, in un momento davvero smortarello come questo che stiamo vivendo. Insomma, il tempo passa, le situazioni cambiano ma l’uovo, bianco o colorato, di zucchero o di cioccolato, resta il simbolo principe della ricorrenza che celebra la resurrezione del dio e la rinascita della natura. Perché l’ovetto, da che mondo è mondo, significa proprio la vita che rinasce. Non a caso nella pittura medievale spesso Cristo che esce dal sepolcro viene raffigurato come un pulcino che esce dall’uovo. E la Terra Madre, regina di tutte le dee, viene raffigurata con in mano l’uovo cosmico, segno della fecondità e del ritorno annuale alla vita. In realtà tutto questo rutilare di uova non si spiega semplicemente con la nostra voglia di cioccolato, ma con la nostra atavica fame di simboli.

·        Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

Coco Chanel ha davvero inventato l'abbronzatura? Ecco come prendere il sole è diventato "di moda".  Michele Mereu su La Repubblica il 18 agosto 2021. Fu proprio la grande stilista a 'inventare' l'abbronzatura come vuole la leggenda? E la pubblicità di una bimba con cagnolino a rendere popolare la crema solare? Dalla pelle lunare segno del privilegio sociale a quella dorata nuovo simbolo di benessere, ecco come la tintarella è diventata 'di moda' portando alla nascita di un'industria completamente nuova, tra aziende produttrici di costumi da bagno, cosmetici e abbigliamento. Insieme ai completi di tweed e ai vestitini neri in jersey, l’abbronzatura è un’altra delle “invenzioni” attribuite a Coco Chanel. La narrazione dice che Mademoiselle fu fotografata in Costa Azzurra mentre si abbronzava, e così, la pelle abbronzata diventò il look più desiderato da quel momento in poi. Ma può una donna, per quanto influente e iconica, aver influito veramente nella diffusione di questa pratica? Qualsiasi sia la verità, e che piaccia o meno, l'abbronzatura è diventata un canone di bellezza occidentale e anche un'industria estremamente redditizia.

 Alberto Mattioli per “Specchio - la Stampa” il 15 agosto 2021. 'O sole mio? Macché: 'o sole vostro. Sì, perché nel generale tripudio per l'estate italiana smascherata e smutandata, ci siamo anche noi, quelli che erano stufi dell'estate prima ancora che iniziasse. Ma quale bella stagione: se facciamo l'elenco di tutto quello che ci irrita stiamo qui fino all' autunno. E comunque, eccolo: il caldo, l' afa, il sudore, le zanzare, la ressa, la movida, le ordinanze contro la movida, la gente in infradito, la gente in pinocchietto, la gente in canottiera, gli Europei di calcio, i festival dementi degli assessori alla cultura creativi, gli spettacoli insensati dei direttori artistici cretini, l'opera sotto le stelle ("All' aperto si gioca alle bocce, non si fa della musica!", sentenza da sbraitare con il tipico tono arrabbiato e l'accento parmigiano di Toscanini, anche se in realtà pare che sia di Guarnieri). Continuiamo? L'insalatona, la pasta fredda, il gelato che può benissimo sostituire il pasto, la spiaggia, i bambini urlanti in spiaggia, i cani in spiaggia, la sabbia ma anche i sassi e pure gli scogli, anzi il mare in generale epperò anche la montagna, il lago e la campagna, le vacanze intelligenti (un ossimoro), il grande esodo, il controesodo, il libro dell' estate, la canzone dell' estate, il delitto dell'estate, la gente accalcata nella metro senza deodorante e senza aver fatto la doccia, il golfino sulle spalle casomai rinfreschi (no, non rinfresca mai!), le sciure milanesi mascherate da Heidi a Cortina, i ragazzotti della Roma bene in pareo a Pantelleria, le contesse fiorentine sobrissime al Forte, i commendatori napoletani in zoccoli a Capri, i tedeschi sbronzi sul Gardasee, la prova costume, la crema solare che favorisce l' abbronzatura e il bagnoschiuma che non fa andare via l' abbronzatura. E anche l'abbronzatura tout court, così volgare. Il pallore è molto più chic, come poetava il cavalier Marino: "Oh, piaccia a la mia sorte / che dolce teco impallidisca anch' io, / pallidetto amor mio". E poi il Billionaire, il Papeete, la Costa Smeralda, l'Ultima spiaggia di Capalbio e i bagnini felliniani di Rimini, uffa uffa, quando si sa che l'unico mare davvero elegante è il Baltico, magari insieme con qualche Buddenbrook, vestiti da Dirk Bogarde con la tintura che si scioglie sotto il panama (non ci fosse il mare, il Lido sarebbe perfetto). E vogliamo parlare dei fuochi di Ferragosto, della sagra della salsiccia e del festival del peperone, della caccia al tesoro e della processione ancestrale, dei lavori sulla terza corsia e dell'alta velocità che si rompe sempre fra Roma e Napoli? Anche se la goccia che fa traboccare il vaso del nostro whisky sour (al confortevole riparo dell' aria condizionata e con le finestre chiuse, così non si sentono i baccanali per l' ultima vittoria di Mancini) sono i servizi del tiggì sul fatto che fa caldo (ma va!), che bambini e anziani devono fare attenzione (ma dai!), che bisogna bere molta acqua e mangiare leggero (ma no!), perché come ognun sa in ogni stabilimento balneare attrezzato a baretto e/o ristorantino (un' altra calamità) intorno alle 13.30 con il termometro a 34 gradi si servono il brasato con la polenta bevendoci sopra una bella bottiglia di Barolo. Tutta colpa del sole. Si facesse i fatti suoi, non avremmo la stagione del nostro scontento. Vada a incenerire Marte, tanto quelli sono verdi e un po' di colore non guasta. Tutti sanno, anche se non vogliono ammetterlo, che la primavera è tollerabile, l'autunno è meglio e l'inverno è il top. Quando intanto si gira tutti belli vestiti, evitando esibizioni di forme in eccesso che raramente risultano fidiache come nelle intenzioni. Noi antisole e no-estate vorremmo portare il cappotto anche a Ferragosto, come l'indimenticato Mario Monti, non a caso soprannominato Bin Loden. Poi basta con questo caldo insopportabile, temperature malsane che ci sfiancano anche se siamo impegnati a fare quel che ci riesce meglio e cioè niente. Il freddo è molto più salutare, anche perché se hai freddo puoi sempre coprirti di più, se hai caldo non puoi toglierti la pelle. Basta con questo sudore appiccicaticcio, questa luce implacabile, quest' evidenza chiassosa del tutto. Basta con i nostri figli pelosi (quelli umani chissà dove sono) costretti a farsi le loro diciotto ore di sonno quotidiano sotto i bocchettoni dell'aria condizionata. Basta con quest' estate molliccia e sudaticcia, rumorosa e petulante, tatuata e sbracata. Lanciamo un referendum con i radicali e aboliamola. Non ci fosse il Natale, l'inverno sarebbe perfetto. Tutti davanti al caminetto, con gli sci a portata di mano. Viva la nebbia, la pioggia, la neve, il buio alle tre del pomeriggio. Sperando nella prossima glaciazione.

Ti odio e ti amo, Ferragosto raccontato dagli scrittori. Maurizio Di Fazio su La Repubblica il 15 agosto 2021. Un incubo per Manganelli, un obbligo per Moravia, un noir per Camilleri. Ecco come letteratura e narrativa hanno descritto la festa di mezza estate. La festa di mezza estate può essere un concetto stridente, una mania e un’idiosincrasia; ma “quale allegria”, per dirla con Lucio Dalla, specie se recapitata ai piani più alti della nostra recente storia letteraria. Sentite cosa scriveva, per esempio, Giorgio Manganelli, tra i massimi esponenti della neoavanguardia e del Gruppo 63: "Settimane prima di quel giorno inevitabile, io mi faccio prudente; quando si entra nel rettifilo ferragostano, mi faccio via via cauto, diffidente, mi defilo, mi appiattisco, lavoro di freni e zavorra, inghiotto i documenti personali, comincio a parlare con accento irriconoscibile, sottopongo la mia minuscola anima a una rapida plastica estetica, e infine mi precipito nel taciturno e pigro vortice del ferragosto: ma in quel momento io sono irriconoscibile, e ho ogni motivo per dubitare della mia esistenza. La mia sensazione più profonda è che il ferragosto sia la festa del Nulla: e a questa convinzione io mi adeguo…". Per poi aggiungere: "Dove vanno le spensierate folle di gitanti che, tutte nel medesimo istante, vengono colte dal raptus dell'emigrazione verso la Gioia?".

Eppure diversi scrittori italiani l’hanno evocato in un loro libro, magari direttamente nel titolo. Un racconto di Beppe Fenoglio si chiama proprio così, Ferragosto: siamo nelle sue Langhe, due fidanzati viaggiano in corriera, l’epilogo ha ben poco di balneare. Scherzi di Ferragosto è uno dei Racconti Romani (1954) di Alberto Moravia: "Tutto mi andava male quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo. Il negozio dove ero commesso era chiuso per le ferie, altrimenti, dalla disperazione, pur di trovare compagnia, mi sarei perfino rassegnato a vendere i saldi estivi, mutande, calze, camicie, tutta roba andante. Così, quella mattina del quindici, quando Torello mi venne a strombettare sotto la finestra e poi mi invitò a andare con lui a Fregene, pensai: 'È antipatico, anzi è odioso… ma meglio lui che nessuno' e accettai di buon grado".

Ferragosto di morte di Carlo Cossola (1980) è il secondo volume della sua trilogia atomico-apocalittica. Le radiazioni stanno per traghettare nell’altro mondo il suo alter ego-protagonista della trama. D’altronde era stato uno dei pochi sopravvissuti a un’apocalisse nucleare. L’essere umano si è autodistrutto. Guarda caso, è pieno agosto. Ferragosto in giallo è un’antologia uscita per Sellerio nel 2013, che raccoglie racconti di sei autori ferrati nel genere come Andrea Camilleri, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini e Francesco Recami. Mentre tutti si rilassano in scampagnate e baccanali fuoriporta, ai loro detective-feticcio (da Montalbano a Petra Delicado) tocca continuare a indagare: il cuore nero della natura umana batte sempre, non rallenta mai, anche nelle 24 ore consacrate a Sangria e timballi.

Pubblicato una prima volta nel 1980, poi ristampato da Mondadori tra i suoi Oscar, Maledetto ferragosto di Renato Olivieri vede il suo commissario Ambrosio alle prese con la misteriosa morte del dottor Andrea Bulgari. Siamo in una Milano vuota e desolata visto il calendario: chi è fuggito al mare, chi al lago, chi in montagna. Ma il cinismo e gli intrighi abietti si tagliano a fette, al posto del rituale cocomero. Il suo commissario fu impersonato al cinema da Ugo Tognazzi. Delitti di ferragosto. Sette delitti per sette città (Newton Compton, 2014) inanella brevi thriller-noir urbani sotto il solleone di Piergiorgio Di Cara, Diana Lama e Massimo Lugli. La calura azzera il respiro, le città si spopolano, e tuttavia c’è sempre qualcuno lì in agguato con la licenza di uccidere.

Poche settimane fa è andato in libreria Ferragosto di Enrico Franceschini, editorialista e storico corrispondente da Londra del nostro giornale. Spiagge sold-out, pedalò e una gran canicola. Riviera romagnola: un fotografo viene rinvenuto cadavere, congelato in una posa oscena. Le indagini avranno la firma di Andrea Muratori detto Mura, giornalista in pensione e detective amatoriale; e porteranno molto lontano, fino a uno degli enigmi-madre del crepuscolo del fascismo. Una commedia intrisa di giallo, contemporaneo e retrospettivo. Chiudiamo però con un po’ di speranza e think positive: è pur sempre una sconfinata festa, pagana, ma attesissima. "Conosco un bambino così povero che non ha mai veduto il mare: a Ferragosto lo vado a prendere, in treno a Ostia lo voglio portare – scrisse Gianni Rodari -. Ecco, guarda, gli dirò, questo è il mare, pigliane un po’. Col suo secchiello, fra tanta gente, potrà rubarne poco o niente: ma con gli occhi che sbarrerà, il mare intero si prenderà".

Ferragosto intorno al mondo in cinque libri avventurosi. Gianluca Barbera il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. Consigli di viaggio da Mark Twain a Charles Darwin. Non solo romanzieri ma anche navigatori e naturalisti. «Siamo tornati verso la Valle di Quillota. Il paesaggio era bellissimo, formava proprio quel genere di spettacolo che un poeta definirebbe pastorale: ampi prati verdi separati da piccole valli in cui scorrono ruscelletti e, sperse sui fianchi delle colline, numerose casette, forse dimora dei pastori. Ero partito per un'escursione a cavallo allo scopo di esaminare la geologia delle basse pendici delle Ande, che in questa stagione sono l'unico tratto di queste montagne sgombro dalle nevi invernali, e sono tornato ricco di esperienze». Così annota nel suo diario Charles Darwin il 15 agosto del 1834. Da quella mole di appunti, stesi nell'arco di un viaggio durato cinque anni e culminato con le intuizioni che lo avrebbero condotto all'elaborazione della teoria dell'evoluzione delle specie per selezione naturale dopo il suo incontro folgorante con le Galápagos, il poco più che ventenne naturalista britannico ricaverà il materiale per dare alle stampe, qualche anno dopo il suo ritorno in patria, uno dei suoi libri più belli: Viaggio di un naturalista intorno al mondo, da allora ristampato senza sosta. L'esperienza di un viaggio ci cambia, figuriamoci quella di un viaggio intorno al mondo. Ma di questi tempi, nei quali viaggiare è così difficile, non ci resta che affidarci ai libri e all'immaginazione, pur senza avere la pretesa di sostituire l'esperienza diretta. Ecco dunque cinque libri che raccontano con senso della storia e profonda umanità altrettanti viaggi affascinanti intorno al mondo e che vi consigliamo di includere tra le vostre letture estive. Come tutti sanno, il primo a imbarcarsi in una simile impresa fu nel 1519 il portoghese Ferdinando Magellano, che tuttavia (come raccontato dal vicentino Antonio Pigafetta nella sua Relazione del primo viaggio intorno al mondo) fu trucidato dagli indigeni nell'oscura isoletta di Mactan (Filippine) prima di aver condotto a termine la sua avventura (fu il basco Juan Sebastian Elcano ad assumere il comando della spedizione, alla morte di Magellano, e a portarla a compimento). Quella del libro di Pigafetta è una lettura obbligata, a nostro giudizio, soprattutto sotto l'aspetto etnografico e documentario. Alcuni secoli dopo, il famoso pirata inglese William Dampier, tra un arrembaggio e l'altro circumnavigò il globo per ben tre volte tra 1679 e il 1711, stando alle sue memorie, che col titolo di Un nuovo viaggio intorno al mondo divennero all'epoca un best seller. E come non ricordare lo scrittore americano Mark Twain, che raccontò del suo giro di conferenze intorno al mondo, affrontato nel 1895 per ripianare un enorme debito accumulato a causa di un investimento sbagliato, nel meraviglioso libro intitolato Seguendo l'equatore? Infine, come non citare quello che a oggi resta il più romantico dei viaggi intorno al mondo: il navigatore americano Joshua Slocum, tra il 1895 e il 1898, realizza sulla sua barca, lo Spray (assemblata da lui stesso), la prima circumnavigazione del globo in solitario, come racconterà due anni dopo nel suo intramontabile libro Solo, intorno al mondo. Ma tra tutti è di quello di Darwin che vogliamo parlarvi, perché il suo viaggio è servito da modello per molti e i risultati scientifici scaturiti sono superiori a qualsiasi altro. Tanti i momenti memorabili. Partito da Devonport il 27 dicembre 1831, dopo aver attraversato l'Atlantico e superato lo Stretto di Magellano, Darwin si avventura a fondo nel continente americano, tra avversità di ogni tipo. Sbarcato nella baia di Valparaiso (Cile), mentre cavalca verso nord per raggiungere l'hacienda di Quintero, allo scopo di esaminare i grandi giacimenti di conchiglie che si trovano da quelle parti, si imbatte in qualcosa di straordinario. In lontananza, scorge un'enorme nube rossastra proveniente da est, che avanza verso di loro a gran velocità. La scambia per il fumo prodotto da un incendio. Quando è più vicino, però, si accorge che si tratta di uno sciame di locuste, diretto verso il mare, il quale avanza sospinto dal forte vento alla velocità di parecchie miglia orarie, occupando una vasta porzione di cielo, fin quasi a oscurarlo. Per non parlare del frastuono generato dal frullare di tutte quelle ali. La guida cerca di tranquillizzarlo. Ma poi consiglia di levarsi di lì in fretta. Per sottrarsi a quell'esercito sterminatore Darwin e compagni piegano verso sud e solo sul far della sera raggiungono incolumi la loro destinazione. Una mattina poi, mentre si trova a bordo del Beagle (il brigantino su cui viaggia), una sorpresa lo attende al risveglio. La nave, che si trova alla fonda a dieci miglia dalla Baia di San Blas, è completamente invasa dalle farfalle. Altre volte gli è capitato di trovarsi attorniato da insetti, perciò sulle prime non si stupisce. Ma quando si rende conto delle dimensioni del fenomeno comincia a preoccuparsi. Facendo correre lo sguardo tutt'attorno, si accorge difatti che tutte quelle farfalle formano una distesa immensa. Anche scrutando con il cannocchiale non se ne vede la fine. Sembra quasi che nevichino farfalle. Da dove vengono? Ben presto in Darwin subentra lo spirito del naturalista e si mette a catalogarle. Tanto più che in mezzo a quel turbinio vi sono pure parecchi imenotteri e coleotteri. Pare la materializzazione di una delle sette piaghe d'Egitto! Va avanti così per tutto il giorno; e durante il pranzo capita di ritrovarsi le farfalle nei piatti. Verso sera, però, si alza una forte brezza da nord che libera la nave della loro presenza, sbatacchiandole qua e là e facendone strage. Qualche tempo dopo, il Beagle viene letteralmente ricoperto di ragnatele, quasi imprigionato in un bozzolo. A bordo sono saliti migliaia di ragnetti rossi: e questo nonostante la nave si trovi a cinquanta miglia dalla costa. «La cosa più sorprendente» ricorda Darwin «era vederli correre sulla superficie del mare senza bagnarsi, fermandosi di tanto in tanto a trangugiare goccioline d'acqua con avidità». Il giorno dopo però il capitano FitzRoy ordina di riprendere il largo e i ragni, così come sono venuti, scompaiono. Tra le tante avventure vissute da Darwin durante quel viaggio, forse però quella più singolare è il suo incontro nella Terra del Fuoco con alcune tribù di cannibali. Va ricordato che a bordo del Beagle c'è pure un nativo della Patagonia di nome Jemmy Button, il quale (a quanto dicono le fonti) è stato acquistato sei anni prima da FitzRoy per un bottone di madreperla. Il capitano lo ha condotto con sé in Inghilterra per educarlo alla religione e alle usanze inglesi. Tra gli scopi del viaggio vi è per l'appunto quello di riportarlo nella sua terra di origine. Jemmy è un tipetto strano, simpatico ma iracondo, che passa tutto il tempo a guardarsi allo specchio. Indossa guanti bianchi e dà in escandescenza se gli capita d'impolverarsi le scarpe. Possiede una vista e un udito prodigiosi. E quando si arrabbia con l'ufficiale di guardia si diverte a provocarlo: «Vedo nave venire verso di noi, ma non dico dove». Una volta giunti nella Terra del Fuoco, Darwin e compagni vengono avvicinati da una delegazione di Tekenika (la tribù di Jemmy). Jemmy li ha sentiti arrivare da una distanza fenomenale. Il suo incontro con la madre che non vede da anni è sconcertante: i due si fissano per qualche istante, poi lei torna a sorvegliare la canoa con cui sono giunti e i due non si parlano più. Per giunta, i fratelli di Jemmy cercano di appropriarsi di tutto ciò su cui posano gli occhi. Tenerli a bada non è facile. Darwin e compagni si trattengono in quella baia per alcuni giorni e lui e il capitano FitzRoy compiono piacevoli escursioni sui monti, durante una delle quali abbattono un condor dall'apertura alare di tre metri. Poi una mattina notano che al villaggio donne e bambini sono spariti. La cosa li allarma. Temono di aver offeso i Tekenika in qualche modo. Nemmeno Jemmy sa spiegare il motivo di quella condotta. Una mattina un vecchio indigeno ha un alterco con un marinaio e gli fa capire a gesti che vorrebbe farlo a pezzi e mangiarlo. Sul volto del capitano FitzRoy cala un'ombra. «Sarà bene fare ritorno alla nave e levare le ancora prima che le cose si mettano male» dice. Ma prima che sia data esecuzione a quell'ordine centinaia di fuegini si ammassano intorno al campo, abbandonandosi al saccheggio e cercando di sfinire Darwin e compagni con un baccano incessante, battendo tra loro bastoni e pietre. Alcuni si avvicinano minacciosamente, mimando il gesto di voler strappare i peli e la pelle dal corpo degli stranieri per mangiarseli. Tra essi vi sono perfino i fratelli di Jemmy. Basta però qualche colpo di moschetto a respingerli. Quello stesso pomeriggio Darwin e compagni smontano il campo e ritornano prudentemente a bordo del Beagle, disponendo doppi turni di guardia; e alle prime luci dell'alba levano gli ormeggi e prendono il largo. L'unico cruccio è aver abbandonato Jemmy tra quella gente, tanto più che egli è stato derubato dai suoi stessi fratelli, e la cosa lo ha turbato. «Voi uomini cattivi» non smetteva di gridare. «Via! Via!». Probabilmente sarebbe stato lieto di fare ritorno sul Beagle, ma per orgoglio ha preferito tacere. Non è dato sapere che cosa gli sia capitato, ma di certo avrà saputo cavarsela. Sia come sia, il 2 ottobre del 1836 Darwin completa il suo giro intorno al mondo, che ha toccato le remote terre oceaniche, con tappe a Capo Reinga, Sydney e Hobart, e sul far della sera è in vista delle coste inglesi, dove, una volta sbarcato a Falmouth, dice addio al Beagle, al capitano FitzRoy e ai compagni coi quali ha condiviso quell'avventura. C'è tempo per un ultimo bilancio: «E ora, se permettete» scrive a conclusione del diario (vado a memoria), «trarrò le fila di quel lungo viaggio. Chi intende seguire le mie orme sappia che i vantaggi saranno di gran lunga superiori agli svantaggi, a patto naturalmente che siate dei naturalisti o che siate comunque guidati da qualche scopo scientifico o di altra natura pratica. Diversamente, la mia modesta opinione è che gli svantaggi superino i vantaggi. Certo, vedere paesi e popoli tanto diversi e così lontani è fonte di grande piacere; ma questo piacere non eguaglia i disagi e le difficoltà cui si va incontro. Chi si accinga a intraprendere un simile viaggio, sappia che dovrà sopportare molte rinunce: quasi tutte quelle a cui la civiltà ci ha abituato. Se poi soffrite il mal di mare è meglio che rinunciate subito. In caso contrario il mio suggerimento è il seguente: partire, partire subito, senza stare a pensarci troppo. Ogni secondo in più sarà un secondo sprecato. Tra le cose più belle che ricordo vi sono senz'altro lo spettacolo della foresta vergine, tanto quella amazzonica, dove predomina la forza dirompente della vita, quanto quella fuegina, dove morte e disfacimento la fanno da padroni. E poi le possenti vette andine. Ma soprattutto l'incontro con popolazioni selvagge. Non vi è nulla di più sconvolgente che incontrare popoli primitivi. Ed ecco infine alcuni ricordi che resteranno indelebili nel mio animo: la Croce del Sud, la Nebulosa di Magellano e le altre costellazioni dell'emisfero australe; i ghiacciai a strapiombo sul mare, gli atolli corallini, i vulcani in eruzione e i terremoti cui ho assistito. Tutto questo porto nel mio cuore. Ma soprattutto la sensazione impareggiabile provata nel vivere all'aria aperta, nel dormire sotto le stelle, nel contatto con la nuda terra. Ora la mia mappa del mondo cessa di essere qualcosa di astratto per divenire tangibile. Una cosa viva, che mi apparterrà per sempre. Auguro qualcosa di simile a ciascuno di voi. Sinceramente vostro, Charles Darwin.

FERRAGOSTO. Raffaele Corso - Enciclopedia Italiana - I Appendice (1938) su treccani.it.  Col nome di ferragosto, derivato da quello delle antiche feriae augustales, che cadevano nelle Kalendae Augusti, s'indica il primo giorno del mese di agosto, che in qualche luogo continua ad essere festeggiato, come nell'antichità. Fino a non molti anni fa, gli operai lasciavano il lavoro in tale giorno e si recavano in comitiva dal padrone, per fargli gli augurî, ricevendo in ricambio o un desinare o delle mance. Gli operai più attaccati alla tradizione sono i muratori, i quali, in alcuni luoghi, continuano a festeggiare il primo giorno di agosto. La decadenza di tale tradizione è dovuta al fatto che la Chiesa trasportò e assorbì la festa del ferragosto in quella dell'Assunta (15 agosto). Tra le manifestazioni è degna di nota, nella Roma medievale, la processione notturna del ferragosto, a cui prendevano parte le corporazioni, i dignitarî ed i funzionarî, sfilando sotto archi di foglie e fiori, per un lungo percorso, e nella Roma moderna (sec. XVII) l'allagamento di piazza Navona. Passando dal primo al 15 del mese, il ferragosto non perdé l'antico carattere popolare, tanto che anche nella nuova data, conserva l'uso delle mance e dei regali. Prima che il papa Giulio II l'avesse abolita, una speciale lista fissava la misura delle mance che dovevano dispensare i cardinali, gli ambasciatori e gli alti dignitarî.

Ferragosto: perché questo nome (e perché si festeggia)? Il Ferragosto è la festa più attesa dell'estate: ha origini nella storia dell'Antica Roma, poi intrecciate con la tradizione cattolica. Da Focus.it. Il nome della festa di Ferragosto deriva dal latino feriae Augusti (riposo di Augusto), in onore di Ottaviano Augusto, primo imperatore romano, da cui prende il nome il mese di agosto. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti, istituito dall'imperatore stesso nel 18 a.C., che aveva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso, che, per i Romani, era il dio della terra e della fertilità. In tutto l'Impero si organizzavano feste e corse di cavalli, e gli animali da tiro, esentati dai lavori nei campi, venivano adornati di fiori. Inoltre era usanza che, in questi giorni, i contadini facessero gli auguri ai proprietari dei terreni ricevendo in cambio una mancia. Anticamente, come festa pagana, era celebrata il 1° agosto. Ma i giorni di riposo (e di festa) erano in effetti molti di più: anche tutto il mese, con il giorno 13, in particolare, dedicato alla dea Diana.

DA FESTA PAGANA A FESTA CATTOLICA. La ricorrenza fu assimilata dalla Chiesa Cattolica attorno al VII secolo, quando si iniziò a celebrare l'Assunzione di Maria, festività che fu poi fissata il 15 agosto. Il dogma dell'Assunzione (riconosciuto come tale solo nel 1950) stabilisce che la Vergine Maria sia stata assunta, cioè accolta, in cielo sia con l'anima sia con il corpo.

Ferragosto. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il Ferragosto è una festività di origine romana antica, modernamente celebrata il 15 agosto nella regione geografica italiana. Il giorno di Ferragosto è tradizionalmente dedicato alle gite fuori porta con l'auto, pranzi al sacco e data la calura stagionale, a rinfrescanti bagni in acque marine, fluviali o lacustri. Molto diffuso anche l'esodo verso le località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

Il Ferragosto dall'Antica Roma al Cristianesimo. Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto) indicante una festività istituita dall'imperatore Augusto nel 18 a.C. che si aggiungeva alle già esistenti festività cadenti nello stesso mese, come i Vinalia rustica, i Nemoralia o i Consualia. Era un periodo di riposo e di festeggiamenti che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità. L'antico Ferragosto, oltre agli evidenti fini di auto-promozione politica, aveva lo scopo di collegare le principali festività agostane per fornire un adeguato periodo di riposo, anche detto Augustali, necessario dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti. Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro, buoi, asini e muli, venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Tali antiche tradizioni rivivono oggi, pressoché immutate nella forma e nella partecipazione, durante il "Palio dell'Assunta" che si svolge a Siena il 16 agosto. La stessa denominazione "Palio" deriva dal pallium, il drappo di stoffa pregiata che era il consueto premio per i vincitori delle corse di cavalli nell'Antica Roma. In occasione del Ferragosto, i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia; l'usanza si radicò fortemente, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio. La festa originariamente cadeva il 1º agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell'Assunzione di Maria.

Il Ferragosto durante il Fascismo. La tradizione popolare della gita turistica di Ferragosto nasce durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, centinaia di gite popolari, e in particolare dal ferragosto 1931 al settembre 1939 ciò fu favorito dall'istituzione dei Treni popolari speciali, inizialmente solo di 3ª classe, con prezzi fortemente scontati. L'iniziativa offriva la possibilità anche alle classi sociali meno abbienti di visitare le città italiane o di raggiungere le località marine o montane. L'offerta era limitata ai giorni 13, 14 e 15 agosto e comprendeva le due formule della "Gita di un sol giorno", nel raggio fino a circa 100 km, e della "Gita dei tre giorni" con raggio fino a circa 200 km. Essi furono popolarmente ribattezzati "Treni di ferragosto", benché, secondo fonti autorevoli, un regime tariffario popolare fosse applicato per tutta la stagione estiva. Durante queste gite popolari, la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta la possibilità di vedere il mare, la montagna e le città d'arte; nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque anche la collegata tradizione del pranzo al sacco.

Il Ferragosto nella cultura di massa. In Lombardia e in Piemonte, fino ai primi decenni del XX secolo, era usanza dei datori di lavoro "dare il ferragosto" (in lombardo dà el faravóst), che consisteva nel donare emolumenti in denaro o in beni commestibili ai dipendenti in modo che potessero trascorrere lietamente il giorno di Ferragosto con le loro famiglie. Nei cantieri edili, verso la fine di luglio, veniva fissato dai muratori un grande ramo d'albero sulla parte più elevata del fabbricato in costruzione, detta pianta del faravóst, che serviva scherzosamente a rammentare all'impresario l'imminente esborso della tradizionale mancia. A Torino, fino alla metà del XX secolo, molti cittadini si recavano per pranzare, al ristorante o al sacco, nel parco in riva al Po adiacente alla chiesa della Madonna del Pilone. Tale costumanza era denominata in piemontese "Festa dle pignate a la Madòna dël Pilon", ovvero "Festa delle pentole alla Madonna del Pilone".

A Messina il 15 agosto si svolge la processione della Vara di Messina dedicata alla Madonna Assunta.

A Porto Santo Stefano il giorno di Ferragosto, si svolge il Palio Marinaro dell'Argentario, antica gara remiera.

A Montereale, nel prato adiacente all'Abbazia della Madonna in Pantanis, il giorno di Ferragosto si tiene la gara poetica tra cantori a braccio.

La smorfia napoletana assegna al Ferragosto il n. 45

Al Molo Caligoliano di Pozzuoli il 15 agosto si tiene una sfida chiamata "O Pennone" o Palo di Sapone dove i concorrenti devono riuscire ad arrivare in cima e recuperare una bandierina sul palo cosparso di sapone.

A Terracina il 14 agosto migliaia di persone partecipano alle feste organizzate dagli stabilimenti balneari lungo la costa e si svolge il tradizionale "bagno di mezzanotte" nella cornice di spettacoli pirotecnici che illuminano tutta la fascia costiera dal Circeo fino a Sperlonga. I festeggiamenti proseguono poi per tutta la giornata del 15 con feste in spiaggia e balli di gruppo.

A Sarteano il 15 agosto, poco prima del tramonto, si svolge la Giostra del Saracino, gara di abilità tra cavalieri appartenenti alle cinque contrade del comune, risalente al XVI secolo e preceduta da un suggestivo corteo storico in costume.

A Paliano il 15 agosto, si svolge il Palio dell'Assunta, rievocazione storica del corteo in onore della vittoria di Marcantonio Colonna nella Battaglia di Lepanto. Il corteo è seguito dalla Giostra del Turco. A ognuno dei nove rioni del paese viene assegnato un fantino che disputerà la gara sotto i suoi colori. La giostra consiste in una corsa all'anello: ai fantini viene dato un pugnale corto e chi prende il maggior numero di anelli nel minor tempo vince il Palio dell'Assunta.

A Pellezzano (Salerno), dal 10 al 16 Agosto si svolge l'annuale edizione della Sagra do'Sciusciello. Il Sciusciello è antico pane della tradizione pellezzanese, cotto in forno a legna. Questo particolare panetto prende il nome dal soffio (sciuscio) che lo fa rigonfiare nel corso della cottura, per poi essere farcito (farcitura originale con sunia e pepe: altri gusti disponibili Pancetta e Galbanone, Filato, Patate e Salsiccia, Nutella). Durante lo svolgimento della sagra, il 15 Agosto, si svolge la processione in onore di Maria Assunta, la cui venerata icona è custodita in una cappella campestre, edificata dai pellezzanesi al termine della pestilenza del XVII secolo.

A Nizza e nei paesi vicini vengono organizzati i fuochi artificiali sul mare.

Il Ferragosto in cucina. «A ferragosto, piccioni arrosto.» (Detto popolare) Il piatto tradizionale per eccellenza del pranzo di Ferragosto è il piccione arrostito. Tale usanza, un tempo diffusa in buona parte d'Italia e che ancora sopravvive in alcune zone, pare sia nata in Toscana, in epoca carolingia. L'antica tradizione piacentina prevede la preparazione della bomba di riso con piccioni, una sorta di grossa cupola di riso cotto al forno, con pezzi di piccione all'interno. Si racconta che fosse il piatto preferito di Elisabetta Farnese.

In Sicilia si usa preparare per Ferragosto il tipico gelu di muluna, decorato con foglie di limone e fiori di gelsomino.

A Roma il piatto tradizionale del pranzo di Ferragosto è costituito dal pollo in umido con peperoni, spesso preceduto dalle fettuccine ai fegatelli e seguito da cocomero ben freddo.[13]

A Foggia, in Puglia, il piatto tipico di Ferragosto è costituito dal galluccio, un gallo di circa 3 kg ripieno, cotto al forno con patate.

Le Margheritine di Stresa sono i biscotti che venivano tradizionalmente offerti agli ospiti dalla regina Margherita, in occasione dei ricevimenti di Ferragosto della Casa Reale.

Sull'Appennino tosco-emiliano, per Ferragosto è costumanza sfornare e consumare piccole ciambelle dolci all'anice, variamente confezionate, come il Biscotto di mezz'agosto di Pitigliano o lo Zuccherino montanaro bolognese di Grizzana Morandi.

Il Ferragosto nella musica. L'opera lirica Pagliacci del compositore napoletano Ruggero Leoncavallo si svolge proprio nel giorno di Ferragosto ("Oh, che bel sole di mezz'agosto!"; "Per la Vergin pia di mezz'agosto!").

Notte di ferragosto di Gianni Morandi.

Ferragosto di Sergio Cammariere.

Il Ferragosto nel cinema. Ferragosto in bikini, è una commedia italiana girata nel 1961 da Marino Girolami, con la sceneggiatura di Tito Carpi e Marino Girolami, interpretata da Walter Chiari, Mario Carotenuto, Valeria Fabrizi, Raimondo Vianello, Lauretta Masiero, Carlo Delle Piane, Tiberio Murgia, Toni Ucci, Bice Valori e Marisa Merlini; il film rappresenta una serie di personaggi caratteristici che si incontrano sulla spiaggia di Fregene.

Il sorpasso è un film italiano del 1962, diretto da Dino Risi, con Vittorio Gassman, Catherine Spaak e Jean-Louis Trintignant. La narrazione del film inizia "nella Roma deserta di un Ferragosto qualunque".

L'ascensore, terzo episodio di Quelle strane occasioni, film commedia in tre episodi del 1976. L'episodio è diretto da Luigi Comencini, con Alberto Sordi e Stefania Sandrelli, e racconta della giovane Donatella (Stefania Sandrelli) che resta chiusa in compagnia di un maturo monsignore (Alberto Sordi) nell'ascensore di un palazzo deserto per le feste di Ferragosto.

Il giorno dell'Assunta, film italiano del 1977 diretto da Nino Russo con Leopoldo Trieste e Tino Schirinzi, film surreale ambientato interamente in esterni, per le strade deserte di Roma.

Un sacco bello, film italiano del 1980 diretto ed interpretato da Carlo Verdone sullo sfondo di una Roma ferragostana, assolata e deserta.

Ferragosto OK, film di Sergio Martino del 1986, con Mauro Di Francesco, Eva Grimaldi, Sabrina Salerno, Alessandra Mussolini, Vittorio Marsiglia e Maurizio Mattioli.

Quinze août, 15 août, (15 agosto) è un cortometraggio francese (10 minuti) di soggetto drammatico, diretto da Nicole Garcia nel 1986, con Ann-Gisel Glass, Nicole Garcia e Jean-Louis Trintignant nella parte del marito infedele.

15 août (tit. italiano: "15 agosto. Non sarà una vacanza per tutti") è un film francese diretto da Patrick Alessandrin nel 2001, con Richard Berry, Jean-Pierre Darroussin e Charles Berling che vengono abbandonati dalle mogli nel giorno di Ferragosto e così costretti a dover badare ai loro numerosi figli.

Pranzo di ferragosto, film italiano del 2008 diretto da Gianni Di Gregorio. Vincitore del Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" alla 65ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Il Ferragosto nella letteratura.

Alberto Moravia, Scherzi di Ferragosto e i Racconti romani, 1954;

Carlo Cassola, Ferragosto di morte, Reggio Emilia, Ciminiera, 1980;

Arturo Carlo Jemolo, Scherzo di Ferragosto, Roma, Editori Riuniti, 1983;

Renato Olivieri, Maledetto Ferragosto, prefazione di Raffaele Crovi, Milano, Rizzoli, 1983;

Raffaele Crovi, Ladro di Ferragosto, Milano, Frassinelli, 1984;

Paolo Cevoli, Mare mosso, bandiera rossa: Ferragosto a Roncofritto. Romanzo!, Milano, Kowalski, 2003;

Andrea Camilleri, Notte di ferragosto, Palermo, Sellerio, 2013;

Luca Ricci, Ferragosto addio!, Segrate, Einaudi Quanti, 2013;

Andrea Vitali, Giancarlo Vitali, Enigma di ferragosto, Lucca, Cinquesensi, 2013.

Ludovico Antonio Muratori, Dissertazioni sopra le antichità italiane, Barbiellini, Roma, 1755, tomo II, pag.32

Franco Montini per “il Venerdì di Repubblica” il 15 agosto 2021. Molti identificano Ferie d'agosto, uscito nel 1996, come il primo film sul berlusconismo, capace di cogliere al volo la degenerazione antropologica di un Paese dove destra e sinistra si scontrano senza possibilità di compromesso. Insomma una commedia dagli intenti dichiaratamente politici. Ma Paolo Virzì, 25 anni dopo, contesta questa lettura. «La sceneggiatura scritta con Francesco Bruni», ci dice Virzì, «non aveva alcuna pretesa sociologica, né l'ambizione di raccontare l'Italia di quegli anni. Anzi, giocando d'astuzia, come nella tradizione del cinema, per convincere la major italiana dell'epoca, la Cecchi Gori Group, che produceva soprattutto commedie spensierate e natalizie, a realizzare il nostro progetto lo presentammo come un'innocua commedia balneare».

Però dentro era nascosto qualcos'altro.

«Il film venne scritto proprio nell'anno della discesa in campo di Berlusconi che spaccò l'Italia in due, suscitando le paure, le apprensioni, il terrore nella fascia di popolazione più colta e l'entusiasmo e la voglia di riscatto da un complesso di inferiorità dei ceti più popolari, commercianti, consumatori, ma anche operai, affascinati da un nuovo modo di fare politica, dove l'estetica contava più dei contenuti. Insomma Ferie d'agosto era un affresco che illustrava da una parte l'Italia che leggeva libri e giornali, dall'altra quella del karaoke e della tv trash. Le ideologie c'entravano poco: si raccontava più che altro uno scontro culturale».

Insomma una sorta di progenitore di tanti altri film successivi, a cominciare, per citare un esempio recente, da Come un gatto in tangenziale. Ma come è nata l'ispirazione per Ferie d'agosto?

«Nell'estate del 1994 ero in vacanza con un gruppo di amici a Ginostra nelle Eolie, allora un luogo scomodo e silenzioso, poco frequentato dai turisti. Un giorno, mentre eravamo in spiaggia, a distruggere un'atmosfera incantevole, arrivò un gommone, che sparava musica a palla, stracolmo di bagnati che mangiavano fette di cocomero. Il film è frutto di quell'immagine».

Venticinque anni dopo l'uscita di Ferie d'agosto il mondo è cambiato. Sono arrivati i cellulari, le piattaforme, la rete, ma i prototipi di quelle due Italie, i Molino da una parte, i Mazzalupi, dall'altra, sembrano immutati...

«È così. E nel frattempo la frattura fra i due gruppi si è ingigantita, complice proprio l'avvento delle nuove tecnologie che, basandosi sulle sensazioni, suscitano e fomentano contrapposizione e odio. Nel film, invece, il confronto era affidato a qualche battuta, come quella rivolta da Molino a Mazzalupi: "Lo sa lei qual è l'ultimo libro che ha letto? No? Glielo dico io: il libretto d'istruzioni del suo cellulare". O quella di Mazzalupi a Molino: "Voi intellettuali non ci state a capì un cazzo ma da mò". Insomma è un film assolutamente privo di invettive, che evita la facile satira su Berlusconi, all'epoca molto di moda, che non trasforma mai l'avversario in un nemico. Ferie d'agosto non voleva essere un pamphlet, ma un film ironico e autoironico, capace di mostrare pregi e difetti di entrambi i gruppi. Non era un film ideologicamente schierato e per questo, all'epoca dell'uscita, non piacque troppo alla sinistra, che mi accusò di eccessiva simpatia nei confronti della controparte. Ricordo che Silvio Orlando, che interpretava Sandro Molino, mi rimproverò dicendomi: è la prima volta che vedo un film di destra fatto da un regista di sinistra».

A infastidire la sinistra era il fatto che, nonostante i Molino fossero moralmente migliori, i Mazzalupi risultavano più simpatici?

«Silvio Orlando e il suo clan erano il ritratto di un'umanità progressista, tollerante, pronta all'accoglienza dello straniero, ma spocchiosa e incapace di provare un minimo di empatia nei confronti del vicino di casa chiassoso, cafone, pronto a esibire il cellulare e incapace di usare i congiuntivi. I Mazzalupi risultavano più simpatici, perché nonostante rozzezza e arroganza, erano contraddistinti da una travolgente vitalità, anche per merito delle interpretazioni di Ennio Fantastichini e Piero Natoli, entrambi scomparsi precocemente».

Un'accoppiata sorprendente.

«Fantastichini, reduce dal ruolo impegnativo in Porte aperte di Gianni Amelio, con cui aveva vinto un importante premio europeo, era considerato un attore esclusivamente drammatico. Piero Natoli era un regista, che si considerava imparentato con il cinema di Moretti, di Piscicelli, di Del Monte. Metterli insieme e proporli come cognati in un doppio ruolo brillante fu un azzardo. Ma bastava vederli apparire con le braghe corte, le camicie sgargianti o le canottiere, il marsupio legato alla vita per suscitare empatia».

Come sono nati i nomi dei due protagonisti principali?

«Per Sandro Molino, giornalista dell'Unità, ho preso spunto dal nome di un mio caro amico, Sandro Veronesi, e un cognome ispirato a un filosofo all'epoca molto citato da Achille Occhetto: John Stuart Mill. Per l'altro protagonista, titolare di un negozio di armi, volevo un cognome aggressivo e me lo ha suggerito un concessionario romano di automobili Rover, Mazzalupi appunto». 

Ferie d'agosto parla anche di temi come l'immigrazione, le coppie gay, le famiglie allargate, destinati successivamente a diventare d'attualità. «Eppure il cuore del film batte anche altrove. Svelerò un segreto rimasto sconosciuto in tutti questi anni, anche se, come tutti i ladri che provano un'irresistibile attrazione nell'essere scoperti, nelle tante interviste sul film, più di una volta, ho offerto ai miei interlocutori una serie di indizi per scoprire il misfatto. Con mia sorpresa nessuno ha mai colto il sottotesto più intimo, sentimentale e romantico del film, ovvero la storia che lega Sandro Molino e Francesca, impersonata da Antonella Ponziani. Quando si incontrano si salutano con una certa emozione e, anche se fingono il contrario, si capisce che già si conoscono. Successivamente, un poco alla volta, si scopre che sono stati coinvolti in un contrastato, tempestoso e irrisolto rapporto d'amore che ha segnato la vita di entrambi. Ebbene, seppure liberamente, il tutto è ispirato a un'opera giovanile di Cechov, che aveva già fornito lo spunto a Nikita Mikhalkov per il film Partitura incompiuta per pianola meccanica».

Ferragosto e non: i film che raccontano la metà dell’estate. Il sorpasso, Caro Diario e Ferie d’Agosto, ecco i film italiani che hanno raccontato la festa di metà estate. Simona Grisolia il 15 Agosto 2021 su taxidrivers.it. Ferragosto: ecco i film italiani che raccontano la giornata e il mese più caldo dell’anno. Ferragosto: i film

Il Sorpasso – Dino Risi. 

Il sorpasso, diretto da Dino Risi e scritto dal regista con Ettore Scola, è ancora oggi considerato uno dei film manifesto della Commedia all’Italiana. Estate 1962. Nel giorno di Ferragosto, Bruno Cortona vaga per una città di Roma deserta a bordo della sua Lancia in cerca di sigarette e un telefono pubblico. Non trovandolo, viene “accolto” da Roberto, uno studente di giurisprudenza rimasto a casa per preparare gli esami della sessione di settembre. Dopo avergli concesso la telefonata, Bruno convince Roberto ad unirsi a lui. Il film è una vera e propria lezione di comicità. Roberto si troverà ad assecondare l’entusiasta Bruno che sembra volersi godere ogni secondo della giornata. I due protagonisti sono esattamente uno l’opposto dell’altro e probabilmente per questo la loro “coppia” funziona. Interpretato egregiamente da due giganti, Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, Il sorpasso è uno dei film italiani più famosi all’estero.

Caro Diario – Nanni Moretti 

Scritto, diretto e interpretato da Nanni Moretti, Caro Diario è un film composto di tre episodi: In Vespa, Isole, Medici. Il primo episodio vede Moretti salire a bordo della sua vespa per la città di Roma deserta, nel giorno di Ferragosto. La voce fuori campo del regista descrive i quartieri attraversati fino ad arrivare a Ostia, nel luogo in cui venne ucciso Pier Paolo Pasolini. Premiato per la Miglior Regia al Festival di Cannes, Caro Diario, dallo stampo fortemente intimista, è considerato come il film-manifesto del regista.

Pranzo di Ferragosto – Gianni Di Gregorio 

Scritto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio. Gianni, un uomo di mezz’età, figlio unico,  vive  con sua madre in una vecchia casa nel centro di Roma. Tiranneggiato da lei, nobildonna decaduta, trascina le sue giornate fra le faccende domestiche e l’osteria. Il giorno prima di Ferragosto l’amministratore del condominio gli propone di tenere in casa la propria madre per i due giorni di vacanza. In cambio gli scalerà  i debiti accumulati in anni  sulle spese condominiali. Gianni è costretto ad accettare.  A tradimento, l’amministratore si presenta con due signore, perché porta anche la zia che non sa  dove collocare. Gianni, travolto e annichilito dallo scontro fra i tre potenti caratteri, si adopera eroicamente per farle contente.  Accusa un malore e chiama un amico medico che lo tranquillizza ma, implacabile, gli lascia la sua vecchia madre perché è di turno in ospedale. Gianni passa ventiquattr’ore d’ inferno. Quando arriva il sospirato momento del congedo però le signore cambiano le carte in tavola… La commedia è l’esordio alla regia di Di Gregorio, anche sceneggiatore e interprete. Prodotto da Matteo Garrone, il film viene presentato al Festival di Venezia dove ottiene un grande successo.

Ferie d’Agosto – Paolo Virzì 

Ferie d’Agosto, diretto da Paolo Virzì e scritto dal regista con Francesco Bruni, è uno specchio sociale dell’Italia in vacanza. Due gruppi, quello dei Mazzalupi e dei Molino, trascorrono le vacanze in due case vicine sull’isola di Ventotene. Stili di vita, pensieri politici e relazioni sentimentale vissute in modo diverso. Il confronto tra i due sfocerà presto in uno scontro. Il secondo film del regista possedeva già le caratteristiche per cui il suo cinema è tanto apprezzato. Attraverso questa vicinanza forzata, Virzì propone allo spettatore un’analisi dei personaggi, degli ambienti e della società che riflette quella dell’Italia contemporanea. Ferie d’Agosto si avvale di dialoghi eccellenti e situazioni in bilico tra l’ironico e il tragico, portate all’apice grazie all’interpretazione di un cast in stato di grazia, trascinato da Silvio Orlando e l’indimenticabile Ennio Fantastichini.

Dillo con parole mie – Daniele Luchetti 

Stefania, libraia romana, si lascia con Andrea poco prima di partire per le vacanze estive. Raggiunta da sua nipote Martina, adolescente entusiasta, le due partono per una vacanza insieme sull’isola di Io. La commedia di Daniele Luchetti, scritta con Ivan Cotroneo e Stefania Montorsi, è un divertente confronto generazionale sulla visione della vita e dell’amore. Mentre Martina cerca di vivere appassionatamente ogni giorno, Stefania passa il tempo a trovare un problema  in ogni cosa  finché nelle loro vite non entra Enea…Interpretato da un buon gruppo di attori, tra cui un giovanissimo Giampaolo Morelli, la commedia si basa sull’equivoco dello scambio tra Enea e Andrea che genera un serie di sequenze divertenti. Indimenticabile la quella finale sulle note di Ta-ra-ta-ta di Mina.

Perché si va in ferie ad agosto?

Ferie ad agosto. Molti credono sia colpa della FIAT, che chiudeva ad agosto costringendo operai e indotto a fare altrettanto. Abbiamo scoperto che non è così. Sonia Milan il  12 Dicembre 2017 su infonotizianews.it. Il grande esodo vacanziero del mese di agosto è una delle realtà che fa parte della vita di ogni italiano da sempre. E quando diciamo “di ogni italiano” e “da sempre” non si tratta di un semplice modo di dire.

L’origine del termine Ferragosto. L’origine del termine Ferragosto e del relativo periodo di ferie risale all’imperatore Ottaviano, che nel 27 avanti Cristo venne proclamato “Augusto” dal Senato, ovvero venerabile e sacro. In epoca romana, il tempo era scandito dal lavoro della terra e dalle sue esigenze. Per i contadini, il mese di agosto rappresentava un momento di pausa durante la coltivazione del grano: l’autunno era il periodo della semina mentre luglio era il mese, faticoso, della mietitura. L’imperatore Ottaviano Augusto stabilì quindi, nel 18 avanti Cristo, che il mese di agosto fosse interamente dedicato al riposo, sia perché arrivava al termine della faticosa mietitura e prima della nuova semina, e sia perché agosto era un mese ricco di festività che celebravano i raccolti (gli Augustali). Ottaviano, inoltre, fissò il 1 agosto come giorno di inizio del mese di riposo e il “riposo indetto da Augusto”, appunto “feriae Augusti” è arrivato a noi come Ferragosto. In seguito, la Chiesa Cattolica spostò la festività al 15 agosto, per far coincidere la festa laica con il giorno dedicato all’Assunzione di Maria.

Gita fuori porta a Ferragosto: l’origine della tradizione. La gita fuori porta tipica del giorno di Ferragosto ha origine nel ventennio fascista, quando nel mese di agosto il regime organizzava gite a prezzi fortemente scontati attraverso le associazioni dopolavoristiche. Grazie a questa iniziativa anche le classi meno abbienti potevano permettersi di fare dei brevi viaggi (di uno o di tre giorni) che hanno consentito a molte persone di vedere per la prima volta il mare, la montagna e le città d’arte.

Perché si va in ferie ad agosto? Le ferie ad agosto dal dopoguerra ad oggi. La tradizione del periodo vacanziero di Ferragosto (e quindi di tutto, o quasi, l’intero mese di agosto) è giunta pressoché immutata ai giorni nostri, nonostante la maggior parte dei lavoratori moderni non svolga più attività legate all’agricoltura. Ricordiamo, inoltre, che fino ai primi anni del 1900 era usanza da parte dei datori di lavoro delle fabbriche e delle imprese in generale, dare ai lavoratori una “mancia” (in denaro o in beni commestibili) in modo che che potessero godere appieno di quelle giornate festive (si diceva “dare il Ferragosto”). Per evitare che i padroni di lavoro dimenticassero di versare quanto promesso, a fine luglio nei cantieri edili i lavoratori issavano un grande ramo d’albero sulla parte più alta del fabbricato in costruzione, con appese delle borse (una sorta di albero della cuccagna), che serviva a rammentare scherzosamente all’impresario che era arrivato il momento di elargire quella che poi è diventata la “quattordicesima”.

Ferie ad agosto: perché non è “colpa” della FIAT. Molte persone, alla domanda “perché andiamo tutti ferie ad agosto?” si sono sempre sentite rispondere più o meno allo stesso modo: perché le scuole sono chiuse, quindi non ci sono alternative (a ben pensarci, sono chiuse anche a luglio e anche nella seconda metà di giugno), ma soprattutto perché, secondo le dicerie, la FIAT aveva deciso di chiudere la catena di montaggio ad agosto, costringendo così non solo gli operai ad andare in ferie, ma anche tutto l’indotto, coinvolgendo in questo piano ferie agostano mezza Italia. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, le cose non stanno così: la tradizione delle ferie ad agosto nasce in epoca romana, viene ampliata e “sovvenzionata” in epoca fascista e a questa tradizione si sono adattate le grandi industrie italiane che sono sono nate a cavallo tra il 1800 e il 1900, e che hanno impiegato migliaia di lavoratori sia direttamente (negli anni ’50 i dipendenti FIAT erano 158.000, arrivati a 221.000 nel 2000) sia tramite l’indotto. E con questa nuova consapevolezza, non mi rimane che augurarti buone vacanze.

Autore: Sonia Milan. Formatrice, consulente di comunicazione digitale, praticante giornalista, copywriter, storyteller.

Ferragosto, le ferie e l'abitudine degli italiani. Pierangelo Giovanetti il 15/8/2021 su L'Adige.

L'abitudine di andare tutti in ferie in agosto, e specialmente attorno a Ferragosto, è una tradizione tipicamente italiana, che sembra inestirpabile. Se non si va in ferie la settimana di Ferragosto, agli italiani pare di non aver fatto le ferie. Ma gli italiani non sanno rinunciarvi. Perciò non resta che augurare: buon Ferragosto a tutti, a dispetto della ressa con cui ci troveremo magari a dover fare i conti oggi.

Caro direttore, siamo a Ferragosto e - come ogni anno - negozi, imprese, pubblici servizi chiudono e tutti vanno in ferie. Ma è mai possibile un Paese che «chiude per ferie»? In questi giorni dovevo fare delle riparazioni in casa. Ho vagato come un matto a cercare negozi aperti e ditte di artigiani che potessero intervenire. Stessa cosa se si ha bisogno di una visita medica urgente, di chi ti ripari il computer, e così via. Ma che Paese è il nostro che si ferma per quindici giorni l'anno? Nel resto del mondo tale usanza di andare tutti in ferie nello stesso periodo non esiste. Forse stanno meglio loro. Arduino Sartori

L' abitudine di andare tutti in ferie in agosto, e specialmente attorno a Ferragosto, è una tradizione tipicamente italiana, che sembra inestirpabile. Se non si va in ferie la settimana di Ferragosto, agli italiani pare di non aver fatto le ferie. E sì che è il periodo dell'anno in cui i prezzi delle vacanze sono più cari, le strade sono ingolfate di traffico, spiagge e montagne affollano di turisti (spesso schiamazzanti, specie se sono italiani). Sono i giorni in cui, andando al ristorante, si è trattati peggio, perché c'è ressa, i tavoli non sono liberi e bisogna aspettare, i camerieri hanno molto da fare e non c'è possibilità di essere seguiti bene. Inoltre non regge nemmeno la scusa del caldo, perché notoriamente (non solo quest'anno che abbiamo avuto una settimana di Ferragosto orrenda, con pioggia e freddo) le temperature sono più basse di luglio dove nelle ultime due settimane si raggiunge il picco dell'afa, e sarebbe meglio godersi il fresco delle montagne o delle rive di un lago, invece che starsene a lavorare, magari senz'aria condizionata. Nonostante l'attitudine italica al «Ferragosto chiuso per ferie» desti la sorpresa meraviglia di tutti gli stranieri, che in molti casi si vedono interrompere anche ogni tipo di rapporto d'affari e di comunicazione con l'Italia, non c'è ragione che tenga: agli italiani piace così. Ed è il retaggio di un'epoca in cui dominante erano la società agricola e il lavoro nei campi, come è stato nel nostro Paese fino ai primi anni Cinquanta. Del resto «le ferie d'agosto» risalgono alla notte dei tempi, addirittura all'Impero romano di Cesare Augusto, prima della nascita di Cristo. Nel 18 a.C. l'imperatore romano Augusto istituì, appunto le «feriae Augusti», cioè il «riposo di Augusto», da cui è nato il Ferragosto. E l'imperatore diede il nome a tutto il mese: ecco perché si chiama agosto. Quella era la ragione, che è durata nei secoli ed è stata mutuata in pieno dall'Italia contadina. La metà di agosto era il tempo in cui i contadini potevano concedersi di tirare il fiato, dopo le fatiche della lavorazione della terra e della mietitura del grano e prima della vendemmia e della semina autunnale. Così la consuetudine è rimasta anche in un'epoca diversa come la nostra, in una civiltà post-industriale e del terziario diffuso. È un'eredità del passato che oggi avrebbe poco senso e anzi presenta un sacco di inconvenienti prima citati. Ma gli italiani non sanno rinunciarvi. Perciò non resta che augurare: buon Ferragosto a tutti, a dispetto della ressa con cui ci troveremo magari a dover fare i conti oggi.  

Estate e vacanze, ecco perché dobbiamo ringraziare i Romani se ad agosto non si lavora (o si lavora meno). Ecco perché agosto è il mese delle ferie e delle vacanze. L’origine di questa consuetudine risale addirittura agli antichi Romani. Mario Esposito l'1 Agosto 2021 su occhionotizie.it. Perché agosto è il mese delle ferie e delle vacanze? L’origine di questa consuetudine è più antica di quanto si potrebbe immaginare e risale addirittura agli antichi Romani. A quei tempi, infatti, la maggior parte dei lavoratori si dedicava all’agricoltura e in particolare alla coltivazione del grano. Dato che la raccolta di questo cereale avveniva a luglio, agosto era un periodo di pausa per tantissime persone. Così, nel lontano 18 a.C. l’imperatore Ottaviano Augusto decise di istituire le feriae Augusti per l’1 agosto, designando ufficialmente questo mese come periodo dedicato al riposo. In seguito la Chiesa cattolica per far coincidere la festività con il giorno dell’Assunzione di Maria spostò il Ferragosto al 15.

Ecco perché agosto è il mese delle ferie e delle vacanze. Questa consuetudine ha resistito fino ai nostri giorni, aiutata anche da altri eventi e fattori, tra cui:

Durante il boom industriale molte fabbriche avevano l’abitudine di chiudere la settimana di Ferragosto, spingendo anche tutto l’indotto a fare altrettanto.

Nel ventennio fascista il regime, attraverso le associazioni dilettantistiche, favoriva con sconti sostanziosi le brevi gite dei lavoratori a cavallo di Ferragosto (13-14-15 agosto).

Fino a qualche anno fa, il clima caldo era un ostacolo per molti lavori.

Le ferie scolastiche, a differenza che in altri paesi europei, in Italia sono quasi tutte concentrate in estate. Per le famiglie con bambini le possibilità di compiere viaggi nel resto dell’anno sono quindi limitate.

Oggi in Italia gli occupati nel settore agricolo sono circa il 3,7% (fonte Istat) del totale. Grazie ai condizionatori, inoltre, il caldo non è più un serio ostacolo per chi lavora.

Chi va in ferie ad agosto. In fondo, concentrare le vacanze in questo mese sembra comportare svantaggi sia per i lavoratori che per i datori di lavoro. Per i lavoratori, infatti, prendere le ferie in agosto vuol dire: Andare in vacanza in un periodo in cui le mete turistiche sono più affollate e costose.

Non scegliere il mese climaticamente migliore, dato che, per esempio, luglio ha generalmente un clima più stabile, mentre giugno e settembre presentano temperature più tollerabili.

Per chi ama andare all’estero e immergersi nella cultura locale, avere la certezza di trovare tantissimi altri italiani ad alterare l’atmosfera.

Per un’azienda, invece:

È più complicato gestire il piano ferie quando tutti i lavoratori vogliono andare in vacanza negli stessi periodi.

Per le aziende che rimangono aperte, in agosto diventa difficile preservare il livello di produttività ed erogare regolarmente i propri servizi.

Per le aziende che chiudono per una o più settimane, arrestare e far ripartire le attività comporta inevitabilmente qualche sforzo extra. Mario Esposito 

Ferragosto, perché si festeggia: nascita, storia e tradizioni. Quest'anno il 15 agosto cade di domenica. Ma cosa sappiamo di questa giornata? Interessanti le origini, ma da non perdere i piatti tipici. Ilgiorno.it il 13 agosto 2021. Il conto alla rovescia è partito: mancano pochi giorni a Ferragosto, la festa per eccellenza dell'estate. Quest'anno il 15 agosto cade di domenica, ma non è sempre così. Ma tra vacanze, grigliate e anguriate, cosa sappiamo di questa giornata? Ecco qualche curiosità dalla nascita fino alle tradizioni odienre.

Le origini romane. L'etimologia del termine Ferragosto deriva dall'antico Feriae Augusti, una festività che si celebrava nell'antica Roma. La festa era in onore di Augusto e il nome, che significa il riposo di Augusto, dà il nome anche al mese. Feriae Augusti non era la festività del 15 agosto, così come la conosciamo, ma era più un modo di chiamare la prima parte del mese di agosto che era dedicata al risposo e ai festeggiamenti, festività istituita nel 18 a.C. Questo periodo di riposo aveva origine nella più antica tradizione dei Consualia, feste che si celebravano alla fine dei raccolti in onore del dio Conso, protettore della fertilità e della terra. Durante i festeggiamenti in tutto l'Impero si organizzavano corse di cavalli e altri animali da tiro. Inoltre era il momento dell'anno in cui i contadini porgevano i loro auguri ai proprietari terrieri in segno di buon auspicio per i raccolti successivi. Il riposo di Augusto cadeva precisamente il 1 di agosto ma i giorni di riposo si estendevano per buona parte del mese.

La festività della Chiesa Cattolica. La festa del 15 agosto è stata istituita più tardi, quando Ferragosto è stato assimilato dalla Chiesa Cattolica che istituì la festa dell'Assunzione di Maria. Il dogma, proclamato da Papa Pio XII il 1° novembre 1950, contempla che la madre di Cristo "completato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo". Secondo il Vaticano tale ascensione avvenne proprio il 15 agosto ed è questa la ragione dello "spostamento" di quattordici giorni della data ufficiale del Ferragosto, che in origine veniva festeggiato il primo giorno del mese. L'unione dell'elemento sacro a quello secolare ha fatto in modo che Ferragosto venga ancora oggi considerato una vera e propria festa di precetto per la quale i fedeli sono tenuti a partecipare alla Messa e astenersi dalle attività lavorative.

Il regima fascista. La ricorrenza è stata tenuta in gran considerazione anche dal regime fascista che durante gli anni al governo si prodigò nell'organizzare gite popolari tramite le associazioni del dopolavoro. Si ricordano, in particolare, i treni popolari di Ferragosto sui quali si poteva salire a tariffe agevolate per permettere alle classi meno agiate di girare l'Italia e raggiungere località di villeggiatura. Le offerte erano limitate dal 13-15 agosto e variavano dalle formule di sole 24 ore a quelle che comprendevano tutti e tre i giorni, con spostamenti massimi fino a 200 chilometri.

Una festività italiana. Il Ferragosto è una festività esclusivamente italiana, visto che in giro per il mondo il 15 agosto è un giorno come tutti gli altri. Eccezion fatta per la cattolica Irlanda, che però celebra la giornata di oggi solo per la festa dell’Assunzione di Maria.

I piatti tipici. Per una festa così importante potevano mancare dei piatti tipici?  “A Ferragosto si mangiano i piccioni arrosto” recita un vecchio adagio popolare basato, probabilmente, su un'antica tradizione nata in Toscana. Oggi il piccione arrostito si mangia in quasi tutta Italia: a Piacenza è famosa la variante della “bomba arrosto” (bomba di riso servita con carne di piccione, salsiccia e funghi porcini).  A Roma, invece, si serve il pollo in umido con peperoni accompagnato da fettuccine ai fegatelli, mentre nel Foggiano, il galletto o galluccio ripieno. Si tratta di un gallo di circa 3 kg che viene riempito con una farcia a base di pane raffermo ed erbe e poi cotto al forno insieme alle patate. In Campania, in modo particolare in Costiera Amalfitana, immancabili gli zitoni di Ferragosto: lunghissimi cilindri di pasta secca da spezzare, rigorosamente con le mani come da tradizione, prima della cottura conditi con un sugo a base di pomodori freschi, pomodori secchi e capperi. Il piatto si può mangiare così com'è oppure ripassato in forno con mozzarella di bufala e parmigiano. Scelta varia anche per i dolci: spiccano le Margheritine di Stresa, in Piemonte, ovvero i biscotti che venivano tradizionalmente offerti agli ospiti dalla regina Margherita, in occasione dei ricevimenti di Ferragosto della Casa Reale. Tipico di Pitigliano, ma diffuso in tutta l'area di Grosseto, il biscotto di mezz'agosto: un dolce a forma di ciambella e aromatizzato con vino e semi di anice. Poi, ci sono i taralli di Ferragosto, quelli con la copertura glassata a base di acqua e zucchero, lievemente aromatizzata al succo di limone. Mentre, a Palermo, in Sicilia, c'è il gelo di "mellone", ovvero un dessert al cucchiaio che viene fatto con il succo dell'anguria, lo zucchero e un addensante: a volte lo si trova in assoluto, altre volte con uno strato di frolla sotto. Tante le sue varianti, a seconda della zona o delle tradizioni familiari, soprattutto a completamento del dolce: si possono aggiungere infatti vari ingredienti, tra i quali chiodi di garofano, cannella, fiori di gelsomino e la granella di cioccolato amaro.  Immancabile, comunque, su quasi tutte le tavole l'anguria, servito fredda.

·        La Parolaccia.

Da "Specchio - la Stampa" il 21 settembre 2021. Erano molteplici gli insulti e le parolacce nell'antica Grecia. Eccone alcuni: Barùmastos, "dalle tette pesanti"; Boiotòs, "beota" (i greci credevano che gli abitanti della Beozia fossero molto poco intelligenti e quindi stolti): Bolbitòomai, "puzzare di merda bovina"; Graosòbes, "amante di vecchie"; Dulomìktes, "trombaschiavi"; Engortùnoomai, "essere stupido come un cretese di Gortina"; Xulokùmbe, "donna con la grazia di un barcone". Alcune delle parolacce contemporanee arrivano direttamente dal latino, come stercum o meretrix, "sterco" e "meretrice". Il peso di certi insulti pompeiani scandalizzerebbero anche il più scurrile dei contemporanei. Sui muri di Pompei, tra le altre cose, si legge infatti: "Appollinare, medico di Tito, in questo bagno egregiamente cagò"; "Che gioia inculare!"; "Piangete ragazze, il mio cazzo vi ha abbandonato. Ora incula i culi. Fica superba addio!"  Nel Medioevo l'epiteto peggiore era quello di "villano", che con estremo classismo rimandava alla presunta volgarità degli abitanti delle campagne, un termine che ancora oggi conserva una se pur pallida calunnia verso il prossimo. Nella Firenze di Dante, invece, ci si divertiva a dare al prossimo del "mal ghibellino cacato", cui si poteva rispondere con "sozzo guelfo traditore" o, all'occorrenza geografica, con "sozzi marchisani" o "sozza romagnola" La sottile arte del turpiloquio era assai praticata nella civiltà classica Le imprecazioni più in voga tra i Greci erano "per il cane!", "per la capra!", "per l'aglio!" Anche i Romani non erano troppo pudichi L'insulto più comune era "sporco sannita"

Andrea Marcolongo per "Specchio - la Stampa" il 21 settembre 2021. È difficile per noi contemporanei, abituati da oltre due millenni a idealizzarli e a venerarli, immaginare gli Antichi intenti ad insultarsi e a prendersi a male parole in mezzo alle strade di Atene e di Roma. Eppure, tra una discussione filosofica e una tragedia a teatro, i Greci e i Romani non se le mandavano certo a dire: non furono solo epiteti e poesie ciò che la Musa cantò da Omero in poi, ma anche molte, coloritissime parolacce. Sconcerta scoprire che la poco sottile arte del turpiloquio - etimologicamente dal latino, il "parlare impiegando un linguaggio osceno" - sia venuta al mondo con la comparsa stessa dell'uomo, che a quanto pare ha iniziato a mandare a quel paese i suoi simili non appena scoperta la posizione eretta. Se i resti archeologici rinvenuti in Mesopotamia non ci consentono di ricostruire le espressioni più colorite della Preistoria, è però certo che gli antichi Egizi amassero insultarsi senza sosta: l'interpretazione di alcuni geroglifici attesta come, già a partire dal III millennio a.C., il popolo del Nilo avesse sdoganato la bestemmia e l'insulto osceno, mettendo in dubbio la casta condotta delle madri di certe divinità o la loro prestanza sessuale. In greco antico, la parolaccia si diceva aiscrologia, ossia "discorso turpe", "vergognoso", anche se i Greci ebbero ben poca vergogna a coniare termini e espressioni che ancora oggi farebbero arrossire la più avvelenata delle lingue. Nessuna di queste parolacce, ovviamente, si apprende al liceo classico, dove si ha piuttosto la tendenza a immaginare Platone, Sofocle, Aristotele e tutti gli altri intenti a carezzarsi verbalmente con sottilissime metafore e raffinatissimi epiteti. Se al liceo non mi sono mai immaginata Omero intento ad insulare un passante o a litigare con un pescivendolo al mercato, né mai nella storia i versi più sboccati dei poeti greci hanno trovato posto nelle antologie scolastiche, sottoposte a quella che può essere a ragione definita una censura linguistica, tutti noi liceali abbiamo avuto più di un attimo di turbamento scoprendo le parolacce riportate con dovizia di esempi nel dizionario di greco che abbiamo tenuto tra le mani per almeno cinque anni. Ricordo ancora oggi le risatine, i commenti imbarazzati e i giochi di parole oscene dei miei compagni quando, nel bel mezzo di una versione, cercando nel Rocci chissà quale ortodosso sostantivo inciampavamo all'improvviso in una parolaccia greca cosi turpe e scurrile da mettere a disagio l'insegnante, che per eleganza fingeva di non sentire come s' insultavano Platone e gli altri. Le offese più taglienti, e per questo più indimenticabili, sono state persino recentemente raccolte in un libro edito da Melangolo, intitolato Come s' insultavano gli Antichi. Dire le parolacce in greco e in latino, curiosa opera di Neleo di Scelpsi (nom de plume dietro il quale si nasconde Francesco Chiossone, giovane esperto di filosofia antica e curatore appassionato di classici greci e latini). E dunque cosa si urlavano dietro i cittadini più irascibili di Atene e di Roma? Senza scadere nella volgarità, le espressioni più in voga tra i Greci erano "per il cane!", "per la capra!", "per l'aglio!" - e se un "per Zeus!" è imprecazione già omerica, bisogna riconoscere come i Greci, a differenza degli Egizi, non amassero scherzare troppo con gli dei. Alla trivialità urbana bisogna poi aggiungere il tocco di stile di letterati e poeti classici, che lasciarono un segno non solo nella letteratura, ma anche nel turpiloquio. Pitagora ad esempio, nel VI secolo a.C., credendo che la matematica fosse una manifestazione diretta della realtà, imprecava addirittura con i numeri - l'offesa suprema sarebbe stata dare a qualcuno "del numero 4". Maestro indiscusso della parolaccia fu senz' altro il poeta lirico Archiloco che già nel VII secolo a.C., nei suoi giambi, non le mandava certo a dire - alcune sue offese a sfondo sessuale sono irripetibili, perlomeno in questa sede. Sempre ai Greci va riconosciuto il merito della prima barzelletta con parolacce, protagonista un eunuco, riportata nel Philogelos, un'antologia di barzellette in greco del IV secolo d.C. Dall'altro lato del Mediterraneo, i Romani non erano certo più pudichi dei Greci: alcune delle contemporanee parolacce arrivano direttamente dal latino, come stercum o meretrix, che credo non valga la pena di tradurre. I graffiti rinvenuti sui muri di Pompei dimostrano come non tutti i discorsi dei Romani fossero tratti direttamente da Cicerone: il peso di certi insulti pompeiani scandalizzerebbero anche il più scurrile dei contemporanei, meritando un posto più in un bagno dell'Autogrill che in una biblioteca. A livello più poetico, c'è da rallegrarsi che Catullo sia passato alla storia per il suo odi et amo e non per le male parole con cui, una volta rifiutato, prese a schiaffi verbali il destinatario del suo amore, secondo forse solo a Marziale, un altro poeta che, nelle sue satire, si divertiva a ricoprire d'insulti i politici del suo tempo come nel peggiore dei lupanari. Un vizio, quello della parolaccia, che ha poi attraversato i secoli e le epoche storiche. Se a Roma l'insulto più comune era dare dello "sporco sannita" a qualcuno, in riferimento al popolo dei Sanniti che strenuamente si era opposto al potere della SPQR, nel Medioevo l'epiteto peggiore era quello del "villano", che con estremo classismo rimandava alla presunta volgarità degli abitanti delle campagne, un termine che ancora oggi conserva una se pur pallida calunnia verso il prossimo. Nella Firenze di Dante, infine, ci si divertiva a dare al prossimo del "mal ghibellino cacato", cui si poteva rispondere con "sozzo guelfo traditore" o, all'occorrenza geografica, con "sozzi marchisani" o "sozza romagnola". E se oggi l'uso della parolaccia è stato sdoganato in contesti più che insospettabili, concludo con un paradosso: la nostalgia dell'italico insulto. Sono poche le lingue straniere che possiedono più male parole del nostro italiano: per accorgersene, basta trasferirsi all'estero e parlare un altro idioma che, per comparazione al nostro, non potrà che risultare, in certi contesti, un poco pedante, ingessato, scolorito. Vivendo a Parigi e parlando tutto il giorno francese, dell'italiano mi manca tutto, compreso il suo turpiloquio - e così, se proprio devo, non rinuncio qualche volta a infarcire i miei discorsi con i colori, anche verbali, del nostro Tricolore.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” l'8 aprile 2021. Nelle lettere alla mamma, don Lorenzo Milano racconta un episodio avvenuto nella parrocchia di San Lorenzo di Calenzano mentre celebrava i funerali di una giovane donna, moglie di un dirigente comunista della locale casa del popolo. Al momento dell'Elevazione, il marito in lutto alzando il pugno verso l'ostia, gridò: «questa non me la dovevi fare» e giù un bestemmione. Commentava don Lorenzo: «e poi dicono che la gente non crede più in Dio». Se questo è vero, il fiume di bestemmie che circola in ogni ambiente dovrebbe avvertirci che nella società secolarizzata il sacro ci si trova bene. Padre Antonio MariaTava ritiene invece le bestemmie vere nefandezze e ha scritto un apposito manuale pratico-teorico intitolato Come smettere di bestemmiare. È un libro da leggere. Se non altro serve, come annota Giorgia Sallusti in una recensione online, a comprendere che ascoltare Radio Maria (e i laudatores compulsivi, aggiungiamo) senza bestemmiare richiede una preparazione di livello più avanzato di quello proposto da Tava. Il quale, dopo una disamina sulle situazioni in cui le bestemmie sembrano galleggiare a proprio agio (tradizione, sessismo, potere, denaro e altre) si concentra su quella che più coinvolge i giovani (e le giovani): la bestemmia divertente, quella che dà perniciosa e radicata dipendenza. Perché, scrive l'autore, loro «credendo che insultare il nome di Dio sia divertente, non ne ravvedono il soffio del maligno». Come evitarlo? Iniziando a utilizzare affermazioni eufemistiche come «dio campanaro, dio pop, massaia la madonna, madama la madonna». Oppure operare variazioni, navigando nell'oceano della fantasia, per produrre locuzioni efficaci ma non blasfeme, come insegnano Elio e Le storie Tese coni loro ortobio, pornodivo, bioparco, diporto. Perché, attesta il metodo Tava, «sperimentato dall'autore prima su se stesso, poi su una cerchia sempre più ampia, oggi più di sei milioni di persone in tutto il mondo hanno definitivamente smesso di bestemmiare anche grazie a questo manuale». Tutto sta a far schioccare la glottide, quella parte della laringe che comprende le pliche vocali. Perché ogni volta che l'aria esce dai polmoni e le pliche sono serrate, si verificano delle piccole, e piacevoli, esplosioni di sonorità. Che queste siano causate da una bestemmia o da qualcosa di immaginifico, la glottide non lo sa e gode allo stesso modo. Vero? Falso? Esiste davvero padre Tava «religioso, filantropo, manicheo, traduttore, esperto di tossicodipendenza e paura di volare»? Meglio non chiederselo, perché in questa seconda edizione, dopo averci avvertito di non commettere «la bestialità di comprare» una copia in versione ebook, ci invita a procurarcene una cartacea che stretta tra le mani ci potrà sottrarre «alla depravata corruzione del Maligno». Quindi leggere e sorridere, please!

