Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

NONA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

  

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Burocrazia Ottusa.

Il Diritto alla Casa.

Le Opere Bloccate.

Il Ponte sullo stretto di Messina.

Viabilità: Manutenzione e Controlli.

Le Opere Malfatte.

La Strage del Mottarone.

Il MOSE: scandalo infinito.

Ciclisti. I Pirati della Strada.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Strage di Ardea.

Armi libere e Sicurezza: discussione ideologica.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Volontariato e la Partigianeria: Silvia Romano e gli altri.

Lavoro e stipendi. Lavori senza laurea e strapagati.

La Povertà e la presa per il culo del reddito di cittadinanza.

Le Disuguaglianze.

Martiri del Lavoro.

La Pensione Anticipata.

Sostegno e Burocrazia ai “Non Autosufficienti”.

L’evoluzione della specie e sintomi inabilitanti.

Malasanità.

Sanità Parassita.

La cura maschilista.

L’Organismo.

La Cicatrice.

L’Ipocondria.

Il Placebo.

Le Emorroidi.

L’HIV.

L'HIV.

La Tripanofobia (o Belonefobia), ovvero la paura degli aghi.

La siringa.

L’Emorragia Cerebrale.

Il Mercato della Cura.

Le cure dei vari tumori.

Il metodo Di Bella.

Il Linfoma di Hodgkin.

La Diverticolite. Cos’è la Stenosi Diverticolare per cui è stato operato Bergoglio?

La Miastenia.

La Tachicardia e l’Infarto.

La SMA di Tipo 1.

L'Endometriosi, la malattia invisibile.

Sindrome dell’intestino irritabile.

Il Menisco.

Il Singhiozzo.

L’Idrocuzione: Congestione Alimentare. Fare il bagno dopo mangiato si può.

Vi scappa spesso la Pipì?

La Prostata.

La Vulvodinia.

La Cistite interstiziale.

L’Afonia.

La Ludopatia.

La sindrome metabolica. 

La Celiachia.

L’Obesità.

Il Fumo.

La Caduta dei capelli.

Borse e occhiaie.

La Blefarite.

L’Antigelo.

La Sindrome del Cuore Infranto.

La cura chiamata Amore.

Ridere fa bene.

La Parafilia.

L’Alzheimer e la Demenza senile.

La linea piatta del fine vita.

Imu e Tasi. Quando il Volontariato “va a farsi fottere”.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Introduzione.

I Coronavirus.

La Febbre.

Protocolli sbagliati.

L’Influenza.

Il Raffreddore.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Il contagio.

I Test. Tamponi & Company.

Quarantena ed Isolamento.

I Sintomi.

I Postumi.

La Reinfezione.

Gli Immuni.

Positivi per mesi?

Gli Untori.

Morti per o morti con?

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Alle origini del Covid-19.

Epidemie e Profezie.

Quello che ci dicono e quello che non ci dicono.

Gli errori dell'Oms.

Gli Errori dell’Unione Europea.

Il Recovery Plan.

Gli Errori del Governo.

Virologi e politici, i falsi profeti del 2020.

CTS: gli Esperti o presunti tali.

Il Commissario Arcuri…

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Al posto di Arcuri. Francesco Paolo Figliuolo. Commissario straordinario per l'attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell'emergenza epidemiologica Covid-19.

Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

 

INDICE SESTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

2020. Un anno di Pandemia.

Gli Effetti di un anno di Covid.

Il costo per gli emarginati: Carcerati, stranieri e rom.

La Sanità trascurata.

Eroi o Untori?

Io Denuncio.

Succede nel mondo.

Succede in Germania. 

Succede in Olanda.

Succede in Francia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Russia.

Succede in Cina. 

Succede in India.

Succede negli Usa.

Succede in Brasile.

Succede in Cile.

INDICE SETTIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

La Reazione al Vaccino.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Furbetti del Vaccino.

Il Vaccino ideologico.

Il Mercato dei Vaccini.

 

INDICE NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Coronavirus e le mascherine.

Il Virus e gli animali.

La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le Fake News.

La manipolazione mediatica.

Un Virus Cinese.

Un Virus Statunitense.

Un Virus Padano.

La Caduta degli Dei.

Gli Sciacalli razzisti.

Succede in Lombardia.

Succede nell’Alto Adige.

Succede nel Veneto.

Succede nel Lazio.

Succede in Puglia.

Succede in Sicilia.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Reclusione.

Gli Irresponsabili: gente del “Cazzo”.

Il Covid Pass: il Passaporto Sanitario.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il tempo della Fobocrazia. Uno Stato Fondato sulla Paura.

Covid e Dad.

La pandemia è un affare di mafia.

Gli Arricchiti del Covid-19.

 

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

NONA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Coronavirus e le mascherine.

Roberta Spinelli per "La Verità" il 22 novembre 2021. Le abbiamo cercate e spesso odiate. Quest'anno sono entrate a far parte del paniere di beni e servizi di largo consumo usato dall'Istat per calcolare l'inflazione. Sono indispensabili, e chissà ancora per quanto tempo saremo obbligati a portarle visto il prolungarsi dello stato di emergenza, ma sono anche l'oggetto che più spaventa chi ha a cuore la tutela ambientale. Le mascherine chirurgiche disperse nell'ambiente sono diventate il nuovo ecopericolo, l'incubo dei pasdaran verdi. Sono fatte di materiali plastici, e già questo è un bel paradosso: in questa pandemia, ci ha in parte salvato la vita proprio la vituperata plastica, quella che da anni si cerca di eliminare e di riciclare nella raccolta differenziata dei rifiuti per non disperderla nell'ambiente. Mascherine e relativi imballaggi, guanti monouso, bottigliette di gel igienizzante: tutti materiali plastici. Ma nessuno, né al governo né nelle varie strutture commissariali, ha pensato di organizzare una raccolta differenziata delle mascherine e un corretto smaltimento. Così i dispositivi ora vanno ad accumularsi nelle discariche creando un problema ambientale dopo aver aiutato a frenare i contagi da Covid.

Problemi ambientali

Non esiste un rapporto ufficiale su quanti di questi dispositivi individuali vengano smaltiti. Si stima un uso mensile di 129 miliardi di mascherine di protezione (3 milioni al minuto) in tutto il mondo. Il Wwf Italia calcola addirittura 7 miliardi di dispositivi al giorno, 210 miliardi al mese. Il continente europeo ne consumerebbe circa 900 milioni al giorno. Considerando che una mascherina chirurgica pesa sui 3 grammi, nella sola Ue ogni giorno 2.600 tonnellate di mascherine finiscono tra i rifiuti o disperse nell'ambiente. Ne esistono in commercio anche di più pesanti, come le Ffp2 e 3. In Italia l'Ispra ha stimato un consumo di mascherine pari a circa 1 miliardo al mese per 3.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi. Solo alle scuole, ad esempio, la struttura del commissario straordinario per l'emergenza ne fornisce 11 milioni al giorno per docenti e studenti. Sempre l'Ispra ha calcolato che nel 2020 ci sono stati tra 160.000 e 440.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi da dispositivi di protezione individuale usa e getta. Se anche solo l'1% delle mascherine usate in un mese fosse disperso nell'ambiente, deliberatamente o accidentalmente, ciò significherebbe 10 milioni di pezzi. Una vera emergenza. Le quantità sono enormi. Ma le mascherine, realizzate in plastica, vengono gettate tra i rifiuti indifferenziati. Come mai? Il governo ha seguito le linee guida dell'Istituto superiore di sanità, che le equipara ai comuni scarti domestici. Il Rapporto Iss Covid-19 numero 26/2020 fornisce indicazioni precise, raccomandando «di smaltire mascherine e guanti monouso, come anche la carta per usi igienici e domestici (ad esempio fazzoletti, tovaglioli, carta in rotoli) nei rifiuti indifferenziati». Il loro destino è dunque la discarica o l'incenerimento (quando non vengono dispersi nell'ambiente), nonostante che, mediante un ciclo di sanificazione e lavorazione, questi materiali potrebbero trasformarsi in risorse da riciclare. Il Wwf ricorda che le mascherine monouso, realizzate in diversi strati di fibre di plastica, non sono biodegradabili. Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia fa presente che, anche per la loro forma, se esposte agli agenti atmosferici le mascherine si frammentano in micro e nanoplastiche, che si disperdono nell'aria entrando nella catena alimentare, con potenziali conseguenze negative anche per la salute umana. Al pari di altri detriti di plastica, possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche nocive, metalli pesanti, così come microrganismi patogeni. 

Le microparticelle

Le mascherine monouso, diventate il simbolo della lotta alla pandemia, oltre ad avere invaso le nostre vite rischiano di invadere il pianeta. È davvero sconcertante che, nel dilagare della sensibilità green in tutto il mondo, né il governo guidato da Giuseppe Conte né quello di Mario Draghi abbiano pensato a recuperare guanti e mascherine usa e getta. Nel decreto Rilancio del 19 maggio 2020, convertito in legge il successivo 17 luglio, l'articolo 229-bis prevedeva un fondo per uso e riciclo dei dispositivi di protezione individuale con dotazione di 1 milione di euro per l'anno 2020, da ripartire con un successivo decreto del ministero dell'Ambiente. Il finanziamento doveva aiutare gli interventi di recupero e riciclo. Una somma poco più che simbolica, che però è finita per realizzare alcune campagne di sensibilizzazione volute dal ministero dell'Ambiente in collaborazione con la guardia costiera, l'Ispra, l'Enea, tra cui quella intitolata «Alla natura non servono» e con l'attore Enrico Brignano come testimonial il quale invitava a non abbandonare la mascherina in mare ma, appunto, a conferirle nell'indifferenziata. Nessun incentivo, invece, a studiare un ciclo sostenibile di corretto smaltimento. Anche l'Unione europea ha lanciato un allarme rimasto inascoltato. L'Agenzia europea per l'ambiente ha diffuso un rapporto lo scorso 22 giugno («Impatto del Covid 19 sulle plastiche monouso e l'ambiente in Europa) in cui si dice che l'aumento dell'uso di maschere e guanti ha avuto enorme impatto sull'ambiente: estrazione delle risorse, produzione, trasporto, gestione e abbandono dei rifiuti. La fase produttiva è per lo più extraeuropea, mentre al nostro continente spetta la gestione dei rifiuti. Per le mascherine monouso, il 63% dell'impatto ambientale è legato alla produzione e il 37% all'incenerimento. Oggi possiamo dire che il danno è perfino doppio per la perdita di altre potenziali risorse.

Altri soldi persi

Il 15 ottobre scorso il ministero della Transizione ecologica ha pubblicato sette bandi con i fondi del Pnrr dedicati all'economia circolare, cioè al recupero dei materiali scartati. Si tratta di 2,6 miliardi di euro complessivi, dei quali 600 milioni sono destinati alle filiere di carta e cartone, plastiche, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e tessili. In sostanza, una quota consistente del Pnrr andrà a potenziare la rete di raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo per una serie di materiali ben individuati. Ma le mascherine chirurgiche, in quanto rifiuti indifferenziati, ne sono escluse. E continueranno a inquinare.

Laura Cuppini per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021.

1 - Perché anche i vaccinati devono rispettare le norme di prevenzione?

Il green pass rappresenta un «via libera» per vaccinati e guariti, ma non c'è dubbio che la diffusione massiccia della variante Delta ha rimescolato un po' le carte in tavola rispetto a quanto previsto fino a pochi mesi fa. Pur non avendo «bucato» gli anticorpi dati dal vaccino e dalla pregressa infezione, ha un livello di trasmissibilità tale da dover ricorrere a qualche precauzione aggiuntiva. «La vaccinazione completa offre un alto livello di protezione contro la malattia grave e la morte causata dal virus» scrivono l'Agenzia europea del farmaco (Ema) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in una nota congiunta. Che prosegue: «Fino a quando più persone non saranno completamente vaccinate, tutti dovrebbero continuare a indossare le mascherine e rispettare il distanziamento sociale. Anche le persone che hanno ricevuto un programma di vaccinazione completo». Si stima infatti che i vaccini proteggano quasi completamente dalle forme gravi, un po' meno dalla possibilità di infettarsi. In Italia si è calcolato che circa 2 persone su 10, tra gli immunizzati, potrebbero rischiare il contagio, anche se in forma lieve (e, si ritiene, solo per pochi giorni). Negli Stati Uniti le autorità sanitarie hanno raccomandato ai vaccinati di portare la mascherina (al contrario di quanto detto a marzo) nelle aree del Paese dove la diffusione del virus è maggiore, con più di 50 casi per 100 mila abitanti. 

2 - Quali sono le situazioni più a rischio?

Le due fasce di popolazione da tenere in osservazione, oltre naturalmente a chi rifiuta (o non può fare) il vaccino, sono i soggetti fragili, soprattutto anziani, e i bambini. Nella fascia vaccinabile dei minori (dai 12 anni in su), in Italia, il 19% ha ricevuto entrambe le dosi, mentre tra gli ultra 80enni la percentuale ha superato il 90% e nella fascia 70-79 è all'85%. Non è detto però che tutti rispondano allo stesso modo al vaccino: gli immunodepressi per esempio (perché in chemioterapia o per alcune patologie) hanno una protezione limitata. Per fare un esempio, un bambino non vaccinato potrebbe contagiarsi e trasmettere il virus a un nonno fragile. In questo caso è importante che si vaccinino i genitori del minore ed è consigliabile tenere la mascherina in presenza dell'anziano. In occasione di raduni familiari è possibile usare i tamponi rapidi per essere più tranquilli. Se non ci sono soggetti fragili e i presenti sono tutti vaccinati non è necessaria la mascherina; se ci si trova in ambienti chiusi con sconosciuti è prudente tenerla. 

3 - Due vaccinati possono abbracciarsi?

Il contatto tra persone che hanno ricevuto il ciclo vaccinale completo è sicuro, a patto che nessuno dei due abbia frequentato posti affollati in cui erano presenti persone non vaccinate e molto contagiose (i cosiddetti «superdiffusori»). C'è infatti, come detto, il 20% di rischio di infettarsi - anche se in modo lieve o asintomatico - anche dopo le due iniezioni. La mascherina Ffp2 offre in tutti i casi una sicurezza molto elevata (o in alternativa una mascherina di stoffa sopra una chirurgica). Più la mascherina aderisce al viso, più alta è la protezione: il modello migliore in assoluto è quello con l'elastico che passa da parte a parte, all'altezza della nuca.

4 - I viaggi sono sicuri?

In aereo si può stare relativamente tranquilli, grazie al costante ricambio d'aria, ma gli esperti consigliano, anche ai vaccinati, di indossare la mascherina per tutto il tempo, tranne quando si mangia o beve. In generale, sui trasporti pubblici, il rischio di contagio aumenta quanto più lunga è la corsa e quanto più affollato è il mezzo. Quindi, se costretti a prendere il treno o la metropolitana negli orari di punta, anche chi ha il green pass dovrebbe indossare la Ffp2 o una doppia mascherina per non correre rischi.

5 - Per i vaccinati è prevista una quarantena ridotta?

No, in Italia tutti i contatti stretti di un soggetto risultato positivo a Sars-CoV-2 (anche se vaccinati con due dosi) devono rispettare lo stesso periodo di isolamento. (Ha collaborato Paolo Bonanni, professore ordinario di Igiene, Università di Firenze).

Il giallo delle mascherine a norma ritirate da Arcuri. Lodovica Bulian il 31 Ottobre 2021 su Il Giornale. La testimonianza dell'imprenditore "bocciato": "Sui miei dispositivi mai nessuna contestazione". Restano le incognite nell'inchiesta su Luca Di Donna, l'avvocato considerato in passato molto vicino a Giuseppe Conte. Indagato a Roma per associazione per delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite, secondo i pm in cambio di consulenze e percentuali, avrebbe intermediato affari tra aziende private e l'ex struttura all'emergenza Covid spendendo conoscenze con l'ex commissario Domenico Arcuri e con l'ex premier, a loro insaputa ed estranei all'indagine. A far scattare l'inchiesta è stata la testimonianza di un imprenditore di Assisi, Giovanni Buini, che ad aprile 2020 aveva ottenuto una fornitura di mascherine per la struttura commissariale, ed era in cerca di contatti per chiudere una seconda più importante commessa. Per questo entra in contatto con prima con Gianluca Esposito - avvocato, ex direttore del Mise e anche lui indagato - e poi con Di Donna. I due gli propongono un contratto di consulenza, di fatto una percentuale sulle commesse che sarebbero stati «capaci di garantirgli», secondo i pm «rimarcando la vicinanza di Di Donna con ambienti istituzionali governativi». Buini poco dopo decide di recedere dall'accordo perché «anomalo». Quando l'affare salta, però, dalla struttura di Arcuri arriva una mail. Gli comunicano lo stop a eventuali contratti di fornitura «per mutate esigenze» e anche la restituzione delle mascherine già consegnate. Una ritorsione? Per i pm solo una «singolare coincidenza «temporale» con l'interruzione dei rapporti con i due avvocati. Lo stesso Arcuri, interrogato nell'ambito dell'inchiesta che lo vede accusato di peculato e abuso d'ufficio per la commessa di mascherine intermediate dal giornalista Mario Benotti, alla domanda sul perché non abbia ritirato dal commercio le mascherine rivelatesi fallate di Benotti, e invece avesse ritirato quelle di Buini, ha spiegato ai pm: «Abbiamo avuto ragione di sospettare sulla base di indagini giudiziarie che esse non rispondessero ai requisiti di legge». Di quali inchieste giudiziarie parla? Nei giorni successivi all'ultimo incontro con Di Donna, il 5 maggio, Buini riceve in azienda la visita dei Nas e della Guardia di finanza, rispettivamente il 6 e il 7 maggio. A informare Arcuri delle verifiche è lo stesso Buini, l'8 maggio, con una mail, rassicurando anche che sugli esiti delle ispezioni. Nella stessa mail Buini ricorda anche «la disponibilità a formalizzare un accordo per la fornitura settimanale di 10 milioni di mascherine chirurgiche per un periodo di quattro mesi». Accordo che invece non si farà mai, perché dalla struttura commissariale arriva lo stop a qualsiasi contratto futuro. Buini ricorda che «avevamo già venduto un milione di mascherine al commissario» e che «nonostante numerosi controlli non hanno mai avuto contestazioni». A differenza di quelle acquistate tramite Benotti, certificate in deroga e poi sequestrate perché non a norma, «la nostra certificazione invece ha seguito l'Iter ordinario indicato dalla Comunità Europea ed è stata rilasciata dopo un esame approfondito dei dati risultanti da test di laboratorio». Arcuri ha dichiarato anche ai pm che in quel periodo «abbiamo fermato la distribuzione di mascherine in presenza di fatti certi». Ma di certezze in questa storia pare ve ne siano ben poche. Lodovica Bulian

Dritto e Rovescio, Giorgia Meloni sul caso-Morisi: "Mi preoccupa che sia tutto organizzato. Per Arcuri la magistratura dov'era? ". Libero Quotidiano l’01 ottobre 2021. "Certe cose in Italia fanno riflettere parecchio": Giorgia Meloni commenta così il caso Luca Morisi, ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, nel salotto di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio su Rete 4. "Io non giudico le scelte personali, ma stiamo comunque parlando di una persona che non ha incarichi istituzionali o politici", ha continuato la leader di Fratelli d'Italia. Che poi ha aggiunto: "Parliamo di una vicenda che ad oggi non ha profili giudiziari rilevanti. Quindi vorrei capre perché da tre giorni tutti parlano solo di questo". Per la Meloni, inoltre, sarebbero sospetti pure i tempi dello scandalo: "Questi sono fatti risalenti al 14 agosto, un mese e mezzo fa. Si vota tra pochi giorni, è normale questo tempismo? Mi preoccupa l'idea che queste cose siano un po' organizzate, mentre sembra non ci si occupi di cose più serie". A tal proposito la Meloni ha fatto riferimento all'ex commissario Domenico Arcuri: "Lui in periodo di pandemia ha comprato 100 milioni di mascherine al prezzo di 1,05 euro dai cinesi tramite una società olandese con un solo dipendente, mascherine per il 50% farlocche. Posso chiedere dov'è la magistratura?". Secondo la leader di FdI, infatti, ci sarebbero due pesi e due misure: "Mi pare che in questo Paese cose che non hanno una rilevanza la assumano perché bisogna colpire qualcuno e cose che hanno una rilevanza nessuno le racconti perché bisogna tutelare qualcuno". Parlando del green pass, infine, ha sottolineato: "L'Italia è l'unico Paese che ha portato il certificato verde da 9 a 12 mesi. Quindi una persona è automaticamente portata a ritenere che la copertura del vaccino sia 12 mesi, ma se lei va sul sito dell'Ema o dell'Aifa scoprirà che nessuno sa dirle esattamente quale sia la copertura dei vaccini. Una confusione totale". E infine: "Penso che il green pass sia una grande arma di distrazione per non far vedere cosa il governo non ha fatto".

Nello Trocchia per editorialedomani.it il 30 settembre 2021. Le mascherine arrivate in Italia per fronteggiare l’emergenza covid erano un affare per gli intermediari che hanno ricevuto ricche provvigioni, ma erano fallate per i medici, gli operatori sanitari che le hanno indossate. L’indagine della procura di Roma sulle mascherine e il presunto traffico di influenze è a un punto di svolta e, sentiti gli indagati, la pubblica accusa potrebbe notificare l’avviso di conclusione delle indagini. Questione di qualche settimana per l’inchiesta che vede indagati, tra gli altri, Mario Benotti che sfruttando il rapporto di conoscenza con l’allora commissario Domenico Arcuri, ha ottenuto una ricca provvigione, da 12 milioni di euro, dalle aziende che hanno fatto arrivare in Italia 800 milioni di mascherine. Indagini che vedono lo stesso Arcuri indagato, in un fascicolo separato, per corruzione, la procura per questo reato ha chiesto l’archiviazione, visto che non è stata trovata alcuna utilità per il commissario, ma il giudice per le indagini preliminari Paolo Andrea Taviano non ha ancora deciso. L’inchiesta principale, invece, procede spedita come testimonia il provvedimento della corte di Cassazione che ha confermato il sequestro disposto a carico proprio di Benotti, giornalista Rai in aspettativa con molte conoscenze in Vaticano e a palazzo. La corte di Cassazione ha depositato pochi giorni fa le motivazioni della sentenza, emessa lo scorso giugno, che ha respinto il ricorso di Mario Benotti che chiedeva la revoca del sequestro degli 872 mila euro, messi sotto sigillo della guardia di finanza perché ritenuti «parte del prezzo dell'indicata ipotesi di reato». Il reato contestato è quello di traffico di influenze. In pratica, a causa della pandemia, il governo ha sospeso il codice degli appalti e consentito al commissario di governo per il contrasto al covid di procedere agli acquisti senza gara. Non solo. Il decreto cura Italia che introduce la figura del commissario, scritto grazie anche ai «suggerimenti» di Benotti, ha previsto uno scudo per gli atti sottoscritti dal commissario, che vengono sottratti al controllo della Corte dei conti e anche «alla responsabilità contabile e amministrativa». Lo scudo scatta identico per i membri del Cts, il comitato tecnico scientifico. L’esigenza di fare presto si è concretizzata nell’agevolazione di alcuni imprenditori in grado di sfruttare intermediari in rapporti diretti con il commissario di governo. È il caso di Mario Benotti e Domenico Arcuri, il primo attore del traffico di influenze, il secondo trafficato. «Benotti si era accreditato presso la struttura commissariale per il solo motivo di essere amico dell'Arcuri, da un lato prospettando al Tommasi la possibilità di attivare un'interlocuzione diretta con il commissario straordinario garantendogli un accesso preferenziale alla struttura, dall'altro lato sfruttando tale rapporto anche presso i collaboratori dell'Arcuri», scrivono i giudici della cassazione respingendo il ricorso di Benotti. In pratica, grazie all’amicizia con Arcuri, Benotti ha garantito una corsia preferenziale al sodale indagato Andrea Tommasi e una scorciatoia rispetto altri imprenditori. «In assenza dell'intervento effettuato dal Benotti presso l'Arcuri e la relativa struttura commissariale, l'offerta promossa dal Tommasi per conto delle società cinesi non sarebbe stata neppure avanzata», ribadiscono nella sentenza i giudici della corte di Cassazione. L’indagine principale, coordinata dal procuratore Paolo Ielo, però, non riguarda soltanto il traffico di influenze in merito alla mega provvista di dispositivi di protezione. Le mascherine hanno prodotto una pioggia di soldi per gli intermediari, ma anche un possibile danno a chi le indossava. Dovevano proteggere medici, infermieri, personale delle residenze per anziani, ma invece erano fallate. Praticamente, nel caso di un modello, la mascherina doveva avere una capacità di penetrazione del 6 per cento e, invece, risultava del 60 per cento, dieci volte superiore. Per questo la procura, inizialmente l’indagine era a Gorizia, indaga per frode in pubbliche forniture e falso. La finanza, in questi mesi, ha sequestrato 195 milioni di mascherine non a norma provenienti dalla Cina e appartenenti alla mega commessa affidata a due consorzi asiatici. Benotti si difende dicendosi estraneo e chiarendo che il mediatore non ha alcuna responsabilità sulla qualità delle mascherine, i controlli spettano agli enti preposti. Quali? I prodotti sono stati certificati da Inail e dal Cts», hanno sempre chiarito dallo staff di Arcuri. Controlli effettuati solo attraverso la validazione di documenti senza effettuare analisi di laboratorio come consentito dalle norme emergenziali. L’indagine punta a capire l’eventuale falso che si nasconde dietro la certificazione di prodotti non corrispondenti ai requisiti previsti. Le mascherine erano prodotti eccezionali solo per le tasche di chi ha mediato l’affare miliardario.

DA blitzquotidiano.it il 17 settembre 2021. Mascherine Ffp2 importate dalla Cina nel pieno della pandemia – nel 2020 – evadendo Iva e dazi, commercializzate con sovrapprezzo. Vendute anche alle strutture sanitarie, e peraltro neanche a norma visto che permettevano una percentuale di filtraggio di agenti patogeni di oltre dieci volte quanto previsto dalle norme di riferimento. È il giro illecito scoperto in Emilia-Romagna dalla Guardia di Finanza di Ravenna che aveva già eseguito alcuni provvedimenti nei mesi scorsi.

Le mascherine non a norma. Oggi quindi sequestro di beni per oltre 11 milioni, come profitto dei reati di contrabbando e truffa aggravata ai danni delle strutture sanitarie dell’Emilia-Romagna. Poi sequestro di tre milioni e mezzo di mascherine. Due persone risultano indagate, amministratori delle società coinvolte. Il sequestro è relativo a una serie di operazioni di importazione risalenti al periodo da aprile ad agosto 2020. Le indagini erano partite a novembre 2020, a partire da un controllo a una società con sede a Faenza. Degli 11 milioni di beni sequestrati, 4,2 milioni sono considerati profitti del reato di contrabbando costituito dai dazi doganali e dall’Iva all’importazione evasi. 7,1 milioni circa come provento della truffa aggravata pari al prezzo riscosso per le mascherine non filtranti.

Le mascherine che lasciavano passare il Covid. La società con sede a Faenza da cui erano partite le indagini a novembre scorso dall’inizio dell’emergenza sanitaria aveva effettuato importazioni dalla Cina. Sfruttando la speciale procedura di svincolo diretto, che prevedeva l’esenzione dall’applicazione di dazi ed Iva all’importazione su questa tipologia di prodotti. Ma solo nel caso in cui fossero immediatamente consegnati, senza alcun ricarico commerciale, alle strutture sanitarie pubbliche impegnate nella lotta alla pandemia. Nulla di tutto ciò accadeva.

L'avvocato della società è indagato per frode. Mascherine per Protezione Civile spacciate per chirurgiche, sequestro da 6 milioni. Riccardo Annibali su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Le mascherine consegnate alla Protezione Civile un anno fa per far fronte alla prima fase dell’emergenza pandemica erano del tipo generico ma sono state vendute al prezzo di quelle chirurgiche. I militari del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo emesso dal giudice per le indagini preliminari del locale Tribunale, su richiesta della Procura della Repubblica, per una somma complessiva di oltre 5,8 milioni di euro pagate alla Winner Italia S.r.l., società con sede a Guidonia a nord est di Roma.

CHIRURGICHE E GENERICHE, LA DIFFERENZA – A fronte di ordinativi relativi a mascherine chirurgiche – intese come dispositivi medici – la società ha fornito 6.612.000 mascherine filtranti 3 veli con elastici, classificabili, invece, come mascherine generiche, molto simili alle prime ma non idonee per uso sanitario, che sono poi state distribuite ai vari Dipartimenti Regionali di Protezione Civile. Il periodo al quale si fa riferimento, che corrisponde alle richieste di fornitura da parte delle a protezione civile risale a marzo 2020.

L’AVVOCATO DELLA SOCIETÀ È INDAGATO – Il rappresentante legale della società a seguito di richieste di chiarimenti ha tentato di dissimulare la diversità del prodotto fornito. Ora è indagato per l’ipotesi di reato di frode nelle pubbliche forniture. L’avvocato ha anche richiesto, sfruttando la possibilità prevista dalla normativa emergenziale nel frattempo emanata, la validazione ai fini della commercializzazione, con istanza di valutazione in deroga all’Istituto Superiore di Sanità. 

IL SEQUESTRO – Considerato che il prezzo di vendita era stato concordato con riguardo a un prodotto che avrebbe dovuto avere caratteristiche diverse, con conseguente danno patrimoniale arrecato alla Pubblica Amministrazione, è stato disposto il sequestro di somme pari all’intero importo pagato alla società, quale profitto del reato allo stato contestato. L’operazione si inserisce nel quotidiano lavoro della Procura della Repubblica e della Guardia di Finanza di Roma per la salvaguardia del corretto impiego delle risorse finanziarie utilizzate per l’acquisizione dei dispositivi sanitari necessari per fronteggiare l’emergenza sanitaria per la tutela della salute pubblica e dei sanitari. Riccardo Annibali

Federico Capurso per "La Stampa" l'8 giugno 2021. L'Autorità nazionale anticorruzione guidata da Giuseppe Busia ha acceso un riflettore sulle partite di mascherine acquistate dalla Difesa in piena emergenza Covid. Nel mirino dell'Anac sono finite cinque milioni e mezzo di mascherine chirurgiche comprate dall'Agenzia industrie della Difesa in cinque tranche diverse, a partire dal 1 aprile, nelle caotiche settimane immediatamente successive all'inizio della pandemia in Italia. E altri 6 milioni di mascherine presi a ottobre, all'alba della seconda ondata. L'importo complessivo dell'investimento è di circa 3 milioni di euro, spesi secondo Busia senza però rispettare alla lettera le norme anticorruzione. Procedure sbagliate, controlli «carenti» sulle aziende fornitrici - sostiene Anac - e «un improprio ricorso al Mercato della Pubblica amministrazione», attraverso il quale l'ente della Difesa individuava le società a cui rivolgersi. Nella delibera dell'Anac, depositata venerdì scorso, si legge che l'ente per gli acquisti interni della Difesa «ha impropriamente affidato» quelle forniture ad alcune aziende e lo ha fatto per sei volte tra aprile e giugno, e per altre due volte nel secondo semestre dell'anno, a ottobre. Impropriamente, scrive Busia, perché gli importi di quelle forniture erano superiori alla soglia massima prevista dall'Europa per evitare una gara pubblica. Importi che inoltre non sono stati nemmeno comunicati all'Anac. Si poteva andare in deroga, come previsto dalla Protezione civile in un momento di crisi pandemica, ma l'utilizzo della deroga non sarebbe stato indicato «compiutamente» nelle procedure di acquisto, sostiene Busia. E non si sarebbero nemmeno «osservate le seppur minime garanzie previste» dall'ordinanza che quella deroga la introduceva, tra cui l'autorizzazione preventiva dell'acquisto da parte della Protezione civile. L'Agenzia della Difesa prova a chiarire. Le verifiche sulle aziende ci sarebbero state - viene fatto notare all'Anac - sia sulla piattaforma digitale della Pa, sia sugli albi dei fornitori. Se poi sono mancate le comunicazioni dei prezzi all'Anac - pur non essendoci «disponibilità di prezziari ufficiali» - sono stati comunque confrontati con quelli di altre grandi stazioni appaltanti, come Consip e Protezione civile, superando così alcuni scogli «per l'evidente urgenza imposta dall'emergenza». Verrebbe il dubbio che con la fretta le mascherine siano state pagate troppo, e invece «i prezzi si attestano tra quelli più bassi rilevati dall'Anac nella sua indagine conoscitiva dell'agosto 2020», si giustifica l'Agenzia della Difesa. Per l'Autorità anticorruzione, però, le verifiche sulle aziende fornitrici «non risultano sufficienti», perché non si potevano valutare alcuni «requisiti» come la certificazione antimafia o il casellario giudiziale. Ed è vero - ammette l'Autorità anticorruzione - che «il prezzo degli affidamenti risulta in linea con quello indicato», ma sta di fatto che l'ente della Difesa «non ha effettuato la procedura di comunicazione», né la «richiesta di parere di congruità». E non c'è Covid che tenga.

Giuseppe Scarpa per “Il Messaggero” il 4 giugno 2021. Le mascherine false arrivano anche in Parlamento. Una denuncia a firma del vice segretario generale della Camera, Guglielmo Romano, solleva il problema su una partita di Ffp2 ordinata in tre tranche e consegnata i primi dello scorso marzo. Dispositivi che si sono rivelati non a norma, perciò con seri dubbi sulla qualità e capacità di protezione. Dubbi che non sono stati chiariti da parte dell'azienda incaricata della fornitura, e anzi quando sono state richieste delle spiegazioni le risposte sono state poco convincenti. Tanto da spingere i vertici della Camera a denunciare il tutto. Andiamo con ordine. Prima di tutto l'intera partita è stata consegnata «priva della certificazione» che ne attesta la reale capacità di filtraggio. Insomma un problema non da poco. Anche perché, quando la documentazione a corredo dei prodotti è stata reclamata, con grande insistenza da parte di Montecitorio, la società avrebbe risposto spedendo degli attestati falsi. O meglio certificati in deroga dell'Inail (quindi in attesa di un definitivo benestare) su un prodotto diverso rispetto a quello ordinato, spedito e consegnato a Montecitorio. Un comportamento che ha insospettito, e non poco, Romano e il suo entourage tanto da presentare una denuncia nel commissariato di polizia della stessa Camera dei Deputati. La denuncia, ovviamente, si è trasformata subito in un'indagine della procura di Roma. Adesso, se dietro il caso mascherine in Parlamento, ci sia il tentativo di cercar di imbrogliare una delle più importanti istituzioni del Paese, oppure se si sia trattato di un malinteso, di un errore con invio di documenti sbagliati, è ancora presto per dirlo. L'inchiesta è solo all'inizio, e l'indagine servirà a chiarire l'intera faccenda. Di certo un danno già è stato arrecato. Perché, nel frattempo, le 20mila mascherine sono state congelate ma i soldi pubblici per comperarle sono già stati bonificati. Di certo è una storia singolare quella che riguarda l'ordine dei dispositivi voluto dai vertici di Montecitorio. Tutto inizia con il primo lotto, 5.500 pezzi al prezzo di 0,92 euro più Iva per ciascuna Ffp2. Questo è il costo pattuito. Il primo acquisto porta la data del 4 novembre 2020. Pochi giorni dopo, il 10, parte il secondo ordinativo, questa volta con un numero più elevato: intorno alle 12mila unità. Ma la richiesta di forniture per la Camera dei Deputati non si ferma. Ed ecco che il 2 di dicembre ne vengono richieste ulteriori 4mila, sempre alla stessa società. L'intera somma viene poi liquidata dalla tesoreria della Camera tra il dicembre del 2020 e il gennaio 2021. Le Ffp2, però, non arrivano immediatamente. L'otto marzo 2021 vengono recapitati i primi pacchi. Ma subito chi di dovere si rende conto che c'è qualche cosa che non va. I dispositivi non sono confezionati come richiesto. Sono divisi in pacchetti per un numero superiore a quanto precisato nell' ordine. Ma questo è un problema secondario rispetto al fatto che non è stato consegnato il certificato che comprovi la regolarità e la qualità delle Ffp2. Ecco allora che parte un'email con la richiesta di inviare la documentazione al più presto. Anche perché le mascherine devono essere distribuite con una certa celerità. La missiva riceve una risposta per niente convincente: certificati di altre mascherine, non quelle vendute e consegnate alla Camera dei Deputati. Per i vertici di Montecitorio è troppo. La decisione è quella di rimettere tutto nelle mani degli inquirenti. Quindi la denuncia viene presentata nel commissariato di polizia della Camera.

Erica Dellapasqua per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 16 maggio 2021. I presidi non sanno più dove mettere le mascherine che il governo continua a inviare ma che la maggior parte degli studenti e degli insegnanti rifiutano, o perché giudicate scomode o perché, soprattutto i prof, preferiscono le più protettive Ffp2. Così, nell' anno in cui la penuria di spazi già costringe molte scuole a incrementare la Dad, diventa un problema anche la giacenza. Antonio Palcich, preside dell' Enriques di Ostia, proprio ieri ha ricevuto le sue nuove torri di scatoloni - sei - scaricate col muletto all' ingresso del liceo: «E la prossima settimana si replica! Ne abbiamo 163 mila per 1.900 alunni, in altre parole non sappiamo più dove metterle. E poi la qualità è nettamente peggiorata e sono inadatte ai più piccoli, infatti nell' altra mia scuola i genitori le hanno donate alla Città dei ragazzi». La gestione commissariale ha reso noto che sono almeno due miliardi le mascherine che giacciono inutilizzate nelle scuole italiane, e anche nell' ultimo sondaggio di ScuolaZoo il 96% degli alunni ha dichiarato di portarsele da casa perché quelle «governative» non sono di qualità o hanno un cattivo odore. Il Lazio è secondo, dopo la Lombardia, per quantità distribuite: 188 milioni 518 mila recapitate al 12 maggio. Ma, appunto, la maggior parte inutilizzate. «Le ho provate anch' io ed effettivamente i ragazzi non esagerano, è complicato indossarle e schiacciano il naso - conferma Maria Rosaria Autiero, preside del liceo Amaldi che secondo la gestione commissariale ha ricevuto 299.480 mascherine -. Adesso a scuola ne abbiamo 100 mila per 1.960 alunni, ma molti non le usano: io chiedo solo che se le cambino all' ingresso, anche le loro, così abbiamo la certezza che non sono le stesse che usano per arrivare qui». Erano più apprezzate le chirurgiche standard, dei primi tempi, rispetto alle attuali, le cosiddette «mascherine mutanda», coi due elastici che fanno il giro della testa: «Troppo grandi per i bimbi della primaria, ed è vero che non hanno un buon odore - dice Giusy Ubrìaco, preside dell'istituto comprensivo Villaggio Prenestino -. Ci è toccato anche sgridare gli alunni perché noi siamo comunque tenuti a consegnarle ed è capitato di ritrovarle abbandonate in cortile...». Le usano in pochi anche all' Alberghiero Vespucci a Casal Bruciato: «Un 30% al massimo - racconta la preside Maria Teresa Corea -: gliele diamo all' uscita, almeno possono usarle per i mezzi». Doppia spesa, poi, all' Agrario Sereni sulla Prenestina: «Il comitato tecnico scientifico ha bocciato le Ffp2 sconsigliando l'uso prolungato - spiega la preside Patrizia Marini -, ma dato che spesso il paraschizzi non è sufficiente per gli insegnanti di sostegno le acquistiamo noi, coi fondi della scuola». Valeria Sentili, dell'istituto comprensivo Morvillo, nota che «le ultime arrivate sembrano poco efficaci, sono quasi trasparenti: o le buttano o le danno a casa». Infine c' è il paradosso delle scuole dell'infanzia comunali, rifornite dai Municipi anche se i bimbi (sotto i 6 anni) non devono indossa rle. Il Giardino dei Colori (Villa Gordiani) ne ha ricevute 5.560: «Ogni volta supplichiamo i corrieri di non lasciarcele, ma rispondono ch…

Da repubblica.it il 30 marzo 2021. Oltre 60 milioni di mascherine, custodite in depositi in tutto il territorio nazionale, e in attesa d'essere distribuite, sono state sequestrate questa mattina dalla Guardia di Finanza della compagnia di Gorizia perché non conformi alle normative vigenti e pericolose per la salute. L'operazione nasce da una precedente inchiesta della Procura di Gorizia sui dispositivi di protezione individuale assegnati alle Aziende sanitarie del Friuli Venezia Giulia. Si tratta del residuo di forniture, per circa 250 milioni di pezzi, ereditato dalla precedente gestione della struttura nazionale per l'emergenza. Le analisi di laboratorio, eseguite dalle Fiamme Gialle, hanno evidenziato che in alcuni casi la capacità filtrante delle mascherine sequestrate è risultata 10 volte inferiore rispetto a quanto dichiarato, con conseguenti rischi per il personale sanitario che le aveva utilizzate nella falsa convinzione che potessero garantire un'adeguata protezione. I finanzieri di Gorizia stanno acquisendo documentazione e dati informatici per ricostruire le responsabilità nella catena di approvvigionamento e verificare quante mascherine della stessa tipologia siano state impiegate o sono tuttora in uso su tutto il territorio nazionale.

Giuseppe Scarpa per “il Messaggero” il 29 marzo 2021. Una mascherina su dieci che arriva in Italia, tra chirurgiche, ffp2 o ffp3 non è originale, non supera i test di filtraggio. Inoltre il 62% delle pratiche per commercializzare le mascherine (chirurgiche) non riceve la validazione da parte dell' Istituto superiore di sanità, l' Iss. Insomma molti presidi che per legge debbono garantire le indispensabili capacità filtranti per proteggere chi l' indossa dal Coronavirus, in realtà non lo fanno. Il primo dato arriva dalle agenzie delle dogane. Il 10% del materiale analizzato nei laboratori diretti da Alessandro Proposito non supera i controlli. I dispositivi hanno solo le sembianze di quelle autentiche ma non ne adempiono i requisiti di sicurezza. Perciò niente potere filtrante come da standard che questi prodotti devono garantire. Cosa sarebbe accaduto se le avessero indossate ignari cittadini o medici in ospedale nella convinzione di proteggersi? Isabella Mori responsabile del servizio di tutela di Cittadinanzattiva spiega che «occorre stare attenti. Per quanti controlli si possano realizzare - sottolinea - il rischio 0 non esiste e purtroppo migliaia di mascherine che non rispettano la legge entrano comunque nel mercato. Occorre che i consumatori siano avveduti. Ad esempio verifichino sempre la presenza del marchio Ce». In generale, aggiunge Mori, «il fatto che purtroppo sono presenti mascherine false non deve scoraggiarne l' impiego». Il 10% è una percentuale indicativa, le dogane lavorano infatti su campioni di merce. Non potrebbero fare altrimenti. Sarebbe pressoché impossibile verificare tutti i lotti. In Italia, da quando è esplosa l' emergenza Covid-19, sono state sdoganate quasi 4 miliardi e seicento milioni di mascherine, di cui 3 miliardi e 600 milioni di chirurgiche, 600 milioni tra ffp2 e ffp3 e il restante di cosiddette generiche. In questa battaglia di retroguardia i difensori della salute pubblica non sono medici e infermieri, bensì l' agenzia delle dogane. Oltre al lavoro nei laboratori, attivati da quasi tre mesi, dove viene eseguito un controllo fisico, vi è un primo esame documentale. Ovvero se i certificati che accompagnano i prodotti sono autentici oppure se corrispondono alla merce introdotta. Gli uffici diretti da Davide Miggiano, dirigente su Civitavecchia e Fiumicino, due delle principali porte d' ingresso del Paese, seguono inoltre quelle mascherine che in Italia sono state sdoganate in deroga. Di fatto non tutti i presidi vengono accompagnati all' ingresso nel nostro Paese dalle certificazioni. La validazione in deroga, adottata per snellire l' iter burocratico, permette l' introduzione nel territorio nazionale senza la vendita, salvo poi ricevere l' autorizzazione definitiva da parte di Iss e Inail. Ma per il 62% delle pratiche lavorate dall' Iss arriva un secco no. A questo punto le dogane si attivano per verificare che l' importatore le commercializzi come generiche (quindi con scarsissimo potere filtrante, almeno per quanto riguarda i virus) e non più come chirurgiche, ffp2 o ffp3. La nuova corsa all' oro, partita a marzo, è esplosa con l' emergenza mondiale causata dal Coronavirus. Il business planetario questo ultimo anno è diventato un elastico che si infila dietro le orecchie, un tessuto grande 33 centimetri per 25 che si mette sopra bocca e naso. Ma il punto fondamentale è uno: ci sono mascherine e mascherine. Perciò, come nella compravendita del metallo più prezioso, c' è chi gioca sporco. Speculatori e avventurieri si lanciano, cercano di agguantare l' affare della vita. In questo modo nel mercato si tenta di fare entrare di tutto. Una condizione che, nel complesso, non era sfuggita all' Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode), che già dal 20 marzo dell' anno scorso aveva anticipato l' allarme: «Prevenire l' ingresso di prodotti contraffatti in Europa è fondamentale per proteggere la nostra salute e lottare contro il virus». Insomma da strumento necessario a livello planetario per tamponare l' avanzata del Covid-19 a merce ambita con cui fare soldi il passo è stato breve. La crescita esponenziale della domanda ha innescato una spirale spaventosa su presidi sanitari falsi e inefficaci, con chi cerca di immettere nel mercato delle repliche artefatte delle uniche mascherine capaci di garantire una reale sicurezza. Perciò diverse aziende di prodotti medici hanno lanciato l' allarme: «attenzione a quei prodotti non danno nessuna garanzia di protezione, per la grandezza della trama del tessuto che non sempre ha il potere filtrante richiesto».

Da "blitzquotidiano.it" l'11 marzo 2021. Quanto hanno speso gli italiani in farmacia nel 2020 per le mascherine? Tanto. Come ovvio. Tantissimo. Ecco qualche cifra. Nel 2020 gli italiani hanno speso in farmacia 164 milioni di euro solo per le mascherine (chirurgiche, Ffp2, di stoffa lavabili) anti Covid. Le vendite di questo dispositivo di sicurezza sono centuplicate rispetto al 2019 sia in volumi (i pezzi venduti) che in valori (fatturato in euro). A fornire queste cifre è Iqvia, provider globale di dati in ambito sanitario, farmaceutico, tecnologie innovative, consulenza e servizi di ricerca clinica. Boom dei prodotti usati per la disinfezione delle mani che sono aumentati a volumi del 1125% rispetto all’anno precedente, i guanti protettivi sono aumentati del 105,2% e i termometri dell’80,1%.

Coronavirus, Federfarma: “Fuori dalle farmacie venduto il triplo delle mascherine”. Le vendite di mascherine al di fuori delle farmacie non sono censite e non esiste un dato ufficiale ma, la cifra spesa degli italiani per questo dispositivo di sicurezza acquistato online, nei supermercati o dal tabaccaio dovrebbe essere dalle due alle tre volte in più rispetto a quella in farmacia: oltre i 490 milioni di euro. A fare una stima è il presidente di Federfarma Servizi Antonello Mirone sulla base della conoscenza del settore e delle richieste ai fornitori.

Piazzapulita, Massimo Galli in imbarazzo: "Che mascherine hanno usato al Sacco di Milano". Via libera al contagio da Covid. Libero Quotidiano il 12 marzo 2021. "All'ospedale Sacco sono andati alla guerra contro il coronavirus con uno scolapasta". A Piazzapulita l'inviato Max Andreetta svela uno scandalo italiano, che lascia sconcertato Corrado Formigli, gli ospiti del talk di La7 e i telespettatori a casa. L'inviato si presenta in studio con una scatola di mascherine KN95, giudicate non conformi dalle autorità sanitarie europee e sostanzialmente incapaci di fermare il contagio da Covid. Eppure, fino a dicembre 2020, erano le stesse mascherine usate dai dipendenti dell'ospedale Sacco di Milano, uno dei tempi della lotta al virus, in prima fila fin dall'inizio dell'epidemia un anno fa. Lo stesso ospedale di cui Massimo Galli, virologo star in tv e tra i portavoce dell'ala più "pessimista" degli scienziati italiani, è direttore del reparto di Malattie infettive. "Siamo stati in dogana - spiega Andreetta - e ci abbiamo trovato scatoloni di mascherine KN95 ferme. Poi sono stato al Sacco, ho parlato con chi ci lavora e mi hanno dato queste". Con la mano tira fuori da una scatola una comunissima mascherina bianca, proprio del tipo KN95, sigla "che per l'Europa non vuol dire nulla", aggiunge il giornalista di Formigli. "Al Sacco - è la traduzione per i meno esperti - hanno utilizzato fino a dicembre 2020 anche mascherine non conformi: sulla scatola c'è scritto "non a uso medico". Solo di recente è arrivato il carico di mascherine CE". Formigli lo ascolta stranito: significa che il personale di uno dei luoghi più esposti al contagio da Covid è stato lasciato disarmato, esponendo se stesso e gli altri all'infezione.

Covid: “Mascherine cinesi, una su due non protegge". L'allerta della Procura di Gorizia: "Ritiratele". Ecco i lotti a rischio. Fabio Tonacci su La Repubblica il 13 aprile 2021. Ffp2 e Ffp3 nel mirino: dieci volte sotto lo standard. La struttura di Arcuri ne aveva importate 250 milioni. Ce ne sono ancora nelle Asl e negli ospedali. È peggio di quel che sembrava. La voragine delle mascherine cinesi che non proteggono, nelle ultime ore, si è fatta abisso. Ha inghiottito qualsiasi certezza dei medici e degli infermieri che hanno, o hanno avuto, la sventura di indossarle negli ospedali e nei reparti Covid. Perché, a stare alle evidenze raccolte dalla procura di Gorizia, la metà dei Dispositivi di protezione individuale (Dpi) che la Struttura commissariale ha importato dalla Cina non è buona. Uno su due non filtra a sufficienza. La documentazione turca che ne attesta la conformità alle direttive Ue appare contraffatta. Il virus passa. Il virus, dunque, infetta.

I sequestri. Il portato del chinese job sta tutto nei numeri. Dodici interi lotti di facciali modello Ffp2 e Ffp3 - quelli ad alta protezione usati da chi lavora in corsia, negli ambulatori o nelle Residenze per anziani - sono sotto inchiesta. Esaminati da due laboratori italiani, a Torino e a Milano, diversi campioni di quei lotti sono risultati avere capacità filtranti "anche dieci volte inferiori" agli standard. Si tratta di 250 milioni di mascherine, acquistate nei primi sette mesi dello scorso anno dal Commissario Domenico Arcuri, validate dal Comitato tecnico scientifico, distribuite nelle Asl di tutta Italia. Dettaglio, quest'ultimo, che ha fatto scattare l'allerta nazionale e la corsa al ritiro a scopo precauzionale. Le direzioni generali regionali stanno inviando circolari urgenti a enti pubblici e privati del Sistema sanitario, ai governatori, agli assessori. "A seguito di comunicazione pervenuta dalla Guardia di Finanza di Gorizia relativa al sequestro di Dpi risultati non conformi alle normative - si legge - si dispone il blocco immediato dell'utilizzo e il richiamo delle mascherine indicate".

I dodici lotti sotto inchiesta. Segue l'elenco dei lotti, così come appare nel decreto di sequestro dei pm di Gorizia: facciale Scyfkz N95, facciale Unech KN95, facciale Anhui Zhongnan, facciale Jy-Junyue, facciale Wenzhou Xilian, facciale Zhongkang, facciale Wenzhou Husai, mascherine filtranti Wenzin della Tongcheng Wenzin, mascherine Bi Wei Kang della Yiwu Biweikang, facciale Simfo KN95-Zhyi-Surgika (quest'ultima con sede nell'Aretino), facciale Wenzhou Leikang, facciale Xinnouzi della Haining Nuozi Medical Equipement. Il 31 marzo i finanzieri rintracciano e bloccano 60 milioni di pezzi in giacenza nei depositi della Struttura commissariale sparsi sul territorio nazionale. Il problema, però, sono le mascherine già distribuite e tuttora in circolazione. Centonovanta milioni di pezzi. Impossibile stabilire quante siano già state utilizzate. In tutto, comprese quelle sequestrate, sono 250 milioni. Una cifra spaventosa, perché corrisponde alla metà degli acquisti conclusi da Arcuri sul mercato estero: abbiamo importato 300 milioni di Ffp2 e 231 milioni di FFp3, quasi tutte dalla Cina. Poi, da luglio 2020 in poi, gli acquisti esteri sono stati azzerati.

Le richieste delle Usl. A febbraio di quest'anno i presidi sanitari di Gorizia e Monfalcone hanno mandato due esposti al procuratore capo Massimo Lia, magistrato serio e cauto. Nelle denunce i sanitari scrivono che i Dpi forniti dalle loro Asl sono taroccati. Non aderiscono bene al volto. Al tatto, risultano di materiale scadente. I finanzieri vanno a prelevare gli scatoloni, ne annotano i lotti di provenienza, li fanno analizzare da due laboratori. "In alcuni casi la capacità filtrante (95 per cento per le Ffp2, 99 per cento per le Ffp3) è risultata inferiore di dieci volte rispetto a quanto dichiarato". Scattano i sequestri e viene acquisita documentazione presso Invitalia, la sede dell'ex commissario. Una parte consistente dei Dpi ha il marchio CE2163 del laboratorio turco UniversalCert, già al centro - come raccontato da Repubblica - di dubbi e polemiche.

Frode in pubbliche forniture. Il pm titolare dell'indagine, Paolo Ancora, all'inizio ha ipotizzato il reato di frode in commercio, ora si sta orientando verso la frode in pubbliche forniture. In questo caso, la Struttura commissariale di Arcuri figurerà come parte lesa. I lotti in oggetto, del resto, sono stati validati dal Cts, chiamato, col supporto dell'Inail, a verificare la certificazione presentata da produttori cinesi e importatori. Nelle fasi più dure della pandemia, non c'era tempo di sottoporre il materiale a test intensivo. In deroga alla normativa Ue, quindi, abbiamo lasciato entrare di tutto. Quel tutto che poi è finito sul viso del personale sanitario in prima linea contro il Covid. E che, al Covid, ha pagato un tributo drammatico: 352 medici e 81 infermieri sono morti. Contagiati in servizio.

L'ira dei sanitari: "Mascherine inidonee, inaccettabile". Roberta Grima il 12 Aprile 2021 su Il Giornale. La protezione civile della Puglia blocca 5 milioni di mascherine perchè considerate inidonee. Paura e rabbia degli operatori sanitari: "non é più accettabile." Ancora una volta operatori sanitari mandati "al macello" tra le corsie Covid con mascherine "farlocche". Medici, infermieri, Oss hanno lavorato sino a ieri con dispositivi che le Asl hanno distribuito loro. Le stesse protezioni che la protezione civile della regione Puglia ha poi ritirato perché non idonee. Si tratta infatti di 5 milioni di mascherine (un milione e mezzo di FFP2 e tre milioni e mezzo di FFP3) ritirate dal responsabile della protezione civile della Puglia Antonio Mario Lerario. E in particolare delle dodici tipologie provenienti dalla Cina che sono state consegnate dalla struttura del commissario nazionale per l'emergenza Covid nell'autunno scorso e che adesso sono state catalogate inidonee a proteggere dal Coronavirus. "Abbiamo riscontrato - ha detto il dottor Lerario a IlGiornale.it - che nell'ampio numero di mascherine che la Puglia riceve costantemente dalla struttura commissariale (sono circa una quarantina i modelli che ci arrivano), ci sono queste dodici tipologie cinesi prive delle certificazioni e delle autorizzazioni nazionali e internazionali". Si tratta di dispositivi che non ha acquistato la Puglia, ma che arrivano dall'ente commissariale e che sono stati impiegati in minima parte proprio perché - come ci dice il responsabile della protezione civile - laddove possibile, si é voluto prediligere altro materiale certificato. Tuttavia le mascherine in questione sono state ricevute, consegnate e distribuite negli ospedali, in quanto il comitato tecnico scientifico le aveva comunque validate. Dall'autunno ad oggi però, molti medici, infermieri e Oss hanno lavorato convinti di indossare mascherine adatte ed essere protetti da un possibile contagio, salvo poi scoprire sulla confezione la dicitura "Non medical" che ha allarmato. A stabilire che i dodici modelli cinesi non siano adatti, è stata la Guardia di Finanza di Gorizia che il 3 marzo scorso ha sequestrato in Friuli Venezia Giulia poco più di 2 milioni di mascherine per un totale di nove partite provenienti dal commissario nazionale per l'emergenza Covid, stessi dispostivi che sono circolati anche in altre regioni come la Puglia. Le mascherine avevano palesi difetti benché validate dal comitato tecnico scientifico. "Hanno lavorato secondo norme di legge", ha sottolineato Lerario a proposito dell'autorizzazione che il comitato tecnico scientifico ha rilasciato. Resta il fatto però, che lo stesso Lerario si è visto poi costretto al ritiro delle mascherine comunicando con una nota del 10 aprile scorso, il blocco immediato. "A seguito di comunicazione perveuta dalla guardia di finanza di Gorizia, relativa al sequesto di DPI risultati non conformi alle normative vigenti- si legge - in ordine ad attività svolte in collaborazione con il Commissario l'emergenza Covid-19 ,con la presente si dispone il blocco immediato dell'utilizzo". Il ritiro del materiale non metterebbe in difficoltà il sistema distributivo in Puglia. Nell'agosto scorso infatti, il presidente Emiliano inaugurò la prima fabbrica pubblica di mascherine in grado di produrre a regime - come si legge sul sito della protezione civile - trenta milioni all’anno di mascherine chirurgiche (quindici milioni di FFP2 e quindici milioni di FFP3= tutte con marchio CE. La missione dello stabilimento produttivo è quella di fornire dispositivi di protezione, senza sostituirsi alle aziende private, ma come scorta in caso di penuria di mercato. Attualmente lo stabilimento è in grado, secondo il responsabile della protezione civile, di rispondere al fabbisgono con dispositivi regolarmente certificati per un periodo di tre mesi, mantenendo in sicurezza il sistema sanitario. Nonostante ciò gli operatori sanitari hanno lavorato in seconda e terza ondata con mascherine inidonee, anche se lo stesso Lerario ha ammesso che si prediligeva altro materiale certificato. "Una cosa simile era già accaduta ad aprile scorso" - ricorda Mario Conca esponente di Italexit e già consigliere regionale - che aggiunge come in realtà della fabbrica pugliese, funziona soltanto uno linea di produzione su quattro, sebbene siano stati investiti e spesi otto milioni e mezzo per realizzare l'attività. "Nel frattempo nessuno - aggiunge Conca - chiarisce al personale sanitario quali mascherine utilizzare."

Il "ritorno" di D'Alema: dai pm per le mascherine. Massimo Malpica il 17 Aprile 2021 su Il Giornale. Sarà sentito come persona informata sui fatti. Si attivò per sistemi di protezione contraffatti. Sotto la mascherina, tutti. I pasticci sulle protezioni individuali portano i nodi al pettine delle inchieste giudiziarie, e dopo il coinvolgimento dell'ex commissario straordinario Domenico Arcuri a finire coinvolto, pur se non indagato, è l'ex premier Massimo D'Alema. «Baffino» verrà sentito dalla pm romana Rosalia Affinito come persona informata sui fatti per l'inchiesta legata alla vendita a Lazio e Sicilia, per 22 milioni di euro, di 5 milioni di mascherine e quasi mezzo milione di camici cinesi non conformi, oltre a cercare abboccamenti con Arcuri per provare a piazzare altre partite di dispositivi di protezione destinate a scuole e studenti. E con D'Alema potrebbe essere sentita dai magistrati romani anche Maria Cecilia Guerra, sottosegretaria all'economia. A tirare in ballo il lìder Massimo in questa storiaccia sono le intercettazioni e i pedinamenti ai protagonisti dell'inchiesta capitolina arrestati a inizio marzo scorso, Andelko Aleksic, il rappresentante della società «fornitrice» dei dpi, la European Network, e l'ex «re degli stampatori» Vittorio Farina, suo delegato, oltre all'imprenditore 51enne Domenico Romeo che avrebbe procurato i falsi certificati di conformità. In particolare sarebbe proprio Farina, anche tramite l'imprenditore pugliese Roberto De Santis, vicinissimo a D'Alema e con lui ex comproprietario dell'Ikarus II (e indagato in questa inchiesta), a essere intercettato parlando dell'ex premier o in sua compagnia. Succede a metà agosto dello scorso anno, quando Farina chiacchiera con il suo ex socio Luigi Bisignani (non indagato) e lo informa che pranzerà con De Santis e D'Alema, per poi essere intercettato nuovamente l'indomani al telefono con una giornalista, Laura Tecce, alla quale passa al telefono proprio D'Alema che evidentemente è in sua compagnia perché i due concordino «direttamente la data di un'intervista». Farina, secondo gli inquirenti, tramite i rapporti con De Santis e D'Alema ma era in contatto anche con l'ex ministro all'agricoltura del governo Berlusconi IV, Francesco Saverio Romano - puntava al commissario Arcuri, per spingere nuove partite di dpi che lui e gli altri indagati speravano di piazzare. Anche la fondazione Italianieuropei di cui D'Alema è fondatore e presidente è finita nelle intercettazioni e nei pedinamenti, e proprio a quella fondazione è legato il desiderio dei pm di ascoltare la Guerra (nemmeno lei indagata, verrà sentita come persona informata sui fatti), che è nel comitato di redazione della rivista di Italianieuropei, poiché di lei parla Aleksic, intercettato a proposito di tamponi che sarebbero «al vaglio» della sottosegretaria. Lo stesso Farina viene visto entrare nella Fondazione a novembre scorso (e in un'altra occasione viene pedinato fino all'ingresso del ministero della Salute), e il broker che è in sua compagnia nelle due occasioni, intercettato con lo stesso Farina giorni dopo, chiede all'indagato se «Max non interviene». Una noia per l'ex premier, già coinvolto nella vendita all'Italia di 140 ventilatori non a norma, passati per una società cinese controllata dalla Silk Road Cities Alliance di Pechino, della quale D'Alema è presidente onorario. Sul punto, lui in un'intervista al Corriere della Sera, però, rivendica il suo ruolo, sostenendo di «aver dato una mano a recuperare dei ventilatori», di fatto anticipando i soldi per lo Stato con l'associazione di cui fa parte e negando che fossero difettosi o non conformi.

Massimo D'Alema, il libro di Farbizio Gatti: "Ecco i suoi affari col regime cinese che ci ha fregato sul coronavirus". Libero Quotidiano il 13 aprile 2021. Massimo D'Alema è finito nel mirino per il caso dei ventilatori cinesi non a norma, venduti all'Italia in piena pandemia. D'Alema infatti è "presidente onorario dell'associazione Silk Road Cities Alliance di Pechino che controlla la società Silk Road Global Information Limited da cui il 13 marzo 2020 la Protezione civile ha acquistato i ventilatori", spiega Fabrizio Gatti, inviato dell'Espresso e autore di L'infinito errore - La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare, il libro in uscita giovedì 15 aprile. "D'Alema, unico non cinese si accompagna a tre presidenti onorari cinesi che sono esponenti degli apparati del regime del Partito nazionalcomunista. Il loro obiettivo con la nuova via della Seta è la penetrazione della Cina in Europa attraverso il nostro Paese. Non è un caso che D'Alema sia stato uno degli sponsor della nascita del Conte II, definendolo sui quotidiani il più amato dagli italiani", racconta ancora Gatti. Gatti poi racconta il pasticcio dei ventilatori: "La decisione fu del Cts di Agostino Miozzo. Sui verbali non si spiega la ragione del no agli altri 276 ventilatori di altre marche proposti all'Italia eppure, siamo al 13 marzo, ce n'era un gran bisogno... Intanto anziché sigillare i confini il 10 febbraio abbiamo regalato 18 tonnellate di mascherine alla Cina. Una scelta sciagurata. Come quella di affidare a una srl una partita da 5 milioni di mascherine dall'India. Il fornitore si è chiesto: Perché non paga direttamente il governo ma una società a responsabilità limitata?. E l'affare sfumò...", chiarisce ancora Gatti che boccia anche il tracciamento deciso dal Conte Bis. "Bastava dare retta a quel che scriveva a Giuseppe Conte l'ex capo della Protezione civile Angelo Borrelli il 21 gennaio. Otto giorni dopo l'accordo sull'aumento dei voli tra Italia e Cina - da 54 voli a 108 voli da e per la Cina roba da 30mila persone a settimana - avvertì Conte del previsto massiccio flusso di turisti cinesi e sulle analogie tra il nuovo Coronavirus e la precedente epidemia di Sars", conclude Gatti.

Alessandro Da Rold per “La Verità” il 17 aprile 2021. Massimo D'Alema conferma di essersi interessato con la Cina per l'acquisto dei ventilatori Aeonmed Vg70, ora ritirati dagli ospedali laziali. Lo fa attraverso un'intervista al Corriere della Sera, dove parla dell'associazione internazionale di cui fa parte, anche senza nominarla. È la Silk road global information limited, che, stando alle parole dell'ex presidente del Consiglio, avrebbe anticipato i soldi al governo italiano in quei mesi in difficoltà nel reperire materiale sanitario per contrastare la pandemia. Allo stesso tempo, però, D'Alema non spiega se quei soldi siano tornati indietro. Poi racconta anche la sua esperienza con il Covid, spiegando di aver utilizzato antinfiammatori per curarsi, cioè quelli previsti dal protocollo Remuzzi, smentendo quelli del ministero della Salute, cioè tachipirina e vigile attesa. Sta di fatto che D'Alema al quotidiano di via Solferino riconosce di aver avuto un ruolo centrale durante il secondo governo di Giuseppe Conte. Aspetto, quest' ultimo, che è stato confermato ieri anche dal ministro della Salute, Roberto Speranza, durante la conferenza stampa con il presidente del Consiglio Mario Draghi. «È chiaro che tutte le personalità che potessero avere relazioni pregresse con il principale venditore di questi beni, che in quel momento soprattutto per le mascherine era la Cina sono state attivate dalla struttura commissariale», ha detto Speranza, confermando quindi l'asse tra l'ex commissario Domenico Arcuri e D'Alema. E scaricando su di loro le scelte. Che l'ex premier e ministro degli Esteri abbia avuto un ruolo centrale nel secondo governo Conte, era già noto soprattutto tra i corridoi di via XX Settembre, sede del ministero dell'Economia. Attraverso l'ex ministro Roberto Gualtieri, D'Alema è stato uno dei grandi protagonisti dei rinnovi delle partecipate statali nel 2020. Insieme con l'ex commissario Arcuri, ancora in Invitalia, la coppia Gualtieri-D'Alema è stata decisiva fino agli ultimi giorni del Conte bis. Basta guardare le ultime nomine nelle controllate del Gse (Gestore servizi elettrici), dove a fine dicembre 2020 sono stati nominati Filippo Bubbico e Andrea Peruzy, il secondo nel Gme (Gestore dei mercati energetici), il primo in Acquirente unico. Bubbico e Peruzy arrivano entrambi dal mondo dei Ds, con esperienze nei passati governi di centrosinistra e nella fondazione Italianieuropei, voluta proprio da D'Alema nel 1998. Nel comitato di indirizzo della Fondazione siede anche Claudio De Vincenti, ex sottosegretario e ministro dei governi Renzi e Letta, da poco nominato presidente di Aeroporti di Roma. Dopo l'arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi, però, il potere dell'ex premier ha iniziato a vacillare. La prima testa a saltare è stata quella di Arcuri come commissario straordinario, messo alla porta dall'ex numero uno della Bce senza troppi giri di parole. Ora vacilla Speranza (anche lui in Italianieuropei) al ministero della Salute. In sostanza il potere contrattuale di D'Alema sembra essersi ridotto, anche perché da un lato salgono le quotazioni del nuovo segretario del Pd Enrico Letta come aumenta la pressione delle inchieste su ventilatori e mascherine cinesi. Anche se chi conosce i dalemiani fa notare che la vera partita su cui punterà «Max» è quella attorno a Cdp.In via Goito Fabrizio Palermo è in scadenza. I rapporti tra D'Alema e l'attuale amministratore delegato sono considerati buoni, senza contare il ruolo strategico di Giacomo D'Amico, ex capo di gabinetto della Regione Lazio di Nicola Zingaretti, prima in Sia e ora in Terna. Al pari di D'Amico, un altro uomo della galassia ex ds è Mario Vitale, direttore generale della neo Fondazione dell'istituzione che gestisce il risparmio postale degli italiani nata in tempi di pandemia e presieduta da Pasquale Salzano. Settimana scorsa è stato confermato Donato Iacovone come presidente di Webuild (ex Salini), dove Cdp equity vanta il 18, 68%. Iacovone è sempre stato uno degli esponenti di punta di Ernst & Young, altro avamposto dalemiano, dove D'Alema è presidente dell'advisory board della società di consulenza internazionale. Nella galassia Cdp c'è da segnalare anche Rodolfo Errore, nominato nel 2019 presidente di Sace, dato secondo indiscrezioni in uscita ma poi smentite: la scadenza naturale è nel 2022. Ma la vera scommessa è il posto nel consiglio di amministrazione di Carlo Cerami, l'avvocato milanese che piace a destra e sinistra, da sempre considerato vicino a D'Alema. Cerami entrò nell'estate del 2020, al posto di Valentino Grant, quota Lega, che era stato eletto al Parlamento europeo. Infine è da sbrigliare la matassa intorno a Domenico Arcuri. L'ex commissario al momento resta in Invitalia, dove ormai alberga da 10 anni. Ma il suo nome, in passato, era stato associato anche a grandi aziende statali. Potrebbe essere il jolly in questa tornata di nomine. Anche se c'è chi scommette che dopo l'esperienza commissariale non si apriranno nuovi spazi.

Fabio Amendolara e François De Tonquedec per “la Verità” il 12 aprile 2021. Dopo le mascherine cinesi farlocche, che continuano a essere oggetto di sequestri in giro per l' Italia, dal calderone dell' emergenza Covid spuntano anche i ventilatori per terapia intensiva «non conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa vigente». Un acquisto firmato dall' allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli il 13 marzo 2020 (due giorni dopo l' inizio del lockdown), quando la struttura del super commissario non era ancora stata creata ma Domenico Arcuri faceva avanti e indietro dal Dipartimento ministeriale che fa capo alla presidenza del Consiglio dei ministri (verrà formalmente nominato il 18 marzo). E nelle email allegate salta fuori il nome dell' ex premier Massimo D' Alema, che, stando alla comunicazione inviata dal fornitore di Pechino, li avrebbe rassicurati sull' acquisto. La mail, in inglese, la cui traduzione non lascia spazio a equivoci interpretativi, è stata inviata da silkroad_ca@163.com (dell' impresa cinese Silk road global information limited). L' oggetto: «Confirmation contract». Tra gli allegati ci sono le schede tecniche dei ventilatori cinesi denominati Aeonmed Vg70. «Carissimi», scrive il fornitore,«abbiamo appena ricevuto informazioni dall' onorevole D' Alema Massimo che il vostro governo acquisterà tutti i ventilatori nella lista che ho allegato a questa e-mail. E accettiamo i termini del pagamento che avete concordato. Quindi acquisteremo tutti i 416 set di ventilatori per voi il prima possibile. Grazie per la vostra fiducia in noi. Faremo del nostro meglio per servire i vostri interessi». I destinatari della missiva, parte integrante del contratto registrato con numero di protocollo «Covid/0013734», sono tra gli altri lo stesso Borrelli, Arcuri, il dirigente di Invitalia Roberto Rizzardo (che verrà cooptato nella struttura commissariale come responsabile degli acquisti) e un' altra dipendente della controllata del Mef, quella Silvia Fabrizi che pochi giorni dopo diventerà la prima referente di Mario Benotti e Andrea Tommasi per la famosa maxi fornitura da 801 milioni di mascherine cinesi costata 1,25 miliardi di euro. In realtà, dalla lettera di commessa, protocollata in uscita il 13 ma datata 14 marzo, emerge che alla fine i ventilatori Aeonmed Vg70 da destinare alle terapie intensive di tutta Italia effettivamente acquistati sono 140. Al loro arrivo il materiale è stato accolto con tanto di inno della Repubblica popolare cinese fatto suonare per l' occasione dal governo italiano. Negli altri documenti allegati al contratto, come è facile immaginare, il nome di Baffino non compare più. Ma non è la prima volta che la Volpe del Tavoliere si aggira attorno alle faccende pandemiche gestite da Arcuri & Co.  Un mese fa, come svelato da La Verità, si è scoperto che in Puglia D' Alema aveva partecipato a un pranzo speciale finito sotto i riflettori della Guardia di finanza. I commensali: Vittorio Farina, l' uomo degli elenchi telefonici che aveva provato a infilarsi nell' affare delle mascherine (in quel momento cercava un link per incontrare Arcuri e successivamente, come hanno documentato gli investigatori, ci sarebbe riuscito), Roberto De Santis, co-armatore dell' Ikarus, la prima barca a vela dell' ex premier diessino, e il giornalista Luigi Bisignani. Dal contratto di Borrelli, piazzato sul web con tutti i suoi allegati, ora si apprende che i cinesi lo indicano come l' uomo che li avrebbe informati sulla decisione del governo italiano di accettare la proposta commerciale made in China. Il prezzo per i ventilatori spuntato da Borrelli con la cinese Silk road è di 19.000 euro l' uno: complessivamente la commessa è costata ai contribuenti 2,66 milioni di euro più iva. E se già a novembre scorso sul sito del ministero della Salute era comparsa una nota della Aeonmed relativa a un problema software di una partita di Vg70, emerso da una segnalazione dell' ospedale tedesco Ludwig Maximilians university, ora il nuovo bug dei ventilatori cinesi emerge da una interrogazione presentata al Consiglio regionale del Lazio da Daniele Giannini (Lega). Nel documento depositato, il leghista riassume il contenuto di un rapporto «trasmesso dalla Beijing Aeonmed Co Ltd al ministero della Salute» dal quale «risulta che i ventilatori per terapia intensiva Aeonmed Vg70» dotati di una precisa versione software che viene indicata, «non posseggono il sensore di pressione atmosferica incorporato e siano stati immessi sul mercato con istruzioni per l' uso errate, in quanto indicano la presenza di un sensore in realtà assente». Secondo quanto riportato nell' interrogazione, il 7 aprile 2021 la direzione regionale Salute e integrazione sociosanitaria, recependo una nota ministeriale del 31 marzo scorso, ha chiesto ai direttori generali di Asl, policlinici universitari e Istituti di ricerca, nonché ai referenti tecnici aziendali per l' emergenza Covid 19, «nel caso si rilevasse la presenza dei ventilatori per terapia intensiva Aeonmed Vg70», di «sospendere immediatamente l' uso, in quanto privi del marchio Ce e non conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa vigente». Proprio come per le mascherine fallate di cui si sta occupando la Procura di Gorizia. Al momento dell' acquisto dei ventilatori Vg70 nessuno avrebbe accertato l' esistenza della perfetta certificazione del prodotto. E ora bisogna correre ai ripari.

Fabio Amendolara per "la Verità" il 13 aprile 2021. Ha trovato il suo ponte sulla via della seta la fornitura conquistata dalla Silk Road Global Information limited, società cinese che ha venduto al governo italiano 140 ventilatori polmonari per terapia intensiva «non conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa vigente», nella cui trattativa, come ha scoperto ieri La Verità, è spuntato il nome dell' ex premier Massimo D' Alema, una figura che sembra essersi aggirata in più di un' occasione attorno agli affari pandemici gestiti dall' ex commissario straordinario Domenico Arcuri (la cui promozione, nel 2007, ai vertici di Invitalia avrebbe visto D'Alema nel ruolo di regista). La Silk Road Global Information limited, infatti, è legata alla Silk Road Cities Alliance, un think tank del governo di Pechino a sostegno della Via della Seta, progetto di infrastrutture di collegamento e logistica tra Cina ed Europa. Ai vertici di questo ente, insieme a D' Alema, che è presidente onorario («carica non remunerata e che non prevede rimborsi», precisa uno stretto collaboratore del leader Maximo), e ad alcuni ex funzionari del governo cinese, c' è Zhang Wenkang, ministro della Sanità rimosso dal regime nel 2003 con l' accusa di aver nascosto la prima pandemia Sars. Una comparsata nel think tank per la verità in passato l' ha fatta anche Francesco Rutelli, che nella sua biografia annota di essere stato co-presidente del progetto Silk Road Cities Alliance e che alla Verità ha spiegato di «aver ottenuto quel riconoscimento durante un incontro culturale e che il rapporto si è chiuso quello stesso giorno». L'acquisto dei ventilatori, che ora si scopre non essere certificati, è stato firmato dall' allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli il 13 marzo 2020 (due giorni dopo l' inizio del lockdown), quando la struttura del super commissario non era ancora stata creata ma c' era già un andirivieni di Arcuri tra Invitalia e il Dipartimento ministeriale che fa capo alla Presidenza del consiglio dei ministri (verrà formalmente nominato il 18 marzo). È nelle mail allegate al contratto che è saltato fuori Baffino. Sarebbe stato D'Alema, infatti, stando alla comunicazione inviata dagli imprenditori cinesi a rassicurarli sull' acquisto del governo italiano. A leggere in copia c' erano, oltre a Borrelli e Arcuri, un' altra dipendente di Invitalia, quella Silvia Fabrizi che pochi giorni dopo diventerà la prima referente di Mario Benotti e Andrea Tommasi per la famosa maxi fornitura da 801 milioni di mascherine cinesi costata 1,25 miliardi di euro. Al momento della firma del «memorandum of understanding» sulla Nuova Via della Seta firmato a Roma a fine marzo l' ex premier Giuseppe Conte pontificò: «Saremo attenti che non vi siano iniziative predatorie». Nel caso dei ventilatori senza certificazione, in realtà, più che di una iniziativa predatoria sembra si tratti di un acquisto avventato. E anche per le mascherine comprate da Arcuri e distribuite in Friuli Venezia Giulia qualcosa è andato storto, stando al sequestro di oltre 60 milioni di Ffp2 disposto dai pm di Gorizia. Non erano conformi anche i dispositivi venduti alla Regione Lazio da un' altra cordata, guidata dall' uomo degli elenchi telefonici Vittorio Farina. Che dopo essere riuscita a piazzare 5 milioni di mascherine e 430.000 camici ha provato a infilarsi (senza riuscirci) nelle forniture per le scuole, sostenendo di avere la «promessa» di Arcuri. Un mese fa, come svelato dalla Verità, si è scoperto che in Puglia, insieme a Farina, aveva partecipato a un pranzo speciale proprio Massimo D' Alema. Con i due c'era anche Roberto De Santis, imprenditore vicinissimo all' ex premier e co-armatore dell' Ikarus, la prima barca a vela di D'Alema. Gli indagati, emerge dai documenti dell' inchiesta, avevano cercato di portare i loro tentacoli sino a dentro il ministero della Salute. Farina, per esempio, in un' intercettazione dice: «Io sto andando dal ministro adesso, c'ho, c'ho appuntamento alle 4 e mezzo col ministro, co Roberto [] ti porto qualche novità». Ma ci sono anche telefonate in cui si fa riferimento al «responsabile del Gabinetto di Speranza». E quando l' interlocutore chiede, «ma il Max non interviene?», Farina precisa: «No per adesso, che intervenga adesso non serve [] eh, dovranno, io credo che entro oggi quelli si incontrino e poi Paolucci dovrebbe chiamarti». Secondo le Fiamme gialle Paolucci sarebbe «Massimo Paolucci, capo segreteria di Speranza». A novembre, poi, gli investigatori pedinano Farina a un appuntamento al civico 44 di piazza Farnese, a Roma. Gli investigatori sottolineano che «l' indirizzo corrisponde alla sede della Fondazione Italianieuropei presieduta da Massimo D' Alema e della quale fa parte anche il sottosegretario Maria Cecilia Guerra». Lì Farina si trattiene per un' ora e 50 circa, senza che gli investigatori siano riusciti a ricostruire con chi si sia incontrato. Nelle carte, però, spuntano anche due presunti incontri di Farina con Arcuri, all' epoca ancora in carica. E i finanzieri ritengono che ci sia riuscito «per il tramite di Roberto De Santis». Prima del secondo incontro, però, c' è uno snodo che per gli investigatori deve essere risultato rilevante: sempre pedinato, Farina è stato visto entrare nella sede di una società, la Proger, una Spa amministrata da Chicco Testa (l' uomo che accusa il Pd di essere diventato il partito della spesa pubblica) e nel cui cda siede De Santis, in via Valadier 42 a Roma. Anche l' utenza telefonica intercettata e in uso a De Santis è risultata intestata alla Proger. I finanzieri relazionano sul pedinamento, compreso un pranzo in un ristorante. E due giorni dopo, durante l' ennesimo servizio di osservazione, annotano che Farina «e stato visto conversare con un soggetto nella fisionomia somigliante ad Arcuri». Le telefonate successive avrebbero dato conferma che con l' uomo degli elenchi telefonici ci fosse proprio il commissario per l' emergenza. E infatti Farina chiama il suo socio per rassicurarlo: «Domenico (Arcuri ndr) mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell' acquisto [...]». Anche in questo caso si parla di una lettera. L' unica col nome di D' Alema, però, è quella che ha viaggiato sulla via della seta.

L'omaggio nel doodle di Google. Chi era Wu Lien-teh, il medico malese che inventò la mascherina contro la peste polmonare. Vito Califano su Il Riformista il 10 Marzo 2021. Il medico Wu Lien-teh è il protagonista del doodle di Google di oggi, quello di mercoledì 10 marzo 2021, come sempre in apertura della homepage del motore di ricerca. Il medico è diventato celebre per aver promosso l’utilizzo delle mascherine chirurgiche per combattere un’epidemia di peste polmonare in Manciuria all’inizio del Novecento. L’omaggio di Google in occasione del giorno del suo compleanno. Wu Lien-tech nacque infatti a Penang, in Malaysia, il 10 marzo 1879. I genitori erano di origine cinese. Studiò in Inghilterra, all’Università di Cambridge. Lavorò in Europa ma dopo qualche anno tornò in Asia. Prima in Malaysia e poi in Cina, dove nel 1908 divenne vice-direttore della scuola militare di medicina dell’Impero Cinese. Nel 1910 fu mandato in Manciura, una regione nel nord-est del continente asiatico, a cavallo tra Cina e Russia. Una misteriosa malattia si stava diffondendo: circa 60mila le vittime in due anni. Una peste polmonare. Dopo aver studiato il morbo, Wu Lien-teh sviluppò una mascherina chirurgica, in cotone idrofilo, che preveniva la trasmissione per via aerea. La promozione del dispositivo fu tra le principali armi che portarono a debellare l’epidemia. Proprio per i suoi studi e la sua attività di contrasto alla peste in Manciuria, divenne la prima personalità malese a essere candidata al Premio Nobel per la Medicina, nel 1935. Il medico fondò anche la prima associazione medica non governativa nel 1915 in Cina. Morì a Penang, sua città natale, dove si era ritirato negli ultimi anni di vita, il 21 gennaio 1960.

Dagospia l'8 marzo 2021. Da un articolo di "The Economist" per la rassegna stampa "Epr Comunicazione". Le mascherine facciali aiutano a ridurre la diffusione del Sars-Cov-2, il virus che causa il Covid-19. Diversi studi hanno riportato la scoperta sorprendente che, anche se i portatori si infettano, la loro malattia è di solito più lieve. Ora Joseph Courtney e Ad Bax, una coppia di ricercatori del National Institutes of Health di Bethesda, Maryland, pensano di aver capito perché. Come riferiscono nel Biophysical Journal, si tratta di umidità, sistema immunitario e dei poteri protettivi del muco – scrive The Economist. A prima vista, potrebbe non sembrare un gran mistero da svelare. Le mascherine riducono il numero di particelle infettive che entrano nel naso e nella bocca. Ci si potrebbe aspettare, quindi, che la malattia grave sia meno probabile. Ma non è così. Un fattore vitale che predice la gravità della malattia è quanto le particelle virali entrano nei polmoni di una persona. Le mascherine di cotone economiche fanno fatica a bloccare gli aerosol più piccoli, che sono quelli che più probabilmente penetrano in profondità. Il dottor Courtney e il dottor Bax si sono chiesti se qualcos'altro potrebbe spiegare il loro effetto protettivo. Una delle prime linee di difesa del corpo contro gli agenti patogeni trasportati dall'aria è conosciuta come il "meccanismo di clearance mucociliare". Il muco appiccicoso nel naso e nel tratto respiratorio cattura virus e batteri. Piccoli peli conosciuti come cilia spingono il muco nella gola. Da lì viene inghiottito e i potenti acidi dello stomaco distruggono gli invasori. Ma questo meccanismo si basa sul fatto che le parti del corpo interessate rimangano umide. Questo è più difficile in inverno, perché quando l'aria diventa più fredda, la sua capacità di trattenere l'acqua diminuisce. La minore umidità tende a seccare le vie respiratorie. Questo è uno dei motivi per cui molti virus delle vie respiratorie superiori, come l'influenza, fioriscono in inverno. Il dottor Courtney e il dottor Bax hanno ipotizzato che le mascherine possono aiutare a mantenere l'umidità. Hanno ragionato sul fatto che, quando una persona espira, il vapore acqueo si condensa all'interno di una maschera. Poi, all'inalazione, l'aria secca che passa attraverso la maschera raccoglierebbe l'acqua depositata e la riporterebbe nel tratto respiratorio e nei polmoni. Questo potrebbe dare al sistema immunitario di chi indossa la mascherina un vantaggio significativo. Desiderosi di testare la loro idea, i ricercatori hanno controllato diverse mascherine a 37°C, 22°C e 8°C. Hanno respirato in una scatola sigillata con strumenti sensibili e hanno calcolato i livelli di umidità nelle loro vie respiratorie superiori. Hanno scoperto che, anche se tutte le mascherine hanno aumentato i livelli di umidità in una certa misura, la mascherina di cotone pesante ha fatto meglio di tutte. Nella stanza più calda ha aumentato l'umidità relativa dell'aria ispirata di oltre il 50%, rispetto alla respirazione senza mascherina. Nella stanza fredda, quel numero è salito al 300% (le altre mascherine hanno registrato cifre tra il 150% e il 225%). Questo suggerisce che, oltre a filtrare almeno alcune delle particelle virali che galleggiano nell'aria, le mascherine aiutano a mantenere i livelli di muco di una persona alti e benefici.

(ANSA il 22 ottobre 2021) - L'Antitrust ha concluso l'istruttoria nei confronti delle società U-Earth Biotech e Pure Air Zone Italy, irrogando sanzioni complessive per 450.000 euro. Per oltre un anno, spiega l'Agcm, le due società hanno promosso online le mascherine chirurgiche biotech "U-Mask", registrate come dispositivi medici, equiparandole "indebitamente" a facciali filtranti di efficacia superiore, quali i dispositivi di protezione individuale FFP3, ed attribuendo loro qualità ulteriori, ad esempio proprietà virucide, certificate in autonomia. Secondo l'Autorità si tratta di una pratica posta in essere "con modalità ingannevoli e aggressive".  

Sicurezza mascherine Ffp2: ecco quali codici evitare. Lorenzo Petrilli, vicedirettore del Dipartimento Certificazione e Ispezione di Accredia, ha fatto un po’ di chiarezza. Valentina Dardari - Dom, 14/03/2021 - su Il Giornale. Non si placano le polemiche riguardanti la sicurezza delle mascherine Ffp2. In seguito al ritiro dal mercato delle U-mask su disposizione del ministro della Salute Roberto Speranza, e altri test secondo i quali alcune mascherine Ffp2 regolarmente vendute non avrebbero invece i requisiti necessari, adesso si cerca di capire quali siano i codici realmente sicuri. Intanto l’Europa ha messo online un database dove poter verificare se il prodotto acquistato sia conforme e se l’organismo che lo ha certificato sia effettivamente autorizzato a lasciare le certificazioni richieste. Anche se non vi è il codice sulla mascherina, questa potrebbe comunque figurare nei prodotti validati in deroga dall’Inail. Meglio quindi controllare anche l’elenco.

Quelle mascherine vendute come Ffp2 che "filtrano solo il 36%". I codici delle mascherine Ffp2 da controllare. Il dispositivo dovrebbe comparire o nel database della Ue o nell’elenco dell’Inail. Non si riuscirà comunque a reperire tutti i codici delle mascherine non sicure, ma sul sito dell’European Safety Federation, organizzazione no profit dei produttori, degli importatori e dei distributori continentali di Dpi, si può trovare una lista delle società che hanno mostrato certificati sospetti. In Europa ci sono sia società finte che realmente presenti nel database ma che non sono autorizzate a rilasciare le certificazioni per le mascherine Ffp2. Queste si discolpano accusando i produttori di aver usato in modo abusivo i loro codici CE per mettere sul mercato dispositivi non conformi alla legge europea. Ecco l’elenco degli organismi esistenti che non sono però autorizzati a certificare Dpi delle vie respiratorie in Europa. Le mascherine Ffp2 con questi codici non sono quindi a norma:

ICR Polska (Polonia) – CE 2703

CELAB (Italia) – CE 2037

ECM (Italia) – CE 1282

ISET (Italia) – CE 0865

TSU Slovakia (Slovacchia) – CE 1299

Universalcert codice CE 2163

Discorso a parte per quanto riguarda Universalcert, codice CE 2163, che non rientra nella lista dell’European Safety Federation dei certificati sospetti. Due laboratori avrebbero analizzato alcune mascherine prodotte in Cina e non sarebbero risultate a norma, pur essendo state certificate dallUniversalcert. Lorenzo Petrilli, vicedirettore del Dipartimento Certificazione e Ispezione di Accredia, l’unico ente scelto dal Governo italiano per accreditare gli organismi di certificazione nazionali, ha rilasciato una intervista al Corriere in cui ha spiegato: “Ovviamente siamo a conoscenza delle indagini in merito. Ma fino a quando un organismo notificato resta sul database Ue, dobbiamo presumere che operi correttamente”. Da capire adesso se questi dispositivi, nel momento in cui sono stati certificati, erano già non conformi o se i produttori abbiano iniziato a produrli in modo diverso una volta ottenuta la certificazione.

Ulteriori verifiche da fare a casa. Le istruzioni per l’uso e la dichiarazione di conformità ci permettono di verificare se la nostra mascherina è a norma. Petrilli ha poi aggiunto: “Sono gli unici due elementi che per legge devono essere resi disponibili ai consumatori finali, e devono essere scritti nella lingua del Paese di vendita. Generalmente la dichiarazione di conformità si trova sul sito del fabbricante, e nelle istruzioni va indicato l’indirizzo in cui è possibile trovarla. Questo è importantissimo, perché con la dichiarazione di conformità il fabbricante assicura sotto la propria responsabilità che quello specifico Dpi è stato oggetto di una certificazione emessa da un organismo autorizzato dall’Ue a seguito del positivo esito dei test di laboratorio e dell’analisi della documentazione tecnica. Garantisce inoltre che la produzione in serie è sottoposta al controllo del medesimo organismo”.

Marcature CE. Petrilli ha tenuto a sottolineare che la marcatura CE è un sistema efficace nel garantire la tutela dei consumatori nel mercato dell’Unione Europea. Sia perché esiste da molti anni, sia perché ci lavorano soggetti diversi che non dipendono l’uno dall’altro. Gli enti certificatori che garantiscono la presunzione di conformità, “una volta abilitati, non si limitano ai controlli preventivi sulla sicurezza dei prototipi, ma sorvegliano anche la successiva fabbricazione in serie: una volta all’anno vanno dai produttori, prelevano decine di campioni, li testano – in proprio o attraverso laboratori anch’essi accreditati e comunque usando norme tecniche appropriate – e così stabiliscono se i modelli messi in commercio in un determinato periodo di tempo possano essere ritenuti conformi o meno”. A controllare il lavoro degli enti certificatori sono le camere di commercio, le dogane, le forze dell’ordine e altri organi adibiti al controllo dei prodotti rivolti al mercato. Come ha sottolineato Petrilli:“Questo secondo livello di controllo funziona, e a dimostrarlo sono i numerosi procedimenti giudiziari in corso a carico di chi ha immesso o provato a immettere nel mercato europeo prodotti fraudolenti. Quindi a mio giudizio il sistema è consolidato e affidabile. Poi tutto è sempre perfettibile, ma questo fa parte della natura umana”.

