Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2020

 

LA CULTURA

 

ED I MEDIA

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Benefattori dell’Umanità.

I Nobel italiani.

Scienza ed Arte.

Il lato oscuro della Scienza.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

L’Estinzione dei Dinosauri.

Il Computer.

Il Metaverso: avatar digitale.

WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

L’E-Mail.

La Memoria: in byte.

Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

Gli Hackers.

L’Algocrazia.

Viaggio sulla Luna.

Viaggio su Marte.

Gli Ufo.

Il Triangolo delle Bermuda.

Il Corpo elettrico.

L’Informatica Quantistica ed i cristalli temporali.

I Fari marittimi.

Non dare niente per scontato.

Le Scoperte esemplari.

Elio Trenta ed il cambio automatico.

I Droni.

Dentro la Scatola Nera.

La Colt.

L’Occhio del Grande Fratello.

Godfrey Hardy. Apologia di un matematico.

Margherita Hack.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Cervello.

L’’intelligenza artificiale.

Entrare nei meandri della Mente.

La Memoria.

Le Emozioni.

Il Rumore.

La Pazzia.

Il Cute e la Cuteness. 

Il Gaslighting.

Come capire la verità.

Sesto senso e telepatia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ignoranza.

La meritocrazia.

La Scuola Comunista.

Inferno Scuola.

La Scuola di Sostegno: Una scuola speciale.

I prof da tastiera.

Università fallita.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mancinismo.

Le Superstizioni.

Geni e imperfetti.

Riso Amaro.

La Rivoluzione Sessuale.

L'Apocalisse.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

Il Carnevale.

Il Pesce d’Aprile.

L’Uovo di Pasqua.

Ferragosto. Ferie d'agosto: Italia mia...non ti conosco.

La Parolaccia.

Parliamo del Culo.

L’altezza: mezza bellezza.

Il Linguaggio.

Il Silenzio e la Parola.

I Segreti.

La Punteggiatura.

Tradizione ed Abitudine.

La Saudade. La Nostalgia delle Origini.

L’Invidia.

Il Gossip.

La Reputazione.

Il Saluto.

La società della performance, ossia la buona impressione della prestazione.

Fortuna e spregiudicatezza dei Cattivi.

I Vigliacchi.

I “Coglioni”.

Il perdono.

Il Pianto.

L’Ipocrisia. 

L’Autocritica.

L'Individualismo.

La chiamavano Terza Età.

Gioventù del cazzo.

I Social.

L’ossessione del complotto.

Gli Amici.

Gli Influencer.

Privacy: la Privatezza.

La Nuova Ideologia.

I Radical Chic.

Wikipedia: censoria e comunista.

La Beat Generation.

La cultura è a sinistra.

Gli Ipocriti Sinistri.

"Bella ciao": l’Esproprio Comunista.

Antifascisti, siete anticomunisti?

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Nullismo e Il Nichilismo.

Il Sud «condannato» dai suoi stessi scrittori.

La Cancel Culture.

L’Utopismo.

Il Populismo.

Perché esiste il negazionismo.

L’Inglesismo.

Shock o choc?

Caduti “in” guerra o “di” guerra?

Kitsch. Ossia: Pseudo.

Che differenza c’è tra “facsimile” e “template”?

Così il web ha “ucciso” i libri classici.

Ladri di Cultura.

Falsi e Falsari.

La Bugia.

Il Film.

La Poesia.

Il Podcast.

L’UNESCO.

I Monuments Men.

L’Archeologia in bancarotta.

La Storia da conoscere.

Alle origini di Moby Dick.

Gli Intellettuali.

Narcisisti ed Egocentrici.

"Genio e Sregolatezza".

Le Stroncature.

La P2 Culturale.

Il Mestiere del Poeta e dello scrittore: sapere da terzi, conoscere in proprio e rimembrare.

"Solo i cretini non cambiano idea".

Il collezionismo.

I Tatuaggi.

La Moda.

Le Scarpe.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Ada Negri.

Albert Camus.

Alberto Arbasino.

Alberto Moravia e Carmen Llera Moravia.

Alberto e Piero Angela.

Alessandro Barbero.

Andrea Camilleri.

Andy Warhol.

Antonio Canova.

Antonio De Curtis detto Totò.

Antonio Dikele Distefano.

Anthony Burgess.

Antonio Pennacchi.

Arnoldo Mosca Mondadori.

Attilio Bertolucci.

Aurelio Picca.

Banksy.

Barbara Alberti.

Bill Traylor.

Boris Pasternak.

Carmelo Bene.

Charles Baudelaire.

Dan Brown.

Dario Arfelli.

Dario Fo.

Dino Campana.

Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante Alighieri o Alighiero.

Edmondo De Amicis.

Edoardo Albinati.

Edoardo Nesi.

Elisabetta Sgarbi.

Vittorio Sgarbi.

Emanuele Trevi.

Emmanuel Carrère.

Enrico Caruso.

Erasmo da Rotterdam.

Ernest Hemingway.

Eugenio Montale.

Ezra Pound.

Fabrizio De Andrè.

Federico Palmaroli.

Federico Sanguineti.

Federico Zeri.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Fernanda Pivano.

Filippo Severati.

Fran Lebowitz.

Francesco Grisi.

Francesco Guicciardini.

Gabriele d'Annunzio.

Galileo Galilei.

George Orwell.

Giacomo Leopardi.

Giampiero Mughini.

Giancarlo Dotto.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini.

Giovannino Guareschi.

Gipi.

Giorgio Strehler.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Grazia Deledda.

J.K. Rowling.

James Hansen.

John Le Carré.

Jorge Amado.

I fratelli Marx.

Leonardo Da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Lisetta Carmi.

Luciano Bianciardi.

Luigi Pirandello.

Louis-Ferdinand Céline.

Luis Sepúlveda.

Marcel Proust.

Marcello Veneziani.

Mario Rigoni Stern.

Mauro Corona.

Michela Murgia.

Michelangelo Buonarotti.

Milo Manara.

Niccolò Machiavelli.

Oscar Wilde.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam.

Pablo Picasso.

Paolo Di Paolo.

Paolo Ramundo.

Pellegrino Artusi.

Philip Roth.

Philip Kindred Dick.

Pier Paolo Pasolini.

Primo Levi.

Raffaello.

Renzo De Felice.

Richard Wagner.

Rino Barillari.

Roberto Andò.

Roberto Benigni.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Rosa Luxemburg, l’allieva di Marx.

Rosellina Archinto.

Sabina Guzzanti.

Salvador Dalì.

Salvatore Quasimodo.

Salvatore Taverna.

Sandro Veronesi.

Sergio Corazzini.

Sigmund Freud.

Stephen King.

Teresa Ciabatti.

Tonino Guerra.

Umberto Eco.

Victor Hugo.

Virgilio.

Vivienne Westwood.

Walter Siti.

Walter Veltroni.

William Shakespeare.

Wolfgang Amadeus Mozart.

Zelda e Francis Scott Fitzgerald.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

La corruzione delle menti.

La TV tradizionale generalista è morta.

La Pubblicità.

La Corruzione dell’Informazione.

L’Etica e l’Informazione: la Transizione MiTe.

Le Redazioni Partigiane.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Diritto all’Oblio: ma non per tutti.

Le Fake News.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Satira.

Il Conformismo.

Professione: Odio.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Reporter di Guerra.

Giornalismo Investigativo.

Le Intimidazioni.

Stampa Criminale.

Il Processo Mediatico: Condanna senza Appello.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Corriere della Sera.

«L’Ora» della Sicilia.

Aldo Cazzullo.

Aldo Grasso.

Alessandra De Stefano.

Alessandro Sallusti.

Andrea Purgatori.

Andrea Scanzi.

Angelo Guglielmi.

Annalisa Chirico.

Barbara Palombelli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Pizzul.

Bruno Vespa.

Carlo Bollino.

Carlo De Benedetti.

Carlo Rossella.

Carlo Verdelli.

Cecilia Sala.

Concita De Gregorio.

Corrado Augias.

Emilio Fede.

Enrico Mentana.

Eugenio Scalfari.

Fabio Fazio.

Federica Angeli.

Federica Sciarelli.

Federico Rampini.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Franca Leosini.

Francesca Baraghini.

Francesco Repice.

Franco Bragagna.

Furio Colombo.

Gad Lerner.

Giampiero Galeazzi.

Gianfranco Gramola.

Gianni Brera.

Giovanna Botteri.

Giulio Anselmi.

Hoara Borselli.

Ilaria D'Amico.

Indro Montanelli.

Jas Gawronski.

Giovanni Minoli.

Lilli Gruber.

Marco Travaglio.

Marie Colvin.

Marino Bartoletti.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Maurizio Costanzo.

Melania De Nichilo Rizzoli.

Mia Ceran.

Michele Salomone.

Michele Santoro.

Milo Infante.

Myrta Merlino.

Monica Maggioni.

Natalia Aspesi.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo Crepet.

Paolo Del Debbio.

Peter Gomez.

Piero Sansonetti.

Roberta Petrelluzzi.

Roberto Alessi.

Roberto D’Agostino.

Rosaria Capacchione.

Rula Jebreal.

Selvaggia Lucarelli.

Sergio Rizzo.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Rosati.

Toni Capuozzo.

Valentina Caruso.

Veronica Gentili.

Vincenzo Mollica.

Vittorio Feltri.

Vittorio Messori.

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I Benefattori dell’Umanità.

Sapete chi è Henrietta Lacks? Grazie alle sue cellule abbiamo farmaci e vaccini. Elisa Manacorda su La Repubblica il 24 ottobre 2021. La donna della Virginia, madre di cinque figli, morì nel 1951 di cancro della cervice. Le sue cellule, prelevatele a sua insaputa, avevano caratteristiche straordinarie. E sono utili ancora oggi. Fino a non molto tempo fa, per i non addetti ai lavori era solo una giovane donna nera della Virginia, madre di cinque figli e morta nel 1951 di cancro della cervice a soli 31 anni. Oggi Henrietta Lacks è celebrata ovunque come una delle persone più importanti della ricerca in biomedicina. Grazie a lei oggi abbiamo il vaccino contro la poliomielite, abbiamo strumenti molto più potenti contro il cancro della cervice e molti altri tipi di tumore, nuovi farmaci contro l'Aids, l'emofilia, il Parkinson.

Lo scienziato moriva il 3 marzo 1993. Albert Sabin, l’inventore del vaccino anti-polio che rinunciò al brevetto: “Lo dono ai bimbi del mondo”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Marzo 2021. Il 3 marzo del 1993 moriva a 86 anni all’ospedale della Georgetown University di Washington Bruce Albert Sabin. È diventato famoso anche come “l’uomo della zolletta di zucchero”: era stato infatti lui a ideare il più diffuso vaccino contro la poliomielite che veniva somministrato con una zolletta imbevuta. Il suo nome viene spesso citato in questi giorni per via della pandemia da coronavirus, dell’andamento lento della campagna vaccinale, dei brevetti: chi propone di condividerli e chi dice che è impossibile. “È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse invece Sabin che visse una vita piuttosto rocambolesca, spesso drammatica. Non ha mai vinto il Premio Nobel per la Medicina ma è finito nel ritornello della canzone del film Mary Poppins con quel “poco di zucchero e la pillola va giù”. Un inno, allegro e inconsapevole, alla sconfitta di un’epidemia tragica.  Sabin era nato nel 1906 nel ghetto di Bialystok, in Polonia, una città parte dell’Impero Russo. Quando aveva 15 anni era partito con la famiglia per gli Stati Uniti. Il padre Jacob era artigiano: aveva deciso di partire per via della crescente ostilità anti-ebraica che si andava diffondendo in Europa. Bruce Albert fin dalla nascita era quasi cieco dall’occhio destro. Con l’appoggio dello zio, divenne un promettente studente di odontoiatria alla New York University. Quando però lesse il libro I cacciatori di microbi di Paul de Kruif cambiò idea: non più dentista, ma medicina. Microbiologia, per la precisione: un’epifania. L’aneddotica sulla sua vita racconta che andasse perfino raccogliendo microbi per la città, lì dove capitava: stagni, polvere, cassonetti della spazzatura e via dicendo. Sabin si laureò, divenne capo della ricerca pediatrica, assistente di William Hallock Park, celebre per gli studi sulla difterite. Approfondì quindi lo studio delle malattie infettive: la poliomielite era una piaga in quegli anni. La malattia virale aveva paralizzato tra il 1951 e il 1955 oltre 28mila bambini. Diverse migliaia le vittime. Nel solo 51 negli USA aveva colpito 21mila persone; in Italia oltre 8mila nel 1958. La poliomielite colpisce il sistema nervoso centrale e in particolare i neuroni del midollo spinale. Il contagio avviene per via oro-fecale: ingestione di acqua o cibi contaminati o tramite la saliva e le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da soggetti ammalati o portatori sani. La fascia più a rischio sono i bambini sotto i cinque anni di età. L’1% dei malati sviluppano paralisi, il 5-10% una meningite asettica. Un vaccino annunciato negli Stati Uniti nel 1934 si era rivelato inefficace, anzi letale. Il Presidente Franklin Delano Roosvelt il 3 gennaio del 1938, costretto su una sedia a rotelle con una diagnosi di poliomielite – che in seguito sarebbe stata contestata – scrisse un appello sui quotidiani e fondò la National Foundation for Infantile Paralysis allo scopo di raccogliere fondi per la lotta alla malattia. La campagna, alimentata anche da volti noti, fece esplodere l’attenzione sulla poliomielite. Sabin era uno scienziato rigoroso, egocentrico, intransigente. Un’esplosione di contagi a New York lo aveva spinto a studiare la polio. Lo fece dal 1931 all’University of Cincinnati, nello stato dell’Ohio. Il suo primo grande risultato fu capire che non si trattava di un virus respiratorio: ma che vive e si moltiplica nell’intestino. Aveva inaugurato l’epoca degli enterovirus. Ma allo scoppio della II Seconda Guerra Mondiale Sabin partì come ufficiale medico: sbarcò in Sicilia e poi a Okinawa, in Giappone; a Berlino aveva intanto assistito a una terribile epidemia di polio. Quando tornò in America riprese le sue ricerche armando un laboratorio con 10mila topi e 160 scimpanzé. Mise a punto così un vaccino che si basava su ceppi indeboliti e che andava somministrato per via orale. Ma Jonas Salk, ricercatore della University of Pittsburgh, aveva realizzato intanto tre vaccini, uno per ogni tipo fondamentale di polio, a partire da virus uccisi e conservati in formalina, che gli USA nel 1952 approvarono. Il farmaco di Salk tuttavia non preveniva il contagio iniziale e veniva somministrato tramite iniezione. A chiamare in causa gli sforzi di Sabin fu l’Unione Sovietica che, con altri Paesi dell’Est europeo, richiese allo scienziato di sperimentare il farmaco sulla sua popolazione. Fu un successo: il primo Paese a produrlo su scala industriale fu la Cecoslovacchia, poi la nativa Polonia, l’Urss stessa, la Repubblica Democratica Tedesca e la Jugoslavia. L’autorizzazione in Italia arrivò nel 1963, dal 1966 il vaccino divenne obbligatorio. In ritardo arrivarono anche gli Stati Uniti. Si vaccinarono milioni di bambini in tutto il mondo. L’ultimo caso negli Usa risale al 1979, in Italia al 1982. Sabin divenne molto celebre: ricevette 40 lauree honoris causa, il Premio Feltrinelli, la Medaglia Nazionale per la Scienza. Divenne anche presidente del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, e dopo la pensione continuò a studiare i tumori, il morbillo e la leucemia. “Non dobbiamo morire in maniera troppo miserabile – diceva – La medicina deve impegnarsi perché la gente, arrivata a una certa età, possa coricarsi e morire nel sonno senza soffrire”. Se dolce come lo zucchero era il suo farmaco, altrettanto non era lui a quanto pare: dai modi spesso burberi, anche per una vita fin dall’infanzia segnata da drammatici sconvolgimenti. Che non finirono in età adulta: la sua prima moglie, madre delle figlie Amy Deborah – chiamate come le nipoti uccise dalle SS durante la guerra – si tolse la vita trangugiando barbiturici nel 1966. Eredi dello scienziato vivono in Italia, tra Milano, Biella e Bologna. “Il vaccino di Sabin – si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità – somministrato fino ad anni recenti anche in Italia, ha permesso di eradicare la poliomielite in Europa ed è raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità nella sua campagna di eradicazione della malattia a livello mondiale”. Se Sabin così spesso viene tirato in causa in questi giorni è per la sua decisione di non brevettare la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale dell’industria farmaceutica. “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”, disse e non guadagnò un dollaro dalla sua scoperta. Donò i ceppi virali all’Urss, superando le gare sull’orlo della Cortina di Ferro, tra Usa e Urss, in piena Guerra Fredda, e continuò a vivere del suo stipendio da professore. Molti lo tirano quindi in ballo per la campagna vaccinale, e la penuria di farmaci, contro il coronavirus che avanza a fatica in queste settimane, questi mesi. La questione è argomento di dibattito ormai da mesi. Oxfam ed Emergency hanno scritto un appello al governo per la liberalizzazione dei brevetti “ponendo fine al monopolio delle case farmaceutiche. A cominciare dal vaccino italiano Reithera, in dirittura d’arrivo”. Un brevetto riconosce un monopolio: un’esclusiva di produzione, uso e vendita. Vale di solito 20 anni. Questo meccanismo è considerato da molti economisti ed esperti un incentivo per investire nella ricerca. È anche vero però che molte ricerche vengono – e sono state, nel caso specifico – finanziate da ingenti investimenti pubblici. I vaccini sono anche farmaci poco redditizi rispetto a quelli che vengono assunti per una malattia cronica. I governi hanno in effetti la possibilità di sospendere momentaneamente il monopolio, da Risoluzione 58.5 dell’Assemblea Mondiale della Sanità (Ams). Una strada alternativa, come ha ricordato il Post in un lungo e approfondito articolo sulla questione, potrebbe essere una licenza su base volontaria da parte delle aziende farmaceutiche che permetta la produzione ad altre società. Il dibattito è comunque molto più complesso di così e si ramifica in tutti i brevetti che possono esserci dentro un solo vaccino, nelle norme per gli stabilimenti industriali, negli accordi e le collaborazioni tra case farmaceutiche (Sanofi e Novartis si occupano dell’imballaggio e del confezionamento dei lotti di Pfizer e BioNTech, per esempio), nelle autorizzazioni in arrivo per altri vaccini.

·        I Nobel italiani.

Giovanni Battista Grassi è il “nobel negato” che svelò il segreto della malaria. Riccardo Chiaberge su l'Inkiesta il 14 Ottobre 2021. Il medico italiano (1854-1925, lombardo ma vissuto a Roma) dimostrò che la trasmissione dell’infezione avveniva dalla zanzara anofele all’uomo, sventando la teoria dell’aria malsana come veicolo di contagio. Uno dei classici sempreverdi delle pagine culturali è il pezzo sui Nobel negati. Ogni anno in questa stagione qualcuno deve farsene carico, spesso su richiesta del direttore, soprattutto quando, come succede quasi sempre, non c’è nessun italiano tra i premiati (quest’anno, con Giorgio Parisi, è stato una felice eccezione). E allora parte la carrellata dei trombati illustri: Joyce, Tolstoj, Borges, Virginia Woolf, Philip Roth… E la geremiade sui nostri grandi ingiustamente esclusi, da Ungaretti a Moravia. Maledetti svedesi! In compenso l’hanno dato a Dario Fo, che non era degno! Ricordo un tale che negli anni Ottanta ne aveva fatto una missione, e ai primi refoli d’autunno martellava tutti i capiredattori della cultura d’Italia per patrocinare la causa del poeta Mario Luzi, a suo dire boicottato da una satanica consorteria, il cui grande burattinaio sarebbe stato chissà perché un noto ambasciatore e storico. Che poi, anche ammesso che il complotto fosse reale, non era chiaro come riuscisse a condizionare l’Accademia di Stoccolma. Sta di fatto che il povero Luzi passò a miglior vita senza vedere l’agognato (e forse meritato) alloro. Confesso di non avere mai capito questa ossessione per il Nobel della letteratura, assegnato il più delle volte sulla base di un discutibile manuale Cencelli geopolitico, o peggio dei capricci di qualche traduttore scandinavo. Ben più serie sono le esclusioni immotivate in campo scientifico, dove dovrebbe regnare un rigoroso criterio meritocratico. Uno dei casi più assurdi e scandalosi è quello di Giovanni Battista Grassi. Mai sentito? Infatti nessuno ne parla. Eppure il suo nome dovrebbe tornare alla ribalta in questi tempi di pandemia, tanto più dopo che l’Oms ha dato il via libera al primo vaccino contro la malaria. Perché della lotta alla malaria Grassi è stato uno dei pionieri, forse il più grande di tutti. Fu il medico italiano (1854-1925, lombardo di nascita, ma vissuto a Roma) a dimostrare la trasmissione dell’infezione dalla zanzara anofele all’uomo, mandando definitivamente al macero la vecchia teoria dei “miasmi”, dell’aria malsana come veicolo di contagio. Altri prima di lui, tra cui Robert Koch, il padre tedesco della batteriologia, avevano sospettato che l’insetto fosse in qualche modo coinvolto. Ma non erano mai arrivati a risultati probanti. Il francese Alphonse Laveran, nel 1880, aveva scoperto i plasmodi, microorganismi responsabili della “febbre palustre”, senza però individuare la particolare specie di zanzara che fa da vettore. Nell’ottobre del 1898 Grassi e i suoi colleghi compiono il passo decisivo: catturano un bel po’ di anofeli nel delta del Tevere e gli offrono in pasto un paziente affetto da plasmodio falciforme, quello che provoca la forma più grave di malaria. Poi mettono le zanzare così infettate nella camera di un volontario sano. Dieci giorni dopo, l’uomo sviluppa i sintomi della malattia. È la prova regina che Grassi stava cercando. Seguono, l’anno successivo, esperimenti su larga scala a Pian Capaccio, in Campania, una delle peggiori zone malariche d’Italia. Che confermano definitivamente la nuova teoria. I plasmodi della malaria non circolano liberamente nell’ambiente, in nessuno stadio della loro esistenza: vivono in un circuito chiuso tra il corpo umano e quello dell’insetto, tra l’ospite intermedio e quello finale. Una scoperta da Nobel, non vi pare? E invece no. Negli stessi anni (tra il 1895 e il ’97) in India, senza comunicare in nessun modo con Grassi, un medico britannico, Ronald Ross, fa anche lui ricerche sulla malaria. Si mette a dissezionare le zanzare del genere Culex, e trova il plasmodio nel loro stomaco. Ma è il parassita della malaria “aviaria”, quella che infetta gli uccelli. Ed è proprio lavorando sugli uccelli che Ross riesce a provare la trasmissione della malattia attraverso la puntura degli insetti. E arriva alla conclusione che, per analogia, la stessa cosa debba succedere con gli umani. Un’intuizione fondamentale, che però senza gli esperimenti di Grassi sarebbe rimasta allo stadio di ipotesi. Ma quando il comitato Nobel discuterà la questione, nel 1902, darà il premio a Ross e non allo zoologo romano. La Britannica, alla voce Ross, non menziona nemmeno il suo concorrente sconfitto. Alla voce malaria, invece, si limita a ricordare la controversia che seguì il Nobel come “una delle dispute più al vetriolo della scienza moderna”. Il povero Grassi si ritirò dalla scena, deluso e amareggiato, proprio quando il parlamento italiano approvava la campagna antimalarica basata in gran parte sul suo lavoro, e mentre la scuola romana di malariologia da lui fondata era ormai diventata la più prestigiosa d’Europa.  Gli hanno dedicato qualche ospedale e un po’ di vie qua e là, a Fiumicino, a Ostia, nei luoghi della malaria. A Milano si chiama così, guarda caso, la strada che passa davanti al Sacco. Per il resto, l’oblio è assoluto. Uno come Grassi meriterebbe come minimo un biopic o una miniserie. Ma in tv e sui social si preferisce parlare, anzi blaterare di Nobel convertiti al verbo novax come Luc Montagnier o di un Giulio Tarro che si autocandida all’insaputa degli accademici di Svezia. E i patridioti sovranisti si scaldano per l’italianità dei cetrioli di mare invece che per il genio, italianissimo e misconosciuto, della lotta alla malaria. 

Da Tag43.it il 12 ottobre 2021. No all’introduzione di quote etniche e di genere, sì al riconoscimento del merito. Göran Hansson, segretario generale dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze, ha messo in chiaro che la selezione dei candidati al Premio Nobel non prenderà in considerazione né l’etnia né il sesso degli studiosi ma valuterà solo ed esclusivamente le abilità e i risultati dimostrati nel loro settore. Continuando a dare priorità alla competenza ed escludendo tutti quei fattori che esulano dall’analisi del profilo professionale. Dal 1901, anno dell’istituzione, sono state solo 59 (circa il 6.2 per cento del totale) le donne vincitrici. La prima è stata Marie Curie (che lo ha addirittura ricevuto per ben due volte, nel 1903 per la fisica e nel 1911 per la chimica), l’ultima, invece, la giornalista investigativa filippina Maria Ressa. Che, quest’anno, ha condiviso il Nobel per la Pace con il collega russo Dmitry Muratov, caporedattore del quotidiano Novaya Gazeta. Ressa è stata l’unica figura femminile in un parterre di 12 uomini premiati. Pur constatando il gap, in un’intervista con France-Presse, Hansson ha difeso i metodi dell’organizzazione e ha spiegato i motivi dietro al rifiuto di aggiornarli: «Non è piacevole notare così poche donne nella lista e credo che questa situazione non sia altro che lo specchio delle ingiustizie che si sono susseguite in passato nella società e che, purtroppo, continuano ad esistere. C’è ancora parecchio da fare», ha dichiarato. «Tuttavia, abbiamo deciso che non inseriremo quote rosa né etniche. Chi riceve l’onorificenza lo fa perché ha lavorato a un progetto che potrebbe avere un impatto non indifferente sull’umanità e non per la sua provenienza o perché uomo o donna. Questo era il volere di Alfred Nobel e intendiamo rispettarlo». Ovviamente, l’Accademia continuerà ad assicurarsi di dare una chance a scienziate e studiose meritevoli, incoraggiandone la candidatura e vagliandone il lavoro al pari di quello dei colleghi uomini. «Siamo consapevoli del problema e, soprattutto, dei pregiudizi inconsci che spesso influiscono sui parametri di attribuzione. Stiamo lavorando duro per arginarli e operare nel modo più imparziale possibile». Per quanto, negli ultimi tempi, il lavoro delle donne, soprattutto nelle scienze, venga tenuto più in considerazione rispetto a dieci anni fa, il trend ha un ritmo di crescita molto lento. «Oggi, tra Europa occidentale e Nord America, le docenti di scienze naturali occupano a malapena il 10 per cento delle cattedre, numero che decresce sensibilmente se ci si sposta in Asia orientale», ha sottolineato Hansson. «Il cambiamento non dipende soltanto da noi che analizziamo il portfolio e decidiamo se candidare o meno qualcuno ma dalla realtà che ci circonda, che deve aiutarci con input positivi e che guardino, su tutto, alla preparazione accademica». La questione dell’introduzione delle quote di genere nell’assegnazione del premio, che si ripresenta puntuale ogni anno nel corso delle riunioni preparatorie alla cerimonia: «Ne abbiamo parlato e abbiamo capito che non funzionerebbe. La microbiologa Emmanuelle Charpentier, la chimica Jennifer Doudna o l’economista Esther Duflo sono state premiate per i loro lodevoli sforzi e perché reputate le migliori in assoluto, non perché donne», ha aggiunto il segretario. «Continueremo sulla stessa strada di sempre. Ci assicureremo di coinvolgere chi merita, tanto nella parte organizzativa quanto tra i partecipanti. Non faremmo mai un torto alla preparazione». Non sono mancate le proteste e le critiche al vetriolo. Come quelle della fisica neozelandese Laurie Winkless che, su Twitter, ha espresso il suo disappunto senza filtri. «Dispiaciuta ma non stupita dal fatto che l’Accademia non abbia rinunciato alle sue visioni anacronistiche».

Elena Dusi per repubblica.it il 5 ottobre 2021.  Il premio Nobel per la fisica è stato assegnato stamattina per metà a Giorgio Parisi, fisico italiano che ha studiato il caos e i sistemi complessi, e per l'altra metà allo scienziato americano di origini giapponesi Syukuro Manabe, 90 anni, insieme al tedesco Klaus Hasselmann, 89 anni. Parisi, romano, 73 anni, è stato premiato per "la scoperta dell'interazione tra il disordine e le fluttuazioni nei sistemi fisici dal livello atomico alla scala planetaria". I suoi due colleghi, climatologi, hanno invece vinto per "la modellazione fisica del clima della Terra, che ne quantifica la variabilità e prevede in modo affidabile il riscaldamento globale". Parisi nella sua carriera ha studiato argomenti molto diversi, accomunati dal poter essere chiamati sistemi complessi: dal bosone di Higgs alle interazioni fra i neuroni del cervello, che lo hanno portato a occuparsi di reti neurali e intelligenza artificiale, fino al comportamento dei singoli uccelli all'interno degli stormi in virata. Oggi fa ricerca sulla struttura di materiali eterogenei come i vetri. Anche lo studio del clima è considerato parte dei sistemi complessi. Per questo il fisico italiano è stato premiato accanto a due colleghi climatologi. Nato a Roma, Parisi ha insegnato fisica teorica alla Sapienza, dove si è laureato, è stato presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei (ora ne è vice) ed è ricercatore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). E' molto lontano dal lavorare in una torre d'avorio. E' sempre sceso in campo per criticare le politiche dei tagli ai fondi della ricerca e ha pubblicato varie analisi matematiche delle curve dell'epidemia di Covid. Nel 2010, alla morte del professore con cui nel 1970 si era laureato, Nicola Cabibbo, con una tesi sul bosone di Higgs, Parisi si era detto dispiaciuto perché alle ricerche del suo mentore non era mai andato il Nobel. Oggi, dentro se stesso, una parte di quel premio la dedicherà sicuramente a lui. L'ultimo italiano a vincere il premio per la fisica era stato nel 1984 Carlo Rubbia. Due anni più tardi Rita Levi Montalcini aveva vinto quello per la medicina. Intervistato dall'Accademia dei Nobel su come festeggerà, Parisi ha risposto che ancora non ha deciso e che le restrizioni del Covid probabilmente gli impediranno di organizzare grandi cerimonie. "Sono felice, non me lo aspettavo" ha detto. Ma poi ha aggiunto con sincerità: "Sapevo che avrebbero potuto esserci delle possibilità". A proposito dei suoi due colleghi di Nobel ha commentato: "E' chiaro che per la generazione futura dobbiamo agire ora in modo molto rapido contro i cambiamenti climatici". Syukuro Manabe ha dimostrato come l'aumento dei livelli di anidride carbonica nell'atmosfera porti a un aumento delle temperature sulla superficie della Terra. Negli anni '60, ha guidato lo sviluppo di modelli fisici del clima terrestre ed e' stato il primo a esplorare l'interazione tra il bilancio delle radiazioni e il trasporto verticale delle masse d'aria. Il suo lavoro ha posto le basi per lo sviluppo degli attuali modelli climatici. Circa dieci anni dopo, Klaus Hasselmann ha creato un modello che collega tempo e clima, rispondendo così alla domanda sul perchè i modelli climatici possono essere affidabili nonostante il tempo sia mutevole e caotico. Ha anche sviluppato metodi per identificare segnali specifici, impronte digitali, che sia i fenomeni naturali che le attività umane imprimono nel clima. I suoi metodi sono stati usati per dimostrare che l'aumento della temperatura nell'atmosfera è dovuto alle emissioni umane di anidride carbonica. Il presidente dell'Infn Antonio Zoccoli ha tratteggiato così la carriera di Parisi: "I contributi che Giorgio ha portato alla fisica hanno spaziato attraverso molti campi: dalla fisica delle particelle, all'inizio della sua carriera, con il suo lavoro sviluppato assieme ad Altarelli fondamentale per la comprensione della dinamica delle collisioni protone-protone negli acceleratori di particelle come Lhc, alla meccanica statistica, ai vetri di spin e la materia condensata, ai sistemi complessi, fino ai supercomputer. Il grande merito di Parisi è stato aver contribuito in modo determinante ai settori cui si è dedicato, ma soprattutto averlo fatto precorrendo i tempi. Della sua genialità fa parte la sua capacità di visione, di anticipare, di capire prima degli altri qual era la direzione da prendere, che cosa sarebbe diventato rilevante per la ricerca. E anche il suo pragmatismo". L'anno scorso il riconoscimento era andato alle scoperte sui buchi neri dell’americana Andrea Ghez, del britannico Roger Penrose e del tedesco Reinhard Genzel. I vincitori ogni anno ricevono una medaglia d’oro e si dividono il premio di 986mila euro. Ieri il Nobel per la medicina era stato assegnato agli americani David Julius e Ardem Patapoutian per i loro studi sul senso del tatto. Domani verrà assegnato il riconoscimento per la chimica, poi toccherà a letteratura, pace e - lunedì 11 ottobre - economia. A causa del Covid, neanche quest'anno si svolgerà la sfarzosa cerimonia di consegna dei premi. I vincitori li riceveranno "a domicilio" per evitare viaggi e cerimonie al chiuso, visto che la cena e i festeggiamenti avvengono tradizionalmente a Stoccolma a dicembre.

Da Fermi a Parisi, la sesta medaglia nella scia dei ragazzi di via Panisperna. Luca Fraioli su La Repubblica il 5 ottobre 2021. Tutte le strade del Nobel (per la fisica) portano a Roma. In particolare, conducono a una viuzza che sale e scende tra Santa Maria Maggiore e i Mercati di Traiano. Perché anche Giorgio Parisi è tutto sommato un nipote di quei “Ragazzi di Via Panisperna” entrati ormai nell’immaginario collettivo. La palazzina al numero civico 90a alla fine degli anni Venti ospitava l’Istituto di fisica e divenne una fucina di Nobel. Nel 1926 il 25enne Enrico Fermi vi ottenne la prima cattedra italiana di fisica teorica e si circondò di talenti ancor più giovani: Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, oltre al chimico Oscar D’Agostino. Non c’è dipartimento di fisica che oggi non esponga la foto in bianco e nero di quel gruppo di scienziati in maniche di camicia. Perché è lì che ha origine l’eccellenza della scuola italiana di fisica moderna, che porta fino al Nobel di Parisi.

Le scoperte di quel gruppo di geni

Fermi fu insignito del premio nel 1938, per aver scoperto, con i suoi “ragazzi”, i neutroni lenti e la fissione nucleare (compresa in realtà solo qualche mese dopo). Nel 1959 fu la volta di Emilio Segrè per la scoperta dell’antiprotone. E c’è chi è convinto un Nobel lo avrebbe vinto anche un altro dei ragazzi di Via Panisperna, se solo non si fosse estraniato da quel gruppo, da quella foto e dal mondo intero: Ettore Majorana, scomparso in circostanze misteriose nel marzo del 1938.

La diaspora e la nascita dell'Istituto nazionale

C’è, tra quei giovani fisici, chi non vince il Nobel né sparisce: anzi, decide di rimanere in Italia, anche quando le leggi razziali e la Seconda guerra mondiale portano il gruppo alla diaspora: Fermi e Segrè negli Usa, Rasetti in Canada, Pontecorvo in Russia. Amaldi resta in Italia e ricostruisce sulle macerie la fisica nazionale. Una delle sue creature, l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) ha appena celebrato il settantesimo compleanno: Amaldi lo immagina come il centro di ricerca che deve proseguire gli studi dei ragazzi di Via Panisperna. Negli anni sarebbero così stati costruiti i primi acceleratori di particelle, nei laboratori Infn di Frascati, e i Laboratori nazionali del Gran Sasso, scavati nel cuore della montagna abruzzese. Ma c’è il tocco decisivo di Amaldi anche nella nascita del più grande laboratorio di alte energie del mondo: il Cern di Ginevra.

Dal tunnel del Cern il riconoscimento di Rubbia

È proprio dai tunnel sotterranei scavati al confine tra Svizzera e Francia che nel 1984 arriva un nuovo Nobel alla fisica italiana: lo vince Carlo Rubbia per aver scoperto due particelle portartici della forza elettrodebole, una delle quattro interazioni fondamentali della natura, insieme a gravitazione, elettromagnetismo e forza nucleare forte. Ancora il Cern fa da scenario per un Nobel “indirettamente” italiano. Nel 2012 due esperimenti paralleli rivelano il passaggio del bosone di Higgs: a guidare i due team sono Guido Tonelli e Fabiola Gianotti. L’anno successivo il Nobel andrà ai fisici teorici che negli anni Sessanta avevano ipotizzato l’esistenza della particella fantasma: Peter Higgs e François Englert. La Gianotti diventa la prima donna a essere nominata direttore generale del Cern e la prima persona a essere riconfermata per un secondo mandato. Prima di lei, alla guida del laboratorio europeo lo stesso Amaldi, Rubbia e Luciano Maiani: 5 mandati su 16, a conferma di quanto la fisica italiana sia apprezzata a livello internazionale. Eccellenza di cui uno dei massimi esponenti è stato Nicola Cabibbo, maestro di Parisi e presidente dell’Infn dal 1985 al 1993.

Le onde gravitazionali

Ma può essere ricondotta ad Amaldi anche l’ultima grande scoperta da Nobel cui hanno dato un contributo fondamentale i fisici italiani: le onde gravitazionali. Fu grazie a lui che, a partire dagli anni Settanta, una piccola pattuglia di ricercatori dell’Infn si specializzò nella caccia alle vibrazioni dello spazio-tempo previste da Einstein: decenni dopo, nelle campagne di Siena sarebbe sorto Virgo, l’interferometro laser che raccoglie dati in simbiosi con i due laboratori americani Virgo. Per questo decine di fisici italiani hanno firmato le pubblicazioni che nel 2017 sono valse il Nobel a Kip Thorne, Barry Barish e Rainer Weiss. Ora è la volta di Giorgio Parisi: Via Panisperna ha portato a Stoccolma anche lui.

Nobel a Giorgio Parisi, il signore dell’ordine nell’universo del caos. Il premio per la Fisica assegnato allo scienziato romano per le sue ricerche sulle interazioni nei sistemi complessi e agli studiosi del clima Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann.  Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 6 ottobre 2021. Con un po’ di frivolezza si potrebbe dire che il premio Nobel al fisico romano Giorgio Parisi chiuda il cerchio magico della “rinascita italiana” che, dalla musica allo sport, ha segnato una stagione di successi irripetibili. Si tratta infatti di un riconoscimento importantissimo che al nostro paese mancava dal 1984 quando l’Assemblea dei Nobel al Karolinska Institutet di Stoccolma lo assegnò a Carlo Rubbia. E non a caso ieri mattina all’Università La Sapienza c’era un clima da stadio con canti, cori e striscioni a celebrare una giornata indimenticabile per il nostro mondo accademico. Dopo due anni di Nobel “astrofisici” (i cosmologi James Peebles, Michel Mayor e Didier Queloz nel 2019 e Roger Penrose, Reinhard Genzel e Andrea Ghez nel 2020 ) si torna dunque sul pianeta Terra. Assieme a Parisi sono stati premiati dagli accademici svedesi il giapponese Soyokuro Manabe e il tedesco Klaus Hasselmann per i loro lavori sui modelli probabilistici applicati ai cambiamenti climatici, in particolare al global warming. La capacità di prevedere sequenze di eventi all’interno di sistemi apparentemente caotici accomuna infatti il lavoro dei tre fisici, anche se il campo di ricerca di Parisi appare ancora più ambizioso perché connette eventi subatomici con fenomeni attinenti ad altre discipline, come ad esempio le neuroscienze, le fluttuazioni della finanza globale e altri addirittura osservabili ad occhio nudo come il movimento degli stormi di uccelli nel cielo o la disposizione dei passeggeri all’interno di un vagone della metropolitana. «Abbiamo premiato la scoperta dell’interazione tra il disordine e le fluttuazioni nei sistemi fisici dal livello atomico alla scala planetaria», si legge nel comunicato ufficiale dell’Accademia. Tecnicamente il campo della fisica di cui si occupa si chiama con un nome che potrebbe scoraggiaere i profani: “cromodinamica quantistica”; il suo oggetto sono i cosiddetti “sistemi complessi”, laddove per complesso non si intende “complicato”, ossia divisibile nelle sue componenti primarie, ma “intrecciato” e quindi osservabile unicamente nel suo insieme, come una matassa inestricabile. A un primo “sguardo” questi sistemi sembra che rispondano a schemi aleatori e imprevedibili, ma in realtà seguono un ordine nascosto, non necessariamente analogo alla nostra idea di ordine su scala planetaria o sensibile. Ad esempio la descrizione e il funzionamento dei neuroni possono essere compresi solo considerando l’insieme del sistema nervoso e, allo stesso tempo, possono servire da modello per la comprensione di altri sistemi complessi come, per esempio quelli informatici. «Scovare l’ordine all’interno del caos è un’opera affascinante», spiega Parisi, tradendo l’ispirazione profondamente filosofica della sua scienza. Da ragazzo ha cominciato a studiare la fisica lavorando sui quark, inafferrabili particelle subatomiche. Nel mondo della microfisica (o meccanica quantistica) gli eventi accadono infatti con una rapidità inconcepibile in una scala dimensionale che supera i limiti della nostra immaginazione il che aveva portato lo stesso Einstein ad arricciare il naso di fronte a questa nuova fisica affermando che «Dio non gioca a dadi con l’universo». In effetti è impossibile stabilire contemporaneamente la velocità e la posizione di una particella (principio di indeterminazione di Heisenberg), ma grazie al calcolo probabilistico possiamo è prevederne il comportamento. Il campo di applicazione su cui Parisi ha lavorato per anni è quello dei materiali amorfi. Se nei solidi cristallini (metalli, rocce) gli atomi sono disposti in un reticolo geometrico, nei solidi amorfi (vetri e polimeri) la disposizione atomica si presenta al contrario in maniera casuale, o “disordinata”. Per comprendere questi sistemi Parisi si è concentrato nello studio degli “spin glass” o vetri di spin i cui atomi accumulando calore si comportano come nei magneti, raggiungendo una fase detta “metastabile” per poi abbandonarla successivamente. In questo modo è possibile prevedere le disposizioni atomiche anche in materiali amorfi. La cosa straordinaria è che il comportamento degli atomi somiglia moltissimo a quello delle nostre cellule nervose.

Giorgio Parisi, la laurea in Fisica nel 1970. Professore emerito di Sapienza Università degli Studi di Roma, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei dal 2018 al 2021, Giorgio Parisi si è laureato in Fisica all’Università La Sapienza di Roma nel 1970 con una tesi sul bosone di Higgs, sotto la guida del professore Nicola Cabibbo che ieri ha omaggiato spiegando che il Nobel «l’avrebbe meritato lui».

La carriera da ricercatore è iniziata al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) per poi proseguire presso i Laboratori Nazionali di Frascati dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Forte anche il suo contributo fuori dall’Italia con collaborazioni presso la Columbia University, l’Institut des Hautes Ètudes Scientifiques e l’Ecole Normale Superieure de Paris.

Le sue attività di ricerca sono state in particolare nel campo della fisica statistica, della teoria dei campi, della fisica delle particelle, della meccanica statistica e della materia condensata. La lista dei successi, dei risultati e dei premi durante la sua carriera è davvero lunga, tra cui la Medaglia Boltzmann nel 1992, la Medaglia Dirac nel 1999, il premio Galileo nel 2006, la Medaglia Max Planck nel 2010, il Premio Wolf per la Fisica nel 2021 ed oggi il Premio Nobel per la Fisica.

Paolo Travisi per “il Messaggero” il 6 ottobre 2021.

Professor Parisi, quando ha visto il suo nome cosa ha provato? Un fisico si commuove?

«Commozione diciamo che sono rimasto molto contento del premio. Felicissimo». 

Qual è stata la prima reazione alla telefonata?

«Quando ho visto che la chiamata proveniva da un paese con un prefisso che non conoscevo, ho capito che si trattava di Stoccolma. Hanno cominciato a parlare, ma c'è stato un istante in cui ho pensato, speriamo che non mi stiano facendo uno scherzo». 

Cosa significa far parte della storia?

«Sono cose a cui ci si deve abituare pian piano. Questa mattina quando guardavo i sottotitoli e vedevo il mio nome passare, mi suonava strano». 

 A chi dedica il Nobel?

«Lo dedico a Nicola Cabibbo, è stato il mio maestro ed avrebbe dovuto vincere il Nobel nel 2008, ma per qualche sfortunata combinazione non l'ha vinto». 

Veniamo alle motivazioni con cui l'Accademia ha deciso di assegnarle il premio.

«Io ho inventato e costruito una serie di equazioni che servono per gestire i sistemi complessi; equazioni a loro volta talmente complesse che non capivo cosa volessero dire. Poi lavorando con altri scienziati, ne abbiamo compreso il significato. Direi che è una grande soddisfazione perché è stato un lavoro molto creativo».

Nel corso del suo intervento all'Accademia ha fatto un appello sul clima. Crede che l'urgenza del cambiamento climatico sia realmente compresa?

«Gli scienziati che lavorano sui modelli climatici hanno capito benissimo, ma il problema è che spesso i governi e la popolazione mondiale non se ne rendono conto. Si capisce cosa significhi cambiamento climatico solo quando accadono disastri, inondazioni, ondate di calore; invece è importante che le misure per arginare portino ad un ripensamento del modello dei consumi, perché non si può combattere il clima a costo zero, ma è la politica che deve decidere chi lo deve pagare». 

Anche per questo bisogna aumentare i fondi per la ricerca?

«In Italia abbiamo già visto un cambiamento e spero sinceramente che nella Finanziaria ci sia un aumento di 1,2 miliardi per la ricerca».

 Quando entrò come studente a La Sapienza, immaginava tutto questo?

«Direi di no, ma a 18 anni un giovane non riesce a immaginare realmente come sarà la vita futura». 

A chi deve ciò che ha imparato e portato nel mondo?

«Il mio principale maestro è stato Nicola Cabibbo. Con lui ho imparato molto, tante cose tecniche, ma anche l'attitudine giusta verso la ricerca, ovvero studiare argomenti e materie che fossero divertenti».

Tanti sacrifici ripagati da questo riconoscimento?

«Non mi sono proprio accorto di aver fatto questo sacrificio per lo studio (ride, ndr). Io ho sempre fatto quello che mi interessava approfondire senza mai sentirmi sacrificato». 

È stato un divertimento?

«Sì, anche perché se non mi divertivo più, passavo ad altro. La scienza è come un grosso puzzle, solo che una volta che hai messo al loro posto tutti i pezzi che lo compongono, non si è solo soddisfatti per averlo risolto, ma perché hai risolto qualcosa su cui altri potranno costruire». 

La fisica serve a risolvere problemi complessi. Esiste una ricetta per aiutare la Capitale ad essere una città migliore?

«Ci sono tante cose che si possono immaginare per migliorare. A partire da studi scientifici sul traffico, di cui credo non ci sia nulla. E poi ci sono alcune soluzioni molto banali, per le quali non serve l'impegno di uno scienziato, ma investimenti. Per esempio costruire dei mega parcheggi di scambio sul Grande Raccordo Anulare, in modo che le persone ed i pendolari non entrino dentro Roma». 

Come festeggerà?

«Non sono ancora riuscito a pensarci. Pensi che non sono riuscito a leggere neanche le 17 pagine di motivazioni per il Nobel». 

Giorgio Parisi: «Un database europeo multidisciplinare per studiare il Covid». Dall'archivio/ripubblichiamo un'intervista del 31 ottobre 2020 al premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Che all'epoca lanciava un appello alle istituzioni per chiedere misure drastiche contro l'avanzare della pandemia.  Valentina Stella su Il Dubbio il 5 ottobre 2021. Dall’archivio/ripubblichiamo un’intervista del 31 ottobre 2020 al premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi

Il Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il fisico di fama internazionale Giorgio Parisi, la scorsa settimana ha lanciato un allarme dalle pagine dell’Huffington Post chiedendo misure drastiche per fermare l’avanzamento dell’epidemia di covid 19. La politica sembra averlo ascoltato. Ne abbiamo discusso proprio con lui in questa lunga intervista in cui rivendica l’importanza della fisica e della matematica per capire il coronavirus e chiede meno litigi in tv tra i virologi. Per chi ne volesse sapere di più, sulla homepage dell’Accademia trova una sezione dedicata alla pandemia in cui sono raccolti i contributi delle commissioni lincee e dei soci sul tema Covid- 19, insieme a documenti di altre Accademie e Istituzioni internazionali.

Presidente Parisi, il suo allarme è stato raccolto.

Penso che il governo avrebbe preso questa decisione anche senza il mio articolo e l’appello successivo di cento tra scienziati e giuristi. Certo, abbiamo contribuito a creare delle condizioni favorevoli per una giusta presa di posizione: il governo non solo deve prendere delle decisioni giuste ma deve avere anche un clima di consenso intorno, senza il quale diventa difficile farle rispettare. E noi abbiamo contribuito a crearlo.

Come è possibile bilanciare in questo momento il diritto alla salute e la necessità di non fermare una parte del nostro sistema produttivo?

I sacrifici devono essere distribuiti: i profitti di industrie come Amazon sono alle stelle mentre i commercianti al dettaglio vanno verso il disastro. Se si vuole ottenere un consenso anche dalle categorie più colpite bisogna prevedere delle reti di sicurezza. Poi non siamo stati aiutati a causa di una certa narrazione: qualcuno, come Zangrillo e Tarro, hanno detto che il Covid era sparito… Per non parlare della Gismondo che lo ha declassato a banale influenza. Alcuni politici hanno poi soffiato sul fuoco, c’è chi ha parlato di ‘ dittatura sanitaria’. Tutto questo non ha di certo aiutato a dialogare con i settori economici.

Lei ha richiamato la necessità di un database per fronteggiare meglio la pandemia. Cosa non funziona nell’attuale raccolta di informazioni e cosa invece si dovrebbe fare in tal senso?

Faccio subito un esempio: a me piacerebbe sapere per tutti coloro che hanno contratto il Covid che lavoro svolgono, con quali mezzi raggiungono il posto di lavoro, se frequentano le palestre, quante volte al mese vanno al ristorante, se hanno figli che vanno a scuola, qual è il tenore di vita. Si parla spesso di big data, ma non li stiamo usando: se conoscessimo tutte le informazioni relative alle abitudini di vita di quelle persone potremmo ad esempio valutare se l’aumento dei contagi avviene soprattutto tra coloro che prendono i mezzi pubblici e agire di conseguenza. Poi esiste il problema del tracciamento. In Germania la Merkel ha dichiarato chiaramente che il tracciamento non funziona, fatta eccezione per il 23% dei casi in cui sappiamo in che occasione è avvenuto il contagio. Se il contagio avviene in autobus o in qualunque spazio aperto al pubblico è quasi impossibile ricostruire il luogo. Non credo che in Italia stiamo meglio, considerato che i tedeschi sono tradizionalmente meglio organizzati di noi. Quindi occorre assolutamente prendere un’altra direzione.

Quale?

Due giorni fa ho avuto una discussione con alcuni colleghi tedeschi e anche loro sono d’accordo nel voler creare un database non solo nazionale ma addirittura europeo. Al momento ci troviamo in una babele incomprensibile. Ogni medico in Italia classifica in maniera diversa lo stato del paziente. Non esiste una normativa che dica, come avviene in Cina, che se il paziente ha questo grado di saturazione dell’ossigeno allora è grave, se ha quest’altro allora è critico, se ha questi sintomi è lieve. Ognuno fa la diagnosi a modo suo e i confronti tra le regioni, ad esempio, diventano estremamente difficili.

Lei parla di big data. Ed infatti la pandemia da Covid- 19 è sotto la lente di ingrandimento di varie discipline. L’impressione è che qualcuna snobbi le altre. Di qualche giorno fa è la lettera degli studenti della Sapienza che rivendicano il ruolo della fisica nella conoscenza del fenomeno pandemico.

La multidisciplinarietà è certamente importante: l’epidemiologia, se vogliamo, è la vera disciplina che si occupa dello studio della curva epidemica, ed è intrinsecamente multidisciplinare perché ha bisogno di avere dei dati e di poterli analizzare su larga scala, e questo è un compito svolto spesso dai fisici e dai matematici che elaborano equazioni che descrivono lo sviluppo dell’epidemia, grazie all’apporto fornito dai clinici e dai virologi. Per essere pratici, il numero dei casi che vengono registrati quotidianamente in Italia dipende da due fattori: il numero totale dei contagiati e la capacità del Sistema sanitario nazionale e della Protezione civile di identificare gli ammalati. Ad esempio a Varese si erano illusi che la situazione stesse migliorando, ma poi il giorno dopo è arrivato il numero esatto dei contagiati che non era arrivato il giorno prima, a causa di un intoppo nella comunicazione dei dati. L’analista deve tener conto anche di queste circostanze. Poi le voglio raccontare una cosa che mi ha innervosito molto.

Prego.

In Cina, credo a metà marzo, hanno deciso di fare una riclassificazione dei dati: nonostante le radiografie e le tac evidenziassero in molti pazienti le tipiche lesioni da Covid, questi non furono inseriti nelle statistiche dei contagiati perché non c’erano abbastanza test molecolari per confermarlo. Poi è arrivata una disposizione del Governo in cui si chiedeva di inserire nelle statistiche anche quei pazienti. E così fu fatto, aggiungendo anche coloro che erano morti con un forte sospetto diagnostico senza aver fatto il tampone. Il risultato fu che tutti i giornali italiani titolarono con toni molti allarmistici dicendo che in Cina in un giorno i morti erano raddoppiati o addirittura quintuplicati. Poi il giorno successivo, titoli piccoli che dicevano che in realtà non era così. Questo non capita solo ai giornalisti, ma anche a tutti quelli che fanno analisi dei dati senza conoscere il contesto e l’origine di quei dati. Nel mondo, secondo le statistiche, di domenica muoiono meno persone di Covid: è evidente che non è un virus settimanale, ma semplicemente il sistema di tracciamento non lavora a regime come gli altri giorni. L’unico modo quindi per avere un approccio più realistico è quello di fare le medie settimanali.

A proposito di stampa, secondo lei ha ragione chi sostiene che la sovraesposizione mediatica di alcuni scienziati non abbia fatto bene alla immagine della scienza?

In generale, la sovraesposizione mediatica non fa mai bene. Il problema è che normalmente nella scienza quando c’è un fenomeno nuovo servono anni, decenni di assestamento per poterlo capire e assorbirlo. La scienza procede per comunicazioni scritte su cui la comunità scientifica può riflettere. È chiaro che siamo in una situazione emergenziale in cui si sente il bisogno di dare delle risposte veloci però questo non può significare dare informazioni sbagliate in nome dello share. Il mondo della comunicazione è interessato agli ascolti e un litigio tra virologi in televisione aiuta lo scopo. Invece, a parer mio ad esempio, due virologi che stanno per intervenire in una trasmissione dovrebbero prima incontrarsi fuori dai riflettori per un’ora per capirsi e per portare poi al pubblico un messaggio pacato, pur nella divergenza delle opinioni.

Forse se qualcuno degli esperti qualche volta avesse detto “non lo so” sarebbe stato meglio.

Sì certo. Infatti la differenza che c’è tra un esperto e uno pseudo esperto è che il primo sa quello che non sa, il secondo pensa di sapere tutto. Ci sono quelli che dicono “i contagi aumentano per il calo della temperatura”, altri “è colpa della riapertura delle scuole”, io posso limitarmi a dire “probabilmente”: ci sono degli elementi più indiziati, altri meno. In una situazione in cui molto non è sotto controllo bisogna avere l’onestà di dire “non so”. Se unodeve attraversare una foresta e si trova davanti due sentieri e ha paura del leone, valuta gli indizi disponibili e sceglie il sentiero che gli pare più sicuro senza avere nessuna certezza. Sappiamo bene che quando un processo è indiziario, le circostanze possono essere valutate in maniera differente. La prova nella scienza non si raggiunge subito ma tramite un lungo e serrato confronto tra gli scienziati.

A tal proposito, il 19 settembre la rivista The Lancet ha pubblicato un articolo dal titolo “COVID- 19: a stress test for trust in science”. Tra l’altro leggiamo che  “la revisione tra pari rimane essenziale per il processo di pubblicazione scientifica. Lega autori, editori, recensori e lettori insieme, e aiuta a costruire la fiducia tra di loro”. Qual è il suo parere su questo?

Le riviste mediche hanno pubblicato molte volte delle grandi schifezze. L’impressione che ho è che per la fretta di pubblicare, sia da parte degli autori sia da parte delle riviste, si sia aperta qualche falla nel sistema. Se una rivista pubblica, faccio un esempio, un articolo sui millepiedi anche se c’è qualcosa di sbagliato se ne accorgono in pochi; ma se invece si pubblica un lavoro sulle cure di una malattia di moda questo rimbalza ovunque, la gente lo legge, si modificano anche i comportamenti, e la rivista è costretta a ritirarlo dopo che 50 scienziati hanno inviato una lettera di protesta. Ed ecco che la falla viene a galla sotto gli occhi di tutti.

Nel 1890 il re Umberto I firmava la nomina a senatore del Regno di Giulio Bizzozero, professore di patologia all’Università di Torino. Guardando i nomi degli scienziati che nell’Italia liberale furono membri del Senato, si rimane sorpresi dal fatto che nei 25 anni dopo la nomina di Bizzozero furono nominati senatori a vita premi nobel come Golgi e Marconi, la medaglia Darwin della Royal Society Grassi, i matematici Beltrami e Volterra, il fisico Pacinotti, etc. Al contrario nei quasi 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, i senatori a vita provenienti dal mondo della scienza sono stati solo 4: Castelnuovo, Montalcini, Cattaneo, Rubbia. Qual è il suo parere in merito? E secondo lei lo scienziato può ambire a posizioni politiche o deve fermarsi alla consulenza?

Per quanto riguarda i senatori a vita fortunatamente l’ex Presidente della Repubblica Napolitano ha invertito la tendenza che c’era prima. Ciò che è accaduto a partire dagli anni ‘ 50 non ha riguardato solo gli scienziati ma tutto il mondo della cultura. Il posto di senatore a vita era diventato una specie di cimitero degli elefanti della politica. Poi con Napolitano è cambiato tutto: non ha nominato politici come senatori a vita, ma due scienziati – Rubbia e Cattaneo -, oltre al professor Monti, al maestro Claudio Abbado e all’architetto Renzo Piano. È stato un cambiamento molto importante: basti pensare al lavoro che ha fatto in questi anni la senatrice Cattaneo contro il metodo Stamina. Uno scienziato può portare nel mondo politico non solo la competenza ma anche uno sguardo diverso. Gli scienziati tutti i giorni hanno a che fare con dati ed esperimenti: li vagliano, ne fanno la sintesi, capiscono quali sono quelli più affidabili. Questo porta a prendere decisioni consapevoli e a non fidarsi dell’apparenza.

Giorgio Parisi: «Il mio Nobel per la Fisica a sostegno dell’intelligenza artificiale e del pianeta». Alessandra Arachi su Il Corriere della Sera il 5 ottobre 2021.

Lei che ha vinto già tanti premi illustri e che ha diretto l’Accademia dei…, si aspettava ? 

«No, però mentre stavano per proclamarlo sono stato con il telefono vicino».

L’anno scorso non lo aveva fatto? 

«L’anno scorso non ero stato messo nella lista del Wolf Prize. Che non è detto che poi ti venga dato il premio Nobel, ma è possibile».

Ha qualcuno da ringraziare per questo premio? 

«Prima di tutto il mio maestro Nicola Cabibbo. E poi tanti altri fisici con i quali ho collaborato, è stato un lavoro di tanti».

Ci può spiegare per che cosa ha vinto questo premio? 

«Veramente devo ancora capirlo anche io».

Che vuole dire? 

«Che non ha avuto il tempo di leggere le motivazioni, sono 17 pagine. A dire il vero non ho avuto nemmeno il tempo per scaricarle. Comunque la motivazione breve che ho visto è quella che riguarda i miei studi sui sistemi complessi».

Sono studi recenti? 

«No, risalgono a più di quarant’anni fa. Ho cominciato a lavorarci durante le vacanze di Natale del 1978. Però che fossero sistemi complessi l’ho capito soltanto nell’83 quando con colleghi di Parigi abbiamo realizzato quale fosse il significato delle equazioni che stavamo studiando».

Può farlo capire anche a noi, in maniera semplice? Che cos’è un sistema complesso? 

«Per capire cominciamo con il definire un sistema semplice: un bicchiere d’acqua. Quello che si può fare è soltanto misurare la temperatura, il volume, la pressione. Le molecole dell’acqua, poi, sono tutte uguali, ecco perché è semplice».

E il sistema complesso? 

«Un altro esempio: un cane. È un sistema estremamente complesso. Lo si può descrivere guardandolo fisicamente da fuori. Poi ci sono tutti gli ormoni e tutte le cellule, internamente. E ancora: c’è la complessità che riguarda la descrizione affettiva del rapporto con il padrone».

I sistemi fisici complessi che lei ha studiato trovano applicazione nella nostra realtà quotidiana? «Certamente. Molti lavori, come ho detto, sono stati fatti nel passato remoto, ma hanno ancora valore attuale».

Quale, per esempio? 

«L’intelligenza artificiale. Gli studi sono connessi a quelli fatti negli anni Ottanta. Molte cose sono già state utilizzate, ma molte altre possono essere ancora sfruttate. Ora vorrei io stesso riprendere in mano l’intelligenza artificiale per rimetterla in moto».

A che cosa serve l’intelligenza artificiale? 

«A parte per giocare a scacchi molto meglio di come giochiamo noi? Oppure a riconoscere le facce su Facebook?»

Si, si certo...

«Parlando di cose importanti diciamo che i campi di applicazione sono tantissimi, molto pratici. Come per esempio, la possibilità di trovare nuovi medicinali».

Oppure? Cos’altro? 

«La guida automatica dell’automobile. È un campo dove si sta andando avanti molto lentamente, ma penso che fra dieci anni ci si arriverà, così si ridurranno gli incidenti automobilistici. L’intelligenza artificiale ha la capacità di informarsi sul mondo esterno molto meglio dell’uomo. Però bisogna stare attenti, ci sono anche risvolti pericolosi dell’intelligenza artificiale».

Quali? 

«Il sistema di armi letali non può essere lasciato in mano alle macchine. Non possono essere loro a decidere chi uccidere o meno. Parlo dei droni, non possono avere la capacità autonoma per decidere, chi colpire mortalmente, dietro ci deve sempre essere l’intervento umano».

Come si può evitare questo pericolo? 

«È stata fatta una convention sulle armi chimiche, bisognerebbe farne una anche su questo».

Nei suoi studi ci sono altri risvolti importanti? Come quelli utili per risolvere i problemi dei cambiamenti climatici? 

«Si gli studi di quarant’anni fa hanno avuto rilevanza nel sistema planetario e molti sono serviti per la comprensione standard dei cambiamenti climatici».

Cosa farà domani oltre che leggere le 17 pagine di motivazione del suo premio? «Cercherò di rispondere ai messaggi che ho ricevuto oggi. Poi ho sentito dire che Draghi vuole vedermi».

Anche il presidente della Repubblica, no? 

«Intanto con Sergio Mattarella ho già parlato al telefono».

Caos calmo. Chi è Giorgio Parisi, il fisico (ballerino) che ha riportato il Nobel a Roma. Dario Ronzoni su L’Inkiesta il 6 ottobre 2021. Il premio riconosce il lavoro di uno studioso che ha apportato contributi e idee in più ambiti, ma è anche il simbolo dell’eccellenza universitaria di Roma. Nel privato si diverte con il forrò, danza di coppia brasiliana. Le celebrazioni sono già cominciate, lo striscione “It’s coming Rome” è già stato appeso dal balcone dell’Istituto di Fisica della Sapienza, con la precisazione «Congratulazioni Giorgio!». Stavolta non si tratta di sport, ma di scienza. Giorgio Parisi, 73 anni, ha vinto (insieme al giapponese Syukuri Manabe e Klaus Hasselmann) il premio Nobel per la Fisica «per la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici da scala atomica a scala planetaria». La formula riassume, nel modo migliore possibile, l’ampiezza della ricerca di Parisi, che ha saputo con il suo studio del caos, teoria di cui è indiscusso maestro, toccare più campi e ambiti. È un modello che si può applicare più o meno a ogni realtà: «Dalla cera di una candela», come ha ricordato qui, fino al mondo degli investimenti. «Quando si scioglie, sembra che scenda in modo regolare verso il basso. Ma se guardiamo al microscopio quel movimento si vede una serie di terremoti che sono sempre meno frequenti e meno intensi fino a quando non diventa solida. Lo stesso modello matematico regola la volatilità sui mercati finanziari». Regola molte cose, in realtà. E proprio dallo studio del disordine e della complessità Parisi ha apportato contributi in più ambiti. Anche questo – forse soprattutto questo – è stato all’origine del Nobel (che condivide con il giapponese Syukuri Manabe e il tedesco Klaus Hasselmann). I suoi studi hanno toccato campi come la meccanica statistica, la teoria dei campi, la fisica della materia condensata, con i vetri di spin, fino alla fisica delle particelle. Ma passando per la biologia, la medicina, le neuroscienze, l’apprendimento automatico. Tutto questo, come ha dichiarato al Corriere Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, «precorrendo i tempi».

Ha insegnato alla Columbia University e all’École Normale Supérieure di Parigi, ma è sempre tornato a Roma. Qui ha fatto le superiori (in un liceo privato, il “San Gabriele”, ora chiuso e trasformato in residence), l’Università alla Sapienza verso la fine degli anni ’60 (qui ha partecipato alle occupazioni e ha assistito agli scontri) e le sue prime esperienze di ricerca, proprio all’Istituto nazionale di fisica nucleare a Frascati. Ci andò su consiglio del suo mentore, il professor Nicola Cabibbo: «Il Nobel della fisica doveva vincerlo anche lui», ha ricordato lo stesso Parisi in collegamento per la premiazione, quasi vendicando lo studioso, cui il Nobel fu scippato (così pensano i colleghi) nel 2008. Risarcimento postumo a uno dei suoi allievi più brillanti? Può essere. Parisi fu tra i primi a lavorare a Tor Vergata all’inizio degli anni ’80, che descrive come un ambiente familiare e stimolante ma con un problema grave: era irraggiungibile («Una volta ci ho messo tre ore per arrivare»). Meglio allora tornare, da professore, alla Sapienza, dieci anni dopo. Qui ha tenuto diversi insegnamenti (fisica teorica, teorie quantistiche, fisica statistica, probabilità), mentre pochi anni prima, nel 1988, era già diventato socio dell’Accademia dei Lincei (diventerà presidente a 30 anni di distanza). La lunga lista dei premi e dei riconoscimenti ottenuti comprende il Premio Lagrange nel 2009, la Medaglia Max Planck nel 2010, ma anche il premio Wolf per la Fisica nel 2021, che ha preceduto di poco il riconoscimento più ambito: il Nobel. Sono tanti i ricercatori italiani, ha aggiunto sempre Parisi, «che lo meriterebbero». Da questo punto di vista il Paese funziona, anche se i giovani sempre molto preparati dopo la laurea «scelgono di andare all’estero per il dottorato». Morale: c’è poco spazio per loro. Forse dopo questo riconoscimento qualcosa cambierà? Chi può dirlo. Parisi intanto festeggia, forse ballando: è la sua seconda passione. Dopo aver studiato i passi latinoamericani, è diventato un esperto («Diciamo che me la cavo», ha detto a Repubblica) di quelli greci. A questi ha aggiunto di recente il forrò, danza di coppia brasiliana. È un altro modo, forse più divertente, per cercare di mettere ordine al caos della realtà.

La complessità di capire i sistemi sociali. Il mondo va come se l’uomo non esistesse. Il premio Nobel Parisi ha rilanciato un tema che da sempre affascina gli studiosi. Cleto Corposanto su Il Quotidiano del Sud il 17/10/2021. Il premio Nobel per la Fisica 2021 recentemente assegnato all’italiano Giorgio Parisi riporta all’attenzione uno dei temi più affascinanti per moltissimi studiosi di ogni disciplina, quello della complessità. E se nel caso degli studi di Parisi il tema è stato declinato in particolare per “la scoperta dell’interazione tra disordini e fluttuazioni nei sistemi fisici” – come recita la motivazione ufficiale – il tema dell’individuazione e della soluzione di complessità affascina da un po’ di tempo scienziati di numerose discipline. Come spesso accade, le cose che riguardano l’interazione e le relazioni all’interno di sistemi che comprendono non solo elementi fisici ma anche persone, collettività dalle quali emergono emozioni, valori e culture differenti e spesso antagoniste fra loro, sovente sono ancora più difficili da comprendere e “governare”. C’è urgenza di ripensare a un modello di sviluppo. E serve usare una visione sistemica. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste affermazioni nei discorsi sul futuro negli ultimi anni? La realtà è che la nostra attuale società, complessa al punto giusto, apre orizzonti di senso teoricamente illimitati, ai quali corrispondono un numero altrettanto illimitato di possibili scelte. Non esiste nulla che non possa essere rivisto: per dirla con Niklas Luhmann, ogni cosa che è o che facciamo è sempre possibile anche altrimenti. Oggi le cose stanno in un modo, ma domani potrebbero anche stare diversamente; è il trionfo della contingenza, una sorta di festival del cosiddetto “pensiero debole”. Da un certo punto di vista, la ricchezza dell’approccio alla complessità del sociale sta proprio nella consapevolezza  che il nostro vissuto,  le nostre emozioni, insomma la nostra vita sono elementi assolutamente centrali nella costituzione di quella che definiamo complessità; che proprio per queste ragioni non può essere completamente gestita, misurata, controllata, né indirizzata. In fondo, lo aveva inteso molto bene anche Herbert Simon, economista, psicologo e informatico statunitense, premio Nobel per le scienze economiche nel 1978: è suo il concetto importantissimo di razionalità limitata, a caratterizzare le peculiarità che noi umani abbiamo dal punto di vista proprio delle capacità di analisi,  elaborazione,  sistematicità,  individuazione delle correlazioni tra i fenomeni. Una capacità intrisa di limiti dovuti a una serie di fattori diversi, relativi alle informazioni che possediamo, ai limiti cognitivi della nostra mente, alla quantità finita di tempo di cui disponiamo per prendere una decisione. Tutto ciò fa sì che la complessità sociale sia una complessità che non è esprimibile nella sua totalità, nella sua completezza; con le ovvie conseguenze che questa consapevolezza presuppone. Questa questione assume un rilievo particolare nell’attuale società della prestazione, una società che corre investita da quella che gli specialisti della comunicazione chiamano “infodemia”. La condizione di razionalità limitata,  così come elaborata da  Simon, diventa oggi una questione fondamentale, particolarmente significativa e per certi versi dirompente, prepotente. Il convincimento di poter contare su una straordinaria disponibilità di dati e di informazioni   ci mette in una condizione per certi versi illusoria di poter prendere fino in fondo delle decisioni, di operare delle scelte, di definire delle strategie; che dovrebbero essere appunto del tutto razionali, cioè basate sul presupposto che si possano operare scelte sulla base della disponibilità delle informazioni. Saremmo cioè teoricamente in grado di effettuare valutazioni dei rapporti costo- benefici più o meno attenti e rigorosi. Nella realtà, invece, assistiamo ad un fenomeno esattamente opposto, in una sorta di paradossale eterogenesi dei fini. Da un lato infatti, in accezione di per sé non negativa, aumentano continuamente per gli individui le possibilità di scegliere percorsi personalizzati in ogni campo d’azione; di converso, quello che sembra essere un vero e proprio trionfo della differenza, di fatto produce un indebolimento della stessa. Se tutto è possibile anche altrimenti, allora anche la differenza diventa indifferente. Per questo, quindi, i vari sistemi sociali – dalla scienza alla politica, dai mass media all’economia – nei quali tante speranze di liberazione erano state riposte, funzionano non a caso come se l’uomo non esistesse. Viviamo cioè il paradosso di essere sempre più in balia di esigenze sociali a volte inderogabili che paiono tuttavia essere inconciliabili con le esigenze umane. E allora il crescente scollamento tra individuo e società, tra sistema sociale e logiche che presiedono l’equilibrio psichico dei singoli, la conseguente distanza aumentata fra egocentrismo e senso di comunità, più che senso di libertà sembra generare disordine, mancanza di radici, incapacità di gestire un rapporto soddisfacente con gli altri e il mondo intero. Il problema, insomma, non è semplice; ma come uscire da quello che sembra un vicolo cieco? C’è urgenza di ripensare a un modello di sviluppo. E serve usare una visione sistemica. Così abbiamo affermato in apertura di queste considerazioni. Ora lo ribadiamo. Ma con qualche ulteriore precisazione, indispensabile. Il vicolo resterà cieco fintanto che la società sarà considerata un sottosistema dell’economia, in una visione intrisa di determinismo e soluzioni di natura tecnologica che si traducono inderogabilmente in comportamenti di natura tecnocratica. Un corretto approccio alla complessità del problema ha invece bisogno di una visione sistemica, che abbandoni completamente l’idea di onniscienza che alberga invece nelle prospettive – erronee – di molti tentativi interpretativi (e corporativi). Serve usare  una visione sistemica, appunto. Il che significa che vanno ripensate completamente non solo le nostre istituzioni educative e formative ma anche le culture organizzative nel senso più largo del termine: proprio quelle che continuano invece a essere incardinate e  strutturate su logiche di separazione di potere e di controllo. Viviamo oggi in un mondo nel quale le importantissime scoperte scientifiche e  le grandi innovazioni tecnologiche  cambiano evidentemente molti dei ritmi della nostra vita, e fra le altre cose anche il modo stesso di concepire ciò che è vita e ciò che non è vita. Cambiano i confini tra natura e cultura, tra naturale e artificiale, tra reale e virtuale; sono sempre più, oramai, confini sfumati. Ma uno degli errori più grossolani che si possano commettere in una situazione come questa è che   la tecnologia sia ipotizzata, considerata e presentata  come qualcosa di esterno e di neutrale. Spesso negli ultimi anni è stato utilizzato il convincimento che la tecnologia vada a una certa velocità,  e la cultura non riesca a starle dietro. Ma qui sta il vero problema: Il  grande equivoco è proprio l’idea che a questa civiltà ipertecnologica servano soltanto tecnici, o comunque  figure iperspecializzate.  Su questa strada si continua ad alimentare una dicotomia pericolosissima come quella che prevede rigide logiche di separazione tra formazione scientifica e  formazione umanistica. Per risolvere problemi complessi occorre una visione d’insieme, che solo una riunificazione dei saperi può fornire. Alcune indicazioni che arrivano anche dai Nobel, infatti, riconoscono esattamente il valore della transdisciplinarietà nell’affrontare problemi complessi come quelli che caratterizzano la nostra epoca. Altrimenti, come risolvere la complessità della composizione del vetro guardando anche il volo degli uccelli?

Scienziatology. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 5 ottobre 2021. Nel giorno in cui un suo collega di Fisica ha vinto il Nobel, sia pure in comproprietà (come Tamberi nel salto in alto), il professor Galli è stato indagato con altri ventitré luminari meno televisivi di lui per una storia di truccati. Immaginando la gioia sfrenata di No e Boh Vax — per i quali Galli rappresenta la versione meno timida di Nosferatu — sono andato a leggermi le loro reazioni. I social servono a mappare il pensiero umano, che sragiona allo stesso modo da millenni, ma mai prima d’ora aveva lasciato tracce scritte così minuziose dei suoi movimenti. Ebbene, con una certa sorpresa ho notato che il grosso dei commenti era del seguente tenore: «Galli aveva dubbi sull’utilità della terza dose, per questo lo hanno seccato». «Appena ha detto che i guariti non andavano vaccinati, il sistema lo ha scaricato». Nessuno entrava nel merito delle accuse, considerate ininfluenti: per loro, evidentemente, quando «il sistema» decide di farti fuori, estrae dall’armadio il primo scheletro che gli capita. Grazie ai social, adesso sappiamo con certezza che alcune persone non riescono a godere nemmeno delle disgrazie dei propri nemici. Nel momento in cui un nemico scivola, significa che non era il vero nemico, ma solo l’anello sacrificabile della catena. Forse i complottisti hanno bisogno di credere nell’esistenza di un manovratore supremo perché non reggerebbero la scoperta che ci troviamo tutti - anche loro, anche Galli - su un treno che corre incontro all’alba senza pilota.

Da Giosuè Carducci a Giorgio Parisi: ecco i venti italiani che hanno vinto il premio Nobel. Federico Tafuni su La Repubblica il 5 Ottobre 2021. Da Giosuè Carducci, vincitore del Nobel per la letteratura nel 1906, fino all'ultima vittoria di Giorgio Parisi, che si è aggiudicato il premio per la fisica. Sono venti gli italiani che hanno ricevuto l'ambita onorificenza, assegnata ogni anno a Stoccolma. Nomi più o meno noti, che hanno lasciato il segno nella letteratura, nella medicina, nella fisica e nell'economia.

Tutti i Nobel italiani nella storia. Quotidiano Nazionale Pubblicato il 5 ottobre 2021. I profili dei magnifici venti che hanno ricevuto il premio dall'Accademia svedese, prima del professore della Sapienza. Sono medici, fisici, letterati. E tra loro c'è anche un chimico e un pacifista. Sono le eccellenze italiane che hanno ricevuto il Nobel, onorificenza conferita dall'Accademia svedese. In più di cento anni di storia, 20 italiani hanno ricevuto il premio, distinguendosi per le loro ricerche, studi e iniziative. Anticipando il Nobel per la fisica 2021 di Giorgio Parisi. Di seguito, le biografie degli illustri premiati, da Camillo Golgi (1906) a Mario Capecchi (2007).

Camillo Golgi (1906)

Giosuè Carducci (1906)

Ernesto Teodoro Moneta (1907)

Guglielmo Marconi (1909)

Grazia Deledda (1926)

Luigi Pirandello (1934)

Enrico Fermi (1938)

Daniel Bovet (1957)

Salvatore Quasimodo (1959)

Emilio Gino Segrè (1959)

Giulio Natta (1963)

Salvatore Edoardo Luria (1969)

Eugenio Montale (1975)

Renato Dulbecco (1975)

Carlo Rubbia (1984)

Rita Levi-Montalcini (1986)

Franco Modigliani (1985)

Dario Fo (1997)

Riccardo Giacconi (2002)

Mario Capecchi (2007) 

Camillo Golgi (1906)

Il primo italiano a ricevere il Nobel nel 1906. Gli fu conferito il premio per la medicina "in riconoscimento del lavoro svolto sulla struttura del sistema nervoso" per la messa a punto della reazione nera, una tecnica che permetteva di vedere chiaramente al microscopio le cellule del tessuto nervoso, attraverso l’introduzione di tre reagenti dalla colorazione scura (acido osmico, bicromato di potassio, nitrato di argento) sul neurone e sui suoi organuli. Golgi nacque nel 1843 a Corteno, una cittadina bresciana del regno Lombardo-Veneto,  figlio di un medico. Laureato in medicina a Pavia nel 1865, nel 1872 diventò primario nella Pia Casa degli incurabili di Abbiategrasso. Nel piccolo laboratorio della struttura ospedaliera iniziò i primi studi sul sistema nervoso. Morì a Pavia nel 1926.

Giosuè Carducci (1906)

Il poeta e professore universitario fu il primo italiano a ricevere il Nobel per la letteratura nel 1906. "Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile e alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica", recita la motivazione dell'onorificenza svedese. Fautore di un classicismo vitale ed energico, fervente ateo (suo l'Inno a Satana), le sue raccolte di versi più note sono Rime nuove (1887) e Odi barbare (1877). Nato a Valdicastello, frazione di Pietrasanta (Lucca) nel 1835, morì a Bologna nel 1907, città dove insegnò come docente di letteratura italiana all'università. 

Ernesto Teodoro Moneta (1907)

Milanese, l'unico Nobel per la pace italiano ebbe una gioventù agguerrita. Combattè sulle barricate durante le Cinque giornate di Milano, partecipò alle battaglie del Risorgimento in ruolo antiaustriaco e fu garibaldino. A seguito della sconfitta italiana a Custoza (1866), Moneta si dedicò al giornalismo. Negli anni Novanta del 1800 iniziò il suo impegno per la pace. Fondò nel 1887 l'Unione lombarda per la pace e la Società per la pace e la giustizia internazionale e nel 1890 il quindicinale di propaganda La Vita Internazionale, dove i suoi interventi pacifisti posero le basi per il Nobel, ricevuto nel 1907. Morì nella sua città nel 1918. 

Guglielmo Marconi (1909)

L'inventore del radiotelegrafo ricevette il premio svedese per la fisica nel 1909 insieme a Carl Ferdinand Braun "in riconoscimento dei loro contributi allo sviluppo della telegrafia senza fili". Alla fine degli anni Ottanta del 1800 fu scoperto un tipo di radiazione allora sconosciuto: le onde radio. Si è scoperto che aveva la stessa natura della luce ma con una lunghezza d'onda maggiore. Nel 1895, Marconi riuscì a mandare un segnale a due chilometri di distanza all'interno della sua villa utilizzando le onde radio. Il suo contributo fu fondamentale per gettare le basi della telegrafia senza fili e della radio. Nato a Bologna nel 1874, morì a Roma nel 1937.

Grazia Deledda (1926)

La prima e l'unica donna italiana Nobel per la letteratura, onorificenza conseguita nel 1926. Nata a Nuoro nel 1871, portò l'immaginario mitico e pastorale della Sardegna a Roma, dove morì nel 1936. Nella capitale scrisse 350 novelle, 35 romanzi e poesie. I romanzi Elias Portolu e Canne al vento sono i suoi capolavori più celebri, opere che le valsero il Nobel per "per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi". 

Luigi Pirandello (1934)

Drammaturgo e romanziere, è il terzo Nobel italiano per la letteratura. Lo ricevette nel 1934 "per il suo coraggio e l'ingegnosa ripresentazione dell'arte drammatica e teatrale", riporta la motivazione del premio. L'autore dei romanzi Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila, la sua rappresentazione teatrale più celebre è Sei personaggi in cerca d'autore. La sua poetica si basava sulle menzogne che l'uomo si costruisce nel suo rapporto con l'altro. Nacque ad Agrigento nel 1867, studiò lettere a Palermo, Roma e Bonn. Morì a Roma nel 1936.

Enrico Fermi (1938)

Ottenne il Nobel per la fisica per le sue "dimostrazioni dell'esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti dall'irradiazione di neutroni e per la relativa scoperta di reazioni nucleari provocate da neutroni lenti".  Era il 1938 e il regime fascista aveva emanato le leggi razziali, che costrinsero il fisico a emigrare negli Stati Uniti in compagnia di sua moglie Laura, di religione ebraica. Nel 1934, Fermi e i suoi colleghi scoprirono che quando i neutroni vengono rallentati, per esempio mediante schermatura in paraffina, la velocità di interazione con i nuclei aumenta. Questa rivelazione ha portato alla scoperta di molti isotopi radioattivi finora sconosciuti. Nato a Roma nel 1901, morì a Chicago nel 1954. 

Daniel Bovet (1957)

Biochimico svizzero naturalizzato in Italia, gli fu conferito il Nobel per la medicina "per le sue scoperte relative a composti sintetici che inibiscono l'azione di alcune sostanze corporee, e soprattutto la loro azione sul sistema vascolare e sui muscoli scheletrici". All'epoca del premio (conferitogli nel 1957), svolgeva la sua attività nell'Istituto superiore di sanità a Roma. Il suo contributo fu fondamentale per la farmacologia, trovando nel 1937 il primo antistaminico, somministrato per alleviare le allergie. In seguito i suoi studi arrivarono ad altre formulazioni di antistaminici e ai composti curarici di sintesi (usati in anestesia). Morì a Roma nel 1992.

Salvatore Quasimodo (1959)

Poeta e docente di letteratura italiana al conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano, vinse il Nobel per la letteratura nel 1959 "per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi". Lasciati gli studi di ingegneria a causa di problemi economici, pubblicò la sua prima raccolta di poesie Acque e terre nel 1930. Dal 1938 si dedicò interamente alla scrittura. Indimenticabili i versi di Ed è subito sera. Nato a Modica nel 1901, morì a Napoli nel 1968.

Emilio Gino Segrè (1959) 

Uno dei ragazzi di via Panisperna, gruppo di giovani fisici che collaborava con Enrico Fermi all'Istituto di fisica della Sapienza di Roma. Anche lui, come Fermi, dovette abbandonare l'Italia nel 1938 a causa delle leggi razziali. Andò in California, dove intraprese gli studi sul nucleare. Partecipò insieme a Fermi al progetto Manhattan, che portò alla realizzazione della bomba atomica. Servendosi di un potente acceleratore di particelle, Emilio Segrè e Owen Chamberlain confermarono nel 1955 l'esistenza dell'antiparticella del protone, l'antiprotone. Entrambi vinsero il Nobel nel 1959 per questa scoperta. Nato a Tivoli nel 1905, morì a Lafayette in California nel 1989.

Giulio Natta (1963)

Lo studioso della plastica ricevette nel 1963 il Nobel per la chimica "per le sue scoperte nel campo della chimica e della tecnologia degli alti polimeri". La plastica è un materiale costituito da molecole molto grandi composte da lunghe catene di molecole più piccole. Natta è noto per aver perfezionato gli studi di Karl Ziegler sui catalizzatori, sostanze che accelerano il processo chimico utili alla creazione delle catene di molecole. Nel 1955 scoprì un catalizzatore che formava catene molecolari con le loro parti orientate in determinate direzioni: ciò ha permesso di produrre materiali gommosi e simili al tessuto. Natta nacque a Porto Maurizio (Imperia) nel 1903, si laureò in Ingegneria chimica al Politecnico di Milano. Sempre a Milano, nel 1939 divenne il direttore dell'Istituto di Chimica industriale dove effettuò le ricerche che lo portarono al Nobel. Morì a Bergamo nel 1979.

Salvatore Edoardo Luria (1969)

Medico e biologo italiano naturalizzato statunitense, nel 1969 fu premio Nobel per la medicina insieme ai colleghi Max Delbrück e Alfred Hershey per "le loro scoperte riguardanti il ​​meccanismo di replicazione e la struttura genetica dei virus". Fondamentale il contributo sui batteriofagi, virus che infettano i batteri, svuotando il loro materiale genetico. Nel 1943 Luria e Delbrück dimostrarono che i batteri, come gli organismi più complessi, si sviluppano attraverso mutazioni. Nato a Torino nel 1912, morì a Lexington (Massachusetts, Stati Uniti) nel 1991.

Eugenio Montale (1975)

Ossi di seppia (1925) e Occasioni (1939) sono le raccolte più note del poeta nato a Genova nel 1896. "Per la sua peculiare poesia che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani nel segno di una visione della vita senza illusioni" è la motivazione del suo premio Nobel per la letteratura nel 1975. In Spesso il male di vivere ho incontrato è racchiusa la sua malinconica poetica. Morì a Milano nel 1981.

Renato Dulbecco (1975)

Biologo e medico, ricevette il premio Nobel per la medicina nel 1975 "per le sue scoperte riguardanti l'interazione tra i virus tumorali e il materiale genetico della cellula". Le sue ricerche rivoluzionarono la lotta contro il cancro e fra i suoi meriti, c'è la produzione di un vaccino contro la Poliomelite. È conosciuto per essere stato uno dei primi studiosi ad aver mappato e sequenziato il genoma umano, ciò che costituisce il patrimonio genetico dell'uomo. Nato a Catanzaro nel 1914, è morto nella località turistica di La Jolla a San Diego (California) nel 2012. Le ricerche di Dulbecco hanno riguardato maggiormente i virus tumorali con Dna come materiale genetico, si sono rivelate fondamentali anche per gli studi sui virus con Rna come materiale genetico.

Carlo Rubbia (1984)

Fisico e senatore a vita dal 2013, gli fu conferito il Nobel per la fisica nel 1984 insieme a Simon van der Meer "per i loro contributi decisivi al grande progetto, che ha portato alla scoperta delle particelle di campo W e Z, comunicatori di interazione debole". Secondo la fisica moderna, in natura operano quattro forze fondamentali. L'interazione debole è una di queste. In teoria, queste forze sono trasmesse dalle particelle, attraverso l'interazione debole delle particelle "W" e "Z". Nel 1983, Rubbia verificò l'esistenza di queste ultime attraverso esperimenti. Nato a Gorizia nel 1934, Rubbia si è laureato alla Normale di Pisa nel 1956 e ha svolto un dottorato di ricerca alla Columbia University di New York nel 1958. Nel 1960 ha lavorato alla Sapienza di Roma. È stato ricercatore al Cern di Ginevra dal 1961, poi direttore generale dal 1990 al 1993. Ha insegnato Fisica all'Università di Harvard dal 1971 al 1988.

Rita Levi-Montalcini (1986) 

Neurologa, accademica e senatrice a vita, Rita Levi Montalcini ha vinto nel 1986 il Nobel per la medicina grazie alle sue "scoperte sulla proteina legata ai fattori di crescita", ovvero i "nerve growth factor". Nata a Torino nel 1909 da una ricca famiglia di religione ebraica, padre ingegnere e matematico e madre artista, inizialmente considerò una carriera da scrittrice, ispirata dall'autrice svedese Selma Lagerlöf. Finì invece per studiare medicina all'università di Torino. Nel 1946 iniziò a lavorare alla Washington University di St. Louis (Usa) e ci rimase per 30 anni prima di tornare in Italia e stabilirsi a Roma. Specializzandosi in neurologia, Rita Levi-Montalcini si concentrò sul processo di divisione cellulare e la conseguente distribuzione delle funzioni. Nel 1952, durante uno studio, isolò a partire da alcuni topi in laboratorio una sostanza che provoca la crescita del sistema nervoso negli embrioni dei polli: sono le proteine note come fattori di crescita. Con questa scoperta è stato possibile approfondire enormemente la conoscenza di problemi quali la deformità, la demenza senile e le stesse malattie tumorali. Non contenta, Rita Levi-Montalcini era anche attivissima in politica: è morta a 103 anni a Roma nel 2012, diventato il premio nobel più longevo. 

Franco Modigliani (1985)

Franco Modigliani ricevette il Nobel per l'economia nel 1985. Nacque a Roma nel 1918 e dal 1939 si trasferì a New York, dove fu allievo dell'economista russo Jacob Marschak. Dal 1962 iniziò a insegnare economia e finanza al Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston. Il premio gli fu conferito "per le pionieristiche analisi sul risparmio delle famiglie e sui mercati finanziari". Modigliani, assieme a Merton Miller, formulò il cosiddetto Teorema di Modigliani-Miller della finanza aziendale, e fu l'ideatore dell'ipotesi del ciclo vitale, che spiega come il risparmio ed il consumo cambino nell'arco di vita di un individuo. È morto a Cambridge (Stati Uniti) nel 2002. 

Dario Fo (1997)

Dario Fo vinse il Nobel per la letteratura nel 1997. Nato a Sangiano, vicino al Lago Maggiore, nel 1926, fece il suo debutto come attore nel 1952. Il suo lavoro era basato sulla farsa medievale e sulla buffoneria della commedia dell'arte. Con l'opera Mistero Buffo (1969) si fece conoscere con la sua satira sociale e politica. L'assegnazione del premio da parte dell'Accademia fu motivata così: "perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi". È morto a Milano nel 2016.

Riccardo Giacconi (2002)

L'astrofisico genovese Riccardo Giacconi ha vinto il Nobel per la fisica nel 2002 insieme a Raynond Davis e Masatoshi Koshiba per il loro contributo all'astrofisica e per aver dato apporto alla scoperta delle sorgenti cosmiche a raggi X. Genovese, nato nel 1931, Giacconi negli anni '60 ebbe un ruolo importante nello sviluppo di telescopi satellitari in grado di studiare le radiazioni spaziali. Fu insignito del premio per "contributi pionieristici all'astrofisica, che hanno portato alla scoperta delle sorgenti dei raggi X". È morto a San Diego (Usa) nel 2018.

Mario Capecchi (2007)

Mario Capecchi ha ricevuto il Nobel per la medicina nel 2007, assieme a Oliver Smithies e Martin Evans. Nato a Verona nel 1937, successivamente ha studiato e lavorato negli Stati Uniti. Negli anni '80, Capecchi scoprì che alcune sezioni di Dna inserite nei nuclei cellulari dei mammiferi potevano essere incorporate nel genoma delle cellule. L'Accademia gli conferì il premio "per le sue scoperte di principi per introdurre specifiche modifiche genetiche nei topi mediante l'uso di cellule staminali embrionali". 

·        Scienza ed Arte.