Così Dante rese poetica la parolaccia. Il filologo Sanguineti analizza l'uso del turpiloquio nella "Commedia". Alex Pietrogiacomi - Ven, 12/03/2021 - su Il Giornale. Il 2021 segna i 700 anni della morte del sommo poeta italiano, e si aprono le ennesime discettazioni sulla sua valenza, sui suoi studi accademici o semplicemente scolastici, sempre troppo semplificati in vista di una fruizione da quiz a premi televisivo. Se tutto il mondo ci invidia la figura di Dante Alighieri, scoperto a livello internazionale molto prima di quello che potremmo pensare, da Cristina da Pizzano (nata un secolo dopo) e meglio conosciuta come Christine de Pizan, la quale in anticipo su chiunque, e con molti punti biografici in comune con il fiorentino, parlava dell'opera di Dante come di qualcosa «senza paragone», noi abbiamo sempre qualche remora ad accostarci in modi che non siano istituzionali alla sua lingua e opera. Eppure le opere dantesche ci offrono anche spunti di divertimento filologico, fatto di scoperte e studi che ne svelano un lato giocoso della sua conoscenza e in questo Le parolacce di Dante (Tempesta editore, pagg. 98, euro 98) di Federico Sanguineti ha un ruolo essenziale. Un agile libretto che permette di immergersi nella materia viva dantesca, la sua lingua, e di farlo con un lavoro di comparazione letteraria e filologica incredibile per la sua concisa acutezza. Innanzitutto, come dice nell'introduzione Moni Ovadia «è bene non farsi trarre in inganno, perché siamo di fronte a un libro colto ed eccentrico che conviene leggersi per mettersi in relazione singolare e innovativa con il padre della nostra letteratura mondiale di tutti i tempi». Sì, perché Sanguineti ci propone un viaggio nelle strade alternative alla comprensione del Sommo e dei meno noti processi che lo portarono allo sviluppo della sua prodigiosa lingua. Viaggio «affascinante e contropelo» nelle parole e nelle parolacce, quest'ultime però da non intendersi come la svilente attitudine del quotidiano a cui siamo abituati, ma come un continuo alternarsi tra la percezione della parola in ogni sua sfumatura, connotazione stilistica, storica e ogni suo rimaneggiamento/interpretazione da parte di terzi come i copisti, i censori o critici. Sì, è vero che nella Divina Commedia le parolacce ci sono e ce n'è un uso abbondante, soprattutto nell'Inferno, basti pensare a sterco, merda, merdose, puttana, cul, le fiche, vacca, fin ad arrivare al Paradiso, dove compare vagina, rivelandosi come un poema sede non solo del sublime ma anche della sua nemesi, ma è anche vero che non si tratta di parlare solo della loro verve bassa, quanto del loro valore proletario, dell'universalità spesso additata negativamente da altri illustri colleghi di cui godeva la scrittura dantesca. Universalità che si rivolgeva a maniscalchi, contadini, che permetteva, e ha permesso anche negli anni a venire, all'opera di Dante di essere trasmessa, fruita, anche se non la si capiva, poiché si percepiva la sua bellezza. Un plurilinguismo dantesco manifesto soprattutto nella grande ricchezza lessicale, che va da termini alti e aulici, passando per latinismi e francesismi, provenzalismi, neologismi, nonché linguaggi inventati, fino al più basso turpiloquio, alla parolaccia appunto. Accanto alla concezione più comune però, della mala parola, si scoprono in queste pagine anche le connotazioni stilistiche, fatte di misure e scelte: come la Z, un suono ignobile e disadatto alla poesia, «tale da ridurre a parolaccia la parola che lo contiene», che però apre il poema, insieme ad altre parolacce (da intendersi ora come sconvenienti per uso, metrica etc) che derivano da un uso inappropriato dello iotacismo, mitacismo e labdacismo «Nel mezzo del cammin di nostra vita», e che rendono tutto ancora più scandaloso «perché, data la presenza di Z nel primo endecasillabo, l'incipit non può che suonare cacofonico all'autore stesso». E questo è solo uno degli esempi presenti tra le pagine del lavoro di Sanguineti, a cui vanno aggiunte tutte le rivisitazioni di censure religiose o peggio le banalizzazioni attuate da copisti disattenti o troppo zelanti nel voler riportare alla luce i testi originali e il loro spirito più alto.

Valeria Arnaldi per “Il Messaggero” il 17 gennaio 2021. Versatile, come la documenta l'uso quotidiano: la stessa parola può esprimere rabbia, paura, meraviglia. Benedetta - o quasi - dai Santi, dato che figura perfino nei Fioretti di San Francesco, con invito a usarla contro il diavolo. Artistica: la più antica scritta in volgare è nella basilica di San Clemente a Roma. «Fili de le pute traite», si legge in uno degli affreschi, databile intorno a fine del secolo XI. Letteraria, per l'ampio uso fatto da più scrittori, da Dante ad oggi. Scenica, per l'impatto sul palco ma anche per l'effetto teatralizzato che deriva dalla frequente associazione a gesti. La parolaccia, è antica - recente la scoperta di un'iscrizione graffita nell'area archeologica di Pompei - e lo è pressoché quanto l'uomo o quantomeno quanto il suo vivere in comunità. «Colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà», diceva John Hughlings Jackson. Ed è sicuramente moderna, a suo modo pop. Netflix, da due giorni, propone la «spassosa e orgogliosamente scurrile» docu-serie Storia delle parolacce con Nicolas Cage, che indaga le origini delle più note parolacce inglesi. Ogni lingua, infatti, ha le sue e le relative storie, che documentano società, costumi, morale. «Le parolacce sono nate insieme alla lingua - spiega il linguista Luca Serianni, Accademico dei Lincei - quella affrescata nella basilica romana di San Clemente è uno dei primissimi documenti del volgare romanesco». Un'eccezione in una chiesa, non nel parlato. «Roma, in un certo senso, è la capitale italiana della parolaccia - sottolinea Pietro Trifone, professore ordinario di Storia della lingua italiana all'ateneo capitolino Tor Vergata e Accademico della Crusca - molte male parole nate nell'Urbe si sono poi diffuse nelle altre regioni, entrando nel vocabolario, da rosicare a cravattaro, fino alle tante legate agli organi sessuali. Il turpiloquio, in generale, sin dalle sue prime manifestazioni, è sollecitato soprattutto da forti istinti misogini e omofobi. La discriminazione di genere si vede pure nello scadimento, di chiaro segno maschilista, dei termini per indicare l'atto sessuale». La parolaccia nasce e si sviluppa con il concetto di tabù. E si fa presto letteratura. «Anche Dante, nella Divina Commedia, usa termini che oggi sarebbero parolacce - dice Serianni - lo fa perché sono parole che appartengono al registro comico, popolare, una componente della Commedia. Parolacce sono anche nelle lettere di Giacomo Leopardi e altri scrittori». E nei versi di Giuseppe Gioachino Belli. Gli organi sessuali, femminili e maschili, diventano fonte di ispirazione per decine e decine di insulti. «Belli nei sonetti La madre de le Sante e Er padre de li Santi - prosegue Trifone - usa circa cento parole diverse per indicarli. Un virtuosismo». E uno spettacolo. Nel 1991, Roberto Benigni sul palco Rai di Fantastico, si esibì in un lungo elenco di termini dialettali per nominare le parti intime. La performance animò dibattito e conversazioni per giorni. E sì che erano passati quindici anni dallo scandalo della prima parolaccia pronunciata in Rai. Era il 25 ottobre 1976, in radio, Cesare Zavattini annunciò che avrebbe detto una parola mai proferita da nessuno in radio: «Caz...!». Il tempo è passato e le parolacce sono state sdoganate, conquistando più ambiti, dal cinema alla televisione, dalla musica, fino alla politica. Nel 1992, fu Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, il primo a usarne una in un discorso ufficiale per sottolineare una arrabbiatura. Il vaffa è diventato poi slogan politico. Forse perfino, filosofia. Ed e è stato pure assolto dalla Corte di Cassazione nel 2007, purché detto tra pari. «La parolaccia - afferma Serianni - suscita curiosità, divertimento, non è usata solo per insultare ma anche per colorire un'espressione. In taluni casi è scelta per la sua efficacia pragmatica. Una volta, per indicare il turpiloquio, si diceva linguaggio da caserma, oggi è utilizzato da ragazzi e ragazze. A voler trovare una lettura positiva potremmo dire che, almeno qui, non ci sono differenze di genere». In calo, l'uso delle bestemmie. «La bestemmia, contrariamente a quanto si pensa, non è simbolo di irreligiosità - dice Trifone - Chi bestemmia crede in Dio. Usarla ha senso in una società religiosa, il suo utilizzo è quasi scomparso nella nostra, laica». Efficaci per comunicare, oggi, le parolacce lo sono ancora come insulti? «Usare e riusare una parolaccia la priva della sua carica offensiva e aggressiva - commenta il linguista Gian Luigi Beccaria, Accademico dei Lincei - ne fa quasi suono, un intercalare neutro. Forse, ormai, la parolaccia è diventata scolorita, grigia. Non è più un insulto. Oggi, per offendere, sarebbe più efficace una frase articolata, anche letteraria: più forte della parolaccia perché inattesa».

·        Il Pianto.

Dagotraduzione da Study Finds il 21 ottobre 2021. Secondo un sondaggio su più di duemila americani, gli uomini piangono in media quattro volte al mese, 48 in un anno. Le donne, invece, tre volte al mese (e 36 in un anno). Anche lo stereotipo secondo cui gli uomini non cercano un aiuto professionale per la loro salute mentale non sembra proprio centrato: due terzi degli intervistati maschi si è rivolto a una specialista quando ne ha avuto bisogno, mentre solo la metà delle donne si è fatto aiutare. Il sondaggio, condotto da OnePoll per conto di Vida Health, ha confermato che quasi il doppio degli uomini (il 63%), rispetto alle donne (il 34%), tende a nascondere il fatto che si sta facendo aiutare. Gli uomini ammettono che proverebbero imbarazzo (50%), vergogna (40%) o paura (39%) se le persone a loro vicine scoprissero che stanno andando in terapia. Al contrario, solo il 23% delle donne intervistate proverebbe imbarazzo, il 17% vergogna e il 16% paura. Questi sentimenti di vergogna potrebbero essere il motivo per cui gli uomini che sono in terapia hanno ammesso di fare abuso di alcol (49%), sostanze (40%) o di praticare autolesionismo (35%). Comportamenti meno comuni tra le donne. Solo il 27% ha riferito di abusare di alcol, il 23% di sostanze e il 20% di fare ricorso all’autolesionismo. Solo il 32% di tutti gli intervistati è d’accordo sul fatto che gli uomini sono più emotivi e hanno quindi più possibilità di soffrire di salute mentale. Il 55% infatti che le donne abbiano sistemi di supporto migliori rispetto agli uomini, e quindi maggiori probabilità di ricevere aiuto per la salute mentale. «Sappiamo che per molti uomini essere additati come vulnerabili e in cerca di aiuto è uno stigma» ha detto Mark Hedstrom, direttore esecutivo statunitense di Movember, in una dichiarazione. «Come società, dobbiamo abbattere queste barriere e aiutare gli uomini a capire l'importanza di aprirsi e ricevere aiuto durante i momenti difficili. Dobbiamo anche prenderci cura l'uno dell'altro. Controllate gli uomini nella vostra vita: potrebbero letteralmente essere una conversazione che salva una vita». Nel complesso, quasi i due terzi degli intervistati concordano sul fatto che c'è ancora uno stigma che circonda le persone che desiderano aiuto per la loro salute mentale: il 61% delle donne e il 69% degli uomini. Indipendentemente dal genere, il 40% del sondaggio ritiene che gli uomini abbiano maggiori probabilità di affrontare questo stigma, rispetto al 34% che pensa che le donne abbiano maggiori probabilità di affrontarlo. È interessante notare che il 43% dei baby boomer (57 anni e oltre) pensa che gli uomini debbano affrontare uno stigma sulla salute mentale, ma solo il 15% di loro pensa che sia probabile che le donne lo facciano. La fonte di quello stigma? Entrambi i sessi dicono che il più delle volte sono i loro amici e la loro famiglia. Gli uomini credono che gli amici abbiano molte più probabilità di stigmatizzarli (19%), mentre solo il 13% delle donne dice lo stesso. «Negli ultimi due anni abbiamo fatto enormi progressi nel destigmatizzare i disturbi della salute mentale, ma c'è ancora tanto lavoro da fare, specialmente per gli uomini», aggiunge Chris Mosunic, PhD, Chief Clinical Officer di Vida Health. «Così tanti uomini sentono il bisogno di tenere i propri sentimenti per sé, nascosti e protetti, altrimenti verranno etichettati come deboli e inferiori. In realtà, comprendere quei sentimenti, abbracciarli e cercare l'assistenza che può aiutarli a sentirsi meglio è solo la cosa più coraggiosa e più forte che una persona possa fare».

·        L’Ipocrisia. 

Il vizio dell'ipocrisia. Augusto Minzolini il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. Uno dei vizi più comuni della politica italiana è l'ipocrisia. Addirittura qualcuno l'annovera tra le qualità, o meglio, come lo strumento più efficace per camuffare la realtà. Uno dei vizi più comuni della politica italiana è l'ipocrisia. Addirittura qualcuno l'annovera tra le qualità, o meglio, come lo strumento più efficace per camuffare la realtà. L'Enrico Letta che se la prende con mezzo mondo per l'affossamento del ddl Zan è un esempio di ipocrisia: lo sapevano tutti, proprio tutti, pure i commessi del Senato, che quel provvedimento senza una mediazione sarebbe andato sotto, per cui le accuse del giorno dopo del segretario del Pd o sono la prova di una goffaggine politica o, appunto, uno sfogo ammantato di ipocrisia. Altra ipocrisia bella e buona è teorizzare che se Mario Draghi andasse al Quirinale si troverebbe sicuramente il giorno dopo il modo di fare un altro governo per concludere a scadenza naturale la legislatura. Non è così. Lo sanno pure i sampietrini della Capitale. Mettere in piedi l'attuale esecutivo, infatti, è già stato un mezzo miracolo, il risultato di una congiunzione astrale difficilmente ripetibile. Immaginare che la stessa maggioranza si possa formare su un governo Cartabia o Franco o è un'illusione, o, appunto, è un esercizio di ipocrisia. Il motivo è semplice: l'autorevolezza del personaggio Draghi, a livello internazionale e ora anche nel Paese, ha creato un aplomb istituzionale sotto il quale partiti diversi, addirittura antagonisti, sono riusciti a collaborare senza troppi danni sul piano del consenso. Immaginare che la stessa copertura possa essere garantita da altri nomi non è un'ipotesi reale. Tanto più ad un anno dalle elezioni. Nel migliore dei casi i partiti che accettassero di farne parte ne subirebbero un danno elettorale non indifferente, tipo quello riportato dal Pd e da Forza Italia quando furono costretti ad appoggiare il governo Monti. Anche perché le riforme spesso costano sul piano dei voti e se Draghi se l'è cavata nella Legge di Bilancio con un insieme di compromessi (pensioni, reddito di cittadinanza, tasse) qualora entrasse in campo un altro esecutivo come conseguenza del suo trasloco al Quirinale, quello avrà l'onere di decidere davvero. Non ammettere questa evidenza è un atteggiamento ipocrita, un modo per tranquillizzare i tacchini, in questo caso i parlamentari che hanno il terrore delle elezioni anticipate, in vista del Natale. Ecco perché se i grandi elettori sceglieranno Draghi debbono essere consapevoli che il passo successivo saranno le elezioni. Un epilogo che, a seconda dei punti di vista, potrebbe essere un bene o un male. Il problema è esserne coscienti al di là di ogni ipocrisia. Augusto Minzolini

Il metodo dell'insulto dal Pci al Pd. Andrea Cangini l'1 Novembre 2021 su Il Giornale. Cambiano i tempi, gli uomini e le sigle dei partiti. Non cambia il metodo. Cambiano i tempi, gli uomini e le sigle dei partiti. Non cambia il metodo: declinare le scelte e i rapporti politici sul piano etico, delegittimare gli avversari ponendoli fuori dal campo democratico, ammantare di questione morale ogni faccenda pubblica, istituzionale o amministrativa. In questo c'è continuità tra Pci e Pd. Il passato è noto. Da Antonio Gramsci che metteva fuori gioco Giacomo Matteotti definendolo «pellegrino del nulla», a Palmiro Togliatti che espelleva per «tradimento» i dirigenti comunisti emiliani «democratici» Valdo Magnani e Aldo Cucchi disumanizzandoli in «pidocchi», al marchio di «socialfascisti» impresso sulla carne viva di Turati, di Rosselli, di Buozzi e poi di Saragat, di Nenni e di Craxi. Per non dire della tenaglia morale e giudiziaria stretta per anni alla gola di Silvio Berlusconi. In tempi recenti è capitato a Carlo Calenda, fino al primo turno delle comunali descritto come il «candidato della destra e della Lega» (Andrea Orlando) che «vuole portare Roma a Salvini» (Valeria Fedeli) pur essendo ormai al suo «ultimo rantolo» (Goffredo Bettini), per poi essere graziosamente rilegittimato dal segretario Letta in vista del secondo turno. Quinta colonna della Destra è anche l'accusa che, dopo il voto sulla legge Zan, ha portato alla sentenza di espulsione dal perimetro democratico di Matteo Renzi. Una sentenza inappellabile perché imbastita, secondo prassi, non sul piano della politica ma su quello della morale (i «diritti» offesi). Il metodo, dunque, non è cambiato. È però cambiato il pulpito. I comunisti sentenziavano le loro scomuniche da solide cattedre politiche ben piazzate nella Storia, i post comunisti sentenziano le loro da tende scout piantate nel vuoto del presente. È cambiato il pulpito, ed è cambiato il sistema politico. Il Pci stava fisiologicamente all'opposizione e perciò non aveva bisogno di alleati, il Pd ambisce a stare strutturalmente al governo e perciò ha bisogno di alleati. E ne ha ancor più bisogno in vista del Gran Ballo del Quirinale. Si consiglia, pertanto, agli amici democratici di dismettere i panni del barone von Masoch, avviando una rigorosa analisi dei costi e dei benefici (per il partito, per il sistema politico e per la società) che questo antico ma violento metodo in effetti comporta. Probabilmente scoprirebbero che deporre le armi dell'etica per impugnare quelle della politica li avvantaggerebbe e, spostando l'attenzione dalle persone alle cose, contribuirebbe a svelenire e rendere più concreto il dibattito pubblico in questa nostra conflittuale e un po' ipocrita Italia. Andrea Cangini

Che te lo Dico a fare? Letta, Zan e l’eterno ritorno della sinistra degli stereotipi. Francesco Cundari su L'Inkiesta l'1 Novembre 2021. Sulla legge contro l’omotransfobia, il Pd è tornato a fare quello che ha fatto per un decennio con Dico, Pacs e Cus senza ottenere nulla. E ora vuole trasformare Renzi nella nuova Binetti per aver proposto di trattare (come lo stesso Letta e ieri sera anche Prodi). Sul ddl Zan e su come siamo arrivati a questo punto, ovviamente, tutte le opinioni sono legittime. Personalmente, disapprovo sia la scelta compiuta da Matteo Renzi di andarsene in Arabia Saudita invece che a votare in Senato, sia la scelta compiuta da Enrico Letta di lanciare una fatwa contro Italia viva invece di una seria analisi della sconfitta. Comunque la pensiate, però, c’è qualcosa che dovrebbe preoccuparvi, specialmente se siete elettori del centrosinistra (parlandone da vivo), nella piega che ha preso tutto il delirante dopopartita. A partire da una certa sensazione di déjà vu. Il Partito democratico sembra infatti fermamente intenzionato a fare con la legge contro l’omotransfobia quello che ha fatto per oltre un decennio con Pacs, Dico e Cus. E cioè assolutamente nulla, dal punto di vista legislativo, ma un nulla gravido di scontri tanto esasperati quanto inconcludenti, su cui gruppuscoli, partitini e leaderini hanno costruito fortune, a spese della coalizione, dei governi di centrosinistra e dello stesso Partito democratico, la cui gestazione fu enormemente complicata proprio da questa dinamica autodistruttiva. A leggere i giornali – per non parlare dei social, che vent’anni fa per fortuna non c’erano – sembra infatti di essere tornati al tempo dei girotondi e alle stucchevoli discussioni sull’identità della sinistra, generalmente riassumibili nel concetto: essere davvero di sinistra significa gridare molto forte quanto ti fa schifo la destra, non scendere a compromessi con la destra, non parlarci nemmeno, con la destra (lasciando inevasa la domanda su cosa la sinistra ci stia a fare, a quel punto, dentro un’istituzione chiamata non per caso «Parlamento»). Sembra di essere tornati ai tempi in cui fior di intellettuali sostenevano che essere di sinistra significava definire il governo di Silvio Berlusconi un “regime”, paragonandolo esplicitamente al fascismo. E senza più neanche un Antonio Pennacchi a replicare, come fece in un’indimenticabile assemblea del 2002, che «quello [Berlusconi, ndr] aveva un’idea del Paese e noi non ce l’abbiamo», perché noi «sappiamo fa’ solo battaglie de stereotipi». Evidentemente è proprio così. Sappiamo combattere – noi di sinistra – solo a colpi di stereotipi. E quando ci viene a mancare il problema su cui allestire la parodia di una guerra civile a colpi di contrapposti luoghi comuni, magari perché a qualcun altro viene in mente di risolverlo, il problema, occorre trovarne un altro. Il giorno dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili, chi ha più sentito parlare di Paola Binetti? In un battibaleno erano scomparsi tanto i bersaglieri pronti a una nuova breccia di Porta Pia, quanto le armate clerico-fasciste decise a riportarci nel medioevo. Ed ecco che, dopo essere andati a sbattere in Senato sulla legge Zan, per uscire dall’imbarazzo, i dirigenti del Pd sembrano avere deciso di trasformare Renzi nella nuova Binetti, facendo delle inconfessabili manovre renziane il luogo comune espiatorio su cui scaricare tutte le responsabilità, allo scopo di alimentare una mobilitazione che altrimenti non saprebbero come motivare. Si può non condividere la posizione di Italia viva sulla legge Zan (io l’ho criticata qui già a luglio) e trovare al tempo stesso surreale la campagna scatenata dal Partito democratico contro gli esponenti di Italia viva. Campagna particolarmente surreale, in primo luogo, perché fondata sull’accusa – ovviamente indimostrabile – di avere votato in segreto diversamente da come pubblicamente dichiarato. E in secondo luogo perché l’indizio decisivo sarebbe il fatto di avere invitato a trattare con il centrodestra, che è quanto Letta aveva proposto di fare, con una svolta radicale e inattesa, proprio alla vigilia del voto. Nulla però è stato surreale come sentire Romano Prodi spiegare ieri sera in tv che sarebbe stato semplicissimo fare due o tre piccole modifiche («quelle di cui si discuteva») per approvare la legge Zan, e che dunque se si è andati allo scontro è perché «si è voluto l’incidente». Salvo precisare subito che l’apertura di Letta, alla vigilia del voto, non era stata affatto tardiva, perché se si vuole l’accordo si trova anche all’ultimo minuto. Dunque, di chi è la colpa: di chi voleva trattare o di chi non voleva farlo? Di chi voleva snaturare la legge o di chi l’ha strumentalizzata per andare allo scontro? E chi era che voleva trattare: Letta o Renzi? Non ha nessuna importanza. Nelle «battaglie di stereotipi» contano solo gli stereotipi.

Melania Rizzoli per "Libero quotidiano" il 7 febbraio 2021. Esiste una dimensione molto più buia, oscura e dannosa della menzogna, oggi talmente diffusa da essere diventata una sorta di maschera sociale per ottenere vantaggi: è l' ipocrisia. Spesso identificata come l' opposto della sincerità e della trasparenza, questo atteggiamento include un insieme di comportamenti legati alla scarsa chiarezza, alla falsità e all' ambiguità, ovvero la tendenza a fingere, a simulare, ad esibire un falso disinteresse e camuffare le proprie intenzioni, mirate alla conquista di un bene, di una posizione, dell' affetto o della stima di una persona. In realtà tutti noi nella vita quotidiana facciamo un uso, seppur modesto, dell' ipocrisia, come quando per esempio fingiamo piacere ad incontrare una persona che avremmo evitato, o quando ci mostriamo gentili e cortesi con chi non vorremmo esserlo, ma in questi casi sarebbe meglio parlare di diplomazia anziché di ipocrisia, poiché la cortesia, l' educazione e la gentilezza sono ingredienti necessari in ogni ambiente sociale, e soprattutto opportuni quando non è il caso di esprimere senza filtri il proprio sentire. L' ipocrisia è peggio della menzogna perché nasconde dietro sembianze amichevoli una volontà di potenza mirata al possesso o all' accaparramento di un bene o della stima, per rendersi graditi ed accettati per poi prevalere ed ottenere vantaggi personali. L' ipocrita è consapevole di indossare una maschera che considera funzionale nei suoi rapporti con il mondo esterno, recitando una commedia che non lo rappresenta per quello che è, evitando di mostrare palesemente l' effettiva intenzione finale, e la persona ipocrita spesso assume le sembianze di un amico di cui fidarsi, con cui parlare e confidarsi, di un partner fedele e disponibile, mentre dietro al proprio agire nasconde un desiderio di conquista, di opportunismo o di frode, riconoscibile dalla falsità del rapporto, identificabile dalla mancanza di reciprocità e coinvolgimento nella relazione. L'origine "Ipocrisis", dal greco "simulazione" era il nome dato agli attori di teatro che recitavano e simulavano un ruolo, ma oggi l' ipocrisia la troviamo ogni giorno sul palcoscenico della vita quotidiana, in tutte quelle persone che si comportano diversamente da quello che pensano, che fanno cose differenti da quelle che dicono, che sono portavoce di principi morali e senso di giustizia senza crederci, e che spesso si contraddicono nei gesti, negli atteggiamenti e nelle discussioni con coloro che la pensano diversamente da loro. L' ipocrita è la persona che nel fare un complimento dice celatamente una cattiveria facendola trapelare in modo sottile, mascherandola da elogio, esaltando alcune caratteristiche, spesso non veritiere, come fossero difetti, ma delle quali è invidiosa o gelosa, rivelando scarso rispetto al reale modo di essere e mentendo sui propri fini ed interessi. In realtà gli ipocriti dimostrano sofferenza nelle proprie relazioni, dovute spesso a delusioni nei confronti di atteggiamenti non sinceri e leali, che hanno minato in passato la loro sicurezza e provocato dolorose disfunzioni, rendendoli conflittuali, litigiosi, sospettosi e con un intimo senso di inadeguatezza. L' ipocrisia infatti si alimenta con la scarsa fiducia in se stessi, con l' incapacità a relazionarsi a viso aperto e ad interloquire lealmente con il mondo esterno, nascondendo le emozioni basilari, inclusa l' ostilità repressa, il cui ferreo controllo psichico impedisce di trapelare.

Le tipologie. Ci sono ipocriti di tutti i tipi: i manipolatori, i falsi buonisti, quelli convinti di essere sempre nel giusto, quelli che si indignano per principi che non rispettano, quelli che giudicano gli stessi difetti che hanno loro stessi, che elogiano chi è debole, povero e possibilmente sofferente, e poi tutti quelli che insinuano, che esigono, che vedono nel successo altrui motivi di sospetto, che poi criticano malignamente fingendo comprensione. Molto spesso però l' ipocrisia è inconsapevole, sinonimo di una stupidità manifesta, che nasconde la propria ottusità e inadeguatezza dietro atteggiamenti vittimistici che manifestano fragilità e insicurezze, le quali divengono improvvisamente violenza e aggressività ignorante nel momento in cui ci si sentono incompresi e non valorizzati secondo la propria visione di sé. Ai bambini si insegna che la verità è giusta, che mentire è un' abitudine da evitare sempre, ma verso i 10-13 anni si sviluppa nei ragazzi un principio di coscienza sul senso di giustizia, che rivela pian piano le contraddizioni degli adulti e ci si comincia a chiedere se è meglio offendere con sincerità oppure mentire per semplice educazione. È questa l' età in cui inizia la convivenza con l' ipocrisia ancora innocente, che oggi appare pienamente istituzionalizzata nella nostra società, addirittura normalizzata, come un male inevitabile radicato in ogni ambito, politico, lavorativo, sentimentale, amicale e familiare.

La finzione. Anche dal linguaggio del corpo, che non mente all' unisono, si riconosce l' ipocrita: per come ti dà la mano, per il suo sorriso mai spontaneo ma di circostanza, che non coinvolge tutti i muscoli facciali ma solo le labbra, mentre i suoi occhi sono mobili e raramente guardano fisso l' interlocutore, e i suoi movimenti sono spesso affrettati e i gesti compulsi per deviare l' attenzione ed evitare a tutti i costi di esporsi esteriormente nel loro intento. L' amicizia di un ipocrita è la finzione di uno scambio reciproco, di un affetto sincero, di una confidenza leale, ed è priva di generosità e autenticità e mai disponibile a ricambiare, al punto che il falso amico ti elogia quando ti ha di fronte, per poi sparlare alle spalle facendo emergere l' ostilità repressa, per cui nel momento per lui opportuno si schiera con l' amico più potente, con la persona che ha più potere e può assicurare un trattamento migliore. Concludo ricordando le parole di Carl Gustav Jung quando affermava: «La maggior parte degli ipocriti giudicano. Perché pensare è molto difficile. La riflessione richiede tempo, impegno e intelligenza, per cui chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi». In realtà in tutti noi esistono molte identità, ma vi è un nucleo originario, come quello del seme della pianta che ci hanno impiantato da bambini, ovvero la sincerità, la grande incompresa del tempo corrente, una virtù oggi solo dei grandi, di coloro che non hanno mai tradito sé stessi o gli altri, che hanno sradicato da dentro l' ipocrisia o che non ne hanno mai fatto uso, non hanno mai indossato maschere bensì mostrato limpidamente il proprio volto, le proprie emozioni e i propri sentimenti con onestà, trasparenza e limpidezza, senza sotterfugi mentali e soprattutto senza la grande fatica di nasconderli mentendo.

·        L’Autocritica.

È stata tua la colpa. Luigi Manconi su La Repubblica il 31 agosto 2021. La rassegna di Florinas, nel Nord della Sardegna, ribalta il concetto di autocritica. Che diventa sempre più atto di accusa verso gli altri. Il Festival della letteratura gialla si svolgerà a Florinas, nel Nord della Sardegna, da oggi al 5 settembre. A promuoverlo è l'amministrazione comunale di quel paese (1506 anime, 12 km in linea d'aria da Sassari), ormai da dodici anni. La direzione artistica è affidata alla libreria Azuni di Sassari (quella dello storico liceo classico in cui hanno studiato Palmiro Togliatti ed Elisabetta Canalis, Enrico Berlinguer ed Enrica Bonaccorti) e a Cyrano di Alghero. E qui si trova già un primo indizio di quella intricata investigazione che costituisce la trama del Festival, perché dietro il richiamo al romanzo di Edmond Rostand si scopre un luogo sorprendente: una delle rare librerie-enoteche presenti in Italia. Attenzione: non una libreria dove si può bere un aperitivo, bensì la sede di una felice convivenza tra lettura e alcol. La libreria-enoteca Cyrano di Maria Luisa, Elia e Gian Mario offre, infatti, una grande scelta in materia di vini e, allo stesso tempo, una affettuosa attenzione per gli interessi culturali di chi ritiene che un libro da leggere non sia solo quello in testa alle classifiche dei più venduti. Un luogo, insomma, che avrebbe fatto la delizia - siamo in una città per molti versi "catalana" di Pepe Carvalho, l'investigatore privato inventato da Manuel Vázquez Montalbán. Carvalho ha reso la cultura del cibo e del vino una importante risorsa analitica per indagare il crimine, i suoi autori e le sue vittime. Montalbán è morto da quasi vent'anni e dunque non potrà essere a Florinas, ma vi saranno importanti autori come Ian Manook, Wulf Dorn, Serge Quadruppani, John Woods e Carlos Zanón. E poi gli italiani: da Bruno Arpaia a Barbara Baraldi (sceneggiatrice di Dylan Dog), da Wu Ming 1 a Federica Graziani, da Enrico Pandiani a Stefania Divertito e a Luca Crovi. A scorrere i nomi, balza immediatamente agli occhi che non si tratta esclusivamente di scrittori di genere. E questo è il secondo indizio. La letteratura gialla, o come la si voglia chiamare (se ne discute da mezzo secolo), mette a disposizione, dentro una struttura narrativa compatta e regolata, una serie di categorie utili a interpretare il male nelle sue manifestazioni individuali e nei suoi effetti sul contesto sociale. Insomma, il meccanismo dell'indagine poliziesca svolge la medesima funzione - oso dire - della psicoanalisi, delle scienze sociali e dell'antropologia. Lo si capisce bene ponendo attenzione al terzo indizio (ricordate? Secondo Agatha Christie "tre indizi fanno una prova"): l'edizione di quest'anno di Florinas in giallo ha per titolo "La colpa". Nella liturgia cattolica, la messa e la celebrazione eucaristica vengono preparate da un atto penitenziale: è il Confiteor, la confessione. Le parole cruciali della versione in latino sono: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, indirizzate a Dio Onnipotente, ma anche "a voi" (vobis): ovvero coloro che partecipano al rito. L'ammissione della colpa, dunque, viene pronunciata, sì, al cospetto di Dio, ma rivolgendosi ai propri simili. Ci voleva il trauma della Seconda guerra mondiale, dei totalitarismi e del sistema-lager per fare della confessione della colpa un tratto essenziale dello spirito del tempo. Emerge così, nella psiche dell'uomo occidentale novecentesco, il senso di una colpa commessa e non espiata. Intere popolazioni vengono chiamate a rispondere di atroci crimini. E si apre l'epoca del Mea culpa che - come nella liturgia cattolica - si rivolge a vobis: ovvero ai membri tutti del consesso umano. La pratica dell'autocritica, da procedura politica autoritaria, propria di alcuni processi rivoluzionari - quello sovietico e quello cinese - diventa un atteggiamento destinato a invocare perdono e riconciliazione (Commissione per la verità e la riconciliazione è il nome dell'organismo che intendeva sanare le ferite lasciate dall'apartheid in Sudafrica). Si pensi al discorso di Giovanni Paolo II nel 1986 nella sinagoga di Roma. E alla terribile auto-accusa del Presidente serbo Tomislav Nikoli?: "Mi inginocchio, chiedo perdono per la Serbia e per il crimine di Srebrenica". Infine, al senso delle parole del premier rumeno Florin Cîtu, a proposito delle migliaia e migliaia di ebrei perseguitati: "Inimmaginabile sofferenza, crudeltà e ferocia". Dietro queste ammissioni di colpa si intravede la consapevolezza che non può esservi memoria condivisa e storia comune se non si indagano le responsabilità morali e materiali e se non si riconosce una pena da espiare attraverso una sanzione adeguata. Eppure, tutto ciò, oggi, sembra travolto da una tendenza che va in direzione opposta. È come se l'autoriflessione, la conoscenza di sé, l'esame di coscienza comportassero una fatica talmente logorante da rovesciarsi, fatalmente, nel suo contrario. Si può dire: dall'epoca del Mea culpa alla stagione della Tua culpa. Non è il brillante aforisma di un qualche teorico dello Scetticismo Universale: è, piuttosto, lo slogan più appropriato per il tempo presente. E il tracciato di una traiettoria del sentimento collettivo e dell'umore di massa. In altre parole, si è passati dal rito di un autodafé permanente alla pratica di una ininterrotta delazione. Dall'assunzione della propria responsabilità all'atto di accusa contro "gli altri". Dalla confessione collettiva al populismo penale come domanda di giustizia esemplare e vendicativa, fino al giustizialismo dei mozzaorecchi assetati di sangue. La narrativa gialla o noir o poliziesca o thriller o crime che si propone a Florinas allude a tutto questo. Spetta a noi raccogliere gli indizi, tradurli in prove, farne strumenti per investigare e conoscere la realtà.

·        L'Individualismo.

Aldo Rovatti per “La Stampa” il 2 novembre 2021. Un aspetto che caratterizza l'individualismo ormai generalizzato è la mancanza di ascolto. Ciò che ci interessa è prendere la parola in ogni situazione, dare così prova di esistere, «parlo dunque sono» potremmo sintetizzare con un sorriso. Questo vale ovunque, da quello che accade dentro le mura domestiche a quanto verifichiamo fuori, negli spazi pubblici, quasi sempre. Non credo ci sia bisogno di tanti esempi, tutti viviamo all'interno di questo flusso di parole, sollecitati in ogni istante da un'orchestra mediatica via via più incalzante, da quando ci svegliamo la mattina a quando ci addormentiamo la sera con rare interruzioni. Osservo, piuttosto, il fatto che non è solo una questione che riguarda l'abbassamento dei toni, sulla quale si è molto insistito: certo, attenuare i toni spesso gridati è un gesto eticamente auspicabile, il necessario inizio per aprire la strada a un atteggiamento critico, però non è sufficiente. Bisogna fare un passo oltre per arrivare al cuore del problema, cioè che il nostro continuo parlare manifesta l'inceppo in cui stiamo intrappolandoci, e soprattutto rende sempre più inattiva la capacità di ascoltare, al punto che stiamo quasi disimparando a usarla. Se le parole che diciamo, anche quando le pronunciassimo con calma (il che accade raramente, basta accendere il televisore), vengono caricate dal compito di rappresentare l'individualità di ciascuno di noi, altrimenti non contano, e fin qui - credo - possiamo forse intenderci, che ne è dell'ascolto a cui dovrebbero essere indirizzate? L'ascolto è il vero oggetto misterioso della questione. Magari riusciamo perfino a calcolarlo facendolo diventare un dato sensibile. Ci viene infatti comunicata la quantità di «ascolti» che ha avuto un discorso pubblico, come se fosse completamente ovvio che l'ascolto possa essere conteggiato. Dico che si tratta di un oggetto misterioso perché è facile verificare che quasi nessuno riesce (anche se lo volesse) a impersonare davvero il ruolo dell'ascoltatore: non abbiamo quasi mai la pazienza di metterci in ascolto di chi ci sta parlando. Crediamo di avere già capito tutto dalle prime tre parole che pronuncia e già da subito elaboriamo nella nostra testa le parole di risposta che possiamo dargli. Siamo tutti dei parlanti, quasi nessuno di noi è un ascoltante. Pochi, molto pochi ascoltano. L'ascolto è raro perché è un gesto scomodo, faticoso, che richiede un'inabituale attenzione all'altro. Prendersi cura di chi abbiamo vicino e di fronte comporta un distoglimento da sé stessi che non rientra nell'esperienza comune e quotidiana. Per ascoltare (non per finta, ma davvero) occorre riuscire a tacitare il nostro ego e la sua fretta di chiudere, rattrappire al massimo lo spazio di attesa prima di poter prendere la parola. L'ascolto esige che ci sia lì, nella scena reale, un altro soggetto. Non c'è effettivo ascolto senza questa «ospitalità», perciò è rarissimo provare la sensazione che la persona alla quale ci rivolgiamo stia davvero ascoltando. Non è dunque esagerato farsi l'idea che l'attuale società, in cui tutti ricevono ed emettono torrenti di parole, dunque una collettività indubbiamente fondata sulla comunicazione (parlata, scritta, digitata), risulti in definitiva una comunità di sordi, di soggetti che magari credono di ascoltarsi ma che in effetti «non hanno orecchio». Il che introduce un aspetto non irrilevante del problema che sto cercando di contornare: l'ascolto c'è (come dicevo, lo possiamo perfino tradurre in numeri), ma quasi sempre si tratta di un «falso ascolto». Ascoltiamo, anzi passiamo le giornate ad ascoltare. Ma chi ascoltiamo? La risposta è deprimente: ascoltiamo di continuo e quasi esclusivamente noi stessi. Negarlo, come tutti saremmo portati a fare con un moto immediato di difesa, appare un'impresa ardua. Occorrerebbe negare che mentre parliamo, non importa in quale circostanza, siamo tutti presi dall'«ascolto» di noi stessi: dal timore, forse anche, di dire parole che non sono proprio quelle che volevamo pronunciare, ma soprattutto dal piacere, dal compiacimento di quanto stiamo dicendo, arrivando (non raramente) al punto di osservare prima noi stessi che le reazioni e il comportamento di coloro con i quali stiamo parlando. Mi pare che questo sia un «falso ascolto» proprio perché l'altro, in tale esperienza di normale narcisismo, viene completamente tolto di mezzo. Aggiungo soltanto che ascoltare sé stessi sarebbe invece un esercizio molto importante, se volessimo e potessimo ascoltarci prendendo una distanza critica e introducendo un «altro» orecchio, ma questo non capita quasi mai e sempre meno.

·        La chiamavano terza età.

Daniela Mastromattei per "Libero quotidiano" l'8 novembre 2021. «Ognuno ha l'età che si sente di avere», è una delle pillole di saggezza della Regina d'Inghilterra che in questi giorni ha sfoderato il suo spiccato senso dell'umorismo rifiutando il premio "Anziana dell'anno" con un «no, thank you». E spiegando in una lettera indirizzata a Oldie, la rivista inglese che intendeva assegnarle il riconoscimento, che lei sarà anche a un passo dal secolo di vita ma l'età è una questione soggettiva. «Sua Maestà», ha sottolineato il segretario privato Tom Laing-Baker, «non si sente di raggiungere i criteri rilevanti per accettare il premio e spera che troviate un destinatario più meritevole». Un no «educato ma intransigente», stando a Gyles Brandreth, coordinatore del concorso, nonché scrittore e amico del principe Filippo. Una mente raffinata quella di Elisabetta II, che ha sempre ribadito: «Non c'è niente di peggio per il morale come ricordare che gli anni passano sempre più velocemente, e che il vecchio scheletro comincia a perdere pezzi». Sarà questo il segreto della sua forza e del suo essere sempre sorridente e battagliera. In realtà ci sono studi che lo confermano: la potenza della mente può fare miracoli, l'età psicologica può addirittura influenzare quella biologica. E sembra faccia bene anche barare sulla data di nascita, sarebbe più efficace di una crema antiaging o di un ritocchino dal chirurgo estetico, con un risultato molto più naturale. Niente a che vedere con la sindrome di Peter Pan dove si prolunga l'eterna fanciullezza rifiutando le responsabilità dell'età adulta. E siamo lontani pure dall'ossessiva giovinezza alla Dorian Grey, vissuta tra narcisismo e ricerca del piacere. La cultura della giovinezza consapevole include una leggerezza nel modo di vivere, che non ha nulla a che vedere con la superficiale, un volersi bene, un pizzico di egoismo e una manciata di obiettivi e sogni. «Il pensiero può influire positivamente sul benessere fisico. Pensare in maniera attiva, lucida, tenendo sempre la mente allenata e avendo un atteggiamento proattivo verso la vita, aiuta in modo significativo anche l'aspetto esteriore», dice a Libero la psicoterapeuta Miolì Chiung. «La psicosomatica è quel campo di studio che associa la relazione tra mente e corpo. Questo non significa che il corpo non invecchi, ma è il modo in cui lo fa che cambia. Il positive aging è l'atteggiamento che si dovrebbe avere come stile di vita, per prepararsi ai cambiamenti senza perdere la voglia di fare», sostiene. «Si innesca così un circolo virtuoso in cui si hanno benefici concreti sullo stato di salute. Essere positivo e avere più energie produce straordinari effetti sull'umore. Curare il proprio corpo per curare la propria mente e viceversa curare la propria mente per curare il corpo», conclude la dottoressa. La pensa così anche la psicologa Emma Cosma, raggiunta al telefono: «Invecchiare è un processo inevitabile, ma il sentirsi più giovani rispetto all'anagrafe spesso dipende dalla percezione che si ha di sé stessi. Non è per tutti così. Anzi, è una condizione di privilegio, uno stile di vita di chi sa vivere pienamente in modo appagante ogni giorno, di chi vede il bicchiere mezzo pieno. Di chi è sempre sorridente e gioioso, spiritoso, ironico. E sa entusiasmarsi». Come dichiarava già nel V secolo a.C. il filosofo greco Antifonte: «In tutti gli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia». «La psiche influisce sul corpo in modo assolutamente positivo quando è alimentata dalla curiosità, dalla creatività, da un'apertura verso i sentimenti e gli affetti, le passioni, i progetti. Ma molto dipende anche da un modo di vivere sano, dovuto a una corretta alimentazione e all'attività fisica che non dovrebbe mai mancare, così come il riposo», continua la Cosma. «Questo non significa rincorrere la giovinezza a tutti i costi, talvolta in modo ossessivo, artificioso e narcisistico perché rivelerebbe un'insicurezza e un'incapacità di sapersi accettare. L'autostima è fondamentale, è un percorso intimo, che permette di affrontare il tempo che passa con equilibrio. E non si raggiunge certo rincorrendo la chirurgia estetica. L'accettazione è un passaggio importante e corretto di fronte al proprio fisico che cambia. Ogni età ha un suo significato e una sua bellezza. La sicurezza e consapevolezza che si raggiungono con l'esperienza regalano serenità interiore e centratura». Qualcuno la chiama saggezza, a dispetto delle turbolenze adolescenziali.  Il nostro corpo risponde alle aspettative della nostra mente: lo dimostra anche lo studio, condotto da Antonio Terracciano, ricercatore italiano che lavora presso il National Institutes of Health (NIH) di Baltimora, e pubblicato da Age. Una verità scientifica che Terracciano ha ricavato dopo aver analizzato il comportamento e le cartelle di oltre 8000 anziani arruolati in due grandi studi americani: se il cervello è convinto che siamo più giovani di quanto non risulti all'anagrafe, il corpo reagirà di conseguenza rallentando non solo l'invecchiamento, ma anche il declino delle capacità motorie. Gli anziani più "giovanili" (coloro che si sentivano più giovani della loro età) camminano con passo più spedito e col passare degli anni pur rallentando lo fanno in maniera minore dei coetanei che non si sentono giovani. Ciò dimostra che l'invecchiamento procede per loro in maniera più lenta. Lo sapeva bene il banchiere David Rockefeller che aveva promesso di non lasciare questo mondo prima dei 100 anni. Infatti se ne è andato a 101 anni. L'elisir di longevità risiede nel cervello, come dichiarava il Nobel, Rita Levi Montalcini: «Il corpo faccia quello che vuole io sono la mente». 

I nonni patrimonio dell’umanità. Di Vincenzo Naturale ilsudonline.it il 29 ottobre 2021. I nonni oltre a rappresentare il cuore di ogni famiglia sono un approdo insostituibile. Figura al pari di una luce nell’oscurità devono essere presenti dal primo vagito dei nipoti fino all’accompagnare questi poi verso l’età matura. Genitori due volte con un bagaglio d’esperienza che solo la vita può donare. Il loro approccio nella forma mentis dell’individuo diviene fondamentale per delineare una singolarità diversa, al pari di un cammino spirituale che ogni adulto porterà con se per tutta la vita. In questo momento storico le tecnologie odierne usate spesso nel periodo trascorso per rimanere vicini seppur in modo diverso, stanno portando gli anziani in generale verso una nuova era dove l’incontro con le nuove generazioni sta decisamente migliorando. L’approccio alla multimedialità sta affinando i rapporti interpersonali. Difatti vedo tanti nonni che fanno video chiamate, chat, mettono foto su fb, postano frasi; è letteralmente stupendo, esperienza e maturità con un pizzico d’innovazione. Chi può eguagliarli nel capire i giovani? Oltre tutto sono custodi degli usi e costumi del passato. Mentori della cucina mediterranea, svolgono un ruolo indispensabile nella crescita dei bambini come del resto nella parte affettiva ed emotiva essenziale per uno sviluppo sano. Vogliono solo essere amati è per ciò restituiranno il ricevuto mille volte in più. Il futuro è decisamente in un percorso nonni e nipoti.

Francesca D’Angelo per "Libero Quotidiano" il 19 aprile 2021. La vecchiaia è un concetto decisamente relativo in televisione. Metà dei conduttori sono degli "impostori anagrafici" (quanti di voi darebbero 66 anni a Milly Carlucci o 60 a Carlo Conti? Ecco, ci siamo capiti), ma soprattutto in tv ai giovani  piacciono sempre di più i vecchi. Anzi, le vecchie. I nuovi volti femminili del momento, quelli che trasformano il programma in un cult, sono infatti rigorosamente ultrasettantenni. Ebbene sì, se negli anni 90 si cercava la pin-up prosperosa, oggi le reti si contendono le gentili matrone, che con la loro autoironia mettono d' accordo adulti e ragazzi. Il pubblico generalista, che di base è femminile e anziano, è affascinato dal vedere i propri coetanei scorrazzare liberi e felici fuori dall' ospizio: è pur sempre una prospettiva di speranza, merce rara in questi tempi. Allo stesso tempo i giovani le adorano: ne riprendono le battute, ridono per le loro schiette affermazioni ma soprattutto stimano le dive senior riconoscendone l' intelligenza e la grande professionalità. Praticamente, ai loro occhi, sono una sorta di Chiara Ferragni con le rughe. Persino le femministe plaudono: grazie alle senior star, la simpatia ha battuto la scollatura. Ma vediamo chi sono le over70 più richieste del momento. In prima linea c' è lei: Mara Maionchi. Classe 1941, il 22 aprile compirà la bellezza di 80 anni. A momenti ha fatto più programmi lei che Belen Rodriguez. Citiamo i principali: "n" edizioni di X factor (abbiamo perso il conto), Amici, Celebrity Masterchef, Italia' s got talent fino al fenomeno del momento ossia Lol: chi ride è fuori. Nel celebre comedy show di Amazon Prime Video Maionchi era l' arbitro, insieme a Fedez. In realtà passava metà del tempo a ridere, contagiandoci con il suo buon umore. Sempre più richiesta è anche Iva Zanicchi. La cantante ha sempre alternato musica e tv ma negli ultimi anni la sua schietta sincerità è diventata un marchio di fabbrica: in un mondo regolato dal politicamente corretto, lei dice quello che pensa. Punto. Ecco perché la chiamano, ogni due per tre, come giurata o opinionista. Attualmente è in onda come opinionista a L' isola dei famosi e se non ci fosse quella carta d' identità a ricordarci che ha 81 anni, non la bolleremmo mai come "anziana". Spesso ha più grinta lei di Zorzi ed Elettra, e abbiamo detto tutto... Tra l' altro, stando a un' indiscrezione di TvBlog, sia Maionchi che Zanicchi sarebbero nel cast del programma Venus Club, atteso a maggio su Italia1: un' accoppiata che promette faville.  Dopodichè c' è la Regina della Domenica, ovvero Mara Venier. Età: 70 anni. Li dimostra? No. È amatissima? Sì, tanto che per i giovani lei è ancora la "zia" Mara, mica la nonna. Un altro mostro sacro è Loretta Goggi. La nostra non ha certo bisogno di presentazioni: è stata, ed è, un' ottima attrice, imitatrice e cantante. A 70 anni non pensa minimamente di andare in pensione ed è una dei giurati più amati di Tale e quale show. Dal 23 aprile la ritroveremo anche in Top Dieci, a giocare nel programma di Rai Uno condotto da Carlo Conti. Infine, una menzione speciale va al fenomeno Orietta Berti (77 anni). Sanremo è come se lo avesse vinto lei: è piaciuta a tutti riscuotendo soprattutto le simpatie dei ragazzi. Tv8 ci ha visto giusto nel coinvolgerla nel programma Name that tune: le sue cover/imitazioni (non sappiamo nemmeno noi come definirle) dei Maneskin e di Achille Lauro hanno fatto il giro della rete. Altro che le pin-up mute di una volta...

Giulia Villoresi per “il Venerdì - la Repubblica” il 16 marzo 2021. Parleremo di un tabù contemporaneo: la vecchiaia. E poi, senza alcuna provocazione, diremo che l' adolescenza è la sua vera anticipazione. Che queste due età si somigliano, sono complementari, in quanto stagioni in cui l' individuo affronta la dimensione meno addomesticabile della vita: la sessualità prima, la morte poi, questo tutt' uno col mistero. L'occasione è un saggio di Francesco Stoppa, psicoanalista lacaniano, per quarant' anni al Dipartimento di salute mentale di Pordenone: Le età del desiderio (Feltrinelli, pp. 160, euro 17). Del desiderio Stoppa dà un' interpretazione controintuitiva: non una spinta energetica, sostanzialmente fallica, ma, al contrario, un atto ricettivo, di resa. Ciò che sperimentiamo, desiderando davvero, è un cedimento, il fondersi delle resistenze dell' io al contatto incandescente con la nostra vera natura. È una «chiamata» da parte della vita, e adolescenza e vecchiaia sono il momento in cui rispondere sì. I due gong. Le soglie critiche oltre cui si rende necessaria una rinegoziazione dell' identità. Detestiamo quella sensazione: «sporgere pericolosamente verso il lato meno rischiarato della vita». Eppure, bisogna buttarsi. L' adolescente lo fa accettando di entrare in scena, il vecchio accettando di uscirne.

Stoppa chiama questo atto di coraggio «l' arte di crescere e l' arte del tramontare», e ne ravvisa un drammatico ristagno: la nostra società, nel suo invincibile ribrezzo per la vecchiaia, blocca il passaggio di età, impoverisce i fatti umani, ci condanna a una «felicità senza desideri».

Si può dire che tutto questo sia l' ennesima manifestazione di odio per la morte?

«Direi che la nostra società odia più la vecchiaia della morte. Perché il pensiero della morte è inconcepibile. E si può rimandare. Quello della trasformazione no».

Dunque è odio per la trasformazione.

«Sì. Perché nella trasformazione ci ritroviamo decentrati. Percepiamo l' aprirsi di una falla, una frattura che ci divide dall' immagine che ci siamo fatti di noi stessi, o che altri ci hanno cucito addosso. Il sapere consolidato non serve più: si tratta di produrre un nuovo sapere».

E questa crisi, nell' adolescente, non è compensata dalla sensazione del futuro che gli si schiude davanti?

«È così. Ma non basta. L' adolescente è impregnato, come i Prigioni di Michelangelo, della propria "cattiva forma": porta in sé tutta la tensione dell' incompiuto. Sprigiona un odore acre, pungente, che gli è sconosciuto. Qualcuno fa derivare "adolescenza" da adoleo, emano odore».

Anche questa età ha qualcosa di disturbante, non è vero?

«Certo. Perché è l' età che viene a portare la spada. Prima del sì, prima dell' assunzione del proprio destino, c' è un no da dire. E questo no, innanzitutto rivolto alle aspettative dei genitori, impedisce una trasmissione intergenerazionale per così dire d' ufficio. Indolore».

E l' arte del tramontare, invece?

«È saper concepire e praticare la propria uscita di scena come condizione necessaria per far passare all' esistenza qualcosa di nuovo e di altro».

E in questo, i vecchi non sono più così bravi.

«Non è facile, in una società che non riconosce alla vecchiaia alcun prestigio. Gli anni sono un peso, una vergogna da dissimulare. Così i vecchi non riescono ad abbandonare il campo. Nel lavoro, non mostrano più nessun interesse a tramandare storie e sapere. Anzi, spesso non si pongono neanche il problema».

Mi pare che lei riscontri questa avarizia specialmente nella generazione della contestazione del' 68-'77.

«Quella generazione si è rivelata molto più narcisisticamente orientata di quella dei propri figli e nipoti. È come se avesse detto loro "nessuno sarà mai giovane e rivoluzionario come noi", rivendicando l' esclusiva sul desiderio. Non ha realizzato che il desiderio non è proprietà di nessuno. E, finita la rivoluzione, si è spenta, perché il più delle volte non c' era stata la rivoluzione dentro».

Uomini e donne reagiscono alla vecchiaia nello stesso modo?

«Bella domanda. Mi verrebbe da dire che le donne fanno più fatica ad accettare la trasformazione del corpo, ma di fatto hanno un rapporto con la vita meno difeso, che le rende più aperte all' invecchiare. L' uomo, avendo il fallo, è ossessionato dall' idea di perderlo».

E invece la ferita narcisistica dell' invecchiamento, come lei dice, è compensata proprio da questo: dalla leggerezza che dà il saper «perdere i pezzi».

«Sì, è la pacificazione col destino. Il privilegio, che manca all' adolescente, di non dover più giustificare il proprio esistere. C' è, in realtà, qualcosa di molto piacevole nel tramontare».

Come c' è qualcosa di ardente nella vecchiaia.

«E anche di trasgressivo. Ne parlo a proposito delle Tre età dell' uomo di Giorgione. Nel quadro vediamo tre figure in procinto di intonare un canto, ma mentre il giovane e l' adulto sono concentrati sullo spartito, il vecchio si gira per guardarci. Prende le distanze dalla scena, per dirci qualcosa».

Cosa?

«Basta guardare gli altri due: sembrano rapiti in un incantesimo di cui non hanno coscienza. Prigionieri dell' operosità, non sanno neppure di esserci. Mentre il vecchio lo sa. E con la sua posizione dissidente ci invita a riflettere sulla qualità della nostra presenza».

È questo il segreto, la particella aurea che i vecchi oggi stentano a trovare, e dunque a trasmettere?

«Sì, esserci. E infatti, se il protagonista del quadro è indubbiamente il vecchio, non lo è certo per una sua presunta natura deficitaria, ma per la sua auctoritas. Che non deriva solo dall' esperienza, ma dal fatto di incarnare una dimensione dell' esistenza finalmente libera dalle logiche dell' utile e del profitto. Sta a noi decidere - e si tratta di una questione di civiltà - se "il peso degli anni" sia da considerare una virtù o una vergogna».

Tiziana Lapelosa per “Libero quotidiano” il 5 marzo 2021. Ad Arezzo non si parla che di quel cuor che non si comanda. C' è chi lo fa con un pizzico di invidia per il coraggio che nemmeno un quarantenne... chi con una buona dose di disprezzo, "ma come, alla sua età?", chi con sincera ammirazione. Il cuore è quello di un 93enne che ha mollato la moglie per seguire il suo cuore che una donna non proprio giovanissima è riuscita a far battere di nuovo per amore, risvegliando in lui primitivi istinti. Così ha deciso di "ricominciare", di guardare oltre, di ridisegnare il propio futuro altrimenti fatto di moglie, figli e nipoti. Una routine che, evidentemente, non bastava più a mantenerlo "vivo", attivo, a dare un senso alla sua vita minata dall' insidia della monotonia, come nella canzone dei vecchi amanti. Qualche mese prima del confinamento, Cupido era stato un centro culturale. Un ballo tira l' altro, una partita tira l' altra, e tra i due è scattata una intesa che è andata oltre ogni aspettativa. Lui, immaginiamo, si è sentito rinascere, il corpo "esultante" e la mente pure. Lei vestita di una nuova sensualità e la voglia di sfruttare ogni goccia di vitalità che la vita ci offre. Insomma, tra un ballo e una partita, tra i due anziani è sbocciato l' amore con il sapore del "per sempre". Ora, come dirlo a casa? Alla moglie? Ai figli? Il 93enne ci avrà pensato come un adolescente che non può esimersi dal confessare l' inconfessabile ai genitori. Eppure deve farlo. Oggi, domani, no, forse è meglio riflettere ancora, trovare le parole giuste. Che cambiano sempre al momento della "confessione" nonostante mille prove. Trovato il coraggio, il rospo è stato davvero difficile da digerire per la moglie 86enne che si è vista sbriciolare le certezze di una vita, e per i figli che immaginavano la loro una famiglia ormai collaudata. Cosa vuoi che possa succedere a quell' età? E invece il cuore ci si è messo di mezzo. Colpita, addolorata, ma bertà, voglio rifarmi una vita», ha detto all' avvocato Marco Acquisti che ha preso a cuore, è il caso di dire, la sua causa. La separazione che l' uomo avrebbe voluto "consensuale" e alla quale lei in un primo momento non ha ceduto, pochi giorni fa è avvenuta davanti ad un giudice del tribunale civile di Arezzo. In pochi minuti, con gli avvocati in aula, Acquisti per lui, Michela Pellegrini per lei, in videoconferenza è andato in frantumi un lungo matrimonio del quale a lei resterà la casa in usufrutto e 300 euro al mese di mantenimento, a lui la ritrovata libertà e tutta la vita davanti con la nuova compagna a guardarsi negli occhi, a sfiorarsi, ad arrossire, a riscoprire sopite emozioni. Di certo dalla storia di Arezzo c' è chi ne esce a pezzi, condannato a chiedersi "ma perché?". Ma è una storia che insegna anche che davvero, come dice il detto popolare, "al cuor non si comanda" e che l' amore vince sempre su tutto e tutti.

La chiamavano terza età, oggi è il tempo del desiderio. Siamo abituati a pensare alla vita in modo lineare, con la vecchiaia come ultima tappa. Contrordine. Perché la stagione del rischio e del “tocco umano” rimescola passato e futuro. Pier Aldo Rovatti su L'Espresso l'1 marzo 2021. Dio sa quanto sarebbe opportuno elogiare la vecchiaia (e il papa l’ha appena ricordato), ma non è facile in tempi come quelli che stiamo vivendo, tempi davvero bui per gli anziani. Non sappiamo dove metterli. Le “case di riposo”? Le stiamo tenendo sotto osservazione anche per via dei focolai e di alcuni episodi inquietanti, preferiremmo comunque girare lo sguardo da un’altra parte e non vedere quei vecchi riuniti così in attesa della fine. Meglio, in mancanza di alternative, lasciarli nelle loro abitazioni? Dipende dalle situazioni, perché spesso così li si condanna a un’incresciosa solitudine, anche quando possono permettersi una badante, e anche se intorno a loro restasse sempre qualche cordone affettivo. La vecchiaia, nella società attuale, è diventata un peso da sopportare. Una volta rappresentava una riserva di saggezza, oggi appare un’isola opprimente di inoperosità che cresce giorno dopo giorno. È difficile descrivere con lucidità che cosa passa nelle nostre teste, perfino nelle più sensibili, quando apprendiamo la percentuale di anziani attraverso il bollettino quotidiano dei decessi da pandemia. Un disagio imbarazzato? La constatazione di un processo inevitabile? Un groviglio tra questi due poli emotivi? Forse è meglio non spingere troppo in là una simile indagine, sappiamo già dove si arriva. L’atteggiamento che prevale è di solito difensivo. Difendiamo cautamente la vecchiaia, magari cercando di onorarla almeno un poco, ma soprattutto ci difendiamo dalla prospettiva di doverne far parte, prima o dopo. Guardalo - ci diciamo - ha superato ottant’anni e sembra un ragazzino, al massimo gliene daresti sessanta. Sessanta? Ma non era questa l’età con cui una volta si veniva considerati anziani? Sei rimasto indietro - obiettano - oggi a sessant’anni si è ancora giovani dentro, e magari anche nell’aspetto esteriore. Si può rimanere giovani, se si ha la forza e la decisione di farlo. Riflettiamo un momento su questo diffuso “ritornello”, lasciando da parte le considerazioni sulle opportunità e sulle disuguaglianze sociali. Lo definiamo ritornello non perché sia una futile canzonetta ma per il fatto ampiamente riscontrabile che esso si ripete e ogni volta ritorna. Quanti sono quelli che all’indomani della conclusione della loro carriera lavorativa entrano sorridendo negli anni del pensionamento? Pochi riescono a evitare il contraccolpo depressivo che segue alla presa di coscienza che è avvenuto un cambiamento di casella. Comunque si riesca a cambiare la propria vita quotidiana, magari introducendovi riposo e libertà di organizzare il tempo ora disponibile, l’ombra della vecchiaia entra nelle menti e anche nelle ossa, e ci resta in un modo che sembra incancellabile. La vecchiaia può invece venire apprezzata come una pagina nuova e rilevante della nostra vita, a condizione di sbarazzarci di questo atteggiamento di difesa. Se ci riuscissimo, se solo cominciassimo a provarci, scopriremmo che il cosiddetto “tramonto” è anche la possibilità di un ricominciamento, cioè di iniziare a vedere la vita intera con occhi diversi. Questa potenzialità non corrisponde a quella perduta saggezza che veniva attribuita ai vecchi: essi non insegnano più ai giovani che si può stare fermi sulla sponda del fiume per osservare l’acqua che vi scorre, ma è innanzi tutto la scoperta dell’importanza di un passaggio che ci faccia comprendere come bisognerebbe vivere contrapponendosi al mito dominante della pienezza. Potremmo chiamarla la chance di riuscire ad “abitare la distanza”, un’“arte” - se vogliamo dire così - che ci permettesse di arginare l’ossessione di quella giovinezza eterna che si alimenterebbe solo con un’operosità rivolta al successo individuale. L’aveva già intravista Simone de Beauvoir nel saggio “La terza età”, ora ce la racconta lo psicoanalista Francesco Stoppa in “Le età del desiderio” (Feltrinelli), facendo rimbalzare l’una sull’altra l’adolescenza e la vecchiaia come età della “crisi”, quelle in cui ciascuno di noi si trova di fronte all’opportunità di “rinegoziare” il proprio rapporto con la vita e con l’identità personale. Come aspetti essenziali di un’“arte del tramontare”, rispetto alla quale sembriamo oggi completamente analfabeti, emergono l’esperienza che possiamo fare del “tempo” e l’esperienza connessa di un vissuto del “desiderio” molto lontano dall’idea ovvia di desiderio che tutti abbiamo in testa e che molta cultura contemporanea (dalla filosofia alla psicoanalisi) ha abbondantemente diffuso. Dunque, l’elogio della vecchiaia avrebbe soprattutto a che fare con la scomposizione della sequenza che ci porta progressivamente da un inizio a una fine, dalla nascita alla morte, come se tra passato, presente e futuro si potesse tracciare una linea di continuità senza inciampi e priva di faglie. No, le cose non starebbero così, non solo perché il percorso è caratterizzato da salti e queste rotture modificano continuamente questa presunta linearità. La vecchiaia potrebbe allora farci capire che il passato e il futuro sono sempre connessi tra loro in un intrico che si rivela decisivo per la nostra idea di vita. Il vecchio conosce bene quale sia l’importanza del rischio come elemento essenziale della vita stessa, e allora può insegnarci a spezzare l’incanto di una linea temporale che legittima il nostro andare avanti ottuso e quasi sempre disastroso. Può farlo perché riesce a far rimbalzare la fine sull’inizio e trasmetterci - se lo ascoltassimo - la “formula magica” di questo rimbalzo. Formula magica? Ma non così ovvia come quella che avvolge il nostro cieco procedere in avanti, che abbiamo adottato con evidente inconsapevolezza, per esempio senza accorgerci che è una specie di incantesimo illusorio. Ma non è proprio quella che avvolge il nostro cieco procedere in avanti: una formula che abbiamo adottato con evidente inconsapevolezza, per esempio senza accorgerci che è una specie di incantesimo illusorio? Ancora più sorprendente sarebbe riconoscere che la vecchiaia non solo non è l’estinzione del desiderio, ma, tutto al contrario, ci fa scoprire il suo vero funzionamento. Normalmente ci comportiamo come se il desiderio fosse la mancanza di qualcosa e la relativa pulsione per entrarne in possesso. Ma non è così semplice, come la psicoanalisi più avvertita ci segnala. L’esperienza che proviene dalla vecchiaia può spiegarci che il desiderio non si soddisfa attraverso un oggetto perché si produce grazie a una sorta di continuo smottamento della soggettività. Insomma, il tentativo dell’anziano di rinegoziare il proprio rapporto con la vita metterebbe in luce il tratto lacunoso dell’essere umano, e quindi la necessità di “abitare” quella distanza che lo costituisce. Se volessimo dare un nome a questa caratteristica essenziale, che la vecchiaia - nonostante le sue tribolazioni e in parte grazie a esse - ci aiuta a identificare, potremmo battezzarlo (come propone Stoppa) il “tocco umano”, cioè il gesto che ci appartiene più da vicino grazie alla nostra capacità di affrontare la lontananza, compresa la fine della vita.

·        Gioventù del cazzo.

Ai giovani ci pensiamo domani: sulle nuove generazioni solo chiacchiere e zero fatti. Assunzioni zero. Concorsi fermi. Politiche rinviate, nonostante i soldi dell’Europa. Dovevano essere al centro dell’agenda: ma lo sono solo a parole. Gloria Riva su L'Espresso il 16 novembre 2021. I giovani sono al centro dell’agenda politica. Mario Draghi lo ha ribadito due settimane fa agli studenti di un istituto tecnico di Bari: «Dopo anni in cui l’Italia si è spesso dimenticata delle sue ragazze e dei suoi ragazzi, oggi le vostre aspirazioni, le vostre attese sono al centro dell’azione di Governo». Contemporaneamente a Roma si discuteva l’estensione di quota 100 - ribattezzata quota 102 e 104 per il prossimo anno e quello successivo - tralasciando la bomba sociale che verrà dagli scarsi versamenti contributivi dei giovani, dal momento che metà degli under 40 percepisce redditi inferiori ai mille euro al mese e, per via del sistema contributivo, a partire dal 2035 le loro pensioni saranno altrettanto misere. Qualche giorno più tardi si è dato il via alla riforma della concorrenza, dove è scomparsa la liberalizzazione degli stabilimenti balneari, uno schiaffo per quei giovani che speravano in un governo combattivo nei confronti delle rendite di posizione. A lungo termine il governo promette molto agli under 35enni: l’obiettivo è aumentare l’occupazione giovanile del 3,2 per cento abbattendo la dispersione scolastica, elevando i titoli di studio e le competenze, investendo negli istituti tecnici e professionali, sostenendo il sistema duale, puntando sulle competenze digitali e ambientali, aumentando le borse di studio, riformando il sistema di orientamento e le politiche attive. Ma nel breve periodo la distanza dalle istanze dei giovani è siderale. Partiamo dalla promessa di 300mila posti di lavoro nell’amministrazione pubblica. Secondo le analisi del Forum Pubblica Amministrazione, a stretto giro lo Stato dovrebbe assumere al Mef, alla Ragioneria di Stato, ma anche al ministero della Giustizia e nei comuni, 12.860 persone per l’attuazione del Pnrr, il Piano di Ripresa e Resilienza che prevede di spendere entro il 2026 i 191,5 miliardi messi a disposizione dall’Europa. Ad oggi nessuno è stato ancora assunto, neanche le 821 persone che quest’estate hanno superato il famoso concorso dei 2.800 tecnici per il Sud, celebre perché le prove erano strutturate in modo tale che, nonostante il grande interesse, pochissimi sono riusciti a superare la selezione. Risultato: a distanza di sette mesi dall’apertura del bando nessuno è stato contrattualizzato. Altri 11.126 posti restano appesi a concorsi banditi, ma senza una data di conclusione, mentre sono ancora da pubblicare nove concorsi per 1.362 profili di alto livello. Tre i problemi riscontrati dai giovani, come spiega Flavio Proietti, portavoce di Officine Italia, associazione di under 30enni nata per affrontare le sfide sociali ed economiche del paese: «La prima questione è l’equipollenza della laurea per chi ha studiato all’estero. Accedere ai concorsi pubblici significa intraprendere un percorso tortuoso e contro intuitivo per il riconoscimento dei titoli conseguiti fuori dall’Italia. Un esempio: viene chiesto a chi ha studiato a Londra di sostenere un ulteriore corso di lingua inglese, non essendo presente nel piano di studi straniero». Il secondo nodo è la scarsa stabilità delle posizioni aperte per il Pnrr, per lo più a tempo determinato, mentre la terza criticità è di ordine economico, come spiega Proietti: «Oltre ad essere un lavoro a termine, non è remunerato a sufficienza per spingere professionisti di talento a intraprendere la strada di “civil servant”. Sono gli stessi elementi che, in generale, disincentivano i giovani eccellenti dal partecipare al percorso di ripresa italiana, prediligendo una più agevole carriera all’estero». Anche coloro che hanno provato a partecipare ai concorsi pubblici, pur riconoscendo l’impegno a rendere meno barocche le prove d’esame, lasciano perdere. Mesi fa Officine Italia aveva portato queste e altre istanze all’attenzione del governo: «Proposte mai concretamente accolte», dice Proietti, in cerca di un confronto con la ministra per le Politiche Giovanili, Fabiana Dadone. È l’ultimo Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes a confermare l’aumento degli espatri di giovani tra i 18 e i 34 anni nel 2020. «C’è stato un calo del 16 per cento delle partenze, soprattutto di over 65enni e minorenni, ma continuano ad aumentare i giovani che prendono la via dell’estero, nonostante la pandemia in atto», spiega Delfina Licata di Fondazione Migrantes. A rientrare sono soprattutto 30enni con occupazioni incerte, lavoratori autonomi, ricercatori, inoccupati. «A seguito dell’emergenza sanitaria si è abbassata l’età di chi ha fatto ritorno e il Sud è diventato il protagonista dell’accoglienza sia perché il rientro non è dovuto a opportunità di lavoro trovate in Italia, quanto a questioni emergenziali, sia perché al Meridione è riservata un’agevolazione fiscale maggiorata dal 70 al 90 per cento nel caso in cui la residenza viene spostata dall’estero in un territorio del Sud», recita il rapporto Migrantes, che puntualizza: «A lasciare l’Italia, anche nonostante la pandemia, sono i giovani nel pieno della loro vitalità e creatività professionale, è su questi che si deve concentrare l’attenzione e l’azione della politica». Perché le opportunità non mancherebbero, come fa notare Maria Chiara Prodi, presidente della Commissione Nuove Migrazioni e generazioni nuove: «Complice la pandemia, le condizioni di conciliazione con la vita privata o l’impatto sociale del proprio lavoro sono variabili sempre più prese in considerazione da chi migra, rispetto alle quali l’Italia può fare leva grazie alle proprie qualità paesaggistiche, culturali, climatiche. In questo senso, esperienze come il progetto it-Er International Talents Emilia Romagna, che offrono supporto ai progetti di ingresso o rientro su un territorio, saranno sempre più essenziali in futuro, perché al lavoratore serve un’intermediazione che faciliti la comprensione del contesto in cui un’offerta di lavoro si sviluppa». Tuttavia, i piccoli progetti territoriali si scontrano con un disegno politico lontano dalle istanze di innovazione di una società contemporanea. La rinuncia alla liberalizzazione delle spiagge nel ddl Concorrenza «è un segnale di immobilismo e incapacità di scardinare interessi personali e rendite di posizione», dice Mario Calderini, docente di Economia alla School of Management del Politecnico di Milano, che continua: «Neppure questo governo è in grado di affrontare i nodi che ingessano il paese, e l’impossibilità di sciogliere questi nodi - dalle concessioni balneari, alla mancata riforma del catasto - non da il senso di modernità e sviluppo di cui l’Italia avrebbe bisogno. Siamo in un’epoca in cui c’è grande attenzione al bene comune, al godimento di spazi pubblici, spiagge, beni naturali, di accesso democratico alle risorse del territorio, ma le scelte del governo vanno in un’altra direzione». Calderini, a proposito della questione giovanile, critica l’assenza di una missione specifica nel Pnrr dedicata proprio alle nuove generazioni, come invece hanno fatto i francesi. Lo smarrimento dei giovani italiani è giustificato dall’assenza di una visione industriale a lungo termine: «Il Pnrr prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale coerentemente le indicazioni europee, tuttavia manca una chiara visione degli obiettivi di politica industriale che il paese intende raggiungere e non c’è un’analisi degli impatti e degli effetti sul tessuto produttivo», commenta Valentina Meliciani, docente di Economia Applicata alla Luiss di Roma, secondo cui «il quaranta per cento delle risorse destinate al sistema produttivo fa capo al progetto Transizione 4.0, simile al modello di Industria 4.0, ovvero offre incentivi alle imprese che investono in beni strumentali, ricerca, sviluppo e tecnologie. Tuttavia questa formula rischia di accrescere la disuguaglianza territoriale, perché a ricevere gli incentivi sono le aree del paese più ricche e dinamiche e le imprese più strutturate, dotate di quel capitale umano capace di sfruttare la tecnologia acquisita». Il resto degli interventi risulta invece più frammentato, fra strumenti di sostengo alle partnership pubblico-private, all’internazionalizzazione delle imprese, alle start-up. «Il Pnrr dovrebbe aiutare le imprese a migliorarsi con l’ausilio del digitale e delle nuove tecnologie, tuttavia in base alle stime del Mef le attività che contribuiranno di più alla crescita del valore aggiunto saranno costruzioni e attività immobiliari», spiega Meliciani, che aggiunge: «Senza un’accelerazione degli investimenti in alcuni settori strategici, c’è il pericolo che il paese possa peggiorare i conti della propria bilancia commerciale perché l’assenza di una produzione interna di beni destinati a favorire la transizione ecologica e il digitale a fronte di una crescente domanda, comporterà l’acquisto dall’estero di questi prodotti». Un cortocircuito, se si pensa che da un lato si punta a incentivare gli istituti tecnici e favorire la formazione di alte professionalità, dall’altro si stima che sarà l’edilizia il settore più favorito. Già oggi la figura professionale più ricercata dalle agenzie interinali è quella del carpentiere per via del grande impulso dato dai superbonus edilizi. Racconta Marco Cerasa, amministratore delegato del Gruppo Randstad, società di ricerca del personale, che una delle sfide maggiori del Recovery Plan sarà «la capacità di importare dall’estero medici, infermieri, informatici, ingegneri, architetti, tecnici e operai per mettere a terra le opere infrastrutturali in programma. Sono professioni che gli italiani non vogliono fare o non se ne formano abbastanza, a causa di percorsi formativi a numero chiuso». Sarà quindi importante svolgere un’azione di orientamento nelle scuole e nelle università: «Il Pnrr creerà 700 posti di lavoro nella sanità, nel digitale, nella cura dell’ambiente, nello sviluppo di tecnologie come l’idrogeno e la gestione dell’acqua. Il compito dei formatori è studiare questi sistemi e aiutare le persone a scegliere gli studi universitari con maggiori sbocchi occupazionali, nonché a sostenere percorsi di ricollocamento adeguato per i disoccupati». Un compito delicatissimo, affidato alla rete dei centri per l’impiego che attualmente è drammaticamente impreparata a svolgerlo.

I quattro motivi per cui l’Italia è sempre più un paese vietato ai giovani. Alessandro Rosina su L'Espresso il 15 novembre 2021. Rischiamo di trovarci senza membri delle nuove generazioni preparati. E per quelli che sono riusciti a entrare nel mercato del lavoro le cose non vanno meglio. Il rischio maggiore che sta correndo l’Italia è trovarsi nei prossimi anni senza la risorsa più preziosa, senza giovani ben preparati, con le competenze necessarie per alimentare i processi di sviluppo competitivo del paese. Eppure, per lungo tempo si è sentito obiettare che in realtà, per quanto pochi, i membri delle nuove generazioni italiane sono in realtà troppi (un’idea sintetizzata dalla frase: «se ce ne fossero ancora di meno, avremmo meno giovani disoccupati»). Ci sono almeno quattro fattori che, in combinazione tra loro, hanno portato i giovani, entrati nel mercato del lavoro in questo secolo, a sentirsi di troppo rispetto alla capacità del sistema produttivo di includerli efficacemente e valorizzarli adeguatamente.

Primo: finora il centro della vita attiva del paese è stato solidamente presidiato dalle consistenti generazioni nate nei primi decenni del secondo dopoguerra, che ora stanno spostando il proprio peso progressivamente in età anziana.

Il secondo fattore è il percorso di basso sviluppo del Paese. La prima decade di questo secolo è stata indicata come “decennio perduto” per il rallentamento della crescita a confronto degli decenni passati e la perdita di competitività rispetto alle altre economie avanzate. Il periodo fra il 2008 e il 2013 è stato poi segnato dalla Grande Recessione che ha colpito in modo particolare l’Italia e ancor più i giovani. 

Nello stesso periodo, e passiamo così al terzo fattore, è andata sensibilmente aumentando l’occupazione nella fascia più anziana della forza lavoro. L’invecchiamento della popolazione porta i Governi a porsi la questione di come affrontare i costi crescenti associati alle pensioni, alla salute e all’assistenza sociale. Una delle risposte principali è favorire virtuosamente le coorti più mature a rimanere più a lungo nel mercato del lavoro. In Italia ciò è stato fatto spostando in avanti l’età di pensionamento. Basso è stato, invece, lo sviluppo degli strumenti di Age management, ovvero di politiche a supporto della lunga vita attiva nelle aziende. La combinazione tra invecchiamento demografico, posticipazione del ritiro dal lavoro, bassa crescita economica e basso sviluppo dei settori più innovativi e competitivi, ha portato a un aumento dell’occupazione degli over 55 senza un’espansione generale delle opportunità di occupazione. Ovvero, la torta non si è allargata e le porzioni sono andate sempre più a favore della fascia più matura della forza lavoro. Detto in altre parole, la politica si è accontenta di ridurre i costi dell’invecchiamento senza favorire un salto di qualità delle condizioni di lunga vita attiva nel mondo del lavoro, da un lato, e senza affrontare le conseguenze del “degiovanimento”, dall’altro.

Il quarto fattore che ha contribuito al surplus di giovani italiani rispetto alla capacità di inclusione attiva di nuove energie e intelligenze nei processi di sviluppo del Paese, sono state tutte le carenze nei servizi che si occupano dell’incontro efficiente tra domanda e offerta. Un persistente basso investimento in politiche attive ha determinato un deficit di strumenti adeguati - all’altezza delle economie più avanzate e alle sfide che pone questo secolo – per orientare e supportare le nuove generazioni nella formazione delle competenze richieste, nella ricerca di lavoro, nella realizzazione armonizzata dei progetti professionali e di vita. Come ho descritto nel libro “Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere” (Vita e Pensiero 2021), ci troviamo oggi con uno dei peggiori intrecci nelle economie mature avanzate tra crisi demografica e questione generazionale. Gli squilibri demografici stanno sempre più riversando i propri effetti all’interno della popolazione attiva. Attualmente in Italia, la fascia dei 30-34enni risulta decurtata di circa un terzo rispetto a quella dei 50-54enni: valori inediti sia rispetto al passato sia nel confronto con il resto d’Europa. Di fronte a tali squilibri e in combinazione con l’elevato debito pubblico, dovremmo essere il Paese più impegnato a favorire la partecipazione ampia e qualificata delle nuove generazioni al mondo del lavoro. E invece i giovani italiani si sono trovati nei primi due decenni di questo secolo con persistenti limiti e ostacoli su tutta la transizione scuola-lavoro. Di conseguenza la forza lavoro italiana sta subendo un processo di degiovanimento ancora più accentuato rispetto alla popolazione generale.