Marco Cimminella  per it.businessinsider.com il 5 marzo 2021. Fin dall’inizio della pandemia, le mascherine sono state uno degli strumenti fondamentali per contrastare la diffusione del coronavirus. La domanda è cresciuta in breve tempo, sono diventate quasi introvabili. E i Paesi hanno fatto le corse per acquistare le scorte di cui necessitavano. Oggi sono più facilmente reperibili, grazie ai continui carichi importati. Tuttavia, l’accelerata sugli approvvigionamenti per coprire questo enorme fabbisogno ha avuto un effetto collaterale: nella marea di dispositivi di protezione individuale arrivati dall’estero, sono finiti anche prodotti irregolari, con certificazioni fasulle. “A noi è successo spesso di individuare dei falsi. L’azienda che aveva comprato delle FFP2 ci ha mandato il certificato di conformità relativo, un pdf ben preparato, che però dopo alcuni riscontri è risultato essere contraffatto”, spiega a Business Insider Italia Stefano Pagnutti, ceo di Clariscience, società di consulenza in ambito medicale specializzata anche in consulenza nell’ambito della certificazione dei dispositivi medici. “Abbiamo contattato l’organismo notificato che era stato indicato come ente che aveva emesso il certificato. E abbiamo scoperto che il documento era un falso, quell’ente non aveva rilasciato alcun certificato per quel fabbricante. Purtroppo, è stato un problema che si è verificato spesso durante questi mesi di emergenza”. Una recente inchiesta di La Repubblica ha raccontato la truffa cinese relativa all’importazione di DPI i cui documenti, apparentemente in regola, sono poi risultati taroccati. FFP2 e FFP3 con capacità di filtraggio inferiori a quanto effettivamente dichiarato. Solo in Italia sarebbero in circolazione almeno 55 milioni di pezzi di questo tipo provenienti dall’estero. Nel corso del 2020, Clariscience è stata contattata da molte aziende italiane per verificare la validità della documentazione inviata a corredo delle mascherine importate. “Queste aziende ci fornivano tutte le carte che il fabbricante cinese aveva prodotto affinché potessimo verificare che le FFP2 che avevano deciso di comprare fossero effettivamente regolari. E in diversi casi ci siamo resi conto che la documentazione era fasulla”, ci dice Margherita Fort, responsabile dell’area regolatoria di Clariscience.  Che aggiunge: “Nelle prime fasi dell’emergenza e fino a maggio 2020, siamo stati anche molto impegnati ad aiutare differenti imprese della Penisola che volevano convertire parte dei loro stabilimenti per produrre mascherine chirurgiche. In estate le richieste sono diminuite e ora riguardano soprattutto la verifica dei documenti dei DPI e altri dispositivi medici importati”. Il problema delle mascherine irregolari ha riguardato l’intero territorio nazionale. Grazie al lavoro delle autorità, la loro vendita è stata ostacolata: i Nas ne hanno sequestrate milioni e l’agenzia delle Dogane è riuscita a intercettarne altre. Tuttavia, il rischio di cadere in questa truffa, potenzialmente pericolosa per la nostra salute, non è definitivamente arginato. “C’è da dire che è stato più complicato rilevare eventuali irregolarità perché con l’emergenza sanitaria il decreto Cura Italia ha introdotto una deroga al rispetto delle norme vigenti per velocizzare l’immissione in commercio di DPI ad uso medico da usare strettamente in ambito sanitario e che resterà in vigore fino alla fine dello stato di emergenza. Il risultato è che possono essere venduti DPI senza marcatura CE e senza riferimento all’organismo notificato certificatore”, continua l’esperta. Per questo dobbiamo fare molta attenzione quando acquistiamo questi prodotti. Certo, assicurarsi della validità delle mascherine è complicato per il consumatore che le compra in un negozio fisico o su internet, come per l’azienda che decide di importarne dall’estero: ci sono normative e indicazioni da conoscere, inoltre solo i laboratori specializzati hanno gli strumenti per effettuare test e verificarne l’effettiva conformità agli standard comunitari. Non possiamo quindi sostituirci agli esperti che lavorano in questo campo. Tuttavia, osservando alcuni dettagli e facendo qualche piccola ricerca, possiamo provare ad assicurarci che le mascherine che indossiamo siano valide. Clariscience, con la sua business unit “Affari regolatori e sistemi per la gestione per la qualità”, fornisce consulenza per districarsi tra le varie pratiche, leggi e standard specifici che il fabbricante di un dispositivo medico o di protezione individuale deve conoscere e rispettare prima di immettere il prodotto sul mercato e lo aiuta a trasmettere le informazioni all’utilizzatore finale in modo che il prodotto sia compreso e usato nel miglior modo possibile. Durante la pandemia di covid-19 si è occupata soprattutto di mascherine chirurgiche e DPI. Per questo abbiamo chiesto ai suoi esperti di aiutarci a stilare un prontuario con i vari passi da fare per distinguere dispositivi regolari da quelli che non lo sono affatto.

Come riconoscere una mascherina chirurgica certificata. “Come consumatore, il primo passo da compiere è dettato dal buon senso”, ci dice Stefano Pagnutti, chiarendo che “bisogna innanzitutto verificare la presenza di alcune informazioni sulla confezione: questi dettagli devono comparire sull’etichettatura e la loro mancanza potrebbe far nascere qualche sospetto sulla validità della mascherina”. Gli esperti di Clariscience fanno notare infatti che le mascherine chirurgiche, per legge, sono classificate come dispositivi medici: per questo motivo, devono assicurare non solo il rispetto della normativa generale dei dispositivi medici (Dir. 93/42/CEE o Regolamento UE 2017/745) ma anche soddisfare i requisiti imposti dalla norma tecnica EN 14683, che ne delinea le prestazioni minime in termini di efficacia filtrante e respirabilità.

Pertanto, le informazioni che devono essere presenti sulla confezione sono:

il marchio CE, che viene apposto sul prodotto a garanzia del rispetto delle norme vigenti (Direttiva 93/42/CEE o Regolamento UE 2017/745). Questo marchio deve avere proporzioni precise: “Se è diverso da quanto stabilito dalla legge e ha proporzioni differenti, allora è possibile che sia contraffatto e il prodotto non assicuri il rispetto degli standard di sicurezza imposti dalle normative europee”, sottolinea Margherita Fort;

il riferimento alla norma tecnica EN ISO 14683:2019, che stabilisce i requisiti minimi di capacità filtrante e respirabilità delle mascherine ad uso medico (indicazione del tipo di maschera: Tipo I, Tipo II o Tipo IIR);

il fabbricante, cioè chi ha prodotto le mascherine o le ha fatte produrre a terzi, con sede in Ue;

se del caso il mandatario, cioè l’azienda in territorio Ue che rappresenta un produttore extra-Ue.

 “L’assenza di queste informazioni è un probabile segnale negativo, può far nascere qualche sospetto sulla validità del dispositivo. Tuttavia, non vuol dire necessariamente che la mascherina sia contraffatta”, fa notare il ceo di Clariscience. Che continua: “Un altro step da fare è controllare la presenza del prodotto nella banca dati dei dispositivi medici del ministero della Salute”. Infatti, per i fabbricanti italiani (e per i fabbricanti extra-Ue con mandatario italiano) è obbligatorio registrare i dispositivi medici in questo data base per immettere il prodotto sul mercato della Penisola. Per consultare l’elenco dei dispositivi medici del ministero della Salute, possiamo ricercare il prodotto che ci interessa attraverso due diversi filtri: Se la mascherina non risulta nell’elenco, non è detto che sia automaticamente irregolare. Infatti, qualora il fabbricante o il mandatario abbiano sede in un altro Stato membro, la registrazione non è obbligatoria, trattandosi di un DM di classe I, per cui non è detto sia presente in banca dati. “Il dispositivo potrebbe essere stato registrato nel data base di un altro stato membro dell’Ue”, aggiunge la responsabile dell’area regolatoria di Clariscience. Che ricorda: “Le mascherine possono essere presenti sul mercato senza marchio CE ma con approvazione in deroga. In questo caso, deve essere presente in etichetta la dicitura ‘produzione e immissione in commercio ai sensi dell’art. 15, comma 2, del Decreto Legge n. 18 del 17/03/2020, convertito con modificazioni nella Legge 24 aprile 2020, n. 27, modificato dalla legge 17 luglio 2020 n. 77′”. La mancanza di questa dicitura in assenza del marchio CE, dovrebbe far nascere un forte sospetto relativamente all’irregolarità del prodotto. Inoltre, se si acquistano le mascherine chirurgiche direttamente dal fabbricante (per importazione o distribuzione) si può poi richiedere la dichiarazione di conformità nella quale il fabbricante dichiara la conformità del prodotto alla legislazione di riferimento. “Un ultimo tipo di controllo consiste nella verifica tecnica: si può contattare un centro di testing accreditato per mandare un certo numero di campioni in modo da valutarne se il potere filtrante è uguale a quello dichiarato – ci dice Stefano Pagnutti -. Ma questo è più il caso dell’azienda che ha importato il dispositivo medico che del consumatore comune”.

Come riconoscere una mascherina FFP2 o FFP3 certificata. Le mascherine filtranti facciali, come le FFP2 e le FFP3, sono dispositivi di protezione individuale di categoria III di rischio e per questo devono rispettare il Regolamento UE 425/2016: ciò significa che per essere immesse in commercio devono essere valutate da un organismo notificato designato per la certificazione dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie. L’organismo notificato certificherà la conformità del prodotto ai requisiti della norma tecnica EN 149:2001+A1:2009 e il produttore, dimostrata la conformità del prodotto, potrà così apporre il marchio CE. Il rispetto dei requisiti definiti da questa norma tecnica permette infatti di avere una maschera con un’elevata capacità filtrante nei confronti di particelle e goccioline molto piccole e un’ottima respirabilità. Per questo, quando leggiamo sulla confezione, questa indicazione non può mancare.

Oltre al riferimento EN 149:2001+A1:2009, altre informazioni importanti che devono essere riportate sono:

il marchio CE, seguito da un codice a 4 cifre che indica l’organismo notificato;

identificazione del fabbricante;tipo e classe del dispositivo di protezione (FFP2/FFP3).

“L’assenza del marchio CE o delle altre informazioni potrebbe indicare che ci troviamo di fronte a una maschera contraffatta”, spiega il ceo di Clariscience. Come per le mascherine chirurgiche, anche per le FFP2 e FFP3 bisogna fare attenzione alle proporzioni del marchio CE che, per legge, sono precise: se il marchio è diverso o ha dimensioni differenti, nuovamente dovrebbe nascere un forte sospetto che il prodotto sia illegale e non assicuri quindi il rispetto degli standard di sicurezza imposti dalle normative europee. Il codice a 4 cifre che accompagna il marchio CE è molto importante, perché identifica in modo inequivocabile l’ente che ha certificato l’aderenza del DPI alle norme. Si tratta degli organismi notificati, che possono essere ricercati nel database NANDO (New Approach Notified and Designated Organisations) della Commissione europea. Con questa informazione è possibile avere un elemento in più per valutare la correttezza dei certificati e verificare che l’organismo che ha rilasciato la certificazione sia accreditato effettivamente per la valutazione del DPI. Il sistema informativo NANDO può essere consultato cercando per ‘Paese’, ‘Legislazione’ o ‘Organismo’. Per ogni organismo notificato e autorità di notifica / designazione sono incluse informazioni e recapiti: possono essere utilizzati per presentare richieste di informazioni specifiche sullo stato e le competenze degli organismi notificati, nonché sulle loro attività. Inoltre, diversi organismi notificati elencati in NANDO per dispositivi medici e DPI hanno siti web dedicati dove è possibile consultare le informazioni più rilevanti sui loro certificati. Come ci spiegano gli esperti di Clariscience, grazie all’elenco possiamo verificare se il numero che troviamo sotto il marchio CE della nostra mascherina FFP2 o FFP3 corrisponde effettivamente ad un ente autorizzato a valutare dispositivi di protezione delle vie respiratorie. Una volta trovato il codice di 4 numeri nell’elenco e aperta la scheda dell’organismo notificato, si potrà verificare quali tipologie di prodotti e secondo quali normative è autorizzato a certificare l’ente in questione. Nel caso delle maschere filtranti dovremmo trovare proprio il riferimento ai ‘personal protective equipment‘ e al Regolamento EU 2016/425 e nello specifico, tra i prodotti valutati, il riferimento a “equipment providing respiratory system protection”. Questa stessa verifica può essere fatta consultando un altro elenco del database NANDO, che mostra le normative e i regolamenti relativi a specifici prodotti. “In questo caso andremo a selezionare ‘Regulation (EU) 2016/425 Personal protective equipment’ e successivamente restringeremo il campo della ricerca alla sola valutazione degli ‘Equipment providing respiratory system protection’. A questo punto ci comparirà la lista di tutti gli organismi notificati che valutano dispositivi di protezione delle vie respiratorie, che ci tornerà utile soprattutto quando vorremo capire se l’organismo notificato o più in generale, l’ente che figura su di un certificato, sia davvero autorizzato a fare verifiche di mascherine filtranti. Se non compare in questo elenco, il certificato è quasi certamente un falso”.

Ricerca in base alla legislazione di riferimento. Come mostra l’immagine in alto, selezionando il filtro (riquadro segnalato in rosso) vengono elencati tutti gli organismi notificati per la certificazione di dispositivi di protzione delle vie respiratorie, tra cuin le maschere filtranti. Una volta controllato l’organismo notificato, possiamo verificare anche il certificato di conformità da questo emesso. Il documento, che accompagna il DPI, deve infatti avere queste informazioni obbligatorie:

nome e numero di identificazione dell’organismo notificato;

nome e indirizzo del fabbricante e, qualora la domanda sia presentata dal mandatario, nome e indirizzo di quest’ultimo;

l’identificazione del DPI oggetto del certificato;

una dichiarazione in cui si attesta che il tipo di DPI soddisfa i requisiti essenziali di salute e di sicurezza applicabili;

se le norme armonizzate sono state applicate in tutto o in parte, i riferimenti di tali norme o parti di esse;

se sono state applicate altre specifiche tecniche, i loro riferimenti;

se del caso, il livello di prestazioni o la classe di protezione del DPI;

la data di rilascio, la data di scadenza e, se del caso, la data o le date di rinnovo del certificato;

le eventuali condizioni connesse al rilascio del certificato;

per i DPI della categoria III, una dichiarazione secondo cui il certificato deve essere utilizzato solo in combinazione con una delle procedure di valutazione della conformità previste.

Qualora mancassero questi dettagli, quel certificato potrebbe non essere autentico. Non mancano infatti i casi di mascherine accompagnate da documenti falsi, soprattutto quelle vendute online. Da notare che se il DPI è privo di marchio CE, non necessariamente deve essere considerato irregolare: potrebbe anche trattarsi di un prodotto fabbricato e venduto in deroga alla normativa vigente, possibilità prevista – come detto prima – dal decreto Cura Italia per velocizzare l’immissione in commercio di DPI ad uso medico da usare strettamente in ambito sanitario. “La deroga, però, riguarda solo le tempistiche e prevede comunque il rispetto degli standard tecnici e di qualità definiti dalla norma EN 149:2001+A1:2009. Infatti, i filtranti facciali prodotti in deroga possono essere venduti in ambito sanitario solo se i produttori autocertificano l’aderenza alle norme tecniche previste, mandando i documenti di prova all’Inail, che una volta ricevuta la documentazione, ne autorizzerà la commercializzazione in ambito sanitario”, chiariscono gli esperti di Clariscience. Visto che per FFP2 e FFP3 non è prevista l’indicazione dell’approvazione in deroga in etichetta (come per le mascherine chirurgiche), si può provare a consultare l’elenco dell’Inail delle maschere filtranti prodotte e vendute in deroga. Queste verifiche potrebbero diradare eventuali dubbi sulle mascherine che stiamo indossando. Ma a volte potrebbero non bastare. “C’è anche la possibilità che il contraffattore astuto abbia apposto sul prodotto il codice di un organismo notificato, presente nel database NANDO e quindi autorizzato a validare i DPI ma che in realtà non ha emesso alcun certificato relativo a quella particolare mascherina”, ci spiega Stefano Pagnutti. “Per cui l’ultimo step è quello di contattare l’ente che risulta come organismo notificato e verificare che abbia effettivamente emesso la certificazione di conformità. Lo abbiamo fatto spesso per qualche nostro cliente e a volte così abbiamo scoperto dei falsi”. È bene ricordare che un fabbricante può scegliere uno qualsiasi degli organismi notificati elencati in NANDO per la normativa di riferimento, indipendentemente dallo Stato membro in cui si trova l’organismo notificato. Gli organismi notificati devono essere situati solo nei territori di uno degli Stati membri dell’UE, nonché nei paesi SEE, in Svizzera (in virtù dell’accordo di mutuo riconoscimento con l’UE) e in Turchia (in virtù dell’accordo di unione doganale con l’UE).

I rischi dell’acquisto online di mascherine. Infine bisogna fare ulteriormente attenzione quando compriamo questi prodotti su internet. La verifica della confezione è generalmente più difficile. Per le mascherine chirurgiche, dovrebbe esserci la dichiarazione di conformità del fabbricante, ma non è detto che sia resa disponibile sulla piattaforma di e-commerce scelta per vendere il prodotto. Eventuali certificati di conformità emessi da enti terzi – a meno che non si tratti di mascherine sterili- dovrebbero, per precauzione, essere considerati dei falsi, visto che, per legge, le mascherine chirurgiche devono sì garantire specifici standard, valutati da laboratori e personale qualificato, ma non necessitano di certificati di conformità provenienti da organismi notificati; in questo caso, infatti, basta la dichiarazione di conformità resa da chi ha prodotto la mascherina.

Marco Angelucci e Cristina Marrone per corriere.it il 28 febbraio 2021. Un anno fa erano sconosciute, oggi sono diventate indispensabili. Almeno in Alto Adige dove le mascherine Ffp2 sono obbligatorie per entrare nei negozi e nei luoghi chiusi. Più costose delle normali mascherine chirurgiche, le Ffp2 (o Kn95) possono arrivare a costare anche più di 2 euro. Tuttavia la maggior parte di quelle in commercio non hanno le caratteristiche delle Ffp2. La denuncia arriva da una società internazionale che si occupa di import export sull’asse Italia-Cina. «Da quando è iniziata la pandemia — raccontano i due legali rappresentanti, entrambi altoatesini — si sono moltiplicati i clienti che vogliono importare dispositivi di protezione dall’Asia. Il punto — avvertono — è che la maggior parte del materiale in commercio non corrisponde alle certificazioni». La società ha fatto infatti fare una serie di test che sono stati controllati anche da un laboratorio. La maggior parte delle mascherine infatti non ha superato la prova del cloruro di sodio e dell’olio paraffina (utilizzate per verificare il filtraggio) e alcune non sono state nemmeno in grado di contenere il respiro. «Il messaggio che vogliamo lanciare è di fare molta attenzione alla merce che si trova sul mercato: in questa fase una buona mascherina può fare la differenza tra la vita e la morte. Specialmente in luoghi come le case di riposo, gli ospedali o i servizi sociosanitario. O le scuole visto che esistono anche linee per bambini» proseguono i titolari che stanno cercando di capire come sia possibile che simili prodotti arrivino sul mercato. Il risultato è stato che la maggior parte dei dispositivi difettosi — sono circa una ventina i modelli testati — è stata certificata con il marchio CE2163. Il codice è quello della Universalcert un laboratorio di Istanbul, in Turchia. Questo accade perché le mascherine, ma anche altri dispositivi medici come tamponi antigenici o test sierologici seguono un percorso di autocertificazione europea senza alcun controllo a monte. «In sostanza chi produce mascherine e le vuole vendere in Europa deve rivolgersi a un laboratorio europeo accreditato per la certificazione. La documentazione va quindi inviata all’apposito ufficio della Comunità europea dove viene rilasciato il marchio CE. A questo punto tutti gli stati membri sono autorizzati ad acquistare le mascherine» spiega Pierangelo Clerici, presidente dell’ Associazione Microbiologi Clinici italiani . Gli eventuali controlli, comunque non obbligatori, di competenza dell’ Istituto Superiore di Sanità o del Ministero della Salute, sono in genere affidati ai Politecnici o a Istituti di Fisica delle Università che possiedono le strutture e le tecnologie per valutare il reale filtraggio delle mascherine, ma oggi sono derogati per lo stato d’ emergenza e non vengono svolti. Inoltre l’Inail, tramite procedura d’ urgenza attivata per favorire l’approvvigionamento di mascherine, può autorizzare alla commercializzazione presidi fabbricati in Cina altrimenti non validi in Europa. L’Inail non ha l’ obbligo di verifica ma solo di rilasciare parere in deroga. «Purtroppo non esiste un percorso di controllo a livello centrale» aggiunge Clerici che auspica la creazione di enti equivalenti all’Ema in Europa e all’Aifa in Italia che certifichino quando dichiarato dal produttore, come succede con vaccini e farmaci. «Capisco che vaccini e farmaci abbiano un’ altra importanza — riflette il microbiologo — ma oggi è importante che anche mascherine, test sierologici e antigenici e tutti i reagenti funzionino al meglio. L’epidemia ha mostrato tutti i limiti del marchio CE. Sarebbe opportuno che il marchio CE non fosse solo l’acquisizione di un’ autocertificazione, ma fosse una valutazione reale a monte di quanto dichiarato dalle aziende. Le criticità esistono soprattutto con le mascherine Ffp2, più complesse da produrre mentre in genere con le chirurgiche lo scostamento tra il dichiarato e l’ atteso è minimo». A tutto questo si aggiunge il problema dei laboratori che certificano. Chi li controlla? In Italia sono accreditati presso le Regioni o il Ministero a cui devono fornire una serie di certificazioni e l’Ente a cui si richiede l’ accreditamento deve fare ulteriori verifiche. Ma ogni Paese membro risponde alle proprie regole interne che possono non essere omogenee e seguire lo stesso standard di qualità.

Fabio Tonacci per repubblica.it il 23 febbraio 2021. "Ho testato cento modelli di mascherine cinesi, la metà non era buona". L'uomo che parla, e che mette in dubbio la qualità di gran parte delle Ffp2 importate, è Marco Zangirolami. E' un metrologo. Per 18 anni ha lavorato all'Istituto di Metrologia "Gustavo Colonnetti" del Cnr di Torino, poi è passato all'Istituto nazionale di ricerca metrologica. Da qualche anno si è messo in proprio, ha aperto a Torino "Fonderia mestieri", una srl. "Prima della pandemia - dice - ci occupavamo di ricerca e sviluppo per l'industria. Quando è arrivato il virus, ho aderito alla chiamata di Innova per l'Italia e insieme al Dipartimento di chimica dell'Università di Torino ho messo in piedi un laboratorio per misurare la filtrazione dei tessuti". Sul sito della Fonderia scrive che il suo è "l'unico laboratorio italiano qualificato da Eurofins product testing srl". Ha chiesto il riconoscimento ad Accredia, l'ente idi accreditamento, la pratica è aperta.

Perché l'idea di fare i test?

"A febbraio dello scorso anno si presenta da me un gruppo di infermieri dell'ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano. Sono spaventati, mi chiedono di montare dei filtri su una maschera da sub. Allora ci siamo messi a progettare un modello di mascherina, ma quando arriviamo alla fase della certificazione del prodotto, ci accorgiamo che non ci sono laboratori disponibili a farlo. Da qui l'idea di aprirne uno privato".

Che strumentazione usate per fare le misure?

"Gli apparecchi richiesti dalla norma di riferimento, la Uni En 149:2009, sono introvabili. Ci vuole un fotometro a fiamma, ma per l'aerosol non li fanno più. Molti laboratori usano dei contatori di particelle ma noi abbiamo preferito impegnarci a costruire, e validare, un fotometro secondo norma per non lasciare spazio a nessuna interpretazione".

Quando avete iniziato a fare le misure?

"Dal marzo scorso. Sono venuti alcuni importatori che avevano comprato migliaia di Kn95 cinesi, equivalenti per capacità di protezione alle Ffp2, ma evidentemente non erano sicuri della qualità di ciò che stavano per immettere nel mercato italiano. Si sono fatti venire lo scrupolo e ci hanno chiesto di testarle".

E?

"Mi hanno portato 35 modelli diversi. La metà non era buona, era da scartare. Non so se dopo il nostro responso le abbiano commercializzate lo stesso. A quel punto, era maggio-giugno, con lo staff di Fonderie abbiamo fatto incetta delle mascherine che trovavamo nelle farmacie e nei negozi, per fare le prove sui tessuti e capire quanto erano pericolose Finora ho testato un centinaio di modelli, la metà dei quali non protegge come dovrebbe".

Come fa a dirlo? Cos'hanno che non va?

"Anzitutto non filtrano come dovrebbero. Il parametro della filtrazione, ossia quante particelle passano attraverso la maschera, è il primo che andiamo a misurare. La Ffp2 deve avere una capacità filtrante del 95 per cento, e poche raggiungevano quel livello. Poi c'è l'altro parametro cruciale: la perdita di tenuta. Poiché la sagoma delle Kn95 è progettata per i tratti somatici asiatici, sul viso degli europei perde un 40 per cento di tenuta, perché noi abbiamo il naso più pronunciato e gli zigomi più sporgenti. Ecco perché passa l'aria e si appannano gli occhiali".

Non c'è un modo per ovviare al problema?

"I produttori italiani che hanno cominciato a fabbricare questo modello, ispirandosi alle Nk95, hanno dovuto fare delle modifiche al progetto, aggiungendo un gancetto dietro la nuca o un biadesivo chirurgico nella zona del naso per aumentare la tenuta".

La trasmissione Fuori dal Coro vi ha portato due mascherine che rientrano nella partita da 800 milioni di pezzi sotto inchiesta a Roma per la maxi commessa da 70 milioni pagata a società intermediarie. Com'erano?

"Quelle che abbiamo provato sono prodotte della Wenzou Huasai Commodity. Per passare il test di Ffp2 non deve filtrare più del 6 per cento del cloruro di sodio e 6 per cento di olio di paraffina. Il cloruro di sodio è passato al 50,98 per cento, la paraffina al 73,99 per cento".

Cosa si trova oggi sul mercato?

"Vedo troppa gente che si affida alle mascherine di stoffa, griffate, lavabili: non funzionano! Se bagno un filtro lo uccido. Non esistono filtri lavabili. Servono per non avere la multa, ma non proteggono dal Covid. Se avessimo avuto e indossato le mascherine giuste dopo la prima ondata, non avremmo avuto la seconda".

Come si fa a capire se la Ffp2 è sicura oppure è irregolare?

"Per quelle di importazione bisogna guardare chi è l'ente notificato che ha rilasciato la certificazione. Lo si individua dai quattro numeri posti accanto al marchio Ce. Ovviamente però, solo gli addetti al settore sanno quali sono gli enti affidabili e quali no. La mia sensazione è che, con alcuni certificatori, è come prendere una cioccolatino da una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti capita".

Il flop delle mascherine di Stato per la scuola: «Sono troppo grandi persino per gli adulti». Centinaia di proteste sui dispositivi distribuiti ai piccoli studenti dal Commissario per l'emergenza: alcune non aderiscono al volto, altre sono troppo grandi o di scarsa qualità. Patrizio Ruviglioni su L'Espresso il 26 gennaio 2021. E menomale che ci pensa Domenico Arcuri. Le mascherine distribuite nelle scuole dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid a studenti e insegnanti sono un fiasco, specie per quanto riguarda elementari e medie. Chiedere a genitori e maestri che da mesi protestano sui social: alcuni modelli sono «enormi rispetto ai volti degli alunni»; altri, «stretti e scomodi a causa dei legacci da fissare sulla nuca»; quasi tutti «emanano cattivo odore», sono «di qualità scadente». Non ci si sente sicuri, e chi può preferisce farne a meno e comprarle per conto proprio. Mentre quelle fornite dal Governo, che i bambini devono comunque prendere, finiscono sprecate. O, nei pochi casi virtuosi, regalate: «Scrivetemi, mi dispiace buttarle...», avvisa Martina in uno dei gruppi Facebook di mutua assistenza per gli abitanti dello stesso paese. I figli le trovano scomode. Quelli di Laura, invece, larghe e inaffidabili. Le mette a disposizione, dice possano andar bene per tutti. Del resto «sulla confezione è scritta la taglia adulto». Peccato servissero da bambino. Il problema riguarda migliaia di studenti che le ricevono ogni settimana e sono obbligati a tenerle durante le canoniche cinque o sei ore di lezione. Quando va bene, tocca il "male minore" e cioè «il modello con l'elastico a nastro», spiega all'Espresso una madre di Latina. Al contrario di quelle con gli elastici intorno alle orecchie infatti, a scuola dominano i dispositivi a doppia fascia che passa dietro la testa. Comprese queste che ci mostra, appartenenti al lotto prodotto da FCA, recentemente al centro di un dibattito sull'effettiva efficacia. Recano la dicitura "per bambini da sei a dieci anni". «Ma non sempre viene rispettata la fascia d'età: dipende cosa arriva al personale», ci spiega. «Soffocano perché strettissime, risultano difficili da indossare per chiunque abbia i capelli lunghi e non hanno neanche il ferretto». Bassa qualità, poche garanzie. E lasciano segni sul volto. I commenti sui social confermano. La soluzione? «Forbici e spillatrice». Su YouTube spuntano anche i tutorial sul taglia e cuci in tempo di scuola e pandemia. Gli utenti ringraziano. E comunque meglio così, con queste strette, che con le altre «enormi», evidentemente riservate agli adulti ma destinate ai bambini, che lo Stato pare stia mettendo a disposizione nelle ultime settimane. Lasciano passare l'aria, quindi sono inutilizzabili. Lo conferma Chiara – madre e insegnante – su un gruppo di insegnanti da oltre 150mila iscritti. Nel suo istituto, racconta, «nessuno indossa quelle fornite dal Governo». Non aderiscono, non proteggono. E ciascuno fa per sé. «Siamo nella stessa situazione», replica Eva. Un'altra maestra: «Gli studenti le chiamano "pannoloni", ormai ognuno viene in aula con i dispositivi comprati dai genitori». Poi Pino ci mostra le foto del figlio di undici anni, che ha patito a lungo quelle coi legacci e da qualche settimana ha ricevuto queste con l'elastico alle orecchie: gli stanno larghissime. Quindi se le mette il padre, si scatta un selfie. Ce lo mostra: sono fuori misura persino per lui. Stesso problema per la bimba di Francesca: all'inizio troppo strette, ora larghissime. «Peggio di prima». Segue una foto della bambina che ne indossa una: sul suo volto, appare enorme. Un'altra mamma denuncia una «taglia XLL», le chiama «lenzuoli». Ci manda una foto: sarebbero per adulti, ma sono abbondanti anche per lei. E i rimedi? Per certe farmacie esistono. Una di Cosenza, per esempio, ha pubblicato un annuncio: elastici con cui "stringere" il dispositivo dalle orecchie alla nuca, qualora «ai vostri bambini stesse largo». Probabile, se – come si legge sui social – si tratta di taglie da adulto date a dei ragazzini. Resta il problema della qualità: in entrambi i casi – troppo strette o non aderenti – i genitori lamentano scomodità e tessuti scadenti. E allora meglio le chirurgiche. Pino conferma: «Da mesi le compro anche per mio figlio». In tanti lo seguono. Così le famiglie spendono ancora e lo Stato spreca.

Comunicato da Striscia il 29 marzo 2021. «Sul fascicolo tecnico della Model 2.1 c’erano delle discrepanze tra il prodotto testato e il prodotto finito in commercio e in più non c’era alcuna certificazione che attestasse l’efficacia di 200 ore di utilizzo promesse dall’azienda». A parlare è il comandante dei Nas di Trento Davide Perasso, che stasera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) confermerà i dubbi sollevati da tempo dal Tg satirico e che hanno successivamente portato il Ministero della Salute a bloccare le vendite anche della nuova U-Mask, la “Model 2.1”. Il tg satirico di Antonio Ricci ha iniziato a indagare a dicembre 2020 sulla vicenda U-Mask, mascherina paragonata dall’azienda che la produce ai dispositivi di protezione individuale (FFP2 o FFP3): la Model 2 avrebbe in realtà una capacità di filtrazione inferiore a quella di una comune chirurgica da 50 centesimi, la Model 2.1 non avrebbe invece superato i test sulla respirabilità. Oltre ai provvedimenti già presi dal Ministero, è tuttora aperta un’indagine della Procura di Milano.

Da "corriere.it" il 20 febbraio 2021. Non sono dispositivi medici. Anzi, ci sono «potenziali rilevati rischi per la salute» proprio per «l'assenza di un regolare processo valutativo». Così le mascherine U-Mask non potranno più essere vendute. Colorate, in neoprene, caratterizzate dalla grande «U» stampata sul lato, amate e sfoggiate anche da molti personaggi famosi, le costose mascherine (33,60 euro l'una) prodotte da U-Earth Biotech Ltd sono diventate fuorilegge. Lo stabilisce «con carattere di urgenza» il ministero della Salute che ne dispone «il divieto di immissione in commercio» e ne ordina il ritiro dal mercato. Entro 5 giorni l'azienda dovrà ritirare a sue spese tutte le mascherine presenti sul mercato, dalle farmacie ai siti web. Inoltre, U-Mask sarà cancellata anche dalla Banca dati ufficiale dei dispositivi medici autorizzati. La decisione, spiega la Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del ministero della Salute, dopo la scoperta che il laboratorio di analisi Clodia di Bolzano che ha rilasciato la certificazione di conformità della U-Mask, è «risultato privo di autorizzazione sanitaria». Non solo. Chi ha firmato la certificazione, è «un soggetto privo dei prescritti titoli abilitativi», cioè senza laurea. La Direzione generale quindi sottolinea i potenziali rischi «in termini di sicurezza ed efficacia» della mascherina che quindi non dà garanzia «sull'effettiva adeguatezza come strumento di prevenzione dei contagi». Il provvedimento è arrivato dopo che a fine gennaio i carabinieri del Nas avevano sequestrato il laboratorio di analisi di Bolzano e a Milano la Procura aveva aperto un'inchiesta per frode indagando Betta Maggio, rappresentante legale della U-Earth Biotech di Londra e della sede di Milano. Il tutto è partito da un esposto di un'azienda concorrente che sosteneva come il filtraggio delle U-Mask non fosse affatto come quello delle mascherine FFP3 (tra il 98 e il 99%), come invece sostenuto dalla certificazione e sul sito web. Poi c'è stata l'Antitrust che ha avviato un procedimento contro l'azienda per pubblicità ingannevole visto che «verrebbe enfatizzata l'efficacia di questi dispositivi con modalità ingannevoli e aggressive, sfruttando indebitamente la situazione di emergenza sanitaria in corso per indurre il consumatore a comprare a prezzi elevati il prodotto reclamizzato». Ieri lo stop. Ma l'azienda potrà presentare ricorso al ministero o al Tar.

Da repubblica.it il 25 gennaio 2021. La Procura di Milano ha disposto il sequestro in dieci farmacie milanesi e nella sede della società di 15 mascherine U-Mask complete di filtro e di 5 filtri per effettuare le analisi sulla loro effettiva capacità di filtraggio e se conforme a quanto dichiarato dall'azienda. L'inchiesta coordinata dai procuratori aggiunti Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco è stata affidata alla Polizia locale e alla polizia giudiziaria del dipartimento Salute, Ambiente e Lavoro. L'indagine è nata da un esposto di una ditta concorrente con allegati gli esiti di analisi di laboratorio secondo i quali la capacità di filtraggio della mascherina biotech con il filtro che dura 150-200 ore sarebbe del 70-80 per cento a fronte del 98-99 per cento dichiarato ufficialmente. L'amministratrice della filiale italiana della società londinese è indagata come atto dovuto. La procura ora ha affidato a un consulente l'incarico di analizzare le mascherine sequestrate per stabilire l'effettiva percentuale di filtraggio. Il reato contestato è il 515 del Codice penale in quanto l'ipotesi su cui sono in corso verifiche è che il prodotto abbia caratteristiche non conformi a quanto dichiarato. La società si dice certa che "le indagini chiariranno la trasparenza del nostro operato": "Abbiamo collaborato attivamente con gli inquirenti, fornendo tutta la documentazione richiesta. Ribadiamo che il prodotto U-Mask rispetta pienamente le norme e le leggi in materia. Tutta la documentazione tecnica relativa ai nostri dispositivi è stata a suo tempo inviata - come prescritto dalla legge - alle Autorità competenti (Ministero della Salute) che, preso atto della correttezza della documentazione accompagnatoria e delle prove tecniche effettuate, ne ha disposto l’approvazione e la registrazione come dispositivi medici di classe uno".

Anticipazione da “Striscia la Notizia” l'11 gennaio 2021. Dopo i primi test di laboratorio sulle reali capacità di filtraggio delle mascherine prodotte da FCA e distribuite con il logo della Presidenza del Consiglio, e in attesa di nuovi dati frutto di ulteriori verifiche, Striscia la notizia prosegue la sua inchiesta sulla qualità delle mascherine vendute in Italia. A proposito del problema delle cosiddette autocertificazioni, nella puntata di stasera (Canale 5, ore 20.35), si parla di un’azienda della provincia di Milano che produce mascherine trasparenti riutilizzabili a uso medico “CE”: le “Invisimask”. Secondo la Comunità Europea, per poter applicare il marchio “CE” è necessario compilare una dichiarazione di conformità da parte del produttore che si assume così la responsabilità che il prodotto sia conforme alla normativa vigente. Dai test effettuati dall’inviato di Striscia, però, è risultato che la capacità di filtraggio di quelle mascherine si attesterebbe al 45%: meno della metà di quanto previsto dalla legge. In queste settimane sono migliaia le segnalazioni arrivate alla redazione da parte di cittadini preoccupati per la loro salute e questa vicenda si aggiunge alla lista di casi già documentati dall’inviato Moreno Morello. L’inchiesta di Striscia sulle mascherine quindi non finisce qui...

Da Striscia La Notizia - striscialanotizia.it il 29 gennaio 2021. Colpo di scena nell’inchiesta di Striscia la notizia sulle mascherine: Clodia, il laboratorio di Bolzano che ha effettuato i test sulla capacità di filtrazione per conto di “U-Mask”, è stato posto sotto sequestro dai Nas. Spulciando tra i documenti prodotti da “U-Mask”, Moreno Morello nei giorni scorsi ha scoperto che i test sulla capacità di filtrazione erano stati eseguiti presso il laboratorio Clodia di Bolzano. Dopo i risultati contrastanti ottenuti in altri laboratori e mostrati da Striscia– in cui le “U-Mask” risultavano essere al di sotto della soglia minima di filtrazione del 95% prevista dalla legge – Moreno Morello si è spinto fino a Bolzano, per avere spiegazioni da parte del laboratorio Clodia. E una “risposta” il tg satirico l’ha trovata, ma sorprendente. La troupe infatti è arrivata proprio mentre gli uomini dei Nas di Trento stavano apponendo i sigilli alla porta del laboratorio, sottoponendolo a sequestro penale. Stasera a Striscia il tenente colonnello Davide Perasso dei Carabinieri del Nas di Trento spiegherà i motivi che hanno portato alla chiusura del laboratorio. Intanto, nonostante i tentativi di “U-Mask” di rassicurare i propri clienti (“Con la consueta trasparenza che ci contraddistingue dichiariamo che le affermazioni di Striscia sono prive di fondamento”), continuano le proteste sui social dei tanti U-Maskers che – convinti di acquistare a 35 euro un dispositivo equivalente a un FFP2 o FFP3 – si sono ritrovati tra le mani una mascherina che filtrerebbe meno di una comune chirurgica da 50 centesimi. Non solo: sempre secondo le indagini di Striscia, anche le 200 ore di efficienza tanto decantate da “U-Mask” sarebbero state ottenute da misurazioni sulla capacità battericida, che nulla ha a che vedere, però, con l’efficienza di filtrazione!

Da "Striscia la notizia" il 3 febbraio 2021. Stasera a "Striscia la notizia" nuove rivelazioni sul caso “U-Mask” (Canale 5, ore 20.35) con un’intervista a Giancarlo Canale Bruni, ex collaboratore di U-Earth, la startup che ha sviluppato la famosissima mascherina venduta in 121 Paesi. «Ho iniziato ad avere dubbi sul prodotto – racconta a Moreno Morello – quando, scoppiata la pandemia, mi sono accorto che le prime produzioni di U-Mask non avvenivano in ambienti sterili e quindi idonei al confezionamento di dispositivi medici». Le dichiarazioni dell’ex collaboratore e le immagini che trasmetterà il tg satirico di Antonio Ricci sembrerebbero documentare come la produzione di “U-Mask” sarebbe avvenuta in origine in un ambiente quanto meno “artigianale”. La registrazione di “U-Mask” sul sito del Ministero della Salute è stata fatta mesi prima che la startup realizzasse alcuni test necessari, tra cui la pulizia microbica, circostanza che confermerebbe indirettamente le parole dell’ex collaboratore Canale Bruni. A oggi, inoltre, il sito ufficiale di U-Mask risulta curiosamente fuori uso, eccetto la sezione di e-commerce. Striscia la notizia ha iniziato a indagare a dicembre 2020 sulla vicenda della “U-Mask”, descritta dall’azienda che la produce come un dispositivo di protezione individuale (FFP2 o FFP3), ma che avrebbe in realtà una capacità di filtrazione sotto alla soglia prevista per legge e inferiore a quella di una comune chirurgica da 50 centesimi. Il Laboratorio Clodia di Bolzano, l’unico ad aver valutato la capacità di filtrazione della mascherina, è attualmente sotto sequestro dei Nas. La Procura di Milano ha aperto un’indagine e confiscato alcune mascherine, incaricando un esperto di analizzarle.

Aldo Fontanarosa per "la Repubblica" il 16 febbraio 2021. L'Antitrust, garante dei consumatori, mette nel mirino le U-Mask. Sono quelle mascherine per top manager, calciatori di grido, stelle della tv che arrivano a costare 33,6 euro. Colorate, morbide. Eppure imperfette secondo l'Antitrust che avvia un procedimento contro le società U-Earth Biotech Ltd. e Pure Air Zone Italy srl contestando le «attività di promozione e vendita delle U-Mask». Queste attività - sospetta il Garante - verrebbero svolte in modo «aggressivo», sfruttando «indebitamente» l'emergenza sanitaria. Le società enfatizzerebbero l'efficacia preventiva delle mascherine con slogan (o claim) in grado di ingannare i consumatori. Le persone sarebbero indotte così all'acquisto di un prodotto «privo della capacità filtrante pubblicizzata, con potenziale pericolo per la salute» (tesi sostenuta anche da Striscia la Notizia). Ora, il sito che vende le U-Mask segnala che quasi 7 euro ogni 33,6 sono destinati in beneficenza. Le mascherine vip, poi, sarebbero realizzate con materiali eco. Argomenti che le due società presenteranno a loro difesa, tra gli altri. Ma se, in attesa del verdetto, si abbassasse un po' il prezzo? 

L’ANTITRUST APRE ISTRUTTORIA SULLA MASCHERINA U-MASK DOPO L’INCHIESTA DI “STRISCIA LA NOTIZIA”. Il Corriere del Giorno il 15 Febbraio 2021. Ispezioni sono state condotte dalla Guardia di Finanza nelle sedi di U-Earth Biotech Ltd. e Pure Air ZoneItaly S.r.l. a Milano. Il laboratorio Clodia di Bolzano, che ha certificato la capacità di filtrazione di U-Mask, è attualmente sotto sequestro dei Carabinieri del Nas. La Procura di Milano ha aperto immediatamente un’indagine attualmente in corso diretta dai procuratori aggiunti Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco. L’Autorità Antitrust ha avviato un procedimento contro la promozione e la vendita delle mascherine U-Mask in quanto “verrebbe enfatizzata l’efficacia di questi dispositivi con modalità ingannevoli e aggressive, sfruttando indebitamente la situazione di emergenza sanitaria in corso per indurre il consumatore a comprare a prezzi elevati il prodotto reclamizzato“. E’ quanto è stato reso noto dall’ Authority, annunciando l’avvio del ”procedimento istruttorio”, nei confronti delle società U-EarthBiotech Ltd. e Pure Air Zone Italy Srl a Milano. Le U-Mask vengono usate da politici, team della Formula1, giornalisti televisivi e persino dalla Nazionale Italiana di Calcio (partner in un progetto di beneficenza) , vengono pubblicizzate come autosanitizzanti, antiproliferative e in grado non solo di bloccare i contaminanti dell’aria sulla superficie della maschera, ma persino di distruggerli all’interno del filtro,  distribuite in 121 Paesi del mondo e persino adottate da diverse federazioni sportive. Nel sito della società U-Mask vengono illustrate delle collaborazioni anche con team di Formula 1, come il Team AMG Patronas Mercedes Benz, ma che in realtà non risultano ! Ispezioni sono state condotte dalla Guardia di Finanza nelle sedi di U-Earth Biotech Ltd. e Pure Air ZoneItaly S.r.l. “I claim con cui le società enfatizzerebbero l’efficacia, in termini di prevenzione, delle mascherine in questione appaiono in grado di ingannare i consumatori, inducendoli all’acquisto di un prodotto privo delle caratteristiche e della capacità filtrante pubblicizzata, con conseguente potenziale pericolo perla salute”, spiega l’Autorità. Sotto questo profilo da un lato è attribuita al prodotto U-Mask un’efficacia protettiva (per singolo filtro) di 200 ore di utilizzo effettivo o di un anno, che non sarebbe debitamente comprovata; dall’altro, questo tipo di mascherina sarebbe impropriamente comparato con dispositivi di protezione individuale (DPI) rispetto ai quali, secondo la presentazione sul sito web, “U-Mask ha un’efficienza superiore, paragonabile a un FFP3″. Invece U-Mask non è certificata come DPI ma risulta registrata presso il Ministero della Salute come dispositivo medico di “classe I“. Vengono inoltre contestate altre omissioni e ambiguità nelle informazioni presenti sul sito “in relazione al diritto di recesso, al foro del consumatore, alla garanzia legale di conformità e al meccanismo extra-giudiziale di reclamo e ricorso”. A causa della gravità della condotta, l’Autorità ha contestualmente avviato un subprocedimento cautelare, “volto a verificare la sussistenza dei presupposti per la sospensione provvisoria di tale pratica, assegnando alle società un breve termine per la risposta”. “Dopo le inchieste di Striscia la Notizia l’Antitrust apre un’istruttoria sulle mascherine U-Mask“, ha sottolineato il tg satirico di Antonio Ricci nel commentare l’apertura del procedimento. ‘Striscia‘ ricorda in una nota che a dicembre 2020 aveva “iniziato a indagare sulla vicenda U-Mask, mascherina paragonata dall’azienda che la produce ai dispositivi di protezione individuale (FFP2 o FFP3), ma che avrebbe in realtà una capacità di filtrazione sotto la soglia prevista per legge e inferiore a quella di una comune chirurgica da 50 centesimi“. Il laboratorio Clodia di Bolzano, che ha certificato la capacità di filtrazione di U-Mask, è attualmente sotto sequestro dei Carabinieri del Nas. La Procura di Milano ha aperto immediatamente un’indagine attualmente in corso diretta dai procuratori aggiunti Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco , ed ha sequestrato un campione di 15 mascherine con relativi filtri e il tutto sarà analizzato da due periti nominati dai magistrati. Ad accendere i fari della magistratura che ipotizza il reato di frode in commercio a carico di  Betta Maggio, rappresentante legale della U-Earth Biotech di Londra e della sede di Milano, è stato un esposto di un’azienda concorrente che ha fatto esaminare le U-Mask sostenendo che il filtro rimovibile, garantito per una durata di 150-200 ore riuscirebbe a garantire un filtraggio tra il 70 e l’80%, lontano dal 98-99% delle Ffp3. Gli agenti della sezione di polizia giudiziaria del sesto dipartimento della Procura e della Polizia locale di Milano, che si occupa di reati legati alla tutela della salute, si sono presentati in dieci farmacie milanesi in ciascuna delle quali hanno sequestrato una mascherina con filtro (costo 33,6 euro su internet) mentre altre cinque sono state prelevate nella sede della società assieme alla documentazione relativa ai molti test eseguiti dall’azienda sul proprio prodotto. La società inglese come risulta dal loro stesso sito ha persino usufruito di finanziamenti da parte della Commissione Europea, con il progetto Horizon 2020, ed ancora una volta a Bruxelles i necessari controlli sono stati fatti in maniera superficiale !

(ANSA il 27 marzo 2021) Nelle indagini della Procura di Milano sul caso U-Mask, che hanno portato anche il Ministero della Salute a disporre il blocco delle vendite e il ritiro dal mercato pure del nuovo modello delle note mascherine, la settimana scorsa "nel corso di una perquisizione" i carabinieri del Nas di Trento hanno sequestrato "oltre 3 tonnellate di merce, per un valore commerciale stimato in 5 milioni di euro". E' stato individuato, infatti, come riferisce il Nas in una nota che dà conto anche del provvedimento ministeriale, alla periferia di Milano "un magazzino anonimo e non indicato fra le unità produttive dell'azienda, nella disponibilità di un cittadino rumeno" e sono state sequestrate più di 3 tonnellate di merce, "tra cui 50.000 confezioni complete di mascherine U-Mask mod. 2 e 2.1, 100.000 ricambi e materiale vario per il confezionamento (buste, etichette, sigilli di garanzia)". I carabinieri spiegano che "è in corso di approfondimento l'ipotesi investigativa che il vecchio prodotto (modello 2.0) fosse riconfezionato con il nuovo packaging esterno di U-Mask model 2.1", quello di cui nelle scorse ore è stato disposto il blocco delle vendite con ritiro dal mercato. Sul primo modello c'era già stato uno stop a febbraio.

Da lastampa.it il 27 marzo 2021. Le «U-Mask Model 2.1» sono fuorilegge. Il ministero della Salute ha ordinato il ritiro dal mercato della nuova versione, stessa sorte del «Model 2» già tolto dalla rete commerciale alcune settimane fa per ordine della Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del ministero. Su quelle mascherine, la procura i Milano aveva già avviato un’inchiesta per frode in commercio. Il provvedimento di ritiro dal mercato è avvenuto  «in considerazione della destinazione d’uso del prodotto, nonché dei potenziali rilevanti rischi per la salute umana derivanti dall’assenza di un regolare processo valutativo in termini di sicurezza ed efficacia e della conseguente assenza di garanzia sull’effettiva adeguatezza come strumento di prevenzione dei contagi». Secondo il ministero, «i risultati dei test che il fabbricante ha reso disponibili in allegato al fascicolo tecnico non forniscono evidenza scientifica sulla capacità di mantenere inalterate le prestazioni del filtro fino a 200 ore di utilizzo». In più, «non sono disponibili relazioni di prova che diano evidenza che le caratteristiche di efficienza di filtrazione batterica, respirabilità e resistenza agli schizzi siano mantenute». Per questo, il prodotto è stato cancellato dalla banca dati dei dispositivi medici. I dubbi sulla genuinità delle certificazioni, poi, avevano spinto il Nas di Trento a sequestrare il laboratorio di Bolzano che aveva sottoscritto la documentazione a garanzia del precedente modello.

Da striscialanotizia.mediaset.it il 27 marzo 2021. Striscia la notizia e Moreno Morello tornano a parlare di U-Mask, la mascherina amata dai vip di tutto il mondo, ma che secondo il Tg satirico filtrerebbe meno di una comune chirurgica da 50 centesimi e la cui vendita è stata vietata in tutta Italia dal Ministero della Salute. Per tornare rapidamente sul mercato “aggirando” l’inchiesta di Striscia cominciata a fine dicembre, l’indagine tuttora aperta della Procura di Milano, l’istruttoria dell’Antitrust e, infine, il divieto di vendita imposto dal Ministero, U-Mask ha rilasciato una nuova versione della mascherina, la “Model 2.1”. Purtroppo, però, anche il nuovo modello sembrerebbe presentare alcuni problemi di conformità. «Il nuovo dispositivo risulterebbe conforme per quanto riguarda l’efficienza di filtrazione – spiega Daniele Barbone, direttore del laboratorio BpSec –, ma lo stesso non si può dire della respirabilità: dai test di due diversi laboratori, infatti, la Model 2.1 risulta avere un valore di circa 70 (Pa/cm2), quando il limite massimo consentito per mascherine di quella classificazione è 60». In attesa di conoscere i nuovi risvolti dell'inchiesta in onda questa sera, ecco cosa aveva confessato ai microfoni di Moreno Morello un ex collaboratore dell'azienda che produce la celebre mascherina.

Appalti mascherine: Arcuri, noi parte lesa, estranei indagini. (ANSA il 17 febbraio 2021) Da quanto emerso dalle indagini "risulta evidente che la struttura commissariale e il Commissario Arcuri, estranei alle indagini, sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati". E' quanto afferma la struttura del commissario in merito all'indagine della procura di Roma sottolineando che gli uffici continueranno "a fornire la più ampia collaborazione agli investigatori" e che è già stato chiesto ai legali di "valutare la costituzione di parte civile in giudizio per ottenere il risarcimento del danno" in quanto parte offesa".

Giacomo Amadori per “la Verità” l'1 marzo 2021. Yoyito e Ciufeto. Sono loro i nuovi protagonisti della telenovela delle mascherine d'oro. Jorge Solis, l'imprenditore ecuadoriano arrestato per la fornitura sotto inchiesta di dispositivi di protezione, in un'intercettazione agli atti appioppa nomignoli e giudizi sui personaggi della nostra politica. Per esempio il commissario Domenico Arcuri diventa «Yoyito Arcuri», il signor Arcuri, un po' «hijo de puta». Ed è amico di «ciufeto», «il presidente», che si potrebbe identificare nell'ex premier Giuseppe Conte.A parere di Solis, che grazie alla fornitura delle mascherine ha incassato almeno 5,8 milioni di euro di provvigioni, i due, Yoyito e Ciufeto sarebbero «soci di affari». Una sparata a cui è difficile dar credito, ma che la dice lunga sui soggetti a cui il commissario ha affidato la salute degli italiani. Anche perché nome e cellulare di Solis comparivano come «contatto» per la fornitura incriminata nella mail spedita dall'indagato Mario Benotti allo staff dell'ad di Invitalia il 21 marzo scorso.Ma veniamo all'intercettazione. Verso le 15 del 31 ottobre 2020, il giorno di Halloween, il «dott. Solis», come lo definisce Benotti (che quanto a titoli non lesina) è al telefono con il fratello Santiago, detto Lalo. Jorge gli comunica di aver ordinato «due Lamborghini nere» e sembra già pronto a importare altre tonnellate di dispositivi medici dalla Cina, «perché forse da lunedì chiudono tutto». Dice che «la pandemia è fuori controllo». Ma questo è un dettaglio che non lo preoccupa. Anzi. Per lui le chiusure equivalgono a nuovi affari. Rimarca «che gli piace Conte (Giuseppe, l'ex premier, ndr) perché non lagna quando parla, come fanno Salvini e la Meloni che dicono coglionate». Lui, con la sua società che si occupava di produzione di «cannabis», sostiene di aver perso, «con tutte le cose in regola», sui 100.000 euro. Discute con il fratello delle misure del governo e della cassa integrazione. «A questo punto», valuta Solis, «meglio chiudere tutto e riusciranno a farcela solo i più forti». Lui, reso invincibile da milioni delle provvigioni, si improvvisa politologo ed esperto di eurozona: «La Francia e la Germania sono fuori controllo (per la pandemia, ndr) e ora si sono uniti perché hanno fatto sempre la guerra all'Italia». A questo punto dice che «il futuro dell'Italia si chiama Silvio Berlusconi e Draghi (Mario, attuale premier, ndr), Berlusconi va come presidente e Draghi primo ministro, se Draghi entra come primo ministro l'Italia vuole fare come Malta», fantastica Solis, «tasse al 10, 12%». E spiega al parente: «Che vuol dire questo? Vuol dire che tutto il mondo verrà per fare investimenti in Italia, perché l'Italia è il miglior punto strategico per l'investimento, imprese, banche». Gli investigatori annotano che Solis dice che «sta aspettando che "esploda" tutto (perché se chiudono tutto lui può fare i suoi affari vendendo i prodotti sanitari, puntualizzano le Fiamme gialle, ndr) per attaccare (con gli affari)». A questo punto viene fuori la sua megalomania. E assicura: «Questo mese in Italia "quaglia" il negozio e mi vedranno sul New York Times». Gli investigatori traducono: «Nel senso che avrà sfondato con gli affari e diverrà famoso, tanto da finire in copertina sul New York Times». I due fanno riferimento a un misterioso «Victor Martinez», probabilmente un altro soprannome, una persona «contornata di morti di fame». Jorge aggiunge: «Si è aumentato lo stipendio il "Yoyito" figlio di puttana». E «Yoyo (Yoyo, Yoyito sono modi di dire "signore", Ndr) è stato anche Yoyito Arcuri, un uccello di alto volo (il termine, secondo i finanzieri, indica "persone importanti", ndr) il figlio di puttana e ci sono soldi dappertutto e con il suo pana (in gergo "pana" è un buon amico, traducono sempre gli investigatori, ndr) che...». In questo passaggio i militari fanno fatica a interpretare. Nel brogliaccio si legge: Jorge «dice che è "espalda" con ciufeto», una frase che le Fiamme gialle chiosano così: «Vorrebbe dire che Yoyito e ciufeto stanno insieme negli affari». La trascrizione prosegue: «Con come si chiama? Con ciufeto... con il presidente...». Se Yoyito è quasi sicuramente Arcuri, chi è «il presidente ciufeto»? Il sospetto è che Solis si riferisca a Conte. La telefonata continua e Lalo consiglia a Jorge di guardare su Youtube un'intervista di Mario Giordano a Vittorio Sgarbi. Dicono che «Sgarbi è matto perché continua a dire che il virus non esiste». Jorge dice al fratello di «stare attento perché può finire in galera come un ladruncolo». Santiago risponde che «per il virus tutto si abbasserà di prezzo, le macchine, tutto () che bisogna aspettare che tutto vada in caos, che il virus esploda per potere avere guadagni, perché i prezzi si abbasseranno».Ma se i fratelli Solis sognavano Lamborghini scontate, il merito va a Benotti, interdetto temporaneamente dai pm dall'attività imprenditoriale. Un altro che si è arricchito grazie al Covid. Secondo gli inquirenti, oltre ai 12 milioni già incassati, era in attesa di ulteriori 2,5 milioni da schermare in mandati fiduciari per tenerli nascosti alla compagna. Il motivo? Aveva «perso la testa» per l'ex segretaria particolare di Graziano Delrio, Antonella Appulo, pure lei indagata nell'inchiesta sui dispositivi di protezione cinesi. Testimone della sbandata Mauro Bonaretti, ex capo di gabinetto dell'attuale capogruppo del Pd alla Camera. Bonaretti, magistrato contabile, è anche membro dello staff di Arcuri e, interrogato dagli inquirenti capitolini, oltre a precisare le competenze della Appulo («si occupava di dattiloscrittura, rapporti telefonici, gestione dell'agenda di appuntamenti insieme ad altre segretarie. Non aveva una competenza tecnica specifica»), ha usato il gossip per marcare la distanza da Benotti: «So che aveva un'amante, la Appulo, che conoscevo. In realtà Benotti non mi ha mai detto chi fosse questa donna per la quale, mi diceva, aveva perso la testa. Capii che si trattava della Appulo perché il marito di quest' ultima (promosso dirigente da Delrio, ndr) mi aveva detto che si erano separati e che "Antonella" era diventata amica di Benotti, così ho fatto due più due. Insomma, avevo capito che si trattava di un uomo che andava incontro a una deriva personale dal quale era meglio stare lontani». Quando lo aveva capito Bonaretti? Prima o dopo che Arcuri incaricasse il giornalista Rai di trovare centinaia di milioni mascherine? In un'informativa di dicembre la Guardia di finanza ha scritto che la «mediazione illecita svolta costantemente da Benotti nei confronti della Pubblica amministrazione e delle società a partecipazione statale è risultata chiara e tangibile anche nel tentativo di quest' ultimo - poi andato a buon fine - di far assegnare alla Appulo un incarico all'interno di Terna Spa». Ieri, però, l'ufficio stampa della società ha smentito «categoricamente che l'azienda abbia mai affidato alcun tipo di incarico alla dottoressa Appulo».

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” l'1 marzo 2021. Contro ogni bavaglio ha svelato i dettagli dello scandalo mascherine. Nicola Porro, lunedì scorso, a Quarta Repubblica su Rete 4 ha fatto il colpaccio: in studio aveva come ospite Mario Benotti, intermediario offertosi nel marzo 2020 al commissario straordinario Domenico Arcuri per reperire 800 milioni di mascherine in Cina da portare in Italia. Benotti, ora indagato perché, insieme ad altre sette persone, si sarebbe macchiato di traffico di influenze illecite, svolgendo cioè attività di intermediazione con mezzi illeciti, al programma di Porro ha mostrato gli sms scambiati per due mesi con Arcuri (non indagato) fino allo scorso 7 maggio, quando improvvisamente le loro comunicazioni si sono interrotte. Per una ragione clamorosa che ha dichiarato in diretta.

Porro, sapeva che Benotti avrebbe fatto quelle rivelazioni?

«Per me è stata una sorpresa totale. Benotti ha detto una cosa di una portata tale che non mi capacito come mai non abbia avuto ripercussioni: il 7 maggio, dice lui, si sarebbe visto con Arcuri, e questi gli avrebbe detto di non parlargli più perché c' era un' indagine in corso sul trasporto di mascherine da parte dei Servizi Segreti e la fonte di questa notizia sarebbe stata Palazzo Chigi. In passato per una cosa di questo tipo avrebbero imbastito scandali da P2. Invece ora nessuno indaga».

Né Arcuri né Palazzo Chigi hanno smentito questa ricostruzione?

«No. Io, a dire il vero, non ho motivo di credere né a Benotti né a Palazzo Chigi. Però questa cosa è stata detta, e qualcuno dovrebbe verificarla, magari qualche procura».

Il fatto che i Servizi abbiano riferito a Palazzo Chigi degli approfondimenti in corso c' entra con la delega ai Servizi che Conte ha voluto tenere per sé?

«È una delle ipotesi più maliziose e non riguarda solo questa vicenda. Il fatto che il premier, l' autorità delegante ai servizi di sicurezza, abbia tenuto per sé questa delega fino all' ultimo getta un' ombra più cupa su questa storia. Come dire, la moglie di Cesare non è al di sopra di ogni sospetto...».

Strano anche che Palazzo Chigi informi Arcuri e che questi poi riferisca la cosa a Benotti.

«Se così è avvenuto, è qualcosa su cui qualcuno dovrebbe fare delle domande. E poi questa vicenda dimostrerebbe l' inconsistenza della difesa di Arcuri: il commissario prima ha detto che lui e Benotti non si conoscevano, poi che si conoscevano ma non avevano familiarità. Ora si viene a sapere che si sarebbero addirittura visti da soli».

Ma se Arcuri è estraneo a ogni reato, come gli riconosce anche la procura, perché negare la conoscenza con Benotti?

«Questo è il grande mistero. Non capisco perché Arcuri debba negarlo. Il commissario ha impostato la sua difesa su una cosa falsa. Non c' era nulla di male a dire di avere confidenza con Benotti, a maggior ragione che è colui che gli ha procurato le mascherine. Questa cosa Arcuri avrebbe dovuto rivendicarla, anziché nasconderla. In quel momento di emergenza per l' Italia è stato sacrosanto agire in deroga al codice degli appalti, accettare l' azione di intermediari e portarsi a casa le mascherine whatever it takes, ad ogni costo. Poi Benotti e gli altri hanno preso per sé delle provvigioni per 70 milioni di euro? Poco male, l' importante è che abbiano ottenuto il risultato».

Il direttore Feltri ha scritto a riguardo: «Solo i cretini lavorano senza un  compenso. Gli intermediari si sono tenuti per sé legittimamente un pacco di miliardi».

«Sono d' accordissimo. È inutile fare i moralisti: se mi procuri le mascherine, ti prendi tutto il compenso dovuto. Quei guadagni non sono illeciti, ma il frutto di un lavoro di intermediazione ben pagato dai consorzi cinesi. Del resto, viste le cifre, cioè un appalto di oltre un miliardo, la struttura commissariale di Arcuri non poteva non immaginare che ci fossero delle provvigioni. Pensarlo vuol dire apparire come Biancaneve e i Sette Nani».

E cioè fingersi ingenui?

«Sì, e per questo Arcuri ha un' enorme responsabilità politica. Lui doveva essere chiaro e trasparente e dire: abbiamo comprato le mascherine, abbiamo scoperto che sono state pagate delle commissioni, però abbiamo dovuto farlo perché in quel momento eravamo in emergenza. E poi doveva mostrare i contratti, dove è spiegato come sono state pagate le mascherine e magari è indicata la percentuale che spettava agli intermediari. Invece, ogni volta che gli si fanno domande su questa vicenda, Arcuri non risponde e minaccia querele. Lo ha fatto anche con Quarta Repubblica, facendoci recapitare un atto di citazione».

Prezzolini divideva gli italiani in furbi e fessi. In questa vicenda chi è più furbo e chi più fesso?

«Stanno facendo tutti i furbi. L' idea che una persona come Arcuri assuma quelle responsabilità senza darne conto a nessuno, avendo un atteggiamento arrogante e minacciando querele, dà il senso di un' Italia fatta da furbetti non del quartierino, ma di Palazzo Chigi».

La procura sostiene anche che le mascherine arrivate grazie a quella commessa fossero prive delle adeguate certificazioni.

«Se così fosse, sarebbe una cosa gravissima. La logica è: se io vado al ristorante, pago volentieri per quello che mangio. Ma, se mi danno una schifezza, mi lamento. Così invece non è stato».

Arcuri ha replicato dicendo che quelle mascherine sono state «autorizzate dal Cts».

«Mi sembra che Arcuri scarichi la responsabilità, come spesso fa, sul Comitato tecnico-scientifico. Questo palleggio di responsabilità è tipico della sua gestione commissariale».

Per questa vicenda dovrebbe dimettersi?

«Dovrebbe farlo per la sua incapacità: non è la persona giusta al posto giusto. Lui è l' esponente esemplare del fallimento del governo Conte».

Intanto Draghi non convoca Arcuri neppure più alle riunioni. Il commissario è stato commissariato?

«Penso di sì. Ma anche quando gli verrà tolta la gestione del piano vaccinale, Arcuri continuerà ad avere in mano una serie di dossier, da Bagnoli all' Ilva ai farmaci con anticorpi monoclonali: se li gestirà come ha fatto con le mascherine, c' è da tremare. Io non so come l' Italia possa pensare di affrontare i problemi affidando le soluzioni a un uomo che si presenta come Mr. Wolf (il personaggio di Pulp Fiction che risolve problemi, ndr), ma sembra Mr. Bean».

Arcuri non verrà rinnovato dopo il 30 aprile?

«Non si hanno certezze neppure su quando scade: qualcuno dice il 31 marzo, qualcuno il 30 aprile. È tutta una barzelletta. Di sicuro, se Arcuri venisse rinnovato, bisognerebbe chiamare questo governo Conte ter, anziché Draghi».

Chi sarebbe l' uomo giusto al posto di Arcuri?

«Bertolaso, perché ha una squadra fortissima, si assume le responsabilità di ciò che fa ed è competente, a differenza dell' altro».

"La protezione civile un distributore di morte". Sms shock tra Arcuri e Benotti. Un linguaggio liturgico e curiale nei messaggi scambiati: "Domani preghiamo, Monsignore in posizione con incenso pronto e fumante per la processione". Luca Sablone - Mar, 02/03/2021 - su Il Giornale. Il rapporto tra Domenico Arcuri e Mario Benotti resta al centro del dibattito pubblico. Ricorderete tutti l'intervista rilasciata dal giornalista Rai in aspettativa in esclusiva a Nicola Porro per Quarta Repubblica su Rete 4. Il presidente del consorzio Optel e di Microproducts It ha rivelato di conoscere l'ex commissario straordinario all'emergenza (ieri sostituito dal Generale Francesco Paolo Figliuolo) dai tempi in cui faceva il consigliere al governo. Resta intricata l'inchiesta sulle maxicommesse da 72 milioni di euro per l'acquisto di 801 milioni di mascherine provenienti dalla Cina nella prima ondata del coronavirus in Italia, per cui sono scattati un arresto e quattro misure interdittive. L'ipotesi di reato è quella di traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale. Ma a far discutere sono stati anche gli sms che si sarebbero scambiati Arcuri e Benotti, resi noti proprio da quest'ultimo per chiarire la situazione. Delle mascherine avrebbero iniziato a parlare l'11 marzo: "Parliamo per telefono e mi dice che c'è una necessità di reperire mascherine". Successivamente il giornalista si sarebbe messo subito all'opera. Il 19 marzo alle ore 16.28 - il giorno dopo la nomina del commissario - sarebbe stata poi comunicata la disponibilità di un contatto per le mascherine. E Arcuri, dopo aver ricevuto l'sms, gli avrebbe annunciato: "Ti chiama Silvia Fabrizi". Ovvero un funzionario di Invitalia. "Contatto definito"; "Molto bene"; "Domani in qualche modo preghiamo"; "Sempre", sarebbe stata la sequenza rispettivamente tra Benotti e Arcuri. Della questione si è occupato pure Massimo Giletti, che nel corso della trasmissione Non è l'arena su La7 ha ricostruito lo scambio di messaggi tra i due a partire dal 3 marzo. "Hai il cell spento. Domani mattina alle 8.30 debbo essere alla protezione civile. Nostro appuntamento rimandato. Quando esco ti chiamo e vediamo come fare. Scusami", avrebbe scritto Arcuri. Appuntamento rinviato alla sera del 4 marzo "per parlare di altro". Ma la risposta del presidente del consorzio Optel ha assunto un contorno liturgico e curiale: "Monsignore in posizione con incenso pronto e fumante per la processione". Dieci giorni più tardi Benotti annuncia che terrà "una concelebrazione 'ad mentem Dominici'". L'amministratore delegato di Invitalia gli avrebbe replicato: "Bene! Peccato che se e quando la stessa dovesse produrre i suoi effetti il destinatario sarà morto!". "Facciamo sì che resti in vita", l'auspicio del giornalista. Che poi prosegue: "Con la certezza di sapere che il destinatario è in vita sappia che la concelebrazione ha avuto termine ed è stato ricordato nelle invocazioni. Monsignore è rientrato in casa secondo le indicazioni del Governo". E poi sarebbe spuntato il messaggio choc: "Il destinatario è e resta alla protezione civile: un distributore di morte". "Per carità...si manifesti quando potrà", conclude Benotti. Si arriva poi al 15 marzo, quando Benotti avanza una domanda tecnica: "Buongiorno! Ove posso depositarLe una nota credo utile ed urgente? Verrei anche ad pedes. Preghiamo per il Paese". L'allora commissario gli avrebbe dato riferimento alla sede della protezione civile in via Vitorchiano 2: "Oppure domani mattina in ufficio. Il che è meglio". "Se vengo alla Protezione Civile vedo anche per brevi istanti la Sua luminosa bontà e consegno a mano? Provo a vedere con anche miei canali se trovo mascherine intanto e Ti faccio sapere. FFP2 e FFP3?", la risposta del giornalista Rai in aspettativa. Il 20 marzo Benotti si sarebbe rivolto nuovamente ad Arcuri: "Dimmi anche di che cosa si può avere bisogno e ci mettiamo in cerca". L'ad di Invitalia avrebbe replicato: "Respiratori ok". E poi un altro scambio di sms: "Ok in senso che devo cercarli?"; "Per Terapia Intensiva"; "Siamo partiti con la ricerca". Il 21 aprile il presidente del consorzio Optel passa alle parole al miele nei confronti dell'ex commissario: "Le uniche vere dichiarazioni degne di un Ministro o di un Presidente del Consiglio in questo manicomio sono le tue caro Domenico. E le uniche dotate di buonsenso e nel contempo senso pratico. Ti prego di credere che non te lo dico per effetto della nostra amicizia, ma per il senso politico alto e dello Stato che traspare dal Tuo lavoro. Un caro abbraccio". Il 26 aprile Arcuri viene ospitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa. Benotti vuole maggiori informazioni: "Monsignore - per potersi unire spiritualmente - vorrebbe conoscere l'orario della Sua omelia televisiva serale. Possibilmente precisa. Per limitarsi alla sua predica non sopportando Monsignore - pentendosi per questo - l'Officiante Principale (Fazio, ndr). Sia lodato Gesù Cristo". Dettagli forniti tempestivamente: "21:30 circa. Secondo ospite. Dopo il presidente della Camera".

Domenico Arcuri, scandalo mascherine: "Otto contatti al giorno con l'indagato", la posizione si complica.  Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 18 febbraio 2021. Ci sono stati 1.282 contatti telefonici in 5 mesi, tra gennaio e maggio 2020, tra Mario Benotti, presidente del Consorzio Optel e di Microproducts It, e il commissario all'emergenza Covid Domenico Arcuri. 1.282 in 5 mesi: una media di 8 al giorno. Benotti, nell'ambito dell'indagine che riguarda la commessa di un miliardo 250 milioni di euro affidata da Arcuri a tre consorzi cinesi per l'acquisto di 801 milioni di mascherine avvenuto attraverso l'intermediazione di alcune imprese italiane, è indagato per traffico di influenze illecite. In sostanza avrebbe fatto leva sulla conoscenza di Arcuri per farsi pagare dai cinesi commissioni che non gli spettavano. Ieri Arcuri ha dichiarato che «dall'inchiesta sulle mascherine risulta evidente che la struttura commissariale, oltre che il commissario straordinario (al momento estranei all'indagine) sono stati oggetti di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati affinché quest' ultimi ottenessero compensi non dovuti dalle aziende produttrici». Arcuri ha anche annunciato che potrebbe costituirsi parte civile per chiedere i danni. Quattro le società coinvolte nell'inchiesta: Microproducts It, Sunsky srl, Partecipazioni Spa e Guernica Srl. Le accuse, a vario titolo, sono di concorso in traffico di influenze illecite aggravato dal reato transnazionale, riciclaggio, autoriciclaggio, ricettazione, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. Oltre a Benotti (giornalista Rai in aspettativa ed ex capo della segreteria dell'ex sottosegretario Sandro Gozi, estraneo alla vicenda), sono sotto inchiesta Andrea Vincenzo Tommasi (titolare della Sunsky), Daniela Guarnieri, Antonella Appulo, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. Secondo i pm, dicevamo, Benotti avrebbe speso l'influenza di Arcuri per ottenere 12 milioni a titolo di intermediazione. Alla Sunsky, grazie alle provvigioni riconosciute dai consorzi cinesi, ne sarebbero andati 59. Le operazioni contestate risalgono al 25 marzo, al 6 e al 15 aprile 2020, quando in Italia le mascherine erano introvabili. Gli ordini riguardano sia le "chirurgiche" che le "Ffp2" e le "Ffp3". Ieri la guardia di Finanza di Roma ha sequestrato in via preventiva agli indagati 69,5 milioni di euro in beni. Tra questi, una villa intestata alla società Guernica (attraverso la quale sarebbero avvenute le importazioni di mascherine) auto, moto, uno yacht, orologi (tra cui un Daytona in oro bianco e diamanti) e bracciali (il più costoso un Tiffany da 14 mila euro). «Le intercettazioni», hanno scritto i pm nel decreto di sequestro, «hanno dimostrato l'esistenza di un accordo tra Andrea Vincenzo Tommasi e quello che quest' ultimo definisce il suo "partner nell'affare delle mascherine", Daniele Guidi, nonché tra il duo Tommasi-Benotti e Jorge Solis, per la migliore conclusione dell'affare. Le conversazioni captate», prosegue il documento dei magistrati, «portano a ritenere che mentre Tommasi e Guidi hanno curato l'aspetto organizzativo e in particolare i numerosi voli aerei necessari per convogliare in Italia un quantitativo così ingente di dispositivi di protezione, compiendo i necessari investimenti, Solis sia stato in possesso del necessario contatto con la Cina». Le indagini bancarie, stando a quanto dichiarato dal gip, hanno accertato che gli indagati hanno già provveduto a distrarre e occultare parte delle somme percepite, e che l'hanno fatto tramite pagamenti fittizi, prelievi personali, investimenti in beni e polizze assicurative. Per chi indaga, siamo di fronte a un «comitato d'affari» pronto a stringere un «lucroso patto (occulto») con la «pubblica amministrazione». Il pm ha definito «singolare quanto raccapricciante» un'intercettazione in cui Solis auspicava per novembre un nuovo lockdown nazionale, ché avrebbe portato nuovi affari. Dall'esame del traffico telefonico risulta un fittissimo scambio tra Benotti e Arcuri. Per gli inquirenti è significativa la conversazione del 20 ottobre 2020, ore 8.15, che Benotti tiene con Guarnieri, alla quale confida la frustrazione per il fatto che Arcuri a un certo punto si sia «sottratto all'interlocuzione». silenzi e segnali Benotti, secondo la ricostruzione dei magistrati, avrebbe interpretato quell'improvviso silenzio come il segnale di una notizia riservata, un qualcosa che - aveva detto alla Guarnieri - «ci sta per arrivare addosso». Ad ora, hanno evidenziato i pm, «non c'è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di un corrispettivo». Gli avvocati di Benotti attaccano. Hanno definito il sequestro «inspiegabile», «una grave ingiustizia». Impugneranno il provvedimento. «La procura di Roma», hanno dichiarato, «mette sotto accusa Benotti che non ha fatto altro che agire, nella sua veste di personale consulente, su esplicita e reiterata richiesta, orale e scritta, del commissario all'emergenza, per favorire l'arrivo in tempi rapidi di un rilevante quantitativo di dispositivi. Tra l'altro», prosegue la nota, «il commissario aveva fatto a Benotti un'uguale richiesta anche per reperire ventilatori polmonari per i reparti di terapia intensiva».

Da iltempo.it il 18 febbraio 2021. L’atto emesso oggi dal Gip Paolo Andrea Taviano nei confronti di Mario Benotti e di altre persone, in relazione all’inchiesta sull’acquisto di mascherine da parte della struttura commissariale presieduta da Domenico Arcuri, è giudicato dalla difesa di Mario Benotti un provvedimento inspiegabile che rappresenta una grave ingiustizia. I legali osservano che la Procura di Roma mette sotto accusa Mario Benotti che non ha fatto altro che agire, nella sua veste professionale di consulente, su esplicita e reiterata richiesta, orale e scritta,  del Commissario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri, per favorire l’arrivo in tempi rapidi di un rilevante quantitativo di dispositivi di protezione individuale, in un momento in cui il Paese affrontava una crisi sanitaria senza precedenti ed era pressoché impossibile reperire tempestivamente da aziende nazionali i dispositivi necessari. Tra l’altro, il Commissario aveva fatto a Mario Benotti uguale richiesta anche per reperire ventilatori polmonari per i reparti di terapia intensiva. La difesa di Mario Benotti annuncia quindi che impugnerà in tutte le sedi il provvedimento di sequestro emesso dal Gip, facendone rilevare tutti i profili di infondatezza e illegittimità. Mario Benotti, infine, respinge con forza qualunque accostamento o coinvolgimento in comportamenti occulti o attività meno che lecite.

Chiara Giannini per "il Giornale" il 18 febbraio 2021. «Speriamo che a novembre esploda», ovvero che ci sia un lockdown nazionale. Perché così quella che l'inchiesta della procura di Roma descrive come una cricca internazionale, avrebbe fatto «lucrosi affari» sulla pandemia. Era quanto si augurava uno degli indagati nella maxi inchiesta sulle mascherine da parte della Procura di Roma sull' affidamento di 1,25 miliardi fatto dal commissario per l'emergenza Domenico Arcuri a tre consorzi cinesi per l'acquisto di 800 milioni di dispositivi di protezione avvenuto attraverso l'intermediazione di alcune imprese italiane. A parlare è Jorge Solis, che nelle intercettazioni della Finanza riporta anche: «Questo è un lavoro che si fa senza valigetta». Sono stati i finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza a eseguire una serie di sequestri preventivi, nei confronti di un gruppo di persone accusate, in concorso tra loro, del reato di traffico di influenze illecite (aggravato dal reato transnazionale) oltre che, a vario titolo, di ricettazione, riciclaggio e auto-riciclaggio. Gli indagati sono Andrea Vincenzo Tommasi, che era ai vertici della società Sunsky srl, il giornalista in aspettativa dalla Rai Mario Benotti, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. Le altre società entrate nell' inchiesta sono la Partecipazioni Spa, la Microproducts It Srl e la Guernica Srl. Grazie a due provvedimenti giudiziari, i finanzieri hanno sottoposto a sequestro le quote societarie della Guernica s.r.l., disponibilità finanziarie, polizze assicurative, immobili a Roma, Pioltello (MI) e Ardea (RM), auto e moto di lusso, gioielli, orologi di pregio e uno yacht, per un valore totale di circa 70 milioni di euro. Ma qual è l'accusa? Aver sfruttato i legami con la struttura commissariale per percepire commissioni per decine di milioni di euro dai consorzi cinesi affidatari delle forniture (in particolare, mascherine chirurgiche FFP2 e FFP3). Secondo quanto si legge nei due decreti di sequestro, «Mario Benotti, sfruttando le sue relazioni personali con Domenico Arcuri, si faceva promettere e quindi dare indebitamente da Andrea Tommasi, il quale agiva in concorso per previo concerto con Daniele Guidi, e Jorge Solis, la somma di 11.948.852, confluita per 8.948.852 sul conto della Microproducts srl di Daniela Guarnieri, (compagna di Benotti ndr) e per 3 milioni di euro sul conto della Partecipazioni spa di Georges Khozouzam quale remunerazione indebita della sua mediazione illecita, occulta e fondata sulle relazioni personali con Arcuri». Ciò che salta all'occhio sono i numerosi contatti telefonici e via sms tra Benotti e Arcuri. 1.282, secondo le carte, intercorsi tra il 2 gennaio (quando Arcuri non era ancora stato nominato nel suo ruolo) e il 6 maggio 2020. Arcuri, dalla sua, qualche giorno fa ha fatto inviare una nota a una trasmissione televisiva in cui nega di conoscere Benotti, ma lo stesso, in una successiva puntata di un altro talk show, chiarisce: «Se il commissario Arcuri ritiene di non conoscermi e lo dice, se ne assumerà le sue responsabilità». L'ufficio stampa fa sapere che «la struttura commissariale e il commissario Arcuri (estranei alle indagini) sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati». E ancora: «La struttura commissariale e il commissario continueranno a fornire la più ampia collaborazione agli investigatori. Nella loro veste di parti offese hanno già richiesto ai loro legali di valutare la costituzione di parte civile in giudizio per ottenere il risarcimento del danno». In una conversazione tra Benotti e la compagna, del 20 ottobre scorso, lo stesso si rammarica che Arcuri ha interrotto l'interlocuzione con lui. A rassicurarlo è un funzionario della struttura commissariale, tal Mauro Bonaretti, che Arcuri non vuole parlargli per tutelarlo: «Voglio evitare che Mario si sporca...lo voglio avvisare di questa situazione». E prosegue: «Mi ha detto di non farti vivo in questa fase, di lasciarlo un attimo per evitare casini». Benotti, che con Bonaretti si vanta di aver praticamente organizzato l'intera fornitura di mascherine, ha il sospetto che qualcosa stia loro per «arrivare addosso». L'inchiesta lo conferma.

Fabio Amendolara per “la Verità” il 19 febbraio 2021. La parola «commissario» compare per ben 12 volte nel decreto di sequestro d'urgenza emesso dalla Procura di Roma. Nove volte, invece, si ripete il nome di Domenico Arcuri. Le citazioni dei magistrati di Piazzale Clodio non sono casuali. Dalle loro valutazioni, nonostante sia stata esclusa l'ipotesi di corruzione, emergono tutte le falle di una struttura commissariale per l'emergenza Covid che sembra proprio non essere all'altezza. Falle nelle quali il «comitato d'affari», come viene indicato dai pm il gruppo dei mediatori delle mascherine cinesi, sarebbe riuscito a inserirsi senza troppe difficoltà. Lo schema, secondo l'accusa, era questo: «Gli affaristi cercano mediatori che abbiano credito da spendere verso il Commissario Arcuri, quale modalità per entrare in affari con il governo italiano». La relazione con la struttura commissariale, insomma, agli occhi di chi indaga appare una condizione necessaria, tanto da piazzare la questione al primo posto nella narrazione investigativa. Subito dopo i magistrati affrontano il ruolo degli altri personaggi che hanno permesso la riuscita dell'operazione: c'è chi aveva i contatti in Cina e chi ha organizzato il trasporto. Ma «risalta», sottolineano i pm, «la comune convinzione che soltanto una personale entratura verso il Commissario straordinario possa consentire queste mediazioni, a preferenza di ogni altro possibile interessato». Parole pesantissime, che sembrano stigmatizzare una circostanza non di poco conto: senza il contatto giusto con la struttura commissariale non c'è trippa per gatti. «Nel caso in esame», valutano le toghe, «si impatta certamente in una solida associazione di imprese commerciali [...] per la migliore riuscita di illecite mediazioni, distribuzione e occultamento del prezzo del reato (il pagamento di provvigioni per la spendita di credito personale verso pubblici ufficiali) e dei relativi profitti (l'incameramento di laute provvigioni dalle unità che, grazie al traffico di influenze, si accreditano, in via preferenziale, verso l'ufficio del Commissario straordinario)». Una struttura, il «comitato d'affari», tutt' altro che volatile e che «ha messo in campo», si legge nel documento giudiziario, «un evidente coordinamento di mezzi e competenze (contatti all'estero, capacità di predisporre voli aerei, credito commerciale verso società cinesi, credito verso il Commissario straordinario) per la conclusione dell'affare e ha mantenuto la joint venture anche per il futuro». È chiaro, quindi, che gli indagati abbiano «un certo ascendente», è scritto negli atti, «sulla struttura commissariale, la quale non appare interessata a costituire un proprio rapporto con i fornitori cinesi, né a validare un autonomo percorso organizzativo per certificazioni e trasporti, preferendo affidarsi a freelance improvvisati, desiderosi di speculare sull'epidemia». La struttura del Commissario, insomma, non è stata capace di mettere su una relazione diretta con le imprese da cui importare i dispositivi di protezione, delegando totalmente questo delicato compito a un gruppo di affaristi improvvisati. Al centro c'è il ruolo di Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa, che avrebbe assunto il ruolo «dell'intermediario», il quale, valutano i magistrati, «forte del suo credito verso un pubblico ufficiale, ottiene, per sé e per i suoi soci, un compenso per una mediazione andata a buon fine». Un compenso milionario. «Questa attività di interposizione», viene sottolineato nel decreto di sequestro, «è stata svolta da Benotti ed è fondata sul rapporto personale con il Commissario straordinario e, certamente, non su un istituzionale ruolo di rappresentanza di interessi di categoria, o su un ostensibile professionale rapporto di agenzia». Ed è su questo perno che i magistrati fissano l'accusa nei confronti di Benotti, senza risparmiare dure critiche alla struttura del commissario: «Tale rapporto, che non è stato possibile formalizzare in un esplicito contratto avente forma scritta, come si impone ad una pubblica amministrazione, ha, conseguentemente, causa illecita». E ancora: «L'accesso preferenziale al gradimento di un funzionario pubblico vulnera la sua imparzialità [...]. La retribuzione del credito personale speso dal mediatore verso il pubblico ufficiale si connota di illecito, poiché tale retribuzione compra, sia pure attraverso incentivo offerto al privato, anziché al funzionario, un privilegio di accesso [] attraverso il corridoio segreto del rapporto speciale». Testimoniato peraltro dai 1.282 contatti telefonici tra Benotti e Arcuri nel lasso di tempo che va dal 2 gennaio 2020 al 6 maggio 2020. Si interrompono di colpo il 7 maggio. A quel punto Benotti lamenta «la sua frustrazione per essersi Arcuri sottratto all'interlocuzione». Ma un incontro con Mauro Bonaretti della struttura commissariale «ha certamente riaperto un canale». E riparte una corrispondenza via email, questa volta con Antonio Fabbrocini, addetto agli acquisti, per una fornitura di guanti, «con il previo consenso di Domenico». L'altra situazione sospetta è legata ai contratti: il commissario straordinario è stato istituito il 17 marzo 2020 (Cura Italia) e, una volta designato (dal Dpcm del 18 marzo), ha formato la propria struttura organizzativa con una ordinanza che risulta emessa l'1 aprile 2020. «È agevole notare», sostengono i pm, «alcuni evidenti difetti di consequenzialità cronologica tra le date: il primo contratto di fornitura è stato stipulato il 25 marzo, quando la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente ed è sottoscritto dal fornitore cinese il 26 marzo (mentre, la lettera di incarico per mediazione alla Sunsky è del 25 marzo e la fattura pro forma, addirittura, del 23 marzo)». Passaggi che «offrono immediatamente», annotano le toghe, «l'idea della informalità con la quale si è proceduto, rispetto ad accordi che devono essere intercorsi tra le parti in gioco prima del 10 marzo 2020». È quella la data della prima proposta di Whenzou Moon-Ray, che fa risalire i rapporti a ben prima del lockdown nazionale (dichiarato il 9 marzo 2020). In quel momento nessuna norma consentiva, prima del Cura Italia, deroghe al codice dei contratti. Ma i mediatori stavano già tessendo le relazioni che avrebbero consentito il grande affare.

Maurizio Belpietro per “la Verità” il 19 febbraio 2021. Il commissario straordinario all'emergenza Covid ha annunciato l'intenzione di costituirsi parte civile in un eventuale processo contro il gruppo di intermediari che avrebbe lucrato sulle forniture di mascherine. I lettori della Verità sono a conoscenza di ogni dettaglio dell'indagine della Procura di Roma, perché in totale solitudine questo giornale ha anticipato molte delle mosse dei magistrati, cosa che peraltro è riconosciuta nell'ordinanza con cui sono stati sequestrati milioni, yacht, moto e beni di lusso comprati con i proventi del traffico di dispositivi di sicurezza. Fin dal principio, quando ancora non erano stati eseguiti gli accertamenti e le perquisizioni, Giacomo Amadori ha raccontato lo strano caso di alcune società nate all'improvviso con la pandemia, e specializzatesi nella fornitura di mascherine. Un'attività non certo gratuita né dettata dall'intenzione di rendere un servizio di pubblica utilità in un momento di massima urgenza, ma piuttosto al puro scopo di arricchirsi sulla pelle degli italiani. Mentre decine di migliaia di persone morivano nelle corsie degli ospedali, mentre l'intero Paese era rinchiuso per evitare il diffondersi del contagio, c'era chi puntava a speculare sulla sofferenza e la paura, proponendosi come intermediario in cambio di laute percentuali. Le intercettazioni e le indagini della magistratura ci hanno fatto ritornare alla mente le ore successive al terremoto in Abruzzo, quando alcuni imprenditori senza scrupoli, pensando alla ricostruzione e ai guadagni che avrebbero tratto con gli appalti, si rallegravano per il disastro che aveva coinvolto intere comunità. Ecco, con lo stesso cinismo la banda degli intermediari immaginava i profitti che sarebbero derivati grazie al Covid e alle buone entrature nella struttura commissariale.I personaggi che ruotano attorno a questa incredibile vicenda di speculazione sulla pandemia sembrano usciti da un film di Totò: un giornalista aspirante faccendiere, un imprenditore di poca sostanza, uno straniero specializzato nella vendita al dettaglio di bibite e frutta, più altre figure. Cioè, nessuno degli improbabili fornitori aveva il benché minimo curriculum per essere ritenuto affidabile e fornire, in cambio di oltre 1 miliardo di euro, centinaia di milioni di mascherine. Giova ricordarlo, i soldi non sono di una società privata, ma sono usciti dalle casse dello Stato, cioè dalle tasche degli italiani. Al contrario di ciò che il buon senso dovrebbe indurre a fare, il gruppetto è stato preso sul serio e trattato con il rispetto che si riserva a un importante partner. Il merito, a quanto pare, è dell'ex giornalista, il quale ha potuto vantare una diretta conoscenza proprio con il commissario all'emergenza, Domenico Arcuri. È grazie al legame con l'amministratore delegato di Invitalia se Mario Benotti ha potuto fare il colpo della vita. Gli inquirenti hanno annotato oltre un migliaio di contatti telefonici, chiamate e sms, fra il super commissario e il super intermediario. La relazione di amorosi sensi pare che si sia interrotta solo quando i mediatori hanno fiutato il rischio che qualcuno fosse sulle loro tracce e così gli affari che la banda si augurava di poter concludere in futuro, con guanti, siringhe e forniture varie, sono andati in fumo. Tutto ciò, ossia l'indagine, non ha però impedito a Benotti e ai suoi soci di incassare una plusvalenza di oltre 70 milioni, che il terzetto ha subito reinvestito in beni di lusso: yacht, orologi preziosi, bolidi a due ruote e così via. L'accusa nei confronti del gruppo, è traffico d'influenze illecite perché, nonostante i magistrati le abbiano cercate, al momento non hanno trovato tracce di corruzione di un pubblico ufficiale, vale dire che non esiste prova di tangenti. Come dicevamo, Domenico Arcuri, appresa la notizia dell'inchiesta (ma se avesse letto il nostro giornale invece di farlo leggere dai suoi avvocati per minacciare querele e diffide avrebbe conosciuto i fatti molto prima), ha annunciato l'intenzione della struttura commissariale di costituirsi parte civile, anche se ancora non si sa neppure se ci sarà il processo. Ovviamente a noi fa piacere che l'amministratore di Invitalia si senta vittima di un raggiro. Ma ci farebbe ancor più piacere se, oltre a rivendicare di essere stato imbrogliato e costretto a pagare decine di milioni in più, prendesse atto di essere stato un po' ingenuo a fidarsi di oscuri mediatori per un affare miliardario. Nessuno dotato di buon senso, a meno che non sia fesso, comprerebbe centinaia di milioni di mascherine da chi, prima dell'epidemia, si occupava di frutta e bibite, o anche solo di tv. Dunque, oltre ad annunciare l'azione civile nei confronti del gruppetto di intermediari, Arcuri dovrebbe contestualmente annunciare le sue dimissioni. Uno che si fa fregare in questo modo, non può gestire appalti e forniture per miliardi a spese degli italiani. Men che meno può avere in mano il destino della nostra salute.