Da Leonardo all'iPhone: cos'è la scienza senza l'arte? Tiziano Bernard il 9 Maggio 2021 su Il Giornale. La scienza è una disciplina rigorosa, oggettiva, basata su fatti, osservazioni ed una solida struttura matematica. L'arte invece è una disciplina espressiva, spesso soggettiva, dove la mente umana può esplorare le sue profondità. Scienza ed arte sono quindi poli opposti? Oppure due parti che compongono l'essere "umano"? Scienza e arte vengono spesso considerate opposte. Dobbiamo infatti spesso scegliere tra una verità scientifica o un pensiero umanistico. Fin dal liceo ci si comincia ad identificare con l’una o con l’altra disciplina. “Io faccio il classico”, “io faccio il scientifico”, “io faccio l’artistico”, sono le autodefinizioni che si danno i ragazzi da ormai generazioni. Certo, non è una caratteristica strettamente italiana. Anche altri percorsi accademici permettono agli alunni di scegliere le materie principali, studiandole ad alto livello, e quelle secondarie, studiandole ad un livello base. Bè, in effetti per prepararsi ad una carriera è sempre meglio iniziare a specializzarsi il prima possibile. All’università questo viene enfatizzato ancora di più. Chi studia ingegneria, o elettronica, tenderà a seguire corsi strettamente scientifici. C’è chi pensa che questo sia però la rotta sbagliata, destinata a limitare l'innovazione, la creatività e la simbiosi tra l’uomo e la tecnologia. Nell’ambito internazionale, le materie scientifiche vengono abbreviate con l’acronimo “Stem”: science (scienze), technology (tecnologia), engineering (ingegneria) e mathematics (matematica). Le discipline Stem sono un punto focale di sviluppo di governi come gli Stati Uniti, che cercano con borse di studio, premi, ed incoraggiamenti a produrre più scienziati. Tra gli accademici Stem c’è anche qualche rivoluzionario, scienziati che spingono per trasformare Stem in “Steam”, aggiungendo “l’arte” alle materie scientifiche. Con l’avvento di tecnologie sempre più focalizzate sull’integrazione umana (basti pensare agli smartphone), c’è una grande necessità di reintrodurre le arti nelle scienze, proprio come ai tempi di Leonardo. Le discipline UX/UI (user experience/user interface design), cioè quelle specializzate nel design di tecnologie che richiedono un’interazione umana, sono le prime ad averne bisogno. Per quanto si studia per diventare un designer tecnologico, ci vuole di più. Non basta conoscere i segreti dei touch screen o del riconoscimento facciale. Bisogna avere un tocco artistico per capire le proporzioni, l’eleganza di un menu che non richieda l’uso di un manuale: la perfetta ergonomia. Gli ingegneri di Apple (come tante altre aziende), con titoli di studio scientifici, hanno questa caratteristica. Sono artisti e scienziati allo stesso tempo. Pensiamo anche ad un ingegnere navale. Per rendere una barca veloce ma bellissima allo stesso tempo bisogna avere una conoscenza di idrodinamica ed un occhio per il design. Non si intende avere una laurea in storia dell’arte, ma però sviluppare un senso del bello. Questo non è certo facile o possibile per un ingegnere dedicato alla progettazione di un circuito elettronico. Avere potenzialità artistiche non è strettamente necessario (o forse si?). Certamente si può essere d'accordo sul fatto che la creatività sia una dote applicabile a qualsiasi professione. Qualsiasi lavoro che richieda la risoluzione di problemi potrà beneficiare da una persona creativa. Ideare un nuovo modo di organizzare un archivio, riparare un motore senza tutti gli strumenti necessari, oppure atterrare un aereo durante un'emergenza in un prato sono alcuni esempi che mi vengono in mente... La creatività è una qualità necessaria. Nella cultura generale lo studio delle arti può comunque giovare. Che sia lo studio della musica, filosofia, arte, letteratura… può complementare una formazione scientifica. Per esempio, molti studi dimostrano come lo studio della musica aiuti la mente a comprendere la matematica. Le note su un pentagramma possono avere molte complessità di natura matematica. Comprenderle ed eseguirle permette quindi anche lo sviluppo della logica (necessaria in matematica) che senza dubbio stimola e matura il pensiero. Il desiderio di esercitare il proprio pensiero porta spesso alla filosofia ed altre forme di espressione come la scultura, la pittura, e molto altro. Si riesce quindi ad apprezzare il mondo che ci circonda in maniera più profonda. Forse, chissà, in maniera più umana. È tutto collegato. Come disse Albert Einstein (1879-1955), “La cosa più lontana dalla nostra esperienza è ciò che è misterioso. È l'emozione fondamentale accanto alla culla della vera arte e della vera scienza. Chi non lo conosce e non è più in grado di meravigliarsi, e non prova più stupore, è come morto, una candela spenta da un soffio.” L’emozione che riesce a generare la più grande arte, come la più grande scienza, può avere la stessa origine. E Einstein non fu l’unico a parlarne. Jules Poincarè (1854-1912) disse che “uno scienziato degno del suo nome, al di sopra di tutto un matematico, sente nel suo lavoro la stessa impressione di un artista; il suo piacere è ugualmente grande e della stessa natura." Possiamo quindi dire che è necessario per uno scienziato avere anche una semplice conoscenza umanistica, oppure le strette conoscenze tecniche sono sufficienti a svolgere una professione? Sono domande difficili, è come tanti pensieri di natura filosofica devono essere studiati, digeriti, rigurgitati, ed infine distillati con un attento pensiero critico. Sappiamo che certe professioni lo richiedono. È difficile per un ingegnere UX/UI completare un lavoro senza avere un tocco creativo ed artistico (parlo per esperienza professionale). Una mente artistica, o almeno con un contatto artistico, potrà vedere le cose in modo nuovo, innovativo e geniale. In inglese si dice "think out of the box": "pensare al di fuori della scatola". L'innovazione richiede senza dubbio una mentalità aperta con la capacità di guardare "avanti". Può l'arte aiutare in questo? Ma se abbandoniamo questo pensiero concreto e ci dedichiamo ad un livello più astratto (e forse più importante), cosa troviamo? Può l’uomo vivere, prendere decisioni, guardare il mondo, con un’osservazione puramente oggettiva e “scientifica”? Ahimè, forse non più. La società attuale nel mondo sembra aver bisogno di più pensiero critico, studio, riflessione e meno “urla e proteste” dove spesso nessuno ne conosce o capisce il motivo reale. Certamente, nel progettare veicoli che possono portare un “civile qualsiasi” nello spazio, Virgin Galactic e SpaceX studiano sicuramente anche gli aspetti “umanistici”. Non deve un medico studiare l’etica per poter esercitare la professione? Juan Trippe, il fondatore di Pan American World Airways (spesso riferita con il suo abbreviativo “Pan Am”), disse che un aereo pieno di turisti entusiasti avrebbe avuto più influenze sul destino dell’uomo che la bomba atomica. È un pensiero profondamente filosofico ed umanistico. Bè, quel pensiero è stata la linea guida della compagnia aerea per decenni, la stessa compagnia che ha portato il famoso Boeing 747 nei nostri cieli e che ci ha permesso di attraversare l’oceano per visitare nuovi luoghi e nuove culture. Il pensiero umanistico ha guidato lo sviluppo tecnologico. Davvero bellissimo. L’arte e la scienza sono due discipline diverse e separate. Non per questo non possono complementarsi. L’arte può allenare il pensiero e guidare la ricerca scientifica. C’è una frase che si sente spesso in giro: “la scienza ti dice come costruire una bomba atomica, ma solo le arti ti possono dire se devi”. Non è una frase facile ed il concetto è forse in qualche modo esagerato. Ma pensiamo a qualcosa di altrettanto potente e molto meno fatale: i social media. Sono uno strumento straordinario, ma permettono anche la condivisione di pensieri. Non che questo per se sia un problema. Il problema è che formare un pensiero maturo è cosa molto complicata. Va ponderato, esaminato e auto-criticato per poi diventare un’opinione solida. È quindi necessario per chi legge un pensiero altrui (che potrebbe essere un pensiero poco sviluppato) di essere ben preparato sia dal lato oggettivo, cioè conoscerne il tema, che quello umanistico, per raccogliere dal pensiero altrui un “distillato”, appunto, che potrà poi arricchire la propria persona.

Tiziano Bernard. Sono nato a Trieste, una città giuliana sul Mare Adriatico nel 1992. Da mia madre pianista ho ereditato il lato artistico studiando violino al conservatorio Tartini di Trieste e da mio padre biologo ho assorbito la mentalità razionale e scientifica che mi ha portato a diventare ingegnere aerospaziale e pilota. Dopo un’istruzione all’International School of Trieste, mi sono trasferito in Florida dove ho conseguito una laurea in ingegneria aerospaziale a 22 anni, un master in prove di volo (flight test) a 23, ed un dottorato di ricerca in ingegneria cognitiva (human-centered design) a 26 presso il Florida Institute of Technology. Finiti gli studi, nel 2019 ho lasciato il mondo accademico per dedicarmi all’industria aeronautica. Ho progettato cabine di pilotaggio per Garmin fino al 2021 ed ora mi occupo di prove di volo su jet privati con un grande costruttore negli Stati Uniti. Non sono riuscito a lasciare completamente il mondo accademico. Infatti, continuo a pubblicare trattati scientifici e a parlare e tenere lezioni in aerospazio e performance umana presso congressi ed atenei quando posso. Nel 2017 ho ricevuto la medaglia bronzea dal Comune di Trieste per i miei impegni in ambito aerospaziale e nel 2019 sono stato eletto da Forbes Italia alla lista “under 30” per le scienze. Appartengo all’Ordine al Merito della Real Casa di Savoia e all’Ordine di S. Giovanni. Collaboro con ilGiornale.it - con grande piacere ed orgoglio - dal 2018.

·        Il lato oscuro della Scienza.

Dagotraduzione dalla Reuters il 12 ottobre 2021. L’ex direttore dell’ufficio del Pentagono dedicato all’Intelligenza Artificiale ha detto al Financial Times che sul software la Cina ha vinto la guerra con gli Stati Uniti. Secondo le valutazioni dell’intelligence occidentale, entro un decennio la Cina, la seconda economia più grande del mondo, probabilmente dominerà molte delle principali tecnologie emergenti, in particolare l'intelligenza artificiale, la biologia sintetica e la genetica entro un decennio circa. Nicolas Chaillan, il primo chief software officer del Pentagono che si è dimesso per protestare contro il lento ritmo della trasformazione tecnologica nell'esercito americano, ha affermato che la mancata risposta sta mettendo a rischio gli Stati Uniti. «Tra 15, 20 anni non avremo alcuna possibilità di combattere contro la Cina. In questo momento, il danno è già stato fatto; secondo me la battaglia è già finita», ha detto al giornale. La Cina è destinata a dominare il futuro del mondo, controllando tutto, dalle narrazioni dei media alla geopolitica, ha detto Chaillan. Secondo l’ex direttore, l'innovazione lenta, la riluttanza delle aziende statunitensi come Google a lavorare con lo Stato sull'intelligenza artificiale e gli ampi dibattiti etici sulla tecnologia sono alla base del fallimento. Le aziende cinesi, ha detto Chaillan, sono state obbligate a lavorare con il loro governo e a fare "investimenti massicci" nell'intelligenza artificiale senza riguardo all'etica. Ha detto che le difese informatiche statunitensi in alcuni dipartimenti governativi sono a «livello di scuola materna». Chaillan ha annunciato le sue dimissioni all'inizio di settembre, affermando che i funzionari militari sono stati ripetutamente incaricati di iniziative informatiche per le quali non avevano esperienza. Un portavoce del dipartimento dell'aeronautica ha affermato che Frank Kendall, segretario dell'aeronautica americana, ha discusso con Chaillan le sue raccomandazioni per il futuro sviluppo del software del dipartimento dopo le sue dimissioni e lo ha ringraziato per i suoi contributi, ha detto il FT.

Dagotraduzione da Express.co.uk l'1 giugno 2021. La collaborazione internazionale tra diversi scienziati ha dato vita allo sguardo più ampio e dettagliato mai visto sulla sostanza più sfuggente dell'universo. La materia oscura rappresenta circa l'80% di tutto nel cosmo, ma la misteriosa sostanza finora è sfuggita al nostro sguardo - da qui il termine "oscuro". La Dark Energy Collaboration (DES) ha tracciato la distribuzione della materia oscura nell'universo, rivelando come la sostanza si diffonde e dove si concentra. Anche se non possiamo vederla o interagire con essa, gli scienziati possono vedere gli effetti gravitazionali che la materia oscura ha sulla luce, sulle galassie e sulle nubi di gas stellare. I ricercatori ora sanno che la materia oscura è diffusa in tutto l'universo più lontano e in modo più uniforme di quanto si pensasse in precedenza. La scoperta inaspettata solleva interrogativi sulla relatività generale di Albert Einstein, una pietra miliare della fisica del XX secolo e il nostro miglior modello di gravità fino ad oggi. Anche se i risultati non smentiscono ancora del tutto i modelli di Einstein, non vi corrispondono perfettamente. Secondo il dottor Niall Jeffrey, dell'École Normale Supérieure di Parigi, i risultati potrebbero essere un "vero problema" per i fisici. La teoria della relatività generale, o semplicemente la relatività generale, descrive la gravità come una curvatura del tempo e dello spazio, e non come una forza che attrae gli oggetti l'uno all'altro. Einstein propose il modello rivoluzionario nel 1915, prevedendo fenomeni astronomici come le onde gravitazionali. Sulla base dei modelli di Einstein, gli astronomi del DES si sarebbero aspettati di osservare concentrazioni più confuse di materia oscura, ma non è stato così. Il dottor Jeffrey ha dichiarato alla BBC News: «Se questa disparità è vera, forse Einstein si sbagliava. Si potrebbe pensare che sia una cosa brutta, che forse la fisica è sbagliata. Ma per un fisico, è estremamente eccitante. Significa che possiamo scoprire qualcosa di nuovo sul modo in cui l'Universo è fatto realmente». Il professor Carlos Frenk della Durham University ha convenuto che gli scienziati potrebbero essere sul punto di scoprire una nuova fisica. Ha detto alla BBC che il sondaggio DES potrebbe portare a un «dominio completamente sconosciuto» e che il pensiero gli fa «rabbrividire lo stomaco».

Quando la scienza trascina il mondo nel suo lato oscuro. Scoperte, errori, feticci ed effetti inattesi: l'aspetto meno celebrato del mito moderno. Eleonora Barbieri - Sab, 20/02/2021 - su Il Giornale. La divinità estende le sue braccia, lunghe e molteplici, sul pianeta intero. Arriva ovunque, perfino nelle nostre menti. La divinità è inarrestabile, resistere al suo potere e al suo fascino è impossibile e, dall'illuminismo in poi, (quasi) nessuno osa mettere in dubbio che la divinità sia sacra, che la sua autorità sia assoluta. Eppure, la dea fa paura. La dea, la scienza, fa paura tanto quanto è indispensabile alle nostre vite; e fa paura perché, come la divinità dalle molteplici braccia, non porta soltanto al bene. A volte la scienza, le sue scoperte, l'utilizzo che ne viene fatto, trascinano verso il male, assoluto anche lui. Al cuore della dea c'è il buio, una oscurità che non è soltanto una suggestione, o un timore da umanisti romantici, o una resistenza da bigotti: è l'altro lato della nostra luna luminosa, che gli stessi scienziati hanno intravisto e, quando è successo, qualcosa è cambiato. Lo raccontano, in modi molto diversi, Benjamin Labatut e Naomi Oreskes: il primo è uno scrittore olandese che vive in Cile, la seconda è una professoressa di Harvard, dove insegna Storia della scienza e Scienze della Terra. Perché fidarsi della scienza? (Bollati Boringhieri, pagg. 194, euro 20) di Oreskes è un saggio, che si muove sul terreno della filosofia della scienza e dell'epistemologia e che nonostante, o forse proprio per via dei dubbi che semina, dà una risposta alla domanda del titolo; e la risposta è basata su una visione consensuale e collettiva della scienza, il che forse può sembrare poco, ma in realtà è moltissimo, se si pensa che la studiosa fa a pezzi il feticcio del metodo scientifico, mette in discussione l'autorità della scienza e l'ideale della sua purezza e neutralità e mostra una serie di errori compiuti, più o meno in buona fede, negli ultimi secoli, che sono la prova che anche l'esattezza può essere sbagliata (però, cosa importantissima, ce ne siamo accorti, o meglio, altri scienziati se ne sono accorti). Quando abbiamo smesso di capire il mondo (Adelphi, pagg. 180, euro 18) di Labatut è un romanzo, una «non fiction novel» dicono gli anglosassoni, in cui il lato oscuro è scandagliato a livello intimo, umano, e l'umanità di cui parla Labatut sono gli scienziati stessi. Si parte da un colore, il blu di Prussia: una tonalità magnifica, così magica da ricordare il misterioso hsbd iryt, il blu del cielo dei dipinti egizi, la cui formula andò perduta. All'inizio del Settecento, uno svizzero di nome Diesbach inventa nel suo laboratorio il blu di Prussia (anche se in realtà sta cercando il carminio), poi si fa fregare il business dal suo finanziatore, l'entomologo Frisch (le cui idee sulla coltivazione dei gelsi saranno riprese dai nazisti), ma ciò che è più importante è l'apporto del suo assistente, un certo Dippel, alchimista, proprietario del castello di Frankenstein a Darmstad, noto per la sua crudeltà e perversione nel sezionare e sperimentare su animali vivi e morti. Nella leggenda nera di Dippel emerge quell'oscurità che avvolge la scienza nel suo profondo: il suo «elisir di lunga vita» sarà versato dai nazisti nei pozzi d'acqua del Nordafrica per fermare gli inglesi; il suo meraviglioso blu comparirà nella Notte stellata di Van Gogh e nella Grande onda di Kanagawa di Hokusai, «ma anche nell'uniforme della fanteria dell'esercito prussiano, come se la struttura chimica del colore portasse in eredità la violenza, l'ombra, la macchia originaria degli esperimenti dell'alchimista che faceva a pezzi animali vivi». Questi mostri ispirarono a Mary Shelley il suo Frankenstein, in cui «mise in guardia contro il progresso cieco della scienza, la più pericolosa di tutte le arti umane». Questo è soltanto un assaggio di Labatut e degli intrecci in cui travolge il lettore. Dall'inquietante Dippel si passa al chimico Carl Scheele, scopritore di sostanze e colori, che inventò un favoloso verde smeraldo grazie all'arsenico (e avvelenò così sé stesso, molti bambini e probabilmente anche Napoleone, che adorava la tinta) e scoprì il cianuro, unendo... il blu di Prussia e l'acido solforico. Che dire del cianuro? Morti illustri, da Turing ai vertici del Terzo Reich, al «resistente» Rasputin; fino alla sua combinazione mostruosa con una serie di altre sostanze che portò a un potentissimo pesticida, lo «Zyklon», ovvero il «ciclone». Così potente da avere sterminato milioni di ebrei nelle camere a gas. Solo che ad inventarlo era stato un ebreo (ignaro dell'uso che ne avrebbe fatto il governo del suo adorato Paese), Fritz Haber, la mente che concepì il primo attacco col gas durante la Grande guerra, il che spinse la moglie Clara, chimica anche lei, al suicidio («lo accusò di aver corrotto la scienza al fine di creare un metodo di sterminio di massa...»); lo stesso Haber che vinse il Nobel per la chimica, perché aveva scoperto come estrarre azoto dall'aria e, in pratica, aveva risolto per sempre il problema dei fertilizzanti. Haber, lo sterminatore, è anche l'uomo che ha liberato mezzo mondo dalla fame e consentito il boom demografico, insomma è l'uomo che ha portato al mondo di oggi. Tutto questo dimostra, come scrive Oreskes, che «non possiamo eliminare il ruolo della fiducia nella scienza, ma gli scienziati non dovrebbero aspettarsi che il pubblico accetti le loro dichiarazioni soltanto in virtù di essa». Gli scienziati non sono soltanto fallibili, sono persone con i loro valori (per fortuna, anche: chi si fiderebbe di qualcuno «senza valori»?), anche se faticano a dichiararli, e sono sì «esperti», ma soltanto di quella che Oreskes chiama la «relazione con il mondo». Insomma, se parlano d'altro, non sono più esperti, anzi... «Il punto è che la nostra fiducia non va agli scienziati - per quanto saggi o retti possano essere - ma alla scienza in quanto processo sociale, che sottopone le proprie affermazioni a rigoroso scrutinio». Questo perché «il metodo scientifico» è un miraggio, una «formula magica» che non esiste se non nell'immaginario, superata dall'«immagine della scienza come attività comunitaria di esperti, che impiegano metodi diversi per raccogliere evidenza empirica e passano al vaglio le conclusioni che ne traggono». In questo senso, la diversità di valori e opinioni fra scienziati è una garanzia ulteriore di controllo; l'«attività neutrale è un mito», perché «l'utile» è da sempre parte della ragion d'essere della scienza; e, «se la storia della scienza ci insegna qualcosa, è l'umiltà». Oddio, l'umiltà a volte abbandona i personaggi di Labatut, eppure è proprio nelle nebbie di Helgoland, quando Heisenberg si immerge nel mondo quantistico, o sul fronte russo, quando Schwarzschild è impegnato con le truppe tedesche e a risolvere le equazioni della relatività di Einstein, è lì, quando la mente arriva alle sue vette, a un passo da una rivoluzione, che il passo successivo conduce nell'abisso: l'inconoscibilità al cuore del piccolissimo, il caos e l'indeterminazione delle particelle subatomiche; l'inconoscibilità del mostruosamente grande, di quei buchi neri (di cui Schwarzschild per primo intuì l'esistenza), in cui ogni razionalità che per noi governa la realtà salta, e non vi è più nulla di intelligibile, non vi è più nemmeno la luce, e c'è solo una immensa, paurosa oscurità. Nella più perfetta delle teorie, nulla ha più senso. Tutto funziona, grazie a questa teoria: internet, i treni, i cellulari, eppure «non c'è una sola anima, viva o morta, che la capisca veramente». E il mondo è «un meraviglioso inferno».

·        "Il sapere è indispensabile ma non onnipotente".

Nella mente di un No-Vax. Luc Ferry su La Repubblica il 28 agosto 2021. Ecco perché conta di più capire la struttura che sorregge il suo pensiero piuttosto che coprirlo d’insulti o di grandi discorsi. Nel fronteggiare il complottismo che aleggia sulla pandemia, chi si sforza di argomentare, di esporre fatti, viene preso per agente segreto del complotto stesso. A buon diritto Emmanuel Macron, anzi lui e tutti i democratici, sono impensieriti dall'escalation di movimenti complottisti che invitano alla disobbedienza civile. Detto questo, se si ha intenzione di convincere qualcuno, conta di più capire la struttura psicologica che sorregge il suo pensiero, anziché coprirlo d'insulti o di grandi discorsi. 

Nella mente di un no vax. Intervista all'esperto. De Agostini l'11/01/2021. Qual è il confine tra la libertà di espressione e la libertà di insulto, di spinta e fiera asineria, di mistificazione aggressiva? Perché davanti a un'idea o convinzione, giusta o sbagliata che sia, molte persone non riescono - complice lo schermo dei social - a rinunciare alla cieca e sorda invettiva? E soprattutto qual è il segreto di chi, nel chiasso e nella complessità dei nostri giorni, riesce ad avere e ad esprimere tutte queste granitiche certezze? Me lo sono chiesta con insistenza, di recente, leggendo decine e decine di infuriati commenti sul vaccino di tanti utenti del web. Tantissime persone apparentemente molto diverse tra loro eppure, pare, tutte accomunate da uno stesso denominatore: una laurea all’Università della Vita, curriculum Social Network, con esame bonus in “Laboratorio di ricerca video ke nessuno ti farà vedere”. La sicurezza delle loro affermazioni sul 5G infettivo, sui microchip infilati nelle vene, sul tentativo di farci morire tutti e/o trasformarci in automi, servi di un grande dittatore che ci osserva seduto su un trono d’oro posizionato al centro della terra (piatta), mi ha inquietata e destabilizzata al punto di dovermi rivolgere a un esperto. Dove nasce tutto questo livore? A chi credere e perché? Come resistere all'incertezza, alla solitudine, alla nostra stessa sfibrante ignoranza, quindi alla paranoia?  A chiarirmi le idee è Il Dott. Armando De Vincentiis, psicologo e direttore scientifico della collana Scientia et Causa di C1V Edizioni, che riunisce i contributi di autori esperti del mondo accademico, professionisti specializzati in medicina e ricerca, professionisti della comunicazione; curatore e tra gli autori del libro Vaccini, complotti e pseudoscienza.

Dottore, mi spieghi per cortesia il motivo per cui dovrei fidarmi di lei e dei suoi colleghi, e non di altri esperti, anche medici, che invece dicono esattamente il contrario di ciò che lei sostiene, e lo fanno con la sua stessa convinzione.

Perché davanti a un dibattito scientifico il concetto di opinione o di autorità non ha senso. Dietro alle affermazioni di uno scienziato c'è un lungo e articolato lavoro di ricerca: se per esempio io dico che i vaccini sono utili e necessari mi sto basando sulla letteratura scientifica sull'argomento, ovvero su lavori che sono stati pubblicati su riviste scientifiche sottoposte a revisione paritaria. 

Cioè?

Le ricerche di uno scienziato o di un team di scienziati vengono valutate da altri colleghi che hanno le stesse competenze, se c'è qualcosa che non va il lavoro viene rispedito al mittente, che lo rivede e lo rinvia; se c'è altro che non va viene ulteriormente revisionato e così via: ciò che viene pubblicato è controllato e ricontrollato e si basa dunque su dati di fatto. In più, una volta avvenuta la pubblicazione, altri ricercatori indipendenti lavoreranno su quella "ricetta": se giungono a risultati diversi evidentemente c'è un problema, una contraddizione, c'è bisogno di un'ulteriore revisione. Se invece altri ricercatori indipendenti ottengono gli stessi risultati è evidente che, fino a prova contraria, quel lavoro è corretto.

Ma se io le porto una ricerca firmata da scienziati che sostengono di aver riscontrato in alcuni vaccini la presenza di "contaminanti inorganici tossici", lei che mi risponde?

Rispondo che voglio vedere le fonti. Che voglio vedere su quali basi queste ricerche sono state effettuate. Possono avere anche la firma di cento medici, ma questo non è garanzia di correttezza scientifica. Chiedo: mi fa vedere le pubblicazioni a revisione paritaria sulle quali sono state pubblicate queste cose? E quali sono le pubblicazioni che dimostrano che queste cose fanno male alla salute? 

E se a parlare è un premio Nobel?

Se sono un premio Nobel e dico che il coronavirus è stato fatto in laboratorio, chi mi ascolta riceve le mie parole basandosi su quello che viene chiamato principio di autorità. Ma anche il Premio Nobel deve dimostrare attraverso fonti, ricerche e prove quello che dice. Se le fonti sono scorrette e le prove non ci sono anche il Premio Nobel ha detto una sciocchezza. In ambito scientifico il principio di autorità non esiste. Qualsiasi scienziato può essere paragonato a un uomo di strada quando esprime qualcosa che non è suffragato da prove. 

Che motivo avrebbe un medico - ce ne sono tanti - di veicolare messaggi non corretti?

Ci sono due elementi e valgono sia per le persone comuni che per i medici. Essere complottista ti dà una sorta di status, che fa risuonare il tuo nome. Io posso essere un medico qualsiasi, tra tanti. A un certo punto in un contesto caotico emergo dicendo che ci stanno prendendo in giro: chi è confuso, impaurito, non competente, è pronto ad ascoltarmi, quasi a divinizzarmi. Chi non ha strumenti culturali e tecnici per difendersi, crede e diffonde le mie notizie trasformandomi in un punto di riferimento "alternativo". Altre volte anche il medico può avere un'ideologia, può essere condizionato da un orientamento mentale più filosofico che scientifico, può essere spinto da principi ideologici che nulla hanno a che fare con la scienza.

In alcune circostanze, come per il vaccino antinfluenzale del 1976, pare ci sia stata una correlazione con gravi problemi di salute. 

Bisogna capire la differenza tra correlazione e rapporto causa effetto, perché c'è una correlazione anche tra alcune malattie e il consumo di pasta asciutta: se cerchi qualcosa che possa accomunare la malattia e la pasta asciutta la trovi. Esiste uno studio che dimostra la correlazione tra l'osservazione di film di Nicholas Cage e l'aumento di morti annegati in piscina. Questo è un esempio di correlazione, nella quale però non c'è rapporto causa-effetto. A meno che non pensiamo che guardare Cage ci faccia morire annegati in piscina. Pur essendo a volte una correlazione suggestiva di un fatto, spesso è soltanto un andamento di tendenze che tra loro non hanno alcun legame effettivo.

Così per vaccino e autismo? Mi spiega quella storia, oggi ancora molto citata dagli antivaccinisti?

Un medico britannico, Wakefield, a un certo punto fece una pubblicazione "dimostrando" che un numero molto ristretto di bambini vaccinati aveva avuto reazioni di tipo autistico. Attraverso un'indagine successiva venne fuori che si trattò di una frode. In seguito anche la rivista che aveva pubblicato lo studio dovette ritrattare incondizionatamente l'articolo. 

Perché allora si continua a sostenere questo legame?

Perché, come spesso accade, la smentita ebbe meno risonanza del polverone alzato da quella pubblicazione, e molti continuano a sostenerla, pur essendoci moltissimi studi che ne confermano e riconfermano l'infondatezza. Se fai un giro su internet trovi un sacco di grafici che mostrano una correlazione tra la somministrazione del vaccino sui bambini e un aumento di casi di autismo. Correlazione, come già detto, fuorviante: tra milioni di vaccinati è normale che ci siano anche casi di autismo, di bambini che si sarebbero ammalati anche senza vaccino. Esattamente come milioni di persone mangiano la pasta asciutta e poi si ammalano di cuore. Fino a prova contraria, la pasta asciutta non è causa di infarto.

Fatto sta che molti genitori sostengono che i loro bambini si siano ammalati dopo il vaccino. Trovare un colpevole davanti alle cose che non possiamo o riusciamo a controllare ci fa sentire meglio?

Sì. Trovare un colpevole mi dà l'illusione di poter fare qualcosa. Se un problema è dato - ad esempio - da questioni genetiche, io non posso fare nulla, devo accettarlo così come è. Se  invece ho la convinzione che sia colpa di qualcuno, innanzitutto so con chi prendermela, e poi mi sento in grado di aiutare gli altri, di fare qualcosa, di agire su qualcosa. Una sorta di deresponsabilizzazione. Pensare che l'autismo possa avere a che fare con la genetica può essere erroneamente percepito da alcuni genitori come una "colpa". Se si trova il capro espiatorio si fugge anche da questo tipo di sofferenza.

Cosa avviene nella mente di chi, sul web, infervorato, urla al complotto senza sentire altre ragioni?

Scattano una serie di meccanismi psicologici, tra questi, il principio di negazione. Una difesa contro la paura. Negando il problema allontano il timore. Se qualcuno mi dice che ci sono morti, ricoveri, infezioni e io insisto nel dire che è un imbroglio, mi sto difedendo dalla paura che non mi consentirà di essere libero, di uscire, di incontrare gente.

Quali sono le fonti dei novax?

I negazionisti trovano le informazioni nella loro bolla, non oltre, tra altri complottisti e negazionisti. È circolo chiuso, si informano tra loro. Se qualcuno cerca di entrare in quella bolla, viene etichettato come colui che sta mettendo in atto un complotto, perché avrebbe degli interessi. Interessi spesso fantascientifici, come quello del controllo: facendo impoverire le persone, uccidendole, non è certo il controllo che si ottiene. Aumenta semmai il disagio, aumentano le rappresaglie, le proteste.

Ci sono novax anche tra, ad esempio, docenti universitari. 

Su certi temi l'opinione del plurilaureato non ha né più né meno valore di quella di una persona poco o per nulla formata. In entrambi i casi non si hanno gli elementi culturali e tecnici per comprendere e quindi esprimere pareri scientifici. Al di là dei complottisti e delle degenerazioni di cui sopra, esiste una larga fetta di popolazione che teme il vaccino. Molti genitori attenti e tutt'altro che irrazionali, ad esempio, hanno paura di vaccinare i propri bambini. Che sia condivisibile o meno, sembra una scelta comprensibile, vista la confusione sul tema.  Sì, e in questo caso non è colpa loro ma dell'informazione: sono bombardati da informazioni conflittuali, e la reazione tipica alle informazioni contradditorie è la paranoia. Avviene anche in famiglia. Se a un adolescente il padre dice una cosa e la madre ne dice un'altra la reazione è paranoica: "Qui qualcuno sta mentendo". Quindi reagisce con sospetto e il sospetto congela, non fa compiere azioni. Si preferisce restar fermi piuttosto che agire, senza pensare, nel caso del vaccino, che magari restar fermi può esporre il proprio bambino a rischi importanti.

In conclusione, come parlare con un novax "estremista"?

Nel momento in cui una persona aderisce completamente a un'ideologia complottista è davvero difficile farle cambiare idea, perché diventa una sorta di processo delirante e ogni cosa che tu dici a un delirante viene inquadrata all'interno del suo delirio. Se io dico a un complottista che deve fare riferimento alle persone competenti e alle fonti, il complottista dice che i medici sono pagati dalle case farmaceutiche e che le fonti sono manipolate per poterti prendere in giro. Una logica, seppur delirante, schiacciante. Bisogna accettare l'idea che in certe occasioni non c'è molto da fare. Alcune persone non cambieranno mai opinione perché sono entrate all'interno di una determinata logica da cui non si può uscire. 

Dagotraduzione dal Wall Street Journal il 26 luglio 2021. «Scienza» è diventata un termine politico. «Credo nella scienza», ha twittato Joe Biden sei giorni prima di essere eletto presidente. «Donald Trump no. È così semplice, gente». Ma cosa significa credere nella scienza? Lo scrittore scientifico britannico Matt Ridley traccia una netta distinzione tra «scienza come filosofia» e «scienza come istituzione». La prima nasce dall'Illuminismo, che Ridley definisce come «il primato del ragionamento razionale e oggettivo». Quest'ultimo, come tutte le istituzioni umane, è erratico, incline a non rispettare i suoi principi dichiarati. Ridley afferma che la pandemia di Covid ha «messo in netto rilievo la disconnessione tra la scienza come filosofia e la scienza come istituzione». Ridley, 63 anni, si descrive come un «critico scientifico, che è una professione che in realtà non esiste». Paragona la sua vocazione a quella di un critico d'arte e liquida la maggior parte degli altri scrittori scientifici come «cheerleader». Un atteggiamento sofisticato adatto a un pari inglese ereditario. Come quinto visconte Ridley, è un membro della Camera dei Lord britannica e zooma con me dalla sua sede ancestrale nel Northumberland, appena a sud della Scozia, tra una sessione e l’altra del Parlamento (a cui partecipa sempre tramite Zoom). Con la biologa molecolare canadese Alina Chan, sta finendo un libro intitolato «Viral: The Search for the Origin of Covid-19», che sarà pubblicato a novembre. Probabilmente, dopo l’uscita del volume, i suoi autori non saranno graditi in Cina. Mentre lavorava al libro, dice, gli è diventato «orribilmente chiaro» che gli scienziati cinesi «non sono liberi di spiegare e rivelare tutto ciò che hanno fatto con i virus dei pipistrelli». Queste informazioni devono essere «rimosse» per gli estranei come lui e la signora Chan. Le autorità cinesi, dice, hanno ordinato a tutti gli scienziati di inviare i risultati relativi al virus al governo perché li approvi prima che altri scienziati o agenzie internazionali possano esaminarli: «Questo è scioccante all'indomani di una pandemia letale che ha ucciso milioni di persone e devastato il mondo». Ridley osserva che la questione dell'origine di Covid è stata «affrontata principalmente da persone al di fuori dell'establishment scientifico tradizionale». Chi è stato coinvolto ha cercato di chiudere l'inchiesta «per proteggere la reputazione della scienza come istituzione». La ragione più ovvia di questa resistenza? Se il Covid è trapelato da un laboratorio, e soprattutto se si è sviluppato lì, «la scienza si trova sul banco degli imputati». Sono entrati in gioco anche altri fattori. Gli scienziati sono sensibili quanto le altre élite alle accuse di razzismo, che il Partito comunista ha usato per eludere domande su pratiche specificamente cinesi «come il commercio di animali selvatici per cibo o esperimenti di laboratorio sui coronavirus dei pipistrelli nella città di Wuhan». Gli scienziati sono una gilda globale e la comunità scientifica occidentale è «arrivata ad avere uno stretto rapporto e persino una dipendenza dalla Cina». Le riviste scientifiche traggono notevoli «entrate e input» dalla Cina e le università occidentali si affidano a studenti e ricercatori cinesi per le tasse scolastiche e la manodopera. Tutto ciò, secondo Ridley, «potrebbe dover cambiare sulla scia della pandemia». Ridley ha anche constato come tra gli scienziati inglesi ci sia «una tendenza ad ammirare la Cina autoritaria che ha sorpreso alcune persone». Non ha sorpreso Ridley. «Ho notato da anni», dice, «che gli scienziati hanno una visione un po' dall'alto del mondo politico, il che è strano se si pensa a quanto meravigliosa sia la visione evolutiva del mondo naturale dal basso». E chiede: «Se pensi che la complessità biologica possa derivare da un'emergenza non pianificata e non abbia bisogno di un progettista intelligente, allora perché pensi che la società umana abbia bisogno di un 'governo intelligente'?». La scienza come istituzione ha «un'ingenua convinzione che se solo gli scienziati fossero al comando, gestirebbero bene il mondo». Forse è questo che intendono i politici quando dichiarano di «credere nella scienza». Come abbiamo visto durante la pandemia, la scienza può essere una fonte di potere. Ma c'è una «tensione tra gli scienziati che vogliono presentare una voce unificata e autorevole», da un lato, e la scienza come filosofia, che è obbligata a «rimanere di mentalità aperta ed essere pronta a cambiare idea». Ridley teme «che la pandemia abbia, per la prima volta, un'epidemiologia seriamente politicizzata». È in parte «colpa di commentatori esterni» che spingono gli scienziati in direzioni politiche. «Penso che sia anche colpa degli stessi epidemiologi, che pubblicano deliberatamente cose che si adattano ai loro pregiudizi politici o ignorano cose che non lo fanno». Gli epidemiologi sono divisi tra coloro che vogliono più blocchi e coloro che pensano che l'approccio non sia stato efficace e potrebbe essere controproducente. Ridley si schiera con quest'ultimo approccio, ed è sprezzante nei confronti della modellazione allarmistica che ha portato alle restrizioni. «Il modello di dove potrebbe andare la pandemia», dice, «si presenta come un progetto del tutto apolitico. Ma ci sono stati troppi casi di epidemiologi che hanno presentato modelli basati su presupposti piuttosto estremi». Una motivazione: il pessimismo vende. «Non vieni accusato di essere troppo pessimista, ma ricevi attenzione. È come la scienza del clima. È molto più probabile che le previsioni modellate di un futuro spaventoso ti portino in televisione». Ridley invoca Michael Crichton, il defunto romanziere di fantascienza, che odiava la tendenza a descrivere i risultati dei modelli con parole che li definiscano come "risultati" di un esperimento, perché inquadra la speculazione come fosse una prova. La scienza del clima è già molto avanti sulla strada della politicizzazione. «Venti o 30 anni fa», dice Ridley, «potevi studiare come avvenivano le ere glaciali e discutere teorie in competizione senza essere affatto politico al riguardo». Ora è molto difficile avere una conversazione sull'argomento «senza che le persone cerchino di interpretarlo attraverso una lente politica». Ridley si descrive come "tiepido" sui cambiamenti climatici. Conviene che gli esseri umani abbiano reso il clima più caldo, ma non aderisce a nessuna delle visioni catastrofiche che richiedono cambiamenti radicali nel comportamento e nei consumi umani. La sua posizione sfumata non lo ha protetto dagli attacchi, ovviamente, e la sinistra britannica è incline a diffamarlo come un «negazionista». Anche la scienza del clima è stata «infettata dal relativismo culturale e dal postmodernismo», afferma Ridley. Cita un articolo che era critico nei confronti della glaciologia, lo studio dei ghiacciai, «perché non era sufficientemente femminista». Mi chiedo se stia scherzando, ma Google conferma che non lo è. Nel 2016 Progress in Human Geography ha pubblicato "Ghiacciai, genere e scienza: un quadro glaciologico femminista per la ricerca sul cambiamento ambientale globale". La politicizzazione della scienza porta a una perdita di fiducia nella scienza come istituzione. La sfiducia può essere giustificata, ma lascia un vuoto, spesso riempito da un «approccio alla conoscenza molto più superstizioso». A tale superstizione Ridley attribuisce la resistenza del pubblico a tecnologie come il cibo geneticamente modificato, l'energia nucleare e i vaccini. Davanti al rifiuto della vaccinazione, Ridley dice che «sosterrebbe con fervore» che è «il minore di due rischi, almeno per gli adulti». Abbiamo «ampi dati per dimostrarlo, per questo vaccino e per altri, risalenti a secoli fa». Definisce la vaccinazione «probabilmente il beneficio più massiccio e incredibile della conoscenza scientifica». Eppure è «controintuitivo e difficile da capire», il che potrebbe spiegare perché i suoi sostenitori sono stati messi alla gogna nel corso dei secoli. Cita l'esempio di Mary Wortley Montagu, un'aristocratica britannica, che spinse per l'inoculazione del vaiolo in Gran Bretagna dopo aver assistito alla sua gestione nella Turchia ottomana all'inizio del XVIII secolo. È stata brutalmente svergognata, dice, così come Zabdiel Boylston, un famoso medico di Boston che ha vaccinato i residenti contro il vaiolo durante un'epidemia nel 1721. I vaccini sono stati al centro della questione della «disinformazione» e della campagna di pressione della Casa Bianca contro i social media per censurarla. Ridley è preoccupato per il problema opposto: che i social media «sono complici nel far rispettare il conformismo». Lo fanno «attraverso il "controllo dei fatti", i picchi di audience e la censura diretta, ora esplicitamente per volere dell'amministrazione Biden». Sottolinea che Facebook e Wikipedia hanno da tempo vietato qualsiasi menzione della possibilità che il virus sia trapelato da un laboratorio di Wuhan. «La conformità», afferma Ridley, «è nemica del progresso scientifico, che dipende dal disaccordo e dalla sfida. La scienza è la fede nell'ignoranza degli esperti, come ha detto il fisico Richard Feynman». Ridley rivolge le sue critiche più schiette alla «scienza come professione», che secondo lui è diventata «piuttosto scoraggiante, arrogante e politica, permeata da ragionamenti motivati e pregiudizi di conferma». Un numero crescente di scienziati «sembra essere preda del pensiero di gruppo, e il processo di peer-review e pubblicazione consente al custode dogmatico di intralciare nuove idee e sfide di mentalità aperta». L'Organizzazione Mondiale della Sanità è un trasgressore particolare: «Abbiamo avuto una dozzina di scienziati occidentali che sono andati in Cina a febbraio e hanno collaborato con una dozzina di scienziati cinesi sotto gli auspici dell'OMS». In una successiva conferenza stampa hanno dichiarato la teoria della perdita di laboratorio «estremamente improbabile». L'organizzazione ha anche ignorato le richieste di aiuto di Taiwan per il Covid-19 nel gennaio 2020. «I taiwanesi hanno affermato: “Stiamo rilevando segnali che si tratta di una trasmissione da uomo a uomo che minaccia una grave epidemia. Per favore, indagherai?” E l'OMS ha sostanzialmente detto: “Sei di Taiwan. Non ci è permesso parlare con te”». Nota che il compito principale dell'OMS è prevenire le pandemie. Eppure nel 2015 «ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la più grande minaccia per la salute umana nel 21° secolo è il cambiamento climatico. Ora questo, per me, suggerisce un'organizzazione non focalizzata sul lavoro quotidiano». Secondo Ridley, l'establishment scientifico ha sempre avuto la tendenza a «trasformarsi in una chiesa, imponendo l'obbedienza all'ultimo dogma ed espellendo eretici e bestemmiatori». Questa tendenza era precedentemente tenuta a freno dalla natura frammentata dell'impresa scientifica: il Prof. A in un'università ha costruito la sua carriera dicendo che le idee del Prof. B altrove erano sbagliate. Nell'era dei social media, tuttavia, «lo spazio per l'eterodossia sta evaporando». Quindi coloro che credono nella scienza come filosofia sono sempre più estraniati dalla scienza come istituzione. Sarà sicuramente un divorzio costoso.

Massimo Cacciari per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Sotto la pressione della pandemia e l'ansia comprensibile per superarla al più presto viviamo un periodo di profonde trasformazioni giuridiche, istituzionali e politiche senza chiara consapevolezza, in modo informe e casuale. Qui sta il vero pericolo. Tendenze in atto da tempo, almeno dalla grande crisi che inaugurò il millennio con le Torri Gemelle, che sono andate via via "volatilizzando" i poteri delle assemblee elettive, trasformando da noi l'attività legislativa sostanzialmente in convalida della decretazione d'urgenza, e ciò sempre, si dice, per rispondere con tempestività ed efficacia a un bisogno di sicurezza e protezione invocato dall'opinione pubblica, vanno ormai stabilizzandosi: lo stato di emergenza sta diventando la norma, ormai con la benedizione anche di ex-garantisti e ex-giustizialisti. Che questo non interessi i virologi può starci. Che non interessi politici e giuristi forse meno. Una volta si parlava della "forma" delle leggi. Qual è la "forma" del Decreto Legge che proroga lo stato di emergenza, per la quinta volta (se non conto male) dal 31 gennaio 2020? Esiste nel nostro ordinamento qualche norma che consenta in via generale di proclamare lo stato di emergenza? L'art.7 del Codice di Protezione Civile? Non sembra - poiché lì è fatto esplicito riferimento soltanto a calamità naturali, quali sismi, eventi metereologici eccezionali, ecc. Esiste comunque la possibilità di incardinare nella nostra Costituzione l'idea di "stato di emergenza"? Meno che meno. Come spiegava la professoressa Cartabia, nella sua veste "scientifica, i nostri Padri non vollero che si ripetessero le condizioni che portarono nella Repubblica di Weimar al continuo ricorso all'istituto (previsto in quella Costituzione) dello "stato di eccezione", con le ben note conseguenze. Il ricorso alla formula dello "stato di emergenza" sembra perciò, ben più che frutto di totale improvvisazione, l'autofondazione di una nuova norma, e cioè una, per quanto informe, innovazione di sistema. Anche per la fondamentale ragione che nulla si dice nel DL del 23 luglio sulla possibilità di ulteriori proroghe. L'art.24 del Codice di Protezione Civile recita che lo stato di emergenza nazionale non può superare i 12 mesi ed è prorogabile per non più di ulteriori 12. Questo art. non è richiamato nel Decreto, e pour cause, poiché in generale il Codice non poteva esserlo, non prevedendo, come si è detto, altro che calamità naturali (che è espressione tecnica, e non può venir manipolata ad libitum). Né vengono in alcun modo indicati i criteri in base ai quali lo stato di emergenza potrebbe finire. Tutti vaccinati dagli 0 ai 100 anni? Nessun contagio più? Su quali indici, su quali dati si intenderà procedere? Si pensa esista un termine ultimo decorso il quale ogni ulteriore proroga diviene impossibile? Semplici, socratiche domande È palese che nella nostra Costituzione non può trovare radicamento l'idea di "stato di emergenza". Forse però qualcosa di analogo. La mia modesta competenza in materia mi suggerisce che il "caso" può risolversi soltanto attraverso la lettura combinata degli artt. 13, 16 e 32. "La libertà personale è inviolabile"(art.13) e solo in casi «indicati tassativamente dalla legge» l'autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori da comunicarsi entro 48 ore all'autorità giudiziaria, ecc. È del tutto evidente che qui si tratta di reati che nulla hanno a che fare col nostro caso. L'art.16, invece, prevede la possibilità di limitazioni in via generale «per motivi di sanità e di sicurezza» al diritto di libera circolazione e soggiorno in qualsiasi parte del territorio nazionale, e l'art.32 stabilisce che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Ora è chiaro che qui dovrebbe intervenire una legge che stabilisca in modo formale quali siano questi motivi che consentono di derogare alla solenne dichiarazione d'apertura dell'art.13. E altrettanto chiaro, mi pare, che comunque tutte le restrizioni coattive dovrebbero seguire la via giurisdizionale che in esso si indica. In assenza di simili garanzie, un domani per «motivi di sicurezza» si potrà procedere a limitare la libertà della persona invocando la tutela di qualsiasi altro "valore". Difficile da immaginare? Niente affatto. Credo già viviamo all'interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la "difesa dell'ambiente". Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico. Alcune Autorità sovra-nazionali hanno tuttavia ben compreso, e da anni, il formidabile pericolo che questa tendenza comporta. Ma la loro voce neppure è citata dal Governo. L'art.4 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (New York 1966), il quale, in base all'art.10 della Costituzione, prevale sulla normativa ordinaria (come ha ritenuto la stessa Corte costituzionale) così detta: «In caso di pericolo pubblico eccezionale che minacci l'esistenza della Nazione e venga proclamato con atto ufficiale, gli Stati possono prendere misure le quali deroghino, ecc.ecc.». Sussistono forse oggi, luglio-agosto 2021, i presupposti minimi per dichiarare che l'esistenza della nostra Nazione è minacciata? Infine, lo ricordo per l'ennesima volta, la Risoluzione 2361 del Consiglio d'Europa dice: «I governi devono assicurare che i cittadini siano informati that vaccination is not mandatory e che nessuno sia politicamente, socialmente o con altri mezzi costretto ad assumere il vaccino if they do not wish to do so themselves». Aggiungiamo la disposizione del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 giugno: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medicio perché non hanno ancora avuto la possibilità di farlo o perché hanno scelto di non essere vaccinate». Parole di qualche scemo no-vax? Parole che incitano al suicidio? No, parole al vento, così pare. Stiamo preparandoci a un regime, a una "intesa mondiale per la sicurezza"(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una "pace" fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico? 

Giorgio Agamben per "la Stampa" il 30 luglio 2021. Quello che più colpisce nelle discussioni sul green pass e sul vaccino è che, come avviene quando un paese scivola senza accorgersene nella paura e nell'intolleranza - e indubbiamente questo sta avvenendo oggi in Italia - è che le ragioni percepite come contrarie non solo non sono in alcun modo prese seriamente in esame, ma vengono rifiutate sbrigativamente, quando non diventano puramente e semplicemente oggetto di sarcasmi e di insulti. Si direbbe che il vaccino sia diventato un simbolo religioso, che, come ogni credo, funge da spartiacque fra gli amici e i nemici, i salvati e i dannati. Come può pretendersi scientifica e non religiosa una tesi che rinuncia allo scrutinio delle tesi divergenti? Per questo è importante innanzitutto chiarire che il problema per me non è il vaccino, così come nei miei precedenti interventi in questione non era la pandemia, ma l'uso politico che ne viene fatto, cioè il modo in cui fin dall'inizio essi sono stati governati. Ai timori che si affacciavano nel documento che ho firmato con Massimo Cacciari, qualcuno ha incautamente obiettato che non c'era da preoccuparsi, «perché siamo in una democrazia». Com' è possibile che non ci si renda conto che un paese che è ormai da quasi due anni in stato di eccezione e in cui decisioni che comprimono gravemente le libertà individuali vengono prese per decreto (è significativo che i media parlino addirittura di «decreto di Draghi», come se emanasse da un singolo uomo) non è più di fatto una democrazia? Com' è possibile che la concentrazione esclusiva sui contagi e sulla salute impedisca di percepire la Grande Trasformazione che si sta compiendo nella sfera politica, nella quale, com' è avvenuto col fascismo, un cambiamento radicale può prodursi di fatto senza bisogno di alterare il testo della Costituzione? E non dovrebbe dare da pensare il fatto che ai provvedimenti eccezionali e alle misure di volta in volta introdotte non viene assegnata una scadenza definitiva, ma che essi vengono incessantemente rinnovati, quasi a confermare che, come i governi non si stancano di ripetere, nulla sarà più come prima e che certe libertà e certe strutture basilari della vita sociale a cui eravamo abituati sono annullate sine die? Se è certamente vero che questa trasformazione - e la crescente depoliticizzazione della società che ne risulta - erano già in corso da tempo, non sarà per questo tanto più urgente soffermarsi a valutarne finché siamo in tempo gli esiti estremi? È stato osservato che il modello che ci governa non è più la società di disciplina, ma la società di controllo -ma fino a che punto possiamo accettare che questo controllo si spinga? È in questo contesto che si deve porre il problema politico del green pass, senza confonderlo col problema medico del vaccino, a cui non è necessariamente collegato (abbiamo fatto in passato vaccini di ogni tipo, senza che mai questo discriminasse due categorie di cittadini). Il problema non è, infatti, soltanto quello, pure gravissimo, della discriminazione di una classe di cittadini di serie B: è anche quello, che sta certamente più a cuore dell'altro ai governi, del controllo capillare e illimitato che esso permette sui titolari stoltamente fieri della loro "tessera verde". Com' è possibile -chiediamo ancora una volta- che essi non si rendano conto che, obbligati a mostrare il loro passaporto persino quando vanno al cinema o al ristorante, saranno controllati in ogni loro movimento? Nel nostro documento avevamo evocato l'analogia con la "propiska", cioè col passaporto che i cittadini dell'Unione sovietica dovevano esibire per spostarsi da una località all'altra. È questa l'occasione di precisare, visto che purtroppo sembra necessario, che cos' è un'analogia giuridico-politica. Ci è stato senza alcun motivo rimproverato di istituire un paragone fra la discriminazione risultante dal green pass e la persecuzione degli ebrei. È bene precisare una volta per tutte che solo uno stolto potrebbe equiparare i due fenomeni, che sono ovviamente diversissimi. Non meno stolto sarebbe però chi rifiutasse di esaminare l'analogia puramente giuridica - io sono giurista di formazione - fra due normative, quali sono quella fascista sugli ebrei e quella sull'istituzione del green pass. Forse non è inutile rilevare che entrambe le disposizioni sono state prese per decreto legge e che entrambe, per chi non abbia una concezione meramente positivistica del diritto, risultano inaccettabili, perché - indipendentemente dalle ragioni addotte - producono necessariamente quella discriminazione di una categoria di esseri umani, a cui proprio un ebreo dovrebbe essere particolarmente sensibile. Ancora una volta tutte queste misure per chi abbia un minimo di immaginazione politica vanno situate nel contesto della Grande Trasformazione che i governi delle società sembrano avere in mente - ammesso che non si tratti invece, come pure è possibile, del procedere cieco di una macchina tecnologica ormai sfuggita a ogni controllo. Molti anni fa una commissione del governo francese mi convocò per dare il mio parere sull'istituzione di un nuovo documento europeo di identità, che conteneva un chip con tutti i dati biologici della persona e ogni altra possibile informazione sul suo conto. Mi sembra evidente che la tessera verde è il primo passo verso questo documento la cui introduzione è stata per qualche ragione rimandata. Su un’ultima cosa vorrei richiamare l'attenzione di chi ha voglia di dialogare senza insultare. Gli esseri umani non possono vivere se non si danno per la loro vita delle ragioni e delle giustificazioni, che in ogni tempo hanno preso la forma di religioni, di miti, di fedi politiche, di filosofie e di ideali di ogni specie. Queste giustificazioni sembrano oggi - almeno nella parte dell'umanità più ricca e tecnologizzata - venute meno e gli uomini si trovano forse per la prima volta di fronte alla loro pura sopravvivenza biologica, che, a quanto pare, si rivelano incapaci di accettare. Solo questo può spiegare perché, invece di assumere il semplice, amabile fatto di vivere gli uni accanto agli altri, si sia sentito il bisogno di instaurare un implacabile terrore sanitario, in cui la vita senza più giustificazioni ideali è minacciata e punita a ogni istante da malattie e morte. Così come non ha senso sacrificare la libertà in nome della libertà, così non è possibile rinunciare, in nome della nuda vita, a ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

"Silete Theologi in munere alieno". Quei filosofi (un po’ provinciali) che vogliono insegnare medicina…Michele Prospero su Il Riformista il 30 Luglio 2021. Se proprio si vuole assaporare qualcosa di sovietico nella questione dei vaccini, non è certo nei foglietti verdi richiesti per circolare che essa si rintraccia. Dell’impero dell’est, quello che sta tornando in vita è semmai il vecchio, malandato Diamat, che oggi si propone a media unificati secondo una versione biopolitica coltivata nel cuore teorico del nord-est. Infatti solo a una qualche variante italica (e quindi con una venatura provinciale) della filosofia poteva venire in mente di ingaggiare con gli scienziati una disputa per indicare loro il Vero. E i medici, che rispondono punto per punto a degli spaesati scolari di un Hegel redivivo che si sono convinti di possedere una enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (insomma: la Krisis finalmente riassorbita dalla Totalità del pensiero positivo bio-teologico), avrebbero fatto molto meglio a risolvere la disputa limitandosi a riformulare il celebre monito di Alberico Gentili recuperato anche da Schmitt: “Silete Theologi in munere alieno”. (tacete, teologi, sugli argomenti che non vi riguardano, traduzione del redattore). In termini esortativi analoghi si espresse anche Copernico che intimava appunto il silenzio della metascienza della teologia in nome dell’autonomia della scienza che parla solo il linguaggio tecnico della matematica. I virologi avrebbero dovuto semplicemente invitare i bioteologi odierni a tacere attorno a questioni che non sono di loro competenza. La forma del talk dà di volta alle menti e, saltellando da un divano all’altro, è facile per chi diviene l’icona della legge televisiva arrivare a persuadersi di tenere in tasca l’intero scibile. Nessuno statuto scientifico speciale più esiste, Gruber o Berlinguer sono le post-moderne accademie delle scienze che autorizzano a svolazzare su tutti i misteri del creato. Questo è il vero nichilismo contemporaneo. E’ la dittatura del relativismo della chiacchiera, altro che biopotere che comprime le libertà in nome dello stato di eccezione. La questione del rapporto tra tecnica e politica l’affrontò in maniera del tutto trasparente già Marsilio da Padova e c’è poco da aggiungere alle sue parole. “Il medico offre un parere tecnico sulla salute fisica degli uomini senza detenere nei loro confronti alcun potere coattivo”. Il comitato scientifico consiglia, il potere politico decide con minore o maggiore efficacia. Nulla di nuovo è accaduto e nessun simbolo autoritario e repressivo si rintraccia nel governo democratico della situazione di emergenza sanitaria. Bene ha fatto il presidente Mattarella, con il suo implicito “No Max”, a impartire una vera e propria lezione di filosofia del diritto. Non esiste, entro una convivenza politicamente organizzata, la libertà di violare il corpo altrui. Rivendicare la (sia pure ipotetica) libertà di contagiare gli altri, e di determinare una infinita situazione di pandemia, non è propriamente un diritto. Sarebbe un diritto folle quello di minare la salute pubblica (e dunque l’economia, la scuola, il divertimento, lo sport), e già Rousseau spiegava che la follia non costituisce mai diritto. Dai tempi di Hobbes la modernità politica stabilisce un nesso ineludibile e fondativo tra il sovrano e la vita. Costituisce infatti la ragione istitutiva dell’artificio politico lo sforzo pattizio per costruire con il diritto sanzionabile il rimedio alla paura, alla minaccia che grava sul corpo e rende vulnerabile la sua sicurezza immediata. Il grande conservatore della vita, che è lo Stato legale-razionale, verrebbe meno alla sua stessa ragion d’essere primaria se consentisse, entro un territorio ricoperto con lo scudo del sovrano, di morire di morte procurata da un altro corpo che rifiuta la reciprocità dell’immunizzazione in nome di una aporetica sovranità privata di gestire il rischio che ricade non solo sull’Ego ma anche sull’Alter. Neanche l’Unico di Stirner rivendicherebbe mai sensatamente la assurda libertà di poter nuocere alla esistenza corporale altrui senza l’assunzione del dovere di limiti ragionevoli per cui le licenze individuali si arrestano nella sfera esterna quando possono distruggere le condizioni basilari del vivere in comune. Nemmeno può essere invocata la tolleranza di altri soggetti che consentono al portatore potenziale di minaccia virale di frequentare fabbriche, uffici, luoghi pubblici, studi televisivi. E’ infatti in gioco una questione pubblica, e nessun accordo tra privati può negoziare limitazioni e deroghe speciali. I cultori della “Italian Theory” rivendicano una originaria estraneità al problema della sovranità che li conduce pericolosamente verso la condivisione di argomenti che risuonano nelle piazze della ribellione selvaggia. Michele Prospero

Giampiero Mughini per Dagospia il 4 agosto 2021. Caro Dago, due cose piccole piccole. La prima. Non ho mai avuto il piacere di conoscere Giorgio Agamben e me ne dolgo di avere letto soltanto due o tre dei suoi tanti libri, tutti marchiati da un’originalità stilistica e intellettuale. Gli invidio molto il libro che parte al suo tavolo da lavoro e da quel che ci sta intorno. Come tanti ero però rimasto stupito dalla supponenza con cui lui e un altro personaggio autorevole della nostra scena culturale, il veneziano Massimo Cacciari, avevano firmato un testo in cui proclamavano il loro timore che l’eventuale obbligatorietà del green pass potesse costituire una pericolosa limitazione delle libertà personali di ciascuno di noi. Al che in molti, da Renato Brunetta a Davide D’Alessandro sull’Huffington Post, hanno replicato con argomenti lapalissiani. Vedo adesso che Agamben firma un testo di controreplica a dire che non è affatto vero che la scienza abbia sempre ragione, quella scienza che oggi ci dice che il vaccino (e la conseguente disponibilità di un green pass) sia il muro migliore contro questo virus cangiante e diabolico. Agamben allega il caso dei dieci scienziati italiani (dieci sporcaccioni intellettuali) che nel 1938 firmarono un loro documento di sostegno alle leggi razziali col sostenere che c’era un fondamento scientifico alla classificazione degli uomini per razze. Ora la sola idea di trovare una qualche attinenza tra quella ignobile manifestazione di sudditanza del pensiero intellettuale alla dittatura politica e gli attuali inviti alla cautela di scienziati ed epidemiologi è da far accapponare la pelle. Che questa attinenza la scorga colui che passa come uno dei maggiori filosofi italiani contemporanei mi lascia a dir poco di stucco. Non ci sono parole. Seconda cosa piccola piccola. Mi telefona il mio commercialista e amico Andrea Mazzetti e mi dice che stando alle legge e siccome a seguito del lockdown e dei suoi annessi e connessi il mio reddito professionale da un anno all’altro è andato giù del 30 per cento, io sarei autorizzato a chiedere allo Stato italiano un sussidio di oltre 4000 euro. Di chiedere dunque ai miei concittadini un bel po’ di soldi, e mentre sono vicini ai 130mila gli italiani uccisi da questo dannato morbo, altro che un calo del reddito del 30 per cento. Ho detto ad Andrea di non fare alcuna richiesta. Me ne sarei vergognato a vita.

 Il dibattito dopo le parole di Cacciari. Liberare la scienza dalla politica, è questa l’urgenza. Astolfo Di Amato su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Agamben e Cacciari. Due filosofi, che certamente non possono essere qualificati come pericolosi estremisti di sinistra o, meno ancora, di destra. Sul prestigioso sito dell’Istituto degli studi filosofici di Napoli hanno pubblicato un lungo articolo dal titolo “A proposito del decreto sul green pass”. L’articolo è estremamente critico in ordine alla possibile discriminazione tra i cittadini, derivante dalla introduzione del green pass. Ecco alcuni passaggi particolarmente significativi: «La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza…Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire». Per giustificare la loro posizione i due filosofi ricordano anche che «le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità e di cancerogenicità». Questa presa di posizione da parte di due pensatori, tra i più autorevoli del nostro tempo, i cui scritti danno conto di una militanza sinceramente democratica, che ha animato tutto il loro percorso di studiosi, non può non costringere ad una riflessione, che deve andare anche al di là del tema contingente della pandemia da Covid 19. La prima questione che viene in evidenza è se sia legittima ed utile la politicizzazione della scienza, che ha caratterizzato il dibattito su questo tema, con ricadute che hanno del grottesco. Basti pensare che l’ipotesi che il virus sia sfuggito dal laboratorio di Wuhan era una bestemmia quando la pronunciava Trump ed è diventata una questione meritevole di una seria indagine quando ha cominciato a formularla Biden. Al tempo stesso, se si guarda al dibattito nazionale, si deve constatare che il discrimine tra le tesi in campo non è affatto costituito dalla serietà o no degli argomenti scientifici, ma dall’adesione ai partiti di destra o di sinistra. È assolutamente prevedibile su un argomento quale quello della vaccinazione, che in quanto scientifico non dovrebbe essere condizionato dalla ideologia, la posizione di un qualsiasi esponente della Lega o del Partito Democratico. In questo, anche la posizione dei cd. scienziati non aiuta, in quanto si avverte fortissima l’incidenza sul loro pensiero della appartenenza. Del resto, non è priva di rilievo la circostanza che abbiano un ruolo di primo piano gli epidemiologi, per i quali è sempre forte la tentazione di far combaciare i numeri con le proprie ideologie. Chi non ricorda la statistica del pollo di Trilussa? La prima questione, allora, che il tempo presente porta alla attenzione di tutti è la necessità e l’urgenza di liberare la scienza dalla politica. La scienza, come ha insegnato Popper, trova nella falsificabilità il criterio che la distingue dalla stregoneria. La sostanza della falsificabilità sta nel dubbio e nella conseguente esigenza di una costante verifica sperimentale. Tutto il contrario, perciò, delle certezze dispensate dalla politica, pretesamente basate sulla scienza. La vaccinazione contro il Covid 19 pone, in questa prospettiva, un problema di fondo. Essa riguarda gli eventi avversi, per i quali occorre fare una distinzione. Da un lato vi sono gli eventi avversi che hanno fatto seguito pressoché immediato alla inoculazione del vaccino e dall’altro gli eventi avversi, che potrebbero manifestarsi dopo molto tempo. Il rischio dei primi è misurabile, alla stregua dei risultati delle campagne vaccinali svoltesi nei vari paesi, e dunque, rispetto ad essi vi sono tutti gli elementi di giudizio occorrenti per valutare l’opportunità di introdurre una differenza di trattamento tra chi è vaccinato e chi no o, addirittura, un obbligo di vaccinazione. Il rischio dei secondi è, viceversa, non calcolabile. La storia umana è piena di esempi di pratiche o di sostanze utilizzate ritenendo che fossero senza rischi e che si sono poi rivelate letali. Si pensi all’amianto, oggi bandito da qualsiasi uso, ma che a lungo è stato ritenuto un materiale miracoloso, di cui il progresso imponeva un uso sempre più diffuso. Nella prospettiva indicata da ultimo, e cioè quella delle conseguenze non immediate, il tema delle discriminazioni fondate sull’avvenuta vaccinazione o addirittura dell’introduzione di un obbligo vaccinale non può beneficiare di alcuna certezza. E sta proprio qui l’errore di quella politica che, viceversa, ritiene di poter dare messaggi semplificati invocando certezze scientifiche che non esistono. Con la conseguenza che non solo la politica, ma anche la scienza perde credibilità agli occhi dei cittadini, che si trovano a dover prendere posizione su pretese certezze che, siccome contrapposte, si smentiscono a vicenda. Molto più opportuno, e democratico, sarebbe partire dalle poche certezze effettivamente esistenti dando ai dubbi lo spazio, che hanno nella realtà. Una certezza, tristissima, sono certamente le molte migliaia di morti cagionati dalla pandemia. Da essa deriva l’ulteriore certezza che, senza strumenti di difesa, la mortalità continuerebbe a colpire inesorabilmente moltissime persone. Di fronte a questo rischio vale la pena affidarsi a vaccini, di cui sono ignoti gli effetti a lungo termine? Probabilmente si, attesa l’enormità del rischio attuale. Ma è con questa chiarezza e con questa assunzione di responsabilità che la soluzione deve essere prospettata ai cittadini, e non con la “leggerezza” che giustamente mettono in evidenza Agamben e Cacciari. Proprio perché cittadini e non sudditi. E solo se vi è questa chiarezza, la soluzione è accompagnata dagli anticorpi idonei a combattere quel bisogno di discriminare, che, come denunciano Cacciari e Agamben, è antico come la società. La consapevolezza della assoluta straordinarietà della situazione e della soluzione è indispensabile affinché non si generi assuefazione alla discriminazione. Astolfo Di Amato

Dagli economisti ai virologi: viaggio nella crisi dei “competenti”. Andrea Muratore su Inside Over il 19 giugno 2021. Su una scala ancora più ampia rispetto al recente passato, l’anno della pandemia di Covid-19 ha imposto una mediatizzazione e un’enorme concentrazione di attenzione su precise categorie tecnico-professionali, in questo caso quelle dell’ambito medico e in particolare delle discipline legate alla virologia. In ogni Paese virologi e medici di simile professionalizzazione sono diventati centrali nel dibattito pubblico, i loro volti un’abitudine per i lettori dei giornali e i telespettatori dei talk show e delle tribune, le loro dichiarazioni un tema di discussione politico. Tanto che in Italia non è mancata l’antica e a tratti stucchevole tendenza a dividerne il campo in termini di appartenenza partigiana tra virologi “di sinistra”, partigiani delle chiusure più dure e soprattutto della linea adottata dall’ex governo Conte II (per i loro critici, interpreti di un presunto metodo “comunista”) e virologi “di destra” che perorano una strategia di contenimento del Covid in grado di conciliare libertà individuali e prevenzione sanitaria (accusati di “antiscientismo” da un fallace dibattito mediatico). Non è la prima volta che succede negli anni della globalizzazione, che nell’ultimo trentennio si è caratterizzata come un continuo accumularsi di emergenze per i Paesi occidentali, i quali hanno avuto nella pandemia il loro definitivo big bang. L’emergenza economica, l’emergenza immigrazione, l’emergenza terrorismo e l’emergenza sociale hanno assunto, in diversi periodi, un ruolo chiave su scala nazionale o globale, portando di conseguenza gli esperti ad assumere visibilità e centralità nel dibattito pubblico. Prima del Covid-19, l’apoteosi di questo fenomeno si ebbe in occasione degli anni della Grande Recessione e della crisi economica globale che, a più riprese, dal 2007-2008 allo scoppio del terremoto europeo sui debiti sovrani (2010-2012) perturbò le economie avanzate provocando smottamenti sistemici che in diversi Paesi, come ad esempio l’Italia, mai tornata ai livelli di Pil pre-crisi, si sono fatti sentire duramente. Allora furono chiamati in causa gli economisti, che si moltiplicarono nei salotti televisivi, sui giornali, in libreria, arrivando a ricoprire cariche apicali in diversi esecutivi e, in Italia, addirittura la carica di premier con Mario Monti. L’accentuazione della visibilità degli economisti, come quella dei virologi di oggi, portò con se sul medio-lungo periodo un fenomeno tipico dei nostri tempi che è quello della crisi della competenza. Se oggi il dibattito tra medici non fa altro che aumentare, troppo spesso, la confusione sul tema Covid, le opinioni contrastanti tra loro si rincorrono in un tourbillon confuso e si giunge a conclusioni affrettate con troppa superficialità, presentando come oggettive prove non peer-reviewed. Negli scorsi anni, gli economisti che non erano riusciti a prevedere i palesi venti di crisi che soffiavano sull’Occidente, non mancavano di presentare come soluzione quelle ricette (tagli alla spesa pubblica, austerità, disciplina di bilancio) che la crisi l’avevano favorita, ma la cui difesa aveva garantito loro un’ascesa sociale, professionale, politica. Dimostrandosi tanto impreparati nel leggere i segni dei tempi in passato quanto spiazzati dall’accelerare delle tempeste economiche durante il loro sdoganamento.

La crisi della competenza. La crisi della competenza, intendiamoci, non va associata nella stragrande maggioranza dei casi a un’impreparazione o a un’esplicita malafede da parte degli esperti chiamati in causa. O, nei casi limite, non solo. Ad andare in crisi è il costrutto sociale che vede le emergenze affidate, volta per volta, al consiglio e all’ausilio di categorie professionali “tecniche” ritenute oggettivamente in grado di padroneggiare le discipline. Nella speranza che questo procuri, a cascata, un rafforzamento delle capacità del sistema sociale e politico di affrontare le emergenze. Questo processo si è tuttavia più volte dimostrato fallace per un’ampia serie di motivi. In primo luogo, ai “competenti” viene affidata un’aura salvifica che pare deresponsabilizzare completamente il peso dei decisori esterni al loro ambito senza una corrispondenza tra visibilità e autorità effettiva. Spesso i tecnici sono accademici o ex professori universitari, editorialisti o professionisti, ma non ricoprono cariche formali e il loro ruolo può e in certi casi deve fermarsi a quello del consigliere. In secondo luogo, la società contemporanea è abituata a chiedere risposte, ma non a porsi le domande giuste. E in questo ha giocato un ruolo anche l’èlite culturale e accademica che ha voluto isolarsi in una torre d’avorio pretendendo, in larga misura, di distanziarsi dalla società reale, dalle comunità di riferimento creando un meccanismo entro cui  si pretende che il sapere tecnico, scientifico o professionale sia patrimonio di pochi eletti, che solo l’aver stabilizzato una determinata competenza in un preciso ambito consenta di dichiararsi chiamato in causa per parlare di tale tema. Livellando così nel dibattito pubblico la capacità di analisti, studiosi e opinione socialmente attiva di interrogarsi per poter vedere i propri dubbi risolti e, soprattutto, scrutinare effettivamente il ruolo dei tecnici. Terzo punto, somma degli altri due e causa principale, è il fatto che ad aver incentivato questi meccanismi sia stata la politica in una fase in cui i partiti hanno abdicato, in Italia e nel resto d’Europa, alla loro volontà di costruire classi dirigenti all’altezza delle sfide del presente e in grado di coniugare sapere pratico e visione politica. Da un lato questo ha portato i politici e i governanti a cercare nei tecnici dapprima i salvatori e in seguito i responsabili di possibili fallimenti; dall’altro, nella politica stessa e nel dibattito pubblico si è creato un mito che vorrebbe come necessario il possesso di determinati requisiti o competenze per l’assunzione di cariche politiche. Richiesta tanto vaga quanto fallace: siamo certi che affidando, ex lege, il ministero degli Esteri a un diplomatico di carriera, la Sanità a un medico e la Giustizia a un magistrato la capacità di produzione di azioni e iniziative e la tenuta politica di questi dicasteri, del resto già stracolmi di tecnici nelle loro burocrazie strategiche, si valorizzerebbero? Evidentemente no. Un leader non deve essere “competente”: deve avere una solida cultura, idee precise e certamente padronanza delle dinamiche oggetto dei suoi campi d’interesse, ma è la capacità politica la prima necessità, non una data “expertise”, per usare un gergo comune nel campo dei “competenti”.

Il dialogo tra politica e competenza. Giulio Andreotti fu sette anni ministro della Difesa (1959-1966) senza venire dai ranghi militari e, anzi, fu scartato alla visita di leva per allievi ufficiali; ricoprì la carica di ministeri economici di peso, l’Industria e le Finanze, senza aver avuto un pesante background accademico in materia. Anzi, come amava ironizzare, all’università odiava studiare “la scienza delle finanze dove ho preso il mio l’unico 18. Un voto che però non mi ha impedito di diventare proprio ministro delle finanze. Per questo, forse, non sono portato al pessimismo”. Dulcis in fundo, il sette volte presidente del Consiglio ebbe anche un incarico di sei anni alla Farnesina (1983-1989). In tutte queste esperienze nessuno mise mai in dubbio il fatto che Andreotti avrebbe potuto costruire il giusto mix tra conoscenze politiche ed esperienza personale e sostegno di apparati e ministeri. In Regno Unito nientemeno che Winston Churchill seppe capire l’importanza di questa alchimia dopo che alcuni errori personali legati a intuizioni sbagliate (l’attacco di Gallipoli nel 1915 e il fallimento della difesa del gold standard dopo la Grande Guerra) avevano rischiato di troncarne la carriera politica. Churchill seppe guidare con tenacia lo sforzo bellico di Londra dal 1940 al 1945 costruendo una squadra che avrebbe saputo coniugare alla perfezione sapere politico e competenze tecniche. La scelta del dinamico Lord Beaverbook, ex giornalista dalla mente poliedrica e uomo di grande ingegno, come ministro della produzione aeronautica nel 1940 contribuì a accelerare la difesa dalla Luftwaffe nella Battaglia d’Inghilterra; sul finire della guerra, la consulenza data a Churchill e al suo governo da John Maynard Keynes, che del premier fu forte avversario negli anni precedenti la crisi del 1929, seppe contribuire a costruire l’agenda economica che il Regno Unito, assieme agli Usa, avrebbe proposto per l’ordine post-bellico. La tecnica, in un certo senso, è sempre politica. Ed è sbagliato ritenere le due sfere separate o illudersi che in uno dei due campi possa nascondersi una supposta oggettività. Le grandi innovazioni e progressi della storia e le grandi fasi della vita dei popoli e delle nazioni non sono mai state dovute solo all’una o all’altra fattispecie. La competenza come fattore di governo della vita pubblica è pia illusione senza un progetto politico alle spalle; la politica senza l’ausilio di un mix di conoscenze e esperienze è di fatto cieca. L’era della globalizzazione culminata nella pandemia ha portato governi e opinioni pubbliche a pensare che separare i due campi potesse essere la soluzione per risolvere le varie crisi settoriali mano a mano che esse si presentavano. La pandemia, crisi al tempo stesso sanitaria, economica, sociale, politica, ci ha insegnato che così non è. E che forse la vera emergenza è la stessa globalizzazione per come è stata strutturata: competitiva, anarchica, atomizzante. E la risposta a dilemmi del genere non può che passare per la riscoperta della politica.

«Solo la scienza impara dai propri errori, per questo ci conviene fidarci di lei». Parola di Andrea Ghez, rivoluzionaria studiosa dei buchi neri. Contro i sospetti, gli allarmi, le paure che stanno minando la lotta contro la pandemia, la Premio Nobel ammonisce: “Il metodo scientifico è il miglior modo per aprire vie al sapere”. Carlo Crosato su L'Espresso il 12 aprile 2021. Quattro donne nella storia sono state finora insignite del premio Nobel per la fisica. La prima è stata Marie Curie, nel 1903, seguita da Maria Goeppert Mayer e Donna Strickland. Lo scorso ottobre il premio è stato assegnato all’astronoma statunitense Andrea Ghez, per le sue ricerche sui buchi neri. L’impresa di Ghez ha sfidato alcune delle più importanti intuizioni di Einstein, frugando in luoghi dell’universo in cui le leggi della fisica sono stravolte e «l’attrazione della gravità è così intensa che nulla può sfuggirvi, nemmeno la luce». Proprio questo rende un buco nero così misterioso, ma anche pressoché inavvicinabile. Sono serviti tutto l’ingegno e la perseveranza di Andrea Ghez per convincere la comunità scientifica a piegare gli strumenti di osservazione a usi per i quali non erano stati progettati. Alla guida del gruppo di ricerca galattica dell’Università di Los Angeles, Ghez ha diretto per 25 anni i suoi telescopi verso il centro della nostra galassia, «una regione estrema in ogni senso», tenendo d’occhio più di 3000 stelle. Nel 2019 ha così potuto pubblicare due articoli rivoluzionari, in cui descriveva un oggetto gigantesco e vorace di gas e polvere interstellare proprio al centro della nostra galassia: un buco nero. Abbiamo parlato con lei di scienza, e della fiducia che dobbiamo riservare alle scienziate e agli scienziati, specie se giovani.

Professoressa, pare dunque che la nostra galassia giri attorno a un buco nero. Cosa ne sappiamo?

«Si tratta di un buco nero supermassiccio grande quattro milioni di volte la massa del Sole. I buchi neri sono oggetti molto difficili da studiare. Non disponiamo della fisica per spiegarli completamente e questo li rende davvero interessanti. Se si desidera espandere la propria conoscenza, ci si deve muovere in direzioni in cui la nostra comprensione attuale è ancora inadeguata. E i buchi neri sono proprio questo! Ma non la chiamerei una sfida alle idee di Einstein, quanto piuttosto la consapevolezza che non sappiamo ancora come integrare le intuizioni di Einstein e la meccanica quantistica. Come scienziati si è sempre alla ricerca dell’ambito entro cui poter fare grandi progressi, ma non si tratta di audacia: i buchi neri sono chiaramente un campo importante ed eccitante, e questo li rende non solo una priorità per l’astrofisica, ma anche un ambito avvincente per il grande pubblico».

Lei ha ideato una tecnologia innovativa rivoluzionando l’osservazione dell’universo. Perché la scienza progredisca, è necessaria la determinazione di donne come lei. Ed è necessario il sostegno e la fiducia della società e delle istituzioni.

«Sono molto fortunata a lavorare in un’università di ricerca, in cui la missione fondamentale è quella di creare nuova conoscenza e quella di condividere il sapere formando studenti. Gli studenti sono sempre curiosi, spesso le loro semplici domande ci aiutano a chiarire meglio come facciamo a sapere ciò che sappiamo. L’ambiente universitario favorisce davvero la creatività. La parte didattica del mio lavoro è molto strutturata. Per la restante parte mi viene data la licenza di far ricerca in aree che ritengo interessanti. Non ci sono limiti, oltre quelli economici. Se riesco a raccogliere sufficienti finanziamenti, ho la libertà di perseguire le questioni che mi stanno più a cuore, e tutto ciò che mi viene richiesto è che produca conoscenza e dimostri progressi. È una carriera interessante, perché si deve essere ben motivati per progredire in un ambiente così libero!».

A proposito del suo rapporto con i giovani scienziati, lei qualche anno fa ha scritto un libro dal titolo “Tu puoi essere un’astronoma”. Quanto sono importanti i modelli come lei per incoraggiare le giovani donne in un ambiente ancora così dominato dagli uomini?

«Mi appassiona l’idea di rappresentare un esempio, perché penso che sia fondamentale per convincere le ragazze a intraprendere il percorso della scienza. Quando ero giovane, ho letto le biografie di Marie Curie e di un gran numero di altre donne pioniere nella scienza e in altri campi, e ho trovato queste storie fonte di ispirazione. Questa è stata una componente importante nella mia convinzione che fosse una strada possibile. Sono stata molto fortunata a crescere in una famiglia che mi sosteneva e promuoveva la mia passione, ho avuto la fortuna di frequentare scuole dal contesto incoraggiante, e mi rendo conto che oggi non tutti siano altrettanto fortunati. Penso che sia importante che ci siano buoni modelli, che siano visibili e possano aiutare. Ma in fin dei conti mi considero fondamentalmente una scienziata, ed è quello che voglio continuare a essere e fare».

Parliamo allora della scienza. Sulla Terra l’umanità affronta un’entità microscopica. Nell’universo siamo impegnati nell’osservazione di oggetti di dimensioni inimmaginabili. Con uno scopo immediato o come ricerca pura, la scienza rimane la migliore espressione dell’intelligenza umana.

«La scienza non è altro che il tentativo di capire come funzionano le cose, di spiegare l’universo fisico in cui viviamo. La funzione della scienza è in fin dei conti quella di promuovere la conoscenza, di approfondire la nostra relazione con le cose, e questo è uno sforzo essenzialmente umano: capire, essere curiosi, padroneggiare la comprensione del nostro mondo, della realtà di cui siamo parte. Ed è davvero notevole che, data la natura finita dell’esistenza umana, abbiamo avuto la capacità di comprendere qualcosa che è così tanto più grande di noi, sia in termini di spazio che di tempo. Circa cento anni fa pensavamo alla nostra galassia come all’intero universo esistente, mentre oggi abbiamo una comprensione molto maggiore degli aspetti finora incredibili dell’universo che ci ospita».

Tuttavia c’è un’idea molto strana della scienza. Alcuni sono sospettosi, alcuni pensano che la scienza sia uno spreco di risorse. Sembra ci sia quasi paura della scienza.

«È interessante pensare che ci siano persone spaventate dalla scienza e che rifiutano di accettarne i risultati. Io vivo in una comunità in cui la scienza è ovviamente accolta, ma penso che in generale la scienza sia di fatto accettata: viviamo in una società guidata dalla tecnologia, e tutto questo è possibile grazie alla ricerca di base, per la quale, inizialmente, le applicazioni ultime sono pressoché ignote. La costruzione di una comprensione profonda della realtà e la ricerca di soluzioni avanzate – per esempio, per sviluppare un vaccino così rapidamente – si fondano su anni di scienza di base capace di aprire nuove vie per il sapere».

Quindi non si tratta di paura, ma di capire come funziona la scienza.

«Penso che tutti noi nasciamo come “scienziati” estremamente curiosi del mondo. Il modo in cui maturiamo come esseri umani è del tutto simile al processo scientifico. I bambini piccoli fanno esperimenti tutto il tempo: fanno cadere il cucchiaio e si chiedono “chi me lo raccoglierà?”. Questo è il loro metodo di apprendimento del mondo. Da adolescenti sperimentiamo fino a che punto possiamo spingere i nostri genitori – e lo dico come madre di teenager. Siamo tutti scienziati naturali: vogliamo capire, siamo curiosi per natura. E questo è un vero e proprio strumento di sopravvivenza, perché se non si è curiosi, non si può capire il mondo che ci circonda. Ripeto, la scienza è comprendere come accadono le cose, dalla vita quotidiana dei bambini ai buchi neri supermassicci».

Però ora che si tratta di vaccini, ci sono molte persone diffidenti. Siamo naturalmente curiosi, ma anche molto sospettosi.

«È naturale e giusto essere critici riguardo alle nuove conoscenze che impariamo: è parte del progresso del nostro sapere comune! Tuttavia dobbiamo anche aver fiducia nel processo scientifico. Non possiamo saperne di ogni cosa in ogni campo, e per questo dobbiamo affidarci a degli esperti. Il processo scientifico è molto rigoroso, si basa su dati e su anni di ricerca e convalida, e sul continuo scambio tra studiosi. Questo metodo ci offre la migliore possibilità di comprendere e risolvere i problemi, come per esempio per produrre vaccini sicuri per superare una pandemia».

Vorrei tornare su un punto che abbiamo già sfiorato. Lei è la quarta donna a vincere il premio Nobel per la fisica. La nostra società non è così aperta al contributo delle donne. Pensa che questo cambierà mai?

«Credo di sì, di fatto abbiamo già compiuto importanti passi avanti. Lo scenario entro cui fare scienza è già molto diverso rispetto a una generazione fa. Personalmente non ho mai messo in dubbio la mia capacità di essere una scienziata. L’ho sempre visto come qualcosa in cui ero brava, qualcosa che mi piaceva, quindi perché non avrei dovuto perseguire questo progetto? Anche crescendo mi sono sentita totalmente legittimata a perseguire la scienza. Solo più tardi ho capito che la faccenda era un po’ più complicata, ma, di nuovo, mi sento molto fortunata a lavorare in un’istituzione che mi ha completamente sostenuta come professoressa, come scienziata, e che mi ha appoggiata nel perseguire le domande che ritenevo interessanti. Penso che sempre più istituzioni e sempre più Paesi stiano abbracciando l’idea che la scienza ha molte forme».

Non mancano certo le donne nella scienza, ma raramente ricevono il giusto riconoscimento. E, quando si affermano, vengono osservate come qualcosa di esotico, una notizia di colore. Quando il suo premio è stato ufficializzato, i titoli giornalistici hanno parlato di “una donna”, dimenticando di ricordare le sue ricerche e, perfino, omettendo il suo nome.

«Non mi vedo come una scienziata-donna. Mi vedo come una scienziata. Sono felice di essere parte di questa lunga storia e che le donne possano lavorare in questo campo. Sono entusiasta della scienza a cui stiamo lavorando. È questo che mi fa andare avanti, questo è ciò che mi eccita quando mi alzo la mattina. E spero che questo mio entusiasmo, il dialogo su come funziona la scienza e la possibilità di vedere persone che ci assomigliano in queste posizioni possano aiutare a produrre il cambiamento».

Il caso AstraZeneca e la fiducia cieca in una scienza che non è esatta. La scienza ha compiuto un miracolo, ma è stato un miracolo troppo veloce. La scienza ha bisogno di dati e statistiche – ma gli uni e le altre significano tempo. E noi tempo non ne avevamo. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 12 giugno 2021. Camilla Canepa, diciott’anni, aveva ricevuto il vaccino il 25 maggio nel corso di un Open Day a Genova. Il 3 giugno era andata una prima volta in pronto soccorso con cefalea e fotofobia: era stata sottoposta a Tac e esame neurologico, entrambi negativi, ed era stata dimessa con raccomandazione di ripetere gli esami del sangue dopo 15 giorni. Il 5 giugno, però, è tornata in pronto soccorso con deficit motori. Sottoposta a Tac cerebrale “con esito emorragico” era stata trasferita nel reparto di Neurochirurgia. Il 6 giugno Camilla era stata operata dapprima per la rimozione del trombo e poi per ridurre la pressione intracranica. Nei giorni successivi la situazione in rianimazione era però rimasta tragicamente stabile. Ieri è morta. Alle 19.18 le agenzie di stampa battevano la notizia della morte di Camilla. Alle 20.21, sempre sulle agenzie, giungeva la notizia della circolare dell’Assessorato regionale alla Salute della Regione siciliana con cui si disponeva l’immediata sospensione in via cautelativa del vaccino Astrazeneca per i pazienti sotto i 60 anni. Le Regioni che avevano puntato su Astrazeneca per organizzare gli open day aperti ai giovani vanno nel caos: un previsto open day con AZ viene revocato a Napoli; sospensione “precauzionale” anche in Umbria; l’Usl della Valle d’Aosta decide allo stesso modo; anche il Lazio sospende l’open week agli over 18 con AZ; in Emilia-Romagna gli Open Day già programmati si faranno solo con la somministrazione di Pfizer e Moderna. Il ministro della Salute Roberto Speranza, rispondendo al question time al Senato, ricordava come oltre due mesi fa, lo scorso 7 aprile il ministero, con una circolare, avesse «già raccomandato l’uso preferenziale del vaccino AZ agli over-60 e Aifa (l’Agenzia del farmaco) ha ribadito che il profilo beneficio-rischio è più favorevole all’aumento dell’età». Il presidente della Liguria Giovanni Toti dichiara: «La possibilità di utilizzare AstraZeneca per tutti su base volontaria non è un’invenzione delle Regioni o di qualche dottor Stranamore; è suggerimento che arriva dai massimi organi tecnico-scientifici per aumentare le vaccinazioni, e quindi evitare più morti». E pubblica sulla pagina istituzionale Facebook la lettera inviata il 12 maggio dal Comitato tecnico-scientifico alle Regioni: «Il Cts non rileva motivi ostativi a che vengano organizzate dalle differenti realtà regionali iniziative, quali i vaccination day, mirate a offrire, in seguito ad adesione/richiesta volontaria, i vaccini a vettore adenovirale a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni». Oggi sappiamo che Camilla soffriva di piastrinopenia autoimmune familiare e assumeva una doppia terapia ormonale. Ma l’8 giugno a Genova era emerso il caso di un’altra giovane, una donna di 34 anni di Alassio vaccinata lo scorso 27 maggio con la prima dose di AstraZeneca e ricoverata presso l’Ospedale Policlinico San Martino di Genova con un livello basso di piastrine nel sangue: si era recata all’ospedale per il forte mal di testa. E il 4 aprile scorso era morta, sempre a Genova, una giovane insegnante genovese di 32 anni, che era stata vaccinata con AstraZeneca il 22 marzo nel corso della campagna vaccinale per i docenti e l’autopsia aveva confermato un quadro “trombotico ed emorragico cerebrale” come causa del decesso. In Liguria, viene sospeso in via cautelativa il lotto ABX1506 di AstraZeneca. Il Comitato tecnico-scientifico opta per una raccomandazione «rafforzata» di utilizzare il vaccino di Astrazeneca per i soggetti con più di 60 anni. Gli esperti pensano a una riorganizzazione complessiva della campagna vaccinale, quindi anche della somministrazione delle diverse tipologie di vaccino a seconda delle età, alla luce del mutato quadro epidemiologico. Improvvisamente, siamo gettati di nuovo nello smarrimento, e ritorna la diffidenza. L’accelerazione che si era imposta nella vaccinazione di massa che “saltava” ormai la progressione dell’età (a Torino, un Open night hub con tanto di dj set e mille giovani in fila tra musica disco e fiale di vaccino) improvvisamente si blocca. Dobbiamo tornare a ripensare tutto. La scienza ha compiuto un miracolo, ma è stato un miracolo troppo veloce. La ricerca ha bisogno di tempo, ha bisogno di sperimentazione, ha bisogno di ripetere più e più volte nelle stesse condizioni un esperimento e verificare che i risultati siano sempre i medesimi, ha bisogno di cogliere gli effetti collaterali, provare a ridurli, e solo allora può fare un calcolo rischi-benefici. La scienza ha bisogno di dati e statistiche – ma gli uni e le altre significano tempo. E noi tempo non ne avevamo. Noi avevamo capito presto quello che sapevamo da sempre: nell’irrompere del contagio, l’unica cosa che può fermarlo è il confinamento. Chiudere tutto. Era successo nella Grande peste, nelle ricorrenti infezioni da colera, nella Spagnola: sprangare, limitare ogni movimento. Se non c’è mobilità, se non c’è socialità, i focolai rimangono isolati e il contagio non si diffonde. Dal Medio evo a oggi – questa era l’unica consapevolezza “scientifica”. Una misura politica cioè. Qualcosa che rispondeva istintivamente al nostro terrore. Sapevamo però pure che sarebbe stato impossibile “chiudere il mondo” per un tempo indefinito e l’unica risposta scientifica che avevamo era il vaccino. Il vaccino ci avrebbe permesso di tornare alla normalità, alle fabbriche, agli uffici, agli amici, al ristorante, alla vita quotidiana. Il vaccino avrebbe fatto il miracolo. Così, appena si è scoperto un vaccino ci abbiamo dato dentro – il “modello cinese” che tutti guardavamo con ammirazione, cioè la capacità di “confinare” intere aree geografiche senza che neanche uno spillo ne uscisse, lasciava il posto al “modello inglese” e al “modello israeliano”: quelli sì, che vaccinavano come treni. Progressivamente, anche i più riottosi se ne andavano convincendo, magari con qualche incentivo: negli Stati uniti si festeggiava la prima vincita di un milione di dollari alla “lotteria dei vaccinati”, Vax-a-Million, con un’impennata di vaccinazioni del 94 percento tra i 16 e 17 anni, del 46 percento tra i 18 e 19 anni; in Israele ti davano una pizza gratis se ti facevi vaccinare; sempre negli Stati uniti addirittura si davano spinelli: “Joints for jabs”, la campagna di successo, Ohio, New York, Maryland, Oregon e Colorado. Alla fine, anche le diffidenze più ostili, le diffidenze più ideologiche, sembravano vacillare sotto i colpi degli “incentivi”, dei premi. Tornava l’obbedienza: vuoi andare all’estero, hai prenotato per la Spagna, le Seychelles? Vaccinati. Un’intera ultima classe di un Istituto superiore di Treviso si vaccinava tutta insieme perché aveva deciso di trascorrere tutta insieme le vacanze dopo l’esame di stato a Mykonos. Improvvisamente, la vaccinazione tra i giovani diventa compulsiva. Qualcuno si fa prendere la mano: vacciniamo i bambini dagli otto ai dodici anni, così torneranno a scuola tranquilli. Gli “esperti” ovviamente, si dividono subito, tra chi è largamente favorevole, tra chi è ostinatamente contrario, tra chi cambia idea a seconda del talk-show in cui si presenta e viene consultato. Se ci sono ancora fasce di over 60 e addirittura 0ver 80 che non sono stati raggiunti dalla campagna di vaccinazione – e i numeri dei decessi benché tendano a diminuire sono ancora lì – perché correre a inseguire i più piccoli con la siringa in mano? A tutt’oggi, del vaccino non sappiamo propriamente tutto: “l’elastico” dei giorni di copertura e di attesa tra una dose e l’altra e se un vaccino vale l’altro è una di queste cose. Siamo in piena “rolling review”, una revisione continua – cioè facciamo la valutazione scientifica del funzionamento del vaccino proprio mentre pratichiamo la vaccinazione di massa. Forse non avevamo altra strada. Ma saperlo dovrebbe farci sempre prudenti.