Dal 2005 al 2020 il peso degli under 35 sulla popolazione attiva è diminuito di 5 punti percentuali, ma quello sugli occupati si è ridotto del doppio. L’efficacia di quanto verrà realizzato con i finanziamenti di Next Generation Eu va allora, prima di tutto, misurata sulla capacità di mettere il capitale umano delle nuove generazioni al centro dello sviluppo sostenibile, inclusivo e competitivo del Paese. Se non lo faremo non ci rimarrà che rassegnarci alla crescente lamentazione di imprese che non troveranno le competenze e le professionalità richieste.

Alessandro Rosina è docente di Demografia e Statistica Sociale all’Università Cattolica di Milano«Ogni lotta è la nostra»: il futuro dei diritti è in mano alla generazione Z. Simone Alliva su L'Espresso il 12 novembre 2021. Protestano per il clima, per una legge contro l'omotransfobia, contro il sessismo, per lo ius soli di chi non ha cittadinanza. Ecco cosa pensano. Non choosy, bamboccioni, viziati. La generazione Z è una tempesta di attivisti, divulgatori, politici. Però, per capire realmente chi sono e il futuro che indicano, bisogna essere con loro in piazza. Mettersi in ascolto. Mentre protestano per il clima, per una legge contro l’omotransfobia, contro il sessismo, per i diritti degli italiani senza cittadinanza. Lo fanno rincorrendo lavori precari o cercando di riparare un sistema scolastico novecentesco che non gli parla più: organizzano corsi di formazione, dibattiti e assemblee. Si informano, pianificano proteste sui social e poi si ritrovano nelle strade. Sono soprattutto donne, persone afrodiscendenti o lgbt. Quella “minoranza” lasciata ai margini spesso accusata di “cancel culture” o di eccessiva “suscettibilità” da chi è rimasto cristallizzato nel Novecento. Dimenticati dalla politica che non li vede, non li vuole o dalla società che non li ascolta. Ma a loro poco importa. «Molto più di Zan!», urla al megafono Victoria Oluboyo, spalle alla fontana monumentale di barriera Repubblica a Parma riunitasi per protestare dopo l’affossamento della legge contro l’omotransfobia. Nata e cresciuta qui ma con la Nigeria nel volto: «Ho 27 anni e di diritti ho iniziato a occuparmi quando ne avevo quattordici», dice con un marcato accento parmigiano: «Per uscire da qui non possiamo ragionare a comparti stagni, bisogna capire che ogni lotta è la nostra». Lavora come assistente amministrativa nella prefettura di Parma, si occupa di emersione e richiedenti asilo: «Sono una donna nera, subisco sulla mia pelle razzismo e sessismo. Ma è un fenomeno diverso rispetto alle persone che assisto. Ho un’istruzione, parlo italiano, mi è stato riconosciuto lo stato di cittadina a 18 anni. Ho una posizione privilegiata rispetto alle donne richiedenti asilo che subiscono anche il classismo. Le battaglie da portare avanti sono molte, lo Ius Soli è fondamentale ma è la lotta al riconoscimento delle persone che non va dimenticata». L’assenza di paura è ciò che differenzia questa generazione dalle precedenti: «Le vecchie generazioni hanno paura di un’alterità che pure è presente nel quotidiano. Si pensa che la normalità sia l’uomo bianco, etero, cisgender ma sappiamo che la vita reale è altrove. Loro sono la minoranza ma su di loro è stata costruita la nostra società». La corretta narrazione è la chiave di volta del cambiamento: «I nostri corpi, così come quelli delle persone disabili o Lgbt nei media non compaiono. Sono avvolti nella nebbia». Sagome, forme senza prospettiva. «Il mio racconto è assente. L’unico spazio è per i migranti». È d’accordo con lei Sofia Righetti, filosofa, campionessa paralimpica, attivista: «Per le persone disabili i media continuano a riservare la narrazione dell’eroe tragico che nonostante la disabilità ce la fa oppure quella pietista di una persona sottomessa. Non c’è dignità e non c’è ascolto della persona. È problematico: se vivi in un ambiente salutare questo immaginario ti scivola addosso, altrimenti assorbi tutto e diventi quella persona tragica e sottomessa». Un brillantino nel naso e gli occhi azzurri che luccicano anche di più, Sofia si racconta con una luce che non si sa da dove viene, ma è lì, sempre accesa: i corsi di formazione nelle scuole e nelle università sulla discriminazione abilista, la desessualizzazione e la violenza sulle donne con disabilità: «In questi mesi in cui si parlava di ddl Zan ho sentito forte l’assenza delle persone disabili dal discorso. Dicevano che siamo state strumentalizzate, come se noi persone con disabilità non avessimo un orientamento sessuale o un’identità di genere. La politica ci ha strumentalizzato, infantilizzandoci». Dal Milano Pride alle piazze di protesta per la “tagliola”, Sofia Righetti ha vissuto l’ultimo anno a fianco alla comunità arcobaleno: «Mi sento alleata della comunità lgbt. Sorella. Con le persone lgbt ho trovato un senso di unione incredibile nell’ultimo anno. Se si studiano Disability Studies (la disciplina che analizza la disabilità come un fenomeno sociale, politico, storico e culturale, n.d.r.) si scopre che abbiamo tantissimo in comune: il fatto di essere considerati non conformi rispetto a uno status prestabilito del sistema normativo. Storicamente ci hanno sempre considerato dei freak, per non parlare della medicalizzazione subita. Non mi sono mai vergognata di essere quello che sono, lo mostro con orgoglio. E tutto questo senso di orgoglio e questa sete di giustizia sociale è qualcosa che rivedo nella comunità Lgbt». Francesco Cicconetti, 22 anni, riminese è un uomo trans (ftom, si dice così quando si transita dal genere femminile a quello maschile). Dopo aver iniziato il suo percorso di transizione a marzo del 2017, lo scorso luglio ha lanciato una campagna di crowfunding per permettersi una mastectomia, raccontata sui social, passo dopo passo, per sensibilizzare una società che costringe nel cono d’ombra le persone transgender, soprattutto gli uomini trans: «Le persone trans vengono viste come persone sovrannaturali. Non è il quotidiano che viene raccontato, oppure si vedono con quel velo di pietà sempre molto triste. Quello che faccio è cercare di portare la mia quotidianità e sovvertire una narrazione che non ci rappresenta. Ho difficoltà a definirmi attivista per il pensiero alto che do a questa parola, preferisco divulgatore». Sembra poca cosa e invece, in una società che rifiuta il corpo delle persone trans, lo aggredisce con ogni mezzo, Francesco rompe una narrazione vecchia di 50 anni. 138mila follower, un migliaio di like a post: «Sono un ragazzo trans, ma sono un ragazzo bianco eterosessuale, non mi permetterei mai di parlare di questioni che non mi attraversano. Proprio per questo lascio spazio e offro piattaforme a chi racconta la disabilità, alle persone nere, trans non binarie. L’effetto del ddl Zan ci ha portato a questo: abbiamo creato questa rete che ci fa dire: non siamo sole, non siamo soli. Stiamo creando uno spazio che non ci è mai stato dato, lo facciamo online perché sui media non esistiamo, poi ci ritroviamo fisicamente nei luoghi. Questa è una vera rivoluzione». Una rivoluzione di sistema che dissente, soffia nelle stanze di partito o nei salotti che nominano i diritti solo per agitarli come una bandiera e sferrarla poi verso l’avversario di turno. Marianna Campanardi, 23 anni, studentessa di politiche pubbliche a Milano, milita nel Pd da quando aveva 18 anni. In dissenso. Ha da poco fondato RISE! (Rete intersezionale socialista ecologista), un successo dalla prima assemblea. Settanta giovani dai 14 ai 25 anni, presenti, non tesserati per parlare di loro diritti e futuro: «È uno spazio nazionale, dà voce a temi che dentro il nostro partito non possono essere tirati fuori». Una sfida alla segreteria sorda alle nuove generazioni: «Vogliamo stare dentro la politica, cambiarla da dentro. Quando lo facciamo come singoli nel Pd siamo sminuiti in quanto giovani, donne, persone Lgbt. Ma noi dobbiamo essere ciò di cui parliamo altrimenti nessuno ci crede». Campanardi illumina una questione: «Nel Pd al momento non ci sono persone non bianche, pochissime persone con disabilità o lgbt. È arrivato il momento di passare il microfono». Non risparmia critiche neanche nella gestione del Pd del ddl Zan: «Avremmo dovuto essere più radicali. Si fanno troppe differenze tra diritti civili e sociali. Non ha senso. Tutto si tiene». Le chiameranno anime belle, sono una generazione che chiede spazio in un tempo occupato solo dal risentimento. Il futuro è l’unico posto dove si può andare, non c’è altro. Meglio arrivare preparati. Mettersi in ascolto. 

Da ansa.it il 15 ottobre 2021. In Europa 9 milioni di adolescenti (tra i 10 e i 19 anni) convivono con un disturbo legato alla salute mentale e il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani con 3 ragazzi al giorno che si tolgono la vita. Emerge dal rapporto Unicef che sarà presentato oggi su "La condizione dell'infanzia nel mondo: Nella mia mente". Solo gli incidenti stradali causano più decessi tra i giovani di quell’età. Circa 1.200 bambini e adolescenti fra i 10 e i 19 anni pongono fine alle loro vite ogni anno. In Italia si stima che, nel 2019, il 16,6% dei ragazzi e delle ragazze fra i 10 e i 19 anni soffrissero di problemi legati alla salute mentale, circa 956.000 in totale. Fra le ragazze, la percentuale è maggiore (17,2%, pari a 478.554) rispetto ai ragazzi (16,1%, pari a 477.518). Mentre il Covid-19 continua a causare caos nelle vite, il Brief - un'analisi con focus sull'Europa del rapporto annuale dell'Unicef "La condizione dell'infanzia nel mondo: Nella mia mente" - fornisce anche dati preoccupanti sullo stress cui sono sottoposti. La percentuale di suicidio nel 2019 fra i ragazzi è stimata di gran lunga maggiore rispetto alle ragazze, rispettivamente il 69% e il 31%, e la fascia di età più colpita è fra i 15 e i 19 anni (1.037 contro i 161 fra i 10 e i 14 anni). La percentuale di problemi legati alla salute mentale per i ragazzi e le ragazze in Europa fra i 10 e i 19 anni è del 16,3%, mentre il dato globale nella stessa fascia di età è del 13,2%. Le nazioni con la percentuale maggiore in Europa fra le 33 prese in esame sono: Spagna (20,8%), Portogallo (19,8%) e Irlanda (19,4%), mentre quelle con la percentuale minore si trovano principalmente in Europa orientale: Polonia (10,8%), Repubblica Ceca (11%), Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia (11,2%). "La pandemia da Covid-19 ha evidenziato diversi fattori che hanno messo a rischio la nostra salute mentale: isolamento, tensioni familiari, perdita di reddito", ha dichiarato Sua Altezza Reale la Regina Mathilde del Belgio, che oggi interverrà alla presentazione del Brief all'Unione Europea a Bruxelles. "Troppo spesso i bambini e i giovani portano il peso di tutto questo”. Geert Cappelaere, Rappresentante Unicef per le Istituzioni dell'Unione Europea commenta: "ora sappiamo che non agire ha un costo elevato. La perdita annuale di capitale umano che deriva dalle condizioni generali di salute mentale in Europa tra i bambini e i giovani tra 0 e 19 anni è di 50 miliardi di euro. L'Unicef identifica infine alcuni interventi prioritari per le istituzioni europee e i governi nazionali fra i quali servizi per la salute mentale e migliori infrastrutture regionali".

Gianluca Veneziani per "Libero quotidiano" il 30 settembre 2021. Scordatevi i baci romantici del Tempo delle Mele e scordatevi l'immagine dei giovani come esperti animali sessuali che hanno i primi rapporti nella prima adolescenza e arrivano alla maturità già ben formati dal punto di vista erotico. La verità è che i ragazzi oggi baciano pochissimo e ancora meno fanno sesso, sono una generazione di kissless virgin, vergini che non hanno mai dato un bacio.  È il ritratto impietoso che viene fuori dal libro di Brando Barbieri, Kissless. Generazioni in gabbia (Salani): l'autore, classe 1996, con grande finezza intellettuale e capacità di analisi svolge un'indagine nel cuore di tre generazioni, quella X (i nati trail 1965 e il 1980), quella Y (nati tra 1981 e il il 1995) e la Z (nati tra il 1996 e il 2010), cogliendone le fragilità, le crisi, i tic, la privazione di radici e orizzonti.   E facendone emergere le mancanze erotico-affettive, la cosiddetta «anoressia emotiva». Lo scenario che vien fuori è desolante: nelle faccende di amore affiora uno stuolo di giovani onanisti e impotenti odi individui impauriti che temono perfino di lasciarsi andare al primo bacio per evitare il giudizio del potenziale partner. Eccoli allora riuniti, questi sfigati e frustrati sessualmente, nel girone infernale dei nuovi negazionisti, i No Kiss e i No Sex. Nella fase del primo (mancato) approccio trovi gli orbiter, gli «orbitanti», perlopiù maschi che ruotano attorno a una donna con la quale non hanno alcuna chance. Molti di costoro sono anche incel, involontariamente celibi: essi non hanno rapporti sentimentali con l'altro sesso per la paura di essere rifiutati o per il timore di andare "sotto", e cioè di diventare la parte debole della relazione. Altri finiscono tra gli zerbini, «schiavetti o giullari» che servono la «padrona», senza averne contraccambi erotico-sentimentali, ma vendendo scaricati in area «friendzone», versione postmoderna del «Ti vedo più come un amico». E questo mentre molte ragazze acquistano autorità nel vedersi circondate di «servitori maschi» e godono nel respingerli, credendo che fare sesso con un uomo significhi dargli troppo potere. Queste dinamiche si acuiscono nella fase della mancata intimità fisica. Cresce, nota Barbieri, il fenomeno di giovani che hanno paura di fare sesso per non essere giudicati per la prestazione, per non poter controllare a pieno la situazione o perché si nutrono dubbi sul fatto che il o la partner sia meritevole di entrare a contatto con i propri genitali.  La «paura di scopare» si traduce in un desiderio di scappare. Cinquant' anni dopo, la rivoluzione sessuale si è rovesciata in sessuofobia. Aumenta così in modo impressionante il numero degli «erbivori» che non hanno alcuna attività erotica: in Giappone l'83,5% dei ventenni è vergine e in Occidente il numero di persone tra i 20 e i 24 anni che non hanno mai fatto sesso è raddoppiato rispetto agli anni '60. Crescono anche le coppie bianche, relazioni d'amore trasformate in amicizie nelle quali la sessualità viene meno: oggi in Italia le coppie bianche sono una su tre e molte di queste sono giovani. Anche quando persiste, il desiderio sessuale trova altre forme per esprimersi: c'è chi si accontenta del cybersex via cam o chat, un «sesso a bassa intensità» in cui vengono utilizzati solo due sensi su cinque, vista e udito, «2/5 di un coito».  Chi non ha questa possibilità ricorre al porno, il cui consumo cresce in modo esponenziale: nel 2019 Pornhub ha registrato 8,7 milioni di visite in più rispetto al 2018 e l'Italia ha raggiunto il settimo posto nella classifica dei maggiori fruitori di pornografia online. In questa dinamica a farla da padroni sono i giovani, ridotti a «masturbatori compulsivi». Il dramma però è che molti di costoro non riescono neppure a reggere le performance sessuali fai-da-te: un under 40 su tre soffre di disfunzione erettile e la percentuale di giovanissimi che fa uso di Viagra oggi tocca punte del 35%, laddove era del 2% nel 2002. Tutto questo si somma a vite che oscillano tra la Noia e l'Ansia, caratterizzate dall'aumento del consumo di psicofarmaci e dei casi di depressione e suicidi. E in cui, anche per il venir meno di Dio, patria e ideologie, i giovani si sentono privati di un’origine e un destino. «Il terreno è arido», riflette Barbieri, «perché, dopo aver estirpato piante vecchie e malate, non è stato piantato niente che avesse radici abbastanza forti». Questa ricerca insoddisfatta di senso si risolve spesso in una sterile caccia al consenso (social). Ma è solo un palliativo per lenire le dilaganti solitudini esistenziali. Resta infatti inevasa la domanda di pienezza che può trovare risposta solo in una persona amata, in «quei capelli, quelle forme, quel profumo, quell'ammasso di cellule che il cervello ha identificato indissolubilmente con la parola 'felicità'». E invece oggi il Bacio è diventato un apostrofo grigio tra le parole Ho Paura.

I soliti ignari. L’eterno presente della generazione che non sa un cazzo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 22 Settembre 2021. Il venti-trentenne di oggi è la me quindicenne. Quella che, se la prof d’italiano declamava «amor, ch’a nullo amato», rispondeva: «Ma è Venditti!». Se il tempo prima di te è vuoto, non saprai mai chi cita chi e chi copia chi, e non sospetterai d’esserti perso qualcosa. Ho finalmente ricevuto, da una trentenne, una risposta sensata all’unica domanda ch’io faccia ai giovani con cui m’accade di parlare: ma com’è che la tua generazione non ha letto niente, non ha visto niente, non sa un cazzo di niente di ciò che è accaduto prima che nascesse? È un dettaglio che mi ossessiona molto oltre la normale convinzione di noi vegliarde che i giovani d’oggi, signora mia, siano proprio un disastro. Il fatto è che, da quando avevo vent’anni – o quindici, o trenta – io, è cambiato tutto. Se volevo vedere un film vecchio, dovevo aspettare pazientemente che la tv lo trasmettesse (e la tv erano sette canali in tutto, se includiamo Telemontecarlo; e già che fossero sette era una botta di progresso: Rete 4 e Rai 3 arrivarono che già sapevo abbondantemente leggere e scrivere). Se volevo vederlo in lingua originale, dovevo andare al cineclub. Sono stata una quindicenne fortunata: a Bologna c’era il Lumière; se fossi cresciuta altrove, avrei trascorso l’adolescenza senza Truffaut e senza Fassbinder, o al massimo in compagnia dei loro doppiatori se la sera tenevo Rai 3 accesa fino a tardi. Questi hanno tutto in tasca. Hanno un telefono nel quale ci sono piattaforme pigiando un dito sulle quali possono guardare l’intera storia del cinema, o quasi (il «quasi» è per i film i cui diritti non si capisce più di chi siano e che quindi non stanno sulle piattaforme: invece della biblioteca dell’inedito, ministro Franceschini, non è che potrebbe occuparsi di farci vedere i film di Germi? Grazie, obbligatissima). Se avessero provato a vederli e avessero sbuffato di noia, capirei di più. Un paio d’anni fa ho rivisto Rocky, che quando uscì (quarantacinque anni fa) era un filmone popolare: adesso, coi ritmi cui siamo abituati negli audiovisivi, sembra Bergman. Non mi aspetto che un ventenne cresciuto con frammenti di audio, frammenti di video, frammenti di scrittura, s’appassioni alle descrizioni della balena scritte da Melville. Tempo fa ho detto alla figlia diciottenne di amici che l’io narrante di Proust si rigira nel letto per decine di pagine. Ha giurato che non avrebbe letto neanche morta Alla ricerca del tempo perduto, ma era al corrente della sua esistenza. Il solo sapere che sia esistito un certo Marcel Proust la rende una diciottenne anomala. (Escono da scuola senza sapere che i mammiferi appartengono a uno dei due generi sessuali, non si può pretendere che sappiano che nella storia della Francia sono esistiti romanzieri). L’altro giorno un utente Twitter ha chiesto chi fosse l’attore o l’attrice d’ogni epoca che univa in sé le più alte dosi di talento recitativo, qualità da star, e bellezza. Tra le migliaia di risposte, centinaia dicono «Paul Newman». E altre centinaia dicono: vedo che in molti rispondono Paul Newman, ma io non l’ho mai sentito. I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco. Il venti-trentenne di oggi è la me quindicenne. Quella che, non sapendo ancora un cazzo, se la prof d’italiano declamava «amor, ch’a nullo amato», rispondeva: «ma è Venditti!». Se non sai niente, non sai riconoscere una citazione. Le rare volte in cui la riconosci, credi che ti vogliano truffare: oggi, l’internet darebbe del ladro a Venditti (o a Jovanotti, che nel decennio successivo usò lo stesso verso della Divina commedia) per non aver specificato «cit.». Il contagio si estende anche agli adulti, ormai sempre più membri onorari della generazione che non sa un cazzo. Ieri il sito dell’Hollywood Reporter ha pubblicato il trailer dell’imminente programma di Jon Stewart su Apple Tv. La giornalista adulta che ha scritto il pezzettino d’accompagnamento ha ritenuto di dirci che il programma sembra somigliare a Last Week Tonight, il programma con John Oliver (va in onda su Hbo, ha appena vinto l’Emmy) ricalcato sul Daily Show, il programma che Jon Stewart conduceva venti e più anni fa. La settimana scorsa è morto Norm Macdonald, comico sessantunenne che una trentina d’anni fa era nel cast del Saturday Night Live. Raccontando quanto l’aveva influenzato, Seth Meyers – comico quarantasettenne che conduce il programma di terza serata sulla Nbc – ha detto una cosa che chiunque li avesse visti entrambi sapeva già: di avere preso da Macdonald la cadenza nel dire le battute, il ritmo comico. Aggiungendo un dettaglio meraviglioso. Macdonald gli aveva raccontato che il figlio ventenne, guardando Meyers in tv, gli aveva detto: papà, ma tu parli come Seth Meyers. Santo cielo, aveva concluso Macdonald, mio figlio non sa come funziona il tempo. Se il tempo prima di te è vuoto, non saprai mai chi cita chi e chi copia chi. Non sospetterai d’esserti perso qualcosa. Vivrai in un eterno presente nel quale ogni valutazione avviene sottovuoto. (In genere a quel punto diventi fanatico di David Foster Wallace, un tratto che accomuna tutti coloro che conosco e che non hanno letto o visto nient’altro, non lasciandogli probabilmente la lettura della Scopa del sistema tempo per qualsivoglia altro consumo culturale). Insomma ero in uno studio televisivo, e mentre non eravamo in onda tutti erano spariti verso il buffet. La prima a rientrare è stata – mica ve la sarete già dimenticata – la trentenne di cui parlavo qualche decina di righe fa. Ho detto: m’hanno rimasto solo, ’sti quattro cornuti. Mi ha guardato con smarrimento. Ho detto: I soliti ignoti. Ha trent’anni, quindi non mi ha risposto che sono un’ignorante che sbaglia i dettagli, e che la battuta di Gassman sta nell’Audace colpo dei soliti ignoti, e che è quasi più grave che confondere Sapore di mare con Sapore di mare 2.

Ha trent’anni, quindi non sapeva che fosse esistito qualcosa intitolato I soliti ignoti. Non sapeva che fosse un film e non una serie, non sapeva che fosse un pezzo di storia del cinema italiano, non sapeva niente. (Non poteva neanche rivolgersi a san Google, protettore di chi sa cosa cerca: le avrebbe detto che è un quiz televisivo). Le ho chiesto, come faccio sempre con la gente giovane, come sia possibile che la sua generazione ignori tutto ciò che precede la sua nascita, e lei mi ha detto una piccola cosa cui non avevo mai pensato: oggi c’è molta più roba nuova. Se ogni mese hai decine di nuovi teleromanzi nel telefono, non t’avanzano il tempo e la voglia di conoscere il cinema tedesco degli anni Settanta o quello italiano degli anni Cinquanta. (Ministro Franceschini, preserviamo il livello culturale dei nostri ragazzi, vietiamo l’uscita di più di due sceneggiati nuovi ogni anno). Il guaio, come sempre, siamo noi. Mentre la diligente trentenne annotava su apposita app che deve recuperare questo misterioso Soliti ignoti di cui le ha parlato un’anziana signora, pensavo alle mie coetanee che non sanno nulla e neanche hanno la scusa d’esser trentenni. Conosco due signore della mia età che hanno lacune da ventenni, e fanno entrambe lavori intellettuali. Non hanno visto niente, non sanno niente, rispondono senza un briciolo d’imbarazzo di non aver visto Via col vento o Il padrino. Diamo per già svolte le riflessioni sul fatto che in Italia si possa far carriera nei settori dell’editoria e della comunicazione mancando delle basi culturali, e occupiamoci di: com’è possibile? Quando io e loro avevamo dodici anni – o dieci, o otto – ed eravamo troppo piccole per uscire la sera, non c’era altro da fare che guardare la tv. E la tv generalista la sera mandava quasi sempre film. Come diavolo hai fatto a essere piccola negli anni Settanta o Ottanta e a non aver visto Via col vento? Mica basta, come scusa, essere andate a letto presto per molti anni. (Che, a seconda di quanto vivi sottovuoto, può essere una battuta di Proust o di DeNiro).

Irene Famà per "la Stampa" il 23 settembre 2021. Un tema in classe sull'uguaglianza. Un compito assegnato per far riflettere gli alunni, per aiutarli a interrogarsi e a comprendere il mondo che li circonda. E loro, studenti di seconda media di un istituto del torinese, hanno colto quell'occasione per confessare il disagio che vivevano da mesi. E per mettere i docenti di fronte alle loro responsabilità: «Non siamo tutti uguali. C'è chi approfitta degli altri». Chi? I bulli, i prepotenti, quel compagno che per mesi ha preso di mira un ragazzino disabile. Il giorno del tema, il bullo era assente e alcuni degli altri studenti hanno trovato il coraggio di raccontare le umiliazioni e le vessazioni che il loro amico, affetto da encefalomalacia, era costretto a subire. Perché quel quattordicenne se la prendeva un po' con tutti, li derideva, alzava le gonne alle bambine, ma era contro il compagno disabile che si accaniva principalmente. Il più debole, l'unico che non poteva difendersi, urlare, respingerlo. E così ogni giorno lo umiliava, lo insultava, sputava sulle sue cose e nel suo bicchiere, gli prendeva le mani, come fosse una marionetta, per fargli fare ciò che voleva. «Nessuno diceva nulla. Avevo paura a parlare, temevo che gli altri non mi avrebbero seguita», ha spiegato agli inquirenti una ragazzina. Già. Perché ad affrontare il prepotente quella classe è stata lasciata sola. Eppure qualcuno avrebbe dovuto controllare cosa accadeva quando, durante l'intervallo o l'ora di alternativa, il bullo andava nell'auletta del primo piano a cercare la sua vittima. Così l'insegnante di sostegno e l'insegnante di potenziamento sono finiti davanti a un giudice con l'accusa di concorso in atti persecutori per omesso controllo. Il primo ha patteggiato un anno di reclusione, la seconda ha deciso di affrontare il processo. Per il pubblico ministero Mario Bendoni, che ieri ha chiesto una condanna a un anno e 6 mesi, l'insegnante non ha vigilato: «Entrambi i professori erano quasi sempre assenti», hanno testimoniato gli studenti. «E quando c'erano, erano impegnati a guardare il cellulare o il tablet». Poco importava quello che accadeva intorno. Intorno era il «regno» del bullo, che tra i coetanei era riuscito a creare un clima di totale soggezione. Nessuno osava opporsi, nessuno si azzardava a criticarlo. Lui non è finito a processo: ora ha diciotto anni, ma all'epoca dei fatti, nel 2015, non aveva ancora 14 anni e non era imputabile. Chiamato a testimoniare, ha chiesto scusa alla mamma della vittima, parte civile rappresentata dall'avvocato Michela Malerba, e ha scritto una lettera: «Ho fatto cose orrende di cui non vado fiero». Ora tocca agli adulti rispondere del loro operato. O meglio, delle loro omissioni. Spiegare il perché non si sono accorti di nulla, non si sono resi conto che in quella classe c'era un quattordicenne che agiva da padrone e un suo coetaneo che veniva umiliato e deriso. L'avvocato difensore dell'insegnante, Calogero Meli, accusa il «sistema scolastico. La mia assistita - dice - era al primo anno di prova senza formazione sulla gestione dei disabili. Avrebbe dovuto arricchire l'offerta formativa con un progetto sulla legalità, ma stata messa ad affiancare un professore di sostegno. È vittima di una gestione distorta delle risorse umane». In pratica, stare accanto a quel ragazzo, proteggerlo, vigilarlo, non era compito suo. Sulle responsabilità penali si pronuncerà il giudice. Il dato di fatto è che in una scuola media, un adolescente con disabilità motorie e cognitive è stato lasciato solo. In balia di un bullo. Ed è stato salvato dai compagni che hanno avuto il coraggio di scrivere su un foglio protocollo quanto stava accadendo.

I due adolescenti giravano per le strade di Orbetello. Tuta rossa, maschera e mitra in mano seminano il panico in strada: “Giocavamo alla Casa di Carta”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 12 Settembre 2021. Due ragazzini di Orbetello hanno deciso occupare uno degli ultimi pomeriggi prima del rientro a scuola giocando come se fossero i protagonisti della Casa di carta, la famosa serie tv spagnola distribuita da Netflix che racconta lo svolgimento, dalla sua ideazione all’esecuzione, di un incredibile piano criminale ideato per derubare la Zecca di Madrid. I due giovani, racconta Il Tirreno, proprio come i protagonisti dello sceneggiato, hanno indossato le caratteristiche tute rosse col cappuccio, messo sul viso una maschera del celebre pittore Salvador Dalì, e sono andati per le vie della cittadina lagunare imbracciando una mitraglietta, ovviamente giocattolo, spaventando a morte i cittadini che si imbattevano nella "coppia criminale". Il gioco ha preoccupato oltremodo alcuni cittadini che non si sono resi conto del gioco, anzi lo hanno creduto una vera e propria minaccia per la propria incolumità tanto da chiamare le forze dell’ordine. I due finti criminali in erba verso l’una sono arrivati ad affacciarsi su una strada. Qui sono stati visti da alcuni passanti che si sono impressionati e hanno chiamato i carabinieri della stazione locale. Molto probabilmente ai militari devono aver detto che si trattava di due delinquenti armati perché dalla caserma di Orbetello sono partite quattro pattuglie con tanto di giubbotto antiproiettile. Uno vero spiegamento di forze che, quando sono arrivate sul posto della segnalazione, si sono rese conto che si trattava solo del gioco dei due ragazzini appena adolescenti residenti a Orbetello. Visto il numero dei militari e le auto si sono decisamente impressionati tanto che i carabinieri li hanno trovati in lacrime. Nessuno dei due pensava di fare qualcosa di male o di non consentito ma solo di giocare, come spesso avviene, impersonando personaggi della televisione e come accade spesso hanno promesso di non farlo più. Non è la prima volta che in riva alla laguna personaggi del mondo televisivo e cinematografico fanno la loro comparsa spaventando i residenti. Nel 2019 fu la volta di Samara Morgan, la tenebrosa bambina dalla pelle diafana e i lunghi capelli scuri che manifestava insoliti poteri paranormali presente nel film The Ring.  In quell’anno imperversava, anche in riva alla laguna, il Samara challenge. Persone travestite da Samara si aggiravano per i parchi pubblici e le zone buie spaventando chi magari si trovava fuori a quell’ora. Furono giornate miste di curiosità e spavento e di ricerca di coloro che si divertivano a cercare Samara con scarsi risultati. La vicenda poi si esaurì e di Samara non si parlò più. Ora è stata la volta della Casa di carta. Riccardo Annibali

Il metalinguaggio della Gen Z. Niente rappresenta quest’epoca come i meme (santi numi!). Alessandro Cappelli su L'Inkiesta l'11 ottobre 2021. Un nuovo studio pubblicato su Nature ha analizzato in ogni dettaglio e con metodo scientifico l’evoluzione dei disegni ironici che spopolano su internet. Queste immagini sono una forma di comunicazione sempre più riconoscibile, un vero e proprio spartiacque tra nativi digitali e non. I disegnatori della Pixar non potevano immaginare che la scena in cui Buzz Lightyear prova a rassicurare un disperato Woody in “Toy Story 2” sarebbe diventata virale grazie a Facebook, Twitter, Instagram. Nel 1999 questi social nemmeno esistevano. E chissà se Drake sapeva che gli screenshot del video di “Hotline Bling” sarebbero stati riutilizzati milioni di volte per dire «questa cosa qui non mi piace, questa qui invece è perfetta». È possibile immaginare che Michael Jordan sapesse perfettamente di poter diventare virale quando, durante le riprese di “The Last Dance”, ha detto «… e allora la presi sul personale». I social media hanno cambiato radicalmente il modo di usare i contenuti multimediali – video, foto, immagini – per comunicare. I meme in particolare sono la vera cifra stilistica della comunicazione immediata dei social e delle chat istantanee. Il termine meme non è un prodotto degli ultimi anni. La paternità della definizione si deve a Richard Dawkins, che nel 1976 nel libro “Il gene egoista” la usò per indicare un’idea, un gesto, un’azione che si propaga nella cultura di massa diventando rapidamente famosa. Cioè un tassello del processo evolutivo di una cultura di massa. Il meme internettiano è quindi un’immagine, una gif o un video che si diffonde su Internet, che è stata riprodotta più e più volte ed è diventata famoso in brevissimo tempo. Un nuovo studio, pubblicato su Nature, rivela l’evoluzione e l’impatto dei meme nell’epoca dei social media, arrivando a inquadrarli come un metalinguaggio che appartiene a più di una generazione di persone. «Non c’è niente che rappresenti così bene la società contemporanea come i meme», dice a Linkiesta Walter Quattrociocchi, data scientist dell’Università La Sapienza che ha co-firmato lo studio “Entropia e complessità rivelano l’evoluzione dei meme” con altri cinque autori. «Un’evidenza chiarissima fin da subito», prosegue, «è che i meme sono diventati proprio l’elemento base di un certo modo di comunicare su Internet. E non c’è un singolo argomento di interesse pubblico che non venga ripreso, esaltato o esasperato con i meme. Vedi l’esplosione del fenomeno Greta Thunberg qualche anno fa o, più di recente, il fallo di Giorgio Chiellini a Bukayo Saka nella finale degli Europei. Ogni cosa viene strumentalizzata nel linguaggio e nella comunicazione spesso ilare e divertente di internet». Per questo i meme possono essere considerati un metalinguaggio: non hanno sintassi, non hanno grammatica, ma hanno delle forme di rappresentazione simbolica riconoscibili. E queste forme si evolvono secondo un processo di replica. Più una cosa ha successo, più viene usata come template, sopravvive, si riproduce. «Non a caso», spiega Quattrociocchi, «i ragazzi che oggi vanno al liceo o hanno una ventina d’anni sono bravissimi a realizzare i meme, o quanto meno colgono tutti i riferimenti quando ne vedono uno. I loro genitori, nella maggior parte dei casi, non li capiscono proprio, li annoiano. In questo si capisce quanto i meme rappresentino la linea di demarcazione tra i non nativi digitali e i nativi digitali». L’analisi dei ricercatori si basa su un’enorme mole di dati: hanno studiato l’evoluzione di 2 milioni di meme pubblicati su Reddit nell’arco di dieci anni, dal 2011 al 2020, e li hanno messi a sistema secondo termini di complessità statistica ed entropia, che è una una misura del disordine. Per mettere a sistema entropia e complessità, gli autori dello studio hanno dovuto creare una matrice di calcolo che raggruppasse i 2 milioni di meme secondo parametri specifici: il numero di personaggi presenti nel meme, la quantità di immagini usate per realizzarlo, la varietà di colori e di linguaggi, eventuali riferimenti alla cultura pop, ma anche la portata virale (quindi quante volte un meme viene riprodotto e utilizzato come template per altri meme). I primi meme erano semplici foto di un personaggio in primo piano – spesso animali o volti umani – su sfondi semplici, con una scritta dal font banale; le generazioni successive di meme invece hanno spesso più elementi all’interno, contengono scene di film o video musicali, fotomontaggi o altri dettagli che rendono il prodotto finale più specifico e dettagliato. «Lo studio», dice Quattrociocchi, «è basato sulla fisica dei sistemi complessi (gli stessi che hanno portato Giorgio Parisi al Nobel per la Fisica, ndr) e proprio per il metodo di lavoro è uno studio pionieristico: i meme non erano mai stati analizzati con questo tipo di approccio, con metodo scientifico, con dati e informazioni così corpose». L’indagine mostra che l’universo memetico è in rapida espansione, un’espansione esponenziale che lo porta a raddoppiare le proprie dimensioni ogni sei mesi circa. All’aumentare della mole di contenuti aumenta anche la loro complessità, arrivando a rappresentare in maniera sempre più precisa, tempestiva e sfumata tendenze e atteggiamenti sociali del momento. «Osserviamo una crescita esponenziale», si legge nel paper su Nature, «del numero di nuovi template creati. In particolare, la nascita di nuovi meme è accompagnata da una maggiore complessità visiva del contenuto dei meme stessi, che è paragonabile a una tendenza osservata anche nell’arte pittorica». Il riferimento all’arte non è casuale, spiega Quattrociocchi: «Analogamente a quanto avviene nella pittura, anche i meme si fanno sempre meno elementari, sempre più articolati, ma non necessariamente difficili da comprendere».

Roselina Salemi per “La Stampa” il 31 agosto 2021. Bella e Gigi Hadid, Emily Ratajkowski, Alexa Chung, Kendall Jenner. Cara Delevingne. Se chiedessero allo specchio magico della Gen Z (nata tra il 1995 e il 2010) «Chi sono le più belle del reame?» ci resterebbero male. Sono favolose, ma il modo di considerare la bellezza sta per essere rivoluzionato sia nello stile, che nell'ispirazione (o forse è già successo). I nomi sono altri, da Billie Eilish a Rowan Blanchard. L'approccio beauty è self expression, no perfection. Possibilmente genderless (le ricerche per «look trucco maschile» sono aumentate dell'80 per cento). ll trend skinimalism è naturale, funzionale e vegan. Sostenibile, cruelty free e multitasking. Un fard deve essere anche ombretto e rossetto. La make-up artist Amanda Bell spiega così il bello della fluidità: «Prendiamo Rose Randiance Perfector di Pixi, che fa parte di una linea alle rose alla quale ho lavorato: si può usare sotto il fondotinta come base, o miscelarlo al fondotinta, o stenderlo come illuminante liquido sopra il trucco, e l'effetto è supernaturale». Le Z amano i glitter e i colori accesi. Osano il fluo. Sono «infedeli». Premiano il valore creato da un marchio, non il marchio in sé. Vivono sui social, hanno una gran simpatia per Tik Tok. Mintel, società che analizza i mercati, ha creato per definirle l'acronimo AVID, (Approaching adulthood, Video driven, Influencer aware and Digital natives). Inclusività e body positivity fanno parte del pacchetto. La blogger Grace Victory parla liberamente del suo corpo sul canale Youtube The Ugly Face of Beauty rifuggendo dagli standard imposti dalla moda o da chiunque altro. L'acne non si nasconde più (vedi l'hashtag #acnepositivity ). Zandra Azariah Cunningham, diciannovenne di Buffalo, New York, è diventata un caso con Zandra Beauty una linea di prodotti naturali. Nudestix, fondata dalle sorelle adolescenti Ally e Taylor Frankel e Beauteque creata da Elina Hsueh quando aveva sedici anni, con la bellezza coreana come ispirazione, sono già brand consolidati. Hanno inventato qualcosa che non c'era o, se c'era, non aveva tutto. Compresa la bontà. Zandra devolve il 10% dei profitti a un'associazione per l'istruzione delle ragazze, mentre Kylie Jenner (clan Kardashian), founder di Kylie Cosmetics, dona cifre importanti a Teen Cancer America. Le icone Gen Z sono meno top model e più ragazze con una personalità. Ava Max (vero nome Amanda Ava Koci, americana di origini albanesi) anti-Barbie travolta dal successo di Sweet but psycho, disco di platino, va in giro con una bionda chioma asimmetrica (corta da un lato. lunghissima dall'altro) . Billie Eilish, cantante, idolo teen, classe 2001, si è imposta con un hair look eccentrico (ricrescita verde acido e lunghezze nero corvino ) che ha fatto subito tendenza. Originali contrasti di colore fra davanti e dietro, frangia e punte, senza una regola precisa. E vogliamo parlare di Rowan Blanchard? Attrice (Alexandra Cavill nella serie Snowpiercer) e attivista, ha scritto un saggio sul femminismo intersezionale. Si definisce queer, fluida. Il suo beauty look parte da un taglio pixie vagamente vintage, labbra nude ed eye liner bold coloratissimi: uno stile ispirato ai primi anni 2000. Ma ci sono anche fenomeni come Millie Bobby Brown, la straordinaria «Undici» di Stranger Things. Con i suoi 50 milioni di follower è in grado di influenzare un'intera generazione. Adora gli Anni 90: ha postato su Instagram una foto con i mezzi codini che ricordano Emma Bunton delle Spice Girl. Tra cerchietti e scrunchie, i suoi beauty look sembrano usciti dalla mitica serie Beverly Hills 90210. Ovviamente ha creato una sua linea, Florence by Mills, da Douglas. Tutte hanno in comune lo stile giocoso e rilassato. Amandla Stenberg, 23 anni, che pure è serissima e impegnata, si diverte con gli eyeliner colorati e i capelli afro (ha avuto anche le treccine blu). Due volte nella lista dei teenager più influenti d'America non è solo la star di Hunger Games ma un simbolo per la comunità LGBT. Si è definita «non binaria» e fluida anche nelle scelte di make-up. Mixa ombretti con texture diverse (creme e polvere) e li applica con le dita per creare smokey eyes originali rifiniti con un velo di gloss o una cascata di glitter effetto 3D. Le ultime new entry (grazie a Netflix) sono Phoebe Dynevor ( Bridgerton) e Anya Taylor-Joy (La Regina degli scacchi) piuttosto fashioniste, ambasciatrici di un certo bon ton: naturalissime, mai abbronzate, sopracciglia spazzolate verso l'alto, pelle luminosa e curata. Nel beauty case hanno un segreto: le acque idratanti da vaporizzare sul viso per essere sempre fresche. Giulia Sinesi, influencer autrice di Vitamine di beauty (DeAgostini), racconta una generazione meno disposta a seguire mode effimere, più attenta alla cura di sé, «per questo su Instagram, vorrei parlare a anche d'altro, di benessere di alimentazione, medicina estetica ». E, sotto il tema della bellezza c'è anche tanto self empowerment: ragazze che credono in se stesse. Per guardare in casa nostra, Elodie, oltre a cantare, ha firmato con Sephora una capsule collection. Gli ombretti sono dedicati alle donne che l'hanno ispirata: la sorella, Fay, l'amica e collega Myss Keta, la cantautrice Joan Thiele. «Questa palette racconta che anche nella diversità c'è la bellezza. Imparando dagli altri, possiamo vivere vite che non sono la tua, ed è una grande possibilità». Sì, il vento è cambiato. Benedetta Porcaroli e Alice Pagani (Chiara e Ludovica nella serie Baby) promesse mantenute del cinema italiano che piacciono molto alla Gen Z, ammettono difetti e fragilità, anzi, ne fanno un punto di forza. Le loro idee beauty sono imitatissime. Benedetta, volto della fragranza «In Love With You» e «Stronger With You» di Emporio Armani: smokey eyes, sopracciglia naturali, rossetto opaco intonato al vestito. Alice: eyeliner, molto mascara, labbra glossy, niente fondotinta per coprire le lentiggini. In linea con il comandamento Self expression, no perfection.

Massimo Sanvito per "Libero Quotidiano" il 5 agosto 2021. Il ragazzino che esce di casa nel pomeriggio e rientra la sera, nervoso e con gli occhi rossi. Quello che ha iniziato a frequentare nuovi amici e finisce la paghetta prima del solito. Quell’altro che nasconde contanti e nuovi vestiti nell’armadio. I genitori fiutano, capiscono che c’è qualcosa che non va, ma spesso fanno finta di nulla sperando che sia il tempo a ristabilire l’ordine delle cose. E invece no. Fino all’ultima spiaggia, popolata dagli investigatori privati che si mimetizzano tra la folla e si appostano per carpire relazioni, atteggiamenti, espressioni. Il covid ha finito per devastare il tessuto sociale dell’intero paese e i disagi psicologici degli adolescenti, che si traducono in ludopatie, uso e abuso di alcol e droga, sono diretta conseguenza di questo maledetto virus. Il boom di giovanissimi fatti seguire nei loro spostamenti da mamme e papà che hanno più di un sospetto è servito. «Nel post pandemia stiamo assistendo a un’impennata delle richieste di investigazioni private per quanto riguarda le dipendenze dei minorenni. I genitori hanno le armi spuntate e si rivolgono a noi, desolati. Oltre a gioco e droga stanno aumentando anche le richieste sui movimenti di ragazzini che appartengono a baby gang e si macchiano di violenze e vandalismi», spiega Luciano Tommaso Ponzi, nipote del grande Tom, titolare dell’omonima agenzia con sedi a Milano, Brescia e Verona, nonché presidente nazionale della Federpol (Federazione Italiana degli Istituti Privati per le Investigazioni, le Informazioni e la Sicurezza). Un fenomeno che riguarda tutta Italia ma che si concentra prevalentemente al nord, soprattutto a Milano e nel suo vasto hinterland di periferie multietniche. Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, durante la seduta della commissione Infanzia ha snocciolato una serie di numeri e dati che riproducono una fotografia chiara di ciò che sta succedendo tra i più giovani.

STUPEFACENTI Nel 2020, i minori segnalati all’autorità giudiziaria per reati connessi agli stupefacenti sono stati 915 (il 20% stranieri), di cui 322 sono finiti in manette. Da gennaio a oggi, invece, sono stati denunciati altri 491 ragazzini, tra cui 44 appena quattordicenni. Ma non è tutto, perché l’anno scorso le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre 58 tonnellate di stupefacenti, con un incremento del 40% rispetto al 2019. A farla da padrona tra le regioni, secondo le statistiche del Viminale, è la Lombardia con 159 minori coinvolti. Certo, il lavoro degli investigatori italiani – 12.500 addetti per un fatturato di mezzo miliardo di euro all’anno – non si concentra esclusivamente sulla sfera privata delle persone. C’è il settore aziendale, quello commerciale, quello assicurativo, quello che si occupa della difesa nei processi, quello degli steward e dei “buttafuori”. Le tariffe orarie? Attorno ai 40 euro. 

FURBETTI E se la pandemia ha prodotto un aumento significativo delle richieste di investigazione su minorenni con dipendenze, allo stesso tempo ha diminuito i casi legati alla pessima abitudine della malattia del venerdì o del lunedì. Ovvero quella che fino a un anno fa colpiva sistematicamente i dipendenti che volevano allungarsi il fine settimana. I furbetti, che vengono fatti pedinare dai titolari d’azienda, però non mollano. E tocca agli investigatori documentare le loro bugie. In provincia di Brescia, un “lavoratore” è stato beccato mentre si rilassava al mare due giorni con tanto di permesso 104. Mentre un paio di pakistani che si sono visti rifiutare un mese di ferie, hanno avuto la faccia tosta di presentare un congedo parentale di 185 giorni. Gli 007 di Ponzi hanno scoperto che mentre le loro famiglie erano a casa si erano imbarcati per l’oriente pensando di passarla liscia. Tutto ciò si chiama truffa. «L’assenteismo, contrariamente a quanto si possa pensare, è maggiore nel privato. Magli imprenditori, dopo il covid, tollerano sempre meno queste situazioni e si rivolgono a noi. Durante quest’ultimo anno così difficile hanno garantito posti di lavoro e non ci stanno a farsi prendere in giro», spiega Ponzi. Già, le difficoltà del covid. L’osservatorio della Federpol, in collaborazione con le 102 prefetture italiane, ha messo in luce numeri inequivocabili. Una trentina di agenzie di investigazione chiuse a Roma, una ventina a Milano. Zero ristori. Perdite economiche ma anche umane. «In media riceviamo 4/5 richieste al giorno, anche se ci sono settimane in cui i telefoni non squillano e altre in cui sono roventi. A inizio pandemia, il governo Conte ci aveva dimenticato, pur essendo le nostre delle aziende essenziali», chiude Tommaso Ponzi.

Milena Gabanelli e Simona Ravizza per il "Corriere della Sera" il 19 luglio 2021. Giovani maschi che nel rapporto di coppia soffrono di ansia da prestazione e hanno difficoltà a eccitarsi. Giovani ragazze convinte che il sesso sottomesso sia normale. È un fenomeno recente, ma in crescita, e molto osservato dagli specialisti di tutto il mondo, che lo attribuiscono ad una associazione distorta dell'erotismo sviluppata fin dall'adolescenza con il consumo precoce della pornografia. Da sempre il porno accompagna la storia dell'umanità, ed ha una sua funzione. Il problema è che con l'arrivo di internet è diventato un fenomeno di massa, e i contenuti pornografici sono diventati via via più spinti e violenti, proprio perché accessibili a chiunque, in qualunque momento, in ogni luogo. In Italia 9 adolescenti su dieci tra i 10 e i 17 anni usano il cellulare e si collegano quotidianamente a Internet. Mettendo insieme decine di studi scientifici internazionali, si registrano dati preoccupanti. Ci ha aiutato a leggerli la criminologa e ricercatrice presso la Middlesex University di Londra Elena Martellozzo e la Polizia Postale: a livello globale il 30% dei bambini fra gli 11 e i 12 anni vede pornografia online. In Italia il 44% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni. Poco più della metà dei ragazzini che hanno guardato pornografia online afferma di averla cercata volontariamente (59%). Un po' meno le ragazze (25%). I video sono vietati ai minori di 18 anni, ma nella pratica l'accesso a questo tipo di contenuti non ha «barriere». Talvolta può essere richiesta la registrazione in alcuni siti di streaming. In questo caso la verifica effettuata dal gestore del sito è basata unicamente sulle informazioni fornite dall'utente, e non su riscontri documentali. Spesso la registrazione consiste nel creare semplicemente un account con e-mail e password, mentre i siti a pagamento richiedono l'utilizzo di una carta di credito. I dati ufficiali sui visitatori mensili di siti porno contano soltanto i maggiorenni, e danno comunque cifre impressionanti: in Italia, secondo la piattaforma marketing Semrush, il sito più frequentato è Pornhub, con 20 milioni di visitatori unici al mese, di cui il 16% dichiara un'età tra i 18 e i 24 anni. Il video porno non è sempre cercato volontariamente dagli adolescenti, ma può apparire perché condiviso da altri amici, oppure viene visto accidentalmente (per pop-up, entrando in siti inappropriati per sbaglio, o per curiosità durante ricerche online). I contenuti pornografici sono molto diffusi nei canali di messaggistica istantanea, soprattutto WhatsApp e Telegram, dove gira anche materiale pedopornografico. Parallelamente circolano anche i cosiddetti file gore, ossia immagini e video, perlopiù scaricati dal Dark Web, con scene di omicidi, sgozzamenti, incidenti molto violenti. Secondo gli esperti il mix di queste immagini (porno, pedo e gore), oltre a creare negli adolescenti aumento dell'adrenalina ed eccitazione sessuale, viene anche usato all'interno dei gruppi di minori per ingaggiare una sorta di gara a chi ha lo stomaco più forte assurgersi a leader. Qual è la reazione dei giovanissimi la prima volta che vedono sesso violento, dove le donne sono sottomesse, degradate, e felici di assecondare ogni desiderio maschile? Il 27% rimane scioccato, il 24% confuso, il 17% eccitato. La seconda volta le percentuali scendono rispettivamente all'8% e al 4%, mentre l'eccitazione sale al 49%. Dunque, superato il primo impatto, diminuisce il disgusto e cresce l'eccitamento. Gli adolescenti esposti con regolarità a video e immagini di porno spinto, sono portati ad avere atteggiamenti sessisti e più aggressivi: il 70% dei ragazzi percepisce le donne come oggetti sessuali, contro il 30% di chi non li guarda. Il 34% dei minori ha riconosciuto di aver fatto pressioni sulla partner per potersi toccare le parti intime o avere rapporti sessuali; il 17% ha invece ammesso di costringere la partner a compiere questi atti. Alla domanda «La pornografia online ti ha dato delle idee sui tipi di sesso che vuoi provare?», il 44% degli adolescenti maschi, e il 29% delle femmine hanno risposto positivamente. E se il sesso della pornografia online è percepito come realistico, sale anche la convinzione che il sesso occasionale sia più normale di quello all'interno di una relazione stabile. Questo tipo di giovanissimo consumatore fa più facilmente «sexting», ovvero invia o chiede alla propria partner di inviare immagini di nudi o di parti intime: il 48% contro il 25% di chi non guarda porno. Le conseguenze possono essere devastanti. Se c'è consenso non c'è reato, ma sappiamo che troppo spesso le immagini vengono condivise con gli amici, e il minore che le diffonde per primo incorre nel reato di revenge porn , gli altri nel reato di diffusione di immagini pedopornografiche. Nella pratica vuol dire che se qualcuno segnala o denuncia, si attiva l'iter giudiziario che porta dritti ad un processo. Nel 2020 i minori denunciati per revenge porn sono stati 13, per reati di pedopornografia 118, con un aumento del 490% negli ultimi 5 anni. E chi ha compiuto 18 anni rischia fino a 6 anni di reclusione. I genitori troppo spesso non sanno, o fanno finta di ignorare questo contatto con le immagini del sesso da parte di bambini sempre più piccoli, e in mancanza di una educazione sessuale sana e corretta da parte della famiglia e della scuola, il punto di riferimento per tanti ragazzi è il modello pornografico offerto dalla rete. Anche la dipendenza dal consumo continuo è meno rara di quel che si crede (8%). Gli studi di psicologia concordano: le prime esperienze di autoerotismo danno l'impronta. Allora quale sarà l'effetto sulla futura vita affettiva e sessuale di quei bambini e adolescenti, visto che la vita reale è tutt' altra storia? Gli studi clinici rilevano per i maschi la difficoltà a eccitarsi nell'intimità con un partner, proprio perché gli stimoli non corrispondono alle immagini assimilate nell'utilizzo precoce e protratto della pornografia. Secondo i dati della Fondazione Foresta, nel 2005 solo l'8,8% dei soggetti intervistati dichiarava di registrare dei disturbi della funzione sessuale (mancanza di desiderio, disfunzione erettile), mentre oggi i soggetti con disturbi dichiarati sono addirittura il 26%, con una forte incidenza di problematiche legate alla riduzione del desiderio (10,4%). Sintomo di un condizionamento psicologico che viene messo in relazione allo squilibrio fra messaggio digitale e contatto con la realtà. Per i genitori parlarne a casa con i loro figli può funzionare di più rispetto alle misure di parental control , ossia ai blocchi online che inibiscono l'accesso a determinati siti, o che permettono a un genitore di controllare cosa vedono i loro figli e per quanto tempo. Ogni limitazione informatica però è facilmente raggirabile dai nativi digitali. Raramente però i genitori hanno competenze tecnologiche e strumenti culturali per gestire da soli una sfera così complessa. Di «educazione sessuale» nelle scuole si parla da decenni, ma non si è mai fatta, al contrario di ciò che avviene nella maggior parte dei Paesi europei. Si tratta di introdurre una materia specialistica ampia, che coinvolge i temi della salute, la sfera degli affetti e delle emozioni, per accompagnare ad uno sviluppo sessuale sano, consapevole ed equilibrato. Ci ha provato qualche mese fa il ministro Patrizio Bianchi dichiarando pubblicamente: «Il sesso è una parte fondamentale degli affetti, che sono parte della nostra vita, e la scuola se ne deve occupare perché sta dentro all'idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita». Eppure, nonostante le evidenze, ogni tentativo viene smorzato. Secondo Pro Vita & Famiglia onlus sarebbe «un incentivo a praticare la sessualità in età molto precoce» e invita a «rispettate il primato educativo dei genitori». Nella realtà dei fatti al primato educativo e ad avviare verso la precocità ci sta pensando la Rete.

Gustavo Bialetti per "la Verità" il 20 luglio 2021. Allarme porno in Via Solferino. Quasi un adolescente su due ammette di guardare filmati a luci rosse su computer e telefonini e di questi, uno su quattro racconta di avere problemi con l'altro sesso nell'aver relazioni «normali». Insomma, urge una massiccia opera di (ri)educazione sessuale a scuola. La crociata contro il consumo di materiale pornografico online parte dalle pagine del Corriere della Sera, che ieri ha dedicato una pagina ai «danni alla vita reale» che questi video creano nei ragazzi. Nell'inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza abbondavano i dati sul consumo di porno tra i minorenni. Cifre basate su «ammissioni» di adolescenti sono state utilizzate per mettere nello stesso pentolone «normali» immagini hard, filmati violenti, pedofili e revenge porn. Ossia, comportamenti banali e reati gravi. Indicativa anche la generalizzazione, decisamente «sessista», con cui iniziava l'articolo: «Giovani maschi che nel rapporto di coppia soffrono di ansia da prestazione e hanno difficoltà a eccitarsi. Giovani ragazze convinte che il sesso sottomesso sia normale». Come se il porno online non offrisse in abbondanza padrone e sottomissione maschile. Nessuna menzione, poi, per la pornografia a tema omosessuale o per quella realizzata per il consumatore donna, tanto per uscire dallo stereotipo boss con la segretaria. Invece il Corriere fa passare il concetto che il porno non sia mai guardato per curiosità o divertimento e ne approfitta per chiedere più educazione sessuale nelle scuole, visto che le famiglie «non bastano». È lo stesso giornale che due settimane fa inveiva contro l'Ungheria di Orbán per la sua legge a tutela dei bambini, che vieta la messa a disposizione degli under 18 di materiale pornografico.

Silvia Nucini per “Vanity Fair” il 18 luglio 2021.  Più informati dei loro genitori, più aperti alle esperienze, ma anche vittime dell’immaginario del porno, del giudizio dei social e della mascolinità tossica. Dieci adolescenti ci raccontano che cos’è per loro il sesso al di là dei nostri pregiudizi 

Alessandra 17 anni, Lecce

«Per me il sesso è qualcosa da fare con qualcuno a cui vuoi bene. So che non è così per tutti, c’è chi lo fa a caso, ma io invece devo sentire che dell’altro mi posso fidare: di lui e del sentimento che prova per me. Insomma, devo sentirmi amata e rispettata. Non credo che al giorno d’oggi il sesso sia ancora un argomento tabù, ma noto che si parla pochissimo del desiderio e dei desideri. Anche per me è un tema molto intimo che faccio fatica a condividere con le mie amiche e persino con il mio ragazzo. Il sesso è qualcosa che mi ha dato confidenza col mio corpo: c’è stato un periodo difficile nella mia vita e ne porto ancora i segni addosso, ma ora è passata e ci sono riuscita anche grazie ai ragazzi che ho avuto. Ora mi sento una persona davvero forte». 

Tomaso 15 anni, Verona

«So che in questo momento tutti vogliono definirsi in qualche modo, io invece ho scelto di non mettermi addosso nessuna etichetta: sono semplicemente una persona aperta alle esperienze. Penso che tutte le sigle del mondo Lgbt abbiano avuto un senso e un’importanza in un movimento di liberazione e di lotta per i diritti, ma ora siamo arrivati a un eccesso, e le caselle mi sembrano delle costrizioni mentali. Per me l’unica definizione che conta è quella sul genere nel quale ci si identifica, perché chi ti sta di fronte non usi il pronome sbagliato, mentre tutto ciò che è orientamento sessuale non mi interessa. Quelli della mia generazione stanno rompendo tanti tabù, ma non è facile: io sono stato insultato e inseguito solo perché avevo lo smalto nero. Al momento mi piace una ragazza: le ho detto della mia apertura, mi ha risposto che la vede esattamente come me».

Alessia 17 anni, Catania

«Io credo che il sesso e il sentimento siano due cose indipendenti: si può provare attrazione fisica anche senza essere innamorati. Anche perché il sentimento è qualcosa di grande e non è sempre facile provarlo. Io ho la fortuna di avere un ragazzo con cui riesco a tenere insieme le cose. La mia prima volta è stata con lui ed è stato super rispettoso, ha sempre aspettato che prendessi confidenza con le situazioni. Abbiamo imparato insieme: si possono fare mille discorsi con le amiche, però alla fine ti conosci solo sperimentando. Nonostante ci siamo evoluti ci sono ancora tanti giudizi intorno al sesso: se lo fai troppo presto, se lo fai troppo tardi, se lo fai con qualcuno che non è il tuo fidanzato. E ci sono anche tante paure: la gravidanza, le malattie. Sarebbe giusto poter parlare di queste cose in famiglia (nella mia lo facciamo), ma se no ci sono tante pagine utili sui social».

Andrea 17 anni, Torino

«Siamo una generazione cresciuta immersa dentro contenuti sessuali: da bambini in tv vedevamo le veline, le pubblicità sexy e poi è arrivato Instagram dove tutto è allusione. Credo che questo ci abbia dato una visione molto distorta del sesso e ci abbia anche un po’ rovinato la magia. Ho visto i giornaletti porno che andavano ai tempi di mio padre e mi sembrano meno espliciti di molti contenuti che si trovano liberamente sui social, e che anche i bambini possono guardare. Io ho cercato di stare il più lontano possibile da tutto questo condizionamento, di vivere la mia sessualità come una cosa solo mia, di cui non devo rendere conto a nessuno, e ho sempre cercato partner con una visione limpida, ma non è facile. Tante ragazze sono vittime di questa idea di dover essere super sexy: sui social le vedi aggressive, poi le incontri e sono spaventate e non hanno nessuna esperienza».

Alice 17 anni, Milano

«Penso che se la mia generazione ha un rapporto sano con il sesso il merito sia molto dei nostri genitori che ci hanno insegnato il rispetto per le donne e che l’uomo non è quello che comanda. Noi, in cambio, credo stiamo dimostrando loro che l’omosessualità è una cosa assolutamente normale e che l’identità di genere non è un dato scontato, ma su cui si possono fare delle scelte. Ma nella formazione su questi temi ha tanta importanza, oltre alla famiglia, anche la scuola: il corso di educazione sessuale che ho fatto alle elementari mi ha tolto dall’imbarazzo e dalla sensazione che il sesso sia un tema tabù. Per me è una cosa bella, che si fa con qualcuno che è speciale. Ho un’idea un po’ romantica anche della prima volta che secondo me segna l’inizio di una fase nuova e importante del rapporto. Questo almeno in teoria, perché poi in pratica sento i racconti di tante prime volte che non sono per niente così».

Maddalena 15 anni, Frosinone

«Tra i miei compagni di scuola il sesso è un argomento di lotta e di pregiudizi: ci si vanta, si giudica. C’è una pressione sociale sul fare l’amore: devi farlo presto e poi anche raccontarlo. Solo così molti si sentono adulti. Io la vedo in modo completamente diverso: per me è una parte così naturale della vita che non c’è proprio niente da dire. Vivo in una realtà piccola, ma ho la fortuna di avere amici in giro per l’Italia, cosa che mi ha reso un po’ più aperta della media dei miei coetanei. Frequento una scuola di politica dove parliamo di emancipazione femminile anche dal punto di vista sessuale e discutiamo di orgasmo, piacere e richieste, tutti argomenti su cui le mie amiche sono imbarazzatissime. Io cerco di diffondere un po’ di informazione sul tema condividendo dei post sui miei social. Purtroppo per la mia esperienza la scuola si è sempre disinteressata di fare educazione sessuale, e invece sarebbe importantissimo». 

Giovanni 17 anni, Bologna

«Penso che il sesso sia un po’ sopravvalutato, ma forse lo dico perché non mi è mai capitato di farlo con qualcuno che amavo davvero. Erano cose occasionali, a cui non dici no, ma… Sono arrivato alla mia prima volta credendo di sapere tutto perché avevo guardato un sacco di porno. Ma poi ho capito che non sapevo proprio niente e che il porno è tutta una finzione, per fortuna le mie prime ragazze avevano un po’ più esperienza di me. Credo che tra i ragazzi ci sia ancora questa idea che devi essere un maschio alfa, una forma strisciante di mascolinità tossica che ha stancato sia le ragazze che anche noi maschi. Mi sembra che tutta questa ondata dell’Lgbt abbia paradossalmente rafforzato i maschi tossici, che si sentono una minoranza e quindi rivendicano con più forza le loro idee machiste. Secondo me dietro uno che si vanta di essere un maschio alfa c’è solo un ragazzo fragile che si è inventato un personaggio dietro cui nascondersi».

James 17 anni, Trieste

«Ho passato molto tempo a chiedermi se mi piacessero i ragazzi o le ragazze e siccome non riuscivo a darmi una risposta che non cambiasse, ho smesso di farmi la domanda. Sono un ragazzo transgender, ma non è la prima cosa che dico quando mi presento a qualcuno: lo specifico solo se c’è un possibile coinvolgimento sessuale, o romantico. Per tutti sono James, e basta. Essere trans non ha mai influenzato in alcun modo il mio rapporto con il sesso: ho cominciato a farlo con una persona con la quale c’era confidenza e questo mi ha fatto sentire sicuro anche in tutte le storie che sono venute dopo. La maggior parte delle persone che frequento sono del mondo Lgbt ed è una cosa che mi aiuta a non dover dare troppe spiegazioni e a non scontrarmi con i pregiudizi che alcuni della mia età hanno ancora, spesso perché li assorbono in casa. Invece le persone che mi conoscono da prima che iniziassi la transizione hanno vissuto tutto con naturalezza e mi sono state vicine. Anche la mia famiglia è sempre stata aperta su tutto. Fino a 15 anni mio padre voleva, quando invitavo qualcuno a casa, che tenessi la porta di camera mia aperta. Adesso, invece, la posso chiudere». 

Matteo 20 anni, Milano

«Per molti, dopo la quarantena, il sesso è una forma di liberazione. Per me, che ho una storia con Federica da un anno e mezzo, pensare al sesso vuol dire pensare a noi due. Ormai mi fa strano anche dire “fare sesso”, “fare l’amore” mi sembra un modo più giusto per chiamare quello che facciamo, qualcosa che non ha solo a che fare con i corpi, ma anche con la testa. Prima ero uno da storie brevi, mi divertivo, mi eccitavano l’aspetto fisico e il momento. Adesso sono molto diverso. Quando sento i racconti di mia madre e dei suoi amici, penso che per la loro generazione il sesso fosse qualcosa di più libero di quanto lo sia per noi. Non c’erano i social a giudicarti, a espandere: quella foto non è più un’esperienza tra noi due, ma tra noi due e i nostri follower. Lo so, non è obbligatorio postare contenuti intimi e personali, io lo faccio per ricordare momenti importanti, e anche un po’ come gesto di possesso. Come dire: lei è mia. Non perché sia un oggetto, ma perché sono orgoglioso di lei». 

Giacomo 18 anni, Sanremo

«Ho una ragazza e sono principalmente attratto dalle donne, ma non mi definisco etero, piuttosto queer. L’anno scorso mi truccavo, ma la mia era una scelta estetica, non certo un coming out: mi piacerebbe molto che fossimo liberi di fare ciò che vogliamo coi nostri corpi, senza usarli per mandare messaggi. Queer non ce l’ho scritto nemmeno sulla bio di Instagram: mi sembrerebbe un’ostentazione. Molte delle cose che ho imparato sul sesso arrivano dal porno, che in passato ho guardato anche tutti i giorni. Il bello del porno è che moltiplica la fantasia: io arrivo fino a qui, un altro fa un passo più in là. La cosa brutta invece è che, secondo me, rende violente le persone e che restituisce un’idea terribile della donna: anche per questo cerco di guardarlo sempre meno. In futuro spero di soddisfare anche la mia parte queer. Al momento va bene così. La cosa divertente è che io e la mia ragazza ci scambiamo foto di un ragazzo che tutti e due troviamo molto bello». 

Jessica d'Ercole per “La Verità” il 26 giugno 2021. «Per me bambino, tutto quello che mi ingiungevi era senz'altro un comandamento dal cielo, non l'ho mai dimenticato, diveniva il metro determinante per giudicare il mondo. Non era permesso rosicchiare le ossa, ma tu lo facevi. Non era permesso assaggiare l'aceto, ma tu potevi. A tavola si doveva solo mangiare, ma tu ti pulivi e ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite; tu, l'uomo che ai miei occhi rappresentava la massima autorità, non ti attenevi alle ingiunzioni che mi avevi imposto», scriveva Franz Kafka in Lettera al padre, aggiungendo con sarcasmo: «Se al mondo ci fossimo stati solo noi due [], la purezza del mondo sarebbe finita con te, e con me sarebbe cominciata la sporcizia». Onorare il padre e la madre non è facile per tutti. Come scriveva Lev Tolstoj in Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». Per cui ci sono figli che rinnegano i genitori perché da loro si sono sentiti non amati, traditi o addirittura sfruttati. Jackie Coogan, il monello che accompagnava nell'omonimo film del 1921 Charlie Chaplin, i suoi li portò in tribunale perché sperperarono i 4 milioni che lui guadagnò principalmente grazie a quella pellicola. Dopo una causa infinita Coogan riuscì a ottenere solo 126.000 di quei dollari ma, in California, il suo nome venne dato a una legge, il Coogan act, una norma a tutela dei guadagni degli attori bambini. Peggio andò a Gary Coleman che vide i genitori adottivi, in combutta con il suo manager, dilapidare tutti i suoi compensi. Solo per Il mio amico Arnold prendeva 100.000 dollari a episodio. Adottata fu anche Christina Crawford che aveva un pessimo rapporto con la madre Joan. Nel suo memorabile libro Mammina cara - divenuto poi un film con Farrah Fawcett - la giovane Crawford descrive la famosa attrice come una mamma, violenta e alcolizzata, interessata più alla sua fama che ai propri figli. Sostiene di non essere stata adottata per amore, ma per una trovata pubblicitaria: «Una volta tentò di strangolarmi». Dopo la pubblicazione le due non solo non si parlavano più ma Joan ha escluso lei e suo fratello dal testamento milionario. Odiava suo padre Danny Quinn, settimo figlio di Anthony, secondo della costumista italiana Jolanda Addolori. Nel 1997 dichiarò: «È un mostro. Sì, per anni l'ho odiato, sognavo di ammazzarlo, di spaccargli una grossa pietra in testa, di dargli fuoco». E poi: «Non parlo con mio padre da tre anni esatti. Ho troncato ogni rapporto, siamo due persone completamente diverse, con due strade diverse. Non c'è nessuna speranza di dialogo né di nient' altro tra noi due», ha ripetuto poco prima del 2001, anno della morte di Anthony Quinn. Non onora il padre pure Angelina Jolie, figlia di Jon Voight. I due non si sono parlati per 10 anni dopo la morte della mamma, Marcheline Bertrand, scomparsa nel 2007. Poi dopo una lunga terapia la Jolie decise di perdonarlo per amore dei suoi figli: «Hanno bisogno di conoscere il nonno», salvo poi ricredersi e continuare a litigare con il padre via social. Come lei suo figlio Maddox ha rinnegato il padre Brad Pitt, e, sempre come lei, ora vuole cambiare il cognome in Jolie. Infelice fu l'infanzia anche della prima moglie di Brad Pitt, Jennifer Aniston. Nel 1999 con il libro From Mother and Daughter to Friends la figlia si è scagliata contro i genitori: «Erano crudeli e mi hanno sempre fatta sentire una nullità». L'attrice ha puntato il dito contro Nancy Dow, sua madre, solita descrivere nei dettagli ogni suo difetto: «Per mia madre io ero sbagliata in tutto». Si sentiva invece tradita dai suoi, entrambe drogati e alcolizzati, Demi Moore. Nell'autobiografia Inside out racconta che da ragazza fu violentata, e che il molestatore, dopo aver fatto i suoi comodi, le disse: «Come ci si sente a essere fottute per 500 dollari?». La Moore si dice convinta che non ci fu una transizione economica ma che la madre semplicemente gli accordò il corpo della figlia quindicenne: «Fu un tradimento devastante, impossibile da perdonare». Genitori alcolizzati anche per Drew Barrymore: «I miei non sono mai stati lì per me, erano assenti, non riuscivo a gestire i miei problemi». Il padre era sempre ubriaco e la madre, quando non trascorreva le serate di festa in festa, le passava a vendere gli effetti personali della figlia star su Ebay. Così a 12 anni la piccola Barrymore era dipendente da alcol e droghe, a 13 era in un centro di riabilitazione, a 15 in tribunale per chiedere l'emancipazione. Altra star che ha chiesto l'emancipazione è Macaulay Culkin, l'indimenticabile protagonista di Mamma ho perso l'aereo. Sfruttato dai suoi - lo obbligarono a girare 15 film in sette anni - con il solo scopo di mettere le mani sul suo patrimonio da 17 milioni di euro. Il tribunale lo obbligò a restare con la mamma ma i suoi denari furono custoditi dal contabile di famiglia. Quando se ne appropriò però li dilapidò in alcol e droghe e solo dopo dieci anni e un percorso di analisi è tornato al cinema. Ha portato suo padre in tribunale anche Meghan Markle. Alla duchessa del Sussex non è andato giù che lui pubblicasse una lettera di lei sulla stampa britannica. È da allora che i due non si parlano più, lui non è stato invitato né al matrimonio reale né per la nascita di suo nipote. Ma le cose non stanno andando meglio neanche al marito, Harry d'Inghilterra, che a quanto ha dichiarato nelle sue interviste a Oprah Winfrey dopo aver divorziato dalla casa reale, ha inveito contro l'educazione glaciale di corte che a suo dire gli fu inferta dal padre, il principe Carlo. Crescita anaffettiva anche per lo scrittore Michele Mari, figlio del grande designer Enzo Mari, che per tutta la vita ha avuto un rapporto difficile con un padre «spartano, intransigente, drastico, dogmatico. Un carattere impossibile, incapace di dialogare. Se volevo sopravvivere dovevo nascondermi in me stesso []. Da piccolo sognavo che si aprissero delle botole che lo inghiottivano. Era il sogno di un bambino angosciato», senza però mai rinnegarlo davvero: «Credo però di averlo anche amato molto, con un sentimento per me irrisolto». Freddo e impassibile nei confronti dei figli era Joe Jackson, papà di Michael: «Un padre attento, più di ogni altra cosa, al nostro successo commerciale». Ma da piccolo il re del pop voleva solo un papà che gli dimostrasse amore, «e mio padre non l'ha mai fatto. Non mi ha mai detto ti voglio bene guardandomi negli occhi, non ha mai giocato con me. Non mi ha mai portato a cavalcioni, non mi ha mai buttato un cuscino o un palloncino d'acqua». Per anni il rapporto fra i due fu impossibile ma alla fine Michael lo perdonò: «Col tempo, l'amarezza ha lasciato il posto alla grazia. Più che rabbia, sento assoluzione, più che una rivincita voglio riconciliazione. E la rabbia iniziale ha lasciato il posto al perdono». Ed è proprio questo, secondo papa Francesco, lo spirito del quarto comandamento. Onorare il padre e la madre anche se questi non sono perfetti perché dice il Pontefice: «Può essere facile, spesso, capire se qualcuno è cresciuto in un ambiente sano ed equilibrato. Ma altrettanto percepire se una persona viene da esperienze di abbandono o di violenza. La nostra infanzia è un po' come un inchiostro indelebile, si esprime nei gusti, nei modi di essere, anche se alcuni tentano di nascondere le ferite delle proprie origini. Ma la Quarta Parola dice ancora di più. Non parla della bontà dei genitori, non richiede che i padri e le madri siano perfetti. Parla di un atto dei figli, a prescindere dai meriti dei genitori, e dice una cosa straordinaria e liberante: anche se non tutti i genitori sono buoni e non tutte le infanzie sono serene, tutti i figli possono essere felici, perché il raggiungimento di una vita piena e felice dipende dalla giusta riconoscenza verso chi ci ha messo al mondo».

Chiamano "sfigata" e "fallita" la figlia minorenne: genitori prosciolti a Lecce. "Metodi educativi eccessivi ma legittimi". Francesco Oliva su La Repubblica il 27 maggio 2021. La ragazza aveva denunciato i genitori ai carabinieri, spiegando di essere vittima di insulti, minacce e anche violenze fisiche. Le indagini hanno accertato che gli episodi riferiti erano reali ma sporadici e inseriti in un contesto "di presunti comportamenti scorretti" della ragazza. Dopo la denuncia la famiglia si è riappacificata e anche questo ha pesato sulla decisione di archiviare l'indagine. Dare della "sfigata" o della "fallita" alla figlia minorenne non è necessariamente un maltrattamento. Per il giudice del Tribunale di Lecce, Marcello Rizzo, si tratta di "modi di educare che, per quanto eccessivi, hanno l'intento di correggere comportamenti scorretti". È uno dei passaggi riportati nelle motivazioni di una sentenza con cui una coppia di genitori, residente in un comune del Salento, è stata prosciolta dall'accusa di maltrattamenti in famiglia aggravati. 

Letizia Gabaglio per "repubblica.it" il 30 aprile 2021. Qual è il rapporto dei giovani con la sessualità? Come si proteggono dalle malattie sessualmente trasmesse? In che modo si prendono cura della loro salute riproduttiva? Fondazione PRO ha voluto capirlo intervistando mille ragazzi napoletani tra i 16 e i 19 anni e i risultati, che per gli esperti sono rappresentativi di ciò che succede in tutta Italia, sono allarmanti. Il 65% dei giovani non ha mai parlato di sessualità con il proprio padre, 8 su 10 visitano siti pornografici e uno su quattro ha rapporti sessuali non protetti. Ancora. Una ragazza su tre e un ragazzo su due assumono regolarmente superalcolici nel weekend, la metà degli adolescenti passa su internet più di 5 ore al giorno DAD esclusa, il 25% delle giovani e il 18% dei loro amici fumano abitualmente, il 25% dei maschi e il 10% delle femmine ha fatto uso di droghe leggere, una su due e uno su tre non praticano alcun tipo di sport. Dati paradigmatici che ci raccontano una generazione che è inoltre lontanissima dalla copertura contro l’HPV: a essersi vaccinati sono meno della metà delle adolescenti contro il 12% dei loro coetanei. Solo un ragazzo su cinque si è sottoposto a una visita dall’urologo. “Partiamo dai primi dati epidemiologici raccolti nell'ambito del progetto 'La maleducazione sentimentale dei giovani' per capire come invertire la rotta, parlando con i ragazzi e fornendo loro gli strumenti necessari per vivere una vita sana e piena”, ha affermato Vicenzo Mirone, Ordinario di Urologia dell'Università Federico II di Napoli e Presidente di Fondazione PRO. Il progetto prevede il coinvolgimento degli studenti in incontri formativi e gruppi di lavoro interni alla scuola; la creazione di un Teen Channel, una piattaforma liberamente consultabile sulle tematiche sentimentali e sessuali; la realizzazione di uno spot e la possibilità di fare visite con urologi, nutrizionisti, medici dello sport, psicologi e sessuologi a bordo della Unità Mobile. “Negli ultimi 40 anni il numero di adolescenti obesi è aumentato di 10 volte e in Italia la percentuale si è quasi triplicata rispetto al 1975. Il nostro messaggio deve essere chiaro: volersi bene è facile, vivere meglio è possibile. Dobbiamo alfabetizzare ragazze e ragazzi sui sentimenti e arriveremo poi a parlare di sessualità, rompendo quel muro di silenzio costruito con i mattoni della vergogna e il cemento di Dott. Google. L’ambizione è quella di proporre un format che divenga un modello per l’intero Paese, portando l’educazione affettiva dentro i programmi scolastici, com’è attualmente per quella civica”, spiega ancora Mirone. I dati di Napoli, infatti, si possono considerare rappresentativi di ciò che succede in tutto il Paese e richiamano fortemente l'attenzione di tutti sull'importanza della prevenzione e del rapporto padre-figlio che deve essere improntato non al divieto ma alla discussione e portare quindi all’adozione di stili di vita corretti, passando per una sana alimentazione, una buona attività fisica e una corretta attività sessuale. “L’educazione all’affettività era centrale prima della pandemia, lo è ancor più adesso. Anzi, ora è decisiva”, ha dichiarato Marco Rossi Doria, presidente di “Con i Bambini”. “I ragazzi e le ragazze durante questa emergenza sanitaria sono stati privati della socialità, dei legami e dalle relazioni di affettività. Sono stati molto responsabili, anche se il racconto che passa dai media spesso mette in luce solo i comportamenti devianti, la spavalderia e gli assembramenti. Non è così, non lo è nella maggioranza dei casi. Lo vediamo anche dai tanti racconti che riceviamo dai ragazzi che partecipano ai nostri contest gratuiti, dai quali emergono ansie e paure, ma anche tanti sogni e speranze, rivolti principalmente all’esigenza di ritrovare l’affettività familiare, amicale, sentimentale, un pezzo della loro vita che è rimasta sospesa”. La campagna "La maleducazione sentimentale dei giovani" è stata realizzata grazie al contributo della Fondazione Banco di Napoli. “Abbiamo fortemente sostenuto questo progetto insieme alla Fondazione PRO, convinti della necessità di promuovere tra le giovani generazioni l’educazione ai sentimenti collegata alla sessualità. Come diceva Aldo Masullo, dobbiamo aiutare i ragazzi ad imparare il lessico delle emozioni – ha dichiarato la Presidente, Rossella Paliotto -. Soprattutto tra coloro che subiscono le insidie della strada e sono privi di riferimenti morali”. Non a caso questo progetto parte dal quartiere Forcella e vuole rappresentare un progetto pilota per l’intera città di Napoli, per tutto il Mezzogiorno e per l'Italia. “Questa attività rivolta al benessere dei ragazzi è un investimento per il futuro del nostro Paese”, ha dichiarato la Ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna. “E con quest’ottica che stiamo lavorando al Piano nazionale di ripresa e resilienza che rappresenta un tassello del grande piano europeo, non a caso chiamato Next generation Eu. La politica dovrebbe mantenere costantemente lo sguardo rivolto alle prossime generazioni, ma purtroppo spesso si guarda più al presente e al consenso immediato”.