Giuseppe Marino per "il Giornale" il 18 febbraio 2021. «Non dobbiamo limitare le vaccinazioni in luoghi specifici, spesso ancora non pronti: usare tutte le strutture disponibili, pubbliche e private». La frase con cui Mario Draghi liquida rade al suolo le «primule» di Domenico Arcuri arriva intorno alle 11, primo argomento concreto del discorso sulla fiducia, non appena esauriti i preamboli. Intorno a mezzogiorno viene diramata la notizia che il nucleo valutario della Guardia di finanza di Roma sta eseguendo un ordine di sequestro da 70 milioni di euro legato all'inchiesta sulle mediazioni d'oro per una enorme partita di mascherine importate dalla Cina su mandato dello stesso Commissario straordinario all'emergenza. Si conferma la solita legge italica delle coincidenze per cui l'indebolimento politico coincide spesso con tempestivi infortuni giudiziari. Non si tratta di fare dietrologia, ma solo di prendere atto che il cambio di fase politica si sta manifestando con più rapidità di quanto possa apparire. Per un anno il plenipotenziario di Conte ha esercitato un potere assoluto su un numero crescente di materie, con il piglio arrogante di chi non sopporta le critiche e le liquida con supponenza, vedi le frecciate ai «liberisti da divano», o il fastidio per le domande dei giornalisti. Ora inevitabilmente, arriva lo scrutinio su come sono stati spesi i dieci miliardi gestiti dalla struttura commissariale. Arcuri, va detto, non è nemmeno indagato nell' inchiesta della procura di Roma e della Guardia di finanza sui guadagni d'oro dei mediatori «informali» che hanno importato dalla Cina guanti e mascherine per centinaia di milioni. Sono al vaglio i rapporti tra il giornalista Mario Benotti che si era offerto di usare i suoi contatti cinesi per procurare guanti e mascherine a miliardi e Arcuri, che in seguito ha negato questi rapporti. Per la Procura invece, Benotti ha agito «su esplicita e reiterata richiesta, orale e scritta, del Commissario all'emergenza Covid-19», ma avrebbe incassato commissioni milionarie dalle aziende che vendevano il materiale. Il colmo è che agli indagati si contesta il reato di «traffico di influenze illecite», cioè la norma anti corruzione fortemente voluta dai grillini. Ma non è questo il punto: la vera questione è politica prima che giudiziaria. Arcuri ha fortemente condizionato il mercato delle mascherine mettendo in difficoltà tante aziende italiane, con lo scopo dichiarato di rendere l'Italia autonoma dall' import cinese per settembre, e invece i carichi dall' Oriente continuano ad arrivare. E proprio Arcuri, che prometteva battaglia alle speculazioni, non si era accorto che una parte consistente dei suoi ordini passava attraverso quelli che il Gip definisce «free lance improvvisati desiderosi di speculare sull' epidemia»? Gente che «sperava nel lockdown a novembre» per «fare affari lucrosi». Stavolta però, sia pure di un'ora, la politica è arrivata prima. Il discorso del premier non è solo un requiem per le «primule», i costosi e inutili gazebo di Arcuri. L' invito di Draghi a usare per le vaccinazioni «tutte le strutture disponibili, pubbliche e private» suona come una svolta rispetto alla gestione ipercentralizzata che vedeva Arcuri collezionare incarichi e una generale diffidenza verso il privato figlia della fede statalista su cui era costruito il patto di potere dei giallorossi. Non si sa ancora se il governo deciderà di fare a meno di Arcuri o di sfoltire il portafoglio infinito dei suoi incarichi. Però una cosa è certa: non sarà più così centrale. Ieri la Protezione civile ha avviato un censimento dei volontari per programmare la loro vaccinazione che appare prodromica al loro massiccio impiego nella campagna di distribuzione del siero. Ma si andrà oltre: il modello è quello dei tamponi, a lungo gestiti in modo centralizzato creando code e ritardi terminati solo quando lo Stato ha ceduto il monopolio.

Daniele Auteri e Maria Elena Vincenzi per repubblica.it il 17 febbraio 2021. Otto persone indagate e quattro società. Svolta nell'inchiesta sull'affare da 1,25 miliardi di euro stipulato dal Commissario per l'emergenza Domenico Arcuri a 3 consorzi cinesi per l'acquisto di 800 milioni di mascherine avvenuto attraverso l'intermediazione di alcune imprese italiane. Società e imprenditori che, secondo i magistrati romani, avrebbero ottenuto compensi esorbitanti e illegittimi. I sequestri riguardano le quote societarie della srl Guernica di Roma, disponibilità finanziarie, polizze assicurative, immobili ubicati nella capitale a Pioltello (Milano) e Ardea (Roma), auto e moto di lusso, gioielli e orologi di pregio (svariati Rolex, Patek Philippe e un bracciale Tiffany) nonché uno yacht. Il tutto per un valore complessivo di circa 70 milioni di euro. Le accuse ipotizzate dalla procura sono, a vario titolo, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. Dalle indagini sarebbe emerso che le imprese italiane che hanno fatto da intermediari avrebbero percepito commissioni per decine di milioni, non erogate però dalla struttura del Commissario. L'indagine della procura di Roma, condotta dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria, solleva così il coperchio su quei 71,7 milioni di euro di commissioni che tre improbabili aziende tutte italiane hanno intascato in qualità di mediatori (certificati o occulti) delle tre società cinesi che - attraverso una procedura diretta - hanno ottenuto appalti complessivi per 537,5 milioni di euro dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, Domenico Arcuri, per la fornitura di mascherine allo Stato italiano. Al centro dell'inchiesta c'è Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa, che, si legge nel decreto, ha "relazioni personali con Arcuri". A conferma di questo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e i pm Gennaro Varone e Fabrizio Tucci, riportano come tra gennaio e maggio i contatti telefonici tra i due siano 1.280 (e quando Arcuri smette di rispondere, Benotti si agita). Ed è proprio quello il punto fondamentale dell'indagine: la maxi commessa viene aggiudicata per via di un'amicizia. "Lo schema di azione che ne risulta - scrivono i pm - è quello dell'intermediario, il quale, forte del suo credito verso il pubblico ufficiale, ottiene, per sé e per i suoi soci, un compenso per una mediazione andata a buon fine. Tale attività di interposizione è stata svolta dal Benotti ed è fondata sul rapporto personale con il commissario straordinario, e certamente, non su un istituzionale ruolo di rappresentanza di interessi di categoria, o su un ostensibile professionale rapporto di agenzia. Tale rapporto, che non è stato possibile formalizzare in un esplicito contratto avente forma scritta, come si impone ad una pubblica amministrazione, ha conseguentemente causa illecita. L'accesso preferenziale al gradimento di un funzionario pubblico vulnera la sua imparzialità". Non a caso, le indagini del nucleo speciale di polizia valutaria della Finanza hanno dimostrato come l'affare, addirittura, si sia concluso prima ancora della nomina ufficiale di Arcuri. "Il primo contratto di fornitura è stato stipulato il 25 marzo, quando la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente; ed è sottoscritto dal fornitore cinese il 26 marzo". Per i magistrati ci sono "alcuni evidenti difetti di conseguenzialità cronologica". Una situazione che dà "l'idea della informalità con la quale si è proceduto rispetto ad accordi che devono essere intercorse tra le parti in gioco, prima del 10 marzo e dunque ben prima del lockdown nazionale, dichiarato il 9 marzo. In quel momento nessuna norma consentiva ancora deroghe al codice dei contratti, poiché tale liberatoria sarebbe stata prevista soltanto con il decreto Cura Italia. Allo stesso tempo - scrivono i magistrati - evidentemente, vi era già un concerto sui passi legislativi e amministrative da compiere e i "facilitatori" stavano tessendo le relazioni che avrebbero loro consentito i suddetti lauto guadagni". Il mediatore certificato, ovvero l'unico di cui ci sia una traccia contrattuale con i fornitori cinesi, è la Sunsky srl controllata al 99% da Vincenzo Andrea Tommasi, il quale si presenta come intermediario, mentre il vero tramite è Benotti. L'arrivo del Covid è una benedizione per questa società milanese che fino al 2019 fattura 1,6 milioni di euro in un settore che non ha nulla a che vedere con la sanità, ma riguarda le consulenze in tema di sicurezza e difesa. Vincenzo Andrea Tommasi è però amico, sempre attraverso il giornalista, di Antonio Fabbrocini, collaboratore di Domenico Arcuri dai tempi di Invitalia e attualmente impegnato nella struttura "acquisti, contratti e fornitori" dell'ufficio del Commissario. In piena emergenza la Sunsky che si aggiudica un fee per la mediazione con le aziende cinesi di 59,7 milioni di euro. Denari che Tommasi spende in parte per un giusto riconoscimento del lavoro profuso, acquistando una barca, un immobile residenziale, orologi e bracciali di lusso, e in parte (53.040 euro) gira a Antonella Apullo, dal 2015 al 2018 funzionario del ministero delle Infrastrutture, segretaria dell'ex-ministro Del Rio, nonché moglie di Marco Bonamico, l'ex-ad di Sogei rimasto coinvolto nell'inchiesta sull'imprenditore Angelo Proietti che ristrutturò la casa di Marco Milanese, allora collaboratore dell'ex-ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Appullo è, soprattutto, in rapporti con Benotti che, secondo l'accusa, sarebbe il vero facilitatore di tutto l'affare perché amico del Commissario. Tuttavia, mentre Sunsky ha un contratto con le società cinesi, dall'indagine del Nucleo di Polizia Valutaria emergono altre due società all'apparenza "fantasma". La prima è la Microproducts IT, alla quale vengono bonificati importi per 12 milioni di euro. La società è controllata dalla Partecipazioni Spa, dove spuntano vecchie conoscenze delle procure italiane. Il primo azionista è Mario Benotti, già consulente della presidenza del Consiglio e amministratore della Banca Popolare di Spoleto, un'esperienza che gli ha comportato un avviso di garanzia e una sanzione dalla Banca d'Italia per violazione delle regole bancarie. Insieme a Benotti, nella compagine azionaria è presente anche Guido Pugliesi, l'ex-amministratore delegato dell'Enav rinviato a giudizio per corruzione e frode fiscale dalla procura di Toma per una serie di appalti alla società Selex Sistemi Integrati del gruppo Finmeccanica. Un reato prescritto nel 2017 che ha permesso a Pugliesi di riciclarsi nel fantastico mondo dell'import-export. La terza società si chiama Guernica, ha sede a Roma e da maggio a luglio del 2020 ha ricevuto bonifici per 3,8 milioni di euro dalla Wenzhou Light, una delle tre compagnie cinesi coinvolte. Guernica è stata costituita nel marzo del 2018 per produrre e commerciale canapa e prodotti derivati, poi nel maggio del 2020 il suo oggetto sociale è stato modificato così da dare un senso alla pioggia di denari che sarebbero arrivati dalla Cina. La sua amministratrice si chiama Solis Dayanna, ha 23 anni e prima di fare il botto nel business internazionale studiava all'Accademia delle Belli Arti e arrotondava con un lavoretto in un centro estetico. Stando alle ricostruzioni della finanza, anche Dayanna ha fatto festa con le mascherine acquistando Rolex, un'automobile e versando un acconto per una casa da 964mila euro. Una montagna di anomalie accompagnate da un contorno di assegni a vuoto, operazioni bancarie sospette, trasporti di mascherine su voli di compagnie israeliane che non risultano essere partiti dalla Cina, rimesse di cittadini cinesi in Italia a un passo dai limiti di legge. Una spy story internazionale che da Wenzhou conduce direttamente negli uffici del Commissario delegato dal governo, Domenico Arcuri. I pm, dopo avere analizzato documenti, conti correnti e telefoni scrivono: "Si delinea così la nascita di un comparto organizzato per la conclusione di un lucroso patto (occulto) con una pubblica amministrazione; un comitato d'affari, nel quale ognuno dei partecipi ha messo a servizio del buon esito della complessa trattativa la propria specifica competenza, ricevendone tutti un lauto compenso per l'opera di mediazione compiuta: Mario Benotti verso Andrea Vincenzo Tommasi (unitamente al suo socio Daniele Guidi) e Jorge Solis e, tutti, verso il fornitore cinese. Le intercettazioni hanno dimostrato l'esistenza di un accordo tra Tommasi e quello che quest'ultimo definisce il suo "partner nell'affare delle mascherine", Guidi, nonché tra il duo Tommasi/Benotti e Jorge Solis, per la migliore conclusione dell'affare in discorso. Le conversazioni captate portano a ritenere che mentre Tommasi e Guidi hanno curato l'aspetto organizzativo e, in particolare, i numeri voli aerei necessari per convogliare in Italia un quantitativo così ingente di dispositivi di protezione, compiendo i necessari investimenti, Jorge Solis sia stato in possesso del necessario contatto con la Cina e sia stato conoscitore delle specifiche del prodotto, tali da renderlo funzionali all'uso".

Mascherine, fuga di notizie. Porro: Benotti sapeva da mesi dell’inchiesta per questo non ha più visto Arcuri…Redazione martedì 23 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. Indagare sulle rivelazioni di Mario Benotti, indagato insieme ad altre 7 persone nell’inchiesta della procura di Roma sulle maxi commesse delle mascherine comprate dalla Cina. Lo chiede Nicola Porro, ascoltato sulla questione da AdnKronos. “Non voglio entrare nel merito dei messaggi, dei rapporti con Arcuri, ma ieri Benotti a ‘Quarta Repubblica’ ha detto una cosa che se è vera, e qualcuno dovrà indagare, è gravissima, e cioè che lo hanno avvertito dal 7 maggio che si stava indagando nei suoi confronti. Nel passato, per fughe di notizie molto meno gravi, abbiamo visto indagini, titoli e aperture di giornali”. Nel corso della puntata, infatti, Benotti, presidente del Consorzio Optel, ha affermato di aver interrotto i rapporti con il commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri, dal 7 maggio, perché “il Commissario mi incontrò in una via di Roma (…) sotto il mio ufficio, e mi dice che c’era una difficoltà, che a Palazzo Chigi lo avevano informato che c’era un’indagine su tutta questa situazione (…), che c’era un approfondimento in corso, un’indagine in corso, adesso non ricordo con precisione le parole perché non ho documenti di questa cosa…chiaramente a Palazzo Chigi lo avevano informato sull’indagine”. Per Porro, “è una cosa incredibile, non riuscivo a credere a quello che mi stava dicendo, oppure Benotti è un millantatore, come hanno voluto dire che lo fosse dei rapporti con Arcuri ma dai messaggi che ha letto non mi sembra, e allora bisogna perseguirlo per le bugie dette, per calunnia. Ma ciò che ha rivelato è pazzesco, eppure è come se ci fosse una patina di segretezza”. Secondo Porro, inoltre, “non vi erano molti dubbi” sui rapporti fra Benotti e Arcuri, “perché, come si è visto dai tabulati della procura, c’erano 1.280 contatti telefonici dall’1 gennaio al 7 maggio, capisco che molti non siano andati a buon fine, però…o è stalking, e allora lo denunci, oppure c’era un rapporto tra i due”. Quanto all’ipotesi dimissioni da parte di Arcuri, Porro conclude: “Io penso che Arcuri si debba dimettere per l’incapacità che ha dimostrato nel gestire l’emergenza. Sono dell’idea che quando si è in emergenza si devono fare tutte le cose velocemente, anche violando le procedure ordinarie, quindi non sono scandalizzato dalla violazione delle procedure ordinarie, ma solo scandalizzato dalla sua incapacità di risolvere i problemi, troppi, che gli hanno affidato”.

La precisazione del commissario Arcuri. Nella stessa trasmissione il commissario Arcuri, attraverso una nota del suo ufficio stampa, ha precisato che la Procura ha richiesto l’archiviazione del Commissario e degli altri componenti della struttura. E ancora: “Per la struttura commissariale del Commissario sono state escluse anche responsabilità in relazione al concorso nelle ipotesi di 346 cp (traffico di influenze), poiché le indagini svolte hanno escluso anche che vi siano state agevolazioni a favore di terzi (Benotti & C) per ricevere utilità.  La Pa e conseguentemente la struttura commissariale non possono stipulare contratti di mediazione ed infatti non ne sono mai stati stipulati”. Infine, precisa sempre la nota dell’ufficio stampa di Arcuri, “le affermazioni comparse sulla stampa per cui Benotti avrebbe agito su incarico di Arcuri non sono risultate provate dalle attività investigative che invece hanno stabilito, come riassunto nel decreto che dispone il sequestro, che il dott. Benotti ha millantato una relazione amicale e personale con il dott. Arcuri in modo occulto ed al fine di ottenere indebite utilità.  La struttura commissariale e il Commissario sono vittime di un’attività di traffico illecito di influenze e quindi tuteleranno i loro diritti sia nel corso delle indagini che nei successivi sviluppi del procedimento”.

Luca Sablone per "Il Giornale" il 23 febbraio 2021. Delle mascherine si sarebbe iniziato a parlare l'11 marzo. "Parliamo per telefono e mi dice che c'è una necessità di reperire mascherine", ha dichiarato Benotti nell'intervista rilasciata in esclusiva a Nicola Porro per Quarta Repubblica su Rete 4. Domenico Arcuri avrebbe chiamato proprio il giornalista Rai in aspettativa perché - a detta di quest'ultimo - possiede "un po' di rapporti internazionali, è nel settore delle reti della Difesa da un po' di tempo". Ma i due si conoscevano? "Arcuri lo conoscevo dai tempi in cui facevo il consigliere al governo", ha riferito Benotti. Che avrebbe sfruttato l'influenza del commissario per pilotare gli acquisti e fare da intermediario con le aziende. Benotti ha rivelato di aver saputo della futura nomina come commissario già qualche giorno prima del decreto. Nodo cruciale riguarda l'avvio dei contatti per le mascherine. Il 3 marzo - quando Arcuri è solamente amministratore di Invitalia - Benotti riceve un messaggio: "Hai il cell spento. Domani mattina alle 8.30 debbo essere alla protezione civile. Nostro appuntamento rimandato. Quando esco ti chiamo e vediamo come fare. Scusami". Appuntamento rinviato alla sera del 4 marzo "per parlare di altro".

Gli sms. Benotti, dopo i contatti dell'11 marzo, si sarebbe messo subito all'opera e avrebbe contattato l'ingegner Tommasi. "Dobbiamo reperire il numero più alto di mascherine", lo avrebbe avvertito. Il 19 marzo alle ore 16.28 - il giorno dopo la nomina di Arcuri - sarebbe stata poi comunicata la disponibilità di un contatto per le mascherine. E il commissario, ricevuto l'sms, gli avrebbe annunciato: "Ti chiama Silvia Fabrizi". Ovvero un funzionario di Invitalia. Arcuri comunque, tiene a sottolinearlo, non sarebbe mai entrato nel merito delle questioni contrattuali. Qualche giorno prima che arrivassero le perquisizioni, la struttura commissariale avrebbe chiamato Tommasi per la necessità di guanti. "Il commissario Arcuri mi disse che c'era bisogno di respiratori", ha aggiunto Benotti. "Ok in senso che devo cercarli?"; "Per terapia intensiva"; "Siamo partiti con la ricerca". Poi però per i respiratori non avrebbe avuto più necessità da Benotti.

La "soffiata" da Palazzo Chigi. Dal 7 maggio i contatti si interrompono in maniera brusca. Benotti ha spiegato la motivazione: "Mi dispiace molto, ma lo comprendo da un punto di vista istituzionale. Arcuri mi incontrò e mi disse che c'era una difficoltà: da Palazzo Chigi lo avevano informato che c'era una indagine, un approfondimento in corso su tutta questa situazione, forse dei Servizi. Arcuri mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui e io l'ho fatto". La struttura invece - a differenza delle "faccende personali" - continua ad avere rapporti "al punto che prima delle perquisizioni ancora chiedevano a Tommasi i guanti". Sarebbero ben 1282 i contatti avvenuti tra Domenico Arcuri e Mario Benotti, tra telefonate, sms e chiamate senza risposta. È proprio il rapporto tra i due ad essere al centro della questione. La Procura di Roma ha aperto l'inchiesta per veder chiaro sulle aziende intermediarie che hanno curato l'acquisto di 800mila mascherine dalla Cina per il valore di 1,25 miliardi di euro. Una commessa richiesta dalla struttura commissariale italiana. Secondo gli investigatori, le aziende avrebbero lucrato decine di milioni di euro. Tra gli indagati figurano Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi, ai vertici della società Sunsky srl, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. I reati vanno dal traffico di influenze illecite al riciclaggio, passando per l'autoriciclaggio e ricettazione. Comunque la posizione di Arcuri è stata archiviata dalla Procura in quanto "allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione".

Francesco Maria Del Vigo per "il Giornale" il 23 febbraio 2021. La vicenda sul maxi appalto per l'acquisto da parte del governo italiano delle mascherine cinesi diventa sempre più torbida e inquietante, aggravata da alcuni sms che dimostrerebbero un legame più che consolidato tra Domenico Arcuri e il «mediatore» Mario Benotti. Ricapitoliamo: mercoledì 17 febbraio le Fiamme Gialle hanno sequestrato case, barche, yacht e beni di lusso per un valore di 69,5 milioni di euro a otto indagati. Sotto la lente della Procura di Roma, che ha aperto l'inchiesta, ci sono le aziende intermediarie che hanno curato l'acquisto di 800mila mascherine dalla Cina, per il valore di 1,25 miliardi di euro. Commessa richiesta dalla struttura commissariale italiana per la Pandemia, quindi dal supercommissario Domenico Arcuri. La cui posizione è stata archiviata dalla Procura in quanto «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione». Le aziende, invece, secondo gli investigatori, avrebbero lucrato decine di milioni di euro sulle commissioni. Gli indagati sono Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi, ai vertici della società Sunsky srl, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. I reati vanno dal traffico di influenze illecite al riciclaggio, passando per l'autoriciclaggio e ricettazione. Tutta la questione ruota attorno al rapporto tra Arcuri e Benotti, giornalista Rai in aspettativa, indagato insieme ad altre sette persone. Il secondo, sfruttando l'influenza sul primo, avrebbe pilotato gli acquisti e fatto da intermediario con le aziende. Benotti, in passato consulente della presidenza del Consiglio dei ministri e di vari ministeri, godeva di entrature politiche ad alto livello e, da quanto si evince, di una corsia preferenziale per parlare direttamente con Domenico Arcuri, anche se quest' ultimo ha cercato di negare. Ma la frequentazione è testimoniata da una mole notevolissima di contatti tra i due. Da gennaio a maggio del 2020 tra lui e Arcuri ci furono 1282 contatti telefonici: chiamate, sms, chiamate senza risposta. Telefonate che si interrompono bruscamente il 7 maggio, quando il Commissario smette di interloquire con Benotti, il quale confida al suo entourage «la sua frustrazione per essersi Arcuri sottratto all'interlocuzione, e il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che ci sta per arrivare addosso». I contatti tra Arcuri e Benotti (che si conoscono da anni) si infittiscono tra il 3 e il 4 marzo, ben prima che fosse dichiarato il lockdown nazionale. La sera del 4 - come Benotti ha rivelato in una intervista ieri sera a Quarta Repubblica -, si incontrano di persona. Pochi giorni dopo, tra il 10 e l'11, si attiva per cercare le mascherine. Il 19 marzo alle 16:28 comunica al Commissario di averle trovate, Arcuri si è insediato il giorno prima. Nei giorni successivi Arcuri gli chiede guanti e poi respiratori. Benotti si mette subito alla ricerca, ma poi fornirà solo mascherine. Colloqui informali, botta e risposta, appuntamenti telefonici e fisici che sembrano dimostrare un legame molto stretto tra i due, dove non arriva uno arriva l'altro. Il commissario risponde, chiede, approva, si adopera. Poi il silenzio. Arcuri sparisce. E, come dicevamo prima, nel giornalista cresce il sospetto che qualcuno, ad altissimo livello, abbia messo in guardia il Supercommissario. Sospetto che viene confermato a breve. «Il 7 maggio Arcuri e Bonaretti (consigliere del commissario) mi comunicano che palazzo Chigi li aveva informati che i servizi stavano indagando su queste cose e sui voli dalla Cina, quindi era necessario interrompere qualunque contatto», rivela Benotti a Nicola Porro, precisando che secondo lui nessuno, a partire da Arcuri, ha commesso un reato. Ma per capire la cornice all'interno della quale si muovono le trattative è utile ricordare quanto diceva nelle intercettazioni della Gdf uno degli indagati, Jorge Solis, a proposito della pandemia: «Speriamo che a novembre esploda». Cioè lucrare sulla più grande pandemia della storia recente. La struttura commissariale, con una nota ufficiale della settimana scorsa, si è detta parte lesa: «Risulta evidente che la struttura e il commissario Arcuri (estranei alle indagini) sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati affinché questi ultimi ottenessero compensi non dovuti dalle aziende produttrici». Ma ora il caso potrebbe avere altre evoluzioni.

Mascherine, Meloni: «Sconcertante Benotti. Da chi è partita la soffiata da Palazzo Chigi? Eugenio Battisti mercoledì 24 Febbraio 2021 su Il Secolo d'Italia. Nuove ombre sul governo Conte e sulla allegra gestione della pandemia. E sul super-commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Del quale Fratelli d’Italia chiede le dimissioni da settimane. In un post Giorgia Meloni denuncia la gravità delle dichiarazioni dell’uomo delle mascherine, Mario Benotti. Presidente del Consorzio Optel, Che nel  corso della trasmissione Quarta Repubblica rivela di essere stato messo a conoscenza da Arcuri attraverso Palazzo Chigi di un’inchiesta giudiziaria sull’affaire mascherine. “Assurdo! Benotti, collaboratore di alcuni esponenti del Pd, racconta che Arcuri gli avrebbe confessato di essere stato segretamente informato a Palazzo Chigi di un’indagine a suo carico”, scrive su Facebook la leader di Fratelli d’Italia. “Rivelazioni inquietanti che gettano ulteriori ombre sulla gestione dell’emergenza. Tutto questo è inaccettabile“. Le parole di Benotti, giornalista in aspettativa Rai, davanti a un incredulo Nicola Porro non lasciano dubbi. L’imprenditore, collaboratore di ben tre ministri del Pd, racconta il suo rapporto stretto con Arcuri. Testimoniato da una fitta rete di messaggi su whatsapp. E riferisce di un incontro, in un bar del quartiere Prati, con Bonaretti. Il dottor Bonaretti, che conoscevo – dice Benotti – "perché era stato mio capo di Gabinetto al ministero". Oggi consigliere della Corte dei Conti e collaboratore del commissario all’emergenza covid. Benotti racconta di aver ricevuto una telefonata da Bonaretti per un incontro "segreto". Al quale si presenta anche Arcuri. Nel colloquio, l’uomo delle mascherine, viene informato di un’inchiesta in corso. Parole che Fratelli d’Italia non intende far passare sotto silenzio. “Mi viene detto – racconta in trasmissione Benotti – che a Palazzo Chigi sapevano di un’indagine. Forse dei servizi.  E quindi mi pregano di interrompere qualsiasi comunicazione con Arcuri. E così faccio“. Un episodio inaudito. “Palazzo Chigi – chiede la Meloni – sapeva di un’inchiesta sulle mascherine. Chi ne era a conoscenza? L’allora presidente del Consiglio Conte? O il ministro Speranza?”. Un indagato sapeva di essere indagato. “È una vicenda oscura che i cittadini devono conoscere – sottolinea la leader di Fratelli d’Italia – dove sono finiti i soldi spesi dal governo in piena pandemia?“

Mascherine dalla Cina, un arresto  e quattro misure interdittive. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 25/2/2021.

L’Inchiesta. Le verifiche sulla fornitura di 800 milioni di dispositivi di protezione durante la prima fase dell’emergenza Covid. Ai domiciliari Edisson Jorge San Andres Solis. A una settimana dal sequestro preventivo da 70 milioni di euro arrivano anche le misure cautelari a carico del gruppo di persone resosi responsabile, in concorso tra loro, del reato di traffico di influenze illecite (aggravato dal reato transnazionale) oltre che, a vario titolo, di ricettazione, riciclaggio e auto-riciclaggio. Agli arresti domiciliari è finito Edisson Jorge San Andres Solis, mentre le misure interdittive hanno raggiunto Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa che ha provato a far valere la sua vecchia amicizia con Domenico Arcuri per influenzare gli acquisti di Dpi da parte della struttura del commissario straordinario all’emergenza Covid, e altre tre persone. Il valore complessivo dell’affare con modalità di affidamento diretto si sarebbe aggirato attorno a 1,25 miliardi di euro.

Le aziende coinvolte. I finanzieri del nucleo speciale di polizia Valutaria, coordinati dalla procuratore aggiunto Paolo Ielo coinvolgono 3 consorzi cinesi per l’acquisito di oltre 800 milioni di mascherine di varie tipologia, effettuate con l’intermediazione – non contrattualizzata dal commissario – di alcune imprese italiane: la Sunsky srl (di cui è titolare Andrea Vincenzo Tommasi), la Partecipazioni spa (con Georges Fares Khouzam legale rappresentante), la MicroproductsIT (di cui Rossana Daniela Guarnieri è legale rappresentante) e la Guernica srl (riconducibile a San Andres Solis).

Le commissioni milionarie dai cinesi. Secondo le indagini la Sunsky s.r.l. di Milano, la Partecipazioni s.p.a., la Microproducts IT s.r.l. e la Guernica s.r.l. di Roma, a fronte di tale attività di intermediazione e dei connessi affidamenti, le società in questione avrebbero «percepito commissioni per decine di milioni di euro dai consorzi cinesi risultati affidatari delle forniture dei dispositivi di protezione individuale (in particolare, mascherine chirurgiche e del tipo Ffp2 e Ffp3)». Il sequestro aveva colpito le quote societarie della srl Guernica di Roma, disponibilità finanziarie, polizze assicurative, immobili ubicati nella capitale a Pioltello (Milano) e Ardea (Roma), auto e moto di lusso, gioielli e orologi di pregio nonché uno yacht. Le quattro misure interdittive emesse mercoledì 24 febbraio prevedono invece il divieto temporaneo dell’esercizio di attività d’impresa e il divieto di ricoprire incarichi o uffici direttivi in persone giuridiche/imprese.

Mascherine senza certificazione. Almeno parte degli 800 milioni di mascherine comprate in Cina sono arrivate in Italia senza certificazione: «È rilevante la circostanza che i plichi (rinvenuti dalla Gdf, ndr), contenenti documentazione che sarebbe stato necessario esaminare prima della firma dei contratti di fornitura in quanto relativa alle caratteristiche tecniche dei dispositivi di protezione, sia pervenuta presso gli uffici della struttura commissariale solo il 2 dicembre 2020, ben oltre la stipula, a dimostrazione del fatto che la fornitura al Governo italiano delle mascherine trova unico fondamento nella intermediazione e nella moral suasion operata in modo occulto da Mario Benotti sulla sola base del rapporto personale tra lo stesso e Arcuri». È uno dei passaggi con cui il gip motiva la misura interdittiva a carico del giornalista. Stesse misure colpiscono Vincenzo Andrea Tommasi della milanese Sunsky srl, Georges Fares Khouzam (Partecipazioni spa), e Daniela Rossana Guarnieri (Microproducts). Ai domiciliari va invece Jorge Edisson Solis (Guernica).

«Estrema spregiudicatezza». Il gip parla di «estrema spregiudicatezza mostrata dagli indagati per schermare l’illecita provenienza dei flussi finanziari». In una intercettazione Tommasi si vanta: «Io sono stato il più grande fornitore di mascherine in Italia, ne abbiamo vendute 925 milioni». Ma questi «successi» non avevano saziato gli indagati. In particolare, «è emerso che il Benotti, dopo aver ampiamente lucrato illecitamente per i contratti delle mascherine, aveva intenzione di continuare a proporre ulteriori “affari” al commissario Arcuri». Nelle intercettazioni, annotano però i finanzieri, emerge la sua frustrazione per il fatto che «Arcuri ha interrotto i rapporti con lui» e che questo potrebbe essere il sintomo che il commissario avrebbe avuto notizie in forma riservata su qualcosa «che ci sta per arrivare addosso».

«Ho il numero di Arcuri». Ma venuto meno Benotti, Solis ha provato a raggiungere ugualmente Arcuri: «Tu sai come arrivare ad Arcuri? Io c’ho il numero di Arcuri, tutto», chiede in una intercettazione. «C’è tanto capitale in Cina? Mi hai capito, tu c’hai un amico lì dentro e quell’amico serve». E ancora: «Tu sei bravo per arrivare a Arcuri? Arcuri conosce il gruppo nostro? Con il tuo amico Arcuri a occhi chiusi te compra? Perché noi abbiamo dato credito per 400 milioni all’Italia che nessuno, nessuno lo ha e hanno pagato tutto».

Inchiesta mascherine, gli indagati scherzavano: "Tanto Arcuri compra a occhi chiusi". La Finanza: "Acquisti senza vedere le certificazioni". Maria Elena Vincenzi su La Repubblica il 24/2/2021. Dagli ultimi sviluppi dell'indagine la dura accusa al Commissario: "Vide i certificati del materiale solo 2 dicembre, ben oltre la stipula della fornitura". L'arrestato intercettato: "Quello è amico tuo, compra tutto". In tutto gestiti affidamenti per 1,25 miliardi di euro. Non è finita. L'inchiesta sulle maxi commesse per gli 800 milioni di mascherine acquistati dal Commissario Straordinario marcia spedita: a pochi giorni dal sequestro di 70 milioni di euro, arrivano le prime misure verso cinque degli otto indagati. Il giudice, su richiesta della procura, ha disposto i domiciliari per Edisson Jorge San Andreas Solis e quattro interdittive del divieto temporaneo dell'esercizio di attività di impresa e del divieto di ricoprire incarichi o uffici direttivi in persone giuridiche/imprese il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, per l'ingegnere e lobbista Vincenzo Andrea Tommasi, Khouzam Georges Fares e la compagna di Benotti Daniela Rossana Guarnieri. Nei confronti degli indagati le accuse sono di traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale. L'indagine riguarda gli affidamenti, per un valore complessivo di 1,25 miliardi di euro, effettuati dal Commissario straordinario per l'emergenza Covid a favore di 3 consorzi cinesi per l'acquisito di oltre 800 milioni di mascherine di varie tipologia, effettuate con l'intermediazione, non contrattualizzata dalla struttura commissariale, di alcune imprese italiane, cioè la Sunsky s.r.l. di Milano, la Partecipazioni s.p.a., la Microproducts IT s.r.l. e la Guernica s.r.l. di Roma. A fronte della attività di intermediazione e dei connessi affidamenti, le società hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro dai consorzi cinesi risultati affidatari delle forniture di mascherine chirurgiche e del tipo Ffp2 e Ffp3. Un affare d'oro per gli indagati che, secondo gli investigatori, ha avuto una causa principale: il rapporto di amicizia tra Benotti e il commissario Domenico Arcuri. Nell'ordinanza il gip spiga come la stipula sia avvenuta senza alcuna garanzia sulle caratteristiche tecniche dei dispositivi acquistati. "Il 4/12/2020  - si legge nell'ordinanza - in sede di perquisizione presso la sede della Sunsky Srl, Tommasi ha consegnato spontaneamente alla Guardia di Finanza due moduli di spedizione di plichi a Fabbroncini (Antonio, braccio destro di Arcuri, ndr) presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, plichi che rinvenuti dalla Gdf sono risultati contenere la documentazione degli ordini delle mascherine spediti alla Luokai Trade e alla Whenzou Light, con la documentazione Ce, i test record e i campioni delle mascherine ordinate. In proposito è rilevante la circostanza che tali plichi, contenenti documentazione che sarebbe stato necessario esaminare prima della stipula dei contratti di fornitura in quanto relativa alle caratteristiche tecniche dei dispositivi di protezione, sia pervenuta presso gli uffici della struttura commissariale solo in data 2/12/2020, bel oltre la stipula dei contratti di fornitura". Per il giudice è la "dimostrazione che la conclusione di quei contatti per la fornitura al Governo italiano delle mascherine trova un unico fondamento nella intermediazione e nella moral suasion operata iin modo occulto da Benotti sulla sola base del rapporto personale tra lo stesso ed il commissario Arcuri". E da quell'amicizia, il giornalista pensava di fare altri soldi. "Dall'attività di intercettazione - si legge ancora - è emerso che Mario Benotti, dopo aver ampiamente lucrato illecitamente per i contratti di fornitura delle mascherine, non pago di quanto sino ad allora ottenuto, aveva intenzione di continuare a proporre ulteriori affari al commissario Arcuri". Un elemento che "si evince dall'intercettazione nella quale Benotti  - scrive il gip - confida a Daniela Guarnieri, legale rappresentante e socia della Microproducts, la sua frustrazione per il fatto che il commissario Arcuri ha interrotto i rapporti con lui e che questo potrebbe essere il sintomo che Arcuri avrebbe avuto notizie informa riservata su qualcosa "che ci sta per arrivare addosso", chiaro riferimento alla possibilità di indagini giudiziarie inerenti le forniture di mascherine mediate da Benotti. Quella del commissario è una figura centrale nell'inchiesta: tutti gli indagati lo invocano, tutti lo cercano, tutti sanno che è lui la chiave di volta per fare affari. Lo stesso gip nell'ordinanza chiarisce come la struttura commissariale, data l'emergenza, abbia poteri di affidamento emergenziali e, quindi, straordinari. Ed è lì che il gruppo vuole infilarsi. Solis, intercettato, dice: "Tu sai come arrivare ad Arcuri? Io c'ho il numero di Arcuri, tutto". E quando i rapporti tra Benotti e Arcuri si chiudono, Solis immediatamente cerca un altro canale per arrivare al commissario: "C'è tanto capitale in Cina che tu guadagni un centesimo in tre miliardi di mascherine", cerca di convincerlo. "Tu sei bravo per arrivare a Arcuri; Arcuri conosce il gruppo nostro; con tuo amico Arcuri occhi chiusi te compra; perché noi abbiamo dato credito per 400 milioni all'Italia che nessuno, nessuno lo ha e hanno pagato tutto".

SCANDALO MASCHERINE ACQUISTATE DALLA CINA.UN ARRESTO E 4 MISURE INTERDITTIVE. Il Corriere del Giorno il 25 Febbraio 2021. Agli atti sono presenti quasi 1.300 tra messaggi e telefonate da gennaio a maggio 2020, con contatti giornalieri a febbraio, marzo e aprile (i mesi più complicati e difficili) della pandemia, tra Benotti e il commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri. Agli arresti domiciliari è finito Edisson Jorge San Andres Solis, mentre delle misure interdittive hanno colpito tre persone ed il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, che ha cercato di utilizzare la sua vecchia amicizia con Domenico Arcuri per poter influenzare gli acquisti da parte della struttura del commissario straordinario all’emergenza Covid, delle famigerate mascherine. Il provvedimento del Gip Paolo Andrea Taviano con le le misure cautelari a carico del gruppo di persone in concorso tra loro, resosi responsabile secondo la Procura romana del reato di traffico di influenze illecite (aggravato dal reato transnazionale) oltre che, a vario titolo, di ricettazione, riciclaggio e auto-riciclaggio, arriva una settimana dopo il sequestro preventivo da 70 milioni di euro . Il valore complessivo degli acquisti di mascherine effettuati mediante affidamenti diretti si aggirerebbe intorno a 1,25 miliardi di euro. Le investigazioni del Nucleo speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, su delega dei pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Paolo Ielo , coinvolgono 3 consorzi cinesi per l’acquisito di oltre 800 milioni di mascherine di varie tipologia, effettuate con l’intermediazione – non contrattualizzata dal commissario Arcuri – di alcune società italiane: la Sunsky srl di cui è titolare Andrea Vincenzo Tommasi, la Partecipazioni spa che ha Georges Fares Khouzam come rappresentante legale, la MicroproductsIT  che vede Rossana Daniela Guarnieri quale legale rappresentante ed infine la Guernica srl riconducibile a San Andres Solis ed amministrata da sua figlia. Le società in questione avrebbero “percepito commissioni per decine di milioni di euro dai consorzi cinesi risultati affidatari delle forniture dei dispositivi di protezione individuale (in particolare, mascherine chirurgiche e del tipo Ffp2 e Ffp3)”. I pm Ielo, Tucci e Varone evidenziano “l’informalità con la quale si è proceduto rispetto ad accordi che devono essere intercorsi tra le parti in gioco, prima del 10 marzo e dunque ben prima del lockdown nazionale, dichiarato il 9 marzo”. In quel momento “nessuna norma consentiva ancora deroghe al codice dei contratti”. Ma non solo. “Il primo contratto di fornitura è stato stipulato il 25 marzo quando la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente”. Quel giorno, però, “i facilitatori stavano tessendo le relazioni che avrebbero loro consentito i lauti guadagni”. Dalle indagini inoltre risulta che il governo italiano “abbia acquistato mascherine anche a prezzi inferiori” persino “nello stesso periodo di tempo”, mentre “i voli di consegna siano avvenuti tra maggio e giugno 2020 quando l’emergenza sanitaria era in fase discendente”. Una buona parte degli 800 milioni di mascherine acquistate in Cina erano arrivate in Italia senza la necessaria prevista certificazione: “È rilevante la circostanza che i plichi contenenti documentazione che sarebbe stato necessario esaminare prima della firma dei contratti di fornitura in quanto relativa alle caratteristiche tecniche dei dispositivi di protezione, sia pervenuta presso gli uffici della struttura commissariale solo il 2 dicembre 2020, ben oltre la stipula, a dimostrazione del fatto che la fornitura al Governo italiano delle mascherine trova unico fondamento nella intermediazione e nella moral suasion operata in modo occulto da Mario Benotti sulla sola base del rapporto personale tra lo stesso e Arcuri“. Agli atti sono presenti quasi 1.300 tra messaggi e telefonate da gennaio a maggio 2020, con contatti giornalieri a febbraio, marzo e aprile (i mesi più complicati e difficili) della pandemia, tra Benotti e il commissario all’emergenza Covid, Domenico Arcuri. È uno dei passaggi con cui il Gip motiva la misura interdittiva a carico del giornalista Benotti . Analoghe misure cautelari sono state notificate a Vincenzo Andrea Tommasi , Georges Fares Khouzam (Partecipazioni spa), e Daniela Rossana Guarnieri . Ai domiciliari è stato posto Jorge Edisson Solis . Il Gip Paolo Andrea Taviano del Tribunale di Roma, nel suo provvedimento evidenzia “l’ estrema spregiudicatezza mostrata dagli indagati per schermare l’illecita provenienza dei flussi finanziari”. In un’ intercettazione delle Fiamme Gialle, Tommasi si vantava: “Io sono stato il più grande fornitore di mascherine in Italia, ne abbiamo vendute 925 milioni”. Risultati e guadagni non avevano saziato l’appetito degli indagati. In particolare, “è emerso che il Benotti, dopo aver ampiamente lucrato illecitamente per i contratti delle mascherine, aveva intenzione di continuare a proporre ulteriori “affari” al commissario Arcuri“. Nelle intercettazioni, i finanzieri, annotano la frustrazione emersa di Benotti poichè “Arcuri ha interrotto i rapporti con lui” e che questo potrebbe essere la conseguenza del fatto che il commissario avrebbe avuto notizie in forma riservata da fonti di Palazzo Chigi su qualcosa “che ci sta per arrivare addosso“. Le presunte rivelazioni sulle “indagini” dei servizi segreti, rivelate l’altra sera a Quarta Repubblica, dello stesso Benotti hanno lasciato non poche ombre anche sul commissario Domenico Arcuri. “Assurdo! Benotti, collaboratore di alcuni esponenti del Pd ( Graziano Del Rio n.d.r.) , racconta che Arcuri gli avrebbe confessato di essere stato segretamente informato a Palazzo Chigi di un’indagine a suo carico. Rivelazioni inquietanti che gettano ulteriori ombre sulla gestione dell’emergenza. Tutto questo è inaccettabile”,  scrive su Facebook Giorgia Meloni presidente di Fratelli d’Italia, rilanciando un video del parlamentare FdI Giovanni Donzelli che ripercorre le dichiarazioni di Benotti. Un fatto sul quale il partito della Meloni chiede di fare chiarezza. Solis aveva provato a raggiungere anche direttamente Arcuri: “Tu sai come arrivare ad Arcuri? Io c’ho il numero di Arcuri, tutto“, chiede in una intercettazione effettuata dalle Fiamme Gialle, agli atti della Procura “C’è tanto capitale in Cina? Mi hai capito, tu c’hai un amico lì dentro e quell’amico serve”. E continua: “Tu sei bravo per arrivare a Arcuri? Arcuri conosce il gruppo nostro? Con il tuo amico Arcuri a occhi chiusi te compra? Perché noi abbiamo dato credito per 400 milioni all’Italia che nessuno, nessuno lo ha e hanno pagato tutto“.

Inchiesta sulle mascherine cinesi, scattano un arresto e 4 misure interdittive. La Procura di Roma ha deciso 5 misure cautelari: Jorge Solis ai domiciliari; una interdittiva per Mario Benotti. Sotto la lente finiscono gli affidamenti da 1,25 miliardi di euro a 3 consorzi cinesi. Luca Sablone - Mer, 24/02/2021 - su Il Giornale. C'è la svolta nell'ambito dell'inchiesta sulle maxicommesse da 72 milioni di euro per l'acquisto di 801 milioni di mascherine provenienti dalla Cina nella prima ondata del Coronavirus in Italia: a una settimana dal sequestro preventivo sono arrivate delle misure cautelari a carico di persone che in concorso tra loro si sarebbero resi responsabili - a vario titolo - dei reati di traffico di influenze illecite (aggravato dal reato transnazionale), di ricettazione, di riciclaggio e di auto-riciclaggio. I militari del Nucleo Valutario della guardia di finanza, su disposizione del gip di Roma, hanno dato esecuzione a 5 misure cautelari, di cui una agli arresti domiciliari e 4 interdittive. Ai domiciliari è finito Edisson Jorge San Andres Solis, mentre le 4 misure interdittive riguardano Mario Benotti (giornalista Rai in aspettativa e presidente del consorzio Optel e di Microproducts It), Daniela Rossana Guarnieri (amministratore delegato della stessa società), Andrea Vincenzo Tommasi (titolare di Sunsky Srl) e Khouzam Georges Fares. Nei loro confronti è scattato il divieto temporaneo dell'esercizio di attività d'impresa e del divieto di ricoprire incarichi o uffici direttivi in persone giuridiche-imprese, con interdizione dallo svolgimento di tutte le attività inerenti.

L'inchiesta. L'inchiesta della guardia finanza è stata coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dai pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varon. L'ipotesi di reato è quella di traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale. Le indagini riguardano gli affidamenti effettuati da Domenico Arcuri a favore di 3 consorzi cinesi per l'acquisito di oltre 800 milioni di mascherine di varie tipologia, "effettuate con l'intermediazione - non contrattualizzata dalla struttura commissariale - di alcune imprese italiane, cioè la Sunsky di Milano, la Partecipazioni, la Microproducts IT e la Guernica di Roma". Gli investigatori hanno spiegato che le società avrebbero percepito commissioni per decine di milioni di euro dai consorzi cinesi - per l'attività di intermediazione - risultati affidatari delle forniture dei dispositivi di protezione individuale (in particolare, mascherine chirurgiche e del tipo FFP2 e FFP3).

"Da Palazzo Chigi stanno indagando...". Perché Arcuri ha troncato gli sms?

In questi giorni si è molto parlato dei rapporti tra Mario Benotti e Domenico Arcuri. Il giornalista Rai in aspettativa ha mostrato in esclusiva a Nicola Porro per Quarta Repubblica su Rete 4 diversi sms scambiati con il commissario straordinario, rivelando un particolare non indifferente: "Arcuri mi incontra in una via di Roma e mi dice che c'era una difficoltà, che a Palazzo Chigi lo avevano informato che c'era un'indagine su tutta questa situazione, forse dei Servizi. Da Palazzo Chigi si possono avere soltanto indagini che vengono dai Servizi. Ma era anche normale che i Servizi indagassero su questa cosa. Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui, cosa che io ho fatto".

"Abuso di funzioni svolte". Da una conversazione intercettata "appare evidente che Benotti abbia svolto in modo occulto un'attività di mediazione nei confronti dell'organo commissariale, approfittando del rapporto personale con il commissario Arcuri al fine di indirizzare quest'ultimo a un canale di approvvigionamento di cui Benotti è sodale occulto, in quanto vi figurano soggetti non a lui direttamente riconducibili, canale del quale in realtà Benotti è parte attiva e determinante coordinando i ruoli di ciascun partecipe nella fase esecutiva del contratto e indicando le modalità di ripartizione delle provvigioni corrisposte dai fornitori cinesi per l'attività di mediazione". Lo scrive il gip di Roma Paolo Andrea Taviano nell'ordinanza di misura cautelare. Inoltre si legge che Jorge Solis, Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi, Georges Fares Khouzam e Daniela Rossana Guarnieri si sarebbero "prestati con estrema facilità all'abuso delle funzioni svolte nell'ambito delle società amministrate, condotte per le quali hanno ricevuto illecite remunerazioni, concorrendo alla creazione e all'operatività di un sistema illecito finalizzato alla percezione e successivo occultamento di proventi illeciti derivanti dalla corresponsione a soggetti che formalmente non avevano alcuna legittimazione a percepirli di provvigioni a loro non spettanti per attività di intermediazione mai espletate nei confronti dei fornitori cinesi di dpi, provvigioni inerenti la stipula di contratti di fornitura di mascherine senza ricorso a procedure ad evidenza pubblica, da parte del commissario straordinario nominato dal governo italiano per la gestione dell'emergenza sanitaria nazionale dovuta la pandemia da Covid-19".

 "Da Palazzo Chigi stanno indagando...". Perché Arcuri ha troncato gli sms? La rivelazione di Benotti: "Il commissario mi ha chiesto di interrompere i contatti". Poi l'intervento di Bonaretti: "Mi ha detto: non farti vivo in questa fase e di lasciarlo un attimo per evitare casini". Luca Sablone - Mer, 24/02/2021 - su Il Giornale. Quali rapporti avevano Domenico Arcuri e Mario Benotti? Si conoscevano prima dell'esplosione della pandemia? Hanno allacciato contatti solamente in occasione dell'acquisto di mascherine? Beh, stando al racconto fornito dal giornalista Rai in aspettativa i due avrebbero iniziato a scambiarsi qualche sms ben prima del decreto di nomina a commissario speciale per l'emergenza Coronavirus in Italia. "Arcuri lo conoscevo dai tempi in cui facevo il consigliere al governo", ha riferito Benotti nell'intervista rilasciata in esclusiva a Nicola Porro per Quarta Repubblica su Rete 4. Il cosiddetto "uomo delle mascherine" non ha esitato a mostrare in tv lo scambio di messaggi con l'amministratore delegato di Invitalia, rivelando una serie di aspetti che fino a poche ore fa non erano state rese note. I tabulati parlano chiaro: la Procura ha contato ben 1282 i contatti avvenuti tra telefonate, sms e chiamate senza risposta. Le comunicazioni si interrompono bruscamente il 7 maggio del 2020. A fornire la propria versione è lo stesso Benotti: "Il commissario mi incontrò in una via di Roma. Arcuri si fece precedere da una telefonata del dottor Bonaretti. Mi dice che mi doveva vedere lui. Invece arrivano lui e il commissario. Sotto il mio ufficio, in Prati a Roma. E mi dice che c'era una difficoltà, che a Palazzo Chigi lo avevano informato che c'era un'indagine su tutta questa situazione, forse dei Servizi. Da Palazzo Chigi si possono avere soltanto indagini che vengono dai Servizi. Ma era anche normale che i Servizi indagassero su questa cosa. Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui, cosa che io ho fatto".

"Abbiamo parlato delle mascherine l'11 marzo". Gli sms che inguaiano Arcuri. A ottobre il giornalista Rai in aspettativa viene intercettato mentre avrebbe provato a riallacciare i rapporti, comportando però l'intervento in prima persona di Mauro Bonaretti - capo di gabinetto del Mit quando Benotti era consigliere giuridico nello stesso ufficio - che avrebbe provato così a convincerlo: "(Arcuri, ndr) mi ha detto no, guarda, perché ci tengo. Voglio evitare che Mario si sporca [...] Mi ha detto di non farti vivo in questa fase, di lasciarlo un attimo per evitare casini". A quel punto "l'uomo delle mascherine" capisce che gli stava "per arrivare addosso" qualche inchiesta giudiziaria.

Quel linguaggio criptico. Dagli sms mostrati dal "mediatore" emerge un linguaggio criptico e spesso con riferimenti ecclesiali. Il giornalista, ad esempio, parla di se stesso in terza persona e si definisce "monsignore". Il 13 marzo Benotti fa sapere che terrà "una concelebrazione 'ad mentem Dominici'". La risposta di Arcuri non sarebbe tardata ad arrivare: "Bene! Peccato che se e quando la stessa dovesse produrre i suoi effetti il destinatario sarà morto!". Il giornalista Rai in aspettativa invita a fare sì "che resti in vita".

I segreti di Arcuri. Il 24 marzo è ancora Benotti a scrivere al commissario, riservandogli parole al miele: "Ho apprezzato il tratto istituzionale e quasi ecclesiastico del Suo comunicare. Migliore e più umano - pur nella fermezza - di chi fin qui ha comunicato". Il giorno dopo arrivano i ringraziamenti: "Buonanotte monsignore. Per lei che può dormire La ringrazio delle parole di apprezzamento". Il 21 aprile il "mediatore" chiede attenzioni: "Se in giornata quando può prima di notte potesse dedicare dieci minuti a Monsignore egli sarebbe grato". Ma evidentemente Arcuri non poteva: "Oggi impossibile. Proviamo domani. Ciao".

La sera Benotti lo riempie di complimenti e apprezzamenti personali: "Le uniche vere dichiarazioni degne di un Ministro o di un Presidente del Consiglio in questo manicomio sono le tue caro Domenico. E le uniche dotate di buonsenso e nel contempo senso pratico. Ti prego di credere che non te lo dico per effetto della nostra amicizia, ma per il senso politico alto e dello Stato che traspare dal Tuo lavoro. Un caro abbraccio". 5 giorni dopo Arcuri viene ospitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che tempo che fa. Benotti vuole maggiori informazioni: "Monsignore - per potersi unire spiritualmente - vorrebbe conoscere l'orario della Sua omelia televisiva serale. Possibilmente precisa. Per limitarsi alla sua predica non sopportando Monsignore - pentendosi per questo - l'Officiante Principale (Fazio, ndr). Sia lodato Gesù Cristo". Dettagli forniti senza alcuna perdita di tempo: "21:30 circa. Secondo ospite. Dopo il presidente della Camera".

Giuseppe China e François de Tonquédec per "la Verità" il 23 febbraio 2021. Traballa la poltrona di Domenico Arcuri. Non quella di ad Invitalia, ma quella ben più scottante di commissario straordinario all'emergenza covid. L'incarico di Arcuri scade insieme allo stato di emergenza il 30 aprile, ma ieri molti esponenti politici hanno posto il problema della sua permanenza come commissario. A cominciare dal leader della Lega Matteo Salvini, che rispondendo ad una domanda su Arcuri ha commentato: «Serve un cambio di passo. Lascio giudicare chi ci ascolta sulle mascherine, i vaccini, sull'Ilva. Il presidente Draghi ha ben chiara la situazione e penso che sarà lui a segnare un cambio di passo». Anche l'ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli ha twittato dicendo «è assurdo che un compito così delicato sia affidato a chi è anche Ad di Invitalia. Non è possibile far bene due lavori così impegnativi. O l'uno o l'altro». Anche i pm romani che indagano sulla maxi commessa da 801 milioni di mascherine, ipotizzando per i mediatori dell'affare i reati di traffico di influenze, non risparmiano critiche alla gestione commissariale evidenziando «l'idea della informalità con la quale si è proceduto, rispetto ad accordi che devono essere intercorsi tra le parti in gioco prima del 10 marzo 2020 (data della prima proposta di Whenzou Moon- Ray) e, dunque, ben prima del lock-down nazionale, dichiarato il 9 marzo 2020. In quel momento nessuna norma consentiva, ancora, deroghe al codice dei contratti, poiché tale liberatoria sarebbe stata prevista soltanto con il detto decreto "Cura Italia". Allo stesso tempo, evidentemente, vi era già un concerto sui passi legislativi ed amministrativi da compiere ed i "facilitatori" stavano già tessendo le relazioni, che avrebbero loro consentito i suddetti lauti guadagni». Una parziale deroga era prevista dal 2 marzo 2020, con il Decreto legge 9/2020 che autorizzava «il Dipartimento della protezione civile e i soggetti attuatori individuati dal Capo del dipartimento della protezione civile [], ad acquisire dispositivi di protezione individuali [] in deroga al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (ovvero il codice dei contratti, ndr)». Una deroga che però non prevedeva lo scudo verso i rischi di rilievi della Corte dei conti, fondamentale per una commessa da 1,25 miliardi di euro. Sta di fatto che anche in quei giorni i mediatori si muovono e ci sono contatti telefonici e via sms di Arcuri, non ancora ufficialmente commissario, con Mario Benotti, uno dei mediatori della maxi commessa insieme al titolare della Sunsky Srl Andrea Tommasi, indagato insieme a Benotti, alla compagna di quest' ultimo Daniela Guarnieri, al trader equadoriano Jorge Solis e a Antonella Appulo, ex segretaria di Graziano Delrio. Dagli atti investigativi emerge che i contatti tra Benotti e Arcuri, perlomeno in forma telefonica, cessano il 6 maggio, ma il mediatore sembra preoccuparsene solo 5 mesi dopo, il 20 ottobre, quando, intercettato dagli investigatori, dice alla compagna che qualcosa «ci sta per arrivare addosso». Subito dopo Benotti chiama Mauro Bonaretti, magistrato della Corte dei conti, che fa parte della struttura commissariale, ed è a lui che Benotti si rivolge per comprendere il silenzio del commissario. Bonaretti spiega a Benotti che Arcuri lo vuole in qualche modo proteggere: «Mi ha detto no guarda perché mi ci tengo. voglio evitare che Mario si sporca ... lo voglio avvisare di questa situazione ... sapevo solo di questa preoccupazione ... mi ha detto di non farti vivo in questa fase, di lasciarlo un attimo ... per evitare casini». Al giornalista della trasmissione Non è l'arena che gli chiede cosa intendesse Bonaretti sminuisce le sue parole: «Perché lui mi dice: "Ma perché Domenico non mi vuole incontrare?". Io gli dico: "Non lo so, non ne ho idea". Dico: "Ma hai fatto qualcosa di male?". Ah, ecco, forse gli dico pure: "Hai fatto qualcosa di male", una cosa del genere E lui mi risponde: "Ma che di male, ho fatto solo del bene. Ho fatto tutta questa cosa qua". E racconta per filo e per segno tutta questa vicenda. Mah, guardi lì sinceramente Secondo me Benotti chiedeva appunto, di vedere Arcuri. Io non sapevo come fare a dirgli: "Senti staccati da dosso". Non ho idea perché Arcuri non ti voglia vedere. Dico: "Vabbè, stai lontano. Stai fuori dalle scatole". Si metta nei miei panni». Le telecamere della trasmissione condotta da Massimo Giletti sono andate anche dalla Guarnieri chiedendole dei rapporti tra il «marito» e la Appulo, che secondo gli inquirenti sarebbe legata a Benotti da una relazione sentimentale, motivo per cui il giornalista Rai in aspettativa le avrebbe fatto corrispondere 53.000 euro da Tommasi, attraverso la Sunsky e sarebbe stato in procinto di regalare degli immobili alla Appulo. I magistrati ritengono la relazione rilevante per l'inchiesta tanto da averla dettagliata nell'ordinanza di sequestro. Inizialmente la donna, dopo aver precisato che Benotti non è il marito ma il compagno, si è rifiutata di commentare, per poi ricontattare la giornalista e chiederle: «Vorrei che lei mi facesse una cortesia, andate dalla signora Appulo a chiedere quando la signora nella sua carriera professionale ha perso la sua dignità tanto da doversi far mantenere da un uomo con una famiglia pubblica. Chieda questo». Nel 1992 una moglie furiosa, quella di Mario Chiesa, liquidato da Bettino Craxi come «un mariuolo isolato», innescò una reazione a catena che spazzò via la «Prima Repubblica». Cosa farà adesso la moglie anzi, la compagna di un altro Mario?

Giacomo Amadori e François De Tonquédec per "la Verità" il 24 febbraio 2021. Se Domenico Arcuri voleva dare una scusa al premier Mario Draghi per poterlo mandare via ci è riuscito perfettamente. O meglio ci sono riusciti i suoi portavoce. Lunedì, durante la trasmissione di Nicola Porro Quarta Repubblica, l'ospite Mario Benotti, indagato per la fornitura monstre di mascherine cinesi, ha mostrato l'iphone con le chat scambiate con il commissario straordinario e, improvvidamente, un non meglio identificato ufficio stampa di Arcuri ha fatto mandare in onda una nota che si concludeva così: «Le affermazioni comparse sulla stampa per cui Benotti avrebbe agito su incarico di Arcuri non sono risultate provate dalle attività investigative che invece hanno stabilito, come riassunto nel decreto che dispone il sequestro, che il dottor Benotti ha millantato una relazione amicale e personale con il dottor Arcuri in modo occulto ed al fine di ottenere indebite utilità». In realtà nei decreti nessuno ha denunciato una millantata «relazione amicale e personale». Anzi i pm hanno specificato che Benotti «sfruttando le sue relazioni personali con Domenico Arcuri, si faceva prima promettere e quindi dare indebitamente» 12 milioni di euro dal sodale Andrea Vincenzo Tommasi. La ricostruzione dell'entourage di Arcuri non è solo smentita dai tabulati telefonici (la Procura ha contato 1282 contatti), ma adesso anche dai messaggini che il giornalista Rai in aspettativa ha mostrato in video. Ma perché il commissario sta negando l'evidenza? Nei rapporti tra Arcuri e Benotti qualcosa non torna. Il primo non vuole rispondere alle domande e si nasconde. Il secondo cerca il faccia a faccia, il duello in pubblico e davanti ai magistrati, non nasconde la sua irritazione. Come quando ha scoperto che l'ufficio stampa aveva definito gli indagati «Benotti&c.»: «Posso usare un termine un po' forte, sono molto incazzato. Perché il Benotti&c. se lo possono mettere dove credono []. Per quanto riguarda il fatto che io abbia millantato amicizia o rapporto con il dottor Arcuri, benissimo io ho chiesto un incidente probatorio, speriamo che il dottor Arcuri venga a dire questa cosa». Le comunicazioni tra i due si interrompono bruscamente il 7 maggio del 2020 e a ottobre, Benotti viene intercettato mentre prova a riallacciare i rapporti. Ma Mauro Bonaretti, capo di gabinetto del Mit quando il giornalista era consigliere giuridico nello stesso ufficio, lo dissuade: «(Arcuri, ndr) mi ha detto no, guarda, perché ci tengo. Voglio evitare che Mario si sporca [] mi ha detto di non farti vivo in questa fase, di lasciarlo un attimo per evitare casini». Da questa chiusura Benotti aveva tratto la convinzione che gli stesse «per arrivare addosso» qualche inchiesta giudiziaria. Da Porro, ha raccontato la sua versione sull'interruzione dei rapporti nel maggio 2020: «Il commissario mi incontrò in una via di Roma. Arcuri, si fece precedere da una telefonata del dottor Bonaretti [] Mi dice che mi doveva vedere lui. Invece arrivano lui e il commissario. Sotto il mio ufficio, in Prati a Roma. E mi dice che c'era una difficoltà, che a Palazzo Chigi lo avevano informato che c'era un'indagine su tutta questa situazione, forse dei servizi []. Da Palazzo Chigi si possono avere soltanto indagini che vengono dai servizi. Ma era anche normale che i servizi indagassero su questa cosa. [] mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui, cosa che io ho fatto». E forse per questa (presunta) richiesta Benotti in tv, a dicembre, aveva insinuato che la segnalazione dell'antiriciclaggio su di lui e i suoi soci era scritta con un linguaggio da apparati di sicurezza. Ricordiamo che la banca ha fatto la segnalazione a luglio e la Procura ha aperto il fascicolo a settembre. Non possiamo escludere che nelle settimane precedenti i nostri 007 abbiano notato qualcosa di sghembo nella strana compagine di mediatori e lo abbiano segnalato al capo del governo. Ciò che pare certo è che Benotti e Arcuri, via messaggio, abbiamo comunicato tra loro con un linguaggio assai criptico e pieno di riferimenti ecclesiali (il broker, per esempio, invita l'amico nella sua «abitazione apostolica» e, in un'altra occasione, dice di ritirarsi in «canonica»). Negli sms il giornalista spesso parla di sé in terza persona e si definisce «monsignore». Il primo messaggio mostrato in tv risale al 3 marzo, quando il commissario è ancora solo ad di Invitalia. Arcuri scrive allo «sconosciuto» Benotti: «Hai il cell spento. Domani mattina alle 8.30 debbo essere alla protezione civile. Nostro appuntamento rimandato. Quando esco ti chiamo e vediamo come fare. Scusami». Risposta di Benotti: «Monsignore, in posizione con incenso pronto e fumante per la processione». Il 10 marzo Arcuri è sulla rampa di lancio per diventare «Mister emergenza». Benotti gli scrive: «Se risultasse spento il cellulare chiamami a casa per piacere». L'11 marzo, il giorno in cui Giuseppe Conte annuncia la nomina di Arcuri, Benotti comunica: «Contatto stabilito». Arcuri: «Molto bene». Benotti: «Domani in qualche modo preghiamo». Arcuri: «Sempre». Il 13 marzo Benotti fa sapere: «Oggi alle 18 terrò una concelebrazione "ad mentem Dominici"». Arcuri: «Bene! Peccato che se e quando la stessa dovesse produrre i suoi effetti il destinatario sarà morto!». Benotti: «Facciamo sì che resti in vita». Verso le 20 e 30, sempre Benotti: «Con la certezza di sapere che il destinatario è ancora in vita sappia che la concelebrazione ha avuto termine ed è stato ricordato nelle invocazioni. Monsignore è rientrato in casa secondo le indicazioni del Governo». Arcuri confessa: «Il destinatario è e resta alla protezione civile: un distributore di morte». E in un altro messaggio esclama: «Sono vivo. Ahimé». Domenica 15 marzo Benotti sembra avere buone nuove per il non ancora insediato commissario: «Ove posso depositarLe una nota credo utile e urgente? Verrei anche ad pedes. Preghiamo per il Paese». Arcuri: «Alla protezione civile. Oppure domani mattina in ufficio. Il che è meglio». Benotti: «Se vengo alla protezione civile anche per brevi istanti la Sua luminosa bontà e consegno a mano? [] Provo a vedere con anche miei canali se trovo mascherine intanto e ti faccio sapere. FFP2 e FFP3?». Arcuri: «Sì». Benotti: «Cerco anche io». In un sms chiede lumi: «Dimmi anche di cosa si può avere bisogno e ci mettiamo in cerca». Arcuri: «Respiratori ok». Benotti: «Ok nel senso che devo cercarli?». Arcuri: «Sì. Per terapia intensiva». Benotti: «Siamo partiti con la ricerca». Il 24 marzo Benotti è generoso di complimenti: «Ho apprezzato il tratto istituzionale e quasi ecclesiastico del Suo comunicare. Migliore e più umano - pur nella fermezza - di chi fin qui ha comunicato». Il 25 marzo Arcuri risponde: «Buonanotte monsignore. Per lei che può dormire La ringrazio delle parole di apprezzamento». Il 27 Benotti si augura la salute del suo committente: «Procura di rimanere in forma per piacere». Quindi riferisce: «Trovata quantità importante di respiratori. Informata Silvia Fabrizi (una funzionaria, ndr). Pronti ad intervenire. Ma soprattutto si conservi in forma». Arcuri: «Grazie. Glielo dico. Lo farò». Lo stesso giorno, Benotti sottolinea di aver apprezzato il richiamo di Arcuri al fatto che ammalati e defunti siano nostri concittadini: «Solo il Capo dello Stato in serata ha avuto un pensiero per un concetto condiviso di cittadinanza». L'ad di Invitalia si mostra orgoglioso: «Confermo. Il Capo dello Stato ha anche ringraziato il Commissario. Ce la faremo». Passa un giorno e Benotti scrive: «Esprimo i sensi della mia vicinanza e dello sforzo che stiamo profondendo per la riuscita dello sforzo del Commissario. Leggo di gelosie nei confronti del medesimo commissario - evidentemente confuso con la Madonna di Lourdes e correlate capacità miracolistiche - vuol dire però che stiamo andando bene. Un caro saluto e un gesto benedicente. Ce la faremo». Arcuri conferma: «Ce la faremo!». Benotti il 5 aprile: «Buona domenica delle Palme. Si ricordi di una breve preghiera con Monsignore, ove fosse già rientrato. Noi sacerdoti insistiamo (rompiamo i coglioni) solo quando appare un superiore [] motivo. Preghiamo». Il mediatore promette preci «propiziatrici di grazie e favori celesti giorno». Il 6 aprile si vanta dei risultati raggiunti: «Monsignore ha pregato. Le preghiere hanno avuto efficacia. Il destinatario finale ne ha tratto beneficio, essendosi il suo cammino illuminato». Arcuri: «Molto bene. Sempre sia lodato». Il 10 aprile Benotti chiede un nuovo incontro: «Ove lei avesse - compatibilmente con il momento - dieci minuti per me avrei bisogno di abbeverarmi al suo sapere». Il 12 aprile i due interlocutori si scambiano gli auguri di Pasqua e Benotti soggiunge: «Preghiamo intensamente. Mi dirà poi quando Monsignore potrà abbeverarsi senza rompere troppo i ponti. Con calma, prima di martedì alle 10». Il giorno dopo, è il Lunedì dell'Angelo. Arcuri: «Ho avvisato l'uomo alla sbarra di farti passare. Mi trovi in cortile». Benotti: «Ok. 5 minuti al massimo». Passa qualche ora e il mediatore si fa riferimento a un nuovo abboccamento: «Se sulla strada del ritorno volesse intrattenersi 5 minuti Le direi due cose prima dell'udienza di domani. Che è anticipata alle ore 16. Nulla di urgente ma potrebbe essere opportuno. Preghiamo». Il 15 aprile Benotti propone un ulteriore appuntamento: «Ho avuto una lunga conversazione di cui dovrei riferirTi. Fammi sapere tu». Due giorni dopo il giornalista aggiorna Arcuri: «Udienza costruttiva. Prospettiva a mio parere buona, da poter attivare in tempi ragionevolmente brevi». Arcuri: «Ti chiamo appena posso e vediamo come confrontarci». Il 21 aprile Benotti: «Se in giornata quando può prima di notte potesse dedicare dieci minuti a Monsignore egli sarebbe grato. Arcuri: «Oggi impossibile. Proviamo domani. Ciao». La sera il giornalista si spertica in elogi: «Le uniche vere dichiarazioni degne di un Ministro o di un Presidente del Consiglio in questo manicomio sono le tue caro Domenico. E le uniche dotate di buonsenso e nel contempo senso pratico. Ti prego di credere che non te lo dico per effetto della nostra amicizia, ma per il senso politico alto e dello Stato che traspare dal Tuo lavoro. Un caro abbraccio». Arcuri, per nulla infastidito da una simile manifestazione di affetto, replica: «Grazie! un abbraccio». Il 26 Arcuri è ospite della trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa. Benotti non sta nella pelle: «Monsignore -per potersi unire spiritualmente - vorrebbe conoscere l'orario della Sua omelia televisiva serale. Possibilmente precisa. Per limitarsi alla sua predica non sopportando Monsignore - pentendosi per questo - l'Officiante Principale (Fazio, ndr). Sia lodato Gesù Cristo». Arcuri pare contento di aver un telespettatore in più: «21:30 circa. Secondo ospite. Dopo il presidente della Camera». Benotti: «Ci uniremo».

François De Tonquédec per “La Verità” il 2 marzo 2021. La Procura di Roma lo ha messo nero su bianco il 22 dicembre scorso, nella richiesta di arresti domiciliari a carico dei tre mediatori della maxi commessa di mascherine, Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi e Jeorge Solis (accolta dal Gip solo per quest' ultimo): «ritiene» che «il raffreddamento dei rapporti (di Benotti, ndr) con il commissario straordinario, a far data dal maggio 2020» sarebbe avvenuto «per la sopravvenuta conoscenza dell' enorme, illecito ritorno economico ottenuto da soggetti estranei al rapporto con la struttura commissariale». Ma Benotti, durante la trasmissione televisiva Quarta Repubblica, aveva sganciato una bomba. Usando come tramite un membro del suo staff, Arcuri avrebbe incontrato Benotti il 7 maggio, ma non per chiedergli conto delle laute provvigioni. Del resto, lo stesso Arcuri, nella lettera inviata il 24 novembre al procuratore di Roma Michele Prestipino, per mettersi a disposizione dei magistrati dopo gli scoop della Verità, proprio riferendosi ai nostri articoli, l' ex commissario parla di «presunte "commissioni" pagate», dando l' impressione di non esserne a conoscenza. Secondo Benotti, Arcuri lo incontra per spiegargli la necessità di interrompere i rapporti perché «c' era una difficoltà, che a Palazzo Chigi lo avevano informato che c' era un' indagine su tutta questa situazione, forse dei servizi []. Chiaramente a Palazzo Chigi l' avevano informato di un' indagine sulla questione dei voli da Israele». A cosa si riferisce Benotti quando parla dei voli? Alle consegne di mascherine destinate al commissario Arcuri, effettuate con voli cargo della compagnia di bandiera israeliana, la El al. Sui voli svolti dalla compagnia con sede a Tel Aviv si sono soffermati anche gli uomini della Guardia di finanza, che in un' informativa evidenziano come «i codici dei voli ricavati nei prospetti in allegato 29 riconducibili in gran parte e con molta probabilità alla compagnia aerea El al Israel airlines - non identificano, allo stato, viaggi dalla Cina verso l' Italia e, in particolare, con destinazione gli aeroporti di Milano Malpensa e di Fiumicino», per poi specificare che, «da verifiche eseguite su fonti aperte, infatti, i voli indicati [] sono riferibili a viaggi dalla Cina per Tel Aviv oppure si riferiscono a voli interni alla Repubblica cinese o ancora a viaggi tra la Cina e la Russia. A titolo esemplificativo, si consideri che il ricorrente codice di volo "LY2068" è riferibile alla tratta Shanghai-Tel Aviv, operata dalla predetta compagnia aerea». Potrebbero essere state queste anomalie, con voli provenienti dalla Cina, destinati ad altri Paesi, ma arrivati nei nostri aeroporti, ad allarmare la nostra intelligence? Quello che sappiamo è che dal prospetto dei voli agli atti dell' inchiesta emerge che il primo volo della El al (che continuerà a consegnare all' Italia lotti della maxi fornitura fino a giugno) carico di mascherine destinate al commissario è decollato da Shangai il 29 aprile, circa una settimana prima della data in cui Benotti colloca l' incontro in cui Arcuri gli avrebbe raccontato della segnalazione avuta da Palazzo Chigi. Il volo conteneva mascherine Ffp2 vendute alla struttura commissariale dalla Wenzhou light, che, come La Verità aveva raccontato in esclusiva il 30 gennaio con un articolo intitolato «L' azienda che ci ha venduto mascherine per 590 milioni è sospettata di riciclaggio», dagli atti dell' inchiesta risulta «censita negli archivi Uif (la struttura di Bankitalia che si occupa della prevenzione di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, ndr), per aver ricevuto tra il 2011 ed il 2014 numerose rimesse in contante dall' Italia, per complessivi 5 milioni di euro e dall' importo unitario molto vicino ai limiti pro tempore vigenti». Nei giorni precedenti all' incontro tra Arcuri e Benotti erano anche iniziati i bonifici da parte della struttura commissariale a quella che per la Banca d' Italia (ma all' insaputa dell' ex commissario e dei mediatori) è una potenziale lavanderia di denaro di incerta provenienza. E le conseguenti provvigioni. Il 6 maggio, 24 ore prima dell' incontro con il commissario raccontato in tv da Benotti, la Wenzhou light aveva cominciato a saldare la prima tranche di provvigioni agli intermediari italiani: 400.000 euro alla Sunsky Srl controllata da Tommasi e 150.000 euro alla Microproducts Srl, riconducibile a Benotti. Pagamenti che seguivano quelli partiti ad aprile, da parte della Wenzhou moon ray che il 17 aveva trasferito 124.950 euro alla Sunsky e il 24 aveva ripetuto l' operazione con la Microproducts. Alla fine sui conti delle due aziende arriveranno 62 bonifici per un valore di 71,7 milioni.

(ANSA il 3 marzo 2021) - E' stato ascoltato per circa due ore dal gip di Roma, l'imprenditore Mario Benotti, destinatario di una misura interdittiva nell'ambito dell'inchiesta sull'affidamento per un valore complessivo di 1,25 miliardi di euro per l'acquisto di mascherine per l'emergenza Covid. "Il nostro assistito ha risposto a tutte le domande, anche a quelle dei pm, chiarendo tutta la vicenda. Ha spiegato lo sviluppo dei rapporti avuti con l'ex commissario straordinario per l'emergenza Covid, Domenico Arcuri, avvenuti tutti in modo trasparente - affermano i difensori di Benotti, gli avvocati Giuseppe Ioppolo e Salvino Mondello annunciando la presentazione di una istanza di revoca della misura -, alla luce del sole, ci sono centinaia di mail con tutti i nomi. La richiesta di mascherine è venuta da Arcuri e lo Stato da questa vicenda ha avuto solo vantaggi". Nei confronti di Benotti l'accusa è di traffico di influenze illecite in concorso aggravato dal reato transnazionale. "Le provvigioni sono state decise dopo l'accordo con i cinesi e Andrea Vincenzo Tommasi ha dato una parte di provvigioni, pagate dai cinesi, a Benotti". Davanti al gip hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere gli altri indagati Georges Fares Khouzam, Andrea Vincenzo Tommasi e Daniela Rossana Guarnieri.

Spuntano le intercettazioni: "Tu che sei amico di Arcuri lanciati nel business". Gli indagati erano consapevoli? "Tanto so tutti falsi 'sti certificati...". E quella promessa: "Te faccio diventare molto benestante". Luca Sablone - Mer, 03/03/2021 - su Il Giornale. Continuano a emergere diverse intercettazioni dopo l'esecuzione dell'ordinanza di applicazione di 3 arresti ai domiciliari nell'ambito della fornitura di 5 milioni di mascherine e 430mila camici destinati alla protezione civile del Lazio. A esserne destinatari sono stati Andelko Aleksic, Vittorio Farina (imprenditore già attivo nel settore dell'editoria) e Domenico Romeo indagati, a vario titolo, per frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata. In un passaggio dell'ordinanza si legge che avrebbero avuto dei contatti con Domenico Arcuri, che comunque risulta essere oggetto del traffico d'influenze e non indagato nella vicenda. Nello specifico Farina lo avrebbe incontrato a Roma il 3 settembre 2020, "come sembra emergere dai puntuali aggiornamenti effettuati da Farina ad Aleksic". "Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell’acquisto (...) la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve fare l’ordine", sarebbero state le parole pronunciate da Farina. Che viene considerato il faccendiere, colui che avrebbe "tenuto i contatti con soggetti vicino alla struttura commissariale, al fine di ottenere agevolmente la conclusione di fornitura vantaggiose per la società". In una conversazione intercettata Farina avrebbe "giurato di aver parlato con Domenico Arcuri per inserire la Ent tlc Srl quale fornitore sussidiario rispetto a Luxottica spa e Fca spa per l'approvvigionamento di mascherine destinate alla riapertura delle scuole sul territorio nazionale". Lo stesso Farina, in una conversazione intercettata con Andelko Aleksic, avrebbe affermato: "Tu lasciami lavorare, c'ho ampia delega da te, te faccio diventare... mooolto molto benestante, forse potresti anche essere considerato ricco". Il gip spiega che Aleksic si sarebbe dimostrato "consapevole della falsità dei certificati". Tanto che, parlando dei camici, avrebbe aggiunto: "Tanto so tutti falsi 'sti certificati". In una conversazione intercettata e contenuta nell'ordinanza sono spuntate poi le parole di Massimo Cristofori che si sarebbe così rivolta a Farina: "Tu che sei grande amico di Arcuri, lanciati nel business delle scrivanie, hai sentito questa storia delle scrivanie?". Questo, in ordine, sarebbe stato lo scambio di battute tra Cristofori e Farina: "Tre milioni di scrivanie a prezzo medio 50 euro"; "È un macello quello che sta succedendo, ti rendi conto? Trenta milioni di mascherine al giorno... per le scuole, tra studenti, corpo insegnante, autisti di scorsa"; "Non riesce a inseristi in questo business qua con Arcuri?". Il gip ha inoltre affermato che Farina avrebbe vantato rapporti con personaggi noti, "soggetti per il tramite dei quali riesce ad avere contatti con pubblici amministratori che in questo periodo si occupano delle forniture pubbliche di dispositivi medici e di protezione individuale". È stato disposto anche un sequestro preventivo di quasi 22 milioni di euro. L'European Network Tlc srl è stata colpita da una misura interdittiva del divieto di contrarre con la pubblica amministrazione. L'impresa milanese avrebbe fornito documentazione rilasciata da enti estranei agli organismi deputati al via libera delle certificazioni. Successivamente, al fine di superare le criticità emerse durante le procedure di sdoganamento, avrebbe prodotto falsi certificati di conformità che sarebbero stati rilasciati da Romeo. Dalla struttura dell'ex commissario tengono comunque a precisare: "Né la società European Network Tlc né le persone coinvolte nelle indagini, hanno ricevuto alcuna promessa, alcun affidamento o alcun incarico dall'ex commissario o dalla struttura commissariale. La società, come tante altre, aveva inviato diverse proposte a nessuna della quali è stato mai dato alcun seguito dalla Struttura stessa".

François De Tonquédec e Giuseppe China per "la Verità" il 3 marzo 2021. Oggi è una giornata importante per l'inchiesta sulle mascherine cinesi intermediate da una presunta cricca di trafficanti di influenze illecite. Il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, temporaneamente interdetto dall'attività imprenditoriale e destinatario di 12 milioni di provvigioni, nei giorni scorsi ha parlato in tv, tirando in mezzo l'ex commissario straordinario Domenico Arcuri, che, a detta di Benotti, lo avrebbe incaricato di trovare i dispositivi di protezione. Per questo ha sfoderato i messaggi che i due si sono scambiati tra marzo e maggio, prima che le loro comunicazioni si interrompessero all'improvviso per motivi ancora non del tutto chiariti. L'obiettivo dell'indagato è dimostrare che nell'affare non ci sia nulla di illecito, neppure le ricche commissioni. Uno stato d'animo che potrebbe portare Benotti, assistito dall'avvocato Salvino Mondello, ad affrontare senza rete di salvataggio il fuoco di fila di domande del gip Paolo Andrea Taviano e dei pm Paolo Ielo, Gennaro Varrone e Fabrizio Tucci. Certo un Benotti in versione talk show (quella degli sms mostrati alle telecamere) potrebbe inguaiare non solo l'ex commissario, ma anche se stesso. Vedremo oggi quale sarà la decisione finale. Tra i quesiti che sicuramente i magistrati faranno ci sarà quello sui contenuti del colloquio tra Benotti e Arcuri del maggio 2020, incontro propedeutico all'interruzione dei contatti tra i due. Ma se Benotti frigge e potrebbe voler rispondere a giudice e inquirenti, gli altri indagati sottoposti a interdizione potrebbero scegliere una linea più prudente e avvalersi della facoltà di non rispondere. L'avvocato Francesco Tagliaferri, difensore dell'unico arrestato, Jorge Solis, alla Verità non ha voluto anticipare la propria strategia. Benotti e gli altri indagati sono stati raggiunti dai provvedimenti cautelari (che hanno fatto seguito ai sequestri di conti correnti e beni effettuati il 17 febbraio) nella serata del 24 febbraio. Ma l'inchiesta sulla vicenda della maxi commessa di mascherine non si ferma e sembra andare verso un allargamento con nuovi indagati e iniziative investigative. Nella vicenda ci sono anche due convitati di pietra, strutturalmente coinvolti nella gestione dell'affare, ma finora ai margini dei provvedimenti emessi della Procura di Roma. Il primo è il banchiere sammarinese Daniele Guidi, che secondo gli inquirenti, «unitamente al Tommasi (Andrea, titolare della Sunsky Srl, ndr), ha curato l'aspetto organizzativo ed, in particolare, i numerosi voli aerei necessari per convogliare in Italia un quantitativo così ingente, compiendo i necessari investimenti». Quello di Guidi, anche lui indagato per traffico di influenze, è dunque ruolo strategico, ma nei conteggi fatti dagli inquirenti sulla spartizione delle provvigioni sulla maxi commessa da 801 milioni di mascherine, Guidi, che è residente nella Repubblica di San Marino, non compare. Tuttavia, nelle mail sequestrate a casa di un altro indagato, il trader ecuadoriano Jorge Solis, contenenti il riepilogo delle provvigioni, si parla di una quota di 44,7 milioni di euro di provvigioni destinata al «Gruppo Daniele». Ad oggi l'unico atto compiuto nei confronti di Guidi su ordine della Procura di Roma è stata una perquisizione domiciliare, effettuata il 4 dicembre scorso, in un appartamento intestato a Tommasi, ma in uso al banchiere sammarinese. Durante l'ispezione dell'immobile i finanzieri hanno trovato una sorta di campionario di mascherine Ffp2 e alcune pennette usb. L'altro convitato di pietra è Zhongkai Cai, detto «Marco», cinese residente a Roma nel popoloso quartiere del Quadraro, per gli investigatori «componente di un'organizzazione ben strutturata e coordinata di cui fa parte anche Guidi». La moglie di Cai, Lu Zhou Xiao, compare nell'affaire delle mascherine come general manager della Luokai trade, nata appena cinque giorni prima della stipula dei contratti e capace di portare a casa commesse per 634 milioni di euro. Negli atti dell'inchiesta depositati, una parte della documentazione su Cai e la sua famiglia è coperta da omissis, forse quella relativa a vicende giudiziarie. Era però già noto che il cinese alla fine degli anni Novanta venne indagato per contrabbando in un caso di mancato o incompleto accertamento dell'oggetto del reato. Qualche anno dopo è, però, stato prosciolto. Dalle già citate mail di Solis risulta invece che anche «Marco» sarebbe stato destinatario di provvigioni, da dividere con il trader ecuadoriano.

Fabio Amendolara e François De Tonquédec per “La Verità” il 27 marzo 2021. Volevano prendere una casa in Vaticano con i soldi delle mascherine cinesi vendute alla struttura del commissario straordinario Domenico Arcuri. Anche per questo motivo la Procura di Roma ha sequestrato i conti correnti del giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, indagato per traffico illecito di influenze. L'abitazione, è ricostruito negli atti dell'inchiesta, era destinata ad Antonella Appulo, definita nel decreto di sequestro urgente emesso dai magistrati di piazzale Clodio come «già in rapporto con la politica nazionale, per essere stata dipendente del ministero delle Infrastrutture ed addetta alla segreteria del ministro Graziano Delrio, è legata affettivamente a Benotti Mario». Per i pm capitolini «ciò è, inequivocabilmente, risultato dalle indagini svolte, dalle quali risulta che Benotti stia per regalare alcuni immobili alla Appulo e la gratifichi di provvidenze economiche». La certezza degli inquirenti nasce da un'intercettazione del 4 novembre scorso. È l'ora di pranzo, Benotti e la Appulo sono al telefono e il giornalista dice all'amica: «Nel momento in cui io ti regalo questo cazzo di casa, una casa che è tua e abbiamo fatto l'operazione di mettere la fiduciaria in quel modo lì esattamente per fare sì che lui se succede qualche cosa... abbia quantomeno una casa a Roma». Ma dalla conversazione emerge che Benotti si stava preoccupando non solo dell'acquisto della casa per Appulo, ma anche di appianare le sue pendenze economiche. Tra cui quelle con la madre di lei: «Vabbè quelli che devi dare a tua madre adesso glieli daremo con i soldi che, che appena Khouzam (presidente della Partecipazioni spa, la holding di Benotti, ndr) ha potuto fare le sue operazioni... darai i soldi anche a tua madre... Quanto devi a tua madre? 20.000 euro?». I due discutono di altre spese e alla fine Benotti dice che servono circa 60.000 euro complessivi per sistemare le cose, poi passa a una cifra più alta perché alla donna serve anche un'automobile: «Sicuro che non c'è altro... più la macchina... bisogna stanziare 100.000 euro subito... la macchina in maniera tale che tu ce l'abbia prima di Natale... 100.000 euro».Benotti nelle sue operazioni finanziarie non vuole destare attenzione. Per esempio spiega all'amica che i soldi che le ha consegnato nei giorni precedenti «erano 600 euro perché di più non ne potevo ritirare per evitare l'Antiriciclaggio». E, anche per risolvere il problema dei debiti della Appulo, cerca una soluzione che non desti sospetti: «Bisogna fare un'operazione e bisogna farla una volta sola che ti arrivi sul conto con tutta una serie di... Magari 20 li mandiamo sul conto cointestato di tua madre così poi li puoi girare da lì... i soldi... di quell'altro vanno sul conto, sul conto quello nuovo perché su quello nuovo credo che non sia mai arrivato niente vero?».In attesa dell'acquisto della casa, la Appulo vive a Trastevere, e, come annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «chiede se possa trasferirsi in quella casa così da non pagare 3.000 euro di affitto». Benotti a quel punto le dice che si sta muovendo per «la casa dei preti, quella di vicolo Scanderbeg». Appulo, però, la giudica «un'operazione difficile, visto che son tre anni che ci provano». In realtà, oltre che per vicolo Scanderberg (a due passi dalla Fontana di Trevi), sembra esserci anche un altro obiettivo. Tra le mille relazioni di Benotti ce n'è una che porta a Propaganda fide: don Sergio Mercanzin, 52 anni di sacerdozio, prete della diocesi di Padova che opera a Roma e che attraverso il Centro Russia ecumenica è considerato un personaggio chiave nelle relazioni con i fratelli ortodossi, oltre che un erede di papa Wojtyla. Mercanzin, che non fa parte di Propaganda fide, ma che sulla stampa viene indicato come «molto vicino all'elemosiniere del Papa», conferma il rapporto con Benotti: «Sì, cercava una casa a Roma». Non gli disse a cosa gli serviva. Ma ammette: «Cercai un contatto con Propaganda fide». Che a Roma possiede 957 immobili, in parte appartamenti di pregio e in posizioni molto appetibili. Tra cui un immobile di 200 metri quadrati con terrazza e canone stracciato non lontano da piazza Navona, per cui si sarebbe mosso Benotti. Il capo di Propaganda fide è monsignor Ermes Viali. «È inavvicinabile», taglia corto don Mercanzin. Il contatto di don Mercanzin è Giuseppe Grifone, che di Propaganda fide è il responsabile degli atti. «Io tratto con lui», spiega il sacerdote. Al centralino di Propaganda fide per tutto il pomeriggio di ieri non ha risposto nessuno. Di certo a Benotti i contatti con la Santa Sede non mancano. Originano in parte dal padre Teofilo, a lungo giornalista dell'Osservatore romano e amico personale di papa Giovanni Paolo II, e sono certificati dal verbale di interrogatorio di Mauro Bonaretti, già membro dello staff di Arcuri: «Fu il monsignor Parolin (il cardinale Pietro, Segretario di Stato vaticano, ndr), a, diciamo così, accreditarci Benotti». Ma gli amici del giornalista (che è pure cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme) ricordano anche gli stretti rapporti con il cardinal Giuseppe Bertello e con gli arcivescovi Vincenzo Paglia e Zygmunt Zimowski (deceduto nel 2016).Alla fine, però, l'affare con Propaganda fide non si è concluso, sembra proprio per il veto posto da monsignor Viale, al quale spetta l'ultima valutazione. Forse perché i nomi di Benotti e della Appulo erano già finiti sui giornali per lo scandalo delle mascherine. Però Benotti nelle intercettazioni sembra proprio voler trovare una soluzione. E chiede all'amica se «preferisce trasferirsi a Campo dei Fiori». Appulo risponde che «se fosse proprietaria della casa eviterebbe il costo dell'affitto». Benotti commenta: «E tanto non lo paghi tu». Dalla conversazione emerge anche come il contratto con la Sunsky di Andrea Tommasi (l'altro mediatore indagato), per il quale sono stati versati 53.000 euro provenienti dalle provvigioni delle mascherine commissionate da Arcuri, servisse appunto per poter sottoscrivere il mutuo della casa: «La casa quello lì... quello c'è l'atto, quello si deve fare con il contratto che ti arriva da Sunsky... poi non so se lì poi sia opportuno metterci la residenza per scaricare una parte delle tasse o per non far vedere un cazzo forse è meglio che non metterci niente... affittarlo e zitto...». Una grande disponibilità da parte di Benotti, nonostante il fatto che poche ore prima, in un'intercettazione ambientale captata all'interno della sua auto, avesse commentato così quello che gli inquirenti affermano essere un precedente litigio con l'amica: «C'ha il notaio l'11 dicembre per andare gli ho regalato una casa... faccia il cazzo che vuole e arrivederci». In un'altra intercettazione ambientale del 21 novembre, Benotti si sfoga, forse al telefono, sui problemi derivanti dal suo rapporto con la Appulo e sulla exit strategy che qualcuno gli aveva appena prospettato, forse la compagna: «Voleva che io organizzassi pensa... questa mattina un contratto fra me e la Appulo dove io le davo 500.000 euro basta che lei si impegnasse a non cercarmi mai più». Ma l'indagato non sembra dell'idea: «A te sembrano cose normali? [] Solo pensarle?». Poi fa riferimento ai messaggi minatori che la Appulo avrebbe ricevuto e per i quali sarebbe pronta a fare denuncia. Ma Benotti le avrebbe consigliato di lasciar perdere: «Ho detto di non denunciare nessuno». Adesso, però, a causa delle mascherine, sono tutti indagati: Benotti, la compagna e l'amica.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 2 marzo 2021. Ieri Repubblica pubblicava in prima pagina il seguente titolo: "Covid, abusi per 2 miliardi". Non è confortante apprendere che gli sprechi avrebbero potuto essere evitati se avessimo avuto un governo meno ciarliero e più avveduto. Infatti, con la citata somma ingente gettata al vento il nostro vituperato Paese del menga, fosse stato guidato da gente meno stordita, sarebbe stato in grado di acquistare montagne di vaccini e oggi saremmo avviati a sconfiggere la pandemia. Invece siamo ancora qui ad aspettare dosi, quando altre Nazioni più oculate della nostra - Inghilterra, Austria, Ungheria, Israele, San Marino eccetera - oggi hanno risolto almeno in parte il problema delle immunizzazioni. Stando ai dati pubblicati dal giornale diretto da Maurizio Molinari, molti quattrini sarebbero volati via in tangenti, appalti truccati e roba simile. Sicché ora siamo con l' acqua alla gola: addirittura venti procure, sempre pronte a tuffarsi nel letame, indagano su varie porcherie. Da Milano a Napoli, tra mascherine fallate e ospedali fantasma, numerosi sarebbero gli scandali. Eppure come si spiega il fatto che l' esecutivo non si sia accorto che del virus non importava un cavolo ad alcuno, mentre a molti furbacchioni premeva fare affari sporchi sulla pelle dei connazionali? Questo è un autentico mistero. Mentre Conte sfornava divieti per gli italiani ogni cinque minuti (notturni), un manipolo di gaglioffi speculava sulla malattia del secolo, sottraendo allo Stato un capitale più efficacemente utilizzabile per proteggere i cittadini dal maledetto killer. È trascorso un anno e più dall' inizio della strage e non soltanto ci si rende conto tardivamente che qualcuno ha ciurlato nel manico, ma le nostre applauditissime autorità, pur avendo speso una fortuna per ingrassare i furfanti, non sono riuscite a mettere in sicurezza la popolazione, ancora costretta a vivere reclusa, poiché l' antidoto scarseggia e viene inoculato agli amici degli amici, non ai vecchi, i quali crepino pure così l' Inps risparmia sulle pensioni e il ragioniere generale esulta e brinda. Io confesso di non saper governare neppure casa mia, avendone affidato il bilancio a mia moglie, la quale risparmia anche sulla luce elettrica spegnendo qualsiasi interruttore e costringendomi al buio pesto, però se fossi un ministro una cosa la farei bene: vergognarmi per aver posto la patria in un casino infernale. Cambio argomento. Sabato sera a Milano, lungo la darsena dei Navigli, è successo un finimondo. Bande di giovani hanno messo a soqquadro la zona affrontandosi violentemente. Sono intervenute le forze dell' ordine che a fatica hanno sedato gli scontri. Male, molto male. Ricordiamoci tuttavia che i ragazzi di oggi non sono molto peggiori di quelli di ieri, che si chiamavano teppisti e ne combinavano di ogni colore. Dirò di più. In questo momento, dopo un lungo periodo di detenzione, è normale che esplodano proteste irrazionali. Pure di questo particolare bisognerebbe tener conto. Il che non significa giustificare i facinorosi. Ma ogni fenomeno, anche il peggiore, va esaminato prima di emettere condanne esagerate.