"Il sapere è indispensabile ma non onnipotente". Guido Tonelli è uno dei protagonisti della scoperta del bosone di Higgs al Cern, dove lavora ed è portavoce dell'esperimento Cms. Vive fra Ginevra e l'Italia, dove insegna Fisica a Pisa, anche se da ottobre è "bloccato" in Svizzera. Eleonora Barbieri, Domenica 17/01/2021 su Il Giornale. Guido Tonelli è uno dei protagonisti della scoperta del bosone di Higgs al Cern, dove lavora ed è portavoce dell'esperimento Cms. Vive fra Ginevra e l'Italia, dove insegna Fisica a Pisa, anche se da ottobre è «bloccato» in Svizzera. Autore di due saggi bellissimi, La nascita imperfetta delle cose (Bur) e Genesi (Feltrinelli), Tonelli parla di «Scienza» per il ciclo «Le parole del Vieusseux», organizzato per i 200 anni del Gabinetto (conferenza sul sito di «Più Compagnia» fino al 23 gennaio; poi sulla pagina YouTube del Vieusseux). E ne parla anche con noi.

Professor Tonelli, di fronte alla pandemia molti si chiedono: la scienza ha fallito?

«Questo è l'indicatore di un senso di onnipotenza che l'umanità ha ricavato dall'esperienza degli ultimi decenni. La vita dei nostri nonni era completamente diversa, si poteva morire per cause sconosciute e a qualunque età; negli ultimi settant'anni abbiamo sempre più avuto la sensazione che niente potesse minacciare la nostra salute e il nostro benessere e che, per qualsiasi malattia, ci fosse una medicina».

E invece...

«Invece è un pregiudizio, una specie di illusione. La scienza non ha mai promesso miracoli, anzi, la scienza ci dice di fare attenzione e ci ha ammonito che, se non teniamo conto degli equilibri naturali, i pericoli possono aumentare. È grazie alla scienza che, in pochi mesi, abbiamo capito che cosa sia questa malattia e da dove venga; grazie ai microscopi elettronici abbiamo individuato il patogeno e abbiamo visto come è fatto; infine, con computer potentissimi ne abbiamo simulato la composizione e scovato i punti deboli e così, in poco tempo, sono stati sviluppati dei vaccini».

La scienza non ci ha tradito?

«È vero che il fatto che sia scoppiata la pandemia può essere visto come una crisi di questa concezione di una scienza onnipotente, ma la scienza è una produzione umana con i suoi limiti, guai a considerarla onnipotente. E, quando c'è stata la crisi, è dagli scienziati che è arrivata la risposta, e questa è la prova di quanto la scienza sia importante per l'umanità. Nessuno avrebbe potuto tirarci fuori da questa situazione, se non gli scienziati, che hanno lavorato giorno e notte».

Si è vista anche un'arroganza della scienza?

«Questo è sicuramente avvenuto, ed è un discorso importante, al di là dei casi singoli. Nel momento in cui la pandemia ha mostrato questa importanza del ruolo della scienza per tutti, tanto che milioni di persone pendono dalle labbra degli scienziati e ogni loro dichiarazione viene soppesata, sorge una responsabilità nuova, enormemente superiore. Però emergono anche le debolezze umane...».

Un po' di voglia di protagonismo?

«Se viene a un nostro congresso, nota che le discussioni sono accanite, questo fa parte del carattere della scienza; ma, quando si parla in pubblico mentre milioni di persone soffrono e muoiono, serve un senso di responsabilità più elevato».

E come si fa?

«Le racconto un caso accaduto qui al Cern, quando, alla partenza di Lhc nel 2008-2009, molte persone si chiedevano se l'acceleratore avrebbe creato un buco nero e provocato la fine del mondo: ogni giorno c'erano la Bbc, la Cnn, la Reuters che ci interpellavano. Normalmente avremmo riso di quelle accuse, ma milioni di persone erano preoccupate, quindi non potevamo fare battute o essere superficiali. Abbiamo preso sul serio le argomentazioni, cercando di non irritarci».

C'è anche chi dubita della scienza a prescindere.

«La prima tentazione sarebbe di essere aggressivo: muoiono diecimila persone al giorno e dici che è una finta. Ma anche questo sarebbe un errore: l'unica soluzione è la pazienza, raccontare, aprire gli armadi della scienza e far vedere quello che c'è dentro».

Il dubbio però serve?

«Il dubbio rimane, ed è un elemento di salute: la scienza procede attraverso i dubbi. Il dubbio non è paralizzante, è prudenza, ma è la prudenza che ha fatto fare alla scienza i progressi che ha fatto».

La scienza è indispensabile?

«La scienza e la conoscenza sono la nostra visione del mondo. Tutto il nostro mondo, dai cellulari ai treni, dal web alla medicina, è basato sulla relatività generale e sulla meccanica quantistica. La scienza è indispensabile e lo sarà sempre di più in futuro, ed è per questo che le nazioni emergenti, in particolare la Cina, investono così tanto nell'innovazione: nel XXI secolo chi guida l'umanità nella caccia alle nuove conoscenze guida l'umanità tout court, è il padrone del mondo».

E l'Italia?

«Per giocare un ruolo, il nostro Paese deve spingere su innovazione e conoscenza, e ci sono le condizioni per farlo: un sistema educativo eccellente, nonostante le difficoltà, e dei giovani che hanno una marcia in più; ma serve un sistema politico che spinga in questa direzione, per i prossimi 25 anni».

La scienza porta al progresso in cui viviamo, ma il progresso porta allo spillover e alla pandemia. Come si trova un equilibrio?

«La scienza non può risolvere da sola tutti i problemi, questo è un punto fondamentale. Da un lato c'è la potenza del metodo scientifico, di una disciplina che cerca continuamente una prova degli errori delle proprie teorie, ed è questo che la rende forte: cerchi le grane, gli angoli sporchi nella casa pulita, perché negli angoli sporchi, forse, puoi trovare una verità più avanzata».

Però?

«Però noi scienziati siamo bravi con sistemi semplici e riproducibili, come i pianeti, le stelle e la materia. Gli individui non sono tutti uguali, e le società ancora meno. Gli strumenti con cui si organizza una società non possono essere decisi da scienziati: la scienza potrà essere una colonna della società, ma non può stabilire quali siano il sistema sociale migliore, le leggi del diritto, l'etica, l'estetica... Ci sono enormi campi in cui la scienza non ha niente da dire, per principio».

Lei si occupa di una scienza grandiosa.

«Gli americani la chiamano Big Science, perché ha dimensioni grandi: qui ci sono 3000 scienziati e infrastrutture gigantesche. Ma sono ancora più grandi le visioni e le teorie che essa sviluppa, come dopo la scoperta del bosone: vedere nel mondo il reticolo che lo sostiene è qualcosa che fa venire i brividi».

Nel suo libro, Genesi, questa scienza ci porta addirittura alle origini del mondo.

«Nei momenti di difficoltà, conoscere le proprie origini e il lungo racconto delle ere lontane di cui siamo eredi ci dà la forza per affrontare il presente con lucidità e serenità. Oggi che l'umanità vacilla e si chiede se sopravvivrà, vedere il nostro essere eredi di una storia lunghissima, anche materiale, che arriva fino al Big Bang, ci fa sentire meno soli e ci sorregge, è come un lungo filo di cui siamo l'estremità, e che passeremo ai nostri figli».

Non possiamo stare senza la scienza?

«Negli ultimi 30 anni tutti i governi hanno tagliato gli investimenti nella ricerca, negli ospedali e nella salute, ma credo che questa lezione terribile insegni alla politica che non bisogna considerare la ricerca come un lusso, e investire».

Per esempio?

«Si potrebbero costruire grandi centri di ricerca mondiali, tipo Cern, per la produzione di farmaci, per i vaccini e per la prevenzione da pandemie future: non sarebbe un investimento conveniente, anziché pagare il prezzo, e i danni, di una pandemia?».

·        L’Estinzione dei Dinosauri.

Dagotraduzione di DailyMail il 7 giugno 2021. I paleontologi cinesi hanno scoperto uno scheletro di dinosauro giurassico straordinariamente completo. Il fossile, trovato a Lufeng, nel sud-ovest della Cina, è intatto per circa il 70% e appartiene a un dinosauro che si ritiene fosse lungo quasi otto metri. È stato scoperto durante uno scavo a fine maggio in un terreno datato a circa 180 milioni di anni, al periodo giurassico. Il capo del Centro di ricerca e conservazione dei fossili di dinosauro della città di Lufeng Wang Tao ha dichiarato: «Un fossile di dinosauro così completo è una scoperta rara in tutto il mondo». Ha descritto il fossile come un «tesoro nazionale» e ha detto che la sua squadra ora sperava di scavare nel cranio del dinosauro. «Sulla base del fossile che è stato scoperto nel corso degli anni, sulla coda e sulle ossa della coscia, crediamo che si tratti di un tipo di Lufengosaurus gigante, vissuto durante il primo periodo del Giurassico», ha aggiunto. Il centro sta pianificando uno scavo di emergenza per salvare lo scheletro perché è stato trovato in un luogo a rischio di erosione del suolo. Trovare fossili completi come questo a Lufeng è un evento molto raro in paleontologia. Questa specie ha fatto notizia a livello internazionale nel 2017, quando è stata scoperta la proteina del collagene conservata nella costola di un fossile di Lufengosaurus. La proteina era di 100 milioni di anni più vecchia di qualsiasi altra scoperta in precedenza, secondo quanto riportato dalla BBC all'epoca. Gli scienziati hanno anche trovato tracce di un minerale che secondo loro sarebbe stato nel sangue dell'animale. Si pensa che i Lufengosaurus fossero erbivori a quattro zampe e sono stati chiamati colloquialmente come "Lucertole Lufeng". All'inizio del 2021, lo scheletro appartenente a un giovane dinosauro dello stesso periodo è stato scoperto a Lufeng. Il fossile è stato un'altra scoperta entusiasmante da parte dei paleontologi della regione in quanto non corrisponde a nessun'altra specie conosciuta di dinosauro.

Dagotraduzione dal Mailonline il 16 aprile 2021. Si chiama "Tirannosauro Rex", ovvero, "Re lucertola tiranno", e tiranno lo era veramente. E in numerosa compagnia. Secondo gli esperti della California, nel corso dei 2,5 milioni di anni in cui hanno popolato il Nord America, nel tardo Cretaceo, hanno vagato per il pianeta 2,5 miliardi di tirannosauri. Estinti, insieme agli altri dinosauri, circa 66 milioni di anni fa in seguito a una devastante pioggia di asteroidi. «Il progetto è iniziato da lontano», ha spiegato Charles Marshall, autore della ricerca e paleontologo dell'Università della California. «Tenevo in mano i fossili e mi chiedevo quante probabilità ci fossero che le ossa di questa bestia, che ha milioni di anni, arrivassero fino a me». Mi sono reso conto che forse potevamo stimare quanti esemplari erano vivi». L'idea di poter stimare in modo affidabile la popolazione di specie estinte da tempo è stata a lungo bollata come impossibile, per via della natura incompleta del materiale fossile. «In effetti è molto difficile fare stime quantitative con quello che abbiamo sui fossili», ha ammesso il professor Marshall. «Ma abbiamo calcolato che in un determinato momento c'erano circa 20.000 T-Rex adulti». I calcoli del team sollevano alcune domande: come mai, se la specie era così numerosa, sono stati trovati meno di 100 T-Rex? «Oggi nei musei pubblici ci sono circa 32 T-Rex adulti relativamente ben conservati». ha spiegato il professor Marshall. «Vuol dire che ne abbiamo trovato uno ogni 80 milioni». Erano meno? Erano di più? La forbice individuata dallo studio comprende il numero tra i 140 milioni e i 42 miliardi di esemplari. Senza alcune informazioni sull'esatta natura dell'animale - per esempio quanto caldo fosse il suo sangue - è difficile avere certezze. I calcoli si sono basati sui dati pubblicati dall'ecologo John Damuth dell'Università della California di Santa Barbara, che mette in relazione la massa corporea con la densità di popolazione degli animali vivi, una relazione chiamata "Legge di Damuth". Sebbene la relazione sia forte, ha spiegato il professor Marshall, differenze nell'ecosistema possono provocare grandi variazioni nella densità della popolazione di animali simili. Per esempio, iene e giaguari hanno all'incirca le stesse dimensioni, ma questi ultimi hanno una densità di popolazione circa 50 volte maggiore rispetto a quella dei grandi felini. «I nostri calcoli dipendono dalla relazione tra la massa corporea degli animali e la loro densità di popolazione. Sorprendentemente l'incertezza nelle nostre stime è determinata dalla variabilità ecologica e non dall'incertezza dei dati paleontologici che abbiamo utilizzato». Per lo studio, il team ha scelto di considerare il T-Rex come un predatore con un fabbisogno energetico a metà strada tra quello di un leone e quello di un drago di Komodo, la più grande lucertola vivente sulla Terra. Il gruppo di ricercatori ha anche scelto di escludere dallo studio i giovani T-Rex, perché sottorappresentati. Recenti ricerche hanno suggerito che potrebbero aver vissuto in un luogo separato dagli adulti e cacciato prede diverse, come una specie diversa di predatori. Gli scienziati hanno reso disponibile ai colleghi il codice del computer utilizzato per stimare i numeri del T-Rex. «Con questi numeri possiamo iniziare a stimare quante specie mancano all'appello nella nostra documentazione», ha detto il professor Marshall. I risultati completi dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Science.

Giovanni Caprara per il "Corriere della Sera" il 17 febbraio 2021. Due scienziati hanno trovato il preciso colpevole dell' annientamento dei dinosauri 66 milioni di anni fa. Grazie ad una minuziosa indagine hanno stabilito con ragionevole certezza che sia stata la caduta di una cometa e non di un asteroide come da decenni si discuteva. Il corpo celeste aveva un diametro intorno ai 14 chilometri e cadendo sulla Terra, provocò un immane disastro alterando l' ambiente sino a causare l'estinzione dei grandi dominatori. Le conseguenze segnarono in modo radicale lo sviluppo della vita sul nostro pianeta. Ma come era arrivato e da dove, l' imponente bolide cosmico ? La domanda sul devastante l' impatto, la cui tesi ha preso il sopravvento rispetto all' altra idea che vedeva la fine dei giganti per un' atmosfera sconvolta da eruzioni vulcaniche, se la sono posta due ricercatori del Center for Astrophysics Harvard-Smithsonian (Usa) definendo i dettagli di una storia particolarmente attraente. La prima prova del tremendo evento era stata l' individuazione nei primi anni Novanta dei resti del grande cratere Chicxulub del diametro di 150 chilometri scavato dalla cometa e scoperto sotto la penisola dello Yucatan, nell' attuale Messico. Il devastante risultato fu un' improvvisa estinzione di massa che portò alla scomparsa non solo dei dinosauri ma addirittura di tre quarti delle specie vegetali e animali viventi sulla Terra. Le tonnellate di materiale scagliato nell' aria e distribuito intorno al globo resero l' ambiente quasi impossibile. Nello studio pubblicato sui Scientific Reports della rivista scientifica Nature i due scienziati Amir Siraj e Avi Loeb elaborano una nuova teoria che ricostruisce il drammatico evento puntando il dito contro Giove, il più massiccio pianeta del sistema solare. Attraverso simulazioni numeriche hanno stabilito come molte comete disturbate dalla forte azione gravitazionale di Giove vengano strappate dalla nube di Oort, cioè dal serbatoio di relitti della formazione dei pianeti che avvolge l' intero corteo planetario. «Il sistema solare agisce come una sorta di flipper - spiega Siraj - e così gli astri con la coda arrivano in prossimità del Sole». Nel loro viaggio il destino è talvolta infelice come era accaduto nel luglio 1994 quando la cometa Shoemaker-Levy si è sbriciolata proprio in prossimità di Giove precipitando come una collana di perle brutalmente rotta nel gorgo dell' atmosfera gioviana. Secondo Siraj e Loeb il 20 per cento delle comete finiscono in questo modo, precipitando sui pianeti, e una parte, nel corso di milioni di anni, ha la probabilità di cadere sulla Terra. Le loro indagini inoltre sono coincidenti con l' età dell' impatto di Chicxulub portando alla seconda prova dell' accaduto. I reperti individuati nel cratere sono formati da condrite carboniosa e ciò contrasterebbe con la teoria che fosse stato un asteroide proveniente dalla fascia asteroidale tra Marte e Giove a colpire la penisola dello Yucatan. «Le condriti carboniose - concludono gli studiosi - sono rare tra gli asteroidi della fascia principale, ma diffuse sulle comete provenienti dalla nube di Oort e ciò costituisce un elemento a favore di questo tipo di impatto».

·        Il Computer.

Da leggo.it il 29 ottobre 2021. Da sempre considerato come l’esperto di tecnologia per eccellenza, ora, Salvatore Aranzulla, il re degli how to tecnologici, si dedica anche alla cura del suo corpo. Sul suo profilo Instagram, due giorni fa, il problem solver dei software ha postato una foto davanti allo specchio in cui mostra il fisico da bodybuilder con pettorali e addominali scolpiti. Pioggia di like per Aranzulla che ha stupito tutti, ribaltando l'immagine stereotipata del perfetto nerd, tutto casa e computer. Ora, oltre ai tutorial sulla tecnologia, Aranzulla insegna anche come prendersi cura del proprio corpo. Mens sana in corpore sano: non solo cervello, ma anche muscoli. Se, quindi, finora tutti si aspettavano da lui risposte utili unicamente sulle diavolerie tecnologiche, come pc, stampanti e software, adesso Aranzulla fornisce anche informazioni per avere un fisico perfetto. Da qualche anno, il 31enne ha scelto di applicare la sua intelligenza all’allenamento in palestra. «Appena mi sono trasferito a Milano dalla Sicilia - ha raccontato alla Gazzetta dello Sport -, nel 2008, non sapevo cucinare, mangiavo sempre da asporto e così misi peso. Cominciai ad allenarmi ma dovetti interrompere a causa della colite ulcerosa. Poi ho ripreso ma ero discontinuo, l’ultima volta sono finito in ospedale per un blocco della digestione: avevo fatto colazione mezz’ora prima di allenarmi». «Qualche anno fa - continua Aranzulla - ho cambiato casa, ho scoperto che nel palazzo c’era una palestra condominiale: ho deciso di approfittarne. Studiando una serie di meta-analisi scientifiche ho capito che dovevo prendere in considerazione i fondamentali dell’allenamento, il volume degli esercizi etc.».

Cep, 60 anni fa il primo super-computer italiano. L’inventore: «Lasciammo Gronchi senza parole». Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 16 novembre 2021. Il racconto di Giuseppe Cecchini, 96 anni, che nel novembre 1961 a Pisa tenne a battesimo il calcolatore. «Non pensavamo che potesse cambiare il mondo». Il primo vagito della Cep se lo ricorda ancora l’ingegner Giuseppe Cecchini, 96 anni, uno dei padri dell’informatica italiana. Non fu un pianto, ma la risposta vocale in italiano, a una domanda inviata via tastiera. «Fu grande l’emozione che mi commossi profondamente», ricorda Cecchini. E già perché la Cep, la Calcolatrice elettronica pisana, non era per l’ingegnere soltanto il primo super computer italiano, ma anche un figlio che aveva creato insieme a un team di scienziati, tecnici, programmatori, seguendo un progetto nato grazie anche a un interessamento di Enrico Fermi. Una macchina potente per il tempo (siamo nel 1961) non solo nei calcoli scientifici ma anche per il carisma che emanava. E che spinse un altro super ingegnere, uno dei padri del computer Olivetti M24, Luigi Pistelli, allora uno studente pisano poco più che ventenne, a precipitarsi nel quartier generale del progetto, non lontano dalla Scuola Normale, per chiedere di parteciparvi. «Mi stavo laureando e accelerai come un matto gli studi — ricorda Pistelli —. Mi laureai con 110 e lode in Ingegneria e poi corsi dal professor Giovan Battista Gerace e da Giuseppe Cecchini. Mi assunsero dandomi piena fiducia e soprattutto un’autonomia straordinaria». Anni formidabili, quelli pisani. E non solo per il boom economico italiano, ma per quel salto di paradigma nella ricerca capace di guardare al futuro con uno spirito diverso. Dove non mancavano l’allegria e la leggerezza. Come ricordato nel convegno «1961, l’anno che cambiò l’informatica italiana», organizzato dal professor Fabio Gadducci, che si è appena concluso nella città della Torre pendente. «Si costruiva un computer scientifico tra i più potenti d’Europa – ricorda Cecchini – e allo stesso tempo si faceva squadra, come grandi amici. Nelle poche ore di riposo andavamo insieme al mare al bagno Lido di Marina di Pisa, oppure a Viareggio ad ammirare le belle straniere». Tecnici, operatori, docenti universitari, capi e non, fianco a fianco, con in volto lo stesso entusiasmo, lo sguardo profetico di chi osserva uno spicchio di futuro, ancora oscuro. «Nessuno di noi sapeva che cosa sarebbe accaduto quando la Cep avrebbe iniziato a funzionare — continua Cecchini —. La si vedeva come un’enorme macchina per il calcolo ma non avevamo percezione che il computer sarebbe diventato un centro di comunicazione capace di rivoluzionare il mondo». La Calcolatrice elettronica pisana occupava un intero salone. Nel suo ventre custodiva più di 3000 valvole, 2000 transistor, 12.000 diodi al germanio. Calcolava in pochi minuti un sistema di 100 equazioni lineari in 100 incognite ma aveva una memoria e una potenza paragonabile a quella di un pc da gioco di molti anni fa. Fu inaugurata il 13 novembre del 1961 dall’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. «Un altro giorno straordinario — ricorda l’ingegnere Cecchini —. Riuscimmo a far suonare alla Cep l’Inno di Mameli e Gronchi rimase esterrefatto da quello che allora sembrava un prodigio». Il Presidente (anche lui pisano di Pontedera) premiò i progettisti, Cecchini compreso, augurò loro nuove imprese e la Cep finì su tutti i giornali, stranieri compresi. E soprattutto lanciò Pisa come la patria dell’informatica italiana, proiettandola verso il futuro. Che Giuseppe Cecchini aveva già intuito qualche anno prima. Rifiutando un lavoro molto ben retribuito all’Olivetti come progettista delle telescriventi. «Non hanno futuro queste macchine», rispose profetico l’ingegnere. A Ivrea si meravigliarono molto per quel «no». Ma poi, dopo qualche mese, gli fecero un’altra offerta di lavoro. Stavolta al posto delle obsolete telescriventi c’erano i computer.

“La macchina zero”, la storia incredibile di Mario Tchou. Antonio Dini su La Repubblica il 9 novembre 2021. Nel 60esimo anniversario della scomparsa del padre dell'informatica italiana, una graphic novel racconta la storia sua e quella di un'Italia digitale che avrebbe potuto essere. La mattina del 9 novembre 1961, Mario Tchou, ingegnere e dirigente di Olivetti, è morto assieme al suo autista Francesco Frinzi in un incidente d'auto all'altezza di Santhià sulla Milano-Torino: aveva 37 anni e nella sua vita era stato e aveva fatto molte cose. Figlio di un diplomatico della Cina nazionalista, era nato a Roma il 24 giugno 1924.

La mattina del 9 novembre 1961, Mario Tchou, ingegnere e dirigente di Olivetti, è morto assieme al suo autista Francesco Frinzi in un incidente d’auto all’altezza di Santhià sulla Milano-Torino: aveva 37 anni e nella sua vita era stato e aveva fatto molte cose.

Figlio di un diplomatico della Cina nazionalista, era nato a Roma il 24 giugno 1924. Dall’Italia aveva visto la fine della Repubblica cinese e la nascita delle due Cine: quella nazionalista di Chiang Kai-shek (cui la sua famiglia restò fedele) e quella comunista di Mao Zedong), il fascismo in Italia, la guerra e l’armistizio.

Il primo mainframe a transistor al mondo

Trasferitosi a New York a studiare Ingegneria elettronica e poi a insegnarla guidando il Marcellus Hartley Laboratory, considerato uno degli allievi più brillanti della sua generazione, Mario Tchou venne reclutato su suggerimento di Enrico Fermi da Adriano Olivetti prima per guidare il gruppo di Barbaricina, a Pisa: una pattuglia di ingegneri e tecnici della Olivetti che aiutarono l’Università di Pisa per costruire la Calcolatrice Elettronica Pisana, il primo computer progettato e realizzato interamente in Italia. Siamo a metà degli anni Cinquanta, e per l’Università di Pisa era un passo avanti fondamentale nella ricerca scientifica (suggerito sempre da quel deus ex machina che era Fermi) e per Olivetti era il modo per imparare a fare computer e aprire un nuovo fronte per l’azienda, che sino a quel momento si occupava solo di macchine per scrivere e calcolatrici meccaniche. Olivetti voleva in pratica diventare quella che un giorno sarebbe stata Apple, e Mario Tchou era l’uomo giusto per dare gambe a questo sogno. Con una pattuglia di ingegneri costruì il primo computer mainframe (chiamato così perché di grandi dimensioni) a transistor del mondo, l’Elea 9003. Con una serie di strutture metalliche progettate dal designer Ettore Sottsass, che per questa realizzazione vinse il suo primo compasso d’oro, l’Elea 9003 del 1959 si affermò rapidamente come un successo per la novità e lungimiranza delle soluzioni di design, cui avrebbero dovuto fare seguito altri computer di grandi e piccole dimensioni per cercare di conquistare un mercato che ancora non c’era, quello dell’informatica aziendale. L’improvvisa morte di Olivetti nel febbraio 1960 e quella di Tchou l’anno dopo misero la parola fine a questa traiettoria industriale per lungo tempo: la ripartenza di Olivetti nel settore dell’elettronica avvenne due decenni dopo in condizioni completamente diverse sia per l’azienda sia per il mercato internazionale.

L’omaggio in un fumetto

La storia di Mario Tchou è stata raccontata, oltre che da noi giornalisti, anche da pochi libri carbonari a metà fra il saggio universitario e il memoir dei tempi che furono. Quello che mancava era un’opera divulgativa capace di cogliere con precisione da documentario e leggerezza nella prosa la storia di questo incredibile italo-cinese attorno al quale per pochi anni sono ruotati i destini dell’informatica mondiale. Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, coppia creativa e nella vita, hanno colmato questa lacuna raccontando la storia di Tchou nella graphic novel La macchina zero (Solferino, 192 pagine, 19 euro). 

Demonte è l’autore dei disegni, e porta avanti con successo la sua ricerca artistica di tipo grafico-documentale. Il suo stile è fatto con un collage creativo di elementi reali e fittizi ridisegnati e mescolati utilizzando il computer: con una tecnica di mash-up grafico sempre più raffinata è riuscito ad ammorbidire sempre di più figure e strutture sino a imporre una dinamicità visiva molto spinta; l’uso di campiture generose con sfondi di colori che si alternano sottolineando la dimensione psicologica e narrativa delle singole parti del lavoro aggiunge drammaticità e intensità.

Il lavoro di Demonte però è in funzione della ricerca storiografica e iconografica, fatta di documenti, oggetti, immagini e storie orali raccolte nel corso di due anni con Rocchi, che è la sceneggiatrice della storia: in un esercizio riuscito di creative non-fiction, Rocchi riesce a restituire l’atmosfera del fascismo e della ricostruzione, ma anche la dimensione tecnologica fatta della conquista da parte di Tchou e dei suoi colleghi delle fondamenta della nascente informatica. L’opera, che si legge come un romanzo, è tuttavia un lavoro di divulgazione storica e scientifica che riporta con correttezza la dimensione tecnica oltre che quella storiografica.

A sessant’anni dalla morte di Mario Tchou, che oggi avrebbe 97 anni, il racconto delle sue vicende è quello avvincente di un’Italia che avrebbe potuto essere. Ma che per un incidente della storia non è stata.

Sessant’anni a Pisa fa nasceva il primo computer italiano. Orlando Sacchelli su L'Arno su Il Giornale il 10 novembre. Si chiamava Calcolatrice Elettronica Pisana (Cep) e vide la luce il 13 novembre 1961. Oggi, dopo sessant’anni, viene considerata la pietra miliare dell’informatica italiana. Il primo computer costruito nel nostro Paese venne inaugurato in pompa magna alla presenza del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Occupava una stanza intera, con più di tremila valvole e duemila transistor. La sua capacità di calcolo era notevole per i tempi: Cep era in grado di risolvere, in pochi minuti, un sistema di 100 equazioni lineari con 100 incognite. Oggi, con le prestazioni raggiunte dai microprocessori moderni, un dato del genere può far sorridere. Per ricordare la nascita del computer italiano sabato prossimo 13 novembre, a Pisa, si svolgerà il convegno “1961: l’anno che cambiò l’informatica italiana”, organizzato dall’Università di Pisa in collaborazione con l’Istituto di Informatica e Telematica (Cnr-Iit), l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” (Cnr-Iti) e l’Istituto per le Applicazioni del Calcolo “M. Picone” (Cnr-Iac) del Consiglio Nazionale delle Ricerche. L’iniziativa rientra nell’ambito degli appuntamenti di Internet Festival 2021. L’evento si terrà al Polo Congressuale Le Benedettine (Piazza San Paolo a Ripa d’Arno, 16) a partire dalle ore 10.15 e sarà trasmesso in streaming sui canali social di Università di Pisa e di Internet Festival.

QUEI PIONIERI DELL’INFORMATICA

La Cep nacque grazie agli scienziati, indubbiamente, ma anche grazie allo sforzo visionario di alcuni politici, imprenditori e ricercatori che seppero immaginare il futuro e comprendere l’enorme portata che l’innovazione informatica avrebbe potuto avere. Alla nascita del super calcolatore, infatti, contribuirono oltre a Università e Olivetti, anche le Province e i Comuni di Pisa, Livorno e Lucca, che investirono nel progetto 120 milioni di lire (oggi sarebbero circa due milioni di euro), dando linfa alla ricerca.

Storicamente l’esperimento nacque grazie anche all’interessamento di Enrico Fermi e di Adriano Olivetti, che all’ombra della torre pendente avrebbe aperto un laboratorio di ricerche avanzate nel campo dell’elettronica.

Nel convegno verrà ricordato anche l’ingegnere italo-cinese Mario Tchou, artefice dei calcolatori Elea della Olivetti, scomparso in un incidente pochi giorni prima dell’inaugurazione della Cep. Il convegno si articolerà in due parti. La mattina saranno approfonditi la figura di Tchou e la storia della Cep, con l’intervento di Walter Veltroni, la presentazione del graphic novel di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte ”La macchina zero”, e l’anteprima del progetto ”Pionieri dell’informatica. Uomini e donne all’alba della rivoluzione digitale” promosso dal Museo degli Strumenti per il Calcolo (parte del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa) e realizzato da Nanof e Acquario della Memoria, con preziose testimonianze audio e video di molti protagonisti dell’epoca. A seguire, nel pomeriggio, gli interventi di diversi studiosi che ripercorreranno gli avvenimenti e i personaggi dei primi anni dell’informatica italiana.

La Cep oggi è conservata nel Museo degli Strumenti per il Calcolo (Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Pisa).

Orlando Sacchelli

Camillo Olivetti fonda a Ivrea una fabbrica di sogni che diventeranno realtà. Riccardo Luna su La Repubblica il 29 ottobre 2021. Il 29 ottobre 1908 l’ingegnere Samuel David Camillo Olivetti, detto solo Camillo Olivetti, nato 40 anni prima a Ivrea, titolare di una fabbrica di apparecchiature elettriche, la Cgs (Centimetro Grammo Secondo) con sede a Milano, ispirato, pare, anche da quello che aveva imparato durante un anno trascorso in California, a Palo Alto, il cuore di quella che moltissimi anni dopo sarebbe diventata la Silicon Valley, costituisce nella sua città natale la società in accomandita semplice Ing. C. Olivetti & C, ovvero “la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere”, come si leggeva sull’insegna dell’officina di Ivrea, 500 metri quadri di mattoni rossi, 20 dipendenti e una produzione di partenza di 20 macchine a settimana. Dice la Treccani: “A quell’epoca, le macchine per la dattilografia negli uffici venivano prodotte dalle statunitensi Remington e Underwood e, in Europa, quasi solo da aziende tedesche. Quando, vent’anni dopo, ormai affermato industriale del settore, Camillo renderà pubblico omaggio all’avvocato novarese Giuseppe Ravizza (1811-1885), inventore nel 1855 del cembalo scrivano (così detto per la sua forma), un apparato che precorreva persino la prima macchina per scrivere al mondo, quella brevettata nel 1867 negli Stati Uniti da Christopher L. Scholes, indicherà come causa di fondo della mancata fortuna di Ravizza il limite, storicamente italiano, che non può un’invenzione maturare e dare i frutti di cui è capace, se non è integrata da un sano e adeguato organismo industriale". Certo, il 29 ottobre è anche l’anniversario, celebratissimo, del primo collegamento di una rete che poi diventerà Internet, nel 1969. Ma quel che accadde quel giorno del 1908 a Ivrea resta una pietra miliare per l’innovazione non solo italiana, l’inizio di una storia gloriosa e bellissima, finita male, questo è vero, ma ci sono film da Oscar senza lieto fine che non smetteresti di rivedere. E la saga della Olivetti è una storia da Oscar. Riguardatela nella serie tv che sta su RaiPlay, leggete i libri romanzati appassionati di Maurizio Gazzarri su alcune delle favolose macchine inventate a Ivrea, non dimenticate il libricino P101 di Piergiorgio Perotto sull'invenzione (trascurata) del primo personal computer della storia; e se dopo tutto ciò vi resterà la domanda di come e perché l’Italia ha potuto mandare in malora un tale patrimonio, tuffatevi nella ricostruzione del "caso Olivetti” fatta da Merlyle Secrest. Insomma, il 29 ottobre 1908 iniziò una storia che non dobbiamo dimenticare per capire le potenzialità dell’innovazione italiana e perché a volte riusciamo a non accorgercene.

Steve Jobs, il "ragazzo ribelle" che nessuno voleva accanto. Vittorio Vaccaro il 21 Dicembre 2021 su Il Giornale. Prima della Apple, Steve Jobs è stato un "ragazzo ribelle", forse dislessico e abbandonato dai genitori alla nascita: nessuno voleva quello "scemo del villaggio". Solo quelli che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero. Questa frase è stata estrapolata dalla popolare pubblicità di un noto marchio che è stato in grado di modificare l’approccio umano alla tecnologia, fondato da uno degli uomini più visionari mai esistiti. Chi? Non può che essere Steve Jobs. Un vero innovatore. Oggi la realtà Apple - iPhone, iPod, iPad - è divenuta necessaria per una comunicazione globale basata principalmente sull’utilizzo di mezzi tecnologici, che mettono in rete individui di tutto il pianeta. Eppure, anche se si fa fatica a crederlo, Steve non è sempre stato fortunato nella vita, anzi ha avuto un’infanzia difficile.

Nasce il 24 febbraio 1955 a San Francisco, ma i genitori lo danno subito in adozione a una famiglia californiana, Paul e Clara Jobs, un meccanico e una contabile. È un bambino difficile, non ama studiare e ha qualche problema nella scrittura. Viene marchiato come "ragazzo ribelle" sempre pronto a contestare gli insegnanti. Riesce a diplomarsi nel 1972 e non fa nemmeno in tempo a iniziare il college che abbandona gli studi: Steve non riesce a seguire le regole. Si pensa che abbia sofferto di una forma di dislessia e di sindrome di Asperger.

È vero che il ragazzo non appare dotato e che non è un modello di perfezione, eppure un paio di anni dopo, nel 1974, viene assunto in un’azienda di videogiochi, Atari. Solo dopo ventiquattro mesi fonda la Apple Computer assieme a un suo amico, Steve Wozniak. I due mettono assieme i loro pochi soldi ricavati attraverso una vendita, Jobs del suo pulmino Volkswagen e il socio di una calcolatrice, e sviluppano così il loro primo computer, Apple 1. Il loro primo laboratorio è il garage dei genitori Jobs. Nel 1980 inizia la scalata al successo: Apple viene quotata in borsa arrivando a un valore di 1,79 miliardi di dollari. Da quel momento la tecnologia della “Mela” arriva dappertutto nel mondo.

Steve diventa uno degli uomini più potenti al mondo e nel 2005, all'Università di Stanford, tiene un discorso agli studenti che passerà alla storia.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. Abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare.

Nel 2011 a soli cinquantasei anni muore dopo aver combattuto una lunga battaglia contro un tumore. Anche questa volta abbiamo visto come lo “scemo del villaggio” sia diventato “genio del mondo”. Vittorio Vaccaro

Storia. 10 anni fa moriva Steve Jobs, il signore della Mela. Roberto Graziosi il 5 ottobre 2021 su Focus. Il 5 ottobre 2011, all'età di 66 anni, scompare Steve Jobs: ecco una mini biografia dell'uomo che ha messo la tecnologia nelle mani di tutti. Se oggi sono il computer e lo smartphone - e non più il cane - a essere "migliori amici" dell'uomo, se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica, se il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molto del merito è suo. Di un californiano geniale e irascibile che si è ispirato a Bob Dylan e a Picasso: è Steve Jobs, l'inventore della Apple, nato il 24 febbraio 1955. Alcuni aspetti della sua vita sono rimasti a lungo avvolti dal mistero, a partire dalla nascita: di certo si è sempre saputo che avvenne il 24 febbraio 1955. Dove? Fino a qualche anno fa alcune fonti riportavano che Jobs fosse nato nel Wisconsin, secondo altre era venuto al mondo a San Francisco (California). Successivamente la biografia ufficiale di Jobs svelò l'arcano: era nato a San Francisco. Il padre era uno studente siriano, Abdulfattah "John" Jandali, che sarebbe diventato in seguito un professore di scienze politiche.

LA PROMESSA. La madre biologica era una studentessa universitaria che, temendo di non potergli garantire un futuro dignitoso, lo diede in adozione. «Voleva che fossi affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all'università». Come stabilito molti anni prima, nel 1972 Steve Jobs si iscrisse all'università, al Reed College, in Oregon. Ben presto capì che quei corsi non erano poi tanto interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così iniziò ad affidarsi a due consigliere che non lo avrebbero più abbandonato: la curiosità e l'intuizione. Decise di mollare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano. Come quello di calligrafia, dove imparò tutto su scrittura, lettere e caratteri: queste conoscenze sarebbero state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche del Macintosh, il primo computer "per tutti" e non solo per smanettoni da laboratorio.

LA CURA DI MELE. Per risparmiare lasciò la camera del dormitorio e si fece ospitare da amici; iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote, per restituirle ai venditori e avere in cambio cinque centesimi di cauzione; arrivò perfino a farsi 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della biografia non autorizzata Nella testa di Steve Jobs, Sperling & Kupfer) provò pure una dieta di sole mele, nella speranza che ciò (chissà perché) gli permettesse di non lavarsi. Non funzionò, ma forse quelle mele gli portarono fortuna...Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l'elettronica (gliel'aveva trasmessa un vicino di casa che si divertiva a giocare con amplificatori, tv e ricetrasmittenti): iniziò a lavorare per Atari, uno dei primi produttori di videogame, poi, con il suo amico e collega Steve Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple Computer. Sede della società: il garage di casa Jobs; logo: la mitica mela morsicata che, anni dopo, sarebbe diventata un'icona dell'high-tech; capitale sociale: poco, al punto che per finanziarsi Jobs decise di vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak fu costretto a dare via la calcolatrice scientifica per mettere insieme qualche dollaro.

LO STILE PUÒ ATTENDERE. La loro prima creazione, Apple I, era un computer formato da pochi componenti, dunque abbastanza economico. Aveva alcune caratteristiche innovative per l'epoca: innanzitutto poteva essere collegato a una tv, in più aveva un sistema di memorie (rom) che ne semplificava l'accensione, una fase critica per i computer di allora. Estetica e design, invece, sarebbero arrivati in futuro: Apple I in pratica era un semplice circuito elettronico con attorno... il nulla. Chi lo comprava, se lo sistemava come gli pareva: molti, per esempio, lo montarono in un mobiletto di legno. Ne furono venduti 200: non male come inizio. Sulla scia del primi successi, le azioni di Steve Jobs presero quota. L'azienda inziò a crescere e lui a dare un'impronta sempre più forte ai suoi prodotti. Arrivò Apple II, il primo computer fatto e finito (fin da allora Jobs sosteneva che, una volta tirato fuori dalla scatola, un computer doveva essere pronto da usare, senza parti da montare), seguito da Apple III che, con i suoi problemi di surriscaldamento, risultò un flop. Il motivo? Nel progetto non era stata prevista la ventola di raffreddamento perché Jobs, pare, la riteneva poco elegante.

L'IDEA DEL MOUSE. Nel dicembre 1979 fece un incontro importante: visitò un centro ricerche dell'azienda informatica Xerox, dove stavano studiando un sistema che avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a icone. Fu la svolta: è grazie a questa idea (copiata pure dai concorrenti) che Jobs e il suo team riuscirono nell'impresa di trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata anche degli utenti meno esperti. La metamorfosi si completò nel 1984 con il lancio del Macintosh, il primo computer controllato, oltre che con la tastiera, con un nuovo e curioso apparecchio che fu ribattezzato mouse. Le quotazioni di Steve Jobs (e della stessa Apple) schizzarono alle stelle. Nel frattempo inziò una guerra di religione tra i fan della Mela e quelli che utilizzavano computer di altre marche: in azienda nacque la figura del Mac evangelista, un "tecnomistico" con la missione di convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh. Jobs presenta il Macintosh. Per il lancio del primo computer alla portata di tutti, Apple acquista tutta la pubblicità su un numero di Newsweek. E le donne? Che ruolo hanno avuto nella vita di mr. iPod? Si dice che a vent'anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan Deutschman, autore di un'altra biografia non autorizzata (I su e giù di Steve Jobs), la storia sarebbe finita perché, per Jobs, la Baez sarebbe stata troppo vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la paternità: quando (nel 1978) la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991, durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi messo al mondo tre figli.

LICENZIATO! Nel frattempo era il rapporto con Apple ad essersi incrinato: dopo continui contrasti con l'amministratore dell'epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a fare le valigie. Proprio lui che quella realtà l'aveva creata in garage e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti, veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. «Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore che potesse capitarmi. [...] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro non se ne rese conto subito. Nei panni (di nuovo) del debuttante, Jobs fondò prima un'azienda (NeXT) con l'idea di produrre computer all'avanguardia; per 10 milioni di dollari ne rilevò un'altra, da George Lucas (il regista di Guerre Stellari), che stentava ad affermarsi nel campo della grafica computerizzata. La NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la Pixar (così fu ribattezzata l'altra società) si manteneva a galla a fatica (e soprattutto grazie ai 60 milioni di dollari che Jobs ci rimise di tasca sua). Ma proprio quando il fondatore della Mela stava per affondare e pure la Apple, a causa di scelte sbagliate, non se la passava tanto bene, a metà degli anni Novanta i loro destini si incrociarono: Jobs convinse i "rivali" di Apple a scegliere un rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi computer, gli iMac. Non solo: Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996 Steve Jobs tornò a casa da numero uno.

UN'ANIMA DIGITALE. Insomma, la fortuna era tornata a sorridergli e pure dalla Pixar gli arrivavano conferme: nel 1995 nelle sale cinematografiche americane debuttò Toy Story - il mondo dei giocattoli, il primo film realizzato completamente con sistemi di animazione digitale. Un successo incredibile, il primo di quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di animazione di Hollywood. Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una profonda crisi finanziaria. Lo fece ricorrendo anche ai licenziamenti di massa. Sempre secondo una delle biografie "non allineate", sembra che Jobs bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo in azienda. Se la risposta non gli piaceva, ai malcapitati poteva succedere di essere licenziati su due piedi. Una procedura, questa, che divenne famosa con l'espressione "essere stevizzati". Già, perché se Jobs è famoso per le sue intuizioni folgoranti, è pur vero che ha un carattere a dir poco difficile: pignolo ed egocentrico.

L'ERA DELL'IPOD. Proprio queste qualità,secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie: in effetti dal suo ritorno il signor Apple non sbaglia un colpo o quasi. A ottobre 2001 ha presentato l'iPod, il lettore portatile di musica che è diventato oggetto di culto tra giovani e meno giovani, tra persone comuni e celebrità. Un paio di anni più tardi ecco iTunes, il negozio virtuale dove si possono comprare i dischi: le canzoni si "scaricano" (legalmente e a pagamento) dal web con il computer. Poi si copiano nell'iPod e si ascoltano... dovunque, in tram o durante il jogging. Un fenomeno planetario che Apple ha celebrato nel 2010 dopo aver tagliato il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate. Una mattina del 2004, l'imprevisto: mr. iPod scoprì di avere un tumore al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari» raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Significa dire addio». Quando i medici analizzarono le cellule del suo pancreas scoprirono che si trattava di un cancro rarissimo, ma curabile con un'operazione. «Quella è stata la volta in cui sono stato più vicino alla morte e spero sia anche l'unica per qualche decennio», confessò in seguito. Scampato il pericolo, Jobs si rituffò negli affari: mentre le vendite degli iPod (di cui lanciava ogni anno nuove versioni) andavano alla grande, decise di rilanciare. Convinse i suoi che un iPod capace anche di telefonare avrebbe fatto il botto.

Protagonista suo malgrado, in una puntata dei Simpsons. Quanto ne sai dei Simpson? Scoprilo in un quiz.

RIVOLUZIONE AL TELEFONO. Nel 2007, svelò al pubblico l'iPhone: un cellulare dal design minimalista (senza tastiera, con schermo sensibile al tocco), con capacità musicali e in grado di navigare nel Web come il computer di casa. Erano veri e propri eventi di culto, quelle presentazioni: in parte per il suo linguaggio e la sua mimica, in parte per il suo look finto-casual, tutto studiato a tavolino. Fioccano pure le parodie, come quella che, in una puntata dei Simpsons del 2008 vede protagonista un tale mr. Mobs, egocentrico e irascibile padrone di un colosso dell'elettronica chiamato Mapple...Siccome ciò che pensa Jobs poi si trasforma in oro, pure l'iPhone è diventato un cult: il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500 mila; l'ultimo nato in casa Apple, l'iPad, ha creato un nuovo mercato. Prima che la malattia si riaffacciasse, Jobs conduceva una vita tranquilla, da buddista e vegetariano. C'è chi giura di averlo visto qualche volta uscire dalla sua casa di Palo Alto a piedi nudi per fare la spesa in un negozio di cibi biologici. Si era dato uno stipendio di appena un dollaro all'anno, ma possedeva molte azioni Apple e poteva contare su benefit come un jet da 90 milioni di dollari. Anche se qualche mese prima della morte – resosi conto di non avere più energie per guidare l'azienda – aveva passato il testimone a Tim Cook. COME EINSTEIN. Stanco di smentire le biografie "cattive" (una di queste, iCon Steve Jobs, lo fece infuriare al punto che volle far sparire tutti i libri dell'editore dai negozi Apple) prima di morire aveva autorizzato una pubblicazione ufficiale sulla sua vita: tanto per volare basso, l'ha scritta Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Einstein, che passò diversi mesi insieme a Jobs per raccogliere i suoi ricordi. Roberto Graziosi

Steve Jobs, tutti i volti di un visionario. La biografia in edicola con il «Corriere». Massimo Sideri su Il Corriere della Sera il 3 Ottobre 2021. A 10 anni dalla morte ripubblichiamo il volume firmato da Walter Isaacson con la prefazione di Massimo Sideri. «Ora il tema è capire la sua eredità». Secondo un antico mito, a Gordio, nel potente regno tra Lidia e Babilonia dell’VIII secolo a.C., esisteva un nodo che sarebbe stato sciolto solo dal nuovo re dell’Asia. Una versione ante litteram della spada nella roccia. Giunse Alessandro Magno, sguainò la spada e tagliò il nodo. Di fatto il grande conquistatore non rispettò le regole: il nodo andava sciolto, non reciso. Ma allo stesso tempo Alessandro divenne il dominatore dell’Asia. I miti sono crudeli, ma efficaci: ancora oggi sopravvive l’espressione «nodo gordiano», sinonimo di problema indistricabile. E questo mito si presta perfettamente a descrivere la vita di Steve Jobs a dieci anni dalla sua scomparsa: Jobs recise di netto il nodo gordiano della tecnologia — di ciò che si riteneva potesse essere fatto e di ciò che non fosse possibile fare — senza guardare in faccia a nessuno, maltrattando, giudicando e schiacciando chi, secondo lui, non era all’altezza del suo sogno (anche gli amici). E divenne re. Ma questo è ormai noto. L’agiografia non ha mai protetto il co-fondatore della Apple. Anzi: tutti conoscono i suoi lati deboli, il suo distacco emotivo dalle persone, le sue intemperanze oltre il limite del civile, come l’abitudine di occupare i parcheggi per i disabili. Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, la domanda più interessante è non chi fosse Steve Magno, ma quale sia la sua eredità per la società moderna. Ed è questa la sorpresa maggiore che si ha rileggendo, a dieci anni dalla sua pubblicazione, la biografia scritta da Walter Isaacson intitolata semplicemente Steve Jobs: come se avesse sviluppato degli anticorpi contro l’invecchiamento, questo libro mostra di contenere già l’occhio indagatore e distaccato dello storico accanto a quello del cronista. Steve Jobs è una di quelle opere definitive, destinato a rimanere «la biografia», non una delle tante. Per chi lo ha letto è arrivato il momento di rileggerlo: resterà sorpreso. Per chi non lo ha letto è arrivato il momento di farlo: resterà soddisfatto. La storia di questa biografia e del suo autore spiegano la metamorfosi della carta stampata, quasi si trattasse di un testo digitale che ha subito modifiche, arricchimenti, nuovi link. Isaacson, un giornalista di rango che è stato caporedattore di «Time», ma anche amministratore delegato e presidente della Cnn, è partito da numerosi colloqui con molti dei protagonisti citati, tra cui lo stesso Jobs. È l’unica biografia «autorizzata», ma non nel senso di essere stata «approvata», anche se fu lo stesso Jobs, fin dal 2004, a contattare Isaacson per chiedergli di lavorarci. (Come disse Jobs a Isaacson: «Non voglio nemmeno leggerlo, questo è il suo libro».) Il progetto partì solo nel 2009. E dunque Isaacson ebbe due anni per lavorarci. Ma la qualità della biografia non si ferma a questo. Il libro è un manuale per rifuggire dal determinismo che si sviluppa negli adulti (dunque va consigliato ai ragazzi, ma ancor di più a tutti noi che vi cadiamo con l’età). Testimonia che tutto è possibile: a patto di essere la persona giusta, nel momento giusto e nel luogo giusto. È la cronaca — per certi versi irripetibile per altri personaggi che hanno fatto la storia ma che non hanno avuto un Isaacson accanto — dell’algoritmo stesso di una rivoluzione. Con lungimiranza non indugia sui miti inutili, anzi li distrugge, come quello secondo cui Jobs avrebbe scelto il logo pensando al padre dell’Intelligenza artificiale Alan Turing che si era suicidato avvelenando una mela prima di morderla: «Mi piacerebbe averlo pensato» disse Jobs a Isaacson. La verità è che le mele erano quelle delle diete radicali di Jobs e dei frutteti della comune che frequentava fin da giovane. E anche il termine Macintosh è una variante del nome delle mele McIntosh, anche se non fu pensato da Jobs ma da Jef Raskin, l’uomo che nel 1981 voleva costruire un computer che si potesse chiudere come una valigetta: al secolo il portatile. La vita di Steve Jobs sembra precedere l’era dell’illusione di sapere tutto online. Un’era in cui conservare una rivista come il «Whole Earth Catalog» o memorizzare un titolo (stay hungry, stay foolish), poteva cambiare la vita. Forse per questo, a chi ha gli anni per ricordarsene, la lettura lascia un curioso senso di malinconia per un mondo vicinissimo e lontano. Lo stesso testo oggi appare meno focalizzato sull’era Apple e più sulla cronaca giornalistica di quel momento storico irripetibile che ha cambiato non il mondo digitale, ma la nostra vita. Un piccolo mondo antico della tecnologia quando la Silicon Valley poteva ancora avere un volto umano. Può avere uno strano effetto catartico immergersi nel testo: abbiamo fatto parte di una rivoluzione culturale magari senza esserne consapevoli fino in fondo. Rileggendo la sua vita con il distacco che solo gli anni possono fornire, diventa chiaro come Jobs avesse lasciato una grande lezione con il suo famoso discorso ai laureati della Stanford University nel 2005: i puntini che ci portano a essere quello che siamo non possono essere collegati guardando davanti a noi, al futuro, ma solo rivolgendoci al passato. Nel libro sono presenti i diversi Steve Jobs che avrebbero potuto essere e che non avremmo mai conosciuto (la proiezione futura dell’hippy in viaggio per l’India, come il laureato al Reed College, un percorso che non concluse mai). Queste vite alternative compaiono e scompaiono nella lettura, lasciando il posto al Jobs che tutti conosciamo, il padre della tecnologia bianca, l’unica capace di contrapporsi al dominio del nero Sony. Jobs, dieci anni dopo, diventa la metafora della modernità tecnologica: come nel Visconte dimezzato di Italo Calvino — dove il protagonista parte per la guerra contro i turchi, viene colpito da una cannonata che ne separa la metà buona da quella cattiva, ma solo dopo il fortunoso ricongiungimento riesce a tornare una persona completa con tutte le sue contraddizioni ma anche i lati positivi —, così la metà Jobs visionaria e intelligente non avrebbe potuto realizzare nulla senza la metà Jobs isterica e crudele con chi gli stava accanto. La verità è che Jobs è stato come l’innovazione che cancella, schiaccia e rigenera in un solo atto. Una reincarnazione della creatura schumpeteriana: la distruzione-creatrice. Isaacson non dimentica l’influenza che diversi italiani hanno avuto sulla vita di Jobs. Uno per tutti è il designer e architetto Mario Bellini, che aveva disegnato il primo «personal computer», l’Olivetti P101. Jobs gli fece la corte a lungo. Come mi raccontò lo stesso Bellini sul «Corriere della Sera»: «Jobs venne a trovarmi per ben due volte. Avevo lo studio in corso Venezia e lui venne per tentare di convincermi in tutti i modi a lasciarmi portare via per disegnare i prodotti Apple». Bellini non accettò. Il Mac avrebbe potuto essere «designed in California», come si legge sotto tutti i prodotti Apple, e firmato Mario Bellini. Ma un altro italiano va ricordato, a integrare questa biografia così documentata. Il libro descrive come nel 1971 dalla Intel uscì il rivoluzionario microprocessore 4004, la prima Cpu in un unico chip. Su quel primo microchip, che cambiò anche la storia della Apple, si legge F.F.: Federico Faggin. Non facciamogli fare la fine di Antonio Meucci. Dieci anni fa, il 5 ottobre 2011, moriva a 56 anni Steve Jobs. In questa occasione il «Corriere della Sera» manda in edicola, in collaborazione con Mondadori, la celebre biografia del co-fondatore della Apple firmata da Walter Isaacson, già caporedattore di «Time», amministratore delegato e presidente della Cnn. Il volume Steve Jobs — tradotto da Paolo Canton, Laura Serra e Luca Vanni, con una nuova prefazione di Massimo Sideri, che qui presentiamo in un estratto — esce il 5 ottobre e resta in edicola per un mese al prezzo di 12,90 euro, in aggiunta al costo del quotidiano. Attraverso più di quaranta colloqui con Steve Jobs, realizzati nel corso di due anni, e più di cento interviste a famigliari, amici, rivali e colleghi, Isaacson offre un ritratto a tutto tondo. Il risultato «è un libro sulla vita segnata da alti e bassi e sulla personalità tormentosamente carismatica di un imprenditore creativo, la cui passione per la perfezione e il cui carisma feroce hanno rivoluzionato sei settori di attività: personal computer, cinema di animazione, musica, telefonia, tablet Pc e editoria elettronica», scrive Isaacson nell’introduzione al libro, uscito per la prima volta nel 2011. Nonostante abbia collaborato in prima persona alla stesura della biografia, Jobs non ha imposto alcun vincolo al testo né ha preteso di leggerlo prima della pubblicazione. «Jobs non è stato né un capo né un uomo modello; non è stato la persona ideale da emulare — continua Isaacson —. [...] La sua storia ha quindi un valore sia istruttivo sia ammonitorio, è gravida di lezioni sull’innovazione, il carattere, la leadership e i principi».

Steve Jobs e il (falso) mito "foolish". Marco Lombardo il 5 Ottobre 2021 su Il Giornale. La frase più famosa del fondatore di Apple? L'ha presa a un hippie. La frase più famosa di Steve Jobs non è di Steve Jobs. Il fatto sembra surreale, ma la cosa più incredibile è che lui lo aveva detto a tutti. Lo aveva detto nel famoso discorso all'Università di Stanford in cui ricordava appunto qualcosa che lo aveva colpito quando era giovane: «Stay hungry, stay foolish: è questo che vi auguro». Da dieci anni, da quando morì il 5 ottobre 2011, «siate affamati, siate folli» campeggia dappertutto vicino al suo volto. E funziona come grimaldello per accedere ai sogni di grandezza. In fondo l'ha detto Steve Jobs. Non è vero. O meglio non del tutto. Il Jobs prima di Jobs (che fu il punto di riferimento per il fondatore di Apple) si chiama Steward Brand, ed era un hippie. Di quelli che hanno fatto la fortuna della Silicon Valley e della tecnologia. Era il padre di tutti gli ambientalisti di oggi, e già all'università girava con al collo un cartello che recitava «cara Nasa, perché non si è ancora vista una foto della Terra tutta intera?», sospettando chissà quale complotto planetario. L'ente spaziale americano gli rispose programmando la missione sulla Luna, ma lui intanto aveva cominciato a capire che un giorno si sarebbe andati oltre: nel Cyberspazio. Brand è stato l'uomo che ha coniato il termine personal computer, ma soprattutto quello che ha creato la pubblicazione che tutti i nerd di allora consideravano una Bibbia: The Whole Earth Catalog. Il futuro creatore dell'iPhone l'aveva definita il Google prima di Google: era, nelle intenzioni del suo ideatore, un'enciclopedia di tutto quanto ci fosse sul pianeta di utile. Una specie di agglomerato globale di strumenti, idee e concetti che avrebbero cambiato il futuro. Si andava dalle semplici istruzioni per l'uso, ai mulini dell'Alaska per fare il legname, fino a prodotti sempre più strani che per Brand rappresentavano l'essenza del suo mondo. Il tutto doveva seguire solo queste regole: essere appunto di utilità, rilevante per un'educazione indipendente, di alta qualità o di costo basso, non ancora conosciuto, facilmente acquistabile via posta. Anche se poi non si capisce bene in quale norma ricadesse la guida alla masturbazione femminile. Di sicuro, insomma, Stewart era un tipo geniale e un po' strano, che aveva familiarità con l'LSD, la droga sulla quale sono poi nate le grandi intuizioni tecnologiche (per esempio: lo sapete che le finestre di Windows sono state immaginate sotto il suo effetto?). Jobs era ovviamente un appassionato del Catalog, che uscì per la prima volta nel 1968 ed ebbe l'ultima nel 1974, almeno nelle intenzioni del suo creatore. In realtà ci sono state altre edizioni, ma è in quella ultima pagina della quarta di copertina che Brand salutò così il suo pubblico: «Stay hungry, stay foolish». Frase che il capo di Apple ha fatto rinascere 31 anni dopo a Stanford. «Sapevo che per lui era importante - disse un giorno Brand -: mi mandò la sua copia del catalogo per un autografo. Non sono mai riuscito a chiedergli perché, ma forse ha trovato in quelle parole il modo di difendersi dal successo». Di sicuro, in quel toccante discorso del 2005, Steve Jobs perfezionò il suo genio nel fare business: prendere qualcosa che già esiste e renderlo immortale. Tipo poi l'iPhone, appunto.

Marco Lombardo. Caporedattore del “Giornale”, autore, moderatore, formatore e - soprattutto - dinosauro digitale. Ama lo sport e la tecnologia e si occupa di tecnologia un po' per sport. Raccontato sempre TraMe&Tech.

Marco Lombardo per “il Giornale” il 5 ottobre 2021. «Chi vorrebbe mai un pennino digitale?». Quando fecero a vedere a Steve Jobs un palmare sul quale si poteva anche scrivere, lui fece una faccia un po' schifata. Aveva in mente il suo futuro iPhone, sul quale si sarebbe fatto tutto usando le dita.  Perché mai allora progettare una cosa inutile? Se fosse ancora in vita oggi, vedrebbe tablet della sua azienda su cui si scrive e si disegna con un matitone elettronico, con una sembianza davvero significativa rispetto a quei primi computer con lo schermo touch che lui giudicava un'eresia: «Nessuno potrebbe mai volere un Pc in cui deve toccare il display». E invece... Insomma, in tutti questi anni, da quel 5 ottobre 2011, i fan della Mela hanno fatto a gara per raccontare che non sarebbe andata così, che quell'azienda che lui aveva fondato e che poi aveva portato nella Storia dopo averla ripresa in mano qualche anno dopo il suo licenziamento, con Steve in vita avrebbe fatto ancora «wow». Probabilmente, diciamolo, producendo tablet sempre più computer e matitoni digitali, che però sarebbero diventate cose di cui non potevi fare a meno. Ma non perché adesso non lo siano, ma perché te lo diceva lui. Il suo credo era proprio questo, creare un desiderio da vendere prima ancora di un oggetto che poi davvero ti cambia la vita: «Non puoi semplicemente chiedere alle persone cosa vogliono e poi provare a darglielo - affermava a chi gli chiedesse conto del miracolo Apple -. Nel tempo in cui riesci a costruirlo, loro già vorranno qualcosa di nuovo».  E quindi: chi era Steve Jobs? E cos' è davvero diventata Apple? A dieci anni dalla sua morte, prevista ma arrivata come una fucilata tramite le breaking news della Tv, la cosa di cui si continua più a discutere del fondatore è quanto al sua assenza abbia cambiato il nostro destino. Un gioco forse per nostalgici, se non fosse che è impossibile dimenticare quanto il genio non segua una linea retta. E che in tecnologia cambiare idea o vederne fallire una è praticamente un vanto: «La tecnologia è nulla: quello che è davvero importante è avere fede nelle persone». Lui ce l'aveva, soprattutto in se stesso. Non c'è prova di cosa sarebbe successo se non fosse stato rapito così presto - aveva solo 56 anni quando il tumore l'uccise -, ma a mondo di sicuro manca il suo genio. Un genio del male, sostiene qualcuno: irascibile, cattivo, egocentrico. Però poi la verità forse è che Steve era semplicemente un uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti. Capace (dice la leggenda) di licenziare qualcuno in ascensore solo perché l'aveva salutato nel modo sbagliato, irrefrenabile (questo si sa) con le sue sfuriate nelle riunioni a cui nessuno avrebbe mai voluto partecipare. Succede dappertutto, in realtà, negli uffici del mondo, ma nessuno ha fatto la stessa rivoluzione. Non era un filantropo, faceva business, anche spregiudicato. Ma alla fine era Steve, un uomo con la sindrome della realtà distorta, che pensava che il mondo vero fosse quello nella sua testa. Non è una malattia, anzi, e la magia è stata far diventare quel mondo reale per tutti. Come quando, la sera precedente all'inaugurazione del primo Apple Store di Cupertino, fece cambiare tutti i tavoli perché non gli piacevano. «Non è possibile», gli dissero. «È possibile» rispose lui. Fu possibile. Apple segue ancora oggi quell'obbiettivo, seppur usando come chiave del successo mezzi diversi: gli iPhone, gli iPad, i Mac, ci sono ancora, ma ciò che ti fa fare «wow» è quello che c'è dentro. Quei servizi che - certo - macinano miliardi e miliardi di dollari, ma a noi permettono di avere la vita in tasca. E di poterla comandare semplicemente con un tocco di dito. Chi dice che questa non è più la Apple di Jobs, non ha capito insomma che mettere Tim Cook al suo posto è stata la sua ultima grande invenzione. Che era questo, in fondo, il suo vero segreto: andare oltre l'impossibile, perché «l'innovazione è quello che distingue un leader di follower». E oggi, forse aveva previsto anche questo, di followers in giro ce ne sono sempre troppi: anzi, sempre di più. Travestiti da leader. 

LE MIGLIORI FRASI DI STEVE JOBS. Da it.wikiquote.org il 5 ottobre 2021.

Meglio essere un pirata che arruolarsi in marina. 

Non è compito dei consumatori sapere quello che vogliono. 

Prendere l'LSD è stata un'esperienza profonda, tra le cose più importanti della mia vita. Mi ha mostrato che c'è un'altra faccia della medaglia: quando l'effetto finisce magari non ricordi più com'è esattamente, ma sai che c'è. Ha rinforzato il mio senso di cosa fosse importante – creare cose significative invece di far soldi, cercare di mettere più cose importanti possibili nel flusso della storia e della conoscenza umana. 

Semplice può essere più difficile di complesso: devi lavorare sodo per rendere le cose semplici. 

Sfortunatamente, la gente non si sta ribellando contro Microsoft. Non conoscono niente di meglio. (da Rolling Stone magazine, n. 684, 1994)

Valevo oltre un milione di dollari quando avevo 23 anni e oltre 10 milioni di dollari quando avevo 24 anni, e più di 100 milioni di dollari quando ne avevo 25. Ma sai, non era poi così importante, perché non l'ho mai fatto per soldi. Essere l'uomo più ricco al cimitero non mi interessa. Andare a letto la sera dicendosi che si è fatto qualcosa di meraviglioso, questo è quello che conta per me. (da Wall Street Journal, 1993) [Parlando di Bill Gates e della Microsoft]

[...] negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato. 

[...] la morte con tutta probabilità è la più grande invenzione della vita. [...] Spazza via il vecchio per far spazio al nuovo. 

Il nostro tempo è limitato, per cui non lo dobbiamo sprecare vivendo la vita di qualcun altro. Non facciamoci intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciamo che il rumore delle opinioni altrui offuschi la nostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, dobbiamo avere il coraggio di seguire il nostro cuore e la nostra intuizione. In qualche modo, essi sanno che cosa vogliamo realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

E l'unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l'avrete davanti. E, come le grandi storie d'amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi. [...] Rimanete affamati. Rimanete sciocchi.

Il pensiero di Steve Jobs in 10 frasi celebri. In occasione del decimo anniversario della morte di Steve Jobs, abbiamo raccolto 10 delle sue frasi più celebri: aforismi, passaggi di interviste o di discorsi pubblici che riassumono il pensiero del co-fondatore di Apple. Andrea Nepori su La Repubblica il 5 ottobre 2021.  

“Penso che se fai qualcosa e ti viene particolarmente bene, allora devi fare qualcos’altro di fantastico, e non compiacertene troppo a lungo”. Questa frase, estrapolata da un’intervista a MsNbc del 2006, riassume bene uno dei principi che Jobs ha saputo inscrivere nel Dna di Apple e il motivo per cui l’azienda non celebra o esalta i successi del proprio passato.

"Se sei un falegname che costruisce una bella cassettiera, non userai un pezzo di compensato per il retro, anche se è rivolto verso il muro e nessuno lo vedrà. Saprai che è lì, quindi userai un bel pezzo di legno sul retro. Se vuoi dormire bene la notte, la qualità e l’estetica devono essere portate fino in fondo". Un’altra frase estrapolata da un’intervista che inquadra perfettamente il senso di Jobs per la ricerca della qualità. I prodotti di Apple non erano e non sono perfetti e devono inevitabilmente rispondere a compromessi costruttivi, ma la ricerca della qualità nel dettaglio è ancora uno dei principi fondanti dell’azienda, e la si può ritrovare in questo frammento del Jobs-pensiero. 

“Design is not just what it looks like and feels like. Design is how it works”, ovvero “Il design non è come qualcosa appare o sembra. Il design è come qualcosa funziona”. Steve Jobs parlava spesso dell’importanza, del significato e del ruolo del design: questa citazione, una delle sue più famose, è anche una delle più difficili da tradurre conservando l’efficacia linguistica dell’aforisma originale. Il senso però è chiaro anche in italiano: fare combaciare il design con l’estetica, dimenticando il ruolo fondamentale della funzione, è un errore.

“È sempre stato uno dei miei mantra: concentrazione e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare sodo per pensare in maniera pulita e creare qualcosa di semplice. Ma ne vale la pena, perché quando ci riesci puoi spostare le montagne”. L’ossessione di Steve Jobs per la riduzione iterativa della complessità è un altro contributo fondamentale del co-fondatore alla filosofia di design che Apple segue (più o meno) ancora oggi. 

“Non puoi chiedere ai clienti cosa vogliono e poi provare a darglielo. Da che lo realizzi, vorranno già qualcos’altro”. Questa citazione riassume la scarsa fiducia che Jobs nutriva nei focus group e nelle opinioni degli utenti. Una posizione comprensibile per un visionario come lui, ma che molti emuli nel settore tecnologico hanno spesso finito per declinare in forme più o meno disastrose di presunzione.

“Sono orgoglioso di molte cose che abbiamo fatto e di molte cose che non abbiamo fatto. Innovazione significa dire no a migliaia di cose”. Un’altra celebre citazione di Jobs che riassume uno dei principi cardine di Apple,  la cui storia industriale è costellata di prototipi che non hanno mai visto la luce.  Per dirla con il titolo di un famoso best seller di psicologia, i no che aiutano a crescere. 

“Non puoi connettere i puntini guardando in avanti: li puoi connettere soltanto guardando indietro. Devi fidarti che i puntini in qualche modo si connetteranno nel tuo futuro. Devi fidarti di qualcosa, la tua pancia, la vita, il karma, qualsiasi cosa”. Jobs non si tratteneva dal dispensare spesso consigli di natura ispirazionale: in questo aderiva a suo modo a un certo spiritualismo progressista in stile Silicon Valley che accomuna molti imprenditori e personaggi chiave della storia dell’informatica della sua generazione.

“A volte quando fai innovazione fai degli errori. È meglio ammetterli subito, e continuare a migliorare le tue altre innovazioni”. Una citazione importante sul significato dell’errore e sull’importanza di saper sbagliare: nonostante esprimesse sempre opinioni forti e giudizi tranchant, Jobs sapeva anche tornare sui suoi passi e cambiare idea. 

“We’re here to put a dent in the universe. Otherwise why else even be here?”, cioè “Siamo qui per fare un’ammaccatura all’universo. Altrimenti per quale altro motivo saremmo qui?”. Un’altra delle citazioni più note di Jobs: anche in questo caso, l’originale è linguisticamente più efficace, per via di quella metafora molto americana sull’ammaccare la carrozzeria dell’universo. 

“Stay Hungry, Stay Foolish”, cioè “Siate affamati, siate folli”. La frase forse più famosa di Steve Jobs, finita su milioni di poster e magliette nei 10 anni dalla sua scomparsa. Con un solo problema: non è sua, ma di Stewart Brand. Jobs la pronunciò nel 2005 nel passaggio finale del discorso alle matricole di Stanford, spiegando che l’aveva trovata sul retro di copertina dell’ultimo numero del “Whole Earth Catalog”, rivista cult della controcultura californiana pubblicata da Brand fra il 1968 e il 1972.

Piergiorgio Odifreddi per “La Stampa” il 18 agosto 2021. Tra le grandi svolte che hanno segnato la storia dell'umanità, alcune sono state scientifiche, altre tecnologiche, altre ancora culturali. Ma forse nessuna è riuscita a unire tutte insieme le tre caratteristiche, quanto il computer. Sicuramente molti pensano che il computer sia stato inventato da Bill Gates e da Steve Jobs negli anni '80, e non sanno che i due americani non sono stati altro che i loro venditori. Ci vuole un informatico per sapere che in realtà il computer è nato in Inghilterra, e non negli Stati Uniti, anche se sicuramente molti informatici pensano che il computer l'abbia inventato Alan Turing negli anni '30, e non sanno che quasi un secolo prima l'aveva già inventato un altro inglese, di nome Charles Babbage. Ovviamente nell'800 non c'era ancora la tecnologia del '900, e Babbage pensava a un «computer a vapore», che però aveva esattamente la stessa potenza di calcolo dei computer moderni, e la massima potenza che un qualsiasi computer potrà mai avere. Era infatti una versione di quella che viene giustamente chiamata «macchina universale», perché è in grado di effettuare tutti e soli i calcoli per i quali è possibile scrivere istruzioni in un programma del tipo di quelli che usiamo oggi. I torinesi dovrebbero però conoscere bene questa storia, perché nel 1840 Babbage venne a raccontarla all'Accademia delle Scienze. Lo racconta lui stesso nella sua autobiografia del 1862, intitolata Passaggi della vita di un filosofo, in cui ricorda di aver ricevuto da re Carlo Alberto in persona l'onorificenza di Commendatore dell'Ordine Italiano di San Maurizio e San Lazzaro per meriti scientifici. La gratitudine di esser stato apprezzato all'estero, quand'era invece misconosciuto in patria, lo spinse a dedicare il suo libro a Vittorio Emanuele II, «per un atto di giustizia nei confronti del vostro illustre padre».  L'invito a Babbage non l'aveva ovviamente fatto il re, che di queste cose non poteva saperne molto, ma l'astronomo Giovanni Plana, al quale è ancor oggi dedicata una via di Torino, che sfocia in piazza Vittorio Veneto. Babbage venne, e fece una conferenza nella quale descrisse il funzionamento della sua macchina e ne mostrò i disegni, alcuni dei quali furono dimenticati a Torino: vennero di nuovo alla luce solo qualche anno fa, dietro ad alcuni impolverati volumi dell'Accademia delle Scienza. In particolare, Babbage spiegò che i programmi della macchina venivano scritti su schede perforate, che erano un adattamento di quelle usate nei telai Jacquard per tessere tele con disegni colorati: i buchi servivano per far alzare e scendere al momento opportuno gli aghi con i fili colorati. Gli appunti della conferenza furono presi dall'ingegner Federico Menabrea, e anche a lui ancor oggi è dedicata una via di Torino, la prima parallela a corso Bramante: bei tempi, quelli, in cui le vie venivano intitolate agli scienziati, invece che ai politici! Anche se per Menabrea forse il motivo era il secondo, visto che poi fece carriera, diventando addirittura primo ministro del Regno d'Italia negli anni 60. In ogni caso, il suo Schizzo del motore analitico inventato da Charles Babbage, scritto in francese, costituì la prima descrizione tecnica di un computer, e piacque talmente al suo inventore, che egli volle che fosse tradotto in inglese. L'incarico fu assegnato alla signora Ada Lovelace, figlia del poeta Byron, che ci aggiunse di suo varie appendici, una delle quali viene considerata il primo programma informatico mai scritto nella storia. Per questo, oggi un linguaggio di programmazione si chiama ADA: un onore planetario, molto meglio della dedica di una via cittadina! Il computer di Babbage fu dimenticato, e Turing lo riscoprì dopo la nascita della moderna logica matematica: una nascita che ebbe la sua gestazione a Torino, visto che fu Giuseppe Peano (di origini cuneesi) a inventare i primi linguaggi formali e simbolici, e a farli conoscere a Bertrand Russell, che fu l'alfiere della nuova logica. Quest' ultimo, che in seguito vinse addirittura il premio Nobel per la letteratura nel 1950, racconta nella sua Autobiografia di aver incontrato Peano al Congresso Internazionale di Filosofia del 1900, e di essere stato colpito dalla precisione e dall'acutezza dei suoi interventi. Come tutti i profeti, Peano non ebbe in patria lo stesso apprezzamento. Anzi, veniva considerato un po' pazzerello, come spesso succede a chi pensa chiaramente, e dice chiaramente cosa pensa. Oggi a lui è dedicato il nome dell'Aritmetica di Peano, di cui lui stesso isolò i famosi assiomi, sperando di aver isolato tutti quelli necessari e sufficienti per dimostrare tutte le verità aritmetiche. Non era così, ma la colpa non era sua: nel 1931 Kurt Gödel dimostrò un famoso teorema, secondo cui non è possibile elencare tutti gli assiomi dell'aritmetica. La dimostrazione di Gödel conteneva non soltanto il segreto dell'informatica, come mostrò poi nel 1936 Turing, ma anche il segreto della vita, come mostrò invece nel 1948 John von Neumann, architetto del primo computer americano Edvac. Gli inglesi invece, dopo essersi lasciati sfuggire l'occasione di diventare la prima potenza informatica della storia con Babbage, se la lasciarono sfuggire di nuovo con Turing. Naturalmente ce la lasciammo sfuggire anche noi piemontesi, per ben due volte. La prima fu quando l'Olivetti costruì negli anni 50 i primi computer industriali della serie Elea, ma la trasformazione dell'azienda da meccanica a elettronica fu bruscamente interrotta da due morti: nel 1960 dell'illuminato Adriano Olivetti stesso, per malattia, e nel 1961 del visionario ingegnere cino-italiano Mario Tchou, per incidente. Su entrambe le morti aleggiarono i sospetti di un intervento dei servizi segreti americani, per favorire l'Ibm ed eliminare la concorrenza nella nascente industria informatica. L'ultima occasione Torino la perse nel 1979, come ha raccontato l'ingegner Carlo De Benedetti. Dopo aver appena aperto a Cupertino una succursale dell'Olivetti, egli visitò un garage a due isolati di distanza, dove due ragazzi squattrinati avevano aperto una startup. Gli proposero di finanziarla per pochi dollari, in cambio del 50% delle azioni, ma luì rifiutò, e perse l'occasione della sua vita: i due erano Jobs e Wozniak, e gli avevano appena offerto metà della futura Apple.

·        Il Metaverso: avatar digitale.

Che cos’è il metaverso, spiegato facile. Andrea Daniele Signorelli su La Repubblica l’8 Ottobre 2021. Lo sprawl di Los Angeles, usato spesso come sinonimo della pervasività della Rete. Facebook, Epic Games, Microsoft e il mondo legato alla blockchain scommettono tutti sull’universo digitale in cui trascorreremo gran parte delle nostre vite. Forse. In origine fu Second Life, il mondo virtuale e online dove le persone, rappresentate da un avatar digitale, potevano (e possono ancora) esplorare vari ambienti e territori, partecipare a giochi di ruolo, fare shopping nei negozi, andare in discoteca, socializzare e dedicarsi, in definitiva, a una seconda vita digitale. Creato nel 2003 da Linden Lab, società di San Francisco, Second Life ha avuto il suo apice tra il 2007 e il 2013, periodo in cui era regolarmente frequentato da oltre un milione di iscritti. Sempre in quella fase, le potenzialità di questo mondo virtuale attirarono, restando solo all’Italia, politici come Antonio Di Pietro (che tenne una conferenza sull’isola digitale da lui acquistata), cantanti (Irene Grandi e Paola e Chiara ambientarono qui alcuni video musicali), festival internazionali di cinema come Visionaria e anche editori, che inaugurarono riviste pubblicate direttamente all’interno di Second Life. Il superamento dell’effetto novità e l’esplosione dei social network (che consentivano una vita digitale meno immersiva, ma molto più semplice e immediata) causarono il declino di Second Life. Se ne parla ormai talmente poco che potreste pensare che la creazione del programmatore Philip Rosedale sia andata a popolare il cimitero di Internet assieme a MySpace, Netlog e la miriade di altri ex fenomeni della Rete. E invece, ancora oggi, Second Life è abitato da una platea di affezionati: circa mezzo milione di persone che costruiscono nuovi ambienti, personalizzano il loro look prima di passeggiare per le piazze virtuali, si perdono nell’esplorazione dei mondi, danno sfogo a feticismi che altrimenti sarebbe molto più complesso soddisfare (ma non pensate a nulla di criminale). Soprattutto, socializzano tra loro.

Le origini del metaverso

Da questo punto di vista, Second Life ha rappresentato (e ancora rappresenta) l’incarnazione più concreta di un termine che ha recentemente iniziato a circolare con insistenza: il metaverso, un mondo virtuale connesso a Internet dove la nostra persona è rappresentata in 3 dimensioni tramite un avatar digitale personalizzato. Eppure non è Second Life ad aver immaginato per primo questo ambiente digitale interattivo, che venne descritto per la prima volta da Neal Stephenson nel romanzo Snow Crash, classico del genere cyberpunk, pubblicato nel 1992. Quasi trent’anni fa, Stephenson aveva immaginato il metaverso come la naturale evoluzione di un’Internet che all’epoca aveva appena iniziato a diffondersi. Un’evoluzione che oggi, superando l’esperienza di Second Life, i colossi digitali del gaming, dei social network e della tecnologia stanno cercando di realizzare definitivamente, progettando mondi digitali all’interno dei quali vivremo però una vera e propria First Life, trasferendo qui una parte consistente della quotidianità e conservando, almeno in parte, la nostra reale identità. Se i social network hanno contribuito al declino di Second Life, oggi il multiverso promette invece di superare proprio i limiti dei social: “Se la protagonista della scorsa generazione è stata la condivisione, per la prossima generazione sarà la partecipazione”, ha spiegato Sima Sistani, fondatore di Houseparty, app di videochat, con elementi social e immersivi, acquistata da Epic Games nel 2019. Le interazioni, in questa visione, non saranno più sotto forma di like, commenti e condivisioni, ma vere e proprie esperienze condivise, vissute in una modalità il più possibile simile al mondo reale, con l’aggiunta delle potenzialità del digitale. Invece di osservare Internet tramite uno schermo, dello smartphone o del computer, vivremo direttamente al suo interno, sfruttando i visori per la realtà virtuale e utilizzando braccialetti dotati di sensori (come quelli che sta sviluppando Facebook) per interagire fisicamente con l’ambiente virtuale e gli oggetti che si trovano al suo interno. Proprio Facebook, d’altra parte, è una delle principali società che sta puntando sul metaverso del futuro, investendo in questo progetto 50 milioni di dollari nei prossimi due anni e puntando così (anche grazie alla leadership nel mondo della realtà virtuale garantita da Oculus) a superare quelli che lo stesso Zuckerberg considera i limiti dei social network.

I protagonisti del metaverso

“La maggior parte del tempo siamo impegnati a mediare le nostre vite e le nostre comunicazioni attraverso questi piccoli rettangoli luccicanti”, ha raccontato il co-fondatore di Facebook a The Verge, facendo riferimento agli smartphone: “Non penso che sia così che le persone dovrebbero interagire. In molte delle riunioni che abbiamo oggi, passiamo il tempo osservando una griglia di volti. Nel metaverso potremo fare esperienza di un senso della presenza che renderà le nostre interazioni molto più naturali e ricche”. Per smentire l’idea che il metaverso sarà circoscritto al (comunque gigantesco) mondo del gaming, uno dei primi prodotti presentati da Facebook (chiaramente pensati per essere in futuro integrati nel metaverso) è Horizon Workrooms, un software di realtà virtuale per partecipare a riunioni come se fossimo in presenza, ma senza essere fisicamente nella stessa stanza. Facebook non è però l’unica realtà a puntare sull’idea (spesso ancora vaga e variabile) di metaverso: il Ceo di Microsoft, Satya Nadella, è stato forse il primo a riferirsi alla società che guida come a una “impresa del metaverso”. In Cina è invece Tencent a puntare a un’evoluzione della sua super-app WeChat tale da renderla l’ideale controparte di Facebook nell’altra metà del mondo tecnologico. E poi ci sono le realtà del gaming, che, in maniera quasi spontanea stanno prendendo quella direzione: la Blizzard Entertainment di World of Warcraft, i Mojang Studios (acquistati nel 2014 da Microsoft) di Minecraft, per certi versi anche Nintendo con Animal Crossing. Era inevitabile, considerando come i concetti stessi alla base di questi videogame (giochi di ruolo multiplayer basati su mondi virtuali liberamente esplorabili) si sposano alla perfezione con l’idea di metaverso che si sta sviluppando. Tra tutti questi, però, l’attore che più di ogni altro sembra essere in vantaggio nella costruzione del metaverso è Epic Games, la società dietro allo straordinario successo di Fortnite, videogioco da 350 milioni di utenti registrati. Il termine “videogioco” rischia di essere riduttivo, visto che da tempo Fortnite è molto più di uno sparatutto in terza persona, ma l’ambiente in cui, per fare un esempio, la versione digitale della rapstar Travis Scott ha tenuto un concerto seguito da 12 milioni di persone tramite il loro avatar, partecipando quindi in presenza digitale all’evento (ma con le armi disattivate per evitare che qualcuno ne approfittasse per eliminare gli avversari).

È solo un esempio dell’evoluzione che sta affrontando Fortnite, che nei primi mesi del 2021 ha visto comparire nei suoi ambienti anche una Ferrari 296 Gtb, che poteva essere provata dai giocatori che incappavano in essa (dando anche un esempio di quale forma potrebbe prendere la pubblicità). C'è chi invece ha dato vita a sfilate di moda (durante le quali gli avatar hanno indossato le loro creazioni migliori sottoponendole a una giuria) e c’è il recente caso di Balenciaga, marca di streetwear di lusso che ha siglato un accordo per creare appositamente per Fortnite vestiti, armi, borse, zaini, scarpe e altro, che potranno essere acquistati anche in appositi negozi all’interno dell’ambiente digitale. Qualora le partnership commerciali non dovessero bastare, Epic ha raccolto da vari investitori un miliardo di dollari per finanziare la sua visione di lungo termine del metaverso.

Un metaverso decentralizzato

Uno dei primi problemi che le varie società dovranno affrontare riguarda l’impossibilità di creare il metaverso, al posto del quale potrebbe esserci tanti metaversi di proprietà di aziende concorrenti. Oltre alle aziende già citate, ci sono infatti i mondi virtuali di Core (Manticore Games), Roblox (dell’omonima società), Mesh di Microsoft e chissà quante startup intenzionate ad approfittare di questa grande prateria digitale ancora tutta da conquistare. Il rischio, in questo modo, è di ricreare le dinamiche chiuse dei social network, ma con un impatto ancora superiore: se oggi possiamo essere presenti su Facebook, Twitter e Instagram contemporaneamente, il metaverso che sceglieremo si integrerà a tal punto con la nostra vita quotidiana da rendere praticamente impossibile frequentarne più di uno contemporaneamente. Vorremo davvero trascorrere la nostra quotidianità in un limitato walled garden, un giardino recintato da cui sono tagliate fuori tutte le esperienze che non sono state appositamente sviluppate? È un potenziale ostacolo di cui tutti sembrano essere consapevoli. Ne ha parlato lo stesso Zuckerberg, segnalando come sarà indispensabile creare un unico metaverso all’interno del quale tutte le società che vogliono farne parte possono operare; un po’ come nessuno è proprietario del Web, ma i vari browser concorrenti sono in grado di navigare ovunque. Che cosa spingerà tutte queste aziende rivali ad accordarsi tra loro per rendere i mondi virtuali interoperabili e decentralizzati? “Penso che la forza che trasformerà il metaverso in un’unica piattaforma aperta sarà la volontà di partecipazione di tutti i marchi”, ha spiegato al Washington Post il Ceo di Epic Games, Tim Sweeney. Altri immaginano invece che, più semplicemente, sarà possibile saltare da un metaverso all’altro mantenendo lo stesso avatar. Quando si parla di decentralizzazione, però, il pensiero salta subito alla blockchain: la tecnologia alla base dei bitcoin che proprio su questo concetto basa se stessa. Se l’obiettivo è creare multiversi interoperabili anche a livello commerciale, la blockchain è probabilmente la tecnologia più adatta, perché permette, per esempio, di custodire su un registro decentralizzato le caratteristiche del nostro avatar e i nostri beni digitali (automobili, vestiti, proprietà immobiliari, opere d’arte digitali), utilizzandoli in qualunque mondo virtuale decidiamo di frequentare. Oltre alle criptovalute, in un metaverso basato su blockchain (di cui esistono già esempi come Decentraland e The Sandbox) potrebbero trovare spazio anche gli ormai noti Nft: il certificato salvato su blockchain che attesta la proprietà di un’opera digitale unica. Grazie a questa applicazione del registro distribuito sarà possibile trasportare nel mondo virtuale le opere digitali certificate che abbiamo acquistato e dare vita, per esempio, a una galleria d’arte. Sempre grazie agli Nft sarà possibile acquistare capi unici o avatar rarissimi e impossibili da contraffare, creando un mercato dalle enormi potenzialità. Per avere un’idea, basti pensare che nel solo mese di settembre 2021 il mercato dell’arte basato sugli Nft ha avuto un giro d’affari superiore ai 700 milioni di dollari e che la compravendita di skin (gli elementi con cui si possono caratterizzare gli avatar che ci impersonano nei mondi virtuali) vale circa 40 miliardi di dollari l’anno (su un totale di 170 miliardi del mercato dei videogiochi).