Educazione ai valori. L’idea del progetto è frutto degli insegnamenti del Vicepresidente di Fondazione PRO, Aldo Masullo, filosofo, politico e Professore Emerito di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli. “La maleducazione sentimentale dei giovani come tema per un progetto educativo, nasce da una ostinata convinzione di Aldo: conoscere il lessico delle emozioni serve a ri-conoscerle e a poter scegliere in pienezza la vita che si vuol vivere”, ha spiegato il figlio, Paolo Augusto Masullo, Ordinario di Antropologia filosofica e Biodiritto alla Federico II di Napoli, Dipartimento di Scienze Politiche. “Occorre infatti offrire ai giovani una formazione su modelli valoriali che, innanzitutto, assumano come fondamentale il riconoscimento e il rispetto per la persona, uniti questi a una educazione volta al divenire capaci di dar nome e voce a ciò che si sente, pur nell’aporeticità del sentire, il patico. In questo tentativo di intervento sulla radice culturale, sulle idee, sugli stereotipi e sull’ambiente ipertecnologico in cui sono immersi soprattutto i giovani, centrale è recuperare, tra l’altro, la fondamentale relazione dei figli col padre”.

Leonardo Di Paco per "la Stampa" l'1 luglio 2021. Ai giovani chiedete tutto ma non di non mettere su famiglia o fare figli: uno su due vi risponderà «no grazie». Lo rileva un sondaggio commissionato dalla Fondazione Donat-Cattin all' Istituto demoscopico Noto Sondaggi: il 51% dei ragazzi interpellati ammette infatti di non immaginarsi genitore, il 30% stima che a 40 anni avrà un rapporto di coppia ma senza figli, mentre il restante 20% pensa che sarà single. Un allarme che la ministra per la Famiglia Elena Bonetti raccoglie con preoccupazione: «Il tema della denatalità, della scelta della genitorialità sempre più rimandata, è sia sintomo che causa di una situazione di difficoltà del Paese. Un Paese che non è in grado di esprimere una forza giovane, innovatrice, è un Paese che non ha prospettive di un Welfare sostenibile», spiega la ministra durante un convegno organizzato a Torino in occasione del trentennale della morte dell'ex ministro e intitolato, non a caso, "Culle vote". «Dopo l'esperienza drammatica che abbiamo vissuto questa progettazione del futuro passa dalla possibilità delle persone di immaginarsi una famiglia. O si cambia il paradigma delle politiche sociali o non otterremo mai uno sblocco in questo senso», aggiunge la ministra. Nello spiegare le ragioni per cui faticano a immaginarsi genitori i ragazzi intervistati - tutti tra i 18 e i 20 anni - parlano di fattori che riguardano la sfera sociale più che un'avversione netta alla genitorialità in sé. In particolare le preoccupazioni riguardano la carenza di lavoro (87%), seguita dall' assenza di politiche adeguate per la famiglia (69%). Una percentuale analoga di ragazzi, però, parla anche di crisi delle relazioni stabili mentre solo un ulteriore 37% ritiene i figli un ostacolo in quanto condizionano la vita. In relazione alla volontà di non avere figli i giovani possono essere divisi in tre categorie, spiegano i ricercatori: c' è chi ha un atteggiamento definito «narcisista» per cui ritiene che un figlio, e più in generale legami stabili, limitino la propria libertà; chi manifesta la paura di non potersi permettere economicamente questa possibilità e infine chi assicura di non volere figli per mancanza di fiducia nella società e nel futuro. Un concetto ripreso da Bonetti: «Il tema della denatalità viene spesso guardato dal punto di vista degli effetti devastanti che può provocare. Un Paese che non è in grado di garantire una sufficiente presenza di forza giovane, che è quella che interpreta l'innovazione e le scelte del futuro, è un Paese che non solo non ha la prospettiva di un welfare sostenibile, ma che nemmeno può interpretare quel necessario slancio di rinnovamento che di fatto possa garantire lo sviluppo per tutta la collettività». I timori sui rischi di un inverno demografico per il nostro Paese, viene ricordato dalla Fondazione, vennero denunciati proprio da Carlo Donat-Cattin: «Da ministro della Sanità, lo fece nel settembre del 1986 a Saint Vincent, e già allora sollecitava un radicale cambio delle politiche per la famiglia. Vedeva l'Italia come un paese "in scadenza" sulla base di dati che gli aveva fornito il demografo Antonio Golini». Dati confermati anche dalle proiezioni di alcune compagnie di assicurazione, che tuttavia furono contestati da alcuni giornali che accusarono il ministro di nostalgia verso politiche demografiche del ventennio fascista. Le "culle vuote" di questi anni hanno però confermato le sue previsioni».

Ragazzi sempre meno fertili? Parla Gianluca Tornese dopo i risultati dello spermiogramma. Le iene News il 21 marzo 2021. Nel servizio di Aurora Ramazzotti abbiamo chiesto a 11 influencer di sottoporsi allo spermiogramma, il test che misura la fertilità maschile. Uno di loro, Gianluca Tornese, ha ricevuto una brutta notizia e il giorno dopo la messa in onda ne ha parlato in diretta Instagram con la Iena. “È difficile per me parlarne, mi è caduto il mondo addosso”. L’influencer Gianluca Tornese parla in diretta Instagram con la Iena Aurora Ramazzotti dopo il servizio andato in onda venerdì 19 marzo in cui abbiamo chiesto a 11 influencer di sottoporsi allo spermiogramma, il test che misura la fertilità maschile. Qui sopra un estratto dalla diretta Instagram. I giovani del 2021 hanno davvero perso il 50% della fertilità rispetto ai loro coetanei del 1980? La notizia è riportata dal New York Times. Per questo con Aurora Ramazzotti abbiamo chiesto a 11 influencer di sottoporsi al test. “La conta degli spermatozoi è diminuita di più del 40% negli ultimi 40 anni”, dice Stacey Colino, scrittrice specializzata in temi di salute e psicologia. Tutto ci fa pensare che potrebbero diminuire ancora. Le cause? Clima, inquinamento, cibo, stress e tanti altri fattori legati alla modernità. “Non è ciò che mangiamo, ma quello che ciò che mangiamo assorbe dalla plastica in cui è impacchettato”, sostiene. Così abbiamo chiesto ad Angelo Sanzio, Tommy A Canaglia, Denis Dosio, Claudio Sona, Gianluca Tornese, Mariano Catanzaro, Nathan Lelli, Luca Alberici, Giampaolo Calvaresi, Marco Cucolo, Lucas Peracchi di sottoporsi allo spermiogramma e per quasi tutti loro è stata la prima volta. Uno degli influencer, Gianluca Tornese, ha ricevuto una brutta notizia e ha avuto il coraggio di aprirsi con noi in modo che quello che ha scoperto possa essere per altri un monito a farsi controllare. “Su undici influencer sono l’unico che è risultato poco fertile, quasi niente”, spiega Gianluca nella sua diretta Instagram dopo la messa in onda del servizio, nel quale il medico, alla lettura dei risultati, gli ha spiegato che “potrebbe essere una cosa momentanea. Bisogna capire la causa”. “Mettetevi nei miei panni, mi è caduto il mondo addosso”, continua. “Sono fidanzato da due anni, sogno un futuro con la mia ragazza e con dei bambini. Sentirsi dire determinate cose è un po’ dura”. Ma Gianluca ha deciso di parlarne apertamente: “il servizio è utile per tante persone e tanti ragazzi per prevenire e fare il test”. “Ho ricevuto tantissimi messaggi di conforto”, racconta a Aurora Ramazzotti. “E anche messaggi di tantissime coppie che stanno intraprendendo un percorso. Io nel frattempo ho fatto tutto il possibile, mi sono affidato a una squadra che fa tutto. Mi hanno consigliato di fare tutti gli esami e poi di rifarli tra tre mesi per vedere le differenze, nel frattempo mi hanno dato delle cure da fare. Vediamo tra tre mesi come va. Nel caso fosse davvero così ci sono altre tecniche”.  

Un "figlio pelandrone" di 50 anni: la madre ottiene dal giudice l'allontanamento. Sarah Martinenghi su La Repubblica il 16 marzo 2021. Torino, l'appello della donna: aiutatemi a mandarlo via. È un caso da codice rosso davvero insolito e particolare. Un maltrattamento diverso, messo in atto da un figlio nei confronti della madre. Una violenza, in ogni caso, come ha stabilito anche il giudice. La donna è stata costretta dal figlio a subire la sua presenza in casa fino a questi giorni. All'età di quasi 50 anni, di volersene andare per conto suo, lui non ci pensava proprio. E così a lei non è rimasta altra strada che rivolgersi ai carabinieri, prima, e alla procura, poi, per chiedere di esaudire il suo desiderio: far uscire quel ragazzone definito " un pelandrone " dal suo appartamento. "Aiutatemi a mandarlo via, voglio vivere tranquilla " ha chiesto. Il giudice ha dato l'ok e ha disposto per lui la misura dell'allontanamento chiesta dal pm Enzo Bucarelli. La presenza del figlio in casa sua è stata definita "parassitaria". Nessun lavoro, nessun contributo alle faccende domestiche, e nessuna intenzione di cambiare vita. " Gli ho anche offerto dei soldi, 300 o 400 euro al mese per andarsene, ma non ha accettato. Lui dice che sta bene lì, a casa mia", ha spiegato la donna con vera disperazione. Nessuna minaccia vera da parte del figlio, ma un atteggiamento un po' aggressivo, soprattutto di fronte alle richieste della madre di farsi una vita sua e andare a vivere con la fidanzata. Il figlio soffre anche di disturbi mentali, "ha un'insufficienza mentale lieve e un'invalidità di tipo psichico " . E l'ha minacciata: " Mi ha detto che se l'avessi sbattuto fuori di casa mi avrebbe ammazzato " ha riferito. Solo una volta lei era riuscita a convincerlo ad andarsene. " C'era ancora mio marito, ed è stato lui a volere che tornasse. Io mi sono intenerita e gli ho riaperto la porta di casa " , ha spiegato. La madre ha descritto il figlio come una persona burbera: "Non si droga, non beve alcolici, non mi aggredisce ma non vuole proprio ascoltarmi: tiene pulita solo la sua camera, ma poi non mi aiuta nelle faccende domestiche. È un pelandrone, ma ha quasi 50 anni e io non posso mantenerlo per sempre". Una volta, cinque anni fa, l'uomo avrebbe dato uno schiaffo alla madre. "Non mi ha fatto male, ma mi ha ferito. Io voglio solo che se ne vada, e ho paura che mi faccia del male anche perché quando mi ha minacciata aveva lo sguardo cattivo. E quando gli dicevo qualcosa, lui mi faceva dei dispetti, il citofono rotto, danni alla mia auto. Diceva che erano stati i suoi amici ma io lo sapevo che era lui".

 La maggioranza dei giovani immagina il proprio futuro senza figli. Chiara Pizzimenti su Vanityfair.it il 17/3/2021. Un futuro senza figli. È così che se lo aspettano la maggior parte dei giovani italiani tra i 18 e i 20 anni secondo un sondaggio commissionato dalla Fondazione Donat Cattin all’Istituto demoscopico Noto Sondaggi. Il 51% dei ragazzi interpellati non si immagina genitore. Di questi il 31% pensa che a 40 anni avrà un rapporto di coppia ma senza figli e un 20% pensa che sarà single. L’età delle persone intervistate non è quella a cui abitualmente si pensa a una famiglia, ma a farsi notare è l’assenza di prospettiva, per motivi prevalentemente sociali.

Sono soprattutto la scarsità di lavoro (87%) e l’assenza di politiche adeguate per la famiglia (69%)

Secondo i dati raccolti dal sondaggio i giovani possono essere divisi in 3 categorie: c’è chi teme che un figlio limiti la libertà, una posizione legata anche alla giovane età, c’è chi ha la realistica paura di non potersi permettere economicamente un figlio e chi non vuole avere figli per mancanza di fiducia nella società.

L’Italia vive da anni un periodo di scarsa natalità e la situazione è stata acuita dalla pandemia. Nel 2020 si contano circa 300mila italiani in meno a causa dell’aumento delle morti, mai tante dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, ma anche dal calo delle nascite. È come se fosse sparita una città grande come Catania.

I 400mila bambini nati nel 2020 sono un record negativo nei 160 anni dell’Unità d’Italia che si inserisce in una statistica già con il segno meno. Nel 2019 erano nati solo 420 mila bambini. Sono 160mila in meno dal 2008. Nei primi anni Sessanta ne nascevano il doppio.

Quello dell’Istat è un resoconto ancora provvisorio riportato da Avvenire, ma mostra un calo stabile nell’anno del 3,25% e un crollo alla fine del 2020: meno 8,2% in novembre e meno 21,63% in dicembre, il nono mese dall’inizio del primo lockdown. Rispetto al 2019 il calo dovrebbe essere di oltre il 5%. La pandemia potrebbe aver dato il colpo decisivo a una natalità già scarsa, non sostenuta da un sistema di welfare adeguato.

 Sanità Carlo Donat-Cattin. Lo fece nel settembre del 1986 dal tradizionale convegno della sua corrente a Saint-Vincent, e seguirono diversi interventi sul tema per sollecitare un radicale cambio delle politiche per la famiglia. Donat-Cattin vedeva l'Italia come un Paese «in scadenza», destinato a contare 30 milioni di abitanti nel 2050. Dati che gli aveva fornito il demografo Antonio Golini, confermati anche dalle proiezioni di alcune compagnie di assicurazione. Ma cifre che - pur nella loro lungimiranza - vennero contestate da alcuni giornali: e il ministro venne addirittura accusato di provare nostalgia verso le politiche demografiche del ventennio fascista. Sette lustri dopo il fenomeno della «culle vuote» ha ormai i contorni di un'emergenza sociale, e conferma la validità la visione politica di Carlo Donat-Cattin di cui proprio domani ricorrono i 30 anni dalla morte. In occasione dell' anniversario la Fondazione che ne porta il nome ha commissionato all'Istituto demoscopico Noto un sondaggio che parte con un dato inquietante: su un campione di 800 giovani di tutta Italia tra i 18 e i 20 anni la maggioranza (51%) immagina il proprio futuro senza figli. E tra questi il 31% stima che a 40 anni avrà un rapporto di coppia ma senza figli e un ulteriore 20% pensa che sarà single. Non si tratta di previsioni dichiarate sull'onda emotiva del momento, un «vedo nero» legato alla pandemia. Nel valutare i motivi per cui i giovani non vogliono avere figli gli intervistati danno risposte razionali. Adducendo ragioni che riguardano la sfera sociale più che una avversione netta a diventare genitori: la carenza di lavoro in primis (87%), cui segue l'assenza di politiche adeguate per la famiglia (69%). Una percentuale analoga parla anche di crisi delle relazioni stabili, mentre solo il 37% ritiene i figli un ostacolo in quanto condizionano la vita. Secondo lo studio i giovani che non vogliono diventare genitori possono essere divisi in tre categorie.

I primi sono quelli che si potrebbero definire «narcisisti» e che considerano il fatto di mettere su famiglia, e più in generale i legami stabili, un ostacolo alla propria libertà.

La seconda categoria aggiunge una motivazione più «realista» che riguarda la paura di non potersi permettere economicamente questa possibilità.

I terzi sono i «nichilisti»: dichiarano di non volere figli per mancanza di fiducia nella società.

Un ulteriore risultato del sondaggio riguarda la percezione di sentirsi inclusi o esclusi dalla società. Il 51% vive una forte insoddisfazione in quanto non si sente «pienamente incluso», ai quali si aggiunge un 4% che invece lamenta una «esclusione totale». È quindi soltanto una minoranza, seppure sostanziosa (44%), ad autodefinirsi «inclusa». E a percepire le maggiori difficoltà di inserimento sociale sono le giovani donne. Nel campione scelto la condizione di studente lavoratore riguarda meno di un giovane su 5 (18%). La maggioranza non ha mai lavorato, mentre il 31% ha avuto qualche esperienza di lavoro ma attualmente ha scelto di dedicarsi unicamente allo studio. Infine, rispetto al proprio futuro personale la maggioranza si sente ottimista, ma se la domanda riguarda il futuro dell'Italia la quota degli ottimisti diventa minoranza (43%). Sul piano personale gli uomini sono un po' più positivi delle donne (68% di ottimisti contro il 60%). Mentre riguardo al futuro dell'Italia sono le donne ad avere un po' più di fiducia.

 (ANSA il 15 marzo 2021) Un'autoambulanza, che aveva appena effettuato un intervento per il Covid, è stata presa di mira da una baby gang la scorsa notte a Napoli. Lo denuncia, sulla sua pagina Fb, "Nessuno tocchi Ippocrate". Secondo quanto ricostruito dall'organizzazione, dopo l'intervento in un'abitazione era sceso in strada ritrovandosi un gruppo di ragazzini senza mascherina, che in barba alle norme anti-covid sostavano poco distanti - si legge sulla pagina Fb - Alla partenza del mezzo di soccorso uno di loro ha sferrato un pugno allo specchietto retrovisore e un altro si è appeso letteralmente al tetto dell'ambulanza.

Federico Fubini e Simona Ravizza per il “Corriere della Sera” il 25 aprile 2021. Un mese fa la dottoressa Roberta Rubbino si è trovata in una situazione per lei nuova: non sapeva dove far ricoverare un paziente. Responsabile per l' area dell' età evolutiva all' Istituto Beck di Roma, un centro affiliato alla Società italiana di psicoterapia, Rubbino le aveva provate tutte. La neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto I di Roma non aveva un solo letto libero. Il servizio psichiatrico dell' ospedale Sant' Eugenio neppure. Il paziente, un ragazzo di 16 anni con un disturbo grave della condotta e comportamenti impulsivi, ha finito per aspettare due giorni in un pronto soccorso. Non era sfortuna. È la pandemia, che fa anche questo, dopo anni durante i quali la crisi attorno alla salute mentale di tanti giovanissimi italiani covava sotto la cenere. Covid-19 l' ha aggravata, poi l' ha fatta esplodere. In gran parte al riparo dalle conseguenze fisiche del virus, i bambini e gli adolescenti stanno subendo quelle psicologiche da quando le chiusure scolastiche li hanno lasciati a casa. L'isolamento in una stanza, la didattica magari solo attraverso uno smartphone e un wifi instabile, le liti in famiglia nate dalla convivenza in pochi metri stanno innescando negli adolescenti una seconda epidemia. Non è un virus. È abulia, depressione, crollo della concentrazione e dell' autostima, ansia, autolesionismo. E non è solo in Italia. Uno studio sui pronto soccorso pediatrici di Torino, Cagliari e di altri 21 ospedali in dieci Paesi diversi durante la prima ondata di Covid, pubblicato su «European Child and Adolescent Psychiatry», mostra ciò che è successo in tutto il mondo: gli accessi per atti di autolesionismo in marzo e aprile 2020 aumentano dal 50% al 57%, con un' incidenza in crescita degli «intenti suicidi» e dell' isolamento come fattore scatenante. Benedetto Vitiello dell' Ospedale Regina Margherita di Torino, docente di psichiatria infantile anche alla Johns Hopkins di Baltimora, nota le stesse tendenze nel pronto soccorso del capoluogo piemontese. Ma sono diffuse anche nel resto del Paese. Vitiello il mese scorso ha pubblicato su «Frontiers in Psychiatry» uno studio basato su un sondaggio in Italia fra circa ottocento minorenni - età media, 12 anni - durante la pandemia. Conclusione: «Il 30,9% dei bambini sono ad alto rischio di disordine da stress post-traumatico». Francesca Maisano, psicoterapeuta dell' età evolutiva del Fatebenefratelli di Milano, nota sulla base di un sondaggio fra centinaia di minori che ragazzi e ragazze tendono a reagire al disagio di questi mesi in modi diversi. «I maschi con un aumento di aggressività verso il resto della famiglia - dice -. Le femmine con un attacco al corpo spesso correlato a scarsa autostima». Niente di tutto questo nasce all' improvviso, naturalmente. Che il disagio mentale dei più giovani covasse da prima di Covid lo si nota da vari segnali. In Italia le prescrizioni di metilfenidato, un farmaco contro i disordini di attenzione prescritto solo da specialisti e nel quadro di una terapia, sono esplosi: non solo 8% di dosi in più a dicembre 2020 rispetto a un anno prima, secondo la società di analisi Iqvia; anche nel 2019, prima di Covid, l' aumento annuo dei consumi era stato del 21%. È su questa realtà, osserva la dottoressa Maria Antonella Costantino, che si innesta su la duplice deriva che ha portato l' Italia a trovarsi impreparata nell' ultimo anno: sempre più bisogni e sempre meno risorse. Direttore dell' Unità operativa di Neuropsichiatria dell' infanzia e adolescenza del Policlinico di Milano, presidente della Società italiana di neuropsichiatria infantile, Costantino sapeva da prima di Covid che i pazienti minorenni erano raddoppiati nell' ultimo decennio, mentre la carenza di personale fa sì che in Italia ci siano appena 325 letti di neuropsichiatria infantile funzionanti. «L' epidemia ha fatto scoppiare un bubbone che si trascinava da tempo - denuncia Costantino -. A gennaio gli accessi alle neuropsichiatrie infantili per tentato suicidio in Lombardia sono stati 86, quasi un raddoppio su un anno prima». Tutto questo lascia una domanda: gli adulti hanno i loro ristori, ma come indennizzare bambini e teenager per la scuola e le amicizie perse con Covid? Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, misura il prezzo che i più giovani stanno pagando dall' aumento delle chiamate dei minorenni in cerca di sostegno al 1.96.96 (lo mostra il grafico in pagina). E dice: «Alla luce della pandemia, vanno ripensati i servizi di salute mentale per i minori e le competenze degli operatori». Non prima, magari, di aver reso ai ragazzi almeno parte dell' esperienza di scuola perduta. Sarebbe solo un gesto per loro. Ma è quello che ancora manca.

«Questa non è vita, spaccherei tutto»: le angosce dei ragazzi, le nostre colpe. Le voci dei giovani nei colloqui durante i ricoveri. E la denuncia del neuropsichiatra Renato Borgatti: «La didattica a distanza è stato un modo di noi adulti per pulirci la coscienza. Una scelta classista e antidemocratica» di Elena Testi su L'Espresso il 31 marzo 2021. C’è Marco, arrivato dopo aver devastato casa. C’è Luigi, angosciato dal vivere recluso negli 80 metri quadri di casa sua. Cristian, 10 anni, che ha perso il sonno a causa di quei video che i compagni gli mandano durante la dad. C’è Sonia, che ha iniziato prima a togliersi le pellicine dalle unghie, poi a tagliarsi e c’è Alessandra, che ha smesso di mangiare, ma i suoi genitori se ne sono accorti solo quando la zia l’ha fatto notare. C’è Alessia, che ha smesso di dormire, perché chattava con le amiche fino a notte fonda e poi non trovava più un motivo per alzarsi dal letto. Ci siamo tutti noi in questi brevi colloqui. C’è il futuro di un intero Paese, in questa angoscia. Nei monitor, invece, ci sono le loro camere. Un ragazzo cammina avanti e indietro. Alla fine si siede. Un altro ha accanto la madre. Lui in silenzio sul letto, lei su una poltrona che lo fissa. In altri ci sono letti vuoti con coperte di lana arancione. A osservarle così, da un monitor, non si capisce come siano realmente le stanze del reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Fondazione Mondino di Pavia. Si riesce a mettere in fila solo una serie di immagini sconnesse. Il direttore del reparto, il professor Renato Borgatti, guarda anche lui i monitor: «Con il Covid-19 abbiamo dovuto cambiare le regole: nessuno può entrare all’interno del reparto se non tamponato; anche l’accesso ai familiari è stato ridotto; abbiamo dovuto interrompere l’animazione che con grande generosità portavano avanti diversi gruppi di volontari. Per questo lei può stare solo qui, ma penso che possa capire lo stesso la situazione di emergenza che stiamo vivendo. Dal territorio ci arrivano in continuazione richieste per ricoverare ragazzi e ragazze che stanno molto male, ritirati in casa nelle loro camere o che danno sfogo alla rabbia con azioni violente. Sono aumentati i disturbi del pensiero gravi, le crisi di ansia e di agitazione. Dai pronto soccorso di tanti ospedali chiamano per tentati suicidi, comportamenti dirompenti, ma non abbiamo più posti. È troppo facile pensare che la soluzione sia aumentare i reparti, dare più posti letto. In realtà il ricovero di un adolescente è sempre una sconfitta della nostra società, che non ha saputo dare risposte tempestive quando il disagio iniziava a manifestarsi. Mi creda: non servono più posti letto, quello che serve invece sono più risorse nel territorio, più psicologi all’interno delle scuole, centri di aggregazione che consentano ai ragazzi di ritrovarsi, serve che lo sport per i ragazzi riparta. E poi è urgente che gli adolescenti siano un problema che la nostra politica si ponga come priorità». Il ragazzo torna a camminare avanti e indietro: «Voglio che la comunità scientifica», continua Borgatti, «si ponga il problema dell’istruzione e di che futuro stiamo dando ai nostri giovani». Sul muro dell’infermeria ci sono dei disegni, su uno c’è scritto: «Grazie per quello che avete fatto per me». Bambini e adolescenti piegati dalla pandemia. «Mario Draghi», commenta Borgatti, «ha detto che la scuola sarà la prima attività a riaprire quando la situazione dei contagi lo permetterà e che dobbiamo garantire la frequenza scolastica almeno fino alla prima media. Questo vuol dire non aver ancora ben compreso il problema, perché se è giusto che i bambini, anche i più piccoli, tornino a scuola, la frequenza negli istituti degli adolescenti è vitale e non più procrastinabile. Loro, più di ogni altro minorenne, hanno bisogno di uscire dal nucleo familiare, confrontarsi con i coetanei e trovare adulti che siano validi educatori. Lo richiede il loro percorso evolutivo, che viceversa viene tarpato, interrotto». Connessi, di fronte ai pc, persi nei loro incubi: «La didattica a distanza è stato un modo di noi adulti per pulirci la coscienza, una scelta classista e antidemocratica. Si salvano e vanno avanti solo quei ragazzi che hanno una solidità e una maturità spiccata, famiglie solide alle spalle che possono seguirli, sostenerli e riconoscere i segni di disagio che a volte resta mascherato. Tutti gli altri invece soccombono. Questa scelta si sta tramutando in una sorta di selezione. E la cosa più assurda è che siamo in pochi a porre il problema. Sembra che gli altri non lo stiano proprio concependo questo dramma, le cui conseguenze saranno evidenti tra qualche anno». Non basta vedere, raccontare. La Fondazione Mondino ha deciso insieme a L’Espresso di pubblicare alcuni stralci di colloqui, in assoluto anonimato, raccolti da neuropsichiatri e psicoterapeuti nel corso dei ricoveri o nelle visite ambulatoriali.

Luigi, 13 anni. Visitato in ambulatorio per attacchi di panico. Ma lo sai cosa vuol dire rimanere per settimane chiuso in una casa di 80 metri quadri con un padre e una madre che non si sopportano e due sorelline che litigano per ogni stupidata? Prima non li sopportavo, ma alla fine credo di essere arrivato a odiarli... Ma è stato dopo che ho iniziato a stare male: prima chiudermi in un mio mondo con le cuffie alle orecchie, sdraiato sul letto, gli occhi chiusi mi faceva stare bene. Ma poi ho iniziato a provare angoscia. Non so perché, ma mi mancava il respiro, mi sentivo il cuore in gola, sudavo, avevo l’impressione che mi scoppiasse la testa e che potessi impazzire. Una sensazione bruttissima, che non auguro neppure al mio peggior nemico.

Marco, 14 anni. Ricoverato in reparto per comportamenti dirompenti. Se penso che una volta mi inventavo il mal di pancia per non andare a scuola. Avevo paura delle interrogazioni e dei compiti in classe, allora dicevo alla mamma che avevo la nausea e il vomito, il mal di pancia. Lei chiamava la nonna prima di andare a lavorare e io potevo starmene a casa. All’inizio ’sto Covid mi piaceva. Una figata, sempre a casa senza bisogno di inventarsi bugie. Poi però mi mancavano i compagni, le partite nell’intervallo in corridoio con la palla fatta di carta. Gli scherzi in bagno per far incazzare i bidelli. E poi sul pullman tornando a casa era bello, si sparavano un sacco di minchiate e c’era sempre un motivo per ridere e divertirsi. Adesso non vedo l’ora che si torni a scuola. Questa non è vita. Mi è cresciuta una rabbia dentro che spaccherei tutto.

Alessia, 14 anni. Ricoverata in reparto per ritiro sociale e depressione. Alla sera non avevo mai sonno. E nemmeno le mie amiche, visto che si stava sempre fino alle 4-5 a chattare. Non è che avessimo molto da dire, solo che non ci andava di addormentarci. Non sono più capace di addormentarmi. In genere chiudo gli occhi sfinita verso le prime ore del mattino, con ancora il cellulare in mano, e poi dormo fino alle 12/13 quando mia madre viene a chiamarmi per mangiare. Ma cosa mi alzo a fare? Ormai da tempo preferisco rimanere a letto, non faccio nulla. Un po’ dormo e un po’ guardo il soffitto. E cerco di non pensare.

Sonia, 16 anni. Ricoverata in reparto per Self-cutting. All’inizio era noia. Rimani sul letto a guardare il soffitto e non sai cosa fare. Ma quando quel vuoto dentro di te diventa più grande, allora inizi a stare male. Ho scoperto che potevo calmare quel vuoto facendomi del male. Ho cominciato strappandomi le pellicine intorno alle unghie delle mani fino a farle sanguinare. Poi a praticare dei graffi sulle braccia, infine a farmi dei veri tagli con la lametta nell’interno delle cosce. Non se ne è mai accorto nessuno. Sentivo male, vedevo uscire il sangue, ma mi sembrava in quel modo di stare meglio, di dare un senso alla mia vita. Con i tagli riuscivo a riempire quel vuoto che mi stava facendo impazzire.

Alessandra, 14 anni. Ricoverata in reparto per anoressia. Da quando è scoppiato il Covid a casa mia non si parla d’altro. La mamma ascolta tutti i telegiornali e non si perde un dibattito. Il papà è preoccupatissimo di ammalarsi e per i nonni. L’unico giorno che l’ho visto felice è quando gli hanno concesso lo smart working, così non doveva più uscire per lavorare... Per loro io non esisto. Sono invisibile, con tutti i problemi che si sentono addosso. Solo a maggio, dopo il lockdown, quando è arrivata la zia e ha notato che ero dimagrita si sono accorti che non mangiavo più da settimane. Ho perso 13 chilogrammi. Finalmente hanno incominciato a preoccuparsi di me, ma ormai ho scoperto che controllare l’appetito e provare fame mi dà una certa soddisfazione. Anche perché ho perso quei chili sulle gambe e sulle cosce che mi davano un aspetto orribile.

Cristian, 10 anni. Visitato in ambulatorio per disturbi del sonno e angosce notturne. Con la Dad avevo il permesso di starmene in camera per conto mio un sacco di ore. Nessuno veniva a controllare: sapevano che io stavo facendo lezione. Invece mentre ero collegato con il pc, con il cellulare insieme ai miei compagni ci mandavano messaggi, video e altre cose del genere. Era una gara di schifezze, a chi trovava il video o la foto più bestiale. Certi filmati con i corpi deformi o di persone grandissime e schifose con mutilazioni agli arti o nella pancia o nel sedere me li sognavo anche di notte.

Lanci di pietre e bottiglie contro polizia e carabinieri. Neima Ezza e Baby Gang, i due trapper e il video con 300 giovani: “Nessuno scappa se arrivano sbirri”. Giovanni Pisano su Il Riformista l'11 Aprile 2021. “Oh raga se arrivano gli sbirri nessuno scappa“. E’ l’invito rivolto alle decine di giovani in strada a Milano da “Baby Gang”, nome d’arte di Zaccaria Mourad, 20enne trapper nato a Lecco da padre egiziano e madre marocchina. Insieme al collega Amine Ezzaroui,  19enne di origine marocchina ma cresciuto nella periferia milanese, meglio conosciuto come “Neima Ezza“, stavano girando sabato 10 aprile un nuovo video musicale. Erano circa 300 i ragazzi, di età compresa tra i 16 e i 20 anni, presenti in via Micene a Milano quando, intorno alle 17.30, sono arrivati polizia e carabinieri. “Andatevene“, “Fuori dalle nostre zone“, hanno urlato rivolgendosi alle forze dell’ordine che per disperdere il mega assembramento, vietato in tempi di emergenza covid, hanno sparato un lacrimogeno. Alcuni ragazzi sono però saliti sulle auto in sosta cantando e saltando prima di darsi alla fuga in direzione di piazzale Selinunte. Qui si sono compattati e hanno iniziato un fitto lancio di pietre, bastoni e bottiglie verso agenti e militari che sopraggiungevano. La centrale operativa ha seguito l’assembramento tramite la visione delle telecamere in zona e la questura ha organizzato un servizio inviando sul posto 5 aliquote del reparto mobile della polizia di Stato e del Battaglione dell’Arma dei carabinieri al momento impegnate in città in servizi anti-assembramento. Dopo che la situazione è stata ripristinata, è stato mantenuto un presidio di polizia in zona sino al completo ripristino dell’ordine.

Le indagini. Saranno adesso le indagini dovranno a far emergere eventuali responsabilità di chi ha organizzato il raduno per girare il video-clip nonostante le restrizioni anti-covid. Con le telecamere di videosorveglianza e con i video finiti sui social si proveranno a identificare gli autori del lancio di pietre e bottiglie contro le forze dell’ordine.

Chi sono i due trapper da milioni di visualizzazioni.

Neima Ezza, nato in Marocco, e’ cresciuto in quel quartiere. Sin dall’esordio, che risale al 2018, canta il disagio delle periferie milanesi e si è fatto conoscere in particolare con i brani ‘Essere ricco’ e ‘Amico’. “E’ questione di giorni” aveva scritto su Twitter due giorni fa. “State connessi”. Probabile si riferisse proprio alla realizzazione del nuovo video. Video che raccolgono centinaia di milioni di visualizzazioni.

Baby Gang è nato invece a Lecco e lo scorso ottobre è stato deferito insieme a una decina di persone all’autorità giudiziaria dopo la diffusione su internet di un video musicale, registrato nelle zone periferiche di Milano, inneggiante allo spaccio e all’odio nei confronti di “caramba” (carabinieri) e divise varie, con tanto di giubbotti antiproiettile e fucili mitragliatori, tipo AK 47, in bella mostra. Il tutto, come accaduto sabato, con la presenza di decine e decine di giovanissimi chiamati in causa come comparse.

Entrambi cantano disagi e sogni dei ragazzi, soprattutto di origine straniera, che vivono nella periferia di Milano.

L'episodio ricostruito da "Nessuno tocchi Ippocrate". Baby gang vandalizza ambulanza, la denuncia del 118: “Sempre più difficile il nostro lavoro”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Marzo 2021. Un gruppo di ragazzini ha preso di mira un’ambulanza che aveva appena prestato un soccorso covid. È successo a Napoli, in vico Figurelle a Montecalvario, centro di Napoli. La denuncia è arrivata dall’associazione Nessuno tocchi Ippocrate, organizzazione impegnata nella tutela del personale da sanitario. La ricostruzione dei fatti in un post sulla pagina Facebook dell’organizzazione. L’episodio intorno a mezzanotte del 15 marzo. Dopo un intervento in un’abitazione il personale sanitario ha trovato un gruppo di ragazzini che, senza mascherina, hanno colpito l’ambulanza. Uno ha sferrato un pugno allo specchietto retrovisore. Un altro si è appeso al tetto dell’ambulanza. La Campania è Zona Rossa, nel sistema a fasce dell’emergenza covid. La postazione 118 dell’Annunziata intorno a mezzanotte viene allertata nel centro storico di Napoli (Vico figurelle a Montecalvario) per “riferita dispnea in COVID positivo”. Giunti sul posto l’equipaggio si accorge che il paziente, che saturava discretamente, aveva chiamato l’ambulanza solo e soltanto per avere una bombola di ossigeno, e a quanto riferito dai parenti, avrebbero continuato a chiamare il 118 fin quando non gli avrebbero mandato una ambulanza con l’ossigeno. Esterrefatti dalla “NON” richiesta di soccorso l’equipaggio scende dalla abitazione e trova un gruppo di ragazzini senza mascherina che in barba alle norme anti-covid sostavano poco distanti. Alla partenza del mezzo di soccorso uno di loro, senza alcun apparente motivo, sferra un pugno allo specchietto retrovisore e un altro si appende letteralmente al tetto dell’ambulanza! Sempre più difficile il lavoro di chi, sottopagato ed umiliato, cerca solo di portare sollievo a casa di chi non si sente VERAMENTE bene.

Alberto Francavilla per blitzquotidiano.it il 16 marzo 2021. Baby gang assalta ambulanza a Napoli. Un’ambulanza che stava “solo” svolgendo un intervento anti Covid. E invece i baby scugnizzi (senza mascherina, ovviamente) hanno deciso di fare una bravata. Hanno deciso che era arrivato il momento di giocare con un mezzo di soccorso, in piena pandemia, con la regione in zona rossa. A denunciare l’episodio, sulla sua pagina Facebook, Nessuno tocchi Ippocrate. Secondo quanto ricostruito dall’organizzazione, dopo l’intervento in un’abitazione un gruppo di ragazzini era sceso in strada. Ragazzini tutti senza mascherina, che in barba alle norme anti-Covid sostavano poco distanti. Alla partenza del mezzo di soccorso uno di loro ha sferrato un pugno allo specchietto retrovisore e un altro si è appeso letteralmente al tetto dell’ambulanza.

Questo il post integrale su Facebook, accompagnato da una foto: Zona rossa tra baby gang ed ignoranza dell’utenza! “Una città abbandonata a se stessa” Aggressione n.15 del 2021. La postazione 118 dell’Annunziata intorno a mezzanotte viene allertata nel centro storico di Napoli (Vico figurelle a Montecalvario) per “riferita dispnea in COVID positivo”. Giunti sul posto l’equipaggio si accorge che il paziente, che saturava discretamente, aveva chiamato l’ambulanza solo e soltanto per avere una bombola di ossigeno, e a quanto riferito dai parenti, avrebbero continuato a chiamare il 118 fin quando non gli avrebbero mandato una ambulanza con l’ossigeno. Esterrefatti dalla “NON” richiesta di soccorso l’equipaggio scende dalla abitazione e trova un gruppo di ragazzini senza mascherina che in barba alle norme anti-Covid sostavano poco distanti. Alla partenza del mezzo di soccorso uno di loro, senza alcun apparente motivo, sferra un pugno allo specchietto retrovisore e un altro si appende letteralmente al tetto dell’ambulanza! Sempre più difficile il lavoro di chi, sottopagato ed umiliato, cerca solo di portare sollievo a casa di chi non si sente VERAMENTE bene!

Francesco Gentile per “Il Messaggero” il 2 aprile 2021. La chiamano movida violenta, ma l'unica cosa che si muove sono le mani. È il caso del 4 ottobre scorso, giorno di San Francesco, quando poco dopo mezzanotte vicino all'Arco della Pace di Milano si sono sommati una serie di reati: pestaggi, scippi e rapine. Ieri, la Squadra mobile guidata da Marco Calì ha concluso le indagini che hanno portato alla individuazione della baby gang 151. Un 20enne e tre 19enni sono finiti agli arresti domiciliari col divieto di comunicare, mentre altri nove minorenni sono indagati a piede libero. La 151, un po' come ai tempi della serie Beverly Hills 90210, prende il nome dal codice postale 20151 di Bonola, un quartiere a nord di San Siro. La baby gang, una quindicina di ragazzi in tutto, «era arrivata in centro per aggredire fisicamente dei casuali malcapitati - scrive nell'ordinanza il giudice Stefania Donadeo - per provocarne una reazione al sol fine di malmenarli, sempre con la forza intimidatoria del branco». I primi a farne le spese sono stati altri tre minorenni accerchiati, aggrediti e rapinati. Nella ressa la 151 aveva sfilato loro i portafogli prendendo il denaro e buttando il resto. Per pubblicizzare l'impresa poi la baby gang aveva condiviso alcuni video sui social, salvo poi cercare di farne sparire le tracce. Non contenti, i giovani delinquenti se la sono presa col personale di un ristorante. Prima le provocazioni e poi la violenza. Il titolare era finito al pronto soccorso per una testata, suo figlio nel tentativo di difenderlo aveva ricevuto uno schiaffone e un dipendente era stato preso a bastonate. Un'ora dopo la terza violenza aveva riguardato ancora quattro ragazzi incontrati per caso. L'occasione stavolta era il furto di un monopattino e dopo la reazione della vittima il branco gli si era avventato addosso con calci, pugni e bottigliate. Poco dopo uno della 151 si era avvicinato a un gruppetto di coetanei che stava festeggiando un compleanno in piazza: «Mi hai chiamato coglione?». E giù botte, sempre con la tecnica della finta provocazione, quasi che con un pretesto quella follia sembrasse meno esagerata. Anche lì quattro feriti, di cui due finiti al pronto soccorso con prognosi di settimane. La polizia è intervenuta appena possibile identificando due membri della 151 e risalendo poi agli altri tramite le videocamere della zona. Ricostruendo i rapporti tra i ragazzi gli investigatori sono riusciti a dare un nome a ogni volto e a stabilire, come sottolinea il giudice, «l'assenza di motivazione, se non la mera sopraffazione delle vittime. Questi ragazzi non agiscono materialmente sempre tutti, ma coesi partecipano alle aggressioni. La loro forza è nel gruppo». La difficoltà delle indagini è stata di assegnare a ognuno dei giovani, che rispondono delle accuse di rapina, tentata rapina e lesioni, una responsabilità penale personale, anche se il giudice in un passaggio dell'ordinanza ha specificato che pure la partecipazione morale al branco è punibile. Inoltre, «la spiccata capacità a delinquere degli indagati fa ritenere probabile che prima o poi la stessa potrebbe portare alla commissione di qualche episodio criminale ben più grave», da cui la disposizione almeno per i più grandi degli arresti domiciliari e del divieto di comunicazione. La capacità di violenza dei giovani emarginati intanto crea allarme a Milano, tanto che il questore Giuseppe Petronzi assicura «un grande sforzo per evitare che ciò accada ancora». E non addebita allo stress da pandemia e da chiusure eventi simili, «che può al massimo aver impresso un'accelerazione al fenomeno, quasi fosse doping», mentre invece si tratta di «dinamiche non esclusivamente legate a questo periodo, ma preesistenti». 

Grazia Longo per "la Stampa" il 10 marzo 2021. «Neppure il Coronavirus riesce a tenere lontani i ragazzini delle baby gang dalla loro furia distruttiva. Perché troppo grande è la gioia nel distruggere. E più il numero dei componenti della banda è alto, più intensa è la forza distruttiva. Come dimostra l'arresto dei 37 ragazzi che lo scorso ottobre hanno saccheggiato le vetrine dei negozi nel centro di Torino». Lo psichiatra Vittorino Andreoli, già direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona-Soave, attualmente membro della New York Academy of Sciences, analizza il fenomeno dell'adolescenza patologica nel suo nuovo saggio "Baby gang" (Rizzoli, pp. 224, 17). Il libro è stato scritto prima dell'esplosione del Covid, ma l'analisi del fenomeno si adatta anche a questo difficile periodo.

La cronaca è ricca di episodi di bullismo e violenza . Perché nascono le baby gang?

«Gli adolescenti amano condividere tra di loro ansie, insicurezze, paure, esperienze di vita. Quando in un gruppo non esiste il leader fisso, ma un leader circolare che cambia in base alle circostanze e ciascuno può assumere il compito di decidere e guidare, siamo di fronte a gruppi di pari età. Ma quando il leader è fisso, si impone sugli altri che diventano semplici gregari, organizza vendette e spedizioni, ecco che il gruppo diventa una baby gang».

Da dove nasce la violenza?

«Ricordiamoci sempre che se vuoi capire che cos'è la violenza devi prima capire che cos'è la paura. Purtroppo per molti giovanissimi la violenza è un modo per vincere le proprie paure e insicurezze. L'adolescenza è una fase di metamorfosi: c'è il corpo che cambia, c'è la paura di rimanere da soli. La baby gang distrugge, ruba, picchia: ha il gusto della distruzione tanto che piuttosto che violenza bisognerebbe chiamarla distruttività. La baby gang prova soddisfazione nel distruggere perché la distruzione fornisce una percezione psicologica fortissima e domina totalmente la realtà».

Si preferisce la distruzione alla costruzione?

«Certo, perché questi adolescenti patologici sono dei perdenti, dei frustrati che non si piacciono e sono pieni di paure. Mi perdoni il paragone, ma assomigliano a quei politici che non essendo più in grado di costruire provano gioia nel distruggere».

L'isolamento a cui sono stati spesso costretti gli adolescenti nell' ultimo anno, le lezioni a distanza hanno contribuito a renderli più fragili?

«Più fragili e con più voglia di muoversi, di fare, di spaccare. La baby gang gode distruggendo, trae un'enorme gratificazione nel fare del male».

In che modo si può arginare questa tendenza?

«Non credo tanto nelle azioni repressive delle forze dell'ordine. Il ruolo più importante lo svolge l'educazione da parte delle famiglie e della scuola. Occorre che gli adolescenti si sentano gratificati, che si sentano piccoli protagonisti. Per questa ragione è determinante farli sentire utili e importanti in famiglia come nella società. Bisogna dare dei ruoli sociali agli adolescenti, mentre purtroppo la società non li tiene in considerazione, così come fa con i vecchi. E invece, a entrambi questi gruppi, occorre dare qualcosa da fare».

Che cosa per esempio?

«Penso a quello che ha fatto don Mazzi una ventina di anni fa con la cooperativa Exodus per i tossicodipendenti: ha acquistato una ventina di camper con i quali i giovani assuefatti dalle droghe giravano l' Italia per aiutare chi ne aveva bisogno: riparavano case, sistemavano campi di calcio. Avevano, insomma, compiti concreti».

Ma adesso con le restrizioni imposte per la pandemia è più complicato, o no?

«Il Covid è una catastrofe che dobbiamo combattere in ogni modo. È peggio della guerra, ma credo si possano assegnare dei compiti agli adolescenti. Per esempio potrebbero fare compagnia, anche con una telefonata, agli anziani soli. O potrebbero essere coinvolti, a piccoli gruppi, in laboratori artigianali. La via giusta è quella dell'educazione pratica. Gli adolescenti potrebbero anche costruirsi i loro amati computer e telefonini. Non dimentichiamo che Steve Jobs era poco più che un adolescente quando ha intrapreso il suo progetto. Lo stesso vale per Mark Zuckerberg».

I social media hanno acuito i disagi degli adolescenti?

«Purtroppo esistono anche le cyber gang, che feriscono e bullizzano attraverso i social media. E in ogni caso i social media sono una modalità astratta di interagire, dietro alla quale è più facile mentire. È invece necessario stabilire relazioni reali».

Alessia Marani per "Il Messaggero" il 9 marzo 2021. Sfidare la sorte per farsi un selfie sui binari con il treno in corsa o, meglio, per riprendersi con un video su Tik Tok. L'ultima follia di ragazzini annoiati è stata interrotta venerdì pomeriggio nel parco degli Acquedotti dagli agenti della Polfer lungo la tratta della ferrovia che va dalla stazione Casilina a quella di Capannelle. Un luogo non così impervio da raggiungere e, evidentemente, non protetto abbastanza dalle reti metalliche dal momento che già nei giorni precedenti i macchinisti avevano lanciato l'allarme per la presenza di giovani vicino ai binari intenti a farsi dei selfie e, in qualche caso, a scagliare sassi. E l'altro giorno l'incursione si è ripetuta. Intorno alle cinque un macchinista ha di nuovo lanciato l'sos per la presenza di giovanissimi vicini alla massicciata, tutti minorenni, tra i 12 e i 13 anni, non di più. I poliziotti di pattuglia in auto non erano così lontani. Sono arrivati in pochi istanti, con loro un'auto del commissariato Tuscolano e più tardi gli agenti della Digos: i ragazzi, almeno quattro o cinque, erano sui binari, qualcuno stava sistemando degli oggetti, forse delle grosse pietre sulle traversine. Tutti con i telefonini in bella vista in mano. Gli agenti si sono avvicinati e c'è stato il fuggi fuggi. I ragazzi sono stati lasciati andare: troppo pericoloso continuare a inseguire dei ragazzini sui binari, qualcuno spaventato avrebbe potuto perdere la lucidità o il senso dell'equilibrio, cadendo e finendo travolto da un convoglio. Contemporaneamente i poliziotti hanno provveduto a fermare la circolazione degli altri treni che sopraggiungevano. Il sospetto è che si tratti di ragazzini di zona, che hanno pensato bene di comportarsi come fossero in un videogioco per spezzare la monotonia dei pomeriggi senza più doposcuola o attività sportive. «Erano ben vestiti, sneakers all'ultima moda e tute di grido», racconta un testimone che ha osservato da lontano una scena dell'inseguimento. Il parco, del resto, era comunque affollato. Venerdì era una bella giornata e raggiungere quel punto non è difficile per gli habitué. Quella dei selfie sui binari è una moda pericolosa tra gli under 14. Un anno fa quattro ragazzini vennero sorpresi a stendersi sui binari della Bologna-Milano dalla polizia ferroviaria, uno di loro venne fermato e ammonito. Anche a Carpi (Modena) dei ragazzini furono sorpresi a riprendersi mentre erano sui binari per poi scivolare sul terrapieno e a ridere al passaggio dei treni. Ancora più rischiosa della follia del Daredevil selfie come è stato ribattezzato il fenomeno del passatempo mortale, ossia il fotografarsi in situazioni pericolose, è quella del train surfing, la pazzia dei writers che cavalcavano il treno in corsa tra Bolzano e Merano. Un caso scoperto esattamente un anno fa. Altri writes, invece, sono stati stanati, sempre dalla polizia, sabato alle 13 in azione alla stazione del Nuovo Salario. In tre stavano imbrattando un treno quando sono stati ripresi dai poliziotti che, per tutta risposta, sono stati aggrediti con un lancio di bombolette spray. Un agente ha sparato un colpo in aria a scopo intimidatorio - che ha terrorizzato i residenti di via Chiusi - due dei ragazzi sono stati fermati e denunciati.

Giappone, suicidi tra adolescenti aumentano a livelli record. La Repubblica il 16 febbraio 2021. Raggiungono quota 479 nell'anno della pandemia. Raggiungono livelli record i suicidi tra gli adolescenti in Giappone nel 2020, anno segnato dalla pandemia di coronavirus anche se eventuali legami con la pandemia sono da chiarire. In base ai dati del ministero dell'Istruzione e dello Sport, nell'anno appena trascorso si sono verificati 479 suicidi, 140 in più rispetto al 2019, e un numero mai così alto da quando sono iniziate le statistiche, nel 1980. A guidare la triste classifica gli studenti di istruzione superiore con 330 casi, seguiti dalle 136 fatalità segnalate nella scuola media, e 14 tra gli alunni delle scuole elementari. Nel marzo dello scorso anno il governo nipponico ha richiesto la chiusura degli istituti scolastici per contenere l'espansione del Covid, e la successiva introduzione dello stato di emergenza ha protratto l'interruzione delle lezioni in presenza fino al termine di maggio o giugno nel Paese. Gli esperti medici, tuttavia, dicono di non avere elementi per affermare che l'aumento dei suicidi sia correlato alla sospensione dell'attività scolastica. Da parte sua il ministero dell'Istruzione ritiene che le cause siano legate alle tradizionali criticità che riguardano la fascia di età, tra cui scarsi risultati accademici, e l'incertezza sul futuro sulla scelta delle carriere da intraprendere. A questo riguardo le autorità competenti ritengono che la distribuzione dei tablets nell'insieme delle scuole elementari e medie aiuterà a monitorare la salute mentale degli studenti tramite indagini sul loro livello di stress. Il ministero, inoltre, ha reso noto che intende avviare una nuova campagna di informazione sui social media, specifica per i giovani in possesso di uno smartphone, mentre rimarrà in funzione una linea telefonica con accesso gratuito dedicata ai problemi degli adolescenti.

Stiamo perdendo i bambini. Armando Matteo su Il Quotidiano del Sud il 14 febbraio 2021. I bambini scompaiono. Scompaiono, perché evidentemente se ne fanno sempre di meno. Almeno in Occidente. Sicuramente in Italia. Non c’è nessuno che oggi non sia al corrente del fatto che la piramide delle generazioni si è letteralmente capovolta: veniamo, infatti, da un tempo in cui ogni genitore aveva più figli e siamo già entrati in quello in cui ogni figlio ha più genitori; da un tempo, ancora, in cui ogni nonno/nonna aveva più nipoti in un tempo in cui ogni nipote ha più nonni/nonne. Ma sono già anni che gli studiosi ci avvertono che i bambini scompaiono anche per un’altra ragione. Vengono infatti sempre di più considerati e trattati come se fossero degli “adulti di piccola taglia”. Si fa, insomma, sempre più fatica a riconoscere che i nostri bambini sono solo bambini e nient’altro. E che sono dunque bisognosi di un immenso percorso e processo di crescita in grado di renderli capaci di cogliere il senso e le leggi della realtà; insomma, che sono semplicemente bisognosi di vivere la stagione dell’infanzia, stagione per apprendere le parole che servono per darsi ragione del mondo che sta intorno a loro e di quello che sta dentro di loro. Ed ecco che invece, dinanzi ai nostri occhi stupiti, decine e decine di genitori si rapportano ai loro figli come se fossero già cresciuti, quando invece hanno appena pochissimi anni di vita. Li interrogano su tutto (da quel che desiderano mangiare al nome da dare al fratellino o alla sorellina in arrivo, dai vestiti da indossare all’eventuale piacere o meno di andare all’asilo e a scuola), non hanno più segreti per loro (si mostrano nudi in giro per casa e spesso parlano fin troppo apertamente di cose che il buon senso di tutti definirebbe come “cose da grandi”), non sanno esercitare più un minimo di autorevolezza e sciorinano alla malcapitata prole sillogismi degni dei migliori logici medievali, avanzano infine le poche richieste di aiuto casalingo o di impegno extrafamiliare con sdolcinati atteggiamenti da poveri innamorati (“fallo per la mamma”, “fallo per papà tuo”). Il risultato di un tale pasticcio o meglio disastro educativo è che i bambini letteralmente impazziscono: non possono fare i bambini perché sono attesi da loro atteggiamenti da adulti, ma non possono fare gli adulti semplicemente perché sono bambini. Ed ecco così la loro vendetta servita sul piatto freddo di una capricciosità, di una irrequietezza e di una tirannia senza pari. C’è da meravigliarsi poi se qualche giovane coppia decide che, di figli e di figlie, è meglio fare a meno?

Così la pandemia di Covid riammette in società gli hikikomori. Federico Giuliani su Inside Over l'8 febbraio 2021. La pandemia di Covid-19 ha stravolto la vita a miliardi di persone sparse in tutto il mondo. I più sfortunati sono stati contagiati dal virus e sono morti, mentre altri hanno dovuto lottare con sintomi terribili. Accanto ai malati, vittime dirette dell’emergenza sanitaria, troviamo la schiera ben più nutrita di chi, invece, ha subito gli effetti indiretti del Sars-CoV-2. Le misure restrittive, i coprifuochi notturni, la perdita di milioni di posti di lavoro e i lockdown forzati hanno scatenato in diverse persone un mix di ansia, psicosi e terrore. In un simile scenario apocalittico, c’è tuttavia da segnalare un fenomeno a dir poco singolare avvenuto in Giappone: la “riammissione” degli hikikomori all’interno della società. Il termine hikikomori non ha un esatto corrispettivo nella lingua italiana. Può essere tradotto come “stare in disparte”, o anche “isolarsi”. Facile intuire il motivo. Questa “etichetta maledetta” marchia l’esistenza di tutti coloro che decidono (o sono costretti da vari fattori) di ritirarsi dalla vita sociale per periodi più o meno lunghi, da pochi mesi a diversi anni. Gli hikikomori sono soliti rinchiudersi nella propria abitazione o, peggio, nella propria stanza. Nel loro letargo artificiale, tagliano qualsiasi contatto diretto con il mondo esterno e si sentono al sicuro soltanto vivendo nel loro guscio.

L’effetto “benefico” del Covid. Il fenomeno appena descritto (non certo l’unico) è diffuso in tutto il pianeta, anche se è particolarmente sentito in Giappone. Qui troviamo circa 613mila hikikomori di età compresa tra i 40 e i 64 anni, e 540mila tra i 15 e i 39 anni, per un totale di oltre un milione di persone che trascorre la propria esistenza ai margini del Paese. Sembrerà strano ma, almeno a Tokyo e dintorni, la pandemia di Sars-CoV-2 ha attenuato questa piaga sociale. Grazie alle misure restrittive in atto, in giro ci sono meno persone rispetto al periodo pre Covid. Molti hikikomori, spaventati da quell’indefinito marasma di persone che dava un volto alla società, hanno iniziato ad abbandonare le loro stanze. Il quotidiano Avvenire, ad esempio, ha raccontato la storia di Masamichi, rimasto chiuso in casa per quasi 5 anni. “Non vedevo l’ora di tornare a casa, stare fuori mi metteva paura, entravo nel panico. Ora è diverso, in giro c’è meno gente, la città è meno ostile. Mi sento a mio agio”, ha spiegato. La propria casa come tana per difendersi da un mondo ostile, la paura della folla, il panico nel ritrovarsi in una società aliena: sono questi alcuni dei tratti distintivi degli hikikomori. Gli stessi che li spingono ad allontanarsi dalla quotidianità. Ora che il coronavirus ha chiuso tutti in casa, o comunque ha ridotto le uscite non indispensabili, gli hikikomori iniziano a respirare. Ai loro occhi, la società presenta meno ostacoli e il mondo è meno pericoloso.

Tornare in società. In ogni caso, la riammissione degli hikikomori non è né scontata né automatica. È vero che alcuni di loro hanno ripreso, gradualmente, a uscire dalla realtà che si erano creati. Ma è altrettanto vero che la strada per la definitiva riabilitazione è lunga e irta di ostacoli. Il fatto di tornare a vedere la luce del cielo non libera automaticamente queste persone dalle situazioni in cui si trovano; li aiuta, tuttavia, ad imboccare la strada giusta. Come ha spiegato la psicologa Junko Okamoto, in Giappone c’è stato un curioso fenomeno inverso: “Nel momento in cui la gente deve stare a casa, chi lo faceva per libera scelta tende a uscirne, per mantenere il suo ruolo di antagonista, di rifiuto delle regole”. La dottoressa Okamoto ha ribadito una questione fondamentale per capire le dinamiche alla base del fenomeno: un discreto numero di hikikomori è stato allontanato, respinto o espulso dalla società. Ora, a causa del suo congelamento a causa dal Covid, quegli stessi hikikomori stanno trovando il coraggio di riemergere dall’ombra.

Marco Castoro per leggo.it il 27 gennaio 2021. Scuole e palestre chiuse, didattica a distanza, risse tra coetanei, emulazioni da social e tv: che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi? «Cominciamo a dire  - spiega Paolo Crepet, psichiatra e sociologo - che la dad è il de profundis, non un’invenzione geniale, ma una risposta emergenziale tirata all’inverosimile con la conseguenza che la pagheranno cara generazioni di ragazzi. Come si fa a pensare che uno possa imparare da uno schermo? Forse solo Zuckerberg ci riesce».

E le risse? Colpa del lockdown?

«La violenza c’è sempre stata. Solo che quella descritta da Pasolini riguardava le borgate, oggi invece si registra in centro. Durante il lockdown nessuno ha obbligato i ragazzi a non uscire di casa, non c’era mica il coprifuoco con i mitragliatori per le strade! Se ti andava di fare una corsetta o uscire in bicicletta nessuno ti ammazzava. La realtà è che stavano molto più comodi seduti davanti ai loro computer. Semmai la responsabilità è dei media e della tv. Guardi il successo che ha avuto Fox Crime alle 5 del pomeriggio. C’era una volta la carta di Treviso dove si coprivano i volti ai minorenni. Oggi invece non frega più niente a nessuno. Fox Crime se la cava con un cartello sulla visione. Ma il programma lo può vedere anche un preadolescente di 10 anni».

Forse le famiglie dovrebbero controllare di più…

«Ma non me la posso prendere con la mamma operaia che va a lavorare in fabbrica. Io me la prendo con Fox Crime che dovrebbe utilizzare fasce orarie diverse».

Dopo il Collegio in tv arriva la disciplina della Caserma…

«Stiamo raschiando il fondo del barile della credibilità. Mi sembra burlesco che serva a insegnare la disciplina. In un momento in cui le famiglie non riescono a dire un mezzo no ai figli arriva il caporale che ti dice quello che devi fare! Mi sembra una presa per i fondelli della famiglia italiana».

Daniele Autieri per “la Repubblica” il 25 gennaio 2021. Il bunker è invisibile. Il bunker è inaccessibile. Il bunker salva le vite dei ragazzi. All' ospedale Bambino Gesù di Roma, una delle eccellenze mondiali nella medicina pediatrica, nessuno lo chiama così, ma tutti sanno che il "reparto di neuropsichiatria infantile e adolescenziale" è un mondo a sé, pensato e costruito per strappare i ragazzi dal rischio di fare del male a se stessi e agli altri. Nei giorni in cui l' Italia piange la bambina morta a Palermo dopo una presunta challenge ingaggiata su TikTok e si interroga sulla minaccia dei social e sugli effetti che il lockdown avrà sui ragazzi, quella del Bambino Gesù è una storia di speranza e di riscatto. Una storia scritta prima di tutto dai numeri che fotografano un' emergenza: da ottobre ad oggi, nel reparto dell' ospedale romano, i ricoveri sono aumentati del 30%, con un' occupazione del 100% dei posti letto, contro la media del 70% registrata nei mesi precedenti. Guardando più indietro nel tempo, i ricoveri di ragazzi che avevano tentato il suicidio sono passati dai 12 del 2011 ai 300 del 2020. Il disagio esiste e cresce, alimentato dall' isolamento obbligato degli ultimi mesi, ma le cure funzionano, anche quando diventano terapie d' urto. All' inizio è inevitabile la somministrazione di farmaci, necessari per casi così gravi, ai quali si accompagnano gli incontri con gli psichiatri, che tengono in cura i ragazzi anche una volta usciti. «Quando è arrivata qui, Ania si era procurata tagli così profondi da morire dissanguata - racconta Maria Pontillo, una delle dottoresse impegnate nel reparto - ma passo dopo passo ne è uscita. La continuo a vedere una volta alla settimana, per i colloqui; ha un ragazzo e si è rifatta una vita ». Il ricovero è solo temporaneo, al massimo nove giorni, al termine del quali inizia un percorso di recupero guidato dagli psichiatri dell' ospedale. Ma il viaggio inizia dal "bunker": porte antifuga, letti, armadi e comodini ancorati a terra, soffioni della doccia incassati nel soffitto, sanitari in acciaio. «I sanitari in acciaio sono stati adottati dopo che un paziente ha rotto un lavandino in ceramica e con una scheggia ha minacciato gli infermieri ». La testimonianza è quella di Stefano Vicari, il medico responsabile del reparto dove si lavora sette giorni su sette, giorno e notte, per evitare che i giovani pazienti si tolgano la vita. «Ieri pomeriggio - racconta - abbiamo ricoverato due ragazzi che avevano tentato il suicidio. Da quando è iniziata la pandemia il numero di ricoveri è aumentato a dismisura. La prima cosa che facciamo quando i ragazzi arrivano da noi è togliere loro i cellulari». Farsi del male è facile, più facile di quello che sembra. Ecco perché nel reparto ci sono telecamere in ogni stanza e i battenti delle porte sono tagliati in modo obliquo, evitando che qualcuno possa pensare di incastrarci dentro un lenzuolo e tentare cosi di impiccarsi. Nessuna fantasia, ma esperienze mutuate su quanto accaduto e sulle indicazioni della Joint Commission International, la commissione internazionale di esperti che riconosce patenti di eccellenza in giro per il mondo. I loro rappresentati hanno visitato anche questo luogo incredibile, dove c' è spazio per 8 posti letto, tutti occupati da minorenni, casi estremi, che arrivano dal pronto soccorso o da una stazione di polizia, ma sempre accompagnati dai genitori. Al piano terra del Padiglione Ford entra il dolore più fragile: una ragazza che ha decapitato un gatto promettendo che avrebbe fatto lo stesso con un essere umano; un bambino di dieci anni con tendenze suicide; una adolescente che si è tagliata il braccio fino allo svenimento. «Il dolore fisico - spiegava ai medici che l' avevano in cura - mi aiuta a non sentire il dolore che ho dentro». Il "bunker" non è vita, è sospensione momentanea, parentesi da chiudere in fretta. I ricoveri sono un tuffo nell' acqua gelata, ma il messaggio che arriva è semplice e diretto: una via di fuga esiste, per tutti, anche per i più piccoli. «Appena una settimana fa - racconta Vicari - sono arrivati i genitori di un bambino di 10 che esplodeva in accessi d' ira ogni volta che tentavano di staccarlo dalla consolle elettronica. Era diventato ingestibile per loro». Per lui, come per gli altri, oltre agli incontri riservati con gli psicologi si tengono gruppi di ascolto, esercizi teatrali e i giochi di ruolo. Un giorno i pazienti si sono travestiti da medici e i medici da pazienti. Uno dei dottori improvvisati allora si è avvicinato a un "paziente", ha indicato un pertugio dietro la cassettiera e gli ha sussurrato all' orecchio: «Se vuoi nascondere bene qualcosa, la devi mettere lì dentro ». E tutti hanno sorriso. In fondo lo insegnava anche Pirandello: non vestiamo tutti i panni di qualcun altro?

Giovani e lockdown, lo studio: sono i più colpiti da ansia e solitudine da pandemia. Le Iene News il 20 gennaio 2021. L’allarme arriva da uno studio su 200mila europei, il primo di questo genere, che chiede interventi pubblici per le nuove generazioni. Rischiano di essere segnate per anni dall’era Covid perché sono le più colpite da alcuni di quei danni psicologici su cui ci stiamo concentrando in questi giorni. Ansia e solitudine sono un danno collaterale sempre più preoccupante della pandemia e stanno diventando un vero allarme sociale. A essere più colpiti sono i giovani, gli under 30, con “dati allarmanti”. A sostenerlo è un grande studio, il primo di questo tipo, su dati e questionari di oltre 200mila europei nel primo lockdown, appena pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Lancet. La ricerca, che ne combina in realtà sette diverse, ha visto in campo l’università di Copenhagen assieme a quella di Groningen, University College di Londra, Istituto nazionale francese per la ricerca sulla salute e la medicina e Sorbona di Parigi. In questi giorni su Iene.it ci stiamo concentrando proprio sugli effetti psicologici dell’era coronavirus, parlando con gli esperti di come sarà affrontare il dopo pandemia e degli allarmi di oggi per l’aumento di consumo di droga e di quello di alcol. Allarmi che toccano in primo luogo i più giovani, che già affrontano il crollo dei nuovi posti di lavoro di cui abbiamo parlato nel viaggio inchiesta sulla Generazione Covid. Anche questo studio europeo dimostra come questa generazione deve essere al centro del dibattito. I livelli più alti di solitudine e ansia, rispetto a tutte le altre categorie della popolazione, sono stati rilevati infatti tra i ragazzi sotto i trent’anni, assieme alle persone con problemi di salute mentale pregressi. Se i due elementi si associano, questi livelli sono ancora più elevati. “Servono interventi pubblici specifici soprattutto per questi due gruppi di persone”, sostiene lo studio. I problemi coinvolgono una sofferenza e uno stress psicologico generali con preoccupazione costante per il futuro e per le misure anti Covid, per sé e per i propri cari. Il disagio è stato acuito nei giovani dalle misure per il distanziamento che hanno ridotto e in alcuni casi azzerato la loro socialità extrafamiliare. Per esempio, nei giovani la solitudine percepita è doppia rispetto agli over 60. In generale, risultano livelli comunque più alti della media anche per le donne e per chi ha malattie pregresse in generale. Tutto questo, si legge nello studio, potrebbe portare a malattie a lungo termine se non croniche, destinate a rimanere anche dopo la pandemia. I picchi più elevati di choc si sono registrati a marzo e aprile scorsi con l’arrivo del coronavirus e le quarantene più rigide. I danni psicologici potrebbero durare per anni e una parte delle nuove generazioni potrebbe restare segnata dolorosamente. Anche per questo serve un forte intervento pubblico europeo.

«In aumento tentati suicidi e autolesionismo tra i giovani: col Covid numeri da brivido». Sara Dellabella su L'Espresso il 18 gennaio 2021. L'allarme lanciato da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza del Bambino Gesù: «L'isolamento mette a grave rischio la tutela della loro salute mentale. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti». «Si tagliano gli avanbracci, le cosce, l'addome. Altri tentano il suicidio. Mi viene in mente una ragazzina di 12 anni che si è buttata dalla finestra che è il modo più usato tra i ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Buttarsi dalla finestra o l'ingerimento di un numero congruo di farmaci, a volte si impiccano, eccezionalmente usano armi da fuoco come invece avviene frequentemente in altri paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti. Gli adolescenti tendono a emulare quanto vedono sulla rete ed è per questo, probabilmente, che un metodo molto utilizzato in questo periodo è l’assunzione di grandi dosi di tachipirina oppure rastrellano tutti i farmaci che trovano in casa e ingeriscono un mix». Ecco come rischiano di morire gli adolescenti e la cronaca la fa il Prof. Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Il suo racconto è accorato e preoccupato perché con il Covid le cose sono peggiorate e di molto: «Sicuramente c'è una coincidenza molto sospetta e siamo certi che la rapida crescita a cui assistiamo in questi ultimi mesi di alcuni disturbi in particolare come l’ansia, l’irritabilità, lo stress, i disturbi del sonno sono legati direttamente all'isolamento». Tra i giovani è vera e propria emergenza. Per esempio a dicembre il Reparto di Neuropsichiatria infantile dell'ospedale Regina Margherita di Torino ha lanciato l'allarme: i ricoveri per Tentativi Suicidio (TS) sono passati da 7 nel 2009 a 35 nel 2020 e nello stesso periodo (2009-2020), nel Day hospital psichiatrico, l’ideazione suicidaria è passata dal 10% all’80% dei pazienti in carico. Numeri che fanno rabbrividire, soprattutto se si pensa che riguardano i giovanissimi.

E al Bambino Gesù di Roma com'è la situazione?

«Vediamo negli anni un incremento notevolissimo delle attività autolesive e dei tentativi di suicidio: nel 2011 i ricoveri sono stati 12, nell’anno appena concluso abbiamo superato quota 300. Sebbene le statistiche ufficiali ci dicano che il numero dei suicidi è in leggero calo tra gli adolescenti, l'attività autolesiva è in rapido aumento. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentativo di suicidio. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo».

Ma una volta curati nel fisico, questi ragazzi come motivano questi gesti?

«Le motivazioni non sono così determinanti. È un atteggiamento figlio di uno psicologismo vecchia maniera: se arrivi in pronto soccorso con l'infarto, ti importa poco sapere il perché quello che conta è di essere curato. Le cause sono importanti ma secondarie. Le malattie mentali sono malattie, hanno una base biologica e sono il risultato di processi lunghi. La familiarità è il primo fattore di rischio. La leggenda del trauma di psicanalitica memoria è stata ridimensionata da un pezzo».

E allora?

«Dobbiamo iniziare a pensare ai disturbi mentali come a vere e proprie malattie, come lo sono il diabete e l'ipertensione, con una base biologica e genetica e fattori ambientali che possono favorirne la comparsa. Non si tratta tanto di come uno viene allattato al seno o del rapporto con la madre, ma è legato molto di più all'esposizione durante la gravidanza ad agenti inquinanti, alcol o fumo durante la gravidanza, nascere prematuri, andare male a scuola, farsi le canne in età precocissima. E poi c'è l'incuria. Il vero maltrattamento, il trauma vero che da un impatto sulla salute mentale non è neanche tanto la violenza, ma l'indifferenza e l'abbandono da parte dei genitori. Forme moderne di incuria sono anche la ipostimolazione, come lasciare un bambino di due o tre anni molte ore davanti la tv o con il tablet.»

A cosa lo riconduce questo aumento?

Sappiamo dai dati di letteratura che il lockdown, la chiusura totale e la chiusura delle scuole ha determinato un aumento degli stati d'ansia e depressione nei ragazzi e un disturbo del sonno. I cinesi lo scrivevano già ad aprile – maggio. Talvolta vediamo un disturbo post traumatico da stress perché i ragazzini vivono con forte preoccupazione le preoccupazioni dei genitori. Ci sono adolescenti che sono ancora più estremisti dei genitori, che non toccano niente e non escono più per la paura del contagio.

Lei che consiglierebbe ai genitori?

Di mantenere i ritmi pre Covid: svegliare i figli alle 7:30 – 8:00 del mattino e non lasciarli dormire fino alle 11:00, perché questo vuol dire che la sera non vanno a letto. La deprivazione del sonno è un fattore di rischio a cui fare attenzione: alcuni ragazzi passano l’intera notte a chattare o a giocare online.

Ma quando le famiglie arrivano al pronto soccorso, che atteggiamento hanno?

«In alcuni casi cadono dalle nuvole, sono spaventati perché non si erano mai accorti del malessere dei figli. Ma i genitori non hanno colpe, piuttosto responsabilità. Hanno il dovere di monitorare quello che fanno i ragazzi, chi frequentano. Vuol dire interessarsi alla loro vita, mantenendo un dialogo aperto. Non certo fare i carabinieri. I genitori non sono la causa, ma hanno la grande possibilità di ridurre il rischio, così come la scuola».

Qual è il ruolo della scuola nella prevenzione della malattia mentale?

«La scuola favorisce le relazioni tra coetanei e, in questo senso, è un ammortizzatore dei conflitti adolescenziali. Nella scuola tutti abbiamo sperimentato relazioni positive e con gli amici, solo con essi, parlavamo delle cose che andavamo scoprendo. Chi è che di noi non ha avuto un professore che è stato un elemento di salvezza? Perché gli adolescenti sperimentano e violano i limiti che gli vengono posti dai genitori, e se non c'è qualche altro adulto che ha con il ragazzo un rapporto affettivo valido, rischi che si perda. Oggi questo cuscinetto sociale sta mancando, per questo i ragazzi “sbroccano”, diventano aggressivi e violenti, oppure si chiudono sempre di più nella loro stanza e non vogliono più uscire.

E chi dice che questa è una prova che aiuterà i ragazzi a crescere?

«Dice balle. Perché chi avrà gli strumenti sicuramente ce la farà, ma a me preoccupano tutti gli altri. Penso a chi vive in pochi metri quadrati, senza internet, che si deve svegliare molto presto anche solo per poter fare una doccia. A me è andata bene, faccio il Primario e il Professore Universitario, ma vengo da una famiglia economicamente modesta. Il mio riscatto sociale lo devo alla scuola. Senza il mio destino era segnato. Ma oggi chi nasce povero per l'80 per cento rischia di morire povero.

Cosa pensa di tutto questo dibattito sulle scuole chiuse e la Dad?

«Pensare che la scuola sia solo didattica è un errore drammatico. La didattica è una parte marginale della scuola. Bisogna smettere di pensare che la scuola deve formare i futuri lavoratori, trasferendo competenze, la scuola deve trasmettere conoscenze di vita. È una palestra educativa, non un avviamento al lavoro. Questa è una concezione autoritaria della scuola».

I suoi colleghi virologi però dicono che non è ora di tornare a scuola. Le scuole chiuse la preoccupano?

«Moltissimo. Lei cita i virologi che hanno dato ampio spettacolo di dichiarazioni anche contrastanti tra loro. I dati della letteratura ci dicono che ci si infetta a scuola per il 2 per cento. La scuola quindi è un luogo sicuro, ma è poco sicuro tutto quello che c'è intorno, come i trasporti. Stiamo mettendo a grave rischio la tutela della salute mentale degli adolescenti. Ci vorrà molto tempo, una volta finita l'emergenza, per far uscire di casa questi ragazzi che si sono chiusi e ci vorrà tempo per ricostruire relazioni positive. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti».

Mi dà qualche numero di come viene affrontata la malattia mentale degli adolescenti in Italia?

«Sulla salute mentale nei minori in Italia si investe zero. L'OMS dice che “non c'è salute senza salute mentale”. Se lei pensa che il 20 per cento degli adolescenti ha un disturbo mentale, c'è da chiedersi come mai i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia siano soltanto 92. I ragazzini non hanno dove essere ricoverati. Io gestisco 8 posti di questi 92, quasi il 10 per cento Ma si rende conto?».

Bastano questi posti per curare i minori di 18 anni?

«No, e quello che succede è che spesso i ragazzini che hanno bisogno di assistenza ospedaliera per un disturbo mentale si ritrovano con gli adulti già cronicizzati o nei reparti di pediatria, insieme a chi ha la bronchite. Lo trovo scandaloso. I servizi territoriali non esistono più. Le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile.

Perché se ne parla così poco?

«Perché la malattia mentale fa paura. Avere un figlio con un disturbo mentale fa sentire i genitori colpevoli. Se cominciassimo a parlarne come parliamo delle altre malattie, saremmo già un passo avanti. Chiedo che venga posta la massima attenzione su un fenomeno ad oggi  completamente ignorato».