Fuori dal Coro, aggredita la troupe dagli sciacalli del Covid: "Sparatemi o gli stacco la giugulare". Libero Quotidiano il 24 febbraio 2021. “Stasera facciamo tutti i nomi e cognomi”. Così Mario Giordano a Fuori dal Coro ha introdotto un servizio intitolato “gli sciacalli della salute: l’uomo che approfittava del Covid”. Si tratta di Rocco Mongiardo, arrestato per bancarotta fraudolenta nel corso dell’operazione rinominata The italian job con tanto di sequestro preventivo di beni per un valore di circa 6 milioni di euro. Il 38enne imprenditore residente a Bareggio era già noto alle cronache per i contenziosi con la sua discoteca Dubai aperta nel 2011 a Magenta. Oltre all’accusa di bancarotta fraudolenta c’è anche quella di aver sottratto al fisco 4,5 milioni più l’omesso versamento di 8 milioni, approfittando della rateizzazione concessa per il Covid sfruttando il codice Ateco di una delle sue società per la vendita di mascherine. “Noi siamo andati lì per cercare di capire cosa aveva combinato e ci hanno accolto così”, ha dichiarato Giordano lanciando il servizio su Rete4. “Lei conosce Rocco?”, “Io conosco tua sorella”, è la prima frase rivolta all’inviato da un certo Franco, che passa presto alle minacce. “Ti do una testata che ti rompo il naso se non te ne vai”, “sono venuto solo a fare il mio lavoro”, ha risposto l’uomo di Giordano. Neanche l’intervento di tre finanzieri è riuscito a placare il tizio losco, lasciato incredibilmente libero di insultare e minacciare a più riprese: “Mi dovete sparare oggi, gli stacco la giugulare. Non ci credete? Volete vedere cosa faccio?”. A quel punto ha aggredito il cameraman, costretto a ritirarsi insieme all’inviato. 

Andrea Ossino per "la Repubblica" il 4 marzo 2021. «Te faccio diventare... mooolto molto benestante, forse potresti anche essere considerato ricco». Un' azienda che solitamente si occupa di editoria lo scorso marzo bussa alla porta del capo della Protezione Civile del Lazio, Carmelo Tulumello. Nei giorni caldi del Covid reperire dispositivi di protezione individuale è difficile. Ma la European Network TLC è disponibile. E vende alla Protezione Civile laziale 5 milioni di mascherine e 430 mila camici. Vengono stipulati contratti per circa 22 milioni di euro. Dopo un anno dall' affare, ieri il Tribunale di Roma ha emesso un' ordinanza di custodia cautelare che racconta la storia di una truffa. Perché le mascherine e i camici, beni che inizialmente « venivano consegnati e distribuiti poi dalla Protezione civile» , non avevano il marchio Ce. Sarebbero stati accompagnati da una certificazione falsa. «Tanto sò tutti falsi ‘sti certificati» , dicono gli indagati. Erano intercettati. E così ieri Andelko Aleksic, rappresentante della European Network TLC, e il suo delegato Vittorio Farina, sono finiti ai domiciliari con l' accusa di frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata. Proprio come Domenico Romeo, l'amministratore della Air Levante Ldt, l' azienda londinese che avrebbe procurato la falsa certificazione CE. Gli indagati hanno anche speso il nome dell' ex commissario all' emergenza. Farina «ha giurato di aver parlato con Domenico Arcuri per inserire la ENT quale fornitore sussidiario», scrive la Finanza, anche se adesso gli uffici dell' ex commissario ribattono: « Nessun affidamento, promessa o incarico () la società come tante altre aveva inviato diverse proposte, a nessuna della quali è stato mai dato seguito». Ad accorgersi della faccenda è stata l' Agenzia delle Dogane. Gli indagati avrebbero fornito «un certificato di compliance per attestare la conformità al marchio del prodotto rilasciato da una società non accreditata a ciò » . Non avrebbero detto al committente pubblico che quel prodotto non aveva superato «la necessaria procedura di validazione presso l' Inail». Così i dispositivi arrivano alla Protezione civile del Lazio, di fatto sprovvisti di « valida certificazione Ce e Uni Iso » . La certificazione c' era, ma era falsa. E una delle fidejussioni a garanzia dell' affare sarebbe stata rilasciata da una società « non autorizzata all' esercizio di attivita? di intermediazione finanziaria». Ma secondo l' indagato Piergiorgio Sposato, consulente della ENT che in passato ha lavorato con uffici governativi, « la certificazione che noi abbiamo allegato all' inizio () era una conformita? non come OP. Questo e? l' unico " buchetto" che c' e?, il resto e? tutto come dici tu, ma questo glielo abbiamo gia? scritto in passato [...] la previsione contrattuale parlava di certificazione di conformita?, ma come OP, motivo per cui noi eravamo sempre stati abbastanza, come dire, vaghi sul punto » . Sposato non sa di essere intercettato. E adesso è indagato. E poi c' è Roberto De Santis, imprenditore già citato in altre inchieste, vicino a Massimo D' Alema: è accusato di traffico di influenze. Proprio come l' ex ministro berlusconiano, Francesco Saverio Romano. Hanno ricevuto due bonifici " sospetti" e sono finiti nel mirino della Procura. Del resto già da tempo 4 pm del gruppo che si occupa di pubblica amministrazione sono stati incaricati di lavorare sui reati connessi al Covid.

Da liberoquotidiano.it l'8 marzo 2021. Di fiato per correre, Rocco Casalino, ne ha da vendere. Per rispondere alle domande di Francesca Carrarini, inviata di Massimo Giletti per Non è l'Arena, no. La giornalista voleva chiedere all'ex portavoce del premier Giuseppe Conte un commento su Mario Benotti, il consigliere e imprenditore coinvolto nella vicenda delle mascherine che di fatto ha portato alla sostituzione del commissario straordinario all'emergenza Covid Domenico Arcuri.

Da liberoquotidiano.it l'8 marzo 2021. A Non è l'Arena Antonella Appulo. Massimo Giletti nella puntata su La7 di domenica 7 marzo porta in studio la collaboratrice di Mario Benotti, caporedattore della Rai indagato con l'accusa di aver  sfruttato l’amicizia con Domenico Arcuri per influenzare gli acquisti di mascherine. La donna, già segretaria del Pd Graziano del Rio, non nega i rapporti tra i due. Anzi, la collaboratrice aggiunge qualcosa in più: "So che si conoscono e so che durante la pandemia si sono visti. Loro si conoscono da tanti anni". Poi il conduttore chiede chiarimenti sul rapporto che intercorre tra lei e lo stesso Benotti. La donna infatti è indagata per avere ricevuto 53 mila euro dalla famosa commessa delle mascherine consegnate all'ex commissario per l'emergenza a inizio pandemia. "Ho conosciuto Mario Benotti durante il Governo Renzi, non riesco a vederlo come lo descrivete. Devo molto a lui". E in merito accusa fatta trapelare dai verbali dell’inchiesta di essere l’amante del professore: "Ho un rapporto di stima e amicizia con il professore, mi ha aiutato anche economicamente". Ma Giletti incalza: "È possibile che lui abbia nutrito sentimenti per lei, magari non ricambiati?". "Sicuramente - replica - con me è stato premuroso". L'accusa di essere l'amante di Benotti è arrivata anche dalla compagna dell’ex giornalista Rai, Daniela Guarnieri. "Da lei ho ricevuto messaggi minacciosi, sono stata diffamata. Il suo scopo era ferirmi, danneggiare la mia immagine, ha fatto un capolavoro". La vicenda ormai ampiamente trattata dal programma di La7 ha avuto pesanti ripercussioni. "Questa storia - ammette anche la Appulo - mi sta distruggendo anche dal punto di vista fisico, ne sono venuta a conoscenza dai giornali. Non sono abituata a questo tipo di cose". Infatti la stessa collaboratrice dice che lei con le mascherine non c’entra nulla e molti dei personaggi manco li conosce.

"Vado da Roberto, ti aggiorno". Ora viene tirato in ballo Speranza. L'imprenditore Farina, ora ai domiciliari, sarebbe stato ricevuto al Ministero: "Ho un appuntamento alle 4 e mezzo". E spunta un incontro con D'Alema in Puglia. Luca Sablone - Mar, 09/03/2021 - su Il Giornale. Resta al centro del dibattito pubblico l'inchiesta relativa alla fornitura di 5 milioni di mascherine e 430mila camici destinati alla protezione civile del Lazio, per cui è stata eseguita l'ordinanza di applicazione di arresti ai domiciliari nei confronti di tre persone. A essere colpiti dalla misura sono stati il romano Vittorio Farina (imprenditore già attivo nel settore dell'editoria), il croato Andelko Aleksic e Domenico Romeo. I tre sono indagati, a vario titolo, per frode nelle pubbliche forniture e truffa aggravata. Alla protezione civile del Lazio sarebbe stato fornito del materiale con certificazioni false, per un affare da ben 22 milioni di euro. Adesso nelle intercettazioni è stato tirato in ballo anche Roberto Speranza che, come è doveroso sottolineare, non è assolutamente coinvolto nell'indagine.

L'indagine. È il secondo filone dell'inchiesta quello sul presunto traffico di influenze illecite: i magistrati hanno indagato sui contatti attraverso cui Farina avrebbe puntato per fornire pure la struttura commissariale a quel tempo guidata da Domenico Arcuri (non indagato nella vicenda). Nel mirino sono invece finiti l'ex senatore Francesco Saverio Romano e l'imprenditore Francesco De Santis che - come fa notare il servizio di Lodovica Bulian mandato in onda da Nicola Porro per Quarta Repubblica su Rete 4 - viene definito "amico storico di Massimo D'Alema". Secondo gli inquirenti proprio De Santis avrebbe fatto da tramite tra Farina e l'ex commissario. Questa la sequenza, rispettivamente tra Farina e De Santis, che sarebbe stata intercettata con data 27 agosto 2020: "Novità?"; "Sto aspettando che mi fissino un appuntamento, ti so dire". Pochi giorni dopo, precisamente il 4 settembre, l'imprenditore già attivo nel settore dell'editoria avrebbe parlato così al suo socio: "Capisci, servono 30 milioni di mascherine al giorno per le scuole. Se Luxottica e Fiat non riescono a fornire tutto subentriamo noi, ci ho parlato ieri con Arcuri". Secondo gli investigatori, che hanno pedinato Farina, l'incontro sarebbe effettivamente avvenuto il 3 settembre 2020 verso le ore 12, nei pressi dalla sede di Invitalia. "Domenico mi ha promesso che se gli arriva la lettera, autorizza quell’acquisto (...) la dovrebbe fare oggi, oggi la deve fare e oggi pomeriggio ci deve fare l’ordine", sarebbero state le parole pronunciate da Farina. E poi, in una conversazione intercettata con Andelko Aleksic, avrebbe affermato: "Tu lasciami lavorare, c'ho ampia delega da te, te faccio diventare... mooolto molto benestante, forse potresti anche essere considerato ricco". Va chiarito che con la struttura all'emergenza non sarebbe stato concluso alcun ordine e che De Santis - attraverso il suo legale - tiene a ribadire di essere estraneo al traffico di influenze.

L'incontro con D'Alema. A essere citato dai finanzieri è stato pure Massimo D'Alema, comunque estraneo all'indagine, per un incontro con Farina e De Santis in Puglia il 17 agosto 2020. L'utenza di Farina sarebbe stata agganciata a Martano, in provincia di Lecce, nella residenza dell'amico dell'ex premier. Lo stesso Farina lo avrebbe preannunciato al telefono: "C'è anche il capo di Roberto". Una circostanza confermata inoltre da una successiva telefonata fuori contesto, in cui Farina avrebbe passato il suo cellulare all'ex premier.

Ricevuto da Speranza. Gli indagati si sarebbero dati da fare per commercializzare tamponi e altri dispositivi e sarebbero stati ricevuti anche al Ministero della Salute. "Sto andando ora dal ministro. Ho appuntamento alle 4 e mezzo con Roberto. Ti aggiorno", avrebbe detto Farina. I finanzieri che lo pedinano annotano che il 17 novembre 2020 alle 16.30 Farina, in compagnia di un altro imprenditore, sarebbe entrato nel dicastero di via Venti Settembre. "Ma Max non può intervenire?"; "Che lo faccia ora non è utile... Prima quello lì deve parlare. Poi se sono interessati come penso ci chiameranno. Paolucci dovrebbe contattarti". Quello citato da Farina potrebbe essere Massimo Paolucci, capo della segreteria politica del ministro ed esponente di Articolo 1, il partito di cui Speranza è segretario nazionale. Gli investigatori, il giorno prima dell'incontro al Ministero, avrebbero pedinato Farina per un appuntamento al civico 44 di Piazza Farnese a Roma: è l'indirizzo della fondazione Italianieuropei presieduta da D'Alema, in cui l'imprenditore romano si sarebbe fermato dalle 15 alle 16.50 circa. Della fondazione farebbe parte anche Maria Cecilia Guerra, sottosegretario all'Economia e già membro della direzione nazionale di Articolo 1, che - come annotano i finanzieri - sarebbe stata citata diverse volte in più conversazioni. La Guerra si proclama però del tutto estranea.

Chiara Giannini per “il Giornale” il 5 marzo 2021. Il caos dilagava, le mascherine mancavano e la gente moriva e in quel contesto c'era chi voleva arricchirsi alle spalle dei malati. Gente che si faceva forte dei rapporti (reali o presunti) con il commissario per l' emergenza Domenico Arcuri, che da quanto si apprende dovrà comunque essere chiamato a testimoniare su eventuali contatti con i vari soggetti. Ciò che scaturisce dalle intercettazioni dell' ultima inchiesta della Guardia di Finanza sullo scandalo dei dispositivi con falsa attestazione di conformità che ha portato all' arresto di Vittorio Farina, Andelko Aleksic e Domenico Romeo è un quadro di totale mancanza di rispetto per la vita umana. Insomma, ai fermati non interessava trovare mascherine per salvare persone, ma arricchirsi. Le intercettazioni parlano chiaro. «Tu lasciami lavorare - dice Farina ad Aleksic - ti faccio diventare molto, molto benestante. Forse potresti anche essere considerato ricco». Ma questo non è l' unico filone di indagine a cui sta lavorando la GdF. Se non si considera quello che vede coinvolto il giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, c' è una terza questione aperta, quella che vede a giudizio la Ecotech, azienda a cui la Regione Lazio aveva anticipato 15 milioni di euro per dispositivi di protezione mai arrivati. L' ex assessore in Lazio al Bilancio Alessandra Sartore spiegò che «nei confronti di Ecotech, oltre alla richiesta di restituzione degli acconti versati, sono state applicate penali per 320mila euro e 730mila, a titolo di esecuzione in danno. Per il complesso delle somme dovute da Ecotech è stato proposto ricorso per l' emissione di un decreto ingiuntivo e sono stati ad oggi recuperati complessivamente 1,746 milioni di euro». Due casi sotto la lente di ingrandimento. Il capogruppo FdI in Regione Lazio, Fabrizio Ghera chiarisce: «Ci hanno accusato di diffondere notizie false, invece era tutto vero. Grazie agli interventi di Fdi, che ha sollevato il caso mascherine, chiedendo l' intervento delle autorità preposte ed incalzando il presidente Zingaretti e la sua giunta con una interrogazione, affinché facessero chiarezza, è partita l' indagine che ha individuato i responsabili della truffa, collaborando al fine di garantire buone pratiche e salvaguardare l' interesse dei cittadini». 

Il caso che ha sfiorato il governatore. Mai arrivate le mascherine comprate dal Lazio per 15 milioni. Antonella Aldrighetti - Sab, 06/03/2021 - su Il Giornale. Se a tenere banco negli ultimi giorni sono state le inchieste, con tanto di custodia cautelare, sulle mascherine acquistate dalla struttura commissariale di Domenico Arcuri, non andrebbero dimenticate quelle stesse indagini sulle mascherine acquistate dalla Regione Lazio tra marzo e aprile 2020 e mai giunte a destinazione. Il governatore del Lazio, ovvero il dimissionario segretario del Pd Nicola Zingaretti, ha consentito che la Protezione civile regionale anticipasse poco più di 15 milioni di euro alla Eco.Tech Srl, un'azienda che fino ad allora si era occupata di importare lampadine a led, per una commessa di oltre 35 milioni di euro. Le mascherine di quell'ordinativo non sono mai arrivate nei capannoni della Protezione civile, tantomeno l'azienda incaricata ha riversato l'anticipo nelle casse dell'erario regionale. Sulla vicenda da aprile scorso sta indagando il procuratore aggiunto Paolo Ielo che peraltro diede mandato alla Gdf di recuperare tutti i documenti sulla commessa. A parte gli affidi in somma urgenza, quindi senza appalto, a scatenare l'indagine giudiziaria è stato il nome del fideiussore su cui Nicola Zingaretti aveva puntato per garantire l'anticipo dei 15 milioni e 295 mila euro. Si tratta del broker Andrea Battaglia Monterisi, all'epoca sotto processo per riciclaggio. A oggi Monterisi è stato assolto in quanto l'accusa che gli era stata mossa è un fatto che non sussiste. Tuttavia rimane in piedi l'indagine di Ielo sul fatto che la società finanziaria londinese di Battaglia Monterisi, al momento della fideiussione non risulta assolutamente abilitata all'esercizio dell'attività assicurativa in Italia. Curioso che la Regione Lazio non abbia fatto i dovuti controlli malgrado l'entità delle somme sborsate e degli ordinativi. La superficialità degli uffici amministrativi, della Protezione civile e dell'avvocatura regionale ha consentito al broker di aggiudicarsi il prestigioso incarico di garante finanziario della Regione Lazio. Ma c'è un altro tassello sul quale la magistratura sta indagando. La Eco.Tech per accedere alla commessa per l'acquisto delle mascherine in questione, si è rivolta da parte sua a un ulteriore fideiussore che potesse fornire l'adeguata copertura assicurativa: la Itc International Broker, una società in liquidazione volontaria. E capitombolo dopo capitombolo quella sinistra accusatrice e forcaiola si ritrova a fare i conti con una perdita di denaro pubblico che cerca di nascondere come polvere sotto al tappeto, visto che la Regione Lazio è indicata nel fascicolo come parte offesa.

"Fanno schifo, sono una m****". Le intercettazioni sulla truffa delle mascherine. Spuntano i commenti sulla qualità dei dispositivi di protezione: "Alla Protezione civile non ho detto niente, ma in qualche modo devo giustificarmi". Luca Sablone - Gio, 18/03/2021 - su Il Giornale. Si è conclusa con 6 arresti l'inchiesta relativa a 6 milioni di mascherine e a una fornitura di camici ordinati a marzo, che sarebbero dovuti arrivare in tre giorni alla Protezione civile della Regione Lazio, giunti a destinazione invece a distanza di 5 mesi. Secondo la procura di Taranto sulla fornitura da 24 milioni di euro, aggiudicata a una società con sede nel capoluogo ionico, si sarebbe consumata una truffa operata da 6 persone che da ieri mattina sono ai domiciliari: sono accusati di associazione per delinquere finalizzata anche alla frode, al falso, alla vendita di prodotti con segni mendaci, al riciclaggio e all'auto riciclaggio in Italia e all'estero. Gli investigatori hanno spiegato che la società avrebbe "fornito documenti rilasciati da enti non rientranti tra quelli a ciò deputati e per superare le procedure di sdoganamento, ha prodotto falsi certificati di conformità". Dunque sarebbero stati forniti prodotti potenzialmente non adatti allo scopo.

Le intercettazioni. In questo contesto sono spuntate le intercettazioni che evidenzierebbero come gli indagati non avessero le carte in regola. "Fabio ci ha mandato un video che io ho girato al mio cliente [...] che mi ha detto che gliel'hai mandato te, quel video è stato fatto per uno dei miei clienti, è stato croppato è stato messo sopra il nome di... è una truffa! Lo capisci!"", dice L. Segue poi uno scambio di conversazioni rispettivamente tra A e R: "Ma scusa il bonifico dei mille euro a Jean Francois perché non lo hai fatto ancora?"; "Ma che bonifico è"; "Dice che ti ha mandato una fattura"; "Ma qua tutti mandano fatture ma per che cosa Antò? Fatemi capire qua ogni giorno arriva una cosa per roba che non c'entra un c**** sulla società". Poi riprendono i contatti tra P e A, con il primo che dice a chiare lettere: "Perché io ad oggi, alla Protezione civile, non ho detto niente, ho detto semplicemente che noi abbiamo fatto richiesta all'Inail e stiamo aspettando che l'Inail risponda". E a quel punto arrivano i commenti sulla qualità delle mascherine: "In realtà sappiamo tutti e due"; "Sappiamo bene che fa schifo"; "Eh esatto cioè un prodotto di m****"; "Vabbè prodotto di m****". Pertanto P si chiede: "E quindi devo potermi giustificare in qualche maniera, no?".

"Falsa certificazione di conformità". Il gip ha sottolineato che la Internazionale Biolife, quando aveva proposto la fornitura di mascherine e camici, "non aveva ancora la disponibilità della merce e non aveva neanche contezza della tempistica necessaria per soddisfare le esigenze dell'Ente". Inoltre alla data del 28 aprile "non aveva ancora consegnato all'Agenzia Protezione civile della Regione Lazio alcun dispositivo di protezione individuale pur avendo ricevuto il cospicuo anticipo di 4,9 milioni di euro". Le consegne delle mascherine sarebbero avvenute solamente nel mese di agosto, ben oltre i termini contrattuali statuiti, "approvvigionandosene in un periodo di maggiore facilità di reperimento e probabilmente ad un prezzo decisamente inferiore a quello che avrebbe dovuto pagare se avesse rispettato i termini di consegna in piena emergenza Covid-19". La fornitura dei camici e delle tute "è rimasta totalmente inadempiuta, anche se la Internazionale ha consegnato una parte del prodotto, corredata da falsa certificazione di conformità". Alla Regione Lazio sarebbero stati consegnati solo 147.940 camici "a fronte di un milione promesso, ma soprattutto le indagini svolte dalla Gdf hanno consentito di accertare che quei camici consegnati erano accompagnati da certificazione di conformità palesemente contraffatta".

Valeria Pacelli per il "Fatto quotidiano" il 4 marzo 2021. Non c' è solo l'inchiesta sulla fornitura di 801 milioni di mascherine acquistate dal governo a marzo 2020. Nel mirino dei pm di Roma sono finite anche altre due commesse di mascherine e guanti acquistati stavolta dalla Protezione civile Lazio. Nell' ambito di questa nuova inchiesta, ieri sono state emesse tre misure cautelari ai domiciliari. Ed è nei rivoli di questo filone che ieri sono stati perquisiti (senza alcuna misura cautelare) due nomi noti. Si tratta di Roberto De Santis, dalemiano della prima ora, e dell' ex ministro Francesco Saverio Romano. Entrambi indagati per traffico di influenze, ma per vicende diverse. De Santis, secondo l' accusa, "sfruttando le sue relazioni personali con Domenico Arcuri", ex commissario straordinario, "si faceva promettere da Vittorio Farina e successivamente dare dalla società European Network Tlc srl" 30 mila euro, "come da fattura emessa il 1º luglio 2020". Fattura che per i magistrati "non trova altra giustificazione se non nella illecita mediazione consistita nel presentare ed accreditare al pubblico ufficiale la società in questione per nuove forniture". Arcuri (estraneo all' indagine) è dunque ritenuto il "trafficato", proprio come nell' inchiesta già nota sulle 801 milioni di mascherine acquistate dal governo. Nella nuova indagine romana ieri è finito ai domiciliari Vittorio Farina, accusato di frode nelle pubbliche forniture e truffa. È un imprenditore, amico di Luigi Bisignani, e che in passato è stato anche tra i finanziatori della Fondazione Open: ha donato 200 mila euro di contributi volontari tra il 2016 e il 2017 (nulla di illecito). Chi a marzo stipula i contratti con la protezione civile Lazio è la società European Network Tlc Srl (Ent) della quale Andelko Aleksic è "il rappresentante legale pro-tempore" (da ieri ai domiciliari) e Farina il "delegato della stessa società". Le forniture sono due: la prima riguarda 5 milioni di Ffp2 per 21,3 milioni di euro (iva inclusa), la seconda 430 mila camici per 5,2 milioni di euro (Iva inclusa) di cui sono stati pagati 2,1 milioni di euro. Secondo la procura però alcuni di questi dispositivi di protezione mancavano della certificazione Ce. Nel caso delle mascherine, è stata l' Agenzia delle dogane a rilevare "criticità in ordine all' autenticità del marchio Ce e della certificazione fornita". Come pure nel caso della fornitura di camici per gli inquirenti la documentazione fornita non era idonea. Nell' ambito di questa indagine si delinea anche il quadro di relazioni di Farina, che viene definito dal Gip "il faccendiere" "colui che ha tenuto i contatti con soggetti vicini alla struttura commissariale, al fine di ottenere agevolmente la conclusione di forniture vantaggiose per la società". "Tu lasciami lavorare, c' ho ampia delega da te, te faccio diventare molto benestante, forse potresti anche essere considerato ricco", diceva ad Aleksic il 9 settembre. In un' altra conversazione del 5 ottobre, Farina parla di Arcuri mostrando "la sua soddisfazione nell' aver ottenuto la promessa - verosimilmente dal commissario - di inserire la Ent Tlc srl quale fornitore sussidiario rispetto a Luxottica spa e Fca Spa per l' approvvigionamento" di mascherine "da destinare alle scuole". Secondo gli investigatori, il 3 settembre Farina "è riuscito ad incontrare Arcuri" a Roma. Circostanza smentita da fonti vicine all' ex commissario. Ieri poi una nota di Invitalia ha precisato: "Né la società European Network Tlc né le persone coinvolte nelle indagini, hanno ricevuto alcuna promessa, affidamento o incarico dall' ex Commissario o dalla Struttura". "La società - aggiungono - come tante altre, aveva inviato diverse proposte a nessuna della quali è stato mai dato alcun seguito". Secondo gli investigatori, il primo settembre 2020 Farina incontra a Roma De Santis, lo stesso al quale, secondo le accuse, la Ent ha pagato una fattura di 30 mila euro. Nel decreto di perquisizione di De Santis i pm parlando di "numerosi contatti telefonici tra Farina e De Santis". "De Santis - aggiungono - a sua volta, ha numerosi contatti con Arcuri () Vi sono anche contatti diretti tra l' utenza in uso ad Arcuri e quella in uso a Farina". E poi ci sono i rapporti con Francesco Saverio Romano. Secondo i pm l' ex ministro "sfruttando le sue relazioni personali" con un funzionario della protezione civile Sicilia, si faceva promettere da Farina" "quale corrispettivo della sua mediazione illecita" circa 58 mila euro "come da fatture emessa il primo luglio 2020".

La commessa cinese. Report Rai PUNTATA DEL 11/01/2021 di Rosamaria Aquino, collaborazione di Giovanni De Faveri, Norma Ferrara e Edoardo Garibaldi. Dall’inizio della pandemia gli appalti per l’acquisto di dispositivi di protezione sono stati affidati dal Commissario per l’emergenza coronavirus quasi sempre senza gara, anche per grandi importi. Come è andata? Parallelamente agli acquisti all'estero e in particolare dalla Cina bisognava creare una filiera nazionale di produzione, l’Italia ci è riuscita? Dalle aziende cinesi da cui sono state comprate mascherine a prezzi altissimi, alle imprese del Cura Italia, fino al maxi appalto Fca, il viaggio di Report tra mediatori diventati milionari e mascherine cinesi che l’Italia non compra più, ma ancora arrivano negli aeroporti della penisola.

LA COMMESSA DEL CINESE Di Rosa Maria Aquino Collaborazione di Giovanni De Faveri, Norma Ferrara, Edoardo Garibaldi immagini di Chiara D’Ambros, Davide Fonda e Paolo Palermo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Adesso passiamo invece alle mascherine. Da chi le compriamo? E quanto le paghiamo? Report può cominciare.

ROSAMARIA AQUINO Le viene contestato questo traffico di influenze. Lei avrebbe, secondo questo decreto, sfruttato il nome di Arcuri.

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Ma con chi lo avrei dovuto sfruttato il nome di Arcuri? Il nome di… Ma abbia pazienza, lei lo conosce Arcuri? Adesso io ringrazio tutti, anche il pubblico ministero di pensare che io fossi nelle condizioni di poter addirittura… la persona più potente d'Italia dopo Conte si faceva da me... io sono molto lieto, ma purtroppo non è così.

ROSAMARIA AQUINO Perché oggi si ritrova indagato per aver sfruttato..

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Lo deve chiedere al Procuratore della repubblica.

ROSAMARIA AQUINO Ma secondo lei, non c'è nessuno a parte lei che può chiarire che così non è andata?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Ma guardi cosa le devo dire potrebbe chiarirlo il commissario.

CONFERENZA STAMPA DEL 23/12/2020 ROSAMARIA AQUINO Buonasera commissario, io le vorrei parlare dell’appalto da un miliardo e 200 milioni di euro di mascherine provenienti dalla Cina. Mario Benotti alle nostre telecamere dice: è stato Domenico Arcuri a darmi mandato di procurare quanti più dispositivi possibili e in breve tempo. Lei conosce Mario Benotti? Gli ha veramente dato mandato e soprattutto perché ha pensato proprio a lui?

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID Chi fa il mio mestiere e credo non solo, ma soprattutto chi fa il mio mestiere, commetterebbe un errore imperdonabile a commentare delle indagini che sono in corso. Quindi le prometto che le risponderò a questa domanda quando queste indagini si saranno concluse.

ROSAMARIA AQUINO Non mi permetterei mai di farle commentare indagini in corso, quello che voglio chiederle è se dalla sua parte, istituzionale, lei possa fare trasparenza su questo appalto da 1 miliardo 200 milioni di euro?

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID Chi fa il mio mestiere, e credo non solo chi fa il mio mestiere, non si può permettere e non deve commentare immagini in corso… indagini in corso. Chi fa il mio mestiere ha il dovere di fare trasparenza sulle indagini in corso nei confronti di chi le sta svolgendo.

ROSAMARIA AQUINO Può fare trasparenza su questo appalto, per favore? Può dirci come è andata la mediazione?

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID Chi fa il mio mestiere ha il dovere solenne di fare ogni cosa per rendere trasparente la propria azione e quella del proprio ufficio nei confronti di chi sta svolgendo queste indagini. Ci sono delle categorie professionali in Italia che sono preposte a svolgere questa funzione. Grazie.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora siamo a marzo in piena emergenza, e il commissario Arcuri ha un disperato bisogno di mascherine e caschi per l’ossigeno. Siccome è anche il manager di Invitalia, la società del Ministero delle Finanze che si dovrebbe occupare di sviluppare le aziende e le imprese sul nostro territorio, si rivolge anche agli imprenditori. Anche a Mario Benotti che tra l’altro è anche un nostro collega, è un giornalista rai in aspettativa, è stato direttore di Rai World. Immaginiamo che Arcuri si rivolga a lui in qualità di imprenditore, perché Benotti è a capo di un’azienda che produce componenti, microcomponenti elettronici per le telecomunicazioni. È anche a capo di Optel che è un consorzio di aziende del settore: è un uomo delle relazioni tanto per capirci. Tanto è vero che gira questa istanza, Benotti, a un suo amico, Andrea Tommasi, un ingegnere aerospaziale titolare della Sunsky, un’azienda che si occupa di marketing per la difesa. È lui che ha i contatti con le aziende cinesi, quelle da cui Arcuri poi comprerà 1 miliardo e duecento mila euro circa di mascherine così divise: una commessa di 590 milioni di euro alla Wenshou light per mascherine ffp2 e p3; e poi la Luokay che è stata costituita cinque giorni prima di firmare il contratto, che incassa anche la cifra più ricca, 633 milioni di euro, per mascherine chirurgiche e ffp3. Per la mediazione i cinesi riconoscono a Tommasi la cifra di 60 milioni di euro, e poi, ne gira, Tommasi 12 a Benotti. Non possiamo che rallegrarci con loro. Solo che seguendo la pista dei soldi e delle società, ma anche delle utenze telefoniche che hanno la loro importanza in questa vicenda, mai avremmo immaginato che tirando un filo che parte dalla struttura commissariale, che passando per le società cinesi e rientrando in personaggi che hanno avuto un ruolo nello scandalo del Vaticano, Vatileaks, e passando per San Marino si arrivasse in un negozio a Roma, a Piazza Vittorio, dove ci sono due signore che prendono un thè. La nostra Rosamaria Aquino.

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Ero in quel momento in contatto con Domenico Arcuri. A me come credo ad altri chiede di poter fare tutto il possibile per fare pervenire in questo Paese i dispositivi di protezione e respiratori.

ROSAMARIA AQUINO Quindi diciamo il suo ruolo è creare un link tra la struttura commissariale di Arcuri e queste aziende cinesi.

 MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Noi abbiamo creato insieme all'ingegner Tommasi, le possibilità affinché la struttura del commissario potesse direttamente instaurare dei rapporti con le più grandi aziende cinesi e con il più grande consorzio di aziende cinesi che fosse nelle condizioni di poter assicurare al Paese delle forniture vere e reali.

ROSAMARIA

AQUINO FUORI CAMPO IL TITOLO UN DEMOCRISTIANO IN BORGHESE” Ma da chi è formato questo grande consorzio? Cina, provincia dello Zhejiang, siamo a 500 chilometri da Shangai. Il treno ci porta a Wenzhou. In questo centro direzionale, c’è la sede della Wenzhou Light, la ditta a cui la struttura del commissario Arcuri ha commissionato quasi 600 milioni di euro di mascherine.

CAMERAMAN Vorrei sapere se potete esportare mascherine.

SEGRETARIA WHENZOU LIGHT Certo, esportiamo mascherine in tutto il mondo. Quante ne volete?

CAMERAMAN Molte, ma vorrei vedere alcuni campioni, iniziamo con 50.000 pezzi.

SEGRETARIA WHENZOU LIGHT Troppo pochi, consiglio di mandare una mail.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Quelli della Wenzhou sono molto diffidenti. Non ci rilasciano altre informazioni, ma abbiamo capito che loro non fabbricano mascherine. Sono una società che le esporta. Proviamo ad andare in una fabbrica che le sta confezionando per richieste che arrivano da tutto il mondo.

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE Prego, siediti ti offro del tè.

CAMAERAMAN Chi vi aiuta a esportare all’estero, qualche società di import-export? Per esempio, so che c’è la Wenzhou Light oppure la Luokai.

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE Non posso dirti i nomi delle società.

CAMERAMAN Le mandate anche in Italia?

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE Noi le produciamo, poi sono le società commerciali che le vendono.

CAMERAMAN Quanto costa produrre una mascherina?

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE 2 centesimi l’una.

CAMERAMAN E a quanto le vendi?

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE Dipende, il prezzo più basso è tre centesimi.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Sembra un affare, visto che la nostra struttura commissariale le ha pagate anche 55 centesimi l’una. Vorremmo fare un ordine.

CAMERAMAN Un mio amico potrebbe aiutarmi a venderle in Europa, posso parlare direttamente con te?

RESPONSABILE FABBRICA DI MASCHERINE No, devi rivolgerti a una società di trading.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Se non passi attraverso le società commerciali le mascherine non riesci ad acquistarle. Sempre a Wenzhou c’è uno degli uffici di Luokai Trade, è l’altra società a cui la struttura del commissario ha affidato commesse per 633 milioni. Si trova in un quartiere blindato dove si concentrano molti edifici del Partito comunista cinese. Per intuire i legami di Luokai con il governo, basta leggere il nome del comprensorio dove c’è la sua sede: la Procura suprema del popolo, una sorta di Corte suprema cinese. Il particolare non trascurabile è che la Luokai Trade nasce appena 5 giorni prima della commessa italiana.

ROSAMARIA AQUINO Guardi, noi abbiamo fatto una semplice visura di queste due aziende. Una ci è risultata piena di ingiunzioni di pagamento.

MARIO BENOTTI Quale?

ROSAMARIA AQUINO La Wenzhou. E la Luokai invece è un'azienda che è nata da pochi mesi.

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Io credo che se i contratti sono stati stipulati e i materiali sono arrivati vuol dire che esistevano le società.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Le società che prendono la commessa sono in realtà tre: a Wenzhou Moon Ray va la fetta più piccola, 27 milioni. Il grosso va a Wenzhou light e Luokai. Da quest’ultima società la struttura commissariale di Arcuri ha comprato 450 milioni di chirurgiche a 49 centesimi l’una e 121 milioni di mascherine FFP3 a 3,40 euro l’una. Ci viene impedito l’ingresso a Luokai e proviamo a intavolare una trattativa via mail. A differenza dell’altra ditta accetta di venderci le sue mascherine FFP3 al prezzo di un euro e cinquanta. La metà di quanto le ha acquistate lo Stato italiano.

ROSAMARIA AQUINO Possiamo affermare che questa commissione pagata a lei di 12 milioni di euro e di 60 milioni pagati a Sunsky non ha inciso sul prezzo delle mascherine?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Assolutamente.

ROSAMARIA AQUINO Eurostat ha analizzato le importazioni di mascherine dalla Cina, no? Quindi noi paghiamo due volte Spagna e Francia e tre volte la Germania.

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Quello che è stato a noi riconosciuto sicuramente non ha inciso nel costo...anche perché non ci sarebbero stati questi margini di guadagno... margini di risparmio.

ROSAMARIA AQUINO Se non è vero che lei si è fatto retribuire in modo occulto e non giustificato, che cosa è vero?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Io il lavoro l’ho fatto. Non mi sono fatto pagare dallo Stato, non mi sono fatto dare soldi d’anticipo.

ROSAMARIA AQUINO FUORICAMPO Il commissario Arcuri ha acquistato a prezzi molto più alti, come ci dice un operatore che fa import export con la Cina.

FONTE COPERTA Il commissario a luglio ha importato 500 milioni di euro di mascherine dalla Cina e le ha pagate 297 euro al chilo.

ROSAMARIA AQUINO Rispetto a una media di?

FONTE COPERTA Di 28!!!

ROSAMARIA AQUINO Cioè le abbiamo pagate 10 volte di più?

FONTE COPERTA Dieci volte. E dici... perché c’hai questi costi così? Saranno costi di altra natura no? Che corrispondono ad altre cose…

ROSAMARIA AQUINO Un intermediario?

FONTE COPERTA Eh, un intermediario.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È! Ovviamente quello è un momento di emergenza e se vuoi tante mascherine le devi pagare, solo che a luglio noi le abbiamo pagate, secondo la nostra fonte, ben dieci volte quello che le avrebbero pagate i privati e più di quello che lo avrebbe pagato il pubblico di altri paesi. Benotti però si giustifica dicendo: guardate che non è la mia commissione che ha fatto salire il prezzo. Fa riferimento ai 60 milioni di euro che le ditte cinesi hanno riconosciuto a Tommasi e 12 in particolare a lui, a Benotti. Altri 3 sono andati a finire al sig. Solis, equadoregno, vive nella provincia di Roma e di professione vende anche le bibite. Ora, perché noi sappiamo tutta questa storia? Perché è stata segnalata da Uif di Banca d’Italia, che segnala i movimenti sospetti. Poi in particolare perché Benotti è considerato anche dai magistrati persona politicamente esposta, questo perché Benotti ha avuto in passato dei rapporti, è stato consulente della Presidenza del Consiglio del Governo Renzi, ha avuto rapporti con Prodi, Del Rio, è stato capo della segreteria di Gozi quando è stato sottosegretario al Ministero agli affari europei, per l’Europa. Poi è stato anche consulente del sindaco Nardella. Tutte queste persone, lo diciamo chiaramente, non c’entrano assolutamente in questa vicenda. Però seguendo il flusso di 12 milioni di euro di commissione che sono stati riconosciuti a Benotti, si scopre che 9 vanno a finire nella società che fa riferimento a lui, la Microproducts, che è praticamente al 20% della compagna, mentre all’80% della società Partecipazioni che è dentro la fiduciaria Cordusio, sempre di riferimento di Benotti. E gli altri 3 milioni rimanenti sono andati direttamente dentro la società Partecipazione. Da lì sono ripartiti verso altri personaggi, per questa vicenda Benotti è indagato per traffico di influenze.

ROSAMARIA AQUINO Lei ha un numero di telefono nella sua agenda che vale 12 milioni di euro. È così o no?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Ma non è un numero di telefono che vale 12 milioni di euro, sono rapporti!

ROSAMARIA AQUINO Eh! MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL I 12 milioni di euro li valgono i rapporti, il lavoro, e quarant’anni di professione, di carriera e di rapporti in giro per il mondo.

ROSA MARIA AQUINO FUORI CAMPO Una parte della provvigione di 12 milioni di Benotti provenienti dall’acquisto delle mascherine sarebbe finita alla “papessa”: Francesca Immacolata Chaouqui. Coinvolta nello scandalo Vatileaks con il sospetto di aver consegnato ai giornalisti documenti riservati sulle spese dei cardinali.

ROSAMARIA AQUINO Ma lei che c’entra con le mascherine?

FRANCESCA CHAOQUI Per la ricettazione dei soldi provenienti col traffico di influenze, ma io da dove provenivano i soldi con cui pagava Benotti che mai ne potevo sapere?

ROSA MARIA AQUINO FUORI CAMPO In un interrogatorio Monsignor Balda, coinvolto in Vatileaks per una fuga di notizie riservate che turbò i primi anni del pontificato di Bergoglio, disse che la Papessa era legata ai servizi segreti italiani. Si diceva spaventato dal mondo che aveva dietro, e che la Chaouqui aveva come consigliere Luigi Bisignani. In Vatileaks, anche Benotti fu indagato, ma immediatamente archiviato. Ma con la Chaouqui ha mantenuto buoni rapporti al punto da affidarle la comunicazione e la cura della sua immagine.

FRANCESCA CHAOQUI Questo qua si rivolge alla mia agenzia per produrre un programma che si chiama “Un democristiano in borghese”. Noi forniamo le telecamere, il montaggio, le riprese, il personale, i testi, i contenuti, tutto quanto. Io quindi prendo i soldi per questo, per organizzare un evento in Galleria Borghese e per fare il suo libro “Ricostruzione”.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Va detto che Benotti è rimasto coinvolto nella vicenda dello scandalo del Vaticano proprio per la sua amicizia con la Chaoqui, che è stata accusata di dossieraggio a scopo ricattatorio in quegli anni. Benotti invece era stato accusato di spionaggio, perché avrebbe messo, secondo i magistrati, a disposizione i suoi prodotti, la componentistica elettronica per le telecomunicazioni proprio per l’attività di spionaggio, dicevamo. Ma la sua posizione, lo diciamo chiaramente, è stata immediatamente archiviata. Tuttavia, pur avendolo messo nei guai la sua amicizia con la Chaoqui è rimasta e a lei lui ha delegato la cura della propria immagine; cura la rubrica giornalistica “Un democristiano in borghese” e a lei ha affidato anche l’edizione del libro. Solo che per i magistrati la Chaoqui conosce la provenienza illecita, la presunta provenienza illecita del denaro con cui la paga Benotti, 230 mila euro. Un altro personaggio che è finito indagato è Daniele Guidi, amico di vecchia data di Tommasi. Tommasi gli aveva affidato la logistica per le mascherine e lui si è occupato di organizzare i voli aerei. Solo che Daniele Guidi è indagato dalla magistratura di San Marino per via del crack da 500 milioni del “credito industriale sammarinese”, banca cis, di cui Guidi era direttore generale e anche socio attraverso una società lussemburghese. Però Report ha scoperto che Guidi e Tommasi sono attenzionati da poche settimane per un’altra vicenda di intermediazione. Anche qui la SunSky di Tommasi avrebbe incassato 500 mila euro come commissione per aver svolto una operazione di recupero crediti. Ricordiamo che Tommasi ha un’azienda che dovrebbe occuparsi, come dice l’oggetto sociale di “marketing per la difesa”.

FONTE SAN MARINO Da capo di Banca Cis, Guidi nel novembre 2016 dà mandato alla Sunsky di trovare soggetti interessati all’acquisto di un villaggio turistico in Tunisia, il Kelibia beach.

ROSAMARIA AQUINO Un villaggio?

FONTE SAN MARINO La motivazione è quella di far recuperare alla Banca un credito da più società, attraverso la cessione degli asset della filiera che era proprietaria di questo resort. Per questa mediazione la Sunsky avrebbe percepito 500.000 euro.

 ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Quindi la banca Cis deve rientrare da un credito e pensa di recuperarlo mettendo in vendita questo splendido resort in Tunisia.

FONTE SAN MARINO Ma da un’indagine approfondita sembrerebbe che questo investimento finisca nella pancia di un’agenzia di viaggi di Terni che ha una linea di credito con banca Cis di 20 milioni di euro.

ROSAMARIA AQUINO Ma che tipo di indagine è? FONTE SAN MARINO Questo non lo posso sapere, c’è il segreto. Ma so per certo che la consulenza è attenzionata dalla Banca Centrale e dall’Autorità Anti-riciclaggio.

GERARDO GIOVAGNOLI - PRESIDENTE COMMISSIONE D’INCHIESTA BANCA CIS Si tratta di un investimento in un villaggio turistico del valore mi sembra di 20 milioni di euro, non vorrei sbagliarmi, nel quale questi soldi sono stati erogati a persone che non avevano effettivamente la possibilità di garantire, se non con quello che sarebbe diventato poi eventualmente, il villaggio.

ROSAMARIA AQUINO Questo villaggio esisteva o no?

GERARDO GIOVAGNOLI - PRESIDENTE COMMISSIONE D’INCHIESTA BANCA CIS Questo villaggio era in costruzione.

ROSAMARIA AQUINO Ma il motivo per cui vi ha fatto suonare il campanello qual è stato?

GERARDO GIOVAGNOLI - PRESIDENTE COMMISSIONE D’INCHIESTA BANCA CIS Noi vedevamo le ispezioni a banca centrale, cosa fa banca centrale? Dice: quali sono i maggiori casi, no? Che rendono l’attività della banca dubbi? E Kelibia era uno di quelli.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Guidi ci fa rispondere che il debito di quelle società con la banca è risalente a quando non aveva alcun ruolo in Cis e che Tommasi era professionista conosciuto e stimato dalla banca. Ma Tommasi con la Sunsky dovrebbe fare marketing e consulenza nel settore della difesa. Eppure si occupa di mediare per la compravendita di mascherine e villaggi in Tunisia. La sede è a Milano. Ma che tipo di ditta è la Sunsky?

ROSAMARIA AQUINO Buongiorno, stavamo cercando la Sunsky.

PORTIERE PALAZZO SUNSKY Forse è chiusa eh. Non c’è nessuno sopra.

ROSAMARIA AQUINO Ma non vengono durante il giorno’.

PORTIERE PALAZZO SUNSKY In genere vengono. Quando hanno appuntamenti. Io so che cosa c’è in ballo però io più di così non posso dire, io sto facendo il mio lavoro.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Le perquisizioni a Guidi e Tommasi, partner nel business mascherine e nelle compravendite di villaggi turistici, sono state fatte in questo palazzo, alle porte di Milano. ROSAMARIA AQUINO Ma lui in genere lavora a casa, sta molto tempo a casa, lo troviamo qui oggi o no? VICINO DI CASA Non glielo so dire io lo vedo poco.

ROSAMARIA AQUINO Ma l’ha vista la Guardia di finanza quando è venuta a fare il sequestro?

VICINO DI CASA No, io non l’ho vista, ho sentito qualcuno che ne ha parlato. Ma poi qua si chiudono, non si sa niente. Non si fanno vedere.

ROSAMARIA AQUINO Non si fanno vedere, anche perché Tommasi dopo aver incassato i 48 milioni di euro per la commessa delle mascherine dalle aziende cinesi, è stato da giugno a ottobre in un lungo tour in barca nel Mediterraneo. Lontano dal virus. Ma il 7 gennaio lo troviamo in Procura di Milano. E non sembra contento di incontrarci.

GIOVANNI DE FAVERI Ingegner Tommasi buon giorno sono De Faveri, Report. Volevamo chiederle...

ANDREA VINCENZO TOMMASI - SUNSKY SRL Parli con il mio avvocato. Io non rispondo, chiedo scusa. Parli con il mio avvocato.

GIOVANNI DE FAVERI Volevamo chiederle semplicemente come sono state scelte queste aziende per le mascherine?

ANDREA TOMMASI - SUNSKY SRL Parli con il mio avvocato.

GIOVANNI DE FAVERI Non ne vuole parlare?

ANDREA TOMMASI - SUNSKY SRL Ho già comunicato, lasci parlare il giudice.

GIOVANNI DE FAVERI Perché lei e Benotti vi siete fatti pagare la mediazione dalle aziende cinesi? Ci dica almeno questo...

 ANDREA TOMMASI - SUNSKY SRL Lasci parlare i giudici... Grazie buon giorno e buon anno.

GIOVANNI DE FAVERI Potrebbe darci una risposta così magari facciamo un po' di chiarezza...

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Niente, non vogliono dirci su come sono state scelte le società cinesi. Ricapitolando, la struttura commissariale del commissario Arcuri, che non è indagato in questa vicenda, compra mascherine da due aziende cinesi, totale: un miliardo e duecento milioni di commessa. Sono aziende che sono state indicate da Tommasi. Tommasi ha un’azienda che si occupa di marketing per la difesa, per questo percepisce anche una commissione. Il discorso qual è? Una di queste società che ha preso la commessa, quella più ricca 633 milioni di euro, la Luokai, è stata costituita cinque giorni prima di firmare il contratto, ma questo non è un problema perché in questo periodo di emergenza è accaduto spesso. Che cosa ha scoperto invece Report? Che incrociando le informazioni, seguendo il filo delle società, una specie di scatole cinesi e soprattutto le utenze telefoniche che hanno la loro importanza in questa vicenda la Luokai porta a un manager Cai Zhongkai, che è un manager che è ben radicato in Italia, le sue società hanno sedi a Milano, Teramo, ma anche Roma, e quella di Roma in particolare condivide le utenze telefoniche con suo cognato Yu Hui. Yu Hui è un personaggio che è stato coinvolto, tempo fa, in una inchiesta della Dda, poi dopo ne è uscito. Vende vestiti in un negozio a Piazza Vittorio a Roma, ma intorno a lui c’è un mistero. È un personaggio dal passato poco limpido. Poi Rosa Maria quando è andata nel suo negozio che cosa è successo? Ha trovato il figlio che dice “sì questo negozio è di mio padre”, il giorno dopo invece ha trovato, indovinate, due signore che bevono un thè.

ROSAMARIA AQUINO Lei ha preso delle provvigioni dalle aziende cinesi, che tipo di controlli ha fatto su queste aziende?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL I contratti sono stati fatti dall’ingegner Tommasi e ritengo sia stato tutto controllato anche dall’ufficio del commissario.

ROSAMARIA AQUINO Come mai come avviene normalmente per la legge italiana, non avete pensato di farvi pagare questa mediazione dalla stazione appaltante italiana e invece vi siete fatti pagare dai cinesi?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Quando noi abbiamo cominciato a fare questa operazione non sapevamo neanche se avremmo avuto una commissione, se saremmo stati pagati da qualcuno, perché c’era un’emergenza. ROSAMARIA AQUINO Farsi pagare da queste aziende cinesi non avendole controllate, potrebbe pure far sì che queste aziende cinese siano magari in mano, la dico lì, alla malavita per esempio?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Io non ho motivo di credere a una cosa del genere, non ho evidenza di questo genere.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO La Luokai, alla quale la struttura commissariale ha commissionato 633 milioni di euro in mascherine era stata aperta cinque giorni prima della firma del contratto. Attraverso una serie di società cinesi scopriamo che è collegata al signor Cai Zhongkai e c’è un filo che conduce a Roma nel quartiere multietnico di piazza Vittorio. Cai Zhongkai dovrebbe avere sede in questo magazzino.

ROSAMARIA AQUINO Stavamo cercando questo signor Cai Zhongkai.

DIPENDENTE MAGAZZINO guardi so che una volta avevano sede qui adesso non lo so.

ROSMARIA AQUINO Ah non sono più qui.

DIPENDENTE MAGAZZINO No qui adesso noi facciamo solo maglieria.

ROSMARIA AQUINO Ah ok e siete italiani, questi erano cinesi, queste persone.

DIPENDENTE MAGAZZINO No, siamo cinesi… cioè loro son cinesi ma… Ma chi siete voi? ROSMARIA AQUINO Io sono una giornalista di Raitre, Report.

DIPENDENTE MAGAZZINO Ah.

ROSAMARIA AQUINO Quindi non hanno più nulla a che fare con questo domicilio?

DIPENDENTE MAGAZZINO No.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Proviamo a chiedere informazioni su Cai Zhongkai anche al portiere del palazzo dove c’è il magazzino.

ROSAMARIA AQUINO Siccome la signora è stata un po’ vaga, ma qua ci stavano questi o no? Sti cinesi?

PORTIERE Eh se è stata vaga lei io che vi devo dire. Io non posso dire niente.

ROSAMARIA AQUINO Ma ha visto qualcosa di strano?

PORTIERE Non possiamo dire niente.

ROSAMARIA AQUINO Eccola, signora lei è stata un po’ vaga però: mi risultano queste due società domiciliate lì.

 DIPENDENTE MAGAZZINO E quindi?

ROSAMARIA AQUINO E quindi saranno lì, forse sono domiciliate da lei?

 DIPENDENTE MAGAZZINO L’azienda non è mica mia, io sono una dipendente.

ROSAMARIA AQUINO Quindi li conosce, sa chi sono queste persone.

DIPENDENTE MAGAZZINO E quindi?

ROSAMARIA AQUINO Le sto chiedendo se mi può aiutare a trovarle.

DIPENDENTE MAGAZZINO No. ROSAMARIA AQUINO Ma perché? Che c’è di cui spaventarsi?

DIPENDENTE MAGAZZINO Niente. Non so dove siano. Anzi non sono in Italia sicuramente.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Alle utenze romane delle società di Cai Zhongkai corrisponde il numero di un negozio di abbigliamento che sta a pochi passi da quel magazzino. E’ di Yu Hui, cognato di Cai Zongkhai è noto alle cronache poiché con la moglie nel 2006 è finito in un’inchiesta della DDA di Roma e indagato per contrabbando. ROSAMARIA AQUINO Dove posso trovare il signor Yu Hui?

FIGLIO YU HUI Sta in Cina.

ROSAMARIA AQUINO Ah sta in Cina adesso… Non c’è nemmeno la signora? La signora Cai Lifen?

FIGLIO YU HUI Eh adesso non c’è. Eh è mia madre.

ROSAMARIA AQUINO Ah è tua madre. Allora io sto facendo un’inchiesta sulle mascherine.

FIGLIO YU HUI Sì. ROSAMARIA AQUINO Facendo dei collegamenti con le varie società io sono arrivata a Cai Zhongkai. Lei lo conosce?

FIGLIO YU HUI Eh…. Sì.

ROSAMARIA AQUINO E’ suo zio?

FIGLIO YU HUI Sì. Però non stanno qua.

ROSAMARIA AQUINO Quando sono andati in Cina?

FIGLIO YU HUI Eh un mese fa. Eh un attimo ho la macchina accesa.

ROSAMARIA AQUINO FUORICAMPO Yu Hui e suo cognato Cai Zhongkai, secondo quello che dice il figlio sono partiti per la cina circa un mese fa. Un caso, ma la loro partenza coincide con la data in cui sono stati sequestrati i telefoni e i pc di Tommasi e Benotti. Il figlio di Yu Hui telefona alla madre parlando in cinese. Forse spera di non essere capito.

FIGLIO YU HUI Ci sono alcuni giornalisti… loro hanno detto che stanno facendo ricerche su alcune società e sono arrivati a noi. Ma loro stanno cercando te… Eh oggi non ritorna.

ROSAMARIA AQUINO Che strano! Senta ma suo papà ha ancora dei legami con la criminalità cinese? Come tanti anni fa? Si ricorda che venne fatta quella indagine col gruppo Day Yuntao, vennero fatti dei sequestri. Non l’ha mai sentita questa cosa?

FIGLIO YU HUI No, adesso ho da fare devo andare…

ROSAMARIA AQUINO FUORICAMPO Torniamo il giorno dopo, ma il contesto che troviamo è surreale.

ROSAMARIA AQUINO Cercavo la signora Cai Lifen.

SIGNORA NEL NEGOZIO Oh! Lei non c’è.

ROSAMARIA AQUINO E dove posso trovarla la signora?

SIGNORA NEL NEGOZIO Non lo so

ROSAMARIA AQUINO C’era ieri il figlio mi ha detto che potevo trovarla magari oggi?

SIGNORA NEL NEGOZIO No, non conosco.

ROSAMARIA AQUINO Come non conosce? È la proprietaria di qua

SIGNORA NEL NEGOZIO No, che proprietaria di qua. Non lo so

ROSAMARIA AQUINO Ma me lo ha detto ieri il figlio.

SIGNORA NEL NEGOZIO No

ROSAMARIA AQUINO Ma siamo venuti qui ieri, me lo ha detto ieri il figlio.

SIGNORA NEL NEGOZIO Di Sen Fiang (???), non è di Yu Hui. No, Yu Hui niente.

ROSAMARIA AQUINO Abbiamo parlato ieri con il figlio, il ragazzo…

SIGNORA NEL NEGOZIO No, lui non lo sa.

ROSAMARIA AQUINO Non sa di chi è figlio?

SIGNORA NEL NEGOZIO No, non è figlio.

SIGNORA NEL NEGOZIO Non parla con me, parla con lei.

ROSAMARIA AQUINO Con lei chi? Quella che si è nascosta? Chi è quella signora? SIGNORA NEL NEGOZIO Comunque non parla con me.

ROSAMARIA AQUINO è la signora che sto cercando?

SIGNORA NEL NEGOZIO Sì

ROSAMARIA AQUINO Signora buonasera, salve stavo cercando la signora Cai Lifen.

ALTRA SIGNORA Io non la conosco, sono nuova di qua, sono arrivata ieri….

 ROSAMARIA AQUINO Ma come arrivata ieri? Scusi eh ma questo signore non è il signor Yu Hui?

SIGNORA NEL NEGOZIO Non lo so.

ROSAMARIA AQUINO Ma il ragazzo di ieri mi ha detto che è suo figlio.

SIGNORA NEL NEGOZIO Si è sbagliato.

ROSAMARIA AQUINO Si è sbagliato a dire che era il figlio? Cioè non sa chi è suo padre? Ma voi che ci fate qua? SIGNORA NEL NEGOZIO Noi sta qui a chiacchierare.

ROSAMARIA AQUINO Siete delle amiche della signora. La signora vi ha detto di venire qui perché potevamo venire noi?

SIGNORA NEL NEGOZIO Sì.

ROSAMARIA AQUINO La signora vi ha detto di venire qua perché potevamo venire noi… La signora vi ha detto di venire qui così…

SIGNORA NEL NEGOZIO Comunque tu uscire, non parla con me.

ROSAMARIA AQUINO Lo sa che partendo da una delle aziende cinesi si arriva a un negozietto che sta a piazza Vittorio, il cui proprietario diciamo ha un passato non proprio limpido. Lo sapeva?

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Lo apprendo da lei in questo momento. Anche perché non so chi ci sia a piazza Vittorio.

ROSAMARIA AQUINO Ci sono un sacco di cinesi.

MARIO BENOTTI – PRESIDENTE CONSORZIO OPTEL Ahhahaha.

ROSAMARIA AQUINO Io volevo capire la stazione appaltante alla quale lei fa riferimento che tipi di controlli fa sulle aziende dalle quali acquista? Fate delle visure, magari anche uno storico delle società? Perché ci risulta che una delle varie aziende alle quali avete affidato anche un appalto abbastanza grosso, da oltre 600 milioni di euro, è cinese, ma ha delle diramazioni italiane che poi conducono a soggetti dal passato non proprio limpido. Allora volevo capire che tipo di controlli fa la sua stazione appaltante.

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID Noi facciamo, come richiesto dal codice degli appalti, tre tipologie di verifiche. Se sono persone per bene, se hanno strutture economico-finanziarie compatibili con la dimensione della richiesta e se hanno la capacità di realizzare quello che dicono. Il codice degli appalti in vigore prevede che le offerte vengano valutate da una commissione, come lei sa. Questa commissione valuta soltanto l’offerta cosiddetta tecnico economica. Che cosa fa il responsabile unico del procedimento? Valuta i requisiti tecnico-professionali e cioè questo è capace di fare quello che ha detto, che la commissione non ha valutato, e i requisiti cosiddetti soggettivi: la moralità eccetera eccetera…

ROSAMARIA AQUINO A occhio no, Un’azienda che nasce 5 giorni prima…

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID A occhio però no, anche l’occhio vuole la sua parte.

ROSAMARIA AQUINO E no, commissario, cinque giorni prima della firma del contratto non vi ha insospettito?

DOMENICO ARCURI - COMMISSARIO STRAORDINARIO EMERGENZA COVID Se io potessi fare anche il membro della commissione e il responsabile unico del procedimento le assicuro che la mia vita sarebbe migliore di quella che è e che le saprei rispondere. Però se vuole dopo darmi più indicazioni soggettive di quello che dice le prometto che mi informo e le rispondo in un tempo molto ragionevole.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il commissario ha chiamato la nostra Rosamaria e ha promesso che avrebbe fatto accertamenti. Anche perché la situazione che ha trovato nel negozio di Yu HUI è a dir poco surreale. Un giorno è suo, il giorno dopo trova due signore candidamente a prendere il caffè. Abbiamo anche capito che c’è qualche difficoltà a parlare del manager di riferimento, Cai Zhongkai, quello che attraverso le utenze telefoniche e le scatole cinesi porta alla Luokai che è la società cinese che ha incassato 633 milioni di commesse. Il Commissario arcuri avrà il suo daffare. Noi non sappiamo cosa significhi tutto questo, quello che abbiamo scoperto. Quello che però è certo è che alla fine le mascherine mediate da Tommasi e Benotti, noi le abbiamo pagate da 2,16 centesimi a 3,40 al pezzo. Solo che negli stessi giorni si era presentato alla struttura commissariale un altro imprenditore, e aveva offerto le mascherine FFp2 al prezzo di 70 centesimi al pezzo, e venivano dalla Corea

PIER LUIGI STEFANI - IMPRENDITORE Questa azienda forte presenta una proposta di fornitura con prima consegna il primo aprile… da aprile a dicembre: 100 milioni di mascherine a 70 centesimi l’una. A questo punto io attivo i miei rapporti. Ho chiesto aiuto dove…

ROSAMARIA AQUINO Da cittadino? O qualcuno glielo ha chiesto?

PIER LUIGI STEFANI - IMPRENDITORE sì. Non mi sono mai in nessun caso, in nessun modo posto come intermediario, tanto è vero che la proposta l’ho passata pari pari a tre persone: Assolombarda che è la Confindustria della Lombardia, alla Regione Toscana attraverso Eugenio Giani che considero mio amico, e al senatore Mallegni di Forza Italia che immediatamente anche lui ha trasmesso a Arcuri, Borrelli, Conte, la mia proposta.

ROSAMARIA AQUINO Dall’Ufficio del commissario Arcuri che risposte ha avuto?

PIER LUIGI STEFANI - IMPRENDITORE Ah, io nessuna. Io ho presentato il 19 di marzo, 19 marzo 2020 una proposta a 70 centesimi: probabilmente portando la mia proposta a chi gli vendeva le mascherine a 3,50 avrebbero ottenuto quantomeno uno sconto. lo Stato deve comportarsi in quel caso come imprenditore.

ROSAMARIA AQUINO Addirittura la proposta gli è stata fatta e neanche hanno risposto.

PIER LUIGI STEFANI - IMPRENDITORE Perché alla fine vige sempre il criterio dell’amico dell’amico: anche questo signore di cui si parla… era amico… capito? Ha messo in contatto l’azienda cinese con il commissario straordinario… Ha bisogno di un amico per avere contatti con aziende a cui si danno, quanto… un miliardo e 100 milioni?

 FUORI CAMPO ROSAMARIA AQUINO A marzo in piena emergenza, Arcuri coinvolge la sua Invitalia e assegna un finanziamento a fondo perduto di 50 milioni a 130 aziende, di cui un’ottantina si riconverte per produrre mascherine. E’ una delle misure del decreto Cura Italia, per sostenere le imprese e fronteggiare la penuria di dispositivi.

MAURIZIO CORAZZI - ALTER ECO Un contributo che doveva essere a fondo perduto, lo sarebbe stato se riuscivamo a chiudere il progetto entro 15 giorni. Purtroppo, noi avendo fatto gli acquisti in un momento di lockdown generale, frontiere chiuse, a noi ci si è bloccato tutto.

ROSAMARIA AQUINO Quante mascherine chirurgiche state producendo?

MAURIZIO CORAZZI - ALTER ECO Circa 50mila al giorno ne possiamo fare. Ma in questo momento siamo bloccati perché noi teoricamente, se domani viene la Protezione civile ci dice: tu sei impegnato a darci questa roba, perciò ce la devi dare.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO La Alter Eco di Tivoli, che ha avuto un finanziamento di circa 350mila euro non ha mai avuto un ordine dalla struttura commissariale. Insieme a un’altra ventina di aziende, riconvertitesi per produrre mascherine, a maggio scrive ad Arcuri, chiedendo un accordo per la fornitura. Il commissario però risponde che per legge non può prendere impegni con futuri fornitori. Ora dovrà restituire il prestito e si metterà a venderle all’estero.

MAURIZIO CORAZZI - ALTER ECO A un certo punto abbiamo visto che dappertutto giravano solo mascherine cinesi.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Eppure il commissario Arcuri ci ha scritto che da luglio dall’estero non compriamo più nulla. Anche dalla Cina. In realtà sullo stesso sito del commissario, emerge che uno degli acquisti è stato fatto l’11 settembre. Poi L’ultima settimana di novembre ci arriva un sms, che ci avvisa che erano in arrivo dei voli Neos “del commissario” con a bordo 40 tonnellate di mascherine.

ROSAMARIA AQUINO Da dove arrivano questi voli?

DAVIDE MIGGIANO - RESPONSABILE DOGANE AEROPORTO FIUMICINO Queste arrivano dalla Cina, il volo è da Shenzen. Dovrebbe essere circa 20 tonnellate nel volo di ieri e 20 nel volo che arriverà tra circa un’ora.

ROSAMARIA AQUINO Il commissario continua a ordinare queste mascherine anche adesso che siamo nella seconda ondata?

DAVIDE MIGGIANO - RESPONSABILE DOGANE AEROPORTO FIUMICINO Il grosso degli arrivi è a Malpensa. Mi risulta che a Malpensa continui ad arrivare merce, ma di certo penso che mascherine FFP2 e guanti ne arrivino continuamente.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Forse si riferiva alle chirurgiche, che invece ci siamo messi a produrle sin da subito in casa, visto che le abbiamo pagate 46 centesimi in media, arrivando anche a 60 o 80 al pezzo. Per capire come funziona la produzione nazionale non bisogna però volare troppo in là dalla Neos. La compagnia è presieduta infatti da Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli. A marzo chiedeva aiuti per le compagnie aeree piegate dal calo degli spostamenti e dal mese dopo si mette a fare i voli per il Commissario. Lui aiuta nelle importazioni. A Fca, il commissario ha messo a disposizione macchine e materia prima, Fca ci mette forza lavoro e spazi. Circa due miliardi di mascherine a 12 centesimi al pezzo in un anno.

ROSAMARIA AQUINO Voi sapete quante persone lavorano alle mascherine?

OPERAIA FCA Sì, adesso saremo più di un centinaio.

OPERAIO FCA Saremo un 150, 200…

OPERAIO FCA 2 Ne facciamo 10mila per ogni postazione, sono 25 postazioni…

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Cosa faceva prima di questa produzione?

OPERAIA FCA 2 Cassa integrazione.

OPERAIO FCA Contratto di solidarietà.

OPERAIO FCA 4 Noi siamo nati per fare le auto, di colpo ci siamo trovati a fare le mascherine.

OPERAIA FCA Sembra che prendano più soldi con le mascherine che con le macchine, le macchine non le compra più nessuno…

 ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Alla porta 33 della mitica Mirafiori di Torino dove un tempo si smistavano bulloni e componentistica, oggi si producono mascherine. Ma come sono questi dispositivi? OPERAIO FCA 3 Alcune dopo un’oretta che le indossi si sfaldano.

OPERAIA FCA I primi facevano proprio schifo perché, li provavamo anche noi, si riempivano di lana, più di due ore non potevi tenerle le dovevamo buttare.

ROSAMARIA AQUINO Sono quelle che vengono prodotte all’interno dello stabilimento?

OPERAIO FCA Dalla Cina e all’interno dello stabilimento.

ROSAMARIA AQUINO Arriva qui prodotto cinese?

 OPERAIO FCA Lo stabilimento Fiat è qui, ma c’è anche in Cina, eh!

ROSAMARIA AQUINO Di cosa puzzano?

OPERAIA FCA Tipo colla…

 OPERAIO FCA 4 Poi erano stati intossicati anche gente in produzione, era finita anche gente in infermeria…

ROSAMARIA AQUINO E sono finite anche nelle scuole queste qua?

OPERAIO FCA 2 Eh purtroppo sì. Dappertutto.

ROSAMARIA AQUINO Anche ai bambini?

OPERAIO FCA 2 Anche ai bambini. Purtroppo, sì.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Ad ottobre presidi e genitori iniziano a segnalare che le mascherine prodotte da Fca emanano un forte odore di solvente.

PATRIK ABBONDANZA Mio figlio tornando da scuola mi ha detto guarda papà cosa mi hanno regalato: tre pacchetti di mascherine. Al che, quando l’ho aperta ho sentito un forte odore di copertone. Pensare che mio figlio che debba stare 5 ore a scuola annusando questa cosa qui…

ROSAMARIA AQUINO E quando lei ha sentito questo odore forte e poi ha visto chi è che le produceva, cosa ha pensato?

PATRIK ABBONDANZA Sì, poi ho letto Presidenza del consiglio dei ministri quindi in teoria mi dà sicurezza, garanzia che il prodotto sia sano e sia stato controllato e che sia tutto a posto.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Suo figlio e il resto della classe indossano altre mascherine. Scriviamo al commissario, che ci assicura: non c’è alcun problema di tossicità e alcune partite, per via dell’odore sono state ritirate, per il resto, dice, basta tenerle un po’ all’aria. Fca ribadisce che i dispositivi sono regolarmente autorizzati e certificati da organismi ufficiali e indipendenti. A Fca per produrre mascherine con mezzi e materia prima dello Stato sono stati affidati in via diretta 748 milioni e 800mila euro. Altri 200 milioni sono andati a 5 aziende con cui Arcuri si accordava per produrre 660 milioni di pezzi: Parmon, Mediberg, Grafica veneta, Fab Spa e Marobe con Triboo. Ma ce l’avranno fatta a produrle? Tranne Mediberg nessuna vuole dirci quante ne sono state prodotte e su una di loro, la Marobe, scopriamo che ad agosto ha dovuto mandare oltre 240 persone in cassa integrazione.

ROSAMARIA AQUINO Ma cosa era successo: perché a luglio hanno ritirato la commessa?

SINDACALISTA ANONIMO Il blocco della commessa in quanto sostenevano che alcuni campioni effettuati risultavano non conformi. Di più non so dirle ecco poi cosa ci sia realmente sotto a quel blocco lì anche perché qua c’è di mezzo il ministro Arcuri e io sinceramente non ci voglio neanche entrare nel merito.

ROSAMARIA AQUINO Voi lavorate qua?

DIPENDENTE MAROBE 1 Sì.

ROSAMARIA AQUINO Ma come mai a luglio si è bloccata la produzione?

DIPENDENTE MAROBE 1 Perché lo Stato non ha pagato.

ROSAMARIA AQUINO Ah, quindi non c’entra il fatto che le mascherine erano diciamo non a norma, non conformi?

DIPENDENTE MAROBE 1 Alcune sì, infatti le abbiamo cambiate.

ROSAMARIA AQUINO Lei lo sa perché a luglio la produzione si era fermata?

DIPENDENTE MAROBE 2 Perché non erano a norma han detto, non lo so.

ROSAMARIA AQUINO Queste qua non sono a norma?

DIPENDENTE MAROBE 2 Così hanno detto, invece adesso dicono che sono a norma.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Dopo un’attesa di una mezz’ora uno dei vertici dell’azienda si arrende e ci fa entrare…

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Noi abbiamo messo in piedi questa azienda perché ci è stato chiesto di metterla in piedi.

ROSAMARIA AQUINO Vi è stato chiesto da chi?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Beh, da Arcuri.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO La Marobe ha come socia temporanea nell’appalto, la Triboo, una società che si occupa di digitale. Presidente del cda di Triboo è Riccardo Maria Monti, vicepresidente della Fondazione Italia Cina, che vede tra i suoi consiglieri Massimo Paolucci, capo segreteria di Speranza e fino a poco tempo fa braccio destro del commissario Arcuri nell’ufficio per l’emergenza Covid.

ROSAMARIA AQUINO Perché siete entrati in Ati con una società che si occupa di digitale? Che c’entra la Triboo?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Su questo non vorrei rispondere.

ROSAMARIA AQUINO Perché?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Perché è un mio amico, semplicemente.

ROSAMARIA AQUINO A quanto le vendete voi allo Stato?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Siamo sotto 0,50.

ROSAMARIA AQUINO Però Arcuri in conferenza stampa aveva detto che queste 5 aziende che lui aveva scelto le avrebbero fatte sui 37 centesimi.

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Va bene siamo arrivati alla fine.

ROSAMARIA AQUINO Perché?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Perché basta.

ROSAMARIA AQUINO Sono soldi pubblici, sennò non glielo avremmo chiesto.

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Mamma mia… che brutta modalità che avete.

ROSAMARIA AQUINO Come dice?

CHRISTIAN CAGNOLA - MAROBE Che brutta modalità che avete.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Brutta modalità. Povera Rosa. Vabbè però abbiamo capito che la fretta è cattiva consigliera. Insomma, che cosa è successo, che il commissario Arcuri, attraverso Invitalia ha elargito 50 milioni di euro circa a fondo perduto per 130 aziende. Gli ha detto: “Riconvertitevi”, insomma abbiamo bisogno di dispositivi di protezione. Però per finalizzare il progetto doveva essere chiuso entro 15 giorni. Insomma, non hanno considerato che le frontiere erano chiuse e non si poteva importare materia prima. E così adesso dovranno restituire il contributo. Poi c’è una ventina di aziende che invece hanno prodotto. Però si aspettavano un ordine da parte del commissario che gli ha detto guardate che per legge il Commissario non può impegnarsi a effettuare degli ordini. Ora devono rivenderle all’estero. Ma con un po’ di rammarico perché dicono: qui è pieno di mascherine cinesi, insomma. Qualcuna però la produciamo anche in Italia, abbiamo visto quella della Fca, che però hanno avuto qualche problema. Un centinaio, quelle maleodoranti che erano state distribuite nelle scuole, sono state sequestrate dalla procura di Savona che le farà analizzare da laboratori certificati e procede con l’ipotesi di reato a carico di ignoti per frode in commercio. Ora siamo entrati nella scuola, ci rimaniamo e ci mettiamo seduti ai banchi.

ROSAMARIA AQUINO FUORICAMPO Qui siamo al Caetani, liceo romano che come gli altri ora dovrà rispettare la norma della didattica a distanza. Ma a ottobre in alcune classi la situazione era questa: studenti seduti allo stesso banco come se non ci fosse la pandemia.

ROSAMARIA AQUINO In questo modo è difficile garantire il distanziamento.

SALVATORE NICODEMO - DIRIGENTE SCOLASTICO LICEO “CAETANI” Sì. Stiamo cercando di sostituire questi banchi con quelli monoposto.

ROSAMARIA AQUINO Speriamo che arrivino presto.

SALVATORE NICODEMO - DIRIGENTE SCOLASTICO LICEO “CAETANI” Eh, speriamo di sì.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Ma perché a ottobre non avevano consegnato ancora i banchi? L’appalto da 2 milioni 400 mila pezzi è stato aggiudicato a undici aziende. Il rappresentante di un gruppo di aziende vincitrici confessa il ritardo con cui è stato presentato il bando.

GIANFRANCO MARINELLI - PRESIDENTE ASSUFFICIO Perché si sia arrivati al 20 di luglio non me lo chieda perché non rientra nelle mie facoltà di darle una risposta. Se la scuola, come è normalmente, incomincia i primi di settembre, era una cosa impossibile: neanche Mandrake ce l’avrebbe fatta.

ROSAMARIA AQUINO Quindi a quel punto sono le stesse aziende che dicono: questi sono i tempi e questa è la produzione che possiamo fare.

GIANFRANCO MARINELLI - PRESIDENTE ASSUFFICIO Abbiamo avuto una conference call con lo staff del commissario Arcuri e abbiamo espresso queste nostre preoccupazioni.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Alla fine, Arcuri dichiara il valore dell’appalto. Per banchi e sedie sono stati spesi 325 milioni. Una parte di essi andranno alle cosiddette sedute innovative. Queste costano 200 euro a pezzo.

ROSAMARIA AQUINO Buongiorno!

CLASSE Buongiorno!

ROSAMARIA AQUINO Salve… Come vi trovate coi banchi?

CLASSE Sono una svolta!

ROSAMARIA AQUINO Ditemi la verità ci fate un po’ l’autoscontro con ‘sti banchi?

CLASSE Eheh, sì. Anche.

PROFESSORE Io glielo faccio fare tranquillamente.

ROSAMARIA AQUINO Ah glielo fa fare.

PROFESSORESSA Non li avrei mai comprati dei banchi così perché i ragazzi ci giocano e fanno l’autoscontro. Speriamo che resistano almeno come struttura. Certo ci hanno dato un problema in più.

 ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO A ottobre al liceo Caetani di Roma sono arrivati 350 banchi a rotelle. Nel bando di gara c’è scritto a chiare lettere che i banchi non sono ancora classificati e che la loro idoneità dovrà essere attestata. Indovinate da chi?

ROSAMARIA AQUINO L’idoneità dovrà essere adeguatamente attestata dai responsabili degli istituti. È normale che sia un dirigente scolastico a dover…

SALVATORE NICODEMO - DIRIGENTE SCOLASTICO LICEO “CAETANI” No, secondo me dovrebbe essere certificata dall’azienda che li produce.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Con la didattica a distanza questa spesa si rivela tristemente inutile. Ma ormai abbiamo pagato. Una fetta di questo appalto se l’era aggiudicato anche una piccola azienda di Ostia, la Nexus Made, che organizza fiere ed eventi. A settembre aveva stimolato una interrogazione dei deputati leghisti perché con un capitale sociale di soli 4mila euro si era aggiudicata una commessa da 45 milioni. Sei giorni dopo l’interrogazione si firmano i contratti con le vincitrici, tranne con la Nexus Made.

ROSAMARIA AQUNO Cercavo il signor Aubry.

VOCE AL CITOFONO CAPANNONE NEXUS MADE Non c’è.

ROSAMARIA AQUNO Posso sapere solo cosa si produce in questo capannone almeno?

VOCE AL CITOFONO CAPANNONE NEXUS MADE Non vedo perché devo darle questa risposta.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO REPORT ha scoperto che la sede legale di Nexus è presso lo studio dove opera il commercialista Proteo, che anni fa è comparso nelle carte di Mafia Capitale e in quelle del Clan Fasciani. Poi per lui tutto si è risolto per il meglio.

ROSAMARIA AQUINO Volevo parlare col commercialista, se c’è, il dottor Proteo.

SEGRETARIA PROTEO Eh, non c’è in questo momento.

ROSAMARIA AQUINO FUORI CAMPO Inoltre, il fondatore dello studio Proteo è stato anche indagato per false fatturazioni e altri illeciti tributari.

PAOLO LUIGI PROTEO Pronto.

ROSAMARIA AQUINO Dottor Proteo?

PAOLO LUIGI PROTEO Chi è?

ROSAMARIA AQUINO Sempre Aquino della redazione di Report, Rai3

PAOLO LUIGI PROTEO Ehhhh, però io non è che sono obbligato a parlare con lei, mi perdoni

ROSAMARIA AQUINO Che cosa c’è da nascondere su questa Nexus Made?

PAOLO LUIGI PROTEO Ma non c’è niente da nascondere.

ROSAMARIA AQUINO Vogliamo capire se è il suo domicilio che crea imbarazzo alla stazione appaltante.

PAOLO LUIGI PROTEO Lei mi vuole dare fastidio. La prego di non chiamarmi più.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E lei è così Rosa, infastidisce. Insomma, sta di fatto che il commissario Arcuri dopo aver fatto alcune verifiche, ha escluso dal bando per i banchi la società che ha la sede nello studio del commercialista Proteo. Insomma, immaginiamo che avrà i suoi motivi. Però un appunto ce lo consenta, ma come si fa a lasciare la responsabilità, ai presidi, con tutto quello che hanno da fare, di testare l’idoneità dei banchi a rotelle. Ma come fanno a testarla. Ci pare una follia. E adesso passiamo invece ad una vicenda, dove il Comune di Roma sapeva già tutto quattro anni fa. Tuttavia… la nostra Chiara De Luca

·        Il Virus e gli animali.

Da repubblica.it il 12 gennaio 2021. Almeno due gorilla dello zoo di San Diego sono stati infettati dal Covid-19. Lo ha annunciato il governatore della California Gavin Newsom. Al momento sono tre gli animali che stanno mostrando sintomi e si sospetta che i primati siano stati infettati da un membro del personale asintomatico, a quanto fa sapere un comunicato stampa dallo zoo. È la prima volta che viene riscontrato il Covid nelle grandi scimmie, sebbene ricerche precedenti abbiano dimostrato che alcuni primati non umani siano sensibili al virus. Mercoledì della scorsa settimana, due gorilla dello zoo di San Diego hanno iniziato a tossire. Un test preliminare ha mostrato la presenza del virus venerdì, e il National Veterinary Services Laboratories del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha confermato oggi i risultati positivi. Non è noto se i gorilla avranno una reazione grave, ha detto lo zoo, ma sono monitorati da vicino. "A parte un pò di congestione e tosse, i gorilla stanno bene", ha detto Lisa Peterson, direttore esecutivo del San Diego Zoo Safari Park. "Il branco rimane insieme in quarantena e sta mangiando e bevendo. Speriamo in una piena guarigione". Lo zoo di San Diego è chiuso al pubblico dall'inizio di dicembre.

·                        La “Infopandemia”. Disinformazione e Censura.

Le 1000 balle sul Covid (alcune divertenti altre meno).  Antonio Angelini il 19 dicembre 2021 su Il Giornale.  Sentivo davvero il bisogno di ricordare e mettere per iscritto tutte le cacchiate alle quali abbiamo dovuto assistere (e sottoporci) in questi due anni di “pandemia”.

Vorrei addirittura che mi aiutaste nello sforzo di memoria. L’ elenco sarà lungo e da ridere se non fosse da piangere.

1) L’ elicottero delle forze dell’ordine che cacciava uno che stava sul suo asciugamano a prendere il sole a Mondello (Sicilia)

2) La Polizia che insegue uno sulla spiaggia, solo che quello, molto più allenato, piazza uno scatto da duecentometrista e li lascia ad ansimare sulla sabbia.

3) i supermercati con le corsie proibite. Potevi comprare da mangiare ma non le calze o la pentola o lo scopettone.

4) La più bella di tutte: il Vaccino a -80 gradi che attraversava le Alpi (Brennero?) dento il camioncino dei sugelati scortato dalla polizia. Il tutto in diretta per ore su SkyPD24 con elicottero dall’ alto.   Il sacro Graal, il Deus Ex Macchina che scende dalle Alpi (dai paesi germanici) come il Salvatore per il popolo.

5) Burioni che diceva che in Italia rischio Covid zero.

6) Formigli e la Merlino che mangiavano cibo cinese in diretta. “non c’ è pericolo”.

7) In auto al massimo in 4 se familiari altrimenti in 2 uno davati e uno dietro. Se hai 3 figli uno prende il taxi.

8) Il virus si attacca alle suole delle scarpe (questa se la è bevuta pure mia moglie).

9) Abbraccia un cinese  Sala , Zingaretti etc.

10) Il virus è Naturale (Fauci quando Trump era Presidente). Quando Trump non era più presidente ha cambiato idea.

11) Lo spot in Tv con Mirabella che diceva che il virus non era contagioso e non sarebbe arrivato qui.

12) I terribili runner colpevole di far circolare il virus se andavano troppo “lontano dal proprio domicilio”.

13) I bimbi fanno il vaccino con dottori travestiti da Clown con il mocio in testa (questa è recente).

14) Gori a pranzo al ristorante cinese con tutta la giunta: ” noi non siamo razzisti”.

15) le barche bloccate in porto sino a giugno tranne che per la pesca. Ma se uno esce in barca a chi cacchio lo trasmette il virus? Tutti a comprare lenze e canne da pesca.

16) all’ 80% di vaccinati = immunità di gregge.  Anzi prima era 60% , poi 70%. Oggi siamo al 90% ma di immunità di gregge non v’ è traccia.

17) la sanificazione delle spiagge con i droni.

18) Il plexigras tra gli ombrelloni.

19) I guanti obbligatori anche in auto.

20) Draghi : non ti vaccini, ti ammali , muori.

21) il blitz della polizia sul terrazzo della famiglia che pranzava.

22) la disinfestazione delle strade con varechina.

23) le autocertificazioni che nessuno avrebbe controllato mai.

24) I dolci in pasticceria no, ma al supermarket si.

25) divieto di vendita di alcolici dopo le 20.  Giustamente sino alle 20 il virus si riposava.

26) la definizione di “congiunti”.

27) il soldato con il mitra spianato sulla spiaggia di Ventimiglia.

28) Barbara D’Urso che ci insegnava a lavare le mani.

29) due settimane di lockdown per uscire dalla pandemia. Poi chiudiamo a Natale per salvare Befana, poi chiudiamo alla befana per salvare la Pasqua.

29) Due dosi sono sufficienti per immunità a vita.

30) Astrazeneca solo per anziani, poi solo per giovani.

31) la canzone con la chitarra elettrica sul balcone a Roma.

32) Le due tenniste sui tetti da un palazzo all’ altro.

33) Il gelato con il cono no, la coppetta si.

34) In ascensore spingere il bottone con il gomito.

35) I termoscanner

36)il divieto di andare in due in moto (questo non lo ricordavo non usando la moto, ma me lo segnalano).

37) Goffredo Buccini che dice davanti a Sileri guardandolo che”  a me pare che nessuno abbia mai sostenuto che chi si vaccina non è contagioso e Sileri ce lo ricorda” .

38) I banchi a rotelle della Azzolina.

39) Le altalene dei bambini prima legate e chiuse con il nastro.

40 ) #andràtuttobene

41) Alessandro Gassman che chiama la polizia perchè c’era una cena nell’ appartamento a fianco.

CHI SONO: Antonio Angelini detto Antonello. Sono nato nel 1968 , segno Toro . Euroscettico della prima ora non avrei potuto essere sposato che con una meravigliosa donna inglese. Laureato in Economia e Commercio nel 92 alla Università “La Sapienza” di Roma, iscritto all’albo degli Agenti di Assicurazione, a quello dei Promotori Finanziari e all’ Albo dei Giornalisti Pubblicisti di Roma. Appassionato da giovane di Diritto Pubblico, ho fatto volontariato nel movimento fondato da Mario Segni per i referendum sul maggioritario ed elezione diretta dei sindaci. Ho lavorato in banca un anno, poi un anno e mezzo (93-94) in Forza Italia. Dal '95 mi sono dedicato alle Assicurazioni ed altro. Ho sempre scritto di calcio, divertentissima arma di distrazione personale ma anche di massa. Data la situazione del mio Paese, sento di dover fare informazione su altro. Mi considero un vero Patriota. Guai a parlar male dell’Italia in mia presenza. Inizi anni 90 incontrai un anziano signore inglese, membro della House of Lord ed euroscettico. Mi raccontò con 10 anni di anticipo tutte le pecche della nostra UE, monetarie e non. Da allora sono stato un Euroscettico di fondo ma senza motivazioni scientifiche. Molti anni dopo incontrai Alberto Bagnai e le motivazioni iniziarono a poggiare su basi scientifiche.

Pa. Ru. per "la Stampa" il 21 dicembre 2021. Il popolo No Vax spopola sul web, raddoppiando da maggio a novembre le schiere degli utenti, che dai social sparano e rilanciano fake sui vaccini. Sono oramai in 850 mila i canali o gruppi, il 45% di questi non si fa scrupoli nel vendere Green Pass falsi, rivela il report su "Fake news e vaccinazione anti Covid-19" realizzato dalla Fondazione Mesit, insieme alle Università Tor Vergata e Roma Tre. In testa alle fake, con il 73%, quelle sulla pericolosità degli effetti avversi della vaccinazione, mai documentati.