I limiti del metaverso

Ma se le potenzialità di questo mondo virtuale sono tali da attirare tutti i più grandi colossi di internet e del gaming, non sono da poco nemmeno gli ostacoli che queste stesse realtà dovranno superare per convincerci a trascorrere una parte crescente del tempo in un ambiente in realtà virtuale, rendendo la nostra vita sempre più simile a quella di Ready Player One, romanzo del 2011 (trasformato poi in film da Steven Spielberg) dove i protagonisti trascorrono le giornate in un mondo virtuale noto come Oasis per sfuggire a una realtà fatta di povertà e squallore. E noi per quale motivo dovremmo trasferire parte della vita in un mondo digitale immersivo, in cui partecipiamo a riunioni, giochiamo, socializziamo, andiamo a concerti, visitiamo negozi e quant’altro, ma sempre chiusi in casa con indosso un elmetto per la realtà virtuale? Fatta eccezione per gli scenari peggiori e che tutti speriamo di evitare (ulteriori lockdown causati dalla pandemia o un mondo reso invivibile dalla crisi climatica), è difficile immaginare che il metaverso possa davvero prendere piede in questa versione radicale, tanto che lo stesso Zuckerberg (sempre nell’intervista concessa a Casey Newton) si è premurato di specificare come la sua concezione di metaverso non si svilupperà interamente in realtà virtuale, ma sarà accessibile anche da computer, console e smartphone, rendendolo un ambiente di cui si può fare esperienza anche senza immergersi al suo interno. Tutto questo, pur ammettendo che la realtà virtuale “giocherà un ruolo di primo piano”. E se invece il metaverso fosse destinato a rimanere un ambiente dedicato al gaming e a pochi grandi eventi, e avessero ragione le società (tra cui anche la stessa Facebook) che stanno puntando sulla realtà aumentata? In questo caso, non vivremmo immersi in un ambiente digitale: sarà invece il mondo fisico a popolarsi di elementi digitali personalizzati, con cui potremo interagire tramite visori dalle dimensioni sempre più simili a un normale paio di occhiali, e quindi utilizzabili senza difficoltà lungo tutto l’arco della giornata. Sono due visioni del futuro per molti versi opposte e che potrebbero quindi escludersi a vicenda. La maggiore adattabilità al mondo fisico potrebbe forse favorire la realtà aumentata, ma è ancora troppo presto per azzardare previsioni. Al momento, i dispositivi in realtà virtuale venduti nel mondo intero (esclusi quelli basilari da utilizzare con lo smartphone) ammontano a poco più di 16 milioni. Sebbene si preveda il raddoppio di questa cifra nei prossimi 3 anni, il mondo della realtà virtuale sembra destinato a restare la passione di una piccola nicchia, la cui definitiva esplosione è sempre prevista, ma non ancora in vista. Ancora più indietro è il mercato della realtà aumentata, che finora ha registrato prima il flop dei Google Glass (rilanciati in seguito come strumento professionale) e poi quello, più recente, di Magic Leap e del suo ingombrante visore. Nonostante i fallimenti, colossi del calibro di Facebook, Apple, Amazon e Snapchat continuano a scommettere su questo mercato e stanno anche iniziando a introdurre i primi esempi di occhiali smart, le cui funzionalità non faranno che aumentare col tempo. Le previsioni, di conseguenza, sono ottimistiche: secondo alcune ricerche, il mercato complessivo di realtà aumentata e virtuale decuplicherà da qui al 2024, raggiungendo quota 300 miliardi di dollari. Il metaverso, quindi, è al momento un’idea che possiamo già osservare in stadio embrionale grazie ai mondi virtuali di Fornite e gli altri, ma che per svilupparsi davvero deve prima affrontare numerose incognite, ostacoli e visioni concorrenti. L’unica certezza è che la futura incarnazione di Internet, che ci farà superare il Web 2.0 basato sui social network, sarà caratterizzata da interazioni sempre più complesse con l’ambiente digitale e con le persone che lo popolano. E forse farà diventare realtà quanto immaginato da Neal Stephenson quasi 30 anni fa.

·        WWW: navighi tu! Internet e Web. Browser e Motore di Ricerca.

World Wide Web. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il World Wide Web (termine in lingua inglese traducibile in italiano come "rete di ampiezza mondiale", o "rete mondiale", dove "rete" viene richiamato da Web - "tela", l'intreccio composto da ordito e trama), abbreviato Web, sigla WWW o W3, è uno dei principali servizi di Internet, che permette di navigare e usufruire di un insieme molto vasto di contenuti amatoriali e professionali (multimediali e non) collegati tra loro attraverso collegamenti (link), e di ulteriori servizi accessibili a tutti o ad una parte selezionata degli utenti di Internet; questa facile reperibilità di informazioni è resa possibile, oltre che dai protocolli di rete, anche dalla presenza, diffusione, facilità d'uso ed efficienza dei motori di ricerca e dei web browser in un modello di architettura di rete definito client-server.

Storia. L'ideazione e la nascita. La prima proposta di un sistema ipertestuale si può far risalire agli studi di Vannevar Bush, poi pubblicati nell'articolo As We May Think (in italiano "Come potremmo pensare") del 1945. Il concetto di ipertesto fu introdotto nel 1965 da Ted Nelson. La data di nascita del World Wide Web viene comunemente indicata nel 6 agosto 1991, giorno in cui l'informatico inglese Tim Berners-Lee pubblicò il primo sito web. Occorsero 17 giorni perché la pagina venisse visitata: il primo utente esterno al centro di ricerca la raggiunse il 23 agosto successivo. L'idea del World Wide Web era nata due anni prima, nel 1989, presso il CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire) di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica europeo. Il ricercatore inglese fu colpito da come alcuni colleghi italiani usavano trasmettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all'altro dell'istituto visualizzando informazioni tramite video. Il 12 marzo 1989 Tim Berners-Lee presentò infatti al proprio supervisore il documento Information Management: a Proposal, una cui copia è esposta presso il CERN, che fu valutato «vago ma interessante». Alla sua base vi era il progetto dello stesso Berners-Lee e di un suo collega, il belga Robert Cailliau, volto ad elaborare un software per la condivisione di documentazione scientifica in formato elettronico indipendentemente dalla piattaforma informatica utilizzata, con il fine di migliorare la comunicazione, e quindi la cooperazione, tra i ricercatori dell'istituto. A lato della creazione del software iniziò anche la definizione di standard e protocolli per scambiare documenti su reti di calcolatori: il linguaggio HTML e il protocollo di rete HTTP. Nel mese di dicembre 1990 furono completate le prime versioni dei software per il server. Berners-Lee realizzò anche il primo browser. Il giorno 20 apparve il primo sito, che descriveva lo stesso progetto WWW[4]. Il sito era visibile solo ai dipendenti e collaboratori del CERN. A partire dal 6 agosto 1991, invece, Berners-Lee cominciò ad annunciare pubblicamente su diversi newsgroup l'esistenza del progetto WWW e la disponibilità del software. Occorsero 17 giorni perché la pagina venisse visitata: il primo utente esterno al centro di ricerca la raggiunse il 23 agosto successivo. Dopo due anni in cui era stato usato solo dalla comunità scientifica, il 30 aprile 1993 il CERN decise di mettere il WWW a disposizione di tutti rilasciandone il codice sorgente in pubblico dominio. Negli anni successivi la nuova tecnologia conobbe un veloce e ampio successo, in virtù della possibilità offerta a chiunque di creare pagine web, dell'efficienza del servizio e, non ultima, della sua semplicità. Con il successo del Web ha inizio la notevole crescita e diffusione di Internet degli anni 2000-2010, nonché la cosiddetta "era del Web". Il primo sito web italiano messo on line fu quello del «Centro di ricerca, sviluppo e studi superiori in Sardegna» (CRS4). Il sito, crs4.it, fu pubblicato nella primavera del 1993 ed è tuttora online (ovviamente nella versione storica).

Dal Web statico ai Web service. Schema di funzionamento di un sito web dinamico. Gli standard e i protocolli che facevano funzionare il Web supportavano inizialmente la sola gestione di pagine HTML "statiche", vale a dire file ipertestuali (preparati precedentemente) visualizzabili e, soprattutto, navigabili utilizzando opportune applicazioni (browser web). Per superare le limitazioni del progetto iniziale, furono subito definiti strumenti capaci di generare pagine HTML dinamiche (ad es. utilizzando dati estratti da un database). La prima soluzione di questo tipo furono le CGI (Common Gateway Interface). Attraverso una CGI è possibile richiedere ad un web server di invocare un'applicazione esterna e presentare il risultato come una qualsiasi pagina HTML. Questa soluzione, sebbene molto semplice da realizzare, presenta numerose limitazioni di progetto (l'applicativo esterno viene eseguito ad ogni richiesta utente e non è prevista alcuna ottimizzazione, non vi è alcuna gestione dello stato della sessione). Per dare al web una maggiore interattività e dinamicità sono state perseguite due strade. Da un lato sono state aumentate le funzionalità dei browser attraverso un'evoluzione del linguaggio HTML e la possibilità d'interpretazione di linguaggi di scripting (come il JavaScript). Dall'altro, si è migliorata la qualità di elaborazione dei server attraverso una nuova generazione di linguaggi integrati con il web server (come JSP, PHP, ASP, etc.), trasformando pertanto i web server negli attuali application server. La diffusione di queste soluzioni ha consentito di avviare l'utilizzo del web come piattaforma applicativa che oggi trova la sua massima espressione nei Web service, alla cui realizzazione e diffusione sta lavorando l'intera industria mondiale del software per la gestione d'azienda, dai grandi nomi commerciali (come SAP e Oracle) fino alle comunità Open Source. L'utilizzo dei web-service all'interno dell'architettura di integrazione SOA permetterà anche alle piccole imprese di gestire senza grandi sforzi i propri processi aziendali. Scopo dei Web service è di limitare il più possibile le attività di implementazione, consentendo di accedere a servizi software resi disponibili in rete, assemblarli secondo le proprie necessità e pagarli soltanto per il loro utilizzo effettivo, metodologia individuata nella terminologia anglosassone come pay per use, on demand software, just in time software, on tap software, etc. I web-service e il loro successo hanno quindi un legame strutturale e intrinseco con i processi aziendali che dovranno supportare nell'ambito di una nuova organizzazione basata sui processi.

Dal web statico al web semantico. HTML 5. Nonostante tutte queste evoluzioni, il web rimane, ancora e soprattutto, una gigantesca biblioteca di pagine HTML statiche on-line. Però, se da un lato lo standard HTML con la sua semplicità ha contribuito all'affermazione del web, dall'altro ha la grossa limitazione di occuparsi solo della formattazione dei documenti, tralasciando la struttura e il significato del contenuto. Questo pone notevoli difficoltà nel reperimento e riutilizzo delle informazioni. Per rendersi conto di questo è sufficiente eseguire una ricerca utilizzando uno dei molti motori disponibili in rete e ci si accorgerà che, delle migliaia di documenti risultanti dalla query, spesso solo una piccola percentuale è d'interesse per la ricerca che s'intendeva fare. Ad esempio, per un qualsiasi motore di ricerca, non esiste alcuna differenza fra il termine Rossi nel contesto Il Sig. Rossi ed il termine rossi nel contesto capelli rossi, rendendo la ricerca molto difficile. La risposta a questo problema è venuta, ancora una volta, dal fisico inglese Tim Berners-Lee, che, abbandonato il CERN, ha fondato il consorzio W3C che ha assunto il ruolo di governo nello sviluppo di standard e protocolli legati al web. Egli nel 1998 ha definito lo standard XML (eXtensible Markup Language), un metalinguaggio derivante dall'SGML, che consente la creazione di nuovi linguaggi di marcatura (ad es. lo stesso HTML è stato ridefinito in XML come XHTML). Sua caratteristica innovativa è la possibilità di aggiungere informazioni semantiche sui contenuti attraverso la definizione di opportuni tag. I principali obiettivi di XML, dichiarati nella prima specifica ufficiale (ottobre 1998), sono pochi ed espliciti: utilizzo del linguaggio su Internet, facilità di creazione dei documenti, supporto di più applicazioni, chiarezza e comprensibilità. Con queste semplici caratteristiche l'XML fornisce un modo comune di rappresentare i dati, cosicché i programmi software siano in grado di eseguire meglio ricerche, visualizzare e manipolare informazioni nascoste nell'oscurità contestuale. È per questo che, nonostante la sua giovane età, l'XML è alla base di tutte le nuove specifiche tecnologiche distribuite dal W3C ed è stato adottato come standard di rappresentazione dati da tutta l'industria informatica (dai file di configurazione delle applicazioni alla definizione di formati di interscambio dei dati). Le specifiche XML hanno però una lacuna molto importante: non definiscono alcun meccanismo univoco e condiviso per specificare relazioni tra informazioni espresse sul web per una loro elaborazione automatica (ad es. più documenti che parlano dello stesso argomento, persona, organizzazione, oggetto), rendendo molto difficile la condivisione delle informazioni. Anche in questo caso la soluzione al problema è venuta dal W3C di Berners-Lee, attraverso la formalizzazione del web semantico. Il W3C considera l'ideale evoluzione del web dal machine-representable al machine-understandable. L'idea è di generare documenti che possano non solo essere letti e apprezzati da esseri umani, ma anche accessibili e interpretabili da agenti automatici per la ricerca di contenuti. A tale scopo sono stati definiti alcuni linguaggi, quali Resource Description Framework (RDF) e Web Ontology Language (OWL), entrambi basati su XML, che consentono di esprimere le relazioni tra le informazioni rifacendosi alla logica dei predicati mutuata dall'intelligenza artificiale. Questi standard sono già disponibili, ma continuano ad essere ulteriormente sviluppati insieme a formalismi e strumenti per dotare il web di capacità di inferenza. Quello appena esposto è un processo solo apparentemente tecnico, ma ben visibile nella sua portata, che ha come obiettivo l'approdo all'intelligenza condivisa del web che promette, a breve, l'uso più efficiente dei siti internet e, a più lungo termine, un'autentica trasformazione nella natura del software e dei servizi. Tanto interesse per queste tecnologie è da ravvisare nel fatto che tutti (utenti, produttori di software e di servizi piccoli e grandi) hanno da avvantaggiarsi dalla diffusione piena di questi standard[senza fonte]. La formazione nel corpo del web di una vasta rete "semantica" è, infatti, la condizione chiave per il decollo di un nuovo modo di intendere ed usare il web.

Descrizione[modifica. Caratteristica principale della rete Web è che i nodi che la compongono sono tra loro collegati tramite i cosiddetti link (collegamenti ipertestuali), formando un enorme ipertesto, e i suoi servizi possono essere resi disponibili dagli stessi utenti di Internet. Per quanto riguarda i contenuti, quindi, il Web possiede la straordinaria peculiarità di offrire a chiunque la possibilità di diventare editore e, con una spesa esigua, di raggiungere un pubblico potenzialmente vastissimo distribuito in tutto il mondo: gli utenti di Internet nel 2008 hanno superato il miliardo e cinquecento milioni, quasi un quarto della popolazione mondiale. Il Web è stato inizialmente implementato da Tim Berners-Lee mentre era ricercatore al CERN, sulla base di sue idee e di un suo collega, Robert Cailliau, e gli standard su cui è basato, in continua evoluzione, sono mantenuti dal World Wide Web Consortium. Il Web è uno spazio elettronico e digitale di Internet destinato alla pubblicazione di contenuti multimediali (testi, immagini, audio, video, ipertesti, ipermedia, ecc.) nonché uno strumento per implementare particolari servizi come ad esempio il download di software (programmi, dati, applicazioni, videogiochi, ecc.). Tale spazio elettronico e tali servizi sono resi disponibili attraverso particolari computer di Internet chiamati server web. Chiunque disponga di un computer, di un accesso ad Internet, degli opportuni programmi e del cosiddetto spazio web, porzione di memoria di un server web destinata alla memorizzazione di contenuti web e all'implementazione di servizi web, può, nel rispetto delle leggi vigenti nel Paese in cui risiede il server, pubblicare contenuti multimediali od offrire particolari servizi. I contenuti del Web sono infatti costantemente on-line, quindi costantemente fruibili da chiunque disponga di un computer, di un accesso a Internet, e degli opportuni programmi di "navigazione", in particolare del cosiddetto browser web, che consente, appunto, di fruire dei contenuti e dei servizi pubblicati sul Web. I più popolari Internet service provider offrono la possibilità di pubblicare sul Web contenuti non troppo complessi senza la necessità di conoscere il linguaggio di markup del Web. Lo stesso vale anche per i blog: molti sono infatti i siti web che offrono gratuitamente la possibilità di creare un blog in modo semplice e immediato senza la necessità di avere particolari conoscenze tecniche. In caso invece di contenuti più complessi è necessario dotarsi anche di un editor web WYSIWYG se si vuole evitare, o almeno semplificare, l'apprendimento del linguaggio di markup del Web. Non tutti i contenuti e i servizi del Web sono però disponibili a chiunque, in quanto il proprietario dello spazio web, o chi ne ha delega di utilizzo, può renderli disponibili solo a determinati utenti, gratuitamente o a pagamento, utilizzando il sistema degli account.

Contenuti e l'organizzazione. I contenuti principali del Web sono costituiti da testo e grafica, il cui formato è codificati da un insieme ristretto di standard definito dal W3C. Tali contenuti sono quelli che tutti i browser web devono essere in grado di interpretare e rappresentare autonomamente, cioè senza software aggiuntivo. I contenuti pubblicati sul Web possono essere però di qualunque tipo e in qualunque standard. Alcuni di questi contenuti sono pubblicati per essere fruiti attraverso il browser web e, non essendo in uno degli standard appartenenti all'insieme definito dal W3C, il browser web deve essere esteso nelle sue funzionalità al fine di poterli rappresentare. A tale scopo, il browser deve essere provvisto di opportuni plug-in, cioè estensioni del software base che ne aumentano le funzionalità, e che sono normalmente disponibili nel web. I contenuti che non sono direttamente fruibili dal browser web, devono essere utilizzati con programmi esterni al browser stesso. Ad esempio si può trattare di un file eseguibile per il sistema operativo che si sta utilizzando, o di un foglio elettronico in formato Microsoft Excel. I contenuti del Web sono organizzati nei siti web a loro volta strutturati nelle pagine web le quali si presentano come composizioni di testo e/o grafica visualizzate sullo schermo del computer dal browser web. Le pagine web, anche appartenenti a siti diversi, sono collegate fra loro in modo non sequenziale attraverso i link (anche chiamati collegamenti), parti di testo e/o grafica di una pagina web che permettono di accedere ad un'altra pagina web, di scaricare particolari contenuti, o di accedere a particolari funzionalità, cliccandoci sopra con il mouse, creando così un ipertesto. Tutti i sito web sono identificati dal indirizzo web, una sequenza di caratteri univoca chiamata in termini tecnici URL che ne permette la rintracciabilità nel Web. Non è previsto un indice aggiornato in tempo reale dei contenuti del Web, quindi nel corso degli anni sono nati ed hanno riscosso notevole successo i cosiddetti motori di ricerca, siti web da cui è possibile ricercare contenuti nel Web in modo automatico sulla base di parole chiave inserite dall'utente, e i cosiddetti portali web, siti web da cui è possibile accedere ad ampie quantità di contenuti del Web selezionati dai redattori del portale web attraverso l'utilizzo di motori di ricerca o su segnalazione dei redattori dei siti web.

I servizi. Di seguito quindi sono elencati solo quelli contraddistinti da una denominazione generica:

download: la distribuzione di software;

web mail: la gestione della casella di posta elettronica attraverso il Web;

web chat: la comunicazione testuale in tempo reale tra più utenti di Internet, tramite applicazioni di instant messaging;

streaming: la distribuzione di audio/video in tempo reale;

web radio: la radio fruita attraverso il Web;

web TV: la televisione fruita attraverso il Web;

Implementazione. L'accesso alla navigazione in rete sul Web. Il Web è implementato attraverso un insieme di standard, i principali dei quali sono i seguenti:

HTML (e suoi derivati): il linguaggio di markup con cui sono scritte e descritte le pagine web;

HTTP: il protocollo di rete appartenente al livello di applicazione del modello ISO/OSI su cui è basato il Web;

URL: lo schema di identificazione, e quindi di rintracciabilità, dei contenuti e dei servizi del Web.

La peculiarità dei contenuti del Web è quella di non essere memorizzati su un unico computer ma di essere distribuiti su più computer, caratteristica da cui discende efficienza in quanto non vincolati ad una particolare localizzazione fisica. Tale peculiarità è realizzata dal protocollo di rete HTTP il quale permette di vedere i contenuti del Web come un unico insieme di contenuti anche se fisicamente risiedono su una moltitudine di computer di Internet sparsi per il pianeta.

Funzionamento. La visione di una pagina web inizia digitandone l'URL nell'apposito campo del browser web oppure cliccando su un collegamento ipertestuale presente in una pagina web precedentemente visualizzata o in altra risorsa come ad esempio un'e-mail. Il browser web a quel punto dietro le quinte inizia una serie di messaggi di comunicazione con il web server che ospita quella pagina con lo scopo di visualizzarla sul terminale utente. Per prima cosa la porzione di server-name dell'URL è risolta in un indirizzo IP usando il database globale e distribuito conosciuto come Domain Name System (in sigla DNS). Questo indirizzo IP è necessario per inviare e ricevere pacchetti dal server web. A questo punto il browser richiede le informazioni inviando una richiesta a quell'indirizzo. In caso di una tipica pagina web, il testo HTML di una pagina è richiesto per primo ed immediatamente interpretato dal browser web che, successivamente, richiede eventuali immagini o file che serviranno per formare la pagina definitiva. Una volta ricevuti i file richiesti dal web server, il browser formatta la pagina sullo schermo seguendo le specifiche HTML, CSS, o di altri linguaggi web. Ogni immagine e le altre risorse sono incorporate per produrre la pagina web che l'utente vedrà.

Internet e Web.

La differenza tra internet e web di Andrea Minini. Spesso si parla di internet e web come se fossero la stessa cosa. In realtà, non è così. C'è una differenza notevole tra i due concetti.

1. La rete internet è l'infrastruttura tecnologica dove viaggiano i dati. Può essere immaginata come una specie di ferrovia digitale, con i propri binari ( canali ), stazioni ( server ) e regole ( protocolli ).

2. Il web è uno dei servizi internet che permette il trasferimento e la visualizzazione dei dati, sotto forma di ipertesto. Tutto ciò che normalmente vediamo sul nostro browser. Oltre al web esistono altri servizi internet come la posta elettronica, i newsgroups, i trasferimenti FTP, ecc.

Esempio. Quando visualizzo una pagina web sul browser sto utilizzando il Web. Quando scarico la posta elettronica sul mio computer, invece, non utilizzo il web. In entrambi i casi uso la rete internet per trasferire i dati ma i protocolli sono differenti.

Il web e internet hanno anche storie differenti. Sono nati in epoche diverse. Per conoscere tutte le differenze occorre rispolverare un po' di storia.

La nascita di internet. La rete internet nacque all'inizio degli anni '70. In origine si chiamava Arpanet ed era un progetto militare per mettere in comunicazione gli elaboratori elettronici degli enti governativi e militari. Successivamente, nel corso degli anni '80, la rete Internet uscì dagli ambiti militari e iniziò a essere utilizzata nelle università. Alla rete Internet si collegarono altre reti locali anche al di fuori del territorio americano. Per questa ragioni internet è anche conosciuta come Rete delle reti. In questi anni nacquero e si diffusero alcuni protocolli come quelli per gestire la posta elettronica ( email ) e i newsgroup. Per leggere le informazioni su un server o per scaricare un file si utilizzava la riga comandi e alcuni software di visualizzazione testuale come Telnet.

La nascita del web. Il web nacque nel 1991, circa venti anni dopo la nascita della rete Internet. Il termine Web è l'abbreviazione di World Wide Web ( WWW ). Si tratta di un sistema di comunicazione basato sul protocollo di comunicazione HTTP ( Hyper Text Transfer Protocol ) che consente agli utenti di navigare in modo ipertestuale tra i contenuti presenti sulla rete internet. Scompare la riga comandi. Per spostarsi da una pagina all'altra gli utenti possono cliccare sui collegamenti ipertestuali tramite un apposito software client detto browser.

Esempio. Se Internet fosse visto come una rete ferroviaria, il web dovrebbe essere immaginato come un treno moderno, comodo e ad alta velocità.

In conclusione Per riassumere il web non è internet ma soltanto uno dei servizi che lo compongono, al pari della posta elettronica o del trasferimento file via FTP. Il termine Web è spesso associato erroneamente a Internet, talvolta usato come sinonimo, soltanto perché è uno dei servizi più utilizzati dagli utenti. 

Browser e Motore di Ricerca.

Da leggimigratis.it.

Il browser è un programma client con un’interfaccia grafica che serve a connettersi al WorldWideWeb consentendo di richiedere e visualizzare i contenuti forniti da un server attraverso la digitazione di un indirizzo web logico detto URL.

Il primo browser della storia si chiamava WorldWideWeb e venne creato da Tim Berner- Lee. I più celebri sono Microsoft Explorer, Firefox, e Chrome, che ora è il browser più usato.

Il motore di ricerca è un servizio offerto da diverse aziende sul web che si occupa di indicizzare quante più pagine web possibili, di categorizzarle e di organizzarle per renderle disponibili agli utenti che fanno una ricerca. Il primo motore di ricerca mai esistito e riconosciuto è stato Yahoo!, nato nel 1994 da due studenti (Yang e Filo). Oggi il motore di ricerca più usato in assoluto è Google.

DIFFERENZA TRA BROWSER E MOTORE DI RICERCA. Da digitalzero.it il 9 febbraio 2016. Quante volte, almeno agli inizi, è capitato anche a noi di fare confusione tra nuove terminologie informatiche! D’altronde, è anche vero che negli ultimi anni siamo stati letteralmente inondati da fiumi di nuovi vocaboli tecnologici, per cui tenere il passo non è sempre facile, e a volte può capitare di sbagliarsi, ma è più che normale. Due termini di una certa importanza sui quali, a volte, capita di inciampare sono Browser e Motore di ricerca. Cerchiamo di vedere in modo semplice e chiaro i rispettivi significati e di capire, così, la differenza tra i due concetti. La parola Browser indica, semplicemente, un programma (installato su un qualsiasi computer) che consente di accedere agli infiniti siti e pagine web che si trovano su Internet, praticamente quello che avete aperto voi per visualizzare questo post. Quando si clicca sull’icona di un browser, si apre una schermata dove, nella parte superiore, appare un rettangolo orizzontale in forma di striscia stretta e allungata: questo rettangolo si chiama "barra degli indirizzi url". Quando si apre il browser di Google Chrome, ad esempio, sulla barra degli indirizzi si nota, all’estremità sinistra, l’immagine di un piccolo lucchetto che stà a significare una connessione codificata e sicura tra voi ed il server di Google, a seguire il prefisso sempre uguale dell’indirizzo costituito da due punti, doppia barra obliqua (doppio slash), e l’indirizzo vero e proprio di Google Italia (google.it). Andando con il cursore del mouse sulla barra degli indirizzi e premendo una volta il tasto sinistro, si ottiene il risultato di evidenziare in azzurro tutti questi caratteri, compreso l’indirizzo di Google. Ora la barra è pronta per essere utilizzata: basta digitare l’indirizzo Internet del sito che ci interessa visitare, premere enter e in un istante il browser ci mostrerà le pagine desiderate. Il browser, quindi, si può definire anche come un interfaccia, una pagina che svolge il ruolo di ‘intermediario’ tra noi e  un determinato sito web che vogliamo visitare, e al quale possiamo avere accesso solo ed esclusivamente digitandone il corretto indirizzo Internet sulla barra degli indirizzi del browser che stiamo utilizzando. Quindi, in definitiva, un browser è uno strumento che ci consente di interagire con Internet e di visualizzare e perciò fruire di tutti i suoi contenuti, ovvero: testi, immagini e filmati. I browser di oggi comprendono funzionalità sconosciute a quelli di ieri: ad esempio, grazie ai feed rss, consentono di ricevere in automatico aggiornamenti da specifici siti web scelti dall’utente. Inoltre permettono di visualizzare filmati e ascoltare files audio senza prima eseguire il download, oppure rendono la navigazione più tranquilla e sicura grazie ad appositi programmi che avvisano chi sta accedendo a siti potenzialmente a rischio. Esistono anche browser che comprendono servizi di posta elettronica o di scambio files. Tra i browser più noti e universalmente usati bisogna citarne almeno tre: Google Chrome, Windows Explorer o Edge da W10 e Firefox. Ma naturalmente ne esistono molti altri, di norma gratuiti e costantemente aggiornati. Passiamo ora alla seconda domanda: che cos’è un motore di ricerca? Si può rispondere che anche un motore di ricerca (come un browser) è un software ovvero un programma che però, a differenza del browser, non serve per entrare in siti web di cui si possiede l’indirizzo preciso, ma viene comunemente utilizzato per cercare parole o intere frasi su Internet, ovvero sulla rete web mondiale. Similmente al browser, il motore di ricerca viene visualizzato tramite una pagina dotata di un astriscia rettangolare allungata (la ‘barra della ricerca’), entro la quale l’utente digita il termine o la frase sui quali desidera ricevere informazioni. Una volta inseriti i termini-chiave della propria indagine e premuto il tasto enter, il motore  fornisce un elenco di risultati (a volte centinaia di migliaia o milioni!) contenenti la parola o frase inserita. Certamente oggi il motore di ricerca più usato è Google, ma ve ne sono molti altri come ad esempio Yahoo, Bing,  Baidu, Yandex, ecc. Sarà utile specificare, infine, che ormai  la funzione di reperimento di informazioni è svolta, oltre che dai normali motori di ricerca,  anche dalla barra degli indirizzi di un normale browser.

Roberto Cocciolo per punto-informatico.it il 12 luglio 2021. Google Chrome è indubbiamente il Browser Web più utilizzato al mondo e per questo motivo l'azienda di Mountain View introduce di volta in volta tantissime impostazioni diverse. In questo modo, tutti gli utenti potranno in qualche modo personalizzare la loro esperienza, rendendone l'utilizzo ancora più fluido e funzionale. In questa guida andremo quindi a consigliare alcune impostazioni di Google Chrome da considerare prima di altre, in quanto abbastanza determinanti per quanto riguarda l'utilizzo quotidiano della piattaforma.

Pannello impostazioni di Chrome. Tutte le impostazioni che vedremo saranno incluse all'interno di un solo pannello, con il quale Chrome potrà tranquillamente essere perfezionato. Per questo motivo, vi invitiamo a raggiungerlo immediatamente, poiché tutta la guida si baserà su questo elenco di opzioni. Per farlo, non servirà altro che cliccare sull'icona con tre puntini in alto a destra e subito dopo continuare con “Impostazioni”. A questo punto si avvierà una nuova schermata ricca di possibilità, con la quale chiunque potrà interagire. Ora, vediamo quelle che, secondo la nostra opinione, andranno immediatamente modificate.

Disattivare le notifiche dei siti. Ogni volta che si visita un sito Web capace di offrire delle notifiche, appare un pop-up di richiesta per consentire proprio i suddetti avvisi da parte del sito, chi non apprezzasse tale servizio può farne a meno entrando nelle impostazioni già raggiunte nel precedente paragrafo, dove sarà possibile disattivare qualsiasi richiesta di questo tipo, da tutti i siti che la offrono. Tutto ciò che servirà fare sarà premere sulla voce “Privacy e sicurezza”, continuare con “Impostazioni sito”, poi con “Notifiche” e infine scegliere l'opzione preferita: consentire o bloccare tutte le notifiche da tutti i siti che le supportano, bloccare solo un sito cliccando su “Aggiungi” accanto a “Blocca” in alto e digitando l'URL del sito interessato, consentire solo un sito cliccando su “Consenti” e digitando l'URL del sito interessato, oppure consentire solo i messaggi più discreti in modo da non avere avvisi a cascata.

Evita il blocco degli annunci. Google Chrome dispone di serie di una funzione capace di bloccare determinati annunci che non rispettano alcune linee guida imposte dalla stessa azienda. Tuttavia, in determinati casi, tale blocco potrebbe rendere meno fluida e godibile l'esperienza di navigazione e lasciare che il browser controlli gli annunci basati sulle proprie preferenze e cookie. Per questo motivo sarà comunque possibile rimuoverlo e lasciare che gli annunci facciano il loro lavoro. Per farlo, bisognerà raggiungere la solita schermata di impostazioni, scendere in basso e cliccare su “Avanzate”, raggiungere la sezione “Privacy e sicurezza”, scegliere la voce “Impostazioni contenuto” e poi “Ads”. Adesso non servirà altro che attivare il toggle alla destra di “Consenti” in modo da attivare correttamente la visualizzazione degli annunci e rimuovere il blocco.

Caratteri e dimensioni. Non poteva ovviamente mancare anche un paragrafo dedicato alla gestione dei caratteri e delle dimensioni di visualizzazione dei vari elementi presenti su Chrome. Ancora una volta quindi, prima di proseguire, vi invitiamo a raggiungere le impostazioni generali come visto nel primo paragrafo della guida. Una volta fatto, non servirà altro che raggiungere la sezione “Aspetto” e cliccare su “Dimensioni carattere”. Di default sarà presente la dimensione “Medie”, ma ovviamente l'utente potrà scegliere manualmente quale utilizzare. All'interno del menu a comparsa saranno infatti presenti altre quattro possibilità: Grandi, Molto grandi, Piccole e Molto piccole. Il suddetto menu apparirà nel caso in cui si deciderà di agire esclusivamente su “Personalizza caratteri”, ovvero quell'opzione che aumenterà esclusivamente la dimensione del font. Nel caso in cui invece si preferisse aumentare o diminuire l'intera visualizzazione dei siti, sarà necessario modificare il valore alla destra di “Zoom”, cliccando su “+” o “-“ in base alle proprie preferenze.

Rivedi le tue password. Ormai quasi la totalità dei Browser Web dispone di un gestore avanzato di password, con il quale risulta essere possibile conservare tutte quelle più utilizzate in maniera sicura e utilizzarle rapidamente quando necessario per l'accesso ai profili privati. Tale pannello può essere raggiunto dalle solite impostazioni di Chrome, ma dispone anche di un sito dedicato, il quale supporta anche altri Browser. Tutto ciò che servirà fare sarà infatti cliccare su questo link e accedere con il proprio account Google. Qui sarà presente prima di tutto un comodissimo tool di “Controllo password”, con il quale si potrà verificare l'effettiva sicurezza delle proprie chiavi di accesso, oltre a ricevere consigli utili per modificare eventualmente quelle meno sicure. Inoltre, Chrome avviserà l'utente quando un particolare sito Web sarà colpito da una fuga di dati, invitandolo quindi a modificare i dati di accesso. Subito in basso poi, non mancherà la lista di siti web dei quali si dispongono nome utente e password. Ciò tornerà molto utile quando bisognerà accedervi, così da evitare di volta in volta di aggiungere manualmente i dati. Tutto avverrà in completa sicurezza e velocità. Per salvare una nuova password basterà avviare il sito Web interessato, completare il primo accesso e cliccare su “Salva password” nell'avviso che apparirà in alto a destra. Infine, cliccando sull'icona delle impostazioni in alto a destra (sempre sul sito di gestione password), si potranno modificare alcuni parametri, come: evitare la richiesta di salvataggio password quando si accede ad un sito, rimuovere l'accesso automatico, annullare gli avvisi di sicurezza per le password e esportare o importare le password salvate.

Personalizza le tue pagine di avvio. La pagina di avvio di Chrome è il primo approccio che si ha con il Browser, per questo motivo, potrebbe essere un'ottima idea quella di impostarla in maniera adeguata e funzionale. Esistono tre diverse modalità tra cui scegliere: aprire una “Nuova scheda” (con i preferiti e la ricerca Google in primo piano), riprendere dall'ultimo sito aperto prima della chiusura, oppure avviare una pagina o un insieme di pagine pre-impostate. Tutte queste opzioni possono essere raggiunte attraverso il solito pannello delle impostazioni e, in particolare, concentrando l'attenzione sulla sezione “All'avvio”. Qui sarà infatti possibile scegliere “Apri la pagina Nuova scheda”, “Continua dal punto in cui avevi interrotto” o “Apri una pagina o un insieme di pagine specifiche”, scegliendo poi manualmente i siti da avviare con il pulsante “Aggiungi una nuova pagina”. Una volta scelte, potranno anche essere modificate tramite la voce “Modifica” (o “Aggiungi”).

Invia una richiesta di non tracciamento. Per garantire una maggior privacy all'utente, Google ha introdotto sul suo Chrome l'attivazione della funzione “Non tenere traccia”, con la quale ai siti web verrà impedito di raccogliere i dati e profilare gli utenti. In questo modo i propri dati saranno al sicuro, ma i consigli, gli annunci e i servizi non potranno più essere in linea con le proprie preferenze. Ovviamente, una volta attivata tale opzione, si potrà comunque tornare indietro e disattivarla. Per farlo, tutto ciò che servirà sarà: raggiungere il pannello delle impostazioni come visto nel primo paragrafo, scendere in basso fino alla sezione “Privacy e sicurezza”, cliccare sulla voce “Cookie e altri dati dei siti” e attivare (o disattivare) l'opzione relativa a “Invia una richiesta “Non tenere traccia” con il tuo traffico di navigazione”. In questo modo quindi, ogni volta che si visiterà una pagina Web, Chrome invierà una richiesta di non tracciamento che potrà essere accettata dal sito in questione (il tutto avviene in pochissimi istanti ovviamente). Purtroppo Google non chiarisce quali siti supportano questa funzione, perciò in alcuni casi potrebbe non funzionare.

Accesso a microfono e fotocamera Camera. Ogni volta che si visita un sito Web che richiede l'utilizzo del microfono o della fotocamera (o di entrambi), Google Chrome invia una notifica all'utente, la quale conterrà due possibili scelte: consentire l'accesso ai due elementi, oppure negarlo bloccando il sito interrompendo anche future richieste. Una volta fatta la scelta però, si potrà comunque fare un passo indietro e modificare l'opzione selezionata. Tutto ciò potrà essere fatto dal pannello delle impostazioni. Una volta raggiunto, bisognerà cliccare sulla voce “Impostazioni sito”, proprio sotto la sezione “Privacy e sicurezza”. A questo punto, dopo aver premuto sul pulsante relativo a “Videocamera” o “Microfono”, sarà possibile scegliere fra varie opzioni: attivare o disattivare “Chiedi prima di accedere”, ovvero la richiesta di accedere o meno alle periferiche, controllare e modificare i siti bloccati e consentiti, eliminare una scelta fatta in precedenza attraverso l'icona del cestino a destra, oppure cliccare sul nome di un sito presente nella sezione “Bloccati” e modificare la scelta in “Consenti”, così da permettergli di utilizzare la fotocamera o il microfono (o entrambi).

Invia segnalazioni a Google. In qualsiasi istante è possibile inviare delle segnalazioni di errori su Chrome a Google. In questo modo, tutti gli utenti contribuiranno al miglioramento del suddetto Browser, così da consentire all'azienda di Mountain View di ottimizzare ulteriormente i propri servizi e causare meno problemi a chi li utilizza. Ovviamente Google cercherà di analizzare tutti gli errori ricevuti e di verificare se effettivamente si verificano per poi risolverli e rendere disponibili nuovi aggiornamenti. Per inviare un nuovo feedback relativo a Chrome bisognerà cliccare sull'icona con i tre puntini in alto, continuare con “Guida” e poi premere sulla voce “Segnala un problema”. A questo punto si avvierà una finestra all'interno della quale aggiungere più dettali possibili sul problema, così come anche screenshot, immagini, indirizzi email oppure siti Web. Una volta conclusa la scrittura della segnalazione, non servirà altro che confermare l'invio con “Invia”.

Ripristino di Chrome alle impostazioni predefinite. Infine, qualora si volesse ritornare a tutte le impostazioni predefinite di Chrome, basterà utilizzare l'opzione relativa al ripristino. Per raggiungerla non servirà altro che avviare la solita schermata delle impostazioni, premere sulla voce “Avanzate” in basso e, nel caso in cui si utilizzasse Windows, scegliere “Ripristina impostazioni” e poi ancora “Ripristina impostazioni” nella sezione “Reimpostazione e pulizia”. Per gli utenti Linux, Mac e Chromebook invece, sarà necessario raggiungere la sezione “Ripristino delle impostazioni”, continuare con “Ripristina le impostazioni predefinite originali” e concludere con “Ripristina impostazioni”. Il ripristino interesserà diverse sezioni del Browser, tra cui: il motore di ricerca predefinito, la home page e le schede, la pagina “Nuova scheda”, le schede bloccate, le impostazioni dei contenuti (autorizzazione di microfono, videocamera e altre impostazioni di questo tipo), i cookie e dati anche le impostazioni e i temi selezionati.

·        L’E-Mail.

Carlo Nordio per “Il Messaggero” il 4 gennaio 2021. L'anno che inizia, durante il quale l'epidemia si protrarrà fino all'auspicabile epilogo, costituirà - secondo gli esperti l'apogeo dell'informazione a distanza in tempo reale. Vale dunque la pena di ricordare che nel 2021 ricorre il cinquantenario dell'invenzione che ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, e che, per quanto riguarda i rapporti interpersonali, può esser paragonata solo al telefono. Si tratta della posta elettronica, inventata nel 1971 da Ray Tomlinson, un programmatore assunto dal Pentagono per facilitare le trasmissioni delle forze armate. Come molte altre benefiche innovazioni, mediche, industriali e tecnologiche, anche questa è nata con l'occhio alla guerra. Che, come insegnavano i romani, è l'unico modo per mantenere la pace.

LE ORIGINI. La storia del servizio postale è vecchia quanto l'uomo, e anch'essa ha avuto origini essenzialmente militari. Cinesi, Caldei, Egiziani avevano già sviluppato metodi abbastanza rapidi per inviare e ricevere messaggi tra governo e periferia. I tempi erano scanditi sul galoppo dei cavalli, e questo sistema è stato mantenuto, e perfezionato, dai romani, dagli inglesi e dal Pony Express di Buffalo Bill, fino all'avvento del treno e del telegrafo. Intanto l'ingegno umano escogitava sempre nuovi espedienti. Uno di questi era la trasmissione visiva, di cui ancora oggi si vedono le tracce nella disposizione dei castelli del Reno, tra le anse cantate da Heine e da mille altri poeti. Nella rocca dove Lorelei attirava i nocchieri sorgeva una delle tante fortezze, ciascuna visibile dall'altra, dove con le fiaccole si segnalavano le urgenze dei prìncipi. Gli inconvenienti erano costituiti dai frequenti errori degli addetti, dalla nebbia e dall'impossibilità di ricevere risposte corrette, esaurienti e immediate.

DOMANDE E RISPOSTE. Un originalissimo metodo per assemblare domande e risposte, proprio come accade oggi con le e-mail, fu inventato dai monaci nel Medioevo, con l’introduzione del rotularius. Il messaggio, redatto su una pergamena da un armarius, poteva contenere notizie di cronaca, o considerazioni di ordine religioso. Il destinatario scriveva le sue osservazioni e le incollava all'originale, che inviava a un altro convento, e così via, finché il rotulus, arricchito dei nuovi interventi, assumeva dimensioni gigantesche, talvolta fino a venti metri. Quello che annunciava la morte dell'abate Saint-Vital fu spedito il 16 settembre 1122 e fu recapitato al mittente dieci anni dopo, con 206 risposte corrispondenti ad altrettante tappe. L'unica differenza rispetto a oggi era dunque il tempo. Ma di quello c'era disponibilità: i monaci erano pazienti e ritenevano, come Sant' Agostino, che si trattasse di una dimensione puramente relativa: tempus est distensio animi. Un ulteriore passo fu l'introduzione della macchina per scrivere. Quando essa sostituì, negli uffici pubblici, la calligrafia, sembrò venir meno un mondo di puntigliosa perfezione formale. Tutti ricordiamo Renato Rascel nei panni di Policarpo, ufficiale di scrittura, costretto a sottoporsi a un esame dattilografico per mantenere il posto di lavoro. Una prova peraltro superata dal piccoletto con energico umorismo. Questa prima meccanizzazione rese più facile la lettura - con la sola eccezione delle ricette mediche - di documenti importanti, e ne facilitò la conservazione attraverso la possibilità di compilarne varie copie con una pluralità di destinatari. L'introduzione della testina rotante accelerò e perfezionò il processo di battitura e, rendendo più difficile l'individuazione della macchina con la sostituzione della testina, facilitò la stesura dei proclami terroristici: le Brigate rosse li scrissero tutti con questo sistema.

GLI INCONVENIENTI. Tuttavia si trattò sempre di migliorie parziali e relativamente modeste, che mantenevano il principio, come s' è visto assai antico, del recapito manuale. C'erano naturalmente, il telegrafo il telefono e la televisione. Ma la trasmissione di testi lunghi, di dispacci riservati, di allegati sostanziosi, consigliavano, e spesso imponevano, l'uso del corriere. E ancora oggi la stragrande maggioranza delle comunicazioni giudiziarie avviene per posta attraverso la famigerata cartolina verde, che spesso si perde o viene respinta al mittente. Un inconveniente che da solo determina il rinvio di numerosissimi processi, e contribuisce a paralizzare la nostra sgangherata giustizia.

GLI ALLEGATI. Per la nostra generazione, nata nell'immediato dopoguerra, l'inizio degli anni 80 sembrava aver raggiunto con i fax l'apice della rivoluzione tecnologica, e tutto lasciava supporre che vi sarebbe stato un momento di pausa. Ed invece, una volta introdotta l'invenzione di Tomlison, è cambiato tutto. Domande e risposte, unitamente alle comunicazioni dal contenuto più vario, vengono inviate a ricevute da interi gruppi in tempo reale. La possibilità di inserire gli allegati ha azzerato l'utilizzo di tutti gli altri strumenti recenti, dalle telescriventi ai fax alle fotocopiatrici. Ovviamente vi sono degli inciampi e degli abusi, dai furti di identità alle fake news agli spam. Quest' ultima parola ha un’origine strana. Era la marca di una carne in scatola americana, particolarmente piccante (spiced ham, prosciutto speziato) diffusa soprattutto, anche qui, tra i militari. Il produttore ossessionava i telespettatori con una pubblicità ripetitiva e fastidiosa, sì da provocare la reazione satirica dei comici come poco dopo avrebbe fatto il geniale Totò nel suo ossessionante Vota Antonio. E da lì derivò il significato di messaggio indesiderato e intrusivo.

L'ASSUEFAZIONE. Ma al di là di questi inconvenienti antipatici, l'invenzione di Tomlison era davvero destinata a capovolgere un sistema di comunicazioni ultramillenario. Naturalmente non ce ne siamo accorti subito. Le nostre capacità di adattamento graduale alle novità ci impediscono spesso di percepirne immediatamente la portata. Salvo i casi di rivelazioni improvvise, - come l'esplosione della bomba atomica o il lancio dello Sputnik - l'evoluzione tecnologica necessita di verifiche sperimentali lunghe e oscillanti, e quando diventa prodotto fruibile ce ne siamo già assuefatti. La scoperta degli antibiotici risale alla fine degli anni Venti, la loro applicazione a dieci anni dopo e l'arrivo in Italia solo nel dopoguerra, e malgrado la sua straordinaria efficacia non ebbe il clamore dell'evento improvviso. Così è stato per la posta elettronica. Introdottasi poco a poco, tra mille difficoltà e resistenze tra le persone meno giovani e le burocrazie più arrugginite, quasi nessuno ne ha colto subito la portata rivoluzionaria. C'è voluto il Covid per farci capire che - con tutti i suoi limiti - questa forma di comunicazione può rimediare in parte al nostro isolamento forzato.

·        La Memoria: in byte.

Memoria a breve termine. Report Rai PUNTATA DEL 12/11/2018 di Cecilia Andrea Bacci. Produciamo dati a una velocità così elevata da poterli quantificare addirittura in zettabyte: vale a dire, milioni di miliardi di gigabyte. La nostra fame di byte cresce così tanto da renderci ciechi di fronte all'evidenza: potremmo alzarci, nel 2100, e non essere più capaci di leggere quella sequenza di 0 e 1 che avevamo diligentemente salvato in un hard disk venti anni prima. Potremmo addirittura ritrovarci a guardare al ventunesimo secolo come un nuovo Medioevo: un’epoca in cui si è prodotto troppo per poi non riuscire a conservare niente. Ma dove vengono salvati i nostri dati, a quale costo? E soprattutto, c’è spazio sufficiente per tutti e per tutto? 

MEMORIA A BREVE TERMINE di Cecilia Andrea Bacci

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Inviamo 269 miliardi di e-mail ogni giorno. Twittiamo 6 mila volte al secondo producendo, quotidianamente, 5 mila petabyte. Sono 4 miliardi le persone che hanno accesso a internet e che commentano e caricano contenuti sempre più spesso tanto da innalzare, entro il 2020, la produzione mondiale di dati a quasi 44 zettabyte l’anno. Ci sarà spazio per salvare tutti i dati e per sempre?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Peta, esa, zettabyte. Significano un milione di miliardi di giga. Ecco, questi sono i parametri con cui dovremo cominciare a fare i conti. Buonasera, anteprima dedicata a una questione di democrazia digitale. Negli anni ottanta, per conservare 250 megabyte era sufficiente, era necessaria una grande stanza, oggi è più che sufficiente una piccola chiavetta USB. Ma siccome generiamo più dati, più velocemente di quant’è la nostra capacità di conservarli, potremmo trovarci presto di fronte a un bivio, a una scelta: continuiamo a divorare spazio, a divorare anche energia. Guardare un film in streaming di un’ora e mezza potrebbe significare consumare anche fino a mille litri di acqua. I data center, le casseforti che conservano i nostri dati, sono spesso in paesi diversi da quelli che i dati li generano. E se dovessero essere pieni, un giorno? E se non ci fosse più spazio per conservare i dati? Chi è che deciderà cosa buttare e cosa tenere? Non è solamente una questione di numeri, di digitale, ma è anche una questione di fare spazio buttando la nostra memoria, la nostra identità. Chi sceglierà, in base a quali criteri lo farà? I governi sono attrezzati ad affrontare questo problema? La ciambella di salvataggio potrebbe arrivare dal contenuto di una provetta. La nostra Cecilia Bacci.

VINTON CERF - CHIEF INTERNET EVANGELIST - GOOGLE Immaginate di essere nel 22esimo secolo e di voler spiegare la vita del secolo precedente attraverso e-mail, tweet. Anche se i bit sono stati salvati su qualche supporto, il software che era in grado di leggerli potrebbe non esistere più. Se non facciamo qualcosa, rischiamo di diventare una generazione dimenticata.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Per uno dei padri di internet, Vinton Cerf, l’unica soluzione per conservare la memoria è stamparla su carta. I nostri ricordi, la nostra memoria sopravvivranno all’aggiornamento dei sistemi operativi e software? Domanda legittima se distanza di soli vent’anni, risulta difficile leggere un floppy disk.

CECILIA BACCI Una volta archiviati, i dati durano per sempre?

GOFFREDO HAUS - PROFESSORE DI INFORMATICA - UNIVERSITÀ DI MILANO No, nulla dura per sempre. Può modificarsi, può deteriorarsi di più o di meno, l’importante è che se anche si deteriora sia ancora decodificabile.

CECILIA BACCI FUORICAMPO Il concetto chiave della conservazione dei dati è la migrazione: cambiare supporto, dispositivo di lettura, software, formato dei dati. Cambiare prima di perderli irrimediabilmente.

GOFFREDO HAUS - PROFESSORE DI INFORMATICA - UNIVERSITÀ DI MILANO Non c’è una data di scadenza tipo “da consumare entro il”. È da consumare “preferibilmente entro il”.

CECILIA BACCI FUORICAMPO Ma dove finiscono tutti quei dati che non conserviamo nei nostri hard disk?

BORA RISTIC - RICERCATORE POLITICHE AMBIENTALI - IMPERIAL COLLEGE LONDRA Quando invii una mail, dal tuo telefono, dal tuo pc, invii e ricevi informazioni dai data center. Edifici che ospitano un elevato numero di server e computer. È lo scheletro che regge tutta la rete. Ma questo scheletro consuma energia.

STEFANO CECCONI – AMMINISTRATORE DELEGATO ARUBA I data center non hanno emissioni, non producono fumo, non producono rumore. Non sono visibili come azienda energivora.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Di energia però ne mangiano eccome. Ma quanto costa, in termini di impatto ambientale, mantenere la nostra memoria? I data center, con l’intero sistema ICT, consumano il 7% dell’energia prodotta a livello mondiale e potrebbero raggiungere il 20%.

BORA RISTIC - RICERCATORE POLITICHE AMBIENTALI - IMPERIAL COLLEGE LONDRA Muovere un gigabyte di dati sulla rete può richiedere un consumo di circa 200 litri d’acqua.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Equivale al consumo di una doccia di 10 minuti. E guardare un’ora di film HD in streaming può consumarne 3 di gigabyte. Un gruppo di ricercatori di Greenpeace ha studiato l’impatto ambientale delle piattaforme di streaming, Netflix compresa. Risultato? Quasi tutte bocciate con voti pessimi in “trasparenza energetica”.

BORA RISTIC - RICERCATORE POLITICHE AMBIENTALI - IMPERIAL COLLEGE LONDRA Sono i manager con le loro politiche, investendo in ricerca e innovazione, oppure scegliendo i posti adatti dove collocare il data center, che possono determinare l’impatto ambientale più basso.

CECILIA FUORI CAMPO Questo data center - non è un caso - nasce sulle rive del fiume Brembo ed è uno dei più grandi d’Italia.

STEFANO CECCONI – AMMINISTRATORE DELEGATO ARUBA Un edificio come questo ha più o meno il consumo di una città da circa 100mila abitanti. Tutto il campus, quando arriverà a regime, quindi con tutti gli edifici pieni a massimo consumo, saranno equivalenti a circa mezzo milione di persone come consumi residenziali.

CECILIA FUORI CAMPO Consumi di energia non solo per alimentare, ma anche per raffreddare le macchine. Processi in cui l’acqua fa la sua parte. Ecco perché alcuni colossi del tech - come Microsoft - non si sono accontentati della vicinanza e hanno preferito buttarsi direttamente in mare.

ELIZABETH JARDIM - GREENPEACE USA Facebook, dal 2012, si è impegna a utilizzare energia pulita al 100%. Ora le compagnie che seguono il buon esempio sono tante, in testa Apple, Facebook e Google.

CECILIA FUORI CAMPO Il data center di Bergamo ha puntato tutto su una centrale idroelettrica e su 1.454 pannelli fotovoltaici. Viene prodotta così il 50% dell’energia necessaria ad alimentare un’azienda che non dorme mai.

STEFANO CECCONI – AMMINISTRATORE DELEGATO ARUBA Tutto quello che manca lo preleviamo dalla rete, ma lo acquistiamo con una certificazione di origine, la certificazione GO, che ci garantisce che tutta l’energia acquistata proviene da fonti rinnovabili a sua volta.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Fonti che scarseggiano in Asia Orientale, dove portali come Alibaba vengono prevalentemente alimentati da centrali a carbone. Gli spazi, che ospitano i nostri dati nel nostro immaginario sono infiniti, ma non è così. In un futuro prossimo potrebbero esaurirsi. All’Istituto Charles Sardon di Strasburgo stanno studiando un modo per aumentare lo spazio.

JEAN-FRANÇOIS LUTZ - DIRETTORE DI RICERCA CNRS - STRASBURGO Quando parliamo di un disco rigido, ragioniamo in termini di nanometri. In 40/50 anni di ricerca le dimensioni sono notevolmente diminuite. Ora siamo arrivati quasi al limite fisico. Ridurle ancora è difficilissimo. Noi lavoriamo su tutt’altra scala, quella molecolare.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Che è dalle 10 alle 100 volte più piccola rispetto ai supporti che usiamo adesso.

JEAN-FRANÇOIS LUTZ - DIRETTORE DI RICERCA CNRS - STRASBURGO Questo è un esempio di polimero sintetico.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Ovvero una versione sintetica del DNA, che contiene il patrimonio genetico umano. Da questa provetta potrebbe partire la rivoluzione per la conservazione dei dati. Nel frattempo però, c’è chi ha messo su una Biblioteca d’Alessandria digitale. È lo scopo di Internet Archive, organizzazione no profit con sede a San Francisco, che raccoglie e mette on line la conoscenza digitale di tutto il mondo.

BREWSTER KAHLE - FONDATORE INTERNET ARCHIVE Le luci, attaccate agli hard drive, indicano quando qualcuno carica o scarica qualcosa dal nostro archivio.

CECILIA BACCI FUORI CAMPO Ma a Washington, c’è già chi si è posto dei limiti. La Biblioteca del Congresso conservava tutti i tweet pubblici, ma ha da poco iniziato ad archiviare soltanto quelli su eventi particolari e argomenti di interesse nazionale, come le elezioni.

CECILIA BACCI Chi è che decide cosa rimarrà di noi per esempio nel 2100, tra un secolo?

DINO PEDRESCHI - PROFESSORE DI INFORMATICA - UNIVERSITÀ DI PISA Saremo molto presto in una situazione in cui non potremo registrare tutto quello che produciamo. Chi deciderà cosa dimenticare e cosa conservare avrà molta parte del potere. Lasciare questa scelta a finalità commerciali è estremamente pericoloso.

CECILIA BACCI Chi è che si dovrebbe mettere di mezzo e dire “Ci penso io a conservare e analizzare i dati”?

DINO PEDRASCHI - PROFESSORE DI INFORMATICA UNIVERSITÀ DI PISA Io credo che debbano essere i cittadini, a cominciare a porre consapevolmente questa domanda. Credo che questo debba diventare uno dei temi dell’agenda delle democrazie del mondo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ma i governi sono attrezzati per affrontare questo scenario? Perché presto potremmo trovarci davanti a un problema di dittatura digitale. Ecco, le informazioni hanno un valore sempre più alto nella nostra società e servono per determinare il destino di una persona, una singola persona, o addirittura quello di un paese. E c’è invece chi usa le informazioni per tener viva la memoria e dunque migliorare il futuro, o semplicemente per ricattare. Ma anche per questo ha bisogno di tanta energia.

·        Il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica.

La storia di Tesler, colui che inventò il "Taglia, copia, incolla" dell'informatica. Sono i comandi del “Cut Up” che troviamo segnati sulle tastiere di tutti i computer del mondo e che ogni santo giorno pestiamo. Mauro Francesco Minervino su Il Quotidiano del Sud il 28 febbraio 2021. Qualche giorno fa, quasi un anno fa, smetteva di premere il tasto che permette di fare quella copia di copie che è la realtà, un certo Larry Tesler. Lawrence “Larry” Gordon Tesler (New York, 24 aprile 1945 – Portola Valley, 17 febbraio 2020) è stato un informatico statunitense. Da giovane informatico di Silicon Valley lavorava ai computer quando ancora erano macchine con cui si poteva inventare qualcosa che prima non c’era. Insieme a un altro giovane pioniere, il collega Timothy Mott, nel 1973 Tesler ideò un sistema per trasferire parti di testo nei programmi per computer, eliminando così la necessità di riscrivere il testo ogni volta da capo. Questo era in origine l’intento del primo “copia e incolla” della storia. E fu così che un giorno Tesler lavorandoci sulla possibilità di estrarre e rimontare a piacimento una parte di testo, inventò e perfezionò i comandi del “Cut Up” che troviamo segnati, e che ogni santo giorno pestiamo, sulle tastiere di tutti i computer del mondo (perché tutti un po’, almeno un poco, lo facciamo). I tasti “taglia”, “copia” e “incolla” (“Ctrl+C” “Ctrl+V”) sono il sesamo che apre e chiude le nostre ansie di travet della cultura massificata e di utenti dei new media, rendendo disponibile il tesoro senza fine accumulato sin qui, e senza nostro merito, dalla cultura del genere umano e dal lascito di tutte le intelligenze analogiche che ci hanno ampiamente preceduto lasciando un segno su questo pianeta; tutto quel pozzo di conoscenze a cui attingono ogni giorno per dare una parvenza di senso le nostre (nostre?) spesso misere, stinte e replicanti esistenze digitali, passa da lì, da quella sequenza di tasti. Il giorno in cui è morto Tesler il suo primo datore di lavoro, per ricordarlo degnamente ha scritto: “La vostra giornata lavorativa è più facile grazie alle sue idee rivoluzionarie”. Il tweet è della Xerox, la società in cui l’informatico americano iniziò la sua carriera, proseguita poi con successo crescente in Apple, Amazon e Yahoo. Tesler nasceva nel 1945 nel Bronx, a New York, studiando poi alla Stanford University in California. Dopo essersi laureato, si specializza tra i primi nella progettazione di sistemi informatici più intuitivi e nell’interazione uomo-computer. Grazie a lui il computer fu una macchina molto più semplice da usare, e molto più redditizia, aggiungiamo. Per tutti quelli a cui la cosa non fa granché specie fu più semplice copiare e far finta che quello che scrivi importando qualunque cosa già scritta o pensata da qualcun altro sul tuo foglio di Word senza citare, è davvero farina del tuo sacco. La sua fatidica invenzione gli fece fare la carriera che meritava. Tesler ha poi infatti lavorato per centri di ricerca prestigiosi e per diverse importanti aziende tecnologiche: dalla Xerox Palo Alto Research Center Parc, fino alla Apple, di cui è stato uno degli uomini e dei cervelli più importanti per quasi 20 anni. Sebbene poco conosciuto al grande pubblico, Tesler può essere considerato quindi tra i pionieri e gli innovatori dell’informatica moderna. Il padre del copia e incolla partecipò anche all’ideazione di uno dei primi programmi con interfaccia grafica per scrivere testi, fu il primo a usare un computer portatile su un aeroplano e a dimostrare al guru digitale Steve Jobs l’efficacia di un sistema grafico di simboli e icone che avrebbe poi cambiato per sempre le sorti dell’informatica di consumo. Fu proprio alla Apple che i comandi “cut up” che Tesler aveva inventato furono portati definitivamente su una tastiera standard. I tasti di Tesler furono resi infatti universalmente popolari dall’azienda informatica di Cupertino, la quale nel 1983 li adottò montandoli per la prima volta sul computer Lisa, e nel 1984 sulla tastiera della prima macchina della fortunata serie Macintosh. Larry Tesler, l’nventore del “Copia e Incolla”, ha fatto meritoriamente la sua onorata carriera di cervello dell’informatica grazie alla sua geniale invenzione, ma non avrebbe mai immaginato quanto quella sequenza di semplici tasti su un computer avrebbero fatto per la fortuna e la carriera di certa gente, che da allora campa mettendo insieme le parole e i pensieri; preferibilmente quelli degli altri. E quanta della loro imponderabile e non propriamente faticata fortuna, devono a lui e proprio a quei piccoli segni che identificano i tasti del “copia e incolla”, schiere di geni di vari rami dello scibile e scrittori di capolavori di seconda mano, che grazie alla sua invenzione intascano royalties e successi esorbitanti, senza aver mai pagato dazio ai legittimi predecessori di pensieri e parole importate e fatte proprie grazie a quel meraviglioso e in fondo banale comando. Tra i tanti beneficiati gli devono tutto anche molti docenti saliti in cattedra a forza di scopiazzature e montaggi digitali, e oggi soprattutto le moltitudini di saccenti e citatori serial-killer della cultura che riempiono Facebook di roba – ottima – di seconda mano, spacciandola per il sudore della loro spaziosissima fronte. Grazie in eterno Mr. Tesler, and Cut&Up Unlimited.

·        Gli Hackers.

2021, un anno in trincea: l’Italia nel mirino delle offensive cyber. Andrea Muratore su Inside Over il 30 ottobre 2021. Il 2021 è stato segnato da una crescita delle offensive cybernetiche verso organizzazioni industriali, server di amministrazioni pubbliche e strutture istituzionali italiane, e il recente attacco al sistema dati della Siae, che ha suscitato un forte clamore mediatico, è solo l’ultimo di una serie di casi a dir poco eclatanti. In primo luogo le statistiche legate al Covid-19 segnalano che da diversi mesi il cybercrime continua ad abbattersi sull’Italia, e che diversi fattori di vulnerabilità siano stati amplificati dalla pandemia, primo fra tutti l’estensione delle linee da presidiare connessa alla diffusione dello smart working. Il report “Attacks from all angles: 2021 Midyear cybersecurity report” curato da Trend Micro Research segnala che con 131.197 attacchi legati a infiltrazioni di malware, casi di spam, ransomware e siti pirata nella prima metà del 2021 il nostro Paese si classificava quarto al mondo dopo Stati Uniti (1.584.337), Germania (832.750) e Colombia (462.005) per minacce informatiche correlate al Covid-19. In secondo luogo, il danno economico è rilevante. Nel 2020 l’incremento degli attacchi cyber a livello globale è stato pari al 12% rispetto all’anno precedente, e per l’Italia i costi stimati sono calcolati in 7 miliardi di euro l’anno tra spese extra per le imprese, danni alle produzioni, perdite di informazioni strategiche. Inoltre, Corriere Comunicazioni ha sottolineato che il rapporto annuale del “Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica (Cnosp), pubblicato ad agosto, ha svelato che in Italia gli attacchi hacker si sono decuplicati in un anno passando dai 460 registrati tra il 1° agosto 2019 e 31 luglio 2020 ai 4.938 certificati al 1° agosto 2021″, con un’attenzione crescente al fronte della sanità. Il mondo sanitario è infatti oggetto di crescenti attenzioni da parte dei cybercriminali, che si lanciano sia sulla base dati degli utenti sia su server che, per ammissione dello stesso Ministro per la Transizione Digitale Vittorio Colao, sono ancora in larga parte poco presidiati. Secondo uno studio della società Sham in collaborazione con l’Università di Torino il 24% delle strutture del nostro Paese ha subito attacchi informatici dall’inizio della pandemia. Predominano malware e ransomware che possono bloccare notevolmente l’operatività di un sistema, arrivando a bloccare l’attività critica di ali strategiche di un ospedale come un reparto di terapia intensiva fino al pagamento di un riscatto. Il caso dell’attacco hacker alla Regione Lazio ha segnato un vero e proprio campanello d’allarme per il nostro Paese. Un campanello d’allarme connesso in primo luogo alla mancanza di una vera e propria cultura della sicurezza per il cyber nazionale. ’Lavanzamento prodotto negli ultimi anni con l’istituzione del perimetro nazionale, il recepimento di direttive europee come la celebre Nis, la definizione di protocolli condivisi di sicurezza tra imprese e istituzioni non cancella i limiti politici, economici e culturali che fino a qualche anno fa caratterizzavano il sistema-Paese nel mondo cybernetico, e che con l’istituzione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale il governo Draghi ha provato sanare con forza. Del resto,  nel contesto del suo passaggi estivo al Copasir e della susseguente audizione anche l’autorità delegata Franco Gabrielli aveva dichiarato che a suo avviso è necessario consolidare un perimetro di sicurezza cybernetica eccessivamente a macchia di leopardo grazie alla divisione delle competenze tra settore pubblico e privato. A fare molti danni è stato, in quest’ottica, in particolar modo il ramsomware “Conti”, tecnicamente un criptolocker che blocca l’accesso degli utenti ai Pc e poi impone il pagamento di un riscatto. Esso, avrebbe come rivelato per primo dall’Agi, avuto un ruolo nell’offensiva contro i dati del leader italiano della produzione di snack, il gruppo San Carlo, e avrebbe attaccato il gruppo italiano Maggioli — che fornisce numerosi servizi a pubbliche amministrazioni, professionisti e aziende — lo scorso 25 settembre, come riportato da Cybersecurity360. Soprattutto, conferma i problemi securitari per la somiglianza con l’azione che ha inibito nei giorni scorsi la Siae. Il caso dell’attacco a Siae, secondo il generale della Guardia di Finanza Umberto Rapetto, direttore di InfoSec, mostra l’esistenza di forti limiti culturali per il Paese. Per Rapetto, secondo quanto scritto in un’analisi per StartMag, “a rigore i malfattori” che si sono lanciati nel furto informatico che ha coinvolto diversi volti noti della musica italiana “non hanno rubato i dati della Siae, ma i dati degli iscritti che l’Ente aveva l’ineludibile dovere di tutelare impiegando tutte le risorse necessarie per la salvaguardia della riservatezza di quelle informazioni”, secondo un approccio security-by-design. “La mancata adozione di cautele e precauzioni idonee allo scopo” in ambito “tecnologico, organizzativo, regolamentare e naturalmente quelle di tipo educativo del proprio bacino di utenza” per Rapetto ha fatto sì che non si possa parlare di “sistema protetto da misure di sicurezza” nel quadro della base dati Siae. Ciò “costituisce una delle condicio sine qua non per configurare qualunque reato informatico”: è come se la Siae avesse mandato allo sbaraglio i suoi utenti, e questo mostra la gravità della questione sottolineata nei mesi scorsi da Colao sull’assenza di sicurezza dei server italiani. Con l’Acn e le evoluzioni degli ultimi mesi Roma ha provato a colmare un gap operativo; ma se da un lato negli apparati militari e di intelligence l’evoluzione culturale è ben assimilata, dall’altro questa deve ancora passare a livello generale. E sarà proprio questa la sfida per il futuro: ricordare alla popolazione che la cybersicurezza sarà sempre più un bene primario per il sistema Paese, la cui tutela sarà di vitale importanza per la sicurezza nazionale.

Dagotraduzione da Usa Today il 13 ottobre 2021. Mentre tutti noi stiamo ancora imparando che cos’è un attacco ramsonware e come difenderci dagli hacker, il massimo funzionario della sicurezza americana è preoccupato per un pericolo anche più terribile: il killerware, ovvero l’attacco informatico che può ucciderti. Per il segretario alla sicurezza interna Alejandro Mayorkas, l’attacco ramsonware alla Colonial Pipeline di aprile ha mostrato agli americani le complicazioni che può comportare, tra cui le lunghe code alle stazioni di servizio. Ma «c’è stato un incidente informatico che fortunatamente non ha avuto successo» ha aggiunto. «Un tentativo di hackerare un impianto di trattamento delle acque, in Florida. Quell’attacco non era stato sferrato per fini economici, ma solo per fare del male». Lo scopo era distribuire acqua contaminata ai residenti di Olsdmar, «e questo avrebbe dovuto attanagliare l’intero paese» ha raccontato Mayorkas. Secondo gli esperti di sicurezza il tentativo di sabotare il sistema idrico mostra che gli hacker stanno prendendo di mira un numero sempre maggiore di settori critici delle infrastrutture, dagli ospedali, alla rete idrica, ai dipartimenti di polizia e dei trasporti, a volte mettendo a rischio la vita delle persone. Come Mayorkas, gli esperti di sicurezza informatica del settore privato avvertono che i cosiddetti incidenti di sicurezza cyber-fisica che coinvolgono un'ampia gamma di obiettivi infrastrutturali nazionali critici potrebbero portare alla morte. Tra gli obiettivi sensibili ci sono la produzione di petrolio e gas e altri elementi del settore energetico, nonché sistemi idrici e chimici, trasporti, aviazione e dighe. L'ascesa di prodotti di consumo come termostati intelligenti e veicoli autonomi significa che gli americani vivono in un «mondo onnipresente di sistemi cyber-fisici» che è diventato un potenziale campo minato di minacce, ha affermato Wam Voster, direttore di ricerca senior presso la società di sicurezza Gartner. In un rapporto del 21 luglio, Gartner ha affermato che ci sono prove sufficienti di attacchi sempre più debilitanti e pericolosi ed è normale aspettarsi che entro il 2025 «gli aggressori informatici avranno ambienti tecnologici operativi armati per danneggiare o uccidere con successo le persone». «L'attacco all'impianto di trattamento delle acque di Oldsmar mostra che gli attacchi alla sicurezza sulla tecnologia operativa non sono più solo invenzioni di Hollywood», ha scritto Voster in un articolo che accompagnava il rapporto. Un altro esempio, ha scritto Voster, è stato il malware Triton, identificato per la prima volta nel dicembre 2017 sui sistemi tecnologici operativi di un impianto petrolchimico. È stato progettato per disabilitare i sistemi di sicurezza posti in essere per spegnere l'impianto in caso di evento pericoloso. «Se il malware fosse stato efficace, la perdita di vite umane sarebbe stata altamente probabile», ha scritto Voster. «Non è irragionevole presumere che questo fosse un risultato voluto. Quindi il 'malware' è ora entrato nel regno dei 'killware'». Gli esperti di sicurezza informatica avvertono i leader del governo e delle aziende che potrebbero essere ritenuti responsabili finanziariamente o legalmente se si scopre che le violazioni dei sistemi informatici che supervisionano hanno avuto un impatto umano. «Negli Stati Uniti, l'FBI, la NSA e la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA) hanno già aumentato la frequenza e i dettagli forniti sulle minacce ai sistemi critici relativi alle infrastrutture, la maggior parte dei quali sono di proprietà dell'industria privata», ha detto Katell Thielemann, vice ricercatrice presidente di Gartner, in un rapporto nel settembre 2020. «Presto, i CEO non saranno più in grado di invocare l'ignoranza o ritirarsi dietro le polizze assicurative». L'azienda ha stimato che l'impatto finanziario degli attacchi alla sicurezza cyber-fisica con conseguenti vittime supererà i 50 miliardi di dollari entro pochi anni. «Anche senza prendere in considerazione il valore effettivo di una vita umana», ha concluso Gartner, «i costi per le organizzazioni in termini di risarcimento, contenzioso, assicurazione, sanzioni normative e perdita di reputazione saranno significativi».

Alessandro Vinci per corriere.it il 2 ottobre 2021. Lente di ingrandimento sulle app che richiedono di accedere al microfono per essere installate. Dietro tale precondizione, che a volte può sembrare immotivata rispetto alle effettive finalità dei servizi, potrebbe infatti nascondersi la volontà di sottrarre agli utenti dati personali ascoltandone di nascosto le conversazioni. È l’allarme lanciato mercoledì dal Garante della privacy, che ha rivelato di aver avviato un’indagine proprio su una serie di «app “rubadati”» sospettate di essere dedite alla pratica (naturalmente fraudolenta) allo scopo di vendere le informazioni acquisite a società attive nel mondo della pubblicità online. Essendo l’istruttoria in corso, per il momento non sono stati resi noti ulteriori dettagli. Qualora tuttavia dovesse essere accertata la responsabilità di specifiche piattaforme, l’Autorità presieduta da Pasquale Stanzione non esiterà a comunicarlo pubblicamente. 

Tutte coincidenze?

All’origine della volontà del Garante di fare luce sul fenomeno, «un servizio televisivo e diversi utenti» che «hanno segnalato come basterebbe pronunciare alcune parole sui loro gusti, progetti, viaggi o semplici desideri per vedersi arrivare sul cellulare la pubblicità di un’auto, di un’agenzia turistica, di un prodotto cosmetico». Semplici coincidenze o c’è qualcosa di più? Lo si capirà anche grazie al Nucleo speciale privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza, che collaborerà all’esame «di una serie di app tra le più scaricate» e alla verifica «che l’informativa resa agli utenti sia chiara e trasparente e che sia stato correttamente acquisito il loro consenso».

«Fenomeno sempre più diffuso»

Al contrario di quanto sostenuto nel 2018 da un gruppo di ricercatori della Northeastern University di Boston, secondo il Garante la sottrazione di informazioni tramite i microfoni degli smartphone sarebbe un «fenomeno sempre più diffuso». Nonché particolarmente insidioso: «Una volta che si accetta senza pensarci troppo e senza informarsi sull’uso che verrà fatto dei propri dati — recita infatti il comunicato a proposito del via libera all’impiego del microfono —, il gioco è fatto». Come già dimostrato da diverse ricerche sugli elettrodomestici «intelligenti», quello dell’ascolto indebito a scopo pubblicitario non sarebbe comunque un inedito nel mondo tech. A breve se ne saprà di più.

Dagotraduzione dal Wall Street Journal il 29 agosto 2021. L'artista serbo Milos Rajkovic è rimasto basito il mese scorso quando i suoi fan sui social media hanno iniziato a promuovere una vendita online dei suoi ritratti digitali animati come NFT o token non fungibili. Rajkovic, che si fa chiamare Sholim, aveva visto gli NFT conquistare il mondo dell'arte, ma non aveva ancora deciso di entrare nel nuovo florido mercato dei certificati digitali. Inorridito, ha aperto la piattaforma OpenSea e ha trovato un impostore che cercava di vendere 122 delle sue opere come NFT per un 50.000 dollari. «La gente viene derubata», ha detto Rajkovic. La pagina fasulla è scomparsa a un certo punto, ma da allora è apparsa un'altra versione. «Mi sento responsabile, perché amano il mio lavoro e qualcuno mi sta usando per derubarli. È così frustrante». Gli NFT stanno sovraccaricando il mercato dell'arte, ma gli utenti avvertono che hanno un lato oscuro. Secondo gli esperti di sicurezza informatica, i truffatori e gli hacker stanno sfruttando sempre più le lacune di sicurezza nel mercato in rapida espansione e gli artisti e i collezionisti che non sono cripto-alfabetizzati si stanno rivelando bersagli facili. Secondo la società di analisi digitale DappRadar, nel secondo trimestre sono stati scambiati circa 2,4 miliardi di dollari di NFT, leggermente in aumento rispetto ai 2,3 miliardi di dollari venduti durante la frenesia artistica NFT iniziale del primo trimestre. Le principali case d'asta e gallerie ora vendono arte NFT – l’NFT da 69 milioni di dollari di Beeple detiene ancora il record - e stanno spuntando dozzine di piattaforme di vendita d'arte online che cercano artisti e collezionisti per unirsi alla mania dell'arte NFT. Gli NFT sono voucher digitali di autenticità che possono essere allegati alle immagini sugli schermi, consentendo di scambiare e tracciare JPEG a tempo indeterminato sulla blockchain. Le frodi più comuni sono la creazione di false opere d'arte NFT e il furto di informazioni riservate, come quelle sulla carta di credito, ad opera di false piattaforme di scambio. Esistono anche schemi di phishing e virus che possono prosciugare i portafogli digitali degli utenti o account online che possono memorizzare i dettagli finanziari delle persone e i loro fondi in criptovalute. La portata e l'ampiezza di questi attacchi sono difficili da definire perché il decentramento, un aspetto che definisce questo mercato alimentato dalle criptovalute, rende più difficile il conteggio o il monitoraggio delle frodi. Ironia della sorte, parte del fascino degli NFT è che questi token sono progettati per semplificare la registrazione e il monitoraggio dei dettagli di proprietà e delle vendite sul registro digitale noto come blockchain. «Gli hacker stanno gioendo perché molte persone che non sono esperte di tecnologia stanno improvvisamente coniando e scambiando NFT ora», afferma Max Heinemeyer, direttore presso Darktrace, una società di difesa informatica con sede a Cambridge, in Inghilterra. «A differenza di un museo, non ci sono guardie in piedi intorno al tuo laptop». All'inizio di quest'anno, un impostore che si spacciava per l'artista di strada Banksy ha venduto opere d'arte NFT per un valore di 900.000 dollari, sempre sulla piattaforma OpenSea, prima che il vero Banksy venisse a conoscenza dello stratagemma. L'artista si è fatto avanti per dire che non era affatto coinvolto nella vendita (La piattaforma ha bloccato il venditore dal suo sito, ma il truffatore ha trattenuto i soldi). Nate Chastain, capo del prodotto per OpenSea, ha rifiutato di discutere la situazione con Banksy e Mr. Rajkovic, ma ha detto in una e-mail che la piattaforma sta adottando misure per frenare le frodi. «Prendiamo molto seriamente le frodi in OpenSea e ci impegniamo per rimuovere questo contenuto dalla piattaforma non appena ne veniamo a conoscenza», ha detto. Chastain ha detto che la piattaforma sta pianificando di implementare un sistema di rilevamento delle immagini duplicate, che potrebbe identificare quando i truffatori cercano di vendere copie di opere già online altrove. A giugno, un importante artista NFT che si fa chiamare Fvckrender ha dichiarato di aver perso l'equivalente di 4 milioni di dollari in criptovalute dopo aver aperto un file inviatogli sui social media che conteneva un virus. In pochi minuti, ha quasi svuotato il suo portafoglio online mentre si affrettava a spostare i fondi rimanenti su un altro account sicuro. «Sono un idiota», ha twittato in seguito. Anche Mike Winkelmann, l'artista meglio conosciuto come Beeple, è stato preso di mira. Dopo che il suo NFT "Everydays: The First 5000 Days" è stato venduto da Christie's per 69 milioni di dollari a marzo, un artista digitale noto come Monsieur Personne ha affermato di aver creato copie corrispondenti del record NFT di Beeple e indotto diverse piattaforme NFT a pensare che i pezzi provenissero da Beeple. Alcuni siti hanno messo in vendita queste imitazioni prima che lo stratagemma diventasse noto e le offerte per acquistare i falsi fossero bloccate dai siti. Monsieur Personne ha poi scritto sul blog che il suo exploit aveva lo scopo di avvertire gli amanti dell'arte delle falle di sicurezza all'interno del sistema NFT. «Ci sono enormi frodi in corso», ha aggiunto in un'e-mail martedì. I problemi si estendono oltre i tipici problemi di crescita e malfunzionamento di una nuova arena dell'arte, in parte perché le vittime dicono di trovare così poco spazio per ricorrere. I collezionisti che acquistano inavvertitamente opere d'arte false o rubate nel mondo reale possono spesso chiedere rimborsi o rivolgersi a vie legali, ma le probabilità di successo possono essere ridotte nel regno opaco della criptovaluta. (Se una truffa riguarda acquisti fraudolenti effettuati con una carta di credito rubata, il proprietario della carta può comunque segnalare la frode alla società della carta di credito e il denaro può essere generalmente rimborsato). Benny Taveras, un investitore canadese di 39 anni, ha affermato di aver speso circa 700 dollari nella criptovaluta nota come Etherum acquistando sette NFT video in loop che pensava fossero stati venduti da Rajkovic. Il signor Taveras in seguito ha contattato l'artista sui social media e gli è stato detto che la vendita era una truffa. «Ero devastato», ha detto in un'intervista. «Non solo ho perso una vendita, ma è stato scoraggiante». Mr. Taveras, che ha detto di aver speso più di 120.000 dollari accumulando arte tokenizzata negli ultimi tre mesi, ha affermato che ora invia e-mail agli artisti per controllare le loro offerte NFT prima di effettuare qualsiasi acquisto. E non apre più alcun link che gli viene inviato tramite i social media. «Basta un clic"» ha detto. Esperti come Mr. Heinemeyer di Darktrace suggeriscono agli utenti di memorizzare le loro password, chiamate seedphrase, e di spostare la loro ricchezza in criptovalute in portafogli digitali che possono essere archiviati su chiavette personalizzate o permettere un'autenticazione a due fattori. DeviantArt, un noto sito in cui gli artisti digitali hanno a lungo condiviso esempi del loro lavoro (spesso gratuitamente), ha dichiarato di aver iniziato a scandagliare il web in cerca di truffe dopo essersi resa conto che molte delle opere ospitate sul suo sito venivano rivendute illegalmente come NFT. La scorsa settimana ha iniziato a utilizzare software di intelligenza artificiale per setacciare blockchain pubbliche e piattaforme NFT in cerca di esemplari identici alle opere dei suoi artisti così da avvisarli. Un portavoce di DeviantArt ha affermato che nei due besi di fase beta, l'86% delle partite scoperte dalla tecnologia AI riguardava potenzionali violazioni su piattaforme NFT. Alcuni importanti artisti stanno adottando ulteriori misure per proteggere e autenticare le loro opere offerte in vendita online. Hannes Koch, co-fondatore dello studio artistico Random International, ha detto che lui e i suoi collaboratori hanno recentemente assunto un fornitore di certificazione blockchain, Verisart, per rilasciare un certificato di autenticità ai loro NFT. Hanno anche iniziato ad allegare certificati retroattivi a tutte le loro opere fisiche. Robert Norton, amministratore delegato di Verisart, ha affermato che gli artisti stanno scoprendo che solo alcune delle due dozzine di piattaforme NFT controllano in anticipo l'identità dei loro venditori, rendendo così molto facile per i criminali copiare e incollare e scambiare opere d'arte che non hanno creato. Ma i certificati di Verisart sono dotati di firme aggiuntive e dettagli che un truffatore non può facilmente falsificare. «Ai vecchi tempi, i ragazzi avrebbero dovuto falsificare l'arte, ma ora devono solo essere in grado di hackerare il file immagine», ha detto Norton. Altri artisti, tra cui Daniel Arsham e Jen Stark, stanno aggiungendo marcatori di autenticità e sicurezza nel momento in cui coniano le loro opere come NFT. Entrambi gli artisti usano CXIP, un nuovo tipo di software di conio che nasce da un'idea dell'avvocato Jeff Gluck. CXIP ancòra i suoi pezzi all'artista originale e migliora i dettagli del contratto per garantire che le future royalties di rivendita siano irrevocabili, indipendentemente da dove l'opera viene successivamente rivenduta. Il signor Rajkovic ha detto di aver recentemente contattato anche il signor Gluck per chiedere aiuto. Il signor Taveras, che ha acquistato le opere fasulle di Sholim, ha affermato di non aver mai ricevuto indietro i suoi soldi dal suo truffatore, sebbene la tecnologia blockchain renda più facile seguire le spese del suo hacker dopo il fatto. «Se volessi, potrei guardarlo spendere i miei soldi», ha detto, «ma non posso hackerarlo e recuperarli». 

Dagotraduzione dalla Nbc il 16 agosto 2021. A giugno, l'FBI ha ottenuto un mandato per dare la caccia agli account Google di Abedemi Rufai, un funzionario del governo statale nigeriano. In una dichiarazione giurata, l’Fbi ha raccontato quello che ha scoperto, cioè una massiccia frode informatica al governo degli Stati Uniti: dopo aver rubato le informazioni fiscali e bancarie degli americani, Rufai ha infatti inviato dozzine di false richieste di disoccupazione in sette stati, ricevendone in cambio 350 mila dollari. Secondo gli atti del tribunale, Rufai è stato arrestato a maggio all'aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York mentre si preparava a tornare in Nigeria. È detenuto senza cauzione nello stato di Washington, dove si è dichiarato non colpevole di cinque capi di imputazione per frode telematica. Il caso di Rufai offre una piccola finestra su quella che secondo le forze dell'ordine e gli esperti privati è la più grande frode mai perpetrata contro gli Stati Uniti, e una parte significativa è stata condotta da stranieri. Funzionari ed esperti sostengono che mafiosi russi, hacker cinesi e truffatori nigeriani hanno usato identità rubate per depredare decine di miliardi di dollari in benefici Covid, trasferendoli poi nei loro paesi. E sta ancora accadendo. Tra gli obiettivi ci sono i programmi di disoccupazione. Il governo federale non può dire con certezza quanto degli oltre 900 miliardi di dollari di sussidi di disoccupazione legati alla pandemia siano stati rubati, ma stime credibili vanno dagli 87 milioni ai 400 miliardi di dollari, almeno la metà dei quali è andata a criminali stranieri, affermano le forze dell'ordine. «Questo è forse la più grande frode mai organizzata», ha detto il ricercatore di sicurezza Armen Najarian della ditta RSA, che ha rintracciato un giro di nigeriani che presumibilmente hanno sottratto milioni di dollari a più di una dozzina di stati. Jeremy Sheridan, che dirige l'ufficio investigativo dei servizi segreti, lo ha definito «il più grande schema di frode che abbia mai incontrato». «A causa del volume e del ritmo con cui questi fondi sono stati resi disponibili e molti dei requisiti che sono stati revocati per rilasciarli, i criminali hanno colto questa opportunità e hanno avuto molto, molto successo - e continuano ad avere successo», ha detto. Mentre l'enorme portata delle frodi contro il Covid è stata chiara da tempo, scarsa attenzione è stata prestata al ruolo dei gruppi criminali stranieri organizzati, che spostano il denaro dei contribuenti all'estero attraverso schemi di riciclaggio che coinvolgono app di pagamento e "money muli". «È come lasciare che la gente entri a Fort Knox e prenda l'oro, e nessuno ti ha nemmeno fatto qualche domanda», ha detto Blake Hall, CEO di ID.me, che ha contratti con 27 stati per verificare le identità. Funzionari e analisti affermano che sia i truffatori nazionali che quelli stranieri hanno approfittato di un sistema già debole di verifica della disoccupazione mantenuto dagli stati, che è stato segnalato per anni dai federali. In aggiunta alla vulnerabilità, gli stati hanno reso più facile richiedere i benefici di Covid online durante la pandemia e i funzionari hanno sentito la pressione e hanno accelerato l'elaborazione. Il governo federale ha anche lanciato nuovi bonus per gli appaltatori e i lavoratori autonomi, senza che ci fosse la verifica del datore di lavoro. In quell'ambiente, i truffatori erano facilmente in grado di impersonare americani disoccupati usando le informazioni raccolte e vendute sul dark web. I dati - date di nascita, numeri di previdenza sociale, indirizzi e altre informazioni private - si sono accumulati online per anni attraverso enormi violazioni dei dati, inclusi hack di Yahoo, LinkedIn, Facebook, Marriott ed Experian. A casa, i detenuti e le bande della droga sono entrati in azione. Ma gli esperti dicono che gli sforzi meglio organizzati sono venuti dall'estero, con criminali provenienti da quasi tutti i paesi che si sono lanciati per rubare su scala industriale. «Lo chiamano letteralmente soldi facili», ha detto Ronnie Tokazowski, un ricercatore senior che ha monitorato le comunicazioni del dark web con le le bande fraudolente dell'Africa occidentale. In alcuni casi, i gruppi criminali organizzati all'estero hanno inondato i sistemi di disoccupazione statali con false affermazioni, travolgendo i software per computer antiquati con attacchi che hanno sottratto milioni di dollari. In diverse occasioni, gli stati hanno dovuto sospendere i pagamenti dei sussidi mentre cercavano di capire cosa fosse reale e cosa no. «Si tratta sicuramente di un attacco economico agli Stati Uniti», ha affermato il vicedirettore dell'FBI Jay Greenberg, che sta indagando sui casi come parte della task force sulle frodi Covid del Dipartimento di Giustizia. «Mancheranno decine di miliardi di dollari. ... È una quantità significativa di denaro che è andata all'estero». Nell'ambito del programma Pandemic Unemployment Assistance per lavoratori autonomi e appaltatori, le persone possono richiedere un ristoro retroattivo, rivendicando mesi di disoccupazione senza alcuna verifica sul datore di lavoro. Hall ha spiegato che in alcuni casi sono stati emessi assegni o carte di debito del valore di 20mila dollari. «La criminalità organizzata non ha mai avuto l'opportunità di convertire l'identità di un americano in 20.000 dollari, e questo è diventato il loro Super Bowl», ha detto. «Questi stati non erano attrezzati per fare la verifica dell'identità, certamente non la verifica dell'identità a distanza. E nei primi mesi e ancora oggi, la criminalità organizzata ha appena fatto di questi stati un obiettivo». Sheridan, la cui competenza al Secret Service include crimini finanziari, ha sottolineato che le somme rubate superano di gran lunga il costo annuale del ransomware, che si stimi costi all'economia 20 miliardi di dollari l'anno, e che ha attirato l'attenzione dei media. «Questi gruppi che traggono così tanto profitto da questo tipo di schemi, si impegnano in una serie di altri crimini», ha detto. «Traffico di droga, crimini contro i bambini, frodi informatiche più sofisticate. E questo denaro è fondamentalmente un investimento per condurre operazioni criminali più estese ... alcune delle quali includono crimini che comprometteranno la sicurezza nazionale». Quando gli stati si sono accorti della criminalità, il rubinetto del denaro sgorgava da mesi. «Nessuno ha davvero capito quanto fosse grande il problema fino a quando non si è manifestato», ha affermato Najarian, il ricercatore di sicurezza RSA. «Abbiamo tutti accettato che ci fossero frodi in atto, frodi organizzate e frodi locali. Ma quello di cui non ci rendevamo conto... era che la frode organizzata era molto aggressiva e molto efficiente e spostava somme di denaro molto, molto grandi all'estero». Il sito di giornalismo investigativo ProPublica ha calcolato il mese scorso che da marzo a dicembre 2020 il numero di richieste di sussidio di disoccupazione ha raggiunto circa i due terzi della forza lavoro del paese, ma il tasso di disoccupazione effettivo era del 23%. Sebbene alcune persone perdano il lavoro più di una volta in un dato anno, questo da solo non spiega l'enorme differenza tra i due numeri. Il furto continua. Il Maryland, ad esempio, a giugno ha rilevato più di mezzo milione di richieste di disoccupazione potenzialmente fraudolente solo negli ultimi due mesi. La maggior parte dei tentativi è stata bloccata, ma gli esperti affermano che a livello nazionale molti attacchi stanno ancora andando avanti. L'amministrazione Biden ha riconosciuto il problema e ne ha dato la colpa all'amministrazione Trump. «Forse non esiste alcun problema di supervisione ereditato dalla mia amministrazione che sia grave quanto lo sfruttamento dei programmi di soccorso da parte di organizzazioni criminali che utilizzano identità rubate per sottrarre benefici al governo», ha dichiarato il presidente Usa in a maggio, quando il governo ha annunciato che il Dipartimento di Giustizia avrebbe dedicate forze solo a questo. Insieme alle enormi perdite inflitte al Tesoro degli Stati Uniti, i criminali hanno ferito anche decine di migliaia di persone, molte delle quali hanno subito ritardi nell'ottenere benefici tanto necessari.

Zingaretti, è attacco terroristico. (ANSA il 2 agosto 2021) "Stiamo difendendo in queste ore la nostra comunità da questi attacchi di stampo terroristico. Il Lazio è vittima di un'offensiva criminosa, la più grave mai avvenuta sul nostro territorio nazionale". Lo ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. "Non conosciamo la matrice dell'attacco e tutte le ipotesi sulla matrice sono al vaglio degli investigatori", ha poi precisato Zingaretti. Ha poi aggiunto che "la definizione (dell'attacco, ndr) non è dato saperla".