Da "ilmattino.it" il 16 febbraio 2021. Un 16enne è rimasto ferito ad una mano con un'arma da taglio in una rissa tra ragazzini avvenuta in via Partenope sul lungomare di Napoli; il minorenne è stato medicato nell'ospedale Pellegrini. I clienti che erano nei locali della zona e in strada sono fuggiti spaventati. La notizia della rissa, diffusa dalla Confesercenti che parla di gravi danni per l'economia e riferisce anche di un'aggressione ad un automezzo del 118, è stata confermata dalla Polizia. «La lite ha svuotato i ristoranti, ho chiesto al prefetto e al questore un incontro urgente sulla sicurezza. I controlli sono assenti» dice Vincenzo Schiavo, presidente dell'organizzazione. La rissa sarebbe avvenuta in due momenti successivi coinvolgendo intorno all'ora di pranzo alcuni minorenni. Confesercenti e Fiepet Napoli condannano l'episodio e lamentano «le gravi ripercussioni sulle attività commerciali della zona». Con due lettere firmate dai presidenti di Confesercenti Napoli, Vincenzo Schiavo, e Fiepet Napoli, Antonio Viola e del vicepresidente Fiepet Roberto Biscardi, è stato chiesto un incontro urgente sia al prefetto, Marco Valentini, che al questore Alessandro Giuliano. «Segnaliamo che una banda di ragazzini ha scatenato una rissa e ha aggredito un automezzo del 118 in via Partenope - si legge nella missiva - e che questi delinquenti erano sprovvisti delle mascherine. Gli esercizi pubblici del lungomare non possono subire ulteriori danni oltre quelli che li hanno già messi in ginocchio, per cui richiediamo ancora maggiore vigilanza e presenza». «Ai nostri occhi - aggiunge Schiavo - lo Stato è assente, la città pare abbandonata al suo destino. Non è possibile che sul posto ci siano appena due volanti della polizia. È l'ultimo giorno di Carnevale, c'è il sole, è festa, era assolutamente scontato un assembramento di persone. I protagonisti di questa rissa sono delinquenti, gentaglia senza rispetto degli altri e della città. A pagare purtroppo sono sempre i ristoratori, già sommersi dai debiti, già vessati da un anno di Covid e dalle mille restrizioni». Prosegue Schiavo: «Gli amici de I Re di Napoli, ad esempio, hanno avuto danni diretti per la rissa tra teppisti. È una vergogna doppia. Perché gli assembramenti sono assolutamente vietati e perché non è possibile che i nostri imprenditori siano vittime oltre che del Covid anche di questi delinquenti. Occorre un incontro urgente con il Prefetto e con il Questore: siamo disponibili, come sempre, a collaborare, ma il tema sicurezza del Lungomare è essenziale».

Le risse? Siamo ancora alla cultura del duello. Serena Coppetti il 6 aprile 2021 su Il Giornale. Si danno appuntamento sui social. E poi giù botte per regolare i conti. Menando le mani, o anche i piedi e talvolta anche altri arnesi… Sono ragazzini del 2021 eppure è come fossero in un duello dell’800. Ora non ci sono spade e pistole e  il guanto della sfida è di gruppo. Ma quello che c’è dietro è sempre la stessa cosa: la cultura del duello per sanare l’offesa. Ed è lì, che secondo gli esperti, bisogna andare a educare i ragazzi, ancorati tutt’oggi a un modello di uomo o di donna – perché le risse sono anche tra ragazze ormai – che arriva persino a non denunciare perché si vergogna di sentirsi vittima. E quindi è vittima due volte. Lo  sostengono  Daniele Novara, pedagogista fondatore del Centro psicopedagogico dell’educazione e Ciro Cascone, procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni.

In sintesi:

le risse non sono aumentate con la pandemia ma sono solo più visibili. Ci sono sempre state e sempre con le stesse modalità: appuntamento sui social per un conto da regolare, oppure uno spintone e  una parola di troppo  che prendono la deriva;

i  ragazzi del 2021 vivono ancora immersi in un’antica cultura dell’onore da difendere con il duello (la rissa ne è la versione moderna);

i videogiochi sparatutto contribuiscono a far perdere il confine tra realtà e fantasia;

l’educazione civica a scuola va fatta partire dalla gestione dei conflitti;

bisogna educare i ragazzi a prendere le distanze dalla violenza, a non farsi tirare dentro. E parlare. Denunciare. Perché il bullismo esiste nella misura in cui esistono anche gli spettatori.

Per chi vuole capire qualcosa di più (e ha del tempo a disposizione perché la chiacchierata è lunga)  ecco qui l’intera intervista con Daniele Novara e Ciro Cascone: parte dalle rissa, ma tocca molto altro.  E che ci fa sollevare sommessamente una semplice domanda: perché tra i tanti esperti incaricati dal governo, in questo momento di alienazione totale per tanti ragazzi, non c’è neanche un pedagogista, un esperto di crescita, di adolescenti,  che possa suggerire come limitare i danni?

Daniele Novara.

Le risse non sono litigi né conflitti.

«Le risse sono episodi dove si cerca di far male. Non si tratta né di litigio né di conflitto. Il litigio infantile è un elemento positivo, il conflitto fa parte della nostra vita quotidiana. Io al tema dei litigi tra bambini ho dedicato gran parte della mia attività pedagogia, (ha scritto il libro Litigare con metodo).  Sui conflitti tra le persone, anche nei rapporti genitori-figli ho dedicato tantissimi libri il più famoso Urlare non serve a nulla. Mentre la rissa va rubricata come violenza. La rissa in genere avviene tra persone già grandi,  non bambini. E usano tutta la forza a disposizione per cercare di far male. Nella logica del concetto di violenza, quando si  cerca il danno in quanto tale, si parla di violenza. Quindi le risse sono episodi gravi che non vanno confusi con i nostri normali conflitti e i litigi infantili».

Risse e duelli (un po’ di storia)

«Le risse ci sono sempre state, purtroppo, perché noi proveniamo dalla tradizione del duello.  L’idea di regolare i conflitti con la rissa o con il duello è lunga come la storia dell’umanità. In  Italia solo nel 1932 viene abolito il duello come forma legale per sanare gli offese. Per dire, anche il nostro Cavour fece diversi duelli, D’annunzio, e poi Cavallotti… Felice Cavallotti, scrittore, uomo politico di area radicale, era famoso per i duelli. Li vinceva quasi tutti. A un certo punto  aveva già 54 anni, fa l’ultimo duello e muore. La spada gli recide la giugolare. E c’è uno scandalo. In realtà il problema non era tanto lo scandalo del duello, quanto che il duello fosse ancora consentito. Eppure lui era popolarissimo, il duellatore radicale… al suo funerale per dire c’erano migliaia  di persone. Il duello era molto popolare, finchè nel 1932, in epoca fascista peraltro, viene abolito definitivamente. Ma c’è voluto tanto tanto tempo».

I nostri ritardi culturali.

«L’Italia su questo ha dei ritardi culturali molto significativi, al punto che la rissa, ha gravi carenze giuridiche. Se tu non hai lesioni superiori ai 20 giorni, devi denunciare l’aggressore. Deve essere il ragazzo o la ragazza (perché ormai è un problema trasversale) a  sporgere denuncia. Il nostro sistema giuridico giudiziario è ancora fermo al tempo del duello,  che apparentemente è stato eliminato come regolatore di conflitti, ma nel momento in cui la legge non è chiara sul tema della risse che dovrebbero essere perseguite d’ufficio anche se non ci sono danni gravi alle persone, è ovvio che lascia un vulnus enorme, grande come una casa. L’intenzionalità di fare del male infatti c’è.  I ragazzi purtroppo finiscono anche dentro a questi equivoci. Per cui oggi è cento volte più pericoloso farsi una canna che non fare una rissa».

Le risse sono più frequenti in questo periodo?

«Oggi magari le vediamo di più. Ma i ragazzi che si organizzavano per regolare i conti, c’erano anche prima del Covid. Adesso viene enfatizzato perchè qualcuno vorrebbe anche impedire ai ragazzi di uscire al pomeriggio. Io sono contrarissimo a questo.  Così le case diventano delle galere e allora diciamolo che vogliamo mettere agli arresti domiciliari una generazione. Poi discutiamo se questo è legittimo. A me sembra che si stia perdendo anche il lume della ragione».

Eccesso di realtà virtuale.

«È da una decina di anni che vengano organizzate sui social queste risse. Ce n’erano tantissime anche  prima del lockdown… perchè? Non tanto per il lockdown ma per un eccesso di realtà virtuale. I ragazzi  giocano allo sparatutto sui videogiochi  hanno perso letteralmente il confine tra realtà virtuale e realtà effettiva. Ora, avendo un ritiro sociale sempre più accentuato, sostenuto anche  da queste idee crudeli di confinare i ragazzi in casa con la mamma – che è una cosa così contro natura da far paura – diventano incapaci neurocerebralmente di capire la distinzione tra realtà e fantasia, e che una rissa non è un videogioco. Ti puoi far male. Puoi morire in una rissa. Finchè questa dominanza dei  videogiochi va avanti nella vita dei ragazzi senza alcuna regolazione, anzi, consentendo  addirittura a bambini di 7 o 8 anni di passare il tempo davanti a Fortnite o anche altri con la massima naturalezza, la situazione rischia solo di peggiorare».

Genitori che non ci sono più.

«E poi non ci sono regolamentazioni… ad esempio “Call of Duty”, storico  sparatutto,  era vietato sotto i 18 anni, ma lo usavano i bambini di 9 o 10 anni. Quindi con un sistema familiare di una fragilità enorme perché  se si consente a un ragazzino di stare sui videogiochi per 6, 7 anche 8 ore senza mettere una regola, magari anche di notte,  significa che i genitori non ci sono più. Questi ragazzi  sono diventati orfani,  se il genitore non riesce a gestire la propria titolarità educativa  come gli consegna in fondo la legge. Oggi si parla di  parental born out cioè, consunzione, logoramento, usura dei genitori  abbandonati a loro stessi. Ci sono  ristori per tutto meno che per i genitori che vedono i sorci verdi  con i figlioli sempre in casa. Almeno davanti al videogioco è tranquillo e non mi distrugge la casa.

Ma  così  si rovina il cervello e perde perde i contorni della realtà, per cui  finire in una rissa organizzata sui social, sembra essere la forma più banale di passare il tempo e,  paradossalmente, anche la più normale per loro».

La grave carenza dello sport.

«Ad aggravare la situazione c’è anche lo stop agli sport, totalmente proibiti. E penso a sport come  il rugby  o il calcio che è uno scaricatore di aggressività eccezionale. Ragazzi che sarebbero stati dei delinquenti col calcio si sono salvati. Tirare pedate a una palla scarica e oggi non possono farlo. Tutto proibito. Quindi, adesso meravigliarsi che ci siano le risse appare perlomeno  ridicolo, è il meno che possa succedere. Preferiamo che i ragazzi si taglino?  si suicidino? c’è solo da scegliere la disgrazia che decidono di frequentare… Dobbiamo prendere atto che i ragazzi non sono colpiti dalla pandemia nel modo degli adulti e quindi riapriamo le scuole e i centri sportivi, senza continuamente farli diventare i capri espiatori, per cui invece di cercare i focolai in casa, si vanno a cercare all’aria aperta che è la cosa più assurda scientificamente. I focolai sono nelle case, non all’aria aperta, non per le strade. Tutte le ricerche lo dimostrano. Il virus all’aria aperta non ha la stessa forza rispetto all’ambiente chiuso. A Natale il 5 gennaio con le scuole chiuse da 13 giorni c’è stato il picco dei morti: 659. Perchè  i focolai erano nelle case. La gente stando in casa obbligatoriamente 13 giorni si è contagiata. Lo sport organizzato è sotto controllo, l’importante è evitare lo spogliatoio, ma ci sono centomila modi per controllare. Lasciare i giovani senza sport  è una grave aggressione nei loro confronti. Poi non si può prendere che restino normali. Il loro cervello è instabile... non sempre riescono  a controllarle. Quindi stanno facendosi del male. E ringraziamo i nostri governanti».

Il cervello di un adolescente.

«Con la fine dell’adolescenza la corteccia prefrontale incomincia  a formarsi in maniera tale da prendere il controllo delle altre aree cerebrali, specie quelle della zona limbica dove c’è tutta la formazione delle emozioni. Perchè la corteccia prefrontale è l’organo di regia razionale,  è la nostra parte nobile, che ci rende quello che siamo. Però incomincia a formarsi come organo di regia a partire dagli 11, 12 anni. Questo processo ha bisogno di almeno 10 anni per arrivare alla fine. L’adolescenza arriva fino a 22 – 23 anni. Ha bisogno di un tempo molto lungo. In questo tempo il cervello è sotto pressione, continua a sussultare, è  come sulle montagne russe, perchè mentre la corteccia prefrontale cerca di controllare le aree delle emozioni, in quel periodo, in quel tentativo il cervello è ondivago. Le neuroscienze ci riportano che i comportamenti adolescenziali non sono del tutto volontari.  Certo l’adolescente ha più intelligenza del bambino, ma in questa necessità del cervello di stabilizzarsi, è molto sotto stress. Questo ha anche tanti vantaggi, proprio questa  leggerezza cerebrale consente agli adolescenti di avere delle finestre cognitive  che nel resto della vita non ci sono più. Il problema è il controllo delle emozioni. L’adolescente non ha il totale controllo delle emozioni.  Questo è un dato scientifico inequivocabile. Non dipende da lui. Dire a un adolescente di comportarsi bene  è come  friggere l’acqua, non si ferma nulla».

Fuggire dalla mamma.

«I ragazzi hanno bisogno di scaricare una tensione emotiva inequivocabile. Avrebbero bisogno di stare con i loro compagni perché è il momento di uscire dal nido materno. L’adolescente  vuole allontanarsi dalla mamma. È normale. È sempre stato così dalla storia dell’umanità. È totalmente contro natura tenere i ragazzi chiusi in casa con la mamma. Dannosissimo per la lor crescita. Questi ragazzi hanno bisogno di sfogarsi, in genere c’è  l’aggregazione e il movimento. Il famoso muretto e lo sport. Il muretto nel complesso è ancora possibile, ma ora c’è questo attacco legato alle risse che però ci sono sempre state negli ultimi anni. Statisticamente non c’è un aumento. Ho seguito tanti episodi prima del lockdown. Adesso sono solo più visibili, ma adesso i ragazzi sono sotto attacco perché sono  considerati gli untori senza nessuna base scientifica.  Non esiste una-ricerca-una a livello scientifico mondiale che abbia tracciato un contagio tra un nipote e un nonno. Così li si chiude in casa ad infettarsi».

L’educazione civica parte dalla gestione dei conflitti.

«Cosa possiamo fare adesso? Intanto abbiamo perso una grande occasione, il ritorno dell’educazione civica a scuola. È una materia importante che ha a che fare con la nostra Costituzione, e con la necessità di imparare a vivere assieme. Ma non è stata  inserita la gestione dei conflitti, che è la base della democrazia. I ragazzi vanno aiutati a gestire la loro contrarietà, imparando le tecniche  di negoziazione reciproca, di ascolto reciproco. Sapere fare una discussione, ad esempio è importantissimo. Se c’è una persona che non ha le stesse idee o che vuole le tue stesse cose e tu sei contrario, che fai lo picchi o ci discuti? Ma per discuterci devi sapere come fare, e questa è la base dell’educazione civica. Altrimenti attivi il cervello in maniera rettiliana, cerchi di eliminare chi ti disturba. L’educazione civica che non introduca la gestione dei conflitti è inutile. Un’occasione mancata».

L’appello.

«Adesso si è creato un vuoto. Totale. È come se  chiedessimo ai ragazzi per un anno stai fermo, non fare niente. Ma non è possibile. Il ragazzo per antonomasia  si muove. Per antonomasia cresce. Il  crescere è un suo bisogno involontario.  È come se tu piantassi un seme ma se non lo innaffi muore. I nostri ragazzi adesso sono come quel seme: li abbiamo piantati,  sono cresciuti, ma ora non li annaffiamo più. Anzi. A  un certo punto diciamo loro di stare  in un cono d’ombra:  ma qui si muore! Si sta creando una situazione di grande depressione nei nostri ragazzi».

La chiusura delle scuole e la paura di uscire.

«Le ultime mie segnalazioni che ricevo dalle famiglie è che i ragazzi non vorrebbero neanche più tornare a scuola. C’è paura. Stanno interiorizzando una forma di depressione basata sulla paura. Questo è un lascito che dipende non solo dalla pandemia ma anche da decisioni sbagliate, come la chiusura delle scuole senza criterio. Tutte le volte che i genitori hanno fatto ricorso al Tar hanno sempre vinto. La scuola è un diritto inalienabile. La chiusura delle scuole è l’ultima scelta. Ma ci rendiamo conto dei gravi danni verso questa generazione? Non c’è solo il virus che fa male. La depressione fa molto più male  del virus ai ragazzi. I ragazzi del virus non muoiono ma la depressione può uccidere.  I suicidi sono in aumento. Tutto questo è agghiacciante».

Ciro Cascone

La punizione della rissa.

«La rissa avviene quando  ci sono almeno tre persone che fanno a botte. Il codice  punisce anche la semplice partecipazione:  se poi ci sono lesioni personali la pena aumenta, è aggravata. La semplice rissa senza lesioni è punita con una multa di 300 euro. Ma l’aspetto più complicato, è la prova della rissa: quando arrivano le forze dell’ordine tutti si dileguano. Se  c’è il ferito, questa  è la prima prova che c’è stata la rissa, ma altrimenti resta difficile provarlo. Ad esempio, nella famosa rissa di Gallarate dei giorni scorsi, si parlava della partecipazione di centinaia di persone. Ma quando sono intervenute le forze dell’ordine non c’erano più. È stato possibile risalire a quello che era successo  in base alle immagini».

«Io non sono stato».

«La maggior parte delle risse poi, anche se arrivi al processo, hanno lo stesso schema. “Io non sono stato, sono stato aggredito e mi sono difeso. Io sono la vittima. Il paradosso di tante risse è che ci sono sono contemporaneamente autori e vittime. Chi ha avuto lesioni, sappiamo che ha partecipato alla rissa. Ma non c’è vuoto giuridico, la partecipazione alla rissa è punita e si procede d’ufficio. Il bene tutelato nella rissa è il bene pubblico, dove i partecipanti a volte sono ignoti».

Le risse non sono una novità.

«Entro certi limiti è anche il mio pensiero: le risse ci sono sempre state, magari non così eclatanti, da coinvolgere così tante persone. Oggi c’è sicuramente maggiore attenzione mediatica sia per la  diffusione che per l’esplosione mediatica di queste notizie. Tutte queste restrizioni per i ragazzi diventano costrizioni ed è normale che venga stimolata la trasgressione anche noi le notiamo di più. Uscire, stare insieme, assembrarsi, in questo momento c’è un’attenzione maggiore rispetto a prima. Talvolta si rischia di gonfiare episodi che sono per fortuna meno gravi. Noi interveniamo, ma c’è anche un aspetto emulazione quindi dobbiamo cercare di bloccare sul nascere queste cose. Prima, di certo, non ci si faceva tanta attenzione, ma così eclatanti non se ne veda da un sacco di tempo».

Una (distorta) questione di onore.

«La rissa diventa quasi accessoria a quell’assembramento che non parte con intenzioni rissose, poi basta niente qualcuno beve, urla, spinge… e rischia di degenerare.  La cultura del duello esiste ancora. Ti sfido per conquistare il trofeo, la ragazza a volte, che magari è pure contenta di essere il trofeo. Su questo bisogna intervenire, bisogna far capire fin da piccoli il rispetto delle persone».

Cosa possiamo fare?

«Insegnare ai ragazzi a prendere le distanze dalla violenza.  Altrimenti avremmo sempre la rissa e il gruppo degli spettatori, dei  non ho visto niente. Non bisogna reagire cercando la vendetta ma denunciare. Raccontare, parlare,  sputtanare chi fa violenza davanti a tutti. La violenza non va legittimata. Deve cessare questo sentirsi offeso nell’onore. Perché purtroppo  è vero che abbiamo ancora questa cultura dell’onore e della dignità. Distorta perché non si deve vergognare chi subisce, altrimenti sarà vittima due volte.

Si arriva all’assurdo che chi subisce violenza al parco non denuncia perchè si vergogna di apparire come quello sfigato che ha subito l’aggressione. Si sente preso di mira e distrutto nella sua immagine. Ecco perché lo spettatore non deve restare spettatore. Il bullismo esiste perchè esistono gli spettatori. Altrimenti certe forme di violenza non esisterebbero più».

Emilio Orlando per leggo.it il 12 aprile 2021. Tre denunciati tra cui una ragazza. Poi un ferito e dieci ragazzini già identificati. Ma quello che più impressiona è il numero dei presunti coinvolti: almeno cento persone, se non di più.

APPUNTAMENTO FOLLE. Si sono dati appuntamento all’ora del cambio turno delle volanti, quando c’è meno polizia in giro. Uno scontro largamente premeditato, quasi organizzato nei dettagli: la mega rissa tra giovanissimi, scoppiata sabato pomeriggio, era infatti apparsa sui social già da quattro giorni. Soprattutto su Instagram.

RETE E COLTELLI. Secondo la polizia del commissariato Trevi, che sta indagando, la “carica” è partita sul social che piace di più ai giovani, al punto che vi ha aderito un gruppo decisamente folto: più di cento i ragazzi che si sono dati appuntamento a piazzale Flaminio, anche con i coltelli.

50 CONTRO 50. Due gruppi molto numerosi, composti da una cinquantina di adolescenti tra cui moltissime si sono fronteggiati senza un motivo apparente.

TUTTO IN VIDEO. Le drammatiche fasi della rissa (dove sono volati calci, pugni e sono spuntati appunto alcuni coltelli a serramanico) sono state riprese in diretta dalle telecamere a circuito chiuso che vigilano sul quel quadrante cittadino. Proprio i frame dei video hanno permesso alla poliziotti di dare un nome ad alcuni dei partecipanti residenti anche fuori Roma.

CORRETE, CORRETE. A dare l’allarme sul tafferuglio in corso è stata una donna che aveva visto alcuni giovani rincorrersi dopo essere venuti alle mani. All’arrivo delle prime volanti, che stavano uscendo dalla caserma di Via Guido Reni c’è stato un fuggi-fuggi generale da parte dei partecipanti.

I PRECEDENTI. Lo scorso 5 dicembre sulla Terrazza del Pincio si verificò un episodio analogo con quattro denunciati in due risse, dove erano presenti più di 400 giovani che facevano da spettatori anche nei corridoi della stazione Flaminio. Sempre sabato scorso un’altra maxi zuffa tra ragazzi si è verificata a viale Washington, poco distante dal Pincio.

DA DOVE. La polizia insieme ai detective della Digos sta cercando di risalire agli altri partecipanti. Sembra che le comitive coinvolte provengano dal Nomentano, alcune da piazza Bologna. altre dalla zona di Roma Sud ed una (quella a cui appartiene la 19enne denunciata) addirittura da Fiano Romano.

Ristoratori disperati, inapplicata ordinanza De Luca. Botte al 118 e rissa tra giovani, Carnevale folle sul lungomare di Napoli: “Stato assente e clienti in fuga”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 16 Febbraio 2021. Non solo caos, assembramenti e tanti ragazzini senza mascherina in giro sul lungomare di Napoli. Ma anche un rissa tra 15enni con giovane ferito da un’arma da taglio alla mano, l’aggressione al personale del 118 ad opera sempre di balordi e il tentativo di alcuni ragazzini di sfuggire al controllo della polizia. E’ la sintesi della giornata di ordinaria follia andata in scena nel capoluogo partenopeo nonostante l’ordinanza del governatore Vincenzo De Luca che, oltre a vietare le feste in occasione del Carnevale, invitava i sindaci a inibire l’accesso ai luoghi affollati (piazze e strade principali) chiedendo inoltre maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine. Dalle immagini girate dai ristoratori e denunciate in una dura nota dalla Confesercenti, si è verificato esattamente l’opposto. Con le scuole chiuse per il martedì grasso, centinaia di giovani si sono riversati sul lungomare tra via Caracciolo e via Partenope e non sono mancati momenti di tensione che hanno solo danneggiato il lavoro dei ristoratori presenti, martoriati da mesi da ordinanze restrittive e danni provocati dal maltempo. L’intervento della polizia, dopo la segnalazione di una rissa tra ragazzini, è avvenuto intorno alle 13.45. Gli agenti hanno fermato tre persone, tutte di età compresa tra i 15 e i 16 anni, con il giovane ferito alla mano da un’arma da taglio (probabilmente un taglierino) portato al pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini per le cure del caso (guaribili in otto giorni). Poi l’aggressione, al momento immotivata, al personale del 118 intervenuto poco dopo. Episodi che hanno “svuotato i ristoranti, ho chiesto al prefetto Marco Valentini e al questore Alessandro Giuliano un incontro urgente sulla sicurezza. I controlli sono assenti” dice Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Napoli, che insieme Fiepet Napoli (rappresentata da Antonio Viola e Roberto Biscardi) condannano l’episodio e lamentano “le gravi ripercussioni sulle attività commerciali della zona”. “Segnaliamo che una banda di ragazzini ha scatenato una rissa e ha aggredito un automezzo del 118 in via Partenope – si legge nella lettera inviata a Prefetto e Questore – e che questi delinquenti erano sprovvisti delle mascherine. Gli esercizi pubblici del lungomare non possono subire ulteriori danni oltre quelli che li hanno già messi in ginocchio, per cui richiediamo ancora maggiore vigilanza e presenza”. “Ai nostri occhi – aggiunge Schiavo – lo Stato è assente, la città pare abbandonata al suo destino. Non è possibile che sul posto ci siano appena due volanti della polizia. E’ l’ultimo giorno di Carnevale, c’è il sole, è festa, era assolutamente scontato un assembramento di persone. I protagonisti di questa rissa sono delinquenti, gentaglia senza rispetto degli altri e della città. A pagare purtroppo sono sempre i ristoratori, già sommersi dai debiti, già vessati da un anno di Covid e dalle mille restrizioni”. Prosegue Schiavo: “Gli amici de “I Re di Napoli”, ad esempio, hanno avuto danni diretti per la rissa tra teppisti. E’ una vergogna doppia. Perché gli assembramenti sono assolutamente vietati e perché non è possibile che i nostri imprenditori siano vittime oltre che del Covid anche di questi delinquenti. Occorre un incontro urgente con il Prefetto e con il Questore: siamo disponibili, come sempre, a collaborare, ma il tema sicurezza del Lungomare è essenziale”. Una giornata segnata da assembramenti in numerose zone della città con i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli che, nel corso dei controlli effettuati, hanno elevato almeno 52 sanzioni Covid ad altrettante persone. Gran parte in centro città e nel quartiere Vomero.

Formia, rissa tra minorenni: morto accoltellato 17enne. Fatale un litigio scoppiato intorno alle 19 fuori dal McDonald's di via Vitruvio, nel cuore di Formia. La colluttazione ha coinvolto anche altri due ragazzi, di 18 e 20 anni. Federico Giuliani, Martedì 16/02/2021 su Il Giornale.  Ha ricevuto tre o quattro coltellate all'addome da un coetaneo ed è morto così, a 17 anni, Romeo Bondanese. Fatale un litigio scoppiato per futili motivi tra le 19.00 e le 19.30 fuori dal McDonald's di via Vitruvio, nel cuore di Formia.

Altri due giovanissimi in ospedale. La colluttazione ha coinvolto anche altri due ragazzi, di 18 e 20 anni. Entrambi sono rimasti feriti e trasportati all'ospedale "Dono Svizzero" di Formia; il primo sarebbe grave e avrebbe ricevuto un intervento chirurgico. Le immagini delle videocamere di sorveglianza della banca situata nei pressi del fast food sono al vaglio della polizia. Secondo quanto appreso, la vittima potrebbe essere stata ferita a morte da un gruppo proveniente da fuori Formia. Come sottolinea l'Adnkronos, uno degli aggressori, ferito a una mano, sarebbe già stato identificato dai poliziotti. Non è escluso che l'omicidio possa essere collegato a fatti di droga. Le indagini del caso sono affidate ai poliziotti della Questura di Latina.

La dinamica della rissa. Romeo è deceduto per un'emorragia poco dopo essere trasportato in ospedale. Le sue condizioni erano apparse gravissime fin da subito. Restano da svelare due misteri. Il primo: cos'è che ha fatto scatenare la rissa (non certo la prima di questo genere); il secondo: la provenienza del secondo gruppo di ragazzi, forse di un paese limitrofo. Come detto, non si conosce il motivo del confronto, diventato sempre più acceso, passato dalle parolacce agli spintoni. A un certo punto, racconta il Corsera, sarebbe apparso un coltello, o forse più di uno. La dinamica, insomma, è ancora da chiarire. Dovrebbero essere almeno dieci i ragazzi coinvolti. Stando a quanto riportato da Il Messaggero, l'episodio sarebbe avvenuto intorno alle 20.00. Due giovani a bordo di un motorino avrebbero affiancato il gruppo in cui si trovava anche Romeo, non distante dal ponte Tallini, nel centro di Formia. Nel giro di qualche istante, la situazione sarebbe degenerata in una rissa mortale, con tanto di coltelli. Uno dei due aggressori sarebbe stato bloccato dagli amici della vittima, e in seguito fermato dalle forze dell'ordine. Il suo complice è fuggito ed è attualmente ricercato. Il 17enne, colpito più volte, è caduto a terra. Dopo il ferimento mortale di Romeo, è scattato il fuggi fuggi generale. La strada, infatti, era piena di gente in concomitanza con lo struscio serale per il martedì grasso. E questo nonostante il coprifuoco fissato alle 22.00 a causa del Covid e i locali quasi chiusi per via delle misure restrittive anti contagio.

Maxi rissa a piazza del Popolo, 150 persone si assembrano, 5 minorenni identificati. Valentina Lupia, Luca Monaco. La Repubblica il 30 gennaio 2021. Come già accaduto lo scorso 5 dicembre una folla di ragazzini si è riunita al Pincio (senza mascherine) e ha seguito la rissa insensata di una decina di giovani. Nessun ferito. L'intervento di carabinieri e polizia. Risse, assembramenti diffusi, e alcuni minorenni identificati dalle forze dell'ordine. È il bilancio di un sabato sera di "fine zona arancione", un giorno in cui, forse per l’ebbrezza del ritorno del Lazio in zona gialla (dal’1 febbraio), migliaia di giovani si sono riversati in Centro. Come già all'inizio di dicembre, a piazza del Popolo è scattata una rissa per futili motivi e due gruppi, scesi dal Pincio, sono venuti alle mani. Dando luogo a scene di violenza insensata. Sul posto sono intervenuti polizia di Stato e carabinieri. Stando a quanto è stato possibile ricostruire, nella risse sono state coinvolte, in totale, una decina di persone: cinque ragazzi minorenni, sui 17 anni, sono stati fermati dalle forze dell’ordine e condotti nel commissariato Trevi - Campo Marzio per l’identificazione. Non si registrano al momento feriti e gli stessi ragazzini non hanno riportato lesioni. La rissa, però, ha richiamato l’attenzione di altri giovanissimi e ad assistere allo scontro ci saranno state, per lo più assembrate, circa 150 persone, come si vede dai video che in serata hanno cominciato a circolare sul web, a partire dalla pagina Instagram Welcome to Favelas. Quello di piazza del Popolo, non è stato l’unico episodio di assembramento: in via San Giovanni in Laterano, accanto al Colosseo, gruppi di ragazzi si sono messi a ballare in mezzo alla strada. Alcuni erano senza mascherina e le norme di distanziamento interpersonale non sono state rispettate. Una giovane, senza cappotto nonostante le temperature rigide, è anche salita su un’automobile argentata, usandola come “palco” per un ballo. E ancora: assembramenti si sono registrati in piazza della Madonna dei Monti e all’Eur. A Villa Borghese i carabinieri, impegnati nelle operazioni anti-assembramento, hanno tentato di dividere diversi gruppi di giovanissimi. Questi episodi — in particolare quanto accaduto a piazza del Popolo — richiamano quel pomeriggio del 5 dicembre del 2020, quando almeno trecento adolescenti si erano riuniti sulla terrazza del Pincio per assistere a una discussione (annunciata sui social) tra due quattordicenni. Una delle due non si era presentata, ma gli adolescenti, incuriositi, si erano comunque riuniti in quel punto di Villa Borghese. Per alcuni l’appuntamento si è quindi trasformato in un pretesto per picchiarsi, per pareggiare altri conti. Alcuni partecipanti della rissa si erano spostati nell’androne della fermata della linea A della metropolitana Flaminio. I video avevano fatto il giro del web e quei giovani (per lo più) delle periferie romane, assembrati, avevano fatto discutere. Sui fatti erano state aperte delle indagini, mentre le forze dell’ordine avevano potenziato i controlli anti-assembramento in più punti “sensibili” della città.

Brunella Bolloli per "Libero quotidiano" il 12 gennaio 2021. Stanchi di stare davanti al pc tutto il giorno, isolati e distanziati, i ragazzini hanno trovato un modo idiota per movimentare le giornate: menarsi di santa ragione. Oddio, non che sia una maniera sana di passare il tempo, ma questa sembra sia la fotografia scattata tra le nuove generazioni in Italia: risse da nord a sud, centinaia di scatenati adolescenti che si danno appuntamento per picchiarsi in un gigantesco fight club all'aria aperta. È capitato a Roma, a Milano, a Parma, a Mestre, a Jesolo e più di recente a Gallarate e chissà dove altro ancora. Chi non c'è, chi non assiste almeno una volta è considerato quasi un disagiato, uno fuori moda perché, a telecamere spente, lo ammettono le stesse fanciulle che, anziché fermare i maschi violenti come dovrebbero fare, sono accorse adoranti a godersi lo spettacolo al Pincio, a Roma, all'inizio di dicembre: «Ho rosicato che non ce stavo a vedere quelli che se menavano l'altro ggiorno. Volevo postà il video». Video, foto, selfie: la zuffa viene organizzata sui social e sui social, ovviamente, seguono immagini e relativi commenti. Per analizzare il fenomeno, infatti, sono stati scomodati gli influencer, nuovi modelli a cui si ispirano i giovani di oggi quasi tutti nativi digitali, quasi tutti smanettatori indefessi cresciuti a pane e playstation e senza guida, senza valori. «S'ammazzano per le visualizzazioni su Instagram, la fama, i followers», ha spiegato il 23enne Maurizio Leoni in una illuminante intervista a Cartabianca. Basta scorrere i tanti profili sull'argomento e si apre un mondo: #rissetrauomini, #rissepericolose, #rissedastrada, #rissespaziali, #rissetratipe, #menamose. L'input spesso parte da Telegram, il servizio di messaggistica che poi cancella le "prove", o dal discusso Tik Tok e per qualcuno il fenomeno non è nuovo, ma è come se ci fosse sempre stato solo che stavolta i social network amplificano tutto e raggiungono in brevissimo tempo un numero impressionante di persone. Il copione più o meno è lo stesso di prima: si comincia con uno sgarro tra due soggetti non proprio mansueti, insulti che volano sulla Rete da Instagram a Facebook a Twitch, poi si formano le fazioni e ci si dà appuntamento. Il tutto con una gran pubblicità anche su canali però spesso vietati ai maggiori, perché l'età dei partecipanti ai raduni è bassa, o con strumenti non accessibili a tutti, come le stories private che scadono in 24 ore che vanno per la maggiore, il tutto corredato, a ulteriore tutela, da un intreccio di hashtag che rimbalzano di smartphone in smartphone. Per le informazioni chiave (cioè ora e modalità della zuffa) si fa riferimento a Tellonym, applicazione di messaggistica istantanea anonima dove gli utenti possono mandare messaggi senza essere sgamati. Morale: complice la pandemia, e il tempo libero che certi ragazzi annoiati hanno in questo periodo, mettersi d'accordo via telefonino per organizzare la rissa è un attimo. Così il mese scorso in una settimana si sono picchiati, oltre nella Capitale, a Venezia, a Gaeta sul lungomare, a San Benedetto del Tronto, a Castellammare di Stabia. E due giorni fa la violenza è scattata a Gallarate con minorenni provenienti da Milano e dalle città limitrofe: tutti contenti di andare a tirare pugni e calci o almeno di stare a guardare per dire un giorno «io c'ero» come una moltitudine pecorona. A Parma l'altro giorno erano almeno cinquanta nella centralissima piazza della Pace. Il combattimento è iniziato tra due contendenti e poi sono arrivati tutti gli altri in branco a guardare e incitare. Nessuno portava la mascherina perché sul "ring di strada" non comanda certamente il Covid per cui i testimoni dicono che le forze dell'ordine se sono intervenute l'hanno fatto più per sanzionare chi non aveva il volto coperto che per la brutalità della situazione. A Gallarate, nel Varesotto, proseguono serrate le indagini da parte della procura dopo la mega rissa di venerdì scorso dove un centinaio di giovanissimi si sono sfidati con coltelli, catene, bastoni e bottiglie di vetro. Finora è stato fermato un 18enne, ma non sarebbe l'unico responsabile della battaglia a cui hanno partecipato perfino 12enni saliti sul treno da Milano per raggiungere il luogo convenuto per l'appuntamento. Il maggiorenne dovrà rispondere del reato di rissa aggravata a seguito del ferimento di un ragazzino di 14 anni, finito in ospedale dopo un colpo alla testa. Alla base della follia di Gallarate potrebbe esserci un regolamento di conti tra gruppi rivali, ma anche un semplice quanto stupido tentativo di emulazione di quanto già accaduto nelle scorse settimane in altre città, Roma in primis. Soltanto ad Ancona, finora, è andata bene. I carabinieri, infatti, sono riusciti a sventare una maxi colluttazione pianificata sui social. Un gruppo di giovani, provenienti da Macerata, voleva aggredire altri coetanei. Un 16enne, che aveva nello zaino un coltello da cucina lungo 31 centimetri, è stato denunciato per possesso ingiustificato di arma. 

Monica Serra per lastampa.it il 10 gennaio 2021. L' appuntamento era fissato per il pomeriggio in piazza della Libertà, nel cuore di Gallarate. La «chiamata alle armi» correva almeno dal mattino sui social e sulle chat di Whatsapp. Con mazze, catene, bottiglie di vetro tanti ragazzi anche minorenni sono arrivati in treno nella cittadina a venti chilometri da Varese. Un centinaio, forse di più, poco dopo le quattro di venerdì pomeriggio, si sono riversati nelle strade del centro storico, spaventando passanti e negozianti. Gli scontri sono iniziati subito, tra largo Camussi e via Mercanti. A mani nude, con le pietre e coi bastoni. Sulla maxi rissa indaga la procura di Busto Arsizio che ha aperto un fascicolo e ha già iniziato a identificare i partecipanti. Gli inquirenti parlano di «una spedizione punitiva che emula i casi recenti». Il più grave a Roma il 5 dicembre: quattrocento adolescenti si sono fronteggiati sulla terrazza del Pincio. Qualche giorno più tardi la scena si è replicata a Venezia e ha coinvolto una quarantina di ragazzi. Dietro sempre motivi banali: un regolamento di conti, magari per il furto di un cellulare o per un apprezzamento di troppo alla fidanzata di qualcuno. Non si conoscono ancora le cause dell' incontro di Gallarate. Tra le ipotesi c' è un precedente pestaggio ma è troppo presto per dirlo. Quando la polizia locale è riuscita ad allontanare e a disperdere gli adolescenti a terra era rimasto un quattordicenne italiano di origine albanese ferito lievemente alla testa. «Un gruppo lo ha inseguito e colpito con le catene, siamo dovuti intervenire per fermarli», racconta una negoziante di via Mercanti. Al termine degli scontri, i vigili hanno sequestrato mazze da baseball, pietre, catene e un coltello con la lama di nove centimetri. Erano nascosti in due borsoni del Varese calcio, «ma il riferimento alla squadra potrebbe c' entrare nulla», sostengono gli investigatori della Questura di Varese, cui sono state affidate le indagini. Una ragazzina presente ha raccontato che sarebbe stato scelto il Comune come «luogo neutro» e che a scontrarsi sarebbe stati soprattutto ragazzi partiti da Malnate, quasi al confine con la Svizzera, e Cassano Magnago. Proprio a Malnate le indagini si concentrano anche su un gruppo di ragazzini che ruotano attorno a una band che fa musica trap, la 167 gang. Tutti giovanissimi, si ritrovano spesso per le strade del quartiere popolare 167. «Non hanno mai dato grandi problemi», dice però la sindaca, Irene Bellifemine. «In paese si è verificato solo qualche atto vandalico, magari qualcuno di loro ha abbattuto dei segnali stradali. O, al massimo, col lockdown, si sono stati registrati assembramenti. Tanto che prima di Natale ho dovuto chiudere il parco Primo Maggio, dove spesso si ritrovano», spiega la sindaca. Per il momento si tratta soltanto di ipotesi. La prima informativa dei poliziotti arriverà domani sulla scrivania del pm Nadia Calcaterra della procura di Busto. E sicuramente nelle indagini sarà affiancata dalla procura presso il tribunale dei minorenni, diretta da Ciro Cascone. Anche il procuratore ipotizza che dietro agli scontri possa esserci l' emulazione. Il 14enne ferito sta già meglio. «Non so perché mi hanno picchiato, ero lì solo di passaggio», ha detto agli investigatori che attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza hanno identificato già qualche altro ragazzo. A fatica, per via di cappucci e mascherine. Di «emulazione e moda» parla anche il sindaco di Gallarate, Andrea Cassani, che si è subito attivato per capire che cosa è successo. «Qui è già capitato qualche mese fa che un gruppetto di ragazzini scendesse in piazza a urlare contro le forze dell' ordine, poco dopo gli scontri violenti che si sono verificati a Napoli, e in varie città d' Italia in autunno». Cori e insulti su cui indaga la polizia.

Andrea Camurani per Corriere.it il 31 marzo 2021. Sono in tutto 17 le misure cautelari eseguite nelle prime ore di mercoledì dalla polizia ai danni di altrettanti giovanissimi accusati di aver preso parte alla grande rissa di strada avvenuta a Gallarate lo scorso 8 gennaio. In particolare, si legge nell’ordinanza della Procura del tribunale per i minorenni, per sette ragazzi è disposta la permanenza a casa «con divieto di comunicare con qualsiasi mezzo, anche telefonico o telematico». Per altri otto scattano alcune prescrizioni, tra cui «l’obbligo di rientrare a domicilio entro le 19, divieto di frequentazione di pregiudicati» e consumatori di droga. I reati contestati: rissa aggravata, lesioni personali pluriaggravate, porto ingiustificato di strumenti atti ad offendere. Il procuratore dei minori di Milano, Ciro Cascone, in una nota, ha definito l’episodio «una vera e propria rissa che ha rasentato la guerriglia urbana». Quel pomeriggio, un venerdì in pieno centro si fronteggiarono un centinaio di ragazzi con catene e bottiglie dopo essersi dati appuntamento su Instagram e altri social. Alla base dell’appuntamento degli screzi fra bande rivali di paesi non distanti da Gallarate, città scelta come luogo di scontro: un ragazzino di 14 anni rimase ferito in maniera seria per una bottigliata ricevuta alla testa. Le Procura per i minorenni considera i fatti «molto gravi» per una serie di ragioni: la violenza scatenata in pieno giorno, la «disinvoltura» mostrata e la volontà di agire come «branco», servendosi anche di armi improvvisate«, tutti elementi sintomatici di «personalità prive di freni inibitori e facilmente inclini all’uso della violenza». Scrive la Procura: «Colpisce la banalità e futilità dei motivi scatenanti, rinvenibili in un precedente battibecco tra alcuni appartenenti alle due fazioni, ma che è stato evidentemente interpretato come un affronto che esigeva una vendetta corale. Come pure la facilità con cui gli indagati si siano serviti dei social network per organizzare la rissa e reclutare in pochissimo tempo un elevato numero di persone». Le prime indagini hanno portato all’individuazione di una diciottenne subito denunciata, poi la Procura della Repubblica di Busto Arsizio ha proceduto alla denuncia di una trentina di persone. Le intercettazioni telefoniche oltre alle più accurate analisi delle telecamere e altri elementi raccolti dalla squadra mobile di Varese e dagli agenti del commissariato di Gallarate hanno permesso di raccogliere evidenze sufficienti per l’emissione delle misure cautelari, 15 delle quali eseguite nei confronti di minorenni. L’operazione si chiama «Ehi Brò N.p.t.» che sta ad indicare una frase in gergo utilizzata da alcuni indagati, «abbreviazione di “Ehi Brò No Parla Tanto”», spiegano gli inquirenti «gergo utilizzato di frequente dagli indagati nelle chat analizzate, con il quale tutti gli interlocutori venivano invitati ad evitare di parlare dei fatti onde correre il rischio di essere intercettati».

Gallarate, gli agguati dei quattro ragazzini e la resa dei genitori: «I nostri figli? Non li gestiamo più». Andrea Camurani e Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 4 dicembre 2021. Aggressioni e rapine in centro a Gallarate per rubare orologi, monopattino e auricolari del telefonino. In comunità quattro adolescenti tra i 14 e i 16 anni. Le frasi choc dopo i pestaggi: «Con questi abbiamo finito». Il giudice: condotte violente, attività sistematica. «Con questi abbiamo finito». Nelle carte dell’inchiesta sulla (di nuovo) delinquenza minorile (ancora) a Gallarate, ci sono calci, pugni e rapine che hanno generato prognosi in ospedale, e c’è un’unica frase, udita e riportata dall’amica di una vittima: «Con questi abbiamo finito». Parole che confermano la serialità del gruppo, formato da quattro ragazzini di 14, 15 e 16 anni, i quali agivano quasi per una naturale sequenza violenta, esterna o quantomeno non riconducibile soltanto al valore della merce da conquistare. In ordine sparso: un orologio, un monopattino, gli auricolari del telefonino; insomma, quanto vedevano in possesso della preda (qui il caso Varese, qui l’intervista allo psicologo Matteo Lancini e qui l’analisi della poliziotta Ornella Della Libera).

Le tecniche di assalto

A completamento delle indagini del Comando provinciale dei carabinieri e della Compagnia di Gallarate, il Tribunale dei minori ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare di collocamento in comunità. Se la reiterazione della geografia, quella provincia di Varese già raccontata dal Corriere, si conferma non essere casuale e dovrebbe avviare sul posto un dibattito anche e soprattutto di chi governa interagendo con le agenzie e gli operatori sociali, nonché le scuole, rimane, nella sua cruda essenza, il solito modus operandi. I quattro non avevano progettato la creazione di una classica formazione criminale, non avevano pianificato i colpi, non avevano studiato la scena a cominciare dalle vie di fuga. Soprattutto, ci fosse stato per appunto un «progetto», forse avrebbero deciso di aggredire lontano da Gallarate (cittadina di residenza di tre, l’altro abita non lontano, a Cassano Magnago), diminuendo i rischi di venire presto identificati, come invece successo, da persone che li conoscono o li hanno visti circolare. E invece, mentre camminavano, tra un liceo e una gelateria, i ragazzini partivano all’attacco. C’era, sì, una profonda coesione, una coralità, una profonda unità di intenti. Nessuno, quando per esempio negli agguati scaturivano «difficoltà», intese come resistenza delle vittime, si sottraeva all’aiuto dei complici, senza badare alle conseguenze (il fare male a un coetaneo) e alla possibilità che, aumentando il tempo d’esecuzione, potesse crescere il numero dei testimoni e potessero arrivare le forze dell’ordine.

I controlli della polizia

Può contribuire a una piena lettura di quest’inchiesta riportare il comportamento di uno dei papà dei ragazzini, perché risulta troppo facile ricondurre la delinquenza minorile al cliché di famiglie sfasciate, figli ormai perduti, a vicende di immigrazione e di seconda generazione, di incuranza e di strafottenza degli adulti. Ogni storia, al solito, è a sé stante, pur dovendo ripetere, per onore di cronaca, la densità statistica in questo territorio dove comunque anche la Questura di Varese ha, da tempo, dedicato personale e risorse speciali, un continuo monitoraggio e la ricerca della migliore strategia possibile, al netto di un’evidenza: appare esercizio banale demandare ogni volta ogni criticità alle forze dell’ordine. Comunque sia, questo padre aveva saputo, proprio dal suo ragazzo, che lui aveva commesso una rapina; l’aveva allora invitato ad andare dai carabinieri, un invito o forse un ordine disatteso; e agli investigatori quest’uomo aveva riferito delle brutte compagnie, non unicamente con coetanei, scelte dal ragazzino, che il papà, testuale, affermava di non riuscire più a gestire. I ragazzini coinvolti hanno in misura eguale (due e due) un passato di altri guai con la giustizia e la fedina penale limpida, pur al netto di segnalazioni, nell’ambiente scolastico, di problematiche già emerse e che si erano pure ripetute.

La deriva delinquenziale

Se si poteva anticipare questa deriva, che in conseguenza dei provvedimenti giudiziari segnerà per sempre le esistenze dei minorenni, resta una domanda senza al momento una risposta. Il gip, nella stesura del provvedimento, ha sottolineato le condotte violente e «la sistematicità dell’attività» e «le azioni delittuose» di ragazzini «che hanno palesato di aver posto in essere, nella stessa giornata, plurime condotte di rapina ai danni di soggetti diversi». La scelta della comunità anziché del carcere, si ispira però a un ragionevole ottimismo della magistratura affinché, in considerazione della giovane età, qualcosa se non tutto si possa ancora salvare, sempre che vi sia, da parte dei diretti interessati, l’accettazione dell’autorità. In analoghi casi a Milano, nella zona della Darsena, i carabinieri hanno raccontato della frequenza con la quale, quando accorrono per sedare una rissa oppure un lancio indiscriminato di bottiglie di vetro contro obiettivi occasionali (le vetrine di un negozio come un tram, ignari passanti come i rider in attesa fuori dai ristoranti), i violenti non si fermano. Non lo fanno all’udire in lontananza le sirene delle pattuglie; non lo fanno alla discesa dei carabinieri delle macchine.

Teodora Poeta per "il Messaggero" il 5 gennaio 2021. È finito a processo accusato di aver maltrattato il padre. Quel padre che, a sua volta, lo aveva picchiato da bambino. Così il giudice lo ha assolto: cresciuto in un clima di violenza, l' imputato ha creduto di potersi comportare in quel modo. «Adesso bisognerà attendere le motivazioni - spiega l' avvocato difensore, Pierfrancesco Manisco - ma noi siamo già pienamente soddisfatti della sentenza di primo grado». Protagonista della vicenda un 28enne della provincia di Teramo, all' epoca dei fatti convivente con i genitori e due fratelli. A far finire la loro storia in un fascicolo aperto dal pubblico ministero Enrica Medori, la segnalazione dei vicini di casa dopo una delle tante liti familiari terminata con l' arrivo dei Carabinieri davanti alla porta dell' abitazione. Così è scattata la denuncia di entrambi i genitori nei confronti di uno dei figli, il 28enne, accusato di maltrattamenti in famiglia. In particolare, come si legge nel capo d' imputazione, il giovane avrebbe avuto continui comportamenti offensivi in particolare verso la madre, con parolacce ed epiteti, fumato marijuana all' interno della casa familiare tanto «da disperderne le esalazioni per tutta l' abitazione» e costretto i familiari ad inalarne i fumi, avrebbe tenuto il volume della musica particolarmente alto così da disturbare il riposo dei conviventi e rifiutarsi di abbassarlo nonostante le richieste. Infine avrebbe avuto «atteggiamenti violenti nei confronti del padre». Tra i due ci sarebbe stata una lite con un pugno al volto dato proprio dal figlio, talmente forte da provocare la rottura della dentiera. Eppure agli atti non sono risultati certificati. Così come non sono risultati certificati che attestassero neanche presunti litigi finiti alle mani anche con gli altri fratelli. Il principale accusatore del 28enne è stato proprio suo padre, l' uomo che lo ha trascinato a processo. L' imputato non si è mai sottoposto all' esame, ma ha reso spontanee dichiarazioni, durante le quali ha ammesso un solo episodio di violenza contro il genitore, accaduto un paio di anni fa, giustificato dal fatto di aver sempre preso le botte da lui. «Ho visto mio padre che fin da piccolo alzava le mani e ho imparato a farlo. Ho pensato che si potesse fare così», ha detto di fronte al giudice Domenico Canosa. «Una circostanza ha spiegato anche il difensore, l' avvocato Manisco ritenuta credibile dal giudice perché confermata pure da sua madre in dibattimento». La donna, infatti, che è stata sentita come teste, ha dichiarato di non aver mai avuto paura del figlio, ma piuttosto di suo marito. Alla fine delle udienze, la stessa Procura aveva chiesto l' assoluzione. E infatti il 28enne è stato assolto perché il fatto non sussiste con il Tribunale che ha proceduto alla riqualificazione del reato in ingiurie e lesioni con il primo reato depenalizzato e il secondo non procedibile per difetto di querela. Si tratta di fatti contestati che sarebbero avvenuti tra il 2009 e gennaio 2019. Dieci anni durante i quali, comunque siano andate le cose, in famiglia non c' è stato il buon esempio del padre per cui, secondo il giudice, anche uno dei figli ha tenuto comportamenti simili ai suoi. Atteggiamenti sbagliati, ma non per questo è stato condannato.

·        Parliamo del Culo.

Costanza Cavalli per "Libero quotidiano" il 15 aprile 2021. In casa o al lavoro, in auto e al supermercato, abbiamo tutti la bocca sempre piena di culo. Nessuna parte del corpo è più citata, vezzeggiata, infamata, schernita, financo travisata. Essa attraversa le epoche intatta, centrale nei discorsi quanto nella topografia del corpo umano. Tutto ciò che è fisiologico interagisce con il cervello, è questo il motivo per cui - il culo - ce l' abbiamo sempre in mente, e pronunciarne il termine, pensateci, per gioia o per stizza, è scaramantico, quasi religioso: invariabilmente induce nel portatore del culo nominato la percezione di una invisibile liberazione o di una inscalfibile sentenza. Una delle opere di Haris Lithos, artista che dipinge grandi tele con forme astratte monocromatiche e dipinte con il proprio sedere Si può dire infatti che ognuno di noi dipende molto strettamente dal buon funzionamento del suo posteriore, almeno quanto, risalendo lungo una immaginaria linea verticale, dall' efficienza del cuore e del cervello. Il culo è quasi un oroscopo: può fare cominciare bene o male una giornata, e quando va in tempesta la può rendere inutilizzabile; una sua protesta sonora può indurre imbarazzi e un suo comando alla ritirata è senz' appello, può indifferentemente interrompere un incontro amoroso quanto la stipula di un accordo internazionale.

MODI DI DIRE. Non è quindi strano, ma va precisato, che nessun culo, scritto o parlato o pensato, viene dal nulla. La parola in sé viene dal greco "kòilos", che significa vuoto, concavo (cioè l' ano), da cui discende anche "colon". La maggior parte delle sue declinazioni popolari ha origini di facile lettura con qualche sorpresa. Per esempio "Avere culo", e tutte le sue forme contratte o traslate (es. "la fortuna con la C maiuscola"). Secondo l' etologo Desmond Morris (leggete "L' uomo e i suoi gesti") le natiche femminili sono un richiamo sessuale primordiale, e in molti primati le loro dimensioni aumentano durante l' ovulazione: la femmina mostra il posteriore al maschio, e più grosso è meglio è. Il linguista Ottavio Lurati ha poi osservato che le parti del corpo collegate alla riproduzione hanno preso un significato simbolico, sinonimo di vitalità che allontana la morte e le disgrazie, e quindi di buona fortuna. La variante "botta di culo", invece, pare si riferisca a una fortunosa spinta da dietro che lancia in avanti, o permette di balzare in groppa a un destriero, da cui "essere a cavallo", quindi in vantaggio. Pare che la fonte indiretta dell' espressione sia Virgilio, che ha legato la figura del cavallo alle fortune di Cartagine e della sua regina Didone, la quale costruì la città nel luogo in cui rinvenne una testa equina. La magica relazione fra il posteriore e i favori del caso è entrato anche nella mitologia contemporanea, grazie alla particolare religiosità di Vittorio Feltri, che a coronamento della sua (e di molti altri) certezza che senza fortuna non si va da nessuna parte ha istituito, extra-calendario, un santo apposito da invocare a piacimento, SanCulo. Il culo nella modernità ha preso molte strade. "Avere il fuoco al culo" per dire agitazione o fretta, "le pezze al culo" per dire povertà, "la bocca a culo di gallina" per l' espressione indignata (o perplessa) con le lebbra strette e piene di pieghine. E poi "faccia da culo" (cioè senza vergogna), leccaculo (disposto a tutto in cambio di un vantaggio), "farsi un culo così", che è il rovescio di "fatto con il culo"; "fare il culo" a qualcuno, essere "culo e camicia". Ma la parte del leone è appalto dell' onnipresente "dar via il culo", dai molteplici indirizzi, il cui più frequente è la contrazione "vaffaculo": umiliazione doppia, perché il sedere usato come arma verbale è anche il bersaglio e proprietà della vittima: nessuno ha mai minacciato un altro dicendo "ti colpirò con il mio culo".

IN LETTERATURA. Nel passato il culo è stato non di meno presentissimo: sarebbe ingiusto e anzi marcatore d' ignoranza idealizzare i tempi andati come elegantemente carenti di quotidiane epistrofi armate sui fondoschiena altrui. Al contrario, le grandi menti di ogni epoca non hanno avuto timidezze nell' infarcire le loro opere di fondoschiena e di parti ad esso accolite. E i compilatori dei manuali del liceo hanno sudato molte camicie a costruire tratturi linguistici per non citare quelle parole: così hanno distrutto gente come Catullo, Marziale e Giovenale, solo con Dante hanno fallito, dato che era impossibile schivare il diavolo che «avea del cul fatto trombetta» nel XXI Canto dell' Inferno. A proposito di Dante, il cui vocabolario volgare camuffa spesso le invettive più truci, se il tema vi interessa potete leggere "Le parolacce di Dante Alighieri" del filologo Federico Saguineti. Per quanto riguarda il ripristino della verità sugli antichi, oggi che il culo è stato sdoganato anche nelle traduzioni, dovrete sfogliare una seconda volta molti classici, ma vi divertirete leggendo Persio, poeta vissuto sotto Nerone, che scriveva versi difficili nella convinzione che la satira fosse la verità che si rivela senza bisogno di qualcuno che ascolti, come un barbiere che dice sottovoce in un buco per terra «Midas ha le orecchie da culo!». Molto più sfrontato era Catullo («Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca / Aurelio succhiacazzi e Furio frocia sfondata»). L' espressione "Restare con il culo per terra" pare abbia un'origine medievale: i longobardi usavano esporre chi veniva punito per debiti facendogli togliere i pantaloni e appoggiare le natiche sull' erba. Rimanendo all' economia, il nostro amico culo è stato anche variamente chiamato in causa per inoculare nel popolo pillole di saggezza. Su uno degli scranni del coro quattrocentesco in legno decorato a bassorilievo nella Oude Kerk, la chiesa più antica di Amsterdam, è raffigurato un uomo in posizione evacuatoria sotto il quale è scritta la massima "i soldi non escono dal retro". Lo scrittore spagnolo seicentesco Francisco De Quevedo si interessò molto al culo, ne constatò la tensione verso la perfezione sferica e il suo imperio sul resto del corpo: «Ha un solo occhio, ma è più necessario quello che i due occhi del viso». Per non dire, facendo un passo indietro al Cinquecento, dello scrittore francese Francois Rebelais, il cui Gargantua è uno scoppiettìo continuo: «Affermo e sostengo, che non v' è miglior nettaculo d' un papero ben piumato () sia per la soavità di quel suo piumetto, che per il temperato calor naturale del papero, il quale facilmente si comunica al budello culare (), concludendo che anche la beatitudine di eroi e semidei stia nel fatto che si nettano sempre il culo con un papero, e tale è altresì l' opinione del nostro maestro Duns Scoto». Ah: Duns Scoto è stato un importante filosofo scozzese del Duecento. Inoltre, fu chiamato "Dottor Sottile" ottocento anni prima di Giuliano Amato, il presidente del Consiglio che, come ricorderete, alle 4 del mattino del 10 luglio 1992 inflisse un prelievo forzoso del 6 per mille dai nostri conti correnti, mettendocelo indovinate dove.

·        L’altezza: mezza bellezza.

Jessica D'Ercole per “La Verità” l'11 dicembre 2021. Gli olandesi, il popolo più alto del mondo, si sono abbassati. Rispetto a 30 anni fa, le donne si sono rimpicciolite di 1,4 centimetri e gli uomini ne hanno perso uno. Lo studio della Cbs non esclude che l'abbassamento sia dovuto all'immigrazione, anche se fa notare che «gli uomini senza antenati migranti non sono cresciuti di statura». A metà Ottocento l'olandese medio era alto circa 1,63 metri, 150 anni dopo - anche grazie a una dieta a base di formaggi, latte e yogurt, secondo alcuni studi - è cresciuto fino a 1,83 metri. Tuttavia hanno poco da lamentarsi: anche se hanno perso un centimetro, il 21% degli uomini è più alto di un metro e 90 attestandosi così, per la cinquantesima volta in 50 anni, il primato in altezza dell'intero globo. A fare da contraltare ai giganti dei Paesi Bassi sono gli abitanti di Timor Est che, nonostante la salutare aria di mare, non superano il metro e 60, una bassezza da far invidia a Danny DeVito che, dall'alto dei suoi 147 centimetri, si è sempre autoproclamato «il nano più alto del mondo!». L'attore, della sua statura, ci ha sempre riso su tanto che in questi mesi sta girando il sequel de I gemelli affianco ad Arnold Schwarzenegger (188 cm). Non aveva lo stesso coraggio Raffaella Carrà (168 cm) che, nonostante non fosse la più bassa, soffriva molto quei dieci centimetri che la separavano da Mina (178 cm). Ricordava Gigi Vesigna, storico direttore di Tv Sorrisi e Canzoni: «Quando fecero insieme Milleluci, io feci una copertina di Tv Sorrisi e Canzoni con loro due, e metterle d'accordo fu una via crucis. Raffaella per avvicinarsi a Mina mise degli zatteroni con una zeppa pazzesca. Mina, che non voleva dargliela vinta, si infilò delle scarpe altissime, e si innescò una corsa al rialzo; in più il fotografo usò degli obiettivi che allungavano. Alla fine le foto erano assolutamente sproporzionate». Usa tacchi altissimi anche la scrittrice argentina Isabelle Allende (150 centimetri scarsi). Se potesse ne farebbe a meno ma «sono così bassa che per me è impossibile guardare le persone in faccia: le guardo all'altezza dell'ombelico, e poi vedo le loro narici e i peli dentro. È orribile». Paradossale, invece, la cantante australiana Natalie Imbruglia (160 cm) che fino alla tarda adolescenza era convinta d'essere troppo alta: «Tutti i miei familiari erano più bassi di me». Non ebbe da mettersi tacchi Gabriele D'Annunzio (158 cm) che, per arruolarsi, si aggiunse semplicemente 5 centimetri e, per sua fortuna, nessuno stette lì a misurarlo. Fosse nato una manciata d'anni più tardi non avrebbe neanche dovuto mentire. Vittorio Emanuele III (152 cm), il più piccolo dei Savoia e per questo soprannominato «Sciaboletta», costrinse il regio esercito italiano ad abbassare la statura minima per il reclutamento. Di politici bassi il mondo ne è pieno, da Amintore Fanfani (163 cm) che chiedeva senza problemi pacchi di giornali per meglio arrivare al microfono nei comizi, all'attuale ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta (154 cm) che, stufo di essere preso di mira solo per la sua statura, nel 2013 si lamentò sulle colonne del Corriere: «Massimo D'Alema mi ha chiamato energumeno tascabile, Furio Colombo mini-ministro. La damnatio di Gino Strada, la «seggiola» di Dario Fo, gli psicologismi d'accatto di Francesco Merlo, per cui la mia politica sarebbe frutto del mio complesso... Bastaaa!!! Una battuta la accetterei. Ma in queste parole infami c'è lo sguardo che mi è dedicato, ed è profondamente razzista. Io sono piccolo. Perché tanta ferocia nei miei confronti?». Sotto al metro e 60 ci sono stati anche Ben Gurion (152 cm) e Deng Xiaoping (152 cm), Yasser Arafat (157 cm) e Mahmoud Ahmadinejad (158 cm). Il record di capo di Stato più basso di sempre spetta però al presidente messicano Benito Juárez (137 cm) ma la sua altezza non gli ha di certo impedito di passare alla storia come uno dei più importanti personaggi politici del Paese. Più alto ma non abbastanza per non soffrire «della sindrome dell'uomo piccolo» l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy (164 cm) che nel 2009, durante la commemorazione dell'anniversario dello sbarco in Normandia, per non sfigurare a fianco del collega statunitense Barack Obama (187 centimetri), fu immortalato mentre teneva il suo discorso su uno sgabellino. Poi, dato che non bastava costringere la moglie Carla Bruni (175 cm) a rinunciare ai tacchi, quando posava affianco a lei, non esitava per la gioia dei fotografi a mettersi in punta di piedi. Più di recente anche il suo successore Emmanuel Macron (173 cm) che, pur non essendo propriamente basso, quando ha stretto la mano del primo inglese Boris Johnson (175 cm) ha recuperato quel paio di centimetri che li separavano facendo leva sui piedi. Per anni abbiamo sentito dire che nelle scarpe di Silvio Berlusconi (tra i 165 e 171 cm) ci fossero magici tacchi occulti ma, per sfatare il mito una volta per tutte, l'ex presidente del Consiglio s' è tolto le scarpe in pubblico mostrando suole più che ordinarie. Al contrario del leader coreano Kim Jong-Un (tra 162,5 e 170 cm) che, stando al giornale Choson Ilbo, nasconderebbe nelle scarpe un rialzo di ben 7 centimetri e mezzo. Nessuno però osa confermare. L'importanza della statura per i dittatori coreani non è un mistero dato che suo padre Kim Jong Il, che di centimetri ne misurava due in meno del figlio, le scarpe se le faceva montare direttamente su degli zatteroni. I rialzi interni piacciono molto anche ai divi di Hollywood, da Richard Gere (tra 168 e 170 cm) a Zac Efron (dai 168 ai 172 cm), passando per Tom Cruise (tra 168 ai 170 cm) e Antonio Banderas (dai 170 ai 174 cm). La vita però non è facile neanche per chi guarda il mondo dall'alto in basso. Usain Bolt (195 cm) ha sempre avuto difficoltà a correre i primi 30 metri: «Sono troppo alto, questione di baricentro, fatico a uscire dai blocchi, i primi tre appoggi mi danno problemi». Clint Eastwood (193 cm) non riusciva ha trovare lavoro: «Era sempre la stessa storia: avevo la voce troppo bassa, strizzavo troppo gli occhi, ero troppo alto... E so che se in questo istante entrassi in un ufficio casting dove nessuno sa che sono Clint Eastwood, mi ripeterebbero le stesse cose. La mia voce è ancora troppo bassa, continuo a strizzare gli occhi e di recente mi hanno paragonato a una piccola sequoia. Ma dopo i western che ho fatto in Spagna, all'improvviso sono diventato Clint Eastwood e adesso sono gli altri uomini troppo alti e che strizzano troppo gli occhi a maledirmi!». La ballerina Luciana Savignano, prima di diventare una stella, fu scartata dalla Danza dei Moretti all'Arena di Verona perché troppo alta: «Così nel corpo di ballo della Scala mi affidarono il ruolo del cavaliere in un'opera con la regia di Margherita Wallmann». Peter O' Toole (188 cm) avrebbe fare voluto più commedie romantiche, ma gli diceva che era troppo alto per il ruolo di un innamorato: «Avrei messo a disagio le partner». E infine lo scrittore James Ellroy (190 cm) dovette rinunciare alla sua passione, le Porsche: «Ne ho comprate ma le ho vendute perché sono troppo alto». Sembra chiaro che i centimetri in più o in meno non hanno però impedito a nessuna di queste persone di raggiungere i propri successi. A confondere le idee però ci si mettono gli studi, che in materia di alti e bassi, sono per lo più contradditori. Eccone alcuni: «Le donne basse di statura vivono più a lungo» (Albert Einstein College di New York); «le donne alte più di 175 centimetri hanno il 31% in più di probabilità di raggiungere i 90 anni rispetto alle donne alte meno di 160 centimetri» (Scuola per l'oncologia e la biologia dello sviluppo di Maastricht); «l'80 per cento dell'altezza di un individuo è determinata geneticamente» (Gwas per Nature Genetics); «nei Paesi in cui la qualità dell'alimentazione è migliorata negli ultimi decenni, le ragazze e i ragazzi sono in media sensibilmente più alti dei loro genitori (The Lancet); «l'altezza, per gli uomini, si traduce in uno stipendio più alto. Ogni sette centimetri in altezza corrispondono a quasi due mila euro in più l'anno» (Exeter Medical School); «i maschi di bassa statura sarebbero molto più affidabili dal punto di vista economico poiché tenderebbero a guadagnare più soldi» (Università del Michigan); «gli uomini bassi sono meno maturi, meno positivi, meno sicuri, meno virili, meno capaci, meno estroversi, più inibiti, più timidi e più passivi» (Stature and Stigma di Martel e Biller); «gli uomini alti meno di 173 cm un tasso di divorzi inferiore del 32% rispetto agli altri» (Università del Michigan). Cosa sia vero e cosa no, poco importa. Come amava dire il grande pittore Henri de Toulouse-Lautrec (152 cm): «Ho la statura del mio nome».

·        Il Linguaggio.

Giulia Cazzaniga per "la Verità" il 13 dicembre 2021. Claudio Marazzini dal 2014 è il presidente dell'Accademia della Crusca, punto di riferimento nel mondo per le ricerche sulla lingua italiana. Nata sul finire del Cinquecento con un programma culturale e di codificazione, l'accademia prende il suo nome dalla metafora di ripulitura del linguaggio, separazione tra crusca e farina. Qualche giorno fa questa istituzione ha «bocciato» schwa e asterischi, bandiere di un linguaggio inclusivo. Lo ha fatto con una risposta ufficiale ai numerosi quesiti giunti negli ultimi mesi, pubblicata online: Marazzini racconta che ha incontrato il consenso dei più illustri linguisti italiani, come Luca Serianni, oggi docente alla Sapienza.

Professore, il dibattito sul tema è acceso, vi siete esposti a polemiche, immagino.

«Ce ne sono state, sì, d'altra parte molti intellettuali si sono già espressi sull'introduzione di asterisco e schwa, alcuni a favore, altri contro. Ma il verdetto ufficiale dell'Accademia, in sintesi, è questo: l'asterisco e lo schwa rompono indebitamente un sistema generale caratterizzato dalla corrispondenza tra suono e grafia ». 

Impronunciabili, quindi inaccettabili?

«Lo schwa addirittura introduce un suono che non esiste, cioè pretende di cambiare artificialmente la pronuncia di una lingua reale. Inoltre questi espedienti non risolvono tutti i problemi. "Car* amic*" dovrebbe stare per "cara amica / caro amico", ma per distinguere "professore / professoressa" come dovrei scrivere? Professor*? E quante lettere sarebbero racchiuse dentro quell'asterico? Una? Quattro? Quante voglio, insomma. Come dire: mettici quello che vuoi tu. O dovrei utilizzare un'indistinta finale?».

Eppure al liceo Cavour di Torino hanno iniziato a introdurre l'asterisco anche nelle comunicazioni ufficiali.

«Sono torinese e ho studiato proprio in quel liceo, come anche mia figlia, ma devo condannare l'innovazione. Come ha scritto Paolo D'Achille nella sua risposta a nome dell'Accademia, la lingua formale non può accettare l'asterisco. Provi a immaginare una legge dello Stato piena di asterischi. Sarebbe un bel problema: sono testi già difficili da interpretare con l'italiano naturale». 

Resta inteso che ciascuno può scrivere in fondo come vuole?

«Credo sia ovvio che nessuna accademia linguistica del mondo ha il potere di imporre d'autorità le soluzioni che ritiene migliori. La Crusca si limita a fornire suggerimenti ben ponderati. Il fatto è che la lingua funziona secondo meccanismi collettivi autonomi, che si fondano sul consenso maggioritario degli utenti, sulla tradizione, sulle regole trasmesse dalla scuola. Gli insegnanti gettano le basi della riflessione grammaticale. Poi ogni utente si comporta secondo le proprie convinzioni, giuste o sbagliate che siano: esistono zone grigie in cui talora la norma linguistica oscilla. Ad esempio, il pronome "gli" per il femminile e per il plurale: "gli dico" per "dico loro" e per "le dico". La maggior parte delle regole, però, è stabile e condivisa, e non permette elusioni, pena la censura collettiva». 

Lei si è battuto per non utilizzare nemmeno «green pass», in favore di «certificato o passaporto» vaccinale. Ma è entrato nel linguaggio comune.

«Certo, anche nel mio, perché la lingua è un sistema collettivo e "green pass" è entrato stabilmente nell'uso. Ma mi diverto molto quando, nel treno Freccia Rossa, il controllore chiede il "green pass" in inglese ad anglofoni nativi, e questi cadono dalle nuvole, perché non sanno che cos' è. Il nome vero è semmai "digital Covid certificate" o "certificazione Covid". "Green pass" è inteso solo in pochissimi luoghi del mondo, e non nei Paesi anglofoni. Ma agli italiani piace tanto credersi inglesi più degli inglesi, o illudersi di essere internazionali a buon mercato. Sono stato battuto, se vuole, come pure su Covid al femminile, perché sciogliendo l'acronimo anche l'accademia di lingua francese, l'Académie française di Parigi, sottolineava la presenza della parola "desease", malattia. Però nella lingua vince sempre la maggioranza».

Rischia quindi di finire così anche per asterischi e schwa?

«Onestamente spero di no, ma fare i profeti è difficile. La maggior parte degli storici della lingua è del parere che fallirà, come è accaduto per la maggior parte dei tentativi di riforma della grafia fin dal Cinquecento. Il problema, in questo caso, è la forte spinta internazionale a sostegno di un presunto linguaggio "inclusivo". E la comodità, anche». 

Comodo nel senso di utile?

«No, nel senso che se si abbracciano queste soluzioni si è considerati automaticamente dalla parte dei "buoni". Si tratta di una scelta di conformismo che evita problemi. E in questo momento dà anche visibilità mediatica».

La lingua condiziona percezioni e pensieri? È un filtro attraverso il quale vediamo la realtà?

«Gli specialisti di linguistica, antropologia e scienze cognitive hanno dato risposte differenti. Un tempo si credeva che le popolazioni Inuit "vedessero" la neve in modo diverso, perché si credeva che la loro lingua avesse un'infinità di parole per definire i diversi tipi di neve. Poi si è scoperto che non avevano tutte quelle parole. Per di più, anche chi non ha le parole specifiche può cogliere le differenze tra la neve ghiacciata, quella farinosa, quella molle e fradicia. Insomma, le etichette non condizionano la percezione del reale, che è cosa diversa. Quindi il cosiddetto "filtro" della lingua non va sopravvalutato. Ogni lingua può dire tutto, anche se lo dice in modo diverso».

In questo caso c'è in ballo la questione del genere, o gender.

«Sì, ma come scrissero già nel 1984 Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, due colossi della cultura del Novecento, il genere grammaticale non è completamente sovrapponibile al genere sessuale, ma segue altri percorsi, cioè rappresenta un sistema di concordanze per far funzionale la lingua come sistema. Posso avere "la zebra" e "la lontra" per indicare animali, siano essi maschi o femmine. In altri casi ho i due generi: leone e leonessa. Ma la tigre è femminile anche se maschio, salvo "il tigre" che si metteva nel motore in un'epoca anteriore al risparmio ecologico di benzina, nella campagna pubblicitaria della Esso degli anni Sessanta». 

L'italiano è tacciato di essere sessista, patriarcale, non inclusivo. Quindi da cambiare.

«Una lingua non è mai tale. Al massimo lo sono i parlanti. Potrei essere patriarcale e antifemminista anche con gli asterischi. La correttezza e l'eleganza nella lingua dipendono, io credo, dal garbo con cui ci si rivolge agli altri, anche senza manomissioni artificiali. Molto spesso, ribadisco, le manomissioni nascono da una sorta di conformismo. Sono un modo per esibire la propria appartenenza ad un gruppo, o un modo per evitare contestazioni, per mettersi in sicurezza, o per cercare consenso». 

Oggi bonificare la lingua, e la storia, è una moda?

«Sì, pare che molti avanzino pretese per cambiare rapidamente la lingua a loro volontà, magari in buona fede, convinti di compiere un atto di civiltà. Le cose non sono però così semplici».

Ha un colore politico questa tendenza?

«Finché si tratta di indicare i corrispondenti femminili di professioni un tempo esclusivamente maschili, le soluzioni si presentano facili. "Ministra", "avvocata" e via dicendo non dovrebbero stupire nessuno, e non creano problemi nel sistema della lingua. Diverso il caso di chi vuole modificare pronomi, grafia o persino pronuncia. Poi c'è chi vuole cancellare le parole "scorrette". Ci sono ragazzi che non osano più dire "vecchio", credendo che sia sempre un insulto». 

O «negro», indicata da Repubblica come «la parola con la N».

«Certo, con grande imbarazzo degli spagnoli, che hanno solo la parola "negro" per dire "nero". Un colore, insomma, come per noi le "negre chiome" in A Silvia di Leopardi. Ma lo scarto "nigger/black" dell'inglese si è imposto draconianamente come una legge anche nelle lingue romanze, persino là dove non aveva senso. In realtà ogni parola, anche la più innocua, può essere offensiva, se pronunciata offensivamente. La pretesa di cambiare le parole per cambiare la società può dar luogo a una pericolosa utopia, quella della lingua purificata e "perfetta" che rende l'uomo migliore».

Abbiamo rischiato di perdere anche il termine Natale.

«Sì, ma poi la Commissione europea ha ritirato quei suggerimenti, contro i quali si è pronunciato ormai persino il Papa. Credo che in futuro si procederà con più cautela». È a favore di esami di maturità solo in forma orale, senza scritti?

Perché?

«Anche in questo caso non posso far altro che riferirmi a una posizione ufficiale presa dalla Crusca: la dimensione scritta della lingua è assolutamente necessaria, e per di più è quella in cui gli studenti mostrano più difficoltà. Per questo l'esame scritto è insostituibile».