 Da adnkronos.com il 21 dicembre 2021. "La prima difesa dal virus è stata la fiducia della stragrande maggioranza degli italiani nella scienza, nella medicina. Vi si è affiancata quella nelle istituzioni, con la sostanziale, ordinata adesione a quanto indicato nelle varie fasi dell’emergenza dai responsabili, ai diversi livelli. Le poche eccezioni - alle quali è stato forse dato uno sproporzionato risalto mediatico - non scalfiscono in alcun modo l’esemplare condotta della quasi totalità degli italiani". Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia al Quirinale per lo scambio di auguri con i rappresentanti delle Istituzioni. "Credo che si possa riconoscere - ha aggiunto il Cap dello Stato - come in Italia si sia affermata una sostanziale unità. Unità di intenti di fronte alla pandemia. E unità di sforzi per gettare le basi di un nuovo inizio. Il tempo dei costruttori si è realizzato in questa consapevolezza". "Quello che sta per concludersi - ha spiegato ancora Mattarella - è stato un anno di lavoro intenso, come auspicato al termine del 2020. Con priorità chiare: la lotta alla pandemia" di coronavirus "e la ripresa della vita economica e sociale del Paese. Credo che possiamo trarne un bilancio complessivamente positivo, per aver alzato la protezione dei cittadini di fronte alla minaccia del virus e per aver rimesso in moto la società". "È stato il frutto - ha rivendicato il Capo dello Stato - di scelte coraggiose, dei progressi della scienza, di comportamenti coscienziosi, di senso civico diffuso, e la risultante di una convergenza tra le istituzioni e i cittadini". "La pandemia segna ancora il nostro tempo. Ha provocato dolore, sofferenze, nuove povertà. Ma abbiamo visto risposte solidali, sono emersi talenti e qualità inespresse, si sono accelerati processi innovativi. Siamo stati spinti a correggere, con misure efficaci, l'inerzia delle dinamiche economiche e sociali innescate dalla crisi. Siamo ancora chiamati alla prudenza e alla responsabilità. Ci siamo dotati, tuttavia, di strumenti adeguati per combattere il virus. Non ci sentiamo più -ha spiegato Mattarella - in balia degli eventi". "Questo resta un tempo difficile, nell’alternarsi di speranze e di nuovi allarmi. Si impone un’esigenza di chiarezza e di lealtà come premesse indispensabili di una piena, e comune, assunzione di responsabilità di fronte ai rischi che sono tuttora davanti a noi. Abbiamo visto come la chiarezza, di fronte alle asprezze della pandemia, abbia spazzato via il tempo delle finzioni, delle distrazioni. Tutto questo mi è parso uno straordinario segno di maturità e serietà", ha continuato il presidente della Repubblica. "La stagione della ricostruzione - ha aggiunto il Capo dello Stato - si presenta anche come stagione di doveri. Doveri assunti anche spontaneamente dai nostri concittadini, che desidero ancora una volta ringraziare. Abbiamo compreso che la Repubblica è al tempo stesso istituzioni e comunità. La comunità ha bisogno delle sue istituzioni democratiche per difendere se stessa, per tradurre in realtà i propri valori, per aprirsi la strada verso il futuro". "Rivolgendomi a voi, che rivestite le più alte responsabilità istituzionali e rappresentate le forze politiche, economiche e sociali, mi sembra giusto -ha detto ancora Mattarella - rintracciare questo filo di speranza nella matassa intricata di questa stagione. Un filo che tiene assieme comportamenti virtuosi, gesti responsabili, disponibilità, generosità" 

La Repubblica della Salute. L’emergenza sanitaria ha reso tutto controvertibile, anche il diritto di sciopero. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 18 Dicembre 2021. Chi ha contestato la scelta di Cgil e Uil non lo ha fatto argomentando nel merito, ma ha avuto una reazione istintiva, come se scendere in piazza non fosse più consentito, visti i tempi che corrono. D’altronde abbiamo rinunciato a molto, perché questa prerogativa avrebbe dovuto essere risparmiata? Potevano essere condivise o avversate le ragioni poste a fondamento dello sciopero organizzato l’altro giorno da un paio di sigle sindacali. Ma la sensazione è che ad avversarle fosse non dico soltanto, ma certamente anche, una mozione di contrarietà che col merito di quell’iniziativa non aveva nulla a che fare. La sensazione è che essa fosse risentita come l’oltraggiosa dimostrazione di noncuranza a fronte della crisi in nome della quale deve fermarsi tutto: a cominciare dalla cena col cugino di troppo, da sottoporre alla vigilanza del ministro della Delazione, appunto fino al diritto di sciopero che va bene, sì, ma mica quando si tratta di dimostrarsi tutti migliori nella subordinazione al precetto della Repubblica della Salute. È lo stesso precetto che per un anno buono ha mandato tra le cose superflue il sistema della democrazia rappresentativa, col Parlamento passato in rassegna un paio di volte al mese, ma giusto per buon cuore, dal capo del governo che dava fuori un Dpcm ogni quarto d’ora affidandone l’attuazione alla conferenza stampa del supercommissario dalla querela facile. Lo stesso precetto, ancora, grazie al quale il ministro degli Esteri e dei Gilet Gialli minacciava «regole sempre più ferree e stringenti» per gli irresponsabili, cioè gli organizzatori di grigliate negazioniste all’Idroscalo e i preti irrispettosi della messa a numero chiuso. In una graduatoria di tutela, non è detto che il diritto di scioperare sia più importante di quello del bagnante solitario valorosamente reso innocuo dall’intervento degli elicotteri democratici: ma l’uno e l’altro sono stati destinatari di un’identica isteria inibitoria, di una reprimenda moraleggiante sull’inaccettabile mancanza di propensione timorata nell’atteggiamento di chi non si uniforma all’unità nazionale che per il bene comune raccomanda di non esagerare con l’esercizio delle libertà costituzionali. È semmai questo, infatti, l’ammonimento risuonato nel preannuncio dello sciopero: «Ma signori, santo cielo! Siamo in emergenza e voi scioperate?». Di modo che in discussione non era il merito della rivendicazione, ma il fatto che essa dovesse recedere a petto di quell’esigenza più importante. Col corollario che evocato in giudizio, e richiesto di condanna, non era “quello” sciopero, ma il diritto di scioperare. Una delle tante cose ormai controvertibili nel regime di potere tutelare della salute prima di tutto. E chi credesse di potersi compiacere del risultato dovrebbe comprendere che lo sciopero “irresponsabile”, e dunque da condannare, ha la stessa cittadinanza dello sciopero “responsabile” e dunque da imporre.

Maurizio Caverzan su La Verità il 16 dicembre 2021 La pandemia ha esacerbato l’approccio dogmatico dei «buoni», ossia i progressisti: dal vaccino alla politica, è contemplato e accettato un solo orientamento. L’unico spazio concesso al dissenso è quello per ridicolizzarlo nei talk show di Lilli Gruber e soci.  

Maurizio Caverzan per “La Verità” il 17 Dicembre 2021. Siamo diventati un Paese autistico. Cioè, lo siamo da tempo, ma è come se la pandemia da Covid-19 avesse radicalizzato e accelerato una tendenza in atto. Forse era inevitabile. Era inevitabile che l’avvento di un fatto inedito come un’epidemia planetaria portasse a esasperare le differenze, a divaricare le weltanschauung, le diverse visioni del mondo. Da una parte c’è infatti l’ideologia con i suoi derivati, il primo dei quali è il complesso di superiorità strisciante nell’area progressista. Dall’altra c’è il pragmatismo, magari un po’ qualunquista del buon senso. Le conseguenze delle due concezioni sono uno spettacolo quotidiano sotto gli occhi di tutti. Parlando della pandemia, nel primo caso si pontifica a reti e giornali pressoché unificati, sicuri di essere dalla parte giusta della storia. Nel secondo si rischia di amplificare posizioni poco credibili e spesso molto rudimentali. Tuttavia, considerando il fatto che, come si è soliti dire, la scienza procede per approssimazioni e giunge a regole definitive solo dopo infinite prove sul campo, forse sarebbe il caso di non distribuire certezze e imporre comportamenti come fossero dogmi assoluti e incontrovertibili. Lo dico da vaccinato fino alla terza dose. Questa lunga premessa serve solo per sottolineare che le guerre di religione hanno fatto il loro tempo. Purtroppo, però, spesso accade che l’autismo dei buoni avveleni i pozzi del dibattito, riducendo drasticamente gli spazi del dialogo fin quasi a renderlo impossibile. L’abbiamo visto in modo esemplare l’altra sera quando, mentre stava tentando d’illustrare dei dati, l’ex presidente di Pubblicità Progresso e consigliere Rai, Alberto Contri, è stato costretto ad abbandonare #cartabianca per non sottostare alla gragnuola d’insulti scagliati dal giornalista saltafila Andrea Scanzi. Il tutto con l’approvazione degli altri ospiti e nonostante il tentativo di Bianca Berlinguer di sedare gli animi. È un copione che si rifrange all’infinito, come l’immagine tra due specchi, nelle strisce d’informazione quotidiana di La7, di cui Otto e mezzo l’esempio più plastico. La conduttrice, infatti, con i suoi cortigiani abituali, è la campionessa assoluta di questo autismo dei migliori. Quello che mal tollera le voci dissenzienti, le depotenzia nella loro capacità espressiva. Il catalogo è ricco. Nonostante la giornalista-scrittrice si spertichi negli inviti pubblici ad abbassare il grado di testosterone in politica per dare finalmente spazio all’empatia femminile, appena si appropinquano alla sua cattedra Giorgia Meloni o Maria Elena Boschi subiscono un trattamento da posto di polizia venezuelano. Al di là dell’appartenenza di genere, la discriminazione riguarda diffusamente le posizioni di tipo conservatore e si applica ai temi etici, alla giustizia, alla gestione dei flussi migratori oltre che, ovviamente, al Covid. Il problema è che la conduttrice di Otto e mezzo prolifera dentro e fuori la rete di appartenenza dove, non a caso, la tentazione di promuovere «un’informazione meno democratica» è di casa. Secondo Ernesto Galli della Loggia il peccato è già ampiamente commesso: «Nell’arena pubblica specie radiotelevisiva», ha scritto restando voce solitaria sul Corriere della Sera, «capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente stigmatizzato come indegno di vera considerazione». Nel dibattito televisivo «la modernità diviene un feticcio da adorare» e a illustrarne le meraviglie, ha proseguito lo storico, viene regolarmente «chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega o di Fdi, al massimo il giornalista di qualche foglio di destra». Regolarmente maltrattato. Il trampolino di lancio è sempre quello, l’autismo dei buoni. Cioè l’incapacità di mettersi in discussione e di ascoltare visioni diverse. Come definire per esempio il comportamento del Fatto quotidiano in materia di giustizia? La sequela di smentite alle sue tesi giunte dalle sentenze sulla mega tangente Eni o sulla trattativa Stato-mafia sono per caso servite a ridurre il digrignar di denti che attraversa le pagine del quotidiano diretto da Marco Travaglio? Ancor più testardi dei fatti, si prosegue monoliticamente nella medesima direzione. Dubbi non sono ammessi. Dopo esser stato contestato da larga parte dei movimenti femministi e fermato in Parlamento, ora il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia viene riesumato dalla rete Re.a.dy (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni) che unisce regioni ed enti locali a guida progressista attraverso «azioni informative e formative» rivolte «a tutta la popolazione» per promuovere iniziative di sostegno dell’agenda Lgbt. In pratica, Re.a.dy opera per affermare un ddl Zan strisciante e mascherato in appoggio alle giornate del Gay Pride, nell’ambito del quale l’associazione stessa è nata. Siccome si è dalla parte del giusto, si procede imperterriti. Lo stesso si può dire per le campagne per la legalizzazione della cannabis e il suicidio assistito promosse in pieno stato d’emergenza. Il quale, evidentemente, ha importanza intermittente. Come ha ben reso il tweet di Gavino Sanna (presidente dell’Associazione consumatori del Piemonte): «Maestà, il popolo ha fame. Dategli bagni inclusivi e linguaggio gender neutral». Ma forse l’esempio più involontariamente comico di autismo dei buoni è la recente intervista concessa da Carmen Consoli al Corriere della Sera. Dopo aver spiegato di aver scelto il padre di suo figlio in un catalogo per la fecondazione assistita praticata in una clinica specializzata a Londra, rispondendo a Walter Veltroni che le chiedeva quale fosse oggi «la virtù che sta sparendo più pericolosamente», la cantante siciliana ha detto: «Empatia. Una notevole diminuzione di empatia, una grande rimonta del narcisismo. Crea sterilità. È tutto usa e getta. Le persone si trattano come se fossero un telefonino». Testuale. L’autismo è inscalfibile e impedisce di pensare a sé stessi in modo critico. Nel caso non ha aiutato a farlo nemmeno l’intervistatore, autore a sua volta anche del pamphlet Odiare l’odio, il cui titolo postula da solo che c’è un odio buono e uno cattivo. E, ovviamente, quello buono è il suo. Recita il vocabolario Treccani alla voce autismo: «In psichiatria, la perdita del contatto con la realtà e la costruzione di una vita interiore propria, che alla realtà viene anteposta, come condizione propria della schizofrenia e di alcune manifestazioni psiconevrotiche». Post scriptum Per fortuna esistono piccole, ma significative eccezioni. Esempi di rottura dell’impermeabilità nei confronti del reale e di chi la pensa in modo diverso. Li enumero sinteticamente. La convention di Atreju, dove sono sfilati i leader di tutti i partiti. La decisione di Repubblica di arruolare Luca Ricolfi tra i suoi editorialisti. La revisione dei toni critici di Antonio Socci su papa Francesco. Non è detto che dietro questi esempi ci siano intenzioni romantiche. Di sicuro non ci sono complessi di superiorità.

Gianluca Nicoletti per pernoiautistici.com il 17 dicembre 2021. Oramai ho accettato che faccia parte del mio karma fare la parte del rompicoglioni nei confronti dei miei colleghi, soprattutto verso quelli che ancora si ostinano a usare il termine “autistico” come sinonimo di persona ottusa, o comunque in un’accezione negativa. So che nessuno ci farà caso, al massimo faranno spallucce e nella migliore delle ipotesi nella riunione di redazione di questo pomeriggio qualcuno dirà con caritatevole benevolenza: “poveretto con quella disgrazia del figlio autistico è andato di testa, bisogna capirlo.” Può anche essere che mi stia svanendo l’equo giudizio sull’uso provocatorio dei termini nel giornalismo d’assalto. Però non posso fare a meno di ricordare ai colleghi de “La Verità” e in particolare a Maurizio Caverzan che quando volesse, nel suo pieno diritto, attaccare i media, così detti mainstream rei di non ascoltare le ragioni dei suoi amici no vax, potrebbe usare termini denigratori che evitino di offendere persone che condividono ogni giorno proprio quel modo di essere, che lui giudica sicuramente spregevole. Statisticamente gli autistici in Italia sono più o meno seicentomila, ai quali si dovrebbero aggiungere le persone sicuramente nello spettro, anche se non con una diagnosi specifica. Nei casi che la persona autistica non sia autosufficiente l’intera famiglia se ne fa carico per tutta la vita. Credimi Caverzan non è una passeggiata, non voglio impietosire o chiedere comprensione. Vorrei solo che si pensasse due volte prima di titolare a piena pagina “Siamo all’autismo” per denunciare quella che si suppone essere una congiura di persone incapaci di comprendere, in una dialettica inclusiva, chi oggi vada in televisione a portare tesi antitetiche all’evidenza scientifica riguardo vaccini e pandemia. Ora mi si darà del buonista, ma caro collega quando tu per giustificare il tuo abuso del termine autismo citi la Treccani che lo assimila a una: “condizione propria della schizofrenia e di alcune manifestazioni psiconevrotiche”, compi la stessa lettura superficiale di un fenomeno che merita, per lo meno, un’analisi corroborata dalla ricerca scientifica, esattamente come  producono prove e citazioni le tante persone che stai difendendo nel tuo articolo,  si citano fonti parziali o  sbagliate per sostenere una tesi. La Treccani non è un manuale diagnostico aggiornato e oggi nessuno parlerebbe di una persona autistica in quei termini. Detto questo ti pregherei se possibile di essere più coraggioso in futuro, evita di usare come termine di paragone negativo una fetta di umanità fragile e sicuramente priva di strumenti di difesa. Ti porgo lo stesso consiglio che già in passato detti a più di un collega a cui contestai la stessa leggerezza, quando vorrai nuovamente definire in maniera inequivocabile come cognitivamente svantaggiato qualcuno che la pensa diversamente da te, usa senza pudore e ritegno il termine “stronzo”  e nessuno protesterà. Nella gerarchia di chi non ha diritto di replica, appena dopo di noi “autistici”, c’è  solo la merda, che tace nella sua inequivocabile condizione di rifiuto dell’umanità. 

Dagospia il 17 Dicembre 2021. Riceviamo e pubblichiamo da Maurizio Caverzan: A Gianluca Nicoletti e a coloro che hanno figli autistici e che si sono offesi per l’uso dell’appellativo autismo in senso negativo pur facendo riferimento alla voce della Treccani, dico che non era mia intenzione denigrare in alcun modo persone affette da questa patologia. Ancor meno mancar loro d rispetto: se a qualcuno così è parso, credo di essere stato male interpretato. E in ogni caso me ne scuso. La Treccani mi è sempre sembrata fonte autorevole, né io ho la competenza per obiettare sulle sue definizioni. La parte che mi sembra calzante la mia riflessione è la seguente definizione di autismo: «In psichiatria, la perdita del contatto con la realtà e la costruzione di una vita interiore propria, che alla realtà viene anteposta…». Stimo troppo l’intelligenza del collega Nicoletti per ritenere che possa comprendere l’estensione del concetto ad atteggiamenti mentali in senso lato. Atteggiamenti d’impermeabilità nei confronti del reale, inscalfibilità rispetto ai fatti, indisponibilità a mettersi in discussione di fronte a chi ha un punto di vista diverso (e per una volta senza che si apra un’inutile guerra di religione su vaccini e no-vax, come ho premesso). Ho citato una serie di esempi, dal trattamento in alcuni talk show delle posizioni conservatrici all’irriducibilità giustizialista del Fatto quotidiano, dall’insistenza con cui si persegue l’attuazione strisciante dei dettami della legge Zan alla mancanza di revisione di sé di una persona che sceglie in un catalogo il padre per la fecondazione assistita del figlio e poi denuncia la mancanza di empatia che «crea sterilità» e comportamenti «usa e getta». Tutto questo deriva, a mio avviso, da un senso di superiorità, dalla presunzione di essere dalla parte del giusto. È questo che ho chiamato e chiamo «autismo dei buoni», ripeto senza voler offendere chi soffre davvero di questa patologia. Credo che Nicoletti sappia e possa staccarsi per un attimo dalla sua drammatica vicenda personale per capire cosa intendevo dire. Con stima. 

Da adnkronos.com il 13 dicembre 2021. "Sono positivo" al covid "con carica bassa, sto bene". Così, secondo quanto riportato dal sito Genova24, il cantautore Povia, avrebbe annunciato ieri in un messaggio inviato agli organizzatori la sua assenza all’evento genovese contro il green pass in piazza della Vittoria dove era atteso nel pomeriggio. Secondo lo stesso sito, gli organizzatori avrebbero sentito l'artista, le cui posizioni contro il vaccino per il Covid sono note da tempo. "Non era in formissima ma siamo tranquilli”, avrebbe raccontato una delle organizzatrici allo stesso sito. Nel frattempo, Povia dai suoi social è intervenuto ieri per smentire il fatto che sia stato scartato dalla commissione che ha selezionato i cantanti in gara a Sanremo 2022. "Leggo scemenze", ha scritto Povia postando il passaggio di un articolo che lo includeva in un elenco di esclusi dal festival. "Sono anni che non mi presento - ha aggiunto - ci tengo a dirlo. Per motivi ideologici e politici, la Rai e cioè il governo, non ammetterebbe mai a Sanremo un cantautore che contesta le scelte schizofreniche, illogiche, anti-costituzionali e anti-scientifiche del governo stesso. Il tutto si ridurrebbe ai soliti termini usati da chi ha un handicap ideologico e cioè 'Novax' (il termine corretto è NoCovid19Vax, perché i vaccini nella vita li abbiamo fatti), 'Omofobo' altro termine ideologico che non vuol dire nulla, 'Fass1sta, razz1sta, Popul1sta'... insomma vi rimando ad una canzone presentata a Sanremo qualche anno fa: 'La terminologia dei bimbiminkia'", ha proseguito linkando il brano. "Sentite il boato e immaginatela ai Sanremo dei governi tecnici", ha concluso.

Da corrieredellosport.it il 14 dicembre 2021. Il presidente del Gimbe Nino Cartabellotta attacca Povia… parafrasandolo. Il cantante, dopo essersi dichiarato no vax e no green pass, è risultato positivo al Covid-19, scatenando l’ironia del web. A prenderlo in giro anche Cartabellotta, che ha citato la strofa de I bambini fanno ohh, brano più famoso dell’ex vincitore di Sanremo. “Finchè i cretini fanno(eh) Finchè i cretini fanno(ah) Finchè i cretini fanno "boom" #Povia”, ha twittato il medico, che ha poi precisato: “Sottotitolo per quelli che credono a #Bugliano: il tweet è la strofa di una canzone di #Povia”.

Il tweet scatena le polemiche

Il post di Cartabellotta ha scatenato le polemiche. Molti, infatti hanno ritenuto inopportune le parole del presidente del Gimbe. “Un giorno verrà chiesto conto ai MEDICI di esternazioni come queste, prive di educazione, di etica e di morale. Quanto in basso è caduta l’arte medica nel nostro Paese…..", ha scritto DebFirts.

Dura la replica di Francesco Storace sul sito 7Colli: “Leggere di un medico come Nino Cartabellotta – che spesso va in tv a dare i numeri per la fondazione Gimbe – che si accanisce contro il cantante Povia, lascia basiti. Pensavamo fosse roba da ragazzini social, invece è la cosiddetta scienza. Macché, è scemenza". 

Quando i dottori fanno oh. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 13 dicembre 2021. Mai nella vita avrei immaginato di poter prendere le difese di Giuseppe Povia, il cantante ostile ai vaccini che si è ammalato di covid, fortunatamente in forma lieve. Ma non avrei mai nemmeno immaginato che un uomo di scienza come Nino Cartabellotta, autorità assoluta in materia di dati sulla pandemia, arrivasse a sbeffeggiare un malato in pubblico. Invece lo ha fatto, indirizzando a Povia la versione strafottente della sua famosa «Quando i bambini fanno oh», trasformata per l’occasione in « Finché i ». Cartabellotta è il presidente della fondazione Gimbe, «Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze», ed è di tutta evidenza che credeva di essere spiritoso. Ma la questione è: si può dare del cretino a uno che sta male, anche se sta male per qualcosa di cui nega l’esistenza? Sarebbe come sbeffeggiare un pedone appena finito sotto un’automobile perché aveva sempre sostenuto che le automobili in realtà fossero delle farfalle metallizzate. Esistono codici di opportunità che chi occupa certi ruoli dovrebbe osservare più di ogni altro e che servono a preservare la civiltà dalla rissa e a distinguere un salotto da un saloon. Non sarà un caso che lo sfottò del chirurgo abbia provocato la reazione piccata di tanti no vax, alcuni dei quali sono arrivati ad augurargli la morte. Per cui, dopo quelle di Povia spernacchiato da Cartabellotta, adesso ci tocca pure prendere le difese di Cartabellotta minacciato dai no vax. Capirete che è una vitaccia.

Paolo Maddalena: “Irresponsabile invito a non vaccinarsi: sono contro il neoliberismo, non contro i vaccini”. Paolo Maddalena su L'Espresso il 14 dicembre 2021. Il già vicepresidente della Corte Costituzionale è stato indicato da Gianluigi Paragone come suo candidato al Quirinale. Ma all’Espresso vuole precisare qual è la sua posizione. Avevo chiesto al Direttore di questo prestigioso settimanale di rettificare una frase di un articolo che mi indicava, nel contesto di una velata disistima, come candidato alla Presidenza della Repubblica, in quanto punto di “riferimento per la politica che contesta Draghi e i vaccini”. L’ottimo Marco Damilano mi ha offerto invece la possibilità, per la quale gli sono immensamente grato, di scrivere una lettera, diretta a esplicitare il mio pensiero. Rinuncio, dunque, ben volentieri alla mia difesa, e dico soltanto che rifuggo da dispute di pura distrazione di massa, che considero irresponsabile l’incitamento a non vaccinarsi e che non sono contro la persona di Draghi, ma contro la sua politica neoliberista. E, da giurista, mi preme sottolineare che il pensiero unico dominante del neoliberismo sta conquistando anche le menti dei giudici, degli avvocati e di chi, comunque, si occupa di diritto. Evento, questo, di enorme gravità, poiché intralcia la stessa difesa dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione, contro l’imperversare delle deleterie “privatizzazioni”, “delocalizzazioni" e “svendite”, che gettano sul lastrico migliaia di famiglie. La causa di questa grave sventura, a mio avviso, sta nel fatto che i giuristi non hanno rilevato che, passandosi dallo Stato persona, soggetto “singolo”, informato ai principi dello Statuto albertino, allo Stato comunità, soggetto “plurimo”, coerente con i vigenti principi costituzionali, è completamente mutato “l’assetto proprietario”, e in particolar modo la natura del “demanio pubblico”, previsti dall’attuale codice civile. In altri termini, se, secondo lo Statuto albertino, il “demanio” apparteneva allo Stato persona, seguendo gli schemi della “proprietà privata”; secondo la vigente Costituzione repubblicana, il “demanio” appartiene invece allo “Stato comunità” (il Popolo), a titolo di “proprietà pubblica”, cioè, come subito notò il Giannini, di “proprietà collettiva demaniale”, insuscettibile di “sdemanializzazione” e comprendente tutti quei beni che sono definiti “inalienabili”, “inusucapibili” e “inespropriabili”, in quanto indispensabili per l’esistenza stessa della Comunità nazionale. Si tratta del “paesaggio e del patrimonio artistico e storico della Nazione (art. 9 Cost.), nonché “dei servizi pubblici essenziali, delle fonti di energia, delle situazioni di monopolio e delle industrie strategiche” (art. 43 Cost.). Se i giuristi avessero dato peso a questa realtà costituzionale, certamente non saremmo passati dal “miracolo economico italiano” degli anni ’60, all’attuale drammatica situazione economica.

"Anche con due dosi di vaccino" il dramma dell'ex pugile Maurizio Stecca, foto choc dal reparto Covid. Il Tempo il 14 dicembre 2021. "Ho cominciato il Match più difficile della mia vita contro il mio avversario chiamato Covid". È ricoverato nell’ospedale di Treviso, Maurizio Stecca, ex campione olimpico di boxe medaglia d’oro nel 1984 a Los Angeles. L'ex pugile, oggi preparatore atletico della Fpi, è stato contagiato nonostante un ciclo vaccinale completo. "Anche dopo aver fatto la seconda dose ed ero pronto per la terza, non lo so quante riprese ci saranno da fare sicuramente tante, io abituato a tantissime battaglie sempre vinte, sicuramente non indietreggerò mai a questo maledetto avversario" ha scritto su Facebook l'olimpionico mostrando una foto in cui appare con la lamaschera dell'ossigeno. Originario di Santarcangelo di Romagna, 58 anni, Maurizio ha guadagnato l’oro olimpico a 21 anni battendo il pugile messicano Hector Lopez. È fratello di Loris, anch’egli campione di pugilato dei pesi supergallo Wba. Sulla sua pagina Facebook sono numerosissimi i messaggi di supporto, con fan, tifosi e amici che gli augurano di sconfiggere il Covid come con i pugili sul ring.  

Covid, Maurizio Stecca ricoverato in ospedale: vaccinato, aspettava la terza dose. «Il mio match più difficile». Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 13 dicembre 2021. L'ex pugile, 58 anni, campione olimpico dei pesi gallo a Los Angeles nel 1984, e fratello di Loris, anch'egli pugile e campione del mondo, ha scritto sul suo profilo Facebook: «Sono abituato a tante battaglie vinte, non indietreggerò».

L’ex campione di boxe Maurizio Stecca è ricoverato, in area non critica, all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso per Covid: aveva già ricevuto due dosi di vaccino e si apprestava a fare la terza. Stecca, 58 anni, campione olimpico dei pesi gallo a Los Angeles nel 1984, residente da tempo con la compagna a Casale sul Sile (Treviso), ha raccontato della malattia sul proprio profilo Facebook: «Ho cominciato il match più difficile della mia vita contro un avversario chiamato Covid. Non so quante riprese ci vorranno, sicuramente tante. Io, abituato a tantissime battaglie sempre vinte, sicuramente non indietreggerò mai davanti a questo maledetto avversario». Insieme a queste parole un selfie con una mascherina per l’ossigeno sul volto che parla più di ogni parola. Subito il campione ha ricevuto centinaia di messaggi da ogni angolo d’Italia: «Su la guardia e sempre avanti»; «I campioni possono cadere ma si rialzano più forti di prima; «Forza campione, metterai questo virus k.o.».

Era in attesa del «booster»

In passato a Stecca era stata diagnosticata una rara malattia del sangue, l'EPN (emoglobinuria parossistica notturna), una patologia acquisita con la quale convive tuttora. Il suo stato di salute era comunque buono, e il corpo dell’ex campione viene descritto come solido e sportivo. Stecca era in attesa di ricevere la dose booster del vaccino, purtroppo il virus è stato più veloce nell’aggredirlo. Inizialmente il contagio è stato gestito a domicilio, poi quando la situazione respiratoria è cominciata a peggiorare si è deciso per il ricovero in una delle quattro strutture sanitarie dedicate ai pazienti Covid nella zona di Treviso, che è una delle province con i dati maggiormente in crescita in questi ultimi giorni.

La carriera di Maurizio Stecca

Maurizio Stecca, nato il 9 marzo 1963 a Santarcangelo di Romagna e fratello di Loris Stecca, campione mondiale Wba dei supergallo, è stato anche campione del mondo Wbo dei pesi piuma dal 28 gennaio 1989 all'11 novembre 1989 e dal 26 gennaio 1991 al 16 maggio 1992. Ritiratosi dall'attività agonistica nel 1995, da campione italiano dei super piuma, Stecca decide di mettere la sua esperienza al servizio dei giovani pugili, insegnando ai ragazzi nella palestra della Libertas Rimini boxe e poi diventando maestro e guidando anche la nazionale femminile. Nel 1996 è commentatore sportivo della Rai per un anno e dal 1990 al 1997 diventa componente fisso di una formazione calcistica di ex atleti che disputa amichevoli per raccogliere fondi a scopo benefico.

L’oro olimpico a Los Angeles

Il punto più alto della sua carriera resta senz’altro l’oro olimpico a Los Angeles nel 1984. Stecca all’epoca ha 21 anni e parte come favorito nella categoria dei pesi gallo con lo statunitense Shannon e il coreano Moon, e match dopo match dopo match tiene fede ai pronostici senza arretrare: supera l’irlandese Sutcliffe, il potente zambiese Zulu, il colombiano Pitalua Tamara e arriva in semifinale. Nella parte bassa del tabellone il coreano Moon elimina a sorpresa proprio Shannon prima di perdere a sua volta con il sorprendente Nolasco, che diventa l’avversario di Stecca in semifinale: qui Maurizio risolve il match con un capolavoro di tattica e vince grazie a una serie di colpi d’incontro molto efficaci doppiati spesso da precisi montanti. In finale lo attende il messicano Lopez, un 17enne che sposa tecnica raffinata ad una notevole potenza, ma ha un punto debole: la lentezza dei colpi. Ed è su questa falla che si innesta la sagacia tattica di Stecca che, anche grazie alla maggiore velocità, riesce a vincere bissando il successo di Patrizio Oliva a Mosca 1980.

Mario Parolari per corriere.it il 27 dicembre 2021. Maurizio Stecca non poteva chiedere un regalo migliore per il suo Natale. Quattordici giorni dopo il ricovero l’ex pugile 58enne, campione olimpico a Los Angeles ’84, ha finalmente vinto «il match più difficile» della sua vita sconfiggendo il coronavirus. Dopo essere uscito dalla terapia intensiva, Stecca ha annunciato sul suo profilo Facebook di essersi finalmente negativizzato. Esattamente come quando aveva comunicato l’aggravarsi delle sue condizioni, ha accompagnato il post con una foto che lo ritrae sorridente, con il pollice all’insù, ancora sul letto d’ospedale.

Maurizio Stecca, innanzitutto come sta ora?

«Il peggio è passato. Non ho più il Covid, sono fuori pericolo e lavoro per recuperare la respirazione. Ogni giorno mi abbassano l’ossigeno e mi tolgono un’altra flebo. Non distinguo ancora i sapori, ma ho ricominciato a mangiare». 

Le hanno detto quando potrà tornare a casa?

«Ancora no, ma non ho fretta. Se è necessario che mi tengano in ospedale per delle cure particolari resterò, ma vorrei tornare a casa il prima possibile per liberare il posto per chi ne ha più bisogno di me».

Quanto dura è stata questa esperienza?

«È stata orribile, l’esperienza più brutta della mia vita. Mi hanno intubato e addormentato per quattro giorni. Chi non vive sulla propria pelle quelle cure che ti tengono attaccato alla vita non può capire cosa sia davvero il Covid. Ringrazio i reparti ospedalieri e gli infermieri, che mi chiamano sempre Maurizio». 

Com’è cambiata la sua idea sul coronavirus?

«Non si finisce mai di essere prudenti. Io ero sotto costante osservazione per una malattia del sangue, avevo ricevuto due dosi di vaccino, ma evidentemente non ero Superman. La gente deve capire che nonostante la vita sia fatta di scelte personali non si può mettere a rischio gli altri. Ad assistere me, un solo paziente, c’erano otto infermieri. I quattro no-vax in camera con me stavano occupando il posto di qualcun altro. Le nostre scelte contano». 

Una volta che si sarà ripreso, quali sono i suoi piani per il futuro?

«Ho già contattato la Federazione (pugilistica italiana, ndr), voglio assolutamente portare la mia dolorosa esperienza nelle scuole e a bordo ring. Sia come atleta e campione, sia come persona comune, penso che la mia testimonianza possa essere d’esempio. È inutile farci la guerra, dobbiamo unirci per dare una mano agli ospedali».

Rischio calcolato. Dialogo immaginario tra un pragmatico e uno scettico dei vaccini. Tito Boeri e Antonio Spilimbergo su L'Inkiesta il 15 dicembre 2021. Il libro di Tito Boeri e Antonio Spilimbergo, edito da Einaudi, è una conversazione fittizia sul tema del momento. Da un lato ci sono i dubbi di chi non si fida del farmaco, è cauto su Big Pharma e ripete le idee e opinioni di gruppi complottisti. Dall’altro chi guarda ai dati con razionalità e consapevolezza, sia dei limiti della ricerca scientifica che della sua attendibilità.

PIERA Al di fuori del lavoro in remoto, però, c’è un forte rischio di contagio in molte occupazioni che richiedono frequenti interazioni, spesso a distanza ravvicinata, con il pubblico o con i colleghi. Qui è fondamentale che i lavoratori siano vaccinati.

RICCARDO Continui a fare dichiarazioni apodittiche senza uno straccio di prova, senza un dato. E sí che dovevo essere io quello con opinioni forti e non fondate! Guarda che anche chi si è vaccinato può essere contagioso. Anche voi siete degli untori potenziali. E potete ammalarvi gravemente. Anzi di più di chi non si è vaccinato. Leggevo in questi giorni che in Israele su 500 ricoverati per Covid-19 e in gravi condizioni, più di 300 erano vaccinati…

PIERA D’accordo con il guardare ai dati. Ma bisogna anche saperli leggere. In Israele quasi l’80 per cento della popolazione era vaccinata quando sono usciti i dati di cui parli. Quindi non ha senso comparare il numero assoluto di malati tra i vaccinati e i non vaccinati come se la popolazione a rischio di essere contagiata fosse della stessa dimensione. Sarebbe come concludere che gli abitanti del Molise sono in gran parte immuni semplicemente perché ci sono molti meno ricoverati per Covid-19 in Molise che in Lombardia, che ha quasi trenta volte la popolazione del Molise. Inoltre, in Israele sono soprattutto le persone più anziane, quelle maggiormente a rischio di ammalarsi gravemente, che si sono vaccinate. Mentre la stragrande maggioranza dei non vaccinati (l’85 per cento) ha meno di vent’anni. Se rapportiamo i tuoi numeri alla dimensione della popolazione di riferimento e teniamo conto dell’età, ci rendiamo subito conto dell’efficacia del vaccino. Tra gli ultracinquantenni ci sono 171 malati gravi non vaccinati su poco più di 186.000 non vaccinati. Questo significa che ci sono più di 90 malati gravi per ogni 100.000 abitanti. Tra i vaccinati abbiamo 290 malati gravi ultracinquantenni su una popolazione di più di 2 milioni e 150.000 ultracinquantenni vaccinati, vale dire circa 13 malati gravi su 100.000 abitanti. In altre parole, il rischio di ammalarsi gravemente è (90 diviso 13) sette volte più alto per chi non è vaccinato che per chi è vaccinato. E numeri analoghi si ottengono se guardiamo al rischio di essere contagiati, di finire in terapia intensiva o di morire. 

RICCARDO Israele è un Paese piccolo e le probabilità di cui mi parli sono comunque molto basse. Novanta su 100.000 mi sembra un numero piccolo.

PIERA Ho preso il caso di Israele perché ha i dati più completi. Il fatto che ci siano solo 500 malati gravi su una popolazione di 9 milioni è peraltro un’ulteriore dimostrazione dell’efficacia del vaccino. Israele è stato il Paese più rapido nel condurre la campagna di vaccinazione. Ma prendiamo pure il caso del Regno Unito o degli Stati Uniti. Secondo le stime del Public Health England, il servizio sanitario britannico, la campagna di vaccinazione di massa ha evitato quasi 100.000 morti nella sola Inghilterra. Ascoltavo qualche giorno fa un’intervista a Anthony Fauci, forse il più autorevole immunologo in circolazione. I dati sugli Stati Uniti sono alquanto eloquenti: il 99,2 per cento dei morti da Covid-19 negli Stati Uniti non erano vaccinati. Il suo commento: «È davvero triste e tragico che la maggior parte di queste morti fossero evitabili».

RICCARDO Parli di tanti Paesi diversi, ma non dell’Italia, il caso si presume a noi più vicino e che conosciamo meglio. Ho letto che nell’agosto 2021 più di 1000 ultraottantenni vaccinati sono finiti in ospedale, mentre solo 638 ultraottantenni non vaccinati sono finiti in ospedale.

PIERA Anche in questo caso bisogna saperli leggere i dati! Guarda che in agosto avevano già fatto il vaccino più di 4 milioni di ultraottantenni. Di questi, come ricordavi, poco più di 1000, lo 0,02 per cento, sono stati ospedalizzati. C’erano pure 290.000 ultraottantenni non vaccinati e, tra questi, come dicevi, 638, vale a dire lo 0,22 per cento, sfortunatamente sono finiti in ospedale. Ne deduco che il tasso di ospedalizzazione per Covid-19 è dieci volte maggiore tra i non vaccinati. Ovvero il vaccino protegge dieci volte di più contro il rischio di finire in ospedale per Covid-19. È stato stimato che solo nel mese di agosto 2021 il vaccino ci abbia evitato 30.000 ospedalizzazioni, 4.000 ricoverati in terapia intensiva e 7.000 morti.

RICCARDO Sarà, ma dato che stai cercando di darmi lezioni di statistica, mi permetto di dirti che la popolazione dei vaccinati non è strettamente comparabile a quella dei non vaccinati.

PIERA Hai ragione. Proprio per questo stiamo facendo comparazioni fra persone delle stesse classi di età. Certo, ci possono essere differenze importanti tra vaccinati e non vaccinati quando sono della stessa età. Le vaccinazioni hanno raggiunto prioritariamente le persone più fragili e queste sono più a rischio di finire in ospedale anche se protette.

RICCARDO Beh, le differenze possono anche riguardare i comportamenti. Può essere che le persone vaccinate si sentano più protette e prendano troppi rischi.

PIERA Anche questo tenderebbe a far aumentare la probabilità di ammalarsi per chi è vaccinato. Eppure, i dati ci dicono che tra i vaccinati la percentuale di ospedalizzati è un decimo di quella dei non vaccinati. Questo dimostra ancora di più la forza dei vaccini.

RICCARDO Mi hai detto della probabilità di contrarre il virus, ma non della probabilità di contagiare altri. Se quel senso di immunità che molti provano dopo essersi vaccinati ti porta a adottare meno precauzioni quando vedi parenti e amici, il vaccino ti può portare a contagiare persone che prima del vaccino non avresti contagiato. Non credi?

PIERA Acuta osservazione, ma ho visto uno studio condotto all’università di Oxford che mostra come i vaccinati che hanno contratto il virus siano meno contagiosi dei non vaccinati che hanno contratto la stessa variante del virus. C’è anche uno studio sulla diffusione del virus all’aeroporto di Singapore con tracciamento dei contatti: indica che i vaccinati che contraggono il virus e contagiano altre persone sono sintomatici, in altre parole hanno i sintomi, pur lievi, del coronavirus. Ma questo sicuramente è difficile da dire perché è difficile fare studi sui vaccinati asintomatici per ovvi motivi. Comunque, dietro alla rapida diffusione del virus ci sono quasi sempre gli infetti asintomatici. Sono loro quasi sempre i veri involontari “untori”.

RICCARDO E quanti contagiati ci sono tra i vaccinati?

PIERA Ci sono anche meno contagiati tra i vaccinati. Se prendi i dati finalmente resi pubblici dall’Istituto Superiore di Sanità, tra i non vaccinati più di 7 persone su 1000 vengono contagiate ogni mese contro invece uno su 1000 tra i vaccinati. In altre parole, il rischio di contagio è più dell’80 per cento più basso tra i vaccinati che tra i non vaccinati. Le differenze nel rischio di essere ospedalizzato o di finire in terapia intensiva tra vaccinati e non vaccinati sono ancora più forti.

Da “Sì Vax. Dialogo tra un pragmatico e un non so”, di Tito Boeri e Antonio Spilimbergo, Einaudi editore, 2021, pagine 112, euro 12

Chi non dubita di niente (e chi di tutto). Aldo Grasso su Il Corriere della Sera l'11 dicembre 2021. Ci sono due specie di testardi: quelli che non dubitano di niente e quelli che dubitano di tutto. Tra gli effetti collaterali della pandemia, si registra la nascita della Pandemia. Bene. Ne fanno parte, tra gli altri, il giurista Ugo Mattei, i filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, il mediologo Carlo Freccero, l’autoproclamato primate metropolita ortodosso Alessandro Meluzzi, quello dei talk. Ecco le precauzioni: «Gli avversari che abbiamo di fronte non sono spiritualmente, moralmente e intellettualmente vivi. Sono dei morti». Ok, tutto a posto, non servono precauzioni. E i dubbi? Con i vaccini si starebbe facendo «una sperimentazione mondiale, con molti pazienti che rischiano di finire nell’Ade». La vaccinazione sarebbe «legata al desiderio dell’alta finanza di accelerare il movimento verso l’euro digitale e la moneta mondiale». E via di questo passo, senza ombra di dubbio. La libertà (anche di pensiero) non è mai a disposizione, bisogna disporsi verso di essa sapendo che non esiste quella assoluta; per questo è necessario darsi limiti, tracciare confini, eleggere mete, personali e comuni. Per il bene di tutti. Il vero dubitatore si strugge con il solo scopo di cercare il vero, il negatore invece vive per una cattiva causa. O anche, come direbbe Celentano, per 125 milioni di caz...te.

Massimo Cacciari, scontro frontale col Corsera: "Noi in minoranza come Gesù? Calunnie, ecco come rispondo". Libero Quotidiano l'11 dicembre 2021. Massimo Cacciari risponde agli articoli sui quotidiani italiani sul convegno di Torino per lanciare la Commissione dubbio e precauzione, parlando "di calunnie, pure e semplici calunnie".  In particolare il Corriere della Sera che ha titolato: 'Il convegno no vax di Torino, fra sospetti e deliri: Noi in minoranza come Gesù'. "Hanno tirato fuori cose, estrapolandole, affermando che io sono un No Vax, non rispondo nemmeno a questi signori. E se continueranno a calunniare in questo modo, risponderò solo per vie legali. Non mi cimento nemmeno con questi personaggi, sono di un altro livello", spiega il filosofo in una intervista ad Affaritaliani. "La situazione è molto grave e i giornali, quasi tutti, nemmeno se ne rendono conto. Facebook ha oscurato il convegno di Torino dove sono intervenuti scienziati, medici e giuristi. Siamo di fronte a una deriva delle democrazie occidentali e quando il popolo si sveglierà saranno dolori.  Sulle questioni di fondo tra i partiti ci sono sempre meno differenze, qualcosa cambia sulle valutazioni, ma sulle grandi questioni sono tutti d'accordo nel mettere tutto sotto il tappeto e fingere di non vedere", precisa l'ex sindaco di Venezia...Si sofferma sull'Europa: "Ogni Paese dell'Unione è andato e va per conto suo, alcuni con misure più severe e altri meno. Ma è il sistema in generale che ci porta sull'orlo del precipizio, che non è quello dei vaccini. Come sempre si guarda all'albero e non si vede il bosco. Draghi? Fa il suo mestiere con grande competenza e sta lavorando al piano nazionale per implementarlo nel modo più rapido possibile. Al premier interessa il Pnrr e nient'altro. Il problema è quando la maggioranza demonizza la minoranza, è questo il tema chiave e non certo il destino individuale di qualcuno", conclude Cacciari.

Il professor Remuzzi: “La scienza non è la Bibbia, non credete a chi ha certezze”. Giampiero Casoni il 12/12/2021 su Notizie.it. Il professor Giuseppe Remuzzi spiega che la situazione pandemica non è statica, ma in divenire: “La scienza non è la Bibbia, non credete a chi ha certezze”. Il professor Giuseppe Remuzzi è stato lapidario: “La scienza non è la Bibbia, non credete a chi ha certezze, se qualcuno vi dice di avere certezze, non credetegli”. Il direttore dell’Istituto Mario Negri fa il punto della situazione su pandemia e variante Omicron e spiega che “in Italia la curva sta rallentando.

Che significa? Che “potrebbe esserci un plateau, ora abbiamo un aumento di casi e ricoveri, ma in percentuale l’incremento è inferiore a quello delle scorse settimane. Abbiamo la ragionevole speranza che in un paio di settimane le cose inizino almeno a stabilizzarsi”.

Poi Remuzzi spiega che si tratta di una “speranza ragionevole: se in questo ambito qualcuno vi dice di avere certezze, non credetegli. La scienza non è la Bibbia, non abbiamo una situazione statica”.

A parere dell’esperto dunque la situazione è “estremamente dinamica, oggi ho imparato cose che ieri non sapevo. La scienza funziona così.

All’inizio tanti di noi dicevano che il virus non muta e invece muta tantissimo. Inizialmente si diceva che la vaccinazione eterologa sarebbe stata un pasticcio, ora sappiamo che la risposta del sistema immunitario è molto più forte”.

E in tema di vaccinazioni pediatriche? “I bambini tra i 5 e gli 11 anni vanno vaccinati, non rischiano nulla col vaccino.

Tra Usa, Cuba e Israele sono stati vaccinati quasi 5 milioni di bambini e non c’è nessun allarme”. Per senza cadere nella mistica delle certezze al professore è stato chiesto di individuare un possibile range temporale di fine pandemia: “È difficilissimo fare previsioni, ma direi che questo virus starà con noi per i prossimi 2 anni”.

L’internazionale No Vax che spaventa l’Europa. Dalla Francia all’Austria, dai Paesi dell’Est alla Germania il mix di rabbia e anti-politica si sposta sulle misure anti Covid-19. E le destre lo usano contro Ue e governi. Federica Bianchi su L'Espresso l'8 dicembre 2021. Il Green pass come nuovo muro di Berlino. Come novella stella gialla sui cappotti dei perseguitati. Come malefico chip digitale inserito nella vita dei cittadini ordinari. Uno strumento europeo concepito per garantire libertà e sicurezza è diventato agli occhi dei sostenitori delle tante destre dell’Unione europea un’arma di controllo e oppressione. «Quando un governo dice di avere a cuore gli interessi della gente, riflettete», tuonava qualche giorno fa, giacca damascata rossa e nera, dagli scranni dell’Europarlamento la tedesca Christine Anderson, militante dell’AfD, l’Alternativa per la Germania: «Se l’illuminismo ci ha insegnato qualcosa è il non considerare sicuro niente di ciò che dice il governo.

Giampaolo Rossi, l’ideologo no vax di Giorgia Meloni che imbarazza Fratelli d’Italia. Susanna Turco su L'Espresso il 7 dicembre 2021. Ex consigliere Rai, marinettiano, diede del Dracula a Mattarella e cita Hannah Arendt contro il governo Draghi. Ma anima il “Natale dei Conservatori”, la festa invernale di Fdi. Dopo la meravijosa parabola di Enrico Michetti, nel partito torna la domanda: ma Giorgia vuol tornare al 4 per cento?

Chi ha detto che non c’è vita fuori dalla Rai? Giampaolo Rossi, 55 anni, già consigliere in quota Fratelli d’Italia, buttato fuori in estate dai vertici della tv pubblica per fare spazio (nel rinnovo) a una consigliera in quota Fi, con alti lai di Giorgia Meloni e del suo partito per il mancato rispetto della spartizione nei posti - scippo più grave in quanto Fdi è l’unico partito d’opposizione - ha rinverdito la sua passione per interventi hard sui social, via via sempre più ficcanti.

Già in settembre definiva «inquietanti» le parole del capo dello Stato Sergio Mattarella sui vaccini (prima di entrare nel cda Rai, vi è da dire, l’aveva paragonato a Dracula e assimilato a un golpista), in uno degli ultimi post è arrivato a sostenere che «in pratica stiamo diventando uno Stato etico grazie a quelli che dovrebbero difendere lo Stato di diritto». Qualche giorno fa, sempre in impeto no-vax, ha scomodato addirittura le origini del totalitarismo: «In questi giorni rileggere Hannah Arendt per ricordare che il totalitarismo non nasce da un dittatore che arriva all’improvviso, ma si sviluppa su un terreno fertile di discriminazioni, cultura dell’odio e vili complicità che diventano normali per la società. Ingredienti: paura indotta e propaganda per manipolare la realtà. Ieri come oggi». Quasi a dire che il governo Draghi starebbe creando un humus prodromico a un nuovo nazismo (o comunismo). Ipotesi davvero affascinanti, del resto del proprio profilo Facebook ciascuno può fare ciò che crede.

Peccato che il ritmo crescente degli interventi imbarazzi non poco la stessa destra meloniana. C’è il fatto che Rossi, 55 anni, romano, archeologo di formazione, «marinettiano» per autodefinizione, già presidente della commissione cultura della Regione Lazio e direttore del master di Media&Entertainment alla Link campus university, direttore di RaiNet tra il 2004 e il 2012, è tutt’altro che una terza fila, in Fratelli d’Italia. Per dirne una, è adesso coinvolto nella prossima edizione della festa meloniana di Atreju, versione invernale, dal titolo “Natale dei conservatori”. E fu proprio lui a scrivere il “Manifesto conservatore” per la Roma di Enrico Michetti, sottoscritto da taluni intellettuali e persino dal già dimenticato (ma indimenticabile) candidato del centrodestra al Campidoglio, a metà settembre.

Ecco, a proposito del «meravijoso» Michetti: Rossi sembra un altro esempio di ciò che si andava dicendo a margine della campagna elettorale per la conquista della Capitale quando, tra un imbarazzo e una (per carità) velatissima critica, i fratelli d’Italia confessavano tutta la loro perplessità per questo spirito scoutistico-militaresco di «Giorgia» a premiare i fedeli prima dei bravi, gli amici di sempre invece di chi si distingue.

Una specie di eccessiva attenzione a onorare la militanza che poi finisce per mandare avanti «gente non all’altezza». Dando l’idea di non avere una classe dirigente, persino oltre il vero (c’è in effetti del vero). Come se Meloni guidasse sempre un partito che sta al 4 per cento – e non uno che i sondaggi accreditano per il 20. O che al 4 per cento avesse l’inconfessabile voglia di tornare.

Ma quale superiorità morale. Ora la sinistra si scopre No vax. Francesco Boezi il 9 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il convegno di Cacciari, Agamben, Mattei e Freccero svela l'arcano: i dubbi sulle misure per contrastare la pandemia sono soprattutto di sinistra. Mesi ed ormai quasi anni passati a tuonare contro l'irresponsabilità sulle misure pandemiche di Matteo Salvini e Giorgia Meloni per poi scoprire che ad organizzarsi contro la "dittatura pandemica" sarebbero stati la sinistra filosofica ed i suoi limitrofi ideologici. Può sembrare eufemistico ma è così. Ieri, a Torino, si è svolto il convegno d'esordio della "Commissione dubbio e precauzione". In buona sostanza, un'iniziativa volta a segnalare i presunti rischi comportati dal green pass e così via. Sono tutte argomentazioni note che abbiamo imparato a conoscere. Quattro i protagonisti principali dell'iniziativa: il filosofo Massimo Cacciari, Giorgio Agamben, filosofo a sua volta nonché di recente autore de "L'invenzione di un'epidemia", Carlo Freccero, conosciutissimo dirigente e volto televisivo, intellettuale ed elettore (non sappiamo oggi quanto pentito), per sue stesse dichiarazioni, dapprima di Rivoluzione civile di Antonio Ingroia e poi del MoVimento 5 Stelle, ed Ugo Mattei, giurista, accademico, editorialista de Il Manifesto e collaboratore de Il Fatto Quotidiano. Personaggi molto diversi - se vogliamo - ma accomunati da un elemento: provenire da una cultura di sinistra. Cosa si sarebbe detto in termini di narrativa, viene da chiedersi, se a procedere in maniera organica - tant'è che su La Stampa si parla persino di "prove di partito" - fossero state figure centrali del pensiero conservatore, liberale e così via? Quante voci scandalizzate sulla diffusione del pensiero no vax avremmo dovuto ascoltare? Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, è stato tra le fila dell'universo Dem.

Passato da Potere operaio e dal Partito comunista italiano, oggi l'ex primo cittadino del capoluogo veneto è il principale artefice della riscoperta del libertarismo di sinistra. Il tutto condito da un certo individualismo, valore cardine di quel mondo, che qualcuno potrebbe ritenere abdicato dalle formazioni che fanno parte del "campo largo". Agamben, ancora, è un intellettuale di chiara fama che ha in comune con Freccero la passione per Michel Foucault. Qualche giorno fa, in Senato, l'accademico se n'è uscito così: "Il green pass separa e definisce in maniera negativa i no vax come i non ariani per le leggi del ’38. Scivoliamo in una barbarie senza precedenti nella storia". Lo riporta, tra gli altri, l'Huffington Post. Sarebbe quasi inutile commentare.

Poi c'è Freccero, che qualcuno ipotizza possa rappresentare politicamente le istanze della minoranza riunitasi ieri nel capoluogo piemontese. Ma è presto per tirare le somme sotto il profilo partitico. Ad oggi, comunque, un ulteriore passo avanti verso una struttura meno liquida e magari volenterosa di misurarsi con il consenso non è escludibile. Il professor Ugo Mattei, al netto delle battaglie giuridiche portate avanti di questi tempi, si è anche distinto da poco per essere stato il primo, tra i candidati alla carica di sindaco di Torino, per aver firmato il referendum sul fine vita promosso da Marco Cappato, così come ricordato via Twitter da un esponente dei Radicali. Libertarismo di sinistra, appunto, pure in bioetica, che è un altro campo per cui il quartetto dovrebbe andare d'accordo. Il tutto in nome di un'autodeterminazione che di certo non appartiene alla destra culturale.

Se il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta parla via cinguettio di "quattro amici al bar che volevamo cambiare il mondo", sembra insomma utile far notare il colore ideologico, quantomeno quello di provenienza, di chi oggi guida il fronte dei dubbiosi. Cacciari, Agamben, Freccero e Mattei: quella dei "dubbi" in tempi pandemici sembra essere soprattutto la sinistra. Quella partitica di sinistra, dopo anni di critiche dirette all'irresponsabilità altrui, scopre di avere al proprio interno, nella profondità di una visione del mondo, le radici di quel che contesta.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". 

La resistenza è servita: a Torino va in scena l’operazione No pass.  Il Dubbio il 9 dicembre 2021. Nasce la "Commissione dubbio e precauzione" con Agamben, Cacciari e Freccero: una pattuglia di intellettuali ed esperti pronti a combattere contro la «dittatura sanitaria». «La dittatura del Super Green Pass non va paragonata al nazismo. Andiamo più indietro, a duemila anni fa: Gesù fu condannato a morire sulla croce perché ha avuto il coraggio di manifestare il proprio pensiero». Parole e musica di Nunzia Alessandra Schilirò, la vicequestore di polizia sospesa dal servizio dopo aver rifiutato il vaccino. Che dopo aver contratto il virus, ha promesso che sarebbe tornata a dare battaglia contro la «dittatura sanitaria». E così è stato. Difatti Schilirò è tra i volti più noti di quanti ieri hanno raggiunto la “resistenza”: il movimento anti green pass nato ufficialmente ieri a Torino, che fa capo al docente di diritto civile ed ex candidato sindaco Ugo Mattei.

Parliamo della cosiddetta “Commissione dubbio e precauzione”, una pattuglia di intellettuali, vip ed esperti che guai a chiamarli “no vax”. «Dobbiamo capire quanti siamo e raccogliere capitale da trasformare in beni comuni: va contrastata la politica miserabile di oggi. Costruiremo un altrove», è il senso dell’operazione annunciata in una diretta fiume di oltre dieci ore. Decine e decine di interventi per un panel di tutto rispetto, che annovera tra le sue fila il filosofo veneziano Massimo Cacciari (che però ieri ha dato forfait) e il collega Giorgio Agamben (che è andato ben oltre Cacciari paragonando le misure del governo Draghi a quelle del Reich nazista). Presenti all’evento anche Carlo Freccero, noto comunicatore, già direttore di Rai 2, sul posto in veste di “portavoce”, e lo stesso Mattei che invece ha chiarito l’obiettivo del movimento: «Partiamo all’insegna del rigore scientifico lontano dalla propaganda dominante», ha spiegato, per «superare il draghismo, la prevalenza del capitale sui diritti della persona e dei beni comuni». Ma di cosa si occuperà la Commissione? Di «informare i cittadini, contro i media asserviti alla propaganda mainstream, e mobilitare, online e sul territorio, il nostro movimento». Il tutto con alla mano «documenti scientifici sepolti che hanno difficoltà a comparire», ha chiarito Freccero, il quale progetta una mappatura di «medici e avvocati che possano aiutare le persone licenziate o estromesse dal lavoro» per aver rifiutato il vaccino.

Tra gli interventi più attesi certamente quello di Agamben, che però ha parlato per pochi minuti. «Bisogna passare a una forma di agire più concreta – ha detto -. Serve lucidità perché gli avversari che abbiamo di fronte sono intellettualmente morti». A seguire una serie di accuse contro il «complotto di Big Pharma», condite dai consueti slogan no vax – «i veri untori sono i vaccinati, loro causano le varianti».  La diretta streaming in cui hanno parlato anche alcuni medici “dissidenti” e in cui sono stati evocati scenari apocalittici per la nostra democrazia non ha però raccolto grande partecipazione: poche migliaia le persone collegate su Youtube che trasmetteva l’evento fin dalle 8 del mattino. Ma non su Facebook: il social network di Mark Zukerberg non ha infatti permesso che l’incontro venisse mandato on line sulle sue pagine. «Vogliono oscurarci, questa è censura!», hanno tuonato gli organizzatori.

Perchè non possiamo più dirci "comunisti". Quei negazionisti del virus mi scippano la parola comunista. Fulvio Abbate su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. Perché non possiamo più dirci “comunisti”, neppure per amor di paradosso o puro vezzo post-ideologico. Non so quanto sia vero, ma un amico bene informato racconta che sarebbe stato lo stesso Carlo Marx a decidere di chiamare comunisti, e non più semplicemente “socialisti”, i propri compagni di strada politici. Ciò avveniva poiché il termine “comunisti”, come in un convincente accrescitivo, incuteva più paura presso la controparte, cioè il “borghese”, risultando appunto come monito e insieme “incubo” in agguato. Non è un caso, forse, che il “Manifesto” del 1948 si apra esattamente prospettando faville di terrore ai danni dei Padroni: “Uno spettro che si aggira per l’Europa…”

Devo confessare che fino a qualche tempo fa, ormai giusto per puro dandismo, ogni qualvolta c’era da puntualizzare un sentire critico forte, sia pure virgolettando, e precisando espressamente proprio le “caporali”, amavo definirmi “comunista”, e poco importava che non lo fossi più da decenni.

Ora quel pensiero non abita più con me, tutto è cambiato in modo assoluto, soprattutto da quando la pandemia del covid, e soprattutto le posizioni di alcuni, espressamente antiscientifiche, e addirittura venate da una cifra paranoica e complottista, hanno lavorato come liquido reagente per comprendere la babele post ideologica nella quale ci troviamo immersi, un crac intellettuale che non ha risparmiato neppure l’insieme politico specifico cui ho appena fatto riferimento, cioè coloro che si ostinano a dirsi “comunisti”. Rassicura tuttavia che il Partito della Rifondazione comunista, tra non pochi “concessionari” del brevetto originale, espressamente per bocca del suo segretario, Maurizio Acerbo, abbia assunto una posizione inequivocabile sulla necessità vaccinale come strumento di contenimento del virus. Proviamo allora ad andare oltre ogni nominalismo, a dispetto della ormai comprovata menomazione espressiva. Resta infatti che d’ora in poi mi ritroverò tristemente privato di un notevole “babau” lessicale. In breve: non potrò più dirmi “comunista”, dovendo magari ricorrere ad altre note a pie’ di pagina, esatto, alla necessaria ironia che serve a puntualizzare alterità rispetto al pensiero ora fascista ora ottuso ora al conformismo tout court.

Resterà pur sempre però un vuoto rispetto a un prêt-à-porter politico, quasi una polaroid già perfetta per chiarire il proprio rifiuto dall’esistente. Un vuoto comunque doveroso quando il timore di risultare imbecilli in prima persona coincide invece, con chi, definendosi “comunista” a sua volta, sembra mostrare, almeno ai tuoi occhi, una profonda inenarrabile ottusità. Va ancora precisato per amore di completezza che perfino molti anarchici appaiono posseduti dal pensiero negazionista, interpretato anche in questo caso come risposta ennesima alla declinazione del sorvegliare e punire, sia detto senza bisogno di citare Michel Foucault, prodromi di un’involuzione golpistica e poliziesca.

Non possiamo fare a meno di notare, su tutto, una babele di pronunciamenti politici antitetici tra loro, eppure concordi nel rifiuto dello stesso virus. E non diremo neppure che nei paesi già del socialismo reale la scienza era ritenuta intoccabile, perfino innalzata nei simboli ufficiali dei singoli stati, né citeremo il genetista Miciurin che realizzava in laboratorio mele gigantesche o Dmitrij Šostakovič costretto a comporre sinfonie sull’elettrificazione dell’Urss. Alla fine, forse, resta da dire a se stessi, non senza amarezza: e se con quelli, i “comunisti”, non avessi mai avuto nulla in comune? Oltre ogni caso personale, mi è accaduto di osservare l’amarezza, in rete, di Elisabetta Canitano, ginecologa, cui si deve, a Roma, uno straordinario impegno civile in difesa della sanità pubblica, oltre alla militanza in Potere al popolo (di cui è stata anche candidata al Campidoglio), proprio lei che non ha certo timore di denunciare l’atteggiamento repressivo del governo Draghi a proposito delle occupazioni dei licei, è comunque costretta a rilevare quotidianamente l’astio di chi reputi il suo convincimento sanitario qualcosa di inaccettabile. Non va meglio in ambito post-brigatista, un insieme che ancora adesso sembra avere rappresentanza del mare magnum dei social.

Sulla pagina di una già stella di prima grandezza del “partito armato” così infatti leggo: “Non sento gli ululati degli antifascisti difensori della Costituzione. Qual è l’articolo della messa al bando di milioni di persone senza uno straccio di reato?” A seguire una ampia spolvero di emoticon di plauso, cui si aggiunge la pagina Facebook dei Marxisti-leninisti-eredi di Stalin, che si distingue per un viaggio nella selva di ulteriori fantasmi che credevo morti da decenni. Alla fine, ripensando alla terza dose appena fatta, come fosse un Gran Collare dell’Annunziata, meglio, un titolo di nobiltà intellettuale, sia detto senza ironia alcuna, sono costretto a definirmi menscevico, di più, tanassiano, nel senso di Mario Tanassi.

Fulvio Abbate. Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.

Covid, Mattei: "Io, No Vax a metà, combatto il neoliberismo. Un partito? Sarà olistico". Concetto Vecchio su La Repubblica il 9 dicembre 2021. Intervista al giurista che guida gli anti-vaccinisti: "Il Green Pass non serve a niente, contro la pandemia bastano mascherine, depuratori e tamponi salivari distribuiti in massa. Potrebbe servirebbe uno strumento per guidare milioni di persone che stanno soffrendo in questo modo". Colluttazione telefonica col professore Ugo Mattei, giurista piemontese di 60 anni, una vita a sinistra, beni Comuni, battaglie No Tav, candidato sindaco a Torino, e che ora capeggia la Commissione dubbio e precauzione, il movimento degli intellettuali No Green Pass di Massimo Cacciari, Carlo Freccero e Giorgio Agamben. L'altro giorno, a Torino, hanno organizzato un convegno.

Dalla posta dei lettori - “la Repubblica” il 9 dicembre 2021. Caro Merlo, che facciamo coi futuristi fuori tempo massimo? Parlo di Cacciari and company. Come poteva mancare un convegno ad hoc sulle loro tesi. Che ne sarà del futuro? Loro lo sanno ma noi no. Ecco quindi che ci “edottano” e noi come “stronzi” non facciamo niente (citazione del film di Pif). Dovremmo ignorarli? E poi? Questi continuano. Li rimbecchiamo? Ma non siamo all’altezza, mio Dio! Piero Orrù 

Risposta di Francesco Merlo 

Non mi pare che il giurista Ugo Mattei, i filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, e il tuttologo Carlo Freccero siano futuristi. Ragionando sui vaccini sostengono che in Italia regna un pensiero unico che non ammette neppure il dubbio, hanno fondato un gruppo di controinformazione e una commissione permanente. Mancano solo le parole “collettivo”, “ciclostile” “assemblea” e “mozione”. La mia impressione è che si divertano e che la loro non sia politica, ma goliardia attempata. E facendo il verso a se stessi occupano più scena di quanta oramai ne occupavano.

Mattei: «Io, partigiano della Costituzione, pratico la disobbedienza civile contro il green pass». su Il Dubbio il 10 dicembre 2021. Parla Ugo Mattei, il giurista che guida il movimento no pass con Agamben&Co: «Questo governo non legittimo sta violentando la struttura costituzionale italiana. Se fonderemo un partito? Potrebbe servire». «Il Green pass non serve a niente! Io li vedo i giovani, si muovono come se non potessero più ammalarsi. Bastano mascherine, depuratori, tamponi salivari. Sono molto più responsabile di tanti che hanno il Green Pass e che vivono come se non potessero più contagiare». Lo dice a Repubblica Ugo Mattei, il giurista piemontese che fa parte della “Commissione dubbio e precauzione”, il movimento degli intellettuali No Green Pass di Massimo Cacciari, Carlo Freccero e Giorgio Agamben che ha lanciato il proprio manifesto di intenti martedì scorso a Torino.

«Rivendico il mio diritto alla disobbedienza civile contro il pensiero unico – spiega – puntando sulla sanità di prossimità e su terapie che non siano soltanto i vaccini. Assumendo dei medici, finalmente». «Faccio un discorso di carattere costituzionale – afferma il professore che si dice contrario al vaccino contro il Covid per il fatto che non è stato sufficientemente sperimentato, ma non ai vaccini tradizionali in generale – Si stanno obbligando le persone al Green Pass con argomenti estortivi contrari alla Costituzione, hanno cacciato nella sofferenza milioni persone. Con i soldi pubblici si è deciso di sovvenzionare aziende come Pfizer che uccidono così la concorrenza. Se sei un vigile urbano, un carabiniere, un medico, un insegnante, devi vaccinarti. Biden ci ha provato a imporre un obbligo vaccinale di fatto, e si è beccato tre giudici federali che gli si sono messi contro». «Questo governo non legittimo – prosegue Mattei – sta violentando la struttura costituzionale italiana. È mio dovere criticarlo, da partigiano della Costituzione. Utilizzano il lavoro per violentare il consenso. O fai il Green pass o non hai agibilità. È una logica padronale. Un ricatto. Sono inorridito di come le istituzioni di garanzia, come il Quirinale, abbiano trasformato il sistema in una sorta di semipresidenzialismo. Noi Draghi non lo abbiamo votato. Il Green Pass è una forma di controllo sociale. Tra un po’ ci carpiranno altri tipi di informazioni. Ci controlleranno per capire se paghiamo le tasse. Se faremo un partito? Non so. Potrebbe servirebbe uno strumento per guidare milioni di persone che stanno soffrendo in questo modo. Ma non lo chiamerei partito, ma “Olistico”, cioè “del tutto».

Massimo Cacciari e Carlo Freccero, "il partito dei no vax". Chi scende in campo, chi c'è dietro. Francesco Specchia su Libero Quotidiano il 09 dicembre 2021. Mea culpa. La sensazione, sotto le fiamme del dissenso vaccinale, è che gli stregoni vogliano davvero farsi un partito. Pensavamo fossero dei casinisti ideologici. E invece -pur non essendo dei Churchill- disvelano una strategia politica spiazzante. All'inizio pensavamo che il convegno torinese organizzato dall'associazione Generazioni future Rodotà (con arruolamento postumo del fu Stefano Rodotà, fortemente criticato dalla figlia Maria Laura) sul tema Commissione. Dubbio e precauzione (Du.Pre.) si avvitasse su se stesso, nel solito pippone della sinistra- che- non -ce- l'ha- fatta che sposa le tesi No Vax e No Green Pass. E quindi era solo un interesse antropologico verso il Fronte del "No", quello che ci ha spinto a inocularci tutti i 58 narcotici interventi di filosofi, ingegneri, biologi, giornalisti, pschiatri e giuristi (sparuti i virologi, guarda caso, ad eccezione della Gismondo) a sostenere tenacemente la voce degli scettici. Mancava il Massimo Cacciari, che sa di politica, e ha capito tutto.

GUIDA GALATTICA - L'idea di questo pezzo era quella di stilare una strepitosa Guida galattica per antivaccinisti immersi nelle delizie della «controinformazione». E in effetti, per un po' ha parlato l'ex vicequestora Nunzia Schilirò, vamposissima nel denunciare «regimi autoritari e dogmatici che stanno prendendo piede», e uno Stato che «ha i minuti contati» immerso nella «miseria culturale, umana, emotiva logica e di onestà intellettuale. Poi è spuntata dal nulla un'epistemologa che partiva con una supercazzola tra Jacques Maritain e il Conte Mascetti sul «vaccino che previene la malattia e l'infezione, ribaltato il concetto di verità» (grande lo spiazzamento degli astanti). Dopodichè è intervenuto Stefano Scovazzo presidente di tribunale dei minori, il quale precisava «se la legge è stupida il giudice è stupido»; «allora non serve il giudice, basta un algoritmo», gli contestavano, e lui «non vedo perché no». E dopo la toga ecco stagliarsi nell'ordine: un tale Bizzari che sparava cifre sulla vaccinazione dei bambini: «1300 bambini sono pochi per fare una statistica» (è vero, infatti sono 4 milioni, finora); un signore tutto eskimo e statistiche costretto ad ammettere che sì i vaccini in fondo proteggono «ma anche i vaccinati presentano tassi di contagio» (nessuno dice il contrario); una tale Laura con traccine rasta, sulla sessantina, che si chiedeva: «Come si costruisce una transazione sistemica del capitalismo, del patriarcato, del razzismo, uscendo dalla sindemia? Non lasciamo a Draghi la parola 'resilienza'; che vuol dire creare un piccolo gruppo endogeno che traghetta la comunità, come nelle comunità Rom». Robe così, amenità molto di sinistra, gassose, ad uso psicanalitco. Poi invece ho cominciato a capire. Prima Carlo Freccero che, in tre parole, abbandonato il Grande Reset, annuncia un rete di professionisti sul territorio e «un programma web settimanale di lavoro svolto dai nostri confratelli (sic) che esibisca i documenti che il potere stesso pubblica e le testimonianze sulla rete differenti rispetto al mainstream». Poi eccoti Alberto Contri, già presidente storico di Pubblicità Processo, che discettava di guerra e necessità di organizzare la resistenza dalla «trincea dei media alternativi come Signal». Ma, a tracciare la vera linea sono stati sono stati gli interventi dell'organizzatore e presidente, Ugo Mattei, docente di diritto già candidato sindaco che cita come la Bibbia il "principio di precauzione" della Ue- spesso in contrasto con la nostra Costituzione-. E che spara a mitraglia: «Il vaccino è irrilevante a livello di sperimentazione»; «ci sono controinteressi come per l'Eternit e le sigarette; è giusto vaccinare oggi un bambino e fargli venire un cancro fra cinquant' anni per proteggere uno più vecchio delle sua specie?»; «Tutti i medici oggi sono stati educati non da medici ma da informatori farmaceutici».

SLOGAN - Slogan. Provocazioni mascherate da domande socratiche. Che sfociano nella frase: «Saremo pronti, comportandoci per il momento come le condizioni fossero ancora normali, ma saremo pronti anche qualora il degrado dovesse costruire condizioni di inagibilità democratica e costituzionale più avanzate di quelle attuali. Saremo vigili». E, in contemporanea esce l'annuncio di un'organizzazione capillare fatta da gruppi di professionisti sul territorio, scuole parentali, luoghi alternativi, «protagonisti di una vera e propria rinascita con strumenti di incisione sulla realtà». La sintesi è: 3 milioni e passa di italiani non crede nel Covid. Sono semplici scettici, forzanuovisti, il 5% di terrapiattisti, ma pure persone perbene e confuse. Un nuovo partito, in pratica, nella moria delle vacche della politica dominata da Draghi. La novità è che ora qualcuno, quel partito, si prepara a disegnarlo. E non è un pirla... 

Nicola Porro, "idiozia globale: l'ultima balla che vi hanno raccontato sul Covid". Bomba sugli scienziati. Libero Quotidiano l'8 dicembre 2021. Nicola Porro attacca Concita De Gregorio e il filosofo Umberto Galimberti durante l'ultima puntata di In Onda su La7 condotta dalla stessa Concita e da David Parenzo. "Parlando esclusivamente del super green pass e dei nemici del popolo no vax, che secondo lo stesso Galimberti seminerebbero impunemente la morte tra la collettività, ho assistito al solito, deprimente spettacolo di – se così vogliamo definirla – informazione totalmente a senso unico. Una informazione che, per quel che segue, si guarda bene del leggere e confrontare i numeri, limitandosi a gettare in pasto al popolo dei telespettatori tutta una serie di scemenze all’ingrosso da far impallidire le macchiette di Maurizio Crozza", scrive il giornalista sul suo sito. La De Gregorio in effetti non ha le idee chiare sui numeri della pandemia: "La peste del ‘500 sterminò migliaia e migliaia di persone, miliardi di persone", dice. E Porro commenta: "Migliaia o miliardi per lei pari son". Quindi la conduttrice continua: "Le grandi pandemie hanno sterminato moltissime persone, e noi siamo qui sempre un po’ a discutere di lana caprina. Siamo sempre un po’ scontenti di qualcosa, senza forse renderci conto che stiamo affrontando davvero una emergenza sanitaria che in questi due ultimi secoli non ha precedenti". Ma anche qui, nota Porro, "ciò che stiamo affrontando è una forma di idiozia globale, sempre più grave e contagiosa, che soprattutto nel versante cosiddetto progressista sta facendo una vera strage. In questo senso l’ex direttrice dell’Unità dimostra di essere giunta all’ultimo stadio di tale idiozia". La De Gregorio, affonda il giornalista "parla di senso delle proporzioni, e poi non sa che la peste a cui ha fatto riferimento nel migliore dei casi provocò la morte di un terzo della popolazione Europea?". E ancora: "Ha mai sentito parlare della terribile influenza spagnola, la quale tra il 1918 e il 1920 provocò oltre 50 milioni di vittime su una popolazione che era circa un quarto dell’attuale?".

La storia nascosta. Influenza spagnola, storia della grande pandemia del ‘900 che fu rimossa e censurata. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. Quello che successe 1918 e il 1920 con la furia della febbre cosiddetta spagnola che uccise più del doppio dei morti nelle due guerre mondiali, è stato completamente rimosso e dimenticato. Anche perché quando quella febbre arrivò addosso ai soldati americani che si erano infettati nei campi di addestramento del Kentucky prima di salire sulle navi che li avrebbero sbarcati in Francia per combattere a fianco degli inglesi e dei francesi il nemico tedesco, i comandi militari di tutte le nazioni in guerra furono d’accordo nel decidere che le notizie sulla epidemia non dovessero essere date in pasto alla stampa e l’opinione pubblica e fu così che essendo la Spagna uno dei pochi paesi fuori dal conflitto, chi per caso lesse i giornali spagnoli apprese da quelli che nella penisola iberica infuriava un morbo sconosciuto dal resto del mondo appunto era esattamente il contrario: il resto del mondo aveva il morbo e il morbo aveva infettato anche la Spagna prima di devastare l’Africa, l’Asia, l’Australia e poi tornare rinvigorito nel Sud America e finalmente negli Stati Uniti da cui aveva avuto origine.

Le notizie su quella peste di un secolo fa furono vietate con la censura militare in tutti i paesi che avevano combattuto da una parte o dall’altra la grande guerra anche dopo la fine della guerra. Mentre erano in corso le faticose trattative di Versailles la peste colpì anche il presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson che nel 1919 si era trasferito a Parigi. Wilson aveva portato in Europa la sua utopistica idea di assicurare a ogni etnia una patria e una bandiera, cosa che provocò reazioni violente e truculente, rivolte, rivoluzioni, massacri, pogrom, colpi di Stato nei paesi che, come l’Italia, erano entrati in guerra soltanto per ottenere vantaggi territoriali, asfaltando la strada di Mussolini e di Hitler per ragioni inverse e coincidenti. Il presidente americano si ammalò gravemente di febbre spagnola, che gli provocò un ictus e un’ischemia per cui al risveglio dopo una incerta guarigione si ritrovò orribilmente diverso.

Lo racconta l’economista Keynes che faceva parte della delegazione inglese alle trattative di Parigi e che fuggì scandalizzato scrivendo in un libro la facile previsione: l’intervento di Wilson a sostegno del primo ministro francese Clemenceau che voleva lo smembramento dei popoli di lingua tedesca caricati di un debito insostenibile che conteneva anche il costo delle pensioni militari del Regno Unito oltre al mantenimento del distaccamento militare francese che occupava mezza Germania in cui si moriva letteralmente di fame per strada come accadde col raffreddamento anomalo del XIV Secolo, avrebbe certamente portato a una nuova guerra. Quello dell’epidemia e della follia di Wilson e delle reazioni popolari fu un caso non casuale, utile per dare un’idea di come le epidemie possano determinare gli eventi umani. L’assetto del mondo così come ci appare sotto gli occhi oggi è pervaso da una sua interna complessità che pochi sembrano in grado di volere affrontare, chiarire appunto, prima che una nuova catastrofe pandemica e bellica si abbatta sull’umanità del nostro secolo. Quel che sta accadendo alle frontiere bielorusse e polacche e in Lituania da una parte e il forte rialzo delle corde vocali dei colloqui via Internet tra Putin e Biden promette guerra. L’atteggiamento giustamente inflessibile ma altrettanto rischioso dell’Unione Europea anche. Le parole del presidente cinese non sono da meno, così come quelle del governo di Canberra. Così come quelle del governo di Tokyo. Così quelle del governo indonesiano. I venti di guerra hanno soffiato tante volte nel corso degli ultimi ottanta anni ma poi si sono spenti senza che il fuoco si accendesse. Negli anni Ottanta si dava per scontata la guerra fra Unione Sovietica e Cina comunista lungo la frontiera del fiume Ussuri che poi non ci fu. Ma altre cento piccole e medie guerre hanno corroso la pace e la percezione della differenza fra pace e guerra. Nessuno è in grado di dire come andranno le cose, ma nessuno sarà neppure in grado di dire come si svilupperanno sentimenti e risentimenti e quali “capri espiatori” verranno chiamati sull’altare del coltello e del fuoco.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

La spagnola fu “cancellata” da una variante come Omicron. Basta panico. Leopoldo Gasbarro su Nicolaporro.it l'8 Dicembre 2021.

Com’è sparita l’influenza spagnola?

Qualche anno fa sono stati trovati dei cadaveri nel ghiaccio di persone morte per Spagnola, ed è stato possibile isolare il virus e capire che era una variante del virus influenzale. La Spagnola è scomparsa abbastanza rapidamente, così come era arrivata. La ragione esatta non la sappiamo. È possibile che ci sia stata, dopo la fase più virulenta e drammatica, un’ulteriore variazione del virus, e che questo sia scomparso dopo che sia ulteriormente variato e diventato meno letale.

«La Spagnola è stata combattuta con le stesse misure igienico-sanitarie di oggi: distanziamento sociale, quarantene, mascherine. Poi si è estinta per lisi, con progressiva attenuazione della sua aggressività, nel giro di un anno e mezzo».

Giovanni Ingrassia, medico palermitano del ’500 diceva che la peste va combattuta con «Oro, fuoco e forca». Ai tempi del coronavirus può essere tradotto in: «Incentivi del governo, amuchina e multe per chi trasgredisce alle regole»

I ricordi e le indicazioni sanitarie arrivano dagli storici della medicina Sironi e Cosmacini. Le loro interviste per il Corriere e per altri giornali italiani risalgono ad oltre un anno fa, ma il senso vero di quello che dicevano forse stiamo per sperimentarlo proprio in queste ore.

Le notizie che ci fanno davvero sperare che tutto possa finire nel giro di qualche mese, magari un anno, arrivano dal Sudafrica, terra in cui è nata e si sta sviluppando Omicron.

Secondo Richard Friedland, amministratore delegato di Netcare Ltd., i primi giorni della variante suggeriscono che non c’è assolutamente bisogno di farsi prendere dal panico e che potrebbe effettivamente essere una buona cosa.

“Se nella seconda e terza ondata avessimo visto questi livelli di positività ai test condotti, avremmo visto aumenti molto significativi dei ricoveri ospedalieri e non lo stiamo vedendo. Nelle nostre cliniche di cure primarie si tratta principalmente di persone di età inferiore ai 30 anni”, ha affermato.

“Quindi penso che in realtà ci sia un lato positivo qui e questo potrebbe segnalare la fine di Covid-19, attenuandosi a tal punto da essere altamente contagioso, ma non causare malattie gravi. È quello che è successo con l’influenza spagnola”.

“Stiamo assistendo a infezioni rivoluzionarie di persone che sono state vaccinate, ma le infezioni che stiamo vedendo sono da lievi a moderate. Quindi, per gli operatori sanitari che hanno ricevuto dei richiami, è per lo più lieve. Penso che tutta questa faccenda sia stata comunicata così male e che si sia generato così tanto panico inutilmente”.

I commenti di Friedland non saranno accolti tanto allegramente da Big Pharma, che continua a realizzare enormi profitti da infiniti vaccini di richiamo ed anche da un numero sempre più grande di tamponi.

Le sue osservazioni non saranno amplificate dai media aziendali, che hanno goduto di un enorme aumento degli ascolti a causa dell’infinita propaganda del COVID.

Tuttavia, la dichiarazione dell’amministratore delegato è correlata a ciò che altri esperti di salute sul campo in Sud Africa hanno detto su Omicron.

Il medico che per primo ha scoperto la variante  dice  che è “lieve” e non ha causato un aumento dei ricoveri.

Contrastando l’allarmismo globale sulla variante Omicron di COVID-19, il medico che per primo l’ha scoperto afferma che il ceppo è “lieve” e non ha causato un aumento dei ricoveri.

I governi di tutto il mondo stanno imponendo nuovi divieti di viaggio e altre restrizioni sui virus in risposta alle affermazioni che il nuovo ceppo è più trasmissibile e potrebbe rivelarsi più mortale della Delta.

Tuttavia, quelli con la maggiore esperienza sul campo in Sud Africa dicono tutti il ​​contrario.

Barry Schoub, presidente del Comitato consultivo ministeriale sui vaccini, ha dichiarato a Sky News che il panico era stato mal riposto.

South Africa: 'Variant spreading rapidly' but don't be too alarmed says Prof Barry Schoub

“I casi che si sono verificati finora sono stati tutti casi lievi, da lievi a moderati, e questo è un buon segno”, ha affermato Schoub.

“Allo stesso tempo, si potrebbe sottolineare che mentre Omicron potrebbe presto diventare il ceppo dominante a causa del suo più alto R-nought (o ritmo di trasmissione), ciò potrebbe essere una benedizione mascherata in quanto spinge fuori il molto più pericoloso ( e più stabile) ceppo Delta”, osserva Zero Hedge .

Angelique Coetzee, presidente della South African Medical Association, ha fatto eco ai sentimenti di Schoub, osservando che i pazienti infettati da omicron avevano “sintomi che erano così diversi e così lievi da quelli che avevo trattato prima”.

Coetzee ha affermato di non aver osservato “sintomi evidenti” e che la variante non sembra esercitare pressioni sugli ospedali.

Non ci sono stati morti per Omicron in tutto il mondo e in paesi come il Regno Unito non ha nemmeno causato il ricovero in ospedale di nessuno.

Nonostante il fatto che Omicron si stia dimostrando significativamente meno spaventoso di quando è stato scoperto inizialmente, i governi sono comunque andati avanti per imporre nuove restrizioni e imporre mandati vaccinali draconiani sulle loro popolazioni.

Alessandra Arachi per il Corriere della Sera il 4 dicembre 2021. È la parola «irrazionale» quella scelta dal Censis per definire la società italiana del 2021 nel suo rapporto annuale. Inevitabili gli influssi della pandemia, tante le paure senza fondamento verso la scienza riferita al Covid (il 31,4% degli italiani, ad esempio, pensa che il vaccino sia un farmaco sperimentale). Eppure ci sono due dati che più di altri saltano agli occhi: la quota di italiani che dichiara che il Covid non esiste (5,9% pari a 3 milioni di persone) è uguale a quella di chi è convinto che la Terra sia piatta (5,8). E ancora: per il 10,9% il vaccino è inutile, una percentuale analoga a chi è convinto che l'uomo non sia mai sbarcato sulla luna (il 10%). Come a dire: la pandemia non ha aumentato lo zoccolo duro degli irragionevoli. Una pandemia che non ha portato soltanto macerie. A scorrere le statistiche elaborate dal Censis in mezzo alle tante ombre brillano luci che fanno sperare. 

Il welfare familiare. Nel 2021 c'è stato un rimbalzo del Pil (+6%) ma le previsioni - è scritto nel rapporto - portano a una rapida decrescita: già nel 2023 sarà soltanto dell'1,9% e in prospettiva ci sarà un ripiegamento verso lo zero virgola. Più della metà degli italiani (il 51,2%) pensa di non tornare più al benessere del passato. Ma c'è la forza di un welfare familiare che sostiene la fiducia degli italiani. E se il 28,4% ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica peggiorerà, c'è un 54,6% che pensa che rimarrà uguale e, addirittura, un 15,2% che crede in un miglioramento.

L'aumento della povertà. Ma la fotografia del Censis immortala anche un Paese sempre più povero - le famiglie in povertà assoluta nel 2020 sono 2 milioni, +104,8% - con una situazione peggiorata soprattutto al Nord. Una società in cui il patrimonio delle famiglie continua a ridursi e permane un gap salariale non solo tra donne e uomini, ma anche tra under-30 e over-45 e tra contratti fissi e a termine. In questa società in cui nascono sempre meno figli e il «silver welfare» resta una colonna, a pagare il prezzo più salato della pandemia, sono stati donne e giovani.

Incognite dei consumi. Nel 2021 dopo la fine del lockdown c'è stata un'impennata dei consumi delle famiglie (+14,4% tra il secondo trimestre del 2020 e il secondo del 2021). Ma la crescita tendenziale su base annua, +5,2%, risulta inferiore al Pil e quindi il Paese non tornerà sui livelli di spesa del 2019. Da considerare anche la bolla del risparmio dovuto all'eccesso di cautela che ha penalizzato i consumi: nel 2021 la liquidità delle famiglie è aumentata di 76 miliardi di euro (+5%), raggiungendo la quota di 1.600 miliardi. C'è però una bella luce che rischiara questi conti: l'indice di fiducia dei consumatori. Nel 2020 era crollato a 92,6 punti. Nel settembre di quest'anno ha raggiunto i 119,6, un valore superiore a quello del 2018.

Più qualità della vita. La pandemia ci sta lasciando una bella eredità: la riscoperta della qualità della vita. Stili di consumo e comportamenti che sembravano destinati al declino: gli spazi aperti privati (i dehors di bar e ristoranti), lo spazio pubblico (i parchi urbani), la riscoperta dei negozietti di quartiere. E poi gli spostamenti a piedi: +67,7%. 

Il soccorso della Rete. Le tecnologie, protagoniste della pandemia, hanno fatto sì che quasi tutti i consumi durante il lockdown siano passati per internet. Ma non sarà così in futuro: secondo il Censis il 64% degli italiani tornerà a fare acquisti in luoghi fisici. La Rete durante il periodo di isolamento è venuta in soccorso degli italiani: il 58,6% ha potuto provvedere alle proprie necessità, il 55,3% ha mantenuto le relazioni sociali, il 55,2% ha continuato a lavorare e a studiare.

Il Covid e la solidarietà. La pandemia ha valorizzato il lato umano degli italiani. Uno su tre si è impegnato in iniziative collettive di solidarietà. Ed è così che solo un ente non profit su dieci ha interrotto la propria attività.

Il rapporto Censis. In Italia aumentano i complottisti: per 3 milioni il Covid è un’invenzione…Giulio Cavalli su Il Riformista il 4 Dicembre 2021. È un’Italia a tratti spaventosa quella che esce dal 55esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese: irrazionale, insoddisfatta, spaventata, sempre più povera, che dissipa competenze, più difficile per i giovani e le donne e condizionata da internet. Il rapporto presentato ieri a Roma infatti racconta che accanto a una maggioranza ragionevole si è levata in questo ultimo anno «un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà». Nel Paese ci sono circa 3 milioni di persone (il 5,9% degli italiani) per cui il Covid è solo un’invenzione.

Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Non è un caso che si osservi «una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste»: si passa dal 5G che dovrebbe essere una tecnologia per controllare le menti (e nonostante sembri uno sparuto gruppetto ci crede il 19,9% degli italiani) fino a un 5,8% di italiani che si dichiara “sicuro” che la terra sia piatta e un 10% convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. Secondo il Censis «la teoria cospirazionistica del “gran rimpiazzamento” ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica: identità e cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto ciò accade per interesse e volontà di presunte opache élite globaliste» (e qui sarebbe interessante valutare l’impatto di certa retorica politica). Si tratta di una ripartenza che vede due tensioni opposte: chi traduce l’attesa in preparazione di un nuovo inizio e chi chi rifugge dalla consapevolezza che la realtà è altra cosa rispetto alla propria rappresentazione.

Secondo il Censis la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative insoddisfatte. L’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio. Il 35,5% è convinto che non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato. Sono più della metà (il 51,2%) gli italiani convinti che non ci sia nessuna possibilità di tornare al benessere del passato e infatti solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà. Intanto il patrimonio delle famiglie a causa della diminuzione del reddito lordo (-3,8% in termini reali nel decennio) si è ridotto nell’ultimo decennio (2010-2020) del 5,3% in termini reali. E le cose non sembrano andare meglio: a ottobre 2021 il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni. Si perde fiducia anche nella formazione scolastica: l’80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l’87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. E intanto rimaniamo un Paese in cui quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Inevitabile la guerra generazionale: il 74,1% dei giovani tra i 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare.