Attacco hacker: fonti, escluso accesso a storia sanitaria. (ANSA il 2 agosto 2021) Gli hacker che hanno attaccato il Ced della Regione Lazio non avrebbero avuto accesso alla storia sanitaria dei milioni di cittadini che sono inseriti nel database del sistema sanitario regionale. Lo si apprende da qualificate fonti della sicurezza secondo le quali l'attacco, per quanto riguarda la parte sanitaria, ha colpito il sistema prenotazioni Cup e a quello delle prenotazioni vaccinali. Non ci sarebbe stato un travaso di dati sanitari, anche se i pirati sarebbero comunque entrati in possesso di diversi dati anagrafici. Non sarebbe stata toccata l'infrastruttura informatica che riguarda il bilancio e la protezione civile. Quanto al riscatto, sottolineano sempre le fonti, i pirati informartici non avrebbero al momento quantificato la loro richiesta in maniera esplicita anche se, in casi analoghi avvenuti in altri paesi, le richieste sarebbero passate da poche centinaia di migliaia di euro fino a 10 milioni. Per entrare nei sistemi, gli hacker avrebbero utilizzato le credenziali di un amministrativo sul quale sarebbero già stati svolti accertamenti che avrebbero escluso ogni sua responsabilità. 

Attacco hacker: non formalizzata richiesta riscatto. (ANSA il 2 agosto 2021) "Non è stata formalizzata alcuna richiesta di riscatto rispetto a quanto è avvenuto". Così il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, in merito all'attacco hacker al Ced della Regione e alle notizie che erano emerse nelle ultime ore riguardo ad una richiesta di riscatto da parte dei pirati informatici. (ANSA).

Regione, indagini per capire modalità furto password. (ANSA il 2 agosto 2021) "Tutti i protocolli di sicurezza da parte delle figure professionali e dei sistemisti sono stati rispettati. Non c'è stato nessun tipo di alleggerimento. Come gli hacker siano entrati in possesso di credenziali per avere privilegi è motivo di indagini". Così i tecnici della Regione Lazio in merito alla modalità con cui gli hacker si sono infiltrati nel sistema per sferrare un attacco informatico al Ced della Regione.

Attacco hacker: esperto, in blitz così anche ipotesi talpa. (ANSA il 2 agosto 2021) "L'idea che ci siamo fatti al Clusit è che l'attacco hacker contro la Regione Lazio si configuri esclusivamente come attività criminale, non legata ad aspetti di tipo ideologico. Niente no vax ma cybercrime puro, finalizzato ad ottenere un riscatto in forma di bitcoin. Non ci sono evidenze di attività di social engineer e phishing, quindi dietro tutta la storia potrebbe esservi una persona che conosce bene i sistemi della Regione, con una consapevolezza tecnica ben specifica. Non sorprenderebbe l'esistenza di una talpa, anche esterna. Visto l'interesse sui vaccini, ulteriori attacchi sono attesi un po' ovunque, dentro e fuori dal Paese". Lo dice all'ANSA Gabriele Faggioli, presidente del Clusit, l'Associazione italiana per la sicurezza informatica. "Il fatto di cronaca rende ancora più importante l'ipotesi di un cloud nazionale - aggiunge l'esperto - con l'opportunità di accentrare le infrastrutture e le applicazioni critiche. In questo modo si potrà creare un network difensivo aggiornato e pronto a rispondere agli attacchi, prevenendoli. Anche perché gli aggressori hanno strumenti informatici più avanzati di chi si difende ed è la collaborazione che può fare la differenza. Non è un caso se si sia preso di mira un sito oggi fondamentale per una parte di popolazione italiana, dove la necessità di tornare preso operativi è la priorità. Pagando per un riscatto si alimenta quel circolo vizioso che tiene in piedi l'economia dei ransomware. Sin da marzo 2020, il mondo sanitario è stato messo pesantemente sotto attacco. Ai criminali non interessa fermare questo o quel vaccino, ma solo recuperare quanti più soldi possibili. Lo scenario legato alla pandemia è quello che porta maggiori vantaggi ed è lì che continueranno a rivolgersi nel prossimo futuro", conclude Faggioli.

Da Ansa.it il 2 agosto 2021. «Stiamo difendendo in queste ore la nostra comunità da questi attacchi di stampo terroristico. Il Lazio è vittima di un'offensiva criminosa, la più grave mai avvenuta sul nostro territorio nazionale». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. «Gli attacchi sono ancora in corso. La situazione molto è seria e molto grave». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, spiegando che nella notte c'è stato un altro attacco ma è stato respinto sena ulteriori danni.

Hacker Regione Lazio, nessun dato rubato. Zingaretti: “Peggior cyber attacco di sempre in Italia”. Redazione su Il Riformista il 2 Agosto 2021. “Stiamo difendendo in queste ore la nostra comunità da attacchi di stampo terroristico. Il Lazio è vittima di un’offensiva criminosa, la più grave mai avvenuta sul nostro territorio nazionale” spiega il governatore. La campagna vaccinale va avanti ma sono sospese le prenotazioni anche se gli “attacchi ancora in corso e la situazione è grave”. Nella notte c’è stato un secondo episodio ma è stato respinto e ad ora, spiegano Alessio D’Amato, assessore regionale alla salute “possiamo assicurare che nessun dato sanitario è andato rubato, ma sono stati bloccati quasi tutti i file del Ced” (Centro di Elaborazione Dati ndr). La Polizia postale è al lavoro per individuare i responsabili del malware che ha paralizzato non solo la campagna vaccinale, anche se D’Amato fa sapere che il ritardo nell’inserimento dei dati per il Green Pass è di sole 12 ore, ma anche le attività degli appalti pubblici e perfino il sito istituzionale. Un attacco che, secondo gli esperti al lavoro in queste ore, sembra sia certo essere arrivato dall’estero, e causato da un virus ransomware infiltrato nel Centro elaborazione dati della sede principale in via Cristoforo Colombo. “Sono totalmente infondate le notizie di una richiesta di riscatto” ha proseguito il presidente della Regione, “Intanto la Regione ha avviato la migrazione su cloud esterni dei servizi essenziali sanitari, così da renderli disponibili quanto prima”. “Mi permetto da presidente di questa istituzione di fare un appello – dice Zingaretti – ora ancora con più determinazione dobbiamo andare avanti e non rallentare. Come sapete da ieri il 70% della popolazione adulta è vaccinata e il nostro obbiettivo è quello di concludere la campagna vaccinale nella nostra regione”. I dati finanziari e i dati del bilancio non sono stati toccati. Appena tutto sarà ripristinato, dice Zingaretti, “intendiamo dare priorità assoluta a servizi nel campo della salute, 112 e Ares 118 sono attivi e non sono mai stati interrotti così come i numeri della sala operativa della protezione civile”.

Dagonews il 2 agosto 2021. Lo ha detto Zingaretti. La situazione è molto seria e grave. Pirati informatici hanno attaccato la Regione Lazio, prendendo in ostaggio i dati di tutti i cittadini, tra cui quelli delle più alte cariche dello Stato, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Mario Draghi, che si sono vaccinati a Roma, e di molti rappresentanti della classe dirigente. Nelle loro mani gli hacker hanno così i dati sulle vaccinazioni, ma non solo. Ormai da quasi 48 ore i nostri servizi di intelligence, aiutati da quelli di altri paesi, stanno lavorando per risolvere il problema. L’indagine è seguita sia dagli specialisti del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche sia dagli 007 del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica. Anche se non è stato un attacco sofisticato, potrebbe avere effetti devastanti. Per ripartire serviranno giorni, forse settimane, e infatti il sito della Regione è ancora irraggiungibile. L’attacco non è la mossa di uno Stato straniero, anche se potrebbe essere partito dalla Germania (non è esclusa una triangolazione per depistare le indagini). Più che per rubare i dati è stato lanciato per arrecare danno e sabotare la rete. Per questo una delle piste è quella dei no vax. Il timore però è che i dati sanitari della classe dirigente italiana possano essere venduti sul mercato nero. Gli hacker si sono introdotti nel sistema informatico della Regione non attraverso una mail, ma da una postazione lasciata aperta sul portale Lazio Crea. Una dimenticanza oppure una finestra lasciata appositamente aperta? Si indaga. Da lì gli hacker hanno inserito un malware comune, artigianale, e che si trova a poche centinaia di euro. Siccome il nostro sistema di protezione è debole, il malware è riuscito ad arrivare fino al Ced, il Centro di elaborazioni dati della Regione. Per bloccare il virus i tecnici hanno dovuto spegnere il Ced. Questa notte all’1.30 è stato fatto un tentativo di riaccendere i server, ma è arrivato subito un nuovo attacco malware. Il timore è che una volta fatto ripartire, i dati possano essere cancellati o resi inutilizzabili. Anche perché i criminali hanno reso inutilizzabili anche i dati presenti nel backup effettuato in automatico al momento dell’attacco, tanto che non si esclude che il virus si trovi proprio all’interno delle coppie di sicurezza del sistema. Quello che rende la situazione ancora peggiore è il fatto che l’intera attività della Regione Lazio è interessata dal malware, che ha in pratica raggiunto ogni settore, compresso quello degli appalti pubblici. Gli hacker hanno chiesto un riscatto, lasciando un indirizzo mail a cui pagare, ma senza indicare l’importo. Gli hacker potrebbero anche mettere la propria chiave d’accesso all’asta in una dark room, cioè vendere l’ostaggio (i nostri dati) a una banda di sequestratori più cattivi per chiedere un riscatto ancora più alto. Oppure i criminali potrebbero essere pronti a incenerire i dati.

Rosalba Castelletti per "la Repubblica" il 3 agosto 2021. I pirati informatici responsabili degli attacchi con richieste di riscatto da milioni di dollari che stanno mettendo in crisi aziende e governi in tutto il mondo hanno un'isola felice. E si chiama Russia. Non solo operano in un ecosistema russofono, ma godrebbero del tacito benestare delle autorità moscovite che li proteggerebbero da ogni persecuzione giudiziaria fin tanto che non colpiscano obiettivi nella Federazione o nei Paesi alleati. Così sostengono gli esperti di sicurezza informatica, a dispetto delle scrollate di spalle del presidente Vladimir Putin che, interpellato dal suo omologo statunitense Joe Biden nel corso del vertice a Ginevra, aveva liquidato le accuse come «ridicole» e «assurde». E, a ulteriore scudo dei corsari, la Costituzione russa vieta l'estradizione dei suoi cittadini verso altri Paesi. I primi bucanieri informatici a farsi notare erano stati gli hacker di Nobelium (nome ispirato all'elemento chimico No della tavola periodica) quando, l'anno scorso, avevano sfruttato le vulnerabilità del software Orion di SolarWinds per compromettere un centinaio di compagnie statunitensi, incluse Microsoft, Intel e Cisco. Allora Washington accusò apertamente la Russia di aver orchestrato l'assalto informatico e approvò sanzioni puntando il dito contro i Servizi di intelligence internazionale (Svr). Gli stessi a cui farebbe capo Cozy Bear, o Apt29 (dove Apt sta per Advanced persistent threat, minaccia avanzata persistente), responsabile in passato di attacchi contro ministeri di Paesi Ue. A muoversi più di recente sono invece vere e proprie gang di cyberfilibustieri che infettano le reti col solo scopo di chiedere riscatti a sei zeri. Almeno 45 milioni di dollari sinora nel 2021, stando alle stime di Atlas Vpn. Di questi, almeno 13 sarebbero stati estorti dal solo gruppo Wizard Spider, il Ragno Stregone, dietro alle minacce Trickbot, Conti e Ryuk. La banda DarkSide, Lato Oscuro, lo scorso maggio avrebbe ricevuto ben 9 milioni per "liberare" Colonial Pipeline, uno dei principali sistemi Usa di oleodotti, prima di dichiarare la fine delle sue operazioni. Mentre tre settimane dopo la brasiliana Jbs, la più grande azienda di lavorazione delle carni, avrebbe sborsato 11 milioni al gruppo REvil, Diavolo dei Ransomware, legato anche all'attacco a Kaseya che serve oltre 40mila clienti negli Usa e nel mondo. Non ci sono prove che i pirati del Ragno Stregone e del Lato Oscuro o che i Diavoli del Ransomware facciano capo al Cremlino. Quel che è certo è che sono localizzati all'interno dei confini Russi e che i loro codici escludono dai loro obiettivi computer con lingua predefinita in cirillico. A testimonianza di un patto implicito con le autorità che danno loro protezione in cambio di immunità dagli attacchi. O di mazzette o lavoretti sporchi gratis. Perciò il New York Times domenica insisteva in un editoriale: «La chiave è costringere Putin ad agire». Quando il sito di REvil è misteriosamente scomparso, non è parso un caso che pochi giorni prima Biden avesse chiesto a Putin d'intervenire. Anche se esperti sostengono che ora operi insieme ai fuggiaschi di DarkSide sotto il nome, BlackMatter, Materia Nera, mentre altri ipotizzano che a sbarazzarsene siano stati gli stessi Usa. Il problema è che Putin difficilmente rinuncerà a quella che, complice o meno che sia, è diventata una preziosa leva di negoziazione. Più grande è il danno, più - pensa - Washington alzerà la posta pur di garantirsi la sua cooperazione. E «seppure la Russia diventasse un territorio ostile - avverte Brett Callow, analista di Emsisoft, e con lui diversi esperti di cybersicurezza - cominceremmo a vedere operatori in Brasile, Nord Corea o altrove». I pirati informatici troveranno sempre una loro isola felice.

Da tgcom24.mediaset.it il 3 agosto 2021. "Il grave attacco cibernetico al sito della Regione Lazio e, in particolare, l'attività della polizia postale nell'opera di contrasto dell'attività criminale, le modalità di attacco e i suoi principali obbiettivi" sono stati al centro dell'audizione al Copasir del ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Il ministro ha anche illustrato la "recrudescenza del fenomeno, che negli ultimi mesi ha colpito sia attività pubbliche sia private".

(ANSA il 3 agosto 2021) - "Entro 72 ore verranno ripristinate le funzionalità per le nuove prenotazioni di vaccino, con le medesime modalità di prima. È in corso una trasmigrazione e la deadline è quella delle 72 ore". Lo ha detto a Sky TG24 Alessio D'Amato, assessore alla Sanita della Regione Lazio, parlando degli effetti dell'attacco hacker che ha colpito la Regione. "Le somministrazioni in questi giorni non si sono mai interrotte - ha aggiunto -, secondo le prenotazioni precedenti che erano state prese, per cui non c'è mai stata l'interruzione della campagna vaccinale".

(ANSA il 3 agosto 2021) - Saranno anche i pm dell'antiterrorismo ad indagare sul violento attacco hacker alla Regione Lazio. In procura a Roma ieri pomeriggio è arrivata una prima informativa della Postale. Il procuratore Michele Prestipino ha affidato gli accertamenti anche ai magistrati che si occupano dei reati informatici coordinati dal sostituto Angeloantonio Racanelli. Nel fascicolo si procedere contro ignoti. Contestati vari reati tra cui accesso abusivo a sistema informatico e tentata estorsione. Il procedimento coinvolge i due pool di pm alla luce del fatto che l'attacco, ancora in corso, ha colpito un sistema informatico complesso come quello del Lazio anche dal punto di vista del profilo dei dati sensibili e personalità dello Stato a cominciare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del premier Mario Draghi.

(AGI il 3 agosto 2021) - L'attacco hacker al portale della Regione  Lazio e le aggressioni subite dalle forze dell'ordine che  presidiano i cantieri della Tav. Sono questi i temi, tra gli  altri, che il Copasir intende affrontare e approfondire tra oggi  e domani. Si comincia alle 13 con l'audizione del ministro dell'Interno, il prefetto Luciana Lamorgese e si prosegue domani  alle 14 con quella del direttore del Dis, l'ambasciatore Elisabetta Belloni. 

(ANSA il 3 agosto 2021)  "Questa notte i sistemi informativi della Regione Lazio hanno subito e respinto l'ennesimo attacco, resta massima l'attenzione e la collaborazione con le autorità competenti per ripristinare la sicurezza". Lo comunica in una nota la Regione Lazio. (ANSA). 

(ANSA il 3 agosto 2021) Nel fascicolo avviato dalla Procura di Roma, in relazione all'attacco hacker alla Regione Lazio, viene contestata anche l'aggravante delle finalità di terrorismo. Tra le fattispecie ipotizzate dai pm, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, anche danneggiamento a sistema informatici. In base a quanto accertato al momento dagli inquirenti, l'attacco sarebbe partito dall'estero con rimbalzo in Germania. Chi indaga vuole accettare anche la matrice del blitz informatico. (ANSA).

(ANSA il 3 agosto 2021) "Entro 72 ore verranno ripristinate le funzionalità per le nuove prenotazioni di vaccino, con le medesime modalità di prima. È in corso una trasmigrazione e la deadline è quella delle 72 ore". Lo ha detto a Sky TG24 Alessio D'Amato, assessore alla Sanita della Regione Lazio, parlando degli effetti dell'attacco hacker che ha colpito la Regione. "Le somministrazioni in questi giorni non si sono mai interrotte - ha aggiunto -, secondo le prenotazioni precedenti che erano state prese, per cui non c'è mai stata l'interruzione della campagna vaccinale". (ANSA).

Jaime D'Alessandro per "la Repubblica" il 3 agosto 2021. 

Come viene organizzato un attacco?

L'operazione contro la Regione Lazio è stata studiata fin nei minimi dettagli. Se così non fosse, significherebbe una fragilità informatica imperdonabile per una struttura simile. Chi organizza attacchi di questa portata in genere ha ben chiaro quali sono le risorse della vittima: dai computer ai server, dai sistemi di sicurezza alle terze parti che collaborano a stretto contatto e che sono spesso l'anello più debole. 

Come scatta la trappola?

Nella stragrande maggioranza dei casi, concorre un errore umano. Un dipendente riceve una mail con un link o un documento allegato in apparenza innocuo o proveniente da una fonte nota, un fornitore ad esempio che a sua volta è stato hackerato. Aperto il documento, il virus prende possesso prima della macchina e poi della rete aziendale. Non sempre si tratta di attacchi che mirano a richiedere un riscatto, possono "limitarsi" a copiare informazioni. Nel 2020, gli attacchi cyber messi a segno globalmente erano prevalentemente malware (42%), virus, tra i quali spiccano i cosiddetti ransomware (29%) come quello usato contro la Regione Lazio.

Cos'è un ransomware?

È una tipologia di virus che limita o impedisce l'accesso ai dati contenuti sul dispositivo infettato. In pratica tutte le informazioni di un'azienda e a volte la copia delle stesse contenute nei server, vengono criptate e diventano illeggibili. Quello usato contro la Regione Lazio è della tipologia Lockbit 2.0, molto veloce a criptare le informazioni. Gli attaccanti a quel punto chiedono un riscatto offrendo in cambio di riportare i file allo stato originale.

Perché l'attacco scatta di notte?

Il virus in genere viene inoculato prima. L'attacco parte di notte perché il personale si potrebbe accorgere di anomalie di giorno. 

Se si paga, si ha la garanzia di avere indietro le informazioni?

No. Alcuni gruppi hacker si fanno un vanto della loro "correttezza" una volta che hanno ricevuto quel che volevano. Eppure Secondo il State of Ransomware Report 2021 di Sophos, solo l'8% delle vittime ottiene poi il ripristino totale delle informazioni criptate. In genere si arriva al massimo al 65% di quel che esisteva prima dell'attacco.

A quanto ammonta di media il riscatto chiesto?

Dipende dalla stazza e dall'importanza della vittima. La media nel 2021 è stata di 90mila euro. Le cifre chieste più di frequente non superano i 10mila euro, ma in certi casi si possono raggiungere diversi milioni o decine di milioni di euro. 

Quali altri danni produce un attacco importante?

Il danno medio era di 594mila euro nel 2020, diventati poi 1,5 milioni nel 2021. Questo include il tempo delle persone coinvolte per risolvere il problema, il ripristino delle infrastrutture, le perdite finanziarie. 

Perché il riscatto viene chiesto in bitcoin?

Essendo una moneta virtuale, un codice alfanumerico che qualsiasi agenzia di cambio di criptovalute può convertire in denaro, è molto difficile da tracciare. Specie poi se il conto dove versare la cifra richiesta è in qualche paradiso fiscale, dal quale poi viene subito spostata su altri conti fino a sparire senza lasciare tracce. 

Adesso indaga anche l'antiterrorismo. Attacco hacker Regione Lazio, al vaglio un pc di un dipendente in smartworking. Serena Console su Il Riformista il 3 Agosto 2021. L’attacco informatico al Ced (Centro elaborazione dati) della Regione Lazio sarebbe riuscito grazie alla “violazione di un’utenza di un dipendente in smartworking“. Non ha dubbi l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato che, intervistato da Italian Tech, ha affermato come il sistema sia stato colpito in un momento di smartworking, quando il livello di allerta si abbassa. Ma l’elemento che preoccupa di più le autorità è che “è stato criptato anche il backup dei dati. I dati non sono stati violati ma sono stati immobilizzati”, ha confermato D’Amato a Italian Tech. A preoccupare le autorità è la banca dati degli oltre 5,8 milioni di cittadini residenti nella regione Lazio. Sul caso la Procura di Roma ha aperto un fascicolo. Si procede per diversi reati tra cui l’accesso abusivo a sistema informatico e la tentata estorsione, con l’aggravante delle finalità di terrorismo. Tra le fattispecie ipotizzate dai pm, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, anche danneggiamento a sistema informatici.

Attacco hacker alla Regione Lazio, il sito per le vaccinazioni è k.o. Il sito della Regione Lazio è ancora sotto la morsa dell’attacco dei pirati del web, che hanno preso di mira il Centro elaborazione dati regionale, provocando il blocco del portale Salute, con il sistema di prenotazioni Cup, e della rete vaccinale. Un’operazione iniziata nella notte tra sabato e domenica, quando i pirati informatici sono riusciti a inserire nel sistema un ransomware, che cripta i dati, ossia li rende illeggibili.

Audizione al Copasir. L’attacco probabilmente arriva dall’estero, rimbalzando in Germania, ma è ancora troppo presto per conoscere il punto da cui è stata lanciata l’azione. Il potente attacco ha messo in allarme i reparti della Difesa. Per questo, c’è attesa per l’audizione di oggi al Copasir della ministra dell’Interno Lucia Lamorgese, mentre domani ci sarà l’intervento di Elisabetta Belloni, a capo del Dipartimento per le informazioni della sicurezza.

Per il timore che i dati sensibili finiscano nelle mani dei pirati informatici, il Consiglio regionale del Lazio ha sospeso i sistemi informatici collegati a tutti i servizi sanitari. Stop quindi alle prenotazioni di vaccini ma anche di tutte le visite ospedaliere attraverso i sistemi Cup e Recup, stop agli screening programmati e alla fatturazione elettronica. Bisognerà attendere anche per scegliere e revocare il proprio medico di base. Per il rilascio del green pass, a pochi giorni dalla sua entrata in vigore, l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato ha dovuto ammettere che ci saranno rallentamenti “rispetto alle modalità usuali” a causa dell’attacco hacker.  Mentre si lavora per ripristinare il ced regionale, D’Amato ha rassicurato i cittadini affermando che nessun dato sanitario è stato trafugato. Probabile il ripristino del servizio entro 72 ore, quando i cittadini potranno nuovamente prenotare per ricevere il vaccino anti Covid. Lo ha affermato questa mattina D’Amato a Sky Tg24, che ha però puntualizzato: “Restano sospese le prenotazioni per le visite specialistiche ambulatoriali e pagamento ticket, che entro la settimana dovrebbero riprendere – ha spiegato l’assessore – Mentre è regolarmente funzionate tutto quello riguarda la rete di emergenza e urgenza”.

“Atto terroristico”. Conferme sul tema arrivano anche dal Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che, intervenuto questa mattina ad Agorà Estate su Rai 3, ha sottolineato che “Nessun dato sanitario o finanziario è stato trafugato. Tutti i dati sono in sicurezza ora vanno trasferiti su altre piattaforme”. L’attacco hacker al Ced del Lazio è, secondo il presidente della Regione Zingaretti, “un atto terroristico” di enorme gravità. Quanto accaduto desta la preoccupazione dei vertici della Regione che, però, guardano all’obiettivo della campagna vaccinale, che va avanti. Zingaretti ha lanciato un appello a chi ha già la prenotazione di presentarsi all’hub per ricevere la prima o seconda dose del siero. “Stiamo lavorando giorno e notte: contiamo nei prossimi giorni di far partire il portale delle prenotazioni”, ha detto Zingaretti in merito ai tempi di ripristino dei portali della Regione Lazio. Perché anche questa notte sono proseguiti gli attacchi informatici che, però, sono stati tutti respinti. Resta massima l’allerta. La Regione Lazio, in una nota, rassicura sulla messa in sicurezza dei dati. “Allo stesso tempo sono stati isolati e messi in sicurezza in appositi cloud tutti i dati dei servizi che non sono stati attaccati, come i dati sanitari – si legge nella nota -. Attualmente, si ricorda ancora una volta, che sono attivi i servizi della protezione civile, del 118, del 112 e del centro trasfusionale. I dati del bilancio regionale sono in sicurezza ed entro la fine di agosto saranno riattivati anche i sistemi di pagamento regionale. Questa notte i sistemi informativi della Regione Lazio hanno subito e respinto l’ennesimo attacco, resta massima l’attenzione e la collaborazione con le autorità competenti per ripristinare la sicurezza”. Dallo staff del presidente escludono la possibilità di pagare un riscatto. Al momento non è stata avanzata alcuna richiesta, ma resta un’ipotesi al vaglio degli investigatori perché, ha precisato il presidente del Lazio ad Agorà Estate, “questo genere di cyber attacchi prelude appunto a una richiesta di riscatto o alla vendita all’asta dei codici sulle dark room”. L’attacco però apre un dibattito sulla lenta corsa alla digitalizzazione che il nostro Paese ha fatto negli ultimi anni. “Quanto accaduto dimostra che l’Italia è in ritardo sul digitale, dobbiamo correre sulla cybersecurity”, ha affermato Zingaretti.

“La pandemia ha alimentato il fenomeno dei cyber attacchi”. “Il crimine digitale non ha le classiche delimitazioni. La Rete ha travolto i confini, tanto più che gli attacchi vengono commessi in una realtà transnazionale, con la sovrapposizione di diversi sistemi legislativi e differenti norme sul trattamento dei dati. Fondamentale è la collaborazione internazionale”. A spiegarlo, in un’intervista al quotidiano ‘La Stampa’, è Nunzia Ciardi, direttore della polizia postale e delle comunicazioni che, interpellata sull’attacco ai sistemi informatici della Regione Lazio, ha sottolineato come al momento sia “prematuro affermare con certezza la provenienza geografica di un attacco, perché esso può partire da un Paese per poi passare a un altro prima di arrivare a destinazione”. Una valutazione che è frutto dell’analisi fatta nel corso di questi anni, con l’aumento degli attacchi cyber che si è registrato soprattutto durante la pandemia di Covid-19. Secondo Ciardi, “La pandemia ha infatti impresso un’accelerazione a un settore che era già in salita. Tra smart working, didattica a distanza, spesa online è aumentato a dismisura il numero delle operazioni nel web e questo ci ha reso più esposti e più vulnerabili. Anche perché navighiamo con connessioni non sicure”. Quindi spiega: “Dal 2019 al 2020 gli attacchi alle infrastrutture del nostro Paese sono lievitati del 246 per cento. E non va bene neanche per pedopornografia e adescamenti online, con crescite del 130 per cento”. Serena Console

Zingaretti: "Il più grave attacco nella storia della Repubblica". Perché gli hacker hanno attaccato il sito della Regione Lazio e che riscatto chiedono. Claudia Fusani su Il Riformista il 3 Agosto 2021. «L’attacco è ancora in corso», il sistema è «spento per evitare danni più gravi», siamo alle prese con «il più grave attacco nella storia della Repubblica», la matrice «è sconosciuta», è un attacco «terroristico» ma «non riuscirà a fermare la campagna vaccinale e l’erogazione del green pass» che al momento è «solo rallentata di qualche ora». Le parole del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti riecheggiano alle tre del pomeriggio di un infuocato agosto. Sono parole che rassicurano ma anche terrorizzano. E improvvisamente nella prima domenica d’agosto anche l’Italia tocca con mano il significato del vaticinio di molti esperti di settore: «La prossima sarà un pandemia informatica con effetti economici più gravi di quella del covid». Il vero rischio per il mondo non sono i virus come il coronavirus ma quelli che attaccano i sistemi informatici cui sempre di più abbiamo affidato le nostre vite. Gli attacchi informatici sono purtroppo sempre più diffusi – non solo in Italia – l’Europa sta facendo il possibile per proteggersi, il Recovery fund destina una parte importante di risorse per questo e anche l’Italia, pur con un colpevole ritardo di tre anni, ha dato il via all’Acn, l’agenzia nazionale per la cybersicurezza (votata alla Camera, avrà il via libero definitivo in settimana dal Senato). Ma l’attacco plurimo al Ced della Regione Lazio, al di là della stretta cronaca criminale, assume una valenza politica e sociale speciale: gruppi no vax e no pass sono, al di là dei numeri assoluti, particolarmente aggressivi e non c’è dubbio che l’attacco abbia provocato un danno alla campagna vaccinale visto che è stato disattivato il Portale della Salute Lazio e il sistema delle rete vaccinale su cui viaggiano le prenotazioni e l’erogazione del Green pass. Ora, nulla mette insieme l’attacco cyber al Ced della regione Lazio con le piazze no vax e con la marcia squadrista che una settimana fa è andata sotto casa del sindaco di Pesaro Matteo Ricci. Ed è sicuramente una coincidenza il fatto che Zingaretti e Ricci siano politici targati Pd. Enrico Borghi, deputato dem e membro del Copasir, parla però di «fatto estremamente grave perché è stata attaccata una delle istituzioni simbolo dell’efficienza della campagna vaccinale nel nostro Paese e una delle istituzioni che nelle sue banche dati possiede dati sensibili e personali delle più alte cariche dello Stato». Motivo per cui domani il Copasir sentirà in audizione la dottoressa Belloni, direttore del Dis e il prefetto Franco Gabrielli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’intelligence che insieme al ministro Colao ha scritto la legge istitutiva di Acn.

Attacco hacker alla Regione Lazio, il sito per le vaccinazioni è k.o. La polizia postale, guidata dalla dottoressa Nunzia Ciardi, e il cyber zar Roberto Baldoni che guida il dipartimento cybersicurezza del Dis (uno dei due sarà nominato a breve direttore della Acn), stanno in queste ore incrociando dati per capire l’origine del cyberattacco. Oltre che per ristabilire il servizio mettendolo in sicurezza. Le evidenze al momento sono poche ma preziose. Il malware (il software cattivo) o il virus arriva dalla Germania, informazione che non esclude triangolazioni visto che il luogo sorgente dell’attacco non sempre corrisponde a quello che pianifica l’attacco e che può essere ovunque. Nel mirino ci sono i paesi dove la produzione di malware e ransomware è pane quotidiano, Russia e Cina ad esempio. Un secondo elemento è che nonostante sui monitor del Ced Lazio siano apparse alcune indicazioni, non si tratta di un furto di dati con estorsione, cioè con richiesta di riscatto (ransomware). Lo ha escluso “categoricamente” Nicola Zingaretti in conferenza stampa. Pur avendo colpito il Centro Cup e quello per i vaccini, «non sono state sottratte storie sanitarie» e quindi informazioni anagrafiche sui cittadini, e neppure dati bancari. Gli hacker non sono quindi in possesso di merce da scambiare e su cui chiedere riscatti. Hanno però creato sicuramente un danno. Non è la prima volta nell’ultimo anno, né in Italia né in Europa. La sequenza di attacchi segue tempistiche precise che coincidono per i passaggi più difficili di questa pandemia. Da marzo 2020 sono stati attaccati in sequenza l’ospedale San Raffaele a Milano (marzo 2020) e lo Spallanzani a Roma (aprile 2020), due centri sanitari cruciali nell’analisi dei dati sul Covid. Con l’estate gli attacchi sono cessati. Per poi riprendere in Germania (settembre 2020) alla clinica sanitaria di Dusseldorf e a dicembre, il più clamoroso, quando è stata attaccata la banca dati dell’Ema in Olanda. Furono sottratti i dati relativi al processo di approvazione di Pfizer. Eravamo tutti in attesa che Ema desse il via libera al vaccino (24 dicembre). Questi tipi di attacchi possono avere due diversi attori: entità statuali, cioè Stati che vogliono rubare dati preziosi; hacktivisti come il gruppo Lulzsec che rivendicò l’attacco al San Raffaele. Le indagini della polizia postale in queste ore stanno cercando di capire se ci sono link tra i gruppi che nel deep web in queste settimane stanno organizzando le piazze no vax e no pass in Italia. Le stesse che poi hanno ordinato di andare in missione sotto casa del sindaco Ricci a Pesaro.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Arturo Di Corino Bruno Ruffilli per "la Stampa" il 3 agosto 2021. L'attacco ransomware ai sistemi informativi della Regione Lazio non è il primo e non sarà l'ultimo nel nostro Paese. Cominciato nella notte tra sabato e domenica, è stato così grave da bloccare le prenotazioni per la vaccinazione anti-Covid di una delle regioni che procedono più velocemente e questo ha fatto subito gridare al complotto. Criptovalute per riavere i dati Lo strumento usato è un ransomware, un software malevolo che blocca l'uso dei dati e dei sistemi compromessi fino al pagamento di un riscatto (ransom, da cui il nome). Il ransomware può funzionare come un lucchetto che impedisce l'accesso a tutti dati, o cifrarne solo alcuni e renderli inutilizzabili, dopo che gli attaccanti li hanno copiati o distrutti. I criminali quindi contattano le vittime e assicurano che dopo il versamento del riscatto tutto tornerà alla normalità. Il riscatto è di solito commisurato alle possibilità economiche dell'azienda e viene richiesto in criptovalute, monete digitali più difficili da tracciare di quelle comuni. Di norma i criminali tendono a mantenere la loro parola, costruendosi una sorta di buona reputazione che permette loro di mantenere vivo il business. Tuttavia il pagamento non costituisce mai una garanzia di riavere i dati: può succedere che le vittime non ricevano i codici per sbloccare file e sistemi oppure finiscano in liste di pagatori scambiate nei forum del Deep Web, trasformandosi così in prede abituali. E non c'è alcuna garanzia che i dati ottenuti illegalmente non siano comunque utilizzati. Il software in affitto Negli ultimi mesi molte realtà italiane sono state oggetto di questi attacchi: il settore tessile, manifatturiero, della meccanica di precisione, della motoristica e dell'alimentare, aziende legali e assicurative. Le aree geografiche più colpite sono state il Nord-Ovest, la motor valley e la food valley nella Pianura padana. L'anno scorso erano stati presi di mira campioni dell'industria nazionale come Enel, Carraro, Campari Group. I cybercriminali hanno nomi singolari che trasferiscono ai loro strumenti e viceversa: Avaddon, Conti, Egregor, Maze, DoppelPaymer, REvil, Darkside eccetera. Gli ultimi due sono saliti alla ribalta per aver bloccato l'erogazione di energia in Texas e la distribuzione delle carni della multinazionale JBS. Il ransomware è tra gli strumenti di cybercrimine più diffusi e più dannosi. Secondo l'ultimo rapporto Ibm, per le aziende italiane il costo medio di un attacco è passato da 3,19 a 3,61 milioni di dollari, un aumento del 13,5%. Ma il record spetta agli Usa, con oltre 9 milioni di dollari. Così i sindaci di decine di comuni americani hanno stretto un patto contro i ransomware per decidere di non pagare riscatti ed evitare di incentivare queste aggressioni. Forse l'aiuto di una talpa Il ransomware che ha obbligato le autorità laziali a spegnere tutti i sistemi informatici sembrerebbe il Lockbit 2.0, un malware progettato per esfiltrare, cioè rubare, le informazioni sensibili immagazzinate in un dispositivo infetto, che sia un computer o un server. In genere viene attivato quando si cliccano documenti sbagliati o link nelle email, soprattutto quelle che arrivano da mittenti di cui ci fidiamo. E potrebbe aver colpito il cuore della sanità laziale passando attraverso l'account di un fornitore, forse - ma siamo nel terreno delle ipotesi - anche con il contributo di una talpa. La nuova versione di Lockbit, aggiornata poche settimane fa, è uno strumento criminale tra i più efficienti. Al pari di altri ransomware simili, viene distribuito come software as a service, cioè come «software a consumo», o in affitto: realizzarlo è difficile, ma può usarlo chiunque abbia un minimo di competenza informatica. Il software è ingegnerizzato per non colpire i Paesi dell'Est Europa, e le gang che finora lo hanno impiegato per colpire l'Italia sono spesso di origine russa. Anche un precedente attacco di Lockbit, risalente al 22 giugno nei confronti dell'azienda energetica Erg, ci conduce a un indirizzo russo. Ma le preoccupazioni per questo attacco non finiscono qui. Mentre fino a qualche tempo fa le gang del ransomware avevano dichiarato che non avrebbero colpito aziende e servizi sanitari, l'episodio della Regione Lazio apre uno scenario nuovo e pericoloso. Rubare i dati vaccinali di una popolazione, infatti, potrebbe avere un valore non solo monetario.

Attacco hacker in Lazio, ultimatum di 72 ore: attivata trattativa per il riscatto. Debora Faravelli il 05/08/2021 su Notizie.it. La Regione Lazio ha 72 ore di tempo per decidere come comportarsi dopo l'attacco hacker: nella richiesta di riscatto è contenuto anche un ultimatum. Gli hacker che hanno perpetrato un attacco al sistema informatico della Regione Lazio hanno lanciato un ultimatum di 72 ore, passato il quale non è chiaro cosa potrebbe accadere: il conto alla rovescia era contenuto nella richiesta di riscatto inviata dai pirati della rete. Gli esperti non escludono che ad attivare la richiesta di riscatto sia stato il meccanismo interno al malware, che in mancanza di una risposta da parte delle vittime ha fatto partire l’ultimatum per costringerle a prendere una decisione in un tempo prestabilito. Il timore è comunque che si possano perdere definitivamente tutti i dati cifrati dagli incursori, compresi quelli dell’unico backup di rete fatto dalla Regione Lazio che si è trovata senza copie dell’enorme database violato. La Postale sta intanto continuando le indagini per chiarire questo aspetto. A lasciare perplessi è anche il contenuto del messaggio fatto trovare nel virus che comincia con un amichevole “Hello Lazio!”, che potrebbe dimostrare una scarsa conoscenza dell’obiettivo colpito. Nel testo, tutto in inglese, si legge che i file sono criptati: “Non provate a modificare o rinominare nessuno di essi perché potrebbe subentrare una perdita di dati piuttosto seria”. 

Giuseppe Bottero per "la Stampa" il 4 agosto 2021. «È successo una domenica. C'era un flusso anomalo di dati dai server italiani verso Zurigo: nel giro di un'ora e mezza abbiamo spento tutto. Per un mese non abbiamo avuto modo di usare i processi informativi in azienda». È una mattina di novembre quando Bob Kunze-Concewitz, l'uomo che ha portato Campari nel futuro, si trova catapultato negli Anni Sessanta. Niente reti, comunicazioni scritte a mano, ordini che si bloccano, fatture da recuperare. Gli hacker hanno colpito, ed è uno choc. Lo stesso che, più o meno in quel periodo, vive una serie infinita di aziende italiane. Dal cibo di Eataly - che si è vista paralizzare l'e-commerce, ma è riuscita a tenere aperti i negozi - all'energia dell'Enel, i cyberpirati fanno pochissimi prigionieri. «Qualcuno, a un certo punto, ha messo nel mirino la nostra rete per ottenere un riscatto. Siamo riusciti a bloccarlo in tempo» racconta Alberto Soresina, l'uomo a cui Unieuro, il gruppo leader nella distribuzione di elettronica di consumo ed elettrodomestici ha affidato la costruzione di uno scudo digitale. «Abbiamo isolato gli asset principali - spiega - ma l'attacco può arrivare in qualunque momento. Ormai nessuno si può più collegare ai nostri sistemi prima di essere identificato». Il Coronavirus che ha sconvolto tutto ha alzato un velo sulla debolezza informatica del Paese. «L'Italia è sul podio degli Stati che subiscono più offensive. Questo è dovuto alla scarsa consapevolezza delle piccole e medie imprese - ragiona Valerio Rosano, Country Manager Zyxel, multinazionale nata Taiwan specializzata in wireless e sicurezza che ha la sede italiana principale a San Mauro Torinese -. Mentre si è ormai consolidata la coscienza dell'importanza degli strumenti digitali, la cybersecurity è ancora vista come una spesa e non come una necessità». Il prezzo da pagare è altissimo: 7 miliardi l'anno, dice la società specializzata Innovery. «Spesso nella pubblica amministrazione e nelle grandi aziende non si rispettano le misure base della sicurezza e c'è un diffuso analfabetismo informatico - conferma l'esperta Fabiana Lanotte -. Anche dove esiste un portale super sicuro, solo per fare un esempio, il rischio diventa altissimo se non vengono custodite bene le password». Chi ha affrontato un attacco, come i dipendenti della multiutility Iren, racconta di archivi dei clienti impossibili da raggiungere, di una centrale del pronto intervento scollegata dalla rete, della difficoltà di spedire e ricevere messaggi di posta elettronica. Un blackout. E l'obiettivo è sempre quello: il riscatto. «Abbiamo resistito a una doppia pandemia» ragionava a metà luglio Kunze-Concewitz, che dopo la paura ha «investito tanto» e trasferito «tutto in cloud con sistemi di autenticazione per la sicurezza ancora più potenti». Nei giorni della grande offensiva si può incappare in blocchi anche senza essere i bersagli. Alla Miroglio di Alba, nel Cuneese, hanno pagato i contraccolpi di un fornitore di software, finito sotto scacco. Un imprenditore che lavora con gli Stati Uniti racconta come un cliente del Michigan, all'improvviso, abbia congelato tutti i lavori commissionati. «Ci hanno spiegato che non potevano accendere neanche la luce. Tutto era partito da un file excel ricevuto via mail, che aveva fermato il sistema della centrale di co-generazione, capace di produrre sia riscaldamento sia energia elettrica». Il costo per uscire dall'incubo: più di centomila dollari. «L'ultimo attacco rischiava di paralizzarci», dice Andrea Maspero, a capo del gruppo che, in questi mesi, è impegnato nel restyling degli ascensori della sede dell'Onu a Ginevra. Dopo lo spavento, prosegue, «abbiamo digitalizzato e automatizzato tutti i processi che consentono anche le operazioni di manutenzione da remoto. Abbiamo cercato di cogliere l'occasione per riorganizzare l'azienda». Già, serve un approccio completamente diverso. Ma è complesso, specie in un Paese alle prese con diseguaglianze croniche. «Il 75% dei 3850 Comuni montani italiani ha ancora il server sotto la scrivania - riflette Marco Bussone, presidente dell'Uncem-. Solo il 25 per cento dei Comuni montani è andato in cloud. E solo il 5 per cento ha scelto la fibra appena posata collegando i municipi. Siamo molto preoccupati». Di fronte c'è un nemico di difficile da fermare. «L'anno passato, con gli attacchi agli ospedali, ha reso ancora più evidente che i criminali non hanno alcuna remora, nessuna etica - commenta Gabriele Faggioli, legale e amministratore delegato di Partners4innovation oltre che presidente del Clusit -. Tutto quello che può essere fatto per ottenere denaro sarà fatto. Con buona pace dell'impatto degli attacchi sulla vita delle persone».

Valentina Errante Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 4 agosto 2021. Se fosse stata un'azione terroristica con fini politici o ideologici, la rivendicazione potrebbe arrivare sabato 7 agosto, a una settimana dalla diffusione del virus che ha mandato ko il Centro elaborazione dati della Regione Lazio, criptando i riferimenti personali di milioni di cittadini, paralizzandone le attività e, con molta probabilità, copiando tutte le informazioni in memoria (non soltanto quelle relative alla Sanità). Come usano fare i criminali informatici. Ma è molto più probabile che i pirati del web abbiano agito a scopo estorsivo. E allora, calcolano gli investigatori sulla base di esperienze pregresse, per una simile mole di dati, potrebbero chiedere un riscatto di 5 milioni di euro in bitcoin. Sono questi i due scenari sullo sfondo dell'attacco hacker contro i server virtuali della Regione. Almeno secondo le modalità con cui agisce chi si serve di Ransom.EXX, una famiglia di virus che entra nei sistemi informatici, li infetta e, mentre cripta i dati trasformandoli in stringhe di numeri e sillabe, li copia. Per poi venderli. Come accaduto con i 2 gigabyte di documenti del Consiglio nazionale del Notariato, hackerato pochi mesi fa. Intanto l'assessore Alessio D'Amato annuncia che venerdì riprenderanno le prenotazioni per i vaccini.

VENDITA DEI DATI Lo stesso potentissimo virus è già stati utilizzato contro altre istituzioni italiane. E, nel caso in cui le vittime non abbiano avviato la trattativa per ottenere la chiave di decriptazione con il pagamento del riscatto, le informazioni carpite sono state vendute sul dark web. A marzo, il Consiglio nazionale del Notariato ha subito un attacco informatico, la richiesta di criptovaluta è rimasta senza seguito e sulla rete sono finiti tutti i dati. Anche l'Ateneo di Tor Vergata ha dovuto fare i conti con un'aggressione, costata ai vertici dell'università, la diffusione delle informazioni personali del Rettorato. Ieri, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese è stata ascoltata dai componenti del Copasir. Ci vorranno «anni» per recuperare i dati, ha chiarito. La gravità dell'hackeraggio ai server della Regione è «senza precedenti», perché è stato reso inutilizzabile, il backup. Lamorgese ha sottolineato che il fenomeno dei cyber-attacchi continua a crescere e quindi, c'è la «necessità di agire con urgenza per elevare il livello di sicurezza». La stessa urgenza che ha dato lo sprint in Senato al provvedimento che istituisce l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Il testo approvato sarà al prossimo Cdm, per permettere al premier Mario Draghi di nominarne i vertici, che la legge mette alle sue dirette dipendenze. La necessità di un Sistema articolato si è resa quantomai necessaria, anche perché, negli ultimi mesi, molte realtà italiane hanno dovuto fare i conti con attacchi hacker, soprattutto nel Nord Ovest del Paese. E l'allarme continua a essere molto elevato: attraverso le password di accesso del dipendente di LazioCrea, che era in smart working, i cyber criminali potrebbero assestare altri colpi nei confronti di enti e istituzioni. Nei mesi scorsi hanno già sabotato i sistemi di importanti società dell'energia, della farmaceutica e di fornitori di servizi e-mail. Le credenziali di accesso dell'amministratore di Frosinone sono, infatti, collegate, a una grande società specializzata in servizi di sviluppo software, che offre consulenza a molte istituzioni, e che sarebbe stata all'origine dell'attacco.

ASL E OSPEDALI Dal Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico) avvertono: «Ci sono grossi rischi per le società di gestione di Asl e ospedali». Sistemi che - a giudicare dalla scarsa barriera di difesa della Regione Lazio - hanno mostrato tutta la loro debolezza. In questo momento, poi, secondo gli investigatori, ad agire sarebbero due attori differenti, e questo spiegherebbe perché i vari attacchi siano avvenuti da software leggermente diversi tra loro. Il virus Lockbit 2.0 per le aziende e un Ransom.EXX per la Regione. Il primo ha una sua precisa caratterizzazione, perché è confezionato da cyber criminali e poi rivenduto in cambio di una quota dei riscatti ottenuti. Non si può escludere, infatti, che il soggetto originario abbia forzato l'accesso al sistema per poi rivendere la chiave ad altri e diversi attori. Ed è per questo che la procura di Roma che sta indagando sui diversi episodi, ha deciso di schierare anche il pool di magistrati dell'Antiterrorismo, ipotizzando, oltre alla tentata estorsione, l'aggravante della finalità terroristica. 

La "falla" in Engineering. Lazio scarica su Leonardo. Stefano Vladovich il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. La Pisana difende LazioCrea e accusa la società che smentisce. Il buco nei sistemi di protezione. Tutto ruota attorno ai file di log. Ovvero alle tracce lasciate dai pirati informatici che sabato notte hanno «sfondato» le porte della sanità regionale del Lazio gabbando i sistemi di sicurezza. A tre giorni dall'hackeraggio del portale pubblico con i dati di tutti i residenti della Regione, gli inquirenti, polizia postale e Digos, lavorano giorno e notte per ricostruire, a ritroso, il percorso effettuato per entrare nel pc lasciato acceso da un funzionario della Asl di Frosinone. Poche certezze, fra queste: il dirigente non era in smart working e il terminale era al suo posto, ovvero in ufficio. L'uomo non stava navigando e nessuno è entrato direttamente nel sistema di accesso al pc. Dalla presidenza del consiglio regionale precisano che non si tratta di una sbadataggine, il computer può anche restare acceso ma senza le credenziali non si accede a nulla. Insomma, nessuno si è introdotto fisicamente nella struttura stessa. «Il pc è come una finestra lasciata aperta ma con le sbarre davanti. I pirati hanno divelto quelle da remoto» aggiungono. Le indagini, coordinate dalla Procura di Roma, puntano soprattutto a stabilire se si sia trattato o meno di un atto estorsivo. Nessuna richiesta di riscatto, come temuto nelle prime ore della violazione. A rischio, però, i dati di tutta la popolazione, comprese personalità da «allerta uno», come il presidente della Repubblica. Il trojan utilizzato per schiavardare il sistema di LazioCrea, un malware detto ransomware cryptolocker, sarebbe passato attraverso la società che si occupa proprio della sicurezza di tutto il portale regionale con il data base di milioni di assistiti, la Engineering. Ma su questo gli investigatori non parlano. Tutto top secret, anche se da ieri a supportare la polizia sarebbero arrivati nella capitale esperti informatici dell'Europol e dell'Fbi. Obiettivo: trovare gli autori, o l'autore, del cyberattacco prima che i dati criptati possano finire nelle mani sbagliate. La Pisana, dal canto suo, assicura che nulla è andato perso e il Ced, nonostante sia spento, conserva ogni singolo dato. Per altri giorni, almeno fino alla fine della prossima settimana chiarisce l'assessorato alla Sanità, non sarà possibile scaricare on line cartelle cliniche, accedere a prenotazioni di visite e vaccini, ottenere il green pass vaccinale. Soprattutto collegarsi con il Centro di Prenotazione Unica. «Gli utenti potranno farlo - spiega l'assessorato - recandosi di persona ai Cup di ospedali e poliambulatori». Da oggi per i residenti della Asl 1 sarà operativo il sistema di prenotazione telefonica temporaneo per visite ed esami con classe di priorità U e B. Una decisione, quella di chiudere ogni accesso web, che riporta indietro negli anni ma necessaria per far lavorare la polizia e mettere al sicuro dati sensibili che, probabilmente, gli hacker non hanno fatto in tempo a rubare. Braccio di ferro sulla responsabilità dei sistemi di sicurezza. La Regione difende LazioCrea e spiega che era «affidata a Leonardo tramite convenzione Consip». La società smentisce: «Non abbiamo mai avuto la gestione operativa dei servizi di monitoraggio e di protezione cyber di LazioCrea. Finora abbiamo erogato esclusivamente servizi di governance per la progettazione di un Security operation center (Soc) per definire processi e procedure nonché supporto per quanto riguarda la normativa sulla protezione dei dati personali». Stefano Vladovich

Antonella Aldrighetti per "il Giornale" il 4 agosto 2021. «Saranno ripristinati i servizi per la prenotazione dei vaccini e l'anagrafe vaccinale entro 72 ore». Così LazioCrea, l'azienda in house della Regione Lazio deputata alla gestione informatica e digitale del portale dell'ente territoriale informa, con un messaggio postato ieri pomeriggio su Facebook, i cittadini laziali dopo il blackout dell'intera rete internet. Senza troppi preamboli o dettagli, e senza neppure le scuse. Già, il blasone ne avrebbe risentito considerando che i dipendenti sono tutti assunti a chiamata diretta e indicati dalla politica. Una struttura elefantiaca che da quanto si evince dal bilancio regionale è costata all'erario, già lo scorso anno, 83 milioni di euro, così l'anno in corso e in previsione anche il prossimo. Da sommare, almeno per quest' anno altri 5,5 milioni di promozioni culturali. All'attivo vanta almeno 1.500 persone che si dovrebbero occupare meticolosamente di attività tecnico-amministrative, informatiche e di strategia digitale ma che potrebbero anche non avere le competenze adatte visto che un seppur sofisticato malware, ha mandato in tilt l'intera piattaforma senza che alcun sistema di difesa l'abbia protetto: un attacco partito dal pc di un dipendente di Frosinone in smart working. Ai vertici societari troviamo l'avvocato Luigi Pomponio sia in qualità di presidente del Cda che come ad: per la prima carica percepisce 20mila euro, per la seconda 110mila. È lui l'uomo di punta di LazioCrea cui, lo scorso anno, la regione ha chiesto di creare una piattaforma per gestire le prenotazioni dei vaccini: il sistema ha funzionato fino a 4 giorni fa. Ma ora per colpa di chi avrebbe dovuto allestire una schermatura idonea a tenere fuori malaware e cryptolocker la rete è stata violata. Infatti non si è trattato di un attacco al server sanitario come inizialmente qualcuno in Regione avrebbe voluto far credere, non solo. Tutta la rete a essere messa in ginocchio, compresa la posta elettronica e i fax collegati via internet. Tra consiglio regionale, presidenza e giunta per comunicare con l'esterno ciascuno usa il proprio smartphone e la propria rete internet. Tutto il resto è saltato. «Dal 2014, anno della fondazione di LazioCrea, per far funzionare l'azienda sono state impegnate decine di migliaia di euro allo scopo di semplificare i processi interni. Si potrebbe giustificare un blocco della piattaforma di 1 o al massimo 2 ore e non di giorni e giorni tira dritto Davide Barillari, consigliere regionale del Gruppo Misto - Bisogna fare chiarezza sul contratto di servizio con LazioCrea e verificare se ci sono delle penali quando si mettono a rischio dati sensibili di cittadini e altrettanto dati di importanza nazionale riferiti alla Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio». Sulla stessa lunghezza d'onda anche il sindacato Fials, che esprime preoccupazione sulla varietà di dati sensibili che in questo momento potrebbero andare persi: «Chi utilizza la rete per il proprio fascicolo sanitario, chi per gli esami clinici e i medici di famiglia che si collegano alla piattaforma regionale, tutti devono essere tutelati». Tuttavia a oggi ancora non è chiaro cosa sia successo all'intero server. «Manca solo l'ipotesi di un attacco da Marte perché da quando è accaduto il blocco della piattaforma Zingaretti ha messo sul tavolo tutte le ipotesi più surreali», chiosa il deputato della Lega Massimiliano Capitanio. E tra gli interrogativi rimane anche quello di come è stato gestito negli anni un ipotetico backup dei dati.

A. V. per "Libero quotidiano" il 6 agosto 2021. Milioni di mascherine acquistate da una ditta specializzata in lampadine, forniture di camici pagati e mai arrivati a destinazione mentre il personale medico e infermieristico del Lazio doveva fronteggiare i mesi durissimi della pandemia, e ora anche lo scandalo degli hacker che avrebbero violato un sistema informatico costato circa 25 milioni di euro. Ci sono molti interrogativi ai quali la Regione Lazio di Nicola Zingaretti dovrebbe rispondere, l'ultimo dei quali riguarda Laziocrea, la società ora al centro della vicenda dei pirati informatici su cui starebbe indagando l'Antiterrorismo, la polizia postale e perfino l'Fbi. Ma che cos' è esattamente Laziocrea? In teoria si tratta di una società, interamente partecipata dalla Regione Lazio, che l'affianca nelle attività tecnico-amministrative, informatiche e di strategia digitale, per gli addetti lavori, una newco frutto della fusione tra le società regionali LAit spa, specializzata in innovazione tecnologica, e Lazio Service spa, società di servizi ad alto valore aggiunto. In realtà ora si scopre che deve occuparsi anche di promozione delle bellezze del territorio del Lazio, di sagre paesane, serate dal vivo con mercatini e di spettacoli sul litorale laziale. Secondo quanto scrive l'edizione romana del quotidiano La Repubblica, a Laziocrea sarebbe arrivata un'iniezione di liquidità pari a 3.5 milioni di euro. Fondi che, da statuto, andrebbero spesi per la famigerata cybersicurezza e che invece potrebbero essere finiti in attività di tutt'altro tenore. A lanciare il sospetto sono, soprattutto, i consiglieri di Fratelli d'Italia che, carte alla mano, hanno tirato fuori un emendamento che prova lo stanziamento dei 3,5 milioni per la promozione culturale del Lazio. «Ma non sarebbe stato meglio investire questi soldi per rafforzare i sistemi di sicurezza?», ha chiesto la consigliera regionale di Fdi, Chiara Colosimo. «Qualcuno alla fine dovrà dirci la verità su questa vicenda», ha dichiarato. E nel mirino dei meloniani è finito Daniele Leodori, vicepresidente della Regione nonché firmatario del discusso emendamento nel quale, si ribadisce, non si fa cenno di cybersicurezza. Alla Pisana, sede del consiglio regionale del Lazio, è scoppiata, dunque, la polemica con il centrodestra ad attaccare sulla gestione opaca dei soldi e il Partito democratico a tentare una difesa imbarazzata. Alla fine lo stesso Leodori ha dovuto ammettere che sì, il finanziamento di 3,5 milioni di euro, contenuto nel collegato approvato dal Consiglio c'è, ed è stato pensato per la valorizzazione del patrimonio regionale e prevede quindi anche l'intervento sui sistemi informatici. Ma di tale intervento, per ora, non c'è traccia. Da registrare inoltre che Laziocrea è presieduta da Luigi Pomponio, nel Cda dal 2020, premiato proprio pochi giorni fa, a fine luglio, da Zingaretti e dall'assessore D'Amato insieme agli altri dipendenti della società «per il grande impegno nella lotta contro il Covid-19». Al personale di Laziocrea sono andati attestati di riconoscimento e varie benemerenze. Neanche una settimana dopo, lo scandalo degli hacker penetrati da un pc di un dipendente.

Valentina Errante per "il Messaggero" il 6 agosto 2021. Sono circa le 14 quando avviene il miracolo: il back up dei dati criptati dall'attacco informatico al Centro elaborazione dati della Regione Lazio è salvo. L'assortita squadra fatta dagli uomini dell'Fbi e di Europol, dai tecnici della polizia postale, dagli esperti di Leonardo ha raggiunto il risultato insperato. Aggirare il ransomware, il virus (che include anche una richiesta di riscatto) che aveva criptato tutti i dati del sistema. Il governatore Nicola Zingaretti lo annuncia poco dopo. Ripartono le prenotazioni dei vaccini (che in poche ore sono già tremila) e adesso la Regione Lazio tenterà di tornare alla normalità. La situazione resta complessa, ma i segnali sono incoraggianti. Gli esperti avrebbero recuperato tutti i dati memorizzati al 30 luglio, cioè 24 ore prima dell'attacco dei cyber criminali. Sullo sfondo resta il giallo della trattativa e del riscatto, per ottenere la chiave di decriptazione, dal link attivato mercoledì sera, con un countdown che sarebbe scaduto domani alle 23. Quando i dati sottratti all'amministrazione potrebbero essere diffusi nel dark web. Mentre emerge che l'attacco degli hacker è avvenuto in due fasi e non ha riguardato solo l'account di un dipendente regionale di Frosinone in smartworking, ma anche quello di un amministrativo.

IL BACKUP Secondo quanto riferito, dopo cinque giorni di lavoro ininterrotto, gli esperti sarebbero riusciti ad estrarre dai server infettati le copie di backup aggirando il virus e raggiungendo i dati del backup bloccati dal sistema infettato. «Stiamo verificando analizzando la consistenza dei dati per ripristinare nel più breve tempo possibile i servizi amministrativi e per i cittadini». I tecnici sarebbero riusciti a creare un sistema identico a quello compromesso che prima gestiva le informazioni, nel quale hanno riversato il backup salvato in una macchina Vtl (virtual tape library) di ultima generazione. Sullo sfondo di una soluzione inattesa per tutti, restano alcuni nodi da sciogliere. Dall'attivazione del link dei pirati informatici, ai dati sottratti. Dagli accertamenti è emerso che gli hacker, che hanno infettato il Ced della Regione Lazio, sono entrati nel sistema alle 20,42 del 31 luglio, attraverso il computer di un dipendente in smartworking a Frosinone. Ma, alle 22.40 dello stesso giorno, ci sarebbe stato un altro attacco, attraverso un account di tipo amministrativo, che avrebbe dato ai cyber criminali il potere di effettuare operazioni privilegiate, infettando il Ced. Gli hacker avrebbero continuato agire per l'intera notte, fino alle 7,21 del 1 agosto. Le indagini sono ancora in corso, ma è emerso che il file trojan Enotet è penetrato almeno in 135 macchine, quelle rese inservibili, però, alla fine, sono state almeno 3000. Il nodo, però, riguarda i dati rubati: non si sa quali siano le informazioni sottratte, che possano ancora essere diffuse sul dark web in cambio di criptovaluta o utilizzate dagli hacker. Si tratta del secondo step dell'attacco informatico, che, di prassi, viene messo in atto una settimana dopo l'aggressione come prima rivendicazione. Nella tempistica dell'attacco alla Regione Lazio la deadline è il 7 agosto.

IL CONTATTO Di fatto, nella pagina di rivendicazione, chi ha infettato il sistema con il ransom, come accade sempre, ha dato anche indicazioni per la mediazione, ossia per pagare un riscatto e ottenere la chiave di decriptazione dei dati. Un responsabile di Lazio Crea avrebbe dovuto collegarsi al link suggerito, lasciando un contatto email, attraverso un provider svizzero che cripta i messaggi, sulla rete Tor. Un network decentralizzato costituito da alcune migliaia di server sparsi in tutto il mondo. Quel link si sarebbe reso attivo mercoledì sera. Non è chiaro se da solo o per mano di qualcuno, a meno di 24 ore dal recupero dei dati. I tecnici avrebbero trovato da soli la chiave, nonostante le loro stesse previsioni, e non avrebbero pagato un riscatto che, in base a un'analisi approssimativa, eseguita sulla mole di dati a rischio, ammontava a circa 5milioni di euro in bitcoin. La scadenza dell'ultimatum è domani. Bisognerà attendere. I pirati del web potrebbero ancora utilizzare i dati. Intanto, alla Regione è vietato usare il wifi. 

Valentina Errante e Aldo Simoni per “Il Messaggero”  il 7 agosto 2021. Il countdown è scaduto ieri sera alle 23. E per tutta la notte i tecnici della postale hanno sorvegliato il dark web, per verificare se i dati sottratti alla Regione durante l'aggressione siano in vendita o disponili. L'ultimatum dei cyber criminali, generato in automatico dal ransomware, il virus che chiede anche il riscatto, era chiaro: non chiamate la polizia e non tentate di intervenire sul sistema, i file potrebbero essere cancellati. L'orologio a margine della schermata segnava il tempo rimasto, contando anche i secondi. Fino alle 23 del 6 agosto. Ieri, intanto, Nicola B., il dipendente di 61 anni della Regione Lazio, che attraverso il suo account ha aperto le porte del Ced del Lazio agli hacker, è stato sentito dagli uomini della postale e del Cnaipic (La centrale contro il crimine informatico) per tre ore. Ha negato di essersi collegato con siti pericolosi e anche che altri familiari avessero accesso al computer. E' apparso tranquillo, ma, poi, quando è stato chiamato dal suo capo ufficio, ha iniziato a sentire il cuore che andava all'impazzata: «Sono in un tritacarne», ha detto, mentre avvertiva un dolore acuto al petto. Adesso è ricoverato all'ospedale di Frosinone. Il suo pc, in queste ore, viene passato ai raggi x. Si va indietro, si cercano tracce. A ritroso, attraverso i link, i siti e gli indirizzi Ip che si sono collegati al computer.

L'INTERROGATORIO L'impiegato, che lavora nell'Area Enti Locali, ha ripercorso davanti alla polizia, minuto per minuto, il lavoro svolto al computer tra sabato e domenica. «Stando a casa - ha detto - mi capita spesso di lavorare anche di notte, tra le 2 e le 3. Magari mi sveglio e comincio a smaltire le pratiche o ad anticipare il lavoro. La notte tra sabato e domenica ero a casa da solo con mia moglie. Mio figlio era al mare e, tra l'altro, non conosce nemmeno la mia password. Il computer era spento e avevo spento anche la ciabatta. Domenica, primo agosto, ho usato il pc, poi, intorno alle 19.30, ho chiuso tutto».

LA RIVENDICAZIONE Adesso ci si aspetta una mossa dagli hacker, che avevano invitato l'amministratore dell'azienda a contattarli: «Nel caso tu non abbia il diritto di parlare a nome di questa azienda, non provare a contattarci. Qualsiasi contatto non autorizzato aumenterà l'importo del riscatto», si legge nella schermata comparsa dopo la prima comunicazione con la quale i cyber criminali avevano annunciato l'attacco e la criptazione del file. Il messaggio continuava: «Possiamo condividere queste informazioni solo con la persona autorizzata. Queste misure sono necessarie per mantenere la piena riservatezza del nostro accordo». E ancora: «Puoi consultarti con qualcuno del tuo ufficio informatico, questo ci aiuterà ad evitare ogni futuro fraintendimento. I tuoi file sono stati criptati con la crittografia più recente. Ricorda che qualsiasi tentativo di modifica e tentativo di rinominare i file crittografati causerà un grave danno ai documenti». La trattativa prevedeva una prova: «Inviaci il tuo indirizzo email e carica uno dei file crittografati, quando il file verrà caricato, la cartella di caricamento sarà eliminata. Questo file verrà decifrato come prova, per dimostrarti la capacità di decriptare gli altri file. Non ti daremo un'altra possibilità di decifrare un file e lasciare email».

IL RISCATTO Il messaggio generato automaticamente dal virus continua: «Non provare nemmeno a imbrogliarci, ti contatteremo quando ci invierai un file prova. Dopo il pagamento, tutti tuoi dati verranno decriptati. Devi risponderci in un giorno altrimenti l'importo del riscatto verrà aumentato, ma avrai un'altra opportunità per caricare il file di test. Ti preghiamo di non contattarci tramite Gmail, Yahoo, Hotmail, Live, parliamo solo in inglese. La scelta migliore è Protonmail: i tuoi server di posta possono bloccare i nostri messaggi». Infine, l'invito a non chiamare la polizia: «Attenzione non chiamare la polizia, perché bloccherà tutti i tuoi conti bancari per impedire il pagamento. E poiché tu non sarai nelle condizioni di pagare, tutti i tuoi messaggi crittografati andranno perduti. Tieni presente che hai un tempo limitato per prendere una decisione Quindi, hai una possibilità adesso. Se vuoi ripristinare i tuoi dati contattaci ora». Nessuno sarebbe stato contattato, i dati sono stati recuperati. E così, questa notte, gli hacker potrebbero davvero avere diffuso le informazioni rubate. La polizia postale è in allerta.

Lazio, è scaduto l'ultimatum. Ricoverato l'uomo del pc bucato. Stefano Vladovich l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. I Servizi al lavoro sul caso: giallo sul riscatto in criptovaluta. Sentito il dipendente di LazioCrea: malore davanti ai pm. Roma. Una settimana dall'attacco hacker alla Regione Lazio. Si contano i danni, a cominciare dalla banca dati nelle mani dei cyber-estorsori, per continuare con la paralisi delle prenotazioni online per il vaccino Covid-19. Nuovi interrogatori, in Procura, alla ricerca di una talpa, di un responsabile suo malgrado, «colpevole» di aver spalancato le porte del Ced regionale ai pirati informatici che sabato 31 luglio si sono introdotti nel sistema facendolo crashare, non prima di aver immesso un virus, un ransomware, e copiato dati di sei milioni e mezzo di italiani. È stato ricoverato all'ospedale di Sora, dopo un malore, il dipendente della Regione, non della Asl di Frosinone, interrogato in questura dagli agenti del Cnaipic, Centro nazionale anticrimine informatico. L'uomo lavora nella sede distaccata della Ciociaria, in via Francesco Veccia. Qui, due giorni prima dell'attacco finale, gli hacker sarebbero entrati nel suo pc, forse con una e-mail contenente un trojan. Il ransomware avrebbe poi lavorato sotto traccia fino a sabato notte, quando ha aperto agli hacker l'accesso al portale regionale per copiare il back-up lasciato in rete, prima di criptarlo. Gli inquirenti, che indagano per accesso abusivo al sistema informatico, tentata estorsione e danneggiamento al sistema informatico con finalità di terrorismo, lo avrebbero incalzato con mille domande. Il pc era acceso? A chi avrebbe fornito le credenziali per accedere alla postazione? Sul portatile la schermata nera inviata dai pirati con le prime «istruzioni» da seguire per riavere i dati in chiaro. «Se chiamate la polizia vi bloccheranno i conti e metteremo in rete gli account», si leggeva. L'uomo, Nicola B., 61 anni, nega tutto. «L'ho spento come sempre e scollegato persino alla rete elettrica», avrebbe assicurato agli agenti. «Le mie credenziali? Non le ho mai date a nessuno, neanche mio figlio le conosce», ha fatto mettere a verbale. Il caldo torrido, il terrore che possa aver dato lui, inconsapevolmente, il via libera ai criminali fanno il resto. Entrato in auto diretto al paese vicino, ha sentito il cuore battere a mille. Una corsa al pronto soccorso per un attacco di tachicardia e il ricovero per accertamenti. Su di lui il peso di un sistema di sicurezza pieno di falle. A cominciare dall'archivio che qualcuno ha lasciato collegato a internet. Non lo fa mai nessuno, tranne la Regione Lazio. Fra i mille dubbi di una storia paradossale, il più grave attacco a un'istituzione pubblica in Italia, restano troppi punti oscuri. Intanto: i servizi hanno sborsato, in criptovaluta ovviamente, la somma chiesta dai pirati? Una prassi oramai consolidata per molte aziende private costrette a pagare per tornare in possesso di dati preziosi. È accaduto, fra gli altri, agli americani dell'oleodotto di Colonial attaccato da DarkSide, ai giapponesi della Toshiba, al creatore di Facebook. Ne esce indenne solo chi appronta un protocollo «salvagente» in caso di attacco. La Regione Lazio non lo ha fatto, nonostante abbia recuperato i dati «inchiavardati», estraendoli da un secondo back-up parallelo, se li è visti scippare da un'organizzazione criminale probabilmente russa o bulgara. E i responsabili della cybersecurity della Pisana? Ancora non è chiaro chi siano, probabilmente vari partner che hanno lavorato scollegati per creare l'intero sistema. La società Leonardo si è già dichiarata estranea proprio sul fronte della sicurezza. LazioCrea avrebbe partecipato ad alcuni progetti ma ancora non se ne conoscono i dettagli. Engineering infine, tirata in ballo dalla stessa presidenza del consiglio regionale, nega ogni coinvolgimento sulla questione. «Engineering non fornisce servizi di infrastruttura o di sicurezza alla Regione Lazio, che si appoggia per questo ad altri operatori», ribadisce l'azienda. Stefano Vladovich

Giuseppe Scarpa per “Il Messaggero” l'8 agosto 2021. Per ora i dati sensibili di 5,8 milioni di residenti nel Lazio non sono stati messi in vendita nel dark-web. Ad oggi non ci sarebbe stata alcuna conseguenza dopo l'ultimatum dei pirati informatici scaduto venerdì sera alle 23.00. Nel frattempo, però, la pagina con il link dove gli hacker fornivano istruzioni sull'aggressione cyber e il pagamento del riscatto è stata rimossa dagli stessi attaccanti. Hacker che avrebbero agito, probabilmente, dall'est Europa. Gli scenari a questo punto sono differenti. Prima di tutto occorre capire quale fine faranno i dati, ammesso che siano stati esfiltrati. Potrebbero essere cancellati, in tal caso non ci sarebbe nessun problema e, se sono stati effettivamente salvati, come ha fatto sapere la Regione Lazio, il sito potrebbe presto funzionare a pieno regime. Nella peggiore delle ipotesi le informazioni potrebbero essere riversate nel dark web e piazzate al miglior offerente, i ramswonware d'altro canto funzionano proprio in questo modo. In questo caso i dati di quasi sei milioni di persone, comprese le massime cariche istituzionali, potrebbero essere oggetto di compravendita. In tal caso aver eseguito il back up da parte della Regione risolverebbe solo la metà dei problemi. Ovvero il possesso dei dati ma non la questione di un'eventuale divulgazione. 

Stefano Vladovich per "Il Giornale" l'8 agosto 2021. Una settimana dall'attacco hacker alla Regione Lazio. Si contano i danni, a cominciare dalla banca dati nelle mani dei cyber-estorsori, per continuare con la paralisi delle prenotazioni online per il vaccino Covid-19. Nuovi interrogatori, in Procura, alla ricerca di una talpa, di un responsabile suo malgrado, «colpevole» di aver spalancato le porte del Ced regionale ai pirati informatici che sabato 31 luglio si sono introdotti nel sistema facendolo crashare, non prima di aver immesso un virus, un ransomware, e copiato dati di sei milioni e mezzo di italiani. È stato ricoverato all'ospedale di Sora, dopo un malore, il dipendente della Regione, non della Asl di Frosinone, interrogato in questura dagli agenti del Cnaipic, Centro nazionale anticrimine informatico. L'uomo lavora nella sede distaccata della Ciociaria, in via Francesco Veccia. Qui, due giorni prima dell'attacco finale, gli hacker sarebbero entrati nel suo pc, forse con una e-mail contenente un trojan. Il ransomware avrebbe poi lavorato sotto traccia fino a sabato notte, quando ha aperto agli hacker l'accesso al portale regionale per copiare il back-up lasciato in rete, prima di criptarlo. Gli inquirenti, che indagano per accesso abusivo al sistema informatico, tentata estorsione e danneggiamento al sistema informatico con finalità di terrorismo, lo avrebbero incalzato con mille domande. Il pc era acceso? A chi avrebbe fornito le credenziali per accedere alla postazione? Sul portatile la schermata nera inviata dai pirati con le prime «istruzioni» da seguire per riavere i dati in chiaro. «Se chiamate la polizia vi bloccheranno i conti e metteremo in rete gli account», si leggeva. L'uomo, Nicola B., 61 anni, nega tutto. «L'ho spento come sempre e scollegato persino alla rete elettrica», avrebbe assicurato agli agenti. «Le mie credenziali? Non le ho mai date a nessuno, neanche mio figlio le conosce», ha fatto mettere a verbale. Il caldo torrido, il terrore che possa aver dato lui, inconsapevolmente, il via libera ai criminali fanno il resto. Entrato in auto diretto al paese vicino, ha sentito il cuore battere a mille. Una corsa al pronto soccorso per un attacco di tachicardia e il ricovero per accertamenti. Su di lui il peso di un sistema di sicurezza pieno di falle. A cominciare dall'archivio che qualcuno ha lasciato collegato a internet. Non lo fa mai nessuno, tranne la Regione Lazio. Fra i mille dubbi di una storia paradossale, il più grave attacco a un'istituzione pubblica in Italia, restano troppi punti oscuri. Intanto: i servizi hanno sborsato, in criptovaluta ovviamente, la somma chiesta dai pirati? Una prassi oramai consolidata per molte aziende private costrette a pagare per tornare in possesso di dati preziosi. È accaduto, fra gli altri, agli americani dell'oleodotto di Colonial attaccato da DarkSide, ai giapponesi della Toshiba, al creatore di Facebook. Ne esce indenne solo chi appronta un protocollo «salvagente» in caso di attacco. La Regione Lazio non lo ha fatto, nonostante abbia recuperato i dati «inchiavardati», estraendoli da un secondo back-up parallelo, se li è visti scippare da un'organizzazione criminale probabilmente russa o bulgara. E i responsabili della cybersecurity della Pisana? Ancora non è chiaro chi siano, probabilmente vari partner che hanno lavorato scollegati per creare l'intero sistema. La società Leonardo si è già dichiarata estranea proprio sul fronte della sicurezza. LazioCrea avrebbe partecipato ad alcuni progetti ma ancora non se ne conoscono i dettagli. Engineering infine, tirata in ballo dalla stessa presidenza del consiglio regionale, nega ogni coinvolgimento sulla questione. «Engineering non fornisce servizi di infrastruttura o di sicurezza alla Regione Lazio, che si appoggia per questo ad altri operatori», ribadisce l'azienda.

REGIONE LAZIO, IL SITO DI NUOVO IRRAGGIUNGIBILE E ZINGARETTI TACE…Il Corriere del Giorno il 10 Agosto 2021. Nel dark web web dove si trovano annunci di ogni tipo, ed informazioni in vendita anche a mille euro, gli investigatori al lavoro sull’assalto ai server della Regione Lazio stanno monitorando la situazione, sospettando che prima o poi i dati del Lazio, che non sono ancora in circolazione, verranno messi in vendita. Altro che riparazione e ripristino dei servizi entro poche ore… il sito della Regione Lazio è di nuovo ko e il governatore Nicola Zingaretti è completamente in confusione. O vi è stato un nuovo un attacco hacker e non viene raccontato oppure il sistema informatico tanto “strombazzato” da Zingaretti è una vera e propria schifezza. Al momento non funzionano i servizi digitali e persino le mail. In Regione si naviga letteralmente a vista ed è praticamente impossibile collegarsi con la Regione Lazio che è il “cuore” politico della Nazione. Da parte dell’ente regionale laziale, nel numeroso staff del presidente Zingaretti nessuno parla, tutto tace, non vi è alcuna traccia di informazioni, e si trovano solo e soltanto persone che si lavano le mani ben attenti a tenere le bocche cucite. Tutto ciò mentre ci sono servizi che vanno erogati, bandi di prossima scadenza, e domande da porre. Zingaretti ha sinora sparato ad alzo zero cercando qualcuno su cui scaricare colpe politiche e gestionali della Regione Lazio. prima contro gli hackers spacciati come terrorismo, per poi passare nei giorni successivi a dichiarazioni trionfali “tutto a posto, siamo fortissimi, ricominciamo a lavorare”. In realtà i fatti non stanno esattamente come Zingaretti vorrebbe lasciare intendere, mentre invece sarebbe necessario comunicare e possibilmente con la dovuta serietà necessaria quanto sta accadendo per davvero alla Regione Lazio. Anche perchè quel sito della Regione Lazio lo pagano anche i contribuenti…Inoltre oltre al danno, vi sarebbe anche una vera e propria beffa. L’indagine avviata dal Garante della privacy sull’attacco al sistema informatico della Regione Lazio potrebbe portare con una maxi-multa, in quanto come ben noto il trattamento e la protezione dei dati personali sono una materia molto delicata. La pandemia sembra aver dato ancora più voglia di rischiare agli hacker, che hanno effettuato una serie interminabile di attacchi informatici. Nei forum frequentati dagli hackers è partita la caccia alle informazioni conservate nei database della Regione Lazio. per i quali esiste già una lunga fila di acquirenti, pronti a pagare per avere una copia dei file trafugati. Su Raidforums.com, alla voce “trading”, c’è una discussione aperta sul Lazio. Quattro utenti si dicono già da ora disponibili a pagare per avere “Covid informations” e “medical data” ma per fortuna sinora, le risposte però non sono fortunatamente soddisfacenti. Altri hanno offerto per giorni nomi e cognomi di 7,2 milioni di vaccinati italiani, con tanto di mail, codice fiscale e Asl di appartenenza, salvo poi scomparire dalla circolazione. Al momento i dati sul Lazio, probabilmente utili per essere poi rivenduti a case farmaceutiche, non sono ancora saltati fuori. Negli ultimi due anni, soltanto a Roma, sono finiti nel mirino oltre alla Regione Lazio, l’Università di Tor Vergata, il Consiglio Nazionale Forense e la Sittel, una società specializzata in telecomunicazioni con sede a Roma. I loro dati sono ormai pubblici, diffusi e disponibili nel dark web (cioè il web occulto, regno delle illegalità). Nel dark web web dove si trovano annunci di ogni tipo, ed informazioni in vendita anche a mille euro, gli investigatori al lavoro sull’assalto ai server della Regione Lazio stanno monitorando la situazione, sospettando che prima o poi i dati del Lazio, che non sono ancora in circolazione, verranno messi in vendita.

SIAMO SICURI CHE SIANO HACKER RUSSI?  Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 10 agosto 2021. I pirati informatici, dopo aver bucato l'account del dipendente di Frosinone della Regione Lazio, hanno infettato i pc di un centinaio di altri colleghi. Tra cui quello di un amministratore di rete. Essenziale per portare a compimento e con successo l'attacco. Così gli hacker sono riusciti a impadronirsi del sito, acquisire le informazioni e dare il via al ricatto. Inoltre i cybercriminali avrebbero portato a compimento la loro missione - ricostruiscono inquirenti e investigatori - appoggiandosi anche ad un server negli Stati Uniti. Per questo motivo i magistrati Gianfederica Dito e Luigi Fede hanno inoltrato una rogatoria agli Usa. I pm hanno aperto un fascicolo per accesso abusivo, danneggiamento di sistemi informatici di pubblica utilità e tentata estorsione.

L'INDAGINE Andando a ritroso la Polizia Postale vorrebbe scoprire da dove tutto è partito. Un compito per niente facile dal momento che la rete Tor, quella su cui lavorano gli hacker, è in grado di rimbalzare tra più server mascherando l'Ip. L'Ip è una sorta di targa di riconoscimento e in assenza dell'Internet Protocol address diventa davvero complicato dare un nome e un cognome ai pirati informatici. Ad ogni modo il Cnaipic sta lavorando senza sosta per cercare di venire a capo di un'aggressione, portata a termine il primo agosto, che in Italia non ha precedenti. Nel frattempo Engineering Ingegneria Informatica, la società che fornisce servizi di sicurezza informatica - tra i suoi clienti c'è anche la Regione Lazio - ha presentato una denuncia in procura per accesso abusivo al sistema informatico. Di fatto la stessa società aveva spiegato in una nota che il 5 agosto (pochi giorni dopo l'attacco alla Regione Lazio) era stata rilevata «una possibile compromissione di credenziali di accesso ad alcune VPN di clienti, subito avvertiti individualmente». 

I DATI Per ora i dati sensibili di 5,8 milioni di residenti nel Lazio non sono stati messi in vendita nel dark-web. Ad oggi non ci sarebbe stata alcuna conseguenza dopo l'ultimatum dei pirati informatici scaduto venerdì sera alle 23.00. Sabato la pagina con il link dove gli hacker fornivano istruzioni sull'aggressione cyber e il pagamento del riscatto è stata rimossa dagli stessi attaccanti. Hacker che avrebbero agito, probabilmente, dall'Est Europa. Gli scenari a questo punto sono differenti. Prima di tutto occorre capire quale fine faranno i dati, ammesso che siano stati esfiltrati. Potrebbero essere cancellati, in tal caso non ci sarebbe nessun problema e, se sono stati effettivamente salvati, come ha fatto sapere la Regione Lazio, il sito potrebbe presto funzionare a pieno regime. Nella peggiore delle ipotesi le informazioni potrebbero essere riversate nel dark web e piazzate al miglior offerente, i ramswonware d'altro canto funzionano proprio in questo modo. In questo caso i dati di quasi sei milioni di persone, comprese le massime cariche istituzionali, potrebbero essere oggetto di compravendita. In tal caso aver eseguito il back up da parte della Regione risolverebbe solo la metà dei problemi. Ovvero il possesso dei dati ma non la questione di un'eventuale divulgazione.

IL DARK WEB La polizia postale continua a svolgere accertamenti e controlli nella rete oscura. Non è escluso che ci possa essere un collegamento tra chi ha colpito il sito della Regione il primo agosto e chi ha provato, nei giorni scorsi, a mettere sotto attacco il brand di moda Ermenegildo Zegna. In una nota di sabato il gruppo ha confermato di essere stato oggetto di un «accesso non autorizzato ai propri sistemi informatici» annunciando di avere informato le autorità. «Non appena la società ha appreso l'accaduto ha messo in atto le azioni necessarie a garantire la sicurezza della propria rete». Gli inquirenti stanno analizzando una serie di dati mettendo a confronto i vari blitz di questo tipo avvenuti in Italia nelle ultime settimane. La metodologia utilizzata dall'organizzazione criminale potrebbe rappresentare, infatti, una sorta di «firma». Attacchi simili, con la stessa tecnica e modalità, sarebbero stati messi a segno anche a livello mondiale, gli esperti indicano quello che ha colpito le reti governative brasiliane, il Dipartimento dei trasporti del Texas (TxDOT), Konica Minolta, IPG Photonics e CNT dell'Ecuador.

Alessio Lana e Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera” l'8 agosto 2021. Maze, una sigla semplice. Una sigla che per almeno due anni è stata l'incubo delle aziende pubbliche e private, dei governi, di multinazionali come Canon, Lg, Xerox. Un gruppo di hacker in grado di bloccare sistemi, rubare dati, ricattare società e privati. Un gruppo pericoloso che per primo ha utilizzato la strategia del «name & shame», letteralmente nominare e svergognare. Il primo novembre 2020 ha dichiarato «chiuso il progetto» in grande stile, con un comunicato stampa pubblicato online in cui sottolineava che non ci sarebbero stati successori. Ma non è scomparso. Anzi. Già qualche mese prima della resa, un'altra banda, addirittura più capace e potente, era comparsa sulla scena: Egregor. In un anno ha sferrato oltre 200 attacchi e gli analisti ritengono possa essere lo schermo per gli affiliati di Maze. E poi ce ne sono tanti altri perché questa Ransom Mafia , come è stata definita, ricalca il mondo criminale «analogico»: individui che si riuniscono in gang, formano e sciolgono alleanze, si raggruppano in cartelli. A raccontare la guerra ormai diventata globale è un rapporto riservato dell'intelligence italiana che ricostruisce le strategie di questi cybercriminali, i loro obiettivi, le loro origini. Contiene nomi e date di una battaglia di cui l'Italia ha visto gli effetti più evidenti con l'assalto contro la Regione Lazio. Ma riporta soprattutto un dato che fa ben comprendere quale sia la posta in gioco: nel 2019 sono stati pagati 9,7 miliardi di euro per impedire ai criminali di bloccare i sistemi aziendali e diffondere le informazioni riservate, nel primo quadrimestre del 2021 questa cifra ha già raggiunto i 17 miliardi di euro. Un attacco ransomware utilizza questi virus telematici per «limitare l'accesso al sistema informativo degli utenti e crittografare il disco rigido». I file diventano illeggibili dal legittimo proprietario che per sbloccarli ha bisogno di una specifica chiave crittografica. Ed è a questo punto che scatta il ricatto. Generalmente sullo schermo dei computer attaccati compare un avviso che invita ad aprire una pagina dove si trovano le istruzioni per il pagamento, nella maggior parte in criptovalute. Per i meno esperti c'è anche un'assistenza clienti multilingue. Ma già dalla fine del 2020 la strategia si è evoluta, diventando ancor più subdola. Generalmente «l'operazione prevede che prima di procedere con la cifratura dei dati presenti nel sistema possa essere effettuata un'esfiltrazione di tutte le informazioni - spiegano gli analisti -. Fino allo scorso anno gli attacchi ransomware prevedevano quasi esclusivamente la crittografia dei dati che venivano resi indisponibili a tempo indeterminato. Nell'ultimo anno si è aggiunta la divulgazione dei dati nel dark web». È questa la «rivoluzione» di Maze, la «double extortion» (doppia estorsione): se non paghi per avere la chiave crittografica o tenti di aggirare il riscatto mettiamo i tuoi dati online. Dai brevetti alle informazioni dei clienti o degli utenti, tante informazioni sensibili rischiano di diventare pubbliche. Così si stima che tra il 50 e il 70 per cento delle vittime, alla fine, pagano. Finora gli attacchi ransomware hanno colpito gestori delle reti energetiche e telefoniche, scuole e ospedali ma anche società quotate in Borsa. Hanno ricattato aziende di piccolo e medio livello che la pubblicazione dei dati avrebbe annientato e colossi industriali disponibili a pagare pur di mettere al sicuro le informazioni riservate. Ma soprattutto hanno trattato direttamente con i governi, proprio come avviene quando le formazioni terroristiche catturano gli ostaggi. Secondo l'ultimo rapporto The State of Ransomware 2021 di Sophos, la maggior parte degli attacchi arriva da Russia, Cina e Corea del Nord ma ci sono altri focolai in Vietnam, Ucraina, India. I più clamorosi sono stati sferrati dal gruppo Revil nel 2021. In marzo hanno chiesto al colosso taiwanese Acer 42 milioni di euro. In aprile la medesima cifra a un partner di Apple per non diffondere segreti industriali. Subito dopo hanno preso di mira JBS Foods, che ha subito una richiesta per 9,3 milioni di euro, e in luglio, tramite il fornitore Kaseya, sono penetrati nei sistemi di numerose aziende chiedendo un totale di 59,5 milioni di euro. Alcune imprese hanno pubblicamente ammesso gli assalti. Nel maggio scorso la Colonial Pipeline, oleodotto che rifornisce la costa orientale degli Stati Uniti, ha pagato 3,7 milioni di euro al gruppo DarkSide per recuperare i propri dati e con l'intervento dell'Fbi ne ha poi recuperati 1,9. In Italia, il 6 agosto, il Gruppo Zegna ha rivelato di «non aver ceduto al ricatto». In realtà la lista di chi, nel nostro Paese, è stato colpito e ha pagato oppure è riuscito a fermare il ransomware è lungo, ma gli investigatori raccomandano di non diffonderla proprio per non dare vantaggi ai criminali e soprattutto enfatizzare la loro attività illecita. Qualche settimana fa Pay2Key, che ha matrice iraniana, ha pubblicato un post con l'elenco delle ditte colpite in Israele: Portnox, Israel Aerospace Industries, Habana, InterElectric, Mt, InfiApps e gli analisti ritengono si tratti «di un attacco con immediata finalità economica ma soprattutto una minaccia per gli interessi geopolitici di Stati attraverso le loro infrastrutture critiche». Da una parte le gang hanno un peso anche nelle relazioni internazionali. Come riportato dal New York Times , l'improvvisa scomparsa dei russi Revil in luglio, proprio dopo aver messo a ferro e fuoco gli Stati Uniti, è da attribuire a un accordo mirato tra Joe Biden e Vladimir Putin. Dall'altra si muovono anche come vere e proprie aziende. Premiano l'innovazione e lavorano per tenere alta la reputazione: se qualcuno riesce a riottenere i dati senza pagare è un problema, si diventa poco credibili. Sono organizzazioni ben strutturate, con decine di sviluppatori e macchinari e così, per ammortizzare i costi, hanno ideato il Ransomware as a service (Raas), «una variazione dei modelli di business rispetto a chi vende software legali», come spiegano gli analisti. Gli autori offrono il loro ransomware su licenza permettendo agli acquirenti di aggiungerlo ai propri attacchi. Esattamente come un software aziendale. In cambio chiedono una provvigione «tra il 20 e il 30 per cento dei riscatti pagati», possono rivendicare più vittime e quindi accrescere la fama della propria opera. E più il ransomware funziona più criminali lo vogliono. Come un qualsiasi prodotto di successo.

Bruno Ruffili per "la Stampa" il 6 agosto 2021. «No, dall'Italia non ci è arrivata ancora nessuna richiesta di aiuto», spiega Jo De Muynck, responsabile Operational Coordination Unit dell'Enisa, European Union Agency for Cybersecurity. Parla dell'attacco informatico alla Regione Lazio che dalla scorsa domenica ha bloccato la campagna vaccinale. «Per ora è un caso nazionale, e di solito ci occupiamo di attacchi su larga scala, che coinvolgono più Paesi. C'è stata qualche comunicazione, comunque, e siamo pronti a dare una mano». Su 18 persone del suo team, 4 vengono dall'Italia: «Il nostro lavoro - spiega - è coordinare le attività dei vari Stati, degli organi e delle agenzie dell'Unione Europea quando si tratta di affrontare incidenti informatici».

Come funziona l'Enisa? 

«La struttura di cyber sicurezza dell'Unione Europea ha tre livelli. Uno è quello tecnico, ovvero la rete dei vari CSIRT (Computer Security and incidents Response Teams) nazionali, cui spetta il compito di affrontare casi come quello del Lazio. Per incidenti di grandi dimensioni e impatto maggiore esiste una rete chiamata CyCLONE (Cyber Crisis Liaison Organization Network), che cerca di mitigarne l'impatto il più rapidamente possibile. Poi c'è il livello politico e strategico. Noi facciamo in modo che le informazioni raccolte siano accessibili a tutti i Paesi della Ue». 

Esistono linee guida europee che prevedono specifiche misure di sicurezza informatica?

«Sì, la normativa NIS, cui presto farà seguito la NIS 2, chiede di predisporre misure di cybersecurity per i servizi essenziali, ma spetta a ciascuno Stato definire il livello di sicurezza minimo e quali i servizi essenziali». 

Ad esempio quelli sanitari, che all'inizio sembravano esclusi dagli attacchi di criminali informatici, per una sorta di etica. Qualcosa sta cambiando?