Francesca Nunberg per “il Messaggero” l'11 dicembre 2021. Vedi alla voce del verbo ricordare. Ma ricordare bene. Perché se invece del mitico E che, c'ho scritto Jo Condor? col passare degli anni il nome dell'avvoltoio di Carosello è diventato Giocondo, significa che avete bisogno di un dizionario. Parole per ricordare. Dizionario della memoria collettiva di Massimo Castoldi e Ugo Salvi racconta tutta la storia: il villaggio di montagna in pericolo, l'arrivo del Gigante amico e il lieto fine con le barrette di cioccolata. Che si tratti di un dizionario anomalo non c'è dubbio: non inizia con Abaco ma con A babbo morto, (espressione toscana riferita a debiti saldati con un'eredità), per arrivare alla z di Mago Zurlì, passando per la h di Ha da passa' a nuttata di Eduardo, la o di O così o Pomì e la q di qb, acronimo di quanto basta. La verità è che non basterebbe mai. La trama è quella della nostra storia, gli show della tv quando c'era solo quella, il cinema, i modi di dire, i fumetti, ma anche gli eventi tragici, la politica, le tradizioni popolari. Com' eravamo ma senza nostalgia perché il nuovo avanza comunque: troviamo la voce Quattro più quattro di Nora Orlandi (coro nato nel 1964, usato oggi per designare persone che parlano all'unisono) ma anche il Concertone del Primo maggio, il Dadaùmpa delle gemelle Kessler e il Dopofestival di Sanremo. È un dizionario che comprende usi evocativi, allusivi, metonimici e antonomastici della lingua italiana. Ma che ne sarà dell'uomo del monte (quello dei succhi di frutta) o di Tafazzi (il personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo) quando nessuno ricorderà più le loro apparizioni in tv? «Abbiamo esplorato una zona della lingua non rappresentata dai dizionari di uso e dalle enciclopedie - spiega Massimo Castoldi, 61 anni, filologo e docente di Filologia italiana a Pavia, milanese come l'altro autore, Ugo Salvi, 61 anni, fisico in pensione - Normalmente se cerco azzeccagarbugli in un dizionario non lo trovo, e se lo trovo non so cosa rappresenti per la collettività. Quindi siamo partiti dall'antonomasia, nomi propri che diventano nomi comuni e viceversa, come l'Avvocato, il Pirata, Penelope, paparazzo e torquemada (crudele generale dell'Inquisizione), poi siamo passati alla dimensione metonimica e evocativa del linguaggio, come borsalino o chianti. Ma il terreno è fluido, alcune parole diventano antonomasie e altre no: esiste la carrambata, da Carràmba! Che sorpresa, mentre il meteorologo Bernacca che pure inseriamo nel dizionario, non ha dato origine alla bernaccata. Insomma abbiamo messo insieme un dizionario quasi impossibile, a nostra assoluta e totale discrezione». Settemila voci, circa mille in più e pochissime in meno rispetto alla prima edizione di 18 anni fa. Ci sono Caporetto e Vermicino, l'abominevole uomo delle nevi e bimbominkia di renziana memoria, c'è l'eskimo e il caschetto alla Vergottini, la bella mbriana (fata che protegge dal munaciello di Napoli), i cavoli a merenda, i quattro salti in padella e le gambe che fanno giacomo giacomo. Espressione che deriverebbe dalla stanchezza dei pellegrini giunti al santuario di Santiago de Compostela dove erano custodite le spoglia dell'apostolo Giacomo... «Molte parole sono condivise anche se nessuno sa più da dove vengano - spiega Castoldi - non si dice più quell'uomo è un carnera, dal pugile friulano campione dei pesi massimi nel 1933, e forse nemmeno Nuvolari, ma questi termini hanno ancora un forte potere evocativo. Abbiamo inserito uomo di mondo, nelle due accezioni: quella di Manzoni che fa definire così i bravi a Don Abbondio e quella di Totò che dice Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo». Si volteggia tra la storia (Addavenì Baffone per Stalin, il Bagnasciuga, soprannome di Mussolini che usò il termine per errore al posto di battigia) e la cronaca (troviamo il biondino della spider rossa, il killer di Milena Sutter, ma anche Bolzaneto, la caserma dei pestaggi durante il G8 di Genova del 2001). Alla voce Achille Lauro c'è però la storia dell'armatore napoletano, il sequestro nell'85 da parte dell'Olp, i risvolti politici con Craxi e Andreotti, ma manca l'Achille Lauro dei nostri giorni, il rapper che quest' anno tornerà a Sanremo. «Ci dev' essere sfuggito - ammette Castoldi - però lo citiamo nella voce Me ne frego, che è il titolo della sua canzone ma anche il motto dei legionari dannunziani a Fiume». Nessuno ricorda più l'astronomo dilettante Paneroni, ma le sue teorie hanno avuto un revival con il terrapiattismo dei giorni nostri. Ma tra un secolo che senso potrà mai avere lavato con perlana? «Anche le voci destinate a cadere rimangono nella memoria collettiva - risponde Castoldi - E se oggi uno scrittore usa questa espressione in un romanzo, magari tra cent' anni a qualcuno verrà il ghiribizzo di aprire il dizionario per recuperarne il significato». 

Curiosità. Da Ok a Wi-fi: 6 parole che forse non hanno il significato che pensiamo. Fa Focus.it. Ci sono parole, che usiamo tutti i giorni, alle quali abbiamo sempre attribuito un significato o una certa etimologia. Invece in questi casi la realtà è un'altra. 

OK. L'etimologia di una delle parole più usate al mondo è un vero e proprio mistero.

Ok significa "va bene". Così come Wi-Fi sta per wireless fidelity e SOS per Save our souls (salvate le nostre anime). Giusto? E invece no, non è così. O meglio: il significato che abbiamo attribuito nel tempo a queste parole, acronimi e non, non è quello che avevano in origine. Perché se alcuni neologismi hanno un'etimologia precisa e verificabile, alcune delle parole che usiamo correntemente sono solo figlie di un guizzo creativo, e non hanno alcune senso apparente. Ecco 6 esempi illuminanti.

WI-FI. Si pensa che che la parola Wi-Fi sia sinonimo di “wireless fidelity”, proprio come, nel campo dell'audio, Hi-Fi lo è di high fidelity (alta fedeltà). Tuttavia, secondo Alex Hills, tra i creatori delle prime reti Wi-Fi non è così. La parola fu coniata solo per ragioni di marketing. Le specifiche tecniche utilizzate dalle reti wireless appena create (descritte da uno standard che ha un nome, IEEE 802.11, che è tutto un programma!) erano poco orecchiabili. Nel suo libro, Wi-Fi and the bad boys of radio, Hills ricorda che i membri della Wi-Fi alliance hanno scelto la parola principalmente perché suonava bene, e il legame naturale tra Hi-Fi e Wi-Fi probabilmente ne ha aiutato la diffusione. Ma le due parole non hanno nulla a che fare l'una con l'altra e non sono in alcun modo collegate.

SOS. Un po' tutti abbiamo sentito dire che SOS sia l'acronimo di Save Our Souls (Salvate le nostre anime) o, secondo qualcun altro, Save Our Ship (o Salvate la nostra nave in italiano). La verità è che il popolare acronimo della ricerca di aiuto non significa nulla di tutto ciò, ma nasce dal segnale universale nel codice morse di tre punti, tre trattini e altri tre punti. Introdotta ufficialmente nel 1905 dal governo tedesco, questa sequenza è infatti facilmente riconoscibile anche per l'orecchio inesperto. Questo a suo tempo fu ritenuto importante, in quanto avrebbe permesso alle navi in ​​acque straniere di inviare la richiesta di aiuto senza doversi preoccupare di eventuali... barriere linguistiche. Per altro, lo stesso segnale in codice morse può essere espresso in vari modi: le sequenze IJS, SMB e VTB, per esempio, danno vita a una stringa di punti e trattini praticamente uguale a quella prodotta da SOS. Tuttavia quest'ultima, alla fine, l’ha spuntata sulle altre sigle perché era più facile da ricordare e, forse, anche perché può essere letta in qualsiasi verso. Insomma, le interpretazioni di possibili significati che coinvolgessero anime e navi, sono arrivate solo dopo...

KODAK. Anche il marchio Kodak, uno dei più noti tra i fotografi, non ha un significato reale. Qualcuno ipotizzò che la parola Kodak fosse la rappresentazione onomatopeica del suono prodotto da un otturatore quando si scatta una foto.

Ma in realtà pare che il fondatore della compagnia, George Eastman, abbia coniato la parola semplicemente perché gli piaceva la lettera K: "una lettera forte e incisiva”. Eastman ha così optato per il nome Kodak perché ha pensato che fosse anche abbastanza semplice da non essere mai pronunciato male e sufficientemente distintivo da non essere confuso con un'altra parola. E poi di K ne conteneva ben due!

OK. Secondo lo Smithsonian Institute, le origini di OK, la parola più comune della lingua inglese (ma adottata anche da altre lingue, italiano in primis) non sono del tutto chiare. Ma una teoria comune e altamente plausibile è che sia stata coniata come un gioco di parole, senza un significato reale. Un giornalista del Boston Morning Post aprì il caso con un articolo sull'ortografia nel 1879, dove suggeriva che OK fosse un acronimo di "Oll Korrect", un deliberato errore ortografico di All Correct (tutto giusto), e che questo abbia poi contribuito al definitivo sdoganamento nel lessico popolare americano.

Ma le ipotesi non finiscono qui. OK potrebbe derivare dal gergo dei militari (inglesi o americani) inviati in perlustrazione per contare o recuperare i corpi dei soldati rimasti uccisi in battaglia. Di ritorno dalla perlustrazione, per comunicare tempestivamente il numero, scrivevano su una bandiera la cifra, seguita dalla lettera K (da killed che in inglese significa "uccisi”): se nessuno era morto sventolavano la bandiera con scritto "O K", ossia zero soldati uccisi. Una genesi analoga potrebbe avere prodotto il gesto, ormai universale, con cui oggi comunichiamo il nostro OK: in questo caso i soldati, mimando lo zero con il pollice e l'indice, intendevano comunicare

che non si contavano morti. Un'altra possibilità, infine, è che l'espressione abbia avuto origine in Europa o in Medio Oriente, dal momento che anche le tribù beduine del Sahara sembravano averne familiarità.

ZUMBA. Il nome di una delle discipline più popolari nelle palestre ha una storia bizzarra. Prima di essere conosciuto come Zumba, il programma di fitness era conosciuto come Rumbacize, una "parola macedonia" prodotta da Rumba (che in spagnolo significa danza) e da Jazzercise, un programma di esercizi simile popolare negli anni '90. I problemi sorsero, tuttavia, quando il creatore di Zumba, Alberto Perez, provò a registrare il marchio Rumbacize e scoprì che era già stato registrato furtivamente dal proprietario di una palestra in cui insegnava. Così si mise alla ricerca di una parola che colpisse. Zumba gli sembrò la scelta giusta, anche se fino ad allora non esisteva e... non significava nulla.

ALITOSI. Le pubblicità dei collutori oggi citano l’alitosi come il nemico da battere: eppure nonostante il termine evochi un che di scientifico… la parola "alitosi" di scientifico non ha proprio nulla. O meglio: il termine non esisteva finché titolare dell'azienda Listerine, negli anni '20 del secolo scorso, tentò di commercializzare un prodotto in grado di fare tanto da antisettico quanto da sapone per i pavimenti. Fu un fallimento.

Così Jordan Wheat Lambert (così si chiamava) decise di cambiare strategia e di commercializzare il suo prodotto come cura contro l'alito cattivo. E per convincere il pubblico ad acquistare il suo Listerine, Lambert perlustrò il dizionario e si imbatté in una vecchia parola latina che significa respiro, alito, che modificò in alitosi per attribuirle un alone di... malattia. L'azienda pubblicò poi una serie di annunci in cui sostenevano che l'alitosi era un problema cronico che affliggeva l'America, per il quale solo loro avevano la cura.

Perché si dice sei un bischero: dietro c'è la storia di una famiglia fiorentina. Il Tempo il 04 dicembre 2021. Ma chi erano i Bischeri? Erano una famiglia fiorentina ricchissima e avevano la proprio abitazione nei pressi del Duomo. Quando nel 1294 si decise di costruire la nuova cattedrale era necessario anche abbattere le vecchie case che si trovavano nelle vicinanze ovviamente dietro compenso. Ma i Bischeri furono l'unica famiglia che si oppose contro la demolizione dell'abitazione. Proprio dopo il diniego un vasto incendio devastò le proprietà della famiglia che cadde in disgrazia e fu costretta ad abbandonare Firenze. Da allora la parola biscaro significa "sciocco" ma non con un'accezione negativa bensì viene utilizzata in maniera amichevole e bonaria.

Il pronome neutro? Un atto di sottomissione alla dittatura woke. Roberto Vivaldelli il 6 Dicembre 2021 su Il Giornale. La Francia si ribella al cosiddetto "linguaggio inclusivo" e alla cultura "woke" dopo l'introduzione del pronome neutro del più popolare dizionario del Paese. La Francia non si piega alla "woke supremacy" che proviene dagli Stati Uniti e dai liberal identitari d'Oltreoceano. Lo scorso 19 novembre sulle colonne di questa testata vi abbiamo raccontato di come il pronome neutro "iel" - contrazione di "il" ( lui) e "elle" ( lei"), utilizzato dalle persone che si definiscono "non binarie" e che dunque non si riconoscono né nel genere maschile né in quello femminile - abbia fatto il suo ingresso nel Petit Robert, equivalente del nostro dizionario Garzanti, tanto per citare forse il manuale più popolare. Il pronome neutro è stato introdotto perché, secondo Le Petit Robert, viene sempre più usato dai francesi e sta diventando una parola comune, scatenando le proteste deputato di En Marche François Jolivet e del ministro dell'Istruzione nazionale, Jean-Michel Blanquer, secondo il quale "la scrittura inclusiva non è il futuro della lingua francese". Un dibattito, nel Paese d'oltralpe, che sta proseguendo con risvolti piuttosto interessanti e un fronte contrario alle istanze woke del politicamente corretto, sempre più agguerito. Un po' come quello maturato in Italia dopo la bocciatura dello "schwa" da parte della nota linguista Cecilia Robustelli, che da anni lavora con l'Accademia della Crusca.

Una forma di sottomissione

A schierarsi contro l'introduzione del pronome neutro nel dizionario francese è, come riporta Il Foglio, lo scrittore e membro dell'académie française Jean- Marie Rouart. "Una lingua come l'appartenenza a un Paese è un bene comune" scrive su Le Figaro. "Per beneficiare della loro protezione e dei vantaggi che ci forniscono, accettiamo di sottometterci alle loro leggi, alle loro regole, ai loro costumi, perché questa è la condizione di un contratto collettivo. Questa sottomissione non avviene senza qualche forma di sacrificio e frustrazione". La lingua francese, sottolinea, poiché è su quella che ci interroghiamo continuamente, "deve sottomettersi in maniera ossequiosa a tutte le aspirazioni individuali o di categoria?". Secondo Jean-Marie Rouart, il "desiderio di introdurre il pronome artificiale 'iel' come fa il dizionario di Robert", è "solo la coda della pressione esercitata dai sostenitori della scrittura inclusiva". Sarebbe sbagliato "prendere alla leggera queste distorsioni popolari fatte alla nostra lingua", poiché "sono i sintomi di una malattia profonda. Abbiamo sempre saputo che le lingue racchiudono valori essenziali: non sono solo un mezzo di comunicazione".

Un atto di autocolonizzazione

I fautori della cosiddetta "lingua inclusiva" dunque, intendono spalancare le porte dell'ideologia woke al linguaggio comune. Ad esempio, facendo il passare il messaggio che il "genere" sia un costrutto sociale indipendente dalla realtà biologica delle persone, come nel caso del pronome neutro, di fatto strizzando l'occhio alle istanze delle associazioni transgender. Come sottolinea Rouart, infatti, Il pronome "iel", così come la scrittura inclusiva, punta, "rispondendo a delle aspirazioni umanitarie certamente comprensibili e a delle sofferenze personali" che possono essere legittime come tutte le sofferenze,"a imporre la legge del movimento di importazione americana woke in tutti i campi: la storia, la società, i costumi. Vuole naturalmente influenzare le politiche". Ancor più duro Le Point, citato sempre dal Foglio, secondo il quale l'approvazione del pronome neutro "non è un'operazione linguistica" ma un "atto militante", che contribuisce "all'autocolonizzazione in corso". Il codice esclusivo ignora la lingua francese: "è brutto, sordo, semplicistico, moralistico, oltre che illeggibile e impronunciabile". Un po' come lo schwa che tanto piace alla sinistra Gauche caviar italica, un'aberrazione - più ideologica che linguistica - fortunatamente bocciata dalla Crusca. Anche se la resistenza contro la "dittatura woke" è solamente agli inizi. In Italia, come in Francia.

Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali,  è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

Marco Zonetti per vigilanzatv.it il 21 dicembre 2021. In quest'era dominata dal politically correct, dove le certezze sono scarsissime e la suscettibilità elevatissima, e nella quale è divenuto impossibile dire o scrivere (e presto probabilmente anche pensare) alcunché senza che qualche categoria di persone non si offenda (forse è offensiva anche la parola "categoria", ma ormai è fatta), ecco che viene criticata anche la scrittrice Michela Murgia, ancorché fautrice, e convinta propalatrice assieme a Chiara Tagliaferri, della vocale inclusiva ?, o scevà (dal tedesco Schwa), una formula neutra che sostituisce le desinenze maschili e femminili, così da non discriminare le persone transessuali o transgender. In una puntata del podcast Morgana, a cura di Murgia e Chiara Tagliaferri, è stata presa in considerazione la storia di Lana e Lilly Wachowski, registe e produttrici di Matrix, nati Larry e Andy prima di cambiare sesso. E Murgia e Tagliaferri, proprio loro, sono state accusate su Instagram di misgendering (ovvero di aver usato sacrilegamente sia le desinenze maschili sia quelle femminili rivolte a Lana e Lilly Wachowski) e ancor peggio di deadnaming, ovvero di aver utilizzato i loro nomi maschili prima del cambio di sesso. Insomma di essere ricorse a "pratiche linguistiche transfobiche". "Ma è possibile dover ricordare ancora una volta che non si parla di persone trans usando il deadname e il genere assegnato alla nascita? Sono distrutto, quando c'era stata la vicenda di Ciro Migliore Murgia si era esposta pubblicamente spiegando a collegh? e pubblico perché bisognasse parlare al maschile ed usare il nome Ciro e adesso 50 minuti di deadnaming e misgendering" leggiamo in un commento. In un altro, invece viene rimproverato alle due autrici: "Ricordiamoci di essere femminist? per tutte le donne, non solo quelle cis". Una critica fra tutte è ancor più furibonda: "Le storie sono assurde. Il deadname non si usa, i pronomi passati neanche, e la ? non c’entra nulla. E tu avresti dovuto insegnarlo ai migliaia di spettatori che hai, invece hai preferito allinearti ai media che commettono un errore che poi si ripercuote su noi persone trans. Ci chiedono il deadname tutti i giorni, usano i pronomi che preferiscono perché “si sbagliano” o “sui giornali dicono così e passano da un pronome all’altro” o “ci confondete perché siete confusi voi”. Questa non è informazione, è stato un massacro per le centinaia di migliaia di persone trans in Italia, ma d’altra parte probabilmente non t’interessa". Murgia, che solitamente è la prima a scatenare polemiche di tal genere puntando il dito a destra e a manca (soprattutto a destra), ecco che stata costretta a cospargersi il capo di cenere e correre ai ripari su Instagram. Fra le tante scuse addotte dalla scrittrice, leggiamo: "Abbiamo discusso molto di come scrivere questa puntata e anche di come pronunciarla, per esempio se con o senza schwa, per evitare la riduzione al binarismo. Sapevamo che qualunque scelta sarebbe stata problematica“. E qui sta la chiave di tutto: complice il politically correct portato all'estremo, ogni scelta linguistica è ormai purtroppo problematica e potenzialmente ingeneratrice di polemiche, e nel momento in cui la schwa in un linguaggio televisivo è inutilizzabile poiché trasforma la pronuncia delle parole in una sorta di parodia della cadenza pugliese, il contrappasso subìto da Murgia forse potrà incrinare il piedistallo costruito da certi moralizzatori che da mattina a sera scagliano i loro strali politicamente corretti contro chicchessia partendo da un'autoproclamata purezza. Ma del resto, come sosteneva l'intramontabile massima di Nenni: "Gareggiando a fare i puri, troverai sempre qualcuno più puro che ti epura.

"Storie assurde...". Harakiri Murgia: stavolta finisce malissimo. Roberto Vivaldelli il 21 Dicembre 2021 su Il Giornale. Michela Murgia e Chiara Tagliaferri accusate di "linguaggio transfobico" dopo aver trattato in un podcast la vicenda dei fratelli Wachowski, registi di "Matrix". Persino la paladina indiscussa della correttezza politica, Michela Murgia, è finita a sua volta vittima del neopuritanesimo politically correct. Perché a forza di lanciare il messaggio che tutti possono sentirsi offesi per qualunque cosa e le minoranze sono le avanguardie della storia, è un attimo incappare nel trappolone del politicamente corretto. In un'era in cui occorre misurare attentamente ogni singola parola, Michela Murgia - sì, colei che ha "sdoganato" lo schwa - è riuscita a far arrabbiare - e non poco - gli attivisti transgender. Come riportato da Vigilinaza Tv, ripreso da Dagospia, le offese all'indirizzo della scrittrice sono piovute a seguito di una puntata del podcast Morgana, a cura di Murgia e Chiara Tagliaferri, dove si era parlato della vicenda di Lana e Lilly Wachowski, registe e produttrici di Matrix, nati Larry e Andy prima di cambiare sesso. Murgia e Tagliaferri sono state accusate sui social prima di "misgendering" - avendo impiegato sia le desinenze maschili sia quelle femminili rivolte a Lana e Lilly Wachowski - nonché di "deadnaming," ovvero di aver utilizzato i loro nomi maschili prima del cambio di sesso. Un linguaggio "transfobico" a tutti gli secondo il nuovo vangelo del politicamente corretto.

Murgia accusata di "transfobia" sui social

Dure le critiche sui social all'inidirizzo della scrittrice: "Durante tutta la puntata il deadnaming si alterna all’uso dei nomi Lilly e Lana, rendendo il tutto molto confusionario per una persona (tipo me) che le ha conosciute già con i nomi femminili che portano oggi. Lana si è espressa in maniera molto coincisa e puntuale riguardo al deadnaming (che definisce come un "awkward bridge between identities") e al misgendering, nel suo discorso per il HRC Visibility Award del 2012" si legge fra i commenti.

E ancora: "Le storie sono assurde. Il deadname non si usa, i pronomi passati neanche, e la ? non c’entra nulla. E tu avresti dovuto insegnarlo ai migliaia di spettatori che hai, invece hai preferito allinearti ai media che commettono un errore che poi si ripercuote su noi persone trans. Ci chiedono il deadname tutti i giorni, usano i pronomi che preferiscono perché "si sbagliano” o "sui giornali dicono così e passano da un pronome all’altro" o “ci confondete perché siete confusi voi". Questa non è informazione, è stato un massacro per le centinaia di migliaia di persone trans in Italia, ma d’altra parte probabilmente non t’interessa". Un deciso passo falso per la scrittrice che tanto piace ai progressisti.

La difesa d'ufficio della paladina dello "schwa"

Dal canto suo, Michela Murgia ha replicato alle critiche sottolineando di "aver discusso molto di come scrivere questa puntata e anche di come pronunciarla, per esempio se con o senza schwa, per evitare la riduzione al binarismo. Sapevamo che qualunque scelta sarebbe stata problematica". Certo, sarebbe stato piuttosto divertente ascolaltare le due autrici alle prese con lo "schwa": probabilmente loro stesse si sono rese conto che ciò avrebbe reso la comprensione del testo praticamente impossibile. Per quanto concerne invece il politicamente corretto, Murgia dovrebbe sapere che è un fenomeno che non si pone limiti. Atomizza la società in minoranze particolari, in continua competizione fra loro, alla ricerca di ogni possibile rivendicazione e di diritto da invocare. In questa prospettiva, non c'è libertà di pensiero ma un linguaggio codificato da rispettare pedissequamente.

Roberto Vivaldelli. Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali,  è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

La crociata di genere "roba da ignoranti". Paolo Del Debbio si infuria: oltraggio alla lingua italiana. Arnaldo Magro su Il Tempo il 4 dicembre 2021. «Perché oramai, si è presa questa deriva irrecuperabile. E perché questi, sono semplicemente degli ignoranti. Non sanno di cosa parlano. Punto». Il tutto in perfetta calata della lucchesia. Un idillio per le orecchie. Paolo Del Debbio non usa mezzi termini, in tivù, per commentare la circolare del liceo Cavour di Torino, che inserisce l'asterisco per non urtare la sensibilità di genere. L'effetto è grosso modo il seguente: «Si comunica che vostr* figli* non si è presentat* in classe» oppure «student* promoss*». Da professore universitario prima ancora che giornalista, non ama affatto queste acrobazie grammaticali, proposte dalla sinistra: «È un oltraggio alla lingua italiana, lo ha detto l'Accademia della Crusca, è meglio usare il maschile plurale». È una società nella quale viviamo più interessata a curare l'apparenza e le cose futili ma che tralascia gli aspetti più essenziali per la crescita della nostra collettività. Una corsa questa, al ribasso culturale del Paese. Poi ognuno è legittimato nel perseguire nel modo più opportuno le proprie battaglie, che siano grammaticali, lessicali o di genere. La scrittrice Michela Murgia ad esempio, paladina della lingua inclusiva ed eteronormata, dall'omologazione che annulla l'identità, continuerà a perorare la causa con ogni probabilità della scwha.

Giordano Tedoldi per "Libero quotidiano" il 2 dicembre 2021. «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Se aveva ragione Mao, sotto il cielo della grammatica italiana la situazione è più che eccellente, è sublime. Tutto merito della discussione sullo "schwa", discussione che pare sia approdata al massimo dello sforzo dialettico: un gran casino. Nuovi contributi sulla questione arrivano con regolarità preoccupante, anzi, eccellente: ultimo quello dell'insigne Cecilia Robustelli, ordinaria di linguistica italiana all'università di Modena e Reggio Emilia. La professoressa Robustelli è da anni collaboratrice dell'Accademia della Crusca: la Cassazione, per così dire, della lingua italiana. Ed è anche in disaccordo sull'adozione dello "schwa" (e, lo dichiariamo subito, anche noi). Vediamo l'argomento di Robustelli: «L'italiano si può rendere più inclusivo, ma le proposte per farlo devono rispettare le regole del sistema lingua, altrimenti la comunicazione non si realizza, e la lingua non funziona». E ancora: «La funzione primaria del genere grammaticale in un testo è permettere di riconoscere tutto ciò che riferisce al referente, cioè all'essere cui ci riferiamo, attraverso l'accordo grammaticale. Se si eliminano le desinenze scompaiono tutti i collegamenti morfologici, e il testo diventa un mucchietto di parole delle quali non si capisce più la relazione».

IL GENERE Dunque, lo schwa, nella sua aspirazione di essere inclusivo, è piuttosto, secondo Robustelli, amorfo: invece di arricchire il significato, lo impoverisce. Non sta alla grammatica caricarsi di pesi impropri: «Il genere grammaticale viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere "socioculturale", cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l'appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo». Al contrario, rileva la linguista, si ha la sensazione che «il termine "genere" venga spesso usato con il significato di "sesso" e questa confusione complica il ragionamento, già di per sé complesso». Dunque occorre distinguere tra il genere grammaticale e il genere in senso, direbbe Robustelli, "socioculturale". Questo secondo non può essere espresso da una mera desinenza, la quale, peraltro, per necessità morfologica e strutturale (e noi aggiungeremmo anche estetica), non può essere sostituita da un simbolo, come, in passato, si tentò di fare, fallendo, con l'asterisco, né con soluzioni foneticamente confusionarie o innaturali, come quando si provò a introdurre la desinenza in "-u." Ma queste sono nostre opinabili considerazioni, torniamo alla professoressa Robustelli, la quale afferma che con l'introduzione dello schwa «si eliminano gli accordi tra le parole e si mina l'intera coesione testuale: e questo è un fatto grave». Perché, citando Elias Canetti, la lingua è fatta per l'uomo- si intenda: la specie umana -, e non l'uomo per la lingua (altra nostra chiosa), e dunque, e qui è Robustelli a parlare: «quando si cambia qualcosa in una lingua ci si deve innanzitutto chiedere se quel cambiamento funziona per assolvere allo scopo che un sistema linguistico deve compiere, cioè la comunicazione». E ancora: «spesso le proposte ingenue sono animate da buone intenzioni ma irrealizzabili nella realtà della lingua italiana. Piuttosto di affidare alla grammatica il compito irrealizzabile di comunicare nuovi generi o la decisione di non accettarli, perché non intensificare la discussione sul loro significato e approfondire le ragioni che ne motivano la richiesta di riconoscimento sociale? È il discorso il luogo adatto a questo scopo, non la grammatica». Per quanto ci riguarda, qui scattano i fantozziani 92 minuti di applausi. Brava Robustelli! Ma la professoressa ha ancora qualcosa da aggiungere sul fatto che lo schwa in realtà depotenzia l'indicazione del genere, e in particolare quello femminile, mentre è «fondamentale nella lingua italiana nominare donne e uomini con termini maschili e femminili e usare al femminile anche i termini che indicano ruoli istituzionali e professionali di genere femminile se sono riferiti a donne». E questa «non è soltanto una posizione femminista: è una posizione da linguista, perché se non si attribuisce alle donne il titolo femminile, si trasgredisce ai principi di accordo e assegnazione di genere che invece permettono di riconoscere, disambiguare e anche valorizzare le donne, dando inoltre un'immagine della realtà conforme a quella che è ora, non 50 anni fa». Tutto ciò la professoressa Robustelli lo ha dichiarato alla "agenzia DIRE": e non vediamo dove avrebbe potuto dire meglio.

Vittorio Lingiardi per “Specchio - La Stampa” il 16 novembre 2021. Negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi del vocabolario usato per definire generi, identità e orientamenti sessuali. Il paesaggio è sempre più vasto e articolato, abitato da una pluralità eterogenea di soggettività. Alcune sembrano avere radici profonde nella realtà psichica e in quella storica, altre sembrano più transitorie e volatili. Il linguaggio è in continuo aggiornamento e non mancano gli spunti polemici e le prese di posizione forti sia sul versante della conservazione linguistica, sia su quello dell’innovazione. Per questo motivo proponiamo ai lettori una mappa lessicale per orientarsi in questo panorama.

Identità sessuale: è data dalla complessa interazione tra aspetti biologici, psicologici, sociali e culturali di una persona, è costituita da diverse componenti in relazione tra loro: il sesso anatomico (i più "politically correct" lo definiscono "sesso assegnato alla nascita"), l'identità di genere, l'orientamento sessuale e infine, il ruolo di genere.

Identità di genere: fa riferimento al senso soggettivo di appartenenza al genere maschile, a quello femminile o a un genere alternativo che può corrispondere o meno al sesso "assegnato alla nascita" e alle caratteristiche sessuali primarie o secondarie. Il genere viene oggi concepito nella sua forma poliedrica e dimensionale, come uno spettro. 

Orientamento sessuale e affettivo: è un aspetto multidimensionale dell'esperienza umana e descrive da chi siamo attratti: emotivamente, romanticamente e/o sessualmente. Può includere i nostri comportamenti e le nostre fantasie, ed è strettamente legato ai nostri bisogni di amore, attaccamento e intimità.

L'orientamento sessuale può essere omosessuale, bisessuale, eterosessuale. Oggi si parla anche di un "orientamento asessuale", categoria al momento più "mediatica" che scientifica e che a mio avviso ancora richiede approfondimenti sia psicologici sia culturali. 

L'identità di genere e l'orientamento sessuale sono due aspetti separati e indipendenti, ma spesso in dialogo tra loro.

Ruolo di genere: si riferisce a comportamenti e atteggiamenti che all'interno di una società e di un determinato periodo storico, sono tipicamente attesi, preferiti e attribuiti a un genere. 

In altre parole, riguarda le aspettative (familiari, sociali) sui ruoli e gli stili che "l'Uomo" o "la Donna" dovrebbero ricoprire. Per esempio: l'uomo deve essere forte, un uomo che piange è debole (Boys don't cry). 

Fluidità sessuale: l'identità sessuale non è immutabile ma può evolversi nel corso del ciclo di vita della persona. La fluidità sessuale descrive i possibili mutamenti dipanati nel tempo delle nostre attrazioni e dei nostri comportamenti sessuali. Per esempio: Flaminia ha sempre provato attrazione esclusivamente per donne, fino ai 30 anni quando si è innamorata di un collega.

Fluidità di genere: fa riferimento a un cambiamento multidirezionale nell'espressione, nell'identità e nell'esperienza del genere. Più che una migrazione da un polo a un altro (M F), riguarda l'oscillazione o la negazione dei tradizionali confini tra i generi. Per esempio: Eli esprime il proprio genere lasciandosi chiamare sia al maschile che al femminile. Quando è invitata una festa, si prepara indossando con eleganza bretelle e papillon, truccandosi con del glitter e mettendo lo smalto alle unghie.

Intersex: termine che fa riferimento alle possibili variazioni delle caratteristiche del sesso anatomico, cromosomico e/o gonadico che si discostano dalla visione binaria e dicotomica del sesso e del genere. Descrive persone che hanno caratteri sessuali primari e/o secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Nella definizione dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, le persone intersessuali hanno un corpo che «non corrisponde alla definizione tipica dei corpi maschili o femminili».

Queer: termine ombrello che racchiude la pluralità delle soggettività appartenenti alle minoranze sessuali e di genere che decidono di non "incasellarsi" in un'unica definizione identitaria eteronormata. Le persone "queer" hanno un orientamento sessuale e/o un'identità di genere non-normativi. 

Cisgender (o Cisgenere): descrive le persone la cui identità di genere è allineata con il sesso assegnato alla nascita. 

Transgender (o Transgenere): termine ombrello che include le persone la cui identità di genere non corrisponde al sesso assegnato alla nascita, facendo riferimento a un'ampia varietà di identificazioni. Può anche comprendere le persone che si identificano al di fuori del binarismo di genere.

Non binarismo: si intendono "non binarie" le persone la cui identificazione o espressione di genere travalica il tradizionale dualismo uomo-donna, e la cui esperienza può essere percepita ed espressa in una varietà di modi compreso quello di non appartenere ad alcun genere, l'appartenere a entrambi o l'alternarsi tra i generi. 

Agender: termine che indica una persona che non si identifica con alcun genere in particolare.

Schwa: simbolo che permette un'espressione linguistica neutrale e più inclusiva utilizzata al posto delle desinenze tradizionali. Si tratta di un fonema con suono vocalico neutro che viene proposto come alternativa all'uso del maschile sovraesteso, garantendo il riconoscimento paritario delle diverse variazioni della soggettività. Viene anche impiegato per fare riferimento a persone non binarie o agender.

Pronunciare lungo i bordi. La permalosità dei romani e l’incomprensibile strascicato di Zerocalcare. Guia Soncini su L'Inkiesta il 20 Novembre 2021. Per dovere sociale ho visto la prima puntata della serie Netflix di cui parlano tutti. E ho trovato la conferma che a Roma pensano davvero che quello scempio della logopedia sia italiano corretto. Mi sono persa tutto il dibattito culturale su Parasite, e quindi non so se all’epoca qualcuno avesse detto che certo, non fosse stato dialogato in una lingua così ostica, avrebbe incassato ancora più soldi; e se a quel qualcuno i coreani offesi avessero risposto ma come ti permetti, il coreano lo capiscono tutti. Confesserei d’averlo all’epoca visto sottotitolato, non temessi che qualche coreano di Roma (ce ne saranno, no?) s’adontasse. La prima volta che ho capito che esistevano le lingue straniere ero alle elementari, seduta sul tappeto del salotto, a guardare con mia madre l’ultimo ritrovato della tecnologia: nastri vhs. Giacché il lettore ce l’avevano ancora in pochissimi, non esistevano aziende italiane che producessero cassette di film. Il negozio di elettrodomestici davanti a casa nostra smerciava nastri artigianali (non ho mai capito come ottenesse i film). La confezione era di cartoncino bianco, il titolo era scritto a penna. I primi a entrare in casa furono E.T., My Fair Lady, Ricomincio da tre, e le commedie di Eduardo (quindi nel Novecento il teatro già veniva filmato: pensa te, che modernità). Non ricordo se mia madre stesse guardando Troisi o De Filippo, quando mio padre passò da quella stanza, diede un’occhiata schifata al televisore, e disse: io non capisco una parola. Sì, lo so: poderosa metafora dell’incomunicabilità matrimoniale tra un brianzolo e una molisana, anticipo di Vita mortale e immortale della bambina di Milano, ma a sessi invertiti. Nel romanzo di Domenico Starnone (lo pubblica Einaudi) è la bambina milanese a esprimersi correttamente, e l’io narrante dell’autore ad avere quei favolosissimi dialoghi con la nonna terrona, «un giorno che mi sentivo triste e le avevo chiesto: commesefàammurí. Lei, che stava spennando la gallina appena uccisa con un gesto brusco e una smorfia disgustata, mi aveva risposto distrattamente: temiéttestisentèrrennúnrispíricchiú. Avevo chiesto: chiú? Aveva detto: chiú». Ma ci stiamo distraendo, non vorrei che perdessimo di vista la piccina – non quella di Starnone, la piccina me. Quella che, sebbene nata e cresciuta in terra di tortellini, era poliglotta senza saperlo. La prima volta che ho capito che esisteva la dizione, avevo appena iniziato il liceo. Un amico mi disse immusonito che mi aveva citofonato (in quegli anni ci si presentava a casa altrui con una disinvoltura che mi vengono i brividi a ripensarci) e gli avevano detto che non c’ero. «Mi ha risposto una napoletana: mi prendi per il culo?». Ero impreparata a questa vibrante accusa, ma abbastanza certa di non convivere con napoletani. Chiesi a papà. «Ma la mamma ha l’accento napoletano?» «Ma no, al massimo un po’ di accento del sud». Mia madre parlava come Biscardi, ma cosa vuoi che ne sapesse mio padre. Lo capii un paio d’anni dopo, frequentando le mie prime lezioni di dizione. La cosa più difficile, spiegò l’insegnante, era sentire l’accento sbagliato. Lei diceva agli allievi che si diceva «perché», non «perchè», raccontò, e quelli rispondevano belli sereni: «E io che ho detto? “Perchè”». Poi mi sono trasferita a Roma, e ho capito che i romani sono davvero convinti che esista l’impero. Se prendi un taxi e dai l’indirizzo in italiano, il tassista non penserà mai tu viva lì ma abbia conservato una dizione civile: penserà tu sia una turista alla quale far fare il giro più largo. Quando sei a Roma, devi fingerti romana. Cioè – nei loro codici – italiana, giacché il romano è inconsapevole di parlare romano. È convinto che quella roba lì che parla lui, quello strascinamento fonetico, quello scempio della logopedia sia italiano corretto. Emanuele Salce, figlio di Luciano Salce la cui madre, Diletta D’Andrea, si mise con Vittorio Gassman quando Emanuele era molto piccolo, racconta un’infanzia stremante in cui lui romanamente ciancicava le parole, e Gassman ripeteva un po’ furente un po’ sfinito: «Le finali!». Capirai, far chiudere l’ultima sillaba a un romano. Poi cosa, levare i portici a una bolognese? Tutto questo per dire che mi sembra molto interessante la campagna promozionale di Strappare lungo i bordi – ultima produzione italiana di Netflix, disegnata da Zerocalcare – ma non avrei mai guardato la serie: se avessi voluto passare i miei cinquant’anni a guardare cartoni animati, avrei fatto dei figli. Ne ho vista una puntata per capire di cosa si sarebbe parlato nei giorni successivi, e ho pensato tutto il tempo a quell’«io non capisco una parola» della mia infanzia. Certo che quel che dicevano i disegnetti sullo schermo lo capivo, ma io mica faccio testo: ho vissuto a Roma diciassette anni, se non avessi capito il romano sarei morta di fame per incapacità di comprendere cosa mi stavano chiedendo alla cassa del supermercato. Naturalmente i romani, che si prendono sul serio in modi che i parigini in confronto praticano il basso profilo, si sono offesissimi per il mio aver notato che, fuori Roma, ci vorranno i sottotitoli. È un’ovvietà: ho molti amici di fuori Roma, dicono di non capire Propaganda – che in confronto al cartone di Netflix sembra una messinscena di Strehler – figuriamoci se capiscono un fumettista che si mangia le parole. Se questa vicenda la sceneggiassi io, a Zerocalcare verrebbe naturale scandire come Carmelo Bene, ma si sforzerebbe di sembrare di borgata: le mancate sillabe finali, come le felpe col cappuccio, servirebbero a dire al suo pubblico «Sono sempre uno di voi». Sarebbe peraltro una sceneggiatura ad alto tasso di verosimiglianza: per uno che ha fatto il liceo allo Chateaubriand, fare quello che è a casa sua solo nelle periferie disagiate è una prova d’attore degna di Marlon Brando. Giovedì, mentre tra gli sfaccendati social vedevo crescere il numero degli indignati in-quanto-romani, in-quanto-fan-di-Zerocalcare, e anche in-quanto-elettori-di-sinistra (giuro: uno mi ha scritto che il mio era un attacco a Zerocalcare, artista di sinistra: ma quelli che hanno deciso di sottotitolare Gomorra altrimenti incomprensibile ai non-napoletani, quelli di che schieramento parlamentare saranno?), ho pensato che per fortuna ce l’aveva già spiegato Starnone. «Madre e figlia si parlavano come nei libri o alla radio, causandomi una specie di languore non per il senso delle parole, che da tempo ho dimenticato, ma per il loro suono incantatore, cosí diverso da quello di casa mia, dove si parlava soltanto dialetto». Non era stizza, non era il solito tamponamento a catena dell’internet, non era eccesso di tempo libero sprecato male: era languore, che li aveva presi per incantamento.

Francesco Musolino per "il Messaggero" il 26 novembre 2021. Improvvisamente il romanesco è sulla bocca di tutti. Dagli stornelli al teatro di strada sino alla commedia all'italiana, sempre sul crinale fra serio e faceto, il dialetto romano è capace di stupire e stordire il pubblico, altissimo o greve, partendo dal popolo ma capace di pungere tutti. Caratteristiche che lo rendono anche inviso, come dimostra la polemica nata sull'onda del grande successo riscosso da Strappare lungo i bordi, la prima serie tv creata dal disegnatore Zerocalcare, in streaming su Netflix. C'è davvero chi avrebbe voluto che Michele Rech - in arte Zerocalcare (Arezzo, 1983) usasse l'italiano corrente per raccontare il mondo attorno a Rebibbia, cogliendo la società dei 30-40 enni e le sue disillusioni. Invece, Strappare lungo i bordi, composta di sei puntate da venti minuti, è un omaggio all'essenza capitolina e mentre la polemica sull'eccessivo uso del dialetto montava sui social, il disegnatore entrava a gamba tesa, twittando, «Madonna regà, ma come ve va de ingarellavve su sta cosa», gettando altra benzina sul fuoco.

IL PLURILINGUISMO «A ben vedere racconta il linguista Luca Serianni la forza di questa parlata è proprio la sua potenza dirompente, il gusto della battuta, la capacità di non prendersi e non prendere mai nulla troppo sul serio, scrollandosi dalle spalle il mondo intero con una smorfia». E mentre il web si schiera ma l'appoggio per Zerocalcare è pressoché univoco in città si terrà Roma, un nome, più lingue, il terzo incontro della rassegna Conversazioni romane (in programma oggi, alle 17 a Palazzo Firenze, in collaborazione con la Società Dante Alighieri e la Fondazione Marco Besso) in cui proprio Serianni, autore del saggio Le mille lingue di Roma(Castelvecchi), ripercorrerà le fasi più salienti del plurilinguismo romano, dall'antichità ai giorni nostri. E così, mentre Netflix incassa un altro grande successo dopo Squid Game (in questo caso nessuno si era lamentato che fosse in coreano, senza doppiaggio), il nuovo albo di Zerocalcare - Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia, edito da Bao Publishing - è già in classifica, sempre con largo uso di romanesco, sfoderando un'ironia abrasiva, una certa vena di cattiveria che corre accanto al riso - ora omaggiando ora smontando il sacro - come Sordi ne Il Marchese del Grillo. Un'universalità che ritroviamo solo nel napoletano di Troisi e nel siciliano di Camilleri. «Il romano è mattatore precisa Serianni quella lingua cade sulle sue fattezze, talvolta rozza e volgare ma sempre capace di indurre al gioco, allo scherzo, lasciando affiorare con forza un elemento dissacrante che infine si rivela liberatorio». Piaccia o meno, il romanesco ha una sua carica esplosiva ma proprio la sua forza può risultare un limite? Edoardo Albinati, scrittore romano e vincitore del Premio Strega con La scuola cattolica (trasposto al cinema, diretto da Stefano Mordini e vietato ai minori di 18 anni) non ha dubbi: «Per Zerocalcare era inevitabile l'uso del romanesco. E non mi riferisco al racconto di Rebibbia, piuttosto alla sua capacità di cogliere quella nevrosi umoristica, arrabbiata e urticante».

L'ACCANIMENTO Ma Albinati non si nasconde mai lo dimostra anche nel suo pamphlet, Il velo pietoso (Rizzoli) e prosegue: «Talvolta, il romanesco può anche stufare. Milano s' è presa la pubblicità, tanto che ormai i bambini hanno tutti la stessa cadenza meneghina. Ma il linguaggio della fiction italiana sembra quasi una forma di accanimento fra il romanzo criminale e la gomorreide, smarrendo la genuinità del romanesco, che è ciò che lo rende universale». 

Rassegnatevi, il romano è la neolingua nazionale. Le assurde polemiche su "Strappare lungo i bordi", la serie Netflix del fumettista Zerocalcare. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 22 novembre 2021. Ma davvero c’è qualcuno che non ha capito Strappare i bordi, la serie Netflix del fumettista Zerocalcare perché recitata in “romano”?

E che per questo motivo si è pure incazzato? «È incomprensibile», «Ci vogliono i sottotitoli», «parla strascicato», «va troppo veloce», è la lagna che circola da giorni sui social italiani.

«È uno scempio per la logopedia!», ha poi chiosato una ineffabile contessa “Serbelloni Mazzanti Vien dal mare” che nella vita fa la nota giornalista di costume. Uno-sce-mpio-per-la-logo-pe-dia, da sillabare con lentezza, mi raccomando, soprattutto da Firenze in su.

Polemiche assurde, che mai nessuno si è sognato di agitare per i film del napoletano Massimo Troisi (magari lo volevano doppiato in bresciano), per i vibranti monologhi del veneto Marco Paolini, per le commedie teatrali del genovese Gilberto Govi, per le canzoni del milanese Enzo Jannacci, e l’elenco potrebbe essere molto più lungo di questo articolo.

Quindi, con Zerocalcare ci deve essere un problema diverso. Magari è questione di campanilismi, di rivalità regionali. Il romano di oggi, che i linguisti chiamano “neoromanesco”, non è un dialetto codificato, è una semplice parlata, per alcuni genericamente un idioma.

Privo di una sua specifica grammatica e di un vocabolario (a parte i folkloristici dizionari per turisti con le citazioni di Alberto Sordi), non ha l’orgoglio antico dei vernacoli borbonici, l’aristocratica solitudine del fiorentino, l’eco barbarica dei dialetti nordici.

Proprio come i suoi parlanti, la caratteristica principale sembra essere quella di non avere grandi pretese letterarie.

Serve piuttosto ad accompagnare le azioni quotidiane, con quell’enfatico distacco che, dentro il Grande Raccordo, è un eterno spirito dei tempi.

Anche nelle sue versioni più scurrili mantiene il profilo basso, il suo effetto svanisce in fretta, la sua ostentazione è intimamente effimera, come avrebbe detto il grande Renato Nicolini. Per questo è così pervasivo: è una lingua di gomma che si adatta all’evoluzione delle cose, uno slang del disincanto a suo modo subdolo che, senza ambizioni conclamate, ha colonizzato lo spazio pubblico diventando una sorta di neolingua nazionale.

Naturalmente a questa diffusione ha contribuito la logistica e la “divisione dei poteri”; sotto il Duomo pulsava il cuore economico del paese, all’ombra del Colosseo quello culturale e politico. Dal dopoguerra, salvo qualche eccezione, l’inflessione romana è stata quella dei giornali radio, dei programmi televisivi, del cinema, del doppiaggio dei film stranieri. in mano da quando hanno inventato il sonoro a un clan di famiglie romane che farebbe invidia a qualsiasi corporazione medievale.

Negli anni 80 il milanese ha provato per un breve periodo a imporsi sul romano; era l’epoca degli yuppies, della città da bere, dell’edonismo reaganiano e della moda. È stata un’egemonia illusoria, l’indolente parlata della capitale ha ripreso presto il sopravvento. Anche nelle malriuscite imitazioni che regolarmente i comici padani ci propinano a suon di «mei cojoni!» e «sticazzi!» di cui peraltro confondono immancabilmente il significato.

Per questo le polemiche fonetiche su Strappare i bordi sembrano in malafede. Roba da boomer inveterati come dicono oggi i giovani.

Il sospetto è che a disturbare tanto le sussiegose platee che arricciano il naso per il birignao delle periferie capitoline, non sia tanto il romanesco, ma i contenuti della serie, la leggerezza del suo protagonista che racconta lo smarrimento di una generazione senza sogni e senza lavoro, i trenta-quarantenni di oggi, il minimalismo di chi non ha più assalti al cielo da realizzare, palazzi di inverno da prendere, e si sente in pace nell’essere «un filo d’erba».

Mettendo in scena un apparente racconto generazionale in cui la tristezza ride, e ogni risata vive di indolente amarezza, Zerocalcare non ci mostra un destino collettivo, quello è soltanto un espediente letterario per parlare di altro.

Perché il cuore di Strappare i bordi batte altrove e coincide con il punto di vista del suo autore che cresce e deambula nei terrains vagues della suburra romana in un flusso di coscienza continuo.

Non un trattato di sociologia o di antropologia metropolitana, non un’ideologica accusa “der neoliberismo” come vorrebbero alcuni suoi fan, ma un classico romanzo di formazione capace di toccare temi personali e universali, l’amore, la paura, il dovere, la depressione, il senso di vuoto, la capacità di seppellire il dolore con una risata. Insomma il senso della vita, con buona pace di tutte le contesse.

Pietro Piovani per “Il Messaggero” il 22 novembre 2021. I linguisti hanno sempre spiegato che Roma - per ragioni storiche su cui qui non ci soffermeremo - non ha un suo dialetto. A Napoli si parla il dialetto napoletano, a Torino il torinese, mentre il dialetto romano non esiste: esiste il romanesco, che è una versione alterata, plebea dell'italiano. Se un siciliano o un veneto parlano nel loro dialetto vengono capiti solo dai conterranei, se un romano parla nel suo idioma locale è decifrabile in tutta Italia. Così ci spiega la linguistica, eppure in questi giorni sui social imperversa il dibattito sulla serie televisiva d'animazione di Zerocalcare che, parlando con forte accento romano, è per questo rimproverato di essere incomprensibile “fuori dal Raccordo anulare” (vecchia iperbole che forse andrebbe aggiornata, vista la rilevante quota di popolazione romana che ormai vive oltre il GRA). Niente di nuovo, già negli anni Sessanta il centralino della Rai riceveva furiose telefonate di protesta dai telespettatori settentrionali quando andava in onda il teatro di Eduardo: “Non si capisce!”. Curiosa lamentela se si pensa che i De Filippo hanno sempre portato le loro messe in scena davanti alle platee del Nord, e con grande successo. Ma oggi queste rimostranze - come in diversi hanno notato - risultano ancora più strane se si pensa che ormai il pubblico si è abituato a divorare film e serie tv in coreano con i sottotitoli. E invece c'è chi sente il bisogno di farsi tradurre «se beccamo» (“ci incontriamo”), chi sostiene che la caratteristica del romano sia«strascicare le parole» (dimenticando, tanto per fare un esempio, un geniale strascicatore milanese come Enzo Jannacci), e chi ritira fuori il luogo comune della presunta egemonia culturale romana. Alla fine viene il sospetto che dietro alla voglia di polemizzare ci sia quel sentimento che a Roma si chiama “andarci in puzza” (sottotitolo per i milanesi: “aversene a male”), insomma un po' di invidia: un’invenzione stilistica e linguistica del tutto inedita per la tradizione italiana sta avendo successo, e questa invenzione è romana.

BUCCIA DI SPRITZ – Dalla Crusca alla fabbrica della lingua. Maurizio Sessa su L'Arno-Il Giornale l'11 novembre 2021. Gli “amici miei” della lingua italiana. Tutti insieme appassionatamente i sei eruditi fiorentini che diedero vita all’Accademia della Crusca in principio formavano una allegra brigata dedita alle zingarate, o meglio alle “crusconate”. E così, tra il serio e il faceto, leggendo, componendo e facendo spettacoli – come si legge nel primo verbale di una loro seduta – il sodalizio diede vita a un’accademia divenuta nel corso dei secoli lo scrigno della correttezza della lingua italiana. Correva l’anno 1583 quando un gruppo di letterati e giureconsulti diede vita alla Accademia della Crusca. Nell’uso corrente, semplicemente la Crusca. Nei mesi scorsi la villa Medicea di Castello che ospita la Crusca si è trasformata in un set cinematografico per girare “La fabbrica della lingua”, primo docufilm dedicato al più importante centro di ricerca scientifica dedicato allo studio e alla promozione dell’italiano. Un’istituzione che si propone l’obiettivo di fare acquisire e diffondere nella società italiana, specialmente nella scuola, e all’estero, la conoscenza storica della lingua nazionale e la coscienza critica della sua evoluzione attuale nel quadro degli scambi interlinguistici del mondo contemporaneo. Un’avvincente carrellata alla scoperta dell’evoluzione della nostra lingua. Il film di circa un’ora ripercorre la storia della Crusca dalle sue origini nel Cinquecento a oggi, grazie anche a scene di fiction interpretate da attori della Compagnia delle Seggiole di Fabio Baronti, approfondimenti e interviste a personaggi illustri del nostro panorama culturale: lo storico Alessandro Barbero, l’attrice Monica Guerritore, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, i presidenti onorari Francesco Sabatini e Nicoletta Maraschio, e Marco Biffi dell’Università degli Studi di Firenze. L’anteprima del film, fuori concorso, avrà luogo nell’ambito del 62° Festival dei Popoli in programma a Firenze dal 20 al 28 novembre. La fabbrica della lingua andrà in onda in televisione in una delle maggiori emittenti nazionali. Grazie al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale verrà distribuito a tutti gli Istituti Italiani di Cultura all’estero.

Una ghiotta occasione, dunque, di darsi un’“infarinata” di storia della lingua italiana. Un’opportunità che, visti i tempi di forestierismi imperanti, da salutare come indispensabile. Del resto, Leonardo Salviati, il fondatore della Crusca, si era assegnato lo pseudonimo di Infarinato…

La sostenibile leggerezza dell’esistente tra cronaca, storia e commento – “Buccia di Spritz” di Maurizio Sessa 

Pizza e fichi. Le parole sono importanti, usiamole con cura. Aldo Palaoro su L'Inkiesta il 15 Novembre 2021. Può un’insegna indurci a una riflessione sullo stato della ristorazione, in particolare su come un imprenditore decida di promuovere la propria attività? Se ne stiamo scrivendo è evidente che la risposta per noi sia, amaramente, affermativa. Capita che, nel giro di un paio di giorni, viaggiando per lavoro, due cartelli di ristoranti più o meno nella stessa zona attirino la nostra attenzione. Non entriamo nel merito della bontà dell’offerta, pertanto, non li nomineremo perché del primo non sappiamo nulla, del secondo, invece, ne conosciamo e apprezziamo la cucina e, come noi, tanti clienti che lo ritengono, a ragion veduta, un buon ristorante noto per un’ottima pizza preparata con farine di qualità, ricette gustose e ricercate, ma anche per un menu ricco di piatti semplici e buoni, senza fronzoli. Ciò che ci interessa è l’analisi del messaggio che esprimono le due insegne: la prima con le parole “Food Experience” stampate sotto il nome del locale, la seconda con le frasi “pizza gourmet” e “cucina di pensiero”. Sulla prima vien voglia di evitare ogni commento, perché il fatto che mangiare sia un’esperienza è abbastanza scontato, ma scriverlo in inglese fa più effetto; soprattutto, perché il rischio che sottolinearlo possa apparire offensivo per coloro che non sempre riescono a mangiare tutti i giorni è alto. Sulla seconda, saltando a piè pari la ormai desueta e noiosa definizione di “gourmet” affibbiata alla pizza, aggettivo che nemmeno noti pizzaioli nazionali utilizzano più, visto che prediligono definire se stessi e il proprio prodotto con maggiore semplicità, veniamo a quella frase che ci ha fatto riflettere: “cucina di pensiero”. Certo, l’esegesi della frase è scontata, si vuole trasmettere al lettore che qui c’è un modo di cucinare che, prima di agire meccanicamente nella preparazione di una ricetta, fa un approfondito esercizio di pensiero, di studio. Nulla di male penserete, sì, nulla di male, ma…Come siamo arrivati a far sentire un bravo imprenditore, il cui successo è certificato dal numero di clienti che ogni giorno scelgono il suo locale, clienti contenti e soddisfatti per una cucina riconoscibile, rassicurante, quasi obbligato a individuare una formula concettuale che più che alla cucina attiene alla filosofia? Perché si sente la necessità di aggiungere, a quella che già è riconosciuta come una buona cucina, un commento superfluo che al cliente dirà poco? In particolare un locale che ha clienti abituali e clienti di passaggio, visto che si trova su di una strada frequentata, ai primi non deve dire nulla di più di quanto già sanno, anzi, probabilmente costoro saranno un po’ confusi da questo messaggio e si chiederanno, visto che conoscono bene i piatti che mangiano, cosa possa significare quel “pensiero”. Ai secondi, invece, una siffatta affermazione potrebbe addirittura suggerire di passare oltre, infatti, se uno è un appassionato o un addetto ai lavori, difficilmente si muove a caso quando cerca un locale che possa offrirgli qualcosa di particolare, studia il luogo, sceglie in base a recensioni e suggerimenti di chi si fida, non si ferma a caso in un ristorante che gli comunica che la sua è una cucina di pensiero. La considerazione, che emerge spontanea, nel constatare questa curiosa esigenza di segnalare, con una frase, una tale modalità di offerta, è che, forse, l’esagerazione, vissuta in questi ultimi anni, nel mondo della ristorazione, produce effetti surreali. Proviamo a immaginarci catapultati in un passato nemmeno tanto lontano, stiamo viaggiando, vogliamo mangiare qualcosa, una pizza è sicuramente l’offerta più ambita e più comoda per una sosta seduti al tavolo di un ristorante. Vediamo quelle insegne e ci domandiamo cosa potrebbero significare. Saremmo incuriositi o, più facilmente, passeremmo oltre? Forse la seconda opzione sarebbe stata quella scelta allora e forse lo sarebbe anche oggi. Eventi durante i quali, anziché condividere ricette, si discute di massimi sistemi, programmi televisivi a ogni ora del giorno in cui la cucina diventa (in)sana competizione, hanno fatto il loro tempo, oggi la domanda di consumatori e telespettatori è di tornare alle cose semplici. Forse un modo nuovo (o antico) di raccontare il cibo c’è… senza tanti pensieri. 

«Il Quoziente Intellettivo medio della popolazione mondiale sta diminuendo nell’ultimo ventennio. Una delle cause è l'impoverimento del linguaggio. Nicola Pesce Himself su Facebook. Diversi studi dimostrano infatti la correlazione tra la diminuzione della conoscenza lessicale (e l'impoverimento della lingua) e la capacità di elaborare e formulare un pensiero complesso. La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo. Un altro esempio: eliminare la parola "signorina" (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie. Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero. Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.

Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. La storia è ricca di esempi e molti libri (1984, di George Orwell; Fahrenheit 451, di Ray Bradbury) hanno raccontato come tutti i regimi totalitari abbiano sempre ostacolato il pensiero attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole. Facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegniamo e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata. Perché in questo sforzo c'è la libertà. Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, sfrondare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana. Non c'è libertà senza necessità. Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza.» Christophe Clavé

«Il papiro è la rivoluzione tecnologica che ha permesso alle parole di viaggiare nei secoli e nello spazio». Sabina Minardi su L'Espresso il 20 settembre 2021. Cantori, scribi, re, sacerdotesse. Migliaia di persone nel corso del tempo hanno cercato le soluzioni migliori per salvare le storie dell’umanità. Una grande avventura, quella del libro, che la filologa spagnola Irene Vallejo ha ricostruito in un saggio d’azione. Che è già un caso. Uomini a cavallo su vie antichissime. Sovrani assetati di conoscenza. Monaci ricurvi su codici da intarsiare. Ribelli e avventurieri, schiavi e maestri. E ancora: poeti, scribi, traduttori, guardiani di biblioteche e cacciatori di racconti, tutti ossessionati dal sogno di trasmetterli al futuro. È un’epopea corale e senza confini la storia del libro, dalle origini a oggi: che fa tappa tra i canneti di papiro lungo il Nilo e tra campi di battaglia, palazzi sfarzosi e scuole improvvisate. Ma anche tra roghi di libri, biblioteche fantasmagoriche ridotte in fumo: come quella di Sarajevo, avvolta dalle fiamme nell’agosto del 1992. Un’avventura nient’affatto maschile: anzi punteggiata da figure femminili decisive, che febbrilmente tramandano scritture sin dall’alba della civiltà. Ma anche una vertiginosa corsa verso la ricerca del materiale perfetto - pietra, argilla, pelle - perché le parole attraversino, protette, lo spazio e il tempo. A raccontare tutto ciò è una filologa quarantenne nata a Saragozza che ha trascorso gli ultimi otto anni della sua vita a risvegliare voci, a tratteggiare strade, a rubare frammenti di fonti, in cerca di storie alternative. Riversando i risultati in un libro di quasi seicento pagine, il più letto dagli spagnoli durante il lockdown, 40 edizioni e l’apprezzamento di lettori come Mario Vargas Llosa o Fernando Aramburu («una delle cose più belle, divertenti, istruttive da molti anni a questa parte»). Che è arrivato anche in Italia (e in altri 38 Paesi) edito da Bompiani: “Papyrus. L’infinito in un giunco”. Esile, sguardo chiaro, eloquio affascinante («sento che condividiamo l’amore per la parola: è la mia esperienza dell’Italia questa energia senza soggezione verso il bello», dice: «Siamo gli eredi del dialogo socratico mediterraneo, capace di ascoltare profondamente gli altri»), Vallejo parla veloce, si entusiasma, si commuove persino. In una interpretazione autentica di quelle stesse emozioni che il libro trasmette. Non è solo un romanzo né solo un saggio. C’è lei, dentro: con le sue memorie, i viaggi per archivi e biblioteche. La divisione in generi letterari ha consentito, dai tempi della Biblioteca di Alessandria, di ritrovare i libri. Oggi che i generi sono sempre più ibridati e, come molti ritengono, superati, come definirebbe “Papyrus”?

«Un saggio di avventura. Certamente non un testo accademico, anche se dietro ci sono anni di ricerche e di studio. Un saggio letterario. Avevo già scritto dei romanzi e alcuni libri per bambini. Con “Papyrus” volevo inoltrarmi nel territorio dell’oralità, un mondo dove queste distinzioni di generi non hanno senso. In fondo è anche un tornare alla saggistica, come la intendeva Montaigne: che scriveva dialoghi con Seneca, Epicuro, Platone o Cicerone, interagendo col suo tempo e parlando delle sue esperienze. Avevo in mente quel tipo di libertà, quella leggerezza, il senso della digressione: più importante dell’ordine, della cronologia, della distinzione in generi». 

L’accademia la conosce bene, però: ha conseguito un dottorato occupandosi di canone letterario grecolatino...

«Grazie a una borsa di studio ho trascorso a Firenze quasi un anno per le mie ricerche. Senza quel tempo questo libro non ci sarebbe stato. La Biblioteca Riccardiana è stato il luogo in cui ho potuto accarezzare, per la prima volta, un manoscritto di Petrarca. In quel momento ho avvertito quanta dedizione, quanto tempo, quanta pazienza qualcuno avesse messo in quel volume, per farlo arrivare a noi. Ho desiderato scriverne. Attraverso un libro “ospitale”, non per specialisti». 

Di certo il brulichio di gente, e di gesti di persone di cui non sapremo mai il nome, è uno degli aspetti che colpisce di più. Trasferisce l’impressione di una grande avventura dell’umanità.

«La storia dei libri è una epopea, che continua oggi attraverso librai, bibliotecari, insegnanti. Questa catena di salvezza della conoscenza è sopravvissuta a crolli di imperi, guerre, epidemie. Il mio libro è un omaggio a gente che non ha agito per vanità, come tanti mecenati, ma per puro amore. Questo volevo raccontare. Con due fantasmi amichevoli al mio fianco: Italo Calvino e Umberto Eco. Oltre a tante voci sulle quali mi sono formata, da Roberto Calasso a Luciano Canfora». 

Il piacere della lettura: il suo libro lo rivendica attraverso i classici. Lo scrittore Amin Maalouf nel suo ultimo libro esprime la stessa idea con una potente metafora: un popolo di discendenti di Empedocle, che ci vengono in soccorso.

«Tutte le volte in cui accadono catastrofi, o siamo schiacciati dall’angoscia, i classici trasmettono sicurezza e la speranza di un’umanità che è riuscita ad andare avanti anche nelle situazioni peggiori». 

Eppure anche i classici sono investiti dal vento della cancel culture: rilettura che ne contesta ora il maschilismo, ora la violenza, ora i valori discriminatori.

«Io penso che non dobbiamo mettere i classici su un piedistallo. Ma vedo un grosso pericolo nel cercare di cancellare brani e idee contrarie alla sensibilità di oggi: mi sembra che sia la stessa operazione del negazionismo. Dobbiamo conoscere la storia e cercare di capirla. Sapere come certe idee si sono formate e sono state giustificate, così da avere gli strumenti per evitare che si ripropongano. Io non amo tutto ciò che è classico per il solo fatto che viene dal mondo antico: ho una relazione conflittuale con alcuni, ad esempio con Platone. La cosa importante è avere uno sguardo critico. Se lo facciamo verso il passato lo faremo rispetto al futuro». 

Chi le ha trasmesso l’amore per i libri?

«I miei genitori leggevano tantissimo, ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri. Ho un ricordo fortissimo dei loro racconti: la sera, creavano un’atmosfera magica, intima, estranea alla vita reale. Anche per questo l’oralità è così centrale in “Papyrus”. 

Svariati saggi stanno raccontando la storia del libro e della lettura: penso a “Carta” di Mark Kurlansky (Bompiani) e a “Leggere” di Mark Seidenberg (Treccani). Il rilievo che lei dà all’oralità in effetti è un suo tratto distintivo.

«Può sembrare un po’ paradossale, ma ho cercato di raccontare la storia del libro come avrebbe fatto un poeta orale, prima dell’esistenza dei libri stessi. Per farlo ho contattato cantastorie, ho cercato di capire le loro tecniche, ho studiato le caratteristiche della comunicazione orale. Poi, come Shahrazad, ho intrecciato le storie, cercando di far sorgere nel lettore il desiderio di andare avanti». 

Di aneddoti e di curiosità è zeppo il libro. Scopriamo che Cleopatra era una formidabile lettrice. E che Antonio le porta in dono duecentomila libri. Che ruolo hanno le donne in questa avventura?

«Fondamentale. Anche se con l’eccezione di Saffo, il paesaggio intellettuale è sempre stato maschile. Mi sono chiesta se fosse la realtà o un cliché. Ho interrogato le fonti per saperlo: e lì le donne non sono certo protagoniste, ma ogni tanto affiora un riferimento, un nome, un frammento: le donne c’erano». 

E cosa ha scoperto da questi accenni?

«Per esempio una donna accadica, Enheduanna, la prima a firmare versi nella storia dell’umanità. Sono rimasta sotto shock, perché nessuno me ne aveva mai parlato prima, non dico al liceo ma neanche nei corsi di specializzazione. Se una donna così importante non viene neppure nominata, quante sono quelle dimenticate? Ho cercato di farne un elenco, perché le ragazze di oggi sappiano chiaramente che la volontà di scrivere, capire il mondo, far progredire il pensiero, ci ha sempre visto protagoniste». 

Corinna, Telesilla, Mirtide, Prassilla, Eumetide, Beo, Erinna... La lista è davvero, sorprendentemente, lunga. E chi era Enheduanna?

«Un personaggio bellissimo, poeta e sacerdotessa. Noi parliamo sempre di Omero, senza sapere granché di lui. Di Enheduanna invece sappiamo tanto, scrisse degli inni che ancora riecheggiano nei Salmi della Bibbia. Lei parlava della creazione come atto erotico, si diceva “incinta” delle parole». 

Una figura indimenticabile, dopo aver letto “Papyrus”, è Aspasia, moglie di Pericle.

«Secondo Platone è lei ad aver scritto i discorsi politici del marito. I discorsi politici di Pericle hanno avuto moltissima influenza: da Kennedy a Obama sono continuamente citati. E non è straordinario il fatto che siano le parole di una donna, che faceva l’insegnante nell’epoca d’oro? Le donne non sono una nota a piè di pagina, in una storia di uomini. Ci sono, invece, e non sono un’eccezione». 

Aspasia era una straniera. La storia che stiamo raccontando è globale, nutrita delle influenze di popoli diversi.

«“Papyrus” è anche un omaggio alla traduzione, che diamo per scontata ma che qualcuno ha immaginato per la prima volta: ad Alessandria, dove Alessandro Magno concepì il sogno di una biblioteca universale. Una rivoluzione: per la prima volta qualcuno sentì che non bastava leggere ciò che era scritto nella propria lingua, ma che era bello conoscere anche ciò che avevano scoperto e pensato gli altri. Almeno in un senso simbolico le frontiere erano abbattute. Il sogno della biblioteca era democratico: consentiva a tutti, non solo alle élite, di accedervi. Quando si pensa all’eredità dell’impero romano di solito non si menzionano le biblioteche, ma sono stati i romani a farle espandere. Marziale, nato in un paesino vicino alla mia città, poteva contare su una biblioteca dove ha imparato il latino che gli ha permesso di andare a Roma e diventare scrittore. Non c’erano tanti elementi comuni tra i popoli dell’Impero romano, ma tutti, nell’odierna Inghilterra, in Spagna o in Germania, avevano la possibilità di andare a teatro, frequentare scuole e biblioteche dove si parlava latino. È l’eredità di noi cittadini europei. La biblioteca di Alessandria è bruciata tante volte, ma una cosa l’ha colpita in modo decisivo: il fatto che il potere, a un certo punto, l’ha trascurata. Vale anche oggi. Tante volte si pensa che la cultura sia solo un ornamento per tempi in cui l’economia va benissimo: non è così. Leggere aiuta a sopravvivere. Persino nei campi di concentramento raccontare storie fu strategia contro la disumanizzazione suprema». 

Le biblioteche sono anche segni nel territorio. Lei parla molto della Bodleian Library di Oxford. È legata ad altri luoghi?

«Certamente alla Biblioteca Riccardiana di Firenze. Ma sono soprattutto legata alle piccole biblioteche comunali, a quelle di quartiere, a quei luoghi che rappresentano avamposti sociali, in tutto il mondo. Mi emoziona lo sforzo che fanno per coinvolgere lettori, per aiutare gli stranieri attraverso i loro corsi, per sopperire alla mancanza di computer della gente: sono focolai di cultura dove spesso mancano altre possibilità». 

Mi sembra di sentire in lei il “Discorso al paese di Fuente Vaqueros” di Federico Garcia Lorca, in occasione dell’inaugurazione della Biblioteca del luogo natale...

«Sì! E sa che ho scritto un manifesto per la lettura basandomi su quel testo? Le grandi biblioteche colpiscono per bellezza e disponibilità. Ma le piccole biblioteche, tenute in vita dalla passione, trasformano il mondo». 

E il papiro, in questa storia, che ruolo ha?

«Il papiro è la rivoluzione tecnologica fondamentale. L’alfabeto, una ventina di segni, permette di scrivere l’infinito. Ma le parole sono fragilissime, un pezzetto di aria che vibra. L’uomo è andato alla ricerca della superficie giusta per conservarle: prima la pietra, durevole ma non trasportabile. Poi le tavolette d’argilla, troppo delicata. Poi il papiro: il midollo di una pianta acquatica, che è vita. Le parole si rifugiarono lì. E questi rotoli si trasformarono in un veicolo capace di farle viaggiare nel tempo e nello spazio. Poi si scoprì la pergamena: anche scrivere sulla pelle è una metafora bellissima. Dopo venne la carta, che è pure una memoria vegetale. E infine la luce, con la quale scriviamo oggi sugli schermi. Terra, piante, pietra, luce: tutta la natura è coinvolta nella ricerca del materiale più adatto. Oggi teniamo i libri in mano, senza pensarci più. Invece c’è un’umanità che ha lottato con sforzi inimmaginabili perché questi oggetti possano continuare a stupirci».

Gianluca Veneziani per "Libero quotidiano" il 13 settembre 2021. Se vi può consolare, anche Dante, Manzoni e la Fallaci usavano espressioni linguistiche che oggi sono considerate errori, e quindi potreste sempre spacciarle come citazioni colte. O almeno come la dimostrazione che la lingua cambia nel tempo e forme corrette possono diventare sbagliate e viceversa, con usi errati delle parole che alla lunga si cronicizzano e diventano norma. Per questo forse neppure il Sommo Poeta avrebbe disprezzato il modo in cui vocaboli, accenti e apostrofi vengono (bis)trattati e traditi dai parlanti e scriventi in italiano, dando vita a mostruosi, e non meno divertenti, strafalcioni. Questo destino del nostro idioma rientra in ciò che la mostra Dante. Gli occhi e la mente. Un'Epopea Pop, aperta al Museo d'arte della Città di Ravenna (Mar) a partire dal 25 settembre, e a cura del linguista Giuseppe Antonelli: un'eredità varia, fatta di parole, suoni e immagini, trasformati e deformati nel tempo, a testimonianza non di un oltraggio al poeta ma della vitalità della sua lingua e del suo personaggio. Con questo approccio possiamo guardare con occhio più benevolo ai tanti errori che connotano il nostro uso di grammatica e sintassi. E sui quali Antonelli si è divertito a giocare in un incontro al Festivaletteratura di Mantova, intitolato Una grammatica mostruosa!, in omaggio al Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio. «Parliamo di problemi», nota Antonelli, «legati perlopiù alla lingua scritta: oggi, grazie agli smartphone, scriviamo molto più che in passato e quindi sbagliamo di più; e poi, grazie ai social, rendiamo pubblico ciò che scriviamo cosicché i nostri errori, prima nascosti, ora sono molto più visibili».

SCIVOLONI ILLUSTRI E allora non è ozioso fare una rassegna degli scivoloni più frequenti e più comici, che a volte hanno una lunga tradizione alle spalle, altre volte sono destinati ad avere un futuro. Galeotta è spesso la "i" prima della vocale finale. Si pensi al plurale di «provincia»: si dovrebbe dire «province», ma tanti scrivono «provincie». A rovescio vale il caso di «ciliegia»: al plurale è «ciliegie», eppure è frequente leggere «ciliege». Ci sono esempi celebri in questo senso: a Roma esiste una piazza chiamata «Piazzale delle Provincie», mentre Oriana Fallaci ha intitolato un suo romanzo, uscito postumo, Un cappello pieno di ciliege. «Chi sbaglia, in un certo modo, può essere assolto», avverte Antonelli. «A lungo le regole dell'italiano, basandosi sul latino, hanno previsto queste forme. È stato un linguista, Bruno Migliorini, alla metà del '900 a innovare le regole e a stabilire la versione oggi corretta: "province" e "ciliegie"». A proposito di plurali, ci sono parole che ne hanno più d'uno. Cosicché in tanti inciampano sul loro uso. Alcuni, forse perché hanno un muro nella testa come cantava Fossati, confondono «muri» con «mura»: i primi sono le opere murarie considerate separatamente (i muri interni di casa), mentre le mura l'opera muraria nel suo complesso (le mura della città). Il discorso non fila neppure in merito a «fila». Si suole sentire «serrare le fila», ma l'espressione è sbagliata perché il plurale di «fila» è «file». Diverso è invece il caso di «tirare le fila» o «riprendere le fila del discorso». Qua l'uso è corretto perché «fila» è un plurale di «filo». Non può certo sbrogliare questa matassa di fili linguistici chi soffre di "congiuntivite" cronica. I sintomi sono almeno tre. «C'è chi ha difficoltà con la consecutio temporum», rileva Antonelli. «E allora adopera frasi come "Vorrei che tu mi dica" oppure "Chi lo sa, alzasse la mano". È sbagliato in entrambi i casi, perché si dovrebbe dire: "Vorrei che tu mi dicessi" e "Chi lo sa, alzi la mano"». Un'altra manifestazione, fortunatamente più rara, della "malattia" è l'uso fantozziano del congiuntivo esortativo: da cui i vari «vadi», «sii», «facci». Possono sembrare boutade da film comico, ma in realtà «hanno dei precedenti illustri», ricorda Antonelli. «Alla seconda persona singolare, erano usati nel '300 da Dante, Boccaccio, Petrarca, nel '500 vennero codificati da Pietro Bembo e nell'800 erano ancora usati da Leopardi». La terza manifestazione della "congiuntivite" è il ricorso a verbi come «dasse» e «stasse», anziché «desse» e «stesse». «Qui la colpa», analizza il linguista, «non è solo dell'ignoranza, ma anche dell'analogia con il verbo all'infinito: dare, stare... "Dasse" e "stasse" sono formule usate da tempo ma non sono state accettate dalla norma. In altri casi, invece, l'analogia ha cambiato la lingua. Una forma analogica è ad esempio l'imperfetto del tipo "facevo", "andavo", la cui "o" finale richiama quella della prima persona del presente: "faccio", "vado". Prima che Manzoni sciacquasse i panni in Arno, essa era considerata un errore, perché si preferiva la forma etimologica "io faceva", "io andava"». Capitolo a parte merita l'uso di congiunzioni astruse e poco astrali. Si veda il ricorso a «piuttosto che» in luogo di «o, oppure». «"Piuttosto che" presuppone la preferenza per qualcosa rispetto a un'altra», sottolinea Antonelli. «"Oppure" indica invece l'alternativa tra due scelte entrambe valide. Sempre più spesso però "piuttosto che" è usato al posto di "o". È un uso improprio ma anche un sintomo della lingua in evoluzione: pure "siccome" alle origini voleva dire "così come", poi ha assunto il significato di "poiché"».

DOPPIE, ACCENTI E ALTRI CASI Frequenti sono gli svarioni sulle doppie: capita di leggere «accellerare» al posto di «accelerare», «sopratutto» in luogo di «soprattutto». Parimenti non è raro vedere due parole diverse ridotte a una: «affianco» rimpiazza il corretto «a fianco» e «apposto» toglie il posto ad «a posto». «Sono errori anche questi», ci dice Antonelli, «ma chissà che un giorno non subiscano la sorte di "nonostante", che nacque separato come "nonostante"». Se fioccano poi accenti tonici ad capocchiam («persuàdere» anziché «persuadère»), è lecito chiedersi il perché della natura ballerina dell'accento grafico di «perché». L'avverbio viene spesso scritto con accento grave (perchè) e non acuto (perché). E questo è un errore, anche se non grave. «La colpa», spiega Antonelli, «è del modo in cui accentiamo quando iniziamo a scrivere a scuola: mettiamo sopra la vocale un vago trattino, che non si capisce se vada verso l'alto o verso il basso». Mentre ci si imbatte quotidianamente nella confusione tra «ne», «né» e «n'è», e assistiamo alla dipartita dell'apostrofo in sgorbi linguistici come «un pò» e l'imperativo «fà», Antonelli si diverte a immaginare, come estrema deriva, uno scenario fantozziano: quello per cui «l'aggettivo "prestante", anziché aitante, passando per il participio presente "colui che presta", potrebbe finire per essere interpretato come "uomo generoso" o addirittura "usuraio"». Orsù, fate presto e siate "prestanti" nel salvare la lingua italiana.