Anche le donne pagano la pandemia: il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante l’emergenza pandemica e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%, collocando l’Italia all’ultimo posto in Europa. Cresce inevitabilmente l’utilizzo di internet per provvedere alle proprie necessità (58,6%), per le relazioni sociali (55,3%) e per lavorare o studiare (55,2%). Ci sono anche risvolti positivi: la pandemia ha portato a una riscoperta del valore della solidarietà. Un terzo degli italiani ha partecipato a iniziative di solidarietà legate all’emergenza sanitaria, aderendo alle raccolte di fondi per associazioni non profit, per la Protezione civile o a favore degli ospedali. Infine il parere degli italiani sulla gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni: il 20,7% degli italiani ritiene che abbia prodotto buoni risultati, per il 56,3% è stata abbastanza adeguata, per il 23,0% inadeguata. Per ripartire servirà molto di più di qualche decreto.

Giulio Cavalli. Milano, 26 giugno 1977 è un attore, drammaturgo, scrittore, regista teatrale e politico italiano.

Caro Censis, che dici? Gli italiani non sono irrazionali e no vax, ma l’esatto contrario. Perché l'Istituto (nel suo 55esimo Rapporto) parla di «un’ondata complottista» se siamo tra i primi al mondo per vaccinazioni? Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 4 dicembre 2021. E così per il Censis saremmo un popolo in preda a una sinistra ondata di irrazionalità, travolto dalle superstizioni e dal complottismo che la pandemia avrebbe scoperchiato come un vaso di Pandora. Una deriva che metterebbe a rischio la stessa coesione nazionale, «infiltrando il tessuto sociale». È quanto emerge dal 55esimo rapporto annuale del più importante istituto ricerca italiano che ci restituisce una fotografia allarmante e allarmista della vita pubblica del nostro Paese nell’epoca del Covid 19. Tanto che il primo capitolo del documento, Gli italiani e l’irrazionale è dedicato proprio a questa sbandierata emergenza.

I toni sono ansiogeni: «La razionalità che nell’ora più cupa palesa la sua potenza risolutrice lascia il posto in molti casi a una irragionevole disponibilità a credere alle più improbabili fantasticherie, a ipotesi surreali e a teorie infondate, a cantonate e strafalcioni, a svarioni complottisti, in un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società». Per dimostrare questa tesi vengono citate alcune cifre, ad esempio il 31% degli italiani «si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie». Oppure il 10,9 che ritiene il vaccino dannoso ed inefficace», o il 12,9% che giudica la scienza provochi «più danni che benefici», fino a un 5,9% di “duri e puri”, certi che il Covid sia un’invenzione dei “poteri forti”.

«Si leva un’onda di irrazionalità, un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà circostante», mette in guardia il rapporto. Certo, tre milioni di negazionisti possono fare impressione, ma se si guardano questi numeri nella cornice globale, o semplicemente in quella europea, l’effetto svanisce: con il 77,2% di vaccinati (parliamo di seconda dose) l’Italia è tra le nazioni comunitarie più virtuose, tra i grandi Paesi solamente la Spagna è avanti a noi con l’80,5%.

L’efficiente Germania ha nello stesso periodo vaccinato il 68% dei cittadini e lo stesso Regno Unito, che ha lanciato la campagna prima di tutti gli altri Paesi non supera il 69%, la Francia è appena avanti con 69.8, mentre in Austria, dove è stato decretato un nuovo lockdown sono il 66%. Spostandosi a est le percentuali poi precipitano vertiginosamente. Si va dal 60% dell’Ungheria, al 54% della Polonia, dal 45% della Serbia al 38% della Romania, al misero 25% della Bulgaria. Fuori dall’Unione europea preoccupa la Russia con il 39% e soprattutto l’Ucraina, ferma al 26%, paesi dove stanno aumentando, oltre che i contagi, anche i ricoveri in terapia intensiva.

Oltreoceano non se la passano benissimo gli Stati Uniti che hanno vaccinato il 59% della popolazione (il confinante Canada è quasi venti punti sopra) o il Brasile (62%) e la stessa Australia, dove chi ha violato le norme su quarantena e isolamento è stato sbattuto in prigione, non va oltre il 73%, a fronte di una popolazione numericamente inferiore a quella della pianura padana.

Insomma, a differenza di quanto affermi il Censis nel suo rapporto, la percentuale di italiani che “crede” alla scienza medica è tra le più alte al mondo e tratteggia un ampio consenso dei cittadini nei confronti dei protocolli sanitari disposti dai governi Conte e poi Draghi. E non era affatto scontato, considerando lo smarrimento dell’intera classe politica di fronte allo scoppio della pandemia e la stucchevole sarabanda di virologi ed epidemiologi che sugli schermi televisivi si sono continuamente contraddetti alimentando ancora più panico e confusione. Per fortuna sullo scetticismo ha prevalso il buon senso, sull’ideologia si è imposto il pragmatismo.

Eppure il Censis, con parole inquietanti disegna uno scenario ancora più inquietante, mettendoci in guardia sui «movimenti di protesta che hanno infiammato le piazze».  A parte l’assalto alla Cgil orchestrato dagli estremisti di Forza Nuova, le manifestazioni no vax e contro il green pass che si sono succedute negli ultimi mesi non hanno quasi mai creato incidenti o disordini, mentre i numeri della partecipazione a cortei e sit in “negazionisti” rimangono modesti. Bisognerebbe dirlo anche ai media come il Corriere della Sera, Repubblica e il Sole 24 ore che ieri rilanciavano con titoli angosciosi il rapporto dell’istituto fondato da Gino Levi Martinoli e Giuseppe De Rita, parlando di un paese «fobico e cospirazionista».

Quinto potere. Sorpresa, i telespettatori cambiano spesso canale quando i tg pubblicano servizi leggeri. Alberto Cantoni su L'Inkiesta il 16 Dicembre 2021. Il pubblico televisivo è più interessato alle hard news che alle soft news. Ma questo non impedisce alle emittenti italiane di inserire inutile intrattenimento nel tentativo disperato di fare più audience. Chi è laureato guarda la metà di minuti un telegiornale rispetto a chi ha la licenza elementare. Nonostante nel nostro Paese la televisione continui a essere la principale fonte di informazione, la maggior parte degli italiani non guarda il telegiornale tutti i giorni. Ma soprattutto, gli spettatori dei notiziari tendono a cambiare canale più durante la trasmissione delle cosiddette soft news (sport, intrattenimento, moda) che durante le hard news (politica, economia, esteri), e questa propensione ad abbandonare il programma cresce con l’avanzare del telegiornale. È quanto emerge da una ricerca portata a termine da Marco Gambaro dell’Università Statale di Milano, Valentino Larcinese della London School of Economics, Riccardo Puglisi dell’Università di Pavia e Jim Snyder dell’Università di Harvard (pubblicata sul sito del Nation Bureau of Economic Research). L’indagine prende in esame gli ascolti e gli abbandoni dei sei principali telegiornali serali italiani, anche in funzione delle tipologie di notizie trasmesse. 

Gli analisti politici di quasi tutti i paesi democratici si lamentano della mancanza di conoscenza e informazione nell’elettorato. Alcuni incolpano il mercato dei media per questa situazione, sostenendo che ci sono troppe notizie soft e non abbastanza notizie informative, specialmente nei palinsesti dei telegiornali. Altri ribattono che le aziende che vogliono aumentare i profitti devono fornire agli spettatori ciò che vogliono, come le risse nei talk show. E se forniscono soft news, è perché l’audience lo richiede.

Come lo stesso Gambaro spiega a Linkiesta, «nella scienza politica internazionale – soprattutto all’interno del dibattito statunitense – c’è una tendenza consolidata, secondo la quale i telegiornali sono riempiti di soft news per attrarre gli spettatori che in questo modo fruiscono anche della controparte hard». 

L’analisi che emerge dal nuovo studio italiano, invece, dimostra il contrario: non risultano prove del fatto che gli spettatori tendono a cambiare canale con più facilità durante servizi di hard news che durante servizi “leggeri”. Anzi, semmai è vero il contrario. Per questo, l’ipotesi che ci sia una tendenza generale da parte di tutti i telespettatori a cercare intrattenimento anche mentre guardano i telegiornali, risulta semplicemente incoerente.

Dal paper della ricerca emerge anche un’altra serie di evidenze: confrontando i dati Itanes (Italian National Election Study) con le rilevazioni Auditel, risulta come l’80% degli italiani dichiari di guardare un telegiornale tutti i giorni, mentre quelli che in un qualsiasi orario giornaliero guardano almeno 5 minuti di notiziario sono meno del 3%. 

Un’altra opinione ricorrente nelle analisi politiche è che le persone più istruite e più ricche siano tendenzialmente più informate. Eppure, dalla ricerca risulta come le persone con un livello di istruzione più basso seguano più informazione giornalistica (anche a livello di minutaggio giornaliero di hard news) rispetto a quelle considerate più colte.

Inoltre, risulta chiaro come la fruizione televisiva sia legata a variabili demografiche quali età, istruzione e sesso. Questi fattori influenzano il consumo di notizie, che va dai 16 minuti al giorno per chi è laureato ai 34 minuti per chi ha la licenza elementare; oppure dai 39 minuti per chi ha settant’anni ai 12 minuti per chi ne ha trenta. 

La percentuale di tempo dedicato alle news rispetto al totale dell’ascolto televisivo è di circa il 10-11% ed è costante tra le varie categorie demografiche (fatta eccezione per i giovani che passano meno tempo davanti alla tv.  

Carta trash. L’ex consigliere Rai, la rissa dalla Berlinguer e la tv che ha senso solo se è orrenda.  L'Inkiesta il 16 Dicembre 2021. Venti minuti di offese, deliri e dati citati a caso in uno studio televisivo. Però smettiamola di far finta che andare in un talk sulla pandemia sia un lavoro diverso da quello che fa chi va a Uomini e donne. La televisione ha senso solo se è orrenda. Lo dico senza voler rompere il giocattolo a tutti quelli che hanno deciso di posizionarsi dalla parte della tv buona, della tv giusta, della tv beneducata, della tv colta, della tv che non invita chi non si fida della scienza (esiste una frase più antiscientifica di «mi fido della scienza»?). Peraltro il giocattolo l’hanno già rotto gli antivaccinari colti, quelli che ti citano la saggistica invece di fare gli status coi puntesclamativi su Facebook. «A differenza della plebaglia no-vax, sono un no-vax colto e raffinatissimo», diceva sabato scorso su Repubblica il personaggio della vignetta di Altan, uno sul quale si può sempre contare per sintetizzare lo spirito del tempo.

La televisione ha senso solo se è orrenda sempre, ma specialmente in questo biennio monotematico in cui la pandemia ha fornito alla tv italiana, già non esattamente ricchissima di idee, la scusa perfettissima per non farsi venire un’idea per nessuna ragione mai: riempiamo la tv di conversazioni sempre uguali sui contagi, i vaccini, i bambini, la scuola, l’rt, le varianti, la rava, la fava.

«La gente li guarda», ti rispondono se provi a far presente che è un palinsesto da orchite. Di tutte le diramazioni classiste, quella che nessuno studia è quella per la quale al porocristo privo di vita interiore e d’interessi intellettuali, una volta tenuto in casa dalla pandemia o dall’inverno, tocca farsi andar bene dei talk-show da morire di noia, e la sua rassegnazione viene pure presa per consenso entusiasta.

La televisione ha senso solo se è orrenda, e infatti martedì Bianca Berlinguer l’ha vista una media d’un milione e quattrocentomila spettatori, mentre di solito il programma è intorno al milione. Cosa ha attratto il pubblico che martedì sera era davanti al televisore? Quei venti minuti in cui, probabilmente grazie al messaggio d’un nipote che incitava «nonno, cambia, c’è la rissa», gli italiani hanno cambiato canale, quei venti minuti sono gli stessi dei quali ci si scambiavano informazioni carbonare nella notte tra gente che non era davanti alla tele ma pure aveva ricevuto messaggi, e per i quali io sono corsa a recuperare la puntata su RaiPlay ieri mattina.

Il blocco (gergo televisivo per: quella parte di programma) era così concepito. In studio, la conduttrice, un giornalista dalla parte dei buoni (vestito con una giacca che poteva essere di Margiela e che appariva del tutto incongrua rispetto all’ambiente da Gai Mattiolo), e un ex consigliere Rai in quota agli antivaccinari colti. Collegati, una donna incinta che testimoniava il proprio eroico essersi vaccinata, un giornalista dalla parte dei picchiatelli, il presidente della regione Emilia Romagna, e Antonio Caprarica, a lungo corrispondente da Londra della Rai.

Si parte subito bene, con la conduttrice che parla delle «donne incinta»; perfettissima televisione, se chi è pagato per lavorare con le parole non ha imparato in decenni di mestiere e licenza elementare che il plurale è «incinte»: è per sentir parlare come nelle pagine Facebook di mamme analfabete che accendiamo, mica per sentir declamare le tesi di Wittenberg.

La prima parte di questo zoo di vetro si svolge con le dinamiche consuete: parlano solo gli ospiti in studio, e i collegamenti vengono trascurati. Anche perché in studio principia una rissa non male in cui si confrontano il delirio dell’ex consigliere d’amministrazione che dice che lui s’è fatto venire un infarto per la Rai (dopo i delitti passionali, le cartelle cliniche passionali), e quello del giornalista che lo aggredisce, «non sa niente di scienza, cosa ti può dire, questo è uno che non sa dov’è adesso» (e quell’altro: «ma come ti permetti, ma io ti denuncio, ma sei uno stupido»).

La povera Berlinguer fatica un po’ a coinvolgere i collegamenti, mentre in studio volano meraviglie quali «nano» e «bollito» (la seconda media non finisce mai, non finisce mai, non finisce mai mai mai). Quando però riesce a far parlare i collegati, arriva la meraviglia vera.

L’ex consigliere d’amministrazione legge da dei fogli (che poi mostrerà con gesto saperlalunghista alla telecamera) cose tipo il numero dei morti per fumo, Caprarica dal collegamento prova a interromperlo, e quello: «Caprarica, io di lei mi ricordo le note spese, quindi stia buono».

Seguono minuti in cui: la Berlinguer urla «è inaccettabile»; l’ex consigliere urla «i dati!»; il giornalista in studio urla «per capire l’emergenza basta guardare te, buffone»; Caprarica continua a cercare di riprendere la parola; la Berlinguer prima dice «non m’interessa niente di chi muore di fumo», poi si ricorda di vivere nella dittatura della decontestualizzazione e corregge «cioè, m’interessa molto» (erano già pronti i meme scandalizzati per il disinteresse per i morti per fumo); l’ex consigliere d’amministrazione decide di fare il gran gesto d’abbandonare lo studio (non c’è niente di più televisivo che abbandonare uno studio televisivo a telecamere accese) ma si dirige dalla parte sbagliata mentre la Berlinguer continua a urlare «deve uscire dall’altra parte»; Caprarica riesce a riprendere la parola per dire «questo signore che ha rovinato la Rai» (addirittura, e io che lo credevo un carneade) e «vi annuncio che io lo denuncio, e chiedo che la Rai prenda le distanze da miserabili di questa fatta» (ho un debole per quelli che quando perdono la pazienza parlano come Cyrano de Bergerac).

Insomma, sono stati venti minuti di ottimissima televisione, dopo i quali ognuno continuerà a ritenere di saperla lunghissima: noi che abbiamo deciso di fidarci delle convinzioni più diffuse nella comunità scientifica, e quelli che pensano «a me non mi fregano». E dopo i quali anche i più ottusi avranno capito che il punto non è se si possa o no urlare «al fuoco!» in un teatro pieno (l’esempio più abusato degli ultimi due anni), o se si debba, come ripeteva la povera Berlinguer, «dar voce a tutti». Il punto è che la tv non deve educarci: deve intrattenerci. Smettiamola di far finta che andare in un talk sulla pandemia sia un lavoro diverso da quello che fa chi va a Uomini e donne. Piuttosto, cari intellettuali che andate in quella tv che ha pretese di serietà, cercate di imparare il mestiere da Tina Cipollari.

"Cretino", "Bollito". Rissa in tv con Scanzi. Il prof va via...Francesca Galici il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Toni molto alti durante la discussione tra Alberto Contri e Andrea Scanzi sui vaccini. Il prof litiga anche con Caprarica e lascia lo studio della Berlinguer. La quota contradditoria nel dibattito su vaccino e Green pass a Cartabianca di questa settimana è stata affidata ad Alberto Contri, docente universitario e membro della neonata commissione Dubbio e precauzione. Il professore era ospite in studio insieme ad Andrea Scanzi, giornalista de Il fatto quotidiano. Tra i due sono volate scintille e nemmeno Bianca Berlinguer è riuscita a riportare la calma tanto che, dopo aver discusso pure con Antonio Caprarica ospite in collegamento, Alberto Contri ha deciso di lasciare lo studio. "Questa non è una pandemia, ma una sindemia. Una patologia che prende soprattutto gli anziani. Non mi fido di questo tipo di vaccino, aspetto quello proteico", ha detto nel suo intervento, tra le altre cose, Alberto Contri. Le esternazioni del professore hanno trovato poco terreno fertile nell'altro ospite in studio, Andrea Scanzi, che appena ha avuto modo di prendere la parola ha detto la sua:"Alberto Contri è l’emblema del cattivo maestro in questa fase storica. Non sa nulla di scienza, né di cosa stia parlando. A 77 anni ha scoperto che esiste il web e pensa che lì ci sia la verità". Da questo momento in poi nello studio di Cartabianca gli animi si sono incendiati e Alberto Contri e Andrea Scanzi hanno iniziato a insultarsi con un tono di voce davvero alto, che ha costretto Bianca Berlinguer ad alzare a sua volta il tono. "Sei uno stupido, io ho lavorato 21 anni con le case farmaceutiche", ha urlato Contri all'indirizzo di Andrea Scanzi, che ha iniziato a urlare sopra il professore: "Hai una grandissima carriera ma non sai niente di scienza". Lo scontro tra i due si è fatto sempre più acceso, con Alberto Contri che a più riprese si è difeso sostenendo di aver portato i dati ufficiali e Scanzi che non voleva sentire ragioni. "Ma quali dati ufficiali, ma vai a zappare", ha sbottato il giornalista. Ci sono state <ncora schermaglie tra i due finché Alberto Contri non ha alzato il livello dello scontro e, rivolgendosi a Scanzi, l'ha apostrofato come "nano" e "mascalzone", ricevendo in cambio l'epiteto di "bollito" da parte di Andrea Scanzi. In tutto questo la Berlinguer ha cercato inutilmente di riportare la calma nel suo studio, minacciando di spegnere i microfoni. La discussione sembrava rientrata nei ranghi, ma l'intervento di Antonio Caprarica, favorevole alla vaccinazione e contrario alla derubricazione della pandemia solo perché sono percentualmente in misura maggiore gli anziani che muoiono di Covid, ha nuovamente innescato la scintilla. Alberto Contri, che in passato ha lavorato anche in Rai, ha fatto cenno a qualche precedente tra loro, al che Antonio Caprarica ha sbottato: "Lei è un cialtrone". Alberto Contri ha quindi provato a spostare il discorso sulla quantità di morti provocati da altri fattori ma la conduttrice è stata irremovibile sulla necessità di mantenere il discorso sul punto originale. Dopo lo scontro con Caprarica si è riaccesa la discussione con Andrea Scanzi, che ha nuovamente attaccato il professore: "Hai i neuroni di un cercopiteco". Ed è a questo punto che Alberto Contri si è alzato e se ne è andato dallo studio: "Basta, io con questo cretino non ci sto. Stupido, mascalzone. Che il servizio pubblico si permetta di far parlare un giornalistuncolo come questo... Ma che vergogna". Antonio Caprarica ha annunciato di voler adire le vie legali contro Alberto Contri. "Chiedo che la Rai prenda le distanze", ha concluso il giornalista, invitato da Bianca Berlinguer ad andare avanti.

"Scusi, lei è vaccinato?". La reazione di Costanzo in tv. Francesca Galici il 15 Dicembre 2021 su Il Giornale. Scontro verbale tra Maurizio Costanzo e Ugo Mattei sulla gestione della pandemia: il giornalista usa l'ironia per confrontarsi col professore. Mentre su Rai3 a Cartabianca andava in onda la violenta lite tra Andrea Scanzi e Alberto Contri, su La7 Maurizio Costanzo discuteva con un altro esponente della commissione Dubbio e precauzione, della quale oltre a Contri fanno parte anche Maurizio Cacciari, Carlo Freccero e Giorgio Agamben. Era da alcune settimane che Maurizio Costanzo non partecipava a Di Martedì, il programma concorrente di Cartabianca al martedì sera. La dialettica del giornalista è a tratti inarrivabile e se n'è accorto anche Ugo Mattei, giurista e professore universitario, che ha discusso con Maurizio Costanzo sull'attuale gestione della pandemia da parte del governo. Per dialogare con Mattei, Costanzo stavolta ha scelto l'arma dell'ironia acuta ma, prima, il giornalista ha fatto una domanda secca e diretta al suo interlocutore: "Io vorrei sapere dal professor Mattei se si è vaccinato o no". Domanda spiazzante, alla quale il professore risponde in maniera articolata: "Guardi, non mi sono vaccinato. Anzi, mi sono vaccinato in realtà per tutti i vaccini, salvo per questo qui del Covid-19. Questa è la risposta giusta. Anche perché, secondo molti, questo vaccino è in realtà una terapia sanitaria, con una struttura differente dagli altri vaccini, che è stato passato in qualche modo come vaccino perché ci sono delle precise ragioni giuridiche per farlo". Mattei, quindi, si lancia in uno spiegone: "È più facile riconoscere un prodotto come vaccino che come medicinale. Ci sono delle procedure di approvazione dei medicamenti che sono più complesse, perché devono discutere anche delle conseguenze". A questo punto Maurizio Costanzo ha ripreso la parola: "Ma i suoi familiari che dicono del fatto che lei non è vaccinato? I suoi vicini di casa che dicono che lei non è vaccinato? Quando lei va in ufficio che dicono che non è vaccinato? Mi pare che lei viva una vita d’inferno professore. Con tutta la simpatia". La risposta di Mattei arriva imediatamente: "Il vaccinato e il non vaccinato non sono sensibilmente diversi dal punto di vista del contagio. Il grande equivoco è pensare che i vaccinati non siano contagiosi. E questo è un equivoco che rende Green pass e super Green pass giuridicamente insostenibili". E proprio sul discorso del Green pass, che da una certa fetta di popolazione viene vissuto come una costrizione e come un qualcosa di oscuro legato al controllo della popolazione, Maurizio Costanzo rimette la discussione nel suo ordine: "A Mosca trovavo tutte le mattine la valigia aperta e controllata. Quella era una costrizione".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Si vergogni", "Parla al circo...": scatta la lite fra Bassetti e il prof no-vax. Marco Leardi il 16 Dicembre 2021 su Il Giornale. A innescare l'ennesimo botta e risposta è stato il no-vax Alberto Contri, che su Rete4 ha fatto infuriare Matteo Bassetti. L'infettivologo: "Dite cretinate. Avete sulla coscienza moltissimi morti". Cambiando l'ordine dei talk show, il risultato non cambia. Quando c'è di mezzo un no-vax, lo scontro è assicurato. Garantito. La prova del nove la si è avuta ieri sera a Zona Bianca, dove si è consumato l'ennesimo diverbio innescato in quel caso da Alberto Contri. Il professore che solo ventiquattr'ore prima aveva dato in escandescenze con Andrea Scanzi su Rai3, nell'approfondimento televisivo di Rete4 ha replicato il "format", ingaggiando un acceso botta e risposta con l'infettivologo Matteo Bassetti. In collegamento, Contri ha iniziato a scodellare dati per sostenere la propria contrarietà al green pass e il proprio scetticismo sull'efficacia dei vaccini. Numeri rispetto ai quali il primario di malattie infettive dell'ospedale San Martino ha immediatamente alzato il sopracciglio. "Non so dove abbia preso questi dati. Avete detto una serie di cretinate in questi mesi, per cui avete sulla coscienza moltissime persone che sono morte", ha esclamato Bassetti, cercando di arginare quel flusso di informazioni contraddittorie. Ma Alberto Contri non ne ha voluto sapere e, anzi, ne ha approfittato per provocare il medico. "L'abbiamo pizzicata varie volte a sbagliare", ha affermato, senza però circostanziare quelle asserzioni. A quel punto, in un clima ormai diventato ostile al confronto pacifico, Bassetti non si è più trattenuto e ha ammonito l'interlocutore no-vax: "Non si più parlare di medicina con una persona che non sa la differenza tra una cistifellea e l'appendice, tra un bronco e un alveolo. Ma lei si deve vergognare di dire questi dati!". Lo sfogo dell'infettivologo non ha fatto altro che aizzare Alberto Contri. "Questa è una frottola. Lei di frottole ne ha dette tutti gli anni, ma quello che è più grave è che lei è un professore di medicina", ha detto il professore. Anche in questo caso, però, lanciando accuse generiche. Furibonda la reazione di Bassetti: "Io per dire queste cose ho studiato sei anni di medicina, quattro anni di specialità in malattie infettive e ho pubblicato 600 lavori con oltre 20mila citazioni. Lei cosa ha fatto per parlare e dire le stupidaggini che sta dicendo? In paesi normali gente come lei la fanno parlare al circo!". Il botta e risposta a distanza è poi proseguito con ulteriori fendenti. Contri ha infatti attaccato l'infettivologo così: "È in conflitto d'interessi. Tutto quello che dice è viziato dalle sue consulenze le case farmaceutiche". Un'accusa prontamente troncata dal primario ligure. "L'unico mezzo che lei ha a disposizione è l'insulto personale. Io ho già chiarito quali sono i miei conflitti, che sono regolamentati dalla legge italiana. Per cui eviti di parlare sul personale. Lei ha dei limiti sull'argomento che stiamo trattando", ha ribattuto Bassetti, per il quale le diatribe con il mondo no-vax sono suo malgrado all'ordine del giorno.

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto. Cattolico praticante, incorreggibile interista. 

Dritto e Rovescio, Giuseppe Cruciani a valanga contro Andrea Romano: "La grande menzogna sui non vaccinati". Libero Quotidiano il 17 dicembre 2021. Con la variante Omicron che galoppa e tutti gli indicatori pandemici in netta risalita, a pochi giorni dal Natale a monopolizzare l'attenzione, così come avviene da due anni, è il coronaviurs. E l'ultima puntata stagionale di Dritto e Rovescio - il programma di Paolo Del Debbio in onda su Rete 4 giovedì 16 dicembre -, non fa ovviamente eccezione.

Si parla anche dei no-vax e del loro ruolo nella diffusione della pandemia. A puntare il dito contro di loro, ospiti in studio, Andrea Romano del Pd e il giornalista Antonio Caprarica. A difenderli, al contrario, Giuseppe Cruciani, il tutto poco dopo che il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, in un'intervista concessa proprio a Del Debbio, aveva spiegato che l'aumento dei contagi non è una "colpa" di chi rifiuta il siero

Ed ecco che così Cruciani parte in quarta: "La colpa della risalita dei contagi sarebbe dei no-vax? Sileri prima ha detto una cosa: la colpa non è dei non vaccinati. Molto chiaro, forse non lo ha detto prima. È anche dei vaccinati, possono contagiare anche loro. La grande balla che sarebbero i non vaccinati la causa dei mali di questo paese, del fatto che la pandemia non è stata sconfitta, è una balla. Da che mondo è mondo in tutti i paesi esisterà sempre una percentuale di persone che non si vaccinerà mai. Cosa volete fare? Andarli a prendere con i carabinieri? Non credo... non sono loro la rovina del Paese", conclude Giuseppe Cruciani.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 17 Dicembre 2021. Non raccontiamoci storie. La clamorosa rissa scoppiata a #cartabianca tra Alberto Contri e Andrea Scanzi, a colpi di «mascalzone», «bollito», «cretino», «hai i neuroni di un cercopiteco», era una rissa cercata, voluta. La prova? L'ha fornita l'Auditel: il programma ha avuto una media superiore a 7,55%, con una media di 1.412.000 spettatori, ben sopra quella normale. In cuor suo, Bianca Berlinguer sarà stata contenta, come lo sono tutti i conduttori quando aumentano il bottino di pubblico. Il conduttore non è mai un arbitro, è un giocatore, anche quando «finge» di voler riportare la calma. Non raccontiamoci storie. Tempo fa, a proposito dei talk pieni di «sfessati», Fedele Confalonieri aveva trovato il coraggio di dire che il re era nudo: «Il talk-show deve fare casino, sennò chi lo guarda?». In effetti, il talk show è un genere che ha fatto presto a degenerare. Non c'è talk senza trash, non c'è talk senza gli scazzi, senza gli Scanzi. Se tu inviti delle persone normali a discutere, c'è il rischio della prevedibilità, della monotonia, della noia, di un mondo chiuso dove si discute sempre delle stesse cose. La rottura sta solo nella rissa: per questo, nella scelta degli ospiti o del casting che dir si voglia, bisogna prevedere la contrapposizione, il tafferuglio, il parapiglia. I talk si nutrono essenzialmente di tre componenti: la compagnia di giro, che significa da parte dell'ospite molta disponibilità e capacità performative (Scanzi, per esempio, lo troviamo ospite su diversi talk); la totale mancanza di controllo sulle affermazioni dei partecipanti (invito a spararla grossa); la creazione di un nemico reale contro cui scagliare il proprio dissenso. Quanta ingenuità, nei virologi, negli epidemiologi, negli infettivologi, nei medici che si occupano di pandemia e passano il tempo in tv a reclamare un confronto fra pari!

Il virologo senza l'antivaccinaro, in termini televisivi, non esiste. Non viene invitato in un programma di medicina ma in un talk e a furia di accettare le regole del talk (il talk deve fare casino, sennò chi lo guarda?) finisce anche lui per creare non poca confusione. Nelle logiche del genere, il «discorso» significa che una parola vale l'altra e l'unica strategia è quella di spararne tante (di parole), in una escalation sempre più ridondante, in modo tale che l'ultima faccia dimenticare quelle precedenti. Nei talk, il «discorso» ha il solo scopo di «fare opinione», di conquistare l'assenso della «gente». Chi urla più forte, chi non fa parlare l'altro, chi dà sulla voce all'avversario di solito vince. Altrimenti, chi inviterebbe mai Capezzone? Già in passato era successo qualcosa del genere con la politica che aveva invaso la tv con un lungo, ininterrotto talk, assorbendone le logiche e i linguaggi: un'anomalia non priva di conseguenze per gli attori e le forme della democrazia rappresentativa. Il talk show è parola che si fa spettacolo, come vuole tradizione drammaturgica: è una necessaria semplificazione delle idee, è una fatale iniezione di populismo, è un esplicito incitamento alla forte contrapposizione. Non raccontiamoci storie, l'incontro di pugilato, meglio di wrestling è ogni volta in programma: più il talk è brutto, più la tv è bella.

Da corriere.it il 22 dicembre 2021. Momenti di tensione durante la puntata di Cartabianca, su Rai3, tra Bianca Berlinguer, Luca Telese e Francesco Borgonovo. Il vicedirettore di La Verità lamentava di non poter rispondere alle parole del giornalista in studio Luca Telese perché — a suo dire — dallo studio gli sarebbe stato tolto l'audio. «Borgonovo non parla», ha detto lo stesso Borgonovo, «perché gli avete tolto l'audio, dite che fate servizio pubblico e invece non lo fate». Berlinguer ha però negato la circostanza: si tratta di un problema tecnico, ha spiegato: «Non te l'ho toccato l'audio, basta con questa storia!». Poi, rivolta a Luca Telese che aveva mostrato un grafico al pubblico, scatenando l'ira di Borgonovo, Berlinguer ha aggiunto: «Ora basta, altrimenti ti butto fuori». Il messaggio è però stato interpretato da Borgonovo come rivolto a lui: «Mi butti fuori, allora, ma lui pontifica da un’ora, io non posso replicare, a un certo punto me ne vado». E Berlinguer: «Basta con la storia dell'audio, non vedi che non lo manovro io? Ci sarà stato un problema tecnico, non puoi attribuire a questa conduzione un problema tecnico». 

"Basta, ti butto fuori". L'ira della Berlinguer in studio. Francesca Galici il 22 Dicembre 2021 su Il Giornale. Ancora uno scontro nello studio di Bianca Berlinguer, che ha minacciato di mandare via Luca Telese e ha alzato la voce con Borgonovo. Dopo lo scontro tra Andrea Scanzi e Alberto Contri della scorsa settimana, Bianca Berlinguer ha cercato di rimodulare l'impronta di Cartabianca eliminando la possibilità di toni troppi alti. Il coronavirus continua a essere uno dei temi portanti della trasmissione condotta da Bianca Berlinguer, che nella sua trasmissione cerca di dare voce a tutte le voci contrastanti della polemica in corso, ormai da tempo, su vaccino e Green pass. Ma il tentativo di tenere i toni bassi non è andato in porto come desiderato dalla conduttrice, che in più di un'occasione si è trovata ad alzare la voce per calmare la discussione tra Luca Telese e Francesco Borgonovo.

Francesco Borgonovo ha portato a Cartabianca la voce degli scettici sul Green pass. Il giornalista, però, si è scontrato con Luca Telese, che su questo tema è posizionato su un fronte totalmente opposto al suo, completamente a favore delle misure del governo e, quindi, anche del Green pass. I due hanno avuto un primo battibecco sui numeri della pandemia, che vengono speso interpretati, in un modo o nell'altro, per avvalorare l'una o l'altra tesi.

Ma Francesco Borgonovo è sembrato piuttosto teso nel corso della discussione, perché nel corso della sua ospitata il microfono gli è stato spento mentre ancora parlava. Un errore tecnico, stando a quanto affermato da Bianca Berlinguer, al quale però Borgonovo non sembra credere totalmente. I dubbi del giornalista nascono proprio dal fatto che, memore dello scontro della settimana precedente, Bianca Berlinguer ha promesso che in caso di toni accesi avrebbe chiuso i microfoni.

Questo ostacolo si sarebbe anche potuto superare, se non che a un certo punto Luca Telese ha preso il suo telefono per mostrare in favore di camera la curva dei decessi, per dimostrare le differenze (in meglio) rispetto all'anno scorso: "E Borgonovo parla, io non lo so...". Ma la stessa Bianca Berlinguer ha criticato l'esternazione di Telese: "Borgonovo parla ed esprime la sua opinione. Qui decido io. Borgonovo lascia perdere, qui non è che decide Telese". Ma Francesco Borgonovo ha colto l'occasione per tornare sul microfono sfumato poco prima: "Borgonovo non parla perché gli avete tolto l'audio mentre Telese pontifica da un'ora. Quindi Borgonovo saluta e se ne va".

Bianca Berlinguer ha cercato di spegnere la polemica, invitando Borgonovo a chiudere quella parentesi ma l'ospite non è sembrato propenso: "O fate servizio pubblico o non lo fate. Date spazio anche agli altri". La conduttrice ha prima rassicurato Borgonovo, poi ha minacciato Telese: "Adesso veramente ti butto fuori". E poi, davanti all'insistenza di Borgonovo sul microfono spento, Bianca Berlinguer ha sbottato: "Non l'ho toccato l'audio, basta con questa storia. Io non manovro l'audio, lo vedi? Non ho l'audio in mano, ci può essere stato un problema tecnico". La discussione è proseguita ancora per qualche battuta, finché Bianca Berlinguer non ha dato la parola a Vittorio Sgarbi, straordinariamente pacato. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

L'aria che tira, Pierpaolo Sileri asfalta Gianluigi Paragone: "Solo gli stupidi non cambiano idea. Senza negare l'Olocausto..." Libero Quotidiano il 15 dicembre 2021. "Discutiamo di green pass ma non di vaccino, ti prego!". Pierpaolo Sileri ha fatto questa richiesta a Gianluigi Paragone a L'Aria che tira su La7. Il sottosegretario alla Salute ha spiegato che non si può mettere in discussione l'effettiva utilità del vaccino. Sarebbe come dire che la terra è piatta o peggio come negare l'Olocausto. A quel punto, però, il senatore del gruppo misto gli ha lanciato una frecciatina: "Siamo entrati in Parlamento con la stessa formazione politica - ha detto riferendosi al Movimento 5 Stelle -. E ci ritroviamo come sottosegretario di Stato al ministero dell'Interno Carlo Sibilia, lo conosci?". Paragone poi è andato avanti: "Prova ad andare sulla pagina Wikipedia di Carlo e leggi le sue posizioni sulle teorie del complotto e sull'atterraggio sulla Luna. Il mondo dei 5 Stelle, che è arrivato in Parlamento, era un mondo che sui vaccini non la pensava come stai dicendo tu adesso, anzi accarezzava il pelo ai No Vax". Parole forti, a cui Sileri ha risposto: "Io invece ti invito ad andare a prendere le mie interviste sui vaccini in campagna elettorale", spiegando che le sue posizioni sull'argomento sono sempre state le stesse. E poi ha sottolineato: "Solo gli stupidi non cambiano idea". Parlando del Covid nei bimbi, invece, il sottosegretario ha detto: "Abbiamo avuto quasi 900mila bambini e adolescenti positivi e di questi circa l'1% è andato in ospedale. I decessi, pur sempre drammatici, sono rimasti bassi per fortuna". Adesso, però, il problema riguarda il numero dei contagi e gli effetti a lungo termine del virus: "Il rischio del long-Covid stimato da vari studi è del 10-12% anche nei bimbi asintomatici. Ci tengo sempre a sottolineare che Sars-CoV-2 può ucciderti, guarisci nella stragrande maggioranza dei casi ma in mezzo vi sono tantissime altre patologie che stiamo imparando a conoscere oggi. L'unica cosa sperimentale è il virus". 

DiMartedì, Sileri urla contro il filosofo e Floris spegne il microfono: caos in diretta in studio. Libero Quotidiano il 15 dicembre 2021. La regia di DiMartedì è costretta a chiudere il microfono a Pier Paolo Sileri, ma il sottosegretario alla Salute continua a inveire contro il professor Andrea Zhok, docente di filosofia politica a Milano e critico su vaccini ai bambini e sul Green pass. In studio l'atmosfera si scalda subito. "Nessuno sta dicendo di non curare le persone o di non vaccinarle - sottolinea Zhok in collegamento con Giovanni Floris -. Stiamo dicendo che i vaccini vanno fatti in maniera selettiva e non a tappeto e che le terapie vanno effettuate in maniera adeguata. Non capisco dunque questo riferimento al Darwinismo...". "Glielo spiego subito - lo interrompe Sileri, che a stento trattiene una certa rabbia -. Questo docente dice una marea di baggianate. Quanti sono i ragazzi che sono andati in ospedale tra gli 850mila positivi in età pediatrica? Non lo sa? Non lo sa perché lei non sa nulla, lei è il classico sofista, viene qui con 4 numeri, fa il gioco delle tre carte e dice delle stupidaggini enormi". Floris annusa l'aria e cerca di ironizzare: "Il filosofo sa di non sapere...". Troppo tardi: Sileri e Zhok si parlano sopra, si alza il tono delle voci. "Non sa nulla! Zero, zero, zero!", urla Sileri. "Qual è la maggior emergenza per i bambini nelle terapie intensive?", chiede polemicamente il filosofo. "Si faccia un giro a Napoli - esplode Sileri - e si troverà ospedali pediatrici pieni con bambini di un chilo e mezzo intubati. Lei non sa quello che dice! Lei non sa quello che dice!". Floris fa abbassare il microfono a Sileri, che continua a urlare. "Sono convinto che non sia il modo per chiarire i dubbi, insultarsi", è il commento dell'imbarazzatissimo conduttore.

DiMartedì, rissa tra David Parenzo e Zhok: "Ti serve un ripasso", "Ciccio stai al tuo posto". Volano stracci. Libero Quotidiano il 15 dicembre 2021. "Errare è umano ma perseverare è diabolico". David Parenzo attacca il professore di filosofia Andrea Zhok, in diretta da Giovanni Floris a DiMartedì, su La7. "La società non è fatta di monadi singole che non interagiscono, è un sistema complesso. Caro professore, se noi non riconosciamo che ci sono delle regole lei può decidere di non vaccinarsi, ma poi non può urlare alla dittatura sanitaria perché non esiste", sbotta il conduttore di In Onda. A quel punto il professore si infuria: "Non mi spieghi la teoria della intersoggettività tra le persone, perché non è il caso", ribatte. "Le serve un piccolo ripasso...", lo provoca Parenzo, "Dai, ciccio... Stia al suo posto", risponde Zhok. "C'è una responsabilità collettiva che si può soddisfare con il tampone che ha una sicurezza superiore rispetto al green pass, che", insiste il filosofo, "dà delle garanzie molto basse rispetto alla contagiosità". Zhok ha anche avuto un'accesa discussione con Pier Paolo Sileri. "Questo docente dice una marea di baggianate. Quanti sono i ragazzi che sono andati in ospedale tra gli 850mila positivi in età pediatrica? Non lo sa? Non lo sa perché lei non sa nulla, lei è il classico sofista, viene qui con 4 numeri, fa il gioco delle tre carte e dice delle stupidaggini enormi", lo ha zittito il sottosegretario alla Salute. "Non sa nulla! Zero, zero, zero. Lei non sa quello che dice".

La rissa tv non è servizio pubblico. E, alla fine, una delle liti più furibonde di questi mesi tra i contrari e i sostenitori del vaccino è successa, in Rai, nella televisione pubblica che dovrebbe distinguersi per i toni moderati. Laura Rio su Il Giornale il 16 Dicembre 2021. E, alla fine, una delle liti più furibonde di questi mesi tra i contrari e i sostenitori del vaccino è successa, in Rai, nella televisione pubblica che dovrebbe distinguersi per i toni moderati. E, anzi, nello studio della serissima Bianca Berlinguer. Lo scontro durissimo a suon di epiteti velenosi avvenuto tra Andrea Scanzi e il professor Alberto Contri l'altra sera a Cartabianca è una brutta pagina per tutti: per il Paese, per il giornalismo, per la Tv di Stato. Ma riporta al centro il dilemma: è giusto invitare i No Vax, i No Pass, i «dubbiosi» di ogni specie nei dibattiti televisivi? Con quali limiti? Come scegliere interlocutori competenti? C'è chi ha scelto, come Enrico Mentana e Monica Maggioni, di escluderli dai loro spazi («Non si può mettere sullo stesso piano uno sciamano che passa per strada e uno scienziato», ha spiegato la direttrice del Tg1), c'è chi pensa sia corretto dare voce a tutti, anche a chi contesta le scelte del governo in piena pandemia, come stanno facendo i responsabili di quasi tutti i talk, da Mediaset a La7. Spesso i confronti si trasformano in zuffe, in scontri di boxe. E l'accusa è sempre la stessa: si invitano apposta i No Vax per innescare la miccia, accendere la discussione, aumentare gli ascolti. Però, se in questo giochino ci cade la tv di Stato, forse, la questione è ancora più grave. Certo, Bianca Berlinguer non ha invitato uno «sciamano», ma un professore di comunicazione sociale - Alberto Contri - che insegna allo Iulm, è stato responsabile di innumerevoli società pubblicitarie, anche consigliere Rai e presidente di RaiNet e ora si è schierato con la «Commissione Dubbio e precauzione» fondata da Cacciari e Giorgio Agamben), ma alla fine non è riuscita, nonostante i ripetuti tentativi, fino a sgolarsi, a sedare gli animi. Sono partiti gli insulti reciproci. «Stupido», «cretino», «Hai i neuroni di un cercopiteco», «Ti denuncio!», «Mascalzone». Scanzi non è riuscito a trattenere la sua indignazione dopo aver ascoltato Contri sostenere che questa non è «una pandemia, ma una sindemia, e che quindi andrebbero vaccinati solo i più deboli», che «bisogna far circolare il virus tra i bambini perché si ammalano poco e costituiscono un'immunità naturale» e averlo sentito paragonare i morti di Covid a quelli di fumo. Alla fine, dopo un lungo alterco, Contri si è alzato e se n'è andato. E, adesso, sarà bandito da Cartabianca e dalla Rai? Ma, soprattutto, è giusto continuare con questi dibattiti?

Francesco Olivo per “La Stampa” l'1 dicembre 2021. Quirinale o no, c'è una cosa che Berlusconi di questi tempi ripete a tutti i suoi interlocutori: i no vax sono un pericolo per la salute e per la ripresa. Il Cavaliere quindi vede di cattivo occhio che ai nemici dei vaccini venga dato un microfono, che diventa facilmente un megafono. Se poi tutto questo avviene nelle sue televisioni allora non ci siamo. Gli ambienti vicini al presidente di Forza Italia spiegano così la decisione di Mediaset di sospendere i programmi di Mario Giordano e Paolo Del Debbio ben oltre la normale pausa natalizia. Fuori dal Coro e Dritto e Rovescio sarebbero dovuti tornare in onda su Rete 4 l'11 e il 13 gennaio, a ridosso della scadenza del decreto sul super green Pass e a pochi giorni dall'inizio della partita più importante della legislatura: il voto per il presidente della Repubblica. E invece l'appuntamento è rimandato almeno di due settimane, secondo quanto anticipato da Tvblog. Del Debbio e Giordano non potranno raccontare questi momenti decisivi e a molti non è sembrato un caso. Berlusconi vuole salire al Colle, sa che è difficile, crede che però non sia impossibile. La strategia per allargare la base di consensi è iniziata da tempo e ha come premessa quella di dare una nuova immagine di sé, quella istituzionale, europeista, che non polarizzi come un tempo l'opinione pubblica. Un tono da statista molto diverso da quello che emerge da alcuni programmi di Rete 4, il cui spazio dato alle tesi dei No Vax pare non piaccia nemmeno a Piersilvio Berlusconi, ad del gruppo, un parere, da quelle parti, persino più influente di quello del padre. Da Arcore si nega che il presidente abbia chiesto la chiusura provvisoria dei due programmi, ma in molti ricordano che già dopo le Europee emerse una considerazione: gli show "populisti" fanno il gioco di Matteo Salvini (e oggi di Giorgia Meloni), penalizzando Forza Italia che è pur sempre il partito del capo. Piersilvio tentò di cambiare linea: basta programmai urlati, rimpiazzati da conduttori più moderati e persino progressisti. I cattivi ascolti hanno convinto le reti Mediaset a tornare indietro, lasciando però i dubbi della famiglia su quei toni, che peraltro, male si conciliano con il nuovo corso ecumenico del berlusconismo. La coincidenza tra la sospensione e la corsa per il Quirinale viene notata da tutti, ma non è confermata ufficialmente. Anzi, Del Debbio racconta che non è arrivato alcuna comunicazione dall'azienda, «fermare il programma durante le feste è normale, se non dovesse andare in onda per un mese e mezzo però sarebbe una cosa innaturale, vediamo cosa mi dicono. Io non occhieggio ai No Vax. Io faccio un dibattito, e per farlo bisogna esser in due, non si può fare un talk show con una sola voce. Se non vogliono che faccia così lo fa un altro, ci sono tanti conduttori in Italia». Il conduttore toscano non crede di essere un ostacolo per il sogno del Colle, «non vedo cosa c'entri la mia trasmissione con l'elezione del presidente della Repubblica. Dopodiché io non conosco gli "arcana imperii" , quei segreti mi sfuggono», dice al telefono. Ma chi conosce bene le dinamiche del Biscione non si sorprende: «Nei momenti decisivi l'azienda evita di mettere in imbarazzo il presidente, è sempre stato così», dice uno dei vertici. Per Mario Giordano il martedì è un giorno impegnativo, va in onda Fuori dal coro e così, pur con molto garbo, evita di commentare, «per ora». C'è chi protesta: «Il coro deve essere a una voce», dice amaro Claudio Borghi, deputato leghista, nemico della strategia del governo contro la pandemia, «avere un minimo di pluralismo era positivo - aggiunge Borghi -. Sarebbe bello se la Rai a questo punto presentasse un programma "alternativo" ». Sui social si elencano le presunte censure contro chi dissente dalla linea del governo, ma Berlusconi su questo non transige: «Non nelle mie televisioni» 

Estratto dall’articolo di Emanuele Lauria per “la Repubblica” il 2 dicembre 2021. L'unica certezza è che più volte, negli ultimi tempi, Silvio Berlusconi si è lamentato dello spazio dato ai No Vax da alcune trasmissioni Mediaset, quella di Mario Giordano in primis. Ma nessun intervento, riferiscono fonti vicine all'ex premier, è mai stato fatto sull'azienda da lui fondata. Fatto sta che il futuro di "Fuori del Coro", il talk show dell'ex direttore de Il Giornale , ma anche "Dritto e Rovescio" di Paolo Del Debbio, è diventato un caso. Mediaset, adesso, smentisce un lungo stop, in corrispondenza del Natale ma soprattutto del periodo di validità del Super Green Pass e della calda vigilia delle elezioni per il Quirinale. (…) I due conduttori restano in attesa di un palinsesto che non c'è, in un mare di polemiche alimentate proprio dall'insofferenza del Cavaliere per chi contesta gli obblighi sanitari, resa plastica - tra l'altro - dal video in cui, unico fra i leader del centrodestra, si fa ritrarre mentre fa una dose di vaccino. Un'insofferenza che sarebbe propria anche di chi sovrintende all'informazione Mediaset: Giordano e la sua tv urlata, in particolare, sono finiti nel mirino da tempo, malgrado il volto di "Fuori dal coro" si difenda numeri alla mano: «Ieri sera grandi ascolti e record stagionale. Grazie a tutti per l'appoggio e il sostegno. Molti fanno domande a cui non so rispondere. Ciò che posso assicurare è che ogni volta che andremo in onda saremo sempre #Fuoridalcoro». (…) Più esplicito Del Debbio: «Chiusura di "Dritto e Rovescio"? Io ho un riferimento unico, che è Mauro Crippa ovvero il direttore generale per l'informazione Mediaset, e lui mi ha garantito che si chiude il 16 dicembre e si riapre il 13 gennaio, come sarebbe stato nella norma perché di mezzo c'è l'Epifania. Che è quello che per me fa testo, il resto sono chiacchiere, io mi fido di lui». (…) È comunque una storia che si ripete: alla vigilia delle Politiche del 2018 lo stesso Del Debbio finì sotto tiro perché, sostenendo in tv cavalli di battaglia salviniani (a partire dall'immigrazione), avrebbe favorito l'ascesa della Lega. A distanza di quasi quattro anni, Berlusconi si ritrova a fronteggiare insidie che arrivano dalle sue reti.

Anticipazione da “Oggi” il 29 dicembre 2021. In un’intervista a OGGI, in edicola domani, Massimo Giletti affronta le critiche per aver ospitato nella sua trasmissione no vax e no Green pass.

«Enrico Mentana per me il numero uno. La sua posizione (nessuno spazio in tv, ndr) è comprensibile, ma fa un tg; io un programma. Il suo radicalismo è di difficile applicazione ai talk, che vivono di contrasti. Ovvio che ci sono cialtroni che non sono sullo stesso piano di luminari come il professor Crisanti. E infatti non ce li metto… Devi invitarli, criticarli e smascherarne le fesserie. Se non lo fai, li lasci scorrazzare sui social senza nessuno che li contraddica... Si può far tutto, dipende sempre dal come. Lo rivendico, assieme a Bianca Berlinguer, Floris e altri. Però nel mirino ci finisco sempre io».

Giletti parla anche dello Speciale su Totò Riina su La7 il 5 gennaio, a pochi mesi da Abbattiamoli, altro speciale andato in onda lo scorso giugno. «Lì abbiamo raccontato i misteri delle mancate catture di Riina e Provenzano. Ma mi mancavano delle risposte. Con questo documentario il quadro è più completo. Perché sono i mafiosi che parlano, gli uomini più vicini a Riina».

Chi dà voce ai No Vax "a braccio". Nino Materi il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. Guido Russo come Marcel Duchamp. E lo studio di «Non è l'Arena» su La7 come il Cabaret Voltaire. Similitudini blasfeme, giustificate solo dal fatto che l'altroieri, nel programma di Giletti, è riecheggiata - impropriamente - l'espressione «provocazione dadaista». E chi sarebbe il fantomatico «provocatore dadaista»? Lui, il dentista (o dadadentista) che ha portato, per un giorno, l'Italia sui giornali di mezzo mondo; un «successo» mediatico ottenuto grazie a un'idea davvero «geniale» (il dottor Russo l'ha definita «trasgressiva»): andare in un centro vaccinale con un braccio finto al silicone («L'ho costruito con le mie mani», ha sottolineato orgogliosamente) montato sul braccio vero. Il tutto per scroccare un Green pass, trasformando la tragedia del Covid in un oggetto di burla. Dietro lo scherzo ci sarebbe una ragione - diciamo così - ideologica: Russo è (sarebbe) un «convinto No vax». Ma il condizionale è d'obbligo, considerato che il medico specializzato in carie (e bracci siliconati), vistosi smascherato dall'infermiera che doveva praticargli l'iniezione, è subito passato dalla parte dei Sì vax. Tanto da annunciare al Paese, dagli schermi dell'autorevole trasmissione di Giletti, che «sì, il vaccino è l'unico mezzo per combattere il contagio. Io stesso, il giorno dopo la finta vaccinazione, mi sono vaccinato davvero». Mentre il dottor Russo sosteneva la propria tesi, al suo fianco era seduto non uno psichiatra, bensì un avvocato col compito di tutelare il cliente da «offese» e «calunnie». Nell'occasione gli ospiti di Giletti hanno fatto a gara a sparare a zero su un obiettivo fin troppo facile, rilanciando in modo bozzettistico il dibattito aperto, proprio su La7, da Enrico Mentana sul presunto «diritto» dei No vax di parlare in tv. Mentana si dichiara orgoglioso di «non averli mai intervistati»; Giletti mena vanto di «offrire loro il microfono». Ma forse sbagliano entrambi. Perché sotto il grande ombrello dei No vax si tende ormai inglobare di tutto, senza porsi più il problema di distinguere tra chi fa domande legittime (del tipo «Ma il Green pass è davvero la migliore delle soluzioni?») e chi sostiene tesi strampalate (come nel caso del dottor Russo e di tante altre macchiette). Assimilare un personaggio che ammette con cinismo di «aver voluto fare solo uno show», a quanti si interrogano con serietà sui limiti e gli eventuali errori della campagna vaccinale, è un'operazione scorretta. Nino Materi

Da nextquotidiano.it il 2 dicembre 2021. “Mi onoro di non aver mai ospitato nel tg che dirigo nessun esponente dei no vax”. In un post sul suo profilo Facebook, il direttore del Tg La7 Enrico Mentana si inserisce nel dibattito che si fa sempre più pressante, con l’aumentare del numero di contagi e delle percentuali di riempimento delle terapie intensive, sull’opportunità di dare voce nei programmi informativi a chi osteggia la verità con complotti e teorie antiscientifiche. “A chi mi dice che così impongo una dittatura informativa – prosegue Mentana – o una censura alle opinioni scomode, rispondo che adotto la stessa linea rispetto ai negazionisti dell’Olocausto, ai cospirazionisti dell’11 settembre, ai terrapiattisti, a chi non crede allo sbarco sulla luna e a chiunque sostiene posizioni controfattuali, come sono quelle di chi associa i vaccini al 5G o alla sostituzione etnica, al Grande Reset, a Soros e Gates o scempiaggini varie”.

Il post di Enrico Mentana contro i no vax in tv

Ne ha per tutti, li accomuna tutti sotto un grande ombrello, quello dei creduloni da tastiera, fomentati da post raccattati online o spacciati da sedicenti guru manipolatori. “Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura”. Una presa di posizione forte, che va in controtendenza rispetto alla maggior parte dei programmi di prima serata, alcuni dei quali appartenenti alla sua stessa rete, che hanno spesso mandato in onda discorsi dalla dubbia attendibilità e fenomeni nati con questa pandemia come Fabio Tuiach e Beatrice Silenzi. Sul tema si era esposta anche Milena Gabanelli, che a Dimartedì ospite di Giovanni Floris ha dichiarato: “Io penso sia sbagliato dare troppa ribalta ad esempio a queste manifestazioni dove spaccano vetrine e incendiano auto, penso che vogliano proprio quello e non dovremmo darglielo. Non bisogna dare troppo spazio a chi dice che la terra è piatta, se non come nota di colore”.

Enrico Mentana censura i no vax, Antonello Piroso attacca: "Ma sei lo stesso che nel 2006...?" Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. Il "veto" di Enrico Mentana su no vax e complottisti in genere fa discutere molto dentro e fuori da La7. Il post del direttore del TgLa7, durissimo e senza ammissione di replica, suona un po' come un'accusa a chi, come Massimo Giletti o Myrta Merlino, pur criticamente danno ampio spazio sulla stessa rete alle posizioni "eretiche" di non vaccinati e anti Green pass. E Antonello Piroso, ex direttore dello stesso TgLa7, contesta polemicamente le parole di Mentana ricordandogli un precedente piuttosto imbarazzante. "Mi onoro di non aver mai ospitato nel tg che dirigo nessun esponente dei no vax", scrive su Facebook Mentana. "A chi mi dice che così impongo una dittatura informativa o una censura alle opinioni scomode, rispondo che adotto la stessa linea rispetto ai negazionisti dell'Olocausto, ai cospirazionisti dell'11 settembre, ai terrapiattisti, a chi non crede allo sbarco sulla luna e a chiunque sostiene posizioni controfattuali, come sono quelle di chi associa i vaccini al 5G o alla sostituzione etnica, al Grande Reset, a Soros e Gates o scempiaggini varie". "Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura". Ma è sempre andata così? Secondo Piroso, non proprio: "Ma il Mentana del 'non dico no solo ai no vax ma faccio lo stesso con negazionisti dell'Olocausto e cospirazionisti dell'11 settembre' - scrive sui social rivolgendosi direttamente a Dagospia - è lo stesso che a Matrix (2006) ospitò Giulietto Chiesa e un tizio per cui l'11/9 l'avevano fatto o la Cia o i sionisti?". 

Da affaritaliani.it il 5 dicembre 2021. Fa discutere la presa di posizione molto dura di Enrico Mentana sui No Vax. Il direttore del Tg L7 ha dichiarato che non darà spazio a chi sostiene le tesi contrarie al vaccino. Si è scatenato il dibattito tra i presentatori e giornalisti televisivi sull'argomento. Monica Maggioni parla anche di questo in un'intervista a Repubblica nella quale dice che non darà spazio nemmeno lei ai No Vax sul suo Tg1: "Se ci va di mezzo la vita delle persone non puoi mettere sullo stesso piano uno scienziato e il primo sciamano per passa per la strada. Deve tornare a contare la competenza, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore". Nella stessa intervista, Maggioni presenta la sua idea di telegiornale di Rai Uno: "Il pastone non c’è più, sembrava fosse immortale e invece…Comunque niente di cruento, ho solo chiesto ai colleghi che si occupano di politica di farci capire cosa sta succedendo. Che succede oggi? Qual è la notizia più importante? Niente di diverso da quello che fate voi". Tornando al tema dei No Vax, ha preso posizione anche Massimo Giletti. Questa volta però in direzione opposta a Mentana. Il conduttore di Non è l’Arena dice a La Stampa che il suo programma "è una agorà che deve creare dibattito, aperta anche a chi non la pensa come me", e rilancia la proposta di Mentana con una provocazione: "Non credo che Mentana sia un fascista eppure quando CasaPound lo ha invitato, lui ci è andato. Io, invece, no, sebbene da inviato avrei potuto farlo". "Giletti si riferisce a un episodio del 2017 che fece molto discutere: Mentana il 29 settembre di quell’anno venne infatti invitato dal leader Simone di Stefano a un confronto nella sede del movimento dichiaratamente neofascista a Roma", spiega la Stampa. Giletti si dice contrario alla linea Mentana: "Io contrasto questo metodo. Sono un anarchico di questo mestiere e porto nel mio programma ogni forma di contraddizione. Non censuro, faccio domande scomode per smascherare le fake. Ognuno a casa si farà la propria idea. Posso non essere d’accordo con Montagnier, Freccero e Cacciari, ma hanno il diritto alla parola e non solo perché sono intellettuali. Sono contrario a portare in tv solo il pensiero mainstream. Bisogna ascoltare tutte le voci è importante che una trasmissione dia spazio anche a chi la pensa diversamente da me ma come 8 milioni di persone No Vax e No Green Pass. Criminalizzare è sempre un errore".

Schiaffo di Belpietro a Mentana: "Se fai il giornalista fai parlare tutti, anche i no vax". Il Tempo il 7 dicembre 2021. Non si arresta il dibattito sulla presenza dei no vax in tv dopo la presa di posizione del direttore del Tg di La7 Enrico Mentana, che ha rivendicato di non aver mai ospitato nelle edizioni del suo telegiornale esponenti della galassia contraria ai vaccini. Posizione in cui non si riconosce il direttore de "La Verità" Maurizio Belpietro. «Anziché fare il nostro mestiere, che è e resta quello di informare, c’è chi vorrebbe fare qualcos’altro... Noi dobbiamo fare informazione e dare notizie, belle o brutte che siano, sentendo tutte le fonti e poi magari aggiungendo anche le nostre opinioni. Ma se si decide di non riportare una fonte o un pezzo della realtà, poi i lettori, i telespettatori e le persone in genere non capiscono cosa stia succedendo». Maurizio Belpietro direttore della ’Verità’, interviene con l’AdnKronos nel dibattito sulla opportunità di dare o meno voce ai No-Vax, lanciato dal direttore del TgLa7 Enrico Mentana e ripreso anche dalla direttrice del Tg1 Monica Maggioni, contrastati oggi da Marco Travaglio direttore del “Fatto Quotidiano” con l’editoriale intitolato ’No Vox’. Si chiede Belpietro: «Perché si dovrebbe fare eccezione con i No-Vax? Hanno torto? Benissimo: facciamoli parlare e spieghiamo chi sono. Ma se decidiamo di non farli parlare, rinunciamo a fare il mestiere di giornalista e ci trasformiamo in un organo che deve diffondere una sola voce. È ovvio che la voce della Scienza è più importante di quella di una singola persona che per motivi suoi decide di non vaccinarsi: ma quando ci si trova di fronte a milioni di persone che non vogliono vaccinarci, il nostro compito è quello di far capire chi sono e perché agiscono e decidono così». Sottolinea Belpietro: «Non credo i No-Vax siano peggiori di mafiosi o terroristi o dittatori che pure sono stati intervistati... Avranno idee sbagliate, ma se si dovesse decidere di non dare più voce a chi ha idee sbagliate, dove si andrebbe a finire?». Quanto all’esigenza di un giusto equilibrio e "dosaggio", per il direttore della "Verità" «è una esigenza che pare evidente. Ma siccome si sta descrivendo un fenomeno, per farlo capire forse è utile parlare con chi rappresenta quel fenomeno. La prima domanda che un giornalista dovrebbe porsi e porgere a un No-Vax è chiedergli perché ha deciso di non vaccinarsi; e se non lo inviti in trasmissione o non lo intervisti, non glielo puoi chiedere e non avrai mai la rappresentazione di quel che sta accadendo».

Mario Giordano per "la Verità" il 6 dicembre 2021. Caro Enrico Mentana, che tu, dopo aver ospitato nelle tue trasmissioni i complottisti dell'11 settembre e i fan della cura Di Bella, oggi ti faccia bello perorando l'esclusione dalle tv dei no vax, ci sta perché i tempi cambiano, i programmi pure e ricredersi è lecito. Però, ecco, ti pregherei di usare con cautela il termine tanto di moda. Cosa intendi per no vax? Oggi vengono assimilati con lo stesso epiteto chi pensa che i vaccini siano acqua di fogna e chi, semplicemente, dubita che sia opportuno somministrarli ai bambini, sulla base dei dati scientifici attuali. Oppure chi pensa al complotto mondiale e chi, semplicemente, dubita che escludere dal lavoro chi è senza green pass sia il modo migliore per difendere insieme salute e diritti costituzionali. C'è un po' di differenza tra le due cose, non ti pare? Tanto è vero che chi ti ha intervistato l'altro giorno su Repubblica ti ha subito chiesto: «E allora Cacciari?». Cacciari non è un no vax, hai giustamente risposto. Infatti. Ma ormai anche lui, come tutti gli altri appena solleva il sopracciglio per obiettare alcunché alla verità «somministrata dall'alto» viene subito bollato con il marchio d'infamia.Sembra di essere tornati agli anni formidabili in cui se non leggevi Lotta Continua eri fascista. Ecco: oggi sembra in vigore lo stesso conformismo. Se non sei perfettamente allineato sul dogma scientifico dei sacerdoti sommi Burioni & Bassetti sei un no vax. Hai dubbi sul dogma del green pass? Sei un no vax. Hai dubbi sui vaccini ai bambini? Sei un no vax. Ti fai domande sugli eccessi di allarmismi? Sei un no vax. Parli di terapie domiciliari? Sei un no vax. Dunque un soggetto pericoloso. Un terrapiattista. Un negazionista. Un soggetto da far tacere. No vax carogna ritorna nella fogna. Conoscendoti so che sei davvero, come dici, contrario a ogni censura. E allora ti prego, fai attenzione all'opera di demonizzazione in atto. Per quanto mi riguarda, per dire, sono stato ripetutamente bollato come portavoce dei no vax da persone che probabilmente non hanno nemmeno visto un minuto delle mie trasmissioni: infatti non ho mai ospitato medici stregoni o confronti Montesano/scienziati (e nemmeno Montesano). Ma abbiamo ospitato per esempio, da un anno questa parte, fior di medici preparati che applicano metodi seri per le cure domiciliari. È possibile oggi essere bollati come no vax perché si citano gli studi di scienziati come Giuseppe Remuzzi dell'Istituto Mario Negri? O perché, da tempi non sospetti, si dice che il vaccino «è il pilastro della lotta al Covid ma non basta: bisogna costruirci l'edificio attorno» (come dice oggi pure Guido Rasi)? O perché si ricordano le perplessità del professor Vaia o di Andrea Crisanti o di Maria Rita Gismondo (tutti vaccinisti convinti ma non con i paraocchi) sulla punturina ai bambini? Te lo dico perché immagino tu conosca benissimo il rischio che stiamo correndo: è quello di liquidare come no vax tutto ciò che disturba la «somministrazione» del pensiero unico per escluderlo dal dibattito e dalle tv. Dare manforte a quest' operazione non è all'altezza della tua storia professionale. E, soprattutto, non serve a migliorare né il giornalismo né il Paese. 

Ospite in studio la variante Omicron. Michele Serra su L'Espresso il 6 dicembre 2021. I talk-show televisivi sono pronti allo scoop. Ma nelle prove simulate il virus passa inosservato rispetto alle urla e gli insulti dei partecipanti. Nei laboratori scientifici più avanzati si continua a lavorare, per ora con scarsi risultati, al vaccino anti-ansia. La speranza è riuscire a contenere entro limiti ragionevoli l’epidemia di ansia che imperversa soprattutto nei paesi più esposti ai mezzi di comunicazione di massa. Secondo gli esperti bastano due telegiornali al giorno per cominciare a sudare freddo, con il terzo il respiro si fa affannoso, al quarto telegiornale si fa testamento e al quinto si opta per il suicidio pur di non contrarre la variante Omicron.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” il 6 dicembre 2021.

Un senso non ce l'ha.

"Gli unici per cui non ha senso il vaccino sono i bambini sotto i dodici anni. Dica questo in parlamento, perché è la verità" (Roberto Burioni al leghista Claudio Borghi, Twitter, 29.8). "Aifa approva vaccino Covid19 per bimbi 5-11 anni. Evviva!" (Burioni, Twitter, 1.12). Wow, hanno approvato un vaccino che non ha senso, evvai!

Peggio la toppa del buco.

 "Il 29 agosto il vaccino per i bambini sotto i 12 anni non c'era. Per questo non aveva senso" (Burioni, 2.12). Quindi lui definirebbe senza senso dei vaccini anti-cancro o anti-Aids solo perchè oggi non ci sono?

Tagadà, Andrea Scanzi attacca Crisanti dopo i dubbi sul vaccino: critiche pretestuose, è stato sfruttato. Il Tempo il 06 dicembre 2021. “La libertà esiste se la si esercita. Si può criticare la religione e la Costituzione, ma l’Aifa e l’Ema no? Anche sul long Covid fra i più piccoli si tirano cifre a caso. Pfizer ha ribadito che serviranno richiami annuali, Moderna insiste su vaccini aggiornati, sarà sempre questione di business, non serve più nemmeno scandalizzarsi. Il punto è che le autorità politica le devono moderare”. Il microbiologo Andrea Crisanti ha rilasciato un’intervista a La Verità che è diventata l’argomento al centro dell’intervento di Andrea Scanzi nella puntata del 6 dicembre di Tagadà, programma di La7 condotto da Tiziana Panella. “Ho una stima totale di Crisanti - dice Scanzi -, gli voglio bene e ci parliamo anche spesso per motivi extra-televisivi, secondo me ha torto perché chiunque può criticare le istituzioni sanitarie e farmaceutiche, lo si fa anche troppo”. “Non riesco a capire sinceramente - continua il giornalista de Il Fatto Quotidiano - con chi ce l’abbia, ha tutto il diritto, l’interesse e la libertà per esprimere delle critiche.  Casomai il rischio che corre Crisanti, come altri grandi intellettuali come Giorgio Agamben, Carlo Freccero e Massimo Cacciari, anzi Freccero è poco lucido ultimamente, è quello di involontariamente, spero, dare la stura a coloro che in realtà combattono. Quando c’è un no-vax, quando c’è la destra, quando c’è un giornale autorevolissimo come La Verità, che fa delle battaglie a volte condivisibili a volte per niente e trova un Cacciari, un Agamben o un Crisanti che dicono cose diverse, ma in qualche modo simili a quel punto le sfruttano. Al mio amico Crisanti dico che non si faccia sfruttare da La Verità, che fa battaglie molto diverse da quelle che fa Crisanti”. La Panella chiede a Scanzi anche un commento sull’eventuale obbligo vaccinale, una strada che sta percorrendo l’Austria con sanzioni salate per i no-vax: “Non credo che l’obbligo vaccinale avrebbe migliorato particolarmente la situazione, anzi credo che il governo abbia fatto bene a scegliere la gradualità con green pass, super green pass e poi se non bastasse l’obbligo vaccinale. La strada - applaude Scanzi - è stata quella giusta”.

Alessandro Rico per "la Verità" il 6 dicembre 2021. Figuriamoci se gli si può dare del negazionista, del no vax, del no pass. È stato fautore dei tamponi a tappeto - quando Walter Ricciardi lo sbeffeggiava - e persino dei lockdown duri, brevi e precoci. Adesso, però, Andrea Crisanti, prima celebrato in quanto ideatore del «modello Veneto», è diventato un bersaglio dei salottini buoni. La sua imperdonabile colpa? Ha osato esprimere qualche dubbio sull'opportunità di inseguire i bimbi con la siringa.

Professore, partiamo dalla variante Omicron. Lei ha spiegato che potrebbe essere il segno che la pandemia sta finendo.

«Tutti gli organismi viventi s' avvantaggiano della capacità di adattamento all'ambiente. Nei virus, questo processo selettivo avviene a una velocità estremamente accelerata, legata alle continue replicazioni e alle varianti che vengono generate nel genoma». 

Prosegua.

«Bisogna capire quali sono le forze selettive che operano sul virus». 

Quali sono?

«In particolare, la capacità di trasmissione. Finora, abbiamo osservato il susseguirsi di varianti con una capacità di trasmissione sempre più elevata. Nel frattempo, però, noi abbiamo modificato l'ambiente del virus». 

In che modo?

«Vaccinando tantissime persone. E questa spinta selettiva può avvantaggiare varianti che hanno una capacità di trasmissione maggiore. Questo, però, non ha nulla a che vedere con la virulenza, cioè con la capacità del virus di causare sintomi». 

Si fermi: quindi è vero che vaccinare in pandemia genera varianti?

«Le varianti si generano a prescindere, il virus si replica e muta a priori. In questo caso, ciò che si crea è una pressione selettiva che può determinare l'emersione di varianti resistenti al vaccino». 

Che, però, tendono a essere meno pericolose?

«Con il Sars-Cov-2, esiste sicuramente questa possibilità. Con altri patogeni, ad esempio il parassita della malaria, ciò è impossibile». 

Torniamo alla virulenza.

«Lei deve sapere che la capacità di causare malattia grave è, di fatto, un elemento che danneggia il virus stesso, a meno che essa non sia direttamente associata con la capacità di trasmissione». 

Se muore l'ospite, muore anche il virus, no?

«Appunto. E allora, se il virus può trasmettersi senza provocare danni, come accade con certi virus respiratori, ad esempio quello del raffreddore, possono diffondersi varianti altamente trasmissibili, ma non patogeniche. Se ciò accadesse, sarebbe fantastico». 

Omicron è un buon candidato?

«Sicuramente ha un'alta trasmissibilità, capace di infettare anche i vaccinati. Sulla sua pericolosità, mancano ancora dati certi, perché in Sudafrica la popolazione è prevalentemente giovane, mentre in Europa i casi analizzati sono pochi. Ad ogni modo, niente panico, cerchiamo semplicemente di capire come stanno le cose».

Pfizer ha ribadito che serviranno richiami annuali. Moderna insiste sullo sviluppo di vaccini aggiornati. Persino all'Ema qualcuno ha parlato di «strategia commerciale». Che dobbiamo pensare? È questione di business?

«Sarà sempre anche questione di business, non serve più nemmeno scandalizzarsi. Il punto è che le autorità politiche la devono moderare». 

Dunque, se è vero che andiamo verso l'endemizzazione, le autorità non dovrebbero predisporsi a richiami solo per anziani e fragili, come accade con gli antinfluenzali, evitando cicliche e logisticamente impegnative campagne di massa?

«A lungo termine, ciò avrebbe sicuramente senso». 

Il capo della Stiko, l'autorità vaccinale tedesca, ha detto che lui non vaccinerebbe i figli contro il Covid. Anche altri Paesi, tipo la Francia, si limitano a raccomandare il farmaco ai bambini fragili. Da noi, invece, c'è una forte pressione per vaccinare i piccoli dai 5 anni in su - e qualcuno già sta pensando ai bimbi di 6 mesi.

«Partiamo da un presupposto: i bimbi non sono piccoli adulti, sono diversi dal punto di vista fisiologico e metabolico; devono crescere, devono sviluppare gli apparati riproduttivi; non sono uguali agli adulti e, quindi, i dati che valgono per questi ultimi non possono essere applicati per analogia anche a loro». 

Meglio essere prudenti?

«L'ho sempre detto: che fretta c'è? Pfizer ha condotto uno studio onesto, ma su circa 2.000 bambini. Israeliani e americani l'hanno preso per buono e hanno iniziato a vaccinare. Tra un mese avremo i loro dati su un milione di bambini, sarebbe stato meglio aspettare». 

Franco Locatelli obietta: se tutti aspettano i dati degli altri, i dati non arrivano mai.

«È una manipolazione. Io, se fossi stato consultato come esperto in America, avrei consigliato di aspettare. Lì, invece, i politici si sono voluti assumere questa responsabilità. Noi siamo coglioni se non gli andiamo dietro?».

Quando lei ha osato presentare questi argomenti in tv, Beppe Severgnini l'ha rimproverata: guai a seminare dubbi in prima serata

«La libertà esiste solo se la si esercita. Si può criticare la religione, si può criticare la Costituzione e non si possono criticare l'Ema e l'Aifa?». 

Sta passando l'idea per cui la scienza non debba occuparsi solo della ricerca della verità, bensì del marketing farmaceutico.

«È proprio questo atteggiamento che offre benzina ai no vax e ai complottisti». 

E l'allarme long Covid nei ragazzini? Gli studi inglesi paiono averlo ridimensionato.

«Sui bambini si tirano fuori cifre a caso. Dicono: "Ne sono morti 16"». 

E invece?

«Innanzitutto, nella classe 5-10 ne sono morti 9. Ma poi, in che condizioni erano? Soffrivano di patologie pregresse? Tra l'altro, i dati non sono stratificati per età, ma per intervalli: non sappiamo quanti dei morti avevano 5, 6, 7 anni Queste cose mi fanno accapponare la pelle». 

Non sarebbe più ragionevole concentrarsi sulle terze dosi a chi ne ha davvero bisogno?

«Be', che si dovessero fare le terze dosi lo si sapeva da giugno». 

Il governo ha indugiato troppo?

«A giugno ci raccontavano che avremmo raggiunto l'immunità di gregge. Sono queste le vere fake news di Stato». 

In effetti, che un virus a Rna possa mutare ed eludere i vaccini non è proprio una novità. La comunità scientifica non poteva immaginarlo prima, che l'immunità di gregge era una chimera?

«La comunità scientifica sapeva già da aprile-maggio che la protezione dei vaccini durava massimo sei mesi, conosceva il problema delle varianti ed era consapevole che ce n'era in circolazione una, la Delta, a elevatissima trasmissibilità. Dunque, era chiaro che quella dell'immunità di gregge fosse una menzogna».

E perché l'ha alimentata anche Locatelli, coordinatore del Cts? A fine maggio ci prospettava l'immunità di gregge per agosto-settembre.

«Deve chiederlo a quelli che raccontavano certe stupidaggini». 

Possiamo dire che i vaccini durano meno di quello che ci si sarebbe aspettati all'inizio?

«All'inizio potevamo fare affidamento solo sui dati ufficiali, che erano basati su osservazioni a due mesi. Un report di aprile già evidenziava che la protezione calava a quattro mesi. La comunità scientifica e in particolare le case farmaceutiche, a quel punto, sapevano perfettamente che la protezione dall'infezione, a sei mesi, cala dal 95% al 40%, mentre quella dalle complicazioni scende dal 90 al 65%».

Quindi?

«Già da un mese noi dovevamo essere nelle condizioni di partire con le terze dosi a tappeto». 

Abbiamo perso tempo a perseguitare i no vax?

«Io ho sempre detto che i no vax sono "un" problema, ma non sono "il" problema. Il problema sono le persone più esposte alla malattia grave, un numero che è la risultante della somma tra i no vax e quelli che si sono vaccinati più di sei mesi fa». 

Che dice delle mascherine all'aperto?

«L'uso delle mascherine, specialmente le Ffp2, che sono altamente protettive, è di sicuro raccomandato nei luoghi chiusi, sui mezzi pubblici e all'aperto, laddove ci sono grandi assembramenti. Ad esempio, allo stadio e anche nei centri storici delle città, se c'è molta folla». 

In Inghilterra com' è la situazione?

«Non esistono mascherine, non esiste distanziamento, esiste soltanto il vaccino. Si è stabilito un equilibrio». 

Non è un equilibrio disastroso, no?

«È un equilibrio stabile, a livelli abbastanza elevati: intorno ai 50.000 casi e ai 150 morti al giorno. Che, su base annua, sono tanti: circa 50.000, il 10% dei decessi totali nel Paese. Non è comunque un bel record». 

Quando potremo lasciarci tutto questo alle spalle, mascherine incluse?

«Eh Non è facile da dire, servirebbero vaccini dalla durata più lunga e terapie estremamente efficaci. Forse ci vorrà un altro paio d'anni».

Era ora. In Italia l’informazione ha da sempre un debole per i ciarlatani, ma forse ora comincia ad accorgersene. Francesco Cundari su l'Inkiesta il 6 Dicembre 2021. Da Maggioni a Mentana, si moltiplicano le voci di chi non vuole dare un megafono ai no vax. Del resto, nessuno si aspetta che nelle previsioni del tempo si senta anche il parere di uno stregone della pioggia: perché con i vaccini ci comportiamo diversamente? Il prolungarsi e il complicarsi della battaglia contro il Covid ha avuto se non altro l’effetto di aprire un dibattito nel mondo dell’informazione – ed era ora – sull’opportunità di dare spazio ai no vax, e in generale a qualunque santone, sciamano o scimunito di passaggio, perlomeno quando si tratta di salute. Dalla direttrice del Tg1, Monica Maggioni, al direttore del Tg La7, Enrico Mentana, in molti sono intervenuti per riaffermare principi che dovrebbero essere scontati, a cominciare dal dovere di non mettere conclamati ciarlatani sullo stesso piano dei più autorevoli scienziati. Prevengo l’obiezione: dire che li si invita proprio per smontarne le tesi, magari perché li si costringe a giocare uno contro dieci, non è un buon argomento, né in linea di principio né dal punto di vista pratico. Perché anche quello è un modo di dar loro importanza e spazio in misura del tutto sproporzionata. Perché nessuno, forse nemmeno quelli che ci lavorano, ascolta una trasmissione televisiva dal primo all’ultimo minuto, parola per parola. Perché l’effetto prodotto da quei brandelli d’informazione varia da persona a persona, per milioni di motivi. E perché nessuna confutazione in diretta televisiva compensa la legittimazione e la popolarità conferite al ciarlatano di turno dal semplice fatto di essere apparso in tv, tanto più se circondato da scienziati e intellettuali autorevolissimi. Già che ci siamo, a proposito di intellettuali e di autorevolezza, chiariamo un’altra cosa: non esistono interlocutori autorevoli e qualificati a prescindere. Massimo Cacciari e Roberto Burioni, per dire, sono entrambi due affermati e qualificatissimi studiosi, ciascuno nel proprio campo, il che non fa di nessuno dei due un tuttologo. Può darsi che Burioni coltivi sin da giovane una passione sfrenata per Heidegger e ne sappia moltissimo, ciò non toglie che non sarebbe un interlocutore qualificato per un dibattito sul significato di Essere e Tempo. Per la stessa ragione Cacciari non è un interlocutore qualificato per discutere di sicurezza dei vaccini, effetti collaterali e farmacovigilanza. Lo dico perché non c’è bisogno di invitare un tizio con indosso una pelle di bisonte e le corna sulla testa per ottenere lo stesso risultato. Ma va in ogni caso accolto con sollievo il fatto che di questo genere di problemi almeno si cominci a discutere, senza nascondersi dietro l’alibi del pluralismo e del rifiuto di ogni censura. Del resto, nessuno si aspetta che nelle previsioni del tempo si senta anche il parere di uno stregone della pioggia. O che si metta il colonnello dell’aeronautica a confronto con Piero Pelù sulla teoria delle scie chimiche. Si tratta forse di censura? È forse anche questa una carenza di pluralismo? È ovvio che il pluralismo non c’entra niente. C’entra, invece, una certa idea di informazione-spettacolo (che riguarda soprattutto, ma non solo, la televisione) e una certa idea di informazione-propaganda (che riguarda soprattutto, ma non solo, i giornali). C’entra soprattutto un certo modo di fare i talk show, contrario a tutti i principi più elementari del giornalismo, quali si tramandano da secoli in tante semplici frasi fatte, la cui banalità appare oggi tragicamente misconosciuta. Esempio: compito di un giornalista non è mettere a confronto chi dice che piove e chi dice che c’è il sole, ma aprire la finestra e verificarlo. I dati angoscianti riportati dal Censis sul gran numero di italiani convinti che la Terra sia piatta, che il Covid non esista e i vaccini non servano ci dicono che da troppo tempo i mezzi di comunicazione hanno smesso di aprire la finestra, verificare come stanno le cose e darne conto al loro pubblico, assumendosene la responsabilità. Non sono stati equidistanti, perché tra un truffatore e un onesto professionista non esiste una posizione neutrale: mostrarsi equidistanti significa, di fatto, rendersi complici del truffatore. Senza entrare nelle polemiche che hanno riguardato alcune trasmissioni Mediaset più inclini a un certo genere di spettacolarizzazione dell’informazione su questi temi, secondo alcuni sospese per non turbare la corsa al Quirinale del loro editore, secondo i conduttori per una normalissima pausa natalizia, tutto sembra confermare l’emergere di una diversa sensibilità, almeno in materia di salute pubblica. Il passo successivo dovrebbe essere domandarsi se un simile soprassalto di responsabilità debba limitarsi esclusivamente alle questioni legate alla sanità, e se non vi sia un collegamento tra un simile modo di fare informazione e comunicazione, da molto prima del Covid, e la situazione in cui ci troviamo. Ma Roma non è stata costruita in un giorno. Intanto, accontentiamoci del primo passo, e speriamo che almeno questo sia presto compiuto da tutti.

Distorsione comunicativa. I vizi dei talk show e i danni delle opinioni antiscientifiche durante una crisi sanitaria. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 3 Dicembre 2021. In molti dibattiti tv non serve la conoscenza degli argomenti, serve la battuta felice, la parola che interrompe e zittisce i propri interlocutori, anche se priva di contenuto. È sempre un problema, ma quando si parla di salute pubblica certe idee polemiche e pittoresche andrebbero messe da parte. Nonostante le successive precisazioni, continuano a far discutere le considerazioni di Mario Monti sul tipo di comunicazione con il quale, a suo avviso, dovrebbe essere affrontata – e non lo è – la questione della pandemia. Senza scomodare i temi della libertà di opinione e della censura a me pare assolutamente evidente che la comunicazione, soprattutto quella televisiva (per carità di patria non parliamo di ciò che transita sul web) presenti dei limiti con effetti distorsivi sia per quanto riguarda la forma sia le modalità della comunicazione stessa, prima ancora che dei contenuti. Ho maturato questa convinzione per esperienza diretta, quale frequentatore dei talk show (almeno di quelli che sembrano essere meno truci di altri). Il dibattito in quelle trasmissioni che riempiono le giornate (soprattutto le serate) dei telespettatori e che si avvalgono più o meno della stessa “compagnia di giro”, finiscono per affrontare una gravissima crisi sanitaria, sempre pronta ad esplodere sull’economia, come se si trattasse di una riedizione della “Corrida” la storica trasmissione di Corrado (per quelli che se la ricordano).

Lo show consiste nel mettere insieme un panel – quasi sempre troppo numeroso per il tempo a disposizione – di persone con opinioni diverse, il più possibile polemiche e pittoresche, abilitate a dire tutto ciò che passa loro per la mente, perché – qui sta il primo vizio – i talk show non hanno ancora ripudiato il principio del uno vale uno.

Certo, è sempre presente un virologo nel ruolo del deus ex machina. Mentre nella tragedia greca (di Euripide) questo personaggio serviva a dipanare una trama divenuta troppo complessa ed era ascoltato da spettatori consci della sua autorevolezza, da noi gli esperti si contraddicono tra di loro, ammesso e non concesso che abbiano la possibilità, in trasmissione, di completare un ragionamento quando viene il loro turno.

E qui sta un secondo vizio: la trasmissione deve avere un ritmo, per cui se non si riesce a spiegare in breve tempo e con poche parole un concetto oggettivamente complicato, il conduttore che passa oltre e volta pagina. Cioè cambia argomento.

In un contesto di questo tipo più che la conoscenza degli argomenti affrontati serve la battuta felice, la parola che interrompe e zittisce i propri interlocutori; la capacità di bucare lo schermo che manda al macero intere biblioteche scientifiche.

Queste considerazioni coinvolgono quasi tutta la comunicazione televisiva. Ma un conto è parlare di cucina o andare in escandescenza quando segna il Milan, un conto è riuscire ad orientare gli ascoltatori su questioni che riguardano la loro salute e quella pubblica.

Come prima cosa sarebbe necessaria una base di dati condivisi. Se si discute del Pil, bisogna accettare la percentuale certificata dall’Istat anche se la si giudica in maniera differente. Lo stesso dovrebbe valere per il numero delle pensioni e per le loro tipologie in rapporto alle statistiche dell’Inps.

Nel caso del Covid, invece, tutto è un’opinione, persino il numero dei morti. Se le autorità sanitarie forniscono il dato di 135mila decessi, non può essere considerata un’opinione sostenere che in verità si è trattato di 3.700 casi. Toccherebbe ai conduttori essere gestori, arbitri e testimoni di quanto è obbiettivo ed accertato e che non è un’opinione come un’altra.

Allo stesso modo, ci vorrà pure una sede riconosciuta che spieghi con oggettività che cosa è la pandemia, come si sviluppa, quali sono i suoi effetti, avendo a disposizione tutto il tempo necessario. In un confronto con simili caratteristiche possono avere spazio anche visioni e teorie diverse, purché presentate con riferimenti minimamente fondati, in grado di confutare tesi altrui e di essere adeguatamente confutati.

Esiste poi un ultimo vizio. Nei dibattiti televisivi, coloro che sostengono posizioni no vax o no pass – se non sono proprio degli scappati di casa, ma purtroppo di solito lo sono, che si inventano congiure internazionali, funesti incroci astrali o smania di profitti delle Big Pharma – possono valersi di una indubbia rendita di posizione: criticare i dubbi, i contrordini, gli errori stessi di coloro che conducono la lotta al virus.

Perché è normale che non sia lineare la condotta di quanti si muovono in un terreno sconosciuto che riserva sempre nuove sorprese, che destabilizza comportamenti e presidi precedenti, che impone misure di cambiamento rapido (in molti vorrebbero sapere se possono prenotare le vacanze invernali!).

È normale che i virus abbiano delle varianti e che uno nuovo e in parte ancora sconosciuto, sia in larga misura imprevedibile (nel caso di Omicron un allarmismo eccessivo ha determinato un crollo dei mercati finanziari). Ed è una prassi efficace per gli oppositori “giocare in casa” della maggioranza, perché qualunque governo in questa battaglia è in grado di garantire solo degli esiti più o meno parziali e relativi (a parte la disdicevole Torre di Babele dei diversi provvedimenti volta per vota adottati).

Ma è profondamente disonesto che quanti non credono nelle vaccinazioni, perché le considerano pericolose per la salute e strumento occulto della privazione della libertà, rimproverino quelli che credono nella scienza e nella ragione perché non sono in grado di garantire quell’assoluta sicurezza che loro negano in partenza.

Variante Omicron, Zangrillo furioso: il “disgustoso dibattito tra esperti del nulla rovinerà Natale”. Lara Rastellino lunedì 29 Novembre 2021 su Il Secolo d'Italia. La variante Omicron, ultima mutazione del Sars Covid-2, arriva puntuale sotto le feste: come la letterina di Natale dei bambini. E Zangrillo reagisce al florilegio di dissertazioni e recriminazioni che animano un dibattito già incandescente, che alimenta paure e restrizioni. Così, il primario del San Raffaele di Milano e medico personale di Silvio Berlusconi, chiamato da tempo a ridimensionare la portata di bordate allarmistiche e paure sociali. E che da un po’ ha esaurito la propria pazienza rispetto al terrorismo mediatico legittimato dagli interventi di alcuni colleghi in tv, affida ai suoi profili social uno sfogo durissimo. Il post, a pochi minuti dalla sua pubblicazione, diventa virale. Confermando vastità ed eterogeneità del consenso tributato al Professore meno presenzialista in tv. 

Variante Omicron: il durissimo sfogo di Zangrillo sui social

Uno sfogo veemente, quello che Alberto Zangrillo consegna ai suoi profili social. Che da un lato conferma il credito che il professore dà alla scienza, unica lente con cui leggere i dati della realtà del momento. E, al tempo stesso, sottolinea la sfiducia in un dibattito declinato a un allarmismo che genera solo panico. Così il primario milanese torna a puntare l’indice su ruolo – responsabilità e peso specifico – che a sua detta avrebbero gli opinionisti di settore in tv. I quali, per il professore, non farebbero altro che nutrire paure e insicurezze. Pertanto, nella sua rivisitazione del caso variante Omicron. E del modo in cui è stata accolta in Europa la mutazione sudafricana, Zangrillo commenta: troppo panico, troppo terrore…

E sul web tuona: «Grazie alla variante Omicron, l’irresponsabile e disgustoso dibattito mediatico tra esperti del nulla ci rovinerà quest’ultimo scorcio di 2021», sentenzia irritato in un tweet Zangrillo in merito al dibattito che imperversa negli ultimi giorni. Un post che, guarda caso, rileva Libero: «In un batter d’occhio ha raccolto  1.235 condivisioni e più di 600 commenti. Insomma un enorme consenso, persone che concordavano in toto con quanto scritto dal professore». Una platea di cittadini e utenti evidentemente stanchi come il professore del San Raffaele di Milano di allarmi e apprensione.

Variante Omicron, la posizione di Zangrillo su pandemia e come affrontarla

Una posizione, quella sull’emergenza sanitaria del prorettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e direttore del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell’Irccs ospedale San Raffaele, che non cambia con l’avvento di una nuova variante. E che non si declina, di volta in volta, con le combinazioni di ipotesi di nuovi scenari possibili. No, condotta e pensiero di Zangrillo sono sempre gli stessi rispetto alla pandemia. Così come è sempre il medesimo l’approccio a cui l’esperto ricorre per affrontarla e commentarla.

Zangrillo sulla necessità di un approccio competente ed equilibrato nella comunicazione

Del resto, anche in tempi recenti Zangrillo ha ripetutamente evidenziato la necessità di un approccio competente ed equilibrato nella comunicazione. Ribadendo una volta di più, per esempio in occasione di un suo intervento a Quarta Repubblica all’inizio del mese: «Possiamo dedicarci alle altre patologie. In questo momento ci preoccupano le enormi liste di attesa di malati che nulla hanno a che fare con il Covid. Continuare a vedere il numero dei contagi quotidiano come prima, seconda o terza notizia ci interessa pochissimo», ha sottolineato in quella circostanza mediatica il primario.