«Il Covid e la pandemia sono stati un fattore scatenante, per i criminali informatici era un'occasione quasi troppa bella per essere vera. Stanno diventando più opportunisti, non c'è più spazio per i buoni principi. L'ultimo attacco su vasta scala al settore sanitario c'è stato in Irlanda, ma i criminali alla fine hanno fornito loro stessi la chiave per liberare i file compromessi, rinunciando al riscatto. Probabilmente perché hanno ricevuto molta attenzione da parte della stampa, e agli occhi dell'opinione pubblica quell'attacco appariva come particolarmente odioso». 

Il ransomware sta diventando sempre più comune ultimamente. È un business?

«Il software si può affittare, quindi non è indispensabile essere grandi esperti per poterne disporre. Ne nasce un'economia sommersa e molto organizzata, dove diverse bande si dividono il mercato. È vero che questi attacchi stanno crescendo, ma stanno anche diventando molto più mirate le richieste di riscatto». 

È il caso di pagare?

«Consigliamo sempre di non farlo perché sono organizzazioni criminali e non c'è nessuna garanzia che pagando la situazione si risolva. E anche se si risolvesse, non è detto che non possa arrivare un nuovo attacco. Ma il consiglio più utile è di prepararsi ad eventualità del genere, ad esempio con un backup offline. Ci sono misure semplici da adottare per evitare che questi attacchi possano accadere». 

E dal suo osservatorio può dire da dove arrivano?

«Non sempre. Gli incidenti informatici, in generale, provengono di frequente dalle stesse regioni, ma è molto difficile individuare esattamente da dove. L'attribuzione è qualcosa di molto delicato e molto difficile. Anche quando tutti i segnali potrebbero portare verso la Russia, ad esempio, dietro potrebbe esserci un altro Stato che ha interesse ad addossare la colpa alla Russia». 

A muovere i criminali informatici è il denaro o l'ideologia?

«Un incidente di sicurezza informatica significa per definizione che dietro c'è qualcosa di malevolo, quindi una o più persone o uno Stato. Quasi sempre la ragione è economica, ma a volte abbiamo le prove che c'è la mano di una nazione, e si tratta di cyberterrorismo». 

Col Covid-19 è cresciuto il lavoro a distanza: ha reso le organizzazioni più vulnerabili agli attacchi informatici?

«Non so se sono aumentate le vulnerabilità, ma penso che ci sia uno spostamento degli attacchi verso verso i sistemi usati per il lavoro remoto, come le Vpn e altre piattaforma di collaborazione online».

Ma se una grande azienda è colpita ha l'obbligo di rendere pubblico l'attacco, quando ne va della sicurezza di altre organizzazioni? 

«La direttiva NIS obbliga gli operatori dei servizi essenziali a segnalare incidenti significativi. Ma a parte l'obbligo, penso che sia sempre meglio per un'azienda essere trasparente su ciò che accade in termini di fughe di dati o incidenti, perché aiuta anche i clienti a far fronte a eventuali conseguenze. Se c'è stato un incidente si verrà a sapere prima o poi». 

Quale paese europeo sta facendo di più per la sicurezza informatica?

«È difficile da dire. Se si guarda all'Ue in generale, ora abbiamo strutture e meccanismi che non avevamo in passato, stiamo lavorando per cercare di raggiungere una migliore sicurezza informatica in tutta la Comunità e combattere insieme il crimine informatico. Ogni Paese sta progredendo col proprio ritmo, ma finalmente andiamo nella giusta direzione». 

Floriana Bulfon per "la Repubblica - Edizione Roma" il 4 agosto 2021. Zero coordinamento, investimenti insignificanti in sicurezza, prodotti inadeguati alle esigenze, mancanza di controllo. Come se gli acquisti di computer, software, assistenza e connessioni avvenissero a caso, senza una regia: lo scenario perfetto per presentarsi senza difese davanti ai pirati del web. Una settimana fa, la Corte dei Conte ha pubblicato una relazione sulle spese informatiche della sanità della Regione Lazio. Un dossier dettagliato che descrive le modalità di gestione dei sistemi di Asl, ospedali, policlinici universitari, 118 e certifica le fondamenta scricchiolanti su cui è stato realizzato l'attacco che ha paralizzato i server della sanità laziale. Nel biennio 2018-2019 i magistrati mettono nero su bianco «l'acquisto di moduli che risultano mal programmati e scoordinati » , forniture non integrate con «pluralità di differenti applicativi e di diverse ditte fornitrici dei software, dell'assistenza e della manutenzione, pur trattandosi di enti aventi medesime caratteristiche e simili necessità » , ritardi su « progetti da diversi anni in cantiere» mentre aumentano i costi per integrare, implementare e tentar di risolvere quel che non si è coordinato. La protezione non sembra una priorità. In tutto il mondo già si correva a blindare i server e anche in Italia il dibattito sulla minaccia cyber era intenso, ma negli uffici della Regione Lazio sembrano prendersela comoda: stando al rapporto, solo nel secondo semestre 2019 compare la voce di spesa « avvio attività attinenti la sicurezza». Entrando nei singoli uffici, si scopre che la Asl Roma 1 è l'unica a fare un investimento consistente: spende tre milioni in due anni per ottenere una sorveglianza. Poche altre la imitano, badando a risparmiare: la Roma 5 si limita a 300mila euro; l'ospedale San Giovanni ne stanzia 115 mila mentre lo Spallanzani si muove già nel 2018. Ma le risorse destinate complessivamente sono irrisorie se paragonate agli oltre 190 milioni in acquisti che la Corte dei Conti definisce « ridondanti » e « poco consoni alle esigenze». I magistrati chiamano in causa LazioCrea, la società in-house della Regione nata proprio per coordinare la progettazione e la gestione dei sistemi informatici. A dirigerla dal maggio 2019 c'è Luigi Pomponio. Laurea in giurisprudenza, specializzazione in diritto dell'economia dell'impresa alla Luiss. Una carriera tutta romana: nel 2001 inizia organizzando il concorso ippico di Piazza di Siena e da lì salta a ricoprire il ruolo di coordinatore della segreteria dell'onorevole Antonio Maccanico fino al 2013. Per quasi vent' anni ha lavorato anche come dirigente dell'Opera laboratori fiorentini ed è stato nel CdA di Civita Fandango e Incoming Liguria, società di servizi nel settore turistico. La parte tecnica invece è sotto il controllo di Maurizio Stumbo. Laurea in ingegneria a Cosenza, poi per qualche anno consulente di Accenture, viene assunto in Regione dove scala ogni posizione. LazioCrea è stata protagonista della corsa per lanciare una piattaforma autonoma per la prenotazione dei vaccini in tempi record: «In Poste erano indietro e noi volevamo partire al più presto, abbiamo preferito fare da soli » spiegava a Repubblica l'assessore alla sanità del Lazio Alessio d'Amato. Ora però i giorni di paralisi causata dall'attacco e l'assenza di un valido backup - ossia una copia dei dati - mostrano tutti i limiti del sistema adottato. Secondo i giudici contabili, la Regione si è mossa tardi e male nel costruire una difesa dagli attacchi. "Sprechi e spese ridondanti". 

Attacco hacker? Nel Lazio si aumentano le pensioni. Francesca Galici il 6 Agosto 2021 su Il Giornale. Nel pieno dell'attacco che ha colpito la Regione il consiglio regionale ha votato l'aumento delle pensioni per chi in passato è stato europarlamentare. Gli occhi del Paese sono sulla Regione Lazio, che nei giorni scorsi ha subito un gravissimo attacco hacker ai suoi sistemi. Mentre le altre Regioni e la Pubblica amministrazione si interrogano su quali siano i reali rischi per i sistemi del Paese e mentre gli investigatori cercano di capire come sia potuto accadere, la giunta di Nicola Zingaretti ha approvato l'aumento delle pensioni per i consiglieri regionali. La maggioranza del Consiglio regionale laziale, formata da esponenti del Partito democratico e del Movimento 5 stelle, ha approvato un provvedimento che incrementa i privilegi dei consiglieri con un passato nell'Europarlamento. L'emendamento è stato portato in Aula lo scorso martedì a firma di Daniele Leodori, vice di Nicola Zingaretti. Fonti della Regione, come riferisce il quotidiano Domani, spiegano che la votazione è stata effettuata quasi al termine dei lavori, durati 8 ore. Inoltre, l'emendamento non era stato preventivamente discusso nelle commissioni e, nel pieno di un attacco informatico, per i consiglieri non è nemmeno stato possibile farsi un'idea sulla proposta. Una situazione anomala, al di fuori di ogni ratio logica, che ha destato qualche dubbio anche tra gli stessi consiglieri. "Per chi non conosceva questa materia, è stato come votare un emendamento al buio. Con il sito della Regione fuori uso, chi voleva non aveva modo di informarsi. Si potrebbe pensare a una mossa in malafede", dice qualcuno a Domani con la garanzia dell'anonimato. Nonostante il suo partito sia nella maggioranza, chi si espone senza maschere è Francesca De Vito, consigliere regionale in quota M5s: "Ritengo scandaloso che alle 19.27 la giunta tiri fuori un emendamento economico del genere, specialmente quest' anno con la crisi economica dovuta all'epidemia, e specialmente con questo attacco informatico drammatico che abbiamo subito". La votazione dell'emendamento D17/3 agisce sulla legge regionale che nel 2019 ha approvato all'unanimità il taglio del 35% dei vitalizi per 250 consiglieri per un totale di quasi 7 milioni di euro risparmiati per le casse della Regione. L'aumento porterà qualche centinaio di euro in più nelle pensioni dei consiglieri. L'emendamento di Leodori non ha ottenuto l'unanimità dei votanti e, com'era prevedibile, l'opposizione ha dato il suo voto contrario con grande sdegno. A parlare è stata Chiara Colosimo, consigliere regionale eletta tra le fila di Fratelli d'Italia: "Ci sono due pure coincidenze: il silenzio assoluto e il voto favorevole dei grillini. Ma a voler essere cattivi ne troviamo anche una terza dalle parti del presidente". Ma dal M5s spiegano che questo emendamento non porterà aumenti tangibili negli emolumenti dei consiglieri "che hanno anche un altro trattamento pensionistico, ma verrà tassata al 40 per cento solo la parte eccedente ai 516 euro della seconda pensione: in caso contrario, i consiglieri con doppio vitalizio stati penalizzati e portati a rinunciare a uno dei due". Così ha spiegato a Domani Devid Porrello, consigliere M5s.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Fabrizio Caccia per il "Corriere della Sera" il 6 agosto 2021. «Sono io quello che cercate, sono io la porta da cui sono entrati gli hacker della Regione Lazio. Pensavo di averla chiusa bene a chiave e invece... Prego, accomodatevi». Stanza numero 10, piano terra della sede di Frosinone della Regione Lazio, area Enti locali. Alle tre del pomeriggio il palazzo è semivuoto, Nicola B. 61 anni è uno dei pochi impiegati rimasti ancora in ufficio, è di turno, questo è l'unico giorno della settimana, il giovedì, in cui non lavora da casa in smart working.

Lei, signor Nicola, si chiama come Zingaretti, il presidente della Regione.

Coincidenza curiosa, non trova?

«Volete sapere se Zingaretti mi ha chiamato dopo che è scoppiata la bomba? No, non l'ha fatto. Ma neanche il mio capo ufficio. Gelo totale. Da una settimana mi sento come isolato, emarginato, solo due-tre colleghi si sono avvicinati per farmi coraggio, per chiedermi come sto. E sì che sto male, sono preoccupato, sono spaventato». 

Subito è scattato l'allarme terrorismo, anche l'Fbi pare collaborerà alle indagini...

«Sì, in queste ore ho letto davvero di tutto: hacker russi, cinesi. Boh! Ma a me finora non è venuta a interrogarmi nemmeno la polizia postale. Un tecnico del Ced lunedì è entrato, ha smontato il computer e l'ha portato via. Da quel momento il buio. E io non riesco ancora a capire come sia potuto succedere. E perché proprio a me».

Lo sa che girano le voci più assurde e inquietanti?

«Eccome no, lo so bene, ogni giorno mi ronzano intorno colleghi affamati di gossip». 

Gli hacker sarebbero entrati perché lei, o suo figlio, stavate visitando di notte un sito porno. E ancora: i pirati avevano le password...

«Siti porno? È pazzesco, mio figlio poi la notte dell'intrusione, tra sabato e domenica se ho capito bene, era addirittura al mare, perciò figuratevi. E poi lui non conosce le mie password. Sapete? Malgrado tutto io resto tranquillo, perché penso che la polizia postale comunque ha preso i computer e potrà vedere da sola tutti i movimenti che ho fatto. Troverà anche qualche foto, ma niente di compromettente: cene con amici, immagini di mia moglie. Quante chiacchiere inutili: vendermi le password? Nemmeno per un milione di bitcoin e sì che ci sistemerei la famiglia! Ma io sono uno che non ha mai preso una multa in vita sua: ricordo che quando lavoravo ancora alla Provincia di Frosinone chiesi ai tecnici se potevano abilitarmi per leggere il sito Dagospia, perché è un sito che mi diverte molto, ma poi mi sentii quasi in colpa all'idea di navigare durante l'orario di lavoro e lasciai perdere». 

Ma allora perché hanno bucato proprio lei?

«Non lo so, forse perché a casa lavoro in orari strani, mi sveglio alle 3 di notte e comincio a smaltire le pratiche più diverse: bolli auto, rimborsi elettorali ai Comuni, invio email ai colleghi per anticipare il lavoro del mattino dopo. Lo smart working però è vulnerabile, la rete di casa è più fragile di quella aziendale. In azienda, faccio un esempio, ci sono 50 computer che come 50 barchini viaggiano tutti lungo lo stesso fiume e arrivano al mare. In smart working invece succede che i 50 barchini seguano ciascuno il proprio corso ognuno con il suo Ip e magari un corso è più accidentato dell'altro, può esserci una deviazione improvvisa, una secca. Ed ecco che per un hacker diventa facile entrare, se ha già puntato l'obiettivo. In questo caso, la Regione Lazio. Magari era già entrato da qualche altra parte e aspettava solo la porta giusta. La mia. Ricordo che accadde pure alla Provincia di Frosinone, mi pare nel 2012: un attacco hacker di Anonymous, in quel caso però dopo due giorni l'allarme rientrò, i file per fortuna erano stati salvati sui server». 

E se invece l'intrusione fosse avvenuta in ufficio?

«Mah, noi in ufficio abbiamo un promemoria. C'è scritto così: Prima di uscire controllare sempre la presa della ciabatta, controllare la presa della macchina del caffè, la presa del frigorifero, togliere le chiavi dall'armadio (perché qualche volta è sparito anche qualcosa) e infine spegnere le luci. Insomma la sera spegniamo tutto, non solo i computer. L'unica distrazione che mi concedo è cercare ogni tanto su YouTube le canzoni di Franco Califano o di Pino Daniele e poi mettermi a lavorare con loro in sottofondo. Saranno entrati così? Boh, io sto sempre molto attento alle mail farlocche, chessò quelle che ti dicono che ti si è svuotato il conto, anzi non le apro nemmeno, le cestino direttamente. Sto pensando alle mie debolezze: consulto, per esempio, un tutorial sempre su YouTube che ti spiega come lavorare con i fogli di Excel, che poi sono la mia vera passione. Di sicuro sabato 31 luglio di notte dormivo e domenica primo agosto ho lavorato da casa nel pomeriggio e ricordo che non avevo neppure il computer in carica, poi intorno alle 19.30 ho chiuso tutte le piattaforme e ho spento. Poi, il lunedì, mi hanno chiamato dalla Regione: hanno bucato il suo account, spenga subito il computer. Così è iniziato l'incubo».

Umberto Rapetto per “infosec.news” il 7 agosto 2021. Siamo in bilico tra l’abuso della credulità pubblica e il procurato allarme. Comunque la si voglia rigirare, la patetica storia degli hacker alla Regione Lazio ondeggia pericolosamente tra l’entusiastico “abbiano recuperato tutto” e il rassicurante “dai, non è successo nulla”. Probabilmente la cabina di regia della comunicazione dell’ente pubblico ritiene di aver dinanzi una platea di rintronati o, peggio, di “boccaloni” pronti a bersi le stravaganti e contraddittorie versioni dell’accaduto che si susseguono in rapida sequenza nella sbigottita incredulità di chi davvero ne sa qualcosa e nella insofferenza di chi – dotato di normale buon senso – è semplicemente stufo di vedersi rifilare un racconto differente ogni mezza giornata. Non si spara – mai come in questo caso – sulle ambulanze. Si potrebbe cannoneggiare ad alzo zero contro la Regione Lazio, ma la Convenzione di Ginevra vieta barbare manifestazioni di sopruso su chi non è in condizione di difendersi. Considerato che Zingaretti e i suoi, al netto degli aspetti drammatici della vicenda, hanno alimentato la cornucopia di “meme” che sono piovuti sui social e su WhatsApp nel più simpatico nubifragio umoristico degli ultimi tempi, ho pensato che meritino clemenza o – quanto meno – la diluizione di un immaginario processo “in piccole rate”, ciascuna incentrata su un singolo addebito. Questo benevolente pensiero induce ad affrontare – anche per la chiarezza che si deve agli attoniti lettori già sufficientemente disorientati – un tema per volta e ad attribuire l’assoluta priorità alla misteriosa questione del “backup”. 

Le fantomatiche copie di salvataggio. Quando si è constatato il naufragio informatico, i comuni mortali hanno immaginato scialuppe virtuali di salvataggio, ovvero il fatidico (anche se scontato) ricorso alle copie di “backup”, ovvero al duplicato degli archivi elettronici realizzato con serrata periodicità per fronteggiare qualsivoglia emergenza determinata da un guasto tecnico o da un’azione dolosa. Chi sferra un attacco ransomware somiglia a chi piazza una bomba ad orologeria e sa bene quando far scoppiare un ordigno. A differenza di chi costituisce il bersaglio, il bandito non procede in maniera dilettantesca anche quando non fa parte di una vera e propria organizzazione criminale. Persino il più babbeo dei malfattori sa di dover provocare l’esplosione digitale nel momento in cui il suo “target” avvia le operazioni di copia: in questo modo il malandrino procede alla cifratura indebita del patrimonio informativo preso di mira e fa in modo che la copia di salvataggio sia estratta da un originale già danneggiato. Chi è davvero del mestiere, oltre a conoscere perfettamente queste dinamiche e correre ai ripari con procedure di sicurezza in grado di evitare questo genere di dramma, esegue ripetutamente copie di salvataggio e ne conserva i relativi esemplari “offline”, ovvero non collegati a Internet. A farla semplice (perché semplice lo è davvero) un previdente amministratore di sistema – in casi del genere – avrebbe potuto contare sulla disponibilità di più copie di salvataggio, quella del giorno precedente, di due giorni prima, di tre e così a seguire. Quei dischi – irraggiungibili dai malvagi pirati informatici perché riposti in cassaforte – avrebbero consentito la pressoché immediata “ripartenza” nel giro di poche ore, giusto il tempo per verificare l’integrità del backup più recente possibile.

Diciamo che la sicurezza non era la priorità. Una settimana di blackout dovrebbe indurre chi gestisce il sistema informatico  a dare una coraggiosa prova di autocoscienza. Se il team (in cui si intrecciano “interni” alla Regione, fornitori e subappaltatori) avesse un briciolo di dignità procederebbe ad un harakiri collettivo in diretta streaming. Dopo le dichiarazioni dei politici dell’ente pubblico che hanno ammesso l’avvenuta criptazione dei dati e anche della copia di backup, la Regione ha resuscitato John Belushi e ha ritenuto di giocare la carta delle “cavallette”. Per chi non ha visto (cosa gravissima) “The Blues Brothers”, parliamo della più bizzarra elencazione di scuse per giustificare una riprovevole mancanza. Dopo tutti questi giorni salta fuori – nello stupore della popolazione sorpresa dal miracolo – che il backup non era stato cifrato, ma solo cancellato e che grazie ad un software provvidenziale è riemerso dalle sue ceneri, pardon, dal cestino… L’incredibilità del rinvenimento è talmente palese che persino Ignazio Marino, rimpianto sindaco della Capitale, ha ritenuto di dover twittare “Spero di sbagliarmi ma questo back-up che si materializza dopo sei giorni dall’incursione degli hackers e il salvataggio con software USA somiglia molto al pagamento di quasi 5 milioni di dollari in bitcoins per recuperare il controllo dell’oleodotto Colonial negli USA…”. Se il contribuente interessa sapere, e sapere davvero, se è stato pagato un riscatto cui fortunatamente ha fatto seguito la ricezione delle chiavi per sbloccare tutto (i criminali potevano anche intascare la cospicua somma e non spedire l’ “antidoto”), a me (e non solo a me) interessa capire come ci siano voluti sei giorni (e non sei minuti) per capacitarsi che il backup non era criptato, ma cancellato così come ha dichiarato un noto consulente (probabilmente al servizio anche di LazioCrea, visto che specifica di parlare con puntuale autorizzazione della Regione).

“Vi prego, lapidatemi…”. Un tweet memorabile, infatti, sfidando le pernacchie di tanti utenti del social cinguettante, avrebbe dato la notizia con il tono da biglietto di partecipazione nuziale o da fiocco azzurro o rosa: “Confermo con gioia che la Regione Lazio ha recuperato i dati senza pagamento di riscatto. Non decifrando i dati ma recuperando i backup che non erano stati cifrati ma solo cancellati. Ma lavorando a basso livello i tecnici di LazioCrea hanno recuperato tutto.”

Erano le 19 e 26 del 5 agosto. Le reazioni sono immediate. Si va dal “A me, me pare na strun**ta ?” di Maox17 al “Quindi sono bastate le Norton Utilities?” di WineRoland. Luca Corsini scrive “In attesa di un post-mortem (spero pubblico) questa mi sa tanto di supercazzola” e Alessandro Wilcke aggiunge “Caspita, avremmo potuto esportare i nostri tecnici negli USA per evitare loro di pagare il riscatto per l’oleodotto criptato di qualche settimana fa”. I commenti caustici non si sprecano e a questi si aggiungono subito gli ancor più divertenti tweet di chi si complimenta per l’ardimentosa opera dei tecnici. Quello di Wilcke è uno spunto interessante. Eh già, se quelli di LazioCrea sono così bravi perché non trasformano questa prodigiosa capacità di recuperare tutto in un business? Potrebbero avere un mercato che li attende…  

Edoardo Izzo per "la Stampa" il 5 agosto 2021. La cyber-emergenza scatenata dall'attacco hacker al Ced della Regione Lazio dilaga ben oltre i confini nazionali e riscoperchia una triste realtà: nessun sistema è protetto al cento per cento rispetto alla pirateria informatica, e trovare il cerotto utile a mettere in sicurezza le reti informatiche mondiali sarà molto difficile. Così da ieri ci sono anche gli agenti dell'Fbi statunitense e quelli dell'Europol, centro europeo per la criminalità informatica, a collaborare con la Polizia Postale nell'inchiesta coordinata dal procuratore di Roma Michele Prestipino e dal procuratore aggiunto Angelantonio Racanelli per i reati di accesso abusivo a sistema informatico, tentata estorsione e danneggiamento ai sistemi informatici. Tutti aggravati dalla finalità di terrorismo. La richiesta di riscatto, che in questi casi può raggiungere cifre a sei zeri, è arrivata sui pc dell'Ente con una schermata nera e un beffardo «Hello Lazio» con cui esordisce il messaggio. Il virus cripta le informazioni e contestualmente le copia. Per sbloccare la situazione i pirati telematici indicano un link che una volta cliccato apre la trattativa per il pagamento. La situazione resta, quindi, «complessa e soggetta ad evoluzione», assicurano fonti qualificate. Nel mirino di chi indaga, anche la ricerca di eventuali analogie con altre intrusioni informatiche con ransomware cryptolocker avvenute in Italia e anche all'estero. Un'allerta esplicita per fenomeni già ampiamente evidenziati a livello mondiale e in particolare in Europa: il cybercrime è cresciuto in modo esponenziale soprattutto durante la pandemia, sia in quantità che in grado di sofisticazione; secondo gli ultimi dati raccolti dalla commissione Ue - che ha in cantiere due proposte legislative tese ad affrontare i rischi attuali e futuri online e offline - gli attacchi hacker nel 2020 sarebbero aumentati del 75%, avendo sotto tiro soprattutto ospedali e strutture sanitarie. Sul versante interno l'ansia resta condivisa: «Fronteggiare a 360° il rischio cybernetico oggi rappresenta una delle priorità per la sicurezza nazionale e locale», ha affermato ieri Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni, chiedendo uno sforzo congiunto governo-Regioni e investimenti appropriati da inserire anche nel Pnrr. Sulla vicenda ha mantenuto i riflettori accesi anche il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che dopo aver ascoltato martedì il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ieri ha sentito in audizione il direttore generale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), l'ambasciatrice Elisabetta Belloni, e il vicedirettore, Roberto Baldoni. «Ci è stata fornita una ricostruzione ampia e circostanziata dell'evento, chiarendone le dinamiche, l'impatto, le possibili conseguenze, e prospettando le misure di contrasto più efficaci da adottare», ha reso noto il presidente del Copasir, Adolfo Urso (FdI). Contenuti vincolati al segreto ma «possiamo dire che anche l'intelligence si è mossa subito per capire come contrastare meglio e nel contempo l'amministrazione sta agendo per ripristinare in efficienza il sistema». A testimoniare lo sforzo gigantesco che il Lazio sta affrontando per recuperare la funzionalità del sistema è l'assessore regionale alla Sanità, Alessio D'Amato, in prima linea in questa bufera: «Entro 3 giorni riprenderanno le prenotazioni dei vaccini e Anagrafe Vaccinale Regionale; a seguire Asur-Anagrafe Sanitaria Unica Regionale, cuore dell'Anagrafe Sanitaria condivisa con le anagrafi locali e aziendali; poi Fse-Fascicolo Sanitario Elettronico; e infine entro metà mese il nuovo sistema Cup per la gestione delle prenotazioni di esami e visite», ha spiegato. Garantendo anche che «l'attacco informatico non ha avuto alcuna ripercussione su tutta la rete ospedaliera e dell'emergenza-urgenza e nessun dato sanitario è stato sottratto». Bonifica e ripristino - secondo una nota della Regione - sono al momento affidati al Next Generation Soc del Gruppo Leonardo, ingaggiato da Laziocrea sin dalle prime battute dell'attacco hacker attraverso il Cyber Crisis Management Team (Ccmt) per identificare le modalità di compromissione, eradicare la minaccia e seguire il ripristino dei sistemi. La Regione cerca di correre ai ripari, mentre proprio ieri qualche 5 Stelle ha pensato bene di rispolverare un dossier della Corte dei Conti su falle e carenze regionali sul fronte informatico, segnalando risorse inadeguate, scarsi investimenti e assenza di regia.

Valentina Errante per "il Messaggero" il 5 agosto 2021. Mancava la doppia password di autenticazione e con molta probabilità la chiave, per quell'unico livello di accesso e riconoscimento previsto dal sistema, era memorizzata. Al momento, un solo dato è certo: la porta di ingresso dei criminali informatici al cuore virtuale della Regione Lazio, è stato il pc di un funzionario, in smart working dalla sua casa di Frosinone. Il dipendente di Lazio Crea, società in house della Regione, non è ancora stato interrogato dalla polizia postale, impegnata da giorni nell'impresa titanica di decriptare i codici di numeri e sillabe che hanno sostituito con numeri e sillabe tutte le informazioni contenute nel Centro elaborazione dati dell'amministrazione. Operazione alla quale stanno collaborando anche la nostra intelligence, Fbi ed Europool. Al momento non sembra esserci soluzione alla decifrazione dei dati. I criminali informatici hanno invitato il Lazio a una trattativa attraverso un link. L'intenzione manifesta è di non cedere a una richiesta di riscatto. Ma ieri, dalla pagina con la quale gli hacker invitavano alla trattativa su un riscatto in cambio della chiave di decriptazione, si sarebbe attivato un countdown di 72 ore. Dopo le quali, se non fosse dato seguito alla mediazione, non si sa cosa accadrà e se tutti i dati dell'amministrazione, che sono criptati, saranno cancellati o venduti sul dark web.

LA CHIAVE DI ACCESSO Quando domenica gli esperti della polizia postale hanno individuato la porta d'ingresso di Ransom Exx, il virus che ha criptato tutte le informazioni, probabilmente copiando i dati, l'uomo, che è uno degli amministratore della rete, ha detto ai colleghi di avere sempre rispettato tutti i protocolli previsti. Ma probabilmente è in quei protocolli la falla. Non si sa ancora se il virus sia arrivato attraverso un sito sul quale il dipendente di Lazio Crea è andato a finire navigando in rete, mentre era collegato con il Vpn, ossia la rete virtuale riservata e privata attraverso il quale un computer è connesso a un sistema chiuso. O se alla postazione, nella notte tra il 3 luglio e il primo agosto, ci fosse suo figlio o un familiare. Di certo la porta della Regione era aperta, forse la password era memorizzata e, come ha rilevato la Postale, per il Vpn non erano previsti due passaggi di identificazione. Misura prevista dalle basilari norme di sicurezza. Il virus sembra possa arrivare dalla Russia, ma sono solo ipotesi: l'Ip può rimbalzare su server che si trovano in altri paesi rispetto alla reale posizione degli hacker.

ALTRI ATTACCHI Non trova al momento conferma, invece, l'ipotesi che l'attacco degli hacker sia collegato a quello, molto meno pesante, subito da Engineriing spa, il colosso specializzato nello sviluppo di Software con il quale Lazio Crea ha un contratto. Le cui credenziali sarebbero state vendute sul web per 30mila euro in bitcoin la notte del 30 luglio, poco più di 24 ore prima dell'attacco al Ced del Lazio, e che avrebbe consentito anche l'ingresso al sistema del colosso del petrolio Erg, che in effetti ha subito un'aggressione informatica, anche se contenuta, e a quello di una grossa spa delle costruzioni. Secondo le informazioni della rete, i dati sottratti a Erg potrebbero essere diffusi dai pirati informatici il prossimo 14 agosto. Ma i virus che hanno aggredito le altre società sono diversi rispetto a quello che ha infettato il sistema della Regione.

LA POLEMICA Mentre gli esperti di Fbi, Europol e polizia postale tentano di trovare la chiave di decriptazione, sfruttando l'esperienza di altri attacchi avvenuti con ransomware cryptolocker, alla Regione è entrata in azione il Cyber Crisis management team, del quale fanno parte anche i tecnici di Leonardo. Sullo sfondo una sottile polemica dopo le dichiarazioni dell'assessore alla Sanità del Lazio Alessio D'Amato che, nel primo pomeriggio ha messo in risalto l'intervento degli esperti della società, che fa capo anche al ministero dell'Ecomomia, sottolineando come da due anni Leonardo fosse supervisore per la cyber di Lazio Crea. Un'affermazione alla quale il colosso dell'aerospazio ha replicato a stretto giro: «Leonardo non ha mai avuto la gestione operativa dei servizi di monitoraggio e di protezione cyber di Laziocrea». Intanto il consiglio del Notariato che ha subito un furto di dati la scorsa primavera precisa che non si è trattato di un attacco di hacker. 

Dal Corriere.it il 5 agosto 2021. Qualcuno ha attivato nella giornata di mercoledì il conto alla rovescia nella richiesta di riscatto inviata dagli hacker che domenica notte hanno paralizzato tutte le attività della Regione Lazio gestite dal sistema informatico con un ransomware. È quanto è emerso nel corso del pomeriggio, rimbalzato dall’edizione del Tg1 delle 20. Nella comunicazione informatica contenuta nello stesso malware che ha creato danni enormi non alla rete sanitaria regionale, e di conseguenza alla campagna vaccinale, sarebbe contenuto anche un ultimatum di 72 ore, quindi entro la giornata di sabato prossimo, passato il quale non è chiaro cosa potrebbe accadere. Si teme che in questo modo si possano perdere definitivamente tutti i dati cifrati dagli incursori, anche quelli dell’unico backup di rete fatto dalla Regione Lazio che si è trovata in pratica senza copie dell’enorme database violato dopo aver clonato le credenziali di un amministratore di sistema residente a Frosinone che stava utilizzando il pc aziendale in smart working per scopi privati. Non si esclude tuttavia che ad attivare la richiesta di riscatto sia stato proprio il meccanismo interno al malware, che in mancanza di una risposta da parte delle vittime, fa partire il conto alla rovescia per costringerle a prendere una decisione in un tempo prestabilito. Le indagini della Postale proseguono intanto a tutto campo per chiarire anche questo aspetto dell’intricata vicenda cominciata domenica notte con il blitz degli hacker nel sistema Ced della Regione, nella palazzina C della sede in via Cristoforo Colombo. Ma a lasciare perplessi è il contenuto del messaggio fatto trovare nel virus che comincia con un amichevole «Hello Lazio!», che potrebbe dimostrare una scarsa conoscenza dell’obiettivo colpito - e anche la portata di quello che è stato colpito - visto che si tratta della Regione e non di un’azienda privata. In più il messaggio è tutto in inglese: «I vostri file sono criptati, non provate a modificare o rinominare nessuno di essi perché potrebbe subentrare una perdita di dati piuttosto seria. Qui sotto c’è il vostro link riservato con tutte le informazioni su questo evento (usate la piattaforma Tor) - quella che immette nel torbido mondo del dark web - e non divulgare questo link per mantenere riservato quello che sta accadendo».

Carlo Pizzati per “La Stampa” il 6 agosto 2021. Una rete di disinformazione e di propaganda a favore della Cina è riuscita a infiltrarsi nei social network di tutto il mondo grazie all’intelligenza artificiale, al furto di profili in Bangladesh e in Turchia e alle tecniche più avanzate di comunicazione digitale. Ma a causa anche di grossolani errori grammaticali in inglese, tipici del traduttore automatico online e di chi non ha dimestichezza con la lingua utilizzata negli attacchi, la squadra di propagandisti è stata smascherata dal «Centre for Information Resilience» britannico. Erano più di 350 i falsi profili il cui obiettivo era gettare discredito su oppositori e critici del governo cinese e disseminare un ingannevole messaggio di largo sostegno online per le politiche di Pechino. L’obiettivo era delegittimare sui social americani le politiche occidentali e promuovere immagine e influenza cinesi in America e in Europa. Nei loro post, gli anonimi agenti della propaganda difendevano la politica cinese nello Xinjiang, negando le evidenze sulla persecuzione dei musulmani uiguri e cercando di spostare l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti hanno avuto la schiavitù e che in America continuano ad esserci violazioni di diritti umani, come nel caso dell’afroamericano George Floyd, soffocato durante l’arresto da un poliziotto poi condannato per l’omicidio. Il network faceva circolare anche vignette un po’ datate e grottesche del tycoon cinese in esilio Guo Wengui, critico del regime cinese, della denunciatrice anticorruzione Li-Meng Yan, oltre che dell’ex consulente di Donald Trump, Steve Bannon. La rete clandestina operava su Twitter, Facebook, Instagram e YouTube con una tecnica già conosciuta chiamata «astroturfing», cioè una campagna fittizia di opinione di massa che funziona così: un falso profilo lancia una presunta notizia o una denuncia sociale, poi altri profili falsi ritwittano, ri-postano o rilanciano il contenuto, dando così l’impressione che quel tema abbia un seguito reale e voluminoso sia di «mi piace» che di commenti, mentre invece è solo una manovra di comunicazione. È così che si crea un’influenza sui temi, cercando di scalare le tendenze del giorno utilizzando sempre gli stessi hashtag. Ed è questo uno dei modi per manipolare, o tentare di manipolare, l’opinione online. È proprio grazie all’impiego di queste tecniche che gli esperti del Cir sono riusciti ad individuare una ricorrenza sistematica negli hashtag, scovando a uno a uno i falsi profili, denunciati poi ai gestori dei network che hanno sospeso gli account. Anche perché c’era un altro dettaglio a denunciarli. Difatti chi intesseva questo piano di propaganda ha utilizzato anche false foto-profilo generate con l’intelligenza artificiale grazie al nuovo framework SytleGAN. Le foto di fantasmi mai esistiti, creati con un collage dal software, servivano a eludere il procedimento di identificazione. Gli account aperti da veri utenti (molti in Bangladesh e in Turchia), poi ceduti, o rubati individuando la password, erano invece più facilmente smascherabili poiché si poteva risalire all’identità e capire che il profilo non era più gestito dal vero proprietario, anche perché d’improvviso cambiava la lingua utilizzata nei post. Invece con le foto generate dall’intelligenza artificiale si pone un ostacolo ulteriore allo smascheramento. Ma i programmi, per quanto avanzati, hanno dei punti deboli. Il più ovvio è che gli occhi dei finti proprietari generati dall’AI sono sempre alla stessa altezza, nell’inquadratura della foto-profilo. Tirando una riga dritta tra le foto dei profili sospetti all’altezza degli occhi è stato facile individuare subito che erano dei falsi. E mettere fine a questo network di spammers di propaganda politica pro-Pechino.

La Terza guerra mondiale? Di certo è qualcosa di grosso. Il futuro è incerto, come nel 1938…Paolo Guzzanti su Il Riformista il 5 Agosto 2021. La guerra di Troia non si farà, proclamava dalle scene teatrali Jean Giraudoux. E quando la guerra arrivò la chiamarono la drole de guerre, la funny war o la buffa guerra. Tutti si erano dichiarati guerra, Hitler se ne andava a zonzo con le sue armate colpendo qualsiasi luogo da cui sprizzasse petrolio, ma in fondo la vera guerra non c’era ancora e quando arrivò quasi nessuno ci voleva credere: morire per Danzica era davvero una stupida idea, ma vedrai che gli inglesi faranno la pace coi tedeschi che sono anche cugini, figurati poi gli americani che producono solo film western. E invece finì come finì. Quella fu una guerra poco annunciata, molto realistica, e più che una guerra fu la più grande tragedia che l’umanità ricordi. Quando ero bambino o anche adolescente quando si parlava della guerra, la gente intendeva la Prima guerra mondiale, quella chiara, combattuta da una parte dall’altra e poi vinta. La Seconda guerra mondiale era solo un incubo. E come sarà la terza? Ce ne sarà una terza? Per la prima volta il mondo delle grandi potenze ha conosciuto settantacinque anni di pace, salvo le guerre intermedie che non sono mai cessate. Ma dovunque ci fosse il rischio della bomba atomica, la guerra si è fermata. Ma oggi? Quando vediamo gli hackers che attaccano la Regione Lazio e pensiamo che si tratti di odiosi sprovveduti no-vax, veniamo smentiti dai servizi segreti perché in realtà si tratta di attacchi militari condotti con mezzi militari su obiettivi militari quali sono l’organizzazione di uno Stato, i suoi servizi, i suoi ascensori, aeroplani banche bancomat autostrade ponti treni scuole ospedali reti stradali. Tutto sta avvenendo nel mare del Sud della Cina, ma noi specialmente in Italia facciamo finta che quella zona del mondo non esista. Eppure, persino la Merkel, una signora così restia a mandare persino dei vigili urbani a fare le esercitazioni della Nato in Polonia, ha spedito una nave da guerra nel mare della Cina del Sud per recapitare il seguente avvertimento: la Germania non tollera che la Cina si appropri del mare del Sud della Cina, perché non è della Cina ma è di tutta la comunità internazionale. Anche gli inglesi hanno mandato la loro super potente porta aerei Queen Elizabeth The Second. Emmanuel Macron ha mandato le navi francesi dopo averle mandate anche nell’Egeo a schierarsi con la Grecia contro la Turchia. La Francia non perde mai d’occhio gli scenari internazionali. Quanto al Giappone, tre giorni fa ha rilasciato una strabiliante dichiarazione con cui si avverte la Cina che Tokyo considera Taiwan un’isola protetta per i propri interessi e che qualsiasi limitazione della sua sovranità sarà considerata dal governo giapponese come un atto di guerra. Il Vietnam? Il glorioso Vietnam comunista si schiera anch’esso dalla parte degli americani con l’Indonesia e le Filippine, l’Australia e il Borneo. Secondo George Friedman che è il miglior forecaster, quello delle previsioni del tempo che nel corso dei decenni si è trasformato nel massimo previsore degli eventi della storia, la Cina ha ormai eguagliato gli Stati Uniti con una potenza navale pari a quella americana per qualità e quantità. Ciò vuol dire che Cina e Stati Uniti sono due avversari di pari forza? No, questo non si può dire, perché nessuno è in grado di valutare l’efficacia e l’efficienza delle forze armate cinesi dal momento che non hanno una storia pregressa né di sconfitte né di vittorie navali. A Pechino si sono fabbricati un giocattolo all’altezza delle loro aspirazioni, ma hanno un handicap. L’handicap sta nel fatto che gli Usa potrebbero, se lo volessero (e per ora non ne hanno intenzione) bloccare tutti i porti cinesi sul Mar della Cina e impedire l’uscita e l’arrivo di qualsiasi nave. Questo i cinesi lo sanno e purtroppo per loro non hanno una contromossa altrettanto efficace. Altra grande novità: in queste ore si stanno svolgendo modernissime esercitazioni comuni tra russi e cinesi di aria, mare, terra e spazio. Bisogna sempre ricordare che la prossima guerra si combatterà sui computer e sulla Luna, tra satelliti come Guerre Stellari. Cinesi e russi sembrano uniti in un’unica forza militare che però non è una alleanza. L’altro campo di battaglia che coinvolge queste potenze è l’Afghanistan dove talebani stanno riconquistando le posizioni abbandonate e la Cina ha già fatto sapere di essere per la prima volta interessata a quel grande snodo su cui nell’ottocento andavano a morire i piccoli soldati cantati da Kipling nel poemetto The little British Soldier: «se sei ferito e sperduto nelle pianure dell’Afghanistan e già vedi le donne che arrivano con i loro coltelli per fare a pezzi quel che rimane di te, allungati fino al tuo fucile e fatti saltare le cervella e vai dal tuo Dio come un soldato». Si chiamava allora “Il grande gioco” tra Russia, impero inglese, poi tedeschi, americani. Questi attori sono in parte scomparsi ma arrivano i cinesi che, d’altra parte sono ovunque in Africa dove costruiscono ponti, strade, scuole, ospedali, servizi di polizia e sanitari e indebitano ogni paese perché sono di manica larga nel vendere aiuti, ma sono esattori implacabili dei loro creditori. L’Africa sta diventando una colonia cinese ma non è un mercato sufficiente per assorbire quanto ai cinesi serve per avere ciò che loro occorre. Ciò che a loro occorre è certamente una pace con gli Stati Uniti, ma nuove condizioni. Tuttavia, e questo è un elemento attuale di guerra reale, i cinesi hanno fatto qualcosa che mai prima d’ora fin dai tempi di Tucidide un paese bellicoso aveva fatto: hanno indicato qual è il loro primo obiettivo militare. Il primo obiettivo militare della Repubblica popolare cinese è Taiwan. Taiwan formalmente è un’isola che appartiene alla Cina continentale, dunque alla Repubblica popolare, ma non lo è mai stata fin dai tempi dell’occupazione giapponese negli anni Trenta. E non ha alcuna intenzione di diventarlo. Taiwan in questi giorni ha accolto esperti americani andati a insegnare come installare ed usare i missili Patriot, cosa che ha mandato ulteriormente in bestia Pechino. Fin dagli anni Cinquanta Pechino rilascia comunicati alla radio da cui si apprende che la cosiddetta Taiwan è una provincia continentale cinese. Prendere Taiwan non è un’impresa logisticamente facile: 200 km di mare devono essere assaltati con mezzi anfibi e una volta sbarcati dopo l’accanita resistenza taiwanese devono poter installare delle teste di ponte e far funzionare un rifornimento continuo di uomini e mezzi dalla Cina continentale. Questi rifornimenti sono vulnerabili e se gli Stati Uniti decidessero di intervenire colpirebbero nei rifornimenti più che nelle basi su Taiwan. L’isola è diventata importantissima perché è l’unica produttrice di alcuni tipi di microchip con cui sono fatti i nostri telefonini e la maggior parte delle attrezzature elettroniche militari. Solo a Taiwan hanno i metalli adatti e la tecnologia per farli. Molte di queste aziende sono dislocate negli Stati Uniti ed altre in Giappone punto ma il grosso sta lì e Pechino lo vuole. Tuttavia è stranissimo che Pechino abbia annunciato quale sarebbe la prima mossa a sorpresa- attaccare Taiwan- che però non sarebbe una mossa a sorpresa. E tutti sono ormai d’accordo a non lasciar correre. Ma se le cose restano come sono oggi, la Cina perde la faccia e il regime perderebbe la fiducia dei suoi cittadini che, per quanto coatti militarizzati, sembrano concedergliela. Ma la Cina anche due altri gravi problemi: il primo è che manca una popolazione maschile sufficiente per garantire la nascita di nuove generazioni. La sciagurata politica di Mao di un figlio solo ha condotto all’affogamento ai piedi del letto di tutte le neonate femmine per mezzo secolo sicché non esistono bambine e poi non esistono donne, quindi, non esistono mogli e madri in Cina, e non nascono i figli che dovrebbero nascere. Inoltre, la popolazione cinese come anche quella africana e asiatica in generale dà segni di contrazione spontanea nelle nascite. La seconda è la crescita esponenziale di uno spirito nazionalista di conquista che si esprime non soltanto nella vocazione militare, ma anche nella voglia revanscista di supremazia persino nelle arti, che spinge il governo cinese e i suoi funzionari ad esplorare il resto del pianeta e considerarlo una sua possibile provincia da cui imparare ogni tecnica per poi riprodurla sulla madre patria, ma con un sostanziale di disprezzo nei confronti degli altri. Una larga parte della Cina si sente americana perché ha studiato in America, parla inglese e vive addirittura in città cinesi dal nome americano, con negozi e ristoranti americani, ma al tempo stesso è totalmente cinese: sono quei milioni di americani cinesi nati e vissuti in America che poi hanno scelto la Cina. I cinesi sono i migliori hacker del mondo insieme ai russi. Nessuno può batterli e insieme sono scatenati in una serie di miglioramenti ed esercitazioni delle loro capacità di penetrazione nei sistemi di cui quello della Regione Lazio che abbiamo visto in questi giorni potrebbe, anche se non ne abbiamo assolutamente le prove per ora, essere un esempio tipico. Come disarticolare un sistema sanitario programmato, come creare il terrorismo attraverso la mancanza di sanità, facendo saltare gli appuntamenti medici di qualsiasi genere, come far crollare la fiducia nei servizi, nei trasporti, nelle scuole, negli ospedali nelle strade nei mercati che distribuiscono cibo. Ultimo elemento: la Cina sta affrontando una nuova ondata di Covid partendo proprio dalla zona di Wuhan dove l’epidemia è nata e ha ripreso azioni drastiche di cui si ignora l’entità, essendo sicuro che le informazioni che finora la Cina ha dato sono totalmente non controllate e probabilmente non vere. Gli Stati Uniti non sono sicuri della migliore posizione da prendere e così l’Europa. Oggi come nel 1938 il mondo si trova di fronte a un futuro incerto, in cui prevale negli animi quello che allora si chiamava l’appeasement: l’appeasement, la certezza che alla fine la pace prevarrà e quello fu lo spirito di Monaco quando l’inglese Chamberlain e il francese Daladier, ospitati da Mussolini a Monaco, firmarono carte false pur di salvare la pace guadagnandosi disprezzo e scherno di Churchill che sibilò: «Avete sacrificato l’onore per la pace ed avrete entrambe le cose: il disonore e la guerra!». Oggi i tempi non sono quelli, la storia non si ripete mai nemmeno sotto forma di farsa, ma certamente siamo alla vigilia di qualcosa. Nessuno sa dire che cosa, anche se le previsioni sono tutte sotto i nostri occhi. Ma non abbiamo esperienza e strumenti per prevedere. Sappiamo solo che qualcosa di troppo grosso sta accadendo da tempo e che va sempre peggio. Non abbiamo idea di che cosa hanno in mente i giocatori. Intanto da un giorno all’altro possono venir meno i servizi essenziali e tutto quello che sappiamo dire è che ci sono dei cattivi hacker in giro, un po’ come gli acari tra le lenzuola o nei tappeti per i quali occorrerebbe ogni tanto una buona passata di aspirapolvere. Ma l’aspirapolvere come metafora è una pessima scelta perché l’ultima volta fu a Hiroshima e da allora si è preferito evitare. Ma oggi? Non solo non abbiamo strumenti per decifrare, ma ci lesinano anche le notizie, il che aggiunge allarme ad allarme.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Lorenzo De Cicco per "Il Messaggero" il 5 agosto 2021. Non sono ragazzini in felpa; né smanettoni ideologizzati ispirati da Anonymous. Qui l'ideologia c'entra poco. C'entrano i soldi. Vagonate di soldi. L'organizzazione dei nuovi hacker - ma forse sarebbe meglio chiamarli col loro nome, cybercriminali - ricalca quella delle cosche: c'è una gerarchia, colonnelli, truppe, compiti ripartiti. Un reparto progetta i bacilli digitali che infettano le reti, mentre altri, come un braccio armato, mettono in pratica l'attacco. A volte sono soggetti diversi: c'è chi progetta solo i virus e chi, attraverso un intermediario, li compra per attaccare in proprio un bersaglio definito. Ma spesso i due piani si mischiano. È un unico soggetto, con più articolazioni, a seguire da cima a fondo l'operazione: le «gang», nel linguaggio degli hacker. Chi è riuscito a penetrare nei server della Regione Lazio? Nella ransom note, la richiesta di riscatto, non c'è una firma. «Hello Lazio!», scrivono i cybercriminali, avvertendo che i file sono stati criptati e che per non danneggiarli bisogna seguire una procedura. La indicherebbe un link, che gli esperti di LazioCrea, la società informatica della Pisana, non hanno voluto cliccare. Ma alcuni siti specializzati internazionali l'hanno analizzato. Il portale statunitense BleepingComputer, attraverso l'«onion Url» - per farla molto semplice: l'indirizzo nel dark web - ha ricondotto l'operazione alla «RansomExx gang», che ha sviluppato il virus RansomExx, uno dei più famosi ransomware in circolazione, cioè i virus con richiesta di riscatto. La RansomExx gang, riporta sempre il sito americano specializzato in sicurezza informatica, ha già colpito in altri continenti, soprattutto negli Usa e in Sudamerica. Nel mirino sono finite «le reti governative del Brasile, il dipartimento dei Trasporti del Texas, la Cnt (Corporación Nacional de Telecomunicación) dell'Ecuador».

E ancora: una multinazionale giapponese che si occupa di sistemi di intelligenza artificiale, un altro colosso della manifattura della fibra laser che opera tra Stati Uniti, Germania, Italia e Russia. Il contesto in cui è partito l'attacco che ha messo kappaò i sistemi informatici della Regione della Capitale sembra essere quello delle reti criminali sovrannazionali. «RansomExx è sia il nome di un prodotto, un virus che chiede il riscatto, che un gruppo criminale», spiega Roberto Setola, direttore del Master in Homeland Security al Campus Biomedico di Roma. Al di là della ricostruzione di BleepingComputer, sposata ieri anche da altri portali specializzati, è ancora presto per stabilire se in questo caso la gang abbia pianificato l'attacco «o abbia solo venduto il prodotto-virus a terzi», dice Setola. Quel che è certo è che ci troviamo difronte a «strutture internazionali, ramificate, ampie», è convinto Corrado Giustozzi, esperto di sicurezza cibernetica, ex consulente dell'Agenzia per l'Italia Digitale e membro, dal 2010 al 2020, dell'Advisory Group dell'Agenzia dell'Unione Europea per la Cybersecurity. «Sono reti organizzate, funzionano in modo simile alle cosche, a volte collaborano tra loro, a volte sono in competizione. Vivono riciclando i riscatti milionari. Spesso in partnership con la criminalità organizzata comune, di cui possono anche essere costole di diretta emanazione. Pensiamo alla mafia russa, che ha un proprio battaglione di hacker». Alcuni di questi gruppi hanno sede in ex hangar militari in Asia, capannoni dove lavorano 40-50 persone per le reti di medie dimensioni. Mentre per quelle più grandi possono essere anche il doppio. Riccardo Meggiato, consulente in cyber-security, è convinto, per le modalità con cui è stato messo in atto, che l'attacco sferrato al Lazio abbia avuto origine «in Russia o in Cina, comunque in Asia. Ho letto di un collegamento con la Germania, ma lì al più può essere rimbalzato il segnale». Anche se si tratta di malware sofisticati, può bastare poco perché s'infiltrino nelle reti protette: «Nell'80% dei casi - riprende Setola dell'università Campus - il virus penetra per l'imprudenza di un dipendente». 

Attacco hacker, chi sono i terroristi e cosa vogliono davvero: il virus più pericoloso, perché l'Italia rischia di capitolare. Renato Farina su Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. L'Italia è sotto attacco. Il luogo dell'operazione è una delle strutture più delicate dal punto di vista della sicurezza nazionale: la Regione Lazio. Il commando di terroristi (questa è la parola usata da Nicola Zingaretti) ha perforato il sistema informatico e si è impadronito, bloccandolo, del piano di vaccinazione contro il Covid. È come se una mano nemica e guantata avesse afferrato il cuore pulsante da cui dipende la salute di cinque milioni di persone e lo strizzasse a piacere. Quel che è accaduto e sta accadendo non è un affare che riguardi le alte sfere, come siamo sempre indotti a pensare quando si parla di aggressioni informatiche, da analfabeti digitali come sono gran parte degli italiani di una certa età. Non è come quando salta la corrente, dopo di che tutto si aggiusta grazie a un bravo tecnico. È un atto di guerra del nuovo tipo. Due domande. Perché l'Italia? Siamo pronti a difenderci? 1. Una banda armata di competenze tecnologiche elevatissime ha puntato il nostro Paese, ha individuato il ventre molle, ha compreso che poteva manomettere il comparto avanzato da cui dipende la fiducia della nazione e la crescita economica (la lotta alla pandemia), nonché impadronirsi di dati delicatissimi (le cartelle sanitarie dei nostri vertici politici, ma anche elementi generali sulla salute di una porzione significativa degli italiani).

DATI SENSIBILI

Abbiamo assistito nei mesi e nelle settimane scorse alle violente bordate tirate dal presidente degli Stati Uniti d'America contro la Russia e la Cina, sospettate di condurre direttamente i bombardamenti cyber o di lasciare mano libera a entità specializzate nel minare i nodi strategici dell'energia e del vettovagliamento alimentare (ricavandone milionari riscatti e seminando sfiducia), nonché condizionare con invasioni di false notizie l'opinione pubblica per indebolire le istituzioni. Per la prima volta a essere in totale balìa di queste forze criminali non è una multinazionale privata, ma di fatto un'istituzione nevralgica di uno Stato sovrano. L'Italia dà fastidio. Non c'è dubbio. Siamo cresciuti in maniera esagerata quanto a prestigio sulla scena politica, ma non è tanto merito di un uomo solo, e cioè Draghi, quanto per la dimostrazione complessiva di questo nostro popolo così vituperato di tirarsi su, riprendendo con risorse interiori che parevano perdute, un ruolo di leadership europea. Si dice che gli attacchi possano provenire dalla Germania, ma è una ipotesi, e a sua volta questa aggressione potrebbe essere semplicemente transitata da lì. Di certo, per una volta Zingaretti ha ragione e sa quel che dice quando la definisce "azione terroristica". Dunque non è malavita che ha fatto i master, ma c'è un disegno. Il terrorismo ha per scopo la destabilizzazione. 2. Questo attacco ci trova impreparati. Non abbiamo nessuno scudo predisposto contro questi proiettili perforanti. La colpa è anzitutto culturale. Diciamocelo. Sembra ai profani (quanti? L'80% degli italiani?) qualcosa di impalpabile, dunque in fondo marginale, questo attacco cibernetico all'Italia in corso da due giorni. Magari se ce lo chiede un intervistatore diremmo che sì, sappiamo che è grave. Ma mentiamo, in fondo non ci crediamo. Non vediamo scorrere il sangue, il sequestro non riguarda persone in carne e ossa, ma informazioni, archivi, dati organizzativi. Per questo non riusciamo ad allarmarci nel profondo. Questo è capitato alla nostra classe politica e governativa salvo pochi illuminati che si sono però presto arresi. Nel 2014 Matteo Renzi prese l'iniziativa di istituire un'agenzia e investimenti per qualche centinaio di milioni onde approntare un'armatura difensiva. Una inezia. Gli Usa negli stessi giorni investivano cento volte tanto. Ma fu bloccato lo stesso, per le solite beghe su chi avrebbe dovuto controllare quell'ambito. E dire che dieci anni fa si erano già contati un centinaio di imboscate dei pirati informatici. Adesso con il governo Draghi si è cominciato a mettere su un'agenzia di cyber sicurezza. I fondi sono adeguati. Il sottosegretario con la delega in questo settore delicatissimo e urgente, Franco Gabrielli, ha dato un paio di interviste, prima al Riformista e poi ieri a Repubblica, in cui prospetta grandi cose. «Con questo decreto noi vogliamo mettere in sicurezza le strutture esistenti e quelle che nasceranno. Per far ripartire l'Italia è necessario anche metterla in sicurezza sotto il profilo del cyber». 

SIAMO IN RITARDO

Dal dire al fare c'è di mezzo un vuoto che durerà anni. Non basta assumere bravi muratori. Ci vuole un progetto e del tempo per tirare su questa barriera. E nel frattempo? In piena confusione istituzionale, il Copasir, l'organismo parlamentare che si occupa di servizi segreti, convoca per informarsi la neo-direttrice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), Elisabetta Belloni, per rispondere sulla materia incandescente. Peccato che nel frattempo Franco Gabrielli abbia portato via al Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza) quell'agenzia in fieri. Intanto converrà rafforzare le nostre alleanze nel settore: con gli alleati occidentali, please. Fino a poco tempo fa strizzavamo l'occhio alla Cina.

Mondo sull'orlo delle cyber-guerre. Le armi micidiali dei nemici invisibili. Gli hacker che hanno attaccato la Regione Lazio, anziché dei pirati più o meno solidali con i no vax, sono forse agenti di spionaggio e di sabotaggio legati a potenze straniere? Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 4 agosto 2021. Gli hacker che hanno attaccato la Regione Lazio anziché essere come si poteva pensare in un primo momento dei sabotatori piu o meno solidali con i no vax, sono molto più probabilmente agenti di spionaggio e di sabotaggio internazionale legati a potenze straniere. Sembra un’enormità, detta così e in fondo lo è. Ma l’enormità sta nel fatto che l’ipotesi è assolutamente realistica. Quale potrebbe essere la potenza straniera interessata a sabotare la sanità della Regione Lazio e a far saltare gli appuntamenti per le vaccinazioni e anche le normali visite di controllo?

Per poter rispondere questa domanda dovremmo immaginarci su una macchina del tempo che ci consentisse di guardare il pianeta terra così com’è abitato oggi nell’agosto 2021 ma con occhi diversi probabilmente provenienti dal futuro. Cosa scopriremmo? Scopriremmo che l’intero mondo e sull’orlo di non una ma almeno cinque possibili scenari di guerra in Estremo oriente, Medio Oriente, Mediterraneo, Ucraina, Bielorussia e persino Polonia ciascuna delle quali potrebbe scoppiare così come potrebbe essere dimenticata. Secondo il grande storico greco Tucidide, le guerre scoppiano quando tutti ne parlano e dicono che sta per scoppiare una guerra. Questo sarebbe secondo l’antico filosofo della storia il trigger ovvero l’innesco delle guerre reali: tutti hanno paura, tutti si armano, tutti vedono nemici, tutti sono pronti alla zuffa e alla rappresaglia di quale le guerre scoppiano.

Ma quale guerra sta per scoppiare oggi? Naturalmente non abbiamo la più pallida idea, se davvero gli hacker hanno attaccato la Regione Lazio seguitano ad attaccarla sono o non sono agenti di guerra: per ora si sa che non ci sono comportati come gli hacker che si impossessano di documenti sensibili e poi si fanno pagare il riscatto attraverso bitcoins ed altre monete virtuali. Per ora quelli che hanno attaccato la sanità laziale non hanno chiesto nulla e seguitano ad agire. Non si sono impossessati dei dati sensibili riguardante la sanità, la situazione sanitaria delle personalità che vivono nel Lazio, compreso il presidente della Repubblica, il presidente del consiglio, ministri e grandi e funzionali dello Stato civili e militari. Per ora non risulta. I nostri servizi segreti sono partiti all’attacco un po’ alla cieca e il Parlamento si accinge a votare per l’istituzione di una specifica branca del controspionaggio che si occupi soltanto degli attacchi cyber. Ma inutile negare che si sta brancolando nel buio. Siamo attaccati, non sappiamo da chi ma peggio ancora non sappiamo perché. Chi potrebbe essere? Guardiamo un mappamondo qual è la zona più calda?

Certamente il mare del Sud della Cina dove la Repubblica popolare cinese dichiara sempre più fermamente la sua intenzione di impossessarsi dell’isola di Taiwan che formalmente fa parte della Cina continentale ma politicamente non lo è fin dagli anni ‘30 quando fu occupata dai giapponesi. Quell’isola è oggi uno dei più grandi produttori di microchip per i telefoni cellulari e per tutti gli armamenti del mondo, è un una spina nel fianco nella Repubblica popolare cinese perché ha instaurato un regime ultrademocratico pacifista e leggermente libertario, così da trarre consensi da ogni parte del mondo mentre la Cina accumula i mezzi necessari per un attacco anfibio che per poter riuscire dovrebbe costituire una mazzata militare di proporzioni sconosciuta delle guerre precedenti. Nel frattempo, il Giappone si è proclamato protettore dell’isola di Taiwan ha dichiarato per bocca del suo governo che considererà un atto di guerra qualsiasi attacco alla antica colonia di Formosa. L’Indonesia sul piede di guerra, il Vietnam comunista è un fermo alleato degli americani contro la Cina, Le Filippine sono ai ferri corti con Pechino e l’Australia sta riesaminando tutte le sue difese contraeree. Direte voi: ma che c’entra tutto questo con l’hackeraggio alla Regione Lazio?

Non lo sappiamo e bareremmo se dicessimo di saperlo. Ma sta di fatto che stanno accadendo nel mondo cose molto gravi molto minacciose di cui non troviamo molte tracce sui nostri giornali e telegiornali, sicché di fatto non ne sappiamo quasi nulla. Ma sono queste le situazioni che potrebbero farci trovare da un giorno all’altro coinvolti in una guerra mondiale combattuta con sistemi del tutto ignoti alle nostre capacità cognitive e alla memoria, di cui l’arma cibernetica che consiste nel disarticolare un intero stato sabotando i suoi computer.

Gli hacker di Stato, ben più potenti di quelli anarchici, hanno la possibilità di non far atterrare gli aerei, non far partire i treni, bloccare gli ospedali, bloccare gli stipendi, le banche, i bancomat e le carte di credito, bloccare le stazioni di servizio, le metropolitane gli ascensori con le persone dentro, ed ogni cosa che elettrica od elettronica. Un bombardamento cibernetico ha una potenza di fuoco infinitamente superiore a quella di un bombardamento fatto con l’uso degli esplosivi e anche delle piccole armi nucleari.

Un eventuale caos inflitto con armi cibernetiche porterebbe automaticamente a centinaia di migliaia di morti e forse a milioni, per l’impossibilità raggiungere persone in pericolo, curare i feriti, semplicemente andare nei luoghi. E di questo che si tratta? Ripeto lo possiamo soltanto sospettare e di fatto è sospettabile. Che cosa vediamo? Alcune novità: la prima è che la Federazione russa di Vladimir Putin ha stretto un nuovo accordo militare con la Cina popolare e in questo momento mentre leggete si stanno svolgendo numerose esercitazioni militari, sia navali che terrestri ed aeree; Naturalmente, cibernetiche. I russi sono formidabili in questo tipo di attacchi. Ma i cinesi non gli sono da meno. Non sono i Paesi che hanno creato internet, ma sono quelli che lo sanno sabotare in maniera più efficiente e con maggior competenza e determinazione. C’è poi la situazione della Bielorussia, per la quale Putin si dice pronto alla guerra pur di non perdere il buffer state, lo stato cuscinetto che se parla Russia dell’Europa occidentale, per non dire dell’Ucraina che chiede a gran voce di entrare formalmente nella Nato altro evento che il Cremlino considererebbe un casus belli. L’attuale amministrazione di Washington è molto più spericolata della precedente repubblicana del detestato Donald Trump e anche molto più imprudente. Le iniziative americane contro la Cina sono notevoli e quelle contro la Russia sono ancora più aggressive. Recentemente il presidente degli Stati Uniti ha chiamato il presidente della Federazione russa un killer. Non era mai accaduta una cosa del genere nella storia delle relazioni diplomatiche. Ma non è successo nulla. Putin, intervistato in televisione, disse che aveva trovato la cosa piuttosto divertente dal momento che la parola killer in russo è molto popolare perché è tratta dal linguaggio di Hollywood e quindi se qualcuno dà del killer a qualcun altro in genere lo fa per scherzare come se avesse una Colt 45 e un cappello texano in testa. La realtà non c’è nulla da scherzare. Le sanzioni applicate alla Russia hanno provocato una crisi economica gigantesca in quel paese, in cui non si produce di fatto null’altro che energia da vendere a prezzi di mercato, i quali variano secondo la situazione del Medio Oriente per cui da oltre settanta anni il prezzo del petrolio sale o scende avvantaggio o a svantaggio della Russia secondo lo stato politico militare del Medio Oriente. Oggi la situazione del Medio Oriente è molto compromessa. La situazione del Mediterraneo è estremamente conflittuale perché il turco Erdogan e decisissimo a prelevare petrolio dalle acque dell’egeo greco e a mantenere la sua presenza in Libia insieme ai russi. L’Iran è fortemente scosso dalle sue dimostrazioni interne e dunque il governo di Teheran e incline a rifugiarsi nel dramma della politica estera per contenere la crisi interna ciò che significa che la le possibilità di una guerra aumentano anziché decrescere. Possono essere questi i retroscena degli attacchi al Lazio? Vorremmo poter assicurare che no, sono tutte sciocchezze, ma invece possiamo e anzi dobbiamo dire che è perfettamente possibile, anzi probabile.

Francesco Malfetano per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. Hanno nomi che sembrano usciti direttamente da un poliziesco mal riuscito (REvil, DarkSide, Wizard Spider, Astro); non si ha idea di chi le componga o quale sia l'identità celata dietro strani nickname; hanno il loro quartier generale in Paesi poco collaborativi con le indagini internazionali e, soprattutto, non hanno alcuno scrupolo. Sono le ransomware gang e stanno mettendo a ferro e fuoco i sistemi informatici di mezzo mondo. Attaccano senza remore multinazionali, piccole aziende, comuni, compagnie assicurative, aeroporti, università, istituzioni e ospedali paralizzandone computer, server, backup e tutto ciò che è connesso ad internet. Come? Si introducono nella rete delle aziende scoprendone una falla, sfruttando i canali preferenziali ceduti dalle stesse a dei fornitori o acquistando delle credenziali rubate in precedenza sul dark web. A quel punto prendono in ostaggio tutti i dati, crittografandoli e rendendoli illeggibili. Perché? L'unico ed esclusivo obiettivo è far soldi chiedendo un riscatto in cryptovalute per la chiave che permette di decodificare le informazioni bloccate. Il caso della Regione Lazio, che pure smentisce qualunque richiesta economica, in pratica è solo la punta dell'iceberg. L'operatività di queste bande di cyber criminali è esplosa dall'inizio della pandemia. Al punto che per i ricercatori dell'azienda di sicurezza Blackfog, i danni causati da questo genere di attacchi raggiungerà entro fine anno il valore di 6 trilioni di dollari. Cioè 6 miliardi di miliardi, l'equivalente del Recovery plan degli Stati Uniti. E sono proprio gli Usa il Paese più colpito da questi hacker specializzati. A giugno, il produttore di carne JBS, che alleva e macella oltre un quinto di tutta la carne bovina consumata dagli statunitensi, ha pagato un riscatto di circa 9 milioni di euro. Nello stesso mese il più grande gasdotto del Paese, il Colonial Pipeline, ha pagato 3,6 milioni di euro per riottenere il possesso dei sistemi dell'azienda dopo che per giorni l'intera costa orientale a stelle e strisce era rimasta paralizzata dalla carenza di carburante. Qualunque azienda connessa è vulnerabile, anche se punti deboli sono considerate le imprese di medie dimensioni perché hanno entrate sufficienti per renderle un obiettivo redditizio ma non abbastanza grandi da avere team dedicati alla sicurezza informatica. Dietro questi attacchi ci sono professionisti, non sempre affiliati, che si coordinano per identificare gli obiettivi, infiltrarsi nelle reti ed estorcere informazioni preziose. Ma al centro di tutto ci sono le ransomaware gang appunto, che costruiscono e gestiscono il software malevolo che rende possibili gli attacchi. Alcuni usano questo malware per estorcere le vittime, mentre altri offrono ransomware-as-a-service (RaaS), aiutando altri criminali a prendere di mira organizzazioni specifiche. La Russia è considerato il quartier generale più importante, ma negli anni attacchi di questo tipo sono stati identificati come riconducibili a cyber criminali di base in Cina, Iran, Est Europa e Corea del Nord. Le tracce più consistenti portano a San Pietroburgo e Mosca. Non a caso il cirillico, l'alfabeto russo, è comunemente usato nei forum in cui i ransomware si trovano in vendita o anche nei codici sorgente che strutturano il software (alcuni dei quali codificati proprio per non attaccare in Russia). Anzi, secondo diversi esperti, questi attacchi sono tollerate dal governo russo. Non può essere solo un caso se a fine luglio i due gruppi più importanti protagonisti degli attacchi negli Usa, REvil e DarkSide, sono scomparsi. Addirittura hanno abbandonato al loro destino aziende con cui stavano trattando richieste di riscatto. E lo hanno fatto pochi giorni dopo il 9 luglio, cioè quando il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in un colloquio telefonico durato un'ora con Vladimir Putin ha alzato la voce: «Prenderemo tutte le misure necessarie per difendere da questa continua minaccia il popolo americano». Dieci giorni e dei due gruppi, pure molto sfacciati nel pubblicizzarsi, non c'è più traccia. O meglio, per qualcuno gli ex membri sarebbero già operativi, riuniti sotto una nuova bandiera apparsa sul Dark Web negli ultimi giorni di luglio: Black Matter. Un gruppo da cui gli esperti si aspettavano un primo imponente attacco.

Alessio Lana per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. I ransomware sono il nuovo Eldorado del cybercrimine, dei finissimi sistemi di attacco di cui il Lazio è solo l'ultima vittima. Secondo le stime sono in piena crescita, rappresentano il 67% degli attacchi informatici, al ritmo di uno ogni 11 secondi. Un crimine redditizio, con le richieste di riscatto passate da una media di 115mila dollari nel 2019 ai 312mila dell'anno successivo per un totale, nel solo 2020, di 20 miliardi.

1 Cos'è un ransomware?

È una minaccia informatica che infetta un sistema e poi richiede il pagamento di un riscatto (ransom) per poter tornare a utilizzarlo, spiega Riccardo Meggiato, esperto di sicurezza informatica e consulente forense. Tutti i file all'interno del sistema, che può essere un computer o un'intera rete di una o più aziende, vengono crittografati così da essere illeggibili dal legittimo proprietario e il codice di sblocco viene dato solo previo pagamento.

2 E il CryptoLocker che ha colpito la Regione Lazio?

È una varietà di ransomware. Ideato nel 2013, nel tempo si è evoluto diventando una vera e propria «famiglia». 

3 Perché viene definito «attacco silenzioso»?

Perché non ci si accorge di essere stati infettati finché non si arriva alla richiesta di riscatto. Il ransomware cripta i dati partendo dai meno utilizzati così l'utente può continuare a usare il computer. Poi, quando ne mancano pochi, riavvia la macchina, finisce di crittografare, e quando questo si riaccende, non compare più il sistema operativo ma la richiesta di riscatto. Ci possono volere da una decina di minuti a delle ore.

4 Come si paga?

La schermata che compare alla fine del processo contiene istruzioni dettagliate per il pagamento. La valuta utilizzata è il bitcoin e spesso ci sono anche «servizi clienti» che aiutano nella transazione. 

5 Cosa succede se non si paga? Le aziende spesso hanno dei sistemi di backup che gli permettono di recuperare i dati bloccati e aggirare il ransomware. I criminali però minacciano di diffondere quei dati che spesso contengono informazioni sensibili come per esempio dei brevetti. 

6 Come si diffonde?

Tramite un link o un allegato in una mail che vanno cliccati. Sono di ottima fattura, difficile accorgersi della truffa. 

7 Quanto è il riscatto?

Dipende dall'obiettivo. Chi crea ransomware studia anche per settimane la sua vittima, ne conosce il fatturato e a chi guadagna di più chiede di più. Il record finora è di 70 milioni di dollari. 

8 Chi li crea?

Sono prodotti soprattutto in Cina, Taiwan, Vietnam, Ucraina e Russia da vere e proprie aziende che possono avere anche un'ottantina di sviluppatori.

9 Quanto costa?

I vecchi ransomware sono disponibili gratuitamente ma sono poco efficaci. Quelli professionali hanno un costo di sviluppo intorno a centomila euro e il prezzo di vendita varia in base al riscatto che si può chiedere. Il produttore crea un pacchetto ransomware più riscatto che viene venduto ad altri criminali in esclusiva o tramite licenze per più usi. 

10 Come difendersi?

I ransomware sono così variegati che al momento non c'è un protocollo di difesa univoco. Il metodo migliore è addestrare il personale delle aziende a riconoscere le minacce sul nascere. Ci sono poi dei software che riconoscono se ci sono dei processi crittografici in corso ma devono evolvere continuamente per stare al passo con i ransomware.

Ann Brenoff per huffingtonpost.it l'11 luglio 2021. Stephanie Carruthers è una hacker buona, una white hat conosciuta come Snow, che annovera tra i suoi clienti aziende e startup di successo. Nel 2014, ha vinto la gara Social Engineering Capture the Flag, in occasione del DEF CON, uno dei congressi sull'hacking più famosi e importanti al mondo. Conduce spesso convention sul mondo dell'hackeraggio e condivide la sua esperienza con le aziende che desiderano potenziare la loro sicurezza online. Tramite Twitter abbiamo fatto a Snow alcune domande sul lavoro che svolge e sulle dritte da seguire per essere più sicuri in rete.

Chi è un hacker "white hat" di preciso?

Un hacker white hat è un hacker etico. Nello specifico, sono un ingegnere sociale, ovvero una sorta di hacker delle persone. Una delle spiegazioni più semplici per chiarire ciò che faccio è "Mento e mi introduco nei sistemi." Conduco diversi tipi di valutazioni, come quelle sulle campagne di phishing e le stime sulla sicurezza fisica. Svolgo il mio lavoro con l'obiettivo di mostrare ai miei clienti dove si trovano le loro vulnerabilità così che possano porvi rimedio prima che un aggressore vero e proprio le trovi. 

Come sei arrivata a farlo?

L'ingegneria sociale è diventata una passione mentre partecipavo alla competizione Social Engineering Capture the Flag al DEF CON, e sono stata così fortunata da continuare a crescere in questa carriera. 

Quanto ti senti sicura personalmente online?

Non mi definirei mai "non-hackerabile". Le violazioni dei dati sono ormai all'ordine del giorno, sembra quasi la norma, e per questo motivo non credo che mi sentirò mai del tutto sicura online. Di conseguenza, prendo precauzioni per proteggere me stessa il più possibile.

Potresti svelarci le cose più stupide che hai visto postare dalla gente online?

Cerco di non etichettarle come stupide, ma come poco informate. Voglio sperare che se una persona comprendesse a pieno il rischio del contenuto che sta postando online, ci penserebbe due volte. 

Detto questo, ecco alcune delle cose viste online che tradiscono una mancata consapevolezza del rischio: 

Neo-patentati: ragazzi entusiasti (o anche genitori) che scattano foto ravvicinate alla patente appena conquistata con tutte le informazioni personali, compreso l'indirizzo di casa.

Nuovi proprietari di casa che scattano foto celebrative alle chiavi della nuova dimora e geotaggano la casa senza rendersi conto che è facile duplicare una chiave da una foto. 

Impiegati: impiegati e dipendenti d'azienda spesso si scattano selfie senza curarsi di ciò che compare sullo sfondo o in primo piano, incluse password/informazioni sensibili sulle lavagnette, monitor di computer accesi, password della segreteria attaccate ai telefoni, eccetera. Inoltre, per ragioni incomprensibili, c'è chi posta addirittura le foto della busta paga. Per alcuni saranno anche post innocui, ma gli aggressori sanno come approfittarsi di immagini del genere. 

C'è qualcosa che non dovremmo mai fare su social? 

Postare senza pensare. Punto. Prima di condividere qualcosa, bisogna porsi delle domande: che tipo di informazione sto mettendo online? Cosa c'è sullo sfondo della mia immagine? Se volessi vendicarmi, in che modo userei questa informazione contro di me? 

Dal tuo punto di vista qual è il social che mette più a nudo la nostra vulnerabilità? 

Credo che Facebook riveli più informazioni in assoluto – soprattutto perché mette in correlazione una quantità enorme di dati, come i tuoi amici, i colleghi, la famiglia, il lavoro, gli hobby, i figli e via dicendo. Molte risposte alle domande di sicurezza [usate per transazioni bancarie e modifiche di password possono essere dedotte semplicemente osservando il profilo Facebook di un utente. Come se non bastasse, Facebook per sua scelta non dedica grandi sforzi alla protezione della privacy – i social non funzionano bene se sono tutti reticenti e riservati. Per molti utenti non è intuitivo aggiungere impostazioni alla privacy che, invece, dovrebbero avere – sempre che prendano in considerazione la cosa. 

Il riconoscimento facciale potrebbe impedire ai truffatori di creare profili falsi?

Il riconoscimento facciale potrebbe contribuire alla diminuzione dei profili truffaldini, ma non alla loro scomparsa. Gli hacker sono molto astuti e si divertono a scovare modi nuovi per aggirare ostacoli di questo tipo. È come il gatto col topo. D'altra parte, per conferire maggiori responsabilità a Facebook, dovremmo fornire anche più informazioni personali. Conosco persone che considerano la loro privacy talmente importante da usare nomi falsi e foto "non umane" suo social. Per evitare un profilo falso, dovrebbero fornire a Facebook nome e volto reali. È simile all'idea di Facebook di combattere la cosiddetta pornografia vendicativa chiedendoti foto di nudo. Entrandone in possesso, per loro è più facile "cercare e distruggere", sotto il profilo dell'automazione. Tuttavia, qui ritorniamo al problema della fiducia e a quale sia il male minore. 

Password e domande di sicurezza: perché tutte queste violazioni?

Le violazioni dei dati si verificano per diversi motivi, come attacchi di ingegneria sociale, vulnerabilità delle applicazioni, server senza patch, mancanza di controlli sulla sicurezza fisica, credenziali deboli o rubate, eccetera. Se queste vulnerabilità non cesseranno di esistere, allora continueranno anche le violazioni di dati. 

Una misura di cui possono beneficiare tutti è adottare abitudini sane con le password. Le password sono un mix tra responsabilità individuale e aziendale. Ecco cosa si può fare per proteggersi: 

Non riciclare le password, cambiarle spesso, e usare un password manager. Si dovrebbe disporre di una password forte e unica per ciascun login.

Mentire quando si risponde alle domande di sicurezza generale. Non c'è bisogno d'inserire correttamente il cognome di vostra madre da nubile. Utilizzate qualcosa che sia difficile da indovinare, come "nutella" o "Disneyland". 

Usate l'autenticazione a due fattori. Quasi tutti i siti prevedono impostazioni di sicurezza extra tra le opzioni. 

Chi sono tutti questi truffatori/hacker che vogliono le nostre informazioni?

I truffatori sono mossi dall'opportunità. Come in tutte le attività illegali, gravitano intorno alle situazioni in cui la ricompensa supera il rischio, e questo perché le leggi locali non comportano grandi rischi contro l'attività. Alla fine della fiera, non conta chi sono gli aggressori e dove si trovano, ma il fatto che ci sono informazioni di cui vogliono impossessarsi, con mezzi e capacità per riuscirci – a condizione che ne valga la pena. In molti casi hanno fortuna perché, in tanti negozi online, è solo un terno al lotto. Dispongono di un call center pieno di truffatori, molto simile alle campagne di telemarketing. Ricorrono a operazioni di lead-generation, adottano testi di dialogo, escalation interna, formazione e persino quote di vendita. 

Qual è la cosa più importante che gli utenti di internet devono tenere a mente?

Ricordarsi semplicemente che i problemi di sicurezza non saranno risolti tanto presto. Inoltre, è impossibile diventare i più inattaccabili al mondo. Tuttavia, possiamo renderci più sicuri degli altri – e, se tutto va bene, gli aggressori desisteranno e passeranno a qualcun altro. Come ha detto qualcuno: "Non devi correre più veloce dell'orso per salvarti la pelle. Ti basta correre più veloce del tizio accanto a te."

Il testo dell’audizione parlamentare tenuta l’1 luglio da Umberto Rapetto, sul dl Cybersicurezza, pubblicato da infosec.news  e startmag.it l'1 luglio 2021. Non è facile condensare in 7 minuti il contributo di chi ha cominciato ad occuparsi di computer crime nel 1987 e di cyberdefense nel 1995. L’unico disperato tentativo è quello di leggere un testo dopo averne cronometrato la durata. La norma, forse per ridotta conoscenza dello scenario, è stata redatta senza tener conto del vero obiettivo da perseguire. La creazione di un burosauro è destinata a produrre conflitti tra le articolazioni già esistenti che non riesce necessariamente ad armonizzare, innesca ingessate dinamiche amministrative, genera un pericoloso senso di falsa sicurezza. Questo approccio all’emergenza cibernetica confligge con il buon senso e dimentica le esperienze straniere dove i Governi hanno preferito un cyber-czar o un ristretto manipolo di veri conoscitori della materia per assumere rapidamente le decisioni e muovere le pedine già operative per affrontare attacchi digitali, gestire la controffensiva, ripristinare la situazione quo ante e – nei periodi di apparente quiete – coordinare tutte le iniziative per innalzare il livello di preparazione e la capacità reattiva di chi gestisce le infrastrutture critiche e delle organizzazioni pubbliche e private che erogano servizi essenziali. La previsione di un direttore generale e di un suo vice raddoppia le possibilità di accontentare i promotori dei candidati. La loro scelta da una parte esclude che quel ruolo venga rivestito da un giovane brillante e competente che magari ha un grado o una posizione non apicale (ve lo dice chi da tenente colonnello ha catturato gli hacker entrati nei sistemi di Pentagono e NASA) e privilegia alti dignitari di una generazione lontana da queste tematiche, dall’altra apre a chiunque provenga dall’esterno della Pubblica Amministrazione. Se è vero che il 95% dei sistemi informatici non è sicuro, come dice il ministro Colao, è giusto tenere fuori da questa partita chi nella PA o alla Presidenza del Consiglio per anni ha avuto e continua ad avere responsabilità in area cyber perché probabilmente non ha le debite competenze tecniche ed organizzative oppure non ha saputo fare il proprio mestiere. Ma non vorrete farmi credere che siete convinti che nell’industria, nelle banche o nelle imprese la situazione sia migliore? Pensate alle umiliazioni subite da Leonardo (ne ho parlato anche qui e qui), ENEL (anche qui), INPS (anche qui), Vodafone e TIM, Ho.mobile (anche qui), Unicredit (anche qui), SAIPEM (anche qui), CINECA, SNAI, Geox, Luxottica (anche qui e qui), Campari, l’ANIA, l’Università di Tor Vergata, l’Ospedale San Raffaele (anche qui) e alle altre mille realtà cui – in certi contesti – andrebbe tolta la parola. Vertice a parte, situazioni di difficoltà vanno risolte con strutture snelle, rapide ad intervenire, chirurgiche nell’agire. Servono team affiatati, di poche persone con doti professionali straordinarie e capaci di giocare senza protagonismi. L’assetto ipotizzato prevede il coinvolgimento di troppi soggetti la cui inclusione deve essere solo esecutiva. Il “Nucleo per la cyber sicurezza”, ad esempio, evoca teste di cuoio e SWAT pronti a piombare in campo, a duellare contro il nemico di turno, a risolvere il problema. Invece si traduce in un conclave di rappresentanti ministeriali che si riunisce periodicamente, con la lentezza delle convocazioni e l’incertezza delle rispettive agende. I suoi componenti rispettano le regole della buona convivenza istituzionale, ma calpestano quelle della necessità di contrastare momenti di estrema drammaticità con rapidità ed effettiva capacità proattiva. Il “contingente di esperti”, in cui si prevedono 50 luminari impiegati part-time, prova il comprensibile desiderio di non scontentare nessuno e al contempo è un goffo tentativo di diluire possibili responsabilità in caso di incidente. Il “Centro Nazionale di Valutazione e Certificazione”, che viene assorbito dall’Agenzia, è una realtà che – varata nel 2019, Di Maio ministro – ancora deve avere piena operatività, testimoniando che l’obsolescenza non sembra far paura, dimenticando che due anni sono un’era geologica, Il Computer Security Incident Response Team (CSIRT), istituito nel 2018 e rivisitato l’anno successivo, sopravvive per non far torti a chicchessia ma risulta depotenziato…Qualche mutilazione tocca in sorte anche all’Agenzia per l’Italia Digitale e dulcis in fundo si prevede la migrazione delle risorse pregiate finora in carico al DIS. È evidente la nebbia che obnubila il panorama e favorisce l’avvio di altre maldestre iniziative che prevedono, però, l’assunzione di 300 superspecialisti cui affidare il nostro destino. Se è difficile capire come procedere alla loro selezione (e non ci sono così tanti “guerrieri” davvero all’altezza), incuriosisce chi dovrebbe provvedervi. Gli stessi del 95% di Colao? Immaginando che nessuno avrà domande da farmi, i quesiti per una volta li pongo io. Qualcuno ha mai conosciuto un hacker, visto che è questo che non immagina solo il quisque de populo ma si prefigura il Governo? Si conosce il livello di reale affidabilità dei pirati informatici o si è convinti di organizzare battaglioni di ascari virtuali per una estemporanea performance bellica? Si crede davvero che un Rocambole del bit sia disposto a giocare in squadra? Quanto tempo si immagina possa trascorrere prima che qualunque masnadiero cominci ad annoiarsi nel vedersi tramutato in un mezzemaniche? E poi chi dovrebbe incarnare il sergente di ferro che tiene a bada tante primedonne? Soprattutto per quale motivo non c’è traccia di un percorso formativo (che avrebbe dovuto e potuto avviarsi trent’anni fa) o di una scuola che sensibilizzi il management pubblico e privato, crei capacità di committenza (invece di lasciar mano libera ai fornitori), istruisca chiunque è parte del sistema così da evitare quelle banali imprudenze all’origine di troppi disastri? Perché non si procede ad un’opera di razionalizzazione delle risorse esistenti, costringendole a funzionare e trasformando dannose sovrapposizioni in utili complementarità? Perché non ci si capacita del tempo perso in chiacchiere e convegni e non si tirano le somme del “non fatto finora”, dal decreto Monti del 2013 a oggi? Perché si pensa di stanziare 429 milioni di euro se non si immagina nemmeno dove e come andranno spesi e oggi invece lo si dovrebbe sapere al centesimo? Per quale dannato motivo non si copia il modello statunitense senza aver timore di riconoscerne limiti e difetti? Perché non si prova a calcolare il tempo necessario per una decisione che dovrebbe essere istantanea grazie ad un diretto link tra il leader e il suo cyber-centurione e invece si prevede una estenuante e imperitura sequenza di passaggi in cui ognuno fatica a prendersi le responsabilità che gli competono? Se qualcuno, nella sua adulazione vocazionale, vi dirà che il provvedimento è perfetto, siate certi che aspira soltanto ad una collocazione in sella o nel ventre della nascente creatura.

(ANSA il 13 maggio 2021) La società che opera la Colonial pipeline, il più grande oleodotto Usa, ha pagato un riscatto di quasi 5 milioni di dollari agli hacker di origine russa autori del cyber attacco che ha costretto la compagnia a chiudere l'infrastruttura. Lo riporta la Bloomberg sul suo sito. Una notizia che contrasta con quelle dei giorni scorsi secondo cui la società non aveva alcuna intenzione di pagare per ripristinare l'operatività della pipeline.  "Il carburante comincia a fluire, Colonial Pipeline dovrebbe raggiungere la piena operatività mentre sto parlando, la disponibilità di benzina dovrebbe essere normale entro il weekend o la prossima settimana": lo ha detto Joe Biden parlando alla Casa Bianca del cyber attacco all'oleodotto più grande degli Usa. Il presidente ha anche invitato gli automobilisti a non avere panico.

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 20 maggio 2021. «Sì, abbiamo pagato il riscatto agli hacker: 4,4 milioni di dollari. Non sono contento, ma era la cosa migliore da fare per il Paese». Joseph Blount, amministratore delegato di Colonial Pipeline, conferma al Wall Street Journal la notizia pubblicata il 13 maggio scorso dall' agenzia Bloomberg. Ma sono parole comunque clamorose: è la prima volta che una grande società americana ammette di aver dovuto sottostare al ricatto dei pirati informatici. Il 7 maggio l'allarme. Una parte dei server della società viene messa fuori uso da un attacco cibernetico. I dirigenti della Colonial sono costretti a interrompere le forniture di greggio, diesel, gas per uso domestico, combustibile per le basi militari e gli aeroporti civili sulla costa Est degli Stati Uniti. Circa 378 milioni di litri al giorno, il 45% del fabbisogno energetico che scorre in un gasdotto lungo 8.850 chilometri, dal Texas al New Jersey. Il 13 riprende il servizio, anche se i disagi, specie nei distributori di benzina, continuano per giorni. Nel frattempo Blount, 60 anni, aveva dato ordine di pagare gli incursori: «Lo so che è una decisione fortemente controversa. Non l'ho presa alla leggera. Devo ammettere che non è stato piacevole vedere uscire i soldi dalla porta per finire a gente come questa. Ma era la cosa giusta da fare per il Paese». Il manager racconta di riunioni frenetiche con gli ingegneri. Vengono inviati circa 300 tecnici sul campo per verificare che non ci siano stati danneggiamenti fisici agli impianti. Ma il risultato è scoraggiante: impossibile stabilire quanto danno avesse procurato il «cyberattack»; difficile stimare quanto tempo ci sarebbe voluto per ripristinare la normale attività di distribuzione. A quel punto il Ceo, il capo dell'azienda, preferisce limitare le perdite: 4,4 milioni di dollari consegnati in bitcoin, a fronte dei codici per sbloccare il pannello elettronico di comando. Blount non ha rivelato l'identità della gang criminale. Resta il sospetto che gli autori del colpo facciano parte di «Darkside», un gruppo con base in Russia. La scelta di Colonial mette in imbarazzo il sistema politico e giudiziario. A cominciare dalla Casa Bianca. Joe Biden aveva chiesto di non alimentare un fenomeno in crescita tumultuosa che ha colpito centri di ricerca medica, enti statali e locali, scuole. In media il riscatto richiesto si aggira sui 310 mila dollari. Nello stesso tempo, il presidente non aveva strumenti per intervenire in «un fatto privato, aziendale». Mancano leggi o, più semplicemente, schemi di contrasto concordati tra le industrie più esposte e l'Fbi.

Umberto Rapetto per infosec.news il 13 maggio 2021. L’attacco alla Colonial Pipeline verrà ricordato nei libri di storia al pari dell’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914. Se l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia segnò l’avvio della prima guerra mondiale, l’aggressione digitale al ciclopico oleodotto che va dal Texas al New Jersey è destinato a marcare il fatidico passaggio da uno stato di belligeranza ad una condizione di guerra vera e propria. L’Executive Order on Improving the Nation’s Cybersecurity appena firmato da Joe Biden non è diverso dalle sirene che un tempo allertavano la popolazione per un imminente bombardamento e indirizzavano la gente verso i rifugi antiaerei. Dopo i clamorosi incidenti di sicurezza informatica come quello di SolarWinds, Microsoft Exchange e ora di Colonial Pipeline, il Presidente degli Stati Uniti emana un provvedimento che tuona come la prima dichiarazione di guerra contro un nemico invisibile. L’insidia tecnologica (animata dal mercenariato diffuso e dalle “cyber armed forces” dei Paesi più attivi su questo campo di battaglia) non può più essere trascurata e Biden sottolinea che certi episodi manifestano l’insufficienza dell’azione federale e la necessità di una reale ed efficace cooperazione con il settore privato che possiede e gestisce gran parte delle infrastrutture critiche interne agli Stati Uniti. Il fatto che le società decidano autonomamente in merito agli investimenti in sicurezza informatica deve essere superato con l’avvio di un programma di azione coordinato che porti ad aumentare e allineare gli sforzi organizzativi, tecnici e finanziari con l’obiettivo di ridurre al minimo il rischio di catastrofi future.