Daniela Mastromattei per “Libero quotidiano” il 5 settembre 2021. Il coronavirus si è portato via, oltre tante vite innocenti, anche la stretta di mano. Che rischia di scomparire per diffidenza. Paradosso di un gesto nato proprio per questo. Nell'antica Grecia lo chiamavano dexiosis, ossia darsi la mano destra, poiché proprio lì si impugnavano le armi. Si stringeva la destra, spesso salendo fino all'avambraccio, perché così facendo si controllava che l'altro non avesse un pugnale nascosto sotto la manica. Darsi la mano è un saluto che esiste da migliaia di anni e che porta con sé molti significati, non solo di reciproco rispetto e stima o di affetto, ma è anche un codice universale con cui si indicala conclusione di un contratto.  Ma non disperiamo, nel 1439 pure il re d'Inghilterra Enrico VI per combattere la peste bubbonica vietò il bacio - con cui i cavalieri salutavano il re-, che tornò in auge qualche tempo dopo, per essere bandito di nuovo durante la grande peste di Londra nel 1665, sostituito dalle più sicure e igieniche riverenze. Le stesse che il principe Carlo di Inghilterra ha rispolverato in questo periodo con l'inchino e le mani giunte sul petto (il Namaste) originario dell'India, come lo abbiamo visto salutare i capi di Stato. Un linguaggio del corpo molto elegante e apprezzato dai germofobi di ogni parte del mondo. Potremmo farci un pensierino, anche se, purtroppo, non fa parte della nostra cultura, tanto più che sarebbe solo per un periodo perché «appena possibile torneremo al contatto fisico che è fondamentale nell'interazione umana». Ne è convinto Marcel Danesi, docente italiano di antropologia all'Università di Toronto. Lo sanno bene gli animali, che sul contatto fisico basano tutto. E al momento sono isoli a potersi permettere abbracci e strette di mano. Proprio come accade agli scimpanzè. I cuccioli imparano dalle madri a darsi la mano, crescendo il loro modo di farlo viene influenzato dagli amici: c'è chi unisce i palmi, chi attorciglia i polsi o gli avambracci. Ogni gruppo ha il suo stile. È una questione di legami sociali e una dimostrazione d'affetto quando si incontrano dopo una lunga separazione, spiega il primatologo Frans de Waal. Ma potrebbe servire anche a sondare le intenzioni del compagno, il quale se accetta la stretta di mano significa che vuole rafforzare l'amicizia. E che dire degli elefanti? Anche loro hanno bisogno di contatto fisico: si salutano posando la proboscide sulla testa dell'altro. Questa parte del loro corpo ha una sofisticata sensibilità dovuta a milioni di ricettori e sensori che permettono di avere un naso speciale, più sviluppato di un segugio, in grado di sentire l'odore dell'acqua da diverse miglia di distanza. E utilizzato per socializzare, accarezzarsi, confortarsi e comunicare attraverso una sorta di linguaggio dei segni. Insomma se la proboscide forma una "s" significa: «Voglio fare conoscenza». Se invece la incrociano si stanno salutando, come in una stretta di mano. E se i cani si salutano annusandosi e i gatti si strofinano naso contro naso, proprio come fanno gli esseri umani in Oman e gli innamorati eschimesi, i leoni si scambiano piccoli colpi col muso. I cavalli si dicono «ciao, come va?» soffiando con le narici e se sono particolarmente in confidenza si toccano pure il muso. Le foche si salutano agitando la pinna. I delfini, considerati da sempre tra gli animali più intelligenti, simpatici e socievoli, fischiano e sollevano piccole onde. I ricercatori inglesi Vincent Janik e Quick Nicola raccontano: quando i delfini si incontrano emettono una sorta di "firma vocale" per salutarsi che consente agli animali di riconoscersi tra loro. Quel «ciao come stai, mare mosso oggi?» avviene attraverso un fischio che peraltro non è il loro unico modo di comunicare, altri sistemi consistono infatti nella produzione di piccole onde e nell'emissione di suoni sordi. Le osservazioni in mare aperto presentano peraltro grosse difficoltà: i suoni in realtà vengono deformati col variare di determinati parametri come la salinità, la pressione, la profondità, la distanza tra chi li emette e chi li ascolta, a seconda che ci si allontani o ci si avvicini. Non si esclude pertanto che per i delfini più dei fischi contino maggiormente le "frequenze dominanti", che verrebbero emesse e percepite come una sorta di alfabeto Morse. Gli animali sono sempre un passo avanti.

Mano sudata quando la stringi? Parola all'esperta, attenzione: con che tipo di persona hai a che fare.  Melania Rizzoli su Libero Quotidiano il 04 agosto 2021.Da secoli fa parte del linguaggio del corpo, è una antica forma di saluto che rivela immediatamente umori e aspetti, spontanei, formali o automatici, di chi si ha di fronte, e dice molto, a volte più delle parole, nella connessione con l'interlocutore, ma è stata spazzata via, cancellata, relegata nell'oblio e addirittura proibita dalla pandemia. La stretta di mano, il primo contatto fisico e naturale di un incontro, rischia di sparire tra i modi per salutare un'altra persona, perché il Covid ha ampliato l'accettazione dei saluti a distanza, senza nemmeno sfiorarsi, con la felicità dei germofobi o di coloro che da sempre preferiscono non toccare o essere toccati. Potremmo non tornare più alla stretta di mano, la forma più diffusa e immediata di comunicazione non verbale, che riesce a trasmettere messaggi immediati, segnali di fiducia, lealtà, vicinanza o disprezzo anche ad un primo incontro informale, sia esso per sigillare un accordo, personale odi affari. Ma ancora oggi la stretta di mano è ritenuta molto importante, poiché anche la scienza ha dimostrato l'importante valenza del gesto, associandola alla necessità dell'atto per percepire la personalità dei soggetti e il loro modo di relazionarsi e vivere le diverse circostanze della vita.

LINGUAGGIO DEGLI OCCHI

Lo spettro dei modi accettabili per salutare un'altra persona o interagire con essa, attuato nei mesi di pandemia, dall'orrido gomito a gomito allo sfioro dell'altro con il braccio teso, non regalano la stessa soddisfazione o fastidio della stratta di mano, perché diventa già difficile intuire un sorriso bendato dalle mascherine e non tutti sono in grado di interpretare il linguaggio comunicativo degli occhi. E così come noi tutti, stringendo la mano all'interlocutore, in una sola manciata di secondi ci facciamo un'idea dell'altro, anche quest' altro se la farà di noi, perché quel contatto fisico e confidenziale rivela sempre la persona che si è oltre al momento che si sta vivendo. Non c'è nulla di peggio infatti, di una stretta con la mano fredda e umida, che trasferisce disagio ed è associata a un carattere debole ed insicuro, a differenza della stretta forte e decisa che indica la volontà di assumere il controllo dell'incontro e dominare la situazione nel minor tempo possibile. La stretta di mano moscia è tipica dei soggetti che non adorano particolarmente i contatti fisici e che intendono mantenere le distanze evidenziando la propria diffidenza, ma stringere con scarsa incisività è anche sinonimo di timidezza, malinconia, se non addirittura depressione. Quando viene offerta invece non tutta la mano con il palmo ma soltanto con le dita solitamente si ha di fronte una persona ansiosa, che teme il confronto nel quale non ripone fiducia, come coloro che allungano la mano decisa ma con il braccio teso e distante dal corpo, per tenere appunto l'altro a distanza dalla propria area di comfort. Ci sono inoltre quelli che durante la stretta ti strattonano nella loro direzione, per gestire l'incontro nel proprio spazio personale con le loro regole, o coloro che danno inizio a una sequenza di movimenti verticali, un su e giù tipica delle persone gioviali, pratiche e disponibili, mentre tendere all'altro solo la punta delle dita significa non gradire il contatto richiesto, indice di personalità schiva e altezzosa, della quale è difficile fidarsi. Poi c'è il doppio contatto, quando la mano sinistra si pone a sandwich sulle destre giunte, o sulla spalla della persona che si ha davanti, una stretta che può definirsi amichevole, che vuole rafforzare l'incontro con una cordialità non formale, ma che aspira alla posizione di leader tra i due.

BIOCHIMICA

Stringersi la mano ha anche a che fare con il mondo della biochimica, perché le due persone che si testano si scambiano anche i propri odori, oltre che batteri e virus, e ogni stretta di mano corrisponde a uno scambio di molecole, di segnalazioni cellulari che permettono un dialogo diretto tra due esseri differenti dal punto di vista biologico, cromosomico e sanitario. Nel mondo del galateo stringersi la mano è un esercizio di stile e la persona più importante dal punto di vista gerarchico deve essere la prima a tendere la mano a una di rango inferiore, come abbiamo visto fare centinaia di volte alla Regina Elisabetta. È comunque un mondo difficile da decifrare, dipende dai caratteri, dalle situazioni e dalle occasioni di incontro, ma di fatto rappresenta una sorta di equilibrio psicologico che si stabilisce tra i due che accedono al gesto, per cui privarsi di questa semplice e istintiva modalità di saluto può essere solo un atto temporaneo, perché questo contatto non potrà cambiare o far sparire del tutto nella post pandemia un linguaggio del corpo indispensabile e così importante, che resiste da secoli in tutte le popolazioni del mondo.

Lucia Esposito per “Libero quotidiano” l'1 agosto 2021. Intervistare un esperto di intelligenza linguistica crea subito un grosso problema: trovare le parole giuste per non sembrare un deficiente linguistico. Da che parte cominciare? Privilegiare i convenevoli o andare al sodo? Scegliere parole ricercate o preferire quelle colloquiali? 

«Buongiorno, scusi se la disturbo, la chiamo per l'intervista concordata l'altro giorno. Adesso potrebbe parlare?». I saluti, le scuse, il condizionale... la frase ci sembrava perfetta ma il guru della comunicazione efficace Paolo Borzacchiello, autore de Il Codice segreto del linguaggio (Roiedizioni, 268 pp, euro 23) gentilmente spiega che sarebbe stato meglio dire: «Buongiorno, ci siamo sentiti tempo fa per l'intervista, ha tempo adesso?».

Scopriamo che la formula "mi scusi per il disturbo" - che usiamo mille volte per educazione o solo per rompere il ghiaccio- mette in una condizione di inferiorità psicologica chi la usa e crea tensione nella parte iniziale della conversazione. Borzacchiello ha il raro pregio di dimostrare ai lettori che le parole non sono tutte uguali e che bisogna imparare a selezionarle con cura e maneggiarle con attenzione perché, come recita un detto indiano, «ci sono due cose che non possono mai tornare indietro: una freccia scagliata e una parola pronunciata». Questo libro è una sorta di polizza contro le conseguenze di un uso improprio del linguaggio (quante volte avete dovuto precisare: "non intendevo dire questo", "mi spiace, hai capito male") e vi libererà dall' incombenza di dover fare telefonate riparatorie o incontri chiarificatori.  Il grande Massimo Troisi in un suo film diceva: «Io sono responsabile solo di quello che dico, non di quello che capite», ma pagina dopo pagina Borzacchiello dimostra che siamo sempre responsabili di quello che diciamo e di ciò che scriviamo. Insomma, se chi ascolta capisce male, la colpa è sempre e solo di chi parla. L' autore del libro spiega concretamente come scrivere una mail che tutti leggono, il post che attira l'attenzione sui social, ma anche come evitare spiacevoli malintesi con il proprio partner o con i colleghi.

DA EVITARE

Segnatevi questi termini: mi spiace, difficile, provare, sperare, disturbo, problema, errore e riscontro. Ecco, evitate accuratamente di pronunciarli, trovate frasi alternative o piuttosto zittitevi perché sono tossici: mandano al cervello dei messaggi negativi e distraggono l'attenzione di chi vi ascolta. Leggere una mail che ha come oggetto le parole "errore" o "problema" genera disagio nel destinatario. E quando vi fanno una domanda, non rispondete mai: «Ci provo», o «speriamo», sono termini che lasciano trapelare insicurezza e timore.

Dire: «Ho il morale a terra» demotiva chi vi sta di fronte, non genera sensazioni positive e in qualche modo scoraggia l'interlocutore. Ricordate invece queste parole: occasione, opportunità, facile, magico, incredibile, funzionale, strategico. Imparatele a memoria e usatele più che potete perché attirano l'attenzione di chi vi ascolta. L' uso di termini legati alla metafora della guerra come "armi", "sussulto", "fronteggiare", "sotto attacco" sono vere e proprie iniezioni di adrenalina. Al contrario, metafore come "brancolare nel buio" o "ho il freno a mano tirato" provocano delle scosse nel sistema nervoso parasimpatico che portano all' inazione. Se ai vostri figli ordinate: «Riordinate la camera!» non otterrete alcun risultato: i giocattoli resteranno sparpagliati sul pavimento e i libri ammassati sulla scrivania. Se invece siete più precisi e gli chiedete di mettere i Lego in un determinato cassetto e i quaderni sulla mensola della libreria avrete certamente più possibilità di essere ascoltati», spiega Borzacchiello. Attenzione anche al verbo essere: nasconde molte insidie. Dire: «Sei un ritardatario» è diverso da «sei arrivato in ritardo». Nel primo caso io definisco un'identità in modo assoluto e, pertanto, limitante. Nel secondo, invece, giudico un comportamento e non escludo che in futuro esso possa cambiare. «Quando scriviamo una mail o pubblichiamo un post sui social o semplicemente parliamo con un amico conviene ricordarsi di sfrondare le frasi dal verbo essere che è tanto affascinante quanto pericoloso», consiglia Borzacchiello.

SINTESI E CHIAREZZA

Un' altra regola da ricordare quando si parla o si scrive è che il cervello pensa in fretta e si distrae molto velocemente, quindi cerchiamo di risparmiare tempo e fiato evitando giri di parole, aggettivi e avverbi superflui. «Bisogna stare attenti a quello che diciamo ma anche a come lo diciamo, alla sequenza delle parole», avverte l'autore. Un esempio: un novizio chiese al priore: «"Padre, posso fumare mentre prego?" E fu severamente redarguito. Un altro novizio chiese al priore: "Padre, posso pregare mentre fumo?" e fu lodato per la sua devozione». Ecco, è sufficiente spostare il verbo "fumare" perché lo stesso concetto sia percepito in modo completamente diverso. Non basta contare fino a dieci prima di parlare, ma conoscere il peso di ciascuna parola. E, se proprio non ci riusciamo, meglio praticare la sempre più rara arte del silenzio. 

Piera Anna Franini per "il Giornale" l'11 luglio 2021. Non è vero che esistono lingue più musicali o più inclini al pensiero astratto di altre. Ed è un'assurdità pensare che vi siano, come si dice oggi, lingue geniali, «semmai possiamo parlare di commenti geniali a lingue normali: come i commenti sulla lingua greca antica e sul latino che da duemila anni sono il modello per eccellenza dell'occidente», spiega il neurolinguista e scrittore Andrea Moro, classe 1962, collaboratore stretto del più influente linguista vivente, Noam Chomsky. Per oltre un decennio è stato ordinario all' Università Vita-Salute San Raffaele, ora ha cattedra alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia dove ha fondato il centro di ricerca in Neuroscienze, Epistemologia e Sintassi teorica. Moro - ospite, il 9 luglio, a Pavia, della Milanesiana - è un po' il Galilei della lingua. Ha dimostrato - anzitutto tramite la tecnica delle neuroimmagini - una serie di intuizioni, proprie e altrui. Alla base, l'idea che nasciamo con tutte le lingue in testa, ovvero con le istruzioni per l'uso di tutte le lingue che, a loro volta, non sono infinite, c' è un numero massimo, un limite oltre il quale le lingue sono semplicemente impossibili, la nostra mente non sarebbe in grado di recepirle. Alla nascita abbiamo più informazioni di quelle che utilizzeremo. Per dire che la nostra è tutt' altro che una tabula rasa «Non è né una tabula rasa né totalmente piena, a me piace chiamarla tabula preparata. Nasciamo con un repertorio sovrabbondante e che poi si stabilizza, proprio come accade con le malattie incontrate nei primi anni di vita che selezionano gli anticorpi compatibili con l'ambiente». 

Lei parla anche di «mente staminale».

«Così come una cellula staminale potrebbe diventare una cellula dell'epidermide o di capelli, la mente del bambino potrebbe diventare una mente che parla latino, cinese o russo. Dobbiamo immaginare un fanciullo che apre gli occhi sul mondo, riconosce oggetti e situazioni da esprimere in una lingua. Come fa? Ipotesi numero uno: parte da zero e poi per tentativi, errori e imitazioni costruisce la struttura. Ipotesi numero due: parte da zero quanto a tipologia della lingua, ma la sua mente non è azzerata, è come se avesse un filtro polarizzato che rende visibile al cervello solo alcune cose».

I circuiti del cervello che servono per imparare le lingue a un certo punto, decadono. Vogliamo spiegarlo?

«L'immagine dell'apprendimento non equivale a quella di una piantina che annaffio e che dunque cresce, semmai a quella di un albero con tante fronde che viene potato: dopo la potatura rimane la tua lingua. Studi di neurobiologia hanno verificato che la fase di apprendimento spontaneo del linguaggio consiste in un decadimento di circuiti cerebrali: per passare da zero all' acquisizione della lingua italiana, un bimbo deve potare dei circuiti, rimangono quelli della propria lingua». 

Fino a che età è spontaneo l'apprendimento di una lingua?

«Siamo programmati per apprendere in modo spontaneo un numero elevato di lingue fino ai cinque/sei anni, poi l'apprendimento senza sforzo diminuisce gradualmente fino alla pubertà. Da quel momento l'acquisizione passa solo attraverso la via razionale, lo studio. Una cosa facilita imparare una lingua da adulti: conoscere molto bene la propria, quindi saperla descrivere. E non pensiamo che parlare la propria lingua equivalga a conoscerla». 

Cosa accade per quanto riguarda la scrittura?

«Dal punto di vista neuropsicologico, i circuiti verbali e della scrittura non sono sovrapponibili, anzi sono molto diversi. Lo si vede nella cronologia con cui tale abilità compare sia nell' individuo sia nella specie. I bimbi sono istintivamente portati a parlare ma non a scrivere, devono andare a scuola, fare esercizio per apprendere le competenze della scrittura». 

A proposito di scuola, lei ha avuto un percorso di studi accidentato, con quattro cambi di facoltà. Come mai tanta inquietudine?

«Avevo frequentato il classico, e mi piaceva da matti, andavo benissimo in tutto, cosa che accade a chi non ha ancora compreso la propria passione. In università andai in crisi nera, avevo due interessi, il cervello e la matematica, ma erano incompatibili. Così mi iscrissi a Medicina per poi comprendere che il cervello l'avrei studiato al sesto anno. Allora papà mi iscrisse a Giurisprudenza, ma non c'era niente da fare: andavo benissimo ma non mi piaceva. Perso un anno. Passai a Matematica, innamorato com' ero dell'algebra, scoprendo però che avevano sospeso il corso di Logica. Disperato di nuovo, decisi di studiare Logica dai testi antichi di Aristotele, e mi iscrissi a Lettere antiche. Alla prima lezione di Linguistica Generale il professore esordì dicendo che avrebbe parlato della teoria di un americano, Chomsky, Che tratta le grammatiche come strutture matematiche espressione del cervello. Finalmente avevo trovato la mia strada».

Come arrivò a Chomsky in persona?

«Scrivendogli da studente. E lui mi rispose suggerendomi di raggiungerlo. Avevo vinto una Borsa di Studio Fulbright, così andai al MIT di Boston. Per dire che gli studenti dovrebbero osare e bussare alla porta di chi intendono incontrare...

L' ultima volta che lo ha sentito?

«Ieri sera. Sta benissimo, benché abbia patito molto la reclusione per la pandemia. Stiamo scrivendo un libro che uscirà entro fine anno o agli inizi del 2022 per La Nave di Teseo. Negli Usa uscirà per The MIT Press».

Soggetto e titolo?

«Il titolo è provvisorio, dovrebbe essere qualcosa come Il segreto delle parole. È uno sviluppo della conversazione avuta al Festival della Letteratura su quello che sappiamo oggi del linguaggio e sui misteri che lo circondano». 

Il mistero numero uno?

«Da dove viene il linguaggio? Non è detto che possiamo avere una risposta. Chomsky fa l'esempio di un topo che entra in un labirinto per cercare cibo. Entra, cerca, esce. Fa tutto questo senza una teoria, semplicemente usa il labirinto. Lo stesso potrebbe valere per il linguaggio, che è paragonabile a un labirinto di cui conosciamo qualche pezzo ma non riusciamo ad avere una visione comprensiva, lo usiamo».

Altri temi?

«Si affronta il cosiddetto problema di Orwell: Perché sappiamo così poco pur avendo a disposizione così tante informazioni?. Alla gente vengono vendute trovate in modo pretestuoso. Per esempio si dice che ci sono calcolatori e telefoni che contengono motori neurali. Come facciamo a dirlo se nemmeno sappiamo come funzionano i neuroni? La cosa ha attecchito a tal punto che, a cascata, si parla di nativi digitali». 

Perché è sbagliato parlare di nativi digitali?

«Perchè non è vero che oggi i bambini hanno un cervello modificato rispetto a quello di genitori e nonni. Così come non è vero che le abbreviazioni degli sms, dei messaggi, contribuiranno ad atrofizzare la capacità linguistica. Se fosse vero che le abbreviazioni sono un problema l'impero romano sarebbe durato cinque minuti: basta prendere una qualsiasi epigrafe per notare il grado di riduzione».

Lei conduce una battaglia contro l'idea della gerarchia delle lingue. Le diamo carta bianca.

«Nella seconda metà dell'Ottocento, si sosteneva che vi fosse una popolazione nobile, con regole sociali nobili, con una lingua nobile. E nobile era sinonimo di ariano, sappiamo come è andata a finire. Il linguista che aveva sostenuto questa follia riconobbe di aver detto una stupidaggine e fece marcia indietro, ma la propaganda occidentale l'aveva fatta propria. Il darwinismo e l'eugenetica attecchirono ovunque, tutti pensavano che vi fossero razze migliori e peggiori». 

Oggi guai a usare la parola razza.

«Che viene prontamente sostituita con etnia, lo ha fatto anche la Treccani. E con ciò cosa si risolve? Niente. Non possiamo far torto all' osservazione di chi dice che se due persone di colore hanno un bimbo questo sarà di colore oppure che se due hanno gli occhi a mandorla avranno un bimbo con gli occhi a mandorla: sarebbe innaturale non riservare un nome per questo. Ciò che è fondamentale è capire che non sono differenze di qualità. La differenza più profonda, quella che dà origine al razzismo e che difficile da smantellare, si basa sull' idea che lingue diverse producano letture diverse della realtà e che essendovi lingue migliori queste producono letture migliori. Molti biologi vanno all' attacco del concetto di razza ma si disinteressano di questo aspetto. Un collega linguista mi raccontava che in una università di New York era stata affidata una cattedra di filosofia a una bravissima studiosa africana la cui prima lingua era una lingua bantu. La sua domanda fu: "Come farà a capire concetti così sofisticati?». 

Per quanto ci riguarda siamo cresciuti con il mito dell’italiano, lingua musicale per eccellenza, la più bella. Lei sostiene che non è vero.

«Dante osservava che molta gente, amando la propria città, letteratura, cucina, donne e uomini, arriva alla conclusione che pure la propria lingua sia migliore di altre. È un pregiudizio di tutte le culture. Ne parlo anche nel mio romanzo Il segreto di Pietramala, che ho costruito attingendo proprio a tre esperimenti clamorosi e dimenticati della storia dell'Occidente».

Altro errore, lei dice: credere che latino e greco aprano la testa più di ogni altra lingua. Un mito che va in frantumi.

«Su queste due lingue si sono accumulati 2500 anni di osservazioni e analisi, con la conseguenza che se applichi queste analisi alla tua lingua essa stessa diventa trasparente. Non è vero che greco e latino, in quanto greco e latino, aprano la mente, è vero però che lingue analizzate così tanto offrono l'occasione per capire la propria. Sono così importanti i commenti sul greco e sul latino che le descrizioni delle altre lingue sono fatte su quel modello. E se vai alla fonte hai una visione più nitida della realtà».

La lingua nell' epoca della «cancel culture», la «cultura della cancellazione» «Premessa. Voler cancellare alcune icone del passato è pura follia.

Basterebbe guardare al lessico di una lingua per capire i debiti che abbiamo con altre popolazioni. Partiamo dall' inglese: per un terzo debitore del francese e un terzo del latino. Se gli Inglesi volessero fare piazza pulita, per coerenza dovrebbero rinunciare ai 2/3 del loro vocabolario. Gli americani che intendono procedere con le varie cancellazioni, dovrebbero smettere anche di chiamare la loro terra con il nome con cui i coniugi Vespucci chiamarono il loro figlio: Amerigo. Anzi, dovrebbero ringraziarli perché se si fosse chiamato Giuseppe avremmo gli Stati Uniti della Giuseppia. Se applicassimo questa follia allora cancelleremmo persino l'America. E poi: cancel e culture sono due parole latine. Allora? Risposta: è semplicemente impossibile». 

Un interrogativo che la tormenta e intende sciogliere.

«Se la lingua serve per comunicare, perché non parliamo una sola lingua al mondo? Sarebbe più comodo. Possiamo però rovesciare la prospettiva e chiederci se tutto questo sia non una dannazione ma un dono. Negli animali il distanziamento scaturisce dalle malattie. Prendiamo un gregge: quando diventa troppo grande le malattie si moltiplicano. Perfino nei batteri se la colonia è troppo grossa si accumulano tossine e questa si autolimita. E se negli umani fosse stata proprio la differenza linguistica a mantenere i gruppi piccoli? Nell' evoluzione storica, il distanziamento sociale è stato prodotto anche dall' incomunicabilità, la nostra specie è stata avvantaggiata dall' incomunicabilità. Forse Babele è un dono, forse tutte e tutte le diversità lo sono».

·        Il Silenzio e la Parola.

 Le parole della generazione Z. La Repubblica il 26 ottobre 2021.

DA ATMOSFERA A RESISTENZA, DA BINARIO A SOSTENIBILE: ECCO COME SONO CAMBIATE DAL 1922 AD OGGI.

Le parole cambiano e siamo noi – tutti noi – a cambiare il loro significato, utilizzandole giorno dopo giorno. Zanichelli per festeggiare i 100 anni del suo dizionario ne ha scelte 50 per portale nelle piazze italiane e far toccare con mano queste evoluzioni. L'iniziativa si chiama #Cambialalingua ed è una finestra sul nostro lessico quotidiano, in primo luogo su quello dei ragazzi della "generazione Z", giovani nati tra il '95 e il 2010, per i quali (e grazie ai quali) alcune di queste parole procedono con passo molto spedito. Nasce così questa selezione di 25 vocaboli con le definizioni di Marco Balzano. E su Repubblica@Scuola parte la sfida agli studenti: dovranno spiegare come li usano e li pensano, e, soprattutto, come credono che li useranno in futuro

AMICIZIA

Questo affetto disinteressato, che vive col reciproco scambio, si alimenta di benevolenza, fiducia e simpatia. L’amicizia si stringe e si rompe, si allaccia e si spezza, ma soprattutto, proprio come l’amore (con cui condivide la stessa radice), si fa. Sui social la dobbiamo chiedere o concedere, sperando che questi verbi anomali – prima dell’avvento del web inimmaginabili a fianco della parola – siano solo l’anticamera del fare.

ATMOSFERA

L’atmosfera è l’involucro di differenti gas che circonda la Terra ed è la sede di tutti i fenomeni meteorologici. Questa parola scientifica è diventata presto una metafora di uso quotidiano: se, arrivando in un luogo, troviamo uno spazio ospitale e persone accoglienti diremo che si respira una bella atmosfera; se invece siamo noi ad accogliere qualcuno e ci riveliamo capaci di metterlo a suo agio allora avremo creato la giusta atmosfera. Si sa, le condizioni e le situazioni influenzano il nostro umore, proprio come il bello e il cattivo tempo.

BINARIO

Non solo le rotaie di ferro su cui corre il treno, e non solo un sistema di numerazione che utilizza un paio di segni, ma anche la metafora di una forma mentis essenziale, che si riconosce in uno solo di due elementi, senza contemplarne di ulteriori. Ecco perché chi non accetta un sistema binario – da un punto di vista politico, di genere, di possibilità, ecc. – rivendica la necessità di avere terze scelte, e forse anche quarte e quinte. Il binario, inoltre, seppure non ne possiede la forma, è anche un bivio: bisogna scegliere su quale correre per arrivare in fondo al nostro traguardo.

BOLLA

Il nostro mondo si sta riempiendo di bolle. Se prima era semplicemente un “rigonfiamento” di forma circolare e una metafora per indicare un’intenzione caduta nel vuoto (è finito tutto in una bolla di sapone), ora c’è molto di più. Chi vive isolato per lungo tempo vive in una bolla; chi perde i suoi investimenti in borsa è vittima di una bolla speculativa, espressione calcata sull’inglese South Sea Bubble, il crollo finanziario della Compagnia dei Mari del Sud nel 1720. E si potrebbe continuare con la bolla immobiliare o con quella di filtraggio, che avviene ogni volta che il web seleziona le informazioni al fine di orientare i nostri consumi e le nostre opinioni.

BRANCO

Si muovono in branco gli esemplari della stessa specie che si riuniscono per migrare e per proteggersi dagli attacchi di animali più feroci. Ma si aggregano in branco anche gli uomini quando si accontentano di fare massa e di imitare i comportamenti altrui. La degenerazione di questo atteggiamento passivo ha portato, in tempi recenti, ad aggiungere al branco il significato di gruppo, solitamente di giovani, che si aggrega per compiere crimini e violenze sessuali.

CLASSE

“La classe non è acqua”, dice un proverbio, intendendo che il modo in cui una persona si pone e si comporta non è un bene di facile possesso, come l’acqua. Questo perché la classe è un ordine in cui si distribuiscono persone e cose secondo precisi criteri, che vanno dall’età, al reddito, alla condizione sociale: su un treno, per esempio, esistono i viaggiatori di prima e di seconda classe (un tempo anche di terza). Ma la parola, che raggruppa pure coloro che sono nati, o che venivano reclutati, nello stesso anno, evoca prima di tutto la scuola: un insieme di studenti che ogni giorno si ritrova nella stessa aula per stare insieme e per imparare. La classe scolastica è un luogo fondamentale di crescita e di democrazia proprio perché non ci entrano le distinzioni di classe.

CONFINE

Chiamiamo così quella linea che divide due territori o che separa due proprietà. È naturale quando è segnato, per esempio, da un fiume o da una montagna, mentre è politico quando è l’uomo a tracciarlo. Eppure il confine non è solo un limes, un cippo, o un muro che circoscrive e separa, ma è anche, come vuole l’etimologia della parola, un luogo dove si finisce insieme (cum e finis), dunque una soglia che rappresenta una possibilità di incontro. Starà a noi decidere se oltrepassarla o arrestarci, se erigere un muro o lasciare libero il passaggio. I Greci più di tutti ci hanno insegnato che il confine è anche il limite della nostra natura, del tempo che ci è dato a disposizione: è entro questo limite che va vissuta l’esperienza umana.

COPPIA

Per fare coppia bisogna avere qualcosa in comune. Una coppia di cavalli, per esempio, è tale perché appartengono alla stessa specie; ma un gallo e un cavallo possono formare una coppia in nome del loro genere, quello animale. E un uomo e un cavallo non sono forse una coppia di viventi? E si potrebbe continuare. Il vocabolario di un secolo fa specificava che si tratta di due persone di sesso diverso unite tra loro da un rapporto matrimoniale o amoroso, ma nell’edizione del 1997 cadono la distinzione fra i sessi e il riferimento al matrimonio, si parla, infatti, di due persone unite fra loro da un rapporto amoroso. Il significato che vince e supera il tempo è quello più assoluto di unione. Come a dire che gli elementi in comune sta a noi crearli e sta sempre a noi individuarli negli altri.

CRISI

Etimologicamente questa parola deriva da un verbo greco che significa “scegliere”. La crisi è infatti un cambiamento, una fase della vita di profondo turbamento, in cui emergono dei sintomi che scatenano delle reazioni. Una crisi di coscienza, sentimentale o religiosa hanno in comune la necessità di una trasformazione, non importa se in meglio o in peggio. Quello che conta è che, superata una crisi, non si è più gli stessi. A volte è lenta, scava e lavora silenziosamente dentro di noi, altre è un accesso, come quello che sorprende chi ha una crisi di riso, di pianto o di nervi. La parola è molto usata in ambito medico, ma risulta efficace anche per indicare altri contesti - crisi economica, crisi di governo, crisi energetica – e forse questa espansione serve a ricordarci che la vita conta numerose crisi perché è fatta di cambiamenti.

DESIDERIO

Questa parola ha una delle etimologie più belle della nostra lingua. Il de-siderium, infatti, è “la mancanza della stella”. Immaginiamo i marinai, di notte, in mare aperto, che scrutano il cielo buio per cercare la luce della stella polare che li porti a destinazione. Il desiderio, dunque, è l’aspirazione verso chi o cosa ci procura piacere, bene o appagamento. Se intenso, può anche diventare brama o addirittura avidità; se è rivolto completamente a un uomo, a una donna, a un ideale o a un oggetto, questi possono incarnarlo diventando loro stessi l’orizzonte del desiderio. Ma quello che dobbiamo tenere presente è che il desiderio nasce sempre da un de, una mancanza, proprio come ci insegna l’etimo. Sono i bisogni, i vuoti e i rimpianti a suscitare nell’animo le voglie, le nostalgie e, come direbbe Leopardi, i cari moti del cor.

DOMINIO

È una parola che oscilla tra poli opposti, persino tra bene e male. Avere il dominio di una scienza, per esempio, distingue una persona autorevole e riconosciuta per il suo sapere. Ma avere il dominio di un territorio o di un popolo significa sottometterlo. Se di noi stessi perdiamo il dominio diventiamo incapaci di controllarci, senza più padronanza dei nostri comportamenti, ma se rendiamo di pubblico dominio i risultati della nostra ricerca li mettiamo a servizio del mondo. Internet ha preso questa parola così ancipite per indicare tutte le risorse che si convogliano sotto un'unica categoria. Il dominus, del resto, era il signore, il capo, colui che radunava sotto la sua ala coloro i quali, a vario titolo, gli appartenevano.

EUTANASIA

L’etimologia (dal greco thanatos con il prefisso eu-) si impone in tutta la sua forza cristallina: morte tranquilla, buona morte. Nell’edizione del 1922 la definizione era composta solo dalla traduzione di queste due parole greche. In quelle successive cresce il bisogno di dire di più, come nel tempo è aumentata la nostra necessità di confrontarci con un tema tanto complesso e delicato. Si parla così di anticipazione della morte con mezzi indolori per un malato ormai ritenuto incurabile e afflitto da sofferenze lancinanti. Di seguito, nell’edizione del 1959, si registra la contrarietà della Chiesa e, parallelamente, il sostegno che alla pratica avrebbero dato invece alcuni medici e biologi. Trentacinque anni dopo il vocabolario specifica che esiste l’eutanasia attiva, che prevede la somministrazione di sostanze che portano alla “dolce morte”, e quella passiva, in cui si sospendono le cure mediche. Visto che il dibattito sul tema è vivo come è viva la lingua, c’è da supporre che le edizioni future saranno suscettibili di ulteriori chiarimenti.

FAMIGLIA

Cent’anni fa si chiamava così uno stretto vincolo di sangue che accomunava genitori, figli e nessun altro. Al centro c’era il pater familias, con la sua autorità e il diritto di decidere a nome di tutti. Di recente questa parola si è gradualmente ampliata e aperta, assorbendo le spinte di modernizzazione della nostra civiltà. Per esempio, dal 2013 la legge equipara i figli nati fuori dal matrimonio a quelli nati dentro il matrimonio, dando vita così alle famiglie di fatto. Ma anche prima e dopo questa data ne sono sorti nuovi tipi, dalla famiglia allargata a quella arcobaleno. Senz’altro ancora oggi la famiglia resta il nucleo fondamentale della società umana, ma le sue declinazioni aumentano e si diversificano. Restano saldi, però, alcuni punti fondamentali: un tetto sotto cui vivere, la responsabilità dell’altro e un progetto da costruire assieme.

FELICITÀ

Più di tutte le altre del vocabolario, felicità è una parola di cristallo, che si ha quasi paura a toccare. Montale, in una delle sue poesie più celebri, metteva addirittura in guardia chi la desiderava: e dunque non ti tocchi chi più t’ama. La difficoltà è data dalla soggettività con cui ciascuno sperimenta, sente e, di conseguenza, definisce questa qualità dello spirito. Il vocabolario ne sembra così consapevole che più che ingabbiare la parola in una definizione rigida e univoca, cerca di offrire un ventaglio di stati d’animo che spaziano dalla contentezza alla beatitudine, dalla gioia alla quiete. La civiltà occidentale, dai Greci in avanti, ha reso la felicità uno degli argomenti più indagati dalla filosofia, tanto che il dizionario la definisce anche col termine eudemonia, cioè la felicità come fine ultimo dell'agire umano.

FEMMINISMO

Serve tempo per mettere a fuoco i fenomeni culturali, politici e sociali che segnano la Storia. Nell’edizione del 1922, quando era appena nato il Partito Fascista che condannava l'emancipazione, il femminismo era solamente una tendenza a far riconoscere alle donne i diritti civili e politici posseduti dall’uomo. Occorrerà il Sessantotto perché venga riconosciuto come “movimento” teso alla parità non solo giuridica, ma anche economica e sociale tra i sessi. Infine, nelle edizioni più recenti, si distinguono due diverse fasi del femminismo: quello ottocentesco e quello sessantottino, più combattivo e “antagonista”, che oltre alla parità di genere rivendica la possibilità di contestare i ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne, sia pubblicamente che tra le mura domestiche.

FRATELLO

Fratelli si nasce, ma a volte lo si può anche diventare. Si nasce quando si hanno in comune gli stessi genitori (fratello germano), la stessa madre (fratello uterino), lo stesso padre (fratello consanguineo), la stessa balia (fratello di latte). Si diventa quando ci legano vincoli religiosi, politici, sociali: uno stesso ordine ecclesiastico, un partito politico, un’istituzione. Non serve elencare tutte le condizioni che possono affratellarci, è più utile, invece, sottolineare come la parola indichi sempre somiglianza (sembrare fratelli), amicizia (voler bene a qualcuno come fosse un fratello), castità (amarsi come fratelli). Tutta questa gamma di sentimenti positivi viene meno se il fratello diventa il “Grande fratello”, un potere occulto che spia e registra i movimenti di persone e cose. Un’immagine che arriva dalle pagine di George Orwell e ci ricorda il potere del controllo nella società moderna come anche, per fortuna, il potere immaginifico della letteratura.

GHETTO

Su un’isola veneziana c’era una fonderia, chiamata in dialetto gheto, ossia “getto”, intendendo probabilmente quello del fuoco per fondere i metalli o quello con cui venivano colati. Gli Ebrei, nel 1517, vennero obbligati ad abitare su quell’isola. Il nome è sopravvissuto al loro confinamento e oggi richiama immediatamente alla memoria quelli di Roma o di Varsavia, dove, durante la Seconda guerra mondiale, si consumarono rastrellamenti ed eccidi nazisti. Ma il vocabolo, oltre a indicare l’esclusione sociale, politica o ideologica di una minoranza di persone, identifica case e quartieri angusti e malfamati. Per tutto il secolo scorso ghetto era anche sinonimo di “baccano”, “confusione”, ma questo significato è caduto gradualmente in disuso, mentre si è affermata la funzione aggettivale del nome: scuola ghetto, quartiere ghetto, per esempio, indicano delle situazioni limite in cui non si può imparare o crescere senza patire enormi difficoltà.

GREGGE

Gregge è un nome collettivo, numero singolare e significato plurale. In teoria indica qualsiasi gruppo di animali adunato assieme, ma nel nostro immaginario richiama prima di tutto gli ovini - pecore o capre,sotto la custodia di un pastore attento a non perderne nessuna. Ciò che evoca la parola acquista fin dall’antichità un significato figurato, particolarmente caro alla religione: il gregge è il popolo dei fedeli a Cristo, che ne è il pastore (infatti chiamiamo così anche un sacerdote, il cui compito è farsi pastore di anime e dunque adunare e mantenere unita la sua comunità di fedeli). A fianco di questa metafora ne va aggiunta un’altra, senz'altro dispregiativa, che nel gregge vede la massa che, proprio come un insieme di pecore, segue senza volontà e senza consapevolezza il cammino del pastore. Ecco perché chi si allontana dal gregge o non ne segue la direzione diventa subito una “pecora nera”. Durante la pandemia di COVID-19 abbiamo sentito quotidianamente parlare di immunità di gregge, grazie alla quale chi è esposto al rischio di un contagio ne è protetto attraverso l’immunizzazione di buona parte della comunità in cui vive.

IMMUNITÀ

Chi gode di immunità è non soggetto a obbligo e, per estensione, esente, libero da. Nel Medioevo, l’immunità concessa da un sovrano era un privilegio per il quale nessun giudice poteva esercitare il suo ufficio nei territori di chi ne godeva. L’immunità parlamentare, introdotta dall’articolo 68 della Costituzione, garantisce ai parlamentari in carica di non essere sottoposti a perquisizioni e di non essere arrestati, ma non è – come si potrebbe credere – un trattamento di favore personale, poiché è finalizzata a tutelare l’interesse superiore dello Stato. Infine, e ce lo insegnano questi tempi di pandemia, l’immunità di gregge – se ottenuta – avrà il doppio vantaggio di tutelare in un colpo solo la salute degli individui, specie dei più fragili, e gli interessi economici e sociali dello Stato.

LIBERTÀ

La libertà è la condizione opposta alla schiavitù. Chi è libero non subisce controlli né costrizioni e, individualmente o in società, può sempre esprimere il proprio talento e la propria opinione, può agire in modo autonomo e secondo la propria volontà, a patto che resti nei limiti della legge e che le sue azioni non rechino danno ad altri. La libertà si può perdere per causa propria, commettendo un reato che preveda la detenzione, o per causa altrui, per un’ingiusta imposizione, come accade per esempio nelle dittature. Dopo la Rivoluzione Americana e dopo quella Francese – il cui motto pone al primo posto la libertà – è diventata il fondamento delle moderne democrazie che identificano in questa condizione il diritto per eccellenza di ogni essere umano.

POSITIVO

Il termine significa innanzitutto, come ci ricorda il suo etimo, “certo”, “reale”. In questo senso, positive sono tutte le scienze fondate su elementi concreti e sperimentabili e su azioni storicamente individuabili. Ma positivo è anche l’esito di un’indagine o, in ambito medico, di esami e di analisi che confermino un’ipotesi o una diagnosi. È in quest’ultima accezione che negli anni ‘80 la parola è divenuta tristemente nota col suo composto “sieropositivo”. Anche di recente è risuonata nei media, quando il numero dei positivi al Covid-19 aumentava in modo esponenziale e si prospettavano rigide misure di restrizione per arginare il contagio. In compenso, positivo è anche un atteggiamento edificante, propenso a progettare, costruire e ricostruire. Una persona positiva è aperta alla vita e capace di trovare sempre la forza della speranza.

PROFILO

A cosa ci fa immediatamente pensare la parola “profilo”? Senz’altro alla “linea del volto osservata di fianco”, a una silhouette più o meno gentile o spigolosa, oppure ai contorni delle montagne. Ma se lo chiediamo a uno zoomer della Generazione Z (i nati tra il 1995 e il 2012), il suo primo pensiero andrà ai suoi account social. Negli anni Zero del XXI secolo, infatti, nasce la maggior parte dei social media più noti: Linkedin, Facebook, Twitter, Instagram, TikTok. Così, nel 2017 per la prima volta, il dizionario estende l’accezione di sommaria descrizione delle caratteristiche di qualcuno al mondo virtuale degli utenti che possono generare profili reali o falsi. Opzione, quest’ultima, non concessa, invece, allo studioso che volesse redigere il profilo critico e biografico di un personaggio illustre.

RESISTENZA

Parola statica e inerte, che indica un attrito, un contrasto e un’opposizione. Anche i virus e i batteri, col tempo, possono diventare resistenti, per esempio all’ambiente o a un antibiotico, trovando le risorse per sopravvivergli. È su queste basi – fisiche, meccaniche e mediche – che nasce il termine storico “Resistenza”, che compare dalle edizioni del secondo dopoguerra per indicare un “movimento di lotta politico militare sorto in tutti i Paesi d’Europa contro il nazifascismo”. Gli uomini che hanno fatto la Resistenza, così, hanno trasformato quella parola statica in dinamica, perché chi si opponeva nello stesso tempo progettava un mondo nuovo, opposto a quello razzista e sanguinario della dittatura.

RISCALDAMENTO

Questa parola ci porta a fare i conti con la nostra capacità di cooperare e superare i confini nazionali, come singoli cittadini e come Stati. Se nelle prime edizioni del vocabolario indicava semplicemente l’atto di riscaldare un ambiente, ai nostri giorni torna con forza a indicare una questione globale. La comunità scientifica indica nelle attività umane che producono gas serra la causa predominante del riscaldamento del pianeta, tanto che l'ONU da quasi 30 anni si impegna a sensibilizzare i decisori politici per ridurre queste emissioni dannose. L'ultimo passo è stato stilare l'Agenda 2030, tra i cui obiettivi c'è quello di promuovere azioni a tutti i livelli per combattere il cambiamento climatico.

SOSTENIBILE

Il verbo latino da cui deriva significa “portare su di sé”, proprio come Atlante, che sulle sue spalle sosteneva tutto il peso del mondo. Sostenere qualcuno, infatti, vuol dire “prenderne le parti”, “difenderlo”, “sorreggerlo” come si legge in tutte le edizioni del vocabolario. Nel 1992 si è tenuto il Summit di Rio, il primo vertice nel quale i governi si sono riuniti per fissare a livello planetario le linee guida per la cooperazione ambientale internazionale. La locuzione "sviluppo sostenibile" entra poco dopo, nel 1994, in cui sostenibile assume l'accezione di "compatibile con la salvaguardia dell'ambiente".

Una produzione Gedi Visual di Marco Allocco, Raffaele Aloia, Tecla Biancolatte, Angelo Melone, Federico Pace 

Valeria Arnaldi per leggo.it il 12 ottobre 2021. Le liti in famiglia per motivi banali: chi va a fare la spesa e così via. I problemi sul lavoro, tra compiti che si comprendono male o battute che non si riconoscono come tali. Le incomprensioni - reali - nel mondo virtuale, tra toni che non si sentono, maiuscole dimenticate che diventano strilla e altro. Il fraintendimento è elemento ricorrente nella comunicazione di tutti i giorni, in ogni ambito. E i malintesi sono in crescita. 

LE CAUSE I contenziosi davanti al giudice di pace - che spesso si trova a dirimere questioni nate proprio da malintesi - sono saliti negli ultimi anni. Erano poco meno di 978mila - 977.675 - nel 2016-2017, sono diventati quasi 997mila - 996.725 - tra 2018 e 2019. «Tengo da anni corsi di comunicazione per la Presidenza del Consiglio e il maggior numero di domande riguarda proprio il fraintendimento - spiega Irene Bertucci, socio fondatore e direttrice della scuola di comunicazione di Eidos Communication, nonché autrice del libro Non fraintendermi (HarperCollins) - Siamo tutti concentrati su ciò che diciamo, non su quello che l'altro comprende».

I SOCIAL La tecnologia, con il dialogo a distanza, veloce, senza volto, ha complicato le cose. «Nella comunicazione in presenza, il non verbale aiuta molto. Sui social, se non stiamo attentissimi alle parole o non usiamo emoticon c'è il rischio che l'altro possa fraintendere». 

IL SENSO DI COLPA Il problema affonda le sue radici nell'infanzia. «Ognuno ritiene di poter dire la sua e di avere ragione, quindi se l'altro non capisce è cattivo. Il fatto è che siamo stati abituati, fin da bambini, a un linguaggio basato su premio e punizione, senso di colpa e vergogna. Niente compiti, niente gita e simili. Questo tipo di frase ci ha convinti che il nostro comportamento generasse le emozioni dei nostri genitori e, divenuti adulti, ci fa pensare che le nostre emozioni derivino dagli altri, mentre nascono dai nostri bisogni. Un conto è dire Non mi hai chiamata nel weekend, mi sono dispiaciuta, altro è specificare Mi sono dispiaciuta perché volevo condividere dei pensieri con te. Nel primo caso, chi ascolta si mette sulla difensiva, nel secondo chi parla chiarisce che il dispiacere è legato al suo desiderio». 

LE SOLUZIONI Cosa si può fare, dunque, per capirsi meglio? «Parlare non è comunicare. Dobbiamo partire dal presupposto che ogni persona è un paese nuovo. Si riesce a creare una comunicazione a prova di conflitto se ci si sintonizza sul modo di essere dell'altro. Comunicare senza fraintendimenti significa prendersi la responsabilità di ciò che l'altro capisce, perché se non lo fa la colpa è nostra». 

INCOMUNICABILITA 

Gli interventi

Alessia Lautone, direttrice Lapresse: Mai invitata dai compagni di liceo per un malinteso: Ero al liceo e i miei compagni si vedevano di pomeriggio, o la sera, ma nessuno mi chiedeva di uscire. E io, troppo orgogliosa per fare il primo passo ma, in fondo, anche troppo insicura per avvicinarmi, restavo nel mio. Tanti scherzi a scuola, poi nulla. Nessuna eccezione, neanche dal compagno di banco che mi prestava il quaderno di matematica per non farmi beccare impreparata. Un giorno ci troviamo a studiare insieme e io, all’improvviso, chiedo: «Perché non mi chiamate mai quando uscite?». Lui, arrossisce e risponde: «Abbiamo sempre creduto che non saresti mai venuta con noi… Pensavamo ti vedessi con quelli più grandi». Iniziano qui i fraintendimenti della mia vita e continuano ancora oggi. Nonostante io abbia imparato a essere diretta, troppo diretta. La verità sempre sbattuta in faccia senza filtri e senza mezze misure. Senza possibilità di fraintendimenti, quindi. Penso io. E invece vengo fraintesa ancora, quasi sempre. Allora mi affanno a essere ancora più diretta, in un crescendo di verità malsane che distruggono l’interlocuzione e, mannaggia a me, nella maggior parte dei casi, anche noi interlocutori, che, comunque, continuiamo a non capirci. Cosa non funziona in me? Nel tragitto tra la mia bocca e l’orecchio altrui, il messaggio compie giri inesplorati e inimmaginabili. E io torno a essere quella liceale, incompresa e incomprensibile. 

Pierluigi Diaco, conduttore RaiDue e Rai RadioDue : Il guaio è l’ossessione di voler avere ragione: Comprendersi sarebbe molto più facile se imparassimo ad ascoltare l’altro senza pretendere di capirlo in un attimo, di poterlo giudicare con facilità, di pensare di intenderlo in pochi istanti. Ci si fraintende quando smettiamo di capire le ragioni altrui: si equivocano la cattiva e la buona fede dell’altro se perseveriamo nelle nostre convinzioni, se ci relazioniamo partendo da una tesi precostituita su chi ci sta davanti, se l’ego si sostituisce al nostro già compromesso equilibrio interiore. Le geografie affettive che animano la nostra esistenza sono spesso compromesse dall’ossessione di voler avere ragione, dall’incapacità di ammettere con un sorriso i nostri errori, dalla quella pericolosissima voglia di giudicare che si impossessa di noi a tal punto da perdere la visione, lo sguardo largo, il senso di ciò che ci circonda. Nel mondo del lavoro così come nella vita privata siamo soliti ripetere gli stessi errori: alla sincerità preferiamo la diplomazia o la falsità, alla franchezza la furbizia, al coraggio l’aggressività. Ammettiamo solo a noi stessi le nostre fragilità e, incapaci di condividerle per la paura di apparire deboli o disarmati, millantiamo una sicurezza che più delle volte fa tenerezza. Dovremmo tutti imparare a capire che non c’è risorsa migliore che ascoltare e capire davvero le ragioni degli altri per iniziare, qualora volessimo, a guardare e a guardarci con occhi nuovi. 

Emanuela Falcetti, conduttrice RaiRadioUno: Io la chiamo incomprensione, ambiguità, ipocrisia. Quando si parla non esiste un fraintendimento buono, il lapsus involontario, l’errore innocente. La responsabilità del fraintendimento è spesso condivisa, noi viviamo immersi in questa forma di ambiguità. Il fraintendimento e il suo carico di incomprensioni sono, per esempio, il pane quotidiano della comunicazione mediata dal computer.

INCOMPRENSIONE

La rapidità, la mancanza di tempo, il vocabolario rattrappito dei tweet, la sua grammatica scandalosamente sintetica, ci trascinano nel regno dell’incomunicabilità. Ovviamente, c’è una grande varietà di modi con i quali non ci si comprende, diversi livelli di responsabilità, ma in fondo a tutte le nostre parole, ai nostri fragili ponti fatti di parole, si nasconde uno scandaloso disinteresse per la comprensione reciproca. Uno dei grandi killer di questa nuova forma di solitudine è il “sentito dire”. Quasi più nessuno ha il coraggio di dire, “non ho capito” o “non lo so”. Pochi hanno il privilegio di usare il grande antidoto al caos del fraintendimento: fare domande, chiedere perché.

DAGONEWS il 29 marzo 2021. Il contatto con civiltà aliene potrebbe essere più probabile di quanto pensiamo. Un recente studio della NASA ha stimato che dovrebbero esserci almeno quattro pianeti abitabili (e probabilmente di più) entro 32 anni luce dalla Terra. Quei pianeti potrebbero ricevere (anche se debolmente) le nostre trasmissioni televisive. Ma gli alieni capirebbero quelle trasmissioni? Capiremmo noi gli alieni? Potremmo mai interpretare le loro lingue? In effetti, le domande sulla natura delle lingue aliene non hanno risposta. La lingua rimane l'unica cosa che sembra separare gli umani dagli altri animali sulla Terra. Il confronto del linguaggio umano con la comunicazione animale può essere d'aiuto, qualora avessimo bisogno freneticamente di decodificare un segnale alieno. Dopotutto, gli alieni avranno subìto un'evoluzione della loro lingua su un pianeta che è, come la Terra, anche pieno di specie non linguistiche. Forse la grammatica distingue davvero la lingua dalla non lingua. Molti animali hanno anche una sorta di grammatica. Ad esempio, le scimmie, con un repertorio di suoni piuttosto limitato, combinano quei suoni in modi diversi per creare nuovi significati.  Ma la grammatica potrebbe non essere necessaria nelle lingue animali o aliene. E se gli alieni volessero comunicare con noi attraverso i dipinti? Lo riconosceremmo come linguaggio? Non importa quanto sia avanzata una civiltà aliena, deve essersi evoluta da forme di vita più semplici che comunicavano in modi più semplici. Ci sono tratti universali che, grazie all'evoluzione, emergono in qualsiasi lingua su qualsiasi pianeta. La più importante di queste sembra essere questa: la lingua dovrebbe essere tanto complessa quanto deve essere per trasmettere le informazioni necessarie, ma non di più. Un linguaggio infinitamente complesso significherebbe che gli alieni avrebbero bisogno di cervelli infinitamente grandi per elaborarlo. L'evoluzione dà valore all'efficienza e un linguaggio assurdamente complesso è inefficiente. Questo principio si applica ugualmente bene al canto della megattera e ai dipinti di Michelangelo: possiamo capire il significato nella bellezza di un dipinto perché è equilibrato, non perché è complesso. Tale principio dovrebbe applicarsi anche alla lingua di un alieno, e quindi ai suoi messaggi alle persone della Terra. Anche se una civiltà avanzata decide di ristrutturare la propria lingua per essere più regolare, come hanno fatto gli umani con l'esperanto, è già troppo tardi. Il nostro cervello è stato plasmato dalla nostra lingua tanto quanto il contrario, e l'esperanto porta ancora con sé i tratti distintivi di una lingua tradizionale. Quantificare questo equilibrio evolutivo tra complessità e semplicità risulta relativamente facile, poiché esiste un continuum matematico che corre tra casualità e regolarità. Il linguaggio umano sembra essere appollaiato proprio tra complessità e semplicità, ma la maggior parte degli animali è lontana da entrambi gli aspetti. Il linguaggio alieno deve obbedire allo stesso equilibrio? Non possiamo esserne sicuri. Ma se sappiamo qualcosa sugli alieni, è che si saranno evoluti sul loro pianeta attraverso una selezione naturale, proprio come abbiamo fatto noi umani. I lontani antenati degli alieni sicuramente ululavano e fischiavano, sbuffavano quasi senza senso, proprio come i nostri antenati. Quindi le loro lingue potrebbero aver ereditato quell'impronta fondamentale, proprio come la nostra. Questo ci offre un ottimo punto di partenza per iniziare la frenetica corsa per decodificare i messaggi alieni, se mai dovessimo riceverne.

Cinque idee essenziali per esprimersi con sicurezza. Stefania Medetti su L'Espresso il 15 Marzo 2021. Prendere la parola con i colleghi o i superiori può essere causa di stress, ma comunicare in modo efficace è un’abilità che va allenata, non un talento. Allison Shapira, una fra le più note esperte di public speaking del mondo, suggerisce come farlo in poche, semplici mosse. In molte aziende, la capacità di leadership è misurata dalla volontà di far sentire la propria voce. “Ma questa è solo una parte della storia”, racconta Allison Shapira, ex cantante lirica, docente dell’arte di comunicare alla Harvard Kennedy School, fondatrice e amministratore delegato della società di consulenza Global Public Speaking. “Nel conto entra anche quello che diciamo, come lo diciamo e quando lo diciamo”. Un’alchimia complessa che Shapira distilla nel suo libro Speak With Impact: How to Command the Room and Influence Others arrivato in Italia con il titolo Presentazioni di impatto - Parlare in pubblico in modo autorevole e persuasivo (Polo Didattico, 19,80 euro). “La paura di parlare in pubblico, in un meeting o anche davanti a un gruppo di colleghi è perfettamente normale. Esprimersi con sicurezza non è una qualità innata, ma un talento che si può acquisire”, spiega la coach. Per inquadrare la natura del nostro timore a esprimerci, Shapira cita il lavoro del biologo americano Glenn Croston, autore di The Real Story of Risk: Adventures in a Hazardous World (La vera storia del rischio: avventure in un mondo pericoloso, ndr), un libro che illustra le ragioni per cui certe volte siamo audaci e altre no. “Quando ci troviamo a prendere la parola non temiamo semplicemente il giudizio delle altre persone o il fatto di sentirci in imbarazzo. Alla radice, c’è la paura di essere rifiutati. Nella notte dei tempi, infatti, l’ostracismo sociale equivaleva alla necessità di difendersi da soli e dunque alla morte”. Considerare questa paura atavica è importante, perché ci aiuta ad affrontarla con maggiore consapevolezza e perché ci dà la possibilità di inquadrare la questione da una nuova prospettiva: “Con le vostre parole avete la possibilità di influenzare le persone, i comportamenti e le idee, e di apportare cambiamenti positivi”. Ecco, dunque, i cinque consigli di Allison Shapira per imparare a esprimersi in modo efficace con i colleghi.

1. Preparatevi all’incontro. Con l’eccezione di incontri non programmati, i meeting entrano per tempo nell’agenda dei partecipanti. “Per potervi esprimere con autorevolezza, arrivate preparati all’appuntamento. Stilate una lista per punti degli argomenti che volete toccare. L’elenco vi solleva dalla necessità di pensare nel mezzo dell’incontro a qualcosa di brillante da dire”. Shapira invita inoltre a non memorizzare semplicemente queste osservazioni. “Recitatele ad alta voce in privato così da prendere confidenza con le parole che userete affinché riflettano sia il vostro punto di vista sia l’autenticità della vostra voce”.

2. Partite dal perché. “Questa è una fra le domande più importanti e raccomando sempre di non by-passarla”. Prima di un meeting, di un incontro con i colleghi o di una presentazione bisogna prendersi del tempo per riflettere sul proprio contributo partendo dal perché. “Soffermatevi a riflettere sul perché avete a cuore l’argomento di cui parlate e sul contributo che potete apportare. Queste considerazioni, infatti, non vi mettono semplicemente in contatto con il vostro scopo, ma impattano positivamente sulla vostra voce e sul linguaggio corporeo. Una volta messe a fuoco le ragioni del vostro contributo, dunque, vi renderete conto che la paura che vi tratteneva ha meno presa su di voi e, contemporaneamente, riconoscerete più fortemente il diritto di far sentire la vostra voce”.

3. Proteggete il potere della voce. “Ci sono molte cose che facciamo involontariamente che riducono il potere della nostra voce. Classico esempio l’intercalare. Frasi come "voglio dire" o interiezioni come "cioé", o il sempre più frequente "mmh" impattano sulla nostra modalità espressiva”, fa notare Shapira. Ma ci sono anche le fluttuazioni della voce che per esempio tende a salire alla fine di una frase. “Queste modalità espressive sono usate in ugual misura da uomini e donne. Quando le usano le donne, però, l’effetto negativo è proporzionalmente più grande. La soluzione è fare attenzione al proprio respiro, in modo tale da parlare con maggiore confidenza, evitando di cadere nelle trappole stilistiche”. Per quanto la convinzione nella voce abbia un grande potere, è spesso sottovalutato. “Esercitatevi nell’espirare mentre parlate, 'spingendo' la voce in avanti. Se così facendo vi accorgete di rimanere senza fiato, imparate a costruire frasi più brevi”.

4. Liberatevi della tensione. Se avete in programma un meeting importante, fermatevi qualche minuto in un luogo tranquillo prima dell’incontro. “Trovate un posto dove potete stare da sole senza dover parlare con altre persone. Liberatevi dell’energia nervosa, muovendo le braccia e le gambe e roteando le spalle”. Dopodiché, assumete una posizione eretta, come se prendeste possesso della vostra figura. “Con le gambe leggermente divaricate, inspirate profondamente alzando le braccia ed espirate lentamente abbassando le braccia”. Ripetete l’esercizio, concentrandovi su una respirazione profonda. Analogamente, prima di prendete la parola, fate una piccola pausa. “Prendete fiato e ricordare il vostro perché. Questo semplice gesto vi aiuta a 'centrarvi' e dà più energia alla voce”.

5. Scegliete il momento giusto. Paradossalmente, a volte è la persona che dice di meno quella che dice le cose più importanti, perché sceglie strategicamente quando parlare. “Se avete la tentazione di dire qualcosa solo per mettervi in mostra, evitate di farlo. Lo stesso vale se il vostro commento arriva ormai fuori tempo, quando nel gruppo si sta già parlando di altro”. Per quanto far sentire la propria voce in un incontro di lavoro ci dia visibilità, certe volte alcuni commenti dovrebbero essere riservati a conversazioni personali. “Questo a maggior ragione vale quando rischiamo di mettere un collega nell’angolo o sulla difensiva. Utilizzare strategicamente questo consiglio ha riverberi positivi di lungo termine sulla carriera”. 

Pensare? Alessandro Bertirotti il 4 marzo 2021 su Il Giornale. È tutta questione di… conoscenza. Tutti gli uomini ritengono che il pensare sia un’attività spontanea, equivalente al camminare o al respirare. In effetti, da quando il cervello si costituisce nel mondo vitale e come unità operativa di alcuni organismi viventi, si può sostenere esista il pensiero. Tuttavia, l’estrema individualità che caratterizza lo stile del pensiero di ognuno, e le differenze esistenti tra i vari individui, suggeriscono l’idea che la capacità di pensare sia suscettibile di modificazioni. Tutti gli uomini (o quasi tutti…) hanno per anni frequentato i banchi di scuola, apprendendo nozioni, memorizzando fatti e date. Poco tempo si è riservato invece all’apprendere un metodo per apprendere. Sembra che nella scuola viga la certezza che il pensare sia come un sottoprodotto che dovrebbe scaturire spontaneamente, dall’attenzione posta a materie specifiche. Le questioni riguardanti l’apprendimento in generale e l’acquisizione di un metodo appaiono affascinanti e, al tempo stesso, assai complesse. Con questo articolo voglio ragionare proprio sulla formazione delle idee (miele del nostro cervello) e perché esse siano tanto importanti per gli esseri umani. Il termine ragione è fondamentale per la filosofia ed assume in essa una molteplicità di significati. Due di essi sono fondamentali, dal nostro punto di vista: a), la ragione intesa in senso metafisico, come principio e fondamento della realtà; b), la ragione, come facoltà del pensiero umano e guida per una condotta etica. Nella filosofia dell’antica Grecia ricorrono entrambi questi significati: il logos designa sia la legge essenziale della realtà sia la capacità dell’uomo di ragionare e di dialogare (da dia-logos, due ragioni oppure due verbi a confronto). In questa seconda accezione la ragione è intesa anche come dianoia, ossia come facoltà discorsiva, contrapponendosi ad intelletto (in greco nous), ossia alla capacità di cogliere intuitivamente le verità prime (da cui muove ogni ragionamento). Il termine logos fa la sua apparizione nella filosofia di Eraclito, sviluppandosi poi nella filosofia degli stoici. Per questi il logos è la legge che governa tutte le cose. Esso è l’ordine razionale della natura e del cosmo, seguendo il quale l’uomo conduce una vita giusta e felice. Questa concezione, la cui evoluzione coincide con le diverse riprese del termine logos nella filosofia greca e nel pensiero cristiano dei padri della Chiesa, ritorna anche nella filosofia moderna, benché in un contesto problematico molto diverso: la filosofia sistematica di G.F. Hegel. Per lui la ragione (denominata anche Idea e Spirito) è la legge immanente della realtà, nel suo sviluppo naturale e storico. Hegel identifica il pensiero (ragione) con l’Essere (realtà). Al tempo stesso, egli situa la ragione (intesa anche come conoscenza dell’Assoluto), al di sopra dell’intelletto, perché questo consiste nella facoltà di astrazione e nella conoscenza del particolare. Dunque, per Hegel la ragione, intesa sia come fondamento della realtà sia come conoscenza della totalità del reale, procede dialetticamente, attraverso antitesi e contraddizioni, e perviene a collegare nella sintesi i diversi momenti della realtà, che l’intelletto invece coglie separatamente. Per il Nostro, mentre l’intelletto considera astrattamente i concetti nelle loro reciproche esclusioni, la ragione è consapevolezza del processo grazie al quale le astratte opposizioni sono poste e superate dalla dialettica dell’Idea. La ragione pertanto non è solo forma che suggelli un contenuto dato, ma è forma che fornisce a se stessa un contenuto, grazie appunto alla dialettica del principio costitutivo del tutto, l’Idea. Bene, penso che dovremmo riflettere, in base a quello che vi ho proposto in questo articolo, sulla nostra contemporaneità, quotidianità e chiederci cosa realmente dicono o scrivono alcune persone presenti nei media.

Il silenzio tra necessità e scelta. Tonino Ceravolo su Il Quotidiano del Sud il 28 febbraio 2021. In nessun testo del ‘900 si avverte meglio la necessità del silenzio quanto nella proposizione di chiusura del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein, pubblicato in Germania nel 1921: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Si deve tacere, osserva Wittgenstein, ovvero occorre consegnarsi al silenzio e all’afonia per fare spazio al Mistico, che, nell’algido rigore logico delle proposizioni del Tractatus, si mostra e non si dice. Il silenzio è indispensabile e deve essere protetto, come ha osservato Ugo Volli in un bel libro di tre decenni addietro (Apologia del silenzio imperfetto. Cinque riflessioni intorno alla filosofia del linguaggio, Feltrinelli, 1991), quasi fosse una specie rara, perché rischia di essere travolto dall’inflazione semiotica che ci circonda. Rumori e suoni dappertutto, segni che di continuo si impongono e ci sovrastano, tanto da far desiderare la quiete degli antichi esicasti, i quali ben sapevano che per ascoltare la parola di Dio il silenzio è necessario. La Parola (in questo caso con la maiuscola) per i monaci nasce dal silenzio e soltanto nel silenzio si degusta, insostituibile cibo spirituale, dopo aver messo a tacere, insieme con le labbra, anche il cuore. I monaci sono, non a caso, gli “specialisti del silenzio”, come la lunga tradizione eremitica e cenobitica attesta. Sottili distinzioni elaborate dal monachesimo: il piccolo e il grande silenzio. Per i Benedettini il grande silenzio comporta la proibizione assoluta di parlare e suoi luoghi sono la chiesa, il dormitorio, il refettorio e la cucina; il piccolo silenzio prevede, invece, la possibilità di pronunciare delle parole, sebbene dolcemente e, si noti l’ossimoro, “silenziosamente”. Nel monachesimo certosino luogo del grande silenzio è il chiostro, lungo il quale sono disposte le celle dei padri claustrali, isole di silenzio dentro quella grande isola silente che è il monastero. Eppure, il silenzio è anche una materia ambigua, sfuggente, vischiosa, in cui è facile ritrovarsi prigionieri di contraddizioni e aporie. Il silenzio di pace dei monasteri – lo ha osservato David Le Breton – ha convissuto e convive nelle nostre società con un altro silenzio, un silenzio d’angoscia, reso “necessario” perché molte volte imposto, obbligato. E questo è un silenzio di paura, di omertà, di morte, quello degli occhi che non vedono e delle orecchie che non odono. Esistono molteplici luoghi a far da teatro e da scena muta per quest’ultima tipologia del silenzio: spazi pubblici e privati, case, strade e piazze, persino tribunali. Luoghi in cui il silenzio può farsi omissione e complicità (volontaria o involontaria, estorta o convinta, scelta o imposta). Non più predisposizione all’ascolto e apertura (all’altro, a Dio, al proprio io), ma un tacere che è chiusura, un mutismo che spaventa e che si incarna in parole quali acquiescenza, passività, timore, tutte forme di una inaccettabile riduzione e costrizione al silenzio.

Il Mondo? Cambia sulla parola. Non solo con le guerre, le nuove epoche iniziano spesso con una frase o anche con una semplice domanda. Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 28 febbraio 2021. Sono le parole che hanno fatto la Storia. Possono essere frasi ma anche semplici punti di domanda. Possono essere certi sì, oppure certi no: quel che li accomuna è il rumore fatto. Simile a un colpo di cannone. Dal momento in cui quelle parole sono state dette inizia qualcosa di altro, di nuovo, di diverso. Allora, vien da pensare che a volte le nuove epoche iniziano non solo con le guerre, ma anche con una frase – magari estrapolata da un discorso più ampio – in grado di cambiare il corso degli eventi, orientandolo verso una direzione piuttosto che un’altra. Diversi gli ambiti, tante le storie, i fatti, i luoghi e le date che raccontano come il mondo sia cambiato (anche) in virtù delle parole finite sui libri di Storia o di quelle chiuse nei cassetti delle cronache pronte a venir fuori quando meno te lo aspetti. Amarcord lessicali. Frasi riconoscibili e riconducibili immediatamente alle persone che le hanno pronunciate, alle circostanze in cui sono state dette e alle conseguenze prodotte nel breve, lungo o medio termine. Sui sentieri tortuosi degli uomini è accaduto ed è stato come voltare pagina. È accaduto, ad esempio, nel tempo presente con l’arrivo del presidente del Consiglio, Mario Draghi. Il suo “Whatever it takes” ovvero “costi quel che costi” o “tutto ciò che è necessario” è rimbalzato dai media alla case degli italiani in questo tempo fragile di giorni sghembi. Eppure, sono trascorsi alcuni anni da quando quelle parole sono state pronunciate. Stesso rombo di tuono, però. Del resto, il Whatever it takes “apre nella politica europea un altro orizzonte che non aveva precedenti – ricostruisce Treccani – È il 26 luglio del 2012. L’Europa dell’euro è in grande difficoltà. […] Draghi, da meno di un anno Presidente della Banca centrale europea, sale sul palco della conferenza di Londra e, senza troppi preamboli, dopo una manciata di minuti di introduzione, pronuncia la frase che cambia la storia della crisi: «Entro il suo mandato la Bce preserverà l’euro, costi quel che costi(whatever it takes, ndr). E, credetemi, sarà abbastanza»”.  Oggi come ieri, la Storia ci offre un alfabeto di storie variegato. Non teme l’usura, ad esempio, il celeberrimo “Il dado è tratto” di Giulio Cesare. Traduzione dal latino “Alea iacta est” – “il dado è tratto” o “il dado è stato gettato” – è l’espressione attribuita a Cesare da Svetonio. L’imperatore romano l’avrebbe detta nella notte del  10 gennaio del 49 a.C. dopo aver varcato il  Rubicone. Ed è forse solo un po’ meno conosciuta l’espressione “In hoc signo vinces” – “in (sotto) questo segno vincerai”. La comparsa in cielo della scritta in greco accanto a una croce sarebbe uno dei segni prodigiosi apparsi in sogno a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio. Un sogno, un presagio e una scritta per entrare nella Storia e anche nella leggenda. Zigzagando nel tempo, ecco Giuseppe Garibaldi e la sua “Qui si fa l’Italia o si muore”. Secondo  Giuseppe Cesare Abba, l’eroe dei due mondi avrebbe pronunciato queste parole il 15 maggio del 1860 durante la battaglia di Calatafimi. Qualche anno prima – il 10 gennaio 1859 – Vittorio Emanuele II, re di Sardegna di fronte al parlamento di Torino, dice: “Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi!” . È questa, forse, la frase più celebre di quel discorso redatto dal conte Camillo Benso Conte di Cavour. Un discorso considerato (insieme all’arruolamento dei soldati) dall’Austria provocatorio che dette inizio alla  Seconda guerra d’indipendenza italiana. Ancora avanti. Resta negli annali quel “Sangue, sudore e lacrime” con cui sir Winston Churchill  si rivolse alla  Camera dei Comuni  del  Parlamento del Regno Unito il 13 maggio  del 1940. Era il suo  primo discorso come primo ministro nell’ora più buia. Un invito vibrante a difendere l’Inghilterra e a non arrendersi mai. Ancora storia e politica. A Gorbaciov è legata una delle parole russe entrate nel lessico di tutti: “perestrojka” ad indicare un insieme di riforme politiche, sociali ma anche economiche. Tra il 15 e il 17 maggio 1985 Michail Gorbaciov – nella veste di nuovo segretario generale del Partito Comunista – va Leningrado e incontra il comitato cittadino di partito. In quell’occasione afferma: «È evidente, compagni, che tutti noi dobbiamo ricostruirci. Tutti». Sceglie il verbo “perestrajvat’sja” che in russo significa ricostruirsi. Da quel momento il termine “perestrojka” diventa lo slogan riconoscibile di una nuova fase storica dell’Unione Sovietica. Ancora espressioni che fanno rumore come quel “compromesso storico” , entrato di diritto nell’alfabeto della politica italiana che ci riporta immediatamente nell’Italia degli anni Settanta da Enrico Berlinguer. In un articolo su Repubblica – dal titolo “Le paure di Berlinguer e il compromesso storico” – Miriam Maffai ne ricorda la genesi temporale: “Lui sta seduto in pizzo in pizzo alla poltroncina, dinanzi al tavolo tondo del soggiorno, in canottiera, pianelle di cuoio ai piedi, sigaretta accesa tra le labbra, occhio sinistro semichiuso per evitare il fumo, davanti a sé parecchi fogli […] Enrico Berlinguer, in quel caldo pomeriggio di ottobre del 1973, sta scrivendo – è la testimonianza di Antonio Tatò, suo segretario, amico e collaboratore – l’ ultimo dei tre articoli dedicati ad una analisi della situazione italiana dopo i fatti del Cile…”. Ed è proprio nel terzo scritto che Berlinguer pubblica su Rinascita (come i primi due che lo precedettero) che troviamo la chiave di volta. Scrive Berlinguer: “… La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”. Era il 12 ottobre 1973. Due parole per sintetizzare una strategia politica. Il resto, è nella cronaca politica del Bel Paese. A volte, però, per fare la Storia basta una domanda fatta al momento giusto, nel posto giusto, all’interlocutore giusto. L’effetto a sorpresa spariglia le carte. È accaduto con colui che viene indicato come l’italiano che fece “cadere” il muro di Berlino. Fatale fu una conferenza stampa datata  9 novembre 1989, a cui Riccardo Ehrman giornalista corrispondente dell’Ansa a Berlino arrivò persino in ritardo. Riportano le cronache che a Ehrman bastò una domanda: “Ab wann?” (“Da quando?”). Per capire come andò, val la pena ricordare come l’ex corrispondente – che a 13 anni fu rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia – ricostruì quei momenti in un servizio fatto dall’Ansa in occasione dei suoi novant’anni. “Era una noiosa conferenza stampa, come tutte quelle del regime comunista della Germania orientale – ricordò , Ehrman – Durò quasi due ore. Il portavoce, Schabowski, aveva parlato di cose fatte e da fare e aveva anche accennato, nello stesso tono monocorde di sempre, al fatto che era possibile che il regime avesse commesso qualche errore”. “Prendendo spunto da quella affermazione – riportò ancora all’Ansa il giornalista – la mia domanda, quando finalmente mi fu concessa la parola, fu: ‘Non crede che avete commesso degli errori nel promulgare una nuova legge sui viaggi che non è tale, ma solo una conferma di tutto quello che succedeva prima?’ Più tardi Schabowski mi disse che quella domanda lo avevo fatto irritare molto. Alla conferenza stampa rispose: ‘Noi non facciamo errori’. E tirò fuori dalla tasca un foglietto, con cui annunciava appunto che tutti i cittadini tedeschi orientali potevano varcare tutte le frontiere, senza passaporto”.  “E fu a questo punto che io aggiunsi altre due domande: Vale anche per Berlino ovest? Sì – fu la risposta – per tutte le frontiere. Quindi l’ultima: E da quando?. Schabowski rimase un momento interdetto: "Su questo foglio non c’è scritto, però sicuramente da questo momento". Commise un errore, perché io ho la copia del foglio, che mi regalò lui stesso nel 2002, e lì c’è scritto "ab sofort", che in italiano significa "da subito" ”. A proposito di annunci a sorpresa, rientra a giusto titolo quello con cui Papa Ratzinger rinunciò al Soglio Pontificio. Era l’11 febbraio 2013 e una giornalista firma il primo scoop in latino del mondo. Si chiama Giovanna Chirri. Quel giorno la vaticanista dell’Ansa, dalla Sala Stampa vaticana ascolta le parole di Josef Ratzinger in occasione del Concistoro dedicato ai martiri di Otranto.  Ma Benedetto XVI spiazza tutti, però. Incomincia a leggere in latino e dice: “Carissimi Fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. In quell’atto di “rinuncia” di Papa Benedetto anche due parole chiave: “ingravescente aetate” (per l’età avanzata). «La “Ingravescentem aetatem” è il documento con cui Paolo VI tolse ai cardinali ultraottantenni il diritto di eleggere i papi, sono le parole per il pensionamento” spiegherà la Chirri, commentando le emozioni febbrili di quel momento storico per la Chiesa. Il dopo Ratzinger sarà nelle mani di Papa Francesco, l’argentino; il prima in quelle del polacco Giovanni Paolo II. Di lui risuona ancora quel “Non abbiate paura” che Wojtyla pronunciò domenica, 22 ottobre 1978 all’inizio del suo Pontificato. Sul fronte dei diritti civili c’è un “no” a fare più rumore di un intero discorso ed è quello di Rosa Parks il primo dicembre del 1955 quando rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco. Il no di Rosa come la goccia d’acqua che scava la roccia. E per finire una frase che ancora a distanza di tempo ci parla di futuro, sfide e possibilità. Era il 21 luglio 1969. A dirla fu Neil Armstrong – il comandante della missione spaziale Apollo 11 – e fa così: “Questo è un piccolo passo per (un) uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”. Poco importano le dispute che di tanto in tanto spuntano sulla presenza o meno dell’articolo indeterminativo inglese “a” (un). Armstrong e il mondo erano sulla luna!

·        I Segreti.

Dagotraduzione da Study Finds il 14 luglio 2021. Quali sono i segreti che teniamo per noi? Secondo un recente sondaggio su 2000 adulti britannici, la salute mentale, l’igiene e gli affari sono gli argomenti che più nascondiamo agli altri.  Realizzato da OnePoll per conto di Sky HISTORY, il sondaggio ha mostrato che i problemi di salute mentale sono il segreto più comune tra gli adulti. Un terzo degli intervistati tiene per sé un incidente imbarazzante o "degno di nota". Quasi un adulto su cinque (18%) mantiene i propri segreti semplicemente per evitare problemi di relazione, mentre uno su 10 lo fa per tenere lontana la polizia. «La ricerca suggerisce che il pubblico britannico mantiene molti segreti l'uno con l'altro, che si tratti di qualcosa di banale, imbarazzante o anche personale, come la salute mentale», osserva un portavoce di Sky in una dichiarazione. Quindi, chi viene "protetto" da queste sfortunate verità? Uno su cinque ha maggiori probabilità di mantenere un segreto con le proprie madri e il 16% non osa nemmeno dire ai propri migliori amici i propri segreti. Allo stesso modo, un altro 16% non dice sempre ai propri partner tutta la verità. All'interno di quel gruppo, il 14% afferma anche di temere costantemente che il proprio compagno scopra una verità nascosta. Il 13% sostiene che non direbbe nemmeno ai propri cari di aver vinto alla lotteria. È importante ricordare, tuttavia, che molti intervistati confessano che mantenere i segreti infligge un pesante tributo psicologico. Tutto sommato, il sondaggio conclude che oltre un quarto degli adulti vede il proprio processo decisionale quotidiano influenzato dal peso dei segreti che portano con sé.

I 25 SEGRETI CHE LE PERSONE TENGONO DA AMICI E FAMIGLIE: 

1.Problemi di salute mentale

2.Incidenti imbarazzanti

3.Storie su Internet

4.Abitudini alimentari/spuntino

5.Abitudini igieniche

6.Numero di partner sessuali passati

7.Estratti conto banca/carta di credito

8.Fingere una malattia nel passato per evitare un impegno

9.Affari/infedeltà

SEGRETI

10.Una notte sta

11.Malattia

12.Abitudini al fumo

13.Fingere una malattia per evitare il lavoro

14.Soldi spesi per il cibo

15.Paure/fobie

16.Sostenere una squadra di calcio impopolare

17.Tempo trascorso al bar/pub

18.Acquistare articoli costosi online

19.Uso di droga

20.Abuso di alcool

21.Avere una cotta per le celebrità

22.Quanto sei bravo o non sei in qualcosa

23.Essere a dieta

24.opinioni politiche

25.Storia familiare

·        La Punteggiatura.