L’appello ai giovani: vaccinatevi, e per due motivi. Ecco quali

Così come, sempre qualche giorno fa, Zangrillo ha rivolto un altro appello ai più giovani affinché si vaccinino, e per due ordini di motivi. Il primo: per arginare la diffusione del virus. Il secondo: per “fermare” chi utilizza la pandemia per generare terrore, angoscia, insicurezza. Un appello sintetizzato dal professore in poche, ma chiarissime parole: «Ragazzi, è fondamentale vaccinarsi per fare tacere per sempre chi usa il Covid-19 per creare panico e terrore». A buon intenditor…

Da iltempo.it il 29 novembre 2021. Mario Monti a valanga sulla comunicazione dei mezzi di informazione in era Covid. Ospite a In Onda su La7 spara a zero sulla confusione che vige nei mezzi di comunicazione. "Di colpo abbiamo visto che il modo in cui è organizzato il mondo è disunito - ha detto Monti negli studi di La7 - Abbiamo iniziato a usare il termine guerra ma non abbiamo usato una politica di comunicazione adatta alla guerra. Bisognerà trovare un sistema che concili la libertà di espressione ma che dosi dall'alto l'informazione. Parlando continuamente di covid si fanno solo disastri. Comunicazione di guerra significa che ci deve essere un dosaggio dell'informazione. Bisogna trovare delle modalità meno democratiche. Abbiamo accettato limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento. Il governo istruito dalle autorità sanitarie dovrebbe tenere le redini di questo modello di comunicazione"      

Da iltempo.it il 30 novembre 2021. David Parenzo, conduttore insieme a Concita De Gregorio della trasmissione In Onda su La7, pubblica su Facebook le scuse di Mario Monti, dopo la frase choc del senatore a vita sulla comunicazione che in un "tempo di guerra" come quello di oggi, in cui stiamo ancora combattendo la pandemia, dovrebbe essere "somministrata" in modo "meno democratico". Ecco il testo delle scuse firmato da Monti: "Nella puntata di In Onda di ieri, ho usato un’espressione infelice e impropria (“modalità di comunicazione meno, come dire, democratiche secondo per secondo”) quando ho detto che, se non si vuole rendere ancora più difficile la gestione della crisi pandemica a causa di corti circuiti informativi, occorre trovare una strategia comunicativa appropriata, per conciliare la libertà di espressione di ciascuno con la necessità di evitare confusioni, allarmismi o invece sottovalutazioni. Al di là del termine infelice che ho usato, il tema esiste ed è stato ritenuto importante dai tre autorevoli giornalisti in studio (Concita De Gregorio, David Parenzo, Marco Damilano), con i quali si è infatti svolto un interessante dibattito (dal minuto 19 al minuto 27 della registrazione)."

Da ilfoglio.it il 30 novembre 2021. "Dalla difficoltà in cui si sono trovati i sistemi politici italiani per ragioni diverse fino alla scadenza a breve dalle elezioni politiche". Sono molte le analogie che legano il governo di Mario Monti a quello di Mario Draghi, come ha raccontato al festival dell'Ottimismo l'ex presidente del Consiglio e senatore a vita, intervistato da Michele Masneri. "Ai tempi il problema era lo spread - lo scarto tra il tasso tedesco e quello italiano - e oggi 'spread' è in inglese la diffusione del contagio del virus", ha detto Monti. Alla domanda sulla necessità di una censura dei media, evocata in un talk show, il senatore ha spiegato meglio: "Questo è un periodo di guerra, e proprio perché siamo in democrazia dobbiamo ragionare del ruolo dell'informazione. I regimi autocratici il problema non se lo pongono nemmeno. Allora la domanda è: possibile che in tv, per non parlare di internet, l'argomento della pandemia trovi tutto questo spazio, con tutte le contraddizioni che ne derivano? Non ho proposte concrete al riguardo, ma credo che il primo passo debba essere realizzare che un problema c'è". Sulla situazione inedita che l'Italia sta vivendo a livello europeo e internazionale, Monti fa un paragone con la situazione tra il 2011 e il 2013: è vero che in un primo momento l'asse Merkel-Sarkozy aveva messo in difficoltà l'Italia, ma la successiva intesa con Hollande, Rajoy - "e anche Obama era fortemente coinvolto" - rese possibile arginare l'eccessiva austerità cercata dalla Germania. Così si è arrivati al "whatever it takes" di Draghi. A proposito dell'attuale premier, Monti ricorda scherzosamente come il passaggio del titolo di Super Mario avvenne "ufficialmente" nel corso di una cena. "Il Trattato del Quirinale con la Francia è un passo importante, ma come hanno ricordato anche Draghi e Macron, lo spirito non è coalizzarsi contro la Germania. Italia, Francia e Germania devono necessariamente condurre insieme l'Europa". Sullo sblocco dell'austerità tedesca, il senatore rivela come non fu estraneo nemmeno il Papa Benedetto XVI. Mediazione diplomatica? "Sarebbe un termine troppo basso: si trattava di far capire alla classe politica democristiana tedesca, e soprattutto bavarese, che quella rigidità avrebbe finito per spaccare l'Europa". Molte le analogie con Draghi. Ma con Giuseppe Conte? "Da frequentatore semifurtivo di biblioteche americane durante l'estate, esperienza di cui ha fatto un uso curioso nel cv, a presidente del Consiglio, non male. Però nel suo primo governo non ha diretto lui la politica dell'esecutivo, e questo contrasta anche con la Costituzione. Poi c'è stato un grande progresso". Berlusconi al Quirinale? "Non so se ci riuscirà, so che nel 2013 non fu eletto presidente della Repubblica perché in Parlamento siedevamo noi di Scelta civica. Altrimenti il centrodestra avrebbe avuto i voti".

Monti invoca il bavaglio ai media. Quanti nostalgici del Minculpop. Tony Damascelli il 29 Novembre 2021 su Il Giornale. "Bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell'informazione". «Bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell'informazione». Chi ha pronunciato tali parole? Dino Alfieri? Alessandro Pavolini? Gaetano Polverelli? Erano, costoro, i ministri del ministero per la Stampa e la propaganda del regime, dal '37 al '44, prima che il governo Bonomi provvedesse alla sua soppressione. No, trattasi di Monti Mario (Varese, 1943) il quale, ospite della trasmissione In Onda, sull'emittente La7, si è lasciato andare al pensiero profondo e sentito, al punto che il triplete di giornalisti in studio, Damilano-Parenzo-De Gregorio, dopo qualche attimo di imbarazzo ma molto, molto trattenuto dinanzi a tale illustre docente, non certo un facinoroso di destra, ha provato, con timidezza, a domandare chi mai debba provvedere alla suddetta somministrazione dell'informazione e in che senso meno democratica. Il Monti di cui sopra ha spiegato che spetta al governo, guidato però dalle autorità sanitarie, e facendo così tornare alla mente alcune note di servizio, poi dette veline, che i ministri del Minculpop inviavano ai vari addetti dell'informazione per pilotare ogni tipo di notizia e cancellare quelle eventualmente negative per il regime. Monti Mario ha specificato, tuttavia, che durante quel periodo lui era incosciente, essendo nato a due anni dalla fine della guerra. Riflettendo sulle parole contemporanee presumo che il periodo di incoscienza prosegua, anche perché sarebbe interessante sapere dal professore senatore quale governo dovrebbe svolgere il ruolo in questione, quello di Draghi, quello di Conte che fu, il suo che è trapassato remoto? E quale autorità sanitaria dovrebbe essere sopra tutto e innanzitutto? L'Istituto superiore di sanità? L'Organizzazione mondiale della sanità? Le Asl locali? Anche il sostantivo di gran moda «somministrazione» suggerisce memorie di olio di ricino, con eventuale richiamo per successive dosi, sempre gestite dalla stessa azienda fornitrice. Il messaggio di Monti è chiaro e forte, il senatore sostiene, e ha ragione, che venti ore al giorno di programmi che si occupano di virus provocano la catastrofe ma è interessante constatare come lui medesimo vi partecipi e ne parli, anche per appalesarsi così rendendo di nuovo manifesti i motivi per cui continui a ricevere interessanti salari per una illuminata carriera politica. Costellata ad esempio da questa intervista a Der Spiegel: «... se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro Parlamenti, senza mantenere un proprio spazio di manovra, allora una disintegrazione dell'Europa sarebbe più probabile di un'integrazione», senza dimenticare la frase delicata sulla «monotonia del posto fisso, nella vita è bello cambiare», detta con saggezza da chi è senatore, dopo avere ricoperto i ruoli di primo ministro, ministro degli Esteri ad interim, ministro ad interim dell'Economia, presidente della Bocconi, membro del cda di Fiat auto, della Banca commerciale, advisor della Coca Cola, commissario europeo, presidente della Commissione Trilaterale, membro del comitato direttivo di Bilderberg, presidente della commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile, varie ed eventuali. Una eccellente somministrazione di incarichi. Tony Damascelli

Da Cofferati ai giornalisti pasdaran, se l'emergenza infetta lo stato di diritto. Luigi Mascheroni il 29 Novembre 2021 su Il Giornale. L'ex leader della Cgil propone di colpire gli anziani che non si vaccinano, Severgnini zittisce chi ha dubbi sulle dosi ai bimbi. Dove comincia il green pass e dove finisce lo stato di diritto? E qual è il punto di equilibrio fra la Costituzione e lo stato d'emergenza? E diciamo stato d'emergenza, e non «di guerra», perché in guerra non si discuteva, come grazie a dio si fa ora, se e quando andare a sciare e in quanti possono entrare in una funivia... Domande del genere hanno un loro senso, vista la china imboccata da alcuni pasdaran della tessera verde, l'ala dura e pura del «Chiudere tutto, chiudere sempre», fedelissimi alla linea unica medico-tecnica-governativa. 

Solo nelle ultime ore: qualche esempio.

Uno. Mario Monti ha detto quel che ha detto: che servono «modalità meno democratiche nella somministrazione dell'informazione», cioè occorrono restrizioni alla libertà di espressione. Insomma, il senatore ha invocato - sfiorando il limite dell'eversione - un ministero della propaganda (o censura...).

Due. Sergio Cofferati, già leader del più grande sindacato italiano - non a caso detto «il Cinese» vista la propensione all'illiberalità - ha dichiarato che per convincere gli anziani a farsi il vaccino bisogna agire sulle «protezioni sociali»; cioè «qualche assistenza di cui godono va messa in discussione». Non vorremmo che la prossima proposta sia togliere una percentuale di pensione. Ottimo sistema per difendere i lavoratori.

Tre. Mentre Andrea Crisanti - medico e microbiologo - avanzava imbarazzati dubbi sulla vaccinazione per i minori («Vaccinare i bambini può essere un problema che deve essere esaminato», nulla di più), è stato platealmente interrotto da Beppe Severgnini, che non è né medico né virologo, al grido «Non in televisione, non in prima serata, Professore!». Fossimo in un regime - e non lo siamo... - un ottimo slogan sarebbe «Taci, il virus ti ascolta!».

Uno, due e tre. E sempre su La7, l'Agenzia Stefani del regime Covid-19. Sarà un caso...

Nota a margine: i giornalisti che conducevano le trasmissioni in cui sono state fatte le dichiarazioni non hanno mai controbattuto: o hanno taciuto (di fronte a Cofferati), o hanno fatto finta di nulla: Lilli Gruber davanti all'episodio Crisanti-Severgnini), o hanno apprezzato con un «Interessante, ci spieghi meglio» (Concita De Gregorio versus Mario Monti).

Non vogliamo essere né tranchant né guastafeste. Ma se il cittadino può e deve rinunciare alla libertà di movimento in nome di una emergenza, non si può e non si deve togliergli anche quella di pensiero.

Attenzione. Chiedere ogni misura possibile per contenere il virus è necessario. Valicare certi limiti pericoloso. I cittadini sono stanchi, le piazze agitate e i complottismi facili ad attecchire.

E poi: anni di furenti j'accuse contro i «regimi» mediatici e i «pieni poteri», e adesso tutti zitti se si restringono i diritti costituzionali e la libera informazione? Qualcosa non torna.

Quando perdiamo il diritto a dubitare, perdiamo il privilegio di essere liberi.

Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021).

Paolo Bracalini per "il Giornale" il 29 novembre 2021. Il professor Mario Monti parla poco ormai, ma quando lo fa riesce sempre a far ricordare perché in pochi lo rimpiangano come premier. Per sua fortuna, e per gentile concessione dell'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, da dieci anni gode dello status di senatore a vita per cui non deve più rispondere all'elettorato delle sue affermazioni. Spesso impopolari (su temi come le tasse), a volte sconcertanti, come quelle con cui ha deliziato un consesso di giornalisti su La7 l'altra sera. L'ex premier ha lì esposto le sue originali idee su come gestire l'informazione in tempi di pandemia: «È una guerra, ma non abbiamo minimamente usato una politica di comunicazione adatta alla guerra. Io credo che bisognerà, andando avanti questa pandemia e per futuri disastri globali della salute, trovare un sistema che concili la libertà di espressione ma che dosi dall'alto l'informazione». Frase sibillina che viene interrotta dalla giornalista di Repubblica, Concita De Gregorio, non perché scioccata dalle affermazioni liberticide di Monti, ma con un «è molto interessante, ci spieghi meglio». Quindi Monti precisa più compiutamente cosa intenda: «Comunicazione di guerra significa che c'è un dosaggio dell'informazione. Nel caso di guerre tradizionali è odioso perché vuole influenzare la coscienza e la consapevolezza della gente, ma nel caso di una pandemia quando la guerra non è contro un altro Stato ma è contro un virus, bisogna trovare delle modalità...posso dire...meno democratiche?». Certo che lo può dire, anzi «spieghi bene il concetto perché è interessante», lo incalza (si fa per dire) l'altro conduttore, David Parenzo. In un clima così amichevole, Monti si diffonde sul progetto di Minculpop sanitario: «In una situazione di guerra, quando l'interesse di ciascuno coincide con quello di tutti, si accettano delle limitazioni alla libertà. Noi ci siamo abitati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi opinione come un diritto inalienabile ma...». Parenzo, estasiato, non lo fa neppure finire ma conclude lui: «Qui non ce lo possiamo permettere!». Ma chi, poi, dovrebbe «dosare dall'alto» l'informazione? Risponde Monti senza esitazioni: «Il governo, ispirato e nutrito dalle autorità sanitarie». Uno scenario inquietante di bavaglio all'informazione, degna di un regime autoritario. Ma siccome non è Berlusconi, o Salivni, o la Meloni ad averlo detto, tutto normale, anzi «molto interessante». Sui social la cosa non passa inosservata e il video di Monti inizia a girare. E ad essere commentato. «Anni di rotture su Berlusconi che instaurava un regime con tv e leggi ad personam, poi fiumi dì parole su Salvini e "pieni poteri" volutamente travisati. Oggi di fronte a un senatore a vita che sfregia democrazia e libera informazione muti? Vergognatevi» scrive un utente su Twitter. «C'è di che preoccuparsi, quest' uomo è lucido, misura le parole. E le dice, sicuro che ormai le può dire» twitta lo storico Giordano Bruno Guerri. Nell'indifferenza generale della stampa, commenta la leader di Fdi Giorgia Meloni: «Avvertite Monti che siamo uno Stato democratico e non un regime. Limitare informazione e pluralismo acuirebbe tensioni sociali, privando ulteriormente gli italiani della loro libertà. Cosa sarebbe successo se una simile dichiarazione fosse stata fatta da un esponente di destra?»

La pandemia, tra isteria e irresponsabilità. Piccole Note il 26 novembre 2021 su Il Giornale. A quanto pare la lotta alla pandemia ha invertito rotta: se prima si concentrava sul contrasto al virus ora si concentra sul contrasto a quanti sono contrari al vaccino, identificati come no-vax, sigla che ormai è sinonimo di pericolosa follia. Il nostro sito non è mai stato oppositivo alla campagna di vaccinazione, e questo va chiarito a scanso di equivoci, anche perché ormai è stata adottata da tutti i governi del mondo, non tutti legati a Big Pharma e ai tanti interessi, non solo finanziari, che vi interagiscono.

Isteria

E però la campagna mediatica contro i cosiddetti no-vax, che ha prodotto la criminalizzazione di tante persone, lascia basiti. Come lascia interdetti l’adozione di mezzi più che coercitivi per costringere tale fascia di popolazione ad accettare il vaccino.

Non redendolo obbligatorio, si evitano responsabilità, come da responsabilità sono esenti anche le Case Farmaceutiche. Bizzarro che tali Irresponsabili bollino come irresponsabili le persone che rifiutano il vaccino. Ironie pandemiche.

Al di là, se è vero che una frangia di questa minoranza ha atteggiamenti estremi è vero che l’estremismo non risparmia neanche certa comunicazione che li condanna, con un crescendo di isteria che desta preoccupazioni, perché si somma all’isteria collettiva che sta accompagnando la pandemia fin dalla sua insorgenza.

In questo contesto suonano in controtendenza le parole del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, che parlando della campagna contro il virus in corso in Russia, fatta anche lì di restrizioni e vaccini, ha però messo in guardia: “Sarebbe sbagliato trasformare tutto in una caccia alle streghe. Queste cose richiedono un approccio molto calmo, sobrio ed equilibrato”.

Si dice che la campagna vaccinale sia stata compromessa dalle Fake News che hanno allarmato contro pericoli immaginari di tipo sanitario e politico. Ma a tale campagna antagonista hanno contribuito non poco i gestori della pandemia, sia sanitari che politici.

Quasi tutti i virologi, gli immunologi e i tuttologi (e i media mainstream che hanno fatto da cassa di risonanza, spesso anche precedendo i loro vaticini) pandemici hanno creato confusione con le loro “ricette” contraddittorie e i loro isterismi da “fine del mondo”, arrivati ben prima degli isterismi oggi attribuiti ai no vax.

Sempre a proposito di confusione, si può ricordare con certa ironia come il primo annuncio del vaccino Pfizer, del 9 novembre 2020, dichiarava che il vaccino aveva un’efficacia del 90%. Il 16 dello stesso mese, Moderna annunciava il suo vaccino, con efficacia al 95%. Il 10 dicembre del 2020 Pfizer rivedeva l’efficacia del proprio farmaco, che saliva al 95%, equiparandosi a Moderna.

O al fatto che per lungo tempo non furono fatti esami autoptici per paura del virus – nonostante si facciano anche per virus molto più pericolosi, come l’ebola -, analisi che avrebbero chiarito prima di tanti morti sulla relativa efficacia degli anti-coagulanti.

Per non parlare della mitica immunità di gregge, che immunologi, virologi e affini davano ora al 70%, poi all’80% e adesso pare al 90%, anche se ormai tutti sanno che non si otterrà, rimanendo parte del mondo non vaccinata (Financial Times).

Poi c’è la terza dose, sulla quale la “comunità scientifica”  sarebbe “concorde” riguardo la durata, che dovrebbe essere a10 anni, mentre in Israele si sta pensando già alla quarta dose. Chi più ne ha più ne metta…

La pandemia politica

Di esempi del genere se ne potrebbero fare a centinaia, come centinaia di esempi si potrebbero fare sulla strumentalizzazione politica del virus. Basti pensare che il vaccino Pfizer fu annunciato solo dopo (e subito dopo) la sconfitta di Trump, per evitare che il sollievo per tale annuncio potesse pregiudicare l’opera devastatrice che la pandemia stava producendo sulla sua campagna elettorale.

E di come, secondo i medici ai quali i media mainstream davano spazio, mentre le manifestazioni pro-Trump  alimentavano la pandemia, le manifestazioni di segno opposto non procuravano rischi analoghi.

Non solo la politica interna degli Stati Uniti, anche quella internazionale. In un momento tanto critico per l’umanità, il mondo avrebbe dovuto coordinarsi e unire le risorse. Ricordiamo, in proposito, il decisivo intervento di Bill Gates nell’aprile 2020 per proteggere la proprietà intellettuale (di Big Pharma) e distruggere sul nascere il piano dell’OMS per una risposta coordinata a livello mondiale contro la nascente pandemia.

Usa, Cina e Russia avrebbero dovuto cercare convergenze, la pandemia è diventata un’arma da brandire nella lotta contro la Cina, impedendo tale coordinamento, e si sono rigettati i vaccini cinesi e russi non tanto perché se ne lamentava l’efficacia, almeno per quanto riguarda lo Sputnik, ma perché si aveva paura che, attraverso i vaccini, i cosacchi arrivassero ad abbeverare i loro cavalli a San Pietro.

Annotiamo, per inciso, che in questa campagna volta a dividere il mondo in (vaccini) buoni e cattivi, si è usato anche l’argomento della trasparenza, che sarebbe mancata nelle produzioni orientali. Per inciso, i contratti tra l’Ema, ente europeo del farmaco, e la Pfizer-Byontech e Astrazeneca sono pieni di omissis (ma sulla mancanza di trasparenza ci torneremo nella conclusione).

La caduta di Astrazeneca

Una guerra feroce è stata anche fatta al vaccino Astrazeneca, sia perché prodotto dalla reproba Gran Bretagna della Brexit sia perché costava troppo poco rispetto alla concorrente Pfizer.

In questa guerra, ormai vinta, si rimproverava ad Astrazeneca che non impedisse il contagio, al contrario del vaccino Pfizer. Accuse alle quali Astrazeneca rispondeva che però conteneva le forme gravi di malattia, risposta che ora dà la Pfizer, dopo che si è scoperto che anche questo vaccino non impedisce il contagio (ma nel frattempo Astrazeneca è stata appunto sotterrata).

Ad Astrazeneca è stata anche rimproverato il fatto che provocava miocarditi e pericarditi, pur se in un esiguo numero di casi e spesso in forma lieve, ma meglio non rischiare.

Riportiamo un passaggio di un articolo del Wall Street Journal, non certo un media complottista o anti-vax: “I ricercatori non sono sicuri del motivo per cui i vaccini con RNA messaggero, uno di Pfizer […] BioNTech […] e l’altro di Moderna […] sono probabilmente la causa delle condizioni infiammatorie cardiache miocardite e pericardite in un esiguo numero di casi”.

Il WSJ annota che i ricercatori della Pfizer stanno cercando di capirci qualcosa e conclude spiegando che, comunque, il rapporto tra rischi è benefici del vaccino è positivo. Senza mettere in discussione la conclusione, ovviamente, ci limitiamo a segnalare come Astrazeneca sia stata massacrata proprio per questo motivo.

L’articolo del WSJ veniva pubblicato nei giorni in cui usciva una denuncia, fatta da un addetto ai lavori, di alcune disfunzioni registrate durante la sperimentazione del vaccino Pfizer da parte di una delle società alle quali era stato dato il compito di monitorarne l’efficacia e le reazioni.

Denuncia che veniva pubblicata sul British Medical Journal, altro sito non certo no-vax, e veniva derubricata in fretta come banale perché avrebbe evidenziato semplici problematiche “burocratiche”. Un po’ minimalista come lettura, ma va bene così (i ricercatori della società fossero “terrorizzati” da possibili ispezioni…).

Inoltre, val la pena ricordare le e-mail deil’Ema hackerate e pubblicate dall’autorevole Le Monde, che evidenziavano “obiezioni importanti” avanzate in seno all’Agenzia riguardo al vaccino Pfizer, bypassate in fretta.

La trasparenza può attendere

Più strano il caso dei 30 professori e scienziati di alcune delle Università più importanti d’America (Yale, Harvard, UCLA e Brown) che hanno chiesto alla FDA, l’agenzia del farmaco statunitense, di rendere pubblici i dati sulla sperimentazione del vaccino Pfizer.

Una richiesta basata sulla legge sulla trasparenza degli atti amministrativi (FOIA), motivata dal fatto di rassicurare i cittadini sul fatto che il vaccino fosse “sicuro ed efficace e, quindi, per accrescere la fiducia nel vaccino Pfizer”.

La FDA ha risposto che i dati saranno disponibili nel 2079… una risposta talmente paradossale che l’autorevole Reuters, nel darne notizia, titola così: “Aspettare cosa? La FDA chiede 55 anni per elaborare la richiesta FOIA sui dati del vaccino”.

La tempistica monstre, ha spiegato la FDA, sarebbe motivata dal fatto che la documentazione inviata dalla Pfizer consta di 329.000 pagine, che loro rilascerebbero con una scadenza di 500 pagine al mese.

Ma i richiedenti, ovviamente, esigono tempi più brevi: la documentazione dovrebbe essere resa pubblica entro il 3 marzo 2022. Infatti, “questo periodo di 108 giorni è lo stesso tempo impiegato dalla FDA per rivedere tale documentazione per un compito certo molto più delicato, cioè quello di autorizzare il vaccino COVID-19 di Pfizer”.

Tanta confusione sotto il cielo pandemico, che non aiuta i cittadini ad avere fiducia nei vaccini e nelle autorità, sia sanitarie che politiche. 

Ps. Su Disney la serie “Dopesick”, tratto da un’inchiesta del New York Times, che offre uno spaccato, seppur edulcorato, di certe dinamiche di Big Pharma… 

Green pass, Piero Angela urla al ristorante a Roma: la clamorosa rissa col cameriere. Libero Quotidiano il 25 novembre 2021. "Il cameriere non mi ha controllato il Green pass. Ho provato a richiamarlo, ma niente. A quel punto credo di aver anche gridato": Piero Angela ha raccontato questo episodio al Messaggero. Il giornalista e divulgatore scientifico ha spiegato che si trovava all'interno di un ristorante piuttosto affollato di Roma, che però non gli ha chiesto il certificato verde al momento dell'ingresso. "Ho preteso civilmente, e infine ottenuto, il controllo: non bisogna mai vergognarsi di chiedere il rispetto delle norme", ha continuato Angela. ”I gestori devono tutelare la salute dei loro clienti – ha proseguito il giornalista -. E se questo non avviene, sta a noi segnalarlo. Parlare di protezione nei luoghi pubblici è altamente inutile, se poi non si procede al controllo”. Parlando dei camerieri e dei gestori del locale, ha detto: "Può succedere e ho rispetto per chi lavora in un locale e deve gestire situazioni a volte anche complesse". In ogni caso, però, la sua posizione non cambia: "Il controllore deve controllare, punto". Piero Angela poi ha proseguito col suo ragionamento: ”Se vaccinarsi è come allacciarsi la cintura di sicurezza, o attivare l’airbag in macchina, avere il Green Pass è come fare l’assicurazione: è un foglio senza il quale non puoi circolare, perché se investi qualcuno e non sei assicurato sono guai. Bene: se nessuno si lamenta che il vigile controlli l’assicurazione, perché non dovrebbe essere lo stesso con il Green Pass?”.

Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” il 17 novembre 2021. Veramente, ora basta. La patience s'est épuisée, ogni limite ha una pazienza, diceva Totò. Tutti noi vaccinati, fiduciosi nella scienza e in Mario Draghi, ne abbiamo abbastanza di - si scusi il tecnicismo - minchiate allo stato gassoso. E vorremmo oggi abbracciare il professor Aldo Grasso che, dalle colonne del Corriere della sera lancia una modesta proposta: una settimana di tv senza No Vax per bloccare la "pandemia dei non vaccinati". La provocazione non sta nel bloccare le trasmissioni per i No Vax in grado di argomentare, di fornire accreditate evidenze scientifiche, di rispettare l'interlocutore. No. Basterebbe solo che Mediaset, Rai, La 7, Discovery, Sky facessero cartello contro i latori di malafede; ed evitassero di dare tribuna a quei No Vax che a forza di bufale negano la realtà. Mediaset, per esempio, sta già pensando al giro di vite sui suoi talk: basta ai No Green Pass che sfiorano il terrapiattismo; potrebbero venire confinati in unico programma (si parla pur sempre di un buon 15% di audience "alternativa"). Ma esiste un drappello di opinionisti per i quali, alla prova del fact checking, del riscontro fattuale, son palesi ignoranza e menzogna. L'altra sera a Otto mezzo, un Massimo Cacciari (politicamente e culturalmente un mostro) si è perso dietro le tesi di un «emerito professore immunologo dell'Università di Nottingham», un ologramma della scena scientifica che dispensa anatemi sulla vaccinazione dei minori. Cacciari ha aggiunto «Io mi informo su Internet...»; l'avessero fatto i suoi studenti, sarebbero stati espulsi dalle scuole del regno. Prima ancora su La Stampa il prof aveva descritto tesi epidemiologicamente ardite: «È vero o no che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell'ultimo periodo sono di persone che avevano già ricevuto la doppia dose?»; senza rendersi conto che laddove - vedi Israele e UK - i vaccinati sono la maggioranza, nella misura in cui i vaccini non offrono una protezione del 100%, è matematico e previsto da subito che, via via che il numero dei vaccinati sale e quello dei non vaccinati scende, il numero dei decessi riguardi sempre di più persone vaccinate. Idem per il mio amico Carlo Freccero, venerato maestro che, preso da zelo bastiancontrario, ha espresso dubbi sulle bare di Bergamo che probabilmente non contenevano le salme dei morti di Covid. Prima - altra fesseria smontata da Corrado Formigli in diretta a Piazzapulita - Carlo aveva affermato, senza tema di smentita, che «i morti erano solo 3.783», associando il Green pass ai campi di concentramento. Con grande tempismo, Carlo ha fatto incazzare i parenti delle vittime, la comunità ebraica e gli estimatori del suo genio persosi nella cosiddetta teoria del "grande reset". Teoria di cui si è reso fiero esponente, a DiMartedì da Floris, Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, che ha dichiarato «il Covid non esiste, ci hanno ingannato per due anni», e stavolta s'è incazzato il Papa. Tornando al paragone aberrante vaccino-campi di concentramento: è un refrain dell'ineffabile Francesca Donato fuoruscita dalla Lega con gran sollievo di Salvini e ospite fissa dei programmi più casinisti, specie Non è l'Arena. Donato sulle fake news e sulle shit storm social contro i giornalisti (ne so qualcosa) è specializzata. L'ultima, buttata lì, con sicumera è «anche le persone che hanno controindicazioni mediche per ricevere i vaccini sono obbligate a farlo. E quando queste persone hanno effetti collaterali, anche molto gravi, non ricevono assistenza gratuita». Dire che anche chi presenta controindicazioni al vaccino viene obbligato a riceverlo ovviamente non è vero; non è vero che chi non si vaccina perde il lavoro (può scegliere di fare il tampone ma anche in caso di assenza ingiustificata non perderà il posto); né che chi sviluppa reazioni avverse non riceva assistenza medica gratuita. Maestra inarrivabile della fake è la vicequestora Nunzia Schilirò, ora abbandonata anche da Giletti per la quantità di fesserie propalate sia sanitarie sia giuridiche: «Il Green pass è incostituzionale», «perché viola l'articolo 36 del decreto 953 dell'Unione europea, istitutivo del green pass». Peccato che non esiste alcun articolo 36 del regolamento (non decreto) 953 dell'Ue, gli articoli sono in totale 17; esiste al massimo un "considerando" n. 36, che è però privo di forza giuridica... Sospesa dalla Polizia la Schilirò ora si abbandona - dicono - a performance salutistico/esoteriche. Comprensibile, d'altronde. La distorsione magica del reale è una caratteristica dei No Vax estremi. Costoro tentano di ripetere la menzogna a mantra, forse nella speranza che si autorealizzi. Red Ronnie da Nicola Porro affermava e confermava in tempo di Covid che «dire che la prevenzione avviene attraverso i vaccini è un errore. La prevenzione dovrebbe avvenire attraverso l'allattamento» e che altri hanno assicurato «sui bugiardini di alcuni vaccini c'è scritto chiaramente che possono causare autismo». A tutt'oggi, dai tantissimi studi scientifici effettuati non emerge alcun dato sul possibile nesso di causalità tra vaccini ed autismo. L'unico studio che riportava un legame causale fra vaccino contro morbillo-parotide-rosolia e autismo si è rivelato gravemente fallace; e l'autore dello studio, un medico britannico, nel maggio 2010 è stato radiato dall'Ordine professionale mentre il suo studio è stato ritrattato. Ma intanto la menzogna è passata dal video. Enrico Montesano si è espresso in una magia ematologica, tipo San Gennaro: «Il sangue dei vaccinati non si coagula», aggiungendo «ci sono segretari di partito che si sono fatte 4 dosi di vaccino». La reazione triste di Nicola Zingaretti è stata: «Enrico, perché ti sei ridotto così?». Poi, sotto la coltre dei big del tarocco vaccinale, si cela un sottobosco di piccoli bugiardelli - Balanzoni, Stramezzi, Fusillo, Mariano Amici il medico che sostiene che «il vaccino è più di un veleno» e intinge i tamponi nel kiwi. Ma il top resta Alessandro Meluzzi. Medico e arcivescovo di Bisanzio, Meluzzi ha esposto a Contro corrente e Zona bianca su Rete 4 la sua sulla questione microchip sanitario sotto pelle che ha il compito di controllare gli individui. Ha affermato a Radio radio in riferimento all'ivermectina, farmaco alternativo secondo lui al vaccino che «si può trovare in una comune farmacia dove si acquista con la prescrizione». Cosa smentita da un inviperito Giuseppe Brindisi: «Questo prodotto, che serve per la scabbia e altri parassiti, è vietata la vendita al pubblico». Meluzzi ha confutato la cifra del 97% di efficacia del vaccino, smentito dell'ISS italiano: la cifra è quella, e in terapia intensiva 97 volte su 100, ci finisce un non vaccinato. Inoltre il prof mostra una particolare affezione per l'idrossiclorochina; e si è prodotto in una dichiarazione da fantascienza: «Buona parte di quelli vaccinati da una certa sfera in avanti, hanno fatto falsi vaccini. Ve lo certifico: lo hanno proposto anche a me». Naturalmente, per non sporcarsi il karma, si è tenuto in gola i vaccini falsi, senza denunciarli in Procura. Per queste sue convinzioni, Meluzzi è stato sospeso dall'Ordine dei medici di Torino. Non è, qui, la singola bugia in sé che infastidisce; ma la serie di piccole e continue puttanatine che - diceva Guzzanti - una dietro l'altra, alla fine confondono le menti lucide, come mio papà che guardando la tv continua a non vaccinarsi. Sette giorni di sospensione. Giusto per tirare il fiato...

L’EJC e la fondazione di Bill Gates ai giornalisti: finanziamenti per chi influenza l’opinione pubblica in tema di Sanità. Zaira Bartucca su recnews.it il 19 Novembre 2021. Un finanziamento che può arrivare “fino a 7500 dollari” per i giornalisti che scrivono di sanità per “organizzazioni di media che formano l’opinione pubblica” in determinati Paesi, tra cui anche l’Italia. E’ la proposta del… n finanziamento che può arrivare “fino a 7500 dollari” per i giornalisti che scrivono di sanità per “organizzazioni di media che formano l’opinione pubblica” in determinati Paesi, tra cui anche l’Italia. E’ la proposta del Centro europeo di giornalismo (EJC) che alcuni giornalisti – tra cui la sottoscritta, che non ha aderito – si sono visti recapitare nelle scorse settimane. La comunicazione è relativa al bando Global Health Security Call attivato il 19 ottobre di quest’anno e scaduto il 5 novembre, promosso dall’EJC e dall’onnipresente Bill&Melinda Gates Foundation, la stessa che vanta diversi interessi sulla produzione e somministrazione dei vaccini Pfizer, Moderna e ora anche ReiThera, il vaccino italiano.

Tentare di influenzare l’attività dei giornalisti è un po’ il chiodo fisso di Gates. Lo faceva ai tempi di Microsoft e sembra farlo anche adesso che la sanità globale si è trasformata nella sua gallina dalle uova d’oro. Sia o no questa la filantropia per cui è diventato noto, c’è da domandarsi che fine faccia l’imparzialità dei giornalisti che decidono di rispondere a bandi come questi. Che approccio avranno, per esempio, verso prodotti farmaceutici come i vaccini finanziati e pubblicizzati dalla fondazione Bill& Melinda Gates, che peraltro è parte attiva della GAVI Alliance? Come ne scriveranno o parleranno? Per il momento i progetti giornalistici attivati con la Global Health Security Call non sono stati resi pubblici, ma quel che è certo è che ne verranno portati avanti venti tra Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia. Tanto ha permesso la “donazione” della Fondazione Bill&Melinda Gates, che ha coperto i “costi di realizzazione” per 150.000 dollari (come detto, 7.500 dollari a progetto). Un’operazione che, nei fatti, ricorda un po’ la “paghetta” che il governo Conte diede a chi si prestava a diramare determinate comunicazioni sul coronavirus. Un tentativo di insidiare l’indipendenza di chi informa che riguarda i centri di ricerca giornalistica intercettati dai vari potentati, ma che ancor di più non lascia immuni i media mainstream. Per esempio la Rai, che è attualmente al centro di una riforma volta (si spera) a reintrodurre l’imparzialità, il confronto democratico e la pluralità: “Serve una cultura dell’indipendenza molto più alta, dobbiamo definire una nuova missione per la Rai. Da anni dobbiamo affrontare una legge sulla governance, una riforma di sistema sul rapporto fra Parlamento, governo e Rai”, sono le dichiarazioni che il presidente della Camera ha rilasciato ieri a Radio 24. Facile a dirsi ma molto meno a farsi, soprattutto se l’insidia all’indipendenza dei giornalisti proviene dall’elargizioni garantite dalle fondazioni o da prebende varie e ricompense mascherate da donazioni. Tornano poi alla mente i rapporti tra giornalisti e magistrati emersi con il caso Palamara ma – per tornare all’attualità – anche i “giornalisti a gettone” vicini al Giglio Magico dei renziani che secondo l’inchiesta sulla fondazione Open facevano da raccordo per la creazione e diusione di contenuti che servivano a rovinare la reputazione di chi non era allineato alle volontà dei committenti. A gettare ulteriore discredito sulla categoria ci mancavano, insomma, il covid, i vaccini e la sanità.

Zaira Bartucca Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell’attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l’abilitazione per iscriversi all’Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell’Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l’incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull’affare Coronavirus e su “Milano come Bibbiano”. Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de “I padroni di Riace – Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato”.

BILL GATES. COME COMPRA I ‘MEDIA’ NEGLI STATI UNITI A SUON DI MILIONI DI DOLLARI. Andrea Cinquegrani  su La Voce delle Voci il 21 Novembre 2021. Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, oggi impegnato nelle battaglie del secolo, ossia quelle sul fronte dei vaccini e dei cambiamenti climatici, esercita un controllo capillare su tutti i media negli Stati Uniti, attraverso una meticolosa campagna di super donazioni orchestrata attraverso la corazzata di famiglia, la ‘Bill & Melinda Gates Foundation’.

A conti fatti, l’ultimo esborso è pari alla bellezza di 319 milioni di dollari. Not nuts, non proprio noccioline.

Lo dimostra, cifre e carte alla mano, un esplosivo reportage del giornalista d’inchiesta (o meglio, di contro-inchiesta) americano Alan MacLeod, pubblicato sul sito ‘MintPress’, nel cui team MacLeod figura come ‘Staff writer’. Come del resto lo è per un altro importante sito di contro-informazione a stelle e strisce, ‘The Grayzone’. Inoltre, è ‘contributor’ al ‘Fairness and Accuracy in Reporting’ (FAIR).

Al suo attivo tre libri: “Bad News from Venezuela: Twenty years of fake news and Misreporting”, “International Politics and the Northern Ireland Conflit” e “Propaganda in the Information Age – Still Manifacturing Consent”.

E proprio sul tema del controllo asfissiante dell’informazione e della manipolazione del consenso è incentrato il fresco reportage, che vede sotto i riflettori uno dei personaggi oggi più potenti della terra, quel Bill Gates che – pochi lo rammentano – è il secondo finanziatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, alle spalle nientemeno che degli Stati Uniti e prima, udite udite, del Regno Unito.

Insomma, un uomo che conta più di una nazione, di tante nazioni.

Ricordiamo un paio di altre ‘chicche’, prima di entrare nel campo dei media americani finanziati a botte da milioni di dollari.

Nel 2010 Vate Gates, un vero preveggente, dichiarò che il decennio seguente, e cioè quello 2011-2020, sarebbe stato il “decennio delle pandemie”.

E proprio prima dello scoppio di questa pandemia, a novembre 2019, fu la mente ispiratrice di ‘Event 201’, con la strategica partnership del ‘World Economic Forum’ guidato da Klaus Schwab (do you remember ‘The Great Reset’?): un evento in cui veniva descritto per filo e per segno ciò che sarebbe successo nei mesi e anche negli anni seguenti.

La Voce ha scritto svariate inchieste ed articoli sulle molteplici imprese griffate Gates: le potete trovare nel nostro archivio con il ‘cerca’, digitando ‘Bill Gates’. Approdando anche in Italia, con l’ultimo cadeau in arrivo dalla super Fondazione e da recapitare alla nostra ammiraglia – fino   ad oggi sfortunata – sul fronte del vaccino tutto italiano: si tratta di ‘Reithera’, alla quale Super Bill ha promesso una montagna di dollari sonanti.

Ma eccoci alla super ricerca-inchiesta firmata da Alan MacLeod. 

SEATTLE — Fino al suo recente disordinato divorzio, Bill Gates ha goduto di una sorta di pass gratuito nei media aziendali. Generalmente presentato come un nerd gentile che vuole salvare il mondo, il co-fondatore di Microsoft è stato persino battezzato senza ironia “Saint Bill” da The Guardian .

Mentre gli imperi mediatici di altri miliardari sono relativamente ben noti, la misura in cui il denaro di Gates sostiene il panorama dei media moderni non lo è. Dopo aver selezionato oltre 30.000 sovvenzioni individuali, MintPress può rivelare che la Bill and Melinda Gates Foundation (BMGF) ha effettuato donazioni per un valore di oltre 300 milioni di dollari per finanziare progetti mediatici.

I destinatari di questo denaro includono molte delle più importanti agenzie di stampa americane, tra cui CNN , NBC, NPR , PBS e The Atlantic . Gates sponsorizza anche una miriade di influenti organizzazioni straniere, tra cui BBC , The Guardian , The Financial Times e The Daily Telegraph nel Regno Unito; importanti giornali europei come Le Monde (Francia), Der Spiegel (Germania) ed El País (Spagna); così come grandi emittenti globali come Al-Jazeera .

Il denaro della Fondazione Gates destinato ai programmi per i media è stato suddiviso in una serie di sezioni, presentate in ordine numerico decrescente, e include un collegamento alla sovvenzione pertinente sul sito Web dell’organizzazione.

Premi direttamente ai media:

NPR- $ 24,663,066 

The Guardian (incluso org) – $ 12.951.391    

Media pubblici a cascata – $ 10,895.016 

Public Radio International (PRI.org/TheWorld.org)- $ 7,719,113 

La conversazione – $ 6,664,271 

Univision- $ 5,924,043 

Der Spiegel (Germania)- $5.437.294        

Project Syndicate- $ 5,280,186 

Settimana dell’istruzione – $ 4.898.240 

WETA- $ 4.529.400 

NBCUniversal Media- $ 4,373,500 

Nation Media Group (Kenya) – $ 4.073.194 

Le Monde (Francia) – $ 4.014.512 

Bhekisisa (Sud Africa) – $ 3,990,182 

El País – $ 3.968.184 

BBC- $ 3.668.657 

CNN- $ 3.600.000    

KCET- $ 3.520,703 

Population Communications International (population.org) – $ 3,500,000 

Il Daily Telegraph – $ 3,446.801 

Chalkbeat – $ 2.672.491    

Il post dell’istruzione: $ 2,639,193 

Rockhopper Productions (Regno Unito) – $2,480,392 

Corporation for Public Broadcasting – $2,430.949 

UpWorthy – $ 2,339.023 

Financial Times – $2,309,845 

Il 74 Media- $2,275.344 

Texas Tribune- $2,317.163 

Punch (Nigeria) – $2.175.675 

Notizie in profondità– $ 1,612,122 

L’Atlantico- $ 1.403.453 

Minnesota Public Radio- $ 1,290,898 

YR Media- $1.125.000 

Il nuovo umanitario – $ 1.046.457 

Sheger FM (Etiopia) – $ 1,004,600 

Al-Jazeera- $ 1.000.000 

ProPublica- $1.000.000 

Media pubblici incrociati – $ 810.000 

Rivista Grist- $ 750.000 

Kurzgesagt – $ 570.000 

Educational Broadcasting Corp – $ 506,504 

Classica 98,1 – $ 500.000 

PBS – $ 499.997 

Gannett – $ 499.651 

Posta e Guardian (Sud Africa) – $ 492.974 

Inside Higher Ed.- $ 439,910 

Giornolavorativo (Nigeria) – $416.900 

com – $ 412.000    

Nutopia- $ 350.000 

Independent Television Broadcasting Inc. – $ 300.000 

Independent Television Service, Inc. – $ 300.000 

Caixin Media (Cina) – $ 250.000 

Servizio di notizie del Pacifico – $ 225.000 

Rivista nazionale – $ 220.638 

Cronaca dell’istruzione superiore – $ 149.994 

Belle e Wissell, Co. $ 100.000 

Fiducia dei media – $ 100.000 

Radio pubblica di New York – $ 77,290 

KUOW – Radio pubblica di Puget Sound – $ 5,310

Insieme, queste donazioni ammontano a $ 166.216.526. Il denaro è generalmente diretto verso questioni vicine ai cuori di Gates. Ad esempio, la sovvenzione della CNN di $ 3,6 milioni è andata a “report[ing] sull’uguaglianza di genere con un focus particolare sui paesi meno sviluppati, producendo giornalismo sulle disuguaglianze quotidiane subite da donne e ragazze in tutto il mondo”, mentre il Texas Tribune ha ricevuto milioni per “per aumentare la consapevolezza e l’impegno del pubblico sui problemi della riforma dell’istruzione in Texas”. Dato che Bill è uno dei più ferventi sostenitori delle charter school , un cinico potrebbe interpretarlo come l’introduzione di propaganda pro-corporate della charter school nei media, mascherata da notizie oggettive.

La Gates Foundation ha anche donato quasi 63 milioni di dollari a enti di beneficenza strettamente allineati con i grandi media, tra cui quasi 53 milioni di dollari a BBC Media Action, oltre 9 milioni di dollari alla Fondazione Staying Alive di MTV e 1 milione di dollari al New York Times Neediest Causes Fund. Sebbene non finanzino specificamente il giornalismo, dovrebbero comunque essere notate le donazioni al braccio filantropico di un lettore multimediale.

Gates continua a sottoscrivere anche un’ampia rete di centri di giornalismo investigativo, per un totale di poco più di 38 milioni di dollari, più della metà dei quali è andata all’International Center for Journalists con sede a Washington per espandere e sviluppare i media africani.

Questi centri includono:

Centro internazionale per giornalisti – $ 20,436,938 

Premium Times Center for Investigative Journalism (Nigeria) – $ 3,800,357 

Il Pulitzer Center for Crisis Reporting – $2,432,552 

Fondazione EurActiv Politech – $ 2.368.300 

International Women’s Media Foundation – $ 1.500.000 

Centro per i rapporti investigativi – $ 1,446,639 

Istituto InterMedia Survey – $ 1,297,545 

Il Bureau of Investigative Journalism – $ 1.068.169 

Rete di Internet – $ 985.126 

Media Center del Consorzio di comunicazione – $ 858.000 

Istituto per le notizie senza scopo di lucro – $ 650.021 

L’Istituto Poynter per gli studi sui media- $ 382.997 

Wole Soyinka Center for Investigative Journalism (Nigeria) – $ 360,211 

Institute for Advanced Journalism Studies – $ 254,500 

Forum globale per lo sviluppo dei media (Belgio) – $ 124.823 

Mississippi Center for Investigative Reporting – $ 100.000

Oltre a ciò, la Fondazione Gates fornisce denaro ad associazioni di stampa e giornalismo per almeno 12 milioni di dollari. Ad esempio, la National Newspaper Publishers Association, un gruppo che rappresenta più di 200 punti vendita, ha ricevuto 3,2 milioni di dollari.

L’elenco di queste organizzazioni include:

Associazione degli scrittori dell’istruzione – $ 5,938.475 

Associazione nazionale degli editori di giornali – $ 3.249.176 

National Press Foundation- $ 1.916.172 

Consiglio di notizie di Washington – $ 698,200 

Fondazione American Society of News Editors – $ 250.000 

Comitato dei giornalisti per la libertà di stampa – $ 25.000

Questo porta il nostro totale corrente fino a $ 216,4 milioni.

La fondazione mette anche i soldi per formare direttamente giornalisti in tutto il mondo, sotto forma di borse di studio, corsi e workshop. Oggi è possibile per un individuo formarsi come reporter grazie a una sovvenzione della Gates Foundation, trovare lavoro in un punto vendita finanziato da Gates e appartenere a un’associazione di stampa finanziata da Gates. Ciò è particolarmente vero per i giornalisti che lavorano nei settori della salute, dell’istruzione e dello sviluppo globale, quelli in cui lo stesso Gates è più attivo e dove è più necessario esaminare le azioni e le motivazioni del miliardario.

Le sovvenzioni della Fondazione Gates relative all’istruzione dei giornalisti includono:

Johns Hopkins University – $ 1,866,408 

Teachers College, Columbia University- $ 1,462,500 

Università della California Berkeley- $ 767,800        

Università Tsinghua (Cina) – $ 450.000 

Università di Seattle – $ 414.524 

Institute for Advanced Journalism Studies – $ 254,500    

Università di Rodi (Sudafrica) – $ 189.000 

Montclair State University- $ 160,538 

Fondazione dell’Università Pan-atlantica – $ 130.718 

Organizzazione Mondiale della Sanità – $ 38,403 

Il progetto Aftermath- $15.435

Il BMGF paga anche per una vasta gamma di campagne mediatiche specifiche in tutto il mondo. Ad esempio, dal 2014 ha donato 5,7 milioni di dollari alla Population Foundation of India per creare drammi che promuovono la salute sessuale e riproduttiva, con l’intento di aumentare i metodi di pianificazione familiare nell’Asia meridionale. Nel frattempo, ha stanziato oltre 3,5 milioni di dollari a un’organizzazione senegalese per sviluppare programmi radiofonici e contenuti online con informazioni sulla salute. I sostenitori considerano questo un aiuto per i media sottofinanziati in modo critico, mentre gli oppositori potrebbero considerarlo un caso di un miliardario che usa i suoi soldi per piantare le sue idee e opinioni nella stampa.

Progetti media supportati dalla Fondazione Gates:

Centro di giornalismo europeo – $ 20,060,048 

Servizio universitario mondiale del Canada – $ 12.127.622 

Storia ben raccontata limitata – $ 9,870,333 

Solutions Journalism Inc.- $ 7,254.755    

Fondazione per l’industria dell’intrattenimento– $ 6.688.208    

Fondazione per la popolazione dell’India– $ 5,749,826 – 

Media partecipanti – $ 3.914.207 

Réseau Africain de l’Education pour la santé- $ 3,561,683 

Nuova America – $ 3,405,859 

Fondazione AllAfrica – $2,311,529 

Passi internazionali – $2,208,265 

Centro per la difesa e la ricerca – $ 2,200,630 

Il laboratorio del sesamo – $ 2.030.307 

Panos Institute Africa occidentale – $ 1,809,850         

Open Cities Lab – $ 1,601,452    

Università di Harvard – $ 1,190,527 

L’apprendimento conta – $ 1,078.048 

L’Aaron Diamond Aids Research Center- $ 981.631 

Thomson Media Foundation- $ 860.628 

Media Center del Consorzio di comunicazione – $ 858.000 

StoryThings- $799,536 

Centro per le strategie rurali – $ 749.945 

Il nuovo fondo di rischio – $ 700.000    

Helianthus Media – $ 575.064    

Università della California del sud- $ 550.000 

Organizzazione Mondiale della Sanità- $ 530.095 

Phi Delta Kappa Internazionale – $ 446.000 

Ikana Media – $ 425.000 

Fondazione Seattle – $ 305.000 

IstruzioneNC – $ 300.000 

Pechino Guokr Interactive – $ 300.000    

Upswell- $ 246.918 

L’Accademia africana delle scienze – $ 208.708   

Alla ricerca di applicazioni moderne per la vera trasformazione (SMART) – $ 201.781 

Bay Area Video Coalition- $ 190.000 

Fondazione PowHERful – $ 185.953 

Congresso PTA Florida di genitori e insegnanti – $ 150.000    

ProSocial – $ 100.000    

Università di Boston – $ 100.000 

Centro nazionale per l’apprendimento delle famiglie – $ 100.000   

Development Media International – $ 100.000 

Università Ahmadu Bello- $ 100.000 

Società indonesiana di sanità elettronica e telemedicina – $ 100.000 

The Filmmakers Collaborative – $ 50.000 

Fondazione per la radiodiffusione pubblica in Georgia Inc. – $ 25.000    

SIFF – $ 13.000

Totale: $ 97,315,408

319,4 milioni di dollari e (molto) di più

Sommati insieme, questi progetti mediatici sponsorizzati da Gates ammontano a un totale di 319,4 milioni di dollari. Tuttavia, ci sono evidenti carenze con questo elenco non esaustivo, il che significa che la cifra reale è senza dubbio molto più alta. Innanzitutto, non conta le sovvenzioni secondarie, ovvero denaro dato dai destinatari ai media di tutto il mondo. E mentre la Fondazione Gates promuove un’aria di apertura su se stessa, in realtà ci sono poche preziose informazioni pubbliche su ciò che accade ai soldi di ciascuna sovvenzione, tranne per una breve descrizione di una o due frasi scritta dalla fondazione stessa sul suo sito web . Sono state conteggiate solo le donazioni alle organizzazioni di stampa stesse oi progetti che potrebbero essere identificati dalle informazioni sul sito Web della Fondazione Gates come campagne mediatiche, il che significa che migliaia di sovvenzioni con qualche elemento mediatico non compaiono in questo elenco.

Un esempio calzante è la partnership del BMGF con ViacomCBS, la società che controlla CBS News , MTV, VH1, Nickelodeon e BET . I resoconti dei media all’epoca notarono che la Gates Foundation stava pagando il gigante dell’intrattenimento per inserire informazioni e PSA nella sua programmazione e che Gates era intervenuto per cambiare le trame in spettacoli popolari come ER e Law & Order: SVU.

Tuttavia, quando si controlla il database delle sovvenzioni di BMGF, “Viacom” e “CBS” non si trovano da nessuna parte, la probabile sovvenzione in questione (per un totale di oltre $ 6 milioni) descrive semplicemente il progetto come una “campagna di impegno pubblico volta a migliorare i tassi di diploma di scuola superiore e tassi di completamento postsecondari specificamente rivolti a genitori e studenti”, il che significa che non è stato conteggiato nel totale ufficiale. Ci sono sicuramente molti altri esempi come questo. “Per un ente di beneficenza con privilegi fiscali che molto spesso sbandiera l’importanza della trasparenza, è straordinario quanto sia intensamente riservata la Fondazione Gates sui suoi flussi finanziari” , ha detto a MintPress Tim Schwab , uno dei pochi giornalisti investigativi che ha scrutato il miliardario della tecnologia . .

Non sono inoltre incluse le sovvenzioni finalizzate alla produzione di articoli per riviste accademiche. Sebbene questi articoli non siano destinati al consumo di massa, costituiscono regolarmente la base per le storie sulla stampa principale e aiutano a modellare le narrazioni su questioni chiave. La Gates Foundation ha donato in lungo e in largo a fonti accademiche, con almeno 13,6 milioni di dollari destinati alla creazione di contenuti per la prestigiosa rivista medica The Lancet .

E, naturalmente, anche i soldi dati alle università per progetti puramente di ricerca alla fine finiscono nelle riviste accademiche e, infine, a valle nei mass media. Gli accademici sono sottoposti a forti pressioni per stampare i loro risultati su riviste prestigiose; “pubblica o muori” è il mantra nei dipartimenti universitari. Pertanto, anche questo tipo di sovvenzioni ha un effetto sui nostri media. Né queste né le sovvenzioni che finanziano la stampa di libri o la creazione di siti web sono conteggiate nel totale, sebbene anch’esse siano forme di media. 

Profilo basso, tentacoli lunghi

Rispetto ad altri miliardari della tecnologia, Gates ha mantenuto il suo profilo di controller dei media relativamente basso. L’acquisto del Washington Post da parte del fondatore di Amazon Jeff Bezos per 250 milioni di dollari nel 2013 è stata una forma molto chiara e ovvia di influenza dei media, così come la creazione di First Look Media, la società proprietaria di The Intercept , da parte del fondatore di eBay Pierre Omidyar .

Nonostante volino di più sotto il radar, Gates e le sue aziende hanno accumulato una notevole influenza sui media. Ci affidiamo già a prodotti di proprietà di Microsoft per la comunicazione (es. Skype, Hotmail), i social media (LinkedIn) e l’intrattenimento (Microsoft XBox). Inoltre, l’hardware e il software che usiamo per comunicare vengono spesso gentilmente concessi dal 66enne Seattleite. Quante persone che leggono questo lo fanno su un telefono Microsoft Surface o Windows e lo fanno tramite il sistema operativo Windows? Non solo, Microsoft possiede partecipazioni in giganti dei media come Comcast e AT&T . E la “MS” in MSNBC sta per Microsoft. 

I custodi di Media Gates

Il fatto che la Fondazione Gates stia sottoscrivendo una fetta significativa del nostro ecosistema mediatico porta a seri problemi di obiettività. “Le sovvenzioni della fondazione alle organizzazioni dei media… sollevano ovvie domande sul conflitto di interessi: come possono essere imparziali i rapporti quando un attore importante tiene i cordoni della borsa?” ha scritto il Seattle Times locale di Gates nel 2011. Questo è stato prima che il giornale accettasse i soldi del BMGF per finanziare la sua sezione “laboratorio educativo”.

La ricerca di Schwab ha scoperto che questo conflitto di interessi arriva fino in cima: due editorialisti del New York Times hanno scritto entusiasticamente per anni sulla Gates Foundation senza rivelare che lavorano anche per un gruppo – il Solutions Journalism Network – che, come mostrato sopra, ha ricevuto oltre 7 milioni di dollari dall’ente di beneficenza del miliardario tecnologico.

All’inizio di quest’anno, Schwab ha anche rifiutato di collaborare a una storia su COVAX per il Bureau of Investigative Journalism , sospettando che il denaro che Gates stava pompando nell’outlet avrebbe reso impossibile riferire con precisione su un argomento così vicino al cuore di Gates. Abbastanza sicuro, quando l’articolo è stato pubblicato il mese scorso, ha ripetuto l’affermazione che Gates aveva poco a che fare con il fallimento di COVAX, rispecchiando la posizione del BMGF e citandola dappertutto. Solo alla fine della storia di oltre 5.000 parole è stato rivelato che l’organizzazione che difendeva pagava gli stipendi del suo personale.

“Non credo che Gates abbia detto al Bureau of Investigative Journalism cosa scrivere. Penso che l’FBI sapesse implicitamente, anche se inconsciamente, di dover trovare un modo per raccontare questa storia che non prendesse di mira il loro finanziatore. Gli effetti di distorsione dei conflitti finanziari sono complessi ma molto reali e affidabili”, ha detto Schwab, descrivendolo come “un caso di studio sui pericoli del giornalismo finanziato da Gates”.

MintPress ha anche contattato la Bill and Melinda Gates Foundation per un commento, ma non ha risposto.

Gates, che ha accumulato la sua fortuna costruendo un monopolio e proteggendo con zelo la sua proprietà intellettuale, è responsabile in modo significativo del fallimento del lancio del vaccino contro il coronavirus in tutto il mondo. A parte il fiasco COVAX, ha fatto pressioni sull’Università di Oxford per non rendere il suo vaccino finanziato pubblicamente open-source e disponibile a tutti gratuitamente, ma invece per collaborare con la società privata AstraZeneca, una decisione che ha significato che coloro che non potevano pagare sono stati bloccati dall’usarlo. Che Gates abbia fatto oltre 100 donazioni all’università, per un totale di centinaia di milioni di dollari, probabilmente ha avuto un ruolo nella decisione. Ad oggi, meno del 5%delle persone nei paesi a basso reddito ha ricevuto anche una sola dose di vaccino COVID. Il bilancio delle vittime di questo è immenso.

Sfortunatamente, molte di queste vere critiche a Gates e alla sua rete sono oscurate da teorie cospirative selvagge e false su cose come l’inserimento di microchip nei vaccini per controllare la popolazione. Ciò ha significato che le critiche autentiche del co-fondatore di Microsoft sono spesso demonetizzate e soppresse algoritmicamente, il che significa che i punti vendita sono fortemente dissuasi dal trattare l’argomento, sapendo che probabilmente perderanno denaro se lo fanno. La scarsità di controlli sul secondo individuo più ricco del mondo, a sua volta, alimenta stravaganti sospetti.

Gates se lo merita sicuramente. A parte i suoi legami profondi e potenzialmente decennali con il famigerato Jeffrey Epstein, i suoi tentativi di cambiare radicalmente la società africana e il suo investimento nel controverso gigante chimico Monsanto, è forse il motore chiave dietro il movimento delle scuole charter americane – un tentativo di sostanzialmente privatizzare il sistema educativo statunitense. Le charter school sono profondamente impopolari tra i sindacati degli insegnanti, che vedono il movimento come un tentativo di ridurre la loro autonomia e ridurre il controllo pubblico su come e cosa viene insegnato ai bambini. 

Fino alla banca

Nella maggior parte dei servizi, le donazioni di Gates sono generalmente presentate come gesti altruistici. Eppure molti hanno indicato i difetti intrinseci di questo modello, osservando che consentire ai miliardari di decidere cosa fare con i loro soldi consente loro di stabilire l’agenda pubblica, dando loro un enorme potere sulla società. “La filantropia può ed è utilizzata deliberatamente per distogliere l’attenzione dalle diverse forme di sfruttamento economico che sono alla base della disuguaglianza globale oggi”, ha affermato Linsey McGoey , professoressa di sociologia presso l’Università dell’Essex, nel Regno Unito, e autrice di No Such Thing as a Free Gift : La Fondazione Gates e il prezzo della filantropia. Lei aggiunge:

Il nuovo “filantrocapitalismo” minaccia la democrazia aumentando il potere del settore aziendale a scapito delle organizzazioni del settore pubblico, che affrontano sempre più strette di bilancio, in parte remunerando eccessivamente le organizzazioni a scopo di lucro per fornire servizi pubblici che potrebbero essere forniti a un prezzo più basso senza coinvolgimento del settore privato”.

La carità, come ha osservato l’ex primo ministro britannico Clement Attlee, “è una cosa fredda e grigia senza amore. Se un uomo ricco vuole aiutare i poveri, dovrebbe pagare le tasse con gioia, non elargire soldi per capriccio”.

Niente di tutto ciò significa che le organizzazioni che ricevono i soldi di Gates – media o altro – siano irrimediabilmente corrotte, né che la Fondazione Gates non faccia del bene al mondo. Ma introduce un evidente conflitto di interessi per cui le stesse istituzioni su cui ci affidiamo per ritenere responsabile uno degli uomini più ricchi e potenti nella storia del pianeta vengono tranquillamente finanziate da lui. Questo conflitto di interessi è uno di quelli che i media aziendali hanno ampiamente cercato di ignorare, mentre il presunto filantropo altruista Gates continua a diventare più ricco, ridendo fino alla banca. 

P.S. In Italia, in misura più ridotta, assistiamo ad uno scenario simile per quanto concerne l’informazione irradiata da tutte le televisioni private.

Pochi mesi fa (potete rileggere l’inchiesta cliccando sul link in basso) abbiamo pubblicato un fitto elenco, con i nominativi di centinaia e centinaia di tivvù private italiane (praticamente tutte), alle quale il Ministero per lo Sviluppo Economico, retto dal leghista Giancarlo Giorgetti, ha elargito esattamente un anno fa (dicembre 2020) un mare di contributi a fondo perduto, sotto forma di acquisto di spazi per la pubblicità progresso, stavolta dedicata alla promozione della campagna vaccinale.

Lo stanziamento totale ha superato i 50 milioni di euro, anche stavolta non proprio noccioline. Una vera manna dal cielo per tante antenne in difficoltà e a caccia di liquidità. Da allora un’informazione totalmente appiattita – nei notiziari locali, seguita da tanti – sul fronte della politica governativa a base di green pass & vaccini. Un consenso letteralmente ‘comprato’ da Mario Draghi & C.

E’ democrazia, questa?

E’ informazione questa?

E tutto è successo nel più totale silenzio, of course.

GOVERNO. COME COMPRO LE TIVVU’ PRIVATE CON 50 MILIONI DI “PUBBLICITA’” PER LA CAMPAGNA COVID Andrea Cinquegrani  su La Voce delle Voci l'11 settembre 2021.  Come compro l’informazione tivvù sparsa a macchia di leopardo in tutta Italia. In che modo acquisisco il consenso per orientare l’opinione pubblica a favore dei vaccini. E’ questo il senso autentico di un decreto emanato a fine 2020 dal Ministero dello Sviluppo Economico per elargire la bellezza di 50 milioni di euro a circa 120 emittenti locali, dalle più grandi fino a quelle quasi parrocchiali.

Una pioggia di danari come neanche mamma DC, ai suoi gloriosi tempi, si sarebbe mai sognata di erogare, pena l’essere tacciata di bassa corruzione.

A festeggiare, come detto, sono tantissime antenne private, che in quelle palate milionarie trovano un nuovo propellente, dopo anni di vacche magre.

Si stropicciano le mani soprattutto due gruppi leader, da tempo, nel settore: largamente in testa nella special hit dei fondi allegramente erogati, infatti, troviamo il gruppo pugliese ‘Telenorba’, riconducibile alla famiglia Montrone, che fa un colpo da quasi 4 milioni di euro; seguito da quello griffato ‘Telelombardia’, che fa capo alla dinasty capitanata da Sandro Parenzo, il cui figlio Davìd spadroneggia tutte le sere sugli schermi de La 7, ora in compagnia della fascinosa Concita De Gregorio.

Non manca chi, nel mondo dell’informazione, storce il naso. E così commenta: “Un autentico golpe, un’operazione vergognosa. Il governo ha letteralmente comprato tutto il settore televisivo privato regionale, mettendo sul piatto una bella torta da 50 milioni di euro. Un settore che fino a quel momento vivacchiava con la pubblicità che riusciva a raccogliere sul territorio, a parte i successi ormai consolidati di Telenorba e Telelombardia. Ora la manna dal cielo, grazie al covid che i signori e signorini delle antenne non finiranno di benedire”.

E ancora: “Un’operazione sporca e basta vedere i notiziari d’informazioni che queste tivvù irradiano nell’etere per rendersene conto. Notiziari letteralmente genuflessi di fronte alle politiche governative per i vaccini, omettendo regolarmente le notizie ‘negative’ oppure una qualsiasi informazione sulle cure domiciliari, ad esempio. Il copione non cambia, anzi peggiora, con le reti di Stato, che forniscono un’informazione del tutto taroccata: ma è nella logica del controllo totale dei partiti sulla Rai. Nel caso delle tivvù private il discorso è diverso: perché qui si compra, nel senso più concreto del termine, il consenso”.

Evidentemente le cifre sono erogate per acquistare i rituali spazi di ‘pubblicità-progresso’. Ma basta, appunto, sentire un notiziario per rendersi conto della autentica sceneggiata – è proprio il caso di dire – messa in onda.

Sorge a questo punto spontanea una domanda. Come mai la sempre solerte Corte dei Conti non alza un dito? Non ha proprio nulla da obiettare su una simile operazione che tira in ballo ingenti cifre delle casse pubbliche per acrobazie del genere?

E la stessa magistratura, pur così incerottata dal ‘Palamaragate’ in poi, non ha ugualmente nulla da obiettare?

Niente da indagare? Nulla da scoperchiare? Tutto ok?

Andiamo ora a vedere alcuni tra i protagonisti del Bingo, della fortunatissima lotteria non organizzata da un saltimbanco di quartiere, ma dallo Stato, attraverso il braccio operativo del MISE. 

BRILLANO LE STAR TELENORBA E TELELOMBARDIA

Mette a segno il colpo del secolo, pari a circa 3 milioni 850 mila euro. La società ‘Telenorba spa’, infatti, ottiene ben 4 distinti contributi per 4 diversi marchi, tutti comunque riconducibili alla casa madre.

Ecco il dettaglio.

Il marchio ‘Telenorba 7’ riceve la cifra più alta in assoluto a livello nazionale, con un bottino da 1 milione 718 mila euro e spicci.

Al quinto posto della stessa classifica compare la griffe ‘Telenorba 8 – Teledue’, altra creatura del ricco ventre Telenorba spa: in questo caso la cifra assegnata è di 810 mila euro.

Eccoci poi a ‘Radionorba srl’, che con il marchio ‘Radionorba Television’ si aggiudica dal generoso MISE 693 mila euro.

La festa non è finita. E continua in sella a ‘TG Norba 24’, l’apposita sigla messa in campo per i notiziari, alla quale vanno in dote 647 mila euro.

Una vera cuccagna per lo storico proprietario della tivvù, Luca Montrone, che l’ha fondata 45 anni fa esatti, nel 1976, in compagnia di Vito Zivoli da Conversano, il piccolo comune dove si insediò subito il quartier generale dell’antenna.

La corazzata pugliese può oggi contare su altri canali affiliati: non solo Radionorba, Radionorba TV e TG Norba 24, ma anche Teledue, Telepuglia e Telenorba Shqiptare, addirittura in Albania. Quando arriveranno i fondi anche per le antenne consorelle?

Pochi mesi fa un cambio alla direzione di Telenorba. Il direttore di rete dal 2016, Antonio Azzalini, lascia il timone per passare alla guida di ‘Lux Vide’. In attesa del nuovo numero uno, ora la direzione è affidata ad un rampollo di casa Montrone, Marco. 

Passiamo alla seconda protagonista assoluta del settore, ‘Telelombardia srl’. Anche stavolta il cadeau è multiplo.

Al terzo posto nella classifica nazionale delle elargizioni, infatti, figura il marchio ‘Telelombardia’ in modo diretto, con un appannaggio da oltre 1 milione di euro, per la precisione 1 milione 11 mila.

Segue a ruota la griffe di ‘Antennatre’, gemmazione, of course, di Telelombardia: in questo caso i fondi raccolti sono pari a 684 mila euro.

Il terzo colpo viene messo a segno grazie a ‘Top Calcio 24’, dal momento che il football è una delle ghiottonerie dell’ammiraglia lombarda: Top Calcio 24 sfiora quota mezzo milione di euro, vedendosi recapitare in cassa, infatti, 491 mila euro.

Il poker viene servito grazie a ‘Videogruppo’, marchio sempre riconducibile a Telelombardia, ma con sede legale, stavolta, in Piemonte: la cifra è più contenuta, 264 mila euro: ma la prossima volta andrà meglio.

Nasce appena un anno prima di Telenorba, ossia nel 1975, l’antenna meneghina partorita a Cologno Monzese, nel complesso Icet Studios che verrà poi acquistato dalla Fininvest. Il nuovo polo televisivo digitale, invece, spunta nel 2007, sull’area dismessa ex Tenax e al centro del progetto di riqualificazione dell’ex quartiere industriale della Bovisa: un super polo con ben 15 sale montaggio, bar, ristorante.

Da quest’anno tutto il pacchetto azionario è nelle mani del ‘Gruppo Mediapason’, controllato dal capitano di sempre, Sandro Parenzo. Il quale ha condotto negli ultimi anni una notevole campagna acquisti, finendo con il dar vita ad una formazione coi fiocchi che vede schierate, oltre a Telelombardia, Antennatre e Top calcio 24, anche Videogruppo Piemonte e Videogruppo Piemonte + 1, Vivo Pavia, Milanow, Top Planet-Canale 6, Top Tech, Top Music. 

L’ARGENTO SARDO E LA LOTTERIA CAMPANA

Prima di passare alla lotteria campana, un cenno d’obbligo all’antenna che si aggiudica la prestigiosa seconda postazione sul podio a livello nazionale per quanto concerne il contributo erogato dal MISE: si tratta della sarda ‘VIDEOLINA spa’, fondata sempre nello stesso magico anno, il 1975, da uno degli editori all’epoca in rampa di lancio, Nicola Grauso.

In grado di spiccare il salto dopo dieci anni: nel 1985, infatti, Grauso e il socio Michele Rossetti acquistarono la storica ‘L’Unione Sarda’, il quotidiano più venduto sull’isola.

L’inizio del 2000 è un vero incubo per Grauso, costretto a lasciare baracca e burattini in seguito alle vicende legate al sequestro di Silvia Melis. Le sue aziende vengono improvvisamente commissariate, Grauso vende tutto e passa il testimone a Sergio Zuncheddu, già editore di ‘Tele Costa Smeralda’ e della stessa Unione Sarda, nonché di ‘Tele Sardinia’, che si fuse con Sardegna 1 TV, dando vita a Sardegna Uno.

Passiamo al fresco incasso via MISE. A Videolina spa (e per il marchio Videolina) è stata recapitata la bella cifra di 1 milione 285 mila euro. Niente male.

Eccoci in Campania. La pole position spetta ad una delle emittenti più antiche a livello nazionale, creata nel 1976 da un vulcanico ingegnere (e anche inventore), Pierangelo Gregorio. Finita nell’orbita del gruppo armatoriale della famiglia Lauro (tanto che gli studi sono stati per anni ubicati nella faraonica Villa Lauro a Posillipo), poi è passata sotto il controllo della famiglia Torino, con i due fratelli, Andrea e Vittorio, in prima linea. Ora il timone è nelle mani di un rampollo, Paolo Torino.

Fa un bel botto di Capodanno, Canale 21 srl: il suo cadeau, infatti, supera la ragguardevole cifra di 900 mila euro, per la precisione 908 mila.

Deve accontentarsi della metà esatta, e cioè di 466 mila euro, l’emittente tradizionale dei commercianti del Vomero, il quartiere alto della città, un pullulare di negozi d’ogni sorta: si tratta di ‘Televomero srl’, che iniziò le sue trasmissioni nel 1978.

Ragguardevole la performance di un’altra antenna partenopea, ‘TELE A’, gestita dalla società ‘Incremento Finanziario’, nelle cui casse sono affluiti 440 mila euro. Fondata a fine anni 70 da Alfredo Abbaneo (anche oggi il deus ex machina), pochi anni dopo venne affiliata a Canale 5, limitandosi a trasmettere quanto Sua Emittenza irradiava nell’etere.

Eccoci a ‘Otto Production srl’, che con il marchio ‘Otto Channel’ mette a segno un colpo da 429 mila euro. Niente male.

Passiamo ad altre due antenne cittadine, ‘Canale Otto srl’ e ‘Canale 9 srl’, destinatarie, in pratica, dello stesso importo: per la precisione, 423 mila euro nelle casse della prima e 403 mila in quelle della seconda.

Ottima performance per la salernitana ‘LI.RA. srl’, che opera con la griffe ‘Liratv’, salita alla ribalta delle cronache per le prime performance tivvù del governatore della Campania Vincenzo De Luca, un pozzo di san Patrizio per le mitiche imitazioni made in Crozza.

Grasso che cola anche i 391 mila euro racimolati dalla casertana ‘Teleluna srl’, il cui titolare, ossia il dentista Pasquale Piccirillo, ha passato non poche traversie a livello giudiziario, tanto che a marzo 2018 il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto il sequestro di beni e immobili sparsi tra Napoli, Caserta e Frosinone, con l’accusa di truffa, evasione fiscale ed appropriazione indebita.

Seguono le isole del golfo, con l’ammiraglia ‘Tele Capri srl’, storico avamposto del sindaco di Capri per una vita, Costantino Federico. La sua antenna sfiora i 270 mila euro di appannaggio MISE.

‘Teleischia srl’ segue a ruota, con i suoi 210 mila euro in carniere.

Mentre l’avellinese deve accontentarsi delle briciole, appena 54 mila euro per ‘Irpinia Tv srl’, un tempo coccolata da Ciriaco De Mita.

Da notare che le antenne del Lazio non fanno proprio la parte del leone. Appena tre nella sterminata classifica, e tutte una dietro l’altra per quanto concerne gli importi ricevuti: 350 mila euro a ‘Gold Tv srl’, 327 mila per ‘Tele Universo srl’ e infine 323 mila a favore ‘Telemontegiove srl’ (e il marchio ‘Lazio tv’). Lo stellone del governatore Nicola Zingaretti è con ogni probabilità un po’ appannato.

Per conoscere tutte le altre vincitrici nella maxi lotteria organizzata dal MISE per far conoscere agli italiani la ‘Verità’ del governo e degli scienziati italiani sui vaccini, non resta che scorrere la lunghissima classifica, che pubblichiamo a seguire.

Ne troverete per tutti i gusti.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 30 novembre 2021. Della dottoressa Angelique Coetzee, il medico che ha allertato il mondo sulla variante Omicron. In qualità di presidente della South African Medical Association e medico di base da 33 anni, ho visto molto durante la mia carriera medica. Ma nulla mi ha preparato alla straordinaria reazione globale che ha incontrato questa settimana il mio annuncio di aver visitato un giovane che aveva un caso di Covid che si è rivelato essere la variante Omicron. Questa versione del virus circolava da tempo nell'Africa meridionale, essendo stata precedentemente identificata in Botswana. Ma dato il mio ruolo di fronte al pubblico, annunciando la sua presenza nel mio stesso paziente, l'ho inconsapevolmente portato all'attenzione globale. Molto semplicemente, sono rimasta sbalordita dalla risposta, in particolare della Gran Bretagna. E lasciatemi essere chiara: niente di ciò che ho visto su questa nuova variante giustifica l'azione estrema che il governo del Regno Unito ha intrapreso in risposta ad essa. Nessuno qui in Sud Africa è stato ricoverato in ospedale con la variante di Omicron, né si ritiene che qualcuno qui si sia ammalato gravemente di essa. Eppure la Gran Bretagna e altre nazioni europee hanno reagito con pesanti restrizioni di viaggio sui voli dall'Africa meridionale, oltre a imporre regole più severe a casa sull'uso di maschere, multe e quarantene estese. La semplice verità è: non sappiamo ancora abbastanza su Omicron per esprimere tali giudizi o imporre tali politiche. In Sudafrica, abbiamo mantenuto il senso della prospettiva. Non abbiamo avuto nuove restrizioni o parlato di lockdown perché stiamo aspettando di vedere cosa significhi effettivamente la variante. Ci siamo anche abituati qui all'emergere di nuove varianti Covid. Quindi, quando i nostri scienziati hanno confermato la scoperta di un’altra, nessuno ne ha fatto una cosa enorme. Molte persone non se ne sono nemmeno accorte. Ma dopo che la Gran Bretagna ne ha sentito parlare, il quadro globale ha iniziato a cambiare. Anche se i nostri scienziati hanno cercato di evidenziare le enormi lacune nella conoscenza mondiale di questa variante, le nazioni europee hanno immediatamente e unilateralmente vietato i viaggi da questa parte del mondo. Il nostro governo era comprensibilmente arrabbiato per questo, sottolineando che «la scienza eccellente dovrebbe essere applaudita, non punita». Se, come suggeriscono alcune prove, Omicron risulta essere un virus a rapida diffusione con sintomi per lo più lievi per la maggior parte delle persone che lo prendono, sarebbe un passo utile sulla strada per l'immunità di gregge. Se sarà così, nelle prossime due settimane impareremo. La situazione peggiore, ovviamente, sarebbe un virus a rapida diffusione con infezioni gravi. Ma non è qui che siamo al momento. Qui in Sudafrica, quello che io e i miei colleghi del GP stiamo vedendo non giustifica in alcun modo la reazione istintiva che abbiamo visto dal Regno Unito. Per prima cosa, non stiamo – almeno per ora – trattando pazienti gravemente malati. Prendi il mio primo caso Omicron, il giovane di cui ho parlato prima. Non gli è venuto in mente di avere il Covid: pensava di aver preso troppo sole dopo aver lavorato fuori. Dopo che è risultato positivo, lo hanno fatto anche sua moglie e il bambino di quattro mesi. Finora, i pazienti che sono risultati positivi per Omicron qui sono stati principalmente giovani uomini – un misto di vaccinati e non vaccinati (sebbene, nelle nostre statistiche, “non vaccinato” possa anche significare “vaccinato con una sola dose”). Solo ieri ho visto altri cinque pazienti che erano risultati positivi alla nuova variante. Avevano tutti una malattia molto lieve. Quindi, al momento, temo che mi sembra che la Gran Bretagna stia semplicemente lanciando l'allarme su questa variante inutilmente. Sì, l'immagine potrebbe un giorno sembrare diversa. Devo ancora vedere persone anziane, non vaccinate, infettate dalla nuova variante, ad esempio, e potrebbero presentarsi con una forma più grave della malattia. Ma la realtà è che il Covid è qualcosa con cui dobbiamo imparare a convivere. Abbiate cura di voi e fate i vaccini. Soprattutto, niente panico, e questo vale anche per i governi.

Giorgia Peretti per iltempo.it il 30 novembre 2021. Un duro affronto quello di Antonella Viola nei confronti di Andrea Crisanti, a "Otto e Mezzo", lunedì 29 novembre. Il tema sul tavolo di Lilli Gruber è la variante Omicron, che monopolizza l’attenzione di scienziati e no. Con il diffondersi della nuova mutazione del virus, la strada del vaccino sembra delinearsi sempre più; compresa quella che riguarda la fascia di popolazione sotto i dodici anni. Tutto pronto per la vaccinazione ai bambini dai 5 anni in su, il via è programmato per il prossimo 23 dicembre ma la decisione di immunizzare con il siero anche i più piccoli sembra dividere gli esperti. Antonella Viola, immunologa e direttrice dell’Istituto città della Speranza non sembra condividere i dubbi espressi dal collega microbiologo Andrea Crisanti sul vaccino ai bimbi, che proprio nelle scorse ore ha fatto sapere di essere un “attendista” ribadendo che sarebbe ragionevole aspettare i dati di Israele per capire quanto sono sicuri. Una dichiarazione che la conduttrice del salotto di La 7, sottopone alla sua ospite, la quale non sembra nutrire alcun pensiero al riguardo: “Lui ha espresso legittimamente una sua posizione. Ma quando parliamo di scienza noi la stiamo rappresentando e a quel punto io cerco di portare avanti le idee condivise dagli esperti. Quando l’FDA, l’EMA e la società Italia di pediatria lo approvano chi sono io come singolo per dire che non va bene? Per me non c'è il minimo dubbio che quando parliamo di vaccini devono parlare, gli immunologi, i pediatri e le persone che nella loro carriera scientifica si sono occupate di questo”. Poi sottolinea: “le competenze sono diverse, so che per il grande pubblico è difficile capire questo ma ci sono competenze diverse”.  A chi sostiene che i rischi dei vaccini siano maggiori dei benefici, nei bambini la Viola non lascia spazio a dubbi: “Non è vero assolutamente. I rischi dell'infezione sono maggiori rispetto al vaccino. Gli ultimi numeri dell'Istituto Superiore di Sanità davano 5.800 bambini che hanno avuto bisogno del ricovero ospedaliero, non sono pochi. Un bambino piccolo che va in ospedale e viene rinchiuso per giorni o che addirittura va in terapia intensiva è un trauma che noi dobbiamo abbiamo il dovere di evitare ai nostri bambini”. Nessuna via d’uscita, per la virologa “non c'è modo migliore di proteggerli se non attraverso una vaccinazione perché il virus come il Sars-Covid 2 è un virus subdolo, le cui conseguenze non possiamo conoscerle e rispetto al vaccino non c'è il minimo dubbio: si sceglie il vaccino”.

Pierluigi Battista per huffingtonpost.it il 30 novembre 2021. Esce in questi giorni il film “Trafficante di virus” della regista Costanza Quatriglio (con Anna Foglietta come protagonista) che racconta la persecuzione patita anni fa da Ilaria Capua, la scienziata incredibilmente accusata di azioni disgustosamente ciniche, trafficante di virus appunto, e poi prosciolta da ogni addebito a costretta ad emigrare negli Stati Uniti. Una vicenda, è il caso di ricordare e bene fa questo film a ricordarlo, che ha messo in luce la condizione comatosa del nostro stato di diritto, afflitto da una magistratura coadiuvata da un giornalismo accondiscendente e spietato, dove una persona viene macchiata da un’accusa infamante senza uno straccio di prova, indagata a sua insaputa, sbattuta come un mostro sulla stampa, fatta oggetto di una devastante campagna politica da parte dei grillini che ahinoi governano l’Italia da quasi quattro anni, costretta a presentarsi davanti all’opinione pubblica sfregiata da un’immagine disumana. Addirittura una scienziata che traffica in virus per trarne profitto: cosa può esserci di peggio? Niente, ma era tutto falso, naturalmente. Ilaria Capua è stata scagionata da tutte le accuse. Resta la macchia di un capitolo desolante nella storia della cattiva giustizia in Italia: la condanna nel tribunale dell’opinione pubblica prima ancora del verdetto dei veri tribunali; lo squilibrio abnorme nel mondo dell’informazione tra il rullo compressore dell’accusa e il ruolo marginale della difesa; la fuga di atti giudiziari; il poco rispetto per la vita delle persone. “Trafficante di virus” ci fa ricordare tutto questo. E non è mai troppo tardi.

Trafficante di virus, in sala la storia della scienziata Ilaria Capua. Trafficanti di virus racconta la storia della scienziata Ilaria Capua. Dalla scoperta del vaccino contro l'aviaria al calvario dell'inchiesta giudiziaria. Il Dubbio il 27 novembre 2021. «Questa è una storia molto femmina perché mostra le contraddizioni tra essere una donna impegnata quotidianamente per tenere sotto controllo alcune malattie e quello che ogni giorno deve affrontare sia con superiori, istituzioni e collaboratori, ma anche a casa sua, perché è anche madre». Così oggi la scienziata Ilaria Capua, dalla Florida – dove dirige il Centro di Eccellenza One Health dell’Università – interviene alla presentazione di Trafficanti di virus di Costanza Quatriglio, ispirato al suo libro “Io trafficanti di virus”, e che sarà in sala per tre giorni, lunedì martedì e mercoledì prossimi con Medusa, e poi su Amazon Prime dal 13 dicembre.

Trafficanti di virus, parla Ilaria Capua

«Credo che questo film sia riuscito a far capire che i brutti eventi della vita possano essere trasformati in qualcosa di utile per gli altri. Ma abbia anche la forza di mostrare a chi non ha mai messo piede in un laboratorio quanto grandi siano la bellezza e la magia costruite da un gruppo di ricerca che lavora per un obiettivo superiore, anche laddove la leadership sia femminile, perché non è vero che la leadership femminile sia sempre ostacolata, anzi spesso è riconosciuta dai colleghi».

In Trafficanti di virus la Quatriglio racconta puntualmente la storia di Irene (interpretata da Anna Foglietta), alias Ilaria Capua, sin da bambina appassionata di scienza e da grande divenuta un’affermata ricercatrice nell’istituto zooprofilattico italiano. Apprezzata, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, soprattutto per la grande capacità con cui lavora e affronta le diverse epidemie diffuse nel regno animale e che potrebbero causare problemi anche all’essere umano.

Dopo aver aver scoperto un nuovo vaccino contro l’influenza aviaria, si ritrova, del tutto innocente, coinvolta in un’inchiesta giudiziaria che la accusa di aver diffuso il virus tra gli esseri umani per poi trarre profitto nella vendita dei vaccini.

Trafficanti di virus, la regista e Anna Foglietta

«Mi ha affascinato l’idea di fare un film con al centro una donna – dice la Quatriglio – e anche di fare un’opera con al centro l’Italia che spesso non tratta bene e non valorizza l’intelligenza delle persone e la loro visione di futuro». Dice invece la Foglietta che nel film mostra come il suo personaggio sia stato spesso danneggiato per il suo essere donna: «Ho amato far emergere la voce di una donna che rivendica il suo bisogno di emancipazione e va detto che alle donne capita spesso di fare un passo avanti e quattro indietro, ma non dobbiamo farci intimidire e mi rivolgo soprattutto alle nuove generazioni». E ancora l’attrice romana di nascita, ma di origini napoletane: «Ho conosciuto la Capua solo dopo aver iniziato le riprese. Non volevo essere condizionata. Credo che il suo essere donna abbia giocato un ruolo importante nella sua vicenda». «Era una studentessa brillante e intraprendente a cui non veniva riconosciuto pieno valore e anzi veniva giudicata per il suo aspetto fisico, ma questo è un modo di ridimensionare l’intelligenza femminile, parlando solo di bellezza. È qualcosa che accade anche a me, tante volte sui social. Posto una cosa interessante e mi scrivono che sono bella. Questa è una cosa che ci indebolisce e ci porta a mascolinizzarci. Invece il mio personaggio – conclude la Foglietta – non rinuncia alla sua componente materna e accudente verso i suoi compagni. La Capua è stata emarginata, ma adesso gestisce uno dei laboratori più importanti al mondo e credo che i suoi problemi siano legati soprattutto all’ambiente italiano».

Giorgia Peretti per iltempo.it il 30 novembre 2021. Si discute sul vaccino ai bambini a Otto e Mezzo, lunedì 29 novembre. Andrea Scanzi esordisce con quella che definisce una “battuta” e Alessandro Sallusti lo manda al tappeto. Il giornalista è ospite nel salotto di Lilli Gruber, su La 7, dove sul tavolo ci sono i dubbi del momento: la variante omicron e il vaccino ai bambini, la cui somministrazione avverrà il prossimo 23 dicembre. È proprio attorno a questo argomento che la conduttrice fa notare il cambio di posizione del giornale di cui Scanzi fa parte, Il Fatto Quotidiano. “Da un paio di giorni il tuo giornale si è schierato contro il vaccino per i bambini, perché?”, domanda la Gruber. Il giornalista ribatte: “Siamo un giornale pluralista ed esercitare il dubbio è fondamentale”. Poi prosegue con una battuta di dubbio gusto: “Sono contento perché finalmente smetteranno di chiamarmi il 'Travaglio dei poveri', me lo dicono da 10 anni e sono anche contento perché significa che somiglio a uno bravo. Mi arrabbierei un po’ di più se mi dicessero sei la brutta copia di Vittorio Feltri...". Insomma, il giornale diretto da Marco Travaglio racchiude più linee di pensiero, prontamente ostentate da uno dei suoi rappresentanti: “Se si parla di green pass e di super green pass io e Antonio Padellaro siamo favorevoli, Tommaso Montanari e Marco Travaglio non sono per niente favorevoli. Il problema c’è per il vaccino sotto ai 12 anni, però stiamo attenti a far finta che non esiste un problema di comunicazione quando si parla di vaccini ai bambini”. La battuta precedente di Scanzi non passa inosservata e Alessandro Sallusti, direttore di Libero, prima di esprimere il proprio pensiero in merito al vaccino under 12, risponde al collega così: “Devo fare una premessa su quello che ho appena sentito da Andrea Scanzi perché voglio dire che io sono orgogliosissimo di aver lavorato e di lavorare con Vittorio Feltri, che per altro è uno che nella sua vita professionale ha ottenuto dei successi che nessun altro giornalista può rivendicare”. Colpito e affondato.

Qualunquismo pandemico. I danni del populismo giornalistico applicato alla lotta contro il Covid. Francesco Cundari su L'Inkiesta  l'1 Dicembre 2021. Prendersela con i virologi, in blocco, è esattamente come prendersela con i politici in quanto tali: non vuol dire essere anticonformisti, vuol dire essere cretini. Lo stesso si potrebbe dire per le invettive contro la stampa, ma qui le cose, purtroppo, si fanno un po’ più complicate. Le notizie contrastanti sull’effettiva pericolosità della variante Omicron hanno fatto ripartire la solita sfilza di invettive contro i virologi. In molti, chi più seriamente, chi per il gusto del paradosso, hanno osservato che di questo passo sarà sempre più difficile dare torto ai no vax. Sembra di risentire Francesco Boccia, quando dall’alto della sua posizione di ministro per gli Affari regionali nel secondo governo Conte chiedeva alla comunità scientifica di «darci certezze inconfutabili». Per chi si fosse perso i progressi degli ultimi cinquecento anni: quando si tratta di scegliere come affrontare un pericolo ignoto, o solo parzialmente noto, certezze inconfutabili le fornisce solo la religione; la scienza offre ragionevoli previsioni sulla base delle conoscenze fino a quel momento disponibili, sempre confutabili (e più attendibili proprio perché costantemente confutabili). Alle intemerate contro la scienza si accompagnano inevitabilmente – ma in questo caso, bisogna dirlo, con qualche ragione in più – le invettive contro la stampa e i giornalisti. Dove una delle ragioni in più sta nel fatto che tanti giornalisti, ma proprio tanti, danno da tempo ampio spazio a questo modo idiota di ragionare, spesso facendolo proprio (quando riguarda gli altri, s’intende). La seconda ragione in più per prendersela con la stampa sta nel fatto che sono gli stessi mezzi di comunicazione, con poche eccezioni, a dar voce, prima, a tutti i peggiori scoppiati, per fare dibattito, e a lamentarsi, dopo, della mancanza di indicazioni univoche. Detto questo, prendersela con i virologi, in blocco, è esattamente come prendersela con i politici in generale: non vuol dire essere anticonformisti, vuol dire essere cretini. Attenzione: non sto dicendo che sia sbagliato prendersela con questo o quel virologo, per quanto da lui affermato e poi eventualmente smentito dai fatti (men che meno che sia sbagliato prendersela con questo o quel politico, partito, governo o coalizione); sto dicendo che è sbagliato prendersela con l’intera categoria, giudicando tutti responsabili di qualsiasi fesseria abbia mai detto – anche una sola volta – anche uno solo di loro. Per la semplice ragione che non esiste categoria umana, fosse anche quella dei premi Nobel, e non dico per dire, che potrebbe superare un simile test. Potremmo chiamarlo «qualunquismo pandemico». Ma alla fin fine non è niente di nuovo, purtroppo. È un modo facilissimo, ingiusto e irresponsabile di delegittimare tutti, tappando la bocca o comunque screditando anche i più coscienziosi professionisti, ai quali in un momento simile dovremmo invece affidarci. Anche perché l’alternativa è affidarsi alla Verità o al Fatto quotidiano, come sempre perfettamente allineati sulle questioni che riguardano i principi fondamentali del vivere comune. Ma in fondo fin troppo somiglianti alla stragrande maggioranza dei giornali e delle televisioni italiane, che si parli di pandemia o di inchieste giudiziarie, o di politica in generale. Perché alla fine tutto questo è solo una delle tante facce di una diffusa cultura populista, egemone da decenni sui grandi mezzi di comunicazione, molto di più e molto prima che nel sistema politico. E questa è la terza ragione per cui prendersela con la stampa e con i giornalisti in quanto tali è sempre sbagliato, s’intende, ma è uno sbaglio non del tutto ingiustificato.