“Ai posti di combattimento”. In primo luogo occorre rimuovere gli ostacoli alla condivisione delle informazioni sulle minacce tra governo e settore privato. Secondo l’Executive Order i fornitori di servizi ITC devono essere in grado di condividere le informazioni con il Governo garantendo un costante aggiornamento sulle minacce rilevate e sulle violazioni dei sistemi verificatesi. È fondamentale eliminare la riluttanza di chi fornisce servizi informatici a confessare situazioni imbarazzanti ed è diventata urgente la condivisione “volontaria” di tutte le informazioni disponibili su eventuali compromissioni di sistemi di elaborazione dati e reti di comunicazione. Biden parla chiaro. Certi silenzi dovuti ad obblighi contrattuali o ad altri accordi tra privati devono sparire e deve maturare la convinzione che un dialogo immediato e trasparente con le istituzioni governative può consentire la più tempestiva adozione di misure di sicurezza in grado di salvaguardare la Nazione nel suo complesso. L’Executive Order rimarca il ruolo del Governo federale nella protezione dei servizi “cloud” e dell’architettura “zero-trust” ed impone l’implementazione dell’autenticazione a più fattori e della crittografia: il testo manifesta la consapevolezza che modelli di sicurezza obsoleti e dati non cifrati hanno portato alla profonda compromissione dei sistemi informatici “più delicati” nei settori pubblico e privato. Tra i punti cardine del provvedimento c’è il rafforzamento della protezione della catena di fornitura del software. Dovranno essere stabiliti e consolidati standard di sicurezza per lo sviluppo di programmi ed applicazioni destinati ad essere utilizzati dalle entità governative. Sarà richiesto agli sviluppatori di dare la massima visibilità su istruzioni e codici inseriti nel software con particolare riguardo a quanto costituisce la struttura di sicurezza. Si deve innescare un processo pubblico-privato per sviluppare approcci nuovi e innovativi e dar vita al programma pilota per creare un tipo di etichetta “Energy Star” in modo che il governo – e il mondo pubblico in generale – possa determinare rapidamente se il software è stato sviluppato in modo sicuro. “È troppo il software, incluso quello critico, che viene fornito con vulnerabilità significative sfruttate dai nostri avversari” dice testualmente il comunicato stampa della Casa Bianca.

La necessità di un Comitato e di una “cassetta di pronto soccorso”. L’ordine esecutivo istituisce un comitato di revisione della sicurezza informatica, co-presieduto da leader del governo e del settore privato, che può riunirsi a seguito di un incidente informatico significativo per analizzare l’accaduto e formulare raccomandazioni concrete per migliorare la sicurezza informatica. Si è coscienti che troppo sovente le organizzazioni ripetono gli errori del passato, non apprendono le drammatiche lezioni dalle brutte esperienze, non si pongono le domande scomode che richiedono risposte ancor più dolorose, faticano ad apportare modifiche e miglioramenti. L’idea prende spunto dal modello del National Transportation Safety Board, l’organismo che entra in campo dopo incidenti aerei e altri disastri, e si basa sulla creazione di un “playbook standard” (ovvero sulla predisposizione di rimedi modulari preconfezionati e personalizzabili) in grado di attivare una replica rapida con un sufficiente livello di copertura del problema con iniziative uniformi e collaudate volte a identificare e a contrastare i pericoli emergenti. Particolare attenzione è richiesta alle attività di “detection”, ovvero quelle mirate a rilevare le situazioni di crisi, a circoscrivere gli incidenti, a prevedere operazioni dannose che possono compromettere le Reti pubbliche e private e tutte le risorse informative del tessuto connettivo digitale americano. Lentezza, sovrapposizione, mancato coordinamento: sono questi i fattori che espongono un Paese al rischio di aggressione cibernetica e solo un disegno armonico e condiviso ai più diversi livelli può rasserenare il futuro.

E da noi? Ci si augura che anche dalle nostre parti qualcuno trovi il tempo di leggere l’Executive Order e magari di prenderne spunto. I cambiamenti ai vertici dell’intelligence nazionale possono essere l’occasione per riconsiderare lo scenario e per prendere – finalmente – atto delle urgenze, delle priorità e soprattutto del tempo perso finora in chiacchiere, convegni, protocolli d’intesa e altre “inutilia” di varia natura.

·        L’Algocrazia.

Algocrazia, la scelta di non scegliere più. C'è una delega sempre più ampia dell'uomo alla tecnologia e all'informatica e il digitale di fatto non è più governato. Cleto Corposanto su Il Quotidiano del Sud il 5 Dicembre 2021. Siamo sempre più inclini a farci indirizzare dagli algoritmi, nelle scelte che riguardano gli aspetti importanti (e anche quelli meno appariscenti) della nostra vita. Anche per questo le nostre capacità di scelta e ragionamento vanno via via assottigliandosi. Il primo ad aver intravisto questa possibilità era stato Theodor Adorno che, nel suo saggio La crisi dell’individuo a metà del secolo scorso aveva scritto: “Si ha la netta sensazione che per la stragrande maggioranza gli uomini siano stati derubricati da tempo a mere funzioni all’interno del mostruoso macchinario sociale di cui tutti siamo prigionieri. … un sistema di amministrazione, un certo tipo di gestione dall’alto”. Quello indicato con grande anticipo dai filosofi e sociologi della Scuola di Francoforte è probabilmente il primo accenno alla trasformazione che, qualche decennio più tardi, avrebbe investito il nostro modo di vivere, lavorare, acquistare e perfino pensare. Si trattava dell’anticipazione di ciò che sarebbe poi diventato “L’uomo a una dimensione” nella magistrale intuizione di Herbert Marcuse a metà degli anni ’60. Una realtà per l’umanità intesa come incessantemente spinta in quella strettissima dimensione identificata dal filosofo e sociologo di origine tedesca e naturalizzato statunitense, che si è consolidata negli anni e oggi è assimilabile a una delega sempre più ampia alla tecnologia e all’informatica, con una conseguente sottrazione di autonomia alle persone, che il digitale lo consumano ma di fatto non lo governano più. Marcuse lo aveva inteso talmente bene, quell’avanzare che avrebbe segnato cosi tanto le quotidianità delle persone, che aveva cominciato il suo libro forse più famoso con un incipit inequivocabile: “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico”. Sta proprio qui la concezione centrale dell’unidimensionalità umana: l’uomo a una dimensione nell’interpretazione marcusiana è una persona il cui pensiero è sistematicamente reso meno profondo, nei fatti in difficoltà nel dover seriamente concepire un’alternativa all’ordine costituito. La ragione principale, nella sua argomentazione, sta nel fatto che nel linguaggio prevalgono aspetti formali che hanno una natura distinta dall’essenza del pensiero. Gli aspetti formali vengono peraltro rinforzati dall’interazione con gli oggetti materiali, rendendo l’uomo a una dimensione il risultato dell’avanzata di strutture formali che si realizzano nel sistema tecnologico e scientifico e sono usate dal potere come strumento di dominio. Nei fatti, oggi tutto è governato da quello che informalmente definiamo Intelligenza Artificiale e che gli informatici chiamano invece – in modo più appropriato – Machine Learning: un sistema di algoritmi oramai divenuti imprescindibili in molti aspetti della vita pubblica, dalla sanità alla politica, dalla giustizia all’istruzione. Ma non si tratta solo della vita pubblica: non possiamo più fare a meno di algoritmi neanche nella vita privata. Li usiamo per esempio quando interagiamo con gli assistenti vocali sui nostri smartphone o scegliamo il riconoscimento facciale al posto di digitare un codice di accesso. Sono invisibili ma ci accompagnano quotidianamente quando cerchiamo un percorso in auto tramite la geo-localizzazione, paghiamo una bolletta tramite app della nostra banca di fiducia, prenotiamo un posto in treno o semplicemente cerchiamo su un motore di ricerca il sito migliore per prenotare una vacanza esotica; o quando esibiamo il Green-Pass sul nostro telefono per entrare a cena in un ristorante. Aveva avuto certamente una buona intuizione A. Aneesh, sociologo americano dell’Università di Milwaukee-Wisconsin, che nel 2006, nel volume Virtual Migration, aveva per la prima volta utilizzato il termine algocracy, che poi in italiano è diventato algocrazia. In realtà Anesh rivendica l’uso di questo concetto già nel 1997, nella sua tesi di laurea presentata poi in un abstract all’American Sociological Association nel 1999. Il termine Algocrazia, invece, è oramai accettato anche nella nostra lingua, e ha cominciato a fare capolino attorno al 2013, riferito a un ambiente digitale di rete in cui il potere viene esercitato in modo sempre più profondo dagli algoritmi, alla base delle piattaforme mediatiche, che rendono possibili solo alcune forme di interazione e di organizzazione a scapito di altre. Nei suoi scritti Aneesh usa i termini algocracy e algocratic facendo riferimento prevalentemente al mondo del lavoro per identificare un nuovo sistema di governance basato appunto sugli algoritmi a differenza dei sistemi organizzativi più noti, la burocrazia e il mercato. Per far comprendere meglio il suo ragionamento, Aneesh utilizza un esempio che riguarda il controllo del traffico e delle violazioni automobilistiche. L’uso dei semafori implica per gli automobilisti il rispetto di alcune regole – fermarsi quando è rosso, per esempio – le cui violazioni possono essere rilevate da chi è preposto ai controlli. Perché questo modello organizzativo funziona? Perché c’è una sorta di interiorizzazione delle regole da parte degli automobilisti, ma anche perché esiste la minaccia della pena per il mancato rispetto delle regole. Questo è insomma il modello che rappresenta l’organizzazione burocratica, al quale Aneesh contrappone appunto l’idea di quello algocratico: un sistema di autocontrollo del traffico che non si basa su regole ma su come sono costruite le strade. E quindi, per intenderci, una strada che impedisce letteralmente ai guidatori di svoltare a sinistra o a destra o di sostare in un punto preciso a meno che non sia previsto da chi ha progettato la strada. Una vera rivoluzione, insomma. Tanto la forma inglese che la sua traduzione italiana, in origine, facevano riferimento all’effetto che le tecnologie informatiche hanno sull’evoluzione del lavoro; il termine è stato poi esteso, nel suo uso corrente, anche alla fattispecie relativa ad indicare, più genericamente, l’importanza degli algoritmi nella società, talmente in crescita da suscitare motivate preoccupazioni. Perché in fondo l’algocrazia ha a che fare con una concezione particolare del potere: a differenza della burocrazia infatti, che sfrutta il modello di ‘orientamento all’azione’ (orienta cioè le nostre personalità verso determinate norme), le algocrazie predeterminano l’azione verso risultati prefissati: qualcosa che ha a che fare con quanto sosteneva Shoshana Zuboff, autrice del libro ‘In the Age of the Smart Machine: The Future of Work and Power’, che nel 1988 aveva introdotto il concetto di ‘Informating’, ossia il processo di digitalizzazione che traduce attività, eventi, cambiamenti e obiettivi sociali in informazioni. Nei suoi ultimi lavori la ricercatrice americana ha concentrato i suoi studi sul nuovo modello di ‘capitalismo della sorveglianza’, in mano oggi alle multinazionali informatiche più importanti del pianeta. Si tratta di un tema oggi al centro del dibattito perché tocca da vicino gran parte dell’umanità (perlomeno tutta quella che utilizza connessioni di rete quotidianamente): perché la continua e ciclopica cessione di dati che facciamo tutte le volte che ci connettiamo alla rete fa parte di un quadro generale che pare avere un destino segnato inequivocabilmente. Quello di essere regolato da una serie di macchine onniscienti, alimentate proprio da quella quantità sempre maggiore di dati. La democrazia, la partecipazione, la reciprocità informativa e la trasparenza non fanno parte dell’algoritmo perché, banalmente, fanno diminuire i guadagni e vanno controcorrente rispetto alla ferma ideologia del superamento della deliberazione umana, certamente di quella che fa più resistenza al ricercato quadro di standardizzazione delle scelte e dei comportamenti. E torniamo al punto di partenza. Come aveva già intuito Marcuse negli anni ’60, proseguendo sul filone di analisi della Scuola di Francoforte, la democrazia permeata di tecnologia digitale tende ad assumere una natura totalitaria che assorbe e integra ogni cosa. Tutto sta dentro un dispositivo informatico, e per la gran parte di noi vale la regola della “black box”, cioè di una scatola nera all’interno della quale ci sono cose che non conosciamo (e quindi non governiamo). Tutto e tutti siamo avvolti in una razionalità automatica che aiuta, semplifica ma soprattutto indirizza (e genera dipendenza). La tecnica spinge in questo modo l’essere umano a una vita semplificata, a una dimensione sempre più ristretta. Una dimensione che fa il paio con la velocità, il consumismo e l’iperattività e che garantisce, in definitiva, comportamenti standardizzati certamente più semplici da governare.

·        Viaggio sulla Luna.

Chiara Bruschi per "il Messaggero" il 2 dicembre 2021. Sembra la trama di un film di fantascienza ma quello che sta accadendo tra la Roscosmos e la Nasa è tutto vero: l'agenzia spaziale russa ha infatti deciso di denunciare l'astronauta americana Serena Auñón-Chancellor con l'accusa di aver volutamente tentato di sabotare la missione spaziale del 2018, di cui era parte come equipaggio. Il motivo? Una lite con il presunto amante, anche lui a bordo. E la voglia, di lei, di tornare sulla terra. Una versione contestata da alcuni perché vista come un tentativo di Mosca di giustificare l'incidente avvenuto nella loro missione. Dopo alcune indiscrezioni circolate sui media nei mesi scorsi, l'agenzia di Mosca ha concluso le sue indagini ufficiali e nel suo rapporto ha confermato le ipotesi già rese note in precedenza. Secondo la Roscosmos, la donna ha perforato con un trapano il modulo Soyuz MS-09 che era agganciato alla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) - e con cui era arrivata a giugno insieme al russo Sergey Prokopyev e Alexander Gerst dell'Esa - con l'obiettivo di rientrare in anticipo sulla Terra. Ora saranno le autorità competenti russe a decidere se ci sono gli estremi per procedere per vie legali. La Nasa ha parlato di «attacchi falsi e privi di ogni credibilità», ai quali sono seguite speculazioni sul tentativo dei russi di trovare un colpevole cui addossare la responsabilità di un guasto al Soyouz, che sarebbe stato motivo di grande imbarazzo per l'agenzia spaziale di Mosca. Secondo queste voci la falla sarebbe stata riparata frettolosamente prima del decollo con una sostanza deterioratasi nello spazio.

 IL DANNO Il rapporto di Mosca però cerca di escludere anche questa possibilità, precisando che se il danno fosse avvenuto a Terra, «il Soyouz non avrebbe mai potuto superare i test pre-partenza perché la pressione sarebbe scesa immediatamente». Sul perché Auñón-Chancellor avrebbe compiuto quel folle gesto, tuttavia, la Roscosmos lascia aperte due piste: secondo la Tass, lo ha fatto in seguito a una furiosa lite con l'amante che si trovava a bordo con lei. Una persona di cui tuttavia non è stato reso noto il nome, forse anche perché l'astronauta era sposata ai tempi della missione e lo è ancora oggi, a distanza di quattro anni dal suo ritorno. Un'altra ipotesi, invece, è che la Auñón-Chancellor abbia agito così per motivi di salute, una «crisi psicologica molto forte» causata da un coagulo di sangue nella vena giugulare che aveva dovuto curare in autonomia. La Nasa si è limitata a sottolineare che non avrebbe commentato «questioni mediche» ma che riteneva la Auñón-Chancellor una professionista molto rispettata in grado di apportare un contributo inestimabile ai progetti in cui è stata coinvolta. E ora veniamo al foro di due millimetri, identificato in data 30 agosto 2018: in quel giorno una diminuzione di pressione da esso causata ha fatto scattare l'allarme e gli astronauti si sono attivati per chiudere la fessura con una colla apposita. Non appena arginata l'emergenza, hanno tentato di comprenderne le cause e dopo aver escluso l'ipotesi di un detrito proveniente dall'esterno, i russi si sono convinti dell'origine dolosa del danno.

L'IPOTESI Nel 2019 Mosca ha confermato che quel buco era stato effettuato dall'interno. Un'ipotesi rafforzata dal fatto, precisano nel rapporto, che le telecamere di sorveglianza che controllano il tratto tra il segmento russo e quello americano avevano «misteriosamente» smesso di funzionare. E che attorno al foro c'erano altri graffi, forse tentativi di perforare non andati a buon fine. La Roscosmos punta il dito contro l'astronauta americana anche perché quest' ultima si è rifiutata di sottoporsi alla macchina della verità, contrariamente ai colleghi russi. L'agenzia, inoltre, ha lamentato di non aver avuto la possibilità di esaminare la strumentazione e i trapani presenti sulla Iss per verificare la presenza o meno di resti metallici.

Da video.repubblica.it l'8 novembre 2021. Il sito Earth Observatory della Nasa descrive Wernher von Braun come il più grande scienziato missilistico della storia. Fu lui a guidare lo sviluppo del razzo Saturn V che portò i primi uomini sulla Luna nel luglio del 1969. Tedesco, naturalizzato statunitense, von Braun era stato un nazista, ma all'epoca questo retroscena non era noto.

Capitano Kirk nello spazio: missione compiuta a 90 anni. «È stato incredibile». Peppe Aquaro su Il Corriere della Sera il 13 ottobre 2021. A bordo della New Shepard della Blue Origin l’attore William Shatner (il celebre capitano di Star Trek) è atterrato in Texas. È diventato l’uomo più anziano ad essere stato in orbita: «Dovrebbero farlo tutti». E magari avrà pure dato dei consigli al resto dell’equipaggio, dicendo cose di questo tipo: «Non accetti promozioni, non accetti trasferimenti e non accetti niente che la porti via dal ponte di comando: perché, finché è là, può fare la differenza». E aggiungendo, probabilmente: «Se Spock fosse qui con noi? Direbbe che solo un essere umano, illogico e irrazionale, accetterebbe una missione del genere». Diavolo di un Capitano Kirk, alias William Shatner, che alla veneranda età di 90 anni suonati c’è riuscito davvero a fare ciò che un essere umano riuscirebbe difficilmente a realizzare. Figuriamoci se molto in là negli anni. «È stata un’esperienza incredibile che tutti dovrebbero fare — ha dichiarato commosso Shatner appena uscito dalla navetta —. Un’emozione più profonda di quanto potessi immaginare: non voglio dimenticare quello che provo ora, vorrei poterlo comunicare e condividere il più possibile». Ma lui è il Capitano Kirk, della nave stellare Enterprise, del telefilm Star Trek, trasmesso in America a partire dal 1966, tre anni prima dell’allunaggio americano. Il divo canadese Shatner è atterrato poco dopo le 17,00 (ora italiana) nel deserto texano, a bordo della capsula «New Shepard» della compagnia Blue Origin del magnate Jeff Bezos, dopo un volo di circa undici minuti, di cui tre in condizione di micro-gravità. A bordo con il «Capitano», l’equipaggio era formato da altri tre passeggeri: il vicepresidente della missione di Blue Origin Audrey Powers, il co-fondatore della compagnia di osservazione terrestre Planet Lab Chris Boshuizen, e Glen de Vries, co-fondatore di un'azienda di software francesi. E così, il buon vecchio William è riuscito anche nell’impresa di passare alla storia come il più anziano astronauta di tutti i tempi, superando la pioniera dell'aviazione, l’82enne Wally Funk, in orbita il 20 luglio scorso insieme a Bezos in persona, in compagnia del fratello Mark, e del giovanissimo studente olandese, l’appena diciottenne Oliver Daemen. È stato lo stesso Bezos ad accompagnare l’equipaggio fin sopra alla rampa di lancio (avvenuto a due passi da Van Horn, in Texas) assicurandosi che le cinture fossero agganciate bene e che il portellone fosse ermeticamente chiuso. E poi, come da tradizione, ha suonato la campanellina per i saluti. Sì, chi era presente giura di aver visto una immagine più da cartoon alla Simpson che da missione eroica. Ma tanto ci ha pensato il buon vecchio «Kirk», con casco in mano, a creare l’atmosfera delle grandi occasioni, lanciandosi in più di una solenne dichiarazione: «Le cose che ho solo interpretato da attore, le potrò provare in prima persona. Al ritorno voglio raccontarvi come mi sono sentito davvero quando ho visto le cose che abbiamo studiato in modo indiretto. Ragazzi, stavolta vado nello Spazio in prima persona». Belle parole. Pompose quanto si vuole, ma all’altezza delle motivazioni della Nasa in occasione del conferimento all’attore della medaglia d’onore: «Per la generosità eccezionale e la dedizione ad ispirare nuove generazioni di esploratori di tutto il mondo, oltre all’incrollabile sostegno alla Nasa ed alle sue missioni di scoperta». Era il 2014, e James Kirk- William Shatner non avrebbe mai sognato di interpretare realmente nello Spazio la parte del capitano. A 90 anni, poi. Complimenti, Mister Kirk.

 Da tgcom24.mediaset.it il 14 ottobre 2021. Missione compiuta: il capitano James T. Kirk di "Star Trek", ovvero l'attore William Shatner, ha effettuato il suo volo nello spazio. Un volo da record visto che i suoi 90 anni è il più anziano di sempre. Shatner, con i suoi tre compagni di viaggio ha volato a bordo della Blue Origin di Jeff Bezos: dieci minuti in orbita e un atterraggio perfetto. Il veicolo spaziale, del tutto automatico, ha raggiunto un'altitudine di circa 106 chilometri sul deserto del Texas occidentale per poi ridiscendere frenato da alcuni paracadute. Insieme a Shatner c'erano Audrey Powers, vicepresidente di Blue Origin ed ex controllore di volo della stazione spaziale per la Nasa, e due clienti paganti: Chris Boshuizen, un ex ingegnere della Nasa, e Glen de Vries, di una società di software 3D. Blue Origin non divulga il costo dei biglietti per il viaggio spaziale. Di certo, pare che Shatner non abbia pagato, visto che il fondatore di Amazon è un grande fan di "Star Trek" e avrebbe invitato l'attore personalmente. Al ritorno, sano e salvo, sulla Terra, Shatner è apparso euforico, elettrizzato e anche un po' commosso. «Hai fatto qualcosa, spero di non riprendermi mai più da tutto questo», ha detto a Bezos che lo aspettava fuori dalla capsula. «Mi hai regalato l'esperienza più profonda della mia vita. Chiunque nel mondo deve farlo, tutti devono vedere. E' incredibile», ha aggiunto, raccontando che durante il volo, mentre viaggiava dal cielo azzurro all'oscurità dello spazio, si è chiesto se fosse così la morte.

Lo Spazio è un'odissea tra "capitano Kirk", Paperoni e basi lunari. Massimiliano Parente il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale.  William Shatner, 90enne, l'eroe di Star Trek, vola in orbita con Bezos. Ma è solo show. Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell'astronave Enterprise diretta all'esplorazione di nuovi mondi», avete presente no? Devo dire che mi sono venuti i brividi. Cioè, è passato più di mezzo secolo dalla prima puntata di Star Trek, la serie di fantascienza più famosa di sempre, e gli anni sono passati anche per l'ormai mitico capitano Kirk, ossia William Shatner, che oggi ha novant'anni, e ieri è andato nello spazio sul serio, una figata. Tutto ciò grazie a Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo, che se con Amazon vi porta a casa quello che volete, con Blue Origin vi porta per dieci minuti nello spazio, e mandarci il capitano Kirk è un bel colpo di scena. Fa una certa impressione pensare a Shatner che guarderà la Terra dall'alto come fosse davvero sull'Enterprise, farà impressione allo stesso Shatner (non penso se la faccia sotto, alla sua età si è abituati a tutto), forse fa meno impressione la notizia del viaggio in sé (il costo del biglietto è ancora segreto, ma bisogna essere milionari per poterselo permettere), ci siamo abituati un po' a tutto, senza rendercene conto. Anche perché la scienza va avanti, e la fantascienza ha anticipato spesso i tempi, a volte con troppo ottimismo, ma ci stiamo arrivando. Pensate a 2001 Odissea nello spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick realizzato nel 1968 (sì, l'anno dello sbarco sulla Luna, e in effetti all'epoca si poteva pensare: se nel 1968 siamo sulla Luna, nel 2001 dove saremo? Purtroppo solo a vedere due aerei che si schiantavano sulle Torri gemelle guidati da terroristi islamici). Vi ricordate Spazio 1999? Beh, siamo nel 2021 e non abbiamo ancora messo delle basi sulla Luna (anzi, dopo le missioni del programma Apollo non ci siamo più tornati, costava troppo), e lì il comandante (della base lunare Alpha) era John Koning, interpretato da Martin Landau, che però è morto nel 2017 e non potrà provare anche lui il brivido di essere nello spazio. Di sicuro se lo sarebbe aggiudicato non tanto Jeff Bezos ma il suo rivale Elon Musk, il quale punta dritto su Marte ma in realtà anche alla Luna, visto che la Nasa ha scelto la Space X di Musk per il suo programma Artemis, che si propone di costruire basi sulla Luna, proprio come in Spazio 1999, sebbene con la solita retorica femminista, «porteremo la prima donna sulla Luna» (comunque non una cattiva idea, potremmo mandarci la Boldrini o la Murgia o entrambe, a me non parrebbe vero). Il turismo spaziale, in ogni caso, tra poco anni sarà all'ordine del giorno e alla portata di tutti. «Dove vai in vacanza?». «Volevo farmi un giro intorno a Venere e poi fermarmi nell'astronave orbitante a Venere, dove hanno aperto uno Starbucks che fa dei cappuccini veramente spaziali». Infine tecnicamente, lo dico per i pignoli, nessun essere umano è mai andato nello spazio dopo le missioni Apollo, sebbene abbiamo i nostri astronauti, da Luca Parmitano a Samantha Cristoforetti che vanno in giro a pubblicare libri e rilasciare interviste sulle loro incredibili vite da astronauti (tipo su come hanno fatto la pizza e la pipì in assenza di gravità, sebbene anche lì la gravità c'è ma non si vede, è solo il 5% meno di terrestre). La ISS, cioè la Stazione Spaziale Internazionale, è ancora in orbita terrestre bassa (quattrocento chilometri dalla Terra, mentre nei viaggi di Bezos si arriva a cento chilometri), protetta dalle radiazioni (lo spazio è cancerogeno) dal campo magnetico terrestre, quindi l'unico vero astronauta più anziano vivente a essere stato nello spazio è il novantenne Buzz Aldrin, che mise piede sulla Luna (distante 384mila di chilometri) insieme a Neil Armstrong. Però, anche se non è proprio lo spazio, il capitano Kirk sulla navicella di Bezos è fantastico. Anche perché in genere a novant'anni, al massimo, ci aspetta un'odissea nell'ospizio. Massimiliano Parente

Roberto Vittori. “Quarta volta nello spazio per Roberto Vittori”: l’astronauta italiano verso il record. Matteo Marini su La Repubblica il 26 ottobre 2021. A 57 anni, è stato per la prima volta nello spazio nel 2002, a bordo di una Soyuz. Poi di nuovo nel 2005 e  nel 2011 con lo Space shuttle Endeavour. Ora L’Agenzia spaziale italiana lo ha candidato per una nuova missione. L'Agenzia spaziale italiana (Asi) ha candidato l'astronauta italiano dell'Esa Roberto Vittori per una nuova missione sulla Stazione spaziale internazionale (Iss). Se riuscisse a tornare lassù diventerebbe, alle soglie dei 60 anni, il primo astronauta italiano per numero di missioni (quattro, anche se brevi), e il primo, ma a questo punto anche l'unico, a schizzare verso l'orbita su tre veicoli differenti.

Paolo Nespoli. Elvira Serra per il "Corriere della Sera" il 24 settembre 2021. Superman ha smesso di volare il 28 novembre dello scorso anno. È cominciato tutto con una stanchezza formidabile. Poi i controlli di routine, la Tac alla testa. C'era una macchia. Tre giorni dopo, la risonanza magnetica riconosce il tumore. La biopsia gli dà nome e cognome: linfoma B al cervello. Per l'astronauta di Verano Brianza che ha trascorso in orbita 313 giorni, due ore e 36 minuti, comincia un nuovo viaggio, terrestre, durissimo: prima la chemioterapia, nel mezzo la riabilitazione per ricominciare a camminare, ad agosto l'autotrapianto di cellule staminali. Accanto a lui quattro medici, preziosissimi, con i loro team: Alessandro Perin e Antonio Silvani del Besta di Milano, Giuliano Zebellin dell'Auxologico Capitanio e Andrés José María Ferreri del San Raffaele. Oggi alle 11 Paolo Nespoli ritorna a parlare in pubblico, all'Italian Tech Week di Torino. È dimagrito, cammina piano, continua a guardare avanti. Ha fiducia nel futuro.

Ingegnere, cosa ha pensato quando il neurochirurgo le ha riferito l'esito della biopsia?

«Confesso di non aver pensato molto... So solo che il medico ha detto che c'erano buone probabilità di cura, non dico di guarigione. Quindi gli ho risposto: facciamo tutto quello che c'è da fare». 

Ha mai temuto di non farcela?

«No, di non farcela mai. Però forse avevo sottovalutato la pesantezza delle cure». 

Quali sono stati i momenti più difficili?

«A parte quelli iniziali, dove capivo poco quello che stava succedendo, quando ne ho preso coscienza ho cominciato ad avere una serie di effetti collaterali legati alla terapia. Forse il momento più duro è stato l'isolamento di 23 giorni durante l'ultimo ricovero per l'autotrapianto, al San Raffaele». 

Che effetto le ha fatto vedere trasformarsi il suo corpo?

«Ho sempre pensato che sarebbe stata una cosa passeggera e che bisognasse portare pazienza, che alla fine di questa cosa sarei tornato come prima. Ora mi rendo conto che forse non tornerò mai come prima, ma credo di avere buone chance di rimettermi a posto».

Cosa le ha dato più forza in questi mesi?

«Ho cercato di applicare lo stesso metodo che applicavo prima con le cose più difficili, quando mi addestravo. Cioè non pensavo che mancava 100 per finire, ma vivevo un giorno alla volta, un pezzettino alla volta, in modo da non lasciarmi spaventare da quello che avevo ancora davanti». 

Era spaventato?

«Spaventato forse no... Però certi giorni mi sarebbe piaciuto che fosse tutto più chiaro e preciso come una lista di addestramento ed esami, che quando ne fai uno poi passi al successivo. Questa certezza, con le cure, non l'ho mai avuta. È una questione medica, dove le certezze sono relative».

Ha avuto paura di non vedere crescere i suoi figli?

«Il fatto che i figli crescono ti dà un senso del tempo che passa. A me piacerebbe vederli crescere, ma se non ci sarò so che potranno crescere bene, per cui l'importante è che loro possano farlo». 

Mentre era all'ospedale ripensava alle sue missioni sulla Stazione spaziale internazionale?

«Sì e no, non era un pensiero fisso. Mi ritornavano in mente le cose della mia vita, la mia giovinezza, l'Esercito, l'università in America, l'attività di ingegnere all'Esa, la vita nella Stazione spaziale...».

In queste ultime settimane, dei civili sono andati in orbita con Jeff Bezos e Elon Musk. Che effetto le fa sentirli chiamare astronauti?

«Ho sempre pensato che fosse un peccato precludere lo Spazio alla stragrande maggioranza delle persone sulla Terra e sono convinto che tutti dovrebbero provare questa esperienza dell'assenza di gravità e vedere il nostro bellissimo pianeta da lassù, perché sono cose che ti cambiano dentro. Ma non diventi astronauta solo per aver superato la linea di Kármán. Se compri un volo Milano-New York non diventi automaticamente pilota del jumbo jet, resti un passeggero: per diventar pilota c'è una strada lunga da fare e lo stesso vale per l'astronauta. Quindi sarei contrario alla definizione applicata a chi supera una certa altezza, senza togliere niente ai civili che fanno questa scelta coraggiosa». 

E lei viaggerebbe con Bezos o con Musk?

«Io ho fatto esperienze sia sullo Shuttle che sullo Soyuz. Se mi venisse data qualsiasi opportunità con l'uno o con l'altro la prenderei senza battere ciglio, anzi, ringrazierei moltissimo». 

Se le dico futuro?

«Io mi sento alla fine di un tunnel, guardo avanti e vedo la luce. Non mi aspetto di ritornare normale, ma con la maggior parte della capacità che avevo prima, per continuare a viaggiare, a fare le conferenze, a parlare con i ragazzi, a spronarli a fare l'impossibile. Vedo queste cose nel mio futuro».

L'uomo delle stelle. Chi è Paolo Nespoli, l’astronauta e la sua lotta contro un tumore al cervello: “Mi sento alla fine di un tunnel”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 24 Settembre 2021. Paolo Nespoli è stato salutato con un lunghissimo applauso alla Italian Tech Week a Torino. È astronauta, ingegnere e militare italiano. È stato tre volte sulla Stazione Spaziale Internazionale. È uno dei simboli degli italiani che studiano e scoprono le stelle. A emozionare – oltre al coinvolgente intervento sulla space economy – la rivelazione dell’astronauta che ha raccontato di essere malato di un tumore al cervello. “Ho sempre pensato che sarebbe stata una cosa passeggera e che bisognasse portare pazienza, che alla fine di questa cosa sarei tornato come prima. Ora mi rendo conto che forse non tornerò mai come prima, ma credo di avere buone chance di rimettermi a posto”, ha detto in un’intervista a Il Corriere della Sera. Classe 1997, diplomato a Desio al liceo scientifico, ha studiato alla scuola di paracadutismo di Pisa e ha ottenuto un Bachelor of Science in Aerospace Engineering a New York e in Aeronautic and Astronautics al Politecnico della New York University. Si è anche laureato in ingegneria meccanica all’Università degli studi di Firenze. È entrato all’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea nel 1991. Nei primi anni ’80, e non parlava né l’inglese né era laureato, fu esortato a continuare a lavorare per diventare astronauta dalla giornalista e scrittrice Oriana Fallaci e quindi è entrata nel suo romanzo Insciallah come il personaggio di Angelo. In tutto ha passato, nelle tre missioni del 2007, del 2010 e del 2017, 313 giorni, 2 ore e 36 minuti nello spazio. “Ho cercato di applicare lo stesso metodo che applicavo prima con le cose più difficili, quando mi addestravo – ha raccontato a Il Corriere – Cioè non pensavo che mancava 100 per finire, ma vivevo un giorno alla volta, un pezzettino alla volta, in modo da non lasciarmi spaventare da quello che avevo ancora davanti”. Nespoli ha anche pubblicato un libro, Dall’alto i problemi sembrano più piccoli, edito da Mondadori. È perfino diventato un personaggio di Topolino, Paolo Nexp. Il suo ultimo volo il 28 novembre dell’anno scorso. Poi una tac alla testa ha scoperto un tumore al cervello: linfoma B cerebrale. “Io mi sento alla fine di un tunnel, guardo avanti e vedo la luce. Non mi aspetto di ritornare normale, ma con la maggior parte della capacità che avevo prima, per continuare a viaggiare, a fare le conferenze, a parlare con i ragazzi, a spronarli a fare l’impossibile. Vedo queste cose nel mio futuro”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Francesca De Martino per “il Giornale” il 3 magio 2021. Missione compiuta per SpaceX e Nasa. La capsula Crew Dragon ha riportato sulla terra, e in sicurezza, quattro astronauti dopo un viaggio di sei mesi nello spazio. Ed è ammarata in pieno buio a largo delle coste della Florida senza nessun contrattempo, nella notte tra sabato e domenica, sostenuta da quattro paracaduti. Ma un recupero in mare di una navicella in piena notte, così esemplare e senza intoppi, non avveniva dall'Apollo 8, l'equipaggio che orbitò per primo intorno alla Luna nel 1968. Non solo una spedizione riuscita, ma un bel colpo per l'azienda aerospaziale SpaceX fondata dal milionario Elon Musk, che rafforza sempre di più il suo legame con la Nasa. «Bentornati a Terra!», ha infatti esultato l'azienda con un post su Twitter appena dopo l'ammaraggio della navicella. La Crew Dragon si era staccata dalla Stazione Spaziale Internazionale alle 20,35 (le 2,35 in Italia) e ha impiegato circa sei ore e mezza per ammarare nel Golfo del Messico, al largo della costa di Panama City, in Florida. È arrivata alle 8,57 ora italiana e tutto è stato ripreso e condiviso sui social dalla Nasa. Gli astronauti Michael Hopkins, Victor Glover e Shannon Walker della Nasa e il giapponese Soichi Noguchi della Japan Aerospace Exploration Agency hanno condiviso il viaggio di ritorno nella stessa capsula di nove metri quadrati, di nome Resilience, con cui erano partiti dal Kennedy Space Center il 17 novembre. Il veicolo di Musk, fatto con un design a capsule, si è evoluto da un precedente veicolo spaziale, il Dragon 1, lanciato venti volte in missioni per consegnare merci all'Iss. La missione è durata 167 giorni ed è la più lunga mai organizzata dagli Stati Uniti. Il record precedente di 84 giorni era stato raggiunto dall'equipaggio della stazione Skylab nel 1974. La capsula è stata trasportata da una nave, dove i quattro astronauti hanno trovato ad attenderli una squadra di medici pronti ad assisterli per il duro ritorno alla gravità. Un elicottero poi li ha portati sulla terraferma dove un altro aereo ha fatto fare loro ritorno a Houston, sede della Nasa. Per eventuali emergenze erano stati segnalati anche altri siti. Steve Stich, il capo del programma di voli commerciali della Nasa, aveva infatti assicurato poco prima della partenza: «Siamo addestrati a recuperare gli equipaggi giorno e notte. Le navi di SpaceX possono raggiungere la capsula circa dieci minuti dopo l'atterraggio».  Il primo a uscire dalla capsula è stato Hopkins. «È incredibile ciò che si può ottenere quando le persone si uniscono», ha detto ai controllori di volo di Space. Insomma, una bella occasione riuscita per un'azienda privata e soprattutto per l'imprenditore visionario Elon Musk, 49 anni, candidato a diventare l'imperatore dello Spazio per i suoi ambiziosi progetti che mirano a sviluppare internet ad alta velocità e voli con destinazione «cosmo» legati al turismo. Anche se, dall'altro lato ha un rivale non da poco e con gli stessi obiettivi: il multimiliardario Jeff Bezos, 59 anni, e fondatore del gruppo Blue Origin. Il primo vanta un capitale di 167 miliardi di dollari, il secondo di ben 202 miliardi (il più ricco del mondo). Il ruolo strategico della SpaceX ha restituito un gran prestigio agli Stati Uniti, che sono riusciti a portare ancora una volta uomini nello spazio e non succedeva dallo Space Shuttle del 2011. Ed è un traguardo che mette in discussione i rapporti spaziali tra Russia e Usa e mette fine al monopolio Russo. Crew Dragon è ufficialmente il secondo mezzo in grado di raggiungere la Iss oltre alla classica Soyuz russa.

L'audace colpo della Cia: quando le spie americane rubarono la sonda sovietica. Lorenzo Vita il 3 Maggio 2021 su Il Giornale. L'operazione per rubare i segreti del programma Luna è una delle storie più straordinarie dell'era dello spionaggio della Guerra Fredda. Alla fine degli Anni Cinquanta del secolo scorso, l'Unione Sovietica appariva come la vera superpotenza nella corsa allo spazio. Washington sapeva che a Mosca facevano sul serio. Il presidente Eisenhower riceveva continuamente rapporti della Cia in cui si segnalavano i progressi dei comunisti nella corsa allo spazio. Un timore fondato: l'Urss aveva intrapreso da anni un programma di sviluppo tecnologico che faceva tremare i palazzi americani, tanto che ormai negli Stati Uniti era di moda parlare di "Missile gap", quella sensazione di divario crescente che metteva in serio pericolo le certezze dell'Occidente.

La leggenda negli archivi della Cia. Tra gli archivi della Cia - ovviamente nella parte descretata nel corso di questi ultimi anni - c'è una serie di rapporti che parla proprio di questa guerra tecnologica. Sabotaggi, missioni "impossibili" degne di film, rapporto inviati a Washington per i presidenti. Ma c'è una storia, in particolare, che sembra davvero uscire da una pellicola di 007: il "rapimento" di una sonda del programma Lunik. Non possiamo sapere né la data né il luogo. È una storia avvolta nella leggenda, tanto che molti non credevano neppure nella sua esistenza. Sappiamo solo che in un giorno imprecisato tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 in un luogo altrettanto imprecisato del mondo, un gruppo di spie americane fecero quello che nessuno era mai stato in grado di realizzare: rubare i segreti del programma spaziale del Cremlino. L'articolo pubblicato dalla rivista di studi della Cia nel 1967 parla di un evento avvenuto "qualche anno fa", quindi è probabile che fossimo nella fase più importante del programma lunare di Mosca. Ma sul luogo c' ancora più incertezza: a quell'epoca, l'Urss inviò in giro per il mondo un modello del Luna (il vettore per il satellite della Terra) per mostrare i traguardi raggiungi dalla tecnologia sovietica, e c'è chi giura che l'episodio sia avvenuto addirittura in Messico.

La questione di orgoglio. Le spie americane avevano subito messo gli occhi su quel Luna che girava in un vero e proprio tour mondiale per mostrare le mirabolanti imprese dei sovietici. All'inizio nessuno a Washington credeva che fosse una sonda vera, ma i primi cablogrammi inviati dalle città che venivano raggiunte dalla propaganda sovietica non lasciavano dubbi: quello era proprio il più grande problema del programma spaziale americano. E girava indisturbato per il mondo con una guardia di soldati di Mosca a fargli da scorta. Per la Cia la questione era di primaria importanza. Non si trattava soltanto di una questione di paura e di progresso tecnologico ma anche di orgoglio. Nessuno poteva accettare che i sovietici fossero così avanti mentre l'Occidente guardava agli Stati Uniti come al grande faro della modernità. Così quel Luna, schiaffo di propaganda e di orgoglio, diventò immediatamente l'obiettivo. Andava capito cosa fosse, cosa ci fosse dentro e soprattutto farlo sotto il naso dell'Urss in una missione pressoché impossibile, carpendo ogni singolo segreto. L'operazione non era semplice. Come rubare i segreti a una sonda protetta 24 ore su 24 dalle guardie di Mosca? Le indagini durarono giorni finché dal luogo imprecisato arrivò una notizia: per spostarsi da una città all'altra il percorso della sonda prevedeva un passaggio in un camion e l'arrivo nella più vicina stazione ferroviaria. Impossibile intrufolarsi in treno, ma forse sarebbe stato più semplice farlo con l'autocarro. Il controllo sovietico prevedeva semplicemente che arrivasse il giusto numero di casse nella stazione: nessuno avrebbe controllato il contenuto, sicuro che le guardie che lo avevano preceduto avessero svolto il loro compito. Dopo numerosi briefing tra agenti, ex agenti, capi della Cia e i migliori funzionari della sicurezza Usa, i file dell'intelligence Usa ci dicono che giunse l'ordine di dare il via all'operazione. L'America avrebbe dirottato il camion con la sonda e rubato i segreti dell'Unione Sovietica.

Inizia l'operazione. Gli agenti in borghese iniziarono a seguire la cassa contente il satellite. Le spie si guardarono intorno ma non sembrava esserci alcun servizio di guardia in più del solito. Forse proprio per non destare sospetti, i sovietici mandavano in giro quel gioiello della tecnologia in un'anonima cassa di legno con qualche simbolo disegnato sul bordo. Il camion si avvicinava lentamente alla stazione ferroviaria quando le spie americane entrarono in azione. L'autista venne fermato e condotto all'albergo più vicino. E c'è chi dice con le buone (qualcuno parla di alcol e prostitute e fiumi di dollari), altri dicono decisamente con le cattive. Quello che è certo è che in pochi secondi un agente della Cia era a bordo del camion e poteva guidare il veicolo lontano dalla rotta prestabilita: in un vecchio cantiere circondato da un muro abbastanza alto da tenere lontani gli occhi indiscreti del Kgb. Per qualche minuto interminabile, gli agenti statunitensi aspettarono di vedere arrivare qualche sovietico: ma apparentemente nessuno si era accorto del ritardo del Lunik. Il camion contenente la navicella era l'ultimo ad aver lasciato la mostra. Ma era possibile che molti del servizio russo non lo sapessero.

Foto, sigilli e fuga. Gli 007 americani iniziarono ad aggirarsi intorno alla cassa. La missione era estremamente difficile. Non si trattava solo di smontare l'involucro di legno fotografare e richiuderlo. In pochi minuti gli agenti della Cia avrebbero dovuto aprire la cassa, fotografare la sonda, smontarla, fotografare tutte le apparecchiature e rimontare tutto come se nulla fosse. Fu una notte lunghissima. I lavori sulla cassa iniziarono intorno alle sette di sera e si conclusero alle 5 del mattino. Un agente, con la torcia, illuminava la sonda mentre altri fotografavano a più non posso sperando che le immagini fossero abbastanza nitide. Non c'era alternativa: la missione era unica, non ci sarebbero state altre occasioni per osservare così da vicino il Lunik. Le spie fotografarono tutto, dai bulloni al serbatoio a ogni pezzo dell'area del motore (che però non era presente all'interno della cassa). Furono addirittura richieste le sapienti mani di un agente Cia sul luogo per riprodurre sul momento un simbolo sovietico su un sigillo di plastica che si era rotto per aprire un vano. Niente doveva far credere che quella cassa fosse stata aperta da agenti nemici. Poi, a notte fonda prima delle luci dell'alba, gli agenti ripresero il vecchio autista, probabilmente carico di alcol o di soldi, e lo rimisero al loro posto. In pochi minuti, tolsero il grosso telo dalla cassa, fecero ripartire lentamente il camion, lo rimisero sul tracciato originale. E l'autista portò la sonda Luna a destinazione senza che i sovietici si accorgessero di nulla. Almeno fino a quel momento. Probabilmente dopo qualche minuto Mosca già avrebbe saputo dell'agguato notturno, ma era impossibile avvertire qualcuno per agire in tempo. O forse l'apparato di sicurezza locale era decisamente inadeguato e il Cremlino aveva paura che accadesse l'irreparabile. Sta di fatto che l'Urss si risvegliò con un grosso segreto rubato, mentre gli Stati Uniti con uno dei migliori trofei di caccia della storia del suo spionaggio. Da quel momento la corsa allo spazio sarebbe cambiata totalmente.

Tra storia e leggende, tutto quello che non sapevi sulla Luna. Tiziano Bernard il 14 Aprile 2021 su Il Giornale. "O graziosa luna, io mi rammendo…" sono le celebri prime righe della poesia di Leopardi Alla Luna. Non c’è simbolo più presente nella nostra vita della Luna. Appare puntualmente ogni sera e ci illumina l’esistenza suscitando le più grandi fantasie poetiche. Ma che cos’è, infatti, la Luna? Da dove viene? Cosa comporta per noi sulla Terra? Certamente, non si tratta solo di un artefatto celeste che ha ispirato alcuni tra i più grandi pensatori dell’umanità ma si tratta anche di un oggetto che influenza il nostro pianeta nella quotidianità. È un simbolo universale che genera emozioni di fantasia, di amore, e di ingegno. Ci accompagna nelle nostre passeggiate notturne e molto spesso ci induce a pensare, a riflettere, e, se fortunati, a prendere buone decisioni. Non c’è forse cosa più romantica che camminare con chi si ama al suo chiarore. Eh già, sto parlando della nostra grande e bellissima Luna. La Luna è un corpo celeste che orbita attorno al nostro pianeta. Un satellite, appunto. Con il termine satellite si indica spesso un oggetto creato dall’uomo e poi lanciato in orbita per svolgere vari compiti: satelliti di comunicazione, navigazione ed altro. Questi sono però satelliti “artificiali” e la Luna, invece è un satellite “naturale”. Essa ruota in sincronia con la Terra, limitandoci a vederne solamente un lato. Ecco il perché dell’espressione “the dark side of the moon” (ripresa anche dai Pink Floyd per il loro celebre disco): un lato della superficie lunare non è mai visibile dal nostro pianeta. La luna è visibile quando la luce del sole la illumina e riflette la luce ai nostri occhi. Quindi durante la nostra notte, quando il sole è dietro al nostro pianeta, la Luna si illumina, rendendosi visibile. Le varie fasi lunari sono invece dettate dal moto di rivoluzione del satellite e la relativa posizione tra la Terra ed il Sole. Le fasi sono otto (quattro fondamentali e quattro intermedie): luna (1) nuova, (2) crescente, (3) primo quarto, (4) gibbosa crescente, (5) piena, (6) gibbosa calante, (7) ultimo quarto e (8) calante. Questo vale per l’emisfero boreale, cioè una visione della Terra dall’alto guardando il Polo Nord. Per l’emisfero Australe, le fasi sono invertite perché viste “a testa in giù”! Nell’esempio della grafica sotto, vediamo come la luna nuova (1) riceve luce da sole solamente al lato opposto al nostro. Dalla terra non possiamo quindi vederla. Nell’esempio della luna piena (5), essa riceve la luce dal sole ed è a noi visibile. Per i casi (2) a (4) e (6) a (8), invece, vediamo solo degli spicchi. La Luna, come accade con molti corpi celesti, percorre un’orbita ellittica (non circolare) dando spesso l’illusione che il diametro cambi. D’altronde per trovare un equilibrio naturale nell’universo anche la Luna deve escogitare qualche trucco. La Luna segue delle chiari leggi astronomiche che governano il suo movimento e ne hanno dettato la sua evoluzione.

Le origini della Luna. Non si sa per certo come la Luna sia nata. La teoria più accettata è di una grande collisione tra la Terra e un altro pianeta dalle dimensioni paragonabili a Marte. Questa collisione, circa 4,5 miliardi di anni fa, avrebbe causato detriti che con il tempo avrebbero formato il nostro satellite naturale. All’inizio la Luna sarebbe stata in stato fuso (rocce sciolte da grandi temperature e pressioni formando magma) e in appena un centinaio di milioni di anni il magma si sarebbe cristallizzato per formare l’attuale superficie.

Durante questo processo, mentre la Luna era ancora una “palla di magma”, le sostanze più dense (e quindi pesanti) sarebbero sprofondate verso il centro, mentre quelle più leggere sarebbero emerse verso la superficie. La Luna è infatti composta da più strati come nel grafico in basso. Al centro c’è un nucleo metallico solido composto principalmente da ferro e nickel che copre un diametro di circa 160km. Segue uno strato fuso e parzialmente fuso di circa 350km sotto un altro strato del mantello inferiore parzialmente fuso (circa 590km). Si raggiunge poi il mantello (circa 2350km) e la crosta lunare che copre appena circa 50km. Una curiosità molto interessante sulla profondità della crosta lunare è che è più sottile sul lato che guarda la Terra e più spessa dall’altro. Ci sono infatti varie differenze tra le due facciate, sia dal punto di vista geometrico che di composizione. La facciata più vicina alla Terra è molto più ricca di potassio, fosforo ed altri materiali detti “terre rare” (rare earth elements), indicando una tardiva cristallizzazione. Secondo due famosi scienziati, Martin Jutzi (Università di Berna) e Erik Asphaug (Università dell'Arizona), questo fenomeno potrebbe essere attribuito ad una collisione con un altro corpo celeste: una seconda Luna. Questa teoria, spiegata in dettaglio nel libro di Erik Asphaug Quando la Terra aveva due lune - La storia dimenticata del cielo notturno, racconta di una seconda Luna di dimensioni molto inferiori (circa 1000km in diametro) che potrebbe essere esistita assieme al nostro attuale satellite. Nel giro di decine di milioni di anni questi due corpi si sarebbero allontanati dalla Terra fino al punto di entrare in collisione. Dato che entrambe le lune avrebbero avuto la stessa orbita, la collisione sarebbe stata alquanto indolore, causando solamente l’asimmetria presente ora sulla nostra Luna. È una teoria che è stata definita “elegante e provocante” da altri grandi nomi quale Peter Schultz della Brown University in Providence (Rhode Island, Usa). Le teorie sull’incipit del nostro satellite rimangono quindi solo teorie. Però con i prossimi voli spaziali verso la Luna chissà che non si riesca a fare luce sul mistero.

Le influenze terrestri: scienza e spiritualità. La Luna è inoltre responsabile per vari fenomeni ed influenze presenti sulla Terra. Il più famoso è senza dubbio la marea. Chi ha vissuto sulla costa della nostra penisola italica non può non aver mai notato gli effetti della marea. Il ciclico alzamento ed abbassamento delle acque è dovuto alle forze di gravità combinate del sole (da una parte) e della Luna (dall’altra). Come mostra la grafica sotto, il nostro satellite e la nostra stella, con la loro gravità, attraggono i mari verso di se rendendo la distribuzione ineguale. Inoltre, il calendario gregoriano, cioè il calendario solare usato da quasi tutti i Paesi del mondo, fu derivato dal mese sinodico (completo ciclo lunare di 29 giorni). Fu introdotto nel 1582 per volontà di papa Gregorio XIII (1501-1585) con la bolla papale Inter gravissimas che pose fine al calendario Giuliano. Nell’ambito spirituale o religioso la Luna ha ispirato molte culture ed ideologie passate ma anche presenti. Il nuovo libro di Fatoumata Kébé, Il Libro della Luna - Storia, miti e leggende racconta molte di queste influenze. Da migliaia di anni essa rappresenta la femminilità, o meglio l’energia femminile. Non per altro rappresenta anche la nascita, la saggezza, l’intuizione, il ciclo della vita. Ecco perché alcuni gruppi di natura spirituale usano il termine “polarità lunare” (al contrario della “polarità solare” che è maschile). Il ciclo della Luna non può che non ricordare il ciclo della vita: da crescente, a piena, a calante. In un rituale Wicca, per esempio, la Somma Sacerdotessa chiede alla Dea (cioè alla Luna, spesso rappresentata dalle “tre Lune”) di prendere possesso del suo corpo per impartire saggezza e messaggi. Per di più si può attribuire il fascino degli antichi per la Luna alla sua natura ciclica. Si poteva trovare un parallelo con le stagioni e quindi anche a fenomeni connessi all’agricoltura quali pioggia, fertilità e molti altri. Nel cristianesimo, invece, la Luna non ha alcuna rappresentazione mitologica. Ha un valore appunto pratico (come il calendario) ma non rappresenta alcuna ragione di culto o adorazione. La Luna ha quindi influenzato la nostra esistenza sin dall’inizio dei tempi. Che sia con una presenza folcloristica come i lupi mannari, una presenza spirituale come la Dea della femminilità o semplicemente un corpo celeste da ammirare con i propri cari, le dobbiamo sicuramente molto. "Non giurare sulla luna, l’incostante luna che si trasforma ogni mese nella sua sfera, per paura che anche il tuo amore si dimostri, come la stessa luna, mutevole" , scriveva d'altronde Shakespere in Romeo e Giulietta.

Tiziano Bernard. Sono nato a Trieste, una città giuliana sul Mare Adriatico nel 1992. Da mia madre pianista ho ereditato il lato artistico studiando violino al conservatorio Tartini di Trieste e da mio padre biologo ho assorbito la mentalità razionale e scientifica che mi ha portato a  diventare ingegnere aerospaziale e pilota. Dopo un’istruzione all’International School of Trieste.

Dagospia il 12 aprile 2021. Ryan Morrison per Mailonline. Sono volati 60 anni da quando il cosmonauta russo Yuri Gagarin è diventato il primo essere umano ad avventurarsi nello spazio. Per l'occasione persone, agenzie spaziali e governi di tutto il mondo celebrano la Giornata internazionale del volo spaziale umano in suo onore. Il 12 aprile 1961, dal cosmodromo di Baikonur, il 27enne Gagarin salì nella sua capsula Vostok 1, pronto per il volo di 108 minuti, gridando "Poyekhali!" - 'Si parte!' - mentre i razzi lo sparavano nello spazio. Gagarin diventò una celebrità internazionale dopo il suo viaggio nello spazio, girando per il mondo, tenendo discorsi, interviste e firmando autografi, per celebrare la sua storica missione, ma soprattutto cementò la supremazia sovietica nello spazio fino a quando gli Stati Uniti non misero un uomo sulla luna più di otto anni dopo. Una volta atterrato, Gagarin fu trasportato in aereo a Mosca per ricevere il benvenuto di un eroe, salutato dal leader sovietico Nikita Khrushchev e accolto da folle entusiaste che acclamavano il suo volo come un trionfo alla pari della vittoria nella seconda guerra mondiale. Nato nel 1934 nel villaggio di Klushino, vicino a Gzhatsk, Gagarin fu selezionato per il programma di volo spaziale con equipaggio Vostok dopo essere stato sottoposto a test fisici e psicologici a Mosca. Per adattarsi alla capsula, il cosmonauta non doveva essere più alto di metro e 70 e pesare meno di 72 kili, Gagarin era alto un metro e 58. Morì nel 1968 all'età di 34 anni - l’anno prima che Neil Armstrong diventasse il primo essere umano a camminare sulla superficie della luna - in un incidente aereo mentre volava su un jet da addestramento. Gagarin andò nello spazio solo una volta, anche se partecipò come equipaggio di riserva alla prima missione Soyuz nel 1967 che vide il cosmonauta Vladimir Komarov ucciso quando si schiantò al suolo dopo un guasto del paracadute durante il suo ritorno sulla Terra. Temendo per la vita di un uomo che era diventato un'icona nazionale, i funzionari sovietici bandirono Gagarin da ulteriori voli spaziali dopo il fallimento della Soyuz.  '’Orbitando attorno alla Terra nell'astronave, ho visto quanto è bello il nostro pianeta. Persone, preserviamo e aumentiamo questa bellezza, non distruggiamola! ", disse Gagarin della Terra dallo spazio durante la sua orbita solitaria. Richard Branson, fondatore di Virgin Galactic, ha rivelato di aver sognato di sperimentare la vista della Terra dallo spazio - come visto per la prima volta da Yuri Gagarin - sin da quando era un bambino che osservava gli sbarchi sulla luna. Correva l’anno 1957 quando l’Unione Sovietica, con il lancio dello Sputnik, aprì una competizione con gli Stati Uniti; un'aspra campagna per dimostrare la superiorità della propria tecnologia spaziale; una gara che è diventata il simbolo dell'era della Guerra Fredda. Il lancio di Sputnik colse di sorpresa il Pentagono e nel 1958 la NASA fu creata per affrontare la superiorità spaziale dei russi. Ma nel 1961, Gagarin divenne la prima persona a orbitare attorno alla Terra, viaggiando a bordo della navicella spaziale Vostok 1: gli Stati Uniti erano ancora secondi nella corsa allo spazio. Più tardi nello stesso anno, l'allora presidente John F. Kennedy dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero fatto atterrare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio, e il budget della NASA fu aumentato di oltre il 500% nei successivi quattro anni. La NASA raggiunse l’obiettivo di Kennedy nel luglio 1969 quando gli astronauti statunitensi Neil Armstrong, Edwin "Buzz" Aldrin e Michael Collins partirono per la missione spaziale Apollo 11. Armstrong sarebbe diventato il primo uomo sulla luna, ponendo effettivamente fine alla Guerra Fredda.

Il primo uomo nello spazio. Sessanta anni fa il primo volo nello spazio: Gagarin fece sognare la Russia e infuriare gli Usa. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'11 Aprile 2021. Accadeva 60 anni fa. 13 Aprile 1961, il primo uomo nello spazio. L’Homo Sovieticus. Jurij Gagarin. Figlio di proletari, uomo modesto ma forte, il tipico eroe di un mondo alternativo a quello occidentale. Nikita Krusciov, il successore di Stalin, lo chiama mentre lui è in orbita e gli chiede: “Siete sposato? Avete figli?. “Sì, compagno Serghei Nikolaevic, ho una moglie e due figlie”. “Fatele tanti auguri e dite alle vostre figlie che possono essere orgogliose del loro padre. Salutate anche i vostri genitori”. “Grazie, compagno Krusciov, ne saranno onorati”. Il mondo in quel giorno d’aprile di sessanta anni fa non solo esulta, ma riconosce al sistema comunista sovietico un primato. Un primato che va al di là della tecnologia. Jurij Gagarin dispone persino di strumenti futuristici e infallibili: si parla di un orologio sovietico spaziale sincronico che non può perdere un istante che funziona con un diapason. Diapason e Gagarin diventano parole gemelle: ancor oggi, quando le nuove Soyuz in leasing internazionale solcano l’ ultra-spazio, portano i nomi di quell’astronauta e di quell’oggetto, quelli di una generazione di gioielli perfetti come appartenuti agli dei. Ma immaginari. Molto più che oggetti: sono simboli. In Italia tutti coloro che si sentono vicini al partito e al comunismo sovietico esultano in un delirio che si sforza di mantenere una compostezza razionale, ma che non vuole trattenere la gioia per la potenza esplosiva di un mondo alternativo a quello degli americani, i quali ancora non sono capaci di impressionare l’umanità con le future macchine celesti del programma Apollo. E quando lo faranno, non conquisteranno mai l’aura magico-religiosa della vittoria ideologica attraverso la tecnica. A questo penserà più tardi il presidente Donald Reagan con un gioco di spregiudicate pressioni economiche militari e scientifiche su Michail Gorbaciov, quando lo metterà di fronte ai costi e alle tecnologie delle immaginarie Guerre Stellari, che in realtà esistevano soltanto nella fantasia dei progetti americani. Allora era il 1961, (che fra l’altro è l’anno della costruzione del famigerato Muro di Berlino) siamo a pochi anni di distanza dal lancio del primo satellite artificiale in un’orbita terrestre, la sfera di metallo chiamata Sputnik , lo stesso nome che oggi La Russia non più sovietica ha dato al suo vaccino eternamente in attesa di autorizzazione dell’Ema, sembra per la riluttanza russa a far visitare i propri stabilimenti dagli ispettori europei. Era anche quello di Gagarin un mondo segreto. L’Unità, quotidiano del Partito comunista italiano, riferiva come fatto ovvio che la località da cui era partita l’astronave era segreta e che il segreto proteggeva il gioiello mondiale comunista, che usava le armi della discrezione per sviluppare le armi della scienza in vista del trionfo dell’uomo nuovo. “Il vostro nome sarà ricordato nei secoli ”, diceva Radio Mosca rivolgendosi all’astronauta nella cabina spaziale così terribilmente scomoda e imprigionante, se paragonata al comfort delle attuali stazioni orbitanti in cui anche gli astronauti italiani si alternano nuotando nell’aria, parlando in diretta televisiva terrestre. Allora, sessanta anni fa come oggi, tutto era così monoblocco: un uomo come un pulcino dentro una tuta dentro una capsula dentro una macchina sopra un razzo lanciato nel buio, senza paura perché i calcoli perfetti della macchina scientifica sovietica non avrebbero costituito alcun pericolo, appartenendo alla sfera divina del futuro costruito su una potente religione atea. Sappiamo che le cose erano meno facili di come ci sono state raccontate perché sicuramente alcuni astronauti russi di cui non sappiamo il nome hanno perso una vita in esperimenti falliti ma questo oggi non importa. Oggi non esiste più l’unione delle repubbliche socialiste sovietiche ed anzi proprio in queste ore una di queste repubbliche, quella Ucraina, si sta attrezzando per fronteggiare militarmente la Repubblica russa, mentre la Repubblica bielorussa non sta guardare ma traffica in armi e uomini. Non esiste più una Cecoslovacchia come allora nell’aprile del 1961, quando radio Praga trasmetteva messaggi entusiasti del popolo cecoslovacco che fu una drammatica invenzione poi risolta con la separazione siamese definitiva dei boemi e degli slovacchi. E gli ungheresi, persino gli ungheresi che 5 anni prima erano stati martirizzati da carri armati dell’armata rossa che avevano represso nel sangue la rivolta degli studenti e degli operai di Budapest guidati dal loro stesso partito comunista, persino loro ora si dichiarano entusiasti, ammirati e sbalorditi dall’innegabile successo della madrepatria sovietica. In Italia regnava allora il sindaco La Pira di Firenze che era un democristiano di sinistra molto aperto ai comunisti e all’Unione Sovietica, molto chiuso al mondo americano, e che quindi era guardato con estrema simpatia da tutta l’area della sinistra sia italiana che internazionale. E mentre Gagarin spiccava il volo, era presente proprio a Firenze il grande scienziato sovietico Blagonravov, un anziano in abito di fattura modesta e decorosa che raccontava ai cronisti di conoscere – nientemeno! – di persona il compagno Gagarin. E lo raccontava allo stesso sindaco di Firenze, aggiungendo con un sorriso che l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dopo avere incassato il successo del primo uomo in orbita intorno alla Terra, già si apprestava ad esplorare gli altri mondi: non tanto la Luna, considerata una tappa troppo banale, ma più in là, oltre lo spazio fino ai pianeti Marte e Venere che sembravano ormai a portata di mano. Tutto ciò che oggi può sembrare ovvio, datato, persino patetico, era allora sul pinnacolo dell’enfasi come i violinisti di Chagall che volavano con le loro mucche sopra le case. Così i sogni propagati dalla incommensurabile terra in cui si sviluppava la rivoluzione comunista, e che già a riverberava sull’umanità gli effetti prodigiosi e indiscutibilmente superiori della tecnica, della scienza, dell’esplorazione umana, della potenza missilistica, della indiscutibile qualità della scuola, delle università, di tutto un intero sistema che era insieme padre e madre di quel risultato magnifico e tuttavia così proletario come il volo di Gagarin intorno alla terra. L’astronauta descriveva dagli oblò il mondo che vedeva dall’alto. Fu la prima volta che il pianeta terra riceveva le foto di se stessa vista da fuori: l’oggettivizzazione astrale, la visione dei Monti e delle valli, degli oceani, delle nubi, degli acciai e dei deserti ma anche la improvvisa visione spionistica di oggetti nell’aria capaci di vedere tutto, fotografare tutto, lontani dalla gittata delle armi o perlomeno a distanza tale da poter giocare una partita molto diversa da quella militare tradizionale. Sembrò allora che il trionfo fosse definitivo e completo. L’Unione Sovietica che aveva cominciato male la seconda guerra mondiale, aveva poi pagato un tributo di sangue come mai nessun altro popolo nella storia, per vincere l’aggressione tedesca non soltanto con l’eroismo dei soldati ma con la capacità tecnica di inventare mettere sul campo nuovi carri armati, nuove Katiuscie, nuova artiglieria ed aerei, e che ora, a pochi anni di distanza da quella guerra, aveva sviluppato la tecnologia della nuova Unione Sovietica vittoriosa era diventata la potenza pacifica dell’esplorazione spaziale. Con dentro per la prima volta un essere umano. La prima creatura vivente che aveva pagato un prezzo, quello inconsapevole della sua stessa vita, era stata la cagnetta Laika, chiusa a forza dentro un razzo e sparata nel vuoto ad abbaiare in un microfono. Poi c’era stato il volo semi orbitare di Titov, ed ora Jurij Gagarin completava l’ empireo socialista sovietico con eleganza e sexy appeal: non c’era ragazza nella vasta Unione Sovietica ma anche in Europa e negli Stati Uniti che non avrebbe voluto festeggiare il modesto ed attraente Jurij Gagarin, figlio di brava gente di campagna , niente grilli per la testa: tutt’altra umanità se comparata a quella americana che appariva così sfacciatamente volgare e per ora perdente. Fu quello il momento più alto e da allora il nome di Gagarin era stato usato per Marche di orologi sovietici tutti di una precisione stellare impossibile, il diapason che vibrano all’unisono con l’anima e col corpo e permettono la posizione umana più favorevole all’interno delle navicelle. Tutto sembrava nuovo magnifico e magico. Purché venisse dal mondo del bene. Il mondo del male allora appariva chiaramente quello di mammona, del denaro, del capitalismo, del razzismo e dello sfruttamento della fugacità del consumismo della sfacciata decadenza del mondo occidentale. Ci vorranno quasi trent’anni perché tutto si capovolgesse come si capovolse. Ma fu la loro ora più bella. Non soltanto dell’unione delle repubbliche socialiste sovietiche, non soltanto sui cieli spenti e neri oltre lo spessore della ionosfera, ma nelle menti e nei cuori di tutti coloro che sul pianeta terra erano sicuri che un nuovo sole era sorto ed era quello dell’avvenire. Socialista, naturalmente. Anzi meglio, comunista. Gli americani erano sempre più scioccati impressionati da questi successi, mettevano sotto processo tutto il loro sistema di apprendimento scolastico fustigandosi in tutti i modi e ordinando previsioni sempre più radicali per lo studio della matematica della fi sica e delle scienze in generale. Fu in questo senso una potente sferzata di energia quella che l’astronauta solitario Jurij Gagarin vibrò sul mondo di sessanta anni fa: quella sferzata ha fatto vibrare il nostro pianeta. Di Gagarin arrestano inevitabili monumenti, steli, memorie ma un decrescente numero di coloro che possono dire “io c’ero, io ricordo”. Io – ad esempio – c’ero e ricordo. E devo dire che riportare alla luce quelle sensazioni per chi oggi è giovane, è quasi impossibile. Uno dei più grandi psicologi viventi, Irwin Yalom, sostiene che ognuno di noi è un universo in cui si accumulano ricordi anche minimi che per lo più non meritano menzione, ma che tuttavia sono il mondo. Ognuno di noi quando perisce porta con sé non soltanto una memoria ma un intero universo con cui non possono competere i ricordi filmati, o memorizzati nemmeno sui libri. Quel mondo che fu emotivamente distorto e illuminato dall’avventura di Gagarin è ormai ai confini del nulla, che poi è il confine dello spazio che lui salì per primo ad annusare.

P.S. Jurij Alekseevič Gagarin era nato nel marzo del 1934. Era molto piccolo: 1 metro e 57. Aveva solo 27 anni al momento del volo spaziale. Morì in un incidente aereo, mentre pilotava un caccia, il 27 marzo del 1968, a 34 anni.

Il "catastrofico successo" che cambiò le sorti del mondo. Quella dell'Apollo 13 fu una vera odissea nello Spazio, nonché l'ultimo viaggio di tre astronauti sfortunati, che non hanno toccato la Luna, ma detengono tutt'ora un record universale: aver raggiunto il limite più distante dal pianeta. Davide Bartoccini - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. 11 aprile 1970, Cape Kennedy, Florida. Sulla cima dell'ottavo ciclopico razzo multistadio Saturn V, progettato dall’esimio barone e professore Wernher von Braun - un regalo dei tedeschi che prima di aver perso la guerra avevano scoperto qualche “trucco” interessante per raggiungere lo spazio - siedono stretti a morte dalle cinghie, in candide tute spaziali gli astronauti Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise. Sul petto il gagliardetto della missione Apollo 13, dove sono raffigurati tre cavalli dorati che volano sopra il satellite naturale della Terra, da tempo raggiungibile dall’uomo. Sotto il motto "Ex luna, scientia" (“Dalla Luna, conoscenza”, ndr) e il numero della missione in caratteri romani. Prima di loro, soltanto 6 uomini hanno osato tanto. Sei su oltre tre miliardi di esseri umani. Da noi in Italia sono le otto di sera, dall’altra parte dell’Atlantico, nella base voluta da Truman per effettuare i test missilistici statunitensi, data la posizione ottimale per sfruttare al meglio la spinta concessa dalla rotazione terrestre, sono le 14.13. Per il Centro controllo missione di Houston, in Texas, è “Go”: si può partire. Ha inizio la sequenza di lancio. La potenza dei cinque motori del razzo a propellente liquido catapulta dalla rampa e oltre l’atmosfera il vettore lungo 111 metri, che stadio dopo stadio si separa, lasciandosi alle spalle intere sezioni non riutilizzabili, e riducendosi a una navicella spaziale che non misura neanche un terzo: composta dal modulo di comando e servizio Odyssey - nome scelto dal Lovell in onore di Omero, ma anche di Kubrick e del suo capolavoro 2001: Odissea nello Spazio - e dal modulo lunare, chiamato Aquarius o con il termine tecnico Lem, agganciato ed estratto dall’ultimo stadio del razzo. La traiettoria verso la Luna è buona. L’assetto è buono. Tutto, tranne lo spegnimento nel motore numero cinque del secondo stadio, è andato liscio. Il cratere di Fra Mauro, latitudine più elevata rispetto a quelle raggiunte nelle missioni precedenti e zona designata per l’allunaggio, è sulla via. Un gioco da ragazzi per la Nasa, che ha già portato l’Apollo 11 di Armstrong e l'Apollo 12 di Conrad sul piccolo satellite roccioso appena un anno prima, rendendo possibile il compimento di quei “piccoli passi per l’uomo” che ancora oggi rappresentano dei prodigiosi “balzi in avanti” per l’umanità. Quando l’Apollo 13 si trova a 330mila chilometri dalla Terra, nel buio quieto dello spazio aperto, dopo cinquantasei ore di navigazione, gli analisti del centro controllo di Huston continuano a monitorare ogni parametro della missione, e chiedono a Swigert per eccesso di zelo di rimescolare i serbatoi d’ossigeno dell'Odyssey. Un istante, un interruttore abbassato e una forte esplosione che spezza il silenzio, facendo tornare alla mente i tragici secondi che hanno portato alla morte l’equipaggio di quell’Apollo 1 che non raggiunse neanche l’orbita. I computer sfarfallano. L’allarme generale scandisce momenti di panico a bordo. Prima Swigert, poi Lovell, pronunciano alla radio una frase che resterà negli annali e nell’immaginario collettivo come sinonimo di “guai”: “Houston abbiamo un problema”. In Florida è sera, al Centro controllo su ogni terminale si cercano spiegazioni per la navicella spaziale che inizia a rollare e beccheggiare, perdendo l’assetto che Lovell cerca di mantenere a fatica con la piccola cloche. Guardando fuori dall’oblò numero 1 nota del gas che fuoriesce dall’Odyssey. È ossigeno. Il tempo di alcuni controlli incrociati, di comunicazioni agitate tra lo spazio e la terra. Dieci minuti di altissima tensione per capire cosa è accaduto: non si è trattato di un meteorite né di un qualche frammento di qualcosa che ha impattato con l’Odyssey. C’è stata un’esplosione, avvenuta durante il rimescolamento dei serbatoi d’ossigeno - elemento non solo indispensabile agli astronauti per respirare nello spazio che ne è praticamente privo, ma necessario a fornire insieme all’idrogeno l’alimentazione per le batterie di bordo, che garantiscono l’energia elettrica e fa di fatto funzionare ogni genere di strumentazione. È il 14 aprile e non ci vorrà molto a capire che l’Apollo 13 ha perso la Luna. Che la missione principale è fallita, e che sta per iniziare una vera odissea nello spazio: quella per riportare a casa tre uomini che hanno perso la rotta, senza ossigeno, energia elettrica e carburante. Quell'esplosione provocata dalla procedura di routine ha danneggiato diverse componenti del modulo di servizio. Due due quattro serbatoi d’ossigeno sono completante andati. Anche il motore potrebbe aver subito danni. L’indagine che verrà condotta in seguito, dimostrerà che un cortocircuito nei cavi che portavano corrente al miscelatore del serbatoio 2 aveva innescato l’esplosione. Ancora una volta, come per l'Apollo 1, un cavo da pochi dollari era costato il successo della missione di un programma che costava miliardi. Dal momento che non si poteva avere una stima completa dei danni, né i tecnici a terra né l’equipaggio dell’Apollo 13 possono assumersi il rischio di accendere il motore principale del modulo di servizio per fare rotta verso casa. Mentre alla Nasa si lavora per vagliare ogni ipotesi ed elaborare un piano di contingenza, gli astronauti si spostano sull’Aquarius: il modulo lunare che non è stato danneggiato e che si trasformerà in una lancia di salvataggio grazie alle batterie e ai serbatoi preparati per la breve permanenza che solo due membri dell’equipaggio avrebbero trascorso sulla Luna. Dal controllo missione l’ordine è di rifugiarsi lì e aspettare una soluzione per tornare a casa, vivi. Al presidente Nixon, che chiede un calcolo delle probabilità di successo della missione di salvataggio, viene fornita una stima poco rassicurante: forse il 20%. Non di più. Sebbene l’idea iniziale fosse quella di limitarsi a invertire la rotta, non verrà effettuata nessuna semplicistica inversione a “U”, dato che accendendo il motore principale potrebbe saltare tutto in aria (anzi nello spazio). Bisogna limitarsi a sfruttare l’effetto fionda che l’attrazione gravitazionale della Luna può fornire. Una tattica che era stata già impiegata nel 1969 per l’allunaggio di Armstrong. La rotta va corretta, ma resta la stessa. L’Apollo 13 compierà una traiettoria a forma di enorme simbolo dell’infinito, sparirà dagli schermi oltre il lato oscuro della Luna, nel freddo glaciale e nel completo silenzio radio; e se tutto andrà bene ricomparirà dall’altra parte, per fare rotta verso casa. Alla sessantunesima ora di quell'odissea i motori del modulo Lem che erano stati progettati esclusivamente per la fase di allunaggio - non per viaggiare nello spazio - vengono attivati per soli 34 secondi: il tempo di modificare la traiettoria. E poi alla via così, ci penserà la Luna. Sarà allora, nel completo silenzio radio, che Lovell e i suoi sorvolano il lato oscuro della Luna a un’altitudine di circa 100 chilometri, raggiungendo una distanza di oltre 400mila chilometri dalla Terra. Record ancora imbattuto per l’essere umano. Sebbene il modulo lunare potesse contare su una scorta di ossigeno, bisognava considerare che essa era stata pensata per solo due astronauti. Non tre. Dunque considerata l’anidride l’anidride carbonica che sarebbe stata prodotta nei quattro giorni che mancavano al rientro, l'equipaggio rischiava tra milioni di variabili anche la morte per asfissia. Il tutto mentre doveva rimanere lucido e attento a una temperatura di 3° centigradi - dato che ogni tipo di sistema elettrico era stato spento per non sprecare la poca energia indispensabile alle sequenze di rientro. Furono ancora una volta gli ingegneri della Nasa a trovare una soluzione per loro: adattando filtri di forme e dimensioni diverse, impiegando dotazioni presenti a bordo, dai calzini alle copertine dei manuali di bordo. Nel frattempo gli astronauti avrebbero vissuto con una razione d’acqua di 200 millilitri al giorno, nella semi oscurità, ad aspettare l’ora X e guardare con speranza il pianeta celeste dagli oblò ghiacciati. Sulla Terra invece tutti avevano lo sguardo rivolto al cielo, sapendo che nonostante la Guerra Fredda e il segreto militare, che tre uomini come loro, tre pionieri della specie umana, erano lassù da qualche parte e non vedevano l’ora di tornare a casa per riabbracciare le loro famiglie. Raggiunto il punto calcolato sulla rotta di rientro, i motori del modulo lunare vennero accesi due volte, per lassi di tempo molto brevi, al fine di ottenere la giusta angolazione per entrare nell’atmosfera alla giusta velocità e non vanificare gli sforzi di quei giorni, facendo schiantare la capsula sugli strati esterni dell’atmosfera. La prima accensione avvenuta a 105 ore, 18 minuti e 42 secondi secondo il tempo di viaggio di una durata di 14 secondi e la seconda a 137 ore, 40 minuti e 13 secondi. Quando il modulo di servizio fu sganciato, Lovell si rese conto con i suoi occhi che i danni causati dall’esplosione erano talmente ingenti che se avessero acceso il motore principale, sarebbe stata davvero la fine. Dando addio al modulo di comando e all’Aquarius, la loro salvezza, gli astronauti presero posto nel piccolo abitacolo ghiacciato. In attesa di rientrare finalmente sul pianeta. Ci vollero altri sei minuti di totale silenzio radio, mentre lo scudo termico dell’Odyssey si faceva incandescente, i g (l'accelerazione gravitazionale) aumentavano, e a bordo tutto il ghiaccio si scioglieva bagnando le tute spaziali. Mentre tutto il mondo seguiva in diretta e con il fiato sospeso l’ultima battuta di quella odissea, tutti quanti, divenuti ormai appassionanti ed esperti dopo giorni di notiziari, speciali e prime pagine dei giornali, si domandavano se lo scudo termico avrebbe retto, se il sistema automatico di apertura dei paracadute avrebbe funzionato, se tutto sarebbe andato per il meglio: se al termine di quel lungo silenzio, dall’altra parte, qualcuno avrebbe risposto al contatto che cercavano al centro di controllo missione di Houston. Silenzio. Ancora silenzio. Poi la luce. I grandi paracadute di seta che si spalancano e la piccola capsula a forma cono che danza nel cielo. E si adagia lieta sulle onde calme dell’oceano Pacifico. I grandi palloni galleggianti si aprono, gli elicotteri decollati dalla portaerei Uss Iwo Jima dai quali si tuffano i paracadutisti soccorritori della Marina, e finalmente il portellone che si apre, alle 18:07 (Utc) del 17 aprile. Dall’altra parte i sorrisi e la commozione di Lovell, Swigert e Haise. Tornati sulla Terra, stanchi, smagriti e duramente provati da quell’esperienza che non li vide mai più tornare nello spazio, ma sani e salvi. Jim Lovell dirà in seguito: “Certo sopravvivemmo, ma ci mancò proprio un pelo. La nostra missione fu un fallimento, ma mi piace pensarlo come un fallimento che fu un successo”. Le indagini successive, oltre a confermare il problema del serbatoio d’ossigeno numero 2, svelarono un ulteriore malfunzionamento: “Un cedimento meccanico che portò all'apertura di una falla nel serbatoio contenente il gas propulsivo necessario all'espulsione della copertura dei paracadute”. Che però si aprirono grazie a una ridondanza nel sistema di funzionamento. Quando John Fitzgerald Kennedy, durante il suo breve mandato presidenziale, parlando all’attenzione della Rice University e dell’intera nazione spiegò l’importanza dello sforzo spaziale per l'America e l'uomo, al fine di persuadere il popolo americano a sostenere il programma Apollo, disse: “Scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio e fare le altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili”. L’Apollo 13 non arrivò sulla Luna, ma dimostrò al mondo intero, compresi i sovietici a cui non si voleva mostrare alcuna debolezza o ritardo nel programma spaziale, che alla Nasa non erano soltanto capaci di mandare l’uomo sulla Luna: erano stati capaci di affrontare molte difficoltà e salvare tre astronauti, risolvendo un “problema” sorto a 300mila chilometri della Terra. Come Dunkerque, la tredicesima missione Apollo fu un disastro conclusosi in uno straordinario successo.

Le donne si prendono Spazio (60 anni dopo il primo uomo). Gagarin fu lo spot della rivoluzione materialista. Ora il cielo è la nuova via dell'emancipazione femminile. Massimo M. Veronese - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Scelsero lui, tra tremila candidati, non solo perché a 27 anni era tenente dei top gun, ma perché era figlio di operai, viveva in un appartamento di due stanze con la moglie Valentina e due figlie e il suo sorriso luminoso incarnava l'ideale del giovane sovietico. Anche quando tornò da quel viaggio, il giro della Terra in 118 minuti, primo uomo ad andare nel Spazio sessant'anni fa il 12 aprile, la sua frase «Sono stato lassù ma Dio non l'ho visto» obbediva allo spirito materialista che animava la ricerca spaziale comunista, l'Uomo Nuovo uscito dalla Rivoluzione al posto del Dio dei Millenni. Quando il suo collega Sergej Krykaliov, trentuno anni dopo, tornò dalla Mir, la prima casa degli uomini nel cosmo, non trovò più nemmeno l'Unione Sovietica: al posto della bandiera rossa con falce e martello c'era il tricolore russo fatto issare da Boris Eltsin. La morte a 34 anni di Gagarin, precipitò il 27 marzo del 1968 mentre collaudava un caccia, lo trasformò in monumento al coraggio e alla lealtà socialista e in icona globale. Si scoprì poi che il «bravo ragazzo», tornato con i piedi per terra, non aveva retto al peso della gloria: si ubriacava di continuo e molestava le cameriere degli alberghi delle città dove veniva spedito per i tour di propaganda. Il controllo di quell'ultimo aereo forse lo aveva perso perché era ubriaco. E oggi nello Spazio, data stellare 2021, è un esercito di donne ad aver preso il posto del primo uomo. Donna è Adriana Marais, astrofisica, candidata a diventare la prima africana dell'Universo, Operazione Mars One, che sogna di «vivere su Marte gli ultimi giorni della mia vita»; donna è Anna Kilkina, unica cosmonauta di Roscosmos, l'agenzia spaziale russa, alla quale la Marvel si è ispirata per realizzare l'ultima Barbie; donna è Sarah al-Amiri, ministro per le Scienze avanzate e capo dell'agenzia spaziale saudita, una delle cento donne più influenti del mondo. E sarà una donna la prossima a mettere piede sulla Luna con Artemis 1: dodici gli americani che hanno camminato sulla Luna fino a oggi tutti uomini, e nove le ragazze che si stanno addestrando per andarci. Sono medici, agenti della Cia, scienziate, piloti militari. Ne resterà solo una. Pare che lo Spazio sia più adatto a loro che agli uomini: sono più leggere, consumano meno calorie, producono meno rifiuti. Impossibile poi pensare a una colonizzazione interplanetaria senza di loro. Mamma è tutto anche nell'universo infinito. La Nasa ci ha creduto sempre così così: dei 347 americani cha hanno volato nello spazio, solo 49 sono donne. La prima fu Sally Ride, ma chi la ricorda più? E le tredici aviatrici che si candidarono invano negli anni Sessanta per la missione Mercury sono diventate un docufilm Netflix di oggi sul maschilismo stellare. Sono ancora il 10% del totale, ma far atterrare una donna sulla luna potrebbe ispirare un'intera generazione di giovani ragazze, ha detto l'amministratore della Nasa Jim Bridenstine. «Ho una figlia di 11 anni e voglio che veda davanti a se tutte le opportunità che ho avuto io». Anche noi italiani facciamo la nostra parte: abbiamo candidato Simonetta Di Pippo, da anni direttore dell'Ufficio Onu per lo Spazio e già a capo del Volo umano dell'Esa, a successore del tedesco Woerner alla guida dell'Agenzia spaziale europea. Del resto siamo un modello per il mondo. L'India, che ha incaricato Ritu Karidhal, Nandini Harinath e Anuradha Tk di aprire una finestra sul cielo, si è inventata un trucco: a guidare la missione Gaganyann sarà Vyommitra, un semiumanoide ma di aspetto femminile. Un robot donna. Una classica soluzione all'italiana.

·        Viaggio su Marte.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 19 ottobre 2021. Il Disco di Nebra, considerato la più antica rappresentazione del cielo, sarà esposto al British Museum. Il disco di bronzo che misura 30 centimetri ha un fondo blu-verde su cui sono intarsiati simboli dorati che rappresentano la luna, il sole, i solstizi e le stelle, incluse le Pleiadi. Il disco è stato scoperto vicino alla città di Nevra in Sassonia-Anhalt, in Germania, nel 1999 da due saccheggiatori. I due distrussero parte del sito e con la loro vanga danneggiarono il reperto. Misero in vendita questo e altri manufatti, e dopo vari passaggi, i beni furono sequestrati dal museo Hildegard Burri-Bayer. Gli esperti ritengono che il disco celeste sia stato utilizzato come calcolatore per aiutare la popolazione a prevedere i tempi migliori per la raccolta in primavera e in autunno. Un’interpretazione supportata dalla presenza delle sette Pleiadi vicino a una luna piena. Non c’è certezza sulla datazione: il dottor Pernicka dell’Università di Tubinga sostiene risalga al 1.600 a.C., il dotto Gebhard della Bavarian State Archaeological Collection lo colloca invece circa mille anni dopo. Ll disco di Nebra sarà uno dei momenti salienti della mostra "The World of Stonehenge", che presenterà centinaia di altri manufatti provenienti dalla Gran Bretagna e dall'Europa. Un pezzo degno di nota sarà un ciondolo solare estremamente raro di 3000 anni fa, che gli esperti hanno definito il pezzo d'oro più significativo della Gran Bretagna dell'età del bronzo. «Il disco di Nebra e il ciondolo del sole sono due degli oggetti più straordinari dell'Europa dell'età del bronzo», ha detto il curatore del British Museum Neil Wilkin. «Entrambi sono stati portati alla luce solo di recente, letteralmente, dopo essere rimasti nascosti nel terreno per oltre tre millenni. Siamo lieti che saranno entrambi pezzi chiave nella nostra mostra irripetibile di Stonehenge al British Museum». «Mentre entrambi sono stati trovati a centinaia di miglia da Stonehenge, li useremo per far luce sul vasto mondo interconnesso che esisteva intorno all'antico monumento, che abbracciava la Gran Bretagna, l'Irlanda e l'Europa continentale». «Sarà una rivelazione», ha concluso. Il Nebra Sky Disc è stato prestato al British Museum dalle collezioni dello State Museum of Prehistory di Halle, nell'est della Germania.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 26 settembre 2021. Un astronomo dilettante tedesco, Harald Paleske, stava osservando l’ombra della luna di Giove, Io, creare un’eclissi solare nell’atmosfera quando si è accorto che qualcosa aveva impattato sulla superficie del pianeta. «Un lampo di luce brillante mi ha sorpreso» ha raccontato l’uomo. «Potrebbe trattarsi solo di un impatto». Se confermato, questo evento sarebbe l’ottavo registrato sul gigante del gas: il primo è stato identificato nel 1994. Dopo aver visto il lampo, Paleske ha tentato in ogni modo di determinarne l’origine osservando ogni singolo fotogramma del video che ha girato. Così ha scoperto che il lampo è rimasto visibile per due secondi. Anche se Giove viene colpito da dozzine, e forse centinaia, di asteroidi ogni anno, riprendere un evento del genere è molto difficile. L’impatto è stato registrato anche da un altro astronomo dilettante, José Luis Pereira, brasiliano di Sao Caetano do Sul. «Con mia grande sorpresa, nel primo video ho notato un bagliore diverso sul pianeta, ma non ci ho prestato molta attenzione perché pensavo potesse essere qualcosa legato ai parametri adottati, e ho continuato a guardare». «Per non interrompere le riprese in corso, non ho controllato il primo video». «Ho controllato il risultato solo la mattina del 14, quando il programma mi ha avvisato dell'alta probabilità di impatto e ho verificato che c'era effettivamente un record nel primo video della notte», ha scritto Pereira. Ha quindi inviato le informazioni a Marc Delcroix della Società Astronomica francese, che ha confermato che l'evento visto nel filmato è un impatto. 

DA leggo.it il 9 settembre 2021. Esistono altri mondi abitabili? Una domanda che l'uomo ha iniziato a porsi secoli fa e che oggi grazie alle tecnologie disponibili potrebbe trovare una risposta in un futuro non troppo lontano. I candidati non mancano tra gli oltre 5.000 esopianeti - pianeti cioè al di fuori del sistema solare - individuati fino ad oggi. Il primo, 51 Pegasi b, è stato scoperto nel 1995 da Michel Mayor, astrofisico svizzero insignito nel 2019 del Nobel per la Fisica, che oggi e domani è a Roma per una due giorni dedicata a esopianeti e vita extraterrestre, organizzata nell'ambito del Progetto Scienza NET, dall'INAF e Sapienza Università di Roma. Si tratta però di pianeti talmente distanti da noi da non essere raggiungibili dall'uomo, spiega Mayor: "Il pianeta ideale non lo troveremo a 1-2 anni luce, volendo essere ottimisti potremmo trovarlo ad almeno 30 milioni di anni luce, un miliardo di volte la distanza che separa la Terra dalla Luna. Dunque non è tecnicamente raggiungibile. Finché parliamo di fantascienza va bene, ma per la scienza non è possibile". Dunque è inimmaginabile che esista un Pianeta B dove l'umanità possa migrare nel caso in cui la Terra diventi inabitabile? "Esattamente - conferma lo scienziato - Noi siamo su questo pianeta e ci rimarremo. Noi siamo legati a questo pianeta, che non è poi così male e dunque sta a noi preservarlo". Neanche Marte può candidarsi a diventare il pianeta B? Sono tante attualmente le missioni in preparazione per portare l'uomo sul pianeta rosso. "Marte è nel sistema solare, è facile da raggiungere. Dunque bene partire, esplorare, immaginare che degli equipaggi possano trascorrere alcuni mesi su questo pianeta, fare esperimenti scientifici. Scoprire fa parte delle aspirazioni dell'umanità. Al contrario, - afferma Mayor - l'idea di una migrazione dell'umanità su Marte, sento parlare di mandare un milione di persone su Marte, è qualcosa in cui non credo. Marte ha un'atmosfera irrespirabile, il terreno è sterile, manca dell'infrastruttura biologica necessaria alla nostra vita. Il deserto più inospitale sulla Terra è un paradiso al confronto con Marte".