Notizie tratte da Claire Cock-Starkey, “Hyphens & Hashtags”, Bodelaian Lirary, raccolte da Giorgio Dell’Arti e pubblicate dal “Fatto Quotidiano” l'8 agosto 2021. Hugo. Victor Hugo voleva sapere quanto stessero vendendo I miserabili (1862) e mandò all'editore un telegramma di un solo carattere: "?". Il libro aveva già venduto seimila copie, così l'editore poté rispondere: "!".

? Sull'origine del punto interrogativo, parecchie teorie, nessuna sostenuta da fonti testuali. Prima teoria: viene dall'antico Egitto, la sua forma è quella della coda di gatto. Seconda teoria: è il latino quaestio, abbreviato in qo, con la "q" che, passando il tempo, viene alla fine sovrapposta alla "o".

! I monaci, alla fine di certe frasi, scrivevano "io", cioè "gioia" in latino, con la "I" maiuscola e la "o" minuscola. Anche in questo caso, a un certo punto, la "I" finì sopra la "o". Il punto esclamativo era detto "punto di ammirazione". 

Leonard. Secondo Elmore Leonard, si dovrebbe adoperare il punto esclamativo non più di una volta ogni centomila parole. Esaminati i suoi scritti, risultò però che Leonard, ogni centomila parole, metteva 49 punti interrogativi. 

Latini. I latini scrivevano in maiuscolo e senza interporre spazi tra una parola e l'altra. 

Twain. "Il mio lavoro consiste nell'abbattere la punteggiatura con cui i tipografi correggono la mia punteggiatura, e nel restaurare la mia" (Mark Twain).

Denham. Henry Denham, nel 1580, propose il punto interrogativo capovolto, con cui si sarebbero segnalate le domande retoriche. Non ebbe alcun seguito. 

@ Il primo utilizzo della chiocciola si trova in una lettera del 1536 di Francesco Lapi, mercante fiorentino. La @ era adoperata nel senso di "amphorae", unità di misura relativa alle anfore di terracotta in cui venivano trasportati vino, grano e spezie. In seguito i commercianti la utilizzarono come simbolo di "prezzo": "15 mele @ 15 centesimi". 

# Il cancelletto (o hashtag) origina dall'abbreviazione medievale "lb" per "libra pondo", un'unità di peso. Senonché "lb" si leggeva troppo spesso "16" e di conseguenza, nel XIV secolo, si ricorse a una linea che attraversava le due lettere, e questo segno, nel tempo, si trasformò nel moderno #.

Il simbolo divenne popolare negli Anni 60 quando venne utilizzato dalla Bell Laboratories per agire da tasto di funzione nelle tastiere dei telefoni. A quei tempi il cancelletto non avevaun significato specifico, ma venne selezionato perché era un simbolo familiare e già incorporato nelle tastiere delle macchine da scrivere. 

Per risolvere il problema di capire come separare idee o demarcare la fine di un pensiero, alcuni monaci, per indicare la fine di una frase, iniziarono ad utilizzare tre punti (due sotto e uno sopra). Fu Isidoro di Siviglia (560-636) a popolarizzare il punto unico, anche noto come distinctio finalis. 

, La virgola fu inizialmente utilizzata per aiutare la lettura ad alta voce di testi religiosi. Gli scribi piazzavano un punto sopra la parola per indicare dove il lettore avrebbe dovuto respirare. Nel XII secolo Boncompagno da Signa ricorse, per questo stesso scopo, a una barra obliqua. 

Con la nascita della stampa parecchi simboli concorsero alla gara per rappresentare la virgola. William Caxton, creatore della prima stampa in Inghilterra, inclinò leggermente la barra obliqua di Boncompagno. Ma Aldo Manuzio, il grande veneziano, ebbe l'idea definitiva: una piccola onda verticale. Vittoria completa, la virgola come noi la conosciamo apparve sulle stampe inglesi già nel 1520.

Dagospia il 9 maggio 2021. In una storia apparsa per la prima volta nel “Manuale delle Curiosità Letterarie” di William S. Walsh (1892), si racconta che Victor Hugo avesse partecipato a una delle corrispondenze letterarie più concise della storia: Alla pubblicazione di “Les Misérables” nel 1862, Hugo era alla disperata ricerca di sapere come fosse andato il suo libro, così inviò al suo editore un telegramma con sopra scritto “?” L’editore, soddisfatto che il libro avesse venduto più di 6.000 copie nei primi giorni, rispose con un semplice “!” I simboli permettono di trasmettere concetti in modo succinto, invadono i margini delle nostre tastiere e plasmano la nostra comprensione del mondo esterno. Senza punteggiatura o simboli matematici, ogni testo sarebbe una serie infinita e ininterrotta di lettere e numeri. La storia di questi caratteri è fatta di alti e bassi, da manoscritti religiosi a documenti aziendali, dallo sviluppo della stampa alla nascita dei mass media.

LATINO SENZA SPAZIO O PUNTEGGIATURA. Inizialmente era lo scriba, non l’autore del testo, a scegliere un simbolo. Allo stesso modo, durante lo sviluppo della stampa era il compito del tipografo selezionare quale simbolo utilizzare. Nel mondo letterario erano spesso gli editori e i revisori a formare il modo in cui il testo raggiungesse il pubblico, con il dispiacere di scrittori come Mark Twain, che nel 1897 scrisse: “Mi arrendo. Questi stampatori non prestano attenzione alla mia punteggiatura. Nove decimi del lavoro e la vessazione sottoposti dai signori Spottiswoode & Co. Consistono nell’abbattere la loro punteggiatura ignorante e senza senso e nel restaurare la mia. Non tutti i simboli hanno un percorso lineare dalla loro invenzione all’uso nel linguaggio comune. Alcuni, come il “Punto d’ironia”, un punto interrogativo capovolto utilizzato per identificare domande retoriche, proposto da Henry Denham nel 1580, non è riuscito a prendere piede. Alcuni sono coesistiti per centinaia di anni, altri, come # e @, hanno perso i loro significati originali e sono stati riutilizzati per altri scopi, a dimostrazione del fatto che non si può sopprimere un buon simbolo.

PUNTI DI SEPARAZIONE OTTAVO SECOLO.

Lo spazio. Il latino era originariamente scritto in lettere maiuscole senza spazio tra le parole. Nell’ottavo secolo, gli scribi inglesi e irlandesi iniziarono a copiare dei testi con dei punti per demarcare la fine di una parola e l’inizio di un’altra. I punti vennero poi con uno spazio per rendere il latino più comprensibile ai non nativi.

Il punto. Per risolvere il problema persistente di capire come separare idee o demarcare la fine di un pensiero, alcuni monaci iniziarono ad utilizzare 3 punti (due sotto e uno sopra) per indicare la fine di una frase. Fu Isidoro di Siviglia (560-636) a popolarizzare il punto unico, anche noto come distinctio finalis.

La virgola. La virgola fu inizialmente utilizzata per aiutare la lettura ad alta voce di testi religiosi. Gli scribi utilizzavano un punto sopra la parola per indicare dove il lettore avrebbe dovuto respirare. Più tardi, nel 12esimo secolo, Boncompagno da Signa iniziò ad utilizzare una barra obliqua. Con la nascita della stampa ci furono un numero di simboli differenti a competere per il ruolo di virgola. William Caxton, creatore della prima stampa in Inghilterra, inclinò leggermente la barra obliqua, mentre Aldo Manuzio, lo stampatore più popolare di Venezia, preferì utilizzare un simbolo nuovo: la virgola semicircolare. Il simbolo fu talmente popolare che si espanse velocemente al nord e iniziò ad apparire su stampe inglesi a partire dal 1520.

Il punto interrogativo. Una delle teorie più popolari è che sia originato nell’antico Egitto, dove si utilizzava la forma della coda di un gatto incuriosito. Un’altra teoria è che derivi dal latino, dove gli scribi utilizzavano la versione abbreviata di “quaestio” (domanda) alla fine di una frase per indicare una domanda.  Nel tempo “quaestio” venne abbreviata un “qo”, poi la “q” venne sovrapposta sopra la “o”, fino a diventare il punto interrogativo moderno. Nessuna delle due teorie è sostenuta da fonti testuali.

I due punti. La parola inglese “colon” (utilizzata per indicare i due punti) deriva dal greco “kolon”, che significa arto. Questa origine indica come i due punti fossero utilizzati per separare le sezioni di una frase. George Puttenham fu il primo ad utilizzare la parola “colon” nella lingua inglese nel suo libro “The Arte of English Poesie” del 1589 per indicare la durata della pausa quando si legge in prosa, con la virgola che indicava una pausa breve e i due punti una pausa più lunga.

Il punto esclamativo. Le origini di questo simbolo non sono chiare, ma la teoria più popolare è che sia originata dai monaci e il loro modo di proclamare gioia nei testi sacri. La parola “gioia” in latino si scrive “io”, che era solitamente scritta in stampatello con la “I” sopra la “O”. Si dice che questa abbreviazione di “IO” si trasformò lentamente nel “punto di ammirazione”, utilizzato per indicare stupore. Il “Dizionario dell’uso dell’inglese contemporaneo” scritto da H.W. Fowler nel 1926 avverte che: “fatta eccezione per la prosa, il punto esclamativo dovrebbe essere utilizzato con parsimonia.” Allo stesso modo, Elmore Leonard asserì che gli scrittori dovrebbero usare il punto esclamativo solo due o tre volte per ogni 100.000 parole. Nonostante ciò Leonard stesso era solito utilizzare il punto esclamativo circa 49 volte per ogni 100.000 parole.

Il tratto d’unione. Nel 1962 la NASA stava progettando il lancio di una sonda interplanetaria diretta su Marte, la Mariner 1. Purtroppo, un trattino fu omesso dai codici che determinavano la sua velocità e traiettoria, causandone l’esplosione al lancio. Arthur C. Clarke l’ha chiamato “il trattino più caro della storia”. L’origine del tratto di unione risale a Johannes Gutenberg, padre della stampa moderna. Nello stampare i suoi primi libri, Gutenberg voleva creare pagine che assomigliassero il più possibili ai testi prodotti da uno scriba. Tradizionalmente, i monaci tendevano a variare lo spazio tra le lettere per poter rientrare ordinatamente dentro i margini delle pagine dei manoscritti. Per replicare questo effetto, Gutenberg introdusse il tratto d’unione per legare insieme parole che venivano interrotte e riprese nella linea seguente.

Il cancelletto. Il cancelletto (anche conosciuto come hashtag) origina dall’abbreviazione utilizzata nel medievo per la parola “libra pondo” per indicare un’unità di peso. Inizialmente si utilizzava l’abbreviazione “lb”, ma veniva spesso confusa per il numero 16. Di conseguenza, nel 14esimo secolo si iniziò ad utilizzare una linea attraverso le due lettere per indicare un’abbreviazione, che nel tempo si trasformò nel moderno #. Il simbolo divenne popolare negli anni ’60 quando venne utilizzato dalla Bell Laboratories per agire da tasto di funzione nelle tastiere dei telefoni. A quei tempi il cancelletto non aveva un significato ben specifico, ma venne selezionato perché era un simbolo familiare e già incorporato nelle tastiere delle macchine da scrivere.

La chiocciola. Il primo utilizzo della chiocciola è stato trovato in una lettera scritta nel 1536 da Francesco Lapi, un mercante fiorentino. Lapi utilizzò la @ come abbreviazione di “amphorae”, un’unita di misura usata nel trasporto di vino, grano e spezie che venivano portate dentro anfore di terracotta. È stata successivamente utilizzato dai commercianti per indicare un prezzo, come per esempio “15 mele @ 15 centesimi.”

La e commerciale. I primi esempi dell’utilizzo della e commerciale vennero rinvenuti su dei graffiti trovati sui muri di Pompei. Sebbene fosse molto popolare, il simbolo non aveva nome fino al 19esimo secolo. Il nome inglese “ampersand” deriva dal latino “per sé”, utilizzato per indicare una lettera singola, che nel tempo si trasformò nel termine moderno.

Il simbolo della sterlina. Il museo della Bank of England ha un assegno datato 1661 con il simbolo della sterlina che venne elaborato dalla lettera L attraversata da una riga per indicare che si trattasse di un’abbreviazione della parola “libra”, anch’essa un’abbreviazione del termine “libra pondo” utilizzato nell’antica Roma come unità di peso. Questo sistema è stato utilizzato per creare i simboli di altre valute, come ad esempio lo Yen giapponese (creato da una Y attraversata da due linee orizzontali) o quello dell’Euro. Lo stesso vale per i centesimi americani (una C con due linee verticali) ma non per il simbolo del dollaro, che molti storici pensano sia originato dal simbolo del Peso spagnolo. Nello scrivere le valute, i mercanti utilizzavano una P maiuscola sovrapposta a una s, che venne in seguito semplificata utilizzando il “pilone” della P sopra la S: $.

L'uguale. Tradiziozalmente in Europa la maggior parte dell'aritmetica veniva scritta in latino, con "è uguale a" generalmente scritto come "aequales" o talvolta abbreviato in "aeq". Nel 1557 il matematico gallese Robert Recorde scrisse: "Per evitare la ripetizione fastidiosa delle parole “è uguale a” io utilizzo due linee parallele. Niente può è più uguale di questi due trattini.” Queste linee parallele furono utilizzate nel suo libro di algebra e aritmetica “The Whetstone of Witte.”

La Baviera sul linguaggio gender. "Va salvaguardato il tedesco". Daniel Mosseri il 22 Settembre 2021 su Il Giornale. Il governo contro le università che impongono ai loro studenti una scrittura più neutra e inclusiva. No all'indottrinamento del linguaggio «inclusivo» e no ai poliziotti del linguaggio. Il governo regionale di Monaco di Baviera ha lanciato un avvertimento alle università e alle accademie che operano sul territorio del Libero Stato di Baviera: gli studenti che non adoperano gli asterischi o le schwa, che non declinano i nomi anche al femminile ma che insisteranno con l'uso tradizionale delle desinenze al maschile non dovranno ricevere voti più bassi. Il gendern, così si indica con neologismo tedesco la pratica di trasformare il linguaggio depurandolo dall'uso prevalente del maschile, «non deve essere rilevanti a fini degli esami», ha dichiarato lo stesso Söder a seguito di una riunione dell'esecutivo regionale. Dello stesso avviso il ministro bavarese per la Scienza, Bernd Sibler. Smentendo alcune voci circolate nei giorni scorsi secondo cui ad alcuni studenti allergici al gendern sarebbero stati assegnati dei voti più bassi, il ministro del partito cristiano sociale bavarese (Csu) di Söder ha affermato che nel Land meridionale tedesco non è stata registrata alcuna protesta o denuncia da parte di studenti ma che tuttavia «l'uso del linguaggio di genere non dovrebbe essere un criterio di valutazione». La sollecitazione dell'esecutivo, ha poi aggiunto lo stesso Söder, è di natura provvisoria e il governo di Monaco si riserva di verificare e approfondire la questione in futuro. Abituato a far notizia per i suoi modi assertivi, a meno di una settimana dalle elezioni per il rinnovo del Bundestag, Söder sposta su di se la luce dei riflettori della politica. Ma l'annuncio era nell'aria: la settimana scorsa la Conferenza delle Università bavaresi e il governo di Monaco avevano polemizzato a distanza in materia. Ad agosto una serie di università ha preparato alcune linee guida per consigliare agli studenti di non utilizzare le desinenze maschili e femminili ma al contrario di impiegare un linguaggio più neutro e inclusivo anche grazie all'uso di asterischi. A ruota gli atenei bavaresi hanno ribadito che «gli studenti sono liberi di scegliere la lingua per loro più appropriata. Nessuno può quindi essere valutato in maniera peggiore». Troppo poco per il governo di Söder, il governatore che fino alla scorsa primavera ha cercato di farsi accreditare quale candidato cancelliere di tutti i moderati. Parlando al congresso della Csu e in una serie di interviste, Söder ha etichettato le linee guide degli atenei come «indottrinamento», ricordando che il linguaggio non si impone dall'alto e che tali indicazioni finiscono poi in eccessi secondo cui non si potrà più dire «padre e madre» ma «genitore 1 e genitore 2». «Io non voglio che i miei figli mi chiamino genitore», ha affermato. Il gendern non è esclusiva delle università: molte amministrazioni prediligono l'uso di termini neutri. Così per non dire elettori ed elettrici si dirà «persone votanti» e per non dire lavoratori o lavoratrici si dirà «forza lavoro». La settimana scorsa il 96% dei delegati al congresso della Csu ha respinto «gli eccessi politicamente indottrinati e artificiali delle acrobazie linguistiche gender-moralistiche». Daniel Mosseri

Il caso. L’asterisco toglie voce all’italiano. Maurizio Bettini su La Repubblica il 10 agosto 2021. In controtendenza con la storia dell’alfabeto lo schwa e gli altri segni grafici non hanno un corrispettivo fonetico. I Greci raccontavano che a inventare l’alfabeto fosse stato il dio Hermes, osservando il volo di uno stormo di gru. In effetti quando migrano questi uccelli disegnano in cielo una linea retta, mentre sopra e sotto di essa ali e zampe formano dei segni che, presi insieme, possono suscitare l’immagine di caratteri alfabetici disposti in una riga. L’invenzione dell’alfabeto ha costituito un evento cruciale nella storia della cultura umana, segnando il passaggio dal mondo dell’oralità a quello della scrittura.

Lingua italiana, la Crusca bastona la Murgia: “Meglio il maschile plurale che schwa e asterisco”. Federica Argento sabato 25 Settembre 2021 su Il Secolo d'Italia. “Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale”. Con questa “sentenza” l’Accademia della Crusca mette la parola fine alla questione: asterisco o schwa (“e” capolvolta)? Meglio il maschile plurale. La secolare istituzione fiorentina incaricata di custodire il ‘tesoro’ della lingua italiana  interviene dopo molte sollecitazioni sui temi legati al genere: in particolare sull’uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che ‘opacizzano’ le desinenze maschili e femminili. Un uso promosso e sollecitato dalla scrittrice Michela Murgia e dalla sua “neo lingua”. Spiega il linguista accademico Paolo D’Achille: “È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua  al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire”. L’Accademia della Crusca pertanto precisa:  “L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro. Così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale; presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto: consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale”. Michela Murgia, paladina della lingua inclusiva e non sessista dovrebbe prendere atto della sentenza autorevole. Non bisogna travisare gli ambiti, spiega l’accademico. L’ uso consapevole del maschile plurale non è certo da intendere come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico. Eppure per la scrittrice dire “brava” e “Bella” era già un insulto. E proponeva di abolire l’eroe presente nei classici e nell favole:”Deve vincere il collettivo”, prescive nel suo libro. Boccia, dunque, il ricorso all’asterisco e allo schwa il professore Paolo D’Achille. L’estensore del parere per l’Accademia della Crusca suggerisce pertanto il ricorso al maschile plurale. E spiega. Nell’italiano standard il maschile al plurale è “da considerare come genere grammaticale non marcato”: per esempio nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Maria e Pietro sono stanchi”; o mamma e papà sono usciti”. Inoltre, se dico “stasera verranno da me alcuni amici” non significa affatto che la compagnia sarà di soli maschi. Invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne. Se qualcuno dichiara di avere “tre figli”, sappiamo con certezza solo che tra loro c’è un maschio (diversamente dal caso di “tre figlie”), a meno che non aggiunga “maschi”. Michela Murgia e le pasionarie della neo lingua se ne dovranno fare una ragione. Il libro “Stai zitta“ (Einaudi) nel quale la scrittrice  si prefigge di sfatare i luoghi comuni del maschilismo imperante può andare in soffitta.

Quesiti linguistici. Asterisco o schwa per il genere neutro? La Crusca dice no. Accademia della Crusca il 2 Ottobre 2021 su L'Inkiesta.it.. Secondo i linguisti, è opportuno usare il maschile plurale, come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico. Inutile forzare la lingua al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire.

Un asterisco sul genere. Mario Lavia su accademiadellacrusca.it. È ormai divenuto molto alto il numero dei quesiti pervenutici su temi legati al genere: uso dell’asterisco, dello schwa o di altri segni che “opacizzano” le desinenze maschili e femminili; possibilità per l’italiano di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei o di “recuperare” il neutro per riferirsi a persone che si definiscono non binarie; genere grammaticale da utilizzare per transessuale e legittimità stessa di questa parola. Cercheremo in questo intervento di affrontare le diverse questioni.

Risposta

Premessa

Le domande che ci sono state poste sono tante e toccano argomenti abbastanza diversi tra loro. Abbiamo preferito raccoglierle tutte insieme perché c’è un tema di fondo che le accomuna: la questione della distinzione di genere, anche al di là della tradizionale opposizione tra maschile e femminile. Anzitutto, due precisazioni: 1) tratteremo esclusivamente delle questioni poste dalle varie domande che ci sono pervenute, senza tener conto dei numerosissimi interventi sul tema, che ormai da vari mesi alimenta discussioni e polemiche anche molto accese sulla stampa e soprattutto in rete; 2) la nostra risposta investe il piano strettamente linguistico, con riferimento all’italiano (non potrebbe essere che così, del resto, visto che le domande sono rivolte all’Accademia della Crusca, ma ci pare opportuno esplicitarlo). Ci sembra doveroso premettere ancora una cosa: la maggior parte di coloro che ci hanno scritto – anche chi esprime la propria contrarietà all’uso di asterischi o di altri segni estranei alla tradizionale ortografia italiana – si mostra non solo contraria al sessismo linguistico e rispettosa nei confronti delle persone che si definiscono non binarie, ma anche sensibile alle loro esigenze. E questo è senz’altro un dato confortante, che va messo in rilievo.

Genere naturale e genere grammaticale

Per impostare correttamente la questione dobbiamo dire subito che il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Lo rilevavano nel 1984, a proposito del francese, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, incaricati dall’Académie Française di predisporre un testo su “La féminisation des noms de métiers, fonctions, grades ou titres” (‘la femminilizzazione dei nomi di mestieri, funzioni, gradi o titoli’). Non entriamo qui nella tematica della distinzione tra sesso biologico e identità di genere, su cui torneremo, almeno marginalmente, più oltre; ci limitiamo a ricordare che negli studi di psicologia e di sociologia il genere indica l’“appartenenza all’uno o all’altro sesso in quanto si riflette e connette con distinzioni sociali e culturali” (questa la definizione del GRADIT); tale accezione del termine, relativamente recente, è calcata su uno dei significati del corrispondente inglese gender, quello che indica appunto l’appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale e non biologico (gli studi di genere o gender studies sono nati negli Stati Uniti negli anni Settanta, su impulso dei movimenti femministi).

Che il genere come categoria grammaticale non coincida affatto con il genere naturale si può dimostrare facilmente: è presente in molte lingue, ma ancora più numerose sono quelle che non lo hanno; può inoltre prevedere, nei nomi, una differenziazione in classi che in certi casi non sfrutta e in altri va ben oltre la distinzione tra maschile e femminile propria dell’italiano (dove riguarda anche articoli, aggettivi, pronomi e participi passati) perché, oltre al neutro (citato in molte domande pervenuteci, evidentemente sulla base della conoscenza del latino), esistono, in altre lingue, vari altri generi grammaticali, determinati da criteri ora formali ora semantici; infine, come avviene in inglese, può limitarsi ai pronomi, senza comportare quell’alto grado di accordo grammaticale che l’italiano prevede.

Neppure in italiano si ha una sistematica corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. È indubbio che, in particolare quando ci si riferisce a persone, si tenda a far coincidere le due categorie (abbiamo coppie come il padre e la madre, il fratello e la sorella, il compare e la comare, oppure il maestro e la maestra, il principe e la principessa, il cameriere e la cameriera, il lavoratore e la lavoratrice, ecc.), ma questo non vale sempre: guida, sentinella e spia sono nomi femminili, ma indicano spesso (anzi, più spesso) uomini, mentre soprano e contralto sono, tradizionalmente almeno (oggi il femminile la soprano è piuttosto diffuso), nomi maschili che da oltre due secoli si riferiscono a cantanti donne. Arlecchino è una maschera, come Colombina (anche se Carlo Goldoni nelle Donne gelose gli fa usare il maschile màscaro e nei Rusteghi le donne in scena parlano di màscara omo per riferirsi al conte Riccardo e si rivolgono con siora màscara dona a Filippetto, entrato a casa di Lunardo in abiti femminili), mentre Mirandolina è un personaggio, come il Cavaliere di Ripafratta, che di lei si innamora. Vero è che nel parlato spostamenti di genere nell’àmbito dei nomi in rapporto al sesso del referente ci sono stati: da modello si è avuto modella (cfr. Anna M. Thornton, La datazione di modella, in “Lingua nostra”, LXXVI, 2015, pp. 25-27); si parla di un tipo ‘un tale’ ma anche di una tipa (Miriam Voghera, Da nome tassonomico a segnale discorsivo: una mappa delle costruzioni di tipo in italiano contemporaneo, in “Studi di Grammatica Italiana”, XXIII, 2014, pp. 197-221); accanto a membro si sta diffondendo membra (Anna M. Thornton, risposta nr. 7, in “La Crusca per voi”, 49, 2014, pp. 14-15); dall’altra parte, dal femminile figura deriva il maschile figuro (ma con una connotazione negativa). Abbiamo poi i cosiddetti nomi “di genere comune”, che non cambiano forma col cambio di genere, perché la distinzione è affidata agli articoli nei casi di cantante, preside, custode, consorte, coniuge (con cui molti di noi hanno familiarizzato attraverso la denuncia dei redditi, che parla ellitticamente di dichiarante e di coniuge dichiarante senza precisare i rispettivi sessi). Passando al mondo animale, distinguiamo, è vero, il montone o ariete e la pecora (ma il plurale le pecore si riferisce spesso al gregge e comprende quindi anche i montoni), il gatto e la gatta, il gallo e la gallina, il leone e la leonessa, ma nella maggior parte dei casi il nome, maschile o femminile che sia, indica tanto il maschio quanto la femmina (la lince, il leopardo, la iena, la volpe, il pappagallo, la gazza, il gambero, la medusa, ecc., nomi che la tradizione grammaticale indica come “epiceni”; lasciamo da parte l’esistenza di formazioni occasionali come il tartarugo e il ricorso non alla flessione, ma alla tecnica analitica, come in la tartaruga maschio, che è sicuramente possibile, ma marginale all’interno del sistema). Quanto alle cose inanimate, è evidente che il genere femminile di sedia, siepe, crisi e radio e il maschile di armadio, fiore, problema e brindisi non si possano legare in alcun modo al sesso, che le cose naturalmente non hanno.

Il neutro

Chi, tra coloro che ci hanno scritto, propone di far ricorso al neutro per rispettare le esigenze delle persone che si definiscono non binarie, citando il latino, non tiene presente da un lato che l’italiano, diversamente dal latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile, dall’altro che in latino (e in greco) il neutro non si riferisce se non eccezionalmente a esseri umani (accade con alcuni diminutivi di nomi propri) e neppure agli dei: venus, -eris ‘bellezza, fascino’ (da cui venustas), che era neutro come genus, -eris, diventò femminile come nome proprio di Venere, la dea della bellezza. D’altra parte, per venire all’attualità, anche in inglese il rifiuto dei pronomi he (maschile) e she (femminile) da parte delle persone non binarie non ha comportato l’adozione del pronome neutro it, presente in quella lingua ma evidentemente inutilizzabile con riferimento a esseri umani, bensì l’uso del “singular they”, cioè del pronome plurale ambigenere they (e delle forme them, their, theirs e themself/themselves), come pronome singolare non marcato. Anche l’introduzione in svedese nel 2012, accanto al pronome maschile han e al femminile hon, del pronome hen, usato per esseri umani in cui il sesso non è definito o non è rilevante, si inserisce senza difficoltà nel sistema di quella lingua, in cui un genere “comune” (o “utro”), che non distingue tra maschile e femminile, si contrappone al genere neutro e l’opposizione tra maschile e femminile si ha solo nei pronomi personali di terza persona singolare.

Il maschile plurale come genere grammaticale non marcato

Un altro dato da ricordare è che nell’italiano standard il maschile al plurale è da considerare come genere grammaticale non marcato, per esempio nel caso di participi o aggettivi in frasi come “Maria e Pietro sono stanchi” o “mamma e papà sono usciti”. Inoltre, se dico “stasera verranno da me alcuni amici” non significa affatto che la compagnia sarà di soli maschi (invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne). Se qualcuno dichiara di avere “tre figli”, sappiamo con certezza solo che tra loro c’è un maschio (diversamente dal caso di “tre figlie”), a meno che non aggiunga “maschi” (cfr. l’intervento di Anna M. Thornton sul Magazine Treccani). Se in passato poteva capitare (oggi mi risulta che avvenga più di rado) che a un alunno indisciplinato si richiedesse di tornare a scuola il giorno dopo “accompagnato da uno dei genitori”, poteva essere sia il papà sia la mamma a farlo (e lo stesso valeva nel caso della dicitura al singolare, “da un genitore”, sebbene questo termine abbia anche il femminile genitrice, di uso peraltro assai più raro rispetto al maschile).

Lingue naturali, processi di standardizzazione e dirigismo linguistico

C’è poi un’altra questione di carattere generale che va tenuta presente: ogni lingua, a meno che non si tratti di un sistema “costruito a tavolino” come sono le lingue artificiali (un esempio ne è l’esperanto), è un organismo naturale, che evolve in base all’uso della comunità dei parlanti: è vero che molte lingue hanno subìto un processo di standardizzazione per cui, tra forme coesistenti in un certo arco temporale, alcune sono state selezionate, considerate corrette e destinate allo scritto e all’uso formale e altre censurate e giudicate erronee, o ammesse solo nel parlato o in registri informali e colloquiali; ma in questo processo la scelta (che può anche cambiare nel corso del tempo) avviene sempre nell’àmbito delle possibilità offerte dal sistema. Soltanto nel caso della scrittura (che infatti non si apprende naturalmente, ma va insegnata) è possibile imporre norme ortografiche che si discostino dalla pronuncia reale: per questo la stampa e la scuola hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nella costituzione della norma standard scritta. Non c’è dunque da meravigliarsi se alcune proposte di soluzione del problema della distinzione di genere abbiano riguardato, almeno in prima istanza, la grafia, più suscettibile di cambiamenti. Ma ormai da tempo l’ortografia italiana è da considerarsi stabilizzata, il rapporto tra grafia e pronuncia non presenta particolari difficoltà (basta prendere a confronto l’inglese e il francese) e i dubbi si concentrano quasi esclusivamente sull’uso dei segni paragrafematici (accenti, apostrofi, ecc.). Questo non esclude che, almeno in àmbiti molto precisi come la scrittura in rete e quella dei messaggini telefonici, si possano diffondere usi grafici particolari, spesso peraltro transitori; ma il legame sistematico tra grafia e pronuncia, così tipico dell’italiano, non dovrebbe essere spezzato. In ogni caso, la storia ci ha offerto non di rado, anche di recente (in altri Paesi), esempi di riforme ortografiche dovute a interventi dell’autorità pubblica. Ogni tanto, specie nei regimi totalitari, la politica è intervenuta anche ad altri livelli della lingua, ma quasi mai è andata a violare il sistema. E poi il “dirigismo linguistico” (di cui, secondo alcuni, anche il “politicamente corretto” raccomandato alla pubblica amministrazione costituirebbe una manifestazione) assai di rado ha avuto effetti duraturi. Al riguardo possiamo citare un caso che entra, se pure lateralmente, proprio nella questione che stiamo trattando: quello degli allocutivi.

Gli allocutivi (tu, voi, lei) e la tematica del genere

Il latino conosceva un unico pronome per rivolgersi a un singolo destinatario, maschio o femmina che fosse: tu (al nominativo e al vocativo; tui, al genitivo; tibi, al dativo; te, all’accusativo e ablativo) e l’uso si è conservato, praticamente senza soluzione di continuità, a Roma, nel Lazio e lungo la corrispondente dorsale appenninica. In età imperiale cominciò a diffondersi il vos come forma di rispetto, da cui il voi dell’italiano antico, vivo tuttora in area meridionale. In età rinascimentale, sull’onda della diffusione (per influsso dello spagnolo) di titoli come vostra eccellenza, vostra signoria, vostra maestà, ci fu un altro cambiamento e si iniziò a usare, come forma di cortesia, anche il lei (ella, per la verità, almeno all’inizio, come soggetto e nell’uso allocutivo), che prima affiancò (a un livello di maggiore formalità) il voi e poi, in età contemporanea, ha finito col sostituirlo. Il fascismo cercò invano di bandire l’uso del lei (considerato uno “stranierismo” proprio della “borghesia”) e di imporre l’“autoctono” voi. Col crollo del regime, il voi è restato, come si è detto, solo nell’uso meridionale (dove il lei aveva avuto minore diffusione) ed è piuttosto l’espansione del tu generalizzato a contrastare il lei di cortesia, che peraltro resiste benissimo in situazioni anche solo mediamente formali.

Proprio il lei di cortesia ci documenta un’altra mancata corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. Lei è un pronome femminile, ma lo si dà anche a uomini (lei è un po’ pigro, signore!. come lei è un po’ pigra, signora!); non solo, ma quando si usano le corrispondenti forme atone la e le l’accordo al femminile investe spesso anche il participio o l’aggettivo. Se è normale, rivolgendosi a un docente di sesso maschile, dire professore, oggi vedo che è molto occupato, si dice però comunemente professore, l’ho vista ieri (e non l’ho visto ieri) entrare in biblioteca. Insomma, anche l’allocutivo di cortesia dello standard è un esempio di come il maschile e il femminile grammaticali non corrispondano sempre, neppure in italiano, ai generi naturali.

La lingua tra norma, sistema e scelte individuali

Chi si rivolge all’Accademia della Crusca (la quale peraltro non ha alcun potere di indirizzo politico, diversamente dall’Académie Française e dalla Real Academia Española, che hanno un ruolo ben diverso sul piano istituzionale) pensa alla lingua considerando la “norma” in senso prescrittivo (in molti quesiti ricorrono infatti parole come corretto e correttezza, propri della grammatica normativa e scolastica) oppure facendo riferimento agli usi istituzionali dell’italiano, non all’uso individuale di singoli o di gruppi ristretti. Ma neppure in questo secondo caso le scelte sono completamente libere, perché chi parla o scrive deve comunque far riferimento a un sistema di regole condiviso, in modo da farsi capire e accettare da chi ascolta o legge. Si può segnalare, per dimostrare la libertà che è concessa alle scelte individuali (specie nel caso della lingua letteraria), un passo di Luigi Pirandello che gioca sul genere grammaticale di una coppia di parole come moglie e marito (e non importa ora il suo possibile inserimento in una tradizione letteraria misogina ben nota). Il brano è citato in un importante studio della compianta accademica Maria Luisa Altieri Biagi (La lingua in scena, Bologna, Zanichelli, 1980, p. 173), una dei “maestri” della linguistica italiana (usiamo intenzionalmente il maschile plurale, che in questi casi, a nostro parere, è quasi una scelta obbligata per indicare un’eccellenza femminile in un ambiente a maggioranza maschile):

Il protagonista di Acqua amara ha le sue idee, in fatto di morfologia. Se toccasse a lui modificarla, la adeguerebbe a una sua sofferta esperienza di vita:

Crede lei che ci siano due soli generi, il maschile e il femminile? Nossignore. La moglie è un genere a parte; come il marito, un genere a parte [...] Se mi venisse la malinconia di comporre una grammatica ragionata, come dico io, vorrei mettere per regola che si debba dire: il moglie; e, per conseguenza, la marito. (Nov., I, p. 274).

La mozione

La norma dell’italiano contempla un’ampia gamma di possibilità nel caso della mozione, cioè del cambiamento di genere grammaticale di un nome in rapporto al sesso. È un tema che sulle pagine del sito della nostra Consulenza è stato spesso affrontato perché moltissime sono le domande che sono arrivate e che continuano ad arrivare a proposito dei femminili di professioni e cariche espresse al maschile dato che in passato erano riservate solo a uomini. La scelta per il femminile, che l’Accademia ha più volte caldeggiato, non viene sempre accolta dalle stesse donne, tra cui non mancano quelle che preferiscono definirsi architetto, avvocato, sindaco, ministro, assessore, professore ordinario, il e non la presidente, ecc. D’altra parte, se storicamente è indubitabile che molti nomi femminili di questo tipo siano derivati da preesistenti nomi maschili (ciò vale pure per signora rispetto a signore), abbiamo anche casi di nomi maschili come divo nel mondo dello spettacolo, prostituto, casalingo, che sono documentati dopo i corrispondenti femminili, di cui vanno considerati derivati (per un’esemplare trattazione del fenomeno rinvio ad Anna M. Thornton, Mozione, in Grossmann-Rainer 2004, pp. 218-227).

Transessuale, transgenere e transizionante

L’unico problema relativo alla scelta del genere di un nome che ci è stato sottoposto è quello di transessuale per indicare “chi ha assunto mediante interventi chirurgici i caratteri somatici del sesso opposto” (anche questa definizione è del GRADIT). Qui, in effetti, si assiste tuttora a un’oscillazione tra maschile e femminile (a partire dall’articolo che precede il nome). A nostro parere, sarebbe corretta (e rispettosa) una scelta conforme al genere sessuale “d’arrivo” e dunque una transessuale se si tratta di un maschio diventato femmina, un transessuale, se di una femmina diventata maschio, posto che proprio si debba sottolineare l’avvenuta “trasformazione”. Qualcuno ci ha fatto notare che sarebbe opportuno sostituire transessuale con transgenere, che non è propriamente l’equivalente dell’inglese transgender, perché ha implicazioni diverse sul piano medico e giuridico. È senz’altro così e pensiamo anche noi che questo termine (da usare tanto al maschile quanto al femminile con le avvertenze appena indicate per transessuale) sia più appropriato, ma sta di fatto che al momento risulta meno diffuso: stenta a trovare accoglienza anche nella lessicografia e comunque, nelle poche occasioni in cui è registrato, viene spiegato come un’italianizzazione della voce inglese, che, come capita spesso, viene ad esso preferita ed è infatti presente in molti più dizionari. Alcuni di essi registrano anche cisgender, nel senso di ‘individuo nel quale sesso biologico e identità di genere coincidono’, il cui corrispondente italiano, cisgenere, ha invece, al momento, soltanto attestazioni in rete.

Ci è inoltre pervenuta una richiesta di sostituire gli aggettivi omosessuale, eterosessuale, bisessuale, pansessuale e transessuale con omoaffettivo, eteroaffettivo, biaffettivo, panaffettivo e transizionante e al riguardo, dopo aver fatto rilevare al richiedente che nessuna parola entra nei vocabolari per decisione di una istituzione, seppur prestigiosa come l’Accademia della Crusca, ma deve prima entrare nell’uso della comunità dei parlanti (non di un singolo parlante) e mettervi radici, segnaliamo che omoaffettivo è già presente nella lessicografia italiana (il GRADIT lo registra e lo data al 2004), come pure il verbo transizionare (documentato dal 1999), nel senso di "compiere un percorso di cambiamento del sesso attraverso terapie ormonali, forme di supporto psicologico, interventi di chirurgia estetica e di riassegnazione chirurgica del sesso" (ancora GRADIT).

Quale pronome per chi si considera gender fluid?

Tornando al genere grammaticale, diverso è il caso di chi si considera gender fluid, cioè, per usare la definizione dello Zingarelli 2022 (che include questa locuzione aggettivale s.v. gender, molto ampliata rispetto allo Zingarelli 2021), “di persona che rifiuta di identificarsi stabilmente con il genere maschile e femminile (comp. con fluid ‘mutevole’)”. Il problema che ci è stato sottoposto per queste persone riguarda prevalentemente il genere del pronome da utilizzare per riferirsi ad esse.

Ebbene, di fronte a domande come la seguente: “Come dovrei rivolgermi nella lingua italiana a coloro che si identificano come non binari? Usando la terza persona plurale o rivolgendomi col sesso biologico della persona però non rispettando il modo di essere della persona?”, la nostra risposta è questa: l’italiano – anche se non ha un pronome “neutro” e non consente neppure l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese (lingua in cui l’accordo ha un peso molto meno rilevante rispetto all’italiano e dove comunque l’uso di they al singolare per persone di cui si ignora il sesso costituiva una possibilità già prevista dal sistema, in quanto documentata da secoli) – offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando. L’unica avvertenza sarebbe quella di evitare articoli, aggettivi della I classe, participi passati, ecc., scelta che peraltro (come ben sanno coloro che hanno affrontato la tematica del sessismo linguistico) è certamente onerosa. In ogni caso, tanto il pronome io quanto l’allocutivo tu (e, come si è visto sopra, anche gli allocutivi di cortesia lei e voi) non specificano nessun genere. Analogamente, i pronomi di terza persona lui e lei in funzione di soggetto possono essere omessi (in italiano non è obbligatoria la loro espressione, a differenza dell’inglese e del francese) oppure sostituiti da nomi e cognomi, tanto più che oggi sono in uso accorciamenti ipocoristici ambigeneri come Fede (Federico o Federica), Vale (Valerio o Valeria), ecc., e che (anche sul modello dell’inglese e proprio in un’ottica non sessista) si tende a non premettere l’articolo femminile a cognomi che indicano donne (Bonino e non la Bonino). Si potrebbe aggiungere che il clitico gli, maschile singolare nello standard, nel parlato non formale si usa anche al posto del femminile le e che l’opposizione è neutralizzata per combinazioni di clitici come glielo, gliela, gliene; anche l’elisione, nel parlato più frequente che non nello scritto, ci consente spesso di eliminare la distinzione tra lo e la. Insomma, il sistema della lingua può sempre offrire alternative perfettamente grammaticali a chi intende evitare l’uso di determinate forme ed è disposto a qualche dispendio lessicale o a usare qualche astratto in più pur di rispettare le aspettative di persone che si considerano non binarie. Certamente l’accordo del participio passato costituisce un problema; ma non c’è, al momento, una soluzione pronta: sarà piuttosto l’uso dei parlanti, nel tempo, a trovarla.

Ancora sul maschile plurale come genere grammaticale non marcato

Diverso è il caso dei plurali: qui, come, si è detto all’inizio, il maschile non marcato, proprio della grammatica italiana, potrebbe risolvere tutti i problemi, comprendendo anche le persone non binarie. A nostro parere, mentre è giusto che, per esempio, nei bandi di concorso, non compaia, al singolare, “il candidato” ma si scriva “il candidato o la candidata”, oppure “la candidata e il candidato” (per abbreviare si ricorre spesso anche alla barra, che tuttavia non raccomanderemmo: “il/la candidato/a”), il plurale “i candidati” è accettabile perché, sul piano della langue, non esclude affatto le donne. Niente tuttavia impedisce di optare anche al plurale per “i candidati e le candidate” o viceversa (oppure, anche in questo caso, “i/le candidati/e”); vero è che da queste formulazioni potrebbero sentirsi escluse le persone non binarie. Aggiungiamo, rispondendo così ad alcuni specifici quesiti, che la scelta del plurale maschile nello standard non dipende dalla numerosità dei maschi rispetto alle femmine all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo, ma non si tratterebbe di una scelta sessista (come viene invece considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale. Capita peraltro abbastanza spesso, come ha notato qualcuno, che “nel caso di infermiere e maestre d’asilo” (o di altri gruppi professionali in cui la presenza femminile è preponderante) “si dirà ‘salve a tutte!’ e i pochi maschi se ne fa[ra]nno una ragione”. E questo, a nostro parere, “ci sta”, anche se, di fatto, spesso i maschi presenti protestano. Da richiamare è anche il fatto che, soprattutto nel parlato, l’accordo del participio o dell’aggettivo può riferirsi al genere grammaticale del nome ad essi più vicino: quindi “le mamme e i papà sono pregati di aspettare i figli fuori” (e non “sono pregate”), ma “i papà e le mamme sono pregati”, ma anche “sono pregate”.

La presenza del femminile plurale

Affiancare al maschile il femminile è senz’altro lecito e anzi, in certi contesti, sembra l’opzione preferibile (per esempio quando si indicano categorie professionali in cui la mozione al femminile ha stentato a imporsi). Nelle forme allocutive, in particolare, rappresenta indubbiamente, specie se a parlare o a scrivere è un maschio, un segnale di attenzione per le donne: bene dunque, per formule come care amiche e cari amici, cari colleghi e care colleghe, cari soci e care socie, carissime e carissimi, ecc. Anche nella tradizione dello spettacolo, del resto, chi presenta si rivolge al pubblico con signore e signori e i politici, specie in vista delle elezioni, parlano di elettori ed elettrici, cittadini e cittadine, ecc. Si ha poi il caso di nomi “esclusivamente” maschili come fratelli, a cui – visto che l’italiano non dispone di un termine corrispondente all’inglese sibling – è sempre opportuno affiancare sorelle (lo ha fatto del resto di recente anche la Chiesa, nella liturgia). Lasciamo da parte, per non dilungarci ulteriormente, il caso di uomini, già ampiamente trattato negli studi, a cui, in una prospettiva non sessista, si preferisce persone (altro nome femminile che può indicare anche un maschio pure al singolare).

Dall’asterisco...

L’accostamento del femminile al maschile finisce spesso con l’allungare e appesantire il testo. Forse anche per evitare questo, ormai da vari anni, soprattutto da quando si è diffusa la scrittura al computer, ha gradualmente preso piede, in particolari àmbiti (tra cui la posta elettronica), l’uso dell’asterisco, che è andato progressivamente a sostituire la barra (già citata per candidati/e), il cui uso sembra ormai confinato ai testi burocratici.

L’asterisco (dal gr. asterískos ‘stelletta’, dim. di astḗr ‘stella’) – che nel titolo di questa risposta abbiamo usato invece nel senso di ‘nota’, ‘stelloncino’, significato che è, o era, diffuso nel linguaggio giornalistico – è un "segno tipografico a forma di stelletta a cinque o più punte" (Zingarelli 2022) usato, sempre in esponente (“apice”, nella terminologia della videoscrittura), con varie funzioni. Anzitutto, serve a mettere in evidenza qualcosa, per esempio un nome o un termine in un elenco, contrassegnandolo così rispetto agli altri. L’asterisco può anche segnalare una nota (soprattutto se isolata) o ancora (per lo più ripetuto due o tre volte) indicare un’omissione volontaria da parte dell’autore, specialmente di un nome proprio: si incontra non di rado, per esempio, nei Promessi Sposi perché Alessandro Manzoni usa tre asterischi per non esplicitare il nome del paese dove vivono Renzo e Lucia, il casato dell’Innominato, ecc. Un uso per certi versi analogo si ha nei fumetti e in rete, dove gli asterischi o altri segni (chiocciola, cancelletto, punto) sostituiscono le lettere interne delle parolacce, che vengono così censurate. In linguistica, infine, l’asterisco contrassegna forme non attestate o agrammaticali.

Nell’àmbito di cui ci stiamo occupando l’asterisco, in fine di parola, sostituisce spesso la terminazione di nomi e aggettivi per “neutralizzare” (o meglio “opacizzare”; in questo forse si può intravedere un sia pur tenue legame con la penultima funzione prima indicata) il genere grammaticale: abbiamo così forme come car* collegh* e, particolarmente frequente, car* tutt*, probabile calco su dear all (che invece non ha bisogno di asterischi perché l’inglese non ha genere grammaticale né accordo su articoli e aggettivi). L’asterisco negli ultimi anni ha conquistato anche i sostenitori del cosiddetto linguaggio gender neutral e non c’è dubbio che anche sotto questo aspetto possa avere una sua funzionalità. Tuttavia coloro che ci hanno scritto, pur se disponibili alle innovazioni, si dichiarano per lo più ostili all’asterisco: c’è chi parla di “insulto” alla nostra lingua, chi di "storpiatura", chi lo ritiene “sgradevole”, chi addirittura “un’opzione terribile”.

Di certo l’uso dell’asterisco è legato all’informatica, ma non ne rispetta i principi. È interessante, al riguardo, leggere quanto afferma un nostro lettore, docente appunto di informatica, che tratta della forma asteriscata (di cui, a suo parere si abusa), che è stata «presumibilmente mutuata dalle convenzioni dei linguaggi di comando dei sistemi operativi (Unix, ma anche DOS/Windows) per i quali la notazione * indica una sequenza di zero o più caratteri qualunque [...]. Pertanto, nella sua semantica originaria “car* tutt*” ha la valenza (anche) di “carini tuttologi” o di “carramba tuttora” oltre ai significati ricercati dai “gender-neutral” che, tuttavia, costituiscono una infima parte di quelli possibili».

In effetti è così: in informatica l’asterisco segnala una qualunque sequenza di caratteri, mentre al posto di un solo carattere si usa il punto interrogativo, che (a parte gli altri problemi che comporterebbe) potrebbe andare bene per tutt? ma non per amic?, dove invece funzionerebbe meglio l’asterisco amic* perché nel femminile la -e è graficamente preceduta dall’h. Ma nessuno dei due simboli potrebbe essere usato in casi (che ci sono stati segnalati) come sostenitor* (o sostenitor?), che non include il femminile sostenitrici accanto al maschile sostenitori. E non è necessario né opportuno ricorrere all’asterisco (o al punto interrogativo) neppure per i plurali di nomi e aggettivi in cui la terminazione in -i vale per entrambi i generi (nomi citati sopra come cantanti, aggettivi plurali come forti, grandi, importanti, ecc.).

Comunque sia, pur con tutti questi distinguo, se consideriamo che l’uso grafico dell’asterisco si concentra in comunicazioni scritte o trasmesse che sono destinate unicamente alla lettura silenziosa e che hanno carattere privato, professionale o sindacale all’interno di gruppi omogenei (spesso anche sul piano ideologico), in tali àmbiti (in cui sono presenti abbreviazioni convenzionali come sg., pagg., f.to, estranee all’uso comune) può essere considerato una semplice alternativa alla sbarretta sopra ricordata, rispetto alla quale presenterebbe il vantaggio di includere anche le persone non binarie. L’asterisco non è invece utilizzabile, a nostro parere, in testi di legge, avvisi o comunicazioni pubbliche, dove potrebbe causare sconcerto e incomprensione in molte fasce di utenti, né, tanto meno, in testi che prevedono una lettura ad alta voce.

Resta, infatti, il problema dell’impossibilità della resa dell’asterisco sul piano fonetico: possiamo scrivere car* tutt*, ma parlando, se vogliamo salutare un gruppo formato da maschi e femmine senza usare il maschile inclusivo, dobbiamo rassegnarci a dire ciao a tutti e a tutte. Qualcuno ha proposto espressioni come caru tuttu, che a nostro parere costituiscono una delle inopportune (e inutili) forzature al sistema linguistico di cui si diceva all’inizio. Teniamo anche presente che nell’italiano tradizionale non esistono parole terminanti in -u atona (a parte cognomi sardi o friulani, come Lussu e Frau, il nome proprio Turiddu, diminutivo siciliano di Turi, ipocoristico di Salvatore, entrato anche in italiano grazie alla popolarità della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e comunque ormai desueto, onomatopee come bau, sigle come ONU e IMU, forestierismi entrati di recente, come tofu o sudoku).

... allo schwa

In alternativa all’asterisco, specie con riferimento alle persone non binarie, è stato recentemente proposto di adottare lo schwa (o scevà), cioè il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e di vari dialetti italiani, in particolare quelli dell’area altomeridionale (il termine, grammaticalmente maschile, è di origine ebraica). Questa proposta, che sarebbe da preferire all’asterisco perché offrirebbe anche una soluzione sul piano della lingua parlata, ha già trovato vari sostenitori (sembra che l’abbiano adottata, almeno in parte, una casa editrice e un comune dell’Emilia-Romagna). A nostro parere, invece, si tratta di una proposta ancora meno praticabile rispetto all’asterisco, anche lasciando da parte le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia.

Intanto, sul piano grafico va detto che mentre l’asterisco ha una pur limitata tradizione all’interno della scrittura, il segno per rappresentare lo schwa (la e rovesciata: ə, in corsivo ə, forse non di facilissima realizzazione nella scrittura corsiva a mano) è proprio, come si è detto, dell’IPA, ma non è usato come grafema in lingue che pure, diversamente dall’italiano, hanno lo schwa all’interno del loro sistema fonologico. Non a caso, a parte linguisti e dialettologi, coloro che scrivono in uno dei dialetti italiani che hanno lo schwa nell’inventario dei loro foni lo rendono spesso con e (talvolta con ë) o, impropriamente, con l’apostrofo. Se guardiamo al napoletano, che nella sua lunga tradizione di scrittura per le vocali atone finali si è allineato all’italiano, vediamo che oggi nelle scritte murali in dialetto della città la vocale atona finale viene sistematicamente omessa.

L’uso dello schwa non risolve neppure certe criticità che abbiamo già segnalato per l’asterisco: per esempio, sarebbero incongrue grafie come sostenitorə e come fortə, di cui pure ci è stato segnalato l’uso anche al singolare. C’è poi il problema, rilevato acutamente da qualche lettore, che del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo e invece scrivere intere parole in caratteri maiuscoli può essere a volte necessario nella comunicazione scritta. C’è chi usa lo stesso segno, ingrandito, ma la differenza tra maiuscole e minuscole non è di corpo, ma di carattere e quindi accostare una E maiuscola all’inizio o nel corpo di una parola tutta scritta in maiuscolo a una ə alla fine della stessa non mi pare produca un bell’effetto. In alternativa, si potrebbe procedere per analogia e “rovesciare” la E, ma si tratterebbe di un ulteriore artificio, privo di riscontri – se non nella logica matematica, in cui il segno Ǝ significa ‘esiste’ (cosa che peraltro creerebbe, come nel caso dell’asterisco, un’altra “collisione” sul piano del significato) – e, presumibilmente, tutt’altro che chiaro per i lettori.

Quanto al parlato, non esistendo lo schwa nel repertorio dell’italiano standard, non vediamo alcun motivo per introdurlo o per accordare la preferenza a tuttə rispetto al tuttu che è stato sopra citato. Anche il riferimento ai sistemi dialettali ci sembra fallace perché nei dialetti spesso la presenza dello schwa limita, ma non esclude affatto la distinzione di genere grammaticale, che viene affidata alla vocale tonica, come risulta da coppie come, in napoletano, buόnə (maschile: ‘buono’ ma anche ‘buoni’) e bònə (femminile: ‘buona’ o ‘buone’), russə (‘rosso’ o ‘rossi’) e rόssə (‘rossa’ o ‘rosse’). Lo schwa opacizza invece spesso la differenza di numero, tanto che tra chi ne sostiene l’uso c’è stato chi ha proposto di servirsi di ə per il singolare e di ricorrere a un altro simbolo IPA, 3, come “schwa plurale” (altra scelta a nostro avviso discutibile, anche per la possibile confusione con la cifra 3).

Conclusioni

È giunto il momento di chiudere il discorso. È verissimo, come diceva Nanni Moretti in un suo film, che “le parole sono importanti” (ma lo sono anche la grafia, la fonetica, la morfologia, la sintassi) e denunciano spesso atteggiamenti sessisti o discriminatori, sia sul piano storico (per come le lingue si sono andate costituendo), sia sul piano individuale. Come abbiamo detto all’inizio, la quantità di richieste che abbiamo avuto, che ci hanno espresso dubbi e incertezze a proposito del genere e della distinzione di genere, ci rasserena, perché, soprattutto per come sono stati formulati i quesiti, documenta una larga diffusione di atteggiamenti di civiltà, di comprensione, di disponibilità. È senz’altro giusto, e anzi lodevole, quando parliamo o scriviamo, prestare attenzione alle scelte linguistiche relative al genere, evitando ogni forma di sessismo linguistico. Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti. 

Paolo D'Achille il 24 settembre 2021

La lingua italiana non si cambia con l’asterisco. Simonetta Fiori su la Repubblica il 7 agosto 2021. Lo schwa e gli altri segni grafici inclusivi entreranno nel vocabolario? Secondo Luca Serianni, che studia l’italiano da anni, no. Ecco perché. E se spostassimo la discussione? Non più la diatriba tra bianchi e neri, tra i paladini dell'asterisco transgender e i cultori della grammatica tradizionale, tra chi rivendica il politicamente corretto anche nelle desinenze e chi gli oppone una fiera allergia. Anche perché quello dello schwa, il simbolo inclusivo della "e" rovesciata per rendere neutro il genere, è un partito largamente trasversale, avversato da uno schieramento che da Maurizio...

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 22 agosto 2021. Troncature inclusive. «Non è semplicissimo leggere il pezzo di Murgia perché a un certo punto Murgia comincia a fare largo utilizzo della "schwa", quel segno grafico che ci è stato spiegato dovrebbe essere letto come una troncatura della parola, che però dà un'intonazione a metà tra il calabrese e il campano che rende devo dire veramente un po' complicata la lettura». Durante la rassegna stampa di Radio Radicale, Flavia Fratello, giornalista de La7, ha tentato di leggere un pezzo di Michela Murgia, pur non condividendone i contenuti. Ma il vero problema è stato formale, meglio orale. L'idea di ricorrere alla «e» rovesciata, con cui i glottologi simboleggiavano un suono vocalico indistinto («schwa» è un nome che proviene dall'ebraico), è il modo con cui Murgia evita la distinzione tra maschile e femminile e soprattutto il ricorso al maschile unificante della nostra tradizione grammaticale. Fratello calca un po' la mano (la voce) ma l'effetto è esilarante (è su YouTube). La «schwa», infatti, non si trova nella tastiera del computer né rientra nei suoni dell'italiano, è un artificio. E come tale sarà sottoposto alla dura legge dell'uso. Sono tempi in cui anche la scrittura s' affanna per assecondare la nuova sensibilità collettiva dell'inclusività e gli esiti non sempre sono quelli sperati. La lingua batte, dove il Dante duole.

Vittorio Feltri demolisce Michela Murgia: "matria", asterisco e carattere neutro? "Dizionario nel Gulag". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 12 luglio 2021. Ultimamente va di gran moda riscrivere le regole della grammatica e la logica ad esse sottese. Una scrittrice, la sarda Michela Murgia, che non ha mai fatto mistero di subordinare la sua attività letteraria alla militanza politica, ha capito che il filone rende in termini di notorietà, motivo per il quale è ormai scatenata. Ogni settimana mette in discussione uno o due pilastri della lingua italiana, in attesa, consapevole o inconsapevole, di veder crollare l'intero edificio. Questo sarebbe il risultato nel caso le proposte della Murgia ottenessero un esito positivo. La Murgia crede che la lingua sia sessista e patriarcale. Vale a dire che il vocabolario rifletta la secolare sottomissione della donna. Bisogna dunque rimediare e risarcire la parte rosa del mondo. Come? All'inizio Murgia pensò di intervenire direttamente sul dizionario. Basta dire "patria", è pura discriminazione. Meglio "matria". E pazienza se sono secoli, anzi millenni, che si dice "la madre patria", la Murgia non ha tempo di curarsi di dettagli minimi come l'uso comune nel corso del tempo. "Matria" comunque non riuscì a sfondare, stranamente. Il vaso di Pandora delle cazzate però era stato scoperchiato una volta per tutte. Arrivarono quelli più intelligenti di tutti e proposero di introdurre l'asterisco per far capire che ci si rivolge alle donne e agli uomini ma senza presupporre umilianti gerarchie. Capito, car* amic*? Mentre Dante Alighieri, Pietro Bembo, Alessandro Manzoni sono stati lì a pensare tutta la vita per darci uno strumento per comunicare, e per creare letteratura comprensibile in tutto lo Stivale, questi sapientoni del politicamente corretto ne sparano a raffica, una al minuto.

L'IDEA GENIALE

Siccome l'asterisco non sembrava bellissimo, hanno avuto l'idea di introdurre un nuovo carattere, chiamato Schwa (dall'antica radice indoeuropea) che si trascrive con una "e" rovesciata, in questo modo: "El ". Capito, car amich181? Comodo no? Bello da vedersi, no? Da pronunciarsi non saprei, del resto nessuno può giurare di conoscere la maniera corretta. Più ci penso, più mi rendo conto che l'Italia è un paese popolato da mostri di intelligenza come la Murgia, che ha trovato subito dei sostenitori. Ora rendetevi conto cosa accadrebbe se lo/la/l* Schwa venisse insegnato nelle scuole, come alcuni già auspicano. Sarebbe il caos più totale, la lingua sarà sessita ma è logica, per questo funziona. Gli studenti poi con capacità di apprendimento ridotta sarebbero abbandonati a se stessi. Questo delirio è figlio di un femminismo più attento alla forma che alla sostanza, ma forse è figlio solo di intellettuali che hanno capito come restare al centro dell'attenzione. Le pari opportunità erano sacrosante: tutti uguali alla partenza. Poi è arrivato il momento delle quote rosa, che già sembravano una forzatura e la negazione del femminismo stesso, visto che si chiedeva un numero di donne quasi a prescindere dal merito. Quindi è arrivato il movimento #metoo con relativa caccia al presunto stupratore/molestatore, il tutto con denunce distanti anni e anni dai fatti incriminati. Infine si è pensato alla brillante riforma grammaticale. Il primo passo è stato il dibattito tragicomico su come andasse chiamata una donna al vertice di istituzioni o aziende: presidente, presidentessa o presidenta? Sindaco o sindaca? Avvocato, avvocatessa o avvocata? Un vero rebus dalla rilevanza pari a zero. Ma come diceva il mio amico Giorgio Gaber, "quando è moda, è moda".

ALL'ESTERO

In altri Paesi che sono più "avanti" del nostro, tipo la Francia, sono stati costretti a promulgare una legge che impedisce di riempire di simboli le pagine dei documenti. Insomma, i parigini hanno già avuto la possibilità di sperimentare queste riforme ortografiche e hanno deciso di tornare indietro il più rapidamente possibile. La lingua serve a capirsi non a riparare storici torti. Si direbbe facile da intendere. Eppure... C'è perfino chi ha chiesto di essere identificato con il pronome della terza persona plurale: Essi o Loro. Queste persone si dichiarano non binarie dal punto di vista sessuale. Sono sia omo sia etero, dipende dalle giornate. Inoltre contengono moltitudini, non solo una semplice personalità. Non sono soltanto fluidi/e/*, ovvero bisessuali. Noi dobbiamo assecondare la loro volontà per non essere sessisti e oppressori. Ma così non si capisce più niente, direte voi, se cambi la funzione logica dei pronomi è finita. In effetti avete ragione ma il politicamente corretto ha fatto un salto di qualità. Un tempo si limitava a coniare eufemismi per cui un nano era diversamente alto o a vietare la parola "negro". Oggi invece si spinge dentro alla testa di chi parla e scrive, come fanno tutte le dittature, per ottenere una resa totale e perfino convinta. E per entrare nella testa delle persone non c'è niente di meglio che impadronirsi della lingua con la quale pensiamo e ci esprimiamo. È un classico dei Paesi totalitari. 

·        Tradizione ed Abitudine.

L’abitudine. Alessandro Bertirotti il 29 marzo 2021 su Il Giornale. È tutta questione di… stile di vita. Le attuali neuroscienze hanno dimostrato come la forza dell’abitudine, sia essa buona oppure cattiva, determini la formazione degli atteggiamenti mentali che andranno poi a configurarsi in atteggiamenti comportamentali. Sono, in effetti, proprio gli atteggiamenti mentali che possono di volta in volta concretizzarsi in quelli contingenti comportamentali, a determinare la formazione delle abitudini, ossia di risposte quasi automatiche di fronte a stimoli che sono stati memorizzati dalla mente. Non a caso il termine abitudine deriva dal latino habitus, con il quale si indica una vera e propria forma di comportamento che si presenta al mondo e che riguarda la propria identità, ossia la propria persona. Sono proprio le abitudini ad essere dunque considerate importanti all’interno di un processo educativo, perché grazie alla loro configurazione in vere e proprie forme di risposte sia individuali che culturali, permettono il progresso generale di una data cultura. La funzione fondamentale del processo educativo all’interno di una società è infatti quella di confermare, attraverso la tradizione, le abitudini che caratterizzano l’identità di quella cultura e favorire il loro superamento con la coltivazione della creatività. In questo modo, tradizione e creatività costituiscono la linfa vitale di qualsiasi cultura. Il durare nel tempo non è però la caratteristica essenziale della tradizione (la stessa cosa vale per il costume), quanto lo sia invece il rito e la ripetizione, grazie ai quali si crea appunto l’abitudine. “Ciò che è distintivo della tradizione è che essa definisce una specie di verità. Per chi segue una pratica tradizionale, le domande non hanno risposte alternative: per quanto possa cambiare, una tradizione fornisce sempre un quadro per l’azione che ben di rado viene messo in discussione. In genere le tradizioni hanno guardiani (saggi, preti, oracoli) che non sono equivalenti agli esperti: essi derivano la loro posizione e il loro potere dal fatto di essere gli unici capaci di interpretare la verità rituale della tradizione” (Giddens A, 1999, Runaway World. How Globalization is Reshaping our Lives, Profile Books, London, trad. It. 2000, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino Editore, Bologna, pg. 58). Ecco, scritto questo, penso sarebbe interessante leggere cosa pensate voi, cari frequentatori di questo blog, rispetto alle idee espresse.

·        La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

Ecco chi era l'Ulisse che è ritornato a Itaca. Barbara Castiglioni il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Maria Grazia Ciani racconta l'"altro" Odisseo, oltre l'immagine classica dell'eroe viaggiatore. «Io desidero tornare a casa e vedere il giorno del mio ritorno». Le parole, per certi versi inspiegabili, con cui Ulisse, nell'Odissea, «sprezza l'eternità» offertagli da Calipso come canterà l'epilogo del Ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi sono quanto di più lontano dall'idea dell'eroe-esploratore errante che, da Dante in poi, trionfa nella letteratura e in tutte le arti. Il viaggiatore metafisico che, nella Divina Commedia, mosso «dalla curiosità di conoscere e dal desiderio di cose nuove» sospinge i suoi compagni al «folle volo», o che, secondo Tennyson, non può «fare a meno di viaggiare» perché deve bere «ogni goccia della vita», l'asceta visionario votato alla ricerca utopica della conoscenza di Kazantzakis, l'Ulisse superuomo di D'Annunzio, quello fin troppo umano di Joyce o il meraviglioso viandante à rebours dell'Ultimo viaggio di Pascoli, che ha per meta il passato e non il futuro, non sono, però, l'Ulisse dell'Odissea. Ispirati tanto dalla nota astuzia dell'eroe della menzogna quanto dalla celebre profezia di Tiresia, che nell'undicesimo canto, ha l'obiettivo di scongiurare ad Ulisse la morte più temuta quella «nel mare impenetrabile, mai amico dell'uomo» (Conrad) ma lascia intravedere, ambiguamente, un ennesimo viaggio dopo il sospirato ritorno ad Itaca («prendi allora il remo e rimettiti in viaggio fino a che non giungerai presso genti che non conoscono il mare»), i vari Ulisse successivi sono, però, per certi versi, l'opposto di quello di Omero. Nel suo piccolo, prezioso libro edito da Carocci Tornare a Itaca (pagg. 104, euro 12), Maria Grazia Ciani, già magnifica traduttrice del poema, racconta ora il suo Ulisse, l'altro Ulisse, con ogni probabilità il vero Ulisse dell'Odissea: l'eroe-uomo, o l'uomo-eroe, o forse l'eroe che vuole diventare uomo (non a caso, la prima parola del primo verso dell'Odissea è proprio anér, «uomo»); l'Ulisse che consuma la sua vita, ad Ogigia, sospirando il ritorno, che resta da Circe solo perché appagato «da cibo, vino e sesso», e che, legato all'albero della sua nave, non si lascia sedurre dal canto irresistibile delle Sirene. Racconta il sogno di Ulisse, Nausicaa: la giovane figlia del re dei Feaci «che danzano sulla terra e danzano sul mare» è bella, è giovane, è unica («non ne vidi mai una simile»), ma neppure nella magica Scheria, dove tutto ha il sapore dell'irrealtà, Ulisse riesce a non pensare al suo ritorno. Non a caso, è il protagonista del poema che è già l'archetipo del romanzo d'avventura e, in cui, nell'Ade, sarà il divino Achille a demolire l'ideale eroico della morte gloriosa al prezzo della vita («della morte non parlarmi: vorrei essere il servo di un padrone povero piuttosto che regnare sulle ombre dei morti») su cui si fondava, al contrario, l'epica dell'Iliade. L'Odissea, del resto, è, più di ogni cosa, il poema della nostalgia: di Itaca, di Ulisse, di Telemaco, di Penelope, di Laerte, di Anticlea, ma anche del glorioso passato e del tempo degli eroi, come dimostra la terribile vendetta sui Proci, nell'ultimo canto, in cui le armi di bronzo di Ulisse «scintillano al sole» nel loro minaccioso fulgore, e lo fanno tornare, per un istante, davvero il «distruttore di città» che era stato nell'Iliade. Il vero Ulisse, però, come sottolinea la Ciani con la sua prosa limpida e magnetica, non è un guerriero straordinario, non è un viaggiatore se non suo malgrado e non aspira per nulla al sublime: il cuore dell'Odissea è, piuttosto, il ritorno al «piccolo mondo antico» di Itaca, simboleggiato dal porcaro Eumeo e dal fedele servo Filezio, dal cane Argo, che riconosce il suo padrone nel momento in cui lo vede, dopo vent'anni, e muore non appena lo ha riconosciuto, o dal talamo nuziale ancorato alla terra mediante cui si riconosceranno Ulisse e Penelope. È il ricordo del bambino che, seguendo il padre tra gli alberi del loro frutteto, gli chiedeva il nome di ogni pianta («in mezzo ad essi andavamo e tu mi dicevi i nomi di tutti»): forse, ancor più degli inganni, del mare e anche del talamo, è in questa immagine degli alberi «ben coltivati», mentre il padre e il figlio si perdono tra i filari, che trova espressione «l'essenza vera e profonda dell'uomo di Itaca, del figlio di Laerte: Ulisse». Barbara Castiglioni

·        L’Invidia.

Roberto D'agostino per "Vanity Fair" il 22 novembre 2021. Tanta. Tantissima. Forse più di sempre. Di sicuro, più contagiosa del Covid. E' una stagione trionfale per i “rosiconi”. Dalla politica all'economia, dallo spettacolo al costume, un unico codice segreto sembra governare gli avvenimenti: la legge dell'invidia, la regola del livore, la normativa della rabbia. ‘’Ogni qual volta che un amico ha successo una piccola parte di me muore”, confessava sconsolato lo scrittore Gore Vidal. È un vizio capitale, ma è anche l’unico vizio che non dà alcun piacere a chi lo prova. Nondimeno la proviamo quasi tutti. Già Seneca ai tempi dei fasti imperiali romani filosofeggiava: “Il vero amico non è colui che è solidale nella disgrazia, ma quello che sopporta il tuo successo’’. Senza “rosicare” la nostra vita sarebbe eccitante come un caffè senza caffeina, sexy come un vibratore senza pile, depressa come la recitazione di Margherita Buy, moscia come Lilli Gruber senza silicone. Invidia deriva dal latino in-videre (“guardare di sbieco”, “guardare storto”) ed è uno dei sentimenti che non conosce confini di razza, religione, censo. Infatti la proviamo tutti. E se qualcuno dichiara di non conoscere l’invidia, affrettarsi a dargli dell'ipocrita. Tutti conosciamo – e bene - quello spasmo doloroso che devasta la bocca dello nostro stomaco alla vista di qualcuno che possiede quello che non possediamo e che desideriamo. E parte la solita solfa. Che cosa gli fa meritare tutto quel successo? Che cosa ha quel Giuseppe Conte, quel Fedez, quei Maneskin in più di me? Non c’è una ragione perché Gigi Marzullo sia ancora davanti a una telecamera! Allora vuol dire che il mondo non premia in base ai meriti, alle capacità. Perché? Perché? Perché? Dio esiste o esistono solo i raccomandati? Un sentimento di impotenza e di ingiustizia, di livore e di risentimento che deflagra nell’istante in cui si ha la bruciante consapevolezza di essere dei falliti. Allora ci tormentiamo, cercando di trattenere l’esplosione della bile, cercando di dire al nostro fegato che gli altri sbagliano. Ma quanti imbecilli però continuano ad applaudirlo, a cliccarlo, a postare like. Allora si prova di convincerli del contrario, cercando di screditarlo. Essì, se l’invidia fosse un lavoro, in Italia non ci sarebbero disoccupati. Prendete, con le dovute cautele, Giuseppe Conte: il cosiddetto ‘’Avvocato del popolo’’ non riesce, dopo un anno, a metabolizzare la sua cacciata da Palazzo Chigi. Quando Lucia Annunziata a ‘’Mezz’ora in più’’ gli chiede se sia giusto esaltare la leadership di Mario Draghi, il presidente del M5s riserva al presidente del Consiglio l’ennesima frecciata di una lunga serie: “Draghi erede della Merkel? Io aspetterei…”. Ma cosa sarebbe il mondo della politica senza invidia? E' come vedere Berlusconi senza cerone, D’Alema senza baffi, la Boschi senza i paparazzi. Salvini rosica per ogni riga che i quotidiani dedicano alle parole di Giorgia Meloni, Enrico Letta posta immagini di gioia ogni volta che Matteo Renzi finisce sotto schiaffo (cioè tutti i giorni), Franceschini non riesce a trattenersi per essere stato scavalcato nel governo da Andrea Orlando, e via rosicando. Anche nel campo della cultura, congratularsi vuol dire esprimere con garbo la propria invidia, vedi le lodi a mezza bocca degli scrittori italiani verso il successo globale di Elena Ferrante. C’è poi il risentimento retroattivo, come espresso dall’ottima  Natalia Aspesi nei confronti della mitica Fallaci: “Oriana, Oriana. Non si fa che parlare di Oriana. Lei era la protagonista. Quando incontrava Kissinger o Khomeini, sembrava che fossero loro a intervistarla e non viceversa. Se tu oggi rileggi i suoi pezzi ti accorgi che non c’era una notizia“. Cosa resta dopo la fine della lotta di classe? Da una parte, gli invidiosi; dall'altra, gli invidiatissimi. Prendete in mano (con le dovute cautele) il cannoneggiamento da parte di  della matura Paola Ferrari verso il silicone espanso di Diletta Leotta: “Di lei non condivido l'esprimere in modo troppo vigoroso la sua sensualità. Certo io alla sua età ero meno brava. Ma quest'anno avrà filo da torcere: da Mediaset arriva Giorgia Rossi, una molto simile a Ilaria D'Amico”. Secondo round. Recentemente la popputa signorina di Dazn si è lasciata col suo fidanzato, Can Yaman. Il commento di Paoletta è tagliente: “Ma col turco non c'è mai stata la Leotta, lei ha altri amori che magari non dice…”. La tensione fra le opinioniste del GF VIP, Sonia Bruganelli, gamba corta, e Adriana Volpe, coscia lunga, ha preso un sapore acido. Galeotta fu una foto di Bruganelli con Giancarlo Magalli, che Volpe ha denunciato per diffamazione. Il conduttore ha ammesso: “L’intento era chiaro: che lei la vedesse e se la prendesse del fatto che Sonia si facesse una foto con uno che lei ha fatto diventare il suo peggior nemico“. Al tempo del coronavirus e dei virologi in tv, gli stessi virologi, diventati personaggi pubblici, finiscono inevitabilmente nel mirino dell’invidia. Così il giovane e aitante Matteo Bassetti è stato infilzato dal “Tiè!” del rigorosissimo Massimo Galli, professore in pensione: “Sentire quel che dice Bassetti? Anche no. Sono un anziano professore, ho già fatto la mia carriera. Io non ho bisogno di inchinarmi a nessuno. e non sono il nano e ballerina di nessuno”. A proposito di nani e ballerine, sentite lo sfogo del 70enne Christian De Sica: ‘’Ti basta accendere la tv per vedere tanti, troppi attori non professionisti, scritturati solo in base al numero dei follower che hanno sui social. E grazie che sono dei cani”. Aveva proprio ragione Moravia: l'invidia, secondo dei sette peccati capitali (dopo la superbia), "è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla".

Laura Avalle per “Libero quotidiano” il 30 marzo 2021. Ci sono fratelli (o sorelle) che hanno molte affinità, oppure diversissimi fra loro. Spesso i primi ad accorgersene e a risaltare disparità o somiglianze sono proprio i genitori e tutto questo definisce l' identità dei loro figli. Ne parliamo con la dottoressa Gaia Vicenzi, psicologa e psicoterapeuta: «I fratelli, l'uno per l' altro, possono rappresentare modelli positivi da imitare, mentre difficilmente ne imiteranno gli aspetti negativi. Nel primo caso "mi piaccio perché sono come mio fratello", nel secondo "mi piaccio perché sono diverso da lui". All' interno di queste dinamiche, mamme e papà cercheranno inevitabilmente di incoraggiare o di scoraggiare questi comportamenti. Poi ovviamente ci sono differenze dettate dal genere (tra un fratello e una sorella) e differenze di gap generazionale (se ci sono molti anni di differenza fra i due fratelli). La famiglia dovrebbe fare in modo che l' individuo si definisca indipendentemente dall' altro, bypassando la logica del confronto e della competizione, della definizione dell' uno in relazione all' altro». Capita spesso che fratelli e sorelle che da piccoli si ignoravano, da grandi si ritrovino e si avvicinino molto l' uno all' altro. Come mai succede questo? «Una possibile spiegazione è che è vero che fino a un certo momento della loro vita erano due mondi diversi che non si sono incontrati, ma all' interno comunque della stessa famiglia», risponde la dottoressa Vicenzi. «Poi, magari terminato il percorso di studi e cominciata la carriera, diventa piacevole condividere i traguardi, gli stessi ricordi e le stesse esperienze magari da due punti di vista. È un arricchimento perché ognuno ritrova nell' altro una sorta del proprio bagaglio di vita, che nessun altro può avere così in comune come un fratello. È un modo per sentirsi ancora più integri nel momento in cui si entra nel mondo del lavoro o di una nuova famiglia, perché si riconosce nell' altro lo stesso patrimonio fatto di vissuti, di valori e di esperienze. Questo succede in maniera esplosiva quando, nel corso degli anni, i due fratelli si ritrovano a gestire i genitori anziani. L' aspetto di supporto reciproco diventa importante sia dal punto di vista materiale, sia emotivo. Di nuovo, ci si ritrova a condividere emozioni, pensieri, progetti, e avere una spalla su cui appoggiarsi rende sicuramente più forti. Diventa non solo un' esigenza, ma anche un riconoscimento di risorsa da non trascurare». Due altri temi ricorrenti tra fratelli e sorelle, a prescindere dall' età, sono invidie e gelosie «La gelosia c' è nella misura in cui bisogna spartirsi la stessa fetta di torta e magari ho l' impressione che mio fratello abbia avuto più di me», sottolinea la psicologa. «L' invidia è un passaggio successivo dove, a seguito del continuo confronto, io ritengo che l' altro sia migliore di me. Se questo produce una voglia di miglioramento, può essere un modo per evolvere che fa parte di un buon processo di crescita (maturazione), viceversa se è un sentimento nocivo mi deprimo, senza possibilità di crescita e di miglioramento. È il caso, per esempio, di coloro che hanno un fratello bravissimo in tutto e che invidiano a tal punto da non fare più niente: non studiano, non lavorano, si definiscono loro stessi "la pecora nera della famiglia", entrando in questa identità perché pensano sia impossibile cambiare le cose. In realtà non c' è mai una pecora nera, così come non c' è mai una pecora bianca: ci dovrebbe essere un' apparente invidia che mi sprona a migliorare, a riconoscermi diverso in certi aspetti da mio fratello e migliore in altri».

·        Il Gossip.

Curiosità. Perché si dice "pietra dello scandalo"? Da Focus. Perché, nell’antica Roma, i debitori e i commercianti falliti venivano esposti a una pu