Dritto e Rovescio, mistero-Del Debbio: "Nessun ordine di servizio". Un caso a Mediaset, che fine fa il conduttore? Libero Quotidiano  il 30 novembre 2021. Giallo in caso Mediaset. Un problema che riguarda due stelle di Rete 4  come Paolo Del Debbio, conduttore di Dritto e Rovescio su Rete4, e Mario Giordano, conduttore di Fuori dal Coro. Il primo, ospite di Un Giorno da Pecora su Rai Radio, ha risposto alle indiscrezioni uscite in questi giorni sulla possibilità che i due programmi in questione  dovrebbero fermarsi per una lunga pausa natalizia, esattamente dal 9 dicembre al 27 gennaio. "Sui siti hanno scritto che io e Mario Giordano ci fermiamo per troppo tempo, ma io l'ordine di servizio non l'ho ancora ricevuto...", ha detto ironicamente Del Debbio. Le indiscrezioni dicono che i talk sarebbero fermati perché soffierebbero sul fuoco dei No Vax e sarebbero quindi preferibili trasmissioni più moderate. "Io non occhieggio a nessuno, i no vax mi attaccano violentemente spessissimo, ultimamente anche su WhatsApp. Ho fatto la terza dose, sono assolutamente favorevole al vaccino. Io faccio un dibattito e per farlo bisogna esser in due, non si può fare un talk show con una sola voce. Io faccio parlare tutti ma poi a casa ognuno si fa la sua opinione. Io faccio così, se non vogliono che faccia così lo fa un altro, ci sono tanti conduttori in Italia", ha spiegato Del Debbio respingendo le accuse. "Io non sono per nulla preoccupato da questa eventualità. Non non voglio sapere nulla, faccio il mio lavoro. Se dovesse essere confermato questo lungo stop, sarebbe innaturale perché di solito si finiva a metà dicembre come tutti e si ricominciava dopo l'Epifania", aggiunge Del Debbio. Quanto alla possibilità di Berlusconi di essere eletto Presidente della Repubblica, Del Debbio afferma: "Non lo so, io penso che la persona che ci crede di più sia lui. Non lo sento da un pò di tempo ma mi hanno detto che lui ci crede molto. Cosa c'entri la mia trasmissione con la sua eventuale elezioni al Colle, comunque, mi sfugge", conclude amaramente.

COVID: UN GIORNALISMO QUASI PERFETTO: NUMERI, OPINIONI E BUCO DELLA SERRATURA. Gianni Molinari, giornalista, lavora al Mattino, attualmente sono capo della redazione politica & economia, su Il Corriere del Giorno il 22 Novembre 2021. A parte che il Covid sarà sempre un problema fin quando la quasi totalità della popolazione non sarà protetta dal vaccino e il virus non avrà lo spazio in cui girare, le cose sono diverse. Ma molto diverse. Anzitutto ogni “ondata” ha la sua storia e le sue caratteristiche: una cosa è stata la prima (primavera 2020), un’altra la seconda (autunno 2020), un’altra ancora la terza (primavera 2021): per esempio la terza è stata meno virulenta della seconda, perché? Perché già una parte, sia pure non tantissima, della popolazione aveva già ricevuto almeno la prima dose del vaccino. E ora? Il fatto è che quasi tutti hanno opinioni, più o meno interessanti, ma pochissimi hanno nuove informazioni. Le prime sono comuni, le seconde sono merce rara e quindi di valore. Il problema è che molti scambiano opinioni con informazioni, desideri con fatti. Il Covid ci ha messo di fronte a un grande problema: l’adeguatezza del mondo della comunicazione, in tutte le sue componenti, in una situazione di stress. La pandemia ci ha imposto di aggiornare le nostre conoscenze (minime) in materia medica (giacché nessuno ci ha chiesto diagnosi), ci ha messo duramente di fronte alla necessità di usare la statistica (minimissima) ma soprattutto di usare un linguaggio comprensibile e soprattutto lontano da doppi sensi e allusioni. Qui c’è stata e c’è la divaricazione: siamo stati adeguati? Non lo so. Chi ha scambiato opinioni con informazioni e desideri con i fatti ne ha fatto ovviamente a meno, soprattutto nei talk show, nelle lunghissime dirette da riempire con il primo passante di turno (A proposito sempre Randall si chiedeva: “Le persone intervistate hanno le conoscenze necessarie per esprimere un’opinione?”): quindi siamo finiti in un calderone dove alla fine è la scienza la vittima che non può nemmeno difendersi. Questo per dire cosa: per dire che bisogna essere saldamene ancorati alla realtà, che è indispensabile l’approccio critico (anche alle proprie intuizioni, prima di trasformarle in granitiche certezze) che solo questo aiuta a capire. Nel Covid, per esempio – dopo quasi due anni di pandemia – il passo avanti si fa se si riesce a interpretare il momento attuale mettendolo in relazione con quelli passati. La lettura del “momento” deve essere sinergica a tutti gli elementi, diretti e indiretti, che compongono quel momento. Per esempio qui è l’esercizio dialettico-matematico – nel quale mi impiccio e vi impiccio – sullo stato della pandemia nell’autunno 2021 rispetto ai precedenti momenti di picco. L’autunno 2020 è stato il momento più drammatico: la pandemia dilagava ma, rispetto, all’esordio di fine febbraio 2020 c’erano i protocolli, ossia il cosa fare. A febbraio non sapevamo nulla di nulla di Covid: finimmo, appunto, chiusi in casa perché era l’unica misura razionale di fronte a qualcosa così grave di cui non si conosce praticamente nulla. Nell’autunno 2020 c’erano i protocolli, si sapeva di più sulla diffusione e si aveva la prova che le chiusure erano un mezzo determinante per contrastare il dilagare della malattia. Nell’autunno 2020 esordì il coprifuoco alle 22 e tornarono le zone rosse, le scuole e le università finirono in Dad. Nell’autunno 2021, invece, oltre l’80% degli italiani è vaccinato, si sa di più della malattia, ci sono farmaci più potenti per contrastarla ma anche è tutto aperto. Eppure lo “storytelling” parla di ondata, di pericolo, di allarme, di esplosione dei contagi. Aparte che il Covid sarà sempre un problema fin quando la quasi totalità della popolazione non sarà protetta dal vaccino e il virus non avrà lo spazio in cui girare, le cose sono diverse. Ma molto diverse. Anzitutto ogni “ondata” ha la sua storia e le sue caratteristiche: una cosa è stata la prima (primavera 2020), un’altra la seconda (autunno 2020), un’altra ancora la terza (primavera 2021): per esempio la terza è stata meno virulenta della seconda, perché? Perché già una parte, sia pure non tantissima, della popolazione aveva già ricevuto almeno la prima dose del vaccino. E ora? Ora il virus continua a girare – perché il vaccino, è sempre bene tenerlo a mente – non è lo scudo dove rimbalza, ma l’attrezzo che lo depotenzia per cui si può essere positivi o avere anche sintomi lievi (i casi estremi sono rarissimi!) – ma gira in un mondo aperto, dove l’incoscienza generale fa sì che le mascherine (la prima potentissima arma di cui si dispone) non sono usate appropriatamente negli ambienti chiusi e nei luoghi affollati, e chi non si vaccina – oltre alla risibili spiegazioni – diventa il primo bersaglio. Però è un’epoca diversa: e come si vede? Lo si vede dalla tabella che segue: non ci sarebbe bisogno di commento, ma invito a vedere il numero di tamponi e a dividerlo per i nuovi positivi. Nella prima ondata c’era 1 positivo ogni 5 tamponi, nella seconda ondata 1 ogni 6, nella terza ondata 1 ogni 15 e nella quarta ondata 1 ogni 104!

Da “Radio Cusano Campus” il 23 novembre 2021. Il filosofo Massimo Cacciari è intervenuto ai microfoni della trasmissione “L’Italia s’è desta”, condotta dal direttore Gianluca Fabi, Matteo Torrioli e Daniel Moretti su Radio Cusano Campus. Sulla nuova stretta sul Green pass. “Ci sono due elementi da valutare –ha affermato Cacciari-. Uno è legato alla parte istituzionale-giuridica e mi sembra siamo arrivati a livelli davvero intollerabili. Prima almeno c’era  ancora la foglia di fico del tampone, se cade anche questa allora è diventato un obbligo, quindi occorre che ci sia una piena assunzione di responsabilità da parte delle autorità, quindi un obbligo esplicito alla vaccinazione senza se e senza ma. Dunque un’assunzione di responsabilità su tutto, dato che da molte evidenze scientifiche si parla di correlazioni possibili tra certe categorie ed effetti dovuti alla vaccinazione. Invece adesso quando vai a vaccinarti sottoscrivi una dichiarazione in cui elimini ogni responsabilità dello Stato e delle case farmaceutiche. Il secondo aspetto è quello medico, è risaputo che anche i vaccinati possono infettarsi e la categoria più a rischio, quella anziana, è vaccinata oltre il 90%, la percentuale di ospedalizzati vaccinati nelle fasce più anziane dimostra che non basta questo vaccino per proteggere dalla malattia grave. Allora mi chiedo perché continuiamo a vaccinarsi con questo vaccino? I vaccinati contagiano e vengono contagiati. Quindi questa nuova stretta è un passo gravissimo, di una palese incostituzionalità, che non è sostenuto dai dati che abbiamo. Non si può continuare così, trascurando ogni attenzione a cure mediche tradizionali, dovremmo iniziare a pensare ad una strategia di convivenza con il virus. Oppure dobbiamo continuare a vaccinarci per sempre? O il Green pass diventa una carta d’identità e noi ogni 6 mesi siamo costretti a vaccinarci oppure cambiamo strategia. Questo lo dicono fior di scienziati. Non si può più vederla come un’emergenza perenne. Questo non è un vaccino, lo ha dichiarato anche il presidente della Bayer, o si trova un altro vaccino o si cambia strategia. Il principio fondamentale per imporre una cura a livello costituzionale è quello del consenso informato, ma qui non mi pare che siamo informati su questi vaccini. Io mi limiterei ad un semplice appello: non facciamo la follia di obbligare alla vaccinazione chi non rischia nulla, cioè le categorie sotto i 12 anni. Anche l’Oms ha detto che bisogna raccogliere maggiori evidenze prima di raccomandare la vaccinazione sotto ai 12 anni. Non facciamo la follia di costringere alla vaccinazione gli adolescenti che non rischiano niente”.

Da liberoquotidiano.it il 27 novembre 2021. Massimo Cacciari ha assunto delle vere e proprie posizioni no-vax e no-green pass che gli hanno attirato simpatie da parte di quella sparuta minoranza che la pensa come lui, ma allo stesso tempo gli han fatto perdere la stima e la fiducia della stragrande maggioranza degli italiani che invece ha un pensiero da “regime”, come lo definirebbe lo stesso Cacciari. Quest’ultimo però ha deciso di non parlare più di Covid, risentito dalla marea di critiche ricevute. Intervistato da Alberto Maggi su affaritaliani.it, il filosofo ha fatto sapere di essere “stufo di farmi strumentalizzare da giornali e tv, da questa Ansa di Stato. Ormai è impossibile in Italia fare una discussione tecnica, impossibile. A questo punto parlino gli scienziati”. Cacciari è spesso ospite su tutte le reti, dalla Rai a Mediaset passando per La7: “Mi hanno deluso tutti, indifferentemente. Chi più e chi meno, con pochissimi giornalisti, una minoranza, che si rendono conto del delirio in cui viviamo. Ma non hanno voce. Abbiate pietà di me, basta”. “È diventato impossibile discutere con chi comanda in questo Paese, prendiamone atto - ha aggiunto Cacciari ad affaritaliani.it - e quindi parlino gli esperti e gli scienziati, io di Covid non parlo più”. Inoltre il filosofo ha fatto sapere di essere sommerso da mail e messaggi di appoggio, anche da parte di virologi, medici ed esperti vari: “il prossimo 8 dicembre ci riuniamo di nuovo e creeremo un centro di informazione. Parleremo solo da quella fonte con pareri tecnici di scienziati”.

No Green Pass, Enrico Montesano: "Per 30 giorni colpiamo in massa l'economia. Mandiamo a cag.. negozi e ristoranti. Devono schiattare governo, giornali e tv". La Repubblica il 26 Novembre 2021. L'attore contro le nuove strette incita alla disobbedienza civile: "Niente banca, ritiro liquidità dai conti correnti, scorporare quota abbonamento canone e disdire abbonamento Rai. Il potere lo abbiamo noi consumatori ed utenti!". "Cari amici, sono Enrico Montesano, sono Romano e a tempo perso pure Italiano. Sì Italiano! Per fortuna o purtroppo lo sono! Amici veri, amici rimasti, scremati, amici dalle affinità elettive, smettiamola di inviarci messaggi. Io sono stufo, non accetto questa situazione. Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporto più! Iniziamo una individuale, ferma, ostinata, disobbedienza civile".

Covid, la rabbia dei vaccinati ricoverati: "Questo Stato ci ha tradito". Franco Bechis su Il Tempo il 24 novembre 2021. Qualche giorno fa sul Corriere della Sera è stata pubblicata una intervista sulla emergenza sanitaria per molti versi drammatica. A parlare era la primaria di Malattie infettive dell'Azienda ospedaliera di Padova, dottoressa Annamaria Cattelan. Raccontava il progressivo affollamento dei posti in ospedale: “Fino a poco tempo fa avevamo degenti colpiti da Tbc. Ora no, solo Covid”. Il giornalista le chiedeva: “Sono tutti no vax?”. E la sua risposta è stata: “Il 60% di loro: hanno fra 40 e 60 anni. E poi c'è un 40% di malati, in gran parte anziani e con co-morbilità, che ha fatto il ciclo completo anti Covid, ma non ha ottenuto la risposta immunitaria desiderata. Siamo fra due fuochi: dobbiamo gestire dal punto di vista clinico, comportamentale e psicologico da una parte chi ha rifiutato il vaccino ritenendolo sperimentale e pericoloso e dall'altra i delusi dal Servizio sanitario nazionale, a cui si sono affidati seguendone ciecamente le raccomandazioni, ma finendo ugualmente in ospedale. Si sentono traditi, ma purtroppo tutti i vaccini su certi setting di popolazione funzionano meno”. C'è un termine tremendo in queste parole: “tradimento”. Non pochi italiani che hanno seguito ogni indicazione ricevuta dalle autorità sanitarie e politiche, si sono messi in fila per fare la prima e poi la seconda dose del vaccino, hanno seguito alla lettera le raccomandazioni del governo, si sono contagiati lo stesso, finendo ricoverati in reparti dell'ospedale o in terapia intensiva e oggi si sentono traditi dallo Stato italiano. Hanno ragione, sono stati davvero ingannati, e non solo dallo Stato: dai politici, dai conduttori dei talk show tv e dalla stragrande maggioranza dei giornalisti. Quelli che hanno detto e scritto che eravamo di fronte a una pandemia dei non vaccinati, e solo loro stavano causando la diffusione del virus che altrimenti sarebbe già stato debellato.  Quelli che hanno detto e scritto che se ti vaccinavi - tanto più se eri fragile - poteva capitarti di contagiarti, ma con carica virale minore e senza rischiare nulla di grave. Quelli che quindi hanno assicurato l'esatto contrario di quanto avvenuto ai vaccinati che riempono al 40% i reparti Covid a Padova. Nel bollettino di sorveglianza diffuso dall'Istituto superiore di Sanità il 15 settembre scorso venivano riportati 96.900 contagi fra non vaccinati e 44.990 fra vaccinati con ciclo completo (meno della metà). Nell'ultimo bollettino, quello del 17 novembre, i contagi registrati sono stati 50.564 fra i non vaccinati e 72.159 fra i vaccinati con ciclo completo. Il 15 settembre le ospedalizzazioni dei non vaccinati erano 6.841, quelle dei vaccinati 2.331, circa un terzo. Nel rapporto del 17 novembre risultavano ospedalizzati 3.220 non vaccinati e 2.936 vaccinati. In due mesi anche le terapie intensive hanno cambiato quella proporzione: i non vaccinati che vi finivano erano quattro volte i vaccinati, oggi la proporzione si è ridotta a due volte. Sui decessi è andata peggio. Nel rapporto del 15 settembre l'esito fatale era registrato per 770 non vaccinati e per 405 non vaccinati (che erano quasi la metà), nel rapporto del 17 novembre i deceduti erano 384 fra i non vaccinati e 444 fra i vaccinati. Fra le due date- 15 settembre e 17 novembre- è cambiata notevolmente il numero assoluto delle due popolazioni. Quella non vaccinata è scesa da 13,3 milioni a 7,8 milioni e quella vaccinata con doppia o tripla dose è salita da 35,5 a 43,7 milioni. Con questi numeri ovviamente l'incidenza percentuale di contagi, ospedalizzazioni, terapie intensive e (assai meno) di decessi è nettamente più alta nel campione di chi non ha fatto il vaccino rispetto a chi ha seguito a puntino le indicazioni delle autorità sanitarie. Si vede bene nei grafici che pubblichiamo oggi mettendo in fila i vari bollettini usciti ogni 15 giorni: la curva blu dei non vaccinati è sempre sopra quella dei vaccinati, salvo che nel campione dei decessi che è identico anche percentualmente. L'andamento delle curve di questi due mesi è invece parallelo fra non vaccinati e vaccinati sia nelle ospedalizzazioni che nelle terapie intensive. Quindi mentre si parlava solo di no vax, pensando a provvedimenti che restringessero la loro libertà di movimento, la protezione dei vaccinati stava decisamente scendendo e la pandemia aggrediva in maniera seria anche la popolazione che veniva considerata immune e tale non era. Solo ora ci si sveglia all'improvviso correndo sulla terza dose. Due mesi buttati via in ciance. Sì, è proprio un tradimento.

Vaccino e contagi, cosa non torna. Maria Giovanna Maglie all'attacco: il governo deve spiegare. Il Tempo il 20 novembre 2021. Sabato 20 novembre a Controcorrente, il programma condotto da Veronica Gentili su Rete4,  rimbalza l'ultimo allarme dell'Oms, possibili 500mila morti entro marzo in Europa se non vengono prese misure contro il diffondersi dei contagi. Una previsione nera che non impressiona Maria Giovanna Maglie, in collegamento. "Mi sento parte di quella minoranza che non vuole essere ascoltata", esordisce la giornalista che vorrebbe l'Organizzazione mondiale della sanità "sul banco degli imputati" per come ha gestito le prime fasi della pandemia, e non solo quelle. Scelte quantomeno discutibili come "aver appoggiato le censure della Cina comunista sull'origine del Covid" attacca la Maglie che ribadisce: "Dopo un'inchiesta rigorosa la ascolterò". Sullo sfondo le ipotesi di lockdown per non vaccinati e super green pass, tutte misure al vaglio del governo e caldeggiate da diverse Regioni del nord. "Il problema di politici è di coraggio, e parlo di dei governatori del centrodestra" attacca la Maglie che passa in rassegna i presidenti di Regioni: "Luca Zaia è il più moderato, Fedriga ha il guaio di essere tirato dalla giacchetta da tutti. Poi c'è Giovanni Toti che è da sempre un talebano delle restrizioni, ci deve essere qualcosa in Liguria" che ha contagiato anche Matteo Bassetti, è la stoccata della Maglie. "Fontana in Lombardia si accoda". Non si considera che sul "Friuli Venezia Giulia si sono raccontate balle", le manifestazioni di Trieste non c'entrano con l'aumento dei contagi, pesa il fatto di essere al confine spiega la giornalista. "Solo ora si parla del ruolo dei transfrontalieri" dice la Maglie che attacca: da parte del governo c'è stata "poca verità e poca trasparenza" sul fatto che il vaccino copre meno del previsto e protegge da una sola variante. "Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, quando è iniziata la campagna di comunicazione, dicevano: guardate come calano i contagi. Ora che ci sono svariati milioni di italiani vaccinati" i positivi aumentano i contagi, "dovrebbero spiegare perché succede". 

Dagotraduzione dall’AP il 20 novembre 2021. Nel mercato affollato di una cittadina fuori Harare, questa settimana, Nyasha Ndou ha tenuto la sua maschera in tasca, mentre centinaia di altre persone, per lo più smascherate, si sono date a sgomitare per comprare e vendere frutta e verdura esposte su tavoli di legno e sui fogli di plastica. Come in gran parte dello Zimbabwe, qui il coronavirus viene relegato nel passato: sono tornati i raduni politici, i concerti e le riunioni domestiche. «Il COVID-19 è sparito, quando hai sentito per l'ultima volta di qualcuno che è morto di COVID-19?» ha detto Ndou. «La maschera serve a proteggere la mia tasca», ha detto. «La polizia chiede tangenti, quindi perdo soldi se non mi muovo con una maschera». All'inizio di questa settimana, lo Zimbabwe ha registrato solo 33 nuovi casi di COVID-19 e zero decessi, in linea con un recente calo della malattia in tutto il continente, dove secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità mostrano le infezioni sono in calo da luglio. Quando il coronavirus è emerso per la prima volta l'anno scorso, i funzionari sanitari temevano che la pandemia avrebbe colpito l'Africa, uccidendo milioni di persone. Sebbene non sia ancora chiaro quale sarà il bilancio finale di COVID-19, quello scenario catastrofico deve ancora materializzarsi nello Zimbabwe e in gran parte del continente. Gli scienziati sottolineano che ottenere dati accurati sul COVID-19, in particolare nei paesi africani con sorveglianza irregolare, è estremamente difficile e avvertono che le tendenze in calo del coronavirus potrebbero essere facilmente invertite. Ma c'è qualcosa di "misterioso" in corso in Africa che sta sconcertando gli scienziati, ha affermato Wafaa El-Sadr, presidente della sanità globale presso la Columbia University. «L'Africa non ha i vaccini e le risorse per combattere il COVID-19 che hanno in Europa e negli Stati Uniti, ma in qualche modo sembra andare meglio», ha detto. Meno del 6% delle persone in Africa sono vaccinate. Per mesi, l'OMS ha descritto l'Africa come «una delle regioni meno colpite al mondo» nei suoi rapporti settimanali sulla pandemia. Alcuni ricercatori affermano che la popolazione più giovane del continente - l'età media è di 20 anni contro i 43 dell'Europa occidentale - oltre ai tassi di urbanizzazione più bassi e alla tendenza a trascorrere del tempo all'aperto, potrebbe averle risparmiato gli effetti più letali del virus finora. Diversi studi stanno indagando se potrebbero esserci altre spiegazioni, comprese ragioni genetiche o l'esposizione ad altre malattie. Christian Happi, direttore del Centro africano di eccellenza per la genomica delle malattie infettive presso la Redeemer's University in Nigeria, ha affermato che le autorità sono abituate a frenare le epidemie anche senza vaccini e hanno accreditato le ampie reti di operatori sanitari della comunità. «Non si tratta sempre di quanti soldi hai o di quanto siano sofisticati i tuoi ospedali», ha detto. Devi Sridhar, presidente della sanità pubblica globale presso l'Università di Edimburgo, ha affermato che i leader africani non hanno ottenuto il credito che meritano per aver agito rapidamente, citando la decisione del Mali di chiudere i suoi confini prima ancora dell'arrivo del COVID-19. «Penso che ci sia un diverso approccio culturale in Africa, questi paesi si sono avvicinati al COVID con un senso di umiltà perché hanno sperimentato cose come Ebola, polio e malaria», ha detto Sridhar. Negli ultimi mesi, il coronavirus ha colpito il Sudafrica e si stima che abbia ucciso più di 89.000 persone, di gran lunga il maggior numero di morti nel continente. Ma per ora, le autorità africane, pur riconoscendo che potrebbero esserci lacune, non segnalano un numero enorme di decessi imprevisti che potrebbero essere correlati al COVID. I dati dell'OMS mostrano che i decessi in Africa rappresentano solo il 3% del totale globale. In confronto, i decessi nelle Americhe e in Europa rappresentano il 46% e il 29%. In Nigeria, il paese più popoloso dell'Africa, il governo ha registrato finora quasi 3.000 morti tra i suoi 200 milioni di abitanti. Gli Stati Uniti registrano molti decessi ogni due o tre giorni. I numeri bassi fanno sentire sollevati nigeriani come Opemipo Are, un 23enne di Abuja. «Hanno detto che ci saranno cadaveri per le strade e tutto il resto, ma non è successo niente del genere», ha detto. Venerdì, le autorità nigeriane hanno avviato una campagna per espandere in modo significativo l'immunizzazione contro il coronavirus della nazione dell'Africa occidentale. I funzionari mirano a inoculare metà della popolazione prima di febbraio, un obiettivo che pensano li aiuterà a raggiungere l'immunità di gregge. Oyewale Tomori, un virologo nigeriano che fa parte di diversi gruppi consultivi dell'OMS, ha suggerito che l'Africa potrebbe non aver nemmeno bisogno di tanti vaccini come l'Occidente. È un'idea che, sebbene controversa, secondo lui è seriamente discussa tra gli scienziati africani e ricorda la proposta fatta dai funzionari britannici lo scorso marzo per consentire al COVID-19 di infettare liberamente la popolazione per costruire l'immunità. Ciò non significa, tuttavia, che i vaccini non siano necessari in Africa. «Dobbiamo vaccinare tutti per prepararci alla prossima ondata», ha affermato Salim Abdool Karim, epidemiologo dell'Università sudafricana di KwaZulu-Natal, che in precedenza aveva consigliato il governo sudafricano su COVID-19. «Guardando cosa sta succedendo in Europa, la probabilità che più casi si riversino qui è molto alta». L'impatto del coronavirus è stato anche relativamente attenuato in paesi poveri come l'Afghanistan, mentre gli esperti avevano previsto che le epidemie con il conflitto in corso si sarebbero rivelate disastrose. Hashmat Arifi, uno studente di 23 anni di Kabul, ha affermato di non aver visto nessuno indossare una maschera da mesi, neanche durante un recente matrimonio a cui ha partecipato insieme a centinaia di ospiti. Nelle sue classi universitarie, più di 20 studenti siedono abitualmente smascherati in spazi ristretti. «Non ho visto casi di corona ultimamente», ha detto Arifi. Finora, l'Afghanistan ha registrato circa 7.200 morti tra i suoi 39 milioni di persone, anche se sono stati effettuati pochi test durante il conflitto e il numero effettivo di casi e morti non è noto. In Zimbabwe, i medici sono grati per la tregua da COVID-19, ma temono che sia solo temporanea. «Le persone dovrebbero rimanere molto vigili», ha avvertito il dott. Johannes Marisa, presidente dell'Associazione medici e dentisti privati dello Zimbabwe. Teme che un'altra ondata di coronavirus colpirà lo Zimbabwe il mese prossimo. «Il compiacimento è ciò che ci distruggerà perché potremmo essere colti alla sprovvista».

In Giappone il Covid ha fatto harakiri. Il mistero dell'enzima che sconfigge il virus. Il Tempo il 27 novembre 2021. A Tokyo, metropoli da 14 milioni di abitanti, il coronavirus è praticamente sparito: 5 contagi al giorno, poche decine in tutto il Giappone da circa un mese. Nonostante il seppur blando stato d'emergenza sia stato revocato da tempo, non esistano restrizioni obbligatorie e il Paese abbia ospitato le Olimpiadi che, seppur con forti limitazioni, hanno portato persone da tutto il mondo. A fare il punto sullo strano caso del Giappone è Sky Tg 24 che in un servizio sottolinea come quello nipponico sia un Paese tra i più scettici sul vaccino, e non solo quello contro il Covid. Dopo mesi di immobilismo, un'accelerazione imposta alla campagna vaccinale ha portato il tasso di vaccinazione all'80 per cento. "E nonostante la 'storica' perplessità nei confronti dei vaccini (qui non sono obbligatori nemmeno quelli classici per i bambini, trivalente etc  etc) in questo caso non esistono i 'no-vax' - commenta Pio D'Emilia, autore del servizio dal Giappone, su Facebook - Tutto questo senza mai aver decretato un vero e proprio lockdown, e con restrizioni 'suggerite', mai 'imposte". Ma basta l'aumento delle dosi somministrare a spiegare l'"evaporazione" del covid? Qualcuno nella comunità scientifica lo ha chiamato il suicidio del virus, e torna la teoria emersa per un'altra pandemia, quella della Sars. Alcuni popoli asiatici, dice D'Emilia nel servizio di Sky. sarebbero dotato di un particolare enzima in grado di resistere e sconfiggere i virus a Rna  responsabili anche del Covi 19. Ma questo enzima ce l'hanno anche coreani e cinesi, Paesi in cui la Sars scomparve improvvisamente come in Giappone, mentre il Covid sembra essersi "suicidato" solo nell'impero del Sol levante. 

FEDERICO RAMPINI per il Corriere della Sera il 5 dicembre 2021. Di fronte alla variante Omicron c'è una parte del mondo che ha difese molto più efficaci delle nostre: è l'Estremo Oriente. Un caso a sé stante è la Cina, con i suoi metodi autoritari. Ma fior di Paesi democratici e rispettosi dei diritti umani come Giappone, Corea del Sud e Taiwan, continuano a esibire dati di mortalità da Covid microscopici rispetto ai nostri. Ogni tanto si parla di qualche «ondata» di contagi anche in quei Paesi, ma i loro numeri percentuali sono frazioni minuscole e pressoché invisibili in confronto al resto del mondo. Dopo quasi due anni di pandemia, questa è l'unica eccezione costante, che ha retto a tutte le prove stagionali. I numeri del successo asiatico sono impressionanti, sbalorditivi per chi continui a illudersi che l'Occidente sia sinonimo di modernità e progresso. Il Giappone con 126 milioni di abitanti ha avuto 1,7 milioni di contagi e 18.363 decessi cioè 146 morti per ogni milione di persone. Ancora meglio ha fatto la Corea del Sud: con una popolazione di 51 milioni ha raggiunto 460.000 casi positivi dall'inizio della pandemia e 3.705 decessi, cioè 73 morti per milione di abitanti. Meglio di tutti Taiwan (24 milioni di residenti) che con appena 848 decessi ha una mortalità pari a 36 per milione. L'Italia, che è abbastanza rappresentativa della media occidentale, con 134.000 vittime (2.222 per milione di abitanti) ha una mortalità quindici volte superiore al Giappone, trenta volte quella sudcoreana, sessanta volte Taiwan. Questi non sono piccoli scarti percentuali, sono dislivelli abissali fra noi e loro. Se in Occidente avessimo avuto la capacità di contenimento dimostrata a Tokyo, Seul e Taipei, non staremmo parlando di una tragedia. Eppure non esiste qui da noi un dibattito pubblico sul «modello asiatico». Perché? Una parte della spiegazione sta in quella particolare forma di provincialismo alimentata da alcuni secoli di dominio occidentale sul pianeta. Continuiamo ad avere un deficit di informazione, perfino una mancanza di curiosità, perché siamo condizionati da un complesso di superiorità, ormai del tutto anacronistico e infondato. Un'altra spiegazione chiama in causa la Cina. Per dimensione e potenza, la Repubblica Popolare ha invaso lo spazio immaginario e ha messo in ombra i suoi vicini. Xi Jinping ha catturato tutta la nostra attenzione: prima quando ha nascosto la pandemia e ha mentito sulle sue origini; poi quando ha dispiegato la potenza del regime per lockdown coercitivi e a tratti feroci. Anche l'approccio cinese in apparenza sembra coronato da successo, ma la cautela è d'obbligo nell'esaminare la «versione di Xi». Dopo le bugie precedenti non possiamo accettare a scatola chiusa i dati ufficiali di Pechino sulla mortalità bassissima. L'autarchia sanitaria che ha imposto l'uso di vaccini «made in China» è stata una scelta pessima vista la scarsa efficacia di quei prodotti. Infine, per quanto Xi sembri godere di un certo consenso popolare (la chiusura delle frontiere, ad esempio, per l'87% di cinesi che non può permettersi di viaggiare all'estero, viene probabilmente vissuta come una misura anti-élite), il dominio del partito comunista cinese sulla società civile è una ricetta inaccettabile in Occidente. È il modello non autoritario quello che dovrebbe interpellarci. Taiwan, Corea e Giappone per la loro vicinanza furono i primi a subire l'onda di contagio originaria. In parte proprio la loro prossimità con la Repubblica Popolare li ha resi vigilanti: scottati dal precedente della Sars nel 2003 (nascosta anche allora da menzogne iniziali dei leader cinesi), molti Paesi dell'Estremo Oriente e Sud-est asiatico si erano dati sistemi di avvistamento rapido e precoce delle pandemie. Quando è arrivato il Covid, per limitare il contagio hanno usato un mix di ingredienti: nessun lockdown generalizzato; alto livello di coesione sociale e rispetto delle regole; campagne di vaccinazioni partite tardi ma infine assai efficaci. Queste soluzioni sono spesso legate fra loro. Non è stato necessario il ricorso a lockdown duri come in Europa, proprio perché la popolazione e gli esercizi pubblici adottavano con disciplina le maschere e le misure di distanziamento, igiene e prevenzione. La vicenda dei vaccini è un'altra lezione interessante. L'Estremo Oriente all'inizio ha perso mesi preziosi perché aspettava le forniture dall'industria farmaceutica americana. Nel caso del Giappone il ritardo è stato aggravato perché l'authority sanitaria ha preteso che fossero rifatti tutti i test clinici sulla popolazione locale. Ma questo rigore nazionalista ha contribuito a rassicurare i giapponesi sull'efficacia e sicurezza dei vaccini. Una volta partita la campagna vaccinazioni, il Giappone ritardatario ha raggiunto e superato i Paesi occidentali. Oggi in quella parte del mondo si registrano alcune tra le percentuali più alte di popolazione vaccinata: 88% a Singapore, 80% in Corea del Sud, 79% in Giappone. Simili percentuali sembrano rispecchiare il livello di fiducia nelle autorità. C'è una dimensione dove le restrizioni sono ben più severe che da noi: la chiusura delle frontiere. In questo i dirigenti democratici di Tokyo non esitano a copiare l'isolazionismo cinese. Come già alzarono il ponte levatoio per salvare le Olimpiadi estive, i governanti nipponici hanno di nuovo vietato l'accesso ai visitatori stranieri (da ogni parte del mondo, non solo dall'Africa) per bloccare Omicron. Alcune di queste ricette sono problematiche o impossibili da importare in Occidente. Però almeno un'informazione completa e un'analisi ragionata sono doverose. È nell'Asia-Pacifico che si trova il nuovo centro del mondo anche secondo la Dottrina Biden. Tra qualche giorno il presidente americano convocherà virtualmente un vertice mondiale delle democrazie, un'iniziativa tesa a contrastare la narrazione di Xi, Putin, Erdogan e altri, sulla decadenza dell'Occidente. In quel vertice bisognerebbe ascoltare giapponesi e sudcoreani: la loro democrazia sembra vaccinata non solo contro il Covid bensì anche contro l'iperindividualismo, l'egocentrismo, l'ossessione per i diritti dei singoli, la secessione dalla comunità e la sfiducia nel principio di autorità. 

Covid, mistero Asia: pochi vaccini, pochi morti. UNO STUDIO DIMOSTRA COME L’ASIA, NONOSTANTE SIA POCO VACCINATA, NON ABBIA AVUTO UNA MORTALITÀ SUPERIORE RISPETTO ALLA NORMA. Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Nicolaporro.it il 21 Novembre 2021. L’Europa è lo spazio geopolitico che al momento ha in percentuale più contagi, ospedalizzati e decessi Covid del resto del mondo, e non si tratta solo dell’Est Europa. L’Europa è però anche l’area più vaccinata del mondo, negli Usa infatti la vaccinazione si è fermata e un terzo della popolazione sembra proprio intenzionata a non vaccinarsi. Ma il fatto clamoroso di cui non si vuole parlare tanto è che l’Asia, dove risiede la maggioranza della popolazione del mondo, è in larga parte poco vaccinata e non ha complessivamente avuto mortalità totale superiore dalla norma con il Covid-19. Perché in Italia sono morte 135 mila persone con Covid e in altri paesi, anzi in quasi tutti gli altri paesi molto meno (in percentuale della popolazione)? In Giappone, ad esempio, con il doppio della popolazione ci sono stati solo 18 mila decessi Covid, cioè circa 15 volte meno morti. Una ragione è che da noi non si è curato e tuttora non si cura chi si ammala, si aspetta una settimana da quando appare la febbre e altri sintomi e poi si porta in terapia intensiva (a meno di non essere dei vip per i quali sembra che si intervenga subito). Il Ministero delle Malattie preventive (che solo per un eufemismo viene ancora chiamato della Salute) e i tecnocrati del governo hanno deciso che non vanno usati i farmaci in commercio, hanno imposto un protocollo – ora un po’ ritoccato – che più o meno dice “non fare niente la prima settimana, aspetta di vedere come va”. In Giappone invece l’Ordine dei Medici è dall’anno scorso che raccomanda di usare per tutti l’ivermectina, che è stata inventata da un microbiologo giapponese, Omura, per la quale ha ricevuto il Premio Nobel dopo che da 35 anni in tutto il mondo ha salvato centinaia di migliaia di persone da malattie virali tropicali con quel farmaco. Il Ministero della Salute in Giappone non la raccomanda perché segue il CDC Usa e l’Oms, ma i medici giapponesi invece sì, l’Ordine dei Medici giapponesi la raccomanda. Da noi invece l’Ordine dei Medici segue passivamente il ministro Speranza e i suoi tecnici. Qui vediamo una mappa dei paesi in cui è consentito l’uso dell’Ivermectina per il Covid. Si notino in particolare alcuni paesi in verde scuro, India e Egitto, dove è politica nazionale usarla e non solo per iniziativa di singoli medici come ad esempio in Germania o Stati Uniti o Giappone o Ukraina. Anche in India ed Egitto i morti Covid sono 20 volte meno che in Italia e non si tratta solo della popolazione più giovane. L’India ha avuto 3 volte più morti Covid dell’Italia, ma la popolazione di 1,380 milioni è 19 volte maggiore, per cui la mortalità Covid è stata 6 volte meno. Ma l’esempio più clamoroso è l’Egitto perché ha avuto, con una popolazione di 100 milioni di abitanti, solo 19 mila morti Covid, quindi una statistica quasi uguale al Giappone e circa 15 volte meno morti dell’Italia. Tra l’altro, sia Egitto che India hanno vaccinato molto poco, intorno al 20-25% contro oltre il 70% dell’Europa e otre l’80% dell’Italia e da loro se si controlla i contagi sono quasi spariti. Si potrebbe allargare il discorso a quasi tutta l’Asia, ad esempio Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Thailandia e si vedrebbe che la mortalità è da 5 a 20 volte minore che in Italia, nonostante percentuali di vaccinazione molto basse. È evidente che non è la vaccinazione che ha contato, ma se curavi i pazienti. È anche però evidente che una popolazione molto anziana incide. Quello che conta davvero è quante persone muoiono in totale, non quanti muoiono con l’etichetta “Covid” perché i morti Covid sono 80enni in media e già quasi tutti malati o obesi, solo 3,800 in Italia sono morti che non fossero già malati di qualcosa secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Vediamo allora la mortalità totale come è cambiata negli ultimi anni. Ad esempio, qui vediamo la mortalità totale in Italia, quanti decessi ci sono per 1,000 abitanti. Si nota che dal 2008 sta aumentando di colpo e l’Onu fa proiezioni che aumenterà tanto ancora. Se si guarda questo andamento il Covid-19 non sembra aver avuto impatto sul trend che esiste già da più di dieci anni. Questo perché il crollo demografico degli ultimi anni sta accelerando ed è iniziato un drammatico invecchiamento della popolazione per cui ogni anno ora la percentuale di deceduti sul totale aumenta. Se si guarda “l’aumento di mortalità” in Italia sembriamo in crisi dal 2008-2009, molto prima quindi dell’epidemia. Come insiste sempre il più importante esperto di queste cose, il prof. Michael Levitt, Nobel a Stanford, che elabora tutti i dati di mortalità Covid e non, se non si tiene conto dell’invecchiamento non si capisce cosa succede e si riportano dati di “aumenti di mortalità” che non significano molto. Prendiamo allora il Giappone di cui abbiamo parlato all’inizio. Come si è visto hanno quasi 20 volte meno morti Covid di noi. Ma l’aumento di mortalità totale? Per tutte le cause? Si vede che con il Covid c’è stato addirittura un piccolo calo di mortalità totale! Dato però che la popolazione sta invecchiando prima della nostra, sembra che la situazione stia peggiorando già da 20 anni, anche se in realtà la vita media dei giapponesi ha raggiunto gli 84 anni. Quando si parla del fatto che “ci sono stati più morti”, dal punto di vista della popolazione nel suo complesso, noi siamo entrati in una crisi demografica che trasforma la popolazione aumentando continuamente la proporzione di anziani e malati e quindi anche la percentuale di decessi. Ci sono stati anni in cui la percentuale di decessi è aumentata dell’8 o 10%, tra il 2008 e il 2015 e nessuno ha pensato per questo di chiudere tutti a casa. La conclusione è però che non si tratta solo di questo e il Giappone lo illustra. Il confronto con l’Asia lo illustra chiaramente e in particolare con paesi che hanno somministrato ivermectina. In Asia vive la maggioranza della popolazione del mondo e alcuni paesi si sono ora vaccinati, ma la maggior parte dell’Asia (o Africa o Sudamerica) è poco vaccinata. Ovunque però hanno tre, cinque, dieci, anche venti volte meno morti di noi. Questo anche dove hanno persino più anziani in percentuale di noi come in Giappone. Nella situazione che inesorabilmente ora i morti per tutte le cause aumentano per via dell’invecchiamento della popolazione, il Covid-19 ha avuto in Italia più impatto che in altri paesi, per aver imposto ai medici di non usare i farmaci in commercio. I malati Covid andavano invece curati subito a casa e non lasciati una settimana senza nessuna terapia. Se smetti di guardare sempre e solo all’Europa dove siamo quattro gatti e pensi alla maggioranza della popolazione del mondo, in Asia (e Africa e Sudamerica) ti rendi conto che le nostre ossessioni di lockdown e vaccinazioni di massa non hanno – dal punto di vista sanitario – proprio alcun senso.

Claudio Borghi spara sulla Rai: dati falsi sui non vaccinati morti. Scatta la rissa con Roberto Burioni. Il Tempo il 22 novembre 2021. Il duello a colpi di tweet si scatena quando Claudio Borghi annuncia una interrogazione parlamentare su Agorà, il programma di Rai 3 condotto da Luisella Costamagna, reo secondo il leghista di aver diffuso dei dati scorretti sul Covid, in particolare "gonfiando" i morti e i malati gravi tra i non vaccinati. La presa di posizione scatena il solito muro contro muro quando qualcuno tira in ballo Roberto Burioni e quanto affermato dal virologo in una delle sue comparsate a Che tempo che fa, il programma sempre di Rai 3 condotto da Fabio Fazio. In quell'occasione il medico affermava che l'immunità al Covid dei pazienti guariti è inferiore a quella conferita dal vaccino. Per Borghi, che contesta questa lettura, l'affermazione è meno grave rispetto alla diffusione di dati errati. "Sì ma se Roberto Burioni ospite in tv dice cose che sono negate dalla più recente ricerca è una sua opinione, può sempre dire che lui segue altri studi. Diverso è se la trasmissione stessa che presenta come veri dei dati falsi", scrive Borghi riferendosi all'intervento del professore e citando un articolo pubblicato dal sito della rivista scientifica Nature. Chiamato in causa, Burioni replica tempestivamente.  "Borghi deve ringraziare solo di non essere (e non essere stato) un mio studente. Non si illuda di potere discutere di virologia con me. Se vuole, io spiego, lui ascolta e poi ringrazia. Oppure continua nella sua totale ignoranza. Contento lui, contenti tutti", è il tweet al fulmicotone del virologo, che aggiunge anche un post scriptum: "Mi chiedo con quale disagio persone intelligenti, responsabili e ragionevoli come (per dirne due, ma sono molte) Fedriga e Zaia possano tollerare un simile pozzo di pericolosa ignoranza e arroganza nel loro partito". La controreplica di Borghi non si fa attendere: "Buongiorno. Forse non ha capito, io sono un Deputato della Repubblica e lei è un ricercatore di non eccelso successo accademico. È lei che deve convincere me, non il contrario. Se dissente da Nature sulla durata dell'immunità naturale vs quella da vaccino scriva" all'autore dell'articolo. E Burioni ribatte a stretto giro: "Lei non ha capito. Non so quale sia il suo lavoro, il mio -da professore universitario- è quello di decidere se una persona sa o non sa la virologia, e se non la sa bocciarla. Lei non la sa (non l’ha studiata) ed è bocciato. La scienza non è democratica. Studi e torni a settembre". "Ps: un mio studente che confonde livello anticorpale con protezione non si presenta neanche all’esame", aggiunge il professore.  Il diverbio non prevede punti di incontro, e anche se i due smettono di twittare in calce al tweet continuano a sfidarsi tifosi del vaccino e inguaribili scettici. 

L'Aria Che Tira. Maria Giovanna Maglie inchioda Bassetti sui vaccini: "Continua a terrorizzare ma..." Federica Pascale su Il Tempo il 22 novembre 2021. “Non vaccinarti, tanto c’è il monoclonale!” ironizza il professore Matteo Bassetti durante la puntata del 22 novembre de L’Aria Che Tira su La7, condotto da Myrta Merlino. Il virologo, primario di Malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova, sostiene che parlare di monoclonali come terapia equivalga a raccontare “balle” alla gente.  Le invettive sono tutte rivolte all’altra ospite del programma, la giornalista Maria Teresa Maglie, anche lei in collegamento con la Merlino che ribatte: “Non usare metodi alternativi, continua a terrorizzare e dire che c’è solo il vaccino! Continua a dire che c’è solo il vaccino e che bastavano due dosi, e che il green pass poteva durare un anno. Non è così.” Bassetti ride ma la Maglie continua spedita, puntando il dito contro i medici che vanno in tv “a drammatizzare e a spararla grossa”, e aggiunge “ma di questo ne risponde lui”. È qui che al dottore scappa il “ma vaff…” con tanto di gesto con la mano a favor di telecamera. “Bisogna incrementare la terapia dei vaccini monoclonali perché in un giorno i pazienti guariscono prima che la malattia arrivi ai polmoni” fa notare la Maglie, e sottolinea che in Italia questa tipologia di terapia è stata poco utilizzata. 

I no vax hanno vinto la loro battaglia più pericolosa: quella televisiva e sui social dove si sono conquistati all’arma bianca il permesso accordato vigliaccamente di diffondere notizie false. Paolo Guzzanti su Il Quotidiano del Sud il 13 novembre 2021. I no vax hanno vinto la loro battaglia più pericolosa: quella televisiva e sui social dove si sono conquistati all’arma bianca la visibilità che non meritavano, la dignità di cui non disponevano, il permesso accordato tacitamente e molto vigliaccamente di diffondere notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico ma anche ad arrecare danno ai corpi, alle coscienze, alle menti, a bimbi, grandi e anziani.

IL RIFIUTO DEL DIALOGO

L’Italia è stata devastata dal panico determinato dal loro panico. La maggior parte dei nemici del vaccino e poi quelli contrari al Green pass sono per lo più persone impaurite che non hanno coraggio di farsi iniettare un liquido nella spalla. L’incredibile crescendo della loro propaganda ha devastato i palinsesti delle reti televisive. Improvvisamente quella che è l’evidente verità coincidente con il bene pubblico è diventata un’opzione fra le tante. Non è più dato sapere che cosa sia un virus e se il vaccino sia o non sia un farmaco. Il vaccino non è un farmaco, ma è un vaccino. La differenza sta nel fatto che un vaccino non consiste in un aggeggio chimico che interviene nel corpo per modificarne il funzionamento. Un vaccino, specialmente quelli americani basati sul RNA, è semplicemente una password. Una password che fornisce un’informazione volutamente sbagliata al tuo sistema immunitario, il quale vede un nemico che ancora non c’è e si attrezza per combatterlo. Il nemico è la famosa proteina spike che vediamo sempre nelle grandi illustrazioni che sembrano delle fragole su una torta con panna. I no vax hanno un’organizzazione comunicativa ferrea. Non discutono, non dibattono, non sono disposti ad accogliere come una possibile informazione le cose che dice loro un opponente. Un no vax e un no Green pass insultano in una maniera blindata da cui è esclusa la logica, ma in cui è incluso il forsennato desiderio di uccidere. Tutti noi giornalisti che in un modo o nell’altro ci esponiamo davanti al pubblico esponendo i buoni motivi per cui è meglio che le persone si vaccinino se vogliono salvare la loro e l’altrui vita, siamo bombardati da messaggi ai quali è impossibile rispondere, in cui compare in un modo ossessivo la parola merda, seguita dalla parola culo, seguita poi dagli insulti, dalle condanne a morte espresse sotto forma di auspicio. Possa tu morire questa notte di ictus, speriamo che tu crepi insieme a tutti quelli come te, ed è perfettamente inutile tentare di risponder loro dicendo: guarda caro che io, diversamente da te, desidero che tu viva, desidero che tu stia bene e faccia star bene gli altri, io desidero il tuo bene e non il tuo male. È incredibile come anche di fronte a una tale dichiarazione i no vax e i no Green pass rispondano sempre invariabilmente con una chiusura paraocchi citando fumosamente notizie che solo loro conoscono, da cui si dovrebbe apprendere che i vaccini anti Covid contengono dei microchip diabolici che saranno usati per porre fine alla vita dei vaccinati e altre immani sciocchezze del genere.

TALK SHOW E SOCIAL

Ma l’argomento che più ci interessa è l’accoglienza di questa gente o dei loro sostenitori nei talk show e sui social. Vengono cioè esposti alla pari. Uno a uno. Un intelligente contro un maniaco depressivo. Poi ci sono i filosofi, i quali si proclamano difensori della libertà ma a cui non importa un fico secco della verità. Il filosofo Massimo Cacciari si è distinto più di ogni altro per aver allestito un suo banchetto di idee contorte da cui uscirebbe fuori la straordinaria conclusione secondo cui nessuno ha il diritto di costringerti a fare qualcosa neanche se c’è il sospetto, o forse la certezza, che le tue azioni possano essere dannose per gli altri. Il complottismo e persino la paranoia sono strumenti che la natura ci ha dato per incoraggiarci a diffidare quanto basta e a temere sempre la vittoria del male sul bene. Possiamo dire che in una certa misura sia fisiologico. Ma oltre una certa misura dovrebbe essere un reato punito con mesi tot di reclusione. Naturalmente manifestare per strada gridando libertà è bellissimo. Tutti i giovani sciamano e gridano parole d’ordine senza senso, ma con l’inebriante sensazione che noi tutti abbiamo provato più volte nella vita di essere parte di un grande movimento che scuote la civiltà umana dalle fondamenta e la costringe a riflettere sul bene sul male, ma anche semplicemente a divertirsi a non cedere di un millimetro alle imposizioni del potere.

IL DIO “INDICE DI ASCOLTO”

Questa parola, potere, crea una parola assolutamente equivoca perché è chiaro che quando questo potere deriva dalle democrazie, tale potere non è più censurabile se è espresso e amministrato nelle forme dovute e secondo le esigenze anche eccezionali che si presentano. Questo avrebbe dovuto apparire nei talk show e nei social. Ma la legge primaria dell’informazione, chiedo scusa, della comunicazione, non ha niente a che vedere con la verità ma con un unico elemento: l’indice di ascolto. Ogni bravo o brava conduttore o conduttrice di talk show sa che è bene invitare a blaterare o a fare qualsiasi esposizione di stupide idee prive di qualsiasi dignità e contenuto, affinché questa persona posso dare spettacolo delle proprie fantasie e dei propri slogan in modo sufficientemente irritante da provocare la reazione delle persone sempre più rare che esprimono idee correlate ai fatti e ai dati, sicché alla fine la scintilla scocca e la paglia prende fuoco, e si accende un magnifico falò fatto di nulla che però fa schizzare il dibattito nelle classifiche e, come conseguenza immediata, la raccolta pubblicitaria delle reti e dei social, basata sull’indice di ascolto. Questa è l’unica ragione per cui un tale evento culturalmente disastroso e suicida può ancora avere luogo impunemente e, anzi, essere difeso in maniera spudorata e consapevolmente lesiva nei confronti di coloro che sono meno capaci di prendere decisioni e formarsi delle opinioni, dagli opinionisti borderline, quelli della zona grigia, quelli che «io mi sono vaccinato ma non voglio che gli altri siano obbligati a farlo», «io ho il Green pass ma difendo il diritto di coloro che non lo vogliono possedere», «io voglio poter andare dove mi pare, nessuno può impedirmelo», sicché si genera non solo una enorme confusione ma anche una strage che imminente come sanno tutti in tutto il mondo.

LA QUARTA ONDATA

La quarta ondata non farà prigionieri. La quarta ondata sta devastando il mondo occidentale e lo stato di Israele ha proclamato per giovedì prossimo un giorno di esercitazioni militari a cui tutta la popolazione sarà invitata, anzi chiamata e obbligata, a partecipare, e probabilmente coloro che vorrebbero manifestare contro il vaccino e contro la Green card, se osassero farlo in quello Stato molto serio e molto poco enfatico, troverebbero pane per i loro denti. 

Populismo a reti unificate. La par condicio è rimasta nell’aria come un droplet. E sui vaccini fa danni enormi. Beppe Facchetti su L'Inkiesta il 15 Novembre 2021. Grazie a un uso malinteso e sadico del meccanismo “pluralista” introdotto quando un certo tycoon si dedicò alla politica, i conduttori dei talk show modello Speakers’ corner hanno creato una galleria di mostri. E vabbé. Però, almeno sul Covid, servirebbe un po’ di autocontrollo. Fa bene Christian Rocca a perdere la pazienza e usare il telecomando per evitare a sé stesso la tortura dei talk show – di tutte le reti, ma qualcuna è più zelante – che sono diventati il caravanserraglio del populismo che avanza, inteso come cibo avanzato, dopo l’abbuffata di osceno e di improbabile che già tanti danni ha fatto quando la luna del populismo era crescente o piena. Ma la luce azzurrina resta accesa ugualmente in milioni di case, anche dopo un assennato click che mette fine allo strazio. Finché si parla di argomenti vari ed avariati – Silvio Berlusconi al Quirinale, Matteo Salvini che chiede in tv cose che non ha chiesto in Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte che racconta banalità non avendo avuto (nella vita) tempo per prepararsi – la cosa male non fa, o meglio ne fa poco. Ma confondere le idee alla casalinga di Voghera su vaccino sì e vaccino no, qualche ricaduta di valore generale ce l’ha, e forse almeno un richiamo alla responsabilità ci vorrebbe. Utilizzare il bilancino della par condicio in materia vaccinale è qualcosa di irresponsabile, cercare un rimedio farebbe parte dell’etica professionale. Il criterio della par condicio è il frutto avvelenato dell’epoca in cui un tycoon entrò in politica e per di più diventò presidente del Consiglio, per cui l’informazione tv fece filotto: non 3 ma 6 reti a rischio pensiero unico. Non era poi davvero così, perché il tycoon cercava voti, è vero, ma ancora di più audience, ed essendo del mestiere sapeva che per la pubblicità un menu fisso non è appetibile. In un sistema ipocrita, che ha paura del confronto di opinioni, la medicina fu comunque quella di centellinare, millesimare l’utilizzo dello strumento, sempre nel presupposto antico che la libertà sia rischiosa. Da Fëdor Dostoevskij (il grande inquisitore) a Ettore Bernabei (il grande controllore dell’unico canale Rai) bisognava evitare lo choc del dubbio. Ma poi il sistema si è un po’ evoluto, abbiamo oggi centinaia di canali, ed è normale che alcuni siano schierati da una parte e altri dall’altra. Si paga un prezzo a un Carnevale inguardabile, ma non è poi tanto pericoloso. C’è un canale occupato giorno e notte da un non medico che vende ricette miracolose a platee osannanti, intervistato sempre dallo stesso falso giornalista e trattandosi di salute sarebbe un problema, ma vendere placebo al massimo è una truffa. Negli Stati Uniti nessuno si lamenta se la Fox è un tantino reazionaria. Da noi, quella “par condicio” è rimasta invece nell’aria, come il droplet, e ha infettato abitudini, pigrizie e convenienze. Non c’è la sana gioia, in campagna elettorale, di assistere a un bel confronto senza veli tra Matteo Renzi e Conte, o tra Salvini e Giorgia Meloni. Un doppio podio per dirsi tutto quello che serve a capire. No, ci vuole sempre un palco capace di ospitare per lunghezza il Bucintoro, e tutti lì a dire qualcosa prima del gong. Cinquanta secondi di slogan sbocconcellati e sotto a un altro. Cose inguardabili. Non si può comunque applicare questo stesso metodo quando si parla di vaccini. È materia delicata, è facile disorientare e confondere. Lo telespettatore ha davanti qualcosa che viene celebrato, con pari forza e convinzione, da chi dice una cosa e da chi dice il suo contrario. Ha allora tutto il diritto di pensare che il valore è equivalente ed è umano, fortemente in linea con il mezzo tv, che possa essere attratto dal più bravo nello storytelling o nella violenza verbale. Il conduttore pensa come al solito che la rissa equivalga a picchi di audience e lascia fare, anzi gira la manopola, il regista inquadra in modo da poter montare mezzo schermo per ciascuno dei due contendenti, e dal divano vedi e senti la materializzazione di un confronto plasticamente alla pari. C’è poi chi è più sadico e chi più temperato. Giovanni Floris, per esempio, ha cominciato negli anni creando dal nulla (ma proprio dal nulla, in tempi non sospetti) personaggi tv come Renata Polverini o Francesca Donato o l’irresistibile Antonio Rinaldi, sempre in omaggio alla par condicio, perché la Polverini era di un sindacato di destra (merce rara), la Donato era no euro (marketing puro con un’associazione composta da due soci, lei e il marito), Rinaldi era addirittura presentato come portavoce di Paolo Savona, quando quest’ultimo, ombra di Guido Carli per una vita, direttore generale dei Confindustria, aveva sfogato vecchie frustrazioni nella scoperta dell’anti Europa. Perfetti sconosciuti, personaggi improbabili senza un palcoscenico, portatori di pensieri deboli, votati poi da migliaia di telespettatori/elettori entusiasti perché trasformati da zucche in carrozze grazie a mago Floris. Un metodo, dunque, di successo (complimenti, potrebbe formare un gruppo parlamentare), che però assume connotati inquietanti quando si dà spazio a un monsignor Viganò che teorizza lo sterminio di massa per propiziare la vaccinazione di massa. Qui siamo in un campo in cui non si può scherzare. C’è gente che sul divano fa zapping, o dorme e si sveglia di colpo, che ha già tanti dubbi. Vede un monsignore, o un professore, o l’inventore di Pubblicità Progresso che spiegano che il vaccino è sperimentale nonostante 3 miliardi di cavie, e si mette in allarme. Certo non ha molta voglia di farsi pizzicare il braccio. Ora che viene il difficile, cioè incolonnare di nuovo 45 milioni di italiani verso gli hub della terza inoculazione all’anno, bisognerà clonare il generale Figliuolo per riuscire a convincere le masse. Un conduttore che di solito riesce a essere equilibrato, sempre della 7, come Corrado Formigli, l’altra sera ci è cascato anche lui. Schierato personalmente e chiaramente pro vax ha fatto intervenire (sempre la maledetta par condicio) due o tre no vax ed è finita male. L’ubiquo Matteo Bassetti di tutte le tv se ne è andato, e Formigli ha dovuto, per par condicio, chiudere il collegamento a chi festeggiava questa fuga. Naturalmente, in un’ottica liberale, è motivo di imbarazzo criticare il confronto tra idee diverse. Lungi da noi l’idea della censura, che aggrava solo i problemi. Siamo sempre convinti che dal dibattito vengano vantaggi. Forse verranno anche da queste che sembrano accozzaglie. E certamente l’alternativa non è quella cui abbiamo assistito nei mesi della virologia à gogo, con parere scientifici tutti contrastanti. Ma affidare una operazione collettiva tanto decisiva come la campagna di vaccinazione alle obiezioni di tuttologi, filosofi, improvvisatori del pensiero non è confortante. Ci siamo già fatti abbastanza del male. Il complottismo, il disprezzo per i fatti, per la scienza, per la preparazione, persino per i congiuntivi, ha affascinato e sedotto, almeno per un attimo (ma era un attimo importante, quello del voto), un italiano su tre. È andata male. La macchina dell’odio ha mischiato tutto e restituito molta pericolosa delusione e molto insidioso doroteismo di certi ex gilet gialli. Dunque, un po’ di autocontrollo nella comunicazione tv (sui quotidiani di carta è diverso, ma quanto incidono?) non starebbe male. Click.

No vax e manifestazioni, Andrea Zalone e il dubbio sui contagi Covid: "Triestini più contagiosi dei milanesi?" Il Tempo l'11 novembre 2021. "In occasione delle manifestazioni no green pass si riscontra frequentemente un significativo livello di inosservanza delle misure anti Covid con potenziale pericolo di incremento dei contagi" si legge nella circolare del Viminale diffusa dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese che vieta i cortei. Non a caso Trieste sarebbe a un passo dalla zona gialla dove la nuova impennata di contagi è stata registrata proprio dopo le proteste in piazza. "A Trieste per colpa delle manifestazioni abbiamo avuto il più grande cluster della storia della pandemia in Friuli Venezia Giulia" ha tuonato il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, non nascondendo il timore che "entro fine mese, probabilmente anche prima, andremo in zona gialla". Ma il binomio cortei-contagi non sarebbe direttamente proporzionale, dipenderebbe dalla città? Se lo chiede l'attore Andrea Zalone, 53 anni, spalla e autore di alcuni tra i programmi di Maurizio Crozza che - secondo gli ultimi rumors - sarebbe il presunto compagno di Luciana Littizzetto. A Milano per sabato 13 novembre è prevista una nuova manifestazione contro il Green pass ma nonostante il susseguirsi di proteste i contagi non sarebbero aumentati come in Friuli. Perché i no-vax triestini sono più contagiosi dei no-vax milanesi? domanda sui social Andrea Zalone: "A Milano non si registra un’impennata di contagi dopo 16 sabati di manifestazioni. Non sono polemico. Giusto per capire. A Milano manifestano con le mascherine e a Trieste no?" Pronta la risposta di una follower che spiega: "Molto probabilmente perché il tasso di vaccinazione a Milano è più alto che a Trieste. Lo dice una della provincia di Bolzano, dove i contagi sono aumentati senza bisogno di grandi manifestazioni".

Alessandra Muglia per il "Corriere della Sera" il 12 novembre 2021. Sei mesi fa aveva dichiarato la fine dell'epidemia, ora è il Paese dove il virus corre più veloce. Con un'incidenza di tamponi positivi al 40%, la Slovenia rappresenta il maggiore focolaio ad assediare l'Italia, sul fronte orientale. Una minaccia amplificata dai 12 mila transfrontalieri che ogni giorno varcano il confine nelle due direzioni per studiare o lavorare. Se Trieste è diventata la città maglia nera del nostro Paese, probabilmente non è soltanto per via dei cortei al porto. Infatti i casi aumentano (seppur a ritmo più contenuto) anche in Veneto e Alto Adige. Lo ha chiarito bene Giovanni Sebastiani, dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo Picone, del Cnr: «Il coinvolgimento maggiore delle zone del Nordest è molto probabilmente influenzato, oltre che dagli assembramenti, anche dai flussi in entrata di persone provenienti dall'Est europeo attraverso la frontiera con la Slovenia». Secondo l'ultimo bollettino governativo, su poco più di 9.000 tamponi molecolari effettuati, 3.568 sono risultati positivi: poco meno della metà. La curva dei contagi resta preoccupante soprattutto a Lubiana e nelle località costiere, nonostante le nuove misure restrittive adottate una settimana fa dal governo guidato dal leader della destra populista Janez Jansa, amico di Orbán: il green pass è diventato obbligatorio anche nei centri commerciali, nei locali pubblici e persino in banca, oltre che sul posto di lavoro; il certificato va mostrato sempre con un documento d'identità ed è stato esteso anche ai ragazzi sopra i 12 anni; sono vietati assembramenti ed eventi pubblici, matrimoni e celebrazioni; sul lavoro non possono più essere utilizzate le mascherine di stoffa ma solo le chirurgiche e le Ffp2; dal 15 novembre gli studenti dovranno effettuare a scuola il test rapido anti Covid tre volte la settimana. «Le regole ci sono, il problema è che nessuno controlla e pochi le rispettano. C'è un atteggiamento a dir poco rilassato nel Paese malgrado il nuovo picco - dice al Corriere Alessandro Martegani, casa a Trieste e lavoro (da giornalista) a Capodistria -. Al chiuso molti non indossano la mascherina, per strada non rispettano il distanziamento. È come se il Covid non fosse preso sul serio, mentre in Italia è vissuto con drammaticità. Gli sloveni sono insofferenti alle restrizioni oltre che ai vaccini. Il 24 aprile si va a votare per le politiche e nessuno vuole prendere misure impopolari». Intanto però i posti letto negli ospedali stanno iniziando a scarseggiare: le terapie intensive sono piene al 92%. Felice Ziza, medico dell'ospedale di Isola, ha spiegato che i ricoverati sono quasi tutti non vaccinati. Nonostante i tentativi di accelerare sulla campagna di immunizzazione, i numeri non migliorano. Stabile da alcuni giorni al 53% la quota di chi ha completato il ciclo: uno su due. Un tasso di molto inferiore alla media europea (70%) ma in linea con la maggior parte delle nazioni dell'Est. L'intolleranza alle imposizioni è diffusa negli Stati ex sovietici, a iniziare dalla Russia, dove la mancanza di fiducia nelle istituzioni dopo decenni di regime comunista ha alimentato lo scetticismo. Proprio la bassa copertura vaccinale nei Paesi dell'Est è considerata all'origine della nuova ondata che fa dell'Europa l'unico continente con positivi in rialzo.

Da video.corriere.it il 10 novembre 2021. Le parole del Mons. Viganò: «In tutte la parti del mondo in cui vige la psico-pandemia il popolo scende nelle piazze a manifesta il proprio dissenso. I media di regime tacciono». La risposta di Bruno Vespa: «Che Dio lo perdoni»

Da la7.it l'11 novembre 2021. Massimo Giannini a diMartedì: "Questo monsignor Viganò è un mascalzone, non rispetto chi dice le bugie. Ha detto che hanno ucciso le persone ricoverate per imporci le mascherine: questa è una mascalzonata. Basta con la tolleranza con chi mente".

Mons. Viganò: "Ci hanno mentito per due anni". E Vespa lo gela così. Francesca Galici il 10 Novembre 2021 su Il Giornale. Davanti alle teorie di monsignor Viganò, che è convinto sia in atto il "grande reset" e che sia in atto una "psicopandemia", Vespa resta basito. Bruno Vespa è stato ospite di Giovanni Floris a Dimartedì e ha assistito con stupore alla trasmissione dell'ormai ben noto video dell'arcivescovo Carlo Maria Viganò, uno dei più convinti teorici del "grande reset", cioè il complotto del sistema delle elite per avvantaggiare l'arrivo "dell'Anticristo". Nel corso dei mesi è diventato un punto di riferimento per i no vax che credono in questa teoria. Il religioso, ormai esentato dalle sue funzioni in quanto pensionato, esprime una posizione nettamente contraria alle vaccinazioni, con argomentazioni molto particolari, che hanno perplesso anche Bruno Vespa. I video di monsignor Viganò vengono diffusi su YouTube attraverso un canale che diffonde la "controinformazione" su vaccini e Green pass, attaccando duramente il governo in carica e fornendo materiale per alimentare l'ideologia no vax. In uno di questi video, che dura ben 30 minuti nella sua versione integrale, Carlo Maria Viganò sostiene che "in tutte le parti del mondo in cui vige la psicopandemia, il popolo scende nelle piazze e menifesta il proprio dissenso". Il religioso, se la prende anche con "i media di regime (in pratica tutti)", che "tacciono sistematicamente quello che però possiamo vedere su internet". Il web, d'altronde, è il veicolo più potente per la trasmissione delle teorie cospirazioniste e complottiste in cui si alimentano le convinzioni dei no vax e dei no Green pass. Monsignor Viganò, quindi, aggiunge che "ci siamo svegliati un po' tardi", ma "stiamo cominciando a capire che ci hanno ingannato per quasi due anni, raccontandoci cose che con corrispondevano alla realtà". Ossia, "che non c'erano cure, che si moriva di Covid mentre uccidevano deliberatamente i contagiati per farci accettare mascherine, lockdown e coprifuoco". Quando detto Carlo Maria Viganò è facilmente rintracciabile anche nelle chat dei no vax e dei no Green pass, che si aggrappano al pensiero del monsignore per trovare una sponda più o meno autorevole per proseguire nella battaglia per osteggiare la campagna vaccinale. Ma le parole di Carlo Maria Viganò vanno in direzione opposta a quando dice la Chiesa, a quanto detto anche da Papa Francesco. Eppure, il monsignore non è l'unico che, all'interno della Chiesa, esprime posizioni cospirazioniste. Un'inchiesta condotta da Tpi e trasmessa da Cartabianca ha mostrato un prete di Roma che, durante l'omelia, invita i fedeli a non vaccinarsi perché verrebbero usati feti abortiti nel Novecento. Davanti alle parole di monsignor Viganò, Bruno Vespa a Dimartedì ha un solo commento: "Che Dio lo perdoni".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Vittorio Feltri contro Il "no vax" Belpietro: "Forse sei pazzo da legare, almeno porta rispetto". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 10 novembre 2021. Maurizio Belpietro non mi è certo sconosciuto. Attualmente dirige la Verità, giornale da lui fondato alcuni anni fa. In precedenza l'ho assunto solo quattro volte: all'Europeo, all'Indipendente e al Giornale (in due riprese). Mi pare evidente che lo stimassi. Lui invece mi ha licenziato in una circostanza. Dopo un anno di collaborazione, mi scaricò con una telefonata. Cosa che mi lasciò indifferente, però constatai che la gratitudine è il sentimento della vigilia. Niente di drammatico. Ora scopro, leggendo un suo articolo sulla sua falsa Verità, che noi di Libero saremmo ossessionati dal suo quotidiano fiancheggiatore dei no vax e dei no Green pass. In realtà il nostro foglio se ne infischia altamente di quelli che non si vaccinano: peggio per loro. Se crepano o comunque finiscono intubati devono solo battersi il petto, mea culpa mea maxima culpa. L'importante è che non addossino a noi le spese del funerale. Ciascuno è padrone del proprio destino. Non ti immunizzi? Affari tuoi. Il tuo odio verso i virologi è superiore a quello che nutri nei confronti del Covid? Bravo, agisci come credi. Preferirei che la minoranza chiassosa dei nemici della scienza evitasse di rompere le palle con i suoi cortei settimanali, ma è questione di gustibus che disputandum non est. Il resto, trattandosi di opinioni, conta poco o nulla. Ciascuno la pensa come vuole, noi scribi e anche i virologi ai quali riconosco di essere riusciti in pochi mesi a inventarsi un medicinale in grado di sconfiggere, o almeno limitare, una malattia sconosciuta. Belpietro non crede a una sola riga di quello che scrivo? Odia le punture e chi si fa iniettare il liquido salvifico? Faccia pure, ma eviti almeno di attaccare il nostro Renato Farina che ha una prosa deliziosa e dice meno stupidaggini di Maurizio. Se la Verità, testata francamente troppo ambiziosa, mi dà del pirla perché ascolto le prediche del professor Locatelli, abbozzo, ma ciò mi autorizza a ricambiare il complimento, dicendo che l'Italia è il Paese che grazie alle iniezioni e al lasciapassare sta meglio in Europa. E probabilmente i fessi non sono i vaccinati che se la cavano ma coloro che per fare i bulli contestatori finiscono sotto terra. Aggiungo che in effetti molti giornalisti sono pazzi da legare, ma alla categoria forse appartieni anche tu Belpietro, benché ti abbia assunto quattro volte. Non pretendo ringraziamenti che sarebbero tardivi, ma almeno un po' di rispetto.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 12 novembre 2021. Ormai è sempre più difficile divertirsi. La tv ha perso il 50 per cento degli spettatori, i giornali non brillano per popolarità, i film in circolazione sono l’emblema della noia. Oggi se vuoi fare una risata non ti resta che leggere Maurizio Belpietro che, invece di scoprire l’acqua calda, farebbe meglio a bersi qualche bicchierino di whisky, così tanto per crearsi una scusa: infatti le ovvietà che scrive, convinto di dire cose illuminanti, fanno pensare che siano vergate da un signore ubriaco. Ieri per esempio, egli ha detto nel suo articolone di fondo che si registrano casi, abbastanza rari, che persone vaccinate si becchino il virus e magari vadano all’altro mondo. Cosa vera, talmente vera da essere nota anche ai frequentatori dei giardini di infanzia. L’antidoto in effetti non garantisce l’immortalità, mai nessuno ha sostenuto simile baggianata, semplicemente fornisce delle difese onde contrastare abbastanza efficacemente la terribile malattia. La quale, prima che la portentosa iniezione fosse alla portata di tutti, ha sterminato centinaia di migliaia di persone, defunte per mancanza di ossigeno, intubate per varie settimane e infine sepolte qua e là, visto che i cimiteri erano sovraffollati: c’erano in giro più cadaveri che medici e infermieri. Quando i vaccini miracolosamente sono arrivati sul mercato molta gente ha seguitato a crepare, ma col passare del tempo, bucando braccia a tutto spiano, la nostra vituperata sanità e riuscita a ridurre i decessi in misura rilevante. Ovvio i miracoli non li fa più neanche il padreterno, figuriamoci i poveri virologi che si sono trovati ad affrontare una pestilenza di enormi proporzioni. Oggi, tra alti e bassi, più bassi che alti, gli umani che vanno sottoterra sono sensibilmente diminuiti. Non certo grazie al povero Belpietro che sa di medicina quanto io so del comportamento sessuale degli scarafaggi. Zero. La scienza non è mai stata esatta, procede per tentativi, qualche volta funziona altre no. Evidentemente Dio, che io non ho mai conosciuto, e nemmeno mi ha fatto una telefonata, forse ci trascura. Cosicché mi fido maggiormente degli studiosi che non di lui, sempre assente. Figuriamoci se prendo sul serio le bischerate vergate dal bastian contrario che dirige la Verità, nome francamente eccessivo per un quotidiano. Comunque al direttore bisogna concedere le attenuanti generiche: i no vax e i no Green pass costituiscono una minoranza rumorosa e fastidiosa che riesce ad attirare l'attenzione di vari sprovveduti, i quali trovando in un giornale solidarietà nei loro deliri, sono spinti ad acquistarlo. Chi non capisce un cavolo si consola condividendo la sua ignoranza con un gruppo di propri simili. Senza rancore. 

Silvana De Mari, "stupro farmacologico" e "Satana": tutte le follie della dottoressa no-vax arruolata da Belpietro. Alessandro Giuli su Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Si dice che il sonno della ragione genera mostri e in tempi di pandemia bisognerebbe guardarsi appunto dal rischio della mostrificazione che attraversa la politica e la così detta società civile alle prese con l’afflizione della malattia, l’incognita delle sue varianti e le poche ma solide verità scientifiche a disposizione. Nel caso di Silvana De Mari, regina del complottismo no-vax, no-pass, no-mask e no-moltissime altre-cose, il pericolo rasenta la guerra di religione con spolverature millenaristiche. La signora in questione è un chirurgo specializzato in psicologia cognitiva molto popolare nell’universo psicopatologico di chi crede che dietro la genesi del Sars-CoV-2 e la profilassi globale contro il Covid si nascondano per lo più interessi finanziari, regie occulte e addirittura lo zampino del diavolo. L’Ordine dei medici di Torino l’ha da poco sospesa assieme ad altri 94 colleghi, vietandole di “svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio Sars-Cov-2”. Fra le sue ultime intemerate, al netto della prosa che dispensa con regolarità sulla stampa nazionale, si annovera un comizio in piazza di fine ottobre nel quale descrive la vaccinazione – e il Green pass che ne consegue – come uno “stupro farmacologico… qualcosa di satanico”. A seguire, l’ostensione di un rosario dai colori rosso e azzurro, “i colori delle confraternite dei captivi… coloro che venivano catturati dai saraceni… catturati come noi… come noi a milioni…”. L’arringa si chiude con l’invito a una nuova battaglia di Lepanto per riscattarsi dalla schiavitù, e non è difficile indovinare che nei panni dell’invasore ottomano la dottoressa De Mari scorga le fattezze dei governi occidentali, di “Big Pharma” (lo dice lei stessa del resto) e di qualche oscura confraternita rivale devota alle tenebre. Qualche indizio? Nel 2017 la De Mari offrì le proprie fantasticherie ai microfoni radiofonici della Zanzara per anatemizzare il sesso anale, sia omo sia eterosessuale, avvertendoci che “è un gesto sempre fatto nelle iniziazioni sataniche… non sono quattro sfessati, ma è presente anche ai piani alti… ne ha fatto uno anche Angelina Jolie”. E questo era il punto d’arrivo di un ragionamento basato sulla radicale convinzione che “in realtà l’omosessualità non esiste” se non come malattia da lei curata “per quarant’anni”, una “condizione drammatica per l’ano” sulla quale naturalmente si dispiega dall’alto “una censura incredibile… nessuno ne parla”. Di là da tali stravaganze (basterebbe leggere Platone per vivere pacificamente il rapporto con la sessualità, ma è un discorso troppo lungo e alto per correre il rischio di sprecarlo), non è difficile cogliere il sottotesto implicito nel fanatismo di chi giudica il sesso peccaminoso ogniqualvolta prescinde dal dettato riproduttivo biblico, al punto tale che lo stesso autoerotismo finisce per essere condannato. Il tema assume addirittura i tratti dell’ossessione quando investe – come in un articolo della De Mari risalente al 2009 – l’alimentazione dei neonati tramite biberon: una pratica che sarebbe promossa dall’industria del latte artificiale per scoraggiare l’allattamento naturale al seno e – sotto sotto – agevolare la causa della teoria gender (le coppie omosex maschili non hanno molte alternative al biberon). Il campionario delle enormità potrebbe arricchirsi di altri esempi, essendo sufficiente una ricerca online per imbattersi in numerosi video nei quali la nostra dottoressa millenaristica enumera i successi negletti delle cure semiclandestine anti Covid o discetta di genocidi pascolando nel prato immaginario della letteratura fantasy, mescolando fiabe per l’infanzia e cellule di feti abortiti utilizzate per fabbricare vaccini. Sullo sfondo, sempre l’idea che un’anonima setta nemica stia lucrando sulla nostra salute, sulla nostra libertà e sui cardini della natura umana ingabbiata dalle restrizioni contemporanee. Un bersaglio facile, per dire, è quello che De Mari descrive con lo zoppicante acronimo “Gafat”: Google, Facebook, Apple e Twitter; vale a dire le piattaforme e i social network premiati dall’isolamento sociale provocato dal Coronavirus ma al tempo stesso – guarda un po’ – gli strumenti prediletti dalla propaganda sottoculturale di cui De Mari e soci sono protagonisti e veicoli sempre più dinamici. Nulla di personale, naturalmente, anche perché la signora non è affatto ignorante e ha perfino una sua mitezza occhiazzurrata e carezzevole quando traguarda la telecamerina per registrare le sue sparate. Come una matura zia che abbia perso il controllo della propria fede interiore e vada esteriorizzando la Torquemada che tratteneva a stento dentro di sé. Non che un certo scientismo cieco e fideistico sia poi troppo diverso, ovvio, ma si tratta appunto di guerre tra cattive metafisiche che si alimentano a vicenda. La ragione sta altrove, per fortuna.

Marco Zini per tag43.it il 12 novembre 2021. Tra i tanti motivi di dissenso che dividono Matteo Salvini e il ministro Giancarlo Giorgetti, ormai chiamato da tutti l’Amerikano dopo il suo viaggio negli Stati Uniti che gli hanno organizzato Paolo Messa, uomo di Leonardo per gli Usa, e Simone Crolla, segretario generale dell’American Chamber of Commerce di Milano, c’è anche la vicinanza del segretario della Lega versione Papeete alla linea politica della Verità di Maurizio Belpietro. In particolare, Giorgetti non sopporta che Belpietro sia progressivamente diventato il punto di riferimento del movimento no vax e no Green pass, che accarezza quasi quotidianamente con un linguaggio non certo tenero nei confronti del governo. «La destra è ordine e disciplina, altro che casino di piazza e linguaggio truculento», ha mandato a dire Giorgetti a Salvini. Cosa che poi il ministro ha raccontato a Luigi Di Maio in uno dei loro famosi pranzi in pizzeria rivelati dal titolare della Farnesina, cosa che tanto ha irritato l’amico della Le Pen e di Orban. Il ministro a supporto delle sue ragioni ha citato anche Libero: «Sallusti mica ha cavalcato quell’onda come Belpietro, a tutto c’è un limite», riferendosi alle posizioni del giornale degli Angelucci. Esplicitate in un editoriale al curaro di Vittorio Feltri che aveva come bersaglio proprio Belpietro. «Se la Verità, testata francamente troppo ambiziosa, mi dà del pirla perché ascolto le prediche del professor Locatelli, abbozzo, ma ciò mi autorizza a ricambiare il complimento, dicendo che l’Italia è il Paese che grazie alle iniezioni e al lasciapassare sta meglio in Europa», aveva scritto Feltri, chiudendo la sua intemerata con un perentorio invito a Belpietro di portargli rispetto: «Probabilmente i fessi non sono i vaccinati che se la cavano ma coloro che per fare i bulli contestatori finiscono sottoterra. Aggiungo che in effetti molti giornalisti sono pazzi da legare, ma alla categoria forse appartieni anche tu Belpietro, benché ti abbia assunto quattro volte. Non pretendo ringraziamenti che sarebbero tardivi, ma almeno un po’ di rispetto». La verità (con la minuscola) è che i giorgettiani temono non solo che il partito scivoli su posizioni che sarebbero considerate inaccettabili da Mario Draghi, il cui esecutivo ha fatto della campagna di vaccinazione il primo punto del programma di governo, ma anche che esponenti di spicco dell’area no vax e no Green pass, come il direttore della Verità, vengano proposti da Salvini come futuri candidati di punta alle prossime elezioni politiche.

Da iltempo.it il 10 novembre 2021. Massimo Cacciari su tutte le furie a Otto e mezzo di Lilli Gruber. Invitato per discutere delle nuove limitazioni imposte dal governo alle manifestazioni anti green pass, il filosofo se l'è presa col "pensiero unico" sulla pandemia, attaccando in particolare chi ha deciso di censurare una parte della scienza meno propensa alla vaccinazione di massa. Le parole di Cacciari sono state quindi duramente criticate dal giornalista Luca Telese, a sua volta in studio: "Non capisco perché offra copertura intellettuale ai mistificatori" ha detto Telese. "Io esercito solo il mio lavoro, che è quello del pensatore critico" ha ribadito Cacciari, che poi ha perso la pazienza con Lilli Gruber che tentava di interpretare una sua risposta. "Che cosa mi invita a fare se poi non mi fa parlare?" lo sfogo del filosofo. 

Due esempi di censura in tv. NON C’È UN BEL CLIMA: ECCO COSA SUCCEDE A CHI CONTESTA IL PENSIERO UNICO SANITARIO. Claudio Romiti l'8 Novembre 2021 su Nicola Porro.it. Alcuni giorni orsono nel corso di una diretta televisiva, il direttore del Riformista, Piero Sansonetti ha interrotto con la bava alla bocca Maurizio Belpietro, il quale stava semplicemente citando alcuni dati che sembrerebbero avvalorare la tesi secondo cui i vaccini anti-Covid non impediscono il contagio, ma solo le forme gravi della malattia. In pratica con il suo “stai incitando la gente a non vaccinarsi; stai dicendo una cosa folle, folle!”, Sansonetti ha cercato di imporre una sorta di divieto morale al direttore de La Verità, reo evidentemente di aver espresso qualche legittimo dubbio sul dogma sanitario imperante.

Sulla stessa linea, seppur in maniera decisamente più garbata, si è mossa Myrta Merlino, quando ha cercato di rimettere ordine nell’acceso diverbio, riportato su queste pagine, tra David Parenzo e Paolo Brosio. Ebbene, personalmente ho trovato l’intervento della conduttrice, generalmente persona abbastanza equilibrata, agghiacciante, tanto per usare un aggettivo adeguato. Dice infatti la Merlino, rivolgendosi con tono di rimprovero a Brosio, anch’egli reo di aver espresso dubbi e perplessità sui vaccini, “…una persona come te, che ha una capacità di comunicare molto grande, che sa parlare alle persone, se immette nel dibattito pubblico tutta una serie di dubbi deve sapere che questo può avere un rischio, perché poi quando la gente non si vaccina e se in troppi non si vaccinano il nostro Paese è meno sicuro di come lo è oggi.” Ergo, posta così la questione, solo il fatto di manifestare un pensiero critico nei riguardi di ciò che ci viene imposto dall’alto rappresenta un vero e proprio alto tradimento, un atto di grave slealtà nei confronti del popolo italiano, il quale –così almeno se ne deduce dalle parole della popolare giornalista partenopea, sarebbe in guerra con un virus ancor più mortale di quello dell’Ebola. Ma dal momento che i numeri dicono tutto il contrario, con un tasso di letalità reale che l’illustre virologo Giorgio Palù, attuale presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, lo scorso anno stimava tra lo 0,3 e lo 0,6%, essenzialmente concentrata tra le categorie più fragili della popolazione, l’approccio apocalittico usato dalla Merlino e dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi appare tanto delirante quanto inaccettabile. Inaccettabile, in particolare, perché utilizzato per tappare la bocca a chiunque, per l’appunto, non sia d’accordo con la politica sanitaria imposta dall’alto. E questa strisciante censura mediatica nei riguardi del pensiero critico, segnalata più volte in questi giorni da Maria Giovanna Maglie, costituisce a mio parere un altro, preoccupante aspetto di una deriva democratica di cui quasi nessuno nel mondo dell’informazione sembra preoccuparsi. Il risultato di un simile appiattimento del dibattito è quello di farci compiere ancora ulteriori passi verso l’inferno di un regime sanitario che nessuno ha sicuramente pianificato, ma che per tanti, troppi personaggi della politica, della cosiddetta scienza medica e dell’informazione continua a rappresentare una manna caduta dal cielo di Pechino. Proprio in tema di un dibattito pubblico che non c’è, personalmente non mi sento affatto in sintonia con i no vax o con i tanti complottisti in servizio attivo permanente. Tuttavia, solo il fatto di passare per negazionista se mi permetto di ritenere più ragionevole la strategia di alcuni Stati europei di grande tradizione democratica, che hanno lasciato ai cittadini la libertà di scelta sul vaccino, dovrebbe farci riflettere. Quando in un sistema democratico l’informazione diventa strumentale per imporre un pensiero unico, così come sta oramai avvenendo da quasi due anni, il futuro di quello stesso sistema appare quanto mai oscuro. Claudio Romiti, 8 novembre 2021

PiazzaPulita, Gianluigi Paragone inquietante: "Cosa mi ha detto un agente della Digos". Paranoia o complotto? Libero Quotidiano il 05 novembre 2021. Qui PiazzaPulita, il programma di Corrado Formigli in onda su La7, dove nella puntata di giovedì 4 novembre, ospite in studio, ha fatto capolino Gianluigi Paragone, ormai punto di riferimento politico di tutto il movimento no-Green pass e no-Vax. Si parla di cortei, di manifestazioni. E Formigli ricorda "una questione fondamentale: la foto della manifestazione per il ddl Zan a Milano, un mare di persone. Proprio come alla Barcolana a Trieste. Poi ci sono gli stadi, piene tutte le settimane. Poi si arriva alle manifestazioni no-vax, che a me non piacciono per niente, non sopporto le loro tesi, ma altra cosa è vietare loro le manifestazioni. Cosa sta succedendo?", chiede a Paragone. "Noi andiamo in piazza a Milano da 15 settimane, è interessante che il solo dato di Trieste coincida con l'aumento dei contagi. Veramente, la sfortuna ci vede benissimo... - commenta sornione -. Però in queste settimane vedo che anche l'attenzione delle forze dell'ordine è particolare. Un mio candidato al Municipio ha ricevuto una dozzina di provvedimenti e per andare a lavorare deve mandare una mail alla Questura. Oggi la ha mandata e non ha ricevuto alcunché, e non può andare a lavorare", rimarca. Dunque, Paragone agita quello che sembra lo spettro di un controllo, o quanto meno di una repressione ad-personam: "Penso che se questo debba essere l'atteggiamento del questore di Milano... che so che sta prendendo delle informazioni su di me, so anche che mentre ero in marcia uno della Digos mi ha detto: Paragone non ci si metta anche lei, come a dire che i senatori devono restare dentro al palazzo. E il massimo è il Daspo a Puzzer: é andato col suo banchetto e gli hanno dato il foglio di via a Roma". E ancora: "Io dico, a me piacciono tutte la manifestazioni. Sono contento della manifestazione a Milano del ddl Zan, è giusto che si possa andare in piazza. Ma non riesco più a capire perché in tutta Italia le manifestazioni debbano essere così", conclude Paragone.

La cultura del sospetto. Il complottismo no vax è la malattia senile del comunismo italiano. Carlo Panella su L'Inkiesta il 5 novembre 2021. Le strampalate e le accuse infondate contro un non meglio identificato monopolio internazionale che avrebbe orchestrato Covid e campagna vaccinale in America nascono a destra. Ma da noi sono il prodotto di decenni di propaganda anticapitalista e giustizialista del Pci e dei suoi eredi. Allibiti davanti ai più di 8 milioni di italiani di più di 12 anni che non si vogliono vaccinare, un intero e grande popolo no vax pari quasi a quello dell’intera Svizzera, non dobbiamo cadere in un errore. La matrice complottista che spesso motiva questa scelta non è parte di una cultura di destra o del populismo. In Italia il complottismo, l’attribuzione a forze oscure del deep state, come a Big Pharma, e alle multinazionali di trame e complotti, è storicamente ed essenzialmente retaggio della sinistra. L’esatto contrario di quanto avviene negli Stati Uniti, nei quali fenomeni come QAnon sono parte del populismo di destra, a cui Donald Trump ha dato un potente contributo, sino all’occupazione violenta del Campidoglio, con la balla del voto rubato. In Italia, invece, è stata la sinistra, quella comunista e poi quella ex comunista e giudiziaria, a installare questo veleno diffuso nella cultura del paese. Su due percorsi paralleli, oltre alla denuncia delle trame dei monopoli internazionali e soprattutto americani. In un primo tempo la denuncia di trame americane per avvelenare e distorcere il retto cammino della democrazia. In un secondo tempo, dagli anni Ottanta a oggi, una deviazione radicale della magistratura militante, col pieno appoggio della sinistra ex comunista, che ha usato l’accusa di complicità con la mafia e con “poteri oscuri” per eliminare i suoi nemici politici. Il complottismo del Partito comunista italiano iniziò negli anni cinquanta con l’entrata dell’Italia nella Nato. La ratio era semplice: la cessione di sovranità all’Alleanza Atlantica che comportò quella saggissima scelta democratica della schiacciante maggioranza delle forze parlamentari danneggiava gli interessi dell’Unione Sovietica staliniana. Ecco allora che quel galantuomo dì Giuseppe Saragat, quando scelse la scissione socialista di Palazzo Barberini, venne dipinto come «pagato e servo degli americani». Su su nei decenni fino alla criminalizzazione di Bettino Craxi, accusato di applicare il “piano di Licio Gelli e della P2”, altro bau bau nei confronti di un deep state che altro non era che un club di intrallazzoni. Passando per la bufala del “Piano Solo” e dell’inesistente progetto golpista del 1964 del generale De Lorenzo, complice addirittura il presidente della Repubblica Antonio Segni. Senza dimenticare il caso Gladio, che portò Achille Occhetto a portare «le masse popolari» a manifestare in piazza chiedendo le dimissioni del presidente Francesco Cossiga «complice di trame oscure».