Alessio Lana per il “Corriere della Sera” il 13 agosto 2021. Colonizzare non è più una parola tabù soprattutto se avvicinata a un altro termine sempre più in voga: «terraformare». Viene dall'inglese terraforming, è importato dal latino, e significa rendere terrestre e abitabile la superficie di un pianeta dove poi mandare dei coloni. Se prima la terraformazione era dominio della fantascienza, il termine stesso è dello scrittore Jack Williamson, adesso entra nei laboratori per diventare realtà. L'invio di sonde e rover è stato solo il primo passo della conquista americana di Marte perché ora la Nasa accelera: sta cercando volontari per vivere all'interno di un habitat che simula una colonia marziana. I quattro fortunati (nonché pagati ma non si sa la cifra) che parteciperanno al primo dei tre esperimenti previsti, dal 2022 vivranno per un anno nel Mars Dune Alpha, un futuristico complesso di 150 metri quadrati all'interno del Johnson Space Center di Houston, il centro di comando di tutti i voli spaziali con equipaggio umano (quello del «Houston, abbiamo un problema»). Il progetto è della Big del danese Bjarke Ingels, profeta della «sostenibilità edonistica» ad oggi riconosciuto come uno dei designer più visionari al mondo. Il termovalorizzatore con le piste da sci che nel centro di Copenaghen porta la sua firma così come il treno da 1.200 km/h che unirà Dubai e Doha e il grattacielo orizzontale The Portico in costruzione a City Life, a Milano. Come tanti progetti di Big, anche l'habitat artificiale marziano «non ha bisogno di sacrificare l'estetica» per essere funzionale. Ecco quindi forme sinuose e spazi ampi (nonostante i 150 metri quadrati), quattro stanze da letto separate (un dormitorio in quattro per un anno sarebbe eccessivo), una serra idroponica, una palestra e l'ambulatorio. Luci, temperatura e acustica vengono regolate automaticamente per rispettare il ritmo sonno-veglia degli occupanti (un giorno su Marte dura solo 39 minuti più del nostro) mentre il soffitto si muove per rompere la monotonia. Ciliegina sulla torta, l'edificio sarà stampato in 3D, simulando la tecnica costruttiva che la Nasa prospetta per il Pianeta Rosso. Lì i quattro pseudo colonizzatori simuleranno la vita quotidiana sul Pianeta Rosso concedendosi finte passeggiate spaziali ed esplorazioni ma anche affrontando limitatissimi contatti con la Terra, scarsità di cibo e risorse, eventuali guasti. Il Pianeta Rosso però non è per tutti e i criteri di selezione sono molto stringenti. Per partecipare occorre un master in materie scientifiche, ingegneria o matematica oppure un brevetto da pilota. Si deve essere statunitensi o residenti permanenti, avere tra i 30 e i 55 anni e un'ottima forma fisica, nessun disturbo alimentare e non soffrire di motion sickness (o cinetosi), il «mal di mare» provocato dalla realtà virtuale. Insomma, «praticamente si deve essere degli astronauti», come ha notato l'astrostar Chris Hadfield, il «chitarrista» della Stazione Spaziale Internazionale, aggiungendo che bisogna essere «super competenti, intraprendenti e non fare affidamento sugli altri». Proprio come Matt Damon in The Martian però nella terrestre Houston.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 12 agosto 2021. Una società del Texas incaricata di progettare habitat stampati in 3D per supportare le missioni della NASA su Marte ha pubblicato un incredibile video di come funziona il suo processo di stampa 3D.

ICON - che sviluppa tecnologie di costruzione avanzate - si è aggiudicata un subappalto dall'agenzia spaziale per stampare Mars Dune Alpha, progettato dallo studio di architettura di fama mondiale BIG-Bjarke Ingels Group per il Johnson Space Center. L'azienda con sede ad Austin, nota per aver consegnato la prima casa stampata in 3D autorizzata negli Stati Uniti nel 2018, ha pubblicato all'inizio di questa settimana straordinari video rendering che mostrano come sarebbero stati i moduli completati.

La NASA, che spera di inviare esseri umani sul Pianeta Rosso entro il 2037, ha detto venerdì che sta cercando «individui altamente motivati» per partecipare a un programma di simulazione della vita su Marte: i prescelti vivranno un anno nel modulo di 520 metri quadrati. 

ICON ha affermato in un comunicato stampa che il modulo simulerà un habitat realistico di Marte per supportare missioni spaziali di lunga durata di classe esplorativa. Jason Ballard, co-fondatore e CEO di ICON, ha definito Mars Dune Alpha «l'habitat simulato più fedele mai costruito dall'uomo». «Mars Dune Alpha ha uno scopo molto specifico: preparare gli umani a vivere su un altro pianeta», ha detto Ballard. «Volevamo sviluppare un analogo più fedele possibile per aiutare il sogno dell'umanità di espandersi nelle stelle». Ballard ha aggiunto: «La stampa 3D dell'habitat ci ha ulteriormente fatto capire che la stampa 3D è una parte essenziale del kit di strumenti dell'umanità sulla Terra per andare (e restare) sulla Luna e su Marte».

ICON costruirà il modulo utilizzando Vulcan, la stampante 3D per costruzioni su larga scala dell'azienda. La stampante misura 15 metri di larghezza ed è in grado di stampare case e strutture fino a 900 metri quadrati utilizzando Lavacrete, un materiale da costruzione a base di cemento. L'azienda afferma che il calcestruzzo speciale può resistere a condizioni meteorologiche estreme e «ridurre notevolmente l'impatto dei disastri naturali». Il Vulcan crea perline di stampa alte 2,5 cm e larghe 3 centimetri a una velocità compresa tra 10-25 centimetri al secondo, secondo il sito Web dell'azienda. Non era immediatamente chiaro quanto tempo ci sarebbe voluto per costruire il modulo della NASA. Su una delle estremità il modulo ospita quattro alloggi privati per l'equipaggi. Dall'altra parte ci sono postazioni di lavoro dedicate, postazioni mediche e postazioni di coltivazione. Al centro si trovano alcuni spazi di vita condivisi. Mars Dune Alpha sarà arredato con un mix di mobili fissi e mobili che i membri dell'equipaggio possono riorganizzare in base alle loro esigenze e desideri, e illuminazione, temperatura e controllo del suono saranno personalizzabili.

La NASA ha aggiunto: «L'habitat simulerà le sfide di una missione su Marte, comprese limitazioni delle risorse, guasti alle apparecchiature, ritardi nelle comunicazioni e altri fattori di stress ambientale». «I compiti dell'equipaggio possono includere passeggiate spaziali simulate, ricerca scientifica, uso della realtà virtuale, controlli robotici e scambio di comunicazioni. I risultati forniranno importanti dati scientifici per convalidare i sistemi e sviluppare soluzioni». Le domande di adesione alle missioni scadono fino al 12 settembre 2021. 

 

Lo studio uscirà nel prossimo numero di The Astronomical. Scoperto un nuovo pianeta: il TOI 1231 simile a Nettuno ma potrebbe avere nuvole d’acqua. Elisabetta Panico su Il Riformista il 16 Giugno 2021. Ormai la scienza non ha limiti. Sono all’ordine del giorno le straordinarie scoperte fatte dai migliori esperti e ricercatori di tutto il mondo. L’ultima novità riguarda gli esopianeti. Gli esopianeti sono pianeti che si trovano al di fuori del sistema solare e gli scienziati astrologici hanno appena scoperto l’esistenza di un nuovo esopianeta che si trova a 90 anni luce dalla Terra. La cosa sorprendente è che hanno un’atmosfera molto particolare che potrebbe avere nuvole d’acqua. È stato chiamato TOI-1231 b, completa il giro attorno alla sua stella ogni 24 giorni terrestri. La sua stella è una nana rossa o nana M nota come  NLTT 24399. La nano M è più piccola e meno luminosa delle stelle del sistema solare. “Anche se TOI 1231 b è otto volte più vicino alla sua stella che la Terra al Sole, la sua temperatura è simile a quella della Terra perché la sua stella ospite è più fredda e meno luminosa”, ha detto la coautrice dello studio Diana Dragomir, assistente professore nel dipartimento di fisica e astronomia dell’Università del New Mexico, in una conferenza stampa. “Tuttavia, il pianeta stesso è in realtà più grande della Terra e un po’ più piccolo di Nettuno, potremmo chiamarlo sub-Nettuno”. I ricercatori sono stati in grado di determinare il raggio e la massa del pianeta, il che li ha aiutati a dedurre che ha una bassa densità. Il livello di densità suggerisce che potrebbe essere un pianeta gassoso piuttosto che roccioso come la Terra. “TOI-1231 b è abbastanza simile per dimensioni e densità a Nettuno, quindi pensiamo che abbia un’atmosfera gassosa altrettanto grande”, ha detto l’autrice principale dello studio Jennifer Burt, borsista post-dottorato presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California. “TOI1231b potrebbe avere una grande atmosfera di idrogeno o idrogeno-elio, o un’atmosfera di vapore acqueo più densa”, ha detto Dragomir. “Ognuno di questi porterebbe a un’origine diversa, consentendo agli astronomi di capire se e come i pianeti si formano in modo diverso attorno alle nane rosse rispetto ai pianeti attorno al nostro Sole, ad esempio”. I ricercatori ritengono che TOI-1231 b abbia una temperatura media di 60 gradi Celsius, che lo rende uno dei piccoli esopianeti più freddi disponibili per futuri studi sulla sua atmosfera. “Rispetto alla maggior parte dei pianeti in transito rilevati finora, che spesso hanno temperature torride di molte centinaia o migliaia di gradi, TOI-1231 b è decisamente gelido”, ha detto l’autrice Burt. “TOI-1231 b è uno dei pochi altri pianeti che conosciamo con dimensioni e intervallo di temperatura simili, quindi le osservazioni future di questo nuovo pianeta ci consentiranno di determinare quanto sia comune (o raro) la formazione di nuvole d’acqua intorno a questi mondi temperati”, ha spiegato Burt. Le caratteristiche di TOI-1231 b lo rendono il candidato perfetto per le osservazioni del telescopio spaziale Hubble, o del telescopio spaziale James Webb, il cui lancio è previsto per ottobre. Webb avrà la capacità di scrutare le atmosfere degli esopianeti e aiutare a determinarne la composizione. Al contrario, Hubble è programmato per osservare l’esopianeta alla fine di questo mese. Burt, Dragomir e i loro colleghi hanno scoperto il pianeta utilizzando i dati del Transiting Exoplanet Survey Satellite, o TESS, della NASA. Il satellite a caccia di pianeti, lanciato nel 2018, osserva diverse aree del cielo per 28 giorni alla volta. Finora, TESS ha aiutato gli scienziati a trovare esopianeti grandi e piccoli in orbita attorno a stelle come il nostro sole e le stelle nane rosse più piccole. Queste minuscole stelle sono comuni nella galassia della Via Lattea. Gli astronomi utilizzano queste missioni per scoprire nuovi esopianeti. Uno dei modi più comuni è “il transito” ovvero quando un pianeta si incrocia davanti alla sua stella durante l’orbita e blocca una certa quantità di luce. Dato che le stelle nane M sono più piccole, la quantità di luce bloccata da un pianeta che le orbita è maggiore, il che rende il transito più rilevabile. Gli scienziati cercano almeno due transiti prima di determinare se hanno trovato un candidato esopianeta. Le osservazioni di follow-up sono state effettuate utilizzando lo spettrografo Planet Finder sul telescopio Magellan Clay presso l’Osservatorio di Las Campanas in Cile. “Uno dei risultati più intriganti degli ultimi due decenni di scienza degli esopianeti è che, finora, nessuno dei nuovi sistemi planetari che abbiamo scoperto assomiglia al nostro sistema solare”, ha detto Burt. “Questo nuovo pianeta che abbiamo scoperto è ancora strano, ma è un passo più vicino all’essere un po’ come i nostri pianeti vicini”. Lo studio della nuova scoperta uscirà nel prossimo numero del giornale The Astronomical.

Elisabetta Panico. Laureata in relazioni internazionali e politica globale al The American University of Rome nel 2018 con un master in Sistemi e tecnologie Elettroniche per la sicurezza la difesa e l'intelligence all'Università degli studi di Roma "Tor Vergata". Appassionata di politica internazionale e tecnologia

Buco nero, "ecco che cosa ha ingoiato": senza precedenti nello spazio, perché si apre una nuova era. Libero Quotidiano il 29 giugno 2021. Le ricerche sui misteri dello spazio sono sempre più avanzate grazie agli strumenti tecnologici nuovi di cui si dispone. Il rilevatore europeo Virgo, che vede la partecipazione anche dell'Italia tramite l'istituto nazionale di fisica nucleare, ha registrato i primi due segnali di onde gravitazionali generate dai buchi neri che "ingoiano" piccole stelle di neutroni. Si tratta di quel che resta delle stelle che, collassando, diventano così piccole e dense che un cucchiaio della loro materia può arrivare a pesare addirittura come una montagna. Si è aperta quindi una fase nuova di ricerca per gli astrofisici e gli astronomi del mondo intero grazie ai due segnali registrati: le onde gravitazionali erano state scoperte nel 2016, ma adesso si riescono a ricercare aspetti finora inediti dell'universo grazie all'utilizzo di strumenti che leggono segnali di tipo diverso. I due segnali si chiamano GW200105 e GW200115, codici che identificano anno, mese e giorno dell'osservazione dell'onda gravitazionale. Il primo è quindi stato rilevato il 5 gennaio 2020 e il secondo il 15 gennaio dello stesso anno. In entrambi i casi, la forma del segnale registrato ha reso possibile la sua attribuzione a un evento di coalescenza che ha coinvolto un buco nero e una stella di neutroni, i quali si sono fusi in singolo corpo celeste estremamente compatto.

Sophia Mitrokostas per it.businessinsider.com il 13 giugno 2021. Anche se non sappiamo molto del nostro universo in espansione e potenzialmente infinito, quello che abbiamo scoperto fino ad ora è un misto di imponente, spaventoso e assolutamente strano. Ecco alcune curiosità spaziali che non sapevi esistessero.

C’è una gigantesca nube spaziale che potrebbe odorare di rum.  La nube spaziale Sagittarius B2 è una vasta nuvola di polvere e gas al centro della nostra galassia. È composta soprattutto di formiato di metile, la molecola responsabile dell’aroma unico del rum e del sapore fruttato dei lamponi. Quindi, se fluttuassi attraverso Sagittarius B2, potresti essere circondato dall’odore di rum e dal sapore di lampone.

Gli scienziati hanno scoperto un pianeta che potrebbe essere composto da diamante solido. Nel 2017, un gruppo di ricerca internazionale composto da astronomi ha scoperto quello che potrebbe essere un pianeta fatto di diamante solido. Le pulsar sono piccole stelle di neutroni morti con un diametro di soli 20 chilometri che compiono centinaia di rotazioni al secondo mentre emettono fasci di radiazioni. Il pianeta in questione è in coppia con la pulsar PSR J1719-1438 e gli scienziati pensano che sia fatto interamente di carbonio così denso che potrebbe essere cristallino, cosicché gran parte di quel mondo sarebbe diamante. Secondo Reuters, incredibilmente il pianeta “compie una rivoluzione attorno alla propria stella ogni due ore e 10 minuti, ha una massa leggermente maggiore di Giove ma è 20 volte più denso”.

C’è anche un pianeta che è composto interamente di ghiaccio – ma è in fiamme. Gliese 436b è una specie di paradosso. Il remoto esopianeta è composto solo di ghiaccio. Ma, stranamente, questo ghiaccio sembra essere in fiamme. La superficie di Gliese 436b ha una temperatura rovente di 439 gradi Celsius, ma il paesaggio ghiacciato del pianeta resta gelido a causa dell’immensa forza gravitazionale esercitata dal nucleo del pianeta. Questa forza mantiene il ghiaccio molto più denso rispetto al ghiaccio a cui siamo abituati sulla Terra e si pensa che addirittura comprima ogni vapore acqueo che potrebbe evaporare.

La pulsar Vedova Nera consuma il proprio compagno. Secondo l’American Astronomical Society, la pulsar Vedova Nera — o Pulsar J1311-3430, com’è conosciuta nei circoli astronomici – è un tipo di stella di neutroni che bombarda lentamente di radiazioni la sua stella compagna. Maggiore è il materiale che la pulsar porta via da quella stella, più lentamente girerà. L’energia persa dalla pulsar mentre evapora può colpire la sua compagna, provocandone l’evaporazione.

Gli astronomi hanno scoperto un pianeta vagabondo alla deriva da solo per l’universo. La scoperta del “pianeta vagabondo” CFBDSIR2149 nel 2012 ha provocato fermento nella comunità scientifica. Questo perché i pianeti a cui siamo abituati orbitano attorno a una stella, mentre sembra che lui stia vagando per lo spazio senza una stella. Il pianeta ha una massa che è circa sette volte quella di Giove. Gli astronomi ritengono probabile l’esistenza di miliardi di pianeti vagabondi – in effetti, ritengono probabile che superino in numero i pianeti che girano attorno a stelle.

C’è un pianeta dove piove vetro affilato, di traverso, a causa di venti a 8.700 km/h. La bella tonalità blu dell’esopianeta HD 189733 b nasconde la natura brutale del suo ambiente. Secondo la Nasa, se passeggiassi sulla superficie di questo mondo, saresti soggetto a venti fino a 8.700 km/h, sette volte circa la velocità del suono. Peggio ancora, si ritiene che la pioggia su questo pianeta sia composta di schegge di vetro e che spazzi la superficie di traverso.

Gli scienziati hanno scoperto un gruppo di pianeti abitabili. Gli astronomi hanno identificato oltre 40 pianeti che potrebbero essere simili alla Terra, che hanno cioè le condizioni potenzialmente essere favorevoli alla vita aliena. Una delle più recenti e più promettenti scoperte è arrivata nel 2017, quando lo European Southern Observatory ha identificato Ross-128b, un esopianeta lontano 11 anni luce. Si ritiene che questo pianeta abbia un paesaggio roccioso e temperature massime e minime tali da permettere l’esistenza di acqua liquida sulla sua superficie. La durata di un anno su Ross-128b è di circa 10 giorni soltanto.

Le stelle cadenti esistono veramente. Probabilmente sai che le “stelle cadenti” che vediamo strisciare il nostro cielo notturno in realtà sono meteore che bruciano nell’atmosfera terrestre. Si è però scoperto che alcune stelle sfrecciano veramente nello spazio. Queste stelle iperveloci sono state scoperte dagli astronomi nel 2005. Si pensa che si formino quando un sistema stallare binario – un sistema con due stelle – viene distrutto da un immenso buco nero. Una delle stelle nel sistema viene solitamente consumata dal buco nero, mentre l’altra viene lanciata nello spazio a una velocità di milioni di chilometri all’ora.

Ci sono cento specchi sulla superficie della luna. La maggior parte delle persone non sa che gli astronauti Buzz Aldrin e Neil Armstrong si sono lasciati dietro un curioso souvenir sulla superficie lunare dopo la loro missione Apollo del 1969. Gli esploratori spaziali hanno depositato sulla superficie lunare un pannello da 60 centimetri coperto da 100 specchi. Gli astronomi oggi usano questo pannello per calcolare la distanza tra la luna e la Terra riflettendo impulsi laser negli specchi. È l’unico esperimento della missione Apollo ancora funzionante.

La maggiore riserva d’acqua nell’universo sta fluttuando attorno a un buco nero. L’acqua è essenziale alla vita umana, e non c’è nessun posto nell’universo che ne ha di più del quasar APM 08279+5255. I quasar, per definizione, sono oggetti molto compatti con una luminosità incredibile che assomigliano a una stella. Si crede che siano alimentati da buchi neri supermassicci. Questo quasar, in particolare, è composto da un buco nero circondato da una nube di vapore che contiene 140mila miliardi di volte la quantità di acqua presente sulla Terra. È il più grande serbatoio di acqua mai scoperto. Grazie al modo in cui la luce attraversa lo spazio, gli scienziati teorizzano che questa nube acquosa si sia formata soltanto 1,6 milioni di anni dopo l’universo stesso.

Da "corriere.it" il 12 marzo 2021. Venticinque secondi di video in cui il rover Perseverance della Nasa racconta il suo atterraggio su Marte. Le immagini sono state condivise dalla Nasa sui social con un tweet in cui fa parlare direttamente il rover. Nella clip registrata durante l’atterraggio, si nota la scelta del punto preciso di atterraggio ed è ben visibile il terreno del pianeta Marte. «Stai guardando le immagini reali registrate per fare il mio atterraggio più preciso. È così che mi sono orientato rapidamente e ho scelto il terreno sicuro negli ultimi tre minuti prima dell’atterraggio» racconta Perseverance agli spettatori.

Da "Ansa" il 15 maggio 2021. La sonda cinese Tianwen-1 ha toccato il suolo di Marte ed è diventata così il terzo Paese a portare un veicolo sulla superficie del pianeta rosso. Il rover Zhurong, rilasciato dalla sonda Tianwen-1, alle 1,18 italiane si è posato nella grande pianura chiamata Utopia Planitia, nell'emisfero settentrionale del pianeta, la stessa area nella quale nel 1976 si era posato il lander della sonda Viking 2 della Nasa. Il presidente Xi Jinping si è complimentato per la riuscita dell'atterraggio della prima sonda cinese su Marte e in un messaggio, ha riferito il Quotidiano del Popolo, il presidente "ha espresso le sue calorose congratulazioni e i sinceri saluti a tutti coloro che hanno partecipato alla missione di esplorazione su Marte, Tianwen-1". Il lancio della sonda Tianwen-1, avvenuto il 23 luglio 2020, ha segnato una pietra miliare nel programma spaziale della Cina, visto come un segno della sua crescente statura globale e di potenza tecnologica. La sonda ha raggiunto la posizione ideale per rilasciare il rover: la vasta pianura lavica dell'emisfero settentrionale del pianeta chiamata Utopia Planitia. Per la prima volta quindi anche un veicolo cinese si prepara ad affrontare i "sette minuti di terrore", il tempo necessario perché avvenga la discesa sulla superficie del pianeta, sempre piena di incognite. Il rover Zhurong è stato chiamato come l'antico Dio del fuoco e ricorda il nome di Marte, che in cinese è chiamato Stella del fuoco. Se la missione avrà successo, il rover a sei ruote, alimentato a energia solare e pesante circa 240 chilogrammi, raccoglierà e analizzerà campioni di roccia dalla superficie del pianeta, dove dovrebbe lavorare per circa tre mesi.

·        Gli Ufo.

Da ilgiorno.it il 30 novembre 2021. Le segnalazioni, da prendere naturalmente con le pinze, arrivano dal Centro Ufologico Mediterraneo, associazione regolarmente registrata che si occupa di avvistamento di oggetti non identificati nel cielo con tanto di call center per raccogliere e verificare gli x-files. Da tale screening su foto e video girati sarebbero risultati credibili tre avvistamenti nei cieli del centro sud Italia avvenuti negli ultimi mesi: in Campania, in Sicilia e nel Lazio. In particolar modo, nei primi due casi, colpisce il fatto che i presunti ufo siano stati visti volare sopra il Vesuvio e l'Etna. Ma andiamo con ordine. A San Sebastiano al Vesuvio, in provincia di Napoli, il 16 luglio 2021, alle ore 18,20 circa, in pieno giorno, in un cielo parzialmente nuvoloso, uno strano oggetto volante, bianco, di natura ignota, è stato filmato, mentre si muoveva e stazionava alternativamente. L'ufo, che in alcuni frangenti sembrava triangolare, si è poi eclissato dietro ad alcune nuvole. Così fa sapere Angelo Carannante, presidente del centro ufologico Mediterraneo. A Nettuno, nel Lazio, lo scorso 8 ottobre, alle ore 19,30 circa, un oggetto situato, prospetticamente, poco sopra al cornicione di un edificio, si è poi spostato lateralmente, suscitando la curiosità di alcuni testimoni, che lo hanno immediatamente filmato. I presenti hanno dichiarato che, l'oggetto, visto dal vivo era piuttosto diverso da come lo si vede nel filmato girato nell’occasione, in quanto, con i propri occhi, lo vedevano di forma triangolare. Non è la prima volta che, nella casistica ufologica, un oggetto volante non identificato, visto poi in video o foto, appare diverso rispetto all’osservazione. Infine, importante è anche il caso di Santa Maria di Licodia (Catania), dove il 3 agosto 2021, un giovane, sul terrazzo di casa, era intento a preparare il proprio telescopio per delle osservazioni dei corpi celesti, quando si è accorto di un oggetto a forma di diamante che, nel buio imperante, è passato abbastanza veloce davanti ai suoi occhi. Il testimone è riuscito a filmarlo, sia pure per brevi momenti, ma quanto basta per constatare la sua insolita sagoma. 

Da "ilmattino.it" l'11 ottobre 2021. Un ufo triangolare, è stato osservato da due paesi della Campania distanti una sessantina di chilometri. Si tratta di Cesa, in provincia di Caserta e Nocera Superiore in provincia di Salerno e probabilmente a Mondragone, qualche ora prima. Lo fa sapere il Centro Ufologioco Mediterraneo diretto da Angelo Carannante. L’uap in questione sarebbe transitato nei cieli campani il 4 ottobre 2021. Alle 19:40, a Cesa, due persone, padre e figlio, hanno puntato il loro telescopio verso l’emisfero nord, per osservare la costellazione di Andromeda situata, prospetticamente, non lontano da Pegaso. Si ritrovano un oggetto bianco e molto luminoso, proprio sulla loro verticale, riuscendo ad inquadrarlo con il telescopio. A questo punto restano sbalorditi: si trattava di uno splendido ufo triangolare, spesso avvistato in altre parti della terra. Ha percorso il cielo, in un baleno, circa un minuto, dileguandosi infine all’orizzonte. Scena non dissimile, si è ripetuta dopo soli due minuti, a ben 45 chilometri di distanza, in linea d’aria, in provincia di Salerno, precisamente a Nocera Superiore. Quasi in fotocopia, una famiglia, composta da madre, padre e figlioletta, hanno visto un oggetto bianco sfrecciare in direzione nord sud est, esattamente la stessa direzione dell’avvistamento di Cesa, che appariva “spigoloso”, come dimostrato dal video che la famiglia è riuscita a girare. Quindi, confermando, di fatto, che si trattava dello stesso oggetto di Cesa, anche perchè tutto coincide: colore, quota, tempi dell'avvistamento, direzione dell'uap, stesso descrizione. Nell'audio del filmato, si sentono i commenti meravigliati dei tre testimoni a conferma dell’autenticità dell’avvistamento. Infine, intorno alle tre di notte, qualche ora prima, un giornalista di Mondragone, ha filmato, durante un temporale, uno sconcertante ufo pulsante che ha evoluito per diversi minuti davanti all’uomo. Era molto luminoso e molto grande a quota piuttosto bassa. Che fosse lo stesso ufo di Cesa e Nocera Superiore? Il team del Cufom, sotto la guida del suo presidente Angelo Carannante, sta conducendo serrate indagini ed, un ricco articolo sui fatti ufologici, è postato sul sito ufficiale centroufologicomediterraneo.it, mentre su cufomchannel, canale youtube del Cufom è stato postato un video che racchiude tutti e tre gli avvistamenti. Indubbiamente un grande evento ufologico, ha sottolineato il massimo esponente dei ricercatori mediterranei. La situazione è in piena evoluzione e non è escluso che, con la pubblicazione dei tre avvistamenti, giungano altre segnalazioni. Eventuali ulteriori novità dei tre avvistamenti ufo, saranno rese pubbliche tempestivamente.

Mistero. Esiste anche una "Roswell sovietica"? Da Focus. Nel 1986 le cronache riferirono di una "Roswell sovietica": un oggetto non identificato impattò in circostanze mai ben chiarite sul suolo dell'allora Unione Sovietica.Nell'inverno 1986, sulla Cima 611 dei monti Izvetoskovaya (nel Dal'negorsk, regione dell'estremo oriente russo), si verificò, a detta di molti, lo schianto di un oggetto volante non identificato.

Le cronache dell'epoca raccontano che alle 19:55 del 29 gennaio un luminoso disco rossastro fu visto cadere alle spalle del complesso montuoso, ma la spedizione organizzata il giorno dopo trovò l'area bonificata, rinvenendo solo un cratere di tre metri di diametro e una scia di terra bruciata contenente materiali non reperibili nella zona (tra cui grafite e oro). 

COME A ROSWELL? I misteri legati al cosiddetto "incidente di Dal'negorsk" hanno tratti in comune con quanto avvenuto a Roswell (New Mexico) dove, leggenda narra, nel 1947 precipitò un disco volante poi custodito nella famosa Area 51, nello stato americano del Nevada (a proposito, sai proprio tutto su quel che si dice sull'Area 51?). La spiegazione che accomuna i due eventi sarebbe che, in entrambi i casi, si sia trattato dello schianto di un veicolo militare o di un meteorite.

Mistero. Alieni: e se fossero già stati qui? Da Focus. Un astronomo riflette sulla possibilità che forme di vita intelligente abbiano lasciato, nel Sistema Solare, tracce che non abbiamo ancora cercato. È possibile che alieni intelligenti abbiano già visitato (o abitato) il Sistema Solare e lasciato testimonianze che dobbiamo ancora trovare? Jason Wright, docente di astronomia alla Penn State University, ha pubblicato su arXiv un documento nel quale fa il punto sulla ricerca di altre forme di vita nello Spazio e pone una questione interessante e molto cara ai "cacciatori di misteri" almeno dalla metà del secolo scorso: abbiamo per davvero cercato con sufficiente attenzione testimonianze di vita aliena nel nostro stesso Sistema Solare? I nostri strumenti scandagliano l'Universo alla ricerca di segnali, radio o luminosi, di origine intelligente (senza successo, finora), ma, afferma Wright, poco o nulla di analogo viene fatto con i mondi del Sistema Solare. La "faccia di Marte" è una nota struttura geologica che, in particolari condizioni di luce, assume un aspetto familiare: è un classico esempio di pareidolia (ecco tutto quello che abbiamo creduto di vedere su Marte). In sintesi, nel suo lavoro Wright afferma che non possiamo escludere che forme di vita intelligente siano vissute per periodi più o meno lunghi su qualche "nostro" satellite o pianeta, Terra compresa. Lasciando poi, volutamente o involontariamente, le prove del loro sviluppo tecnologico, ossia quello che si definisce firma tecnologica (in inglese: technosignatures).

PERCHÉ SOLO MICROBI? Wright non afferma quindi che altre forme di vita intelligente siano già state presenti nel Sistema Solare, ma che la seppur remota probabilità che sia accaduto non deve essere sottovalutata: è possibile che altre intelligenze abbiano abitato il Sistema Solare e che, per motivi ignoti, si siano estinte o se ne siano andate. Ai giorni nostri, sottolinea, la ricerca punta a rilevare tracce di vita extraterrestre microbica, presente o passata, mentre sembra avere escluso possibilità di vita più evoluta. Il Corpo Forestale dello Stato e lo strano caso delle fate dei boschi. Nella foto: le "Fate di Cottingley", un famoso scherzo fotografico realizzato nel 1920 da due adolescenti inglesi e in cui caddero diversi esperti, compreso Sir Arthur Conan Doyle.

CERCARE OVUNQUE. Sulla Terra, trovare eventuali tracce di alieni estinti è praticamente fuori discussione: a causa dell'evoluzione geologica del nostro pianeta, per esempio il movimento delle placche, qualsiasi firma tecnologica vecchia centinaia di milioni anni, se non qualche miliardo, è certamente andata distrutta. Altri corpi del Sistema Solare, invece, potrebbero avere conservato per periodi di tempo molto lunghi eventuali strutture aliene, quando non soggette all'azione geologica e o dell'atmosfera. Non è la prima volta che ricercatori e scienziati propongono ipotesi del genere: negli anni '90 era stato proposto di scandagliare all'infrarosso il Sistema Solare, alla ricerca di tracce di attività termica di origine artificiale, ma le poche ricerche fatte non portarono ad alcun risultato.

 Dagotraduzione dal Sun il 10 dicembre 2021. Secondo un rapporto della Nasa, che si definisce «non chiusa» alla possibilità che esista vita extraterrestre, gli alieni potrebbero avere già visitato la Terra in passato. Anche se il rapporto afferma di non aver ancora trovato «alcuna prova credibile», spiega che le missioni scientifiche stanno «lavorando insieme con l’obiettivo di trovare segni inconfondibili di vita oltre la Terra». Questi dettagli sono stati rilasciati il 30 novembre a seguito di una richiesta formale. Nel documento diffuso si dice: «Quando apprendiamo di fenomeni aerei non identificati, (UAP, o più comunemente noti come oggetti volanti non identificati o UFO), si apre la porta a nuove domande scientifiche da esplorare». Le rivelazioni arrivano dopo che il governo ha pubblicato a giugno un rapporto su una serie di misteriosi oggetti volanti che sono stati osservati negli spazi aerei militari negli ultimi decenni. Il rapporto, diffuso sul sito dell'Ufficio del Direttore dell'Intelligence nazionale, ha esaminato 144 questi incontri con quelli che il governo ha definito «fenomeni aerei non identificati». Gli investigatori inoltre non hanno trovato prove di vita extraterrestre o di importanti progressi tecnologici da parte di un nemico straniero, come la Cina o la Russia.

«Sui 144 rapporti di cui ci occupiamo qui, non abbiamo chiare indicazioni che ci sia una spiegazione non terrestre, ma andremo ovunque ci porteranno i dati"» ha detto un alto funzionario degli Stati Uniti.

«Non abbiamo indicazioni chiare che nessuno di questi fenomeni aerei non identificati facciano parte di un programma di raccolta [di intelligence] straniero e non abbiamo dati chiari che siano indicativi di un importante progresso tecnologico da parte di un potenziale avversario».

«Continuiamo a dedicare molto impegno ed energia al monitoraggio di questi sviluppi e li osserviamo con molta attenzione. Niente in questo set di dati ci indica chiaramente quella direzione», ha continuato il funzionario. 

Un secondo alto funzionario ha affermato che 21 dei rapporti mostrano UAP «che sembrano avere una sorta di propulsione avanzata o tecnologia avanzata».

Ognuno sembra anche privo di qualsiasi mezzo di propulsione o accelerazione e mostra velocità di cui nessuno è capace. L'UFO del Pentagono ha anche rivelato un  misterioso aereo  «raggruppato intorno alle basi militari e ai campi di prova degli Stati Uniti». 

Il rapporto segna un punto di svolta per il governo degli Stati Uniti dopo che i militari hanno trascorso decenni a deviare, ridimensionare e screditare le osservazioni di oggetti volanti non identificati e "dischi volanti" risalenti agli anni '40.

I legislatori hanno chiesto che i risultati vengano rilasciati dopo che circa 120 incidenti negli ultimi 20 anni sono stati segnalati dall'esercito americano. I piloti della US Navy, ad esempio, hanno registrato oggetti che viaggiavano a velocità apparentemente ipersoniche, ruotando e scomparendo misteriosamente. 

Nel dicembre di quest'anno al Pentagono è stato dato il via libera per creare un vero ufficio X-Files dedicato alle indagini sugli UFO, sulle loro origini e sui tentativi di "catturare o sfruttare" uno dei misteriosi velivoli.

Molti rapporti affermano che gli UFO sono stati visti emergere o immergersi nell'oceano, scatenando speculazioni sul legame tra gli oggetti e l'oceano.

Dagotraduzione dal Guardian il 13 settembre 2021. A giugno, il governo degli Stati Uniti ha pubblicato il tanto atteso rapporto sugli Ufo. Anche se il documento non ha confermato, né smentito, l’esistenza di alieni, ha rivelato che non solo nei nostri cieli appaiono oggetti che il Pentagono non riesce a spiegare, ma che alcuni di questi sollevano «un problema di sicurezza e una sfida per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Il Pentagono ha anche rivelato di aver preso gli Ufo così seriamente che nel 2007 ha istituito l’Advanced Aerospace Threat Identification Program (AATIP), che da allora ha raccolto dati su fenomeni aerei inspiegabili. Il rapporto del Pentagono ha offerto comunque cinque possibili spiegazioni banali per glli Ufo, e una che le comprendeva tutte. È quest’ultima ad aver catturato l’attenzione degli astronomi e dei teorici della cospirazione. Se l'esercito degli Stati Uniti sta indagando silenziosamente e seriamente sugli UFO (o, come vorrebbe il Pentagono, sugli UAP) dal 2007, e se il rapporto ufficiale del Pentagono non può escludere l'esistenza di extraterrestri, non sarà ora di rivedere le affermazioni sugli avvistamenti degli alieni? L’entusiasmo per gli Ufo ha iniziato a spopolare da quando un pallone aeronautico americano si è schiantato vicino Roswell, nel 1947. I teorici della cospirazione lo hanno scambiato per un Ufo, e il governo degli Stati Uniti non è riuscito a ridimensionare l’affermazione. Risultato: gli alieni hanno catturato l’immaginazione collettiva. E così fino al 1961, quando Barney e Betty Hill raccontarono la prima storia di rapimenti alieni. Da allora le segnalazioni e i racconti si sono seguiti per anni. Terry Lovelace, assistente procuratore generale in pensione nel Vermont, negli Stati Uniti, e autore di Incident at Devil's Den, ha tenuto per sé il suo rapimento per 40 anni per paura di perdere il lavoro. Ha avuto un incontro ravvicinato nel 1977 mentre prestava servizio nell'aeronautica americana. Lovelace, che ora ha 67 anni, era in campeggio nel parco statale di Devil's Den nel nord dell'Arkansas con un amico e collega di nome Toby quando le cose si sono fatte strane. Erano seduti intorno a un fuoco, cercando di parlare nonostante il cantare delle cicale e il gracchiare delle rane, quando tutto è diventato silenzioso. «Sembra un cliché - da film - ma è esattamente quello che è successo a noi», dice. Tre luci brillanti sono apparse all'orizzonte e si sono mosse nella loro direzione. Una volta arrivate sopra di loro, hanno visto che provenivano da un prisma triangolare nero largo quanto due isolati. Sono stati colpiti da un raggio laser blu, che li ha resi sonnolenti. Quando si è sveliato ha visto l’amico Toby che sbirciava fuori dalla tenda. Il triangolo era sospeso sopra quella che sembrava essere una dozzina di bambini in piedi in un prato sotto di loro. «Cosa ci fanno questi ragazzi qui nel bel mezzo della notte?». «Non sono bambini piccoli. Non ti ricordi che ci hanno preso e ci hanno ferito?» ha risposto Toby. E a quel punto Lovelace ha iniziato a ricordare di aver incontrato creature aliene. Per alcuni, il fatto che il Pentagono abbia finalmente ammesso di non poter spiegare il comportamento degli oggetti potrebbe essere stata una sorpresa ma, per Alan Godfrey, 73 anni, è solo la dimostrazione di quello che già sa. In una ventosa e umida sera del novembre 1980, Godfrey era alle calcagna di una mandria di mucche fuggite nel complesso residenziale di Todmorden, nel West Yorkshire. Invece di trovare le mucche, si è imbattuto in un gigantesco diamante levitante che avrebbe cambiato il corso della sua vita. L'incontro ravvicinato di Godfrey con questo UFO è diventato virale in tutto il mondo e ha trasformato Todmorden nel Roswell britannico. Godfrey, un uomo dello Yorkshire senza fronzoli nato e cresciuto a Oldham, è da tempo in pensione ma ricorda ancora gli eventi di quella notte in cui si è trovato faccia a faccia con l'oggetto peculiare: un aereo a forma di diamante che si librava a 5 piedi da terra mentre girava sul suo asse. Ha appena avuto il tempo di disegnare l'UFO sul suo taccuino prima di essere accecato. Nel momento successivo di consapevolezza, era seduto nella sua auto di pattuglia. L'UFO era sparito. «Sono sceso dall'auto, ho guardato la superficie stradale e sembrava un vortice», dice. Foglie morte, ramoscelli e altri detriti erano in una spirale a tema autunnale. Godfrey è stato ridicolizzato per anni - molti che affermano di aver avuto incontri con gli UFO sono riluttanti a registrarsi per paura dello stesso trattamento - ma le cose stanno cambiando. Funzionari governativi di alto livello come Christopher Mellon, ex segretario alla difesa degli Stati Uniti nell'intelligence, e Luis Elizondo, ex direttore dell'AATIP, insistono sul fatto che ci sono aerei nei nostri cieli che non obbediscono alle note leggi della fisica. Anche Barack Obama, parlando quest'anno alla CBS, ha detto: «Ci sono filmati e registrazioni di oggetti nei cieli, che non sappiamo esattamente cosa siano, non possiamo spiegare come si sono mossi, la loro traiettoria. Non avevano uno schema facilmente spiegabile. E quindi, sai, penso che le persone prendano ancora sul serio il tentativo di indagare e capire di cosa si tratta. Ma non ho niente da riferirvi oggi». Quando si tratta di storie di rapimenti, gli scettici dicono che questi incontri sono bufale o resoconti di sogni vividi o allucinazioni. Christopher French, professore emerito di psicologia alla Goldsmiths, Università di Londra, ha trascorso anni a studiare il paranormale e sostiene che la paralisi del sonno è una spiegazione migliore per molte di queste storie. «In alcuni casi, ottieni sintomi associati che includono un senso di presenza; una sensazione molto forte che ci sia qualcosa nella stanza con te», dice French. Aggiunge che i malati potrebbero avere allucinazioni e «vedere strane luci muoversi nella stanza o strane figure o persone ombra». Questo non si adatta alla storia di Godfrey: era alla guida e in servizio in quel momento. «Penso che nel caso di Alan Godfrey, il problema fosse l’insonnia; era in servizio da molto tempo. La spiegazione più probabile è una sorta di esperienza allucinatoria dovuta alla stanchezza», afferma French. E la storia che ha raccontato sotto ipnosi? «La regressione ipnotica è uno dei modi migliori per generare falsi ricordi. Se fai la regressione ipnotica aspettandoti di recuperare i ricordi del rapimento alieno, ci sono ottime possibilità che lo otterrai». Ma Nick Pope, un ex investigatore UFO per il Ministero della Difesa, non è convinto e pensa che Godfrey sia genuino.

«Aveva molto da perdere potenzialmente uscendo con questa storia».

Un'allucinazione non spiega quello che ha visto?

«Ho capito che le persone hanno allucinazioni, ma tendono ad essere il risultato di una malattia mentale o di una sorta di sostanza allucinogena, e questo ragazzo era di turno ed era, a detta di tutti, razionale. E quindi quelle spiegazioni non sembrano essere applicabili – sono perplesso quando si tratta di quel caso particolare. Chiediti: quante volte sei stato stanco e sei arrivato alla fine di una lunga giornata? Siamo stati tutti in quella situazione e non costruiamo improvvisamente narrazioni bizzarre su astronavi e alieni».

È ora di iniziare a prendere queste storie più seriamente?

«Non sto dicendo che credo sia letteralmente vero che queste sono astronavi aliene», dice Pope. «Ma almeno, queste persone dovrebbero essere ascoltate. Per tutti quelli che ti dicono che queste persone cercano attenzioni in cerca di fama e fortuna, io risponderei: “Quale fama? Che fortuna?' Chi al di fuori della comunità UFO ha sentito parlare di Alan Godfrey o Terry Lovelace?”» 

Pope pensa che gli ET siano tra noi?

«Non lo so. Sono certo che sono là fuori, ma se sono quaggiù o no? Non lo so. Penso che sia molto più probabile che abbiamo a che fare con sonde senza equipaggio». Se non si tratta di allucinazioni, problemi tecnici o errori, molti diranno che le operazioni segrete, condotte da Stati Uniti, Cina, Russia o altri eserciti, sono una spiegazione più plausibile degli alieni. «I militari, il governo e la comunità dell'intelligence hanno un'idea abbastanza precisa di dove si trovi il tetto in termini di tecnologia. Quindi, quando questi testimoni esperti militari descrivono i tipi di velocità, accelerazioni, manovre che vengono riportate con questo tipo di incidenti, mi siedo e prendo nota».

Qualunque cosa si pensi sulla veridicità di queste storie, molte delle persone che le raccontano credono che siano vere, e alcune soffrono di gravi malattie mentali in seguito. Chris French afferma che i livelli di eccitazione psicologica nelle persone che convivono con il disturbo da stress post-traumatico vanno “alle stelle” quando viene chiesto loro di raccontare nuovamente le loro storie. La notte di Lovelace a Devil's Den ha cambiato la sua vita e quella del suo amico Toby. L'aeronautica americana ha saputo del loro calvario e, come da protocollo militare, li ha separati e riassegnati. Lovelace ha ignorato i suoi ordini e ha visitato Toby per salutarlo. «Toby stava cadendo a pezzi», dice Lovelace. I due si sono abbracciati. Toby ha detto: «È successo, vero?». «Sì, fratello mio, è successo davvero. Non stai perdendo la testa», gli ha risposto Lovelace. Lovelace ha sofferto enormemente da quella notte. «Ho avuto 40 anni di incubi. Ho ancora la fobia di attraversare terreni aperti. Dormo ancora con la luce accesa e una pistola accanto al letto». Ma si sente giustificato dai riconoscimenti fatti dal governo degli Stati Uniti, dal personale militare e da Obama. «Ho una lunga lista di persone a cui invierò un'e-mail e dirò: “Te l'avevo detto”». Per Godfrey, sono 40 anni in ritardo. È irremovibile su ciò che ha visto quella mattina a Todmorden. «Ne ho avuti di tutti i tipi: sei caduto in una sorta di trance mentre guidavi – tutta quella merda. No, era reale. L’Ufo ha lasciato detriti sulla strada: i miei fari si riflettevano su di loro, così come le luci blu. Questo è stato un vero incidente. Non avevo bisogno che il Pentagono mi dicesse che ci sono cose là fuori. So che quello che ho visto quella notte era reale, dadi e bulloni. Se fossi sceso e ci avessi tirato un mattone, avrebbe fatto 'Clang!' Non cambia quello che mi è successo e come sono stata trattata allora».

Ufo, la domanda che nessuno si pone: chi vuole farci credere agli alieni, e perché? Il libro di Gianluca Marletta spiega molto. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 09 settembre 2021 

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Il binomio Ufo – Alieni circola ormai ovunque, al cinema, nelle pubblicità, sui giornali, sulle scatole di cereali, sponsorizzato dall’Onu pro-gender-aborto-eutanasia e da personaggi venerati dal mainstream come Obama, Nobel per la Pace che, lo ricordiamo, di oggetti volanti – ben identificati - ne ha sganciati 26.171 sulle teste degli afghani. Ci sarà dunque qualcosa sotto? Pare proprio di sì, come spiega l’interessantissimo “Ufo e alieni” (ed. Irfan) dello storico Gianluca Marletta. Ne parleremo con l’autore oggi, alle 18.00, ospiti di “Ritorno a Itaca” di Aurelio Porfiri. Un titolo, quello del libro, che farebbe pensare all’ennesima pubblicazione sui lucertoloni nascosti fra noi, e invece indaga in modo scorrevole e colto le radici culturali e le manipolazioni, da parte di ben noti poteri, di questi strani fenomeni. Sì, perché, di fatto, in 74 anni di avvistamenti, (dal 1947, guarda caso, inizio dell’era spaziale) con decine di migliaia di persone che hanno osservato e ripreso luci, dischi, “sigari” volanti e altri fenomeni aerei che, per una percentuale fra il 5 e il 10% restano oggettivamente inspiegabili, nessuno è mai riuscito a trovare una latta d’olio “Made in Neptune”, un bullone di Ufo o una mutanda di alieno. Il caso Roswell (1947) è notissimo, ma tra smentite, rottami di palloni-sonda, pupazzi, falsi video di autopsie, finora nulla è stato dimostrato. Colpa dei militari arcigni che ramazzano via ogni cosa, in perfetta pulizia, che nemmeno Mastro Lindo? Forse. Resta il fatto che, per ora, si tratta di fenomeni immateriali, proprio come i fenomeni medianici di cui molti raccontano, tanti dicono di averli visti, fotografati e ripresi, ma - sebbene immateriali per definizione – nessuno è mai riuscito a catturare dei fantasmi. Non stupisce allora, che il mito degli extraterrestri nasca proprio sulle ceneri dell’ormai spento spiritismo; non a caso, di “alieni transdimensionali” parlava il satanista-mago Alesteir Crowley detto “La Bestia 666”; così il teosofo spiritista Camille Flammarion che teorizzò i marziani e il medico bolscevico Aleksandr Bogdanov, fissato con le trasfusioni, che nei suoi romanzi scriveva di marziani-vampiri resi immortali dalla condivisione del sangue. Nel secondo dopoguerra, le sperimentazioni americane sugli arditissimi ultimi velivoli nazisti hanno fatto il resto, implementate dai filmoni anni ’70 della Hollywood  gnostica di Spielberg e Kubrik (“E.T.” e “2001 Odissea nello spazio”). Si nota, dunque che il mito extraterrestre è sempre stato cavalcato da tutti i poteri non-cristiani o anticristiani del passato e del presente. Oggi, con un darwinismo ridotto ormai sui gomiti, l’ipotesi che l’uomo sia stato creato - non da Dio - ma da alieni venuti a inseminare delle scimmie terrestri (contenti loro) si offre come radicale e perfetta alternativa alla cultura creazionista dell’Occidente cristiano. L’alieno è il perfetto Grande Architetto dell’Universo massonico-mondialista, anche perché in pochi riescono a domandarsi: “Sì, ma chi ha creato gli alieni?”. I parallelismi dell’ufologismo con un culto religioso vero e proprio sono tanti: i profeti, i “posseduti”, (ovvero i “contattisti” rapiti dagli alieni), l’attesa messianica di un paradiso promesso dall’illuminazione di questi esseri superiori, insieme all’altra paccottiglia New Age: pacifismo, ecologismo, reincarnazionismo, sincretismo etc. Ma, come in ogni cosa, anche Dio si prende la sua parte. Ci sono, infatti, altre due ipotesi su questi inspiegabili fenomeni: quella parafisica e quella metafisica. Entrambe considerano queste apparizioni nel cielo come fenomeni ingannevoli da parte di entità sottili, provenienti da un’altra dimensione. Esseri transdimensionali, o entità spirituali maligne, vorrebbero farci credere, con uno spettacolo di suoni e luci, proprio alla realtà fisica degli extraterrestri, per i motivi di cui sopra. Un inganno anticristico in cui pare ci si stia cadendo con tutti e due i piedi, tanto che, guarda caso, le pseudoreligioni ufologiche sono tutte, immancabilmente, anticristiane. Perfino la Chiesa, ormai metastatizzata dal modernismo, sta aprendo all’ipotesi extraterrestre dimenticando quanto insegna l’Apocalisse sui “segni dal cielo”. Follie misticheggianti, dirà qualcuno. Allora rettiliani e “grigi” che governano il mondo insieme a Soros sarebbero un’ipotesi di solido buon senso?

Occhi all’insù. Tutto quello che volevo sapere sugli Ufo e che ho osato chiedere. Harry Reid su L'Inkiesta.it il 2 Agosto 2021. Il senatore degli Stati Uniti Harry Reid racconta le sue esperienze con i cosiddetti “fenomeni aerei non identificati” e la sua ostinazione nel voler sapere di più riguardo ad alcuni strani avvistamenti. Nel giugno scorso il Pentagono ha fornito alcuni dati in materia, ma rimangono ancora molte le domande senza risposta. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store. Un giorno del 1996 ho ricevuto una telefonata da George Knapp, che è un reporter investigativo di KLAS-TV, emittente di Las Vegas del network CBS, ed è anche un mio amico. «Harry, c’è una cosa alla quale devi partecipare», mi disse. E mi invitò a una conferenza, prevista di lì a poco, che avrebbe avuto come argomento quelli che il governo americano definisce abitualmente “fenomeni aerei non identificati” e che la gran parte delle persone chiama semplicemente Ufo: un tema verso cui Knapp nutriva, e tuttora nutre, un interesse particolare. In occasione dell’evento, una grande sala convegni si riempì di docenti universitari, di persone comuni interessate all’argomento e, sì, di qualche tipo stravagante. Rimasi molto impressionato dai professori, che parlavano di fenomeni aerei non identificati con linguaggio scientifico, discutendo il tema in termini di sviluppo tecnologico e sicurezza nazionale. Ne fui catturato. Negli anni seguenti, mentre il mio interesse per gli Ufo aumentava – anche grazie alle mie conversazioni con l’ex astronauta John Glenn, un collega in Senato che condivideva le mie curiosità – il mio staff mi raccomandò di non farmi vedere mentre mi occupavo di questo argomento. «Tieniti maledettamente lontano da tutto ciò», mi dicevano. Li ho gentilmente ignorati. Ero curioso. Come il senatore Glenn, ritenevo che quello fosse un tema da indagare ed ero nella posizione per fare qualcosa. E qualcosa ho fatto. Nel 2007, mentre ricoprivo il ruolo di leader della maggioranza, ho lavorato con il senatore Ted Stevens, un Repubblicano dell’Alaska, e con Daniel Inouye, un Democratico delle Hawaii, perché fossero stanziati fondi per 22 milioni di dollari per quello che sarebbe diventato noto come Advanced Aerospace Threat Identification Program (Programma avanzato per l’identificazione delle minacce aerospaziali). Questa operazione segreta del Pentagono condusse ricerche sui report riguardanti gli Ufo e altri fenomeni analoghi, compresi gli incontri con gli Ufo che avevano coinvolto personale militare americano. In seguito sono stati resi pubblici alcuni video e alcune fotografie che documentano questi stupefacenti incontri e che hanno ravvivato la fascinazione di lungo corso che l’America ha per gli Ufo. Benché il programma del Pentagono che ho contribuito a creare non esista più, il governo ha continuato a studiare gli Ufo, da ultimo attraverso un nuovo programma conosciuto come Unidentified Aerial Phenomenon Task Force (Task force per i fenomeni aerei non identificati). Sono sempre stato affascinato dalle cose che non capisco – da ciò che è misterioso e da ciò che non trova spiegazione – e credo che questa fascinazione derivi in parte dall’essere cresciuto nel Nevada rurale. Vengo da Searchlight, un paese che si trova in pieno deserto, a una cinquantina di miglia a Sud di Las Vegas, e che oggi ha circa 300 abitanti. La casa in cui sono cresciuto era stata costruita con traversine ferroviarie e ho imparato a nuotare nell’unica piscina della cittadina, che si trovava in un bordello. A Searchlight la prostituzione aveva sostituito il settore minerario come principale attività economica e c’erano molte case di dubbia reputazione. Per fortuna c’era anche il grande, splendido cielo con le meraviglie che contiene. Le persone che vivono nell’America rurale, lontano dall’inquinamento luminoso delle grandi città, di notte possono fissare i loro sguardi in cielo e vedere le meraviglie della Via Lattea e molto altro. Nella mia giovinezza a Searchlight ho passato molte sere sdraiato su un vecchio materasso a fissare il cielo sconfinato e pieno di stelle. Sono state poche le notti in cui non ho visto una stella cadente. Quella distesa scintillante riempiva i miei occhi e scatenava la mia immaginazione. Il fatto di non avere una formazione scientifica è una cosa che mi ha sempre procurato dispiacere. Nella mia scuola elementare non avevamo un’insegnante di scienze. E quando sono andato alla high school erano disponibili soltanto pochi corsi. Ma, nonostante la mia carenza di conoscenze scientifiche (o forse proprio per questa ragione), sono sempre stato molto curioso. Come mai il sole rimane caldo?, mi domandavo. Come mai non si raffredda alla fine del giorno? Da ragazzo non avrei saputo trovare le risposte, ma non ho mai smesso di porre domande. Come disse una volta Albert Einstein, «la curiosità ha in se stessa la propria ragione di esistere». Anni dopo, quando sono diventato una figura pubblica, ero ancora curioso come prima. Come senatore Democratico per il Nevada, ho visitato l’Area 51, la base sperimentale top secret dell’Air Force che si trova nel Nevada meridionale e che era da lungo tempo associata alle teorie del complotto connesse con gli Ufo. Quello che ho visto mi ha affascinato, benché molte di quelle cose debbano restare coperte da segreto. Durante una di queste visite ho percorso la breve distanza verso la struttura che ospitava i nuovi aerei stealth dell’Air Force, ancora segreti. Per ragioni di sicurezza i piloti potevano farli volare soltanto di notte – sotto quelle stesse stelle del Nevada su cui fissavo i miei occhi quando ero un ragazzo. Benché l’Area 51 sia stata sviluppata decine di anni fa, all’apice della Guerra fredda, la sua esistenza non è stata pubblicamente riconosciuta dal governo degli Stati Uniti fino al 2013. Farlo prima avrebbe messo a rischio la sicurezza del nostro Paese, dal momento che il governo cerca sempre un equilibrio tra le priorità della segretezza e la trasparenza che è propria di una democrazia. Fino a tempi recenti, molti piloti militari avevano timore di essere puniti qualora avessero riportato l’avvistamento di fenomeni aerei non identificati. Ma io ritenevo che l’esistenza di un tabù non ufficiale, che impediva una schietta discussione su questi incontri, avrebbe potuto danneggiare la nostra sicurezza nazionale e ostacolare possibili avanzamenti tecnici. E questo è il motivo per il quale nel 2007, insieme con i senatori Stevens e Inouye, ho contribuito a creare quel programma segreto del Pentagono. Volevamo dare un’occhiata da vicino, e in modo scientifico, alle implicazioni tecnologiche connesse con gli incontri con gli Ufo che erano stati riferiti. Credo che dalle indagini segrete del governo sui fenomeni aerei non identificati siano state scoperte delle informazioni che potrebbero essere rese pubbliche senza mettere a rischio la nostra sicurezza nazionale. Il popolo americano merita di sapere di più (alla fine del giugno scorso il governo di Washington ha in effetti diffuso un rapporto sui “fenomeni aerei non identificati”, ma la maggior parte degli esperti ha ritenuto piuttosto inconcludenti le analisi contenute in questo documento del governo degli Stati Uniti, ndr). Ma che cosa ho imparato finora dalle inchieste ufficiali sui fenomeni aerei non identificati? La verità, per quanto possa essere deludente, è che ci sono ancora molte cose che non capiamo. Non è chiaro se gli Ufo in cui ci siamo imbattuti possano essere stati costruiti da Paesi stranieri che sono nostri avversari, se la percezione visiva dei nostri piloti durante alcuni di questi incontri fosse in qualche modo falsata o se davvero abbiamo prove credibili di visite da parte di extraterrestri. E potrebbero esserci ulteriori spiegazioni, ancora sconosciute, per alcuni di questi strani avvistamenti. In ogni caso, quando si studiano gli Ufo, credo che sia di fondamentale importanza partire dalla scienza. Se concentreremo la nostra attenzione su omini verdi e teorie del complotto non andremo lontano. Naturalmente, qualunque cosa ci dovesse dire la scienza, una parte dell’opinione pubblica continuerebbe a credere all’esistenza di Ufo provenienti da altri mondi come a un articolo di fede. Negli ultimi tempi, il dibattito intorno agli Ufo può essere suddiviso così: da un lato, chi crede sinceramente alla scienza, dall’altro chi crede sinceramente negli extraterrestri. Io sto dalla parte della scienza. Voglio chiarirlo ancora: non ho mai avuto l’intenzione di provare che esista vita oltre la Terra. Ma se la scienza provasse che esiste, per me non ci sarebbe nessun problema. Perché più imparo e più mi rendo conto che ci sono ancora tantissime cose che non conosco.

2021 The New York Times Company and Harry Reid. Distributed by The New York Times Licensing Group

UFO. DA lastampa.it il 13 luglio 2021. Altri due avvistamenti Ufo registrati dall'Aeronautica militare, entrambi nel mese di maggio. Dopo la segnalazione, registrata il 14 gennaio scorso a Bernareggio (Mb), di un oggetto «bianco e nero» di forma «irregolare obliqua» che si muoveva «in direzione sud est», nella casistica della forza armata finiscono anche i «numerosi» oggetti «leggermente ovali» e «luminosi» segnalati da un cittadino il 6 maggio scorso a Firenze. Sempre il 6 maggio, a Caltanissetta, è stato avvistato un «oggetto sferico» dalla «luce bianca», volare in direzione sud. «Sulla base dei dati raccolti presso gli enti preposti della forza armata», viene precisato, gli eventi non sono stati associati «ad attività di volo o di radiosondaggio» e sono stati pertanto «catalogati come “Ovni”». Tuttavia gli avvistamenti presentano «forti analogie con il noto ''effetto starlink'' che ha interessato i cieli dell'intero territorio nazionale nella settimana del 6 maggio». Nell'ambito della Difesa, è l'Aeronautica Militare l'organismo istituzionale deputato a raccogliere, verificare e monitorare le segnalazioni relative agli oggetti volanti non identificati. Attività che viene svolta dal Reparto Generale Sicurezza dello Stato Maggiore Aeronautica «allo scopo di garantire la sicurezza del volo e nazionale». Le segnalazioni di oggetti volanti non identificati giunte dai cittadini finiscono nei registri pubblicati dalla forza armata. Nei registri del Reparto Generale Sicurezza dello Stato Maggiore sono stati raccolte, negli ultimi due anni, 11 segnalazioni: oltre alle tre di quest'anno, questi i precedenti: il 5 gennaio del 2019 a Cremosano (Cr), viene avvistato un oggetto «scuro nella zona superiore, illuminato in quella inferiore», di forma «sferica», muoversi a bassa quota e a velocità «sostenuta» da sud a nord. «L'evento non è stato associato ad attività di volo o di radiosondaggio ed è stato pertanto catalogato come oggetto volante non identificato», registra l'Aeronautica. Sempre a gennaio 2019, il giorno 25 alle 16.57, un 'privato cittadino' nota in cielo a circa 500 metri di quota, un oggetto dalla «forma allungata con spigolature» che vola «da nord ovest direzione sud est» a velocità «bassa e costante con spostamento orizzontale veloce verso sinistra». Qualche mese più tardi, la mattina del 4 giugno, è la volta di un 'ufo ' grigio di forma circolare avvistato al Passo della Futa. Neanche una settimana più tardi, il 10 giugno, a Soveria Mannelli (Cz) viene avvistato un oggetto volante di forma «allungata» di colore «bianco tendente al giallastro» che vola a bassa quota verso ovest. Sempre nel 2019, il 16 agosto intorno alle 22.30, a Cornate d'Adda (Mi), di oggetti ne vengono avvistati due in una volta sola: il primo di circa 50 metri, il secondo di 30, sferici, che illuminano la notte con il loro «colore arancione e bianco intenso» mentre si spostano lentamente in cielo. Ultimo avvistamento registrato del 2019, un oggetto volante descritto come una sorta di «sigaro» notato in cielo alle 13.05 del 25 novembre a Castellone (Cr) mentre si dirigeva verso nord con una velocità «costante tipo aereo a elica». Nel 2020 negli archivi dell'Aeronautica militare vengono registrate due segnalazioni: la prima il 18 luglio, a Cerchiate di Pero (Mi), con un oggetto di «forma sferica irregolare», di colore «bianco intenso e sul finire rossastro» che si muove con «continui cambi di direzione». Alle prime luci del 2 agosto, a Milano Marittima (Ra), sono le 5.45 quando un cittadino avvista in cielo una sfera di colore giallo allontanarsi «in direzione nord».

Dagotraduzione dal Daily Mail il 5 luglio 2021. La scorsa settimana Matthew Evans, 36 anni, si è affacciato alla finestra della sua abitazione e ha visto planare sul mare un oggetto non identificato, che ha subito fotografato. Nelle immagini si vedono quattro luci brillanti posizionate a triangolo che indugiano nel cielo notturno. Pochi secondi dopo aver scattato le foto, l’oggetto è sfrecciato in lontananza. Matthew, che vive a Tidmouth, nel Devon, ha detto: «Non ho potuto fare a meno di vederlo. La finestra della mia cucina offre una splendida vista sul mare. Non si muoveva come avrebbe fatto un aereo». «Si muoveva molto più lentamente ed è andato su e giù per un po' prima di librarsi per dieci secondi buoni. È rimasto in un punto abbastanza a lungo da permettermi di tirare fuori il mio telefono e ottenere quegli scatti. Poi si è rapidamente allontanato a una certa velocità e non sono più riuscito a vederlo. La luce era davvero brillante». «Non sapevo cosa potesse essere così ho deciso di fare una foto. Ma è difficile definirlo, quindi suppongo che sia un oggetto volante non identificato». 

Dal Corriere della Sera il 27 giugno 2021. Ci sono gli «avvistamenti», esattamente 143 dal 2004. Ci sono foto e video. Ma l'atteso rapporto dell'intelligence americana non offre spiegazioni. Il mistero degli Ufo, gli oggetti volanti non identificati, che da decenni popola la fantasia di scrittori e registi, e quindi anche la nostra, non è risolto. E dunque continueranno ad appassionarci, a farci discutere, anche a litigare. Ieri la Direzione della «National Intelligence», l'agenzia ombrello di tutti i servizi segreti americani, compresa la Cia, ha diffuso un documento che sta già facendo discutere. Si parte dai dati raccolti negli ultimi 17 anni, esaminati da una speciale task force del Pentagono. Le segnalazioni di «oggetti» sconosciuti che vagavano nei cieli sono 143. L' attenzione si è concentrata su 21 fenomeni. Gli esperti militari hanno osservato «entità» che si muovono «senza un'apparente fonte di propulsione» e con «accelerazione rapida». Una capacità tecnologica sconosciuta per gli Stati Uniti, ma anche fuori dalla portata di Russia, Cina e altri Stati. Non ci sono prove che «le apparizioni» siano in realtà armi o altri veicoli sperimentati segretamente dagli stessi americani o dalle potenze rivali. Nello stesso tempo, però, «non si esclude» che possano provenire da «visitatori extraterrestri». Il New York Times nota come queste conclusioni così incerte dimostrino lo scarso impegno del governo. In altre parole le diverse Amministrazioni, guidate da George W.Bush, Barack Obama e Donald Trump, non avrebbero preso troppo sul serio la «questione Ufo». Probabilmente nessuno ha voluto mobilitare risorse finanziare e metter insieme i migliori scienziati per rispondere alla domanda che si pose Winston Churchill in uno scritto del 1939: «Siamo soli nell' universo?». Il futuro premier britannico rispose: «È possibile, non possiamo escluderlo». Oggi le autorità pubbliche, nonostante la tecnologia stellare appunto, gli imprenditori visionari come Elon Musk, Jeff Bezos che progettano il «turismo spaziale», non sono riuscite a fare un passo avanti rispetto a quelle tredici pagine di Churchill. Non abbiamo abbastanza dati, osservano gli analisti dell'Intelligence. Se ne discuterà nei prossimi giorni nel Congresso americano. Il Pentagono si presenterà con un piano per migliorare lo studio dei «fenomeni inspiegabili». Sarà coinvolta anche la Nasa, l'Agenzia spaziale, cui spetta l'ultima parola, e anche la più competente, per accertare la natura di tutto ciò che si muove nell' atmosfera e oltre. In particolare ci sono tre video considerati di «alto profilo» girati da piloti della Marina militare americana. Oppure immagini di macchine volanti a forma triangolare che paiono sospinti da potenti getti di luce. O ancora forme di rettangoli allungati, con due specie di ali divise da un possibile centro di comando. La ricerca condotta dal governo è sempre in bilico tra fascinazioni della scienza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Ecco perché il rapporto sugli Ufo si chiude con un elenco di cinque opzioni, alcune, in realtà, sembrano contraddire l'analisi iniziale. Eccole: tecnologia sconosciuta sviluppata da «Stati nemici»; progetti iper segreti promossi da apparati americani; fenomeni naturali. E infine «oggetti non immediatamente riconoscibili», una categoria aperta che comprende sonde metereologiche, ma non esclude gli extraterrestri.  

Usa, nessuna spiegazione sugli Ufo, non esclusa l'attività aliena. Ansa il 25/6/2021. Gli Stati Uniti non hanno una spiegazione sugli Ufo, o meglio sui fenomeni aerei non identificati. L'atteso rapporto del Pentagono e dell'intelligence - riportato dai media americani - non offre conclusioni definitive e, allo stesso tempo, non esclude "attività aliena" lasciando di fatto la porta aperta a nuove teorie sugli extraterrestri. I 143 episodi registrati dal 2004, su un totale di 144, restano senza spiegazione. Di questi 21 potrebbero essere riconducibili a sperimentazioni di Russia, Cina o altri paesi con la tecnologia ipersonica. Non ci sono prove che gli episodi registrati riguardino programmi militari segreti americani, tecnologia sconosciuta russa o cinese o visite extraterrestri. Ma anche in mancanza di prove si tratta, precisa il rapporto, di spiegazioni che non possono essere scartate del tutto. Il rapporto anche se inconcludente segna la prima volta che il governo americano ammette pubblicamente l'esistenza di tali fenomeni. "Dai 144 casi non ci sono indicazioni chiare che esista una spiegazione non terrestre per giustificarli, ma andremo dove i dati ci porteranno", spiegano funzionari del Pentagono illustrando il rapporto e annunciando la creazione di una banca dati per i fenomeni aerei non identificati e l'istituzione di protocolli per riportarli. Questo con l'obiettivo di raccogliere maggiori informazioni e dati che al momento mancano rendendo difficile raggiungere conclusioni. Proprio la mancanza di conclusioni apre la porta a nuove teorie fra i sostenitori dell'esistenza degli Ufo. 

Il rapporto sugli Ufo del Pentagono. Il Pentagono conferma 143 avvistamenti di Ufo, ma non c’è prova che siano alieni. Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, su Il Corriere della Sera il 26/6/2021. Diffuso l’atteso documento sugli eventi misteriosi testimoniati anche da foto e video, ma non ci sono spiegazioni convincenti sui fenomeni osservati. Gli Stati Uniti non sono in grado di fornire spiegazioni sulla stragrande maggioranza dei 144 avvistamenti di «oggetti volanti non identificati» — gli Ufo o, come ora vengono definiti dalle autorità Usa, Uap, «Unidentified aerial phenomenon» — registrati in più di vent’anni. A rivelarlo è un atteso report consegnato al Congresso dall’Office of the Director of National Intelligence, in collaborazione con una task force del Pentagono. Nel report — che, come scrive il New York Times, con ogni probabilità «contribuirà a dare fiato alle più svariate teorie sui fenomeni aerei senza spiegazione» — si legge che non vi sono prove per confermare che dietro ad alcuni di quei fenomeni vi siano esistenze extraterrestri, ma anche che non vi sono prove per escluderle. «I dati in nostro possesso - si sottolinea nel documento della Difesa - sono largamente insufficienti per determinare la natura» di questi oggetti misteriosi osservati da piloti militari. Il report si riferisce a 144 Uap in un arco di tempo che parte dal 2004. «Gli Uap rappresentano un problema per la sicurezza dei voli, e potrebbero rappresentare una sfida alla sicurezza nazionale americana», si legge nel rapporto, nel quale si dice anche che «probabilmente non c’è una singola spiegazione» per tutti i fenomeni osservati. «In un numero limitato di osservazioni» gli Uap «mostrano caratteristiche di volo inusuali» che potrebbero essere il risultato di «errori nei sensori o nella percezione di chi ha compiuto l’osservazione» e richiedono una ulteriore, rigorosa analisi. Nel report si parla anche di oggetti volanti le cui caratteristiche sembrano superiori a quelle di veicoli aerei finora osservati sulla Terra, per velocità, manovrabilità e sistemi di propulsione. «Relativamente ai 144 fenomeni descritti», ha però detto un membro dell’intelligence Usa all’agenzia Ap «non abbiamo indicazioni chiare su una possibile spiegazione extraterrestre, ma continueremo la ricerca ovunque i dati ci condurranno». «Dai dati in nostro possesso, non abbiamo indicazioni chiare che nessuno di questi fenomeni non identificati sia parte di un programma di intelligence di una potenza straniera, né che sia frutto di avanzamenti tecnologici dei nostri avversari». Un altro rappresentante dell’intelligence ha spiegato che in 21 dei casi «sembra che ci si trovi di fronte a una propulsione avanzata, o a qualche tecnologia avanzata» sconosciute agli Stati Uniti: si tratta di oggetti che si muovono senza mezzi di propulsione identificabili, o con accelerazioni così rapide da essere al di là delle possibilità note di Russia, Cina o altre nazioni.

Dagotraduzione dal The Sun il 25 giugno 2021. Secondo il Sun il Pentagono avrebbe in suo possesso un’incredibile foto nitida di un Ufo “Triangolo Nero” che emerge dall’oceano. Da quando è stata segnalata la presunta esistenza della foto a fine 2020, gli appassionati di Ufo ne hanno chiesto la pubblicazione. Se fosse vero, sarebbe uno degli avvistamenti Ufo più avvincenti mai ripresi da una fotocamera. A scattare, sarebbe stato un pilota della Marina degli Stati Uniti che pilotava un Super Hornet F/A-18F. L’esistenza della foto non è mai stata ufficialmente confermata dal Pentagono, ma molti affermano che esista. Il Sun dice di aver appreso che la foto è altamente classificata proprio perché è stata catturata utilizzando attrezzature militari a bordo dell'aereo da combattimento. Secondo quanto riferito, la foto in possesso del Pentagono è «estremamente chiara» ed è stata diffusa l'anno scorso in un rapporto di intelligence della task force sui fenomeni aerei non identificati (UAP). Secondo quanto riportato per la prima volta da The Debrief, è stata scattata nel 2019 da un pilota che ha individuato il mezzo mentre emergeva dall'oceano e iniziava a salire verso l'alto. L'oggetto ripreso è stato descritto come un grande triangolo con bordi "smussati" e "luci" sferiche bianche su ogni angolo - e si dice che l'incontro sia avvenuto al largo della costa orientale degli Stati Uniti. Si ritiene che i piloti che hanno incontrato l'oggetto operassero dalla USS Dwight D. Eisenhower o dalla USS John C. Stennis. Entrambi sono supercarrier a propulsione nucleare di classe Nimitz, che approfondiscono ulteriormente i legami apparenti tra gli UFO e le capacità nucleari dell'uomo. Tom Rogan, scrittore di sicurezza nazionale del Washington Examiner, ha confermato l'esistenza della splendida foto dopo averla verificata con le sue fonti. Ha detto a The Sun Online: «È la punta dell'iceberg. Ma vedremo più perdite di immagini e dati UAP nei prossimi anni. Il Pentagono dovrebbe anticipare la curva e rilasciare ufficialmente più materiale». Secondo quanto riferito, il file contenente la foto è stato diffuso su NSANet, l'intranet ufficiale dell'Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, a cui si ritiene abbiano accesso la Gran Bretagna e altre nazioni dell'alleanza dei servizi segreti Five Eyes. Anche Luis Elizondo, che ha guidato l’Advanced Aerospace Threat Identification Program (AATIP) per il Pentagono, è stato recentemente interrogato sulla foto. L'ufficiale dell'intelligence si è dimesso dal suo incarico mentre cercava di portare la discussione sugli UFO al pubblico, descrivendoli come un «problema di sicurezza nazionale». Interrogato sul canale Disclosure Team su YouTube se avesse visto la famigerata immagine, Elizondo ha risposto: «Non posso discuterne». Ha aggiunto con un sorriso: «Grande domanda». La decisione dell'insider di non confermare né smentire l'esistenza della foto ha solo alimentato l'entusiasmo e le speculazioni intorno alla presunta foto.

Federico Cella per "corriere.it" il 25 giugno 2021. Per i fan della vecchia serie X-Files è impossibile non pensare a Fox Mulder, l’agente dell’Fbi che voleva credere. Immaginarselo in questi giorni, in attesa del report del Pentagono sugli Ufo, dopo anni passati a combattere contro il suo stesso governo per arrivare alla verità. Che è la fuori, come recitava lo slogan della serie creata da Chris Carter e andata in onda per 11 stagioni dal 1993. Aspettando le pagine governative sugli Uap (nuova dicitura statunitense per gli Unidentified Aerial Phenomenon), attese per oggi 25 giugno dopo la richiesta ufficiale da parte del Congresso a seguito dei numerosi avvistamenti certificati dalle forze armate americane, è bene però uscire dalla fiction. E calarsi in una realtà molto terrestre, come anticipato dal New York Times e le sue indiscrezioni sul contenuto del rapporto stesso. Ma andiamo con ordine. La nascita di questo rapporto non classificato, e dunque di libera circolazione, avviene lo scorso agosto – durante quindi la presidenza Trump – con la costituzione di una task force all’interno del Pentagono, per mettere ordine sui fenomeni aerei non identificati. Quelli che venivano chiamati Ufo. Il compito del gruppo, secondi quanto riportato dai militari Usa, è di «rilevare, analizzare e catalogare» questi eventi e quindi «ottenere informazioni dettagliate» sulla «natura e sulle origini» degli Uap. Una versione, questa volta classificata, del rapporto è stata fornita a funzionari governativi all’inizio di giugno. Secondo i primi commenti trapelati, il rapporto non ha trovato prove di attività aliene. Ma nemmeno lo esclude. La task force ha però stabilito che gli avvistamenti non sono riferibili a tecnologia militare segreta in mano agli Stati Uniti. Lasciando spazio, come raccontato dal Nyt, all’ipotesi che si tratti invece di esperimenti condotti dalla Russia o dalla Cina. Sono diverse le teorie complottistiche che sostengono come la verità sugli Ufo sia tenuta nascosta da decenni. Almeno fin dal 1947 quando si verificò il cosiddetto «incidente di Roswell»: secondo alcune versioni, si trattò dello schianto di uno o più Ufo, con conseguente recupero da parte delle forze militari americane di cadaveri di alieni. Le prove dell’esistenza della vita extra-terrestre sarebbero poi state rinchiuse e insabbiate nella famigerata Area 51, base sperimentale con un’area di poco superiore a quella dell’intera Sicilia situata nel sud del Nevada. Da allora il tema Ufo, intesi proprio come forme di vita aliene, è entrato nell’immaginario collettivo americano e non solo. Trovando sostenitori anche tra persone apparentemente insospettabili. Parliamo per esempio di Haim Eshed, ex direttore del programma spaziale israeliano presso il ministero della Difesa del Paese. Al quotidiano Yediot Aharonot ha detto: «C’è un accordo tra il governo degli Stati Uniti e gli alieni. Hanno firmato un contratto con noi per fare esperimenti qui». A rincarare la dose è stato l’ex presidente Trump, che secondo Eshed avrebbe deciso di non rivelare l’accordo tra le diverse specie di vita senzienti nel timore di creare un attacco di panico di massa. In un’intervista dello scorso anno, Donald Trump ha affermato che non avrebbe rivelato - nemmeno alla sua famiglia - ciò che aveva appreso sugli alieni: «Non vi dirò quello che so al riguardo, ma è molto interessante». Più credibile quanto affermato dal suo predecessore alla Casa Bianca, lo scorso maggio, in occasione di una trasmissione televisiva. Barack Obama rispondendo a James Corden, ha dapprima scherzato: «Quando sono entrato in carica, ho chiesto... c’è un laboratorio da qualche parte dove teniamo gli esemplari alieni e la nave spaziale? E sai, hanno fatto un po’ di ricerche e la risposta è stata no». Poi si è fatto più serio: «Ciò che è vero è che ci sono filmati e registrazioni di oggetti nei cieli, che non sappiamo esattamente cosa siano. Non possiamo spiegare come si sono mossi, la loro traiettoria... E quindi è corretto indagare nel tentativo di capire di cosa si tratta». Il Pentagono, secondo quanto si apprende, avrebbe raccolto dati sugli avvistamenti almeno fin dal 2007, come parte di un programma di identificazione delle minacce aerospaziali. Curiosamente, ma forse anche no, il denaro per finanziare il progetto era stato richiesto dal senatore Harry Reid, democratico che allora rappresentava la regione che comprende l’Area 51. Lo scorso marzo, l’ex direttore dell’intelligence di Trump, John Ratcliffe, aveva detto a Fox News che «ci sono molti più avvistamenti di quelli che sono stati resi pubblici». Nessuna novità sull’origine di questi fenomeni: «Stiamo parlando di oggetti che sono stati visti dai piloti della Marina o dell’Aeronautica, o sono stati rilevati da immagini satellitari, che francamente si impegnano in azioni difficili da spiegare. Movimenti difficili da replicare, per i quali non abbiamo la tecnologia, o che viaggiano a velocità che superano la barriera del suono senza un boom sonico». La descrizione ricalca molto bene quello che si può definire come l’ultimo avvistamento ufficiale, quello della nave Omaha. Un oggetto dalla forma sferica, chiamato «transmedium vehicle» perché capace di muoversi senza apparente difficoltà sia in aria, sia in acqua. La conferma del Pentagono stesso ci porta all’attesa di questi giorni, dopo anni in cui le forze militari americane avevano di fatto declassato gli avvistamenti come sogni a occhi aperti. Un cambio di marcia importante che vedrà il suo apice proprio nel report. Il punto di svolta nella politica americana verso gli Ufo si può forse far risalire all’avvistamento del 2004 con «quella che sembrava una caramella di Tic Tac volante», come ha raccontato la ex pilota di caccia, Alex Dietrich. Da allora ci sarebbero stati altri 120 casi di avvistamenti misteriosi, molti dei quali riferiti da membri delle forze navali o aeree americane. L’attesa è alta, ma è probabile che Fox Mulder ne rimarrà deluso: nel report non si troverà traccia di prove dell’esistenza di vita extraterrestre.

Dagotraduzione dal The Guardian il 24 giugno 2021. Per secoli, gli uomini hanno guardato il cielo e si sono interrogati sulla vita tra le stelle. Ma mentre gli esseri umani davano la caccia agli alieni, gli extraterrestri potrebbero averci osservato. Almeno secondo un gruppo di astronomi, che ha preparato un elenco di pianeti posizionati in modo tale da consentire a eventuali abitanti di curiosare sulla Terra. E non sono pochi. Gli scienziati hanno individuato 1.715 sistemi stellari che si trovano nel nostro raggio cosmico e da cui negli ultimi 5.000 anni osservatori interessati avrebbero potuto comodamente vedere la nostra Terra transitare davanti al Sole. Tra questi, 46 sono abbastanza vicini da permettere ad eventuali abitanti di intercettare segnali dell’esistenza umana: le trasmissioni radiofoniche e televisive iniziate circa 100 anni fa. I ricercatori stimano che 29 di questi pianeti siano potenzialmente abitabili e ben posizionati per intercettarci. Ma non è detto che altre civiltà più avanzate vogliano stabilire un contatto con noi. Gli astronomi terrestri hanno rilevato migliaia di pianeti oltre il sistema solare. Circa il 70% viene individuato quando i mondi alieni passano davanti alle stelle che li ospitano e bloccano parte della luce che raggiunge i telescopi degli scienziati. I futuri osservatori, come il James Webb Space Telescope della Nasa, che verrà lanciato quest'anno, cercheranno segni di vita sugli “esopianeti” analizzando la composizione delle loro atmosfere. Una stella conosciuta come Ross 128, una nana rossa della costellazione della Vergine, si trova a circa 11 anni luce di distanza - abbastanza vicina da ricevere le trasmissioni della Terra - e ha una superficie grande quasi il doppio della Terra. Qualsiasi forma di vita adeguatamente attrezzata avrebbe potuto individuare il transito terrestre per più di 2000 anni, ma 900 anni fa ha cambiato posizione. Se c'è vita intelligente su uno dei due pianeti conosciuti che orbitano attorno alla stella di Teegarden, a 12,5 anni luce di distanza, tra 29 anni saranno in una posizione privilegiata per osservare i transiti della Terra. A 45 anni luce di distanza, anche un'altra stella chiamata Trappist-1 è abbastanza vicina da percepire le nostre trasmissioni. La stella ospita almeno sette pianeti, quattro dei quali nella zona temperata e abitabile, ma non saranno in grado di assistere a un transito terrestre per altri 1.642 anni, scrivono gli scienziati su Nature. I risultati arrivano proprio mentre il governo degli Stati Uniti si prepara a pubblicare un rapporto molto atteso sugli oggetti volanti non identificati (UFO). Il rapporto della task force sui fenomeni aerei non identificati del Pentagono, che è stato richiesto per ottenere informazioni sulla natura e sulle origini di velivoli sconosciuti, non dovrebbe rivelare prove di acrobazie aliene, ma neanche escluderle.

Ufo, Chris Smalling e la moglie: "Ne abbiamo visto uno, non eravamo fatti". Avvistamento sconvolgente. Libero Quotidiano il 07 giugno 2021. Chris Smalling e sua moglie Sam Cooke hanno visto un Ufo. Lo ha raccontato la moglie del calciatore della Roma sui propri social, svelati i dettagli dell'avvistamento extraterrestre: "Ok, giuro che non eravamo sotto l'effetto funghi magici o altro. Ma io e Chris abbiamo visto un ufo incredibile la scorsa notte! Non è come avvistare per pochi secondi qualcosa di alto nel cielo che potrebbe essere un aereo! È volato giù davanti a noi e poi si è girato ed è tornato in alto nel cielo dove è rimasto per un'ora (forse più a lungo ma siamo dovuti andare via), era troppo piccolo per essere ripreso quando è rimasto stazionato nel cielo anche se Chris poteva vederlo ruotare con luci lampeggianti tutt'intorno. (Potevo vedere solo le luci esterne a questo punto perché i miei occhi non sono così buoni)". Poi ha aggiunto: "Avremmo potuto riprenderlo con la telecamera quando stava volando da noi perché era chiaro da vedere, ma eravamo entrambi troppo sbalorditi per tirare fuori le nostre telecamere. Inoltre non volevamo distogliere lo sguardo e perderci qualunque cosa fosse. Sembrava enorme. Non sembrava il tipico avvistamento ufo. Era totalmente silenzioso. Incredibile. Qualcuno ha visto qualcosa di simile? È difficile da spiegare perché era ben mimetizzato, ma era come due rettangoli 3d separati che ruotavano l'uno intorno all'altro con luci deboli che si muovevano attorno ai bordi", si legge ancora. La cosa curiosa è che l'avvistamento è avvenuto in Giamaica dove è stato ambientato Incontri ravvicinati del terzo tipo, il celebre film di Steven Spielberg, dove la famiglia Smalling sta trascorrendo le vacanze. Semplice suggestione?

Dagotraduzione dal Daily Mail il 17 giugno 2021. I politici americani hanno espresso serie preoccupazioni sulla minaccia degli UFO alla sicurezza nazionale americana, con un politico che ha detto che «sta succedendo qualcosa che non possiamo gestire». I commenti sono emersi mercoledì dopo un briefing altamente riservato della Marina e dell'FBI ai membri del Comitato permanente ristretto della Camera sull'antiterrorismo, in vista dell'attesissimo rapporto del Pentagono sugli UFO di questo mese. «Chiaramente, sta succedendo qualcosa che non possiamo gestire», ha avvertito il rappresentante Tim Burchett dopo il briefing. Sean Patrick Maloney ha aggiunto che stanno prendendo «sul serio» la questione dei fenomeni aerei inspiegabili, specialmente quando si tratta degli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, «quindi vogliamo sapere con cosa abbiamo a che fare». «Ci sono domande legittime che riguardano la sicurezza e la protezione del nostro personale, e nelle nostre operazioni e nelle nostre attività sensibili, e sappiamo tutti che c'è [una] proliferazione di tecnologie là fuori», ha detto Maloney al New York Post. La task force UAP del Pentagono è pronta a consegnare al Congresso il suo rapporto sugli avvistamenti di UFO da parte dei militari il 25 giugno. Una versione non classificata sarà resa pubblica, mentre una classificata più dettagliata rimarrà segreta - e l'attesa è cresciuta su ciò che potrebbe essere rivelato. Questa settimana, alcuni politici hanno potuto dare una sbirciatina in una «struttura di informazioni a compartimenti sensibili» o SCIF, ma non hanno voluto dire cosa hanno visto all'interno. Invece, si sono concentrati sull'esprimere la loro preoccupazione su come gli UFO potrebbero minacciare la sicurezza nazionale negli Stati Uniti. Il rappresentante Val Demings ha detto: «Sapete che si tratta sempre della nostra sicurezza e protezione - la nostra sicurezza nazionale è [la priorità] numero uno - e quindi questa è l'area su cui ci siamo concentrati questa mattina». «È stato un briefing interessante», ha affermato il rappresentante Adam Schiff. «Ho imparato cose che erano certamente nuove per me». Tuttavia, non tutti i politici erano così preoccupati dal fatto che il rappresentante Peter Welch abbia affermato del prossimo rapporto: «Non sono sul bordo della sedia». Almeno un ex funzionario del Pentagono ha già espresso preoccupazioni che potrebbero riguardare la sicurezza nazionale, affermando che gli UFO si sono ripetutamente intromessi nella tecnologia nucleare degli Stati Uniti, costringendo persino alcune strutture ad andare offline. Luis Elizondo, l'ex capo dell'Advanced Aerospace Threat Identification Program del Pentagono, ha dichiarato al Washington Post la scorsa settimana che gli UFO o UAP (fenomeno aereo non identificato) hanno effettivamente interferito con la tecnologia nucleare degli Stati Uniti. «Ora in questo paese abbiamo avuto incidenti in cui questi UAP hanno interferito e hanno effettivamente messo fuori uso le nostre capacità nucleari», ha detto Elizondo in un'intervista. A Elizondo è stato chiesto di diversi avvistamenti UFO sopra strutture segrete di armi nucleari e del fatto che quasi tutte le principali potenze nucleari in tutto il mondo hanno segnalato e declassificato questi avvistamenti. Ha detto che il fenomeno è una «preoccupazione» per la sicurezza nazionale e ha aggiunto che la stessa osservazione è stata fatta in altri paesi, rendendolo un «problema globale». Elizondo ha affermato che alcune persone hanno suggerito che gli UFO che mettono offline le capacità nucleari statunitensi potrebbero essere interpretati come un segno che gli oggetti non identificati sono «pacifici», ma ha affermato che in altri paesi gli UFO hanno effettivamente attivato la tecnologia nucleare. «Quindi questo, per me, è altrettanto preoccupante. Penso che a questo punto ci siano certamente dati sufficienti per dimostrare che c'è un interesse per la nostra tecnologia nucleare, un potenziale anche per interferire con quella tecnologia nucleare». Elizondo ha anche detto al Post che il prossimo rapporto del Pentagono dichiarerà definitivamente che gli UAP non sono tecnologia statunitense, nonostante le speculazioni.  Ha detto che credeva che i risultati avrebbero concluso che non erano nemmeno tecnologia russa o cinese, dicendo che invece crede che sia una tecnologia di «prossima generazione», decenni avanti rispetto alla nostra. «Grazie alle osservazioni siamo abbastanza convinti di avere a che fare con una tecnologia multigenerazionale, diverse generazioni avanti rispetto a quella che consideriamo tecnologia di prossima generazione. Potrebbero avanti di 50 o 1.000 anni avanti a noi."  All'inizio di questa settimana, anche un fisico di spicco ha espresso allarme per gli UFO. Il fisico Mark Buchanan ha scritto in un recente editoriale del Washington Post che era preoccupato che il contatto alieno potesse comportare «la fine di tutta la vita sulla terra». «È probabile che dovremmo essere tutti grati di non avere ancora alcuna prova di contatto con civiltà aliene», scrive Buchanan. «Tentare di comunicare con gli extraterrestri, se esistono, potrebbe essere estremamente pericoloso per noi». L'astronomo Joe Gertz alla ricerca di informazioni extraterrestri ha fatto eco ai sentimenti di Buchanan, affermando che tutti i nostri tentativi di comunicare con gli extraterrestri potrebbero alla fine causare «un serio pericolo per tutta l'umanità, e dovrebbero essere assolutamente ascritti ai crimini gestiti dalla Corte internazionale di giustizia dell'Aia». Buchanan ha paragonato un possibile incontro alieno all’arrivo di Cristoforo Colombo in Nord America, dove gli europei, tecnologicamente più avanzati, trovarono una civiltà più antica e vulnerabile. Ma alcuni astronomi e scienziati la pensano diversamente. Secondo loro il contatto con gli extraterrestri potrebbe avvantaggiare l'umanità attraverso l'uso della tecnologia aliena, che a sua volta potrebbe migliorare la sostenibilità del pianeta. Douglas Vakoch, un astrobiologo americano, ricercatore di intelligence extraterrestre, psicologo e presidente di METI International, è uno di quegli astronomi che non solo crede nell’utilità di contattare gli alieni, ma lo sta facendo attivamente. Sebbene gli UFO siano stati avvistati dai civili per decenni, la loro esistenza è stata liquidata come nient'altro che una teoria della cospirazione. Ma l'opinione pubblica è cambiata negli ultimi anni, soprattutto dopo che le riprese video e le immagini scattate dai piloti della Marina degli Stati Uniti tra la metà del 2014 e il marzo 2015 sono trapelate al New York Times, tre anni fa. Le immagini hanno mostrato un oggetto da 30 a 40 piedi, a forma di Tic Tac, senza ali o rotori, ma in grado di librarsi, girare e accelerare nel cielo a velocità ipersoniche. Nel video si sentono i piloti della Marina sbalorditi esclamare: «Oh amico!». Il New York Times ha anche riferito di un'organizzazione oscura con sede al Pentagono dedicata ai rapporti sugli avvistamenti di UFO, l'Advanced Aerospace Threat Identification Program - AATIP. Nell'aprile 2020 il Dipartimento della Difesa ha pubblicato diversi video, uno dei quali mostra un aereo della Marina degli Stati Uniti che incontra «fenomeni aerei non identificati», inclusi oggetti che volano e si muovono a velocità e direzioni impossibili per il volo artificiale. Solo un anno prima, il filmato trapelato dal Pentagono mostrava un oggetto volante non identificato in bilico su San Diego, ipotizzando che un «incontro ravvicinato del terzo tipo» non è così lontano dall'accadere.